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marzo 31 2005
EUROPA, LE REGOLE DA RISPETTARE
di MARIO MONTI
dal Corriere - 31 marzo 2005
La revisione del Patto di stabilità e la questione delle banche estere hanno dato vita a dibattiti di grande interesse sul rapporto tra Stati nazionali e Unione Europea, tra Stati forti e meno forti, tra politica e regole. Si oscilla tra due atteggiamenti contrapposti, esemplificati con lucidità da due editoriali de il Foglio . Sul Corriere del 14 marzo («Patto di stabilità e convivenza europea»), avevo osservato che il modo in cui si è proceduto alla revisione del patto - cioè solo quando i due Stati più grandi, Francia e Germania, si sono trovati in difficoltà - ha determinato una certa perdita di credibilità dell’Ue come guardiano delle regole comuni; e che un Paese come l’Italia, grande ma meno forte di altri grandi, ha invece interesse a che l’applicazione delle regole comunitarie venga rafforzata e sia pienamente credibile. Con garbo, il Foglio del 15 marzo («L’Europa non è un meccanismo») nota che la mia impostazione è infondata «perché considera fondamento il sistema di regole e conseguenza il comportamento dei governi, cioè la politica, e in questo modo capovolge i rapporti reali. Le regole sono figlie della politica».
È così, certamente. A livello comunitario, come a livello nazionale, le regole sono stabilite da scelte politiche. Gli Stati membri concorrono, nel Consiglio, a stabilire le regole. In seguito esse possono venire modificate, con le procedure previste.
Ma finché sono in vigore devono essere rispettate, anche dagli Stati, dai governi, dalla politica. Dagli Stati grandi e piccoli, forti e deboli. Questa non è una visione astratta, è un aspetto essenziale dell’Europa. Nella convivenza europea, il rispetto della regola e la parità di trattamento costituiscono un valore politico fondamentale. La realizzazione di questo valore, certo, non piove dal cielo. Richiede l’impegno forte e quotidiano delle istituzioni europee, un impegno che è fatto anche di difficili contrasti. Richiede altresì che tutti i soggetti della vita europea, dagli Stati alle imprese, siano pronti a far valere i loro diritti, quando li ritengono lesi, anziché cadere, come spesso accade, in un inerte vittimismo.
Nei dieci anni in cui ho lavorato per il mercato unico e la concorrenza in Europa, ho constatato l’importanza di un atteggiamento attivo. Nel 1999 l’intervento della Commissione che fece cadere il divieto delle autorità portoghesi all’acquisizione di Champalimaud da parte del Banco Santander fu più facile perché la banca spagnola, anziché mugugnare, presentò un esposto. Nel 2001 l’eliminazione delle garanzie di Stato alle banche tedesche, accettata dalla Germania su forte pressione della Commissione dopo duri negoziati con il governo federale e con i 16 Länder, fu anche il risultato di esposti presentati dall’Associazione delle banche private tedesche e dalla Federazione bancaria europea (presieduta allora da un italiano). Nel 2003, quando la Commissione ottenne l’analoga eliminazione della garanzia dello Stato francese a Electricité de France e ordinò a quest’ultima di restituire allo Stato oltre 1 miliardo di euro di aiuti, furono utili alcuni elementi conoscitivi messi a disposizione da altre imprese del settore.
In Italia viene spesso evocata la «mancata reciprocità». Non voglio certo sostenere che non esistano, nei vari Paesi e nei diversi settori economici, ostacoli di varia natura ad una facile o proficua penetrazione da parte di imprese di altri Paesi. Ma ho l'impressione che spesso l'invocazione della «mancata reciprocità», da parte di imprese, banche, autorità o semplici commentatori, sia una forma di passiva rassegnazione, se non di alibi, che sembra giustificare contemporaneamente una scarsa aggressività su altri mercati, qualche tendenza protezionistica nei confronti di progetti in Italia di imprese o banche estere e, di passaggio, una sfiducia un po' qualunquistica verso l'Europa. Anche qui, il Foglio aiuta a cogliere il problema. Scrive il 22 marzo («La nazionale bancaria di Fazio»): «In un mercato aperto, come quello europeo, non ci si può solo difendere. L'argomento secondo cui solo le banche italiane tutelano il risparmio italiano sembra trascurare le iniziative di penetrazione delle nostre banche in vari Paesi dell'Europa centro-orientale. Il punto non può essere solo la difesa della libertà di mercato, ma l'attrezzarsi a competere nel mercato definito dalla moneta unica». Fin qui, concordo in pie no. Ma ecco che subentra, quasi come clausola di stile, l'affermazione: «Naturalmente, una volta che si siano realizzate le condizioni di reciprocità e superata l'attuale asimmetria di un'Europa debole coi forti e prepotente coi deboli». Quanto alla reciprocità, mi auguro davvero che tutte le imprese e le banche italiane che si ritengano impedite nei loro intenti di espansione in Europa da ostacoli incompatibili con le norme comunitarie non esitino a presentare esposti. Anzi, i presidenti della Confindustria e dell'Associazione bancaria italiana potrebbero aprire appositi «sportelli per denunce di mancata reciprocità», agevolandone l'inoltro a Bruxelles. Se tali sportelli già esistono, sarebbe utile che gli ostacoli contestati venissero re si periodicamente noti. Si darebbe un contributo sia all'espansione dell'economia italiana, sia alla concretezza del dibattito. Quanto poi al riferimento, presentato come se fosse scontato, all'«attuale asimmetria di un'Europa debole coi forti e prepotente (sic) coi deboli», mi limito a due osservazioni. In primo luogo, non sono molti, per fortuna, i casi in cui alle istituzioni europee può seriamente muoversi una tale critica. Ma se ce n'è stato uno, che per la verità riguarda il Consiglio e non la Commissione, è stato proprio quello della revisione in itinere del patto di stabilità, che il Foglio ha salutato come l'affermarsi, finalmente, della politica sulle regole. E che io ho criticato, non tanto sul piano dei contenuti «tecnici» di finanza pubblica, ma proprio per il segnale «politico» della disparità di trattamento tra forti e deboli. In secondo luogo, e sono certo che non era questa l'intenzione de il Foglio , sarebbe un po' schizofrenico se ci compiacessimo per il fatto che l'Italia ha giocato abilmente nel Consiglio con gli altri grandi Stati membri sul patto di stabilità e, al tempo stesso, guardassimo fin d'ora ad eventuali interventi della Commissione sui casi bancari con la riserva mentale che, tanto, l'Italia verrebbe trattata da «debole» (magari rispetto a Spagna o Olanda...). Mario Monti
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Ds Milano - Rassegna stampa
Berlusconi-Scelli, il grande flop
Solo giornalisti e pochissimi giovani alla nascita del nuovo movimento a sostegno del premier
Lui si paragona a Gesù e dice: la libertà è in pericolo. L’invito agli ex Nar? «Nessun imbarazzo»
Marcella Ciarnelli
da l'Unità - 31 marzo 2005
DALL'INVIATO FIRENZE Meno di mille. Al netto delle forze dell'ordine (per obbligo numerose) e dei giornalisti (una quantità anche quelli) quando alle otto di sera Silvio Berlusconi si decide ad arrivare all'appuntamento con Maurizio Scelli ed i suoi giovani, sugli spalti del "Mandela Forum" alla periferia di Firenze non c'è un numero di partecipanti neanche sufficiente per fare uno sbarco. Figuriamoci per costituire la base di un movimento che ha come scopo quello di cambiare i vecchi schemi della politica.
SEGUE A PAGINA 3
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Berlusconi e Scelli parlano da soli
Un tonfo la kermesse per il battesimo di «Italia di nuovo». Ma il premier, incurante, si paragona a Gesù
Segue dalla prima
Con «la capacità, la forza e la fantasia dei giovani» e che per questo si è dato un nome di prospettiva, "Italia di nuovo" dando già spacciata quella vecchia a cui siamo ancora tutti affezionati.
Ha dovuto fare appello alla sua capacità di venditore il presidente del Consiglio (che ha subito rassicurato Scelli sull’invito a Mambro e Fioravanti: “Nessun imbarazzo”) per riuscire a rianimare una manifestazione che, nata con grandi prospettive, nei fatti è stata un clamoroso flop. Ai presenti, pochi i giovani, in gran parte aderenti all'associazione di Marcello Dell'Utri, molti gli anziani recuperati all'ultimo minuto, tutti, comunque, sostenitori di Forza Italia, un po' di personale politico del partito che di politica nuova non ne vuol proprio sentire parlare, il premier ha ammannito una lezione sulla difesa della libertà dopo aver risposto, un po' infastidito, ad alcune impreviste domande, aver scomodato la solita zia per una pillola di saggezza spicciola ed aver ricordato ad un «giovane di 33 anni, gli anni di Gesù» che niente è impedito anche a chi ha più del doppio di quell'età. «Chi fa pensieri maliziosi sappia che è consentito» ha puntualizzato, consapevole che l'allusione al sesso fa sempre presa. «Io non faccio niente di meno di quello che facevo a trent'anni» insiste.
A undici anni dalla discesa in campo il premier è convinto ancora di vivere in un Paese in cui «la libertà è ancora a rischio», in cui «se alle elezioni vincono gli avversari bisogna avere timore», in cui «la giustizia viene usata per colpire chi non la pensa come te», in cui lo stato non è amico «ma impone le sue mani avide sulle eredità dei padri ai figli». La situazione italiana «purtroppo» non è come quella «degli Stati Uniti dove due partiti si fronteggiano e quando uno vince i sostenitori dell'altro non hanno nulla da temere». Lui non ha nessuna intenzione di cedere il passo. E ben venga, allora, a dare man forte alla sua parte che nulla ha in comune con gli «orrori del nazismo e del comunismo» un'organizzazione come quella a cui l'ex commissario straordinario della Croce Rossa ha dato ufficialmente il via ieri nel disinteresse proprio di quelli che dovrebbero costituirne l'ossatura. Cioè i giovani. «Ben venga un movimento che vuol dire ai ragazzi del volontariato: occupatevi di chi a meno ma anche della difesa dello stato e della libertà» ha così detto Berlusconi lasciando il PalaMandela in un tripudio di coriandoli tricolore e azzurri che si sono stancamente andati a depositare sulle sedie in gran parte vuote.
Alle cinque del pomeriggio, quando avrebbe dovuto avere inizio la manifestazione, gli spalti erano irrimediabilmente deserti. Sgomento tra gli organizzatori. Sgomento in Prefettura dove il premier era arrivato verso le due, direttamente da Reggio Calabria dove aveva inaugurato una sala del Consiglio regionale intitolata a Nicola Calipari. Il cuoco del prefetto ha fatto molto bene il suo dovere. E le pietanze sono state apprezzate. Il pellegrinaggio di esponenti piccoli, medi e grandi di Forza Italia ha contribuito a far passare le ore. Ma dal PalaMandela arrivavano notizie sempre più sconfortanti. Tant'è che alla cinquantina di coraggiosi arrivati puntuali, tra cui alcuni ragazzi portatori di handicap che l'organizzatore del nuovo movimento lo hanno conosciuto quando era a capo dell'Unitalsi, dopo un paio d'ore di inutile attesa lo stesso Scelli, candidato di Forza Italia sconfitto alle elezioni del 2001 e che ci vuole riprovare mettendo a frutto un po' il passato nell'Unitalsi ed un po' l'essere stato a capo della Croce Rossa, specialmente nella vicenda degli ostaggi in Iraq (in sala c'era anche Maurizio Agliana ma ci ha tenuto a precisare che la sua non era un'adesione ma un segno di amicizia) ha dovuto comunicare che per il momento non si cominciava dato che a boicottare la sua iniziativa ci si erano messi anche «il traffico e i cantieri». Insomma i sostenitori del «movimento apolitico», «del sogno d'amore che sta diventando una splendida realtà» sarebbero stati tutti bloccati in autostrada.
Dalle grandi opere che il premier vanta ed alle quali il ministro Lunardi mette il timbro.
Filo del telefono rovente. Bondi e Cicchetto vengono accusati di aver sbagliato. «Qui non ci dovevamo venire». Sul placo compare Walter Santillo, presentatore Rai che parla della «pace come della parte più nobile della guerra». E si dà inizio alla kermesse. In Prefettura si comincia a pensare seriamente di tornare a Roma. Verso le otto la decisione. Tutti sanno che Berlusconi è già a Firenze. Non si può fare marcia indietro. Scuro in volto il premier si piega. Entra in sala e sfodera il sorriso d'ordinanza. Il portavoce, Paolo Bonaiuti si affretta a spiegare: «Non è una cosa che abbiamo organizzato noi. Siamo stati invitati». Un'oretta in tutto tra battute e terrore seminato a piene mani «nel caso vincesse l'avversario». E via verso Milano. Lì, oggi, si inaugura la nuova Fiera. Si gioca in casa.
Marcella Ciarnelli
Per l’accusa sarebbero state mascherate da ricoveri 15 mila prestazioni ambulatoriali. La struttura di don Verzè: solita puntualità elettorale
La Procura: il San Raffaele truffava la Regione
Il pm: a giudizio 9 tra dirigenti e primari. L’ospedale: altro che 8 miliardi indebiti, ci abbiamo rimesso noi
dal Corriere - 31 marzo 2005
La Procura ha chiesto il rinvio a giudizio, per truffa e falso, di 4 dirigenti e 4 primari dell’ospedale San Raffaele, e del braccio destro di don Luigi Verzè, la sovrintendente Gianna Zoppei. L’ipotesi del pm Raimondi è che il San Raffaele abbia truffato la Regione Lombardia per 8 miliardi di lire dal 1995 al 1998. Oltre 15mila prestazioni ambulatoriali in pronto soccorso sarebbero state registrate come ricoveri di un giorno in chirurgia d’urgenza (per rimborsi più remunerativi). Il San Raffaele lamenta la «puntualità elettorale», e ribatte di essere anzi stato svantaggiato: «Se avessimo applicato la tariffa ambulatoriale, avremmo incassato somme ben superiori a quelle effettivamente percepite, anche «2 miliardi in più solo nel 1995».
FERRARELLA a pagina 54
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«Al San Raffaele 15 mila falsi ricoveri»
La procura: richiesta di processo per 4 primari e 5 dirigenti. L’ospedale: tutto regolare, anzi ci abbiamo rimesso
Il giorno della mano sul fuoco è quasi arrivato. Quando il 18 febbraio 1999 cinque primari del San Raffaele erano stati posti agli arresti domiciliari dal gip Enrico Tranfa su richiesta dei pm Sandro Raimondi e Francesco Prete, il fondatore dell’ospedale privato, don Verzè, si era subito speso: «Sulla loro onestà sono pronto a mettere non la mano, ma tutto me stesso sul fuoco». E dopo che 40 primari avevano scritto ai giornali perché «non fosse infangato il nome del San Raffaele», e che 50 pazienti si erano schierati in difesa del primario di oncologia, don Verzè aveva nuovamente affondato la polemica con i magistrati, ingaggiando con l’allora procuratore Borrelli un carteggio gelido. «Forse Lei non ha ancora provato ad essere gravemente ammalato (...) Se questi ammalati dovessero peggiorare o, purtroppo, venir meno, nessuno potrà impedirmi di denunciare pubblicamente questa violazione», aveva attaccato don Verzè. «La Sua lettera è troppo sconveniente, sotto il profilo etico e del buon gusto, perchè io possa trattenerla anche solo un'ora», l’aveva rimandata al mittente il procuratore Borrelli. Ora, a distanza di 6 anni da quegli arresti domiciliari (addirittura a quasi 8 anni dalla prima perquisizione, ma anche a 2 anni dal deposito degli atti), arriva il momento della resa dei conti per le prospettazioni d’accusa e per le tesi della difesa. La Procura ha infatti chiesto il rinvio a giudizio, per l’ipotesi di truffa e falso in atto pubblico, di 9 persone. In un filone si tratta di 4 dei 5 primari posti agli arresti domiciliari il 18 febbraio 1999: Luigi Ferini Strambi (Centro del sonno), Antonio Salvato (odontostomatologia), Salvatore Smirne (neurologia) e Eugenio Villa (oncologia): in 600 casi la Procura addebita loro di aver ricoverato pazienti solo per prestazioni di tipo ambulatoriale», propiziando così all’ospedale l’indebita differenza di tariffe tra i vari Drg. In parte per questo filone, e in parte invece per l’altro riguardante il Pronto soccorso, il pm Sandro Raimondi chiede il processo anche per 5 dirigenti dell’ospedale: il braccio destro di don Verzè, cioè la sovrintendente Gianna Zoppei, il direttore sanitario Roberts Mazzucconi, il direttore amministrativo Vincenzo Mariscotti, il responsabile del controllo gestione Alessandro Longo, il referente del Pronto soccorso Cesare Candela. L’ospedale è accusato d’aver truffato alla Regione 8 miliardi di lire dal ’95 al ’98, tramite 15mila indebiti rimborsi di prestazioni mascherate da ricoveri di un giorno in Chirurgia d’urgenza, mentre in realtà sarebbero state meno remunerative prestazioni ambulatoriali in Pronto soccorso su pazienti dimessi e non ricoverati.
Per il San Raffaele, le prestazioni «erano chiaramente specificate come avvenute presso il Pronto soccorso e non altrove». Anzi, «su 94.078 accessi di pronto soccorso» l’ospedale dichiara di aver «chiesto il rimborso per soli 8.327, erogando gratuitamente i rimanenti»; al punto che, calcola il San Raffaele, «se avessimo applicato la tariffa ambulatoriale al posto di quella per i ricoveri, avremmo incassato somme ben superiori a quelle effettivamente percepite». Anche «2 miliardi in più soltanto nel 1995».
Il San Raffaele lamenta inoltre che «quest’inchiesta che ha avuto tempi biblici, oltre 8 anni, si chiuda con una puntualità che ci sgomenta, visto il periodo elettorale», e riafferma «con maggiore certezza l’estraneità ai fatti contestati. Spiace solo ancora una volta che gli atti processuali finiscano prima alla stampa che agli interessati».
Nell’inchiesta c’è un fatto nuovo: l’interrogatorio del primario di oculistica, Rosario Brancato. Questi, avviato ad essere prosciolto, «ha affermato di essere stato in pratica indotto in modo scorretto da Zoppei, Longo e Mariscotti (cioè dai vertici dell’ospedale, ndr) sulla rendicontazione da effettuare con i ricoveri di tre giorni, in luogo della rendicontazione da effettuare invece in ambito ambulatoriale».
«Mai ho indotto o consigliato Brancato a rendicontare la fluoroangiografia in modo scorretto - si difende Zoppei - Tutto quello che Brancato ha disposto per le attività afferenti al proprio reparto, lo ha disposto in piena autonomia. Non gli ho mai detto di ricoverare i pazienti che non potevano permettersi il pagamento della visita ambulatoriale, e non gli ho mai sottaciuto norme relative ai ricoveri».
lferrarella@corriere.it
Luigi Ferrarella
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Ds Milano - Rassegna stampa
L'ossessione di Berlusconi: "Dobbiamo fermare i comunisti"
REDAZIONE
"Difendete il bene sommo, la libertà, che è come una corda tesa, non si strappa subito, ma si allenta". Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, intervenendo ieri a Firenze a una manifestazione organizzata dal Commissario straordinario della Croce Rossa Maurizio Scelli, ha chiesto ai giovani presenti in platea un impegno costante "nella difesa della libertà, la missione più entusiasmante e nobile che ci sia". Il riferimento era ovviamente alla battaglia contro l'Unione, che il Cavaliere ha ancora una volta bollato come una pericolosa coalizione di comunisti.
"Possiamo temere qualcosa se i nostri avversari vanno al potere? - ha urlato ai circa mille giovani presenti, che hanno subito risposto "sì" tutti in coro - la mia domanda ha avuto la risposta che voi avete dato".
Berlusconi ha quindi ribadito che la situazione politica italiana non è come quella americana, "dove non c'è timore se vince l'altra parte".
"Il comunismo è un'ideologia che ancora sopravvive anche nel mondo occidentale e che ancora opprime, nel mondo, oltre un miliardo e mezzo di persone - ha chiarito - l'ideologia della libertà non ha un appeal forte sui giovani, certamente non come il nazismo e il comunismo che tanto sangue hanno sparso nel secolo scorso. Dobbiamo far conoscere l'ideologia della libertà, il liberalismo. La libertà ha una importanza fondamentale di cui ci si accorge solo quando la si perde".www.centomovimenti.com
Il deserto dopo gli insulti
di STEFANO MENICHINI
Ieri, parlando alla radio, Romano Prodi si è rammaricato per i toni della campagna elettorale, osservando che «quando comincia il dialogo degli insulti diventa difficile dire chi è nella ragione e chi nel torto». Ha anche detto, giustamente, che a questo punto «diventa abbastanza patetico fare appello ai moralismi e all’abbassamento dei toni, quando fa comodo dirlo». Il leader dell’Unione ha ragione, e individua nella famosa frase di Berlusconi su «miseria, terrore e morte» il segnale di partenza di questa orrenda campagna elettorale.
Senza moralismi, è però inevitabile notare come la politica (e l’informazione politica) stiano dando il peggio di sé proprio nel momento in cui pretendono di rivolgersi, una tantum, direttamente ai cittadini elettori. Se è vero che cresce a vista d’occhio la disaffezione e anche una certa ripulsa verso la politica, questa campagna per le Regionali avrà dato un bel contributo in questa direzione.
Ora, possiamo attribuirne la gran colpa a un centrodestra spaventato e sull’orlo della disperazione, costretto (a cominciare dal premier, anzi soprattutto da parte sua) a drammatizzare il voto, a estremizzare i toni, a imporre la scelta apocalittica «o di qua o di là».
Possiamo anche constatare che l’informazione politica – usando magari l’alibi dell’indispensabile ma brutta legge della par condicio – ormai vive le elezioni come un periodo di vacanza: nessun serio elemento di valutazione, indagine, raffronto viene offerto all’elettore. Si lavora solo sulle polemiche, e più sono feroci e personali, meglio è. Il servizio pubblico radiotelevisivo, nei telegiornali e fuori dagli inutili spazi elettorali, si comporta come gli viene spontaneo: in maniera servile verso il potere che ha insediato direttori, vice e capiredattore. I dati che pubblichiamo oggi sulla presenza delle varie parti politiche nei tg Rai sono impressionanti.
Date agli altri tutte le colpe che meritano, il centrosinistra però deve sapere che è lui la vittima designata di questo ulteriore deperimento della democrazia rappresentativa. Può darsi che l’astensionismo continui in questo 2005 a penalizzare il centrodestra come negli ultimi anni. E può anche darsi che, come nel ’96, la «bonomia emiliana» di Prodi risulti vincente rispetto alla frenesia berlusconiana.
In definitiva, tra le macerie della civiltà del confronto Berlusconivon Paulus potrà anche trovare la sua Stalingrado. Ma il prezzo alla fine lo pagheremmo tutti. Se l’Unione e l’Ulivo non riusciranno a far passare il messaggio che pure lanciano qua e là (come ha detto Prodi ancora ieri: l’Italia va riunificata, non divisa in due campi di odio contrapposto), potranno vincere ma vinceranno nel deserto.
E da qualche parte si starà preparando un nuovo populista di destra, l’unico tipo di politico che vince quando vince l’antipolitica.www.europaquotidiano.it/
Liberi di crescere
Social Forum Mondiale, campagna contro il turismo sessuale minorile
“Stop al turismo sessuale minorile in Brasile. Lasciamola libera di crescere”.
Un imperativo urgente, un’emergenza impellente che ha smosso numerose ong italiane a unirsi per lanciare una campagna di sensibilizzazione contro il turismo ‘sporco’, contro lo sfruttamento di bambini e bambine, da parte di europei in vacanza in cerca di emozioni forti. “Attualmente in Brasile sono coinvolti nel turismo sessuale più di 500 mila minori. Ogni anno sono 700 mila gli europei che vanno in Brasile alla ricerca di avventure sessuali. Di questi, 80 mila sono italiani”, a denunciarlo è Luca Mucci di Modena Terzo Mondo, una delle associazioni promotrici della campagna. L’input è stato dato dal recente blitz delle forze di polizia italiane coadiuvate da quelle brasiliane, che hanno scoperchiato il vergognoso pentolone dei viaggi a sfondo erotico degli italiani nei paradisi brasiliani.
I promotori. Ad aver deciso di dar vita a una grande campagna di denuncia sono alcune fra le ong italiane e le associazioni più impegnate, come Emergency, Coop Italia, Arci e tanti altri. Non solo, come sostenitori, hanno già aderito la Regione Toscana, alcuni enti locali toscani e la Provincia di Modena. Non è mancato nemmeno il sostegno del presidente del Brasile, Luis Inacio Lula da Silva.
Il lancio. “Oggi comincia il Social Forum Mondiale di Porto Alegre. E’ qui che lanceremo questa mobilitazione”. A spiegarlo è Antonio Vermigli di Rete Radié Resch: “Domenica 30 sarà la giornata dedicata alla presentazione e alla discussione di questa emergenza. Una lettera scritta dal presidente Lula aprirà un dibattito al quale interverranno difensori di diritti umani, ministri del governo brasiliano, associazioni che propongono un turismo alternativo sostenibile, esponenti della polizia federale, politici, filosofi e professori, provenienti da vari paesi del mondo. Un insieme di punti di vista che riusciranno a trattare l’argomento sotto ogni aspetto”.
Le tappe. “In troppe zone del Brasile, purtroppo, il nome dell'Italia é direttamente collegato a questo tipo di turismo, che approfitta delle situazioni di miseria delle famiglie brasiliane offrendo un futuro da sogno, che si trasforma da subito in una vita da incubo. E’ la forma di cooperazione europea più conosciuta. Adesso basta”, continua Vermigli. “Così abbiamo deciso di procedere con determinazione. A febbraio verrà distribuito un documentario di denuncia e informazione, diretto dal regista Pietro Orsatti con Silvia Capucci e la collaborazione del regista Mario Balsamo. I proventi andranno a sostenere la campagna e alcune case rifugio per ragazze e ragazzi che vogliono abbandonare la vita di strada e lo sfruttamento”. Una pellicola girata fra Fortaleza, Rio de Janeiro, Salvador de Bahia, Recife, Porto Alegre e Brasilia, che mostrerà il turismo sessuale minorile attraverso testimonianze inedite e l’appoggio, per la prima volta, sia degli investigatori della task force federale brasiliana, sia di importanti esponenti del governo Lula. Tra febbraio e aprile saranno raccolte le adesioni e a maggio verranno organizzati incontri e conferenze stampa per sensibilizzare e denunciare a gran voce questa vergogna internazionale.www.peacereporter.net
Stella Spinelli
GUERRA GLOBALE
L'ayatollah atomico
SLAVOJ ZIZEK
Le armi nucleari nelle mani di chi oggi governa l'Iran rappresentano veramente una minaccia per la pace e la
sicurezza internazionali? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo collocarla nel suo contesto
politico e ideologico. Ogni struttura di potere riposa necessariamente su una minaccia sottostante,
implicita: quali che siano le regole democratiche e le limitazioni giuridiche ufficiali, alla fine
possiamo fare di te ciò che vogliamo... Nel XX secolo la natura di questo legame tra il potere e la minaccia
invisibile che lo sostiene si trasforma: non è più la struttura di potere esistente in sé a dover fare
affidamento sulla dimensione fantasmatica della minaccia potenziale- invisibile per garantirsi il
controllo sui suoi sudditi. Il luogo della minaccia è esternalizzato, spostato all'esterno, sul
nemico: è la minaccia invisibile (e proprio per questo onnipotente e onnipresente) del nemico a
legittimare lo stato di emergenza permanente del potere esistente. Questa minaccia invisibile del
nemico legittima la logica dell'attacco preventivo: proprio perché la minaccia è virtuale,non ci si
può permettere di aspettare che si concretizzi; bisogna colpire per primi, prima che sia troppo
tardi... In altre parole, l'onnipresente minaccia invisibile del terrore legittima le misure
difensive fin troppo visibili - che naturalmente rappresentano la vera minaccia alla democrazia e ai
diritti umani. Il potere classico funzionava in quanto minaccia che non si concretizzava mai, in quanto
restava un minaccioso indicare.
Questo meccanismo ha raggiunto il suo apice nella guerra fredda, con la minaccia della reciproca
distruzione nucleare che doveva restare una minaccia. Con la guerra al terrore, la minaccia invisibile
determina l'incessante concretizzarsi non di se stessa, ma dei provvedimenti contro di essa.L'attacco
nucleare doveva restare una minaccia, mentre la minaccia dell'attacco terroristico innesca una serie
infinita di attacchi preventivi contro i potenziali terroristi... Stiamo così passando dalla logica
della distruzione reciprocamente assicurata (Mad - Mutually Assured Destruction) alla guerra al
terrore in cui un solo pazzo gestisce l'intero show e può così agire la sua paranoia. Il potere che si
presenta come costantemente sotto minaccia, in pericolo mortale e dunque meramente teso a difendersi,
è il tipo di potere più pericoloso, il modello stesso del ressentiment nietzschiano e dell'ipocrisia
moralistica. Non è stato proprio Nietzsche a fornire più di un secolo fa, nel suo Aurora, la migliore
analisi delle false premesse morali dell'attuale «guerra al terrore»? «Nessun governo ammette più
di mantenere un esercito per soddisfare occasionalmente il proprio desiderio di conquista. Piuttosto,
l'esercito dovrebbe servire alla difesa, e si invoca la moralità che approva l'autodifesa».
Ma questo presuppone la nostra moralità e l'immoralità del nostro vicino; il vicino deve essere pensato
come desideroso di attaccare e conquistare, se il nostro stato deve dotarsi dei mezzi di autodifesa.
Inoltre, le ragioni per cui sosteniamo di avere bisogno di un esercito implicano che il nostro vicino - il
quale nega il suo desiderio di conquista proprio come fa il nostro stato e, dal canto suo, mantiene
anch'egli un esercito solo per ragioni di autodifesa - sia un criminale ipocrita e astuto che non vuole
altro, se non sopraffare una vittima inoffensiva e goffa senza che vi sia alcun conflitto. Così tutti gli
stati sono ora schierati l'uno contro l'altro: essi presuppongono le cattive intenzioni del loro vicino
e le proprie buone intenzioni. Ma questo presupposto è disumano, è cattivo come la guerra e anche
peggio. Al fondo, è esso stesso la causa delle guerre.
Il perdurare della «guerra al terrore» non è allora la prova che il Terrore è «il fuori costitutivo
della democrazia, il suo Altro antagonistico, il punto in cui l'agonismo democratico delle opzioni
plurali si trasforma in antagonismo che riposa sulla logica dell'equivalenza («davanti alla minaccia
terroristica siamo tutti uniti»)? Ancor più esattamente, la differenza tra la «guerra al terrore» e
i precedenti conflitti mondiali del XX secolo come la guerra fredda è che mentre nei casiprecedenti il
nemico era chiaramente identificato con l'impero comunista realmente esistente, la minaccia
terroristica è in sé spettrale, non ha un centro visibile. È un po' come la descrizione del personaggio
di Linda Fiorentino in L'ultima seduzione: «Quasi tutti hanno un lato oscuro... lei non aveva
nient'altro». Quasi tutti i regimi hanno un lato oscuro, spettrale e oppressivo... la minaccia
terroristica non ha nient'altro. Il risultato paradossale di questa definizione del nemico come
spettrale è, di riflesso, un inatteso capovolgimento: in questo mondo senza un nemico chiaramente
identificato sono gli stessi Usa, quelli che dovrebbero proteggerci dalla minaccia, a emergere come il
nemico principale... come in Assassinio sull'Orient-Express di Agatha Christie in cui, dato che
l'intero gruppo dei sospetti è l'assassino, la vittima stessa (un perfido milionario) dev'essere il criminale.
Questo background ci consente di proporre una risposta alla nostra domanda iniziale: sì, il nucleare
all'Iran - e Noriega e Saddam all'Aja. È fondamentale cogliere il nesso tra queste domande: perché
Timothy Garton Ash, Michael Ignatieff & Co., altrimenti pieni di elogi per il Tribunale dell'Aja,
tacciono sull'idea di consegnare al Tribunale dell'Aja Noriega e Saddam? Perché Milosevic e non
Noriega? Perché contro Noriega non c'è stato nemmeno un processo pubblico? Forse perché egli avrebbe
svelato il suo passato con la Cia, e avrebbe rivelato come gli Usa gli hanno condonato la sua
partecipazione all'omicidio di Omar Torrijos Herrera? Analogamente, il regime di Saddam è stato un
abominevole stato autoritario colpevole di molti crimini, soprattutto verso la sua stessa gente. Va
però osservato il fatto strano ma cruciale che i rappresentanti Usa, nell'enumerare i misfatti di
Saddam, hanno sistematicamente omesso quello che senza dubbio è stato il suo crimine più grande (in
termini di sofferenze umane e di violazione della giustizia internazionale): l'aggressione all'Iran.
Perché? Perché in quella aggressione gli Usa e la maggior parte degli stati stranieri hanno aiutato
l'Iraq attivamente... Non solo: gli Usa ora hanno intenzione di portare avanti l'opera di Saddam,
facendo cadere il governo iraniano.
Quanto all'Iran e al nucleare, il fatto sorprendente è che la logica della distruzione reciprocamente
assicurata è operativa ancora oggi: perché la tensione tra l'India e il Pakistan non è esplosa in una
guerra? Perché entrambe le parti sono potenze nucleari. Perché gli stati arabi non hanno rischiato un
altro attacco a Israele? Perché Israele è una potenza nucleare... Perché allora questa logica della
distruzione reciprocamente assicurata non dovrebbe funzionare nel caso dell'Iran? La
contro-argomentazione standard è questa: perché in Iran sono al potere dei fondamentalisti islamici
che potrebbero essere tentati di compiere un attacco nucleare contro Israele...Il regime iraniano è
veramente così «irrazionale»? Il Pakistan, con le sue armi nucleari e i suoi legami con al-Qaeda, non
costituisce una minaccia moltomaggiore? Inoltre, vent'anni fa, l'Iran è stato brutalmente attaccato
dall'Iraq, perciò ha tutto il diritto di sentirsi minacciato!
L'ultima carta giocata dai liberals occidentali è questa: ma il nucleare non sostiene le forze
antidemocratiche in Iran? Il possesso di armi nucleari non impedirà una rivoluzione democratica in
Iran? Quest'argomentazione ha guadagnato nuovo vigore nelle ultime settimane, con le elezioni in Iraq e
in Palestina: non aveva forse ragione Paul Wolfowitz, dopo tutto? Non esiste la possibilità che la
democrazia (occidentale) possa funzionare e radicarsi in Medio Oriente, e che questo processo inatteso
modifichi le coordinate dell'intera crisi mediorientale? La causa ultima della irrisolvibilità del
conflitto in Medio Oriente non è il fatto che i regimi arabi antidemocratici hanno bisogno di Israele in
quanto figura del Nemico, per legittimare la loro azione di governo? Di conseguenza, Bush non sta
semplicemente portando a termine il lavoro di Reagan? Così come Reagan era «ingenuamente» convinto
che la democrazia avrebbe minato il comunismo, che il comunismo sarebbe crollato e che i fatti avrebbero
dato torto a tutti gli specialisti con il loro scetticismo, i fatti potrebbero dare ragione a Bush nella
sua «ingenua» crociata per la democratizzazione dei paesi musulmani? Qui ci avviciniamo al nocciolo
della questione: una lettura così ottimistica riposa su una discutibile fede in un preesistente
armonia tra la diffusione globale della democrazia occidentale multipartitica e gli interessi
economici e geopolitici degli Usa. Proprio in quanto questa armonia non può in alcun modo essere data per
scontata, paesi come l'Iran dovrebbero possedere armi nucleari per contenere l'egemonia globale degli
Stati uniti.
(trad. marina impallomeni)
c/
singolare qualunque
http://materialiresistenti.clarence.com
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http://www.rekombinant.org/support
http://liste.rekombinant.org/wws/subrequest/rekombinant
Iraq. Chiesti 4 milioni di dollari per i tre giornalisti romeni
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E' di 4 milioni di dollari il riscatto chiesto dai sequestratori dei tre giornalisti romeni rapiti lunedì 28 marzo in Iraq, secondo quanto rivelano diversi media di Bucarest. La giornalista televisiva Marie Jeanne Ion e il cameraman Sorin Dumitru Miscoci, della tv privata "Prima Tv", e il reporter Ovidiu Ohanesian, del quotidiano "Romania Libera", erano stati rapiti dopo aver intervistato il premier uscente Ayad Allawi e mentre attendevano di incontrare il presidente uscente Ghazi al Yawar. Sull'entità del riscatto, mentre la tv romena Antena 1 cita fonti anonime dell'amministrazione Basescu, un giornalista della catena "Prima tv", la stessa per cui lavorano due dei rapiti, fa riferimento a quanto rivelato dall'ambasciatore iracheno a Bucarest. In precedenza, un ricco uomo d'affari siriano residente in Romania, Omar Hayssan, aveva sostenuto in dichiarazioni a diversi media di essere stato contattato due volte ieri da persone che parlavano arabo che davano un ultimatum di 24 ore per il pagamento dei 4 milioni di dollari. Il rapimento dei tre giornalisti è stato rivendicato ieri da Abu Musab Al Zarqawi, leader di Al Qaeda in Iraq. www.aprileonline.info
BANANE: SEI PAESI CHIEDONO INTERVENTO WTO CONTRO DAZIO EUROPEO
Politics/Economy, Brief
Sei Paesi latino-americani hanno richiesto l'intervento dell'Organizzazione mondiale per il commercio (Omc, Wto) per la modifica del dazio doganale sulle banane imposto dall'Unione Europea. Lo ha fatto sapere l'ambasciatore ecuadoriano presso l'Ue, precisando che il documento è sostenuto anche da Colombia, Costa Rica, Honduras, Panama e Guatemala. Al centro della polemica la tariffa di 230 euro introdotta da Bruxelles per ogni tonnellata di banane in ingresso in territorio europeo e che i Paesi latino-americani giudicano fortemente penalizzante al punto da non riuscire più a mantenere le attuali quote di mercato in Europa. Il governo di Quito, così come quelli degli altri Paesi, chiede che la tariffa resti bloccata agli attuali 75 euro a tonnellata. La partita interessa anche gli Stati Uniti, per il momento rimasti in ombra, che con l'Ecuador è il maggiore esportatore di banane del continente americano. Una partita simile (definita la 'guerra delle banane') venne giocata durante gli anni '90 proprio da Washington e Quito, che grazie all'intervento del Wto costrinsero l'Europa a modificare un complicato tariffario doganale sempre relativo alle banane. [MZ]www.misna.org
Una coalizione dei willing contro i pirati
di FILIPPO SENSI
L’allarme l’ha lanciato Junichiro Koizumi nella sua newsletter settimanale “Cuor di leone”: «Dobbiamo unirci per combattere la pirateria». Non quella informatica. Ma proprio quella dei mari, magari senza teschi e uncini, tuttavia non meno pericolosa e sempre più diffusa nelle acque dello stretto di Malacca. Dopo una brusca frenata conseguente allo tsunami di dicembre che, come ricordava di recente l’Asia Pacific Center for Security Studies, ha ucciso un gran numero di pirati e spazzato via basi ed equipaggiamenti, nelle ultime settimane gli episodi di pirateria, in particolare nell’area di Sumatra, si sono di nuovo moltiplicati.
Almeno tre imbarcazioni battenti bandiera del Sol Levante assieme ad altre navi indonesiane sono state prese d’assalto. In quasi tutti i casi l’obiettivo era il sequestro dell’equipaggio, come è avvenuto a un cargo diretto verso la Malaysia. I tre marinai, due giapponesi ed uno filippino, sono rimasti nella mani dei loro sequestratori per una settimana per poi essere rilasciati in acque thailandesi. Come per l’Iraq, si è aperto in Giappone un dibattito sul riscatto che sarebbe stato pagato per riavere l’equipaggio sano e salvo.
Di fronte a questa fiammata di episodi di pirateria, il primo ministro giapponese ha chiesto ai paesi asiatici interessati da questo fenomeno di costituire un network investigativo e militare per fronteggiare una minaccia sempre più pericolosa. Stando ai dati più recenti dell’International Marine Bureau, infatti, nel 2004 sono state 30 le persone uccise dai pirati contro le 21 del 2003. Se calano gli attacchi denunciati – dai 445 del 2003 si è passati ai 325 dello scorso anno – crescono i sequestri, soprattutto nelle acque indonesiane, nello stretto di Malacca e a nord di Sumatra.
Ma il rapporto settimanale stilato dall’IMB include tra le zone asiatiche più a rischio anche Chittagong in Bangladesh, Chennai in India e lo stretto di Singapore; in Africa, invece, tenersi alla larga dal Golfo di Aden, dalle acque della Somalia e da vari attracchi dell’Africa occidentale, da Abidjan a Conakry, da Lagos a Dakar, mentre in America attenzione ad Haiti e a Callao in Peru.
Niente di romantico, dunque, nelle imprese dei nuovi pirati, spesso a bordo di pescherecci, ma armati di tutto punto e provvisti di strumenti ad alta tecnologia per agire indisturbati sia nei traffici illeciti, sia negli assalti militari. Negli anni ’90 le prede preferite erano imbarcazioni mercantili, navi di grosso tonnellaggio che venivano abbordate e ripulite; basti pensare che nel solo stretto di Malacca girano oltre 60mila navi, passa circa metà del petrolio di tutto il mondo e due terzi del commercio globale.
Oggi però si punta di più sull’affare dei sequestri di persona, più rischiosi certo, ma sicuramente redditizi. Per combattere questo fenomeno si sono moltiplicate negli ultimi anni diverse iniziative: pattugliamenti delle acque, come ha fatto con scarsi risultati l’Australia, attacchi mirati alle basi operative dei pirati, i moderni covi, cooperazioni regionali in direzione ad esempio degli accordi stretti al vertice dell’Asean+3 (Giappone, Cina e Corea del Sud) del novembre 2001. Il Giappone ha di recente istituito una unità di crisi guidata dal ministro degli esteri Nobutaka Machimura. Eppure i paesi asiatici, anche di fronte alla gravità della minaccia, non sembrano gradire interventi esterni. Come quello degli Stati Uniti che si erano detti pronti a fornire personale e mezzi per aiutare le nazioni più esposte alla pirateria. Un approccio che, tuttavia, non è gradito ai paesi asiatici come l’Indonesia o la Malaysia che vorrebbero evitare interferenze americane: «Èessenziale – avverte il Japan Times – che si usino cautela, pazienza e una certa sensibilità verso le prerogative nazionali ». Come a dire che i willings dell’antipirateria questa volta gli Usa non li vogliono.
Eppure gli Stati Uniti hanno più di un motivo per seguire con preoccupazione l’escalation di violenza nei mari dell’Asia come dell’Africa.
In varie occasioni, infatti, gli esperti ed analisti internazionali hanno messo il fenomeno della pirateria con il terrorismo. Colpire alcune zone nevralgiche per il commercio internazionale come quella dello stretto di Malacca potrebbe avere un risultato su scala globale paragonabile per molti versi a quello dell’11 settembre, mettendo in ginocchio la comunità economica internazionale. Allo stesso modo, attentati di stampo terroristico provenienti dal mare – è già successo con al Qaeda – sono molto temuti dal Pentagono, e potrebbero giovarsi delle basi logistiche così come del know how delle ciurme senza scrupoli che infestano il Pacifico.
Per portare a segno i loro colpi, i pirati hanno bisogno di una rete di supporto a terra su cui i governi orientali vorrebbero mettere presto le mani. Tra tsunami, corsari e terroristi è davvero mare crudele per i colossi asiatici.
www.europaquotidiano.it
Allarme FAO: il rapporto sullo stao del pianeta
[dal sito di WWF Italia]
“L’attività umana pone una tale pressione sulle funzioni naturali della terra che la capacità degli ecosistemi del pianeta di sostenere le generazioni future non può più essere data per scontata”. A lanciare l’allarme è il Millennium Ecosystem Assessment, il rapporto sullo stato degli ecosistemi del pianeta, sugli scenari futuri e sui possibili interventi, presentato oggi a Roma dalla FAO (l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura) e dal WWF. Il Rapporto è stato presentato contemporaneamente in altre nove capitali nel mondo. Oltre 1.300 esperti, tra i più qualificati al mondo e provenienti da 95 paesi, hanno contribuito alla stesura del rapporto. La prima conclusione a cui sono arrivati è che circa il 60 per cento dei servizi forniti dagli ecosistemi, cioè i benefici che offrono agli esseri umani – l’acqua, il cibo, la pesca, la regolamentazione del clima per citarne alcuni - sono degradati o utilizzati in modo insostenibile.
“I problemi con cui dobbiamo fare i conti oggi – perdita di biodiversità, scarsità d’acqua, degrado delle terre aride - potrebbero peggiorare in modo significativo nei prossimi 50 anni se non si interverrà subito”, avverte il Direttore Generale della FAO, Jacques Diouf. “Siamo responsabili non solo verso noi stessi, ma soprattutto verso i poveri del mondo, affinché i sistemi globali siano mantenuti nelle migliori condizioni possibili, e possano continuare a fornire i beni ed i servizi di cui abbiamo bisogno per la nostra sopravvivenza”.
Il rapporto rileva che negli ultimi 50 anni gli esseri umani hanno modificato gli ecosistemi più rapidamente e profondamente che in qualsiasi altro periodo della storia. Fornire cibo, acqua, energia e materiali ad una popolazione in continua crescita ha comportato un prezzo altissimo per i complessi sistemi di piante, animali, microrganismi, funzioni e processi biologici che consentono la vita sul pianeta.
Nel 2000 la concentrazione di biossido di carbonio nell’atmosfera aveva raggiunto il livello più elevato degli ultimi 450.000 anni, e dall’avvio della rivoluzione industriale era aumentata di circa il 32 per cento passando da 280 a 376 parti per milione di volume. Tra il 1960 ed il 1990 l’uso di fertilizzanti chimici di sintesi ha fatto triplicare a livello mondiale la concentrazione di azoto e fosforo nel suolo. Questo aumento può provocare una dannosa crescita di alghe nei laghi e nelle zone costiere, che a loro volta riducendo la disponibilità di ossigeno nell’acqua, causano la morte di molte specie ittiche.
Gli esperti mettono in guardia che tutto questo ha prodotto la più ampia, ed in larga misura irreversibile, perdita di biodiversità sulla terra, e che a causa di ciò circa il 12% degli uccelli, il 25% dei mammiferi e almeno il 32% degli anfibi sono minacciati d’estinzione nel prossimo secolo. Due risorse fondamentali – la pesca e l’acqua – hanno raggiunto un livello limite. L’intervento umano sta sottraendo acqua alle riserve idriche in una misura superiore alla loro capacità di rigenerazione. Lo stesso trend negativo si riscontra per la pesca. L’avvento della pesca industriale ha indebolito fortemente le capacità rigenerative delle specie ittiche con una conseguente riduzione del pescato, in alcune zone pari sino ad 1/10 della disponibilità originaria.
Il Rapporto della FAO mette in luce come siano le popolazioni più povere quelle che subiscono maggiormente gli effetti dei cambiamenti dell’ecosistema e che qualsiasi politica di sviluppo che ignori l’impatto del comportamento umano sull’ambiente è destinata a fallire. In Africa sub-sahariana per esempio si prevede che il numero dei poveri salirà, passando da 315 milioni nel 1999 a 404 milioni nel 2015.
In questa situazione sarà difficile raggiungere gli Obiettivi del Millennio sulla riduzione di fame e povertà, di migliorare le condizioni di salute e di proteggere l’ambiente entro il 2015. “Occorrono cambiamenti radicali di tutti, del mondo politico, del mondo industriale e della società civile. Ognuno deve fare la sua parte. La protezione delle risorse naturali non può più essere delegata ad un piccolo settore del governo o della società”, ha detto Prabhu Pingali, Direttore della Divisione Agricoltura e Sviluppo Economico della FAO.
“Per quanto riguarda l’Italia, - ha detto il Direttore Scientifico e Culturale del WWF Italia, Gianfranco Bologna - il Parlamento dovrebbe dare massima priorità all'approvazione della legge sulla contabilità ambientale, che finalmente consentirebbe a Comuni, Province e Regioni, e lo Stato tutto di mettere la natura in conto e di considerare il valore anche economico dei servizi offerti dagli ecosistemi". Questo sarà un passo fondamentale se si vuole di ridurre significativamente il tasso di perdita della biodiversità entro il 2010.
Invertire il degrado degli ecosistemi ed al tempo stesso affrontare la domanda crescente di servizi è ancora possibile, ma è necessario un uso più saggio e meno distruttivo delle risorse naturali. “I segnali di allarme sono davanti agli occhi di noi tutti. Il futuro sta adesso nelle nostre mani” si legge nella Dichiarazione dei 45 membri del Board che ha coordinato la stesura del Rapporto.
Brasile: la politica estera di Lula tra Rumsfeld, Chavez e Haiti
di Mario Osava
Haiti e Venezuela sono due fonti di tensione che mettono a dura prova la politica estera del Brasile, alla ricerca di una leadership continentale e un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell'ONU
Questo mercoledi Haiti e il Venezuela si sono dimostrate due fonti di tensione che mettono alla prova la politica estera del Brasile, orientata alla leadership dell'America Latina e ad un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza.
Il segretario di Stato alla Difesa degli Stati Uniti, Donald Rumsfeld, ha elogiato nella sua rapida visita a Brasilia la politica militare brasiliana nel paese caraibico, mentre una relazione di alcuni difensori dei diritti umani ha criticato duramente il disimpegno della Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite ad Haiti (Minustah), le cui truppe sono ora sotto il comando del Brasile.
La Minustah ha come capo l'ex cancelliere cileno Juan gabriel Valdés.
"I brasiliani possono ritenersi orgogliosi della leadership che il loro paese esercita nella regione e in altre parti del mondo", specialmente in seguito all'invio di truppe ad Haiti, ha dichiarato Rumsfeld.
Ha inoltre definito come "impressionante" il Sistema di Vigilanza della Amazzonia, un insieme di radar, aerei ed altre tecnologie di comunicazione, il cui centro ha visitato nel pomeriggio dello scorso mercoledi a Manaos, capitale dello stato nord-occidentale dell'Amazzonia.
Rumsfeld ha manifestato la sua preoccupazione, invece, per l'acquisizione da parte del Venezuela di 100.000 fucili russi AK-47. Tale decisione "non contribuisce alla sicurezza di questo emisfero", ha detto, sollevando il dubbio sul destino di "tante armi", giacché il paese non ne ha bisogno, secondo la sua opinione. Il governo venezuelano di Hugo Chavez ha annunciato un rafforzamento programmatico delle sue Forze Armate, il quale prevede anche l'acquisto di 41 elicotteri di attacco e trasporto e di decine di aerei militari da bombardamento MIG, tutti apparecchi russi.
Il Brasile stesso può diventare fornitore di aerei militari, a quanto ha detto Chavez al suo corrispettivo Luiz Inácio Lula de Silva. La partita sarà costituita da due aerei della Impresa Brasiliana dell'Aereonautica, il bombardiere AMX, di tecnologia italiana e 24 Supertucani predisposti al controllo dello spazio aereo e di quello terrestre.
I commenti di Rumsfeld possono essere interpretati come indicativi del fatto che Washington non vede di buon occhio nessuna vendita di armi al Venezuela, benché gli Stati Uniti siano interessati al ruolo di "moderatore" che sta esercitando il Brasile col suo avvicinamento a Chavez e ad altri governi considerati di sinistra nel Sud America, come quello argentino e quello uruguayano.
Il vicepresidente e Ministro della Difesa brasiliano Josè Alencar, anfitrione di Rumsfeld, ha precisato alcune differenze durante la conferenza stampa congiunta che si è tenuta questo mercoledi a Brasilia. "Il Brasile continua a difendere l'autodeterminazione e il principio di non intervento", ha dichiarato. L'interesse a far sì che l'America del Sud acquisisca un'importanza rilevante negli equilibri internazionali ha portato Lula e il suo governo a mettersi in gioco per evitare una crisi istituzionale in Venezuela, così come si è impegnato ad attutire l'attrito che si era venuto a creare tra Caracas da una parte e gli Stati Uniti e la Colombia dall'altra. Fino a questo momento la diplomazia brasiliana si è mossa bene su un terreno difficile. Il passo successivo sarà l'incontro di martedi 29 tra Lula, Chávez, il Presidente della Colombia Alvaro Uribe e il capo del governo spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero, incontro che avrà luogo nella città venezuelana di Guayana. L'altra ossessione della politica estera brasiliana è il motivo principale della spinosa missione accettata dal governo di sinistra del Partito dei Lavoratori (PT) ad Haiti, Paese il cui Presidente leggittimo, Jean-Bertrand Aristide, è stato deposto il 29 febbraio 2004.
Conquistare un posto all'interno del Consiglio di Sicurezza dell'ONU richiede dal Brasile una certa presenza militare mondiale, sostengono alcuni esperti. Il Brasile ha assunto il comando delle forze militari della Minustah inviando 1.200 soldati a questo Paese quasi senza uno Stato, il più povero dell'emisfero sud, all'interno del quale militano diversi gruppi armati. Inoltre, ha messo in dubbio la legittimità dell'intervento militare internazionale ad Haiti, in quanto Aristide ha denunciato di essere stato costretto a lasciare la sua carica e il suo Paese dai marines statunitensi che lo hanno aereotrasportato nella Repubblica Centrafricana. La Comunità dei Caraibi ha difeso tale denuncia, richiedendo all'ONU una inchiesta indipendente che non ha mai avuto luogo.
A nove mesi dall'inizio della missione che coinvolge più di 7.400 soldati e poliziotti di una trentina di Paesi, sette dei quali sudamericani, Haiti continua ad essere uno scenario di combattimenti mortali e di violazioni dei diritti umani senza che ci siano misure effettive di contenimento a tale violenza, ha detto James Cavallaro, direttore del Corso dei Diritti Umani della Facoltà di Diritto di Harvard, negli Stati Uniti. Cavallaro ha visitato Haiti ed ha coordinato l'elaborazione della relazione "Mantenere la pace ad Haiti?", realizzata in collaborazione con il suo Corso di Studi e il Centro di Giustizia Globale, organizzazione non governativa brasiliana. La relazione è stata divulgata questo mercoledi a Rio de Janeiro.
La Minustah non sta mettendo in pratica il "mandato chiaro e forte" di disarmare gli ex militari e le altre milizie illegali, di appoggiare il processo politico di preparazione alle elezioni (previste per novembre), di normalizzare la situazione dei diritti umani, presentando relazioni sul rispetto di essi- così ha assicurato il documento.
Tale relazione continua sostenendo che le forze di pace stanno, in tutti i casi, "dando il loro appoggio" alla Polizia Nazionale di Haiti in numerose esecuzioni sommarie, detenzioni arbitrarie, "sparizioni", omicidi di persone ricoverate negli ospedali, sepolture di gruppo in cimiteri clandestini.
Portando numerosi esempi, il documento mette in luce la "mancanza di volontà" delle forze armate che rispondono al comando del generale brasiliano Augusto Heleno Pereira di contrastare ed indagare le cause delle violenze rivolte verso gli abitanti poveri di Porto Principe, la capitale, i quali sono in linea di massima sostenitori dell'ex presidente Aristide. Esistono punti di vista contrastati sulla missione di pace. Il generale brasiliano ha respinto le accuse contro le sue truppe, sostenendo che il compito della Minustah è quello di "appoggiare il governo provvisorio e la Polizia Nazionale, unica forza legale all'interno del Paese", secondo quanto risulta ufficialmente dall'Agenzia Brasiliana di Stampa.
Secondo Pereira, " sarà impossibile disarmare il Paese" senza progetti sociali ed economici che facciano parte di un programma di sviluppo sociale, "soluzione più efficace per 'disarmare lo spirito'", ha aggiunto.
Infatti, Valdés, a capo della Minustah, ha ricordato agli Stati Uniti e agli altri Paesi ricchi che non hanno rispettato l'impegno di destinare più di 1.000 millioni di dollari a progetti di ricostruzione per Haiti, finanziamenti che costituiscono una parte delle promesse che la Comunità Internazionale ha sostenuto nei confronti di questo Paese.
Un possibile fallimento o un comportamento ambiguo e parziale della Minustah potrebbe ledere l'immagine internazionale del Brasile, ma sicuramente la strada verso il Consiglio di Sicurezza sarà più accessibile se la missione è ben vista da Washington
Tradotto da Roberta Casillo per www.peacelink.it
Fonte: IPS
marzo 30 2005
Pisa e dintorni
Solomon Gursky
Il 9-10 febbraio si è tenuto a Roma un interessante convegno organizzato dal Miur sui risultati del progetto Pisa. (1) Interessante perché sembra segnare un’inversione di tendenza nell’atteggiamento del ministero dell’Istruzione nei confronti dell’indagine Ocse. Il ministero non ha mai fatto mistero di non condividere affatto l’impostazione di fondo di Pisa: il livello scolastico di riferimento – i quindicenni – non rappresenta più nel nostro paese il momento terminale della scuola comprensiva, che si colloca ormai, dopo la riforma Moratti, intorno ai tredici–tredici anni e mezzo (al termine del primo ciclo dell’istruzione); l’oggetto della rilevazione sono le competenze degli studenti, che la riforma esclude esplicitamente dagli ambiti possibili della valutazione esterna, che deve limitarsi alle sole conoscenze e abilità; le prove utilizzate sono sempre state considerate troppo "anglosassoni", qualsiasi sia il significato attribuito a questo termine.
Come interpretare questo cambiamento? Costituisce un’effettiva inversione di tendenza o è soltanto un’operazione di facciata?
La rilevanza internazionale di Pisa
È sempre più evidente la rilevanza di Pisa a livello internazionale. Di fatto, sta progressivamente assolvendo a un doppio compito: fornire dati attendibili per la comparazione dei sistemi scolastici a livello internazionale e sostituirsi ai sistemi di valutazione a livello nazionale in tutti quei paesi che stentano a dotarsi di un tale servizio. L’uso nell’ultima edizione di Education at a Glance dei risultati Pisa per la costruzione di indicatori di qualità del rendimento scolastico degli studenti, rappresenta il coronamento degli sforzi che hanno dato vita a questa indagine.
Nello stesso tempo, il concentrarsi delle risorse su Pisa (i cui costi sono comunque elevati), rischia di diventare un ostacolo per lo sviluppo di altre indagini comparative internazionali. Le difficoltà che incontra attualmente l’Iea (International Association for the Evaluation of Educational Achievement) nell’avviare nuovi progetti ne è un indice. Così come è significativo che anche a livello di Unione europea i parametri di Pisa siano stati per il momento adottati come indicatori per il raggiungimento degli obiettivi di Lisbona. Di fatto, si assiste a una sorta di progressiva monopolizzazione della ricerca comparativa internazionale da parte di Pisa, con tutte le conseguenze, positive e negative, che questo comporta, in termini di omologazione progressiva dei sistemi scolastici a livello internazionale. Nei prossimi due anni, in rapporto alle caratteristiche che assumerà il nuovo ciclo di Pisa, si capirà in quale misura questa tendenza verrà confermata e quale sarà la direzione che questo processo prenderà.
Una retromarcia a metà
Nel frattempo, almeno nel nostro paese, cambia la situazione intorno a Pisa. Il convegno romano è sembrato il momento iniziale di una inversione di rotta. L’intervento centrale del convegno è stato affidato ad Andreas Schleicher, responsabile per l’Ocse del progetto Pisa. Il sottosegretario Valentina Aprea ha decisamente invitato a prendere Pisa come termine di confronto per la valutazione della qualità del nostro sistema scolastico, rivendicando la partecipazione italiana alle indagini comparative internazionali. Datandola, però, al 1985, mentre chiunque sia minimamente informato, sa perfettamente che l’Italia partecipa alle indagini comparative internazionali dall’inizio degli anni Sessanta. Nell’intervento del ministro Letizia Moratti (la cui sintesi è stata enfaticamente intitolata "decalogo"), Pisa occupa un posto di rilevanza centrale. Al convegno ha partecipato tutto l’apparato che costituisce il nostro sistema di istruzione: direzioni generali, uffici scolastici regionali, Irre, gruppi di lavoro ministeriali. Invitate, ma quasi invisibili, le associazioni professionali degli insegnanti. In effetti, l’impressione che si ricava dall’andamento della discussione non è quella di un effettivo ripensamento sul valore di Pisa. Nessuno ha esplicitamente detto: "signori, ci siamo sbagliati. Pisa è quanto di meglio oggi sia disponibile per una valutazione comparativa della qualità dei sistemi scolastici". Nessun accenno alla necessità di rivedere i curricoli in funzione delle competenze che gli studenti debbono acquisire; nessun impegno per una redistribuzione delle risorse all’interno del nostro sistema scolastico in funzione del riequilibrio degli scompensi evidenziati dai risultati di Pisa; nessuna seria riflessione sull’insieme dei risultati, almeno di quelli richiamati da Andreas Schleicher nella sua relazione (a proposito: verrà mai pubblicato un rapporto nazionale, come è stato fatto in tutti gli altri paesi partecipanti a Pisa? O ne faremo a meno, come già è avvenuto per Pisa 2000?).
Il convegno ha invece rappresentato l’occasione per la riaffermazione di principio della validità delle politiche ministeriali e governative, accompagnata da una raccomandazione. I problemi di fondo del nostro sistema scolastico evidenziati da Pisa saranno "inevitabilmente" risolti dalla riforma Moratti. Nel frattempo, prepariamo gli studenti alla rilevazione del 2006, se necessario anche attraverso simulazioni e somministrazioni di prove da effettuare all’inizio del prossimo anno scolastico, in modo che i risultati possano essere migliori. Da qui, l’indicazione di costruire "task force" (sic!) a livello regionale che si facciano carico del lavoro di preparazione degli studenti.
Le Direzioni regionali
Gli Uffici scolastici regionali saranno il nucleo organizzativo fondamentale di queste iniziative. A loro è affidato il compito di sollecitare l’individuazione di referenti all’interno delle scuole, di organizzare iniziative che richiamino l’attenzione di dirigenti e insegnanti, di preparare le "simulazioni". Ma non solo. Già in Pisa 2003, alcune Regioni avevano proposto propri campioni regionali. Nel corso del convegno, gli Uffici scolastici regionali sono stati invitati a partecipare a Pisa 2006 con propri campioni di scuole e di studenti. In che modo interpretare questo invito e la parallela disponibilità degli Uffici scolastici regionali?
Pisa è stato progettato e disegnato per la comparazione tra sistemi scolastici nazionali. I dati raccolti consentono già ora di studiare le differenze interne a tali sistemi, sulla base delle stratificazioni adottate nel campionamento. Per l’Italia, è possibile un confronto tra macroaree geografiche (come avviene per le rilevazioni nazionali) e per tipo di indirizzo di studi. Il moltiplicarsi di campioni regionali non aggiungerebbe nulla. Molte potrebbero essere allora le ragioni della richiesta, nessuna dichiarata esplicitamente e tutte di dubbia validità: presenzialismo, attivismo, voglia di "contare" (di "apparire"?). Soprattutto, nessuna è tale da giustificare le energie e le risorse necessarie. Il sospetto è che la motivazione vera sia un’altra: che non si abbia alcuna fiducia nelle rilevazioni nazionali (progetti pilota vari e, ora, servizio nazionale di valutazione) e che si cerchi in Pisa un surrogato all’assenza di un sistema di valutazione nazionale o alla sua scarsa attendibilità.
Con un corollario: evidentemente la qualità delle prove utilizzate a livello nazionale, elaborate da gruppi di "esperti" individuati dal ministero e dall’Invalsi, è peggiore di quella delle prove Pisa, per quanto "anglosassoni" possano essere.
Le Regioni
In questa ansia di partecipazione, spesso gli Uffici scolastici regionali sono affiancati dalle Regioni che probabilmente vedono in Pisa una opportunità per preparare il terreno per ipotetici servizi di valutazione regionali, nella prospettiva della devoluzione alle Regioni di compiti esclusivi nel campo dell’istruzione. Anche in questo caso e ammettendo che la motivazione sia legittima, non si capisce perché non fare riferimento alle rilevazioni nazionali. Una domanda potrebbe essere rivolta agli Uffici scolastici regionali e alle Regioni. La partecipazione a Pisa ha sicuramente dei costi, sia per le spese internazionali che per quelle nazionali. Non è dato sapere a quanto ammontino effettivamente, ma sicuramente si tratta di varie decine di migliaia di euro. Non sarebbe meglio impegnare queste risorse per sostenere progetti di innovazione e di formazione a livello locale, magari anche nel campo della valutazione?
L’importanza di questa indagine è fuori discussione. Anche a livello metodologico, si tratta forse di quanto di più avanzato sia stato prodotto nell’ambito delle indagini comparative internazionali. Il problema vero sta nel modo in cui si partecipa a questa indagine. La si può utilizzare per riflettere seriamente sulle caratteristiche del nostro sistema scolastico. Può essere lo spunto per far crescere nelle scuole competenze valutative specifiche. Si può costruire intorno a essa una rete di competenze di ricerca articolata a livello nazionale e locale. Il modo peggiore di parteciparvi è quello di farlo un po’ furbescamente, combinando un atteggiamento da neofiti più realisti del re e un provincialismo di cui certo nessuno sente il bisogno.
(1) Programme for International Student Assessement. Promosso dall’Ocse è uno studio comparativo internazionale sul rendimento scolastico degli studenti quindicenni. www.lavoce.info/
Prodi commenta l'era Berlusconi: «Quattro anni di sfascio etico»
di red.
Sfascio etico, ira di Dio. Romano Prodi, intervenuto mercoledì a Radio Anch’io non usa sfumature e mezzi termini per descrivere l’Italia dopo quattro anni di Berlusconi. «In questo periodo è stato dato un messaggio chiaro e sistematico – afferma il leader dell’Unione - le leggi potevano essere rispettate, ma se non si rispettavano poi arrivavano i condoni». Di qui deriva «la costruzione di nuova etica di basso valore morale, e quindi lo sfascio etico».
Il leader dell’Unione enumera i fallimenti dell’attuale governo: «Degli impegni presi con gli italiani il premier ne ha rispettati ben pochi, un terzo, un quarto di quanto aveva promesso nel contratto: una media certo non seria». Poi si concentra sul tema lavoro, uno dei punti di forza della propaganda del Cavaliere: «I posti di lavoro aumentati di cui si vanta Berlusconi sono lavori precari e regolarizzazioni di situazioni precedenti (…) Si sta creando una generazione di precari massacrati per un'interpretazione sbagliata dal liberalismo», persone che «saranno senza pensioni e il Paese dovrà riflettere su questo» Personalmente, promette Prodi, «io su questo sarò durissimo».
Prodi poi volge lo sguardo verso l’attualità: riforme costituzionali e contratto degli statali. La riscrittura della nostra carta costituzionale, fatta dal centrodestra è «un pericolo per la democrazia. Lo è per un motivo molto semplice. (…) Questo progetto di riforma ridicolizza il presidente della Repubblica che non ha più nessun potere; il Parlamento in caso di conflitto con il premier viene mandato a casa; la Corte Costituzionale viene eletta dall'Esecutivo e il potere giudiziario è dipendente dal potere esecutivo. Queste sono distorsioni della Costituzione che rendono impossibile un premierato forte. Allora ho usato il termine dei costituzionalisti americani della dittatura dell' Esecutivo».
«Sul contratto degli statali sta succedendo l'ira di Dio, perché la Lega la vuole bianca, l'altro la vuole rossa e Fi la vuole verde e non si capisce assolutamente che cosa sta facendo questo governo e vedrete cosa succederà dopo le regionali». Questo il commento di Prodi alla vertenza sindacale in corso con il governo per l’aumento degli stipendi ai lavoratori pubblici. «Gli stipendi hanno perso potere d'acquisto e abbiamo l'obbligo di rimetterli in sesto» sostiene Prodi che poi attacca il progetto di Berlusconi di riduzione fiscale: «Non dobbiamo diminuire le tasse alle persone più ricche - ma diminuire le imposte sul lavoro, in modo che i lavoratori ricevano in tasca più denaro. Questo - conclude - serve a rilanciare i consumi. Non dare soldi a coloro che tanto i consumi non li aumentano».
Le battute finali le dedica a chi nel centrodestra gli rinfaccia continuamente l’alleanza con Fausto Bertinotti, il segretario di Rifondazione comunista: «C'è questo meraviglioso, diffuso anticomunismo e mi meraviglio come non vengano anche ripescate le dottrine dei quaqqueri, non so di quanti secoli fa. Questa impostazione per cui al mondo nulla cambia, tutto deve rimanere congelato al '45 è qualcosa di patetico e anche tragico per la politica italiana». E poi ribadisce: «Stiamo lavorando per un programma serio che metteremmo sul tavolo in modo trasparente e che gli italiani giudicheranno. In una colazione c'è un posto anche per idee che non sono nella corrente principale della coalizione, tutto sta nei rapporti che si stabiliscono. Il lavoro che faccio è serio e ha portato delle convergenze su molti punti che gli italiani gradiranno».
Il Cav e il Pil. Qualche numero per la prossima volta
di Max Stirner
"Quando siamo arrivati al governo abbiamo ereditato un debito al 125%, noi vogliamo scendere sotto il 100%". Silvio Berlusconi, 24 marzo 2005, conferenza stampa a Palazzo Chigi. Vero o falso?
Montanelli diceva di Berlusconi: crede nelle bugie che racconta. Nonostante il dotto avvertimento, ancora una volta i colleghi giornalisti presenti alla conferenza stampa del premier si sono bevuti senza replicare l'ennesima bugia. Permettendo così ai dati falsi di camminare, come se le bugie di Berlusconi avessero le gambe lunghissime. Però, visto che il primo ministro crede nelle sue bugie, state pur certi che le ripeterà ancora. E allora ecco la verità dei numeri, così come certificati dall'Istat.
Quando Berlusconi è andato al governo (2001) il debito era non al 125% ma al 111,2% del prodotto interno lordo (consuntivo 2000). Dopo aver chiuso quattro bilanci è sceso a 105,8%, quindi di 5,4 punti. Per un confronto: il centrosinistra è andato al governo nel 1996 partendo da un debito del 124,3% (consuntivo 1995) e dopo quattro anni lo aveva portato a 115,5%, con una flessione di 8,8 punti.
Solo un anno il debito è arrivato al 125% del Pil: nel 1994. Per la precisione in quell'anno, governato da Berlusconi per il periodo maggio-dicembre, il debito schizzò da 118,7% a 124,8%. Dal 1995 è iniziata l'opera di risanamento, alla quale hanno contribuito tutti i governi, compreso quello attuale. In dieci anni il debito è stato ridotto esattamente di 19 punti, così suddivisi: Dini 0,5 in un anno; Prodi 3,8 in due anni; D'Alema 5,0 in due anni; Amato 4,3 in un anno; Berlusconi 5,4 in quattro anni.
La frase onesta di Berlusconi doveva essere: "Quando siamo arrivati per la prima volta al governo abbiamo portato il debito al 125%. Poi è iniziata una fase di risanamento alla quale abbiamo contribuito in misura non marginale con il secondo governo e che continuerà, con l'obiettivo di scendere sotto il 100%". Non si può chiedere a Berlusconi di essere onesto, ma almeno a chi lo intervista si può chiedere di essere informato.
Ecco, per completezza, gli ultimi anni di debito in rapporto al Pil.
1993: 118,7
1994: 124,8
1995: 124,3
1996: 123,1
1997: 120,5
1998: 116,7
1999: 115,5
2000: 111,2
2001: 110,7
2002: 108,0
2003: 106,3
2004: 105,8
Max Stirner
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Re: Il Cav e il Pil. Qualche numero per la prossima volta
EN - 29.03.2005
Max, ovviamente (?) tu parti dai dati ufficiali (ISTAT?). Se però ai dati sul debito aggiungi il fantomatico buco lasciato dai gorverni di sinistra denunciato nel 2001 da Tremonti al TG1, otterrai probabilmente il 125%.
Ed ecco spiegato il mistero. www.ilbarbieredellasera.com
PROVE TECNICHE DI DITTATURA: LE TRAPPOLE MEDIATICHE
Articolo da: http://www.politikon.it/modules/news/article.php?storyid=448
di Politikon
Questa campagna elettorale si è svolta in modo anomalo grazie alle trappole mediatiche sparse qua e là da Berlusconi e soci.
Il Cavaliere è riuscito ad evitare di confrontarsi sui programmi e ha portato a termine le sue nefandezze sotto uno coltre di quasi silenzio.
Mentre le cose accadevano ha alzato polveroni mediatici cosringendoci a parlare d'altro.
Berlusconi, spogliato del suo ruolo di vittima dopo la sentenza assolutoria, ha cercato durante tutti questi mesi di presentarsi agli elettori con nuovi scudi vittimistici.
1° Scudo - LA POLITICA DEL 3PIEDI
Il gesto cretino del turista mantovano è stata una mano santa per Berlusconi, perchè, oltre a riapproppriarsi del suo ruolo di vittima, ha potuto etichettarlo come il solito personaggio cresciuto nel clima d'odio comunista.
La stampa filoberlusconiana ci ha raccontato un Berlusconi affranto, costretto a rifugiarsi immediatamente a palazzo Grazioli, impedito a raggiungere in aereo la propria famiglia per festeggiare insieme il capodanno.
Per quanto mi sforzi non riesco ad immaginarlo nel suo letto di dolore, senza cena perchè il cuoco era in congedo.
Il giornalista voleva far credere che l'uomo più ricco e potente d'Italia aveva digiunato insieme agli uomini della scorta. Bastava fare una telefonata a uno dei numerosi ristoranti per avere una super cena a domicilio. Si trovava a Roma e non alle Maldive in preda all'onda anomala......
Se De Amicis fosse ancora in vita potrebbe denunciare il giornalista per plagio, perchè nell'articolo ci sono tutti gli ingredienti del libro Cuore: Berlusconi nel ruolo di Garrone, il muratorino mantovano, lo struggente calvario della famiglia separata (dagli Appennini alle Ande ovvero da Roma ad Arcore).
Il giorno dopo c'è stata la scarcerazione del mantovano.
E' a questo punto che entra in scena il tamburino sardo, pardon padano.
E' il leghista Calderoli che suona la grancassa propagandistica contro il GIP che ha disposto la scarcerazione in base alle leggi vigenti (fatte dei politici).
Qualsiasi cosa facciano questi poveri magistrati vengono messi in croce.
I leghisti che si appellavano al grantismo quando erano stati incarcerati i loro amici che hanno scalato il campanile di S. Marco, sono diventati improvvisamente giustizialisti attaccando i giudici per le ragioni opposte.
Si strumentalizza l'accaduto per picconare ulteriormente la Magistratura annunciando ispezioni a carico del GIP che ha disposto la scarcerazione.
Il messaggio è chiaro e insidioso.
Il politico che delinque non deve essere punito per una sorta di sovranità che gli viene conferita dal popolo all'atto deella sua elezione; il magistrato che non si comporta secondo i desideri del potere politico va perseguito e punito.
Il coglione mantovano giustifica l'efferato gesto dichiarando di odiare Berlusconi. In quel momento si mostra spavaldo e non sembra affatto pentito.
Molti vedono nel mantovano il "Balilla della sinistra", il piccolo eroe che con il suo sasso ha voluto colpire il potere e far capire al popolo che era scoccata l'ora del riscatto.
Presi da entusiasmo lanciano SMS di simpatia verso l'uomo del 3piedi cadendo nel trappolone mediatico di Berlusconi: i buoni della destra e i cativi della sinistra.
Intanto la "vittima" di tanto odio meditava amareggiato nel suo letto di dolore.
Il giorno dopo l'eroe di cartapesta usciva dal carcere balbettante e confuso: non odiava più Berlusconi e non sapeva spiegarsi la ragione di quel gesto assurdo.
Dopo il dolore del premier e la confusione di Dal Bosco, si è scatenata la solita strumentalizzazione politica.
Il compianto poeta e senatore a vita Mario Luzi è stato attaccato ferocemente per aver osato paragonare il cerottone dietro l'orecchio del premier contuso dal treppiedi del mantovano con il vistosissimo cerotto sul naso di Mussolini ferito da un proiettile sparato da una signorina irlandese.
Non credo che a Berlusconi dispiaccia essere paragonato a Mussolini. Il paragone di Luzi lo ha mandato in bestia semplicemente perchè ha svelato le sue vere intenzioni: speculare sull'accaduto come aveva fatto a suo tempo Mussolini.
Difficilmentge il cavaliere sfoga la sua rabbia direttamente, ma delega lo sfogo ai componenti della CDL.
Così facendo sa fin dove può spingersi: se l'atteggiamento non è produttivo può sempre dissociarsi e correggere il tiro.
E' accaduto anche questa volta.
I leghisti, in prima fila, volevano cacciare il poeta novantenne dal Parlamento.
Indirettamente volevano dare anche una spallata a Ciampi, fautore della nomina di Luzi. Certi atteggiamenti li definirei:
"prove tecniche di dittatura"
Il Cavaliere manda in avanscoperta i suoi "prodi" per saggiare se i tempi sono maturi; avanza se trova il terreno giusto, arretra di fronte al terreno minato.
Ha capito che, purtroppo per lui, ancora molti italiani hanno il cervello lucido come quello del novantenne Luzi e ha deciso che era più produttiva la tecnica del perdono.
Nel frattempo l'agressore del 3piedi è stato trasformato in tirapiedi.
Non è stato necessario che la madre di Dal Bosco percorresse la strada Mantova-Arcore a piedi col capo cosparso di cenere per chiedere al sire di perdonare il vivace rampollo.
E' bastata una lettera di scuse da parte di Dal Bosco per ottenere la grazia.
Non è dato di sapere come sia stata recapitata questa lettera. Se fosse tramite le Poste Italiane ne sarei piacevolmente stupita per l'efficienza, considerata la velocità con la quale è stata recapitata.
Una mia lettera ha impiegato tre giorni per giungere a destinazione nonostante l'avessi spedita per posta prioritaria e in assenza di giorni festivi.
Ritornando alla vicenda, bisogna proprio dire che il Cavaliere ha il cuore d'oro. Ha telefonato personalmente al suo agressore rassicurandolo che non procederà contro di lui: il Garrone della politica ha avuto un occhio di riguardo soprattutto per la madre di Dal Bosco che gli ricorda tanto mamma Rosa.
I due protagonisti del 3piedi hanno simpatizzato al punto da progettare un ipotetico incontro. Entrambi sono accomunati dalla passione delle donne, dall'interesse per l'edilizia (l'uno muratore, l'altro imprenditore che ha usato appunto l'edilizia come trampolino di lancio negli affari) e dai gesti spettacolari.
Non è escluso che il generoso Silvio prenderà sotto la sua ala proettiva anche il muratore mantovano come ha fatto con Apicella.
Concedendo la "grazia" Silvio si è esercitato a sostituire Ciampi nel ruolo di Presidente della Repubblica e nel contempo ha continuatop la propaganda elettorale utilizzando il solco religioso tracciato dall'amico Bush.
Il gesto generoso ha mandato in visibilio cerlo elettorato cattolico, ignaro che ogni buona azione che Berlusconi fa è mirata ad ottenere un vantaggio.
Nessuno si è domandato, visto che è così incline al perdono, perchè non ha perdonato: Montanelli, Biagi, Santoro, Travaglio, Sabina Guzzanti, Luttazzi, Pietro Ricca ecc. ecc.?
Probabilmente le parole di verità fanno più male del treppiedi.
2° scudo - LA MUSSOLINI NON E' UN FENOMENO DI DESTRA, MA DI SINISTRA
Visto il pericolo rappresentato da un terzo polo la manovalanza del centro-destra è corsa ai ripari.
Ho la netta sensazione che alcuni mercenari del centro-destra si siano infiltrati nelle fila della Mussolini per occuparsi della "raccolta delle firme" da sottoporre poi alla buona fede del centro-sinistra per l'autentica.
Anche un bambino capirebbe che l'autore dei dati falsi li ha scritti con la precisa volontà di farsi scoprire.
L'evaso dal carcere che vuole fugire all'estero non si presnta alla frontiera con un falso passaporto recante la foto di un congolese se è biondo con gli occhi azzurri.
Parimenti colui che vuole spacciare per veri dei dati falsi non attira l'attenzione del controllore scrivendo date di nascita impossibili: leggere che una persona è nata il 31 febbraio desta subito qualche perplessità....
Il vero capolavoro del male è stato quello di trasformare l'altruismo democratico di taluni in "soccorso rosso" ai danni di Storace.
L'esperienza insegna che, per il futuro, occorre applicare il motto di Pertini "Contro un brigante un brigante e mezzo!"
Le regole democratiche e di galateo politico sono da evitare con i furfanti; bisogna trattarli come meritano senza sconti.
Evitiamo di fare loro qualsiasi cortesia ci venga richiesta.
Se diranno che siamo meschini, risponderemo che non siamo cretini!
Gli spioni telematici sguinzagliati da Storace hanno fatto il resto.
E' inutile che Berlusconi e soci si scaglino contro coloro che hanno riammesso la Mussolini nonostante le firme false, perchè non hanno fatto altro che applicare la legge che loro stessi avevano prodotto per sanare i loro pasticci pregressi.
Il buffo della vita è che molte volte le azioni disoneste si ritorcono contro chi le produce.
Un avvocato ha spiegato chiaramente che per procedere contro la Mussolini la denuncia non doveva partire da Storace e soci, ma dalle persone citate nelle liste le cui firme sono state falsificate.
Non credo che Ornella Muti e le altre persone citate siano interessate a intraprendee azioni penali contro la Mussolini.
Quindi il centro destra si rassegni e rifletta sul motto "Chi di spada ferisce, di spada perisce".
3° scudo - FALSE ACCUSE AL PADRFE DI STORACE
Anche l'Unità è caduta nel trappolone mediatico per la troppa ansia di pubblicare una notizia senza prima verificare.
Come esistono i vari comunisti pentiti al servizio di Berlusconi (Ferrara, Bondi, Cicchito ecc.) non mi stupirei che esistesse pure l'ebreo disposto a prestarsi alla sceneggiata per soldi.
Anche qui m'inquieta la dichiarazione troppo facilmente confutabile: il padre di Storace dodicenne che picchia un ebreo.
Altra cosa inquietante è la presenza di Storace alla commemorazione delle Fosse Ardeatine, copo che si era indignato per il trasformismo di Fini con la papalina in testa.
Io metterei sotto torchio la persona che ha reso quelle dichiarazioni all'Unità, perchè sono convinta che sotto c'è lo zampino di qualcuno che voleva inquinare la campagna elettorale ai danni del centro-sinistra.
Rileggendo un mio scritto del 25/11/2003 intitolato "Il trasformismo di Fini" il mio sospetto si rafforza ancora di più.
"""E' da tempo che Fini, sotto la regia del cavaliere, sta rinnovando il look. Visto che la barzelletta "Mussolini non ha ammazzato nessuno", oltre a non farci ridere, non è servita a farci dimenticare le leggi razziali del 1938, ha pensato di riabilitare gli eredi del Duce defascistizzando lentamente AN.
Confidando nel basso quoziente intellettivo del suo elettorato, come al solito, se ne è infischiato dei comportamenti contraddittori all'interno di AN.
Fini ha iniziato ad esibire il suo nuovo look moderato lanciando, a sorpresa, l'idea del voto agli immigrati. Dopo aver lanciato la simbolica carota (la definisco "simbolica" perchè in realtà il suo rimarrà solo un annuncio) l'attuale governo ha mostrato il bastone espellendo l'imam di Carmagnola.
Il personaggio non mi era simpatico, ma, vista la pericolosità, credo che avrebbe dovuto occuparsene la magistratura assicurandolo, eventualmente, alle patrie galere.
Mi ha impressionato vedere Fini, reduce dalla celebrazione dei ragazzi di Salò, sconfessare tutti gli orrori del nazi-fascismo davanti alla comunità ebraica.
Ancor di più mi ha impressionato sapere che nelle caselle postali dei deputati di AN fossero depositate videocassette celebrative del longevo responsabile dell'eccidio delle fosse Ardeatine.
Il fatto che Fini, in vista della visita di riappacificazione, abbia espulso l'autore di detto regalo non mi tranquillizza. Sarebbe interessante sapere se l'On. Fini avrebbe espulso il suo compagno di partito comunque, anche in assenza della denuncia dell'On. Mussi che ha scoperto la cosa.
Ieri sera (lunedì 24 novembre 2003) sono rimasta di sale vedendo nel salotto di Vespa un rappresentante della comunità ebraica che di fronte al giornalista Curzi, allibito quanto me, si scagliava contro i passati governi e la sinistra in genere, ritenuti corresponsabili dell'attuale situazione in Israele.
E' apparso improvvisamente Gasparri su di un megaschermo e a cominciato a lanciare accuse a raffica contro i comunisti responsabili dell'eccidio di migliaia di ebrei e, ignorando le parole del Santo Padre riguardo alla costruzione dei ponti, ha esaltato la costruzione del muro come unica difesa contro il terrorismo islamico.
Dovendo reiscrivere la storia, prendiamo atto che Hitler e Mussolini non sono mai esistiti e che le leggi razziali le hanno fatte i comunisti.
Nessuno gli ha ricordato le persecuzioni nazifasciste e nessuno gli ha chiesto come mai AN ha organizzato recentemente una manifestazione in cui veniva mimato l'abbattimento di un muro.""""
Berlusconi trasformer è riuscito a distruggere in breve tempo due valori che ammiravo in AN: il senso di legalità e di giustizia. Ha trasformato AN e la Lega in due appendici di Forza Italia.
Le parole DESTRA e SINISTRA non hanno più significato. Io che ho sempre votato Democrazia Cristiana e che durante le occupazioni studentesche tifavo per i poliziotti divento furibonda quando mi viene appiccicata l'etichetta di "Comunista" da ex compagne d'Università tesserate PC e scalmanate nei cortei che ora ingrossano le fila di Forza Italia.
Berlusconi non ha potuto trasformare la Mussolini semplicemente per lo nome scomodo che porta.
Tutti gli altri lo hanno seguito. Anche l'ebreo che ha concesso l'intervista all'Unità sicuramente è una delle tante vittime della sindrome di Stoccolma nei confronti del cavaliere.
STIAMO ATTENTI ALLE TRAPPOLE FUTURE
POLITIKON
PS- Se esportate questo scritto, per favore citate fonte e autore, grazie
Sulla pelle dei lavoratori
Guglielmo Epifani
da l'Unità - 30 marzo 2005
La vicenda del rinnovo dei contratti pubblici acquista, ora dopo ora, toni dai contorni grotteschi e inquietanti.
Come è noto i contratti di lavoro di tutti i settori del pubblico impiego, della scuola, sono scaduti da quindici mesi. Per medici, veterinari, dirigenti e ricercatori siamo a un ritardo di quasi quattro anni. Di fronte a questa situazione il governo prima ha rifiutato qualsiasi apertura di un tavolo.
Sulla pelle dei lavoratori
E solo dopo tre scioperi generali ha accettato l'idea di aprire un confronto. Il sindacato si aspettava da parte del governo quel passo in avanti decisivo per arrivare alla stretta finale. Il sindacato, unitariamente, ha dato la propria disponibilità a provare a concludere rapidamente un rinnovo che non può aspettare ancora. Il governo, invece di dare continuità e concretezza al tavolo, invece di presentarsi con una proposta, apre la strada al caos con dichiarazioni di questo o di quel partito della maggioranza, di questo o di quel ministro che tra disponibilità apparenti e repentine marce indietro, lasciano trasparire divisioni profonde.
Il presidente del Consiglio ritorna addirittura a proporre quella cifra di aumento contenuta in Finanziaria (95 euro) che i sindacati hanno già bocciato e che altri esponenti del governo, invece, considerano superabile. Da tutto questo emergono alcune considerazioni che vanno fatte con la massima fermezza.
La prima. Il clima preelettorale gioca in maniera irresponsabile sulle condizioni, le aspettative, i diritti dei lavoratori pubblici. È evidente lo scopo elettoralistico delle dichiarazioni dei giorni scorsi, così come sono evidenti anche gli elementi di divisioni che hanno frenato fino ad oggi qualsiasi conclusione della vicenda.
La seconda. Tutto il governo deve sapere che per quanto riguarda il sindacato, la disponibilità a raggiungere un accordo si muove nell'ambito di un passo in avanti che il governo deve fare rispetto all'ultima proposta: se la proposta resta quella già fatta, non restano margini per concludere un accordo. Il sindacato ha dato la sua disponibilità a muoversi dalle sue posizioni iniziali nella fase di mediazione, ma queste - anche nella loro ragionevolezza - non possono che venire dopo un'analoga presa di posizione esplicita da parte del governo.
La terza. È evidente che si gioca una partita interna al governo molto pesante e molto delicata. Ma il risultato di queste divisioni, ad oggi, è quello di aver congelato qualsiasi prospettiva di rinnovo del contratto e condannato i lavoratori pubblici alla fase di incertezza in cui essi vivono.
Questa divisione nasconde sostanzialmente l'esistenza, allo stato maggioritaria, di scelte del governo, avallate dal presidente del Consiglio, tese a considerare il lavoro pubblico ed il rinnovo del contratto un costo, un intralcio alla politica di bilancio e all'azione dell'esecutivo. Il lavoro pubblico non è visto, in questa cultura, come un elemento sul quale costruire una politica di ammodernamento e di qualità del ruolo del lavoro pubblico e del funzionamento di tutti i servizi pubblici. Ma unicamente come un onere, un onere da sopportare, un onere da comprimere e un onere al quale non rispondere con risultati concreti.
Tutto questo rende la situazione francamente non accettabile e non condivisibile. Il rinnovo del contratto di lavoro è un diritto che i lavoratori italiani hanno conquistato e che intendono mantenere, anche sulla base degli accordi pattuiti all'inizio degli anni novanta. Non è vero che i lavoratori pubblici in questi anni, se si prende a riferimento un periodo di tempo significativo, hanno aumentato la loro quota di reddito rispetto alla crescita del Pil italiano, mentre è evidente che per ogni fase di attesa si comprimono i loro salari e le loro condizioni. Inoltre tutta la riforma della pubblica amministrazione, tutta l'azione di delegificazione, di contrattualizzazione del rapporto di lavoro è stata in questi anni - da parte delle scelte di questo governo - fortemente compromessa.
Questo balletto di dichiarazioni mostra chiaramente che il rinnovo del contratto diventa merce ed oggetto di un contenzioso esclusivamente politico. Non c'è più un ruolo dell'Aran, dell'Agenzia che per legge è deputata ad affrontare queste questioni, non c'è stato né c'è nessun coinvolgimento degli Enti locali e delle Regioni, indispensabili per sottoscrivere intese che riguardano il contratto della Sanità e degli Enti locali. Tutto questo rappresenta un visibile, inquietante passo indietro rispetto agli aspetti riformatori del decennio precedente.
Il governo lede un diritto dei lavoratori, non riconosce il valore del lavoro pubblico, dei servizi pubblici essenziali nella loro funzione fondamentale per i cittadini e - contemporaneamente - reintroduce un interesse di parte, di schieramento, di singola forza politica, nell'ambito delle scelte che riguardano i lavoratori pubblici. Altro che processi di riforma e di modernizzazione del Paese: si ritorna ai tempi bui della storia della nostra Repubblica, quando i contratti di lavoro venivano considerati, né più né meno, come elementi di scambio.
Abbiamo già detto - in occasione dell'ultimo sciopero generale - che o il governo cambiava registro e si comportava correttamente o si sarebbe aperta una fase di ulteriore confronto e di ulteriore scontro. Il governo non sembra aver capito la posizione molto seria e responsabile del sindacato confederale e sceglie - ancora una volta - una strada che porta allo scontro e all'utilizzo improprio delle posizioni di chi lavora in settori fondamentali delle funzioni e dei servizi pubblici.
L´Italia che dimentica
CURZIO MALTESE
la Repubblica - 30 marzo 2005
«PERCHÉ non avrei dovuto invitarli? Ai giovani dobbiamo sempre porre come esempio Costantino e i ragazzi del Grande Fratello?». Con questa stupefacente motivazione, Scelli aveva organizzato a Firenze l´incontro fra Berlusconi e i due fascisti pluriomicidi Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, davanti a una platea di giovani berluscones. Alla fine, l´idea di una pubblica stretta di mano fra il premier e gli autori della strage di Bologna è parsa troppo indecente anche alla destra. Sia pure fra mugugni e demenziali recriminazioni di Forza Italia («E allora i no global in corteo con la sinistra?»), l´evento è stato annullato. A fare da esempio ai giovani di Scelli, che da commissario della Croce Rossa ha deciso di correre in soccorso all´uomo più potente d´Italia con un nuovo movimento, ci sarà il solo Berlusconi.
Se il Paese dimentica
Mambro e Fioravanti sono stati «pregati di rinviare l´incontro» per la protesta dell´associazione parenti delle vittime, che ha già dovuto sopportare la recente liberazione dei due stragisti neri.
Il convegno preelettorale Berlusconi-Nar dunque non si farà ma lo scandalo rimane. Almeno per l´opinione pubblica democratica. Non certo per la stampa e le tv di regime che hanno nascosto la notizia. Pronti a crocifiggere Prodi e Fassino come «amici dei terroristi» se annunciano una marcia per la pace con un milione di persone e trecento disobbedienti. E invece quanto cauti, tolleranti alla notizia di un incontro di persona fra Berlusconi e il killer Fioravanti.
Già il solo fatto che si sia potuto pensare e organizzare un simile incontro è grave. Ancora più deprimenti sono le possibili ragioni. A tre giorni dal voto, in pieno rush finale e dopo i veleni del caso Mussolini, il buon Scelli avrà pensato di fare un favore al suo leader facendogli incontrare due idoli dell´estremismo di destra. È la tesi dei parenti delle vittime, che hanno parlato di «sfruttamento della popolarità criminal-mediatica».
La frase può sembrare esagerata o dettata da un comprensibile dolore ma in realtà fotografa alla lettera la paradossale realtà. Nell´Italia smemorata gli autori della strage di Bologna sono diventati celebrità mediatiche, con tanto di servizi di genere idilliaco-familiare su Sorrisi e Canzoni, siti di riabilitazione su Internet e lungo carnet di conferenze e interviste, come del resto capita anche agli assassini brigatisti.
Con molta confusione mentale, qualcuno li ha descritti come i "Bonnie and Clide all´italiana" e l´associazione delle vittime ha dovuto battersi negli ultimi mesi per impedire che sulla coppia venisse girato un film criminal-sentimentale, già avviato e con un cast di richiamo. Esiste anche un´associazione molto trasversale, com´è di moda, che si batte per l´innocenza di Mambro e Fioravanti dall´accusa di strage, nonostante le sentenze definitive.
Al Rotary per la minimizzazione delle stragi s´è iscritto ieri di fatto anche Fausto Bertinotti, che a una domanda sulla polemica di giornata ha risposto: «Non me la sento d´infierire su di loro soltanto perché appartengono al campo avverso». Quasi fosse una questione di fair play. L´idea che la colpa di Mambro e Fioravanti non sia tanto l´essere di destra ma l´aver massacrato un centinaio di persone non deve aver sfiorato neppure il leader di Rifondazione.
A ben pensarci è pure curioso che nella furia della campagna elettorale l´Unità si sia inventata un padre torturatore di Storace ma nessuno da anni ricordi l´amicizia di molti dirigenti di An con terroristi. Non un "album di famiglia" ideologico in comune ma proprio la condivisione, la militanza a contatto di gomito. Eppure Giusva lo ripete in ogni intervista, e sono tante: «Storace? Bontempo? Camerati di tante battaglie».
Perché voler inchiodare un politico al passato di suo padre, per giunta di fantasia, quando basterebbe chiedergli ragione di che cosa ha fatto ieri o di chi ha deciso d´incontrare domani?
CONTRATTO ELETTORALE
MASSIMO RIVA
la Repubblica - 30 marzo 2005
OLTRE tre milioni di statali, con familiari annessi, rappresentano circa un quarto degli elettori chiamati la prossima domenica a votare per il rinnovo dei consigli regionali. In qualche caso – segnatamente quello della Regione Lazio, dove l´uscente giunta Storace e l´intero partito di An si giocano una partita vitale – questo rapporto è ancora più elevato: si può tranquillamente stimare che abbia interessi connessi al pubblico impiego almeno un elettore su tre. Simili proporzioni possono spiegare le convulsioni che da qualche giorno scuotono i partiti della maggioranza sul nodo del nuovo contratto per i dipendenti di sanità, scuola e amministrazione statale in genere. Il voto è alle porte e le tentazioni di fare demagogia a buon mercato si stanno moltiplicando nelle forme più sguaiate e irresponsabili.
Il contratto elettorale
Nelle ultime quarantott´ore il marasma dentro il centrodestra ha raggiunto la sua acme con un pubblico e deprimente battibecco fra il vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini, e lo stesso premier, Silvio Berlusconi.
Quest´ultimo, smentendo platealmente il ministro della Funzione Pubblica (l´Udc Mario Baccini) che si era sbilanciato con una promessa di 100 euro d´aumento mensile, ha detto che le risorse disponibili non potranno viceversa eccedere i 95 euro previsti nell´ultima Finanziaria. A stretto giro di posta, il presidente del Consiglio è stato, però, richiamato all´ordine dal suo vice e leader di An. Gianfranco Fini, infatti, si è detto meravigliato della labile memoria di Berlusconi ricordandogli che in sede di Consiglio dei ministri si era già deciso di andare oltre il tetto dei 95 euro ipotecando fin d´ora gli stanziamenti della prossima legge finanziaria. Mentre a fianco del premier si è, invece, schierato il ministro del Lavoro, Roberto Maroni, il quale ha spiegato che i cinque euro di differenza non sono una questione da poco: 1) perché valgono altri 300 milioni (seicento miliardi delle vecchie lire) a carico di un bilancio pubblico che fa già acqua da più parti; 2) perché una tale concessione agli statali rischierebbe di innescare una minacciosa spirale imitativa nel settore privato, particolarmente da parte della vasta platea dei lavoratori metalmeccanici.
Da questo succinto resoconto emerge in piena evidenza il segno politico dello scontro in atto nel centrodestra. Su un versante si trovano unite An e l´Udc, che per consolidata tradizione coltivano una robusta "constituency" elettorale nel mondo del pubblico impiego, soprattutto a Roma e nelle regioni del Mezzogiorno.
Sull´altro versante c´è la Lega, che da sempre raccoglie consensi nelle valli pedemontane del Nord lanciando anatemi contro Roma ladrona e gli odiatissimi dipendenti dello Stato. In mezzo si trova Silvio Berlusconi che, anche in quest´occasione come per la devastante riforma federalista, sembra guardare con occhio preferenziale all´ennesimo ricatto leghista, nella convinzione che i voti dei fedelissimi di Umberto Bossi siano per lui i più necessari in vista delle elezioni politiche 2006.
Questo stato di somma confusione conflittuale dentro la maggioranza finisce così per conferire una pennellata di grottesco cinismo alle altalene ministeriali sugli aumenti per gli statali.
Intanto, va tenuto presente che il contratto del pubblico impiego è scaduto da ben quindici mesi senza che il governo abbia mai dato segnali di serio interessamento alla questione, svegliandosi d´improvviso soltanto alla vigilia del voto di domenica. Poi va ricordato che questo balletto di cifre rimane, per il momento, fumo negli occhi ovvero una recita a puri fini mediatici e propagandistici per la sconcertante ragione che, nel frattempo, nessuno ha convocato a un tavolo ufficiale i legittimi rappresentanti sindacali della categoria per formulare loro una precisa proposta a nome del governo.
In altre parole, quello cui tocca di dover assistere non è neppure uno dei tanti tira e molla che da sempre avvengono durante le trattative contrattuali.
Anzi, i sindacati appaiono in questa fase del tutto estromessi da una recita, che riguarda soltanto gli esponenti del centrodestra. Lo spettacolo offerto è così quello di un datore di lavoro - il governo Berlusconi - che scherza con la sorte dei suoi dipendenti, nella sfrontata presunzione di poter massimizzare i suoi profitti elettorali, lasciando a un ministro la facoltà di agitare il bastone e ad un altro quella di esibire la carota. In un crescendo di ambiguità e di contraddizioni che sono l´esatto opposto del tanto vantato e vanamente promesso buongoverno del Paese.
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Fra ansie elettorali e fantasmi nordisti
di MASSIMO FRANCO
dal Corriere - 30 marzo 2005
In apparenza, si tratta di un’inezia: un aumento di stipendio di cento euro, e non di novantacinque. Ma se si moltiplica per i tre milioni di dipendenti pubblici, assume dimensioni corpose per i conti pubblici. E se piomba a cinque giorni dal voto regionale, diventa un’ipoteca pesante per una maggioranza che scommette sulla vittoria quasi per dovere d’ufficio. Non bastasse, il contratto degli statali sembra fatto apposta per resuscitare il fantasma dell’«asse del Nord» fra Berlusconi e Bossi; e per irritare i due vicepremier, Fini e Follini, di An e Udc, che sentono minacciato il proprio serbatoio elettorale nel Centrosud. La «linea del Po» di FI e Lega è che non sia possibile chiudere il contratto a 100 euro. Andare oltre i 95 significherebbe «dare il cattivo esempio», ha spiegato il presidente del Consiglio. Il governo, che pure in altri casi recenti non era stato così rigorista, non ha «la possibilità di reperire altre risorse» nella Legge finanziaria. Chiudere il contratto prima del 4 aprile «avrebbe un significato elettorale». Insomma, un altolà ai ministri Baccini dell’Udc e Alemanno di An; e una concessione fatta alle tesi leghiste.
La prima pagina della Padania di ieri era inequivocabile. Il contratto degli statali voluto da alleati e sindacati, titolava, sarebbe «il più costoso spot elettorale». Era la bocciatura preventiva dei 100 euro di aumento, condivisa subito da Berlusconi. «Quando si tratta di distribuire i soldi, Palazzo Chigi sceglie sempre la Lega», è insorto subito il prodiano Enrico Letta: una critica prevedibile, come quelle di Bertinotti, leader di Prc, e del presidente ds, D’Alema.
La sorpresa è arrivata quando il ministro degli Esteri e vicepremier, Fini, ha di fatto preso le distanze da Berlusconi. Il Consiglio dei ministri «ha già deciso» di trovare i finanziamenti, ha ricordato. Il premier ne è al corrente e «non ho motivi per pensare che abbia mutato avviso». Dalle sue parole affiorava il timore di perdere una quota di elettori nel pubblico impiego, a cominciare dal Lazio: la polemica a tenaglia contro il governo, condotta dalla sinistra e da Alessandra Mussolini, spina nel fianco destro di An, è rivelatrice. Ma è riemersa anche l’irritazione contro l’«asse del Nord».
Fini e l’Udc lo vedono rispuntare proprio alla vigilia del voto. E sanno che può diventare un’arma nelle mani dell’Unione di Prodi, anche perché il contratto degli statali è scaduto da quindici mesi. Per questo, le pretese del sindacato sono definite eccessive rispetto alla tenuta dei conti pubblici; ma l’intesa è «un dovere», avverte Fini. Difficile pensare che il voto al centrodestra dipenda da un accordo contrattuale prima del 4 aprile. Ma, certo, la confusione può allontanare quanto basta consensi già in bilico.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Dai! Fatti trasportare dall'onda azzurra! Diventa anche tu amico di Maurizio Scelli.
Non penso ci sia bisogno di raccontare la storia di Maurizio Scelli, il commissario straordinario della CRI, che ha creato (probabilmente in seguito a trauma da tsunami) il movimento “Onda Azzurra” per andare in soccorso del padrino di Arcore durante questa squallida campagna elettorale.
Ci sarebbe bisogno invece di discutere un po’ dul dramma del revisionismo storico, nuovo istituto governativo capace di offendere e dileggiare la società civile che r-esiste in Italia.
Era tutto pronto per la *convention* del nuovo movimento di giovani mercenari inondati d’azzurro, e il palco aspettava gli ospiti illustri.... Il vostro premier, e i due assassini Mambro e Fioravanti...
In seguito alle proteste dei familiari delle vittime della strage di Bologna, Scelli ha provveduto ad informare le agenzie che l’incontro “è stato rimandato”... Rimandato? Quindi potrebbe tenersi in altra data?
Smetto con le domande e con le parole inutili.
Mi abbandono solo ad una considerazione: Scelli ha fondato un movimento giovanile, e si sa quanto i giovani abbiano bidogno di *maestri di vita* di *eroi positivi* che insegnino ....
Vi lascio con un breve curriculum degli amici di Scelli; buona lettura
Rita Pani (APOLIDE)
28 febbraio 1978. In piazza Don Bosco, a Roma, Fioravanti ed altri notano due ragazzi seduti su una panchina che dall'aspetto (capelli lunghi e giornali) identificano come appartenenti alla sinistra. Fioravanti scende dall'auto, si dirige verso il gruppetto e fa fuoco: Roberto Scialabba, 24 anni, cade a terra ferito e Fioravanti lo finisce con un colpo alla testa. Poi, si gira verso una ragazza che sta fuggendo urlando e le spara senza colpirla.
9 gennaio 1979. Fioravanti ed altre tre persone assaltano la sede romana di Radio città futura dove è in corso una trasmissione gestita da un gruppo femminista. I terroristi, dal volto travisato, fanno stendere le donne presenti sul pavimento e danno fuoco ai locali. L'incendio divampa e le impiegate, terrorizzate, tentano di fuggire. Sono raggiunte da colpi di mitra e pistola. Quattro rimangono ferite, di cui due gravemente.
7 marzo 1979. Per "festeggiare" l'8 marzo, un gruppetto di neofasciste, tra cui Mambro, piazzano una rudimentale bomba davanti alle finestre del Circolo culturale femminista nel quartiere Prati, a Roma. A pochi metri di distanza, Fioravanti ed altri sono lì, armati, pronti ad intervenire.
16 giugno 1979. Fioravanti guida l'assalto alla sezione comunista dell'Esquilino, a Roma. All'interno si stanno svolgendo due assemblee congiunte: di quartiere e dei ferrovieri. Sono presenti più di 50 persone. La squadra terrorista lancia due bombe a mano Srcm, poi scarica alla cieca un caricatore di revolver. Si contano 25 feriti, per puro caso non ci sono morti. Dario Pedretti, componente del Commando, verrà redarguito da Fioravanti perché, nonostante il ricco armamentario "non c'era scappato il morto". Che Fioravanti fosse colui che ha guidato il commando è accertato dalle testimonianze dei feriti e degli altri partecipanti all'azione, e da una sentenza passata in giudicato. Ciononostante, Fioravanti ha sempre negato questo suo pesante precedente stragista.
17 dicembre 1979. Fioravanti assieme ad altri vuole uccidere l'avvocato Giorgio Arcangeli, ritenuto responsabile della cattura di Pierluigi Concutelli, leader carismatico dell'eversione neofascista. Fioravanti non ha mai visto la vittima designata, ne conosce solo una sommaria descrizione. L'agguato viene teso sotto lo studio dell'avvocato, ma a perdere la vita è un inconsapevole geometra di 24 anni, Antonio Leandri, vittima di uno scambio di persona e colpevole di essersi voltato al grido "avvocato!" lanciato da Fioravanti.
6 febbraio 1980. Fioravanti uccide il poliziotto Maurizio Arnesano che ha solo 19 anni. Scopo dell'omicidio, impadronirsi del suo mitra M.12. Al sostituto procuratore di Roma, il 13 aprile 1981, Cristiano Fioravanti - fratello di Valerio - dichiarerà: "La mattina dell'omicidio Arnesano, Valerio mi disse che un poliziotto gli avrebbe dato un mitra; io, incredulo, chiesi a che prezzo ed egli mi rispose: "gratuitamente"; fece un sorriso ed io capii".
30 marzo 1980. Un commando di terroristi assalta il distretto militare di via Cesarotti a Padova. Un sergente viene ferito e vengono rubati 4 mitragliatori M.C, 5 fucili a ripetizione, pistole e proiettili. Sul muro della caserma, prima di andarsene, Mambro firma la rapina con la sigla BR per depistare le indagini.
23 giugno 1980. Fioravanti, Mambro e Cavallini uccidono a Roma il sostituto procuratore Mario Amato. Il magistrato, 36 anni, è appena uscito di casa; da due anni conduce le principali inchiesta sui movimenti eversivi di destra. Ha ereditato i fascicoli d'indagine dal giudice Vittorio Occorsio. Poco prima di essere assassinato aveva chiesto l'uso di un auto blindata. Gli fu negato. All'indomani dell'omicidio, i Nar telefonano ad un quotidiano e fanno ritrovare un volantino di rivendicazione che dice: "Oggi 23 giugno 1980 alle ore 8:05, abbiamo eseguito la sentenza di morte emanata contro il sostituto procuratore Mario Amato, per le cui mani passavano tutti i processi a carico dei camerati. Oggi egli ha chiuso la sua squallida esistenza imbottito di piombo. Altri, ancora, pagheranno". Amato aveva annunciato che le sue indagini lo stavano portando "alla visione di una verità d'assieme, coinvolgente responsabilità ben più gravi di quelle stesse degli esecutori degli atti criminosi".
9 settembre 1980. Mambro e Fioravanti con Soderini, Vale e Cristiano Fioravanti, uccidono Francesco Mangiameli, dirigente di Terza Posizione in Sicilia e testimone scomodo in merito alla strage di Bologna.
5 febbraio 1981. Mambro e Fioravanti tendono un agguato a due carabinieri: Enea Codotto, 25 anni e Luigi Maronese, 23 anni. Dagli atti del processo è emerso che durante l'imboscata Fioravanti ha fatto finta di arrendersi. Poi ha gridato alla Mambro, nascosta dietro un'auto, "Spara, spara!".
31 luglio 1981. Nell'ambito di un regolamento di conti all'interno della destra eversiva viene ucciso Giuseppe De Luca. All'omicidio partecipa Mambro.
30 settembre 1981. Viene ucciso il ventitreenne Marco Pizzari, estremista di destra e intimo amico di Luigi Ciavardini, poiché ritenuto un "infame delatore". Del commando omicida fa parte Mambro.
21 ottobre 1981. Alcuni Nar, tra cui Mambro, tendono un agguato, a Roma, al capitano della Digos Francesco Straullu e all'agente Ciriaco Di Roma. I due vengono massacrati. L'efferatezza del crimine è racchiusa nelle parole del medico legale: "La morte di Straullu è stata causata dallo sfracellamento del capo e del massiccio facciale con spappolamento dell'encefalo; quello di Di Roma per la ferita a carico del capo con frattura del cranio e lesioni al cervello". Il capitano Straullu, 26 anni, aveva lavorato con grande impegno per smascherare i soldati dell'eversione nera. Nel 1981 ne aveva fatti arrestare 56. La mattina dell'agguato non aveva la solita auto blindata, in riparazione da due giorni.
5 marzo1982. Durante una rapina a Roma, Mambro uccide Alessandro Caravillani, 17 anni. Il ragazzo stava recandosi a scuola e passava di lì per caso. La sua morte suscita scalpore anche perché il giovane viene colpito alla testa con un colpo di pistola sparatogli a bruciapelo.r-esistenza-settimanale.blogspot.com
Scelli si arrende: Mambro e Fioravanti restano a casa
REDAZIONE
"Alla luce delle polemiche e delle perplessità manifestate oggi dalla associazione delle vittime delle strage di Bologna, abbiamo invitato Mambro e Fioravanti a rinunciare all'incontro con i giovani del nostro movimento".
Con queste parole Maurizio Scelli ha annunciato che i terroristi fascisti Francesca Mambro e Valerio Fioravanti non parteciperanno domani a Firenze alla "convention" del suo nuovo movimento politico giovanile, alla quale è stato invitato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
L'associazione che riunisce i familiari delle vittime della strage di Bologna aveva subito espresso la propria indignazione per la presenza, sullo stesso palco, del capo del Governo italiano e degli autori materiali della stage che il 2 agosto del 1980 causò 85 morti alla stazione ferroviaria del capoluogo emiliano.
"Ancora una volta l'etica della politica viene stravolta per un pugno di voti - aveva scritto in una nota Paolo Bolognesi, presidente dell'associazione - i due terroristi vengono utilizzati senza pudore per la loro popolarità criminal-mediatica".
Aveva commentato con sdegno anche Piero Fassino, che aveva accusato Berlusconi di "scarsa sensibilità democratica".
"Finalmente Berlusconi ha trovato la sua casa - aveva invece dichiarato il presidente dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro - fa sicuramente una cosa giusta se si mette sul palco con i suoi pari. Vero è l’antico detto che il Buon Dio prima li fa e poi li accoppia".
Di fronte alla presa di posizione di opposizioni e società civile, Scelli e il centrodestra hanno fatto dietrofront.www.centomovimenti.com
Vespa rifiuta il confornto con Furio Colombo
Bruno Vespa declina, almeno per il momento, l'invito a un confronto pubblico con Furio Colombo sull'informazione propiziato da Pierluigi Diaco.
"Non in campagna elettorale e non nella trasmissione di Pierluigi Diaco", risponde Vespa alla proposta di Diaco al termine della registrazione della puntata di 'Porta a Portà di questa sera, ma "se in un prossimo futuro sarà concordata una sede che garantisca serenita" si dice "dispostissimo a un confronto al quale partecipi anche Furio Colombo, sul modo con cui negli ultimi dieci anni è stata fatta informazione politica in Rai, a 'Porta a portà e negli altri programmi.
"Per quanto riguarda le scuse - prosegue Vespa - credo di essere io in credito con Furio Colombo per l'autentica campagna d'odio che l'Unità - lo dico con profonda amarezza - mi ha scatenato addosso negli anni della sua direzione".
Quanto alla scelta del Premier come ultimo ospite della sua trasmissione in chiusura della campagna elettorale in tv, Vespa risponde a chi lo ha criticato: "È tradizione della Rai, fin dai tempi del rimpianto Jader Jacobelli, che l'ultimo appuntamento sia con il presidente del Consiglio. Non credo peraltro a una migrazione di voti in favore del centrodestra se Piero Fassino sarà nostro ospite il mercoledì e Silvio Berlusconi il giovedì. Speriamo e non da oggi - di poter ospitare al più presto confronti diretti tra i leader dei due schieramenti".(
( ansa )
Berlusconi-Fini, farsa sul contratto degli statali
di Marcella Ciarnelli
Esplode la tensione all'interno del Polo. Segnale che dopo la (prevista) tempesta elettorale non ci sarà quiete. A dar fuoco alla miccia della bomba rappresentata dal difficile rinnovo del contratto degli statali, scaduto ormai da quindici mesi, e che tanto sta a cuore agli alleati di An e Udc che nella pubblica amministrazione hanno una forte base elettorale, è Silvio Berlusconi in persona che si schiera con la Lega che della presunta inefficienza di chi lavora nell'apparato dello stato ne ha fatto da sempre uno dei suoi cavalli di battaglia.
Dai microfoni di «Radio anch'io» usati anche per un appello ai possibili astensionisti che però non dovranno votare per Alessandra Mussolini, perché significherebbe «votare per la sinistra» il premier, stimolato ad arte dalla domanda di tal Roberto da Udine, annuncia dunque che non si potrà arrivare ad un aumento di cento euro per gli statali che, comunque, ne chiedono di più. La barriera dei 95 euro, che pure il ministro della Funzione pubblica, il centrista Baccini aveva garantito che sarebbe stata superata, sembra di colpo invalicabile. «Un aumento di 100 euro? Non credo che ciò sia possibile» dice il premier «perché il governo non intende andare oltre le risorse ricavabili dalla legge finanziaria, e non è quindi possibile reperirne altre». In più un aumento di 100 euro avrebbe il significato di un «cattivo esempio, con aumenti superiori al pubblico rispetto al privato; in questo modo si penalizzerebbe il settore privato scatenando un aumento di spesa pubblica».
Gli alleati che premono per la chiusura del contratto, e prima del voto dato che «le posizioni non sono così lontane e va ricordato che gli statali non sono un freno allo sviluppo del Paese» ha insistito nonostante la doccia fredda il vicepremier Marco Follini, si trovano a fare i conti anche con un altro annuncio via radio del premier. «Chiudere prima del voto? Non lo so dire» ha detto Berlusconi più che mai appiattito sulle posizioni della Lega che non ha mancato, con il ministro Roberto Calderoli, di dargli immediatamente man forte bollando come "assurde" le richieste dei sindacati e,quindi, dei lavoratori. Il presidente del Consiglio ha cercato di motivare con un inusuale richiamo alla correttezza politica «una decisione che certamente prima delle regionali avrebbe un significato elettorale che mi sembra non si debba dare a questa trattativa». In realtà tra il partito di Bossi e gli altri ha dimostrato ancora una volta qual è la sua scelta.
Particolarmente dura la reazione di Gianfranco Fini che non ha esitato a svelare che, nei fatti, l'accordo sull'aumento della cifra era stato trovato nel corso dell'ultimo Consiglio dei ministri decidendo di andare ad attingere le risorse nella prossima Finanziaria. Il vicepremier ha affermato, sicuro di non essere smentito: «Il governo, che ha il duplice dovere di rinnovare i contratti dei dipendenti pubblici e di tenere conto della situazione finanziaria dello Stato, è chiamato a decidere se è necessario stanziare risorse aggiuntive nella prossima legge finanziaria. Dopo l'ultima riunione del Consiglio dei ministri e le relazioni dei ministri Baccini e Siniscalco, sono convinto che l'esecutivo lo abbia già deciso. Non ho motivi per pensare che la dichiarazione di quest'oggi abbia fatto mutare avviso al presidente del Consiglio». Tanto più che il rinnovo del contratto «è un atto dovuto del governo». A raffica è arrivato il sostegno degli esponenti di mezza Casa delle libertà. Da una parte Berlusconi e la Lega. Dall'altra Udc e An.
A cercare di riavvicinare le due posizioni ci ha provato Antonio Tajani che, subdorando la sconfitta nella prossima consultazione elettorale possibile anche nel Lazio, ha invitato il premier ad uno sforzo in più invitandolo a fare «un passo avanti». Che potrebbe consentire un recupero in extremis. Ma le posizioni sembrano ancora distanti. La questione, in fondo, sembra non essere di cifre. È politica. Quindi molto più difficile da dirimere. C'è ben altro dietro i cinque euro in più o in meno. C'è una lotta interna al Polo in vista delle politiche che sarà evidente a risultato elettorale acquisito.
Per un'ora Berlusconi ha elencato tutte le cose buone che, secondo lui, il suo governo ha fatto. Ha insistito sulla necessità di continuità e fiducia. Ha promesso ancora una volta che l'anno prossimo diminuirà ancora le tasse. Ed ha ribadito che il «segnale politico» sarà dato dalla differenza di voti tra le due coalizioni, ossia dal conteggio "globale" dei voti, perché non si può equiparare ad esempio la Lombardia alla Basilicata. «Vincerà chi incasserà più voti». Nessuna intenzione di fare un passo indietro in caso di sconfitta. «D'Alema fu obbligato a fare le valigie dopo le regionali del 2000 - ha sottolineato Berlusconi - perché era andato a Palazzo Chigi senza legittimazione popolare ma per un gioco di palazzo». Gli elettori «un po' svogliati» del centrodestra vadano dunque alle urne per contrastare una sinistra che, invece, proprio in queste occasioni si muove «come un sol uomo» e fa «gioco di squadra». A quegli stessi elettori di centrodestra il premier ha rivolto anche l'invito a non farsi incantare dalle sirene mussoliniane: «Votare Mussolini e il suo partito vuol dire aiutare la sinistra e provocare un vantaggio pieno dell'opposizione danneggiando il centrodestra».unita.it
L'equilibrismo del cavaliere alle strette
La fune tesa Ora Berlusconi è costretto a caricare le regionali di una valenza politica generale
ANDREA COLOMBO
Oggi a Radio anch'io, giovedì da Vespa, poi in battuta il bagno di folla laziale di venerdì. Nel mezzo, interviste a raffica. Berlusconi si è buttato in campagna elettorale e, come sempre, lo ha fatto calandosi fino al collo nella parte. Però ha poco da dire, e si ritrova a martellare sempre sugli stessi tasti, la sinistra che mira solo al potere ed è rimasta comunista nell'anima, il suo governo che ha rispettato fino in fondo il famigerato contratto, più infinite variazioni sui due monotoni tormentoni. Se stavolta il cavaliere dice ancor meno del pochissimo a cui ci ha abituati nell'ultimo decennio non è perché sia fuori forma. Al contrario, gli intervistatori gareggiano per testimoniare con il tono più entusiasta che sprizza energia da tutti i pori. Per quanto energico e combattivo, deve tuttavia camminare su un filo sospeso, e in circostanze simili non si può chiedere a un povero miliardario di dire anche qualcosa di sensato. L'importante è non perdere l'equilibrio. Il non precipitare basta e avanza.
Di sapienza equilibrista raramente il prestigiatore di Arcore ha avuto più bisogno. Ha tutto il diritto di intervenire con la pesantezza del caso nella campagna per le regionali, e chi si scandalizza è ipocrita: cinque anni fa D'Alema fece anche di più, e lo fece per un periodo certo più lungo dell'ultima settimana prima del voto. Proprio per questo, però, il leader diessino pagò con le dimissioni la sconfitta. Avendo caricato, con la sua stessa sovraesposizione, di significati politici complessivi la prova regionale, non poteva non prendere atto di un verdetto negativo che si rifletteva su di lui ancor più che sui candidati battuti.
Berlusconi non aveva alcuna intenzione di infilarsi nella stessa trappola. La sua intenzione originaria era di tenersi per quanto possibile fuori dall'agone e rispondeva appunto alla necessità di vanificare in partenza il tentativo dell'opposizione, ovvio, di trasformare le regionali in un test sul governo.
Il premier è stato costretto a tornare sulla sua decisione dalla minaccia di una sconfitta schiacciante quale sarebbe, checché ne dicano oggi gli interessati, la conferma delle amministrazioni di centrodestra solo nelle roccaforti lombarda e veneta. Per provare ad allontanare questa minaccia, il capo della Cdl deve giocare proprio la carta rischiosa che avrebbe preferito non dover mai calare. Deve investire la prova regionale di una valenza politica complessiva, e per questo deve spendersi in prima persona. Si spiega così la vaghezza che campeggia nell'ultima raffica di interviste pasquali e che tornerà anche nelle bordate dei prossimi giorni. Berlusconi deve ammettere che la posta in gioco nelle prossime elezioni riguarda il governo centrale e non solo quelli regionali, perché altrimenti rischia la rotta, ma allo stesso tempo deve negare vibratamente che il medesimo carattere politico generale esista, per non esporre troppo il fianco in caso di sconfitta domenica prossima.
Certo, anche se battuto Berlusconi non seguirebbe di certo l'esempio di D'Alema. Cercherebbe alibi, come già sta facendo col tentativo di questi giorni di mettere le mani avanti spiegando che un'eventuale sconfitta quest'anno non pregiudicherebbe affatto le possibilità di vittoria nel 2006. Ma queste sono favole che il premier può raccontare ai giornalisti, certo non ai suoi alleati e colonnelli. I quali sanno perfettamente che una sconfitta tonda alle regionali renderebbe difficilissima la battaglia per le politiche, e ciascuno ne trarrebbe le conseguenze anche a costo di riportare la Cdl in quella condizione di formicaio impazzito nella quale si trovava sino a pochi mesi fa. Berlusconi, da parte sua, perderebbe probabilmente ogni residua remora e tenterebbe di tutto, anche a costo di imporsi con le cattive sui soci, per tentare di evitare il disastro. Nella partita conclusiva della lunga transizione italiana, il test di domenica non è un prologo. E' a tutti gli effetti il primo tempo.
/www.ilmanifesto.it/
La telecrazia è al tramonto se gli italiani snobbano la tv
FEDERICO ORLANDO RISPONDE
Cara Europa, mentre i politici berlusconiani si affannano a mantenere il predominio nei mezzi d’informazione, primo fra tutti la tv, e mentre l’opposizione si affanna a sua volta a denunciare l’avvento del “premierato assoluto a reti unificate”, secondo la brillante definizione dell’on. Giulietti, leggo su un giornale di oggi molto vicino al partito del premier a reti unificate, Il Tempo, che gli ascolti dei talk show politici sono in crisi: sia nella tv di Stato che in quella privata. Secondo il giornale romano, il famoso salotto di Vespa Porta a porta, escluse le puntate speciali in prima serata, sarebbe addirittura al penultimo posto degli ascolti. La classifica del Tempo è infatti la seguente: la striscia del tg1 che fu di Enzo Biagi ed ora è condotta da Berti, Batti e ribatti, è al primo posto, con circa 6 milioni e 400 mila ascolti; seguono Ballarò con 2 milioni e 900 mila, Report con circa 1 milione e 900, Punto e a capo con 1 milione e 700 mila, Porta a porta – appunto – con 1 milione e 600 mila circa, e chiude Primo Piano con un 1 milione e 300 mila. Ora, se consideriamo che il detestato Excalibur di Socci faceva 1 milione e 450 mila ascolti (150 mila in meno di Porta a porta), e perciò fu chiusa, bisogna dire che la trasmissione vespista ha ormai stancato gli italiani (se non i politici, che continuano a scannarsi per esservi invitati). Forse la ragione dello scannamento è nel fatto che (riferisco sempre dal giornale romano) il modesto pubblico di Porta a porta è ormai costituito da addetti alla politica: e quindi ogni capopartito è interessato a parlare ai suoi addetti, e quelli degli altri partiti sono interessati a sentire quel che dice. A me sembra che così la politica si ghettizzi sempre di più. E a voi?
DIEGO MASTROCOLA, ROMA
Caro Mastrocola, ricevuta la sua lettera, ho dato anch’io uno sguardo all’articolo, di cui lei riporta fedelmente i dati. Della loro veridicità non dubito, ma avrei preferito che Il Tempo avesse citato la fonte alla quale li ha attinti. Sarei stato, così, più tranquillo per il mio commento; e anche più soddisfatto di alcune delle notizie, come il progressivo abbandono di Porta a porta, trasmissione che da molti anni non seguo.
Inoltre, trovo incompleto l’elenco, mancando i dati di due trasmissioni, Otto e mezzo e L’Infedele, che fanno politica a tutto spiano. Ma il problema che mi interessa è un altro: siccome considero la tv “cattiva maestra” nel senso che è l’unico media che penetri in casa e imponga la propria idiozia (o intelligenza, se ne avesse), così sono lieto di poter dedurre dal calo degli ascolti che la tv è ormai la scodella dell’ente assistenziale a un popolo di vecchi casalinghi: o alla parte di quel popolo che non è in grado di riempire la sua sera con un libro, una rivista, un disco, un dvd. I giovani non accettano quella mensa caritatevole, vanno fuori casa, si divertono, socializzano, anche se con poche o pochissime idee. Pensi che un altro giornale romano, Il Messaggero, sempre ieri dava questa picchiata di ascolti tra il 27 febbraio e il 27 marzo: per la Rai da 27 milioni e mezzo a 21, per Mediaset da 20 milioni a 18 e 400 mila.
Conclusione: la tv è uno strumento dei vecchi, la buona stagione svuoterà ancor più le case (anche se l’abbandono giovanile della tv non è stagionale ma permanente), i grandi attori e anche molti politici rifiutano i programmi e gli inviti di fine settimana.
Perché “I giovani non si lasciano incantare”, come titola Il Messaggero? Risponde Mario Morcellini, preside di scienze della comunicazione all’università La Sapienza. Fra i giovani, dice, la tv non è più centrale da un pezzo. «Il paradosso è che essa è superata sia da dimensioni culturali attivistiche, come internet, sia dal cellulare, usato come un canale di comunicazione sempre aperto con il gruppo di riferimento e con la propria generazione. Il mercato televisivo alla lunga produce palinsesti e programmi fotocopia e i giovani se ne accorgono prima».
La secessione giovanile finisce col fare della tv il cellulare degli anziani. «Ma anche sugli adulti l’aria che tira non è entusiasmante: il successo dei canali tematici e delle tv a pagamento non è riconducibile all’età giovanile e sottrae all’uditorio una platea assai pregiata dal punto di vista della pubblicità e dei consumi ». Io credo, caro Mastrocola, che della caduta di questa tv “cattiva maestra”, cioè scatolone vuoto che riflette e impone contenuti inesistenti di vita e modelli politici egemonici, debbano essere lieti quanti – e noi fra loro – pensano che la libertà dei cittadini stia anche nell’autonomia del giudizio politico e culturale.
Quando gli italiani finiranno di dire, come garanzia di credibilità, “L’ha detto la tv”, finirà anche l’egemonia del potere telecratico. E il “premierato a reti unificate” diventerà un circo equestre per pensionati. Ma coi pensionati non si fa la marcia su Roma./www.europaquotidiano.it
Wolfowitz: un lupo travestito da pecora
Uno degli architetti della guerra in Iraq candidato alla direzione della Banca Mondiale. Nonostante i malumori, l’Europa si china alla decisione.
Chi paga comanda” dice un detto tedesco. E questa sembrerebbe essere la filosofia che si cela dietro la scelta di Bush per il nuovo presidente della Banca Mondiale. Gli Usa sono i principali azionisti della Banca Mondiale, l’istituto che ogni anno eroga 20 miliardi di dollari per lo sviluppo.
La nomina del neoconservatore Paul Wolfowitz a capo della Banca Mondiale fa però di Washington una volpe messa a guardia di un pollaio. Il numero due del Dipartimento Usa della Difesa, infatti, non ha alcuna esperienza in politica economica e di sviluppo. A meno che non si consideri rilevante il suo breve incarico di ambasciatore in Indonesia, dove ha condiviso peraltro rapporti stretti col dittatore Suharto e fatto ben poco per criticare gli abusi sui diritti umani e la corruzione di Jakarta.
“Wolfie”, amico di vecchia data di George W. Bush, è stato uno dei più convinti sostenitori della guerra in Iraq; un falco che vede – come insegna il filosofo francese Foucault – la politica come il proseguimento della guerra con altri mezzi.
Strumentalizzazioni made in USA
La sua nomina ha causato preoccupazione riguardo a come i futuri prestiti della Banca Mondiale verranno legati agli interessi economici e ideologici dell’attuale superpotenza mondiale. George Bush ha già fornito una chiara idea di cosa vuol dire politica di sviluppo per la Casa Bianca. Nella lotta contro l’Aids, per esempio, saranno presi in considerazione solo quei governi che predicano l’astensione e non incentivano l’uso del preservativo. Per quanto riguarda l’agricoltura poi, basta citare il caso dell’Iraq. In un paese dov’è vastamente diffusa la pratica di coltivare antichissime varietà di piante, già prima delle elezioni gli americani hanno deciso di introdurre una nuova legge in materia di semina per stimolare il mercato dell’industria del grano.
Paura di rompere con l’America
La prospettiva di Wolfowitz, un unilateralista senza compromessi, al posto del riformista moderato Wolfensohn nella stanza dei bottoni della Banca Mondiale, ha provocato malumori a livello mondiale. Una petizione firmata in pochi giorni da 1300 organizzazioni in 68 paesi, incita i diversi governi nel mondo a opporsi alla sua candidatura. Non solo. Un folto numero di parlamentari europei dai diversi orientamenti, si è detta contraria a questa candidatura. Tra loro il conservatore Alain Lamassoure, il socialdemocratico Hannes Swoboda e il verde Daniel Cohn-Bendit. Il liberale Andrew Duff ha chiesto all’Ue di servirsi della sua maggioranza relativa nel Consiglio della Banca Mondiale per bloccare la candidatura Wolfowitz. Ma sarà difficile che ciò avvenga. I leader europei non vogliono creare una nuova frattura con gli Usa dopo il recente corteggiamento iniziato da Condoleezza Rice e continuato da Bush. Gerhard Schröder ha già dichiarato che la Germania non si opporrà a Wolfowitz, così come non lo faranno Italia e Olanda.
Inoltre non è detto che la Francia, il paese più apertamente contrario alla scelta operata da Washington, continuerà a mettere i bastoni fra le ruote. Parigi spera in un sostegno americano per le nomine di Pascal Lamy a capo del Wto e del socialista Bernard Kouchner alla testa dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati.
Pratiche obsolete
Wolfowitz sì o Wolfowitz no? Il problema non è solo questo. Quanto piuttosto la mancanza di democrazia che contrassegna il modo in cui vengono assegnate le posizioni chiave dei più importanti organismi internazionali. Cariche dalle cui scelte dipendono le sorti di molti paesi, specialmente di quelli più poveri. L’incarico di governatore della Banca Mondiale è per tradizione deciso dagli Usa, mentre la scelta della guida al Fondo Monetario Internazionale spetta agli europei. I malumori di questi giorni suscitati dalla nomina operata da Bush, potrebbero costituire l’opportunità per mettere fine a questa obsoleta procedura di spartizione di poltrone. Dopo tutto, non sono forse gli americani a vantarsi di avere come scopo principale la diffusione della democrazia?
L’Ue ora ha la possibilità di rompere quest’alleanza tra ricchi che ha già portato a un aperto conflitto coi paesi poveri in occasione del summit del Wto a Cancun. Sarebbe anche l’occasione per cercare un candidato competente scelto di comune accordo con il resto del mondo. In altre parole, resta solo la vana speranza individuata dal settimanale americano Newsweek, secondo cui piuttosto che vedere Wolfowitz stravolgere la Banca Mondiale facendone una succursale del Pentagono, sarà “la Banca a cambiare Wolfowitz”. Portando così le idee multilateraliste ad infiltrarsi nel cuore della destra americana. Una magra consolazione. www.cafebabel.com/it
La terra trema ancora
Centinaia di morti nell'isola indonesiana di Nias. Parla un operatrice di Save the children a Banda Aceh
L’allarme tsunami è rientrato in tutto il Sud Est Asiatico, ma la situazione nell’isola indonesiana di Nias è drammatica. Di ora in ora si teme che il numero delle vittime del terremoto di ieri (8,7 gradi della scala Richter, mentre quello di dicembre era del nono grado), avvenuto al largo della costa di Sumatra (nord dell’Indonesia) poco prima della mezzanotte locale e durato tre minuti, possa aumentare. Finora fonti locali riferiscono di 330 morti accertati, ma sono solo i dati ufficiali. Altre stime parlano di oltre mille vittime. Intanto gli aiuti stanno arrivando via cielo e via mare: si stanno muovendo – e in parte sono già arrivati - Medecins sans frontières - Belgio, la britannica Oxfam, l’International organization for migration (Iom). Da Banda Aceh, capoluogo della provincia omonima devastata dal maremoto del 26 dicembre, Tirona Hassan di Save the Children dichiara al telefono: “E’ difficile avere informazioni su Nias perché le comunicazioni sono interrotte. Purtroppo non abbiamo operatori lì, ma a Simeliue, un’isola vicina. Qui secondo le nostre fonti ci sarebbero finora una decina di morti e il 40 per cento delle case sarebbero andate distrutte. In un solo distretto di Simeliue, fonti ospedaliere parlano di quattro vittime e 38 feriti”. Sulla piccola isola si sarebbe abbattuta in mattinata anche un'onda di tre metri.
Ancora più gravi i danni a Nias: oltre a più di 300 morti accertati, il vice presidente indonesiano Jusuf Kalla ha dichiarato che è caduto l’80 per cento degli edifici. In base a quest’ultima stima Kalla teme che le vittime sotto le macerie possano essere addirittura mille. Agus Mendrofa, vice sindaco del capoluogo di Nias, Gunung Sitoli, ha detto alla televisione indonesiana: “Gunung Sitoli adesso è come una città fantasma”. Secondo gli operatori di Oxfam appena atterrati ci sarebbero almeno 20mila persone senza acqua potabile. Intanto il presidente indonesiano, Susilo Bambang Yudhoyono, ha dichiarato lo stato d’emergenza e si appresta a raggiungere Nias domani. La remota Nias negli ultimi anni era diventata una meta molto amata dai surfisti e aveva conosciuto un veloce sviluppo turistico.
Quando la terra ha tremato, la paura che al terremoto seguisse una nuova onda anomala ha generato un passaparola che ha spinto centinaia di migliaia di persone del Sud Est Asiatico ad abbandonare le loro case e a cercare rifugio sulle alture e nell’entroterra. E’ accaduto in Sri Lanka, Thailandia, Indonesia, India, Malesia e fino a Mauritius, in Africa. Tirona Hassan racconta: “Al momento a Banda Aceh è tornata una relativa calma, dopo che ieri intere famiglie hanno iniziato a scappare per trovare riparo in posti più sicuri. L’allarme è durato tre ore, poi le persone hanno cominciato a rientrare alle loro dimore”. La provincia di Aceh, estrema punta nord di Sumatra, è stata una delle regioni più colpite dallo tsunami del 26 dicembre: 124mila i morti accertati e 90mila le persone ancora disperse.
“La ricostruzione continua in modo incessante”, aggiunge l’Hassan. “Secondo il governo di Jakarta ci sono ancora 400/500mila sfollati. Diverse persone rimaste senza casa tuttavia hanno iniziato a spostarsi dai campi profughi ai centri di accoglienza temporanea costruiti dal governo. Le priorità sono molte: le vittime dello tsunami devono tornare a casa, alla loro terra, a scuola e al lavoro. L’obiettivo delle organizzazioni impegnate negli aiuti è di riportarle a una vita normale e di creare per loro nuove opportunità di impiego”. Save the children, com’è scritto nel suo nome, si occupa in particolare della difesa e della promozione dei diritti dei bambini: “Ad Aceh – continua l’operatrice - stiamo registrando i piccoli che sono rimasti separati dai genitori. Non li chiamiamo ‘orfani’ perché non sappiamo ancora con certezza se i loro genitori sono morti. Finora ne abbiamo contati 400: anche se a gennaio si parlava di 35/50mila bambini senza padre e madre, oggi possiamo dire che non dovrebbero essere così tanti. Le comunità locali, tra l’altro, stanno riuscendo a prendersi cura di loro e non c’è stato bisogno di costruire orfanotrofi”.
Dopo la violenta e interminabile scossa di ieri, il senso di precarietà è aumentato e si teme un peggioramento delle condizioni psicologiche delle popolazioni sconvolte dallo tsunami. Anche da questo punto di vista c’è ancora molto da fare. Ad Aceh il presidente Yudhoyono ha consentito alle organizzazioni umanitarie di restare per altre settimane senza le restrizioni evocate più di una volta in questi mesi. Pochi giorni fa, tuttavia, l’Unhcr ha annunciato il suo abbandono della provincia in seguito a disaccordi con le autorità: Giakarta non ha approvato il piano di ricostruzione edile presentato dall’agenzia Onu. Hassan, al contrario, dice: “Finora abbiamo lavorato senza problemi e vista la gravità della situazione abbiamo intenzione di restare ancora per molto tempo”.
Francesca Lancini www.peacereporter.net
bifo La nascita di un mostro
Storia della nascita del mostro televisivo
Lo scienziato e la corporation
The last lone inventor è il titolo di un libro di Evan Schwartz pubblicato
nel 2003 da Harper Collins. Il libro è molto interessante e racconta una
storia largamente ignorata ma densa di significato: la storia della nascita
della tecnologia televisiva, e insieme la storia di un giovane provinciale
che arriva dallo Utah con un'intuizione scientifica straordinaria:
applicare i nuovi principi della teoria elettronica per realizzare la prima
telecamera e il primo tubo catodico, risolvendo problemi che l'industria
del tempo non era in grado di risolvere. Ma è anche la storia di una
corporation della comunicazione e del suo presidente, che riesce a impedire
al giovane inventore di realizzare la sua idea, per potergliela rubare. E'
la storia del rapporto tra il mercante e il sapiente, e la storia del furto
dell'invenzione, della sottomissione dellintelligenza. Ma è anche una
metafora meravigliosa sul destino che la televisione (la macchina della
verità, secondo il suo ingenuo inventore) finisce per subire, nel regime
della menzogna sistematica.
Voglio raccontarvi questa storia sintetizzando il libro, per riaprire la
riflessione sul tema del lavoro cognitivo e quella della privatizzazione
dei suoi prodotti. L'intero castello giuridico della proprietà
intellettuale viene qui smascherato per quello che è: un modello di
gestione del rapporto tra sapere e capitale che nell'800 può esssere
servito a remunerare il lavoro della conoscenza, ma che da un certo momento
in poi non ha più avuto altra funzione che quella di consegnare al
capitalista il pieno sfruttamento delle idee di lavoratori cognitivi che
non potevano ottenere in cambio altro che un salario. Il lavoratore
cognitivo come salariato e il capitalista come rapinatore sistematico,
questa è la verità che emerge da questo libro. Evan Schwartz sottolinea nel
suo libro un aspetto importante, quello della fine del lavoro scientifico
isolato e della invenzione come prodotto di un individuo. Ma il cuore del
problema riguarda lo statuto stesso della proprietà privata nell'epoca in
cui il sapere diviene la forza produttiva fondamentale.
Se l'appropriazione privata può avere avuto una funzione socialmente utile
quando il prodotto del lavoro aveva carattere materiale e non replicabile
senza ulteriore sforzo produttivo, quella funzione è scaduta quando la
ricchezza sociale viene prodotta dal lavoro della mente, infinitamente
replicabile e non limitabile in forma di oggetto singolo di proprietà.
La privatizzazione dei prodotti del lavoro intellettuale rivela qui di
essere solo quello che è: rapina del lavoro altrui, espropriazione brutale
dei prodotti dell'intelligenza. Due competenze sono in gioco in questo
processo. La competenza raffinatissima e concreta dello scienziato, del
tecnico, del produttore semiotico, una competenza che si esplica attraverso
un'infinita gamma di conoscenze specifiche.
E la competenza brutale del capitalista, del commercialista, del
ragioniere, dell'avvocato, dell'espropriatore. Chi vince sul piano
economico? Naturalmente vince chi è più ignorante, più brutale, più
unilaterale, chi ha acquisito unicamente la competeneza economica, cioè una
competenza in espropriazione del lavoro altrui.e si è dedicato a realizzare
la sottomissione dell'infinita ricchezza del sapere all'infinita miseria
del danaro.
La storia dell'ultimo inventore solitario
All'inizio degli anni 20, nella campagna dello Utah un giovanissimo
studente di nome Philo Farnsworht legge le riviste di scientifiction di
Hugo Gernsback e si appassiona particolarmente all'idea di costruire una
macchina per la trasmissione a distanza di immagini. A quel esistevano
ricerche sull'argomento, ma si pensava che la televisione potesse essere
realizzata attraverso la registrazione su disco meccanico. Farnsworth,
ispirato dalle ricerche einsteiniane, fu convinto fin dall'inizio che la
televisione avrebbe potuto nascere solo grazie all'applicazione
dell'elettronica.
Nel frattempo, a New York, arrivato dalla Russia a quattordici anni, David
Sarnoff trova lavoro come fattorino al New York Herald, poi entra nella
RCA e là conosce Guglielmo Marconi e diviene il suo agente. Grazie al
rapporto con Marconi riesce a creare un'azienda basata sulla produzione
della radio, che Marconi intendeva produrre per il mercato americano. Alle
10.25 del 14 aprile 1912, trovandosi in ascolto all'apparecchio radiofonico
della RCA, David Sarnoff sentì il messaggio "Titanic run into iceberg.
Sinking fast". Il messaggio proveniva da una nave (la RMS Olympic) che si
trovava a circa 1000 miglia di distanza dal Titanic. Per le settantadue ore
successive Sarnoff rimase seduto per cogliere ogni segnale che potesse
giungere fin quando potè ricevere il nome dell'ultimo sopravvissuto. Il
mondo ricevette tramite Sarnoff le notizie sull'affondamento più celebre di
tutti i tempi. Era iniziata la carriera del più grande magnate dei media
americani tra le due guerre mondiali.
Quando, nel 1918 il presidente Woodrow Wilson lanciò i suoi quattordici
punti per la pace, il mondo potè ricevere la sua voce attraverso le onde
radio. A quell'epoca un apparecchio radiofonico aveva delle cuffie
auricolari ed era usato per comunicazioni dirette tra due persone. Il
lancio della radio come medium di massa avviene nel 1921 quando la RCA
mette in onda un match di pugilato. A quel punto David Sarnoff, che aveva
una posizione direzionale nella RCA, comincia a vendere licenze sulle
trasmissioni della sua radio. Da quel momento l'industria RCA non si occupa
più solo di vendere apparecchi radiofonici, ma soprattutto di vendere
proprietà intellettuale.
Nel corso degli anni 20 Philo Farnswroth costruisce il suo Image
Dissector, la prima telecamera elettronica capace di catturare una immagine
attraverso una lente e di convertire la luce in impulsi elettromagnetici.
Fonda una società con l'aiuto di un amico di nome Everson, e apre un
laboratorio in Green Street, alla base di Telegraph Hill, con vista sulla
Baia di San Francisco.
Nel frattempo il business radiofonico si stava evolvendo. Nel 1928 la RCA
stringe un accordo con la General Motors per montare apparecchi radio sulle
auto. Un dirigente della AT&T di nome Gifford crea un'azienda di nome WEAF
(Wind Earth Air Fire) per vendere spazi radiofonici e nasce così
l'advertising. Lo stesso Gifford fonda una rete di broadcasting. Fino a
quel momento la radio aveva trasmesso solo localmente, grazie al legame con
l'azienda telefonica nasce il networking.
Philo Farnsworth stava lavorando con pochi collaboratori e con la moglie
Pim nel laboratorio di Green Street. Confida alla moglie le sue fantasie:
la televisione diventerà lo strumento più importante del mondo, spazzerà
via l'ignoranza e porterà la pace. Se potremo vedere le persone che vivono
lontano da noi non ci sarà più nessun bisogno di guerra, dice il giovane
inventore.
In quegli anni Philo deposita il brevetto delle diverse invenzioni che
compongono l'apparato televisivo: la telecamera (Image dissector), il tubo
catodico ecc.
Nel 1930 Vladimir Zworykin arriva al laboratorio di Philo per prendere
conoscenza delle scoperte compiute da Farnsworth. In realtà Zworykin sta
facendo spionaggio per conto di Sarnoff che sta orientando la RCA a
compiere ricerche per la televisione. Siamo ormai nell'era della grande
depressione e Sarnoff prevede che il lancio della televisione potrà salvare
la sua azienda dalla crisi. Le vendite di apparecchi radiofonici stanno
crollando. In un discorso pubblico del 1930 Sarnoff dichiara: "Con la
televisione il senso di limitatezza fisica dell'uomo sarà spazzato via. Con
questo si aprirà un nuovo orizzonte, una nuova filosofia e soprattutto
forse una comprensione migliore e più larga tra tutti i popoli del mondo."
Patent law e privatizzazione del sapere
Osserva a questo punto Evan Schwartz: fin dall'inizio della storia umana ci
sono state invenzioni. Ma fin quando non si è creato un sistema per la
protezione del brevetto non si è potuto mai garantire un incentivo
economico per l'inventore. Chi ha inventato la ruota o la candela
probabilmente non ci ha guadagnato molto. L'idea che lo stato garantisca
una licenza per commercializzare una creazione per un periodo limitato si
può datare al Rinascimento, nella Firenze del 1421, e poi si diffuse in
Europa nel periodo seguente. In America, dove uno dei padri fondatori,
Benjamin Franklin, era anche un inventore, la Costituzione afferma il
principio di un sistema di brevetti. Il 10 aprile 1790 Washington promulgò
uno statuto sui brevetti, ma solo nel 1838 si stabilirono delle norme più
precise, che impegnano il governo a verificare che l'invenzione sia
originale. Si fonda così il Patent Office. Si formalizzano i principi
relativi. Lincoln affermò che l'introduzione del sistema dei brevetti
(patent law) fu uno degli eventi più importanti nella storia del mondo
insieme all'invenzione della stampa e alla scoperta dell'America stessa.
Schwartz riconosce però che il sistema previsto dal Patent Act funzionava
in maniera egregia nella prima fase della storia americana, ma a un certo
punto comincia a mostrare i suoi limiti. Nel diciannovesimo secolo le
invenzioni avevano spesso portato ricchezza e fama a degli individui. Ma le
cose non erano più così dal 1930. Il controllo delle invenzioni da parte
delle corporation portava alla fama non degli individui ma delle compagnie
e dei loro dirigenti, e aumentava la ricchezza delle grandi aziende.
Philo era riuscito ormai a concepire la struttura tecnica necessaria a
trasmettere televisione, e aveva depositato i brevetti necessari nel 1930.
I brevetti avrebbero avuto validità di diciassette anni. Sarnoff doveva
bloccare la realizzazione di quella novità fin quando i diritti di
Farnsworth fossero scaduti. Per poter iniziare le trasmissioni la
televisione doveva ottenere il permesso della Federal Commission on
Communication il cui presidente era Charles Jolliffe. Sarnoff comprò
Jolliffe (assumendolo con un incarico dirigente nella RCA pochi mesi dopo)
e ottenne il verdetto che desiderava: Non si poteva creare uno standard per
le trasmissioni televisive e quindi: nell'immediato futuro la televisione
doveva rimanere
sperimentale, non poteva diventare un medium pubblico. (pag. 172)
Cominciava a delinearsi una situazione già descitta da Gernsback con queste
parole:
"L'inventore, che in generale è povero e senza mezzi cerca di coinvolgere
qualcuno nella sua invenzione ma nove volte su dieci non ci riesce. Spesso
non ha il danaro per sviluppare la sua invenzione e muore di crepacuore per
non essere stato capace di cogliere il frutto del suo lavoro."(pag. 172)
Qualche tempo dopo lo stesso Sarnoff, fingendo di avere intenzione di
giungere a un accordo alle condizioni di Farnsworth, vemne a far visita al
laboratorio di Farnsworth, e chiese una dimostrazione delle tecnologie.
Philo pensò davvero che Sarnoff intendesse accettare le sue proposte di
collaborazione. Ma Sarnoff se ne andò senza concludere nulla, poi gli fece
avere una proposta inaccettabile: Philo avrebbe dovuto cedere i suoi
diritti e in cambio di uno stipendio come dipendente della RCA.
Naturalmente non accettò.
Nel 1932 la Philco strinse un contratto con lìazienda di Philo per la
produzione di apparecchi televisivi, in attesa che la FCC permettessere di
iniziare le trasmissioni. Trasferitosi a Philadelphia dove la Philco ha i
suoi stabilimenti, negli anni successivi la situazione si fa drammatica per
il povero Philo, anche sul piano personale. Il figlio muore e la moglie si
allontana da lui, che di conseguenza comincia a bere e a soffrire di ulcera.
La Depressione entra nella sua fase più drammatica, e anche la RCA licenzia
migliaia di operai. Intervistato da qualcuno, Sarnoff nega di sentire su di
sé il peso della situazione, e aggiunge: "Io non prendo l'ulcera, semmai la
faccio prendere a qualcun altro.
Pur essendo giunto a un livello avanzato di progettazione Philo non può far
nulla per commercializzare il suo prodotto dato il divieto della FCC e
l'isolamento nel quale si trova. Dopo aver ricostruito la sua relazione con
Pem, Philo decise di fare un passo avanti nella realizzazione del suo
progetto. Invece di rimanere ad attendere passivamente che qualcosa
accadesse, decise di fare qualcosa per mostrare le potenzialità della sua
invenzione. Disponeva di una telecamera mobile e con la collaborazione
della Philco stava producendo apparecchi riceventi con 343 linee a trenta
frames al secondo
Nel 1934 organizzò una dimostrazione: installò una telecamera all'ingresso
di un locale, e distribuì dei ricevitori video all'interno. Chi entrava
poteva quindi essere filmato mentre i suoi amici e famigliari lo vedevano
sugli schermi. Questo fece molta sensazione, e una folla di persone si
accalcò all'ingresso. Il giornale di Philadephia riportò la notizia. Nel
periodo successivo Farnsworth aprì una sorta di studio televisivo nel
sobborgo di Wyndmoor e lanciò uno sporadico programma televisivo. Il nome
dellemittente era W3XPF, e trasmetteva da una torre. Mostrava soprattutto
dei bambini che cantavano e ballavano, come Baby Dolores, di quattro anni e
Smiles Blum, di undici. Ma solo una manciata di persone, soprattutto amici
di Farnsworth, avevano degli apparecchi televisivi nelle loro case per
poter ricevere le trasmissioni. (pag. 219).
Nel 1936 Philo e Pem fanno un viaggio in Europa, visitano la Germania in
piena frenesia nazista, rischiano anche di essere trattenuti a Berlino, poi
ripartono con laiuto di alcuni scienziati tedeschi.
La RCA stava cercando di ottenere un brevetto per le scoperte di Zworykin,
che non erano altro che la copiatura delle scoperte di Farnsworth. Ma
Sarnoff e Zworykin non riuscirono comunque a impadronirsi del brevetto e
quindi del diritto a trasmettere. La tecnologia per la televisione già
esiste, potrebbe già essere lanciata e commercializzata, ma il conflitto
tra interessi proprietari della corporation e diritto dell'inventore a
proteggere il prodotto del proprio lavoro dall'espropriazione capitalista
blocca la realizzazione del sistema tecnico ormai maturo.
Nel 1937 muore Guglielmo Marconi, che nel frattempo aveva aderito al
partito fascista italiano.
La morte di Marconi con tutti gli omaggi che seguirono, aiutò Sarnoff a
consolidare il mito della creazione della radio. Nella realtà obiettiva
Marconi aveva inventato il telegrafo senza fili, mentre la costruzione
della radio era stata resa possibile dalle invenzioni di Lee de Forest e di
Edwin Howard Armsotrong, La corte suprema degli stati uniti giunse al punto
di invalidare il brevetto marconiano della radio, il fondamento su cui si
era costruito l'impero della RCA, attribuendo la priorità a Nikola Tesla,
ma la decisione venne dopo che sia Marconi che Tesla erano morti. Sarnoff
naturalmente preferì lasciare che questi nomi svanissero in favore
dell'idea che Marconi aveva inventato la radio e che Sarnoff era il
Prometeo che l'aveva portata all'umanità.(pag. 238)
La guerra la merce e lo spettacolo
Nel 1938, bloccato in questa situazione e sempre più a corto di soldi,
Farnsworth cominciò a bere pesantemente e a deprimersi. Nel frattempo i
rumori di guerra si facevano sempre più pressanti, nonostante il tentativo
di appeasement di Chamberlain, appoggiato decisamente da Joseph Kennedy,
l'ambasciatore americano a Londra. Sarnoff visitò il suo amico Kennedy, a
Londra, proprio nel settembre del 1938, mentre a Monaco si teneva la
Conferenza internazionale. Tornato a New York, Sarnoff si rese conto del
potere di influenza sull'opinione pubblica della radio. Convocò una
conferenza di tutti gli impiegati della RCA, che erano circa 20.000 e tenne
loro un discorso. La parte più importante del discorso di Sarnoff è quella
in cui articola il suo punto di vista sul modo in cui la NBC deve coprire
il conflitto imminente, una visione che servì a definire lo standard di
obbiettività giornalistica per generazioni.
Nel 1940, mentre la situazione economica procedeva in maniera contrastata,
e la guerra si avvicinava, Roosevelt lanciò una campagna contro i monopoli,
considerati responsabili della persistente stagnazione delleconomia. Venne
istituita una commissione presieduta dal senatore O' Mahoney per indagare e
perseguire le compagnie che impedivano il libero commercio e imponevano il
potere di monopolio. Philo Farnsworth venne convocato fra i primi per
testimoniare sulla persecuzione di cui era stato oggetto da parte della
RCA. Philo avrebbe potuto descrivere la costante aggressione da parte della
RCA e i ripetuti tentativi di interferire con le applicazioni dei suoi
brevetti. Avrebbe potuto raccontare come Zworykin era andato nel suo
laboratorio con false motivazioni, e come aveva poi raccontato a Sarnoff
quel che aveva potuto vedere. Avrebbe potuto raccontare che RCA stava
diffondendo informazioni false sulla validità dei suoi brevetti, e sul modo
in ci questo gli era costato anni di incomprensioni. Avrebbe potuto
raccontare dei rapporti scorretti che Sarnoff aveva tenuto con i produttori
di radio che avrebbero voluto produrre televisioni. Avrebbe potuto dire che
RCA aveva intimidito la PHILCO durante il periodo in cui Farnsworth era
stato loro partner, e sul modo in cui Sarnoff aveva influenzato la FCC per
ritardare il lancio della televisione fino a quando non gli fosse stato
possibile avere un sistema di qualità adeguato. La commissione non
aspettava altro che questo:(pag. 254)
Ma Philo non disse nulla del genere, per ragioni che Schwartz non riesce a
spiegare né a spiegarci.
Invece di attaccare la RCA, Farnsworth si comportò come se fosse appena
venuto fuori dalla sua fattoria di produzione di patate. Raccontò la sua
vita, la sua formazione, ma non giunse mai al punto. Accusò la FCC di
essere stata lenta nell'adottare uno standard unificato di trasmissione.
Poi concluse con la sua visione ottimistica secondo cui la televisione era
destinata a entrare nelle case americane e rimanerci per un bel po'. Con le
sue parole Farnsworth protesse il suo nemico, e fece quello che gli
avvocati della RCA desideravano. Non disse nulla contro il processo di
attribuzione dei brevetti in generale soprattutto perché considerava il
sistema americano eccellente. Non mise sotto esame le tattiche RCA che lo
avevano ossessionato, e la cosa rimase incomprensibile anche perché i
membri della commissione non sapevano esattamente cosa chiedergli.(256)
Schwartz commenta che Farnsworth fu certamente ingenuo, ma l'idea di
cercare lìaiuto del governo andava contro la sua immagine di imprenditore
fiducioso in se stesso. E inoltre confidava che le cose sarebbero finite
bene e che presto la televisione sarebbe diventata una realtà commerciale.
Non sapeva che non sarebbe finita così.(pag. 256)
L'idea che la subordinazione dell'invenzione al profitto privato fosse la
causa della truffa e dell'arroganza delle corporation non poteva sfiorare
la mente di Farnsworth. L'ìintera storia della nascita della televisione
mostra invece che il sistema della privatizzazione non garantisce e non
premia affatto l'inventore, ma lo sottomette al dominio feroce di chi
possiede i mezzi e il potere economico per appropriarsi comunque del valore
prodotto dall'invenzione.
Nella primavera del 1939, mentre l'Europa stava scivolando nella guerra, a
New York si inaugurava la World Fair, la grande esposizione universale.
Sessanta nazioni parteciparono alla fiera, molte con grandi padiglioni che
presentavano cibi tradizionali, vestiti, e scene della vita quotidiana
nazionale. Il Giappone e lItalia avevano i loro padiglioni, la Germania
no. Per alcuni paesi il padiglione era l'ultima cosa rimasta. Cera un
padiglione sotto la bandiera della repubblica Cecoslovacca che non esisteva
più dopo gli eventi di marzo e di settembre. Entro la fine dell'anno anche
la Polonia fu invasa e lo staff del padiglione polacco non potè tornare a
casa, perché il paese non era più sulla carta geografica. I polacchi
decisero di rimanere a New York e di aprire un ristorante sulla 57 strada.
Nel giugno dell'anno successivo si poteva pasteggiare al lussuoso
padiglione francese mentre i nazisti entravano a Parigi.(pag. 263)
La nascita di un mostro
David Sarnoff decise di usare il palcoscenico della Fiera universale per
lanciare la televisione, anche se non aveva il diritto di farlo, dato che
il brevetto apparteneva a Farnsworth, che non aveva concesso la licenza per
l'uso della sua invenzione.
Sarnoff si piazzò all'ingresso della Fiera e tenne una specie di comizio in
cui invitava la gente a visitare i padiglioni della RCA, in cui si mostrava
per la prima volta urbi et orbi la nuova grande invenzione.
Facendo questo, Sarnoff violava non solo i brevetti di Farnsworth, ma anche
la sovranità della Federal Commission on Comunication. Sarnoff scommise
sull'entusiasmo del pubblico, pensò che avrebbe travolto l'industria e la
commissione. Ed ebbe ragione. La FCC rimase titubante, non accettò né
condannò, anche se tecnicamente Sarnoff stava violando diverse regole e
leggi... Il gran trambusto che ne seguì sui media nazionali trasformò
l'azione di Sarnoff in un evento storico ufficiale. Le folle di reporter
propagarono largamente il messaggio. La radio coprì l'evento dal vivo e
ogni giornale e rotocalco rilanciò la storia: "Nascita ufficiale della
televisione" titolava il New Yorker.
"Le porte della Fiera si aprirono al pubblico in una soleggiata domenica
mattina alle undici del 30 aprile del 1939&.. quando la folla fu entrata
nei padiglioni, Sarnoff offrì il podio nello studio da cui si trasmetteva
al Presidente Roosevelt
Aprendo così the world's fai-yah Franklin D Roosevelt divenne il primo
presidente degli Stati Uniti ad apparire in televisione."(266)
"Philo Farnsworth era a New York in quei giorni. Era lì per partecipare a
un incontro della Farnsworth Televisione & Radio Corporation. Le riunioni
si trascinavano giorno dopo giorno per risolvere le complesse questioni che
si presentavano alla compagnia. Farnsworth rifiutò di partecipare alla
fiera. Sapeva del padiglione della RCA e immaginava che assistere alla cosa
lo avrebbe reso terribilmente depresso. Avrebbe voluto poter dimostrare
anche lui la sua televisione alla fiera, ma la promozione sarebbe costata
troppi soldi per la sua compagnia indebolita. Nel pomeriggio del 30 aprile
Farnsworth camminava verso il suo hotel, quando vide schermi televisivi che
proiettavano la cerimonia di inaugurazione nella vetrina di un grande
magazzino. Sarnoff era in onda e offriva il podio al presidente Roosevelt.
Farnsworth si avvicinò alla vetrina e ascoltò i suoni che filtravano fuori
nella strada. Altri pedoni si fermavano con lui a guardare e ascoltare.
Sarnoff si stava prendendo tutto il merito dell'invenzione in una maniera
che Farnsworth non si sarebbe mai immaginato, creando così un'impressione
che non sarebbe mai stata cancellata. L'intera esistenza di Farnsworth
sembrò annullata in quel momento. I suoi sogni di ragazzo di campagna, il
momento in cui gli si era illuminata la mente con un eureka, la confessione
fatta al suo insegnante, la fiducia che gli avevano dimostrato investitori
e banchieri, il lavoro nel laboratorio, tutti quegli anni di lavoro, le
decisioni, i brevetti, tutte quelle vittorie ottenute a fatica, la sua
intera visione del futuro. Tutto questo era cancellato dalla performance di
Sarnoff alla Fiera del Mondo. Non poteva credere quel che stava vedendo.
Sentì acuti dolori allo stomaco.
Nelle sue previsioni la televisione avrebbe dovuto portare la visione
diretta della realtà alla gente, Non gli era mai passato per la mente che
la sua invenzione avrebbe potuto essere usata per rovesciare la verità, per
manipolare la realtà creando impressioni false. Aveva creato un mostro.
Nessuno intorno a lui prestava attenzione a un uomo sofferente che si
trascinava in pieno giorno in una strada affollata di gente allegra.
Giravano intorno a lui senza degnarlo di uno sguardo e si mettevano in
fila, ipnotizzati dallo scintillio dello schermo che li attraeva da dietro
la vetrina.(269)
Era nata la televisione.
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A lezione da Big Mac
di Naomi Klein
La popolarità del marchio "Usa" è in calo. Invece di cambiare la sua politica estera, il presidente Bush cambia il suo racconto.
Marzo 2005, un martedì: George Bush sale sul pulpito per illustrare il suo piano di lotta al terrorismo nel mondo arabo con l'arma democrazia. Stesso giorno: McDonald's lancia un'enorme campagna pubblicitaria che incita gli americani a combattere l'obesità mangiando sano e facendo esercizio. Qualsiasi somiglianza fra la "sfida all'americano: diventa attivo!" e la "sfida all'arabo: diventa democratico!" è puramente casuale.
Di certo, c'è un non so che d'ironico nell'essere incoraggiati ad abbandonare la poltrona proprio dall'azienda che ha reso famoso il "drive-through" permettendo ai suoi clienti di mangiarsi un bel mac-attacco di cuore senza nemmeno scendere dalla macchina e fare due passi alla cassa.
E quel non so che lo ritroviamo anche nell'incoraggiamento di Bush alle popolazioni del Medioriente, incitate ad abbandonare "la maschera della paura" perché "la paura è il fondamento di ogni dittatura", quando essa è il diretto risultato delle ripetute decisioni americane di installare e armare quegli stessi regimi che terrorizzano sistematicamente queste popolazioni da decenni. Ma, trattandosi in entrambi i casi di campagne di "rebranding", i fatti non contano.
L'amministrazione di Bush nutre da lungo un amore particolare per l'idea di poter risolvere complesse questioni politiche prendendo in prestito gli stessi moderni strumenti di comunicazione usati dagli eroi del mondo delle imprese. La rock star irlandese Bono ha recentemente conquistato improbabili fan della Casa Bianca presentando la miseria di alcune parti del mondo come un'opportunità per i politici statunitensi di diventare migliori "venditori". « Il Brand USA è in pericolo... è un problema per il business», Bono ha messo in guardia al World Economic Forum di Davos. La soluzione? «Forniamo una nuova immagine di noi stessi ad un mondo che non è sicuro dei nostri valori».
L'amministrazione di Bush non potrebbe essere più d'accordo, come dimostra la frenesia di "re-immagine" che attraversa ultimamente la politica estera americana. Ma, di fronte ad un mondo arabo furioso con gli Stati Uniti per l'occupazione americana dell'Iraq e per il cieco sostegno ad Israele, la soluzione non è rivedere tali brutali politiche: è "rivedere la storia".
L'ultima storia del Brand USA è stata lanciata il 30 gennaio scorso, il giorno delle elezioni irachene, completa di tag line accattivante con la scritta "purple power", immagini dal significato simbolico immediato (mani viola) e, ovviamente, un nuovo racconto sul ruolo dell'America nel mondo, generosamente riportato e ripetuto dal brand manager non ufficiale della Casa Bianca, il cronista del New York Times Thomas Friedman. «Il quadro iracheno è stato ritoccato: dalla storia dei "rivoltosi" iracheni che combattono per liberare il loro paese dagli occupanti americani e dai loro connazionali "tirapiedi", a quella di una schiacciante maggioranza irachena che sta cercando di costruire una democrazia con l'aiuto degli Stati Uniti, contro il volere dei fascisti e dei jihadisti del gruppo ba'athista iracheno».
E questa nuova storia è talmente contagiosa, ci dicono, che ha provocato un effetto domino simile alla caduta del muro di Berlino e alla fine del comunismo (anche se, in questa "primavera araba" l'unico muro che si vede, in piedi eccome, è il muro dell'apartheid di Israele). Come in tutte le campagne di branding, il potere sta nella ripetizione, non nei dettagli. Gli scricchiolii di contraddizioni (Bush si sta prendendo il merito della morte di Arafat?) ed ipocrisie (gli occupanti contro l'occupazione!) indicano solo che è ora di narrare nuovamente la storia, più forte e più lentamente, in quell'insopportabile stile da guida turistica. Pur con Bush che ora sostiene che "l'Iraq è un esempio per l'Iran e le altre nazioni", ci sembra valga la pena soffermarci sulla realtà di questo "esempio iracheno".
Dopo il rinnovo, per il quinto mese successivo, dello stato di emergenza Human Rights Watch riportava di torture sistematiche nelle prigioni irachene. Il doppio incubo della giornalista italiana Giuliana Sgrena ha è stato una sorta di finestra sul mondo di terrore in cui ogni semplice cittadino iracheno si trova intrappolato: la vita di tutti i giorni è u perpetuo oscillare fra la paura di essere rapiti od uccisi da connazionali iracheni e quella di essere atterrati dai colpi americani ad un checkpoint.
Nel frattempo, gli attuali litigi sulla composizione del prossimo governo iracheno, malgrado la chiara vittoria dell'Alleanza irachena unita, testimoniano la non democraticità del sistema elettorale escogitato da Washington. Terrorizzato al pensiero di una maggioranza di iracheni al governo del loro stato, l'ex plenipotenziario americano Paul Bremer ha fissato delle regole elettorali che garantissero ai Curdi, alleati degli Stati Uniti, il 27% dei seggi dell'assemblea nazionale, sebbene essi rappresentino solo il 15% della popolazione.
Per piegare meglio la situazione a proprio favore, la costituzione provvisoria redatta dagli Stati Uniti prevede che tutte le principali decisioni debbano essere appoggiate da almeno due terzi o, in alcuni casi, tre quarti dell'assemblea, cifra assurdamente alta, che dà ai curdi la facoltà di bloccare qualsiasi richiesta di ritiro delle truppe, qualsiasi tentativo di respingere gli ordini economici di Bremer e qualsiasi sezione di una nuova costituzione.
I curdi iracheni hanno tutto il diritto di reclamare la propria indipendenza e di temere di diventare un bersaglio etnico, ma alleandosi con loro, l'amministrazione Bush si è di fatto garantita un veto sulla democrazia irachena, veto che è attualmente sfruttato per assicurarsi un piano di emergenza nel caso dell'insistenza irachena di voler sgombrare l'occupazione.
Le trattative per la formazione di un governo sono ferme alla richiesta curda del controllo su Kirkuk che, se ottenuta, garantirebbe ai curdi il controllo degli enormi giacimenti petroliferi della regione. In tal modo, se le truppe straniere vengono cacciate dall'Iraq, il Kurdistan iracheno può agire separatamente e Washington avrà almeno un regime dipendente ricco di petrolio, anche se più piccolo rispetto a quanto previsto inizialmente dagli architetti della guerra.
Nel frattempo, il trionfalismo della libertà di Bush nasconde il fatto che, nei due anni trascorsi dall'invasione, il potere dell'Islam politico è aumentato esponenzialmente, mentre le profonde tradizioni secolari dell'Iraq sono state profondamente erose. Tutto questo deriva dalla pessima decisione di "corredare" all'invasione militare secolarismo e diritti della donna. Tutte le volte che a Bremer era necessario divulgare un'idea di successo e buone notizie, si faceva riprendere ad un centro per la donna appena inaugurato, mettendo abilmente sullo stesso piano il femminismo e l'odiosa occupazione americana (i centri per la donna sono ora per la maggior parte chiusi, e centinaia di iracheni che hanno lavorato con la coalizione nei comuni locali sono stati giustiziati). Ma il problema del secolarismo non è solo colpevole per associazione: la definizione di liberazione imposta da Bush priva le forze democratiche dei loro strumenti più potenti.
La sola idea che ha sempre saputo resistere ai re, ai tiranni e ai mullah mediorientali, è la promessa della giustizia economica, da realizzare tramite politiche nazionaliste e socialiste di riforma agraria e controllo statale del petrolio. Nei pensieri di Bush non c'è posto per tali idee: per lui, la gente libera è solo libera di scegliere il cosiddetto libero mercato, lasciando ai democratici poco da offrire, se non parole vane di "diritti umani", arma purtroppo debole contro le potenti spade della gloria etnica e dell'elevazione eterna.
Dopotutto però, non sorprendiamoci troppo che l'amministrazione Bush racconti storie di impegno e trionfo della libertà, e al tempo stesso faccia del suo meglio per sabotare la democrazia nel paese stesso che proclama di avere liberato. Corre voce che anche McDonald's continui a servire Big Mac...
Fonte: http://www.zmag.org/italy/klein-usaintrouble.htm
Scelli e Berlusconi con Mambro e Fioravanti
di redazione
PREMIER CON EX TERRORISTI NERI, CRITICI FAMILIARI VITTIME
Bologna - -- Un'offesa alla memoria: con queste parole il presidente dell'associazione familiari vittime Due Agosto, Paolo Bolognesi, commenta la partecipazione domani al convegno di Firenze dei due ex terroristi neri Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, condannati all'ergastolo per la strage alla stazione di Bologna: convegno al quale e' annunciata la presenza anche del presidente del consiglio Silvio Berlusconi.
"Apprendiamo dalla stampa che domani, a Firenze i terroristi fascisti pluriomicidi Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e il presidente del consiglio Silvio Berlusconi saranno sullo stesso palco in una 'convention' per la costituzione di un raggruppamento di giovani vicini al centro destra e per la campagna elettorale in corso - scrive Bolognesi - ancora una volta l’etica della politica viene stravolta per un pugno di voti".
Bolognesi, nel ricordare che la strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 80 causo' 85 morti e 200 feriti, conclude dicendo: "Sentiamo il dovere di far conoscere la nostra indignazione ed invitare a non dimenticare".
Polemico anche il sindaco di Bologna, Sergio Cofferati. "Se verra' confermata - commenta Cofferati riferendosi all'iniziativa - e' una pessima scelta". "Utilizzare in campagna elettorale Mambro e Fioravanti autori materiali della strage alla stazione di Bologna - conclude Cofferati - per avere non si capisce quale consenso, e' un errore grave".
(AGI)
Libero commercio all'europea
Oltre il WTO, i nuovi accordi tra UE e i paesi più poveri del pianeta
“Gli EPAs sono davvero un problema per i paesi poveri. Questi non hanno né il tempo né le capacità per negoziare degli accordi forti con l’UE” - Eveline Herfkens, Coordinatrice ONU per gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio
Cosa sono gli EPAs?
Dal 2002 l'Unione Europea e i 77 paesi dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico, (definiti gruppo ACP), stanno negoziando diversi Accordi di Partnership Economica (Economic Partnership Agreements, o più brevemente EPAs), come tappe dell'Accordo di Cotonou, trattato di cooperazione politica ed economica tra Unione Europea e paesi ACP che nel 2000 ha raccolto l'eredità della prima convenzione di cooperazione (Convenzione di Yaounde) sottoscritta nel 1964 e proseguita con le quattro Convenzioni di Lomé, l'ultima delle quali è scaduta il 29 febbraio 2000.
L'obiettivo degli EPAs è stabilire "nuovi aggiustamenti negli scambi, compatibili con le regole del WTO, che rimuovano progressivamente le barriere agli scambi tra Unione Europea e paesi ACP", e che dovrebbero costruire "iniziative di integrazione regionale tra i paesi ACP" e promuovere "lo sviluppo sostenibile contribuendo in quegli stessi paesi allo sradicamento della povertà".
Come il WTO, oltre il WTO
Se il WTO rimane l’organizzazione principale e l’emblema stesso del libero commercio, è però necessario considerare i numerosi accordi bilaterali e regionali esistenti, o che si stanno negoziando in questo periodo. Da diversi punti di vista, questi accordi sono ancora più pericolosi di quelli negoziati in sede WTO, in particolare per le economie e le popolazioni più povere del pianeta.
In primo luogo, infatti, se i lavori del WTO e tutti i negoziati multilaterali sono più facilmente sotto i riflettori dei media e dell'opinione pubblica, gli accordi regionali e bilaterali si svolgono invece più discretamente, per non dire completamente all’oscuro dei cittadini e dell’opinione pubblica.
Se nel WTO inoltre i paesi del Sud, che rappresentano la grande maggioranza dei membri dell’organizzazione, possono cercare di fare fronte comune contro lo strapotere dei giganti occidentali, la stessa strategia diventa praticamente impossibile una volta che Usa o UE aprono dei negoziati con solo pochi paesi alla volta.
Dal punto di vista europeo in questi negoziati è poi quasi unicamente la Commissione UE a seguire i negoziati, in misura ancora maggiore di quanto non avvenga nel WTO. I Parlamenti dei singoli stati non hanno praticamente voce in capitolo, ed anche il Parlamento Europeo rischia di essere chiamato unicamente ad un ruolo di ratifica poco più che formale al termine dei negoziati stessi.
L'Unione Europea ha spinto affinché questi accordi fossero fondati su una rigida interpretazione delle regole del WTO, prevedendo l'eliminazione di tutte le barriere commerciali su più del 90% degli scambi tra Europa e paesi ACP ed annullando, come richiesto dal WTO al massimo entro il 2008, di fatto le condizioni preferenziali e non-reciproche concesse dall’UE in favore dei paesi più poveri e vigenti da diversi decenni.
In altri termini si tratta di accordi “WTO plus” in cui si parte dalle già pressanti richieste del WTO in materia di libero commercio per spingersi ancora oltre.
E’ da notare, inoltre, che questi negoziati coinvolgono complessivamente 77 paesi ACP ed i 25 dell’UE, ovvero oltre i due terzi dei paesi membri del WTO. Una volta che delle regole ancora più favorevoli al libero commercio saranno stabilite in sede EPAs, sarà quindi possibile per l’UE utilizzarle come esempio per cercare di riportarle anche in sede WTO, per renderle definitivamente irreversibili nella sede multilaterale più ampia possibile e sottoporle alla giurisdizione del potente “tribunale” interno del WTO stesso.
Il contenuto degli EPAs
Gli Accordi di Partnership Economica attualmente in discussione sono essenzialmente accordi di libero scambio. Dietro la maschera di una "cooperazione per lo sviluppo" l'Unione Europea sta, di fatto, riproponendo attraverso gli EPAs la propria agenda liberista sostenuta in ambito WTO.
Gli EPAs prevedono una prima fase in cui l’UE ha dichiarato di non volere nulla, se non aiutare i paesi ACP a sviluppare proprie capacità negoziali, per poi avviare il negoziato vero e proprio. Il fatto che una delle due parti in causa istruisca l’altra su come poi confrontarsi lascia più di un dubbio sulle reali intenzioni europee anche nella prima fase dei
negoziati.
L'Europa sta, ad esempio, chiedendo di aprire nuovi negoziati in tema di investimenti, concorrenza, appalti pubblici, facilitazioni al commercio, protezione dei dati e servizi. I negoziati sui primi tre di questi temi sono stati respinti in ambito WTO solo pochi mesi fa, di fronte la netta e compatta opposizione di avviare al riguardo nuovi negoziati proprio da parte dei paesi ACP. Questo dato mostra in maniera lampante come l’UE non tenga in nessun conto le richieste e le preoccupazioni dei paesi del Sud, ma cerchi di sfruttare il proprio peso economico e politico in negoziati ristretti, dopo non essere riuscita a farlo valere in sede WTO.
Se nel WTO si sta attualmente discutendo della diminuzione delle tariffe su diversi prodotti, negli EPAs si prospetta la possibilità di una completa eliminazione delle tariffe sul 90% dei prodotti. Questo significa che i paesi ACP non saranno più in grado di proteggere le loro deboli industrie locali e nazionali dall’assalto delle multinazionali europee cercando di limitare le importazioni mediante l’applicazione di tariffe, ma saranno condannati ancora una volta al ruolo di meri estrattori e produttori di materie prime per l’export.
La trasformazione e la lavorazione di questi prodotti verrebbe poi realizzata dalle imprese europee, che magari poi riesporterebbero i prodotti finiti agli stessi paesi del Sud, spingendoli in una spirale di povertà, sottosviluppo e deindustrializzazione.
Oltre a questo aspetto, l’eliminazione delle tariffe significa la rinuncia ai redditi derivanti dalla loro riscossione, che in alcuni casi rappresentano anche il 40% dei redditi per molti governi del Sud. In mancanza di queste entrate sarà necessario tagliare drasticamente le spese statali, a partire da quelle destinate ai servizi pubblici ed essenziali quali l’istruzione e la sanità.
Un ulteriore colpo durissimo allo stato sociale dei paesi del Sud, già duramente minato dalle politiche di aggiustamento strutturale del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale ed esposto alla liberalizzazione prevista dai negoziati GATS sui servizi in ambito WTO.
Analogamente, con la liberalizzazione degli investimenti e dei servizi finanziari, i paesi ACP rischiano di perdere il controllo nazionale su di un settore delicatissimo, oltre a subire il problema della volatilità dei capitali che si accompagna alla liberalizzazione. D’altra parte, regole che assicurino la possibilità per le imprese finanziarie europee di
investire nei paesi ACP con la garanzia della massima libertà, ad esempio in materia di rientro in Europa dei profitti, sono sempre più cruciali per le stesse imprese finanziarie europee.
Basti pensare ad esempio all’enorme mercato dei fondi pensione, in rapida crescita in Europa, ed alla costante ricerca di investimenti sicuri e profittevoli sui quali investire. Anche in agricoltura, settore fondamentale per l’economia di moltissimi ACP, le conseguenze potrebbero essere devastanti. E’ molto difficile pensare che l’agricoltura africana possa competere con gli enormi sussidi all’export garantiti dall’UE, che ha già dichiarato che con l’adozione degli EPAs non intende comunque rimettere in discussione la propria politica agricola comunitaria (CAP). Anche il mito del vantaggio comparato, secondo il quale alla lunga gli agricoltori dei paesi ACP, grazie ai minori costi di produzione, potrebbero trarre dei benefici da un libero scambio con l’UE, è con ogni probabilità falso.
Considerando gli altri accordi di libero scambio negoziati dalla stessa UE e quelli in sede WTO, tutti gli studi sembrano dimostrare che gli eventuali vantaggi di una
liberalizzazione dell’agricoltura andrebbero alle multinazionali dell’agro-business, ed in ogni caso ai grandi paesi esportatori del Sud quali Brasile ed Argentina. I piccoli agricoltori, in primo luogo nei paesi più poveri, ma anche da noi, sarebbero ulteriormente penalizzati da una impostazione ideologica che vede il cibo come una merce e non come un diritto umano in primo luogo, e che mette i profitti ed il commercio prima del diritto alla sovranità alimentare.
Il risultato sarà una ancora maggiore dipendenza dei paesi ACP dall’Europa, una disoccupazione più forte soprattutto nei settori a maggiore specializzazione, la perdita di mezzi di sostentamento, l'insicurezza alimentare e l’incremento della disuguaglianza sociale.
Sviluppo o neocolonialismo?
Nonostante la forte riluttanza manifestata dai paesi ACP, la Commissione Europea ha effettuato pesanti pressioni politiche ed economiche per affrettare i negoziati sugli accordi di libero scambio senza un sufficiente approfondimento delle implicazioni sociali, politiche ed economiche di questi.
Tutte le voci che si sono levate in Europa e nei paesi ACP per indurre la Commissione a considerare altre opzioni sono state ignorate. A causa di una pesante dipendenza dagli aiuti internazionali, i paesi ACP hanno poche possibilità di resistere alla richiesta dell'UE di aprire i loro mercati alle merci ed ai servizi europei. L'enfasi schiacciante posta sulla reciproca liberalizzazione nei negoziati EPAs prova che il loro obiettivo è quello di ampliare l'accesso dell'Europa ai mercati ACP, piuttosto che l'accesso dei paesi ACP allo sviluppo.
L'Unione Europea ha ridotto gli obiettivi contenuti nell’Accordo di Cotonou, che puntavano allo sradicamento della povertà e allo sviluppo sostenibile, ad un'agenda di investimenti e liberalizzazioni a proprio uso e consumo. Gli Accordi di Partnership Economica aumenteranno il predominio e la concentrazione di società, beni e servizi europei nell’area ACP.
Così come sono proposti, gli EPAs aggraveranno e prolungheranno il declino socio-economico e la fragilità politica che caratterizza molti dei paesi ACP e, poiché basati su un principio di reciprocità commerciale, non hanno senso per i paesi ACP sia da un punto di vista economico che di sviluppo. Mentre la Commissione Europea sostiene che gli EPAs sono strumenti di sviluppo, tutte le analisi indicano che il peso dei cambiamenti introdotti dagli EPAs sarà scaricato esclusivamente sulle spalle dei paesi di Africa, Carabi e Pacifico, inclusi quelli meno sviluppati (LDC). Inoltre, se al di là della retorica si trattasse veramente di accordi mirati a favorire lo sviluppo dei paesi poveri, non si capisce per quale motivo la giurisdizione sui negoziati è stata affidata al Commissario europeo al Commercio e non a quello allo Sviluppo all’interno della Commissione Europea.
Da un altro punto di vista, i tentativi di realizzare un'integrazione regionale sono centrali oggi nelle strategie di sviluppo dei paesi ACP. Gli Accordi di Partnership Economica con l'Europa mettono in pericolo il fragile processo di integrazione regionale ed espongono i produttori di quei paesi ad un'impari concorrenza con l'Europa nei mercati interni e dell'area. In particolare l’UE ha deciso di avviare sei negoziati, ovvero quattro con diverse regioni africane, e uno ciascuno per i paesi di Caraibi e Pacifico.
La suddivisione dell’Africa in quattro regioni non tiene in nessuna considerazione la realtà politica e storica del continente africano e gli embrioni di alleanze economiche che si stanno faticosamente lì costituendo.
Al contrario, questa suddivisione rischia di spezzare le stesse alleanze in fieri e di mettere l’uno contro l’altro i diversi blocchi. In questo senso si può dire che l’UE sta ancora una volta ripetendo il tragico errore del periodo colonialista, quando i diversi paesi europei si sono spartiti sulla mappa il continente africano senza nessuna considerazione per le realtà locali. Questa volta, però, una disputa tra i paesi europei ed il contenzioso con l’Africa sembra essersi spostato su un piano globale: con gli EPAs l’UE intende rispondere agli analoghi negoziati di libero commercio che stanno portando avanti il Giappone, tramite il TICFAD (Tokyo International Conference For African Development) e gli Usa con l’AGOA (Africa Growth Opportunity Act). La posta in gioco di questa gara globale è sempre la stessa: l’accesso a basso costo alle enormi materie prime del continente africano, a partire dalle risorse minerarie e dai prodotti agricoli.
Infine, come già accennato, l’idea di aprire un negoziato solo con i paesi ACP invece che in sede WTO permette all’UE di fare valere il proprio peso negoziale in maniera molto più forte. Se consideriamo ora che i 77 paesi ACP non potranno neanche negoziare insieme, ma sono a loro volta stati divisi in sei gruppi, diventa evidente la totale asimmetria e l’enorme sbilanciamento nei negoziati.
Dei 77 paesi ACP ben 47 sono considerati “paesi meno sviluppati”, o Least Developped Countries – LDC. Se almeno in teoria questi paesi hanno nel WTO un trattamento speciale e differenziato su molte questioni, negli accordi EPAs i paesi più deboli rischiano seriamente di perdere qualunque riferimento alla specificità della loro difficile condizione. In realtà questo trattamento speciale e differenziato è sempre rimasto solo nelle carte dei burocrati del WTO, e non è mai stato applicato, nonostante ormai da dieci anni i paesi più poveri ne chiedono una reale applicazione. Come tutta risposta, oggi l’UE intende lanciare nuovi negoziati ancora più radicali e nei quali questa clausola viene una volta per tutte affossata.
La posizione della società civile internazionale
Per tutte le ragioni sopra esposte moltissime organizzazioni e reti della società civile internazionale rigettano in blocco questi "Accordi di Partnership Economica", cosi come si prospettano al momento. Inoltre, numerosi parlamentari in diversi paesi ed alcuni dei paesi ACP stessi si sono schierati in maniera molto critica nei confronti dei negoziati EPAs.
Chiediamo una verifica ed una revisione della politica estera commerciale neoliberale dell'Unione Europea, particolarmente nei confronti dei paesi del Sud. Chiediamo, quindi, che la cooperazione commerciale tra Unione Europea ed i paesi di Africa, Carabi e Pacifico si fondi su un approccio che:
- sia basato su un principio di non reciprocità, come teoricamente previsto
in ambito WTO rispetto ai prodotti di particolare interesse (GSP) ed al trattamento speciale e differenziato;
- protegga i produttori dei paesi ACP, i loro mercati interni e regionali;
- inverta la pressione verso la liberalizzazione degli scambi e dei mercati;
- consenta il necessario spazio politico ed aiuti i paesi ACP a perseguire le proprie strategie di sviluppo.
La società civile di tutto il mondo, ma quella europea in primo luogo, è chiamata immediatamente ad attivarsi per fare sentire la propria opposizione a questi accordi ingiusti e che potranno avere conseguenze disastrose per i paesi più poveri del pianeta. Anche per questo le reti di tutto il mondo si stanno organizzando ed hanno lanciato la Settimana di Mobilitazione Globale sul commercio – la Global Week of Action.
Dal 10 al 16 Aprile del 2005 ci saranno eventi, manifestazioni ed incontri per portare all’attenzione dei media e dei cittadini gli attuali accordi commerciali internazionali e per chiederne una radicale riforma. In Italia, le organizzazioni che hanno promosso l’osservatorio sul commercio Tradewatch, ovvero ReteLilliput, CRBM, Roba dell’Altro Mondo, Mani Tese, il Centro Internazionale Croceviaed il Gruppo di Appoggio al movimento contadino africano, hanno dato la loro disponibilità per coordinare i diversi eventi nel nostro paese.
Contatti in Italia e per maggiori informazioni
Andrea Baranes – CRBM / ReteLilliput: abaranes@crbm.org
Monica Di Sisto – Roba / ReteLilliput: moni.disisto@iol.it
Osservatorio in Italia sul commercio internazionale:
http://tradewatch.splinder.com
Per maggiori informazioni sugli accordi EPA: www.epawatch.net
Per conoscere e aderire alla campagna internazionale: www.stopepa.org
Per informazioni sulla Global Week of Action: www.april2005.org
Bruxelles, l'ennesima gaffe di Silvio Berlusconi: "Carla Del ponte? Un magistrato molle di sinistra"
di Marianne van de Steeg
Purtroppo per l'Italia, Silvio Berlusconinon si smentisce mai. Giunto in Belgio per il vertice europeo che ha deciso la "riforma" del Patto di Stabilità (un errore clamoroso, ndr), ha saltellato tutto il tempo attribuendosi meriti e trionfi di ogni tipo. Ma a questo, ormai, i colleghi europei sono avvezzi. Molto peggiore è stato il suo attacco a Carla Del Ponte, oggi Procuratore Internazionale al Tribunale sui crimini di guerra nella ex Jugoslavia che ha sede a L'Aia...
La dott. Del Ponte, il 7 marzo scorso, ha rivelato di avere portato alla presidenza di turno dell'Unione Europea (nella persona del ministro degli esteri lussemburghese Jean Asselborn) la prova che le autorità croate hanno fatto fallire l'operazione intesa a rintracciare il generale Ante Gotovina, incriminato dal Tribunale internazionale.
I governanti croati hanno già ricevuto dall'UE l'avvertimento che i colloqui sull'ammissione della Croazia non cominceranno alla data prevista, il 17 marzo, se prima Gotovina non sarà stato catturato e consegnato alla giustizia internazionale. Il problema è che Gotovina, nonostante l'incriminazione per crimini di guerra, e' considerato da molti croati una sorta di eroe nazionale, per il suo comportamento nella guerra di indipendenza degli anni 1991-95.
La Del Ponte afferma di avere fornito al governo croato un elenco dei nomi di coloro che - per quanto le risulta - stanno proteggendo di fatto Gotovina sottraendolo alla cattura. "Noi lo sappiamo, che loro non fanno tutto quello che possono. E lo abbiamo dimostrato", ha detto la Del Ponte "Non sono disposti ad arrestarlo, probabilmente a causa di motivazioni politiche".
A questo punto, l'Unione Europea, ha immediatamente sospeso i negoziati con il governo di Zagabria, come minacciato. La cosa non è piaciuta per nulla a Berlusconi, che, per oscuri motivi, si è fatto paladino dell'ingresso di ogni Paese aspirante nella Unione. E, forse memore del ruolo che Carla del Ponte ebbe ai tempi di Mani Pulite (da Lugano collaborò strettamente con i giudici milanesi), ha preso la parola davanti ai sui colleghi capi di governo per attaccarla pesantemente.
Riferisce il corrispondente del quotidiano olandese De Volkskrant: "Il premier Italiano Silvio Berlusconi ha causato grave imbarazzo e nervosismo durante il summit dei leaders dell'UE martedì 23 con una vera e propria sparata contro Carla Del Ponte, il procuratore generale del tribunale per la Jugoslavia. Il premier italiano la ha definita 'uno di quei magistrati di sinistra-liberali con le ginocchia molli'.
"Ha inoltre accusato l' UE di dare troppo credito a questa 'magistrato molle di sinistra'. L'attacco furioso del primo ministro italiano è cascato come una bomba sugli altri capi di governo. Un diplomatico ha dichiarato 'Lui andava avanti molto rozzamente, usando contenuti e toni che nessuno ha apprezzato' ."
Facce scure dei politici e risatine dei giornalisti hanno accompagnato la performance berlusconiana, e tutto lasciava pensare che, dopo la nota diplomatica di dissociazione e condanna, i media italiani, quantomeno quelli di opposizione, si sarebbero gettati sulla notizia, che, in effetti, è piuttosto grossa. Era immaginabile che si sollevassero le - motivate- polemiche che ci furono al tempo del "caso Schultz" o al tempo della leggendaria foto con le corna.
Invece, non una sola immagine, non una sola parola, non una sola riga di agenzia è stata spesa, in Italia.
I giornali olandesi, belgi, lussemburghesi, britannici, inglesi, tedeschi, hanno dedicato ampio spazio sia all'attacco al Tribunale Internazionale, sia alla netta presa di posizione della diplomazia contro Berlusconi, e le immagini del suo intervento (invero un po' isterico..) sono passate in molte Tv. Ma, nel Belpaese, tutto tace. Cosa succede?
La mancanza di Furio Colombo comincia a pesare...
Marianne van de Steeg
redazione@reporterassociati.org
marzo 29 2005
Piccola mappa del potere nascosto del piccolo schermo - di Carlotta M. Capua
Un tempo, Prima Repubblica, sarebbero stati i cavalieri dell'appalto. Ora sono gli spin-doctor di Mediaset e Rai. Ecco le star e gli indipendenti che importano i format e gestiscono i personaggi della televisione italiana.
Endemol. Produce 'Grande Fratello', 'Affari tuoi', 'Chi vuol essere milionario', 'Vivere' e 'Cento Vetrine'. È diretta da Paolo e Marco Bassetti, ma appartiene dal 1998 al gruppo olandese Endemol. Solo in Italia ha diritti su 500 format e un fatturato di oltre 100 milioni d'euro.
Magnolia. Creatura di Giorgio Gori, ex Mediaset. Compra, inventa e adatta format: ha cominciato con 'Velisti per caso' per finire con 'L'isola dei famosi'. Lavora con tutti, Sky, Rai, Mediaset e La 7: In quattro anni ha fatturato 30 milioni d'euro. Ora è impegnata con 'L'Eredità', 'Markette' e 'Music Farm'.
Lux. È la società di Ettore Bernabei, direttore generale della Rai dal 1961 al 1975. Le sue non sono fiction, ma kolossal, temi preferiti i santi, gli imperatori, gli inventori. L'azienda della famiglia Bernabei e Tarak Ben Ammar ha prodotto 'Padre Pio', 'Lourdes', la miniserie sul papa, e poi film su Marconi, Mussolini, Caruso, Stalin, Churchill e Coco Chanel. Dichiara un fatturato di 45 milioni di euro.
Einstein Fondata e amministrata da Luca Josi e Andrea Olcese. Produce e distribuisce contenuti per la telefonia mobile. Il loro primo reality è un flop. Ma vanno forte nel preserale, con 'Passaparola', 'Sarabanda' e 'Love Bugs'.
Grundy. Roberto Sessa è a capo dell'azienda del gruppo Bertelsmann. La società è australiana, e ha inventato la prima soap italiana: 'Un posto al sole'. Ha molti format tra cui la bomba spagnola Serrano. Ultimamente ha buone relazioni con la Raidue di Marano. Produce anche 'La squadra'.
Palomar. Animata e condotta dal bolognese Carlo Degli Esposti, ex amministratore di Cinecittà. Suoi sono Montalbano e Perlasca. La casa di produzione è nata nel 1986, e le cose vanno bene al punto che Endemol acquista il 51 per cento di Palomar, lasciando al fondatore piena autonomia editoriale.
Ballandi Entertainment. Da impresario dei principali cantanti italiani a produttore televisivo degli 'one man show' di Morandi, Celentano, Panariello, Fiorello. Bibi Ballandi, patron di Bandiera Gialla, gli accordi con Cattaneo li ha presi così: "Voi avete l'autodromo, io ci metto i piloti".
Lele Mora. Decide la carriera di una velina al primo sguardo, e i vestiti, le dichiarazioni, gli amori, le paparazzate e le auto di tutti quelli della sua scuderia. Sono suoi i casting dell''Isola dei famosi', i contratti degli emergenti dei reality della De Filippi, sua Simona Ventura.
Lucio Presta Amico di Paolo Bonolis, ha gestito l'intero Festival di Sanremo con il 15 per cento di commissione su ogni cosa che si muoveva. Oltre ad Amadeus ha sotto contratto Mara Venier e Paola Perego, sua attuale fidanzata. Esordì come ballerino a 'Fantastico 3'.
da www.articolo21.com
L'Italia che ignora le norme
Claudio Dordi
I recenti dibattiti sulla proposta di introdurre dazi contro le importazioni di prodotti cinesi hanno mostrato quanta poca conoscenza vi sia, nel mondo politico e negli organi di informazione, delle norme sul commercio internazionale. E come, spesso, le proposte si basino su presupposti completamente errati.
Decide la Comunità europea
Tutte le decisioni in materia di politica commerciale non possono più essere applicate individualmente dall’Italia: il nostro paese, così come tutti gli altri membri della Comunità europea, ha trasferito, in via esclusiva, la competenza legislativa in materia agli organi comunitari. Posto che le decisioni doganali rientrano nella definizione di politica commerciale del trattato istitutivo della Ce, tutte le discussioni e le decisioni in materia spettano alla Commissione, sotto la guida del "Comitato 133", organo consultivo del Consiglio formato dai rappresentanti degli Stati membri. A sua volta, la Ce non è libera di attuare qualsiasi politica, dovendo rispettare gli accordi Wto in vigore dal 1995. Eventuali misure difensive sono applicabili nei confronti di prodotti "originari di" un determinato paese. L’applicazione di una restrizione all’importazione dei prodotti, pertanto, potrebbe colpire anche quei beni che sono realizzati in Cina da imprese europee che hanno delocalizzato la produzione. È plausibile aspettarsi, in sede comunitaria, l’opposizione di quei paesi i cui imprenditori hanno già spostato gran parte della produzione nel paese asiatico.
Dazi o misure di salvaguardia?
Gli strumenti di protezione consentiti dagli accordi internazionali del Wto e applicabili al caso concreto sono essenzialmente due: i dazi antidumping e le misure di salvaguardia. La protezione attraverso i dazi è meno efficace rispetto a quella attuata con quote di importazione: pertanto alla politica anti-dumping, che può condurre all’istituzione di dazi doganali aggiuntivi rispetto a quelli normalmente applicati, è preferibile l’attivazione delle misure di salvaguardia che, invece, consentono l’applicazione di quote all’importazione. Inoltre, dal punto di vista giuridico, le disposizioni anti-dumping non sono lo strumento più adeguato di protezione contro le importazioni dal paese asiatico. In base alla normativa Wto, questi dazi possono essere applicati al verificarsi di tre circostanze:
- deve esistere il dumping, definito come la differenza fra il prezzo di esportazione di un prodotto e (in generale) il prezzo praticato nel mercato di origine dello stesso (e non il costo)
- deve sussistere un danno rilevante per l’industria nazionale
- bisogna dimostrare che il danno è stato causato esclusivamente dal dumping.
Dalla definizione si evince che la politica anti-dumping non mira a colpire imprese che hanno un vantaggio di costo derivante, per esempio, da una legislazione sociale o ambientale meno rigorosa. Colpisce le decisioni strategiche delle imprese che scelgono di esportare a un prezzo inferiore rispetto a quello praticato sul mercato nazionale, vuole impedire atteggiamenti anticoncorrenziali. Tale situazione vale anche nel caso della Cina, considerata una "non market economy" e pertanto assoggettabile a un particolare regime di rilevazione del prezzo nel mercato di origine basato sul costo di produzione incrementato di un profitto medio nell’ipotesi che il paese sia caratterizzato da un’economia di mercato.
Una classe imprenditoriale impreparata
La lettura della normativa sulla politica anti-dumping, inoltre, sconfessa gli imprenditori che hanno dichiarato di essere stati abbandonati dallo Stato italiano.
In base alle norme comunitarie, che recepiscono le disposizioni Wto, l’iniziativa che porta lo Stato (la Ce nel nostro caso) a aprire un’inchiesta mirante a stabilire dazi anti-dumping, deve partire dagli imprenditori, che devono rappresentare una determinata percentuale della produzione statale di un determinato bene. Senza iniziativa dei singoli imprenditori, nessuna azione può essere intrapresa automaticamente dalla Commissione Ce, l’organo competente in materia. Ciò mette in luce un altro grave problema: l’assoluta impreparazione del nostro mondo industriale ad affrontare il mercato globale e la mancanza della più basilare conoscenza delle norme internazionali in materia. Pochi si sono evidentemente accorti che l’accordo Wto, in base al quale da gennaio 2005 non è più possibile imporre le quote all’importazione dei tessili e dell’abbigliamento, è stato concluso formalmente il 14 aprile 1994 e che il negoziato - l’Uruguay Round - era iniziato nel 1986. Non solo, dal 1995 l’accordo ha già attuato una liberalizzazione progressiva, per scaglioni.
Il medesimo problema riguarda l’ingresso della Cina nel Wto: è avvenuto alla fine del 2001, ma la richiesta formale di adesione era stata presentata nel 1986. Tutti, nei dibattiti internazionali, sapevano della forza economica del paese asiatico e del fatto che non sarebbe stato possibile tenerlo al di fuori dell’organizzazione del commercio per molto tempo: solo in Italia ci si è accorti di tutto ciò quando oramai il pollaio era vuoto.
Le misure di salvaguardia
Quali soluzioni possono essere adottate? Nel breve periodo si possono attivare gli strumenti previsti dagli accordi Wto e dal protocollo di adesione della Cina all’organizzazione. L’unico a disposizione è rappresentato dalle misure di salvaguardia, regolamentate dal Wto in modo rigido. Tuttavia, in base al protocollo di adesione della Cina, fino al 2008 la Ce può attivarle nei confronti dell’importazione di tessili e abbigliamento cinesi seguendo procedure più elastiche. A differenza dell’anti-dumping, le misure di salvaguardia possono essere attivate direttamente dalla Commissione senza la richiesta di imprese comunitarie, a patto che rivestano un interesse comunitario. Bisogna dimostrare l’esistenza di un notevole incremento delle importazioni di un determinato prodotto, di un danno per l’industria nazionale e del nesso causale: il danno deve essere prodotto esclusivamente dall’incremento delle importazioni e non da altri fattori.
Il vantaggio delle misure di salvaguardia è che consentono l’applicazione anche di quote all’importazione, più efficaci rispetto ai dazi. Si tratta di uno strumento di breve periodo: in base agli accordi Wto sono normalmente temporanee, il protocollo di adesione della Cina ne consente l’applicazione fino a quando non si sia rimediato al danno per le imprese nazionali. L’esempio delle quote imposte nel 2001 dagli Stati Uniti sull’importazione di acciaio dimostra che, sempre nel breve periodo, le misure di salvaguardia possono essere efficaci anche quando sono applicate violando le disposizioni Wto. Uno Stato danneggiato da una misura illegittima applicata da un altro membro del Wto può infatti ricorrere all’apposito organo di soluzione delle controversie dell’organizzazione. Che è strutturato in due gradi di giudizio, e può impiegare anche 15-18 mesi per dare una soluzione. In caso di condanna, lo Stato soccombente non deve risarcire i danni, ma è obbligato semplicemente a eliminare la disposizione illegittima entro un periodo ragionevole dalla decisione del Wto. Gli Stati Uniti abrogarono la misura di salvaguardia solo nel dicembre 2003. Nel frattempo l’industria statunitense aveva goduto per quasi tre anni di un’importante protezione.
In ogni caso, va rilevato che il protocollo di adesione consente alla Cina di reagire a eventuali misure di salvaguardia applicate per più di due o, in alcuni casi tre anni, con contromisure aventi un effetto commerciale equivalente: ciò rappresenta, evidentemente, un monito contro l’imposizione di misure di salvaguardia di medio-lungo periodo.
Gli standard sociali e ambientali
È bene ricordare che mentre è possibile imporre barriere per bloccare o limitare l’ingresso di prodotti dannosi per la salute dei cittadini e per l’ambiente nel paese importatore, il Wto non dà strumenti per limitare l’importazione di beni e servizi prodotti in nazioni con standard ambientali e sociali inadeguati. È perciò importante che i paesi occidentali ne promuovano l’adozione e il rispetto nelle principali organizzazioni internazionali diverse dal Wto.
Gioca solo la difesa
In questi giorni, si è dibattuto solo di politiche difensive. Pochi hanno, invece, messo in rilievo l’importanza delle politiche offensive: quasi nessuno ha ricordato, ad esempio, che la Cina dal dicembre scorso consente anche a società interamente straniere di distribuire prodotti sul territorio nazionale o che la presenza diretta sul mercato cinese può essere utile per stimolare le autorità dello Stato asiatico a una maggiore lotta nei confronti della contraffazione dei prodotti stranieri. Dal punto di vista giuridico, tuttavia, i problemi sono altri: bisogna che i nostri imprenditori colmino il gap di conoscenza nei confronti delle regole del commercio internazionale che impedisce loro di capire che tutte le strategie commerciali devono confrontarsi con un sistema internazionale improntato su regole precise e condivise da gran parte degli Stati della comunità internazionale.www.lavoce.info/
Squadre
Beppe Grillo confronta gli estensori originali della costituzione, quelli del '48, con gli attuali revisori, come se fossero due squadre.
...
In un Paese normale i giocatori della prima squadra sarebbero custoditi nella memoria e nella stima di ogni cittadino.
In un Paese normale molti dei giocatori della seconda squadra sarebbero custoditi da guardie o da infermieri professionisti paolo.evectors.it/italian/
Granieri, Blog Generation, la Costituzione....
Quello di Giuseppe Granieri non è un libro da leggere in fretta, soffermandosi su poche pagine o su qualche concetto. Leggendolo invece mi sono reso conto che è un libro profondo, anche se sta sui fatti (e forse proprio per questo).
E' forse la prima descrizione professionale, scritta in italiano e da un italiano, di un sistema di giochi a guadagno condiviso tali da configurare una speranza democratica.
Implica e dà l'opportunità per una visione d'assieme di ciò che stiamo facendo, qui.
Viviamo tempi molto brutti al riguardo. E sto assimilando Blog Generation in questa chiave, di possibile quaderno di appunti per una sorta di nuovo "bill of rights" materiale. Un contrappeso, una via d'uscita allo slittamento continuo della nostra democrazia.
Non perchè il libro di Granieri sia il Vangelo (finora ho anche incontrato un paio di punti secondari su cui non concordo), ma per il fenomeno reale, persistente e attrattivo che esamina. Per questo, nell'intermittenza di tutte le mie piccole faccende, mi prendo tutto il tempo necessario...
E' una bella guida alla costruzione di una sorta di modello mentale di riferimento...
Beppe
P.s. Questa è la migliore recensione che so fare. Indicare il mood che questo saggio mi ha ingenerato....scusate ma sono un pessimo recensore www.caravita.biz
Storace, dove porta il cuore
ROBERTA CARLINI
Una regione governata col cuore, dice lo slogan della marcia lunga di Storace, partita da un anno a spese prima nostre e poi sue. Ma anche col portafoglio, che dentro i doppiopetti maschili spesso al cuore sono molti vicini. La versione moderna della destra romana e laziale è tutta in quel cuoricino tricolore, che ha affidato la fiamma ai creativi e l'immagine ai lifting; mentre a guardare dalle parti del portafoglio si ritrova tutto il vecchio. Non tanto il vecchio Msi, di fiamme e fasci; quanto la vecchia Dc, tutta appalti, spesa pubblica e trattativa privata. Quella che nei nefasti anni `80 affidava la cura dei suoi affari a Vittorio Sbardella detto «lo squalo». Solo che Sbardella, al contrario di Storace, non aveva uno staff per l'immagine. Né conosceva le cartolarizzazioni, nel cui massiccio uso è Storace è stato secondo solo a un altro personaggio che non ha mai amato: Giulio Tremonti.
Dove va la spesa
«Non mi interessano le agenzie di rating, ma le persone», ha detto Storace all'indomani dell'ultimo declassamento. Il Lazio, con un debito che nel 2003 sfiorava i 2 miliardi e mezzo (2.473.000.000 euro, contro i 1.508.000.000 del 2000), ha visto abbassarsi uno dopo l'altro i voti nelle pagelle della finanza, da parte di Standard & Poor's, Moody's, Fitch. Vuol dire che è diminuita la sua affidabilità come debitore. Il leader della destra sociale può fare spallucce di fronte al verdetto della perfida finanza mondiale, ma il governatore del Lazio non può ignorare di essersi messo nelle loro mani, avendo fatto schizzare in alto, nel suo quinquennato, deficit e debito. Nel 2003 - dati della Corte dei conti - il disavanzo della regione era a 445 milioni di euro; diviso per numero di abitanti fa 85 euro a persona: il più alto d'Italia.
Se tutte le regioni, tra patto di stabilità e tagli del governo centrale, hanno avuto difficoltà nei bilanci, il Lazio ha una serie di record da paura: primo nel deficit pro capite, primo anche quanto alla parte assorbita dalla sanità, primo nella spesa per farmaci. Se nella media nazionale la sanità pesa sulla spesa delle regioni per il 58%, nel Lazio sfiora il 65%. Tra le corsie la gestione Storace - affidata a due suoi uomini forti, Andrea Augello al Bilancio e Domenico Gramazio all'Agenzia regionale per la sanità - ha arato nel lungo solco del modello romano-vaticano, incentrato sulle convenzioni con le cliniche private: più soldi agli ospedali che al territorio (la proporzione è di 3 a 2), grande giro di business sugli accreditamenti, fatti senza gare né pubblici tariffari (si veda l'altro articolo in pagina). Non va meglio con la spesa farmaceutica, sulla quale è sparito ogni monitoraggio. Il ticket sulle ricette pesa per 10 euro a persona all'anno, ma non ha frenato le prescrizioni. Anzi, qui arriva l'altro record nazionale: quello della spesa per farmaci lorda pro capite, che nel 2004 supera i 300 euro (dati Osmed). Lo scostamento rispetto alla media nazionale segna un più 31%.
Come finanziare questa spesa crescente, mentre il governo per quanto amico lesina risorse? Il semplice ricorso al debito - attuato alla grande - non bastava. Così, mentre a livello politico nazionale Storace si opponeva alla linea Tremonti di finanza pubblica - guidando l'opposizione nel suo partito ai tagli dell'Economia e anche alle cartolarizzazioni delle case degli enti previdenziali - a livello locale ha seguito alla lettera le direttive del creativo Giulio, inaugurando la lunga serie delle cartolarizzazioni alla romana. Prima che Siniscalco lo facesse con i ministeri, è stato Storace a inaugurare la stagione del «sale and lease back», vendendo e riaffittando gli immobili degli ospedali. Cartolarizzati anche i futuri finanziamenti pubblici al sistema sanitario regionale: in sostanza, la giunta si è fatta scontare dalle banche (a caro prezzo) le entrate future. «Così si è impoverito il patrimonio e sono aumentate le spese nel conto economico. Nel frattempo, non si è pianificato né organizzato niente di niente», è il bilancio di Augusto Battaglia, deputato diessino romano, al lavoro da anni sulle questioni della sanità. E i soldi delle cartolarizzazioni? «Sono andati a pagare i fornitori delle asl e degli ospedali».
Case al Fondo
La finanza creativa alla laziale non finisce qui. Come ogni cartolarizzatore che si rispetti, a un certo punto anche Storace incontra il business degli immobili. Si tratta di immobili particolari, le 962 case della «Gepra»: la gran parte è nel centro storico di Roma, e sono arrivate alla regione attraverso un giro lungo che parte dalla carità. Erano donazioni e lasciti di ricchi nobili a favore di ospedali o istituti religiosi, che poi sono passati dal Pio Istituto al comune di Roma e successivamente dalle Usl alle Asl e alle regioni. Stabili fatiscenti, ma con valori immobiliari potenzialmente enormi, affittati tutti a canoni bassi, a volte ridicoli. Gli inquilini - quelli vecchi - non navigavano certo nell'oro. Nel dicembre 2003 la giunta Storace cede in blocco questo patrimonio: per il valore di 166 milioni di euro e rotti, le case passano al Fondo Lazio, costituito dalla Bnl. Il Fondo emette titoli garantiti da tale patrimonio, che nel frattempo si incarica di vendere con prelazione dell'inquilino a prezzi di mercato. L'operazione passa per la consulenza dello studio Chiomenti, lo stesso che ha seguito tutte le varie Scip di Tremonti.
Nelle tabelle allegate all'atto di conferimento, per ogni immobile si evidenzia una differenza tra il valore di mercato (al quale si venderà) e quello di conferimento pari al 30-40%. Per il Fondo e per gli intermediari - scelti privatamente, senza gare né procedure pubbliche - è un bell'affare. Quanto agli inquilini, si trovano a poter comprare case pregiatissime a prezzi un po' scontati: ma pochi di loro se le possono permettere, nonostante lo sconto. La protesta monta, soprattutto quando - siamo a pochi mesi fa - si scopre che alcuni inquilini hanno avuto il contratto d'affitto proprio alla vigilia della messa in vendita, che tra loro c'è anche un avvocato della stessa Gepra, che altri sono supervip della sanità romana... Lo scandalo riempie per un po' le pagine dei giornali locali, anche la procura apre un'inchiesta, ma intanto gli affari vanno avanti. Si procede alle vendite. Il più delle volte - raccontano i notai - si fanno due atti insieme: quello di vendita all'inquilino, e quello con il quale immediatamente l'inquilino rivende - al doppio o al triplo del valore - a un altro soggetto. L'operazione è lecita e veloce e ci racconta cosa sta succedendo all'ombra dello scandalo degli inquilini vip: gli inquilini «poveri» lasciano, incamerano un piccolo plusvalore e vanno a cercarsi casa fuori Roma. I lasciti dei ricchi romani tornano ai ricchi. La regione, dopo aver rinunciato a gestire e a valorizzare il suo patrimonio immobiliare nel cuore della Capitale, brinda al grande e piccolo business. A margine del quale, c'è una piccola curiosità: nel luglio 2003, prima di vendere tutti gli immobili, la Comunione delle Asl si era già venduta le impalcature, dando a una società - la Sicem di Colleferro - l'esclusiva per la pubblicità sulle facciate per i futuri lavori di restauro. Anche qui, né gare né aste né procedure pubbliche.
Cemento in corridoio
Aste? Gare? La giunta Storace le ignora per questioni ben più grosse, a partire dalla solita vecchia storia dei lavori pubblici. Qui i nomi degli amici del cuore sono più noti e i lavori da fare sono i cavalli di battaglia della campagna elettorale: un nuovo tratto di autostrada da Roma a Formia - detto il «corridoio tirrenico meridionale - e la Cisterna-Valmontone. Storace ha ottenuto l'inserimento di queste strade nel piano grandi opere, il riconoscimento del «preminente interesse nazionale», e i primi finanziamenti per studi e progetti. E ha costituito una società ad hoc: l'Arcea, partecipata al 51% dalla regione, e per il resto da una cordata privata composta da Autostrade, Consorzio 2050 (che ha dentro tra gli altri la Ccc) e Monte dei Paschi. Scelti così i soci, la regione - allora rappresentata dall'assessore ai Trasporti Francesco Aracri, dc sbardelliano poi sostituito dal giovane Giulio Gargano, anch'egli di scuola dc - ha pensato di aver chiuso il business. E di poter affidare ai soci così scelti tutti i lavori e i soldi, alla faccia di legge Merloni, direttive comunitarie e quant'altro. La bocciatura della Commissione europea e dell'Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici sono passate come l'acqua sul marmo, pardon sul cemento: Arcea va avanti, e il corridoio tirrenico - costo 2,5 miliardi, fondi già erogati intorno ai 300 milioni - è stato uno dei capisaldi della campagna elettorale.
«E fosse l'unico caso, l'Arcea». Angelo Bonelli, consigliere regionale dei verdi, in materia di cemento ha un'autorità conquistata sul campo, da quando lottava contro gli abusi edilizi a Ostia. Racconta il caso dei parchi, dei tagli alle aree protette puntualmente corrispondenti ad aree acquistate da immobiliaristi: emblematico il caso del Parco di Veio. O il caso dello «stadio della Lazio», che «la regione vuole far costruire sulla piana alluvionale del Tevere». Senza contare - restando allo stadio - il ricco dossier sull'imprenditore Claudio Lotito, diventato in pochi mesi il monopolista degli appalti delle pulizie a carico della regione. «Storace è al centro di una rete, sì è uno Sbardella moderno», dice Bonelli. Una rete per i grandi - che però data l'incertezza dei tempi, spesso tengono il piede in due staffe: i costruttori in particolare, che stanno diventando strabici a forza di seguire con i loro mattoni e i loro giornali la regione di Storace e il comune di Veltroni. Ma una rete capace di allargarsi, con promozioni e favori a pioggia. Sarà una goccia nel mare della spesa, ma l'aumento del costo degli stipendi dei dirigenti - passato da 17 a 40 milioni in quattro anni - è forse il miglior indicatore del «sistema Storace» e del cuore della sua regione. ilmanifesto.it
Chi cambia la Costituzione per sconfiggere l´avversario
GUSTAVO ZAGREBELSKY
la Repubblica - 29 marzo 2005
Le Costituzioni sono fatte di materia, di pasta specialissima. Negli ultimi tempi questa materia è andata corrompendosi. Il problema ora, se non vogliamo il peggio, è, prima d´ogni altra cosa, restaurarla.
Invece di ricominciare immediatamente ad azzuffarsi sulle cose fatte e a rinfacciarsi colpe, cedimenti, opportunismi e contraddizioni: cose improduttive e meschine che interessano una cerchia sempre più limitata di persone, sarebbe forse bene, come si dice pedestremente, fare un passo indietro e cercare di cogliere con uno sguardo d´insieme quel che è appena accaduto. Vediamo, da una parte, una destra che, osteggiando la costituzione "vecchia", se ne fa una sua, "nuova"; dall´altra, una sinistra che, unica cosa chiara, osteggia la costituzione della destra. Per il resto, c´è chi, nella sconfitta, invoca la necessità di un proprio e diverso progetto, chi scrive nuove "bozze" e chi recupera proposte d´altri tempi, senza che si riesca nemmeno a capire, innanzitutto, qual è l´atteggiamento verso la costituzione che abbiamo, quella che viene dalla Liberazione e dall´Assemblea Costituente del 1947. C´è da stupirsi che, contro questi geniali capitani, cresca il risentimento?
Indipendentemente dall´essere di destra o di sinistra e indipendentemente dal giudizio che si dia dell´opera compiuta dal Parlamento e quindi anche nel caso che, per assurdo, la si giudichi in sé e per sé un capolavoro costituzionale; indipendentemente da tutto ciò, chiunque, con questo sguardo d´insieme, non può mancare di vedere la catastrofe costituzionale che ci sta innanzi. La materia speciale di cui sono fatte le costituzioni è l´adesione a qualcosa da costruire in comune. Azione costituente è precisamente cercare i contenuti di questa adesione e metterli per iscritto. C´è stata invece la ricerca consapevole del risultato contrario: la sconfitta dell´avversario, con un colpo di maggioranza assestato con forza costituzionale. Qui non c´è la materia; questa non è costituzione, ma lotta costituzionale.
Chi cambia la Costituzione
Una Costituzione imposta così si fa bella della parola, ma si fa beffe della sostanza. Essa, invece che costituzione, dovrebbe dirsi atto di governo che si riveste di forma, e quindi di forza, costituzionale. Se volessimo trovare degli antecedenti, potremmo pensare al documento del 1653 di Oliver Cromwell, denominato propriamente non costituzione ma Instrument of government. Si trattava di organizzare un potere per realizzare la rivoluzione puritana. I documenti di questo tipo sono atti di forza del governo che vogliono essere, per così dire, massimamente forzuti o atti, per così dire, di governissimo.
Si annunciano così altri scontri, non appena (prima o poi) i rapporti di forza saranno cambiati. Come abbiamo ora una costituzione della destra, avremo – secondo la legge universale delle azioni e delle reazioni politiche che Benjamin Constant ha studiato rispetto al succedersi dei colpi costituzionali in Francia, dopo la Rivoluzione – una costituzione della sinistra? Si pensa di procedere così? Non c´è costituzione se la sua base di consenso non trascende le divisioni della politica comune, non trascende cioè, innanzitutto, la divisione maggioranza-opposizione. Una costituzione del governo non è una costituzione perché non ne ha la legittimità necessaria. Questa mancanza iniziale si rifletterà sugli atti che saranno compiuti in futuro, sulla sua base. Invece che pacificare, alimenterà il conflitto. Un bel risultato «costituzionale», non c´è che dire.
Il testo appena approvato dal Senato si è presentato così: Disegno di legge costituzionale presentato dal presidente del Consiglio dei ministri (Berlusconi), dal Vice presidente (Fini), dal ministro per le Riforme istituzionali e la Devoluzione (Bossi), e dal ministro per le Politiche comunitarie (Buttiglione), di concerto col ministro dell´Interno (Pisanu), e col ministro per gli Affari regionali (La Loggia). Un piccolo aspetto di forma? No: un´aberrazione di sostanza. Questa intestazione sarebbe naturale per una legge ordinaria, con la quale il governo, nel rispetto del quadro costituzionale, attua il suo programma; non lo è per una costituzione. L´iter parlamentare è stato conseguente. Il Senato ha votato sotto minaccia di crisi di governo (e di scioglimento anticipato) perché un ministro aveva posto una specie di questione di fiducia (vietata dall´art. 32 del testo ora approvato) e il presidente del Consiglio e gli altri l´avevano accettata, con riguardo addirittura ai tempi dell´approvazione. I senatori della maggioranza hanno assicurato presenza e voto come richiesto e, ancora una volta, si sono arresi al ricatto. Bisognerebbe avere assistito ai lavori dell´aula, per comprendere che cosa può significare prevaricazione del governo sulla sua maggioranza, insolenza della maggioranza sull´opposizione e generale umiliazione del Parlamento. Gli storici delle istituzioni ricorderanno forse solo due persone che, sottraendosi alla logica sbagliata dello scontro tra schieramenti, hanno salvato la dignità costituzionale del Senato: il senatore Andreotti e il senatore Fisichella.
Naturalmente, ciò che precede vuol solo essere una precisazione concettuale ai fini della comprensione. Chi ha agito così, sapeva certo che cosa stava facendo in quel momento e sarebbe ridicolo fargli la morale in nome di un concetto (anche se – aggiungo – i concetti e i loro nomi esigono rispetto). Hanno ragione quanti dicono che non si è trattato di improvvisazione o leggerezza. Si tratta invece di una concezione e di un programma. Anche senza arrivare a rievocare torvi precedenti, come l´identificazione del "politico" con la contraddizione radicale amico-nemico, è chiaro che qui, alla fine, si è manifestata l´insofferenza, più volte onestamente dichiarata, verso la mediazione, i compromessi, i controlli: verso quelli che, in una parola, sono detti impacci e sono invece gli equilibri della democrazia. Sotto quest´aspetto, la presente vicenda costituzionale è un segno di stanchezza democratica ed è una primizia che prefigura un futuro politico: un futuro delineato dai poteri davvero assoluti del premier e dai rapporti di dominazione che egli potrà intrattenere con un Parlamento che, a differenza di oggi, sarà nelle sue mani non solo de facto, ma anche de iure. Per chi li ha a disposizione, si tratta degli articoli 14 e 16 (formazione delle leggi), 27 (scioglimento della Camera dei deputati) e 94 (governo in Parlamento).
Si è detto e si dirà: ma anche la maggioranza di centro-sinistra, alla fine della scorsa legislatura, si è approvata da sola la "sua" riforma della Costituzione, la riforma concernente il nuovo assetto delle regioni e delle autonomie locali. Si tenga comunque conto delle differenze. Innanzitutto, non si è trattato di contraddire la costituzione precedente ma di sviluppare diversamente e ulteriormente principi preesistenti (la tutela delle autonomie, nel rispetto dell´unità della Repubblica, conformemente all´art. 5 della Costituzione). In secondo luogo, l´allora opposizione di centro-destra dissentiva non perché non volesse quelle modifiche, ma perché voleva andare oltre. Voleva di più, rispetto a ciò che era già qualcosa. Infine, le modifiche di allora sono quasi nulla rispetto alle attuali, quanto a rilevanza e incertezza per l´avvenire. Invocare questo precedente per giustificare il presente è dunque una forzatura. Come ha scritto Galli della Loggia, c´è pur sempre una gerarchia negli errori e, in ogni caso, se errore fu quello, non si vede perché lo si sia voluto ripetere, aggravato. In effetti, fu un errore, determinato anche da ingenui calcoli politici di breve periodo (chiudere la legislatura con un risultato di spicco; tagliare l´erba sotto i piedi alla Lega [!], ecc.), che ha causato poi notevoli problemi pratici di attuazione delle nuove norme, anche in quel caso approvate in fretta e furia. Onde, fatte le debite proporzioni, quest´accusa di aver smarrito, anzi di aver corrotto, la materia costituzionale si estende a quella che era la maggioranza di allora ed è l´opposizione di ora. Del resto, essa si rese conto dello strappo che si veniva compiendo, del deficit di legittimità che insidiava la riforma appena approvata. Fu la stessa maggioranza a chiedere il referendum sul nuovo testo, per trarre da lì quello che in Parlamento era mancato. E così fu compiuto un altro strappo: il referendum da oppositivo (cioè da strumento della minoranza) qual è fu trasformato in confermativo-plebiscitario (cioè in strumento della maggioranza) quale non deve essere. L´effetto plebiscitario non vi fu, data l´ostica materia e la bassa partecipazione popolare al voto; ma il precedente pericoloso fu posto e oggi c´è chi, nell´interesse della maggioranza attuale, pensa di ripeterlo.
Si tratta ora di fare opera di restauro, in previsione del referendum. Per questo è inutile, anzi perfino controproducente continuare con toni via via più accentuati, man mano che si avvicinerà la data del referendum, il confronto tra le parti politiche che stanno in Parlamento. Più si continua così, più si prosegue nella distruzione della speciale materia di cui sono fatte le costituzioni e più si rafforza l´impressione tra i cittadini che, in fondo, non si tratti che di una delle tante controversie che dividono maggioranza e opposizione. In materia costituzionale, occorre per l´appunto non dividere e approfondire le divisioni, ma unire. Il monopolio della discussione e del confronto detenuto dai soggetti politici avvelenerebbe ulteriormente il clima e non prometterebbe niente di nuovo. Pochi sono ormai quelli che, da una parte e dall´altra, sono disposti a vedere nelle parole dei propri avversari politici qualcosa di più che non la difesa interessata delle proprie posizioni di potere. C´è certamente dell´ingiustizia in ciò, ma purtroppo sembra essere così e, se è così, viene per l´appunto a mancare la materia della costituzione.
Questo è invece il momento in cui la vita politica ha bisogno di un aiuto, di un supplemento di responsabilità che non può che essere dato dalla società non direttamente implicata politicamente. Il referendum, sempre, è questo. In particolare lo è il referendum costituzionale. Occorre che i cittadini che ne hanno la possibilità, come singoli e come organizzazioni sociali, le associazioni culturali d´ogni tipo, i mezzi di comunicazione, nei mesi che ci separano dal voto, avvertano che questo è il momento del loro impegno. Occorre trovare parole nuove, discorsi diversi da quelli uditi mille volte e sempre meno ascoltati; occorre far comprendere che la posta in gioco non è il successo o la sconfitta di questa o quella parte politica ma il modo d´essere del nostro vivere insieme. L´obbiettivo prioritario non è ottenere la bocciatura o l´assoluzione di questa riforma della Costituzione. E´ la ricostruzione di un tessuto costituzionale, cioè della materia stessa di cui la Costituzione è fatta. Il giudizio sulla riforma è secondario e, presumibilmente, verrà da sé.
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marzo 26 2005
Carraro e le sedie vuote di Galan
Veneto, il governatore "fugge". Gli industriali: guarda che perdi...
Dibattiti disertati dall´alfiere di Fi. E Panto, ex Lega, rimescola le carte
Anche l´ambiente è tornato in primo piano. I capannoni del boom sono "ripudiati" dai manifesti leghisti: "Mai più così"
Il più prodiano contro il più berlusconiano dei candidati, in una terra ancora ricca ma che maledice l´euro e la concorrenza cinese
DAL NOSTRO INVIATO CURZIO MALTESE
la Repubblica - 26 marzo 2005
PADOVA - Quando l´articolo di fondo del Gazzettino s´intitola "L´ossessione di possedere sempre di più" e i cartellone elettorali della Lega promettono "Mai più capannoni" capisci che qualcosa è successo nel mitico laborioso Nord Est. Tutti sono venuti qui negli anni Novanta a descrivere il miracolo, nessuno oggi ne racconta la crisi. Per carità, la ricchezza c´è sempre e tanta. Si vede, si tocca, ti sbatte contro con l´ingombrante sfolgorio delle nuove Suv che modellano a colpi di paraurti da Montagne Rocciose i vicoli medievali nel centro di Verona, Padova, Vicenza, Treviso. Ma il boom, l´età dell´oro, è ormai alle spalle e i veneti lo sanno, si lagnano, non parlano d´altro. Maledicono la Cina, l´euro, gli sceicchi del petrolio ma anche chi aveva promesso il Bengodi, il governo, il Berlusca, la Lega. Soffia un vento di delusione che potrebbe scompaginare i pornostici nella sfida fra il Golia della destra e il Davide della sinistra.
Due mesi fa la riconferma del governatore Galan pareva scontata, con un vantaggio di venti punti sul semi sconosciuto Massimo Carraro. A una settimana dal voto il vantaggio si è ridotto a pochi punti. Per metà merito del terzo incomodo, l´industriale Giorgio Panto, ex leghista ed ex berluscones pentito, che cresce fra i delusi della destra. L´altra metà si deve all´appeal di Carraro, una specie di sintesi fra Illy e Soru, quarantenne di successo, titolare di una fabbrica di cinturini e gioielli da trecento dipendenti, ottimo parlatore e anche "gran bel fiol", assicurano le ragazze dei comitati, genere senatore della California. Politicamente, Carraro è il più prodiano dei candidati, almeno quanto Galan è il più berlusconiano, ovvero il massimo. E questo aggiunge un carico al voto veneto.
In campagna elettorale l´asso nella manica di Carraro si chiama Marco Marturano, il "mago di Penati". Negli ultimi tre anni ha seguito dieci candidati del centrosinistra fra Lombardia e Veneto e ha vinto sempre, strappando alla destra roccaforti come le province di Milano, Lecco, Belluno, i comuni di Verona e Padova. «Il mio lavoro è banale in realtà» spiega il modestro spin doctor «si tratta di scovare e attaccare i punti deboli dell´avversario. Per fortuna Galan ne aveva tanti». Per esempio? «E´ troppo berlusconiano in un momento in cui, soprattutto al Nord, il carisma del capo vacilla. Secondo, ha paura dei confronti diretti. Terzo, la sanità». Sulla sanità, il gioco s´è fatto duro, da codice penale. Carraro ha accusato Galan di d´aver truccato i bilanci per 15 milioni di euro, d´essere il "Tanzi della regione Veneto". Galan gli ha dato dell´"asino" e ha aggiunto che la cifra è irrisoria rispetto al bilancio sanitario regionale, sei miliardi. La risposta è mirabile per fedeltà al modello berlusconiano ma ha il difetto di non smentire un´accusa di reato. L´altra risposta da manuale del perfetto berluscones Galan l´ha data sui confronti diretti, che dovevano essere sette, uno per provincia: «Non mi misuro con uno che ha già perso». Ma Galan non Berlusconi e non è proprietario delle tv e delle associazioni dove si dovevano svolgere i confronti, le quali hanno fatto puntualmente trovare al pubblico degli incontri il sorridente Carraro e un´imbarazzante sedia vuota con la scritta "Galan". Non un trionfo d´immagine. All´ultimo faccia a faccia mancato, dai giovani industriali, dalla prima fila è partito un avviso: «´Tento Galan che a furia di lasciarla vuota, la cadrega te la perdi…».
La strategia da fedelissimo di Galan si scontra anche con la presenza sulla piazza delle regionali di un altro e più preciso clone, il terzo candidato, l´industriale Panto, quello delle finestre per intenderci. Uno che le televisioni le possiede, nel perfetto numero di tre (Antenna 3, Tele NordEst e Tele Alto Veneto), vi compare più spesso del segnale orario e le usa per scagliarsi contro gli ex amici personali Bossi, Berlusconi e Galan. «Lega e Forza Italia hanno tradito il Nord, hanno tradito il Veneto» e «L´economia veneta ha la tosse e Galan fa finta che tutto va bene» sono gli slogan di punta del Panto-pensiero che apre varchi nei feudi destrorsi di Treviso e Vicenza. Panto fa leva sulla delusione dei piccoli imprenditori e su un impero economico. Nel comitato elettorale sono arruolati in parti eguali dipendenti ed ex leghisti della prima ora, inviperiti contro «la mafia varesotta di Maroni e quella bergamasca di Calderoli che han distrutto la Liga veneta».
L´unico eufemismo che Panto ha usato forse nella vita è la «tosse dell´economia veneta». Gli economisti veneti cominciano a parlare apertamente di «crisi del modello veneto». Le cifre sono significative. Il Pil che negli anni Novanta cresceva due o tre volte di più della media nazionale, ora è in media col resto d´Italia. L´export è salito quest´anno soltanto del 4 per cento, addirittura sotto il più sei nazionale, con un´autentica frana nel tessile (meno 24). Lo scontento degli imprenditori si spiega con queste cifre e a poco è servita la mossa della Lega dei dazi anti Cina. «Troppo tardi, ci volevano cinque anni fa» commentano all´associazione industriali. «I cinesi ormai non li fermi più neppure con le cannonate» assicura Panto.
Nella terra di Marco Polo, del resto, sui rapporti con la Cina circolano mille paradossi. Il più straordinario è quello delle cave di marmo della zona di Schio, le più grandi del Veneto, fra le maggiori d´Europa. Gli imprenditori leghisti che con una mano chiedono dazi contro la Cina, con l´altra hanno firmato ricchi contratti d´affitto proprio ai cinesi, arrivati fin qui perché «in Cina i vincoli ambientali sono troppo rigidi e cave, si sa, inquinano moltissimo». Gianfranco Bettin, il combattivo leader dei verdi veneti, commenta: «Ci mancavano soltanto i cinesi a completare il disastro ambientale».
Perché l´ambiente è tornato nei discorsi dei veneti. Il prezzo pagato allo sviluppo selvaggio appare spaventoso. Con una serie di record negativi: il più alto inquinamento da auto e da elettrosmog d´Europa, la più fitta serie di discariche abusive d´Italia, le coste più cementificate dopo quelle campane, le acque più intossicate del Nord. Si è parlato molto dello scempio di Marghera e della ricaduta su Venezia ma pochissimo della nebulosa del Veneto centrale, quell´infinita teoria di capannoni che corre per cento chilometri da Verona fino alle porte della laguna. «Una volta erano le strade dei vini, ora sono le strade dei veleni» diceva il caro Sergio Saviane. Quello che i dati nudi non comunicano, lo esprime la poesia di Andrea Zanzotto alla sua terra: «Ti abbiamo intossicata, sconquassata, rosicchiata, castrata, non per il bene nostro che da tuo non può separarsi ma per l´avidità di pochi gufi dal gozzo pieno…». Ma è il dolore di tutto un popolo, non soltanto dei poeti, e la Lega l´ha capito con il suo inaudito "Mai più capannoni".
Ambiente, sanità, economia sono i temi sui quali si gioca la partita fra Galan e Carraro. In più, c´è l´incertezza per il futuro, l´ansia di tornare indietro, d´aver perso troppi treni negli ultimi anni. Galan la combatte con l´esorcismo del «tutto va bene», Carraro punta tutte le sue carte sulla «fine dell´ondata berlusconiana, di un thatcherismo tardivo che non è più capace di offrire soluzioni». Sembra davvero di sentir parlare Berlusconi e Prodi e questa del Veneto ha l´aria di una prova generale.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Umberto Eco
Sul regime di Populismo Mediatico
Berlusconi usa la tecnica del televenditore di lozioni per capelli. Si affida ai messaggi tv. Evitando il Parlamento
Nei giorni in cui Berlusconi annunciava a 'Porta a Porta' il presunto disimpegno italiano nell'Iraq, e poi nei giorni seguenti, mi trovavo a Parigi, dove si stava aprendo il salone del libro, e così ho avuto occasione di parlare delle cose italiane con i francesi, i quali sono specializzati nel non capire mai esattamente che cosa succede a casa nostra - e spesso non senza una qualche ragione.
Prima domanda: perché il vostro presidente del consiglio ha annunciato una decisione così grave in una trasmissione televisiva e non in parlamento - dove forse avrebbe anche dovuto chiedere un parere o un consenso? Ho spiegato che questa è la forma del regime di populismo mediatico che Berlusconi sta instaurando, dove tra il Capo e il Popolo si pone un rapporto diretto, attraverso i mezzi di massa, esautorando così il parlamento (dove il Capo non ha bisogno di andare a cercare consenso perché il consenso ce l'ha assicurato - e quindi il parlamento tende a diventare il notaio che registra gli accordi presi tra Berlusconi e Bruno Vespa).
Ho anche spiegato che l'Italia è uno strano paese fondato sulla malafede semantica. Mentre i giornali o le radio americane quando parlando dell'Iraq parlano di 'insurgency' (che a casa mia si traduce insurrezione, o come minimo guerriglia estesa) se qualcuno in Italia usa il termine più o meno corrispondente di 'resistenza', ci si strappa le vesti come se si volesse paragonare il terrorismo fondamentalista alla gloriosa resistenza italiana. Senza accettare l'idea che 'resistenza' sia un termine neutro, come insorgenza o insurrezione, che si deve usare quando in un paese parte della popolazione resiste in armi a un occupante straniero - anche se quello che fanno i resistenti non ci piace, e anche quando nel movimento di guerriglia s'inseriscono gruppi palesemente terroristici. Ho anche rivelato che i lamenti più appassionati per lo sfregio che si farebbe alla gloriosa resistenza italiana vengono tra l'altro da coloro che in altra sede stanno cercando di mostrare come la nostra resistenza sia stata opera di banditi e assassini. Ma questa è un'altra storia.
Quindi ho chiarito che (altra curiosa debolezza semantica) molte persone si stracciano le vesti quando si parla di regime a proposito di Berlusconi perché pensano che ci sia stato un solo regime, quello fascista, e hanno buon gioco a mostrare che Berlusconi non sta mettendo i bambini italiani in camicia nera né cercando di conquistare l'Etiopia (cosa che neppure Storace, credo, pensa ancora di fare). Ma regime significa forma di governo tanto è vero che si parla di regime democratico, regime monarchico, regime repubblicano, eccetera. Quella che Berlusconi sta instaurando è una forma di governo inedita, diversa da quella sancita dalla costituzione, ed è appunto quel populismo mediatico di cui parlavo, tanto è vero che per perfezionarlo Berlusconi sta tentando di modificare la costituzione.
Le domande si sono infittite i giorni seguenti quando, dopo le severe reprimende di Bush e Blair, Berlusconi ha detto di non avere mai detto che avrebbe ritirato le truppe dall'Iraq. Ma come è possibile che si contraddica così, mi chiedevano i miei interlocutori. Ho spiegato che questa è la bellezza del populismo mediatico. Se tu una cosa la vai a dire in parlamento, va agli atti, e dopo non puoi dire di non averla detta. Invece dicendola alla tv, Berlusconi ha ottenuto subito il risultato che si proponeva (guadagnare una certa popolarità a fini elettorali); e dopo, quando ha affermato di non averlo detto, da un lato ha tranquillizzato Bush e dall'altro non ha perduto quel tanto di consenso che aveva guadagnato, perché è virtù dei mass media che chi li segue (e non legge i giornali) dimentica il giorno dopo che cosa era stato esattamente detto il giorno prima, e al massimo conserva l'impressione che Berlusconi avesse detto una cosa simpatica.
Questo procedimento è tipico per esempio della televendita: chi vende una lozione per i capelli può mostrare alle otto e mezza le due foto di un cliente completamente calvo che ha poi riacquistato una folta capigliatura, per poi dire alle dieci e mezzo che naturalmente il suo prodotto è serio, non promette di far ricrescere i capelli perduti ma è miracoloso nell'arrestare la caduta di quelli che ci sono ancora. Frattanto gli spettatori sono cambiati, o se sono rimasti gli stessi si sono dimenticati di quanto era stato detto due ore prima, e conservano solo l'impressione che il venditore venda cose documentate e non false speranze.
Ma, hanno osservato i miei interlocutori, gli italiani non si accorgono che così facendo Berlusconi (e con lui l'Italia) perdono di credibilità non solo presso Chirac o Schroeder ma anche presso Blair e Bush? No, ho risposto, di questo possono accorgersi gli italiani che leggono i giornali, ma costoro sono una minoranza rispetto a quelli che ricevono notizie solo dalla televisione, e la televisione dà solo le notizie che piacciono a Berlusconi. Questo è appunto il regime di Populismo Mediatico.www.espressonline.it
Proposta shock della Lega: "Chiudiamo il Porto di Gioia Tauro"
REDAZIONE
Con un'interrogazione parlamentare, il deputato del Carroccio Giacomo Stucchi ha ieri chiesto la chiusura del porto di Gioia Tauro. Secondo la camicia verde si tratterebbe del modo migliore per mettere fine alle attività illecite che si svolgono al suo interno.
Un'idea geniale, considerando che stiamo parlando del secondo porto in Europa e del sedicesimo nel mondo.
La proposta del "padano" ha ovviamente scatenato polemiche. Per la Cgil "siamo veramente alla follia".
"L'accusa lanciata da Stucchi è priva di fondamento - ha chiarito Pasquale Larosa - anche il Governo degli Stati Uniti ha riconosciuto il porto di Gioia Tauro tra i più sicuri al mondo, dando atto al lavoro svolto dall'Authority, alle dogane, alle forze preposte al controllo e alla sicurezza del Porto".
Secondo Larosa con questa iniziativa la Lega vuole solo "delegittimare la più grande infrastruttura portuale nazionale favorendo così altri porti".
Il sindacalista si è poi detto "sorpreso" dal fatto che anche questa proposta del Carroccio non abbia generato alcuna reazione da parte degli altri partiti della Casa delle Libertà, soprattutto da parte di quelli "che hanno una forte base elettorale nel Mezzogiorno e in Calabria".
"La verità - ha sentenziato Larosa - è che si dimostrano subalterni e succubi alla linea politica della Lega Nord".www.centomovimenti.com
Massimo Riva
Sul Patto ha vinto Pirro
Quello che i governi non faranno con le politiche di bilancio dovrà essere compensato dalle scelte della Bce in termini di tassi d'interesse
E se a Bruxelles, stavolta, avesse vinto Pirro? Le euforiche reazioni alla modifica del Patto di stabilità da parte dei singoli governi - in testa a tutti quello italiano - si possono anche comprendere perché, con le nuove regole, tempi e margini delle manovre finanziarie nazionali risultano indubbiamente dilatati. Ma forte è anche il sospetto che tanto entusiasmo sia insidiato da un notevole grado di miopia politica ovvero di incapacità a guardare alle conseguenze di medio-lungo periodo di un accordo raggiunto sotto la pressione delle difficoltà contingenti.
A ben vedere, più che di riforma del Patto si dovrebbe parlare di ratifica di una realtà già in atto, dopo la scelta (tutta politica) di non sanzionare lo sfondamento reiterato del fatidico limite del tre per cento ai deficit pubblici da parte dei due maggiori paesi dell'Unione, la Francia e la Germania. Parigi e Berlino ha così ottenuto esattamente quello che volevano. Cioè: 1. Di poter contare su tempi ben più lunghi per le manovre di rientro nel tetto stabilito; 2. Di sancire che, comunque, ogni giudizio futuro sulla condotta finanziaria dei singoli paesi sarà oggetto di un esame politico, di fatto arbitrario perché fondato su valutazioni caso per caso. Se non avessero incassato queste concessioni, si può scommettere che i governi francese e tedesco sarebbero andati avanti per la loro strada. Dunque, è stato giocoforza per tutti gli altri arrendersi alle pretese dei due pesi massimi europei. Il primato del cosiddetto asse del Reno esce da questa vicenda consolidato, oltre che in allargamento verso la Spagna di Zapatero.
Poiché quello economico è, tuttavia, un complicato sistema di pesi e contrappesi, le novità di Bruxelles avranno riflessi non piccoli sull'equilibrio generale dei poteri. L'avere depotenziato le capacità di intervento della Commissione europea comporta che il giudizio dei mercati sulla moneta unica risulterà fortemente esaltato. Quindi, paradossalmente, i maggiori poteri che i governi nazionali hanno conquistato a se stessi si tradurranno inesorabilmente in un rafforzamento del ruolo e del peso che la Banca centrale di Francoforte si troverà ad esercitare nella gestione della moneta unica. Insomma, ciò che i governi non faranno con le politiche di bilancio dovrà essere compensato dalle scelte della Bce in termini di tassi d'interesse e di politica monetaria.
In quest'ottica, di una verità quasi lapalissiana, si dura perciò non poca fatica a spiegarsi la smisurata allegria con la quale il governo italiano si è accodato al coro euforico altrui. Certo, c'è andata di lusso per il fatto che non siano stati fissati criteri più rigorosi per i paesi ad alto indebitamento. Ma la montagna del nostro debito continua ad incombere minacciosa e un non improbabile rialzo dei tassi d'interesse avrebbe in Italia un impatto sui conti nazionali incomparabilmente più devastante che in qualunque altro paese. Basti dire che un punto in più sul servizio del debito costerebbe l'intero sgravio fiscale promesso da Berlusconi. Anche Pirro, è proprio il caso di ricordare, cantava vittoria dopo la battaglia di Eraclea.www.espressonline.it/
Falchi e colombe. Una Pasqua elettorale
Dai partiti ai sindacati, le speranze nel centrosinistra: in fuga dalle illusioni di Berlusconi, la gente chiede più politica, quella vera
Alessandro Cardulli
Si sentono tante voci, applausi, saluti. Poi un'auto si ferma. Con gran fatica, superando una sorta di posto di blocco fatto dai telefonini, riusciamo a contattare Nichi Vendola, in una qualche località della Puglia. "Chi sei?", ci chiede il telefonino. Diamo le nostre generalità. "Non ho capito. Sai, parlo con tante gente, non mi posso ricordare, parlo sempre, incontro tante persone, un mare di persone, mi puoi ripetere ma non ho tempo per un'intervista, ho un incontro, sono già in ritardo, devo intervenire". Ripetiamo le generalità, dando qualche ulteriore riferimento politico. "Scusa, non ti avevo riconosciuto ma ho solo un minuto, mi capisci. Valgano queste parole: qui è un terremoto, un terremoto della società pugliese, della politica, della cultura. E' già una vittoria l'aver riportato la politica fra la gente, la passione, l'entusiasmo. Questo popolo mi ha dato tanto. Sono tanti, tantissimi, tutti protagonisti di questa lunga battaglia elettorale, insieme a me, alle forze che mi sostengono. Ora ti devo proprio lasciare". Parlo con alcuni degli "organizzatori" della campagna di Nichi Vendola. "Non è mai stanco, eppure ha fatto due campagne, le primarie e poi questa. Lo sorregge la partecipazione -dicono - la presenza di tanta gente. C'è un rapporto, un legame non solo con i compagni di Rifondazione che hanno sempre creduto in lui, ma con persone mai viste, che magari hanno votato per la destra, cosa che ha dell'incredibile. Un filo magico – dicono - fatto però di cose concrete, di progetti, di cose da fare, di iniziative".
Inizia da qui il nostro viaggio elettorale, nei luoghi caldi, più esposti dal punto di vista mediatico. Previsioni, sondaggi più o meno addomesticati si sprecano, molte le sensazioni. In Puglia c'è chi metterebbe le mani sul fuoco sulla vittoria di Vendola. I più prudenti parlano di un testa a testa, con preferenza per Nichi. Dal nostro viaggio emerge un altro testa a testa, nel Lazio, con preferenza Marrazzo (ne parliamo nell'intervista con Michele Meta e Carlo Leoni, che riportiamo nell'articolo qui di seguito). Ottimismo per Abruzzo, Calabria, Piemonte e Liguria. Un ottimismo con molta prudenza, senza sbilanciamenti eccessivi per quanto riguarda il complesso dei risultati. La "fiducia" sull'esito delle regionali va al di là dei sondaggi. Si basa sui fatti. Prendiamo il mondo del lavoro, che nelle elezioni precedenti dette molte delusioni al centrosinistra. Cesare Damiano, della segreteria nazionale dei Ds, ricorda che "dal lavoro dipendente, dai pensionati, dalle casalinghe, molti voti confluirono nel centrodestra, a Berlusconi. Questo rapporto si è rovesciato. Le promesse non sono state mantenute, i problemi reali non hanno trovato risposta. Il centrosinistra ha dedicato grande attenzione al mondo del lavoro. Abbiamo ripreso un contatto con la nostra gente, portando in primo piano i problemi che la gran parte dei cittadini vivono tutti i giorni. Sviluppo, occupazione, redditi e potere d'acquisto, drenaggio fiscale, tasse ridotte per i ricchi, sicurezza e tutele sul lavoro. E poi una nuova attenzione ai problemi dell'industria, del manifatturiero, al lavoro operaio, perché gli operai non sono scomparsi, sono più di sette milioni". Vengono conferme dal mondo sindacale. Paolo Nerozzi, segretario confederale della Cgil: "Abbiamo presentato a tutti i candidati presidenti le nostre proposte. C'è stata attenzione da parte del centrosinistra, e non formale. In Campania e in Emilia, per citare due regioni, c'è un consolidato rapporto, ben conosciuto dagli elettori. La novità viene dalla Puglia, dove con Nichi Vendola si è creato un vero e proprio modello partecipativo. In generale c'è molta più attenzione rispetto alle elezioni di cinque anni fa, la consapevolezza che bisogna battere il governo, partendo proprio dalle regionali. Dal punto di vista sociale, anche per la nostra azione, i giovani e le parti più povere non credono più alle promesse. I sogni sono finiti. C'è un risveglio di partecipazione che lascia ben sperare". Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom, parla di "un passaggio importante per sconfiggere Berlusconi. Sulle questioni sociali c'è grande attenzione da parte dei lavoratori, gli scempi del governo sono sotto gli occhi di tutti". Il segretario generale della Funzione pubblica Cgil, Carlo Podda, denuncia che a una settimana dallo sciopero generale e dal corteo dei duecentomila a Roma per il rinnovo del contratto, il governo non si è fatto più sentire. "Su questi problemi che riguardano il lavoro, la vita di milioni di persone e, insieme, il funzionamento delle istituzioni, è necessario che ci sia una forte presenza delle forze del centrosinistra. La maggioranza di governo è disinteressata. O meglio è interessata solo a un mercimonio elettorale. Ma i lavoratori lo hanno capito".
Proseguiamo il viaggio tornando nel mondo delle forze politiche. Patrizia Sentinelli, della segreteria di Rifondazione, ci parla di una campagna elettorale "entusiasmante". E'passata dal Lazio alla Lombardia, all'Umbria, alla Toscana, al Piemonte; ha incontrato comitati di lotta, movimenti, associazioni. "La difesa del territorio, dell'ambiente, i beni comuni, sono problemi nuovi che mobilitano in particolare i giovani. Guardano a noi - dice - per passare dalla speranza alle cose concrete. La destra si batte sconfiggendo le politiche di destra. Le nostre proposte devono indicare con chiarezza qual è il cammino che la sinistra intende percorrere. Rifondazione dà un contributo che trova larga condivisione. Si percepisce la volontà di cambiamento, di partecipazione. Ti faccio un solo esempio: dagli stand di 'Fai una cosa giusta' sono passate circa trentamila persone. Anche in questi ultimi giorni dobbiamo lavorare, affinché gli umori che avvertiamo si trasformino in voto per vincere le elezioni". Questi "umori" sono avvertiti anche da Beppe Fioroni, parlamentare della Margherita, responsabile degli enti locali. "Mi sbilancio e ti dico che ogni previsione rosea è sottostimata - afferma - perché rispetto alle altre elezioni il clima è cambiato. E' vero che ci sono ancora tanti indecisi, ma avvertiamo una crescente attenzione verso di noi. In quest'ultimo scorcio di campagna elettorale la gente si è risvegliata. I sogni non ci sono più, la realtà è quella di Berlusconi e di Storace, dei danni creati, delle promesse mancate. Pur di eliminare avversari scomodi, Storace ha avuto l'abilità politica di far parlare i media di un partito che non c'è, ha creato un mostro. La sua paura di perdere è sotto gli occhi di tutti. Ci aspetta una settimana di lacrime e sangue -conclude Fioroni - ma il nostro lavoro, l'unità che abbiamo raggiunto, alla fine saranno premiati".
Naturalmente, per chi è superstizioso, si consigliano gli scongiuri del caso. www.aprileonline.info
Improbabili lezioni d’antifascismo
Potremmo dire che un po’ Paolo Mieli gioca con noi, e chiuderla lì. Un giorno fa credere che il Corriere della Sera ha smesso l’abito terzista col duro attacco di Galli della Loggia allo stravolgimento berlusconiano della Costituzione. Il giorno dopo cerca di spiazzarci facando smascherare a Pigi Battista l’ipocrisia del centrosinistra, antifascista a parole ma connivente con la Mussolini e con i neonazi per convenienza elettorale.
Appunto, è poco più d’un gioco, se non altro perché non c’è confronto fra l’impatto politico sul centrodestra dell’editoriale di Galli della Loggia (hanno sentito il colpo, chiedere a Ferrara...) e il buffetto dell’esercizio retorico di Battista.
Il quale in definitiva impartisce una lezione piuttosto improbabile di coerenza antifascista.
Infatti, ammesso che un pericolo nero ci sia, da chi viene? Ci sono più neofascisti tra le assunzioni clientelari di Storace di questi anni o nel partitino di Tilgher? Più antisemitismo strisciante nelle minoranze di An o nelle liste di Alternativa sociale? Il razzismo che può fare danni è quello di Romagnoli o quello di Calderoli, Borghezio e Gentilini? Il favore vero alla Mussolini l’ha fatto la sinistra o non proprio Storace, con un errore catastrofico nato dall’ossessione verso qualcosa che sente di casa sua, viscere che si rivoltano, confessione di una liquidazione mai avvenuta veramente? Infine, c’è più cultura fascista profonda in Alessandra Mussolini o, nomi a caso, in Gasparri e La Russa (volendo, si può chiedere al Secolo d’Italia, dove spiegano che la signora in realtà è «radicale, femminista e di sinistra»)? Se il Corriere e Battista – da anni punta del revisionismo storico contro l’antifascismo di maniera – vogliono trastullarsi, facciano pure.
Ma l’antifascismo, se ha ancora un senso, sa benissimo dove indirizzarsi, e con chi prendersela adesso.www.europaquotidiano.it/
Partita a scacchi
A Ginevra la 61° sessione della Commissione sui diritti umani.
Dalla 61° sessione della commissione sui diritti umani delle Nazioni Unite, in corso a Ginevra fino al 22 aprile 2005, non ci si aspettano grandi notizie e nemmeno grandi novità. Si gioca, come spesso è avvenuto negli ultimi anni, una partita politica in cui i contendenti devono cercare di subire meno danni possibili.
Puntualmente c'è stata anche questo anno, la solita partita a scacchi tra Cuba e gli Stati Uniti. Una sfida come quelle, interminabili e snervanti, fra Karpov e Kasparov, ma in questo caso (un po' come nella piazza di Marostica) le pedine sono degli esseri umani che si muovono in una scacchiera gigantesca.
Come avviene regolarmente da anni, il gioco è rimasto in una fase di stallo, senza grandi possibilità di aperture, poche mosse rischiose e con la paura di commettere l’errore decisivo. Tutte cose che lasciano immaginare che la partita termini patta.
I “pezzi” in campo. In una partita di scacchi classica i giocatori sono due. In questa ce ne sono molti di più. La commissione Onu per i diritti umani, Cuba che da anni ormai si trova nell’occhio del ciclone per la questione delle libertà sull'isola. E ancora: gli Stati Uniti e le associazioni umanitarie, come Amnesty International, ma anche gran parte dell’opinione pubblica internazionale: tutti puntano il dito sulle condizioni del popolo cubano. Lo scontro frontale è ormai un déjà vu.
Le “case” chiare. Fra i giocatori in campo contro Cuba ci sono gli Stati Uniti, da oltre 40 anni “padroni” della sorte economica dell’isola di Castro, e da sempre accusatori dei cubani per il mancato rispetto dei diritti umani. Giocatore “non contro”, ma osservatore attento e puntuale Amnesty International, che nel suo recentissimo rapporto analizza la situazione: “La limitazione della libertà di espressione, di associazione e di riunione è una grave violazione dei diritti umani che deve cessare immediatamente”, chiedendo che i prigionieri di coscienza vengano immediatamente scarcerati. Insieme a loro anche una parte considerevole dell’opinione pubblica internazionale, radicali, associazioni di esuli di Miami che vedono Cuba come un pericolo reale, da combattere preventivamente. Nel rapporto di Amnesty si legge che:
“A Cuba l’esercizio della libertà di espressione è un crimine. I “reati” comprendono lo svolgimento di attività in favore dei diritti umani, la pubblicazione di articoli, la concessione di interviste a organi d’informazione considerati critici nei confronti del governo, il contatto con funzionari statunitensi presenti sull’isola o i rapporti con la comunità cubana in esilio”.
Le “case” scure. Contrapposti a coloro che giudicano scorretti i comportamenti di Cuba, ci sono personalità di spicco del mondo della cultura internazionale - come il premio nobel Esquivel, il direttore d’orchestra Abbado -. Anche il presidente dell’Asociacion Americana de Juristas, Francisco de la Rosa, che ha fatto sapere: “Molto fumo e poco arrosto in queste accuse contro Cuba. A Cuba non si applica la tortura, non esiste la discriminazione, non ci sono bambini senza scuola e nessuno di loro muore perchè non ha assistenza medica”.
Felipe Perez Roque, ministro degli Esteri cubano, ha espresso il suo disappunto davanti alla commissione di Ginevra: “gli Stati Uniti sono il paese meno indicato e
senza morale per presentare accuse alla Commissione dei Diritti Umani dell'ONU” e ha continuato il suo intervento dicendo che “l'ostilità statunitense riguardo a Cuba ha un carattere sui generis, per molti versi unico. Mai una politica estera contro un paese è stata dotata di arsenali bellici così grandi e sofisticati in ambito politico, economico, culturale, diplomatico, militare, psicologico ed ideologico”.
Alessandro Grandi www.peacereporter.net
Il lupo si fa agnello perché sente la sconfitta vicina
Il vittimismo, ultima chance di Storace. Ma Berlusconi si cautela...
Deve essere veramente tanta la paura di perdere, se Francesco Storace, audace governatore del Lazio, abituato alla polemica e alla provocazione più spesso come autore che come bersaglio, ora si rifugia nel vittimismo. Storace denuncia complotti mediatici ai suoi danni e punta il dito contro l’Unità, colpevole di aver riportato la testimonianza di Mario Limentani, l’ebreo romano deportato in quattro campi di concentramento nazisti, che aveva dichiarato di essere stato picchiato nel ‘41 da un gruppo di fascisti, tra i quali il padre dell’attuale governatore del Lazio. Testimonianza infondata, però, perché il padre di Storace nel ‘41 aveva 12 anni e viveva a Sulmona. Il “caso”, tuttavia, serve a scatenare la dura reazione del centrodestra, che grida allo scandalo. E non si accontenta delle scuse di Padellaro. Storace ne approfitta per attaccare Rutelli, diffamandolo a proposito della lettera con la quale l’allora sindaco annunciò ai romani la sua decisione di candidarsi alla premiership.
Fatti chiariti con il proscioglimento di Rutelli (che ieri infatti ha querelato Storace). Ma il governatore è sempre più nervoso e sulle spine.
Anche Berlusconi ora sembra farsi più tiepido. Il Lazio? «Importante come altre regioni». Una sconfitta avrebbe effetti sul governo? «Assolutamente no». Checché ne dica Storace... www.europaquotidiano.it/
RADDOPPIATO IL NUMERO DEI POVERI
General, Brief
Negli ultimi 25 anni il tasso di povertà in Colombia è praticamente raddoppiato a causa di una politica economica che non ha promosso adeguati investimenti sociali né è riuscita a creare nuove opportunità di lavoro: se nel 1980 le persone colpite dalla povertà erano il 32% della popolazione totale, nel 2000 la percentuale è aumentata fino al 66%. "Siamo partiti da una premessa falsa, pensando che se un colombiano aveva un salario minimo, lo Stato avrebbe fatto il resto provvedendo ad assicuragli almeno l’assistenza di base" ha detto Roberto Ortegon, presidente del ‘Consiglio nazionale per la pianificazione’. "Ci sbagliavamo: oggi sappiamo che esistono migliaia di poveri senza alcuna fonte di entrata". In sede di Nazioni Unite, la Colombia ha chiesto di poter spostare al 2020 il termine di scadenza degli ‘Obiettivi del Millennio’, in particolare quello di dimezzare il numero dei poveri: "In realtà, non abbiamo ancora incluso chiaramente questa priorità nei programmi di sviluppo a livello regionale e distrettuale. Il risultato è che, sulla carta, i poveri hanno maggiore accesso all’istruzione, ma restano poveri. Magari hanno una casa o una minima assistenza medica, ma restano poveri" ha sottolineato Ortegon, aggiungendo: "Dobbiamo fare in fretta o andremo incontro a un totale fallimento".
[FB]
www.misna.org/
Dopo Laziomatica, ora Storace usa il Corecom. Intimidazioni a TeleAmbiente
di red.
Dopo Laziomatica, stavolta è il Corecom il nuovo strumento della campagna elettorale di Storace. Il Corecom del Lazio è il Comitato regionale per le comunicazioni, organo di diretta emanazione della Regione Lazio, che viene usato per intimidire TeleAmbiente, la tv ecologica locale. E dopo le telefonate “di cortesia” in cui si invitava a «cambiare atteggiamento», è stata inviata, dallo stesso Corecom andando oltre le proprie funzioni, la guardia di finanza a sequestrare le registrazioni dell'ultima settimana di messa in onda.
Questo nuovo capitolo della campagna elettorale di Storace è spiegato bene dal direttore della tv locale, Bruno De Vita: «È semplicissimo: è stata un’intimidazione politica. Il Corecom del Lazio con ben due “telefonate di cortesia” ci ha invitato senza mezzi termini a “cambiare atteggiamento e parlar bene di Storace”».
Come erano motivate le telefonate a voi? «Mi è stato detto – continua De Vita - che il Corecom stava effettuando controlli effettuati a campione, i quali, guarda caso, sono caduti sull'unica emittente del Lazio non asservita alla campagna elettorale del centrodestra e voce fuori dal coro unanime». «Ma la cosa bella è che quando ho chiesto come venivano presi i dati, hanno risposto in modo vago, ma chiaro che TeleAmbiente aveva violato la legge sulla par condicio». Questa legge non si più applica però alle emittenti locali, proprio per volontà del governo Berlusconi. «Gli ho detto – contina De Vita - che avrebbero dovuto calcolare la pubblicità e l’informazione politica a livello regionale. Allora avrebbero visto come la legge è violata, ma a favore di Storace!».
Poi cosa è successo? «Non contento delle telefonate, - dice De Vita - il Corecom ha inviato nella mattinata di venerdì 25 marzo, la guardia di finanza per requisire le registrazioni dei programmi di TeleAmbiente. Alla faccia della invocata par condicio! Hanno portato via 10 videocassette e già che c’erano hanno controllato tutto il resto». Ma il Corecom può inviare la guardia di finanza? «Qui viene il bello! Questa non è una cosa di competenza del Corecom, ma dell’Autorità delle Comunicazioni. Sono chiaramente andati oltre i compiti istituzionali pur di fare favori al candidato Storace».
TeleAmbiente ha diffuso un comunicato in cui si dice determinata a «rigettare ogni tentativo di intimidazione e continuerà nella propria opera, seppur largamente minoritaria, d’informazione su tutto quanto c'è nel nostro Paese e nella nostra Regione fuori dal regime masmediologico berlusconiano e storaciano».www.unita.it/
La Cina è parte del problema?
di mazzetta
Lo stupefacente progresso cinese solleva timori e paure, spesso infondati e ancora più spesso fuori bersaglio. Con la consueta miopia, figlia dell'ignoranza e degli interessi di bottega, nel nostro paese si coltiva un dibattito pericoloso quanto inutile. Chiaramente la visione è corta ed è focalizzata sugli interessi immediati degli imprenditori locali. Altrettanto chiaramente si tratta di una reazione non genuina, ma tendente solo ad abbassare i diritti e le retribuzioni dei lavoratori, mettendoli in concorrenza con le legioni di disperati cinesi pagati a calci in faccia.
In realtà il progresso economico cinese è una minaccia, ma anche una grande opportunità per tutto il pianeta. La minaccia più grande deriva dal fatto che i milioni di nuovi consumatori creati ogni anno in Cina, aumentano drasticamente la domanda per lo sfruttamento delle risorse. Nessuno può dire a qual punto in Cina si stabilizzerà definitivamente il numero dei consumatori con capacità di consumo equivalenti a quelle dei consimili europei, giapponesi od americani.
Per ora hanno raggiunto circa i centocinquanta milioni, ma è fin troppo chiaro che non potranno, mai, aspirare tutti ai folli livello di consumo dei pechinesi o degli abitanti di Hong Kong.
La spiegazione è semplice, non ci sono risorse sufficienti al mondo perché sia possibile, allo stato attuale delle conoscenze, concepire una tale eventualità, il miliardo abbondante di cinesi finora esclusi dal Bengodi, hanno poche speranze in questo senso; gli oltre 58.000, tra incidenti e rivolte registrate nell'ultimo anno, pur non rivolte al sistema, ma causate da specifiche rivendicazioni, sono la spia della reazione degli esclusi da questa evidenza. Negli ultimi quindici anni la Cina non si è semplicemente sviluppata, ha fatto molto di più, diventando di fatto il baricentro economico e politico mondiale.
Troppo presi dalle sciocchezze, prima quelle serbe e poi quelle irachene, nessuno tra gli italiani sembra rendersene conto, si preferisce parlare di dazi, cioè di nulla, visto che l'interscambio con la Cina è ormai maturo ed imponente nelle due direzioni. Sono anni che il prezzo delle materie prime cresce sotto la spinta delle esigenze cinesi, non certo per la guerra irachena. Se si presta fede alle previsioni che vogliono la Cina nel 2025 come maggiore produttore mondiale (senza dimenticare l'India che assurgerà al terso posto), è facile comprendere che il problema non è questione risolvibile con i dazi a tutela dei bottegai nostrani.
Sono anni che la Cina ha buttato la vecchia politica isolazionista, ed i rimasugli di comunismo, per tessere una rete di relazioni economiche prima che politiche, che ormai abbraccia tutto il pianeta. Una politica fatta di collaborazioni, offrendo in cambio delle materie prime tanto necessarie non solo soldi, ma anche assistenza di ogni genere a seconda dell'interlocutore. Senza i settecentomila (sì, 700.000) operai cinesi in Sudan non esisterebbero i porti e gli oleodotti grazie ai quali il paese è entrato nel novero dei produttori di greggio, il Pakistan non avrebbe un terminal nuovo di zecca sul Golfo Persico, l'Iran non avrebbe venduto la produzione dei prossimi 25 anni, l'America Latina sarebbe ancora sotto scacco di Washington e l'Asia avrebbe un aspetto decisamente diverso.
Senza lo sviluppo cinese non ci sarebbe la previsione che vuole questo secolo assestarsi su uno schema multipolare, con tanti saluti alla stupida teoria dell'unica superpotenza e alle cretinate sull'imperialismo americano.
La Cina non fa guerre, compra e vende. Da qui nasce il secondo pericolo, rinvenibile nell'ipotesi di un confronto sino-americano sulla base delle schizofrenie neo-conservatrici. Dico schizofrenie perché furono proprio i Bush ad avviare l'apertura del mercato cinese, ricavando nel celeste impero quelle fortune che erano incapaci di assicurarsi in patria. All'epoca lo sviluppo capitalista cinese veniva concepito come l'antidoto al sistema comunista. I cinesi hanno saputo controllare in qualche modo il processo di modernizzazione del paese, continuando ad esercitare sul paese una robusta tutela attraverso la stessa oligarchia un tempo comunista e ora convertita ai costumi globali, corruzione inclusa, se è vero che gran parte delle recenti "grandi opere" cinesi costano mediamente 15 volte quelle occidentali, nonostante il costo della manodopera incomparabilmente più basso.
Una direzione di marcia che ha portato nel tempo alla creazione di una forte legame con l'Europa (tanto da far parlare di un asse sino-europeo) e alla leadership nell'Est asiatico; una prospettiva in aperto contrasto con la teoria neo-con che prevede di ostacolare la nascita o l'emergere di potenze capaci di concorrere con gli Usa, siano amiche o nemiche non importa. C'è da dire che i neo-con arrivano tardi, e che i legami tra i cinesi e gli altri paesi, in primis la Russia, sembrano ormai troppo saldi ed animati da reciproche convenienze per essere messi in discussione.
Normale che a questo punto venga valutata l'opzione militare.
E' da questa sequenza di trasformazioni che vengono le spiegazioni delle strane minacce degli Stati Uniti verso la Cina. Dico strane perché è abbastanza paradossale che un paese (gli Usa), alzi la voce con il proprio banchiere (la Cina), nel momento nel quale ha bisogno di due miliardi di dollari di capitale importato, al giorno, per coprire le spese del proprio governo. In questa prospettiva i think tank della destra americana, hanno piani di guerra ben precisi.
Il cardine della strategia anticinese è il Giappone.
Fin dalla nomina del premier Koizumi gli americani stanno pensando di fare del Giappone una Gran Bretagna orientale; un alleato fidato capace di controllare, e frenare all'occorrenza, la potenza concorrente, ieri l'Europa, oggi la Cina. Fortunatamente il Giappone non segue Koizumi e la sua destra revisionista, per certi versi molto simile a quella italiana. Koizumi è così dilaniato, come Blair, tra la volontà di seguire i progetti americani e una volontà popolare di segno contrario. Questa è però una politica miope, e che giunge ormai fuori tempo massimo sul teatro asiatico, a meno che l'obiettivo non sia una vera e propria guerra.
Il comportamento degli Usa negli ultimi anni è decisamente inteso a creare tensioni nell'area, e non a risolverle. Esemplare in questo senso l'univocità dei segnali; furono gli Usa a bloccare i colloqui per la riunificazione coreana interrompendo gli aiuti alimentari al Nord, costringendo Kim ad agitare una minaccia atomica che tutti sanno non essere tale; furono gli Usa a sostenere l'affermazione dell'indipendista Chen a Taiwan, che non perde occasione per provocare i cinesi. Senza dimenticare che gli Stati Uniti hanno recentemente violato lo spazio aereo cinese (per testarne le difese), e che questa estate hanno speso quasi un miliardo di dollari per la più imponente esercitazione navale dal dopoguerra, la "Operation Summer Pulse 04".
Fallito il tentativo di riarmare Taiwan a causa dell'opposizione del parlamento e della popolazione dell'isola, ben coscienti che un conflitto armato, vinto o perso, significherebbe la devastazione per la loro terra, e troppo coinvolti dalla sorte dei loro investimenti nella madrepatria (Taiwan è una provincia cinese); scartata la Corea del Sud impegnata con la Cina per questione della riunificazione, agli americani non restano che Giapponesi . Una mancanza di scelta, in realtà, e per diversi motivi. Il principale è che il Giappone, per stare all'ipotesi, dovrebbe riarmarsi; ipotesi che non piace a nessuno nell'area, nemmeno all'Australia, ancora meno ai giapponesi che per anni hanno pagato le basi americani nel paese, e non vogliono spendere ulteriormente per la difesa, tantomeno aumentare i militari americani di stanza nel paese.
La pressione per riformare la costituzione pacifista giapponese ha finora prodotto scarsi risultati, gli americani per ora hanno difficoltà anche a procurarsi l'accesso alle tecnologie giapponesi per far progredire il programma delle Star Wars, solo ultimamente il Giappone ha infatti accettato di aderire ad una avventura alla quale addirittura il Canada ha detto no. Anche i militari concessi da Koizumi per l'operazione irachena, sono in realtà inutili, dato che per evitare incidenti e morti intollerabili all'opinione pubblica giapponese vengono tenuti rinchiusi in una base inespugnabile nel deserto iracheno. Circostanza provata dal fatto che il migliaio di giapponesi in Iraq non è ancora riuscito a colpirli nessuno.
Il Giappone ha i suoi motivi, primo fra tutti quello di avere le capacità per divenire molto rapidamente una potenza nucleare, tale da avere il deterrente necessario a qualsiasi attacco. Il Giappone produce normalmente l'uranio necessario, ha missili a lungo raggio ed una serie di satelliti per guidarne con precisione la corsa; una opzione sicuramente nelle menti dei giapponesi, coscienti che le loro colpe nel secolo scorso (colonizzazione di Taiwan inclusa) sono ben vive nella mente dei vicini, nonostante l'onda revisionista della destra giapponese.
Il Giappone, inoltre, passerà secondo le previsioni da 127 milioni di abitanti a circa 45 entro la fine del secolo, mentre la Cina si dovrebbe (finalmente) stabilizzare intorno agli 1.4 miliardi di abitanti, con una forte preponderanza maschile, dato che attualmente il rapporto maschi/femmine nelle famiglie assoggettate alla politica che prevede solo un figlio per coppia attestato sulla misura di 147/100, uno squilibrio che rende impensabile e folle una politica aggressiva da parte giapponese, senza neppure spingersi a considerare che il futuro benessere giapponese dipende dall'accesso al mercato cinese, nel quale Tokyo come Taiwan hanno investito cifre enormi.
Ormai il mercato cinese è fonte di benessere per i vicini.
Logica conseguenza di questi fattori è stata l'istituzione dell'Asean, il mercato comune asiatico, alla quale hanno aderito tutti gli stati dell'area, e alle trattative del quale gli americani non sono stati neppure invitati, nonostante il patrocinio in proposito di Corea e Giappone, che hanno sottolineato come gli interessi americani nell'area rendessero logica la loro partecipazione; una logica che non è stata condivisa dagli stati asiatici. Un evento che deprime i piani della destra americana, allontanandone il realismo. Sicuramente il prossimo secolo sarà caratterizzato ancora di più dalla lotta per il controllo delle risorse, una competizione alla quale gli americani si presentano, per ora, con il portafogli vuoto ed un grosso bastone in mano.
Altrettanto sicuramente il "pericolo cinese" è rintracciabile in questo confronto, e non nell'espansione dei prodotti cinesi sui mercati. Un pericolo che non è primariamente quello di un confronto militare, ma quello di un rapidissimo ed insopportabile consumo di materie prime, capace di mettere in crisi ogni ipotesi di sopravvivenza per gli abitanti del pianeta.
mazzetta
redazione@reporterassociati.org
Monsanto e la soia argentina
di Silvia Ribeiro da La Jornada
Secondo produttore di transgenici e terzo produttore di soia nel mondo, l'Argentina subisce un attacco sempre più duro da parte della Monsanto, perchè paghi le licenze sull'uso dei semi di soia
L’Argentina, il secondo produttore mondiale di alimenti transgenici e il terzo nella produzione mondiale di soia, subisco sempre di più gli aggressivi attacchi della Monsanto per guadagnare quello che secondo la multinazionale “le appartiene”: i privilegi per l’uso del suo brevetto sulle soia transgenica.
Affermazione di certo temeraria, visto che Monsanto non ha alcun brevetto per la soia valido in Argentina. Questo però non le ha impedito di minacciare il paese di far pagare una “multa” di 15 dollari per ogni tonnellata di soia argentina esportata in Europa.
Questo caso è paradigmatico perché mostra chiaramente sia le strategie - legali e illegali – di giganti genetico sia i rischi a cui si espongono i paesi che permettono le coltivazioni transgeniche.
Monsanto detiene il brevetto europeo numero 301749, concessa originariamente a marzo 1994 alla compagnia Agracetus. È aberrante perché funziona come un “brevetto di specie”: concede al suo proprietario il monopolio esclusivo su tutte le varietà e i semi di soia modificata geneticamente, senza tener in considerazione i geni utilizzati o la tecnica impiegata.
Quando Agracetus ottenne questo brevetto, il gruppo ETC (al tempo RAFI), Greenpeace, altre organizzazioni e la stessa Monsanto intentarono una causa contro Agracetus sostenendo, tra gli alri argomenti – con un documento di appello di 292 pagine, che era un brevetto assurdo perché non c’era né “novità” né “invenzione” e che “doveva essere revocata in toto” a causa del controllo che concedeva a una sola impresa.
Due anni dopo, Monsanto comprò Agracetus, brevetto incluso, e immediatamente cambiò idea riguardo a questi avvenimenti.
In pratica, Monsanto acquisì il monopolio mondiale della soia transgenica, e visto che il suo brevetto non ha validità legale in nessun paese, per ottenere gli stessi risultati lo fa illegalmente. In Argentina, per esempio, il brevetto non ha mai avuto validità, visto che non sono mai stati portati a termine, in modo adeguato, i passaggi previsti dal registro nazionale.
Questo non ha però impedito a Monsanto di aver riscuotere le proprie regalie, inclusa una percentuale nel prezzo a cui vengono venduti i semi. In questo paese solo il 18% della soia transgenica viene comprata dai distributori. Il resto viene venduto senza certificazione o è un prodotto che gli stessi agricoltori tengono come riserva per la semine successive.
La maggioranza degli agricoltori del mondo ha l’abitudine di conservare i semi. Non solo i coltivatori dei campi, per i quali questa metodologia è ovvia, ma anche molti altri agricoltori commerciali. Questa tradizione è riconosciuta dalle Nazioni Unite come parte dei diritti degli agricoltori, come un piccolo riconoscimento per il lavoro che da 10.000 anni aiuta i coltivatori a migliorare gli alimenti dell’umanità.
In Argentina, gli agricoltori hanno il diritto di conservare e ripiantare le sementi, il che è stabilito anche dalla Legge sulle sementi. Dunque, i reclami di Monsanto sono illegali e. già dal 1999, la multinazionale ha stabilito (attraverso due suoi distributori) il concetto di “regalie estese”: chi compra la soia transgenica certificata può conservarne una parte ma,m per poterla utilizzare, deve abbonare una percentuale all’industria, il che ovviamente contravviene alla Legge argentina sulle sementi.
Nel febbraio 2004 il segretario dell’Agricoltura ha presentato una proposta ancor più scandalosa: la redazione di una Legge di “regalie globali”, chiamato Fondo di Compensazione Tecnologica. Secondo questo meccanismo tutti gli agricoltori dovranno pagare una percentuale al momento della vendita. Questa percentuali verrà riscossa dal governo, e poi consegnata alle imprese di sementi. Di fatto, il governo applicherà tasse per garantire gli interessi delle multinazionali contro gli stessi agricoltori, contro i diritti stabiliti dalle nazioni unite e contro la Legge sulle sementi del paese.
In seguito alla massiccia protesta degli agricoltori, la legge è ancora sospesa. Monsanto minaccia ora di imporre una tassa più alta, da applicarsi nei porti di entrata delle destinazioni di esportazione della soia.
Monsanto ha già ottenuto che il governo brasiliano e quello paraguaiano legalizzassero e si coalizzassero per la riscossione delle regalie per la soia, introdotta di contrabbando dall’Argentina.
Secondo Carlos Vicente, di GRAIN Argentina, “la formula sembra riguardare le coltivazioni che rendono più denaro (cotone, soia, mais), trovare un punto di accesso, contaminare la fornitura di semi e poi prende il controllo totale (..) la storia di quello che è accaduto in Argentina è un grave allarme di quello che accade quando si permette di far fare radici alle culture transgeniche”.
Con i transgenici, sia attraverso il cammino legale, come in Argentina, dove Monsanto prima ha lasciato estendersi le coltivazioni e poi ha preso misure drastiche, sia quello illegale, come il contrabbando o la contaminazione con geni imparentati con altre radici, andiamo verso una violazione globale, che intacca i diritti degli agricoltori.
Non è solo una questione giudica ma coinvolge direttamente tradizioni fondamentali per l’agricoltura e l’alimentazione di tutta l’umanità.
Fonte: La Jornada
http://www.jornada.unam.mx/2005/mar05/050321/023a2pol.php
Traduzione a cura di Nuovi Mondi Media
marzo 25 2005
Lo scorpione e la rana
"L’idea che gli Stati Uniti si stiano preparando ad attaccare l’Iran è semplicemente ridicola. [breve pausa] Detto questo tutte le opzioni restano sul tavolo". Perfino gli stenografi della Casa Bianca furono obbligati a notare il risultato [risate].
Così il corrispondente del Washington Post, Dan Froomkin, riferiva la conferenza stampa di George Bush del 22 febbraio scorso. Per inciso: poche giorni prima del suo "storico"viaggio in Europa, che la gran parte dei commentatori descrissero come la "riconciliazione dell’Europa con l’America", la "ricucitura del grande strappo" creatosi con la guerra dell’Irak, scatenata dagli Stati Uniti contro la volontà degli alleati e a prescindere dalle deliberazioni delle Nazioni Unite.
In verità che tutte le opzioni fossero ancora sul tavolo Bush lo ripetè anche a Bruxelles, ma molti preferirono non sentire, o ne diedero un’interpretazione, chissà perché?, molto bonaria, come se scherzasse.
L’obiettivo americano era stato disegnato con accortezza, ed era quello di far pensare agli europei che il secondo mandato di George II sarebbe stato diverso dal primo: niente contrapposizione, consultazioni preventive con gli alleati, fair play. E nessuno osò contraddire quelle speranze. Nessun dei grandi network televisivi avanzò dubbi, nessuno dei grandi giornali italiani manifestò incertezze. La linea era chiara: cominciava una nuova stagione di concordia transatlantica.
Se non che ecco arrivare una doccia fredda, anzi un doppio ceffone sul viso degli europei. Il primo manrovescio è stata la nomina di John Bolton a rappresentare gli Stati Uniti all’ONU. Nel momento più delicato per le Nazioni Unite, quando si discute della loro riforma, Bush invia al Palazzo di Vetro il più falco dei falchi, uno che non ha mai lesinato critiche e sarcasmi alla veneranda istituzione mondiale. Uno che, piuttosto che pensare a riformare l’ONU, ritiene – e non lo ha mai nascosto - che sarebbe meglio, semplicemente, eliminarla. John Bolton, il liquidatore.
Le cancellerie europee non hanno fatto in tempo a riprendersi che ecco arrivare il secondo ceffone, perfino più sonoro del primo. E questa volta a prenderselo, insieme a Chirac, Schroeder a Zapatero, è toccato anche a Tony Blair: Paul Wolfowitz alla testa della Banca Mondiale.
Il povero Tony, compagno di guerra, si era tanto sforzato di redimersi abbracciando il tema della povertà e impegnandosi nella realizzazione del Millennium Goal. Condizione per fare qualcosa era, però, che al vertice della Banca Mondiale andasse un personaggio dalla caratura analoga a quella dell’uscente Wolfensohn. Invece Bush gli ha mandato Wolfowitz, il Guerriero.
Sconcerto, questa volta, davvero generale. Qualcuno ha pensato a una gaffe, all’ennesima gaffe di Bush. Ma non era una gaffe, come presto si è visto. E’ una scelta precisa. Paul Wolfowitz è una colonna della linea unilateralista. Organizzatore principale dell’aggressione all’Irak Wolfowitz era, fino all’altro ieri, un fenomeno tutto "americano". Nel momento in cui viene candidato per la Banca Mondiale, diventa un leader mondiale e tutti gli effetti. Un guerriero con l’armatura al comando di un’istituzione che, in linea di principio, dovrebbe governare una globalizzazione un tantino meno prepotente di quella che il mondo ha assaggiato in questi anni.
Peggio ancora, risulta che Bush ha telefonato, il giorno prima, alle capitali europee, informandole delle sue intenzioni. Non si sa esattamente come abbia presentato la candidatura. Ma si sa invece – come riferisce uno dei pochi amici di Colin Powell rimasti (ancora per poco) al Dipartimento di Stato - che l’Imperatore è rimasto piuttosto irritato dai silenzi imbarazzati dall’altra parte del filo telefonico. "Ma come? – avrebbe esclamato dopo una di queste telefonate – ho comunicato loro in anticipo la mia decisione e, invece di essermene grati, fanno il broncio!"
Il che sembra dire che il presidente non riesce a distinguere tra l’idea di "consultare" gli alleati e l’altra idea, piuttosto diversa, di "informarli di una decisione" già presa. Se questa è l’ouverture del secondo Bush, si può immaginare come sarà il concerto di questi quattro anni venturi.
Dunque nessuna "conciliazione". Si continua con l’unilateralismo più fermo, e non c’è segno di flessibilità.
Cosa ne sarà della tenzone con l’Iran lo si può solo immaginare. L’Europa continua nel suo sforzo diplomatico con Teheran, ma Washington insiste nel voler cacciare Mohamed El Baradei dalla guida dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Perché? Perché vuol fargli fare la fine di Hans Blix. Vuole qualcuno all’AIEA che le consenta di lanciare l’accusa contro Tehera, di far saltare il negoziato europeo e di cominciare una massiccia campagna informativa su scala planetaria che "prepari i cuoi e le menti" all’eventualità di una nuova guerra.
Certo, le opzioni non sono soltanto militari. Ce ne sono almeno altre due, su cui Washington sta premendo: l’attesa dell’elezione di Rafsanjani, per vedere se lo si può mettere all’interno dell’orbita americana, con le buone o le cattive. E l’ipotesi di una terza, o quarta, rivoluzione "arancione", anche in Iran.
Ma i tempi per questa terza variante sono lunghi, troppo lunghi per la fretta dei neocon statunitensi. Urgono troppi problemi a Washington, e hai un bel dire che l’America è in ripresa, che Wall Street tira di nuovo. Il debito si è ormai gonfiato oltre i 660 miliardi di dollari solo per le partite correnti. Il dollaro scende, e gli afflussi di capitali esteri rimangono molto al di sotto della necessità, che si situa attorno ai 3 miliardi di dollari al giorno. Ecco perché l’opzione militare resta sul tavolo, sebbene gli stenografi della Casa Bianca non possano frenare la loro ilarità.
Naturalmente al Pentagono non sono così sciocchi dal pensare a un’altra invasione. Gli Stati Uniti non hanno altri 500 mila uomini e donne da mandare al macello contro una popolazione di 60 milioni di persone. E anche quelli che si avvicendano in Irak sono stanchi, demotivati, impauriti. Non solo, ma dalle elezioni del 30 gennaio, che sono state "vendute" al mondo come un trionfo della democrazia portata dai carri armati, un governo in Irak ancora non c’è. E non c’è non soltanto perché i signori feudali sciiti e curdi, democraticamente eletti, non riescono a frenare le loro avidità, i loro intrighi, bensì perché in Irak sta emergendo un’opposizione civile all’occupazione assai larga, diffusa e probabilmente non meno forte di quella della resistenza armata e dei gruppi terroristici.
Tant’è che Donald Rumsfeld s’è arrabbiato davvero e li ha sgridati, questi indisciplinati deputati dell’Assemblea Costituente, ingiungendo loro di sbrigarsi. "Dovete essere dannatamente attenti", a non guastare tutto, ha esclamato nel colorito linguaggio da cowboy che spesso usa. Vorrebbe che fossero loro, la milizia messa in piedi dagli americani, a togliere, adesso, le castagne dal fuoco, per poter dislocare altrove le forze USA e passare alla tappa successiva. Solo che le faccende sono sempre più complicate. A due anni dall’invasione, se gli americani partissero, l’Irak attuale non reggerebbe una settimana.
Dunque si capisce il nervosismo. E la tentazione di distrarre l’attenzione dall’Irak non creando la pace ma moltiplicando la guerra. E qui, nonostante la presenza di un numero consistente di Edward Luttwak, pronti ad annunciare che le truppe USA sarebbero accolte con ghirlande di fiori, come alle Haway, è chiaro che non è questa la strada di Rumsfeld. E’ invece assai più probabile che l’opzione militare preveda bombardamenti massicci sulle infrastrutture. Bombardamenti, com’è noto, sempre molto intelligenti, capaci di distruggere ponti, fabbriche, ferrovie, impianti industriali, raffinerie ecc, con l’obiettivo di distruggere il morale degli ayatollah e della popolazione e provocare un crollo del governo e una possente sollevazione popolare. Insomma il modello jugoslavo.
Ma, nelle presenti condizioni, in cui gli Stati Uniti non riescono a vincere la resistenza popolare irachena, questa volta l’Europa sarebbe necessaria comunque. E, per accattivarsela, la squadra di Marte si era trasformata in corteggiatrice di Venere, andando a casa di Venere con mazzi di fiori. Solo che qui siamo di fronte al famoso aneddoto dello scorpione che chiede alla rana un passaggio per attraversare il ruscello. La rana diffida e gli dice: "Ma io temo che tu mi pungerai mentre nuoto". E lo scorpione, di rimando: "Vuoi che io sia cos’ sciocco da pungerti? Morirei anch’io con te". La rana, come dice il racconto, si fa convincere. Ma lo scorpione, salitole in groppa, non saprà resistere alla tentazione di pungere.
Ecco George Bush voleva salire in groppa all’Europa, dopo averla convinta a "mettersi l’Irak alle spalle", ma lo scorpione non ha saputo resistere, e le ha appioppato, tra capo e collo, due morsi feroci: Bolton e Wolfowitz.
Giulietto Chiesa
24.03.05 In uscita sul mensile Galatea
Confesercenti: "L'ottimismo di Berlusconi è fuori luogo"
REDAZIONE
Dopo gli esponenti delle opposizioni e quelli dei sindacati, anche Confesercenti è intervenuta per esprimere "preoccupazione" per il dato sul Pil del 2004 fornito ieri dall'Istat. L'Istituto di statistica ha infatti reso noto che, al contrario delle recenti previsioni, il Prodotto Interno Lordo del 2004 è pari ad un desolante +1%.
"Il presidente del Consiglio si dice soddisfatto per il segno più davanti al dato del pil 2004, ma c'è piuttosto da preoccuparsi per il numero che segue quel segno, ancora più basso di quello già risicato comunicato in prima battuta dall'Istat - ha scritto in una nota il presidente di Confesercenti Marco Venturi - si tratta di un ulteriore peggioramento che rende ancora più problematica la situazione, nonostante l'ottimismo mostrato dal premier".
Venturi ha voluto ricordare al Cavaliere che "le nostre imprese vedono meno rosea la situazione mentre registrano le difficoltà dell'economia nazionale sulla loro pelle, come attestano i recenti dati sulle vendite, in caduta verticale mese dopo mese".
"Il ritocco all'ingiù per il dato riferito al 2004 fa seguito alla doccia fredda del pil 2005 che lascia prevedere un risultato finale anch'esso al di sotto delle previsioni governative - ha concluso - il rischio di conseguenze gravi per la nostra economia dovrebbe spingere ad interventi più coraggiosi per invertire la tendenza".www.centomovimenti.com
La sconfitta del diritto
Michele Ainis
La Stampa -
LA Costituzione votata dai padri fondatori comprendeva 139 articoli, per lo più laconici e di facile lettura. Dopo la potatura praticata nella scorsa legislatura dall'Ulivo ne sono rimasti in piedi 134, molti dei quali sottoposti a una robusta iniezione di parole. Adesso la riforma della riforma cucinata dal Polo ne modifica 52, e ne aggiunge altri 3 di sana pianta. Conclusione obbligata: l'albero della Costituzione ha cambiato forma, e la nuova forma non dà più gli stessi frutti. Quali
Un Capo dello Stato con le unghie spuntate, che difficilmente potrà ancora svolgere il mestiere di «custode della Costituzione», come lo definiva un celebre volume di Carl Schmitt. Perde infatti il potere di filtro sui disegni di legge del governo, ma soprattutto perde l'autorità di decretare la morte della legislatura, sciogliendo il Parlamento. Una Corte Costituzionale meno indipendente dai partiti (dato che i giudici eletti dalle Camere passano da 5 a 7, mentre diminuiscono quelli scelti dalla magistratura e dal Capo dello Stato), e che per sovrapprezzo rischia la paralisi, giacché la riforma consente a ogni più piccolo Comune d'impugnare le leggi statali o regionali. Un Parlamento insindacabile sui vizi formali della legge, che viceversa la Consulta - a partire da una sentenza del 1959 - fin qui sottoponeva al proprio esame. Un perimetro delle competenze quantomai sfocato, sia sul versante delle reciproche attribuzioni di Camera e Senato, sia sul versante dei rapporti fra lo Stato e le autonomie locali. In mancanza d'una regola certa (e chiaramente stabilita) nel prossimo futuro c'è quindi da aspettarsi il tiro alla fune delle competenze, sicché a decidere sarà il peso politico di volta in volta esercitato dai diversi attori in campo.
Eccolo dunque il motto riassuntivo di quest'ennesima riforma: la rivincita della politica sul diritto. Ovvero, la sconfitta della Costituzione.
Economist : Italia e impresa familiare al governo
di red
Secondo l'ultimo numero dell'Economist, i problemi di competitivita' dell'Italia hanno radici profonde non solo nell'economia, ma anche nella cultura, che venera la famiglia e l'impresa di tipo familiare.
Sono state stabilite alcune nuove misure, "ma il governo italiano in tema di economia e' schizofrenico. La coalizione ha un'ala piu' statalistica e interventista, guidata dall'ex-neo-fascista Alleanza Nazionale e, parallelamente, un elemento che dovrebbe essere piu' liberale costituito dal partito del primo ministro, Forza Italia, e dalla Lega Nord, populista e localista".
Secondo il giornale "Tuttavia la retorica dello stesso Berlusconi e' percorsa da lodi per l'impresa familiare (come si addice al fondatore di un impero d'affari guidato da una famiglia). La Lega, poi, fa presto a sbarazzarsi dei suoi principi liberali appena si profila qualche minaccia per gli interessi dei suoi elettori. Molti di loro possiedono o lavorano per aziende di abbigliamento che, dopo la fine del sistema di quote globali, patiscono le conseguenze dell'export cinese a buon mercato".
La prestigiosa testata britannica riporta che "La settimana scorsa, la Lega Nord stava per far saltare il pacchetto di leggi per la competitivita' pretendendo dazi sui prodotti asiatici, che l'Italia non ha la possibilita' di imporre, dal momento che la politica commerciale e' materia comunitaria. Berlusconi li ha blanditi impegnandosi a far presenti le loro preoccupazioni a Bruxelles, ed un ministro e' stato doverosamente spedito a conferire con Peter Mandelson, il commissario per il Commercio".
"Tutto cio' e' deprimente per chiunque desideri un'Italia in crescita - conclude il giornale "l'ultima cosa di cui l'Italia avrebbe bisogno sarebbe un attacco di protezionismo".
www.osservatoriosullalegalita.org
Striscia La Notizia come Terri Schiavo: Staccati I Tubi
Il programma satirico di Canale 5, da tempo in stato vegetativo permanente, verrà chiuso domani dopo la sentenza del giudice di Cologno Monzese. Un gesto pietoso secondo la maggioranza degli italiani. Ma la Chiesa si schiera: “Nemmeno di fronte a tanta pena si toglie la vita”.
MILANO - Svolta nella tragica vicenda di Striscia la Notizia, l’ex punta di diamante della scuderia Mediaset da tempo ridotta malamente dopo un grave versamento bonolitico che l’ha condotta a uno stato di assenza di ironia. I medici hanno tentato ogni cosa per tenerla in vita, dal reimpianto delle cellule iacchettiche all’inserimento di organi recuperati dai programmi di successo delle reti.
Ma non c’è stato nulla da fare. Il paziente negli ultimi due anni non è mai uscito dal coma neurovegetativo e si presentava ai rari spettatori come una lontana controfigura della Striscia vigorosa e divertente che tutti ricordavano. Non più labbra sorridenti ma bocche storte e bavose. Non più veline sculettanti pronte per essere canalizzate negli opportuni ritiri calcistici ma modelline insulse sculettanti pronte per telepromozioni e fattorie di seconda mano.
Per questo ieri il giudice di Cologno Monzese ha preso la decisione più grave: entro domani i responsabili del programma staccheranno i fili pubblicitari su richiesta dello stesso Antonio Ricci che non può più sopportare la tragedia che ha travolto la sua creatura, la cui ultima battuta decente risale ormai alla coppia Pisu-Greggio (1987). Contrario alla decisione è invece il Movimento per la Vita, rappresentato dalla coppia De Filippi (per il movimento)-Costanzo (per la vita). “Date a noi il moribondo”, hanno dichiarato alla stampa, “e lo infarciremo di tali e tante puttanate da causare un effetto elettrochoc.”
L’opinione pubblica si divide. Tra i favorevoli all’eutanasia Wanna Marchi e il Mago Do Nascimento che sono già in parola con Piersilvio Berlusconi per un programma di vendita di prodotti antimalocchio da collocare in quella fascia. Il Cardinale Ruini si è invece schierato fermamente contro ogni tipo di eutanasia “L’uomo non tolga ciò che Dio ha donato. Certo, se si tratta di un anziano pontefice se ne può parlare…”.giuda.it
Storace: «Se cade il Lazio, perdiamo le politiche» E dentro An l’asse Fini-Storace finì sotto accusa
Come a Roncisvalle il Governatore di An suona l’olifante e chiama a raccolta le armate del Cavaliere: «Siamo diventati la regione più importante d’Italia. Se si perde il Lazio il successore di Berlusconi non può che essere Prodi». I “berluscones” di An: l’errore di Fini e Storace.
di francesco lo sardo
Adesso che la frittata è fatta, chi paga il conto? Alleanza nazionale, a dispetto dell’ostentata faccia dell’arme, vive ore drammatiche. Gli storaciani dello staff del Governatore blindati nel palazzo della Pisana, furiosi e depressi. La guardia scelta, la “Destra sociale” romana, riunita per l’emergenza in via della Scrofa. I “berluscones” di Destra protagonista, la corrente di Gasparri e La Russa, furibondi con quelli della Destra sociale ma non solo: stavolta ce l’hanno anche con Fini che, «accecato dall’avversione personale» nei confronti della nipote del Duce e di Sofia Loren, ha assecondato «la linea dura» di Storace che ha portato An alle soglie della catastrofe.
E adesso chi paga il conto? L’interrogativo rimbalza in queste ore tra i dirigenti di An, tra i colonnelli e gli altri quadrati uf- ficiali ancora sotto shock dopo il colpo di scena della riammissione del cosiddetto “Listone nero” della Mussolini al voto regionale del Lazio. E arroventa gli animi.
Nel quartier generale di Storace, nella sede della regione Lazio, base operativa degli “arditi” che hanno condotto l’assalto alla baionetta contro i camerati di Alternativa sociale per impedire la presentazione del “listone nero”, il clima è pesante.
La consegna impartita è quella del silenzio: ma chi sa (e parla) racconta di una squadra «impegnata a giocarsi il tutto per tutto», in queste poche, febbrili giornate che separano dal voto. Dall’entourage del Governatore non filtra altro: quel poco descrive però un contesto che dà sostanza al cupo auto-ammonimento di Alemanno, l’uomo di punta della Destra sociale nel partito, che profetizzò a suo tempo: «Se si perde il Lazio si perde tutto». Storace ieri l’ha ripetuto: anzi, l’ha gridato. Sì, se si perde il Lazio implode An con i suoi precari equilibri correntizi interni, rabberciati in fretta e furia da Fini che ha cercato un solido riparo per sè all’ombra della Farnesina. E si destabilizza, in vista del voto del 2006, una Cdl già fortemente logorata.
Se questa è la cornice, il quadro all’interno di An non è incoraggiante. Ambienti vicini al ministro Gasparri, la cui corrente Destra protagonista si contrappone e si scontra da anni con la Destra sociale di Storace, non nascondono in queste ore il disappunto per «le modalità di gestione» del caso Mussolini da parte del Governatore del Lazio. Le conseguenze dell’uso della mazza ferrata – dal ricorso alla corte d’appello al pasticciato blitz informatico della società regionale Laziomatica nella banca dati dell’anagrafe del Campidoglio – che gli storaciani hanno voluto usare contro il “Listone nero”, ossessionati dall’idea di una presenza politica istituzionale (oggi a livello regionale, domani a livello parlamentare) alla loro destra, rischia di far precipitare tutto il centrodestra nel baratro.
Ignazio La Russa, della stessa corrente di Gasparri, non a caso, ieri ha ricordato a se stesso e ai suoi cari, prima che al centrosinistra, che «c’è il pericolo che le elezioni possano essere invalidate». E l’ha fatto poco dopo l’annuncio degli storaciani del Lazio, riuniti per affrontare l’emergenza da Alemanno e dal “federale” di Roma Vincenzo Piso: «Dopo la sentenza del consiglio di stato, Storace è in ulteriore vantaggio ». Se mai vincessimo, è il pensiero di La Russa, ci ritroviamo pure le elezioni annullate: complimenti, camerati.
Lui e Gasparri, cioè i capi di An più sensibili alla sirena di Berlusconi, hanno fatto di tutto per evitare il corpo a corpo tra Storace e la Mussolini. Colloqui, incontri riservati, sortite pubbliche, in linea con l’indicazione del Cavaliere che voleva un’intesa con la Mussolini: ma alla fine si sono trovati di fronte all’asse tra Gianfranco Fini e il loro avversario interno, Storace.
La linea dura anti-Mussolini scelta da Fini-Storace e perseguita con tutti i mezzi, però, non solo non ha pagato An, ma ha aperto la strada a prospettive devastanti per l’intera Cdl. Di qui il sotterraneo, ma neppure troppo, scambio di accuse e di responsabilità che ci si rinfaccia tra i massimi dirigenti di An.www.europaquotidiano.it/
La riga mancante
STEFANO BENNI
Apro l'Unità , ieri mattina e leggo: «Muore la Costituzione, dittatura del premier». Sento un leggero disagio, che inizialmente attribuisco alla parola «premier» e all'orribile immagine della sua tricointermittenza, ma subito dopo capisco che il motivo è un altro. Al titolo manca qualcosa, precisamente una seconda riga. Questo mi viene confermato da una mia amica francese che un po' sadicamente dice: ma insomma, muore la Costituzione, c'èdittatura del premier e siete ancora qui a bere il cappuccino? Non do la colpa di questa riga mancante ai giornalisti de l'Unità, essendo spesso più settario e confuso di loro. Il mio disagio nasce perché in quella riga mancante, c'è tutto ciò che mi fa imbufalire della sinistra istituzionale italiana, a pochi giorni dal voto.
Immaginiamo che i casi siano due. O è vero, come talvolta appare nei discorsi dei dirigenti della sinistra, anche i più pacati, che stiamo vivendo un vero e proprio regime, retto da un premier seminatore di odio, bugiardo e plurinquisito, affiancato da un lato dal suo avvocato condannato per corruzione, e dall'altro dal suo palafreniere condannato per mafia. Un premieruzzo vittimista che si fa ricattare da una banda di finti dimissionari e veri razzisti, a parole integerrimi padani, in realtà matricianari democristiani affamati di comando. Che si appoggia alla modernissima nuova destra Fini-Ikea, poltronara e divanara, molto più interessata a spartirsi la Rai o spiarsi via computer che alla sua base sociale. Un regime che ha violato ogni regola democratica, che ha sfornato leggi ad personam, che ha instaurato una dittatura del maggioritario (parlamentare, non civile), che teme e disprezza la Costituzione, l'indipendenza della magistratura, i diritti dei lavoratori e dei deboli. Un regime sotto cui la camorra e la mafia vivono un momento d'oro e si sono perfettamente saldate con la grande economia, passando dalla gestione della droga alle autostrade e alle banche. Un regime in cui l'informazione è tornata a livelli di censura da Minculpop e in cui la Rai affastella mediocrità e servilismo, in cui la cultura è una minaccia, in cui si avvilisce e si svende il patrimonio artistico e naturale. Un regime che ha impoverito l'economia italiana a un punto tale che ormai anche il premieruzzo è costretto a ammetterlo, un regime che contro la volontà popolare è sceso in guerra, e che continua questa guerra in totale servilismo dell'America, al punto di non sapere neanche difendere la memoria di un suo funzionario accoppato, e questo termine vale anche in caso di incidente, perché quando affermi di aver portato la pace e l'ordine in un paese, hai anche la responsabilità di mostrarlo.
Oppure dobbiamo dare retta agli ondivaghi pentimenti e dietro-front e correzioni degli stessi dirigenti della sinistra. Non si tratta di regime, ma di prove di regime, di coitus interruptus di regime, di Ceasescu con seltz. Tutto quanto detto nel primo caso era frutto di trance agonistica, non vale più e viene automaticamente trasferito in bocca agli estremisti e alla sinistra che vuole perdere. Siamo di fronte a un premier che ha lievi problemi non solo con i suoi trapianti ma anche con la magistratura, un uomo distratto che non sa scegliere i suoi amici, che è spalleggiato da una Lega i cui toni sono spesso eccessivi e da una destra variegata in cui possiamo scegliere se dare le nostre simpatie a Storace o alla Mussolini. E' vero, ogni tanto alla camera si sfiora la rissa ma poi ci si spiega, e Casini ci dà le pastiglie Valda se abbiamo urlato troppo, e male che vada abbandoniamo l'aula. Sulla Costituzione speriamo che Ciampi e la Corte costituzionale ci possano mettere una toppa, in quanto alla mafia Pomicino e Cuffaro hanno giurato che hanno perso il vizio, comunque la mafia è sempre stata legata al potere e forse come dice Castelli, dobbiamo abituarci.
Non esageriamo sull'informazione, in fondo ogni giorno in fondo sono garantiti un'intervistina a Fassino, una poltroncina a Rutelli, uno strapuntino a Pecoraro Scanio, un parere calcistico a D'Alema, cinque secondi a Di Pietro, e una fettina di Tigitrè. Non si vede mai Bocca ma abbiamo tutto lo Zecchi che vogliamo. La cultura serve soprattutto a riempire le piazze durante i concertoni, gli Uffizi li andremo a vedere a Las Vegas, tanto sempre quadri restano. In quanto al parco nazionale d'Abruzzo, compagni, bisogna essere realisti, gli orsi non votano. Per finire, quando si parla di economia siamo tutti sulla stessa barca, cooperatori o speculatori con diversi ideali ma uguali esigenze di bilancio, bisogna seguire la linea di Montezemolo e non quella degli operai rivendicativi. Sulla guerra Bush forse è stato troppo intransigente ma un po' di intransigenza ogni tanto non guasta, vedi Serbia, e in fondo possiamo anche restare in Iraq, basta che non ci allontaniamo troppo dalla caserma, e Calipari in fondo se l'è cercata, doveva circolare con una cinquecento tricolore, un damigiana di vino sul tetto e la scritta: siamo paisà.
C'è una terza via tra queste visioni, tra dissociazione e antagonismo, tra apocalisse e farsa, tra regime e guasto alla democrazia? Forse sì, comunque non sta in mezzo ma è decisamente orientata verso una delle due parti e richiede comportamenti non ambigui. Oppure la via c'era qualche tempo fa, ma è stata offuscata e distrutta da un premier fallimentare che, lo ripeto ancora una volta, non è una vittima, ma il primo seminatore di odio e divisione in questo paese. E quindi, nell'imminenza del voto (non perché sia un momento sacro, ma perché è un momento in cui a volte ti ascoltano, o fingono di farlo ) sarebbe dovere della sinistra ufficiale smetterla di ondeggiare ed essere chiara e responsabile di ciò che dice.
Quindi la riga che manca (e ripeto, non la devono scrivere i giornalisti ) potrebbe essere una di queste: prima riga: «Muore la Costituzione, dittatura del premier». Seconda riga: «Ma tanto lo sapevamo». Oppure: «Appello a Ciampi». Oppure: «Vibrante protesta in aula». Oppure: «Intervista con Fassino». Oppure: «Comunque resteremo nella Nato». Oppure: «Ma il vero problema restano gli arbitraggi». Oppure: «Referendum subito, ma prima votateci». Oppure: «Italia in piazza, sciopero generale». Oppure: «Italia in piazza per una settimana, sciopero generale a oltranza finché non sarà ripristinata la legalità democratica». Oppure: «Emilia, Toscana e Umbria pronte alla secessione». Oppure: «Alle armi».
Non dico qual è la mia riga preferita, sicuramente ne esistono altre più divertenti o più sensate. Ma nei giorni che mancano alle elezioni i dirigenti della sinistra potrebbero spiegarci quale di queste righe, o quale altra, completa la prima, e se la prima resta valida o va corretta. Dovrebbero spiegare chiaramente quali fatti seguiranno all'alluvione di manifesti, slogan e parole con cui ci chiedono il voto. Fatti nuovi, direi, che vadano al di là della presenza in parlamento, luogo che disprezza e non riflette più la complessità politica del paese. Può tornare a rappresentarla? Speriamo. Ma per il momento, il potere non è più lo stesso, l'opposizione non può più essere la stessa. Impegnarsi su questo aiuterebbe a decidere se e come votare. A avere un briciolo di speranza sull'importanza e la serietà di questo voto, a credere ancora che il desiderio di democrazia e l'impegno caparbio di tanti della sinistra (e di qualcuno dall'altra parte) non venga, per l'ennesima volta dissipato e tradito. Certe parole forti legano a forti responsabilità, a sfide, a coraggio. Dateci un titolo di due righe. Se no, mettetevi il fila da Vespa, a ridire tutto e il contrario di tutto. E non spiegate soltanto cosa succederà se prendiamo (o prendete) il cinquantun per cento, ma cosa succederà se prendiamo il quarantanove per cento: come saremo rispettati e ascoltati, e come ci si batterà per garantirlo. Non so quanto mi interessa votare in un paese dove centomila voti, o un milione di voti in più, cancellano chi perde, qualunque sia l'esito. La dignità della sfida elettorale e della democrazia, se ancora esiste qualcosa che le assomigli, è questa.
(stefano benni) www.ilmanifesto.it
Perché tutto cambi
Sono passati 25 anni dall'omicidio di monsignor Romero, ma l'impunità regna ancora sovrana
Venticinque anni fa moriva, freddato ai piedi dell’altare da cui stava celebrando la messa, l'alto prelato simbolo dell’emancipazione dei poveri e della lotta per la giustizia: Oscar Romero, vescovo dell’arcidiocesi di San Salvador. A ucciderlo, con due colpi di pistola in pieno petto, due sicari armati dal regime di destra che ha oppresso il Paese per decenni.
Era il 24 marzo 1980. Un periodo nero della storia del piccolo Paese del Centro America. Gli omicidi di poveri contadini e di oppositori al regime erano all’ordine del giorno. Tutti massacri compiuti da organizzazioni paramilitari di destra, protette e sostenute dal governo. Un’era oscura, che vede al potere il generale Carlos H. Romero, il quale vince le presidenziali grazie a eclatanti brogli elettorali. Nel paese dilaga la repressione sociale e politica.
Quando viene nominato vescovo dell’arcidiocesi di San Salvador è il febbraio 1977, ma il suo arrivo non allarma chicchessia: è considerato un “uomo di studi”, un conservatore, non impegnato socialmente né politicamente, quindi non un personaggio scomodo. Da lui ci si aspetta una pastorale aliena dai problemi sociali, una pastorale concentrata sullo “spirito” e sulla salvezza eterna. Ma in poco tempo ogni previsione è smentita.
Con i poveri. Monsignor Romero inizia a lavorare con passione accanto ai più poveri, spendendo azioni e parole in nome della giustizia sociale, dei diritti umani, contro la corruzione, la disonestà, la repressione. I fatti tragici che piegano la società, il sangue della povera gente versato in nome della violenza e del potere, coinvolgono il vescovo conservatore, che si trasforma in aiuto e sostegno per l’intero popolo salvadoregno. Continui gli attestati di riconoscimento che gli arrivano dall’estero, per la sua strenua attività vicino ai bisognosi, tutti accettati in nome del popolo del Salvador.
Poi un evento tragico, l’ennesimo. Il gesuita Rutilio Grande viene assassinato per mano dei sicari del regime. Il vescovo reagisce con decisione: vuol sconfiggere l’impunità. Apre un’inchiesta e chiude per tre giorni scuole e collegi. Nelle sue omelie accusa direttamente il potere politico e giuridico. Istituisce una commissione permanente in difesa dei diritti umani. Sono trasmesse anche alla radio. Vengono pubblicate sul giornale “Orientación”. Arrivano alle orecchie di migliaia di persone. Una parte della Chiesa comincia a lasciarlo solo, additandolo come un “istigatore della lotta di classe e del socialismo”. Ma Romero invita a riflettere, a prendere coscienza dei propri diritti e ad agire prontamente per cambiare le cose.
Principi che continua a proferire fino alla fine. Ogni giorno. Senza tregua.
Nonostante le minacce. Dal ’77 all’80 cambiano i volti al potere ma il risultato è sempre quello: dittatura, violazioni, sangue. E Romero non accetta di desistere nelle sue denunce, nemmeno sotto minacce di morte. “Se mi uccideranno, risorgerò nel popolo salvadoregno”, commenta ogni volta. Poi, in quel caldo marzo tropicale, mentre eleva il calice nell’Eucarestia, viene ucciso. Queste le sue ultime parole: “In questo Calice il vino diventa sangue che è stato il prezzo della salvezza. Possa questo sacrificio di Cristo darci il coraggio di offrire il nostro corpo e il nostro sangue per la giustizia e la pace del nostro popolo. Questo momento di preghiera ci trovi saldamente uniti nella fede e nella speranza”. E i due colpi sordi rimbombano nel silenzio.
Da allora poco è cambiato. L’Associazione per i diritti umani in America Latina ha appena lanciato una denuncia affinché venga meno l’impunità che ancora regna sovrana nel Salvador. Lo fa, prendendo spunto dall’anniversario di un altro omicidio commissionato dal regime, quello di Marianella García Villas, la giovane fondatrice dell’Aldhu, nonché vicepresidente della Federazione internazionale dei diritti umani e grande collaboratrice di monsignor Romero. Fu torturata, violentata e assassinata dagli esponenti del battaglione Atlacatl, nel cantone Las Bermudas de Suschitoto, il 13 marzo del 1983.
Il movente. Impedirle di denunciare l’uso di Napalm, fosforo bianco e altre armi chimiche da parte dell’esercito salvadoregno nei massacri di contadini e indigeni che erano soliti susseguirsi in Salvador. Un omicidio, l’ennesimo, rimasto avvolto nel silenzio e nel mistero, nonostante gli anni e i governi democratici o presunti tali.
La lettera. “Il Presidente si è impegnato di fronte al suo popolo e davanti alla comunità internazionale a rispettare e a far rispettare i diritti umani – spiega il segretario generale dell’Aldhu, Juan De Dior Parra – Ecco, in nome di questo compromesso lo invitiamo e porre fine all’impunità che continua a proteggere i criminali che assassinarono Marianella. Lo invitiamo a rendere omaggio alla verità e alla giustizia, rompendo la catena dei governi indolenti che si sono susseguiti in questi 23 anni e a dare una svolta drastica alla storia salvadoregna, ordinando la detenzione e il rinvio a giudizio degli assassini”. Per questo è stata inviata una lettera intestata direttamente a Elias Antonio Saca González, presidente della Repubblica di El Salavador. “E con la stessa fermezza pretendiamo giustizia per l’omicidio di monsignor Oscar Arnulfo Romero, di Herbert Amayo Sanabría e di molti altri salvadoregni che sono caduti nell’olocausto della repressione militare”. Quindi un appello alla comunità internazionale: “Aiutateci in questa nostra missione. Aiutateci affinché tramonti l’impunità”.
In silenzio. Il Salvador ricorda oggi il suo vescovo con un pellegrinaggio silenzioso dalla Basilica del Sacro Cuore alla Cattedrale. Schiere di fedeli, provenienti da molti Paesi, sono già nella capitale. Tanti stanno visitando la piccola casa per malati di cancro che monsignor Romero fece costruire nel cortile di un ospedale.
Stella Spinelli www.peacereporter.net/
La vera notte della Repubblica -
[germana]
“..Ci vogliono le vedove, in questo Paese, a parlare chiaro…
”come la moglie del presidente “più amato dagli italiani”, Pertini che,” certamente, avrebbe bloccato questa contro-riforma con un messaggio alle Camere, prima che arrivasse ad un voto decisivo.”
“Sua moglie, Carla Voltolina, ha fatto l’unico paragone appropriato, che è quello tra la nuova costituzione e le “leggi fascistissime” del 1925; e Giulio Andreotti ha ricordato che, all’inizio del fascismo, Luigi Sturzo avrebbe detto: “ Con 30 deputati, cosa possono fare questi fascisti? “.
"E invece, fu l’inizio della fine."
"Il fascismo è stato dunque esplicitamente evocato, ieri, dopo il voto del Senato sul nuovo testo costituzionale che stravolge la forma repubblicana dello Stato e instaura la potestà diretta, immediata e incondizionata del Primo Ministro.
La resistibile ascesa di uno smisurato padrone senza qualità comincia qui.
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Il fascismo padano ha colpito ancora: la prima volta travolse il fragile regno giolittiano che era alle prime armi della democrazia di massa; questa volta, per mano della Lega, attacca la Repubblica Democratica nata dalla Liberazione, costruita attraverso l’incontro di tutte le culture democratiche del Paese.
Se l’attacco conseguirà il suo fine, le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana ed europea saranno state scritte invano.
Perché la notte nella quale i paesi europei erano caduti non avesse a tornare, quelle vittime non proclamavano ideali astratti di Giustizia e di Libertà, ma indicavano che se ne stabilisse la condizione, la democrazia, che vuol dire poteri distribuiti, partecipati, diffusi, istituti di garanzia, rappresentanze pluralistiche. Di questo è fatta la seconda parte della Costituzione, oggi stracciata.
I valori, le libertà, i diritti hanno infatti bisogno di strumenti, di istituzioni che li tutelino e li realizzino. Perciò la norma costituzionale dice che è compito della Repubblica rendere effettiva l’uguaglianza dei cittadini e rimuovere gli ostacoli, anche economici e sociali, che impediscono il pieno sviluppo della personalità di ciascuno.
Quando il costituente Lelio Basso propose ad Aldo Moro questa formulazione dell’art. 3 gli disse: “ Questo per noi è il socialismo”.
Moro studiò la proposta e poi gli rispose: Chiamatelo come volete, ma proprio questo è ciò che anche noi vogliamo.”
Il voto del Senato di ieri travolge questo ordinamento e dà inizio alla vera “notte della Repubblica”, ben più di quanto non abbia fatto il terrorismo negli anni di piombo.
Con quello di ieri, siamo già al terzo voto del Parlamento - due al Senato e uno alla Camera – con cui si sta attuando il disegno governativo della liquidazione della Costituzione del 1948.
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E questa volta – tardivamente – la minoranza ha mostrato almeno la sua emozione, agitando il tricolore nell’aula; ma rimane una timidezza, una subalternità del Centro-Sinistra al disegno restauratore della Destra, in nome del “ nuovismo “.
Nella sua dichiarazione di voto, pur denunciando lo scempio fatto dalla maggioranza, il senatore Angius ha detto: “ Noi non difendiamo la costituzione del ’48..”
Ma se non difendono la costituzione del ’48, che cosa difendono?!
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Occorre anche notare che, sotto il ricatto della Lega, per la condanna parlamentare della Costituzione, la Destra ha scelto il mercoledì santo, che è diventato, così, il mercoledì nero della Repubblica. C’è un simbolismo appropriato, benché inconsapevole, in questa scelta della data: il mercoledì santo è il giorno nel quale si ricorda, con la Passione di Gesù, un’altra condanna; è il simbolo di cosa voglia dire tornare ad uno stadio pre-costituente, premoderno del sistema politico; è un monito a ricordare che cosa vuol dire un populismo che fa appello alla folla, demagogicamente blandita e non strutturata come un popolo, in un sistema di diritti e di regole.
Fa capire che cosa è la giustizia della piazza in contrapposizione alla giustizia dei giudici…E come siano sempre gli innocenti a pagare il prezzo del potere personale incondizionato di un governatore, che decide della vita e della morte, lavandosene le mani. Tanto, non deve rendere conto a nessuno.
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E’ chiaro che sarà il popolo a difendere in ultima istanza la Costituzione Repubblicana del ’48; ma c’è da sperare che esso non sia lasciato solo senza leadership in questa sacrosanta battaglia che culminerà, dopo un altro passaggio parlamentare, nel referendum costituzionale.
Solo allora sarà deciso, col voto, se davvero alla Repubblica sarà staccata la spina."
Raniero La Valle
Trascrizione da radiopopolare network –
Le regole delle elezioni? Pisanu le stabilisce a casa Berlusconi
Altro strappo, dopo l’attacco alla Costituzione e il sequestro del referendum
La sicurezza personale del candidato Storace. Talmente a rischio da giustificare la partecipazione del ministro dell’interno a un vertice col presidente del consiglio e con lo stesso candidato, a casa di Berlusconi.
Una giustificazione così risibile da mettere in imbarazzo lo stesso Viminale, costretto ieri sera ad arrampicarsi sugli specchi di improbabili esigenze di sicurezza generale «per tutti i candidati».
Scuse, insufficienti a cancellare un timore ben più concreto: che l’istituzione chiamata a sovraintendere alla regolarità delle elezioni si stia pericolosamente mischiando alle strategie per salvare politicamente il centrodestra dalla sconfitta. Come Pisanu era stato sospettato di aver fatto nell’esclusione della lista Mussolini, e come si teme possa fare se il risultato nel Lazio – diventato essenziale per Berlusconi – non fosse quello auspicato dal governo.
Storace ha chiesto e ha ottenuto da Berlusconi una copertura politica piena, compresa la partecipazione di tutti i leader del centrodestra – leghisti ovviamente esclusi – al suo comizio di chiusura. Avrà chiesto anche altri tipi di copertura? Dobbiamo temere altri strappi istituzionali, dopo quello devastante dell’approvazione della “nuova” Costituzione? L’attenzione è alta. Il centrodestra peraltro proprio per il voto costituzionale è nell’occhio del ciclone: con una durezza assolutamente inedita ieri è sceso in campo il Corriere della Sera, con un editoriale di Galli della Loggia che – smessi gli abiti terzisti – denuncia senza appello né attenuanti la grave colpa della maggioranza.
La polemica tra maggioranza e opposizione è anche sulla data del referendum costituzionale, che Romano Prodi chiede di svolgere prima delle elezioni politiche del 2006 mentre Berlusconi e la Cdl vogliono farlo slittare a dopo. Per Rutelli non si può andare al voto per le Politiche con questa «mannaia», anche perché l’impianto costituzionale risulta stravolto: «Non si può iniziare la prossima legislatura con l’incertezza sull’esistenza o meno di questa disastrosa modifica della Costituzione».
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Partecipazione si declina solo al plurale
Regionali. I Movimenti parlano a Marrazzo: ''L'unica via da percorrere è il coinvolgimento dei cittadini''
Francesca Caprini
Cinquanta associazioni e movimenti laziali – fra cui Aprile, Art.21, Casa dei Diritti, A Sud, Rete dei Movimenti, Cittadini per Ulivo e altri - il 10 gennaio scorso incontrano il candidato Piero Marrazzo e cercano di tessere una rete comune di dialogo. L'obiettivo, tanto prezioso quanto ambizioso, è che Politica non sia più parola vuota e lontana dal mondo reale – sentimento ormai prevalente nel tessuto societario – ma ritorni ad essere strumento effettivo di costruzione quotidiana della cosa pubblica per i cittadini. Affinchè il "problema della rappresentanza" possa finalmente vedere la luce.
In concreto, questo voleva tradursi in una partecipazione attiva delle associazioni ai tavoli tematici aperti dai partiti in vista delle elezioni regionali, per la stesura di un programma comune in cui pace, diritti, democrazia, trovassero lo spazio dovuto.
Il 4 marzo la teoria trova concretezza in un documento, presentato al Teatro Eliseo che prevede, fra l'altro, la creazione di un Centro della Pace e della Cooperazione, di meccanismi innovativi e concreti di coinvolgimento dei cittadini alle fasi decisionali della politica, di partecipazione, per la quale si vuole la creazione di un vero e proprio assessorato.
Ieri pomeriggio, presso la Casa delle Culture, la rete delle associazioni ha voluto fare il punto della situazione e interfacciarsi con alcuni candidati del centrosinistra. "Partecipazione" era appunto il concetto cardine del dibattito.
"Così come è stata intesa dai partiti la partecipazione, a noi non va bene". Questo in sostanza ha detto ieri Franco Ottaviano della Casa delle Culture. "L'apporto dei "produttori di idee" – così come viene definito il mondo dell'associazionismo – è stato recepito solo in forma consultiva e non deliberante. Questo è un universo da rendere visibile, soprattutto per la sua capacità organizzativa". Ad Ottaviano fanno eco gran parte dei rappresentanti delle altre realtà presenti, che lamentano lo stesso disagio: una "distonia di contenuti", "un attaccamento ad una visione tradizionalista della divisione dei compiti". L'idea della democrazia partecipata, che in altre regioni è già una realtà, nel Lazio sta ancora combattendo per trovare una forma definitiva.
Eppure la "partecipazione" è tenuta in gran conto dal mondo politico. "E' la chiave di volta delle nuove politiche governative regionali", manda a dire Marrazzo in una lettera. Nella quale auspica anche la creazione di un tavolo strategico per le parti sociali; di un lancio, entro la fine dell'anno, di una conferenza permanente regionale sul federalismo; di una task force per lo snellimento burocratico a servizio dei cittadini.
"Partecipazione come unico futuro possibile per un rinnovamento della politica" anche per la candidata diessina Giulia Rodano. Che sottolinea come esistano in effetti problemi di dialogo con i partiti, "che devono riflettere su quanto le associazioni cittadine e i movimenti stanno loro chiedendo". "L'Italia è un paese vecchio", aggiunge, lei che è appena tornata dallo Zimbabwe, "nel quale è in atto un processo di regressione: siamo ad un momento di saturazione e la classe politica in questo momento non riesce a risolvere, dobbiamo essere onesti!".
Anche il candidato di Rifondazione Luigi Nieri parla delle sue esperienze dei Laboratori di Quartiere, "nei quali era evidente che la partecipazione è l'unico modo per attraversare le istituzioni. Ma le Amministrazioni", aggiungeva, "forse non sono ancora pronte: bisogna lavorare su una maggiore elasticità".
Luci e ombre, dunque, fanno capolino da questa primo tentativo di rinnovamento politico. Che però, a detta di tutti i partecipanti, presenta ancora molti spazi di manovra. "Ed è comunque l'unica via da percorrere perché la politica si svesta dell'idea compassionevole di cui ora è permeata", riassume infine Bruno Ceccarelli, candidato con la Lista consumatori uniti con Marrazzo. "Il mondo globalizzato con questo potrà vivere. L'alternativa - per dirla con parole roboanti – sono le bombe".www.aprileonline.info
CRESCONO ESPORTAZIONI DI ARMI, ANCHE A PAESI CHE VIOLANO DIRITTI UMANI
General, Brief
Il Sudafrica continua a esportare armi in molti aree del mondo teatro di guerriglie o crisi armate – tra cui Colombia, Costa d’Avorio e Nepal – e ha addirittura incrementato l’esportazione di materiale bellico del 20%. Lo riferisce il settimanale di Johannesburg ‘Mail and Guardian’, considerato una fonte affidabile, secondo il quale la legislazione locale non riesce a impedire la vendita di armi da parte di società sudafricane a Paesi dove avvengono gravi violazioni dei diritti umani. Il giornale cita il rapporto del ‘Comitato di controllo della convenzionale nazionale sulle armi’, un organismo che deve approvare tutte le vendite all’estero del settore. Secondo questo documento, nel 2003 i produttori di armi sudafricani hanno guadagnato 3,1 miliardi di rand (pari a circa 385 milioni di euro). Il settimanale sottolinea la legislazione in vigore, approvata nel 2002, impone al governo sudafricano di valutare la situazione dei diritti umani e della situazione nel Paese acquirente. Dal rapporto, si apprende per esempio che la Guinea – guidata col pungo di ferro dal generale Lansana Conté – ha acquistato armi pesanti per circa un milione e mezzo di euro, mentre numerosi rapporti accusano il Paese di contrabbandare materiale bellico in tutta l’Africa Occidentale, in particolare con la Liberia e la Sierra Leone. E ancora, l’Algeria – dove il conflitto civile interno ha provocato oltre centomila vittime dal 1991 - ha acquistato dal Sudafrica artiglieria pesante per 28 milioni di euro, spendendo altri 21 milioni di euro per comprare sofisticati sistemi di guida per missili e strumenti di puntamento. Il giornale ricorda che in un intervento al Comitato parlamentare per la Difesa la scorsa settimana, delegati del Comitato internazionale della Croce rossa (Cicr) hanno raccomandato alle autorità di "non vendere armi se c’è la probabilità che vengano usate per violare il diritto umanitarie", cioè per compiere violazioni dei diritti umani. [EB]www.misna.org/
che avanza... anzi, di giurassico (1/2)
di Vittorio Catani
1 – Stralci dal “nuovo che avanza”
Ciò che dal primo momento mi ha maggiormente colpito (dovrei forse dire “spaventato”) di quanto sta accadendo è che in pochi anni pare mutata – per noi occidentali – l’intera concezione di una vita che per me durava senza particolari scosse da sei decenni. C’è stato, si è detto, più cambiamento nell’ultimo secolo che negli ultimi millenni. Ma certamente c’è più mutamento nell’ultimo decennio che nell’ultimo secolo.
Facile sarebbe rispondere che tutto o quasi è legato a un certo uso delle nuove tecnologie – specie delle telecomunicazioni e delle bioingegnerie. Vi sono studiosi, come il filosofo Umberto Galimberti, i quali assegnano alla tecnologia in sé un ruolo quasi dotato di una volontà meccanica propria, insomma trascendente, secondo cui noi non saremmo che gli schiavi e i pedissequi esecutori servitori di uno sviluppo tecnologico senza più freni, massiccio come mai prima, e che ora penetra nella nostra carne e nelle nostre vite vampirizzandoci e modificando l’universo in modo sostanziale (vedasi Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica; Feltrinelli 1999). Il fatto è, immagino, che sia pur sempre l’uomo che agisca in prima battuta, per quanto condizionato da media e mercati; e che l’esistenza d’una simile entità tecno metafisica dotata (sembrerebbe) di volontà propria resti alquanto teorica, anzi fuorviante.
Ad ogni modo, quali che siano le cause dei cambiamenti, ciò che ne risulta lascia francamente interdetti.
Anzitutto, mai come in questo periodo la società occidentale è stata così ricca e opulenta: eppure, mai forse come prima (o almeno da qualche decennio) nonostante il progressivo accrescimento del famoso Pil, si moltiplica lo scarto tra ricchi e poveri. Segno, anzitutto, che sono completamente saltati i meccanismi, faticosamente conquistati, di una più equa – seppure insoddisfacente – distribuzione della ricchezza. Inoltre: dagli inizi del XX secolo, se non dalla fine dell’Ottocento, l’avvento di varie generazioni di macchine ha alleviato enormemente il lavoro umano; molte incombenze pesanti d’un tempo non esistono più e se ci sono nessuno vuole accollarsele. Si pensi alle attività tradizionali della campagna, oggi in gran parte trasferite in serre e laboratori. Quanto ai lavori “contadini” che residuano (o a quelli degli infermieri negli ospedali, degli operai nei vari comparti manifatturieri dell’abbigliamento, degli assistenti sociali, delle colf ex “donne di servizio”, degli operai alle catene di montaggio eccetera), se resistono e funzionano ancora è perché si reclutano in larga misura gli extracomunitari, se non si ricorre al rinato schiavismo. Il lavoro meccanico, materiale, defatigante di un tempo, è quasi del tutto scomparso. Domanda: se tale evenienza si fosse verificata a fine Ottocento, avremmo forse noi realizzato la allora vagheggiata società ideale, dove le macchine svolgono tutto il lavoro e noi uomini finalmente ci dedichiamo esclusivamente alle attività ludiche o creative? Perché ciò non è accaduto? Se l’utopia può ancora attendere nonostante le attuali radicali trasformazioni, essa non si realizzerà verosimilmente mai: l’avvento dell’età dell’Oro non era che un falso miraggio. Sorge la domanda: dov’è finito il frutto di quelle ore che avrebbero dovuto essere state “liberate”, elevando il corpo e lo spirito umano, rendendo la società più egualitaria, e che invece continuano a essere cupamente lavorate senza che nulla di fatto sia cambiato? Il punto è, suppongo, che il meccanismo capitalista semplicemente non si limiti più al famoso “profitto” di marxiana memoria, ma sottragga avidamente ogni altro spazio e tempo e pensiero dell’individuo. Prima il “padronato” concupiva il profitto; ora “il lavoro” concupisce la vita, tout court. Peraltro occorre dire che spesso noi stessi ci gettiamo nella mischia per ottenere di più e meglio: il lavoro alleviatoci dalla macchina non ci basta per oziare o meditare, ci serve per venderci totalmente onde ottenere il superfluo (e inquinante), ben manovrati dai burattinai dei “bisogni indotti” (come si diceva in tempo).
Insieme al divario crescente tra ricchi e poveri all’interno degli stessi Paesi occidentali, aumenta (non sappiamo per quanto ancora ciò sarà sostenibile) il divario con i Paesi poveri, in barba ai rituali spergiuri in materia dei nostri governanti. Anche qui accadono cose che mai avremmo ritenuto la gente potesse accettare: ma il peggio non è neanche questo.
Accade, purtroppo, che la gente consideri ormai naturali tutti questi eventi.
È naturale perdere la privacy in cambio di maggior sicurezza (i nostri dati in mano ad altri significano “sicurezza”? Torneremo padroni di noi stessi?) È naturale che i governanti curino i loro personali interessi e si arricchiscano smodatamente: se lo fanno loro, “faranno arricchire anche noi”; ricchezze e beni fino a ieri considerati della Natura e quindi “di tutti” (fiumi, aria, montagne, paesaggio, biodiversità, litorali, opere d’arte antiche e moderne di natura scultoria, pittorica, architettonica tramandateci dal passato, e così via) oggi sembra normale che possano non esser più prezioso patrimonio comune, ma vengano affidate a privati “che saprebbero gestirli meglio dello stato ladrone”, o sembra logico venderle al miglior offerente mafioso. Appare sacrosanto che entità sovrannaturali quali Wto, Fmi, Monsanto eccetera – senza alcun mandato specifico da noi cittadini – decidano delle nostre vite, di ciò che dovremo ingurgitare senza neanche farci sapere di che si tratta, salvo veder crescere spaventosamente malanni d’ogni genere. La tratta delle bianche e nere, dei bambini, lo schiavismo e il resto, sembrano tutto sommato cose accettabili e insomma non saremo noi a dover pensare a ogni cosa e salvare il mondo; che i parametri percentuali della disoccupazione “fisiologica” funzionino come un organetto appare anche naturalissimo, benché i risultati siano una precarietà di lavoro mai vista se non in tempi di guerra, mentre siamo in periodo di maggiore ricchezza e surplus; normale che i sindacati (tutti invariabilmente mafiosi e ammanigliati, dicono) abbiano perso la loro forza: è cambiata la struttura del lavoro, inoltre artatamente le aziende si sono dislocate con la globalizzazione in territori diversi, per cui arduo diventa coordinare il malcontento dei lavoratori; che i lavoratori stessi siano convinti che quanto accade loro sia addirittura un “bene”, sembra normale: “perché le cose oggi vanno così”, tautologicamente, e perché “se mi lamento c’è pronto chi mi sostituisce senza aprire bocca”; che la gente assista impassibile allo smantellamento di uno stato sociale conquistato in decenni di lotte e sangue e invidiatoci da altre nazioni sembra anche questo normale: dico “sembra”, dal momento che fievoli e transitori sono imbizzarrimenti e lamentele che si levano contro. È bene privatizzare sanità, scuola, carceri, ferrovie acquedotti e tutti i servizi che una volta erano giudicati “sociali”, insomma il nocciolo o la ragion d’essere di uno Stato moderno: infatti lo Stato si è dimostrato imbelle nel gestire tali strutture, ergo meglio faranno i privati. E allora anziché risanare quegli enti, valido è il pretesto per dividersi allegramente tra i soliti ignoti nuove colossali fette di torta accaparrate gratis.
È naturale che finalmente anche i fatti e la Storia vengano oggi riconsiderati, dal momento che finora vi sono state troppe visioni distorte, c’è stata una predominanza-imposizione della cultura comunista (mi chiedo dove sia questa cultura di destra calpestata); e i cari ragazzi di Salò sono da comprendere se marciavano armati e spensierati perché avevano “degli ideali” (be’, anche i nazisti avevano i loro ideali), e insomma i morti sono tutti uguali (da morti, direi); e in fin dei conti la shoah non ha nulla di unico perché guardatevi intorno o indietro e scoprirete migliaia di orrori come e forse peggio dei campi di sterminio (ma, vorrei sottolineare, né “scientifici” come la shoah, né nati nel cuore dell’Occidente). Eccetera eccetera.
Eppoi, il terrorismo. Una terza guerra mondiale, dicono. Terroristi spietati, pericoli di guerre batteriologiche o di bombe “sporche”, pericoli per gli arsenali incustoditi dell’ex Urss, pericoli per...
Posto così, il guazzabuglio è tale che non ci si districa facilmente. Ed ecco, emergono come funghi studiosi, filosofi, ex intellettuali, teorici – dal vasto seguito mediatico – i quali rigettano le conquiste occidentali nel nome di una malintesa “libertà”, probabilmente a essi stessi non ben chiara. Per esempio, i “diritti umani”. Non fateci ridere, dicono (con de Benoist, con lo stesso Bobbio): essi sono semplicemente il frutto di contesti locali e temporali particolari, non si può pretendere che valgano sempre e ovunque; vi sono luoghi – dice de Benoist – in cui l’uomo non si sente individuo ma parte di un tutto (la sua comunità) e come tale legato mani e piedi agli umori e al destino di quella comunità e mai se ne staccherebbe, a costo di morire: di che diritti umani si ciancia in condizioni di questo tipo? (Ma “tutto” nasce in luoghi e situazioni particolari: ciò forse annulla ogni giudizio di valore?) Sul "Corriere della sera" del 16 settembre 2004, Paolo Mieli rispondeva a un lettore elencando una serie di dati statistici nazionali e mondiali da cui effettivamente si rilevava come le cose stiano sprofondando, eppure il Mieli concludeva sottolineando: “Non mi sembra peraltro dimostrabile che tutto questo dipenda dalla globalizzazione”.
Orbene: è dunque assodato che vi sono persone, persone di primo piano, persone presunte “intelligenti”, colte, magari in buona fede, che approvano tutto o parte di ciò che accade. Sono queste elencate le faccende che, personalmente, mi spiazzano di più, dal momento che io non riesco a staccarmi da alcune consolidate idee. Devo ragionare sulle ragioni altrui, o chiudermi nelle mie convinzioni rifiutando un dialogo che mi sembra una barzelletta oscena? Benché mi sforzi, cercare di capire queste “nuove” motivazioni mi risulta difficile, ma ancora più difficile è cercare di far capire agli altri le mie. Come guardare senza reagire? La democrazia sta subendo uno svilimento, un’offesa, mostrando che purtroppo oggi, così com’è congegnata, essa si rivela insufficiente a far valere equità e giustizia. Occorrerebbe introdurre correttivi che la aggiornassero, la potenziassero, evitando derive autoritarie. Pare invece naturale che si voglia fare proprio il contrario... La democrazia, oggi? Un fastidio in più, una rottura di scatole che fa sprecare tempo e denaro con il suo corollario interminabile di paletti, diritti, pretese sociali. Logico comunque che all’attuale governo freghi poco o nulla di una Costituzione non “sua”, definita “bolscevica” dall’ingegnoso premier.
Nonostante tutto ciò – insistono in molti – queste sono conquiste davvero “nuove”, rivoluzionarie; siamo noi i veri reazionari; è una bugia che questo sia uno dei periodi peggiori, abbiamo avuto momenti molto più critici. Portano esempi...
2 – Alcune interviste
Quelli che seguono sono miei stralci da tre (di sette) interviste, apparse su “Venerdì” (il magazine di “Repubblica”) del 17 settembre 2004 su temi del “mondo in cui viviamo”. Tralascio le altre quattro, che mi sono apparse meno significative ai fini di questo articolo.
1) Da JOACHIM FEST, storico tedesco (intervista di Andrea Tarquini).
Domanda: “Come giudica questo tempo?”
Risposta: “[Questa] non è una guerra mondiale come le precedenti. È la prima guerra di un nuovo ordine e di una nuova epoca. Una guerra completamente diversa da quelle che la Storia conosceva finora, i conflitti che con accordi e convenzioni internazionali il mondo cercava di circoscrivere e regolamentare, se così si può dire (...) I tentativi fallirono già con la seconda guerra mondiale, ma questa nuova guerra le rifiuta apertamente. (...) Non c'è chance. È un fanatismo molto più radicale. Non rispetta le differenze tradizionali tra pace e guerra. Si può reagire solo rafforzando polizia e organi di sicurezza. Ma dobbiamo fare attenzione a non finire in 1984 di Orwell, in un Grande Fratello onnipresente, pur di difenderci. Anche questo è un pericolo: smarrire per strada lo Stato di diritto [come sta accadendo negli Usa]. E come accadrà anche in Europa: telefoni controllati e tutto il resto. Una nuova dimensione del quotidiano. È inevitabile. Si tratta di limitarne le conseguenze negative, non di impedirlo”.
Domanda: “La coesistenza col nuovo pericolo come cambierà la nostra psicologia collettiva?”
Risposta: “In un modo che ancora non ci immaginiamo. Simili eventi macropolitici hanno sempre un effetto di lunga durata. La guerra dei Trent'anni segna ancora la psiche collettiva dei tedeschi, la lunga divisione dell'Italia quella degli italiani”.
(Dunque, ciò che io noto è soprattutto questo: per vincere la “quarta guerra mondiale” si devono rafforzare polizia e organi di sicurezza; la nostra privacy ne verrà stravolta, ma bisogna accettare il male per prevenire il peggio. Quanto alla nostra psicologia, “cambierà in modo imprevedibile”. Personalmente sono convinto invece che sia già cambiata: in modo, purtroppo “molto” prevedibile. Andiamo avanti...)
2) Da MASSIMO CACCIARI, filosofo (intervista di Paola Zanuttini).
Domanda: “Professor Cacciari, una risposta filosofica a una domanda della strada: che mondo è ormai questo?”
Risposta: “Il migliore dei mondi possibili, sennò neanche ci sarebbe. Siamo stati infinitamente peggio un interminabile numero di volte (...) Scaduto il XX secolo, finite le grandi potenze, ne è rimasta una sola che non sa vincere la pace, quindi è tutto da inventare: nuovo diritto internazionale, nuovi organismi politici internazionali, stiamo inventando l'Europa. Sarebbe stupefacente se non ci fossero queste straordinarie difficoltà (...) La comunicazione ha una potenza mai avuta prima, ma dal punto teorico non è un problema diverso dal passato: le comunicazioni sono sempre state componenti essenziali dell'azione politica, che ha come fine quello di persuadere il prossimo. Oggi, certo, avere i mezzi di informazione è un must imprescindibile per ottenere l’egemonia, ma per Giulio Cesare non era tanto diverso.”
Domanda: “La parola democrazia ce l'ha un valore comune?”
Risposta: “Ottimo esempio dell'igiene linguistica che manca. Quale democrazia? Quella ateniese? Quella dei comuni medievali? Quella di Rousseau e Robespierre? Lo svuotamento semantico di questa parola è paradossale: siamo tutti democratici. Se non la riempiamo di contenuti e non capiamo finalmente come la usa ognuno di noi, diventa la più gigantesca delle foglie di fico. Non c'è una sostanza universale per un regime politico. Gli stessi diritti umani sono creazioni storiche, come insegnava Bobbio, e quindi in ogni epoca vanno rideterminati. Machiavelli diceva che il miglior modo per affossare uno Stato è credere che le sue leggi siano immodificabili. Credo che oggi, per dare un significato a questa parola, si intenda un regime che garantisce l'assoluto riconoscimento delle diversità culturali; un regime che davvero si mobilita per superare disparità e disuguaglianze. Ma sono declinazioni laiche, borghesi, in pantofole. Il linguaggio politico deve riscoprire un principio fondamentale: tutto è limitato".
(Ecco una persona secondo la quale viviamo nel migliore dei mondi possibili, e tuttavia afferma che siamo stati infinitamente peggio chissà quante altre volte. Io non c’ero dunque forse è vero, ma badiamo al presente. Che significa “democrazia”? Scopriamo che forse non lo sa nessuno. Una volta, democrazia, l’unica che io conosca o che mi interessi, si rifaceva di comune intesa alla famosa triade libertà uguaglianza fraternità. Ma i diritti umani – ci viene ripetuto – sono, ahinoi, volgari e transeunti costruzioni storiche (vedansi Guantanamo e Abu Ghraib). Come pure, parlare del superamento di disparità e disuguaglianze significa fare “declinazioni in pantofole”. Attendiamo dunque con ansia di conoscere anche noi il senso autentico di un nuovo Mistero Glorioso, il nuovo strano oggetto concettuale detto “democrazia”. Un mio amico molto pragmatico diceva che la democrazia è come la poesia in un testo; inutile cercarla con la lente: o c’è o non c’è...
Quanto al fatto che le comunicazioni, sia pure solo in senso teorico, non differiscano dal passato – iulio Cesare! – avrei dubbi semplicemente colossali, confortato da continue dimostrazioni quotidiane, oltre che da pareri ed elaborazioni addotti da celebrità mondiali, a partire da Marshall MacLuhan fino a Howard Rheingold, Tomás Maldonado, Derrick de Kerckhove, Pier Luigi Capucci, Paul Virilio, Manuel Castells e non so quanti altri).
3) Da RALPH DAHRENDORF, filosofo inglese (intervista di Enrico Franceschini).
Domanda: “Viviamo davvero in un’epoca di tenebre, nel peggiore dei mondi possibile?”
Risposta: “Da un certo punto di vista sì. Quello odierno è un mondo peggiore di prima, perché il terrore, la guerra, l'odio, la paura, sembrano colpire contemporaneamente un po' ovunque: in America e in Europa, nelle Russie, in Medio Oriente...”
Domanda: “C'è un periodo della storia moderna che giudica come il più atroce e spaventoso per l'umanità?”
Risposta: “Senza dubbio quello che va dal 1914 alla morte di Stalin nel 1954: quarant'anni che hanno visto due guerre mondiali, nazifascismo e comunismo, l'Olocausto, la Rivoluzione bolscevica, le feroci repressioni staliniane, il sorgere della cortina di ferro, il colonialismo. Ma pure i successivi quarant'anni, dal '54 al '91, di Guerra fredda e relativa stabilità, erano contraddistinti da conflitti fra Stati. Oggi il male non proviene tanto da Stati o da coloro che li governano, quanto da società. Civiltà che sembrano impazzite, incattivite, malate. È come se in più luoghi della terra la società degli uomini avesse invertito il cammino verso illuminismo e progresso per tornare verso il selvaggio brutale tempo delle caverne. Il male prodotto da una società è meno prevedibile di quello scatenato da uno Stato o da un tiranno: non sai dove, come, quando attaccherà. Per lo stesso motivo è molto più difficile combatterlo, fermarlo, curarlo. Perciò, credo, la gente si dispera. Davanti a una minaccia simile, la nostra civiltà si sente più vulnerabile. Non c'è molto che si possa fare”.
Domanda: “Esisterà pure una cura”.
Risposta: “Si può provare a curarla con la forza. E talvolta è a mio parere assolutamente necessario: come è stato fatto in Afghanistan. Sicuramente si può e si deve provare a curarla anche con altri mezzi, rafforzando il dialogo tra civiltà, popoli, religioni differenti, esportando ovunque è possibile un maggiore benessere, una crescente libertà. Ma non sarà semplice come dichiarare una guerra e poi vincerla, perché questa non è una guerra, come la chiama erroneamente Bush: è una crisi delle società. Alcune impazzite, come dicevo; altre incapaci di difendersi e di garantire la sicurezza dei propri cittadini. Finirà quando cambierà l'atteggiamento delle masse. Quando in nessun paese del mondo una madre potrà sentirsi orgogliosa del fatto che il proprio figlio è morto come kamikaze in un attentato suicida”.
(Su queste risposte ci sarebbe da “divertirsi” – si fa per dire – di più. Tanto per andare d’accordo con Cacciari, intanto, eccoci capovolti nel peggiore dei mondi possibili. Quanto al passato, però, Dahrendorf sembra incerto: ci sono stati nazifascismo e comunismo staliniano. In realtà pure oggi il sangue scorre in abbondanza, e stiamo avendo anche inedite e clamorose dimostrazioni che per sottomettere le masse talora non c’è bisogno dei gulag o dei ghetti. Scopriamo anche – se non fraintendo – che il colonialismo è roba solo del XX secolo. Per salvare la nostra civiltà, inoltre, ci vuole la “forza”. Forse Dahrendorf interpellerebbe – tra gli altri – Schwarzy, chissà. Anche l’esempio dell’Afghanistan non mi pare proprio pertinente, visto dove sta portando la “lezione” di Bush. Eppure, una cosa importante Dahrendorf dapprima sembra averla capita: sono le masse che sembrano incattivite, la società è malata. Poi però ti accorgi che non parla minimamente di noi. Noi siamo rincoglioniti solo perché non ci sappiamo difendere, i “cattivi” sono sempre loro, gli “altri”, per esempio quei genitori orgogliosi di avere figli kamikaze. Io in verità ho letto di peggio: in Cecenia l’età dei kamikaze si è ridotta prima ai ragazzi, poi ai bambini, e soprattutto alle bambine: specie quelle che ormai hanno perso entrambi i genitori in guerra, e con essi ogni riferimento. Piccole creature traumatizzate e sbandate, alle quali viene assicurato che se si immoleranno raggiungeranno i loro cari: l’orrore, la protervia, l’insensibilità umana, sono davvero senza fondo. Nessuno nega che il mondo sia realmente impazzito. Comunque è rilevante che in tre interviste ad altrettanti grossi nomi, su un giornale ritenuto di sinistra (per Berlusconi stampa comunista) non vi sia “una” sola parola d’autocritica sul way of life occidentale, sulle “scelte” occidentali...)www.carmillaonline.com/
Quale modernità?
Il piano della loggia massonica (di destra) e occulta P2 (1976):
- modifica della Costituzione per stabilire che il Presidente del Consiglio e' eletto dalla Camera all'inizio di ogni legislatura e puo' essere rovesciato soltanto attraverso le elezioni del successore;
Quello votato ieri:
PREMIERATO
Si rafforzano i poteri del premier: per l’insediamento non avrà più bisogno della fiducia della Camera. La sua elezione sarà di fatto diretta: i candidati premier saranno collegati con i candidati alla Camera e sulla base del risultato elettorale il capo dello Stato nominerà primo ministro il candidato della coalizione vincente. Il premier avrà il potere di nominare e di revocare i ministri e potrà decidere di sciogliere la Camera. I deputati della maggioranza potranno presentare una mozione di sfiducia costruttiva che dovrà però indicare anche il nome di un nuovo premier (espressione della stessa maggioranza)
(fonte: Corriere.it)
Dal 1976 a oggi sono passati trent'anni....
Quale modernità, signor Silvio?
Quella del tuo Far West, che 38 anni fa si chiamava caporalato? E oggi co-co-co (o similia.., ma sempre nero è)
Quella di 10 milioni di giovani e precari?
Il futto di un Paese che ha una classe dirigente da barzelletta e una grande industria da cartolina-ricordo?
Il risultato del fatto ripetutosi decine di volte che i grandi e potenti capitalisti italioti come Te sono stati cacciati fuori da ogni parte d'Europa, perchè generalmente ritenuti dei magliari?
E che di conseguenza la nostra grande industria privata , erede ingloriosa dei protettissimi Cuccia e dei lungimiranti Valletta, è stata prima emarginata e poi ridotta a niente?
Salvo pochissime mosche bianche, peraltro a Te oggi ostili? (e ce credo...)
Dare poteri assoluti a Te, per la tua grandiosa politica di impoverimento di tutti Noi? Tu, campione di una classe dirigente fallita, ma sempre e comunque protetta?
Quale modernità, Silvio?
Quella dell'Euro a mille lire?
Quella del reato penale inflitto a chi scambia le sue musiche sulla rete, mentre una truffa a migliaia di azionisti e risparmiatori ti porta al Governo o nel salotto del Corriere?
Quella dei tuoi sindaci che lasciano morire i nostri figli di gas e polvere, perchè i soldi devono andare ai tuoi decoder e e alle tue truffe digitali?
Quella di un magliaro che finalmente, tra le macerie, può fregiarsi della sua dittatura? Come se fosse questa la soluzione?
Quella di un codardo che gli ammazzano al telefono un suo bravo ufficiale e china la testa, quasi chiedendo scusa?
E non magari, la Giustizia? E non magari, un equilibrio vero tra libertà, uguaglianza, fratellanza. E igiene mentale? Quell'equilibrio nuovo per cui ci muovemmo allora?
Che rifiutò di obbedire a un potere osceno...
Nel 1964, a piazza Statuto a Torino, volarono le prime pietre. Erano giovani siciliani, pugliesi e calabresi che vivevano nei tuguri e nelle stanze degli operai immigrati, quelle che oggi si riaffittano uguali ai senegalesi e altri figli del Sud.
Nel 1968 questo era il futuro anche per tanti, troppi giovani. E le pietre continuavano a piovere.
Vi facemmo una domanda e vi chiedemmo una risposta. Il vecchio De Gaulle in Francia seppe darla, Voi no. Voi truccaste i soldi e le carte....come ora...
Negli anni 70 distribuivate danaro a debito pubblico. E tu, Silvio, dietro al miele delle tue canzonette da nave, mettevi le buste per comprare aree edificabili....
Non siete nemmeno una destra....siete un banchetto con tre carte sotto la metrò....
il resto della vicenda lo conosciamo...fino a quando non poteste più giocare, nel 1992 eravate falliti, e Di Pietro vi azzannava le terga....
Ma tu eri il più bravo, tu caro All-Iberian....
ora hai bisogno di chiudere quel cerchio spezzato 37 anni fa.....quella contraddizione irrisolta
Allora, nelle vostre riunioni alla P2 (e oggi) procamavate: c'è troppa libertà in questo Paese. Qui non possiamo farci gli affari e le cose nostre....ci vuole un presidenzialismo di ferro....
Ti sei e resti il campione di quella cultura furba della destra bacata italiana...
Ieri il voto (triste) sulla Costituzione. Pensi di aver creato il tuo cerchio magico attorno a noi...
Ma tu non hai capito, come non capirono allora. Noi non siamo la sinistra, noi siamo il centro del Paese....almeno di quello che non crolla...il suo popolo...la sua domanda di speranza reale....
Quindi la nostra domanda primaria di allora resta ancora aperta, dopo 36 anni.
La scrisse Don Milani in una lettera. Ai ragazzi di allora (e di oggi):
Una Italia aperta a tutti? O soltanto a Vossignoria?
E stai sicuro, la Tua risposta la conosciamo, non è una risposta....
Prima di te Scelba, Fanfani, Craxi, tentarono questa strada. Dove sono ora?
ciao
Beppe
Milani Lorenzo - L'obbedienza non è più una virtù, Perugia, Edizioni del Movimento nonviolento, 1975, pp. 25 (scritti resi pubblici nel 1965).
P.s. Questo post serve solo a ricordare che ieri è stato putroppo approvato dal Parlamento italiano uno schema costituzionale originariamente concepito da Licio Gelli e dalla sua occulta loggia P2 a metà degli anni 70....
Proposta di Gelli-P2: - modifica della Costituzione per stabilire che il Presidente del Consiglio e' eletto dalla Camera all'inizio di ogni legislatura e puo' essere rovesciato soltanto attraverso le elezioni del successore;
Proposta passata ieri:
PREMIERATO
Si rafforzano i poteri del premier: per l’insediamento non avrà più bisogno della fiducia della Camera. La sua elezione sarà di fatto diretta: i candidati premier saranno collegati con i candidati alla Camera e sulla base del risultato elettorale il capo dello Stato nominerà primo ministro il candidato della coalizione vincente. Il premier avrà il potere di nominare e di revocare i ministri e potrà decidere di sciogliere la Camera. I deputati della maggioranza potranno presentare una mozione di sfiducia costruttiva che dovrà però indicare anche il nome di un nuovo premier (espressione della stessa maggioranza)
(fonte: Corriere.it)caravita.BIZ
La fine dell'impunità
di Rigoberta Menchú Tum
A 25 anni dall'omicidio di Oscar Romero, le modalità del primo processo al suo assassino sollevano numerosi dubbi. Come è possibile che Saravia abbia potuto vivere finora tranquillamente negli Stati Uniti e che ora venga processato in California?
Quasi venticinque anni fa l’Arcivescovo Oscar Romero, che si è guadagnato un posto nella storia per la sua difesa dei poveri, fu assassinato mentre celebrava la messa nella capitale de El Salvador. Nella morte come nella vita, il “Martire delle Americhe” fu un eroe della difesa dei diritti umani.
I responsabili dell’omicidio di Monsignor Romero non furono mai processati. La paura e il silenzio hanno da sempre regnato in questo caso paradigmatico di impunità, trasformandosi in un simbolo per le innumerevoli vittime della violenza statale nelle Americhe. Passano gli anni e queste atrocità, ancora irrisolte, urlano giustizia.
Oggi c’è una nuova speranza per le vittime de El Salvador: sta per avere inizio il processo contro un presunto complice dell’omicidio di Monsignor Romero. Questo processo farà storia.
La giurisdizione, però. non è di competenza di un tribunale salvadoregno, ma di una corte federale di Fresno, California, dove un cittadino degli Stati Uniti, Alvaro Saravia, si scontrerà con l’accusa di aver eseguito gli ordini per uccidere Monsignor Romero.
Saravia, un uomo vicino al leader di destra Roberto D’Aubuisson, procurò l’arma per l’assassino, definì il percorso dell’omicida alla cappella dove avvenne il crimine e, infine, pagò il servizio. Questo caso civile, presentato in nome di un familiare di Oscar Romero dall’Organizzazione per i diritti umani Center for Justice & Accountability, cerca giustizia per l’omicidio e per tutti i crimini di lesa umanità.
Il caso sarà seguito da vicino in Centro American, dove nuove, ma ancora fragili, democrazie soffrono tutt’oggi gli effetti dell’impunità nei tempi di guerra. Non portare i violatori dei diritti umani di fronte alla giustizia genera ancora più violenza, come hanno dimostrato in maniera drammatica l’omicidio di Monsignor Romero e, più recentemente, quello di Monsignor Juan Gerardi nel mio paese, il Guatemala.
La sua uccisione ha messo allo scoperto la totale impunità di cui godono le forze armate salvadoregne ei gruppi paramilitari che hanno trascinato il paese in una brutale guerra civile durata 12 anni, conclusasi con più di 75.000 morti.
La preoccupante spirale di impunità continua ancora oggi, anche dopo la fine del conflitto armato. I paesi che escono da una guerra devono conciliare due necessità: quella di consolidare la stabilità del paese e quella di far prevalere la giustizia. Un dilemma facilmente sabotato da quei gruppi che si danno da fare per protegger i loro interessi. Ne El Salvador, una legge di amnistia ha reso legalmente irrilevanti i risultati delle indagini della commissione Verità delle Nazioni Unite, rese pubbliche nel 1993. La commissione ha dichiarato che il defunto Roberto D’Abuisson e Alvaro Saravia furono i responsabili dell’omicidio di Monsignor Romero, ma entrambi dai fatto “intoccabili” nel loro paese.
Quando i familiari delle vittime si trovano, senza risorse legali, nei loro paesi devono cercare giustizia dove possono. Senza la possibilità di un giudizio ne El Salvador, la cosa migliore sarebbe che Saravia potesse essere portato di fronte alla Corte Penale Internazionale, universalmente riconosciuta e rispettata. Invece, la giustizia fa sì che Alvaro Saravia risulti legalmente residente negli Stati Uniti.
Secondo la Legge Federale dei Procedimenti Civili per Stranieri del 1789, gli Stati Uniti forniscono un’opportunità unica per i cittadini stranieri e per le richieste degli individui che risiedono nel Paese. Sfortunatamente, la Corte Suprema degli Stati uniti ha di recente ratificato l’applicabilità di questa legge nei casi connessi con i diritti umani.La possibilità di tale richiesta, principio ispiratore della democrazia americana, solleva domande ambigue riguardo la politica degli Stati Uniti verso i violatori di diritti umani.
Come è possibile che Alvaro Saravia abbia potuto vivere negli Stati Uniti dopo quello che ha fatto?
Alcuni documenti segreti, ora declassificati, del Dipartimento di Stato e della CIA dimostrano che le autorità americane sapevano, sin dal maggio 1980, del coinvolgimento di Saravia nell’omicidio Romero.
Tuttavia, i giudici non hanno mai mostrato alcun interesse a risolvere il caso, nonostante abbiano nei loro archivi prove sufficienti e numerose resoconti di varie indagini indipendenti riguardo le violazioni dei diritti umani.
Se gli Stati Uniti vogliono davvero parlare di diritti umani nel mondo, non possono essere complici e fungere da rifugio di assassini e criminali di guerra
Questo processo costituisce un’opportunità per valutare, sebbene indirettamente, la responsabilità del governo salvadoregno e dei suoi alleati più vicini, gli Stati Uniti, negli eventi che portarono alla morte di Monsignor Oscar Romero e di decine di migliaia di vittime di cui è divenuto il simbolo.
L’Arcivescovo Romero di era battuto contro le dinamiche geopolitiche che generavano sofferenza al suo popolo. Solo un mese prima la sua morte, inviò una lettera al Presidente Carter per chiedere di cessare l’invio di armamenti ne El Salvador, dato che questi venivano usati principalmente per reprimere la popolazione civile.
È forse ironico che il primo processo per questo omicidio si svolga negli Stati Uniti.
Speriamo che finalmente sia fatta giustizia e che questo caso ispiri i governi dei Stai Uniti, de El Salvador e delle altra nazioni rispetto ai processi dei numerosi criminali di guerra e violatori dei diritti umani, che godono in vari paesi dei benefici dell’impunità.
Questo sarebbe il miglior modo onorare la morte di martiri come i vescovi Romero e Gerardi.
Fonte: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=12885
Traduzione di Nuovi Mondi Media
Cosa si nasconde dietro il caso di Terry Schiavo
di Bianca Cerri
Nelle società opulente, nonostante il grado di alfabetizzazione raggiunto, i disabili non sono che zavorra improduttiva e sorprende un po’ che il caso di Terry Schiavo abbia richiamato l’attenzione della stampa di tutto il mondo. A meno che, e abbiamo più di un motivo per sospettarlo, la controversa vicenda di questa donna, il cui cervello è morto già da 15 anni, non serva ai potenti di Washington per guadagnarsi nuovi consensi. Altrimenti, perché avrebbero fatto stampare un opuscolo, che in queste ore circola tra i banchi del Senato americano, dove si allude apertamente alla “grande opportunità politica” offerta dal caso Schiavo per ridare slancio al “movimento per la vita”?. E' forse giunto il momento di chiarire alcune cose.
George Bush e i senatori DeLay e Frist hanno persino indetto speciali riunioni al Congresso per accelerare l’approvazione di una legge che consenta alle Corti Federali d’intervenire in merito alla vicenda di Terry e, se la situazione non fosse drammatica, la loro solerzia nell’arringare il resto del governo e le folle sulla sacralità della vita farebbe francamente sorridere.
Soprattutto se si considera che in Texas è tuttora in vigore una legge firmata dallo stesso presidente americano che, solo pochi giorni fa, ha consentito all’ospedale pediatrico di Houston di staccare la spina che teneva in vita Sun Hudson. Il bambino è stato lasciato morire perché la legge di Bush, sostenuta da tutti i Repubblicani, stabilisce che una struttura medica non può accollarsi sine die le spese per tenere in vita un paziente. Per non far morire il piccolo Sun, la sua famiglia ha cercato di lottare ma è stata sconfitta. Ben 40 strutture pediatriche non hanno voluto ricoverare il piccolo e, facendosi forti della legge Bush, hanno sbattuto in faccia agli affranti genitori.
Oggi stesso o al più tardi entro sabato, i medici staccheranno la spina del respiratore che tiene in vita Spiros Nikolaus, un uomo di 68 anni, proprio mentre il presidente americano ed i suoi colleghi continuano ad atteggiarsi a cristiani devoti senza mai specificare che, quando un paziente in coma pesa sulla spesa pubblica, la decisione di mettere volontariamente fine alla sua esistenza viene presa molto rapidamente.
Quello che ha tenuto in vita sino ad oggi Terry Schiavo è probabilmente il fatto che le spese mediche sono state sostenute da un’assicurazione sottoscritta dalla stessa paziente quando era ancora in buona salute. Sorprende un po’ che molti giornalisti della RAI e di altri media si crogiolino nel presentare George Bush come un uomo di buon cuore, dimenticando che Terry Schiavo si trova nelle attuali condizioni dal 1990, senza che mai né Bush né altri esponenti politici si siano mai interessati di lei.
Se non fosse intervenuta la II Corte d’Appello della Florida nel 2000, dieci anni dopo l’inizio della morte cerebrale di Schiavo, la donna sarebbe morta già da cinque anni. In tanti anni di degenza, nessun politico ha mai considerato Terry Schiavo una persona, se non quando il suo caso ha acquisito una grande notorietà.
Una delle ipotesi più bieche, ma anche la più realistica, è che Bush si stia servendo della vicenda per spianare la strada verso la Casa Bianca all’attuale governatore della Florida, ovvero a suo fratello Jeb. Uno scenario futuro veramente spaventoso, che non ci sentiamo di commentare. Preferiamo augurare a Terry Schiavo di morire con dignità.
Visto che il buio della sua mente non autorizza a sperare in un recupero, che almeno la sua fine non diventi un ulteriore strumento nelle mani di una banda di assassini che si appellano alla sacralità della vita solo quando questo consente loro di continuare ad uccidere.
Bianca Cerri
b.cerri@reporterassociati.org
marzo 24 2005
GARANZIE CANCELLATE
ANDREA MANZELLA
la Repubblica - 24 marzo 2005
NON c´è stata dunque tregua nella corsa per sradicare la nostra Costituzione dai suoi principi originari. L´estrema difesa sembra ormai affidata al referendum impeditivo.
Tutte le previsioni dicono che in quel referendum prevarrà la grande maggioranza moderata degli italiani: di centro, di sinistra e anche di destra. E che sarà battuto l´estremismo di chi predica e pratica ogni giorno, da quattro anni, un bipolarismo feroce: nelle leggi, nelle nomine, nell´informazione, nella immagine esterna del Paese. Il clima di divisione nazionale, appunto, cristallizzato nel disegno governativo.
Maestri giuristi ci spiegano anche che questo progetto comunque non funzionerà. I maldestri meccanici che vi hanno lavorato hanno avvitato bulloni a casaccio. Ne è uscito fuori un macchinario che sembra privo di logica motrice. Ma il punto non è in tutto questo.
Il punto, che peserà come una zavorra nella storia della Repubblica, è che con questo progetto si è rotto il bene più prezioso che ci univa dal 1946: la pace costituzionale degli italiani. È un bene che aveva resistito allo scontro tra laici e cattolici, tra liberali e comunisti e persino alla guerra civile fredda che per trent´anni, dal 1946 al 1976, aveva opposto pro-atlantici a pro-sovietici. Ora si è dimostrato che è sufficiente un calcolo elettorale a breve, una baratteria di coalizione, la voglia di agitare un successo parlamentare, sia pure di corta durata, per potere spezzare senza scrupoli quel segno storico della nostra unità.
E, allora, non basterà vincere un referendum. Esso non potrà essere una misura di conservazione. Dovrà essere piuttosto la riscoperta e la rifondazione dei principi e degli equilibri della Costituzione. Una battaglia, in questo senso costituente, per una ricostruzione della specifica identità istituzionale italiana nel grande movimento costituzionale europeo.
Le garanzie cancellate
La riconquista della pace costituzionale significherà innanzitutto la ricomposizione delle garanzie violate. Dopo le rotture, ci sarà da ristabilire le garanzie per i tre grandi principi di base: l´equilibrio democratico tra maggioranze e minoranze; l´equilibrio parlamentare tra poteri e contropoteri del governo; l´equilibrio nazionale tra unità e pluralismo territoriale.
Risultano, infatti, fiaccate, in primo luogo, le garanzie democratiche. La stessa contestata procedura seguita in modo convulso per cambiare 53 articoli della Costituzione, con fortissima limitazione dei diritti dell´opposizione, dimostra, per sé sola, che in questo Paese il governo ormai può tutto. E può di più quando, come nel caso della revisione costituzionale, sono tecnicamente fuori gioco sia il Presidente della Repubblica sia, forse, la Corte costituzionale. Manomettere, come fa il progetto, queste garanzie si traduce immediatamente in un attacco alla zona dei diritti fondamentali. Si è così costruita una passerella di aggressione che va dalla parte organizzativa della Costituzione alla parte, apparentemente illesa, dei diritti dei cittadini. La prima tradizionale tutela dei diritti è affidata alla ordinaria legge parlamentare. Ma questa ora non è più una difesa.
Questo degrado di sicurezza costituzionale avviene contemporaneamente al rigetto di tutte le proposte dell´opposizione che cercavano di adeguare le garanzie della Costituzione al nuovo sistema elettorale maggioritario. Erano proposte che non ponevano minimamente a rischio la stabilità dei governi e le condizioni di governabilità. Il loro rifiuto è reso più cupo dal pesante contorno di leggi che minano le pre-condizioni della democrazia: stabilizzando il monopolio governativo dell´informazione televisiva, legittimando il conflitto di interessi, insidiando l´indipendenza della magistratura.
Sono in giuoco, poi, le garanzie per il regime parlamentare. C´è già ora il disprezzo di un primo ministro che rifiuta di andare in parlamento non solo per rispondere ad un cortese question time di importazione, ma perfino sull´indecifrabile destino di tremila soldati italiani, trascinati in un teatro di guerra. Il progetto consolida e legittima questa retrocessione del parlamento.
Una sovranità elettorale assoluta cancella ogni autonomia delle Assemblee rappresentative. Il rapporto a due parlamento-governo che è la vita stessa del principio parlamentare è bruciato fin dal giorno delle elezioni. La legge elettorale, si dice, deve «favorire la formazione di una maggioranza collegata al candidato alla carica di primo ministro». Con voti bloccati, questioni di fiducia, minaccia di scioglimento la stessa maggioranza parlamentare non ha alcuna possibilità di confronto e men che meno di controllo sull´operato del governo. Quanto all´opposizione, i suoi voti sono considerati costituzionalmente appestati e non le si concede neppure il rimedio tipico delle democrazie maggioritarie: il ricorso preventivo al tribunale costituzionale almeno nei casi di sospetti abusi nel procedimento legislativo.
Nessun temperamento dunque all´attuale situazione di prevaricazione governativa. Vi è semmai il suo aggravarsi: con uno squilibrio ancor più forte a favore di una figura di primo ministro che assorbe in sé praticamente anche la rappresentanza parlamentare, cancellandone la differente identità.
È compromessa, infine, la garanzia dell´unità territoriale della Repubblica. Compromessa dall´inserimento della clausola di «esclusività» nelle competenze legislative delle regioni. Una «esclusività» che non tocca solo i grandi sistemi unitari nazionali - la scuola, la sanità - ma si estende indefinitamente anche «ad ogni altra materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato». Ora, questa «esclusività» - che è il punto di inconciliabile frattura tra il regionalismo di tutti (e non solo del centro-sinistra) e quello della Lega - è una aberrazione sia per l´ordinamento italiano sia per l´ordinamento europeo. Nell´uno e nell´altro è in contrasto, infatti, con il fondamentale principio di sussidiarietà. Un principio - imperniato sulle intese fra i differenti livelli di governo - che rende mobili e flessibili le competenze.
La competenza esclusiva, se ha un senso, creerà invece un sistema di rigide gabbie legislative nel territorio della Repubblica, di compartimenti impermeabili a principi comuni, di vere e proprie dighe alla stessa legislazione comunitaria e prevedibili ostacoli alla circolazione delle imprese e dei servizi. D´altronde la logica della frammentazione e del separatismo lascia le sue impronte digitali. Là dove consente che per cinque anni tutte le tentazioni alla diaspora del localismo italiano trovino sfogo. Sia attraverso una sospensione delle garanzie attuali della Costituzione. Sia stabilendo che ai referendum di amputazione territoriale partecipino solo «i cittadini residenti nei comuni o nelle province di cui si propone il distacco dalla regione»...
Per tutte queste ragioni il referendum non potrà esaurisi in un semplice «no». Con esso si devono ridefinire le condizioni e i principi repubblicani per un coabitare mite in Costituzione.
Nel 1946 quando cominciò la Costituente, il fascismo era definitivamente morto. Eppure si creò una Costituzione antifascista: per cercare di evitare, sbagliando magari qualcosa in senso opposto, gli eccessi di potere di quel regime trascorso. Forse è troppo pretendere che si ponga ora mano a regole costituzionali che mettano fine all´attuale esorbitante accumulo di poteri pubblici e privati proprio del berlusconismo. Ma è certamente impossibile accettare, dopo questa esperienza, meccanismi che concedano al berlusconismo (non ancora morto) o a qualunque altro estremismo populista, una patente costituzionale per prevaricare di più. Ogni politica costituzionale deve partire dall´esistente e non dalle teorie. E l´esistente è questo. Non c´è Westminster né la Bbc.
Ecco perché, alla fine, questo referendum avrà logicamente una forte influenza sulle elezioni politiche del 2006. Quale che sarà la data del suo svolgimento, esso consentirà ai cittadini di valutare l´intera posta in giuoco e di riappropriarsi di valori costituzionali che si sono fatti lontani. E che, come ogni cosa lontana, rischiano di essere perduti per sempre.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Crollo dei consumi, a gennaio -2,5%
Stop agli aumenti della benzina sotto Pasqua, polemica governo-petrolieri
LUCIO CILLIS
la Repubblica - 24 marzo 2005
ROMA - Neanche i saldi, iniziati con settimane d´anticipo rispetto agli anni scorsi, hanno risollevato le sorti delle vendite al dettaglio. L´Istat ieri ha tracciato un quadro che comincia a preoccupare seriamente il settore: a gennaio 2005 l´indice ha registrato una diminuzione del 2,5 per cento rispetto allo stesso mese dell´anno precedente. Le vendite degli alimentari e dei non alimentari sono diminuite, rispettivamente, dell´1,8 per cento e del 3,1 per cento, con contraccolpi pesanti per tutti i gruppi di prodotti e le varie tipologie di distribuzione. Si va dal tonfo, anno su anno, a meno 4,1 per cento di gioiellerie e orologerie, a quelli pesanti dell´abbigliamento (meno 2,4%) e calzature (-2,7%).
La diminuzione tendenziale del 2,5 per cento, si è verificata sia nella grande distribuzione (meno 0,6%), sia nelle imprese che operano su piccole superfici (-3,9%). La crisi, quindi inizia a sfiorare anche i "big" delle vendite, mentre è ormai confermato il "profondo rosso" per le imprese operanti su piccole superfici. Tra le diverse realtà della grande distribuzione, si salvano solo quelle "specializzate" (più 1,5%) e gli ipermercati (più 0,2%). Per il resto buio assoluto, con flessioni nei grandi magazzini (meno 2,1%), nei supermercati (meno 1,1%) e anche negli hard discount (meno 1,0%).
Per quanto riguarda il valore delle vendite di prodotti non alimentari a gennaio i consumatori si sono dimostrati attentissimi nelle spese: le diminuzioni più consistenti hanno riguardato gioiellerie e orologerie (meno 4,1%), i prodotti di profumeria, cura della persona (meno 4%), mentre le variazioni negative più contenute si sono verificate nei gruppi elettrodomestici, radio, tv e registratori (meno 1,8%), abbigliamento e pellicceria (meno 2,4) e foto-ottica e pellicole (-2,5). A livello regionale va segnalato il calo consistente delle vendite nel Nord-est (-3,5%) e nel Centro (-3,3%).
Questo contesto negativo allarma non poco i commercianti: il leader di Confesercenti, Marco Venturi parla di «dati preoccupanti e consumatori ormai sfiduciati». Venturi chiede così a gran voce un intervento del governo che ridia «la spinta necessaria per ripartire: non pochi spiccioli in busta paga ma iniziative serie e coraggiose...». E il Centro studi di Confcommercio rincara la dose ricordando che ci sono segnali che indicano una crisi oltre i livelli di guardia.
Da ricordare infine l´invito lanciato ieri dal ministro delle Attività produttive Antonio Marzano, preoccupato per i nuovi, possibili rincari dei carburanti sotto Pasqua: «È bene astenersi dai rialzi», ha detto rivolgendosi alle compagnie. Da parte sua il presidente dell´Unione petrolifera, Pasquale De Vita, ha però sottolineato con un pizzico di polemica che «i rialzi e ribassi dei prezzi, li decidono le aziende autonomamente» e che bisogna tener presente «la crisi internazionale e le speculazioni sui mercati» che soffiano sui rincari. I gestori di Faib, Fegica e Figisc, invece, hanno congelato per il momento la protesta prevista per il dopo festività pur contestando, con Pietro Rosa Gastaldo della Faib, «l´assoluta mancanza di proposte da parte del governo».
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L´INTERVISTA
Cobolli Gigli, ad di Rinascente e presidente di Federdistribuzione
"Gli italiani cambiano abitudini
cibo e vestiti non tirano più"
I consumi delle famiglie crescono lentamente e non sono da stimolo per la produzione
Ora vanno i consumi di livello superiore: telefonini, viaggi, benessere e auto per i figli
LUCA PAGNI
MILANO - «Gli italiani? Hanno cambiato il modo di spendere. Cibo e vestiti non interessano più, ora vanno i consumi di livello superiore: telefonini, viaggi, benessere e auto per i figli».
Giovanni Cobolli Gigli, amministratore delegato di Rinascente, nonché presidente di Federdistribuzione - che raccoglie il 60% delle attività della grande distribuzione organizzata - sostiene di non essere sorpreso più di tanto dagli ultimi dati sul calo delle vendite al dettaglio in Italia. «Non fanno che confermare quanto andiamo sostenendo da tempo. I consumi delle famiglie crescono molto lentamente e non sono da stimolo per la produzione nazionale».
Ma come numero uno di una delle più importanti catene della grande distribuzione e rappresentante dell´intera categoria non è preoccupato?
«Lo siamo da tempo. Gli ultimi dati sono in linea con la tendenza in atto. E non da ieri. Nell´arco degli ultimi dieci anni i modelli di consumo sono cambiati radicalmente. La quota dei consumi commercializzabili è scesa dal 35% del totale al 23%. E per consumi commercializzabili intendiamo quei beni che vanno dall´alimentare all´abbigliamento, dai prodotti per la casa ai giocattoli fino al personal computer».
Si spende di meno perché gli italiani sono più poveri. È così?
«Non mi pare che la propensione al consumo sia diminuita. I consumi commercializzabili sono stati penalizzati dal cambiamento dei modelli. Parte della spesa è ora destinata alla cura del corpo, al divertimento, si pranza e si cena sempre di più fuori casa, sono aumentati i viaggi all´estero: in dieci anni dal 32 al 37% del totale della spese delle famiglie. Inoltre, sono cresciute di molto le spese obbligatorie, quelle destinate alle bollette, all´affitto, alla salute e all´istruzione, passate dal 33 al 40%».
Vi sarete, però, accorti che il potere di acquisto è diminuito.
«È vero, ma la minore disponibilità è stata compensata dal ricorso al credito al consumo. Un fenomeno che in Italia, fino a pochi anni fa non era conosciuto. mentre ora ci stiamo adeguando ai livelli degli altri paesi europei».
Non sarà che gli italiani, negli anni passati, hanno consumato in maniera esagerata: armadi pieni di vestiti, frigoriferi stracolmi al di là di ogni necessità effettiva.
«Questo è stato vero fino agli anni Novanta. Ma già da tempo ci siamo allineati con i livelli di acquisto degli altri paesi europei. Il problema, semmai, è che il consumatore si è fatto più razionale, più esigente e più critico».
Anche più attento al rapporto tra qualità e prezzi, non crede?
«Penso che per riconquistare i consumatori dovremo lavorare molto sull´abbassamento dei prezzi. Anche se non credo che a breve i consumi possano ritornare ai livelli di qualche anno fa. Tutto il settore della distribuzione dovrà fare i conti con la crisi».
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Ds Milano - Rassegna stampa
«Mills ha mentito anche ai giudici inglesi»
I pm di Milano: «La prova in un fax in cui descrive i colloqui con Berlusconi sui fondi a Craxi»
dal Corriere - 24 marzo 2005
MILANO - Diventa un caso internazionale l’indagine italiana che accusa Silvio Berlusconi di aver comprato la testimonianza giudiziaria di David Mills, l’avvocato inglese che negli anni ’80-’90 mise in piedi l’architettura societaria della «tesoreria occulta» Fininvest: il 18 febbraio 2004, come emerge ora da un documento depositato agli atti, la Procura di Milano ha infatti avvisato il Ministero dell’Interno britannico che «Mills ha ingannato le Autorità» non solo quando «ha nascosto importanti documenti» ma anche quando «ha detto il falso innumerevoli volte», una delle quali al giudice Walkman nel processo Sme in trasferta a Londra «innanzi alla Corte dei Magistrati di Bow Street, allorché Mills fu sentito come testimone l’11 marzo 2003 nel processo relativo a corruzione di giudici da parte di Berlusconi». Non è questa la deposizione che i pm milanesi sospettano sia stata «pagata», una serie di elementi fa pensare si tratti piuttosto di quella del gennaio 1998 al processo All Iberian. Ma è sulla falsità della testimonianza londinese che gli inquirenti italiani ritengono di avere una prova documentale, e per questo la segnalano alle autorità inglesi nella premessa alla dodicesima integrazione alla richiesta di rogatoria. Si tratta di un «fax confidenziale» scritto da Mills il 27 novembre 1995 ma avventurosamente recuperato soltanto nel corso dell’inchiesta Mediaset avviata nel 2001.
IL FAX - In questo fax Mills, che nel processo Sme a Londra nel 2003 aveva insistito a negare di aver mai parlato con Berlusconi della società All Iberian, e che soltanto il 18 luglio 2004 avrebbe poi ammesso di aver invece avuto con il premier nel 1995 una telefonata sull’argomento, riassume per così dire «in diretta» ai preoccupati partners londinesi del suo studio legale il colloquio telefonico con Berlusconi di due giorni prima. Colloquio nel quale, stando al fax del 1995 e alla lettura che lo stesso Mills ne darà poi quando gli sarà mostrato dai pm nel 2004, Berlusconi affrontò al telefono con Mills la questione dell’accusa di aver illecitamente finanziato Bettino Craxi nel 1991.
E’ un fine novembre turbolento, quello del 1995. Il 23 Berlusconi, dopo le confessioni di un manager Fininvest (Romagnoni) e dell’ex cassiere craxiano (Tradati), riceve un invito a comparire per 10 miliardi di lire di finanziamento illecito a Craxi tramite la società All Iberian. Il Cavaliere nega: «All Iberian non è partecipata da Fininvest». E del resto ancora nel 2000 ironizzerà: «Con il mio senso estetico, non avrei mai accettato una società con quel nome».
«BOMBE POLITICHE» - «Quando ho parlato con Berlusconi giovedì notte - scrive invece Mills il 27 novembre 1995 nel fax ai preoccupati avvocati che hanno appena rilevato il suo studio a Londra -, lui ha insistito che le più recenti contestazioni erano motivate politicamente. Sono bombe politiche in Italia perché i giudici di Mani pulite di Milano sono ora in grado di sostenere che Berlusconi deve essere stato dietro questo pagamento a Craxi. Al tempo del pagamento, alla fine del 1991, Craxi non era primo ministro. Quindi l’unica accusa che può essere fatta è che ci fu un contributo a un partito politico che non fu dichiarato. Non c’è contestazione di corruzione perché Craxi non era in carica. Naturalmente in questo Paese non sarebbe assolutamente un reato, come Berlusconi ha insistito a indicarmi».
Quando il 18 luglio 2004 i pm mostrano a Mills questo suo fax di 9 anni prima, l’avvocato abbandona la trincea («Non ho mai parlato con Berlusconi di All Iberian») strenuamente difesa dal 1995: «Francamente non ricordavo, ma ora dichiaro che questo documento l’ho scritto io: era un’informativa ai miei partners dello studio Withers, preoccupati per le prime notizie su All Iberian. Ora ricordo una telefonata con Gironi: a un certo punto lui mi passò al telefono Silvio Berlusconi, che mi disse le cose che ho riportato».
Luigi Ferrarella lferrarella@corriere.it
Giuseppe Guastella gguastella@corriere.it
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Ds Milano - Rassegna stampa
Fuksas: voto vicino, non inauguro la Fiera con Berlusconi
di PAOLO CONTI
dal Corriere - 24 marzo 2005
«No, il 31 marzo non sarò all’inaugurazione di Milano. C’è un eccessivo odore di elezioni...». Massimiliano Fuksas ha deciso: giovedì non affiancherà Berlusconi nella prima visita al «suo» Nuovo Polo della Fiera di Milano. L’architetto spiega: «Ragiono con una mentalità francese, cioè del Paese nel quale lavoro da decenni e che ha avuto l’amabilità di attribuirmi molti onori. Nella Francia di Chirac sono proibite le inaugurazioni a ridosso delle elezioni. E non solo lì. Te lo immagini Zapatero o Aznar, inaugurare il Guggenheim di Bilbao a tre giorni da un voto? Non andrei nemmeno se ci fossero Bertinotti o Che Guevara, due personaggi a me molto cari». A pagina 10
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Fuksas: non inauguro la Fiera con Berlusconi L’architetto: sarà tre giorni prima del voto, troppo l’odore di elezioni. Chirac o Zapatero non l’avrebbero fatto Ciampi sarebbe stato perfetto. Ma non sarei andato nemmeno per Bertinotti o Che Guevara, che mi sono cari
ROMA - «No, il 31 marzo non sarò all’inaugurazione di Milano. C’è un eccessivo odore di elezioni...» Massimiliano Fuksas ha deciso: giovedì non affiancherà Berlusconi nella prima visita al «suo» Nuovo Polo della Fiera di Milano. Una scelta in parte già immaginata nell’intervista al «Magazine» in edicola oggi. Ma ieri l’architetto ha messo da parte ogni incertezza. Perché non ci sarà?
«Ragiono con una mentalità francese, cioè del Paese nel quale lavoro da decenni e che ha avuto l’amabilità di attribuirmi molti onori. Nella Francia di Chirac sono proibite le inaugurazioni di edifici pubblici, o privati di interesse pubblico, a ridosso delle elezioni. E non solo lì. Te lo immagini uno Zapatero, ma anche un Aznar, inaugurare qualcosa come il Guggenheim di Bilbao a tre giorni da un voto?»
Non vorrà dire che i politici francesi non sfruttano i risultati e la visibilità legati a una grande opera...
«Magari se ne appropria anche. Ma non due giorni prima delle elezioni. Non si fa. Per mentalità e civiltà».
Che cambia? Una data vale l’altra...
«Non è vero. Avremmo potuto curare con maggiore attenzione mille particolari ora incompleti. Penso persino alle piante appena collocate. Sarebbe bastato attendere una stagione più consona... Perché non il 1 maggio?»
Tutto questo prefigura un attacco a Berlusconi. E’ così?
«Io di Berlusconi non parlo»
E perché?
«Non rientra nei miei interessi. Non fa parte del mio quotidiano».
E se a palazzo Chigi ci fosse un inquilino dell’Ulivo?
«Non andrei nemmeno ci fossero Fausto Bertinotti o Che Guevara, due personaggi a me molto cari».
I suoi rapporti col sindaco di Roma, Walter Veltroni, sono ottimi. C’è poi l’importante incarico romano per il futuro Palazzo dei Congressi. Forse dipende da questo...
«Conosco due sindaci simpatici. Si chiamano Veltroni e Albertini. Con Albertini vado d’accordissimo e così succede con Walter che conosco da più tempo. Due persone per bene».
Risposta elegante... Riproviamo. Fuksas attacca Berlusconi perché è amico di Veltroni?
«Io tengo alla Fiera di Milano quanto al Palazzo dei Congressi. Sono due progetti che sintetizzano una vita, la mia. Ma non gioco al derby Roma-Milano. Preferisco il derby Italia-mondo. A Milano si è persa un’occasione».
Quale occasione?
«La Fiera di Milano è un’opera di respiro europeo e mondiale: un’area di due milioni di metri quadrati, un milione di metri quadrati costruiti, un asse di un chilometro e mezzo. Sarà il cuore del sistema urbano che va da Trieste a Torino. Occorreva invitare i ministri dei lavori pubblici dell’Unione Europea, spiegare la scommessa agli ambasciatori di mezzo mondo. La stessa economia italiana richiederebbe un confronto col resto del mondo. Invece un’inaugurazione così prossima alle elezioni regionali snatura le intenzioni del progetto e le riduce a materia da localismo... Eccolo, il vero problema dell’Italia di oggi. Il localismo che pervade la mentalità politica»
E se ci fosse stato qualcun altro al posto di Berlusconi avrebbe partecipato all’inaugurazione?
«Ciampi sarebbe stato perfetto. Anche il giorno stesso delle elezioni. Ma non l’avrebbe fatto. Purtroppo gli italiani, soprattutto i politici, adorano i tagli di nastri. Sono stati inaugurati tratti autostradali mai costruiti».
Forse lei non vuole farsi fotografare accanto a Berlusconi...
«Non è questo il punto. Ma so che i politici cambiano, i committenti mutano lavoro. Le opere rimangono»
Lei non appare nel programma dell’inaugurazione. Non ci sarà anche una ferita narcisistica alla radice di questa sua assenza?
«Osservo solo che non si sa più di chi sia l’opera. Compaiono però il costruttore e il committente, come unici realizzatori, più l’elenco delle rappresentanze ufficiali e il nome di chi ha allestito una mostra storica sulla Fiera. E’ un problema tutto italiano. Un trentennio di scarse imprese architettoniche ha lasciato il segno. Chirac e Mitterrand sapevano come dialogare con un autore, come rapportare l’alta politica alla creatività. In Italia, forse per paura, l’autore viene cancellato. Viene liquefatto, evaporato».
Però lei appare continuamente sulle prime pagine per le sue imprese italiane. Altro che liquefatto...
«Le due bolle per le distilleria Nardini, gli uffici della Ferrari a Maranello e la Fiera sono i primi tre progetti realizzati in Italia dopo vent’anni di assenza. Per questo mi sento francese come mentalità, come approccio civile».
Diranno: ecco un ex sessantottino che prima progetta e poi diserta, Fuksas resta un movimentista....
«Lo ammetto. Ho sempre avuto un rapporto difficile col potere, sia di destra che di sinistra. Ho difficoltà a coglierne il bisogno. E il piacere. Da ragazzo dicevo che la fortuna della mia generazione sarebbe stata il non essere accettati dalle classi dominanti. Quindi rimanere liberi, con tutto il tempo a disposizione per un’attività fondamentale: creare, studiare».
Dice un magnifico verso di Attilio Bertolucci: «Assenza/Più acuta presenza». La sua non è una forma estrema e snobistica di presenzialismo?
«Il dilemma attanagliava notoriamente anche Moretti. Non vedo perché non dovrebbe capitare a me».
Paolo Conti
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Ds Milano - Rassegna stampa
Fessure
Massimo Marnetto
Il buon Ruini estende anche ai laici il suo invito ad astenersi dal voto per il referendum sulla fecondazione assistita. L'invasione di campo è vistosissima, ma nessuno che la faccia notare. Il motivo? Semplice, mettersi contro la gerarchia ecclesiastica costa una barca di voti. E nessun politico - anche il più temerario - è disposto a pagare un prezzo così alto. Ma la laicità è un movimento tettonico, che preme in silenzio, fino a liberare senza preavviso tutta la sua energia. Come è avvenuto nella cattolicissima Spagna, dove Zapatero ha solo dato voce a un'insofferenza compressa da tempo. E da noi? Secondo me ci siamo quasi. Sento gli scricchiolii spazientiti di molti cattolici. Le fessure si sono aperte e camminano...www.ulivoselvatico.org/
Riforma della Costituzione: è scontro sul referendum
REDAZIONE
Il leader del centrosinistra Romano Prodi ha ieri chiarito che la sua coalizione si impegnerà per organizzare "un referendum che ponga fine allo scempio" messo in atto dalla Casa delle Libertà con l'approvazione delle Riforme Istituzionali.
Un progetto che ha messo in serio allarme il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che ha subito fatto sapere che di consultazione popolare se ne potrà parlare solo dopo le elezioni politiche.
Parole che hanno lasciato di sasso il centrosinistra.
Il segretario dei Ds Piero Fassino si è chiesto per quale motivo si dovrebbe "aspettare altri due anni per dare corso al referendum".
"La maggioranza di centrodestra oggi ha compiuto uno strappo costituzionale - ha aggiunto il leader della Quercia - visto che hanno voluto approvare questa riforma costituzionale senza dare tempo al Parlamento di discuterla, adesso si deve andare al referendum".
Sulla stessa lunghezza d'onda anche il presidente dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro, per il quale "Berlusconi, così come si è assunto la responsabilità di stravolgere la Costituzione costruita con il sangue dei padri, deve assumersi altresì la responsabilità di chiedere ai figli, ovvero ai cittadini italiani di oggi, se condividono ciò che ha fatto e se l’approvano".
"Bisogna - ha aggiunto l'ex Giudice - indire un referendum e non aspettare fin dopo le elezioni del 2006, come vuole Berlusconi, che ha paura di affrontare il giudizio severo dell'elettorato che ben presto scoprirà la grave infamia che la maggioranza, di lui succube, e il ricatto della Lega hanno fatto approvare".
Stesso toni anche dal numero uno della Margherita Francesco Rutelli, secondo il quale "è necessario che si arrivi ai referendum prima delle elezioni politiche del prossimo anno".
Nel frattempo la Cgil ha offerto il proprio sostegno per questa iniziativa. Guglielmo Epifani ha infatti annunciato che il suo sindacato "si impegnerà per impedire l'opera di demolizione" della Costituzione.
"Ci adopereremo da subito - ha aggiunto - perché le lavoratrici ed i lavoratori, con il loro voto, cancellino questa sciagurata riforma".www.centomovimenti.com
Maramaldi sulla Costituzione, hanno paura del referendum
Pagato il pizzo a Bossi, Berlusconi ne vuole rispondere dopo le Politiche
Pochi minuti dopo il voto del senato, Silvio Berlusconi, da Bruxelles, detta la linea: molto bene, si compiace il premier, però del referendum costituzionale ne parliamo dopo le politiche del 2006, «quando ci sarà modo e tempo di spiegare ai cittadini la bontà» della nuova Costituzione. «Non vorremmo che questo interferisse con la spiegazione di ciò che il governo ha fatto». Curioso atteggiamento, dato che il senato, come già a suo tempo la camera, è stato sottoposto in questi giorni a un vero e proprio tour de force per arrivare al sì complessivo prima di Pasqua.
Non ce n’era dunque alcun motivo, salvo quello di pagare alla Lega il prezzo pattuito. Perché le riforme torneranno in parlamento, per la seconda lettura prevista dall’articolo 138 della Costituzione, fra molti mesi, solo a ridosso dello scioglimento delle camere. In modo da assicurare a Berlusconi una campagna elettorale al riparo della bocciatura popolare, più che probabile, del pasticcio padano. E alla Lega, come già ora in occasione delle regionali, un trofeo da sventolare davanti ai suoi ultras. Basta quello, e infatti il ministro Calderoli non se la prende: «Del referendum a me non me ne frega nulla». Avviene così un curioso rovesciamento dei ruoli, con la destra, che fino a ieri ha avuto una fretta pazzesca (la riforma è passata avanti anche alla decretazione d’urgenza, che per definizione di solito ha la precedenza. Per non parlare di un ministro dimissionario, dei tempi contingentati, dei “morti e feriti” precettati anche di lunedì con minaccia di estromissione perpetua dai collegi) improvvisamente impegnata a frenare. E l’Unione, che ha dato battaglia fino all’ultimo in tutti i modi consentiti dal regolamento del senato per provare a fermare il “patto di Pasqua”, che ora incalza la maggioranza e la sfi- da: «Ci prepariamo fin da adesso a un referendum che ponga fine a questo scempio», annuncia Romano Prodi. E Francesco Rutelli: «È una schifezza che rimanda indietro l’Italia. Votiamo prima delle politiche, meglio sbarazzarci di questa riforma prima che cominci la prossima legislatura».www.europaquotidiano.it/
Forza Italia riesuma Stalin come nel ’48
di Wladimiro Frulletti
«Il prestigio, la capacità e la sensibilità sociale della generazione dei sindaci del dopoguerra, in gran parte comunisti, meritano rispetto, in non rari casi ammirazione». Questa è una delle prime frasi con cui Alessandro Antichi apre le 32 pagine del suo programma di governo. Lo fa dopo aver ricordato che quest’anno cade il sessantesimo della Liberazione dal nazifascismo e sottolineando come «la maggioranza assoluta dei Toscani», ha spesso premiato, votando i suoi amministratori, «l’unico partito comunista del mondo ad aver fatto una scelta irreversibile a favore del riformismo e della democrazia».
Evidentemente quando ha scritto quelle righe non pensava, come ha invece detto in un comizio a Carrara che «gli elettori della sinistra voterebbero anche un asino, e senza battere ciglio. Un asino calzato e vestito». Questa frase, che oggettivamente suona offensiva per migliaia e migliaia di toscani, semmai è più in sintonia con un giornalino che Forza Italia sta distribuendo in questi giorni. Qui (pagine 18 e 19) i berlusconiani toscani utilizzano addirittura Josif Vissarionivic Dzugasvili detto Stalin per mettere in guardia dal centrosinistra e da Martini. Roba da 1948. Chissà forse l’uscita di Carrara a Antichi è stata suggerita. Quasi come se di fronte al timore di finire ben dietro ai dati del 2000 (Polo al 40%) a qualcuno è parso più conveniente abbassare il livello del confronto (alzando di conseguenza quello dello scontro)per far parlare un po di questo centrodestra toscano. Insomma un po’ di propaganda aiuta. Anche perché quando si scende sul concreto, sulle proposte, c’è il rischio di fare scivoloni. Come nel caso delle infrastrutture. Qui Antichi (pagina 15 del suo programma) lamenta un ritardo toscano e ne addossa la responsabilità, ovviamente, a Martini. Dimenticando ad esempio il no del sottosegretario all’ambiente Roberto Tortoli all’Alta Velocità a Firenze. Così Antichi scrive nel suo programma ad esempio che «solo grazie a un deciso intervento del governo Berlusconi» e all’accordo quadro firmato nell’aprile di due anni fa che che sono stati aperti i cantieri per la Variante di valico e per la terza corsia a Firenze. Mentre questi interventi errano già stati previsti e finanziati nell’intesa fra l’allora governo dell’Ulivo (presidente del consiglio D’Alema) e la Regione. Più sotto poi Antichi scrive anche che «che Berlusconi ha inserito tra le priorità» anche la famosa Due Mari, la cui realizzazione però è naturalmente bloccata dalla Regione. Anche in questo caso però tutti i cantieri fin qui realizzati sono figli di un intesa fra Roma e Firenze che risale al 2000.
Ma a fianco delle promesse non mantenute, ci sono poi anche gli ostacoli veri e propri. I conflitti sullo Statuto regionale (pur votato anche dal centrodestra), sulla legge regionale che limita il condono edilizio, su quella urbanistica. E, infine, buon ultimo il decreto cosiddetto sulla competitività che di fatto «svuota completamente - dice Martini - la legge regionale sul mercato del lavoro, con la quale avevamo apportato significativi correttivi alla legge Biagi, in modo da ridurre al minimo gli effetti di precarizzazione del lavoro introdotti dal provvedimento nazionale».
Così Martini adesso parla apertamente di «boicottaggio» da parte del governo Berlusconi. «Quanto è avvenuto negli ultimi mesi e negli ultimi giorni - spiega Martini - mi autorizza a parlare di boicottaggio contro la Toscana: il governo di centrodestra vuole impedirci di sviluppare la nostra politica semplicemente perché essa è diversa dalla sua».unita.it
Il sondaggio in politica registra i comportamenti o piuttosto li modifica?
di GIUSEPPE SANGIORGI
I sondaggi elettorali tra nuove tendenza – aumentano progressivamente quelli realizzati on line – e la domanda di sempre: influenzano il voto? Secondo Renato Mannheimer non più di tanto, e non servono a prevedere i risultati.
Secondo Nando Pagnoncelli, oggi presidente dell’Assirm, l’associazione che raggruppa 37 istituti di ricerca del settore, i sondaggi invece influenzano i risultati elettorali. Secondo Paolo Bellucci, della Società italiana di scienze politiche, non sappiamo se influenzano o no l’opinione pubblica, ma certamente in- fluenzano i partiti politici.
Sta di fatto che i sondaggi in genere hanno avuto in Italia una crescita tumultuosa: dieci anni fa ne vennero realizzati nel nostro Paese 360, lo scorso anno sono stati 1200: sondaggi diversi, su temi diversi, diffusi su media diversi. Perciò ha fatto bene l’Istituto Carlo Cattaneo a chiamare a consulto a Bologna, sabato scorso, i maggiori esperti del settore per metterli a confronto su questo tema: “L’uso dei sondaggi politici: come garantire la qualità dei dati e la correttezza delle interpretazioni”.
Tema di stretta attualità, a ridosso come siamo di una tornata elettorale pressoché generale del paese. Anzi siamo adesso in quell’arco di tempo dei quindici giorni finali precedenti al voto, nei quali (articolo 8 della legge 28/00) è vietato pubblicare e diffondere in qualsiasi modo, anche via Internet, i risultati di sondaggi politico-elettorali. Peccato che in questa fase di vacatio dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni – il vecchio consiglio è scaduto e il nuovo non è ancora in carica – l’intero sistema di garanzie della par condicio è a rischio, perché nessuno in questa fase di passaggio di poteri è in grado di esercitare i controlli del caso e di dettare misure di riequilibrio in caso di violazione delle norme.
Ma è poi giusto vietare la pubblicazione dei sondaggi elettorali negli ultimi 15 giorni? Secondo gli esperti, chiamati dal Cattaneo, soltanto Italia e Grecia, in Europa, hanno un divieto così severo. Il punto è un altro: verificare che i sondaggi vengano compiuti con il rigore scienti- fico necessario, con tutto quello che ciò comporta anche sul piano economico.
Gestire un sistema di qualità, dice Mannheimer, è molto oneroso.
E per Giorgio Marbach, della Società italiana di statistica, un sondaggio elettorale serio andrebbe condotto su un campione di decine di migliaia di intervistati: 78 mila per l’esattezza.
Altro problema è garantire che i sondaggi vengano impiegati secondo la funzione loro propria, che è quella di registrare orientamenti, e non vengano adoperati invece per indurre comportamenti.
Questa è la preoccupazione maggiore, anche di natura etica, in un contesto informativo nel quale i sondaggi sono diventati ormai una delle forme comunicative più diffuse e usate. La scarsità di una cultura della comunicazione nel nostro Paese (se non, a volte, la vera e propria malafede) fa sì che manchi ancora, da noi, una riserva d’uso, una riserva di significato sulla parola sondaggi, che viene disinvoltamente impiegata come sinonimo delle cose più diverse e distanti: inchieste giornalistiche, indagini sociologiche, varie forme di televoto.
Perciò il seminario dell’Istituto Cattaneo ha rivolto un appello ai giornalisti perché impieghino in modo corretto lo strumento dei sondaggi, accompagnando sempre la loro diffusione con quella nota informativa, a garanzia dei cittadini, che deve indicare chi ha commissionato il sondaggio, chi lo ha realizzato, e se si tratta effettivamente di una indagine campionaria.Sondaggi, insomma, istruzioni per l’uso.
I compiti di vigilanza in materia spettano all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. E dal 2000 a oggi, l’Autorità ha adottato sui sondaggi 126 provvedimenti: 53 in periodi elettorali e 73 in periodi non elettorali. Dei 126 provvedimenti, 106 hanno riguardato i quotidiani, 16 i periodici, 3 la televisione e uno la radio. Questi provvedimenti in 87 casi sono stati di carattere sanzionatorio, anche se la legge non prevede più misure economiche, ma soltanto di riequilibrio e di completezza di informazione, nel caso in cui venga omessa la nota informativa a garanzia dei cittadini.
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Il club dei dittatori africani
Una decina di stati africani ancora in mano a oligarchi allergici alla democrazia.
Il 2005 si è aperto all’insegna della morte di uno degli ultimi grandi oligarchi del panorama politico africano: Eyadema Gnassigbe, per quasi quarant’anni leader incontrastato del Togo.
La sua uscita di scena ha ulteriormente ristretto il circolo dei dittatori africani, al quale si sarebbe subito aggiunto il figlio, autoproclamatasi presidente, se non fosse scattata la rabbiosa reazione della comunità civile togolese e dalle istituzioni africane, che hanno scongiurato l’ennesimo coup d’etat e la nascita di una nuova casa regnante. Ma chi resta in Africa dopo Eyadema? E per quanto ancora?
Sono ancora una decina, gli stati africani governati da autocrati allergici al concetto di democrazia, arroganti, avidi e senza scrupoli. Hanno conti milionari in patria e all’estero, tengono in pugno l’informazione e la giustizia, e negli archivi delle organizzazioni che combattono le violazioni di diritti umani ci sono lunghi dossier in cui il loro nome è citato più volte.
Sono accusati di brogli elettorali, repressione contro le forze d’opposizione, detenzione arbitraria di dissidenti, torture e omicidi di giornalisti, politici, comuni cittadini, intere popolazioni.
Senza contare le denunce di sperpero dei soldi dello Stato, corruzione, clientelismi vari e tutte quelle violazioni che contribuiscono ad arricchire la loro cerchia, lasciando i propri cittadini senza assistenza medica, scuole, strade e ospedali.
In Sudan c’è Omar al-Bashir, all’attivo due guerre, una ventennale contro il sud che si è da poco conclusa, l’altra in Darfur, dove permane una catastrofe umanitaria che il governo sudanese continua a minimizzare. Poco distante c’è Isaias Afewerki, presidente dell’Eritrea, ultimo Paese in Africa per la libertà di stampa, noto per la sua antipatia verso i giornalisti che scrivono in senso contrario rispetto al suo regime. In Ciad Idriss Deby, che ha preso il posto del sanguinario dittatore Hissene Habrè, è stato di recente accusato da membri della società civile di comprare armi con i soldi che la Banca Mondiale ha donato al suo Paese con progetti di sviluppo. Sull’Atlantico, troviamo Maaouiya Ould Sid Ahmed Taya, che dal 1984 guida una Mauritania dove ancora permane il problema della schiavitù e dei diritti umani. Più a sud, c’è Lansana Conte, che governa la Guinea con il pugno di ferro da più di due decenni, e nella Repubblica del Congo c’è Denis Sasso-Nguesso, protagonista di una sanguinosa guerra civile nella fine degli anni Novanta, durante la quale i miliziani a lui fedeli, riuniti in un gruppo armato chiamato Cobra, si sono macchiati di numerose atrocità contro la popolazione civile nella capitale Brazzaville e nei dintorni.
Theodoro Obiang Nguema è presidente della Guinea Equatoriale dal 1979, anno in cui fece uccidere lo zio e salì al potere, diventando per le organizzazioni dei diritti umani uno dei più feroci despoti della storia contemporanea del continente africano. Mentre la Repubblica Centrafricana è nelle mani del generale golpista François Bozze, il minuscolo Swaziland è nelle mani di un giovane re, Mswati III, più preoccupato a scegliere giovani vergini da sposare e lussuose mercedes per la sua residenza che al fabbisogno di una popolazione poverissima e falcidiata dall’Aids. E come non citare Robert Mugabe, padre-padrone dello Zimbabwe dal 1980, un curriculum di barbarie lungo un quarto di secolo (le ultime contro i latifondisti bianchi, whitefarmers). Tanto da scomodare la Segretaria di Stato statunitense, Condoleezza Rice, che di recente ha definito lo Zimbabwe ‘uno degli avamposti della tirannia’.
Un quadro non incoraggiante, quello di un continente che, per rimuovere le etichette di ‘povero’, ‘sottosviluppato’ e ‘arretrato’ deve prima liberarsi le sue obsolete e ristagnanti elite politiche, vero freno a mano allo sviluppo economico, politico e sociale.
Eppure, secondo alcuni esperti, il rafforzamento delle istituzioni e delle società civili ha avviato l’Africa sulla strada della democratizzazione.
Va ricordato il modo in cui il Sudafrica si è liberato dall'apartheid e l'esempio dato al mondo dal suo ex presidente, Nelson Mandela. Oltre al ruolo assunto da molti capi di stato - non ultimo l'attuale presidente del Sudafrica, Thabo Mbeki - nella risoluzione di conflitti e guerre civili.
“Il caso del Togo, dove migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro la salita al potere del figlio di Eyadema andrebbe preso come esempio”, sostiene Fred Oladeinde, nigeriano, presidente della Foundation for Democracy in Africa, un’organizzazione con sede a Washington che promuove la democrazia nel continente africano. “La gente è stanca di vivere in dittature repressive e vuole vivere in un Paese in cui le istituzioni democratiche costituiscano le basi della vita civile. Subito dopo le indipendenze e la fine del colonialismo noi africani sapevamo cos’era la democrazia. Ora stiamo imparando ad ottenerla. E questo grazie a un’Unione Africana più forte e ad altri organismi – per esempio la Comunità di Stati dell’Africa Occidentale (Cedeao/Ecowas) – che fanno sentire di più la propria voce. L’era dei dinosauri della politica africana sta finendo”.
“Negli ultimi 15 anni l’Africa ha fatto grandi passi in avanti verso la democrazia, a differenza di altre zone del mondo, come il Medio Oriente o alcune aree dell’Asia”, dice Stephen Morrison, esperto di politica africana presso il Centro di studi strategici e internazionali di Washington.
“La risposta della comunità internazionale africana è sempre più forte e il mancato passaggio di poteri da padre a figlio in Togo lo dimostra, così come la mobilitazione di istituzioni e capi di stato per la recente crisi in Costa d’Avorio, o l’ondata di arresti che ha seguito il tentativo di golpe in Guinea Equatoriale. E’ altresì vero che in alcuni paesi restano in condizioni allarmanti: la Somalia, la Repubblica Democratica del Congo, la Sierra Leone, la Liberia…Tuttavia – continua Morrison - i prossimi due anni saranno un ulteriore test per la democrazia africana. Ci saranno le elezioni in Nigeria, un gigante uscito dal regime militare solo nel ’99; poi l’Etiopia, l’Angola, il Burundi e non dimentichiamoci che il 31 marzo prossimo lo stesso Zimbabwe andrà alle urne. Ci sono ancora molte prove da superare. Ma ci si può permettere il lusso di essere ottimisti.”www.peacereporter.net/
La Croazia senza Europa
Da Osijek, scrive Drago Hedl
Gioisce l’estrema destra, reazioni contrastanti della cittadinanza. Un’analisi della situazione in Croazia dopo che Bruxelles ha deciso il rinvio dei negoziati di adesione per la mancata collaborazione con il Tribunale dell’Aja. Lo scenario politico, le delicate prospettive per l’economia del Paese
I 25 hanno detto no Fino all’ultimo momento, prima che arrivasse la notizia da Bruxelles, il 16 marzo, che l’avvio dei negoziati di adesione all’Unione Europea previsto per il giorno seguente era rimandato, il Primo Ministro Sanader aveva continuato a ripetere che i colloqui sarebbero iniziati come previsto. Il giorno dopo, di fronte al Parlamento croato, il suo irreale ottimismo ha assunto una forma più evanescente: cominceremo i negoziati molto presto.
Il fatto che le porte dell’Unione resteranno chiuse per Zagabria per un tempo indefinito a causa della inadeguata cooperazione con il Tribunale dell’Aja, e la valutazione della Procuratrice capo Carla del Ponte che il governo croato non ha fatto tutto il possibile per arrestare il generale latitante, non hanno creato uno choc nel Paese. I sondaggi rilevano che solo il 35% dei cittadini sono rimasti delusi dalla vicenda, mentre il 25% sono contenti del rinvio. Solo il 7% dei Croati ritiene che la ragione del ritardo sia la questione del generale fuggitivo Ante Gotovina, mentre il maggior capro espiatorio (27 per cento) sarebbe il governo croato, che non ha fatto tutto il possibile per convincere la UE del fatto che la Croazia collabora pienamente con l’Aja.
Il fatto però che il 56% dei cittadini sia contrario alla consegna del generale Gotovina, indipendentemente dalle conseguenze che questo potrebbe avere per il Paese, è un fattore che sicuramente il Primo Ministro Sanader dovrà tenere in considerazione nel programmare le prossime mosse. Il giorno dopo l’annuncio del rinvio nell’inizio dei negoziati, manifesti con l’immagine del generale Gotovina sono apparsi in tutta la Croazia, compresa la piazza centrale di Zagabria. L’estrema destra ha celebrato l’evento come una vittoria nazionale, confermando l’opinione di coloro che ritenevano che la Croazia avrebbe potuto intraprendere una radicale svolta a destra a causa della chiusura delle porte dell’Europa.
Il Primo Ministro Sanader ha ricevuto serie minacce, mentre il leader dell’opposizione, l’ex Primo Ministro Racan, è stato posto sotto speciale protezione della polizia, per le minacce che anche a lui erano state rivolte. La polizia non ha dichiarato da dove venissero gli avvertimenti, ma molti citano il fratello di Gotovina, Boro, che aveva detto che “i persecutori di mio fratello e i loro figli non potranno dormire in pace.” Boro Gotovina, fratello minore del generale latitante, ha reso queste dichiarazioni ad un giornale di destra di Zara, minacciando tutti quelli che avrebbero toccato “la spina dorsale della famiglia” che, secondo lui, è lo stesso Ante Gotovina.
Solo un giorno dopo che Bruxelles aveva rimandato l’avvio dei negoziati con Zagabria, il Partito Croato dei Diritti (HSP) ha richiesto elezioni anticipate se i negoziati con l’UE non cominceranno entro giugno. Il partito ritiene che il governo Sanader “in questa forma e con la sua corrente pratica politica” non rappresenta più una garanzia per guidare con successo il Paese. L’HSP, che sullo spettro politico è più a destra dell’HDZ (Unione Democratica Croata, ndt) e che fino a poco fa sosteneva il movimento ustasha (i Croati filo nazisti della seconda guerra mondiale), ora spera di poter attrarre nuove persone dello stesso orientamento tra i delusi dell’HDZ.
Gli osservatori politici che avevano segnalato il fatto che la Croazia, a causa del rinvio dei negoziati, avrebbe potuto entrare in acque agitate, già confermano che la propria diagnosi era corretta, ed è confermata dalle prime manifestazioni. Ci sono però anche coloro che, come Davor Gjenero, ritengono che – se il rinvio durerà a lungo – i cambiamenti avverranno all’interno dell’HDZ, il partito che il Primo Ministro Sanader voleva trasformare in un moderno partito europeo di destra.
“Se il rinvio nell’apertura dei negoziati durerà per un certo tempo, l’HDZ ritornerà alle proprie radici e agirà come un partito conservatore pro-Europa, ma si esprimerà piuttosto in quanto movimento nazionalista e populista” – afferma Gjenero. La sua analisi è che sarà probabilmente lo stesso HDZ, e non altri, a divenire nuovamente il punto di contatto di tutte le forze di destra, compresa la destra estrema. Gjenero non teme l’instabilità politica, ma è convinto che questa potrebbe inficiare il dialogo istituzionale sulle riforme da applicare quando il processo dei negoziati alla fine avrà inizio. “Emergerà – sostiene Gjenero – che l’HDZ non è pronto per tali trasformazioni”.
Gli economisti, tuttavia, non sono convinti del fatto che la Croazia, e in particolare la sua economia, potrebbe sopportare un lungo rinvio nell’avvio dei negoziati per l’adesione alla UE. Non ci dovrebbero essere problemi se il rinvio sarà solamente di alcuni mesi. Anche la nota agenzia internazionale Standard e Poor’s, che definisce il rating di ogni Paese, per ora afferma che il rinvio nei negoziati non avrà conseguenze drammatiche sui crediti che la Croazia attende. Ma cosa succederà nel caso in cui questo rinvio dovesse continuare a lungo?
L’analista economico Milan Gavrilovic ritiene che la Croazia abbia chiuso l’anno trascorso con più di 30 miliardi di dollari di debito estero, e che l’economia croata avrà bisogno di circa 6 miliardi di dollari di nuovo credito all’anno per poter continuare a funzionare. Malgrado la maggior parte del flusso finanziario sia utilizzato per ripagare i debiti pregressi, una parte viene utilizzata per altre finalità.
Gavrilovic pensa che l’arresto o la diminuzione del flusso finanziario potrebbe portare la Croazia in una situazione difficile, come quella in cui versava il Paese alla fine del governo Tudjman, quando il credito dall’estero non arrivava più a Zagabria per ragioni politiche. Un quadro simile, secondo Gavrilovic, potrebbe condurre ad un enorme disordine finanziario, dove nessuno restituisce i debiti a nessuno.
“Il Paese deve ripagare i propri debiti, e allo stesso tempo non può smettere di spendere da un giorno all’altro. Continuerà a spendere oltre, ma non pagherà i debiti. E se il Paese non ripaga, anche quelli che stanno aspettando denaro non saranno in grado di pagare. Il governo dell’ex Primo Ministro Racan era riuscito a fermare tali problemi, ma per farlo aveva aumentato il debito estero, per nascondere la scarsità di denaro. Il governo Sanader funziona sulla base dello stesso principio, ma questo non sarà possibile oltre, se si arresta il flusso finanziario dall’estero”, ammonisce Gavrilovic.
Tutti concordano almeno su di un fatto: un rinvio di breve termine non dovrebbe rappresentare un problema enorme, ma se durerà a lungo Zagabria potrebbe trovarsi ad affrontare problemi dalle potenziali conseguenze di lungo periodo e fatali per il futuro europeo del Paese. www.osservatoriobalcani.org
La minaccia dei brevetti software sull’Europa
Come digerireste il fatto che solo l’aver aperto la pagina che state leggendo vi facesse sborsare dei soldi?
Tutto questo potrebbe succedere, “grazie” all’esistenza di un brevetto che riconosce al doppio clic del mouse l’uso di una proprietà intellettuale.
6.727.830: è il numero del brevetto statunitense concesso a Microsoft che regola al dettaglio questo gesto ormai così abituale. E non è un esempio isolato. Network Associates sta per brevettare, sempre in Usa, la lotta antispam. Bisogna aspettarsi tutto questo anche nella nostra Europa?
La globalizzazione del software
Lo scorso 7 marzo, il Consiglio dei ministri dell’industria e dell’energia dei 25 ha ratificato, senza neanche un minimo dibattito, l’accordo raggiunto nel maggio 2004 riguadante la direttiva sui brevetti software. Il voto spagnolo contrario e l’astensione di alcuni paesi dell’Unione, (Austria, Italia e Belgio), non sono stati sufficienti ad ostacolare l’avanzata di questa normativa.
Nonostante il clima di scontentezza verso le istituzioni europee manifestato dagli spagnoli nel passato referendum costituzionale, che ha visto un’astensione del 58%, l’Unione Europea non torna sui suoi passi e continua a dare segnali di distanza verso i propri cittadini, patrocinando in prima persona i grandi gruppi nella loro campagna a favore dei brevetti software e disattendendo il clamore generale montato in lungo e largo contro questa misura.
Il gigante Microsoft, vecchia volpe in questo genere di cose, accanto ad altre grandi multinazionali come Nokia, ha esercitato parecchie pressioni sull’Ue affinché la direttiva prosegua il proprio iter, col pretesto che queste misure favoriranno lo sviluppo e l’innovazione tecnologica.
Davide contro Golia
Nulla di più lontano dalla realtà. Se quanto voluto mirava a render più dinamica l’industria ed accelerare la crescita del settore negli Stati Uniti, lo sviluppo dei brevetti del software sta ottenendo l’esatto contrario. Le piccole e medie imprese del settore vengon seppellite in processi senza fine contro i giganti del software. Dalle continue azioni civili generate da questo tipo di normativa, le grandi compagnie, ed ovviamente tutta la loro corte di fedeli ed efficienti avvocati, hanno solo da guadagnarci.
Che dire poi del software gratuito? Progetti altruistici come Linux si sentono minacciati di morte. Un codice così completamente aperto sarà esposto a violazioni di proprietà intellettuale potenzialmente senza fine. Le associazioni di utenti di software gratuito ritengono che oltre la metà dei programmi utilizzati nell’Ue diventerebbero illegali.
In un mondo globalizzato, nel quale le grandi compagnie manovrano i fili dell’economia e della politica mondiale, l’Unione europea deve bloccare e non approvare, alle spalle dei propri cittadini, strumenti che vanno contro di loro. Se si desidera che i cittadini dei 25 si fidino delle istituzioni europee e che si stabilisca un sentimento europeista, le lobbies europee che assumono queste decisioni dovranno muoversi con estrema cautela. È sin troppo facile sospettare circa le loro buone intenzioni considerati gli interessi delle big corporation del settore.
Speriamo che se deciderete da uscire da una pagina come questa con l’abituale clic, non vi venga addebitato alcun costo in futuro. Un futuro che potrebbe rivelarsi tutt’altro che remoto. www.cafebabel.com/it
UN MILIONE DI VOLTI CONTRO LE ARMI
Peace/Justice, Standard
Il proprio volto al posto di una firma, sotto forma di foto-tessera o perfino di autoritratto disegnato, deposto in un sito internet italiano (disarmo.org) o inglese (controlarms.org), per partecipare alla grande mobilitazione internazionale in corso contro gli armamenti promossa in Italia dalla ‘Rete italiana per il disarmo’ a cui aderiscono 30 diversi enti e associazioni – tra i quali la Conferenza degli Istituti Missionari, i Beati Costruttori di Pace, Pax Christi, Acli, Archivio Disarmo – e che in quest’ultima settimana è stata presentata a Roma sia dalla ‘Rete per il disarmo’ sia da Amnesty International. L’iniziativa viene descritta come una "foto-petizione" per raccogliereun milione di volti in tutto il mondo, da presentare ai governi in occasione della seconda Conferenza delle Nazioni Unite sui traffici illeciti di armi prevista a New York nel luglio 2006. "Un’ iniziativa – ha sottolineato Riccardo Troisi della Rete italiana per il disarmo - che mette in gioco non solo la firma ma l'intera persona". Ogni anno, in Africa, Asia, Medio Oriente e America latina si spendono in media 22 miliardi di dollari per l'acquisto di armi: una somma che avrebbe permesso a quei Paesi di tenere il passo con gli ‘Obiettivi del Millennio’ stabiliti dall’Onu, di eliminare l'analfabetismo (10 miliardi di dollari l'anno) e di ridurre la mortalità infantile e materna (12 miliardi di dollari all'anno). Oggi nel mondo ci sono circa 639 milioni di armi leggere, fabbricate da 1.135 imprese in quasi 100 Paesi; e se ne producono altri 8 milioni ogni anno. “L’Italia è il quarto produttore e il secondo esportare di armi leggere al mondo - ha ricordato don Tonino Dell'Olio, coordinatore di Pax Christi Italia, intervenendo il 17 marzo a un incontro a Palazzo Valentini, sede della Provincia di Roma. "Oggi nel mondo - ha aggiunto - c'è un volume di spese militari che non si registrava neanche durante la ‘guerra fredda’, e l'industria bellica italiana non ha intenzione di perdere un mercato così fiorente. Ma la nostra legislazione è vecchia di 30 anni e ad oggi non disponiamo di nessuna forma di controllo sugli intermediatori internazionali di armi". Marco Bertotto di Amnesty nella presentazione di ieri, ha detto tra l’altro: “ Milioni di persone pagano a caro prezzo le scelte sbagliate dei rispettivi governi, che preferiscono investire risorse e ingigantire il loro debito estero nella corsa agli armamenti piuttosto che sostenere programmi virtuosi, e spesso meno costosi, di sviluppo economico e lotta alla povertà”. Oltre che essere in dotazione anche a soldati statunitensi in Iraq ed essere esportate in Russia e Israele, armi italiane trovano collocazione in numerosi Paesi del Sud del Mondo (tra i quali Pakistan, India, Indonesia, Eritrea, Algeria, Nigeria, Colombia) secondo una modalità che Maurizio Simonelli dell'Archivio disarmo ha definito ormai ‘incontrollata’. Nel 2003, la legge 185, relativa al commercio di armi, aggiunge Simonelli, è stata modificata in senso peggiorativo per facilitare le coproduzioni con i Paesi dell'Ue e della Nato" con la possibilità che "componenti italiane di armi vengano assemblate e vendute a destinatari verso cui dall'Italia non sarebbe possibile esportare". Su scala mondiale la campagna è partita da tempo per iniziativa di Iansa (Rete internazionale di azione sulle armi leggere) Oxfam e Amnesty International e in Italia e' patrocinata anche dal Segretariato sociale della Rai.[MB]www.misna.org
La coalizione perde un altro pezzo: la Bulgaria lascerà l’Iraq entro il 2005. Battaglia a Tikrit, uccisi 84 insorti
Anche la Bulgaria andrà via dall’Iraq. Lo farà – come ha riferito ieri il ministero della difesa di Sofia – entro il 31 dicembre di quest’anno. La decisione dovrà essere formalizzata dal governo e sarà poi ratificata dal parlamento ad aprile. L’invio in Iraq di una forza di 400 uomini per l’avvicendamento dei 462 attualmente operanti nel paese, dovrà essere, secondo le intenzioni dei militari, l’ultimo che riguardi una forza bulgara. «Ci attendiamo che il battaglione bulgaro torni prima di Natale », aveva dichiarato il vicepresidente del parlamento, Unal Lutfi, all’emittente televisiva 7dni. La partecipazione militare del paese in Iraq sarà discussa durante la visita negli Stati Uniti del ministro degli affari esteri di Sofia, Solomon Passi, che inizia oggi. Ma la decisione della Bulgaria non dovrebbe cambiare neanche se dalle elezioni parlamentari di giugno uscisse una nuova maggioranza. Il partito socialista (Psb, ex-comunista), che tutti i sondaggi danno per vincitore alle elezioni, ha infatti chiesto un ritiro «immediato» dall’Iraq e ha affermato che richiamerebbe le truppe se fosse al governo nella prossima legislatura.
Intanto ieri in Iraq le forze irachene, con il supporto delle truppe americane, hanno inferto un duro colpo alla guerriglia: 84 miliziani sono morti in un’operazione per prendere il controllo di un campo di addestramento a Tikrit. Secondo quanto riferito dal ministero degli interni di Bagdad, nel raid – iniziato martedì sera e conclusosi nelle prime ore del mattino– sono stati uccisi anche sette agenti iracheni e sei sono rimasti feriti. Tra i militanti vittime dell’operazione, condotta in un’area desertica fuori dalla città natale di Saddam Hussein, ci sono anche alcuni stranieri tra cui sudanesi, algerini e marocchini.www.europaquotidiano.it
Liste irregolari in Umbria. Forza Italia contro Forza Italia
di Matteo Tacconi
Sulla carta Gianvito Ranieri doveva far parte della corazzata (si fa per dire) messa in campo da Forza Italia in vista delle elezioni regionali in Umbria. Sulla carta, però. Infatti, proprio in zona Cesarini, i vertici regionali di Forza Italia hanno escluso Ranieri dalla lista dei candidati. Ranieri, potente avvocato di Foligno e vecchio leone della destra democristiana, è un personaggio influente, ben conosciuto nel territorio e in grado di portare un buon numero di preferenze. Tagliare fuori dalla corsa a Palazzo Cesaroni (sede del Consiglio Regionale) un collettore di voti come Ranieri non è stata una mossa intelligente. Eppure il motivo del siluramento non è così occulto. Foligno è infatti anche la città del coordinatore regionale di Forza Italia, Luciano Rossi. E quest’ultimo, temendo che Ranieri avesse potuto sottrargli voti decisivi per la corsa all’ambito scranno di consigliere regionale, avrebbe concordato con i vertici locali di Forza Italia l’altolà alla candidatura del rivale-compagno di partito.
Figurarsi se i sostenitori di Ranieri hanno accettato di buon grado la decisione. La nutrita pattuglia di esponenti forzisti che fa capo all’avvocato folignate ha dichiarato guerra aperta ai vertici regionali del partito, impugnando la raccolta di firme di Forza Italia e contestandone la regolarità. É stata così intrapresa, a colpi di carta bollata, una dura battaglia legale (tutt’ora in corso), con l’obiettivo ambizioso, ma non irrealistico, di boicottare la lista elettorale del partito del premier, sezione Umbria.
Dopo l’esclusione del loro padrino, i fedelissimi di Ranieri hanno dato mandato all’avvocato Stefania Filipponi di scovare un cavillo giuridico che permettesse loro di presentare ricorso contro il proprio partito. Il cavillo è stato trovato. La legge prevede che ogni forza politica, per partecipare alle elezioni, debba presentare un numero prestabilito di firme per accedere poi alla competizione elettorale. Nella provincia di Perugia le firme necessarie devono essere 1750. Giunti a questo punto, un consigliere comunale o provinciale, in quanto pubblico ufficiale, può autenticare la lista in cui vengono raccolte le firme dei cittadini. Ebbene, il legale dei sostenitori di Ranieri ha analizzato, sottoscrizione per sottoscrizione, le firme raccolte da Forza Italia. «L’operazione è andata avanti per tre giorni, ininterrottamente», rivela una fonte locale. Alla fine il cavillo – e che cavillo – è saltato fuori. È risultato infatti che in una sola giornata il consigliere-pubblico ufficiale incaricato da Forza Italia di autenticare la raccolta di firme abbia convalidato ben 700 firme, in otto comuni diversi. Questo, tecnicamente e soprattutto fisicamente, è impossibile. La legge prevede infatti che il pubblico ufficiale, per convalidare le firme, autorizzare la convalida, verificare che la procedura per la sottoscrizione e le altre questioni burocratiche siano valide, debba essere “fisicamente” presente in ogni singolo comune in cui si sono raccolte firme. Un po’ di tempo, insomma, ci vuole. Per cui, nel caso in questione, è come se il consigliere avesse usufruito del tele-trasporto per spostarsi sul territorio. Ma poiché il tele-trasporto non è stato ancora inventato, i sostenitori di Ranieri hanno potuto impugnare un argomento decisamente forte per portare la questione in sede legale e presentare ufficialmente ricorso contro la raccolta di firme effettuata da Forza Italia.
Il reclamo è stato prima presentato in tribunale, poi al Tar dell’Umbria. L’obiettivo, per i ribelli di Foligno, è quello di boicottare la lista regionale del proprio partito, estrometterla dalla competizione elettorale. Da qui si spiega la presentazione del ricorso al Tar, che ha tempi più rapidi rispetto al tribunale e che – così speravano i fautori del ricorso – avrebbe potuto giungere a una decisione prima della data delle elezioni. Il proposito, però, è andato in fumo. Nei giorni scorsi il Tar dell’Umbria ha comunicato che la decisione definitiva verrà presa il 20 aprile, quindi dopo le elezioni. Nel caso in cui venisse la raccolta delle firme da parte di Forza Italia venisse giudicata illegale, si andrebbe probabilmente incontro a una nuova elezione.
Stando a quanto riferiscono fonti locali, pur non sapendo chi materialmente abbia presentato il ricorso, è lecito sospettare che a promuovere l’azione legale sia stata un folta pattuglia di Forza Italia, capitanata da Grazia Gentili, presidente di un club azzurro di Foligno, Luciano Passeri, sindaco dimissionario di Valfabbrica e Luciano Paci, consigliere di Forza Italia alla Provincia di Perugia.
La situazione, che vede Forza Italia contrapposta a Forza Italia, è indubbiamente anomala, persino imbarazzante. Nonostante gli sforzi, Forza Italia non riesce a contenere la polemica. La stampa locale ha trattato la vicenda a più riprese. E’ dovuto intervenire addirittura Sandro Bondi, coordinatore nazionale di Forza Italia. Bondi ha conferito a Gianvito Ranieri un incarico nazionale, promuovendolo vice-presidente della commissione di Forza Italia per i rapporti con il mondo cattolico, presieduta da Francesco Giro. Una carica di prestigio in cambio della fine delle ostilità, questa l’offerta di Bondi. Ma il compromesso non è stato fruttuoso. Infatti i ribelli folignati stanno andando avanti con la loro battaglia. E Ranieri? «Rimane defilato, ha assunto un profilo basso – rivela una fonte locale all’Unità, – probabilmente non vuole apparire in prima linea. Così facendo si brucerebbe, proprio ora che ha ottenuto un incarico nazionale». Ma non è escluso che l’avvocato alimenti la battaglia da dietro le quinte, per mettere in discussione la leadership di Luciano Rossi www.unita.it/i
Blog Generation, un libro
di Pier Luigi Tolardo
Giuseppe Granieri è un Blogger, uno sche scrive tutti i giorni un Blog, un Blog molto letto e, soprattutto, molto linkato, perché ce lo insegna nel suo libro che presentiamo, "Blog Generation" i Blog sono, moltissimo, i links che il Blogger sceglie, che il Blogger inserisce nei suoi Post.
Granieri è un Blogger che ama il Blog, senza mitizzarlo inutilmente, come strumento di comunicazione, come dimensione di una comunicazione, che è quella della Rete, che in questo momento, privilegia molto questo strumento, che cambia la vita delle persone perché, prima ancora che essere blogger, la differenza passa tra essere connessi o essere "unpluggerd" perché, magari, come molta gente, che vive nella sua Basilicata, non si dispone di una connessione Adsl.
Chi è connesso, a differenza di chi è unplugged, non corre il rischio di diventare, come il 38% degli italiani, un analfabeta di ritorno, oppure, una persona molto dipendente dal mezzo televisivo, dalle sue scelte, dal troppo vuoto o troppo pieno della Tv che lo lascia come soggetto passivo ed eterodiretto.
No, chi è connesso, ha una possibilità di scelta e di incontro con l'informazione più ricca, diversificata, completa, e soprattutto critica, che mette in gioco le sue scelte, di chi non è connesso, e non può acquistare 3-4 quotidiani al giorno e ascoltare più trasmissioni di approfondimento, e quibndi è vittima dell'informazione che consuma.
Se chi è connesso è un Blogger, cioè non si limita a leggere, ma cita, riprende, seleziona l'informazione e, soprattutto, produce l'informazione perché osserva la realtà, la commenta,la rapporta al suo quotidiano, la discute insieme ad altri, fa emergere dati nuovi perché, guardacaso, è uno specialista dell'argomento o abita proprio a due passi da dove sono successi i fatti,non ha inserzionisti o padrini politici, allora è un protagonista consapevole dell'informazione.
Certo, il Blogger può essere anche un giornalista che nel Blog riesce ad essere più libero dal suo editore, meno vincolato da limiti di spazio o di ruolo, può essere un Blogger che diventa giornalista o vorrebbe diventarlo, che riesce ad avere, per caso o per fortuna, il suo quarto d'ora di celebrità, ma per Granieri e il suo "Blog Generation" è una persona che partecipa alla "Grande Conversazione", non la conversazione, straniante e passivizzante, dei talk show di Vip o pseudoVip, ma quella di gente come lui,
, di cui alla fini finisci per conoscere più di quello che sai del tuo collega di lavoro.
Se sei un Blogger, un cittadino consapevole ed attivo del mondo dell'informazione, se non accetti le verità rassicuranti e prefabbricate dell'informazione, avrai voglia di essere anche un cittadino consapevole ed attivo in tutto e per tutto, da qui il Blog come riscoperta di quell'Agorà ateniese, di quel tentativo, unico e per ora irripetibile, di democrazia diretta, che rifiuta di affidare il governo della Città solo ai politici di professione o ai tecncrati, ma vuole essere una democrazia il più possibile diretta e partecipata, dove ci si conosce e si discute prima di arrivare ad una decisione.
Cosi è stato nell'esperimento di "Blogdemocracy" di Howard Dean, nelle corsa alla nomination per le elezioni presidenziali Usa, che ha costretto poi anche Bush e Kerry a misurarsi maggiormente e in modo nuovo con la Rete come luogo della politica e che è stato ostacolato ed avversato dai protagonisti dell'informazione ufficiale che hanno temuto di perdere terreno.
Il rapporto tra Blog, ma più in generale la Rete, e la Politica è ben descritto, da questa frase della politica francese Ségolène Royal,, citata da Granieri nel suo libro, " Ho fatto l'intera campagna elettorale facendo dei forum. Quando parli con la gente, alla fine della giornata sei stanca ma hai tante idee. Se continuiamo a farci la politica tra di noi, non arriveremo mai a nulla"
Il libro non mitizza i Blog, per esempio non li contrappone stucchevolmente ai media tradizionali, di cui ci dice Granieri continueremo ad avere bisogno perché i Blog si nutrono anche dell'informazione cosidetta tradizionale che discutono, dissezionano, stroncano e migliorano, ma anche i media tradizionali sanno di avere nei Blog fonti nuove e indispensabili, strumenti con cui monitorare continuamente l'opinione pubblica.
Ecco, i Blog sono la nuova frontiera dell'opinione pubblica, fatta non di numeri da conteggiare in sondaggi e in ricerche di mercato ma in una realtà in cui le persone si giocano la propria identità di idee e sentimenti.
I Blog da soli senza i "Filtri e gli Aggregatori" che non si limutano alla Blogsfera ma pervadono sempre più la Rete, non avrebbero la forza e l'impatto mediatico che hanno e Granieri, che dei Flitri e degli Aggregatori è un piccolo profeta e maestro, dedica un capitolo, perchè con questi strumenti la Rete diventa un grande Google nel senso e nel segno di quella partecipazione consapevole ed attiva.
Bel libro, questo di Granieri, capisci che lo ha scritto un Blogger perché nella brevità e sinteticità ti dice moltissimo, ti dà un sacco di informazioni in modo semplice e chiaro. Unico neo e una domanda che pongo a Granieri: ma perché nel risvolto di copertina si dicono i libri che hai scritto e le riviste cui collabori e non il tuo Blog, scusa...?www.infocity.go.it
Ecco i veri killer in Colombia
di John Pilger
Perchè il governo britannico trova vantaggioso attribuire i massacri che avvengono in Colombia al traffico di droga? La verità è che l'Inghilterra sostiene il regime criminale in carica.
Mentre i difensori della sanguinosa avventura irachena di Blair e Bush vedono la guerra come un “male che non vien per nuocere” rispetto al contesto mediorientale, i fatti che si svolgono in Colombia sono illuminanti sulla natura, universale, delle loro “missioni”. Questi fatti svelano una storia orribile che, quando viene qualificata come news, diventa una tragedia intitolata “il prezzo della cocaina [è stato] pagato con il sangue”.
Così l’Observer del 13 febbraio ha descritto la sofferenza della Colombia. E questo esemplifica lo standard adottato, la versione sterilizzata, con il capo della polizia cittadina e un ministro degli esteri che ci assicurano che i problemi della Colombia derivano tutti dalla droga e che il presidente della Colombia, Alvaro Uribe, “uno che ha studiato a Oxford”, sta “cercando di tenere sotto controllo gli elementi più aggressivi dell’esercito”. L’articolo aggiunge poi che il governo britannico sta aiutando il presidente a perseguire questa nobile causa. Per quanto riguarda la colossale partecipazione militare statunitense in Colombia, conosciuta come "Plan Colombia" - il cui ammontare è inferiore solo ai miliardi spesi per l’Iraq e Israele – si dice che è semplicemente “discutibile” e “finalizzata a sradicare il commercio [di droga]”.
Per quanto riguarda Bill Rammell, il ministro degli esteri di buona parte del pianeta, l’Observer riporta che egli fa delle vicende colombiane una questione morale. Per gli inglesi generosi, dice l’Impegnato Bill, sniffare cocaina “dovrebbe essere così socialmente tabù quanto lo era bere una bottiglia di vino del Sud Africa durante l’apartheid”.
Non molto tempo fa l’Impegnato Bill si trovava a Pyongyang, e diceva ai nord coreani che non è semplicemente loro diritto possedere armi nucleari. E che il fatto che il governo che rappresenta sia armato fino ai denti con armi nucleari è, chiaramente, irrilevante. Prima di questo l’Impegnato Bill mi ha detto, in un’intervista al Ministero degli Esteri, che la popolazione delle isole Chagos, nell’Oceano Indiano, che è stata brutalmente e illegalmente espulsa dalla sua terra del governo inglese, non potrà rientrare perchè sarebbe a rischio di vita a causa di un ipotetico “innalzamento” del mare. Quando lo tsunami ha colpito, ha risparmiato le Chagos - come ben sanno gli americani. Ecco perchè si sono accordati con gli inglesi per cacciare gli abitanti delle isole e costruire un’estesa base militare della quale i marines vantano “le superbe, eccezionali e sicure condizioni ambientali”. Si riferiscono a Diego Garcia, l’isola principale.
Abbandoniamo per un attimo l’Impegnato Bill per ritornare alla Colombia. Il 21 febbraio, secondo i testimoni, i soldati della diciassettesima brigata dell'esercito colombiano sono entrati nella Comunità della Pace di San Jose de Apartado, nel nord-ovest del paese. La Comunità non ha alleanze politiche ed è internazionalmente riconosciuta e "protetta" dalla corte Inter-Americana per i diritti dell'uomo. In base alle dichiarazioni dei testimoni, i soldati hanno rapito e assassinato otto civili, tra i quali tre bambini e una ragazzina adolescente, e li hanno fatti a pezzi con i machete. Fra loro c’erano Luis Eduardo Guerra, il leader campesino della comunità, la sua compagna Bellanyra e il figlio Deiner. Guerra era apprezzato per essere un uomo generoso e un mediatore . Dal 1997 il suo popolo ha subito più di 130 assassinii; senza nessun motivo scatenante.
Le Nazioni Unite hanno chiesto un’indagine; gli Usa hanno chiesto un’indagine; e pure il Ministero degli Esteri britannico. Se il passato insegna, questi ultimi due possono essere fiduciosi che anche questo recente orrore passerà senza problemi e che la solita facciata che viene usata per la questione colombiana potrà tornare al suo posto. Così come Bush e Blair si sono inzuppati di sangue in Iraq, così fanno in Colombia.
I militari e la polizia colombiani hanno il peggior record rispetto alla tutela dei diritti dell'uomo di tutto l'emisfero occidentale. Che il governo dell’educato-a-Oxford-Uribe sia migliore di quello dei suoi predecessori e che sia la droga a causare più di 20.000 omicidi l’anno, è una fiction creata a Washington e Londra. Non ci sono dubbi che le Farc, un gruppo di guerriglieri contadini, abbia trafficato in cocaina, ma il commercio di droga e la violenza in Colombia sono, in modo schiacciante, colpa dello stato, dei suoi militari e paramilitari, finanziati e addestrati, direttamente e indirettamente, dai governi americano e britannico. Per di più la questione della cocaina è solo una distrazione: il combustibile del conflitto, non la sua causa. Le vittime sono persone come Guerra e la sua famiglia, i sindacati, gli insegnanti, coloro che chiedono riforme della terra, gli indigeni, i capi villaggio che lavorano per promuovere la giustizia sociale ed economica e i diritti umani.
Nel suo studio sulla politica estera britannica, Unpeople, lo storico Mark Curtis ha scritto: La guerra in Colombia è essenzialmente per il controllo delle risorse in una società profondamente disuguale: l'elite, costituita soprattutto dai grandi latifondisti, controlla quasi tutta la ricchezza mentre la maggior parte della popolazione vive in povertà. Il ruolo fondamentale dello Stato consiste nel mettere ai margini le forze popolari e nell’assicurare che le risorse della Colombia – soprattutto il petrolio - rimangano nelle mani corrette [ quelle dell’Inghilterra e degli Stati Uniti ]. La strategia è sostenere tutto questo... "la guerra alla droga" è una copertura.
Gli squadroni della morte legati al governo colombiano sono riusciti con così tanto successo a cacciare il popolo dai suoi possedimenti, che il 76% del terreno è ora controllato da un’elite formata da meno del 3% della popolazione. Considerati gli stretti legami tra militari e paramilitari, afferma Douglas Stokes del Dipartimento per le Politiche Internazionali dell’Università del Galles, Aberystwyth, "il sostegno militare degli Stati Uniti sta andando direttamente alle principali reti terroristiche di tutta la Colombia, che mettono in commercio la cocaina sui mercati degli Stati Uniti per finanziare le loro attività."
Il governo Blair rifiuta di dire esattamente dove finisce la maggior parte dei milioni pagati, in tasse dai contribuenti britannici, "per l’assistenza contro la droga" alla Colombia. "Non forniamo i dettagli relativi al sostegno che offriamo", dice Bill Rammell, "né informiamo sulle unità specifiche alle quali forniamo assistenza, perchè se lo facessimo ridurremmo l’efficacia del nostro lavoro e potenzialmente metteremmo in pericolo il personale britannico coinvolto". Ciononostante, sappiamo bene qual è direzione che prendono i finanziamenti.
Il suo predecessore Keith Vaz era meno timido. "Dovremmo dare il maggior sostegno possibile al governo del presidente Pastrana", ha detto nel mese nel gennaio 2000. Leggendo la relazione di Amnesty sul coinvolgimento di Pastrana nelle stragi è chiaro dove finiscono i fondi. Per quanto riguarda Uribe, la propaganda fatta dal governo Blair gli attribuisce una capacità “impressionante” nel " contenere il crimine e la violenza". Questo significa che Uribe ha permesso alla polizia colombiana, ai militari e ai paramilitari di "pacificare" le città dividendole in settori, nei quali la classe media si sente più al sicuro. Nessuno vede cosa accade nelle periferie. Durante il primo anno della presidenza Uribe, ci sono stati quasi 7.000 omicidi politici e "sparizioni", peggio di quanto accadeva durante i 4 anni di Pastrana.
L’Impegnato Bill ha promosso il regime di Uribe in un documento (Observations, 21 febbraio). Le omissioni sono molte, per esempio il fatto che i prodotti chimici usati per trasformare la coca in cocaina vengono tutti dagli Stati Uniti e dall'Europa, o che gli ingenti investimenti britannici in petrolio e le violazioni dei diritti umani sono due facce della stessa medaglia - con la BP protetta dai militari colombiani e la società che possiede l’oleodotto - del quale è il maggiore azionista - che è legata a una famigerata brigata dell’esercito. Questa è la minaccia finanziata dallo stato, in Colombia, e le organizzazioni non governative britanniche, insieme alle loro controparti colombiane, sono perennemente a rischio. "Chiediamo continuamente al governo colombiano", ha dichiarato l’Impegnato Bill, "di sostenere e proteggere il loro lavoro".
Gli assassini di Luis Eduardo Guerra e delle altre sette persone stanno certamente tremando di paura.
Fonte: http://www.newstatesman.com/200503210011
Traduzione a cura di Nuovi Mondi Media
Usa-Nicaragua: la paura fa "Sam-7"
di Fabrizio Casari
Managua. A 15 anni dalla sconfitta dei sandinisti, il Nicaragua continua a turbare i sonni dell’Amministrazione statunitense. Vista la schiacciante vittoria elettorale del partito di Sandino alle recenti regionali, esauritasi per il momento la possibilità di unificare i due partiti liberali e i conservatori in funzione antisandinista, gli Stati Uniti hanno deciso di scendere in campo direttamente. Servivano argomenti grossolani ed hanno quindi trovato la persona indicata: Donald Rumsfeld.
In un giro per l’America Latina, il Segretario alla Difesa Usa ha annunciato la sospensione della “collaborazione militare” tra Washington e Managua e la conseguente sospensione degli aiuti economici ad essa relativa, più o meno due milioni di dollari. Il motivo ufficiale della decisione ha come oggetto il possesso dei missili Sam-7 da parte dell’esercito nicaraguense, acquistati negli anni ’80 dall’allora governo sandinista, vista la necessità di difendersi dalla guerra sporca dei contras diretta e finanziata dagli Usa. Questi – secondo Rumsfeld – “sono armi attraenti per chi è ansioso di uccidere. Sono un pericolo e una minaccia. Ce ne sono centinaia senza controllo da parte dell’esercito nicaraguese.”
Le cose stanno davvero così?
Nonostante gli accordi regionali di disarmo bilanciato, sottoscritti da tutti i paesi dell’area ma non da tutti rispettati (in primo luogo l’Honduras), all’Esercito di Managua restano ancora 1051 missili. La richiesta statunitense è che il Nicaragua li distrugga tutti. Aldilà della pretesa di decidere chi e come debba essere armato nelle Americhe, le preoccupazioni del Segretario Usa alla Difesa si sono condite con le accuse dirette al Frente Sandinista di “disporre del controllo sulle forze armate nicaraguesi”. Rumsfeld ha poi affermato che l’ex-Ministro degli Interni Tomàs Borge, (attuale Vicesegretario del Fsln) “ha venduto in passato alcuni Sam-7 all’ Olp e all’Eta” ed ha intimato al Presidente Bolanos “di adempiere alla promessa di distruzione totale dei missili terra-aria fatta pochi mesi fa a Colin Powell” durante il viaggio dell’ex-Segretario di Stato Usa in Nicaragua.
E qui cominciano i problemi per Rumsfeld, perché le promesse fatte da Bolanos, in un impeto di servilismo, sono costituzionalmente irrealizzabili.
La Costituzione nicaraguese prevede infatti che il Presidente possa disporre di beni dello Stato fino ad un valore di 200.000 dollari Usa. Per importi superiori, quali quello rappresentato dal valore dei missili, è costretto a presentare un decreto presidenziale e sottoporlo al voto del Parlamento. Il decreto è stato presentato, ma il Parlamento, nel quale i deputati sandinisti e i liberali di Aleman rappresentano la maggioranza, lo ha bocciato ed ha invece contestualmente approvato una legge denominata “Legge generale per gli armamenti” che va in direzione opposta ai desiderata di Bolanos e degli Stati Uniti. Inoltre, l’Esercito nicaraguense aveva già detto a chiare note che se poteva contemplarsi una ulteriore riduzione, (già negli anni passati ne erano stati distrutti mille ndr) il mantenimento di alcune centinaia di missili é “necessario per le esigenze di sicurezza nazionale” anche alla luce delle dotazioni militari dei paesi confinanti.
La nuova uscita di Rumsfeld, che ha minacciato di dichiarare l’aereoporto di Managua “zona di pericolo” e di vietare quindi sorvolo e piste alle compagnie aeree statunitensi, non ha però spostato di una virgola le posizioni dell’esercito e delle forze politiche maggioritarie in Parlamento. Se il Frente Sandinista per bocca di Tomàs Borge ha respinto le accuse di Rumsfeld definendole infamie e classificato il Segretario Usa come “idiota”, l’esercito ha comunque ratificato la necessità di mantenere almeno 400 misssili terra-aria per esigenze di sicurezza nazionale. “Lo abbiamo detto a Powell, a Rumsfeld, a Rose Likins e al Comando sud degli Usa, diretto dal Generale Craddock: ne distruggeremo 651 e ne manterremo 400. Quanto alle garanzie sul controllo, esse sono totali come già dimostrato agli emissari degli altri eserciti dell’emisfero”.
Del resto, l’esercito ha buon giuoco a chiedere un effettivo bilanciamento multilaterale degli armamenti nell’area, visto che altri paesi, Honduras in testa, dispongono di armamenti e flotte aeree che il Nicaragua non possiede. Gli Stati Uniti, che ritengono di dover armare solo i loro sudditi, sembrano preoccupati delle difficoltà di Bolanos, più isolato che mai, di risolvergli il problema. “Le nostre posizioni non sono il prodotto della crisi che attraversa il Nicaragua – ha detto il portavoce di Rumsfeld– ma solo il segnale che dobbiamo essere duri”.
Ma sembra proprio il contrario, perché aldilà della contrapposizione istituzionale, quello che risulta evidente è la preoccupazione statunitense per una vittoria elettorale dei sandinisti nel 2006. Già subito dopo il successo del Fsln alle regionali del novembre scorso, l’ambasciatrice statunitense convocò i due partiti liberali e i conservatori per tentare di unirli in un’alleanza nazionale in funzione antisandinista. Ma l’operazione fallì per via dello scontro durissimo tra Bolanos e Aleman e lo scarsissimo peso dell’un tempo significativo partito conservatore.
Adesso gli Stati Uniti vedono con grande speranza la divisione in seno al Fsln manovrata dell’ex sindaco di Managua Herty Lewites, ma lo scenario che si prospetta è assolutamente incerto. Nel caso però il Fsln di Ortega dovesse vincere comunque le elezioni, gli Usa troverebbero un governo “ostile” armato seriamente nel giardino di casa. L’ennesimo, ad essere precisi. Il quadro latinoamericano è infatti già molto impegnativo per Washington. Oltre a Brasile, Venezuela, Uruguay e Argentina si attendono vittorie della sinistra in Messico e Cile, mentre i conflitti sociali e politici in Bolivia, Ecuador e Perù e il fallimento di Uribe in Colombia aprono scenari difficili per il gigante del nord.
Una eventuale vittoria del Fsln, partito peraltro particolarmente vicino ai governi di Cuba e Venezuela, darebbe luogo ai peggiori tra gli incubi statunitensi, quello della definitiva perdita di ruolo dominante nelle Americhe. E il venir meno del controllo economico, politico e militare sulle Americhe, secondo alcuni analisti -molti negli stessi Usa- potrebbe delineare l’inizio di una crisi internazionale tale da mettere in discussione lo stesso il dominio unipolare Usa, sulla cui affermazione un manipolo di neocons ignoranti ha costruito la sua fama e placato la sua fame.
Con qualche decine di migliaia di morti e il diritto internazionale nel ruolo di vittime.
Fabrizio Casari
redazione@reporterassociati.org
marzo 23 2005
Borghesia NeoCafona: la Nuova Destra Italiana
di Fabio Greggio
da: http://www.politikon.it/modules/news/article.php?storyid=442 [/b]
Il fascino discreto della Borghesia era un film di Buñuel, il geniale regista spagnolo.
E’ vero.
La Borghesia Italiana è la Nuova Destra Italiana.
La Borghesia Italiana è intimamente fascista
Un ceto sociale d’arricchiti, nuovi o di seconda generazione.
Dal boom economico anni 60 ad oggi si è formato un ceto medio alto, bacino d’utenza della Destra conservatrice.
Arrogante, maleducata, egoista, vanitosa, spocchiosa, anarcocapitalista.
Sono i NeoCafoni.
Quelli che d’estate vanno a Porto Rotondo da Briatore, o sognano di esserci.
Quelli che hanno la fabbrichetta in Brianza, la barca a Varazze, le ferie a Sharm el Sheik.
Quelli sempre abbronzati, che “ se fossi un operaio mi vergognerei d’avere bisogno del Sindacato”, salvo poi iscriversi a Confindustria.
Non si sa mai.
Quelli che “ Non do soldi all’Unicef perché non so dove vanno” e poi comprano i film porno su Internet a 100 euro a botta.
Il NeoCafone si basta.
I soldi gli danno un senso d’onnipotenza.
Li ha fatti i soldi. Quindi è migliore.
Un filosofo americano diceva:
“Nulla da più la sensazione d’essere intelligenti, che possedere grandi somme di denaro”.
Il rapporto denaro-intelligenza è il binomio sacro dei NeoCafoni di Destra.
Il NeoCafone di Destra è eccessivo.
L’auto esagerata, la casa esagerata, la donna esagerata.
La vita esagerata.
La coca per reggere, il matrimonio per fare il figlio maschio.
Il NeoCafone ha una filosofia semplice: quello che non m’interessa non conta.
Fuori gli extracomunitari dalle nostre città, dopo aver lavorato di giorno, in nero, nell’azienda.
Perché la povertà è sinonimo d’incapacità, malavita.
Il NeoCafone di Destra si sente di seria A.
E vuole la Serie B.
Ama l’arroganza e la prepotenza.
La Furbizia è ammessa. E’ al governo, quindi è istituzionale.
Il NeoCafone ha il culto della personalità.
Si modella nelle palestre, liposuzioni, massaggi, saune, lampade, rughe, creme.
Tanti Costantinini.
Perché, al contrario di ciò che predicava Platone, è importante “ apparire, non essere”
Qualcuno dice il contrario, ma scambia “Essere” con “Esserci”, sinonimo di apparire.
IL NeoCafone di Destra peggiore è l’arricchito. Peggio se figlio d’arricchiti.
Sono le piaghe sociali delle piccole aziende.
Fratelli, figli, in cerca di esserci e che emulano i padri senza averne le capacità.
Tanti Piersilvio fratto due.
Quelli che soffocano i bravi, che fanno danni, che chiudono le aziende.
I problemi sociali non li tangono.
Si domandano inorriditi come mai dei girotondini, dei disagi sociali, dei centri sociali.
Ciò che è sociale è orrido perche da condividere.
L’arretratezza degli Africani per loro è genetica.
Una volta un Missino mi disse:
“ Si vede che sono inferiori, non si levano nemmeno le mosche dagli occhi”.
La Borghesia Italiana è intimamente fascista. Lo è sempre stata.
Ha sempre investito male in politica.
Non ha mai avuto né la capacità, né l’intelligenza di darsi una classe dirigente seria e onesta.
Dal Re a Mussolini, dalla Milano da Bere ai Piduisti.
La Borghesia Italiana ha sempre avuto bisogno di un Balcone, di un Omone, di un Coglione,
uno solo, ma grande.
Più grande che di più non si può.
Crede in Dio e va a messa.
Difende i valori Cristiani, ma divorzia di più degli atei Comunisti.
Perché Dio è utile, ma non indispensabile.
Come un klinex.
Quando serve c’è ed è bello far vedere che ci si crede.
Va a messa in Armani.
Il NeoCafone è Fascista perché maggior parte degli Italiani, in fondo, sono intimamente fascisti.
Furbi, opportunisti.
Al NeoCafone di Destra la legge va stretta.
Li chiama “lacci e lacciuoli” e vuole lo Stato più snello.
Cioè più anarchia per fare anche l’illegale.
E se non si può, si fa la legge che legalizza l’illegalità, cazzo!.
Il Fascismo è nella Borghesia Cafona di Destra perché la Borghesia Italiana è sciocca ed impreparata al futuro.
Da Giulio Cesare a Macchiavelli, da Mussolini a Craxi, da Berlusconi a Bossi c’è un comune denominatore.
L’idea di un solo uomo che semplifichi l’idea di Stato, che applichi la legge del Bar,
quella che tutti capiscono.
Subito, magari con un po’ di prepotenza.
Decisionista, sbrigativista, svelto.
Perché la velocità è intelligenza e progresso. Come recitava il Futurismo. Il resto è letame.
IL NeoCafone di Destra non sopporta i diversi.
Gli extracomunitari, i gay, le razze strane, negri, asiatici.
Non sopporta le idee politiche diverse dalle sue.
Ciò che è diverso è sbagliato.
Il metro l’ha lui.
Il NeoCafone stravede per la Santanchè, Daniela Fini, Sgarbi.
Per Fini, l’uomo che non dice niente, ma lo dice bene.
Fini è come la patata. Come la cuoci è sempre buona.
Un uomo di buon senso. Parla sempre sotto i 20 decibel.
Icone di look, d’arroganza del potere, di kitch.
Il Neocafone svuota il portacenere al semaforo, suona alla vettura ferma per far passare sulle strisce la vecchietta, ha lo stereo da burino, svuota gli scarichi dell’azienda di notte nel fosso vicino casa perché“ gliela do io ai Verdi!”.
Il 90% dei problemi in Italia “è colpa dei Sindacati” anzi della Triplice.
Il NeoCafone sorpassa in autostrada a Destra perché ha fretta.
Ma lo fa con il gusto di quello che pensa “ manica di imbranati!”.
Non fa la fila, fa il cono.
Se può supera.
Va a Cuba per scopare.
Castro è un torturatore.
A Guantanamo invece fanno le ferie.
E aumentano. Sempre più.
Ogni anno sempre meno Partigiani e sempre più Calendari del Duce.
La Borghesia Neocafona Italiana è l’icona della Nuova Destra.
Una Destra che crede di essere di Destra, ed invece è solo Cafona.
Toqueville o Kant sono per lui cantanti di hip-hop.
Tanto che non ha ancora capito la Storia.
Non ha ancora capito che ciclicamente, da Giulio Cesare a Mussolini, da Andreotti a Craxi
e tra breve Berlusconi,
cadrà rovinosamente trascinandosi dietro un vortice di detriti storici.
Un gorgo infinito entro il quale la Borghesia Italiana ciclicamente cade.
Un cesso storico al quale qualcuno prontamente tirerà la cordicella.
Sciacquone prima di uscire, please….
Fabio Greggio
www.politikon.it
www.radicalidisinistra.it
COSTITUZIONE SFASCIATA
MARIO PIRANI
la Repubblica - 23 marzo 2005
OGGI è una giornata tra le più nere per la nostra Patria da quando essa è risorta a vita democratica. Il Senato approverà, infatti, in queste ore, così come ha già fatto la Camera, una riforma costituzionale devastante. Entro tre mesi, quindi, il Parlamento potrà procedere alla seconda lettura, poco più di una formalità, poiché non saranno ammessi emendamenti e un rapido voto a maggioranza sancirà un esito scontato in partenza. Resterà, come ultima speranza, il referendum popolare che, peraltro, Berlusconi vorrebbe far slittare a una data posteriore alle elezioni politiche.
Quando in un discorso ai capi gruppo dell´Unione (11 marzo us) Romano Prodi mise in guardia gli astanti, ma altresì l´opinione pubblica, contro l´incombente pericolo di un testo che conteneva le premesse di una dittatura della maggioranza e, ancor più, di una dittatura del premier, non mancò chi considerò il suo intervento eccessivo e allarmista.
La Costituzione sfasciata
Purtroppo Prodi aveva perfettamente ragione non solo per l´impianto dirompente di una riforma alla cui discussione e approvazione sono state imposte poche ore contingentate di dibattito parlamentare ma per la sostanziale timidezza e disattenzione con cui il centro sinistra ha affrontato un passaggio istituzionale di una gravità senza precedenti. È pur vero che a palazzo Madama i senatori del centro sinistra avevano durante tutto l´iter della legge esercitato una tenace azione di contrasto, ma questa non aveva trovato alcun riscontro esterno. In questo contesto persino i cartelli di protesta e la bagarre di ieri a palazzo Madama danno ormai solo l´impressione di un tardivo risveglio all´ultima ora dell´opposizione.
Esaminerò più avanti quelle che a me appaiono le colpevoli motivazioni di un simile comportamento. Ora vorrei partire dalla via d´uscita suggerita in extremis da Michele Salvati (Corriere del 19 us), a mio avviso del tutto improponibile. Il prestigioso economista (ormai anche politologo di valore) reputando fondato lo "sconcerto di fronte a un altra Costituzione, né più né meno... radicalmente riscritta... che modifica in profondità le funzioni e i poteri di tutti gli organi dello Stato... attraverso tempi strettamente contingentati, tanto che il maggior partito di opposizione si è visto assegnare un´ora e mezza per discutere i 57 articoli del testo", suggerisce all´Ulivo di giocare una carta: approvare con voto bi-partisan gli articoli sulla devoluzione e mettere così al riparo la Lega dal pericolo di un referendum abrogativo, chiedendo, in cambio, il rinvio del resto della riforma a una futura assemblea costituente, in concomitanza con la prossima Legislatura. Se questa idea, peraltro tecnicamente del tutto problematica, dovesse trovare uno sbocco, magari alla vigilia delle riletture al Senato e alla Camera, l´Ulivo non giocherebbe una carta "illuministica", come crede Salvati, ma si giocherebbe la faccia, per usare un eufemismo gentile.
La devoluzione, nella nuova formulazione, approfondisce le crepe all´unità d´Italia già inferte in una stagione di pulsione suicida dal centro sinistra al termine della passata Legislatura, allorquando modificò unilateralmente il Titolo V della Costituzione. Ora il nuovo testo non solo assegna la competenza legislativa esclusiva alle Regioni in settori decisivi quali la scuola, la sanità, l´assistenza (con la disarticolazione della scuola pubblica e del servizio sanitario nazionale), con allegata la costituenda polizia regionale, ma vi aggiunge tutte quelle materie non comprese fra quelle riservate esplicitamente allo Stato, e, cioè, commercio, agricoltura, artigianato, turismo, industria (con eccezione per l´energia). Or bene, nei grandi e piccoli Stati federali, dalla Germania alla Spagna, dal Belgio al Canada la competenza non è mai esclusiva delle regioni ma è sempre mitigata da qualche clausola che legittima la potestà d´intervento federale anche nelle materie attribuite alla legislazione decentrata. La Costituzione tedesca, ad esempio, afferma che il Parlamento federale ha diritto di legiferare in ogni campo qualora questo sia necessario per tutelare l´unità giuridica o economica del Paese e l´eguaglianza nell´esercizio dei diritti dei cittadini. Negli Stati Uniti sono indicate solo le competenze federali esclusive, ma quando Washington lo ritenga necessario la Casa Bianca e il Campidoglio le estendono a piacimento: così, pur non essendo la Sanità compresa fra le materie federali, le fondamentali leggi sull´assistenza sanitaria (Medicaid e Medicare) sono approvate e finanziate su scala federale.
Tralascio altri esempi solo per ragioni di spazio. Comunque non vi è una costituzione federale paragonabile a quella che l´Italia si appresta a darsi e che ci trasformerà, se le cose andranno nel senso voluto da Berlusconi e Bossi, con l´acquiescenza imperdonabile dei loro alleati, in una specie di confederazione di regioni indipendenti. Basta riflettere ai contenuti della devoluzione per respingere, quindi, ogni idea di scambio che, oltretutto, determinerebbe un affievolimento del deterrente referendario, privato del potente anelito a salvare e ricomporre l´unità d´Italia.
Quanto al resto della cinquantina di articoli riscritti essi sconvolgono e in buona parte annullano la Costituzione repubblicana del 1947: definiscono una nuova forma di governo, cambiano la struttura del Parlamento, modificano i caratteri dello Stato, rivedono al ribasso i poteri degli organi di garanzia (Presidenza della Repubblica, Magistratura, Corte costituzionale, ecc.), rendono quasi ingestibile la formazione delle leggi. Non è poi vero che la riforma lasci integra la prima parte della vecchia Costituzione che riguarda i diritti fondamentali del cittadino. Questi diritti, formulati in linea di principio nella prima parte, formalmente non toccata, della Carta costituzionale, trovano concreta applicazione nella legislazione corrente che è regolata attraverso la cosiddetta riserva di legge. Il suo depotenziamento mette ora a rischio il diritto di famiglia, compresa la disciplina del divorzio e dell´aborto, il diritto del lavoro, compreso lo sciopero, le libertà sindacali, ecc, il diritto penale e quello civile, l´ordinamento giudiziario e la giustizia amministrativa. D´ora in avanti, se la riforma non verrà affossata dai cittadini, le leggi in moltissimi casi saranno il prodotto della volontà della sola Camera dei deputati, nella quale il premier, in forza del sistema maggioritario (costituzionalizzato dal nuovo art. 92) avrà, comunque, una maggioranza sicura (anche nel caso non abbia ottenuto la maggioranza dei voti). Le disposizioni del nuovo art. 94 forniscono al premier uno strumento fortissimo di ricatto sulla sua stessa maggioranza. Egli, infatti, è in grado di esigere l´approvazione in blocco di una legge da lui proposta, abbinandola alla questione di fiducia che, se negata, condannerebbe la Camera all´automatico scioglimento anticipato. Neppure una eventuale maggioranza sostitutiva, con l´apporto dell´opposizione, eviterebbe il decreto di scioglimento, anche se è pur vero che questa spada puntata contro eventuali dissenzienti ha due lame: in una coalizione con ali estreme riottose (ad esempio la Lega, ma analogo discorso può farsi per un governo dell´Ulivo con Rifondazione) se una di queste vuol far saltare il banco, le basta votare anche da sola la sfiducia per ottenere lo scioglimento del Parlamento. Come si vede ad occhio nudo è un testo che trasuda prepotenza e diffidenza, accompagnate da uno scambio improprio tra speculari poteri di ricatto.
Il tutto in un quadro che assomma il massimo della destrutturazione dello Stato unitario al massimo del centralismo autoritario. Berlusconi, se i suoi piani avranno successo, godrà dei poteri congiunti di Bush e di Blair senza le garanzie e i contrappesi che condizionano l´operato del presidente americano e del premier inglese.
Il primo, infatti, non dipende dalla fiducia del Congresso, può opporre il suo veto alle leggi, nomina i giudici della Corte suprema, ma, in cambio, non può sciogliere le Camere, mettere la fiducia sulle leggi, emanare decreti, far passare le sue nomine senza il severo vaglio del Senato; il secondo è sottoposto alla sua maggioranza che può mandarlo a casa e sostituirlo, come è accaduto alla Thatcher ed anche impedirgli di sciogliere i Comuni senza il suo consenso.
Si potrebbe continuare a lungo nell´analisi di questo osceno rifacimento costituzionale. Resta da chiedersi perché il centro sinistra sia rimasto tanto inerte e perché l´opinione pubblica sia stata lasciata praticamente all´oscuro (si è arrivati al cambio della Costituzione senza neppure chiedere un dibattito a Porta a porta, a Ballarò o a l´Infedele). Le spiegazioni potrebbero essere più di una: in primo luogo il complesso di colpa, senza il coraggio di una salutare autocritica, per aver, con la modifica del Titolo V, aperto il varco allo sfascio successivo, nel vacuo proposito di agganciare la Lega o di tagliarle l´erba sotto i piedi: in secondo luogo la speranza balorda che la CdL non avrebbe portato fino in fondo il disegno, una sottovalutazione che dimostra come non si sia pienamente afferrato quanto congeniale ad ambedue i soggetti sia l´alleanza tra Berlusconi e Bossi; in terzo luogo uno scadimento culturale che ha condotto, sia durante la Bicamerale che dopo, ad affrontare i temi del necessario aggiornamento della Carta senza un forte e coerente impianto costituzionale in testa, concependo i punti fondamentali come oggetto di possibile e fortuito scambio politico (così si è arrivati, ad esempio, da parte di autorevoli esponenti del centrosinistra ad abbracciare l´idea del premierato); qualche inespresso pensiero sui vantaggi, comunque, di una Costituzione "forte" nel caso di un futuro cambio di governo; infine l´idea sbagliata che della questione poco importi alla gente (i successi di pubblico delle iniziative volontarie dei Comitati per la Costituzione animati dalla Fondazione Astrid, da "Libertà e Giustizia", dai Gruppi Dossetti con l´adesione convinta delle tre Confederazioni sindacali provano come, viceversa, siano sensibili i cittadini non appena messi in condizione di percepire quale nefandezza si stia compiendo quasi all´insaputa).
Se fino a oggi le battaglie costituzionali sono state tutte perdute dal centro sinistra, è ancora possibile rovesciare le sorti finali del confronto. A condizione di svegliarsi e di cambiare linea.
Berlusconi sotto inchiesta per corruzione in atti giudiziari
REDAZIONE
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi potrebbe di nuovo finire sotto processo per corruzione in atti giudiziari. I pubblici ministeri milanesi Alfredo Robledo e Fabio De Pasquale, che stanno indagando sulle presunte irregolarità compiute da Mediaset nella compravendita di diritti cinematografici, sospettano che Berlusconi possa avere pagato la testimonianza dell'avvocato inglese David Mills. Il Cavaliere risulta infatti già sotto inchiesta per questa vicenda per i reati di appropriazione indebita, falso in bilancio e frode fiscale. Qualche tempo fa la Magistratura aveva ascoltato l'avvocato Mills, che aveva rilasciato una testimonianza che non ha convinto i Giudici. Le Toghe sono convinte che esista la possibilità che l'avvocato, ora sotto accusa per falsa testimonianza. possa aver rilasciato dichiarazioni false per scagionare il premier.
"In un paese normale un premier accusato di frode fiscale e di aver comprato la testimonianza di persone, per scagionarsi, dovrebbe dimettersi immediatamente - ha commentato il leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro - in un paese normale dovrebbero dimettersi anche i presidenti di Regioni come la Lombardia e la Sicilia, Formigoni e Cuffaro, rispettivamente accusati di aver violato l'embargo petrolifero con l'Iraq e di avere collusioni con la mafia. Siccome queste persone non hanno senso dell'onore, né alcuna dignità politica ci appelliamo al voto degli elettori per poterli mandare a casa".
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E i Magistrati tornano ad essere comunisti
DARIO MIGLIUCCI
Fino al tardo pomeriggio di ieri i Magistrati italiani erano dei militanti politici vicini al centrodestra. Lo aveva assicurato Alessandra Mussolini, che aveva accusato i Giudici della Corte d'Appello di Roma e quelli del Tar del Lazio di aver "collaborato con Storace" per escludere la lista di Alternativa Sociale dalle Regionali del Lazio. Toghe nere, insomma, "certificato" dalla nipote del duce in persona.
Ma ieri il Consiglio di Stato ha ribaltato il verdetto, facendo tornare in gara la lista neofascista. E le Toghe sono tornate improvvisamente ad essere rosse. L'aennino Ignazio La Russa ha parlato di "sentenza giuridicamente abnorme", il leghista Alessandro Cè ha accusato la Magistratura di istigare "alla illegalità", il forzista Sandro Bondi ha puntato il dito contro "una parte politicizzata e militarizzata della Magistratura".
Il potere giudiziario è però tornato sotto attacco anche per via della indagine che coinvolge a Milano il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Si è infatti ieri saputo che il Cavaliere è sospettato di corruzione in atti giudiziari nell'ambito dell'inchiesta relativa alla presunta compravendita illegale di diritti cinematografici da parte di Mediaset. L'azzurro Renato Schifani ha subito puntato il dito conto la "solita giustizia a orologeria", che arriva in soccorso della sinistra a soli "dieci giorni dalle elezioni regionali e con una fuga di notizie pilotata".
"Da tempo era stato lanciato un missile con diversi stadi - ha commentato Bondi - era logico attendersi che l'ultimo stadio prevedesse un attacco giudiziario, nella migliore tradizione della sinistra di questo Paese".
Per Fabrizio Cicchitto "il ricorso all'uso politico della giustizia è l'arma a cui si ricorre in modo sistematico a testimonianza dell'esistenza di una anomalia italiana profondamente contraddittoria con un normale stato di diritto".
"La persecuzione giudiziaria, lo scandaloso uso politico della giustizia e l'accanimento contro il premier Berlusconi da parte di certa Magistratura è la grande vergogna della nostra Repubblica - ha dichiarato poco più tardi Isabella Bertolini - la verità è che Silvio Berlusconi anche questa volta è innocente. Punto e basta. Ed è incivile che, guarda caso, in piena campagna elettorale torni in scena una nuova offensiva giudiziaria contro il capo del Governo. Questa giustizia ingiusta, filoguidata dalla sinistra, vuole attentare alla volontà politica degli italiani e condizionarne le scelte. Tutto questo non è degno di un Paese civile e democratico".
Insomma, la Magistratura rossa si è scagliata contro il premier alla vigilia delle elezioni con il chiaro intento di danneggiare i candidati della Casa delle Libertà.
Una teoria davvero interessante, considerando che proprio ieri la Procura di Roma ha trasmesso al Tribunale dei ministri dei documenti che riguardano un'inchiesta sull'ex ministro dei Trasporti Claudio Burlando, che è addirittura il candidato-Governatore del centrosinistra nella Regione Liguria e che risulta indagato per truffa e per altri gravi reati societari. E con lui è finito nel mirino dei Giudici anche il dielle Ciriaco De Mita.
Per il momento il comportamento della coalizione di Romano Prodi è stato diverso da quello della Casa delle Libertà: per ora la via scelta è quella del silenzio. Ma non bisogna farsi troppe illusioni, la storia ci insegna che anche il centrosinistra è capace di lanciare durissimi affondi contro la Magistratura quando le inchieste riguardano politici del proprio schieramento. Chi lo sa, forse domani le Toghe torneranno di nuovo ad essere nere.www.centomovimenti.com
Bush si confonde: “Sedia elettrica per Terri Schiavo”
di Lia Celi
Tanti anni passati a firmare condanne a morte come governatore del Texas hanno lasciato il segno: secondo il provvedimento “ad personam” firmato dal presidente, i medici non staccheranno la spina dei macchinari che tengono in vita la donna, semplicemente la collegheranno a una presa di corrente. Le scuse tardive del presidente: “Scusate, con quel nome credevo si trattasse del solito stupratore latino”. Soddisfazione dei fondamentalisti cristiani contrari all’eutanasia: “La dolce morte è diseducativa: il malato terminale va fatto morire in modo straziante e doloroso, se no si vizia”. Ma le leggi della Florida concedono al marito di Terri di sospenderle l'alimentazione meccanica: "Una moglie che da quindici anni non parla al coniuge non ha diritto agli alimenti, piuttosto si cerchi un lavoro". Ferve il dibattito sulle due sponde dell’Atlantico: se diventa lecito lasciar morire tutti coloro che vivono come vegetali e dipendono interamente dalle macchine, il novanta per cento degli occidentali è bell’e spacciato.www.liaceli.com/
Pochi soldi e cantieri fermi. La Corte dei Conti boccia le grandi opere
di red
Cantieri «in arretrato», progettazioni «in ritardo», banche e assicurazioni «restie ad assumere i rischi: le Grandi Opere del governo Berlusconi, a un anno dalla fine legislatura, sono solo un miraggio. A denunciarlo, nella sua indagine sullo stato di attuazione delle infrastrutture previste dalla legge obiettivo, è la Corte dei Conti.
Praticamente non funziona nulla. Mancano soldi (statali e privati), idee e organizzazione. E tutto questo nonostante «il notevole sforzo sostenuto dalle Amministrazioni statali, regionali e degli enti locali interessate, in sede di concertazione per definire e selezionare i singoli interventi». Un attivismo velleitario. I magistrati contabili hanno accertato «uno stato di ritardo delle progettazioni generali e del perfezionamento dei nuovi istituti promossi dalla legge obiettivo per la realizzazione delle grandi infrastrutture (project finance, contraente generale, concessionari, etc.). Peraltro – aggiungono - gli Istituti bancari ed assicurativi sembrano restii ad assumere i rischi connessi alla remuneratività delle grandi opere. Anche l'apertura dei cantieri e lo stato di avanzamento delle opere affidate appare in arretrato rispetto al programma iniziale».
E le risorse? Poche e poco innovative: «I sistemi tradizionali di finanziamento (mutui a carico dell’amministrazione statale), si sono dimostrati, ad oggi, più efficaci degli strumenti innovativi introdotti dalla legge obiettivo», annota la Corte dei Conti. Ma questo vuol dire produrre «indebitamento, il quale deve rientrare nei parametri comunitari». Un rischio al quale il governo risponde con gli artifici contabili, ovvero inserendo «le rate di ammortamento dei mutui» fra i «trasferimenti ad altre amministrazioni», anziché «nelle poste di bilancio relative agli interessi e al rimborso capitale». Un’operazione utile ad ostacolare «il corretto calcolo dei parametri di indebitamento netto». In questo, del resto, Berlusconi e Lunardi sono maestri.unita.it
Incentivo ai falsi elettorali
La legge in uno stato serio
In uno stato serio la legge sui reati elettorali dovrebbe essere rigida e seria, e lo era (l'art. 100, comma 2, del dPR 30 marzo 1957, n. 361, per questo reato prevedeva il carcere), ma, nel marzo del 2004, Berlusconi ha fatto depenalizzare in parte la legge. Si noti che la modifica è stata fatta dagli stessi che risultano indagati o sono ancora sotto processo a seguito delle denunce dei Radicali per le politiche del 2001. L'art. 100 secondo comma prevedeva la reclusione da 1 a 6 anni per chi alterasse, falsificasse e distruggesse le liste elettorali, il terzo comma prevedeva, per i membri dell'Ufficio elettorale, la pena della reclusione da 2 a 8 anni. Il carcere c'e' ancora per chi altera o falsifica o distrugge le schede elettorali ma non c'è più per chi crea liste false o falsifica le liste con nomi falsi, adesso al posto del carcere c'è una multa e lo stesso per il pubblico ufficiale e i membri della commissione elettorale che accettino liste false. Naturalmente il governo Berlusconi non ha solo ridotto le pene ma anche i tempi di prescrizione, in modo che alla fine nessuno sarà mai condannato (parole della Cassazione), così anche per cumuli di reati di questo tipo si può star sicuri che il falsificatore se la caverà alla grande.
Se questo non è un incentivo a fare falsi elettorali, ditemi voi cos'è?
Purtroppo per questa depenalizzazione dobbiamo ringraziare anche parte dell'opposizione. E bravi tutti! Vivi complimenti! Diamo all'untore solo a chi si fuma uno spinello! E chi invece si fuma la democrazia?
viviana
www.aprileonline.info
Finalmente possiamo dirlo, la lista di Alessandra Mussolini non va votata perché è fascista
Regionali. ll Consiglio di Stato riammette la lista di Alternativa Sociale alle elezioni del Lazio
***
Finalmente. Il Consiglio di Stato, l’ultimo grado della giustizia amministrativa, ha dichiarato che la lista di Alternativa Sociale, il partito di Alessandra Mussolini, potrà partecipare alle elezioni nel Lazio. Finisce così la telenovela che ha inchiodato l’Italia per settimane, con scambi di accusa reciproci (il che è il meno) e con l’incredibile atto compiuto da una società della Regione Lazio che si è intrufolata di soppiatto nei computer del Comune di Roma. Un fatto che di per sé avrebbe dovuto costringere Storace alle dimissioni, come giustamente è stato detto dal centrosinistra.
Purtroppo il presidente della Regione Lazio non ha avuto la sensibilità di accogliere questa domanda e i cittadini pare si siano fatti un’opinione nel merito, se, come dicono gli ultimi sondaggi pubblicati, Piero Marrazzo ha recuperato posizioni ed è in grado di battere Storace (con e senza la Mussolini). Chi è causa del suo mal, pianga se stesso.
D’altra parte, la Nipote ha dimostrato una grande determinazione nel portare avanti la sua battaglia. Rimane però il fatto: qualcuno ha violato la legge. Una legge sbagliata e criminogena, perché fatta in modo tale che violarla è quasi impossibile, ma che fin quando esiste (c’è da augurarsi per poco) è bene rispettare.
Quel che rimane è la sensazione che la democrazia non sia in ottima salute. Le elezioni possono venire decise da una sentenza di un Tar, così come (si parva licet) negli Usa al prima elezione di Bush fu sancita non dal voto del popolo ma da quello della Corte Suprema.
Comunque, finalmente la campagna elettorale del Lazio potrà in questi ultimi giorni tornare alla normalità. E se finora, di fronte a Storhacker, di fronte all’uso personalistico delle istituzioni e di fronte alla pervicacia con cui il suo ex partito ha boicottato la Mussolini, anche a sinistra, si sono alzate voci in difesa della Mussolini, d’ora in poi potremo dirlo con più tranquillità: Alternativa Sociale è un partito fascista. E come tale bisogna augurarsi che abbia il più magro risultato possibile nelle elezioni de 3 e 4 aprile. /www.aprileonline.info
Effetto domino
Gli autori dell'attentato in Qatar minacciano nuovi attacchi
“Colpiremo i sostenitori del demonio, l’America, la Gran Bretagna, l’Italia e tutti coloro che hanno profanato le terre dell’Islam. State pronti alla grande sorpresa, perché l’operazione in Qatar è solo l’inizio”.
Questo il farneticante testo della rivendicazione diffusa ieri su un sito internet dal gruppo Jund al-Sham che ha firmato l’attentato a Doha di sabato 19 marzo costato la vita a un cittadino britannico.
Sempre peggio. Per la precisione non è la prima rivendicazione, visto che un comunicato era stato diffuso poche ore dopo l’esplosione di un’autobomba nei pressi del teatro Doha Players, nel sobborgo della capitale noto come al-Khalifa. Obiettivo dell’attacco era la scuola d’inglese della zona dove insegnava Jonathan Adams, la vittima, cittadino britannico residente in Qatar da 2 anni.
Altre 12 persone sono rimaste ferite. Il Qatar è ancora sotto choc e la nutrita comunità internazionale che vive nell’emirato del Golfo (solo i britannici sono 5mila) teme che il fenomeno possa ripetersi. Mai nella storia il Qatar aveva vissuto una giornata come quella del 19 marzo scorso e mai si era verificato un episodio di questa gravità nel Paese. Le autorità qatariote hanno diffuso le generalità dell’attentatore che è risultato essere Omar Ahmed Abdullah Ali, cittadino egiziano, residente in Qatar da 10 anni dove lavorava per la Qatar Petroleum come programmatore informatico. “Non riesco a credere che sia stato lui”, ha dichiarato alla BBC un collega del kamikaze, “era un uomo tranquillo…aveva appena avuto un figlio”. Poche ore dopo l’attacco è arrivata la rivendicazione firmata dal gruppo Jund al-Sham che mai prima di allora aveva fatto parlare di se. Nel primo comunicato si sottolineava la ricorrenza scelta per l’attentato, il secondo anniversario dell’attacco all’Iraq da parte delle forze della Coalizione. Un corteo composto da cittadini del Qatar e da stranieri residenti nell’emirato è sceso in piazza lunedì 21 marzo per gridare il suo no alla diffusione del terrorismo, ma il clima che si respira nei paesi del Golfo non è dei più sereni.
Processo in Yemen. A poche ore e a pochi chilometri dalla manifestazione, nelle aule di un tribunale di Saan’na, capitale dello Yemen, si concludeva un processo a 11 uomini accusati di aver militato nella rete locale di al-Qaeda. Sei di loro sono stati condannati a 2 anni di reclusione per aver fornito, a miliziani in partenza clandestinamente per l’Afghanistan e l’Iraq, dei documenti falsi. Gli altri 5 sono stati prosciolti. A differenza del Qatar, lo Yemen sa bene di cosa è capace il radicalismo fondamentalista. Abd al-Rahim al-Nashiri, l’uomo che è ritenuto la mente dell’attentato del 12 ottobre 2000 al cacciatorpediniere della marina degli Stati Uniti USS Cole nel quale persero la vita 17 marinai Usa, ha visto confermata il 5 marzo scorso la sua condanna a morte. La Corte ha invece commutato la pena capitale in 15 anni di prigione al vice di al-Nashiri. Quest’ultimo è detenuto negli Stati Uniti da tempo. Da quel giorno, con l’aiuto di addestratori professionisti della CIA, il governo dell Yemen addestra i suoi uomini all’anti-terrorismo, ma sembra che fino a oggi abbia usato i corpi speciali solo per saldare i conti con la minoranza sciita del Paese. Le tensioni interne non sono poche e, nei limiti concessi dalle pressioni statunitensi, il governo di Saan’na cerca di evitare lo scontro diretto con le frange più estremiste del fondamentalismo.
Effetto domino. Come già emerso nei mesi scorsi sembra non arrestarsi l’effetto destabilizzante che la guerra in Iraq ha generato nella regione. Il Qatar si aggiunge alla lista dei neofiti del terrore che, a cominciare dall’Iraq stesso che conosceva gli orrori di una dittatura ma non certo il terrorismo internazionale, hanno visto infiltrarsi nelle proprie città dei gruppi che mirano a rovesciare tutti i governi della zona in qualche modo omogenei alla politica estera di Washington.
Nei mesi passati era toccato all’Oman e al Kuwait che, per la prima volta, si trovavano ad affrontare scontri a fuoco tra forze dell’ordine e gruppi armati. Lo stesso dicasi dell’Arabia Saudita che, da maggio del 2003 a oggi, conta un centinaio di morti per la guerra strisciante tra apparati governativi e gruppi eversivi. Il virus delle bombe dilaga insomma e le parole di Sale al-Qufi, l’uomo che i servizi segreti di molti paesi ritengono il nuovo leader di al-Qaeda in Arabia Saudita, diffuse su internet fanno riflettere. “Tutti gli obiettivi dei crociati devono essere colpiti in ogni luogo”, ha dichiarato al-Qufi riferendosi agli Stati Uniti e ai suoi alleati. La guerra in Iraq non finisce in Iraq. www.peacereporter.net
Piazza Fontana: sono stato io
di Pino Nicotri
Nel parlare della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 il famoso conduttore Giovanni Minoli dimentica un "piccolo" particolare
Lunedi 14 marzo Giovanni Minoli nella sua trasmissione televisiva ha parlato anche della strage di Piazza Fontana, cioè delle bombe del 12 dicembre 1969 a Roma e a Milano.
Bombe tragiche non solo per le molte persone uccise e mutilate nella Banca dell’Agricoltura che a Milano su piazza Fontana si affacciava (e tuttora si affaccia), ma anche perché innescarono quel tipo di “resistenza armata preventiva” - contro il golpismo strisciante dell’epoca- che sfociò poi nel terrorismo delle Brigate Rosse e di Prima Linea.
Nel corso del suo programma Minoli ha sentito il bisogno di arrogarsi - o quanto meno i nascondere - meriti che non sono né suoi né degli inquirenti, ma solo ed esclusivamente de L’Espresso di 32 anni fa. Meriti, per giunta, davvero storici.
Le bombe del 12 dicembre ’69 erano tutte contenute in borse di similpelle dotate di una serratura con inciso un disegno particolare: il profilo di una testa di gallo, logo della ditta tedesca Mossbach und Grueber che le fabbricava. Le indagini sulla strage furono sabotate dagli organi di polizia giudiziaria che, mentendo su ovvia indicazione dei servizi segreti, dissero ai magistrati che quelle borse in Italia non erano vendute.
Un modo subdolo per accreditare la “pista estera”… Finché giovedì 7 settembre 1972 il settimanale L’Espresso, con una inchiesta del grande inviato Mario Scialoja intitolata “C’è un’orma nuova”, rivelò la verità: quel tipo di borse non solo era venduto anche in Italia, ma erano state vendute anche nel Veneto dei filo golpisti di estrema destra Giorgio Franco Freda, padovano, e Giovanni Ventura, trevigiano.
A mettere sull’avviso Scialoja ero stato io, che a quell’epoca studiavo Fisica all’Università di Padova e avevo notato sin da subito che un mio amico e compagno d’appartamento, lo studente di ingegneria Giorgio C, aveva proprio lo stesso tipo di borse mostrato in lungo e largo da giornali e tv, con il disegno della testa di gallo sulla serratura.
Giorgio C alle ore 11 del lunedì successivo alla strage fece vedere la borsa a un commissario di polizia, fermo come al solito sotto casa nostra per tenere d’occhio i contestatori nei pressi del bar Pedrocchi e dell’adiacente palazzo del Bo(la sede centrale dell’Università).
Ma il commissario gli rise in faccia: “Sappiamo già chi è il colpevole”. Strano, perché il capro espiatorio Pietro Valpreda, ovviamente anarchico, venne arrestato a Milano solo un’oretta più tardi…
Capii subito che a parlare ad alta voce c’era da lasciarci la pelle. Anche perché dopo 48 ore ci vennero a perquisire la casa, con un mandato per me, uno per Giorgio C e uno per la sua morosa, prima i carabinieri – che mi portarono al loro comando in Prato della Valle - e poi anche la polizia!!!
Quando ritenni di poter venire allo scoperto senza che mi facessero sparire, cioè una volta superato anche il servizio militare di leva, mi accinsi a scrivere tutto nel mio primo libro: Il Silenzio di Stato, edito nel febbraio 1973 da Sapere Edizioni.
Scialoja a Roma lo venne a sapere, e così nacque il botto (che, tra parentesi, un po’ alla volta mi portò al giornalismo, grazie a Scialoja e a L’Espresso, anziché alla laurea in Fisica).
Nel settembre del ’72 l’inviato romano, l’allora famosissimo Mario Scialoja, piombò a Padova. Io lo portai da Giorgio C, che nel frattempo s’era trasferito a Treviso. Giorgio per 5.000 lire mi cedette la sua borsa, che per fortuna conservava ancora, e io la affidai a Mario perché la portasse ai magistrati milanesi (ero ancora un ragazzo diffidente: per evitare fregature, spedii a D’Ambrosio un telegramma per avvertirlo del pacco dono…).
Il giorno dopo Scialoja la consegnò a razzo a Milano al magistrato Gerardo D’Ambrosio e poi corse come un pazzo a Roma – sulla sua ardimentosa Alfa Romeo 1750 di cilindrata - a scrivere l’inchiesta della grande svolta: “C’è un’orma nuova”, gridava il titolo in copertina. Scoop così non se ne fanno più da un pezzo. Né nascono più giornalisti come Scialoja.
L’inchiesta provocò un terremoto. Grazie al quale Valpreda venne scarcerato, la pista anarchica crollò miseramente e finirono sotto accusa alcuni vertici della polizia.
Si scoprì infatti, tra le altre porcherie, che l’Ufficio politico della questura di Padova aveva fatto sparire la testimonianza del titolare della Valigeria al Duomo, il quale aveva già indicato – e da un bel pezzo - l’acquirente delle borse riconoscendolo in una ben precisa foto: quella di Giorgio Franco Freda…
Valpreda per riconoscenza ci tenne a firmarmi una dedica di ringraziamento su una copia della seconda edizione del libro.
Sì, direi proprio che Minoli ci fa una ben triste e meschina figura. Peccato.
Pino Nicotri
p.s. “Buon giorno, sono Mario Scialoja”. “Sì, e io sono Napoleone Bonaparte”. “Ma io sono davvero Mario Scialoja!”. “E io sono davvero Napoleone Bonaparte! Che, non si vede? O vuole forse darmi del bugiardo?” Iniziò così, proprio così. A pensarci mi viene ancora da ridere. Ma anche un forte nodo alla gola. Mario in seguito è diventato una delle persone cui devo di più nella mia vita. Ah, il “tempo triste della giovinezza”… www.ilbarbieredellasera.com
Una lezione per Storace, quello furbo
E sul cellullare, in risposta alla notizia, arrivarono le seguenti veloci risposte: «Eia eia alalà». «Saluto al duce». «A noi!». «Vincere!». Non erano i camerati di Alessandra Mussolini, per fortuna non ne conosciamo e non ci teniamo a conoscerli. Erano amici, colleghi, compagni come direbbe Prodi a un congresso diesse. Nessuno scandalo, nessuna ipocrisia: è il maggioritario, bellezza.
Sul capo già pieno di guai di Storace cala una manganellata che neanche nel Ventennio. E se Piero Marrazzo fa strabene a ripetere che per lui Mussolini o non Mussolini è lo stesso (gli ultimi sondaggi gli davano pienamente ragione), senza che ci sia alcun vantaggio diretto per il candidato dell’Unione alla Regione Lazio, c’è però da oggi un handicap che appesantisce l’ultima settimana di campagna del governatore uscente.
Sicché le reazioni gioiose dei sostenitori di Marrazzo alla riammissione di Alternativa sociale decisa dal Consiglio di stato sono comprensibili, anche se appartengono più al tifo da stadio che alla politica.
Storace ha ora di fronte una montagna da scalare. Il disprezzo gettato sui suoi dissidenti di destra gli si ritorcerà contro, aggravato dalla certezza che per impedire alla Mussolini di partecipare alle elezioni, la Regione Lazio come istituzione sia stata utilizzata oltre ogni liceità. Da oggi l’ex portavoce di Fini avrà di fronte avversari incattiviti, attigui di area politica ma ora raggiunti da qualche simpatia popolare in più (un danno aggiuntivo da addebitare a chi ha fatto carte false per escluderli). Gente che sa dove colpirlo e si occuperà solo di questo, evitando a Marrazzo e all’Unione l’antipatica incombenza.
Lasciamo perdere i peana alla democrazia ritrovata o i pianti per la democrazia smarrita, ché in questa storia la democrazia ha fatto comunque una brutta figura. Rimane solo il fatto che a rischiare di più, alla fine, sarà quello che si credeva il più furbo. Una bella lezione.www.europaquotidiano.it
DIRITTI UMANI: AZIENDA PETROLIFERA AMERICANA RISARCISCE BIRMANI
Peace/Justice, Brief
Per uscire da un annoso caso di violazione di diritti umani - con accuse di violenze, abusi e lavori forzati obbligatori - il gigante petrolifero statunitense Unocal ha deciso di risarcire alcuni abitanti di un villaggio birmano, situato vicino a un gasdotto. L’accordo, raggiunto per via extra-giudiziale, segna la fine di una disputa durata otto anni tra la grande azienda californiana e un gruppo di birmani che negli anni '90 assistettero alla costruzione del gasdotto Yadana, lungo 62 chilometri, realizzato da società controllate della Unocal per esportare il gas naturale dal Myanmar alla Thailandia e poi al mare delle Andamane. Secondo i legali dei cittadini asiatici, i soldati birmani - pagati dagli statunitensi per fare la guardia agli impianti - si sarebbero macchiati di numerose violazioni dei diritti umani, stuprando donne e ragazze, portando via con la forza gli uomini per farli lavorare al gasdotto e costringendo le persone ad abbandonare le proprie case per dare spazio alla nuova costruzione. Pur negando qualsiasi abuso, la Unocal ha accettato di fornire compensazioni ai querelanti e di finanziare progetti umanitari per migliorare le condizioni di vita della popolazione che vive vicino al gasdotto, per una spesa che sfiora il miliardo di euro; a gennaio un tribunale di Los Angeles aveva assolto la grande azienda statunitense dalle accuse di complicità con la giunta militare birmana in violazioni di diritti umani eseguite dalle sue 'controllate'www.misna.org/
Maurizio Scelli torna in politica sull'onda azzurra
da Malpensante
Lascia la Croce Rossa e si dedica alla politica Maurizio Scelli, commissario straordinario della CRI. Lo affermano le agenzie, ma quello che viene fatto apparire come un cambiamento (e, direi, un sacrificio di sè) è in realtà un ritorno.
Scelli si presentò come candidato alle politiche del 2001 per Forza Italia, nel collegio 20 della circoscrizione Lazio 1 (Roma Gianicolense), contro Walter Tocci, DS, perdendo con 28.457 voti a 34.755.
La CRI dovrebbe essere un ente apartitico e Scelli afferma oggi di averla lasciata indipendente politicamente. Lui che - nominato dal governo commissario straordinario - veniva dalla politica e nella politica, vicino alla maggiore forza di governo, ritorna.
Inoltre è recente il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 4 giugno 2004 pubblicato sulla G.U. n. 179 del 2 agosto 2004 sulla riclassificazione dell'Associazione italiana della Croce Rossa, poichè partner preferenziale, perche' e' cresciuta di varie unità, per il lavoro svolto in Iraq e perchè ha visto crescere il fabbisogno di personale qualificato dipendente e volontario.
Riqualificazione che rende questa associazione - il cui corrispondente internazionale ha il compito di fare le pulci ai governi sui diritti umani - privilegiata rispetto alle altre di volontariato.
Da considerare poi la presenza di Scelli in Iraq quale interlocutore privilegiato e mediaticamente esposto delle trattative per la liberazione di Enzo Baldoni, Simona Pari e Simona Torretta, e le sue affermazioni in favore del governo?
Questi fattori, uniti al fatto che Scelli creerà una nuova formazione politica, Onda azzurra, aperta ai giovani e vicina alla CdL, sono coincidenze?
E c'entra qualcosa con tutta questa vicenda l'idea delle migliaia di giovani berlusconiani per vivificare la campagna per le prossime politiche?
Come credere che Scelli, nella sua "pausa" alla CRI abbia agito davvero in modo indipendente dai partiti e senza pensare alla sua futura formazione politica?
E comunque, come spiegare l'amnesia delle agenzie e delle testate che parlano di ingresso, e non di ritorno alla politica?
www.osservatoriosullalegalita.org
Croazia: il passato sul banco dell’accusa
Per la prima volta le trattative di adesione di uno stato all’Unione sono state rinviate a data da destinarsi. Dipenderà tutto dalla buona volontà della Crozia a collaborare col Tribunale penale internazionale.
Il caso della Croazia e dell’”affare Gotovina” lo rendono evidente: le relazioni dell’Unione Europea con i paesi terzi restano in gran parte da definire, in particolare per quanto riguarda le zone dei Balcani.
Allievo modello
I dirigenti europei non dimenticano certo gli sforzi fatti dalla Croazia, questo piccolo paese dei Balcani. Nell’occasione di una visita ufficiale a Zagabria, Chris Patten, l’allora Commissario europeo agli Affari esteri in carica, si riferiva alla Croazia considerandola “candidato esemplare”, capace di trascinare i suoi vicini dei Balcani sulla via dell’integrazione. Ed è vero che la Croazia ha cambiato volto, grazie sopratutto al turismo, dopo il drammatico episodio della guerra del 1990. Il suo Pil sorpassa quello della Romania e della Bulgaria, candidati ad entrare nell’Unione nel 2007, ma anche quello di certi stati membri come la Lituania e la Lettonia. Ma, evidentemente, non contano solo i criteri economici per aderire all’Unione. L’Europa è fiera far rispettare i valori democratici e elementari dei diritti dell’uomo.
Una decisione senza precedenti
La relativa buona cooperazione della Croazia col Tribunale penale internazionale per l’ex-Yugoslavia ha accelerato l’accesso del paese allo statuto di candidato. Tuttavia, il nuovo governo d’Ivo Sanader, eletto nel novembre 2003, riceve attualmente delle forti pressioni da parte di Carla Del Ponte, procuratore capo del Tribunale internazionale per i crimini di guerra nell'ex Jugoslavia, a proposito di un dossier su un criminale di guerra. Si tratta del Generale Ante Gotovina, accusato di aver assassinato e deportato più di 200.000 serbi. Queste pressioni hanno fatto slittare l’apertura dei negoziati d’adesione, i quali erano previsti per il 17 marzo 2005.
“L’avvio dei negoziati di adesione è stato rinviato”, si legge nella dichiarazione ufficiale adottata dai capi delle diplomazia europee. I negoziati potranno iniziare appena Zagabria darà prova “di piena collaborazione” con i giudici dell’Aja, recita il documento letto da Jean Asselborn, ministro degli Esteri del Lussemburgo, Paese che detiene la presidenza di turno dell'Ue.
Gotovina, costantemente in fuga, dovrà certamente rispondere dei crimini dinanzi al tribunale. Ma come interpretare questa ostinazione europea per l’arresto di un solo uomo, pur sempre colpevole, quando vi sono diritti fondamentali che non vengono rispettati in altri paesi già candidati? Inoltre, la responsabilità del governo croato nel mancato arresto del generale Gotovina rimane da provare. D’altronde l’Unione stessa riconosce gli sforzi democratici politici ed economici fatti dalla Croazia in vista dell’annessione alla comunità.
I fantasmi della guerra
In seguito al caos provocato dalla guerra in Yugoslavia, i Balcani sono lontani dall’aver ritrovato una stabilità serena e duratura. Per questo l’Unione Europea vorrebbe instaurare un processo di stabilizzazione e di cooperazione in questa regione instabile.
I rapporti tra Croazia e Slovenia, membro dell’Unione dal maggio 2004, sono d’altronde piuttosto tesi; i due paesi si contendono ancora la delimitazione di un confine marittimo.
La Slovenia, primo paese della ex federazione yugoslava ad aver raggiunto l’Unione Europea, è uscita relativamente indenne dalla guerra ma mantiene tutt’oggi dei cattivi rapporti di vicinato con Croazia, in particolare sulla questione dell’accesso all’Adriatico. Il presidente croato Mesic difende con insistenza l’idea di una zona economica che appartenga principalmente alla Croazia e si oppone alla posizione slovena appoggiata dall’Italia. Sembra comunque che il governo sloveno non abbia alcun interesse a far velere la propria superiorità sul suo storico fratello croato, né a giocare la carta di membro dell’Unione.
La “piena cooperazione” con il Tribunale internazionale resta il criterio determinante per la ripresa dei negoziati di adesione della Croazia. Le future decisioni sono però destinate ad effettuersi in un contesto molto incerto: le forze della Nato si apprestano a ritirare progressivamente le loro truppe ancora presenti nei Balcani, lasciandosi dietro una situazione ancor lungi dall’essere rogolata. Parlando della frontiera slovena, lo scrittore croato Predrag Matvejevic si chiede in una sua poesia quale tra “un muro, una porta o ancora un ponte o una fortificazione si erigeranno di fronte a quei vicini con cui si è divisa tutta una storia”. La gestione della politica d’integrazione nei Balcani riserva ancora molte difficoltà all’Unione Europea.www.cafebabel.com/it
Usa: "non si uccidono così anche i bambini?"
di Massimo Cavallini
Hollywood (FL), "D'ora in poi, mai più cercherò di rabberciare la macchina della morte". Questo disse nel 1994 il giudice Harry Blackmun, quando – nell’ultimo dei 24 anni da lui spesi nella Corte Suprema – il caso Callins vs Collins giunse all’attenzione della più alta istanza giuridica degli Stati Uniti d’America. Ed è da qui, dall’intrinseca, ineludibile verità contenuta in queste parole – e dalla domanda da questa verità presupposta - che occorre ancora una volta partire per analizzare l’ultima, “storica” sentenza della Corte: quella che, passata agli annali come “Roper v. Simmons”, martedì scorso ha sancito l’incostituzionalità della pena capitale contro imputati minori d’età. (nella foto, Harry Blackmun).
O, più precisamente, contro imputati di 16 e 17 anni, visto che, già nel 1989, la sentenza Stanford v. Kentucky aveva tracciato a questo livello – quello che corre tra i 15 ed i 16 anni – il confine che separa, legalmente parlando, gli “ammazzabili” dai “non ammazzabili”.
Il pensiero di Blackmun – una sorta d’ultimo messaggio prima dell’addio alla Corte (1995) ed alla vita (1999) – era chiarissimo. Dopo oltre due decenni consumati nel tentativo di trovare un “punto d’equilibrio” tra pena di morte e Giustizia, altro a lui non restava che arrendersi all’evidenza: quel punto non esiste – aveva lucidamente sostenuto il giudice nel descrivere il suo dissenso dalla sentenza - perché impossibile è delineare “regole procedurali e pratiche che conferiscano qualcosa di più d’una mera apparenza d’equità allo sforzo teso a salvaguardare la pena di morte”.
E perché impossibile, peggio, immorale, è cercare – negando l’evidenza – di trovare un modo per conciliare il patibolo con gli obblighi sanciti dalla Costituzione e dall’umana coscienza. Dunque: che cosa hanno fatto, tre giorni fa, i giudici che – per 5 voti contro 4 – hanno innalzato di due anni la soglia dell’applicabilità della pena capitale? Hanno cancellato una delle più ovvie tra le macchie che deturpano gli abiti della democrazia americana, o hanno soltanto tentato, una volta ancora, di “rabberciare la macchina della morte”?
Hanno eliminato un orrore, o hanno cercato di perpetuarlo abbellendolo, liberandolo dalle sue più visibili ed ormai inaccettabili brutture? Rispondere non è facile.
Da sempre, negli Stati Uniti, la battaglia legale pro e contro la pena di morte ruota attorno ad un principio soggettivo: quello che, sancito nell’ottavo emendamento della Costituzione, vieta l’uso di punizioni “crudeli ed inusuali”. E martedì scorso, nel chiarire l’opinione della maggioranza, il giudice Antony Kennedy ha fatto leva soprattutto sul concetto di “evolving standards of decency”. Ovvero: sul mutamento del “senso comune” in relazione alla pena capitale.
Sedici anni fa – ai tempi della Stanford v. Kentucky, approvata allora anche dallo stesso Kennedy e da John Paul Stevens, un altro dei giudici che oggi hanno votato con la maggioranza – la pubblica opinione percepiva come “equa” la pena di morte comminata a giovani che avevano, ai tempi del crimine, 16 o 17 anni. Oggi non più. Come testimonia il fatto, sostiene Kennedy, che nove dei 35 Stati che, allora, ammettevano la pratica di mandare al patibolo i minori hanno innalzato i limiti d’età.
E, soprattutto, come dimostra l’ormai assoluta (e per molti versi agghiacciante) solitudine degli Stati Uniti in campo internazionale, visto che – sottolinea ancora il giudice - anche gli ultimi sette paesi che accettavano questa pratica (Iran, Pakistan, Arabia Saudita, Yemen, Nigeria, Cina e Congo) hanno deciso d’abolirla. Sicché altro non resta alla Corte che prender atto di questa evoluzione dei pubblici sentimenti, dichiarando “crudele ed inusuale” quel che 16 anni or sono tale non era.
Così come due anni fa – con la sentenza Atkins vs Virginia - aveva preso a maggioranza atto della “inaccettabilità sociale” della esecuzione delle persone mentalmente handicappate. Come risultato della “Roper vs Simmons”, 72 ragazzi usciranno dai “bracci della morte”.
E molto forte è, ovviamente, la tentazione d’interpretare questa sentenza (e la Atkins vs Virginia) come un classico “passo nella giusta direzione”. Laddove per “giusta direzione” s’intende – come auspicava un editoriale del New York Times – la totale e definitiva abolizione della pena di morte. O, se si preferisce, verso la fine d’uno degli aspetti più truci (e, in qualche misura, misteriosi) del cosiddetto “eccezionalismo americano”.
Dopotutto – hanno fatto notare in questi giorni molti osservatori – anche i sondaggi più recenti testimoniano un non rapidissimo ma costante mutamento dell’opinione pubblica americana nei confronti della pena di morte. Ed è lecito credere che, a questo punto, il tempo e, per l’appunto, “l’evoluzione degli standard di decenza” stiano finalmente per spegnere il fuoco della passione per il patibolo che – caso pressoché unico nel mondo sviluppato – ha continuato a bruciare nell’ “America profonda”.
Più d’un fattore, tuttavia, induce a considerare con scetticismo questa – chiamiamola così – teoria evolutiva. Soprattutto per il fatto che non ad una “evoluzione” assomiglia la più recente parabola legale della pena di morte negli Stati Uniti, ma piuttosto – tornando alla lezione di Blackmun – ad un tentativo ricorrente (ed inutile perché inevitabilmente destinato a ruotare attorno a se stesso), di rabberciare la macchina della morte. O, come qualcun altro ha scritto, di “umanizzarla” rendendola, per l’appunto, più consona alle trasformazioni della pubblica morale.
Proviamo, per meglio capire, a guardare alla storia di questo processo. Chiunque voglia conoscere le ragioni che rendono la pena di morte “crudele ed inusuale” non ha che da rileggere quel che l’avvocato Antony Amsterdam disse di fronte alla Corte nel 1972, allorché, nel presentare il caso Furman v. Georgia, illustrò le ragioni che reclamavano una sentenza di “incostituzionalità”. Così come è amministrata negli Usa, disse Amsterdam dati alla mano, la pena capitale è soltanto un monumento all’arbitrarietà ed alla disuguaglianza sociale e razziale. Perché più della metà dei condannati a morte (calcolo effettuato a partire dal 1930) erano allora neri. E perché tutto dimostrava come la corsa verso il patibolo fosse una sorta di macabra lotteria nella quale una sola cosa era certa: che a perdere erano sempre i più poveri.
Di fronte a queste argomentazioni (statisticamente e moralmente validissime ancor oggi) due giudici – Thurgood Marshall e William Brennan – si pronunciarono per l’immediata e definitiva abolizione. Ma la maggioranza finì per attestarsi attorno alla tesi d’una semplice conferma della “sospensione” che, iniziata già nel 1967, durò poi fino al 1976. Ovvero: fino a quando, nell’affrontare un’altra serie di casi – il più importante dei quali fu il Gregg vs Georgia – la Corte decise che un complesso di mutamenti di facciata (prevalentemente relativi alla formazione delle giurie ed ai meccanismi d’emissione delle sentenze) aveva di nuovo reso accettabile la pena di morte alla luce dell’Ottavo Emendamento.
Il punto vero è probabilmente questo: affidata a nove giudici nominati a vita dal presidente, della pena di morte continua ad essere il riflesso non della “evoluzione degli standard di decenza”, ma d’una roulette di giochi politici che sfuggono, in effetti, ad ogni standard di decenza. E persino alla realtà della scienza. Lo sviluppo delle tecniche di accertamento del DNA ha portato, negli ultimi anni, alla scoperta di almeno 100 casi di innocenti condannati alla pena capitale.
E non è mancato chi – come l’ex governatore repubblicano dell’Illinois, George Ryan - di fronte a questa orripilante realtà di arbitrarietà e disuguaglianza, ha saputo (nel nome della decenza, per l’appunto) sfidare la pubblica opinione sospendendo ogni esecuzione. Ma nel complesso il patibolo – e la Giustizia in genere - continua a restare una sorta di rito sacrificale usato dalla politica, uno strumento teso a dimostrare, di fronte ad una pubblica opinione che, spaventata dalla violenza, reclama nuove vittime, la forza del candidato, la sua volontà di combattere implacabilmente il crimine.
Molti ricorderanno: fu proprio per dimostrare questa forza che – nel 1992, durante le primarie democratiche e nel pieno d’uno scandalo sessuale – Bill Clinton ritornò in tutta fretta in Arkansas per firmare personalmente il “si proceda” all’esecuzione di Rickey Ray Rector, un nero mentalmente minorato reo d’avere ucciso un agente di polizia…
L’America sta davvero andando – come il New York Times ferventemente auspica – verso l’abolizione della pena capitale? Forse. E sperarlo non costa nulla.
Ma basta leggere la rabbiosa prosa con la quale il giudice Antonin Scalia ha, a nome suo, di Clarence Thomas e del Chief Justice William Rehnquist, respinto le argomentazioni della maggioranza (reclamando non solo la costituzionalità, ma l’intoccabile “americanità” della condanna dei minori). per rendersi conto di quanto lungo - volendo ammettere che la “Roper v. Simmons” sia davvero un “passo nella giusta direzione” - sia ancora il cammino verso la meta.
Scalia è l’uomo che, secondo George W. Bush, dovrebbe assurgere al grado di Chief Justice dopo le dimissioni (considerate ormai imminenti) di Rehnquist. Il cui sostituto sarà, peraltro, prescelto dal medesimo Bush. Vale a dire: da un presidente che, nel suo precedente ruolo di governatore del Texas, ha non solo battuto ogni record in materia di esecuzioni autorizzate (120 con tre casi di minori: Joseph Cannon, Robert Carter e, quando già era candidato repubblicano alla presidenza, Glen Charles McGinnis), ma anche abbassato a 11 (undici) anni l’età in cui, nello Stato, è possibile esser giudicati da un tribunale normale.
Una delle poche volte che ha accettato di rispondere a domande sulla pena di morte, Bush ha sostenuto d’essersi sempre arrovellato – aiutato dal suo consigliere legale Alberto Gonzales, oggi assurto alla carica di segretario alla Giustizia – nella ricerca di ragioni che potessero portare alla sospensione dell’esecuzione. Qualcuno è andato a vedere. Nelle 120 occasioni nelle quali gli è toccato scegliere tra la vita e la morte, Bush s’è di fatto arrovellato per, al massimo, 30 minuti. Tanto quanto è durato il più lungo dei suoi incontri in materia con il fido Gonzales.
Tanto quanto l’America sembra oggi, nel suo complesso, disposta a dedicare a quest’ultimo ma persistente residuo di barbarie che sopravvive nel seno della sua democrazia. Meglio non farsi illusioni…
Massimo Cavallini
(Hollywood - FL - direttore di "2Americhe")
redazione@reporterassociati.org
La Banca Mondiale: un problema più grande di Wolfowitz
di Mark Weisbrot
Sviluppo, debito e obbedienza all’Impero. Indipendentemente da chi è alla sua guida, la Banca Mondiale non sarà mai un'istituzione liberal né generosa.
La scelta dell’amministrazione Bush di mettere a capo della Banca Mondiale il Segretario Aggiunto alla Difesa Paul Wolfowitz ha provocato una tormenta di controversie internazionali.
Dopo la nomina del nemico dell’ONU John Bolton come ambasciatore per le Nazioni Unite, la scelta di Wolfowitz è vista in generale come un chiaro e forte messaggio lanciato al resto del mondo.
E questo messaggio non è decisamente amichevole. Wolfowitz è il principale artefice e simbolo della guerra in Iraq dell’amministrazione Bush, la sua inosservanza delle istituzioni multilaterali e il suo generale disprezzo per l’opinione pubblica mondiale.
Ma cosa significherà tutto questo per il futuro della Banca Mondiale? Qui a Washington esiste un profondo sentimento di spavento e malessere che serpeggia nel personale della Banca Mondiale. Ovviamente non vogliono essere visti solo come un ulteriore strumento della politica estera degli Stati Uniti.
La maggioranza della gente non si rende conto di come la Banca Mondiale stia già giocando questo ruolo. Prima di tutto, quasi tutti i prestiti basati sulla politica della Banca Mondiale sono subordinati al Fondo Monetario Internazionale (FMI). In altre parole, la Banca mette il suo (maggiore) peso creditizio dietro le politiche macroeconomiche del FMI, rifiutandosi nella maggior parte dei casi di fornire dei prestiti a meno che il paese che chiede il prestito non abbia l’approvazione del FMI. Quest’ultimo, dall’altra parte, è quasi completamente controllato dal Dipartimento del Tesoro degli Stai Uniti. Europei e giapponesi potrebbero teoricamente ottenere più voti degli Stati Uniti, ma non lo hanno mai fatto negli ultimi sessant’anni.
Questo dà al Dipartimento del Tesoro americano il controllo sul poderoso cartello dei creditori tanto che il Fondo e la Banca possono, insieme, spesso persuadere altri enti creditizi multilaterali, governi di paesi ricchi e il settore privato a non fare prestiti se un paese non ha l’approvazione del FMI/Tesoro.
Negli ultimi anni questo potere è stato in parte corroso, come accadde quando l’Argentina - uno dei principali debitori di queste istituzioni – ha capito il bluff del cartello e ha vinto. Dopo non aver pagato 100.000 milioni di dollari in debiti privati, l’Argentina ha minacciato due volte di non pagare allo stesso FMI – un gesto di sfiducia quasi senza precedenti – e sorprese gli esperti facendo partire il suo recupero economico con una rapida crescita e un minimo carico da indebitamento.
Ma il cartello FMi/Banca Mondiale continua a esercitare un’enorme influenza sulla politica nella maggioranza dei paesi in via di sviluppo. La storia degli ultimi 25 anni indica che questa influenza è stata negativa: eccetto l’Asia, la maggior parte dei paesi con bassi o medie entrate hanno sofferto una forte rallentamento nella loro crescita economica. Non ci sono quasi esempi positivi di successo da segnalare – la Banca Mondiale e il FMI possono difficilmente pretende di avere alcun merito nell’accelerato crescita cinese dal 1980.
Ma nei casi in cui queste istituzioni hanno svolto un ruolo rilevante, la disfatta economica è stata impressionante: in America Latina, il guadagno pro capite è cresciuto del 12% negli ultimi 25 anni, rispetto all’80% solo nei decenni precedenti (1960-1979). All’Africa è andata molto peggio: la Banca Mondiale e il FMI sono stati lenti e meschini nell’assicurare la cancellazione del debito per i paesi più poveri.Wolfowitz si farà, quindi, carico di una istituzione che, da ogni punto di vista e standard economico, ha fallito. La Banca Mondiale si è sempre rifiutata di considerare questa possibilità. La maggior parte delle sue indagini economiche è influenzata politicamente. Per esempio, di fronte a una votazione cruciale del Congresso riguardo il Commercio l’anno scorso, la Banca ha pubblicato uno studio in cui si mostrava che il NAFTA aveva aumentato la crescita in Messico. Il suo risultato principale si basa su un errore nel modello economico; ma il documento continua a restare sbagliato, persino nel suo sito ufficiale.
In breve, nonostante i generosi sentimenti della maggior parte del suo personale, la Banca Mondiale non è affatto una istituzione liberal né generosa. In realtà, è così poco liberal nella pratica che alcuni dei fondi di investimento sociali negli Stati Uniti (per esempio, il gruppo Calvert), i principali sindacati (sindacato internazionale degli impiegati dei servizi) e 10 amministrazioni cittadine si sono accordati per boicottare i bond della Banca Mondiale – che sono di solito posseduti da investitori internazionali – fino a che non verranno riformate alcune delle politiche più abusive verso i paesi in via di sviluppo.
È poco probabile che Paul Wolfowitz dia avvio a queste riforme indispensabili. Ma fino a che gli altri 183 paesi membri avranno voce in capitolo riguardo le decisioni dell’istituzione, è inverosimile che Banca Mondiale risponda alla sua missione di riduzione la povertà e di miglioramento dei livelli di vita nei paesi in via di sviluppo.
Fonte: http://www.counterpunch.org/weisbrot03192005.html
Traduzione a cura di Nuovi Mondi Media
Iraq, Tal Afar: quella sparatoria al calar della notte…
di Chris Hondros*
Quello che segue è il racconto di Chris Hondros, fotografo di Getty Images, da Tal Afar, Iraq, circa 40 miglia a ovest di Mossul [Chris Hondros è con le truppe USA come fotoreporter "embedded"; Tal Afar si trova più esattamente a Nord-Ovest di Mosul, e non troppo lontano dalla frontiera Turca. Le vittime della sparatoria sono Turcomanni. ndt]. Secondo l'Associated Press, una dichiarazione dell'Esercito americano rilasciata dopo l'evento dice che "le autorità militari esprimono le proprie condoglianze per questo sfortunato incidente". (nella foto, Chris Hondros).
L'Esercito ha dichiarato [inoltre] che, dall'inizio dell'anno, almeno cinque attentatori suicidi su vatture hanno colpito le truppe di sicurezza irachene e le pattuglie dell'esercito U.S.A. impegnate in check-point [posti] nell'area [della sparatoria]. Una perlustrazione a piedi di routine, una dozzina di uomini di un plotone, camminano cautamente nelle scure strade di Tel Afar subito dopo il tramonto.
Di solito non accade nulla di più che trovare qualcuno fuori dopo il coprifuoco, perquisirlo e quindi spedirlo a casa. Nelle perlustrazioni [effettuate] di giorno, talvolta, le truppe si fermano per giocare brevemente con i bambini o persino per prendere un tè. Nelle perlustrazioni serali -dopo il coprifuoco- nelle strade non c'e' nessuno e gli uomini sono molto vigilanti e professionali. Tal Afar è una città mista dal punto di vista etnico, a prevalenza Turcomanna e solo pochi giorni prima era stata scena di uno scontro a fuoco tra insorti locali e forze americane.
La sera del 18 gennaio, mentre risalivamo una strada principale, ho potuto vedere un'auto distante che procedeva nella nostra direzione. Come difesa contro potenziali auto-bomba, è ora pratica standard da parte delle pattuglie a piedi di fermare i veicoli in arrivo, specialmente alla sera. "Abbiamo un'auto in arrivo", qualcuno ha avvertito mentre raggiungevamo un incrocio. Potevamo vedere l'auto a circa 100 metri da noi. L'auto ha continuato ad avvicinarsi; non potevo più vederla da dove ero accucciato, ma adesso potevo udirne il motore, un alto lamento che sembrava più un'accelerazione che un rallentamento. Ora era a forse 50 metri.
"Fermate quell'auto!" qualcuno ha urlato, mi sembra simultaneamente a qualcuno che ha sparato quelli che mi sono sembrati colpi di avvertimento - un'esplosione misurata, come uno staccato. L'auto ha continuato a procedere. E allora, forse meno di un secondo dopo, [è esplosa] una cacofonia di fuoco, di spari crepitanti in un suono caotico, sovrapposto ad un tintinnio.
L'auto ha raggiunto l'incrocio per inerzia, e gli spari continuavano a penetrarla e a trapassarla. Infine la sparatoria s'è conclusa, l'auto si è trascinata stancamente, chiaramente senza più guida, e s'è andata a fermare contro il bordo di un marciapiede. I soldati hanno iniziato ad avvicinarla cautamente. Dall'autoè arrivato il suono di un pianto di bambini.
Mi sono avvicinato all'auto ed una ragazza con la testa coperta è uscita dai posti posteriori, gemendo e gesticolando freneticamente. Dopo di lei è uscito un ragazzino, ruzzolando a terra dal sedile, lasciandosi dietro una pozza di sangue. "Civili!" ha gridato qualcuno, e i soldati sono accorsi. Altri bambini -- sei in tutto -- hanno cominciato ad uscire, piangendo, con i visi chiazzati da lunghe strisce di sangue.
I soldati li hanno portati tutti via, su un marciapiede vicino. Era ormai quasi completamente buio. Sul posto, operando solo con le luci montate sui fucili, un medico militare a cominciato a verificare le ferite dei bambini, palpandone i corpi e cercando[ eventuali] ferite. Incredibilmente gli unici feriti erano una ragazza con un taglio ad una mano ed un ragazzino con un graffio al fondo schiena che sanguinava copiosamente ma non costituiva un pericolo di vita.
Il medico ha iniziato immediatamente a chiudere la ferita, mentre il bambino si accucciava contro un muro. Dal marciapiede potevo guardare più chiaramente oltre il parabrezza sforacchiato dalle pallottole. L'autista, un uomo, era stato trapassato da così tanti proiettili che il suo cranio era collassato, lasciandone il corpo grottescamente sfigurato.
Sul sedile del passeggero accanto giaceva morta una donna avvolta nei suoi abiti mussulmani e [dunque] più difficile da riconoscere. Nel frattempo i bambini continuavano a gemere e a strillare, rannicchiati contro un muro, stretti tra i soldati che cercavano di chiuderne le ferite o di confortarli. L'interprete dell'Esercito mi ha detto più tardi che si trattava di una famiglia Turcomanna e che la ragazza più grande continuava a gridare "Perchè ci avete sparato? Non abbiamo armi! Stavamo solo tornando a casa!"
C'è stato un breve ritardo nell'ottenere i veicoli blindati allineati e pronti e presto il convoglio si è diretto verso l'ospedale di Tal Afar. E' abbastanza grande e sorprendentemente ben attrezzato, con medici dignitosi in camice bianco che si muovono con calma in androni color verde-mare.
I bambini più piccoli sono stati trasportati all'interno dai soldati e dalla sorella adolescente. Solo il ragazzino con il graffio al fondoschiena aveva bisogno di ulteriori cure mediche e il medico militare ed quello iracheno hanno conversato rapidamente sulla sua prognosi, concordando che la sua ferita sarebbe guarita facilmente.
L'Esercito mi ha detto che probabilmente aprirà un'inchiesta completa [sui fatti].
Chris Hondros
(*Copyright © 2005, Newsday, Inc.)
Link alle foto di Chris Hondros:
http://crisispictures.org/essays/2005/01/error-violence-occupation.htm
[Traduzione in esclusiva per Reporter Associati di PDM]
redazione@reporterassociati.org
marzo 22 2005
SCHIAFFI ALL’EUROPA
DI GIULIETTO CHIESA
Davvero questi neocon non hanno limiti. Nemmeno quelli della buona educazione, neanche quelli dell’accortezza. Ci si domanda quanto tempo ancora ci vorrà perché gli europei (parlo dei leader e dei commentatori politici) si rendano pienamente conto di quanto, e a quale profondità, siano ormai cambiate tutte le regole del gioco tra le due sponde dell’Atlantico. Di che si tratta? Di uno dei più sonori ceffoni che il presidente–imperatore George Bush ha inferto agli alleati europei appena quindici giorni dopo quella che tutti i media mondiali avevano definito come “la grande riconciliazione” tra Europa e Stati Uniti d’America...
Il ceffone si chiama Paul Wolfowitz, e precisamente la sua nomina alla testa della Banca Mondiale, pronunciata solennemente da Bush alla metà della settimana scorsa. Non è ancora l’investitura formale, ma non s’è levata voce, nelle capitali occidentali, in grado di fermarla. E si capisce: la Banca Mondiale non è un’organizzazione di beneficenza e nemmeno è un organismo democratico.
Come tutte le banche che si rispettino ha un consiglio di amministrazione, in cui conta di più chi ha più azioni. E chi ha la maggioranza del pacchetto decide il presidente. Che sarà Paul Wolfowitz. Il quale, si dà il caso, fino all’altro ieri era il numero due del Pentagono e, a detta di tutti, il principale ispiratore e organizzatore dell’aggressione contro l’Irak.
Affar loro, si potrebbe dire. Wolfowitz era un dirigente americano di una guerra americana. Il fatto è - e questo non poteva passare inosservato – che Bush lo ha premiato facendolo diventare un leader mondiale, di una istituzione che, per giunta, in linea di principio dovrebbe occuparsi di riequilibrare l’economia mondiale, aiutare i paesi più poveri, ecc. E gli Stati Uniti mettono alla testa di una istituzione di quel peso e di quel valore, concreto e simbolico, un uomo che la comunità internazionale percepisce – del tutto legittimamente – come uomo di guerra, teorico dell’aggressione, sommo dispregiatore delle Nazioni Unite, ideatore principale dell’attuale unilateralismo americano.
Bel colpo, George! Eri appena venuto in Europa, nel solco di Condoleeza, per fare scrivere a tutti i giornali, e per fare vedere al pubblico europeo, fino a quale punto si spingeva la tua ricerca di solidarietà, quanto grande fosse la tua disponibilità a correggere il tuo unilateralismo. Ed ecco che scegli alla testa della Banca Mondiale il candidato meno gradito agli alleati e a una parte grandissima dell’opinione pubblica internazionale. Ho saputo personalmente, da una fonte molto bene informata del Dipartimento di Stato, che Bush si sarebbe molto stupito delle reazioni di grande freddezza suscitate, dalla sua decisione, in alcune capitali europee. Tra queste anche quella del super-supporter della guerra irachena, Tony –Lyar-Blair. “Ma gli ho telefonato!”, avrebbe detto irritato l’Imperatore, che, in effetti, avrebbe telefonato sia a Londra, che a Berlino, Parigi e perfino Roma. Col che si deve supporre che George Bush pensa che telefonare, comunicando una propria decisione, equivalga a consultarsi con gli alleati. Ipse dixit, e non c’è altro da aggiungere. Così ci siamo fatti un’idea più precisa dell’idea di consultazione e cooperazione con gli alleati europei che ha in testa il supremo reggitore della Casa Bianca e del mondo intero.
Alla prossima aggressione i capi europei potrebbero essere “consultati” più o meno nello stesso modo: “Sai Jacques, domani attaccherò l’Iran. Arrivederci”.
I commentatori italiani hanno fatto qualche fatica a digerire il colpo. Avevano appena finito di scrivere che finalmente la linea di Washington era cambiata; che il secondo mandato di Bush (ma quale secondo mandato?, visto che il primo non fu un mandato ma un rapinato) nasceva all’insegna della ritrovata concordia con l’Europa, specie con la “vecchia” Europa, ed eccoli alle prese con la necessità di spiegare ai lettori che l’Imperatore ha già cambiato idea. O che, forse, non l’ha mai cambiata e loro hanno preso una sonora cantonata.
Anche perché George di schiaffoni alla comunità internazionale ne ha inferti non uno ma due e in rapida successione. Forse non ne è del tutto consapevole, questo è da mettere nel conto. Ma la nomina di John Bolton, un altro super falco neocon, alla guida della diplomazia americana alle Nazioni Unite, aveva già sollevato ondate di brividi nelle schiene ben lavate della diplomazia internazionale. Mettere uno come Bolton in quel posto equivale a dichiarare preventivamente che la diplomazia di Washington sarà piena di spigoli. Qualcosa di simile a mettere una volpe in un pollaio e poi spiegare alle galline che l’obiettivo è quello di cercare una soluzione di compromesso. E, del resto, non è la prima mossa del genere. In fondo, prima di Bolton, all’ ONU c’era Negroponte, e s’è visto come, in quel periodo, Washington ha trattato il Consiglio di Sicurezza. E Negroponte, l’organizzatore delle squadre della morte in Centro-America e con le mani in pasta nell’affare Iran-Contras (che servì ad abbattere il regime sandinista in Nicaragua mediante l’organizzazione del terrorismo di stato contro un paese sovrano), è stato promosso anche lui: alla guida di tutti i servizi segreti americani.
Insomma: la “grande riconciliazione” è durata meno di dieci giorni. Più probabilmente non c’è mai stata.
L’Atlantico diventa sempre più largo.
Giulietto Chiesa
Fonte:www.giuliettochiesa.it
Cresce l´esercito dei disoccupati nascosti
I senza lavoro ufficiali calano, ma molti hanno smesso di cercare un impiego
LUCIO CILLIS
la Repubblica - 21 marzo 2005
ROMA - Il tasso di disoccupazione è ai minimi da 12 anni ma c´è spazio per una nuova polemica tra governo e sindacati. I dati Istat relativi alle forze di lavoro nel 2004 hanno infatti incontrato una doppia lettura: all´ottimismo dell´esecutivo, che con i ministri Maroni e Alemanno parla di «segnale positivo in tempi di bassa crescita», si contrappongono le analisi di Cgil, Cisl e Uil che sottolineano la debolezza e la perdita di posti nel Meridione e più in generale la discesa del tasso di occupazione rispetto al 2003.
Le cifre mostrano una disoccupazione media che lo scorso anno si è attestata all´8%, contro l´8,4% segnato nel 2003. Molto ampio il divario a livello regionale: siamo al 4,3% al Nord, al 6,5% al Centro e al 15% nel Mezzogiorno, mentre le persone in cerca di lavoro sono state 1 milione 960 mila pari a meno 4,3% sul 2003.
Buone notizie, dunque, che non riescono però a far gridare al miracolo. La spiegazione viene dai tecnici dell´istituto di statistica, secondo cui nello stesso periodo vanno registrati sia un calo al 62,5% del tasso di attività - il rapporto tra forze di lavoro, che comprende occupati e disoccupati, e la popolazione di riferimento - sia del tasso di occupazione, sceso lo scorso anno al 57,4%, dal 57,5% del 2003. Il dato, quindi, è certamente il più basso dal 1993 ma è dovuto in gran parte ad una discesa della partecipazione al mercato del lavoro e da una minore propensione alla ricerca attiva di occupazione. In pratica proprio al Sud dove trovare lavoro resta una scommessa, si preferisce evitare l´estenuante lotteria della caccia al posto.
E sono soprattutto le donne a farne le spese, abbandonando, mai come prima, questa affannosa ricerca di un contratto. Per questo, nel Meridione, si registrano cali sia sul fronte delle forze lavoro (meno 1,7%) sia su quello degli occupati complessivi (meno 0,4%), con una discesa dal 46,4% al 46,1% del tasso di occupazione. L´Isae sottolinea così la «forte diminuzione delle donne in cerca di occupazione nel Mezzogiorno», un meno 7,6% «che induce ad ipotizzare fenomeni di scoraggiamento nella ricerca».
Tra i dati emergono poi le dimensioni del lavoro atipico nel nostro paese che ha raggiunto ormai i 2,5 milioni di lavoratori, pari all´11% del totale. Di questi 407 mila sono co.co.co, o come prevede la legge Biagi "lavoratori a progetto". Anche in questo caso l´identikit del lavoratore atipico è quello di una donna tra i 15 e i 34 anni, laureata e impiegata per un anno nel terziario al Nord. Infatti, dal punto di vista territoriale i rapporti di collaborazione si concentrano al Settentrione con punte nel Nord-Ovest.
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Quelle donne del sud che non sperano più
La ricerca femminile del posto diminuita del 12 per cento
CHIARA SARACENO*
A prima vista, i dati presentati ieri dall´Istat sulle tendenze nel mercato del lavoro nel quarto semestre 2004 e per il periodo 2003-2004 delineano un quadro positivo. Il tasso di occupazione è stabile. Vi è stata una vistosa diminuzione delle persone in cerca di occupazione (-4,3%) e, molto più contenuto, del tasso di disoccupazione (-0,4%). Soprattutto, la diminuzione delle persone in cerca di occupazione e del tasso di disoccupazione ha riguardato il Mezzogiorno (-8,5% delle persone in cerca di occupazione, -1,1 del tasso di disoccupazione). Un ottimo segno, si direbbe, anche se il tasso di disoccupazione in queste regioni continua a riguardare il 15% delle forze di lavoro, a fronte del 4,3 del Nord e del 6,5 del Centro.
C´è tuttavia poco da essere ottimisti. L´occupazione ha praticamente smesso di crescere. E la diminuzione sia della offerta di lavoro che della disoccupazione è pressoché tutta dovuta alla diminuzione del tasso di attività, in particolare delle donne e in particolare nel Mezzogiorno, dove le donne in cerca di occupazione sono diminuite lo scorso anno del 12%. Continua quindi a indebolirsi il fattore che dal 1998 maggiormente aveva contribuito all´innalzamento del tasso di occupazione nel nostro paese, ma che già dal 2001 aveva cominciato a dare segni di cedimento, come si evince dal grafico. Siamo di fronte a una vistosa modifica delle preferenze delle donne, in particolare meridionali, una quota crescente delle quali non sarebbe più interessata a entrare nel mercato del lavoro, nonostante l´aumento dell´istruzione? Non credo.
Sono piuttosto le condizioni del mercato del lavoro nel Mezzogiorno, unite alla mancanza di servizi adeguati per favorire la conciliazione tra lavoro remunerato e responsabilità familiari, a spiegare in larga misura questo fenomeno, che è in controtendenza sia con quanto avviene nelle altre regioni, sia con gli obiettivi europei. Tra le giovani donne meridionali (15-24 anni) in cerca di lavoro il tasso di disoccupazione tocca il 44,6%, contro il 17,7% del Nord e il 25,9 del Centro. La disoccupazione femminile di lunga durata nel Mezzogiorno riguarda il 12,2% delle disoccupate, il doppio di quella maschile nelle stesse regioni, due volte e mezza quella media nazionale per le donne, sette volte quella delle donne nel Nord-Est (1,7%). Se le donne meridionali ricominciano a non presentarsi più sul mercato del lavoro, non è perché non lo desiderino o non ne abbiano bisogno. Piuttosto perché le chance di trovare una occupazione - anche nella definizione "larga" utilizzata dall´Istat come da tutti gli organismi internazionali (aver fatto almeno un´ora di lavoro remunerato nell´ultima settimana) - sono troppo scoraggianti.
*Professore ordinario di Sociologia
della famiglia a Torino
Tratto dal sito www.lavoce.info
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Ds Milano - Rassegna stampa
Non c´è niente da festeggiare l´Italia dovrà fare salti mortali"
MARCO MAROZZI
la Repubblica - 21 marzo 2005
NAPOLI - Non euforia, salti mortali. «Guardate che il problema per l´Italia resta pressocchè invariato». Romano Prodi è durissimo quanto esplicito: un macigno nell´euforia del governo italiano. «Euforia? Non mi pare vi possa essere». Poi avvisa: «Se esistono problemi dei nostri conti pubblici che risalgono a due anni fa, se verrà accettato quel che dice Eurostat, allora occorre che per l´Italia venga subito organizzato un cammino di rientro sotto il 3% del rapporto deficit/prodotto interno lordo».
Tira fuori una serie di biglietti dalle tasche, li stende, consulta. Poi commenta: «So benissimo di rischiare di finire dipinto come una Cassandra dai giornali del presidente del Consiglio e dai media che da lui dipendono. E´ già successo per i dati Eurostat... Ma la verità e la chiarezza servono a tutti. E´ una responsabilità che ci dobbiamo prendere verso questo Paese. Viene concessa un minimo di flessibilità in più, però bisogna vedere come saremo giudicati con i conti che non tornano, un´economia ferma e un debito pubblico di dimensioni tali per cui non se ne può non tener conto».
Lei è qui a rovinare la festa del nuovo patto di stabilità? Tremonti sostiene che se non le va bene poteva presentare qualche proposta quando era presidente della Commissione europea. Perché non l´ha fatto?
«Quel che hanno deciso i ministri a Bruxelles non è una rivoluzione. E´ un´evoluzione nella direzione proposta dalla mia Commissione, da me quando parlai di rendere il patto più intelligente rendendolo più flessibilie».
Napoli, campagna elettorale per Antonio Bassolino presidente della Campania. Prodi collega Mezzogiorno ed Europa. Il suo portavoce, Ricardo Franco Levi, lo informa su come si muovono le società internazionali di rating e i tassi. «Giovedì e venerdì si erano alzati pensando che non si raggiungesse un accordo. Oggi non si sono mossi ed è un fatto positivo. Ma attenti».
A cosa?
«Gli equilibri, i movimenti in Europa e nel mondo sono complicatissimi. Più si va verso la flessibilità del patto di stabilità, più - se non si vuole l´anarchia, la mancanza di regole, l´indebolimento dell´intera struttura europa - occorre un´autorità. Un arbitro. E non può essere che la Commissione europea: una necessità in contrasto con la tendenza di razionalizzare l´autorità in materia di politica economica. Ma indebolire la Commissione significa mettere a rischio un equilibrio da cui dipendono anche i tassi».
Lei veramente da presidente della Commissione parlò di patto stupido come tutte le cose rigide. Ora rischia di sembrare scontento perché è fuori dai giochi.
«I giochi non riguardano me, riguardano l´Europa. E l´Italia. Dico che la riforma è modesta, ma va nella direzione che avevo proposto io. E che per l´Italia i problemi restano tutti».
In che senso?
«Guardate che la riforma non cambia molto. Certo, adesso si tratta di vedere cosa decideranno in questi giorni i capi di Stato e di governo. Ma gli scostamenti concessi dalla regola del 3% deficit/pil sono definiti di entità ridotta... diciamo sotto lo 0,5%... e temporanea. Significa che si può sforare quel margine ma poi bisogna iniziare una immediata strategia di rientro. Diluita in più anni, però di partenza immediata. Per l´Italia significa incominciare subito il rientro entro il 3% visto che i nostri problemi non sono di oggi».
Si riferisce ad Eurostat, l´ufficio statistico della Ue che non ha accettato i conti italiani per il 2003 e il 2004 e sostenuto che nel 2005 si sforerà ancora il 3%? In una lettera da Bruxelles si parlava di accertamenti partiti dopo un intervento del «signor Romano Prodi».
«Un comizio pubblico quando non ero più presidente della Commissione. Qui in Italia si è fatta una campagna infame , rientrata per l´evidenza dei fatti e le dichiarazioni del ministro dell´Economia. Ma lasciamo perdere i giochini. A far partire gli accertamenti sono state le procedure fisse che vengono applicate due volte all´anno nei confronti di tutti i paesi Ue. Il contenzioso nasce da una discrepanza di dati fra il ministero del Tesoro e la Banca d´Italia, che usano due metodi oggettivamente diversi».
Così, riforma o non riforma, restiamo nei guai?
«Ci sono fatti di cui bisogna tenere conto. Se la decisione sul 3% sarà approvata dal Consiglio europeo, è chiaro che se poi scatterà la procedura di deficit eccessivo verso qualsiasi Paese, Italia compresa, il Consiglio dei ministri economici non si opporrà più. Come ha invece fatto in questi ultimi anni, bloccando tutto. E bisognerà preparare un piano di rientro entro i parametri Ue. Poi c´è il problema del debito...»
Con l´Italia al 105,80 del pil, record. Ma i ministri non hanno fissato tempi per il rientro entro il limite del 60% e il governo parla di successo.
«Certo, non è stato esplicitato un problema quantitativo di rientro, si potrà anche discutere dell´entità del debito, ma il problema del tetto del 60% è stato messo molto in chiaro. Riaffermato per il futuro: ed è un problema aggiuntivo, messo nero su bianco. Anche su questo io da sempre ho richiamato l´attenzione quando si parlava di variazione del patto».
Lei? Parla di rischi di indebolimento della Commissione: ma i loro poteri i governi li hanno già riconquistati.
«E progetti decisivi come l´Agenda di Lisbona, in cui si dovrebbero coniugare competitività e solidarietà nell´Unione europea, non funzionano. Perché non c´è un´autorità ad assicurarne l´esecuzione. I governi parlano di confronto, ma il confronto non interessa a nessuno. Serve un´autorità».
Il governo italiano comunque incassa la riforma del patto. Non teme ora sforamenti elettorali? Come giudica la politica economica di Berlusconi?
«Probabilmente si vogliono lasciare in eredità i problemi alla prossima legislatura. Con le politiche degli ultimi anni l´affanno non è diminuito. Se andiamo avanti così aumenterà. Poi ci penserà chi governerà dal 2006«.
Misurandosi con un´Italia in cui è scattata la devolution?
«E´ un concetto infame. Non sanno nemmeno come tradurre in italiano la parola. Quello che può significare è: chi non ha i soldi si arrangi. L´opposto di quello che vogliamo fare noi: costruire una rete fra le Regioni del Mezzogiorno per un progetto comune che affronti le nuove chance offerte dalla globalizzazione, l´innovazione, i flussi commerciali da Cina, India, Oriente. Altro che ognuno si arrangi. Il federalismo è una cosa seria. Il governo Berlusconi invece dipende in modo totale dalla Lega. Al punto che non si sa se un ministro ha dato le dimissioni, non le ha date, le ha date a metà e non si capisce a chi e perché. Non le ha nemmeno presentate al presidente del Consiglio, forse perché aveva paura gliele accettasse. Tutto per un solo obiettivo: tenere aperto il ricatto».
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il nuovo patto
Deficit, fino a 5 anni di tempo per rientrare nel tetto del 3%
Gli interventi sulla previdenza aiuteranno ad evitare bocciature
Un giudizio caso per caso secondo valutazioni politiche
In casi eccezionali, il Paese che ha sforato nel 2004 potrà mettersi in regola nel 2009
Dai costi delle riforme agli investimenti, ecco le attenuanti per l´esame Ue
ROBERTO MANIA
ROMA - Meno vincoli numerici più valutazioni di politica economica. L´Ecofin cambia così la filosofia del Patto di stabilità e crescita. Le proposte dei ministri economici saranno da oggi all´esame dei capi di governo dei 25 Paesi dell´Unione. Per l´Europa economica comincia una nuova stagione. Il Patto da rigido e «stupido», come disse Romano Prodi, diventa "à la carte", nel quale ciascuno degli Stati membri potrà scegliere la sua strada per rispettare quelli che restano ancora i parametri fondamentali: il tetto del 3 per cento al rapporto tra deficit e Pil e quello del 60 per cento al debito/Pil. Ma gli sforamenti, ora, saranno ammessi per quanto in via eccezionale e temporaneamente.
Il tetto del 3 per cento. Il limite alla crescita del deficit rispetto al Pil continua ad essere quello noto del 3 per cento. L´eventuale sfondamento, però, verrà valutato in maniera diversa, meno severa rispetto al passato. Così le procedure per sanzionare il deficit eccessivo non saranno più automatiche. I Paesi della Ue potranno superare il 3 per cento (il 3,4, per esempio) e non saranno per forza puniti. Dipenderà dai motivi economici alla base dell´andamento negativo dei conti. Insomma le battaglie sui decimali non ci saranno più.
Le procedure, le riforme, i «fattori rilevanti». Quando un Paese andrà oltre la soglia del 3 per cento, la Commissione preparerà un dossier e in questa fase dovrà tenere conto delle riforme strutturali, in particolare quella delle pensioni soprattutto se, accanto al pilastro pubblico è prevista la previdenza complementare. La Commissione sarà tenuta ad esaminare tutte le riforme realizzate in attuazione dell´Agenda di Lisbona capaci di correggere nel tempo la dinamica della spesa pubblica, anche se nel breve tempo potranno produrre disavanzi. Ma il «guardiano» di Bruxelles (così la Commissione viene definita nel documento dell´Ecofin) dovrà considerare anche «altri fattori rilevanti». Una formula molto ampia che consente di inserire i costi «per l´unificazione europea, se ha avuto un effetto negativo sulla crescita e l´andamento dei conti pubblici di un Paese». Una norma ad hoc per la Germania e che ha permesso di trovare il compromesso di domenica sera. Tra i «fattori rilevanti» le spese destinate alla ricerca e all´innovazione, gli sforzi di consolidamento delle finanze nei periodi di crescita (si deve approfittare dei «good times», dice l´Ecofin), l´andamento del ciclo economico (se è negativo ci sarà tolleranza), il tasso di crescita potenziale. Complessivamente la procedura avviata dall´esecutivo europeo potrà durare anche cinque anni.
Il peso del debito. Continua ad essere importante il controllo della dinamica del debito pubblico. Il tetto del 60 per cento rispetto al Pil non è stato toccato, ma non è stato introdotto nessun criterio quantitativo per rafforzarne il vincolo. Il ritmo di riduzione dovrà essere soddisfacente in «termini qualitativi». Una formula chiesta in particolare dall´Italia, che insieme alla Grecia ha il record del debito. In ogni caso i Paesi con un basso debito avranno più spazio di manovra. I Paesi virtuosi, e in una fase di crescita sostenuta, saranno premiati con la possibilità di sforare, nel medio termine, fino all´1 per cento del Pil (contro lo 0,5 per cento precedente). Per gli altri rimarrà la regola del "close to balance", ma con la flessibilità che permette la nuova versione del Patto.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Non si governa calpestando la privacy
Sarà anche alla matriciana, lo scandalo che sta inquinando il clima politico ed elettorale del Lazio, ma è gravissimo che le istituzioni preposte a chiarire le vicende continuino ad apparire latitanti.
Che fine ha fatto quell’inchiesta in tempi rapidi promessa dal ministro Pisanu sulla Laziomatica? E a che punto sono le indagini della magistratura sui misteri che circondano lo “Storace gate”? Il governatore del Lazio, e i suoi sodali, continuano a far finta di non capire. Insistono sul tema delle firme false della Mussolini (cosa certamente grave e altrettanto torbida, rispetto alla quale c’è ancora molto da scavare) e sorvolano bellamente sulla violazione della privacy compiuta da un società della regione.
Il coordinatore di An, La Russa, è arrivato a giustificare il direttore della società che, a suo dire, avrebbe violato sì la privacy. Ma a fin di bene: per smascherare le false firme. No, non è uno scherzo. Siamo al fine che giustifica i mezzi. E se i mezzi sono questi, c’è poco da stare allegri. È la cultura della destra: quella che, quando serve, non si fa troppi scrupoli a confezionare i suoi dossier. Sempre a fin di bene.
E quale sia il fine, naturalmente, lo decide chi detiene il potere e lo esercita al di sopra della legge. Perché questo è avvenuto con la violazione degli archivi dell’anagrafe di Roma.
Se questi sono i mezzi con cui la destra governa la regione, chi può giurare sul fatto che simili violazioni non si siano già verificate? Eppure il diritto alla privacy dei cittadini non è un lusso, né una gentile concessione del potere ai sudditi. È niente di più e niente di meno che un diritto, garantito dalla legge, e che le istituzioni per prime dovrebbero salvaguardare.
Invece sono proprio i responsabili delle istituzioni a calpestare questo fondamentale principio di trasparenza, sul quale si costruisce una parte decisiva di quel rapporto di fi- ducia tra chi governa e chi è governato.
Storace ha consentito che questo principio saltasse. E per questo sarà giudicato, prima di tutto dai cittadini.www.europaquotidiano.it
Forza Italia smentisce Berlusconi, firme della Mussolini autenticate dagli azzurri
di red
Chi ha autenticato le firme della Mussolini? Esponenti dell’Unione, denuncia il centrodestra. E Berlusconi, prendendo le parti di Storace attacca: «La verità è l'apporto dato dalle sinistre al sistema delle firme false in favore di Alternativa Sociale. Tutto il resto sono soltanto polemiche sollevate ad arte contro il presidente Storace». A smentire il premier arrivano le affermazioni di un dirigente del suo partito, Giulio Marini, presidente della provincia di Viterbo. Lui, azzurro e sostenitore di Storace, si vanta di aver autenticato le firme della Mussolini: «Certo che l’ho fatto – ha dichiarato orgoglioso il 12 marzo – È la cosa più normale di questo mondo».
Ma come, non è una specie di reato? A quanto pare no: «I rappresentanti di Alternativa sociale – ha sottolineato Marini - mi hanno spiegato che non avevano né consiglieri comunali, né provinciale e mi hanno chiesto di autenticare le firme delle liste. Si è trattato semplicemente di garantire l'imparzialità delle istituzioni e di garantire a una forza politica di essere presente. Di avere gli stessi diritti di tutte le altre forze politiche. Chi ha un ruolo istituzionale ha dei doveri. Questo è uno di quei doveri».
«Il Presidente Berlusconi prima di fare dichiarazioni imprudenti guardi in casa sua e ai rapporti interni alla coalizione che presiede», attacca il segretario dei Ds del Lazio Michele Meta. Quando parla, aggiunge, «Berlusconi non sa o finge di non sapere che è stato il forzista Giulio Marini ad ammettere o meglio rivendicare di aver autenticato le firme per la presentazione delle firme di Alternativa Sociale. Non i dirigenti del centrosinistra». Vannino Chiti, coordinatore della segreteria Ds, afferma: «Berlusconi, per coprire Storace, non ha trovato niente di meglio che rilanciare la favola del sostegno del centrosinistra alle liste di Alternativa Sociale. Ma è una bugia e, come si sa, le bugie hanno le gambe corte».unita.it
"La sanità nel Lazio? Povera, ingiusta, inaccessibile. Bisogna cambiare"
INTERVISTA A GIULIA RODANO - A CURA DI CARLO DE VITA
La campagna elettorale per la presidenza della regione Lazio continua. La gestione della sanità è sicuramente uno dei punti in cui le differenze tra i due schieramenti emergono chiaramente. Abbiamo quindi intervistato Giulia Rodano, consigliera regionale Ds e vicepresidente della commissione sanità.
Quali sono le critiche principali verso la gestione Storace della sanità?
Dopo cinque anni di gestione Storace ci ritroviamo con un sistema sanitario sicuramente più povero, più ingiusto e meno accessibile. Questo è stato determinato da scelte precise: tagli alla sanità pubblica, blocco delle assunzioni, aumento delle tariffe. Così abbiamo un sistema meno efficiente e più caro.
Che cosa cambierebbe se dovesse vincere Marrazzo, tenendo anche conto della bocciatura dell'Irap da parte dell'Ue?
La bocciatura dell’Irap è un problema di rilevanza nazionale, che comunque toccherà anche le entrate regionali. Bisognerà però invertire la linea finora seguita, con maggiori investimenti e valorizzazioni, riprendere il lavoro di razionalizzazione e senza dimenticare tutta una serie di bisogni ancora inevasi, per esempio penso a tutti quei cittadini - tantissimi - che hanno bisogno di un'assistenza sanitaria continua e prolungata.
Nel Lazio e in tutto il mondo occidentale l'età media si è allungata in modo considerevole. Quale può essere una buona politica per affrontare questa nuova situazione, perché la vita più lunga sia comunque una buona vita?
Il problema va affrontato su due fronti. Il primo prevede di lavorare sull’alimentazione e più in generale sui cosiddetti determinanti di salute: un lavoro di prevenzione dunque. Il secondo aspetto consiste nel non lasciare sole le persone anziane e di fornire loro quella assistenza continuata di cui proprio loro più necessitano e che avanzando nell’età è sempre più opportuna. Bisognerà aumentare quindi questo tipo di assistenza e fare diminuire i ricoveri, che nel Lazio sono ben più del necessario: un altro problema creato dalla gestione Storace.
Lo "salute" della sanità nel Lazio è paragonabile a quello di altre regioni?
Non stiamo messi bene. Molti parametri non sono buoni: la spesa ospedaliera, nonostante il ticket, è troppo elevata rispetto a quella territoriale, che riguarda l’assistenza fornita sul territorio. Nelle regioni virtuose, come l’Emilia Romagna, il rapporto è di 50 e 50 mentre nel Lazio ci aggiriamo su valori del 60% contro il 40%. Per non parlare della spesa farmaceutica, tra le più alte d’Italia se non la prima, e il problema della concentrazione del sistema su Roma mentre le altre province vengono dimenticate. Il Lazio ha però a sua disposizione tanti bravi sanitari, che hanno fatto del loro meglio in questi anni, nonostante le scelte di Storace.
Infine come valuta lo stato di "salute etica" della presidenza Storace, alla luce dei fatti emersi in questi giorni sulla violazione dell'Anagrafe del comune di Roma?
Una "salute etica" che non è granché. Mi pare evidente che dalla faccenda emerga un punto caratteristico di tutta la gestione Storace: l’uso pubblico delle istituzioni per fini di parte, in questa occasione come nelle nomine dei primari e nella conduzione della stessa campagna elettorale. Ma potrei citare tanti altri casi.www.centomovimenti.com
StorHacker SpyStory
da: http://www.politikon.it/modules/news/article.php?storyid=440>
“A Storace dico: con una risata vi seppelliremo”. Ha usato l’ironia il candidato Presidente alla Regione Lazio, Piero Marrazzo, per infiammare una Piazza Regina Margherita gremita di cittadini in occasione del comizio elettorale organizzato ieri pomeriggio dal centrosinistra. Insieme a lui tutti i candidati consiglieri locali, tra cui Enrico Luciani, Pino Cascianelli, Tiziano Cerasa, Rita Stella, Emilio Leoncini ed Angelo Bonelli, cui si è aggiunto un’ospite d’eccezione, il Coordinatore nazionale della Margherita Francesco Rutelli. Grande entusiasmo e forte ottimismo nelle parole di tutti gli intervenuti, e la sensazione unanime di una vittoria sentita sempre più vicina.
Francesco Rutelli ha sottolineato lo stretto legame che ha caratterizzato la Giunta Storace con il Governo Berlusconi, attraverso una politica fatta di tagli e provvedimenti a vantaggio di pochi.
“Un esempio su tutti: la sanità – ha affermato il leader della Margherita – con decisioni scellerate come le cartolarizzazioni che stanno pesando enormemente nel Bilancio della Regione”. Rutelli ha poi evidenziato le profonde diversità tra centrodestra e centrosinistra nell’impostazione e conduzione delle rispettive campagne elettorali. “E’ evidente che esiste una forte disparità delle risorse in campo – ha dichiarato – E noi non abbiamo certo a disposizione le finanze che sta utilizzando Storace. Ma questa cosa, oltre a differenziarci, ci inorgoglisce, perché tale diversità è la dimostrazione che la nostra è una campagna elettorale pulita, portata avanti con i sacrifici e le singole risorse di cittadini e candidati che vogliono dare il loro onesto contributo alla vittoria del centrosinistra”. Quindi una stoccata a Storace e al caso Mussolini. “Quanto accaduto con la società Laziomatica è indicativo delle difficoltà che Storace sta attraversando per essere rieletto. Di ciò ne è cosciente e per questo ricorre a mezzi censurabili. Ma noi non abbiamo bisogno di inchieste e di aiuti della destra, perché vinceremo con i nostri soli voti. Quando siamo stati al Governo abbiamo dimostrato di saper amministrare bene il Paese e le Regioni – ha concluso – La vittoria nel Lazio sarà il trampolino di lancio per tornare a governare l’Italia, all’insegna della ritrovata unione”.
Quindi ha preso la parola Marrazzo, salutato da una vera standing ovation ed apparso molto motivato e sicuro della vittoria.
“Ho iniziato questa campagna elettorale da solista – ha esordito Marrazzo – ma in queste ultime settimane la sto portando avanti insieme ad uno straordinario coro. Lo stretto contatto avuto con i cittadini ha rafforzato la mia concezione di politica, fatta di condivisione delle scelte da adottare. Una concezione che ritengo profondamente differente da quella messa in campo da colui che oggi possiamo già chiamare un ex Presidente, perché Storace non sarà rieletto”.
Marrazzo ha quindi ripercorso brevemente i punti cardine del suo programma per il nostro territorio. Forte attenzione per le infrastrutture, con il miglioramento della ferrovia Civitavecchia-Roma, il rilancio della Civitavecchia-Capranica e l’ultimazione della superstrada Civitavecchia-Orte, strumento essenziale per incrementare lo sviluppo del Porto, “dove investiremo risorse nell’interesse dei lavoratori – ha affermato - e non per elargire favori a qualcuno come accaduto in questi cinque anni”; ingenti investimenti per il rilancio della sanità pubblica, con la promessa di abolire i ticket; quindi massima attenzione per la tutela della salute e dell’ambiente, con un nuovo deciso “no” alla riconversione a carbone, salutato da scroscianti applausi, su cui però Marrazzo ha ammonito: “Ci opporremo al carbone ma al tempo stesso proporremo un piano alternativo di riconversione, perché i lavoratori vanno tutelati ed un no senza una proposta alternativa equivale a un sì”.
Infine l’appello al voto ai cittadini ed una promessa: “Subito dopo le elezioni tornerò a Civitavecchia da Presidente della Regione Lazio”.
Piemonte: i Cittadini per l'Ulivo, la Federazione dell'Ulivo e la Lista Bresso
Interviene Alessandra Guseo, dell'Esecutivo nazionale CpU
Ecco come è nata la lista "Insieme per Bresso"
E’ nata la lista ‘Insieme per Bresso’ in Piemonte e alla prossima tornata di elezioni regionali sarà presente nelle circoscrizioni di Torino, Novara, Asti, Alessandra, Cuneo.
E’ nata dalla necessità di una presenza del mondo dei cittadini impegnati contro la sfiducia nella politica e oltre i partiti, nel momento in cui la lista unitaria "Uniti nell’Ulivo" è stata bocciata in Piemonte, unica regione del nord a non averla .
Alcuni comitati dei Cittadini per l’Ulivo, l’Associazione Liberta e Giustizia, e molti a titolo personale, su precisa richiesta della candidata e formando un comitato promotore, hanno contribuito fattivamente alla realizzazione di questo progetto per sostenere la candidatura di Bresso e per portarla al governo della nostra Regione.
I cittadini piemontesi hanno seguito come è nata la lista ‘Insieme per Bresso’ e i problemi e le difficoltà che ha dovuto superare per essere presente nella competizione elettorale.
Non è stata certo una passeggiata far digerire ai partiti la novità di questa aggregazione, e una certa loro contrarietà di fronte a una lista nuova, che accoglie alcune significative rappresentanze della cosiddetta società civile, è stata uno degli ostacoli con cui si è dovuto fare i conti.
Ma, la convinzione di Mercedes nel progetto e nella sua assoluta necessità per cercare di vincere è stata più forte del loro ostracismo e questo ci ha aiutato e rassicurato sulla bontà dell’operazione.
Molti ci hanno chiesto: perché una lista in più?
Perché nella società civile, tra i cittadini politicizzati, ma senza appartenenza partitica specifica, esiste un giacimento di energie di disponibilità a operare e agire per affrontare e risolvere i problemi gravi del proprio territorio:un giacimento di professionalità , di competenze, di entusiasmo, che rischiava di rimanere emarginato dalla competizione elettorale a causa della mancanza della lista unitaria .
E’ una lista fatta da persone accomunate da una capacità del ‘fare’, che oggi hanno la possibilità di agire con un progetto comune: tutti animati da un desiderio di operare ed agire per il cambiamento del governo della regione e per il rinnovamento della politica a partire da casa loro, ovvero dal Piemonte.
Il contributo delle associazioni, dei movimenti e di liberi cittadini, quel contributo che noi tutti consideriamo importante per la costruzione del soggetto riformista unitario dell’Ulivo in Italia, risulta essere presente insieme ad altre esperienze nella lista ‘Insieme per Bresso’.
Non è una lista con connotazione strettamente ‘ulivista’, tuttavia molti tra noi Cittadini per l’Ulivo si sono impegnati per la realizzazione e per il sostegno della lista perché consapevoli della portata della sfida .
La Federazione regionale, il soggetto riformista su cui stiamo lavorando da tempo, può avere un futuro se sarà aperto e partecipato: anche il risultato della lista "Insieme per Bresso" può contribuire a indicare che i partiti e i cittadini, organizzati e non, possono coesistere in dimensioni né separate né parallele, bensì in un unico contenitore che possa offrire regole e confronti comuni
La vera sfida è quella di dimostrare che lo spazio dato alla società impegnata è quello che può fare la differenza tra gli schieramenti e forse può essere utile anche per la vittoria.
La Rete dei Comitati dei Cittadini per l’Ulivo piemontese, rispettosa dell’autonomia di ogni nodo e dell’identità di movimento che ci caratterizza, si è data appuntamento a dopo il 4 aprile per riprendere il cammino comune verso la Federazione.
Oggi, è presente nella campagna elettorale al fianco di Mercedes Bresso, con un ambizione che è quella di non essere spettatrice critica, ma attrice diretta di un rinascimento tanto auspicato.
Alessandra GUSEO, Esecutivo nazionale CPU
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Noi cittadini dell’Ulivo, consci che l’affermazione delle forze riformiste, che fanno riferimento alla Federazione dell’Ulivo, sia importante per raggiungere l’obbiettivo di una politica aperta alla società tutta , partecipata dai cittadini e dai movimenti, .siamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità, - ferma restando l’autonomia di ogni associazione nel territorio e nel rispetto dell’identità della rete di movimento che ci caratterizza - sostenendo la battaglia per la vittoria del centrosinistra e cooperando insieme alle forze e alle liste che fanno riferimento diretto al progetto dell’Ulivo e ai partiti della sua Federazione.
Valutiamo positivamente la presenza al fianco della candidata Mercedes Bresso della lista "Insieme per Bresso".
La mancata presentazione della lista unitaria "Uniti nell’Ulivo", rappresentando un segnale negativo verso la costruzione della Federazione regionale, rischiava di emarginare dalla competizione elettorale quel contributo delle associazioni, dei movimenti e dei cittadini che costituiscono uno degli attori per la costruzione della Federazione sia a livello locale che nazionale, e che oggi risulta essere presente insieme ad altre esperienze nella lista "Insieme per Bresso".
Il nostro appoggio alla candidatura di Mercedes Bresso è incondizionato e rappresenta per noi e per tutto l’elettorato ulivista un punto di riferimento indispensabile e insostituibile.
Ci convince molto la sua richiesta ai candidati delle liste che fanno riferimento alla Federazione dell’Ulivo di dichiarare la propria volontà e il proprio impegno per la costituzione del gruppo unitario dell’Ulivo in Consiglio regionale e a nostra volta chiediamo ai medesimi di garantire impegno in questa direzione.
La Rete delle Associazioni dei Cittadini per l’Ulivo non partecipa direttamente con una propria lista alle elezioni regionali, ma sostiene nella campagna elettorale i candidati che:
· riconoscono la necessità della costruzione della Federazione dell’Ulivo partecipata e aperta ai contributi dei cittadini, delle associazioni e dei movimenti, in tempi circoscritti;
· sottoscrivono l’impegno per la realizzazione del gruppo consiliare Unico dell’Ulivo.
In tal senso, la Rete dei Cittadini per l’Ulivo di Torino e Provincia invita i propri associati a promuovere iniziative e a mobilitarsi il 22/03/2005, in occasione dell’arrivo di Romano Prodi a Torino. www.cittadiniperlulivo.com
Petrolio preventivo
G. RA.
Greg Palast è un giornalista investigativo a caccia di verità. E' un continuatore di una tradizione importante negli Usa che, prevalendo il giornalismo inquadrato, però non ha più il seguito di un tempo In questa occasione egli ha creduto opportuno mettere nella giusta luce il secondo anniversario d'inizio della guerra preventiva contro l'Iraq; e così tra Palast e la Bbc/Newsnight (con lo zampino di Harper's Magazine) è stato confezionato un filmato che propone un retroscena di quell'avvio. Il primo punto messo in luce è che la guerra è stata assai più preventiva di quanto si fosse finora immaginato. Prima ancora dell'11 settembre, infatti, durante i primi mesi della presidenza di George W. Bush - in altre parole, due anni prima del 20 marzo `03 - si stavano già formando i piani relativi all'uso del petrolio iracheno, una volta che ci si fosse sbarazzati di Saddam. Si fronteggiavano due piani: i neo-con del Pentagono di fronte al dipartimento di stato, alleato all'industria petrolifera. Viene intervistato un personaggio molto addentro, Falah Aljibury, nato in Iraq, che racconta di una serie di riunioni che si svolgomo tra California, Washington e Medioriente e in cui prende corpo la scelta del dipartimento di stato per un colpo di stato a Baghdad, in modo che possano prendere il potere personaggi disposti cedere il petrolio.
Aljibury racconta di avere messo in piedi una specie di selezione del personale mirata al successore di Saddam. Proprio a ridosso dell'attacco nel marzo del 2003, la linea del dipartimento e dell'industria petrolifera viene accantonata a favore di un'altra che contempla la svendita dei giacimenti petroliferi iracheni. Il colpo di mano è dei neo-con che mirano a sconfiggere l'Opec, cioè il cartello degli stati produttori di petrolio, buttando sul mercato quantità inverosimili di greggio iracheno, con un colpo decisivo a ogni pretesa dell'Opec di governare offerta - e prezzo - del petrolio.
Si decide in questo senso nel corso di un incontro a Londra, poco dopo l'entrata delle truppe a Baghdad, presente Ahmed Chalabi, che gli Usa hanno scelto come primo ministro iracheno. Si tratta solo di decidere modi e tempi. Ma la strategia non paga. La popolazione trova nella sottrazione del «suo» petrolio il motivo unificante per la resistenza contro l'occupazione. La privatizzazione del petrolio iracheno viene insomma osteggiata sui campi e lungo gli oleodotti con bombe, razzi e sabotaggi vari.
La parte industriale è stata affidata a personaggi di grido, come il presidente del braccio americano della Shell, Philip Carroll. Per primo, Carroll parla fuori dai denti a Paul Bremer, il proconsole. «Non vi sarà alcuna privatizzazione dei giacimenti o degli impianti petroliferi iracheni finché io sarò coinvolto». Si sceglie un altro - della Conoco - al suo posto, ma il risultato non cambia. Ari Cohen, falchetto neo-con dell'Heritage Institute, intervistato dalla Bbc, è sconsolato: «abbiamo perso un'occasione».
Ma tutta l'industria petrolifera Usa è contro la privatizzazione e contro l'attacco all'Opec. Così i petrolieri giocano una carta di riserva e contribuiscono alla rinascita di una compagnia statale. A dirigere questa fase è Amy Jaffe, avvocata e vicina alla Esso. Con malizia spiega che se fosse a capo di una società petrolifera e si trovasse a sostenere la prova della verità, «non è sicura che direbbe che prezzi alti del petrolio sono un male per me o per la mia società». E chi vuole, capisca. www.ilmanifesto.it
Burocrazia europea e credibilità italiana
Giuseppe Pisauro
Lo scorso 18 marzo, con un’iniziativa senza precedenti per il nostro paese (e che di precedenti ne ha pochi in generale), Eurostat non ha convalidato i dati su disavanzo e debito pubblico resi noti dall’Istat il 1° marzo. (1)
Il comunicato stampa diffuso da Eurostat elenca una serie di questioni sulle quali sono in corso discussioni con l’Istat, il cui esito "potrebbe determinare una revisione in aumento del disavanzo pubblico, soprattutto per il 2003 e 2004".
I motivi di preoccupazione
È una vicenda molto preoccupante per due aspetti: la possibilità concreta di una violazione del Patto di stabilità europeo negli ultimi due anni (il rapporto tra disavanzo pubblico e Pil è già al 2,9 per cento nel 2003 e al 3 per cento nel 2004) e la credibilità dell’Italia di fronte ai partner europei e ai mercati. Delle questioni sub iudice, elencate nel comunicato Eurostat, ve ne sono alcune che hanno a che fare con questioni classificatorie, di appartenenza o meno di determinate operazioni al perimetro pubblico, e altre di natura più generale con implicazioni sulla qualità dell’informazione statistica sui conti pubblici in Italia.
Iniziamo dalle prime. La più rilevante è la classificazione settoriale di Infrastrutture Spa (Ispa), società finora considerata esterna al settore delle amministrazioni pubbliche e avente come unico azionista la Cassa depositi e prestiti. La principale attività di Ispa è il finanziamento del progetto Tav delle Ferrovie (l’alta velocità). A marzo 2005 il finanziamento complessivo di Ispa a Tav ammonta a 9 miliardi, di cui 6 miliardi di obbligazioni emesse nel 2004.
La questione è se questi finanziamenti debbano o meno essere considerati come debito pubblico. Ciò dipende naturalmente da chi è responsabile del servizio del debito. Nel caso in questione, fino alla conclusione dei lavori dell’alta velocità sarà lo Stato a pagare gli intereressi sui titoli Ispa, successivamente interessi e rimborso del capitale verranno finanziati dai proventi dei biglietti ferroviari sulle nuove linee veloci. Tuttavia, si prevede che questi proventi non saranno sufficienti e che lo Stato dovrà accollarsi la parte residua del servizio del debito. Secondo le stesse stime di fonte Tav, lo Stato dovrà intervenire per una quota nell’ordine del 50 per cento. Stime di altra fonte sono più pessimiste. Non appare, quindi, infondata la tesi di chi sostiene che le obbligazioni emesse da Ispa siano debito pubblico a tutti gli effetti.
Quali sarebbero le conseguenze per i nostri conti pubblici? Pesantissime. Le sole emissioni di obbligazioni del 2004 rappresentano lo 0,44 per cento del Pil, già sufficiente ad annullare la riduzione del rapporto debito/Pil realizzata nell’anno (da 106,3 a 105,8). E di fronte a una crescita del rapporto debito/Pil non servirebbe a molto invocare la maggiore flessibilità del Patto di stabilità riformato. Della stessa natura sono le questioni sollevate da Eurostat a proposito di Scip2 (Link a Pisauro 1-3-2004), delle anticipazioni da parte delle banche concessionarie della riscossione delle imposte e dei finanziamenti alle imprese dal bilancio Unione Europea. Si tratta di operazioni note nella loro entità, ma di dubbia classificazione.
Una mina per la credibilità dei conti
L’inventario dei temi aperti ne comprende poi due di carattere generale: incoerenze tra i dati di cassa e di competenza e discrepanze statistiche nei conti pubblici. Sono questi i più pericolosi per la credibilità dei nostri conti.
In particolare, la questione del divario tra indebitamento (di competenza) e fabbisogno (di cassa) della Pa si trascina ormai da anni senza che se ne intraveda una spiegazione. L’ultimo Bollettino economico della Banca d’Italia valuta che, trascurando gli effetti delle misure di natura temporanea, nel 2004 il divario tra i due saldi sia rimasto sui livello del 2003: 1,2 punti di Pil, ovvero più di un terzo dell’indebitamento netto. Il rischio è che alla lunga in sede europea nasca il sospetto che questo divario sia l’indice di un tentativo italiano di addomesticare i conti. Non crediamo sia così, ma riteniamo che esso segnali un problema serio nella capacità del nostro sistema di rilevazione dei flussi di finanza pubblica. Sarebbe il caso di intervenire su questo, piuttosto che polemizzare con i burocrati europei. E per acquistare maggiore credibilità varrebbe anche la pena di ripensare allo status di indipendenza dell’Istat. In Grecia discutono della trasformazione del loro istituto centrale di statistica in un’agenzia indipendente posta sotto la supervisione del Parlamento. Vogliamo aprire un dibattito analogo anche da noi?
(1) Ogni anno, il 1° marzo, i paesi membri della Unione Europea devono notificare alla Commissione europea i dati su disavanzo e debito pubblico dell’anno precedente. A questa prima notifica segue un processo di revisione i cui risultati confluiscono in una seconda notifica il 1° settembre.www.lavoce.info/
Regionamenti
3-4 aprile, sarà una primavera politica?
A fianco di Marrazzo per portare la cultura dei movimenti a rapporto con le istituzioni. La novità dei candidati ''di servizio''
Bruno Ceccarelli*
Quando una stella sta terminando il proprio combustibile nucleare subisce un collasso gravitazionale e implode. Non so se il paragone sia giusto, ma questo penso possa accadere al nostro paese se non riusciamo a sconfiggere la destra alle prossime elezioni regionali.
La sconfitta politica che la parte migliore del paese subì negli anni 80 e 90 ha portato a questo risultato. Da quel periodo, come non mai, l'autonoma capacità professionale, il pensiero libero, lo spirito di servizio per il paese, l’onestà (anche intellettuale), sono stati valori combattuti e ritenuti “pericolosamente inaffidabili” da un ceto politico che si avviava a oligarchizzare le istituzioni pubbliche. L’uso dei media come veri e propri strumenti chirurgici per impedire di capire o vedere quanto accadeva ha aiutato, non poco, questa cultura maligna. I valori elitari e l’autoreferenzialità hanno influenzato in modo penetrante tutti gli schieramenti politici. La stessa sinistra ha prodotto leggi discutibili o è venuta meno al dovere di legiferare su alcuni principi fondamentali (conflitto di interesse).
Tuttavia, come spesso è accaduto nella storia, le difficoltà presenti, ampliate dalla cultura della guerra preventiva e da uno spirito di governo nazionale e locale – da parte della destra – non di rado eversivo o fuori dalla Costituzione, hanno creato le condizioni di una straordinaria scesa in lotta di milioni di uomini e donne per rivendicare i loro diritti, per difendere le ragioni della pace e della democrazia, per esprimere la propria indignazione. Spesso si è ironizzato, da parte avversaria, sull'indignazione diffusa tra i cittadini.
Ebbene, sappiamo che l’indignazione non è un sentimento banale. I padri della Chiesa che costruirono la monumentale architettura dei sette vizi capitali, nei primi secoli dopo Cristo, si erano trovati di fronte a un dilemma. Se l’ira è un peccato, come poteva trovarsi nel Libro dei libri l’ira di Dio? Come poteva essere Dio un peccatore capitale? Fu S. Tommaso a risolvere il dilemma. Dio non è adirato, Dio è indignato per il male. L’indignazione è l’ira di Dio, quindi è un sentimento divino. Noi più semplicemente e in modo laico diciamo che l’indignazione è la più nobile manifestazione contro il conformismo, il pragmatismo, il trasformismo.
A questo siamo. Il proliferare nella nostra società di una moltitudine di associazioni e movimenti ha realizzato una condizione di avanzamento degli istituti della democrazia come mai era stato precedentemente. Siamo davvero di fronte a qualcosa di diverso e straordinario che possiamo far pesare. Con queste elezioni regionali del 3 e 4 aprile non si tratta solo di ricacciare indietro il malgoverno o cancellare le ferite (gravi) che sono stati inferte al nostro sistema democratico, alle conquiste dei cittadini, ai loro diritti e alle loro tutele.
Siamo probabilmente nella circostanza di poter ottenere risultati più avanzati. Una vera Primavera per cominciare a far germogliare forme di democrazia più avanzata. E’ infatti arrivato il tempo di dare positive risposte alla esigenza di un profondo rinnovamento della Politica.
Oggi la presenza, eccezionalmente positiva, di tantissime associazioni nel nostro paese che assolvono una funzione culturale rilevante garantisce una fortissima presenza democratica che fa da argine al declino. Questa presenza è ormai tanto importante che tutti i partiti hanno accettato il fatto che la politica si fa in tanti modi, non solo stando dentro i partiti medesimi. Anzi questa presenza (almeno a sinistra) ha avuto e ha un effetto di contaminazione prezioso. Da qui la sempre più aperta disponibilità, da parte dei partiti, alla costruzione partecipata di programmi e istanze di governo territoriale. Ai tavoli programmatici, con tutti i limiti oggettivi e seri che ci sono non viene, teoricamente, escluso più nessuno.
Dal mio modesto punto di vista questa è la realizzazione piena della funzione ausiliaria delle associazioni, movimenti ecc. nella realtà politica di oggi. Ma la funzione ausiliaria, che ha lo scopo (positivo) di rendere migliori e più idonei i programmi, si trova a venire mortificata quando non può assolvere anche alla funzione innovativa della politica. Innovativa nel senso più pieno. Il ricambio delle rappresentanze istituzionali (con il risultato della fine delle gestioni oligarchiche), la scelta delle candidature alle elezioni di qualunque livello istituzionale, una concezione più avanzata della democrazia: chi è eletto non riceve una delega in bianco ma deve assolvere a una funzione di rappresentanza attraverso un dinamico e permanente rapporto con i cittadini. In sostanza non si può chiedere ai cittadini di essere aiutati a decidere cosa fare e contemporaneamente impedire loro il diritto di scegliere le persone più idonee a realizzare il programma.
Dovremo saper scegliere, all’interno delle liste che intendiamo sostenere, tra i candidati che interpretano la politica come un mezzo per la propria carriera e i candidati (per fortuna ce ne sono molti) che invece si mettono a disposizione con spirito di servizio.
Credo sia immaginabile, certamente auspicabile, che la vittoria della coalizione di centro sinistra possa definire un nuovo percorso politico per quanto riguarda lo stesso modo di governare. Il metodo della concertazione, definita sinora come un punto alto dell’azione di governo, può essere ulteriormente migliorato se non superato da modelli di partecipazione più avanzati. Penso ad esempio che per alcune questioni di forte rilevanza il metodo della concertazione che definisce il programma attraverso incontri tra “diverse rappresentanze” possa essere sostituito da un metodo che costruisce il programma attraverso un percorso partecipativo il più esteso possibile.
Oggi la Regione, salvo casi assai sporadici, si trova ad essere una istituzione che legifera nella completa disattenzione dei cittadini. Di certo non è colpa di questi ultimi. Occorre che il voto primaverile di aprile diventi una "Primavera di democrazia". Un risultato è buono: battere la destra. Un risultato doppio è meglio.
* candidato nel Lazio con la Lista consumatori uniti con Marrazzo www.aprileonline.info/
Contando i morti iracheni
Nel weekend del secondo anniversario dell'invasione dell'Iraq sotto l'egida degli USA, i comunicati dei media hanno dato le cifre del costo di vite umane. Hanno tuttavia sottostimato la più drammatica perdita di vite: quella dei civili iracheni.
Il 18 marzo Byron Pitts, della CBS ha fornito queste cifre: "Ad oggi i caduti statunitensi sono oltre 1,500. Non ci sono cifre estate per le vittime irachene, ma si stima che che per ogni americano ucciso siano morti 11 iracheni". In alter parle più di 16,500 vittime irachene. Brian Williams, della NBC, ha fornito una stima leggermente superiore (3/18/05): "Finora sono rimasti uccisi 1,513 americani, 11,344 sono stati feriti, molti dei quali hanno subito amputazioni.
Le stime delle perdite irachene sono difficili da calcolare ufficialmente, ma le perdite civili sembrano aggirarsi tra 17,000 e 20,000 morti o più". L'ABC non ha sembra aver fatto un calcolo simile, ma all'inizio del mese, l'annunciatore Peter Jennings ha riportato: "Non ci sono numeri ufficiali sulle vittime civili irachene, ma Iraqi Body Count, un sito indipendente che tiene il conto dei caduti, dice che potrebbero essere stati uccisi fino a 18,000 iracheni." Con il suo commento "o più" Williams (NBC) sembrava riferirsi ad una stima di vittime morti fra i civili che nessuno dei network ha ritenuto opportuno menzionare.
Secondo uno studio pubblicato dall'autorevole rivista medica britannica The Lancet (29/10/04), circa 100,000 civili iracheni sono morti in conseguenza alla guerra. La maggior parte delle vittime sono dovute alla violenza, principalmente alle azioni militari degli USA.
Uno dei ricercatori per il progetto ha dichiarato che la stima è probabilmente al ribasso (New York Times, 29/10/04). Si tratta certamente di una stima più scientifica di quella del Iraq Body Count citata dall'ABC, che, come il sito stesso dichiara è "la compilazione dei caduti civili che sono stati riportati da fonti riconosciute"... è plausibile che molti, se non la maggior parte dei morti fra i civili non vengono riportati dai media.
Un recente sondaggio (ABC/Washington Post, 16 marzo 2005) indica che la grande maggioranza del pubblico americano è convinto che le vittime statunitensi in Iraq non siano accettabili. Si può solo immaginare cosa gli americani pensino delle vittime civili irachene; sfortunatamente i media americani minimizzano sulla portata di questa perdita.
(tratto da Fair )
Per approfondire: http://www.cjr.org/issues/2005/2/voices-guterman.asp www.megachip.info
La regola aurea europea
Mario Monti ha di sicuro una prosa meno umorale rispetto a quella del sottoscritto. Ma, a leggerlo bene, l'esclusione degli investimenti dal patto di stabilità , la cosiddetta regola aurea, fu una delle grandi ipotesi sul tappeto fin dall'inizio della trattativa di questo trattato, regola abbandonata non perchè sbagliata o inefficace ma in sostanza per ragioni (diciamo così) disciplinari e di ordine pubblico.
Non stupisce. Il Patto è stato quasi ammazzato dalla sostanziale ipocrisia franco-tedesca, pronta a fare lezioni solo agli altri, ma libera di sforare platealmente l'allora sacro e inviolabile tetto del 3%. Ieri, invece, pare si siano messi d'accordo per un regime un po' più flessibile...ma sempre senza regola aurea. Almeno esplicita.
In realtà questo accordo è per un nuovo patto tutto politico (ha ragione il Corriere...), come è forse comprensibile che sia in tempi duri (e di guerra).
Sommando i prevedibili e istantanei deficit aggiuntivi di questo e di quello nell'Unione, ora tollerati, la risultante è che servirà a svalutare un po' lo stellare e insostenibile Euro, che avvantaggia il duo Usa-Cina e sta rendendo i posti di lavoro europei oggetti di modernariato.
L'Italia (insieme a molti altri Paesi dell'Unione) ha però a mio avviso bisogno esplicito e materiale di quella regola, ovvero ha necessità seria di un robusto ciclo di investimenti pubblici e di politiche industriali. Ma su un piano più ampio. Ha bisogno urgente di liberalizzare e creare pluralismo (per esempio nelle professioni e nei servizi, dove le lobbies continuano il loro ostinato gioco in difesa) ma in cambio, allo stesso tempo, ha evidente necessità di recuperare terreno sulle infrastrutture, sull'energia (anzi sulle energie), sull'offerta interna reale di capitale di rischio, sul rinnovamento del suo mix industriale, sulla produttività, sulle dimensioni di impresa, sulle politiche atte a accogliere investimenti esteri e nuove partnership. Tutti processi nei fatti bloccati fin dal 1992, nei tredici anni filati in cui abbiamo dovuto galleggiare e paralizzarci per pagare, anno dopo anno, il fallimento della cosiddetta prima repubblica.
Abbiamo un decisivo problema di commons italiani, possiamo trasformarlo in strategia di commons europei.
Finora l'unico oggetto di politica industriale realmente incentivato con i pochi quattrini disponibili è....il decoder digitale terrestre. Potete valutare da Voi il mio grado di fiducia verso le parole (e i fatti) dell'attuale governo.
Queste politiche richiedono risorse, richiedono capacità politiche e manageriali oggi divenute scarse nel sistema italiano. Per questo credo che gli italiani abbiano pieno interesse a una "regola aurea" a livello sovrannazionale. A un sistema continentale di investimenti strategici in disavanzo non condizionato dalle lobby e dalle forze politiche di un Paese che appare sempre più in fase di ripiegamento su se stesso.
Non a caso oggi esportiamo in tutta Europa cervelli (basti pensare alla comunità italiana a Londra....). Dobbiamo farli rientrare in gioco, ma non costringendoli al singolo ritorno (e caccia all'uomo...) nella palude del Palazzo italiano. Dobbiamo fare in modo che siano nostri potenti alleati organizzati e esterni per la bonifica di questa palude.
Scusate il mio pessimismo. Le tre some di cui siamo gravati (debito pubblico, euro sopravvalutato, fattore Berlusconi..) sono troppo pesanti perchè questi limitati margini di flessibilità del Patto possano trasformare per magia un Paese, da tredici anni divenuto una sorta di tartaruga, improvvisamente in una gazzella.
Se vogliamo cambiare musica non possiamo che puntare, e a fondo, sull'Europa. Cedendo altri pezzi di sovranità statal-nazionale. Aprendo il settore bancario e industriale. Ma non solo e non soltanto a favore di investitori privati europei (o anche cinesi, come sostiene Prodi). A favore anche di un network di soggetti pubblici attivi per l'intera Europa a 25. Non sono infatti un credente nel dio-mercato. I fallimenti di questo sono sotto gli occhi di tutti. E la necessità di correttivi altrettanto.
Faccio un esempio, che conosco di persona. La ricerca di base, fondamentale. Che solo un matto oggi potrebbe considerare su esclusive basi nazionali, quantomeno in Europa.
Non vedo perchè, infatti, quello che ha per esempio reso forte e vincente la scienza europea in settori come la fisica (ovvero l'esistenza di robusti e centenari network continentali di scienziati, con massimo esempio nel Cern) oggi si possa tradurre solo in una timida e striminzita proposta di Consiglio europeo delle ricerche con qualche soldarello per autofinanziarsi progetti e laboratori (ma non troppi soldi per non rompere eccessivamente le scatole agli enti e alle baronie nazionali...) e non invece se ne faccia una istituzione autentica (una sorta di Nsf europea, ormai e da decenni nelle cose...). E non si abbia il coraggio di puntare subito a un centro propulsore dell'intera tematica dello sviluppo. Se il trend è questo, perchè allora non prenderne atto e allargare con coraggio la visuale?
Prima o poi lo si dovrà fare. I prossimi anni mostrano una necessità strutturale di investimenti, di una grande trasformazione dell'intero spazio economico, produttivo e culturale europeo (e non). Perchè non accorciare i tempi, magari istituendo questa "regola aurea" sovrannazionale già dal prossimo Summit europeo? Perchè non trasformare la crisi e la stagnazione in opportunità per un passo avanti coraggioso lungo la linea della nostra storia?
Qual è il ruolo del Governo europeo, di Strasburgo e di Bruxelles, nella revisione di questo patto di stabilità? L'irrilevanza, la marginalità?
Aspettiamo che per primi i francesi inviino al resto d'Europa e poi al mondo un segnale potentemente negativo, con il loro No annunciato (e anche comprensibile) a quel triste e piccolo compromesso pomposamente chiamato Costituzione Europea?
Se ci giochiamo l'Europa, nella mente e nelle speranze degli Europei, poi non avremo alternativa. Dovremo vedercela da soli con i Berlusconi o magari con i D'Alema....
Usciamo da questi tredici anni. A mio avviso abbiamo una sola autentica carta: l'Europa. Il resto sono i finti sgravi fiscali (elettorali) di Berlusconi...e altre mance rese possibili dalla fessibilità....(nel senso partenopeo della storpiatura).caravita.biz
Quotidiani, lo specchio di un paese
Giancarlo Bosetti
Questo articolo è la prefazione del libro L’Europa di carta. Guida alla stampa estera, di Giancarlo Salemi, recentemente apparso in libreria in una nuova edizione riveduta e ampliata, edito da Franco Angeli nella collana “Studi e ricerche di storia dell’editoria” diretta da Franco Della Peruta e Anna Gigli Marchetti.
Dovunque ci si aggiri per l’Europa della carta stampata capita fatalmente di ascoltare e leggere parole cupe, o per lo meno di ansia, sulla sorte della stampa. Forse questo dipende dal fatto che di solito sono i giornalisti a occuparsi di giornali, e sono per questo più sensibili (dei manager, degli industriali, dei banchieri, dei politici) alle sorti di una testata. Forse sono portati a esagerare perché sanno, sappiamo, meglio di altri, che la fine di un giornale, una ristrutturazione, una riduzione di budget, un cambio di rotta editoriale, hanno dei costi umani elevati, ma anche che la varietà e ricchezza delle iniziative, la vitalità di pubblicazioni capaci di far sentire la loro voce indipendente, o comunque plurale e contrapposta ad altre, è un indizio certo di libertà.
Uno sguardo oltre frontiera
Le loro, le nostre, preoccupazioni sono dunque fondate, perché quando i dati della diffusione dei giornali sono brutti, ristagnano o diminuiscono, stiamo perdendo qualcosa di importante nella qualità di una opinione pubblica. Ed è necessario, per capire quel che accade, che delle condizioni di salute della stampa ci facciamo una visione che vada al di là dei confini nazionali, che comprenda se non tutti i paesi europei almeno quelli che ne hanno costituito finora il cuore dal punto di vista della storia del giornalismo. Sta qui la utilità di questo libro: un tema del quale gli europei sono generalmente esperti, ciascuno per il paese e per la lingua sua, è qui trattato in modo sintetico e chiaro, scavalcando i confini nazionali e confrontando quattro grandi storie diverse, la inglese, la tedesca, la francese e la spagnola. La quinta, quella italiana, non c’è, non ha il suo specifico capitolo, ma attraversa tutto il libro per via dei frequenti rimandi alle vicende di casa nostra viste nel modo in cui si rispecchiano nella stampa estera. E poi la stampa di casa gli italiani (quelli, una minoranza, che i giornali li legge) la conoscono, anche se il libro li aiuterà a vederne le caratteristiche, attraverso confronti e contrasti con quella estera, sotto una luce nuova.
Siamo tentati, in Italia, e con molto fondamento, di guardare alla stampa di altri grandi paesi, paragonabili all’Italia per dimensioni e reddito, con una certa invidia per due ragioni fondamentali, molto elementari: la prima è che i giornali vi si vendono molto di più (in Francia) o enormemente di più (in Germania e in Inghilterra), la seconda che dovunque in Europa (anche in Spagna) i giornali hanno più pubblicità che da noi e sono dunque molto più forti nella competizione con la televisione. Queste differenze sono così marcate che è inevitabile parlare di una anomalia italiana, che non accenna a ridursi, ma tende anzi ad aggravarsi. Tuttavia quando si getta lo sguardo oltre frontiera si trova sì una situazione, comparativamente, molto più florida, ma con evidenti segnali di crisi anche lì. Crisi e trasformazione. La situazione non è per niente ferma, al contrario offre e prepara sorprese.
Il panorama europeo
Le pagine di L’Europa di carta spiegano perché e come. Su una scala economica e aziendale più alta che da noi si accentuano i processi di concentrazione e passaggi di proprietà; si acutizza la competizione con la tv commerciale; i mutamenti sociali e del costume erodono ovunque la forza del discorso pubblico standard di altri tempi, riducono la presa del modello di cittadino istruito su basi “tipografiche” (come le avrebbe definite Neil Postman) e affidano un peso crescente alla comunicazione per brevi battute di pochi secondi, alla politica condotta attraverso gli spot televisivi o le comparizioni nei telegiornali (che è quasi la stessa cosa). E dunque sarebbe inutile cercare facili alternative del genere: facciamo come loro. Inutile, impossibile e anche sbagliato. Perché la storia dei grandi giornali è la storia del carattere di un paese, delle sue élites, del suo popolo, dei loro gusti e tic. Troviamo il Times vittoriano di una classe dirigente che sapeva tutto della crisi in Indocina ma si appassionava di più alla vendita di un cavallo, e troviamo il Sun di Murdoch che il giorno in cui Blair annuncia l’entrata in guerra in Afghanistan sceglie di aprire con la paperella di plastica gialla che la Regina Elisabetta tiene nella sua vasca da bagno. Seguiamo la nascita degli austeri giornali del dopoguerra tedesco, la Frankfurter Allgemeine Zeitung e la Sueddeutsche, ma anche il trash della Bild di Springer, che forte di oltre quattro milioni di copie conquista ora in pochi mesi la Polonia con il gemello Fakty, subito a quota un milione. E poi i desideri di De Gaulle che si incarnano nella nascita del mitico Le Monde di Hubert Beuve-Mery fino alle durissime polemiche che hanno tuttora al centro il quotidiano di Jean Marie Colombani. O la lunga agonia del Caudillo da cui scaturirà la nuova Spagna del Pais, il giornale che passerà i suoi guai accompagnando Felipe Gonzalez nella disavventura del caso Gal, lo stesso scandalo che farà le fortune editoriali del Mundo, il giornale che appoggia Aznar ma non risparmia per questo colpi al Berlusconi di Telecinco.
Compact, tabloid e d’élite.
Per i lettori italiani la nozione forse più importante che risulta dalla conoscenza del giornalismo degli altri grandi paesi europei è il dualismo, un dualismo di classe, di reddito, di cultura e anche di funzioni, che caratterizza i paesi dove si legge molto di più che da noi. Quanto più si legge, tanto più la «evoluzione della specie» (dei quotidiani) ha prodotto una differenziazione delle funzioni: ci sono i giornali di élite da una parte e quelli popolari dall’altra. Da noi, al contrario, i grandi quotidiani hanno seguito una via di mezzo, portando le vendite molto al di sopra delle medie dei quotidiani di qualità inglesi o tedeschi, ma certo lontanissimi dai milioni di copie (più di tre il Sun, più di quattro la Bild) dei tabloids.
Non è detto che qualcosa non cambi, in quel senso, anche da noi in futuro. La lezione di un tabloid che improvvisamente invade un grande paese, come avvenuto con Fakty, potrebbe ispirare nuovi tentativi di creare un popolare italiano, a più di vent’anni dal fallimento dell’Occhio. Ma tutto il mercato europeo è in forte evoluzione. La decisione del Times di passare al formato tabloid, ovvero compact (dovremo chiamarlo così probabilmente anche noi, dal momento che la parola tabloid sta a indicare sempre più una formula, quella del giornale popolare, non un semplice formato) dopo una fase sperimentale in doppia versione, può essere davvero l’inizio di una rivoluzione, che riguarderà necessariamente anche i contenuti, lo stile, la scrittura. E il Times non è solo su questa strada: c’è anche la amburghese Welt, c’è l’Indipendent, altri seguiranno. La scelta poi di portare nelle edicole film, libri e dischi – una via nella quale è stata decisamente l’Italia ad aprire la strada – sembra trovare imitatori in Francia e in Germania: messi economicamente alle strette, come da noi è accaduto prima e più pesantemente, i giornali sono spinti a esplorare tutte le possibilità di sfruttamento del proprio marchio e del proprio circuito di distribuzione. Intanto la free press si sta ovunque configurando come una nuova stabile presenza sul mercato dei quotidiani.
Per tante ragioni dunque conoscere le vicende della stampa estera, tenerle sotto osservazione è utile per tutti coloro che hanno a cuore la vita della opinione pubblica nella nuova e allargata Unione europea. Ma per i giornalisti, gli imprenditori, tutti coloro che in Europa e con gli europei vogliono lavorare è indispensabile.www.caffeeuropa.it/
La vecchia Europa snobba il Welfare
Bruxelles preme per i tagli alla spesa sociale. E la Nuova Europa risponde. Ma questa strategia non aiuta i lavoratori europei. Analisi.
Il Welfare State in Europa si sviluppa in un ambiente sempre più ostile. Al giorno d’oggi i modelli di Stato sociale europei stanno attraversando un periodo di ristrutturazione e rimodellamento che mette (parzialmente) in discussione i modelli fino ad ora usati dalla letteratura per differenziarli.
I quattro modelli di protezione sociale
Storicamente si è sempre parlato di:
• un modello socialdemocratico basato sui principi universalisti contenuti nel rapporto Beveridge (1947) che si è sviluppato specialmente nei paesi scandinavi;
• un modello conservatore, basato sui contributi alla grande cassa della previdenza sociale e sulla protezione del lavoratore, di ispirazione bismarckiana (Germania e Francia);
• un modello liberale, vigente in Gran Bretagna e Irlanda, di tipo assistenzialista e dedicato principalmente alle classi meno abbienti;
• un modello mediterraneo, da ritrovarsi nei paesi del sud d’Europa, dove l’elemento ricorrente è un’insufficienza di mezzi.
Sebbene queste differenze persistano al giorno d’oggi, le sfide che lo Stato sociale in Europa deve affrontare sono basicamente le stesse: i cambiamenti osservati nei modelli economici (riassunti nella parola magica “globalizzazione”), nelle strutture sociali e familiari, nelle relazioni di lavoro (crescita di lavori “flessibili” e precari) e nella demografia (aumento della speranza di vita, bassa natalità) impongono cambi strutturali a sistemi sociali inizialmente ispirati alle società europee del dopoguerra e che ora fanno fatica ad adattarsi alla società post-industriale. Sono sfide che necessitano uno sforzo di ripensamento che non implica necessariamente una riduzione del peso dello Stato sociale, ma anzi un suo rinnovato coinvolgimento nell’economia e nella società.
Libero mercato costituzionalizzato
Come sta reagendo il Welfare europeo a queste problematiche? In sette anni, dal 1993 al 2000, la media dell’Ue di spesa sociale è scesa di un punto e mezzo di PIL, dal 28,8% al 27,3%, frutto soprattutto dei tagli in alcuni degli stati più generosi (Svezia, Finlandia, Germania, Olanda) in parte bilanciati dalla crescita di sistemi meno sviluppati, come Portogallo e Grecia. In generale si può parlare di una stabilizzazione (contando i minori sussidi alla disoccupazione rispetto alla crisi di inizio ’90), con una tendenza al ribasso.
In questo scenario l’Ue relega la questione sociale a un problema di seconda o terza categoria. La Commissione, appoggiandosi sul Patto di Stabilità e Crescita, raccomanda costantemente tagli alla spesa corrente (sistema pensionistico) e non ha una vera politica di coordinamento delle politiche sociali. L’unico strumento utilizzato, il coordinamento delle politiche contro l’esclusione, è debole e addirittura in via di ridimensionamento.
La “Costituzione”, che gli Stati o i popoli europei saranno chiamati a ratificare nel biennio che inizia, non aiuta a risolvere il disinteresse comunitario: la protezione sociale è genericamente inclusa nell’articolo I-3, mentre nell’articolo I-2 il mercato libero e a concorrenza perfetta è elevato a principio costituzionale, di gran peso nel momento in cui il settore privato, a scopo lucrativo, reclama il diritto di entrare nella gestione di pensioni, assicurazioni e servizi sociali.
E i nuovi Stati membri? Tagliano
Un’altra occasione mancata è stata quella di non introdurre il criterio sociale nelle trattative con i 10 nuovi paesi membri dell’Europa centro-orientale. La priorità è stata quella di aprire i mercati, fomentare la libera concorrenza e le privatizzazioni, mantenere la stabilità monetaria e fiscale. Risultato? Nei principali neo-stati membri dell’UE si è verificata una diminuzione del peso dello stato sociale: tra il ’96 e il 2000 l’Ungheria è passata dal 24,80% del PIL al 23,20%, la Polonia dal 25,50% al 24%, la Slovacchia dal 23,28% al 21,70%, e la Repubblica Ceca è ferma a circa il 20%.
Peggio ancora, nella transizione dalle economie pianificate a quelle di mercato, questi paesi hanno subito le forti pressioni della Banca Mondiale per introdurre sistemi di capitalizzazione obbligatoria (contro il sistema solidale, contributivo e di reparto vigente nei paesi europei). L’adattamento alla nuova realtà sociale e economica è stato quindi traumatico e ha comportato una riforma dei sistemi di Welfare in certi casi poco coerente; se questi sistemi cominciano ad assomigliare nella loro struttura a quelli dell’Europa occidentale, alcuni elementi stonano, come l’introduzione di un pilastro obbligatorio per i fondi di pensione privati (con mercati finanziari interni ancora poco sviluppati) e, in alcuni paesi, la mancanza di una clausola di rivalorizzazione delle pensioni per l’inflazione.
Le sfide alle quali il welfare europeo deve far fronte implicano certamente sforzi finanziari importanti. Secondo un rapporto dell’Economic Policy Committee del 2001 lo sforzo in pensioni e assistenza sanitaria derivato dall’invecchiamento della popolazione può risultare in 50 anni tra il 5,5% e il 10% del PIL. Una pressione considerevole, ma secondo gli stessi esperti abbordabile, a patto che le nostre economie continuino a crescere e che i bilanci rimangano in pareggio.
Perché questo accada la Commissione (attraverso la Strategia di Lisbona) già preme per un aumento del tasso d’occupazione, specialmente femminile, e della produttività (leggi investimenti in ricerca e sviluppo). È singolare, però, che l’Ue non dia lo stesso appoggio alle politiche di sostegno della maternità e a politiche di rafforzamento del lavoro (politiche attive, sussidi alla disoccupazione, formazione continua) che aumentino la partecipazione e la stabilità dei lavoratori, elementi essenziali per un’alta produttività. Non solo. L’Europa continua a vedere nell’immigrazione non una risorsa necessaria da accogliere a braccia aperte, ma un problema da reprimere. Nel frattempo, però, la fortezza Europa invecchia. www.cafebabel.com/it
La rivoluzione dei bastoni
Kirghizistan: violenta insurrezione dell'opposizione nelle città del sud
Dopo la rivoluzione ‘delle rose’ in Georgia e quella ‘arancione’ in Ucraina, sembra giunto il momento del Kirghizistan, dove è scoppiata la rivoluzione ‘dei tulipani’. La stampa internazionale aveva già coniato da settimane questo nuovo nome. Ma fino ad ora, invece dei tulipani, nelle piazze si sono viste mazze di legno, bottiglie molotov, pestaggi e morti. La rivoluzione kirghiza è appena iniziata, ma dopo le sanguinose violenze di domenica e i preoccupanti sviluppi di ieri si è già giocata il suo posto nella lista delle ‘rivoluzioni di velluto’. Forse sarebbe più giusto chiamarla ‘rivoluzione dei bastoni’
Elezioni contestate. Le forze d’opposizione democratiche e filo-occidentali guidate dall’ex premier Kurmanbek Bakiyev e dall’ex diplomatica Roza Otumbayeva – accusate dal governo di essere sostenute dall’ormai noto miliardario statunitense Gorge Soros – protestano da settimane chiedendo l’annullamento delle recenti elezioni parlamentari, stravinte dal partito del presidente Askar Akaev (al potere da quindici anni) ma considerate irregolari dagli osservatori internazionali.
Il cuore della protesta, iniziata il 4 marzo, è stata fin da subito Jalal-Abad, nel sud del paese: la città-natale del capo dell’opposizione, Bakiyev. Qui i manifestanti hanno occupato fin dal 4 marzo vari uffici governativi. La polizia locale si è limitata a tenere sotto controllo la situazione, che è rimasta calma fino a venerdì scorso, quando la protesta si è estesa anche ad Osh, la seconda città del Kirghizistan, definita ‘la capitale del sud’, dove i manifestanti sono riusciti ad occupare per una notte gli uffici del locale governatorato.
Il presidente Akaev deve aver pensato che fosse arrivato il momento di reagire, colpendo a fondo il cuore della protesta.
Le violenze di Jalal-Abad. Sabato notte duecento uomini delle forze speciali di polizia sono stati aviotrasportati dalla capitale fino a Jalal-Abad. Alle 5 di domenica mattina è scattato il blitz negli uffici occupati. Uomini, donne, anziani e ragazzini sono stati picchiati senza pietà dagli agenti, che secondo molti erano ubriachi o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Almeno quattro manifestanti sono morti in seguito alle ferite riportate. Secondo altre fonti non sarebbero le uniche vittime del raid. Chi non è finito in ospedale è stato portato in prigione. Centinaia di persone sono state arrestate.
Poche ore dopo, migliaia di manifestanti, molti armati di mazze e bastoni, sono scesi in strada (ventimila secondo l’opposizione) per chiedere il rilascio degli arrestati. La folla ha assaltato una caserma della polizia, picchiando a morte quattro agenti e dando alle fiamme l’edificio. Disordini e scontri sono proseguiti per tutta la notte, per fortuna senza altre vittime, concludendosi con la riconquista dei palazzo governativi da parte dell'opposizione. Anche l’aeroporto di Jalal-Abad è stato occupato dai manifestanti, per impedire l’atterraggio di altri aerei delle forze speciali.
La conquista di Osh. Questa mattina la protesta è tornata ad Osh. Migliaia di manifestanti, armati di bastoni, spranghe e bottiglie molotov, hanno nuovamente occupato il governatorato al grido di “Akaev vattene” per poi assaltare e dare alle fiamme due stazioni della polizia. Le forze speciali e i soldati che presidiavano la città sono fuggiti davanti alla folla inferocita che si è lanciata contro di loro, per poi inseguirli per le strade. Non sono mancati pestaggi e violenze. Dopo aver preso il controllo del centro cittadino, migliaia di sostenitori dell’opposizione si sono riuniti nella piazza principale per festeggiare la vittoria, agitando al cielo i loro bastoni.
Enrico Piovesana www.peacereporter.net/
GIORNATA MONDIALE DELL'ACQUA": ALMENO UN PAIO DI SECCHI PER CHI NON NE HA
Peace/Justice, Standard
Si celebra oggi la ‘Giornata mondiale dell’acqua’, istituita dall'Onu per ricordare che centinaia di milioni di persone, inclusi 400 milioni di bambini, sono ancora oggi prive persino della quantità d’acqua minima indispensabile per sopravvivere, cioè 20 litri al giorno, in pratica un paio di secchi. La giornata segna l'apertura del decennio internazionale dell'azione "L'acqua, fonte di vita", promossa dall'Unesco con l'obiettivo di dimezzare entro il 2015 il numero delle persone che non hanno accesso all'acqua potabile o non hanno i mezzi per procurarsela. Difficile credere che sia possibile farcela, visto almeno come sta procedendo – male e lentamente – il raggiungimento degli obiettivi del ‘Millenium Goal’ pensati per dimezzare entro i prossimi 10 anni i mali più tragici del pianeta. I dati diffusi in occasione della ricorrenza dal Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef) e dall’Organizzazione dell’Onu per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) mostrano che mentre nei Paesi industrializzati ormai l’accesso all’acqua è universale, nelle regioni più svantaggiate, e in particolare nelle zone rurali, l’acqua diventa un bene sempre più scarso il cui possesso o la cui gestione sono destinati a scatenare, nei prossimi anni, guerre in molte zone del pianeta. Così, mentre in America Latina e nei Caraibi l’accesso medio all’acqua potabile è intorno all’89% ma nelle zone rurali scende al 69% - con percentuali non troppo dissimili dall’Asia orientale (78 e 68%), in Africa le statistiche precipitano, fino ad arrivare a un accesso medio per il 57% della popolazione (82% in città), dato che però crolla al 44% in campagna. In Asia meridionale, prima del maremoto dello scorso 26 dicembre, l’accesso all’acqua era invece dell’84%, 80% in campagna, ma oggi ampi tratti di condutture sono stati distrutti dallo tsunami e migliaia di pozzi inquinati. La disponibilità di risorse di acqua dolce inevitabilmente condiziona, anche e soprattutto sotto forma di accessibilità ai servizi igienici di base, il grado di sviluppo di una regione o di un Paese e il livello di mortalità della popolazione, innanzitutto di quella infantile. L’Unicef lancia un forte allarme: nell’Africa sub-sahariana, dove un bambino su 5 non arriva a compiere 5 anni, il 43% dei bambini beve d’acqua contaminata, rischiando a ogni sorso la morte o malattie infettive. "Le conseguenze sulla salute infantile vanno molto oltre i 4.000 bambini che muoiono ogni giorno per malattie causate da acqua infetta, come la diarrea e il tifo; molti altri milioni rischiano la morte per i continui attacchi delle malattie. Il mancato accesso ad acqua e servizi igienici blocca ogni progresso economico e sociale, i bambini continuano a morire per malattie prevenibili, i sistemi sanitari nazionali sono incapaci di rispondere alla situazione e le comunità locali gravemente impoverite" spiega L'Unicef; nell’Africa subsahariana 175 bambini ogni mille sotto i 5 anni muoiono a causa della mancanza d’acqua potabile, 92 su mille nell’Asia meridionale e 56 su mille in Medio Oriente e Nord Africa. Nei Paesi industrializzati il dato è 6 su mille. La lista dei Paesi con la più alta mortalità infantile, il più basso accesso all’acqua potabile e il più basso grado di sviluppo coincide tristemente e vede in testa soprattutto i Paesi africani: Sierra Leone, Niger e Angola conducono la speciale classifica stilata dall’Unicef, seguiti dall’Afghanistan, unico Paese asiatico in una ‘top ten’ africana che continua con Liberia, Somalia, Mali, Burkina Faso, Repubblica democratica del Congo, Guinea Bissau. Nella maggior parte di questi Paesi meno della metà della popolazione infantile ha accesso all’acqua potabile.www.misna.org
[LL]
La Banca Mondiale
Poiché la Presidenza degli Stati Uniti, nella persona di George W. Bush, ha indicato il candidato alla Presidenza della Banca Mondiale, nella persona di Paul Wolfowitz, occorre assolutamente comprendere perché questa mossa si inscriva a pieno titolo in una strategia di controllo da parte delle élite americane. Per capire ciò, occorre assolutamente leggere questo piccolo splendido saggio su compiti e devianze della Banca Mondiale, che riprendiamo dal sito della Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, sulle cui pagine invitiamo a visionare anche l'appello contro la nomina dell'angioletto neocon a presidente di suddetta istituzione internazionale.
La Banca Mondiale è una delle creature della Conferenza Economica e Monetaria tenutasi dal 1 al 22 luglio 1944 a Bretton Woods, in New Hampshire (USA), che vide inoltre la nascita del Fondo Monetario Internazionale (IMF). Secondo lo statuto, gli scopi della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (International Bank for Reconstruction and Development - IBRD - il nucleo iniziale di quello che ora è il gruppo della Banca Mondiale) erano i seguenti: “assistere la ricostruzione e lo sviluppo dei territori dei paesi membri, facilitando investimenti di capitali per finalità produttive e promuovere la crescita equilibrata del commercio internazionale. Incoraggiando gli investimenti internazionali, per contribuire all’aumento della produttività, al miglioramento delle condizioni di vita e lavorative”.
La Banca avrebbe operato prestando direttamente dal proprio capitale e fornendo garanzie per gli investimenti privati. Inizialmente la Banca era stata istituita per assistere i paesi distrutti dalla guerra nell’opera di ricostruzione. Il primo prestito fu concesso alla Francia per un valore di 250 milioni di dollari, seguito da altri prestiti ad Olanda, Lussemburgo e Danimarca. Il primo prestito ad un paese in via di sviluppo fu approvato nel 1948, e precisamente per la costruzione di un impianto idroelettrico in Cile del valore di 1,5 milioni di dollari. Il capitale originale della Banca venne fissato a 10 miliardi di dollari, circa 70-80 miliardi di oggi. Il 20% del capitale sarebbe stato effettivamente sborsato dagli stati membri, ed il resto messo a disposizione a titolo di garanzia (il cosiddetto “callable capital”). Ciò permette alla Banca di muoversi liberamente sui mercati internazionali e cercare risorse per finanziare i propri prestiti tramite la vendita di titoli obbligazionari IBRD valutati da Moody’s con “tripla A” (AAA - il massimo dell’affidabilità finanziaria). In questo modo la Banca è stata in grado di concedere nei sessant’anni della sua esistenza prestiti per almeno 270 miliardi di dollari, reperiti principalmente sui mercati azionari internazionali. Solo con la creazione dell’IDA (International Development Association) nel 1960, però, la Banca diventa una vera e propria istituzione di sviluppo. I prestiti dell’IBRD, infatti, vengono ripagati con un periodo di cinque anni di “grazia”, dopo il quale i governi hanno dai 15 ai 25 anni per ripagare il prestito a tassi quasi di mercato. I prestiti IDA, destinati invece ai paesi poveri, sono ad interesse quasi nullo. Mentre per l’IBRD la dotazione di capitale è assicurata dai pagamenti degli interessi suoi prestiti, e dall’emissione di azioni, per l’IDA almeno un terzo della dotazione è garantita con ricostituzioni di capitale tramite le quote associative dei governi dei paesi donatori da versare su base triennale.
Con il passare del tempo ha assunto sempre più importanza il ruolo della Banca di prestito e garanzia assicurativa diretti per le operazioni del settore privato, nonché l’attenzione per la facilitazione degli investimenti diretti esteri, specialmente nei paesi poveri e l’arbitraggio di eventuali controversie. Oggi il gruppo della Banca Mondiale è oggi formato da IBRD, IDA, IFC (International Financial Corporation), MIGA (Multilateral Investment Guarantee Agency) e ICSID (International Centre for the Settlement of Investments Disputes).
Che cosa fa la Banca Mondiale?
IDA e IBRD concedono: a. Prestiti per progetti. Ovvero progetti per la costruzione di dighe, strade, infrastrutture, sfruttamento delle risorse naturali, tra cui petrolio miniere e gas, gestione delle acque, sanità, energia, etc. b. Prestiti per settori e macroeconomici. Rivolti, cioè, a rafforzare determinati settori produttivi e dell’economia, e vincolati per lo più a programmi di liberalizzazione e privatizzazione. c. Prestiti istituzionali. Elargiti allo scopo di ristrutturare le istituzioni locali al fine di ridurre le barriere al libero accesso di investimenti privati. Ad esempio in alcuni paesi la Banca ha istituito agenzie private nel settore energetico, che potessero facilitare i contatti con investitori privati stranieri (ad esempio l’Energy Generation Agency of Thailand - EGAT in Thailandia). d. prestiti per programmi di aggiustamento strutturale Questi si distinguono in SALs (Structural Adjustment Loans) e SECALs (Sectoral Adjustment Loans). La stabilizzazione delle economie, fattore-chiave per creare un “clima favorevole agli investimenti”, viene garantita tramite l’imposizione di pacchetti di riforma economica che prevedono: * riduzione della spesa pubblica, inclusi tagli ai servizi sociali, (istruzione, sanità) considerati non produttivi in termini economici; * cancellazione dei sussidi per le classi più povere; * restrizioni all’accesso al credito; * privatizzazione delle imprese statali; * liberalizzazione degli scambi commerciali; * riorientamento dell’economia verso i mercati di esportazione; * rimozione delle barriere agli investimenti privati; * deregulation del mercato del lavoro.
Che cosa fanno IFC e MIGA?
IFC (creata nel 1956) e MIGA (creata nel 1985) operano in supporto diretto al settore privato, l’IFC prestando al settore privato, partecipando direttamente a compagnie miste, o sostenendo programmi di privatizzazione, la MIGA concedendo alle imprese assicurazioni per la copertura del rischio politico: IFC e MIGA sostengono principalmente progetti infrastrutturali per lo sfruttamento di risorse naturali in paesi considerati a rischio o dove è necessario attrarre il settore privato perché i rendimenti degli investimenti sono bassi, quali centrali elettriche, oleodotti, porti, strade, progetti di estrazione mineraria, cementifici, ma anche grandi alberghi ed impianti di imbottigliamento, come quelli della Coca-Cola. Tristemente famosi per il loro impatto ambientale la diga di Bio-Bio in Cile (IFC) e la miniera d’oro di Lihir in Papua Nuova Guinea (MIGA).
Come e’ organizzata e chi decide?
Al vertice della Banca siede il Consiglio dei Governatori (Board of Governors) dei 184 paesi membri che si riunisce una volta l’anno, in settembre-ottobre, in occasione dell’Incontro Annuale della Banca. Il Governatore é di norma il Ministro del Tesoro o delle Finanze del paese. Subordinato al Consiglio dei Governatori c’é il Consiglio dei 24 Direttori Esecutivi (Board of Executive Directors) che ha la facoltà di approvare i prestiti IBRD/IDA ed i crediti IFC per riforme strutturali o progetti e le garanzie della MIGA. I cinque grandi stati donatori (USA, Giappone, Francia, Germania e Gran Bretagna) e la Cina, l’Arabia Saudita e la Federazione Russa sono rappresentati da un loro Direttore Esecutivo permanente, mentre gli altri 16 seggi rappresentano un gruppo di paesi (cosiddetta “constituency”), spesso sotto la guida di un paese industrializzato. Ad esempio, il Direttore Esecutivo italiano rappresenta anche Grecia, Malta, Portogallo, Albania e Timor Est. In questo modo i 42 paesi membri dell’Africa Sub-Sahariana nel Board hanno solo due Direttori Esecutivi. Il sistema delle votazioni si basa sul principio di “Un Dollaro (di capitale) = Un Voto”. Ma le decisioni vengono prese quasi sempre per consenso, un metodo che in questo contesto di sbilanciato rapporto istituzionale di forze va sempre a vantaggio dei paesi ricchi o più grandi. Il Presidente della Banca Mondiale è anche presidente del Consiglio dei Direttori che lo elegge. Tutti i presidenti della Banca Mondiale sono stati americani, fino all’attuale, James Wolfensohn. Lo staff ed i funzionari della Banca competenti per singoli paesi sono suddivisi in dipartimenti regionali, ognuno dei quali è controllato da uno dei vicepresidenti della Banca. Inoltre esistono 12 sezioni operative che si occupano di questioni quali personale, finanze, sviluppo sostenibile, sviluppo delle risorse umane, politiche operative e sviluppo del settore privato.
L’opposizione alla Banca mondiale
Dalla fine degli anni ’80 la Banca mondiale è finita nell’occhio del ciclone principalmente grazie alle critiche ed alle lotte nazionali e globali della società civile. A dare la spinta iniziale a tali rivendicazioni sono state alla metà degli anni ’80 le azioni non-violente degli attivisti della valle del Narmada in India, segnata dalle disastrose dighe finanziate dalla Banca mondiale. Come reazione, negli ultimi quindici anni la Banca ha cercato continuamente di cambiare, espandendo il proprio campo di azione, pur di non accettare apertamente il fallimento economico e di sviluppo dei suoi interventi passati. Gli aggiustamenti strutturali del sistema di Bretton Woods, pensati per risolvere l’incapacità del Sud del mondo a ripagare il debito finanziario spesso illegittimo verso il ricco Nord, hanno portato solo più miseria e sempre maggiori critiche. Privatizzazioni di enti pubblici, liberalizzazioni del mercato dei capitali, tagli indiscriminati alle spese sociali perché considerate improduttive e produzioni concentrate su pochi beni destinati all’esportazione, per ottenere così moneta pregiata per ripagare il debito, non hanno permesso, specialmente ai paesi più poveri, di avere uno stato sociale ed un sistema di raccolta del risparmio nazionale a sostegno dell’economia nazionale.
Di fronte all’evidenza dei disastri finanziati, all’inizio degli anni ’90 la Banca ha diminuito il suo sostegno a grandi progetti (anche se ora in merito sembra esserci un’inversione di tendenza), accettando la necessità di dotarsi di un minimo di politiche di salvaguardia (safeguards policies) e linee guida ambientali e sociali, ma non sui diritti umani civili e politici, il rispetto dei quali da parte della Banca nei paesi dove opera rimane escluso dagli articoli dello statuto dell’istituzione. In particolare nel 1994 fu creato l’Inspection Panel, tribunale semi-autonomo interno alla Banca al quale le popolazioni locali direttamente interessate da progetti finanziati dalla Banca mondiale possono fare ricorso per presunte violazioni delle linee guida socio-ambientali di cui l’istituzione si è dotata. Conseguentemente alla fine degli anni ’90 queste linee guida ed una politica di accesso alle informazioni sono state estese a tutte le agenzie del Gruppo della Banca mondiale, con la creazione di un Compliance Advisory Ombudsman come tribunale analogo all’Inspection Panel, ma per le operazioni a sostegno diretto del settore privato tramite IFC e MIGA.
Allo stesso tempo questo cambiamento non ha però toccato il cuore economico della Banca, che si è nascosto quasi intoccato dietro la nuova immagine di una “banca della conoscenza”, che può aiutare gli altri finanziatori ed i paesi del Sud a pensare come finanziare lo sviluppo e qualsiasi questione a questo connessa, di fatto interferendo ancora di più nella sovranità nazionale di ciascun paese a decidere il proprio sviluppo. Un approccio che ha generato un vero e proprio mission creep o allargamento delle competenze a numerose tematiche, spesso secondarie, a spese dell’efficacia nell’azione per il compimento del mandato dell’istituzione di lotta contro la povertà secondo uno sviluppo sostenibile.
Governance
Banca mondiale e Fondo monetario, nonostante predichino buon governo un po’ a tutti, oggi sono in realtà le istituzioni internazionali meno democratiche. Il sistema di governo interno di Banca mondiale e Fondo monetario, infatti, rimane sostanzialmente quello di un dollaro un voto, permettendo agli Stati Uniti, la cui quota oscilla intorno al 15 percento del capitale della Banca e del Fondo, di esercitare un vero e proprio diritto di veto, secondo quando previsto dalle maggioranze qualificate molto elevate previste dagli Articles of Agreement delle due istituzioni per quel che attiene questioni cruciali. Gli stati europei, se considerati tutti insieme, controllano una quota di addirittura il 30 percento del capitale. Per di più, il sistema di attribuzione fa sì che 8-9 dei 24 seggi nei Consigli Direttivi della Banca e del Fondo siano occupati da direttori europei, mentre più di 40 paesi sub-sahariani sono rappresentati da appena due direttori. I presidenti di Banca e Fondo continuano ad essere per tradizione rispettivamente americano ed europeo.
Il raccordo con il sistema delle Nazioni Unite, nonostante Banca e Fondo siano due agenzie specializzate dell’Onu, rimane virtuale a causa dell’enorme squilibrio di budget tra i due sistemi. Però, è stata proprio la conferenza “Finanza per lo sviluppo” di Monterrey, nel 2002, co-sponsorizzata dall’ONU insieme con la Banca e il Fondo, a canalizzare la critica dei paesi in via di sviluppo a tale sistema di governance, che non riflette più neanche la distribuzione del potere economico globale odierno. Anche secondo un approccio limitato solamente al “potere economico”, i paesi europei dovrebbero cedere almeno 10 percento delle loro quote di capitale nella Banca e nel Fondo soprattutto ai paesi emergenti, con l’effetto quasi sicuro di una riduzione sostanziosa nel numero dei seggi europei nei Consigli Direttivi. La critica, soprattutto formulata dal gruppo dei paesi emergenti, G-24, è diventata talmente forte nei ultimi due anni che i direttori del Nord in Banca e Fondo si sono sentiti costretti ad avviare una riforma della governance interna. Finora, però, i paesi europei sono riusciti a limitare l’agenda di riforma a cambiamenti cosmetici, tipo lo sviluppo di maggiori capacità analitiche negli uffici dei direttori del Sud. Una riforma sostanziale della distribuzione delle quote di capitale per riportarla almeno al concetto originario del 1944 di riflettere i poteri economici reali dei vari paesi, trova ancora una forte resistenza da parte dei paesi europei, ed un obiezione di principio da parte degli Stati Uniti, che comunque sarebbero meno interessati nella loro quota in concreto.
Sempre in seguito della conferenza ONU di Monterrey, il Comitato Economico e Sociale dell’ONU (ECOSOC) oggi insiste con maggiore enfasi su un ruolo per il sistema ONU di monitoraggio e di coordinamento con la Banca, il Fondo ed anche il WTO per fare operare queste istituzioni maggiormente nell’ottica di contribuire al raggiungimento degli obbiettivi ONU nell’ambito economico e sociale, e specificamente degli Obbiettivi di Sviluppo del Millennio della Comunità Internazionale (Millennium Development Goals, MDGs). Due volte all’anno l’ECOSOC si incontra con Banca e Fondo – ed allo stesso tempo anche con le organizzazioni della società civile globale – per discutere la coerenza dell’operato delle istituzioni finanziarie internazionali, soprattutto per quel che riguarda il loro impatto sull’operato del WTO. La società civile porta avanti tale impegno, sfidando la Banca ed i governi forti responsabili di svuotare il potenziale democratico del WTO con la politica che perseguono.
La riscoperta da parte della società civile della possibilità di strutture di governance esterna alla Banca ed al Fondo tramite l’ONU si è sviluppata molto negli ultimi anni, fino a prevedere la possibilità di costringere Banca e Fondo ad impiegare un approccio allo sviluppo basato sui diritti umani stipulati in ambito ONU e ad riavvicinare le due istituzioni al sistema ONU in quanto tale, per esempio per quel che riguarda la gestione diretta dell’ONU dei fondi specializzati o fiduciari a fondo perduto, oggi largamente gestiti dalla Banca Mondiale.
PRSP
Nel settembre dell’anno 1999, la Banca – insieme con il Fondo Monetario Internazionale – ha cambiato radicalmente il suo approccio verso i paesi IDA, cioè i paesi che godono dell’accesso allo sportello dei crediti agevolati della Banca. Affermando come compito principale dell’IDA quello di contribuire agli obiettivi sociali dell’ONU stabiliti nel Vertice Sociale di Copenaghen del 1995, la Banca da allora chiede ai paesi riceventi dei prestiti IDA di redigere proprie strategie per la riduzione di povertà (Poverty Reduction Strategy Papers, PRSP) che devono essere poi utilizzate come base per ogni operazione di finanziamento da parte della Banca e della comunità dei donatori in generale. I PRSP dovrebbero porre fine alla prassi degli Accordi Trilaterali tra Banca, Fondo e Governo Ricevente (Policy Framework Paper, PFP) e far partecipare attivamente la società civile nei paesi riceventi in un processo continuo di orientamento efficace dell’aiuto allo sviluppo per la lotta contro la povertà.
Il passaggio dai PFP ai PRSP esprime un cambiamento concettuale profondo. Anziché partire dal problema dello sviluppo a livello del sistema internazionale, mette al centro il problema della povertà a livello del sistema paese, cioè in tutti i suoi aspetti complessi che spesso sono legati a fattori specifici dentro un paese. Anziché favorire la visione dei governi nei paesi riceventi, spesso orientata verso prestiti internazionali in maniera acritica, chiede che le attività di finanziamento pubblico siano chiaramente connesse con risultati da raggiungere nella lotta contro la povertà nel paese stesso. Questo comporta la partecipazione attiva della popolazione tramite un processo di individuazione di scopi, che genera un maggiore ancoraggio dei programmi di aiuto alle priorità della società civile in ciascun paese (country ownership).
Si può notare subito l’enorme potenziale dell’approccio PRSP nel contribuire alla democratizzazione, allo sviluppo della società civile nei paesi poveri e ad una diversificazione del modello stesso dello sviluppo, aprendo la porta a strategie nazionali alternative ed innovative. Di fatto, le ONG sia nel sud che nel nord del mondo per lungo tempo hanno sostenuto il concetto di avere dei PRSP.
A cinque anni di distanza, però, i risultati sono nella stragrande maggioranza dei casi molto deludenti. Analisi in almeno 30 paesi IDA hanno rivelato che spesso il processo di formulazione dei PRSP nazionali viene gestito in modo elusivo e non-trasparente da parte dei governi. A monte, i PRSP non si distinguano molto dai vecchi PFP. Il potere della Banca e del Fondo di respingere le versioni di PRSP redatti dai governi riceventi e di richiedere revisioni anche sostanziose – causando ritardi nel ricevimento dei fondi - fa sì che i governi nazionali neanche osano di oltrepassare i limiti prefissati dalla Banca tramite le sue raccomandazioni generali, che ancora si basano sul paradigma washingtoniano di liberalizzazione, privatizzazione, deregulation e devolution. Di fatto, ad oggi, in nessun caso un paese ha mai proposto o è stata mai accettata una proposta di politica macro-economica diversa dalla “gabbia di ferro” del neoliberalismo come interpretato dalla Banca e del Fondo.
Mentre rimane vero che in alcuni paesi poveri i PRSP hanno contribuito alla democratizzazione della vita politica, è altrettanto giusto parlare di un colossale inganno riguardo la democrazia internazionale: con il concetto dei PRSP redatti e sottoscritti nella responsabilità dei suoi beneficiari, la Banca – incaricata dall’ONU di gestire lo sviluppo globale - si solleva sin dall’inizio della sua responsabilità per eventuali strategie sbagliate. Anzi, ciò le permette di richiedere ai paesi poveri un allineamento molto più profondo alle sue strategie rispetto a quanto succedeva con i suoi vecchi PFP. La decisione della Banca e del Fondo nel loro incontro annuale di ottobre 2004 di nascondere in modo linguistico il loro potere nell’approvazione dei PRSP – il loro staff non dovrà più “accertare” un PRSP (Joint Staff Assessement), ma produrrà soltanto una nota per l’approvazione dalla parte dei Consigli Direttivi (Joint Staff Advisory Note) – cambia poco nella sostanza ed ormai l’approccio PRSP entra a far parte della storia fallimentare della Banca nella democratizzazione dell’economia globale per promuovere un autentico sviluppo sociale.
Condizionalità
Se con l’approccio PRSP si accetta almeno in linea di principio astratto che spetta ai governi del Sud fissare le priorità del proprio sviluppo in consultazione con la società civile, alla stesso tempo ed in modo assai meno astratto la Banca svolge un ruolo di ingerenza politica tramite una nuova generazione di condizionalità per avvalersi dei crediti che ruotano sul concetto quanto mai soggettivo di “buon governo”. In sostanza la Banca elabora una valutazione di un singolo paese sulla base di parametri da considerarsi sempre più politici che determinano l’ammontare dei crediti che si possono concedere. Ad esempio i CPIA (Country Policy Institutional Assessments), che vengono elaborati all’interno della Banca e non sono resi pubblici affatto.
Questa nuova generazione di condizionalità si propone come un quadro accettabile di ingerenza da parte della Banca nella sovranità dei paesi riceventi, visto che molti fattori determinanti per il voto complessivo dei CPIA valorizzano l’efficienza nell’allocazione degli aiuti, nel seguire fedelmente gli obiettivi descritti nei PRSP nel combattere la povertà e nel democratizzare e rendere più trasparente la vita economica e politica interna ai paesi. Anziché violare la sovranità nazionale tramite prestiti di aggiustamento strutturale (del tipo Structural Adjustment Loans or Sectoral Adjustment Loans) legati direttamente a centinaia di condizionalità politiche e ampiamente contestati dalla società civile in molti paesi riceventi, la nuova generazione di condizionalità premia i risultati ottenuti in vent’anni di tale aggiustamento strutturale a livello paese e segue in modo dinamico l’andamento di un paese verso un sempre miglior “buon governo”.
Come per i PRSP, però, anche per l’approccio di “buon governo”, l’inganno risiede nel dettaglio. Solo in parte, tramite i CPIAs un paese riceve i voti sulla base di fattori riguardanti direttamente l’efficienza, la trasparenza del suo operato governativo e la democrazia economica e politica interna. Un'altra parte dei CPIAs riguarda, invece, il livello raggiunto nell’apertura del mercato nazionale all’economia globale, le garanzie ed i diritti garantiti agli investitori stranieri nel penetrare l’economia nazionale e rimpatriare i profitti senza controlli, lo stadio di ricevimento nella leggi nazionali delle decisioni prese nell’ambito multilaterale riguardo ad esempio il WTO, ed il pagamento dei debiti esteri tramite l’attuazione di una austerità fiscale che richiede al settore pubblico necessariamente di privatizzare i servizi essenziali. Tutti fattori con effetti alquanto dubbi sulla lotta contro la povertà e inerenti aspetti di vitale importanza per la vita quotidiana della popolazione, le cui decisioni dovrebbe spettare alla scelta democratica dei cittadini – come vera prova del “buon governo”.
Per di più, la nuova generazione di condizionalità del tipo “buon governo” viene di pari passo con una condizionalità nascosta del tipo “aiuto amministrativo” gestito direttamente dagli “esperti” della Banca, per esempio riguardante le norme derivanti dal WTO. Ormai parte degli aiuti finanziari della Banca non arriva più in contanti nei paesi poveri, ma va a pagare direttamente migliaia di esperti a cui la Banca richiede di spiegare ai governi dei paesi poveri i vantaggi del libero commercio e di rivedere le priorità nelle spese pubbliche secondo l’agenda fissata a Washington e Ginevra. Spesso tali aiuti sono condizionati ad un voto in favore della liberalizzazione del commercio e della privatizzazione dei servizi essenziali da parte dei governi riceventi nell’ambito dei negoziati del WTO, sulla base di un accordo “di convergenza” stipolato nel 1998 tra Banca, Fondo e WTO che subordina l’operato della Banca al sostegno dell’agenda di liberalizzazione commerciale del WTO. Ed anche qui, la Banca può sempre dire che non fa nient’altro che aiutare ad attuare scelte a cui il governo ricevente ha già acconsentito liberamente. Superfluo notare come tale “aiuto amministrativo” possa incidere sullo stesso processo PRSP e quindi sulla country ownership.
Debito
Una citazione d’obbligo per comprendere a pieno il ruolo della Banca nell’attuale processo di globalizzazione va senza dubbio fatta in riferimento alla questione più generale degli attuali flussi finanziari Nord-Sud. Secondo i dati delle Nazioni Unite, dal 1996 in poi il flusso globale finanziario è andato dal Sud verso il Nord del mondo, totalizzando più di 200 miliardi di dollari nel 2002. Tutto ciò nonostante l’aiuto allo sviluppo, i crescenti investimenti privati nei paesi in via di sviluppo e le rimesse sempre più sostanziose degli immigrati spostatisi a lavorare nei paesi del Nord. A pesare in maniera schiacciante è il debito, che rimane la catena che blocca la crescita e lo sviluppo autonomo del paesi in via di sviluppo. Il problema strutturale del debito del Sud del mondo, per la cui soluzione erano stati applicati i fallimentari aggiustamenti strutturali a partire dagli anni ‘80, risulta ancora irrisolta. La Banca mondiale, insieme al Fondo monetario internazionale, controlla circa 400 miliardi di dollari dei 2.500 miliardi che il Sud complessivamente deve al Nord, ma allo stesso tempo gode di uno status di creditore privilegiato, ossia tra i primi a cui bisogna ripagare vi sono la Banca ed il Fondo. L’iniziativa HIPC del 1996 per la cancellazione del debito dei 42 paesi più poveri ed indebitati al mondo si avvia alla sua conclusione con un risultato quanto mai discutibile: debito cancellato alla fine per 8 paesi finora e per altri 19 paesi in prospettiva per un totale di 31 miliardi di dollari sui 103 miliardi dollari previsti inizialmente. Banca e Fondo si sono sempre rifiutati di far ricorso alle proprie riserve per una tale cancellazione chiedendo così soldi addizionali ai ricchi governi del Nord, che snobbano comunque sempre più la propria contribuzione agli aiuti allo sviluppo, ed a livello bilaterale conteggiano le proprie cancellazioni del debito come aumento dell’aiuto allo sviluppo. Di fronte al fallimento della HIPC, per la prima volta agli incontri annuali 2004 si è discusso della possibilità di procedere ad una cancellazione totale senza precedenti del debito dei paesi HIPC controllato da Banca e Fondo. Purtroppo l’accordo è mancato, visto il disaccordo sul come reperire fondi addizionali per una tale operazione.
Grandi progetti infrastrutturali
Con l’avvento dell’amministrazione Bush negli Usa, la Banca sta vivendo una vera e propria involuzione. Come accennato in precedenza, per rispondere alle esigenze delle grandi industrie del Nord ed anche per pure esigenze bancarie di mantenimento di un elevato ritorno sugli investimenti per i paesi azionisti, la Banca mondiale sta riconsiderando il suo intervento nel settore delle grandi infrastrutture tramite grandi progetti. Con la discussione al Board del nuovo “Infrastructure Action Plan” c’è il rischio che si ritorni a finanziare dighe, come quelle nella valle del Narmada, o grandi oleodotti in Africa o nell’Asia centrale. Di qui il bisogno di far arretrare tutte le regolamentazioni ambientali e sociali che la Banca si era data, dal momento che sarebbero un impedimento a questi nuovi progetti. Al momento, solo per fare un esempio, dopo molti anni in cui non finanziava la costruzione di una grande diga, la Banca sta considerando il finanziamento, e la conseguente copertura politica, della diga di Nam Theun 2, in Laos e di quella di Balbina in Sierra Leone. Gli stessi esperti del settore energetico della Banca mondiale sono scettici su un progetto come quello di Nam Theun 2 che potrebbe portare ben pochi benefici alla popolazione locale e grandi introiti per le compagnie coinvolte. La diga di Pak Mun nella vicina Thailandia con i suoi impatti ambientali devastanti fissa un precedente molto significativo in merito all’opportunità della realizzazione di opere di questo tipo nella regione. Allo stesso tempo sono stati approvati o sono in corso di approvazione molti altri progetti infrastrutturali come la costruzione di impianti per la produzione energetica, troppo spesso da fonti non rinnovabili, o per la produzione di alluminio, e grandi oleodotti per lo sviluppo di nuove aree petrolifere non-OPEC.
La nuova Strategia per i Paesi a Reddito Medio
Le statistiche ci dicono che dal 1999 fino ad oggi i prestiti IBRD sono diminuiti. Come probabile motivazione la riluttanza della Banca a partire dalla metà degli anni ‘80 a prestare denaro per la realizzazione di grandi progetti infrastrutturali. La nuova “Middle Income strategy” (MIC) della Banca si propone di invertire questo trend aumentando i prestiti per progetti infrastrutturali nei paesi a medio reddito, quali India o Brasile. Intitolato “Enhancing World Bank Support to Middle Income Countries”, il testo, circolato al Consiglio dei Direttori della Banca all’inizio del 2004 e per il quale è stato disegnato un Piano di Azione, verrà messo in atto entro la fine del 2004. Tra i criteri proposti per decidere sull’allocazione dei nuovi prestiti sembra essere inclusa la proposta di considerare come punto di riferimento i sistemi di regolamenti e legislazioni ambientali e sociali dei vari paesi in cui la Banca presta, invece che le politiche di salvaguardia e gli standard interni della Banca. In questo contesto il ruolo dell’Inspection Panel, l’organismo indipendente di controllo della Banca, verrebbe ulteriormente indebolito. Ad oggi la nuova strategia non è stata resa pubblica e la società civile non è stata consultata in merito.
Un nuovo rapporto con il settore privato
La Banca mondiale, inoltre, oggi da un lato richiede insistentemente sempre più risorse ai paesi donatori per raggiungere gli obiettivi di sviluppo del millennio, specialmente in Africa, per poter investire lì dove il privato non ha interesse a muoversi, ma allo stesso tempo mira sempre più a facilitare gli investimenti esteri privati, ipotizzando nella sua nuova strategia per il settore privato approvata all’inizio del 2003 (Private Sector Development Strategy) addirittura la possibilità di sostenere con sussidi e donazioni a fondo perduto le imprese multinazionali private nei loro investimenti nei paesi più poveri. In questo modo, secondo il nuovo paradigma che vede il settore privato sempre più attore principale dello sviluppo, incarnato nelle cosiddette Public Private Partnerships promosse dalla Banca a livello internazionale, le imprese ricevono una copertura politica contro i rischi su investimenti che hanno poco a che fare con lo sviluppo delle popolazioni locali, finendo addirittura per operare con la garanzia della banca in aree di conflitto o dove i diritti fondamentali ambientali e delle popolazioni locali non sono garantiti, se non repressi.
Le raccomandazioni dell’Extractive Industries Review: la Banca mondiale smetterà di finanziare l’estrazione di petrolio e carbone?
Dopo due anni di valutazioni sugli impatti dei prestiti della Banca Mondiale per progetti di estrazione di petrolio, gas e progetti minerari, la Extractive Industries Review (EIR), commissione indipendente composta da rappresentanti di diversi settori di tutto il mondo, ha pubblicato il suo rapporto nel gennaio 2004. Nei suoi 60 anni di attività, la Banca Mondiale ha sostenuto compagnie petrolifere con un passato equivoco ed in paesi con regimi dittatoriali. Stime recenti dimostrano che nell’ultimo decennio più dell’80% dei profitti derivati da investimenti della Banca Mondiale per il petrolio in paesi poveri è ritornato nei paesi donatori poiché più dei due terzi del petrolio al mondo è estratto per essere esportato e consumato nel Nord. Basti pensare che le 10 società petrolifere più grandi al mondo sono in testa alla lista delle imprese che hanno ricevuto più fondi dalla Banca negli ultimi dodici anni.
Commissionata durante l’incontro annuale di Praga nel settembre del 2000 dal presidente della stessa Banca Mondiale, James Wolfensohn, la revisione indipendente EIR è stata affidata ad Emil Salim: ex ministro dell’ambiente indonesiano, ex direttore della più grande compagnia del carbone indonesiana, presidente del segretariato e consigliere di Kofi Annan al vertice di Johannesburg sullo Sviluppo Sostenibile.
Le raccomandazioni del rapporto chiedono un immediato stop ai finanziamenti per i progetti concernenti il carbone, mentre per quelli relativi al petrolio il termine ultimo previsto è fissato nel 2008.
È un elemento di assoluta rilevanza che gli effetti dannosi di questi investimenti siano dunque riconosciuti da una commissione di così alto livello sotto l’egida della Banca mondiale, che consiglia alla più grande Banca di sviluppo di invertire la tendenza del finanziamento per la promozione dei combustibili fossili. Per questa ragione le raccomandazioni dell’EIR sono state ben accolte dalle Organizzazioni non governative (Ong) internazionali che hanno seguito i lavori della commissione. Ma non solo, anche sei Premi Nobel per la Pace, Jody Williams, Desmond Tutu, Rigoberta Menchu Tum, Sir Joseph Rotblat, Betty Williams e Mairead Maguire, si sono spesi in prima persona per chiedere alla Banca mondiale di accogliere le raccomandazioni dell’EIR, consapevoli di come troppo spesso lo sfruttamento dei combustibili fossili siano stati fonte di disastrosi conflitti nei paesi del Sud del mondo.
Il 31 marzo 2004 il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che chiede ai governi europei di sostenere le raccomandazioni del rapporto EIR. Anche la Commissione Europea ed il governo indonesiano ed olandese si sono pronunciati in favore del rapporto.
Purtroppo, ad agosto il consiglio direttivo della Banca Mondiale ha deciso di non adottare le raccomandazioni del rapporto EIR, ma si è limitato a dare seguito soltanto ad alcuni aspetti specifici. Ciononostante, oltre ad evidenziare i problemi ambientali collegati all’estrazione e consumo di combustibili fossili il rapporto EIR rimane una storica denuncia del fallimento del modello di operazioni di sviluppo della Banca Mondiale in merito al suo mandato: la lotta alla povertà. Non si tratta, infatti, di impedire ai paesi poveri di utilizzare le loro risorse! Nei due anni di ricerche e missioni in tutto il mondo, consultazioni con l’industria, i governi e la società civile, il team che ha svolto la valutazione non è stato in grado di trovare una sola prova del fatto che almeno un progetto petrolifero o minerario abbia aiutato davvero a ridurre la povertà. www.carmillaonline.com/
Giornalisti, solo "piazzisti"di notizie?
di Bianca Cerri
Roma. Come accade ai donnaioli, che quando s’innamorano, abbandonano subito la corazza esponendosi a qualche fregatura, i media americani ed i loro imitatori, avendo lasciato da parte ogni parvenza di pudore, iniziano a mostrare la loro debolezza. Non è questione di sfide tra reti o imperi giornalistici, qui c’è in ballo la credibilità dell’informazione. Ormai, non c’è settimana che si concluda senza l’arruolamento di nuovi cronisti al soldo del potere.
Lasciamo da parta gli Shardana come Bruno Vespa o, Dio-non-voglia, Emilio Fede, al soldo del Faraone di Arcore e concentriamoci su quelli che meglio servono Il Potere per eccellenza, quello della Casa Bianca, da dove partono gli ordini di radere al suolo questo o quel paese. Per diffondere la propaganda di Bush contro i matrimoni gay e a favore della famiglia composta da sessi assortiti, Maggie Gallagher, assunta da Bush nel 2002, percepisce circa duecentomila dollari l’anno.
Michael McManus, giornalista addetto alle invocazioni divine per conto della Casa Bianca ne incassa altrettanti, con in più un bonus di 10.000 dollari quando riesce a mettere insieme un anelito che alluda alla grazia del matrimonio eterosessuale. Nel 2004, ha fatto la sua comparsa Jeff Gannon, oggi inviato permanente per conto del Senato. Il suo compito è quello di far apparire il corpo politico degli Stati Uniti non come quella di lacrime che, in effetti, è ma come una congrega di persone costantemente impegnate nell' alleviare i disagi della popolazione.
La sua spina nel fianco è la sicurezza sociale: poiché l’attuale amministrazione è riuscita a creare un esercito di oltre quaranta milioni di diseredati, il povero Gannon è costretto a sudarsi la paga continuando a far credere al popolo che si tratta di una situazione temporanea, destinata a risolversi quanto prima. A facilitare la vita dei media da operetta che in America fanno il bello ed il cattivo tempo ci pensano però lo stesso Bush ed i suoi uomini.
Non a caso, è stato creato un apposito team che sovrintende alle difficoltà consentendo ai cronisti di continuare indisturbati nei loro esercizi di stile per abbellire la realtà. Peccato che tutto avvenga a spese dei contribuenti costretti a sopportare in silenzio non solo di essere derubati ma anche manipolati in modo da far loro credere che si tratti di un indispensabile tributo al bene del paese.
In realtà, usare i mezzi d’informazione per tornaconto personale o lobbistico, secondo la Costituzione e la legge penale degli Stati Uniti, è un vero e proprio reato punibile con la carcerazione. Ma tanto dà tanto e, proprio in questi giorni, Bush ha dichiarato durante una conferenza stampa, che mai e poi mai la sua amministrazione ha osato servirsi di giornalisti compiacenti per farsi propaganda.
Diamine, si tratta di un reato imperdonabile, che nessun Ministro della Giustizia sarebbe disposto a condonare. Sulle parole di Bush potremmo essere d’accordo se l’attuale Ministro della Giustizia USA non fosse Alberto Gonzales, la cui propensione a farsi beffa di qualsiasi norma legislativa è sin troppo nota.
Tanto è vero che, nonostante le assicurazioni di Bush, risulta tuttora addetto alla più bieca propaganda politica il giornalista Armstrong Williams, stipendio annuo 240.000 dollari, più un 20.000 dollari in fringe benefits per le spese personali.
Il vero porta voce della Casa Bianca si è lamentato: lui ne guadagna solo 97.000 anche se, ammette, è libero di andarsene a pesca molto spesso, visto che ad arrangiare le cose ci pensano i giornalisti…
Bianca Cerri
b.cerri@reporterassociati
Attacco all'Europa sociale
di George Monbiot
La Direttiva Bolkenstein. Esiste un gruppo di persone che fa il possibile per rendere la vita difficile ai sostenitori dell'Unione Europea.
C'è un gruppo di uomini e donne che fa il possibile per rendere la vita difficile ai progressisti che sostengono l'Unione Europea. Non sono membri né dell'Independence Party britannico né del Fronte Nazionale francese, ma della Commissione Europea. Ogni volta che noi cerchiamo di persuadere i nostri connazionali che l'UE ci aiuta a migliorare la qualità della vita, a difendere i diritti umani, a proteggere l'ambiente e a tenere a bada il fondamentalismo liberista degli USA, loro trovano il modo di dimostrare che abbiamo torto.
Nessuno ci ha mai così abilmente spiazzato come un' olandese di nome Frits Bolkestein. Fino a novembre egli è stato il commissario al mercato dell'EU. Lo scorso anno in gennaio ha emesso una direttiva che pretendeva di armonizzare le regole per tutta l'Unione, al fine di facilitare le attività economiche in ogni campo, dai parrucchieri agli ospedali.(1)
La Direttiva per i Servizi è stata promossa, come tutte le misure di questo tipo, allo scopo di creare "milioni" di posti di lavoro, e certo è possibile che abbia aiutato a stimolare l'economia europea, ma si è anche evidenziato che essa impone agli stati membri una commercializzazione forzata dei loro servizi pubblici, annullando nel contempo la loro capacità di difendere i lavoratori dallo sfruttamento da parte delle grandi imprese. Dovrebbe - o avrebbe dovuto - essere approvata entro la fine di quest'anno.
Il trucco sta in alcune righe di testo all'interno dell'accordo, a proposito di una cosa chiamata "principio del paese di origine". Le aziende, dice, "sono soggette solo alle norme nazionali del loro Stato Membro di origine". (2) Tradotto alla buona significa che una azienda con sede in un dato paese europeo ma che opera in un altro è vincolata solo dalle norme del paese in cui ha sede. Se ad esempio un'impresa di costruzioni i cui uffici sono in Lituania ha un contratto nel Regno Unito, deve rispettare solo la legge lituana mentre lavora lì. L'ovvio risultato è che ogni grande azienda spregiudicata trasferirà i propri uffici lì dove le leggi sono più permissive.
Poi la faccenda diventa davvero buffa: lo stato che ha la responsabilità di imporre il rispetto delle regole - per esempio le leggi sulla salute e la sicurezza - è quello in cui l'azienda ha sede, non quello in cui essa opera. (3) Se per esempio un'impresa di costruzioni lituana costringe i suo operai nel Regno Unito ad usare impalcature ballerine, il nostro Health and Safety Executive non potrà farci un bel niente. Sarà invece il suo equivalente lituano a dover mandare quaggiù i suoi ispettori, e a cercare, senza una conoscenza del posto, impacciato da una quantità di problemi di traduzione, di proteggere le vite dei lavoratori britannici.
Dato il modo in cui questi mercati funzionano, quella che essi staranno controllando, sarà molto probabilmente un'impresa britannica battente bandiera lituana di comodo. Ma se quell'impresa sta minacciando la vostra sicurezza in un cantiere di Brixton, voi potrete cercare protezione solo reclamando presso le autorità di Vilnius.
In altre parole è la formula per un totale azzeramento di ogni effettivo controllo legale sulle grandi imprese. La direttiva, in nome dell'"abbattimento delle barriere", innalzerebbe delle barriere tali per chiunque cercasse di difendere i propri diritti, che ogni rivendicazione pubblica diventerebbe del tutto impossibile. Questo è il punto, ovviamente.
Bisogna leggere l'intero testo per capire quali saranno i suoi effetti. Nel preambolo, per esempio, si dice che una "deroga" (cioè una esenzione) dalle regole del paese di origine è possibile su questioni "relative alla sicurezza dei servizi". (4) Ma giunti all'art. 19 si scopre che uno stato membro può ottenere una deroga per questioni di sicurezza "solo in circostanze eccezionali". Non vorrei essere il legale di un sindacato che tenta di utilizzare una tale misura di sicurezza.
Fin da una prima occhiata il principio del paese d'origine appare strampalato. Lo scopo delle riforme del mercato interno era sicuramente quello di concepire un unico insieme di standard per l'intera UE. Questa norma, in teoria, potrebbe portare a 25 diversi insiemi di standard applicati a ciascun paese. Ma se leggete i briefing presentati dalle lobby imprenditoriali a Bruxelles, capite che essa armonizzerà davvero gli standard...ai livelli più bassi che si possano trovare nell'UE. (5)
Una volta che le imprese avranno trasferito i loro indirizzi ufficiali nei paesi con le regole più deboli (proprio come i proprietari di navi registrano le loro imbarcazioni a Panama o in Liberia), i paesi con le leggi più severe scopriranno che per restare sul mercato dovranno abbassare i loro standard al livello dei più permissivi.
La scelta dei tempi di Bolkestein è stata quasi perfetta; egli ha anticipato l'uscita di altre quattro proposte europee, che insieme avrebbero potuto definire e proteggere i servizi pubblici essenziali e produrre un solo (e ragionevolmente alto) insieme di standard per gli operai delle filiali e i lavoratori migranti. (6) In altri termini egli ha sferrato un duro colpo all'Europa sociale.
Questo ha causato un putiferio in quasi tutti gli stati membri, ma non nella capitale di Eurofobia. Qui nel Regno Unito, mentre coltiviamo le nostre solite fisime per l'abolizione delle campane, i cagnolini da salotto e le banane curve, restiamo ignari delle vere minacce alla nostra sovranità. Questo è il guaio degli euroscettici, non ci sono mai quando hai bisogno di loro.
Ma la scorsa settimana, senza l'aiuto dei nostri campioni dell'autodeterminazione, è scoppiato l'inferno a Bruxelles. Charlie McCreevy, il nuovo commissario al mercato, ha ammesso che questa direttiva sui servizi "non decollerà" e, a proposito di Bolkestein, ha suggerito che "un altro commissario avrebbe affrontato (questo tema) in un modo diverso" (7) , il che è quanto di più scortese può dire un Eurocrate nei confronti di un collega.
Certo, non è ancora finita. Le imprese e i loro sostenitori si sono infuriati. Il Financial Times, che ha costantemente ignorato o travisato le preoccupazioni degli oppositori alla direttiva, ha tuonato che McCreevy ha "pavidamente suonato la ritirata prima che la battaglia fosse iniziata formalmente". (8) Malcolm Harbour, un deputato conservatore, ha accusato la commissione di distruggere la democrazia. (9) (Buffo, vero, come le preoccupazioni dei Tories a proposito della sovranità, svaniscano quando una opzione è buona per il grosso business?) Peter Mandelson, il nostro dono al resto dell'Unione, ha esortato la commissione a non " ritirarsi di fronte a pressioni illegittime", (10) col che sembra alludere agli Europei.
Direttive come quella di Bolkestein rischiano di far infrangere l'entusiasmo europeista di chiunque abbia interesse nella giustizia sociale. Per quelli di noi che ammettono che la sovranità assoluta non è possibile in presenza della globalizzazione, e che la nostra non è una scelta tra allineamento o isolamento, ma tra l'allineamento con l'Europa o quello con gli Stati Uniti, questa proposta ci dice che tanto vale desistere, perché non si tratta di una vera scelta. Uomini come lui, e Mandelson, e Jose Manuel Barroso, hanno svolto un miglior lavoro di sabotaggio del progetto europeo, di tutti i Kilroy e i Le Pen.
La loro proposta sicuramente tornerà alla carica, e allora la genta di queste isole ottenebrate dovrà al resto dell'UE un po' più di vigilanza pubblica e di solidarietà. Per adesso, anche se non vi abbiamo preso parte, possiamo festeggiare la rara vittoria di un vecchio ideale.
Note:
(1) Commissione della Comunità Europea, 2004: "Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio dei Servizi nel Mercato Intrerno". COM(2004) 2 final/3
(2) Art.16 (1)
(3) Art.16 (2) e art. 35 (4)
(4) Comma 40
(5) Vedere ad esempio EuroCommerce, Novembre 2004: "Proposta per una Direttiva sui Servizi nel Mercato Interno£ Position Paper. EuroCommerce, Bruxelles
(6) La British Medical Assocation elenca l'Informativa dell'EU sui Servizi di Interesse Generale; la Direttiva sulle Qualificazioni; la Direttiva sui Lavoratori Temporanei delle Filiali ed il Rapporto della CE sulla Direttiva sugli Incarichi ai Lavoratori: "BMA Framework Response to the DTI Consultation on the EU Directive on Services in the Internal Market", 2004. BMA, London
(7) Tobias Buck, 4 Marzo 2005: " Scoppia la contestazione a Bruxelles sui propositi di aprire il mercato per i servizi dell'UE". Thr Financial Times.
(8) Leader, 4 Marzo 2005: " Disservizi all'UE". The Financial Times.
(9) Malcolm Harbour, 3 Marzo 2005: "Invito alla Commissione a promuovere la Direttiva sui Servizi". Comunicato stampa. http://www.epp-ed.org/Press/showpr.asp?PRControlDocTypeID=1&PRControlID=3378&PRContentID=6362&PRContentLG=en
(10) Raphael Minder, 15 Febbraio 2005: "Mandelson sollecita un fondo per proteggere le regioni più povere dell'Ue". The Financial Times.
Fonte: http://www.zmag.org/italy/monbiot-straightbanana.htm
Traduzione di Bernardino Tolomei
marzo 21 2005
«Ecco le dieci bugie di Storace»
Punto per punto, un dossier accusa il Governatore del Lazio: «Ha negato di sapere, mentiva»
Eduardo Di Blasi
da l'Unità - 21 marzo 2005
ROMA «Eccole le bugie di Storace». Il coordinatore della maggioranza in Consiglio comunale Silvio Di Francia, al terzo piano della palazzina di via delle Vergini 18 che ospita i gruppi consiliari capitolini, le raccoglie su tre fogli. Tre fogli e un rigo dal titolo inequivocabile: «Le dieci bugie di Storace».
Una risposta del consigliere, espressione della maggioranza dell’aula consiliare, alle dichiarazioni che venerdì pomeriggio il presidente uscente della Regione Lazio Francesco Storace, ha fatto in apposita conferenza stampa, tra una minaccia di querela e l’altra.
La tesi «politica» sollevata da Storace è stata: «È tutto un polverone, la vera notizia sono le firme false raccolte dalla Mussolini». Tesi ripresa ieri anche dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
E la verità è che saremo tutti più tranquilli se tutto si riducesse a un polverone pre-elettorale. Purtroppo non possiamo. E non possiamo perché, rispondendo su «fatti precisi», il presidente Storace ha fornito una versione allarmante di ciò che, a suo dire, sarebbe successo.
Riassumiamo, per chi non avesse seguito la vicenda, la ricostruzione fatta in quella conferenza stampa: un avvocato (Romolo Reboa) su richiesta del suo assistito (il candidato della Lista Storace Marco De Vincentiis) avrebbe chiesto ad un «tecnico» di Laziomatica (l’amministratore del sistema Mirko Maceri) di controllare sull’anagrafe del Comune di Roma i dati personali di circa 4mila persone per verificare se questi avessero firmato o meno nelle liste di un movimento che poteva togliere voti alla lista Storace (Alternativa Sociale). Il tecnico, «legalmente, stando all’articolo 391 quater del codice civile» - affermava Storace - avrebbe accettato e frugato tra quei 4mila e 765 nominativi. Uno di quei fogli che il tecnico avrebbe «raccolto» interrogando l’anagrafe comunale, è stato poi spedito al fax dell’ufficio stampa della Regione Lazio, e da questo a qualcun altro (e questo, fino ad ora, è l’unico dato certo).
Questa ricostruzione tralascia il fatto che il suddetto tecnico di Laziomatica si sarebbe servito per accedere a quei dati di password che non avrebbero dovuto essere in suo possesso. Pare che le abbia chieste prima a un dirigente, poi a un altro, e alla fine avrebbe «rigenerato» la password di un consulente (che afferma di non sapere come quella sua password, tra l’altro scaduta, sia potuta finire in un’inchiesta del genere).
Questa ricostruzione tralascia lo spiacevole episodio del server di Laziomatica da cui (secondo quanto affermato dalla Procura di Roma) i dati sarebbero «spariti» tra la sera del 16 e la mattina del 17, vale a dire in quel lasso di tempo che va dalla «denuncia pubblica» del Comune di Roma alla presentazione degli atti dallo stesso alla Procura di Roma. Questa ricostruzione tralascia il silenzio di quattro giorni che la Regione Lazio ha fatto cadere sulla vicenda, e le dichiarazioni di Storace per cui la stessa non c’entrava assolutamente nulla.
Pulita, però, questa dichiarazione sembra volerci dire che un tecnico, su richiesta di un avvocato, è potuto entrare da una società della Regione Lazio che tratta dati sensibili della vita di 4765 persone. E allora è naturale chiedersi: il direttore unico di Laziomatica «ha autorizzato» questo comportamento? Secondo Mirko Maceri no. «Ho fatto tutto da solo - afferma- me lo ha chiesto l’avvocato Romolo Reboa, presentandosi con delle carte che avevano il timbro della Procura». Reboa quindi si sarebbe recato direttamente da Maceri. Lui avrebbe usato le password dopo aver chiesto ai rispettivi titolari delle stesse il permesso (uno dei due “titolari”, però, sui giornali di tre giorni fa, avrebbe di fatto smentito questa versione). «Ho relazionato l’azienda di quello che era successo solo dopo che è scoppiato il caso e così anche con i referenti politici». Afferma ancora. Allora chi ha mandato il fax al numero dell’ufficio stampa della Regione alle 20,38 del giorno 10 marzo? Chi c’era alle 20,38 a ricevere le generalità di Francesca Romana Rivelli dietro quel fax? Chi c’era nell’ufficio di Nicolò Accame giovedì 10 marzo alle ore 20,38?
E chi si è collegato, di conseguenza, il giorno 11 e il giorno 13 a scaricare l’ultima “tranche” di 2700 nominativi dall’Anagrafe del Comune? Sempre lui? E perché, ancora, come afferma l’assessore regionale all’Informatica Bruno Prestagiovanni, i «dirigenti di Laziomatica hanno consegnato con un regolare verbale all’avvocato Reboa gli elenchi richiesti». Quali dirigenti? E quando? Lo hanno fatto quando è «scoppiato il caso»? (come dice Maceri, quindi, supponiamo, il giorno 16 sera). O dopo? Le date, in questa travagliata settimana, sono importanti. Anche perché l’avvocato Reboa la sua “legittima ricerca” l’ha consegnata alla magistratura in un giorno ben preciso, che è evidentemente agli atti della Procura stessa.
«Un avvocato mi ha chiesto di aiutare la legge, anzi mi ha detto che non potevo tirarmi indietro e che dovevo mantenere il segreto perché quella era un’indagine», è l’ultima ammissione di Maceri. Forse la più grave perché sottolinea come la nostra privacy, di noi abitanti nella regione Lazio, che ogni tanto ci ammaliamo e chiediamo esami alle Asl che vengono registrati da questa rete informatica, sia gestita, le parole sono di Silvio Di Francia, «come un internet cafè».
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Ha piegato le sue prerogative a fini politici, così ha governato il Lazio. Il profilo istituzionale che ha cercato di costruirsi è un bluff
Dal Governatore uso spregiudicato della Regione
Ninni Andriolo
ROMA - Onorevole Melandri, Storace dice che la sinistra utilizzare contro di lui mezzi squallidi...
Credo che Storace sia nei guai. Ha cercato di costruirsi un profilo istituzionale che lo sdoganasse dalla cultura politica cui apparteneva, ma quel tentativo si è sciolto come neve al sole. Il Presidente della Regione Lazio non esita a utilizzare le proprie prerogative istituzionali per la propria battaglia elettorale. Gratta gratta è l’epurator di qualche anno fa. Non è cambiato.
Solo un trucco il porsi come Presidente di tutti, quindi?
Storace è un grande bluff. Ha usato molto male la sua vittoria di cinque anni fa. Ha tentato con una certa furbizia e una certa sapienza pubblicitaria di costruirsi un profilo istituzionale. La verità, però, è che non ha governato mai per gli interessi del Lazio.
Il caso Laziomatica finirà per penalizzarlo elettoralmente?
Ci stiamo giustamente concentrando su una vicenda tutt’altro che finita, gravissima e che non va ridimensionata. Voglio ricordare, però, che le previsioni più cupe sull’uso spregiudicato della Regione si stanno avverando. E che le vicende che sono emerse in questi giorni sono in assoluta coerenza con la campagna elettorale miliardaria del Presidente. Qui si usa denaro pubblico destinato alla comunicazione istituzionale per fare campagna elettorale. C’è un problema di cultura e di sensibilità istituzionale. Dobbiamo dire ai cittadini che Storace vuole vincere per lui, mentre noi vogliamo vincere per loro.
Il governatore del Lazio presenta il conto di una regione in crescita, con l’occupazione in aumento e le imprese che tirano...
Storace non ha mai governato per gli interessi del Lazio. Tutti i dati che illustra sulla crescita della regione sono costantemente taroccati. È Roma che compete con le grandi capitali europee. E se Roma compete con Barcellona, il Lazio non compete affatto con la Catalogna. Alle spalle della Capitale, e dell’azione del governo di centrosinistra che la dirige, c’è una regione dove si perdono posti di lavoro, dove le imprese arrancano e dove si usa in modo spregiudicato la cosa pubblica.
Fini definisce indecenti le dimissioni di Storace chieste dal centrosinistra. Cosa risponde?
La vicenda Laziomatica è gravissima ed è stato giusto chiedere le dimissioni di Storace. Dopodiché, dimissioni o non dimissioni, sono convinta che nel Lazio Marrazzo e il centrosinistra vinceranno lo stesso. I cittadini, infatti, hanno capito molto bene che abbiamo alle spalle cinque anni di vuoto pneumatico: per la sanità, per le infrastrutture, per il lavoro, ecc. Storace aveva scimmiottando il contratto con gli italiani di Berlusconi e lo aveva importato nel Lazio. Quel patto è rimasto sulla carta.
La sinistra ha aiutato Alessandra Mussolini e la sua lista di estrema destra, come accusa il vice presidente del Consiglio?
Da Alessandra Mussolini e dalla cultura politica che esprime la sua lista ci divide un abisso. Quel fossato, però, non esiste nella Destra e la rissa che si registra in questi giorni lo dimostra. Voglio ricordare che in democrazia gli avversari politici si sconfiggono con le regole della democrazia. E a Fini voglio rammentare che l’indecenza sta nel fatto che un suo dirigente di partito, che attualmente presiede la Regione Lazio, usa le prerogative istituzionali ai fini della sua battaglia politica. Una società che dipende da lui prima commette un reato violando la riservatezza dell’anagrafe. Poi, come ha accertato la procura, fa sparire le prove delle violazioni. Questi fatti sono gravissimi.
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Il Censis: gli italiani tagliano le spese alimentari. Una famiglia di Bologna spiega come
"Pizza surgelata e latte al discount
ma viaggi e teatro non si toccano"
"Il pesce? L´ultima volta è costato 22 euro e ne abbiamo mangiato un boccone a testa"
"Stop alla pasta che si vede in tv. Altre marche costano la metà e sono buone"
Milena e Natale Papazzoni: "La spesa si fa in cinque posti diversi"
Due stipendi per 3 mila euro, e tre figli. "Sui conti non si può scherzare"
JENNER MELETTI
la Repubblica - 21 marzo 2005
BOLOGNA - La signora Milena Baldi in Papazzoni, insegnante elementare, ha tracciato la propria linea Maginot. «A tante cose puoi rinunciare. Invece del prosciutto affettato compri il gambuccio e scopri fra l´altro che è quasi meglio. Invece della pasta che vedi in tv compri quella che costa meno della metà ed è buona uguale. Solo di alcune cose non puoi e non devi fare senza: il teatro, ad esempio, o una bella mostra. Indispensabile, ogni tanto, anche una piccola vacanza. Sono queste le cose che danno il sapore giusto alla tua vita, che altrimenti potrebbe diventare grigina».
La famiglia Papazzoni fa parte di quella maggioranza di italiani (61,7%, secondo il Censis) che in questi ultimi tempi, per fare quadrare il bilancio, «ha dichiarato di avere cambiato le proprie abitudine alimentari». E ora sono qui a raccontare come si fa a vivere contando un euro dopo l´altro, senza troppi patemi ma non distraendosi mai, altrimenti a fine mese arrivano le brutte sorprese. «In fin dei conti - raccontano Milena Baldi, 51 anni e il marito Natale Papazzoni, 58 anni, impiegato - scegliere non è poi così difficile. Ci sono le spese fisse, come l´affitto e le bollette di casa. Ci sono le spese che hai scelto di affrontare: due figli, Sara e Fabio, sono all´università e un terzo, Michele, è alle superiori. Ci sono le altre uscite di bilancio che non puoi evitare perché il telefonino ce l´hanno tutti e anche noi ne abbiamo quattro, per il papà che è spesso in giro per lavoro e per i tre figli. Per loro c´è un budget massimo di 20 euro al mese, ma alla fine sono soldi. E allora cerchi di risparmiare sul cibo, non resta altro. Tagli la quantità, tagli il superfluo, ma non la qualità. Ed è qui che viene il difficile».
Bologna «la grassa» ormai è una tentazione soltanto per i turisti. Si passa davanti alle vetrine di Atti, forno e rosticceria, come davanti a un gioielliere. «Polpettine di vitello, quelle di una volta» a 30 euro al chilo.
«Patate al forno, non unte», a 17 euro. «Per la mia spesa - dice la signora Papazzoni - vado in almeno cinque posti diversi. Qui in centro compro il pesce e la carne». La pescheria è nel mercato di Mezzo, cuore della città medioevale. «Ecco le sarde a 3,50, le alici a 3 euro. Le faccio al forno, o con la pasta. Grandi piatti a poco prezzo». Per la carne la scelta non è facile. C´è chi, come Tamburini, vende la salsiccia di maiale a 9,50 al chilo. «Ho una mia macelleria, dove la salsiccia costa 4 o 5 euro, e dove con 10,90 porti a casa spalla e cosciotto di agnello».
E´ una famiglia allegra, quella dei Papazzoni. Non a caso quasi tutti fanno teatro. La madre Milena nella compagnia «La tresca», la figlia Sara ne «Il Capannone», il padre Natale canta nel coro Stelutis. «La giornata comincia con la colazione, tutti assieme, con la ciambella che preparo io, da intingere nel latte. Si lavora un po´, ma la qualità è assicurata. Certo, non posso preparare tutto io. E allora c´è il supermercato, dove prima di comprare leggo tutto attentamente per evitare di trovare emulsionanti o troppi conservanti.
All´inizio compro una sola confezione, per provare. Così ti crei un carnet di prodotti che puoi acquistare senza problemi. Evito i piatti già pronti, come le cotolette o i cordon blu». Ma «cambiare le proprie abitudini alimentari», per la famiglia Papazzoni, significa anche abbandonare «certe belle abitudini». «Fino a sei o sette anni fa - racconta Natale - andavamo al ristorante 5 o 6 volte all´anno, fuori città. Non solo salumi e crescentine ma anche ricerca di piatti della nostra tradizione. E quasi una ventina di volte all´anno c´era la pizzeria per tutti. I ristoranti oggi sono soltanto un ricordo, e la pizza la mangiamo in casa. Milena compra quelle surgelate al supermercato e la guarnisce con ciò che abbiamo in frigo».
Il supermercato preferito è il Penny, nella prima periferia.
«Ecco, due pizze Margherita a 1,99, contro le 3,50 (ognuna) dei pronto-pizza. I cereali per la colazione, 1,29 invece dei 3 euro di altre marche. Il latte fresco Valbontà 0,65 invece di 1,30-1,40. Ogni volta faccio un buon rifornimento di pasta. Con tre figli, la pastasciutta è fondamentale. Ecco, mezzo chilo di fusilli Fior di Pasta a 0,25. Il tonno da 160 grammi a 0,69».
Nella sporta per surgelati finiscono anche mezzo chilo di pesce limanda, oggi in offerta a 2,99, merluzzi e platessa. «Qualche volta i figli mi chiedono il pesce fresco, quello pregiato. L´altro giorno ho comprato la coda di rospo: 22 euro, e ne abbiamo avuto due bocconi a testa».
C´è un piccolo computer, in testa alla maestra Milena. Conosce tutti i prezzi dei negozi, li confronta con quelli che trova qui. «Cinque chili di patate Bins 1,15, mentre al mercato di Mezzo le trovi a 2,40. Il burro I Caserecci, 250 grammi, a 0,88 contro, contro l´1,70-3,10 che trovi nei negozi sottocasa».
E´ un lavoro, fare la spesa. «All´Esselunga vado solo quando ci sono le offerte e porto a casa solo quelle. Con il 40% di sconto, puoi rifornire il freezer di casa». Altri appuntamenti sono quasi quotidiani. «Ci sono Roberto e Daniela, lattai e salumieri in piazza Aldrovandi. Con loro ho fatto un accordo. Mi tengono da parte il gambuccio del prosciutto di Parma, che costa la metà rispetto al resto. Mi tengono anche i «fondi» di prosciutto cotto, di bresaola. Io affetto ciò che posso, per le piadine dei figli, poi faccio ragù. Il verduraio preferito è quello che sta accanto ala chiesa di Santa Maria della Pietà. E´ uno bravo: sa che ci sono famiglie che hanno bisogno di spendere poco e portare a casa tanto. Mi tiene i peperoni con una piccola macchia, le zucchine che sono lì da due o tre giorni, «vecchiettine ma ancora in forma», mi dice. Un euro e mezzo per i peperoni, contro i 5 che vedo, belli lucidi, in altri negozi. E poi ci sono i trucchi. I verdurai sentono la febbre del sabato sera, quando hanno ancora tanti cestini di fragole che al lunedì non saranno più vendibili. Ti presenti alla sera tardi, porti via a prezzi di ingrosso e hai la frutta da mangiare subito o buona per la macedonia».
Due stipendi (tremila euro che entrano in casa ogni mese) e cinque bocche.
«Noi risparmiamo sul cibo, cercando comunque cose buone, perché la vita è fatta di tante altre cose belle. Il teatro ci costa 10-12 euro a biglietto, ma non possiamo farne a meno. E poi ci sono le vacanze. Quelle piccole, tre o quattro giorni, che facciamo noi due in Toscana o in Umbria. Vai a vedere le cattedrali e Raffaello, è cibo per l´anima. Un tempo era più semplice, andare in vacanza tutti assieme. Affittavi una casa e via. Ora un figlio va in Irlanda, l´altro fa l´Inter Rail, la ragazza va in Corsica. Si può rinunciare a abiti costosi, al parrucchiere, al ristorante, ma è bene che i ragazzi possano vedere un po´ di mondo. Anche i regali sono cambiati. A Natale abbiamo regalato ai figli tutta l´opera di Pier Paolo Pasolini. Con certi libri, la nostra casa ci sembra più ricca».
Ito, l’ideologo ‘commonista’ che difende la libertà del web
L’INTERVISTA/ PASSA METÀ DEL SUO TEMPO IN UN VILLAGGIO VICINO TOKYO E L’ALTRA METÀ IN GIRO PER IL MONDO A DIFFONDERE IL CONCETTO CHE LA RETE VA DIFESA DAI TANTI ATTACCHI CHE VENGONO DAI POTENTI DI OGNI LATITUDINE
RENATA FONTANELLI
Il passato è sicuramente quello di un ragazzo vivace, uno che sin da piccolo ha avuto idee brillanti e molta curiosità. Tutto ciò traspare dagli occhi vispi, dalla parlata sciolta e inarrestabile in perfetto americano e dal sorriso gentile, anche di fronte alle faccende più scomode. Le idee di Joi Ito, figura ibrida tra manager, filosofo, divulgatore di pensiero, insegnante e guru, possono non essere condivise, ma sono molto chiare: Internet è nato come terreno di libertà, ma col tempo questa libertà è sempre più minacciata. Sta a noi difenderla dai nemici, in particolare dagli americani, «o meglio dal signor Bush», dalle compagnie telefoniche, da Hollywood e dalla televisione. Per loro la rete è diventata una minaccia al profitto e quindi va azzittita. Joi Ito ha trentotto anni, vive in un piccolo villaggio in Giappone ma viaggia continuamente. La settimana scorsa era in Italia: «Un bel paese – dice – anche se ho l’impressione che manchi il concetto di legge, che ci sia una sorta di pensiero comune secondo il quale trasgredire è piuttosto normale, e anche la legge stessa è qualcosa di secondario e variabile a seconda del vento che tira». Quando aveva tre anni la sua famiglia si è trasferita da Kyoto negli States, dove il giovane Ito ha trascorso infanzia e adolescenza. Testa brillante, troppo brillante per stare alle regole: «Mi sono iscritto in varie università, ma sono stato cacciato da tutte». Alla base una forte passione per tutto ciò che in qualche modo ha a che fare con l’arte, la cultura, la musica ed il cinema. Il primo lavoro "serio" lo trova ad una consolle come disc jockey, ma l’attrazione fatale è verso il computer: «Ad un certo punto mi sono reso conto che avere una laurea era superfluo e ho iniziato a studiare informatica. Ho capito che la rete era qualcosa di estremamente affascinante, un’opportunità unica di divulgazione del pensiero e della parola, un terreno di pura democrazia». Ito torna quindi in Giappone e nel 2000 fonda Neoteny, società di venture capital quotata in borsa per 20 milioni di dollari. E’ uno dei fondatori di Creative Commons, l’organizzazione creata da Lawrence Lessig che ridefinisce la concezione di diritto di proprietà intellettuale nell’era digitale, uno dei punti di riferimento del dibattito mondiale sul copyright. Tra le sue passioni c’è l’antropologia ed è uno degli esperti mondiali sul tema delle conseguenze sociologiche e antropologiche della cultura dei cellulari. Ha centinaia di proseliti in tutto il mondo.
Innanzitutto lei come si definisce? Divulga la cultura della democrazia e della condivisione, ma in realtà vive comprando partecipazioni e investendo in società?
«Sono un capitalista, e prima della ‘bolla’ ho anche fatto parecchi soldi. Diciamo che metà della mia vita la dedico ad aiutare le società che operano in Internet con investimenti, e l’altra metà del tempo la trascorro lavorando sul blog, facendo conferenze, cercando di salvare la democrazia di Internet con attività no profit. Non sono comunista, sono commonista».
Cos’è cambiato in Internet, da quando esiste?
«Lo spirito originario, quello per cui è nato era quello di consentire a piccole compagnie la condivisione di conoscenze. La ‘bolla’ è scoppiata quando tutti hanno iniziato a cercare il monopolio. Adesso il mio obiettivo è di cambiare e rivoluzionare il concetto di diritto d’autore. Internet deve tornare ad essere una chiave di apertura verso la democrazia».
Perché, secondo lei non lo è più?
«Attualmente no. E’ una chiave in mano a pochi, e se qualcuno la perde tutto il mondo ne paga le conseguenze».
Kofi Annan ha detto addirittura che Internet nel momento in cui consente di restare anonimi e di aprire blog senza identificarsi appoggia il terrorismo.
«Io sostengo invece che i terroristi non possono distruggere Internet, ma che la reazione del governo nei confronti del terrorismo, che consiste nel sempre maggior controllo e nella chiusura dei codici di accesso, può certamente distruggere il concetto di democrazia in rete».
Che ruolo hanno gli americani in tutto questo?
«In questo momento negli Stati Uniti stanno tentando di controllare sempre di più la rete, e questo a suo modo è terrorismo. Internet difende i diritti umani, ma è un argomento fuori moda in America».
Terrorismo a parte, quali insidie vede contro la libertà in rete?
«Bè, c’è la questione dei grandi monopoli. Le major del cinema e della musica, con gli altri grossi settori dell’industria, insistono sul concetto di licenza, di diritto d’autore, ma così facendo distruggono i fondamentibase del web».
In che senso?
«Nel senso che Internet per molti popoli oppressi è l’unica forma di contatto con la realtà, l’unico strumento in grado di far circolare e condividere le idee. Però è tendenzialmente proibito. Solo attraverso i blog c’è la possibilità per questa gente di scambiarsi idee e opinioni. Internet è la finestra sul mondo per popoli che non possono neanche affacciarsi alla finestra di casa».
Ma qual è il nesso fra questi concetti e la sua battaglia contro i diritti d’autore?
«Hollywood e le case discografiche stanno cercando di influenzare i governi e le istituzioni attraverso le loro potenti lobby, per rendere illegali le tecnologie peertopeer cercando di far diventare illegale lo sviluppo della tecnologia e usano tutti i mezzi per proteggere il copyright e di riservarsi tutti i diritti negandone la condivisione. Nel mondo della musica, però, per esempio, un numero sempre maggiore di artisti vorrebbe sganciarsi dal controllo delle major e rendere più flessibile il rapporto col pubblico. Insomma, gli stessi artisti dovrebbero avere la possibilità di divulgare liberamente le loro opere».
Per questo ha contribuito alla nascita dei Creative Commons?
«Quello che il movimento dei Creative Commos propone non è l’abolizione del copyright, ma una via intermedia. Le leggi sul copyright affermano il principio all rights reserved, noi proponiamo quello del some rights reserved: l’autore può decidere se e a che condizioni un suo lavoro può essere utilizzato gratuitamente dagli utenti. Le licenze disponibili sul sito creativecommons.org (che ha dallo scorso dicembre anche una versione italiana, grazie al lavoro di adattamento giuridico svolto dal professor Ricolfi dell’Università di Torino in collaborazione con il CNR, ndr) prevedono diversi livelli d’uso dei contenuti. In generale, finché non lo usi per fare soldi, puoi liberamente fruire del mio lavoro, e magari arricchirlo e rimetterlo in circolazione».
Ma il copyright non garantisce agli autori la sopravvivenza?
«Sì, ma il problema è che oggi per proteggere un 2% di diritti d’autore viene negato l’accesso al 98% della conoscenza. Pensiamo a tutti gli autori che desiderano semplicemente farsi conoscere o ai libri, ai film, alla musica che è introvabile perché ormai fuori dai circuiti commerciali. Gilberto Gil, ministro della Cultura brasiliano, ha adottato le licenze Creative Commons come standard perché ha visto in questa formula una possibilità per divulgare la musica brasiliana, anche la meno conosciuta, nel mondo. Gil ha partecipato lo scorso settembre insieme a David Byrne al concerto organizzato dall rivista Wired per sostenere i Creative Commons. Io poi non penso che il copyright vada completamente abolito, sono i termini che devono essere accorciati: 15 20 anni sono ragionevoli, ma stanno cercando di cambiare le leggi per renderli ancora più lunghi dei 90 anni attuali. Pensate che in teoria se cantiamo Happy Birthday in casa dovremmo ancora pagare i diritti alla Time Warner. Questo è assurdo».
Cosa rappresenta per lei l’open source, su cui tutto questo discorso chiaramente è imperniato?
«Una forma di protezione e garanzia. Non possiamo più restare vincolati a pochi grandi nomi, quelli dei sistemi proprietari, significa restare completamente nelle loro mani. Quindi diamo la possibilità di cambiare il codice e di renderlo inaccessibile a tutti. L’open source è fondamentalmente condivisione, scambio, quindi crescita». www.repubblica.it/supplementi/af/i
Giulietto Chiesa - "Informazione: E
è vero che è buona regola della politica non prendersela con più di un
avversario alla volta ma non so se questa regola vale quando si parla
di informazione.
Infatti, se è vero che i vari Vespa, Masotti, Ferrara hanno regalato perle di creatività servile
sarebbe meglio ricordare che il giornalismo embedded è nato prima di loro e non mi riferisco
al periodo aureo della Dc al servizio della quale, tra l'altro, il giovane Bruno Vespa gridava dai
microfoni della Rai davanti alla questura di Milano "è lui Pietro Valpreda, l'autore
della strage di Piazza Fontana".
Due episodi, che poi tanto episodi non sono, chiariscono il senso del problema. Il primo capita nel periodo
della fuga di massa dall'Albania dopo il
crack delle finanziarie (primavera '97) Romano Prodi, allora presidente del consiglio, si precipitò
in Puglia per una riunione con i vertici delle autorità locali. Di solito i tg riprendono questi eventi
riproducendo l'immutabile rituale delle autorità che si stringono la mano. Quella volta in un servizio
un pò più completo fu montata una dichiarazione di Romano Prodi che rassicurava le autorità locali
con la seguente frase "il controllo dell'informazione l'abbiano noi". Ne seguirono delle polemiche,
non è che la presidenza del consiglio fosse felicissima di veder esternato il proprio pensiero in materia
di gestione informativa degli eventi.
Il secondo riguarda il periodo del governo D'Alema e la copertura informativa del tg3 durante la guerra in
Jugoslavia. In occasione di un lancio di missili da parte di un aereo americano su un autobus fu mandato un
giornalista sul campo a sincerarsi dell'accaduto. Si tratta del giornalista che
a lungo si è occupato dei cerimoniali del 2 agosto. Fu mandato in onda un suo servizio: aveva scovato
testimoni sicuri, arcisicuri di aver visto un Mig serbo lanciare un missile su un autobus. Pochi minuti
dopo la messa in onda del servizio, le agenzie di stampa lanciavano le scuse ufficiali del comando Nato che
si assumeva la responsabilità dell'accaduto. Quando si dice il tgtre più realista del re..
Questo per dire cosa: che in una analisi dei rapporti attuali tra ceto politico di centrosinistra e
informazione mainstream si potrebbe anche scoprire che, in caso di vittoria elettorale dell'Unione,
questi due episodi riguardano la norma e il futuro dell'informazione politica ufficiale di questo paese.
Del resto il quinquennio '96-2001, partito con un dibattito balbettante sul "governo amico", è stato
costellato di cameo servili, di autocensure, di rimozioni da parte della stampa di sinistra quando non
sono mancati i veri e propri spot promozionali. Ed è stato mancato il bersaglio critico più importante:
la privatizzazione della Telecom, l' "affare del decennio '90" (secondo la stampa finanziaria) che ha
consegnato ai privati lo sviluppo delle comunicazioni nel periodo della new economy..e infatti siamo
un paese a forte ritardo tecnologico.
Dico questo per anticipare l'ovvio e cioè che ogni analisi strutturale delle carenze dell'eventuale
governo Prodi in materia di informazione sarà drogato dall'accusa di "fare il gioco delle destre", di
"giocare al tanto peggio tanto meglio", di stare dalla parte dell'estremismo sterile etc.
La verità sarà invece un'altra: che nella seconda metà di questa decade si gioca una partita decisiva
per il trasferimento dei contenuti mainstream dalla televisione al mobile, e per la sua penetrazione da
parte dell'informazione alternativa. Cercare di neutralizzare l'analisi critica delle pesanti
carenze politiche che già si intravedono oggi nel centrosinistra è preparare un futuro in cui
l'informazione politica sia determinata dall'alternativa tra Vodafone e Tim www.rekombinant.org/
OLTRE IL GIARDINO
Meno pancia per gli italiani con le diete del Cavaliere
di ALBERTO STATERA
Stavolta è toccato alla Legge di Engel. Prima di «Porta a porta» qualcuno ci prova a spiegare a Berlusconi quel che deve dire sulle questioni concordate con Vespa. Lui fa finta di ascoltare, poi smarrona e, tra la tappezzeria di direttori di giornali, ne spara di strabilianti. La settimana scorsa devono avergli detto della Legge di Engel. E lui ne ha dato la sua personale interpretazione: i consumi alimentari scendono non per la crisi economica, ma per la campagna di Sirchia a favore delle diete. Ora, con tutto il rispetto per le diete, la Legge di Engel, caposaldo empirico delle scienze sociali, dice che con il crescere dei consumi la quota di quelli alimentari scende, perché si tratta di beni necessari ma saturabili, che vengono sostituiti da beni e servizi superiori. Per cui Berlusconi, per dire una cosa sensata, avrebbe dovuto dire: consumi alimentari sono scesi perché, per merito mio, l’economia va bene, gli italiani sono più ricchi, spendaccioni e felici. Invece di comprare patate e spaghetti, comprano libri e computer.
Ma si dà il caso che i consumi alimentari, che erano in calo fin dal 1993, non siano affatto scesi nell’ultimo triennio, né per le diete di Sirchia, né per la crescita di consumi più sofisticati. La quota dei consumi alimentari semplicemente è ferma. E gli altri consumi? Se Vespa avesse invitato a porre qualche domanda al presidente del Consiglio il professor Luca Ricolfi, autore di una ricerca sul grado di realizzazione del «Contratto con gli italiani», i suoi telespettatori, invece di ascoltare propaganda, avrebbero saputo che, mentre i consumi alimentari non scendono, crolla il risparmio, crescono l’indebitamento delle famiglie e il credito al consumo, aumenta il ricorso agli hard discount, cala il numero degli italiani che va in vacanza. Insomma, il tenore di vita nell’ultimo triennio è peggiorato.
Ma Berlusconi può dire il contrario di quello che tutti gli italiani possono vedere senza che nessuno lo contraddica.
In questo lui è bravo di suo, ma lo aiutano i conti ufficiali del paese che, secondo un numero crescente di esperti, sembrano ormai la Smorfia. Sarà per questo che il presidente dell’Istat uscente (il 31 maggio) Luigi Biggeri chiede di fare dell’Istituto un organo indipendente sottraendolo allo spoil’s system dei partiti? E’ ai partiti che l’Istat ha ubbidito negli ultimi mesi con la confusione statistica? Fatto sta che se Biggeri, pur in buona fede, ha avallato un numeretto sbagliato, quello dell’inflazione, crolla tutto l’edificio della contabilità nazionale. E va a posto tutto il resto: la percezione dell’aumento reale dei prezzi da parte dei consumatori, i dati Bankitalia sul risparmio, la diminuzione degli italiani in vacanza. E la Legge di Engel.
*****
P. S. Molti credono che, in fondo, questo possa continuare ad essere un paese senza verità, perché se lo merita se un presidente del Consiglio può permettersi di dire davanti a milioni di spettatori che da settembre l’Italia si ritirerà dall’Iraq, per smentirsi poche ore dopo. Ma non sarà invece una clamorosa sottovalutazione degli italiani telespettatori che il premier, come disse una volta, considera milioni di teste di c.? Presentando la ricerca di Ricolfi sull’attuazione del «Contratto con gli italiani» abbiamo scritto la settimana scorsa che la promessa berlusconiana sull’innalzamento delle pensioni minime di 516 euro al mese, unica tra le altre quattro, è stata mantenuta, ottenendo un grado di attuazione del 100% e perciò un voto in decimi di dieci a Berlusconi e Maroni.
Mal ce ne incolse. La email di «Oltre il giardino» è stata subissata di messaggi che ci fanno rilevare come solo un terzo dei pensionati che riscuotevano sotto i 516 euro abbia avuto l’aumento promesso da Berlusconi nello show di Vespa del 2001. Giusto, ci correggiamo. Attuazione della promessa: 30%, voto a Berlusconi: 3.
statera@ilpiccolo. it
sabato è stato un successo!
Per dirla poco politically correct ad AN gli
abbiamo rotto le ossa!
Alle 9 c'ero io e una paio di nostri volontari
ai quali dopo un po' se ne è aggiunta un'altra
che mi aveva segnalato il Comitato Marrazzo.
Abbiamo cominciato a volantinare aspettando i
rinforzi della mia sezione DS che si erano dati
appuntamento alle ore 9.30.
Nel frattempo sono arrivati un paio di ragazzotti
di AN con due bandierucce; mi sono avvicinato e
gli ho detto che c'eravamo anche noi nel tentativo
di evitare "screzi" controproducenti dal punto di
vista dell'immagine. Gli ho comunque lanciato
"l'avvertimento" che noi avevamo un'autorizzazione
scritta della municipale e quindi tenessero pronta
la loro qualora "fosse stato necessario": a buon
intenditor....
Dopo poco sono arrivati gli altri sfoderando un
gazebo 3x3 verde Ulivo, bandiere in quantità, tavolino,
manifesti col faccione di Marrazzo e
amplificazione con musica e notizie da Radio Città
Futura. A quel punto il ragazzotto di AN non ha retto
più: "avete finito o ce volete costruì casa?".
Risposta del segretario DS (1,90 metri di raffinato
oratore) "Nun te preoccupa' che poi la condonamo
grazie ar nano amico tuo!"
Nel frattempo erano arrivati altri AN che volantinavano
per un altro candidato e si sono battibeccati con il
primo gruppetto (che organizzazione!).
Ottima risposta da parte della gente nonostante diversi
rifiuti del materiale da parte di elettori convinti della
controparte.
Tutto bene quindi, credo che si debba assolutamente fare
altre uscite perchè si DEVE dare fiducia al nostro elettorato
e parlare con gli indecisi dei quali una parte aspetta solo di
essere convinta a votare un viso conosciuto e "pulito" come
quello di Marrazzo.
Moises Naim
Economia di fortuna
Sembra un'eresia ma gli economisti conoscono solo in piccola parte ciò che determina la crescita di un paese
Nel 1849, uno scrittore scozzese, Thomas Carlyle, definì l'economia 'la triste scienza'. E coloro che la praticano oggi vagliano ancora quelle che spesso sono delle tristi scelte. Molti sono convinti che i suoi metodi siano più rigorosi, se non addirittura più scientifici, di quelli di tutte le altre scienze sociali. E spesso sostengono che le teorie non basate sui complessi apparati matematici dell'economia contemporanea sono soltanto 'frottole' o 'tronfio giornalismo' mascherato da scienza. Non a caso, uno degli atteggiamenti sarcastici che riscuote più sicuramente l'approvazione degli economisti è la critica mossa agli antropologi i quali sarebbero convinti che una pluralità di aneddoti costituirebbe un complesso di 'dati'.
Ciò si spiega in parte con la presunzione, da parte dei ricercatori in questo campo, che le conclusioni delle loro analisi siano basate su grandi quantità di dati elaborati e interpretati secondo metodi quantitativi rigorosi e molto più oggettivi.
Le tecniche econometriche consentono ai cultori di questa disciplina di tradurre i fenomeni che studiano in numeri ed equazioni e di verificare sistematicamente le loro ipotesi sul comportamento delle variabili che li interessano: crescita, inflazione, di-soccupazione, investimenti, ecc. Tutto questo appare molto scientifico. E in effetti, secondo un'indagine condotta recentemente dal 'Journal of Economic Perspectives', il 77 per cento dei candidati al dottorato dei sette principali dipartimenti di economia degli Stati Uniti concorda con la tesi che 'l'economia è la più scientifica delle scienze sociali'. Un orgoglio indubbiamente invidiabile. Ma è giustificato?
No se si considerano alcune delle questioni fondamentali che ancora assillano gli economisti. Ho chiesto recentemente a un'economista tra le più influenti di Wall Street quale problema preoccupa di più oggi la sua categoria. "I tassi d'interesse", ha risposto: "Dovrebbero essere più alti".
Ha ragione. La teoria economica prevalente avrebbe dovuto prevedere che i tassi d'interesse a lungo termine dovevano essere più elevati e tendere al rialzo. Invece sono relativamente bassi e fino a poco tempo fa tendevano a scendere. E ciò nonostante l'espansione dell'economia americana, l'esplosione del deficit fiscale, una politica monetaria sempre più restrittiva e l'aspettativa che l'inflazione possa aumentare a causa dei prezzi più alti che mai dei prodotti in commercio. Tutti questi fattori dovrebbero spingere i tassi d'interesse all'insù nei prossimi anni. Ma fino ad ora, l'andamento dei mercati finanziari ha smentito la saggia dottrina dei manuali. Alan Greenspan, il governatore della Banca centrale degli Stati Uniti, ha dichiarato che per lui questa situazione era "un mistero".
Passando in rassegna, in un suo editoriale sul 'Washington Post', le spiegazioni fornite dagli economisti per chiarire questa anomalia, Robert Samuelson ha dimostrato che sono tutte viziate e che questa incapacità di rendere ragione di ciò che sta accadendo "attesta la nostra ignoranza economica". Un altro sviluppo sorprendente è stato lo scarso impatto che la svalutazione del dollaro ha avuto finora sul deficit commerciale americano. Il valore del biglietto verde a confronto con altre monete è sceso del 30 per cento negli ultimi due anni. Ciò significa che oggi gli americani pagano di più i prodotti stranieri mentre i consumatori all'estero spendono di meno per acquistare beni e servizi negli Stati Uniti. In teoria, dunque, gli americani dovrebbero importare di meno ed esportare di più nel resto del mondo col risultato di ripianare gradualmente il loro deficit commerciale. Una previsione, ancora una volta, valida in astratto, ma non in pratica. Nel gennaio del 2005, le importazioni degli Stati Uniti hanno raggiunto un picco storico e il loro disavanzo commerciale ha continuato a crescere, toccando per la seconda volta la punta massima mensile. Ma l'ignoranza economica non riguarda, a quanto sembra, soltanto l'andamento dei tassi d'interesse o del commercio, bensì anche i fattori che assicurano la prosperità di un paese.
François Bourguignon è economista capo della Banca mondiale, un'istituzione che impiega migliaia di esperti la cui missione è quella di combattere la povertà. Oggi è convinzione diffusa che, sebbene i vantaggi della crescita economica - in particolare, posti di lavoro stabili e ben remunerati - non sempre beneficino i poveri e migliorino le loro condizioni, senza di essa questi ultimi non hanno alcuna probabilità di progredire.
Da cui l'importanza cruciale, per gli economisti, di stabilire quali siano i fattori che la favoriscono. Ma, come ha concluso lo stesso Bourguignon in un recente convegno, "non sappiamo in realtà quali siano le cause della crescita economica. Conosciamo invece bene gli ostacoli che la impediscono e abbiamo una chiara idea delle condizioni senza le quali un'economia non può espandersi. Ma siamo molto più incerti su quali siano gli altri fattori necessari a promuovere e sostenere la crescita".
Richard B. Freeman della Harvard University, ha concluso, in un suo articolo in cui ha esaminato quali paesi hanno maggiori probabilità di sviluppo di altri nei prossimi anni, che "la fortuna sembra essere", più d'ogni altro fattore, "la chiave del successo delle politiche economiche". Ed ha aggiunto che "per quanto possa sembrare un'eresia, gli economisti (...) conoscono solo in piccola parte ciò che determina la crescita sensazionale di un paese".
Auguriamoci che i candidati al dottorato convinti che l'economia sia la più rigorosa delle scienze sociali si sbaglino. Perché in caso contrario, questi sarebbero in una ben più triste condizione della triste scienza.
www.espressonline.it
traduzione di Mario Baccianini
Romanzo di formazione trash
Il trash deve morire. Il camp anche. Come tutti i generi, essi devono trasformarsi in cenere e polvere. Rinasceranno sotto nuove inaspettate forme. In questi anni, esattamente come è accaduto al giallo e al thriller, l'orripilante fabulistica trash ha ceduto il passo al manierismo della spazzatura. E' quindi un congedo quello che pubblico qui, trattandosi di un'evocazione della mia formazione sottoculturale e non, avvenuta nell'arco di un ventennio francamente di merda (si spera non riciclabile). Tommaso Labranca aveva invitato chiunque a un raduno intitolato Union of the snake, dalla hit dei Duran Duran, che dopo vent'anni sono ancora in classifica, come memento vivere di inequivocabile significazione [nella foto, i Duran dopo la scissione, ai tempi di Notorius]. Non potendo intervenire al simpatico congresso, inviai la mia giustificazione a Labranca - che è ciò che segue. [gg]
A UNION OF THE SNAKE, PREFERIVO GIRLS ON FILM...
... siccome adoravo le lesbiche, quando avevo un'immaginazione di vita sessuale e non una vita sessuale immaginaria come ora. Indossavo un saf acquistato alla Fiera di Sinigallia quand'essa si teneva nella vietta che termina in Molino delle Armi con un inspiegabile parcheggio di ambulanze private costantemente inanimate e su cui mai ho notato, in trentatré anni, un volontario o anche un guidatore occasionale. La testa dolicocefalica era coronata da un cappellino trotzkista stile Kronstadt. La giacca marinara si intonava con il bluastro dei baffetti adolescenziali.
Già ero in lutto per il crollo di categoria della Spal e mi irrita che attualmente la Ternana sia in testa al campionato cadetto - la supponevo estinta. Nel medesimo àmbito, alle geometrie fredde e ragioniere di Brady e al podismo precursore di Wilkins, prediligevo il genio dell'accoppiata genoana Skurhavy-Aguilera o già cadevo in malinconica ebetudine per il fu Silvio Dindino arruolato dalla Pistoiese. Ammiravo Lucio Flauto su AntennaTre, il garrulo gracidio da polipi in gola della sua voce mi rammentava esperienze canore vallone. La cover del Ballo del Mattone eseguita da Ivan Cattaneo mi faceva tremare i polsi. Quando cadde il muro di Berlino non so dov'ero, con chi, perché, cosa stessi facendo; ma ricordo nitidamente il servizio dell'allora inviata del Tg2, Lilli Gruber, che fenomenologizzava l'invasione, nel settore ovest, di folle del settore est in tutti i pornoshop dell'emimetropoli RFT. Alfredino Rampi fu ritrovato salma, natante in un blocco di ghiaccio, trascinato dalla corrente: lessi la notizia tornando da Chioggia, fermo a Ponte di Piave perché mi veniva da vomitare per l'odore della 128 di mio padre, dopo una vacanza chiozzotta in cui mio padre mi aveva spiegato chi era Teardo, mi aveva comprato una riduzione di Moby Dick, aveva visionato con me la finale di Wimbledon tra Borg e McEnroe. Mi appare il volto di Tatum O'Neal meno spesso di quanto avrei immaginato. Non mi è mai capitato di vedere dal vivo un punk, anche se risiedevo a Milano. Sandy Marton l'ho apprezzato troppo tardi, nel 2001, quando ho scoperto che è stato l'ultimo uomo a intervistare Bettino Craxi. Ero un esaltato per il mito fragile di Enrico Berlinguer, ma lucidamente attribuii alla sua dipartita (dopo lunga agonia in seguito a ictus durante un comizio a Padova) il sorpasso del PCI ai danni della DC alle elezioni europee (33.3% vs 33.2%). Otto mesi prima della fine del decennio, piansi la scomparsa del poeta Antonio Porta, la cui notizia fu perfino data al Tg2 di mezza sera, mentre io mi trovavo a casa del giornalista Franco Manzoni, che ora scrive sulla terza pagina del Corriere, e del videoartista Giorgio Longo, allora inquietantemente noto a Milano, il quale ci recitò una poesia appena composta e intitolata BASILISCO. Sono d'altronde confuso circa l'effettività storica e la collocazione all'interno del decennio di alcuni eventi cruciali: il periodo di esilio dalla Rai comminato a Pippo Baudo e il suo ritorno sugli schermi di Rete4, con un gioco a premi registrato in uno studio grande la metà di casa mia (vivo in un bilocale); la persistenza negli scomparti del PAM delle confezioni in vetro del formaggio Dover; il primo confronto televisivo di politici al di fuori della Rai, condotto su Rete4 da Eugenio Scalfari, tra Berlinguer e Craxi; la prima diretta calcistica al di fuori della Rai, uno Juventus-Celtic, che terminò 2 a 0, con gol di Virdis, commentata da Cesare Cadeo, assessore alla cultura della Provincia di Milano, recentemente comparso al festival letterario MILANESIANA a fianco dell'organizzatrice Elisabetta Sgarbi; l'apice del successo di Samantha Fox; il passaggio di Marco Ferradini, dopo Teorema, alla musica da spot col refrain delle Sottilette Kraft; il sosia del presidente della Commissione Telekom Serbia, Trantino, che si chiamava Guzzetti, al vertice di CARIPLO; la nascita della rivista Alfabeta; l'ultima apparizione tv di Nantas Salvalaggio; la prima apparizione di Diego Dalla Palma nel rotocalco DOMANI AVVENNE; l'arresto di uno dei Righeira, o forse di tutti e due; il salto quantico grafico da Space Invaders al videogioco del pinguino che spinge blocchi di ghiaccio componendo un labirinto ostativo e dinamico; l'uscita dalla scena commerciale della cintura di tela con chiusura ad anello metallico per tenere insieme e trasportare scomodamente quattro libri; Pippo Cristofalo e il caso del "catamarano"; Franco Reviglio presidente dell'Eni; la presenza di Dan Peterson nella sede dell'Olimpia Basket Milano, allora Billy, in via Archimede; il primo SuperBowl trasmesso in diretta notturna su tv italiana, tra Washington Redskins e Los Angeles Raiders, vinto da questi ultimi; la polemica tra l'editrice Rosellina Archinto e i vertici meneghini del Comune di Milano; la chiusura di un negozio locato all'inizio della Galleria del Duomo, che vendeva oggetti superflui, tra cui la lampada pelosa, l'alzacazzo a forma di forca, l'onda in moto perpetuo in parallelepipedo trasparente.
Per tutto ciò il trash deve morire e io devo morire, affinché nessuno ricordi la valanga di merda che mi hanno fatto ingollare con l'imbuto della mia storia personale.
www.carmillaonline.com/
IL FENOMENO "SONDAGGITE" / Per sventare le bufale, il sondaggio cerca il marchio Doc
All’istituto Cattaneo conclave di esperti per fermare la diffusione di inchieste manipolabili. La proposta: pubblicare i dati grezzi
ROMA Il bollino doc per i sondaggi. Ormai sarebbe utile ricorrere a questa specie di certificato di garanzia, per i prodotti buoni. Perchè da quando la ”sondaggite” è diventata una febbre nazionale, il mercato è invaso da merce avariata. Dunque? A preoccuparsi sono, anzitutto, i sondaggisti seri. Molti di loro, e anche sociologi e statistici, si sono riuniti ieri all’Istituto Cattaneo di Bologna: da Nando Pagnoncelli a Piergiorgio Corbetta a Renato Mannheimer, a Giorgio Marbach. E si è cercato di vedere come si possano rendere i sondaggi sempre più strumenti di conoscenza e sempre meno prodotti deviati o devianti, cioè una sorta di Ogm della comunicazione politica ed elettorale, o oggetti di sfottò. Anche da parte di chi - i leader dei due poli - «se li sparano per endovena dalla mattina alla sera», come ironizzava il sommo Lucio Colletti. Servono proposte ”ecologiche”. E Corbetta ne mette una sul piatto. La spiega così: «Vanno, in primo luogo, resi pubblici i dati grezzi rilevati durante il sondaggio. Cioè quel materiale - il campione, le risposte degli intervistati e tutto il resto - non ancora trattato. Sul quale cioè non si è ancora messa mano, per renderlo più simile e corrispondente a quello che deve essere: una foto, in piccolo, della popolazione studiata». Poi - secondo la proposta Corbetta - deve essere creato un organismo che custodisca e renda accessibili questi dati». Così ognuno può rendersi conto se, dalla materia grezza al prodotto finale, ci sia stato qualche stravolgimento o trucco cosmetico sul sondaggio. «Questo organismo - spiega Corbetta - potrebbe essere gestito dall’Assirm (l’associazione degli istituti demoscopici, ndr) e dalla comunità scientifico-accademica». Ma Nando Pagnoncelli, proprio a nome dell’Assirm di cui è vice-presidente, ha una posizione diversa. Non credo che serva un nuovo organismo di controllo. Già la nostra associazione, che raccoglie 70 istituti demoscopici, può sanzionare o proporre l’espulsione di istituti che si comportano in modo scorretto». Allora non c’è problema e viviamo nel migliore dei mondi sondaggistici possibili? «Niente affatto. Il problema è di tipo morale. E non di tipo metodologico. Politici, operatori dei media e ricercatori devono sedersi intorno a un tavolo. E definire principi e regole da seguire, per quanto riguarda la pubblicazione dei sondaggi. Insomma per impedire che i dati possano essere male interpretati». Accade spesso la cattiva interpretazione? «Spessissimo. Le faccio un esempio. Per le elezioni del 2001, alcuni sondaggi dicevano ”la Cdl è sopra l’Ulivo di 10 o di 12 punti, e la partita è chiusa”. Altri invece assicuravano: ”La Cdl è sopra di 1 o al massimo 2 punti, e la partita è aperta”». Erano sondaggi truccati? «No. I primi si riferivano al proporzionale, e andò proprio così. I secondi si riferivano al maggioritario, e andò proprio così. Quindi il problema non era la qualità dei sondaggi, ma la cattiva qualità del modo di informare su questi sondaggi. I giornali di centrosinistra enfatizzavano i risultati a loro favorevoli, non dando un’informazione completa. E così, in maniera rovesciata, si comportavano i giornali di centrodestra». Quindi, più che un bollino doc sui sondaggi, servirebbe il certificato etico per i media. E non si sa quale delle due soluzioni sia più difficile.
di MARIO AJELLO
IL MESSAGGERO
Iraq, strage di Nassiriya: indagato l'ex comandante del contingente italiano
di Antonio Savino*
21 Mar 2005
Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Roma, 21 Marzo 2005. Appresa la notizia dell'indagine sul Comandante del Contingente in Iraq, Colonnello George Di Pauli, Comandante della base dei Carabinieri di Nassiriya il 12 novembre 2003, per le misure di protezione inadeguate, muri troppo bassi, falle nella recinzione, armeria vulnerabile ed altro, come si apprende, ci auguriamo che la Procura Militare possa andare a fondo nella ricerca di eventuali responsabilità di Comando, in quella che l'Unac ha ritenuto di evidenziare sin dall'inizio, come una "scellerata missione " che ha causato la morte di molti carabinieri e militari italiani.
Nelle foto inedite, da noi pubblicate sul sito nazionale (www.unionecarabinieri.it), abbiamo evidenziato tra l'altro, come i sacchi per la recinzione, siano stati riempiti - dalle ruspe che si vedono al lavoro intorno alla base - con pietrisco e pietre disponibili sul posto, e non con sola sabbia. Le pietre ed il pietrisco, in caso di esplosione si trasformano in proiettili distruttivi, lanciati ad altissima velocità a causa appunto della deflagrazione. Cosa che probabilmente è avvenuta a Nassirya, dove altissima era la possibilità di subire attacchi "suicidi" con alto potenziale distruttivo.
Ci auguriamo che la Procura possa fare chiarezza, in piena autonomia, pur non mancando nella vicenda, le ingerenze politiche, da parte di ex Generali dei Carabinieri, (leggi Sen. Mario Palombo..), subito accorsi a favore dei propri ex colleghi con le Greche, che ha chiesto, via stampa, la smentita della Procura Militare, sull'indagine aperta.
Riteniamo che il fatto, ultimo di natura politica, sia altrettanto grave, evidenziando un certo modo di concepire l'applicazione della "giustizia" da parte di tali personaggi politici che ricordiamo, in passato, hanno fortemente usato il proprio potere politico, proprio per avversare ogni iniziativa della base dei carabinieri rappresentata a livello nazionale ed estero dall'UNAC, non mancando, gli stessi personaggi di schierarsi quali "paladini" dei generali.
Antonio Savino
(*Presidente "Unione Nazionale Arma Carabinieri -UNAC")
reporterassociati.
“Un terribile amore per la guerra”
Solimano
L'altra sera, ad Otto e mezzo, hanno intervistato James Hillman, che ha appena pubblicato “Un terribile amore per la guerra”, in cui sostiene che la guerra è un archetipo, un dio che trascende gli uomini, come dicevano gli antichi greci. Un mito insomma, con cui si possono fare i conti solo se si ammette che noi stessi ne facciamo parte, altroché originario giardino dell'Eden. Nel corso della discussione si sono fatti due esempi: Hobbes e Rousseau. Il primo, col suo homo homini lupus aiuta a capire e ad essere meno lupi, il secondo, col buon selvaggio, è all'origine dei totalitarismi, sì, Rousseau, quello che scriveva libri sull'educazione mettendo i suoi figli al brefotrofio.
Solo se si riesce a sostenere lo sguardo del mito si può riuscire a farci i conti perché emerge allora la pulsione profonda da cui è segnata la nostra natura e la nostra storia. E solo così si può passare dalla guerra preventiva alla prevenzione della guerra, riconoscendo, in un certo senso, che governa il mondo. Non è certo per caso che Hillman è un convinto pacifista, ma è ben diverso esserlo avendo ben chiare le regole del gioco, che esserlo in modo consolatorio, facendo finta di non vedere le nostre origini e le nostre pulsioni.
Chi si vuol fare angelo si fa bestia, chi invece guarda la realtà senza timore può capire, anzitutto se stesso, e quindi cambiare, che non vuol dire amputare da sé l'aggressività, ma canalizzarla verso obiettivi positivi - questo lo sanno anche i boy scout - e così si chiude il giro.
Trovo assolutamente convincenti gli argomenti di Hillman, e mi aiutano a capire quella sensazione di impotenza che mi danno certe manifestazioni pacifiste che partono da assunzioni ben diverse, dall'uomo che è naturalmente pacifico: non è così!ulivoselvatico.org
marzo 20 2005
Gasparri insulta l'opposizione: "Sono solo dei somari"
REDAZIONE
Il leader dell'opposizione Romano Prodi? "Un ottuso". I parlamentari del centrosinistra Letta, Bersani e Visco? "Dei somari certificati". Il ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri si scaglia contro gli avversari politici con una lunga serie di insulti. E dei recenti moniti di Pier Ferdinando Casini e Carlo Azeglio Ciampi, che hanno invitato ad abbassare i toni, ovviamente, se ne frega.
"Speriamo che in questi giorni maturi una modifica del patto di stabilità. Scontiamo ancora gli errori e le follie dell'ex Presidente della Commissione europea Romano Prodi che ha stretto l'Europa in una camicia di Nesso - ha spiegato - sono stati fatti degli errori strategici e di conseguenza abbiamo subito e continuiamo a subire i danni europei dell'ottusità di una persona come Prodi che, finita l'esperienza europea, adesso è candidato in Italia per fare gli stessi errori che ha fatto a Bruxelles".
Parole durissime anche per Enrico Letta, Pierluigi Bersani e Vincenzo Visco, definiti addirittura degli "eurosomari".
"Grazie all'azione del nostro Governo abbiamo riparato i guasti fatti da eurosomari dell'economia come Bersani, Letta ed altri che hanno lasciato il Paese con un debito pubblico devastante ed una disoccupazione elevatissima - ha dichiarato - la disoccupazione oggi è scesa a poco più del 7%, la percentuale più bassa dal '92 ad oggi, grazie ad una legge giusta che pone riparo all'asineria dei Governi precedenti. centomovimenti.com
Spionaggio informatico, un fax incastra Storace
di red.
In serata, sabato, sono arrivate le dimissioni del direttore della società Laziomatica al centro dell'indagine della Procura sullo spionaggio informatico e la violazione dell'anagrafe del Campidoglio a vantaggio del governatore regionale Francesco Storace. Mirko Maceri, direttore tecnico della società Laziomatica spa, ha rimesso il contratto che lo lega all'azienda nelle mani dell'amministratore unico Vincenzo Bianchini e dell'assessore regionale all'Informatica, Bruno Prestagiovanni. Ma non sarà questa l'unica "testa" a cadere di uno scandalo che sta sconvolgendo la politica nel Lazio e non solo. Il segretario dei Ds Piero Fassino e Pecoraro Scanio dei Verdi, a nome del centrosinistra, chiedono le dimissioni di Storace, che viene difeso dal capo del suo partito, Gianfranco Fini, vicepremier.
Ma la novità di sabato in questa vicenda storaciana è in un foglio, un fax. Dimostra che l'ufficio stampa del presidente della Regione Lazio era in possesso del risultato di un'interrogazione elettronica automatica alla banca dati dell'anagrafe del Comune di Roma. In pratica i dati prelevati illegalmente dall'anagrafe romana venivano subito trasferiti da Laziomatica all'ufficio stampa di Storace. A dimostrarlo è appunto un fax, mostrato ai giornalisti dai capigruppo della maggioranza in Campidoglio. Questa, dicono, «la prova che l'ufficio stampa della Regione aveva i dati delle intrusioni illegittime nei servizi telematici del Comune di Roma». A capo dell'ufficio stampa di Storace è Nicolò Accame, figlio di Giano, uomo ombra del Presidente e "architetto" della Lista Storace.
In una conferenza stampa convocata sabato nella sede dei gruppi consigliari della maggioranza al Campidoglio, il coordinatore Silvio di Francia, e il capogruppo Ds, Lionello Cosentino, hanno mostrato delle carte per dimostrare che, nonostante ci sia stata, «per errore o dolo sarà la magistratura a dimostrarlo, la cancellazione di alcuni dati per impedire di ricostruire come sono andati i fatti», è rimasta ancora una traccia delle «intrusioni» nella banca dati dell'anagrafe di Roma da parte di «Laziomatica». Si tratta di un fax ricevuto al numero di Nicolò Accame responsabile della campagna elettorale di Francesco Storace che contiene la verifica anagrafica riguardante Francesca Romana Rivelli (in arte Ornella Muti). Un altro documento, giunto allo stesso numero di fax, mostra la richiesta di controllare la stessa firma contenuta nelle liste di alternativa sociale. Secondo quanto si legge nel fax, e da quanto detto esplicitamente dai rappresentanti del centrosinistra al comune di Roma, l'«interrogazione» elettronica è avvenuta il 10 marzo scorso alle ore 18,28, è giunta al fax di Accame alle ore 20,38, per essere poi ritrasmessa, sempre dallo stesso apparecchio, alle 20,41. Pronta la denuncia di Cosentino: «Questa è la prova che dallo staff di storace venivano trasmesse notizie prese da illecite intrusioni nel sistema anagrafico».
Il fax ad oggi è l’unica prova dell’implicazione della Lista Storace nell’affare delle consultazioni illegali dell’anagrafe del Comune di Roma compiute da una postazione della società Laziomatica, ente dipendente dalla regione Lazio. Difatti risale a venerdì la notizia che i terminali di Laziomatica sono stati misteriosamente resettati rendendo quindi complesso rintracciare gli autori della violazione. I terminali di Laziomatica sarebbero stati resettati nell'arco di tempo compreso tra la diffusione della notizia relativa all'intrusione nella banca dati dell'Anagrafe e la presentazione a palazzo di giustizia della dettagliata denuncia da parte dei rappresentanti dell'avvocatura del Comune di Roma. Il particolare è emerso dalla riunione che il procuratore Giovanni Ferrara ha avuto con l'aggiunto Achille Toro e il sostituto Francesco Ciardi. «Una volta resa nota a tutti, attraverso gli organi di stampa, la presunta violazione informatica ai danni del Campidoglio, qualcuno a Laziomatica ha provveduto a cancellare i dati e ad azzerare ogni informazione - ha fatto notare un inquirente - Quando nella tarda mattina del 17 marzo è giunta la denuncia del Comune a piazzale Clodio, i terminali di Laziomatica erano già stati resettati».
Sono sette al momento gli indagati per questa vicenda. Oltre alla Procura di Roma - che indaga anche per violazione della legge elettorale - anche il Garante della privacy ha disposto accertamenti sulla vicenda dell'accesso al sistema informatico dell'anagrafe del Comune di Roma da parte della società Laziomatica.
Storace, convocando a sua volta una conferenza stampa, replica al Campidoglio e minaccia querele a tutti: «Laziomatica, su regolare richiesta di un legale, ai sensi dell'art. 391 quater del codice di procedura penale, quello relativo alle indagini difensive, ha consegnato con un apposito verbale, le visure relative agli elenchi risultati essere difformi a quelli consegnati dalla lista Alternativa Sociale». Tutto regolare, insomma. Anzi, attacca il presidente della Regione, «querelerò tutti quelli che mi hanno diffamato, contrariamente al mio stile, compreso i giornali e le agenzie che parlano di attacchi telematici che non ci sono stati».unita.it
“Berlusconi? Un’Invenzione Della Sinistra!”
In esclusiva a Giuda il Presidente del Consiglio si confessa: “Mantenuti tutti gli impegni presi, punto su punto: Gelli me lo ha confermato giusto ieri. Le dichiarazioni a Porta a Porta? Non le ho mai fatte, quella trasmissione non esiste, Vespa nemmeno, anche sull’universo ho dei dubbi.”
Dicono di lui che sia uno degli uomini più ricchi e potenti del mondo. Eppure tanta fama e denaro non ne hanno modificato il carattere: basta un battito di mani di Bush e torna ad essere uno come tutti noi. Oggi ci ha ospitato nella sua villa di Protervio per chiacchierare davanti a un bicchiere di champagne sulle recenti polemiche della politica italiana.
Giuda - Presidente Berlusconi, lei ha dichiarato che il contingente italiano in Iraq sarebbe stato progressivamente ridotto da settembre per poi smentire poche ore dopo.
Berlusconi – Cominciamo col dire che non ho mai detto quelle parole. Se vi riguardate l’intervista scoprirete che ho detto testualmente “il contingente italiano in Iraq sarà progressivamente ridotto da settembre” e non “il contingente italiano in Iraq sarà progressivamente ridotto da settembre”. Noti l’intonazione.
G – E che differenza c’è?
B – In cosa?
G – In quello che ha detto.
B – Che ho detto quando?
G – Bene, voltiamo pagina. Ieri il Ministro Calderoli ha minacciato le dimissioni se non si realizzerà la riforma costituzionale entro Pasqua. Qual è la sua posizione?
B – Sono tranquillo. Passeremo la riforma anche a costo di prendere a calci nel culo Ciampi e signora.
G – Questa la posso scrivere?
B – Questa quale? Vuole una barzelletta? La sa quella dell’interista ebreo?
G – No, questa su Ciampi.
B – Può scrivere che ho il massimo rispetto per il Presidente della Repubblica e per la sua integrità e sono certo che saprà supportarci nel cammino delle riforme.
G – Quindi conferma la sua stima personale per Ciampi?
B – Lo ritengo un vecchio pensionato pedante che mi intralcia gli zebedei. Ma tecnicamente possiamo dire che confermo la stima personale per lui.
G – Ah, bene. L’altro argomento di questi giorni è la polemica tra Storace e la Mussolini sulle firme false.
B – Una zuffa tra fascisti. Se mi avessero dato retta la gnoccolona l’avremmo buttata nel mucchio e non ci sarebbe stato questo spettacolo penoso. Sarà mica peggio di quel portasfiga di La Russa, no? Che tutte le volte che mi chiama il Milan mi pareggia.
G – E che devo scrivere come risposta?
B – Che il soccorso rosso ha cercato di mescolare le carte aiutando Alternativa Sociale (che nome del cazzo, tra l’altro) a raccogliere firme false ma la coerenza e la serietà dei nostri alleati hanno rimesso le carte a posto.
G – …carte a posto. Detti piano che ho il tunnel carpale.
B – Ne ha parlato con Lunardi?
G – Di cosa?
B – Del tunnel a Capri. Non si distragga, cribbio! Lei è comunista?
G – No. Voto UDC. Anche se in passato una volta ho votato la rete di Orlando.
B – Ah, mi sembrava dal tono provocatorio che fosse l’ennesimo giornalista di sinistra. Ma che vi credete? Quando sarò finalmente al governo ce la farò vedere a quelli dell’Unità…
G – Quando sarà al governo?
B – Quando sarà al governo chi? Ci sono mica le elezioni? Bondiii! Cavolo, quando lo cerchi non c’è mai. Sa se devo imparare barzellette nuove? L’ho già detta quella dell’interista all’inferno? E quella della riduzione delle tasse? Ah, no, quella non è una barzelletta. O sì? Bondiii! Schifaniii! Toglietemi dalle palle questo comunista!giuda.it
Facce come il Q: Marcello Veneziani
Lo notai quasi per caso in una di quelle trasmissioni dove ha ragione di grida di piu’ e lui che era rimasto educatamente in silenzio, ad un certo punto sbotto’:
" Insomma, in televisione vedo Santoro, vedo Biagi, vedo Mentana: dove sarebbe questo regime ?” e mi sono detto, questo ragazzo e’ capacino, vedrai che fa carriera.
Infatti l’ascesa della Destra che voleva spezzare le reni all’egemonia culturale della Sinistra gli dette un Hatu’ incredibile che lo sbalzo’, insieme a quella testa di Pera, agli onori delle cronache.
Successe che, nel tentativo di andare ad occupare tutti gli spazi disponibili e non avendo altre facce da spendere, mandavano sempre avanti lui, una volta come giornalista, un’altra come storico, un’altra ancora come filosofo, con le conseguenti combinazioni: storico-filosofo, filosofo-giornalista, intellettuale-storico giornalista, suscitando confusione nel pubblico, tanto che in una mia noterella auspicai che gli mettessero un cappello goliardico in testa. Cosi’ ad ogni comparsata, avremmo capito in che veste stava parlando dal colore del cappello,..
Poi l’apoteosi: scrisse contemporaneamente sul Messaggero, il Tempo, il Giornale, Libero e altrove, e divento’ membro…
Che un po’ lo era gia’ prima ma adesso era membro del consiglio d’amministrazione della Rai, e ricordo quel fuori di testa dell’Indipendente (si fa per dire) Guerri che chiedendo alla televisione di Stato maggiore spazio per trasmissioni sceneggiati e dibattiti, si rivolse in modo maschio e brutale al dirigente della «più grande azienda culturale del Paese» in questo modo:
«Caro Marcello Veneziani, scrivo a te perché sei l'uomo giusto al posto giusto al momento giusto» Peccato non lo abbia chiamato Messia….
Poi lo vedemmo nel consueto giro delle sette chiese per promuovere il suo ultimo (ultimo? Magari) libro, , arguto, controcorrente, schierato dalla parte dei vinti con cui attribuiva un colore alle categorie sociali che difendeva: rossi i comunisti, neri i fascisti, giallo i temerari, verde gli islamici e marrone i meridionali.
Mi sono chiesto, chissa’ perche’ per definire con un colore i meridionali, abbia usato il colore della merda.
Razzismo strisciante?
Boh.
E finalmente, come appagato dal tanto agitarsi, del nostro Veneziani si seppe molto poco, se non le solite cose che appaiono sulle cronache culturali italiani: un convegno sulla comunicazione in cui lui si era defilato con un’attricetta, una conferenza a Venezia dove si era fatto sorprendere in gondola con una bonazza, un tavolino al primo sole dove tra fiori e sorrisi sbaciucchiava una giovane druda, insomma le solite paparazzate da parrucchiere che accoppiano italicamente le veline ai calciatori, le attrici ai produttori, i funzionari Rai alle smutandate… nel glorioso solco tracciato dai nostri avi all’insegna dei nani e delle ballerine.
Ma all’improvviso l’altro giorno, ecco apparire su “Libero” l’unico quotidiano in Italia che potresti avvolgerci il pesce PRIMA di averlo letto, un accorato articolo del novello Casanova che comincia cosi’:
Cari lettori, vi considero ormai la mia famiglia e perciò vorrei parlarvi con il cuore in mano di cose che solitamente non si scrivono sui giornali. Superando la comprensibile ritrosia a stendere in pubblico i panni privati, soprattutto quando sono sofferti e da lunghi mesi ormai, vorrei raccontarvi una storia che è sì assolutamente personale, ma tocca un argomento che coinvolge a vario titolo ormai tante persone….
… quando ricerco vite ulteriori e inseguo la grandezza negata al meschino gossip del giorno. Da mesi ormai sono costretto a entrare in casa mia, di mia proprietà, dove ho i miei figli, le mie cose, i miei vestiti, il mio archivio, i miei libri, come un ladro.
Insomma, per farla breve, se e’ vero che dietro ogni grande uomo c’e’ una donna, pure dietro Veneziani c’e’ una moglie e pure incazzata, e sembra che la poveretta, indispettita dal clamore delle storie extraconiugali del filosofo, abbia reagito di par suo, colpendolo negli affetti piu’ cari.
Non gli fa vedere i figli, chiederete voi?
Peggio.
Continuando a leggere il suo lungo pistolotto, si scopre che dei figli probabilmente non gliene frega un cazzo, ma quello che ha a cuore sono i suoi libri, che la moglie, crudele, raccoglie a mazzi e va a rivendersi al mercatino rionale.
Qualche volta glie li strappa per telefono, e lui soffre. Se rientra in casa furtivo, sente odore di bruciato e pensa a Fahrenheit 456. Va al cesso e se alza l’asse…
Insomma un tormento di cui il nostro filosofo-libertino sente la necessita’ di farci partecipi.
Ma voi sapete, come vanno, certe cose. Tra il tragico ed il ridicolo il confine e’ cosi’ esile, che non riesco a fare a meno di ridere, primo, perche’ parteggio inconsapevolmente, illimitatamente, incondizionatamente per quella sadica della moglie (anche un po’ masochista, se e’ rimasta tutti questi anni con cotanto filosofo) e poi perche’ il sapere che insieme ad i libri, la santa donna brucia e distrugge anche i suoi appunti, gli scritti intimi e tutte le tracce per i libri futuri del Veneziani, mi da un certo non so che di sollievo che mi spinge a gridare: Forza Moglie !!
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Aldo Vincent il Gelataio di Corfu' http://guide.supereva.it/satira
Caro-Storace quanto ci costi veramente?
I dubbi sulle cifre delle spese elettorali d’oro del Governatore. Dove finisce la comunicazione istituzionale e inizia quella storaciana? Due campagne gestite dallo stesso centro-media.
di FRANCESCO LO SARDO
Lui ripete: «Per la lista Storace ho stanziato due milioni di euro. La cifra di cinque milioni è per la coalizione, la lista è una cosa la coalizione un’altra». Due più cinque fa sette milioni di euro. Una cifra astronomica: ma è comunque questa, la difesa di “quota sette”, l’ultima “linea del Piave” del Governatore del Lazio, chiamato da mesi dal centrosinistra a dar conto dei costi milionari, o miliardari per citare come piace tanto al centrodestra la vecchia, cara liretta, di una campagna elettorale d’oro per farsi riconfermare sulla poltronissima della regione: quattro miliardi di lire per la sua lista e dieci miliardi per la coalizione.
Una enormità. Di quelle cifre, peraltro, l’opposizione non si fida. C’è chi sostiene, come il capogruppo verde in Regione Angelo Bonelli, che il Governatore ha speso di più e che «Storace mente sapendo di mentire: la sua campagna elettorale costa in tutto 10 milioni di euro», pari a ben venti miliardi di lire.
Piero Marrazzo, candidato dell’Unione per la presidenza della regione denuncia che «gli investimenti per i manifesti di Storace vanno al di là di ogni possibile e giusta etica della comunicazione». Ma parole molto più gravi le ha pronunciato Francesco Rutelli, leader della Margherita mercoledì scorso. «Grida vendetta quanto ha speso Storace per la campagna elettorale. Mi auguro che ci sia alla procura della repubblica di Roma qualcuno che apra un’indagine sulle decine di denunce su dove ha preso i soldi il presidente uscente della Regione Lazio per questa campagna», ha detto Rutelli nel corso di una manifestazione elettorale nella capitale.
Sia come sia, fa pensare il fatto che fino a qualche giorno fa, lo staff del Governatore insisteva a sostenere che il budget per la lista Storace era di due milioni di euro: tesi un po’ osée perché con due milioni (cui dev’essere aggiunta l’Iva), Storace potrebbe sì e no pagarsi i manifesti elettorali con cui ha incartato tutto il Lazio: con sette lanci pubblicitari da settembre, ognuno da 14 giorni, composto da 700 poster 6x3 e diecimila manifesti di più piccolo taglio.E il resto? Gli spot nei cinema, nelle tv e sulle radio, i camion-vela, la pubblicità sui taxi e via elencando? Così, ieri, Storace ha anche citato i cinque milioni euro, attribuendoli alla Cdl.
Ma c’è un altro interrogativo, oltre a quello del “giallo” sul saldo finale, assai più pesante e a cui pare impossibile dare risposta: chi, esattamente, paga il salatissimo costo della campagna elettorale per la riconferma di Storace? Il punto è che «la campagna elettorale della lista Storace è stata associata quella istituzionale della regione Lazio», sottolinea l’opposizione. E tracciare una linea di demarcazione non è semplice. L’agenzia creativa della Regione Lazio è la JWT Thompson i cui contenuti, evocano, anche graficamente, quelli della Lista Storace.
Inoltre c’è una stessa società e centromedia, a gestire sia la comunicazione istituzionale della regione Lazio che quella della Lista Storace. Il centro media, cioè, acquista spazi per entrambi i soggetti.
Tutte le fatture di entrambe le campagne di affissione dovrebbero essere intestate al centro media che, a sua volta, le rifattura alla Regione (per la quota “istituzionale”) e alla Lista Storace (per la propaganda storaciana).
L’interrogativo, rispetto al quale ci si scontra con un muro di gomma, è: se la stessa società acquista spazi per entrambi i clienti, visto il balletto di numeri, quanto vale esattamente una campagna e quanto l’altra, fattura per fattura? A partire da un’unica certezza: quella che Thompson e il centro media contavano, per la campagna istituzionale, su un budget di circa sei milioni di euro, da utilizzare in 18 mesi dalla data di stipula del contratto (primavera-inverno 2004). Il resto, per ora, è mistero. www.europaquotidiano.it/
Baviera, base USA di Hohenfels: "giochi di ruolo"
Prove per un massacro
«Ogni giorno veniamo assegnati in dieci al posto di blocco, dove recitiamo la parte di una famiglia afgana in viaggio, che viene perquisita perché sospettata di trasportare armi. Veniamo quasi tutti "uccisi", i soldati americani agiscono in modo molto rabbioso e aggressivo. Noi dobbiamo fingere di essere una famiglia che non vuole scendere dall'auto, perché le donne vanno protette dai soldati. Quelli allora agitano i fucili contro il parabrezza, sfondano un finestrino e ci trascinano fuori [...]. L'uomo che fa la parte di mio marito è stato portato via, io cerco di corrergli dietro, quando un elicottero mi passa sopra la testa. Mi sparano addosso. Devo restare "morta" per terra finché l'esercitazione non è finita».
Beh, se qualcuno ancora pensava che gli americani fossero degli sprovveduti al punto da non capire in quali gineprai vadano a ficcarsi, se lo tolga pure dalla testa. Quelli, con l'esperienza che in questi anni hanno accumulato in mezzo mondo, il mestiere del soldato e dell'aggressore, con tutte le violenze che comporta, lo sanno fare bene. E se qualcuno di loro dovesse avere delle incertezze su come e quanto essere brutale, niente paura, c'è sempre qualcuno pronto a insegnarglielo.
Questa volta, ad informarci sull'ennesima aberrazione a stelle e strisce, è «La Stampa», a dimostrazione che, nonostante quello che si può pensare, dai mezzi di informazione ogni tanto qualcosa riesce a filtrare, perché lo schifo di cui vengono a conoscenza deve essere talmente tanto che tutto, proprio, non lo si può trattenere. A Hohenfels, una base militare americana in Baviera, ci si dedica ad attività del tutto particolari. E infatti sui giornali appaiono strani annunci a mezzo dei quali si "cercano comparse per giochi di ruolo". E dietro questa asettica e generica definizione, che potrebbe richiamare il mitico Uomini duri con Renato Pozzetto ed Enrico Montesano e le loro ridicole prove di sopravvivenza, si cela ipocritamente il reclutamento di figuranti ("studenti, disoccupati, prepensionati, ex militari, giramondo") destinati ad eccitare, e a subire, l'aggressività delle reclute americane in partenza per i vari scenari di guerra. E quanto all'efficacia di questa tecnica propedeutica all'aggressività e alla violenza dei riservisti, ci arrivano continuamente prove dalle cronache dall'Iraq - dall'Afganistan, avrete notato, non ci arriva più niente - con quel carico di violenze, tanto gratuite quanto eccessive, con le quali le truppe americane esercitano il controllo terroristico del paese "liberato".
Insomma, in poche parole, si tratta di questo: della gente viene ingaggiata per fingere di essere la popolazione civile del paese invaso, donne, uomini, vecchi, e ai soldati viene insegnato come comportarsi nelle varie evenienze che potranno presentarsi. Ovviamente il "gioco di ruolo" prevede situazioni non necessariamente conflittuali ma sempre di possibile, o paventato pericolo. E, come pare di capire, l'insegnamento, la regola aurea alla quale i soldati americani devono attenersi - la vicenda Sgrena lo conferma appieno - è quella che da tempo, ormai, tutti abbiamo imparato a conoscere: prima spara e poi, se proprio devi, fai anche delle domande.
A questo punto, vista l'impunità con la quale le truppe di occupazione americane si muovono abitualmente, verrebbe da chiedersi che bisogno ci sia di ricordare loro che possono fare quello che gli pare e che l'uso della violenza gratuita è la prima regola comportamentale del bravo militare: non solo consigliata, ma imposta come preciso dovere. Però dobbiamo considerare che i soldati americani in Iraq o Afganistan non sono solo scafati veterani, ormai abituati a tutto e ben consapevoli di come devono andare le cose, e per i quali, quindi, questo "gioco di ruolo" potrebbe essere solo una inutile e noiosa ripetizione di cose risapute. Accanto a loro ci sono anche numerosissimi riservisti, fino al giorno prima pacifici tecnici di computer, maestri elementari, commessi di supermercati, scaricati da un giorno all'altro da una tranquilla ed educata cittadina del mid-west "nell'infernale deserto iracheno". Gente che forse non ha ancora messo su tanto pelo sullo stomaco da poter assistere, o partecipare, alle infamie contro i civili che questa guerra, come tante altre guerre del resto, comporta, senza provare un sano ed istintivo sentimento di ripulsa. Ecco, allora, che se si riesce a far passare la drammatica realtà di cui sono diventati i tragici protagonisti nella finzione di un bel "gioco di ruolo", tanto più realistico quanto più simile a quello vissuto nella base in Baviera, forse tutto diventa più facile. Più facile sparare, più facile distruggere, più facile torturare, più facile uccidere. E, soprattutto, più facile ubbidire.
Se qualcuno mi torna a dire che gli americani sono degli sprovveduti...
Massimo Ortalli www.ecn.org
L'inferno nel cuore dell'Africa
L'Ituri scavalca il Darfur tra le peggiori crisi umanitarie del mondo
Poche centinaia di chilometri separano le due regioni colpite da quelle che le Nazioni Unite hanno definito le più gravi emergenze umanitarie del mondo: Ituri e Darfur.
Messi insieme, questi due nomi producono dati allarmanti: 40mila morti al mese, una media di circa 1300 al giorno a causa di massacri, fame e malattie, senza considerare i gravi danni psicologici e sociali arrecati alle comunità di profughi che crescono con l’andare dei giorni.
Una crisi, quella che ha colpito il cuore del continente africano, a cui l’Onu per primo non riesce a far fronte, nonostante le ormai numerose dichiarazioni dei suoi osservatori e portavoce.
Fino a pochi giorni fa spettava al Darfur, dilaniato ormai da due anni dalla guerra civile, l’etichetta di biggest, most neglected humanitarian emergency in the world today (la più grande e ignorata emergenza umanitaria del mondo attuale). Ma in settimana l’inviato speciale del Palazzo di Vetro, Jan Egeland, ha fatto sapere che alla regione nord-orientale della Repubblica Democratica del Congo, l’Ituri, spetta il primato, con il triplo dei morti (circa mille) al giorno.
Darfur: le cifre aumentano. L’ultima stima degli osservatori internazionali nel Sudan occidentale è di 180mila morti, 200mila profughi e quasi due milioni di sfollati interni.
L’arrivo della stagione secca nella regione, un luogo in gran parte inospitale, minaccia inoltre le riserve alimentari della popolazione, che potrebbe essere colpita da nuove carestie. Mentre si susseguono gli appelli e le minacce di sanzioni da parte della comunità internazionale, il governo sudanese continua a negare categoricamente di appoggiare e finanziare le milizie janjaweed, accusate di genocidio dalla popolazione del Darfur e responsabili dei principali massacri e saccheggi di villaggi e centri abitati.
Intervistato giorni fa da un giornalista dell’emittente statunitense Cnn, che gli ha mostrato alcune foto aeree di villaggi bruciati e distrutti, Khidir Haroun Ahmed, ambasciatore del Sudan a Washington ha risposto: “Questa foto potrebbe essere stata scattata in qualsiasi parte del mondo. Non c’è nulla che possa provare che questo villaggio sia davvero in Sudan”.
Ma in Darfur, molti membri delle organizzazioni internazionali e non-governative intervistati da PeaceReporter sostengono che il vero problema è la mancanza di sicurezza, che rallenta e ostacola gli aiuti alla popolazione civile.
“Senza sicurezza tutto diventa più difficile”, afferma Sally Austin, coordinatrice di Care International da Nyala, nel Darfur meridionale. “Molti sfollati non possono uscire dai propri rifugi nei campi per procurarsi il cibo, senza rischiare di essere uccisi, picchiati o derubati dai janjaweed. Per noi è già un problema capire dove sistemare tutta la gente che ci viene a chiedere aiuto. Da febbraio arrivano tra le 200 e le 250 persone al giorno. Hanno perso tutto e chiedono cibo, qualche telo di plastica per ripararsi e dell’acqua. Tra di loro ci sono anche tanti contadini il cui raccolto è stato completamente distrutto”.
L’emergenza e la guerra stanno inoltre producendo un’intera generazione di orfani bisognosi di assistenza psicologica per i traumi riportati dagli attacchi e dalle continue fughe.
”Raccogliamo bambini di cinque o sei anni che hanno perso entrambi i genitori nelle scorribande dei janjaweed, dice Ahlam Mahdi Saleh, direttrice di un piccolo orfanotrofio di Nyala, che ora ospita una trentina di bambini. Non abbiamo abbastanza medicine, ma soprattutto ci manca qualcuno che faccia assistenza sociale. I bambini sono terrorizzati. Non appena sentono il rumore di un aereo cominciano a gridare e a piangere”.
Mentre la meningite e la dissenteria mietono vittime tra i più deboli nei campi, c’è chi sostiene che con una maggiore copertura mediatica la situazione umanitaria non sarebbe poi così grave. “Quando c’è stato lo tsunami la stampa mondiale si è mossa, lanciando |