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febbraio 28 2005
RE SILVIO E LE SIRENE (di Stefano Olivieri)
Ormai non sappiamo più come e dove archiviarle le esternazioni del premier italiano. Sono talmente tante e così succose, pregne della sua inadeguatezza istituzionale, che ci vorrebbe una intera collana di “Blob” per raccoglierle tutte. Malgrado sia sempre circondato dai suoi – e chi gli deterge il sudore, chi gli allunga un foglio, chi gli suggerisce la parolina giusta – spesso il nostro parla a braccio, in particolare quando è su di giri perché qualcosa non sta andando per il verso giusto.
E’ il caso della legge Cirielli, la salvapreviti già bocciata dal CSM (un manipolo di toghe rosse..) e in odore di bocciatura quirinalizia. Ma forse il nostro è anche un po’ agitato per quella faccenduola che riguarda l’evasione Mediaset sulla compravendita di fiction tv, diverse centinaia di miliarducci che il fisco italiano non avrebbe mai visto. Quando un giornalista, l’altro ieri, gli ha incautamente accennato la questione, anche lì la sua risposta (quella del presidente del consiglio, non dimentichiamocelo mai) è stata spudorata : “ i giudici dovrebbero avere un po’ di buon senso..”
Ma torniamo alle sirene, che a dire del premier si accanirebbero attorno al presidente della repubblica. E’ una citazione dotta, che richiama il viaggio di ritorno dell’eroe Ulisse verso la patria Itaca. Chissà se Berlusconi, quando ha aperto bocca, si è ricordato che in quella storia c’èra Ulisse ma c’era anche Penelope, la sposa in attesa, e c’erano i principi Proci, che banchettavano a casa sua insidiando la sua sposa.
Ora mi chiedo, se Silvio ha identificato il buon Ciampi (che non ha gradito l’accostamento, e ha già risposto per le rime) con Ulisse, quale personaggio avrebbe riservato per se stesso ? Penelope non credo, nella trasposizione storico-letteraria-politica sembrerebbe più adatta a impersonare l’Italia. Non rimangono dunque che i principi Proci e il loro capo che – vado a memoria – dovrebbe chiamarsi Antinoo. Ecco, quello è un ruolo che davvero gli si addice, a lui e a tutto il delizioso staff governativo di cui ha deciso di circondarsi. Anche il gozzoviglio omerico ci sta tutto, a giudicare da come hanno ridotto il nostro paese.
Ma attenzione, Antinoo. Ulisse alla fine riesce a tornare a casa e imbraccia il suo arco. E avrà una mira infallibile. Chissà se questo particolare te lo sei ricordato. Forse no, tu sei quello che nel baraccone di pratica di mare, incontrando Putin in pompa magna parlò di "Romolo e Remolo". Da quelle parti stanno ancora tutti a rider www.liblab.it
L’uomo che avrebbe dovuto cambiare l’Italia con tre ‘I’
ALBERTO STATERA
«Mister I», di cui da lungo tempo si erano perse le tracce, è tornato loquace e battagliero. Frutto della fertile inventiva di Berlusconi, il misterioso personaggio fu lanciato nel 2001 a «Porta a Porta» come l’uomo che, in caso di vittoria, avrebbe avuto nel nuovo governo la missione di innovare tecnologicamente uno Stato fermo al pleistocene, di cui avrebbe rilanciato le magnifiche sorti e progressive. Formato il governo, «Mister I», il ministro per l’Innovazione e la Tecnologia, ebbe finalmente un nome: Lucio Stanca, noto manager internazionale, nato a Lucera e laureato alla Bocconi, una luminosa carriera in Ibm fino alla presidenza per Europa, Africa e Medio Oriente.
Bel colpo, invidiato pure dal Centrosinistra. E un programma titanico: «Condurre il Paese in una posizione di leadership nell’era digitale; supportare la modernizzazione attraverso la realizzazione di un nuovo modello di Stato informatizzato e digitalizzato; favorire l’avvento dell’economia di rete rendendo disponibili online i servizi pubblici ai cittadini e alle imprese; disegnare una strategia per l’innovazione basata su una visione unitaria». In concreto, uso di Internet da parte di tutti i cittadini per dialogare con gli uffici pubblici, chioschi digitali, portale nazionale del cittadino, «elearning» per gli statali, «procurementcard» per favorire gli acquisti online di beni e servizi, e così via sognando. Con un po’ di civetteria, Stanca inaugurò pure un acronimo per il ministero dell’Innovazione tecnologica: Mit, proprio come il prestigioso Mit di Boston.
Per la verità, nonostante il Mit, il primo impatto del nuovo governo con le tecnologie se non fu dei più felici, fu di sicuro indimenticabile. Il sito della presidenza del Consiglio, inneggiando alle «3 I», Impresa, Inglese, Internet, si spinse a mettere in rete in inglese le biografie di ministri e sottosegretari. Il ministro Buttiglione, che ha sempre vantato gli insegnamenti del filosofo Augusto Del Noce, era presentato come allievo prediletto di «August Of The Walnut», il portavoce del premier Bonaiuti come il «Megaphone of the President», mentre «Mister I», alias Stanca, veniva accreditato di una laurea all’università milanese «Mouthfuls», nel senso gastronomico di «bocconi», o forse, vai a saperlo, in quello romano di «fessacchiotti».
L’entusiasmo del ministro bocconiano per fortuna non si spense, ciò che gli consentì di annunciare: «Stiamo dando vita alla più bella startup in Italia, risparmieremo migliaia di miliardi nella pubblica amministrazione grazie anche alle aste elettroniche». Poi un lungo silenzio tra convegni in luoghi ameni, missioni tecnologiche nei paesi africani, crociere sul suo Pershing 50, e qualche partita sui campi di golf, dove, come ha dichiarato, si sente «in perfetta letizia francescana».
Adesso, passati quattro anni, mentre la legislatura volge al termine, dello Stato informatizzato e della leadership nell’era digitale si è persa traccia, ma «Mister I» è tornato con una raffica di dichiarazioni e interviste.
Altri tempi quelli della «bella startup». Forse al ministro hanno fatto leggere qualche libro di Sabino Cassese e gli hanno riferito ciò che da sempre va dicendo il saggio Andreotti, cioè che chi pensa di riformare la pubblica amministrazione in Italia è come tutti quei Napoleoni che affollano le case di cura per malattie mentali. L’Ibm era un’altra cosa, si è lamentato con Chiara Beria di Argentine: «Pensi che è più facile fare un bambino che avere una targa d’ottone al ministero. Non è una barzelletta: ho dovuto aspettare nove mesi, e così per i biglietti da visita». Se l’avesse saputo, sulla targa d’ottone e sui biglietti da visita, invece di Mit, il ministro avrebbe potuto far incidere un celebre motto di Marcello Marchesi: «Est modulus in rebus».
statera@ilpiccolo. it
Un governo prigioniero delle promesse
il punto
GIUEPPE TURANI
Può capitare (sta capitando in Italia) che una maggioranza e un governo diventino schiavi delle necessità elettorali e delle loro antiche promesse, e che quindi si infilino in strade senza uscita invece di fare il bene del paese. E è curioso notare come in questo momento il miglior congiunturalista italiano (anche se il termine è un po' riduttivo) sia il segretario generale della Cisl Savino Pezzotta.
Che cosa dice Pezzotta? Che in una realtà come quella italiana, segnata profondamente da aziende che non riescono più a stare sui mercati, che perdono colpi persino in Europa (dove il dollaro non c'entra), invece di regalare soldi ai notai, ai consulenti e agli avvocati (attraverso il taglio generalizzato delle tasse), meglio sarebbe concentrare queste risorse sul mondo del lavoro (sulle imprese), al fine di rendere le nostre aziende più competitive e quindi più capaci di battersi sui mercati internazionali.
Se questa è la critica "globale" (ma perfetta) di Pezzotta, poi arriva quella di Gianni De Michelis (che guida un partito minuscolo, ma che ha testa per capire quello che accade), il quale si mostra un po' deluso dal fatto che i soldi per aumentare la competitività (tanti o pochi che siano, in realtà pochissimi) vengono distribuiti qui e là, senza un disegno preciso, senza priorità, senza visione strategica (si sarebbe detto una volta).
A queste osservazioni (sulle quali non c'è nulla da dire) si può aggiungere che una strada maestra per ridare competitività al sistemaItalia è quella di tagliare severamente tutte le posizioni di rendita e di monopolio (in Italia più diffuse degli spaghetti) perché un sistema bloccato da mille paracarri monopolistici non può certo andare molto lontano per quanto si sforzi.
D'altra parte, è facile anche notare che siamo già a marzo (praticamente) e quindi qualunque cosa si faccia (ormai siamo alla vigilia delle elezioni regionali) andrà in funzione fra trequattro mesi, cioè quando metà dell'anno se ne sarà andata.
E' abbastanza facile, allora, la previsione di un nulla di fatto. Tante chiacchiere, qualche buon dibattito televisivo, qualche miliardo di euro gettato qui e là, ma niente di sostanziale. Con una congiuntura, peraltro, che potrebbe anche precipitare da un momento all'altro, rivelandosi più dura del previsto. Insomma, tanto per cambiare, continuiamo a affrontare questo periodo di economia difficile senza avere le spalle debitamente coperte. D'altra parte, ormai si lavora solo per le elezioni. E allora, via, con i soldi ai notai, ai professionisti, agli avvocati. Sperando che poi siano grati.www.repubblica.it/supplementi/af
UNA CRISI ISTITUZIONALE
EZIO MAURO
Siamo dunque al punto in cui il Capo dello Stato, che rappresenta tutte le istituzioni della Repubblica, deve intervenire pubblicamente per difendere il suo ruolo, i suoi poteri di garanzia, la sua indipendenza e la correttezza del suo operato da uno sfondamento del Capo del governo. Carlo Azeglio Ciampi ha dovuto reagire ? con "sorpresa", dice la nota del Quirinale ? per tutelare non tanto se stesso quanto l´istituto della Presidenza della Repubblica, attaccato nella sua simbologia repubblicana di indipendenza e nella sua funzione suprema di garanzia da Silvio Berlusconi: convinto che sul giudizio del Capo dello Stato prima della promulgazione delle leggi pesino "le sirene della sinistra".
Com´è evidente si tratta di una accusa gravissima, lanciata in forma plateale e gratuita, senza giustificazioni o prove, e non da un esponente politico di secondo piano ma direttamente dal Presidente del Consiglio, che ha la responsabilità di reggere l´esecutivo, indirizzare la politica nazionale e guidare la maggioranza parlamentare, rispondendo così al consenso ottenuto dai cittadini nelle elezioni. Ora, dopo tre anni di legislatura, Silvio Berlusconi indirizza questo consenso e quel potere politico contro il Presidente della Repubblica, sollevando il sospetto che possa essere soggettivamente un arbitro di parte, dunque scorretto e ingiusto, e istituzionalmente ancor peggio: un Capo dello Stato senza autonomia, soggetto a pressioni, incapace di difendere e garantire l´indipendenza propria della sua funzione.
Siamo ad una vera e propria crisi istituzionale che contrappone i due vertici della nostra vita pubblica, e poco conta la correzione tardiva di Palazzo Chigi. Dalla collaborazione repubblicana eravamo passati da tempo ad una inedita coabitazione fredda, con il Capo dello Stato che aveva di fatto rinunciato alla cooperazione attiva della sua moral suasion per l´impermeabilità di una cultura politica ? esecutivo e maggioranza ? chiusa in sé, convinta di essere autosufficiente, insofferente perciò ad ogni regola, ogni concerto, ogni controllo.
Oggi si va oltre, nel territorio delicatissimo e inesplorato di un Quirinale attaccato nei comizi di propaganda di un Premier in difficoltà. Ogni spirito istituzionale è bruciato dalla mossa di Berlusconi, ogni senso dello Stato, qualsiasi spazio civico o almeno di responsabilità civile. O meglio, tutto questo è travolto e trasformato in qualcosa che non è un´incultura, ma la forza primitiva e durevole di un sentimento, com´è nei fondamenti di ogni populismo.
Ciampi e Berlusconi una crisi istituzionale
Ciampi diventa così il capro espiatorio dell´incapacità di governare
Per il premier ogni vincolo di garanzia è un limite al dispiegarsi del suo carisma
È quel sentimento berlusconiano di estraneità alle istituzioni e allo Stato, quel senso di "alienità" che lo fa abitare il vertice della Repubblica come un altrove, sentendosene insieme dominatore ed estraneo, occupante più che rappresentante, possessore esclusivo ma straniero, con tutti i diritti della leadership ma mai nessun dovere. È una concezione che già altre volte ho definito tecnicamente rivoluzionaria, perché vive le elezioni come un´ordalia, il consenso dei cittadini come un´unzione perenne, la conquista del governo come una presa del potere. Non solo dunque ogni ipotesi di sconfitta elettorale alla fine del mandato e ogni prospettiva di cambio di maggioranza vengono vissute come un´usurpazione a un diritto esclusivo ed eterno, dunque una sorta di atto sacrilego contro un concetto metapolitico ed extraistituzionale, perché sacro: il destino unito di Berlusconi e dell´Italia. Ma anche nel corso di una normale, fisiologica legislatura repubblicana, ogni controllo e ogni vincolo costituzionale di garanzia, di equilibrio, di salvaguardia e di contrappeso - gli istituti su cui si reggono gli Stati democratici in tutto il mondo civile - viene visto come un limite ingiusto e improprio al libero dispiegarsi del carisma berlusconiano, capace di resuscitare ed esaltare l´Italia se solo le istituzioni si lasciassero ardere dal sacro fuoco del Cavaliere e dal suo spirito politico trasformato in opera sapiente e provvidenziale.
Di fronte a tutto ciò, come può un istituto "tecnico" come la promulgazione che di per sé non ha alcun valore politico, non apparire come un impaccio? È evidente a tutti che dopo la "sanzione regia" dello Statuto Albertino, la promulgazione è una dichiarazione formale della massima carica istituzionale che la legge è regolarmente approvata e dunque vale l´ordine "a chiunque spetti di osservarla e farla osservare". Ma è anche chiaro che la Costituzione prevede per il Capo dello Stato il potere di rinvio della legge alle Camere, con rilievi motivati. Dunque quel passaggio delle leggi al Quirinale è anche un passaggio di garanzia: e Ciampi ha dovuto ricordare che ogni rinvio al Parlamento di una legge è sempre stato motivato "dettagliatamente, convintamente e debitamente", senza dare ascolto a suggerimenti d´ogni tipo.
"Convintamente", cioè nella personale, autonoma responsabilità del Capo dello Stato. "Debitamente", e cioè come espressione di un dovere del dubbio, ben più che di un diritto.
Ma è persino umiliante dover difendere istituti fondamentali e neutri dello Stato di diritto dall´antistatualità aliena di un Premier che guida le istituzioni sentendosene nemico, con l´impaziente spirito guerriero di chi vorrebbe cortocircuitare i meccanismi di controllo e di garanzia perché tutto - Costituzione, istituzioni, politica e Paese -potessero aderire alla sua biografia trasfigurando insieme nella mitologia berlusconiana, infine salvati e redenti. Come in ogni populismo, c´è molto di primitivo ma molto anche di moderno in questa trasfigurazione eroica della politica. E faccio notare che questa retorica vera e non falsa, perché l´ego di Berlusconi non la recita, ma la vive e la indossa come la sua vera natura, è a modo suo capace di parlare al Paese, perché lo sollecita perennemente, lo nutre di promesse mentre giustifica il loro tradimento con colpe altrui, spettacolarizza la politica semplificandola, mentre la deforma in conflitto, si regge su concetti primordiali ma emotivi ed evocativi, indica ogni volta un sogno prigioniero ad un Paese sfibrato, ma anche destrutturato in alcuni fondamentali principi civici. È insomma quella "televisione a colori" che l´improvvido vero alfiere degli interessi berlusconiani al governo, il ministro Gasparri, ha evocato contro il "bianco e nero" dello spirito repubblicano di Ciampi.
Soprattutto, è una sostanza retorica che affiora nei momenti della crisi, prima della probabile sconfitta elettorale del Cavaliere. Che reagisce ancora una volta con il più classico paradigma populista, costruendo nel Capo dello Stato un vero e proprio capro espiatorio della propria incapacità di governare, sperando - come dicono gli studiosi del "sacrificio" - di deviare così i suoi drammi intestini sulla vittima designata, bruciando in quel rogo le sue colpe e le colpe del sistema tutto, condannato perché si oppone ad un destino.
Se è così, siamo agli inizi di una fase delicata e pericolosa. Cosa accadrebbe se dopo una sconfitta alle regionali il Cavaliere si accorgesse di precipitare verso la sconfitta alle politiche? Nella concezione tecnicamente rivoluzionaria che Berlusconi ha della politica, questo non è contemplato, non è permesso, semplicemente non è possibile. Avverto: l´agonia politica del berlusconismo sarà terribile.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Ciampi indignato con Berlusconi: altro che suggestioni
di Vincenzo Vasile
Ha fatto passare esattamente ventiquattro ore, prima di sancire con un comunicato - di sette righe - il più acuto conflitto istituzionale del suo settennato. Nel frattempo niente contatti con palazzo Chigi. Ma stavolta non c’è stato né bisogno, né voglia di coinvolgere messaggeri o intermediari. Si è semplicemente fatto sapere che Ciampi pretendeva a tambur battente una smentita, una puntualizzazione, una retromarcia. Che non è arrivata, aggiungendo sottovalutazione e sgarberie a una misura già colma. Alla fine, domenica mattina attorno alle 11, il presidente ha dettato all’ufficio stampa una nota di settantasei parole che certifica la più drastica delle rotture. Alla stessa ora in cui, il giorno prima, Berlusconi gli aveva lanciato contro il più irrispettoso degli attacchi, intimandogli di non ascoltare «le sirene della sinistra» in fatto di promulgazione delle leggi.
Ciampi fa rispondere i suoi uffici, con un comunicato che ha un incipit falsamente impersonale («Hanno destato sorpresa...»), e invece prosegue con parole di fuoco, che a leggerle evocano persino il tono della voce, teso e perentorio, di quando il presidente è furibondo. Sì, perché «hanno destato sorpresa è scritto - le parole attribuite al presidente del Consiglio dei Ministri onorevole Silvio Berlusconi in materia di promulgazione delle leggi». Quelle parole in verità non sono state «attribuite» al presidente del Consiglio, ma da questi pronunciate davanti alle telecamere, e ascoltate da milioni di persone nei tg dell’ora di punta di sabato. E sono parole che abbassano il ruolo di suprema garanzia costituzionale di Ciampi al rango di una farraginosa pastoia burocratica, che allunga la gestazione delle leggi, e «rende difficile modernizzare il Paese».
Parole che rivelano tutto il fastidio per vincoli e controlli costituzionali, tutto il disprezzo per le regole e per chi le fa applicare. Sicché lo staff più ristretto di Ciampi si è messo al lavoro per affidare ai telegiornali di domenica in replica due frasi semplici e nette, il più possibile: «È a tutti ben noto che in questa come in altre materie, non è costume del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi dare ascolto a suggestioni, suggerimenti o critiche gratuite da qualsiasi fonte provengano. Tutti i provvedimenti legislativi rinviati dal Capo dello Stato al Parlamento sono stati sempre accompagnati da messaggi debitamente, convintamente, dettagliatamente motivati».
Debitamente, convintamente, dettagliatamente. I tre avverbi sono stati scelti non per caso. Il loro uso vuol richiamare con forza il carattere sostanziale e primario dei poteri costituzionali che Ciampi rivendica, e che Berlusconi vorrebbe calpestare. Basterebbe uno studente di liceo per ricordare che nel redigere gli articoli 74 e 87 i Padri Costituenti stettero molto attenti, semmai, a limitare avendo nella mente l’esperienza monarchica e fascista i poteri del presidente nel processo di formazione delle leggi: eppure al presidente nel testo costituzionale del 1948 spetta, per l’appunto, la promulgazione delle leggi, cioè l’atto formale che consente alle norme di diventare operative, e quell’atto figura al quinto punto di un elenco delle dodici principali prerogative del capo dello Stato contenuto nell’articolo 87 della Carta costituzionale; e prima della promulgazione, sulla base dell’articolo 74 il Presidente può rinviare la legge alle Camere con un messaggio in cui ne spiega le ragioni (che possono essere di legittimità, ma anche di opportunità costituzionale).
I costituzionalisti parlano di un «potere di veto sospensivo»: se le Camere riapprovano la legge, infatti, il presidente è tenuto a promulgarla (tranne, secondo alcuni, nell’ipotesi che l’avallo del capo dello Stato all’operato del Parlamento non configuri un attentato alla Costituzione nel caso di un provvedimento dalle caratteristiche eversive).
È accaduto già sei volte durante il settennato di Ciampi, che questi abbia chiesto al Parlamento una nuova deliberazione su leggi già approvate. Ma Berlusconi non ci ha fatto il callo, ed è evidente che non gli interessa il dibattito giuridico, e che ha idee piuttosto confuse sulla Costituzione. Gli brucia soprattutto lo stop imposto da Ciampi alla «legge Gasparri» (15 dicembre 2003) e alle norme sull’ordinamento della giustizia (16 dicembre 2004), anche perché il perseguimento di una tale linea di condotta rigorosa prelude prevedibilmente a un nuovo no alle norme sulle prescrizioni, cioè alla «salva-Previti». E Ciampi rivendicando di aver «debitamente» finora agito in nome della Costituzione non lascia molte speranze a chi ha agitato in queste ore imprecisate correzioni alla legge «ex-Cirielli».
Il comunicato avrebbe potuto anche essere più lungo e articolato. S’è deciso di non scendere in polemica con le esternazioni del presidente che riguardano lo stato dell’economia, la politica economica, e i viaggi in India e in Cina dello stesso Ciampi. Anche se si fa notare che in quelle due “missioni” il presidente era accompagnato da uno stuolo di ministri. E che i suoi viaggi all’estero sono normalmente concordati con il governo. L’offensiva contro Ciampi non deriva, dunque, da uno scatto di nervi. Si vuol delegittimare, sfiancare il presidente proprio nel momento in cui questi fa sapere di aver intenzione di rimanere fino all’ultimo, di completare il suo mandato senza farsi da parte, senza consentire con dimissioni anticipate a Berlusconi di farsi eleggere al Quirinale sulla base dei rapporti di forza a lui favorevoli dell’attuale Parlamento.
Sul Colle comincia, così, a farsi strada, dopo un lungo periodo di sostanziale sottovalutazione, qualcosa di più di un semplice sospetto sulle intenzioni di Berlusconi. E la nota di palazzo Chigi, anch’essa anonimamente e specularmente attribuita allo staff, non solo è arrivata fuori tempo massimo, ma non risponde alle questioni di merito. Né gli esponenti della maggioranza che si sono profusi ieri sera in apprezzamenti per Ciampi e nella difesa d’ufficio di Berlusconi mostrano di accorgersi di una palese contraddizione: se il presidente del Consiglio per davvero polemizzava con «personaggi della sinistra», è forse per un abbaglio che il Quirinale ha sentito il bisogno di reclamare il rispetto della Costituzione, a cominciare dalle proprie prerogative? Anche il cerchiobottismo rischia di perdere spazi di manovra in una fase tempestosa dei rapporti tra i vertici istituzionali.
unita.it
Punire la Francia, ignorare la Germania e dimenticare la Russia
Il viaggio Europeo di Bush è stato all’insegna della "riconciliazione" formale. A Bruxelles il Presidente Usa ha offerto la propria adesione al un vecchio desiderio di una certa Francia e cioè la fine dell’occupazione siriana del Libano, facile richiesta dopo l’assassinio di Hariri. In Germania, a Mainz, Bush è stato accolto alla maniera molto europea: il cancelliere Schroeder, in un’intervista alla vigilia, aveva indicato "de facto" a Bush quello che era autorizzato a dire. Il cancelliere aveva dichiarato nell’intervista :"Il presidente Bush conosce i nostri punti di vista e li rispetta". I punti di vista divergenti sono, oltre la ratifica di una serie di trattati internazionali come l’ambiente (i protocolli di Kyoto), i diritti (Tribunale Penale Internazionale) e il commercio mondiale, la Nato, e nell’immediato, l’Iran, la Siria, l’Iraq .
Bush, dopo aver letto l’intervista del cancelliere, ha affermato pubblicamente: E’ ridicolo sostenere che stiamo preparando la guerra contro l’Iran anche se non è da escludere nessuna opzione". Dicendo questo, dopo tanti proclami di guerra, Bush ha ridicolizzato soprattutto la propria amministrazione. Nonostante ciò secondo il sondaggio di " Stern", l’ 80 per cento dei tedeschi non crede alle promesse di Bush.
In realtà l’idea di un tour europeo del presidente americano era stata concepita nei circoli Neo-Cons già prima, durante e in particolar modo subito dopo il sorprendente voto nell’ Iraq occupato. E proprio in quei giorni l’Amministrazione, dopo una guerra psicologica contro l’Iran iniziata con la storia della penetrazione nel territorio iraniano ( S.Hersh sul " New Yorker" ) e gli aerei spia senza pilota cioè i droners (Dafna Linzer sul "Washinton Post"), aveva cercato di deviare l’opinione pubblica e offuscare le menti . Gli ayatollah di Teheran da anni in piena difficoltà sul piano interno, traendo un nutrimento vitale dall’atteggiamento di Washington, hanno colto l’occasione per ridurre l’opposizione interna a un silenzio ancora maggiore e attaccare gli Usa su un piano altrettanto formale.
Proprio in quei giorni (sarà casuale?) è avvenuto l’assassinio dell’ ex primo ministro libanese Hariri e gli uomini (e la donna) vulcanici dell’Amministrazione americana hanno preso la via di Damasco, cioè quella di una preda più piccola e più ricattabile, iniziando la pressione contro il regime di Assad.
Rivediamo la parabola drammatica di Bush e dei Neo-Cons: un pugno di allievi di Leo Strass, espressione dei poteri forti di Wall Street riuniti in una congrega, attraverso una nomina della Corte Suprema di un conservatore - nel primo mandato di Bush- e poi, grazie a un successo elettorale centrato su una campagna basata sull’uso sapiente del terrore, il tentativo di rimodellare il mondo e l’umanità secondo il proprio punto di vista. Una campagna partita già dai Balcani per approdare successivamente nell’Afghanistan e penetrare capillarmente in tutta l’Eurasia, per arrivare poi all’Iraq e passare infine all’Iran e a tutto il Medio Oriente nell’ambito del progetto del "Grande Medio Oriente" annunciato da D.Cheney a Davos nel Gennaio del 2004. Le intenzioni sono sempre le stesse: promuovere la guerra per controllare le risorse energetiche globali - mezzo eccellente per il dominio geopolitico - dal Golfo persico fino al mar Caspio e a tutte le aree annesse per poter neutralizzare definitivamente la Russia e controllare l’Europa, la Cina e l’ India, cioè i maggiori consumatori dell’energia attuali e futuri.
In quest’ ambito, contro il parere dell’ONU, hanno dato inizio alla campagna irachena centrata sulla gigantesca menzogna delle armi di distruzione di massa. Dopo una drammatica guerra d’invasione, nella quale si è fatto ampio ricorso all’uso delle cluster bomb e il disonore di Abu Ghraib, sotto la pressione dell’opinione pubblica hanno dovuto far svolgere elezioni con risultati a dir poco brucianti per i neo-cons costruttori dell’impero. Oramai forse soltanto Fareed Zakaria del "Newsswek" e "caro amico" di Condoleeza Rice è convinto che quelle elezioni siano state un successo del presidente Bush.
L’opinione pubblica, sopratutto quella americana, chiede: schierare gran parte del mondo contro gli Stati Uniti e mettere a ferro e fuoco un intero popolo annientando decine di migliaia di vite civili e bruciando immense risorse a che cosa è servito? A vedere il popolo esprimesi a favore dell’ "Alleanza Irachena Unita" sostenuta dal Grande ayatollah Sistani, che chiede con moderazione ma con incisività la fine dell’occupazione. Una maggioranza che è in armonia genetica con l’Iran l’unico paese sciita del mondo che Bush intendeva invadere dopo l’Iraq.
Ha scritto Robin Wright ("Washington Post" del 13,02,2005) a proposito del voto iracheno: molti eletti nel nuovo governo sono strettamente legati all’Iran. Ciò non riguardo solo le migliaia di sciiti che hanno trascorso diversi decenni della loro vita in Iran, ma anche i kurdi dell’UPK di Jalal Talibani che sono stati supportati economicamente e politicamente dall’Iran. Juan Cole, esperto dell’Iraq dell’università del Michigan, afferma: questo è un governo che avrà ottimi rapporti con l’Iran. La vittoria kurda rinforza questa conclusione. Talebani è molto legato a Teheran. Rami Khouri , un analista arabo del "Daily Star of Beirut" afferma invece: "The idea that the United State would get a quick, stable, prosperous, pro-American and pro-Israel Iraq has not happened. Most of neoconservative assumptions about what would happen have proven false".
Nel Medio Oriente sta nascendo una nuova realtà che ha il suo fulcro nella società civile iraniana, la quale lotta per ottenere la democrazia e viene rafforzata dal voto iracheno. Un voto che varca i confini dell’Iraq per travolgere i regimi corrotti e di polizia, spesso alleati degli Usa, che vedono la prova del voto come un arma letale per la propria esistenza. Si vedono i primi segnali in Egitto dove manifestanti dicono no al quinto mandato di Mubarak e alla preparazione della successione del figlio Jamal. Ci sono i primi segnali in Arabia Saudita dove i soli maschi votano per prima volta… un potenziale democratico che va sostenuto. Questa nuova forza popolare culturalmente non ha fiducia negli Usa e per tradizioni civili guarda all’Europa e potrebbe controllare la quasi totalità delle risorse energetiche.
Quel che ha portato l’imperatore Bush in Europa non è la ricerca della conciliazione transatlantica. La sua è un’amministrazione dove un suo esponente di punta, l’ attuale Segretario di Stato Condoleeza Rice, appena qualche tempo fa voleva "punire la Francia, ignorare la Germania e dimenticare la Russia", ( "The Guardian" on line -08-02.2005). In realtà, l’amministrazione Bush vede le difficoltà che stanno emergendo, che consistono nella crisi profonda di una politica estera quasi inesistente e in generale di una politica basata sulla forza e guerra. E ciò esattamente quando la politica estera dell’UE sta dando i suoi frutti. Mentre gli Usa mettevano a ferro e fuoco l’Iraq, l’Europa senza perdere d’occhio la società civile iraniana, ha portato avanti la propria diplomazia nella regione, intavolando trattative con gli ayatollah di Teheran, arrivando anche ad alcuni importanti accordi.
I neo-cons dell’Amministrazione e membri della congrega non lo dicono, ma stanno assaporando qualcosa di molto amaro guardando la realtà. Ciò non vuol dire però che non possano fare altre pazzie. Al di là delle frasi di rito e della conciliazione formale, non sembra che le cancellerie europee intendano sostenere la leadership americana a tutti i costi. E’ il momento che l’Europa insieme al resto del mondo e a quell’America che intende veramente resistere a Bush cominci ad affermarsi e a preparare le basi di una nuova convivenza basata sul dialogo e la pace.
Mir Mad www.megachip.info/
Stragi e mafia : soluzione non in parlamento ma in tribunale
da Giovanna Maggiani Chelli*
Gentilissimi, Da più parti arriva la richiesta per la costituzione di una Commissione Parlamentare inerente la presunta "trattativa" ai tempi delle stragi del 1993.
Esprimiamo quindi per quanto sopra il nostro pensiero: noi non siamo d'accordo.
Nessuna Commissione Parlamentare ha mai fatto luce sui mandanti delle stragi,ogni Commissione ha chiuso i lavori con un nulla di fatto e ognuno è rimasto della propria idea. Le vittime non hanno avuto giustizia e il Paese nessuna verità.
Per le stragi del 1993 occorre più che mai supportare la Magistratura nel suo lavoro di indagine ancora in atto , ma sempre a rischio di chiusura. La politica a vario titolo è coinvolta nelle stragi del 1993, nessuno avrebbe interesse affinchè emerga la verità.
Chiediamo quindi supporto alla Magistratura.
Cordiali saluti
*vicepresidente dell'Associazione tra i Familiari delle Vittime della Strage di Via dei Georgofili-Firenze-27 maggio 1993
www.osservatoriosullalegalita.org
Mister X in 31 cd-rom
Consegnati ai difensori di Silvio Berlusconi tutti i materiali delle indagini sui misteri Mediaset da Londra a Cologno Monzese
Carmen Ruggeri
Nome in codice “Mister x”. Almeno sulla carta. Quella che David Mills, principe del foro londinese e consorte del Ministro della Cultura di Tony Blair, avrebbe preparato su misura per lui. Nome in codice “classico”, ma sempre in voga, per chi vuole e “deve” restare nell’ombra, specie se di mestiere, ormai da tempo, fa il Presidente del Consiglio. Nome, non più in codice se qualcuno “canta” tutto alla Procura Milanese: “Mi dissero – ha spiegato Mills – che bisognava fare un’operazione che riguardava il patrimonio privato della fa-miglia Berlusconi. L’idea era quella di costruire il progetto due veicoli societari che dovevano fare da trading sui diritti televisivi e quindi ottenere profitti a beneficio di Marina e Piersilvio. Senza che tutto risultasse”. “Lui pretendeva la massima riservatezza – ha aggiunto proprio pochi giorni fa – per questo lo chiamavo X”. David Mills è indagato come complice di Silvio Berlusconi per evasione fiscale e riciclag-gio.
Oltre a quella di Mill, centinaia di altri documenti probatori. Vagliati, studiati e riposti accuratamente dai pm milanesi, Al-fredo Robledo e Fabio De Pasquale, in 31 cd rom consegnati giovedì scorso alla folta schiera dell’avvocatura del Premier. All’appello non sembra mancare proprio nulla: dalle copie degli accordi segreti che certificano che le società offshore (“Century One” e “Universal One)”, in cui confluivano gli u-tili del blide-trust aziendali, erano di proprietà di Marina e Piersilvio Berlusconi; al dettagliato elenco delle pellicole “made in Hollywood” acquistate dalla Principal Network Ltd (compagnia sconosciuta “ufficialmente” sui conti di Media-set, con sede Virgin Island) e rivendute, dopo una lunga sequele di intermediazioni fantasma, per far lievitare i prezzi in cassa Mediaset. Il tutto, passando per le “scottanti” confessioni di Mills, quelle di alcuni ex dipendenti del Biscione, come Silvia Capanna a cui Bernasconi, presidente di Medusa, ordinava di “picchiar duro con i prezzi”.
Fiore all’occhiello della documentazione milanese (resa pubblica nel numero de "l'Espresso" in edicola), una lettera. Mit-tente Douglas Schwalbe, destinatario Mark Kaner, entrambi funzionari della 20th Century Fox. “Fondamentalmente – scriveva l’impero Schwalbe – l’impero di Berlusconi è un elaborato gioco delle tre carte per evadere il fisco italiano. Principal Network, che ha sede a Lugano, prende la licenza sul prodotto degli Studios e pio lo rivende a Reteitalia. Se la Principal, ad esempio, compre “Mrs Doubtfire” per 2 milioni di dollari, Canale 5, la può trasmettere anche per 3 milioni. Questi tre milioni in realtà, vengono appostati in bilancio come vendite da parte di Pubblitalia ai propri inserzionisti ed è fondamentalmente un passaggio di mano, poiché non vogliono che Reteitalia dimostri alcun profitto”.
Al pool di casa Berlusconi, dunque, il compito di smanettare tra le “sudate” carte e di confezionare una nuova, possibile, difesa per Silvio Berlusconi, Fedele Confalonieri & Co. Tutti accusati (fatta eccezione per Confalonieri per cui si tratta solo di falso in bilancio) di aver rosicchiato dal salvadanaio di Mediaset circa 280-5 milioni di euro finiti, probabilmente, in fondi blindati tra i cantoni svizzeri e le Bahamas.
Si potrebbe così aggiungere a breve un’ulteriore voce al già ricco curriculum giudiziario del premier. Dal 1983 fino ad oggi, infatti, il Cavaliere di Arcore ha calcato il banco degli imputati per: “Traffico di droga”; “Falsa testimonianza sulla P2”; “Tangenti alla Guardia di finanza”; “Tangenti a Craxi (All Iberian 1)”; “Falso in bilancio (All Iberian 2)”; “Caso Lentini”; “Medusa cinematografica”; “Terreni di Macherio”; “Lodo Mondadori”; “Toghe sporche-Sme”; “Spartizione pubblicitaria Rai-Fininvest”; “Tangenti fiscali sulle pay-tv”; “Stragi del 1992-1993”; “Mafia”; “Caso Telecinco in Spagna”. www.aprileonline.info
Intervista a Martin Almada, avvocato, educatore
" Il Condor è ancora operativo"
Di Manfredo Pavoni Gay - per Selvas.org
Il Dr. Martin Almada è nato a Puerto Sastre in Paraguay, nel 1937. Educatore, difensore dei diritti umani, avvocato, sindacalista, scrittore, leader del movimento "Por un techo para cada educador paraguayo" e della Federación de Educadores in Paraguay. Fondatore e direttore della scuola "Juan Bautista Alberdi" in San Lorenzo. Prigioniero politico dal 1974 al 1977, durante la dittatura di Stroessner.
Nel 1974 discute la sua tesi di dottorato, il cui titolo è "Paraguay: Educacion y Dependencia", all'Università de La Plata, in Argentina. La tesi è una critica al sistema educazionale paraguayano. Congiuntamente alla sua attività politica, gli costa l'arresto da parte delle Forze Militari coinvolte nell'Operacion Condor. Viene condotto ad Asuncion in Paraguay.
La sua scarcerazione arriva dopo la pressione di Amnesty International e uno sciopero della fame di trenta giorni.
Nel 1978 trova asilo politico a Panama.
Ha ricevuto importanti riconoscimenti da Francia, Brasile e Argentina per il suo impegno a favore dei dirittti umani..
Ha scoperto gli Archivi del Terrore ed è uno dei massimi esperti sull'Operacion Condor.
PLAN CONDOR
su SELVAS.ORG
Dopo che Corte suprema cilena, ha revocato l’immunità parlamentare ad Augusto Pinochet e successivamente ha decretato che il vecchio dittatore cileno è in grado di affrontare i processi in cui è imputato per i crimini dell’Operacion Condor, parla il premio nobel alternativo per la pace Martin Almada, scopritore dell'Archivio della polizia paraguayana (Archivio del terror) e tra i principali accusatori dell’ex dittatore.
D. Cosa significa per lei questa storica decisione?
A. Un trionfo per la salute della democrazia in America Latina. Significa che il Cile di oggi è un po' più democratico e neanche qui esistono”gli intoccabili”. Insieme a Ortensia Bussi(moglie di Salvador Allende), Isabel Allende AdolfoPerez de Esquivel (premio nobel argentino)e altre presone cadute nella rete criminale dell'Operacion Condor nel 1999 abbiamo aperto una causa contro Pinochet, Contreras e l’ex segretario di stato americano Henry Kissinger, che per noi rimane il primo terrorista internazionale dopo Bin Laden.
Cosa significa Operacion Condor?
L'operacion Condor non fu altro che una forma di terrorismo di stato esercitato nei Paesi del sud America per annientare qualsiasi opposizione politica, sociale e culturale. Un genocidio che ha lasciato una scia di sangue, devastazione sociale e impunità che tutt'ora affligge i nostri popoli. Si trattava di un patto criminale tra i governi militari del Sud America «per salvare, come dice un documento incontrato nell'Archivio del terror in Paraguay, la civilizzazione occidentale cristiana dalla sovversione marxista internazionale». Il coord9inamento tra le forze militari del Cono sur funzionava un po' sul modello dell'Interpol di Parigi. L'Operacion Condor non era tuttavia nata qui da noi in America Latina ma più a nord negli Stati Uniti, che non ammettevano che nel loro “giardino di casa”, come chiamavano il nostro continente, ci potessero essere governi autonomi riformisti e progressisti, come nel caso del governo cileno di Salvador Allende.
Con L'Operacion Condor si inaugurava un modello liberista di esclusione sociale e come dimostra il laboratorio cileno, Pinochet globalizzò il terrorismo di stato.
Come funzionava l'Operacion Condor?
Funzionava come una rete in cui finivano intrappolati i dissidenti, gli intellettuali e persino i politici e i militari leali alla costituzione e al loro Paese. Un esempio?
A Roma Bernardo Leighton mite dirigente democristiano cileno che non faceva parte del governo Allende è stato quasi ucciso insieme a sua moglie Anita Fresno solo per aver criticato il colpo di stato contro un presidente costituzionalmente eletto. Orlando Letelier ministro dell'interno cileno e ambasciatore negli Usa è saltato in aria proprio a Washington insieme alla sua assistente nordamericana Ronny Moffit mentre durante il suo esilio negli Stati Uniti cercava di raccontare la verità sui macellai della giunta militare. La sua influenza sui governi occidentali e sulla comunità dei profughi cileni, era così grande, che Pinochet ordina a Contreras di eliminarlo. Con l’aiuto del fedele Paraguay di Stroessner che fornì passaporti falsi a Micael Townley agente della Cia e a Fernado Lario agente cileno per recarsi negli Usa e preparare l'attentato, come ha raccontato Townley durante la sua detenzione negli Stati Uniti. Operacion Condor significava la impossibilità non solo di opporsi a regimi sanguinari, ma anche di trovare rifugio in altri Paesi. Molte vittime del Condor erano dei rifugiati politici, alcuni sotto la protezione dell'Alto Commissariato per le Nazioni Unite eppure venivano sequestrati e uccisi.
Cosa contiene l'Archivio del terror in Paraguay?
L'Archivio del terror è stato scoperto grazie ai tanti anni di indagine che ho svolto durante l'esilio in Francia dove lavoravo all'Unesco. Grazie anche a militari che non volevano più essere testimoni cechi delle efferatezze compiute da Stroessner e dai nazisti che lo sostenevano, ho avuto una “soffiata” e poco tempo dopo la caduta della dittatura insieme ad un giovane giudice, Augustin Fernandez, siamo riusciti a entrare in un deposito della polizia politica di Asuncion dove erano nascosti migliaia di tonnellate di documenti, foto segnaletiche nastri magnetici che registravano le sessioni della tortura, passaporti lettere e verbali delle riunioni tra le intelligence militari. Era l'archivio della dittatura, il libro nero del regime di Stroessner. L'Archivio conteneva anche numerose informazioni sull’Operacion Condor e sulla collaborazioni tra Pinochet, Videla, Stroessner e i regimi di Brasile, Uruguay Bolivia. In questo archivio c'erano manuali della Cia che spiegavano come mantenere vive le persone torturate..
Un archivio unico al mondo, ma purtroppo ancora poco conosciuto, anche se il giudice Garzon lo ha utilizzato per raccogliere documentazione per il processo spagnolo contro Pinochet.
Nell'Archivio avete incontrato inoltre documenti che proverebbero il coinvolgimento dei neo fascisti italiani, come Stefano delle Chiaie, Vincenzo Vinciguerra e Pierluigi Concutelli nell'attentato al segretario della Dc cilena Leigthon e nella collaborazione con i regimi di Pinochet e Stroessner?
Si, esistono documenti in cui i neo fascisti scrivono a Pinochet e Stroessner mettendosi a loro disposizione per sconfiggere il pericolo marxista. In una lettera indirizzata a Stroessner, Delle Chiaie diceva di «essere un esule poiché in Italia c'è un regime comunista». Abbiamo anche incontrato documenti che provano che gli alcuni tra gli assassini di Aldo Moro, avevano documenti falsi paraguayani, Su questo stiamo indagando per capire se il caso Moro aveva a che fare con l’ Operacion Condor.
Esistono documenti che provano il coinvolgimento della Cia o del Governo degli Stati Uniti nell'Operacion Condor?
Si esistono. Il direttore della Cia tra il 1976 e il 1978 gli anni in cui il Condor fece più vittime si chiamava George Bush!
Nell'Archivio abbiamo incontrato un documento che prova che un certo generale Robert Thierry fu invitato come cooperante in Paraguay per formare i primi torturatori del regime di Stroessner. Abbiamo anche la lista di questi primi militari formati preparati da Thierry. Un altro documento prova la richiesta del'ambasciata paraguayana negli Stati Uniti per formare una sorta di Cia paraguayana.
E oggi? l'Operacion Condor è ancora funzionante?
Il Condor è ancora operativo. Nell'Archivio abbiamo trovato un documento del maggio 19997 dove un colonnello paraguayano scrive a uno equadoregno e gli dice:«Le invio la lista dei sovversivi paraguayani così lei può elaborare una lista dei sovversivi dell'America Latina». Nel 1997 a Quito in Ecuador si riunisce la Conferenza degli eserciti latinoamericani. Cos'è questa conferenza se non un sostituto del Condor? Abbiamo chiesto di poter partecipare come membri di organismi internazionali per i DDHH ma ce lo hanno impedito.
Lei pensa che Pinochet, Stroessner, Kissinger, e gli altri dittatori latinoamericani verranno mai condannati da un tribunale?
Penso di no. Tuttavia la loro condanna l' hanno già avuta dalla società civile dai familiari, dalle mamme, dalle nonne, e dai figli dei desaparecidos. Di fatto sono prigionieri della storia e della memoria.www.selvas.org
Il silenzio dei media
L'Osservatorio di Medici Senza Frontiere indica le crisi più dimenticate
“Il silenzio è il miglior alleato della violenza, dell’impunità e dell’oblio”, “Non siamo sicuri che le parole possano sempre salvare delle vite, ma sappiamo che il silenzio può certamente uccidere”. Sono queste le parole di Medici Senza Frontiere (Msf) che sottolineano il significato dell’Osservatorio sulle Crisi Umanitarie, nato lo scorso anno, e del primo rapporto presentato sulla copertura da parte dei media delle sofferenze del mondo dimenticate dai più.
Quantità e qualità. “Il progetto di costituire questo Osservatorio era scritto nel Dna di Medici Senza Frontiere, organizzazione nata dalla fusione di un gruppo di medici e uno di giornalisti. Da tempo ci chiedevamo come mai non esistesse un monitoraggio di come i mezzi d'informazione italiani seguano le crisi umanitarie. Abbiamo deciso di non rimanere con le mani in mano e di farci noi promotori di un'iniziativa simile e a luglio del 2004 abbiamo dato il via all’iniziativa. Con l'Osservatorio di Pavia ci garantiamo il monitoraggio televisivo e con Orao News quello della carta stampata (quotidiana e periodica). Un'altra collaborazione importante è con la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell'Università di Roma ‘La Sapienza’, con cui speriamo di realizzare un'analisi qualitativa sul pubblico, per capire se è vero che le ‘crisi’ non fanno audience” spiega a PeaceReporter Sergio Cecchini, di Medici Senza Frontiere.
Un quarto d’ora. L’analisi per questa prima fase si è concentrata sui telegiornali andati in onda nelle fasce di mezzogiorno e prima serata di Rai, Mediaset e La7 e su un totale di 35 rappresentanti della carta stampata fra quotidiani e periodici. E’ stato valutato il tempo o lo spazio dedicato a 40 crisi umanitarie (suddivise in 36 Paesi e 6 condizioni di malattia, ricercati utilizzando anche diversi temi trasversali, come conflitto, profughi, epidemia, diritti umani, disastri naturali eccetera). Commenta Cecchini: “Dai dati raccolti abbiamo potuto stilare la Top 10 delle crisi dimenticate nella seconda metà del 2004. Da questa classifica emerge un dato vergognoso: su più di 1.266 ore di telegiornali, circa 52 giorni di trasmissione ininterrotta, solo 15 minuti sono stati dedicati alle crisi indicate nella Top 10”. Un quarto d’ora, pari allo 0,02 per cento del totale dei minuti di trasmissione.
Oro alla Colombia. Il primo posto in classifica, sia sul piccolo schermo sia sui giornali, spetta alla situazione della Colombia, Paese a cui i telegiornali non hanno dedicato alcun minuto di trasmissione e che negli ultimi sei mesi è stato presente solo due volte sulla carta stampata. Sempre i telegiornali hanno riservato un trattamento analogo a Indonesia, Liberia e Somalia, temi rispettivamente di quattro, sei e tredici articoli. Entra in nella Top 10 anche la tubercolosi, a rappresentare le malattie dimenticate, con due minuti televisivi e tre articoli che la pongono rispettivamente al settimo e al secondo posto.
Appuntamento annuale. “L'obiettivo dell'Osservatorio è essere un luogo di confronto e di analisi al servizio dei media, delle organizzazioni umanitarie e dell'opinione pubblica. Sappiamo che l'utilità di quest'iniziativa è legata alla sua periodicità e alla sua costanza. Ci impegneremo con tutti i mezzi a fare dell'Osservatorio un appuntamento annuale e uno strumento per ricordare che i media possono fare molto per evitare che il silenzio cada su intere popolazioni. Ormai i modi per raggiungere e sensiblizzare il pubblico sono tanti. Tutto sta nel trovare la giusta chiave d'accesso” conclude Cecchini.
Valeria Confalonieri www.peacereporter.net/
A Romano Prodi, Presidente della Federazione dell’Ulivo
Caro Romano,
la Federazione dell’Ulivo per la quale ti sei battuto con tenacia è formalmente costituita.
I Cittadini per l’Ulivo ti confermano il proprio convinto appoggio oggi che assumi la Presidenza del nuovo soggetto politico.
La nostra Rete ha sostenuto la tua proposta per la Lista Unitaria alle elezioni europee e l’Assemblea Nazionale di Montecatini, cui hai partecipato, ha affermato che "la naturale collocazione della Rete dei cittadini è nella Federazione dell’Ulivo".
Abbiamo in tal modo chiesto di aderire alla Federazione stessa perché l’Ulivo come soggetto politico federato è stata una delle ragioni costitutive della nostra Rete.
Ora la Federazione dell’Ulivo deve trasformarsi in esperienza politica concreta ad ogni livello territoriale, diffusa tra i cittadini, tra i quali la passione ed il lavoro condiviso può radicarla in maniera irreversibile.
Questa Federazione, come hai più volte sostenuto, non è la semplice sommatoria di quattro partiti, ma il progetto coraggioso di un soggetto politico nel quale i cittadini associati sono componente riconosciuta e attiva.
Per questo ci rammarichiamo di non aver potuto votare la tua Presidenza, atto che avrebbe assunto un alto valore politico nella direzione di un rinnovamento delle forme della rappresentanza.
Rinnovare la politica ed accrescere la partecipazione, è questo che ci siamo proposti sin dall’inizio ed è ciò che le nostre associazioni stanno facendo nel territorio.
L’ascolto dei cittadini e la costruzione di metodi e luoghi per il loro coinvolgimento nelle decisioni politiche sono la vera sfida che l’Ulivo e l’Unione devono ancora affrontare.
Attraverso l’attività delle oltre quattrocento associazioni che compongono la Rete siamo direttamente impegnati per la vittoria dei candidati alle elezioni Regionali, per la elaborazione dei contenuti che i cittadini presenteranno alla Fabbrica del Programma, per la realizzazione di quel radicamento territoriale della Federazione e dell’Unione indispensabile per ottenere un ampio consenso al tuo progetto di governo per l’Italia.
Ti chiediamo di incontrarti quale Presidente e Garante della Federazione prima del prossimo Consiglio, per definire con chiarezza modalità e carattere della nostra partecipazione alla Federazione stessa e per esaminare insieme il ruolo, nazionale e locale, che può svolgere la nostra Rete di associazioni diffuse nel territorio.
Roma 27.02.2005
Il Comitato Esecutivo della Rete dei Cittadini per l’Ulivo
Il Coordinatore dell'Esecutivo, Massimo Cellai
Romania: il mercato dei gas serra
Mihaela Iordache
Protocollo di Kyoto: la Romania si è trovata a possedere quote, non utilizzate, di emissioni di gas serra. Che può rivendere ad altri Paesi. Alcuni hanno visto subito il business, altri sottolineano che occorre invece dotarsi di programmi per la salvaguardia dell'ambiente e la riduzione delle emissioni
Emissioni Il 16 febbraio è entrato in vigore il sofferto protocollo di Kyoto, un trattato firmato già dal ‘97 ma accettato con difficoltà sia da molti Paesi industrializzati che in via di sviluppo.
Rispettare il protocollo di Kyoto significa infatti diminuire le emissioni di gas ad effetto serra - come l'anidride carbonica responsabile dell'aumento della temperatura del pianeta, ma anche metano e ossidi di azoto rispetto - ai valori misurati nel 1990 (ad eccezione di alcuni Paesi con economia in transizione tra cui la Romania che ha come anno base l'89).
Un impegno non certo facile e dai costi rilevanti. Per questo molti Paesi hanno preferito tenersi lontani dal Protocollo di Kyoto. Tra questi gli Stati Uniti, principali responsabili del surriscaldamento del pianeta, con il 36% delle emissioni complessive.
Chi ha firmato il Protocollo di Kyoto e non rispetterà gli obblighi, non riducendo le emissioni, dovrà pagare sanzioni. E lo faranno in tanti: grandi industrie o governi in alcuni casi preferiranno "acquistare" diritti ad emettere CO2, anziché cambiare le proprie tecnologie produttive.
In questo senso si sta ormai costituendo un vero e proprio mercato del "diritto ad inquinare". Chi produce meno inquinamento della quota che gli è stata destinata potrà guadagnarci.
La Romania, il primo Paese che ha ratificato il Protocollo di Kyoto, guarda già ai benefici che deriveranno dalla sua messa in pratica. Ed è anche per questo che il 16 febbraio a Bucarest molti ministri hanno tenuto conferenze stampa durante le quali elogiavano il portato del Protocollo di Kyoto contro l'effetto di serra.
La Romania potrebbe guadagnare 2 miliardi di euro dalla vendita ad altri Paesi delle quote di anidride carbonica non prodotta, ha annunciato il vicepremier Adrian Videanu. Nell‘89 la Romania toccava il suo massimo di produzione industriale. I grandi kombinat comunisti producevano di tutto: c'era molta industria petrolchimica, chimica o siderurgica. L'energia era prodotta specialmente dal carbone, un'altra causa d'inquinamento.
Alla Romania, valutata al livello dell'inquinamento dell'89, è stata concessa una quota di emissioni di gas ad effetto serra di 250 milioni tonnellate di Co2. Rispetto al 1989 l'industria romena di oggi non solo è sottodimensionata ma anche meno inquinante. Non necessariamente perché siano state prese delle misure straordinarie contro l'inquinamento ma semplicemente perché molti impianti industriali sono andati fuori uso in quanto ormai obsoleti o comunque non competitivi.
Anche se il Paese ha gravi problemi di tutela dell'ambiente, la Romania è considerata ora una pedina interessante per l'implementazione del Protocollo di Kyoto. Secondo uno studio citato dal giornale "Ziua" di Bucarest e compiuto da Point Carbon, un'organizzazione norvegese per la ricerca nell'ambito delle emissioni di gas ad effetto serra e dalla Vertis Environmental Finale, un gruppo di consulenza finanziaria, la Romania è uno dei principali Paesi fornitori di permessi trasferibili sul mercato delle missioni di Co2.
Alla Romania si aggiungono altri Paesi dell'Europa centrale ed orientale come Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia, Bulgaria e Russia le cui riforme economiche hanno significato anche la riduzione di molte attività del settore industriale. Il Protocollo di Kyoto obbliga i Paesi firmatari a ridurre del 5,2 % le emissioni di gas ad effetto sera rispetto al livello registrato nel 1990, anno di base. I Paesi Ue si sono impegnati però a diminuzioni del 8% a livello generale e si sa che l'Unione Europea è il leader mondiale nella lotta contro i cambiamenti climatici del pianeta.
E' nato così il primo mercato per la transazione dei gas ad effetto sera. 12.000 aziende dell'Unione Europea potranno comprare e vendere quote di CO2. Gli analisti ammettono questo potrebbe avere conseguenze anche sul prezzo dell'energia.
Attualmente il prezzo di una tonnellata di CO2 è di 8,50 euro ma il valore è destinato a salire secondo la dinamica della domanda e offerta. Le aziende che non rispetteranno le quote di CO2 allocate tramite il piano nazionale saranno obbligate a pagare una multa di 40 euro per ogni tonnellata emessa oltre la quota prevista, il che condurrà alla riduzione della competitività.
Il Ministero romeno dell'ambiente si è impegnato a ridurre dell'8% le emissioni nel periodo 2008-2012 ed a creare entro il 2007 un sistema nazionale che valuti le emissioni e guidi la loro riduzione.
In cambio di investimenti la Romania ha ceduto parte del suo diritto di produrre inquinamento a Paesi come Danimarca, Austria, Olanda, Francia, Norvegia, Svezia, Svizzera. Anche Germania e Italia si sono mostrati interessati senza però firmare finora accordi di collaborazione con la Romania.
Il Protocollo di Kyoto può essere una fonte finanziaria per la Romania non solo attraverso la vendita di "quote di emissioni" ma anche tramite progetti di cosiddetta "joint implementation". In questo modo, Paesi con economie forti, possono investire in progetti per la produzione più efficiente dell'energia in Paesi che hanno alte riserve di CO2 non prodotta. In seguito si divideranno anche le riduzioni di CO2 tra i Paesi coinvolti.
L'Unione Europea incoraggia gli investimenti piuttosto che le transazioni di CO2. Mentre i rappresentanti del governo di Bucarest fanno calcoli su quanti miliardi di euro potrebbe guadagnare il Paese dal protocollo di Kyoto, alcuni specialisti romeni avvertono sui possibili rischi che comporterebbe una vendita non controllata di CO2.
"La Romania vende la sua povertà", dichiarava sulla stampa romena Aureliu Leca, rappresentante della Cattedra Unesco per l'energia e ambiente presso il Politecnico di Bucarest. Leca ritiene che il Governo romeno non debba vendere ora tutte le sue quote di CO2 per non essere costretto magari in futuro a comprarne altre quando l'industria cominciasse a produrre di più.
Per mettere in pratica i benefici del Protocollo di Kyoto, le autorità di Bucarest dovranno prima di tutto migliorare la legislazione in materia. Un altro elemento da non sottovalutare rimane ancora la corruzione nell'ambito degli affari. Un segnale non molto incoraggiante per gli investitori stranieri. Se la Romania riuscisse ad interpretare a suo favore il protocollo di Kyoto i vantaggi potrebbero comprendere l'introduzione di tecnologie di ultima generazione, maggior tutela dell'ambiente e ovviamente minori costi per l'integrazione. Il pallone si trova ora nella sua metà campo e deve dimostrare di saper giocare. www.osservatoriobalcani.org
Intervista a Frankie, uno dei creatori di Serpica Naro
L'incredibile beffa di 200 precari ai signori della moda milanese
"Abbiamo creato Serpica Naro in 7 giorni e con pochi soldi"
di ROSARIA AMATO
ROMA - Serpica Naro sono io. Anzi, siamo noi, i precari del mondo della moda che hanno creato la sedicente artista e stilista anglonipponica, una beffa riuscita in pieno contro la Settimana e la Camera della Moda. Una beffa contro tutti i meccanismi della moda, spiega Frankie del collettivo Chainworkers e di San Precario, uno dei creatori di Serpica Naro.
A chi è venuta l'idea, soprattutto come siete riusciti a realizzarla?
"Tra i creatori di San Precario ci sono molte persone che credono che la precarietà si possa costruire attraverso l'immaginario e il sapere. A creare Serpica Naro sono stati 200 precari che lavorano nel mondo della moda, io sono uno di loro, lavoro da anni nel mondo delle sfilate".
Quindi 200 persone che hanno lavorato anche per queste sfilate milanesi, appena concluse?
"Certo. Sono tutte persone come me, io ho 32 anni e mi occupo di allestimenti nella moda. Abbiamo fatto tutto quello che si fa in questi casi, e che siamo abituati a fare come precari: tramite i nostri contatti abbiamo redatto un book, creato uno stile e i buyer, allestito una redazione, messo su un ufficio stampa, lo show room. Un lavoro che evidentemente è stato apprezzato dalla Camera della Moda".
In quanto tempo avete messo a punto tutto il lavoro?
"In sette giorni. In tre abbiamo completato il book, e negli altri quattro abbiamo presentato in modo capillare Serpica Naro. Contemporaneamente ci siamo inseriti nella Settimana con le nostre manifestazioni di protesta: ci prendevano in giro, qualcuno diceva anche che bisognava avere pietà di noi. Quando si è scoperto di Serpica Naro, per noi è stato un momento liberatorio".
Una di voi ha impersonato Serpica Naro?
"No, lei ha sempre parlato attraverso l'ufficio stampa. Però in un certo senso sì: una ragazza con i tratti orientali l'ha interpretata in un video di 10-15 minuti".
Nessuno ha mai avuto un dubbio sull'autenticità del tutto?
"Nessun dubbio, assolutamente no. Sembra impossibile che precari che vengono pagati cinque euro l'ora possano essere sullo stesso piano, fare concorrenza a chi guadagna cifre stratosferiche. Per la settimana della Moda si sono spesi miliardi di euro".
E voi quanto avete speso?
"Alcune migliaia di euro. Ma non tanto per il lavoro preparatorio: il 70 per cento è stato assorbito dalle spese per la sfilata, il tendone, il riscaldamento".
Se veniste scoperti non lavorereste più.
"Non si potrà mai sapere chi siamo. Sarebbe stato diverso se avessimo scelto una linea di protesta di tipo sindacale, o una provocazione del tipo infrangere le vetrine. Quel momento è passato. Adesso vogliamo infrangere la vetrina dell'immagine. La moda ha vampirizzato Milano. La riduzione ai finanziamenti ai teatri dipende anche da questo: la moda ha succhiato lo spirito della cultura. Ecco, noi, in pochi giorni, e con pochissimi soldi, abbiamo fatto quello che loro fanno con ben altri mezzi. Abbiamo dimostrato che la settimana della moda evidentemente non è così prestigiosa".
APRE FESPACO 2005, IL PIU' GRANDE FESTIVAL CINEMATOGRAFICO AFRICANO
Culture, Standard
Tornano ad accendersi i riflettori su Ouagadougou, capitale del Burkina Faso e della ‘settima arte’ in Africa, dove apre oggi i battenti il XIX Festival panafricano del cinema e della televisione (Fespaco). In totale saranno 172 le pellicole proiettate fino al 5 marzo, lungometraggi e cortometraggi, ‘fiction’ e documentari . L’edizione 2005 sarà caratterizzata da una forte presenza del Maghreb e dell’Africa australe - dove si concentra in gran parte la produzione artistica - e dalla quasi assenza dei Paesi dell’Africa occidentale, un tempo assidui frequentatori della rassegna. Tre le giurie ufficiali, presiedute per i lungometraggi dal regista marocchino Souheil Ben Barka – già insignito nel 1973 del prestigioso ‘Etalon de Yennenga’, massimo premio africano del cinema - dal distributore beninese Sanvi Panou (cortometraggi) e dalla produttrice e distributrice ruandese Chantal Bagilishya (Tv-Video). Per i premi si assisterà a una piccola ‘rivoluzione’: l’ ‘Etalon de Yennenga’, la statuetta della mitica principessa guerriera Yennenga a cavallo di un puledro selvaggio scalpitante assegnata al miglior film, avrà tre versioni, d’oro, d’argento e di bronzo. Oltre alle proiezioni, sono in programma numerose iniziative, tra cui un seminario sul tema portante di quest'anno, "le sfide della preparazione professionale alla luce delle nuove tecnologie", ormai entrate a tutti gli effetti nelle diverse fasi della produzione cinematografica. Ampio spazio sarà inoltre dedicato al ‘Mercato internazionale del cinema e della televisione africani’ (Mica), creato 12 anni fa per facilitare l’accesso delle opere africane sul mercato internazionale, e all ‘"Angolo del documentario Fespaco’, inaugurato nel 2002 per uno spazio specifico a questo genere filmico, spesso marginalizzato, in seno alla rassegna maggiore. Appuntamento ormai irrinunciabile per artisti e spettatori del Continente e non solo – sebbene a lungo quasi ignorato dalla stampa del Nord del mondo – il Fespaco riflette lo stato attuale del cinema africano, sempre più attivo, vitale e premiato anche in sede internazionale - basti citare, ad esempio, il recente ‘Orso d’Oro’ assegnato all’ultimo Festival di Berlino al film sudafricano ‘U-Carmen in Khayelitsha’ del regista Mark Dornford-May. Allo stesso tempo, è un cinema che soffre ancora di un’estrema dipendenza dalle sovvenzioni extra-continentali, in testa quelle dell’Unione Europea (Ue) che fornisce il 90% dei finanziamenti. [FB]www.misna.org/
A l'Unità ci ascoltano
In un commento al mio post del 24.2.2005 intitolato "Pessimo inizio a l'Unità", salgalaluna (lorenzo) mi ha scritto: «se vedi il giornale di oggi (26.2.05) la figurina di giuliana sgrena è inscritta in una bandiera della pace: chissà forse all'unità leggono il tuo blog». La verità è più semplice: avevo scritto una e-mail alla rubrica "lettere a l'Unità" più o meno con lo stesso testo del mio post. E a quanto pare l'hanno letta (cosa normale) e ne hanno tenuto conto. Infatti sulla testata de l'Unità di oggi il logo di «Liberate Giuliana» è sovrapposto a quello della bandiera della pace, che si intravede sullo sfondo. Sono pienamente soddisfatto della risposta che è stata data da l'Unità alla mia e-mail. Ma quello che mi fa ancora più piacere è che Antonio Padellaro ha risposto alla mia perplessità (e forse di pochi altri) sul futuro della linea politico-editoriale de l'Unità, nel fondo intitolato "Cari Lettori". Scrive: «Poi ci sono alcuni (pochi) così preoccupati che la linea del giornale possa appiattirsi, scolorirsi, perdere vigore da prendere in considerazione la possibilità di non comprarci più». E ci ha chiesto se avessimo visto venerdì sera Antonio Polito ospite della puntata di «Otto e mezzo» dedicata a l’Unità discettare sul futuro di questo quotidiano. Non l'ho visto, ma immagino che il direttore del Riformista possa aver detto cose peggiori di quelle sintetizzate da Padellaro. E poi mi chiedo perché si parli tanto del Riformista, quando è un giornale inesistente. Un giorno per una verifica ho sudato sette camicie per cercarlo in tutta la provincia di Brindisi, dove risiedo, e non l'ho trovato. Caro Antonio Padellaro, ti credo quando mi assicuri che l'Unità non cambierà strada. Tu scrivi a noi lettori "arrabbiati": «Quindi, cari lettori che ci volete lasciare, la richiesta di tenere duro, di giudicare l’Unità sui fatti e non su timori immotivati, non è una petizione per sostenere questa direzione ma è il solo modo che abbiamo per darvi ragione». E' per me certamente un fatto positivo l'aver reinserita la bandiera della pace sulla testata.
di roccobiondi roccobiondi.blog.supereva.it
febbraio 27 2005
Fed: la parola d'ordine è stata "unità"
CARLO DE VITA
Roma, Teatro Brancaccio. Oggi alle 12 e 25 è nata la Federazione dell’Ulivo, con il simbolo "Uniti nell’Ulivo", formata da quattro partiti del centrosinistra: Margherita, Ds, Sdi e Repubblicani Europei.
Di fronte al popolo dell’Ulivo che ha riempito il teatro sin dalle 10 del mattino, i segretari dei quattro partiti Piero Fassino, Francesco Rutelli, Luciana Sbarbati ed Enrico Borselli hanno firmato lo Statuto della Federazione, insieme al suo nuovo presidente: Romano Prodi. Nasce così la più grande formazione politica italiana, che ha già avuto modo di presentarsi agli elettori nel corso delle ultime elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo.
Dopo l’inno italiano e quello europeo, il primo intervento è stato pronunciato da Piero Marrazzo, candidato del centrosinistra per la regione Lazio; quindi è stato il turno di Piero Scoppola, il professore autore dello Statuto, documento agile e snello composto di soli nove articoli.
Si sono susseguiti gli interventi dei quattro segretari e la conclusione del presidente Prodi. La parola pronunciata da tutti è stata unità, elemento fondamentale per avere credibilità di fronte all’elettorato e per battere il centrodestra alle prossime elezioni politiche; è stata poi sottolineata l’originalità e l’importanza di questa federazione in cui per la prima volta nella storia italiana, diversi partiti si uniscono per formare una direzione comune.
La Federazione è inoltre aperta alle associazioni della società civile che vorranno parteciparvi. Lo statuto non prevede però la fusione dei quattro partiti. Paragonando la Federazione dell’ Ulivo all’Unione Europea, immagine cara soprattutto al presidente Prodi, i partiti sono come i diversi Stati nazionali europei, che, pur ricordando e rispettando identità e tradizioni differenti, prendono decisioni comuni su argomenti rilevanti. Infatti da oggi la Federazione avrà poteri decisionali su politica delle istituzioni, estera ed europea. Si apre una nuova stagione per i riformisti dell’Ulivo e per la politica italiana.www.centomovimenti.com
Un appello per Nichi Vendola
ANTONIO ESPOSTO
Ho conosciuto Nichi Vendola a Manfredonia, durante il comizio tenutosi per le primarie, valevoli per la sfida regionale del 3 e 4 aprile all’attuale Presidente della Regione, Raffaele Fitto. La Puglia viveva, prima volta in Italia, la sperimentazione di un metodo di democrazia diretta mutuato dal sistema americano.
Ricordo la sala piena, almeno 150 persone: donne, anziani, ragazzi. L’incontro era alle 21. Ad attendere Nichi c’erano il Sindaco della città garganica, il senatore Carella (Verdi) e l’On. Folena (DS), eletto nel collegio di Manfredonia. Rammento l’attesa di quell’incontro, carico di aspettative e di curiosità, di consapevolezza sul ruolo di laboratorio politico assegnatoci. Ci sentivamo protagonisti involontari di un processo di democratizzazione della politica, dove due candidati da percorsi distinti si incontravano per sfidarsi in nome della amore per la mia terra, regione di confine tra civiltà antiche, storicamente volta ad oriente.
Ebbene Nichi Vendola dalle 21 arrivò alle 23 circa, ma fatto strano ed inconsueto, nessuno era andato via, neppure i più anziani. La verità è che Nichi Vendola è amato dalla gente, la gente sente che Nichi Vendola è sincero, una caratteristica alquanto inusuale tra i politici. E poi era anche un segno di riconoscenza per la posizione netta assunta due anni prima, contro la violenta, allora ritenuta imbattibile, “mafia garganica”, in qualità di membro della Commissione Antimafia. Questo, la gente lì assiepata, non l’aveva dimenticato.
Sappiamo tutti quale fu l’esito delle primarie. Un risultato che aveva invalidato, svuotato di senso tutti i sondaggi, dall’esito scontato, con Francesco Boccia dato vittorioso con circa il 65%, appoggiato dal centrosinistra, ad eccezione, come è ovvio, di Rifondazione Comunista. Un’altra lezione: diffidate dei sondaggi!
Oggi, a poco più di un mese dalle elezioni regionali, il voto in Puglia assume un significato particolare, per certa aspetti inaspettato.
In prima battuta se vincesse effettivamente Vendola, ciò significherebbe che i cittadini elettori dell’Unione non sono poi così immaturi. Tutt’altro. Per cui il sistema delle primarie potrebbe davvero divenire strumento di democrazia partecipata il cui utilizzo è estendibile anche ad altre consultazioni elettorali.
Un secondo aspetto - che è poi il motivo per cui ho scritto questo articolo - è che la Puglia sta vivendo una situazione ospedaliera da “emergenza perenne”. Il 10 febbraio una donna di 79 anni muore dopo che essere stata trasportata per 200 km. In ambulanza, alla ricerca di un posto letto. Lo troverà solo sei ore dopo, a Foggia, ma la povera donna vi decede 5 minuti dopo.
Il figlio della povera donna, Vito Montalbò, punta l’indice contro il piano di riordino ospedaliero, a causa del quale interi reparti, alcuni anche all’avanguardia - per esempio a San. Marco in L., Galatina, Terlizzi - vengono chiusi.
E se la disgrazia invece che capitare all Sig.ra Montalbò, fosse capitata alle nostre mamme? E se invece di vivere in Piemonte od in Emilia Romagna viveste in Puglia? Non avreste paura?
Quel pomeriggio del 10 febbraio mi risolsi che era giunto il momento di intervenire, di far qualcosa: dare una mano a Nichi! Ed il minimo che si possa fare in questi casi è votarlo. Cosicché malgrado non l’avessi programmato, chiedo una settimana di ferie all’azienda presso la quale lavoro, acquisto il biglietto aereo, ed il 3 e 4 aprile Nichi potrà contare anche sul mio voto. Qui in Irlanda, paese in cui vivo da un anno e mezzo, non sanno che in Puglia, Italia, paese membro del G8, il diritto alla salute non è più assicurato.
Io nel mio piccolo sto coinvolgendo tutti i miei amici e conoscenti, anche non pugliesi, perchè qui la partita va un po’ oltre i confine regionali.
Per cui cari lettori di Centomovimenti vi chiedo di darci una mano. Come? Scrivete delle mail ai vostri amici pugliesi, parlate loro, sensibilizzateli, inviate loro se lo ritenete opportuno materiale informativo e programmatico estrapolabile dal sito www.nichivendola.it. Abbiamo bisogno anche del vostro aiuto per sconfiggere la prepotenza e la violenza di una politica senza più cuore, per rivendicare altresì il nostro bisogno di cittadini di contare di più politicamente, e le primarie sembra proprio ci portino in questa direzione, ancor più se poi risulteranno vincenti.www.centomovimenti.com
[fermiamolaguerra] Agnoletto: Perchè non sono andato a "Punto e a capo"
Egregio dott
AGNOLETTO: PERCHE? NON SONO ANDATO A ?PUNTO E A CAPO?
?Gli studi televisivi non possono sostituire le aule dei tribunali?
Milano, 25 febbraio 2005 - Vi trasmettiamo il testo della lettera inviata
ieri da Vittorio Agnoletto a Giovanni Masotti, conduttore della trasmissione
di Rai 2 ?Punto e a capo?. La risposta alle richieste di cui sotto è stata
negativa e quindi Agnoletto non ha partecipato alla trasmissione.
Vi saremmo grati, se poteste farla girare nelle vostre mailing list.
?Egregio dott. Masotti,
Le scrivo in merito alla mia partecipazione alla puntata odierna di "Punto e
a capo".
Di ritorno oggi da Strasburgo ho appreso che, nella giornata di ieri, un
agenzia giornalistica avrebbe annunciato che nella trasmissione odierna da
Lei condotta sarebbero stati presentati "gli elementi top secret su cui si
fonda l'accusa ai disobbedienti sotto processo a Cosenza per i fatti del G8
di Genova".
Nel successivo colloquio telefonico intercorso tra di noi nel pomeriggio Lei
mi ha confermato l'intenzione di trasmettere due intercettazioni
telefoniche, oltre ad altro materiale video.
Indipendentemente dal fatto che, come Lei ben sa, la legge italiana vieta la
diffusione di materiale depositato in sede di indagine prima che sia giunto
a conclusione il processo di appello, per quanto mi riguarda non condivido e
non mi sono mai arreso all'idea che i processi, prima ancora che in
tribunale, si svolgano negli studi televisivi.
Tanto meno condivido che in uno studio televisivo vengano prodotte delle
prove dell'accusa senza che sia data agli imputati la possibilità di
difendersi in una situazione di par-condicio.
Le chiedo quindi la garanzia che nel dibattito di stasera, nulla di tutto
ciò si verifichi.
Nel caso in cui fossero confermate le vostre intenzioni sarò costretto a
declinare il vostro invito.
In attesa di una sua cordiale risposta??
Una prima serata per soli adulti. Le intercettazioni del ''cronista'' Masotti
Rai. Bufera su ciò che resta del servizio pubblico
Aldo Garzia
"Punto e a capo", una trappola per discutere del G8 di Genova usando materiale della Procura di Cosenza che indaga su alcuni no-global
In studio Barbara Palombelli e Marco Rizzo, che purtroppo non abbandonano la trasmissione. Vittorio Agnoletto porta il caso alla Corte di Strasburgo. Il centrosinistra chiede la convocazione della Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai. Lettera del presidente della Camera
Ore 21 giovedì, Raidue, fascia televisiva di massimo ascolto. La trasmissione è "Punto e a capo" (curata da Giovanni Masotti e Daniela Vergara), quella che ha preso il posto della defunta a colpi di Auditel "Excalibur" di Antonio Socci e della mai nata trasmissione che doveva essere curata da Gigi Moncalvo e Anna La Rosa. Ogni giovedì sera, in quella collocazione, ci sono schierate le truppe d'assalto della Casa della Libertà. Forse è la vendetta contro i giovedì sera televisivi di Michele Santoro.
La trappola è ben congegnata. Masotti, che dopo alcuni litigi con la Vergara gestisce solo la prima ora di trasmissione, ha invitato in studio Vittorio Agnoletto, eurodeputato di Rifondazione e leader di punta dei no-global, assieme al ministro delle telecomunicazioni Maurizio Gasparri, oltre agli opinionisti fissi Barbara Palombelli (centrosinistra) e Arturo Diaconale (centrodestra). Masotti, vicedirettore di Raidue con delega sull'informazione, ha detto agli invitati che la trasmissione avrà come titolo "Genova G8, lezione di guerriglia urbana".
Agnoletto, che chiede più notizie sul programma, annusa che c'è aria di provocazione e annulla l'impegno, nonostante a Fiumicino ci sia un'autovettura della Rai ad attenderlo per condurlo a Saxa Rubra quando sbarca dall'aereo partito da Strasburgo: declina l'invito perché – dice in una nota – resta convinto che i processi si fanno nelle aule di tribunale e non in televisione. Masotti convince in extremis Marco Rizzo, eurodeputato dei Comunisti italiani, a sostituire Agnoletto.
Il programma che vedranno i telespettatori (pochi, per fortuna, secondo l'Auditel) è qualcosa d'incredibile e che non ha precedenti nella storia della Rai, a cominciare da un montaggio delle immagini che, ricostruendo in maniera distorta le vicende relative al G8 doveva dimostrare la tesi governativa di un movimento fatto dai soliti violenti. Nella trasmissione si ascoltano intercettazioni telefoniche relative alle giornate di Genova del 2001 tra alcuni leader no-global: Francesco Caruso, Luca Casarini, Nunzio D'Erme e altri. Ci sono anche spezzoni girati in modo amatoriale, forse dalle forze di polizia. Masotti, che sa quello che sta per essere mandato in onda, ha avvertito i telespettatori come si trattasse di un film a luci rosse: "Consigliamo questo programma ad un pubblico adulto". Come se non bastasse, ci sono anche delle immagini girate il 19 febbraio 2005, giornata della manifestazione nazionale a Roma che ha chiesto la liberazione di Giuliana Sgrena: connessioni che non hanno niente a che fare con il giornalismo.
Dopo il primo rullo di intercettazioni e immagini, Marco Rizzo ha una giusta reazione: "La prima cosa che viene da dire della vostra trasmissione è che state violando il segreto istruttorio e lo state facendo in televisione". Barbara Palombelli ha un sussulto e prende le distanze da come è stato organizzato il programma: "Io sono qui solo come opinionista, forse avremmo dovuto parlare della salute del Santo padre". Né Rizzo né Palombelli fanno però la cosa che andava fatta: lasciare la trasmissione e creare un caso, lasciando lì da soli in studio Gasparri e Diaconale a gestire la trappola organizzata dal vicedirettore Masotti.
Quello che accade dopo, è inutile raccontarlo. Gasparri e Diaconale sguazzano come pesci complici nell'acquario tv. Masotti – bel coraggio! – si difende dicendo che sta facendo solo il cronista, cioè ha fatto vedere e fatto sentire materiale in suo possesso come fanno i quotidiani di carta quando riescono a ricevere incartamenti riservati dalle procure. C'è da precisare che il cronista Masotti, ex "Momento sera", ex "Radio Montecarlo", ex "Nazione", assunto in Rai nel 1988 presso la sede di Firenze, ha nel suo curriculum anche il palmares del più breve periodo trascorso a Bruxelles come "capo della sede Rai" in quella città nevralgica per la politica europea: solo 6 mesi, a iniziare dal 15 giugno 2003, proprio i 6 mesi della presidenza di turno dell'Unione europea capitata a Silvio Berlusconi che forse cercava un cronista per amico a cui narrare le sue virtù di statista.
Che ieri sia scoppiato il putiferio era il minimo che ci si potesse aspettare. Proteste del centrosinistra, con Beppe Giulietti e Gloria Buffo che chiedono che del caso ne discuta la Commissione di vigilanza parlamentare sulla Rai, e con il presidente della Camera Pierferdinando Casini che ha scritto al Tribunale di Cosenza per chiedere "chiarimenti" sulla fuga delle intercettazioni. Proprio la magistratura di Cosenza sta indagando su una decina di militanti no-global. Agnoletto ha investito del "caso Punto e a capo" la Corte suprema di Strasburgo per "violazione dell'articolo 8 della Convenzione europea per i diritti dell'uomo".
Dire che una tale trasmissione non si era mai vista in quel che resta del servizio pubblico è una ovvietà. Masotti, capelli impomatati alla Little Tony, mai a suo agio di fronte alle telecamere nonostante il lungo curriculum, sorrisetto beffardo quando fa le domande agli esponenti del centrosinistra, resterà al suo posto? Siamo in campagna elettorale. La destra ci ha dato un esempio di come vuole usare la Rai. www.aprileonline.info
La polvere da sparo sotto Spilamberto
Ma che cosa sta succedendo ai terreni e agli edifici abbandonati della ex Sipe-Nobel, dove da cinque secoli si producevano esplosivi? In piena Emilia «rossa», strane (e ricche) speculazioni edilizie istituzionali
VIRGINIO BETTINI
SPILAMBERTO (Modena)
Il sito di una grande polveriera del passato, voluta nel 1510 dal duca Alfonso I d'Este, con il nome di Polverificio ed il compito di produrre polvere pirica per l'artiglieria, venne scelto a Spilamberto per ragioni ambientali: il canale di San Pietro, che l'attraversa ancor oggi, forniva la necessaria forza motrice idraulica. Spilamberto, ai margini di Modena, nei secoli si sarebbe configurata come importante impianto per la produzione ed il commercio della polvere da sparo. Ovviamente incidenti, incendi ed esplosioni sono stati una costante nei secoli. Cruciali quelli del 1770-1771, con la conseguente ricostruzione degli edifici, i cui nuovi nomi non potevano essere che santa Barbara e san Carlo. Ad ogni ricostruzione era correlato un aumento di produzione. L'area che ora osservo dalla statale del Passo Brasa o Vignolese (ma la percorrerò più volte tra casematte e boschi) è un sito che ha mantenuto una forte impronta napoleonica, con l'aggiunta di edifici ampliati e ristrutturati dai molti proprietari che si sono succeduti dalla fine dell'800 ad oggi: Montecatini, Bomprini-Parodi-Delfino, Snia Viscosa, Fiat. Alle spalle degli edifici dell'impianto dismesso - il cui nome è tutto un programma, Sipe-Nobel - si è strutturata un'area boschiva, un ambiente che ammicca alla dimensione ideale del bosco planiziario padano, con presenza della vegetazione che ci siamo scordata e che ritroviamo solo lungo fiumi e rogge. La ragione dello sviluppo di quella che possiamo chiamare biodiversità padana sta nelle condizioni dell'area, intoccata, a lungo off limits a causa dei forti livelli di contaminazione e possibilità di esplosione.
Sul terreno della Sipe-Nobel si sono posati ovviamente gli occhi della speculazione ed il gioco è semplice, anzi, semplificato: la proprietà, la Green Village, in cambio della bonifica dell'area, della cancellazione cioè dei 60 ettari di bosco che ormai avvolgono l'ex-stabilimento di polvere da sparo, vorrebbe realizzarvi, con il consenso di comuni limitrofi e della provincia di Modena, un insediamento di 360 appartamenti per 1.000 abitanti, con alberghi, centri commerciali ed uffici. Gli edifici storici della fabbrica, una stupenda polveriera napoleonica ed edifici di fine `800-primo `900, verrebbero ceduti ai comuni, che vi realizzerebbero un polo tecnologico. Ecco come va interpretato il futuro dell'area che osservo dalla strada che da Vignola porta a Spilamberto: ad ovest l'area Sipe Alte, il cui destino è alberghiero, commerciale, artigianale, ad est la Sipe Basse con gli edifici, la viabilità ed i canali storici, attorniati dagli elementi vegetali di pregio nei quali verrà incastonata la villettopoli.
Inquinamento non circoscritto
Le analisi condotte nel 1997 per la bonifica da parte dell'allora proprietà Magneti-Marelli, indicavano, sulla base di valutazioni geologiche, un inquinamento molto circoscritto, il che non corrisponde alla realtà. Gli inquinanti trovati, in aree di ghiaie ad alta permeabilità in zona di conoide, dovrebbero far riflettere: fulminato di mercurio, piombo azoturo e piombo stifnato, nitrocellulosa, pentrite, tritolo/tetrile/T4, polveri piriche, scarti ceramici, residui dello spandimento di fanghi.
La proprietà propone la bonifica con polverizzazione e combustione in forno rotante, smaltimento ed inertizzazione chimica. Non si sa dove verrebbe collocato l'impianto e quale sarà l'area di smaltimento. Un approfondimento del progetto di bonifica, che copre un'area di 77.000 mq, ci consente di valutare quali saranno gli interventi specifici nelle 18 aree definite e di individuare gli interventi più discutibili: la decorticazione del terreno per eliminare la concentrazione del piombo, l'asportazione di piombo e fulminato di mercurio su 5.000 mq nelle aree 3,4,5,6 e 7; nell'area 8, dove nel 1975 sono esplosi tre edifici di spolette, si debbono asportare terreni e spianare terrapieni per 4.500 mq; nelle aree 9 e 10 sono sepolti gli esplosivi, in 5.500 mq; si dovranno completamente scavare le aree 11,12,13 e 14 su 36.000 mq; nell'area 15 si dovranno distruggere le capsule per brillamento; nell'area 18, dove sono stati sparsi fanghi con nitrocellulosa, si dovranno bonificare 13.000 mq.
Un'impresa ciclopica che sconvolgerà il sistema ambientale in funzione di possibili destinazioni insediative. Saranno abbattuti 59 edifici su 109 censiti, per lo più nelle aree che saranno destinate alla nuova edificazione. Un intervento funzionale al grande affare della speculazione edilizia. Un intervento non necessario in quanto il rischio di incendio ed esplosioni nell'area è praticamente nullo. La quantità di esplosivi interrati è comunque insufficiente a generare incendi e scoppi, se l'area fosse lasciata alla sua dimensione di naturalità. In termini urbanistici la soluzione di tutela e conservazione dovrebbe puntare sul recupero degli edifici storici e sulla bonifica in alcuni, pochi, punti cruciali, lasciando l'area al suo livello di naturalità ed incrementandone, con interventi mirati, la qualità.
Il presidente del Comitato legalmente costituito per la difesa dell'area Sipe Basse, attivo dal gennaio 2004, mi dice che obiettivo del Comitato è la salvaguardia storica, ambientale e paesistica dell'area, impedendo la realizzazione di nuovi edifici residenziali e commerciali previsti dall'accordo di programma sottoscritto dai comuni di Spilamberto, Vignola, Savignano sul Panaro e dalla provincia di Modena. Il Comitato ha pienamente ragione nel chiedere un nuovo accordo di programma con la revisione del progetto, in quanto l'area è parte della memoria storica, sociale ed economica del luogo, nonché patrimonio ambientale insostituibile.
Coinvolto il ministero
A giudizio della sezione modenese di Italia nostra, non sono solo i comuni interessati e l'amministrazione provinciale di Modena ad ostacolare la tutela paesistica dell'area, ma anche lo stesso ministero per i beni culturali. Il soprintendente regionale Garzillo, che ha promosso la tutela paesistica dell'area, è caduto nella trappola del promoveatur ut amoveatur, trasferito a Roma, al ministero; e si teme che la nuova direttrice regionale (la soprintendenza regionale è diventata direzione regionale) si pronunci a favore della revoca della proposta di difesa paesistica, mentre il comune di centrosinistra di Spilamberto, che nel frattempo ha perso per strada Verdi e Margherita, ha perfino tolto la proposta dall'albo pretorio. La proposta, che data 27 aprile 2004, riguarda l'integrazione nell'elenco dei beni indicati nell'art. 139 del decreto legislativo 490 del 1999, relativa alla zona delle Basse, in comune di Spilamberto.
In paese, a Spilamberto, circola anche un documento anonimo di sette pagine fitte fitte che, in 50 punti, esamina i problemi salienti dell'area, nella loro corretta dimensione storica, partendo dal momento in cui Sipe-Nobel venne fondata da Sobrero Ascanio e Alfred Nobel per sfruttare le scoperte dell'uno e dell'altro nel campo degli esplosivi, fino ad oggi. Secondo il documento anonimo, ad avere il controllo dell'operazione sarebbero i ds modenesi.
Le autorizzazioni sono nelle mani di sindaci ds, la progettazione in quelle di un tecnico che è anche ex segretario politico ds. Dietro alla società Green Village stanno ben piantate le cooperative rosse interessate all'escavazione di ghiaia e le cooperative edili reduci da dissesti, bisognose di nuovi utili, nonché lo stesso Luca di Montezemolo, che avrebbe personalmente condotto buona parte della trattativa con i sindaci di Vignola e Spilamberto.
Il polo tecnologico, a sua volta, non sarebbe che uno specchietto per allodole e merli. Basta ricordare, come fa l'arch. Pier Luigi Cervellati, venuto a Spilamberto a presentare il suo bel libro «L'arte di curare la città», l'operazione del polo tecnologico del Navile, che sarebbe dovuto sorgere a Bologna, poco fuori la tangenziale: un pretesto per speculare sull'area ed urbanizzare. E chi può poi credere che il centro tecnologico e di ricerca della Ferrari voglia seriamente delocalizzarsi da Maranello a Spilamberto?
Alla fine cosa rimane? Dubbi, perplessità, amarezze. Un'occasione sprecata da parte dei tre comuni, Vignola, Spilamberto, Savignano sul Panaro e dalla provincia di Modena.
Da un lato l'accordo di programma e la bonifica, 9.800 mq di attività artigianali, 6.200 mq di attività turistico-alberghiere nell'area del Castione, attività commerciali e direzionali per 39.700 mq consegnate al soggetto privato tra Castione e Sipe Basse, residenziale C2 per 33.000 mq, circa 330 alloggi, residenziale ed edilizia convenzionata per 3.000 mq, parco scientifico tecnologico per 9.600 mq. I fabbricati saranno completamente da bonificare per una serie di cedimenti strutturali e le prove evidenti di occupazione abusiva, che ha portato un certo degrado non dovuto solo al tempo ed all'abbandono. I costi saranno a carico del soggetto pubblico. La zona verde di 150.000 mq sarà composta da proprietà demaniale, la cui disponibilità è tutt'altro che certa, da aree di rispetto stradale e corpi idrici.
I dati di analisi per la bonifica, come abbiamo già visto, risalgono a 8 anni fa (1997) ed oggi non sono più affidabili, dovrebbero essere riproposti dopo nuove analisi mirate. L'ipotesi della bonifica sugli esplosivi tramite combustione non ha valutato lo smaltimento dei residui, mentre l'inquinamento dovuto allo sversamento di prodotti chimici liquidi risulta non più controllabile, con picchi di concentrazione di inquinanti trovati sempre più a valle della Sipe-Nobel.
La proposta di vincolo
La proposta di vincolo, che doveva essere il supporto del recupero dell'area delle Basse di Vignola, ha la seguente motivazione: «...Le Basse a sud dell'abitato di Spilamberto presentano anzi, rispetto a quelle contigue in territorio di Vignola, valori ulteriori meritevoli di tutela, come quelli costituiti, nella porzione più a sud, dall'insediamento dell'opificio della polveriera ex Sipe, che in quasi cinque secoli (dall'origine quattro-cinquecentesca dovuta al duca estense Alfonso I e pur attraverso le ripetute trasformazioni funzionali legate alle fasi del progresso tecnologico, saliente quella di epoca napoleonica) si è radicata e stabilmente integrata negli spazi aperti in prossimità della zona golenale, con continuità secolare nella funzione, modellando il paesaggio anche con rilievi e terrapieni, generando un complesso di immobili che compongono un caratteristico aspetto avente valore estetico e tradizionale, per la spontanea concordanza e fusione tra l'espressione della natura e quella del lavoro umano».
La struttura stessa della fabbrica abbandonata Sipe-Nobel costituisce non un rudere, ma un'emergenza architettonica di interesse storico, un caposaldo nella zona sud dell'area, che fa da riscontro alla bella Villa Rangoni a nord.
Il testo della proposta di vincolo doveva restare esposto all'Albo Pretorio dal 3 maggio al 5 agosto 2004 affinché le associazioni ed i cittadini potessero formulare osservazioni. Così non è stato nella democratica Emilia. La decisione di togliere la proposta di vincolo dall'albo pretorio ha impedito la partecipazione dei cittadini a proposito di questo inutile insediamento residenziale senza radici e senza storia.
Si configura la distruzione vandalica di un polmone verde già esistente per poi ricrearne uno artificiale, magari ricorrendo alla progettazione da parte di un architetto conservatore-paesaggista-amico, quando il polmone verde già esisteva e ben strutturato nella sua autoctona naturalità. Da aggiungere anche la distruzione dell'azienda Rangoni ad opera di discendenti dimentichi del loro stesso passato, un fatto che, mi dicono, va legato a tutta la problematica delle Alte e delle Basse.
Di una cosa tutti i membri del Comitato e i seicento cittadini che in una settimana hanno aderito sono convinti: i costi ricadranno sulle comunità di Vignola e Spilamberto e tali costi soverchieranno di almeno tre volte i benefici delle entrate Ici e degli oneri urbanisti /www.ilmanifesto.it/
Interculturalità
Lezione di spagnolo al Cairo.
Professore spagnolo, studenti di diverse nazionalità con ovvia prevalenza di egiziani.
Il prof domanda: "E, ditemi, qual è il cibo più strano che si mangia nei vostri paesi?"
La domanda è un buono spunto per fare parlare gli studenti, è vero. E' però altrettanto vero che noi occidentali ci marciamo un po', qui, con l'ebbrezza di épater les bourgeois e far vedere agli arabi quante cose strane mangiamo. L'ho visto in diversi contesti, questo gioco.
Comincia il prof, comunque, e spiega che in Spagna si mangia il sangue coagolato fritto con le cipolle.
Schifo e disgusto degli studenti egiziani che si scervellano per cercare a loro volta cibi curiosi nella loro tradizione, e propongono la loro trippa strana ripiena di riso.
Si fa il giro degli studenti, ognuno tira fuori la cosa più bizzarra che può e, intanto, il prof assapora il suo trionfo: sangue fritto, nessuno riesce a batterlo.
Fino a quando non si arriva allo studente cinese che sussurra: "Bambine."
"Eh?"
"Bambine."
"Ma in che senso, che vuoi dire?" e nell'aula si fa un silenzio perplesso e tutti si guardano, ché questo cinese forse non ha capito la domanda o loro non capiscono la risposta: "Che vuol dire, bambine?"
E viene fuori che nel sud della Cina si ritiene che mangiare bambine neonate allunghi la vita o che, comunque, faccia molto bene. E che, tra difficoltà economiche e leggi di controllo della natalità che spingono a sopprimere le figlie femmine, non sia del tutto insolito che le famiglie le vendano, le bebé femmine, affinché finiscano in qualche pentola. Non è legale ma succede, stando alla testimonianza dello studente.
Vince la Cina per goleada, insomma.
Il prof spagnolo viene completamente dimenticato, lui e il suo sangue fritto, e gli studenti egiziani vedono confermata una volta di più la loro idea che ci sia un mondo minaccioso, oltre i confini dell'Islam.
Il prof protagonista dell'episodio me lo raccontava stasera, e anch'io devo ancora riprendermi www.ilcircolo.net/lia/
I risparmi del governo
Economia. Breve storia di un oscuro disegno di legge e di un chiaro groviglio di affari: il ddl risparmio
Nane Cantatore
Parmalat, Argentina, Giacomelli sono nomi divenuti proverbiali, che esprimono in una parola la vocazione predatoria del sistema creditizio italiano verso i profughi dei Bot, quell’esercito di risparmiatori che avevano deciso di trasformarsi in trader all’amatriciana, convinti di fare quattrini a palate e finiti invece a trasferire denaro su denaro a chi sa davvero maneggiarlo. Sull’onda dell’indignazione del popolo colpito al portafoglio, il piccolo risparmiatore al governo si era subito lanciato promesse di grandi repulisti, che riuscissero a far convivere la nouvelle vague del falso in bilancio depenalizzato, incentivato e financo premiato, con l’inflessibile severità di chi vuole tutelare il tesoro sotto il mattone della signora Cesira, investitrice in bond parmigiani ed elettrice di Forza Italia, corrente Zanicchi.
Si era alla fine del 2003, con il mogano del glorioso scrittoio su cui era stato firmato il patto con gli italiani ancora lucido di cera; siamo all’inizio del 2005, e di quest’urgenza è rimasto ben poco, tanto che qualche giorno fa, per la precisione il 17 di questo mese, tale Eamnuele Falsitta, deputato di Forza Italia intervistato sul Corriere, se ne usciva così: “Gli scandali che hanno portato a questa legge sono roba di un anno fa. I risparmiatori hanno imparato sulla loro pelle, ormai hanno maturato gli anticorpi”. Insomma, meglio lasciar perdere, tanto la signora Cesira o è crepata o comunque non ci vota più.
Solo che, invece, per lo scorno del signor Falsitta, a partire dalla settimana prossima si dice che si dovrebbe votare sul famoso disegno di legge per la tutela del risparmio e la vigilanza bancaria, che ormai ha cambiato un bel po’ di senso e di connotati, fino a diventare un progetto di riassetto delle funzioni della Banca d’Italia, che in effetti per vigilare dovrebbe vigilare, ma insomma non è che abbia dato proprio una prova esaltante. Il ddl doveva, insomma, essere la pietra tombale per il povero Fazio, governatore in crisi di identità e in cerca di sponsor: si parlava di far cessare il mandato a vita del numero uno di via Nazionale, e persino di cedere all’Antitrust le competenze sulla concorrenza bancaria. Un progetto di lesa maestà, contro il quale Fazio aveva cercato ogni forma di solidarietà politica, trovandosi continuamente sbeffeggiato dalla maggioranza e ostracizzato dall’opposizione che, incredibile ma vero, non era, per una volta, scattata compatta in difesa della tradizione e delle istituzioni nazionali, come a quanto pare dovrebbe fare ogni sinistra autenticamente progressista.
Anzi, proprio una serie di passaggi trasversali aveva fatto passare in Commissione i punti più indigesti al governatore, finito per disperazione nelle braccia della Lega. Ma tutto questo è passato: la maggioranza è tornata a far quadrato intorno alla banca nazionale, dopo averle fatto sentire il suo peso, e la legge sul risparmio servirà ad una sola cosa: a ribadire che Bankitalia non si bene a cosa serva, ma per lo meno serve a permettere alle banche di farsi i loro affari in santa pace, e perciò guai a chi la tocca. Fazio può continuare a governare sul nulla finché vuole, con il solo potere di interferire sul mercato per attuare misure protezionistiche o tutelare interessi consolidati; naturalmente, non senza pagare una cospicua cambiale politica a tutti gli uomini, le donne e i Berlusconi del governo. Quanto alla signora Cesira, cavoli suoi. www.aprileonline.info/
Tra fame e speranza
Lula secondo padre Fernando, il compagno di cella e torture di frei Betto durante la dittatura
scritto per noi da
Kátia Lôbo Fiterman
Padre Fernando de Brito è un religioso brasiliano dell’Ordine dei Domenicani, testimone delle barbarie commesse dal regime militare in Brasile. E’ stato incarcerato e, per quattro anni, brutalmente torturato insieme ad altri tre domenicani (frei Betto, frei Ivo e frei Tito, quest’ultimo torturato fino al suicidio), tutti inquadrati nella Legge di Sicurezza Nazionale e accusati dai militari di attentare all’ordine nazionale stabilito dal regime. Sono stati accusati anche di appartenere all’ organizzazione “sovversiva” Azione Libertaria Nazionale (ALN) e di aver collaborato con il capo dell’organizzazione, Carlos Marighella, cittadino brasiliano di origine italiana che per diversi anni ha combattuto il regime diventando il ricercato numero uno della dittatura militare in Brasile.
Un uomo di pace. Padre Fernando di Brito è il fondatore della Centrale Unica dei Lavoratori (CUT) a Goiàs. È stato coordinatore della Commissione Pastorale della Terra di Volta Redonda, Rio de Janeiro, e di Goiàs, e ha partecipato alla formazione sindacale dei lavoratori in entrambi gli stati. Da più di otto anni vive nel nord-est del Brasile, nello stato di Bahia, più precisamente nella cittadina di Sitio do Conde, nel litorale nord di Salvador, zona appartenente alla Costa delle Palme (a circa 200 km dalla capitale), tanto bella quanto povera. Da allora lavora con gli emarginati, in particolare con i giovani e giovanissimi e insieme alla comunità è riuscito a creare la Casa Della Cultura, per dare ai ragazzi e alle ragazze la possibilità di accedere alle informazioni e alla formazione culturale, oltre a creare spazi di sviluppo individuale e collettivo, con il fine di educare all’esercizio della cittadinanza e del riscatto delle culture indigene e nere, presenti nella popolazione locale. Ha anche cercato di introdurre nella liturgia alcuni elementi della cultura nera come la danza e la musica con strumenti di percussione. Nel calendario liturgico ha introdotto perfino la festa di Zumbi ( il fondatore del Quilombo di Palmares) uno schiavo africano che ha lottato contro la schiavitù in Brasile per 70 anni.
Frei Fernando lavora secondo lo spirito dell’inclusione e del rispetto per ogni popolo e cultura religiosa. Un uomo di pace, nonostante gli orrori sofferti!
Abbiamo chiesto la sua opinione su questi due anni di governo di Lula, alla luce di quanto sta accadendo adesso, concretamente, in Brasile e tenendo conto del contesto complesso e intricato di un paese condizionato dal neoliberismo e da un debito estero di circa 250 miliardi di dollari.
Il governo Lula tra fame e speranza. La parola speranza (oltre alla parola allegria) è il vocabolo che meglio definisce il popolo brasiliano, naturalmente incline ad una positività essenziale per affrontare, nel quotidiano, le tante difficoltà economiche. In tante circostanze questa parola è stata strategicamente utilizzata dai politici per mantenere il loro potere tra le popolazioni più povere del Brasile. Ecco che frei Fernando spiega quale nella attuale congiuntura sia il livello di speranza del popolo brasiliano nel governo del Presidente Lula e quale la sua valutazione di questi due anni di governo, tra Fame e Speranza.
"In primo luogo - spiega il frate - desidero precisare che intendo esprimere un parere sul Governo Lula, invece che sul Presidente Lula. La precisazione è necessaria perché si possa distinguere quello che è la figura del Presidente dal risultato di due anni di lavoro di un governo fatto da tanti partiti diversi. Il Governo Lula deve fare i conti da una parte con i valori del Partito dei Lavoratori e dall’altra con una infinità di interessi, specialmente economici, che viaggiano in sensi diversi rispetto all’etica del partito.
Il Governo Lula sta operando su un modello neoliberista, in un regime di globalizzazione che offre pochi spazzi alla libertà di azione. D’altronde, Lula non è arrivato al potere con una rivoluzione (armata o no), ma tramite elezioni democratiche, con tutto il bene e il male che la democrazia porta con sé, specie in una colonia neo liberista".
"In due anni di governo - continua - con tante difficoltà e pochi risultati rispetto alle aspettative delle persone, la speranza nel Presidente Lula però è ancora viva, tra i poveri specialmente! E’ ugualmente vero che anche la fame è molto presente tra noi. Eppure sta accadendo quasi un paradosso: il governo sta operando solo nel mantenimento dello “status quo” eppure ancora tutto questo non è percepito dalla popolazione più povera che, comunque, continua a sperare nel presidente. La gente crede ancora in Lula, anche se il Governo Lula non ha dato segni grossi di cambiamento nella vita dei poveri".
Un occhio di riguardo per i poveri. Ma i cambiamenti non si vedono. Frei Fernando si sofferma sulle differenze tra il governo di Lula e gli altri governi circa l’atteggiamento finora adottato in concreto verso la popolazione brasiliana più carente.
"Mettere al primo posto quella massa di individui che la globalizzazione cerca di non tenere neanche in conto non è una impresa tanto semplice, specialmente quando il governo è costituito su una base burocratica corrotta e refrattaria a qualsiasi riforma che vada a beneficio della gente più carente. Questa eredità, oltre ad altre come il debito estero e quello interno, costituiscono ostacoli molto grossi a un cambiamento che vada nella direzione giusta, che vada verso i più poveri. Il presidente Lula, infatti, sta operando all’interno della macchina democratica, pagando i debiti esteri e interni, facendo diminuire il Rischio Brasile e mantenendo gli investimenti degli altri paesi nella economia brasiliana. Il suo governo, dunque, sta operando all’interno di un’economia globalizzata e, purtroppo, l’economia regola e condiziona tante decisioni".
"Tutt’oggi, quindi - racconta il domenicano - nonostante Lula, sono i più poveri a pagare il prezzo di questa economia. Una cosa sola è cambiata: prima si sapeva che non c’era la volontà di tener conto anche di loro, invece ora c’è coscienza che sotto tutta questa oppressione imposta dall’economia esistono valori diversi quali la solidarietà, la guerra alla fame, l’uguaglianza. E questa è una bella differenza tra il governo Lula e quelli precedenti".
La gente guarda al sociale. "Nonostante il governo sia ancora molto carente, infatti - precisa il frate - è proprio nel sociale che la speranza della gente resiste. Il popolo tiene stretti alcuni grandi valori e non li molla: la riforma agraria, le pensioni per i lavoratori, la sicurezza sociale. La carenza dimostrata fino dal governo in quest’ambito, al di là degli sforzi concentrati in Fame Zero e Sete Zero, è indubbia, ma non ha diminuito la speranza delle persone nel Presidente Lula. E questo è un dato molto interessante. Anche perché la gente povera non si occupa di economia o di “rischio Brasile”, ma di cose più semplici e concrete come la terra da lavorare e il cibo da dare ai figli, l’educazione dei bambini e la salute. Ed è dunque in questo settore che il Governo Lula deve dare un’impronta diversa, specialmente adesso. Quanto è accaduto recentemente in Parà, con la morte di Suor Dorothy Mae Stang, la religiosa uccisa per il suo lavoro insieme ai poveri e in difesa della foresta Amazzonica e delle altre morti che si sono consumate in seguito, rende ancora tutto più impellente".
"Purtroppo - continua il padre - la questione della terra è legata a forti interessi economici che coinvolgono molti potenti. La riforma agraria, ad esempio, rischia di non passare mai, perché nel governo ci sono presenti alcuni politici che non la vogliono e che faranno di tutto per impedirla. Ma dovrà accadere prima o poi – ho speranza anch’io e ci sono ancora altri 2 anni di tempo e poi, chi lo sa… Il Brasile si é imposto in modo diverso agli occhi del mondo, con più dignità e rispetto da quando abbiamo eletto Lula. I passi verso un’economia popolare sono deboli, ma in compenso la disoccupazione è diminuita, si respira democrazia e c’è molta più possibilità di dialogo con il governo. Il paese ha più credibilità per i nuovi investitori e questo è buono, ma la strada da percorrere è ancora lunga prima che si possa parlare di giustizia sociale. Ognuno di noi lavorerà nel suo piccolo e le cose, un po’ per volta, prenderanno un’altra forma. Noi lavoriamo con i poveri, aiutandoli a organizzarsi, a sognare un futuro migliore, nonostante i pochi strumenti a disposizione e le difficoltà che incontriamo".
A Sìtio do Conde la maggior parte dei bambini non ha un padre e le madri, per sostenere il peso economico della famiglia, spesso sono costrette a prostituirsi. La terra è sabbia di mare, fine, bellissima, bianca, ma qui non è possibile piantare neppure un orto per la gestione familiare perché nascono soltanto palme, le uniche che riescono a resistere alla forza del sole!
La gente vive di pesca, di turismo durante l’estate, ma vive male, è molto povera, soffre la fame e ci vuole un’enorme creatività per trovare speranza tra queste sabbie infinite…Speranza infinita, come la sabbia del mare! www.peacereporter.net
Michele Serra
Sulle orme dell'Anticristo
Il Vaticano rivela: l'Anticristo è un rivenditore di autoricambi di Trani
Chi è dunque l'Anticristo? La questione è stata autorevolmente riaperta da Ali Agca che ha chiesto al Vaticano di rivelarne il nome. Alcuni eminenti demonologhi hanno subito sostenuto che l'Anticristo non può che essere lo stesso Alì Agca, secondo il principio teologico "gallina che canta ha fatto l'uovo". Per sopire sul nascere inutili polemiche, il Vaticano ha rivelato che l'Anticristo è invece Pino Sciumé, un rivenditore di autoricambi di Trani che però sarebbe molto dispiaciuto del suo passato e intenderebbe chiedere perdono a 'Domenica in'. La moglie, invece, nega recisamente e ha presentato ricorso al garante della privacy. Il problema è che Sciumé, come Anticristo, può reggere a malapena la seconda serata, e gli inserzionisti pubblicitari hanno già fatto sapere di non essere disposti a investire un solo euro su una soluzione così mediocre. Perché, piuttosto, non scegliere l'Anticristo attraverso un reality-show da realizzare a Fatima, o a Lourdes, o a Rapallo (tanto chi se ne frega), incoronando il Principe del Male con il televoto? La figura delle pastorelle, tra l'altro, potrebbe finalmente rimpiazzare quella ormai logora delle veline: si segnalano già i primi casi di calciatori che trombano con pastorelle, ulteriore segno del ritorno generalizzato alla spiritualità.
Nel frattempo l'identità dell'Anticristo scuote le coscienze e infiamma le polemiche. Secondo il quotidiano 'Libero' la descrizione tradizionale dell'Anticristo ("Bestia innominabile, infezione della Terra, nato da porco") indicherebbe con precisione assoluta un sindacalista dell'Usigrai. Il quotidiano 'La Padania', escludendo che l'Anticristo possa essere un padano, ritiene di avere identificato l'Anticristo nel cantante napoletano Nino D'Angelo, assicurando di averlo individuato dopo lunghe e inconfutabili ricerche: un sondaggio tra i suoi redattori durante la pausa mensa. Oriana Fallaci propende invece per una figura simbolica, non immediatamente collegabile a una singola persona, della quale si sa solo che "indossa il turbante, va sul cammello e parla in arabo". I no-global vedono la più convincente incarnazione dell'Anticristo nelle multinazionali, e propongono di abolirle tutte entro mercoledì prossimo, trasformando l'economia mondiale in una cooperativa non profit con sede a Salerno.
Don Gianni Baget Bozzo, confermando un generalizzato ritorno alla spiritualità, ha accusato l'opposizione di avere candidato alle elezioni regionali numerosi adepti dell'Anticristo, e ha proposto di abolire il suffragio universale o, in alternativa, di sottoporre gli elettori di sinistra alla prova del fuoco: se a contatto con le fiamme urlano, il loro voto è nullo. Più pacata la posizione di Roberto Formigoni, che invita a ragionare: tra i contratti della Compagnia delle Opere c'è anche l'appalto per la nuova autostrada Lione-Torino-Praga, che collega il triangolo della magia nera ed è stata costruita in un solo mese, asfaltandosi da sola durante la notte. Non si può mandare tutto all'aria per un banale sospetto. Molta impressione ha destato un'infiammata omelia del pope ortodosso Fatùk, che ha descritto l'Anticristo come un fanatico pazzo dalle lunghe vesti maleodoranti, dallo sguardo di brace e con la barba da caprone, finché il suo segretario personale non lo ha interrotto facendogli notare che sembrava un autoritratto.
Sostanziale indifferenza in Cina e in India e in quasi tutta l'Asia, dove la questione dell'Anticristo non è molto sentita anche perché pochissimi conoscono Cristo, e la principale curiosità religiosa sull'Occidente è se Elvis Presley sia o non sia ancora vivo. L'opinione pubblica, qui da noi, è disorientata: secondo i sondaggi solo il 2 per cento credeva nell'esistenza dell'Anticristo fino a un secondo prima che gli venisse posta la domanda 'esiste l'Anticristo?' Dopo la domanda, la percentuale è salita al 76 per cento, con attacchi di panico e immediata stipula di assicurazioni sulla vita e contro gli incidenti domestici, a conferma di un generalizzato ritorno alla spiritualità. www.espressonline.it/
L’importanza di winner, indicatore di clima elettorale
di PAOLO NATALE
Il primo ad utilizzarlo in maniera sistematica e continuativa, con il nome di winner, fu il gruppo di Nando Pagnoncelli (prima in Abacus e poi in Ipsos), alla fine dello scorso decennio; in tempi più recenti numerosi analisti elettorali ed istituti di ricerca (Ilvo Diamanti e Renato Mannheimer; Swg ed Eurisko, ad esempio) l’hanno adottato come stimatore del clima di opinione del paese o del contesto territoriale che si sta studiando (Swg lo chiama Future).
L’idea di questo indicatore (introdotto originariamente dalla studiosa tedesca Noelle- Neumann negli anni sessanta) si basa sulla considerazione che, per capire cosa bolle nella pentola del cittadino-elettore, sia indispensabile guardare non soltanto alle sue dichiarazioni di voto presunto, ma anche alla sua speci fica «percezione» dell’ambiente che lo circonda, del clima pre-elettorale in cui è inserito.
Esso consiste dunque nella pura richiesta all’intervistato di cosa – a suo parere – accadrà nelle elezioni considerate, cioè di chi avrebbe infine vinto la competizione elettorale. Insomma: l’elettore come oracolo. O meglio, l’insieme delle previsioni individuali come «predittore » del futuro vincitore.
L’utilizzo di questo indicatore, forte e semplice nello stesso tempo, si è dimostrato negli anni quasi perfetto: sia applicandolo ad elezioni locali che ad elezioni nazionali, il campione di intervistati ha evidenziato capacità predittive talora superiori a quelle dei più valenti politologi.
Cosa ci dicono allora gli italiani, intervistati periodicamente dalla fine degli anni novanta ad oggi, sul rapporto di forza tra centrodestra e centrosinistra nel nostro paese? Dalle elezioni europee del 1999 alle politiche del 2001, lo scarto tra le due coalizioni ha fatto registrare punte di 30-35 punti percentuali a favore della Cdl. Il trend di winner si è confermato positivo per il centrodestra anche nei primi mesi del governo Berlusconi; fino alla primavera del 2002, quando il distacco è stato il più elevato di sempre (40 punti). Poi, lentamente, poco per volta è cominciato a scendere.
Si è ridotto a 15 punti nel gennaio del 2003, fino alla svolta, poco dopo le elezioni amministrative del giugno di quell’anno quando, per la prima volta da quando esiste l’indicatore, l’opinione pubblica si è mostrata meno convinta dello strapotere elettorale della coalizione di Berlusconi. I riscontri di winner tra la primavera del 2003 e quella del 2004 hanno fatto registrare un gap tra le due coalizioni costantemente in favore del centrosinistra, ritenuto – pur con una quota significativa di dubbiosi – favorito in caso di elezioni politiche.
E oggi? Cosa sta accadendo negli ultimi mesi, nella percezione dell’elettorato, per quanto riguarda il duello delle prossime politiche tra centrodestra e centrosinistra, tra Berlusconi e Prodi? A partire dal settembre dello scorso anno, il vantaggio della coalizione di opposizione ha cominciato ad affievolirsi, in diretta relazione con due elementi: il rinnovato “vigore” post-estivo del nostro premier (in particolare nel periodo dell’annuncio dell’abbassamento delle tasse) e la rinnovata litigiosità all’interno del centrosinistra (in particolare nel periodo di confronto-scontro sulla leadership di Prodi e del dibattito sulle primarie).
L’andamento dell’indicatore di previsione ha visto un riavvicinamento drastico, fino a sfiorare la parità tra le due coalizioni (alcuni studiosi hanno registrato perfino un nuovo sorpasso del centrodestra), per quanto riguarda le rilevazioni a cavallo di fine anno. Le ultime settimane mostrano viceversa una situazione in cui, nell’opinione degli intervistati, il centrosinistra tende a risalire, senza peraltro riproporre i distacchi dello scorso anno.
Ciò che non appare perfettamente chiaro, ed è forse questo l’elemento maggiormente interessante di winner, sono le motivazioni che portano gli intervistati alle proprie dichiarazioni.
Una parte di loro considera senza dubbio la propria parte politica comunque vincente (gli ottimisti), mentre una piccola quota sarà senz’altro affetta da cronico pessimismo. Ma i restanti intervistati sembrano in grado di percepire la realtà, pur in costante movimento, secondo schemi sufficientemente logici e razionali, tali da portarli a dichiarazioni oggettive e puntuali. Come faranno? Sarà forse ciò che filtra dalla quotidiana interazione con il proprio ambiente di lavoro, di amicizia, di relazioni informali. O anche dalla capacità di “leggere” la politica, al di là del loro dichiarato disamore.
Resta il fatto che un popolo che si sente sempre più lontano dal “teatrino della politica” riesce comunque ad estrapolarne le informazioni essenziali. Che oggi vedono un vantaggio competitivo (ridotto ma costante) del centrosinistra, almeno fino al prossimo litigio… www.europaquotidiano.it
DUE MESI DOPO MAREMOTO: MARELLI, SOLO PROMESSE MA NON UN EURO A ONG ITALIANE
Peace/Justice, Standard
“Fino ad oggi né la Protezione civile né il ministero degli Esteri hanno erogato un solo euro ai progetti delle organizzazioni non governative (ong) italiane: la tanto sbandierata efficienza non ha funzionato. Sono prevalsi invece i tempi dei burocrati e della burocrazia”. Lo ha detto alla MISNA Sergio Marelli, presidente delle ong italiane, tracciando un bilancio degli interventi di assistenza a due mesi esatti dallo tsunami che il 26 dicembre scorso si è abbattuto sul sud-est asiatico e sulle coste dell’Africa orientale, provocando – secondo le ultime stime – almeno 300.000 morti. “Tutti i 46 interventi delle nostre ong nei Paesi colpiti da questa tragedia sono completamente finanziati e sostenuti con donazioni e fondi privati” aggiunge Marelli. “Malgrado la nostra insistenza, anche l’ostentato principio della sussidiarietà è stato disatteso: fino a questo momento la decisione è di destinare i contributi raccolti con gli ‘sms’ e quelli governativi soltanto ad alcuni Paesi”. Le donazioni effettuate con il telefonino andranno tutte allo Sri Lanka, mentre i 70 milioni promessi dalla Farnesina sono destinati, oltre allo Sri Lanka, anche a Indonesia e Tailandia. “Le organizzazioni italiane - osserva Marelli - sono invece presenti anche in India e in Birmania, due Paesi colpiti altrettanto duramente degli altri”. Questi due governi, spiega alla MISNA, “per motivi diversi hanno rifiutato sussidi internazionali, ma si poteva intervenire attraverso la società civile e invece le nostre istituzioni governative al primo banco di prove si sono tirate indietro”. Per Marelli, che è anche direttore generale di ‘Volontari nel mondo-Focsiv’, “superata la fase dell’emotività da parte dell’Occidente, la tragedia dello tsunami non può essere dimenticata: occorre ricordare quello che disse il segretario generale dell’Onu Kofi Annan nei primissimi giorni dopo il dramma, cioè che l’emergenza durerà mesi”. A sessanta giorni dal disastro “stiamo toccando con mano che le difficoltà che avevamo previsto fin dall’inizio: di fronte a situazioni come la suddivisione del territorio tra governo e guerriglieri Tamil in Sri Lanka o alla presenza dei militari del governo indonesiano nella provincia di Aceh, occorre agire soprattutto attraverso i partner locali, con personale in loco che sa muoversi in contesti così delicati” dice ancora Marelli alla MISNA. “L’emergenza è grande e richiede molte risorse, ma occorre prestare attenzione a non creare squilibri nei Paesi colpiti dal disastro”. La grande quantità di aiuti umanitari convogliata nelle aree afflitte dal maremoto, conclude il presidente delle ong “non può far dimenticare che esistono situazioni di povertà e di violazioni dei diritti umani anche in altre zone di quegli stessi Paesi”.www.misna.org/
La "X" di Malcolm e la memoria
di Wu Ming 1
[Domenica 27 febbraio l'inserto domenicale di Liberazione dedica uno speciale a Malcolm X, con vari interventi su Malcolm e l'hip-hop, Malcolm, Gramsci e la cultura afroamericana etc. Da pochi giorni, su input del nuovo direttore Piero Sansonetti, Liberazione ha cambiato formula e formato, arricchendosi di contenuti e collaborazioni. Un esperimento da tenere d'occhio. Qui di seguito, in anteprima, uno degli articoli di Wu Ming]
La “X” che rimpiazza il cognome di Malcolm è la stessa delle mappe dei pirati: indica dov'è sepolto il tesoro. Il tesoro da scoprire è la dignità, e accanto allo scrigno c'è l'ascia di guerra: la memoria.
La rinuncia al cognome da schiavo, contrassegno di un antico stupro, mette in discussione il presente, l'identità imposta, il ruolo che ci assegna il copione dei vincitori. La messa in discussione è radicale, cioè va alle radici, alla riconquista della memoria negata.
I tuoi avi erano merce, 100% forza-lavoro da sfruttare fino all'esaurimento. Non sei arrivato in America a bordo del Mayflower, il mito fondativo non t'appartiene. In fondo all'Atlantico ci sono i resti di chi non sopravvisse alla traversata sulle navi negriere (il Middle Passage). Compagni di sventura dei tuoi avi, gettati a mare perché morti o malati, zavorra umana, brandelli di carne tra i denti degli squali.
No, il mito non t'appartiene, i "padri della Patria" usavano la frusta su tuo nonno e tu ne porti ancora i segni. George Washington possedeva trecentosedici schiavi. Thomas Jefferson ne aveva centottantasette, e più di un figlio mulatto.
I tuoi avi erano uomini-bestiame, muli scambiati con barili di melassa, ma non erano stupidi: si fingevano tonti per imbrogliare il driver man e lavorare meno. Fingevano di dire idiozie, di non saper parlare, yes, massa, you'se right, you jes right, massa e intanto parlavano in codice per non farsi capire, creavano una lingua, una cultura, un mondo.
La "X" che rimpiazza il cognome dei Black Muslims degenera in intruppamento, spersonalizzazione, paranoia. Malcolm diventa più grande, sempre più grande, e la Nation of Islam si fa sempre più angusta. All'alienante mito fondativo dei bianchi razzisti la Nation ha sostituito un mito altrettanto alienante, e ancor più bislacco e razzista: quello del perfido Yacub esiliato dall'Eden sull'Isola di Patmos, che fa esperimenti e produce l'uomo bianco come Uentermensch, scarto dell'uomo nero.
Così Malcolm abbandona la setta e porta con sé la "X", la schiude a nuovi orizzonti man mano che s'evolve il suo rapporto col passato.
Per Malcolm la memoria è conflitto perenne, è l'immagine del passato che sfavilla imprevista in un momento di pericolo. "In ogni epoca bisogna tentare di strappare nuovamente la trasmissione del passato al conformismo che è sul punto di soggiogarla", dice. "Neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico", ribadisce, "non ha smesso di vincere".
In realtà non sono frasi sue, sono di Walter Benjamin, ma il succo è quello. La molla che ci spinge è il desiderio di riscattare gli antenati asserviti, solo in un secondo momento pensiamo ai discendenti liberati. "Un uomo non sa come agire finché non capisce contro cosa sta lottando. E non capite contro cosa state lottando finché non capite cosa vi hanno fatto."
Non c'è memoria condivisa. Non ci può essere. Non si può chiedere allo schiavo di onorare il ricordo dello schiavista. Partigiani e "ragazzi di Salò" non sono sullo stesso piano. Questo non significa restare prigionieri del passato, in cattività nella gabbia dell'odio e della sete di vendetta. Certo, il ricordo della schiavitù può diventare un ghetto mentale, ma è importante sapere che, nel momento del pericolo, un ricordo sfavillerà ai margini del tuo campo visivo, tu allungherai la mano e a tentoni troverai il passato, la memoria della dignità dei tuoi avi, delle lotte, dei trucchi per fregare il driver man. Di questo si nutre la volontà di riscatto, e di poco altro.
La riflessione di Malcolm è proiettata in avanti, si sforza di andare oltre. Può costruire davvero molto, sul fondo di consapevolezza che ha raggiunto.
"Quelli che cercando la radice del male si sono imbattuti nei rapporti di proprietà, sono discesi sempre più profondamente, attraverso un inferno di atrocità sempre più profonde, finché sono giunti là dove una piccola parte dell'umanità aveva ancorato il proprio spietato dominio", diceva Bertolt Brecht nel 1935, contestando chi cercava di attaccare il fascismo puntando l'indice contro le sue atrocità e definendole "gratuite" o "immotivate". Al contrario, quelle atrocità erano necessarie, servivano a difendere ben altro, qualcosa che stava sotto e dietro il fascismo. "Compagni, parliamo dei rapporti di proprietà!", era l'invito finale dello scrittore tedesco.
Malcolm, liberatosi delle dottrine razziste di Elijah Muhammad, comprende sempre di più che gli orrori della schiavitù, della segregazione, del colonialismo interno Usa, non dipendono dalla "malvagità" dei bianchi (i "diavoli dagli occhi blu"), non sono gratuiti né immotivati, anzi, sono necessari alla difesa dei rapporti di proprietà. Chi mantiene il ricordo della schiavitù al centro della propria riflessione, giungerà più facilmente di altri alla critica della proprietà. E' semplice quanto fare due più due: tutta l'esperienza afro-americana è influenzata dall'essere stati proprietà di qualcuno. Qui la memoria diventa pre-requisito della critica. L'ultimo Malcolm (1964-65) corre sempre meno il pericolo di restare prigioniero del passato, è anzi orientato a farne un uso sempre più creativo e radicale. Andare "alla radice del male". Scavare nel punto indicato con la "X".
Le pallottole che lo uccidono, il 21 febbraio 1965, pongono fine a un'entusiasmante, sbalorditiva ricerca del tesoro. L'evoluzione di Malcolm avrebbe riservato al mondo tante sorprese. Troppe, per chi pensa che nessun percorso - viaggio iniziatico, riscoperta della memoria o esplorazione del futuro - debba proseguire al di là del cartello: "Proprietà privata".www.carmillaonline.com
Massimo Riva
Nomine in livrea
Da stretto collaboratore di Silvio Berlusconi come segretario generale di Palazzo Chigi, Antonio Catricalà diventa presidente dell'Antitrust per decisione dei presidenti di Senato e Camera. Che il prescelto sia un giurista di buono, forse anche ottimo, livello non c'è dubbio. Ma la recente legge sul conflitto di interessi assegna proprio alla suddetta Autorità un compito di particolare rilevanza, quale il controllo sull'operato dei membri del governo, presidente del Consiglio in testa. è a Catricalà che ministri e sottosegretari dovranno fornire ogni informazione su beni e attività private, proprie e dei loro congiunti. E sarà sempre Catricalà a dover decidere se questa o quella decisione del governo possa essere inficiata da interessi privati e, dunque, configurare un'incompatibilità con la funzione pubblica dei singoli soggetti.
Che un simile ruolo di controllore del governo venga assegnato a chi dal 2001 lavora a fianco a fianco con il presidente del Consiglio è una decisione che si qualifica come un arrogante insulto all'intelligenza dei cittadini e come una minacciosa deviazione nell'esercizio dei poteri che la legge assegna ai presidenti delle due Camere. Il mese scorso Marcello Pera e Pier Ferdinando Casini avevano già malamente inaugurato la stagione delle nomine di loro spettanza, designando quali membri dell'Antitrust l'ex sindaco di Bologna, Giorgio Guazzaloca, e il professor Antonio Pilati. Il primo rinomato per la sua fede berlusconiana, ma non altrettanto per la sua esperienza nella materia specifica. Il secondo, viceversa, ricco di titoli giuridici ma forse ancora più noto come ispiratore di quella legge Gasparri, che ha ridisegnato il sistema televisivo su misura degli interessi aziendali del presidente del Consiglio. Ora, con la nomina di Catricalà, il cerchio si chiude.
Si apre, invece, una questione che investe direttamente la seconda e la terza carica dello Stato. Per doveroso rispetto istituzionale verso le presidenze delle due Camere si deve senz'altro respingere il dubbio che Pera e Casini siano stati travolti da cupidigia di servilismo nei confronti del premier. è ovvio che non ci si ispira al magistero di Karl Popper per una vita - come ha fatto Marcello Pera - per poi indossare la livrea di casa Berlusconi. Quel che lascia sconcertati è, piuttosto, il fatto che evidentemente i due presidenti non si sono resi conto del grave 'vulnus' che le loro decisioni hanno inferto alla considerazione e al prestigio sia della propria carica arbitrale sia della stessa Antitrust, nella sua qualifica essenziale di Autorità indipendente. La moglie di Cesare deve essere ma anche apparire al di sopra di ogni sospetto.
Ed è proprio questa manifesta insensibilità istituzionale dei presidenti di Senato e Camera il vero problema, perché denuncia un'involuzione allarmante del sistema politico. Sembra passato più di un secolo, infatti, da quando nel novembre 1994 - durante la prima esperienza di governo berlusconiano - gli allora presidenti delle due Camere (Carlo Scognamiglio e Irene Pivetti) indicarono per il vertice Antitrust un uomo della caratura di Giuliano Amato. www.espressonline.it/
Uccidere il messaggero
di Jeremy Scahill da Democracy Now!
Uno dei più importanti dirigenti dell’informazione, Eason Jordan della CNN, è stato costretto a dimettersi dopo aver dichiarato che i militari degli Stati Uniti avevano preso di mira una dozzina di giornalisti uccisi in Iraq. I commenti hanno provocato una tempesta lo ha condotto a dimettersi.
Uno dei più importanti dirigenti dell’informazione via cavo, Eason Jordan della CNN, è stato costretto a dimettersi dopo aver partecipato ad un dibattito al Forum dell’Economia Mondiale a gennaio. In un momento di rara sincerità, sembra che Jordan abbia detto che i militari degli Stati Uniti avevano preso di mira una dozzina di giornalisti che erano stati uccisi in Iraq. I commenti hanno provocato una tempesta su Internet, fomentata dai sostenitori di destra, che hanno condotto Jordan a ritrattare, a chiedere scusa ed infine a dimettersi dopo ventitre anni trascorsi al network, "nello sforzo di impedire che la CNN fosse ingiustamente infangata dalla polemica."
Ma la polemica reale qui non dovrebbe essere sui commenti di Jordan. La polemica deve essere sul silenzio comatoso degli Stati Uniti sull'uccisione ripetuta dei giornalisti in Iraq da parte dei militari. Consideriamo gli eventi dell'8 aprile 2003. Nella prima mattina, il corrispondente di Al Jazeera, Tareq Ayyoub, stava riportando i fatti dall'ufficio del network a Bagdad. Stava fornendo una testimonianza oculare di una feroce battaglia fra gli Stati Uniti e le forze irachene sulle rive del Tigri. Come è salito sul tetto dell’edificio, un velivolo da guerra degli Stati Uniti è sceso in picchiata e ha lanciato un razzo verso l'ufficio di Al Jazeera. Ayyoub è morto sul colpo.
Il Comando Centrale degli Stati Uniti rilasciò una dichiarazione sostenendo che, "le forze della Coalizione furono sottoposte ad un imponente fuoco nemico proveniente dalla costruzione in cui i giornalisti di Al-Jazeera stavano lavorando." Mai nessuna prova è stata prodotta per sostenere questa dichiarazione. Al Jazeera, che fornì ai militari degli Stati Uniti le proprie coordinate una settimana prima che iniziasse l'invasione, sostiene che ricevette la garanzia, il giorno prima della morte Ayyoub, che il network non sarebbe stato attaccato.
A mezzogiorno dell’8 aprile, un carro armato Abrams degli Stati Uniti sparò contro l'hotel Palestine, la sede e l'ufficio di più di un centinaio di giornalisti internazionali non embedded che operavano allora a Bagdad. Il proiettile si fracassò contro l'ufficio della Reuters al quindicesimo piano, uccidendo due cineoperatori, Taras Protsyuk della Reuters e José Couso della Telecinco spagnola.
Gli Stati Uniti sostennero ancora una volta che le relative forze militari erano sottoposte a fuoco nemico e stavano reagendo solo per autodifesa. Questa dichiarazione fu contraddetta dai numerosi giornalisti che erano nell'hotel e da una squadra della TV francese che aveva filmato l'attacco. Nel suo rapporto sull’accaduto, il Comitato per la Protezione dei Giornalisti ha sostenuto che "i funzionari del Pentagono, così come i comandanti a Bagdad, sapevano che l'hotel Palestine era pieno di giornalisti internazionali.".
In una fredda dichiarazione alla fine di quel giorno in Iraq, la portavoce del Pentagono Victoria Clarke spiegò in termini semplici quale fosse la politica del Pengagono riguardo ai giornalisti non-embedded con le truppe Usa. Lanciò l’avvertimento che Bagdad "non è un posto sicuro. Non dovreste essere là."
Il commento di Eason Jordan è stata solo una dichiarazione necessaria. Stava esprimendo un'opinione che era comune fra le organizzazioni d’informazione nel mondo. "Abbiamo avuto tre morti, e tutti erano non-embedded e non cittadini dei paesi della Coalizione. Erano tutti dalla parte dei militari degli Stati Uniti e la reazione delle autorità Usa in ogni occasione è stata che furono in qualche modo giustificati," questo dichiarò a novembre David Schlesinger, direttore generale della Reuters. "Quale è la posizione riguardo ai non-embedded? Sono solo giornalisti per puro gioco?".
Uno dei più importanti anchor-man della BBC, Nik Gowing, ha detto recentemente che quando rilascio’ una dichiarazione sui pericoli che affrontano i reporters in Iraq egli stava "parlando per un gran numero di organizzazioni d’informazione, molte delle quali realmente non stanno trattando pubblicamente l’argomento al momento. La difficoltà è che molti militari -- specialmente i militari… Americani-- non ci vogliono là. E ci rendono molto scomodo vivere da quelle parti. E penso che questo... stia convincendo le forze di sicurezza che in alcuni casi essi si ritengono legittimati a prenderci da bersaglio contando sull’impunità”.
I militari degli Stati Uniti non hanno ancora punito un singolo soldato per l'uccisione di un giornalista in Iraq. Mentre alcuni incidenti sono classificati come "indagini in corso" la maggior parte sono stati classificati come errori o auto-difesa. Alcuni persino sono classificati come "giustificato", ne è un esempio l'uccisione del cineoperatore della Reuters Mazen Dana, colpito vicino alla prigione di Abu Ghraib quando la sua macchina fotografica fu scambiata per un lancia razzi. Inoltre "giustificata" era l'uccisione di Al-Tumeizi di Mazen di Al Arabiya TV, saltato in aria a causa di un missile Usa mentre riportava di un veicolo corazzato in fiamme sulla via di Haifa a Bagdad.
Ci sono stati inoltre parecchie uccisioni discutibili di giornalisti ai posti di blocco statunitensi, come le morti di Ali Abdel-Aziz e Ali al-Khatib di Al Arabiya per fucilazione nel Marzo del 2004. Il Pentagono ha sostenuto che i soldati che hanno sparato ai giornalisti si sono comportati secondo "le regole di combattimento". Ed il freelancer Dhia Najim della Reuters è stato ucciso dal fuoco statunitense mentre filmava combattenti della resistenza nel Novembre del 2004. "Lo abbiamo ucciso", ha detto al New York Times un ufficiale militare non identificato. "Era insieme ai cattivi. Era là con loro, hanno attaccato, abbiamo risposto al fuoco e lo abbiamo colpito."
I militari non hanno dovuto affrontare proteste pubbliche nel loro paese riguardo a queste uccisioni. Infatti, i commenti di Ann Cooper del Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ) sono stati usati per screditare la dichiarazione di Jordan a Davos. "Dal nostro punto di vista", la Cooper fu ampiamente citata come per dire, "i giornalisti non sono stati bersaglio dei militari degli Stati Uniti in Iraq."
Ma come Joel Campania del CPJ riconosce, il Pentagono non ha cooperato nelle indagini su molti giornalisti uccisi. Il fatto è che il CPJ non sa che i militari non hanno preso di mira i giornalisti sebbene esistano molti fatti che dimostrano il contrario. Questi includono non soltanto gli eventi dell’ 8 aprile 2003, ma credibili vicende di giornalisti che sono stati torturati dai militari degli Stati Uniti in Iraq, come Salah Hassan e Suheib Badr Darwish di Al Jazeera [si veda Christian Parenti, "Al Jazeera va in prigione," 29 marzo 2004] e tre redattori della Reuters che dicono di essere stati brutalizzati dalle forze Usa per settantadue ore dopo che filmarono un elicottero statunitense precipitare vicino Falluja nel mese di Gennaio 2004.
Secondo le notizie riportate, i giornalisti furono bendati, costretti a stare in piedi per ore con le braccia alzate e minacciati di abuso sessuale. Un familiare di uno dei giornalisti ha dichiarato che i militari degli Stati Uniti lo hanno denudato ed hanno forzato una scarpa nella sua bocca. In molti di questi casi, c’è un denominatore comune: i giornalisti, principalmente arabi, stavano segnalando posti o avvenimenti che i militari non vogliono che il mondo veda -- i veicoli militari in fiamme, elicotteri abbattuti, resistenza feroce contro le forze "di liberazione", morti civili.
Nella sua lettera di dimissioni, Jordan ha scritto "Non intendevo dire che le forze Usa hanno agito con cattive intenzioni quando hanno accidentalmente ucciso dei giornalisti". Le famiglie ed i colleghi dei giornalisti morti credono il contrario. E spetta a tutti i giornalisti, non solo a quelli in Europa ed in Medio Oriente, onorare le vittime giudicando i loro responsabili assassini.
In Spagna, la famiglia del cineoperatore José Couso ha archiviato una causa contro i soldati degli Stati Uniti che lo hanno ucciso e progettano di fare un viaggio negli Stati Uniti per l'anniversario della sua morte nella prossima primavera. Ci sarà qualche network che avrà il coraggio di trasmetterli in TV o di darne solo la notizia?
Fonte: http://www.democracynow.org/static/Eason_Jordan.shtml
Traduzione di Manrico Toschi per Comedonchisciotte.net
Da Beppe Grllo riceviamo e ritrasmettiamo..... + Gli scheletri della santa Inquisizione.
da Beppe Grillo:
Questo è il testo della email che io e gli spettatori delle città che ho
visitato abbiamo inviato al Presidente della Repubblica per richiedere il
ritiro delle Forze Armate italiane dall'Iraq.
Invia questa e-mail a :
presidenza.repubblica@quirinale.it
copiando il testo seguente ed inserendo i tuoi dati:
Caro Presidente,
il 21 gennaio 2005 il Presidente della Commissione
Esteri Gustavo Selva ha dichiarato sul quotidiano "Libero":
"Basta con l'ipocrisia dell'intervento umanitario (...) Abbiamo dovuto
mascherare Antica Babilonia come operazione umanitaria perché altrimenti dal
Colle non sarebbe mai arrivato il via libera".
Io Nome e Cognome Le chiedo, come Capo delle Forze Armate e tutore dell'art.
11 della Costituzione che dice che l'Italia ripudia la guerra, di far
tornare immediatamente i nostri "costruttori di pace" dall'Iraq e di mandare
al loro posto i costruttori di menzogne che sono al governo.
Nome Cognome
Indirizzo Città
La Presidenza della Repubblica richiede che il messaggio debba:
- indicare chiaramente il nome, cognome e indirizzo postale tradizionale del
mittente;
- non superare la lunghezza di 10 pagine circa (50 Kb);
- non contenere allegati.
http://www.beppegrillo.it/lettera_presidente.php
...poi fate girare la email.
-------=======oooooooOOOOOOOooooooo=======-------
Notevole articolo di Adriano Petta sul "Manifesto" del 21 febbraio 2005.
Gli scheletri della santa Inquisizione
Una puntata di «Voyager», su Raidue, si fa complice del Vaticano per
riscrivere la storia e riabilitare l'Inquisizione, madre di tutte le torture
e stragi di innocenti
di Adriano PETTA
Lo scorso 11 settembre su Alias apparve un mio articolo dal titolo Le radici
dell'orrore (relativo agli atti del Simposio sull'Inquisizione pubblicati
dal Vaticano). Venni poi invitato alla trasmissione televisiva Voyager per
un'intervista che durò 14 minuti: mi dissero che avrebbero fatto dei tagli.
Mercoledì 16, alle 23.10, è stata messa in onda. Due gli argomenti del
programma: «Nazismo esoterico» e «Gli ultimi dati sull'Inquisizione». Il
conduttore Roberto Giacobbo ha raccontato i legami tra Hitler, le SS e
l'occulto, parlando anche di Montségur, dove il 16 marzo 1244 morirono arsi
vivi in un enorme rogo oltre 200 fedeli perché si rifiutarono di abiurare la
loro fede. La tesi esposta da Giacobbo è stata che la storia li ricorda come
Catari attaccati dal re di Francia, e che le SS cercavano a Montségur il
Santo Graal perché i catari, secondo alcuni, erano stati i custodi del sacro
calice. E che l'ideologo nazista Otto Rahn individuava i catari come i
precursori del nazismo...
Forse era il caso, da parte del conduttore di Voyager, di spendere due
parole per chiarire che quei 200 fedeli erano martiri cristiani accusati
d'eresia dall'Inquisizione, che combattevano la corrotta Chiesa di Roma e
che vennero condannati al rogo... mentre la guarnigione del signore di
Montségur - che aveva assassinato due inquisitori ad Avignonet - aveva
invece avuto salva la vita. E che i capi della guarnigione militare che
catturò i catari bruciandoli vivi erano Pierre Durant e Ferrier, due
inquisitori domenicani: Chiesa e re di Francia alleati.
Roberto Giacobbo, forse a disagio per la rappresentazione a cui stava per
assistere, manda avanti la sua collaboratrice Stefania La Fauci, che
annuncia: «Questa sera vi sveleremo delle inaspettate verità». E ha inizio
l'ultima parte della trasmissione, dedicata all'Inquisizione. Intervistati:
Agostino Borromeo prof. della storia della Chiesa presso l'università La
Sapienza di Roma, e l'accademico di nulla accademia Adriano Petta, studioso
di storia delle religioni e storia della scienza (il sottoscritto). Al prof.
universitario concedono tre interventi, al sottoscritto uno solo (95
secondi). Il prof. Borromeo - curatore degli atti del Simposio
sull'Inquisizione e trait d'union tra il Vaticano e i mass media per
trasformare la leggenda nera dell'Inquisizione in leggenda rosa - sviluppa
tranquillamente e metodicamente la sua tesi, mentre al sottoscritto viene
cancellato tutto... compresa una frase in cui dicevo che «i nazisti
ammazzavano gli ebrei prima di metterli nei forni crematori... mentre
l'inquisizione metteva gli eretici nei forni... vivi».
Volevo ricordare uno degli atti più infamanti dell'Inquisizione: i
quemaderos di Siviglia (quattro enormi forni circolari, ognuno dei quali
«ospitava» fino a 40 condannati, introdotti vivi, e che per «giustiziarli»
occorrevano dalle 20 alle 30 ore di supplizio; i forni funzionarono
ininterrottamente per oltre tre secoli, e vennero chiusi da Napoleone nel
1808).
A me hanno lasciato solo l'intervento in cui accenno sommariamente che, per
avere un'idea del clima di terrore che si respirò in quei secoli, basta
leggere gli atti del Simposio sull'Inquisizione promosso proprio dal
Vaticano. Ma la conduttrice - nel ruolo di giudice supremo - afferma:
«Insomma gli studi più recenti ci danno, dell'operato dell'Inquisizione, un
quadro meno drammatico di quanto comunemente si crede».
A conclusione della trasmissione, la conduttrice ne spara poi una veramente
grossa, tirando in ballo l'inizio della crociata degli albigesi (altro nome
con cui erano conosciuti i catari): «Be', gli storici hanno poi appurato che
a Béziers non c'erano albigesi, che nessuna crociata era mai passata da
quelle parti, dove tra l'altro non risultava la presenza di legati
pontifici; però la città venne realmente messa a ferro e fuoco, ma la cosa
accadde nel quadro di una guerra feudale tra famiglie locali». E conclude
tronfia e pettoruta: «Almeno in questo caso nessuno deve chiedere scusa!».
Allucinante... E chi sarebbero questi storici? Forse quelli segnalati da
Voyager per poter approfondire i temi della puntata... come il sito internet
Kattoliko.it?Occorre reagire a questa gente asservita al programma di
revisionismo in atto, altrimenti tutti quei milioni di creature innocenti
che sono stati torturati e bruciati vivi in sei secoli di terrore... è come
se li bruciassero vivi un'altra volta, per cancellarli definitivamente dalla
storia.
Il 22 luglio del 1209 a Béziers vennero scannati vivi oltre centomila
persone (cattolici, catari-albigesi, donne, bambini), dall'armata di Cristo
(così si chiamava il più grosso esercito dell'epoca, oltre 500 mila uomini)
che per capo militare aveva il legato papale Arnauld-Amaury... l'abate
bianco, il quale comandava i signori feudali del nord della Francia che
avevano aderito alla crociata promossa da papa Innocenzo III per sterminare
l'eresia catara: cataro vuol dire «puro», erano puri cristiani che
combattevano la Chiesa romana corrotta. Quel giorno avvenne il primo
genocidio della storia dell'umanità: un esercito cristiano sterminò una
popolazione cristiana inerme, per soffocare chi osava ribellarsi alla Chiesa
di Roma.
Il legato papale capo dell'armata Arnauld-Amaury, scrisse al papa Innocenzo
III: «L'indomani, festa di Santa Maria Maddalena, noi cominciammo l'assedio
di Béziers, città che pareva dover per lungo tempo fermare la più numerosa
delle armate. Ma non c'è forza né prudenza contro Dio! I nostri non
rispettarono né rango, né sesso, né età: ventimila uomini circa furono
passati al filo della spada e questa immensa carneficina fu seguita dal
saccheggio e dall'incendio della città intera: giusto risultato della
vendetta divina contro i colpevoli!».
La lettera originale da cui è stato tratto questo documento si trova nella
biblioteca Vaticana.
Pochi anni dopo, nel 1252, papa Innocenzo IV con la bolla Ad extirpanda,
autorizzò l'uso della tortura durante i processi della Santa Inquisizione,
uso che venne affinato nei successivi 600 anni di terrore.
Il prof. Agostino Borromeo - a nome della Santa Sede - sta cercando di
convincere il mondo che i morti bruciati vivi per mano della Santa
Inquisizione in 600 (seicento) anni non sono stati 9 milioni... bensì 99!
L'Inquisizione è stata uno strumento dottrinale-legislativo - creato,
affinato e imposto dai papi - che ha introdotto nella mente dell'uomo il
metodo della delazione, della tortura, del terrore. È stato lo strumento
principe della Chiesa cattolica che nella sua storia non ha mai conosciuto
la democrazia... e forse è proprio per questo che ha sempre appoggiato
politicamente le dittature (di destra). Gli orrori espressi dagli stati
moderni (Gulag, Auschwitz, Abu Graib, Guantanamo etc.) affondano le loro
radici nella Santa Inquisizione.
Giovedì 17, in Campo de' Fiori, come ogni anno una piccola folla ha
ricordato l'anniversario (il 405°) del rogo di Giordano Bruno. Invece di
chiedere perdono per gli «eccessi» della Santa Inquisizione, la Santa Sede
dovrebbe infine trovare il coraggio d'inviare un suo rappresentante di
fronte a quella statua dove il rogo arse... smettendola con questi vani
tentativi di revisionismo.
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No, George W. non è affatto benvenuto in Europa. Non lo è perché ha fatto la
guerra in Iraq avendo come obiettivo non dichiarato quello di dividere
l'Unione europea. Obiettivo centrato, purtroppo. Non lo è perché è il capo
di un governo che non ha ratificato il protocollo di Kyoto, con conseguenze
forse drammatiche sulla vita dell'intero pianeta e sulla salute degli
europei. Non lo è perché guida un paese che sta mettendo le
basi per un nuovo conflitto in Medio Oriente, che non è ancora scoppiato sia
a causa del perdurare di una situazione critica in Iraq (e qui Bush ha
davvero bisogno che l'Europa lo tiri fuori dall'impasse) sia perché c'è
indecisione su quale paese attaccare per primo: Iran o Siria?
Gargonza mailing list
Gargonza@perlulivo.it
http://www.perlulivo.it/mailman/listinfo/gargonza
Sarkis Soghanalian. L’intervista.
di mazzetta
Un’intervista della rete televisiva americana Pbs, al trafficante d'origine armena Sarkis Soghanalian. L’intervista è del 2001, ma rende bene l'idea di come si muovano e si siano mosse nel passato certe amministrazioni americane nella loro ansia di "aiutare" un sacco di paesi a conquistare democrazia e benessere. Nell'intervista si sorvola su un particolare; su questi affari guadagnano sempre americani coinvolti dell'amministrazione, per gran parte repubblicani, ma anche democratici. Il 30% dei contratti stipulati per l'Irak e riferibile ad interessi economici di membri dell'amministrazione Bush.
Cosa l'ha portata a questo business?
Vengo dal Libano, e la mia famiglia arrivò in Libano nel 1939 o nel 1940, da quella terra che ora è chiamata Turchia, ma ai tempi era Siria. La mia istruzione non è stata di livello molto alto, dovevamo lavorare. Trovai lavoro per l'esercito francese. Lasciai la scuola nel 1944 per lavorare con una divisione di carristi.
Ce l'aveva nel sangue fin da giovane...
Essendo armeno sono cresciuto combattendo per sopravvivere. Dopo essere sopravvissuti al massacro turco, un genocidio come quello degli ebrei e di altri, siamo stati la prima generazione con una tale esperienza. Così si può dire che fosse nel mio sangue e nei miei sogni. Se sei un giovane le armi ti piacciono come nient'altro. Le donne erano secondarie, dato che a quell'età non conoscevamo ancora niente del genere.
Mi dica come sono cambiate le cose dalla Guerra Fredda. Prima di tutto, spieghi come è rimasto coinvolto con le armi in Libano al tempo delle crisi in quel paese, e mi porti a capire come sono cambiate le cose da allora.
Nel 1973, quando presi il primo carico di armi, eravamo tutti a favore dell'Occidente e degli americani. Fui incaricato de ottenere tutte le armi americane che potevamo. L'esercito libanese era armato solamente con armi americane, ma a volte finivano alle milizie. Prima di questo avevo raccolto la maggior parte delle armi dai paesi del blocco dell'Est, Bulgaria, Polonia, Ungheria e altri paesi del blocco.
Era difficile ottenere armi dal blocco orientale?
Nessun problema. Possiedono canali politici attraverso i quali prendere contatto. Al tempo, i russi non avevano molta voce in capitolo, perché erano i padri del blocco e non volevano essere coinvolti. Non volevano farsi cogliere con le mani nella marmellata. Così mi raccomandavano di passare per la Bulgaria. Io comincia là e poi passai agli altri paesi.
Descriva il tipo di armi che trovava al tempo.
Oh, non c'era alcun limite al tipo di armi che potessi procurarmi, ma era più importante cosa noi fossimo in grado di usare. Principalmente armi da fanteria, fucili e mitragliatori, cose così e grandi quantitativi di munizioni. Potevamo avere quel che volevamo. Perché c'era una relazione costituita e c'era fiducia. Loro mi conoscevano e conoscevano le mie origini, che lavoravo accanto al governo Usa, e non mostravano alcun timore. Volevano mantenere aperta la relazione perché ci guadagnavano. I dollari arrivavano in contanti dalle banche libanesi e loro volevano valuta straniera. Era una grossa opportunità anche per loro. Loro non erano sul mercato per aiutare me o qualcun altro. C'erano per aiutare loro stessi a mettere le mani sul contante. Per loro esistevano solo due mercati aperti, uno era il commercio illegale di armi. Il secondo era il canale libico, che la Libia usava per aiutare altre nazioni, terroristi, individui etc.
Lei passò dal vendere armi trasferite dal blocco orientale (comunista) al Libano, e poi all'Iraq e altri paesi del medioriente?
Prima di arrivare in Iraq ci furono altri paesi nei quali mi fu richiesta assistenza, come in Mauritania, dalle forze del Polisario che combattevano là. Nicaragua, Ecuador, Argentina. E alla fine l'Iraq. Di solito aiutavamo i paesi con tendenze filo-occidentali. Al tempo l'Iraq era certamente pro-americano. Gli europei non avevano interesse per quei paesi, così abbiamo dovuto tener vivi quei paesi per la loro lotta.
Quanto era vicino al Governo americano in questo?
Non mi piace parlare delle ipotesi relative a quale dipartimento di questo o di quello, ma molto, molto vicino, molto vicino.
Quindi, quando lei organizzò la vendita di armi all'Argentina durante la guerra delle Falkland (Gli Stati Uniti sostenevano la Gran Bretagna e osteggiavano l'Argentina durante la guerra), come hanno reagito gli americani?
Gli americani sapevano cosa stavo facendo, ogni minuto, ogni ora. Se bevevo un bicchiere d'acqua si preoccupavano di sapere di marca fosse. Io non cerco di impedire agli americani di sapere cosa sto facendo. Vai in un paese. Hai i tuoi canali di contatto, hai i tuoi incontri, spieghi perché sei lì. Ti consideri uno di loro, e loro sono dei tuoi. Questo è come operavamo. E quando la risposta è negativa, ovviamente, chiaramente, tu vai altrove a lavorare per una causa diversa.
Come si riesce a sapere, se quello a cui vendi un giorno, una settimana dopo non sarà completamente diverso?
Se sei un professionista, ricevi delle sensazioni dalla parte che stai aiutando; tu sviluppi le tue sensazioni e loro ti dicono quanto lontano puoi andare. Un traffico d'armi è un affare a lungo termine, non si realizza dalla sera alla mattina. Ci sono mesi e mesi nei quali devi essere paziente. Devi entrare in questa emozione e capire come gestirla.
Come funziona? Mi può condurre attraverso i meccanismi? Come costruisce accordi nei quali può mantenere fiducia, essendo coinvolti attori ed interessi tanto diversi?
E' difficile. Devi impiegare un po' di tempo ad educare le persone alle tue esigenze. Io non sono un governo e non mi presento dicendo che rappresento questo o quel governo. Io rappresento me stesso, come un mercenario. Se muori, muori; sai che non c'è niente da fare in proposito. Ma devi stare attento non abusare della fiducia del cliente. Se lo fai il tuo accordo è andato e non sei più il benvenuto, tutta la cosa è andata. Perché tu non sei uno di loro. Stai solo entrando. Devono fidarsi della tua reputazione. Perché nel business delle armi ci sono solo due maniere di fare accordi: o attraverso un mediatore o direttamente tra governi.
La ragione per la quale veniamo scelti è perché loro pensano sia più sicuro e perché così non dovranno fare tutto il lavoro di burocrazia cartacea. Tutto quello che facciamo, rispettiamo le regole, rispettiamo il sistema di vendita attraverso gli appositi canali. Se rispetti il sistema vai avanti. Non sono mai stato in un paese senza essere accettato dal suo governo. Non voglio essere cacciato ovunque, costretto a passare da un hotel all'altro. Se vengo invitato vado a vedere che problema hanno. Quando torno mi consulto con i governi interessati
E' mai stato minacciato personalmente, o ha mai sentito che la sua famiglia fosse a rischio?
Beh, non è un business di famiglia. Ho un figlio, e non è mai stato coinvolto. Lui non vuole neanche saperne. E io non ne parlo nemmeno, dei miei affari, con lui, perché si deve salvaguardare la propria famiglia e tenerla lontana dal pericolo….
Quando dice che potrebbe essere pericoloso, cosa intende?
Far trapelare informazioni e cose così, perché il business funziona sugli individui, e sugli individui soli. Non attraverso impiegati numerosi. I dilettanti amano parlare molto. Amano parlare all'interlocutore per impressionarlo, e dicono un poco di più di quel che dovrebbero.
Quindi il business è fondato sulla fiducia?
Principalmente sulla fiducia, e sulla segretezza….Ascolti con la bocca e parli con le orecchie. Ma senza accusare nessuno se ha detto qualcosa di sbagliato.
Ha mai venduto armi dove il governo americano non l'abbia saputo?
No, no, no, non l'ho fatto.
Perché?
Quando offri la tua lealtà a qualcuno diventi come parte di una squadra. Devi permettere ai tuoi compagni di squadra di sapere cosa stai facendo. Ultimamente ho fatto un carico verso il Perù senza capire dove fosse finito. Mi dissero che era finito in Colombia, così e così…Quando consegnamo armi abbiamo bisogno di molti documenti, specialmente la prima volta che facciamo un affare in un paese. E ovviamente il governo americano è informato ancora prima che firmiamo il contratto con il cliente.
Perché li considera "compagni di squadra"? ….
Gran parte del mio commercio è stato con gli Usa, rendendo benedizione. Senza di ciò, non ce la puoi fare. Saresti solo sul campo. Ma ora c'è una nuova amministrazione, con nuove persone. I vecchi colleghi non ci sono più. Diventano vecchi, vanno in pensione e cose del genere, ma abbiamo ancora qualche amico. Non tanti quanto prima, ma i documenti sono li e parlano da soli.
Ha menzionato l'affare del Perù, quando 10.000 Ak-47s che vendette al governo peruviano finirono ai guerriglieri di sinistra delle FARC in Colombia. Sono curioso, cosa pensa sia andato male. Lei ha controllato. Cosa successe?
Abbiamo controllato. Sono andato là. Negli affari queste cose passano sempre per il canale dell'intelligence. Ho incontrato il capo dell'intelligence e mi sono convinto che fosse un accordo genuino ed onesto. Ma dopo che consegni i beni, ne perdi il controllo. Tecnicamente, loro non dovrebbero spedirlo ulteriormente senza informarti. Questo è etico. Ma ho scoperto che il governo Fujimori non era come avrebbe dovuto essere, diventò corrotto e si mise a fare affari per il proprio interesse.
Mi dissero che erano finiti nelle mani sbagliate. Non sapevo che mani fossero, colombiani o ecuadoriani o trafficanti di droga, non lo sapevamo. Non mi hanno dato la possibilità di andare ed investigare e scoprire cosa fosse andato storto. Tutto quel che sappiamo è che ci fu qualcosa e Montesinos (Il capo dei servizi peruviani) finì agli arresti. Fuggì dal paese. Un altro scappò in Giappone e ci furono tutte le ipotesi che avrete letto sui giornali… Loro ( i peruviani) comprarono 50.000 AK-47s, e avevano un'altra enorme lista che trattai con Montesinos. Era considerato l'uomo più potente del paese, e sfortunatamente non poterono durare. Non potevano operare. Glielo dicemmo, niente più spedizione aeree, portatevi una nave per trasportarle. Non erano difficili da trasportare per nave perché non erano più di 40 o 50 tonnellate.
Da dove venivano i fucili?
Venivano dalla Germania Est e andavano in Giordania, diventano eccedenza e venivano vendute come eccedenza a prezzo di eccedenza. Vede, ci guardano tutti come se vendessimo armi di contrabbando. Se tu vendi armi di contrabbando, il target è il mercato nero. Il prezzo al mercato nero è esageratamente inflazionato. Ma quando c' dell'equipaggiamento venduto al di sotto del suo valore, da governo a governo, non c'è coinvolgimento del contrabbando. Così la vediamo noi. Così facemmo con il Perù…
Quanto costano questi fucili?
Il prezzo era di 55 dollari a fucile, poi altri 10 dollari in più per l'amministrazione e per l'imballaggio. Più 10 dollari di trasporto. Era una sciocchezza: 75 dollari un fucile. Non vai dalla Giordania al Perù per contrabbandare fucili a 75 dollari.
Cosa successe?
Chiesi alcuni documenti che mi portarono, che dicevano che i beni erano stati scaricati all'aeroporto e ricevuti dall'esercito peruviano, e i documenti dicevano che erano di loro soddisfazione. Poi faccelo una seconda consegna. Non vedo dove possiamo aver commesso errori. Il certificato di destinazione finale è a parte, e c'era. Controllammo con i militari . I militari dissero che era la loro spedizione, e dopo gli Stati Uniti sono intervenuti, e ci hanno fatto un doppio controllo sopra. Questo perché gli Usa e la Giordania hanno una relazione molto stretta. Non ha senso rovinare una relazione per 10.000 miserabili fucili…
Quindi pensa che gli Usa furono ingannati?
Non lo so. Non voglio sedere qui per difendere un impiegato che non ha fatto bene il suo lavoro. Noi avemmo l'Ok. Andammo avanti.
Lei ha spiegato un pò come conclude le vendite d'armi legali, Quanto è difficile realizzare una vendita illegale di armi?
Ogni transazione ha la sua ricompensa. A volte vuoi qualcosa anche se non è legale, e devi considerare: dove sono i costi e quali sono i benefici? Questa transazione è conveniente? ….Quando c'era l'embargo in Iraq continuammo a fornire armi all'Iraq. Per salvare la faccia degli Usa, non compimmo nessuna operazione dagli Stati Uniti. Pensammo di farlo attraverso l'Europa, e c'era uno speciale scopo per il quale questo coinvolgimento era fuori discussione. Soddisfacemmo l'interesse di Saddam perché era il nostro interesse. Ma quando successe il fatto con il Kuwait ci tirammo tutti indietro. Se io continuo ad aiutarti, e tu hai vantaggio dal mio aiuto, e il tuo scopo è qualcosa che non è nel mio interesse, io cambio subito i miei colori, questo è quel che successe nel 1991, quando gli Usa furono coinvolti contro Saddam. Due mesi prima era una relazione dolce e carina…Gli amici di ieri diventarono i nemici di oggi.
Il mio lavoro era di aiutare le forze irachene in modo che potessero combattere conto i nostri comuni nemici (degli Usa e di Sarkis), che ai tempi era soprattutto Khomeini. Lui aveva gli ostaggi. Lui finanziava movimenti terroristici ovunque nel mondo, Hezbollah e tutta quella gente lì. Così abbiamo dovuto combatterli. Ma non significava che avremmo continuato ad aiutare Saddam se avesse fatto qualcosa contro i nostri interessi o quelli occidentali. Questo è quel che successe. Troppo male per lui.
Fu una sorpresa?
Mi sorprese che il fatto che noi avessimo (gli Usa) un molto, molto leale e forte amico come il re Hussein di Giordania. Questo problema (l'invasione del Kuwait) potrebbe essere stato risolto da lui amichevolmente. Ma noi ignorammo questo amico. Entrammo dalla porta di servizio, e guardate la situazione laggiù oggi. Non siamo benvenuti, abbiamo perso un paese al quale abbiamo provocato un sacco di sofferenze e lui vinse. Dove siamo ora? Lo stesso tizio è ancora là. E non sappiamo come trattarlo. Non sappiamo cosa hanno e cosa non hanno. Quest'uomo resterà fino all'ultimo giorno della sua vita, non riusciremo a vincerlo politicamente. E' un guaio. Io mi preoccupo solo quando c'è una minaccia contro le vite americane.
Quando qualcuno come Saddam le si rivolta contro dopo che lo ha rifornito di armi, come la fa sentire questa cosa?
Mi fa sentire male. Non gli abbiamo dato quelle armi per combattere le forze americane. Le armi gli sono state date per combattere il nemico comune al tempo. Cosa che fece. Non c'era alcun bisogno di avere un confronto diretto con lui e mettere in pericolo le truppe americane. Potevamo, e avremmo dovuto sbarazzarci di lui e portare un nuovo governo al potere. Così molte persone morirono invano. Saddam non è diverso da prima. Vede, siamo persone istruite, L'America non è la Cina. L'America non è l'Africa, dove vanno, entrano nelle case della gente e la uccidono. Conosciamo il valore della vita e della civilizzazione. Non è il nostro compito andare là. Non sto parlando solo di Saddam, dovevamo sbarazzarci di lui, ma non l'abbiamo fatto. Cosa abbiamo ottenuto?
Lei è stato accusato nel 1991 per cospirazione in una affare di armi all'Iraq. E ora questa recente accusa di frode. Si sente tradito dal governo americano?
Mi lasci fare un esempio della prima accusa che mi portarono. Ero accusato di cospirazione insieme ai dirigenti della Hughes, l'azienda di elicotteri……Bene, quindi sto cospirando con loro. Ma quando i due finirono davanti ad un altro giudice furono assolti. A questo punto come posso aver cospirato con loro se, se ne sono andati liberi? Fui condannato. Ovviamente, una condanna che resta sui vostri registri dicendo che sono un criminale. Sono stato condannato a sei anni e mezzo. Ma non ho fatto sei anni e mezzo. Quando hanno avuto bisogno di me, il governo americano, vennero immediatamente a tirarmi fuori.
Quando sono tornato qui l'ultima volta visitare la mia famiglia per Natale, hanno detto che avevo questa truffa da tre milioni di dollari, così e così. E l'accusa per i tre milioni di dollari è caduta. Perché è caduta? Perché stavo aiutando i servizi segreti…..Sto dando la caccia alla gente che si comporta male dentro al governo americano. E li sto cacciando con il consenso del governo americano. Ma, cosa sto facendo di sbagliato?
Il governo americano conta sulla sua conoscenza.
È corretto.
Per cosa?
Basandosi sull'esperienza che hanno con me, che io posso produrre le informazioni di intelligence della quali hanno bisogno, che è il loro interesse, e non il mio interesse.
Perché allora la accuserebbero?
Cercano di colpirti quando hai la schiena girata. Qualcuno non ama il colore dei tuoi occhi……Sono stato in tribunale, mi sono dichiarato colpevole per la frode. Mi sono dichiarato colpevole insieme ad una persona che realmente non conosco. Non lo riconoscerei incontrandolo per strada. Così ti dicono che devi testimoniare contro di lui. Non lo conoscevo.
Considera ancora amico il governo americano?
Si, il governo è mio amico, ma ci sono alcuni individui nel governo che non sono miei amici.
Ci spieghi l'affare Iran-Contra...
Mi fu chiesto ufficialmente di andare ad aiutarli ( l'Iran) e di fare la stessa cosa che stavamo facendo per l'Iraq. Rifiutai. Dissi che non potevo. L'Iran è come cavalcare due cavalli durante una corsa ippica. Non puoi farlo. Che tu sia con questa persona o paese, o che tu sia con l'altro. Volevano che io fornissi armi all'Iran per avere il denaro per usarlo per comprare armi per combattere i sandinisti (in Nicaragua). Si poteva fare, ma non lo feci. Non faccio queste cose.
Chi glielo chiese?
Non c'è bisogno di fare nomi. Ma mi fu chiesto
Da un governo?
Da ufficiali del governo, non dal presidente…
Perché, secondo lei, i venditori si impegnano nel traffico d'armi.
E' (a volte) un affare lucroso. Ma vendere armi di contrabbando in Africa non è un affare di grandi volumi o a lungo termine. E' un affare singolo. Se ti sei costruito una buona reputazione, non vuoi essere coinvolto in questo genere di affari. Preferisco fare il mio lavoro e mantenere la mia reputazione piuttosto che immischiarmi sperando di fare più soldi. E' bello avere soldi, ma non è tutto, mi creda. Una volta che li ha, non sai cosa farci e ti creano problemi.
E allora perché lo fanno?
E' la loro prima volta e sono persone deboli. Tutte le armi che arrivarono in Libano durante la guerra civile, tutto fu svenduto dal Libano alla Yugoslavia di contrabbando.. Sa quanti costruttori o mercanti d'armi sono stati uccisi negli ultimi 20 anni? Molta gente di valore. Perché? A volte sono avidi e vogliono guadagnare troppo denaro extra. A volte perché è una professione nella quale non puoi fare tutti contenti. Fai contenta solo una parte, come camminare u sul filo del rasoio. Qualcuno può facilmente arrivare e farti male.
Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni in diverse aree dell'Africa, Africa occidentale, Sierra Leone. Sembra che le abbiano regolarmente violate, e ci sono ancora molte armi che vanno e che vengono.
Sicuro.
Si può impedire l'ingresso della armi?
Se si vuole, esiste la possibilità, sì.
Come?
Rafforzando i controlli sulle spedizioni. Se trovi una nazione che spedisce illegalmente, tutto quello che si può fare è andare alle Nazioni Unite e imporre loro sanzioni per tanti soldi finchè non smettono. Non lo vogliono fare perché ogni arma è marcata. Si può tracciare…..Per esempio, gli iraniani stanno comprando dalla Cina. Se gli imponi delle sanzioni, i cinesi obbediranno. Vedrete che la Cina diventerà il fornitore di armi più pericoloso del mondo.
Altro sulla Russia ed il blocco orientale?
La Russia non ha armi molto moderne, a parte un'eccedenza di armi fuori moda. Ma i cinesi hanno una buona tecnologia ora, perché la rubano ovunque. E saranno il pericolo più grande per paesi come gli Stati uniti ed i suoi alleati. Hanno armi molto, molto moderne.
Chi sta rifornendo di armi l'Africa ora?
Gli operatori sono ex ufficiali dell'esercito ed agenti. Non le portano per nave, e non li portano per camion perché non ci sono strade. Le paracadutano. E ora ci sono molti, molti trasportatori disponibili nel blocco orientale, principalmente in Ucraina. Se si vuole fermare questo, basta applicare le stesse leggi e regolamenti che devono rispettare tutti gli altri aerei europei, sistemi anti-inquinamento, equipaggi. Automaticamente metteresti a terra tutti questi aerei ovunque. Non sarebbero in grado di volare. Perché non rispettano le regole IATA (Associazione Internazionale del Trasporto Aereo).
Se dovessero rispettare ii regolamenti IATA, gli aerei russi costerebbero cinque volte quello che costano oggi. Nessuno se ne preoccupa….. Possono farlo in due ore. Tutto quello che devi fare è chiamare le assicurazioni….e loro toglieranno immediatamente le polizze. Nessuno gli darebbe la licenza di volare sotto il controllo del traffico aereo europeo. Quando vuoi volare, chiami Eurocontrol e loro ti danno una rotta, tempi, altitudine, una frequenza radio. Quando non ce l'hai sei cieco. Sei finito. Lo possono fare molto facilmente.
Cosa ci dice dell'AK47? Ce ne sono circa 70 milioni...
Ve ne sono ovunque nel mondo, e sono l'arma più diffusa e popolare. E' come quando si impara a volare, all'inizio compri un Cessa. E' lo stesso con l'equipaggiamento russo. Una volta che impareranno a volare lo cambieranno……E' un fucile giocattolo, sapete, ma sfortunatamente è il più utilizzato in combattimento…..E' economico e le munizioni sono economiche.
E allora come si compete con il mercato dell'AK-47?
Non lo fai. Come si dice, non combatterli, unisciti a loro….preferisco dare quell'arma in regalo e fare vendite legali, il che li mette in una posizione nella quale vogliono comprare qualcosa di più grosso, posso avere il mio guadagno, e compensare la consegna precedente. Non è un'arma con la quale tu possa sognare di diventare milionario….E' un'arma economica. …..Vai in Libano e la puoi comprare ovunque. Vai in Yemen, il più grande stock mondiale è in Yemen……circa tra i 10 ed i 12 milioni di fucili.
Cosa ne sarà di questi fucili?
Qualcuno ci metterà le man sopra e comincerà una guerra. Le popolazioni stanno crescendo, e la domanda cresce…. Immaginate, l'Ak-47 lo trovi in Arabi Saudita, dove non dovrebbe essere perché non è un paese pro-russo. E ogni casa ha almeno due Ak-47s. In Kuwait lo stesso, anche in Qatar. Finiscono dappertutto. Oggi, un fucile è un oggetto comune tra molti arabi; amano possederne uno. Quando nasce un figlio, il padre va e compra un fucile per quando sarà uomo. E' una cosa simbolica.
Come può essere sicuro che le armi staranno dove dovrebbero?
Alcune persone non se ne curano. Altre se ne curano, persone come me, non fanno la vendita, e io ho bloccato molte vendite.. Come in Perù, per esempio, l'ho fermata, e in Libano le abbiamo interrotte. In molti paesi. Per distinguere quelli che sono ancora amici, abbiamo la maniera di saperlo. Abbiamo molta fiducia nei consiglieri d'ambasciata americani, perché loro hanno informazioni molto buone e sanno quasi sempre se le armi rimarranno nel paese o no…...Questo è importante nel nostro affare, essere almeno sicuri che le armi rimarranno nel paese. Ma si trova che un'arma qui e una là viene rubata. Anche in America, uccidono la gente nei college, nelle scuole superiori. Come li puoi controllare?
Vede qualche tendenza verso un maggior controllo delle armi personali?
Non vedrò niente di nuovo fino a che i governi non faranno alcuni cambiamenti nel sistema dei controlli. C'è un milione di moti per fermarlo. Se attivi le armi elettronicamente, puoi sparare solo con l'arma che hai registrato; non spara senza la tua impronta, il tuo pollice su quell'arma.
Ma gli Stati Uniti possono fermare il traffico internazionale delle armi? Se non lo possono fermare in casa, che influenza avrebbe bloccare le armi in Europa?….
Le armi che escono dagli Stati Uniti, traffico d'armi, non fanno tanti danni quanto internamente agli stessi Stati Uniti. C'è più danno qui che in Europa. Non ho mai sentito che dei bambini abbiano rubato pistole e fatto un massacro nel cortile della scuola in Francia…….
Lei è stato chiamato "il mercante di morte". Come risponde a questo?
Possono dire quello che vogliono. Accusano il presidente di qualsiasi cosa. Cosa succede? Si dimette. Resta al potere, resta su. Io non sono una persona complicata. So nel profondo del mio cuore che non sto facendo niente di sbagliato. Alfred Nobel è stato chiamato "il mercante di morte", quando fece la prima dinamite, e poi gli hanno intitolato il premio Nobel. Non puoi istruire tutti. Quindi quel sopranome non mi disturba.
Qual è il suo più grande risultato?
Ho aiutato un mucchio di paesi a mantenere la loro indipendenza….Non ho mai perso una guerra. Ho aiutato il Libano. E alla fine hanno mantenuto la loro repubblica. Ho schiacciato Khomeini ed aiutato la causa del mio paese. Ci sono altri paesi i cui nome non voglio nominare. Ho aiutato il mio paese, l'Armenia quando avevano bisogno di me. E' tutto quello che posso dire...
mazzetta
redazione@reporterassociati.org
Salva-Previti, la Cdl frena e Pera insulta l'opposizione
di red
Marcello Pera risponde alla lettera con cui Cesare Previti ha chiesto di rinviare l'approvazione della legge ex Cirielli (o legge Salva-Previti, appunto) a dopo la conclusione del suo processo: «Apprezzo la sua volontà di difendersi e di ottenere soddisfazione per le vie processuali ordinarie - afferma il presidente del Senato - Spero che questo suo gesto metta fine all'accesa polemica politica e di stampa di cui lei è oggetto».
Nella lunga lettera indirizzata alla seconda carica dello Stato, Previti si era definito del tutto disinteressato al provvedimento tagliato su misura per impedire una sua condanna, sostenendo di cercare l' assoluzione per le vie ordinarie. E aveva chiesto che la conferenza dei capigruppo valutasse l' opportunità di non calendarizzare per ora il disegno di legge, in modo da approvarlo solo dopo la fine del processo che lo vede imputato.
«Nelle ultime settimane – si legge nella lettera di Previti - troppo spesso il mio nome è stato ingiustamente e sprezzantemente usato come simbolo del male e la mia persona è stata accostata a un provvedimento, attualmente in discussione al Senato, spacciato come legge ad personam»
Toni polemici? Macché, il presidente del Senato è perfettamente d’accordo: «Questa polemica – osserva - non solo non agevola l'esame sereno del testo ma finisce per denigrare e screditare la sua persona davanti all'opinione pubblica».
Poi l’attacco, aspro e irrituale: «Il diritto dell'opposizione di contrastare, anche nelle forme più dure, un disegno di legge della maggioranza è inviolabile in ogni Parlamento democratico. Tutti mezzi di comunicazione, forze politiche, organi istituzionali dovrebbero però guardarsi dai rischi delle degenerazioni di un sano costume politico e civile».
Tradite le speranze del capogruppo dei Ds Gavino Angius che in precedenza aveva invitato Pera a rispondere con fermezza alla «scandalosa» lettera nella quale Previti chiede, non si sa bene a che titolo, di modificare il calendario dei lavori del Senato: «Cosa c'entra Pera con le discussioni delle leggi in Parlamento? Perché anziché rivolgersi a Pera, Previti non si è rivolto al governo o ai rappresentanti della sua maggioranza?». Maggioranza, aggiunge Angius, che in queste ore, «sta offrendo uno spettacolo imbarazzante. Dopo mesi passati a fare crociate per convincerci che la ex Cirielli era una legge che serviva al nostro Paese, una legge garantista, oggi, fulminata sulla via di Damasco, la Cdl esprime dubbi, ipotizza possibilità di cambiamenti di fronte a presunte incostituzionalità».
E in effetti è la stessa Casa delle Libertà a frenare su un provvedimento definito dal Csm «devastante». A lanciare la nuova linea è Berlusconi che, durante il convegno sul made in Italy, garantisce «qualora dovessero esserci profili di incostituzionalità la ex Cirielli sarà modificata certamente». Provocazione nei confronti del Capo dello Stato o retromarcia timorosa? «Ci sono posizioni a favore e contro – prende tempo il premier - Come sempre noi guardiamo alle cose con molta oggettività, e comunque non esistono dogmi».unita.it
febbraio 26 2005
Varata la Fed, Prodi al timone
di red.
«Oggi parte l'esperimento, non ci sono precedenti, ora comincia il lavoro vero sul quale dobbiamo tutti impegnarci». Romano Prodi è raggiante e ha buone ragioni per esserlo. Sabato mattina finalmente è nata la Federazione dell’Ulivo e Prodi, all’unanimità, ne è diventato il presidente.
Prima si sono riuniti i cento componenti del nuovo gruppo dirigente della federazione che hanno ufficialmente eletto Prodi alla leadership dell’Ulivo. Poi si sono tutti spostati al teatro Brancaccio dove è inizata la kermesse. La manifestazione si è aperta intonando «Fratelli d'Italia», e l'«Inno alla gioia». I primi applausi partono quando, dal palco, Silvia Costa invia gli auguri per la sua guarigione al Papa Giovanni Paolo II e quando chiede a gran voce la liberazione della giornalista del «manifesto», Giuliana Sgrena. Il parterre è gremito da tutti i dirigenti, amministratori e personalità. Sul palco prendono posto i leader: Sbarbati, Boselli, Rutelli, Fassino e Prodi. Sul palco anche l'artefice dello statuto della Fed, lo storico Pietro Scoppola.
Al varo di domenica si è giunti dopo intense riunioni i cui si sono messi a punto gli organi dirigenti della Fed e lo Statuto. Venerdì mattina si sono messi a punto gli ultimi tasselli: nell’ufficio di Presidenza, accanto a Prodi, siederanno per i Ds: Fassino D'Alema, Vannino Chiti, Anna Finocchiaro e Antonello Cabras; per la Margherita: Rutelli Parisi, Marini e Franceschini; per lo Sdi Boselli e Roberto Villetti; per i repubblicani europei: Luciana Sbarbati. Aquesti si aggiungeranno, Pietro Scoppola e Sandra Bonsanti come rappresentati della società civile. Nel consiglio federale siederanno 75 membri: l'85% verrà nominato dai partiti, il 15% dai movimenti vicini alla Fed. A questi, però, si aggiungerà una quota destinata agli amministratori e a personalità.
Proprio davanti all’ingresso del Brancaccio, si sono presentati sabato mattina i Radicali, guidati da Emma Bonino, Marco Cappato e Daniele Capezzone. «Tentiamo fino alla fine di presentare le liste Luca Coscioni -spiega Bonino- all'interno dell'Unione. Nel centrosinistra ci sono molti partiti che sono d'accordo, non c'è una vicinanza a freddo». Ma, fa notare l'esponente radicale, «c'è il partito del Vaticano che pone dei veti che possono e debbono essere superati»./www.unita.it
Regionali, il 12% cambierà schieramento
la Repubblica - 26 febbraio 2005
Un 25 per cento di indecisi, un 12 per cento che cambia schieramento, un 43 per cento convinto che in Lombardia si viva peggio di tre anni fa. Il mercato elettorale lombardo è in continuo movimento, a giudicare dai risultati del sondaggio Ipr MarketingRepubblica sull´orientamento dei cittadini in vista del prossimo voto di aprile. Il centrodestra parte in vantaggio ma la quantità di voti «fluttuanti» fa sì che molto dipenda dalla capacità dei due schieramenti di dare risposte sui temi più sentiti: sanità, trasporti, inquinamento e lavoro.
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Sondaggio Ipr Marketing-Repubblica: oltre al 25% di indecisi, sulle Regionali potrebbe pesare un 12% che cambia schieramento
Caccia al popolo degli scontenti
Il 43% dei lombardi: si sta peggio di tre anni fa
Sanità, trasporti e ambiente i temi che interessano di più Per i più giovani il lavoro resta in cima ai pensieri
Un terzo di quelli che alle Europee 2004 hanno votato centrodestra, si dice deluso da Formigoni
ANNA CIRILLO
Il 43 per cento degli elettori sostiene che in Lombardia si vive peggio rispetto a tre anni fa. È uno dei dati più significativi del sondaggio Ipr Marketing-Repubblica sull´orientamento dei lombardi rispetto ai problemi che assillano la Regione e che dovrebbero essere trattati dai politici. Lo lamentano soprattutto gli elettori di centrodestra. Infatti, di questo 43 per cento di cittadini che ha percepito un peggioramento della qualità della vita nell´ultimo triennio, il 32 per cento aveva votato un partito di centrodestra alle Europee del 2004. Maggiormente insoddisfatte sono le donne e i ceti sociali alti, liberi professionisti, imprenditori.
Gli argomenti che vengono considerati prioritari dal campione preso in considerazione, e che potrebbero attirare e motivare consensi alle prossime elezioni del 3-4 aprile, sono prima di tutto la sanità, giudicata un tema fondamentale per il 29 per cento degli intervistati, seguita dai trasporti (28 per cento), l´inquinamento (26 per cento), il lavoro (25 per cento).
Queste sono le cinque questioni che vengono avvertite come le più urgenti da risolvere nel totale delle risposte, ma con alcune differenze tra maschi e femmine, tra giovani e anziani. Le donne puntano più sulla sanità e lavoro (36 e 28 per cento), gli uomini sentono molto le incognite legate all´inquinamento e al trasporto (32 e 31 per cento). Per i giovani il problema principale, che angoscia e che si vorrebbe vedere affrontato con politiche diverse, è il lavoro (35 per cento). Non c´è da stupirsi che sia così, vista la situazione di totale precarietà e sfruttamento che attraversa in questi ultimi anni il mondo del lavoro, e che non risparmia neppure una delle regioni economicamente più forti come la Lombardia. E al secondo posto tra i problemi da risolvere anche i più giovani mettono, comunque, l´inquinamento (33 per cento).
Il tema dell´immigrazione, invece, è importante solamente per il 14 per cento degli intervistati, ma interessa soprattutto l´elettorato di centrodestra (per il 24%), mentre lo sviluppo e la creazione di nuove imprese raccoglie solo il 5 e il 3 per cento di gradimento. La formazione si colloca a metà strada, viene considerata un argomento di peso per il 13 per cento del campione.
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Ds Milano - Rassegna stampa
La corsa di Giorgio Panto
Ora l'outsider delle tv mette a rischio Galan
Controlla le televisioni regionali ed è accreditato del 6-8%: «Il Carroccio si è rammollito»
TREVISO Il terzo candidato, stavolta, rischia di essere un incomodo per davvero. Ha battuto per anni il fertile terreno dello scontento, si è nutrito con la protesta dura e pura della Lega prima maniera, ha replicato in sedicesimo il modello dell'editore- televisivo che si getta nell'agone politico sfruttando abilmente i media di sua proprietà.
Giorgio Panto, 63 anni, non fa mistero di puntare a un risultato a due cifre.-1 primi sondaggi lo accreditano di un piazzamento fra il 6 e 1'8%, ma lui è sicuro di essere già vicino alle agognate due cifre. Sarà questo imprenditore, titolare di un piccolo impero che è nato con la produzione di serramenti e si è allargato ad altri settori, tv comprese, la variabile a sorpresa delle regionali nel Veneto. Il governatore uscente Giancarlo Galan mostra di non curarsene, anzi non ha nemmeno formalmente -aperto la campagna elettorale, anche se «ormai inaugura pure i chiodi cui appende i suoi proclami», sibila Parato. Il candidato del Centro-sinistra Massimo Carraro, a' sua volta imprenditore ed ex europarlamentare indipendente pelle liste ds, lo ha già affrontato in qualche talk-show per scaldare l'ambiente, ma praticamente non c'è stato dialogo tanto era grande la distanza fra i due progetti politici.
E' la Lega a temere di più l'uomo: nuovo di queste regionali e, non a caso, sta battendo a tappeto i paesi per suggerire che è inutile gettare via voti puntando sui "partitini". Ma il messaggio «populista» di Parto rischia di togliere voti importanti a tutto il Centro-destra. Lui è sicuro di attingere consensi presso entrambi gli schieramenti. «Non è questione di destra o sinistra - dice -: qui bisogna mandare a casa chi non ha fatto nulla nell'arco di decenni, sia da una parte che dall'altra, Hanno costruito una policrazia, una sorta di Moloch controllato da un gruppo ristretto di politici a tempo_ pieno che si alimenta con la gestione clientelare della cosa pubblica».
Discorsi che trovano facile presa in un Veneto che stenta a capire perché la locomotiva economica s'è fermata e non individua gli strumenti giusti per farla ripartire, che teme di vedere bruciato il benessere faticosamente costruito, impaurito da crisi industriali pesanti ma anche dalle difficoltà del tessuto produttivo più diffuso, quello dei tanti laboratori artigianali e delle micro-imprese. Furbescamente Panto ci aggiunge il richiamo alle radici; apre i suoi comizi ( «uno strumento straordinario di contatto con la gente che i miei avversari temono») con l'inno a San Marco; dice che serve un federalismo vero, che può essere basato solo su una reale autonomia fiscale. Va a nozze nel citare i dati sui trasferimenti degli introiti delle tasse nelle vicine Trento e Bolzano: il 90% contro il 30 o poco più del Veneto. L'attacco alla Lega è preciso e mirato: l'accusa è di essersi rammollita per andare su posizioni di governo, di avere abbandonato ideali e impegni della prima ora.
Giorgio Pano già ci aveva provato a scalare la montagna della politica dieci anni fa, ma si era fermato al 3 per cento. «Stavolta è diverso - dice -: ho l'esperienza e anche uno strumento indubbiamente importante come tre televisioní ». La più tenera delle accuse che gli viene mossa è quella di qualunquismo, ma lui giù nel programma promette di essere una spina nel fianco della nuova amministrazione regionale: «Lotteremo su ogni provvedimento e. se non verranno accolti i nostri obiettivi, lavoreremo per fare andare tutti a casa, noi compresi».
CLAUDIO PASQUALETTO
Il Sole 24 Ore
Il mezzo è il messaggio: disputa continua tra blog e media tradizionali?
Matteo Bocci,
Culture Digitali
Blog. Suona come una esplosione soffice, un soufflé che si sgonfia. Curiosa la scelta dei termini e delle espressioni, l’effetto inconsapevole che esercita nel nostro inconscio.
Giornale. Termine bistrattato e quasi svuotato di senso (anch’esso “sgonfio”): cine-giornale, tele-giornale, radio-giornale. Anche in questo i media operano una rivoluzione paradigmatica. Non si parla più di internet-giornale, e forse neppure di giornale-online (strano, a pensarci solo qualche anno fa sembrava una terminologia necessaria). In ogni caso, adesso, si parla di blog.
Ovvero: è il caso di ragionare sul rapporto edipico tra due media –forse tra due mondi. Il blog è figlio: giovane, dinamico, ribelle. Parla chiaro e non cela verità, anche se dolorose. Il giornale è padre: anziano, riflessivo, discreto. Certo, come tutte le persone che d’improvviso si scoprono vecchie si lamenta, ha i suoi dolori, è molto severo con il figlio, ma cerca di dare buoni consigli, invita alla calma, rivendica la propria, sofferta, esperienza.
I media tradizionali: carta stampata
Nei tempi della grande gloria di consulenti e web design, conosciuti con il nome di new economy, si predicava il verbo della “fine della carta”. Con massimo trionfo di ambientalisti e più che degni sostenitori della parsimonia, tutto era “paperless”: l’azienda, ogni ufficio, i processi aziendali e gli archivi bibliotecari, l’amministrazione pubblica (ancora ci prova), ecc. Allo stesso modo l’editoria era paperless anzi, era in crisi. Il libro, retaggio di una cultura pre-postmoderna, era il primo a cui suonare il requiem (si attendevano i giorni per darne l’annuncio, allora). E così tutta l’industria della carta stampata sarebbe iniziata a crollare. Nascevano l’e-commerce, l’e-book, l’e-learning, come oggetti e processi interamente sostitutivi degli oggetti e processi cosiddetti “tradizionali” (legati ad usanze desuete).
A quel tempo si nutrivano forti scetticismi sulla sopravvivenza dell’informazione a mezzo stampa e, soprattutto, su quella dei quotidiani. Era il tempo di un altro, immenso, intramontabile totem: il portale d’accesso ai servizi personalizzati, il my-portal. Perché, si diceva, dovrei scomodarmi ad acquistare oggetti deperibili e di immediato consumo quando “con un semplice click” posso avere tutto ciò che m’interessa e mi serve in casa?
Quindi, il germe della decadenza del quotidiano era già stato diffuso prima dell’avvento del blog. La sola ed unica via di salvezza era il passaggio all’online. A breve tutte le testate, grandi e piccole, avevano il proprio spazio web, più o meno curato ed utile, tramite il quale, prima o poi, avrebbero, si diceva, offerto servizi personalizzati “one-to-one” ai propri utenti-clienti. Col tempo qualche testata lo ha fatto, qualche altra ha creato una edizione sensibilmente differente, altre ancora semplicemente non hanno fatto un bel niente.
Di fatto la presenza su web dei quotidiani non ha invertito una tendenza già in atto di forte difficoltà da parte del settore (il fenomeno dei giornali con gadget allegati era già diffuso prima della new economy). Così come, forse, non l’ha accelerata di molto. Le redazioni più grandi e note sfruttano giornalisti precari e sottopagati e aumentano la quantità di informazioni per allargare il “bacino d’utenza”, quelli più piccole o di settore restano in crisi e si rivolgono alla politica dell’abbonamento per cercare di avere flussi di cassa ragionevolmente stabili. In generale i giovani giornalisti free-lance non affermati guadagnano poco, le edizioni cartacee sono sempre in edicola e i grandi gruppi editoriali ed industriali sono sempre (più) pronti a “capitalizzare” testate autorevoli che gravano in condizioni disastrose (sul tema, un interessante articolo su Le Monde Diplomatique: “Media in crisi”). Tutto sommato il ruolo della carta stampata non è secondario, se la disponibilità all’acquisto è sempre alta (il payback in termini di influenza “mediatica” non deve poi essere così male).
I blog: due presupposti fondativi
Il grande clamore (ideologico) generato dai blog sembra basarsi su due presupposti imprescindibili: il primo di carattere epistemologico, il secondo democratico.
Innanzi tutto la grande spinta dei blog, diciamo la “marcia in più″ che si rivendica, è legata all’assunto relativistico per cui aumentando i punti di vista soggettivi ci si avvicina alla verità “oggettiva”. In questo senso lo strumento è assolutamente predisposto a fare breccia nei cuori di molti e ad essere osannato dai nuovi guru mediatici come accesso alla “nuda verità“. Diciamo così: al “fatto puro”.
Il secondo aspetto a ha che fare con una forte tendenza (tra l’altro bi-partisan) in atto in questi ultimi anni: l’esasperazione del concetto di “partecipazione democratica” e la glorificazione delle modalità di “partecipazione diretta”. Il trend è riscontrabile a vari livelli: dalla partecipazione alle decisioni di natura pubblica (dalla querelle sulla sussidiarietà orizzontale in Italia ai bilanci partecipativi sempre più invocati), alla partecipazione diretta alla rappresentazione dei fatti (nei blog, appunto), all’enfasi sui sondaggi, ai televoti, ecc.
Entrambi i presupposti, in questo senso, non sono limitati all’ambito giornalistico, ma appunto si estendono a diversi ambiti dell’agire umano, fino ad apparire tratti caratterizzanti della post-modernità in cui viviamo. In sostanza stiamo vivendo una crisi del modello di democrazia rappresentativa che aveva caratterizzato l’idea (e la prassi) di società civile e democratica che abbiamo ereditato, per spostarci lentamente verso terre (per ora) ancora poco esplorate. In questo senso la recente esplosione di nuovi strumenti tecnologici fornisce suggestioni molto forti in direzione di un accesso diretto alla realtà “vera” (sia essa inerente scelte politiche, commenti su fatti di attualità, informazioni culturali, o altro) garantita (paradossalmente) dall’accesso a strumenti “virtuali” di comunicazione.
Che fare?
Più che una disputa tra “strumenti”, siamo in piena disputa ideologica: da una parte la partecipazione diretta ai processi di costruzione della realtà (in cerca di una visione oggettiva), dall’altra la rivendicazione di autonomie e scelte editoriali che (seppure esplicitamente parziali, talvolta all’eccesso) garantiscano la possibilità di una visione meditata dei fatti.
Questo scontro, dato l’alto valore ideologico che comporta, può per altro velocemente scivolare dal piano prettamente tecnico a quello etico, per cui gruppi di blogger particolarmente incisivi assalgono impauriti giornalisti rei di mistificazioni (talvolta confesse, talvolta presunte) dei fatti — sul tema uno stimolante articolo sul New York Times: “I blogger fanno sentire il loro potere”.
In questo contesto è spesso facile scadere in diatribe unilaterali, dove ciascuno recita la parte del “buono contro il cattivo”. Parte che, in quanto unilaterale, raramente rispecchia a pieno le dinamiche effettivamente in atto.
Del resto sempre più affiora come, per la carta stampata quanto per i blog, il punto in questione sia la comunità (le comunità) di riferimento per gli strumenti informativi: “Chi compone la redazione?” “Chi esprime i propri commenti?” “Chi vi partecipa passivamente?”. Un prodotto editoriale di qualità (dove la qualità sta nell’onestà intellettuale dei partecipanti) non deve per forza sposare uno strumento, anzi può evolversi in forme differenti a seconda delle esigenze e delle caratteristiche delle proprie comunità di riferimento.
Che fare? Forse una risposta (come spesso accade) si ritrova tra le (numerose) righe dei (numerosi) volumi di Manuel Castells. Abbandoniamo McLuhan: nell’età dell’informazione “il messaggio è il messaggio”! www.politicaonline.it/
Ciampi è ancora un buon economista...
"Il problema è di debolezza non tanto nella domanda interna, quanto della competitività dell'offerta interna, cioè della stentata crescita della produttività delle nostre imprese e dell'intero sistema Italia"
Questa del Presidente non è una frase banale. La si confronti con le barzellette raccontate qualche giorno fa dal Berlusca sulla ricchezza (nominale) degli italiani..... Per chi si diletta a tempo perso di buone letture economiche consiglio questa.
In 5 anni il nostro tasso di cambio reale con la Germania si è apprezzato del 20%. I tedeschi hanno contenuto brillantemente il dollaro in caduta libera. Noi no. Noi arranchiamo.....
Come hanno fatto? Con la produttività cresciuta. Che significa produttività? Lavorare anche alla notte? No. Significa investire, significa avere capitali messi dentro aziende e organizzazioni che si rinnovano e che funzionano, che crescono, sistemi umani e tecnologici che generano nuovo valore aggiunto, quindi altri investimenti, quindi redditi, quindi risparmi e quindi altri capitali da investire...
Quanti di questi capitali ne hanno attratti i tedeschi dall'Europa e dal Mondo per finanziare la loro decisa crescita di produttività e capacità esportativa, sfruttando un Euro che ha messo a terra persino il Franco svizzero? E come mai in Italia, (il chiodo fisso di Romano Prodi) i cinesi magari colonizzano Prato partendo dai sottoscala ma non c'è una joint venture italo-cinese sul tessile di alta qualità?
Come mai salvo Unicredito tutte le altre banche sono al più in stentato pareggio? Come mai in Asia non si trova più una banca italiana? Quanti risparmi italiani si traducono in effettivo valore aggiunto, produzione, ricerca, valore d'uso internazionale?
«E' importante, talvolta determinante per le nostre imprese, grandi e piccole, l’esistenza di un sistema bancario e finanziario solido, che sia presente in modo significativo anche oltre confine, capace di sostenere adeguatamente le iniziative imprenditoriali, vecchie e nuove, in Italia e all’estero»
Facciamo un esempio concreto. Prendiamo una Siemens, una grande azienda che cinque anni fa, come tutti i gruppi tedeschi, era piuttosto cara. Pianifica una nuova organizzazione per i sistemi di telecomunicazione, apre un processo produttivo nuovo (un po' europeo, un po' cinese...), e nuovi gruppi di ricerca. Il suo è un investimento credibile, e ha le dimensioni per emettere titoli finanziari in Euro puntualmente remunerati. La Commerzbank lavora con lei alla pari....l'investimento ritorna, i subfornitori europei avviano iniziative analoghe....
La Tafazzi & C di Rogoredo può fare altrettanto? Ha la stessa forza di mercato, di ricerca, di produzione, di credibilità, di indipendenza dalle banche? Qui sta arrivando il vero limite del sistema Italia. Mentre i big italioti di un tempo, con le loro scatole azionarie a cascata, sono quasi tutti oggi ben rinserrati in settori protetti....e non investono più un euro in venture capital o in ricerca e sviluppo...
E' questo circuito che in Italia non ha funzionato negli ultimi 5 anni e che non funziona. Non può funzionare in un'era senza più comode svalutazioni. Le imprese restano piccole, le banche non fanno capitalismo produttivo, si investe troppo poco in produttività. Tutto è rinserrato, tutto o quasi è in difesa. Non nascono nuove imprese. Chi può approfitta delle proprie situazioni di micro-monopolio (o di macro-monopolio). L'Euro è occasione speculativa. E il sistema diventa sempre più caro (ormai qui a Milano siamo al raddoppio secco del costo della vita sull'era pre-Euro...), sempre più fuori mercato. Sempre più sfiduciato.
Questo circolo vizioso va rotto. I casi sono due: o una serie di iniziative straordinarie pubbliche, per aprire i colli di bottiglia. Per indurre le aree sistema a diventare, per esempio, imprese-sistema adulte e quotate in Borsa.....
«è indispensabile che il forte individualismo dei nostri imprenditori si arricchisca della capacitá di "fare squadra", presentandosi insieme su mercati talvolta difficili per le loro dimensioni o per le loro particolaritá istituzionali».
Oppure il cambio di classe dirigente, con una piena apertura del sottosistema protetto. Con tutto quello che implica, nel bene e nel male...
Altro che i pannicelli caldi sulla competitività che il governicchio dei finti sgravi fiscali sta studiando e ristudiando da mesi.....caravita.biz
La Rai taglia le gambe ad un altro giornalista scomodo
REDAZIONE
Un altro giornalista della Rai scomodo al potere è stato allontanato dal suo incarico. Lo denunciano praticamente all'unisono le opposizioni, i sindacati di categoria e i comitati di redazione di Tg1, Tg2, Tg3 e del Gr. Si tratta di Enrico Rotondi, esperto di cronaca giudiziaria che ha seguito per anni anche i processi milanesi del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e di altri parlamentari della Maggioranza.
Numerosi esponenti del centrosinistra hanno scritto ieri un comunicato nel quale l'episodio viene definito "gravissimo, una vicenda che se confermata assume contorni inquietanti e suscita non pochi interrogativi sullo stato di militarizzazione del servizio pubblico messo in atto dalla maggioranza".
Non appena diffusa la notizia, i giornalisti della tv di Stato hanno subito voluto rivolgere la propria solidarietà al collega.
"Il siluramento del collega Rotondi, che per anni ha seguito la cronaca giudiziaria di Milano e anche il processo Imi-Sir, è ingiusto e immotivato - si legge in una nota - purtroppo il caso di Milano non è isolato. Sempre più spesso in Rai si emarginano i giornalisti che non rispondono a delle logiche che nulla hanno a che fare con la professione e l'indipendenza di giudizio".
Parole di fuoco sono state pronunciate anche dal segretario dell'Usigrai Roberto Natale, che ha puntato il dito contro il vertice aziendale, che con la sua "faziosità sta sporcando ogni giorno di più l'immagine della Rai".
"La redazione Rai di Milano ha appreso che è stato di fatto esautorato uno dei due cronisti che in questi anni hanno seguito con grande equilibrio e rigore professionale il processo Imi-Sir - ha dichiarato - proprio questa sembra essere l'imputazione a suo carico: un'informazione talmente aderente alla realtà dei fatti da richiedere la sua sostituzione con un collega appositamente distaccato da Roma per fornire i contributi al Tg1 e al Tg2".www.centomovimenti.com/
L’orologio del Cavaliere
MICHELE NIGRA
La città di Ginevra, nel corso della sua storia, è sempre stata un luogo importante per lo scambio di idee e merci. A ben vedere, questa vocazione è solo in apparenza duplice, perché nei bei palazzi che si affacciano sul lago Lemano si è in prevalenza dato vita a un pensiero scientifico e politico, un sapere orientato allo sviluppo economico. L’arte non è quasi mai stata la benvenuta a Ginevra, basti ricordare la messa al bando della musica, avvenuta nella seconda metà del ‘500 ad opera di Calvino: l’unica forma lecita di canto erano i Salmi, da intonarsi con voce grave. In tempi più recenti alcuni filantropi hanno fatto nascere qui la Croce Rossa, ma è altrettanto vero che la città ospita la sede del WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Non vi è dubbio che Ginevra rappresenta, per le innumerevoli storie di successo che la abitano, un luogo simbolo della cultura d’impresa, un mito a cui riferirsi quando si parla di denaro e del suo accrescimento.
Tra le tante success stories una è degna di menzione, non tanto per pubblicizzarla ma perché è pertinente a questo articolo. Si tratta dell’avventura iniziata nel 1755 da Jean-Marc Vacheron che, esattamente duecentocinquanta anni orsono, iniziò a produrre orologi di pregio. Oggi la ditta Vacheron Constantin è, nel suo comparto, la più antica al mondo e attira una clientela composta da magnati, banchieri, sceicchi e politici. Le ragioni del successo dell’azienda vanno ricercate non solo nella reputazione che godono i suoi orologi, ma anche nelle sensazioni che evocano in chi li indossa: aver raggiunto il vertice, appartenere ad un’élite.
Questa tesi è avvalorata da un articolo comparso nell’edizione russa di Newsweek e ripreso dal quotidiano moscovita Pravda nella sua versione online in inglese.
L’articolo riferisce sulle preferenze in tema di orologi di alcuni nomi di spicco della politica. Accanto a Putin e Bush figura anche il Presidente del Consiglio italiano, così scopriamo che quest’ultimo esibisce l’orologio più costoso tra i politici oggetto dell’inchiesta, un Vacheron Constantin del valore esorbitante di 540.000 $, circa 413.000 Euro.
La notizia non è tra quelle che passano inosservate senza lasciare traccia nel lettore. Superato un primo momento di stupore, in cui ci si chiede se la cifra è reale o frutto di un refuso, emergono alcune considerazioni. Iniziamo col definire un comportamento lecito: qualsiasi anonimo miliardario può recarsi a Ginevra e spendere ingenti somme in oggetti di lusso, se ciò rientra nelle sue disponibilità. Si tratta di un fatto inerente alla sfera privata, ognuno è libero di sperperare il proprio denaro come meglio crede, ma che dire se il miliardario in questione perde il suo anonimato, se una luce d’improvviso gli illumina il volto e ne svela l’identità? A questo punto i passanti lo riconoscono, il suo nome passa di bocca in bocca: quell’uomo ricopre un’alta carica istituzionale, dovrebbe occuparsi della res publica, del bene della collettività, dovrebbe garantire giustizia ed equità. Dice la gente: non ci piace vedere un premier che mostra poco rispetto per chi fatica ad arrivare alla fine del mese, ogni ostentazione sfrontata di ricchezza è per noi come un insulto.
Nel nostro paese molte persone possono, a pieno titolo, ripetere queste parole. Ad esempio, non avrebbero alcuna difficoltà a farlo coloro che nel 2004 hanno contratto
debiti per 40 miliardi di Euro, una cifra superiore del 14% rispetto ai crediti al consumo erogati l’anno prima. Anche quelli in cerca di un’occupazione, l’8,6% della popolazione attiva, fanno fatica a concepire un orologio che vale come un’intera vita
di lavoro.
Se non fosse un altro discorso, verrebbe voglia di liquidare questo fastidioso oggetto
come avviene nel film Easy Rider: Peter Fonda, prima di partire per un viaggio lungo le strade d’America, si sfila l’orologio dal polso e lo getta nella polvere. Ma, lo ripeto,
questo è un altro discorso.www.centomovimenti.com
Bush-Putin, il finto duello
A Bratislava i due leader fingono di discutere sulla democrazia in Russia. Ma senza accennare alla Cecenia. Posizioni immutate e finti accordi su Iran, nucleare, vendite di armi. Accordi veri sul petrolio: impegno comune ad aumentare le forniture energetiche russe all'America
ASTRIT DAKLI
Molto teatro, poca sostanza. O quantomeno poca sostanza nuova. È finito come si prevedeva il summit di Bratislava fra George Bush e Vladimir Putin, preceduto da un crescendo di voci che lo indicavano come «l'inizio di un nuovo gelo» e seguito da un codazzo di considerazioni sul sostanziale permanere immutato del «rapporto strategico» di collaborazione e, parallelamente, di tutti i punti di contrasto che esistevano prima. Per dirla con le parole di Putin, «la Russia e gli Stati uniti portano avanti un dialogo politico costruttivo e noi non vediamo alternative al progressivo rafforzamento dei rapporti tra i due paesi». Come poteva essere altrimenti? Bush ha tenuto a sottolineare, nella conferenza stampa congiunta conclusiva, di aver fatto presente al suo interlocutore «le mie preoccupazioni circa l'impegno della Russia nell'adempimento dei principi universali» che dovrebbero contraddistinguere le democrazie (per Bush, «supremazia del diritto, rispetto delle minoranze, una stampa libera e una credibile opposizione politica»). Putin da parte sua ha risposto che «la Russia ha già fatto la sua scelta a favore della democrazia» e che «ogni ritorno al totalitarismo... sarebbe impossibile».
La questione della democrazia in Russia - molto reale, ma in questa circostanza sollevata nei giorni scorsi in modo artificioso, a fini totalmente mediatici - è stata in effetti al centro della conferenza stampa congiunta conclusiva, ma certo non al centro della discussione «vera» tra i due leader: anche perché George Bush non ha molto da insegnare in materia e Putin lo sa benissimo. Tant'è che, di fronte ai giornalisti, il presidente americano ha detto - à la Berlusconi - che «il mio amico Vladimir mi ha confermato il suo impegno per la democrazia, e per me è quello che conta». Non una parola, come era ampiamente prevedibile, sul punto più delicato della questione «democrazia», cioè la Cecenia: e questo, nonostante la contemporanea condanna formale di Mosca, per la prima volta, da parte della Corte europea per i diritti dell'uomo (vedi in questa pagina) e le notizie su un nuovo piano di pace avanzato dai guerriglieri e consegnato a esponenti democratici russi.
Ma visto che Putin genericamente «si impegna per la democrazia» e che al suo interlocutore questo basta, il discorso è bell'e chiuso già in partenza. A poco vale quindi che Bush si sia tolto, prima del summit, il gusto di suscitare gli applausi della folla nella capitale slovacca - gli unici ricevuti durante il suo soggiorno nel vecchio continente - con un discorso tutto centrato sul prossimo, inevitabile «ritorno alla democrazia» di paesi rimasti ancora un po' indietro su questa strada come Bielorussia e Moldavia. Applausi per lui, e piccolo bagno di folla (a Bruxelles o a Mainz sarebbe stato impensabile): ma, anche a Bratislava, non senza qualche cartello di contestazione per la guerra in Iraq. Del resto, nelle stesse ore l'apprezzatissimo, coccolato e «democratico» governo filooccidentale dell'Ucraina annunciava il ritiro completo del contingente oggi in Iraq (1600 uomini).
E veniamo agli altri contenuti del summit. Sono stati annunciati accordi e documenti comuni su molte materie, ma spesso si tratta di formule ingannevoli: sul nucleare iraniano, per esempio, le posizioni restano immutate (e fortemente contrastanti), però c'è ora un documento in cui Putin si dice d'accordo con Bush sul fatto che Tehran (così come Pyongyang) «non deve avere armi nucleari» e un altro in cui Bush si dice d'accordo con Putin sul fatto che «la cooperazione con paesi terzi in materia di tecnologie nucleari deve continuare». Si è firmato un accordo che limita l'esportazione dei missili «a mano» come i famigerati Stinger americani (prodotti anche in Russia e noti come Strelets), considerati un'arma molto pericolosa in mano a guerriglieri e «terroristi»; ma Mosca ha anche confermato che venderà comunque alla Siria (con dispiacere sommo di Washington) dei missili quasi identici ma con dei supporti per essere montati su autoveicoli ed elicotteri.
C'è poi una parte fatta di annunci vari senza accordi o documenti concreti. C'è l'impegno americano a favorire la Russia nei negoziati bi- e multilaterali per l'ingresso nel Wto (che Mosca insegue da molti anni senza grande successo - e per la verità anche senza molta convinzione, data la struttura economica della Russia, ben diversa da quella cinese). E c'è infine - forse la cosa che più conta davvero - l'impegno bilaterale ad aumentare le forniture di petrolio russo agli Stati uniti e gli investimenti americani in Russia nel settore energetico - con reciproco vantaggio in questo caso, anche se con qualche rischio, alla luce del «caso Yukos». www.ilmanifesto.it/
I fasti del CMIM ( Coro Mediatico Indipendente Mondiale )
George W.Bush non sarà un'aquila, ma bisogna riconoscergli (a lui o ai suoi consiglieri, primo tra tutti Paul Wolfowitz) una notevole sagacia propagandistica. In meno di quindici giorni ha fatto credere al mondo intero (quello occidentale, l'unico che rientri, seppure a fatica, nel suo orizzonte) di avere vinto le elezioni irachene e di avere con-vinto gli alleati europei della sua buona disposizione verso di loro, dopo averli brutalmente schiaffeggiati nel corso del suo primo (si fa per dire) mandato presidenziale.
Infatti, con la consueta e completa acquiescenza, l'intero coro mediatico "indipendente" mondiale (CMIM) ha comunicato al pianeta, il 31 gennaio 2005, che in Iraq avevano votato 8 milioni e mezzo di iracheni, i quali, sfidando il terrorismo, erano andati alle urne per accogliere finalmente la democrazia portata loro dagli Stati Uniti d'America. Da quel momento, per il CMIM, la guerra irachena è dunque terminata, la mission è divenuta definitivamente accomplished e la democrazia è stata finalmente raggiunta in Iraq.
Col che si è potuto calare il sipario sui risultati delle elezioni, sul computo dei voti, sulle modalità con cui sarà formato il nuovo governo. Il tutto essendo nelle mani fidate del signor Negroponte e in quelle non meno fidate della Commissione Elettorale "indipendente", incaricata di presiedere alle celebrazioni solenni della vittoria contro il terrorismo dei sunniti e di Al Qaeda.
Si sarà notato, immagino, il continuo ricorso all'aggettivo "indipendente". Che mi fa sempre tornare in mente i tempi sovietici della "doppia verità". Cioè: quanto più si sentiva ripetere, in quella patria della libertà e della democrazia, determinate parole, tanto più, quasi automaticamente, i cittadini sovietici avevano imparato a capire che il loro significato vero era stato sostituito dal suo opposto. Per cui, per esempio, "fratellanza tra i popoli" significava odio inestinguibile; "democrazia" significava schiavitù, la "verità" era inequivocabilmente falsa e le "notizie" - come raccontava un aneddoto famoso - erano equivalenti alla più completa assenza d'informazione.
Ebbene la Commissione elettorale "indipendente" irachena è, più o meno la stessa cosa.
Ma Piero Fassino, insieme a quasi tutti i maggiori commentatori italiani, per esempio, sono passati disinvoltamente sopra questo dettaglio e hanno preso per buoni i dati di Allawi e di Bremer-Negroponte. E altrove in Europa, non parliamo degli Stati Uniti, si è fatta la stessa festa. Resta tutto da vedere, ora, in che modo gli Stati Uniti e i loro quisling iracheni riusciranno nell'intento di togliere agli sciiti del sud la vittoria elettorale che, per la parte che loro compete, hanno conquistato andando effettivamente a votare. Resta da vedere cosa succederà al nord, dove i curdi hanno preso in parola il grande padre americano, con la promessa che avrebbero ricevuto in cambio il petrolio di Kirkuk e una grande autonomia. Ma dove il grande padre americano aveva contemporaneamente promesso alla Turchia che non avrebbe permesso ai curdi di diventare entità autonoma nel nord dell'Iraq (perchè altrimenti i curdi in territorio turco si sarebbero attivati per ottenere la stessa cosa, e poi - visto che una ciliegia tira l'altra - avrebbero potuto pretendere di unificarsi con i curdi iracheni. Vedi un pò che guaio producono le ciliegie).
Resta tutto da vedere, infine, last but not least, come reagiranno i sunniti che, a Baghdad, Falluja, Ramada e in decine e decine di altre città e villaggi del centro iracheno, non sono affatto andati a votare e non paiono affatto entusiasti del grande trionfo democratico che tanto è piaciuto a Piero Fassino. E tenendo conto che i sunniti non sono noccioline: più o meno cinque milioni di persone, bene armate, bene organizzate. Una Svizzera in armi, dotata delle migliori batterie di kamikaze. Tant'è che, subito dopo il trionfo elettorale americano in Iraq, ecco che il governo italiano si è affrettato a intimare il ritiro di tutti i giornalisti italiani, per "l'assenza delle condizioni minime di sicurezza". Più o meno la stessa cosa stanno facendo tutti gli altri paesi, ben consapevoli che il controllo del territorio iracheno è confinato alla zona verde di Baghdad e poco più in là.
Ma che importa tutto questo? Il CMIM ha già definito quali saranno le informazioni che potranno raggiungere i lettori e i telespettatori dell'occidente e il resto sarà confinato nei rivoli informativi secondari, su internet: cioè non conterà quasi niente. Giuliana Sgrena è il simbolo di questo "nuovo ordine mondiale dell'informazione".
Il CMIM ha poi compiuto la seconda performance appena quindici giorni dopo, spiegando a tutti noi che tra l'America e l'Europa, tra Bush e Chirac, Bush e Schroeder, Bush e Zapatero, è finalmente tornato il sereno, tutto o quasi tutto è stato chiarito, la riconciliazione è avvenuta, la saldatura è stata fissata, le relazioni euro-atlantiche sono state rinsaldate, i problemi principali sono stati archiviati, le nubi si sono diradate, ecc.
Con il sott'inteso (qualche volta perfino esplicitato) che la guerra irachena è stata ormai archiviata. Cosa fatta capo ha, dicono a Napoli. Adesso bisogna istruire gl'iracheni, insegnargli come si fa un governo, come si amministra la giustizia, come si mantiene l'ordine pubblico, come si riparano i marciapiedi, come si raffina la benzina, come si commercia con l'occidente, come si eliminano i dazi all'entrata, come si mettono in piedi le filiali delle banche, come si privatizza l'etere e si fondano le libere televisioni, e così via occidentalizzando. Certo, c'è stata la guerra, qualche piccola distruzione è stata indispensabile, ma si converrà che è stata anche "creativa". E adesso, come possiamo negare agl'iracheni un aiuto per uscire dal disastro causato da decenni di dittatura sanguinaria?
Così , dietro questo sudario di sorrisi, di pacche sulle spalle, di riconciliazione euro-atlantica, ecco sparire d'incanto tutti i problemi che restano. Bush e Chirac si stringono la mano e ingiungono alla Siria di lasciare immediatamente il Libano. Ecco la Siria, capro espiatorio scelto non a caso dopo che l'ex primo ministro libanese Rafic Hariri è saltato in aria proprio al momento giusto. E l'intero CMIM è balzato sulle lingue delle fiamme dell'esplosione per denunciare la Siria di tutte le nequizie della regione. E a nessuno è venuto in mente che la prima a doversi dolere di quell'assassinio era proprio la Siria, cui quella morte proprio non serviva a nulla.
Anche l'ultimo, il più sprovveduto agente dei servizi segreti, il più scalcinato bombarolo, avrebbe capito che mettere una bomba sotto la macchina di Hariri sarebbe servito esclusivamente agli Stati Uniti. Ma tant'è, se dovessimo cercare un giornalista capace di fare due più due fa quattro, neanche la lanterna di Diogene potrebbe venirci in soccorso.
Dunque riconciliazione generale? Finchè non diventerà chiaro che l'Imperatore sta preparando la prossima guerra. Cosa che sta facendo con rapida efficacia, appunto verso la Siria, oppure verso l'Iran, che, a sua volta, attende con i suoi missili pronti a partire. Riconciliazione a tempo determinato, perchè l'Europa ha firmato Kyoto, mentre Washington non firmerà nulla che possa mettere a repentaglio i suoi interessi economici immediati, che si chiamano sviluppo indeterminato dei consumi. Che, a sua volta dilaterà ulteriormente il debito americano nei confronti del resto del mondo, che a sua volta indebolirà il dollaro, che si svaluterà nei confronti dell'euro, che significherà che l'Europa e il Giappone (ma non la Cina) si incaricheranno di pagare il conto della guerra irachena, e della prossima ventura.
Riconciliazione che salterà per aria domani, quando l'Europa metterà in pratica il suo impegno a ridurre le sovvenzioni ai propri agricoltori, perchè - seppure in ritardo e male - ha capito che la sua sicurezza dipenderà dal riequilibrio delle ricchezze mondiali e che è meglio per tutti se vi saranno contadini che possono vivere decentemente in Africa, Asia e America Latina, che avranno acqua potabile, strade e scuole. E gli Stati Uniti terranno duro mantenendo i sussidi ai propri farmers.
Riconciliazione che verrà messa a dura prova quando i bombardieri Usa (o israeliani) andranno a sganciare i loro cruise sugl'impianti atomici iraniani, e l'Europa si troverà di fronte al compito di spiegare ai suoi cittadini come mai il petrolio balzerà in alto, e sarà difficile fare il pieno di benzina, o addirittura riscaldare le scuole e gli ospedali e accendere i lampioni nelle strade.
Scenari fantastici? Sono quelli che si vedrebbero occhio nudo non appena noi potessimo far cadere i sudari bianchi innalzati quotidianamente dal CMIM.
Giulietto Chiesa www.megachip.info
Gli schiavi del pesce
In Ghana un’organizzazione ha riscattato 144 bambini nel lago Volta. Una di loro: “Mia madre mi ha venduta”
Rose Donkoah aveva appena undici anni, quando, un giorno di tre anni fa, un uomo si è presentato all’ingresso della capanna nel suo villaggio nei pressi del lago Volta, nel Ghana centro-settentrionale. "Portami da un tuo familiare", le ha detto l’uomo.
"Qualche minuto dopo – racconta Rose al telefono – mia madre si è avvicinata e mi ha detto che l’uomo mi aveva appena comprata. I soldi le servivano per pagare la retta scolastica di mia sorella maggiore. Avrei dovuto seguirlo, eseguendo ogni suo ordine e comportandomi bene. Non l’ho mai più rivista".
Finalmente liberi. La settimana scorsa gli operatori dell’International Organization for Migration (Iom) hanno riscattato e salvato 144 bambini-schiavi nella regione di Yegi, nei pressi del lago Volta.
Lavoravano a bordo di alcune imbarcazioni, al servizio di pescatori che li avevano comprati a loro volta dai trafficanti locali. Affamati e malati, di età compresa tra i tre e i quattordici anni, sono stati portati in un centro di assistenza, dove recupereranno le forze fisiche e psicologiche per tornare dalle rispettive famiglie. Rose è una di loro.
Venduta dalla madre. "Sono stata venduta a un pescatore, un certo Jones Mensah", continua. "Mi obbligava a lavorare dodici ore al giorno. Se rifiutavo, mi picchiava. Se non prendevo abbastanza pesce, mi picchiava. Usava un remo della barca, faceva un male insopportabile. Con me c’erano altri bambini. Ci dava da mangiare tre volte alla settimana, in genere la sera. Riempiva una scodella con del kanke (una brodaglia a base di miglio di cui si nutrono i poveri, ndt) e quello era il nostro pasto. La notte dormivo per terra, nella capanna degli attrezzi. E piangevo. Volevo tornare dalla mia famiglia".
La sua storia è simile a quella di molti altri bambini riscattati dal programma di recupero della Iom. L’organizzazione sostiene di averne già salvati più di 500 nel distretto di Yegi, dal dicembre del 2003. "Da queste parti un figlio è come una merce", dice Joseph Rispoli, un giovane operatore dello Iom che si occupa dei programmi di reintegro dei piccoli schiavi nella regione del lago Volta. "Vengono da famiglie dedite all’agricoltura, che spesso non hanno abbastanza soldi per mandare tutta la prole a scuola. Molti nuclei familiari sono composti da 10 o più bambini, essendo diffusa la poligamia. Così alcuni finiscono a lavorare nei campi, o peggio, vengono venduti ai trafficanti. Il commercio di bambini è un’attività molto redditizia".
Il lago degli schiavi. Ma quanto costa un bambino? E le famiglie sanno dove va a finire? "In genere le famiglie non ricevono più dell’equivalente di 40-50 dollari – continua Rispoli – e spesso credono che i loro piccoli stiano bene. La maggior parte di esse non ha idea delle condizioni abominevoli in cui vivono i propri figli. Quando li ritroviamo sono magrissimi, il loro corpo è pieno di lividi e fratture, a testimonianza delle percosse subite. Sembra assurdo, ma questi sono i più fortunati. Altri annegano dopo essere stati trascinati dalle correnti del lago, sfiniti per le intere giornate passate a pescare per i propri padroni. Quelli che sopravvivono alla fame e alle botte soffrono di forti problemi psicologici e psicosomatici. Hanno difficoltà a guardare negli occhi il loro interlocutore, forse per la sudditanza psicologica che hanno subito. Abbiamo condotto un’indagine per verificare se siano stati anche abusati sessualmente, ma è difficile capirlo. Sono restii a parlare di una violenza che da queste parti emargina ancora di più chi la subisce".
Ritorno a casa. Dopo aver passato uno o due mesi nel centro di accoglienza di Yegi, i piccoli schiavi del pesce vengono ricondotti dalle famiglie con una piccola cerimonia di riunificazione: devono stringere la mano agli assistenti sociali in segno di saluto e riabbracciare la propria madre. Ma alcuni di loro covano tanta rabbia o tristezza che le passano accanto a testa bassa e vanno a rintanarsi in un angolo.
Oppure è la stessa madre a non rivolere i figli indietro, giustificandosi dietro all’impossibilità di mantenerli. L’adozione sarebbe anche una soluzione e molte famiglie ricche della capitale, Accra, si sarebbero disponibili. Ma adottare un bambino in Ghana non significa necessariamente semplificargli la vita. Anzi, può marchiarlo a fuoco in una società in cui l’adozione è tutt’ora spesso stigmatizzata.
"Alla famiglia diamo abbastanza denaro per mantenere il bambino o la bambina per due anni, con la promessa che verranno mandati a scuola – dice l’operatore dello Iom – nella speranza di reintegrare i piccoli e dar loro un futuro".
Rose sogna di studiare la matematica e di fare l’insegnante: "Quando andavo a scuola mi piaceva molto fare i calcoli. Ma adesso ho solo voglia di rivedere mia madre".
Schiave di Dio. Come in molte aree povere dell’Africa e del mondo, la schiavitù infantile è una piaga sociale molto diffusa, specie nelle aree rurali. Ma paradossalmente nelle regioni centro-settentrionali del Ghana, uno dei paesi più ricchi del continente nero, questo problema assume connotati grotteschi, come spiega a PeaceReporter.net Jesse Sage, attivista dell’associazione statunitense I Abolish: “In Ghana ci sono due tipi di schiavitù. Quella dei bambini-pescatori nel Lago Volta è più recente, ed è legata alle difficoltà economiche in cui vigono le famiglie della zona. E poi c’è la cosiddetta Trokosi, diffusa soprattutto tra la popolazione Ewe (insieme agli Ashanti e ai Dagomba uno dei principali gruppi etnici del Paese, ndt). Questo tipo di schiavitù è più radicato nella tradizione e difficile da eliminare”.Diffusa soprattutto nel nord del Ghana, la Trokosi (in lingua Ewe ‘schiava di Dio’) è legata alla figura del sacerdote tradizionale, al quale viene affidata la figlia di una famiglia che si è macchiata di reati minori. Il periodo di "prigionia" può durare fino a cinque anni, durante i quali la ragazza o bambina deve sottostare a ogni genere di ordine e abuso. Se sopravvive, può essere riscattata dai familiari e tornare a casa.www.peacereporter.net
L’Iraq, la democrazia e l’uso della forza»
di ROMANO PRODI
dal Corriere -
Caro Direttore, domenica scorsa, alla vigilia dell'arrivo del presidente Bush a Bruxelles, ho scritto ed inviato al direttore di Repubblica un articolo che terminava con le parole «Welcome, Mr President».
Era un benvenuto che testimoniava la mia profonda soddisfazione per la decisione senza precedenti del presidente americano di incontrare in modo ufficiale le grandi istituzioni europee, Parlamento e Commissione. Ed era, al medesimo tempo, l'auspicio e la speranza che, a partire da questo pieno riconoscimento del ruolo dell'Ue, si fossero finalmente determinate le condizioni per un rilancio su nuove e solide basi del rapporto tra Stati Uniti ed Europa. A questo mio articolo, generosamente trascurando il fatto che fosse stato pubblicato su un quotidiano concorrente, il suo giornale ha dedicato due editoriali: uno scritto da Paolo Franchi, e uno, non meno autorevole, disegnato da Giannelli. Come sempre mi accade per gli interventi che portano le loro firme, li ho letti e meditati.
Con la penna e la matita, Franchi e Giannelli hanno sollevato e mi hanno posto due domande di fondo.
Quale filo corre tra il mio benvenuto di oggi al presidente Bush e l’invito da me rivolto ai cittadini romani nel giugno dello scorso anno di accogliere il presidente americano, allora in visita in Italia, esponendo le bandiere arcobaleno della pace? Tra le due prese di posizione, c’è continuità o, invece, si deve parlare di svolta? Questa, posta in modo come sempre straordinario da Giannelli con l’immagine di una bandiera della pace strappatami di mano da un vento impetuoso e da me sostituita con la bandiera americana, era la prima domanda. Una domanda pesante e che la tensione di questi giorni così carichi di angoscia per la sorte di Giuliana Sgrena rende ancor più impegnativa.
Ancor più rilevante era il secondo quesito.
Che si debba parlare di continuità o, al contrario, di svolta, qual è la linea di politica estera che ho in mente per l’Ulivo, per l’Unione, per l’Italia? A Franchi e Giannelli potrei dire che il programma comune dell’Unione e il contributo che ad esso verrà dall’Ulivo, che dell’Unione vuole essere un motore riformista, verranno definendosi nei prossimi mesi e che, quindi, il tempo per rispondere ai loro quesiti non è ancora arrivato.
Ma, dopo cinque anni trascorsi lavorando in Europa e per l’Europa e nel momento in cui mi preparo alla sfida elettorale del 2006 per conquistare alle forze democratiche riunite sotto il segno dell’Unione il diritto e la responsabilità di governare il Paese, non voglio replicare così. Le loro sono domande alle quali, dopo qualche giorno fatto volutamente trascorrere per una doverosa riflessione, sento di dovere dare risposta meditata.
Al primo quesito - svolta o continuità? -, posso, in tutta coscienza, rispondere che sono persuaso di avere mantenuto, sull’intera vicenda irachena, una linea del tutto coerente.
«Una guerra che non avrebbe mai dovuto essere iniziata». Così dissi, subito, a conflitto appena iniziato, e così la penso ancora oggi, dopo le elezioni in Iraq. Elezioni che ho sempre considerato una tappa essenziale nella costruzione di un Iraq libero e indipendente e per le quali mi sono personalmente speso, come presidente della Commissione europea, con l’obiettivo di inviare degli osservatori internazionali.
Per quanto questa forma di controllo, pur necessaria, si sia poi rivelata impossibile, non ho esitato un attimo a salutare il voto di milioni di donne e di uomini come un avvenimento che può aprire una nuova e promettente pagina nella storia dell’Iraq.
Ma questo non basta a farmi cambiare idea sulla guerra. Perché non di un’operazione di pace si è trattato, ma di guerra. Una guerra contro la quale si sono espressi tutti i popoli europei, e la maggioranza del Consiglio di sicurezza e dell’Assemblea generale dell’Onu, che mancava tanto di una valida giustificazione quanto di una difendibile legittimità internazionale e che ha lasciato e continua a lasciare una lunga scia di morte e di dolore.
Angelo Panebianco scrive che, dopo le elezioni in Iraq, le affermazioni del tipo «la democrazia non si esporta con la guerra» sono passate di moda. Pur apprezzando il giudizio positivo da lui espresso sul mio benvenuto al presidente Bush, debbo dire con nettezza che non sono d’accordo con il mio vecchio amico e collega. A dargli, fortunatamente, torto è la storia tutt’intera dell’Europa unita. Dal primo riunirsi dei sei Paesi fondatori sino al recentissimo e non ancora concluso allargamento ad est che estenderà e garantirà a mezzo miliardo di persone un’area di pace, di sicurezza e di libertà, la recente storia europea è una straordinaria esperienza di esportazione pacifica della democrazia.
Non è un caso che alla nostra Unione Europea guardino, come ad un possibile approdo finale nel cammino verso la democrazia o più semplicemente come ad un affascinante modello politico ed istituzionale, Paesi ai confini dell’Europa come l’Ucraina o la Georgia o Paesi più lontani come le nazioni dell’Unione Africana.
Sulla guerra in Iraq non ho, dunque, cambiato idea. Ma non è in questi termini ristretti che va posto il problema che è, oggi, piuttosto, il problema della violenza di massa alla quale, in assenza di un’organizzazione statuale in grado di controllare il territorio e di garantire la sicurezza, è tuttora esposta la popolazione irachena. Una violenza nella quale trovano spazio e alimento i terrorismi di ogni tipo.
In queste condizioni, la protezione delle popolazioni e, soprattutto, la ricostruzione materiale ed istituzionale dell’Iraq, richiedono l’impegno e l’intervento della comunità internazionale. Un impegno e un intervento che, pur necessariamente prevedendo una componente di forza sino al momento nel quale il nuovo Stato iracheno potrà interamente ed autonomamente assicurare la sicurezza dei propri cittadini e degli stranieri presenti sul suo territorio (e il pensiero corre di nuovo a Giuliana Sgrena), deve avere un carattere essenzialmente umanitario e multinazionale e avvenire sotto l’autorità delle Nazioni Unite.
Questo è il quadro che ci troviamo davanti e questa è la strada sulla quale dobbiamo cercare di procedere per aiutare a costruire un nuovo Iraq, libero, democratico e pacifico. Una strada che, dopo le elezioni, si è fatta un poco più larga ma sulla quale, come in qualsiasi viaggio bene organizzato, non si potrà utilmente procedere senza la definizione di un chiaro calendario che si ponga l’obiettivo finale del passaggio di tutte le responsabilità civili e militari al nuovo Stato iracheno e che, pertanto, tra le tappe da mettere progressivamente in sequenza, preveda obbligatoriamente anche quella del ritiro delle truppe.
La convocazione di una conferenza internazionale di pace, a più riprese invocata e invano suggerita al governo da noi, opposizione italiana, ed ora formalmente proposta da Europa e Stati Uniti, costituisce il foro più appropriato per definire questo percorso.
Questa, dunque, è la mia posizione.
Non sono cieco alle novità sul territorio mediorientale: il voto e la prossima formazione di un nuovo governo in Iraq (anche se non mancano le preoccupazioni per il futuro assetto del Paese), i nuovi spiragli di dialogo che si aprono tra israeliani e palestinesi ora che entrambe le parti si sono date nuovi governi.
E non sono cieco di fronte alla novità, sostanzialmente confermata negli incontri e nei colloqui di Bruxelles tra il presidente Bush e i rappresentanti europei, di una politica estera americana che finalmente riconosce nell’Unione Europea un protagonista della politica mondiale.
Colgo i segni del cambiamento ma non per questo rinuncio alle mie convinzioni profonde: la scelta europea, l’amicizia su un piano di pari dignità con gli Stati Uniti d’America e, prima di tutto e sopra tutto, la pace.
La pace è l’obiettivo di fondo di quella che io vedo come la politica estera per l’Italia. Non abbiamo bisogno di inventare cose nuove. Per trovare la nostra stella polare, ci basta restare fedeli alla nostra Costituzione. Leggiamolo tutto intero, l’articolo 11 della nostra carta costituzionale. «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». In quelle parole scritte dai nostri padri costituenti c’è già tutto ciò che ci serve per orientare, ancor oggi, le nostre scelte.
C’è il rifiuto, fermo e assoluto, della guerra in nome del rispetto dovuto alla libertà di ciascun popolo e, dunque, alla persona come valore supremo da tutelare.
C’è, su un piano di assoluta parità di valori, il richiamo alla pace e alla giustizia come obiettivo e valori fondanti delle relazioni fra le nazioni.
C’è, in nome di questi stessi valori di pace e giustizia e purché avvenga su un piano di parità, il richiamo alle organizzazioni internazionali: l’Unione Europea come nostra casa naturale e prima garanzia del nostro futuro, l’Alleanza atlantica come strumento di quel patto tra Europa e America senza il quale pace e sicurezza nel mondo sono destinate a restare parole vuote, le Nazioni Unite come motore e supremo garante dell’ordine e della legalità internazionali.
Non si tratta di indicazioni generiche. Non è generica l’indicazione che la guerra, ogni guerra portata contro un altro popolo o un altro Stato, è bandita come illegittima e immorale. Non è generica l’indicazione che ci si debba concretamente impegnare per ridurre l’iniquità nell’accesso alle ricchezze tra le nazioni del mondo e per difendere l’ambiente. Non è generica l’indicazione che le controversie internazionali devono essere risolte ricorrendo agli strumenti della politica. Non è, infine, per nulla generica l’indicazione, pure essa limpidamente deducibile dal dettato costituzionale, che l’uso della forza è consentito solo e soltanto quando esso è indispensabile per portare pace e giustizia e quando è approvato dalla comunità internazionale.
Rispetto a quest’ultimo punto, decisamente il più delicato, già un anno fa, nel decimo anniversario del genocidio ruandese e proprio sul Corriere della Sera , ribadito che l’Onu è, nella quasi generalità dei casi, l’unica istituzione dalla quale può legittimamente derivare l’approvazione della comunità internazionale, non mi sono sottratto all’onere di indicare in quali casi un intervento armato potrebbe essere considerato giustificato.
«Quanto alla sostanza - scrivevo un anno fa -, l’uso della forza potrebbe e dovrebbe essere ammesso solo in quei casi in cui essa servisse a proteggere delle popolazioni: uomini, donne, famiglie, bambini, anziani. Stiamo, dunque, parlando dei casi, e solo dei casi nei quali si tratti di offrire protezione da atti di genocidio, da una guerra civile, dall’aggressione ad uno Stato sovrano, da atti di terrorismo. In nessun modo si dovrebbe accettare come giustificato l’uso della forza qualora esso dovesse servire a risolvere una controversia internazionale o a determinare un cambio di regime in un altro Stato. Affinché il termine protezione conservi un significato autentico, si dovrebbe, peraltro, ammettere che questi tipi di interventi possano essere attuati, quando indispensabile, anche in forma preventiva. Contrasterebbe, infatti, con ogni elementare regola di coscienza una regola che imponesse di attendere che il genocidio fosse in atto per muoversi a protezione delle popolazioni interessate».
Non erano parole scritte a caso. Da esse, guardando ai casi degli anni più recenti, discendeva l’approvazione degli interventi nel Kosovo (per proteggere le popolazioni locali delle violenze dei serbi), a Timor Est, in Albania e, con minore fortuna, in Somalia (per fare fronte al caos generato dal disfacimento di uno Stato), nel Kuwait (per difenderlo dall’invasione da parte dell’Iraq), in Afghanistan (per contrastare il terrorismo) e in Macedonia (per evitare lo scoppio di una guerra civile).
Da quelle medesime parole, che imporrebbero oggi un immediato intervento nel Darfur per prevenire disastri ancora più terribili, derivava pure l’ammissione della colpa per non essere intervenuti in Bosnia, dove la comunità internazionale si mosse solo dopo il massacro di Srebrenica, e in Rwanda, dove poche migliaia di soldati avrebbero probabilmente evitato orrori talmente disumani da spingere, poi, alla costituzione del Tribunale penale internazionale.
Non ho, infine, quasi bisogno di aggiungere che già allora, sulla base degli stessi principi applicati agli altri casi, consideravo l’intervento in Iraq privo non solo di legittimità in quanto non approvato dall’Onu né dalla maggior parte della comunità internazionale, ma anche ingiustificato. Mentre giudicavo che, posta fine all’occupazione, avrebbero potuto esistere tutte le condizioni di un intervento umanitario.
Con questo, il cerchio partito dall’Iraq si chiude. Più che di tornare sulla vicenda irachena, tuttavia, ciò che mi premeva era offrire un possibile e coerente quadro di assieme per la politica estera italiana.
A questo stadio, si tratta niente di più che del mio personale contributo. Coltivo, tuttavia, la speranza che, lungo una linea e un cammino come quello che ho indicato, si possano ritrovare tutti coloro, partiti, associazioni, movimenti e cittadini che partecipano e si riconoscono nel progetto dell’Unione e che, come dice la nostra Costituzione, vogliono lavorare per un mondo di pace e di giustizia.
Romano Prodi
leader dell’Unione
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• Prodi: Cosa chiede l'Europa al presidente Bush
• Franchi - L’intervento di Prodi sui rapporti tra l’Europa e Stati Uniti: Non sarò il vostro Prodinotti
Ds Milano - Rassegna stampa
QUASI CINQUECENTO LE VITTIME DI FREDDO E MALTEMPO
General, Brief
Sono salite a 478 le vittime del freddo e del maltempo che da settimane imperversa in Afghanistan. Lo ha riferito il ministro della Sanità, Amin Fatimie, sottolineando che è impossibile per il momento fornire un bilancio ufficiale e definitivo dei morti. Fatimie ha spiegato che, dei deceduti, almeno 214 sono bambini, spirati per malattie causate dalle temperature estremamente rigide, in particolare per infezioni alle vie respiratorie e tosse canina. Il ministro ha aggiunto che, soltanto nelle ultime 24 ore, sono arrivati negli ospedali di Kabul, la capitale, circa 400 minori e 69 sono stati ricoverati, mentre tre sono morti. Molto colpita dal gelo e dalla neve è anche la provincia di Ghor dove, secondo le stime ufficiali fornite dal vice governatore provinciale, Ikramuddin Rezaie, sono morte almeno 192 persone, di cui 90 bambini, per malattie, malnutrizione e valanghe. La scorsa settimana il governo aveva annunciato che almeno 162 afgani avevano perso la vita a causa delle rigide temperature, ma varie organizzazioni umanitarie avevano subito replicato che il numero reale poteva essere molto superiore. Di fatto la neve ha isolato numerosi villaggi lontani dalle principali arterie stradali perciò è estremamente difficile sia fornire aiuti ai locali sia contare gli eventuali decessi.
[LM]
www.misna.org/
Fondi neri Mediaset ecco le carte contro Berlusconi
LUCA FAZZO e MARCO MENSURATI
A PAGINA 15
la Repubblica - 25 febbraio 2005
LE TAPPE
Tra le carte della Procura milanese un grafico sugli impressionanti intrecci con il "comparto riservato" dell´azienda di Berlusconi
Mediaset, in 31 cd la verità dei pm
"Scatole cinesi, frodi fiscali, falso in bilancio per i diritti tv"
Tra i documenti ci sarebbero le prove che le società off-shore erano di Marina e Pier Silvio
I magistrati parlano di una evasione del premier di 126 miliardi in cinque anni
LUCA FAZZO, MARCO MENSURATI
MILANO - Silvio Berlusconi sapeva tutto, dice la Procura di Milano. Sapeva tutto dei trucchi con cui venivano gonfiati i prezzi dei diritti tv, e centinaia di milioni venivano sottratti alle casse di Fininvest prima e di Mediaset poi. E sapeva tutto della rete di società offshore grazie a cui i proventi dell´affare venivano consegnati nelle mani dei suoi due figli maggiori, Piersilvio e Marina. Trentuno cd rom consegnati ieri ai difensori del presidente del Consiglio racchiudono il riassunto dell´indagine per appropriazione indebita, frode fiscale e falso in bilancio condotta dai pm milanesi Alfredo Robledo e Fabio De Pasquale. Ci vorranno giorni ai difensori per leggerli tutti. Ma bastano poche ore per capire di essere davanti a un quadro impressionante.
La parte decisiva è costituita dalle testimonianze, dalle rogatorie e soprattutto dalla relazione conclusiva che la Procura ha affidato agli analisti della Kpmg. Lo schema grafico in cui Kpmg ha ricostruito gli intrecci tra le società del gruppo Mediaset e quelle del «comparto riservato» farebbe venire l´emicrania anche a uno specialista di scatole cinesi. È il riassunto di come nel corso di dieci anni siano state create dagli specialisti di Berlusconi società ombra che rilevavano dalle otto major di Hollywood i diritti televisivi e li rivendevano a Mediaset al termine di una serie di intermediazioni utili solo a farne lievitare il prezzo.
Ma dentro i 31 cd rom c´è praticamente di tutto. Ci sono le copie degli accordi segreti che certificano - come nella fotocopia riprodotta in questa pagina - che le società off shore in cui finivano i soldi Mediaset erano di proprietà di Pier Silvio e Marina; ci sono i vari progetti di Mills, il «grande architetto» legale incaricato da Berlusconi; ci sono gli elenchi dei titoli dei film comprati da società ombra della famiglia Berlusconi e rivenduti a prezzi esorbitanti al Biscione (tra questi, tanto per fare un esempio, tre film di Maciste degli anni ?50 ceduti per oltre un milione di euro); ci sono infine le testimonianze di dipendenti, di manager Mediaset e del mondo del cinema, e delle loro segretarie. Come ad esempio quella di Silvia Cavanna, segretaria personale di Carlo Bernasconi, presidente di Medusa, che racconta di come, sotto l´avanzare dell´inchiesta giudiziaria, le vennero ripuliti i computer dai vertici di tutto quello che poteva costituire una prova e di come allo camion carichi di carte portarono dalla Svizzera in Lussemburgo tutti i documenti scottanti.
Una montagna di materiale, insomma, da cui emerge in maniera netta il meccanismo di quella che ha tutte le caratteristiche di una gigantesca truffa: in primo luogo ai danni del fisco italiano, cui Berlusconi in cinque anni secondo i calcoli degli investigatori avrebbe sottratto almeno 126 miliardi di lire. Il tutto finiva nelle due compagnie possedute dai figli di Berlusconi attraverso gli ormai famosi trust creati dall´avvocato londinese David Mills. Mentre a Los Angeles la mente dell´operazione era un personaggio un po´ misterioso, assai poco amato in Fininvest ma dal potere inattaccabile: Daniele Lorenzano, uomo di fiducia di Silvio Berlusconi a cui - dice più di un testimone - rispondeva direttamente.
Nelle pagine depositate dai pm milanesi si legge però anche una storia parallela, che è quella di una indagine condotta tra mille difficoltà. Una su tutte: l´evidente ostruzionismo del ministero della Giustizia. Durante l´inchiesta suscitò molto scalpore la polemica tra la procura e via Arenula quando il ministero bloccò le rogatorie in corso in Svizzera. Dalla lettura degli atti si apprende oggi che lo stesso schema si è ripetuto in occasione di altre rogatorie. In particolare il ministro Castelli e il suo staff si sono a lungo rifiutati di inoltrare alle Bahamas la richiesta di rogatoria che, alla fine, ha permesso ai magistrati di scoprire buona parte dei flussi finanziari.
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IL VERBALE
La testimonianza di Cavanna, segretaria del presidente di Medusa , per 15 anni in Fininvest
"Dopo le prime indagini
i computer furono ripuliti"
"Bernasconi tornava da Arcore e mi diceva: Silvia, picchia duro con i prezzi"
MILANO - «Carlo Bernasconi tornava da queste riunioni ad Arcore e mi diceva: Silvia, picchia duro coi prezzi». È da una segretaria, una fedele segretaria rimasta in Fininvest per quindici anni, che vengono le accuse più esplicite sul sistema illecito organizzato dal gruppo di Berlusconi per sottrarre centinaia di milioni di euro alle casse aziendali, gonfiando a dismisura i costi dei film acquistati dalle reti del Biscione. Silvia Cavanna, segretaria di Carlo Bernasconi, il presidente della Medusa film morto nel 2001, viene interrogata dai pm nel maggio 2003.
«Sin dagli inizi degli anni Ottanta all´interno di un ristretto gruppo di persone di cui facevano parte Berruti (oggi deputato di Fi, ndr), la Camaggi e Bernasconi si cominciò ad impostare una struttura di società estere in paradisi fiscali (...) Bernasconi ideò una tecnica di spezzettamento del contratto iniziale, il master, in più contratti parziali, poteva capitare dunque che il master prevedesse un costo di 100 e i vari subcontratti in cui veniva spezzettato arrivassero tutti insieme ad avere un costo molto superiore (...) il prezzo indicatomi da Bernasconi per il singolo acquisto era tale che il costo complessivo finale era sempre superiore a quello originariamente pagato dal gruppo. I maggiori aumenti si verificavano per i prodotti che costavano meno all´origine, intendo dire telenovelas, vecchi film di repertorio, per questi film il costo iniziale poteva essere aumentato anche più del doppio. Queste modalità sono state normalmente praticate sin dal 1981 senza soluzione di continuità»
Lei ricorda che Bernasconi abbia dato queste indicazioni anche immediatamente dopo riunioni ad Arcore cui aveva partecipato? «Certamente in alcuni casi io ricordo che Bernasconi tornava da queste riunioni ad Arcore e mi diceva "Silvia picchia duro coi prezzi" riferendosi all´aumento dei costi».
Berlusconi si occupava della materia dei diritti?
«Ricordo perfettamente che vari fornitori venivano a cena in barca per discutere della vendita di prodotti televisivi con Berlusconi. Io non partecipavo a queste trattative ma sapevo di queste visite perché ne parlavamo tutti, anche lo stesso Berlusconi».
Quali documenti erano custoditi presso la Fininvest Service di Lugano e dove sono state portate le carte? «Dopo le prime indagini giudiziarie, se non ricordo male nel 1995, il nostro sistema informatico a Milano è stato sostanzialmente ripulito (...) c´erano tutti i dati che riguardavano i subcontratti e i dati essenziali dei master. A un certo punto i dati che riguardavano i master sono stati ripuliti completamente (...) a Lugano tutte le carte erano state trasportate in Lussemburgo via camion, a Lugano non era rimasto più nulla. Candia Camaggi (capo di Fininvest a Lugano, ndr) aveva saputo dell´ordine di cattura a suo carico mentre stava prendendo un aereo a Zurigo con un plico sigillato di carte che le erano state affidate da Taraq Ben Ammar per Berlusconi e aveva distrutto le carte all´interno stesso dell´aeroporto».
A chi rispondeva Bernasconi?
«Senza ombra di dubbio direttamente a Berlusconi. L´unica persona aldisopra di Bernasconi era Berlusconi. Bernasconi era una persona con un forte attaccamento al gruppo. Aveva un grandissimo rispetto e fedeltà nei confronti del fondatore del gruppo Silvio Berlusconi».
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Una lettera del capo della Fox ricostruisce i passaggi
"Quel gioco delle tre carte fatto per evadere le tasse"
"Le reti italiane sono in perdita. I profitti sono tenuti in Svizzera Acqua in bocca..."
«L´impero di Berlusconi funziona come un gioco delle tre carte per evadere le tasse». Da ieri pomeriggio gli avvocati del premier hanno un nuovo problema: disinnescare la mina processuale e di immagine rappresentata da questa e da altre frasi contenute in uno scambio epistolare tra due alti funzionari della multinazionale del cinema 20th Century Fox.
La lettera è datata 12 dicembre ´94. Il mittente è il manager Douglas Schwalbe, e il destinatario è il suo diretto superiore Mark Kaner. Schwalbe sta cercando di spiegare a Kaner il perché dei ritardi di Fininvest nel pagamento di alcuni contratti. E in sostanza è costretto a dirgli cosa ha capito del loro cliente e delle difficoltà che, ogni volta, ne rallentano i pagamenti. «Ho incontrato Guido venerdì - spiega Schwalbe riferendosi a un manager Fininvest incaricato dei pagamenti - Quando gli ho fatto pressioni per il debito da un milione di dollari scaduto da 90 giorni, mi ha spiegato ciò che adesso ti racconterò nella speranza che questa rimanesse una conversazione tra me e lui». Il tono della lettera si fa un po´ incredulo: «Fondamentalmente, l´impero di Berlusconi è un elaborato gioco di conchiglie (espressione inglese per il gioco delle tre carte) per evadere il fisco italiano. Principal Network, che ha sede a Lugano, prende la licenza del prodotto degli Studios e poi lo rivende a ReteItalia. Se la Principal, ad esempio, compra "Mrs. Doubtfire" per 2 milioni di dollari, Canale 5, la può trasmettere anche per 3 milioni. Questi 3 milioni, in realtà, vengono appostati in bilancio come vendite da parte di Publitalia ai propri inserzionisti ed è fondamentalmente un passaggio di mano, poiché non vogliono che Reteitalia dimostri alcun profitto».
«Tutti i profitti di questa operazione - conclude il manager Fox - sono tenuti in Svizzera (?) Le reti italiane sono in perdita. Continueremo a premere per il pagamento in attesa di parlare con Bernasconi a Los Angeles in gennaio. Acqua in bocca».
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Rogatorie sui fondi Mediaset
«Segreto violato al ministero»
Milano, rapporto alla Procura: aperti gli scatoloni con i documenti Visto negato per gli atti dalle Bahamas, ma vengono inviati lo stesso
dal Corriere - 25 febbraio 2005
MILANO -Gli esiti segreti delle rogatorie in plichi aperti al Ministero della Giustizia e richiusi con lo scotch, timori addirittura di una fotocopiatura degli atti a Roma prima della loro consegna ai magistrati di Milano, l’opposizione dello staff del Guardasigilli a una rogatoria alle Bahamas che le Bahamas accettano invece senza problemi mentre il Ministero si affanna ancora a contestare alla Procura di Milano di averla inoltrata fuorilegge. In via Arenula l’inchiesta Mediaset ha avuto vita dura anche dopo la retromarcia che il ministro Roberto Castelli dovette accettare nel luglio 2003 sul suo stop alla rogatoria negli Stati Uniti sul premier: lo documentano alcuni atti allegati ora all’avviso di conclusione delle indagini su Silvio Berlusconi per appropriazione indebita, frode fiscale e falso bilancio nella compravendita dei diritti tv di Mediaset.
SCOTCH IN VIA ARENULA - Il cancelliere della Procura, Francesco Santoro, e i marescialli Giovanni Anchora e Silvio Duma, in trasferta a Roma per ritirare i risultati di una rogatoria dall’estero, il 18 dicembre 2003 stilano «per doverosa conoscenza» un rapporto di servizio. Nel tipico burocratese, «i rapportanti» segnalano che «alle 9.40 presso l’ufficio della dottoressa E.D., sito al quarto piano del Ministero della Giustizia in Roma», essi «constatavano che la stessa e un’altra persona di sesso femminile erano intente alla chiusura con scotch di alcuni scatoloni aperti, facenti parte della documentazione rogatoriale che dovevamo ritirare». Nell’imbarazzo reciproco, la dottoressa «invitava i rapportanti ad andar a prendere "un caffè", in quanto necessitava di qualche ora di tempo per completare l’opera di chiusura delle scatole». Caffè lungo. Perché alle 12.30 la dottoressa «riferiva di necessitare di ulteriore tempo al fine di sottoporre la documentazione confezionata al suo Direttore Generale».
FOTOCOPIE? - Altra storia spunta da un inciso in un carteggio tra pm e Ministero. Il Capo Dipartimento Affari di Giustizia del Ministero, in una lettera del 26 aprile 2004, accenna a una telefonata tra il pm Fabio De Pasquale e il direttore dell’Ufficio II: «Nel colloquio», il pm sollecitava il dirigente ministeriale «a ricevere personalmente» una rogatoria nelle Isole del Canale, «per assicurare la massima riservatezza alle questioni connesse alle vicende processuali del Presidente del Consiglio, aggiungendo che "occorreva evitare che qualcuno potesse avere conoscenza degli atti o addirittura farne fotocopia, avendo avuto sentore che in un recente passato ciò potesse essere accaduto"».
La prima risposta del Ministero è tra l’offeso e lo sdegnato, perché «vengono sollevati dubbi sulla riservatezza» del Ministero «sulla base di asserite e imprecisate sensazioni». Ma il primo luglio 2004, il tono cambia: «Da ultimo - scrive il Capo Dipartimento ministeriale al pm - non vorrei soffermarmi sull’esigenza di mantenere la massima riservatezza in ordine alla vicenda che il Suo Ufficio ( la Procura, ndr) ha segnalato al responsabile dell’Ufficio II della Direzione Generale. Le assicuro che il competente ufficio ministeriale si è sempre attenuto ai canoni della correttezza e riservatezza, in questa come in tutte le rogatorie di possibile rilevanza politica».
BAHAMAS -Ministero e Procura ingaggiano un match epistolare anche sulla rogatoria che i pm inoltrano in via d’urgenza direttamente alle Bahamas l’1 novembre 2003, mandandone solo poi una copia al Ministero. Che in dicembre risponde che la rogatoria, «così come inoltrata, risulta in contrasto sia con la procedura prevista» dalle norme italiane «sia con la normativa vigente nelle Bahamas». I pm replicano che una legge del 2000 delle Bahamas lo permette. Il Ministero controreplica indicando esempi di magistrati italiani additati come più ligi dei colleghi milanesi; e con insistite argomentazioni del Capo Dipartimento per gli Affari di Giustizia, Gianfranco Tatozzi, (di recente nominato Alto commissario anticorruzione alle dipendenze funzionali di Palazzo Chigi), contesta ai pm di aver «violato disposizioni imperative di legge e arrecato un grave pregiudizio alle prerogative istituzionali del Ministro della Giustizia» nei rapporti con Stati esteri quali le Bahamas. Le quali, però, nel frattempo hanno risposto già alla rogatoria dei pm. Con una sola preoccupazione: diteci quale corriere postale usare, e anticipate i costi della spedizione cartacea.
lferrarella@corriere.it
Luigi Ferrarella
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Ds Milano - Rassegna stampa
IPR / Campania: Sorpresa: l´operaio abbandona Bassolino e vota la Mussolini
Sondaggio Ipr-Marketing: governatore forte nella fascia alta
ANTONIO NOTO
Dai sondaggi effettuati da Ipr Marketing per "Repubblica", è possibile identificare i target forti e deboli dei contendenti alla carica di presidente della Regione e che potranno essere determinanti per il successo del prossimo 3-4 aprile. La campagna elettorale inizia con un vantaggio significativo di Antonio Bassolino, ma la quantità dei voti potenziali ancora in campo (gli indecisi sono il 23%) rendono il risultato della competizione regionale ancora non definito. Pertanto per poter stimare i margini di recupero di Italo Bocchino e Alessandra Mussolini è di basilare importanza analizzare i punti di forza e di debolezza dell´elettorato che esprime consenso ai tre candidati.
Bassolino aggrega maggiori preferenze fra gli elettori di sesso maschile che per il 61% dichiarano di votare il candidato dell´Unione, contro il 56% delle donne. Altro target forte del presidente uscente è costituito da coloro i quali hanno tra i 18 ed i 34 anni, mentre risulta più debole tra gli over 55. Il posizionamento di Bassolino è molto marcato rispetto al titolo di studio ed alla attività professionale. Infatti, il consenso tra i laureati raggiunge il picco massimo del 65%, ma ugualmente elevato è il voto che gli proviene sia dagli imprenditori e liberi professionisti che dai lavoratori dipendenti. Il vero punto di debolezza del consenso a Bassolino è costituito dai lavoratori autonomi. In questo target il voto raggiunge la soglia minima del 50%. È da notare come il consenso a Bassolino negli anni si sia spostato in misura sempre maggiore verso i target più acculturati della società e al contempo, seppure forte, risulta meno elevato il voto proveniente da quei target storicamente legati alla sinistra come gli operai e i "non lavoratori". In questi ultimi due particolari aree della popolazione elettorale, il voto a Bassolino è del 55%, ovvero di tre punti in percentuale al di sotto della media regionale.
Invece, il candidato che fa registrare i "picchi" di consenso maggiore è la Mussolini che risulta fortemente radicata in alcuni target specifici. In relazione al proprio valore di consenso su base regionale che è attualmente del 5%, risulta molto più forte tra le donne e tra i giovani al di sotto dei 35 anni. Il consenso decresce in maniera proporzionale all´età, tanto che gli anziani ne rappresentano il vero target debole. Anche l´analisi del voto per attività lavorativa identifica le forti potenzialità della Mussolini. Infatti i target che le conferiscono maggiore consenso sono proprio quelli dei lavoratori autonomi ed operai, non a caso i target deboli del voto a Bassolino. Nonché gli elettori con un minor livello di scolarizzazione. Quindi la Mussolini sta aggregando consenso in molti dei target "più emarginati" socialmente ed economicamente. In pratica in Campania lo scontro destra-sinistra ha abbandonato i canoni storici del conflitto tra i due schieramenti, tanto che la composizione dell´elettorato di Bassolino si può definire di centrosinistra con "tendenza a destra", quello della Mussolini di destra, con "tendenza a sinistra". In questo movimento del consenso dei target politici che non corrispondono pienamente alla correlazione con i ceti sociali di riferimento, il candidato della Cdl Bocchino risulta attualmente il più penalizzato in quanto è "terreno di conquista" sia di Bassolino che della Mussolini. Infatti la formazione del consenso verso Bocchino, pur essendo più elevata tra i maschi che non tra le donne, non fa registrare significativi picchi in positivo negli altri target socio-professionali, se non nei cosiddetti "colletti bianchi", che comunque rappresentano una piccola fetta della popolazione elettorale. Il vantaggio potenziale del candidato della Cdl è che potrà incrementare la propria popolarità in tutti i target della popolazione campana, ma l´elemento critico è che un mese di campagna elettorale potrebbe essere insufficiente alla costruzione di una immagine più forte e più credibile, tale da recuperare nei confronti di Bassolino e riaggregare verso di sé i voti persi e ceduti alla Mussolini.
L´autore è direttore
dell´Ipr Marketing
Il pianista palestinese
di Omar Barghouti da Adbusters
Un’organizzazione israeliana per i diritti umani ha filmato dei soldati israeliani che obbligavano un violinista palestinese a suonare per loro al blocco vicino a Nablus. Proprio come nel film di Polanski. E purtroppo l’analogia tra le due occupazioni non finisce qui.
Guardando il film Il pianista, sono rimasto colpito dalle somiglianze tra il trattamento degli ebrei in Polonia da parte degli invasori tedeschi e quello dei palestinesi da parte degli israeliani. Tuttavia, quando ho visto la scena dei soldati tedeschi che obbligano i musicisti ebrei a suonare per loro al posto di controllo ho pensato: “Questa è una cosa che i soldati israeliani non hanno ancora fatto ai palestinesi”. Ahimé, mi sbagliavo. Il giornale israeliano Ha’aretz lo scorso novembre ha riferito che un’organizzazione per i diritti umani israeliana ha filmato dei soldati israeliani che obbligavano un violinista palestinese a suonare per loro al blocco stradale vicino a Nablus. La stessa organizzazione ha confermato che un abuso simile si era verificato mesi prima presso un altro punto di controllo vicino a Gerusalemme.
Con la tipica ipocrisia israeliana, l’incidente è stato bollato da un portavoce dell’esercito come poco più di “insensibilità” priva di intenti malevoli di umiliare i palestiniani coinvolti. E naturalmente la solita tiritera sui soldati che devono “far fronte a una realtà complessa e pericolosa” è stata ancora una volta servita come una scusa pronta che va bene per tutto. Mi chiedo se lo stesso sarebbe detto o accettato nel descrivere la pratica originaria nazista alle porte del ghetto di Varsavia negli anni ’40.
Purtroppo l’analogia tra le due occupazioni illegali non finisce qui. Molti dei metodi di “punizione” collettiva e individuale usati sui civili palestinesi nelle mani di giovani soldati israeliani, spesso sadici, ricordano comuni pratiche naziste contro gli ebrei. In seguito a una visita nei territori palestinesi occupati nel 2003, Oona King, un parlamentare ebreo britannico lo ha confermato, scrivendo: “I fondatori originari dello stato ebreo non avrebbero certo potuto immaginare l’ironia che si presenta oggi in Israele: fuggendo dalle ceneri dell’Olocausto hanno imprigionato un altro popolo in un inferno simile per natura – sebbene non per entità – al ghetto di Varsavia.”
Perfino Tommy Lapid, Ministro della Giustizia israeliano e sopravissuto dell’Olocausto ha sollevato una tempesta politica l’anno scorso quando ha detto a una radio nazionale che la fotografia di un’anziana donna palestinese in cerca di medicine nella spazzatura gli aveva ricordato sua nonna, morta ad Auschwitz. Nello stesso periodo ha, inoltre, fatto dei commenti riguardo la distruzione deliberata e indiscriminata da parte del suo esercito di case, aziende e fattorie palestinesi a Gaza, dicendo: “Se andiamo avanti così saremo espulsi dalle Nazioni Unite e i responsabili finiranno davanti alla corte dell’Aia.”
Recentemente alcuni dei crimini di guerra perpetrati da Israele sono stati rivelati attraverso i resoconti di ex militari che non riuscivano più a sorvolare sulla loro complicità nell’umiliazione, abuso e traumi fisici su civili innocenti. Secondo un recente reportage dei media israeliani un comandante dell’esercito ha picchiato senza motivo dei palestinesi presso il famoso punto di controllo di Hawwara. La prova più schiacciante contro di lui è un video filmato dal ramo d'addestramento dell’esercito. Il reportage ha mostrato come l’ufficiale superiore – sapendo che una troupe dell’esercito era situata lì vicino, e senza alcuna provocazione – abbia picchiato un palestinese “attorniato dalla moglie e dai figli.” L’uomo ha preso un pugno in faccia e “perfino un calcio nelle parti basse del corpo.”
Una recente mostra a Tel Aviv dal titolo “Rompere il silinzio” organizzata da coscienziosi soldati israeliani che hanno servito a Hebron durante l’occupazione, ha impiegato foto e oggetti per mettere in evidenza la belligeranza dell’esercito nei confronti di palestinesi indifesi. Ispirati da graffiti anti-arabi come “Arabi alle camere a gas” e “Versate sangue arabo”, questi soldati hanno utilizzato numerosi metodi per rendere la vita impossibile ai palestinesi. Il curatore della mostra ha descritto la politica di mitragliare a caso i quartieri palestinesi per ore con fuoco di armi pesanti e granate in risposta a qualunque sparatoria nelle colonie ebree all’interno della città.
L’orrore di Hebron però impallidisce di fronte a quello che le unità israeliane hanno fatto a Gaza. In una sconcertante intervista ad Ha’aretz nel novembre 2003, il sergente maggiore Liran Ron Furer ha descritto la graduale trasformazione di ogni soldato in un “animale” quando lavora a un posto di blocco, irrispettoso di qualunque valore possa aver portato con sè da casa. I soldati vengono infettati da quello che Furer chiama “sindrome da posto di blocco” che li fa agire “nel modo più primitivo e impulsivo, senza timore di essere puniti.”
“Al posto di blocco,” ha spiegato, “i giovani hanno la possibilità di fare da padroni e l’uso della forza e della violenza diventa legittimo.”
Furer denuncia come i suoi colleghi abbiano umiliato e picchiato crudelmente un palestinese nano per divertimento, come abbiano fatto una “foto ricordo” di civili legati e sanguinanti dopo averli ripetutamente picchiatoi, come un soldato abbia urinato sulla testa di un palestinese perché aveva avuto “il coraggio di sorridere”, come un altro palestinese sia stato obbligato a mettersi carponi e abbaiare come un cane, come un altro soldato, che aveva chiesto una sigaretta a dei palestinesi che non gliela avevano data “ha rotto la mano di uno” e “gli ha squarciato i pneumatici.”
Ma la più agghiacciante di tutte è stata la confessione personale di Furer. “Corsi verso [un gruppo di palestinesi] e tirai un pugno dritto in faccia a un arabo,” ha ammesso. “Il sangue gli colava dal labbro sul mento. Lo portai dietro alla jeep e lo gettai dentro, urtò con le ginocchia contro il bagagliaio e cadde dentro.”
Furer poi ha continuato a descrivere come lui e i suoi compagni calpestarono il prigioniero in manette, come lo colpirono fino a che “sanguinò facendo una specie di pozza di sangue e saliva;” come Furer “lo prese per i capelli e gli girò la testa di lato” finchè si mise a gridare forte e come i soldati allora “gli camminarono sempre più pesantemente sulla schiena” per farlo smettere di gridare.
Tutto ciò fu incoraggiato dal grido di “Ben fatto, tigri” del comandante di compagnia. Dopo aver condotto la loro preda al campo, l’abuso continuò. “Tutti gli altri soldati stavano aspettando di vedere che cosa avessimo catturato,” ha ricordato Furer. “Quando entrammo con la jeep, iniziarono a fischiare e ad applaudire selavaggiamente.” Uno di loro “gli si avvicinò e gli tirò un calcio nello stomaco. L’arabo si piegò in due ed emise un suono sordo e tutti ci mettemmo a ridere. Era divertente...Gli tirai un calcio fortissimo nel sedere e lui volò via, proprio come mi aspettavo. Loro urlavano...e ridevano...e io mi sentivo felice. Il nostro arabo era solo un ragazzo mentalmente ritardato di 16 anni.”
Per quanto selvaggio sia, l’abuso del posto di blocco non è un male che colpisce individualmente. Si inserisce perfettamente nella pratica di vedere i palestinesi come esseri relativamente umani che non hanno diritto alla dignità e al rispetto che si meritano i veri esseri umani.
All’apice della rioccupazione di massa delle città palestinesi da parte degli israeliani nel 2002, per esempio, dei militari usarono i loro coltelli per incidere la stella di David sulle braccia di molti detenuti palestinesi, adulti e adolescenti. Le terribili immagini delle vittime sono state prima mostrate sui canali satellitari della TV araba e poi messe su Internet.
Nello stesso anno, al capo profughi di Al-Amari durante un rastrellamento di massa di palestinesi maschi – adolescenti e anziani compresi – le truppe israeliane hanno inciso i numeri di identificazione “sulla fronte e sull’avanbraccio dei detenuti palestinesi che stavano aspettando di essere interrogati.” Il leader palestinese Yasser Arafat ha paragonato quast’atto alle tristemente famose pratiche naziste nei campi di concentramento. Tommy Lapid è andato su tutte le furie e ha detto: “Come sopravvissuto all’Olocausto trovo quest’azione intollerabile.”
Ciononostante, Raanan Gissin, il portavoce del primo ministro israeliano Ariel Sharon si è preoccupato soltanto dei danni all’immagine di Israele e ha detto alla radio: “È chiaro che ciò contrasta con il desiderio di comunicare un messaggio di relazioni pubbliche.” Anche i messaggi dei principali media israeliani si sono concentrati troppo sul “disastro di relazioni pubbliche” per esprimere qualunque sentimento di aberrazione, nonchè per protestare contro l’ironica immoralità dell’accaduto.
Yoram Peri, professore di scienze politiche e media all’università di Tel Aviv, vede le Relazioni Pubbliche come una “questione fondamentale nella vita di Israele.”
“Non pensiamo di fare niente di sbagliato,” ha detto in un’intervista al Guardian, “ma pensiamo di spiegarci male e che i media internazionali siano antisemitici...Quando discutiamo sulle cose orribili che succedono nella Striscia di Gaza, non parliamo della questione, ma di come sarà vista.”
In una recente intervista con la pubblicazione irlandese Handstand, l’ex membro del Knesset Shulamit Aloni si è lamentato di questo cinismo dilagante, dell’apatia e dell’accetazione della maggioranza degli israeliani. Secondo Aloni, una “rozza insensibilità” sta minacciando l’integrità morale della società israeliana. Riferendosi alla Germania durante il nazismo, ha aggiunto: “Sto iniziando a capire perchè un’intera nazione è stata capace di dire: ‘Non lo sapevamo.’”
Omar Barghouti è un analista politico indipendente che lavora in Palestina.
Fonte: http://adbusters.org/magazine/58/pianist.php
Traduzione di Erica Tancon per Nuovi Mondi Media
Questa Europa tanto indifferente a George W. Bush …
di Bianca Cerri
Peccato, nessun presidente europeo ha voluto veramente dare una mano a George Bush nel corso del suo tour promozionale europeo, a parte qualche eccezione. Vladimir Putin ha addirittura intenzione di continuare la cooperazione nucleare con l’Iran. Ma quello che ha fatto scoppiare di rabbia il presidente americano è che l’amico russo continui ad incontrarsi, nemmeno tanto in segreto, con la Siria.
Per ripicca verso i russi, Bush avrebbe promesso mari e monti alla Francia, pur sapendo che avrà che una piccolissima parte nella ricostruzione dell’Iraq. Del resto, la Francia non aveva neppure appoggiato l’intervento in Iraq e, secondo i paradigmi degli Stati Uniti, non può chiedere l’impossibile. Non che ciò assolva la Francia per aver grandiosamente lavorato alla rimozione dell’embargo sulle armi alla Cina, ma Bush si sarebbe aspettato una maggiore cooperazione da parte di Jacques Chirac in Medio Oriente.
“Che volete, non tutti possono fare tutto”, ha commentato con i giornalisti Donald Rumsfeld, scontento come una casalinga che ha sbagliato il lavaggio in lavatrice. Ma il cuore batte sempre per guadagni arcimiliardari della ricostruzione in Iraq. Per ammortizzare la delusione davanti alla mancanza di collaborazione degli europei, Bush si è avventurato addirittura nel citare Marcel Camus, sospirando davanti alle lungaggini di alcune particolari battaglie.
Ma c’è di più: pur detestando Chirac, si è rassegnato a cenare assieme a lui, né più e né meno come una qualsiasi cocotte costretta a sorbirsi la compagnia di un cliente poco simpatico.
Bush sperava di ottenere la messa al bando degli Hetzbollah ma non c’è riuscito: gli europei non ci sono cascati. Oltretutto, avranno pensato i vari capi di stato, se quest’uomo non è riuscito a fermare i sunniti schierando 150.000 soldati armati fino ai denti, perché dargli retta?. Una pallida speranza per gli Stati Uniti è stata la Germania. Qualche giornale tradizionalista, come lo Spiegel, ha sbattuto in faccia agli scontenti che, piaccia loro o no, Bush ha pur sempre davanti a sé altri quattro anni di regno.
Quanto agli inglesi, sarebbero rimasti indifferenti persino a Condy Rice, dimenticando anche di chiedere se l’America abbia veramente intenzione di aggredire l’Iraq. A tappare i buchi dovrà pensarci anche stavolta l’intelligence?. Tutto è possibile.
Certo è che un intervento in Iran è ormai quasi certo: l’ha detto l’esperto di armi Scott Ritter a Washington lo scorso 19 febbraio e, prima ancora, l’aveva detto il premio Pulitzer Hersh al New York Post a gennaio. I capi di stato europei si sono limitati a sbadigliare: vogliono beatamente continuare a credere che basti una cosa strampalata come la “multipolarità” per fermare l’imperialismo americano?.
Bianca Cerri
b.cerri@reporterassociati.org
febbraio 25 2005
Juventus: doping, Epo, bugie
STEFANO SANTACHIARA
Il ciclo vincente della Juve? Doping, Epo e bugie. Le motivazioni della sentenza che ha condannato il capo dello staff medico bianconero Riccardo Agricola a un anno e dieci mesi per frode sportiva spazzano via moralmente i trionfi della cosiddetta "era Lippi", ossia quei successi ottenuti sul campo ma costruiti in farmacia tra il 1994 e il 1998. Questo perchè il signor Agricola "ha utilizzato tutti i possibili espedienti per ottenere miglioramenti nelle prestazioni dei giocatori, compresa l'Epo, e non può aver agito da solo". E, tanto per gradire, molti dei superpagati calciatori bianconeri "al processo hanno mentito".
Sono questi i punti cardine delle trecento pagine di motivazioni scritte dal giudice Casalbore: "Il comportamento di Agricola (l'utilizzo di tutti i possibili espedienti per..) ha finito con influire sui risultati della squadra: ha ottenuto il risultato di potenziare fraudolentemente e non fisiologicamente la prestazione agonistica dei calciatori, così conseguentemente influendo anche sul risultato della competizione sportiva nella quale i giocatori stessi venivano schierati, alla quale cioè prendeva parte la società Juventus". E anche l'accusa più grave, contestata ossessivamente dalla Difesa, viene confermata in modo inequivocabile: "L'eritropoietina (la famigerata Epo, ndr) è stata sicuramente acquistata ed è stata somministrata ai giocatori della Juventus".
L'assoluzione dell'amministratore delegato del club Antonio Giraudo è arrivata perché - si legge ancora nella sentenza - la prova a suo carico non risulta completa e sufficiente. In mancanza di elementi diretti che possano almeno portare all'individuazione della forma utilizzata per i relativi pagamenti per l'acquisto dell'eritropoietina non si ritiene che possa essere affermata con certezza la responsabilità penale dell'imputato Giraudo". Per gli stessi reati, si scopre dalle motivazioni, era stato indagato anche Luciano Moggi, ma la posizione del direttore generale della Juventus fu archiviata già nel mese di agosto del 2000. Macchie cancellate per i boss? Non proprio, visto che il giudice Casalbore scrive testualmente:" Agricola, il medico sociale, non può avere fatto tutto da solo".
E loro, gli integerrimi superpagati e vincenti beniamini dei tifosi, come escono dalla vicenda? Non escono. Sul piano morale certamente, ma forse anche su quello giuridico. Infatti diversi calciatori, quando hanno testimoniato al processo, hanno detto palesi bugie per aiutare il medico Riccardo Agricola, e ora rischiano un'inchiesta per falsa testimonianza. Si tratta di Attilio Lombardo, il cui atteggiamento è stato definito "evanescente", Gianluca Vialli, la cui testimonianza è stata "fumosa e poco convincente" ma anche di Roberto Baggio, Nicola Amoruso, Paolo Montero, Ciro Ferrara, Pippo Inzaghi e Angelo Peruzzi. Nei guai fino al collo Moreno Torricelli, la cui versione dei fatti "è stata verosimilmente costruita ad arte ed il suo comportamento, scorretto, impone un ulteriore accertamento giudiziario" e Alessio Tacchinardi, che sempre secondo il giudice "ha reso false dichiarazioni sulla natura di un suo malore, con comportamenti che integrano estremi di reato". "E' compito del pubblico ministero - ha concluso Casalbore, invitando la Procura ad indagare - valutare gli ulteriori effetti di tali testimonianze, che nell'ambito di questo processo sono risultate tutte inadeguate e inattendibili". E sarebbe compito di un mondo dello Sport che si rispetti trarne le conseguenze.www.centomovimenti.com
Come attrarre investimenti esteri
di Marco Panara
L’Italia non è una meta privilegiata per gli investimenti esteri diretti, né ha fatto molto per diventarlo. In realtà non ha fatto quasi nulla. Occorrerebbe invece avere idee chiare su ciò che si vuole e ciò che si offre, per costruire una politica articolata a livello nazionale e coordinata alle iniziative delle singole regioni, fondata sull’adeguata dotazione di infrastrutture, la qualità della normativa, la qualità della forza lavoro e dei centri di formazione e di ricerca.
L’Italia non è una meta privilegiata per gli investimenti esteri diretti, né ha fatto molto per diventarlo. In realtà non ha fatto quasi nulla. Peraltro non è neanche tra i grandi investitori internazionali, e solo quattro delle sue imprese, Fiat, Generali, Eni e Telecom rientrano nelle classifiche delle maggiori Tnc (transnational corporation) del pianeta.
Gli investimenti esteri diretti, in entrata e in uscita, e il commercio estero sono i fattori di internazionalizzazione di una economia e sono anche tra i principali fattori di sviluppo e di benessere. I flussi globali determinati dagli investimenti esteri diretti sono rilevanti benché, dal 2001, in ripiegamento. Secondo l’Unctad (United Nations Conference on Trade and Development), tuttavia, la ripresa degli investimenti esteri diretti non dovrebbe essere lontana.
L’Italia, nel contesto dei paesi sviluppati, non brilla. L’indice di transnazionalità dei paesi destinatari degli investimenti esteri la vede alla penultima posizione; nell’indice che misura la performance dei paesi in termini di investimenti esteri diretti è al 98° posto; nell’indice che misura l’attrattività potenziale per gli investimenti esteri non compare tra i primi 25. L’Unctad la mette nella lista dei paesi che hanno un buon potenziale ma realizzano risultati non soddisfacenti.
I 31 miliardi di dollari arrivati in Italia nel biennio 2002-2003 sono in larghissima parte dovuti alle acquisizioni di aziende italiane da gruppi esteri, e in questi casi l’arrivo di capitali dall’esterno non crea nuova occupazione né nuova capacità produttiva. Diverso è l’effetto sul sistema nei casi in cui un gruppo estero scelga l’Italia per localizzare nuovi impianti produttivi, nuovi centri di servizi o di ricerca e sviluppo, ma mentre l’acquisizione di aziende italiane è pressoché all’ordine del giorno, la scelta dell’Italia per investimenti green field avviene assai più di rado.
Il contesto generale non favorisce l’Europa occidentale (continentale), la bassa crescita dell’economia italiana non aiuta, ma incide anche l’assenza o la confusione delle politiche specifiche. Che emerge con molta chiarezza se si fa, ad esempio, un confronto con la Francia: a Parigi le cose non sono andate male negli anni scorsi, ma ai primi segni di rallentamento degli investimenti esteri, nel 2003, il primo ministro Raffarin ha messo in moto una macchina che ha portato in poco tempo a definire circa 40 misure per attrarre da una parte talenti e competenze e dall’altra investimenti. Il Consiglio Nazionale Strategico per l’Attrattività, del quale fanno parte anche i numeri uno delle principali transnational corporations, ha fatto una serie di raccomandazioni, ed è stata avviata un’analisi precisa dei punti di forza e debolezza della Francia come destinazione di investimenti esteri diretti. Sulla base di tutto ciò nel 2004 sono stati lanciati una serie di programmi. Un primo per attrarre in Francia i maggiori esperti nei settori che hanno più alti tassi di crescita; un secondo contiene misure per migliorare sostanzialmente le condizioni di ingresso e di residenza per manager provenienti da altri paesi. Per attrarre investimenti esteri sono stati definiti provvedimenti specifici per aumentare la competitività fiscale (in particolare in relazione alla ricerca e sviluppo), sono stati rimossi ostacoli all’insediamento di impianti, semplificate e aggiornate alcune leggi; sono stati presi provvedimenti per favorire l’insediamento di quartieri generali e di centri decisionali dei grandi gruppi; è stata lanciata una campagna pubblicitaria accompagnata da un programma di incontri con i potenziali investitori negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Germania, in Giappone e in Cina.
In Italia, la cui situazione è assai peggiore di quella francese, non è stata fatta un’analisi dei punti di forza e di debolezza, né è stata costruita una politica articolata a livello nazionale, mentre talvolta confuse e non coordinate appaiono le iniziative delle singole regioni.
Non è però per l’Italia una partita perduta in partenza. È, più seriamente, una partita che non si può improvvisare. Per attrarre capitali l’Italia deve avere chiaro cosa può offrire, migliorare la qualità della sua offerta, individuare gli investitori potenzialmente interessati e presentarsi ad essi in modo credibile. L’esperienza dei paesi e delle regioni che hanno avuto più successo nell’attrarre investimenti esteri diretti ci dice che gli ingredienti essenziali sono la qualificazione del territorio sul quale si vuole attrarre l’investimento, l’adeguata dotazione di infrastrutture, la qualità della normativa, la qualità della forza lavoro e dei centri di formazione e di ricerca, la miscela degli incentivi, una struttura di promozione capace di rivolgersi a target specifici. L’offerta di generiche opportunità di investimento a una generica categoria di potenziali investitori si è dimostrata inefficace. Quello che si richiede oggi è sapere ciò che si vuole (che tipo di imprese vogliamo intorno a Gioia Tauro?) e ciò che si offre (che tipologia di impresa può avere interesse a localizzarsi intorno a Gioia Tauro?): questo aiuta a identificare il potenziale investitore e consente di dare qualità all’offerta, attraverso la creazione delle infrastrutture più adeguate e degli incentivi più adatti. Tutto ciò naturalmente presuppone che si possano offrire al potenziale investitore la certezza degli interlocutori, delle normative, dei tempi amministrativi, delle eventuali erogazioni.
A investire fuori dai propri confini sono in grande prevalenza i paesi industrializzati, ma è in crescita la quota dei paesi in via di sviluppo o di nuova industrializzazione che ormai contano per un decimo circa del totale. I paesi in via di sviluppo e di nuova industrializzazione dell’Asia sono ormai divenuti importanti investitori nei paesi industrializzati, e l’ammontare dei loro investimenti è in rapida crescita. Il numero uno è Hong Kong, seguito da Cina, Corea, Malesia, Singapore e Taiwan. Molti dei governi dell’area spingono essi stessi le imprese a fare investimenti all’estero e a diventare transnazionali.
In seguito alle misure prese dal governo di Pechino per favorire gli investimenti esteri dei gruppi nazionali, numerosi paesi, tra i quali la Danimarca, la Malesia, Singapore, la Svezia e il Regno Unito, hanno aperto in Cina uffici con la funzione di attrarre questi investimenti. L’altro grande paese che sta emergendo come primario investitore internazionale è l’India. Sorprendentemente più di metà degli investimenti esteri diretti indiani sono nel settore manifatturiero, mentre un peso importante lo ha l’information technology. Accesso ai mercati e alle tecnologie, affermazione dei marchi sono le principali motivazioni di questi investimenti.
Complessivamente, a livello globale la tendenza segnala una riduzione degli investimenti esteri diretti in attività ad alta intensità di lavoro, aumentano invece quelli in attività a maggiore intensità di capitale e di conoscenza. Vistoso è l’aumento degli investimenti esteri nel settore dei servizi. Quanto alle ragioni principali delle scelte di localizzazione degli investimenti effettuati dalle principali transnational corporations, il costo del lavoro è sempre importante, ma relativamente meno rispetto agli anni passati, aumenta invece nelle scelte il peso della possibilità di trovare fornitori e subfornitori adeguati per dimensione e qualità (per il settore manifatturiero), la presenza di concentrazioni produttive, le variabili politiche e istituzionali e gli incentivi. Sempre di più, secondo l’analisi dell’Unctad, le transnational corporations sono attratte dalla presenza di clusters of knowledge, e in particolare dalle possibilità offerte dalle localizzazioni caratterizzate da una offerta articolata di opportunità di apprendimento e innovazione. www.governareper.it
Salva-Previti, una «legge devastante»
Il Csm boccia la norma che per salvare l'avvocato di Berlusconi vanificherà «4.500 processi». Una proposta «irragionevole». Tra due settimane il testo va in aula
«47% dei giudizi» Secondo le toghe, finirebbero prescritti metà dei processi per reati con pene fino ad otto anni, ma solo dopo il processo di appello e nove anni di lavoro. E la destra si scatena
SARA MENAFRA
ROMA
Era atteso da tempo il parere espresso ieri da palazzo dei Marescialli sulla Salva-Previti, altrimenti detta ex Cirielli. L'assemblea plenaria del Csm ha approvato a larga maggioranza una presa di posizione durissima contro la legge che taglia i tempi di prescrizione per una valanga di reati e aumenta le pene per i «delinquenti abituali». «Devastante» l'hanno definita tutti i membri togati, il primo presidente della corte di Cassazione Marvulli, il pg Favara e i laici del centrosinistra. Sedici voti favorevoli, tre contrari (che hanno votato un documento alternativo proposto da Giorgio Spangher), astenuto il vicepresidente Virginio Rognoni e due membri laici Giuseppe Di Federico di Forza Italia e Mariella Ventura Sarno della Lega fuori dall'aula per contestare la legittimità della presa di posizione dell'organo di autogoverno della magistratura.
Aprendo la riunione il vicepresidente Rognoni ha detto di essere parecchio contrariato per le «indiscrezioni di stampa» che giudicavano non casuale la sua ascesa al Colle di due giorni fa: «Con amarezza - ha esordito - ho letto notizie del tutto estranee a quanto avvenuto. Nell'incontro al Quirinale non si è affatto parlato di questa pratica ho troppo rispetto per l'autonomia del plenum per anticipare il risultato del dibattito che avremo solo adesso». La smentita c'è, ma non ci crede nessuno. Quantomeno perché Ciampi ha fatto capire in più occasioni che almeno sulla giustizia vuol tenere la barra dritta. E la presa di posizione del Csm sembra orchestrata ad arte per dare il «La» all'impugnazione del Presidente.
Secondo l'organo di autogoverno dei magistrati, la norma nata per soddisfare le ansie giustizialiste della destra e diventata l'unico modo per salvare Previti dal carcere, riuscirà a creare due problemi senza risolverne neppure uno, cioè vanificherà gli sforzi della macchina giudiziaria ma senza snellire il lavoro. Perché la maggior parte dei reati con la pena compresa tra i cinque e i sei anni e per molti di quelli con pene fino ad otto anni - e sono tantissimi, si va dalla corruzione in atti d'ufficio, alla truffa in danno dello Stato, passando per gli attentati a scopo terroristico - finiranno sì prescritti, ma solo dopo il secondo grado di giudizio e quindi dopo nove anni di processi inutili ma inevitabili. «Una ricognizione - dicono i giudici - effettuata recentemente dalla Corte di cassazione ha permesso di accertare che si situa attorno ai nove anni il tempo medio di durata dei processi per reati puniti con pena compresa fra cinque e otto anni che giungono al vaglio della stessa Corte: per la massima parte dei processi, dunque, il termine prescrizionale maturerebbe prima della sentenza definitiva, ma dopo la decisione di appello, e cioè in un contesto che comporta per il sistema giustizia il massimo spreco di energie».
Per quanti processi succederebbe? La corte di appello di Bologna ha provato a fare il calcolo e il Csm cita i risultati: «la quota destinata a prescriversi dall'attuale livello del 9,60% passerebbe a circa il 47%, il che, in termini assoluti, equivarrebbe ad una grandezza dell'ordine di 4.500 processi».
Insomma una legge «irragionevole» e visto che la ragionevolezza è un sommo principio della Costituzione, anticostituzionale. Per essere ancor più chiari i giudici citano anche la sentenza 353 del `96 della Corte costituzionale in cui si spiega che il legislatore «pienamente libero, nella costruzione delle scansioni processuali, non può tuttavia scegliere, fra i possibili percorsi, quello che comporti, sia pure in casi estremi, la paralisi dell'attività processuale». Nessuna citazione per l'altra parte della legge, quella che preoccupa tutte le associazioni che si occupano di carcere, e che stabilisce come le pene per i recidivi debbano essere ulteriormente aumentate e la discrezionalità dei giudici ulteriormente ridotta.
E la destra come reagisce? Malissimo ovviamente nel merito delle critiche. Ma contemporaneamente organizza l'attività in modo che i tempi di discussione non vadano troppo in là. La conferenza dei capigruppo del Senato ieri non ha fissato nessuna riunione. Da questa mattina però il termine per concludere la discussione in commissione giustizia scade. «Realisticamente - dice il senatore di An Luigi Bobbio - dovremmo riuscire a portare in aula il testo tra due settimane». Subito dopo la riforma dell'ordinamento, dunque, ma prima delle modifiche alla Costituzione a cui tiene Bossi.
Per il passaggio dell'Ordinamento il più sembra fatto. Anche se l'emendamento presentato da Roberto Salerno - che nei fatti smonterebbe il sistema dei concorsi fissato dal guardasigilli - è ancora in piedi sono in molti a pensare che quella della componente «destra sociale» di An sia una battaglia interna al partito e alla maggioranza, ma che alla resa dei conti nessuno sia davvero interessato a far saltare la riforma che Berlusconi e Castelli inseguono da due anni. www.ilmanifesto.it/
Gli immigrati che danno lavoro
In Italia 140 mila imprese di immigrati che danno lavoro a 150mila dipendenti
Scritto per noi da
Sergio Lotti
Secondo gli ultimi dati forniti dalle Camere di commercio italiane, nel 2004 il nostro paese ha avuto 90.365 imprese in più. E’ questa la cifra che si ricava togliendo dal totale delle nuove imprese che hanno iniziato la loro attività nel corso dell’anno il numero di quelle che hanno cessato di esistere. Il miglior saldo degli ultimi sette anni, a quanto pare. Ma la vera notizia è che 30 mila di queste imprese sono state fondate da un immigrato extracomunitario. Un nuovo imprenditore su tre, cioè, viene da un paese al di fuori dell’Unione europea. Nella maggior parte dei casi si tratta di imprese individuali, ma molte di loro si sono sviluppate e hanno assunto personale. Sommate tutte insieme, le aziende con titolare extracomunitario sorte finora in Italia sono 140 mila e danno lavoro a 150 mila persone: di queste, almeno il 20 per cento sono italiane. In altre parole, in un periodo non proprio brillante dal punto di vista economico, gli immigrati offrono un lavoro a circa 30 mila italiani.
Il fenomeno in sé non ha niente di straordinario, se prendiamo in considerazione quanto è avvenuto in altri paesi europei, come Francia, Germania e Gran Bretagna, che sono già molto più avanti di noi su questa strada. Ma il tasso di incremento di queste imprese, che nell’ultimo anno ha superato il 16 per cento, appare eccezionale, soprattutto se paragonato a quello riguardante le imprese nazionali, che fatica a raggiungere lo 0,5 per cento.
Imprese più dinamiche. Stiamo insomma recuperando a grandi passi il terreno perduto. E non si tratta di un fuoco di paglia, dal momento che questa crescita è dovuta anche a un tasso di mortalità inferiore a quello registrato dalle aziende italiane. Le imprese di cittadini extra-Ue hanno quindi una grande capacità di sopravvivere nel tempo su mercato. A cosa è dovuto questo dinamismo? “In primo luogo al fatto che agli immigrati vengono riservati in genere lavori a bassa qualificazione che noi non vogliamo più fare” risponde Luciano Gallino, ordinario di sociologia all’università di Torino, “mentre spesso hanno titoli di studio elevati e quindi sono spinti a valorizzarli. Molte comunità straniere sono divenute importanti in certi lavori non tanto per una particolare predisposizione culturale, ma perché erano escluse da altri. Un ruolo importante gioca probabilmente anche la loro giovane età media, che li rende più intraprendenti, più disponibili a rischiare nel contesto di una popolazione che tende invece a invecchiare e a ripiegarsi sulle proprie sicurezze”.
La distribuzione delle piccole ditte con titolare extracomunitario non appare neppure legata alla forza o alla debolezza delle economie locali. Tra le province a maggiore densità di imprese straniere, infatti, accanto alle ricche Milano, Parma e Reggio Emilia troviamo Caserta, Agrigento e Catanzaro. Fra quelle a minore densità, invece, Napoli, Enna e Oristano compaiono vicine alle più ricche Bolzano, Como e Novara. La provincia di Milano è certamente quella dove le ditte extracomunitarie mostrano maggiore vitalità. Dalla ricerca “Immigrati imprenditori”, fatta pubblicare dalla Camera di Commercio di Milano, risulta che la maggioranza di questi imprenditori è composta da egiziani, cinesi e marocchini, ma un grosso contributo viene anche da senegalesi, peruviani e cittadini est-europei. Le attività si concentrano soprattutto nei settori del commercio, dell’edilizia, dell’abbigliamento e dei servizi. “Sono aziende inserite pienamente nel tessuto economico milanese” dice Eugenio Zucchetti, uno dei curatori della menzionata ricerca, docente di sociologia economica all’università cattolica di Piacenza. “Anche quando non hanno dipendenti italiani, lavorano per ditte italiane e sono aperte allo scambio con clienti e fornitori italiani. Si può sostenere, perciò, che il processo di integrazione è in atto, ma si tratta sostanzialmente di un processo dal basso”.
Come dire che gli italiani sono presenti, aiutano e sostengono gli immigrati che lavorano in proprio, ma le istituzioni, a parte qualche iniziativa della Camera di Commercio e di vari istituti di credito, tuttora latitano.www.peacereporter.net
Servizio pubblico, con Zapatero si cambia
Spagna. Nuove norme per limitare il peso della politica sull'informazione e liberalizzare il mercato
Aldo Garzia
Il governo spagnolo annuncia la nuova Rtve: trasparenza, equilibrio tra pubblicità e soldi statali, autonomia dalla politica, concorso pubblico per l'elezione del direttore generale. Insomma, una "rivoluzione"
Undici mesi dopo l'elezione a premier, José Luís Zapatero sta per varare una delle riforme più attese del suo programma di governo: il riassetto del sistema radiotelevisivo e informativo pubblico (i canali della Rtve).
Zapatero aveva affidato a un "comitato di saggi" (intellettuali ed esperti di indubbio prestigio) il compito di redigere una proposta che ora, dopo nove mesi di lavoro presieduti dal filosofo Emilio Lledó, è stata finalmente resa pubblica. Riassumerla è utile anche per il centrosinistra di casa nostra che in caso di auspicabile vittoria nelle elezioni del 2006 non dovrebbe ripetere l'errore del 1996 (il rinvio della soluzione del "conflitto di interessi" e la non riforma del sistema radiotelevisivo pubblico e privato).
Primo punto. La Radiotelevisione spagnola (due canali tv e due radio) manterrà un sistema misto di finanziamento: sovvenzioni statali non superiori al 50 per cento e pubblicità non superiore al 40 per cento (non si prevede di ristabilire il pagamento di un canone che in Spagna è stato abolito da tempo). La Rtve assumerà le direttive europee in materia di rapporto tra gli spot pubblicitari e il loro inserimento nelle trasmissioni. Il 10 per cento dei costi rimanenti verrà colmato dalla vendita di programmi all'estero e dalla vendita dei diritti sui materiali di archivio. L'obiettivo di fondo è riequilibrare l'indebitamento del servizio pubblico che nel corso del 2005 toccherà 7.500 milioni di euro (lo Stato interverrà una tantum per coprire questo disavanzo).
Secondo punto. La riforma afferma l'indipendenza della Rtve dal governo. Il direttore generale verrà infatti eletto dal Consiglio di amministrazione e non più dal governo. Il Consiglio di amministrazione risulterà così formato (con un mandato di 6 anni per sfasarlo dalle legislature parlamentari): 2 membri eletti dalla Camera dei deputati e 2 membri eletti dal Senato (servono i 2/3 dei voti e il consenso di almeno la metà dei gruppi politici presenti in parlamento); 2 membri designati dai sindacati e altri 2 dal Consiglio audiovisuale (questo organismo, eletto dal Parlamento con un mandato di 6 anni, regolerà le frequenze e i costi della Rtve oltre che i flussi pubblicitari e la qualità dei programmi).
Terzo punto. Il metodo di elezione del direttore generale della Rtve: servono i 2/3 dei voti del Consiglio di amministrazione dopo una concorso pubblico dove gli aspiranti devono consegnare in modo trasparente i propri curriculum professionali. (Vi immaginate concorsi pubblici in Italia per dirigere la Rai?).
Quarto punto. Per accentuare le garanzie di democrazia e pluralismo del sistema informativo pubblico, si prevede la creazione di un "Consiglio d'informazione" formato da rappresentanze dei comitati di redazione dei canali informativi pubblici e da associazioni della società civile.
Quinto punto. Il ridisegno della holding Rtve che risulterà formata da quattro società: Tve (produzione e gestione dei programmi generalisti della Tv); Rne (produzione e diffusione dei programmi radiofonici), Rtve digitale e multimedia (gestione dei canali tematici digitali e di Internet); Rtve (commercializzazione e pubblicità).
Queste proposte, che ora dovranno prendere la forma del disegno di legge, seguono alcuni indirizzi d'intervento del governo spagnolo sull'emittenza privata. Zapatero ha già annunciato di voler liberalizzare questa zona del mercato televisivo garantendo l'ingresso di altri editori per evitare che alcune emittenti private monopolizzino pubblicità e spazi oltre il 30 per cento. Di qui la rivolta di "Telecinco" (Mediaset detiene il 50, 1 delle sue azioni), l'emittente privata che detiene la maggioranza degli ascolti e degli introiti pubblicitari.
Paolo Vasile, amministratore delegato di "Telecinco", memore della situazione italiana dove dai governi Craxi in poi si è instaurato un monopolio di fatto Rai-Mediaset, ha equiparato l'annunciata liberalizzazione del mercato delle tv private a un "colpo di Stato". Peccato per Mediaset, ma il governo spagnolo sta solo cercando di offrire maggiori chance alla libera concorrenza in un settore cruciale della vita civile www.aprileonline.info/
Pranzo di lavoro per Bush e Putin
Clima di tensione oggi al mini vertice di Bratislava. I due presidenti indaffarati a ribadire le rispettive posizioni di potenze mondiali.
Per il presidente Bush, il summit del 24 febbraio rappresenta un’opportunità per insistere con la nuova dottrina politica di esportazione della democrazia, nei confronti di una Russia il cui clima di libertà è in netto peggioramento. Per il presidente Putin, che deve riprendersi dall’infruttuoso tentativo russo di influenzare l’elezione presidenziale ucraina, il vertice può invece essere l’opportunità di dimostrare quanto la Russia non tolleri critiche dagli Stati Uniti, accusati a loro volta di abuso dei diritti umani nelle prigioni della baia di Guantanamo e di uso della tortura.
Una democrazia in stallo
Con Putin, le speranze che avaeva un tempo la Russia di scrollarsi di dosso il proprio passato sovietico si sono via via affievolite. In presidente ricade sempre più spesso nel tradizionale autoritarismo russo. Fra i più clamorosi passi indietro nel cammino della democrazia vi sono il giro di vite del governo sui media russi e la dubbia maggioranza dei due terzi ottenuta dal partito del presidente nelle elezioni parlamentari del 2003. Ci sono poi le forzature alle elezioni presidenziali in Cecenia in quello stesso anno e, ovviamente, l’arresto del ricco uomo d’affari Khodorkovsky e la successiva ri-nazionalizzazione di Yukos, il gigante del petrolio ora rientrato fermamente sotto il controllo del Cremlino. Non sorprende dunque che per Washington uno dei più importanti temi dell’agenda politica del summit sia la “mancanza di progressi nello sviluppo democratico in Russia”. In particolare, fin dal suo discorso inaugurale del mese scorso, Bush ha ribadito in modo chiaro che “La sopravvivenza della libertà nella nostra terra, dipende sempre più dal successo della libertà nelle altre terre. La migliore speranza per la pace nel nostro mondo, è la diffusione della libertà in tutto il mondo.”
Anche se da molti questa viene considerata una politica aggressiva che interferisce con la naturale evoluzione di una nazione verso la democrazia liberale, l’idea che gli Stati Uniti possano influenzare paesi antidemocratici semplicemente servendosi della propria leadership mondiale non va scaricata tout court. Putin può esser determinato a tenere la Russia sotto il proprio controllo, ma ha bisogno anch’egli di cooperare con Unione Europea e Stati Uniti per realizzare l’obiettivo di fare del paese una potenza globale politica ed economica. La decisione di Putin di far entrare la Russia nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, per esempio, è un segnale di apertura verso probabili negoziati e verso la cooperazione con Ue ed Usa. Inoltre, dopo i recenti sviluppi in Ucraina, durante i quali il presidente russo ha accusato l’occidente di “immischiarsi” nelle faccende dei propri vicini, Putin può sentire il bisogno di mostrare chiaramente quanto non sia disponibile a prender lezioni dagli Stati Uniti in materia di libertà e democrazia e sulla carenza di entrambe in Russia.
Quando l'Est e l'Ovest s’incontrano a metà strada
La Slovacchia, il quieto ospite dell’imminente summit, ha i propri messaggi da lanciare. È significativo che Bratislava sia il luogo di incontro per due delle personalità di maggiore spicco al mondo, per due importanti paesi i cui rapporti hanno rilevanza globale. Bush sarà il primo presidente americano a visitare questo paese. Un evento da sottolineare. La Repubblica Slovacca è un simbolo del culmine della “Nuova Europa” che ha sostenuto gli Stati Uniti nella coalizione in Iraq. Allo stesso tempo, è un paese che ancora ha stretti legami economici con la Russia, il cui rapporto ha bisogno di continuare in modo sano e trasparente. La Repubblica la slovacca, che fa parte dei nuovi 10 Stati membri Ue, rappresenta solo una delle storie di successo per quanto riguarda trasformazione politica e riforme economiche. Potrebbe dirsi lo stesso in futuro della Russia www.cafebabel.com/it
Preavviso di sfratto per il Siniscalco di Francia, reo di Affittopoli. Chirac non lo difende, Raffarin lo minaccia
Il presidente Chiarc tace, dicono sdegnato. Nicolas Sarkozy, astro brillante della politica francese nonché ex inquilino del ministero dell’economia, pensa che i cittadini stiano giudicando la vicenda «con severità». Soprattutto, però, per Hervé Gaymard siamo ormai all’ultimatum più drammatico: il capo del governo Jean-Pierre Raffarin ha chiesto al suo ministro dell’economia di dare «spiegazioni complete» entro tre giorni da oggi sulla clamorosa Affittopoli di cui è protagonista. Non c’è stato neanche bisogno di specificare che cosa accadrà se le spiegazioni non saranno soddisfacenti. I Palazzi parigini scommettono se arriveranno prima le spiegazioni o, più direttamente, le dimissioni.
Gaymard è stato il politico-rivelazione del 2004, salito a soli 44 anni alla poltrona più importante del governo Raffarin al posto di Sarkozy, divenuto presidente dell’Ump. È un fedelissimo di Chirac, un leone rampante che fino a ieri contendeva lo spazio vitale ad altri colonnelli della destra.
Poi però è uscito fuori sul Canard Enchainé che lui, la moglie e i loro otto figli (che certo sarebbero un problema logistico per chiunque...) abitano da mesi in un appartamento di 600 metri quadri, su due piani, nel centro di Parigi, ottavo arrondissement.
Prezzo dell’affitto: 14 mila euro al mese. Pagati dallo stato, ma perchè l’appartamento sarebbe dovuto servire al ministro «per scopi di rappresentanza».
Ora il ministro ha lasciato la casa e ha promesso che rimborserà le spese sostenute. Non basterà.
Tutta la stampa è saltata sulla vicenda. E non si trova un politico della destra francese disposto a spendere una parola per il potente e distratto collega.www.europaquotidiano.it/
Chi mi ha eletto mi vuole in tv
ROMA Onorevole Santoro, meno di un anno e s'è pentito di essere andato a Strasburgo, non ha paura che si pentano anche quelli che l'hanno votata?
«No, no. Il segno della mia elezione è stato proprio quello della voglia di riaffermare il mio diritto di continuare a interessarmi di libertà d'informazione, di farmi lavorare in televisione. I 750mila cittadini che mi hanno votato lo hanno fatto anche per un motivo preciso: dissentire da chi mi aveva mandato via. Ora siamo di fronte a un fatto nuovo e positivo: c'è una sentenza che afferma che io e la squadra che ha lavorato con me non potevamo essere cacciati. Io credo che il problema sia quello di onorare quella sentenza e anche di onorare il mio pubblico che è questo che vuole da me».
Sono testimone di un suo comizio. Lei disse: se la giustizia mi darà ragione decideremo assieme se dovrò restare in Parlamento o tornare in televisione. Che iniziative terrà per tener fede a quelle parole?
«Le racconto una cosa: ieri (martedì, ndr) insieme a tutti i parlamentari europei abbiamo incontrato i lavoratori di Terni che sono impegnati in uno scontro durissimo per la difesa di un grande patrimonio operaio e produttivo. Alla fine, hanno fatto ressa attorno a me chiedendomi quando torno in televisione e sollecitandomi a farlo. È questo che la gente si aspetta che io faccia. I cittadini che mi hanno seguito per anni avvertono che c'è un vuoto, gli manca uno spazio che prima avevano».
Michele Santoro vuole rientrare in televisione per fare cosa?
«La sentenza dice che io e gli altri dobbiamo essere reintegrati nel lavoro che facevamo. Sarebbe bello tornare esattamente a quel punto. Naturalmente non sarà possibile. Bisognerà vedere cosa fare, dovrà essere una trasmissione che abbia il peso che aveva quella che hanno cancellato».
Santoro, da allora è passato del tempo. Ci sono stati anche nuovi ingressi, penso a Ballarò e non solo.
«È un po' incredibile questo argomento. Nella televisione del centro sinistra c'erano contemporaneamente Biagi, Santoro, Minoli, Annunziata, Lerner, Vespa e tanti altri. Ora, nella televisione del centro destra Biagi, io, altri, manchiamo. Sia chiaro: Ballarò è una bella trasmissione che va difesa coi denti. Ma è una trasmissione decisamente diversa da quella che facevo io. Ecco, io direi che c'è uno spazio sproporzionato tra il Porta a Porta di Vespa e le altre trasmissioni. Io credo che si debba tenere quello che funziona. Certo, ci sono trasmissioni al di sotto del minimo necessario e quelle, secondo una buona linea aziendale, andrebbero superate. Poi, tutto quello che funziona, io credo, debba avere spazio».
Se possibile, rispetto a quando lei è stato mandato via con un provvedimento che ora sappiamo illegittimo, le cose sono peggiorate. È preoccupato?
«Chiunque abbia sale in zucca è preoccupato. Se la televisione svedese deve dire che loro sono una televisione seria e rispettosa del proprio pubblico dicono: noi non siamo la televisione italiana. Certo, poi si può anche protestare con l'ambasciatore e col governo ma questo non sposta di un millimetro il fatto che, non in Svezia, ma in tutta l'Europa veniamo percepiti come il massimo della negatività, l'esempio delle cose da non fare, una anomalia da superare. Quando in Europa, Russia a parte, si vuole indicare una cosa che proprio non va ci si riferisce alla televisione nell'Italia di Berlusconi».
Santoro, ma non ha paura che lasciato il Parlamento europeo e rientrato in televisione, organizzino contro di lei un'altra trappola, per allontanarla nuovamente?
«Certo che potrebbero tentare. Ma intanto è importante che facciano ciò che sono costretti a fare. Io sono qui e chiedo che lo si faccia. Per il resto, come dice Rossella in Via col vento, la cui colonna sonora viene usata da Vespa e che da me non è stata mai usata, domani è un altro giorno. Insomma, poi si vedrà».
Santoro, qual è il suo giudizio sul Consiglio d'amministrazione della Rai?
«Il Consiglio d'amministrazione era stato deciso attorno a un presidente di garanzia e di equilibrio che ora non c'è più. La ragione che giustificava l'esistenza di quel Consiglio è ora inesistente».
Cosa le resterà di questa esperienza parlamentare?
«Vorrei ripetere che il mio tornare alla televisione non parte da una sottovalutazione del lavoro che ho svolto in questo periodo. Non c'è contrapposizione alcuna. Faccio ciò che avevo concordato con quelli a cui avevo chiesto il voto. Il mio ritorno molto prima di essere un successo per me e di quanti con me hanno lavorato, è un successo dei milioni di ascoltatori che ci hanno sempre seguito. In questo periodo ho fatto una esperienza straordinaria. Ho capito com'è l'Europa e come sono le sue istituzioni. Tutti ci portiamo dietro un'idea d'Europa che in realtà corrisponde ai nostri sogni e ai nostri progetti. Ora ne ho un'idea molto più chiara. Vorrei aggiungere che in questo periodo ho fatto scrupolosamente il mio lavoro e ho partecipato a un numero grandissimo di iniziative in Italia per darne conto ai miei elettori».
Scusi Santoro, ma Lavarra, il primo dei non eletti, le ha telefonato per congratularsi della sentenza che la riporta in Rai?
«Siamo amici con Lavarra. Può ragionevolmente stare tranquillo. Io credo che oltre me cambieranno terreno d'impegno anche Ottaviano Del Turco, che vincerà le regionali, e, alle prossime politiche, l'on. D'Alema».www.unita.it/
ONU: TSUNAMI RISCHIA DI ALLONTANARE RISORSE DA CRISI AFRICANE
Peace/Justice, Brief
"Mi ricordo quando l’estate scorsa in questa stessa stanza (al Palazzo di vetro dell’Onu, ndr) chiesi 5 elicotteri per salvare migliaia di persone in Darfur: fummo costretti a noleggiarli da una compagnia commerciale perché non c‘erano donatori. Dopo lo tsunami, ho chiesto ancora elicotteri e – stavolta – in pochi giorni ho visto il dispiegamento di numerosi velivoli": ha usato una provocazione il coordinatore dell’Onu per le emergenze umanitarie Jan Egeland per illustrare la disparità di impegno dimostrato dalle nazioni ricche dopo il maremoto del 26 dicembre nel sud-est asiatico rispetto alla mancanza di fondi per le gravi emergenze in Africa. Il norvegese Egeland – che da anni coordina i principali interventi di assistenza umanitaria dell’Onu – ha ricordato, tra i casi più clamorosi, quello della Repubblica democratica del Congo: le vittime a causa della guerra (da 2,5 a tre milioni, secondo le stime più attendibili) "corrispondono a decine di tsunami". Secondo il quotidiano ‘Daily nation’ del Kenya, Egelland ha spiegato che a gennaio sono stati chiesti e raccolti in poche settimane 977 milioni di dollari per la tragedia asiatica. Ma nello stesso periodo – rileva Egeland – la comunità internazionale ha donato solo 21 milioni di dollari rispetto ai 29 richiesti dal Programma alimentare mondiale (Pam – World food programme, Wfp) dell’Onu. In Sudan ed Etiopia, per esempio, l’agenzia per l’alimentazione è stata costretta a ridurre le razioni di cibo distribuite alle popolazioni in difficoltà.www.misna.org
''L'impressione è che siamo di fronte ad un nuovo salto di qualità
inserito in un chiaro disegno di delegittimazione, ma forse occorrerebbe
dire di distruzione, della giurisdizione.
La novità che va oltre gli attacchi ai PM e giudici dei processi a
carico di imputati "eccellenti" è quella di sbattere in prima pagina
casi di giustizia ordinaria, facendo diventare notizia l'arresto di due
nomadi a Lecco, il litigio tra nuora e suocera a Caltanissetta, la
scarcerazione per omicidio a Palermo e Brescia.
L'effetto di queste notizie, sapientemente costruito, è del tutto
devastante perchè il cittadino comune non può identificarsi con Previti,
ma si identifica subito con le comunissime vittime di questi reati. Non
solo, ma l'effetto notizia di un fatto fa diventare notizie anche altri
fatti e per ragioni di mercato la ricerca del "caso" da offrire in pasto
ai lettori diventa spasmodica, anche da parte di giornali che certo non
partecipano alla campagna mass mediatica in atto da tempo contro la
magistratura.
Gli effetti sono drammatici. Da un lato la sfiducia nei confronti del
magistrato diventa la norma e i giudici vengono sempre più guardati come
appartenenti ad un altro mondo. Dall'altro ogni
magistrato si sente sempre più solo, isolato, col pericolo di vedersi
esposto al pubblico ludibrio per un suo processo, magari stravolto ed
abilmente presentato su di un giornale o a "Porta a porta". Già oggi ho
riscontrato in piccole sedi un clima che viene vissuto come di
intimidazione e che rischia di condizionare i magistrati.
Tra l'altro il problema non è tanto quello della bontà delle decisioni
adottate ( in alcuni casi ineccepibili), ma di come le stesse vengono
presentate e strumentalizzate.
DIFENDERE IL C.S.M. , DIFENDERE LA GIURISDIZIONE
Gli attacchi mossi dal Ministro della Giustizia e da esponenti politici
al Consiglio Superiore della Magistratura sono incredibili.
E' la legge che consente al Consiglio di fornire pareri, che
rappresentano contributi tecnici di esperti che hanno sperimentato le
norme sul campo; contributi che in qualsiasi altro Paese sarebbero
apprezzati e tenuti da conto.
Le accuse al C.S.M. di essere diventato un organo politico sono
risibili: altrettanto allora bisognerebbe dire dei professori di diritto
penale e delle associazioni di avvocati che si sono pronunciati nel
medesimo senso.
La realtà è che a fronte di norme che raccolgono la pressochè unanime
condanna degli operatori si vuole il silenzio. Silenzio incompatibile
con la democrazia.
La realtà è che siamo giunti ad un punto in cui la maggioranza politica
vuole distruggere la giurisdizione, come luogo di affermazione
imparziale ed indipendente dei diritti di ogni cittadino.
Appellarsi al bon ton istituzionale di Ministri come Castelli e
Calderoli si scontra con la realtà di ogni giorno.
Il C.S.M. va apprezzato per quanto ha fatto e deve rafforzare il suo
ruolo e la sua credibilità anzitutto migliorando il proprio
funzionamento, peggiorato ( ricordiamo) proprio dalla legge sbagliata
varata da questa maggioranza parlamentare che ha ridotto il numero di
componenti; il Consiglio inoltre deve dare risposta in positivo al monito del
Presidente Ciampi, monito condiviso e sentito da tutti i magistrati
Giuliana Sgrena: retroscena del rapimento
di Roberto Saviano e Sergio Nazzaro
Roma. Abbiamo intervistato Hamid Mir, capo redattore della GEO Television di Islamabad, in Pakistan, biografo ufficiale di Osama bin-Laden e ultimo giornalista ad averlo intervistato. Hamid Mir svela i retroscena del rapimento di Giuliana Sgrena e di Florence Aubensa (l’inviata di “Liberation” della quale dopo il rapimento avvenuto a Baghdad non si hanno più notizie). Mir, infine, rivela la frattura politico-militare che sarebbe in atto all’interno della resistenza irachena.
Secondo il tuo parere perché è stata rapita Giuliana Sgrena?
“Giuliana Sgrena è stata rapita a causa della presenza di truppe italiane in Iraq. Sta pagando il prezzo della politica del governo italiano. Io penso che i rapitori siano ribelli Sunniti, e sono certi che lei non sia una spia e che è contro la guerra in Iraq. Il governo italiano non ha fatto niente di serio fino ad ora per il rilascio di Giuliana".
E’ stata rapita perchè stava lavorando in maniera molto diversa dagli altri giornalisti occidentali. I grandi corrispondenti dei giornali americani e inglesi fanno “giornalismo da hotel” mentre la coraggiosa corrispondente italiana stava seguendo le sue storie con le sue gambe sulla strada, e questa sua attitudine è stata la causa del rapimento. Non ci sono dubbi che molti agenti dei servizi americani e inglesi usino tesserini da giornalisti a Baghdad. Questo comportamento è una minaccia per tutti i giornalisti”.
I rapitori di Giuliana Sgrena sono gli stessi di Flaurence Aubenas di Liberation?
”Non posso dire che il gruppo sia lo stesso, non ho elementi, ma posso dire attraverso la mia esperienza dire che la maggioranza degli iracheni odia tutte le nazioni coinvolte in questa guerra. Ho notato questo atteggiamento da parte degli iracheni dopo l’invasione del 2003. Sono musulmano ma non ho avuto rapporti facili con la popolazione, perché provengo dal Pakistan, una nazione alleata degli Stati Uniti nella guerra al terrore".
"Quando sono ritornato di nuovo in Iraq nel 2004, l’atteggiamento degli iracheni era cambiato, perché il Pakistan aveva rifiutato l’invio di truppe in Iraq. Ci sono diversi gruppi nelle aree sannite ma i loro obiettivi sono gli stessi: vogliono che gli americani se ne vadano via. Se gli americani invadono l’Italia oggi, che cosa fareste? Sono sicuro che gli italiani reagirebbero alla stessa maniera in cui gli iracheni stanno reagendo contro gli Stati Uniti e i suoi alleati”.
Dietro la strategia dei rapimenti c’è la mano di Al Qaeda?
”Questa è una domanda molto importante. La prima cosa che devi comprendere è che Al Qaeda non è più un’organizzazione ormai, ma è diventata un’ideologia. Molti gruppi in Iraq stanno usando il nome di Al Qaeda come se fosse un franchising. Posso dirti, assumendomene la piena responsabilità, che Osama bin Laden è contro il rapimento dei giornalisti".
"L’ho incontrato molte volte e molte volte l’ho intervistato e so per certo che i suoi combattenti non possono rapire una donna di 56 anni. Tutti quelli coinvolti nel rapimento possono essere stati influenzati da Osama bin Ladin, ma non stanno prendendo ordini direttamente da lui. Posso farti degli esempi recenti. Tre impiegati dell’ONU per le elezioni, sono stati rapiti in Afghanistan l’anno scorso, da un gruppo pro Al Qaeda. Due degli ostaggi erano donne. Immediatamente i leader Talebani hanno condannato il rapimento".
"So anche che i leader di Al Qaeda hanno mandato un messaggio ai rapitori chiedendo perché avessero rapite delle donne. Gli ostaggi sono stati rilasciati pochi giorni dopo vicino a Kabul. Durante la guerra in, la giornalista inglese Radley era stata arrestata (ottobre 2001) perché era entrata in Afghanistan senza il visto, ma fu rilasciata su richiesta di Al Qaeda. Hanno molto rispetto per le donne gli uomini di Al Qaeda".
"Anche io sono stato arrestato dai Talebani a Kabul, nel novembre del 2001. Ho affrontato interrogatori per un giorno intero. Alla fine sono stato rilasciato e ho avuto le scuse da parte del ministro degli interni talebano che mi disse chiaramente che Radley era stata arrestata perché gli americani stavano usando molte donne giornaliste e mendicanti come spie. Mi indicò una giornalista della AP Kathey Gannan come spia al servizio degli americani. Era la corrispondente della AP per l’ Afghanistan".
"Ti ho detto tutto questo per spiegarti che Al Qaeda non è direttamente coinvolta nel rapimento di Giuliana Sgrena. Se alcuni simpatizzanti di Al Qaeda sono coinvolti, devono capire che hanno fatto un errore e rilasciarla immediatamente".
E’ possibile che le forze di occupazione in Iraq siano dietro il rapimento dei giornalisti scomodi?
“Non posso negare questa possibilità a priori, che le forze di occupazione siano dietro il rapimento di Giuliana. Lei stava indagando proprio sulle atrocità commesse dalle forze di occupazione, può darsi che lei abbia scoperto delle prove molto importanti delle atrocità perpetrate. Un altro scandalo come quello di Abu Gharib sta per uscire fuori e forse questo è il perché è stata rapita. Ci sono molti falsi siti pro Al Qaeda che operano per creare confusione”.
Ma possono anche essere semplici criminali rapitori che hanno fatto tutto questo solo per un riscatto?
“Ti racconto questa storia: ho incontrato alcuni criminali comuni nell’area Al Mansoor di Baghdad che mi hanno offerto molti soldi per far cadere in trappola un giornalista occidentale. Avrebbero richiesto un riscatto ed io avrei avuto la mia parte. Sono scomparso il giorno dopo dall’ hotel Palestine per questa offerta”.
Dietro a questo rapimento ci può essere il suo interesse per quanto è accaduto nei combattimenti a Falluja?
“Sono sicuro e so anche con sicurezza che lei stava dietro una storia molto importante. E riguardava le forze di occupazione non i ribelli. Il suo rapimento è una sfida lanciata contro Al Zarqawi, se lui è veramente un seguace di Osama bin Ladin, allora deve fare qualcosa per il rilascio di Giuliana, perché Osama non ha mai avuto come suoi bersagli nella sua vita le donne, e questo rapimento può dare una cattiva impressione su Al Qaeda anche tra gli stessi musulmani”.
Credi che Giuliana Sgrena sia stata rapita per il suo interesse nella resistenza laica anti Saddam che combatte sia contro le forze di occupazione che contro i terroristi, c’è questo tipo di resistenza realmente?
“Sono sicuro che ci sia questa resistenza. Molti musulmani da diverse parti del mondo stanno giungendo nelle aree sannite dell’Iraq per combattere contro gli americani. Io spero che la vostra giornalista sia rilasciata quanto prima e che possa scrivere anche un libro su questa brutta avventura, così come ha fatto la giornalista inglese Radley, cosi che si possano spiegare i molti misteri intorno a questa vicenda”.
Hai notizie o informazioni dall’Iraq su quale sia una possibilità per arrivare alla sua liberazione?
”Si, sono in contatto con molti giornalisti amici in Iraq, e loro credono che i leader Musulmani e i giornalisti devono insistere sempre di più per il rilascio di Giuliana, fare continue dichiarazioni”.
Rimanendo sul concreto che cosa credi si possa fare per poter liberare le due giornaliste, sia Giuliana che Flaurence Aubenas?
”Cercate di pubblicare appelli dei giornalisti musulmani sulla stampa irachena. Inoltre bisogna contattare i capi religiosi come l’Immam Abu Hanifa della Moschea di Baghdad e lo sceicco Abdul Qadir Gillani sempre della moschea di Baghdad.I loro appelli avranno sicuramente effetto se Giuliana è nella mani dei ribelli sunniti”.
Credi che Osama Bin Laden possa dare ordini di rapire o rilasciare giornalisti?
“Ho già risposto a questa domanda. Osama bin Ladin non può ordinare di uccidere o rapire dei giornalisti. Anche il giornalista americano Daniel Pearl non è stato ucciso per ordine di Osama in Pakistan. E’ stato ucciso da estremisti anti americani del luogo, e quella uccisione ha gettato terribili ombre sui musulmani".
"Mi auguro che gli iracheni non commettano lo stesso errore".
Roberto Saviano
Sergio Nazzaro
redazione@reporterassociati.org
Note sugli autori dell’intervista
Roberto Saviano (Napoli, 1979) scrive inchieste, reportage e racconti per “Il Manifesto”, e “Il Corriere della Sera” (inserto Campania), “Diario”, “Pulp Libri” e collabora al blog collettivo nazioneindiana.com. Un suo testo è stato inserito nell’antologia “Best off Minimum fax 2004”.
Sergio Nazzaro (Uster, Svizzera 1973) Giornalista pubblicista ha collaborato con le agenzie di stampa “Clorofilla”, “Romaone”, “Radio Kossuth (Ungheria)” con il quotidiano “MF DNS (Praga)”, il settimanale “Avvenimenti”, “Megachip”. Collabora con il mensile musicale “Rumore”, la rivista d’arte “Next Exit”. Ha pubblicato “Un giorno in Messico” (Edizioni della Rosa), “…E forse anche ottobre” (Oppure Editore), “Qualcosa di sconosciuto: la poesia di György Petri” (Aracne Editrice), Ferenc Juhasz poesie scelte, (Accademia d’Ungheria
La lotta per la memoria nelle società libere
di John Pilger
Quante altre persone innocenti dovranno morire prima che coloro che filtrano il passato e il presente si rendano conto della loro responsabilità nel proteggere la nostra memoria e le vite degli esseri umani?
Come funziona il controllo del pensiero nelle società cosiddette libere? Perché i giornalisti famosi sono così ansiosi di minimizzare, quasi di riflesso, la colpevolezza di leader politici, come Bush e Blair, che condividono la responsabilità di un attacco non provocato a gente indifesa, di essere rimasti lì per distruggere la loro terra, di aver ucciso come minimo 100.000 persone, la maggior parte delle quali civili, e di aver cercato di giustificare questo crimine colossale con bugie dimostrabili? Come mai il cronista della BBS ha descritto l’invasione dell’Iraq come “una rivendicazione per Blair”? Perché i giornalisti radiotelevisivi non hanno mai associato lo stato inglese o quello americano con il terrorismo? Perché questi comunicatori privilegiati, con un accesso illimitato ai fatti, hanno contribuito a descrivere un’elezione inosservata, non verificata, illegittima e cinicamente manipolata, avvenuta sotto una brutale occupazione, come “democratica” e con l’originario scopo di essere “libera e giusta”?
Non leggono la storia? Oppure la storia che loro conoscono, o scelgono di conoscere, è soggetta a un’amnesia e a un’omissione tali da produrre una visione del mondo che ti fa vedere le cose solo tramite un modello etico a senso unico?
Non sto parlando di cospirazione. Questo modello etico assicura che la maggior parte dell’umanità sia giudicata in base all’utilità che ha “per noi”, alla sua desiderabilità o spendibilità, ai suoi meriti o demeriti: ad esempio, l’idea che i curdi iracheni siano “buoni” e quelli turchi “cattivi”. L’infallibile presunzione è che “noi” appartenenti all’Occidente dominante abbiamo modelli etici superiori ai “loro”. Uno dei “loro” dittatori (spesso un nostro vecchio cliente, come Saddam Hussein) uccide milioni di persone e viene considerato un mostro, un secondo Hitler. Se invece è uno dei nostri leader a fare lo stesso, viene visto nella peggiore delle ipotesi come Blair, in termini shakespeariani. Coloro che uccidono delle persone con auto-bombe sono ”terroristi”, mentre coloro che ne uccidono ancor di più, ma con bombe a grappolo, sono nobili occupanti di una “palude”.
L’amnesia storica si diffonde facilmente. Appena dieci anni dopo la guerra del Vietnam, della quale feci la cronaca, un sondaggio, effettuato negli Stati Uniti, rivelò che un terzo degli americani non riusciva a ricordare da quale parte si era schierato il loro governo. Tutto ciò dimostra la forza della propaganda dominante, secondo la quale la guerra era essenzialmente un conflitto tra i vietnamiti “buoni” e quelli “cattivi” nel quale gli americani erano rimasti “coinvolti” con lo scopo di portare la democrazia alla popolazione del Vietnam meridionale che affrontava una “minaccia comunista”.
Una tale pretesa, falsa e disonesta, permeò la maggior parte dei media, tranne alcune onorevoli eccezioni. La verità è che la guerra più lunga del ventesimo secolo era una guerra mossa dall’America contro il Vietnam, nord e sud, comunisti e non comunisti. Era un’invasione non provocata della loro patria e della loro vita, esattamente come l’invasione dell’Iraq. L’amnesia assicura che, mentre vengono costantemente riconosciuti pochi morti tra gli invasori, la morte di più di cinque milioni di vietnamiti è consegnata all’oblio.
Quali sono le radici? Certo, la “cultura popolare”, soprattutto i film hollywoodiani, possono decidere cosa e quanto dobbiamo ricordare. L’educazione selettiva in giovane età svolge lo stesso compito. Mi è stata inviata una guida, sul Vietnam e la guerra fredda, usata dagli studenti di storia moderna per il ripasso. E’ su questo testo che i ragazzini inglesi tra i 14 e i 16 anni studiano per superare il decisivo esame GCSE. Ed è sempre questo testo che permea la loro conoscenza di un periodo storico di fondamentale importanza e che influenza ampiamente il modo in cui percepiscono le informazioni attuali sull’Iraq e non solo.
E’ scandaloso. Vi si afferma che, in base al patto di Ginevra del 1954: “Il Vietnam era diviso in una parte settentrionale comunista e una meridionale democratica. In una sola frase la verità viene eclissata. La dichiarazione finale della conferenza ginevrina divideva “temporaneamente” il Vietnam fino alle libere elezioni nazionali del 26 luglio 1956. Non c’era alcun dubbio che Ho Chi Minh avrebbe vinto e creato il primo governo vietnamita democraticamente eletto. Di sicuro, il presidente Eisenhower non aveva dubbi. “Non ho mai parlato con una persona ben informata sulla situazione indocinese” , scrisse, “ che non concordasse sul fatto che…l’80% della popolazione avrebbe votato come proprio leader il comunista Ho Chi Minh .”
Non solo gli Stati Uniti non permisero alle Nazioni Unite di sovrintendere alle elezioni concordate due anni dopo, ma il regime “democratico” del sud era un’invenzione. Uno dei suoi inventori, l’ufficiale della CIA Ralph McGehee, descrive nel suo magistrale libro “Deadly Deceits” (inganni mortali) il modo in cui un brutale mandarino espatriato, Ngo Dinh Diem era stato importato dal New Jersey per diventare “presidente” e come venne messo in piedi un falso governo. “Alla CIA”, ha scritto McGehee, “venne ordinato di sostenere quell’illusione tramite la propaganda (portata avanti dai media).
Furono organizzate delle finte elezioni, acclamate in Occidente come “libere e giuste”, mentre ufficiali americani inventavano un’affluenza dell’83% nonostante il terrore dei Viet Cong. La guida non allude a nulla di tutto questo né al fatto che i “terroristi”, come gli americani chiamarono i Viet Cong, erano anche dei vietnamiti del sud che difendevano la loro terra contro l’invasione americana e la cui resistenza fu popolare. La vicenda dell’Iraq è simile.
Il tono di queste affermazioni è quello del “nostro” punto di vista. Non è ragionevole che esistesse un movimento di liberazione nazionale in Vietnam, ma solo “una minaccia comunista”, solo la propaganda che “gli Stati Uniti erano terrorizzati dalla possibilità che altri paesi potessero diventare comunisti e aiutare l’URRSS perché non volevano essere sorpassati, solo che il presidente Johnson “era determinato a mantenere il Vietnam del Sud libero dai comunisti” (con la stessa enfasi dell’originale).
Tutto ciò porta all’Offensiva del Tet del 1968, che “terminò con la perdita della vita di migliaia di americani, 14.000 nel 1969, soprattutto ragazzi. Non si parla dei milioni di vietnamiti morti durante l’offensiva. E l’America semplicemente diede inizio a una “campagna di bombardamento”, senza accennare alle tonnellate di bombe lanciate nella storia della guerra, ad una strategia militare deliberatamente ideata per obbligare milioni persone ad abbandonare le loro case, né ai prodotti chimici utilizzati in maniera tale da modificare profondamente l’ambiente e l’ordine genetico, lasciando quasi rovinata una terra in passato molto generosa.
Questa guida riflette i pregiudizi e le distorsioni contenuti anche nei programmi di studi ufficiali, come quelli di Oxford e Cambridge, utilizzati in tutto il mondo come modelli di riferimento. In essi, la sezione riguardante la guerra fredda si riferisce all’”espansionismo” sovietico e alla “diffusione” del comunismo, senza accennare neanche per sogno all’”espansione” rapace dell’America. Una delle domande chiavi è: “In che modo gli Stati Uniti riuscirono a contenere in maniera efficace la diffusione del comunismo?” Ossia il bene contro il male, per le menti non istruite.
“Ah, c’è un sacco di materiale da imparare qui” affermano gli autori della guida, “quindi studiate subito”. Ah, non c’è stato alcun impero britannico e nel libro non c’è un solo accenno alle atroci guerre coloniali che furono modelli per l’impero successivo, nella fattispecie l’America, in Indonesia, Vietnam, Cile, El Salvador, Nicaragua, giusto per nominarne qualcuno, nel sanguinoso processo imperiale della storia moderna, di cui l’Iraq è solo l’ultima.
E adesso toccherà all’Iran? Già è iniziato il suono di tamburo. Quante altre persone innocenti dovranno morire prima che coloro che filtrano il passato e il presente, si rendano conto della loro responsabilità nel proteggere la nostra memoria e le vite degli esseri umani?
© New Statesman
Fonte: http://pilger.carlton.com/print
Traduzione di Loredana Stefanelli per Nuovi Mondi Media
febbraio 24 2005
Mediaset, fondi neri all'estero Tatò teste contro il Cavaliere
LUCA FAZZO A PAGINA 25
la Repubblica - 24 febbraio 2005
Tre ex manager di Fininvest tra i testimoni d'accusa nell'inchiesta. Le dichiarazioni dell'ex amministratore delegato
Fondi Mediaset, l'accusa di Tatò
"Dopo l'ingresso in politica Berlusconi controllava l'azienda"
LUCA FAZZO, MARCO MENSURATI
MILANO - Ci sono anche tre ex manager di Fininvest tra i testimoni d'accusa contro Silvio Berlusconi per l'indagine, chiusa pochi giorni fa dai pm Alfredo Robledo e Fabio De Pasquale, per le centinaia di milioni che il Cavaliere avrebbe fatto sparire dalle casse del suo gruppo anche dopo la quotazione in borsa dirottandoli sui conti privati propri e dei figli Marina e Piersilvio. Il più importante di tutti è Franco Tatò, ex amministratore delegato di Fininvest. È "Kaiser Franz" a demolire in poche righe la linea difensiva che ancora sabato scorso dettavano ai giornali i legali del presidente del Consiglio, secondo cui «Silvio Berlusconi dal 1993 in poi non era più nulla nell'ambito del gruppo Mediaset se non un socio senza alcuna possibilità di gestione». Tatò dichiara invece ai pm che anche dopo l'ingresso in politica e la nomina a presidente del Consiglio Berlusconi continuava a tenere in pugno l'azienda, e che tutte le decisioni di un qualche rilievo passavano da lui. E che era Berlusconi il contatto diretto di quello che per la Procura era l'uomo chiave delle operazioni illecite sui diritti televisivi: Daniele Lorenzano, l'uomo che da Los Angeles controllava il business dei diritti tv.
A collaborare con i magistrati sono stati anche i manager Livio Gironi e Roberto Pace. Il primo ha dichiarato che fu la famiglia Berlusconi - in particolare il Cavaliere e la madre - a decidere di spostare somme ingenti dalle casse sociali a quelle di Marina e Piersilvio Berlusconi. Il secondo ha tratteggiato a fosche tinte il sistema «caotico» dei diritti televisivi, basato su accordi con società sconosciute con sede in paradisi fiscali. Dietro a queste società, secondo la Procura di Milano, c'era Berlusconi stesso. Decisive, da questo punto di vista, le ammissioni dell'avvocato inglese David Mills, autore del complesso sistema di società offshore di cui Fininvest ha negato per anni l'esistenza.
«Io ricordo che lo scopo fondamentale era destinare una parte del patrimonio privato di Silvio Berlusconi ai figli del suo primo matrimonio. L'idea era di costruire due veicoli societari che dovevano fare trading sui diritti e quindi ottenere dei profitti, e si voleva che questi profitti fossero destinati a Marina e Piersilvio (...) i figli di Berlusconi sarebbero stati beneficiari ma la gestione pratica doveva essere sempre soggetta al consenso di Silvio Berlusconi che nel documento viene denominato "X"».
Grazie a questo sistema sarebbero state sottratti alle casse aziendali 276 milioni di dollari. Nel luglio del 1994 quando era già presidente del Consiglio, Berlusconi avrebbe fatto svuotare in contanti i depositi svizzeri dal suo fiduciario Paolo Del Bue per trasferire il provento dei reati su altri conti in paradisi fiscali.
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I VERBALI
L'interrogatorio di Franco Tatò il 17 dicembre 2003
"Anche dopo la vittoria del '94 Silvio seguiva da vicino l'azienda"
"L'area Fininvest era impenetrabile, gestita da Bernasconi"
MILANO - Verbale di interrogatorio di Franco Tatò del17 dicembre 2003. «Sono entrato nel consiglio d'amministrazione di Fininvest nell'ottobre 1993. Nell'intenzione doveva essere un consiglio d'amministrazione che avrebbe dovuto reggere la società nella fase successiva all'epoca dell'ingresso in politica di Silvio Berlusconi. Poco tempo dopo venni nominato amministratore delegato. Nella sostanza la mia nomina serviva evidentemente a dare un segnale di rigore gestionale alle istituzioni finanziarie, principalmente le banche, nella fase di grande incertezza che precedette le elezioni del 1994. Dopo la vittoria di Berlusconi sostanzialmente non ci fu più bisogno di una figura come la mia, e il potere ritornò in mano ai più stretti collaboratori di Berlusconi (....) Il consiglio era tutto composto da persone legate da rapporti strettissimi con Silvio Berlusconi. Lui stesso, anche dopo l'ingresso in politica e per tutto il 1994, continuava a seguire in modo molto stretto le attività dell'azienda. Ognuno dei vertici delle operative aveva un rapporto diretto con Berlusconi il quale in definitiva aveva l'ultima parola su tutte le questioni di una certa rilevanza. Naturalmente non era più presente ogni giorno sui singoli fatti di gestione dell'azienda, ma dal punto di vista sostanziale la sua capacità di influenzare le decisioni del consiglio era rimasta intatta».
Cosa sa delle modalità di acquisizione dei diritti televisivi da parte del gruppo Fininvest?
«Era un'area di attività assolutamente chiusa ed impenetrabile, gestita al livello più alto da Bernasconi e che dava conto della sua attività direttamente a Berlusconi e non riferiva al consiglio d'amministrazione»
Chi aveva i rapporti con le major?
«Anche qui c'era una situazione un po' misteriosa. C'era una persona che si chiamava Lorenzano che da New York teneva i rapporti con le case americane. Lorenzano aveva un rapporto diretto con Berlusconi e si conoscevano da moltissimi anni».
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Luglio 2004, parla Livio Gironi manager Fininvest
"Solo a distanza di anni ho saputo di molte società alle isole Vergini"
"Nel '90 si pensò di dare parte del patrimonio ai figli"
MILANO - Verbale di interrogatorio di Livio Gironi del 18 luglio 2004.
Lei ricorda del progetto di destinare una parte del patrimonio di Berlusconi ai suoi figli Marina e Piersilvio avvalendosi dello strumento dei trust?
«Io ricordo che probabilmente nel 1990 all'interno della famiglia Berlusconi si pensò di cominciare ad assegnare una parte del patrimonio ai primi due figli. Io sono sicuro di averne parlato con la stretta cerchia dei congiunti di Silvio Berlusconi, intendo dire con lui stesso e forse con la madre. A un certo punto qualcuno dei collaboratori di Berlusconi, ma non saprei dire chi, suggerì di utilizzare uno strumento di diritto anglosassone, cioè il trust. A me l'idea sembrava buona anche se si trattava di uno strumento difficile da utilizzare in Italia. Io ricordo che ad un certo punto due società controllate da una trust company dovevano acquistare direttamente e indirettamente delle quote della Fininvest».
Si dà atto che al teste viene mostrato l'atto di costituzione del Trust Volcameh (che assegna a Marina e Piersilvio Berlusconi le disposizioni sul fondo, ma con la controfirma di Fedele Confalonieri, Giancarlo Foscale e dello stesso Gironi, ndr).
«Ovviamente a tanti anni di distanza non ricordavo questo documento. Adesso che l'ho visto posso dire che questo ruolo ci è stato assegnato sicuramente da Silvio Berlusconi che peraltro avrei certamente consultato se i figli avessero voluto fare disposizioni derivanti da questo contratto (...) Io mi sono occupato poco del cosiddetto comparto estero. Personalmente in una prima fase avevo proposto di dare vita ad una struttura di società estere che faceva capo ad una holding in Lussemburgo. Ad un certo punto mi sono reso conto che questa idea non veniva seguita. Ho saputo poi a distanza di anni che vi erano molte società nelle isole Vergini ed in altri luoghi di cui non avevo mai sentito parlare».
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Il verbale nel caso sui fondi Mediaset
Mills cambia versione sulla società All Iberian: «Era nota a Berlusconi»
dal Corriere - 24 febbraio 2005
MILANO - Una telefonata in piena notte tra l’avvocato inglese David Mills e Silvio Berlusconi, che era «molto preoccupato» perché i pm milanesi avevano scoperto «All Iberian»: i verbali dell’indagine su Mediaset, che la Procura ha chiuso sabato contestando al premier presunti fondi neri per 280 milioni di euro, riscrivono un capitolo chiave di Mani Pulite e del processo «Toghe sporche». All Iberian è una società off-shore che negli anni ’90, tra l’altro, ha versato 21 miliardi di lire a Craxi e ha bonificato a Previti i 434.404 dollari finiti al giudice romano Squillante. Secondo i pm, era la cassaforte segreta della Fininvest. Silvio Berlusconi invece ha sempre smentito: «Con il mio senso estetico, non avrei mai accettato una società con quel nome». Interrogato a Londra dal tribunale milanese del processo Previti/Squillante, anche David Mills, il creatore di quella e altre off-shore, gli aveva dato ragione: «Non ho mai parlato con Berlusconi di All Iberian». Il 18 luglio scorso, però, Mills viene interrogato, come indagato per riciclaggio dei fondi Mediaset, dai pm Robledo e De Pasquale, che gli mostrano un documento del ’95 sulla «telefonata dell’altra notte con Berlusconi»: «Francamente non ricordavo - balbetta Mills - ma ora dichiaro che questo documento l’ho scritto io: era un’informativa ai miei partners dello studio Withers, preoccupati per le prime notizie su All Iberian. Ora ricordo una telefonata con Gironi: a un certo punto lui mi passò al telefono Silvio Berlusconi, che mi disse le cose che ho riportato». Fu il Cavaliere in persona, dunque, a dettare a Mills cosa si poteva dire su All Iberian. E per averlo rivelato ai pm milanesi, ora Mills potrebbe finire nei guai a Londra o a Milano anche per falsa testimonianza.
P.B.
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Ds Milano - Rassegna stampa
La nuova sfida di Soros: "Aiuterò la cultura araba"
Cecialia Zecchinelli
Corriere della Sera
GEDDA - È noto per amare le sfide, George Soros, ma questa volta anche per lui la proposta è particolarmente audace. Il famosissimo finanziere-filantropo di origine ungherese, ebreo e oggi cittadino Usa, ha infatti lanciato al Forum economico di Gedda la creazione di una Fondazione della Cultura Araba, che avrà il suo sostegno. E questo a due passi dai luoghi più santi dell’islam a Mecca e Medina, nella stessa città dov’è cresciuto Osama Bin Laden, nel cuore di una regione sempre più ostile agli Stati Uniti per la loro presenza in Iraq e il loro appoggio ad Israele.
Alla Davos arabo-islamica appena terminata, Soros si è mosso con cautela, quasi timidezza, scusandosi di «non conoscere l’Arabia Saudita, dove vengo per la prima volta, e il mondo arabo, dove ho investito ancora poco». Ma ha parlato poco di mercati finanziari. Molto di più della necessità di «aprire le società del nostro mondo globalizzato», evitando «imposizioni di modelli ritenuti perfetti, come è il caso dell’America di Bush, che portano solo a disastri ulteriori. Piuttosto si deve agire su altri fronti, come quello della cultura». Una posizione che il finanziere-filantropo proclama da anni, ma con la novità di voler allargare le importanti attività di beneficenza dall’Europa orientale e altre decine di Paesi, avviate da anni tramite il suo Open Society Institute , anche al mondo arabo. «L’idea - spiega al Corriere - è quella di creare una Fondazione che copra tutti i Paesi di lingua araba per sostenere la loro arte e la loro cultura, nella convinzione che lo sviluppo della creatività sia un passo vitale per la crescita e l’apertura delle società. La proposta è partita a fine 2004 da un gruppo di 26 artisti e intellettuali arabi e l’ho accolta con molto favore, visto il precedente positivo in Ungheria. Ma spero che questa volta non sarò io il pilastro dell’iniziativa, la maggioranza dev’essere araba, per me andrà bene il 20».
L’obiettivo, dice Soros, è arrivare a un budget di 5 milioni di dollari annuali: «Ci arriveremo progressivamente in tre anni, spero, c’è molto interesse anche qui, credo che donatori arabi non mancheranno e la fondazione verrà avviata già tra qualche mese». Problemi per la sua cittadinanza e la sua religione «Non direi, anche perché non sarò io il maggior finanziatore. E poi la cultura non è minacciosa politicamente, mentre è uno stimolo efficace nell’aprire le menti. Vogliamo sostenere, anche tramite premi annuali, teatro, letteratura, musica, poesia, arte, produzione di documentari forse. Un progetto importante». Che avrà probabilmente sede (ma la decisione è «delicata») al Cairo, «centro della cultura araba».
In realtà, al di là degli ottimi commenti ufficiali degli organizzatori della conferenza, le prime reazioni nella platea del Forum non sono state entusiastiche, al contrario. «Una fondazione per la cultura araba dev’essere fatta dagli arabi, cosa c’entra Soros» si lascia andare Nibas El Fadel, consigliere del governo siriano che non vuole rispondere alla domanda se la religione del finanziere sia il maggior ostacolo a un suo impegno nell’area. «Che sia ebreo non mi disturba affatto, anche Madeleine Albright che ha partecipato alla Conferenza è ebrea», dice invece Asem Al Ghamdi, caporedattore del quotidiano saudita Al Watan . «E l’idea della fondazione è buonissima - aggiunge -. Piuttosto il problema è il fatto che lui sia americano: gli Stati Uniti vogliono imporci la loro "democrazia" come si è visto in Iraq e io nutro molti sospetti su Soros, credo faccia parte del gioco».
Anche Sheikh Abdeleak Kaki, uno dei maggiori uomini d’affari di Gedda, non è convinto: «Abbiamo già tante fondazioni culturali nostre, dall’Istituto del mondo arabo a Parigi, al Centro Abdelaziz qui in Arabia Saudita - dice -. Non è per una questione religiosa, ormai anche noi sauditi abbiamo tolto dai passaporti la voce "religione" e mi piace molto Thomas Friedman ad esempio. Ma Soros è un ottimo finanziere e deve rimanere tale, quando inizia a muoversi in altri campi non lo seguo».
Tra i pochi entusiasti Salem Mojadidi, afghano da 30 anni nel Regno di Re Fahd, giornalista televisivo: «Assolutamente d’accordo con Soros, il mondo è cambiato, le culture devono incontrarsi. Dobbiamo continuare a costruire ponti tra loro e non importa chi sia a costruirli, ebrei o musulmani o cristiani», dice, sposando in pieno la tesi del finanziere-filantropo, ma a quanto pare, almeno per ora, in minoranza.
La nuova impresa di Soros potrebbe così rivelarsi più dura delle incursioni sui mercati finanziari compiute ai tempi delle fortunate (per lui) speculazioni valutarie, contro le banche centrali di mezzo mondo. E rivelarsi, anche se non è detta l’ultima parola, una «missione impossibile» come quella in cui si era avventurato lo scorso anno negli Stati Uniti, sostenendo massicciamente la campagna di John Kerry contro Bush e i neo-con .
Fassino a Ballaro’
E’ una discreta trasmissione, Ballaro’.
Peccato che ci vada sempre la stessa compagnia di giro.
Di Fassino, per esempio ormai sappiamo ogni cosa gli frulla in testa.
E’ cosi’ abitue’ che una delle scorse volte, prima di cominciare ha fatto gli auguri al conduttore per la nascita della sua primogenita, notizia che sapevano solo pochi intimi. Ieri prima di cominciare ha voluto dedicare un momento a Imbeni, il sindaco di Bologna prematuramente scomparso.
Applauso.
Ma ieri, per combinazione era pure scomparso Don Giussani, la pittrice Titina Maselli, i due poliziotti uccisi come cani a Verona, e chissa’ quanta altra gente che adesso mi sfugge. Perche’ non applaudire pure loro? E l’informazione giornalistica, che ormai morta e sepolta da un pezzo, aveva fatto gridare allo scandalo Fassino per la sostituzione di Mentana adesso non e’ doppiamente morta con la sostituzione di Furio Colombo all’Unita’? E non merita un applauso anche cotanto gentiluomo?
Mah
Ma non era di questo che volevo parlare.
Ieri a Ballaro’ tra le tante cause del trasferimento della siderurgia da Terni un dirigente tedesco diceva che non era conveniente produrre in Italia, per la conflittualita’ dei sindacati, per l’inadeguatezza delle infrastrutture tra cui i trasporti e dall’alto costo dell’energia elettrica.
Finalmente! Mi sono detto. Adesso tutta questa bella compagnia alza il velo sulle malefatte della nostra classe dirigente che con la scusa della liberalizzazione sta svendendo tutto il pacco ai francesi. Tanto, l’Enel come Gestore della rete e’ obbligato a comprare energia da intermediari con sedi nei paradisi fiscali, che determinano il prezzo al consumo.
Invece nulla.
Ma e’ sempre cosi’. Fassino parla di sindacati, di costo del lavoro, di Pil di produzione e non parla mai delle vere cause dell’impoverimento del ceto medio italiano: gli intermediari, che sono gli agenti di borsa, bancari, agenti di viaggio, mafie che comprano derrate dal contadino e ne determinano il prezzo decuplicato nei supermercati, albi, associazioni e camarille varie che impongono tariffari da cui non si puo’ svicolare, la pizza che costava 10.000 lire e che oggi ci vogliono 12 Euro…
Di questo non si parla mai.
Parlano sempre di una classe sociale che non esiste piu’ se non nella loro mente. (Intendo nella mente di Fassino e dei sindacalisti di turno, a Ballaro’)
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Aldo Vincent il Gelataio di Corfu' http://guide.supereva.it/satira
La moquette della Provvidenza
Sostiene il Cavalier Peluria che Prodi ha fatto male a divulgare il contenuto di una conversazione privata con Chirac, anche perché - assicura - Chirac non ha detto quelle cosacce sull’Italietta berlusconiana. Strano: se non le avesse dette, le avrebbe smentite, visto che è vivo e vegeto. Invece non l'ha fatto.
Ha smentito, per lui, il Cavalier Bellachioma che, non contento di smentire continuamente quel che dice lui, s'è messo a smentire anche quel che dicono gli altri. In Italia e all'estero. Ieri, poi, ha rivelato il contenuto di una sua conversazione privata con don Luigi Giussani che - dice lui - «mi ripeteva sempre di considerarmi l'Uomo della Provvidenza per l'Italia». Ecco: avrebbe potuto rivelarlo l'altroieri, tre giorni fa, tre mesi fa, tre anni fa. Così don Giussani avrebbe potuto, eventualmente, smentirlo. O magari confermarlo. Invece l'ha rivelato proprio ieri mattina, appena appresa la notizia che don Giussani era spirato. Così non sapremo mai se quel bizzarro apprezzamento fosse farina del sacco del sacerdote, oppure frutto della fertile fantasia del Cavalier Foltocrinito (fertile, nel senso che con tutto il fertilizzante che deve aver usato per moquettarsi la capa santa, può inventarsi qualsiasi cosa). Conoscendolo, si sarebbe portati a optare per la seconda ipotesi. Con qualche spiegazione aggiuntiva. Probabilmente Berlusconi tende a confondersi con Mussolini, il noto tour operator che, com'è noto, «mandava gli oppositori in vacanza nelle isole». Perché è di Mussolini che un alto prelato vaticano, nel 1929, disse che era «l'uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare». Era il cardinale Pietro Gasparri, segretario di Stato di Pio XII, all'indomani della firma dei Patti Lateranensi. Ecco: anche Maurizio Gasparri, non ancora cardinale, considera Berlusconi l'Uomo della Provvidenza (l'ha fatto persino ministro). Di qui l'increscioso equivoco.
Nessuno, naturalmente, nella Rai di regime, metterà in dubbio l'investitura divina di don Giussani all'ex Unto del Signore, ora autoproclamatosi Uomo della Provvidenza. D'altra parte, chi guarda soltanto la televisione è ancora convinto che, come assicurò Berlusconi, Ciampi abbia imposto a un Berlusconi recalcitrante il Lodo Schifani che garantiva l'impunità al premier; che, come garantì Berlusconi, Ciampi gli avesse promesso la sua firma sulla legge Gasparri modello base, poi inspiegabilmente respinta alle Camere; che, come giurò Berlusconi, Bush avesse promesso di non attaccare l'Iraq; e che, come rivelò Berlusconi, tutti i capi di governo europei abbiano stretto un patto d'acciaio con Berlusconi per rivedere il patto di stabilità e legalizzare la finanza allegra all'italiana (ma poi, per misteriosi motivi, non se n'è fatto nulla: strano, visto che, a sentir lui, erano tutti d'accordo con lui).
Chi guarda soltanto la televisione è persino convinto che Chirac sia un grande estimatore di Berlusconi. In realtà lo detesta e lo disprezza da vent'anni. Da quando, nel 1986, divenne capo del governo e si ritrovò fra i piedi questo «Cavalier Spaghetti» - così lo chiamavano i francesi - incistato nel sistema televisivo francese con la sua La Cinq, versione transalpina di Canale5.
A Parigi il Cavalier Spaghetti era considerato un uomo di sinistra: infatti vi era sbarcato grazie a Craxi che, non contento di averlo regalato all'Italia, lo piazzò anche in Francia grazie ai buoni uffici del suo amico Mitterrand. Silvio dovette superare le resistenze del ministro della Cultura Jack Lang, che lo considerava «l'assassino del cinema italiano» e «un uomo senza scrupoli». Ma soprattutto dell'ascoltatissimo consigliere per la comunicazione dell'Eliseo, Jacques Seguéla.
Lang rimase sulle sue posizioni, in minoranza. Segéla fu conquistato alla maniera tradizionale, come ha raccontato lui stesso in un videoreportage di Canal Plus: «Berlusconi invitò a cena me e mia moglie nel suo appartamento sull'Arc de Triomphe, cucinò degli ottimi spaghetti all'italiana e ci fece trovare, nascosti nel tovagliolo, due orologi d'oro massiccio. Li abbiamo poi regalati ai nostri domestici».
La Cinq parte il 15 febbraio '86, ma il 15 marzo Chirac subentra a Fabius, e la prima cosa che fa è di ostacolare il Cavalier Spaghetti, che nel frattempo ha pensato bene di allearsi con l'editore filonazista Robert Hersant. In una leggendaria conferenza stampa della campagna elettorale, il leader gollista pronuncia queste testuali parole (che deve aver ripetuto l'altro giorno davanti a Prodi): «Mentre per motivi tecnologici e occupazionali avremmo interesse a sviluppare la nostra industria dell'immagine, stiamo svendendo il mercato francese a questo merchant de soupe (venditore di minestre, bottegaio, ndr) italiano. È scandaloso! E tutto perchè qualcuno (i socialisti) ha paura di perdere le elezioni e vuole tenere le mani su una tv!».
Invano Silvio Spaghetti tenta di farsi ricevere da Chirac, magari per regalargli un orologio d'oro: rimane sempre fuori della porta. E, dopo mesi di disastri, deve chiudere bottega e tornarsene in quel dorato mondo a parte che è l'Italia. L'unico paese dove lo scambiano persino per un imprenditore http://banane.splinder.com/
George W. Bush in Germania : contestazioni e colloqui
di red
Proteste anche in Germania per la visita di George W. Bush, che prosegue il suo viaggio in Europa.
In Germania l'opposizione alla politica della Casa Bianca in Iraq e' molto vivace. Ieri ci sono stati cortei di protesta a Berlino ed in altre citta'. Circa 400 persone hanno sfilato tranquillamente davanti all'ambasciata USA a Berlino, portando cartelli che accusavano gli Stati Uniti di terrorismo e chiedevano il ritiro dall'Iraq.
Alcune centinaia di persone sono scese in piazza a Wiesbaden e Magonza ed altre manifestazioni hanno avuto luogo a Stuttgart, Amburgo e Kassel. Il comitato "Not welcome Mr. Bush" ha chiamato a raccolta per oggi migliaia di cittadini.
Un sondaggio condotto dall'istituto Forsa per il settimanale tedesco Stern rivela che l'80% dei tedeschi non crede che ora l'amministrazione Bush nelle sue decisioni di politica internazionale dara' maggiore ascolto agli alleati europei. Solo il 16% degli intervistati ritiene il contrario.
Proprio a Magonza e Wiesbaden si rechera' oggi Bush per incontrare il cancelliere tedesco Gerhard Schröder e visitare le truppe americane di stanza in Germania.
Le misure adottate per la visita sono senza precedenti: 10.000 poliziotti controllano il perimetro intorno al castello dove si svolgono i colloqui fra il presidente americano e il cancelliere tedesco; il gigantesco aeroporto di Francoforte e' stato chiuso, come tutte le autostrade di accesso a Magonza, nonche' una fabbrica della Opel.
Ai cittadini e' stato vietato di affacciarsi al balcone e di aprire il garage. Lungo il percorso del corteo presidenziale sono state eliminate le cassette delle lettere e tutti i tombini sono stati sigillati per prevenire attentati.
Anche a Bruxelles Bush era stato preceduto e accolto da pacifiche manifestazioni di protesta.
www.osservatoriosullalegalita.org
Giacomo Scotti, un'altra persecuzione
Ha raccontato la vera storia delle foibe. An chiede al governo di togliergli la pensione
Menia «interroga» Il deputato fascista triestino, con tipico stile intimidatorio, chiede a cinque ministri di indagare sullo storico dalla doppia cittadinanza
MATTEO MODER
TRIESTE
«Sono i soliti fascisti». E' afflitto e preoccupato Giacomo Scotti, collaboratore del Manifesto dalla Croazia, scrittore, storico, esponente di spicco dell'Unione italiana, fatto oggetto da quello che lui definisce un atto «intimidatorio e persecutorio» da parte del deputato triestino di An, Roberto Menia, che ha presentato un'interrogazione a 5 ministri sul fatto che Scotti, con altri cittadini sloveni e croati, di nazionalità italiana, percepisce la pensione sociale dall'Italia. «Ci sono cittadini sloveni e croati che hanno una falsa residenza a Trieste per godere dei servizi pensionistici e sanitari italiani» scrive Menia, prendendo Scotti come capro espiatorio e riproponendo a distanza di qualche anno la polemica innescata dai fascisti sugli «infoibatori slavocomunisti» che prendevano la pensione dall'Inps per aver servito sotto l'Italia. Il deputato di An chiede ai ministri un'indagine sulle doppie residenze e di verificare eventuali abusi «di tipo previdenziale e elettorale», magari con l'apertura di un'indagine della magistratura.
«Non è la prima volta che Menia sfoga il suo livore contro di me - spiega Scotti - anche il 9 febbraio a Trieste ha ripetuto che Giacomo Scotti, "che lasciò l'Italia per rifugiarsi nel paradiso comunista jugoslavo, risulta residente a Trieste e perciò ho interrogato il Governo per sapere se magari questo signore prende la pensione dall'Italia per fare un lavoro sporco, così come c'è qualcuno che infoibava eppure prende la pensione dell'Inps"...». «Menia non lo dice - afferma lo storico - ma gli dà fastidio la mia attività nell'Unione italiana di cui sono vicepresidente e contro la quale ha presentato un'altra interrogazione contro il presidente Maurizio Tremul: un'offensiva pianificata e mirata - continua - che coinvolge anche altri connazionali con doppia residenza e doppia cittadinanza, come lo consente agli esponenti della minoranza italiana una legge italiana del 1991».
«Sono decenni che faccio la spola tra le due sponde dell'Adriatico a "intessere ponti"- continua Scotti - e Menia finge di ignorare che io nel cosiddetto paradiso comunista ho sofferto l'inferno. Solo che non speculo su questo. Come scrittore, storico, pubblicista - precisa - penso di aver contribuito al risveglio culturale della minoranza italiana in Istria e nel Quarnero pubblicando 120 volumi, centinaia e centinaia di articoli e saggi, in cui ho difeso e difendo la lingua e la cultura italiana in Istria, Fiume e Dalmazia. Ho denunciato i crimini del regime jugoslavo nel mio citatissimo Goli Otok. Il Gulag di Tito. Dire che l'autore di queste opere prende la pensione italiana per fare "un lavoro sporco" è terribile. Si sputa - spiega - addosso a un italiano solo perché è un uomo di sinistra, lo si tratta da nemico da distruggere e privarlo anche del pane se possibile».
Scotti percepisce in Italia la pensione, ma quella di povertà o assegno sociale di 500 euro al mese. A Fiume ha un domicilio, la residenza a Trieste, da circa 7 anni. «Ho la pensione sociale italiana da quando raggiunsi i 65 anni di età - oggi ne ho 76 - perché essendo spessissimo disoccupato per motivi politici e avendo conosciuto due volte la galera in quel regime, ho fatto lavori precari, traduzioni dall'italiano e dallo jugoslavo, ma anche il facchino. Dopo l'ultimo definitivo licenziamento che mi colpì nel 1981 (una recensione non gradita al regime), in Jugoslavia avevo accumulato troppi pochi anni di lavoro per poter usufruire di una pensione minima. Con la vecchiaia e avendo la residenza in Italia ho chiesto e ottenuto la pensione sociale quella che ora Menia vorrebbe portarmi via assieme alla carta sanitaria. Ho due cittadinanze, e amo due terre, può l'onorevole Menia proibirmi di essere quello che sono?».
All'interrogazione-provocazione di Menia avranno certo contribuito i rigorosi servizi di Scotti sulle foibe istriane pubblicati dal Manifesto e anche che Claudio Magris nel suo importante editoriale sulle foibe sul Corriere della Sera si sia direttamente rifatto a lui.
«Per motivi elettorali - prosegue - a ondate, Menia e i suoi parlano sempre con lo stesso linguaggio dei giornali fascisti del 1943: slavo-comunisti, infoibatori, nemici della patria - rileva - loro che la patria l'han tradita in mille modi. Dicono che hanno combattuto per conservare l'Istria. Ma la Decima Mas, i repubblichini, erano al servizio della Gestapo e delle SS e hanno bruciato 500 villaggi in Istria, vendicandosi così dei cosiddetti infoibatori. Per 230 infoibati in Istria nell'insurrezione del settembre `43 , e io rispetto davvero queste vittime, ne hanno ammazzati oltre 5.000 dal 4 ottobre fino a dicembre 1943, deportandone 17mila nei lager nazisti. Hanno una memoria parziale - sottolinea - ricordano solo quello che fa comodo a loro. Non si parla del genocidio fascista, né di collaborazionismo, né delle decine e decine di lager fatti durante l'occupazione italiana di Slovenia, Dalmazia e Montenegro». «Perché questo accanimento? Perché sono i soliti fascisti...».
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NASCE MTV AFRICANA, CON QUALCHE PERPLESSITÀ TRA I MUSICISTI LOCALI
Culture, Standard
L’emittente televisiva ‘Mtv’ ha lanciato il primo canale musicale per l’Africa. Le trasmissioni di ‘Mtv base’ – questo il suo nome - sono iniziate martedì scorso alle 20:00 locali su ‘MultiChoice Africa’ e altri tre network satellitari, con l’obiettivo di raggiungere 1,3 milioni di persone in tutto il continente. Gli organizzatori lo definiscono un "canale creato su misura per le esigenze del continente" e sostengono che "tra le altre cose, consentirà agli artisti africani di avere un palcoscenico internazionale". Assicurano inoltre che su ‘Mtv base’ – centesimo canale di Mtv dalla sua nascita nel 1981 - un terzo della musica sarà africana, cifra che in futuro potrebbe salire al 50%. Tra gli artisti che la tv è intenzionata a promuovere viene citata soprattutto la star sudafricana Lebo Mathosa, la cui musica è un misto di ritmi africani, pop occidentale e rap. "Se l’indirizzo che prenderà Mtv in Africa sarà quello già adottato in Europa e negli Usa, la sua presenza nel continente costituirà solo un danno": lo dice alla MISNA Filomeno Lopez, compositore, cantante e musicista originario della Guinea Bissau, da anni in Italia dove svolge la professione di giornalista. "O si adegua alle esigenze degli africani e affronta un processo di inculturazione – prosegue Lopez - oppure un canale del genere si limiterà a esportare ‘in loco’ la musica e la cultura occidentali, senza alcun interesse per gli innumerevoli problemi del continente". Tornato di recente dalla Guinea Bissau dove ha presentato il suo ultimo album ‘Child Eyes’, edito dalla Emi (Editrice missionaria), l’artista spiega che in realtà la musica occidentale ha già ‘colonizzato’ l’Africa. "Nelle discoteche e nei locali notturni quasi tutta la musica trasmessa è straniera; inoltre quando si entra in una discoteca in Guinea Bissau, ma anche in Senegal o Sudafrica dove sono stato più volte, ci si ritrova bombardati proprio dalle immagini di Mtv riprodotte dai televisori in sala. Anche le radio locali diffondono in prevalenza musica non africana; ho chiesto il motivo ai giornalisti radiofonici, mi hanno risposto che gli artisti autoctoni pubblicano un album una volta ogni tanto, ma, considerato il ritmo frenetico della vita di oggi, una canzone passa di moda dopo quattro giorni, perciò c’è bisogno di continue novità dall’estero". Nonostante tutto Filomeno Lopez resta convinto che l’Africa sia un terreno fertile per nuove sperimentazioni musicali: "In Africa si canta tanto, si canta per mille motivi, non solo commerciali. C’è una proliferazione di giovani che vogliono diventare artisti per comunicare al mondo le ingiustizie che subiscono e denunciare gli infiniti problemi della vita quotidiana, ma non sono sicuro che emittenti come Mtv siano disposte ad ospitare canzoni che affrontano questioni sociali".
[LM]www.misna.org
Edukators: vacche grasse per il cinema tedesco
The Edukators sta riscuotendo successo su tutti gli schermi d’Europa. Tra politica e menage à trois, è un modo di fare film che sta facendo scuola.
Sulla scia del successo internazionale di Good bye Lenin ecco The Edukators, una nuova e inconsueta satira sulla società condita da una sana nostalgia. Ma le similitudini fra i due film non si limitano a questo: gli attori Daniel Bruhl e Burghart Klaussner recitano le parti principali. Il regista e sceneggiatore austriaco Hans Weingartner ha preso spunto dalle sue esperienze di attivista politico per realizzare The Edukators, opera che narra appunto le vicende di un gruppo di giovani estremisti di sinistra che cercano di cambiare la società nello spirito del ’68. La trama stravagante e i personaggi decisamente convincenti, riescono a mettere in scena perfettamente la natura idealista della ribellione e l’anticonformismo della società attuale.
Droga, capelloni e idealismo
L’intreccio è concentrato sulla vita di tre hippies convinti che vivono a Berlino. Jan (Brühl), Peter (Stipe Erceg) e Jule (Julia Jentsch), che irrompono in abitazioni di ricchi borghesi, spostano i mobili e lasciano messaggi del tipo “Hai troppi soldi”, o “I giorni delle vacche grasse sono finiti” (il titolo, quest’ultimo slogan, con il quale il film è stato distribuito in Germania). Lo scopo di queste proteste non violente è quello di far riflettere i ricchi sul benessere che hanno e di avvisarli che “questa situazione appartiene ormai al passato. Quando Jule e Jan vengono disturbati da Hardenberg (Klaussner), il proprietario di una casa in cui sono in procinto di colpire, sono costretti a rapirlo. I tre giovani idealisti finiscono per vagare per le Alpi austriache, con ostaggio a seguito. Durante la loro latitanza, la situazione sfugge loro di mano, e si complica ulteriormente quando Jule scopre che c’è del tenero tra Peter e Jan. Si crea così un triangolo amoroso che ricorda quello del capolavoro di Truffault.
Il vero punto cruciale del film è il modo in cui i giovani radicali sono portati a confrontarsi coi valori della generazione dominante. La cosa interessante è che Hardenberg rivela di aver fatto parte dei movimenti studenteschi degli anni ’60, proclamando di essere tuttora simpatizzante degli ideali di quel periodo. Può essere che in questo frangente le argomentazioni politiche risultino un po’ stereotipate e che il dialogo ricadi eccessivamente su critiche standardizzate del socialismo e del conservatorismo, ma chiunque consideri tutto questo come un difetto decisivo per valutare il film non ne ha afferrato il concetto. Non bisogna intenderlo come un manifesto politico, ma come una rappresentazione intelligente di moralità, fede e amicizia. I tre attivisti sono ingenui, e gli occasionali picchi individualistici finiscono per farli andare in conflitto con il loro idealismo. Proprio per questo, sia loro che il businessman Hardenberg sono dei personaggi gradevoli. Weingartner mette in contrasto l’entusiasmo e la convinzione dei tre giovani militanti con la dolce rassegnazione di Hardenberg, che racconta di tutte le volte in cui era troppo coinvolto per migliorare la società. Il film mette in evidenza anche le differenze tra gli anni ’60 e i tempi odierni: ne sono un esempio i commenti di Jan a Jule: “La ribellione è difficile, adesso. Una volta non bastava altro che avere un po’ di droga e i capelli lunghi, e tutto l’establishment ti era automaticamente contrario…”
Le recitazioni nel film sono tutte efficaci, con Bruhl, Erceg e Jentsch che rappresentano tutti dei personaggi arrabbiati, con ognuno però una propria personalità. Anche Klaussner, recita il suo ruolo in maniera eccellente, diventando sempre più convincente man mano che la storia progredisce. Le riprese della camera a spalla aggiungono un clima di intimità, ma anche di disperazione, se vogliamo, al film, e permette all’audience di coinvolgersi con i personaggi.
Successo internazionale?
Essendo stato presentato al Film Festival di Karlovy, Cinessonne, Varsavia, Londra, Amburgo e Gotheborg, per non parlare della nomina alla prestigiosa Palma d’Oro a Cannes nel 2004, The Edukators, distribuito in Germania e Svizzera lo scorso novembre, è stato largamente acclamato dai critici e dal pubblico di tutta Europa. Ciononostante è difficile pensare che il film possa riscuotere gli stessi successi di Goodbye Lenin, premiato ai Césars e in Baviera al festival del cinema tedesco ed europeo, e che è stato distribuito in trenta paesi. Per coloro che non hanno ancora sentito parlare di questa brillante opera cinematografica, Goodbye Lenin è una satira toccante ambientata nella Berlino Est del 1990. Parla di un giovane (Bruhl) che cerca di far credere alla madre, costretta a letto, che il muro di Berlino è ancora in piedi, e che stanno vivendo ancora nella Germania Est comunista (il padre, impersonato da Klaussner, era scappato all’Ovest).
Presi insieme, Goodbye Lenin e The Edukators, rappresentano delle produzioni ben fatte, originali, che si concentrano sulle relazioni umane ma con un retroterra politico. Tuttavia Goodbye Lenin rimane forse più accessibile, e il suo sfiorare le corde dell’Ostalgia (movimento nostalgico in favore dell’ex Germania Est)
lo ha reso certamente ancor più popolare.
Nonostante ciò The Edukators occuperà ugualmente un posto d’onore a fianco degli altri trionfi recenti e meno recenti, quali sono La disfatta e Lola corre, due esempi del contributo originale e popolare della Germania al cinema europeo contemporaneo. www.cafebabel.com/it
Mentana, provincia di Roma: una storiella istruttiva
Urbanistica. Mentre la Cdl a Roma cancella la programmazione urbanistica, in periferia i suoi amministratori precorrono i tempi
Paolo Berdini
Come pagare sei volte il valore di un terreno e renderlo edificabile. Un piccolo esempio di come, in assenza di norme urbanistiche, avanza la speculazione fondiaria. E alla Camera, in queste settimane, si discute proprio di questo
Mentre prosegue alla Camera dei deputati l’esame della legge urbanistica della Casa delle libertà che affida la pianificazione delle nostre città ai privati e cancella i diritti stabiliti dalla legge sugli standard urbanistici, arriva – finalmente! – una delle prime “perle” nascoste dell’ideologia del “privato è bello”.
La storia è ambientata a Mentana, comune di oltre 15.000 abitanti dell’area metropolitana romana dove un terreno agricolo viene destinato ad edificazione dall’amministrazione comunale della Casa delle Libertà utilizzando numerose leggi di deroga urbanistica nate negli anni del liberismo. Con la stessa deliberazione che rende edificabile quel terreno approvando un cosiddetto “Programma di riqualificazione urbana” il comune di Mentana “acquista” una parte di quel terreno per realizzarvi servizi pubblici e lo paga al valore edificabile!
Nei documenti approvati dalla maggioranza di centrodestra del consiglio comunale di Mentana era contenuta la stima del valore del terreno con la destinazione agricola: la stessa proprietà affermava che il suo valore era di 15 euro al metro quadrato. Qualche pagina dopo, si afferma che verrà ceduta alla proprietà pubblica un terreno di 6.660 metri quadri necessari per la realizzazione dei servizi pubblici, ma il suo valore diventa però di 98 euro a metro quadrato.
La proprietà immobiliare, dunque, incassa una valorizzazione del 600% e rivende il terreno al prezzo di 652.680 euro, qualcosa come 1 miliardo e trecento milioni delle vecchie lire, mentre si confessava apertamente che il suo valore reale era di 200 milioni delle vecchie lire. E questo è nulla, perché per “compensare” questo straordinario regalo agli stessi proprietari viene riconosciuta la possibilità di realizzare 120.000 metri cubi di edilizia, pari a un nuovo quartiere di mille abitanti: il danno e la beffa, dunque.
Un buon colpo, non c’è che dire. Ma non è una truffa: è la conseguenza dell’abbandono della pianificazione urbanistica. Mascherata dal fatto che i comuni non hanno i soldi per espropriare le aree destinate per realizzare i servizi pubblici, così invece di 100.000 euro si acquistano a 650.000 euro. Siamo l’unico paese industrializzato che produce leggi per sostenere la speculazione fondiaria: speriamo solo che l’esame della legge Lupi, così si chiama il relatore di Forza Italia, venga fermato dall’opposizione. www.aprileonline.info/
El Fisgón: STORIA DELLA GLOBALIZZAZIONE A FUMETTI
di Chiara Cretella
El Fisgón, Storia della globalizzazione a fumetti, Arcana, 2005, pp. 200, € 14,00
Rafael Barajas Durán, noto come El Fisgón (il ficcanaso) è il più importante fumettista politico messicano, conosciuto per la sua penna tagliente e per la satira feroce contro le istituzioni. In questo agile volumetto Durán riesce in un’impresa non facile: concentrare la storia dello sfruttamento dell’uomo e delle risorse naturali della terra da parte di pochi potenti, a partire dal Medioevo fino ai giorni nostri.
La storia è deliziosa: Charro Machorro, un piccolo affarista senza scrupoli che sogna il passaggio dalla piccola impresa all’industria su scala nazionale, si rivolge a Cassandra Carrera, nota santona sapiente nell’arte dell’economia, anche grazie ad una magica palla di vetro capace di leggere nel pensiero di Alan Greenspan, economista di fama mondiale. Charro Machorro vorrebbe sapere da Cassandra il segreto per diventare ricco e far prosperare la sua azienda, e la vecchia santona comincia la sua consulenza partendo da molto lontano, cioè dal Medioevo.
Con semplicità e chiarezza Cassandra illustra i passaggi fondamentali della storia dell’umanità: la schiavitù, il latifondo, il feudalesimo, la rivoluzione industriale e la nascita dell’economia moderna. Tutto questo inframmezzato da eleganti incisioni d’epoca. L’occhio della vecchia santona si posa sempre sui disperati, sullo sfruttamento continuo e capillare della forza lavoro, sul mancato rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo.
In un modo piacevole e fresco, alcuni astrusi concetti economici vengono spiegati con semplicità, e dimostrano tutta la loro irragionevole illogicità. Il sistema capitalistico dispiega le sue ali di morte sul mondo, e preannuncia ovunque fame e distruzione. Il libero mercato per agire senza costrizioni ha bisogno di guerre continue e frequenti, e dissangua i paesi poveri per procurarsi una flebo di ricchezza. Tutto il mondo si trova quindi a essere interconnesso in un unico sistema osmotico in cui i poveri divengono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Le contraddizioni insite in questo ordine di cose sono molte e vengono tutte messe in luce dalla penna feroce del nostro “ficcanaso”. Sopra tutta l’ultima storia contemporanea si erge la pesantissima responsabilità americana, il nuovo impero globale che, nota El Fisgón, si può combattere solo globalmente.
Alla fine della storia, Charro Machorro, il piccolo capitalista in erba, rimane fregato dalla sua stessa avidità, ma, grazie a Cassandra, almeno una nuova verità gli si è chiarita nella mente: «Ogni affare è una truffa. Ce ne hai messo di tempo per capirlo, eh?».
www.carmillaonline.com
Il caso Kusturica
Una polemica dai toni accesi è scoppiata tra il noto regista Emir Kusturica e il settimanale montenegrino Monitor. Sotto accusa il giovane scrittore e giornalista Andrej Nikolaidis e il settimanale di Podgorica per aver reagito alle dichiarazioni fatte dal regista sulla guerra degli anni '90
Emir Kusturica Di Jasenka Kratović (redazione Notizie Est)
Il famoso regista Emir Kusturica nella primavera dello scorso anno aveva fatto causa ad Andrej Nikolaidis, autore dell’articolo “L’aiutante di un carnefice”, pubblicato sul settimanale montenegrino “Monitor”. Andrej Nikolaidis, giornalista del medesimo settimanale e uno dei migliori scrittori montenegrini della nuova generazione, aveva analizzato l’impegno politico di Kusturica all’inizio degli anni novanta quando le posizioni del regista, che in quel momento si trovava all’apice della sua fama, risultavano molto vicine a quelle del regime di Slobodan Milosevic. Gli intellettuali montenegrini hanno condannato l’azione di Kusturica contro il settimanale montenegrino.
Nonostante queste proteste, il tribunale montenegrino, nel mese di novembre del 2004, ha emesso una sentenza di colpevolezza contro Nikolaidis, per calunnia e insulti nei confronti di Kusturica, comminandogli una pena di 5.000 Euro da pagare al regista. Inoltre, nei giorni scorsi all’indirizzo del settimanale “Monitor” è arrivata una nuova accusa, contro il settimanale stesso, con la quale il regista chiede un compenso di 100.000 Euro per i danni morali e le sofferenze subite.
Nell’intervista rilasciata recentemente al settimanale bosniaco “Dani” Andrej Nikolaidis parla delle motivazioni che l’avevano spinto a scrivere l’articolo in questione e delle conseguenze, inaspettate, che la sua pubblicazione ha provocato:
“E’ partito tutto dall’intervista che Kusturica ha rilasciato al giornale francese ‘Figaro’. Me l’ha fatto vedere Esad Kocan, capo redattore di ‘Monitor’, dicendomi: ‘Eccolo, parla come se niente fosse successo!’. ‘Non c’è’, sostiene Kusturica in questa intervista, ‘una parte giusta e una sbagliata nella guerra bosniaca. Con il mio nuovo film volevo premunirmi contro l’idea che in quella guerra ci fossero degli attaccanti e degli attaccati’.
‘Siediti e scrivi!’, mi dice Kocan, ‘Non possiamo stare zitti dopo questo’. E io, ovviamente, accetto, perché quello che ha raccontato Kusturica è una storia revisionista. Come se qualcuno nel 1954 avesse sostenuto che nella Seconda guerra mondiale non esisteva “la parte che aveva ragione e quella che aveva torto”. Non pensavo alla possibile causa, non pensavo a nulla tranne all’orrore morale di questa intervista. Un po’ di tempo fa l’ho riletta e ho sentito di nuovo una specie di nausea e anche una tristezza. Dico tristezza, perché quest’uomo, sotto la sua autorità di grande regista, continua ‘a pisciare’ sulla tragedia del Paese che lo ha fatto diventare quello che è, e questo gli viene passato. Certo, con la differenza che questa storia la può raccontare ai francesi, ma non a noi.
Ezra Pound durante la Seconda guerra mondiale alla radio italiana sosteneva Mussolini. Quando gli Americani lo presero, lo misero in manicomio. Kusturica ha fatto la stessa cosa, si è schierato con quelli che erano contro il suo Paese e ha sostenuto Milosevic. Con la differenza che lui è diventato un membro della giuria di Cannes. La differenza tra Pound e Kusturica, tra il castigo e il premio, sta nel fatto che il primo era impegnato contro gli ebrei e l’altro contro i musulmani. E anche nel fatto che Pound era un genio”.
Per quanto riguarda la pena di 5.000 Euro, Nikolaidis, a “Dani”, commenta l’intera procedura: “Durante il primo processo nessun argomento sensato era importante per il giudice Evica Duratovic. Innanzitutto, sono stato condannato a versare 5.000 Euro, che ovviamente non ho, anche se l’accusa non ha avuto alcuna prova della mia colpevolezza. Il giudice ha detto che le mie prove non le sembravano sufficientemente credibili. Il tribunale, quindi, è partito dal presupposto che io sia colpevole, non innocente, e questo è uno scandalo. Quattro mesi dopo la proclamazione della sentenza, la stessa non mi è ancora stata consegnata sotto forma scritta. In questo modo i miei diritti sono stati un’altra volta violati, perché non ho la possibilità di presentare ricorso”.
”Nei regimi totalitari cercavano almeno di montare le prove, mentre in Montenegro potete essere condannati anche senza. Aggiungo che durante tutto questo il ‘grande’ Kusturica non è mai venuto in aula.”, sottolinea Nikolaidis ai giornalisti di “Dani”.
Nella sua nuova causa contro “Monitor”, con la quale chiede 100.000 Euro, Kusturica si appella alla Legge sui media, e in particolare alla disposizione che proibisce pubblicazione delle informazioni e delle opinioni che favoriscono la discriminazione, l’odio oppure la violenza contro le persone a causa della loro appartenenza a una razza, religione oppure a una nazione. In più la legge sostiene che gli autori devono essere responsabili per i contenuti che offendono l’onore e l’integrità dell’individuo, e che i media devono pubblicare le informazioni nel rispetto della Costituzione, della Legge e delle regole etiche della professione giornalistica.
Nella sua intervista per l’agenzia MINA il capo redattore di “Monitor” Esad Kocan sostiene che il suo settimanale non ha violato la Legge, e neanche gli standard professionali molto più vincolanti: “In qualsiasi codice sta scritto che il giornalista è responsabile, non solo per quello che scrive, ma anche per quello su cui tace”.
All’agenzia MINA anche Andrei Nikolaidis dichiara: “Kusturica ha dei problemi con la propria coscienza, e questo problema non può essere risolto con i soldi che vuole prendere facendo causa. Fare causa a Monitor, giornale che in tutti questi anni è stato dalla parte delle minoranze e che ha contribuito in modo significativo alla democratizzazione della società montenegrina, è una cosa a cui ancora non riesco a credere”.
Kocan spiega che “Monitor” non si è occupato dei sentimenti intimi di Kusturica, che riguardano la sua appartenenza religiosa, ma soltanto del suo contesto in quanto personaggio pubblico e intellettuale. Nell’intervista sul “Figaro” Kusturica, originario di una famiglia musulmana di Sarajevo, si definisce serbo ortodosso per sentimento e appartenenza culturale.
Secondo Kocan i media, per quanto riguarda i personaggi pubblici, hanno il dovere di spiegare il contesto storico delle loro mosse, e soltanto tramite un dialogo pubblico si può verificare la responsabilità morale degli intellettuali per i massacri avvenuti in questi luoghi.
“Kusturica ha sfruttato il fatto di essere un personaggio pubblico e famoso per influenzare le masse, esponendo pubblicamente le sue opinioni che non riguardavano la sua professione. E ora si aspetta da un giornale come Monitor - il cui compito principale consiste nella valutazione dei comportamenti dei vari intellettuali e della loro responsabilità nella guerra e nei crimini avvenuti - taccia”, dice Esad Kocan e aggiunge: “Se dovesse essere emessa una sentenza contro Monitor questo significherebbe che il Montenegro non ha bisogno del giornalismo, ma soltanto di prendere nota su ciò che dicono i grandi e i potenti. Se dovessimo evitare questi argomenti significherebbe che il concetto di Kusturica, secondo il quale ‘la morale è una cosa relativa’, ha vinto”.
Tuttavia, Esad Kocan considera che a causa di questo processo, anche senza una condanna, verrà creata una pressione psicologica sugli altri media che esiteranno a toccare certi argomenti, considerati ancora un terreno pericoloso.
(Fonti: settimanale bosniaco Dani, settimanale montenegrino Monitor, agenzia giornalistica MINA, Radio Slobodna Evropa www.osservatoriobalcani.org
Ritorno allo stile Bbc
di JADER JACOBELLI
È paradossale che per quasi comune convincimento o pregiudizio lo “specifico” della tv stia diventando quello d’essere “deficiente” o trash. Obiettivamente è un po’ fare d’ogni erbaccia un fascio, anche perché le tv sono più d’una, ognuna con una sua programmazione, e i telespettatori l’opportunità di scegliere il meglio ce l’hanno.
Ma a giudicare negativamente le tv nel loro complesso è il fatto che, quale più quale meno, esse sono tutte finanziariamente condizionate dalla necessità di fare audience sempre più alte per acquisire quote di pubblicità più rilevanti.
Senza poi considerare anche i condizionamenti politici che, a ragione o a torto, sono considerati decisivi e concorrono ad inquinare ancor più la programmazione.
Quando ormai più di cinquant’anni fa, l’Europa si dotò della tv, pur entusiasti per la novità, i vari paesi ebbero sentore che il nuovo potente medium poteva essere tanto attraente quanto diseducativo. E fu proprio per attenuare questa preoccupazione che quasi tutti si dotarono di un sistema misto, pubblico-privato, perché il servizio pubblico, allora in gran parte finanziato dallo stato, anche se con modalità diverse, potesse avere una funzione correttrice o equilibratrice controbilanciando quelle licenze che l’emittenza commerciale si sarebbe fatalmente presa. Quello fu un meritevole compito sussidiario che nei primi decenni si svolse positivamente.
La Bbc fu il faro di una tv civicamente impegnata. Ma successivamente quel compito cominciò ad essere tradito. I servizi pubblici invece d’essere di buon esempio, presero a mutuare sempre più gli standard produttivi delle tv commerciali contribuendo anch’essi alla cosiddetta “tv defi- ciente”, quasi persuasi che la tv “generalista” non può che essere qual è dovendo soddisfare, o aggraziarsi, la maggior parte del pubblico e avendo sempre più bisogno di entrate pubblicitarie le quali si ottengono massimizzando le audience.
La logica della customer satisfaction, che ha una sua comprensibile ragion d’essere nel campo commerciale, ha pervaso così anche le tv “pubbliche”, e la “qualità’”, che doveva segnare lo spartiacque fra il pubblico e il privato ha ceduto il passo alla legge del “gradimento” che confonde di fatto la qualità con la quantità, come dire zucchine e zucche. I sistemi “misti” – fatte alcune pregevoli eccezioni – sono diventati via via sistemi “mischiati” e si è andata affermando quella concezione perversa secondo cui la tv è una, indistinguibile, che il suo Dna è il consumo, che il suo “specifico” è il minimo, non il massimo comune denominatore, e che a caval donato non si guarda in bocca.
Nulla accade però casualmente.
Quel rapporto finanziario fra canone e pubblicità che doveva rappresentare, fino a quando è stato equilibrato (due terzi-un terzo), la condizione grazie alla quale i servizi pubblici potevano svolgere la loro mission civico-sociale senza perdere del tutto il loro contatto con la realtà (il mercato), ma senza naufragare in esso, si è profondamente modificato con il boom economico fino a raggiungere il fifty-fifty della doppia entrata. Lo stato, invece di correggere la distorsione, ha aggravato il male contenendo il canone e accollando sempre più alla crescente pubblicità l’onere del servizio pubblico radiotelevisivo senza sospettare che con ciò si sarebbe privato di quel medium che poteva rappresentare la leva più efficace della sua crescita civile, sociale, culturale, del rafforzamento delle sue radici, per- fino della difesa della sua identità democratica.
La tv “deficiente” ha preso perciò il sopravvento e la programmazione dei servizi pubblici si va confondendo sempre più con quella commerciale. I telespettatori lo avvertono, e quando sono interpellati se ne lamentano, ma il loro quotidiano comportamento è ormai quello di chi si è assuefatto a certi menu dozzinali, al punto da penalizzare spesso ciò che fuoriesce da certi standard. Purtroppo quel trend negativo, se non interviene qualcuno o qualcosa ad arrestarlo, si andrà rafforzando con la moltiplicazione digitale dei canali e con la privatizzazione.
Migliorerà la qualità tecnica dei segnali, i televisori diverranno sempre più cinematografici, ma i contenuti deperiranno ulteriormente perché l’accresciuta concorrenza, tesa ad acquisire quote più ampie della torta pubblicitaria, che non può crescere a dismisura, si tradurrà in una offerta sempre più degradata.
È vero che il digitale – lo stiamo già vedendo – può dar vita a un sistema di tv-pay i cui contenuti specialistici, se avranno clienti, potranno essere “di qualità”, ma la qualità che si compra ha un valore diverso da quella che ci viene offerta perché la prima soddisfa chi è già di qualità, tanto da acquistarla, mentre la seconda si propone di fare divenire di qualità chi non lo è. La funzione affidata ai servizi pubblici è proprio questa seconda. Tv “in chiaro” e tv pay non sono soltanto due modalità tecniche di diffusione, ma due diversi propositi: l’uno si richiama ad un preciso “dover essere”; l’altro si appaga del profitto.
Una classe dirigente responsabile – intesa weberianamente nel senso più ampio, e non solo in quello politico – non può non avvertire che il futuro del nostro paese sarà come la tv lo farà essere. Quella delle tv è quindi un’emergenza di cui la comunità dovrà farsi carico perché la tv non è un innocente passatempo. Essa prefi- gura il nostro domani, come popolo e come cittadini. Maggioranza e opposizione perciò dovrebbero avere in proposito una comune preoccupazione e un uguale interesse a che il servizio pubblico non si snaturi del tutto, ma possa svolgere con più responsabilità, con più professionalità, con più autonomìa, il compito che gli è assegnato.
Sfruttarlo alternativamente a fini di parte è fare del male al nostro paese. www.europaquotidiano.it/
Libia, Petrolio: agli Usa tutto è “permesso”
di Franco Chiavegatti
Dal nostro corrispondente dalla Tunisia
Tripoli (Libia), Muammar Gheddafi, la "Guida", non finisce mai di sorprendere. Affida alle colonne del Time le sue lamentazioni per l' ingratitudine di Bush, accusandolo di non essergli stato riconoscente per la decisione di abbandonare il programma di fabbricazione di armi di massa e, pochi giorni dopo, gratifica gli Stati Uniti concedendo loro undici dei quindici permessi di ricerca petrolifera messi a disposizione per la prima volta con un bando di gara a livello mondiale.
"Reporter Associati", già nelle scorse settimane, ne ha dato notizia. Vediamo ora il significato di questa decisione di una importanza simbolica, storica e geostrategica senza precedenti, con la quale Gheddafi ha dato agli Usa il libero accesso alle maggiori riserve di idrocarburi del continente africano, valutate tra i 35 e i 100 miliardi di barili!
Il sottosuolo libico é ricchissimo di petrolio di prima qualità, con costi di estrazione estremamente contenuti e, soprattutto, ambito dagli americani in previsione dell' esaurimento dei giacimenti del Golfo del Messico e dell' incertezza sul futuro di quelli del Medio Oriente, sempre sotto minaccia di conflitti di varia natura.
Ma non solo; gli Stati Uniti, con queste nuove concessioni, hanno ottenuto il controllo della quasi totalità delle risorse petrolifere libiche in quanto il gruppo "Oasis" (formato dalle compagnie Amerada Hess, Conoco Philips e Marathon Oil), si appresta a tornare ad operare nelle zone in cui era presente fino al 1986, data della sua partenza dalla Libia per via di quelle sanzioni economiche da poco revocate. Ora il gruppo ha in corso negoziati, giunti a quanto pare a buon punto, per stabilire le somme che, a titolo di risarcimento, andranno alla compagnia nazionale libica NOC per il lavoro di 'guardianaggio' e manutenzione degli impianti abbandonati.
A fronte del successo dei petrolieri Usa, sta la disfatta delle compagnie concorrenti europee, che non hanno ottenuto alcun permesso. Vuol dire, assicurano i libici, che chi ha vinto ha fatto le offerte migliori, essendosi la gara svolta nella 'massima trasparenza'. E assicurano che vi sarà una nuova occasione il prossimo mese di marzo, quando verranno messi all' asta una quarantina di nuovi permessi. Che pero' interessano anche ai petrolieri a stelle e strisce...
Per concludere
Questa vicenda, oltre alla ben nota imprevedibilità di Gheddafi, dovrebbe servire agli Stati Uniti per comprendere che, per mettere le mani sul petrolio, a volte basta convincere con le buone un 'avversario' anche coriaceo, senza giungere ad annaffiarlo di bombe e invaderlo militarmente.
Franco Chiavegatti
redazione@reporterassociati.org
Niente di concreto
di Noam Chomsky
Il cessate il fuoco è una vittoria ma bisogna fare attenzione ai termini. La tregua permetterebbe ai falchi americani e israeliani di portare avanti politiche di acquisizione territoriali per scomporre i territori palestinesi in cantoni non autosufficienti.
Esistono reali conflitti tra Usa e Israele, ma non hanno risonanza negli Stati Uniti (al contrario che dall’altra parte dell'oceano). Di grande importanza in questo momento è lo scontro sui tentativi da parte di Israele di vendere avanzata tecnologia militare alla Cina (gli aeromobili Harpy) alla quale l’America si sta opponendo fortemente. Cosa che fece anche in passato quando, nel 2000, Clinton costrinse Israele a cancellare i trasferimenti della tecnologia Phalcon alla Cina, dopo che le autorità israeliane avevano giurato che non avrebbero mai ceduto, per via dell’enorme importanza che questo aveva per la loro economia dell’high-tech militare. Questo è il passato.
Al momento della fine dell’era Arafat, che offre nuove speranze, questo è vero solo in un senso: gli Stati Uniti e Israele sperano che la nuova leadership sarà più ben disposta ad accettare le loro immutate richieste. Non posso fare altro che rimandare all’articolo che ho pubblicato a proposito dei commenti sulla morte di Arafat.
Non bisogna perdere tempo [su] “gli sforzi per diffondere la democrazia”, ecc. del nostro Caro Leader [Bush]. È normale, non soltanto qui, che i commentatori più ossequiosi si inginocchino all’altare della leadership politica, che non smette di proclamare visioni nobilitanti. Per questo motivo nessun analista serio presta mai la minima attenzione alle dichiarazioni di virtuosi intenti fatte dai politici, che non comunicano praticamente nessuna informazione essendo totalmente prevedibili, compresi Hitler, Stalin, i fascisti giapponesi e chiunque altro vi venga in mente.
… la domanda [a proposito di un cambaimento di relazioni strategiche con Israele] è sempre: dove sono i fatti?
Una dimostrazione è stata prodotta, con grande entusiasmo in effetti: il cessate il fuoco siglato da Sharon e Abbas. Lo slancio è comprensibile. Il cessate il fuoco è una vittoria enorme per la strategia di rifiuto israelo-statunitense che, a partire da Kissinger, ha bloccato gli accordi politici. La tregua deve essere la benvenuta: è meglio nessun omicidio dell’omicidio.
Ma bisogna fare attenzione ai termini. La cornice è interamente quella del rifiuto: la resistenza palestinese, anche quella contro l’esercito di occupazione, deve finire. Niente farebbe più piacere ai falchi israeliani e americani di una pace completa, che permetterebbe loro di portare avanti politiche di acquisizione della terra di valore, delle risorse della Sponda Occidentale e di grandi progetti di infrastrutture, per scomporre il resto dei territori palestinesi in cantoni non autosufficienti.
Questa è stata la questione centrale del conflitto per anni e non se ne fa la minima menzione negli accordi per il cessate il fuoco. Lo scorso anno i programmi di insediamento israeliani, spalleggiati dagli Stati Uniti, hanno aumentato la popolazione di coloni clandestini del 6%, fino a 450.000 (contando anche Gerusalemme Est, annessa illegalmente in violazione degli ordini del Consiglio di Sicurezza, ma, data la sua grande espansione, in accordo con gli Usa che ora la riconoscono come parte di Israele) con tacito consenso della stampa che arriva al punto di dire che il muro illegale – anche quello non nominato – separa la Sponda Occidentale da Israele.
Bush l’ha praticamente timbrato con l’approvazione ufficiale. Sarebbe difficile immaginare una vittoria più palese e completa per l’atteggiamento di Stati Uniti e Israele. Il governo di Abbas lo ha accettato, come l’OLP “di Tunisi” guidato da Arafat aveva accettato la dottrina di Clinton, secondo cui tutte le risoluzioni dell’ONU sono “obsolete e anacronistiche” – aprendo la strada, come previsto, al seguito dei programmi di insediamento sostenuti dagli Usa, che sono continuati senza interruzione durante gli anni di Oslo, raggiungendo il livello massimo (prima di Sharon e Bush) nel 2000, l’ultimo anno di Clinton e Barak. Si potrebbe ipotizzare che è il meglio che si riesce fare, finché gli Stati Uniti si mantengono sul loro rifiuto unilaterale e la gente qui lo permette; ma questa è un’altra storia. Non vedo nessuna indicazione che qualcosa sia cambiato.
C’è una questione un po’ più generale, oltre al cessate il fuoco. La più forte condanna al terrorismo da parte delle Nazioni Unite, approvata in un’iniziativa reaganiana nel 1987, ha avuto un sostegno unanime (solo l’Honduras si è astenuto), se non per Usa e Israele che hanno votato contro. Come hanno spiegato, il passaggio offensivo era uno di quelli che approvano il diritto di resistenza, in accordo con la Carta delle Nazioni Unite, contro i regimi razzisti e colonialisti (riferendosi la loro alleanza con l’Apartheid del Sudafrica) e l’occupazione militare starniera (intendendo Israele).
Neanche questo fu riportato, come sempre quando i fatti mettono in cattiva luce il carattere delle elite statunitensi. Ora gli Stati Uniti e Israele hanno vinto quella battaglia. L’occupazione militare è stata dichiarata legittima e nessuna resistenza può essere tollerata. Un’altra grande vittoria per la legge del più forte, dimostrazione di come sia importante avere una servile comunità intellettuale.
Vorrei essere ottimista e accetterò volentieri qualunque avvissaglia in questo senso. Ma finora non vedo niente di concreto.
Fonte: http://www.countercurrents.org/pa-chomsky220205.htm
Traduzione di Federica Alessandri
febbraio 23 2005
Unità : Intervista ai direttori
Dal 15 marzo, L’Unità cambia firma. Al posto di Furio Colombo, come direttore ci sarà il suo attuale “braccio destro”, Antonio Padellaro. Un cambiamento nella continuità, insomma, come ha anche valutato l’Assemblea del giornale appena conclusasi nel tardo pomeriggio. Colombo rimarrà come editorialista “principe”, una sorta di quanto già accaduto a La Repubblica con l’avvicendamento tra Eugenio Scalfari ed Ezio Mauro. Ma come mai si è arrivati a questo cambio, previsto in un primo tempo ad elezioni regionali di aprile prossimo avvenute?
Ne abbiamo parlato proprio con Colombo.
“Avviene adesso perché c’è una sovrimpressione giuridica, a quanto pare. E’ solo una questione di leggi giornalistiche e previdenziali, insomma, non è una questione politica l’anticipazione. Ma, avendo vinto la battaglia di avere Padellaro come prossimo direttore, mi sembra un’ottima soluzione.”
Cambierà qualcosa adesso nell’impostazione del giornale ?
Penso che questa domanda vada rivolta a Padellaro. Noi ci siamo battuti, con il Comitato di redazione, per Padellaro direttore.
Colombo tu sei un esponente della sinistra moderata. Ma ti hanno imputato di un comportamento giornalistico radicale. Cosa rispondi ai tuoi critici?
Si tratta della non conoscenza del comportamento giornalistico nel mondo. Basterebbe leggere due giornali inglesi come l’Indipendent o il Guardian, di area laburista, per capire come sono critici e durissimi nei confronti del loro governo Blair. Oppure prendere gli editoriali del Washington Post di ieri o dell’Economist, per capire come seguono la visita di Bush in Europa e per rendersi conto della vivacità critica che altrove viene considerata buon giornalismo e a casa nostra, invece, scambiato per radicalismo. Non esiste, insomma, il riformismo giornalistico e nemmeno il radicalismo. Esiste il cattivo giornalismo, reticente e oscuro, e il buon giornalismo, aderente alla realtà e, quindi, che crea un rapporto di fiducia con i lettori. Non esiste insomma il riformismo nel giornalismo, perché questo è veritiero o reticente.
Tu rimarrai come editorialista, una specie di padre nobile.
Succede in un certo periodo della vita. Vorrei ricordare che siamo partiti da zero copie e viaggiamo tuttora sulle 70 mila, quasi senza pubblicità. E il fatto di non avere pubblicità è strettamente legato al tentativo di creare un regime da parte di Berlusconi, uno degli uomini più ricchi del mondo e padrone dei media italiani, che sta facendo la sua parte, accusandoci delle peggiori cose, non veritiere, ovunque possa farlo.
Ma noi siamo ancora qui , vivi e presenti!”
Al suo fianco, arriva Antonio Padellaro, dal 15 marzo nuovo direttore del’Unità.
Cosa cambia adesso nell’impostazione del giornale, con il cambio della direzione?
“Perché dovrebbe?!? Non cambia nulla nell’identità del giornale. Credo che l’Unità abbia una sua forte personalità che sarebbe un delitto cambiarla, anche se ognuno ha una sua sensibilità, il suo modo di raccontare le cose. I caratteri di base del giornale sono quelli che vanno conservati e protetti.
Una soluzione indolore quindi
“Sotto certi aspetti sì, perché c’è un forte legame umano e professionale e stima reciproca tra me e Furio. In qualche modo non cambia nulla, perché abbiamo e continueremo a lavorare insieme. In un certo senso, il cambio del direttore qualche interrogativo lo pone per altre questioni.
Per fare un giornale autorevole, che venda, oltre alla redazione e all’impronta del direttore ci vogliono anche finanziamenti, pubblicità. Voi su questo lato siete invece penalizzati.
“In un regime dell’informazione, qual è quello in cui viviamo e lavoriamo, i giornali di opposizione più forti sono danneggiati, perché le imprese sono bene attente a non dispiacere al presidente del consiglio Berlusconi, padrone dei media e della stessa pubblicità.
da www.articolo21.com
Intervista controcorrente ad un economista
A cura di Pieraldo Frattini tratto da www.demetrainvestimenti.com
Sono poche le voci oggi che sanno riconoscere i problemi che si stanno profilando all’orizzonte e che non hanno niente da perdere, perché non succubi del potere dominante, dal lanciare un grido di allarme riguardo alla situazione economica mondiale, legata al destino di quella statunitense. Questa è quella di un economista* che parlò del crollo del Nasdaq mesi prima che avvenisse. Anticipò il collasso delle Tigri Asiatiche nel 1998 e avvisò di inganni nei conti societari molto prima dell’affare Enron.
Data la rilevante serie di accurate anticipazioni, sempre contrarie a quelle degli economisti in linea col governo, penso che la seguente intervista con lui debba essere letta in modo attento.
D: Nel 1997 lei avvisò della presenza di potenziali gravi problemi per le economie “dei miracoli” (e molto indebitate) del lontano oriente. Cosa lo portò a lanciare l’allarme?
R: Il loro boom (espansione) era indotto dall’eccessiva disponibilità di credito. Si indebitarono molto per produrre più del necessario.
D: Sempre la solita storia…
R: Si, banconote in rapido aumento, crescita del credito disponibile e i tipici sintomi delle economie surriscaldate: inflazione, speculazione ed eccessi finanziari
D: Nel 1998 disse: “ L’economia americana rallenterà bruscamente”. Cosa vide?
R: Gli utili societari stavano vacillando, la aziende favorivano l’uso di alchimie finanziarie, la speculazione più sfrenata e l’uso improprio dei derivati. I risparmi e la formazione del capitale erano molto bassi.
D: Poi anticipò lo scoppio della bolla tecnologica ed il crollo del mercato. Come fece?
R: Nella storia le grandi follie speculative sono legate alle innovazioni che generano una grande euforia popolare. E’ accaduto anche con internet e con esso si ebbe il sempre presente eccesso di credito disponibile.
D: Alla fine del 2000 era diffusa la convinzione che l’economia USA fosse destinata ad un “atterraggio morbido”. Quali erano le sue idee allora?
R: Scrissi che gli eccessi di credito presenti a fine anni ’90, così come i disequilibri economici e finanziari, erano molto maggiori di quelli dei primi anni ’80 e perfino di quelli degli anni ’20.
C’era solo bisogno di guardare all’enorme deficit commerciale ed al tasso dei risparmi prossimo allo zero.
D: Fu questa la peggiore bolla del credito della storia?
R: Assolutamente si.
D: Cosa disse dell’immediata ripresa che allora tutti anticipavano?
R: Scrissi che sarebbe stata una gran sorpresa la velocità dell’indebolimento dell’economia americana.
D: Come mai?
R: I profitti stavano crollando, le aziende erano molto indebitate e riducevano le loro spese e i loro investimenti. C’erano ovunque seri problemi.
D: Eccoci ad oggi. L’economia americana entrerà in recessione di nuovo?
R. Si, una profonda debolezza dell’economia statunitense è il grande shock che scuoterà il mondo. La discesa del dollaro diverrà un incubo.
D:Come può esserne così certo? La maggior parte degli economisti vede la ripresa?
R: Sono sbalordito dal basso livello del pensiero economico attuale. Processi economici accettati da tutte le scuole di pensiero per più di duecento anni sono sconosciuti, scartati o capovolti. Il fatto è che esistono problemi strutturali che escludono la possibilità di una crescita sostenibile.
D: Quali sono?
R: Il declino dei profitti, il crollo record dei risparmi e degli investimenti, un indebitamento ed una spesa dei consumatori senza precedenti, un enorme deficit commerciale e livelli record di debito dovunque.
D:Come mai nessun economista parla come lei?
R: Economisti, politici e la gente comune vogliono negare la gravità della situazione economica e finanziaria.
D: Perché?
R: Il problema principale è una mancanza di comprensione e la fiducia cieca nell’onnipotenza della Federal Riserve.
D:La Fed ha abbassato drasticamente i tassi. Nel passato ha funzionato…
R: Questa recessione è molto diversa da tutte quelle accadute nel dopoguerra. Non è stata causata dal rialzo dei tassi, ma da un insostenibile eccesso di spese che si è lasciato alle spalle un sistema finanziario indebolito.
D: Dice che i tassi bassi non funzioneranno?
R: Per la prima volta dal dopoguerra l’economia USA ed il mercato sono scesi nonostante la più aggressiva riduzione dei tassi e la maggior creazione di credito di sempre. Le forze che deprimono oggi l’economia sono radicalmente diverse da quelle che hanno prodotto le passate recessioni.
D: In che modo?
R: La riduzione dei profitti è la causa maggiore.
D: La Fed ha ridotto i tassi per stimolare la spesa. La gente se ne sta avvantaggiando, non è vero?
R: Giusto. L’America sta affrontando la recessione aggiungendo eccessi di spesa.
D: Non possono i consumatori con le loro spese tenere a galla l’economia?
R: La fiducia dei consumatori sta venendo meno.Nessuno vuole crederlo, forse perché non ci sono altre soluzioni.
D: Non sono in aumento i guadagni dei consumatori?
R: No, è molto che non salgono e molta della loro crescita è venuta dalla riduzione delle tasse.
D: Per cui la spesa dei consumatori potrebbe fermarsi?
R: Si, specialmente se essi devono aumentare i loro risparmi.
D: Perché?
R:Ogni aumento dei risparmi rallenta la crescita economica ed i profitti societari. Finora i consumatori hanno posticipato il giorno del giudizio indebitandosi ancora di più. Molto di questo debito non potrà essere ripagato.
D:Come lei dice, i consumatori hanno fede nelle autorità monetarie. Ecco perché continuano a spendere.
R: Questa fede è stupefacente. Va oltre i fatti. E’ basata sulla capacità della Fed di creare banconote senza limite, sul prestito e la conseguente spesa sconsiderata dei consumatori.
Nessuno pare capisca gli enormi eccessi da ambo le parti e come essi siano responsabili della prossima catastrofe economica.
D: Concordo con lei. La gente non riconosce le avvisaglie del brutto tempo.
R: E’ ora che lo facciano. Il mondo non ha mai sperimentato una tale distruzione di capitali in borsa, così come i profitti e le spese per investimento delle società non sono mai calate così tanto dalla depressione degli anni ’30. Inoltre non c’è nulla all’orizzonte che presagisca qualche miglioramento.
D: Perché la spesa per investimenti è così importante?
R: Perché essa crea la domanda, l’occupazione, i profitti ed anche porta a ripagare i debiti. Ricordi sempre che la formazione di capitale è strategica per la prosperità generale.
D: Cosa sta provocando la riduzione dei profitti che prosciuga la spesa per gli investimenti?
R: Una causa sono le riduzioni dei costi fatte dalle società i quali sortiscono l’effetto desiderato opposto sui profitti, cioè li riducono. La spesa per investimenti è la sorgente degli utili, non la spesa dei consumatori. La riduzione della spesa degli investimenti riduce i profitti. Profitti maggiori non vengono dalla riduzione generale dei costi. Inoltre le società si sono molto indebitate e le spese degli interessi sui prestiti rappresentano oggi il 100% dei profitti, contro il 23% del 1997.
D: I soldi presi in prestito non sono stati forse destinati agli investimenti per dare utili?
R: Molto pochi hanno preso quella direzione. La maggior parte è stata spesa per acquisizioni di altre società, fusioni, e riacquisto di azioni proprie, non aggiungendo niente alla capacità produttiva.
D: Questi soldi presi in prestito non hanno aiutato a fare profitti?
R: No, mentre i profitti calavano le società hanno devastato i loro conti.
D: Cos’altro ha ridotto gli utili?
R. Il più importante freno è stato il deficit commerciale USA il quale è volato in quattro anni da 100 a 500 milioni di dollari l’anno. Ciò ha diretto le spese dei consumatori dai beni prodotti in patria a quelli esteri, deprimendo i guadagni delle società americane ed aiutando quelli delle imprese estere.
D: Cosa implica il declino dei profitti per il mercato?
R: Le azioni americane sono molto sopravvalutate. La peggiore parte della discesa dei mercati deve ancora accadere e porterà con sé la totale distruzione del benessere finanziario creato dalla bolla economica degli anni ’90.
D: Alcuni anni fa si parlava di una nuova era, di una crescita senza fine. Cosa è andato storto?
R: Il nuovo capitalismo USA non ha funzionato. I manager erano focalizzati sul creare valore per gli azionisti attraverso il riacquisto delle azioni, riduzione dei costi, fusioni e acquisizioni; si comportarono come se avessero tutto da guadagnare nel breve termine e nulla da perdere nel lungo periodo. Questa strategie ha portato i prezzi azionari a valori assurdamente elevati mentre gli effetti sull’economia sono stati distruttivi.
D: Perché?
R: Queste strategie non portano profitti, non creano nuove imprese. Il benessere è causato dalla nascita di nuove società, non dagli aumenti di produttività. E’ solo la spesa per investimenti e non la spesa dei consumatori che porta alla crescita economica.
Le società hanno usato i soldi per l’ingegneria finanziaria, e per speculare in derivati piuttosto di adoperarli per costruire nuove industrie. Inoltre hanno falsificato i bilanci e lo continuano a fare.
La maggior parte dei profitti delle società dell’alta tecnologia derivarono da enormi guadagni sui mercati azionari.
L’importanza delle nuove tecnologie per creare benessere è stata molto sovrastimata.
D: Cosa può provocare la presenza di enormi livelli di debito?
R: Le società hanno un maggior difficoltà ad accedere a nuovo credito e rischiano il fallimento.
D: Cosa ne pensi del basso tasso di risparmi?
R: Essi sono la condizione indispensabile per la crescita economica. Sono stati sperperati per pagare le spese che i consumatori non potevano permettersi dal solo loro stipendio.
D: Come mai per la maggior parte degli economisti i risparmi così bassi non sono un problema?
R: C’è un rifiuto generale nell’affrontare la realtà.
D: Cosa succede ai paesi con un basso tasso di risparmi?
R: Essi hanno pochi investimenti, paghe limitate e profitti magri.
D: Gli economisti del governo e la Fed dicono che non bisogna risparmiare, ma che bisogna spendere.
R: Non penso si possa cambiare un vizio in virtù.
D: Perché no?
R: Il credito crea capacità di spesa dal nulla. Il credito da solo non può sostenere a lungo la crescita economica. Il debito deve essere ripagato. Quando la maggior parte del debito è usata per scopi non produttivi come i consumi e la speculazione, si arriva ad una grave crisi. Il sistema finanziario USA è in precarie condizioni. E’ una casa di carte basata sull’eccesso di credito e sulla speculazione. Bisogna prepararsi per una recessione severa e protratta proporzionale agli eccessi record accumulati nella precedente fase di espansione.
L’eccesso di credito e i bassi tassi di interesse hanno solo posticipato l’inevitabile crisi.
La Fed e le altre banche centrali non possono porvi rimedio. Il destino dell’economia americana e della sua valuta, il dollaro, è segnato.
* L’economista vuole rimanere anonimo, ed è stato capo economista di una delle maggior banche europee
www.disinformazione.it
GUASTATORI DELLA PUBBLICITA'
Intervista a Kalle Lasn, editore e co-fondatore della rivista Adbusters
Tenere una copia della rivista Adbusters in un cassetto della scrivania in agenzia equivale a conservare quella vecchia copia sgualcita di Playboy uscita nel settembre del 1987 che si teneva sotto il materasso. Tutti in casa sapevano che ce l’avevi ma nessuno ne parlava.
Ma a parte gli scherzi, qual è stata l’ultima volta che qualcuno nel campo pubblicitario ha parlato di Adbusters? Devo ammettere (e che Dio mi perdoni) che anche io l’ho comprata e letta, ogni tanto. E devo anche ammettere che non ho mai davvero capito qual era il messaggio che volevano dare. Per molti di noi, amanti viscerali delle pubblicità, che apprezziamo gli spettacoli di premiazione e conosciamo tutte le pubblicità del passato, presente e futuro, Adbusters è una sorta di minaccia, qualcosa di cui non vogliamo sapere di più.
La vita di Kalle è stata incredibile; dai campi profughi tedeschi verso l’Australia, è approdato alla sua società di ricerca di mercato a Tokio, poi alla produzione di documentari PBS fino a giungere ad Adbusters dove ha lavorato e combattuto per 15 anni per quello in cui crede. E ha sfidato chiunque: Phill Knight della Nike è soltanto uno dei tanti.
Industria pubblicitaria, concedimi l’onore di presentarti Kalle Lasn.
ihaveanidea: Perché crede che l’America abbia scelto nuovamente George W. Bush?
Kalle: Credo di essere uno dei milioni se non miliardi di persone che se lo stanno chiedendo.
ihaveanidea: Che cosa è successo?
Kalle: Beh, non lo so davvero. Quello che posso dire è che sembra esserci un enorme gap culturale tra la gente di città e quella di provincia. La gente di provincia è davvero stanca e irritata da quella di città che vuole spiegare a tutti che cos'è la moralità, in che modo dovrebbe essere gestita l'economia, che cosa è giusto e cosa è sbagliato della guerra. Queste sono le persone che credono in Bush. E a loro questo ragazzo riservato, un po’ più burocratico e razionale con una moglie miliardaria non è mai piaciuto.
ihaveanidea: Crede che una figura come quella di Kerry sarebbe stata più consona e vicina ai vostri obiettivi ad Adbusters?
Kalle: Riguardo a questa faccenda la penso un po’ diversamente. Credo che la sinistra politica ci abbia letteralmente abbandonato negli ultimi 10 o 20 anni. Dalla fine dell’Unione sovietica in poi, non abbiamo fatto altro che attaccarci ai vecchi principi della vecchia sinistra marxista e affidarci al loro modo di affrontare le cose. Non abbiamo mai veramente compreso il mondo in frantumi dell’era post sovietica e questo ha fatto sì che i conservatori, i neo-cons (n.d.t. nuovi conservatori) e tutti coloro a cui la sinistra non è mai piaciuta siano letteralmente scappati con i loro programmi e richieste.
Possiamo solo incolpare noi stessi, tutti noi, dai cantanti, ai poeti, i milionari e anche le ONG. Chiunque abbia mai letto Adbusters, chiunque abbia cercato di fare le cose in cui anch’io credo, ha cercato in tutti i modi di fare eleggere Kerry. E abbiamo fallito miseramente. Quindi non possiamo avercela con nessun altro tranne che con noi stessi. E quello che manca oggi alla sinistra sono le idee. Non abbiamo più grandi idée. Stiamo ancora usufruendo delle grandi idee pre-sovietiche che ormai non fanno più breccia.
ihaveanidea: Come spiegherebbe il movimento Adbusters ai direttori artistici, ai copywriter ed ai direttori creativi di tutto il mondo?
Kalle: Il nostro movimento si chiama “culture jamming” , o interferenza culturale, ed è iniziato 15 anni fa da un piccolo gruppo di persone qui nel nord ovest del Pacifico. La maggior parte di noi proveniva da Vancouver.
Dando un’occhiata all’allora panorama politico-intellettuale ci rendemmo conto che il movimento per la liberazione dei neri si era orami concluso, il movimento femminista aveva già avuto il suo massimo splendore e ormai non interessava più, il movimento per la salvaguardia dell’ambiente aveva perso energia e nemmeno la sinistra politica stava facendo cose di cui volersi ricordare.
Pensammo “OK, quale sarà il prossimo grande movimento dei nostri tempi?” Decidemmo che avrebbe dovuto avere a che fare con la cultura. Viviamo in un periodo storico in cui invece di essere noi le persone che cantano, narrano storie e creano la nostra cultura dal nulla abbiamo agenzie pubblicitarie, creativi e industrie con centinaia di milioni di dollari che creano la nostra cultura e ce la propinano dall’alto delle loro posizioni dominanti. Il prossimo grande movimento sarà quello di rivendicare e di riappropriarci della nostra cultura finita in mano ad industrie, agenzie pubblicitarie ed emittenti televisive che l'hanno dirottata e ce l'hanno portata via.
ihaveanidea: Ma al di là di Adbusters, parliamo della PowerShift, la sua agenzia pubblicitaria. La maggior parte di chi lavora nel campo pubblicitario sogna di creare una propria agenzia e di lavorare usufruendo del patrocinio gratuito. Finanziariamente parlando, gestire un’agenzia come PowerShift è un sogno più attuabile?
Kalle: Beh, prima di tutto è necessario sapere che sia la pubblicità che il marketing viaggiano entrambi su due binari paralleli. Il marketing si divide in marketing di prodotto e marketing sociale, e ciò significa saper vendere prodotti ma anche idee. Anche la pubblicità è così, esiste la pubblicità per i prodotti e quella per le idee.
Credo che nei prossimi anni il marketing sociale e la vendita di idee diventeranno una grossa fetta della torta creativa, per i designer e tutta la gente che lavora nelle agenzie pubblicitarie e nella vendita di prodotti.
Credo che l’industria pubblicitaria sia pronta ad un riflusso dopo anni e anni di crescita esponenziale senza precedenti, e questo riflusso sarà la nascita di quello che io definisco “Movimento mentale ambientale” 20 o 30 anni fa abbiamo assistito al movimento fisico ambientale, perché la gente iniziò a capire che la natura stava morendo, l’ambiente fisico era sempre più inquinato e a meno che noi non iniziassimo a ripulirlo, ci saremmo ritrovati con un enorme problema d'affrontare.
Oggi la gente sta cominciando a capire invece che esiste una correlazione tra pubblicità, marketing e la loro salute mentale. I 3000 messaggi di marketing che ricevono ogni giorno stanno causando stress e questo, per alcune persone, può addirittura causare disordini umorali da affrontare con zoloft, prozak e tutti questi tipi di medicinali.
Stiamo facendo i primi passi nel movimento mentale ambientale che proverà a ripulire le aree tossiche dell'ambiente mentale, proprio come accadde 30 anni fa con quello fisico. Parlando con i ragazzi e con i giovani dei loro disagi, chiedendo loro “perchè sei così arrabbiato, così cinico, così incazzato?” la maggior parte di loro risponde “perchè è da quando sono bambino che sono schiavo della TV e che vengo imbottito di bugie e propagande. Mi sento come se mi avessero mandato in corto il cervello e succhiato l'anima”.
C’è molta rabbia nei giovani, e, nei prossimi 5 o 10 anni, possiamo aspettarci un cambiamento di direzione che arriverà sotto forma del movimento mentale ambientale. Per questo consiglio vivamente a tutti d’iniziare a familiarizzare con il movimento e capirne il riflusso, da dove viene e che significato ha, perché nei prossimi anni, nelle loro carriere e nel loro futuro, dovranno fare i conti con questa forza.
Credo che questa sia una grande opportunità per tutti i giovani laureandi in design, economia e pubblicità di iniziare a pensare seriamente alla loro professione e ad impegnarsi non soltanto a reclamizzare i prodotti circondandoli di un’aurea fantastica soltanto per agevolarne la vendita.
E’ anche possibile riuscire a vendere buone idee, lavorare ad esempio per Greenpeace e le altre migliaia di ONG che cercano di cambiare il mondo. E’ un lavoro che può essere molto divertente e ricco di idee eccitanti. E' mille volte più interessante lavorare su una campagna di marketing sociale che di marketing del prodotto, e dalla mia esperienza nel settore posso dirvi che un gran numero di persone sono diventate ciniche ed infelici proprio per il tipo di lavoro che fanno: non hanno nessuna voglia di vendere un altro cazzo di Big Mac e fare ingrassare un'altra persona, e non sopportano l’idea di tornare a casa e non poter dire alla moglie, al marito e ai figli quello di cui si occupa l'agenzia per cui lavorano. Non vanno molto fieri di quello che stanno facendo. Credo che per queste persone che ormai odiano il lavoro che fanno ci sia un'opportunità, quella di muoversi lentamente verso l'altro marketing, che secondo il mio punto di vista è una realtà in ascesa e presto corrisponderà al 10% della torta.
ihaveanidea: Sono curioso di conoscere la sua opinione riguardo alla campagna originale della United Colors of Benetton, che credo sia molto vicina a quello che sta dicendo. Durante l'intervista che gli ho fatto, Oliviero Toscani ha chiarito subito il suo odio per la pubblicità tradizionale, e per questo motivo ha usufruito del prodotto reale di un'azienda per poter discutere di temi seri come l'AIDS.
Kalle: Ed è stato licenziato subito, vero? I miei sentimenti nei suoi confronti sono sempre stati molto contrastanti. Sicuramente è una persona molto interessante e affascinante, possiede un incredibile potere creativo, ma la sua formula non mi è mai veramente piaciuta.
Sono convinto che dobbiamo essere noi, le persone, a parlare di punizioni capitali, d’ingiustizia razziale o di tutte le tematiche trattate da Oliviero Toscani. Non mi piace l’idea che un’azienda decida di legare certi temi sociali al proprio marchio per accrescere la consapevolezza della gente e, allo stesso tempo, vendere il prodotto. La sua è sempre stata una formula molto confusa per quanto mi riguarda, che ho sempre ammirato e odiato allo stesso tempo.
ihaveanidea: Stavo per chiederle come riusciva ad essere un canadese tanto unico e schietto: mi sorprende il fatto che un movimento sociale così forte e controverso provenga da una società tradizionalmente tranquilla e cordiale come quella canadese. Ma a giudicare dal suo accento, che come il mio grida “immigrante canadese” devo riformulare la domanda e chiederle dove è nato e in che modo le sue radici hanno creato Adbusters proprio in Canada?
Kalle: Sono nato in Europa, e mi sono trasferito in Canada poco prima di compiere trent’anni. Mi sono subito innamorato di questo paese dove le persone come me si sentono immediatamente a loro agio ed iniziano a far sentire le proprie opinioni. Mi piaceva in qualche modo il fatto che la maggior parte dei nativi canadesi fossero persone buone e miti, che non sentivano il forte disagio di dover cambiare le cose dipendendo in questo da noi immigrati, bisognosi invece di un cambiamento. E questo mi piace. Amo davvero questo paese. Non ho mai rimpianto di essere venuto qui, nel 1970, a metà della mia esistenza, e aver dato vita al mio quartier generale.
Mi piaceva in qualche modo il fatto che la maggior parte dei nativi canadesi fossero persone buone e miti, che non sentivano il forte disagio di dover cambiare le cose dipendendo in questo da noi immigrati, bisognosi invece di un cambiamento.
ihaveanidea: Crede di ricevere più aiuto dagli Stati Uniti che dal Canada?
Kalle: Assolutamente, abbiamo 120 mila contatti in tutto il mondo, ma 75 mila sono americani. Il 50% dei nostri introiti deriva dalle vendite dei nostri magazine e da Blackfoot sneakers negli Stati Uniti, e più della metà dei nostri scrittori sono americani. Siamo senza dubbio un’istituzione del nord America, guidata soprattutto da americani, anche se adesso stiamo cercando di internazionalizzarci.
ihaveanidea: Crede che movimenti quali quello anti-globalizzazione e anti-multinazionale si siano inferti da soli una ferita creandosi di fronte agli altri la nomea di movimenti estremi?
Kalle: Sono nel centro di questo movimento, il Culture Jam, che è sicuramente uno dei perni su cui si muove questa protesta di livello internazionale iniziata dopo la battaglia di Seattle. Come attivista posso dirle che abbiamo la sensazione che le corporazioni negli ultimi 100 anni abbiano accresciuto così tanto il loro potere da essere ormai immuni da qualsiasi battaglia con la società civile.
Come ho già detto, una delle ragioni per cui sostengo questo movimento è perchè mi rendo conto che la cultura canadese non viene creata e formata dai cittadini ma dalle corporazioni, dalle emittenti televisive e da persone come Leonard Asper che letteralmente producono la cultura e ce la propinano.
Ormai siamo a livelli tali nella storia dell’uomo in cui qualunque cosa, dal cibo, alla musica, alla moda, alle automobili, ai trasporti, viene controllata da 3, 4 o 5 corporazioni che hanno monopolizzato il mercato possedendo una quota pari al 70, 90%.
Questo non è più il capitalismo in cui io credevo. La maggior parte degli attivisti del Culture Jam non hanno problemi particolari nei confronti del mercato o del capitalismo, a meno che il capitalismo non si trasformi in un gruppetto di grandi corporazioni che controllano tutto, dall'etere televisivo fino alla musica che ascoltiamo.
Ora assistiamo ad un'inversione di tendenza che porterà verso una possibile battaglia tra la gente e le corporazioni. Non possiamo vivere in un mondo in cui le corporazioni controllano ogni aspetto della nostra esistenza. Sono sicuro che alla fine riusciremo a vincere e riaffermare il nostro controllo sulle corporazioni, come quando ero ragazzo, e riaffermeremo la nostra sovranità di consumatori sul mercato. Inizieremo di nuovo a decidere per noi stessi. Certo, le corporazioni avranno il posto che meritano ma non avranno più il controllo su quello che dobbiamo fare.
“Sono sicuro che alla fine riusciremo a vincere e riaffermare il nostro controllo sulle corporazioni”.
ihaveanidea: Deve ricevere molte lettere piene di odio e di cattiverie dai vari avvocati. Come riesce a mantenere la sua attenzione sul progetto da realizzare con tutta questa energia negativa che riceve?
Kalle: Il mondo in cui vivo dà forza al lavoro che svolgo e so che molte agenzie pubblicitarie sostengono Adbusters, non perchè ci amino ma perchè desiderano sapere quali sono i piani del nemico. Ho molti amici nel campo della pubblicità e molti di loro (in segreto) ci aiutano e sostengono le nostre campagne (ride).
Questo mi piace. Ho sempre pensato che se riesci a farti odiare dalla metà della gente e amare dall’altra metà allora sei davvero parte del Culture Jam, stai seriamente cambiando il mondo e ti trovi davvero all’apice della trasformazione sociale.
ihaveanidea: Sfogliando il giornale quello che più mi colpisce è il progetto grafico, molto bello e sperimentale, libero, di grande potere espressivo. Ogni numero è diverso da quello precedente. Qual è il procedimento nella realizzazione grafica di Adbusters?
Kalle: La passione. Crediamo in molte cause, siamo un gruppo di persone eterogenee ricche di idee, crediamo che la cultura del consumismo sia ormai alla deriva e stia uccidendo quello che c'è di naturale. Cerchiamo di persuadere la gente ad avere una visione più ecologica.
Siamo convinti che questo capitalismo di tipo corporativo che ci controlla sia psicologicamente dannoso e sia una delle cause dell’aumento arrivato al 300% della malattia mentale dalla seconda guerra mondiale a oggi. E in questo la pubblicità ha un ruolo fondamentale visto che ogni giorno catapulta nel nostro cervello 3000 messaggi di marketing, che ci piaccia o no.
Crediamo che l’ambiente mentalmente inquinato in cui stiamo forzatamente vivendo ci faccia ammalare, per questo ne parliamo così tanto nella rivista. Crediamo anche che il presidente Bush e i suoi neo cons ci abbiano politicamente dirottato, e adesso dobbiamo lottare questa guerra infinita contro il terrorismo, causata dall’enorme diversità che esiste tra i ricchi e i poveri della terra. Quindi, a livello ecologico, psicologico e politico, combattiamo con grandissima passione; tutto quello che facciamo, la rivista, il sito internet, è pervaso da queste forze motrici.
ihaveanidea: Che cosa è successo con la Nike e Phil Knight? Perché li odia così tanto?
Kalle: Abbiamo scelto la Nike e Knight perché erano l'obiettivo perfetto. Tra 5 o 10 anni potremmo addirittura batterli grazie alla nostra campagna di Culture Jam. Abbiamo passato in rassegna tutte le grandi corporazioni del mondo e ci siamo resi conto che la Nike negli ultimi 10 anni sta combattendo contro un movimento molto forte che accusa l'azienda di sfruttare i propri dipendenti.
E, sebbene il marchio Nike sia ancora molto di moda e i teenager di tutto il mondo si sentano sempre “cool” quando indossano il logo “che sfreccia” della Nike sui cappellini o sulle scarpe, l'ammirazione per la Nike è solo superficiale. Se si prova a grattare un po’ la superficie, si scopre che in realtà la gente è abbastanza incazzata con questo marchio. Alla gente il fatto che l’azienda sfrutti il lavoro dei dipendenti non piace, e non vede di buon occhio nemmeno Phil Knight, che manda letteralmente a puttane il cervello e spende milioni di dollari ingaggiando celebrità e atleti sportivi per inventare un finto, pseudo modo aziendale di essere “cool”. Ecco quello che cerca di trasmettere ai giovani: “Questo è davvero alla moda!” oppure “La Nike è davvero la numero uno perchè lo dicono questi ragazzotti sportivi”. Questo però non funziona. Ormai la moda creata dalle corporazioni non ha più l’influsso che aveva in passato (e i pubblicitari lo sanno bene). Avevamo capito che la Nike era vulnerabile. Per questo abbiamo lanciato l’anti-logo, Blackspot. Quello che vogliamo fare è utilizzare questo logo per indebolire il fascino della Nike, fermare il marchio che sfreccia.
ihaveanidea: Avete anche affisso cartelloni anti-Nike vicino al quartier generale in Oregon, come parte della vostra strategia. Quali sono state le loro reazioni?
Kalle: Beh! Quando cercammo di attaccare il primo cartellone i suoi avvocati hanno subito contattato la compagnia che ci aveva fornito i cartelloni intimandoli di smettere subito o sarebbero incorsi in un grosso problema legale. Dovemmo assumere degli avvocati ed iniziare una battaglia legale. Alla fine la Nike accettò uno dei cartelloni che avevamo appeso.
Abbiamo iniziato una vera e propria zuffa con Phil Knight, e so che adesso lui è preoccupato del nostro tentativo un po’ sfacciato perché sta uscendo un po’ dal suo controllo e sta mostrando alla gente quello che vogliamo fare. Stiamo anche iniziando ad appendere qualche poster alle fermate degli autobus vicine alle Nike Town di tutto il mondo e stiamo pensando di mettere un annuncio a tutta pagina sul New York Times. E, a secondo del risultato di queste azioni, cercheremo di entrare nelle sue quote di mercato e lanciare l’anti-logo all’interno di una forza molto potente, con cui avranno a che fare molte altre grandi corporazioni, oltre la Nike.
ihaveanidea: E quanto successo ha riscosso il “Buy Nothing Day” di Adbusters?
Kalle: Un grande successo, più o meno dell’importanza che oggi ha il Earth Day. L’anno scorso è stato fatto in 65 nazioni in tutto il mondo, davvero. Centinaia di milioni di persone ne sentono parlare e milioni di persone poi decidono davvero di provarci per 24 ore; non comprare niente e vedere come ci si sente ad andare in crisi d’astinenza per lo shopping (come andare ad un digiuno per consumatori).
Beh, poi ci sono stati centinaia di attivisti in tutto il mondo che hanno fatto cose come mettersi maschere e correre per i centri commerciali, oppure farsi tagliare la carta di credito davanti ai negozi. Alla fine si sono divertiti e hanno indossato delle maschere.
Il “Buy Nothing Day” è la nostra campagna meglio riuscita. Ogni anno ci sono dibattiti internazionali sul tema “quando se ne ha abbastanza”. Riuscire a far sì che la gente s’interroghi: “Quando questo è abbastanza per me? Quando lo è per la mia famiglia, per la mia città, la mia nazione?” e “E’ giusto che il 20% delle persone sulla terra, ovvero i ricchi, consumi l'86% delle risorse mondiali lasciando soltanto il 14% della torta ai 5 miliardi di persone che rimangono?”. Forse è per questo che la natura sta morendo, che le persone che vivono nel primo mondo hanno problemi mentali e dobbiamo combattere questa infinita guerra al terrorismo. Il “Buy Nothing Day” è davvero uno degli avvenimenti principali per noi.
ihaveanidea: Che cosa succederà agli art director, ai copywriter, agli account executive, ai progettisti e ai direttori creativi quando, in un futuro non lontano, il movimento mentale ambientale lavorerà a pieno ritmo?
Kalle: Dovranno farci i conti proprio com’è successo alle industrie e alle corporazioni al tempo del movimento fisico ambientale. Dovranno affrontare il collasso dell’industria pubblicitaria, dall’ammontare odierno di $450 miliardi a qualcosa di più modesto, forse la metà. Dovranno riscoprirsi più sinceri nelle loro pubblicità, invece di imbottirci la testa con questo materiale semi pornografico sulle riviste, in TV e ovunque possono arrivare. Tutto questo non accadrà più.
Le madri controlleranno la dieta mentale dei figli proprio come adesso controllano quella fisica. Ci sarà un ambiente molto diverso e molto più serio in cui i creativi dovranno lavorare. E non sarà quello che abbiamo avuto negli ultimi 20 o 30 anni. Consiglio vivamente alle persone che lavorano in questo campo di iniziare adesso a cambiare le cose, altrimenti verranno spazzati via da questo riflusso, e un giorno si troveranno da qualche parte senza un lavoro e si chiederanno cosa cazzo gli è successo.
Fonte: http://ihaveanidea.org/creatives/entries/00000079.htm
Febbraio 2005
Traduzione per Comedonchisciotte.net a cura di Isabella Piovanelli
Il Csm boccia la legge salva-Previti: «Avrà effetti devastanti»
di red.
Il plenum del Consiglio Superiore della Magistratura ha bocciato a larghissima maggioranza la cosiddetta legge ex Cirielli, meglio nota come salva-Previti, che vuole riformare i tempi di prescrizione per alcuni reati. Con 16 voti a favore, tre contrari e un astenuto è passata la risoluzione di maggioranza proposta dalla sesta commissione. A contribuire alla bocciatura di questa legge anche il primo presidente della cassazione Nicola Marvulli e il Pg Francesco Favara che hanno votato a favore della risoluzione. Il testo della legge è attualmente all’esame del Senato e se sarà approvato nella forma attuale rischia l’ennesima pronuncia sfavorevole del Capo dello Stato per «manifesta incostituzionalità». Il ministro della Giustizia Roberto Castelli liquida così la bocciatura: «Il Csm purtroppo è diventato un organismo politico, che ragiona come il parlamento».
La relazione di maggioranza prefigura scenari catastrofici.«L'applicazione del nuovo regime ai processi in corso comporterà un vero e proprio cataclisma organizzativo all'interno di un sistema di giustizia penale che già oggi riesce con assoluta difficoltà a fronteggiare il numero elevatissimo di procedimenti». E provocherà «la vanificazione di gran parte del lavoro svolto dall' intero sistema giudiziario nel corso di alcuni anni». I consiglieri di Palazzo dei Marescialli indicano con precisione i processi destinati ad essere spazzati via: «Quasi tutti i processi per reati puniti con la pena della reclusione compresa nel massimo tra i cinque e i sei anni e la grande maggioranza di quelli per reati puniti con la pena della reclusione massima di otto anni sono destinati a sicura prescrizione». Si tratta di un' ampia gamma di reati che va dalla corruzione alla violenza o minaccia al pubblico ufficiale, dalla truffa e dall'usura alla rivelazione di segreto di Stato.
La pronuncia del Csm non era stata richiesta dal Guardasigilli Castelli, tuttavia i vertici di Palazzo dei Marescialli, in pieno accordo con Azeglio Ciampi, hanno voluto pronunciarsi, sottolineando quindi l'importanza della questione. L’ostilità alla legge era stata già espressa lunedì da ben sessatuno penalisti di ogni colore politico. Il giudizio è sempre lo stesso: la legge salva Previti è incostituzionale perché viziata da «palese irragionevolezza».
unita.it
Contro la salvapreviti
Appuntamento mercoledì 23 febbraio alle ore 18 a corsia Agonale, davanti al Senato, a Roma
QUESTA NOTTE E DOMANI LA COMMISSIONE GIUSTIZIA SI RIUNISCE PER DISCUTERE LA SALVAPREVITI E LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA.
LA PROSSIMA SETTIMANA TOCCHERA' ALLA RIFORMA DELLA COSTITUZIONE!!
CAMBIANO OGNI MINUTO L'ORDINE DEL GIORNO PERCHE' SANNO CHE LA SALVAPREVITI E' UNA LEGGE IMPOPOLARE CHE POTREBBE NUOCERGLI IN PERIODO DI CAMPAGNA ELETTORALE....
NON LASCIAMOLI FARE!!!!
accendiamo i riflettori, facciamoli vergognare!!
MERCOLEDI' 23 FEBBRAIO ALLE 18
APPUNTAMENTO A CORSIA AGONALE, DAVANTI AL SENATO
portiamo tutti una candela, una torcia, una lampada per mettere in luce uno scandalo che tentano di far passare nell'ombra
VI PREGHIAMO DI VENIRE NUMEROSI E DI AVVERTIRE PIU' GENTE POSSIBILE
www.girotondiaroma.it
L'impossibile riconciliazione
Tutti i media occidentali hanno celebrato la "riconciliazione" tra Bush e l'Europa, tra l'America e l'Europa, la ripresa delle relazioni euroatlantiche, eccetera eccetera.
Chi lo ha fatto - e sono gli europeisti convinti - dicendo che il presidente Usa ha finalmente riconosciuto che l'Europa è ormai un gigante mondiale, un co-protagonista, cioè sottolineando che gli Stati Uniti sono venuti a Canossa.
E c'è stato chi lo ha fatto, al contrario, mettendo in risalto che l'Europa ha finalmente smesso di fare i capricci, ha cessato di criticare gli Stati Uniti per la loro guerra in Iraq, ha accettato il nuovo ordine mondiale preconizzato dalla squadra bellicosa dei neo-con americani .
C'è del vero in entrambe queste piccole follie quotidiane della politica-spettacolo. Ma la versione sintetica che entrambe sottendono è invece sostanzialmente falsa. Non c'è stata nessuna "riconciliazione" tra Europa e Stati Uniti, al di là delle scenografie obbligatorie che devono essere disegnate per tranquillizzare il grande pubblico. Non c'è stata perchè non può esserci, nelle attuali condizioni del pianeta, tra interessi divergenti. Anzi: sempre più divergenti.
Basta affrontare singolarmente i dossier dove il contenzioso tra Stati Uniti ed Europa è cresciuto in quest'ultimo decennio, per vedere come le prospettive divergano, nonostante si faccia di tutto - da una parte e dall'altra - per nasconderlo. Sull'Iran gli europei (non solo Chirac e Schroeder, ma perfino Tony Blair, l"americano" per eccellenza) si muovono prudenti sul terreno della diplomazia, mentre l'Imperatore (e la sua prefica Condoleeza Rice) hanno continuato a ripetere che l'opzione militare è esclusa, ma solo "per il momento", spiegandoci così che si stanno preparando "per il futuro".
Sulla Siria si addensano nubi di guerra, specie dopo l'assassinio dell'ex premier libanese (che, chissà perchè, tutti i media occidentali hanno immediatamente addebitato a Damasco, sebbene sia evidente che proprio Damasco - che non aveva affatto bisogno di quella morte - è stata la più danneggiata da questi sviluppi) ed è chiaro che gli europei sono molto preoccupati di dover di nuovo alzare le barricate per distinguersi da Washington nel caso di una nuova avventura militare ai confini del tritacarne iracheno.
Ma le dispute inter-atlantiche non si fermano ai dossier particolari. L'Europa, per esempio, ha scelto Kyoto, gli Stati Uniti di Bush respingono Kyoto. Non è un dettaglio secondario: è il futuro del pianeta Terra che giace su quel tavolo. Per il momento non tutte le conseguenze sono chiare a tutti, ma tra pochi anni apparirà in tutta la sua enorme portata la differenza dei comportamenti. I pubblici europei pensano che bisogna fermare l'effetto serra, allontanare la catastrofe incombente, mentre gli americani (quelli che sanno come stanno le cose, cioè un'infima minoranza, ma quella che conta) sono convinti che si possa e si debba mangiarsi il pianeta come fosse un gelato al limone, per giunta tutto da soli, o insieme a noi, tutti i potenti e i ricchi. Si tratta di due filosofie, di due visioni del mondo. Inconciliabili perchè una (lo si veda oppure no) porta alla guerra e l'altra potrebbe (forse) portare alla pace.
E lo stesso vale per una miriade di trattati e accordi internazionali che gli Stati Uniti rifiutano e l'Europa promuove. Per esempio il Tribunale penale internazionale, o una parte cospicua dei dossier del commercio internazionale.
Infine c'è un dossier , dove Stati Uniti e Europa sembrano invece convergere nel giudizio negativo di un partner che fino all'altro ieri era considerato amico e, per così dire, al di sopra di ogni sospetto. Parlo, è evidente, della Russia. Che non piace all'Occidente, e viene oggi guardata, da Washington e da Bruxelles, come un commensale con cui non si sa che linguaggio parlare e le cui maniere a tavola sono giudicate non eleganti, per non dire di peggio.
Ora lungi da me l'idea di addossare all'Occidente tutte le responsabilità per l'attuale raffreddamento in corso. La Russia ne ha fatto - come si dice dalle mie parti - di cotte e di crude. Ma non da sola. Il fatto è che, quattordici anni dopo la fine dell'Unione Sovietica, al Cremlino qualcuno si è accorto che gli Stati Uniti hanno giocato una partita doppia verso la nuova Russia.
Da un lato mostrandosi amici, incoraggiando riforme devastanti che avrebbero dovuto portare mercato e libertà, dall'altro facendo quanto era in loro potere per indebolire la Russia, ridurre la sua area d'influenza in Asia centrale, tagliarla fuori dal passaggio del petrolio del Mar Caspio verso gli utilizzatori occidentali, con oleodotti improbabili (ma che si stanno costruendo) in Afghanistan e in Turchia-Georgia . Fino alla vicenda dell'Ucraina, che ha lasciato a Mosca un pessimo strascico, i cui effetti sono destinati a prolungarsi nel tempo, minacciando di trasformarsi in una nuova guerra fredda.
Errore strategico di Washington. Ma errore doppio, triplo, per l'Europa. Purtroppo su questo errore, a quanto sembra, si registra l'unica "riconciliazione" che emerge dal viaggio europeo dell'Imperatore.
Giulietto Chiesa www.megachip.info/
Storace senza freni
Attacco a Bindi: la sinistra si indigna, An lo difende
MICAELA BONGI
E' più forte di lui. Ha dedicato anni a «ripulirsi». E' arrivato, quando sfidò Pietro Badaloni per la presidenza della regione Lazio, a ribattezzarsi moderator, opposto all'epurator con cui era conosciuto fino ad allora. Ultimamente ha deciso di usare il romanesco e le battute quasi come un vezzo, ma molto studiato (Berlusconi non voleva la lista Storace? «T'a d'adattà», ti devi adattare, ha risposto lui). Poi però, nonostante l'impegno, lo Storace-verace e il gusto per la battutaccia becera prendono il sopravvento. Così domenica pomeriggio, il governatore in campagna elettorale incalza così le donne nazional-alleate riunite a convegno: «Fate un casino incredibile, non possiamo aspettare che sia una donna come Livia Turco a dire cosa fare alle donne di An. Non parliamo poi di Rosi Bindi, che non è neppure una donna...».
All'indomani della sortita le parlamentari del centrosinistra insorgono: «Qualsiasi donna si dovrebbe sentire obbligata a stigmatizzarle un simile volgare comportamento», si indigna Giovanna Melandri, ds. «Nessuna donna si è mai espressa in questi termini su un uomo politico e Storace non è certo George Clooney...», nota la verde Loredana De Petris. E un'altra ds, Gloria Buffo, constata che è la cultura di Storace a portarlo «alle battute da osteria».
Ecco allora che, tanto per sdrammatizzare, Francesco Storace manda avanti il suo portavoce: «Il presidente non ha detto che l'onorevole Bindi non è una donna, ma che non è una bella donna. E non è nemmeno una notizia». Quando la toppa è peggiore del buco, la polemica si scalda ulteriormente. «Non faccio commenti su questo partito di maschilisti», scuote la testa Alessandra Mussolini. Mentre Assunta Almirante difende Rosi Bindi - «è una donna a pieno titolo e di grande intelligenza» - dando però un buffetto affettuoso a Storace per la sua «battuta capita male». Nella Casa berlusconiana o si tace o si prova a difendere il governatore attaccando la solita sinistra che strumentalizza. E anche Daniela Santanché, a nome delle donne di An, assolve, anzi esalta, il presidente del Lazio.
L'interessato, però, non deve essere molto convinto che la «battuta» sia stata capita dagli elettori. E così prova a mettere un'altra toppa: «La polemica della sinistra è ridicola. Per loro è un insulto sostenere che la Bindi non è bella». E ancora: «Da una serie di dichiarazioni una in fila all'altra si capisce che c'è un regista che dice `oggi attacchiamo Storace' su argomenti tra l'altro inconsistenti». Insomma, il governatore si incarta e sostiene una cosa e il suo contrario allo stesso tempo. Sempre domenica, al convegno delle donne di An, non aveva anche bacchettato Gianfranco Fini? «Spesso non sono d'accordo con lui e non lo fui quella volta - aveva affermato Storace - quando disse 'quante belle gambe che vedo in platea'. Ecco, io dico a Fini di guardare anche alle teste». Al resto ci pensa moderator. www.ilmanifesto.it
Le agghiaccianti emozioni di Haneke
Michael Haneke sconvolge con film che trasmettono ansia ponendo domande senza risposta. Attimi di inquietudine difficili da dimenticare.
Chi è riuscito ad assistere fino alla fine a Il settimo continente vuol dire che è restato seduto e paralizzato per lunghi minuti davanti a scene strazianti. Immobile come capita a George nel film, appena dopo aver preso il veleno: in attesa della propria fine rimane fermo accanto alla moglie e alla figlia entrambe già morte. La dissolvenza in nero nel finale sta a significare il suicidio colletivo, la liberazione da un’esistenza agghiacciante. Lo spettatore viene restituito, probabilmente un po’ turbato, alla propria esistenza, in cui gli oggetti comuni della vita borghese, come ad esempio un robot da cucina o un portone automatico del garage, gli sembreranno d’ora in poi metafore dell’inumanità.
Assurdo quanto la realtà
Questo “congelamento dei sentimenti” nella nostra società postmoderna, consumista e teledipendente è il tema ricorrente nelle opere del regista austriaco Michael Haneke.
Non va alla ricerca di solo intrattenimento e distrazione chi entra al cinema per vedere film come Benny’s Video, nel quale un adolescente si filma mentre uccide un’amica con una pistola fissachiodi, o Funny Games, in cui la vita di una famigliola perbene viene sconvolta dall’arrivo di due orribili mostri.
“Volevo mostrare che il mondo non è così in ordine come sembra: il buon vicino che vive lì accanto ti può amazzare tanto quanto il terrorista arabo di cui tutti in questo momento abbiamo paura”, dice Haneke discutendo di come i media ci fanno vedere la realtà e di come sia diffuso il desiderio di brivido & suspense. Differentemente dalla trama tipica dei thriller, nei suoi film lo spettatore non viene ricompensato da un classico lieto fine in cui trionfa il bene contro il male e la gente, se è morta, è morta per un motivo. Alla fine de La pianista, adattazione cinematografica del romanzo del premio Nobel alla letteratura Elfriede Jelinek, Isabelle Huppert si pianta un coltello nella pancia e barcolla, ferita, fuori dall’inquadratura: come qualsiasi altra azione indotta da sentimenti, anche il suicidio fallisce.
Nella filmografia dell’autore austriaco viene tolta quella specie di pellicola sottile che ci avvolge e vengono liberati i sentimenti repressi. Si può finalmente spaccare la testa del vicino, oppure rompersi la propria. La morte, la sofferenza rimangono assurde, incomprensibili ed inevitabili.
Austria, terra d’idilli e di orrore
Il perpetuo idillio dell’Austria col suo splendido paesaggio alpino che tiene nascosto dietro le montagne un passato represso è preso come punto di partenza per una critica pungente della società da scrittori come Thomas Bernhard e Elfried Jelinek nonché da registi come Haneke. Una critica che non li lascia di certo con molti amici in patria. Però, per Haneke, la sua rivelazione del congelamento emozionale non si riduce ad un fenomeno austriaco. Dopo la presentazione del film Il settimo continente a Cannes, dove il regista è da anni un habitué e dove aveva fatto scalpore con La pianista, gli fu chiesto da un giornalista se la vita in Austria fosse proprio così orribile. “Da allora cerco di non legare i miei film a luoghi geografici particolari. Cerco di dar loro una significatività a prescindere dal posto in cui vengono visti.”
La consacrazione arriva dalla Francia
Come regista Haneke ha abbandonato l’Austria da lungo tempo. Ha ottenuto molto più successo in Francia che nella sua patria piccolo-borghese in cui viene percepito come uno che sputa nel piatto in cui mangia. Il tempo dei lupi , il suo ultimo film, è una produzione francese con stelle del cinema come Patrice Chereau, Beatrice Dalle e, di nuovo, Isabelle Hupert. Dopo un’indefinita catastrofe, esseri umani lottano per le cose più elementari come l’acqua, il cibo o un tetto. Nel bisogno rivelano il loro vero volto: è l’eterna legge dell’homo homini lupus.
Ancora una volta Haneke rifiuta le comodità delle trame hollywoodiane. La storia evolve fino all’apice di una drammaticità raggiunta la quale lo spettatore può chiaramente considerare il brivido eccittante fornito dal film alla stregua di un bene di consumo. Non c’è risposta, non c’è una fine sensata. L’irritazione del film deve radicarsi nel pensiero del pubblico: “i film che hanno per tema le angoscie della nostra società si possono solo rappresentare in forma di domande. E quando una domanda viene posta in modo sufficientemente pungente, lo spettatore non la dimentica, cosa che accadrebbe se gli venisse fornita una risposta tranquillizzante.”
Caché, Nascosto, è il titolo del nuovo film di Haneke, che arriverà presto nei cinema. Si tratta di nuovo di una produzione francese, con Juliette Binoche nel ruolo principale. Sullo sfondo della guerra d’Algeria, il film indaga sulla questione della colpevolezza e della responsabilità collettiva. Di nuovo, ci toccherà lasciare la sala sconvolti. www.cafebabel.com/it
Prodi: «Alla Rai è emergenza democratica»
di Simone Collini
Dimissioni immediate del Cda Rai e nessuna revisione della par condicio. Di fronte alla «grave emergenza democratica» in atto, l’Unione va all’attacco su informazione e gestione della tv pubblica. Ieri Romano Prodi ha voluto incontrare a Santi Apostoli i parlamentari dell’opposizione che fanno parte della commissione Vigilanza. Ha ascoltato, ha fatto un lungo e dettagliato intervento, e poi la riunione è stata sciolta con l’impegno a valutare nelle prossime settimane la possibilità di organizzare una giornata per la libertà di informazione.
«La parzialità, e talvolta persino la faziosità, della nostra informazione televisiva, e purtroppo anche di quella affidata al servizio pubblico, sono sotto gli occhi di tutto il Paese. È un problema per l’Italia, è un problema per la nostra democrazia, è un problema per l’effettività stessa dei diritti fondamentali garantiti dalla nostra Costituzione», è stato il ragionamento che Prodi ha fatto ai parlamentari annunciando l’intenzione di mettere la questione tra i primi punti dell’agenda politica della coalizione: «Riguarda le pari opportunità, deve uscire dal recinto degli addetti ai lavori e dobbiamo trovare anche le modalità per segnalare ai cittadini la situazione». Da qui l’idea di dar vita a un’iniziativa ad hoc, anche se prima di decidere di che tipo (manifestazione, incontro-dibattito o altro) andranno valutati diversi aspetti organizzativi e, se si opterà per i tempi brevi, il peso degli impegni per la campagna delle regionali.
Ciò per cui bisogna invece attivarsi al più presto, è stata la decisione presa unanimamente alla riunione di Santi Apostoli, è chiedere un dibattito parlamentare per procedere alla sostituzione di un Cda che, come ha osservato il diessino Giuseppe Giulietti, «è scaduto, monocolore, responsabile di gravi epurazioni e di un avvelenamento del servizio pubblico». Tanto più, ha fatto notare il responsabile Informazione della Quercia Fabrizio Morri, che lo strumento per farlo è già a disposizione: la legge Gasparri.
Prodi si è detto pronto a garantire l’«impegno del centrosinistra a lavorare unitariamente per assicurare alla tv pubblica un vertice autonomo e autorevole». Ma lanciando un messaggio al centrodestra ha anche detto che questa operazione andrà avviata subito, perché quelli che vengono «sono anni troppo importanti perché noi possiamo affrontarli con un sistema radiotelevisivo e, soprattutto, con un servizio pubblico che funzionino e operino come quelli attuali». Chiaro il riferimento alle politiche del 2006, ma non solo, essendo in agenda anche il referendum sulla riforma costituzionale e importanti appuntamenti internazionali. «Il modo col quale è disciplinato il sistema radiotelevisivo, e in particolare il modo col quale funziona il sistema pubblico generale radiotelevisivo, costituiscono aspetti determinanti della competizione politica. Di più: essi toccano direttamente il funzionamento della democrazia», ha detto Prodi ricordando anche i richiami sull’«importanza di una informazione corretta e pluralista» rivolti dal presidente Ciampi al Parlamento e agli operatori del settore.
Non erano ancora state chiuse le ultime questioni alla riunione di Santi Apostoli che la Cdl ha reagito, con Paolo Romani (responsabile Informazione di Forza Italia) che ha parlato di «tentativo di destabilizzare la Rai» e con Domenico Nania (An), che ha detto: «Basta vedere e ascoltare ogni giorno i tg della Rai per rendersi conto che Prodi e compagni dicono bugie e mistificano la realtà».www.unita.it/
Vento, carica, alzo
La visita di Bush alle istituzioni europee viene considerata un segnale molto positivo dal leader dell'Unione, Romano Prodi, che parla di ''cambiamento della storia. E' straordinario, è stato il riconoscimento della nuova realtà che prima non c'era''.
Prodi ha sottolineato che nel passato ci sono stati dei problemi tra Europa e Stati Uniti ma poi una serie di accordi hanno risolto molte questioni. ''Con queste esperienze -ha detto- io propongo che si abbia un dialogo euroatlantico americano stretto e forte, in modo da affrontare insieme, con pari dignità i problemi''. Per il leader del centrosinistra, in ogni caso, ''siamo sempre stati amici degli Stati Uniti. Ma siamo adulti e vaccinati e l'amicizia è soprattutto nella dignità''.
Quando si ha a che fare con un pezzo d'artiglieria e bisogna tirare giusto, mi hanno insegnato, la faccenda si gioca su tre elementi: vento, potenza della carica, alzo (parabola) della palla. Solo per cannoni enormemente grandi (tipo Bertha) entra in gioco la rarefazione dell'atmosfera....
Sulla base di questi tre elementi credo che la cannonata che ha tirato Prodi su Bush sia giusta. Non mi scandalizza per niente, nonostante cosette come queste pubblicate (e salvate) su questo blog ormai da mesi. Capisco le rimostranze di tanti esponenti dell'Unione al benvenuto formulato da Prodi nei riguardi di Bush. Sono prese di distanza anche ben comprensibili. Ma uno statista deve fare lo statista, e l'artigliere l'artigliere.
Vento: Gli Usa, detto in parole povere, si sono messi nel guano profondo in Irak. Anche le famose elezioni per ora sono servite (putroppo) a poco, almeno nel triangolo sunnita. Nonostante una (monca) prospettiva a medio termine sciita-curda quel paese, lo scettro del pianeta resta a rischio di guerra civile ed è già, di fatto, una palude vietnamita.
Bush oggi ha bisogno dell'Europa. E fa un'offerta. Una partecipazione di minoranza al governo del mondo. Bush ha bisogno dell'Europa, dicono i giornali. Ma io personalmente preferisco dire: gli Usa, i fratelli americani che là crepano e a casa stanno male hanno bisogno di noi (detto in termini un poco più cristiani). Questo è il vento. Va afferrato e ben calcolato.
Carica (più polvere metti più tira lontano): Anche Franklin Delano Roosevelt, il grande democratico del New Deal, sacrificò circa 3mila marinai Usa sulle corazzate (inservibili) di Pearl Harbour, nel 1941, pur di risolvere la seconda guerra mondiale. Lo sapeva e lasciò fare ai fascisti di Tokio.
Bush forse si è inventato o ha consentito l'11 settembre per la grande crisi da Peak Oil, come dice un investigatore di Los Angeles. Ok. Il 50% degli americani lo sa benissimo che c'è qualcosa di storto, di veramente storto, dopo Moore e il suo Farenheit 9/11. Ma andiamo avanti. E mò? Andiamo in guerra contro gli Usa? Continuiamo nell'eterna esecrazione? Facciamo l'eterna guerra fredda Usa-Europa?
No. Trattiamo a nome del pianeta. Non mi fido di Chirac (che parla a nome della Francia), piuttosto preferisco Schroeder o ancor meglio il vecchio compagno Joschka Fischer. Peccato, nonostante gli rompa le scatole, che non ci sia Romano Prodi.
Quando decidi la carica devi avere ben chiara la distanza e il punto da colpire. E l'Europa deve arrivare a Baghdad, nelle case della gente che soffre e ha paura. Là è l'obbiettivo. Dobbiamo indurli a sentirsi cittadini attivi e sovrani, a togliersi di dosso i matti...questa è sinistra moderna, oggi, mica il Baath...o i tagliateste...
Lui ci offre una quota di minoranza sul futuro politico del pianeta. Cosa rispondiamo?
Il sogno europeo è più vasto di Bush e dell'11 settembre. Il sogno europeo è cristiano e pacifico, focalizzato sulle famiglie che soffrono a Baghdad. Sui bambini, compresi i bambinoni americani con mitra e tank (ugualmente terrorizzati). Una risposta europea è necessaria. Positiva come il sogno che abbiamo faticosamente maturato, dacchè questo continente insanguinato dà segni di essere (miracolo) diventato adulto (anche negli ideali).
Una quota di minoranza, per arrivare con la nostra palla (spero di cuoio e da campionato) di pace fino a Baghdad, fino a quelle famiglie, mi pare pochino, francamente.
Più seriamente: l'Europa deve essere la protagonista e il controller nelle relazioni tra Occidente e mondo arabo. In un'Onu tutta nuova. Questo è l'obbiettivo da ottenere, il principio da stabilire, chiaro, e in faccia al mondo. Come dice il Nonno: urbi et orbi. Non c'è Negroponte che tenga.
Alzo: ovvero, Pari dignità reale. Ripeto, Reale. Prodi ha ragione. Almeno secondo me.
E da qui, scusate, vado un po' di fantasia. Non prendetemi troppo sul serio.....
Ovvero: quelli di Guantanamo ce li pigliamo noi (e li portiamo o alla certosa di Padula oppure a Mazara del Vallo a pescare sul Mammellone con equipaggi misti siciliani-tunisini); le centrali nucleari iraniane vengono date in outsourcing dal governo locale ai tecnici francesi; gli inglesi si occupano di un sistema di e-government, basato su liberi blog, in Irak e magari anche Arabia Saudita; il partito Baath viene pubblicamente riconosciuto come sezione irakena dell'internazionale nazional-socialista e Saddam Hussein messo agli arresti domiciliari con obbligo di scrivere poesie e romanzi noir (niente pena di morte, per carità).
Si fa un accordo per rendere meno rilevante il petrolio in vent'anni, con roadmap e diritti da energie rinnovabili scambiabili sul mercato e analoghi a quelli previsti dal Protocollo di Kyoto. Si fa una Sec (con commissari olandesi ) sull'industria petrolifera irakena e un'autorità industriale sciita sulle energie rinnovabili nel medio Oriente. Si impone, insieme al canone Pali Buddista, lo studio dei saggi del deserto (Corano e dintorni) nelle ore di religione in Usa e Europa. Si manda la Legione Araba a Fallujia.....
Insomma, spero di essermi spiegato....
The show must go on....
......ma, possibilmente, in meglio.caravita.biz
Il coraggio di dire "Forza Mafia"
STEFANO SANTACHIARA
Ricordate l`editoriale di centomovimenti l`indomani della condanna in primo grado di Marcello Dell`Utri a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa?
"Forza Mafia" è anche il titolo del nuovo e atteso libro di Peter Gomez e Marco Travaglio, che uscirà ufficialmente questo giovedì (Rizzoli, 8,50 euro). Si tratta di un`ampia sintesi della requisitoria dei pm della Procura di Palermo con le risposte degli avvocati difensori del noto bibliofilo Dell`Utri, alias senatore, parlamentare europeo con annessa immunità, Mister Publitalia, braccio destro di Silvio Berlusconi, co-fondatore di Forza Italia. Un processo tra i più importanti per le sorti morali del nostro paese, che è stato naturalmente ignorato dal Regime mediatico: la presenza in aula di soli due giornalisti della carta stampata, il black-out totale delle televisioni su ogni fase dibattimentale, l`abile elusione di ogni approfondimento il giorno della sentenza al di là dei brevi dispacci d`agenzia, e il conseguente ritorno all` oblio già l`indomani.
Il silenzio d`altronde aveva già accompagnato la condanna definitiva di Dell`Utri per false fatture e quella provvisoria (anche qui primo grado), per estorsione, collezionata assieme al boss mafioso Virga. Quello che Sabina Guzzanti chiama "le armi di distrazione di massa", ossia l`impero mediatico assoluto del presdelcons, non lascia nulla al caso; dai telegiornali ai talk-show fino ai programmi di varietà più o meno trash, quella che Berlusconi detta quotidianamente è l`Agenda delle priorità: cosa deve passare e cosa no, quale notizia va celata e quale approfondita, o come deve essere manipolata (vedi prescrizioni eccellenti spacciate per assoluzioni). Il tutto con la complicità sempre più esplicita dell`opposizione morbida e dialogante, comunemente definita "riformista", che quando governa si sacrifica ad ogni compromesso umanamente fattibile: dal nobile tentativo di riformare la Costituzione con lo sfascia-Costituzione Berlusconi alle amnesie su antitrust e conflitto d`interessi (poco tempo fa Luciano Violante alla Camera fece riferimento alla "promessa che non sarebbero state toccate le tv"), dalla legge sul "giusto processo" che rende inutilizzabili le deposizioni non ripetute in aula per la gioia di mafiosi e intimidatori di testimoni all`ottima depenalizzazione dell`abuso d`ufficio patrimoniale - che comprende concorsi truccati, favoritismi, nepotismi, sprechi di denaro pubblico dove non è dimostrata la corruzione - dalla geniale proposta dell`allora Ministro Fassino di depenalizzare il falso in bilancio al sempre meritorio aumento degli stipendi parlamentari.
Insomma, tutte quelle porcate da far passare sotto silenzio per evitare l`indignazione degli elettori. Ai quali, se butta male, va ripetuta la storiella del "basta polemiche, serve unità per battere Berlusconi" contando sulla scelta obbligata del "meno peggio". Quando poi la compagine riformista torna allo status naturale, quello di minoranza, si mostra tanto trasparente, moderna e coraggiosa da non cambiare nessuno nell`establishment dopo svariate debàcle elettorali, da temere come la peste le primarie imposte dal leader Romano Prodi, e da fare opposizione solo sulle questioni marginali, di fatto accettando l`Agenda unica. Mentre di fronte a leggi vergogna o gaffes indecenti, dove basterebbe poco per mettere in crisi i berluscones, il centrosinistra "moderato" balbetta prendendo per buone molte delle falsità propinate a reti unificate e partecipando a trasmissioni fuorvianti dove l`indecisione e la ricerca del compromesso finisce con l`essere la foglia di fico del Regime. Esempi? Agli yes-man di W.Bush e della sua guerra illegale (parola di Kofi Annan), illegittima e alimenta-terrorismo oppone per mesi un delirante balletto inseguendo a turno Blair, l`Onu e Zapatero, senza dire una parola chiara di pace alla stragrande maggioranza degli italiani contraria al conflitto. Cacciano Biagi, Santoro e Luttazzi? L`indomani tutti in tv a scaldare le poltroncine di Vespa. Il presidente della Vigilanza Petruccioli (Ds) si trova in mano la cassetta dove è registrato il colloquio tra Massimo Fini e il direttore di RaiDue Marano, con quest`ultimo che ammette il veto antropologico e la censura ad personam contro il giornalista? Il bradipo vigilante la chiude in un cassetto, non prende posizione, e se ne torna in letargo. Censurano Paolo Rossi, Sabina Guzzanti, Paolo Hendel? Questi liberali d`accatto s`interrogano distinguendo satira buona e cattiva, come ci fosse un discrimine per la libertà d`espressione. Defenestrano Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera sgradito ai berluscones? Fassino si complimenta col nuovo incaricato Stefano Folli (peraltro confermandosi prezioso portafortuna). Votano le Cirami e i Lodo-Schifani? Scendono in piazza tirati per la giacca dai girotondi ma in Parlamento, quando la maggioranza è risicata, contano sempre assenze determinanti. La Disinformatia parla di Berlusconi "innocente" mentre in realtà è stato riconosciuto colpevole di corruzione di un giudice (agli innocenti non si concedono le attenuanti) ma prescritto? La responsabile Giustizia dei Ds si "felicita per l`assoluzione".
Ecco, in questa situazione c`è da stupirsi se sul processo Dell`Utri regni da anni l`omertà più totale? Se alla tecnica mediatica che lava il cervello dei tele-elettori da ventanni (e da tre in regime di monopolio assoluto) e impedisce agli italiani di conoscere elementi basilari come il passato, la fedina penale, le frequentazioni di chi li governa - cosa inimmaginabile in un paese democratico e occidentale - si unisce "questa" opposizione, il quadro è completo. Lo stalliere mafioso di Casa Arcore, i finanziamenti occulti alla holding Fininvest (che restano tali anche dopo un`indagine dell`incaricato di Bankitalia Giuffrida) con società intestate a prestanome, le condanne di collaboratori e dirigenti Fininvest, il monopolio tv a colpi di decreti fin dai tempi dell`amico Craxi (ringraziato con 21 miliardi estero su estero), il ruolo del pregiudicato Dell`Utri, le prescrizioni di Berlusconi: su questo e altro ancora l`opposizione ha rinunciato da tempo a fare domande e a pretendere risposte. Persino adducendo motivazioni spassose, sul livello d`un Massimo D`Alema o di un Klaus Davi, secondo i quali "demonizzare l`avversario" (ossia dire la verità, citando sentenze e atti pubblici) è la causa delle sconfitte elettorali, e dunque parlar male di Berlusconi lo favorisce. Curioso: sarà per questo che dalle tv di Reo Silvio sono stati banditi coloro (Santoro, Travaglio, Luttazzi) che hanno trattato quegli argomenti mentre i D`Alema boys e i Klown Davi infestano il piccolo schermo notte e giorno? Ma se i cari riformisti, rinfrancati dal sonno della società civile e dai sondaggi positivi in vista delle regionali, si spingono persino a celebrare Bettino Craxi, ora si gioca davvero a carte scoperte. In queste ore è in atto l`ennesimo vergognoso assalto alla direzione de l`Unità di Colombo e Padellaro per riportare il quotidiano, una delle pochissime voci libere nel coro del Regime, sulla retta via del riformismo. Forse si aspettano una scarsa reazione dei lettori (in costante aumento a fronte della difficoltà del giornale nel reperire pubblicità in un mercato unico che premia il servilismo e uccide la meritocrazia) in linea con lo stereotipo dell`italiano che per pigrizia sceglie di delegare e non di agire. Ma, forse, hanno fatto male i loro conti. Persino nella piegata e omertosa Sicilia un gruppo di giovani ha tappezzato le strade di Palermo per dire che "chi paga il pizzo non ha dignità". Solo due anni fa, sospinti da l`Unità e non dai partiti, i Girotondi portarono in Piazza San Giovanni contro la Cirami oltre un milione di persone e la Cgil di Cofferati, per il no all`articolo 18, tre volte tanto. Le voci libere, specie se poche, sono dure a morire. Perché portano con sé la dignità di un Paese www.centomovimenti.com
Riflessioni critiche sul quinto Social Forum mondiale
Alex Callinicos, Chris Nineham
. Il quinto Social Forum mondiale, che si è tenuto a Porto Alegre, in Brasile, tra il 26 e il 31 Gennaio 2005, ha dimostrato ancora una volta l'enorme forza del movimento globale che è diventato visibile con le lotte in Chiapas, a Seattle, a Genova. 200.000 persone alla manifestazione di apertura, 155.000 partecipanti coinvolti in 2500 attività, ricchezza di eventi culturali, un'Assemblea conclusiva dei Movimenti Sociali che ha lanciato l'appello per un giorno globale di protesta contro l'occupazione dell'Iraq, da tenersi il 19 Marzo, tutte queste cose sono da celebrare.
Come partecipanti dall'Inghilterra, abbiamo enormemente apprezzato il fatto di prendere parte a tutto ciò, e di incontrare ancora una volta il calore e l'ospitalità dei brasiliani e il dinamismo dei loro movimenti sociali. E' chiaro che le idee e l'agenda del movimento per la giustizia globale hanno un fascino più diffuso che mai. Tuttavia, c'è stato un altro lato del quinto WSF, che solleva serie questioni sul suo potenziale impatto sul movimento, in tutto il mondo, contro la globalizzazione neoliberista e la guerra imperiale.
2. Cominciamo con la cosa più ovvia. La famosa 'Carta di Porto Alegre' - la Carta dei Principi del Social Forum Mondiale è frequentemente invocata nelle controversie interne al movimento perché bandisce la partecipazione delle 'rappresentanze di partito' e proibisce ai Social Forum di prendere delle decisioni. La forte presenza dei partiti della sinistra radicale ai Social Forum Europei a Firenze e a Londra è stata fortemente criticata perché accusata di violare la carta.
Chico Whittaker, uno dei fondatori del WSF, ha giustificato la Carta in termini altamente poetici: come 'la piazza' di un villaggio, 'senza proprietari', un social forum è uno 'spazio sociale orizzontale'. Come giustificare allora il fatto che, all'interno del WSF, nel giorno in cui è iniziato il vero e proprio WSF, Luiz Inácio Lula da Silva abbia tenuto quello che era in teoria un seminario, ma che è stato in realtà un raduno di massa del governativo Partito dei Lavoratori (PT)? Lula non è solo il leader del PT, ma il Presidente della Repubblica Brasiliana. La sua partecipazione al Forum non sembra molto 'orizzontale'. E' come se il sindaco del villaggio, con il suo seguito, si spingesse tra i mendicanti della piazza per proclamare il suo amore per i poveri.
Due sono le questioni in gioco qui. Una è quella di principio. Secondo noi è stato un errore la messa al bando dei partiti, perché le organizzazioni politiche sono inestricabilmente interconnesse con i movimenti sociali e articolano diverse strategie e visioni che sono un legittimo contributo al dibattito che ha luogo nei social forum. In realtà la Carta di Porto Alegre è sempre stata aggirata, ma il comizio di Lula ha reso la conseguente ipocrisia assolutamente flagrante. Sarebbe stato sicuramente più onesto emendare o eliminare questa pessima proibizione.
La seconda questione è più urgente. Qualunque cosa sia stato nel passato, Lula è ora uno dei leader globali del liberismo sociale, appartenente ad un asse politico che lo lega a Thabo Mbeki, Gerhard Schröder, Bill Clinton e - terribile a dirsi - Tony Blair. Il suo governo si è volontariamente posto come obiettivo un surplus di bilancio più alto di quello richiesto dal Fondo Monetario Internazionale e ha recentemente fatto salire i tassi di interesse a livelli condannati dagli industriali brasiliani come a servizio degli interessi del capitale finanziario.
In questo contesto, anche la natura del comizio tenuto da Lula è stata significativa, visto che ha appoggiato il Global Call for Action against Poverty (*). L'agenda di Lula sembra identica a quella che viene perseguita da Tony Blair e dal suo ministro delle finanze, Gordon Brown, per arrivare al prossimo vertice dei G8 a Gleneagles, in Scozia, a Luglio. Blair, screditato dal suo ruolo nella guerra condotta da George Bush, sta cercando di costruirsi un'immagine come redentore del mondo dei poveri. Lui e Brown stanno cercando di reclutare il sostegno delle principali organizzazioni non governative, che in Inghilterra hanno preso la ben accolta iniziativa di lanciare una potente coalizione, Make Poverty History, per fare pressione sui G8 perché affrontino seriamente il problema della povertà globale.
Il fatto che anche un guerrafondaio imperialista come Blair si senta obbligato ad esprimere preoccupazione per la situazione del Sud del mondo è un tributo all'impatto del nostro movimento, le cui origini risiedono in parte nella campagna contro il debito del Terzo Mondo che ha preso piede durante gli anni '90. Ma il trasferimento di risorse previsto dal 'Piano Marshall per l'Africa' proposto da Brown, è ben lontano da quello richiesto realmente per cambiare la vita dei miserabili della terra. Oltre a ciò, ogni misura di aiuto o di riduzione del debito risulta inficiata da condizioni che introdurrebbero ancora più veleno neoliberista di quello che ha contribuito a creare, in primo luogo, l'attuale immiserimento.
L'intervento di Lula a Porto Alegre è stato parte di questo progetto di ricostruire sostegno a governi social-liberali, riproponendo il neolibersimo come modo per aiutare i poveri del mondo. Rispondere a questa impresa orwelliana costruendo una protesta di massa che richiede una profonda ridistribuzione globale delle risorse, a cominciare dalla cancellazione del debito del Terzo Mondo, sta diventando una delle sfide principali del nostro movimento, in particolare all'avvicinarsi del summit di Gleneagles.
3. Forse la pressione politica interna sugli organizzatori brasiliani del WSF è stata semplicemente troppo forte per resistere alla richiesta che il Forum stesso fosse il luogo in cui politici della Terza Via cercassero di appropriarsi dell'agenda del movimento altermondialista. Ma occorre che si prendano la responsabilità per come il WSF stesso è stato organizzato. Ispirandosi al quarto Social Forum Mondiale a Mumbai, hanno spostato il Forum dalla sua vecchia sede principale all'Università Cattolica (PUC) ad una zona appositamente dedicata lungo la riva destra del fiume Guiba.
Questo ha avuto il grande vantaggio, rispetto ai precedenti Forum a Porto Alegre, della contiguità fisica (benché camminare da un'estremità all'altra, in particolare nel calore estivo di una città presa dalla morsa della siccità, è stato piuttosto arduo!). Ma questo vantaggio è stato annullato dalla divisione del sito in 11 distinti "Territori Tematici", ciascuno dedicato ad un suo tema politico: così lo Spazio A era dedicato al Pensiero Autonomo, lo B alla Difesa della Diversità, della Pluralità e dell'Identità, lo C all'Arte e alla Creatività, e così via. L'effetto è stata una tremenda frammentazione del Forum. Se si era interessati ad un particolare tema - ad esempio, cultura o guerra, o diritti umani - si poteva facilmente passare tutti e quattro i giorni in un'area relativamente ristretta senza venire a contatto con gente interessata a temi diversi.
Questa secondo noi è un'evoluzione potenzialmente disastrosa. Una delle cose più belle del nostro movimento - e dei forum che ne sono emersi e che hanno contribuito a sostenerlo - è il modo in cui la gente proveniente da ambienti di tutti i tipi, e con gli interessi più disparati, viene e si mescola, partecipando ad un processo di mutua contaminazione in cui si impara e si acquista fiducia l'uno nell'altro. Questa dinamica è stata enormemente indebolita dalla frammentazione tematica e dalle ampie dimensioni del sito del WSF a Porto Alegre, quest'anno - a maggior ragione perché non vi erano eventi di carattere generale da potersi confrontare con la magica cerimonia d'apertura a Mumbai, con 100.000 persone sedute ad ascoltare relatori come Arundhati Roy, Chico Whittaker, e Jeremy Corbyn, sullo sfondo vellutato di una notte indiana. Sappiamo dall'esperienza del Social Forum Europeo a Londra che mettere insieme delle plenarie organizzate collettivamente è un lavoro certosino. Ma è un lavoro che serve a forgiare le priorità per il movimento, e dare al forum un focus e una direzione.
L'effetto di questa frammentazione, in particolare combinato con l'intervento di Lula, non è politicamente neutro. Va contro la tendenza, presente più in generale nel movimento, di creare collegamenti tra le sfide che affrontiamo, tra le catastrofi neoliberiste e ambientali, ad esempio, e, in modo cruciale, tra la globalizzazione delle corporation e la guerra. Come ha detto Emir Sader, uno dei principali intellettuali della sinistra brasiliana e uno dei fondatori del WSF, 'mentre il forum enfatizza questioni secondarie, non vi è un dibattito di livello superiore sulla questione più importante all'ordine del giorno - la lotta contro la guerra e l'egemonia imperiale nel mondo.'
4. Sarebbe un errore dare troppa importanza a queste debolezze. Il quinto WSF è stata occasione di molti successi. L'Assemblea Contro la Guerra, ad esempio, ha segnato un reale passo avanti nella cooperazione tra attivisti provenienti da diverse parti del mondo. Una cooperazione tra gruppi di ambientalisti è riuscita a lanciare da Porto Alegre una settimana di azione contro il cambio climatico, evento fortemente necessario. Senza dubbio altre assemblee tematiche e altre reti sono state in grado di avanzare altre iniziative, anche se è difficile dirlo data la frammentazione generale. L'assemblea finale dei Movimenti Sociali, anche se deplorevolmente non pubblicizzata nel programma del WSF, ha fornito un senso reale di una varietà di attivisti convergenti ad un'agenda comune di lotte. E c'è stato, almeno per quello che abbiamo visto, qualche buon dibattito.
E dovremmo riconoscere che alcune delle difficoltà sono frutto di disaccordi politici. L'enorme meeting tenuto da Hugo Chavez verso la fine del Forum è stato un punto di incontro per la sinistra anti imperialista, e in quanto tale una tacita risposta al precedente comizio di Lula - l'implicito confronto tra i due leader è stato sottolineato dal fatto che entrambi hanno parlato in incontri ugualmente organizzati nello stesso stadio Gigantinho. Abbiamo bisogno di continuare ad avere forum e mobilitazioni dove i seguaci di Lula e di Chavez - così come quelli di noi che hanno riserve anche su Chavez - possano lavorare insieme e discutere a proprio agio.
Ma la ragione del tracciare un bilancio è sicuramente quella di offrire una qualche guida per il futuro. Il WSF in India l'anno scorso ha posto un riferimento che altri - gli organizzatori dell'ultimo ESF a Londra, o di quest'ultimo forum a Porto Alegre - hanno cercato di uguagliare. Per tutti suoi punti di forza, d'altro canto, quest'ultimo WSF non offre un modello confrontabile. Per certi aspetti, invece - in particolare per la frammentazione tematica che abbiamo descritto, il suo esempio deve essere assolutamente evitato.
Anche così, tuttavia, il quinto Social Forum Mondiale ci ha lanciato una sfida. Che non è semplicemente quella di denunciare ed esporre la falsità del 'salvataggio' dei poveri del mondo promesso da Blair e da Lula. Chiunque potrebbe farlo. Ciò che dobbiamo fare è costruire un movimento in grado di mostrare che possiede un'alternativa migliore.
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(*) coalizione internazionale di associazioni varie per lotta alla povertà. (<<)
Z-Net.it
Diario di torture
In Italia Ngawang Sangdrol, monaca tibetana arrestata all'età di tredici anni e rilasciata nel 2002
Ngawang Sangdrol è il simbolo della forza interiore per molti pacifisti nel mondo. Entra nella stanza di un circolo milanese a piccoli passi trascinati sotto la lunga gonna color porpora di tessuto pesante. Il maglione tibetano, con ricami naif, crea un leggero contrasto. Ha un corpo e un viso di bambina. Ci guarda con gli occhi neri senza accennare un sorriso: quello che sta per raccontare è un dolore che non può essere compreso. La storia di un’adolescenza interrotta. Il diario di torture subite per anni. Arrestata per la prima volta dalla polizia cinese quando era solo tredicenne, la giovane monaca tibetana (oggi 28enne) è rimasta in carcere dal 1990 al 1991 e dal 1992 al 2002.
“I miei genitori mi parlavano spesso delle violenze compiute dagli invasori cinesi contro i tibetani a partire dagli anni ‘50. Fino a quando le ho viste con i miei occhi. Nel 1990 io e altre tredici monache abbiamo gridato in piazza gli slogan “Lunga vita al Dalai Lama” e “Tibet Libero”. I poliziotti cinesi per questo ci hanno picchiate e arrestate. Una volta entrate nel carcere, ci hanno legato le mani e messo una corda al collo. Altre persone intorno a noi venivano impiccate. Ci hanno percosso con catene, tubi e bastoni elettrici di varie misure sulle mani, sulla bocca e sul petto. Siccome ero piccola, mi hanno capovolta come un giocattolo e fatto sbattere la testa a terra. Mentre mi facevano dondolare, fischiavano e lanciavano insulti”. Sangdrol viene rilasciata dopo nove mesi perché è troppo giovane per essere processata, ma le viene impedito di rientrare in monastero. Nel 1992 ritorna dietro le sbarre per aver partecipato a una manifestazione indipendentista a Lhasa, ex capitale del Tibet.
La storia di Sangdrol. “In prigione – continua la monaca - non potevamo pregare. Arrotolavamo palline con il poco pane che ci davano per farne un rosario. Se ci scoprivano recitare il mantra (preghiere tibetane, Ndr.) ci davano pugni sulla bocca. Poi ci lasciavano per ore fuori al freddo, sulla neve. Oppure ci facevano correre a piedi scalzi sui sassi. Ogni giorno marciavamo. Oltre sessanta detenuti dovevano battere i piedi in modo simultaneo per produrre un unico suono. In estate, quando il sole del Tibet è cocente, dovevamo stare eretti con un libro sulla testa o dei giornali sotto le ascelle. Mentre cercavamo di mantenere l’equilibrio, le guardie ci tiravano i piedi e le mani. Se cadeva qualcosa, arrivavano le botte. Molti prigionieri avevano una salute precaria e se si accasciavano a terra non potevo aiutarli a rialzarsi, perché sarei stata punita”.
Nel 1993 la ragazza incide di nascosto con altre detenute un’audiocassetta con canzoni e poesie indipendentiste. Il nastro, fatto uscire segretamente dal carcere, circola in centinaia di copie in tutto il Tibet. “Quando ci scoprirono – spiega Sangdrol - aumentarono la nostra condanna. Ma continuammo a protestare. Nel ’96 rifiutai di alzarmi in segno di rispetto durante la visita di alcuni funzionari cinesi. Mi misero in cella di isolamento e aumentarono ulteriormente la condanna. La stanza era piccola, buia e fredda. Ci davano da mangiare solo un pezzo di pane di mattina. Ovunque c’erano insetti e topi. Rimasi lì dentro sei mesi. Nel 1998 issarono la bandiera cinese in carcere e ci fu una grande rivolta dei prigionieri. Le guardie spararono contro alcuni di noi e ne picchiarono altri. Il cortile era tutto ricoperto di sangue. Quel giorno ho preso talmente tante botte sul capo, che ho pensato di morire. Una ragazza però si è lanciata su di me ricevendo i colpi al mio posto. Mi ha salvato la vita”.
“Facevamo diversi lavori. Curavamo le piante nelle serre a temperature alte e senza alcuna protezione dagli insetticidi. Per fertilizzare la terra ci obbligavano a usare le feci umane. Poi dovevamo lavorare a maglia. Spesso ci sanguinavano le dita, ma non potevamo medicarci. I medici della prigione non soccorrevano nessuno. Ho visto tre persone morire di fame. A pranzo ci davano una zuppa con terra e insetti e da bere solo una tazza di tè nero al giorno. Quando ci vedevano assetati, aprivano i rubinetti e lasciavano scorrere l’acqua davanti a noi. La domenica era giorno di digiuno forzato. Eravamo sempre affamati”.www.peacereporter.net
DOPO MAREMOTO: RAPPORTO ONU, "RICOSTRUIRE NEL RISPETTO DELLA NATURA"
Peace/Justice, Brief
Il maremoto del 26 dicembre scorso, che ha travolto alcuni Paesi del sudest asiatico causando almeno 290.000 morti, può diventare un’occasione per ricostruire le infrastrutture distrutte nel rispetto delle risorse naturali. Lo suggerisce un nuovo rapporto del Programma ambientale delle Nazioni Unite (Unep), sottolineando che gli edifici e gli altri impianti "devono essere rimessi in piedi in zone meno vulnerabili e secondo criteri che li proteggano, insieme con i loro abitanti, da futuri tsunami" ma anche da eventuali tempeste, inondazioni, uragani e altri fenomeni naturali. Lo Sri Lanka, per esempio, ha già deciso di stabilire una zona non edificabile nei 200 metri che separano la costa dal mare. Nel rapporto - basato su indagini effettuate dall’Unep sul campo e diffuso durante il 23esimo Forum ambientale in corso a Nairobi, in Kenya – si sollecita una "mappa delle zone vulnerabili", per definire le località dove la costruzione di case, alberghi, imprese e altre infrastrutture debba essere proibita o severamente regolamentata. Dall’indagine è emerso inoltre che la natura, oltre a essere stata una vittima del maremoto, "ha contribuito in parte a ridurne l’impatto", per esempio laddove erano presenti barriere coralline, mangrovie e vegetazione costiera, in grado di attutire la violenza dello tusnami. Il rapporto dell’Unep mette però in guardia contro la contaminazione delle acque nei Paesi colpiti dalla catastrofe: infiltrazioni di acqua salata e batteri rischiano di causare una grave scarsità di risorse idriche e impedire l’irrigazione dei campi.[LM]www.misna.org/
Folgore!
di mazzetta
23 Feb 2005
Qualche giorno fa, raccontando delle gesta della Folgore e dei nostri militari in Somalia, a proposito dei reduci che avevano dato inequivocabili segni di inadeguatezza ed impreparazione psicologica, scrivevo: ”…nessuno pensò ad alcun sostegno psicologico o terapia per menti tanto sconvolte; una procedura comune nei paesi civili, da noi non ci ha pensato nessuno.” Lamentavo che alcuni di questi fossero stati protagonisti di pagine nere della nostra storia recente, quali ad esempio quelle scritte durante il massacro di pacifici manifestanti a Genova in occasione del G8 più “cileno” della storia recente.
Una constatazione forse banale, tanto che ha trovato urgente conferma dalla strage combinata da un altro reduce della Somalia, quell’Andrea Arrigoni che ha da poco trascinato alla morte con sé, una prostituta e due poliziotti sul bordo di una buia strada del Veneto, in una sparatoria assurda che ha assunto la dimensione della strage.
Adolescenti nei fantastici anni ’80, militi onnipotenti abbandonati senza controllo e senza guida tra i negri inferociti negli anni ’90; parecchi di loro hanno tratto dall’addestramento nella Folgore conoscenze e motivazioni che li hanno spinti inevitabilmente verso il disastro.
Come fu rilevato dallo studio che condusse allo scioglimento dei paracaduti canadesi macchiatisi di delitti simili a quelli compiuti laggiù dai nostri, l’addestramento delle unità aerotrasportate è fonte di gravi squilibri psicologici. La costante esaltazione del gruppo e delle sue peculiarità belliche e bellicose, non viene bilanciata da una corretta educazione civica, un atteggiamento incompatibile con la creazione delle “spietate macchine da guerra” che devono diventare i parà professionisti, e in generale i militari dei corpi speciali.
La banalizzazione del valore della vita dell’altro, del nemico, viene instillata negli addestrati; nessuno si preoccupa di rimuoverla a lavoro terminato. “Gli danno le ali, gli insegnano a saltare da un aereo e a ritenersi i migliori”, questa la descrizione dell’addestramento nelle parole di un deputato canadese; una realtà che ci viene riproposta in decine di film guerreschi, che combinata al forte spirito identitario, sollecitato perché funzionale alla resa dell’unità di combattimento, crea spesso personalità disadattate alla vita civile.
Per questo il Canada sciolse la sua Airborne, per questo gli Stati Uniti prevedono un programma obbligatori di osservazione per i reduci.
Con la fine dell’esercito di leva il problema ha assunto ancora maggiore rilevanza. Se prima infatti la selezione avveniva tra una massa di volontari indistinta ed in qualche maniera bilanciata, ora avviene tendenzialmente tra persone originarie di piccole realtà, non in grado di fornire valide alternative occupazionali al servizio militare. Zone povere dalle quali provengono persone che hanno avuto scarse opportunità formative sul territorio di origine, e che assumono gran parte della loro conoscenza del mondo e dei valori in questo contesto molto particolare.
Se l’esercito trae ormai linfa principalmente dalla Sardegna non è certo perché i sardi nascano sognando la divisa. L’influenza dell’addestramento e dell’esperienza nella Folgore su Andrea Arrigoni è evidenziata dalla cronaca della strage, che riporta come egli abbia agito senza esitazioni, svuotando il caricatore della sua Glock sui poliziotti intervenuti dopo che aveva ucciso una prostituta.
Un tipo di pistola che rappresenta essa stessa un oggetto di feticismo tra gli appassionati, unita ad una reazione scevra di emotività, come dimostrano i centri sugli sfortunati poliziotti. Non è solo colpa dello sdoganamento di tanti comportamenti al di là della decenza e del contegno democratico, avvenuto grazie al martellamento mediatico delle destre e dei loro camerieri, non è solo colpa dell’avanzamento della vuota cultura della destra italiana, che si risolve nell’esaltazione dell’incultura.
Non è solo colpa dei film hollywoodiani, una conclusione che potrebbe essere buttata lì per non indagare oltre. Non è colpa della generica cultura da caserma che porta i miles gloriosus di picchiare o stuprare le donne e la figura mistica dell’ufficiale gentiluomo; quello succede anche tra i non militari piagati dalla proposta pressante di modelli maschili caricaturali e fascisteggianti.
Altri campioni ed interpreti della new wave militar-patriottica con spruzzi di impotenza machista di ritorno, delirano quotidianamente senza sparare a nessuno. Uno dei mercenari italiani presi in ostaggio in Iraq, per esempio, ci mostra come non necessariamente la confusione mentale tipica dei figli della TV e della falsa retorica destrorsa, porti alla generazioni di mostri violenti.
Salvatore Stefio ci mostra sul sito internet che ha aperto, come i prodotti di quella cultura possano essere pittoreschi, ma inoffensivi. I deliri del blog di Stefio sono simili a quelli rinvenibili nel sito di Arrigoni, o in quelli di tanti ex appartenenti alla Folgore, ma la sua impreparazione militare lo confina allo sproloquio inoffensivo. Vedere la sua foto all’investitura da templare, leggerlo strologare di patria acclamato come un eroe da altri prodotti della stessa sottocultura, rende immediatamente la dimensione di quanto possa inoffensivo, e buffo, uno che oggi si firma “Comandante di Delta 15”.
Dio, Papi, Vescovi, Patrie ed Onori, Nobiltà e Fede e Anticomunismo, tutto maiuscolo; tanto la fatica è la stessa ed il ridicolo uno sconosciuto.
La differenza tra Stefio ed Arrigoni la fa l’addestramento; da semplice piantone di aeroporti quella di Stefio, da assassino quella di Arrigoni. Entrambi hanno vissuto esperienze traumatiche: Arrigoni ha vissuto l’incubo somalo; Stefio ha subito la prigionia nelle mani di quegli islamici che ora mostra di disprezzare e temere. Se per Stefio, libero di perdere la faccia e non far male a nessuno, si può provare commiserazione, gli Arrigoni mettono invece preoccupazione e rappresentano un pericolo reale.
La circostanza che migliaia di reduci della Somalia, e non solo, ed ex appartenenti alla Folgore (della quale fu chiesto più volte lo scioglimento anche in sede parlamentare), si aggirino armati ed ignorati tra i cittadini comuni, e spesso ricoprano ruoli di responsabilità, dovrebbe essere fonte di preoccupazione per tutti. L’esercito professionale non deve significare lo sfruttamento dei nostri giovani più deboli.
L’esercito non può comportarsi come un’azienda, prelevando i più ingenui rodomonti per abbandonarli al loro destino dopo averli addestrati ad uccidere; macellarli con l'imposizione di un'enfasi efficientista e suprematista nell'esercizio della violenza, senza prevedere per loro alcuna assistenza o percorso terapeutico. I nostri reduci di guerra meritano un trattamento degno di una paese civile, ma in Italia questa assistenza viene negata e considerata una vergogna, mentre negli altri paesi è parte integrante del programma. Essi sono al tempo stesso strumenti e vittime dei disegni dei soliti noti.
La deriva di quelli che ogni giorno ci cantano la paura del terrorismo, che battono la grancassa della sicurezza, hanno creato un esercito di precari improvvisati, spesso armati. La pessima situazione economica nel nostro paese spinge questo esercito verso situazioni di stress facilmente pronosticabili. C’è chi accetta, sprovveduto, di andare in Irak, e chi accetta lavori per i quali non è minimamente qualificato, chi si limita a fare il body guard e chi il guardiano.
Per ironia della sorte Andrea Arrigoni, che nell’ambiente veniva scambiato per uno colto, chiedeva a gran voce una regolarizzazione del suo settore, quello delle investigazioni, divenuto nel nostro paese il paradiso degli improvvisati. La grande maggioranza di questa gente cerca semplicemente di mettere insieme pranzo e cena, altri si aggirano come bombe innescate tra di noi; a queste persone va data assistenza ed attenzione.
Qualcuno abbia pietà dei ragazzi della Folgore, è una questione di giustizia nei loro confronti e una sana tutela nei confronti della collettività. Se non si vuole sciogliere il corpo, almeno si prevedano controlli ed assistenza specialistica per i congedati, uniti ad una severa disciplina per il porto e la detenzione delle armi una volta congedati.
mazzetta
redazione@reporterassociati.org
Folgore!
di mazzetta
23 Feb 2005
Qualche giorno fa, raccontando delle gesta della Folgore e dei nostri militari in Somalia, a proposito dei reduci che avevano dato inequivocabili segni di inadeguatezza ed impreparazione psicologica, scrivevo: ”…nessuno pensò ad alcun sostegno psicologico o terapia per menti tanto sconvolte; una procedura comune nei paesi civili, da noi non ci ha pensato nessuno.” Lamentavo che alcuni di questi fossero stati protagonisti di pagine nere della nostra storia recente, quali ad esempio quelle scritte durante il massacro di pacifici manifestanti a Genova in occasione del G8 più “cileno” della storia recente.
Una constatazione forse banale, tanto che ha trovato urgente conferma dalla strage combinata da un altro reduce della Somalia, quell’Andrea Arrigoni che ha da poco trascinato alla morte con sé, una prostituta e due poliziotti sul bordo di una buia strada del Veneto, in una sparatoria assurda che ha assunto la dimensione della strage.
Adolescenti nei fantastici anni ’80, militi onnipotenti abbandonati senza controllo e senza guida tra i negri inferociti negli anni ’90; parecchi di loro hanno tratto dall’addestramento nella Folgore conoscenze e motivazioni che li hanno spinti inevitabilmente verso il disastro.
Come fu rilevato dallo studio che condusse allo scioglimento dei paracaduti canadesi macchiatisi di delitti simili a quelli compiuti laggiù dai nostri, l’addestramento delle unità aerotrasportate è fonte di gravi squilibri psicologici. La costante esaltazione del gruppo e delle sue peculiarità belliche e bellicose, non viene bilanciata da una corretta educazione civica, un atteggiamento incompatibile con la creazione delle “spietate macchine da guerra” che devono diventare i parà professionisti, e in generale i militari dei corpi speciali.
La banalizzazione del valore della vita dell’altro, del nemico, viene instillata negli addestrati; nessuno si preoccupa di rimuoverla a lavoro terminato. “Gli danno le ali, gli insegnano a saltare da un aereo e a ritenersi i migliori”, questa la descrizione dell’addestramento nelle parole di un deputato canadese; una realtà che ci viene riproposta in decine di film guerreschi, che combinata al forte spirito identitario, sollecitato perché funzionale alla resa dell’unità di combattimento, crea spesso personalità disadattate alla vita civile.
Per questo il Canada sciolse la sua Airborne, per questo gli Stati Uniti prevedono un programma obbligatori di osservazione per i reduci.
Con la fine dell’esercito di leva il problema ha assunto ancora maggiore rilevanza. Se prima infatti la selezione avveniva tra una massa di volontari indistinta ed in qualche maniera bilanciata, ora avviene tendenzialmente tra persone originarie di piccole realtà, non in grado di fornire valide alternative occupazionali al servizio militare. Zone povere dalle quali provengono persone che hanno avuto scarse opportunità formative sul territorio di origine, e che assumono gran parte della loro conoscenza del mondo e dei valori in questo contesto molto particolare.
Se l’esercito trae ormai linfa principalmente dalla Sardegna non è certo perché i sardi nascano sognando la divisa. L’influenza dell’addestramento e dell’esperienza nella Folgore su Andrea Arrigoni è evidenziata dalla cronaca della strage, che riporta come egli abbia agito senza esitazioni, svuotando il caricatore della sua Glock sui poliziotti intervenuti dopo che aveva ucciso una prostituta.
Un tipo di pistola che rappresenta essa stessa un oggetto di feticismo tra gli appassionati, unita ad una reazione scevra di emotività, come dimostrano i centri sugli sfortunati poliziotti. Non è solo colpa dello sdoganamento di tanti comportamenti al di là della decenza e del contegno democratico, avvenuto grazie al martellamento mediatico delle destre e dei loro camerieri, non è solo colpa dell’avanzamento della vuota cultura della destra italiana, che si risolve nell’esaltazione dell’incultura.
Non è solo colpa dei film hollywoodiani, una conclusione che potrebbe essere buttata lì per non indagare oltre. Non è colpa della generica cultura da caserma che porta i miles gloriosus di picchiare o stuprare le donne e la figura mistica dell’ufficiale gentiluomo; quello succede anche tra i non militari piagati dalla proposta pressante di modelli maschili caricaturali e fascisteggianti.
Altri campioni ed interpreti della new wave militar-patriottica con spruzzi di impotenza machista di ritorno, delirano quotidianamente senza sparare a nessuno. Uno dei mercenari italiani presi in ostaggio in Iraq, per esempio, ci mostra come non necessariamente la confusione mentale tipica dei figli della TV e della falsa retorica destrorsa, porti alla generazioni di mostri violenti.
Salvatore Stefio ci mostra sul sito internet che ha aperto, come i prodotti di quella cultura possano essere pittoreschi, ma inoffensivi. I deliri del blog di Stefio sono simili a quelli rinvenibili nel sito di Arrigoni, o in quelli di tanti ex appartenenti alla Folgore, ma la sua impreparazione militare lo confina allo sproloquio inoffensivo. Vedere la sua foto all’investitura da templare, leggerlo strologare di patria acclamato come un eroe da altri prodotti della stessa sottocultura, rende immediatamente la dimensione di quanto possa inoffensivo, e buffo, uno che oggi si firma “Comandante di Delta 15”.
Dio, Papi, Vescovi, Patrie ed Onori, Nobiltà e Fede e Anticomunismo, tutto maiuscolo; tanto la fatica è la stessa ed il ridicolo uno sconosciuto.
La differenza tra Stefio ed Arrigoni la fa l’addestramento; da semplice piantone di aeroporti quella di Stefio, da assassino quella di Arrigoni. Entrambi hanno vissuto esperienze traumatiche: Arrigoni ha vissuto l’incubo somalo; Stefio ha subito la prigionia nelle mani di quegli islamici che ora mostra di disprezzare e temere. Se per Stefio, libero di perdere la faccia e non far male a nessuno, si può provare commiserazione, gli Arrigoni mettono invece preoccupazione e rappresentano un pericolo reale.
La circostanza che migliaia di reduci della Somalia, e non solo, ed ex appartenenti alla Folgore (della quale fu chiesto più volte lo scioglimento anche in sede parlamentare), si aggirino armati ed ignorati tra i cittadini comuni, e spesso ricoprano ruoli di responsabilità, dovrebbe essere fonte di preoccupazione per tutti. L’esercito professionale non deve significare lo sfruttamento dei nostri giovani più deboli.
L’esercito non può comportarsi come un’azienda, prelevando i più ingenui rodomonti per abbandonarli al loro destino dopo averli addestrati ad uccidere; macellarli con l'imposizione di un'enfasi efficientista e suprematista nell'esercizio della violenza, senza prevedere per loro alcuna assistenza o percorso terapeutico. I nostri reduci di guerra meritano un trattamento degno di una paese civile, ma in Italia questa assistenza viene negata e considerata una vergogna, mentre negli altri paesi è parte integrante del programma. Essi sono al tempo stesso strumenti e vittime dei disegni dei soliti noti.
La deriva di quelli che ogni giorno ci cantano la paura del terrorismo, che battono la grancassa della sicurezza, hanno creato un esercito di precari improvvisati, spesso armati. La pessima situazione economica nel nostro paese spinge questo esercito verso situazioni di stress facilmente pronosticabili. C’è chi accetta, sprovveduto, di andare in Irak, e chi accetta lavori per i quali non è minimamente qualificato, chi si limita a fare il body guard e chi il guardiano.
Per ironia della sorte Andrea Arrigoni, che nell’ambiente veniva scambiato per uno colto, chiedeva a gran voce una regolarizzazione del suo settore, quello delle investigazioni, divenuto nel nostro paese il paradiso degli improvvisati. La grande maggioranza di questa gente cerca semplicemente di mettere insieme pranzo e cena, altri si aggirano come bombe innescate tra di noi; a queste persone va data assistenza ed attenzione.
Qualcuno abbia pietà dei ragazzi della Folgore, è una questione di giustizia nei loro confronti e una sana tutela nei confronti della collettività. Se non si vuole sciogliere il corpo, almeno si prevedano controlli ed assistenza specialistica per i congedati, uniti ad una severa disciplina per il porto e la detenzione delle armi una volta congedati.
mazzetta
redazione@reporterassociati.org
Chi ha premuto il grilletto… non siamo stati tutti noi?
di Arundhati Roy
All'interno del nostro ipernazionalismo dobbiamo veramente prendere un uomo che ha già sofferto abbastanza e ridurlo a un'esca per pesci? La storia di SAR Geelani e del giudizio implacabile dei media
Numerosi reportage dei media, compresa la storia di Outlook sul tentato assassinio di S.A.R. Geelani dell’8 febbraio, insinuano che io sia tra coloro che incolpano la polizia di Delhi di avere condotto l’attacco. Non è vero. Molti hanno formulato questa accusa, ma io non sono tra questi. Non sono nel giro di quelli che calunniano senza avere prove. Quello che ho detto è che, se la Cellula Speciale della polizia di Delhi ha pedinato Geelani e lo ha tenuto sotto stretta sorveglianza, dovrebbe sapere chi era coinvolto. Certo, Geelani stesso, sia prima che dopo l’attentato, ha dichiarato ufficialmente di temere per la propria vita e che la fonte di questa paura era la Cellula Speciale.
Data la gravità dell’argomento e come membro dell’All India Defence Committee per S.A.R. Geelani, vorrei riportare l’evento nel suo contesto, che è stato rapidamente dimenticato.
Non ci sono dubbi che le indagini sull’attacco al Parlamento del 13 dicembre 2001 siano state maneggiate in modo ignobile, quasi sinistro, dalla polizia di Delhi. Ancora non sappiamo chi abbia pianificato l’attacco, o i nomi e le vere identità dei cinque militanti che quel giorno sono stati uccisi fuori dal palazzo del Parlamento. A quel tempo, la polizia era sicuramente sotto la pressione di dover produrre risultati e lo ha fatto. Cavalcando l’onda popolare dell’ipernazionalismo, hanno ignorato le procedure, la legalità e, naturalmente, anche l’integrità di base. Le prove contro gli accusati, in particolare Geelani, erano delle scappatoie e alcune sono state create ad arte. Sulla base di questi indizi lacunosi è stato arrestato e torturato brutalmente.
Ha passato in prigione un anno da incubo, gran parte del quale sotto sentenza di morte; è stato rilasciato dopo l’assoluzione da parte della Corte Suprema di Delhi. Nel frastuono creato intorno a Geelani è facile e conveniente dimenticare che migliaia di persone in Kashmir e negli stati nordorientali vengono trattate nello stesso modo dalla polizia e dalle forze di sicurezza.
Non ho idea di chi abbia sparato quei proiettili su S.A.R. Geelani. In ogni caso, per rispetto dell’opinione pubblica, le indagini dovrebbero essere condotte da un’agenzia al di fuori della polizia di Delhi. Se non è giusto accusarla senza prove, non può essere certamente considerata al di sopra dei sospetti e deve essere indagata.
Le accuse ridicole e prepotenti contro l’avvocato di Geelani, Nandita Haksar, la falsa pista suggerita a proposito del suo maglione e della giacca “mancante”, le molestie alla famiglia e lo strano modo di trattarlo some sospettato dell’attentato contro se stesso – tutto questo contribuisce poco a sostenere la dichiarazione di innocenza della Cellula.
Purtroppo, non soltanto la polizia si è comportata in modo losco e sordido. Durante il processo sul caso dell’attacco al Parlamento, molti importanti quotidiani nazionali e canali televisivi mainstream hanno pubblicato e trasmesso bugie in abbondanza su Geelani e gli altri imputati, senza neanche verificare i fatti.
Ora, ancora una volta, sembra che il palco sia pronto per una nuova performance in cui la gente formula accuse congetturali, la polizia diffonde dichiarazioni infondate e i media conducono sondaggi d’opinione privi di significato via sms. Commentatori, giornalisti e reporter alle prime armi attribuiscono cause e diffondono pettegolezzi, come pure ignoranti conduttori (e ospiti) di talk show, che cercano di darsi un tono e sembrare bene informati, senza preoccuparsi minimamente di come il loro stupido, e spesso malevolo, chiacchiericcio possa influenzare la vita delle persone. O sono troppo ingenuo? Forse lo fanno deliberatamente?
Prendiamo ad esempio la supposizione che il motivo degli uccisori fosse la vendetta, che Mohammed Afzal e Shaukat Hussain Guru (entrambi accusati nel caso) siano stati in qualche modo le menti dell’attacco, dalle celle di massima sicurezza nel braccio della morte della prigione di Tihar. Si tratta di una strategia per seminare divisioni e discordie in un’ipotetica “base terroristica”? È stata concepita per assicurarsi che S.A.R. Geelani non sia mai al sicuro? Vendetta per che cosa? Per il fatto che, pur essendo stato torturato, abbia rifiutato di firmare una confessione o di implicare qualcun’altro per salvare se stesso? In un talk show sulla ndtv due ospiti, il regista di un film sciovinista di Bollywood sul Kashmir e un deputato di Jammu, hanno parlato del caso Geelani. Il regista ha detto che la maggior parte dei militanti del Kashmir che ha passato del tempo in prigione diventano informatori della polizia quando vengono rilasciati e sono costantemente presi di mira dagli altri militanti. Il deputato ha aggiunto che sapeva per certo che questi spesso uccidono i miltanti che si arrendono: non ne deve essere lasciato in vita neanche uno, ha detto con l’aria di chi sa. Ora, nessuna delle due osservazione è una gemma di saggezza in e per se stessa, ma visto il contesto tutto diventa piuttosto perverso.
Come era prevedibile, il terzo ospite dello show, Mukhtar Abbas Naqvi, portavoce del BJP, ha colto al volo la tesi con visibile piacere. Dunque, non basta che i media dipingano Geelani come un astuto terrorista, che in qualche modo è sfuggito al lungo braccio della legge per “insufficienza di prove”, deve anche essere descritto come un militante traditore e un informatore della polizia? Non basta che sia stato torturato, imprigionato e maltrattato dalla polizia e varie altre istituzioni della nostra fervente democrazia, deve diventare anche un’esca ed essere lasciato alla mercé di qualche militante facilmente suggestionabile?
Senza tener conto di chi ha materialmente premuto il grilletto la sera dell’8 febbraio, è evidente che molte persone sono responsabili di quanto sta succedendo a S.A.R. Geelani e alla sua giovane famiglia: quelli che lo accusano, senza prove, di essere l’ideatore dell’attacco al Parlamento; quelli che hanno pubblicato falsità su di lui e continuano a farlo; quelli che hanno tormentato lui e la sua famiglia e continuano a farlo, anche dopo l’assoluzione alla Corte Suprema; quelli che creano e trasmettono (Zee TV) e hanno firmato (A.B. Vajpayee, L.K. Advani) un film sull’attentato al Parlamento, che pretende di essere la verità, ma è basato interamente sulla versione dei fatti della polizia di Delhi (il film era stato trasmesso qualche giorno prima che la corte emettesse la sentenza di morte per Geelani, Afzal e Shaukat Guru).
Geelani e la sua famiglia hanno sofferto abbastanza. È possibile smettere di usarli per alimentare le nostre volgari fantasie patriottiche e le nostre ingenue tesi avventurose?
Nota del traduttore:
SAR Geelani, professore di origine arabe al Zakir Hussain College, è una figura di primo piano dei movimenti islamisti separatisti accusato di aver preso organizzato l’assalto al parlamento di New Delhi del 13 dicembre 2001 - nel quale morirono nove persone (tra cui i cinque estremisti pakistani, uccisi dalle forze di sicurezza) e 16 rimasero ferite.
Fonte: http://www.countercurrents.org/hr-roy200205.htm
Traduzione di Federica Alessandri per Nuovi Mondi Media
Massì, cominciamo da qui... Caro Romano....
nel sito "Governareper" scrivi un bellissimo intervento ("Da dove ripartire per governare"), come sempre appassionato e appassionante. Non c'è dubbio, sai far volare.
Nelle tue riflessioni ritornano spesso i concetti di rinnovamento, di liberazione di nuove energie, di politica come progetto. Occorre, dici, combattere "...le rendite e i monopoli nelle professioni, nella distribuzione, nelle banche, nelle assicurazioni, nei trasporti, nell'energia".
Già solo questo mi sembra un bellissimo programma.
Ma non posso fare a meno di chiedermi su quali gambe camminerà, e chi lo potrà attuare, una volta che (diamolo per ora per scontato) avremo vinto le elezioni. Per prima la politica porta in sé, nello stesso tempo, cause ed effetti del declino del paese, ed è affetta da mali che un programma di governo, per quanto serio ed ambizioso, potrebbe non essere, da solo, in grado di curare.
A incominciare dall'etica della responsabilità: siamo in un paese dove le classi dirigenti - e dunque anche i politici - ignorano il concetto di responsabilità. Mentre tutti noi, quotidianamente, siamo sottoposti a valutazione e chiamati a rispondere delle nostre azioni, il ceto dirigente di questo paese pare non sia mai responsabile di nulla: non lo è chi lascia al buio l'intero paese, non lo è chi truffa centinaia di migliaia di risparmiatori…. E la politica non è da meno: basti dire che quelli che hanno portato l'Ulivo alla sconfitta non hanno nemmeno pensato a tirarsi da parte - come succede in ogni altro paese europeo - anzi, sono ancora tutti lì, a dare lezione di strategia.
L'etica della responsabilità è strettamente legata alla selezione del personale politico; questo non viene scelto dagli elettori con meccanismi democratici,. ma si autoriproduce in base a logiche che nulla hanno a che fare con l'individuazione delle eccellenze e risultano incomprensibili - inconoscibili - ai più. E se gli elettori non sono chiamati a scegliere da chi vogliono farsi rappresentare, naturalmente gli eletti non sono tenuti a render conto dei loro comportamenti agli elettori. E di conseguenza, nemmeno a pagare per i loro errori. Mi chiedo allora come sia possibile creare tensione ed entusiasmo per un progetto di futuro, se il ceto politico (e quindi gli uomini e le donne del centro sinistra) non mettono in gioco prima di tutto se stessi attraverso, appunto, i necessari meccanismi di trasparenza. In altre parole come potranno i nostri dirigenti chiedere al paese un impegno morale se loro, per primi, non sono disposti ad assumersi l'onere di confrontarsi con gli elettori, di farsi scegliere, di assumere rischi e responsabilità, e di farsi, in ultima analisi, giudicare? Le primarie, non solo per il leader, ma per tutte le cariche monocratiche, oltre che un esercizio di democrazia, possono essere l'avvio di un rinnovamento non formale della politica e di relazioni fra elettore ed eletto basate su reciproco riconoscimento e responsabilità.
Caro Romano la fabbrica del programma è importante, com'è importante l'obiettivo di confrontarsi apertamente con il corpo della società, ma se la Federazione e l'Unione non faranno proprie le "bandiere del rinnovamento della politica", questo lavoro resterà incompiuto. E' troppo facile pronosticare che, in assenza di tale rinnovamento, la Federazione e l'Unione saranno viste e sentite come l'ennesima operazione trasformistica di un ceto politico che, non avendo più nulla da dare al paese, si imbelletta per nascondere vecchi e consolidati vizi corporativi. E quindi è questa la mia proposta per il programma, poiché non sono esperta di nulla in particolare: incominciamo a rinnovare la politica. Imponiamo le primarie; introduciamo il costume che chi sbaglia lascia (e ci penserà la storia a darne un ponderato giudizio). Inventiamo percorsi trasparenti per l'individuazione delle eccellenze. Non credi che se la politica fosse la prima a fare questo scatto morale, allontanando da sé l'immagine di essere "affare, scambio, interesse privato, merce..." sarebbe poi più facile parlare di una nuova etica a tutta la società?
Manuela Faccani - Ravenna
ulivoselvatico.org
febbraio 22 2005
Il lungo tunnel dell’economia italiana: dal ‘miracolo’ promesso alla stagnazione
MARCO PANARA
L’Italia non va. Insieme alla Germania è una delle due zavorre che frenano la crescita dell’Europa. La ripresa più volte annunciata non arriva, e anzi si va indietro. Il prodotto interno lordo del quarto trimestre del 2004 segna meno 0,3 per cento, il dato peggiore di Eurolandia, e la colpa non è della tragedia delle Torri gemelle di New York, perché sono due anni ormai che l’economia e il commercio mondiale tirano come non mai. Noi italiani, da quel boom, siamo fuori. A differenza anche della stessa Germania, la cui economia non cresce per problemi interni, ma che in parte compensa le sue difficoltà con una competitività internazionale che la forza dell’euro non ha scalfito.
Non è neanche un problema di ottimismo, distribuito a piene mani dal governo in carica. Il problema dell’ottimismo però è che non bastano le parole se poi i fatti regolarmente non seguono. Sono quasi quattro anni ormai, dal mitico annuncio addirittura del Governatore della Banca d’Italia di un ‘nuovo miracolo economico’ dietro l’angolo, che le previsioni di crescita vengono sistematicamente ridimensionate e poi disattese.
L’analisi dei dati è impietosa, e mette in evidenza tre fattori: il primo è che la crisi dell’economia italiana è la crisi dell’industria, è la produzione industriale che va giù, sono i prodotti che in Italia si fabbricano che hanno meno mercato; il secondo sono i servizi, che tengono ma non crescono, non coprono cioè con il loro sviluppo il declino del settore manifatturiero come è accaduto in altre economie avanzate; il terzo è il commercio internazionale, area nella quale l’Italia perde sistematicamente posizioni.
La situazione congiunturale negativa si sovrappone, quindi, alla crisi strutturale, rendendone acuti gli effetti. E’ il problema di cui tanto, e tanto inutilmente si è discusso, della competitività: se l’industria perde peso è perché la competitività dei suoi prodotti diminuisce. Accanto c’è il problema della vitalità dei servizi, che senza liberalizzazioni e moderne politiche di sviluppo non compensano i vuoti lasciati dalle attività manifatturiere.
Basta leggere con attenzione i dati per avere la spiegazione delle battaglie d’autunno tra chi chiedeva interventi immediati per rilanciare la competitività e liberalizzare i servizi e chi invece, essendo nella stanza dei bottoni, ha scelto la via della riduzione (apparente e marginale) delle imposte sui redditi. Come spiega sinteticamente un economista, «se il sistema non produce merci competitive, ammesso che qualcuno rovistandosi nelle tasche troverà qualche euro in più, finirà per comprare un nuovo telefonino Nokia prodotto magari in Cina o l’iPod per la figlia prodotto negli Stati Uniti».
Andiamo con ordine. Il dato negativo dell’ultimo trimestre del 2004 ha colto un po’ tutti di sorpresa, non ci si aspettava una flessione del genere. Non si hanno ancora tutti gli elementi, ma sulla base di quello che si conosce è possibile presumere che i consumi interni, stazionari nei primi tre trimestri, abbiano continuato sulla stessa linea anche nel quarto. Non spingono, ma neanche deprimono. Anche gli investimenti dovrebbero essere più o meno stabili, ancora leggermente dinamici quelli legati all’edilizia, in discesa invece già dal terzo trimestre quelli in macchinari. Il punto delicato, dove la crisi trova la sua maggiore evidenza, è il commercio con l’estero, i cui saldi in vistoso peggioramento (il saldo globale per il 2004 è negativo per 393 milioni di euro, e andando indietro non si trova un saldo negativo fino al 1992) sono la prova provata che il problema è la competitività. Esterna ed interna a questo punto, perché anche sul mercato nazionale trovano spazi prodotti più competitivi di quelli italiani. E non è solo la forza dell’euro il problema, visto che il saldo è vistosamente negativo proprio con i paesi dell’Unione Europea (meno 1.680 milioni di euro) mentre resta positivo con il resto del mondo e in particolare con gli Stati Uniti. Il problema è, come sappiamo, il mix di prodotti, ovvero il fatto che produciamo cose che hanno più basso valore aggiunto e sono più esposte alla competizione dei paesi emergenti. E’ la storia del Nokia e dell’iPod di cui parlavamo sopra: alcune delle cose che la gente oggi più compra, noi non le produciamo.
E allora: è difficile, con un commercio mondiale che tira come sta tirando in questi mesi, che si possa cadere in una recessione, quello che è certo è che, al di là delle lievi oscillazioni che si susseguono trimestre dopo trimestre, stiamo nel bel mezzo di una lunga stagnazione.
L’impatto sul sistema è difficile da decifrare. Ci sono però alcuni elementi indicativi: c’è una fascia di medie imprese che è forte perché ha leadership mondiali, sia pure in settori di nicchia, e quella fascia tiene molto bene; c’è poi un’altra fascia di medie aziende che opera in settori più tradizionali, che in parte si sta adattando al nuovo quadro competitivo inglobando un po’ di tecnologia e muovendo verso settori contigui dove più elevato è il valore aggiunto. E’ per molte una scommessa e ci vorrà tempo per vederne gli esiti, ma la prognosi è sostanzialmente positiva. In seria difficoltà sono invece molte aziende medio piccole, che si stanno dibattendo nella scelta tra la delocalizzazione o la chiusura.
Questo è il quadro. Quanto ai provvedimenti per la competitività e alle liberalizzazioni, aspettiamo.www.repubblica.it/supplementi/af
Antonio Padellaro nuovo direttore de L'Unità
di
Staffetta alla guida de L'Unità. Il 15 marzo l'attuale direttore Furio Colombo passerà il testimone al condirettore, Antonio Padellaro, conservando però il ruolo di editorialista di punta della testata. L'avvicendamento è stato deciso lunedì nel corso di una riunione fiume del consiglio si amministrazione della società editrice del quotidiano fondato da Antonio Gramsci, protrattasi fino alla tarda serata.
«Mi fa piacere che ad assumere la guida del giornale - commenta Colombo - sia Padellaro, nei confronti del quale nutro una evidente e notissima stima profonda, che del resto non può non esserci tra due persone che hanno lavorato benissimo insieme negli ultimi anni». Dopo le voci di un ricambio al vertice del quotidiano, fattesi più insistenti dopo il congresso Ds, la scelta del Cda va dunque nella direzione della continuità: «Sono certo - continua Colombo - che la linea editoriale resta la stessa ed è quello che vogliamo dire ai lettori».
Quanto alla data il direttore uscente conferma che si era parlato della possibilità che il ricambio avvenisse dopo le elezioni regionali, «ma si è optato per il 15 marzo per questioni puramente tecniche legate alla struttura del contratto, in base alle valutazioni giuridiche degli avvocati e del Cda». «Dell'avvicendamento parleremo questa mattina con la struttura direttiva, con i vice direttori - conclude Colombo - e nel pomeriggio con tutta la redazione».
unita.it
Una vita da cittadino di serie B
MARCO TRAVAGLIO
la Repubblica - 22 febbraio 2005
Da qualche mese, s´aggira per Milano un cittadino di serie B. Si chiama Piero Ricca, ha 33 anni, porta la barba, è un girotondino rompipalle ed è noto alle cronache per aver gridato due anni fa «buffone, fatti processare, rispetta la legge e la Costituzione» a Berlusconi che non si fa processare e non rispetta la legge né la Costituzione. L´anno scorso, il giorno del ballottaggio delle provinciali, il facinoroso si fece trovare al seggio dove vota il premier. La Digos lo trascinò via e lo trattenne per 40 minuti, giusto il tempo per consentire al capo del governo di votare e di tenere il suo comizietto in barba alla legge sul silenzio elettorale.
Ecco: il cittadino di serie B, che non faceva nulla di illegale, veniva portato via dalla polizia per consentire al cittadino di serie A di violare la legge indisturbato. Un mese fa, replay. Convegno alle Stelline patrocinato da vari enti pubblici, compresa la Provincia, per riabilitare Bettino Craxi, morto latitante cinque anni fa con due condanne definitive (corruzione e finanziamento illecito). Presenti al simposio alcuni noti condannati, fra i quali De Michelis (corruzione e finanziamento illecito), oltre al premier imputato (sei prescrizioni, un condono, un´amnistia).
UNA VITA DA CITTADINO DI SERIE B
Ricca assiste ai lavori in religioso silenzio, per riferirne su un sito internet. Ma, prima dell´arrivo di Berlusconi, la Digos gli chiede i documenti e, avutili, lo carica su un´auto. Lui protesta: «Sono un cittadino incensurato». Niente da fare. Lo portano in commissariato e lo trattengono per tre ore e mezzo. Dopodichè lo lasciano andare, ma con la diffida a non tornare al convegno.
Ma tutto è bene quel che finisce bene. L´altro giorno, contrariamente alla richiesta della procura che aveva proposto l´archiviazione, il giudice di pace ha condannato il pericoloso sovversivo a 500 euro di multa per aver dato del buffone al premier. Che, com´è noto, ha tanto bisogno. La condanna è solo di primo grado e il reprobo, non potendo farsi una legge per cancellarla, ricorrerà in appello. Noi ci permettiamo di augurargli che il ricorso venga respinto, anche in Cassazione. E che la condanna diventi definitiva. Solo così Ricca potrà aspirare alla promozione in serie A. Sabato, seduto fra il pubblico a fianco di un generale della guardia di finanza, assisteva a un convegno sulla giustizia a Busto Arsizio, presente anche il ministro Castelli. E già lo guardavano con maggiore rispetto. Gli agenti non gli han chiesto nulla, anzi, ci è scappato persino qualche mezzo sorriso. Dovevano aver saputo della condanna. E il meglio deve ancora venire: quando passerà in giudicato, Ricca potrà finalmente presentarsi alla polizia e in società con il giusto orgoglio: "Sono un cittadino pregiudicato". Tutte le porte si spalancheranno davanti a lui.
marco travaglio
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Ds Milano - Rassegna stampa
La svolta c’è e il governo non la vede
di RUGGERO ORFEI
L’ampia disamina compiuta da Prodi sui rapporti tra Europa e Stati Uniti e sull’insieme dei rapporti internazionali non cambia le ragioni di fondo di una prospettiva dell’Ulivo, ma ne precisa il carattere. Il leader della Unione ha posto un problema molto serio e anche impegnativo, perché ha come aperto un gioco che è anche una dimostrazione che nei confronti degli Stati Uniti non esiste un pregiudizio. Non c’è un preconcetto di schieramento che valeva prima, vale adesso e varrà sempre, come se, invece dell’esperienza politica, si dovesse sempre fare una testimonianza di fede.
Non si tratta neppure di una domanda, che è abbastanza ovvia, di ristabilire rapporti cordiali e collaborativi tra le due sponde dell’Atlantico.
Prodi prende atto che la politica internazionale degli Stati Uniti, affidata alle strategie del secondo governo Bush, non è più la stessa di prima.
Cioè non è più quella della guerra preventiva come strumento assoluto e indiscutibile che pone gli interessi americani come superiori a prescindere da quello che vogliono o possono volere gli alleati che, d’altra parte, se accettassero tale impostazione cesserebbero di essere soci, riducendosi a subordinati.
Il riconoscimento generale è che gli Stati Uniti non reggono da soli il peso dell’onere che si sono assunti e che vorrebbero alleggerire. Per fare questo non basta certo affrontare una questione formale delle alleanze e neppure quella dell’andata all’Onu per trovarvi forme di legittimazione che spesso sono mancate. C’è un problema di contenuti che non riguardano solo la via militare della politica americana, ma sono riferibili a orizzonti più vasti. Questi investono vari aspetti: uno è il riconoscimento che la via seguita finora non persegue i fini sperati. Anche con le elezioni irachene il problema del terrorismo, che va oltre il regime di Saddam Hussein, rimane irrisolto. I terroristi ci sono, ma proprio le elezioni mostrano che a Bagdad si è aperta una fase politica nuova che rimette in gioco tutta la prospettiva americana del grande Medio Oriente.
Il secondo aspetto è il cambiamento intervenuto in questi quattro anni nel quadro mondiale dove grandi potenze alternative emergono sempre più velocemente e alternano anche tutti temi propri dello sviluppo, della globalizzazione e infine delle fonti energetiche. Il caso della Russia da solo apre una serie di ipotesi nuove.
Infine, c’è un modo di vedere (forse) in maniera costruttiva l’Unione europea.
Rispetto a questi temi l’Europa deve compiere un passo in più che tenga conto della revisione americana.
Prodi ha compiuto un atto che mette in evidenza qualcosa che può essere nuovo. Non si tratta più di dilungarsi sui torti e sulle ragioni, ma di prendere atto di una svolta che parte da una situazione mutata o in corso di mutamento.
Il punto è questo. Era emerso nei giorni scorsi col dibattito sul rifinanziamento della missione militare italiana.
In sostanza quello che va rimproverato al governo italiano e alla maggioranza che lo sostiene è di non aver compreso quanto accade a Washington e di continuare a ripetere come giaculatorie formule critiche inconsistenti.
Il governo non ha preso atto di quel che accade e si è chiuso a ogni ridefinizione della missione italiana in Iraq.
Il salto è notevole, perché dinanzi a una linea americana che tende a mutare, quella italiana rimane ferma e chiusa. In realtà è interesse dell’Italia, dell’Unione europea e dei singoli stati anche critici verso le scelte americane cogliere quanto c’è di nuovo, aprendo una fase di nuova cooperazione atlantica che ha molti oggetti da prendere in considerazione, non più come postumi della guerra fredda, ma come dati emergenti oggi in una situazione mutata.
Si potrebbe osservare che negli Stati Uniti proprio l’impostazione tradizionale dell’interesse planetario sta imponendo un adeguamento più realistico che appare in corso.
Pertanto è assurdo immaginare, come fa la maggioranza, che i critici delle iniziative militari intese come scelta unica e risolutiva (sulla base di un falso scopo), adesso ignorino quel che accade.
In questo contesto la politica italiana, senza rettifiche, rischia di essere tagliata fuori, con conseguenze di cui si avverte qualche preoccupante sentore www.europaquotidiano.it
The Times : Berlusconi uomo politico dell'età dei media
di Giulia Alliani
A distanza di un anno i giornali britannici hanno rispolverato la vicenda di Berlusconi che dava del kapò all'europarlamentare Shulz.
La settimana scorsa, infatti, il sindaco di Londra Ken Livingstone, detto "Ken il Rosso", uscendo da una festa, ha definito "guardia di un campo di concentramento" il cronista Oliver Finegold dell'Evening Standard, che gli stava rivolgendo alcune domande un po' troppo insistenti. Livingstone faceva riferimento al sostegno fornito negli anni '30 da un'altra testata dello stesso gruppo, il Daily Mail, all'Unione dei fascisti britannici, ma il giornalista, che e' ebreo, non ha gradito il paragone, e ha pubblicato tutto sul suo giornale.
Tony Blair e il ministro della Cultura Tessa Jowell adesso chiedono a Livingstone di scusarsi, ma lui non vuol saperne. "E che cosa si aspettavano?" si chiedeva il Times l'altro giorno "E' risaputo che Livingstone e' una linguaccia, che offende la gente, e poi non vuole scusarsi. Da questo punto di vista e' simile ad altri politici populisti, da Silvio Berlusconi a Robert Kilroy-Silk".
Secondo il Times si tratta di personaggi molto utili ad attirare l'attenzione e i voti al momento delle elezioni, grazie alle loro uscite estemporanee, spesso di cattivo gusto, esagerate, assurde, fuori dai canoni, o addirittura ineducate. Tuttavia questi aspetti finiscono in seguito con il diventare imbarazzanti, rivelando le trappole insite nella "politica della personalita'".
Secondo il Times "Livingstone rappresenta l'epitome del politico dell''eta' dei media'. Mantiene legami assai tenui con il proprio partito, come testimonia il fatto che continua a uscire e a rientrare nel Labour. E' al di la' della regolare disciplina di partito. E' il 'Ken della gente' " commenta il Times, che pero' addita anche l'altra faccia della medaglia, perche' "i politici di questo genere si sentono privi di limiti. Sono convinti che il loro potere poggi sul loro rapporto diretto e personale con gli elettori, e non su quello con i colleghi, o con il partito. Si comportano come stelle della televisione, non come dei parlamentari. E infatti il periodo meno felice di Livingstone e' stato quello che ha trascorso in Parlamento".
"In una coincidenza rivelatrice - prosegue il giornale - Berlusconi ha fatto uno scivolone simile a quello di Livingstone, nel luglio 2003, quando ha detto che un europarlamentare socialista tedesco avrebbe dovuto recitare nel ruolo di guardiano in un film su un campo di concentramento. Anche la popolarita' di Berlusconi poggia sulle dichiarazioni eccessive, sulla tendenza a lanciare provocazioni che si risolvono in grandi polemiche, su espressioni che altri politici piu' prudenti si guardano bene dal pronunciare".
In Inghilterra il timore di ritrovarsi a coltivare qualche culto della personalita' ha fatto si' che molti tradizionalisti si opponessero all'elezione diretta dei sindaci e, sempre per il Times, "Livingstone dovrebbe cercare di non tirare troppo la corda. I Londinesi possono anche gradire un pizzico di impudenza, ma non vogliono giungere al punto di vergognarsi del loro sindaco".
Anche gli Italiani, presumibilmente, non vorrebbero vergognarsi del loro presidente del Consiglio ed alcuni non hanno gradito lo spot pubblicitario della TV svedese che, per sottolineare la propria indipendenza, propone una specie di pubblicita' comparativa con riferimenti alla televisione italiana e a quella russa, che subiscono invece l'influenza dei rispettivi capi di governo.
Ieri, sul Corriere della Sera, Sergio Romano, rispondendo alla lettera di un lettore che aveva espresso disagio per l'intromissione degli Svedesi negli affari di casa nostra, scriveva di aver provato anch'egli un certo fastidio, ma ammetteva anche che "l'affermazione della Tv svedese (Berlusconi «ha in mano il 90% della televisione italiana») è un po' sommaria e sbrigativa, ma non troppo lontana dalla realtà".
Aggiungeva poi alcune considerazioni assai pertinenti a proposito dell'Unione Europea: "Gradualmente, senza che molti se ne accorgessero, è nata in questi anni una società europea in cui sono cadute le barriere che frenavano o impedivano la libera circolazione, non soltanto delle imprese e del denaro, ma anche delle idee, dei modelli, delle tendenze politiche e culturali. Ogni Paese sa di essere continuamente esposto all'influenza, buona o cattiva, di ciò che accade nei suoi vicini. E ogni Paese reagisce come se il modello applicato altrove potesse, prima o dopo, venire applicato a casa sua. L'austriaco Haider e il francese Le Pen, ad esempio, sono stati trattati come un virus minaccioso, capace di infettare l'intero corpo sociale dell'Unione...Può accadere, in alcune circostanze, che questi interventi diventino sgradevoli intromissioni. Ma nell'insieme appartengono a un fenomeno positivo".
www.osservatoriosullalegalita.org
Consiglio delle Chiese accusa gli Usa: violazione dei diritti umani a Guantanamo
Il Consiglio mondiale delle Chiese (World council of churches – Wcc), organismo che riunisce 342 Chiese cristiane non cattoliche, ha accusato l’amministrazione Bush di violare la legge internazionale per il trattamento dei prigionieri nella base navale di Guantanamo.
I detenuti “sono trattenuti senza aver subito un legale processo e in totale violazione delle norme e degli standard del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani” si legge in un comunicato firmato dal Wcc e diffuso alle agenzie di stampa internazionale, in cui ci si riferisce ai 600 prigionieri stranieri arrestati nell’ambito della ‘lotta al terrore’ avviata dal presidente George W. Bush dopo l’attacco alle due torri di New York del 11 settembre 2001.
Il comunicato è stato sottoscritto anche dal Consiglio nazionale delle Chiese degli Stati Uniti (Ncc), che riunisce 36 comunità protestanti, ortodosse e afroamericane. Nella nota si chiede al governo di Washington l’autorizzazione a inviare una rappresentanza del Ncc per visitare i prigionieri a Guantanamo, situata sull’isola di Cuba; inoltre il Wcc invita tutte le Chiese che ne fanno parte a informare i propri fedeli sugli abusi che l’amministrazione americana starebbe commettendo contro i prigionieri e a sensibilizzarli sulla situazione in Iraq. “I capi di Stato che usano falsi pretesti di connessioni con il terrorismo o armi di distruzione di massa per avviare una guerra saranno giudicati dalla storia” sentenzia il comunicato, in cui si chiede il ritiro delle truppe straniere dall’Iraq.
Fonte: Misna
Il corteo di Roma sfila nel mondo arabo
«Mezzo milione di persone in piazza per la liberazione di Giuliana Sgrena e dell'Iraq». Tutti i media arabi e le tv satellitari Al Jazeera e Al Arabiyah hanno fatto a gara per dare lunghi servizi sulla manifestazione di sabato
FARID ADLY *
Anche se le aperture sono dedicate al sabato nero dell'Iraq con quasi 100 morti ed alla situazione politica esplosiva in Libano, i media arabi hanno dato molta visibilità alla manifestazione di sabato per la liberazione di Giuliana e gli altri ostaggi e per il ritiro delle truppe dall'Iraq. La manifestazione di Roma è stata un'altra occasione per esprimere la solidarietà annunciata da tutti gli organi rappresentativi dei giornalisti arabi. E' la prima volta che i media arabi danno un'eco così vasta a eventi italiani. La notizia del mezzo milione di persone in piazza ha fra l'altro trascinato con sé anche quella sul processo a Berlusconi per i fondi Fininvest e la vicenda del covo di Riina che vede sotto accusa il generale Mori, notizie che altrimenti non sarebbero mai state pubblicate.
«Mezzo milione di manifestanti per Giuliana e per il ritiro delle truppe italiane dall'Iraq», ha titolato Al Hayat.
Le ragioni di questo interesse si possono fare risalire al rispetto per le posizioni coraggiose della sinistra italiana nel chiedere il ritiro delle truppe straniere dall'Iraq, una richiesta che la stragrande maggioranza dei media arabi, anche quelli dei paesi filo occidentali, avanza esplicitamente, rispecchiando così un sentimento prevalente nell'opinione pubblica araba. L'altra ragione si può individuare nelle parole di Giuliana lanciate dall'angosciante video registrato nella sua prigionia. «Aveva ripetuto le cose che scriveva, non capiamo perché non l'hanno lasciata libera per testimoniare le atrocità dell'occupazione», scrive Al Khaleej degli Emirati Arabi Uniti.
Fatto politico in sé è che le due principali tv satellitari, Al Jazeera e Al Arabyiah, hanno fatto a gara per dare il meglio dell'informazione. Al Arabyiah ha dedicato 4 minuti del proprio notiziario alla cronaca della manifestazione spiegando che «è stata indetta da un articolo sul quotidiano di sinistra Il Manifesto» e riportando le parole d'ordine (liberazione di Giuliana, Florence e Hussein, libertà per l'Iraq e ritiro delle truppe italiane). Al Arabiyah non manca di entrare nel merito del dibattito italiano per la mancata partecipazione dei partiti governativi alla manifestazione e la presenza invece di Prodi e Veltroni. Al Jazeera ha trasmesso alcuni momenti del corteo in diretta, e non ha mancato di citare e far vedere, nell'eccellente notiziario sportivo, la scritta «Liberate Giuliana» sulle magliette dei calciatori italiani. Nei Tg ha trasmesso, oltre ad una puntuale cronaca della manifestazione, con citazioni di slogan e interventi, anche una parte del documentario sulle foto di Giuliana realizzato dal marito, Pier Scolari, con la voce di Menhaz Bassam, la giovane volontaria irachena tenuta ostaggio a Settembre 2004 con Simona Pari e Simona Torretta. La voce dell'Italia solidale è entrata così in decine di milioni di case arabe, da Baghdad a Rabat. Tramite la voce della Bassam sono arrivate le veritiere parole di Giuliana: «In tutta la mia vita ho combattuto e scritto dalla parte dei più deboli, conosco la sofferenza del popolo iracheno...penso che tenermi prigioniera non aiuti la causa del popolo iracheno e dia un'immagine sbagliata della vostra gente».
Al Sharq Al Awsat cita le parole di Valentino Parlato sul successo della mobilitazione «che ha superato ogni più rosea nostra previsione... E' un segnale di pace che la società italiana tutta manda al mondo arabo e siamo sicuri che avrà i suoi effetti sui rapporti tra i popoli. Il nostro messaggio non rimarrà inascoltato». Il quotidiano saudita apprezza anche l'attenzione per la causa di tutti gli ostaggi in Iraq e cita il discorso di Antoine de Gaudemar, caporedattore di Liberation, il giornale francese - «gemello» in questa fase del Manifesto - per il quale lavora Florence.
Al Watan del Qatar scrive: «E' questa la parte dell'Occidente che vogliamo vicino a noi arabi. Ha ragione la ricerca del Centro di Studi Strategici di Amman dove sostiene che non vi è scontro di civiltà tra musulmani e occidentali, ma un conflitto politico. Per italiani e francesi nel mondo arabo ci deve essere maggiore rispetto. Gli arabi si oppongono alla politica di Washington e Londra. Per questo non comprendiamo gli ostaggi in Iraq». Il quotidiano del Qatar, anche se non lo dice esplicitamente, pone un grande punto di domanda sul rapimento di Giuliana e Florence.
L'egiziano Jumhuriah parla di una manifestazione oceanica e cita i rapporti dei servizi italiani che accuserebbero «ex ufficiali del Baath di essere gli organizzatori del sequestro. Le fonti italiane citano un alto militare dei guardiani della rivoluzione iraniana secondo il quale dietro il sequestro ci sarebbe una mente politica. Il sequestro non è stato eseguito secondo le modalità degli estremisti islamici oppure delle bande criminali, ma secondo un piano militare organizzato, degno del Moukhabarat (il servizio segreto iracheno del deposto regime. ndr.)». Anche il quotidiano dell'opposizione liberale egiziana pone grandi domande sugli ultimi eventi iracheni: «Cosa succede in Iraq? Decine di civili iracheni vengono falciati dalle autobombe, come in una premessa di guerra civile, e sono presi di mira i giornalisti amici del popolo iracheno».
Il sito Islamnet pubblica un'analisi che punta il dito contro «le mani nascoste che tramano per creare discordia e scontri interconfessionali in Iraq e maggior isolamento del popolo iracheno con i rapimenti di civili stranieri». L'analista Liqaa Almakki, afferma che «la Cia, cioè il governo degli Stati Uniti, con i suoi 4.000 agenti all'ambasciata di Baghdad non può non essere implicata in questo disordine sotto il cielo dell'Iraq. Perché nella mancata sicurezza tutte le parti irachene e anche i paesi confinanti saranno ostaggi nelle mani degli Usa e saranno costretti a correre per chiedere la protezione di Washington».
* Anbamed, Notiziedal Mediterraneo www.ilmanifesto.it/
Venezuela. Chavez accusa la Casa Bianca di voler attentare alla sua vita
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Intervenendo al suo consueto programma radiofonico domenicale il presidente Hugo Chavez ha dichiarato: “Se mi ammazzeranno, c’è un grande colpevole su questo pianeta che si chiama presidente George W. Bush. Ma in quel caso, scordati del petrolio venezuelano compagno Bush". In tal modo replica a Condoleeza Rice che recentemente lo aveva definito "una forza negativa" per la regione latinoamericana. Chavez ha aggiunto: "Se all'imperialismo americano succedesse di invadere questa terra sacra, gli invasori morderanno la polvere", concludendo che, nonostante i ricatti, gli Usa non potranno isolare il Venezuela. www.aprileonline.info
L'esercito messicano ha organizzato le bande paramilitari per isolare l'Ezln
Juan Balboa
La testimonianza di un ex comandante del gruppo paramilitare Paz y Justicia conferma che l'Esercito Messicano, a partire dall'offensiva contro l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) del 9 febbraio 1995, pianificò, organizzò ed appoggiò gruppi paramilitari in tre regioni fondamentali del Chiapas: Altos, selva e nord. Il suo scopo, sempre secondo la testimonianza: rompere le relazioni esistenti tra la popolazione e gli zapatisti.
Nella testimonianza registrata e documentata dal Centro per i Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas (CDHFBC), il testimone - indicato come PyJ e per il quale la Commissione Interamericana per i Diritti Umani ha richiesto misure cautelari - ha confermato la partecipazione diretta nell'appoggio ai paramilitari dell'allora comandante della settima Regione Militare con base a Tuxtla Gutiérrez, Chiapas, generale Mario Renán Castillo.
L'ex comandante dei paramilitari narra di omicidi di simpatizzanti zapatisti; spiega in dettaglio la nascita di Paz y Justicia; ricorda le riunioni segrete tra questo gruppo e funzionari dell'allora governatore Julio César Ruiz Ferro, e conferma l'intervento del gruppo paramilitare nell'imboscata ai danni del vescovo Samuel Ruiz García e del suo coadiutore Raúl Vera López il 4 novembre del 1997.
I gruppi paramilitari in Chiapas hanno lasciato una scia di violenza e morte che, secondo il CDHFBC, ha provocato circa 12 mila sfollati - la maggioranza indigeni - e 122 omicidi o sparizioni.
Le azioni di Paz y Justicia iniziano nel 1995, secondo una deliberata politica di Stato volta a commettere attacchi generalizzati e sistematici contro la popolazione civile, consistenti in assassini, sgomberi forzati di villaggi, grave privazione della libertà fisica, tortura, persecuzione e sparizioni forzate di persone attraverso la creazione, finanziamento, addestramento e copertura di gruppi paramilitari.
Imboscata a gerarchi cattolici Circa l'attacco subito dal vescovo di San Cristobal de Las Casas, Samuel Ruiz García, dal suo coadiutore, Raúl Vera, e due catechisti, il racconto si riferisce alla riunione che si tenne nell'ejido Miguel Aleman, municipio di Tila, luogo scelto dall'Esercito Messicano - dall'offensiva del febbraio del 1995 - come centro di operazioni del gruppo paramilitare Paz y Justicia. Erano 25 indigeni choles militanti del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), ma la quantità di armi a loro disposizione era di tre volte la capacità del contingente. Avevano un solo obiettivo: assassinare il vescovo Samuel Ruiz García.
La mattina del 4 novembre 1997, un militare di alto rango, conosciuto come Juan Bautista, responsabile del distaccamento castrense a El Limar, era l'uomo meglio informato dell'operazione: non solo conosceva il luogo e l'ora dell'imboscata, ne conosceva anche tutti i dettagli perché aveva partecipato alla sua pianificazione il giorno precedente.
Così ricorda un testimone ed uno dei principali comandanti di Paz y Justicia, organizzazione che tra il 1995 e 2000 fu responsabile dell'assassinio e sparizione di 122 persone nella zona nord del Chiapas. Uno dei paramilitari più attivi all'interno di questo gruppo ha accettato di fornire la sua testimonianza al CDHFBC, a condizione di mantenere segreto il suo nome per paura di essere assassinato insieme alla sua famiglia.
"Quando il distaccamento militare si è insediato a El Limar, il generale Juan Bautista, che dava il permesso di prendere le armi, al nostro dirigente disse perfino che dovevamo registrare le armi, che ogni arma acquistata doveva essere registrata, anche una volta quando stava per arrivare il vescovo di San Cristobal, Samuel Ruiz, lì a Masojá Shupá."
"Che cosa facemmo? Prima ci fu una riunione a Miguel Aleman per fare l'imboscata al vescovo, lì alla curva prima del crocevia", narra il comandante di Paz y Justicia. Tra Miguel Aleman e Jolnixtié si trovava un distaccamento militare. Il veicolo dei paramilitari doveva passare per quel posto dove l'Esercito Messicano faceva accurate perquisizioni.
Avevamo circa 80 armi - continua PyJ - che mettemmo in una macchina; c'era un posto di blocco militare ma, che cosa ci disse l'Esercito Messicano? Non ci disse niente, non cercò le armi che stavano lì. Un militare di alto rango che si faceva chiamare generale Juan Bautista in compagnia di due militari con grado di maggiore, Adeliz Luna e Mateo Reyes, diede l'ordine di non perquisire il veicolo. L'attentato si effettuò senza riuscire nell'obiettivo: i vescovi Samuel Ruiz e Raúl Vera ne uscirono illesi; solo due catechisti (José Pedro Pérez e José Vázquez Pérez) ed il sagrestano del santuario del Señor de Tila, Manuel Pérez Pérez, furono feriti da colpi di armi da fuoco. L'ombra del generale Secondo la testimonianza di PyJ, l'allora comandante della settima Regione Militare, Mario Renán Castillo, fu il principale propulsore ed organizzatore dei gruppi paramilitari in Chiapas.
Esistono vari documenti nei quali si conferma il coinvolgimento del generale Renán Castillo nell'organizzazione di questi gruppi. In uno di essi il militare firma come testimone d'onore la consegna di quasi 5 milioni di pesos da parte del governo dello stato a Paz y Justicia. Il testimone dell'organizzazione per i diritti umani, ricorda che partecipò almeno tre volte a riunioni tra i dirigenti di Paz y Justicia ed il comandante della settima Regione Militare.
"Anche quando ci riunivamo con Mario Renán Castillo c'era un tenente ed un politico della Socama (Solidaridad Campesina Magisterial) chiamato Manuel (Hernández) Gómez."
"Anche Samuel Sánchez era della Socama, andammo alla riunione a Tuxtla (Gutiérrez) ed eravamo molti delegati, circa121, il 4 Luglio 1997, ma parlarono solo alcuni e Mario Renán firmò il finanziamento", spiega.
PyJ ricorda le riunioni tenute con il comandante della settima Regione Militare con dirigenti dei paramilitari. "Conobbi Mario Renán quando parlava coi dirigenti di Paz y Justicia", precisa.
- Mario Renán parlava con i dirigenti di Paz y Justicia?
- Sì, sì.
- Andava da loro Miguel Aleman?
- Sì, sì. Arrivava lì ed aveva molta confidenza con loro...
- Che cosa diceva loro Renán?
- Di andare avanti, di non dare possibilità a quelli di Abu xú (organizzazione identificata con gli zapatisti), che erano dei caproni, e tutto questo, di togliergli la terra e tutto quanto, che erano semplicemente superstiziosi, facevamo così per far venir fuori i dirigenti, ma loro non scesero, vennero solo i loro simpatizzanti, povera gente... in questa guerra sono morti gli anziani, uomini ancora giovani e donne scomparse.
Il comandante di Paz y Justicia denuncia che la partecipazione di Renán Castillo con i gruppi paramilitari non fu isolata. Afferma di sapere che altri alti militari erano coinvolti e li appoggiavano.
- In che modo erano coinvolti?
- Più degli altri c'era Juan Bautista, il generale che arrivò per primo a El Limar, presumibilmente conosceva molto bene Paz y Justicia.
- Che cosa era, di che grado?
- Era generale dell'Esercito Messicano.
- Di che unità?
- Non so, era un signore canuto, alto, grassoccio.
- A quale battaglione apparteneva? - si è insistito con il testimone.
- Credo qui di San Cristobal, non so, o di Tabasco, non so. Ma dava istruzioni alle sue truppe, alla sua guardia, che passavano a visitare le comunità, erano sempre favorevoli a quelli di Paz y Justicia...
- Anche questo generale, Juan Bautista, andava a parlare con i dirigenti di Paz y Justicia?
- Sì. Aveva contatti con Diego (Vázquez Pérez), con Marcos (Albino Torres) e con Samuel (Sánchez Sánchez); erano loro quelli che parlavano con lui e ci compilò un foglio e facemmo una relazione su chi aveva le armi, c'avevano perfino registrato affinché potessimo portarle in città, anche Marcos (Albino Torres) portava la sua arma, una 9 millimetri, prendeva, entrava là .., insieme a Mario Renán avemmo incontri con lui, a Tuxtla Gutiérrez.
- Juan Bautista aveva una relazione sulle armi di Paz y Justicia ed inoltre otteneva armi, dava loro armi?
- No, ma ci diceva come difenderci, come usarle e Marcos (Albino Torres) y Sabelino (Torres) sapevano usare le armi, erano ex militari, e lì incominciò il problema.
- Ma allora, Juan Bautista diceva loro come utilizzare le armi?
- Loro sapevano come usare le armi.
- Sabelino, Marcos Albino e Juan Bautista, vi insegnavano ad usare le armi?
- Sì, sono stato molto tempo con loro...
Dalla testimonianza di PyJ si viene a conoscenza che la maggioranza degli alti comandi dell'Esercito Messicano con base ad Ocosingo (39 Zona Militare) e San Cristobal de las Casas (31 Zona Militare) mantenevano una struttura parallela di appoggio ai gruppi paramilitari. Il comandante di Paz y Justicia racconta come venivano incoraggiati a farla finita con i simpatizzanti e miliziani dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale ( EZLN).
"Non ci dicevano altri di finirli, di non smetterla di farla finita con loro...". Ricorda che gli alti comandi militari li "incoraggiavano, per vedere chi avrebbe vinto..." Armi, munizioni e uniformi Secondo il testimone, Paz y Justicia aveva una struttura militare imposta dall'Esercito Messicano all'interno del Piano della Campagna Chiapas 1994, redatto in gran parte dal generale Renán Castillo. Parallelamente funzionava come un'organizzazione di massa per mantenere una relazione "ufficiale" con le autorità della Federazione, lo stato ed i municipi. Secondo PyJ, la struttura militare di Paz y Justicia era sotto la responsabilità dei suoi principali comandanti: Samuel Sánchez Sánchez, Marcos Albino Torres, Diego Vázquez Pérez, Sabelino e Carlos Torres. Loro acquistavano armi e munizioni riscuotendo quote obbligatorie che imponevano alla popolazione, in maggioranza militanti del PRI.
Conferma quello che molte organizzazioni per i diritti umani denunciano dal febbraio del 1995: ogni persona che si rifiutava di collaborare economicamente per comperare le armi era punita o assassinata.
"Li ammazzavano, innanzitutto li rinchiudevano, poi li picchiavano, lì nella prigione di Miguel Aleman, tanto a Tsaquil, quanto a Nuevo Limar, Masojá Chico, che hanno una prigione (....) ce n'erano un po' di Paz y Justicia che erano ansiosi di prendere le persone, sia che fossero fratelli, o padre e figlio, o compagni, tutti quanti."
"Non c'era perdono per nessuno, se non facevi quello che volevano, semplicemente ti facevano un'imboscata, ne incolpavano poi quelli di Abu xú, facevano così a tutti quelli che facevano problemi."
Gli stessi elementi dell'Esercito Messicano e della Polizia di Pubblica Sicurezza del Chiapas vendevano armi ed uniformi ai paramilitari di Paz y Justicia. Utilizzavano divise, continua il testimone, come quelle della polizia settoriale, Pubblica Sicurezza e dell'Esercito. Il viso se lo coprivano con pasaamontagna o fazzoletti rossi, come gli zapatisti.
- Che tipo di armi avevano?
- Diverse, un R15, una UZI.
- Di che anno stiamo parlando?
- Del 96-97. Dei conflitti di Usipá, di Cruz Palenque, El Limar, tutta quella zona. Io ho imparato l'uso di quelle armi. Mi hanno addestrato siccome io ero delegato dell'organizzazione Paz y Justicia a Miguel Aleman, ed ogni delegato aveva le sue comunità.
- Chi vi insegnava?
- Addestramento, questo Sabelino (Torres), c'erano altri che erano militari e che sono ancora militari lì a Masojá Shujá, uno si chiama Emilio Pérez López che continua ad essere della Fanteria dell'Esercito Messicano a Tenosique, Tabasco, o a Città del Messico; lui era quello che gestiva le persone.
- In che accampamento o reggimento?
- A Miguel Aleman e Tsaquil.
- C'era un accampamento militare?
- C'era a Tsaquil ed in una piantagione di caffè di Miguel Aleman.
Il comandante di Paz y Justicia narra che i primi accampamenti di addestramento sono stati installati in territorio del Tabasco, "ma fu solo per circa 15 giorni". Durante tutta la guerra di controinsurrezione, nella quale furono assassinate e scomparse 122 persone, la maggioranza indigena chol, gli accampamenti di addestramento militare si trovavano in comunità del municipio di Tila: Las Limas (dove c'era un accampamento della Segreteria della Difesa Nazionale), Usipá, Nuevo Limar, Cruz Palenque e Miguel Alemán. Gli uomini incaricati dell'addestramento erano ex militari oriundi della zona nord del Chiapas o elementi in attività dell'Esercito Messicano.
Gli appoggi del governo del Chiapas Il paramilitare fa notare nella sua testimonianza, l'importanza per Paz y Justicia degli appoggi che riceveva dal governatore ad interim Julio César Ruiz Ferro. Afferma che questi teneva riunioni permanenti con Samuel Sánchez, uno dei principali dirigenti del gruppo, "lui ci forniva appoggio, il governatore non voleva che ci fosse un altro partito oltre al PRI", dice.
Così, aggiunge, Marcos Albino (Torres) nelle riunioni ci diceva che il nostro partito è la bandiera del tricolore, "siamo PRI", affermava, ed incoraggiava i paramilitari promettendogli che se riuscivano a cacciare i simpatizzanti dell'EZLN e del Partito della Rivoluzione Democratica, sarebbero entrati in possesso dei loro beni. Fa riferimento all'allora procuratore di Giustizia dello stato, Jorge Enrique Hernández Aguilar ed alle riunioni che questo sosteneva con i dirigenti di Paz y Justicia, in particolare con Diego Vázquez.
Come organizzazione di massa, Paz y Justicia imponeva nello zona nord del Chiapas i candidati del PRI alle presidenze municipali. Secondo ll testimonianza di PyJ, il gruppo paramilitare manteneva il potere nei municipi di come Tila, Tumbalá, Sabanilla e Salto de Agua. "Sì, avevano veicoli e mezzi, trasporti, avevano appoggio da parte del municipio", precisa.
Si riferisce a Carlos Torres López, ex presidente municipale di Tila, arrestato circa tre anni fa, come uno dei sindaci che più hanno appoggiato le azioni di Paz y Justicia. Tra molte altre cose, consegnò apparecchiature radio alle comunità che appartenevano al gruppo paramilitare.
- Dava uniformi?
- Sì, tutto dava.
- Armi?
- Sì, ma ora è in prigione.
Gli omicidi di Paz y Justicia Il CDHFBC ha registrati almeno 85 omicidi per mano del gruppo paramilitare nella regione del nord del Chiapas, 37 sparizioni forzate e circa 4 mila persone sfollate, solo in questa regione.
Paz y Justicia ha compiuto la maggior parte degli omicidi tra il 1995 ed il 1997. In quegli anni venivano uccisi simpatizzanti dell'EZLN e membri di altre organizzazioni diverse da Paz y Justicia. Il testimone PyJ ricorda il caso della ragazzina Minerva Guadalupe Pérez Torres. Il 20 giugno 1996, nella comunità Miguel Aleman, Sabelino Torres, uno dei dirigenti di Paz y Justicia, fermò un camioncino su cui viaggiava Minerva Guadalupe, di 19 anni. La rinchiusero nella casa di un fratello di Nicolás Gómez Martínez dove fu violentata da circa 31 uomini e poi l'ammazzarono.
"Minerva arriva su un camioncino di Clemente, lui lo fecero scendere e Sabelino (Torres) lo prese e lo tennero per un giorno nella casa del fratello Nicolás, e lì c'era la ragazza. La violentarono in 31 persone circa e poi la uccisero a colpi di machete. Questo acadde a circa 300 metri da Miguel Aleman, dove la violentarono e l'ammazzarono, ma fu tenuta lì un giorno senza mangiare in quella casa e lì l'ammazzarono."
Niente fermava i paramilitari di Paz y Justicia: la sua complicità con l'Esercito Messicano rendeva il gruppo potente; l'appoggio che riceveva dai governi statale e municipale dava loro mobilità; per tre anni assassinarono a mansalva con l'avallo dei militari, ancora oggi si mantengono attivi, perché gli attuali governi di Pablo Salazar Mendiguchía e quello di Vicente Fox si rifiutano di disarmarli.
Z-Net.it
Cina perduta
In vista delle Olimpiadi il volto di Pechino cambia e antichi quartieri vengono distrutti
Testo e foto
di Elena Asciutti
Pechino - Trentadue medaglie d'oro su un totale di sessantatre vittorie. Questo è il bottino della Repubblica Popolare Cinese alle Olimpiadi di Atene 2004. Ma per la Cina gli ultimi giochi olimpici hanno rappresentato qualcosa di più di una gara internazionale di altissimo livello: sono stati la prova generale di "Pechino 2008". La Cina ha voluto e vuole sbalordire: una delegazione con più di 600 atleti in Grecia, 63 medaglie vinte e 4 anni per fare di Pechino una vera città olimpica. Questa è la Cina che appare attraverso i mass media cinesi, prima, durante e dopo le Olimpiadi: ancora oggi, la televisione manda in onda le premiazioni degli atleti cinesi ad Atene 2004. Uno spettacolo forse poco comprensibile agli occidentali, ma le cui immagini parlano chiaro. La Cina vuole uscire dalla chiusura del regime e dallo stereotipo del Paese "in via di sviluppo". Vuole essere al passo con le nazioni economicamente più sviluppate e le Olimpiadi del 2008 l’aiuteranno a dimostrarlo. Ma a che prezzo?
Negli ultimi decenni, in tutta l’Asia, e specialmente in Cina, la distruzione di antiche città ha drammaticamente alterato il tessuto sociale con cancellazione delle comunità di quartiere, violazioni dei diritti del cittadino, imposizione di nuove sfide urbane ai residenti di lunga data. Il fenomeno si chiama forced eviction e in Cina non esiste nessuna tutela contro quest'atto crudele ed estremo.
La testimonianza. Una donna racconta: “Le autorità del distretto hanno inviato la lettera di esproprio, dandoci un mese di tempo per traslocare. Viviamo in sette in questa casa: la mia famiglia, quella di mio fratello e mia madre di 82 anni. Non sapevamo dove andare e con la ricompensa promessa non è possibile comprare una casa per sette persone. Non siamo andati via, ma le ruspe sono arrivate ugualmente e hanno cominciato a demolire. Mia madre è rimasta ferita.”
Il processo di trasformazione di Pechino è iniziato negli anni ’80, con la politica di apertura al mercato libero di Deng Xiao Ping. Coprendo un area metropolitana di 160 chilometri da Est a Ovest e di 170 da Nord a Sud, la città ufficialmente ospita più di 10 milioni di abitanti (che diventano più di 13 se si considerano gli immigrati dalle zone rurali non registrati) in dieci distretti e in alcune contee rurali.
La città storica (Lao Beijing, ovvero Vecchia Pekino) è divisa in quattro distretti e presenta quaranta siti storici e culturali protetti. Tuttavia, negli ultimi cinquant'anni sono stati distrutti più di 200 hutong (le minuscole e labirintiche vie per cui Pechino è conosciuta) sui 820 esistenti e relativi siheyuan (case a un piano con corte al centro). Per la preparazione dei giochi olimpici del 2008, questo processo di trasformazione è stato naturalmente accellerato, grazie anche agli investimenti di molte compagnie straniere.
Senza diritti. Nel 2002, sono state distrutte 66 aree urbane, di cui 63 erano hutongs. Nel 2004, 250mila metri quadrati di vecchie case sono state demolite. Nuove costruzioni oggi sostituiscono le strutture tradizionali dei distretti storici, combinando caratteristiche orientali e occidentali, tavolta copie di lontane architetture europee.
Ma c'è una parte di Cina che in questo processo di rinnovamento rimane più nascosta, non perché lo voglia, ma perché non ha mezzi per farsi conoscere. Sono gli abitanti dei quartieri antichi, quelli che ancora si muovono in bicicletta, i cui diritti (libertà di residenza; proprietà; tutela contro ogni discriminazione; privacy; possibilità di ricorso a tribunali competenti ) vengono continuamente violati. Senza alcun preavviso o notifica da parte delle autorità competenti, ma solo con l'avviso dipinto sul muro Chai, demolizione, sono condannati allo sfratto coatto. In cambio, riceveranno una piccola ricompensa (il valore al m² di un siheyuan supera spesso i 500 dollari) per il loro immobile e un appartamento che li porterà lontano dal loro lavoro e dalla rete sociale in cui sono vissuti, creando notevoli cambiamenti nell’organizzazione familiare e sociale.
La Cina così distrugge per far spazio alla nuova città dei “giochi”. Camminando nella parte vecchia di Pechino si ha difficoltà a ricordare i posti, molti non esistono più, altri sono invasi da ruspe e macerie. E a volte si ha la sensazione di stare in luoghi senza storia e identità. Alla distruzione (o sviluppo, come lo chiamano i developpers cinesi) segue la disperazione di chi ha perso la casa in cui abitava. E l'introduzione della proprietà privata - Emendamento Nr. 4 alla Costituzione Cinese, Marzo 2004 - finora non sembra aver giovato agli strati più poveri della popolazione.
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La Francia va e punta sull’industria
MARCELLO DE CECCO
I dati più recenti sull’economia europea confermano le tendenze ben note: Italia, Germania e Olanda sono virtualmente ferme, mentre meglio procedono le economie della Spagna e della Francia, e quelle dei paesi di successo più piccoli, come Finlandia e Irlanda. Il malessere della metà della potenza economica europea sembra non conoscere miglioramenti. E’ importante, dunque, capire perché l’economia francese continui a cavarsela meglio delle sue consorelle continentali, pur trattandosi di un paese ormai di matura industrializzazione e sottoposto alle stesse sollecitazioni esterne degli altri due.
I francesi non sono molto soddisfatti della propria performance economica. Invece di guardare a chi sta peggio, preferiscono rivolgere lo sguardo alle economie di successo, considerando un tasso medio di crescita di circa il 2% l’anno nell’ultimo decennio del tutto inadeguato a permetter loro di mantenere in futuro il rango che tocca attualmente alla Francia tra i paesi più sviluppati e, quel che conta di più, lo stato di benessere del quale il paese gode attualmente, nella prospettiva di un invecchiamento della popolazione e di un conseguente peggioramento dell’equilibrio finanziario e della sostenibilità del sistema pensionistico e sanitario.
Di conseguenza, mentre noi tradizionalmente guardiamo alla sorella maggiore latina con occhio ammirato, essa ritiene di trovarsi nel mezzo di una profonda crisi di ristrutturazione, determinata dalle trasformazioni recenti dell’economia mondiale e dalle proprie tendenze interne, dalla quale pensa di potere uscire senza danni solo se corre al più presto ai ripari, con uno sforzo di progettualità economica che le permetta di individuare e perseguire una nuova strategia di sviluppo.
Come accade in Francia, una volta individuato il problema, ci si è messi alacremente al lavoro per risolverlo, dispiegando al meglio le capacità dell’amministrazione, pubblica e privata, quella somma di forze intellettuali forgiate dalle Grandes Ecoles che desta ammirazione nel resto d’Europa. Non è che ci sia stata unanimità dall’inizio, nell’individuare i problemi. Una buona parte dell’opinione colta di sinistra, infatti, aveva negli anni passati, messo sotto accusa proprio quel plesso di forze amministrative e gestionali che abbiamo appena citato.
Lo aveva ritenuto responsabile del rallentamento del tasso di crescita dell’economia francese perché legato ad una visione della gestione economica troppo centralizzata ed elitista, e poco attenta alle pretese «nuove economie di rete» che deriverebbero da una struttura industriale diffusa sul territorio e raggruppata in agglomerati sul tipo dei nostri distretti industriali.
Si metteva l’accento, da parte di questi critici (quasi tutti, naturalmente, formatisi nelle grandi scuole delle quali deprecano l’egemonia culturale), anche sulla necessità di concentrare gli sforzi della ristrutturazione in direzione di una crescita del terziario avanzato, che riconoscesse come definitivamente tramontata l’era industriale tradizionale. Una «summa» rappresentativa di questa visione è offerta dal Rapporto Blanc, commissionato dall’Assemblea Nazionale e presentato qualche mese fa.
Anche questo attacco alla tecnocrazia francese, accusata di non essere stata in grado di far fronte alle trasformazioni in atto nel mondo, di non averle previste in tempo e di avere perseverato nelle filiere di sviluppo industriale scelte nei passati decenni, ha contribuito a generare una attività di governo rapida e decisa, che si è articolata in un veloce e concreto «piano di azione».
Il presidente Chirac nel settembre 2004 ha chiesto a Jean Louis Beffa, capo della grande industria chimica Saint Gobain, di presentargli in breve tempo un rapporto delineante una strategia che permetta alla Francia di restare una grande nazione industriale, sfruttando al meglio il patrimonio di ricerca, conoscenza scientifica e capacità di innovazione esistente nel paese e rendendolo sempre più capace di fomentare sviluppo nei settori più dinamici. «L’industria è essenziale per l’avvenire della Francia, perché l’industria resta la base del dinamismo economico scrive Chirac nella lettera d’incarico a Beffa essa rappresenta il 20% della nostra ricchezza nazionale. Il 40% dei servizi sono ad essa legati ed essa è all’origine dell’80% del nostro sforzo di ricerca e di più di quattro quinti delle nostre esportazioni».
Beffa si è messo al lavoro, con l’aiuto dei più autorevoli economisti industriali e finanziari dell’establishment francese, Patrick Artus, Robert Boyer, Lionel Fontagnè, e di una eletta schiera di gestori di grandi imprese all’avanguardia tecnologica, alla quale si sono aggiunti sindacalisti autorevoli e capi d’industria stranieri. In tre mesi il rapporto è stato stilato. Presentato al Presidente il 5 gennaio del 2005, esso contiene una analisi precisa dello stato attuale della struttura produttiva francese e della sua collocazione internazionale e si chiude con un dettagliato progetto per la istituzione di una «Agenzia per l’Innovazione Industriale» che serva ad approntare la strategia industriale per i prossimi decenni. Chirac ha fatto immediatamente propria la proposta, annunciando la nascita della Agenzia lo stesso giorno della presentazione del Rapporto Beffa (in francese, per fortuna, il titolo non fa ridere), dotandola di 2 miliardi di Euro di finanziamenti, ai quali si sono aggiunti altrettanto corposi stanziamenti nelle settimane successive. La nuova Agenzia diverrà operativa entro giugno.
Nel rapporto, oltre ad un giudizio ampiamente positivo sulla esperienza dei grandi programmi tecnologici che la Francia ha messo a punto e perseguito nei trascorsi decenni e su quelli attualmente in corso, si fanno anche proposte per programmi mirati da impostarsi per il futuro, dopo avere espresso critiche sulle misure di esenzione fiscale non mirata che li hanno rimpiazzati. Si rivendica orgogliosamente ai programmi storici di avere tenuto la Francia al passo coi tempi, dal punto di vista tecnologico, mostrando, dalla composizione strutturale della produzione e delle esportazioni del paese, comparata a quelle dei paesi che si ritengono degni di imitazione, Germania, Stati Uniti e Giappone, come il ruolo della industria ad elevato contenuto tecnologico sia importante e come le filiere individuate come strategiche nei passati decenni si siano in effetti rivelate tali alla prova della storia. A eccezione del settore del calcolo elettronico, nel quale sono stati profusi enormi capitali pubblici con esito fallimentare, l`iniziativa pubblica ha ottenuto eccellenti risultati nell’aeronautica, nell’aerospaziale, nel nucleare e nella microelettronica. Questi settori, insieme agli altri nei quali la Francia continua a mantenere una presenza significativa e di elevato livello tecnologico, quali i materiali di base come l’acciaio, il vetro e il cemento, l’agroalimentare, i beni di lusso, l’industria ferroviaria, la grande distribuzione al dettaglio, hanno però mostrato negli ultimi anni una certa stanchezza, onde la necessità di rinforzarli con un nuovo slancio di ricerca e di aprire nuove strade con i grandi programmi che la progettata agenzia per l’innovazione sarà in grado di indicare. Il rapporto insiste con dovizia di dati sulla concentrazione delle risorse pubbliche su programmi direttamente destinati alla difesa del paese, mentre altri settori, probabilmente altrettanto o anche più dinamici, hanno ricevuto solo poche risorse. Proprio in questi settori dovrà, secondo il Rapporto, concentrarsi la massa delle risorse pubbliche in futuro, anche tenendo conto che la «massa d’urto» dell’industria pubblica non sarà disponibile a causa della non dinamicità futura di alcuni dei settori in cui opera e delle privatizzazioni realizzate o progettate.
Una lettura attenta del rapporto Beffa permette di capire anche un`altra direttrice lungo la quale intende muoversi l’elite di tecnocrati e politici che governa la Francia: una decisa presa di coscienza della necessità di condurre fin dall’inizio a scala europea lo sforzo che la nuova Agenzia indicherà. La Francia, mediante le sue numerose industrie leader, si propone di dar vita a un grande movimento di integrazione del mercato europeo, mediante una campagna di acquisizioni, fusioni e accordi industriali transfrontalieri, che le permetta di riprendere l`iniziativa in Europa e di giocare in tandem, ma in posizione paritaria con il partnerconcorrente di sempre, la Germania.
Una analisi realistica della situazione industriale della nuova Europa ha convinto i francesi della necessità di promuovere tali accordi essenzialmente con l’industria dell’Europa latina, dato che il Nord Est del continente è ormai chiaramente tornato di pertinenza tedesca. L’economia francese e quella tedesca sono strettamente integrate tra loro, come accertai in uno studio di dieci anni fa e come è divenuto ancor più vero negli ultimi anni. L’iniziativa francese verso l’Europa meridionale va dunque vista come naturale complemento a tale integrazione. Le due economie sono ormai il baricentro dell’Europa e ciascuna opera per integrare le economie a lei più vicine.
Questo, per la Francia, vuol dire principalmente dirigere i propri interessi verso l’economia italiana, alla quale non solo l’unisce un lungo e storicamente aperto confine, ma che è anche quella, al momento, che più necessita di una razionalizzazione, che non sembra avere un piano d’azione nazionale e che può quindi essere più aperta ai pianificatori industriali francesi.
Così, dopo il Rapporto Beffa e l’istituzione della Agenzia per l’Innovazione, è venuto il viaggio del primo ministro Raffarin in Italia, nel corso del quale molti dossier sono stati esaminati e molte possibilità esplorate, anche oltre quel che è trapelato al pubblico.
Nell’autunno del 1993, quando l’integrazione europea sembrava sul punto di sfasciarsi per il fallimento traumatico dello SME, pubblicai su «Le Monde» un articolo nel quale incitavo Francia e Italia a considerare seriamente una unione politica ed economica dalla quale far ripartire l’integrazione europea. Le due economie erano allora fortemente complementari, e gli italiani avevano ancora una presenza significativa in settori che successivamente hanno abbandonato. Un accordo di integrazione accelerata si sarebbe allora potuto realizzare su un piano di parità. Il decennio trascorso, purtroppo, ha visto l’Italia avviarsi verso un rapido declino industriale, frutto delle decisioni o meglio delle non decisioni strategiche assunte negli anni 70e 80, gli stessi anni in cui i francesi mettevano la propria industria su un piano di ascesa tecnologica che ha avuto successo. Oggi dobbiamo rassegnarci a far governare questo processo, che promette di aver luogo, quasi completamente, dall’iniziativa francese. In realtà anche nel 1993 speravo che la iniziativa venisse dai francesi. Così non fu. La Francia era allora ossessionata dalle conseguenze previste della riunificazione tedesca e temeva la nascita di un gigante industriale al centro dell’Europa. Ora che questo pericolo è definitivamente tramontato per gli errori fatti in quindici anni dalla dirigenza tedesca nell’integrare i laender orientali, la Francia sembra aver capito in che direzione muoversi.
Non sarò dunque io a lagnarmi se questa egemonia progettuale si manifesterà nei nostri confronti.
Speriamo che il processo abbia veramente luogo e che, come nell’800, sia la Francia a fare da levatrice ad una nostra rinascita. Deve essere la nostra condanna storica, quella di dover essere, da una progettualità straniera, distolti dalla nostra attività preferita, quella di rovinarci con le nostre mani.www.repubblica.it/supplementi/af/
L’uomo che ama dimettersi purché qualcuno lo trattenga
di ALBERTO STATERA
La sua croce era Tremonti e Tremonti è stato silurato. Poi è arrivato Siniscalco e Siniscalco è stato coventrizzato: ogni volta che ha osato parlare, Berlusconi lo ha zittito. Adesso è la volta di Alemanno, uno dei triumviri di An, ala "sociale", uno tosto che ha deciso di dettar legge sul decreto per la competitività, l'araba fenice che doveva essere il fiore all'occhiello di Antonio Marzano, ministro per le Attività produttive. Ma come per un ineluttabile destino, il professor Marzano, pur non portando bene ai suoi avversari, non riesce a battere palla su tutte le questioni che sarebbero di sua competenza. Ciò che ne farebbe il nostro eroe sfortunato, se non fosse per le consolazioni clientelari che il ministro pare si prenda per compensare l'inutilità governativa.
Elegante e modesto professore di economia, dopo aver giocato modestamente da centromediano nel vivaio del Napoli calcio e aver ricoperto decine di cariche pubbliche dovute al figlio di un Ragioniere generale dello Stato, Marzano viene scelto da Berlusconi come ministro delle Attività produttive, dicono i maligni per la straordinaria forza del suo "pensiero debole".
Titola Giuliano Ferrara sul "Foglio": "Stritolato dalla competitività: il dibattito si accende, lui si spegne. E' Marzano, il ministro fusibile". Nel senso del fusibile, cioè il dispositivo costituito da un conduttore di lega in piombo inserito in un circuito elettrico che, non appena la corrente si alza troppo, fonde e manda in tilt il circuito medesimo.
Il professor Marzano non ha tardato a capire come lo considerano il suo capo e il suo partito e ha cercato di porvi rimedio. Ha provato a cavalcare la comunicazione. E ha fatto disastri. Negli ultimi quattro anni ha raccontato che l'euro non avrebbe creato inflazione e che comunque, se ci fosse stata, l'avrebbero frenata i saldi; che finita la guerra dell'Iraq ci sarebbe stata una ripresa inarrestabile dell'economia; che per la Fiat non c'era nessun allarme; che in Italia, poi, per carità, non c'è alcun declino, perché non si può confondere la bronchite con l'Alzheimer. E così via cazzeggiando.
L'opposizione, tutto sommato, l'ha sempre graziato, ma tra i suoi nessuno gli ha fatto sconti. Non solo gli hanno tagliato i fondi per il Mezzogiorno e chiuso gli altri rubinetti dei finanziamenti, l'hanno estromesso dalla crisi Fiat, l'hanno cacciato dalla competitività, ne hanno fatto uno "sgangherato presenzialista" (cfr. sempre Giuliano Ferrara) quando, incauto, ha polemizzato col "Financial Times" che aveva definito la tv italiana "un inferno popolato di ballerine discinte e chatshow".
Lui , zelante, era insorto a difesa dell'italianità e i suoi gli avevano dato della Gea della Garisenda, avvolto nella bandiera nazionale a difendere l'indifendibile.
Il professor Marzano, in quasi quattro anni di governo, ha annunciato le dimissioni in media un paio di volte l'anno, che fanno all'incirca otto dimissioni. Ma è ancora lì, arrabbiato e immarcescibile. Dicono i detrattori che è perché ha trovato conforto nella clientela: non potendo governare l'economia, si occupa di governare le nomine di competenza, decine e decine di incompetenti, e gli affari di famiglia, tanto che la sua schiatta viene definita al ministero i "Marzano brothers". Suo fratello Ernesto, commerciante di rottami, reperibile al centralino del ministero, pare gestisca alcuni mercati, tra i quali quello particolarmente interessante dei commissari delle imprese in crisi, come riferiscono sull' "Espresso" Di Nicola e Lillo. A quel che sostengono i finanzieri del Gico, che hanno armadi pieni di intercettazioni telefoniche, su questi incarichi correrebbe qualche mercato.
Magari l'inchiesta della Guardia di Finanza sarà la dodicesima occasione per dare le dimissioni. E se qualcuno si ricorda che il ministro fusibile esiste, magari le accetta.
statera@ilpiccolo.it
Gli scheletri della Santa Inquisizione
di Adriano Petta (da il manifesto del 21 febbraio 2005)
Una puntata di «Voyager», su Raidue, si fa complice del Vaticano per riscrivere la storia e riabilitare l’Inquisizione, madre di tutte le torture e stragi di innocenti.
Lo scorso 11 settembre su Alias apparve un mio articolo Le radici dell’orrore (relativo agli atti del Simposio sull’Inquisizione pubblicati dal Vaticano). Venni poi invitato alla trasmissione televisiva Voyager per un’intervista che durò 14 minuti: mi dissero che avrebbero fatto dei tagli. Mercoledì 16, alle 23.10, è stata messa in onda. Due gli argomenti del programma: «Nazismo esoterico» e «Gli ultimi dati sull’Inquisizione». Il conduttore Roberto Giacobbo ha raccontato i legami tra Hitler, le SS e l’occulto, parlando anche di Montségur, dove il 16 marzo 1244 morirono arsi vivi in un enorme rogo oltre 200 fedeli perché si rifiutarono di abiurare la loro fede.
La tesi esposta da Giacobbo è stata che la storia li ricorda come Catari attaccati dal re di Francia, e che le SS cercavano a Montségur il Santo Graal perché i catari, secondo alcuni, erano stati i custodi del sacro calice. E che l’ideologo nazista Otto Rahn individuava i catari come i precursori del nazismo…
Forse era il caso, da parte del conduttore di Voyager, di spendere due parole per chiarire che quei 200 fedeli erano martiri cristiani accusati d’eresia dall’Inquisizione, che combattevano la corrotta Chiesa di Roma e che vennero condannati al rogo… mentre la guarnigione del signore di Montségur – che aveva assassinato due inquisitori ad Avignonet – aveva invece avuto salva la vita. E che i capi della guarnigione militare che catturò i catari bruciandoli vivi erano Pierre Durant e Ferrier, due inquisitori domenicani: Chiesa e re di Francia alleati.
Roberto Giacobbo, forse a disagio per la rappresentazione a cui stava per assistere, manda avanti la sua collaboratrice Stefania La Fauci, che annuncia: «Questa sera vi sveleremo delle inaspettate verità». E ha inizio l’ultima parte della trasmissione, dedicata all’Inquisizione. Intervistati: Agostino Borromeo prof. della storia della Chiesa presso l’università La Sapienza di Roma e l’accademico di nulla accademia Adriano Petta, studioso di storia delle religioni e storia della scienza (il sottoscritto). Al prof. universitario concedono tre interventi, al sottoscritto uno solo (95 secondi). Il prof. Borromeo – curatore degli atti del Simposio sull’Inquisizione e trait d’union tra il Vaticano e i mass media per trasformare la leggenda nera dell’Inquisizione in leggenda rosa – sviluppa tranquillamente e metodicamente la sua tesi, mentre al sottoscritto viene cancellato tutto… compresa una frase in cui dicevo che «i nazisti ammazzavano gli ebrei prima di metterli nei forni crematori… mentre l’inquisizione metteva gli eretici nei forni… vivi».
Volevo ricordare uno degli atti più infamanti dell’Inquisizione: i quemaderos di Siviglia (quattro enormi forni circolari, ognuno dei quali «ospitava» fino a 40 condannati, introdotti vivi, e che per «giustiziarli» occorrevano dalle 20 alle 30 ore di supplizio; i forni funzionarono ininterrottamente per oltre tre secoli, e vennero chiusi da Napoleone nel 1808).
A me hanno lasciato solo l’intervento in cui accenno sommariamente che, per avere un’idea del clima di terrore che si respirò in quei secoli, basta leggere gli atti del Simposio sull’Inquisizione promosso proprio dal Vaticano. Ma la conduttrice – nel ruolo di giudice supremo –afferma: «Insomma gli studi più recenti ci danno, dell’operato dell’Inquisizione, un quadro meno drammatico di quanto comunemente si crede.»
A conclusione della trasmissione, la conduttrice ne spara poi una veramente grossa, tirando in ballo l’inizio della crociata degli albigesi (altro nome con cui erano conosciuti i catari): «Bè’, gli storici hanno poi appurato che a Béziers non c’erano albigesi, che nessuna crociata era mai passata da quelle parti, dove tra l’altro non risultava la presenza di legati pontifici; però la città venne realmente messa a ferro e fuoco, ma la cosa accadde nel quadro di una guerra feudale tra famiglie locali». E conclude tronfia e pettoruta: «Almeno in questo caso nessuno deve chiedere scusa!».
Allucinante… E chi sarebbero questi storici? Forse quelli segnalati da Voyager per poter approfondire i temi della puntata… come il sito internet Kattoliko.it?
Occorre reagire a questa gente asservita al programma di revisionismo in atto, altrimenti tutti quei milioni di creature innocenti che sono stati torturati e bruciati vivi in sei secoli di terrore… è come se li bruciassero vivi un’altra volta, per cancellarli definitivamente dalla storia.
Il 22 luglio del 1209 in Béziers vennero scannate vive oltre centomila persone (cattolici, catari-albigesi, donne, bambini), dall’armata di Cristo (così si chiamava il più grosso esercito dell’epoca, oltre 500 mila uomini) che per capo militare aveva il legato papale Arnauld-Amaury… l’abate bianco, il quale comandava i signori feudali del nord della Francia che avevano aderito alla crociata promossa da papa Innocenzo III per sterminare l’eresia catara: cataro vuol dire «puro», erano puri cristiani che combattevano la Chiesa romana corrotta. Quel giorno avvenne il primo genocidio della storia dell’umanità: un esercito cristiano sterminò una popolazione cristiana inerme, per soffocare chi osava ribellarsi alla Chiesa di Roma.
Il legato papale capo dell’armata, Arnauld-Amaury, scrisse al papa Innocenzo III: “L’indomani, festa di Santa Maria Maddalena, noi cominciammo l’assedio di Béziers, città che pareva dover per lungo tempo fermare la più numerosa delle armate. Ma non c’è forza né prudenza contro Dio! I nostri non rispettarono né rango, né sesso, né età: ventimila uomini circa furono passati al filo della spada e questa immensa carneficina fu seguita dal saccheggio e dall’incendio della città intera: giusto risultato della vendetta divina contro i colpevoli!”
La lettera originale da cui è stato tratto questo documento si trova nella Biblioteca Vaticana.
Pochi anni dopo, nel 1252, papa Innocenzo IV con la bolla Ad extirpanda, autorizzò l’uso della tortura durante i processi della Santa Inquisizione… uso che venne affinato nei successivi 600 anni di terrore.
Il prof. Agostino Borromeo – a nome della Santa Sede – sta cercando di convincere il mondo che i morti bruciati vivi per mano della Santa Inquisizione in 600 (seicento) anni non sono stati 9 milioni… bensì meno di cento unità, ovvero 99!
L’Inquisizione è stata uno strumento dottrinale-legislativo – creato, affinato e imposto dai papi – che ha introdotto nella mente dell’uomo il metodo della delazione, della tortura, del terrore. È stato lo strumento principe dello stato della Chiesa cattolica che nella sua storia non ha mai conosciuto la democrazia… e forse è proprio per questo che ha sempre appoggiato politicamente le dittature (di destra). Gli orrori espressi dagli stati moderni (Gulag, Auschwitz, Abu Graib, Guantanamo etc.) affondano le radici nella Santa Inquisizione.
Giovedì 17, in Campo de’ Fiori, come ogni anno una piccola folla ha ricordato il 405° anniversario del rogo di Giordano Bruno. Invece di chiedere perdono per gli «eccessi» della Santa Inquisizione, la Santa Sede dovrebbe infine trovare il coraggio d’inviare un suo rappresentante di fronte alla statua dove il rogo arse… smettendola con questi vani tentativi di revisionismo www.carmillaonline.com/
George W.Bush: quei nastri segreti del candidato Presidente...
di Emanuele Riccardi*
Wahington, 22 Febbraio 2005. Con amplissimo rilievo, il New York Times ha pubblicato oggi i nastri segreti del presidente degli Stati Uniti George W. Bush, nei quali l’allora governatore del Texas parla della sua intenzione di candidarsi alla Casa Bianca, fa una serie di rivelazioni sul suo passato, sui suoi contatti politici e religiosi, spiega come vede la questione degli omosessuali e parla (poco) di stupefacenti. I nastri sono stati registrati, ad insaputa del futuro presidente, da un amico di famiglia, Doug Wead.
Un autore di biografie sulle ‘dinastie’ politiche americane.
Anche se la Casa Bianca - che non ha espresso dubbi sull’autenticità dei documenti rivelati da Wead, non ha fatto commenti particolari - Bush si è probabilmente sentito tradito: sia perché non sapeva di essere stato registrato durante questi colloqui, sia perché si trattava di conversazioni a carattere privato che non avrebbero dovuto mai essere rese pubbliche.
Al New York Time (e oggi alla popolare trasmissione della Abc ‘Good Morning America’), Wead, autore del libro dedicato a Bush ‘The Raising of a President’ (La Nascita di un Presidente), ha spiegato di avere registrato in tutto nove ore di conversazioni, tra il 1998 e il 2000, e di non avere reso pubbliche quelle che avrebbero potuto mettere davvero in difficoltà Bush.
Wead le aveva tirate fuori una prima volta su richiesta del suo editore, che voleva verificare alcuni passi ella biografia di Bush, e di avere deciso poi di renderle pubbliche per “lasciare una testimonianza unica” di quello che pensa davvero un presidente.
BUSH, UNA FIGURA STORICA FONDAMENTALE
“Sono convinto che Bush - spiega il biografo - piaccia o non piaccia, diventerà una figura storica fondamentale. Se fossi stato al telefono con Churchill o con Gandhi, avrei fatto lo stesso: accendere il registratore”.
Le sorprese sono in realtà poche (il che spiega forse la mancanza di reazione della Casa Bianca, che ha insistito soprattutto sul tradimento di un amico), anche perché - come spiega lo stesso quotidiano - le differenze tra il Bush privato e il Bush pubblico sono davvero poche.
L’unica vera rivelazione è in realtà implicita e riguarda il consumo di stupefacenti del futuro presidente. Bush ha sempre ammesso di avere avuto un passato da alcolista, ma non ha mai voluto affrontare la questione del consumo di droga, anche se non ha mai negato niente.
Interessanti anche le opinioni che Bush ha su alcune personalità. Odia per esempio l’ex vicepresidente di suo padre George Herbert, Dan Quayle, definito “un orrido personaggio”. George W. non ama neppure l’allora vicepresidente di Bill Clinton e suo futuro avversario nel 2000, Al Gore, che prende in giro per avere rivelato di avere fumato spinelli in passato. “I baby-boomers devono crescere - spiega Bush - e se vogliono davvero parlare di stupefacenti, piuttosto che ammettere i consumi, dovrebbero dire ai ragazzi, non fatelo”.
MAI SMENTITO CONSUMO COCAINA
Ma quando Wead gli chiede di parlare del suo caso, Bush rifiuta, ricordando di non avere mai affrontato la questione pubblicamente e di non avere “mai smentito niente” quando si era parlato di cocaina, in passato. “Non risponderò a domande sulla marijuana - aggiunge il futuro presidente - e sai perché? Perché non voglio che un ragazzino faccia quello che ho fatto, che dica ‘lo ha fatto Bush, quindi posso farlo anch’iò “.
Sulla questione dei gay e sulla fede religiosa, i nastri confermano sostanzialmente quello che già si sapeva. Bush è contrario ai matrimoni omosessuali, ma non vuole fare la caccia al gay, e il nocciolo della questione è trovare un equilibrio che non gli faccia perdere l’elettorato conservatore e religioso, quello che poi lo ha aiutato davvero a riconquistare la Casa Bianca il 2 novembre scorso.
NO A MATRIMONI GAY, MA NIENTE CACCIA ALLE STREGHE
“Matrimoni tra gay, sono contrario. Diritti speciali, sono contrario.... ma non caccerò i gay perché sono un peccatore. Non si può fare la differenza tra un peccato e l’altro”.
Analoghe conferme riguardano la poca simpatia che Bush ha per le Nazioni Unite. Parlando dei suoi potenziali elettori cristiani conservatori, il futuro presidente spiega che “il semplice fatto di citare il nome di Kofi Annan, ha provocato un attacco isterico in mezzo alla folla. La coalizione vuole un’America forte e che la bandiera a stelle e strisce sventoli oltreoceano, non vuole il blu pallido dell’Onu".
L’IMPORTANZA DELLA FEDE NELLA SUA SVOLTA
Non di rado, infine, Bush parla delle propria fede. “Dirò che ho accettato Cristo nella mia vita. Ed è la verità “, spiega tra l’altro l’allora governatore del Texas, aggiungendo, in un’altra conversazione: “Ho una moglie eccezionale. E leggo la Bibbia ogni giorno. La Bibbia è uno strumento eccezionale per controllare il proprio ego”.
Non stupisce quindi l’ammirazione quasi senza limiti che Bush ha per John Ashcroft, il ministro della Giustizia del suo primo quadriennio, un cristiano ultra-conservatore. “Ashcorft mi piace un sacco - dice tra l’altro George W. nel 1998 - è un uomo competente. Sarebbe perfetto per la Corte Suprema. Sarebbe un buon Guardiasigilli. Sarebbe un buon vicepresidente”.
Emanuele Riccardi
(*New York, redazione di "America Oggi")
redazione@reporterassociati.org
Il carro davanti ai buoi.
Davanti allo spettacolo offerto dalla Destra cittadina, con i suoi
silenzi su cose che meriterebbero molte spiegazioni ,può venire la
tentazione ,da parte di alcuni, di fare di tutta un’erba un fascio ed
accomunare tutta la classe politica in un giudizio negativo
complessivamente,per il Centrosinistra, del tutto immeritato.Nelle democrazie
bipolari,infatti, l’opposizione non si può fare carico della parte del
governo.Secondo la chiara lezione della Arendt ,chi è all’opposizione è
legittimato in qualunque momento a governare nell’attimo stesso che riceve il
mandato dagli elettori ,nessuna conventio ad excludendum dunque,nessuna”
prova
del sangue”,allo stesso tempo l’opposizione fintantoché rimane tale ha
il dovere di essere il “watch dog”,il cane da guardia della democrazia
adempiendo cioè pienamente al mandato conferitogli dagli elettori che
espressamente vieta qualunque “incuiucio”.In altri termini proprio ciò
che ,alcuni in buona fede altri meno, rimproverano al Centrosinistra di
Velletri poichè l’opposizione ,difatti, di fronte prima alla paralisi
amministrativa e poi allo scoppio della questione morale ,ha
responsabilmente detto basta al gioco a nascondino e chiesto che ognuno si
assuma
le proprie responsabilità .Del resto la prova migliore dello stato di
paralisi della Destra cittadina è data dal fatto che ,dall’inizio dalla
legislatura, si discute ormai solamente le interro
gazioni e le proposte del Centrosinistra,se facciamo il paragone ,ad
esempio, con la Provincia di Roma ,dove la Destra conta sostanzialmente
zero mentre la maggioranza di Gasbarra va avanti con il suo programma
come un treno ,non si può che concludere che non è tanto merito del
Centrosinistra di Velletri se si discutono solamente le sue “issue” ,i suoi
temi,quanto della paralisi ormai irreversibile che connota l’azione
dell’attuale maggioranza.Chi perciò chiede un maggior profilo
programmatico all’opposizione inverte i termini del problema.Vedere infatti
un
leader della grandezza e della lungimiranza di Prodi che prende appunti
attentamente assorto ad ascoltare i problemi dei cittadini nella sua
Fabbrica del Programma, dimostra per l’ennesima volta quale sia l’ordine
giusto delle priorità. Venendo perciò al” cortile” di casa nostra, la
giusta tempistica richiede prima l’individuazione del candidato
attraverso lo strumento democratico ed efficace delle primarie nel momento
,speriamo il più vicino possibile , che verranno indette le elezioni
comunali,poi ,proprio come sta facendo Prodi a livello nazionale, una lunga
fase di ascolto ,poichè solo ascoltando i cittadini ci possiamo rendere
conto di quali siano i problemi più pressanti e dopo, solo dopo ,
finalmente in prossimità delle elezioni si potranno tirare le fila ed
elaborare il programma.Diversamente avremmo politici che ,
come i maghi per creduloni, prima ancora di conoscere i problemi hanno
già le soluzioni pronte ,rassomigliando a quelli che mettono il carro
davanti ai buoi e si meravigliano che il carro non si muova.
Cittadini per l’Ulivo”Velletri fuori dalla palude” circolo Volontè
Matrix.
Solo con una doppia dimensione del reale è spiegabile la visione
distorta della realtà che caratterizza la nostra situazione.Nel mondo
reale,infatti,in Europa perfino se un sindaco ha dei miseri conflitti di
interesse viene fatto dimettere dal proprio partito ,partito che in ogni
caso non riuscirà ad evitare la giusta punizione degli elettori,dove vige
la realtà ,perciò, a grandi poteri corrispondono grandi responsabilità
, nell’altra dimensione in cui viviamo noi tutto questo non accade.Ci
vantiamo di far parte dell’Europa ,ma l’ etica non appartiene alla
nostra dimensione.Nel mondo reale i marciapiedi sono a misura di anziani
,bambini, diversamente abili, nella dimensione in cui,invece, viviamo noi
passano per “grandi opere” persino tracciati adatti più a percorsi di
sopravvivenza che ad una vita civile.Evidentemente quando andiamo
all’estero o in altre realtà Italiane più fortunate vediamo tutto ciò
tramite i nostri paraocchi ,non notiamo la sporcizia delle nostre strade in
confronto a quella degli altri paesi,il rispetto per il verde pubblico,
i tram ,i filobus ,i parcheggi ,in confronto al nostro nulla .Una
manciata di opere pubbliche più o meno raffazzonate basta a gettarci il fumo
negli occhi , perfino uno come Sgarbi non può che constatare ,venendo
in visita nella nostra realtà,che siamo in declino ,altro che nuova
fioritura o rinascimento.Nel mondo reale basta l’accusa
di aver fumato uno spinello per stroncare una carriera politica ,
in questa sorta di Matrix invece si votano felicemente notori
cocainomani.Gli appalti vedono la vittoria delle imprese migliori ,di
dovunque
siano, in Europa ,nella nostra dimensione ,invece,vincono sempre ,chissa
perché, sempre gli stessi e sempre gli stessi nomi vincono i concorsi
,come in un ridente ,ameno e corrotto paese delle banane Africano.Nel
mondo reale la politica culturale è innovativa,audace ,feconda ,da noi
esiste solo sulla carta.Nel mondo reale le attività turistiche vengono
incentivate puntando e valorizzando le bellezze artistiche e naturali, da
noi ,nella dimensione parallela si “assaltano” i Parchi e si
dimenticano le potenzialità anche economiche di un territorio ben tenuto.Nel
mondo reale ci si preoccupa dei propri concittadini che viaggiano,nel
nostro Matrix è l’occasione buona solo per l’ennesima promessa elettorale
buona per qualche titolo di giornale e niente altro.Nel mondo reale la
questione morale è ben presente ,da noi no e oggi ne raccogliamo i
frutti.
Cittadini per l’Ulivo”Velletri fuori dalla palude” circolo Volontè
febbraio 21 2005
Carta Ue, sì di Madrid.
Portogallo a sinistra
SEGUE A PAGINA 2
la Repubblica - 21 febbraio 2005
Affluenza bassa, 42 per cento, ma superiore alla preoccupazioni della vigilia. Scontato il risultato: 77 per cento a favore della Costituzione
Europa, dalla Spagna il primo sì
Passa il referendum, Zapatero esulta: "Una democrazia matura e seria"
I popolari accusano: troppa fretta di votare, gli elettori non erano preparati
ALESSANDRO OPPES
MADRID - Zapatero supera l´esame europeo. Più di tre spagnoli su quattro si sono pronunciati per il «sì» al referendum sulla nuova Carta costituzionale, e il livello di astensionismo, alto come previsto, non è stato tale da sottrarre rilevanza politica al risultato: la partecipazione - con 14 milioni di cittadini che sono andati alle urne - ha superato il 42 per cento, solo poco al di sotto delle Europee dello scorso anno. «Oggi nessuno ha perso», ha asserito il capo del governo presentandosi raggiante davanti ai giornalisti al Palazzo della Moncloa alle dieci e mezzo di sera. «Ha vinto l´Europa, ha vinto la Costituzione europea, ha vinto la Spagna». Il premier ha ricordato come, sin dall´inizio del mandato, il suo impegno sia stato quello di «portare la Spagna nel cuore dell´Europa». Un´operazione che, appena un anno fa, non sembrava all´ordine del giorno a Madrid, dove José Maria Aznar governava esaltando l´alleanza transatlantica con l´America di George W. Bush e mettendo veti all´approvazione della nuova Carta fondamentale della Ue.
Per questo José Luis Rodríguez Zapatero aggira tutte le macchinose interpretazioni di risultati e percentuali ed esprime una sola convinzione: «L´appoggio alla linea europeista del nostro governo è stato molto ampio. Ora è il momento di sentirci soddisfatti come paese. Quella di oggi è stata un´espressione di democrazia matura e seria».
Soprattutto, Zapatero raggiunge l´obiettivo che si era prefissato convocando la consultazione popolare primo fra tutti i leader dell´Europa comunitaria: aprire il cammino ai partner della Ue, dando l´esempio di un paese che non ha reticenze nell´esprimere la sua adesione ai principi dell´Unione, a un´Europa «della pace, della solidarietà e della tolleranza». Un entusiasmo che porta il premier ad affermare: «Noi spagnoli oggi abbiamo fatto storia in Europa».
Il rapporto di forze non dovrebbe lasciare spazio ai dubbi: 76,5 per cento ai «sì», 17,5 per cento ai «no».
Eppure le polemiche non sono mancate, anche all´interno degli schieramenti. Così, alla reazione entusiastica del Psoe, i popolari, anch´essi favorevoli al «sì», replicano appigliandosi alla scarsa partecipazione per concludere che quella di ieri è stata una giornata negativa per il premier Zapatero. Il presidente del Pp Mariano Rajoy insiste sul tasto della «partecipazione molto bassa», attribuendone la responsabilità al capo del governo per la sua «precipitazione» nel convocare il referendum. Il governo, secondo Rajoy, avrebbe dovuto «fornire più informazioni agli spagnoli»: «Zapatero ha voluto essere il primo in Europa, un modello per gli europei, ma questo livello di partecipazione non è un modello per nessuno». Un rilievo al quale il premier replica ricordando che sull´astensionismo ha influito il fatto che, in nessun momento, è stato in dubbio il successo dei «sì» con ampio margine: «Non c´era competizione», ha detto Zapatero, spiegando così che molti elettori possono aver pensato che non fosse indispensabile la loro partecipazione.
Al capo del governo, inoltre, il leader del Partito popolare rinfaccia che lo schieramento del «no» era guidato proprio da alcune forze politiche che sostengono l´esecutivo socialista: da Izquierda Unida, il cui leader Gaspar Llamazares si è felicitato con quei «due milioni e mezzo di spagnoli che hanno votato progressista», agli indipendentisti catalani di Esquerra Republicana guidati da Josep Lluis Carod Rovira, convinto che il sì all´Europa mette in pericolo la sussistenza stessa della Catalogna.
Un´idea condivisa probabilmente anche da parecchi elettori del Paese Basco, dove la percentuale dei «no» è stata nettamente superiore alla media nazionale, nonostante i nazionalisti del Pnv, che governano la regione con Juan José Ibarretxe, avessero fatto campagna - seppure senza eccessiva convinzione - a favore della Costituzione Ue. Un risultato che lascia trasparire l´esistenza, tra gli elettori baschi, di una forte componente ancora legata alle posizioni di Batasuna, il braccio politico dell´Eta dichiarato fuorilegge, che in queste settimane si era chiaramente espresso per il «no».
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A zapatero la palma dell´europeismo
DAL NOSTRO INVIATO ANDREA BONANNI
MADRID - Il plebiscito degli spagnoli in favore della Costituzione europea non spiana la via della ratifica finale da parte degli altri 21 Paesi che ancora devono approvarla. Ben più insidiosi ostacoli sono in agguato. Però consegna a Madrid la palma dell´europeismo, che un tempo spettava di diritto a Roma. La nostra classe politica, divisa sia a destra sia a sinistra sulla questione europea, ha avuto paura di chiamare i cittadini a pronunciarsi sulla Costituzione.
SEGUE A PAGINA 3
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LO SCENARIO
I paesi che decidessero di non ratificare la Costituzione potrebbero essere invitati a uscire
Madrid si prepara a chiedere l´esclusione di chi vota no
Cresce l´autorità del premier spagnolo nell´Unione
Il cammino Congratulazioni a Zapatero e al suo popolo Ci hanno indicato il cammino per costruire un´Europa più forte
Il futuro Gli spagnoli hanno detto sì al futuro. Un segnale forte per tutti gli altri concittadini chiamati a votare nei prossimi mesi
(SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
DAL NOSTRO INVIATO ANDREA BONANNI
Né è riuscita a compensare la rinuncia al referendum con la celerità dell´approvazione parlamentare. Berlusconi aveva promesso che saremmo saremmo stati i primi a ratificare la Costituzione firmata a Roma. Arriveremo, se va bene, quarti. Dopo la Lituania, l´Ungheria, la Slovenia e, appunto, la Spagna.
E tuttavia il referendum spagnolo è ugualmente importante perché conferma che ancora oggi, mezzo secolo dopo il Trattato di Roma, la costruzione europea continua ad essere una corsa ad esorcizzare i fantasmi dei vecchi egoismi nazionali. Per mesi, quando alla guida della Spagna c´era Aznar, il negoziato tra i governi per arrivare al testo finale della Costituzione si era bloccato sulla questione del ridimensionamento dei voti spagnoli in sede di consiglio dei ministri. Madrid non voleva cedere una piccola posizione di privilegio che aveva conquistato con il trattato di Nizza; non voleva adeguarsi ad avere un peso corrispondente a quello della propria popolazione. Ne faceva una questione di Interesse Nazionale con le maiuscole. La Polonia si era accodata.
E il drammatico muro contro muro che ne era seguito aveva fatto fallire la conclusione dell´accordo sotto presidenza italiana.
Poi Aznar è caduto. Zapatero ha ceduto senza discutere sulla questione dei voti. L´accordo si è fatto. E oggi gli spagnoli hanno approvato con più di tre quarti dei voti un testo che per mesi il governo di Madrid aveva considerato iniquo, oltraggioso, improponibile, suscettibile di scatenare la rivoluzione in patria.
La storia dell´Europa è tutta segnata da questi fantasmi che al ceto politico sembrano montagne insormontabili e che poi si dissolvono come neve al sole. E´ stato così per la sovranità sul carbone e sull´acciaio, per i diritti doganali, per gli aiuti di stato, per le valute nazionali, per i controlli alle frontiere. E´ ancora così per la politica estera, per gli eserciti nazionali, per il coordinamento delle fiscalità: ostacoli che neppure questa costituzione è riuscita a lasciarsi alle spalle.
Si potrà discutere se il 42 per cento di partecipazione al voto sia una percentuale adeguata alla posta che era in gioco. Il dato sfiora le più rosee aspettative del governo spagnolo. E comunque portare alle urne più di 14 milioni di cittadini su una questione difficilmente comprensibile, che non era controversa e il cui esito era dato ampiamente per scontato, rappresenta un´impresa di tutto rispetto.
A partire da domani, Zapatero potrà prendere la parola nei consessi comunitari e parlare di Europa con una credibilità che nessun altro capo di governo sarà in grado di contendergli. Non il francese, che deve ancora affrontare un referendum molto più problematico. Non il tedesco, che non potrà contare su un suggello popolare alla sua vocazione europeista. Non l´italiano, che ha preferito evitare il ricorso alle urne. E certo non Tony Blair, che da tutti i sondaggi vede profilarsi un massiccio «no» al referendum che pure ha convocato in Gran Bretagna.
In particolare, come ha lasciato intendere anche il vice-premier Pedro Solbes nell´intervista a Repubblica, da domani Zapatero potrà esigere dagli altri partner dell´Unione che il processo di integrazione previsto dalla Costituzione vada avanti comunque, con quelli che ci stanno, perché su quel processo si è pronunciato in modo inequivocabile il popolo spagnolo.
E´ questo infatti l´interrogativo cruciale intorno a cui girerà la politica europea nei prossimi due anni. E´ possibile che l´eventuale «no» alla ratifica da parte di qualche Paese, magari deciso per poche decine di migliaia di voti referendari come è già accaduto in passato per Irlanda e Danimarca, paralizzi un processo in favore del quale si sono pronunciati milioni di altri europei? Oppure la scelta, legittima, di non ratificare la Costituzione pone automaticamente chi la fa al di fuori del processo costituente sancito dalle urne e dai parlamenti degli altri Paesi? E´ un problema su cui gli euroscettici, sempre pronti ad accusare l´Unione di scarsa legittimità democratica, farebbero bene ad interrogarsi. Ed è un problema a cui Zapatero ieri ha già dato indirettamente una risposta. l sì degli elettori spagnoli, ha spiegato commentando i risultati, non è stato solo alla Costituzione, ma all´Europa. Ne consegue che il «no» che nei prossimi mesi potrebbe venire da paesi come la Polonia, la repubblica Ceca, la Gran Bretagna e perfino la Svezia, non sarebbe il puro e semplice rifiuto di un Trattato, ma una scelta di autoesclusione dall´Unione.
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l´unione europea
Il Portogallo sceglie la sinistra
Gli exit poll annunciano una vittoria record per i socialisti di Socrates
Paragonato a Zapatero il nuovo leader è in realtà un moderato più vicino a Blair
Mai tanti voti a un solo partito dai tempi del conservatore Cavaco Silva
DAL NOSTRO INVIATO OMERO CIAI
LISBONA - Un risultato storico per i socialisti portoghesi quello che annunciavano ieri sera i primi exit poll delle elezioni amministrative. Il Ps guidato da José Socrates avrebbe infatti conquistato la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. La prima proiezione, alle otto ora locale (le nove in Italia), attribuiva al partito socialista fra il 45 e il 49 per cento dei suffragi, e da un minimo di 124 a un massimo di 136 seggi. Il totale dei deputati in Parlamento è di 230, dunque sia il risultato minimo che quello massimo coincidono con la maggioranza assoluta. Se il dato verrà confermato il neo leader sarà anche il primo socialista a ottenere un consenso tanto ampio come quello toccato, in passato, soltanto a un leader conservatore, quel Cavaco Silva che riuscì a governare il Portogallo per due volte consecutive con la maggioranza assoluta dei seggi tra la fine degli anni Ottanta e la prima metà dei Novanta. I socialdemocratici - che qui sono il partito conservatore - toccano fondo con il loro peggior risultato in assoluto. La forchetta della prima proiezione gli attribuisce tra il 25 e il 29 per cento dei voti e una settantina di seggi. Mentre tra i partiti minori ha buon gioco l´estrema sinistra del "Bloque" che raddoppia voti e seggi. Tutto sommato moderata l´astensione, intorno al 30 per cento, ma sensibilmente minore rispetto alle precedenti elezioni quando aveva sfiorato il 40 percento. Tra gli incidenti di percorso, curioso, quello capitato al veterano ex presidente Mario Soares, censurato dalla commissione elettorale per aver rilasciato una dichiarazione di voto a meno di 500 metri dal seggio.
Così i socialisti tornano al potere dopo le due brevi parentesi di José Manuel Durao Barroso, che abbandonò la carica di primo ministro per occupare il posto di Romano Prodi alla Commissione europea, e di Pedro Santana Lopes, ex sindaco di Lisbona e sostituto di Barroso alla guida dei conservatori. E lo fanno con un leader, José Socrates, che neppure i portoghesi conoscono granché bene. Giovane ministro dell´Ambiente nei governi socialisti di Antonio Guterres (1995-2001), Socrates è stato eletto segretario socialista appena quattro mesi fa sull´onda del rinnovamento dei quadri politici e per mettere fine alla faide interne di un partito che sembrava ormai condannato all´opposizione. Nato a Oporto nel 1957 è stato spesso paragonato al nuovo premier socialista spagnolo, Zapatero, ma è un parallelo che regge forse solo sul piano dello stile. Socrates, infatti, è dirigente socialista dell´area liberal, molto più vicino, nei programmi, ai laburisti di Tony Blair che alla Moncloa. Non è contrario alla guerra in Iraq, né ha promesso di ritirare il contigente militare portoghese. Non vuole sentir parlare di matrimoni gay, né di adozioni per le coppie omosessuali. Né, tantomeno, scontrarsi con la chiesa locale. Sul fronte delle libertà civili ha parlato soltanto di un referendum per depenalizzare l´aborto nell´ultimo paese della vecchia Europa dove, come nella cattolica Irlanda, l´interruzione della gravidanza è pratica che si svolge illegalmente. Divorziato, con due figli di nove e undici anni, è considerato un pragmatico piuttosto moderato che è riuscito a prevalere più per l´inconsistenza dell´avversario, il leader conservatore Santana Lopes non è mai stato davvero nella partita, che per il suo programma, tutto sommato abbastanza prevedibile.
Alle ansie dei portoghesi Socrates vuole rispondere con ottimismo e moderazione proponendo il suo "choc tecnologico", un pacchetto di misure da applicare subito a favore delle nuove tecnologie, della scienza e della ricerca. Se basterà o no per cambiare l´andamento dell´economia - il Portogallo vive da tre anni una fase di profonda stagnazione produttiva - non si sa, ma è certamente un programma più seducente per gli elettori di quello socialdemocratico incentrato sull´abbattimento della spesa pubblica e l´austerità. Con un deficit pubblico che balla intorno al 5% del prodotto interno lordo, la disoccupazione in crescita, esportazioni e domanda interna in calo, il Portogallo non è solo il paese più povero dell´area dell´euro è anche quello che rischia di perdere il treno.
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Ds Milano - Rassegna stampa
La riforma del risparmio e lo scontro su Bankitalia
di SALVATORE BRAGANTINI
dal Corriere Economia - 21 febbraio 2005
Dopo i grandi crac e un anno di polemiche va oggi in aula alla Camera la riforma del risparmio. Molti i punti controversi, dalla governance ai rapporti banca-impresa, dal mandato del Governatore alle norme penali. Le famiglie sono disorientate: due terzi della ricchezza sono investiti in modo iper prudente.
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Scandali & Regole
Troppi abusi di potere delle maggioranze
E’ questo, scrive Salvatore Bragantini analizzando la legge sul risparmio, il problema principale in Italia. Il ddl contiene molte vistose lacune
Il disegno di legge sul risparmio che va in aula alla Camera pare scritto non da quattro, ma da mille mani e dovrebbe venir assoggettato a quel «bagno in Arno» che il ministro Rocco fece fare al Codice del 1942; i suoi estensori, poi, hanno spesso abbandonato il criterio di legiferare «per principi», indulgendo a minute prescrizioni più adatte alla regolamentazione secondaria. Non si può che elevare un robusto invito perché in aula si recuperino unità di intenti, di criteri e di lingua (possibilmente italiana). È necessaria un’altra premessa, per onestà intellettuale: mi pare che le recenti vicende dimostrino che una famiglia, per quanto forte, non regge, nel lungo termine, come azionista di comando di una grande impresa o perché a un certo punto trucca le carte (Parmalat, Ferruzzi) o perché le sue esigenze finiscono per prevalere su quelle dell’impresa (Fiat e altri). L’abuso del potere della maggioranza è il problema che in Italia dobbiamo affrontare, non quello delle minoranze che si mettono di traverso. Magari qualche investitore di minoranza significativa avesse avuto modo di condizionare le decisioni dell’azionista di comando in tanti casi recenti! Vediamo i punti principali del testo e, di necessità, più quel che va cambiato, che i punti di consenso. Corporate governance. È giusto prevedere rappresentanti delle minoranze nel consiglio di amministrazione, nonché membri indipendenti, mentre è sbagliato chiedere che almeno un membro del consiglio di gestione, nelle società a struttura dualistica, sia indipendente, trattandosi, appunto, di un organo di gestione. Bene anche la presidenza del Collegio Sindacale al rappresentante della minoranza; quanto alle operazioni con parti correlate, la soglia di 100.000 € oltre la quale serve l’approvazione del cda va alzata, magari a 1 milione €, ma non abolita: a questo punto i consigli si occuperanno in permanenza di operazioni con parti correlate? Vorrà dire che qualcuno comincerà a domandarsi se non stia sbagliando qualcosa.
Il ddl prevede una «lista nera» di Stati, dalla scarsa trasparenza contabile; i gruppi che abbiano controllate in quegli Stati, o che siano controllati da società lì operanti, dovranno adottare speciali cautele nel redigere i propri conti. È un modo di responsabilizzare i cda e di dissuadere dal ricorrere a tali strutture, in genere motivate dal risparmio sulle imposte, ma che possono causare problemi tipo Parmalat. Fra i criteri per identificare tali Stati va però inclusa la non partecipazione ad accordi di cooperazione internazionale per scambi di informazione fra autorità di vigilanza. Bene l’allocazione di responsabilità anche al dirigente che prepara i conti, destinata a sensibilizzare un complice necessario di qualsiasi truffa, copiata dalla «Sarbanes-Oxley» degli Usa.
Rapporti banca/impresa. I limiti di credito, rapportati al patrimonio bancario, previsti finora per chi detenga una partecipazione superiore al 5% nella banca, vengono estesi a chi svolga presso la banca «funzioni di amministrazione, direzione e controllo»; bisognerebbe aggiungere all’elenco anche i partecipanti a patti di sindacato. A proposito di questi patti, e non solo per le banche, la loro liceità, purtroppo ormai sancita, dovrebbe almeno portare all'obbligo di informare il mercato delle decisioni assunte in quella sede.
Rimane la previsione di un tetto ai crediti da parte di una banca a soci, amministratori etc., parametrato all’investimento da essi effettuato nella banca stessa: così, maggiore l'investimento in una banca, maggiore il credito concedibile da parte di questa. Non va bene, bisognerebbe invece adottare altri tetti, magari sul peso del credito concesso dalla banca sul totale del credito; bisognerebbe inoltre includere fra le operazioni «sorvegliate» anche i collocamenti di titoli, emessi da società dei soggetti di cui sopra.
Perché, poi, esentare da tali limiti banche popolari e di credito cooperativo le cui, a volte piccolissime, dimensioni non diminuiscono certo il rischio di incidenti sgradevoli? Qui andrebbero inclusi gli amministratori e i detentori di partecipazioni comprese fra lo 0,5% e il 2%. Alla luce di recenti vicende si potrebbe anche considerare di «mettere sotto la lente» gli acquisti di partecipazioni rilevanti in una banca, effettuati grazie a finanziamenti da altra banca, che prende in pegno i titoli acquistati. Il nostro sistema creditizio è già abbastanza ingessato dai suoi mille intrecci, per aggiungerci anche questo.
Norme di correttezza per gli intermediari. Qui si nota una certa tendenza ad abbandonare la legislazione per principi, scendendo sul piano più «regolamentare»: detto questo, vanno bene le norme che preannunciano «muraglie cinesi» fra le banche e le società di gestione del risparmio da esse controllate, nonché per predisporre strutture autonome nelle banche, deputate ai servizi d’investimento. Finalmente diventa necessario il prospetto per obbligazioni bancarie e prodotti assicurativi: speriamo non sia prematuro elevare una prece per il vecchio sistema, che ha reso così onorati servigi al sistema.
Rapporti fra Consob e società di gestione di mercati. Tali società, come Borsa Italiana, potranno chiedere l’ammissione a quotazione del titolo sul proprio listino, che sarà disposta da Consob. Questa inoltre determinerà a quali condizioni possano essere quotate società sottoposte a direzione e coordinamento di altre società, ai sensi della «Vietti»; qui è bene ricordare che la premessa della quotazione è l’autonomia di gestione e acqua e fuoco non stanno insieme.
Autorità di vigilanza. Giusto prevedere provvedimenti pubblici e motivati, ma attenzione alla scappatoia, lasciata aperta, sui casi in cui è possibile derogare a tali principi; può diventare la breccia di Porta Pia. Buona anche la vigilanza sulla trasparenza delle condizioni contrattuali di banche, assicurazioni e fondi pensione, trasferita a Consob; resta invece in condominio con Bankitalia, nonostante i fondi non possano fallire, la vigilanza sui fondi comuni, il che crea oneri aggiuntivi e confusione operativa.
Mandato del governatore e antitrust bancario. Il ddl demanda la definizione della durata del mandato alla Banca centrale, che ha perso l'occasione per precedere sul tempo il legislatore e ora deve inseguire. Sulla seconda la competenza finale passa ad Antitrust, sentita Bankitalia, che può suggerire di autorizzare certe operazioni, per motivi di stabilità. Questo almeno par di capire da un testo mal scritto e barocco, che però forse va preso così; ciò sia per la delicatezza del sistema bancario (ma anche le assicurazioni toccano la stabilità, eppure lì si è andati giù piatti, Antitrust deve solo sentire Isvap), sia per la mutazione genetica subìta dall’Antitrust a seguito dell’attribuzione della competenza sul conflitto di interessi, testimoniata dalle due recenti, contestatissime, nomine. Il conflitto d’interessi è veramente una jattura!
Norme penali. Solo un tocco di cipria sulle brutture del regime vigente dall’autunno del 2001; peccato, basterebbe recuperare il testo messo a punto dalla commissione Mirone nella scorsa legislatura, che ripuliva le sbavature del vecchio testo e consentirebbe una onorevole via d’uscita per la maggioranza. Perché non pensarci?
Salvatore Bragantini
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Ds Lombardia - Rassegna stampa
Banalità e impunità
PIERO RICCA
Busto Arsizio, , tarda mattinata - Convegno sulla giustizia. Dialogo fra il ministro Castelli e il signor Ricca.
Trascrizione testuale.
Castelli: "… e sulla riforma del codice civile stiamo lavorando …"
Ricca: "… e della prescrizione di Previti quando ne parliamo?"
Castelli: "Ecco con le solite banalità …".
Ricca: "D’accordo, ma mi dia una risposta! Che mi dice delle leggi per l’impunità dei potenti?"
Castelli: "Le faccio i miei complimenti per l’originalità!"
Moderatore: "Il dibattito è nel pomeriggio … lei non può …".
Ricca: "Io ho fatto un’osservazione critica, in democrazia si può".
Castelli: "E meno male che siamo in democrazia, così anche gli stupidi possono parlare …".
Ricca: "Lei è il ministro dell’impunità dei potenti e dell’accanimento verso i deboli".
Castelli: "Lei è un ignorante!".
Ricca: "Studi legge prima di fare il ministro della Giustizia".
Castelli: "Ma allora venga lei qui a parlare, mi dice che cosa ne sa lei? Che studi ha fatto?".
Ricca: "Io ho imparato la libertà da giudici morti contro il terrorismo e contro la corruzione!".
Castelli: "Mi dica che studi ha fatto? Lei è un ignorante!".
Ricca: "Io non sono ministro della giustizia, dov’è ha studiato la giurisprudenza? Su Topolino?" (mentre le guardie mi portano via per la consueta identificazione…).
Ricca: "Evviva i servi padani di Previti e Dell’Utri!"www.centomovimenti.com/
Università e ricerca, lo scontro arriva alla camera
La contestata riforma Moratti domani in aula. E riparte la protesta: si bloccano lezioni e esami. Il 2 sciopero
Una settimana che si annuncia cruciale. Numerose le mobilitazioni cui hanno aderito tutte le organizzazioni e i sindacati dei docenti insieme agli studenti
IAIA VANTAGGIATO
Approda lunedì alla camera - dopo essere stato approvato dalla commissione cultura - il tanto contestato disegno di legge delega sullo statuto giuridico dei docenti universitari. Una controriforma da sempre nella bufera. Gli atenei infatti tornano a mobilitarsi per una settimana che si annuncia cruciale non solo in parlamento. Mozioni, prese di posizione di presidi, senati accademici, consigli di facoltà e assemblee di docenti e studenti stanno organizzando un pacchetto di iniziative destinato a culminare - il 2 marzo prossimo - in uno sciopero generale dei docenti e in una manifestazione nazione a Roma. L'obiettivo è quello di contrastare la messa a esaurimento del ruolo dei ricercatori e sostenere la differenza tra tempo pieno e tempo definito nonché una riforma dei concorsi che preveda la netta distinzione tra reclutamento e avanzamento di carriera. Praticamente tutte le organizzazioni e i sindacati dei docenti hanno aderito all'iniziativa: Adu, Andu, Apu, Cisal-università, Cisl-università, Cnru, Firu, Flc-Cgil, Snals-università, Sun e Uilp-Ur. Senza appello le accuse al provvedimento Moratti che «mortifica l'università pubblica, rinnega l'autonomia universitaria, precarizza la docenza e disconosce il ruolo dei ricercatori».
Critica nei confronti del provvedimento anche la Conferenza dei rettori che non più di tre giorni fa aveva ribadito la necessità di affrontare la revisione dello statuto giuridico dei docenti con una legge ordinaria e non attraverso il ricorso alla solita legge delega.
Dell'ipotesi dello stralcio, in realtà, si era già parlato: Moratti - intervenendo ai lavori della commissione cultura - aveva lasciato intendere di essere disposta alla trattativa: stralciare la parte di ddl relativa ai ricercatori e sottoporla a legislazione ordinaria. Per ora una mera dichiarazione d'intenti che deve ancora essere supportata da dichiarazioni ufficiali in parlamento. Una ipocrisia contro la quale Ds e Margherita hanno risposto giovedì abbandonando i lavori della commissione prima del traghettamento definitivo della riforma nell'aula di Montecitorio. Lo stesso presidente della commissione, il forzista Ferdinando Adornato si è mostrato consapevole e imbarazzato dalla inconsistente forzatura morattiana, e ha promesso di investire della questione Pierferdinando Casini.
In attesa della battaglia parlamentare, e aspettando il 2 marzo, intanto si riaccende la mobilitazione. Già a partire da lunedì con l'occupazione simbolica di alcuni rettorati, lunedì alle 11 si inizia con quello di Salerno. Seguiranno un sit-in di fronte al parlamento e numerose altre iniziative decise dai singoli atenei. Tutto si concentrerà tra il 21 e il 25 febbraio, fino all'interruzione della didattica e al blocco degli esami del 2 marzo. Una protesta che cresce anche on line, perché aumentano di ora in ora le adesioni dei ricercatori a una petizione da presentare al presidente della Camera Casini lanciata nei giorni scorsi dal Coordinamento dell'assemblea di ateneo dell'univesità di Salerno. Mentre la settimana scorsa circa 500 precari dell'Enea (che si sono costituiti in Rdb) hanno protestato davanti la sede di Roma dell'istituto per chiedere maggiori garanzie occupazionali e diritti sindacali. Una protesta alla quale il direttore generale Giovanni Lelli ha risposto chiamando la polizia.
I ricercatori precari dell'Università della Calabria, perenni «cervelli in fuga», hanno protestato in piazza a Rende vicino Cosenza contro il ddl Moratti sventolando i propri passaporti.
Ad arroventare un clima di per sè già caldo ci ha pensato anche una nota resa nota nei giorni scorsi dal ministero dell'Università. La ministra Moratti infatti ha chiesto agli atenei di bloccare i concorsi. Un atto dovuto secondo il Miur per mettere in ordine al caos che si respira negli atenei anche dopo il decreto legge che fissa al 31 marzo la data entro cui le università devono trasmettere al ministero i dati sul loro fabbisogno.www.ilmanifesto.it
urne, alle urne
La legge sul risparmio non passa, le norme sulla competitività nemmeno, il mandato d'arresto europeo neppure, la riduzione delle tasse (quella vera) è un sogno, così come il dimezzamento della disoccupazione, il pullulare dei cantieri, il taglio drastico della criminalità e l'aumento delle pensioni minime a tutti gli aventi diritto e il resto del bengodi previsto dal mitico Contratto con gli Italiani. Ma ora finalmente si capisce perché: il Parlamento ha cose ben più urgenti da fare. Per esempio, la dura lotta contro i vincoli imposti dal noto bolscevico Napoleone Bonaparte nell'editto di Saint Cloud, nel lontano 1804, contro le sepolture a domicilio.
La norma, tipica del dirigismo comunista e già stigmatizzata a dovere da Ugo Foscolo nei «Sepolcri», è stata finalmente abrogata dalla Camera con 281 voti su 292, una maggioranza così ampia che non si ricordava dall'ultimo aumento di stipendio dei parlamentari. Decisivo l'intervento dell'on. Donato Lamorte (An). Viene così soddisfatta un'esigenza - quella di seppellire il caro estinto nel giardino di casa o di sistemarne l'urna sul comodino da letto - particolarmente sentita dai cittadini. Soprattutto da uno, sempre il solito: il Cavalier Bellachioma.
Chi mai poteva avere la pensata di costruirsi un mausoleo funerario nel parco della sua villa? Lui. Non contento dei privilegi di cui gode da vivo, vuole conservarli pure da morto. E, dopo tante leggi ad personam, s'è fatto una legge ad cadaverem, mandando in prescrizione Saint Cloud. Non che Lui preveda di averne bisogno a breve, anzi: la rigogliosa ricrescita ricorda la peluria del bimbo paffuto della Sangemini e rappresenta un ritorno all'infanzia (ora si attendono con ansia il primo dentino da latte, il primo vagito con la parola «mamma», i primi gattonamenti a quattro gambe, la prima mazzetta alla maestra d'asilo e così via). Ma il nostro, si sa, è un tipo previdente. Si porta avanti col lavoro.
Dall'altroieri il mausoleo di Arcore - unica grande opera di questo governo - diventa legale: potrà finalmente entrare in funzione, ospitando le prime salme berlusconiche disponibili, a oltre dieci anni dall'inaugurazione. Fu agli inizi degli anni 90, infatti, che il capolavoro fu ultimato, ancorché condannato all'inutilizzabilità dal sovietico editto. Il Cavaliere ne fu talmente orgoglioso da invitare appositamente a pranzo Indro Montanelli, allora direttore del Giornale, per mostrarglielo in anteprima. Non gli disse nulla, prima: fu una sorpresa. Dopo pranzo, bevuto il caffè, spalancò la porta-finestra della villa che dà sul parco, et voilà: coup de theatre. Il vecchio Indro si ritrovò di fronte, sul prato all'inglese, quel falansterio in stile egizio grondante simboli massonici ed esoterici. E restò senza fiato.
L'opera è del celebre scultore toscano Pietro Cascella, colui che poi presentò Sandro Bondi al Cavaliere, propiziandone la conversione al culto arcoriano (le sue responsabilità, dunque, vanno ben oltre il semplice mausoleo), con la collaborazione straordinaria della moglie, Cornelia Von Der Steinen. E, naturalmente, con i preziosi consigli del Presidente Architetto, che mette becco dappertutto.
Quando si riebbe dalla visione, Montanelli domandò cosa diavolo fosse quel monumento, piuttosto insolito per le brume della Brianza (gli esperti parlano di uno stile «assiro-milanese», con evidenti influssi della scuola architettonica di Gardaland). Silvio spiegò che si trattava del suo mausoleo funerario e avviò la visita guidata, che poi divenne per Montanelli l'argomento di conversazione prediletto con gli amici. Scesero lo scalone in granito, entrarono nel sancta sanctorum e Silvio squillò: «Ecco il mio sarcofago». Indro pensò a un qualcosa di ornamentale, al massimo a un pezzo da museo trafugato da qualche parte, viste le usanze della casa. «No - lo interruppe il cicerone - questo è il sarcofago in cui io sarò sepolto». Trovando l'idea davvero carina e ritenendo di aver già visto troppo, Montanelli fece per uscire. Ma Silvio lo fermò. «Dove vai? C'è ancora il bassorilievo!». Opera della Cornelia, su progetto di Berlusconi, esso contiene scolpiti gli oggetti che il Faraone di Arcore intende portare con sé nell'aldilà quando verrà la sua ora: un cesto di pane e uno di frutta (pranzo al sacco), un pacco postale sigillato con ceralacca dal contenuto misterioso, un mazzo di chiavi (casomai San Pietro ne fosse sprovvisto) e un telefono cellulare (per le telefonate urgenti). Pensando di aver visto proprio tutto, Montanelli si rivolse verso l'uscita, ma fu ancora una volta bloccato: «Indro, dove vai? C'è ancora il cerchio dell'amicizia». Fu così che Silvio lo introdusse nella seconda sala, tutta circondata di loculi a parete. I primi cinque già preassegnati, con targhetta d'ottone e nome del destinatario: Silvio, Paolo, Confalonieri, Previti ed Emilio Fede. Tutti gli altri ancora liberi. Silvio indicò il sesto: «Lì, Indro, se vorrai farmi questo grande onore, io avrei pensato a te…». La prospettiva di trascorrere l'eternità fra Previti e Fede agghiacciò il vecchio Indro. Che, fatti i debiti scongiuri, si divincolò con uno dei suoi lampi di genio: «Domine, non sum dignus…». E scappò via. http://banane.splinder.com/
Lo tsunami della speculazione si abbatte ora sui sopravvissuti
Le agenzie internazionali riportano della commozione dei due ex presidenti americani, Clinton e Bush senior, in questi giorni in Thailandia per coordinare gli aiuti internazionali alle vittime dello tsunami. Vengono descritti quasi in lacrime dopo l'incontro di oggi con i piccoli orfani dell'immane tragedia.
Non sappiamo se le autorità thailandesi gli abbiano parlato del nuovo dramma che sta coinvolgendo migliaia di poveri sopravvissuti, in gran parte pescatori, che prima dell'onda maledetta vivevano -per loro sfortuna - lungo coste ad alta intensità turistica. La storia la racconta oggi l'inglese "Financial Times" e si può riassumere così: da khao lak al gruppo delle isole Andamane sotto controllo thailandese il governo impedisce ai vecchi abitanti di tornare nelle aree dove vivevano e di ricostruirsi le case.
Sì, perchè adesso su quelle terre lunghe le coste hanno messo gli occhi i grandi speculatori fondiari ed edilizi che hanno fiutato il business: grandi villaggi turistici, strutture alberghiere e così via, grandi affari insomma, complici le autorità locali e il fatto che in Thailandia milioni di persone lavoravano e vivono da sempre in case senza precisi titoli di proprietà, ma per una sorta di usocapione. Basandosi su questa confusione il governo centrale ha deciso di proibire agli abitanti delle coste di ricostruirsi la casa se non presentano un titolo di proprietà sul terreno. Il che equivale - puramente e semplicemente - a cacciarli via.
Il quotidiano britannico racconta di dure proteste da parte degli abitanti dei villaggi e delle comunità locali già provati dai lutti e dalla perdita dei loro averi. Ma il business è business e il valore di quelle terre sta crescendo a vista d'occhio. Altro che solidarietà con i poveri sventurati colpiti dall'onda maledetta o di difesa del fragile ecoambiente costiero: in Thailandia quello che non ha fatto lo tsunami adesso lo stanno facendo i grandi speculatori terrieri con l'accordo del governo di Bangkok. Completano l'opera.
E allora ci chiediamo: che fine hanno fatto l'Onu, gli enti umanitari, i governi di quei Paesi che hanno chiesto ai loro cittadini di partecipare alla gara di solidarietà internazionale? E, soprattutto, a chi andranno i miliardi di dollari raccolti fin'ora?
In Thailandia siamo di fronte a un nuovo dramma, non lasciamolo passare sotto silenzio! Chiediamo conto a chi gestisce gli aiuti ai paesi colpiti dall'onda anomala.
Redazione Megachip
Time, gli Usa hanno avviato negoziati segreti con gli uomini di Saddam
di red.
Gli Stati Uniti hanno avviato negoziati segreti con rivoltosi sunniti in Iraq, per tentare di riportare la pace nel cosidetto triangolo sunnita a nord di Baghdad, l'area in cui le elezioni del 30 gennaio sono state generalmente snobbate.
Lo scrive il settimanale Time nel numero in edicola domani, secondo cui diplomatici e ufficiali dei servizi segreti americani stanno negoziando, segretamente, con gruppi di rivoltosi sunniti in Iraq. Time ha incontrato alcuni dei sunniti che hanno partecipato ai due primi incontri, e il settimanale ha ottenuto la conferma da fonti del Pentagono che hanno chiesto di non essere citate.
L'amministrazione del presidente George W. Bush -ricorda il settimanale- ha sempre escluso qualsiasi negoziato con quelli che vengono definiti i terroristi islamici o i nostalgici del regime dell'ex presidente Saddam Hussein.
Ma secondo le fonti citate dal settimanale esiste «un canale alternativo» di comunicazione con alcuni dei rivoltosi, soprattutto ex fedelissimi di Saddam.
Il perché è tutto sommato facile da capire: visti i risultati delle elezioni di fine gennaio, catastrofiche per i sunniti, gli Stati Uniti non vogliono escludere dalla costruzione del nuovo Iraq una delle minoranze più importanti del paese, lasciando il veto soltanto ai contatti con gli esponenti dell'ex regime più coinvolti o di un certo spicco.
Incontro in una cantina nella zona verde di Baghdad
I contatti sono stati due, uno dei quali si è svolto nelle cantine di un palazzo nella zona verde di Baghdad, quella controllata dagli Stati Uniti, con tutti i palazzi ufficiali. Da un lato c'era un ex dignitario di Saddam, un uomo di mezza età, accompagnato dal rappresentante di un gruppo nazionalista di insorti. Di fronte a loro c'erano due militari americani. Il primo, un ufficiale, si limitava a prendere appunti. Il secondo, in abiti civili, ascoltava le richieste degli insorti per ottenere una tregua.
La discussione non è mai andata al di là di considerazioni generali, ma prima di lasciare la riunione, uno dei due iracheni ha detto ai suoi interlocutori «siamo pronti a lavorare con voi». Non c'è stato nessun contatto, invece, almeno a conoscenza del settimanale, tra gli Stati Uniti e gruppi islamici come quello che fa capo al giordano Abu Mussab al Zarqawi, considerato l'uomo di al Qaida in Iraq.
Il modello il Sinn Fein
Secondo il settimanale americano, la strategia avviata dagli ex di Saddam si ispira dai repubblicani d'Irlanda del Nord, cioè combattere sì, ma nel contempo negoziare. «Il modello -scrive Time- è il Sinn Fein, l'ala politica dell'Ira, l'esercito repubblicano irlandese, che alla fin fine ha ottenuto un ruolo politico per l'Ira nel processo di pace nord irlandese».
Che cosa vogliono ottenere gli insorti pronti al negoziato? La garanzia che il paese non diventerà un teocrazia di tipo iraniano o un Iraq in mano a dirigenti che hanno vissuto per quasi tutta la loro vita all'estero.
E poi: un calendario per il ritiro delle truppe americane (che Washington rifiuta di dare), con l'ipotesi di accettare una forza di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, ed eventualmente la presenza di basi americane, sul modello di quello che esiste in Germania e in Giappone.
Nessun vero risultato per il momento
Time, infine, rimane prudente: questi negoziati sono proprio agli albori e non è detto che diano risultati, anche perchè non piacciono affatto ai leader -soprattutto sciiti e curdi- che guideranno il futuro governo dell'Iraq, il primo scaturito dalle urne. «Gli elettori ci hanno dato un mandato chiaro: di attaccare questi rivoltosi, non di negoziare con loro», ricorda per esempio Humam Bakr Hammoudi, uno dei principali analisti sciiti unita.it
Migrazioni: la diaspora pone le condizioni
Gli albanesi originari della regione montenegrina di Malesija, presso Podgorica, ora residenti negli USA, sono pronti ad aiutare il loro Paese natale alla condizione che il villaggio di Tuzi venga dichiarato municipalità. Hanno voce in capitolo: 80.000 albanesi originari di questa regione, il doppio di quelli che attualmente vi risiedono, vivono negli Stati Uniti
Tuzi, presso il confine con l'Albania Di M.C – Vjiesti
Selezionato a cura di Le Courrier des Balkans e tradotto a cura di Osservatorio sui Balcani
Se Tuzi divenisse municipalità gli "albanesi d'America" sarebbero pronti ad investirci dieci milioni di dollari, ha dichiarato Xhemal Nikaj, Presidente dell'organizzazione non governativa Trojet. Quest'ultimo ha sottolineato che, durante un suo soggiorno negli Stati Uniti, i rappresentanti delle organizzazioni che riuniscono gli albanesi originari della regione di Malesija, gli hanno fatto sapere che la creazione di una municipalità era un requisito fondamentale per avviare gli investimenti.
"Mi è stato fatto sapere che questo non sarebbe che un inizio. Questi investimenti serviranno sia a bloccare l'esodo degli albanesi dal Montenegro, sceso secondo l'ultimo censimento del 2% rispetto al censimento precedente, sia a creare un gran numero di nuovi posti di lavoro nella regione".
L'associazione "Malesija" di New York e "Velika Malesija" di Detroit si occupano principalmente di azioni umanitarie, ma sono anche interessate alla congiuntura politica in Montenegro ed al rispetto dei diritti degli albanesi, in particolare a quelli della popolazione residente in Malesija.
Queste associazioni hanno l'intenzione di presentare le loro proposte e rivendicazioni presso le istituzioni statali ed ai partiti che rappresentano gli albanesi. "Non siamo del tutto soddisfatti del lavoro portato avanti dalle istituzioni montenegrine" afferma Xhemal Nikaj, che aggiunge poi che il problema risiede anche nella mancanza di un livello culturale adeguato della popolazione.
Nikaj riporta inoltre che queste due associazioni hanno effettuato lo scorso dicembre una donazione di 50.000 dollari alle famiglie più povere della regione della Malesija e che mettono a disposizione regolarmente borse di studio ad una ventina di studenti che studiano in lingua albanese a Tirana, Scutari, Pristina e Podgorica.
"Siamo concordi sul fatto che il più grosso problema per risolvere le questioni riguardanti i diritti delle minoranze sia il fatto che i partiti nazionali albanesi non abbiano alcuna piattaforma politica comune ma, e questo è inconcepibile, propongono spesso soluzioni differenti tra loro". Le due associazioni si oppongono inoltre al fatto che una popolazione non-albanese inizi a risiedere in Malesija poiché ritengono che facendo così si cerca di fare degli albanesi una popolazione minoritaria nella regione. Sono inoltre contro la mancanza di trasparenza nella vendita dei terreni e l'intenzione delle autorità di costruire in zona dei villaggi per operai su terreni privati. In America vivono circa 80.000 albanesi originari di quella regione, cioè il doppio degli attuali abitanti, e per questo occorre prendere le loro richieste in modo molto serio, in particolare perché hanno la consapevolezza che tutti i progetti importanti di questi ultimi 40 anni sono stati realizzati grazie al loro sostegno di emigranti. www.osservatoriobalcani.org
Azerbaigian, democrazia ereditaria
Nonostante l’ingresso nel Consiglio d’Europa, la situazione dei diritti umani in Azerbaigian è preoccupante. E l’occidente deve schierarsi. In una regione sempre più vicina all’Europa.
Con l’apertura all’ex “blocco sovietico”, il processo di allargamento dell’Unione europea si avvicina sempre più ad una regione che sinora non ha goduto di molta considerazione in Europa: il Caucaso. Dopo che l’opposizione democratica in Georgia ha costretto al ritiro Chevarnadze con la Rivoluzione delle Rose, sono cresciute le attese per una prossima distensione anche in Armenia e Azerbaigian. Una cosa è certa: lo sviluppo della tanto auspicata democratizzazione in Azerbaigian trova scarsa attenzione in Europa, sebbene dal gennaio 2001 il paese faccia parte del Consiglio d’Europa, l’organizzazione che veglia al rispetto dei diritti umani in 46 paesi della “Grande Europa”. L’adesione venne ottenuta nonostante le irregolarità avvenute nelle elezioni parlamentari del 2000 in considerazione dell’avvicinamento agli standard europei e degli sforzi precedentemente fatti. Le condizioni poste erano il rilascio dei prigionieri politici ed il rispetto delle libertà di opinone e di stampa. Da allora la situazione sottostà a un controllo a lungo termine condotto dal Consiglio stesso. Nell’aprile 2002 l’Azerbaigian ha ratificato la Convenzione europea dei diritti umani, ed in molti speravano che l’avvicinamento e il sostegno dell’Europa allargata potesse portare a nuove libere elezioni.
Una dinastia “democratica”
Le irregolarità nelle elezioni parlamentari del 2000 sono state tali da dover portare a una nuova consultazione nel gennaio dell’anno seguente. Non solo. Anche le presidenziali dell’ottobre 2003 sono state contrassegnate da un’ampia manipolazione elettorale. A partire dalla campagna elettorale, contrassegnata, il 15 e il 16 ottobre, dalla violenta repressione della protesta in piazza dell’opposizione e dall’arresto di centinaia di militanti di questa. Tutto ciò seguito da brogli elettorali al momento delle consultazioni.
L’inizio del mandato di Ilham Aliyev ha dunque ben poco a che veder con gli standard democratici. Va poi considerato che fu proprio nell’ottobre del 2003 che il padre, Heydar Aliyev, si era appena dimesso dalla carica di capo di Stato. L’Azerbaigian offre quindi il primo esempio di riuscita successione ereditaria nell’ex spazio sovietico per quanto riguarda l’incarico di maggior rilievo in una repubblica presidenziale.
Nelle settimane seguenti all’elezione del governo azero si diffusero i timori di un giro di vite sui diritti umani contro gli attivisti dell’opposizione e contro la stampa indipendente.
L’opposizione, i suoi adepti, e larga parte della società civile sono stati intimiditi dalla brutalità della polizia e dall’arbitrarietà degli arresti. Gli osservatori internazionali hanno raccolto testimonianze di membri dell’opposizione costretti a lasciare il proprio partito, di più di cento licenziamenti dovuti a questioni politiche e di persecuzioni a danno dei familiari dei militanti dell’opposizione.
Se la rassegnazione prende il sopravvento
Da quando Ilham Aliyev si è insidiato al governo, l’intervento statale nell’economia non cessa di aumentare e il livello di democratizzazione non fa che diminuire. Ha agito esclusivamente per salvaguardare il proprio potere e ha proseguito l’instaurazione del regime politico di stile sovietico ereditata dal padre.
Pagare chi collabora con la polizia potrà accrescere la sicurezza, ma anche l’arroganza di questi apparati. Per la maggioranza degli azeri divenire complici del governo è il miglior modo per superare le difficoltà economiche e per provvedere ogni giorno alla propria famiglia. Le conseguenze della povertà si riflettono poi sul tasso di emigrazione, vista da molti come l’unica alternativa per poter lavorare. Gli azeri contano una popolazione attiva di 8,2 milioni di persone di cui, secondo le statistiche, ben 2 milioni lavorano in Russia. Accanto all’emigrazione dettata da motivi di lavoro e di carattere economico, negli ultimi anni vi è anche chi ha abbandonato il paese per motivi politici. Non vi è spazio per riforme economiche e del diritto, e i progressi attesi vengono smentiti dai fatti di tutti i giorni. Le speranze riposte su di un progresso democratico, che la popolazione azera aveva collegato con l’ingresso del paese nel Consiglio d’Europa e l’attenzione manifestata da parte dell’Europa al momento delle elezioni, sta cedendo il passo ad un clima di rassegnazione generale.
Solo un interesse maggiore da parte del pubblico occidentale può esercitare un influsso rilevante sugli affari interni di paesi autoritari, tuttavia interessati a legarsi con l’occidente o obbligati ad appoggiarvisi.
Una politica più limpida e più aperta da parte dell’Europa in considerazione delle violazioni dei diritti umani e della crescente corruzione, si rende come minimo necessaria. Così come necessario è vincolare il conferimento degli aiuti ad accertate condizioni di rispetto e promozione della società civile. In modo da accelerare lo sviluppo verso uno Stato di diritto in Azerbaigia www.cafebabel.com/it/
Corea: le due facce di Rumsfeld
Randeep Ramesh
Donald Rumsfeld, segretario alla difesa statunitense, faceva parte tre anni fa del consiglio d'amministrazione di un'azienda che vendette due reattori nucleari alla Corea del Nord - un paese che ora considera parte dell'asse del male e che è stato messo in lista d'attesa per un cambio di regime da Washington a causa dei suoi piani di costruire armi nucleari.
Rumsfeld era amministratore non esecutivo della Abb, un gigante
dell'ingegneria europeo con sede a Zurigo, quando questa si aggiudicò un contratto da 200 milioni di dollari per la progettazione e la fornitura di componenti chiave dei reattori. L'attuale segretario alla difesa fece parte del consiglio d'amministrazione dal 1990 al 2001, guadagnando 190 mila dollari all'anno. Lasciò il posto per entrare nell'amministrazione Bush.
Il contratto per il reattore faceva parte della politica con cui Bill Clinton cercava di persuadere il regime nordcoreano ad entrare in rapporti costruttivi con l'occidente.
Il contratto per la vendita di tecnologia militare fu di alto livello. L'allora capo esecutivo della Abb, Goran Lindhal, fece visita alla Corea del Nord nel mese di Novembre del 1999 per annunciare "il vasto accordo di cooperazione di lungo periodo" tra la Abb e il governo comunista.
L'azienda aprì anche un ufficio a Pyongyang, la capitale del paese, e l'affare fu chiuso un anno dopo, nel 2000. Nonostante tutto ciò, l'ufficio di Rumsfeld ha affermato che il segretario alla difesa non "ricorda che esso [contratto] fosse stato mai sottoposto al consiglio d'amministrazione".
In una dichiarazione al settimanale americano Newsweek, Victoria Clarke, portavoce di Rumsfeld, ha sostenuto che "non ci fu alcun voto sulla cosa". Un portavoce dell'Abb ha dichiarato al Guardian ieri che "i membri del consiglio d'amministrazione erano al corrente del progetto che avrebbe fornito sistemi ed apparecchiature per reattori ad acqua leggera".
Solo pochi mesi dopo che Rumsfeld ebbe assunto il suo incarico, il presidente George Bush mise termine alla politica di coinvolgimento e negoziato perseguita da Clinton sostenendo di non fidarsi della Corea del Nord, staccando la spina alla diplomazia. Pyongyang fece presente che la sua reazione sarebbe stata quella di costruire missili nucleari. Fu annunciata allora la revisione della politica americana e si interruppero gli sforzi tesi alla costruzione di fiducia reciproca, che erano un fattore chiave della politica di contenimento di Bill Clinton.
Nel Gennaio del 2002, l'amministrazione Bush aveva inserito la Corea del Nord nell'asse del male assieme ad Iraq e Iran. Se poteva esservi alcun dubbio sull'atteggiamento della Casa Bianca verso la Corea del Nord, esso fu risolto da Bush, che dichiarò al Washington Post: "Odio Kim Jong-il [leader della Corea del Nord]".
Il successo delle campagne in Afganistan e Iraq hanno rafforzato lo status di Rumsfeld a Washington. Due anni dopo aver lasciato la Abb, Rumsfeld considera la Corea del Nord un "regime terrorista sull'orlo del collasso" pronto a far proliferare armi nucleari. Nel corso di un incontro diplomatico nel periodo natalizio fece presente che gli Stati Uniti avrebbero potuto combattere due guerre allo stesso tempo - un chiaro riferimento al conflitto imminente con l'Iraq. Dopo la caduta di Bagdad, Rumsfeld disse che Pyongyang avrebbe dovuto trarre "le conclusioni appropriate".
I critici del linguaggio bellicoso dell'amministrazione verso la Nord Corea sostengono che il problema non fu il supporto da parte di Rumsfeld al piano diplomatico di Clinton e al contratto dell'Abb, ma il fatto che non "avesse preso posizione contro di essa". "Si potrebbe supporre che gli interessi economici e personali abbiano avuto priorità rispetto alla non proliferazione", affermò Steve LaMontagne, analista del Centro per il controllo degli armamenti e la non-proliferazione di Washington.
Molti membri dell'amministrazione Bush riconosciutamente si opposero ai piani di Clinton, dicendo che dal genere di reattori ad acqua leggera venduti dalla Abb si sarebbe potuto ricavare materiale nucleare adatto alla produzione di armi. Wolfowitz, vice di Rumsfeld, e Richard Armitage, diplomatico numero due del dipartimento di stato, si opposero entrambi al contratto come aveva già fatto Bob Dole, candidato alla presidenza repubblicano, la cui campagna elettorale fu organizzata da Rumsfeld e per il quale faceva anche da consigliere alla difesa.
Un membro del consiglio d'amministrazione della Abb che preferisce mantenere l'anonimato ha dichiarato alla rivista Fortune che Rumsfeld faceva attività di lobby presso i suoi amici falchi per conto della Abb.
Il pacchetto di misure di Clinton mirava a ridurre la tensione nella penisola coreana fornendo petrolio e reattori nucleari ad acqua leggera per ottenere l'accesso di ispettori agli impianti nucleari di Pyongyang e lo smantellamento dei suoi reattori nucleari ad acqua pesante, che producono plutonio adatto all'uso in armi. I reattori ad acqua leggera sono conosciuti come "resistenti alla proliferazione" ma, secondo alcuni esperti, non "anti proliferazione".
Il tipo di reattori che il contratto della Abb riguardava producono plutonio che deve essere raffinato prima di poter essere usato in armamenti. Un deputato americano, critico del regime nordcoreano, descrisse i reattori come "fabbriche di bombe nucleari".
La Corea del Nord espulse gli ispettori l'anno scorso e a gennaio si è ritirata dal trattato contro la proliferazione nucleare, mentre più o meno allo stesso tempo l'amministrazione Bush concedeva 3 milioni e mezzo di dollari per far avanzare il progetto di reattore della Abb.
Si ritiene che la Corea del Nord si sia dichiarata pronta a cancellare il suo programma nucleare, smantellare gli stabilimenti nucleari e far entrare ispettori nel paese, ma in cambio di garanzie di sicurezza e di aiuti preventivi da parte degli Usa.
Bush insiste ora nel dire che negozierà un nuovo accordo con Pyongyang solo dopo che il suo programma nucleare sarà stato cancellato. Washington crede che fornire aiuti sarebbe come cedere al "ricatto" di Pyongyang e quindi incoraggerebbe altri stati "canaglia" a sviluppare armi di distruzioni di massa.
Z-Net.it
Ricordo che a suo tempo si manifestò per la liberazione di Stefio, Agliana e Cupertino.
Ricordo che ci furono delle perplessità e anche qualche comprensibile mal di pancia tra coloro che erano contrari alla guerra. Mal di pancia pesantemente stigmatizzati in seguito dagli stessi che, più tardi, avrebbero rovesciato palate di fango sulle due operatrici di "Un ponte per" successivamente rapite e liberate.
Ripensavo a quei mal di pancia guardando il blog di Salvatore Stefio che, nel frattempo, si è fatto Cavaliere Templare e la cui ex immagine di disoccupato costretto ad andare in Iraq per la pagnotta ha subito più di un'incrinatura.
Scrive Stefio, in un post intitolato "La forza della Libertà":
I pilastri della Libertà sono:
Fede e Patriottismo.
La Fede è una emanazione visibile della grandezza di Dio, dove gli Uomini, identificandosi nel Cristo, si verticalizzano nella comprensione di Dio.
Il Patriottismo è l’emanazione visibile della grandezza della Nazione, dove gli Uomini, identificandosi nella Bandiera, si verticalizzano nella comprensione del Mondo.
Queste due verticalizzazioni, assumono l’immagine di due pilastri che supportano il peso della Libertà.
La Fede ed il Patriottismo sostengono la Libertà, ne sono elementi fondanti e necessari.
Vi invito a commentare questo mio pensiero, ritenendolo utile alla crescita culturale di una visione neocon per l’Italia, o meglio neopat (neopatriottica).
Evvabbe', commentiamolo.
Si è tentati (per quella differenza antropologica di cui parlava Occhetto) di non soffermarsi su questo genere di cose: l'idea di maramaldeggiare su affermazioni che non sono, evidentemente, frutto di un uomo di pensiero, è di quelle che mettono a disagio.
E tuttavia sospetto che cedere alla tentazione non sia una buona idea. Questa è la visione del mondo di uno che in Iraq ci è andato, e non armato di taccuino o di medicine e buona volontà. Ci è andato con le armi a testimoniare l'esistenza di un'Italia che, per quanto si faccia fatica a prenderla sul serio, esiste e si sente rappresentata da questo governo e da questa politica.
La domanda sorge spontanea, direi: ma ce ne sono ancora di italiani che lavorano "nella sicurezza", in Iraq? Lo sappiamo? Ci sono dati, informazioni?
Io so solo che, mentre le "due Simona" sono state quasi linciate da mezza Italia, non mi risulta che nessuno alzi un sopracciglio di fronte alle suggestive teorie di uno Stefio.
L'Italia di sinistra, si sa, è parecchio snob.
Solo che poi i risultati sono questi:www.ilcircolo.net/lia/
Abili e (non) arruolabili
Uganda, l’esercito arruola gli ex bambini soldato. La società civile si oppone
Nell’esercito nazionale ugandese c’è un reparto diverso da tutti gli altri per il passato che accomuna i suoi componenti.
I militari lo chiamano Unità 105. I membri delle organizzazioni umanitarie e della società civile ugandese e internazionale lo conoscono come il battaglione degli ex-bambini soldato. Ovvero di tutti quei giovani che la crudele milizia del Lord’s Resistance Army (Lra), da quasi vent’anni impegnata in una guerra per il potere contro il governo ugandese, ha rapito e poi arruolato tra le sue file, e che la società civile ha riscattato.
Negli ultimi giorni L’Unità 105 è tornata a far discutere governo e organizzazioni umanitarie. Queste ultime si oppongono al fatto che agli ex-piccoli combattenti, la maggior parte dei quali è stata costretta a commettere e a subire ogni tipo di atrocità durante il periodo di cattività, vengano date di nuovo un’uniforme e un’arma per tornare a combattere, anche se dalla parte del governo.
Il quale si è difeso, sostenendo che forse la soluzione migliore sta proprio nel dar loro un lavoro come militari, piuttosto che lasciarli vagabondare per le strade.
La questione dei bambini soldato è, in Uganda del nord, una piaga sociale che negli anni ha assunto i connotati di una crisi umanitaria. L'Lra, capeggiato dal visionario ribelle Joseph Kony, ha completamente destabilizzato i villaggi settentrionali del Paese, massacrando decine di migliaia di persone (c’è chi dice 100mila), e rapendo almeno 20mila bambini. A questi viene insegnato a saccheggiare, uccidere, torturare la popolazione civile, o in alternativa a diventare a loro volta vittime. I racconti di chi di loro riesce a fuggire o viene catturato dalle forze dell’esercito regolare ugandese sono raccapriccianti e le ferite psicologiche sono spesso difficilmente curabili.
Per questo motivo un recente rapporto delle Nazioni Unite e dell’Unicef condannano la decisione del governo ugandese di trasformare ex-bambini soldato in soldati veri e propri, e di mandarli al fronte a combattere nuove guerre. Raggiunto nel suo ufficio della capitale Kampala da PeaceReporter.net, il maggiore dell’esercito ugandese Shahban Bantariza ha spiegato il perché di una tale scelta: “I ragazzi che hanno combattuto con i ribelli dell’Lra hanno vissuto sulla loro pelle l’orrore. Questo è fuori discussione. Ma che dovremmo fare, una volta che i nostri uomini li catturano e li riportano nel mondo civile? Lasciarli in mezzo alla strada a chiedere l’elemosina o, peggio, a derubare? Quelli non sanno fare nulla, nessuno li vuole, non hanno futuro. Vivono in un mondo fatto di incubi, che li estranea dal resto della gente. Si sentono sicuri solo se hanno un’arma in mano e qualcuno che si prende cura di loro. Per questo li reintegriamo e poi li arruoliamo”.
Ma come vengono reintegrati? “Devono frequentare un 'corso di rinnovamento' di quattro mesi – continua Bantaruza – poi entrano a far parte dell’Unità 105. Li teniamo tutti insieme perché quello che hanno vissuti li rende uniti. Quando sono pronti li mandiamo al fronte a combattere”.
Il problema posto da operatori umanitari e psicologi è che dare un mitra in mano a un ex bambino soldato con un passato di violenze e di odio potrebbe essere un pericolo, per lo stesso giovane e per la popolazione civile. “Questo non è un problema – commenta secco il Maggiore – il nostro esercito è molto duro contro certe pratiche. Se un militare commette atti di violenza contro civili viene giudicato dalla Corte Marziale e giustiziato pubblicamente. E poi nessuno può impedire a un ragazzo che abbia compiuto almeno 18 anni di età di entrare nell’esercito”.
L’età è uno dei problemi sollevati da chi si oppone al reclutamento degli ex bambini soldato da parte dei militari di Kampala. Interpellata da PeaceReporter.net a riguardo Fortunate Ssewankambo, portavoce di World Vision (una ong impegnata nel recupero psicologico e sociale dei piccoli miliziani riscattati o fuggiti dall’Lra), sostiene che molti ragazzi dichiarino il falso sulla propria effettiva data di nascita. “Dicono di essere maggiorenni, ma in realtà hanno sedici anni o anche meno – commenta la donna – hanno bisogno di un lavoro e di mangiare. Spesso loro stessi non conoscono la propria età, non avendo mai avuto una carta d’identità e non essendo mai stati registrati. Ma il problema è un altro. Parte di questi ragazzi sono figli delle violenze carnali subite dalle donne ad opera dei miliziani. Sono nati in cattività, hanno visto e commesso cose abominevoli e ora vivono nel rimorso, anche se sono stati costretti a farlo. Questo li rende psicologicamente fragili. Come possono tornare a imbracciare un'arma?”.
La sua posizione è condivisa dall’Unicef, secondo la quale la vita militare non solo non aiuta ad alleviare il peso dei ricordi, ma rischia di accentuarlo. “Ognuno è libero di entrare nell’esercito, ma c’è un lasso di tempo che corre tra la vita da miliziano nel bush e quello di militare nell’esercito regolare che va preso in considerazione”, ha detto a PeaceReporter.net il portavoce
dell’organizzazione, Chulho Hyun. “Questo periodo è soggettivo, non può essere prefissato. E non può durare quattro mesi, che sono fin troppo pochi”.
Pablo Trincia www.peacereporter.net
Mentalità da perdenti o alleanze occulte?
COMUNICATO STAMPA
BRAGAGLIO (DS): VANIFICATA UNA BATTAGLIA CONDOTTA DAL CENTRO SINISTRA CONTRO LA LEGGE SUL TERRITORIO PER L'ASSENZA DI DUE CONSIGLIERI DI RIFONDAZIONE
BASTAVA UN SOLO VOTO PER BLOCCARE LA LEGGE
La battaglia condotta in Consiglio regionale dall'intero Centro Sinistra contro la Legge di governo sul territorio ha saputo conseguire alcuni
importanti risultati tra cui quello di limitare drasticamente le possibilità speculative per i sottotetti.
In ogni caso la Legge approvata risulta comunque molto negativa con caratteristiche devastanti per quanto riguarda il governo del territorio.
L'opposizione ha avuto con il voto segreto, in presenza anche di un'area molto estesa di "franchi tiratori", la possibilità di affondare questa Legge con il significato politico straordinario che avrebbe determinato un clamoroso tonfo della maggioranza formigoniana, a fine legislatura.
Dall'esito delle votazioni l'area del dissenso interno alla maggioranza è risultato superiore agli otto voti, ma le assenze di due consiglieri di Rifondazione, a fronte della presenza di tutti gli altri consiglieri di Centro Sinistra, non ha consentito di raggiungere questo importantissimo risultato politico.
La gravità di tale comportamento è tanto più significativa in quanto coinvolge un dirigente di primo piano e si sapeva con certezza il momento del voto conclusivo.
I risultati sono del tutto chiari: 36 voti a favore della Legge, 34 contro, 1 astenuto (che viene conteggiato come voto contrario), quindi 36 a 35.
Bastava un solo voto per bloccare una delle Leggi più negative della politica formigoniana.
Ma quel voto contro la speculazione edilizia e per la difesa del territorio è inopinatamente ed irresponsabilmente mancato.
Claudio Bragaglio
Consigliere regionale DS
caravita.biz
La prima volta che vidi Malcolm
di Wu Ming 1
[21 febbraio 1965 - 21 febbraio 2005. Wu Ming ricorda Malcolm X su L'Unità e, il 27, sull'inserto letterario domenicale di Liberazione, all'interno di un variegato speciale. I prossimi contributi di Wu Ming (1 e 5): "La X di Malcolm e la memoria" (Malcolm letto attraverso Benjamin, o forse viceversa) e "Da Malcolm all'hip-hop passando per Ghost Dog". Tutti i testi saranno disponibili su wumingfoundation.com]
E' possibile scrivere cose non banali su Hajj Malik El Shabazz, alias "Malcolm X", nel quarantennale del suo assassinio? E' possibile buttar giù un articolo di media lunghezza senza mettere in fila clichés e frasi fatte? In Italia? Dove un sacco di gente scrive il suo nome "Malcom"?
La prima volta che vidi Malcolm, non era lui. Lo interpretava un attore, Al Freeman Jr., svariati anni prima di Denzel Washington e Mario Van Peebles. Era una puntata di Radici (seconda serie). Negli anni Settanta, l'evento televisivo per antonomasia. Insieme a Sandokan, lo sceneggiato (così li chiamavamo allora) che più colpì le menti della mia generazione. Alzi la mano chi non ha avuto un compagno di scuola o di oratorio soprannominato "Kunta Kinte" o "Gallo George". Avrò avuto dieci anni, non sapevo niente di Malcolm né di Alex Haley (curatore della sua autobiografia e autore di Roots). Quella puntata non l'ho più rivista, ma ricordo le sequenze una per una. Fu Malcolm a farsi strada tra i miei neuroni.
Quando un attore - qualunque attore - lo interpreta, è come se Malcolm lo possedesse. Persino la parodia si carica di epos. In una sequenza del (brutto) film di Mel Brooks Robin Hood, un uomo in calzamaglia (1993), David Chapelle imita Denzel Washington che fa Malcolm. E' l'unica sequenza che resta incisa nella memoria.
Così, la prima volta che vidi Malcolm, non era lui... però era lui, crepitante d'elettricità.
Eccolo, il cliché: Malcolm è "elettrico". E' "magnetico". Ha "carisma". "Buca lo schermo". E' molto più sciamanico di qualunque rock-star per cui sprecammo l'aggettivo. La sua voce, l'oratoria che fa perdere l'equilibrio (o lo fa riacquistare), il linguaggio del corpo, l'immagine, la presenza... Tutto contribuisce a farlo rimanere nel mondo anche da morto, necessario come un piccolo dio domestico, un Lare, l'antenato che resta ad abitare in un angolo della casa.
In Malcolm, tutto lavora a ghermire l'energia del mondo, trasformarla, distribuirla intorno. Comunica con l'uditorio in modo tanto diretto da scavalcare le barriere del tempo. Son passati più di quarant'anni, eppure quelle registrazioni gracchianti ti afferrano per le spalle e ti scuotono. Quelle parabole e storielle piene di animali, quelle domande retoriche, quei passaggi a "chiamata e risposta"...
Anche l'icona di Malcolm è vivida, vibra, scotta le palle degli occhi. Le sue foto continuano a dirti mille cose, non stanno mai zitte, il sorriso non smette di detonare dalle pagine e dagli schermi. I filmati ti costringono ad alzarti dalla sedia, senti la scossa nei dischi vertebrali.
21 febbraio 1965, Audubon Ballroom di Harlem. Una faida tra neri fomentata dall'FBI stronca la vita del "nostro splendido principe nero", come lo chiamerà Ossie Davis nella sua orazione funebre. Malcolm è stato ucciso, eppure, nel 2005, ancora si fatica a pensarlo morto, tanto che la sua tomba non è meta di pellegrinaggio, al contrario di quella di Martin Luther King. Non viene neppure in mente, che Malcolm abbia una tomba, tanto sembra ancora in mezzo a noi, anzi, sempre più in mezzo a noi.
"La miglior cosa che l'uomo bianco abbia mai fatto per me, è stata farmi apparire come un mostro in tutto il mondo. Perché io posso andare da qualunque parte nel continente africano e i nostri fratelli africani sanno da che parte sto". E' ancora così: quando Malcolm arriva, sai già da che parte sta.
In tutto il pianeta, in un'era di scontri tra grandi imperi guidati da piccoli uomini, la statura di Malcolm continua a crescere. Per tanto, troppo tempo, lo si è ritenuto un semplice "agitatore". Il suo linguaggio diretto e colorito, il linguaggio che tocca il cuore, ha ostacolato la sua rivalutazione come uno dei più importanti intellettuali del XX° secolo. Chi rilascia la patente di "pensatore"?
Lungi dall'essere poco sofisticato, Malcolm è un leader culturale che parla agli umani a venire. Quello che dice non sarà mai "datato". E nemmeno come lo dice. I discorsi di Malcolm sono capolavori di composizione - "composizione spontanea", semi-improvvisazione su un canovaccio. Ogni suo discorso è una storia compiuta di affermazione, auto-disciplina e stile di fronte al nemico. Eri nel fango e ne sei uscito, tutti possono uscirne. La lotta per la memoria è riconquista della dignità. George Washington scambiò un suo schiavo con un barile di melassa, ma tuo nonno non era un barile di melassa. Tuo nonno era Nat Turner. Tuo nonno era Toussaint L'Ouverture. Tuo nonno era il "negro dei campi", pensava alla fuga e a uccidere il padrone. Tuo nonno è quello che non piega la schiena.
E ancora: tu non sei americano. Ho detto: Tu non sei americano. Sei seduto alla tavola degli americani, ma il tuo piatto è vuoto. Non puoi essere un commensale, se non ti permettono di mangiare. Malcolm è oltre l'America, è la prospettiva globale, contro l'autocentrismo yankee. Estende a tutta la diaspora nera il termine "afro-americano", e anticipa il discorso sull'afroatlantismo. Viaggia per le rivoluzioni coloniali armato di cinepresa, ricolloca la propria anima nel Sud del mondo.
Chiudo con un'ultima sciabolata di Malcolm al nodo gordiano del razzismo, rovesciamento del punto di vista che ci parla del nostro presente. "Sono stanco di tutti questi studi sui neri d'America e il 'problema nero'. E' tempo che l'America faccia uno studio approfondito su cosa non va nei bianchi!" Lui pensa ai segregazionisti, al Klan, a J. Edgar Hoover. A noi vengono in mente i seminari sulla Bibbia organizzati da Bush alla Casa Bianca, i discorsi apocalittici, i deliri dei neo-cons, l'offensiva creazionista contro Darwin... Sì, può darsi che Malcolm abbia ragione: dev'esserci un "problema bianco", su questo pianeta.
Condi Rice? Condi Rice è bianca, strano che non ve ne siate accorti.
Malcolm è insieme a noi, oggi più di ieri.
Mio nonno era Spartaco.
Mio nonno era alla Comune di Parigi.
LINKS
brothermalcolm.net
Il sito ufficiale della Malcolm X Estate
malcolm-x.org
malcolm-x.it
Malcolm X: An Islamic Perspective www.carmillaonline.com
"Malattie dimenticate"
di Gianluigi Corbani
Dal nostro corrispondente dalla Gran Bretagna
Cardiff, . Ogni anno diversi milioni di persone che non hanno accesso ad acqua potabile o protezioni efficaci contro insetti e parassiti si ammala di un numero svariato di malattie infettive gravi. Nello stesso anno, un numero imprecisato di persone torna a casa con un partner e si trova in un momento di grave imbarazzo non riuscendo ad avere un´erezione. L´unica differenza tra questi due gruppi sta nella capacità dei secondi di pagare per una cura e nell´assoluta povertà dei primi.
Che preclude loro ogni speranza di potersi permettere farmaci costosi per combattere la loro malattia. Per le prime, fortunatamente, la scienza medica mette a disposizione una cura, il Viagra. Nel secondo caso, la vita si trasforma quasi invariabilmente in attesa della morte.
Le case farmaceutiche giustificano questo stato di cose con gli alti costi che la ricerca impone. 800 milioni di dollari, la cifra spesso citata. In mancanza di un ritorno economico a questo enorme investimento, la ricerca nel campo di malattie terribili e che affliggono l´umanità, come il cancro e le malattie cardio-vascolari, si fermerebbe. Questa almeno la posizione ufficiale.
Nel dossier che pubblichiamo in un "box" dedicato in home page, diviso in tre parti, ci chiediamo se questa giustificazione regga alla prova dei fatti. Se lasciar morire milioni di nostri simili che non possono pagarsi le cure sia il terribile costo da affrontare per poterne guarire altrettanti.
Attraverso una serie di interviste ad esperti, tra Stati Uniti ed Europa, cerchiamo di dare una risposta alla domanda fondamentale: come si può dare una speranza nuova a tutta la moltitudine di nostri simili le cui sofferenze e malattie, come troppo spesso accade, sono state dimenticate.
Gianluigi Corbani
redazione@reporterassociati.org
Gonne e pantaloni
Zio Zanna
Ho rivisitato i musei vaticani la primavera scorsa. La volta precedente fu molti anni fa, qualcuno più di quaranta ormai.
Osservavo, l'anno scorso, le persone. La temperatura era ormai mite, e le ragazze vestivano come vestono oggi: jeans, per lo più, o anche calzoncini corti; e magliette leggere, spesso generosamente scollate o senza maniche. Sembravano non rendersi conto di trovarsi in uno Stato molto particolare: dove regna il Papa e le regole della vita quotidiana sono ben diverse che nel resto del mondo occidentale. Nessuno, in realtà, glielo ricordava: purché pagassero il biglietto potevano comportarsi come in qualsiasi altro paese.
Era molto diverso quarant'anni fa. Quando ci andai quella volta era gennaio. Un gennaio particolarmente freddo, che induceva a coprirsi bene; anche troppo bene, come passo a raccontarvi.
Acquistati i biglietti, io avanti e mia moglie dietro, attraversammo l'ingresso alle gallerie. Avevamo fatto due o tre passi, quando una voce ci bloccò perentoriamente.
-“Lei, signora, non può entrare così”, diceva l'uomo che aveva controllato i nostri biglietti. Ed intanto squadrava mia moglie, scandendone con attenzione la figura. Ci fermammo di botto, senza profferir parola ma guardando con fare interrogativo l'uomo.
- “Le donne non possono entrare in pantaloni”, spiegò imperiosamente. Ed intanto continuava a squadrare mia moglie, come fosse una poco di buono.
In effetti mia moglie aveva provveduto a proteggersi dal freddo indossando dei pantaloni, che facevano capolino sotto l'orlo del cappotto. Che era, peraltro, piuttosto lungo esso stesso.
A questo punto intervenne mia moglie. E fu un intervento risolutore.
-“Ma io ho anche la gonna!”, disse con foga. E mentre parlava sbottonò il cappotto, mostrando che, in effetti, oltre ai pantaloni, indossava una gonna. Mia moglie, come avrete capito, è molto freddolosa; e aveva pensato di proteggersi dal freddo con questo abbigliamento anomalo.
L'uomo guardò mia moglie con gli occhi sbarrati. E, come direbbero gli americani, con la mascella caduta. Esterrefatto, insomma. Era infatti una situazione imprevista, di fronte alla quale non sapeva che pesci prendere. Altro che abbigliamento poco rispettoso. Questa, avrà pensato, ha sì i pantaloni – che sono considerati non consoni al luogo – ma ha anche la gonna. Come faccio a dirle che non può entrare?
Intanto, attratta dal contrattempo, si era radunata una piccola folla. Erano, oltre a qualche altro visitatore che ridacchiava per la situazione tragicomica, gli altri controllori, che avevano capito l'imbarazzo del loro collega. Guardavano, perplessi anche loro, lo strano abbigliamento di mia moglie. Finalmente il più intraprendente tra loro propose la soluzione.
-“Signora, faccia una cosa. Arrotoli i pantaloni finché finiscano sotto la gonna e richiuda il cappotto. E si goda il museo”.
E fu così che, finalmente, potemmo procedere nella visita.ulivoselvatico.org
febbraio 20 2005
Dentro il corteo
Antonio Padellaro
da l'Unità - 20 febbraio 2005
All’altezza di Santa Maria Maggiore la folla che abbiamo davanti e alle spalle è davvero impressionante (500 mila si saprà poi) e con Francesco Rosi ci domandiamo se quelle persone sono tutte di sinistra (come fanno pensare le centinaia di bandiere e di striscioni che ai partiti di sinistra, ai giornali di sinistra e ai movimenti di sinistra fanno riferimento, come è naturale che sia visto che stiamo marciando, noi e il fiume di gente, per la libertà di Giuliana Sgrena inviata del «manifesto» in Iraq). Certo c’è tutta la sinistra ma forse c’è anche molto altro e molto di più, dice Francesco Rosi, convinto, come ha scritto Furio Colombo ieri, che tanto appassionato sostegno passa anche attraverso «lo scatto di un senso profondo di giustizia che sentono in tanti, anche politicamente lontani». Continuiamo a parlare di questo senso profondo di giustizia (cos’è?, dov’è?, perché ne avvertiamo tanto la mancanza?) con Oliviero Beha che politicamente lontano dalla sinistra certamente lo è, eppure sta qui insieme a noi nel corteo per Giuliana giornalista del «manifesto». Forse perché in un corteo di persone come questo, ciascuno cammina manifestando per la giustizia dell’altro ma nel mentre riflette anche sulle tante altre ingiustizie a cui si deve assistere; e (come è umano che sia) pensa soprattutto alla non giustizia che lui stesso deve per qualche motivo subire. Il senso di giustizia di cui parliamo (mentre il corteo sfila ordinato, silenzioso, maturo) non è la legge amministrata nei tribunali. Non è giurisprudenza o un’idea etica astratta. Non è convenienza politica, non è destra o sinistra. Oggi, qui, a Roma, mentre il cielo è indeciso se piovere, ingiustizia è ciò che non è giusto che sia; è ciò che maltratta le persone e la fa stare male; è ciò che guarda non il merito ma il favore; è il privilegio del più forte; è la testa bassa del più debole; è la verità nascosta; è violenza verbale contro chi non è d’accordo; è l’assenza di chi dovrebbe esserci e oggi non c’è.
Dentro il corteo
No, non è giusto che abbiano tolto la libertà a Giuliana, lei che testimoniava ogni giorno per la libertà dell’Iraq con i suoi articoli, la sua passione, la sua forte idea di pace. Non è giusto che si continui a dire che il rapimento di Giuliana dimostra l’esistenza di un terrorismo spietato e quindi la giustezza della guerra in Iraq perché tutti sanno, al contrario, che la guerra in Iraq è arrivata prima e che il terrorismo in Iraq è arrivato poi. Così come non è giusto che il dolore delle persone sia motivo di derisione. Non è giusto che Vittorio Feltri, che non è il giornalista efferato che vuol fare credere di essere, metta su «Libero» il titolo: «I bamba in piazza e Berlusconi paga il riscatto». Perché se oggi Feltri fosse stato qui con noi non avrebbe visto i cinquecentomila imbecilli di cui scrive ma tante persone in ansia (e tra esse, magari, anche qualcuno che vorrebbe leggere «Libero» senza vergognarsi). Non è giusto che Maurizio Belpietro, direttore del «Giornale» della famiglia Berlusconi, ma che conosciamo come professionista corretto, abbia approvato il titolo: «Corteo a Roma, strage in moschea a Bagdad», sapendo benissimo che tra i due eventi non può esistere nesso alcuno: insinuare che chi sfila per la libertà di Giuliana è in qualche modo complice del terrorismo lascia semplicemente senza parole. Non è giusto che il ministro Gasparri, che si ritiene forza di governo, parli della manifestazione aperta dai poveri genitori di Giuliana solo per farci un comizietto indecente sopra. Non è giusto che debbano essere due emittenti private come «Sky» e «La 7» a garantire la diretta della manifestazione, e non la Rai, presente al corteo con i suoi tanti bravi giornalisti venuti a testimoniare, ma solo a titolo personale. Non è giusto che il servizio pubblico sia diventato fino a tal punto asservimento privato. Non è giusto, infine, che la maggioranza politica di questo Paese abbia volontariamente deciso di non esserci ieri in nessun modo, trasformando un grande appello umanitario in una questione di bassa politica.
Di queste e di altre ordinarie ingiustizie parlavamo con Francesco Rosi ricordando le «Mani sulla città», la scomparsa del cinema che racconta la realtà civile di questo Paese e quel radicalismo liberale, intransigente sulle regole, che unisce le brave persone di destra, di centro e di sinistra. Ma anche riflettendo sulle tante cose buone e giuste di questo lungo pomeriggio romano di cui, speriamo molto presto, parleremo con Giuliana, giornalista libera e liberata.
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Un’immensa piazza di pace
Per le strade di Roma 500mila manifestano in silenzio per chiedere la liberazione di Giuliana Sgrena
Solo la destra diserta il corteo. I genitori della giornalista: «Tutta questa gente ci dà una grande forza»
Enrico Fierro
ROMA Se Giuliana potesse vedere questa marea di uomini, donne, giovani e vecchi, bambini in braccio ai padri o spinti nel carrozzino, se potesse vedere questa fiumana di pace che attraversa il cuore di Roma, sarebbe veramente felice. Felice, lei giornalista e pacifista, di aver compiuto un miracolo. Lei è riuscita a riportare in piazza l’intero popolo della pace dopo mesi di silenzio. In piazza forte e unito. Perché qui nel corteo che alle due di un gelido pomeriggio romano parte da Piazza della Repubblica e arriva fino al circo Massimo, c’è la gente che vuole la pace. Quelli che non scendevano in piazza da mesi e mesi e che sembravano aver riposto le bandiere arcobaleno nel triste armadio dei ricordi. Pacifisti, vil razza dannata...Amici di terroristi e decapitatori, nemici dell’Occidente, ottusi che non hanno capito il grande sforzo di chi sta esportando la democrazia nel mondo.
SEGUE A PAGINA 3
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In 500mila per Giuliana e per la pace
La grande manifestazione di Roma: «Siamo in mezzo milione per chiedere: liberatela»
Segue dalla prima
Pacifisti «Bamba» (Vittorio Feltri, prima pagina di Libero di ieri). Illusi, nella migliore delle ipotesi, traditori, nella peggiore, gente guardata con sospetto anche da chi si candida a rappresentare il governo dell’Italia che sarà. Gente che invece è tornata in piazza per liberare Giuliana e per liberare la pace. Gente che è qui con l’idea in testa che terrorismo e guerra sono facce della stessa terribile medaglia. In piazza, senza se e senza ma. Senza polemiche, senza divisioni.
Ma Giuliana Sgrena non è qui, chiusa nella cantina di uno sbrecciato palazzone di Bagdad, privata - lei donna libera - della sua libertà di movimento e di azione, minacciata da uomini armati, terrorizzata, stremata, sola, non potrà vedere le migliaia di uomini e donne che sono scesi in piazza per lei. Quelli del Manifesto, i suoi colleghi e compagni di una vita, avevano previsto 200mila partecipanti, alla fine, quando Luciano Castellina comincia a parlare dal palco, a marciare sono in 500mila: mezzo milione. La questura di Roma parla di 18mila. E sbaglia ancora una volta.
«Quanta gente...» «Quanta gente, non ci si riusciva a muovere», dice stupito Romano Prodi, che per la ressa è costretto a lasciare il corteo a metà strada. Ma la disputa dei numeri interessa a pochi, quello che conta è che il popolo della pace è di nuovo in piazza, per la fine della guerra e per Giuliana. E per quel vecchio ferroviere ottantenne con un giaccone rosso e un cappello di panno verde in testa. La barba bianca, gli occhi bagnati dalle lacrime dietro gli occhiali, la testa lucida dei suoi vent’anni, quando era partigiano in Val D’Ossola e combatteva la sua prima grande battaglia per la libertà. È con sua moglie Antonietta, le loro mani si toccano mentre reggono lo striscione che apre il corteo: «Liberiamo la pace, Giuliana, Florence, Hussein, tutti gli ostaggi e il popolo iracheno». Accanto a loro Pier Scolari, il compagno della giornalista. Tutti gli affetti di Giuliana. E qui bisogna fermarsi un attimo, prima di riprendere a parlare del corteo, per riflettere su quante cose il dramma di questa donna racconta all’Italia intera.
Il sequestro di Giuliana parla di affetti e di famiglia. Un padre vecchio che quando dice «mia figlia» si commuove. Ma poi riesce a ritrovare la fredda lucidità del ferroviere di sinistra che ha combattuto mille battaglie. Un simbolo, un pezzo di umanità e di storia italiana, che tutti i politici presenti abbracciano con rispetto e affetto. Fausto Bertinotti gli stringe la mano e piange. Guglielmo Epifani gli dà una pacca sulla spalla. Piero Fassino lo saluta. «Io sono un vecchio partigiano, so cosa vuol dire combattere per la libertà. Per questo non me la prendo col popolo iracheno, gli chiedo solo di aiutarci a liberare mia figlia Giuliana», dice ai mille cronisti che lo avvicinano. L’intera manifestazione abbraccia commossa questa famiglia quando dal palco Luciana Castellina, sempre fiera, sempre bellissima, annuncia che papà Franco e mamma Antonietta sono lì. E c’è Pier, il compagno. «Pier, aiutami, tu che mi sei stato vicino in tante battaglie aiutami...». Le parole che Giuliana ha pronunciato nel video girato dai suoi aguzzini le ricordano tutti. Con commozione, con timore per la sorte di quella donna, ma anche con un pizzico d’invidia per la forza di quel legame evocato che è fatto di affetto, di stima reciproca, di condivisione di idee, progetti, futuro.
Pier, un nodo alla gola. Lui, Pier, è esausto. Parla con tutti. Dal grande network straniero alla piccola radio militante. «Oggi non riesco ad avere emozioni. Vorrei piangere, ma non mi posso permettere di farlo. Devo organizzare, partecipare, capire, preparare il video che racconta Giuliana, quello che fatto, le cose che ha scritto». Un nodo alla gola, la giacca di velluto verde slacciata, le guance rosse di freddo. E la lucidità dell’uomo abituato a ragionare. «Hai visto che bella manifestazione? Non uno slogan contro Berlusconi e il suo governo, questa è una manifestazione di persone che vogliono la pace, la liberazione di Giuliana e del popolo iracheno. Non è un corteo di parte, ora il governo italiano prenda atto che chi ha vinto le elezioni in Iraq nei programmi elettorali chiedeva che le truppe straniere lasciassero il paese. Questo vuole la gente dell’Iraq e questo è quello che chiede questa piazza».
Folla muta. Piazza composta, a tratti silenziosa, preoccupata per la sorte di Giuliana. «Quanto durerà questo sequestro?». «Ce la farà Giuliana?». «Il governo sta trattando?». Sono questi gli interrogativi che assillano buona parte dei cinquecentomila venuti da tutta Italia. Spesso senza treni o torpedoni organizzati. Da soli. Per portare una testimonianza, un gesto di solidarietà. «Cara Giuliana, non ci conosciamo, ma mi sento di dirti che tu sei mia sorella...». Romeo, cappellino rosso della Cgil in testa e bandiera della pace in mano, ha scritto una lettera a Giuliana Sgrena, viene da Verona e la fa vedere ai giornalisti. I ragazzi della «Scuola popolare di musica del Testaccio», invece, sono infreddoliti. Fermi a pochi metri da Circo Massimo, suonano «Bees you is my woman now», di Gershwin. Sui leggii hanno un cartello scritto col computer: «Giuliana ti aspettiamo».
Tra la folla registi come Mimmo Calopresti e Francesco Rosi, con Nanni Moretti che marcia da solo, attori, i giornalisti dietro lo striscione della «Federazione nazionale della Stampa». Gli striscioni dei giornali di sinistra (Il Manifesto, l’Unità, Liberazione), quello di Emergency, delle Acli, di Legambiente e delle mille associazioni e gruppi che compongono il mosaico della democrazia italiana.
E-mail di pace. E gli studenti del liceo romano Russell che hanno fatto un arcobaleno di pace mettendo insieme mille e-mail. Tutti arrivano al palco, al Circo Massimo. Luciana Castellina parla di Giuliana giornalista e donna di pace. «I giornalisti in Iraq - dice citando un articolo della Sgrena - sono ostaggio di tutti gli effetti perversi della guerra».
Giuliana onorava il suo mestiere applicando le regole semplici dell’andare, vedere, raccontare. «La verità - dice Luciana Castellina - non può essere embedded. Non può esserci un codice militare che dice ai giornalisti cosa debbono scrivere». Ora Giuliana è prigioniera, non può leggere, le impediscono di muoversi, non può parlare, ascoltare, interrogare persone, scrivere storie. «E quando un giornalista non può più fare il suo lavoro vuol dire che la situazione è grave. Perché ogni uomo e quindi ogni giornalista ha il diritto di disporre della sua vita e del suo lavoro». Parole di Anton Prelajo, presidente della Stampa estera in Italia. «Non ho mai visto tante persone sfilare per difendere la libertà dei giornalisti il cui solo torto è quello di fare il proprio mestiere», dice il caporedattore di Libération, il giornale francese di Florence Abenaus che da quattro mesi è desaparecida in Iraq. «Migliaia di morti al giorno non sono la pace». Sono le prime parole di Paolo Serventi Longhi, il capo del sindacato dei giornalisti italiani, «che rifiutano la logica della paura, che non accettano di essere arruolati negli eserciti, che non accettano i tentativi di censura e di omissione nel nostro Paese, dove ci sono finanche le liste dei giornalisti cattivi».
Case sventrate, bimbi feriti. La folla applaude. Ma tace quando il maxischermo proietta le foto che Giuliana Sgrena ha fatto in Iraq. Case sventrate, donne piangenti, bambini feriti, carrarmati che fendono veloci strade polverose, morti, distruzione. La guerra! Sul palco sale Manhaz Bassam, la donna irachena che fu sequestrata insieme a Simona Pari e Simona Torretta. Ha gli occhi scuri e i capelli lunghi e neri. E’ emozionata e dice poche ma importanti parole: «In nome dell’Iraq, vi supplico, in nome della pace, lasciate libera Giuliana Sgrena». Che Simona Torretta conosceva bene. Parla anche lei, e non come ex rapita, ma come donna e operatrice di pace. «Giuliana è la voce di tutti noi, il suo sguardo è sempre stato sulle persone povere e ha sempre dato voce a quelli che sono contro la guerra». Infine, la parola va a Gabriele Polo, il direttore del Manifesto. Da giorni, da quando la sua inviata è stata rapita, non trova pace. E’ tesissimo e legge un bel discorso. «La libertà di Giuliana e la fine della guerra sono collegate. Leggete, leggete i suoi articoli, i libri che ha scritto e capirete che solo se si depongono le armi da tutte e due le parti sarà liberata la pace». Un appello ai rapitori: «Fate sì che Giuliana possa ritornare tra di noi, al suo lavoro, perché possa chiedere la fine della guerra». Poche parole al governo: «Liberate la cittadina Giuliana Sgrena». E qualcuna all’opposizione: «Fate vostre le parole di Giuliana, mettete al centro del vostro programma politico la fine della guerra e il rispetto dell’articolo 11 della Costituzione. Mettete fuori legge la guerra». E infine, un sincero augurio: «Cara Giuliana, quando tornerai nella nostra casa comune, in via Tomacelli, ci siederemo attorno a un tavolo e con un bicchiere di vino in mano ascolteremo le tue storie. Come si fa tra compagni».
La manifestazione è finita, il popolo della pace che si è finalmente ritrovato torna a casa. Nella testa le parole del «Vento dell’Est», la canzone che Ricky Gianco canta dal palco. E il volto struggente di Miranda Martino, che recita una poesia di Pier Paolo Pasolini che parla di Cristo e della sua croce, modulandola sulle note di «Era de maggio». Non c’è musica, Miranda canta a cappella. La gente è muta. Molti occhi sono bagnati. Liberate Giuliana. Liberate la pace.
Enrico Fierro
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Ds Milano - Rassegna stampa
LA LEZIONE SILENZIOSA DELLA PIAZZA
CURZIO MALTESE
la Repubblica - 20 febbraio 2005
La grandiosa manifestazione per la libertà di Giuliana Sgrena, l´inviata di Libèration Florence Aubenas e il suo interprete Hussein Al Saadi, non è stata soltanto una gigantesca prova di solidarietà umana ma anche una bella lezione politica, una boccata d´ossigeno nella miseria provinciale del dibattito nazionale sulla guerra.
LA LEZIONE DELLA PIAZZA
È sceso in piazza un pezzo d´Italia più intelligente, libero e responsabile del teatrino propagandistico che occupa tutti i giorni la scena mediatica.
Per questo in fondo chi non è venuto ha fatto bene: si sarebbe trovato a disagio in una circostanza seria, meglio commentare nel salotto di Vespa.
Non si sono sentiti slogan contro il governo, contro Berlusconi o Bush anche se i ministri e i telegiornali li hanno condannati lo stesso, in contumacia. Nessuno ha bruciato bandiere americane, per la disperazione dei giornalisti di corte. Se c´è mai stato un grande corteo spontaneo, era questo.
Quasi anarchico. Mezzo milione di individui che erano lì anzitutto per cercare di aiutare Giuliana e gli altri prigionieri, per mostrare affetto ai signori Sgrena e a Pier Scolari, alla redazione del "manifesto" e dopo, soltanto dopo, perché continuano a pensare che la guerra in Iraq sia stata un tragico errore, come del resto crede la maggioranza dei cittadini italiani, europei, del mondo intero.
Sarebbe una buona cosa se una giornata come questa servisse a elevare un po´ il tono della discussione sull´Iraq, precipitata in settimana ai minimi storici di decenza politica e giornalistica. Ma a giudicare dalle prime reazioni delle macchiette ministeriali, la speranza è assai fioca. Il governo continua a essere ottimista perché, ha detto Berlusconi, i rapitori «capiranno l´orientamento politico della signora». Insomma, Sgrena è di sinistra e quindi i terroristi non le faranno del male. L´equazione denuncia un delirio ideologico in uno stadio avanzato.
E´ disperante pensare che la lotta al terrorismo sia nelle mani di personaggi così poco lucidi da pensare che un fanatico islamico faccia differenza fra una giornalista pacifista e un soldato, due facce dell´odiato Occidente, tanto più odiato anzi quanto più democratico e "liberal".
D´altra parte perfino il ministro Calderoli non arriva a distinguere i pacifisti di Roma dai kamikaze di Al Quaeda.
In questo clima da parrocchietta affaccendata a piegare il dramma iracheno alle incombenze del voto regionale è stato difficile discutere in Parlamento delle missione militare italiana.
L´alternativa ideologica fra andare avanti così e ritirarsi ha travolto ogni discorso reale e onesto, fondato sulle cose, per esempio sulla natura della missione italiana. Che è militare e non umanitaria, come si vorrebbe.
Dati alla mano, su un miliardo di euro spesi finora, soltanto le briciole (meno del 7 per cento) sono andate ad aiuti umanitari. In un paese dove duecento bambini muoiono ogni giorno per fame e mancanza di medicinali e la condizione dei deboli, delle donne e dei vecchi, è drammaticamente peggiorata dall´occupazione in poi, come si leggeva nei reportages di Giuliana Sgrena per il "manifesto". Il novanta per cento dell´impegno in Iraq se ne va per garantire la sicurezza. Ma è la sicurezza dei militari a venire protetta non quella degli inermi, iracheni e stranieri, come testimonia la terribile contabilità degli attentati e dei rapimenti.
Di questo s´è parlato pochissimo nelle sedi istituzionali, ostaggio di una logica da parata militare, ma molto ieri per le strade di Roma che portavano il fiume di persone al Circo Massimo. Perfino fra chi ha il fucile del ricatto puntato alla tempia, come i genitori e il compagno di Giuliana Sgrena, i colleghi e gli amici del giornale, c´era la voglia di capire accanto all´angoscia e alla paura.
Per i politici presenti è stata un´occasione per immergersi nei sentimenti e nelle ragioni reali che circondano questa guerra, fra le persone normali, normalmente stanche di guerra e di propaganda.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Diritti televisivi: il premier rischia di finire sotto processo
REDAZIONE
Falso in bilancio, appropriazione indebita, frode fiscale e riciclaggio. Questi i reati dei quali potrebbe presto essere accusato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. I sostituti procuratori di Milano Alfredo Robledo e Fabio De Pasquale hanno chiuso il troncone principale dell'inchiesta relativa alla presunta compravendita illegale di diritti cinematografici da parte di Mediaset, l'Azienda del premier.
Secondo quanto si è appresso da diversi organi di stampa i Giudici avrebbero trovato abbastanza materiale per trascinare il Cavaliere in un nuovo processo. Potrebbero finire alla sbarra anche diversi personaggi legati a Berlusconi, tra i quali Fedele Confalonieri.
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Cosa chiede l´Europa al presidente Bush
ROMANO PRODI
la Repubblica - 20 febbraio 2005
Il presidente Bush arriva a Bruxelles dove è ricevuto dalle grandi istituzioni europee: il Parlamento e la Commissione. È il primo presidente americano a compiere questo passo. Cinque anni fa, quando sono stato nominato presidente della Commissione Europea, una visita di questo genere sarebbe stata impensabile. Si continuava a ripetere la celebre battuta di Henry Kissinger su un´Europa della quale non si conosceva neppure il numero di telefono.
Nei miei periodici incontri bilaterali con il presidente americano i primi minuti erano sempre impiegati a spiegare i ruoli e le competenze delle nostre istituzioni. Se oggi il primo grande atto internazionale del presidente Bush dopo la sua rielezione è una visita a Bruxelles è perché l´Unione Europea si è affermata come nuovo protagonista della politica mondiale. Non c´è altro soggetto politico che, nell´ultimo mezzo secolo e, in particolare, negli ultimi dieci anni, abbia avuto tanto successo nell´esportare la democrazia.
COSA CHIEDE L´EUROPA A BUSH
Con l´allargamento dell´Unione abbiamo esteso e garantito un presente e un futuro di pace, di libertà e di sicurezza a 450 milioni di donne e di uomini che diventeranno 500 con l´ingresso di Bulgaria, Romania Croazia. Il negoziato per l´adesione della Turchia, la riconosciuta vocazione europea degli altri paesi balcanici, l´aspirazione a un futuro europeo da parte di paesi come l´Ucraina e la Georgia, sono la testimonianza più forte e concreta del potere di attrazione esercitata dall´Unione Europea.
Ma l´impegno dell´Europa si estende ben oltre questa cerchia di paesi. Con 30 miliardi di euro destinati ogni anno a combattere povertà e sottosviluppo in oltre 160 paesi e amministrati per un quinto dalla Commissione Europea, l´Europa è il maggior donatore del mondo. Con oltre 70mila soldati impegnati sotto le bandiere dell´Onu, della Nato e dell´Unione, dalla Bosnia al Kossovo, dall´Aghanistan all´Africa, l´Europa ha portato e porta un contributo essenziale alla sicurezza internazionale.
Nei miei cinque anni e mezzo di Bruxelles, l´America è stato un punto di riferimento ed un interlocutore costante. In tutti i campi nei quali ha potuto presentarsi unita l´Europa è stata per gli Stati Uniti un partner serio, cooperativo e affidabile: dalla tutela della sicurezza dei trasporti aerei e marittimi ad una collaborazione sempre più stretta nella lotta contro il terrorismo, dalla soluzione di gravi controversie commerciali fino alla cooperazione tra il sistema satellitare europeo Galileo e il Gps americano.
Quest´ultimo caso è particolarmente importante per le sue implicazioni economiche, scientifiche e strategiche. Fino a che i paesi europei sono stati fra di loro divisi nessun accordo è stato possibile e la posizione americana del tutto intransigente. Quando abbiamo trovato una volontà comune e su questa base la Commissione ha potuto negoziare, abbiamo rapidamente trovato un´intesa rispettosa degli interessi e della dignità delle due parti.
Purtroppo questo risultato non si è sempre ripetuto. Sui due grandi temi della difesa dell´ambiente attraverso il Protocollo di Kyoto e della Corte penale internazionale, nessun accordo è stato possibile per le profonde divergenze tra le due sponde dell´Atlantico. L´unità degli europei ha, tuttavia, permesso di portare in porto entrambi i progetti e, cosa non meno importante, di mantenere aperto con l´America un dialogo che, anche in questi campi, darà certamente i suoi frutti nel futuro.
Nella crisi dell´Iraq le cose sono andate in modo diverso. L´Europa si è spaccata e non ha, per questo, avuto la forza di esercitare un ruolo politico attivo. L´Europa disunita non è stata capace né di far valere le ragioni della pace né di svolgere un ruolo di mediazione.
La critica della maggior parte dei paesi europei è stata interpretata dagli americani come un gesto ostile e l´invito alla saggezza come un´espressione di debolezza. In realtà dall´Europa veniva un gesto di amicizia, una spinta a rinunciare ad un´opzione unilaterale con la quale, nella situazione politica di oggi, è impossibile riorganizzare le relazioni internazionali.
Oggi la situazione internazionale sta cambiando, a partire da un Iraq che ha vissuto la grande esperienza delle elezioni e da un Medio Oriente in cui i nuovi governi palestinese e israeliano stanno recuperando prospettive di dialogo che sembravano perdute.
Vediamo allora come lavorare assieme, in un´ottica multilaterale, per rilanciare su nuove e solide basi, il rapporto tra Europa e Stati Uniti. Il viaggio del presidente Bush, reso possibile e preparato da un lavoro comune di tanti anni, equivale, finalmente, ad un pieno riconoscimento del ruolo dell´Unione Europea. Su questa base, ci sono le condizioni per un nuovo, grande accordo transatlantico.
Tale accordo dovrà essere la base di un dialogo euroamericano per esercitare in comune le responsabilità di cui dobbiamo farci carico per la sicurezza, per lo sviluppo, per la stabilità finanziaria, per il sostegno ai paesi più poveri, per l´ambiente. In poche parole, per costruire un mondo più vivibile e civile. Solo l´Europa e gli Stati Uniti insieme lo possono fare. Per tutti questi motivi, anche se non sarò io a riceverlo alla Commissione, voglio esser tra coloro che gli danno un caldo benvenuto nel vecchio continente che sta rinascendo. "Welcome, Mr. President".
Lettera aperta ai girotondi
ANTIGONE*
Salviamo l'Italia dalla salva-Previti e dall'ammazza-Gozzini. Sono i due nomi con cui la «vulgata» giornalistica ha battezzato la famigerata legge «Cirielli-Vitali». Si tratta infatti di una vera e propria controriforma penitenziaria paragonabile, nelle finalità e negli effetti, alla riapertura dei manicomi. La nostra giustizia penale è sempre più una giustizia di classe. Esistono due processi. Uno lento, inefficace e garantista per chi ha mezzi e denari. Un altro veloce, inesorabile e senza garanzie per chi non ne ha.
Le nostre carceri sono stracolme di immigrati e tossicodipendenti. Contro di loro negli ultimi anni si è abbattuta con veemenza la macchina della sicurezza, prima con la privazione del welfare e poi gettandoli nella mischia dell'illegalità. Si tratta di persone che vivono di piccoli espedienti. E sono loro a cadere sotto la mannaia di questa legge. Solo un articolo della Cirielli infatti è sulla prescrizione, tutti gli altri sono sulla recidiva e si ispirano a logiche repressive. L'aumento delle pene e la riduzione all'osso della fruizione dei benefici penitenziari per i recidivi produrranno un effetto ingestibile di sovrapopolazione carceraria.
Per questo diciamo che se dovesse passare non esisterà più la Gozzini. Si tratta di un progetto che presenta al proprio interno norme che sembrano contrastanti ma che in realtà si muovono in una analoga direzione politico-culturale.
La vicenda processuale di Cesare Previti va letta aldilà della sua stretta storia giudiziaria. È la cartina di tornasole di scelte di politica della giustizia che spingono verso il doppio binario. Da un lato il «binario Previti» e dall'altro il «binario Gozzini». Da un lato la norma sulla prescrizione e dall'altro quelle sulla recidiva. Da un lato poche decine di imputati ricchi, dall'altro centinaia di migliaia di imputati poveri. Due giustizie con tempi, modalità e obiettivi profondamente diversi e rigorosamente paralleli: due giustizie che non si incontrano mai. Si amplia la forbice tra chi ha mezzi e chi no.
I primi potranno trovare nel sistema giudiziario le garanzie per evitare la condanna, i secondi subiranno processi rapidi, pene severe, trattamenti carcerari inflessibili. Entreranno in vigore due diversi processi penali. Uno, per pochi, all'americana: indagini difensive, processo a piede libero, cauzione, tempi brevi di prescrizione, assoluzione. L'altro, per tanti, alla sudamericana: riti abbreviati, processi per direttissima, decisioni in contumacia, difese di ufficio, valutazioni sulla persona, condanna, prigione.
La Cirielli-Vitali forse salverà Previti ma sicuramente manderà in galera decine di migliaia di persone per la tolleranza zero contro la micro-criminalità. Si rischia così di avere entro pochi mesi dall'approvazione della legge un affollamento penitenziario oltre ogni limite ragionevole di sopportazione per uno stato democratico. Già oggi i detenuti sono 56 mila per 41 mila posti letto regolamentari. E sono costretti a vivere in spazi inadeguati a una sopravvivenza dignitosa.
Si respira tra gli operatori un'aria di rassegnazione. Vi è un educatore ogni 100 detenuti. Per un imputato che si salva migliaia saranno senza speranza.
Per questo noi siamo convinti che l'Italia va sì salvata dalla salva-Previti ma soprattutto dall'ammazza Gozzini.
Salvarne uno per colpirne centomila? Per questo vorremmo unire le nostre sacrosante indignazioni e far sì che si parli oltre che dell'impunità di uno anche dell'assenza di speranza per i centomila. Pertanto vi chiediamo che nei vostri appelli per la democrazia vi ricordiate di quei centomila - immigrati, tossicodipendenti, marginali - che sono il vero e confessato obiettivo della Cirielli. Su questo siamo disposti a lottare insieme.
* Stefano Anastasia
Patrizio Gonnella
Mauro Palma www.ilmanifesto.it/
Università e porti, le priorità del Sud
Alla vigilia della due giorni di Napoli, promossa dall’Unione sui temi del Mezzogiorno, l’economista mette in luce le criticità del Meridione e ricorda il documento della Margherita a Torino.
di RAFFAELLA CASCIOLI
«Il Sud non è mai stato una priorità per questo governo e i risultati sono sotto gli occhi di tutti». Francesco Boccia, economista già candidato alle primarie del centrosinistra per la presidenza della regione Puglia e assessore al bilancio del comune di Bari, non ha dubbi contro chi puntare l’indice per la battuta d’arresto conosciuta dall’economia meridionale. Alla vigilia della due giorni di Napoli, promossa dall’Unione per esporre «le idee del Mezzogiorno» che si concluderà domenica con l’intervento di Romano Prodi, Francesco Boccia spiega che sul Sud occorre avere il coraggio di compiere scelte e di individuare le risorse per investire.
Nel presentare il proprio documento sulla competitività in vista di un provvedimento dell’esecutivo, An ha individuato nel Sud una delle tre priorità dell’intervento governativo. Crede che il Mezzogiorno finirà per essere la priorità di questo scorcio di legislatura?
Alleanza nazionale compie i soliti sforzi teorici che non trovano alcuna applicazione né nel Documento di programmazione economico-finanziaria né nella Finanziaria. An predica il Sud ma il risultato è sempre Nord.
Quale la posizione della Margherita per rilanciare il Mezzogiorno?
Al Big Talk che la Margherita ha organizzato a Torino è stato presentato un documento a mio avviso rivoluzionario sul Mezzogiorno. Si è avuto il coraggio di dire che non ci si deve spaventare di mettere uno stop agli incentivi. Oggi le imprese si trovano a fare i conti con ben 65 incentivi diversi e non sanno più di che incentivo morire. Si tratta di risorse che, di fatto, allungano solo l’agonia di aziende in crisi ma che non consentono di innovare, di investire in nuove tecnologie, in ricerca. A Torino abbiamo detto basta con questo sistema per proporre invece un mix attento non solo ai settori ma anche ai fattori territoriali. Gli incentivi, a nostro avviso, devono rivolgersi non solo a singoli settori ma incrociarsi con fattori territoriali come, ad esempio, il lavoro, il capitale, le tecnologie. Purtroppo il Sud, rispetto ad altre aree, ha un serio problema di investimenti che deve essere risolto.
Tommaso Padoa Schioppa di recente ha dichiarato che la crescita di Eurolandia è frenata soprattutto da Italia e Germania. Due paesi che devono fra l’altro fare i conti con aree deboli come, rispettivamente, il Sud e l’Est. È così?
Non c’è dubbio, anche se sotto i governi dell’Ulivo il nostro Mezzogiorno aveva tutti i principali indicatori positivi. Investimenti privati, reddito e occupazione – ovvero i tre fattori che servono a monitorare il benessere di un territorio – erano in quegli anni in crescita. E il motivo è presto detto.
Quale? Per i governi di centrosinistra il Sud è sempre stato una priorità. Per questo nel quinquennio 1996- 2001 esso è cresciuto a ritmi superiori a quelli delle regioni settentrionali. Poi il nulla. Questa è l’attuale differenza con la Germania che, dall’unificazione a oggi, ha compiuto passi avanti incredibili.
Il governo di Berlino si è fatto carico di una popolazione di 25 milioni di persone che aveva redditi inferiori fino al 70% rispetto a quelli del nostro Meridione.
Da allora, tuttavia, le politiche attive messe in campo hanno finito per far lievitare quei redditi, che oggi sono pari o addirittura superiori a quelli del nostro Sud.
I principali porti del Mediterraneo si stanno attrezzando per affrontare meglio la sfida della movimentazione merci provenienti dall’est asiatico. L’Italia, sebbene in buona posizione, rischia di restare ferma al palo in assenza di investimenti?
È necessario che i porti e le aree logistiche annesse diventino una priorità. Purtroppo il corridoio 8 – e lo dico con amarezza – non si è realizzato e non si realizzerà. Oggi bisogna prendere atto di ciò e guardare in modo diverso ai Balcani. Il problema del Mezzogiorno è che i porti, in assenza di grandi imprese, rischiano di essere solo service d’appoggio per l’unica grande azienda di riferimento, come ad esempio l’Ilva per Taranto. I porti meridionali, invece, devono divenire uno snodo importante per i trasporti con la creazione di interporti in aree limitrofe. Purtroppo ai porti di Bari, Napoli e Gioia Tauro sono andati solo investimenti di facciata.
Le imprese reclamano soprattutto piccole infrastrutture piuttosto che le grandi opere annunciate dal governo ma non ancora realizzate. Quale la sua impressione?
Non c’è dubbio che le opere viarie sono indispensabili al Nord come al Sud. Tuttavia, non penso che il problema del Mezzogiorno si possa risolvere costruendo qualche strada in più. Sono necessari investimenti su porti, aeroporti e aree logistiche.
Come arginare la fuga dei cervelli meridionali e aumentare quelle punte di eccellenza che pure al Sud ci sono?
Le risorse pubbliche, quelle destinate alla ricerca, devono finire in primo luogo negli atenei che da esamifici devono trasformarsi in centri di eccellenza per catturare quei cervelli meridionali che sempre più spesso cercano fortuna altrove. Oggi investiamo il 30-40% di risorse in meno rispetto ai nostri partner mentre la sola Lombardia assorbe il 40% dei finanziamenti. Ecco, credo che bisognerebbe destinare al Sud il 50% delle risorse in ricerca e innovazione tecnologica, al posto dell’attuale 15%.
Quanto costa oggi al Sud la riforma del sistema degli incentivi alle imprese che, di fatto, si è tradotta in un blocco di risorse?
La rimodulazione degli incentivi alle imprese, di cui beneficiava soprattutto il Sud, è servita a finanziare la riforma fiscale di cui beneficeranno al 70% i redditi del centronord. Dunque, sta costando molto.
Tuttavia, costa molto di più il fatto che il Sud per questo governo non è mai stato una priorità e lo dimostra prima il credito d’imposta di Tremonti, poi la Tremonti-bis e i finti programmi di sviluppo con investimenti pubblici. Da ultimo il violento taglio delle risorse pubbliche a danno degli enti locali, soprattutto meridionali, voluto da Siniscalco.
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Elezioni portoghesi, la parabola discendente del governo conservatore
Portogallo. Forza Portogallo di Barroso potrebbe perdere il governo del paese iberico. Favoriti i socialisti
Carla Ronga
I socialisti, guidati da Antonio Gutierres, avevano governato per sette anni consecutivi poi, nel marzo 2002, il Portogallo scelse il partito socialdemocratico di Barroso. Nonostante il nome, un partito conservatore, fedele alleato di Washington in politica estera e appassionato di ricette liberiste in campo economico. Risultato? Un disastro: quando, lo scorso luglio, Barroso ha lasciato il suo incarico per accettare quello di presidente alla Commissione europea, il suo delfino Pedro Santana Lopes ha assunto il timone del governo e ha imboccato con spensieratezza la via verso il declino sociale ed economico del paese. Nel paese, che nel 2004 ha festeggiato il trentesimo anniversario della incruenta “rivoluzione dei garofani”, i mezzi di informazione hanno coniato il termine “malessere portoghese” come sinonimo di una malattia che ha colpito buona parte della popolazione e i cui sintomi sono: contrasti sociali e difficoltà economiche.
Pedro Santana Lopes, vice presidente del Psd, ex sindaco di Lisbona, ex europarlamentare ed ex presidente dello Sporting (la seconda squadra di calcio della capitale), malgrado i numerosi incarichi ricoperti in quasi venti anni di carriera pubblica, al momento della sua nomina a premier, era conosciuto più per la sua fama di playboy e amante della bella vita che per la sua attività politica. L’ inesperienza nella gestione di una carica politica di rilievo nazionale è stata la sua caratteristica peculiare. Le nomine ministeriali sono subito apparse come un mezzo per favorire gli amici piuttosto che la scelta di persone qualificate per meglio governare il paese. La mancanza di coordinamento all’interno del gabinetto ha comportato il verificarsi di episodi paradossali come proclami politici fatti dal premier e subito contraddetti dal ministro di turno (per esempo l’annuncio di tagli alle tasse, smentito dal ministro delle finanze che dichiarava che non esistevano i margini). Nel novembre 2004, il primo ministro doveva presiedere alla nomina di un sottosegretario, ma ha preferito rimandare per “problemi di agenda” (un matrimonio e una festa in discoteca). L’inizio dell’anno scolastico ha subito un ritardo di settimane perché il ministro dell’istruzione non si decideva a effettuare l’attribuzione delle cattedre agli insegnanti. Confermando la sua reputazione di populista, Lopes ha proposto un bilancio che trascurava del tutto i conti pubblici per introdurre tagli alle imposte accompagnati da aumenti pensionistici e di stipendi per i dipendenti pubblici. Come se non bastasse, l’esecutivo è stato accusato di avere esercitato forti pressioni sui mezzi di informazione al fine di mettere un freno alle crescenti critiche nei propri confronti. L’impressione di un governo allo sbando e privo di reali capacità si è ulteriormente rafforzato a fine agosto con il problema della barca olandese pro-abortista rigettata fuori delle acque territoriali portoghesi con un intervento di forza della marina, operazione condotta senza l’avallo del Presidente della Repubblica, il socialista Jorge Sampaio, al quale la costituzione attribuisce il comando delle forze armate.
Di fronte a questa pluralità di contraddizioni e di debolezze e approfittando delle dimissioni del ministro dello sport Henrique Chaves, il 30 novembre scorso il Presidente Sampaio, ritenendo l’esecutivo non più in grado di governare in modo coerente e disciplinato, ha deciso di sciogliere il Parlamento e di convocare le elezioni anticipate per domenica 20 febbraio.
Le incertezze economiche unite ai contrasti sociali hanno trovato sfogo nei risultati delle elezioni dello scorso giugno per il rinnovo dei rappresentanti portoghesi al Parlamento europeo, determinando la sconfitta della coalizione governativa che si era presentata con il nome di “Força Portugal” e cedendo il primato elettorale ai socialisti del PS. L’esito delle prossime elezioni appare dunque scontato. Santana Lopes si è ricandidato alla guida del paese in caso di vittoria del Psd e spera di pescare voti tra il bacino degli astensionisti, ma in base agli ultimi sondaggi, i socialisti - capeggiati da Jose Socrates, già ministro dell’ambiente nel precedente governo di Antonio Gutierres - viene accreditato del 46% dei voti contro il 31% del Psd.
In vista di riportare i socialisti al governo, Socrates assicura: “ la nostra non sarà una sinistra moderna, realista. Per la mia generazione Mitterand è un mito, ma la mia fonte di ispirazione sono i paesi nordici, la Svezia, la Danimarca, la Norvegia. Gli unici ad essere competitivi, pur mantenendo alti livelli nel welfare”. La formula del nuovo governo, aggiunge “sarà quella di coniugare il rigore nei conti pubblici e la crescita economica”. www.aprileonline.info/
In Cina dicono: investiamo al Sud se non c’è il pizzo
di Claudio Sardo, da "Il Mattino
Bologna. «Sarebbe un delitto perdere questo treno, come abbiamo perso in passato il treno degli investimenti americani e quello degli investimenti tedeschi e francesi». Per Romano Prodi il treno che può portare il Sud ad un nuovo sviluppo viene dall’Asia e passa attraverso il canale di Suez. È convinto che sia la grande occasione per il Mezzogiorno: «Ma, per coglierla, bisogna assolutamente cambiare politica. Continuando così le persone perderanno fiducia e speranza». Il programma dell’Unione per il Sud comincerà da qui. Prodi ne parlerà in questo suo week-end napoletano, oggi al congresso dell’Udeur, domani al convegno con i candidati-governatori del Mezzogiorno.
Il Professore è seduto nel suo ufficio, dentro la «Fabbrica» appena inaugurata alla periferia di Bologna. Ha addosso il cappotto. C’è ancora qualcosa da perfezionare - il riscaldamento, ad esempio - nel capannone trasformato in luogo di riunioni e centro-studi. Prodi ci scherza su: «Qualcuno riderà dei nostri metodi. Ma questa fabbrica sarà uno straordinario luogo di democrazia. Passeranno da qui migliaia di persone. Non solo esperti, ma tanta gente comune con le sue difficoltà, i suoi problemi, le sue proposte. Verrà anche tanta gente del Sud. Ascolteremo tutti. E solo dopo scriveremo il programma».
Il treno che viene dall’Asia, comunque, avrà un ruolo di primo piano.
«Certo. Qualche giorno fa ero a Parigi e ho saputo che il governo francese ha costituito una struttura politico-amministrativa speciale per seguire gli investimenti asiatici in Francia, innanzitutto quelli della Cina. Sono in gioco cifre gigantesche: l’Europa è il più grande mercato di consumo mondiale. Soltanto per il Brasile e l’Argentina, i dirigenti cinesi hanno ipotizzato investimenti per 20 milioni di dollari».
È la grande occasione per il Sud?
«Guardi che nulla è scontato. Non è affatto detto che queste risorse si dirigeranno verso l’Italia. Già in passato abbiamo perso l’appuntamento con la lunga ondata degli investimenti americani in Europa, che sono finiti quasi tutti a Nord. Poi abbiamo perso gli investimenti intra-europei: i flussi di risorse tedesche e francesi si sono indirizzati prima in Spagna, poi nei Paesi dell’Est. Se non ci muoviamo, perderemo anche questo treno. E sarebbe un delitto, perché il Mezzogiorno è la porta dell’Asia, sia per la sua posizione geografica, sia per la presenza di porti efficienti e moderni come Gioia Tauro, Taranto e Cagliari».
Il traffico commerciale sta crescendo. Ma è proprio sicuro che trascinerà questi flussi finanziari?
«I primi investimenti saranno nei trasporti e nella logistica. E, subito dopo, arriveranno gli investimenti per adattare i prodotti asiatici al mercato europeo. Si muoveranno anche cervelli e intelligenze».
Ma, secondo lei, cosa deve fare l’Italia per non perdere il treno?
«Guardi, i dirigenti cinesi mi hanno dato una risposta semplice e brutale. Hanno detto: dovete garantirci che non ci saranno pizzi, né pressioni, né comportamenti illeciti. E hanno aggiunto: la Spagna ce l’ha già garantito».
È questa la condizione?
«Ce n’è un’altra. Chiedono alle autorità pubbliche e ai sindacati di comprendere le esigenze particolari di operatori, che si affacciano per la prima volta nel mercato mondiale».
Forse è più difficile garantire sicurezza e legalità di fronte all’emergenza criminale di alcune aree del Sud.
«È inutile nascondere che la catena di orrendi omicidi, che ha insanguinato Napoli nelle ultime settimane, è la peggiore propaganda per chi si propone di raggiungere i risultati che abbiamo indicato. Nei giornali e nelle tv straniere, l’Italia è stata citata più per quelle notizie che per altro. Occorre una risposta energica dello Stato, è ovvio. Ma mi appello anche alle coscienze dei cittadini: dobbiamo costruire l’avvenire dei nostri figli».
Ma è sicuro che non sia l’ennesima illusione per il Sud? L’ultimo sogno è stato quello di un turismo capace di trainare da solo un nuovo sviluppo.
«Gli investimenti che verranno dall’Asia avranno grandi dimensioni. Non potranno da soli risolvere tutti i problemi del Sud, ma l’iniezione di novità culturale muoverà altri settori. Il problema è che bisogna mettersi in moto fin d’ora. La stessa occasione del turismo non è stata persa per colpa del fato, ma per mancanza di comprensione della domanda. Non sono state capite le esigenze di un turismo moderno ed evoluto. Ha dominato l’idea che i turisti dovessero adattarsi a noi e non noi a loro».
Il Sud teme un taglio dei fondi strutturali europei e un trasferimento di risorse verso i Paesi dell’Est.
«La mia Commissione ha salvaguardato le regioni meridionali per un sostanzioso periodo di anni. Certo, bisognerà sfruttare questo tempo per non avere più bisogno di aiuti in futuro. Ma i fondi sono assicurati, a meno che non si ceda all’ipotesi di ridurre dall’1,24 all’1% i trasferimenti degli Stati all’Ue. In questo caso i fondi per il Sud si ridurrebbero drasticamente. Mi auguro che il governo italiano non si allineerà a questa proposta, estranea ai nostri obiettivi e ai nostri interessi».
Solo in Basilicata, tra le regioni meridionali, sarà presente la lista Uniti nell’Ulivo. Vuol dire che il Mezzogiorno è la frontiera critica per la Federazione?
«La cultura della Federazione è cresciuta più rapidamente nel Centro-Nord. Ma sono convinto che questa innovazione sarà capace di adattarsi alle diversità territoriali. D’altra parte, il progetto dell’Ulivo è un progetto nazionale e non di breve periodo. La Federazione progredirà e credo che presto si arriverà senza contrasti alla lista unitaria in tutto il Paese».
Pensa di proporre per il 2006 un ministero per il Mezzogiorno?
«Ci sarà di certo un’impegno speciale per il Sud. Il Mezzogiorno è per noi una delle tre priorità del Paese, insieme ai giovani e alla politica dell’immigrazione. L’ho detto alla convention di Milano, perché non dico al Nord cose diverse che al Sud. Questa è già una decisione per il mio futuro governo. Quanto agli strumenti migliori per attuare la nostra politica, decideremo nei prossimi mesi».
Intanto continua il declino industriale del Paese. È possibile uno sviluppo del Sud senza industria?
«No, no, no. Il turismo è importante. Ma il Mezzogiorno ha milioni di abitanti. Non possono vivere di monocultura. Hanno bisogno di un’industria e di un’agricoltura forti. Ma bisogna cambiare politica. In modo profondo. Se si continua così, senza progetti, con un governo che fa il Robin Hood all’inverso, dove finirà l’Italia?»
Il centrodestra l’accusa di parlar male dell’Italia anche all’estero.
«L’Italia purtroppo va male. È la verità. Gli ultimi dati Istat sul Pil dicono, anzi, che va peggio di quanto si pensasse. L’ha ammesso anche il povero ministro Siniscalco. Eravamo gli ultimi tra i 25 Paesi europei in compagnia dell’Olanda. Ora siamo ultimi da soli».
Bertinotti è tornato a parlare di nazionalizzazioni. Per rilanciare l’industria nel Sud si può ricorrere a presenze dirette dello Stato nel mercato?
«L’intervento dello Stato è indispensabile. Allo Stato compete la guida, la formazione delle risorse umane, il coordinamento delle attività. Ma lo Stato non è imprenditore. Fortunatamente non siamo più nel periodo in cui si attribuiva all’impegno pubblico un ruolo taumaturgico e non siamo neppure negli anni del pensiero unico, quando si credeva che il mercato da solo risolvesse ogni problema».www.romanoprodi.it
Informazione : una TV di Stato indipendente dal governo
di Giulia Alliani
Anche il sito web della BBC si e' occupato degli spot trasmessi dalla tv pubblica svedese, uno dei quali, come gia' riportato dal nostro notiziario, delinea un'immagine poco edificante della tv italiana. "Siamo convinti che sia importantissimo avere una televisione completamente libera da utenti pubblicitari, da proprietari, e da pressioni politiche. In una democrazia e' assolutamente necessario avere un'emittente totalmente indipendente" ha dichiarato alla BBC Helga Baagoe, direttore comunicazione SVT.
Il presidente russo Vladimir Putin e il primo ministro italiano Silvio Berlusconi sono le inconsapevoli star della nuova campagna pubblicitaria della tv di Stato svedese. La pubblicita' della SVT, sprezzante nei confronti del rapporto che i due leaders intrattengono con i media, intende mettere in luce l'indipendenza della tv svedese. Uno dei due spot che sono stati trasmessi fa vedere Berlusconi che lancia baci da una serie di schermi televisivi. Un altro e' ugualmente critico del rapporto che intercorre tra Putin e i mezzi di informazione.
Lo spot sull'Italia trasmette stralci provenienti dalla televisione italiana mentre scorre una striscia esplicativa, in sovrimpressione, che dice: "Silvio Berlusconi controlla il 90% dei canali televisivi italiani. E' diventato primo ministro nel 2001 dopo un'intensa campagna televisiva. Subito dopo, una sentenza ha deciso che avrebbe dovuto vendere uno dei suoi canali. In seguito la legge e' stata modificata". Nel frattempo vengono trasmesse alcune sequenze tratte da show televisivi italiani con fanciulle mezze nude.
Un altro simile spot sostiene che Putin controlla tutti i canali televisivi nazionali russi, compreso NTV, l'ultimo canale indipendente, acquistato dallo stato nel 2003, e dichiara che "nel periodo precedente le elezioni presidenziali del 2004 vennero trasmessi soltanto servizi favorevoli a Putin".
Nessuno dei due leader ha commentato la pubblicita', ma gli spettatori svedesi hanno manifestato opinioni contrastanti ed hanno spedito messaggi al sito della televisione.
Alcuni hanno obbiettato che la campagna stessa era una forma di propaganda. Staffan Ingvarsson ha scritto: "E assurdo che un canale della televisione di Stato asserisca di essere libero". E Torbjoern Oeberg, dopo aver detto: "La vostra campagna diffamatoria nei confronti di Russia e Italia e' di un incredibile cattivo gusto, e il paragone e' sospetto", si chiede: "Dove state cercando di andare a parare?".
Altri spettatori si dichiarano, invece, particolarmante compiaciuti, come John Liden, che scrive: "Nei miei 19 anni di vita non mi sono mai sentito tanto orgoglioso di essere svedese come l'altra sera, quando ho visto lo spot sull'Italia. E' stato fantastico vedere ancora volta che vivo in uno dei paesi piu' rigorosi e democratici del mondo".
Il canale svedese, sovvenzionato dallo Stato. sostiene che, con lo spot, vuol mettere in luce la propria indipendenza. Asa Arvidson, portavoce del ministero degli Esteri svedese ha dichiarato al sito della BBC: "Il nostro ambasciatore, Steggan Wrigstad, e' stato convocato, e il governo italiano ha espresso le sue lagnanze per lo spot pubblicitario. L'ambasciatore ha potuto soltanto rispondere che in Svezia i media sono liberi e indipendenti". Il portavoce ha poi aggiunto: "La questione non riguarda in alcun modo il governo. Se vogliono protestare devono farlo con la stazione televisiva".
Helga Baagoe, direttore comunicazione della SVT, ha dichiarato all'agenzia di notizie AFP che la tv svedese non ha ancora ricevuto una protesta ufficiale dall'Italia. La programmazione della SVT e' soggetta a quanto previsto dalla Legge sulla Radio, ai termini contrattuali stabiliti tra la SVT e lo Stato svedese ed alle linee guida di programmazione interna. Il contratto garantisce l'indipendenza della SVT da tutti i gruppi di pressione, politici, commerciali, o di altra natura.
Non e' la prima volta che il governo svedese si trova nella necessita' di spiegare ai rappresentanti di uno stato straniero la netta separazione tra area pubblica e area privata che, in Svezia, come in alcune altre democrazie, viene rigorosamente rispettata. Nel settembre del 2004 era accaduto in occasione dello scambio armamenti/carne di pollo prospettato alla Svezia dal Primo Ministro Thailandese Thaksin Shinawatra.
In quell'occasione il Primo Ministro Goeran Persson aveva spiegato che il Governo svedese non era in grado di concludere un accordo per lo scambio tra aerei da combattimento e carne di pollo cruda. Infatti, per quanto lo avrebbe reso felice la vendita alla Thailandia dei jet JAS 39 Gripen, tuttavia toccava al fabbricante degli aerei, cioe' alla SAAB, e non al governo, negoziare i termini dell'acquisto, accettando eventualmente la carne di pollo al posto del denaro.
www.osservatoriosullalegalita.org
Germania, tagli a un welfare che da noi non c'è
E' entrato in vigore il quarto "pacchetto Hartz" di misure di risparmio, ma la protezione resta a livelli che l'Italia può solo sognare
intervista a Klaus Schmitz
In Germania è appena entrato in vigore un nuovo complesso di misure per la riforma dello Stato sociale, noto come "pacchetto Hartz" dal nome del presidente della Commissione che ha elaborato il progetto. E&L ne ha parlato con Klaus Schmitz, consigliereper gli affari sociali dell'ambasciata tedesca a Roma e già dirigente sindacale per un ventennio.
Eguaglianza e Libertà: In Italia si è scritto sulle riforme in corso nel mercato del lavoro tedesco con riferimento anche agli aspetti che riguardano il welfare state e, in particolare, la tutela della disoccupazione. Qual è il senso delle riforme sviluppate dal cosiddetto "pacchetto Hartz"? Si può fare affidamento sulle riforme del mercato del lavoro per affrontare il problema della disoccupazione tedesca che ha raggiunto e superato cinque milioni di persone? O più che al funzionamento del mercato del lavoro la disoccupazione deve essere attribuita ad altre cause, come la lunga stagnazione economica degli ultimi anni?
Klaus Schmitz. Le riforme di cui si discute, entrate in vigore l'1 gennaio di quest'anno sono l'ultima tappa di un processo iniziato negli anni scorsi che s'inserisce nell'Agenda 2010, varata dal governo Schroeder. Si parla di "Hartz IV" in quanto si tratta di misure che seguono altri precedenti "pacchetti" di interventi elaborati dalla Commissione presieduta da Hans Hartz, direttore del personale della Volkswagen. Prima di entrare nel merito delle nuove misure, vorrei dire che il problema della disoccupazione presenta in Germania diverse facce. Vi è certamente un problema macroeconomico, in particolare la caduta della domanda interna. Negli ultimi tre anni la Germania ha fatto registrare una bassa crescita. Nel quarto trimestre del 2004 si è registrata una crescita negativa, al pari dell'Italia. Questo ha inciso sulla disoccupazione. Vi è in più un divario che riguarda i lander dell'Est, dove il livello di disoccupazione raggiunge il doppio dei lander occidentali.
Ma oltre a questi aspetti di carattere macroeconomico, dobbiamo registrare dei problemi tipicamente strutturali. La Germania rimane un paese altamente industrializzato, con una forte capacità competitiva, com'è dimostrato dal costante alto avanzo commerciale. Ma laddove il settore industriale, pur dovendo far fronte ai problemi della globalizzazione, mantiene un'elevata capacità d'innovazione, la situazione si presenta problematica nei servizi. Il settore dei servizi è molto meno sviluppato rispetto alla media dei paesi industriali. Non mancano punte di eccellenza e di alta qualità, ma i costi sono elevati e la domanda rimane insufficiente.
Ne discende che l'offerta di lavoro nei servizi è bassa, mentre alta è la qualità della formazione richiesta. Il risultato è un elevato livello di disoccupazione per le persone con una bassa qualificazione. La scarsa capacità dei servizi di assorbire occupazione si è riflessa in un livello di occupazione totale che non riesce a crescere e soprattutto in un basso livello di occupazione dei lavoratori più anziani e, bisogna sottolinearlo, del gruppo di lavoratori con bassa qualificazione, il cui livello di occupazione si è ridotto di 13,5 punti fra il 2000 e lo 2003.
EL. Posto che c'è un intreccio fra le dinamiche macroeconomiche e i problemi strutturali, come il divario industria/servizi, in che modo il "pacchetto Hartz" può favorire una ripresa dell'occupazione e una riduzione della disoccupazione?
K.S. L'obiettivo generale è rendere più fluido il mercato del lavoro. In Germania le professionalità sono definite in termini molto rigidi, e questo rende più problematica la mobilità da un settore all'altro. Sotto quest'aspetto possono agire favorevolmente misure di maggiore flessibilità, puntando su una maggiore occupazione nei servizi, nella sanità, nell'artigianato e, per altro verso, facilitando l'espansione delle micro-imprese e del lavoro autonomo. Per rendere più agevole la mobilità, la riforma prevede un grande impegno in direzione della riorganizzazione dei servizi per l'impiego, che avranno un compito specifico di assistenza e sostegno personalizzato nella ricerca dell'occupazione in primo luogo nei confronti dei disoccupati di lunga durata. L'obiettivo è impedire che lo stato di disoccupazione, prolungandosi nel tempo, diventi permanente. Sotto questo profilo, la riforma entrata in vigore incide su aspetti importanti dello Stato sociale, in particolare sul sistema delle indennità di disoccupazione, assoggettandone la fruizione a criteri di maggiore selettività e rigore.
EL. Sembra che proprio questa riforma sia stata all'origine di una protesta di massa soprattutto nei lander dell'est, dove più grave è il problema della disoccupazione. In concreto come agisce la riforma?
K.S. Innanzi tutto bisogna chiarire lo scenario di partenza. I disoccupati godono di un sistema di assistenza plurimo. In primo luogo, spetta al disoccupato un'indennità legata alla contribuzione. Quest'indennità è percepita per un periodo che tiene conto del numero degli anni di lavoro ed è proporzionale alla retribuzione in una misura che varia in relazione al carico di famiglia e oscilla fra il 60 e il 67 per cento della retribuzione. Una volta esaurito il periodo dell'indennità, interviene un sussidio di disoccupazione sociale di livello più basso, ma sempre sulla base del vecchio salario, finanziato fiscalmente. In pratica, la successione di queste misure consente una copertura a tempo indeterminato.
E' su questo sistema che interviene la riforma in due modi: innanzitutto fissando un periodo più breve di indennità che oscilla fra un anno e un anno e mezzo a seconda del periodo di lavoro precedente, dell'età e del carico familiare. Per la fase successiva, si è provveduto a unificare l'assistenza di disoccupazione con il sussidio comunale di ultima istanza, sulla base di un livello di beneficio unificato, indipendente dalla vecchia retribuzione, mentre varia in rapporto al carico familiare.
Questa seconda forma di assistenza è anche correlata al reddito familiare, in definitiva allo stato di bisogno. Trattandosi di misure fisse, è chiaro che i lavoratori che fruivano di retribuzioni più elevate sono meno favoriti rispetto al vecchio sistema. Inoltre, il godimento dell'assistenza è condizionato alla disponibilità ad accettare altre proposte di formazione o di lavoro.
Indubbiamente la riforma opera cambiamenti importanti. Nell'insieme essa mira a realizzare più obiettivi. Da un lato, disincentivare la permanenza in uno stato di disoccupazione, che oltre a fruire di una tutela economica relativamente elevata era accompagnata da forme di lavoro nero. In secondo luogo, favorire una più elevata mobilità verso settori terziari che sono suscettibili di creare occupazione. Infine, la riforma mantiene un livello di tutela che non abbandona quanti ne hanno effettivamente bisogno, ma dura nel tempo fino alla collocazione in un nuovo lavoro.
Naturalmente, tutto questo implica un grande sforzo di efficienza da parte delle agenzie di collocamento che debbono offrire una sorta di tutor personale a ciascun disoccupato.
Bisogna infine sottolineare che la riforma, pur avendo un obiettivo di razionalizzazione e di incentivazione alla mobilità e alla crescita dell'occupazione, tende a mantenere un livello di tutela effettivo per i disoccupati in effettivo stato di bisogno. L'assistenza unificata di cui si è detto, che interviene alla fine del periodo di 12-18 mesi di indennità (oscillante fra ilo 60e il 67 per cento del salario) raggiunge per un lavoratore o lavoratrice con a carico il coniuge e due figli 1200 euro mensili, oltre al sussidio comunale per l'alloggio e il riscaldamento.www.eguaglianzaeliberta.it
Corruzione e scioperi nelle università albanesi
Dopo un riuscito sciopero dei professori universitari, i lavoratori e i sindacati della pubblica istruzione pensano al prossimo passo. Il sistema universitario albanese è in crisi, preda della corruzione. Il ruolo degli scioperi studenteschi nella storia recente dell’Albania
Tirana, l’edificio principale dell’Università (1930). (Foto Pavel Cernoch) Di Altin Raxhimi*, Transitions Online, 10 febbraio 2005 (titolo originale: “In the bleak midwinter”)
Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Carlo Dall’Asta
TIRANA, Albania – Al terzo piano di un palazzo dalle facciate di marmo annerite che ospita due opposti sindacati della scuola, il giornale del Partito Socialista, al governo, e una sala da bingo, Xhaferr Dobrushi ha spiegato la sua posizione.
“Ciò è sbagliato,” ha detto Dobrushi, capo di uno dei due sindacati, riferendosi allo sciopero degli insegnanti fissato per il 17 gennaio. “Il bilancio è già stato approvato, cosicché non c’è alcuna ragione pratica di continuare le lotte.”
Un piano sotto, Defrim Spahiu, capo del rivale Sindacato Indipendente degli Insegnanti, continuava a pianificare lo sciopero.
Le due organizzazioni furono messe in disparte in dicembre, quando i professori ignorarono i propri sindacati e iniziarono uno sciopero che portò l’intero sistema universitario a un blocco, e che ebbe poi alla fine successo. Ora i due sindacati cercavano di recuperare. Poche scuole aderirono il giorno fissato. Un insegnante di Tirana, che scese in sciopero da solo, finì sulle prime pagine dei quotidiani, ma lo sciopero ben presto finì in nulla.
PICCHETTI AL FREDDO
In Albania, l’inverno e gli scioperi nelle scuole hanno sempre qualcosa di particolare. Scioperi studenteschi posero fine al sistema a partito unico in Albania nel dicembre 1990. In gennaio 1993, gli studenti di ingegneria meccanica iniziarono uno sciopero per chiedere la fine del servizio militare obbligatorio – e per ricevere automaticamente una patente di guida insieme ai loro diplomi (una richiesta forse strana, ma questo accadeva meno di tre anni dopo che agli Albanesi era stato dato il permesso di possedere automobili private).
Nel 1998, d’inverno ci furono scioperi studenteschi per chiedere la fine dell’obbligo di frequenza alle lezioni e perché fossero trovati gli assassini di un parlamentare dell’opposizione. Ci fu poi un periodo di relativa calma, per più di cinque anni.
Ma, colpiti da una crisi endemica aggravata dalla mancanza di investimenti, da un sistema sovraffaticato, e dagli stipendi bassi, i professori di università e i presidi di facoltà decisero di scendere in sciopero questo dicembre. Le loro richieste erano specifiche.
I professori domandavano il raddoppio dei loro attuali salari, il pagamento a parte per ogni lavoro fatto a scuola al di fuori delle lezioni, e che alle scuole fosse permesso di amministrare autonomamente tutti gli introiti generati dalle tasse degli studenti.
Le richieste, in parte, riflettevano le difficoltà del tentativo dell’Albania di introdurre il sistema europeo di Bologna che, in effetti, ridimensiona i corsi di laurea a tre anni, seguiti da due anni di studi per raggiungere una laurea di livello Master. I professori videro che il loro carico di insegnamento era aumentato, mentre la loro paga rimaneva inalterata.
La bassa paga in parte riflette la insolitamente scarsa priorità che il governo albanese assegna all’istruzione. L’Albania spende il 2,4 per cento del PIL nazionale, che è di 4,4 miliardi di dollari, nell’istruzione, ancora assai meno del 4 per cento circa speso tipicamente nei Paesi vicini e del 5 per cento che è la media dell’Europa occidentale. Il bilancio del 2005 ha destinato il 2,7 per cento del previsto PIL di 4,7 miliardi di dollari per l’istruzione.
La maggior parte dei soldi viene dalle tasse, ma parte viene dagli introiti raccolti in seguito alla decisione del governo di aumentare il numero degli studenti cui è concesso di immatricolarsi. Bardhyl Musai, direttore esecutivo del Centro per l’Educazione Democratica, un gruppo di studio di Tirana focalizzato sui temi dell’educazione, asserisce che il numero degli studenti universitari è stato aumentato principalmente per ragioni politiche, utilizzando la promessa di maggiori diritti per gli studenti come mezzo per guadagnare voti.
Certamente, le università non hanno ottenuto i benefici finanziari che si erano aspettate. Per l’irritazione di molti nella professione dell’insegnamento, i soldi – sia che venissero dalle tasse che dalle rette degli studenti – vanno a finire nel bilancio generale, non specificamente destinati alla pubblica istruzione. Dal momento che il numero degli studenti era stato incrementato, essi avevano dato per scontato che i soldi in più gli avrebbero permesso sia di assumere nuovi insegnanti che di migliorare le strutture.
“Per molti anni, la maggior parte delle università hanno sofferto di una grave mancanza di aule, e assumere insegnanti è difficile,” lamenta Bashkim Gjergji, capo del Dipartimento di Giornalismo all’Università di Tirana.
Tutti i soldi che sono riusciti ad arrivare all’università sono stati controllati dai funzionari delle università, le cui priorità sono contestate da insegnanti e studenti.
“Non c’è trasparenza con i soldi,” accusa Gjergji. “A nessuno di noi viene chiesto come spendere i soldi o quali siano i bisogni strategici delle nostre scuole.”
Una recente inchiesta ha rivelato che gli amministratori delle università hanno comprato cinque nuove automobili per i presidi di facoltà con i soldi del governo. “Immaginatevi quanti computer si sarebbero potuti acquistare con quei soldi,” dice Sybi Hida, direttore del Tesoro al Ministero delle Finanze e professore di macroeconomia all’Università di Tirana.
NON SOLO SOLDI
In aggiunta alle preoccupazioni finanziarie, gli educatori e gli studenti hanno accusato i funzionari del Ministero dell’Istruzione di avere troppo poco interesse a migliorare l’insegnamento e troppo negli appalti pubblici per i libri di testo, un lucroso giro d’affari che è stato preso di mira con accuse di corruzione e favoritismo. Alti funzionari del ministero hanno respinto con forza le accuse.
Uno scandalo sui libri di testo scoppiò nel settembre 2003, quando si scoprì che un nuovo libro prodotto dal rettore dell’Università di Tirana aveva 250 tra errori tipografici, sintattici e d’altra natura. Nonostante lo scalpore suscitato, esso non fu ritirato dalla circolazione.
Libri di testo infarciti di errori e presidi di facoltà con nuove automobili provocano la costernazione di coloro che lavorano nell’istruzione in Albania.
“Il sistema educativo soffre di molti problemi,” dice Musai del Centro per l’Educazione Democratica. “In generale, io sono pessimista [sul suo futuro]. Più di 40 milioni di dollari sono stati dati solo dalla Fondazione Soros per il sistema scolastico,” ha aggiunto. “Dove sono finiti?”
La corruzione è vista come endemica nel sistema educativo, come pure nell’Albania presa nell’insieme. Il Paese è al 92° posto su 133 nazioni elencate dal Corruption Perception Index 2003 dell’organo di sorveglianza sulla corruzione Transparency International.
Al livello dell’università, le accuse di corruzione si incentrano sulle persistenti segnalazioni di mazzette pagate per ottenere voti e posti nelle scuole.
I professionisti dell’istruzione dicono che i bassi stipendi lasciano ad insegnanti e professori d’università un senso di disperazione che può alimentare la corruzione.
“Io non posso lavorare per una paga uguale a quella che riceverei se scrivessi [da freelance] quattro articoli contro il Ministero dell’Istruzione,” lamenta Hysamedin Ferraj, capo del dipartimento di filosofia politica dell’Università di Tirana. “Noi non abbiamo risorse nostre. Io uso perfino il mio computer per il lavoro dell’ufficio”
VITTORIA, PER ORA
Nello sciopero di dicembre, almeno, i professori universitari hanno vinto. Il governo ha concordato di aumentare i salari dei professori titolari di un terzo, a 87.476 lek (880 dollari), quelli dei professori associati a 760 dollari da 560, e quello dei professori ordinari a 670 dollari dagli attuali 380. I giovani assistenti prenderanno 460 dollari, al posto dei precedenti 300.
Anche con l’aumento degli stipendi per i professori universitari e il fallimento delle sue più recenti azioni sindacali, Defrim Spahiu del Sindacato Indipendente degli Insegnanti dice che continuerà a organizzare proteste e scioperi.
“Non c’è motivo di non continuare la protesta,” ha detto. “Il ministero non li tiene in nessuna considerazione. Non abbiamo altra scelta che continuare.”
Islam Shehu, l’uomo dietro la protesta dei professori del college, è anche sospettoso sull’accordo. Il governo dice che i cambiamenti nei salari entreranno in vigore il primo marzo. “Se non sarà così, siamo pronti a scendere di nuovo in sciopero.”
Ma Bardhyl Musai del Centro per l’Istruzione Democratica ha criticato gli scioperi, dicendo: “Gli scioperi in sé non risolvono il problema. Non c’è nulla che garantisca un’istruzione migliore dopo che saranno finiti.”
*Altin Raxhimi è corrispondente di TOL da Tirana. Ha contribuito all’articolo Eriol Xhengo www.osservatoriobalcani.org
UNA LETTERA DA SCAMPIA
Postato il Venerdì, 18 febbraio @ 00:00:00 CST di Truman
Ciao, chi ti scrive è un gruppo di ragazzi di Scampia e ti chiede un sostegno quantomeno morale!
La vita da queste parti è davvero giunta al limite della sopportazione.
Non è tanto la miseria o la disoccupazione o il vuoto del nostro quartiere che più ci fa male ma l'impotenza.... Già l'impotenza di non poter neanche provare a cambiare le cose.
Da queste parti ormai si rischia la vita anche solo se provi a diffondere qualche idea che va contro gli interessi della camorra.
Noi siamo tra quei pochi che sono riusciti a evitare il lavoro nero o la strada o la droga e perchè no? la morte, e siamo arrivati all'università.
Siamo “gli studiosi” come qualcuno dice ironicamente quando passiamo di fronte una sala giochi o altri posti dove nostri coetanei trascorrono le ore a far nulla.
Ma da studiosi sentiamo anche il dovere di pensare, di pensare al futuro di queste strade, al futuro di questa gente. Al nostro futuro ci abbiamo già pensato ovviamente, e ti dirò che è molto lontano da qui. Ognuno di noi ha subito personalmente almeno 10-15 rapine, ognuno di noi ha subito frustranti sevizie dovendo abituarsi a mettere da parte la propria personalità, ubbidendo alla legge del più forte.
La nostra vita? Beh ti dirò che vedere uno scippo, una rissa, o un omicidio non mi sconvolge più e forse questo basta a far capire...
Ovviamente il solo portare un orologio o un oggetto di valore o comprarsi la macchina nuova da queste parti aumenta notevolmente l'esposizione a rischi e quindi una persona onesta e senza parentele particolari ne fa volentieri a meno.
In questi giorni il nostro quartiere è al centro dell'attenzione della stampa per i numerosi omicidi che stanno avvenendo da queste parti..........e parlando tra di noi siamo giunti a una tragica conclusione:
Questa situazione così brutta e che sta degenerando per noi rappresenta una speranza........
Già ! L'essere al centro dell'attenzione dei quotidiani e della televisione ci porta a sperare che forse prima o poi qualcuno dall'alto abbia il coraggio di venirci a liberare.
Ma, concludiamo questa lettera ricordandovi che ognuno di noi può fare tanto, anzi tantissimo.
Provate a chiudere gli occhi e immaginare cosa sarebbe la camorra senza i fiumi di soldi che vengono dalle sue tante attività e che noi spesso senza accorgercene andiamo ad alimentare.
Volete un esempio?...eccovi qualche conticino:
1) quante volte abbiamo parcheggiato in divieto di sosta o su un marciapiede dando soldi a parcheggiatori abusivi.....sapete che su 300 euro guadagnate in media da un parcheggiatore, 270 euro vanno alla camorra????
2) lo sapevate che tutti quegli spiccioli che diamo ai semafori fanno sì che la camorra tratti come schiavi tante donne o bambini, ricevendo da ognuno di loro quasi 100 euro al giorno?
3) lo sapete che per ogni cd pirata venduto da un marrocchino dal costo di 5 euro, tolti 30 cent (costo del cd), è di ben 3,50 euro la somma che egli è costretto a versare alla camorra ???
4) che dire di tutta la merce griffata che si vende sulle varie bancarelle o nei mercati????
È tutto bussines della camorra ....(a proposito vi è mai capitato di vedere un bambino cinese lavorare 15 ore al giorno,7 giorni su 7,365 giorni l'anno, per 5 euro al giorno??..no,non capita in Cina, capita a Napoli e provincia, in tutte quelle fabbriche nascoste che producono roba griffata in maniera così geniale che qualche napoletano ogni tanto stupidamente se ne vanta pure...)
Ovviamente in tutto questo discorso non ci mettiamo il racket e i proventi della droga....lì il discorso si fa più complesso ed è anche comprensibile che il singolo cittadino abbia qualche difficoltà in più a opporsi al sistema.
Immagina che colpo si darebbe alla camorra se da un giorno all'altro perdesse tutti i soldi che provengono dalle centinaia di attività illegali che ci sono nella nostra città.
Cosa puoi fare? Come puoi aiutarci?
Fai più attenzione e qualche sacrificio: Non dare soldi a nessun parcheggiatore, a costo di lasciare la macchina a casa e prendere i mezzi o pagare qualche euro in più.
Non comprare niente di illegale (gli mp3 scaricateli a casa e non comprare Cd falsi) sulle bancarelle, non dare soldi ai lavavetri.
Quando vai in un negozio richiedi lo scontrino, è un tuo diritto e un tuo dovere!
Dal 1° dicembre 2004 unisciti a noi nel progetto "vogliamo la legalità".
Se puoi stampa questa lettera e affigila nei posti dove puo' essere letta (qualcuno addirittur |