ulivo velletri


aprile 30 2005

Le promesse irrealizzabili del governo

di PAOLO GIARETTA


I dati finalmente pubblicati della Trimestrale di cassa confermano ciò che già si sapeva ma che si è voluto evitare di rendere pubblico a crisi di governo aperta. Il paese è in affanno: la crescita all’1,2 si attesta a poco più della metà di quanto il governo avesse stimato come plausibile qualche mese fa, l’indebitamento netto potrebbe salire fino al 3,5%.
Ora la credibilità di un governo è fatta di tante cose: una di quelle importanti è di essere seri nelle previsioni, che non sono né astratti esercizi contabili né scommesse del tipo “vediamo se l’indovino”. Le previsioni di crescita e di indebitamento, unitamente al tasso di inflazione programmata, costituiscono le basi su cui costruire il bilancio dello Stato e perciò la realizzabilità degli interventi programmati.
Una costante dei governi Berlusconi è stata invece quella di usare di queste cifre con disinvoltura, per disegnare costantemente orizzonti più rosei di quelli che la realtà consentiva.
Nel 2001 veniva previsto per l’anno successivo una crescita del 3,1% a consuntivo è stata dello 0,4% l’indebitamento previsto allo 0,4 è salito al 2,6%; per il 2003 pil previsto in crescita del 2,9, realizzato lo 0,3; indebitamento allo 0,8, lievitato nel consuntivo al 2,9. Per il 2004 invece di una crescita del 2 si è realizzato un modesto 1,2%. L’indebitamento previsto all’1,8 cresce al 3%, con i dubbi sollevati sulla veridicità di questo dato in sede europea. Per il 2005 Commissione europea, Banca d’Italia, Fondo monetario internazionale nei loro rapporti consideravano irraggiungibili gli obiettivi di crescita e del livello di indebitamento proposti dal governo, ed oggi il governo deve accettare quelle stime.
Non necessariamente deve essere così, anzi.
I governi di centrosinistra avevano ricevuto un paese in cui l’indebitamento era al 7,1% e lo hanno restituito allo 0,6%, riuscendo a chiudere il differenziale di sviluppo che separava l’Italia da quello medio europeo. Lo hanno fatto proponendosi anno per anno obiettivi ragionevoli, sostenuti da politiche adeguate, che hanno permesso di centrare gli obiettivi di finanza pubblica dichiarati al paese. La fiducia cresce anche così, con parole veritiere in luogo di promesse irrealizzabili.
Il fatto stesso, del tutto inusuale, di proporre ormai a maggio una forbice così ampia per l’indebitamento (tra il 2,9 ed il 3,5%) è la dimostrazione di come la finanza pubblica sia costruita sulle sabbie mobile, con una serie di poste incerte ed inaffidabili, ed anche il limite considerato massimo del 3,5% appare subordinato al realizzarsi di previsioni piuttosto azzardate. Ora abbiamo presenti dati per lo sviluppo, per la produzione industriale, per la competitività sui mercati esteri che sono obbiettivamente impressionanti, che richiederebbero una lungimirante, tempestiva e coraggiosa azione di governo per orientare una nuova fase per la nostra Italia. Il nuovo governo annuncia le priorità della famiglia dell’impresa, del Mezzogiorno. Sono quelle che invano abbiamo richiamato per quattro anni. Perché dovrebbe essere realistica la loro realizzazione in dieci mesi dopo che non sono stare compiute in quattro anni, con l’aggravante di non avere più risorse a disposizione e di avere una maggioranza estenuata e divisa? E del resto la presentazione del nuovo governo da parte del presidente del Consiglio non offre alcun argomento, alcuna prova, alcun credibile quadro finanziario a supporto della realizzabilità degli ennesimi impegni.
Anzi, ulteriori incertezze si aggiungono nel campo specifico della politica economica. Ci sarebbe bisogno di una salda ed univoca conduzione, le scelte non sono semplici dovendo da un lato porre rimedio agli sfondamenti della finanza pubblica realizzati in questi anni, dall’altro allestire un piano di rilancio per l’economia italiana, di cui nel testo attuale del decreto sulla competitività non c’è traccia sostanziale.
Invece dobbiamo attenderci in questo campo un’indebolimento ed un frazionamento del potere decisionale, non solo per la posizione quasi da appoggio esterno assunto dall’Udc, ma per i conflitti potenziali innescati dalla composizione del governo. Non sarà facile la convivenza competitiva tra Siniscalco e Tremonti, che lo aveva accusato al momento del suo siluramento di alto tradimento, tra i due e Miccichè, che vorrebbe interpretare il ruolo di un nuovo ministro per il mezzogiorno, senza contare il nuovo ministro dell’industria Scajola, che vorrà giocare un ruolo un po’ più incisivo di quello evanescente svolto dal precedente.
Dunque non possiamo attenderci novità positive: basi di partenza indebolite dalla cattiva gestione della fi- nanza pubblica, ricette fantasiose e/o generiche, senza una base finanziaria certa, squadra di governo con dif- fidenze e rivalità. Si capiscono in questo quadro le riaffermate grida d’allarme di Confindustria e organizzazioni sindacali.

www.europaquotidiano.it

Arturo Parisi: La forza unitaria è stata il motore della vittoria
L'intervento alla Direzione federale della Margherita - La forza serena sviluppata oggettivamente dall’Ulivo, quasi indipendentemente da una specifica campagna, da un Ulivo ‘unito per unire l’Unione’ è stato il motore di tutta la dinamica elettorale.




"La forza serena sviluppata oggettivamente dall’Ulivo, quasi indipendentemente da una specifica campagna, da un Ulivo ‘unito per unire l’Unione’ è stato il motore di tutta la dinamica elettorale. Questo nelle regioni del Centro Nord dove l’Ulivo si è presentato, ma anche dove ci siamo presentati separati". È la posizione espressa da Arturo Parisi, nel suo intervento alla direzione della Margherita.

"Se nelle regioni nelle quali ci siamo presentati separati, in genere del Centro Sud - ha aggiunto Parisi - il risultato dei partiti dell’Ulivo è stato leggermente superiore alle regioni unitarie, questo è avvenuto perché al voto di opinione veicolato dal messaggio nazionale si è aggiunto l’apporto del voto particolaristico veicolato dal maggior numero di preferenze associato al maggior numero di candidati. Il risultato sarebbe stato identico - si domanda Parisi - se la dinamica fosse stata quella opposta? Ne dubito".

Secondo il presidente dell’Assemblea federale dei DL, "il risultato è diverso se di fronte agli elettori il motore è costituito dall’appello unitario o da quello particolaristico. Anche se sono note le mie preferenze io non conosco la risposta alla domanda su quale sia la lettura da preferire, e aspetto per tirare le somme la conclusione del ciclo elettorale che attende per chiudersi ancora il responso delle amministrative sarde, valdostane e siciliane. È tuttavia sicuro che pur essendo tutti gli apporti utili diverse sono le conseguenze che derivano dalla scelta di una o di un’altra lettura come prevalente. Se il motore della nostra avanzata, della avanzata che dobbiamo portare a compimento, è la nostra unità e alternatività politica dobbiamo rendere più nitida, forte e alternativa la nostra proposta. Se il motore fosse invece il voto particolaristico sarebbe comprensibile l’auspicio di quanti tra noi chiedono di aggiungere ai voti particolaristici acquisiti altri voti particolaristici grazie all’apporto di esponenti del ceto politico da qualsiasi parte essi provengono".

Parisi ha poi sottolineato che "come nello sport, anche in politica di fronte ad una indiscussa e indiscutibile vittoria quale quella delle ultime regionali per quel che riguarda il ‘che fare’ vale la regola ‘squadra che vince, linea che vince non si cambia’. Ma proprio per questo è urgente dare una risposta condivisa alla domanda ‘qual è la linea che ha vinto?’. Non possiamo infatti nasconderci - ha ammesso Parisi - che questa domanda abbia due possibili risposte. Una prima risposta immagina che dietro il risultato stia la competizione tra i candidati, che si sarebbe avvalsa e avrebbe rafforzato la forza di un partito finalmente riconosciuto dagli elettori. La forza e la competizione tra i partiti che la compongono ha reso poi forte l’Ulivo. A questa linea di lettura si contrappone una che segue invece il percorso opposto, quella nella quale mi riconosco meglio. Secondo questa a guidarci alla vittoria è stata l’unità del centrosinistra e la sua capacità di proporsi come una alternativa credibile alla crisi del berlusconismo. È questa unità e alternatività che è stata il magnete che ha richiamato gli elettori che nel 2000 si erano appartati nell’astensionismo; è questa unità che è stata il riferimento degli afflussi dell’elettorato urbano. Ma sarebbe stata possibile questa immagine di credibile unità - ha chiesto Parisi - se la lista dell’Ulivo non avesse svolto la sua funzione stabilizzatrice, neutralizzando la competizione interna tra i partiti che compongono la Federazione e se l’Ulivo avesse esasperato la sua competizione esterna verso gli altri partiti dell’Unione?".www.cittadiniperlulivo.com




Tony Blair nei guai : rapporto segreto , guerra in Iraq illegale
di G. Mira Marq e R. Guillermo

A pochi giorni dalle elezioni britanniche i media del Regno Unito hanno reso noto un documento che rivela come il governo Blair abbia cercato di coprire i dubbi sulla legalita' della guerra in Iraq, che pure furono avanzati da alcuni membri dello staff, poi dimessisi.

Il rapporto - che e' ora al centro del dibattito nazionale - promette di essere una spina nel fianco del primo ministro Tony Blair, che spera in un altro mandato, mentre i suoi avversari la usano anche nei manifesti, chiedendo ai cittadini di votare "per la verita'". I sondaggi, che prima davano Blair per favorito, ora mettono in dubbio una sua vittoria.

Le televisioni BBC e Channel Four hanno diffuso notizia del rapporto segreto, datato marzo 2003, dicendo che esso mostra il procuratore generale Lord Goldsmith esprimere dubbi sul fatto che la guerra fosse legale, solo 10 giorni prima che Blair desse l'ordine di partecipare all'invasione dell'Iraq alle truppe britanniche.

Il rapporto dice che un tribunale potrebbe concludere che la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU a quel tempo non autorizzava la guerra e Lord Goldsmith suggeriva per iscritto di chiedere un'ulteriore risoluzione piu' adeguata.

Ma - non e' noto se il rapporto ne parli - Elizabeth Wilmshurst, all'epoca l'avvocato anziano dell'ufficio legale del Foreign Office aveva evidenziato che la guerra in Iraq era illegale e si dimise dopo che il ministro aveva ignorato l'avvertimento.

A suo giudizio "si potrebbe dire che l'uso di forza nell'Iraq era aggressione" e una guerra dovrebbe essere basata sempre "sui fatti" piuttosto che "su un'asserzione" circa "una minaccia imminente", per cui la politica di difesa preventiva degli Stati Uniti e' illegale secondo diritto internazionale.

Dopo l'occupazione, l'avv. Wilmshurst espresse anche preoccupazione per la mancanza di protezione legale per gli Iracheni danneggiati dalle truppe alleate, da appaltatori civili e da guardie di sicurezza private.

Commentando che "i presunti abusi sui prigionieri potrebbero ritenersi crimini di guerra", la giurista disse di essere preoccupata del fatto che l'occupazione avesse dato una sostanziale l'immunita' ai civili americani e britannici ed anche la guerra al terrore di George W. Bush e' un "assurdita'" legale.

Ieri il leader dell'opposizione Michael Howard ha difeso i propri attacchi personali a Blair, nei quali lo accusava di bugie sulla guerra in Iraq. Il capo del partito conservatore ha detto che egli crede ancora che fosse giusto rovesciare Saddam Hussein, ma accusa il primo ministro uscente di aver presentato in modo strumentale le informazioni sulle armi di distruzione di massa in Iraq.

"Saremmo potuti andare in guerra e dire la verita', ed e' cio' che Blair non ha fatto", ha concluso Howard. E gli slogan della campagna elettorale dei Tory, il suo partito, sono ancora piu' taglienti, dato che - accanto ad un primo piano di Tony Blair - affermano: "se e' pronto a mentirci sulla guerra, e' pronto a mentire per vincere un'elezione".

Blair ha respinto gli addebiti dicendo in un comizio di essere disinteressato a replicare alle accuse dell'opposizione e di essere interessato solo al futuro del Paese. Alcuni mesi fa - parlando dell'intervento in Iraq, Blair ammise "che questa questione ha diviso il Paese" e che "gli elementi usati per provare che Saddam aveva armi chimiche e biologiche... si sono rivelati falsi", aggiungendo pero' - per giustificarsi - che "il mondo e' migliore con Saddam in prigione piuttosto che al potere".

Un altro momento difficile per Blair e' stata la dichiarazione di Kofi Annan, secondo il quale la guerra in Iraq fu illegale, ma un'inchiesta (non giudiziaria) britannica lo ha sostanzialmente scagionato, concludendo che - sebbene Blair non fosse stato molto chiaro nell'esporre la situazione al Paese - anch'egli si era basato su dati che credeva attendibili benche' non lo fossero.

Tuttavia le rivelazioni di oggi non portano danno solo alla sua credibilita' elettorale: anche un deputato del partito laburista ha deciso di aderire alla piccola formazione di opposizione dei liberaldemocratici. Brian Sedgemore era sempre stato apertamente critico sulla guerra in Iraq, ma anche sulle scelte del governo Blair riguardo ad altri temi controversi in Gran Bretagna, quali la guerra al terrorismo.

www.osservatoriosullalegalita.org

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Srebrenica che non è Prijedor
Michele Nardelli
Sead Jakupovic, dirigente di una organizzazione non governativa per il ritorno dei Bosgnacchi a Prijedor, spiega a Osservatorio sui Balcani perché in quell'area il rientro sta funzionando. E perché invece a Srebrenica la situazione è molto più complicata. E statica
Srebrenica (Foto di G.Fassino) Sead Jakupovic, deputato presso la Dom Naroda (Camera dei Popoli) della Republika Srpska (RS), è nato a Prijedor il 9 settembre 1954. Laureato in ingegneria chimica, prima della guerra era dirigente della Celpak (produzione di carta) e ispettore della sicurezza sul lavoro per 17 municipalità. Internato nei campi di concentramento di Omarska e Maniaca, all'inizio del 1993 riesce a riparare in Inghilterra grazie all'UNHCR (Alto Commissariato per i Rifugiati). Nel 1996 ritorna in Bosnia, a Sanski Most, con la moglie e i tre figli. Inizia a lavorare presso l'UMCOR [United Methodist Committee of Relief] per poi fondare il Dipartimento per lo sviluppo e la ricostruzione della Municipalità di Sanski Most. Nel 1998 rientra a Prijedor, dove viene eletto vice presidente della giunta comunale della città. Molto attivo nel settore non governativo, ha cercato di sostenere il ritorno dei Bosgnacchi anche a Srebrenica e nella Bosnia orientale


Come ricordi la fase iniziale del tuo lavoro a Prijedor, nel 1998?

In quel periodo il mio lavoro è stato quello di coinvolgere le organizzazioni internazionali per il ritorno dei rifugiati a Prijedor. E' stato un periodo molto duro per i musulmani di Prijedor, poiché il partito SDS [Partito Democratico Serbo, ndr] era molto forte. Per questo abbiamo organizzato alcuni gruppi di persone a Sanski Most e abbiamo registrato una ong [organizzazione non governative, ndr], la "Fondazione per il ritorno e la ricostruzione Prijedor 98". Attraverso questa organizzazione abbiamo fatto progetti e richiesto finanziamenti per le case, le infrastrutture e le scuole, alle organizzazioni internazionali.

Sette anni dopo, qual è la situazione dei ritorni a Prijedor?

Oggi in Prijedor abbiamo circa 20.000 ritornati. Abbiamo aiutato la ricostruzione di più di 5.000 case, quasi tutte la scuole, ambulatori, acquedotti, e ora stiamo cercando di aiutare a rendere sostenibile la vita delle persone. Cioè li aiutiamo a realizzare progetti di impresa e di sviluppo per permettere loro di ricevere finanziamenti per creare lavoro, soprattutto nel settore agricolo, che ora è il settore di maggior interesse per i ritornati. Durante questo periodo abbiamo aiutato anche i rifugiati serbi a ritornare, soprattutto nella regione di Dabar (che appartiene alla Municipalità di Sanski Most), Bosanska Bojna (Velika Kladusa), Pritoka (Bihac) e nella regione di Bugojno.

Qual è stato invece il tuo ruolo nel processo di ritorno delle popolazioni bosgnacche a Srebrenica?

USAID [la cooperazione governativa statunitense, ndr] durante la cerimonia di inaugurazione dell'illuminazione nell'area Kamicani e Kevljani (Prijedor) mi ha chiesto di andare a Srebrenica per fondare un'organizzazione tipo la ‘Fondazione' per aiutare il processo di ritorno a Srebrenica, per avere là delle persone locali che potessero prendere la vita nelle proprie mani e utilizzare i finanziamenti delle organizzazioni internazionali. Sono stato a Srebrenica molte volte, ho visitato molti villaggi e ho visto che la situazione nella regione è molto difficile. Ho parlato con molte persone a Srebrenica, ma sfortunatamente non ho trovato un modo per creare una organizzazione locale simile alla mia a Prijedor.

Ho fatto in modo che l'organizzazione Bauern helfen Bauern (Austria), che ha aiutato molto a Prijedor nelle fasi del ritorno con aiuti diretti soprattutto in alimentari, aprisse un proprio ufficio a Srebrenica, e più volte sono andato lì con loro.

Cos'è cambiato in questa città dalla fine della guerra ad oggi?

Cambiamenti ne sono avvenuti, ma in misura non sufficiente. A Srebrenica le persone continuano a vivere nelle case distrutte e nelle tende e molti di loro ancora vivono nei centri collettivi nella Federazione o in sistemazioni alternative in Tuzla, Zenica, Sarajevo e altre città della Federazione. Ho conosciuto a Bratunac un'associazione di donne molto interessante, che opera anche a Srebrenica: penso che per questa città ci sia una possibilità di sopravvivere solo se la comunità internazionale e il governo di BiH vogliono realizzare una vita normale a Srebrenica con una strategia chiara e precisa.

Quali difficoltà hai incontrato nell'avviare questo processo di ritorno rispetto a Prijedor?

Ho visto che il problema più grande a Srebrenica, e in generale nella Bosnia Orientale, è che le persone che rappresentano la comunità e che dovrebbero essere i leader del processo di ritorno in quest'area lavorano e vivono a Sarajevo e Tuzla, o altre città della Federazione, e questo è un esempio negativo per le persone che dovrebbero ritornare. L'esempio di Prijedor è molto positivo perché i leader del ritorno nella Municipalità di Prijedor sono ritornati per primi, a differenza della Bosnia Orientale. Penso che per Srebrenica noi tutti (locali e comunità internazionale) dobbiamo essere meglio organizzati: il mio suggerimento per la comunità internazionale è di sviluppare una strategia per lo sviluppo della regione (Srebrenica, Bratunac e Milici) indicando esattamente il numero della case, il numero delle scuole, strade, impianti di illuminazione, settori per lo sviluppo economico. Da questa strategia dovrebbero nascere dei programmi e da qui i progetti che il governo locale e la comunità internazionale dovrebbero sostenere. Altrimenti ancora per 10 anni continueremo a parlare parlare parlare, e le persone di Srebrenica non vedranno niente, come adesso. La comunità internazionale dovrebbe definire una strategia, individuando le persone adatte e formandole affinché possano prendere la situazione nelle proprie mani.

Intorno a Srebrenica c'è molta politica, mentre non c'è un reale desiderio di aiutare quella comunità. Il mio suggerimento per il governo della BiH e per la comunità internazionale è che si fondi una commissione per lo sviluppo di Srebrenica, come dicevo, per creare strategie, programmi, progetti e la loro implementazione. Le altre cose sono solo politica, politica, politica.

Srebrenica (Foto di G.Fassino) Qual è stato il tuo rapporto con gli amministratori della municipalità di Srebrenica?

Ho avuto contatti con il sindaco e altre persone dell'amministrazione, che sono state solo delle relazioni formali. Non ho trovato un atteggiamento pronto ad accettare consigli e aiuto da una persona che proviene da una regione diversa. Se qualcuno vuole aiutare seriamente Srebrenica sono pronto a far parte della squadra che può fare un buon lavoro per quella regione. Penso che il governo locale e le organizzazioni internazionali dovrebbero essere più seri e trovare modalità e persone per fare meglio e più per Srebrenica.

Come valuti il ruolo della comunità internazionale in questa municipalità?

La comunità internazionale a Srebrenica ha investito molte risorse, ma non ci sono risultati rispetto ai finanziamenti. Quando a Prijedor c'è stato un intervento molto grande per la ricostruzione delle case, abbiamo messo in piedi il nostro RRTF (Return and Reconstruction Task Force), un organismo dove OHR, OSCE, SFOR Cimic Centre, UNHCR, organizzazioni internazionali che intendevano investire a Prijedor, Fondazione '98, a volte anche il governo locale, si ritrovavano regolarmente per parlare dei problemi, delle risorse disponibili: lì abbiamo indicato le nostre priorità e le proposte per i progetti da realizzare. A Srebrenica non c'è coordinamento tra le organizzazioni internazionali e non esiste un'organizzazione locale come Fondazione '98, che ha raccolto i problemi e i bisogni della popolazione rientrata.

Il problema è che la comunità internazionale non si è coordinata e non ha realizzato una valutazione appropriata della situazione, ma questo è dovuto al fatto che non esisteva una forte organizzazione locale che poteva fornire le informazioni alla comunità internazionale. Ce ne sono alcune ma non sono buone, e non c'è una buona comunicazione tra di loro.

Qual è l'immagine che ti viene in mente pensando alla Srebrenica di oggi?

L'immagine che mi viene è quella di villaggi lontani chilometri dalla città, strade in cattive condizioni, case devastate, agricoltura senza equipaggiamento.

Molte volte mi trovo a paragonare Prijedor e Srebrenica, mi vien da dire che qui siamo molti passi avanti, e al tempo stesso mi intristisco pensando alla situazione di Srebrenica, anche perché mi sento molto vicino a quella gente. La comunità internazionale e il governo di BiH devono fare tutto il possibile affinché le organizzazioni delle donne e le ong che organizzano dimostrazioni a Tuzla e Sarajevo possano organizzare queste attività a Srebrenica stessa, che possano quindi ritornare e promuovere le loro rivendicazioni dal posto dove vivono, non come profughi da Tuzla o Sarajevo.

Ci sono stati esempi positivi di collaborazione fra le diverse nazionalità?

Quando sono stato a Srebrenica ho visto poche persone comunicare tra loro, come era a Prijedor nel 1998. Anche in base alla nostra esperienza posso però dire di non essere pessimista, purché si aiutino le persone a realizzare una vita normale. E' molto più facile lavorare sulla comunicazione tra musulmani e serbi, se i rientranti avranno condizioni buone per vivere (case, ambulatori, scuole), altrimenti continueranno ad odiare i serbi per la distruzione delle loro case, proprietà, etc. Ho conosciuto due organizzazioni di donne, una musulmana e una serba, che lavoravano insieme. Hanno avviato insieme coltivazioni nelle serre. Ma hanno bisogno di un maggior supporto. Ad esempio, bisognerebbe che la comunità internazionale sostenesse quei progetti che hanno fra i loro requisiti la cooperazione tra le due nazionalità.

E poi un altro suggerimento: quello di aprire un'Agenzia della Democrazia Locale anche lì, a Srebrenica. /www.osservatoriobalcani.org



Soru: resistenza contro le basi
«Nei prossimi giorni la Regione effettuerà una resistenza pacifica contro le servitù militari in Sardegna». Parola di Renato Soru. «La commissione paritetica eletta in consiglio - ha spiegato il presidente della Regione - avrà il mandato di rifiutarsi ad autorizzare qualunque atto di tipo militare». E' l'ultimo gesto, il più clamoroso, di un impegno preso in campagna elettorale al quale Soru intende evidentemente dare seguito. Vuole ottenere dai militari italiani e americani che controllano una porzione vastissima del territorio e del mare sardo un credibile piano di ritiro. «Noi - ha detto Soru - saremo contrari a tutto ciò che riguarda le servitù fino a quando non riconosceranno alla Sardegna il diritto di discutere su questo tema. Anche quando lo richiederanno, lo respingeremo sempre e siamo disposti ad andare sino al Consiglio dei ministri fino a che il peso delle servitù militari ritorni a livello accettabile. Non è pensabile - ha concluso il presidente - che, ad esempio, l'80% delle bombe italiane siano esplose nella nostra isola». www.ilmanifesto.it


Fotomontaggio nazi del Papa, giudice chiede il sequesto di Indymedia
di red

La Procura di Roma ha chiesto il sequestro preventivo del sito antagonista internazionale di controinformazione Indymedia.org per vilipendio alla religione cattolica. Nella sezione italiana del sito infatti si troverebbe pubblicato un fotomontaggio di papa Benedetto XVI vestito con una uniforme nazista e fascia con il simbolo della svastica sul braccio sinistro. Sullo sfondo un grande drappo del Terzo Reich. Gli informatori della Digos parlano anche di una serie di espressioni ingiuriose e contrarie al papa, compresa “papa nazista”.

Il sito è registrato a nome della società IMC con sede in Brasile. Il capo della procura Giovanni Ferrara e il pm Salvatore Vitello intendono firmare una rogatoria soltanto a sequestro ottenuto. Intanto hanno chiesto al ministro della Giustizia l'autorizzazione a procedere anche in relazione al reato di offesa all'onore e al prestigio del sommo pontefice.

Non è la prima volta che il sito di controinformazione viene minacciato di chiusura e poi oscurato. L'ultima vicenda in ordine di tempo risale all’ottobre del 2004 quando la Procura di Bologna chiese alle autorità americane l'identificazione di alcune persone che sul sito avevano usato parole offensive sui militari italiani morti a Nassiriya. L'inchiesta, avviata contro ignoti, partiva dalle accuse di istigazione e apologia di reato, e di vilipendio delle Forze armate. Allora l'operazione si concluse con la chiusura di oltre venti siti Indymedia nel mondo, tra cui quello italiano e inglese, da parte dell’FBI. Interrogato sulla questione il ministro Pisanu affermò che il governo non c'entrava con la decisione del sequestro e che dagli Usa si erano mossi per una denuncia partita dalla Svizzera. Poi però arrivò la smentita da parte della stessa intelligence: «È stata sia la Svizzera che l’Italia a chiederci di intervenire».
unita.it

La guerra come sottofondo
Una giornata tipo davanti alla tv americana: la glorificazione del militarismo





scritto per noi da
Matteo Colombi

La radio starnazza alle mie spalle… “Warriors and Weapons Weekend sul Discovery Channel.” Guerrieri e armi. Che bello. Per un weekend intero. Non avendo la tv via cavo, per scelta e per fortuna, evito. Sennò, se fossi un invasato medio, potrei anche guardare il nuovo Military Channel, ove tutta la storia del mondo viene ridotta ai materiali filmati dal governo americano nelle sue varie guerre e cose simili. Sostanzialmente, noioso. Del dolore della guerra, nulla. Però tante immagini di cose che esplodono, cose che cadono a pezzi, tanta retorica patriottarda. Qualche volta lo si potrebbe scambiare per la Cnn se non fosse che lì o sulla Fox interrompono le marce militari per seguire lungamente le presunte disfunzioni psicologiche e sessuali di Michael Jackson. La parte migliore della televisione sono le notizie meteorologiche. E’ l’unico momento in cui l’incentivo a mentire è minimo, inoltre noi siamo in grado di scoprire abbastanza in fretta chi è attendibile. Per il resto, meglio guardare i cartoni animati (solo quelli per bambini fino ai tre anni però, perché dopo comincia il nazionalismo-consumismo come pedagogia centrale, corredata da più o meno paludati stereotipi di genere, classe e razza).

Non resta che guardarci la Pbs, la tv pubblica americana, che per almeno un terzo degli show mostra fiction, notizie e documentari all made in Great Britain. Prova dell’esistenza dell’anglosfera. Una dose di Monty Python non sarebbe male, tuttavia, ma non l’ho ancora vista. Invece ci si può sorbire la Bbc, un po’ filo-governativa ma molto pacata e meglio informata dei nostri notiziari autoctoni. Attenti al venerdì, però, perché Battlefield Britain è in onda, e invece di sorbirsi il nazionalismo-militarista americano uno deve guardare la versione inglese. Che è anche un po’ più fastidiosa per il fatto che i britannici ormai sono ridotti a fare le guerre altrui.

La guerra, questa guerra, altre guerre, passate e future, opportunamente rivista, confezionata in un formato privo di vittime civili e amoralità è il sottofondo costante del nostro vivere da americani. Ho parlato con un mio caro amico; ha appena rivisto dei ragazzi che conoscevamo alle medie ed i primi anni delle superiori, a Pittsburgh. Erano già tutti piccoli balilla, membri del ROTC (le scuole militari), che ogni mercoledì vestivano la divisa, avevano i ranghi, e piccoli privilegi. Se si fossero arruolati subito dopo il diploma avrebbero ricevuto un bonus, e soldi per andare all’Università. Per loro era emozionante ed era un modo di stare tra amici, per le forze armate erano un centro di reclutamento travestito da centro sociale. Ce ne sono a migliaia. Io sono tornato in Italia, e poi da giovane adulto sono ritornato in america. E li ho rivisti. Il mio caro amico non veste divise, ma questi due ragazzi sono nei Marines e nell’esercito. “Hanno due prospettive diverse sull’Iraq” mi dice di loro“il Marine sembra a posto”, poi aggiunge “…è stato a Fallujah... dice che i Marines hanno raso al suolo la città”. “L’altro opera a Baghdad, è un ufficiale, ha degli uomini sotto...”. “Hanno due idee diverse degli iracheni...lui li evita...ha una visione più politica, più vasta della situazione”.

Gli americani, così diretti nel parlare, diventano sempre sibillini di fronte a quello che importa davvero, classe, razza, impero, e non è chiaro se questo commento, questo contrasto tra i due militari, il marine e l’ufficiale, sia di biasimo o una semplice constatazione di fatto. Non ci sono e non ci saranno immagini in televisione sulla distruzione di Fallujah. Solo frammenti di video qua e là, e mercati pieni di pomodori, come ci hanno già mostrato, a simbolo di una ricostruzione che è un’altra frottola da aggiungere alle altre. La verità affiora a brandelli, da telefonate tra amici e conoscenti, testimonianze private, appartate, nel silenzio-assenso pubblico. La guerra rimane il sottofondo musicale, il ritmo che detta la danza dei pensieri, del vivere quotidiano e della politica di questo paese. Un paese dedito alla guerra come modo d’essere, di fare, di pensare: the american way of life. www.peacereporter.net

Un fallimento annunciato







La TV che non c'è continuerà a mancare. Le trasmissioni in digitale terrestre non sostituiranno quelle tradizionali entro la data del 31 dicembre del 2006. Sembra già fantascienza la scadenza in cui si dovrebbe realizzare l'auspicato “switch off”, ovvero lo spegnimento di ogni segnale TV analogico per lasciare funzionante solo quello in digitale. Inoltre, la condanna dell'Antitrust per “pubblicità ingannevole” subìta dagli spot sul decoder del digitale terrestre sembra aver messo il timbro del fallimento su uno dei progetti fondanti della legge Gasparri. Ma non è stato solo l'intervento - come al solito un po' tardivo dell'Authority – a mettere in crisi il nuovo sistema. Il DTT, come si chiama con un brutto acronimo, è stato frenato da due elementi fondamentali: la difficoltà tecnica nel ricevere il segnale in molte zone, con le stesse modalità di installazione che richiedevano a volte l'intervento di un tecnico, e poi – soprattutto – la mancanza di trasmissioni differenti da quelle della TV tradizionale. “ Alla fine – dice Carmine Bonanni, partenopeo appassionato di nuove tecnologie, uno dei primi entusiasti che hanno comprato il decoder – da un anno si vedono gli stessi canali della Tv normale, anzi qui da me non si prendono nemmeno Canale 5 e Italia 1. Mentre in più si vede solo Boing, un canale di cartoon per bambini”. Insomma, perchè cambiare elettrodomestico se le prestazioni sono identiche ? Così, ai tanti fallimenti del governo Berlusconi, sembra doversi aggiungere senz'altro quello del digitale terrestre.

E in questi giorni si registra la presa di posizione del Movimento Difesa del Cittadino (Mcd) che in un suo comunicato dice di essere “ favorevole al rinvio dello spegnimento dell'analogico al 2008 (anziché il 2006) e a un'indagine della Commissione Ue sugli aiuti di stato al digitale terrestre”. Il Movimento Difesa del Cittadino "spera che un intervento della Unione serva a chiarire tutti gli aspetti poco chiari legati allo sperperio di soldi pubblici per i decoder il cui costo è calato nel giro di un anno da 120 euro a 70 euro".

Il ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri, però, continua ad affermare che non ci sarà nessuno slittamento nel passaggio dalla tecnologia analogica a quella digitale. Ma sul tema insiste Carla Mazzucca, dei Repubblicani Europei, che lo interpella così: “Il governo oggi ( 14 aprile – ndr ) ha mandato in Aula a rispondere il sottosegretario Baldini, eccelso conoscitore dei sistemi e delle reti telefoniche ma meno del comparto televisivo, che ha letto un testo preparato, mancando così di fornire una risposta sul fatto gravissimo che lo switch-off del 31 dicembre 2006 priverà i 33 milioni di cittadini che posseggono un televisore analogico, ma non un decoder per la tv digitale, del loro diritto costituzionale all'informazione". "Il governo - insiste la Mazzucca - non ha dato risposta di come intenda dotare di decoder i milioni di famiglie italiane che ancora non lo hanno entro la data prevista per lo switch-off, e non ha neppure risposto alla richiesta, sempre più pressante, del rinvio della data dello switch-off al 2012". Intanto però, c'è chi si attrezza per rispettare i tempi. La Sardegna, ad esempio, dove il 15 e 16 aprile si è tenuta la prima conferenza nazionale sul passaggio al digitale, in cui esperti e studiosi hanno lavorato sulle esperienze di applicazione del digitale in tutta Europa. L'isola vuole diventare una grande area-test per il DTT. Dal 31 gennaio 2006 le famiglie sarde avranno a disposizione 500 mila decoder per il passaggio al sistema digitale terrestre di ricezione delle trasmissioni Tv. Si comincerà con 350 mila decoder nelle aree intorno a Cagliari, Sassari, Nuoro e Oristano, dove dal 1º febbraio prossimo circa il 70% della popolazione dell'Isola potrà passare al nuovo sistema, con contemporaneo spegnimento dell'analogico. Così almeno la pensano Soru, Gasparri e Innocenzi, il nuovo commissario dell'Authority delle Comunicazioni, non ancora insediatosi. Innocenzi ha confermato al presidente della Regione l'entità dell'investimento dello Stato: 35 milioni di euro per contribuire ad abbattere i prezzi di acquisto dei decoder da parte delle famiglie sarde, mentre Soru ha comunicato la scelta già fatta dalla Giunta regionale di destinare al progetto 10 milioni di euro. Ma in tutto questo c'è un convitato di pietra, ovvero la Sky di Murdoch. Il cui management non è affatto contento di una concorrenza che viene incentivata con i soldi pubblici. E proprio attraverso l'unico contenuto che sembra funzionare sulla TV digitale, ovvero il calcio.

Di Giulio Gargia – da Avvenimenti


INTERVISTA CON GIULIETTO CHIESA: “L'ITALIA ALLA DERIVA”

di Costantino Cossu
da La Nuova Sardegna

Guerra globale, Costituzione violata, diritti sociali e civili, democrazia nella comunicazione e nell'informazione. Sono questi i temi dell'incontro-dibattito con Giulietto Chiesa in programma domani, alle 17,30, nell'aula magna dell'Università di Sassari. Il titolo scelto dagli organizzatori (Al Mustensseria, Amerindia, Amici del Manifesto, Arci, Camineras, Centro studi Antonio Gramsci, Italia-Cuba, Libreria Odradek, Magistratura democratica) è “La democrazia è morta, viva la democrazia”. Proprio dalla drastica riduzione degli spazi di partecipazione democratica e dalle possibili strategie per contrastarla parte l'intervista che Chiesa ha rilasciato alla “Nuova”.


Che cosa pensa delle modifiche costituzionali imposte dal Centrodestra con una votazione a maggioranza?

“Non esito a dire che ci troviamo di fronte ad un vero e proprio colpo di Stato. Al premier viene affidato un ruolo che di fatto esautora il Parlamento; finisce anche il ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica. Ma il punto vero, quello più grave, è che viene meno l'idea stessa di una costituzione, di un patto condiviso che stia a fondamento della vita di un'intera comunità nazionale. Questo era la carta costituzionale: il prodotto di una grande concordia nazionale, di un grande progetto comune. Ciò che ha fatto il governo Berlusconi è esattamente il contrario: è la violenza di una presunta maggioranza contro il resto del Paese. E' l'inizio della fine della democrazia in Italia. Passa la regola dell'arbitrio, del potere incontrollabile di un premier che potrà infischiarsene del Parlamento”.

Pochi giorni fa l'Istituto internazionale della stampa, nel resoconto annuale pubblicato a Vienna, ha denunciato una situazione di grave limitazione della libertà di stampa in Italia...

“E' così infatti, ed è da tempo che io e pochi altri lo diciamo. Il fatto è che su questo punto assistiamo ad un vergognoso tradimento dei chierici. Gli intellettuali italiani, nella loro grande parte, si sono arresi, hanno lasciato fare, hanno chiuso gli occhi, hanno ignorato. Si sono mostrati incapaci di denunciare la violazione aperta dei principi democratici, senza decenza, senza dignità. Giornali che si proclamano liberali hanno mostrato una completa condiscendenza verso chi ha sistematicamente limitato e ridotto gli spazi della libera manifestazione del pensiero. I direttori e gli editorialisti dei più importanti quotidiani italiani sono corresponsabili del più poderoso attacco ai diritti dell'informazione che sia stato sferrato nella storia recente d'Italia”.

Quindi colpe degli intellettuali ma anche dei giornalisti...

“Il livello di consapevolezza dei giornalisti è infimo. Ma è anche vero che l'intero movimento democratico non ha percepito e continua a non percepire ciò che sta accadendo. I giornalisti hanno possibilità di difesa limitate. Non hanno sponde, sono stati lasciati soli. Se Fassino e D'Alema dialogano con i peggiori tra coloro che dovrebbero fare informazione, coi giornalisti di regime, che cosa possono fare i cronisti che stanno chiusi nelle redazioni, soggetti ai diktat di direttori diventati sovrani assoluti. Oggi se un ragazzo di venticinque anni, che comincia a fare il giornalista, prova ad opporsi lo mettono fuori, perché è solo, nessuno lo sostiene. Anche la sinistra più a sinistra non ha capito questo”.

Che rapporto c'è tra difesa della democrazia e difesa della pace?

“La pace è la base della democrazia. Sul piano interno, rotto il patto costituzionale tra gli italiani, il centrodestra userà il bastone del comando, che le modifiche della Carta gli hanno messo disposizione, per imporre la volontà di una parte. La prima guerra che ci sarà, sarà una guerra dentro i nostri confini, tra i potenti e gli altri. Fine della democrazia significa inizio della guerra interna, la guerra dei forti contro i deboli. Sul piano internazionale, la guerra è una menzogna e la democrazia non si può fondare sulla menzogna. Non si può costruire la democrazia in Iraq, né in alcun'altra parte del mondo, attraverso una guerra che è una colossale menzogna, attraverso una guerra che usa i valori universali della democrazia per mascherare le finalità di potere, di dominio mondiale della superpotenza americana”.

Il centrosinistra prodiano le pare consapevole di questo nesso tra pace e democrazia?

“Per niente. C'è una parte cospicua di questo centrosinistra che non capisce. Basti pensare alle aperture di credito fatte da Piero Fassino verso la nuova amministrazione Bush. E' un'opposizione che cerca permanentemente soluzioni bipartisan con questa maggioranza. Chi dialoga con chi vuole la guerra accetta criteri inaccettabili. Fassino dice: "Noi abbiamo scelto il sistema di valori di questa amministrazione americana"“. Dal caso Sgrena-Calipari che cosa emerge?

“Dagli ultimi sviluppi emerge, con chiarezza se possibile ancora maggiore che all'inizio, che siamo sudditi dell'impero. Siamo governati da un vassallo dell'impero, il quale applica con zelo straordinario le regole dell'impero”.

Cosa pensa della polemica su Cuba che ogni tanto rispunta?

“Cuba è sotto assedio da decenni, sottoposta alla formidabile pressione politica, economica, mediatica di un colosso come gli Stati Uniti. In una situazione del genere, il riflesso di chiusura di Fidel Castro mi sembra più che comprensibile. Le responsabilità stanno a metà strada. Nel senso che se si denuncia la mancanza di democrazia a Cuba, bisogna dire anche che gli Usa sono responsabili di quella mancanza almeno quanto Castro”.

La Cina. Ormai è evidente che per Bush è Pechino, in prospettiva, il vero nemico...

“La Cina è esplosa, diventando una grande potenza economica, per effetto della globalizzazione. Fino a ieri la globalizzazione era tutta favorevole all'Occidente, ora accade che presenti un risvolto non controllabile: il crescere della potenza cinese, rispetto alla quale gli Usa si pongono un problema di controllo in una ottica egemonica. La strada giusta, invece, sarebbe quella di porsi in un'ottica pluricentrica e considerare la Cina uno dei partner insieme ai quali costruire un ordine mondiale fondato sulla pace e sul dialogo. Tanto più che il governo cinese, comunque lo si voglia considerare, è l'unico al mondo che si è posto il problema di ridurre la propria crescita. E quindi non sembra proprio che abbia intenzione di mettersi in una posizione di contrasto degli interessi americani sui mercati mondiali”.

La riforma dell'Onu. Kofi Annan ci prova, ma con scarsi risultati...

“Kofi Annan fa quello che può. Il fatto è che la riforma si può fare solo attraverso l'accordo tra i grandi del mondo. Affrontare davvero il problema del governo del pianeta richiede nuove istituzioni. Un governo del mondo basato sui criteri della democrazia rappresentativa oggi non è all'ordine del giorno, perché presuppone un voto per ogni cittadino del pianeta in una situazione in cui questo voto non può essere espresso o non avrebbe comunque un significato. La via è un'altra: individuare le sfide che il pianeta si trova di fronte (acqua, energia, ambiente e altre) e dar vita ad una serie di agenzie internazionali che, come nel modello europeo, su ogni singola questione ricevano dall'Onu poteri e deleghe, secondo una prassi istituzionale accettata da tutti, con il fine di prendere decisioni vincolanti per i Paesi membri”.

Sinistra e movimenti: che cosa blocca il dialogo?

“Tante cose. Siamo al punto terminale di una parabola risibile. Sono quasi trent'anni, ormai, che i partiti della sinistra non esercitano più alcuna funzione formatrice. Il partito leggero, la fine delle organizzazioni di massa, hanno prodotto una frantumazione tremenda. Esistono milioni di persone che vorrebbero fare politica e non ci riescono, oppure ciascuno arriva alla politica attraverso un suo sentiero personale. Manca un punto di riferimento autorevole, moralmente alto. Il movimento per la pace è la cosa più alta che è stata prodotta in Italia, ma i leader non sono stati all'altezza. C'è un ruolo da svolgere. Qualcuno dovrà pure fornire un punto di riferimento. Da chi dobbiamo aspettarcelo oggi? Gino Strada, Alex Zanotelli, Luigi Ciotti... che si alzino, che si vedano, che dicano”.

Perché in Italia si parla così poco delle esperienze di democrazia partecipata che anche da noi cominciano a sorgere sul modello di Porto Alegre?

“Dovrebbero parlarne la politica e i media. Ma i partiti vedono in quelle esperienze modelli vincolanti della gestione oligarchica del potere di cui loro sono i protagonisti, quindi ne hanno timore; i media, con il sistema di potere oligarchico sono fortemente compromessi, perciò tacciono”.




LEONI NON SOLO IN AFRICA…
General, Brief


Un censimento tra rari leoni asiatici in India dimostrerebbe un aumento della popolazione del 10% negli ultimi quattro anni, arrivando alla cifra, invero ancora piuttosto esigua, di 359 esemplari. La notizia è stata annunciata con orgoglio dal governo del Gujarat, Stato occidentale indiano, riferendo uno studio condotto dalle guardie forestali e da volontari nella giungla del parco nazionale di Gir, una riserva naturale di 1500 chilometri quadrati fondata nel 1947 per proteggere la fauna dopo secoli di caccia spietata. Come dimostrano testimonianze storiche e del patrimonio artistico – si pensi a bassorilievi dei palazzi assiri o alle caratteristiche statue leonine cinesi- i leoni erano un elemento comune della fauna asiatica, in particolare nelle aree del medioriente, fino alla valle dell’Indo e in Cina. Si stima che circa un secolo fa i leoni asiatici nel Gujarat fossero un migliaio, poi ridotti ad appena una ventina nel 1913. Secondo il nuovo censimento, eseguito con il metodo della rilevazione delle orme e non più usando vitelli come esca come stato fatto fino al 2001, è risultato che nel parco ci sono 89 leoni adulti maschi, 124 femmine e 146 cuccioli. Ma gli ecologisti, pur riconoscendo la quasi scomparsa del bracconaggio (solo un leone ucciso negli ultime tre anni, ha detto il governo) critica invece l’eccessiva presenza di turisti (10.000 l’anno) e la scavo di una cava all’interno del parco naturale, fattori che disturberebbero gli animali ostacolandone la riproduzione. Il ‘Centro di informazione sul leone asiatico’ ha contestato i dati censimento, ritenendo il metodo di ricerca poco accurato: secondo una sua passata indagine condotta da questo centro di ricerca nella foresta del parco Gir, con la tecnica della valutazione radiotelemetrica degli spostamenti degli animali, gli esemplari sarebbe invece 202. [BF]www.misna.org


In India si esternalizza anche il commercio illegale di farmaci
di Siddharth Srivastava
I brevetti delle multinazionali farmaceutiche passano attraverso l’inacessibilità ai medicinali da parte di chi ne ha bisogno
Collegamenti telematici ad alta velocità e minori costi rispetto agli Stati Uniti: questi sono i due fattori che portano all’esternalizzazione delle professioni in India.

E ciò vale, ora, anche nel caso in cui la professione in questione sia criminosa. In quello che è stato descritto come il caso più eclatante di coinvolgimento di popolazione indiana in affari illegali, è stato scoperto da autorità indiane e statunitensi un racket di farmaci multimilionario. Come si può intuire, il commercio illegale di farmaci è prosperato grazie alla diffusione nel paese dei collegamenti via Internet e all’inefficace applicazione esecutiva del sistema legislativo indiano. Ma anche grazie alle politiche economiche di vendita a basso prezzo.

Indagini durate un anno e condotte congiuntamente da autorità statunitensi e indiane hanno rivelato che un’enorme quantità di narcotici e pastiglie psicotrope (medicinali regolamentati) sono stati illegalmente esportati dall’India agli Usa attraverso ordinazioni on-line.

La domanda inoltrata da cittadini statunitensi tramite richieste via e-mail su server e siti web giungeva a un team di medici indiani che si occupava di procurare i necessari permessi per l’acquisto dei farmaci in India; da qui venivano inviati per mare negli Stati Uniti, stoccati a Philadelphia e New York, e venduti infine ai consumatori finali. Le autorità di Delhi hanno recuperato più di quattro milioni di pasticche (valutate intorno a cinque milioni di dollari Usa), mentre oltre sette milioni di dollari di fondi appartenenti a un cartello di imprese farmaceutiche indiane sono stati depositati in conti di istituti bancari di tutto il mondo.

Tra le sostanze in questione figurano generici narcotici antidepressivi come il Vicodin e lo Oxycontin, amfetaminici come il Ritalin, anabolizzanti, il Viagra e altre dozzine di sostanze regolamentate, come diazepam, alprazolam e paracetamol con codeina. Karen P. Tandy, capo della DEA (Drug Enforcement Administration), ha affermato: “In questa prima grande azione internazionale contro le farmacie on-line fuorilegge e le loro fonti di approvvigionamento, abbiamo estromesso i trafficanti da Internet.”

Discutendo di questo fenomeno, un responsabile dell’Ufficio Governativo indiano per il controllo dei narcotici ha sostenuto che la ragione di un tal massiccio numero di esportazioni si identifica nel grande scarto tra i prezzi dei medicinali in India rispetto a quelli vigenti in paesi avanzati come Canada, Australia e Usa. “Il fatto che i prodotti farmaceutici in questi paesi siano molto costosi dipende dal regime di prezzi relativi adottato. Sfruttando il consistente differenziale di prezzo rispetto ai paesi in via di sviluppo come l’India, individui senza scrupoli intraprendono le loro illecite operazioni commerciali”.

È stata la prima volta che autorità indiane e statunitensi hanno congiunto le loro indagini per incrinare un traffico illegale di tale portata condotto via Internet.
Il maggior ostacolo alla lotta contro l’illegalità telematica consiste nella mancanza di una legislazione uniforme, valida a livello internazionale. Alcuni paesi, come la Gran Bretagna, hanno emanato efficaci provvedimenti legislativi contro i “cyber-crimini”, tra cui il ‘Computer Misure Act’ del 1990. Altri stati hanno emanato leggi che mancano di piena esecutività, altri ancora si stanno dotando di provvedimenti la cui promulgazione verrà discussa anche in sede giudiziaria. In sostanza, se il paese dove questi crimini vengono commessi non possiede di appropriate misure legislative atte a impedirne la diffusione, nessuno può dichiararsi completamente esente da responsabilità per non averli impediti.

Illegalità internazionali commesse via Internet che coinvolgono popolazione indiana sono stati scoperti anche precedentemente, ma si è trattato, più che altro, di atti di raggiri e imbrogli individuali: estorsioni, false identità e attività di hacking sono piuttosto frequenti. È anche accaduto che un indiano abbia apparentemente venduto una proprietà del valore di centinaia di migliaia di dollari in Internet: si è poi scoperto che si trattava della residenza del primo ministro del governo.

Recentemente, un presunto guru new-age è stato arrestato per aver molestato una ragazza britannica e, dopo aver convinto il padre di lei del fatto che egli fosse realmente in possesso di “eccezionali poteri sprituali”, averla addescata e condotta in un ashram indiano (luogo di venerazione). Il santone, grazie ai collegamenti via Internet, ha avviato e ha costantemente mantenuto contatti con la famiglia della giovane, arrivando a minacciare di sfruttare le proprie abilità soprannaturali contro la ragazza se le sue richieste non fossero state accolte.

Un altro caso ha notevolmente compromesso i processi di esternalizzazione delle imprese e il relativo sistema di business interno dell’India: alcuni dirigenti di Mphasis, che gestisce per e collabora con Citibank, sono riusciti a deviare le destinazioni di fondi bancari dopo aver ottenuto, grazie ad attività collusive con i responsabili dell’istituto negli Stati Uniti, disponibilità di accesso a codici segreti.

In ogni caso, il sistema del traffico illegale di sostanze va ancora più a fondo, risaltando i limiti spazio-temporali a cui Internet può sopperire, per trarre indebito vantaggio da un modello di comunicazione che diviene strumentalmente alterato, nel contesto di un mondo sempre più interconnesso al suo interno.

Un’obiezione potrebbe essere mossa considerando come l’India, a differenza dei paesi occidentali, disponga di un sistema produttivo basato sui brevetti dei prodotti invece che su quella dei processi. Ciò risponde ad una volontà di incoraggiare la manodopera a basso costo sui prodotti farmaceutici, che incoraggia l’industria farmaceutica e rende i medicinali disponibili a prezzi ridotti. A dispetto del notevole successo di questo sistema, ne è stata richiesta la messa al bando da un accordo internazionale promosso dal WTO, il quale ha imposto che tutti i paesi, tranne poche eccezioni, si adoperassero per assumere un sistema di brevettazione di processo e non di prodotto. Se da un lato l’India si è adoperata a tal fine lo scorso dicembre - per rispettare la scadenza imposta dal WTO nel gennaio del 2005 - in realtà la questione non appare così scontata.

Infatti, sebbene le imprese farmaceutiche indiane stiano effettivamente investendo in ricerca e innovazione per rispondere alle esigenze degli accordi internazionali, non si registra un’altrettanto decisa iniziativa politica di adeguamento al nuovo sistema: persistono ancora troppi timori sulla concreta possibilità che i cambiamenti in atto porteranno ad un rialzo generale dei prezzi e rendano i medicinali inaccessibili alle classi sociali più povere.

Il problema è: per quale motivo le esigenze di protezione di brevetti e prodotti avanzate dalle multinazionali farmaceutiche debbano passare attraverso un difficile reperimento dei medicinali da parte di chi ne necessita per vivere? È proprio questo l’interrogativo da porsi quando si analizza il fenomeno dello scambio illegale di farmaci on-line dall’India: se non ne giustifica i traffici illeciti, evidenzia però una seria distorsione del sistema.

Un recente reportage della Reuters ha citato un operatore del settore farmaceutico che ha affermato: “In India ci sono tra i settanta e gli ottanta milioni di persone che possono permettersi medicinali a caro prezzo, dal momento che sono gli stessi individui che dispongono di automobili di lusso, abiti firmati e beni di consumo. Lo stesso status sociale, quindi, di paesi come Germania e Regno Unito. Ma la popolazione indiana supera il miliardo: la maggior parte, quindi, non sarà in grado di procurarsi i farmaci ai nuovi prezzi”.

Un altro articolo pubblicato da Nature Medicine ricorda che l’India è il quarto più importante produttore di prodotti farmaceutici al mondo, e i due terzi delle proprie esportazioni sono destinate ai paesi avanzati. L’articolo fa notare come almeno il 15% dei farmaci disponibili oggi nel paese, tra cui medicinali per il virus HIV, stia per essere ritirato dal mercato.

La fornitura dei farmaci a basso prezzo (effettuata da case farmaceutiche come Ranbaxy, Dr Reddy’s and Nicolas Piramal similmente a quanto fatto da Pfizer e GlaxoSmithKiline) rientra nel più generale regime indiano di bassi prezzi dei medicinali, che risponde all’emergenza dell’India come paese di destinazione internazionale di assistenza sanitaria. Speciali ospedali privati offrono servizi a tariffe che corrispondono al 10-20% per gli stessi all’estero.

Questi ospedali, in realtà, si stanno ora trasformando in entità economiche molto simili alle imprese sanitarie occidentali guidate dalla logica del profitto, ma, almeno, per essi gioca a favore il fattore costo.
Fonte: http://www.atimes.com/atimes/South_Asia/GD27Df04.html
Tradotto da Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media


GB: il documento segreto sulla guerra in Irak
di Gianluigi Corbani
30 Apr 2005
dal nostro corrispondente dalla Gran Bretagna
Cardiff, 30 Aprile 2005. Una campagna elettorale pigra e a tratti decisamente noiosa, ha subito in queste ultime 36 ore un’improvvisa accelerazione. Per prima prima la BBC è riuscita ieri ad entrare in possesso di alcune, importanti, pagine del consiglio legale che Lord Goldsmith, Avvocato dello Stato, aveva fornito al Primo Ministro Britannico il 7 di Marzo 2003, sulla legalità di un eventuale intervento armato in Irak. Che Reporter Associati, in esclusiva, pubblica integralmente all’interno.

Il documento è stato al centro di polemiche e numerose richieste di pubblicazione da diverse parti nel corso degli ultimi due anni. Tony Blair si era sempre rifiutato sulla base che il consiglio finale era stato presentato in Parlamento il 17 dello stesso mese, un documento di due pagine che confermava senza ombra di dubbio la legalità dell’uso della forza contro Saddam Hussein.

La fuga di notizie di ieri ha costretto il Governo a rendere pubblico oggi il testo integrale dell’opinione espressa inizialmente da Lord Goldsmith. A differenza di quello presentato il 17 al Cabinetto e in seguito in Parlamento, il documento sottoposto a Blair il 7 contiene 13 pagine fitte di considerazioni su i pro e i contro dell’uso della forza in assenza di una seconda risoluzione del Consiglio di Sicurezza e delle possibili conseguenze di una mancata scoperta di armi di distruzione di massa in Irak.

Questa differenza tra i due cosigli legali sembrerebbe giustificare la posizione dei critici del Primo Ministro Britannico, secondo i quali Blair avrebbe esercitato pressioni su Lord Goldsmith perchè cambiasse il suo giudizio su una decisione che era già stata presa altrove. Critiche simili erano state mosse a Blair in relazione all’uso dell’intelligence e sulla pubblicazione dei famosi dossier sulla minaccia che Saddam Hussein avrebbe presentato per la sicurezza del Regno Unito.

Quattro inchieste condotte nel corso di questi ultimi anni hanno concluso che il Governo di Sua Maestà e il suo capo si sono comportati legalmente. Ciò nonostante hanno gettato una luce non favorevole su come il Primo Ministro e i suoi collaboratori più stretti avrebbero usato in maniera strumentale le informazioni che i servizi di sicurezza avevano accumulato nel corso degli anni sul regime del dittatore iracheno.

In particolare, è ormai accettato dai più che la presenza di armi di distruzione di massa che Saddam Hussein avrebbe potuto usare per attaccare l’Occidente “entro 45 minuti da un ordine in tal senso”, oltre a rappresentare un chiaro caso di misinformazione, è stata usata come scusa per nascondere il vero scopo del conflitto: il cambiamento del regime Iracheno. Un’inchiesta del programma Panorama, trasmessa dalla BBC poco più di un mese fa in occasione del secondo anniversario della Seconda Guerra del Golfo, ha suggerito che Blair e Bush avessero deciso che questo sarebbe stato il vero scopo delle loro politiche ben prima dell’effettivo inizio del conflitto.

Nelle parole dell’allora Ambasciatore Britannico a Washington, Christopher Meyer, in un memorandum a Downing Street: “sull’Irak ho aperto la discussione attenendomi strettamente alla linea che avete usato la settimana scorsa con Condi Rice. Supportiamo il cambio di regime, ma il piano deve essere intelligente e il fallimento non è un’opzione. Sarebbe dura per noi da vendere a casa”.

E’ un dato di fatto che la posizione di Blair da due anni a questa parte è gradualmente cambiata. Dalla sicurezza mostrata inizialmente nel chiedere pazienza e aspettare la fine del lavoro dell’Iraqi Survey Group sulla presenza di armi chimiche e biologiche, all’ammisione che tali armi in fondo non c’erano. Fino alla linea attuale, secondo cui Blair apertamente dichiara: “capisco e rispetto la posizione di chi è in disaccordo con me per le decisioni prese. Quello che però nessuno può negare è che l’Irak e il resto del Mondo è un posto migliore come risultato della rimozione di Saddam”. Il fatto che dichiarazioni simili non abbiano causato le proteste che ci sarebbe potuto aspettare rappresenta un tributo alla capacità politica di Blair di districarsi in situazioni apparentemente disperate. Tuttavia il sospetto rimane che nasconda anche un aspetto meno favorevole per l’attuale capo del Governo: l’accettazione da parte dell’elettorato Britannico che non ci si possa aspettare la verità da parte sua.

Il fatto che tale elettorato sia chiamato a dare un giudizio politico sul suo operato fra sette giorni non deve far dormire sonni tranquilli a Blair e ai suoi sostenitori. I fattori che gioceranno a determinare il risultato finale delle elezioni sono molteplici e non tutti chiari. Il dato di partenza è che nessuno si aspetta seriamente che la vittoria possa sfuggire ai Laburisti. L’opposizione conservatrice non sembra avere politiche che facciano presa su un numero sufficiente di elettori e il Partito Liberare non è preso in considerazione seriamente come alternativa di governo; la sua unica speranza e aspettattiva è di raccogliere il maggior numero possibile di voti di protesta.

Questa situazione sta causando uno stato generale di apatia negli elettori che non sembrano più di tanto interessati ad andare a votare, prima ancora di porsi il problema di a chi dare il loro voto. Il punto di forza del Governo Blair, l’economia, sembra potersi rivelare una debolezza o per lo meno un fattore indifferente nella campagna. Paradossalmente, l’economia si è comportata così bene negli ultimi anni che molti commentatori sottolineano come in molti ormai diano per scontato che tale andamento sia destinato a durare indipendentemente dal governo del giorno.

L’argomento economia e anche irrimediabilmente intrecciato alla corrente sotterranea che ha caratterizzato questi ultimi anni, la rivalità tra il Cancelliere Brown, Ministro dell’Economia, e Blair. In molti si aspettano che a elezioni avvenute, alla prima opportunità l’attuale Primo Ministro lascerà il posto a Brown. Per alcuni tale soluzione arriverà comunque troppo tardi rispetto alle loro speranze, per altri però le tendenze più marcatamente “di sinistra” del Cancelliere dello Scacchiere causano preoccupazioni che potrebbero influenzare in maniera imprevedibile il voto.

L’apatia, la mancanza di fiducia personale nell’onestà del Primo Ministro, il possibile voto di protesta, tutti questi aspetti potrebbero portare a risultati inaspettati, anche se improbabili, nelle elezioni della settimana prossima. Qualsiasi sia il risultato però, deve risultare frustrante per Blair che ad ogni occasione risulti chiaro come per molti suoi concittadini, l’argomento che più accenda il dibattito, a due anni di distanza, sia ancora la sua decisione di portare la Gran Bretagna in Guerra a fianco dell’America di Bush.

La pubblicazione del documento di Goldsmith oggi non ha, se letto con attenzione, portato un contributo nuovo a questo dibattito.

Non stupisce nessuno, se non i commentatori più interessati e di parte, che un avvocato in un documento preliminare abbia presentato al suo cliente tutte le difficoltà, i rischi, i pro e i contro di una decisione. E’ un fatto che quando richiesto di prendere una decisione chiara, dal Governo e dal Parlamento, l’Avvocato Generale dell Stato abbia dichiarato: “è mia opinione che l’uso della forza in Iark sarebbe legale e giustificato in base alle precedenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”. Si può essere in disaccordo con quello che è in fondo solo un parere legale.

Quello su cui però non si può sbagliare è il fatto che Blair, pur con tutti i suoi indubbi successi in politica interna e contro tutti i suoi sforzi per essere ricordato come uno dei primi ministri più importanti dell’ultimo secolo, rischia di entrare nei libri di storia per una singola decisione su cui, per sua stessa ammissione: “potrei essermi sbagliato”.

Gianluigi Corbani
gl.corbani@reporterassociati.org



Niente stupro, siamo scandinavi

***


Quando si parla di rapporti tra uomini e donne, i paesi scandinavi fanno scuola e perfino norma (cioè, giurisprudenza). Norvegia, Svezia e Danimarca – è noto – sono realtà dagli invidiabili livelli di civiltà e uguaglianza nel rapporto tra sessi.
Un episodio di cronaca giudiziaria, ma anche di costume, avvenuto nella cittadina norvegese di Bergen, torna a riaccendere i riflettori sulla Scandinavia. Ha fatto infatti scalpore la prima e dura condanna per "stupro" (9 mesi di carcere e 40 mila corone di multa: più o meno 5 mila euro) che ha colpito una donna di 23 anni, rea di aver obbligato un trentunenne ad avere rapporti sessuali con lei in stato di incoscienza.
Il tribunale, con meticolosa precisione norvegese, ha dovuto esaminare i fatti con relativi dettagli. Nel gennaio scorso era terminata da qualche ora una festa di compleanno in una casa privata. La maggior parte degli invitati aveva abbandonato l'appartamento da qualche ora. Ne erano rimasti soltanto alcuni, quelli che avevano alzato il gomito più degli altri (l'alcolismo, causato dalle rigide temperature scandinave, è una piaga sociale in Norvegia, Svezia e Danimarca). La scena finale è stata ricostruita dalla pubblica accusa come i fotogrammi di un film. Qualche uomo e qualche donna spaparanzati su divani e poltrone in preda a crisi di sonno. Una donna, la ventitreenne condannata, è colta d'improvviso da un raptus sessuale e si avventa sul trentunenne che sta dormendo beato e ubriaco. Gli sbottona i pantaloni e inizia un rapporto orale. Il malcapitato, colto di sorpresa, prova a resistere ma non ce la fa. La violenza, ha denunciato il pubblico ministero, si è svolta fino alla fine.
Il trentunenne – hanno ricordato i giudici – non ha perso tempo. Il giorno, avendo smaltito la sbornia, va in commissariato e denuncia la ventitreenne per stupro. Può farlo perché il codice penale norvegese ha un articolo che non prevede distinzioni tra uomini e donne: "Si considera stupro la violenza sessuale contro qualcuno che in stato di incoscienza o per altre ragioni non sia in grado di opporsi o consentire a un atto sessuale". In base a quell'articolo, la condanna della giovane donna non può quindi stupire.
Finora avevamo visto solo al cinema casi di tentato stupro alla rovescia (siamo infatti abituati a considerare solo le donne come vittime della violenza sessuale).

In "Proposta indecente", Demi Moore interpretava il ruolo di una top manager che insidiava il suo sottoposto Michael Douglas, il quale faceva molta fatica a dimostrare che l'avvenente dirigente volesse avere a tutti i costi rapporti sessuali con lui non consenziente. Ora gli scandinavi ci dimostrano che lo stupro femminile esiste e va punito come quello maschile, con tanto di sentenza di un tribunale.
Fare dell'ironia, in questo caso, è fin troppo facile (quale maschio italiano denuncerà mai una donna per stupro?). Gli scandinavi, anche in questa occasione, si dimostrano persone tutte d'un pezzo e dall'etica, luterana, inflessibile.
Infatti, sanno far applicare la legge in ogni caso: sia quando si tratta di uomini sia quando si tratta di donne. E il sesso lo praticano solo con consenso. www.aprileonline.info



aprile 29 2005

LA STRAGE IMPUNITA

da: http://www.politikon.it/modules/news/article.php?storyid=476

Il 12 dicembre 1969, con la bomba che esplode nella Banca Nazionale dell'Agricoltura, a Milano, gli Italiani entrarono in una fase storica che sarebbe durata per più di un decennio: il terrorismo. Tutto ad un tratto, sulla scena nazionale comparivano morti ammazzati, non dalla polizia durante le dimostrazioni (com’era avvenuto un anno prima), non dalla mafia (le cui abitudini sanguinarie erano più oggetto di interesse folcloristico che politico), ma da qualcuno che faceva parte di qualcosa che i più ebbero difficoltà ad identificare. L’anno prima c’era stato il 1968, con le rivolte studentesche in tutto il mondo; nell’autunno le idee di cambiamento rivoluzionario erano entrate in comunicazione con gli operai in lotta per il miglioramento delle condizioni di lavoro. Il Partito Comunista Italiano aveva fatto un grande balzo in avanti nelle elezioni e, soprattutto, il vecchio regime dominato da una Democrazia Cristiana che raccoglieva anche i voti della destra più reazionaria, cominciava a scricchiolare. Gli USA stavano attraversando il loro periodo più nero, con una guerra logorante e impopolare nel Vietnam e una fortissima opposizione interna che sfociava in manifestazioni violente che scuotevano il sistema che doveva essere da esempio a tutte le nazioni occidentali. In Grecia, il regime dei colonnelli instauratosi in seguito al colpo di stato fascista del 67, perdeva sempre più credibilità. Anche l’Unione Sovietica era dovuta intervenire per reprimere duramente i tentativi cecoslovacchi di rendere più democratica la loro democrazia imbrigliata nel blocco comunista, e questo ne aveva ulteriormente intaccato la credibilità come modello alternativo al sistema capitalistico. Una bella confusione! Ci fu qualcuno che credette di ripercorrere le strade sperimentate con successo da Hitler e dai nazisti con l’incendio del Reichstag : compiere attentati, attribuirne la colpa alle sinistre e utilizzare la paura e il disgusto dei cittadini per dar vita ad un governo autoritario....continua

Dopo le bombe si cercò di accusare gli anarchici , forse perché, nell’immaginario collettivo questi rappresentavano qualcosa di oscuro, di senzadio, di intangibile e pericoloso. In realtà vennero scelti perché erano disorganizzati, ingenui, poveri e isolati dalle altre forze politiche. Uno di loro, il ferroviere Giuseppe Pinelli, volò da una finestra della questura di Milano, uno dei cui dirigenti era il commissario Calabresi (sull’omicidio del quale si sta svolgendo un interminabile vicenda giudiziaria). Un altro era un ballerino, che rimase in carcere per anni sino al punto in cui il parlamento italiano dovette votare una nuova legge per risparmiare a lui altre ingiuste sofferenze e allo stato, un’insostenibile vergogna. Un altro ancora, si professava anarchico, ma in realtà era un fascista che si era trovato in mezzo al gruppo degli accusati per uno di quei casi strani della vita: cercava di fare il provocatore (e probabilmente era stato addestrato a questo durante una visita compiuta ai colonnelli golpisti in Grecia), ma ,di fatto, si trovò coinvolto in una vicenda più grossa di lui che gli fece passare molti anni in carcere per poi ritrovarsi, anche lui, innocente. A trent’anni dalla strage, non si sa ancora chi siano i colpevoli.

Clinton ha fatto, recentemente, alcune ammissioni sul coinvolgimento della CIA in combutta con una parte dei fascisti italiani di allora. Il regime democristiano cercò di coprire tutto, così come gran parte degli apparati di sicurezza dello stato (quanti ufficiali dei servizi segreti, dei carabinieri, della polizia vennero, negli anni successivi, inquisiti e condannati per depistaggio!) ma, oggi, nessuno sa ancora esattamente chi sia stato a decidere la morte di cittadini innocenti la cui unica colpa era quella di trovarsi in una banca a cambiare un assegno, fare un versamento o pagare una cambiale.

Chi crede in una società giusta non ha bisogno di vendette per continuare a crederci, ma chiedere la verità è un diritto e un dovere!

L’umanità (o almeno una parte, forse la meno colpita nei suoi affetti più cari) già comincia a dimenticarsi i più orrendi crimini mai visti nella storia dell’umanità compiuti durante lo sterminio delle popolazioni ebraiche in Europa, durante la II Guerra Mondiale.
Dovremmo quindi anche scordarci degli assassini di Piazza Fontana ? Siamo sicuri che non siano ancora fra noi ? Siamo sicuri che non possano ancora uccidere (magari in qualche altra parte del mondo) ? E soprattutto, siamo sicuri che la violenza, la menzogna di stato, la soppressione della verità, la sottomissione ai poteri economici degli apparati dello stato, siano stati completamente eliminati salla nostra società ?

Possiamo, da ultimo, accettare di vivere in una nazione di serie B in cui ‘certi’ crimini non trovano mai un responsabile ? Ci possiamo sentire sicuri di vivere in una democrazia ?
Lo scopo di questo sito non è commemorativo: alle commemorazioni ci penserà sicuramente la politica ufficiale con le sue lacrime di coccodrillo e le promesse che non verranno mantenute per non disturbare gli interessi di quelli che ancora contano !

Quello che cercheremo di fare è:

1- Reinterpretare gli eventi
2- Raccogliere testimonianze
3- Acquisire e diffondere nuovi elementi di informazione e controinformazione
4- Dimostrare che c’è chi non accetta l’oblio

E, soprattutto

Far capire che la tentazione a seguire la strada della violenza, della sopraffazione e della menzogna necessita di cure lunghe e difficili per essere debellata, e che non bisogna mai abbassare la guardia o far finta di dimenticare: la prossima volta potrebbe toccare a noi !



Piazza Fontana, verdetto Cassazione rinviato al 3 maggio

Roma, 29 apr. (Adnkronos/Mak) -
E' stato rinviato al 3 maggio l'atteso verdetto della Cassazione sulla strage di piazza Fontana. Ieri il procuratore generale aveva chiesto la conferma della sentenza assolutoria nei confronti di Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, principali imputati per l'eccidio del 12 dicembre 1969 in cui morirono 17 persone e 84 rimasero ferite.
L'udienza di oggi e' stata spostata per quella data dal presidente della seconda sezione penale Francesco Morelli, il quale all'inizio di udienza, ha testualmente riferito: ''L'udienza e' spostata al 3 maggio a causa del colpo della strega sopravvenuto al consigliere Morgigni che, a causa del disturbo, non ce la fa a stare per troppe ore seduto''.



Piazza Fontana, il Pg chiede l'assoluzione






Il sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione, Enrico Delehaye, ha richiesto la conferma del proscioglimento emesso in appello per i tre imputati della strage: Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni

Il sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione, Enrico Delehaye, ha chiesto la conferma delle assoluzioni emesse in appello per i tre imputati della strage: Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni.

Il Pg ha quindi richiesto il rigetto del ricorso presentato dalla Procura di Milano e dalle parti civili contro il verdetto con il quale la Corte di assise di appello di Milano, il 12 marzo 2004, aveva annullato le condanne all'ergastolo per i tre neofascisti accusati della strage per la quale, in primo grado, Zorzi, Maggi e Rognoni erano stati condannati all'ergastolo. Delehaye tra l'altro, ha detto che "mi è piaciuta di più la sentenza di primo grado ma questo non vuol dire che la sentenza di appello sia illogica perchè è esaustiva". Il Pg, quando il presidente della seconda sezione penale, Francesco Morelli, gli ha dato la parola per la requisitoria, ha chiesto una interruzione per la "commozione" provata nell'affrontare questo processo che segnò l'inizio del suo ingresso in magistratura. Poi ha aggiunto: "Mi dolgo di occuparmi ora, a così tanti anni di distanza dal fatto, della strage di Piazza Fontana, perchè non ritengo che la Suprema Corte sia la sede più adatta per accertare la verità, quando la verità non è accertata nelle fasi precedenti di giudizio".

Ma Delehaye, nel corso della requisitoria ha aggiunto: "Che la luce sulla verità dei fatti sia mancata mi pare evidente, tanto è che abbiamo avuto due verdetti di merito completamente opposti". Tuttavia il Pg ha affermato di "non ritenere che si possa sostenere, come fa il procuratore di Milano nel suo ricorso, che due persone assolte con sentenza passata in giudicato (Freda e Ventura), siano i responsabili di un reato: dunque viene meno quello che è l'anello di congiunzione delle diverse censure avanzate dal Pg milanese alla sentenza di secondo grado, ossia aver trascurato i rapporti tra 'Ordine nuovo' del Veneto e la destra eversiva milanese".
Roma Online

Fabio Greggio
www.politikon.it

Massimo Riva


Boomerang cinese


La 'battaglia del collant', tra Europa e Cina, rischia di innescare un dirompente conflitto commerciale planetario

La sindrome cinese ha ora contagiato un po' tutta l'Unione europea. Tredici dei 25 paesi - l'Italia in testa - hanno investito la Commissione di Bruxelles del serio problema causato dallo strepitoso boom di importazioni di prodotti tessili dal già Celeste Impero, verificatosi dopo la caduta (1 gennaio 2005) delle vecchie barriere commerciali. Il commissario competente, l'inglese Peter Mandelson, ha già detto che intende aprire un contenzioso ufficiale con Pechino, ma ha anche avvertito che i tempi di simili faccende sono inevitabilmente lunghi. Troppo lunghi, obiettano i paesi colpiti, i quali reclamano l'adozione urgente di clausole di salvaguardia, anche in via unilaterale.

La 'battaglia del collant', come si potrebbe chiamare questo scontro prendendo spunto da uno dei prodotti cinesi di maggior successo in Europa, rischia così di innescare un ben più dirompente conflitto commerciale planetario, tale da rimettere in discussione i passi avanti finora compiuti in termini di liberalizzazione della concorrenza internazionale, fuori ma poi (la moneta cattiva scaccia sempre quella buona) pericolosamente anche dentro l'Unione europea. è del tutto evidente, infatti, che la Cina non resterebbe imbelle dinanzi a eventuali misure unilaterali europee. La prima e più ovvia reazione sarebbe quella di una ritorsione con chiusure progressive del proprio territorio ai già massicci investimenti europei in corso. Cosicché i paesi dell'Ue rischierebbero di subire un pesante contrappasso. Intanto, perché potrebbero perdere in vari settori opportunità economiche di gran lunga superiori ai vantaggi che le misure protezionistiche darebbero alle produzioni tessili domestiche. Ma poi, anzi soprattutto, potrebbero compromettere l'aggancio con un grande mercato in rapida espansione, che negli ultimi anni ha fatto da locomotiva per pezzi importanti dell'industria europea. Insomma, prima di scendere sul piede di una guerra commerciale, sarebbe saggio premunirsi con un'accurata analisi su costi e benefici dello scontro che si vuole ingaggiare.

Naturalmente, è possibile, in qualche caso probabile, che i cinesi nel tessile stiano tentando una classica operazione di dumping commerciale, vendendo i loro prodotti sottocosto al fine di sradicare la concorrenza europea in casa propria per poi dominarvi incontrastati imponendo prezzi maggiorati. Un'operazione così insidiosa va senz'altro smascherata e contrastata con forza da Bruxelles, costringendo la Cina a rientrare nelle buone regole della leale competizione economica. Ma occorre aver ben chiaro che per tenere alta la bandiera del collant europeo non si possono mettere a repentaglio opportunità di scambi ben più profittevoli. La vendita di qualche Airbus a Pechino può aprire all'industria europea d'avanguardia guadagni, nonché prospettive commerciali e di primato tecnologico, di valore incomparabilmente più elevato ed importante delle tonnellate di calze o di magliette made in China che oggi invadono l'Europa. Le battaglie di retroguardia non hanno mai fatto vincere una guerra, a maggior ragione sul terreno commerciale. www.espressonline.it

Crolla l´occupazione nella grande industria
SEGUE A PAGINA 11


da Repubblica - 29 aprile 2005

"Non sprecate quest´ultimo anno"
Appello di Confindustria al governo.
Istat: boom di cassintegrati
La giunta di viale dell´Astronomia chiede "misure urgenti e condivise" sull´economia: "Fiducia ai minimi"
Continua l´emorragia di lavoro nelle grandi imprese, persi 14 mila posti Pezzotta: "La crisi è evidente a tutti"
LUISA GRION

ROMA - In un anno, nelle grandi imprese, sono volati via 14 mila posti di lavoro. Il tessile, da solo, ha subito un calo dell´occupazione del 4,3 per cento. Le ore di cassa integrazione si sono moltiplicate. C´è chi vede in questi dati «lo sfascio, la crisi più grande del dopoguerra» e c´è chi chiede che - almeno per quel che resta - il governo «non sprechi il tempo» e intervenga subito per invertire la rotta.
Dopo i dati sul declino della competitività italiana elaborati da Confindustria, anticipati da "Repubblica", e discussi ieri dal direttivo degli imprenditori, a meglio delineare il quadro economico italiano sono arrivate le elaborazione dell´Istat sull´occupazione. Le cifre parlano chiaro e rafforzano il concetto: i posti di lavoro nelle grandi imprese fra febbraio 2004 e febbraio 2005 sono diminuiti dello 0,7 per cento (pari appunto a 14 mila posti). Hanno retto i servizi (più 1 per cento), ma è crollata l´industria (meno 2 per cento). Nello stesso mese di quest´anno c´è stato un boom di richieste di cassa integrazione : 30,7 ore ogni 1000 lavorate, in aumento di 8, 9 rispetto a febbraio 2004.
Un quadro sul bisogna intervenire d´urgenza. Lo ha chiesto senza mezzi termini Confindustria, che nel suo rapporto parla «di un clima di fiducia ai minimi storici». Ora «l´ultimo anno di legislatura non deve essere sprecato - è scritto nel documento elaborato dalla Giunta - può e deve essere dedicato a scelte concrete nella direzione della crescita, compatibili con gli equilibri di finanza pubblica». Un appello attorno al quale gli industriali sperano vi sia «condivisione da parte di maggioranza, opposizione e parti sociali». E sul che fare la categoria dà alcuni suggerimenti: eliminazione dell´Irap sul costo del lavoro, incentivi alla fusione fra piccole e medie imprese e interventi per ridurre il cuneo fiscale e contributivo.
La preoccupazione degli industriali trova sponda nell´allarme del sindacato: per Savino Pezzotta della Cisl «La crisi è sotto gli occhi di tutti, quello che manca è una politica di sostegno all´industria e alla competitività. Ora vedremo come il nuovo governo vorrà intervenire». Una possibilità alla quale Guglielmo Epifani della Cgil non crede troppo. «La nostra sfiducia - ha detto - non è preventiva, ma razionale. Il quadro sul declino tracciato da Confindustria è onesto, ma le idee che il governo sta tirando fuori non mi sembra che abbiano il segno del cambiamento». Ancora più pessimista Marigia Maulucci , sempre della Cgil, che parla di «apparato produttivo allo sfascio», o Santini della Cisl: «dati da bollettino di guerra».
A sopire le proteste che arrivano da una parte e dall´altra ci prova Maurizio Sacconi, sottosegretario al Welfare, che dà la colpa al fenomeno Cina: «L´Italia, come Francia e Spagna, paga in particolare il prezzo della caduta delle produzioni connesse al sistema moda in conseguenza dei nuovi competitori sleali e delle esigenze di delocalizzazione» ha detto. E poi «C´è una metamorfosi nel sistema produttivo, cresce l´economia del terziario».


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L´intervista/2
Bombassei, vice presidente di Confindustria: arrestiamo il declino
"Anche i sindacati in campo
per cambiare rotta al Paese"
pubblico impiego Vanno rispettate le compatibilità di bilancio, statali inclusi. Ma il ministro Baccini su questo non risponde
ROBERTO MANIA

ROMA - Non è un aut-aut quello degli industriali al governo, è una sollecitazione a «cambiare rotta» perché fino ad ora la questione della competitività delle imprese è stata «sicuramente sottovalutata». «Ci accusavano - ricorda il vicepresidente della Confindustria Alberto Bombassei - di essere passati all´opposizione. Ma ora il cambiamento delle priorità della politica economica dimostra che avevamo ragione noi, perché i numeri non hanno colore politico». E questa è una partita anche del sindacato, con il quale - dice - «si deve puntare ad un accordo sul costo del lavoro».
Ma non pensate che sia un po´ tardi cercare di contrastare il declino che la Confindustria denuncia nel suo rapporto?
«No, ma è importante che si faccia presto. Noi confermiamo un giudizio positivo sul programma del nuovo governo. È significativo che dopo tante nostre raccomandazioni, ora la competitività delle imprese sia stata messa al centro dell´agenda politica».
Ritiene che ci sia il rischio di un inarrestabile processo di deindustrializzazione nel nostro Paese?
«Mi auguro che non sia così. Certo stiamo assistendo ad una competizione forte in particolare dalle economie a basso costo del lavoro. Questo si traduce per noi in perdita di quote nei settori a basso contenuto tecnologico».
Dunque considera una riduzione del costo del lavoro decisiva per ridare fiato alle imprese?
«Certamente. In Italia il peso dei contributi sul lavoro è il più alto d´Europa. Ridurlo significa recuperare un po´ di competitività».
Ma forse significa anche qualche risorsa in più per i rinnovi contrattuali, a cominciare da quello dei metalmeccanici. È così?
«Sì, una detassazione degli incrementi salariali o una diminuzione del cuneo contributivo e fiscale, può dare più spazio alle trattative negoziali. Ma ci vuole anche la buona volontà del sindacato. Aggiungo che pure nel pubblico impiego vanno rispettate le compatibilità di bilancio».
Però il ministro della Funzione pubblica Baccini, ha invitato Montezemolo ad occuparsi della Ferrari e non dei contratti pubblici.
«Baccini, purtroppo, non risponde nel merito».
Vi preoccupa la mancanza di coesione nella maggioranza confermata dal dibattito sulla fiducia?
«Un po´ ci preoccupa. Speriamo che la condivisione del programma prevalga sulle singole opinioni».


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L´intervista/1
Urso, vice ministro alle Attività Produttive: le soluzioni ci sono
"Decenni di nodi irrisolti
ma le aziende sono con noi"
il piano Basta con la politica degli annunci. Bisogna definire un programma asciutto, con poche parole e tanto impegno

ROMA - «Il governo condivide l´analisi di Confindustria, ma gli industriali condividono le proposte del governo». Adolfo Urso, viceministro delle Attività Produttive interpreta così il primo check-up di viale dell´Astronomia sulla competitività. Per questo l´esponente di An non iscrive gli industriali al partito dei «pessimismi e disfattisti», messo alla berlina, in Parlamento, dal premier Silvio Berlusconi. «Si è catastrofici - dice - quando non si indicano soluzioni. Ma questo non è il caso della Confindustria».
Che cos´è che l´ha più colpita del rapporto del centro studi della Confindustria?
«Il fatto che il declino in alcuni settori sia strutturale. Ci sono problemi mai affrontati negli ultimi decenni e per questo la soluzione è ora più difficile. Mi conforta però un aspetto nell´analisi della Confindustria».
Quale?
«Che le soluzioni che si prospettano sono le stesse contenute nel programma del nuovo governo. Gli industriali chiedono l´esenzione dell´Irap dal costo del lavoro, e questo è quello che intendiamo fare nei prossimi tre anni. Ancora: dalle imprese viene la richiesta di incentivare la fusione tra le piccole aziende. Bene, lo abbiamo fatto nel decreto sulla competitività che si può ulteriormente rafforzare, in particolare a favore delle aziende più piccole. Poi c´è il cuneo fiscale e contributivo che aggrava il costo del lavoro e riduce il salario netto. Anche questo fa parte del programma del nuovo esecutivo».
Non crede che undici mesi siamo un po´ pochi per fare tutto questo? Nel precedente governo avete puntato tutto sul taglio dell´Irpef.
«Non siamo fuori tempo massimo anche perché di riforme ne abbiamo fatte: da quella del mercato del lavoro, alle pensioni; dal diritto societario allo stesso sistema fiscale».
La riduzione delle tasse, però, è stata percepita poco e le imprese, ora, richiamano un po´ di attenzione da parte del governo proprio per arrestare il declino.
«E io credo che tutte le risorse disponibile vadano indirizzate alla riduzione dell´Irap, ma anche alla tutela del reddito delle famiglie, con l´introduzione del quoziente familiare».
Non è preoccupato per le quotidiane "invasioni di campo" del vicepremier Tremonti nel terreno proprio del ministro dell´Economia?
«Ora abbiamo bisogno di lavorare sui progetti più che sulle proposte estemporanee. Ma, soprattutto, non dobbiamo fare più annunci. Va definito un programma asciutto, con poche parole e tanto impegno».
(r.ma.)



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Ds Milano - Rassegna stampa


Tremonti e l’acquedotto
di FRANCESCO GIAVAZZI


dal Corriere - 29 aprile 2005

«Vendere le spiagge» è evidentemente una frase infelice: perché i Comuni dovrebbero fare dei regali concedendone l'uso per poche migliaia di euro, l'equivalente dell'affitto di un solo ombrellone per i mesi estivi? Far pagare le concessioni in proporzione alle rendite che esse generano è sacrosanto, ma vi sono beni pubblici il cui utilizzo produce danni irreparabili. I venditori di mangime per piccioni in piazza San Marco vanno semplicemente cacciati, invece il sindaco di Venezia (anche Massimo Cacciari, quando già lo era negli Anni ’90) non li fa neppure pagare per il suolo pubblico che occupano. A Milano, una città che si sta lentamente spopolando, si è concesso a chiunque di trasformare per pochi euro un sottotetto in un attico miliardario: quanto lungimirante è stato per la città questo regalo ai proprietari di immobili in centro?
La battaglia di Giulio Tremonti contro le rendite è sacrosanta, ma se egli fosse coerente dovrebbe avere il coraggio di elevare la ritenuta fiscale sui titoli pubblici. Perché tassare i redditi da lavoro al 30-40 per cento e i Bot solo il 12,5%? Può essere giusto non tassare il passaggio dal padre al figlio di un'attività imprenditoriale, ma perché esentare dall'imposta di successione patrimoni immobiliari immensi?
Ci sono rendite, come l'uso di piazza San Marco, che uno Stato avveduto deve semplicemente impedire. Altre invece, come la rendita finanziaria e la sua trasmissione per eredità, devono essere tassate per consentire alla Stato di ridurre le quelle che pregiudicano l'incentivo a lavorare e a produrre, come l'Ire, l'Irap e i contributi sociali.
Il guaio è che la politica fiscale del governo Berlusconi, al di là delle frasi a effetto, non è stata guidata da un'idea coerente sulla distribuzione ottimale del carico fiscale, che significa spostare le tasse là dove esse producono minori danni. E infatti, di fronte a una leggera riduzione del carico fiscale complessivo (45,5 per cento nel 2002, 44,4 quest'anno, dati della Commissione europea), i contributi sociali, la tassa che più danneggia l'occupazione, sono cresciuti dal 12,3 al 13% del Prodotto interno lordo.
Nel 2001 Giulio Tremonti, da poche settimane ministro dell'Economia, decise di regalare a Puglia e Basilicata l'Acquedotto pugliese, che formalmente apparteneva allo Stato. «Le Regioni si riappropriano di un bene che è loro e si sono impegnate a privatizzarlo. E' un caso esemplare di devoluzione idrica» disse allora il ministro dell'Economia. Il motivo per privatizzare l'acquedotto non è tanto l'incasso e come esso potrebbe essere utilizzato, bensì la sua gestione che è uno dei nodi del sottopotere politico pugliese (si legga il bel libro di Michelangelo Borillo, Il buco nell'acqua , Laterza, 2004).
Sono passati 39 mesi dal giorno di quel regalo e la Puglia, che aveva firmato un contratto che la impegnava a privatizzare l'acquedotto entro 6 mesi, ha messo il progetto in un cassetto. Non ha privatizzato l'ex governatore Fitto, sconfitto un mese fa, né ha intenzione di farlo il suo successore, Nichi Vendola, che si è affrettato a dire: «L'acquedotto non si vende, deve rimanere un'azienda pubblica».
Ora che la Puglia è guidata dall'opposizione, Giulio Tremonti ha un'occasione insperata. Impugni quel contratto e obblighi la Regione, che lo ha palesemente violato, a restituire l'acquedotto allo Stato. Poi lo privatizzi: una valutazione indipendente, effettuata cinque anni fa, lo valutava 1,5 milioni di euro.

giavazzi_f@yahoo.com Francesco Giavazzi





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Ceccanti: «Vuole il suo listone nella quota proporzionale»

Luana Benini




ROMA O si arriva a un sistema con due forze politiche e si abolisce di conseguenza la quota proporzionale dalla legge elettorale attuale o si torna alla proporzionale integrale. Perché il premier se n’è uscito proprio ora con questo aut-aut rivolto ai suoi alleati? Il costituzionalista Stefano Ceccanti interpreta la mossa in questo modo: «In realtà il premier non punta a cambiare la legge elettorale, vuole indurre Udc e An a fare una lista unitaria con Fi alle prossime politiche».
Il premier prestigiatore ha tirato fuori un nuovo coniglio dal cappello e ora tutti parlano di legge elettorale. Una nuova manovra diversiva?
«Berlusconi sa che il governo nei prossimi mesi potrà recuperare poco in termini di voti e di immagine, così tenta di lanciare un messaggio di innovazione sul terreno politico. Un messaggio che gli serve anche per giustificare il suo fallimento: se non sono riuscito a combinare granché la colpa non è mia ma del sistema. E costringe i suoi alleati a rincorrerlo. Dice loro: io sono anche disposto a farmi da parte, gestiamo insieme in maniera democratica la mia successione».
Insomma Berlusconi, con il suo exploit sul partito unico, e con la sua minaccia di proporzionale integrale, ha rimesso il cerino nelle mani dei suoi rissosi alleati. Ma con quali chance?
«La minaccia di Berlusconi è un ballon d’essai. Lui non ha alcuna intenzione di fare una nuova legge elettorale...».
Che cosa glielo fa credere?
«Se provano a spostarsi dalla legge elettorale vigente entrano in conflitto perché hanno idee molto diverse. L’Udc, che è proporzionalista, non seguirebbe mai il premier sulla strada del maggioritario secco. Lo seguirebbe invece An. Questo Berlusconi lo sa. E dunque al di là di ciò che dice, in realtà coltiva un piano “b”, una subordinata. Quando verrà fuori che gli alleati non hanno unanimità di giudizio e che dunque questa riforma non si può fare, lui rilancerà in questo modo: visto che non si può cambiare la legge elettorale comportiamoci come se la legge elettorale fosse già stata cambiata, facciamo una lista unica (Fi-An-Udc) per la quota proporzionale».
Una operazione simmetrica a quella del centrosinistra con la lista unitaria?
«Esattamente. L’obiettivo è quello di una lista capace di battere la lista dell’Ulivo, e di presentarsi come elemento di coesione dentro una alleanza comprensiva della Lega».
Berlusconi ha spiegato che il suo aut-aut su legge elettorale e partito unico era una provocazione. Ma dal punto di vista tecnico è vero che proporzionale equivale a frammentazione?
«È vero che permanendo una parte di quota proporzionale è difficile ridurre il numero dei partiti. Anche se in rapporto al problema della moltiplicazione di partiti e partitini, il peso della quota proporzionale viene spesso sopravvalutato. Ci sono altri fattori che incentivano la creazione di micropartiti: dal finanziamento della politica ai criteri per formare i gruppi parlamentari...Con pochi deputati si può dare vita a una componente organizzata e riconosciuta nel gruppo misto. Con l’1% di voti si prende una bella fetta di finanziamento pubblico. Se volessimo tentare di ridurre la frammentazione dovremmo cominciare da qui, non tanto dalla quota proporzionale».
Che cosa accadrebbe se si tornasse al proporzionale puro?
«Più espandiamo la quota proporzionale più provochiamo una conflittualità fra i partiti. Oggi i partiti alleati sono uniti per il 75% dei seggi ma poi devono polemizzare fra di loro per il restante 25%. Se espandiamo quel 25% espandiamo la conflittualità».
Qualche mese fa la Cdl aveva concordato una riforma elettorale che andava proprio in direzione di un ampliamento del proporzionale. Ora Berlusconi la rigetta in toto. Perché secondo lei?
«Perché i risultati delle regionali hanno dimostrato che Berlusconi ha perso sia nel maggioritario che nel proporzionale. Ha capito che non basta aumentare il proporzionale per vincere le elezioni».
Per questo avrebbe cambiato idea?
«Secondo me, ripeto, la mossa di rilanciare sulla legge elettorale è un escamotage per raggiungere l’obiettivo della lista unitaria. Mi sembra questo l’unico esito razionale che si possa prevedere. Anche perché viene incontro a certe preoccupazioni che allignano dentro An e dentro l’Udc. An, per come è messa in questo momento, rischia seriamente di scendere sotto il 10%. Se avesse la possibilità di fare una lista insieme a Fi alle politiche non dovrebbe più contarsi...».
Ma l’Udc perché dovrebbe starci?
«In effetti l’Udc è un partito leggermente in crescita. Dovrebbe esserci una trattativa in cui Berlusconi concede all’Udc il futuro candidato premier o qualcosa del genere. Tutto sommato potrebbe andare bene anche a Casini,tanto per fare un esempio, trainare una lista che prende molti voti...E se dai sondaggi emergesse che Casini attrae più voti di Berlusconi potrebbe persino convenire fare il cambio nel 2006».
Insomma, secondo lei, il centrosinistra dovrebbe prepararsi anche a questi possibili scenari?
«Non dobbiamo dare per scontato che loro restino per un anno nel panico e ci facciano il piacere di suicidarsi...».unita.it

Berlusconi contro tutti: attacca la Bce, l'opposizione e i suoi alleati
REDAZIONE
"L'Italia non va poi così male, siamo primi nel numero di auto per abitante, nel numero di telefoni cellulari, non ci sono miracoli da fare ma solo difendere il potere di acquisto delle famiglie. Cosa che il governo ha cominciato a fare". Questo uno dei primi concetti espressi questa mattina dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in Senato.

Il capo del Governo, dopo aver assicurato che "l'Italia non va poi così male", è partito all'attacco. Ha rivolto critiche un po' a tutti. E, ovviamente, ha cominciato con il centrosinistra.
"Siamo fortemente interessati a vedere qual è il programma che l'opposizione intende realizzare se fosse al governo - ha affermato - finora ho sul mio taccuino solo critiche. Ci dia suggerimenti".
Ma il giudizio più pesante è stato questa volta riservato alle Istituzioni dell'Unione europea ed in particolare alla Bce. Secondo il premier, infatti, la banca centrale del Vecchio Continente "non si impegna contro un euro troppo forte" e mette in atto una "politica distruttiva per tutte le aziende europee".

Il Cavaliere ha poi sferrato una stoccata anche contro i suoi alleati. Parlando della riforma delle legge elettorale ha infatti ricordato che il suo Governo è stato spesso costretto ad arrendersi "ai partiti del 6%", con le decisioni dell'Esecutivo fermate dal veto di una sola forza.
"Se vogliamo conservare il maggioritario, non possiamo andare avanti con questo ibrido - ha poi aggiunto - mi piacerebbe lasciare in eredità a questo Paese un sistema fatto da due forze: la casa dei moderati e la casa della sinistra. Questo per garantire stabilità di Governo e maggiore libertà".

Infine, il primo ministro è passato al consueto elenco di promesse. Ha giurato che difenderà i prodotti italiani "dall'anomala invasione di marchi cinesi", che ridurrà l'Irap per le Imprese e "le tasse per le famiglie meno abbienti".
"Stiamo lavorando per tener fede agli impegni assunti nel 2001 nel contratto con gli italiani - ha spiegato - a partire dalla riduzione delle tasse".www.centomovimenti.com


Wanted Provenzano. Ora la taglia la mettono i Ds
Il manifesto è apparso sui muri di Bagheria. Oggi il convegno con i leader del partito
L'iniziativa di Ds e Sinistra giovanile ha causato reazioni contrastanti. «Qualcuno ci ha fatto i complimenti. Altri ci hanno insultato»
ALFREDO PECORARO
PALERMO
La scritta grande «Wanted», sotto il volto di Bernardo Provenzano, ripreso dall'ultimo identikit ricostruito al computer dalla polizia, e l'inequivocabile messaggio: «Conviverci non è un obbligo! Non avere paura, denuncia la mafia», perché «la mafia infanga Bagheria». Sembra di essere tornati ai tempi del vecchio West, con i pistoleri ricercati dallo sceriffo e i volti impressi nelle locandine affisse nei saloon e sugli alberi, con tanto di taglia a chi consegnava il pericoloso bandito. Nei manifesti però c'è finito il superlatitante di Corleone, e i muri sui quali compare il suo volto non sono quelli di Tucson city in Arizona, ma quelli di Bagheria, città alle porte di Palermo, dove la primula rossa, ricercata da 42 anni, avrebbe trascorso parte della latitanza nella clinica di Michele Aiello, il re della sanità privata arrestato per associazione mafiosa. Il manifesto, in formato maxi, non offre soldi, ma incita la gente a «non avere paura» e a denunciare la mafia. Non è anonimo, come quelli comparsi l'anno corso a Palermo per invogliare i commercianti a denunciare il pizzo, ma è firmato dalla direzione locale dei Ds e dalla Sinistra giovanile.

«Abbiamo pensato a questa campagna - spiega Giuseppe Cirpiani, assessore comunale Ds alla gestione dei beni confiscati - per rilanciare il tema dell'importanza della ribellione alla mafia in un territorio che continua ad essere la roccaforte di Provenzano. Se Bagheria vuole essere davvero libera, essere governata da istituzioni sganciate da ogni condizionamento e vuole contare su un'economia sana non puo' non iniziare una seria e profonda lotta popolare per la liberazione dalla mafia». «Mentre eravamo con colla e poster molti bagheresi, vedendoci, ci facevano capire di essere d'accordo, ci incoraggiavano ad andare avanti - dice Fabrizio Maggiore, segretario della Sinistra giovanile - Solo qualcuno non l'ha presa bene: dopo qualche insulto ci hanno perfino detto che dovremmo lasciarlo in pace, Provenzano, nella sua Bagheria». I Ds comunque vanno avanti. Hanno altre idee, come un grande striscione da mettere in mostra sul cavalcavia dell'autostrada Palermo-Messina. L'iniziativa Ds a Bagheria precede di qualche giorno la Conferenza nazionale sulla mafia di domani e dopodomani, organizzata dal partito di Fassino a Palermo, in occasione del 23/o anniversario dell'assassinio del deputato regionale del Pci Pio La Torre ucciso da Cosa nostra insieme al suo autista Rosario Di Salvo. In progetto i Ds hanno un documento contro la mafia, che riassumerà il pensiero politico del partito. Fassino e i vertici della Quercia, con i neo eletti presidenti di regione Nichi Vendola, Antonio Bassolino, Ottaviano Del Turco e Agazio Loiero, si confronteranno partendo dai dati raccolti dal partito in un dossier, da cui emergono numeri allarmanti. Si parte dal racket del pizzo, con 160 mila commercianti che pagano per «stare tranquilli». Il record spetta alla Sicilia con 50 mila taglieggiati (il 70% degli esercenti), seguono la Campania con 40 mila (40%), la Puglia con 17 mila (30%), la Calabria con 15 mila (50%), il Lazio con 6 mila e la Lombardia con 5 mila.

Il dossier riporta anche la rilevazione dell'Eurispes che stima il fatturato della mafia in 100 miliardi di euro all'anno, pari al 9,5% del prodotto interno lordo del 2004 stimato in 1.052 mld di euro. Beppe Lumia ha annunciato che in Commissione Antimafia sarà presentata una relazione di minoranza, un atto critico nei confronti dell'attività svolta dalla Commissione presieduta da Roberto Centaro (Fi). www.ilmanifesto.it

I Vulcans, storia di una setta segreta al vertice dell’Amministrazione Bush
Whitehouse. Gli uomini (e le donne) dietro l'avventurismo armato di George W. Bush
Stefano Rizzo


Se qualcuno si domandasse perché un presidente che, come tutti gli uomini politici, tiene alla propria popolarità, abbia nominato negli ultimi mesi ad incarichi di alta responsabilità funzionari che hanno suscitato valanghe di critiche perfino negli ambienti repubblicani – la risposta, come nei migliori adventure games, la troverà in un nome misterioso che fa tremare a solo menzionarlo i circoli più esclusivi della Washington che conta: The Vulcans.
Si sapeva che questo gruppo di eletti esisteva e operava per il bene della Nazione, ma c’era incertezza sull’origine del nome: qualcuno sosteneva che fosse ispirato agli alieni superintelligenti della saga di Star Trek (il che era plausibile, data l’alta stima che hanno di sé). Ma a chiarire il mistero è stato un giornalista del Los Angeles Times, James Mann, che ha dedicato loro un libro (“Rise of the Vulcans: The History of Bush’s War Cabinet”): sarebbe stata lei, Condoleezza Rice, la Regina della Notte dai tacchi a spillo, a chiamarli così e non solo perché si trattava di uomini dalle idee fiammeggianti eruttanti lava, ma con riferimento a Vulcano, il mitico fabbro che forgiava le armi degli dei.
Compito e ambizione dei Vulcani era di approntare non con la forza del braccio, ma con quella dell’intelletto le armi che avrebbero consentito all’impero di continuare a dominare il mondo dopo la fine della guerra fredda. Sotto la breve presidenza Kennedy si parlò di una nuova Camelot e i suoi uomini erano chiamati “The Best and the Brightest”; sotto quella di Bush figlio si parla di Versailles sulle rive del Potomac e i suoi uomini sono paragonati agli dei dell’Olimpo.

All’inizio, nei lontani anni ’70, i Vulcani (che ancora non si chiamavano così) erano soltanto due: Richard (Dick) Cheney e Donald Rumsfeld, due giovani al servizio di un altro Dick, quel Richard (tricky Dick – Dick l’imbroglione) Nixon che fu travolto dallo scandalo del Watergate. Da allora, a parte alcune remunerative esperienze nel mondo degli affari, i due non hanno più lasciato gli uffici del Pentagono, della Casa Bianca, del Consiglio per la sicurezza nazionale, al servizio di tutti i presidenti (a parte Clinton).
Quando cadde il muro di Berlino e qualche anno dopo l’Impero del Male cessò di esistere, capirono che era arrivato il momento di intervenire. Temevano che l’America potesse prendere la strada pusillanime della riduzione degli armamenti, del rafforzamento degli organismi internazionali, del multilateralismo. Se questo fosse avvenuto - avevano teorizzato - l’America avrebbe tradito la sua missione di unica superpotenza, che era di dominare il mondo, per la propria sicurezza e per il bene dell’umanità.

Al duo iniziale si erano intanto uniti nel corso degli anni altri giovani e meno giovani teorici dell’impero, che via via si fecero le ossa e si prepararono al balzo dislocandosi in posizioni strategiche: Richard Perle, Paul Wolfowitz, Stephen Hadley, John Bolton, Condi Rice, la più intellettuale del gruppo, e Colin Powell, appena rientrato dalle giungle del Vietnam.
E il grande balzo ci fu quando Bush padre li mise al fianco, come fidati consiglieri, del giovane e inesperto principe che puntava al trono, perché lo istruissero e lo guidassero nei suoi primi passi.
Vinte le elezioni, anche grazie a qualche imbroglio in Florida, i Vulcani entrarono tutti al governo in posti di grande visibilità, sempre legati tra loro dal vincolo di solidarietà e di fratellanza che solo può avere chi si sente investito di una grande missione. Powell divenne segretario di stato con Bolton al suo fianco, Rumsfeld divenne segretario della difesa e Wolfowitz suo vice, la Rice capo della Consiglio per la sicurezza nazionale (CSN) e Hadley suo vice.
Insieme e fin dall’inizio della nuova presidenza presero saldamente il controllo della politica estera e di difesa, e da subito progettarono la guerra in Iraq. Insieme fecero fuori chiunque si opponesse ai loro disegni, come quel Richard Clarke, un “relitto” dell’amministrazione Clinton, che aveva osato sostenere, prima dell’11 settembre, che Al Qaeda costituiva una minaccia seria e imminente e, dopo, che l’Iraq non c’entrava nulla con gli attentati.
Anche Bolton aveva avuto i suoi problemi al dipartimento di stato per fare digerire la guerra ai diplomatici di carriera formatisi alla scuola di Averell Harriman e George Kennan, gentiluomini di vecchio stampo, anticomunisti, ma teorici della coesistenza. Lo stesso Powell, per la verità, non era sembrato troppo entusiasta, ma alla fine, grazie ai metodi energici di John, “toro scatenato”, Bolton, anche i diplomatici si piegarono alla ragion di stato, così come fece George Tenet, il capo della CIA, che volente o nolente fornì le informazioni truccate.
Quando, sventolando il vessillo di Dio, Patria e Famiglia, il loro presidente riuscì a farsi rieleggere, per i Vulcani iniziò una nuova stagione di trionfi. A parte l’amletico Colin Powell, che ha avuto il torto di una fede vacillante, il gruppo è più unito che mai. La Rice è diventata segretario di stato, Hadley l’ha sostituita a capo del CSN, Wolfowitz è stato promosso alla Banca mondiale, Cheney e Rumsfeld, la coppia originaria, sono saldamente al loro posto. I nemici o i pavidi sono stati liquidati: George Tenet (nemico) è stato licenziato con una bella medaglia, Colin Powell (pavido) è stato allontanato dal gruppo e adesso si occupa di tsunami asiatici.
Restava da sistemare Bolton, che a marzo è stato designato ad occupare il posto, strategicamente rilevante per il gruppo, di ambasciatore alle Nazioni Unite, posto occupato fino a qualche tempo prima da un’altra anima nera, ma non vulcaniana, dell’Amministrazione, John D. Negroponte.
Ma qui sono iniziati i problemi. Il profilo di Bolton (cfr. Aprileonline n. 220) era tale da suscitare un mare di critiche una volta tolto dai bui corridoi del potere e portato sotto i riflettori dei media.
Cinquantanove ex diplomatici si sono pronunciati pubblicamente contro di lui, e la commissione del Senato che deve confermare la nomina ha deciso di prendere tempo. Sono passati quasi due mesi e lo stesso Cheney è dovuto scendere in campo a suo sostegno, ma noi non dubitiamo che John Bolton sarà confermato perché è inimmaginabile che i Vulcani subiscano una sconfitta o che il loro progetto di dominio possa essere ostacolato, da chicchessia. www.aprileonline.info/

Libertà di stampa: l’Italia tocca il fondo della classifica dei paesi europei. Grazie a Berlusconi’s private business




Battuta dal Benin, dal Botswana, da Timor Est, da Capo Verde, dalla Bolivia. L’Italia si piazza al settantanovesimo posto nel mondo per libertà di stampa. La classi fica è stilata da Freedom House, pensatoio statunitense, non profit e non partisan, che lavora al servizio della causa dell’esportazione globale della democrazia. Fondato sessant’anni fa da Eleanor Roosevelt, ha sezioni a New York, Washington, Budapest, Belgrado, Kiev, Varsavia. Una sorta di agenzia di rating del tasso di libertà, che già dal 1980, ogni anno traccia la mappa di chi sale e chi scende nella graduatoria. Come i precedenti, il Rapporto 2005 sulla libertà di stampa e sul livello di indipendenza dei media analizza 194 paesi, assegnando un punteggio che va da zero a cento, e dividendoli in tre grandi categorie: libero, parzialmente libero, non libero. L’analisi da un lato rileva il trend positivo di paesi che si aprono alla democrazia come Ucraina e Libano. Dall’altro registra passi indietro in paesi ad alto grado di democrazia come gli stessi Stati Uniti.
Ma chi deve davvero preoccuparsi è l’Italia, inserita nella categoria del partly free, al settantanovesimo posto della graduatoria mondiale, con 35 punti. Ma non solo. Nella classifica dell’Europa occidentale, che vanta gli stati che sono al primo posto nel mondo per la libertà di stampa (Finlandia, Islanda, Svezia), si evidenzia come fanalino di coda. È preceduta dalla Grecia (che però è considerato paese free), ed è penultima davanti alla Turchia, con la quale condivide lo status di paese partly free. La scheda che analizza il nostro paese nel dettaglio punta il dito sul controllo dei media di Berlusconi. E se lo dice un think tankamericano, la bacchettata questa volta è insospettabile.
www.europaquotidiano.it


Oventic city
Fra artigianato indios, corsi d'informatica e una clinica orgoglio e simbolo dell'autonomia zapatista





dal nostro inviato
Alessandro Grandi



Un reportage dai cinque Caracoles del Chiapas zapatista.

I cinque punti di incontro sociale politico e culturale dell’autonomia zapatista, che si chiamavano “aguacalinetes” e che dal 2003 si chiamano Caracoles, sono la linfa vitale del movimento capeggiato dal Sub Comandante Insurgente Marcos e dal manipolo di comandanti che gli stanno a fianco.


Peacereporter ha fatto un viaggio in Chiapas, regione meridionale del Messico, al confine con il Guatemala, per conoscere la reale situazione della popolazione indigena, discendente dei Maya, che il 1° gennaio del 1994 fece il famoso "levantamiento": una vera rivoluzione per chiedere il riconoscimento dei loro diritti.

Gli indigeni da oltre 500 anni si ribellano alle oppressioni dei "conquistadores". Oggi come allora, la battaglia è quella per la proprietà delle terre nelle quali vivono da millenni, e per il diritto a vivere nel pieno riconoscimento della loro autonomia. A cominciare dalla sanità e dall’educazione.



Oventic è il caracol numero 1 che abbiamo visitato ed è il più vicino alla città di San Cristobal de las Casas. E' anche il caracol più frequentato dal turismo di massa, tanto da aggiudicarsi l'appellativo di Oventic City.

Il Caracol. Per raggiungerlo da San Cristobal de las Casas, occorre un'ora di strada. Dopo un'interminabile serie di tornanti, accompagnati da panorami mozzafiato che ti portano ad un'altitudine di circa 2500 metri sul livello del mare, si arriva a Oventic. Qui le nuvole sono base e il freddo si fa pungente, nonostante la piena primavera.
All'ingresso, un cancello sgangherato, con due guardiani che a turno controllano chi entra e chi esce. Entrare però non è così difficile: non chiedono i documenti.
La caratteristica principale di questo caracol è una grande discesa che termina in un campo da basket, dove due squadre di ragazze stanno disputando un'accesa partita. Sono tutte quante vestite in abiti tradizionali indigeni, non proprio adatti a un'attività fisica. Stupisce il fatto che molte di loro non abbiano ai piedi nemmeno un paio di scarpe.
Sulla destra, in cima al caracol, in prossimità dell'ingresso, c'è un negozio gestito dalla cooperativa delle mujeres (le donne). Abiti dai colori sgargianti, coperte altrettanto colorate e artigianato indigeno sono i prodotti in vendita, a prezzi veramente irrisori. I proventi vanno alla comunità, che li destina alle attività più disparate. A spiccare in mezzo a tanta creatività, il figlio di una ragazza indigena: Josè, due anni e uno sguardo da adulto di una bellezza unica.
Sulla sinistra la tienda caffetteria.
A turno i compas (i "compagni" zapatisti) si alternano per vendere i prodotti. Scarpe, compact disc musicali o con discorsi politici di Che Guevara e del Sub Comandante Insurgente Marcos, ma anche caffè e qualcosa da mangiare sono i prodotti più esposti, insieme agli immancabili passamontagna (diventati forse un po' commerciali) dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.
Di fronte alla caffetteria c'è una casetta di legno colorata e piena di murales inneggianti all'autonomia zapatista, che viene utilizzata come aula di scuola. All'interno si svolgono i corsi di informatica gestiti da un ragazzo statunitense grande e grosso.
Questo è comunque un caracol che ospita molti osservatori internazionali, in particolare italiani, belgi e baschi.

La commissione di vigilanza. In questo punto di incontro la commissione di vigilanza, che ha lo scopo di accogliere o respingere i visitatori, si presenta incappucciata. Dopo un primo momento di smarrimento dovuto appunto a quei neri passamontagna, ci si fa l'abitudine e ci presentiamo.
La commissione è di una gentilezza disarmante ed ecco che lo smarrimento lascia spazio alla gioia e alla consapevolezza profonda di quanto stanno vivendo qua. Nonostante non abbiano un volto né un nome, ci sentiamo a nostro agio, quasi come a casa. "Benvenuti, siamo felici di accogliervi" ci dicono.

La clinica. E' proprio in questo caracol che ha sede la famosa clinica La Guadalupana, inaugurata nel 1992 da Anastasio, un uomo piccolino dagli occhi languidi per il bruciare del sole, con immancabili baffetti e un altrettanto immancabile sorriso reso argentato dal dentista e luminoso dall'esperienza.
La clinica è abbastanza ben messa. Uno studio dentistico, gratuito per gli zapatisti, uno studio oftalmico altrettanto gratuito e una zona dedicata alla ginecologia. Non è ancora completa, mancano molti medicinali e moltissimi materiali, ma stanno per finire anche i lavori di costruzione della sala operatoria.
"Purtroppo saremo costretti a rifarla in parte" dicono, "ci siamo accorti che così non combaciano le prese elettriche, ma non ci metteremo tanto tempo. E' questione di pochi mesi".
La Guadalupana è fornita di una piccola farmacia con i rari medicinali della solidarietà internazionale. In compenso, ha una grande dispensa di prodotti di erboristeria espressione della medicina tradizionale. "Le piante per questo genere di cure le andiamo a cercare nella selva e quando non le troviamo le compriamo" dice Lucio, un ragazzo con gli occhialini alla John Lennon, che si occupa del laboratorio di analisi. La clinica, è l'orgoglio di questo caracol ed è il simbolo della loro autonomia. www.peacereporter.net

GUATEMALA 29/4/2005 1:07
TROVATE 12 FOSSE COMUNI NEL QUICHÉ
General, Brief


Esperti della Fondazione di antropologia forense del Guatemala hanno localizzato 12 fosse comuni nel terreno dove un tempo sorgeva la base militare n° 22 dell’esercito a Playa Grande, nel dipartimento del Quiché, circa 300 chilometri a nord della capitale: lo ha reso noto il ‘Grupo de Apoyo Mutuo’ (Gam), organizzazione che riunisce i familiari delle vittime della guerra civile (1960-’96), precisando che il cimitero clandestino potrebbe contenere i resti di almeno 300 persone ‘desaparecidas’. Le operazioni di scavo, iniziate questa settimana, hanno già portato alla luce 15 crani umani, presumibilmente di ‘campesinos’ uccisi dai militari. Secondo il Gam, i soldati in servizio presso la base militare n° 22 furono protagonisti di una feroce repressione contro migliaia di contadini indigeni che abitavano nella regione durante gli anni più cruenti del conflitto. Nel rapporto ‘Guatemala nunca mas’ (Guatemala mai più) sui crimini compiuti durante la guerra civile (1960-’96), realizzato dal compianto monsignor Juan José Gerardi nell’ambito del progetto diocesano ‘Remhi’ (Recupero Memoria Storica e Giustizia) sono elencate oltre 55.000 violazioni dei diritti umani perpetrate nel corso del conflitto interno, concluso con un bilancio di almeno 200.000 vittime, tra morti e ‘desaparecidos’. L’80 % dei casi è attribuito all’esercito.
[FB]www.misna.org/it


La bomba legislativa USA
[editoriale da The Nation tradotto da Emiliano B. Serra per IS]

Secondo un’indagine della Cbs il settantaquattro per cento degli americani afferma che il Congresso è intervenuto nel caso di diritto all’eutanasia di Terry Schiavo per motivi politici, e non perché fosse interessato a quello che stava accadendo alla donna della Florida, gli ultimi giorni della quale sono stati il centro dell’attenzione di un grottesco spettacolo da circo mediatico. Le persone hanno distintamente riconosciuto questa mossa, nel momento stesso in cui la destra conservatrice al Campidoglio la confermava nei fatti con la violenza della sua reazione alla morte di Terry Schiavo. «Verrà il momento in cui gli uomini responsabili di questo dovranno rendere conto del loro comportamento» ha ringhiato Tom DeLay, leader della maggioranza alla Camera; il senatore John Cornyn si è domandato a voce alta fissando il pavimento del Senato, se ci fosse qualche connessione tra la “percezione” che i giudici stessero prendendo decisioni politiche e il fatto che “qualcuno [...] iniziasse ad assumere atteggiamenti violenti”.

Sia DeLay che Cornyn hanno ricevuto qualche frecciata a proposito per aver strumentalizzato i peggiori istinti di un Paese in cui negli ultimi mesi i magistrati e le loro famiglie sono stati oggetto di aggressioni.
Ma alcuni a Washington non è stato chiaro il senso dell’avvertimento di DeLay: mentre dovrebbe pensare a mettere sotto accusa i giudici federali, il suo reale interesse è quello di rimuovere gli ostacoli alla campagna di Bush per influenzare in proprio favore i tribunali con giudici politicamente schierati.
DeLay non ha fatto segreto della sua intenzione di andarci molto pesante nella lotta per le nomine dei giudici e Bill First, leader della maggioranza al Senato e altro interventista nella questione Schiavo, condivide con DeLay l’entusiasmo per far saltare le regole che consentono ad una minoranza di senatori di praticare ostruzionismo (inteso come estensione indefinita del dibattito) per bloccare le nomine di giudici su cui ci sia disaccordo.
Nel corso del primo mandato di Bush, quando il Senato è passato avanti e indietro dal controllo democratico a quello repubblicano, i democratici sono riusciti ad affondare dieci dei duecentonovantanove candidati ad incarichi di magistratura federale (nelle votazioni in Commissione Giustizia, sia quando la controllavano i democratici che successivamente, tramite ostruzionismo, quando il controllo era in mano repubblicana). Fra candidati respinti c’erano i più estremisti, selezionati per le Corti d’Appello dell’Ovest e del Sud, come il giudice Janice Brown della Corte Suprema della California, che sostiene che il Primo Emendamento permette alle società di fornire di sé un’immagine falsa e fuorviante senza conseguenze legali, e il giudice della Corte Suprema del Texas Priscilla Owen, le cui iniziative per minare l’assistenza alle donne intenzionate ad abortire sono state così radicali che un altro giudice conservatore, Alberto Gonzales (attualmente procuratore generale degli Stati Uniti) le ha criticate come “un irresponsabile atteggiamento di attivismo giudiziario”.
Col controllo più solido del Senato successivo alle elezioni del 2004, Bush ha risottomesso i nomi di Brown e Owen, oltre che quelli di altri cinque candidati precedentemente respinti. Nonostante il Senato sia diviso cinquantacinque a quarantacinque, i Democratici hanno ancora i quaranta voti necessari per fare ostruzionismo. Ma i leader repubblicani al Senato, incluso First, sono così determinati a soddisfare l’Amministrazione e l’ala conservatrice della base del partito, che hanno manifestato l’intenzione di invocare la soluzione radicale di riscrivere il regolamento del Senato, per rendere di fatto impossibile l’ostruzionismo nella nomina dei giudici.
La battaglia, dunque, non è solo per la difesa di una regola del Senato, ma per mantenere in essere il già compromesso sistema di controlli e contrappesi sul potere Esecutivo e sulle prevaricazioni ai danni di quello Legislativo.
L’ostruzionismo parlamentare è stato per lungo tempo associato ad un approccio poco corretto, di stampo piratesco, nei confronti del processo legislativo. Una minoranza dissidente di senatori ha storicamente bloccato nomine o leggi che non era stata in grado di evitare in nessun altro modo. Come la maggior parte degli strumenti, l’ostruzionismo può essere usato bene o male. Per ogni ostruzionismo teso a bloccare una “riforma” clientelare della bancarotta, c’è n’è sempre stato un altro per ostacolare il movimento per i diritti civili.
Il dibattito illimitato era permesso fino al 1917, quando il presidente Wilson, preoccupato della prospettiva che alcuni senatori contrari all’intervento in guerra (come Robert La Follette) si servissero dell’ostruzionismo parlamentare per opporsi alla sua fretta di intervenire nella Prima Guerra Mondiale, convinse il Senato ad adottare la regola che consente ai due terzi dei senatori di votare per porre termine all’ostruzionismo.
Nel 1975 il rapporto è stato modificato a tre quinti (o sessanta voti), e così è rimasta. Ma fin ora c’era stata raramente una seria discussione sull’opportunità di eliminare l’ostruzionismo.
Se questo dovesse accadere, se la cosiddetta “opzione nucleare” dovesse passare, il Senato diventerebbe un ramo modificato del governo. In assenza di regole che richiedano la considerazione di punti di vista e valori minoritari, il Senato diventerebbe qualcosa di poco diverso rispetto alla Camera, in cui il partito escluso dal potere è quasi ridotto a spettatore.
E’ per questo che Robert Byrd, decano del senato e più ardente difensore delle sue regole, ha chiamato la “opzione nucleare” una «bomba legislativa che mette in pericolo il diritto al dissenso, al dibattito illimitato e alla libertà di parola».
Questa “opzione nucleare” potrebbe prendere varie forme. Nell’ipotesi più probabile, il vice presidente Cheney (presidente del Senato) potrebbe decidere che l’ostruzionismo nei confronti delle nomine dei giudici sia incostituzionale. Se una risicata maggioranza di senatori sostenesse questa mossa, questo tipo di ostruzionismo diventerebbe praticamente impossibile, e basterebbero solo cinquantuno voti per approvare una candidatura. I democratici perderebbero il loro ultimo strumento per bloccare le decisioni di Bush non solo per i seggi delle Corti minori, ma anche per quelli della Corte Suprema, per i quali tutto è certo tranne il fatto che diventino vacanti prima che termini il suo mandato.
Se l’ostruzionismo sopravvivrà nella sua forma attuale, ai democratici verrà riconosciuta una significativa vittoria legislativa nel mantenere aperto il procedimento nella lotta per le nomine alla Corte Suprema [...].
Ma non ci sono abbastanza senatori democratici per fermare First e compagni. Bisogna che la schiera degli oppositori si allarghi, che vengano inclusi almeno una manciata di repubblicani, e sarebbe sensato iniziare con i moderati [...].
Se mai c’è stato un momento in cui si è reso necessario che i repubblicani che ragionano prendano le distanze dall’ala jihadista del loro partito, quel momento è questo. Ma fare pressione sui conservatori assennati serve fino a un certo punto. Già due ex senatori con intatto pedigree conservatore, James McClure dell’Idaho e Malcom Wallop del Wyoming, hanno sostenuto in una lettera aperta al Wall Street Journal che abolire l’ostruzionismo potrebbe significare la fine del Senato come “corpo permanente con regole permanenti”.
Mentre First e i suoi alleati affermano che vogliono solo cambiare il regolamento riguardante la nomina dei giudici, McClure e Wallop ribattono che «E' ingenuo pensare che quello che viene deciso per l’ostruzionismo nelle nomine dei giudici non verrà poi adottato nell’equivalente processo legislativo». Aggiungono inoltre che «Senza la possibilità dell’ostruzionismo, un futuro leader di maggioranza potrebbe proporre degli interventi internazionali discutibili con solo una o due ore per il dibattito, tempo a malapena sufficiente a informare l’opinione pubblica e radunare i cittadini contro l’approvazione».
Gli abusi che McClure e Wallop temono non devono essere una preoccupazione solo per i senatori democratici e per gli ex senatori repubblicani; gli attuali senatori che ritengano opportuno dare voce a qualcosa di più della più stretta ed oltranzista ala del loro partito (persone come il senatore dell’Arizona John McCain) hanno la responsabilità di alzare la voce. A maggior ragione se sono in grado di sentire un chiaro richiamo nelle seguenti righe inspirate dai loro costituenti: questa non è una questione di repubblicani contro democratici e nemmeno di liberali contro conservatori; questo è il momento in cui siamo chiamati a decidere se questo Paese dovrà rimanere una democrazia in cui chi governa deve agire secondo le regole, oppure se diverrà un sistema in cui chi vince prende tutto, in cui la più grave delle paure dei fondatori, la tirannia della maggioranza, diverrà l’eredità permanente lasciata da George W. Bush, Tom DeLay e Bill First.

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Note sulla postmodernità: intervista a Michel Maffesoli
Vincenzo Susca,
Culture Digitali, Epistemologia della Rete
Maffesoli è uno degli intellettuali europei maggiormente disposti ad interpretare i fermenti del tempo nuovo sfuggendo da una griglia di lettura oscura e tendenzialmente apocalittica. Insignito della carica di professore ordinario alla Sorbonne di Parigi alla fresca età di 38 anni, non ha mai smesso di assegnare dignità scientifica ai fenomeni verso i quali abitualmente le discipline scientifiche riversano più scetticismo se non indifferenza: i lati banali e tragici che accompagnano il tempo ciclico della vita quotidiana, i fenomeni simbolici e affettivi che disegnano l’emersione del neo-tribalismo postmoderno, l’essere-insieme banale, presenteista e neocomunitario sostenuto e accelerato dai media di massa e ancor di più dai nuovi media. Secondo Maffesoli, i nuovi riti che si celebrano attorno al consumo, allo sport, agli eventi musicali e soprattutto all’interno della comunicazione di massa, suggeriscono l’elaborazione collettiva di forme di vita che si sganciano dai paradigmi della modernità occidentale e dai suoi miti costitutivi: la ragione astratta, il progresso, l’individuo, l’ideologia e la politica. E’ appena uscito in Italia il suo ultimo libro Note sulla postmodernità (Lupetti, Milano, 2005, Presentazione di Alberto Abruzzese), in cui lo studioso francese afferma che il postmoderno si cristallizza proprio in relazione alla “sinergia tra lo sviluppo tecnologico e il ritorno di forme arcaiche”. Temi affrontati nell’intervista che segue.

V.S.: Nel suo Note sulle postmodernità dedica particolare attenzione alla comunicazione. Mi sembra molto interessante il passaggio in cui lei sostiene che nelle società postmoderne “la comunicazione diviene comunione”. Che cosa intende dire e quali sono le conseguenze culturali di tale slittamento?

M.M.: La comunicazione – e paradossalmente, in misura maggiore, i processi comunicativi sostenuti dai nuovi media – è un forte veicolo di elementi arcaici marginalizzati dalla modernità. Non si riesce ancora a cogliere quanto le “cose” di cui parliamo siano strumenti attraverso i quali riavviamo un processo di radicamento dinamico con le persone, la terra e gli oggetti che ci circondano. Tanto la modernità ha assegnato centralità alla dimensione economica, razionale e politica dell’esistenza, quanto oggi si ritorna alla “cultura” nel senso più ampio del termine. Il secolo che si annuncia pone l’accento proprio sugli aspetti legati alla “cultura immateriale” e all’immaginario. La comunicazione assume quindi nel XXI secolo la funzione che in passato hanno svolto l’economia e la sociologia; diviene il fattore di riconoscimento e di identificazione, nonché l’elemento sacro attorno al quale le comunità si fondono e vibrano insieme; in breve, l’elemento strutturale dell’essere-insieme postmoderno.

V.S.: Fino a che punto la diffusione sociale delle reti, penso in particolare a Internet, conferma la prospettiva interpretativa che lei ha proposto, ben prima della loro invenzione, a partire dal 1988 con Il tempo delle tribù (Guerini & Associati, 2004): il ritorno del tribalismo, del nomadismo e l’emersione della socialità sotterranea?

M.M.: Le reti sono già diventate, in effetti, il palcoscenico in cui si esibiscono e talvolta prendono forma i differenti tribalismi che segnano il nostro tessuto sociale. Esse sostengono e accelerano la grande mutazione di topica che accompagna il passaggio alla postmodernità: dalla verticalità all’orizzontalità; testimoniano apertamente quanto le società contemporanee non facciano più perno sull’individuo razionale padrone di sé e del mondo, ma su micro-aggregazioni sociali in cui il sé si perde nell’altro e si scioglie nelle differenti tribù di cui fa parte. La domanda trova una risposta ancora più precisa nei lavori portati avanti dal Gruppo di Studio sulla Tecnologia e il Quotidiano (F. Casalegno, S. Hugon), che hanno ben dimostrato quanto lo sviluppo tecnologico stia dando vita a una fruttuosa sinergia con il ritorno dell’arcaico, con l’esplosione dell’immaginario e con la proliferazione di forme di aggregazione neotribali.

V.S.: Per ciò che concerne gli effetti socio-antropologici della società in rete e della diffusione dei nuovi media interattivi e online, assistiamo a una divisione piuttosto netta degli osservatori sociali: da una parte abbiamo chi, come per esempio Castells, Lévy o De Kerckhove, sostiene che tale scenario prefiguri una nuova società tendenzialmente più informata, democratica e intelligente; dall’altra, chiaramente con differenti variazioni, quanti – per esempio Bréton, Wolton o Baudrillard – sostengono che la nuova media-sfera porti con sé la fine del sociale, la morte della realtà o la dittatura della tecnica. Qual è la sua posizione?

M.M.: La mia prospettiva teorica mi avvicina più ai primi che ai secondi. Mi sembra che l’interattività e l’orizzontalità delle reti favoriscano forme di socialità in grado di ribaltare la struttura piramidale della modernità, la sua tendenza a oscurare le diversità e a inscrivere i soggetti sociali in progetti a lungo termine decisi in nome dell’ideologia e della ragione astratta. La tecnologia ha dato vita a un paradosso interessante: è stata in principio il mezzo attraverso il quale disincantare il mondo, mentre diviene nella postmodernità uno dei fattori scatenanti di quello che chiamo il “reincanto del mondo”. Allo stesso tempo credo che i ricercatori citati, e in genere larga parte degli studiosi ottimisti del cyberspazio, pongano l’accento un po’ troppo sugli aspetti relativi all’aumento dell’intelligenza delle nostre società. A mio avviso il fenomeno si lega anche, e forse in misura preponderante, alla dimensione emozionale dell’esistenza, al pensiero del ventre piuttosto che a quello del cervello.
Bisogna assegnare il giusto peso agli elementi più trascurati, e a mio avviso più importanti, dello sviluppo delle reti. Dobbiamo quindi oltrepassare le barriere del moralismo e prendere atto di ciò che la società è al di là del bene e del male. Per ciò che riguarda Internet, per esempio, sappiamo che più del 60% del traffico è dedicato al sesso, alla religione, alle “chiacchiere” e alle esperienze comunitarie. Ciò dovrebbe suggerirci, un’altra volta, quanto la rete sia un efficace mezzo di messa in scena degli elementi arcaici – delle strutture antropologiche – dell’immaginario e dell’esistenza. Anche il rete l’ombra di Dioniso è preponderante! Siamo pronti a sostenere che anche – e forse soprattutto – questi aspetti costituiscono i cardini della società in rete? www.politicaonline.it


Messico, un milione in piazza per la democrazia
di Matteo Dean

Città del Messico. Si è svolta domenica 24 aprile la manifestazione forse più partecipata della storia messicana. Un milione di persone sono scese in piazza in difesa del governatore di Città del Messico Andres Manuel Lopez Obrador. Migliaia gli stricioni, mille colori in una giornata di per sè scaldata dal sole, ma resa incandescente dalla sfida che la moltitudine sferra al governo federale. L'ossesione del governo federale, e del presidente Vicente Fox in particolare, contro Andres Manuel Lopez Obrador ha raggiunto negli ultimi mesi il surrealismo tipico di questo paese.

Un anno fa, le inchieste preelettorali, in vista delle presidenziali dell'anno prossimo, davano Obrador in netto vantaggio su tutti gli altri aspiranti. Un consenso quello riscontrato da Obrador, che sfiorava il 90% della popolazione consultata. Da qui l'ossesione di perdere la presidenza, non più saldamente in mano alla destra rappresentata dal Partito Azione Nazionale (PAN).

La speranza sorta dal cambio al vertice federale nel 2000 (in quell'occasione storica il Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) perdeva la presidenza dopo settant'anni di governo) è infatti rapidamente sfumata dopo solo quattro anni di governo. Corruzione e svendita del patrimonio nazionale hanno caratterizato l'amministrazione del PAN e di Fox. Obrador, al contrario, ha puntato tutto sul governo della capitale, la città più popolata al mondo, con programmi sociali d'avanguardia per il Messico e riuscendo a conciliare, non sempre bene, la politica sociale con gli interessi imprenditoriali.

Da qui il grande successo di una persona che è già diventata personaggio.

Al lato dei poveri, ma grande diplomatico con le grandi imprese, autoritario di carattere ma attento ad ascoltare le persone nelle strade, oppositore al neoliberismo sfrenato ma grande conciliatore di interessi contradittori. Un anno fa, il governo federale comincia una campagna di desprestigo contro Obrador, accusandolo di populismo e demagogia. Il punto alto dell'avanzata federale si ha quando si scopre che Obrador, in quanto governatore, avrebbe disatteso un ordine di un tribunale minore per far bloccare la costruzione di una strada, duecento metri di asfalto che scatenano la guerra politica tra il governo della città e quello federale.

L'accusa fa sorridere se si pensa ai grandi scandali finanziari di questi anni, se si pensa alle stragi impunite, come Acteal e Aguas Blancas, se si pensa che più di metà della popolazione è al di sotto della solgia della povertà. Ma tant'è, il governo federale insiste e riesce, con la maggioranza costituita da PAN e PRI a togliere l'immunità al governatore ed ad allontanarlo dall'incarico. Su Obrador pende ora la decisione dei giudici, che dovranno decidere se farlo arrestare (il reato imputatogli lo prevede) o lasciarlo libero mentre il processo prosegue. Ovviamente se dovesse essere condannato perderebbe il diritto a candidarsi per le presidenziali.

Ma la decisione non è facile perchè implica molte, troppe cose.

Obrador infatti ha mobilitato il paese intero in difesa propria e di quello che lui chiama un nuovo progetto di nazione, presentato qualche mese fa di fronte a centomila persone. Il paese si sta dividendo, tra chi sostiene Obrador e difende il suo diritto a candidarsi e chi lo teme come il prossimo Lula. Ma la manifestazione di ieri ha mostrato anche qualcos'altro. Innanzitutto la presenza non marginale di una moltitudine di persone che in piaza non difendevano Obrador, ma piuttosto l'idea di democrazia e protestavano contro l'autoritarismo di un governo che di democratico ormai non ha niente.

Forse ha ragione Carlos Monsivais, riconosciuto scrittore e analista politico messicano, che domenica 24 aprile su La Jornada (http://www.jornada.unam.mx/2005/abr05/050424/mas-monsi.html) auspicava il salto di qualità ed il rifiuto della tradizionale pratica del caudillismo, la fede cieca ed assoluta in un lider, quasi un salvatore. Forse è davvero giunto il momento perchè il Messico si scuota e la sua società civile prenda in mano le redini del proprio futuro e imponga una riforma seria e profonda della forma stato messicana.

Questo passaggio non è scontato, ma la presenza in piazza di organizzazioni critiche di Obrador ma in chiara opposizione a Fox e al neoliberismo che rappresenta forse denuncia una riflessione in questo senso. Certo è però che sorprende il silenzio dell'EZLN unica organizzazione in messico al momento capace di raccogliere e incanalare il gran malcontento. L'altro dato che fa riflettere è l'attendismo del governo federale. Obrador potrebbe essere arrestato stasera, domani o in qualsiasi altro momento.

Ma ciò ancora non avviene.

E' evidente che Fox, nonostante il silenzio che ha mantenuto sull'evento di ieri, sta studiando la situazione. E' probabile che tema la piazza e la reazione di una popolazione che oggi si è dimostrata molto critica nei suoi confronti. Il costo politico per lui e il PAN potrebbe essere troppo alto? Teme che incarcerare Obrador ne farebbe un martire? Ha paura che si rompa il filo di continuità che tanto desidera alla presidenza della repubblica? Non lo sappiamo.

Una cosa è certa però. Il silenzio di Fox e dei suoi assesori e l'imbarazzante silenzio del governo nordamaricano, che sino ad oggi non ha pronunciato giudizi sulla situazione messicana, fanno pensare a un momento di riflessione tra le fila di chi governa e ha sempre governato questo paese.

Paradossalmente, dopo mesi di polemiche e mobilitazioni, dopo i milioni di persone scese in piazza in questi mesi, dopo il lunghissimo dibattito sul tema OBrador, interrotto solo dalla morte del Papa, si potrebbe giungere alla più ovvia e contradditoria soluzione: cercare il compromesso con Obrador e lasciar vincere un uomo che si dice di sinistra il prossimo anno. Cambiare tutto perchè tutto rimanga uguale.

Una soluzione non lontana dalla realtà se si guarda più a sud in questo continente.

Matteo Dean
redazione@reporterassociati.org



L'evoluzionismo di Benedetto XVI
Solimano
Pochi giorni dopo essere stato eletto, Ratzinger ha fatto una dichiarazione in cui sostiene la fede cristiana contro l'evoluzionismo. Credevo che da tempo si fosse giunti ad una specie di armistizio, per cui, nella accettazione della scientificità dell'evoluzionismo darwiniano, la Chiesa Cattolica inserisse l'intervento divino, la scintilla di Dio che entra nell'uomo. Non è così: rimane, come è logicamente giusto, l'opposizione inconciliabile fra darwinismo e cristianesimo. A favore del darwinismo è il metodo scientifico, a favore del cristianesimo l'effetto consolatorio, così importante per riuscire ad accettare una vita altrimenti percepita come priva di senso.
D'altra parte, già da Cardinale, Ratzinger dichiarò ad esempio che il buddismo è una specie di autoreotismo spirituale. Occorrerà ascoltarlo con attenzione; al di là delle sue ripetute dichiarazioni di umiltà, siamo solo agli inizi, e l'omelia fatta prima dell'inizio del Conclave, quella così lodata dagli atei devoti come Ferrara e come Pera, mi ha richiamato alla mente il Sillabo di Pio IX, con l'aggiunta di qualche –ismo in più, frutto degli ultimi centocinquanta anni.
www.ulivoselvatico.org


aprile 28 2005

LA CADUTA DEL TABÙ
CURZIO MALTESE


da Repubblica - 28 aprile 2005

Il dopo Berlusconi è cominciato anche a destra. Nel giorno che doveva essere della «riscossa», il presidente del consiglio si è sentito annunciare la fine politica in Parlamento e in tv. Aveva appena finito di fantasticare sul partito unico e sull´«immancabile vittoria» contro le solite sinistre illiberali, quando è calato il macigno di Follini: «La leadership della coalizione nel 2006 non è scontata». Con il minimo di concessione alla retorica democristiana, la frase suona come una condanna definitiva.
Significa che la leadership di Berlusconi semplicemente non esiste più, è finita, archiviata, fallita, almeno per i centristi.

La caduta dei tabù

Tanto finita che la si può annunciare al Parlamento e al Paese in diretta, davanti all´opposizione in festa. Ancora l´altro giorno il quotidiano di casa Berlusconi accusava Follini e gli ex dc di tramare nell´ombra contro il premier. Quali trame e quale ombra? Questo è un annuncio, una notificazione di sfratto, il licenziamento del padrone.
Più chiaro di così. Proprio nel giorno di nascita del Berlusconi bis, al quale da ieri è invece "scontato" pronosticare vita breve e stentatissima da governicchio balneare o poco più. Si tratta solo di vedere dove e come cadrà, da qui all´inverno. Le occasioni non mancheranno davvero. Il Berlusconi bis o ter o magari ultimo pullula di trovate incendiarie pronte a trasformarsi all´occasione in formidabili boomerang. Berlusconi ha promesso ancora una volta tutto a tutti. Quindi può inciampare sulla devolution e poi cadere per gli aiuti al Sud, scivolare sul sostegno alle imprese o franare al prossimo rinnovo dei contratti, morire per Maastricht o suicidarsi in nome della Padania. Certo è solo che prima o poi cadrà, per le leggi fisiche della politica.
Dove non arriva l´ostinazione di Berlusconi nel replicare all´infinito un numero imprecisato d´insuccessi, ci pensa lo slancio creativo dei nuovi ministri. Il governo delle cento poltrone e delle mille pensate somiglia ogni giorno di più alla nave dei folli. Il vicecomandante Tremonti, come ogni volta che si accendono su di lui le fatali telecamere, viene colto da un´idea geniale. L´altra volta era il "buco" della sinistra, stavolta è il suo buco nella sabbia. Si precipita a Canale5 ad annunciare la vendita delle spiagge per risolvere la questione meridionale. Poi si precipita a smentire d´aver parlato di vendita, quando la cassetta dell´intervista ha già fatto il giro del mondo e raccolto un irridente dissenso bipartisan, dalle battutacce della sinistra sull´"ultima spiaggia" governativa fino all´ironia del collega Pisanu. Ma il clima da "rompete le righe" è generale. Il fido Gasparri che telefona al Quirinale per minacciare una crisi contro la nomina di Storace è l´episodio più significativo di una maggioranza ormai senza leader e scossa da una catastrofica guerra per bande.
Il declino scomposto del berlusconismo ha trovato nella giornata di ieri la sua rappresentazione spettacolare. Il comizio di Berlusconi è stato una specie di riassunto del repertorio un tempo fortunato e ora insensato. Come sempre quando si trova spalle a terra, Berlusconi ha cercato di rovesciare la crisi presente con l´utopia d´un futuro radioso. È arrivato al grottesco d´imputare il fallimento economico del governo di destra al pessimismo dell´opposizione, al disfattismo dei nemici del popolo, come si faceva nei regimi. Ha cercato di ribaltare l´immagine di una maggioranza divisa su tutto con la prospettiva incredibile d´un "partito unico" alle porte. Ma i numeri del mago di Arcore non riescono più, le frasi cadono nel vuoto e l´esibizione di potenza si è infranta contro il gelo di Follini. Con geometrica precisione e calma tutta dorotea, il leader dell´Udc ha dedicato il suo discorso a smontare uno per uno i dogmi del presidente. la sicura vittoria? «Una rimonta lunga e difficile». Il partito unico? «Prima viene l´identità e poi la forma, prima i contenuti e poi il contenitore». Un controcanto puntuale e inesorabile che raggiunge la vetta nella descrizione di quella che secondo Follini sarà la destra del futuro, ovvero senza Berlusconi. «Da parte nostra coltiviamo con tenacia l´idea di un centro moderato, pluralista, popolare ma non populista. Una forza rappresentativa ma non plebiscitaria. Un insieme di opinioni e non un´alleanza presidenziale, un´alleanza che si definisce a partire dalla sua missione, non dalla sua guida». Dove ogni negazione è sempre riferita al modello berlusconiano, in maniera da suonare tutta insieme come una specie di requiem o una preghiera di liberazione. Alla fine il leader centrista ha concesso un voto che sa di condono a termine, una «fiducia senza illusioni» ancor più minacciosa della proverbiale "non sfiducia" dei vecchi democristiani.
Berlusconi è rimasto tutto il tempo a sorbirsi la lezione, impotente e livoroso, con l´aria sprezzante d´un Gulliver legato da lillipuziani. Eppure costretto a subire tanta umiliazione, pur di guadagnare ancora un annetto di potere. Si è scatenato solo alla lucida requisitoria di Fassino, rovesciando sull´opposizione gli insulti che, si vedeva benissimo, avrebbe volentieri rivolto all´alleato. Per poi continuare lo sfogo fuori dall´aula, cercando la complicità dei cronisti parlamentari, rivendicando un passato vincente come fanno le vecchie glorie del pallone in sala stampa quando sentono odore di panchina. Finché i portavoce l´hanno trascinato via.




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Ds Milano - Rassegna stampa


Banche, dall’Europa ultimatum a Fazio
Antonveneta e Bnl, due lettere dai commissari Ue: non ostacoli gli interventi stranieri


dal Corriere - 28 aprile 2005

Doppio affondo dell’Ue sulla Banca d’Italia. Ieri i commissari Antitrust, Neelie Kroes, e del Mercato interno, Charlie McCreevy, hanno scritto due diverse lettere al Governatore Antonio Fazio, a pochi giorni dalle assemblee delle due banche italiane oggetto di Opa. Kroes chiede «chiarimenti» sul ritardo nell’autorizzare il gruppo olandese Abn Amro a salire oltre il 20% del capitale di Antonveneta: poche ore dopo, Bankitalia ha annunciato il via libera ad Abn a salire fino al 30%. Ma McCreevy sospetta «disparità di trattamento» a favore della Popolare di Lodi. Sempre ieri l’Antitrust Ue ha autorizzato l’Opa di Bbva (il Banco di Bilbao) su Bnl, mentre oggi il Tar del Lazio si pronuncerà sul ricorso di Abn contro il sì di Fazio alle operazioni della Lodi.
A pagina 9 de Feo, Sarcina Tamburello


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Banche, doppio altolà dell’Europa a Bankitalia
I commissari Kroes e McCreevy: Fazio chiarisca i comportamenti verso Abn.
Grillo: basta con le interferenze Ue
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

BRUXELLES - Le lettere hanno un contenuto «tecnico», ma il segnale è politico. E di quelli forti. I due Commissari più «liberisti» dell’esecutivo, cioè l’irlandese Charlie McCreevy (Mercato interno) e l’olandese Neelie Kroes, si muovono in combinata e tornano a mettere sotto pressione il Governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio. L’iniziativa è stata concordata nei giorni scorsi, dopo una serie di contatti e riunioni negli uffici di Bruxelles, visto che l’Istituto centrale non aveva concesso alla Abn Amro l’autorizzazione a superare la soglia del 20% nel capitale della Antonveneta (via libera arrivato solo ieri). Così, l’altra sera, il vicedirettore generale degli uffici Antitrust, Groetz Drauz, ha preso carta e penna e formalizzato le «preoccupazioni» del commissario Kroes, in questi termini: «Egregio Governatore, come lei certamente sa, la Commissione ha competenza esclusiva nell’esame delle fusioni di dimensione europea». E quindi l’esecutivo di Bruxelles chiede a Fazio di fornire «chiarimenti» entro il 4 maggio su «alcune misure adottate» per «impedire ad Abn Amro di superare finora la quota del 20% nel capitale». Inoltre il vicedirettore Drauz sollecita «le informazioni necessarie perché possa effettuare una valutazione appropriata e completa del comportamento di Bankitalia per accertare se sia stato rispettato l’articolo 21 del regolamento europeo sulle fusioni».
Il punto giuridico, in fondo, è semplice. L’articolo 21 è l’unica finestra nella normativa europea che consente all’Autorità nazionale (la Banca d’Italia) di ottenere una sorta di delega per giudicare una fusione tra imprese, sulla base di «criteri prudenziali» legati alla stabilità e alla sicurezza del sistema Paese. Il problema, però, è che spetta alla Commissione Ue concedere, su richiesta, questa facoltà alle istituzioni dei singoli Stati. Fino a oggi Fazio non ha avanzato alcuna domanda. Ma la Kroes vuole verificare che il Governatore non sia comunque intervenuto o nell’operazione Abn-Antonveneta. Gli olandesi, evidentemente iperattivi con legali e «suggeritori» a Bruxelles, ieri hanno inviato una «segnalazione» ufficiale ai servizi del commissario McCreevy, lamentando «una disparità di trattamento» da parte di Bankitalia rispetto alla Popolare di Lodi. Nel dettaglio sostengono che il Governatore ha già autorizzato l’amministratore delegato della Lodi, Gianpiero Fiorani, a doppiare il paletto del 20% in Antonveneta, a fronte della domanda del 7 aprile. Abn Amro, invece, pur avendo formulato la richiesta il 30 marzo, ha avuto solo ieri il permesso di salire al 30%.
Ma sullo sfondo è ormai fin troppo chiaro che il tiro alla fune tra Roma e Bruxelles non è più solo un problema «tecnico». Non a caso la Commissione si muove in combinata. Al messaggio della Kroes si è subito affiancato quello siglato da Martin Power, capo di gabinetto dell’irlandese McCreevy: «Siamo preoccupati per la corretta attuazione dei principi che prevedono la libertà di movimento dei capitali. Garantiamo il sostegno all’azione intrapresa dalla direzione generale della Concorrenza». Come dire: vi abbiamo avvisati, ma siamo pronti alla procedura formale. Da Roma va registrata la reazione del senatore Luigi Grillo, vicino a Fazio: «Basta con gli sproloqui dei commissari Ue. Sono interferenze nell’esercizio della vigilanza prudenziale».
Giuseppe Sarcina


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Quelle mosse inattese e il pressing dei governi
La Commissione tenta di ritagliarsi un ruolo più «pesante»
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

BRUXELLES - La nuova iniziativa del duo Kroes-McCreevy, nerbo «liberista» della Commissione, sembra essere un modo, piuttosto sbrigativo, per riaffermare un ruolo sempre più insidiato dai governi. L’ex manager olandese e l’ex ministro irlandese stanno trasformando quella che dovrebbe essere una normale procedura (il giudizio su una doppia Opa con dimensione europea) in una prova di forza con uno dei Paesi fondatori e con il suo intoccabile Governatore. Il test è semplice (quanto sa farsi rispettare la Commissione nei settori di sua competenza), ma l’esito è incerto. Il referendum in Francia del 29 maggio sta seminando tensioni e nervosismo non solo tra Parigi e Bruxelles, ma per contagio inevitabile, tra diverse capitali e l’esecutivo europeo. Il capitolo banche si aggiunge a quello del tessile cinese, alla liberalizzazione dei servizi, alla delocalizzazione delle imprese, all’applicazione concreta del «nuovo Patto di stabilità e altro ancora. Ciascuno dei grandi Paesi sta tenendo i conti con la Commissione guidata da José Manuel Durão Barroso. Pare che diversi commissari, (Franco Frattini, Benita Ferrero-Waldner, Laslo Kovacs, Jacques Barrot, Joaquín Almunía, Louis Michel, Gunther Verheugen) siano preoccupati. Temono gli effetti che la vittoria del «no» avrebbe sulla stabilità della Commissione. Pensano, come molti diplomatici, che in caso di sconfitta Jacques Chirac punterebbe l’indice verso la «capitale fredda e distante» della Ue. E sulla sua scia arriverebbero Gerhard Schröder, Silvio Berlusconi e forse qualcun altro. Da giorni, dunque, la Commissione è sotto stress. C’è chi moltiplica la prudenza (vedi Barrot e caso Alitalia); c’è chi preferisce enfatizzare il ruolo (Mandelson e il tessile; Kroes-McCreevy e le banche). Se le cose si metteranno male, si capirà chi ha scelto la strategia migliore.
G.Sar.





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Ds Milano - Rassegna stampa


Berlusconi, è arrivato il tempo di uscire di scena
ANTONIO DI PIETRO
La grandezza di un uomo politico si misura, oltre che dalla competenza nel raggiungere i propri obiettivi, anche dalla sua capacità nel percepire il cambiamento dei tempi, nel saper comprendere e soprattutto accettare che in politica nessuno dura per sempre e che quando un ciclo positivo volge al termine é saggio preparare, con lungimiranza e stile, la propria uscita di scena ...
Gli eventi che hanno scandito la realtà politica di questi giorni, la crisi di governo e l'atteggiamento con il quale Berlusconi ha mal gestito e subìto la ribellione dei suoi ex-alleati, hanno dato al sensazione di assistere all'ultimo atto di quella che sembrerebbe una farsa, se non avesse ripercussioni tanto gravi sulla vita del Paese.

La maggioranza di centrodestra si é infatti sbriciolata sotto il peso della pesantissima sconfitta elettorale alle Regionali. I partiti minori della Casa delle Libertà avevano avvertito i sintomi della crisi già da molto tempo, ma in questa occasione, per la prima volta, Udc e An hanno letteralmente costretto Berlusconi, nonostante la sua totale e declamata contrarietà, a rassegnare le dimissioni e a cedere qualche poltrona, nell'estremo tentativo di prendere un po' fiato e tirare a campare, fino alla scadenza naturale della legislatura nel 2006.

Nonostante ciò, nel suo breve discorso davanti al Parlamento il giorno che ha rimesso il suo mandato, Berlusconi, come da copione in questi anni, ha continuato a mentire in primo luogo a sé stesso, oltre che agli italiani, minimizzando non solo i gravissimi problemi che soffocano il Paese, ma arrivando a dichiarare che la crisi in corso è solo un mero atto dovuto, passaggio obbligato dettato da una Costituzione che impone regole (quelle della democrazia!) sicuramente da superare.
La verità é che, questa volta il potere del denaro non basterà a compattare i partiti della Casa delle Libertà: come abbiamo già detto, il dopo Berlusconi é già cominciato e le Politiche il centrodestra le ha già perse, che si svolgano anticipatamente o nel giugno del 2006.

E' finita, infatti, la stagione in cui gli italiani si sono fatti ammaliare da un sorriso da pubblicità attraverso manifesti a caratteri cubitali, dalle barzellette prefabbricate, dalle partite di calcio e ballerine e promesse impossibili da realizzare. La realtà é che questo Governo é crollato a causa dall'inadeguatezza di una classe dirigente che, al di là di un'indubbia difficile congiuntura economica internazionale, non ha saputo dar risposte concrete e credibili alla crisi che inginocchia il Paese, come riconosciuto ormai anche dalla stessa Confindustria.
Questo governo é crollato a causa dall'impossibilità di continuare a coniugare le spinte e le esigenze contrapposte tra la Lega e Alleanza nazionale, ma soprattutto é crollato poiché quasi 2.400.000 di italiani non hanno più votato per Forza Italia.

Famiglie del ceto medio che si sono rese conto che in questi anni chi li ha governati ha dissipato tempo ed energie, solo per fare leggi ad personam, in funzione delle necessità processuali di quello o quell'altro imputato presente in Parlamento e nel contempo, ha perpetrato una sistematica politica di tagli ai servizi alla persona. Una politica di governo che ha portato l'Italia in una guerra ingiusta e costosa, che la maggioranza del Paese non voleva, che ha aumentato il divario tra ricchi e poveri e tra nord e sud del Paese, che subdolamente, ha portato avanti idee pericolose ed immorali: dal non rispetto verso la Magistratura a provvedimenti come la depenalizzazione del falso in bilancio, gli innumerevoli condoni e soprattutto una politica che ha letteralmente svuotato le casse dello Stato.

Quanti sono i giorni effettivi di attività parlamentare sui quali il Berlusconi Bis potrà effettivamente contare? Solo 50-60, tra vacanze estive e natalizie. Si può forse ragionevolmente pensare che in questo poco tempo e per di più senza risorse, si possa realmente risolvere i problemi del Paese?
Si può ragionevolmente credere che quello di cui oggi, in questa profonda situazione di crisi, il Paese aveva davvero bisogno, era di avere Buttiglione ministro ai Beni Culturali o trovare "un posto" allo sconfitto Storace come ministro alla Sanità o rispolverare Tremonti, che è all'origine del dissesto economico in cui é sprofondata l'Italia? Non è serio, né tanto meno rispettoso, continuare con questo irresponsabile comportamento sulla pelle delle famiglie italiane, che hanno visto dimezzato il potere d'acquisto dei loro stipendi e che non riescono ad arrivare a fine mese. Se queste sono le condizioni, allora meglio andare a votare subito, e non prolungare inutilmente un'agonia che peggiora solo la situazione.

Indipendentemente dalle valutazioni politiche, la storia giudicherà l'Italia di questi dieci anni di Governo Berlusconi, ma é indubbio che si é aperta ormai una nuova, delicatissima fase.
I partiti dell'Unione, guidati da Romano Prodi, senza dare per acquisita una vittoria ancora tutta da consolidare, nel poco tempo che ci separa dal nuovo appuntamento elettorale, devono ora impegnarsi con professionalità, senso di responsabilità ed umiltà, per costruire un serio, concreto, condiviso programma ed indicare in modo semplice e chiaro le tante cose da fare per risollevare le sorti del Paese.www.centomovimenti.com


Montezemolo mette il governo sotto tutela: «Competitività e Irap, fare in fretta»
di red

Intanto Berlusconi incassa la prima dichiarazione di fiducia. Condizionata, scettica e a scadenza. Non è ancora quella degli alleati, ma arriva dalla Confindustria. «Finalmente – afferma Luca Cordero di Montezemolo - le priorità per il rilancio dell'economia e della competitività vengono messe tra i punti più importanti dell'agenda di governo». Ora, però, «occorre fare in fretta, perchè la situazione economica del Paese è grave, e si discute da troppi mesi. Sarebbe bene lavorare da subito su poche, urgenti e fondamentali priorità».

Il presidente degli industriali mette il governo sotto tutela. Primo punto: «Mettere la fiducia sul decreto in materia di competitività». Poi l’Irap: «Mi sembra che quanto si stia dicendo vada nella direzione giusta». Giudicata positivamente anche l’ipotesi avanzata del ministro dell’economia Siniscalco di detassare gli aumenti salariali: «È un fatto molto importante - sostiene Montezemolo – sempre in funzione di diminuire l'impatto fiscale sul costo del lavoro e cioè su quanto le imprese versano ai loro collaboratori e su quanto i collaboratori effettivamente incassano».unita.it


Silvio-Romano a parti invertite




Quelli del retroscena ci hanno campato per anni. Era l’alternativa, anzi il corollario dell’altro tormentone giornalistico di stagione: “Ulivo diviso”. Il retroscena consisteva alla fine sempre nello stesso pezzo: Prodi come leader del centrosinistra da solo non esiste, non regge, non lo vogliono, hanno almeno una dozzina di sostituti.
L’unica sua salvezza si chiama Silvio Berlusconi: finché il Cavaliere guiderà il centrodestra, l’avversario potrà essere solo il Professore. Il centrosinistra è antiberlusconiano, ma per Prodi Berlusconi è una polizza contro gli infortuni politici.
Lo hanno scritto con migliaia di varianti migliaia di volte. Con scarsa fantasia e soprattutto scarsa attenzione a un dato strutturale della politica: i due leader non erano tali per una somma di debolezze, ma perché erano i più riconosciuti rappresentanti di un p r o g e t t o coerente col sistema bipolare, interpreti del maggioritario già premiati in questa veste dagli italiani.
La malizia dei retroscena stava, per anni, nell’accostare un Prodi ritenuto debole a un Berlusconi padre padrone in casa sua. Prodi aveva bisogno della scia di Berlusconi che faceva corsa di testa, solitario.
Oggi lo schema viene riproposto a parti rovesciate. Perfino nelle indiscrezioni sui colloqui privati, ora è Berlusconi che si appoggia a Prodi, che sostiene ciò che resta del proprio ruolo non più con la forza della Cdl, ma con la forza dell’avversario.
Del mitico scioglimento dei poli – raccontato a lungo come preoccupazione prodiana – ora la vittima designata si sente lui.
Sembra la stessa storia, allo specchio. Con una differenza non piccola: al massimo entro un anno la partita si chiude. E le due colonne che sembravano sorreggersi a vicenda non godono della stessa salute. Con Prodi l’Unione vince.
Con Berlusconi la Casa delle libertà perde. La storia parallela sta per finire.www.europaquotidiano.it.



One man show del Cav. Follini dice no al partito unico e dà una lezione di politica anche alla Fed
Fiducia a tempo. Varato alla Camera il nuovo governo. Il premier comizia, mentre il leader dell’Udc gli spiega la politica
G.I.


Il premier.Con 334 sì e 240 no ieri la Camera dei deputati ha dato la fiducia al governo Berlusconi-bis. Ma la notizia non è questa, quanto il vero one man show del premier. Le elezioni perse? “I nostri elettori sono più individualisti e hanno più senso critico – spiega Berlusconi all’opposizione – i vostri elettori sono più disciplinati”. Gli impegni dell’esecutivo? “Rispetteremo il patto preso con gli elettori con il 'contratto con gli italiani' – dice - lavoreremo in questo anno di governo per arrivare alla fine della legislatura avendo rispettato tutti gli impegni, nessuno escluso.” Le proposte di Tremonti? Parte di un piano per il rilancio del Sud. La leadership? “Se la Casa delle Libertà non sarà unita [in un partito unico] non mi candiderò”. La sinistra? “Gli italiani hanno tanto buonsenso e sanno bene che c'è una egemonia culturale della sinistra da decenni”. Per cui “sanno bene che voi dominate nelle scuole, nelle università, nelle tv, nei giornali, nella magistratura, nelle procure, nella Corte Costituzionale (11 a 4) e mi fermo qui”. E poi spiega: “quindi non vorranno dare anche voi il governo e la maggioranza parlamentare, sono saggi e sanno benissimo che non ci sarebbe più piena democrazia ma una democrazia minore perché una democrazia vera si forma sul sistema dei pesi e contrappesi”. Stranamente Berlusconi attribuisce agli italiani la conoscenza della nozione dei checks and balances ma poi pretende di eliminarla dalla Costituzione, ironizzerà dopo il diessino Franco Bassanini, il quale si aspetterebbe, per una questione di coerenza, il ritiro del disegno di legge sulle riforme.

Follini si sottrae alla morsa Berlusconi-Buttiglione. Questo per la cronaca. Il senso politico del discorso di Berlusconi però è più profondo del comizio tenuto ieri alla Camera. Prima di tutto il premier cerca di incastrare l’Udc tirando fuori dal cilindro il partito unico del centrodestra. Nel pieno del disfacimento della sua coalizione Berlusconi non solo non lascia, ma raddoppia, proponendo qualcosa di assolutamente irrealizzabile – come ben sa – ma lasciando ai centristi l’onere di dire no. In realtà la manovra su Follini è a tenaglia. L’idea di tirar fuori nuovamente il partito unico non è di Berlusconi, ma di Buttiglione, che ne ha parlato al premier un paio di giorni prima. L’attuale ministro dei beni culturali ha esortato il premier per mettere in difficoltà il suo rivale interno nell’Udc ma anche per gettare le basi di una possibile futura scissione. Follini, uomo navigato, non ci casca. E rispondendo a Berlusconi indirettamente dà una lezione anche al centrosinistra: “"Anch'io – ha detto - scruto l'orizzonte. Ma so che prima viene l'identità e poi la forma, prima il progetto e poi gli uomini, prima i contenuti e poi i contenitori”. Parole che si cascano benissimo anche sul progetto del partito riformista. Ma Follini non si limita a questo e mette i piedi nel piatto del programma del governo: “Nel 2001 l'argomento era: meno tasse per tutti. Oggi l'argomento è: un fisco più equo e prima o poi, e più prima che poi, il quoziente familiare”. E ancora: “Nel 2001 la questione era l'abbassamento delle aliquote. Oggi la questione cruciale è la ripresa dello sviluppo e la difesa del potere d'acquisto delle famiglie”. “Questo - ha concluso - cambia molte cose, dobbiamo esserne molto consapevoli”. Quindi: “Non possiamo rotolare verso il 2006 lungo una sorta di piano inclinato - spiega - come se fosse già deciso tutto l'assetto dei partiti, la leadership e magari anche l'esito del voto”.
Parole chiare, che se non fossero pronunciate nel momento in cui l’Udc ha – sia pure senza entusiasmi – rinnovato la fiducia al peggior esecutivo della storia repubblicana, potrebbero essere considerate una lezione di politica.

Una maggioranza che non esiste più. Come dicevamo sul giornale di ieri, il governo appena varato nasce traballante. I piani dell’Udc li spiega indirettamente il leader dei Comunisti italiani: “Da domani - e dice Diliberto - siete a rischio tutti i giorni, perché la vostra maggioranza politicamente non esiste più.”. Già. Ogni provvedimento, ogni singolo voto potrà essere occasione per fare andare il governo “sotto”, come si dice in gergo parlamentare. E dalle riforme al nuovo consiglio di amministrazione della Rai le occasioni non mancheranno a Follini e Casini. www.aprileonline.info


E Fininvest porta in tribunale Beppe Grillo
Il comico aveva paragonato la Parmalat alla finanziaria del Cavaliere. Che adesso vuole 500mila euro
SARA MENAFRA
ROMA
Mentre la procura di Milano indaga su i diritti tv di Mediaset, la Fininvest ha deciso di chiedere cinquecentomila euro di danni al comico genovese Beppe Grillo, colpevole di aver paragonato l'azienda di Silvio Berlusconi alla Parmalat. L'articolo incriminato è uscito più di un anno fa su Internazionale. Si intitolava «Il caso Parmalat e il crepuscolo dell'Italia» (numero 524, anno 11, 30 gennaio - 5 febbraio 2005). Un pezzo lungo più o meno otto pagine in cui il comico raccontava tutta la storia del crollo dell'azienda cresciuta sul boom del latte a lunga conservazione. A commentare la vicenda insieme a Grillo otto giornalisti di importanti quotidiani internazionali (dal Times alla Frankfurter Allghemaine). Eppure l'unico ad essere stato convocato davanti al giudice civile - la prima udienza si è tenuta ieri mattina - è stato il comico genovese. «Sono venticinque anni che faccio l'avvocato - racconta il suo legale, Giuseppe D'Ippolito - ma questa è la prima volta che mi capita che per una presunta diffamazione venga accusato solo un autore dell'articolo e non gli altri o il giornale, anche se ovviamente sono contento per loro. Mi sembra che ormai queste citazioni vengano usate soprattutto per mandare segnali, per far sapere al soggetto preso di mira che è tenuto d'occhio».

Nello spiegare il come e il perché si ritenga innocente Beppe Grillo ha detto un po' scherzando e un po' no: «Berlusconi è stato prosciolto con le attenuanti generiche perché il giudice che aveva corrotto era già corrotto da prima (al processo Imi-Sir di Milano, ndr ). E allora io pure spero di essere assolto con le attenuanti generiche visto che l'immagine della Fininvest non era un granché anche prima del mio articolo».

Il comico ha aggiunto di sentirsi vittima di una campagna personale. E in effetti, come conferma il suo legale, sono stati diversi i politici e gli imprenditori che lo hanno querelato per le sue battute aspre ma generalmente documentatissime. Proprio in questi giorni si sta per concludere un processo a Genova in cui ad accusarlo c'è l'avvocato di Berlusconi, Cesare Previti. E la stessa Finivest nell'atto di citazione avrebbe spiegato che generalmente non reagisce alla «stampa ostile». Nel caso di Beppe Grillo, però, hanno fatto un'eccezione. www.ilmanifesto.it/




A spada tratta
Antonio Cassese commenta il modo in cui gli Usa hanno trattato i casi Calipari e Abu Ghraib





“E’ un epilogo che mi ha sorpreso molto”. Il giurista Antonio Cassese, ex presidente del Tribunale dell’Aja e ora a capo della commissione Onu sul Darfur, è perplesso dopo le indiscrezioni secondo le quali il Pentagono starebbe pensando di scagionare completamente i militari statunitensi coinvolti nell’uccisione del funzionario del Sismi Nicola Calipari. “Io speravo che la commissione mista Usa-Italia arrivasse a un’intesa sull’accertamento dei fatti. Pensavo che non ci fosse questo irrigidimento da parte degli americani e che si tenessero in debito conto le testimonianze dei due italiani superstiti”, dice il professore.

Due giorni prima i giudici militari Usa hanno assolto i “pesci grossi” riguardo allo scandalo delle torture di Abu Ghraib. In sostanza la responsabilità degli abusi è stata attribuita a poche “mele marce”. Anche questo giudizio l’ha sorpresa?
Sì. E’ chiaro che c’è una linea politica imposta dall’alto di difendere a spada tratta i militari. C’è un problema di morale delle forze armate, e penso che gli altissimi vertici ritengano che qualunque incrinatura nella protezione dei militari possa ulteriormente mettere in crisi il morale dei soldati. Questa è l’unica spiegazione che mi do. Anch’io ho visto il nesso tra Abu Ghraib e l’irrigidimento sulla decisione su Calipari. Questo corrobora tutte le perplessità che l’atteggiamento americano nei confronti della Corte Penale Internazionale sollevava, circa la volontà degli americani di proteggere in ogni caso i loro militari da eventuali accuse di crimini di violazione dei diritti umani.

Se gli usa avessero approvato il trattato che ha istituito la Corte Penale, sarebbero obbligati a lasciar giudicare la Corte su fatti del genere?
No. Se fossero parti contraenti dello statuto, dovrebbero cedere davanti alla giurisdizione della Corte solo ove si dimostrasse che non sono capaci o che non hanno la volontà di procedere penalmente contro i propri militari sospettati di crimini. La corte interviene in seconda battuta. Se lo Stato attraverso i suoi organi giudiziari non interviene o non interviene efficacemente, subentra la Corte. In questo caso, essendo il crimine commesso nel territorio iracheno, cioè di uno stato non parte contraente dello statuto della corte, ed essendo stati commessi da cittadini americani, non c’è la giurisdizione della Corte. In teoria ci sarebbe quella del giudice territoriale, cioè i giudici iracheni, ma essi non si attivano.

E l’Italia non potrebbe giocare alcun ruolo?
Per il caso di Calipari ci sarebbe la giurisdizione teorica del giudice italiano, perché è un reato commesso all’estero contro un cittadino italiano. Ma in base all’articolo 10 del nostro codice penale affinché si possa agire è necessaria la presenza sul territorio italiano dei presunti colpevoli, a meno che il giudice non decida di procedere – ma mi sembra molto difficile – in contumacia.

Ma se gli Usa giudicano sui reati commessi da propri cittadini all’estero, non è come se in una partita un giocatore facesse anche l’arbitro?
Non farei questo paragone. Gli americani hanno commissioni militari ma soprattutto corti marziali. Questi reati sarebbero da corte marziali, che negli Usa sono serie e funzionano bene. Il problema è che per arrivare alla corte marziale è necessario che ci sia un procuratore che decide di deferire il caso ad essa. In questo episodio i membri americani di questa commissione d’inchiesta hanno deciso che non ci sono gli elementi perché nessun reato è stato commesso da cittadini statunitensi.
L’immagine del giocatore/arbitro non regge se guardiamo al passato. Nel Vietnam ci sono stati perlomeno 500 casi di americani che avevano commesso crimini contro i vietnamiti, portati davanti alle corti marziali. In molti casi sono stati condannati, e comunque i processi erano seri, equi. Erano corti marziali americane che giudicavano crimini imputati a militari americani.

Perché c’erano procuratori che portavano il caso davanti alle corti…
Certo, o anche per merito dell’opinione pubblica, come nel caso di My Lai. In questo caso invece ci sono chiaramente direttive politiche di difesa a oltranza dei militari. www.peacereporter.net
Alessandro Ursic

Una Costituzione più umana per l’immigrazione?
Il diritto di asilo, le frontiere esterne e i visti rientrano nelle competenze dell'Unione già da qualche anno. La Costituzione permetterà di rafforzare dunque la libera circolazione delle persone?



Marzo 2005. Lampedusa, isola a sud della Sicilia. Centottanta clandestini sbarcati sulla costa sono espulsi senza tanti complimenti in Libia dalle autorità italiane. Questo provvedimento è preso in virtù di un accordo firmato a settembre 2004 tra i due paesi, ma le condizioni di espulsione vengono denunciate dalle Ong. La Costituzione europea, se fosse in vigore, autorizzerebbe questo trattamento? Il testo si appoggia sempre su questa distinzione poco chiara tra “veri” rifugiati (sfuggiti a persecuzioni religiose, politiche o raziali) e “falsi” che porgono domanda s’asilo ma che in realtà sperano di entrare nell’Unione Europea per migliorare le loro condizioni di vita.
L’obiettivo del Trattato costituzionale è quello di provvedere alle esigenze di sicurezza degli Stati membri. Tutto nel rispetto dei diritti umani. L’immigrazione e il diritto d’asilo potranno davvero godere di piena tutela?

Una serie di Trattati prima della Costituzione

La Costituzione non è il primo documento a porsi questa doppia ambizione. Nel 1985 Convenzione di Schengen segnò la volontà di creare uno spazio europeo senza frontiere interne. Firmata in origine da una manciata di paesi, adesso raggruppa ben 15 Stati: 13 paesi membri dell’Unione (l’Europa dei 15 ad eccezione di Gran Bretagna e Irlanda), la Norvegia e l’Islanda. La Convenzione, entrata in vigore nel 1995, ha permesso di adottare leggi comuni per quanto riguarda i visti, il diritto di asilo e il controllo delle frontiere esterne. Obbiettivo: la libera circolazione delle persone. A questo stadio, le questioni di asilo e d’immigrazione sono ancora nelle competenze della cooperazione intergovernativa. Malgrado ciò, gli stati vorrebbero conservare le proprie prerogative nazionali su problemi spinosi come l’asilo e l’immigrazione. Per questo motivo il Trattato di Amsterdam del 1997, segna un punto di svolta. Sotto pressioni da parte delle Ong, l’immigrazione e il diritto di asilo vengono integrati tra le competenze della Comunità. Questo Trattato afferma che i diritti fondamentali (definiti nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e nelle Convenzioni di Ginevra) fanno parte del diritto comunitario.
L’idea di decentrare il trattamento di domanda d’asilo fuori dalle competenze dell’Ue prende forma in occasione del Concilio di Tempere, nel 1999. Le direttive europee adottate in seguito vengono criticate. Esse sono spesso frutto di un esiguo denominatore comune, piuttosto che di un reale sforzo di armonizzazione. È anche vero che nel frattempo gli attentati dell’11 settembre 2001 hanno provocato uno slittamento della politica europea dall’interesse all’asilo e all’immigrazione verso la lotta contro il terrorismo e il flusso di clandestini. Cos’è che ha potuto autorizzare questo capovolgimento nei meccanismi delle istituzioni europee? Essenzialmente è stata la modalità di presa delle decisioni all’interno del Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea: l’unanimità nelle votazioni. Che permette a ogni Stato membro di porre un veto e favorisce quindi l’adozione di direttive senza grandi pretese. È su questo aspetto che la Costituzione europea potrebbe, tra le altre cose, modificare la situazione.

Diritti per i richiedenti asilo?

Attraverso il testo costituzionale, l’Ue desidera sviluppare “una politica comune in materia di asilo” e dunque limitare le cooperazioni che metterebbero in gioco soltanto qualche paese. Per fare questo, la protezione delle frontiere, la lotta contro l’immigrazione illegale e la protezione sociale dei lavoratori emigranti dovrebbe beneficiare dell’estensione del voto alla maggioranza qualificata, in modo da ridurre la possibilità di blocco tramite veto. Le collaborazioni con i paesi terzi sono menzionate in una disposizione che prevede che questi possano aiutare a “gestire i flussi di persone richiedenti asilo o protezione sussidiaria o temporanea”, questa disposizione viene contestata dalle Ong. Ma la proposta più progressista del trattato costituzionale sta nell’integrarsi, nella sua seconda parte, alla Carta dei Diritti fondamentali dell’Uomo. Essa menziona esplicitamente il diritto di domandare asilo e di non essere espulsi in massa (articoli II-78 e II-79), diritti che non sono stati rispettati a Lampedusa. Se la Costituzione venisse adottata, la Carta acquisirebbe il valore giuridico che finora le è mancato. In caso di mancato rispetto, sarebbe teoricamente possibile portare la questione davanti alla Corte di Giustizia della Comunità Europea. Ma “i diritti riconosciuti dalla Carta [dei diritti fondamentali] che sono oggetto di disposizioni in altre parti della Costituzione vengono fatti valere alle condizioni ed entro i limiti [ivi] definiti” (articolo II-12). Ciò significa che questa Carta si applica nei limiti definiti dalle disposizioni della terza parte della Costituzione europea, quella dedicata a “una gestione efficace dei flussi migratori […] nonché alla prevenzione e alla lotta decisa contro l’immigrazione illegale e la tratta degli esseri umani” (articolo III-267).

Il progresso per ciò che concerne i diritti di coloro che richiedono asilo, anche se circoscritto alla politica migratoria dell’Ue, merita attenzione. Sarà l’interpretazione del testo costituzionale a determinare la situazione di chi domanda asilo. Anche a Costituzione adottata, è difficile sapere se le espulsioni di Lampedusa si verificheranno nuovamente. www.cafebabel.com/it

donne dell'altro mondo



Questo è un libro di racconti. Racconti di donne, bibliche migrazioni,
treni, viaggi, stazioni polverose e valige stracolme, aerei presi e
occasioni perse, passioni e tradimenti, aliscafi e navi a vapore, amori e
affetti, lavoro e soldi, ... insomma, racconti di donne.
Questo libro racconta storie di donne che migrano, storie moderne e anche
antiche (magari l'emigrazione di una nonna calabrese).
Quasi tutte, in qualche momento del raccontare, si chiedono perché.
Perché sono partita?
La risposta è nella complessità della vita con le sue emozioni, quindi i
perché sono tanti per ciascuna.
Fra noi c'è chi si è trasferita per lavoro, chi per soldi, chi viaggia per
piacere e chi per avventura, chi migra per fame e chi per curiosità e
conoscenza, chi per studiare e chi per religione, chi per una profonda
passione
per l'Italia e chi per dare un futuro supposto migliore ai figli, chi per
motivi d'interesse politico e chi per motivi politici nel senso che è
profuga (anche se non riconosciuta). Io penso che fra i motivi per cui si
migra, il viaggio e le curiosità antropologiche siano una bella attrazione.
Una giovane donna con alle spalle un bel po' di migrazioni in giro per il
mondo, alla fine, ci dice: "E da allora ho capito che ogni mia migrazione è
stata fatta per amore. Per amore di una professione, di un maestro, di una
filosofia, di una ricerca, di un uomo, di un figlio."
Per amore, solo per amore.

A quasi tutte le donne che ci hanno regalato i loro racconti abbiamo chiesto
se secondo loro la situazione della donna sia migliore qui o al loro paese.
Le discussioni su questo punto, nonostante le differenze di opinioni e
vissuti, ci hanno confermato se non altro una cosa: l'asimmetria di genere
nei confronti delle opportunità, delle possibilità esistenziali, della vita
tutta, è universale, è universalmente percepita ed è universalmente messa in
qualche modo in discussione. In forme diverse pervade tutte le culture e in
forme diverse incontra resistenza. Tutte le donne del mondo hanno in comune
il patriarcato, lo sfruttamento sessuale ed economico, la discriminazione, e
la resistenza contro tutto questo.

Un altro fenomeno che viene percepito universalmente è l'impoverimento.
Tutte le donne intervistate unanimemente concordano su questo punto: la
maggior parte delle persone che loro conoscono nel loro paese si è
impoverita. L'argentina come l'ucraina, la polacca come la filippina, la
tailandese come la marocchina... giudizio unanime. Più povertà everywhere.
Tutti più poveri. Miliardi di impoveriti: dal fontaniere di Udajpur al
musicista di Casalecchio, dalla mia psicanalista al mercante di tappeti
siriano, dal pescatore filippino alla ginecologa argentina, dalla poliziotta
ucraina alla sociologa africana, dalla lavandaia di San Donato alla maestra
di scuola rumena.
Come avrà potuto accadere? Come è stato prodotto uno spostamento di
ricchezze così immenso?

Inoltre la donna, divenuta "flessibile" non ha più asilo buono e gratuito
per i figli e alloggio sicuro a un costo tollerabile, non ha più la scuola a
tempo pieno se non ha abbastanza soldi per pagarla, né adeguati servizi per
anziani .... ha la polacca, la filippina, la moldava che sopperiscono a
tutti questi vuoti, lasciando a loro volta buchi di cura a casa propria.
Assistiamo così al perverso giro di giostra che vede i nostri bambini
affidati alle cure di donne di paesi poveri i cui bambini sono affidati alle
cure di altre donne ancora più povere. Nessun bambino sta più con sua madre
perché anche la maternità è entrata nel tritacarne del lavora-consuma-crepa.
La chiamano delocalizzazione degli affetti.

Le donne e i loro movimenti contro le discriminazioni hanno avuto un ruolo
decisivo nella evoluzione della cultura dei diritti umani perché quando le
donne stanno meglio, stanno meglio tutti, e quando le donne soffrono, i
bambini soffrono e le future generazioni saranno peggiori delle attuali.
La rivoluzione femminista, almeno in occidente, ha costituito l'unica
rivoluzione del secolo scorso che ha ottenuto alcuni degli obiettivi che si
era prefissa, e che li ha ottenuti senza colpo ferire, è stata infatti anche
una delle poche rivoluzioni non violente della storia. Credo che possiamo
dirlo: oggi non è come prima, le libertà personali sono più ampie per tutti,
a partire dalle libertà legate al corpo e alle emozioni. E' stata una
rivoluzione emotiva, potremmo dire, rivendicando come un pregio la vexata
quaestio delle donne come emotive...
Oggi però quella versione caricaturale dell'Islam che vige in tanta parte
dei paesi islamici mette al bando l'immagine pubblica del femminile,
massacra donne per ogni gesto di libertà
sessuale (vero o presunto), confermando quel vecchio adagio reichiano che
parla di corazza caratteriale come anticamera del nazismo (con tutte le
varianti storiche che possiamo immaginare) e riproducendosi attraverso
milioni di bambini che soffrono delle sofferenze della madre e diventano
uomini peggiori. Ma anche noi donne del cosiddetto occidente dobbiamo stare
attente: Ovunque si leggono elementi estremamente reazionari relativi alla
donna e al corpo, a cominciare alla nostrana legge sulla procreazione
assistita per cui si sta andando a referendum.
"Qui gli imam omofobi e misogini usano gli stessi argomenti dei
fondamentalisti
protestanti, dei papisti alla Buttiglione o della destra fiamminga
maschilista.", dice un'informatissima studentessa marocchina di scienze
politiche
immigrata in Olanda, mentre Bush ha vinto le ultime elezioni con il
patriarcalissimo slogan "Dio, Patria, Famiglia".
I talebani sono dappertutto ...

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finanziaria a militare
di Tito Pulsinelli

E’ ormai un segreto pubblico che i malesseri di cui è preda l’economia degli Stati Uniti non sono inquadrabili in una diagnosi di influenza stagionale. Non ci credono più nemmeno gli scrivani tanto-al-pezzo gettonati dalla catena di montaggio del totalitarismo mediatico. E’ finito il ciclo cominciato nel 1997, dopo la crisi asiatica, quando divenne una economia di rifugio per i capitali, grazie agli alti tassi di interesse e alla credibilità globale del modello USA. Allora, l’economia degli Stati Uniti attirava l’80% del risparmio mondiale, e questo costituiva la base reale della loro stabilità ed espansione. Clinton lasciò un attivo di 200 miliardi di dollari, poi sopravvenne la morte prematura della "new economy", e cominciò il valzer necrofilico di Bush: aumento astronomico del debito, svalutazione, guerra, crescita esponenziale delle spese militari, disoccupazione, imposizione di uno stile di vita impregnato di paranoia, grettezza e blindaggio mentale.

Secondo il Boston Herald, che cita Stephen Roach, economista capo della Morgan Stanley, ora si tratta di evitare un’apocalisse finanziaria, e ci sarebbero solo 10% di probabilità di farcela.
Per finanziare il suo deficit con il mondo, gli Stati Uniti hanno bisogno di 2 miliardi e mezzo di dollari di investimenti diretti provenienti dall’estero, per ogni giorno lavorativo. E’ possibile? Molto difficile, risponde Stephen Roach.
La Riserva Federale, per attrarre capitali esteri e scuotere la stagnante economia, è costretta a svalutare ed aumentare i tassi di interesse del dollaro.
E’ un’arma a doppio filo, gravida di coseguenze negative all’interno e nel resto del mondo.
Tra i pericoli imminenti che vengono segnalati con insistenza, vi è il rischio per il mercato immobiliare che si regge su di una impalcatura dell’85% di debiti.
Molti vedono lo scoppio di una “bolla immobiliare” dietro l’angolo, visto che già non vengono più firmati contratti di vendita a tasso fisso, a vantaggio di quelli ad interesse variabile.
L’aumentato costo del denaro ripercuoterà negativamente anche sui consumi interni, basati sul debito delle “carte di credito”, usate persino per la spesa familiare settimanale. A fine novembre, senza preavviso, in alcuni casi i tassi sono raddoppiati. Il riflesso sarà una diminuzione della domanda e una botta al quasi inesistente risparmio interno.
I mantra di Greenspan dicono che anche i guru non sono onnipotenti e che le frecce al suo arco non sono infinite. Per ammortizzare l’effetto doppiamente deleterio della svalutazione programmata e dell’aumento dei tassi, potrebbe orientarsi ad aumentare l’inflazione. Questo tamponerebbe un pò le cose, ma rimane inalterato un fatto: chi perderà saranno sicuramente i creditori a lungo termine e quelli che prestano a tasso fisso.
Prima di tutti lo Stato: chi continuerà a comprare buoni del tesoro a 30 anni che rendono un modesto 4,83 %?
Non è che le cose vadano meglio in Wall Street, ormai al quarto anno consecutivo di perdite, incapace di aumentare la captazione di capitali.
La ricetta di Bush ha questi ingredienti: un prezzo più basso del costo del lavoro, meno spese sociali da parte dello Stato, meno protezione sociale agli occupati, incremento della disoccupazione e il bingo finale della privatizzazione della previdenza sociale.
Gli effetti più devastanti, però, si sentiranno al di fuori delle frontiere degli Stati Uniti.
I paesi della periferia saranno sottoposti al doppio elettroshoc della polverizzazione del valore delle riserve monetarie in dollari e, contemporaneamente, soffriranno un maggiore dissanguamento per il pagamento del debito estero.
Ne faranno le spese maggiormente quei paesi che non hanno diversificato le riserve monetarie, che non vi hanno introdotto l’euro e, soprattutto, l’oro. Sarà dura per quelli che, cedendo agli incanti del FMI, hanno spinto la licenziosità liberista fino alla rinuncia alla sovranità monetaria.
Si difenderanno meglio quelli che pervicacemente si sono aggrappati a qualche eterodossia protezionista o che non sono caduti nella trappola di firmare TLC a rotta di collo.
Sarà drammatica la situazione in Panama, Salvador ed Ecuador, micro-Stati dollarizzati dove già ora il 46% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno.
Andrà un pò meglio al Messico, Brasile e Cile che hanno rivalutato mediamente del 5% le loro monete.
Gli Stati Uniti non hanno mai fatto misteri sulla loro intenzione di “internazionalizzare” i costi del disastro. Il ministro del tesoro ha detto olimpicamente che “Il deficit del bilancio è una responsabilità da condividere a livello internazionale...”
Le spese della disastrosa guerra in Iraq, le crepe di una economia chiaramente competitiva solo negli armamenti, devono essere scaricate sul resto dei paesi, blocchi o poli geo-economici.
Chiaro, con flessibilità, con uno schema variabile, secondo l’appartenenza al Nord o al Sud del mondo.
Neppure l’Europa è al riparo degli effetti negativi della politica monetaria di Bush. Al di là delle preoccupazioni mercantili ed immediatiste, circa la difficoltà delle esportazioni, ampiamente compensate da una moneta che si è rivalutata del 30% in un biennio, vi è un dato strategico.
L’euro entra a far parte delle riserve monetarie, e le materie prime e petrolio stanno costando meno.
L’intercambio commerciale tra le due sponde dell’Atlantico è equilibrato: costitusce il 20% degli scambi globali di entrambi i blocchi.
L’Europa è vulnerabile sul fronte degli investimenti. Mentre gli USA sono presenti in Europa con il 45% dei loro investimenti esteri, l’UE ha il 60% dei propri capitali nell’economia a stelle strisciate.
Il vero problema, però, è soprattutto politico. L’Europa deve decidere se rimane il gemello siamese degli USA, unita da un patto di sangue che privilegia l’unità d’azione contro il Sud del mondo.
Oppure decide di accrescere la propria autonomia e sovranità, cioè guardare al più ampio orizzonte multipolare, accantonando l’automatica omertà mafiosa con la NATO.
Secondo il FMI, a medio termine, i danni globali della svalutazione del dollaro e dell’aumento dei tassi, potrebbero ammontare al 3,5% del prodotto Interno Lordo in Argentina, 5,8% in Cile, 14% in Malesia, 10% in Cina.
Questi dati, provenienti dall’unica istituzione internazionale a cui Washington riconosce piena legittimità, rappresentano l’ammontare della fattura che girano al mondo, e che si apprestano a mettere all’incasso.
Le cose, però, non sono così schematiche come appaiono a prima vista, nè la realtà può essere ridotta alla misura del manicheismo puritano in voga alla Casa Bianca.
La svalutazione massiccia del dollaro non cessa di essere una truffa ai danni –soprattutto- dei creditori asiatici che hanno sinora permesso agli Stati Uniti di vivere al di sopra delle proprie possibilità, esportando il 40% meno di quel che consumano.
E’ una misura di corto respiro che non oltrepassa il masochismo di determinare a breve una sicura diminuzione del flusso finanziario in entrata, indispensabile secondo Stephen Roach.
L’eventuale caduta del 10% dell’economia cinese determina una parallela – e contemporanea - riduzione del 20% della base industriale delle economie del G7, quelle che in gergo sono definite “occidentali”.
Sono già stati dimenticati gli osannati flussi migratori di capitali ed imprenditori verso l’economia delle Zone Libere da ogni giurisprudenza del lavoro e sindacati?
ll darwinismo sociale di Bush è elementare nella sua cinica brutalità: se non aumenta la ricchezza globale, allora bisogna diminuire il numero di quanti possono accedervi, sia in casa che all’estero. La via per imporre questa soluzione è quella dell’arbitrio, del potere delle armi, della tecno-guerra preventiva. In questo modo cerca di ottenere le soluzioni più vantaggiose per il controllo diretto delle materie prime, risorse energetiche e prolungamento artificiale del dollaro-centrismo.
Nella preservazione di una ONU in cui il voto dell’isola di Palau, o di qualsiasi paradiso fiscale, vale quanto quello della Germania o Indonesia.
La bufera in arrivo in tutte le latitudini, di cui la corsa all’oro e l’abbandono del dollaro come mezzo di scambio unico e l’aumento del prezzo del petrolio, sono solo i primi sintomi premonitori.
Il gioco si fa duro e, nello stesso tempo, è più comprensibile il suo schema tattico. La stabilità del dollaro dipende in gran misura dalla decisione cinese di mettere sul mercato –e con quale ritmo- i dollari della sua riserva.
Gli Stati Uniti, per ora, non se ne preoccupano affatto, ed hanno programmato un altro aumento massiccio dell’indebitamento, investendo fortemente in tecnologia bellica.
E’ chiaro, quindi, che il dollaro si reggerà sempre più sulla dissuasione militare, la minaccia della guerra e la guerra combattuta.
L’alternativa alla vista per i tutti gli altri paesi pare che sia quella di disfarsi ora delle proprie riserve, con un dollaro svalutato, o aspettare e rischiare di convertirlo quando varrà parecchio di meno. La Cina e i paesi dell’OPEC hanno tra le mani i bandoli più consistenti della matassa e –tra questi- l’Iran ha le carte più importanti da giocare.
Significativamente, le ultime crisi internazionali arrivate al punto di esplosione sono state in Sudan, dove la Cina è il primo compratore di petrolio e leader negli investimenti per l’esplorazione di nuove aree estrattive.
L’altro punto critico è l’Iran che soddisfa il 13% del fabbisogno energetico cinese ed ha ricevuto 200 miliardi di dollari per le forniture dei prossimi dieci anni (1).
Attaccare militarmente l’Iran o destabilizzarlo vistosamente, significa che –inevitabilmente- si attaccano anche i capitali investiti dall’India, Germania, Russia e Cina, che sono una sorta di polizza di assicurazione per gli ayatollah.
Vanno messe in conto, inoltre, le necessità produttive delle aziende e dei capitali emigrati in Cina, che dipendono fortemente dagli afflussi esterni di energetici, accentuati dalla carenza di elettricità che ha portato a razionamenti e interruzioni.
La partita che si è aperta è sulla tenuta del diktat con cui Nixon abolì Bretton Woods e la parità cambiaria con l’oro. Lo scontro di civilità, e le altre impertinenze retoriche della propaganda bellica, si riducono a questo: il soldato può di più del banchiere, del mercante e del produttore? (2)
In realtà, a Washington sembra che stia prevalendo una struggente nostalgia che cede al richiamo atavico degli avi, del pirata Morgan e della sua confraternita, veri padri fondatori dell’accumulazione primitiva del capitalismo anglo-sax.
Una nostalgia irrefrenabile per gli embarghi, gli assedi con le cannoniere ai porti delle città-Stato costiere, gli arrembaggi, i saccheggi e le monete di paccottiglia “courrency board”. Insomma, le avventure virili permeate dallo “spirito della frontiera” che, disgraziatamente, ormai si è estesa dilatandosi a tutto il mondo terracqueo. Compreso gli abissi marini e lo spazio siderale.
Il sospetto che la carne sulla graticola possa essere troppa, è ben lontano dalle menti che hanno partorito l’ultima delle ideologie residuali, quella dei neocons e del miraggio della Nuova Roma.

Tito Pulsinelli, autore di questa analisi che abbiamo ripreso da SELVAS.ORG, è collaboratore di Radio Onda d'URTO di Brescia e vive in Venezuela.

Note.
(1) Asia Time, 6/11/2004
(2) Si può trovare qualche risposta all’enigma in un libro di Samuel Huntington, “Il soldato e lo Stato”, pubblicato nel 1957

IN MEMORIA DI AUGUSTO ROA BASTOS, SCRITTORE GUARANI'
Culture, Brief


"Come nessun'altra, la sua voce ha narrato il disfacimento del Paraguay, terra di cui ha tentato nei suoi libri una sintesi dolorosa, forse impossibile, tra la cultura indigena guaraní e quella spagnola" ha detto lo scrittore uruguayano Eduardo Galeano riferendosi alla scomparsa del poeta e romanziere Augusto Roa Bastos, deceduto martedì a 87 anni per una crisi cardiaca. Nato ad Asunción nel 1917, lo scrittore guaraní fu perseguitato dalla dittatura militare e costretto all'esilio nel 1947; trascorse quasi mezzo secolo fuori dal suo Paese durante la dittatura di Alfredo Stroessner dal 1954 al 1989. Trasferitosi in Argentina, fece i mestieri più diversi mentre continuava a scrivere, finché divenne un esponente di spicco del circolo letterario di Buenos Aires, al fianco degli scrittori argentini Jorge Louis Borges e Ernesto Sabato. Nel 1960 pubblicò il suo primo grande successo, "Figlio di un uomo", una saga sulla storia del Paraguay; nel 1976, si trasferì a Tolosa dove insegnò all'università prima di spostarsi in Spagna. Tornò a vivere nel suo Paese nel 1996. Il suo libro più famoso è "Io, il Supremo", pubblicato nel 1974, che gli valse nel 1989 il 'Premio Cervantes' ed è considerato un capolavoro della letteratura contemporanea ispanica: narra le vicende di Jose Gaspar Rodríguez Francia, dittatore autoproclamato del Paraguay nel diciannovesimo secolo. Roa Bastos è stato uno dei pochi autori latino-americani che non ha interrotto i contatti con Cuba dopo la repressione dei dissidenti del 2003: Fidel Castro lo aveva insignito dell'Ordine Nazionale José Martí'. "La letteratura latinoamericana ha perso un'importante figura; in Paraguay dovranno trascorrere almeno 100 anni prima che riappaia uno scrittore di tale rilevanza" ha detto il sociologo paraguayano Victor Jacinto Flecha. [FB]www.misna.org/


Zahraa, Harah e Marla: il dolore della guerra
di Bob Herbert*

"Niente è così stupendo e meraviglioso, niente è così continuamente fresco e sorprendente, così pieno di dolcezza ed estasi perpetua, come il bene" (Simone Weil). "Non c'è alcun dubbio nella mia mente che il Signore abbia le sue mani colme di gratitudine per te" (Reverendo Ted Oswald durante l’omelia per il funerale di Marla Ruzicka). (Nella foto Marla Ruzicka)

In un orribile incidente avvenuto nella primavera del 2003, una donna irachena ha gettato due dei suoi figli, una neonata ed una bambina piccola, fuori dalla finestra della sua auto che era stata colpita in modo accidentale durante un attacco missilistico americano. La donna ed il resto della sua famiglia sarebbero periti tra il fumo nero e le fiamme dell'auto colpita. La bambina, il cui nome era Zahraa, era rimasta invece pesantemente ustionata. Sarebbe morta dopo due settimane. Solo la neonata, di nome Harah, si era salvata dalla strage.

E' stata fotografata recentemente assieme a Marla Ruzicka, una giovane operatrice umanitaria proveniente dalla California, che avrebbe subito lo stesso destino della famiglia di Harah qualche settimana dopo, tra le fiamme della sua auto distrutta durante un attacco suicida a Baghdad. Tutta la sofferenza e la morte causati ai civili dall'invasione americana dell'Iraq, per buona parte, sono stati tenuti al di fuori della coscienza dell'americano medio. Non riesco a pensare a nient'altro che l'Amministrazione Bush possa avere meno voglia di cui parlare. E' impossibile infatti avere un rating positivo nei sondaggi quando ci sono di mezzo bambini morti.

La stampa invece pare che abbia cose migliori di cui parlare al posto delle sofferenze dei civili in guerra. L'avversione riguardo a questo argomento è infatti inversamente proporzionale all'estasi giornalistica sulla morte del Papa da una parte e sulle elezioni dall'altra, oltre che all'ossessione maniacale da parte dei media sulle vicende giudiziarie di Martha Stewart e di Michael Jackson.

Difficilmente c'è un qualsiasi minimo interesse nei media riguardo all'agonia di decine di migliaia di civili innocenti in Iraq. Si tratta di un argomento molto triste, e l'idea dominante nel panorama dei media è che il pubblico americano debba essere protetto dalla visione di immagini di guerra che potrebbero essere disturbanti. Siamo una nazione che può dichiarare guerra in qualsiasi momento, ma poi non vogliamo che il nostro Paese sia inorridito dalla guerra stessa e dai suoi effetti devastanti. E' per questo motivo che l'opinione pubblica non è venuta a sapere nulla o quasi delle bombe americane che sono cadute per sbaglio sulle case dei civili iracheni, facendo fuori intere famiglie.

Tutti noi abbiamo pochissima conoscenza dei frequenti casi di soldati stressati che hanno aperto il fuoco indiscriminatamente, uccidendo o ferendo gravemente uomini, donne e bambini che non rapresentavano nessuna minaccia per loro. Così come tutti noi non sappiamo quasi nulla di tutti quei bambini che, per un motivo o per un altro, sono stati uccisi, feriti o brutalizzati dalle nostre forze armate nel nome della pace e della libertà.

Fuori dalla nostra vista, fuori dalla nostra mente...

Questa assurda mancanza di interesse sulle vittime che la guerta sta facendo tra i civili iracheni è una delle ragioni per le quali Marla Ruzicka, che aveva solo 28 anni si è sentita in obbligo di cercare di documentare di persona il maggior numero di casi di sofferenza causati dalla guerra. E' andata di casa in casa nelle zone più pericolose dell'Iraq, per cercare informazioni sui civili che erano stati uccisi o feriti. Lei credeva con fermezza che gli americani debbano conoscere le terribili sofferenze che la guerra sta causando, e che tutti noi abbiamo l'obbligo di mitigarle per quanto ci sia possibile.

Il suo obiettivo finale, lo stesso che sta perseguendo il senatore Patrick Leahy del Vermont, è quello di creare un ufficio del governo federale, all'interno del Dipartimento di Stato, per documentare le vittime civili delle operazioni militari americane nel mondo. Queste informazioni dovranno essere pubbliche. Si potranno così risarcire le vittime e le loro famiglie per ciò che hanno subìto, ed i dati raccolti potrebbero essere usati per cercare di evitare ulteriori tragedie tra i civili nelle future operazioni militari.

La guerra ha sempre significato disperazione e profonda sofferenza. Qualcuno tenta di interpretarla e di dargli una ragione, ma la realtà è sempre stata e sempre sarà solo un immane lago di sangue, carni dilaniate e traumi inidimenticabili per coloro che sono stati colpiti tanto fisicamente quanto psicologicamente dagli orrori della guerra.

Più di 600 persone hanno partecipato al funerale di Marla Ruzicka che si è tenuto domenica nella sua città natale di Lakeport, in California. Tra di loro c'era anche Bobby Muller, presidente della Vietnam Veterans of America Foundation. Come ex sottotenente dei marines, sa molto bene cosa sia l'agonia causata dalla guerra. La sua spina dorsale è stata infatti pesantemente danneggiata quando è stato colpito dal fuoco nemico in Vietnam.

Davanti ai partecipanti al rito funebre Bobby Muller ha pronunciato parole molto sentite: "Marla ha dimostrato come un solo individuo possa fare la differenza in questo mondo. La sua intera vita è stata dedicata alle vittime innocenti dei conflitti armati, esattamente quello che sarebbe diventata lei. Un'altra vittima innocente".

Bob Herbert
(*Editorialista del New York Times)

[Tradotto in esclusiva per ReporterAssociati da Daniele John Angrisani] dj.angrisani@reporterassociati.org



Riscaldamento globale
di Bruce Johansen
Numerosi scienziati sostengono la terra stia raggiungendo una soglia fatale, un punto di non ritorno per il riscaldamento del pianeta
Tra gli scienziati che tengono d'occhio la velocità del riscaldamento globale si è andata diffondendo la paura che la terra stia raggiungendo una soglia fatale, un punto di non ritorno in cui vari tipi di processi reattivi accelerano il riscaldamento, al di là di ogni capacità umana di contenerlo o di invertirne la direzione.

I livelli di anidride carbonica nell'atmosfera stanno crescendo rapidamente, alimentati dall'uso crescente di carburanti di origine fossile negli Usa, dalla fusione del permafrost,(1) dall'agricoltura "taglia-e-brucia" in Indonesia,(2) dall'aumento degli incendi e dalla rapida industrializzazione a base di carbone della Cina e dell'India.

Tutto ciò si svolge in un'atmosfera di compiacenza nei centri di potere statunitensi, dove il riscaldamento globale è stato ignorato. Nel frattempo, Sir John Houghton, uno dei massimi esperti mondiali di riscaldamento globale, ha dichiarato all'Independent di Londra: "Stiamo quasi per raggiungere il punto di fusione irreversibile, e lo supereremo rapidamente se non stiamo attenti".

L'evidenza dei cambiamenti climatici a cascata è maggiore nell'Artico. Gli Inuit della parte settentrionale dell'Isola di Baffin rimasero sorpresi all'arrivo delle api durante l'estate del 2004. Altre Vespula intermedia (api) furono individuate ad Arctic Bay, una comunità di circa 700 persone della stessa isola, a più di 73 gradi di latitudine nord. Il sindaco della comunità fotografò un'ape alla fine di agosto, altri nella stessa comunità affermarono di aver visto api più o meno nello stesso periodo.

Durante l'estate del 2004, scomparve abbastanza ghiaccio artico da ricoprire due volte la superficie del Texas [circa il doppio dell'Italia, NdT] rispetto all'anno precedente. In passato, anni sfavorevoli per i ghiacci erano spesso seguiti da anni favorevoli, in cui inverni prolungati o estati fresche mantenevano o permettevano l'estensione della calotta polare. Questo genere di bilanciamento non si è verificato di recente.

"Se si considerano gli ultimi anni, la perdita di ghiaccio che abbiamo riscontrato ... è abbastanza ragguardevole", ha dichiarato al Denver Post Mark Serreze del Centro dati nazionale sui ghiacci e le nevi. Questo è stato il terzo anno di fila caratterizzato da perdite estreme, facendo pensare ad un' accelerazione del trend negativo, ha detto Serreze.

Il 15 agosto del 2004, in una dichiarazione resa in un'audizione del Comitato per il commercio del Senato sul riscaldamento globale, Sheila Watt-Coutier, presidente della Conferenza circumpolare degli Inuit, ha affermato: "La terra si sta letteralmente fondendo. Se riusciamo ad invertire le emissioni di gas serra in tempo per salvare l'Artico, ci potremo risparmiare sofferenze indicibili". Ed ancora: "Proteggete l'Artico e salverete il pianeta. Usateci come il vostro sistema d'allarme, usate la storia Inuit come veicolo per ricongiungerci tutti per arrivare a capire che gli esseri umani e il pianeta sono un'unica cosa".

Reazione in accelerazione
Una stazione di monitoraggio posta in cima del Mauna Loa, alle Hawaii, ha registrato i livelli di emissione di biossido di carbonio negli ultimi 50 anni. Le letture indicano un aumento brusco del tasso di accumulo dei gas serra nell'atmosfera. I valori recenti - 2,08 parti per milione dal 2001 al 2002 e 2,54 parti per milione dal 2002 al 2003 - hanno attirato l'attenzione dei climatologi, perché si scostavano dall'incremento annuo medio dei dati storici di circa 1,5 parti per milione.

Ne è nato un dibattito. Questi incrementi sono soltanto un'aberrazione oppure la prova di una accelerazione della velocità a cui il biossido di carbonio si sviluppa? Questa accelerazione è il primo segnale di un effetto messo in moto da una serie di meccanismi di reazione che faranno sì che le temperature mondiali crescano ad una velocità molto maggiore, portando con sé un'accelerazione del cambio climatico, la fusione della calotta polare e l'innalzamento dei livelli marini?

Diversi effetti del riscaldamento si sommano reciprocamente. Per esempio, la ritrazione dei ghiacci, con la sua alta reflettività, fa sì che la superficie polare assorba più calore tanto sul mare come sulla terra. Il riscaldamento del suolo determina la fusione del permafrost, che rilascia quantità maggiori di biossido di carbonio e di metano. Il ciclo si rafforza da solo.

Alcuni ricercatori hanno riferito su Nature che i depositi di carbone si stanno gassificando a una velocità crescente che grava molto sul sovraccarico di gas serra dell'atmosfera. Dato il fatto che un terzo delle riserve di carbone si trova a latitudini estreme al nord (soprattutto nella tundra e nelle foreste boreali), la velocità a cui il riscaldamento dell'ecosistema rilascia biossido di carbonio nell'atmosfera è di importanza vitale per prevedere gli effetti del riscaldamento globale. La quantità di carbone immagazzinata nell'ecosistema artico comprende anche i 2/3 del carbone totale presente nell'atmosfera. Il suo rilascio nell'atmosfera dipende dal ritmo di crescita della temperatura e l'Artico, secondo diverse fonti, è stata la regione della terra in cui si è registrato il maggior innalzamento della temperatura.

Nel 2004, Michelle C. Mack e alcuni colleghi presentarono su Nature i risultati di un esperimento di fertilizzazione nella tundra dell'Alaska durato vent'anni. Durante questo esperimento, "la maggiore disponibilità di nutrienti causò un danno all'ecosistema di circa 200 grammi di carbone per metro quadro". Mentre in superficie la crescita di piante aumentò più del doppio grazie al maggior calore, "le perdite di carbone e nitrati dagli strati profondi del terreno... furono sostanziali e tali da superare il maggior immagazzinamento del biossido di carbonio nelle biomasse". Secondo questo studio, il maggior rilascio di carbonio nell'atmosfera, rafforzata dalla maggiore decomposizione della materia organica, potrebbe accelerare l'aumento del biossido di carbonio nell'atmosfera - e così del riscaldamento globale.

I gas serra e gli incendi
Gli incendi, sempre più frequenti, stanno accelerando il riscaldamento globale. In certe circostanze, un incendio può sviluppare più biossido di carbonio dell'intero contributo umano. Ciò che è peggio è che molte delle attuali simulazioni al computer del cambio climatico di solito non tengono conto del contributo degli incendi.

I numerosi incendi dell'estate del 2002 hanno trasformato aree degli Stati Uniti occidentali da "pozzo" (assorbente) di biossido di carbonio in una fonte netta, poiché la siccità ha ritardato la crescita degli alberi, secondo gli studi di simulazione degli incendi in Colorado condotti da un gruppo di ricercatori della Colorado State University, del U.S Geological Survey e del National Center for Atmospheric Research. "Consideriamo gli Stati Uniti occidentali come un esempio di area in cui il clima e l'uso del territorio interagiscono secondo differenti modalità", ha detto David Schimel, scienziato senior dell'NCAR. I territori occidentali, in particolare le foreste sempreverdi, rappresentano circa la metà del carbonio immagazzinato in tutti gli Stati Uniti. In periodi di siccità, la liberazione di carbonio nell'atmosfera aumenta non solo perché brucia più vegetazione secca, ma anche perché le piante, private dell'acqua, crescono meno rapidamente, assorbendo e immagazzinando meno carbonio nei loro tessuti.

Gli incendi che hanno contaminato l'aria nel Sudest asiatico negli anni del Niño, il 1997 e il 1998, hanno rappresentato un'importante fonte di emissione di biossido di carbonio. Un'area grande due volte il Belgio andò in fiamme nel corso del 1997. Susan Page, della Britain's University of Leicester, e altri ricercatori inglesi, tedeschi e indonesiani, hanno analizzato alcune fotografie satellitari e dati raccolti sul posto per stimare la quantità di vegetazione e dei depositi di torba andati perduti.

In Indonesia, strati di torba spessi fino a 20 metri coprono un'area di circa 180 mila chilometri quadrati nel Borneo, a Sumatra e a Papua Nuova Guinea. Page e i suoi colleghi hanno usato immagini satellitari di un'area di indagine di 2 milioni e mezzo di ettari nel Borneo, risalenti a prima e dopo gli incendi del 1997. Secondo le loro stime, circa il 32% dell'area era andata bruciata, di questa il 91,5% era costituita da torba. Si stima che una cifra compresa tra 0,19 e 0,23 gigatonnellate (miliardi di tonnellate) di carbonio sia stata rilasciata nell'atmosfera a causa della combustione della torba, con ulteriori 50 mila miliardi di tonnellate dovute alla combustione della vegetazione soprastante. Estrapolando questi dati all'intera Indonesia, i ricercatori hanno stimato che, nel 1997, siano stati rilasciati nell'atmosfera tra le 0,81 e 2,57 gigatonnellate di carbonio.

Page e i colleghi hanno scritto su Nature che biossido di carbonio prodotto da questi incendi era "equivalente a una produzione di emissioni carboniche compresa tra il 13% e il 40% dell'intera produzione annuale dovuta ai combustibili di origine fossile e contribuì al maggior incremento annuale nella concentrazione di CO2 da quando i rilevamenti ebbero inizio nel 1957".

Robert Cowen, del Christian Science Monitor, scrisse: "La siccità del 1997 causata da El Niño era ciò che ci voleva affinchè gli incendi si diffondessero in maniera sostenuta".

Page e suoi colleghi spiegarono la difficoltà di calcolare esattamente quanto biossido di carbonio fosse stato emesso negli incendi, ma le quantità totali erano impressionanti, soprattutto se si aggiungeva a quello indonesiano i molti altri che erano scoppiati in tutto il pianeta, in particolare durante la siccità che colpì il Nord America. Il lavoro di Page e colleghi ha avuto un impatto notevole sulla modellazione del cambio climatico perché, come essi scrissero su Nature: "Le terre tropicali coperte di torba sono la maggiore riserva superficiale di carbonio organico terrestre, e perciò la loro stabilità ha implicazioni importanti per il cambio climatico. Nel loro stato naturale, queste terre sostengono la crescita di foreste lussureggianti al di sopra di depositi di torba profondi fino a venti metri. Il cambiamento climatico continuo - in particolare lo sfruttamento delle acque e il disboscamento - minaccia la loro stabilità e li rende soggetti a incendi. Ciò fu dimostrato in occasione incendi diffusi che colpirono l'Indonesia durante il fenomeno di El Niño nel 1997".

Jack Rieley, dell'università di Nottingham, Regno Unito, sostiene che la combustione della torba nel Borneo sia un fattore rilevantenell'innalzamento rapido dei livelli atmosferici di biossido di carbonio. Un biologo del Borneo ha dichiarato al New Scientist alla fine del 2004 che gli incendi sono tornati dopo un picco iniziale durante la siccità causata da El Niño nel 1998. "Nel mese di ottobre [2004], l'atmosfera nei dintorni di Palangka Raya si era ricoperta di uno spesso fumo, con la visibilità ridotta a cento metri. Le scuole sono state chiuse e i voli cancellati", ha affermato Suwido Limi dell'Università di Palangka Raya nella provincia indonesiana di Central Kalimantan.

Gli incendi indonesiani hanno avuto anche altri effetti ambientali. La fertilizzazione (3) dell'Oceano Indiano, in seguito ai numerosi incendi, può aver giocato un ruolo cruciale nella formazione di un'onda rossa di proporzioni storiche che ha danneggiato seriamente la barriere corallina, secondo quanto affermato su Science da Nerillie J. Abram e associati. Le loro scoperte "mettono in luce il ruolo degli incendi tropicali quale minaccia montante agli equilibri dell'ecosistema costiero".

La crescita della popolazione umana accresce i rischi di incendio in tutto il mondo. Gli incendi che hanno colpito gran parte dell'Indonesia tra il 1997 e il 1998 furono causati, in parte, dalla siccità portata da El Niño. Ad ogni modo furono rafforzati dall'azione dei contadini locali che aprirono la foresta all'agricoltura e alla pastorizia. Secondo la legislazione indonesiana, gli incendi, se appiccati all'interno di aree protette, risultavano illegali - ma non se la loro causa era El Niño, un fenomeno naturale. Almeno 29 aziende furono successivamente accusate di aver appiccato incendi dolosi nelle foreste pluviali indonesiane.

Page e colleghi sottolinearono che "in Indonesia, gli incendi delle terre coperte di torba sono per lo più prodotti dall'uomo, appiccati da contadini locali o immigranti nell'ambito di attività di disboscamento su piccola scala e, su scala maggiore, da imprese private e agenzie governative al fine di pulire le foreste prima della piantagione". Durante il periodo di siccità causato da El Niño, molti di questi incendi "pilotati" sfuggirono al controllo, "bruciando non solo la vegetazione di superficie ma anche lo strato di torba sottostante e le radici degli alberi, contribuendo alla densa nube che si diffuse su gran parte del Sudest asiatico e causando sia un deterioramento grave della qualità dell'aria che problemi di salute alle persone".

Commentando lo studio di Page pubblicato da Nature, David Schimel e David Bare del National Center for Atmospheric Research in Boulder, Colorado, osservarono che altri due studi indipendenti sulle concentrazioni di biossido di carbonio nell'atmosfera nello stesso periodo erano giunti alla conclusione che gli incendi furono un fattore fondamentale. Schimel e Bare dichiararono a Cowen che le simulazioni al calcolatore del clima assumono che i processi di emissione o rimozione del biossido di carbonio operano in maniera progressiva e continua. Eventi sporadici come gli incendi mandano il sistema in tilt.

Al momento nessuno sa come inserire nelle previsioni su scala globale gli eventi catastrofici che rilasciano biossido di carbonio immagazzinato nella torba o in altri depositi di metano o carbonio. Tali eventi possono avere evidentemente un impatto immenso sulla disponibilità globale di carbonio, secondo Schimel e Baker. Nel corso del 1997, in gran parte a causa degli incendi descritti, il tasso di crescita del biossido di carbonio nell'atmosfera risultò due volte più grande della norma, raggiungendo il livello più elevato mai registrato fino ad allora. La gran parte del carbonio iniettato nell'atmosfera durante gli incendi indonesiani proveniva dalla combustione della torba e non da quella degli alberi.

Il protocollo di Kyoto
Le emissioni di gas serra globali stanno aumentando e le prove del riscaldamento del pianeta si stanno raccogliendo a una velocità molto maggiore di quella con cui la diplomazia globale è stata capace di farvi fronte. L'andatura da lumaca della diplomazia si combina con il fatto che avvertiamo gli effetti degli effluvi dei combustibili fossili forse con 40 anni di ritardo (attraverso un complesso insieme di meccanismi retroattivi). Questo crea una trappola in cui la risposta umana al riscaldamento globale ha luogo solo con decenni di ritardo rispetto al momento in cui sarebbero stati necessari per la natura.

In queste condizioni, il protocollo di Kyoto può essere inefficace dal punto di vista climatico, anche se la sua approvazione da parte della Russia nel settembre del 2004 ne ha prodotto sulla carta l'attuazione su scala mondiale. La Russia si è unita ad altri 124 paesi per ratificare il protocollo e, con il suo 17,5% di emissioni di biossido di carbonio, ha innalzatola percentuale mondiale [dovuta ai paesi ratificatori] al di sopra del 60%, quindi oltre la soglia del 55% richiesta per la sua entrata in vigore. Sette anni dopo la sua negoziazione nel 1997, i unici paesi di dimensioni considerevoli che si sono adoperati per rispettare gli obiettivi del protocollo sono stati la Gran Bretagna e la Germania. La gran parte degli altri firmatari non ha raggiunto gli obiettivi prefissati e altri paesi (tra cui India e Cina) non ne sono vincolati.

Il protocollo di Kyoto è diventato piuttosto un richiamo politico piuttosto che una seria minaccia al riscaldamento globale, che si sta sviluppando a una velocità maggiore di quella cui la diplomazia riesca a far fronte. Secondo i calcoli del climatologo Thomas M.L WIngley, anche se il protocollo dovesse essere interamente implementato, l'aumento di 2 gradi di temperatura previsto per il 2050 sarebbe ridotto solo di 0,07 gradi. In altre parole, gli obiettivi di Kyoto sono soltanto una frazione minima della riduzione di emissioni necessaria affinché i livelli della temperatura mondiale si stabilizzino durante e oltre il XXI secolo.

I governi di tutto il mondo hanno discusso per oltre due decenni sulla strategia politica per fronteggiare il cambio climatico. Gli Stati Uniti, che producono tra 1/4 e 1/5 dei gas serra mondiali, hanno ignorato il protocollo di Kyoto. Nel frattempo, le emissioni globali di biossido di carbonio prodotte dalla combustione di carburanti fossili sono cresciute del 13% rispetto ai livelli del 1990, soprattutto a causa del crescente inquinamento proveniente da paesi come Cina e India, che si stanno industrializzando su una base energetica alimentata principalmente dal carbone, economico ma "sporco".

Gli aumenti delle emissioni di gas serra sarebbero stati ancora maggiori tra il 1990 e il 2004, se non si fosse verificato il crollo delle economie ex-socialiste in Russia e in Europa orientale durante quello stesso periodo. Le emissioni di biossido di carbonio crebbero del 17,8% negli Usa, da 4,8 miliardi di tonnellate nel 1990 a 5,7 miliardi di tonnellate nel 2000, mentre le emissioni europee crebbero del 3,9%. Come risultato della dissoluzione dell'Unione Sovietica e del crollo economico dell'Europa orientale, le emissioni di biossido di carbonio in queste nazioni passarono da 3,7 miliardi di tonnellate a 2,6 miliardi di tonnellate: una caduta del 30,6%.

S econdo un rapporto della Nazioni Unite, le emissioni di biossido di carbonio e di altri gas serra da Europa, Giappone, Stati Uniti e altri paesi industrializzati potrebbe aumentare del 17% dal 2000 al 2010, nonostante le misure adottate per ridurle.

Joke Waller Hunter, segretario esecutivo della Conferenza sul cambio climatico delle Nazioni Unite, ha affermato:"Questi risultati dimostrano chiaramente che saranno necessarie politiche più forti e innovatice per accelerare la diffusione di tecnologie compatibili con l'ambiente e per convincere il mondo degli affari, i governi locali e i cittadini a tagliare le emissioni di gas serra".

(1) Il permafrost è lo strato superficiale della terra perennemente ghiacciato. [NdT]
(2) Per agricoltura "taglia-e-brucia" si fa riferimento ad una pratica diffusasi originariamente in Finlandia e consistente nel disboscare un'area, abbattendo e bruciando la vegetazione, per mettere poi a frutto agricolo il terreno per un certo numero di anni. Questa pratica era anche usata per passare da una coltivazione ad un'altra e grazie alle particolari condizioni climatiche della Finlandia e alla sua applicazione su scala ridotta, non vi aveva prodotto significative alterazioni dell'equilibrio ambientale. [NdT] ENDOTE
(3) Il fenomeno per cui l'oceano immagazzina biossido di carbonio, rendendo possibile lo sviluppo del fitoplancton. [NdT]

Fonte: http://www.zmag.org/italy/johansen-globalwarming.htm
Tradotto da Sergio De Simone per Znet



Della stupidità (di Dietrich Bonhoffer)
Per il bene la stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità. Contro il male è possibile protestare, ci si può compromettere, in caso di necessità è possibile opporsi con la forza ..... Ma contro la stupidità non abbiamo difese




Ricevo da un amico questa splendida ed acuta pagina (vedi qui di seguito e anche in allegato) di Dietrich Bonhöffer, il noto pastore evangelico ucciso dai nazisti nel 1945. Vi si legge fra l’altro: "..…si ha l'impressione che la stupidità non sia un difetto congenito, ma piuttosto che in determinate circostanze gli uomini vengano resi stupidi, ovvero si lascino rendere tali….. Osservando meglio si nota che qualsiasi ostentazione di potenza, politica o religiosa che sia, provoca l'istupidimento di una gran parte degli uomini..….La potenza dell'uno richiede la stupidità degli altri…..".

Mi sembra che in questi giorni così pieni di tanti (più o meno grandi) avvenimenti sia in campo civile che ecclesiale, questi pensieri sulla stupidità abbiano anche un aspetto profetico che personalmente mi induce a riflettere… E voi cosa ne pensate?

Domenico Manaresi - via Gubellini, 6 - 40141 Bologna - tel&fax 051-6233923 – e-mail: bon4084@iperbole.bologna.it

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DELLA STUPIDITÀ - di Dietrich Bonhöffer

(da "Resistenza e resa" - Lettere e scritti dal carcere – Ed. San Paolo 1996 – pag. 64,65,66)

Per il bene la stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità. Contro il male è possibile protestare, ci si può compromettere, in caso di necessità è possibile opporsi con la forza; il male porta sempre con sé il germe dell'autodissoluzione, perché dietro di sé nell'uomo lascia almeno un senso di malessere. Ma contro la stupidità non abbiamo difese. Qui non si può ottenere nulla, né con proteste, né con la forza; le motivazioni non servono a niente.

Ai fatti che sono in contraddizione con i pregiudizi personali semplicemente non si deve credere - in questi casi lo stupido diventa addirittura scettico - e quando sia impossibile sfuggire ad essi, possono essere messi semplicemente da parte come casi irrilevanti. Nel far questo lo stupido, a differenza del malvagio, si sente completamente soddisfatto di sé; anzi, diventa addirittura pericoloso, perché con facilità passa rabbiosamente all'attacco. Perciò è necessario essere più guardinghi nei confronti dello stupido che del malvagio. Non tenteremo mai più di persuadere con argomentazioni lo stupido: è una cosa senza senso e pericolosa.

Se vogliamo trovare il modo di spuntarla con la stupidità, dobbiamo cercare di conoscerne l'essenza. Una cosa è certa, che si tratta essenzialmente di un difetto che interessa non l'intelletto ma l'umanità di una persona.

Ci sono uomini straordinariamente elastici dal punto di vista intellettuale che sono stupidi, e uomini molto goffi intellettualmente che non lo sono affatto. Ci accorgiamo con stupore di questo in certe situazioni, nelle quali si ha l'impressione che la stupidità non sia un difetto congenito, ma piuttosto che in determinate circostanze gli uomini vengano resi stupidi, ovvero si lascino rendere tali. Ci è dato osservare, inoltre, che uomini indipendenti, che conducono vita solitaria, denunciano questo difetto più raramente di uomini o gruppi che inclinano o sono costretti a vivere in compagnia. Perciò la stupidità sembra essere un problema sociologico piuttosto che un problema psicologico. È una forma particolare degli effetti che le circostanze storiche producono negli uomini; un fenomeno psicologico che si accompagna a determinati rapporti esterni. Osservando meglio, si nota che qualsiasi ostentazione esteriore di potenza, politica o religiosa che sia, provoca l'istupidimento di una gran parte degli uomini. Sembra anzi che si tratti di una legge socio-psicologica. La potenza dell'uno richiede la stupidità degli altri. Il processo secondo cui ciò avviene, non è tanto quello dell'atrofia o della perdita improvvisa di determinate facoltà umane - ad esempio quelle intellettuali - ma piuttosto quello per cui, sotto la schiacciante impressione prodotta dall'ostentazione di potenza, l'uomo viene derubato della sua indipendenza interiore e rinuncia così, più o meno consapevolmente, ad assumere un atteggiamento personale davanti alle situazioni che gli si presentano. Il fatto che lo stupido sia spesso testardo non deve ingannare sulla sua mancanza di indipendenza. Parlandogli ci si accorge addirittura che non si ha che fare direttamente con lui, con lui personalmente, ma con slogan, motti ecc. da cui egli è dominato. È ammaliato, accecato, vittima di un abuso e di un trattamento pervertito che coinvolge la sua stessa persona. Trasformatosi in uno strumento senza volontà, lo stupido sarà capace di qualsiasi malvagità, essendo contemporaneamente incapace di riconoscerla come tale. Questo è il pericolo che una profanazione diabolica porta con sé. Ci sono uomini che potranno esserne rovinati per sempre.

Ma a questo punto è anche chiaro che la stupidità non potrà essere vinta impartendo degli insegnamenti, ma solo da un atto di liberazione. Ci si dovrà rassegnare al fatto che nella maggioranza dei casi un'autentica liberazione interiore è possibile solo dopo esser stata preceduta dalla liberazione esteriore; fino a quel momento, dovremo rinunciare ad ogni tentativo di convincere lo stupido.

In questo stato di cose sta anche la ragione per cui in simili circostanze inutilmente ci sforziamo di capire che cosa effettivamente pensi il « popolo », e per cui questo interrogativo risulta contemporaneamente superfluo - sempre però solo in queste circostanze - per chi pensa e agisce in modo responsabile. La Bibbia, affermando che il timore di Dio è l'inizio della sapienza (Sal 111,10), dice che la liberazione interiore dell'uomo alla vita responsabile davanti a Dio è l'unica reale vittoria sulla stupidità.

Del resto, siffatte riflessioni sulla stupidità comportano questo di consolante, che con esse viene assolutamente esclusa la possibilità di considerare la maggioranza degli uomini come stupida in ogni caso. Tutto dipenderà in realtà dall'atteggiamento di coloro che detengono il potere: se essi ripongono le loro aspettative più nella stupidità o più nella autonomia interiore e nella intelligenza degli uomini.www.cittadiniperlulivo.com/




aprile 27 2005

Domanda a Bondi
Giustizia Qual è l’ora giusta?


dal Corriere - 27 aprile 2005

L’onorevole Sandro Bondi ieri ha commentato così una richiesta dei Pm milanesi di rinvio a giudizio per Silvio Berlusconi: «La macchina della giustizia a Milano è in perfetto orario, precisa come un orologio svizzero». Sospette coincidenze, per carità, non sono mancate nel corso degli ultimi dieci anni. Ma l’argomento della «giustizia ad orologeria», l’onorevole Bondi ne converrà, rischia esso stesso di trasformarsi in una stucchevole litania, logorato dalla ripetitività con cui viene ribadito dagli esponenti del centrodestra.
In questo caso, poi, in cosa consisterebbe la sospetta puntualità dei magistrati milanesi? Le elezioni regionali si sono appena concluse, quelle politiche sono attese tra un anno... C’è un giorno al riparo dei sospetti dell’onorevole Bondi? Non resta che chiedergli di indicare una data, una finestra temporale in cui i magistrati possano muoversi senza essere accusati di agire con tempismo svizzero. Abbia la cortesia l’onorevole Bondi di stabilire quei tempi e il Corriere della Sera, per quanto gli è possibile, si impegna sin da ora a fare opera di convincimento con i magistrati affinché (eventualmente) inviino atti giudiziari o emettano sentenze solo nell’arco temporale indicato dal coordinatore nazionale di Forza Italia.


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LE TAPPE DELL’INCHIESTA MEDIASET
IL FASCICOLO CONCLUSO
I DUE STRALCI
Mediaset, chiesto il processo per Berlusconi e Confalonieri
Dopo il deposito atti e i 20 giorni di tempo per le difese chiesto il processo per il premier

MILANO - Prima il deposito degli atti a indagine conclusa, poi 20 giorni per le difese, quindi la richiesta di rinvio a giudizio: è l’iter consueto. Solo che, se l’indagato fa il presidente del Consiglio, ogni momento diventa politicamente «sensibile». Se il 19 febbraio l’avviso di conclusione dell’inchiesta Mediaset era caduto alla vigilia della campagna elettorale per le regionali, ieri la notizia della richiesta di rinvio a giudizio di Silvio Berlusconi - per appropriazione indebita, frode fiscale e falso in bilancio - piomba in Parlamento proprio mentre Berlusconi illustra il suo governo-bis. In realtà, la richiesta risale al 22 aprile e arriva dopo 60 giorni (anziché 20). E sconta già la schermaglia sui rinvii chiesti dalle difese e negati dai pm: sui compact disc con 500mila pagine di atti («Alcuni non si leggono», «Usate i programmi in commercio»), sulle rogatorie estere («Non tutte tradotte», «E’ tradotto tutto ciò che conta»), e sulla corrispondenza tra copia digitale degli atti e fascicolo cartaceo («Va verificata», «Né errori né omissioni»).

IL GIUDICE SI ASTIENE? - «Complimenti, la macchina della giustizia a Milano è in perfetto orario, precisa come un orologio svizzero», ironizza il coordinatore di Forza Italia, Sandro Bondi. Ignaro, forse, che un lungo stop all’udienza preliminare potrebbe essere determinato dall’intenzione del giudice automaticamente designato (Fabio Paparella, già più volte giudice di Berlusconi in passato) di prospettare al suo capo l’opportunità di riassegnare ad altro giudice il fascicolo, recante lo stesso numero di un altro precedente di sua competenza, ma riguardante fatti diversi.


«DANNI AI SOCI» - Fino al 1999 l’azionista di maggioranza (benché da fine 1993 egli non abbia ufficialmente più ruoli operativi in azienda) è indiziato di aver «mascherato la formazione di ingenti fondi neri» e dirottato dalle casse di Mediaset a «conti esteri gestiti da suoi fiduciari» almeno 276 milioni di dollari, 11 miliardi di lire, 4 milioni di franchi francesi, 13 milioni di franchi svizzeri. Una condotta che avrebbe «causato ai soci Mediaset, investitori istituzionali e privati risparmiatori, un danno consistente nella diminuzione del valore patrimoniale dell’azione»; nonché penalizzato i contribuenti, visto che al fisco sarebbero state evase imposte per 124 miliardi di lire nel 1996-1999.


CONFALONIERI - I pm Robledo e De Pasquale chiedono che con Berlusconi siano processati anche il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri (solo per «falso in bilancio») e altre 11 persone: Mediaset, nel comprare dalle «majors» i diritti di trasmissione dei film, avrebbe operato acquisti e vendite fittizie a prezzi gonfiati, tra società in apparenza estranee a Mediaset. In realtà esse sarebbero state occultamente riconducibili a Berlusconi: tramite o prestanome (come un commerciante di carni a Montecarlo), o «soci occulti» (come per i pm l’ex agente di Paramount, Agrama), o complesse architetture societarie in mezzo mondo.


FIGLI - Quest’ultimo è il caso dei «trust» e delle «offshore» alle British Virgin Islands impiantati dall’avvocato David Mills (con conti gestiti in Svizzera dal banchiere Paolo Del Bue) nell’interesse dei «beneficiari economici» di Century One e Universal One, cioè delle due società che per anni sia i comunicati ufficiali di Fininvest/Mediaset sia le dichiarazioni di Silvio Berlusconi avevano assicurato fossero estranee al gruppo. Quei «beneficiari», hanno invece rivelato le rogatorie, erano proprio i figli di Berlusconi oggi alla guida operativa di Mediaset, Marina e Piersilvio, indagati per riciclaggio in uno stralcio non ancora concluso.
Luigi Ferrarella
lferrarella@corriere.it
FRODI E DIRITTI TV
La Procura chiede di processare, oltre a Silvio Berlusconi, il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri; gli ex dirigenti Fininvest Candia Camaggi, Giorgio Vanoni e Daniele Lorenzano; il banchiere Paolo Del Bue e l’avvocato David Mills
IL TESTE COMPRATO
Due indagini restano aperte. In una Berlusconi è indiziato d’aver «comprato» una testimonianza in Tribunale di Mills. Nell’altra i figli di Berlusconi, Marina e Piersilvio, sono indagati per riciclaggio come «beneficiari economici» di due offshore







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Ds Milano - Rassegna stampa


GOVERNARE SULLA SABBIA
MICHELE SERRA


da Repubblica - 27 aprile 2005

LA VOCAZIONE sudista del governo Berlusconi bis pareva appena un innocuo espediente retorico, improvvisato per fare fronte ai rovesci elettorali e al malumore antileghista di An e Udc. Purtroppo, non è così.

Governare sulla sabbia

La sortita del vicepremier Tremonti sulle spiagge meridionali da mettere in vendita (concessione di cento anni, per essere precisi) per ricavare quattrini da investire nel turismo, lascia intendere che qualcuno, lassù, sta pensando sul serio a lasciare il segno laggiù.
Raramente l'opinione di un uomo politico è stata accolta da un coro così unanime di sconcertata e ilare ostilità. A parte l'ovvio interesse di qualche associazione di imprenditori balneari, con l'ombrellone già in resta, Tremonti ha raccolto, in stereofonia, il coro ostile dell'opposizione e di quasi tutta la maggioranza e, non ultima, l'infastidita bocciatura del Consorzio dei bagnini, che ha definito «una boutade» il piano di uno dei più insigni economisti italiani.
L'idea di un demanio battitore d'asta, e di beni pubblici messi a bilancio per fare mucchio e/o per fare impressione, era già nello spirito del precedente (?) governo, aggravato da una smania condonista senza pari nella storia repubblicana: per dire che ai privati basta piantare una bandierina sul disastrato territorio nazionale per avere ottime speranze di farne l'uso che meglio loro aggrada. Ma se c'è un luogo fisico che, in Italia, appariva già, per antonomasia, arbitrariamente confiscato all'uso pubblico, fino a strozzare i pochi accessi al mare (per adesso non ancora lottizzato), queste sono proprio le spiagge, il lunghissimo margine peninsulare crivellato da concessioni private non sempre compatibili con la libertà di transito, e spesso lasciato, ove pubblico, in un'incuria quasi didascalica, come per punire ciò che osa sfuggire al listino dei prezzi.
Perché Tremonti, che è fantasioso ma non uno squilibrato, abbia scelto proprio le spiagge, delicatissimo simbolo di incuria e predazione ambientale, come nuovo ostaggio della sua "finanza creativa", davvero sfugge. Forse si sentiva in obbligo (per indorare il sorprendente ritorno al governo, caduto per eccessivo nordismo, dell'inventore dell'asse del Nord in persona) di dire qualcosa di meridionalista, e di farlo, per giunta, mostrando il polso sicuro che solo l'operoso spirito settentrionale può diffondere nel povero Sud disorientato. E forse perché davvero pensa, da ideologo coerente, che solo il tocco provvido del mercato può, in sé, rifare nuovo il Paese, e il prezzo di un biglietto d'ingresso basti a mondare le sabbie e attirare turisti (così ha detto) anche da India e Cina.
Ma l'impressione è che il nuovo vicepremier - l'ennesimo - abbia ottenuto l'effetto opposto, quello di una pensata quasi neocoloniale, con i terroni depressi risollevati dallo spirito di intrapresa inoculato dall'alto. Sulla stessa falsariga di Calderoli, addetto alla normalizzazione dei forestali calabresi avendo mai visto la Calabria, e mai i calabresi visto lui, però convinto che un sano sguardo lombardo, depositandosi su quelle lande ostili e primitive, avrebbe subito individuato il guasto e trovato le soluzioni.
In questo senso, stupisce non poco che a un Berlusconi primo caduto anche, se non soprattutto, per avere offerto un'idea tracotante e intrusiva del nordismo di governo, sia succeduto un Berlusconi secondo che, rimettendo in sella Tremonti, si nordizza ulteriormente. Del resto, gli alleati ostili all'asse del Nord non hanno però fiatato su Tremonti, forse paghi di uno Storace robustamente quirite alla Salute, antitetico al diafano salutismo di Sirchia, e di pochi altri ritocchi di consolazione. Ma a questo strano spettacolo siamo già abituati: minacciare la crisi e rimangiarsela senza che nessuna delle ragioni di crisi indicate venisse meno. È la risacca di questa maggioranza. Si mangerà la spiaggia?





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A proposito di scuola, di esami e di voti...
Rowena
Naturalmente non voglio entrare nel merito. Non conosco i test di valutazione, basati sul sistema “Invalsi” che la Moratti ha imposto alle scuole. A quel che ho capito dovrebbero servire a valutare l'efficienza degli istituti scolastici, basandosi sui risultati degli allievi. Può essere che non sia il sistema di valutazione migliore del mondo, e può essere che la Moratti ne avesse a disposizione di molto più validi.
Ma le contestazioni che si leggono in questi giorni non sono basate sull'affidabilità o meno del sistema; anzi, di “Invalsi” non parlano proprio. Si mette invece in discussione la legittimità dell'esistenza di un sistema valutante per le scuole.
Ora, viene spontaneo chiedersi perché la categoria dei lavoratori della scuola, unica fra tutte le categorie del pubblico impiego - a maggior ragione di quello privato, suppongo – non debba essere sottoposta ad alcun tipo di valutazione. E di seguito viene spontaneo chiedersi perché, le nostre scuole, non possano essere misurate anche in termini di efficienza e di efficacia, in modo da evidenziare i punti di forza e di debolezza: e, di conseguenza, quali azioni siano da premiare e quali da disincentivare. E viene ancora spontaneo chiedersi il perché delle resistenze di genitori e studenti all'introduzione di questi sistemi, visto che è prioritario proprio per loro avere un sistema scolastico in grado di competere con quelli europei e mondiali – se non per una specie di malintesa omertà, che giustifica il non apprendere degli uni col male insegnare degli altri. Quando, alle famiglie e agli studenti, converrebbe di molto avere una scuola formativa, dove la formazione va considerata e valutata anche sulla base dei risultati ottenuti.
Ripeto, non conosco il sistema “Invalsi”, e può darsi che sia del tutto inadatto a rispondere alle esigenze di una buona e corretta valutazione. Tuttavia, cercare di valutare le scuole non significa affatto instaurare, come ha dichiarato Emanuela Massa, presidente dell'Istituto Comprensivo del Centro Storico di Genova, “la vergognosa pratica di mettere il bambino al centro di scelte importanti”. Mi piacerebbe chiedere alla signora in questione chi dovrebbe essere al centro delle scelte, trattandosi di scuola; credo che sia nell'interesse primario dei bambini e del loro futuro, crescere in una scuola efficiente ed efficace. Non significa nemmeno, come sostiene l'assemblea del Circolo Didattico di Bagnoli, sottoporre i bambini “ad una prova che mortifica le loro intelligenze”. Au contraire. Di prove ripetute vivono gli studenti, e dovrebbero vivere un po' di più anche gli insegnanti.
Forse adesso sarò considerata un'amica della Moratti. E tuttavia penso che uno dei compiti immani – forse la mission impossible - della sinistra sia abbattere i corporativismi – tutti, non solo quelli degli altri. Per mettere tutti sulla stessa linea di partenza, dare a tutti le stesse occasioni, e sostenere gli ultimi, ma premiare chi arriva primo./www.ulivoselvatico.org


Compri due spiagge, paghi tre monti!
di Lia Celi
Favolosa offerta del nuovo governo: chi acquista due lotti di costa meridionale avrà in omaggio un vicepremier valtellinese che parla a vanvera. Il maresciallo Silvio Badoglio succede a se stesso: “In un anno riuscirò dove quel coglione del mio predecessore ha fallito”. La sua soluzione per l’emergenza economica: “Scaricheremo il 50 per cento delle responsabilità sui passati governi di centrosinistra, e l’altro 50 su quelli che seguiranno”. Subito avviati gli aiuti per le famiglie in difficoltà: l’orfano di Ugo La Malfa trova finalmente un posto di lavoro. Il ministro Micciché prontissimo ad affrontare i problemi del Mezzogiorno: “L’orario è perfetto: il mio pusher passa alle undici”. Prime iniziative del neoministro per le Attività produttive Claudio Scajola: in corso l’interrogatorio di decine di piccoli imprenditori nella caserma di Bolzaneto. Dal suo dicastero della Salute, Francesco Storace avverte gli italiani: "Stavolta l'olio di ricino non ve lo leva nessuno". Già in alto mare il progetto berlusconiano del partito unico: per realizzare la casa comune del centrodestra bisognerebbe abrogare la legge Merlin.www.liaceli.com/

Prodi annuncia niente amnistie




Bisogna ormai leggere le dichiarazioni di Romano Prodi come quelle di un presidente del Consiglio in pectore, in grado cioè di annunciare idee e filosofie politiche che avranno uno sviluppo nel governo del paese. Se poi questo avverrà, dipende ancora da tanti fattori, ma ciò non toglie che oggi così sia. E la coincidenza televisiva che ha messo il volto del leader dell'opposizione proprio dietro a quello di Ciampi, in un'unica inquadratura, durante le riprese delle celebrazioni del 25 aprile al Quirinale, sembrava già l'araldo di una epoca nuova della politica italiana, insieme con l'ovazione che l'ha accolto al corteo di Milano.
Dunque bisogna interrogarsi, al di là della contingenza politica, sul perché Prodi abbia scelto il 25 aprile per lanciare un affondo molto duro contro Berlusconi, per la sua colpevole assenza dalla celebrazione di Milano, seppur mitigata dalla ricomparsa al Quirinale. La contingenza politica, del resto, non basterebbe a spiegare: oggi Berlusconi sembra un avversario al tappeto, e il suo antagonista non avrebbe tecnicamente bisogno di continuare a colpirlo: potrebbe anzi dare segno di magnamità e di inclusività tendendo la mano, se non a lui, a quanti finora tifavano dagli spalti per lui, o magari lo votavano soltanto.
Se Prodi dunque riaccende il riflettore su una delle colpe più gravi del centrodestra al governo - un'ingenuità ideologica che ha pagato cara - e cioè quella di aver deliberatamente voluto dar l'impressione che la sua non era solo una rottura politica, ma costituzionale e storica con l'Italia scaturita dalla Liberazione, è perché fissa già paletti per il domani. Significativo è, in questo senso, l'accostamento diretto che Prodi ha compiuto tra la riforma della Costituzione e il tradimento dei valori dell'Italia resistenziale che essa incarnerebbe. Si ha l'impressione che il capo del governo in-waiting stia dicendo a tutto lo spettro della politica italiana, ai partiti e anche agli italiani che essi rappresentano, che ci saranno alcune discriminanti morali e ideali nell'Italia che verrà, e che a questi criteri di certo non risponde il berlusconismo. Quasi un mettere tra parentesi quel fenomeno come estraneo alla storia italiana, un'invasione degli ultracorpi all'interno di un organismo sano che li espellerà con i suoi anticorpi, primo tra i quali Ciampi, non ultimo Casini, che con il suo articolo sul Corriere ha marcato la sua diversità. Se si volesse continuare con la metafora del «regime», che tanta parte ha avuto nella polemica dell'opposizione contro Berlusconi, si potrebbe quasi aggiungere che questa posizione annuncia che non ci saranno amnistie. Prodi, insomma, non farà come Togliatti.
Sul piano della tattica politica, questa posizione determina alcune conseguenze. Innanzitutto fissa dei confini per il futuro, e scoraggia tutti coloro che sperano in trapassi, transumanze e trasformismi. Chi avrà aderito alla rottura post-resistenziale, nella convinzione di fondare davvero una seconda Repubblica, sarà fuori dalla nuova Italia. In secondo luogo aiuta a mettere tra parentesi, insieme all'ideologia del berlusconismo, anche la sua politica, le sue scelte, le sue leggi, le sue riforme, configurando il cambio al governo come un «heri dicebamus», e rendendo dunque più difficile la posizione di chiunque volesse, nel centrosinistra, salvare anche una parte del lascito legislativo e politico del berlusconismo. Per fare un esempio: sarà difficile continuare a sostenere la necessità di cambiare la forma di governo prevista nella Costituzione del '48, se questa è il discrimine tra le forze a essa fedeli e le forze che l'hanno tradita (ieri Fassino ha correttamente pre-visto questo rischio, dichiarando che «non è in discussione l'esigenza di aggiornare la Costituzione ma la si deve aggiornare a partire dai valori su cui è stata fondata, cioè quelli dell'antifascismo»).
C'è invece chi, nel centrosinistra, ritiene che il ritorno al governo si gioverebbe di una proposta più inclusiva, più unificante, più riconciliatoria, rivolta a un'Italia che ha già sofferto troppo di un bipolarismo interpretato in modo così radicale - innanzitutto da Berlusconi - da aver prodotto un'alternanza di sistema a ogni turno elettorale. Anche perché nel centrodestra ci sono culture e uomini che, pur avendo partecipato a riscritture costituzionali o a riforme berlusconiane, sono parte integrante e legittima della storia italiana scaturita dal 25 aprile (si vedano i discorsi tenuti al Quirinale da due ministri la cui cultura politica proviene dagli stessi lombi antifascisti, il liberale Martino e il democristiano Pisanu). Ecco perché l'intervento di Prodi non può essere letto solo come l'ennesimo episodio di una legittima e finora efficacissima lotta politica nei confronti dell'avversario, ma si segnala anche uno dei punti cruciali del dibattito sull'Italia che verrà, se e quando il berlusconismo sarà finito (in soffitta, non a piazzale Loreto). www.ilriformista.it/

Discorso di Berlusconi: da Prodi critiche anche in latino
REDAZIONE

Il leader del centrosinistra Romano Prodi ha bocciato su due piedi l'intero discorso pronunciato dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ieri alla Camera.
Un discorso che l'ex presidente dell'Unione europea ha giudicato "di basso tono", con un capo del Governo che incarna la "filosofia del vivere giorno per giorno e tirare a campare". Un intervento, ha fatto notare il numero uno delle opposizioni, che è stato "accolto con commenti di una certa freddezza anche da parte della maggioranza".
"Quindi - ha aggiunto - non credo si possa pretendere che il mio commento sia più entusiasta di quello della maggioranza".

Ancora una volta, ha fatto notare, dalla bocca del primo ministro sono arrivate troppe promesse.
"Una ripetizione di propositi che erano già stati fatti durante questi quattro anni - ha ricordato - mi chiedo solo come questi propositi che non sono stati realizzati in quattro anni potranno essere realizzati nell'ultimo anno".
Prodi ha contestato in modo particolare la promessa di approvare in via definitiva la Riforma della Costituzione entro la fine di questa legislatura.
"Errare humanum est, perseverare diabolicum. Credo che siano ormai in questa seconda fase - ha affermato - ma questo è solo un richiamo ai detti latini, che non fa mai male. La mia frase non contiene nessuna esorcizzazione politica www.centomovimenti.com


Il premier è piccolo piccolo, ma la spara grossa: partito unico
Gelo degli alleati sull’invenzione di Berlusconi. Sparisce il taglio dell’Irpef



Ormai le parti sono rovesciate, e un Berlusconi disperato simula una specie di rincorsa al centrosinistra. Dopo le primarie e la federazione dei partiti del centrodestra, ora siamo addirittura al partito unico, progetto su cui il presidente del consiglio dice di aver cercato perfino il conforto di Prodi nel famoso “colloquio dei sette minuti”, il 25 aprile. Questa è l’unica novità contenuta nel discorso di presentazione del Berlusconi bis, peraltro povero di contenuti e prospettive come anche di un’analisi della sconfitta elettorale.
Cancellando la promessa riduzione dell’Irpef, Berlusconi ha detto di puntare sulla riduzione dell’Irap, sul rientro del debito al di sotto del 100 per cento del Pil, su misure per il Sud e per le famiglie. Un programma al tempo stesso essenziale e troppo ambizioso per l’orizzonte temporale del governo. Unico punto fermo: si voterà la devolution entro i tempi pattuiti con Bossi.
Scialbo e prevedibile, è arrivato fin da ieri sera il sostegno di Lega e An (entrambi molto freddi se non totalmente contrari sull’idea di partito unico del centrodestra). Follini ha lasciato suspense sul tipo di adesione che l’Udc darà a un programma di così scarsa discontinuità, rinviando al discorso che farà oggi nell’aula di Montecitorio. I deputati centristi (come molti di An) ieri non hanno applaudito il premier, facendo capire che la presa di distanza dal nuovo governo verrà subito, e potrà essere abbastanza esplicita.
Facile in questo quadro il gioco delle opposizioni. Il discorso di Berlusconi è stato stroncato da tutti come inconsistente, il governo invitato a togliere l’incomodo al più presto. «Perseverare diabolicum», ha commentato Prodi a proposito della dichiarata intenzione di andare avanti sulla riforma costituzionale.
Nel famoso colloquio col premier, Prodi avrebbe escluso di poter cambiare la legge elettorale togliendo il riparto proporzionale. Per Castagnetti, quello di Berlusconi è stato «un discorso disarmante e imbarazzante». www.europaquotidiano.it


La galera Usa: oltre 2 milioni di detenuti
50 mila persone in più nell'ultimo anno: un abitante ogni 138 finisce in cella. E' il paese leader delle manette. Le associazioni chiedono l'introduzione di politiche alternative
CINZIA GUBBINI
Settecentoventisei persone in carcere ogni 100 mila abitanti. O un detenuto ogni 138 residenti. O ancora, 2,1 milioni di cittadini dietro le sbarre. Comunque la si voglia mettere, il nuovo dato pubblicato ieri dal Dipartimento di giustizia americano non potrebbe essere più chiaro: negli Stati uniti è in corso un fenomeno che potrebbe essere definito senza enfasi «carcerazione di massa», come infatti lo definiscono autorevoli columnist della stampa americana. In un anno - dal 30 giugno 2003 al 30 giugno 2004 - la popolazione carceraria è cresciuta di 48.452 persone, con un tasso del 2,3%. Ciò significa che, ogni settimana, negli Stati uniti sono finite in carcere in media 900 persone. E questo nonostante da dieci anni il tasso di criminalità sia in costante decremento.

Il trend va avanti da anni: «Questo dato va messo in relazione alle politiche contro la droga messe in campo tra gli anni `80 e gli anni `90, come risposta all'incremento di crimini connessi alle sostanze stupefacenti», ha spiegato Paige Harrison, funzionario del Dipartimento di giusitizia e coautrice del rapporto. Ma secondo il Sentencing Project, un think-thank con sede a Washington che promuove le alternative al carcere, molti detenuti che languono nelle celle americane sono stati condannati per reati di piccola entità. «Se non iniziamo a promuovere politiche di alternativa alla prigione - ha detto Malcom Young del Sentencing Project - continueremo a essere il paese leader in fatto di carcerazioni». Secondo i dati dell'istituto Justice Policy, infatti, gli Usa sono al primo posto nelle statistiche mondiali per numero di persone detenute: 726 ogni 100 mila residenti. Nel Regno unito sono 142 ogni 100 mila, in Cina 118, in Italia 100.

Le statistiche del Dipartimento di giustizia statunitense confermano, inoltre, che la composizione della popolazione carceraria vede una penalizzazione delle minoranze e, in generale, delle fasce sociali più deboli: il 12,6% dei detenuti tra i 20 e i 30 anni d'età sono uomini afroamericani, contro il 3,6% degli ispanici e l'1,7% di maschi bianchi. Le donne rimangono il segmento che cresce più velocemente nella popolazione carceraria, con un tasso di incremento del 2,9%.

Secondo alcuni osservatori del sistema giudiziario americano - che rimane uno dei più avanzati, almeno formalmente, per quanto riguarda i diritti riconosciuti all'imputato - a partire dagli anni `80 è iniziato un «irrigidimento» delle regole processuali e del codice penale. L'ultima polemica risale all'inizio di quest'anno, quando sulla scia di una sentenza che ha condannato a 30 anni di carcere uno spacciatore di cocaina (Usa v. Booker) sono state riviste le direttive che regolano l'applicazione delle pene, spingendo l'acceleratore verso un sistema di pene minime obbligatorie. Ma la legge-madre additata da tutti gli enti di tutela è la cosiddetta «three-strikes-and-you're-out», più o meno: al terzo reato sei bruciato. Quella che punisce con pene molto salate la recidiva. Quella che, sia detto a futura memoria, ispira la «nostra» Cirielli. www.ilmanifesto.it




Senza verità






Una nuova fumata nera statunitense su Baghdad, dopo quella di Abu Ghraib. Nulla di fatto alla commissione mista incaricata di indagare sulla sparatoria che la notte del 4 marzo ha provocato la morte di Nicola Calipari e il ferimento mio e dell’agente del Sismi che era alla guida dell’auto su cui viaggiavamo. Sembra che i delegati statunitensi e i due osservatori italiani siano divisi sulle conclusioni. Nella migliore delle ipotesi, dunque la commissione non è servita a nulla, nella peggiore rappresenta un notevole passo indietro. Infatti, dopo le indagini durate oltre un mese, è sparita dall’orizzonte persino l’ipotesi di un tragico errore che aveva indotto Bush a porgere le scuse a Berlusconi. Dopo le scuse arriva lo schiaffo a un presidente del consiglio già tramortito dalla crisi di governo. Riuscirà a reagire?

Nonostante le testimonianze – su quella dell’agente del Sismi era basata la ricostruzione fatta in parlamento dal ministro degli esteri Gianfranco Fini – che coincidono sullo svolgimento dei fatti, gli americani sono tornati sulla difensiva: rispettate le regole d’ingaggio, prima gli avvertimenti, a debita distanza, e poi l’attacco. I fatti dicono il contrario: nessun avvertimento, il fascio di luce è arrivato contemporaneamente al fuoco delle mitragliatrici tanto è vero che l’auto è stata colpita da destra (la pattuglia mobile era a una decina di metri dal ciglio della strada all’altezza della curva), uccidendo Nicola Calipari, e da dietro: basta vedere l’auto. Il parabrezza davanti è intatto, mentre i vetri laterali e quello dietro sono in frantumi. Neon ultimo, il proiettile, l’unico fortunatamente, che mi ha colpito alla spalla è entrato da dietro, provocandomi un buco di quattro centimetri di diametro. Fatto non secondario: le testimonianze – mia e dell’agente, persone così diverse per sensibilità ed esperienza – sostanzialmente coincidono.

I delegati della commissione invece di tenerne conto, continuano a insistere su una mia possibile conoscenza dell’agente prima dei fatti. Io non ho mai visto in faccia l’agente e non lo saprei riconoscere nemmeno se lo incontrassi, l’ho visto di spalle solo mentre guidava l’auto. Dopo l’attacco, quando è sceso era lontano da me sotto la minaccia dei fucili, io, ferita, ero sdraiata per terra. Evidentemente le mie due testimonianze rese alla commissione americana non sono servite a nulla; o sarò citata per falsa testimonianza?

Una cosa è certa: il Pentagono deve garantire l’impunità ai suoi militari. E va oltre le affermazioni fatte a caldo, dell’errore, tanto da insinuare interrogativi più inquietanti. Un errore anche “tragico” viene sempre “perdonato” in Iraq, anche quando stermina famiglie intere di innocenti iracheni. In questo caso non cale, solo perché non si vuole influire sul morale delle truppe o perché c’è dell’altro? Peraltro va sgombrato il campo dalle mistificazioni di chi vuol far credere che Nicola Calipari agisse nelle clandestinità e non avesse avvisato del nostro arrivo in aeroporto. L’ufficiale di collegamento era stato avvertito 20/25 minuti prima del nostro arrivo (ho assistito alle telefonate), probabilmente l’intelligence italiana non aveva avvertito gli americani dell’operazione che stava compiendo per il mio rilascio, ben sapendo che altrimenti sarebbe stata ostacolata.

Ma la giurisdizione USA in Iraq riguarda anche le operazioni di intelligence degli alleati? E poi cosa faceva l’elicottero USA che volteggiava sopra la mia auto imbottita di tritolo mentre io aspettavo che mi venissero a liberare? Sorge il dubbio che i vertici americani a Baghdad fossero perfettamente a conoscenza di tutto quello che stava avvenendo.

Non abbiamo ancora il rapporto ufficiale della commissione americana ma temiamo che molti dei nostri quesiti resteranno senza risposta. Ma la delusione più grande sarebbe se le nostre autorità subissero l’affronto senza reagire. Tutte le parole spese per Calipari finirebbero in ipocrisia e – nonostante la medaglia d’oro assegnatagli da Ciampi – Nicola sarebbe stato per il nostro governo solo l’eroe di un giorno.

Di Giuliana Sgrena, tratto da il manifesto

''Senza guanti''. Un anno da Abu Grahib
Torture. Combattenti illegali, prigioni segrete e sofismi giuridici: la dottrina Bush-Gonzales-Rumsfeld
Stefano Rizzo


Quando il 30 aprile del 2004 il New Yorker pubblicò le fotografie delle sevizie perpetrate nella prigione di Abu Ghraib sembrò che stesse per iniziare il consueto processo che aveva accompagnato tutti gli scandali americani, almeno a partire da quello del Watergate: denuncia, indignazione, inchieste giornalistiche, indagini della magistratura, condanna dei colpevoli – un processo di espiazione, sulla piazza mediatica, che avrebbe restituito la purezza alla democrazia americana violata dai malfattori.
Così non è stato per Abu Ghraib. Quel 30 aprile e per le due settimane successive le foto degli orrori, in una macabra concorrenza tra giornali e reti televisive, invasero le case degli americani generando uno shock profondo. Il viso ridente della bionda Sabrina Harmon, china sul cadavere di un uomo avvolto nella plastica, la sigaretta tra le labbra di Lynndie England, col suo caschetto di capelli neri, che alza i pollici in segno di vittoria sui genitali nudi di un uomo incappucciato, le braccia conserte, da dominatore, di Charles Graner in piedi davanti ad un cumulo di corpi nudi, e le tante altre foto di umiliazioni e di torture scattate come trofei di guerra, spingevano a porsi interrogativi, a domandarsi come i “nostri ragazzi” (e le nostre ragazze!) avessero potuto macchiarsi di simili crimini.
La risposta dei vertici politici e militari furono all’inizio reticenti. Si formulò una condanna di principio (“gli stati Uniti non ammettono e non condonano in alcun modo la tortura” dichiarò il presidente Bush) e si tese a minimizzare il caso a poche mele marce, a qualche ragazzo che aveva perso la testa e che sarebbe stato punito.
Poi incominciò ad emergere un’altra storia. Si seppe che nella prigione formalmente diretta dalla generalessa Karpinski spadroneggiavano civili e militari dei vari servizi di intelligence, del Pentagono e della CIA. Si seppe che gli abusi erano già stati denunciati da singoli soldati e che il generale Taguba aveva condotto un’inchiesta nel dicembre 2003, confermando i rapporti ancor prima presentati dalla Croce rossa internazionale e rimasti segreti.

Intanto le “mele marce”, i vari Graner, England, Harmon, Sivitis furono incriminati davanti alla corte marziale e la generalessa Karpinski sollevata dall’incarico.
Si sperava che la cosa finisse lì, ma le cose risultarono molto più complicate. Varie commissioni d'inchiesta, dopo quella di Taguba, dell’esercito, del congresso, una commissione indipendente presieduta dall’ex ministro della difesa Schlesinger – per un totale di dieci – fino all’ultima dell’ispettore generale del pentagono Green, si sono occupate della vicenda. Ma soprattutto se ne sono occupati i media, da Seymur Hersh che pubblicò sul New Yorker l’articolo che fece scoppiare il caso a Mark Danner che per il New York Review of Books ne ha analizzato i retroscena; e la storia è la seguente.
Abu Ghraib non è iniziata nel 2004 e neppure nel 2003. E’ iniziata subito dopo l’11 settembre del 2001, quando la Casa bianca fa approvare di corsa il Patriot Act che limita fortemente i diritti degli imputati, o anche solo sospettati, di terrorismo; contemporaneamente il consulente giuridico di Bush, Alberto Gonzales (ora ministro della Giustizia), dichiara che le convenzioni di Ginevra sulla protezione dei prigionieri di guerra “sono obsolete” e, contro l’opposizione dei generali (che temono di trovarsi nella stessa situazione a parti invertite), fa approvare dal presidente un memorandum che dice che non si può parlare di tortura se non per “le azioni che portano al collasso di un organo vitale o alla perdita della vita”. Il cerchio delle premesse giuridiche (o presunte tali) si chiude quando i terroristi di Al Qaeda, gli uomini catturati sul campo in Afghanistan, o i semplici talebani, vengono definiti “combattenti illegali” e posti al di fuori delle norme internazionali che proteggono le forze armate militari, o di guerriglia, nemiche.
La nuova dottrina Bush-Gonzales-Rumsfeld viene messa subito in pratica in Afghanistan. I nemici catturati vengono trasferiti a Guantanamo e lì sottoposti a quelle pratiche di tortura (accuratamente descritte e denunciate dal generale Taguba), che opportunamente erano state escluse dalla definizione di tortura. Ma siccome il sistema carcerario di Guantanamo incomincia ad essere esposto alla critica dell’opinione pubblica e bocciato dalla Corte suprema, si creano prigioni segrete in posti sicuri all’interno di basi militari americane.

Intanto la guerra in Iraq va male; dopo i trionfi iniziali, la caduta di Saddam, il disfacimento dell’esercito iracheno, inizia la guerriglia che assume tratti sempre più feroci. I comandi militari, il generale Meyer prima e Sanchez poi, reclamano più intelligence per proteggere i propri soldati e questo è esattamente quello che vuole sentirsi dire il ministro della difesa, che conduce da tempo una guerra privata contro la CIA per strapparle potere (e soldi). Rumsfeld dà mandato al suo vice Stephen Cambone di elaborare un progetto segreto, un SAP nel gergo militare, che dia mano libera nel catturare rapire, interrogare e fare sparire i sospetti, senza che alcuno possa mai essere chiamato a rispondere davanti alla magistratura.
Cambone fa trasferire da Guantanamo il comandante di quella prigione, Geoffrey Miller (che già aveva vistato Baghdad nell’agosto del 2003), per gestire con i nuovi metodi tutto il sistema carcerario iracheno. Il generale Sanchez, comandante in capo, viene informato e impartisce le relative disposizioni per un energico cambiamento nelle tecniche di interrogazione: come detto da un ufficiale americano sul campo, “è venuto il momento di togliersi i guanti!”
Questi sono le ragioni per cui l’ultima commissione di inchiesta, dell’ispettore generale dell’esercito Green, che ha presentato il suo rapporto venerdì scorso, contro ogni evidenza ha scagionato tutti i comandanti sul campo (a parte l’inetta Karpinski che oltretutto è della riserva).
I generali che hanno ordinato o tollerato le torture ad Abu Ghraib e altrove non saranno puniti perché condannare loro vorrebbe dire accusare il potere civile da cui prendono gli ordini. La strategia della tortura è parte integrante della guerra al terrorismo condotta da questa nuova destra americana, bizzarramente religiosa. No, questa volta non vi sarà espiazione. www.aprileonline.info


Calipari : arriva auto in Italia mentre divampano le polemiche
di red

Arriva oggi in Italia la Toyota a bordo della quale rimasero colpiti Nicola Calipari, Giuliana Sgrena e un altro agente del SISMI lungo la via verso l'aeroporto di Baghdad la sera del 4 marzo scorso.

L'auto - consegnata alle autorita' italiane dopo una rogatoria firmata dai PM romani Ionta ed Amelio - giungera' con un aereo dell'esercito italiano in un aeroporto militare italiano e sara' poi affidata ad un gruppo di esperti balistici che operano nell'ambito dell'inchiesta giudiziaria romana sulla morte del funzionario del SISMI.

I tecnici cercheranno di ricostruire la dinamica della sparatoria. I magistrati romani attendono invece di sentire anche i due membri italiani della commissione d'inchiesta italoamericana che sono stati sul posto degli spari in Iraq, un diplomatico ed un generale del SISMI.

Si e' saputo oggi che nei giorni scorsi una bomba a mano e' stata lanciata a Baghdad proprio contro la Commissione d'inchiesta sull'omicidio di Calipari nei primi giorni in cui essa era all'opera. I componenti italiani della commissione sono rimasti illesi.

Intanto divampano le polemiche per le conclusioni dell'inchiesta USA, trapelate al Pentagono e che scagionano i soldati americani addossando di fatto allo scarso coordinamento italiano ed all'ipotetica corsa in auto tutte le responsabilita' della morte di Nicola Calipari.

Dal governo sembra non vi sia soddisfazione per i risultati e si parla di domande da fare, l'opposizione attacca e Giuliana Sgrena - che aveva raccontato, con l'agente del SISMI superstite, un'altra dinamica dei fatti - critica aspramente l'inchiesta USA.

www.osservatoriosullalegalita.org


Uccisione di Nicola Calipari: la colpa agli italiani 26-4-05

(

Bruxelles

Stando alle indiscrezioni trapelate dal Pentagono, la commissione d'inchiesta americana deputata a far luce sulla morte dell'agente segreto italiano Nicola Calipari, avrebbe stabilito l'assenza di responsabilità dei soldati americani nell'accaduto. I rappresentanti italiani in seno alla commissione - l’ambasciatore Ragaglini e il generale Campregher - non sottoscrivono le conclusioni dell'inchiesta e richiedono maggiori approfondimenti.

"Nulla che non mi aspettassi", commenta l'europarlamentare Giulietto Chiesa, che prevedendo un tal esito della commissione d'inchiesta americana, nei giorni seguenti all'uccisione di Nicola Calipari aveva proposto, insieme ai colleghi Lilli Gruber, Vittorio Agnoletto e Michele Santoro, l'istituzione di una Commissione d'inchiesta internazionale sotto l'egida della Nazioni Unite per far luce sui fatti che hanno portato alla morte del funzionario del Sismi.

"Ribadisco - chiosa Giulietto Chiesa - la necessità di affidarsi ad un organo internazionale per ovviare alla parzialità con cui vengono condotte questo tipo d'inchieste". www.giuliettochiesa.it/

Sì, Mladic è proprio in Serbia

Le clamorose rivelazioni di un sottufficiale dell’esercito serbo: l’anno scorso, Mladic avrebbe passato diversi mesi nella caserma belgradese di Topcider; i «suicidi» che si sono verificati sarebbero eliminazioni di testimoni scomodi; militari in servizio vendono armi agli Albanesi del sud della Serbia
Ratko Mladic Di R.D, Danas, 11 aprile 2005
Traduzione di Persa Aligrudic (Le Courrier des Balkans) e Carlo Dall'Asta (Osservatorio sui Balcani)


L’articolo che segue ha fatto il giro del mondo finendo sulle pagine della stampa internazionale. In Serbia la vicenda ha suscitato forti reazioni e svariate smentite da parte del Ministero della difesa di Serbia e Montenegro, che ha cercato immediatamente di screditare la fonte di Danas, negando molte delle rivelazioni fatte dal sergente Petrovic e affermando che si tratta di una persona poco affidabile. Le indagini di Danas sembrano invece contrastare con l’immagine che vuole dare il Ministero della difesa. Il quotidiano belgradese ha cercato di ottenere maggiori informazioni anche sul traffico d’armi tra il sud della Serbia e il Kosovo, ma nessuna delle persone contattate da Danas ha smentito o confermato quanto detto da Petrovic. Nell’edizione odierna, il quotidiano belgradese ha deciso di rendere noti i nomi dei militari coinvolti nel traffico d’armi, così come sono stati rivelati dalla testimonianza del sergente Petrovic.


Dopo aver cercato di conservare l’anonimato, il sergente Petrovic desidera ora che la sua identità venga svelata. Danas è entrato in contatto con Miroslav D. Petrovic, sottufficiale che, stando alle sue parole, era stato per un certo periodo incaricato della sicurezza del generale Ratko Mladic. È fuggito all’estero nel novembre 2004, dopo aver scoperto diversi scandali.
Il suo attuale status di disertore e la natura delle informazioni che ci fornisce fanno sì che sia pressoché impossibile verificarne l’esattezza ma Danas, pur informando gli organi competenti di tutti i dettagli, ha preso la decisione di riportare in chiaro i dettagli più delicati della sua deposizione. Poiché potrebbe trattarsi di accuse infondate, l’identità delle persone accusate di gravi atti criminali non sarà svelata.

«Nella sicurezza di Mladic, ci sono tre livelli di protezione, ed io ero al terzo livello, quello che nel gergo militare viene chiamato «la carne fresca». Nel corso degli spostamenti di Ratko Mladic nel sud della Serbia avevo il compito, in quanto subalterno, di assicurare un passaggio efficace della frontiera con la Macedonia, dato che conoscevo bene il territorio. Ho passato diversi anni nel sud della Serbia», afferma Miroslav D. Petrovic, sottufficiale dell’armata di Serbia e Montenegro, attualmente disertore sotto la protezione degli Stati Uniti, rifugiato in una base militare di un Paese vicino.

«L’anno scorso, in maggio, nella caserma di Prokuplje [1], due ufficiali superiori dell’Armata della Republika Srpska (RS) di Bosnia-Erzegovina sono stati assegnati a dei posti inventati, che non esistono affatto nell’organigramma dell’Armata di Serbia e Montenegro. In giugno, tutti e tre noi siamo stati chiamati alla caserma di Topcider per una riunione ed un consulto.

Numerosi ufficiali superiori dell’Armata della Republika Srpska assistevano a questa riunione. Ho fatto la conoscenza degli ufficiali incaricati di assicurare il passaggio del generale quando andava nel nord del Paese o verso la Bosnia. Durante quei pochi giorni che ho passato a Belgrado, il generale ha cenato una volta al ristorante Kneze Lad che fa parte del complesso militare di Dedinje. Il ristorante si trova assai vicino alla porta n° 9, ed è collegato alla caserma di Topcider da un piccolo ponte sulla Topciderka. Il generale Mladic si trovava a Topcider in ottobre, gli sfortunati soldati che l’hanno visto sono stati liquidati in men che non si dica», aggiunge Petrovic [2].

«Io sono disertore dal 24 novembre scorso, perché ho saputo e ho visto delle cose che non avrei dovuto vedere. Altrimenti, io ero sergente di prima classe nell’unità VP 3218 PK, e sono fuggito dal mio Paese e dall’armata in cui ho servito per sette anni. Ho paura per la mia famiglia e i miei genitori».

Traffici d’armi nel sud della Serbia

«Sono stato costretto a scappare dall’armata perché ho innanzi tutto scoperto che nella base di ..., a 15 km da..., dove ero di stanza come artificiere, si vendevano armi agli Albanesi, sia armi militari che quelle confiscate alla frontiera. Non ho voluto collaborare coi miei «colleghi» e mi hanno imprigionato per tre giorni, perché cambiassi d’avviso. Altrimenti, era la morte. Ho approfittato di un’occasione per passare la frontiera e mi sono consegnato alle forze americane della KFOR del Kosovo. Qui, ora sono al sicuro. So molte cose: Topcider, dove si trova attualmente Mladic [3], di cui ho assicurato la scorta per un certo periodo. Ma, ve ne prego, se pubblicate qualsiasi cosa, mi dovete garantire la sicurezza».

«Mi è proibito comunicare con la Serbia perché le persone che mi proteggono temono che io sia scoperto dai nostri servizi segreti militari. Mi è ugualmente proibito uscire, verrei arrestato dalle autorità locali non avendo il permesso di soggiorno, mentre la mia domanda d’asilo è stata respinta perché nessuno desidera avere a che fare con l’Armata di Serbia e Montenegro. Ciò che faccio in questo momento, è di mia propria iniziativa perché non ne posso più. Ho delle prove per tutto quello che vi dico, ma voi dovrete verificarle per essere sicuri che io vi dica la verità... Se non avessi avuto fortuna, sarei certamente finito come quei poveri soldati di Topcider. Sarei molto contento se potessi tornare in Serbia e nuovamente trovarmi davanti la mia formazione militare, ma è purtroppo impossibile, anche se ai miei genitori ho detto che sarei tornato. Loro hanno detto che non mi sarebbe successo niente, ma io non credo più a nessuno. Continuo ad amare la mia Armata e il mio Paese, e spero che le mie parole possano aiutare altri uomini a non trovarsi in una simile situazione».

La biografia di un giovane soldato

«Mi chiamo Miroslav D. Petrovic, sono nato il 5 marzo 1979 a ..... Ho incominciato la mia carriera militare nel 1997 a Urosevac come comandante carrista. Sono stato ferito due volte in Kosovo e ho partecipato a numerosi combattimenti e missioni, ecc. Alla fine della guerra, ho lavorato nella polizia militare alla caserma di Topcider per un certo periodo, poi ho terminato gli studi d’ingegneria e sono stato trasferito a Prokuplje dove ho svolto diversi incarichi.

«Dietro ordine del comandante del reggimento del 19 settembre 2004 sono andato in missione di combattimento alla base di .... come artificiere. Nel corso di questa missione ho notato parecchie operazioni dubbie da parte di ufficiali superiori che lavoravano in questa base; fortuitamente ho scoperto un traffico d’armi che venivano vendute agli Albanesi di Bujanovac e del Kosovo e di Metohija. Erano armi militari ma anche armi che erano state confiscate alla frontiera o in altre situazioni, e in quella base c’era un deposito di armi sequestrate.

I capi mi hanno domandato di collaborare, perché io sapevo dove si trovavano le mine e la vendita non si poteva dunque fare senza la mia collaborazione. Qualche settimana più tardi, il 14 novembre 2004, un gruppo di ufficiali sotto il comando del sergente di prima classe... mi ha proposto di collaborare con loro. Ho rifiutato minacciando di riferire questi fatti una volta che avessi terminato il mio lavoro sul campo. Dal 14 al 24 novembre sono stato rinchiuso in un sotterraneo della base. Il 24 novembre, di mattina, sono riuscito a fuggire in Kosovo, perché era la frontiera più vicina. Avevo il corpo pieno di ecchimosi a causa dei colpi e dei maltrattamenti che avevo subito. Ero in uniforme e quando sono arrivato a Gnjilane mi sono presentato alla KFOR dove sono stato accolto e curato nel loro ospedale per qualche giorno.

Gli attori principali nel commercio di armi sono i quattro sergenti... che sono in permanenza nella base insieme a..., che collabora con loro e che ha dei legami molto familiari con alcuni di loro. Mentre mi tartassava, ha ammesso più volte che questo traffico durava dagli ultimi due o tre anni.
Per loro è preferibile sacrificare un sottufficiale piuttosto che permettere che la verità sia svelata. Ho sentito dire un mucchio di cose su di me, si dice che sono divenuto un traditore, ma io sono probabilmente il solo ad aver salvato la pelle. A proposito del soldato (Dragan) Kostic, si dice che si sia ucciso, ma egli non è stato che il testimone di un furto di revolver dal deposito di Leskovac.
L’uomo sospettato di questo furto si trova nella base di... Secondo lui, non ci sarebbero prove a sufficienza, né per i revolver né per i 300.000 dinari sottratti alla cassa militare. Egli era all’epoca capo del reggimento, ma a cosa serve parlarne, dato che è un ottimo amico del comandante di brigata..., che ha insabbiato tutto l’affare, mentre il sergente capo... è stato semplicemente trasferito alla base di...


[1] Sud della Serbia
[2] Due reclute sono state uccise nella caserma, in circostanze rimaste misteriose
[3] Quest’informazione vale per il principio di marzo, precisa Danas
www.osservatoriobalcani.org


Terra e libertà
La lotta dei boscimani contro il governo del Botswana per restare dove hanno sempre vissuto





Sono una delle prime popolazioni ad aver abitato le regioni meridionali del continente africano. Eppure oggi i boscimani del Botswana rischiano di essere cacciati dalla terra in cui hanno vissuto per circa ventimila anni: una vasta riserva nel deserto del Kalahari di cui, fino a pochi anni fa, erano i padroni incontrastati.
Potrebbe concludersi con una sconfitta, infatti, la battaglia legale intrapresa dagli ormai pochi membri delle antiche comunità di cacciatori-raccoglitori Gana e Gwi per continuare a vivere nelle inospitali regioni centrali del Paese. Il governo di Gaborone sembra tutto fuorché disponibile a trattare con loro, e probabilmente li obbligherà a trasferirsi in alcuni ‘campi di re-locazione’ costringendoli così a modificare per sempre i propri usi e le proprie abitudini millenarie. Una prospettiva che ha scatenato, nel corso degli ultimi anni, numerose proteste da parte di gruppi per la difesa dei diritti delle popolazioni tribali, tra cui Survival, secondo la quale, dietro alla decisione del governo del Botswana, si nasconderebbe l’intenzione di setacciare la zona alla ricerca di giacimenti diamantiferi.

Segreto che luccica. “Abbiamo il forte sospetto che il governo voglia far sgombrare la zona per cercare diamanti”, dice a PeaceReporter Miriam Ross, portavoce dell’organizzazione da Londra. “D’altronde perché i politici vogliono liberarsi a tutti i costi di una popolazione innocua che ha vissuto per così a lungo in quell’area?”.
I problemi per i boscimani sono cominciati una ventina d’anni fa, quando entrò in vigore un decreto legislativo che proibiva la caccia nelle riserve dove abitavano. Pochi anni dopo il governo ha deciso inoltre di tagliar loro i rifornimenti idrici, sostenendo che la spesa fosse troppo alta. Dal 1997 alcune migliaia di membri della comunità dei boscimani sono stati obbligati a trasferirsi (c’è chi usa il termine ‘deportati’) in alcuni di questi campi fuori dalla regione del Kalahari. Le immagini e le testimonianze raccolte da Survival parlano di baraccopoli in mezzo al nulla, dove donne, uomini e bambini abituati a cacciare e a vivere liberi su territori sconfinati, vegetano con il poco che passa lo stato in uno snervante limbo burocratico, sociale e psicologico. “Questa è gente che ha sempre vissuto portando avanti una cultura antichissima – continua la Ross – e ora si ritrova costretta a vivere in baracche di lamiera in attesa di non si sa che cosa. E’ facile immaginare cosa questo possa generare: nei campi l’alcolismo causato dalla depressione è ormai un fenomeno sociale esteso, così come la prostituzione, che in un Paese come il Botswana ha aumentato in maniera preoccupante i casi di Hiv e Aids tra la popolazione. Il governo del Botswana ha addotto le scuse più insensate: ovvero che i rifornimenti idrici costano e che le specie animali vanno protette, quando in verità la vera causa sono i diamanti”.

L’accusa. Survival sostiene che il governo abbia ingaggiato, pochi anni fa alcune compagnie di pubbliche relazioni internazionali per celare i propri intenti sul problema dei boscimani. Tra queste figura la Hill & Knowlton, una grossa multinazionale della comunicazione. Quest'ultima è additata dall’organizzazione per aver ricevuto ingenti somme di denaro con lo scopo di mentire a favore del governo, producendo materiale che ne dimostrasse il comportamento trasparente sulla questione dei diamanti. Contattata da PeaceReporter in una delle sue sedi a Bruxelles la compagnia, tramite un portavoce, ha respinto ogni accusa: “Non lavoriamo per il governo del Botswana. Ci è solo stato chiesto di dimostrare che il business dei diamanti di cui esso è produttore non reca danno alla popolazione come è accaduto in altre parti dell’Africa (come Sierra Leone, Repubblica Democratica del Congo e Angola, ndt). Noi ci siamo limitati a questo”.

Ricatti. La questione rimane aperta, anche se le speranze che i boscimani riescano ad ottenere le terre degli antenati sono poche. Alcuni di loro si rifiutano di lasciare il Kalahari, costringendo le autorità a usare la forza o il ricatto. Sul sito di Survival si legge la testimonianza di Losolobe Mogetse, uno dei membri della popolazione che si è rifiutato di lasciare la propria terra per trasferirsi nei campi. L’uomo racconta di essere stato avvicinato da un ufficiale di polizia che gli ha intimato di andarsene. Ma poiché si rifiutava, il poliziotto gli ha annunciato che suo padre, da tempo alloggiato in un campo, stava per morire. L’unica maniera di rivederlo era lasciare per sempre il villaggio e trasferirsi nel campo una volta per tutte.

Un problema africano. Come i boscimani, altre popolazioni antiche come l’Africa rischiano oggi di essere cacciate dalle proprie terre e di dover dire addio alla propria identità. I motivi sono quasi sempre gli stessi: lo sfruttamento delle risorse e l’appropriazione di nuove terre da parte dello stato, spesso spinto al profitto da imprese o multinazionali straniere. Uno dei casi più noti è quello dei Nuba, costretti a combattere per cinque decenni contro il governo sudanese per il controllo del proprio territorio, ma soprattutto della propria cultura. I pigmei nell’Africa centrale sono da tempo in lotta per continuare a vivere nelle foreste pluviali dove oggi si disbosca, si scava alla ricerca di petrolio o si costruiscono resort turistici. Lo stesso accade ai guerrieri-pastori Maasai, da alcuni mesi in guerra contro il governo del Kenya per ottenere una terra concessa in prestito ai coloni britannici un secolo fa, e mai restituita. O alle popolazioni Mursi, Bodi e Konso nelle regioni meridionali dell’Etiopia, che si massacrano per l’accesso alle risorse idriche. O ancora in Africa occidentale, dove lo scontro tra popolazioni nomadi e stanziali destabilizza intere zone, generando profughi e sfollati di cui i governi spesso non possono o vogliono occuparsi.

Pablo Trincia www.peacereporter.net

Il programma top secret del Cavaliere




Il vero programma del suo terzo governo, sfavillante di volti nuovi e personalità autorevoli, Berlusconi lo tiene ben chiuso nel cassetto, custodito sotto chiave. Ieri l’hanno capito tutti. Tutti hanno perfettamente compreso che quello illustrato a Montecitorio dallo statista di Arcore altro non è che un finto programma, uno specchietto per le allodole. Un’astuzia. Una trappola per sviare l’opposizione dalla vera, formidabile offensiva programmatica che il Cavaliere – forte di un’alleanza salda come non mai grazie alla reciproca stima e fiducia tra i suoi leader e i fraterni e leali rapporti tra i partiti che la compongono – s’accinge a scatenare.
Il programma vero il Cavaliere l’ha messo a punto con Giulio Tremonti: che è il vero vicepremier. Ma Giulio ieri l’altro l’ha combinata grossa: ha i n c a u t a - mente anticipato la misura della vendita delle spiagge, alzando il velo sul programma top secret, rischiando di comprometterne l’effetto sorpresa e la sua piena attuazione per il rilancio di una poderosa azione di governo.
Ma ecco i punti del vero programma di Berlusconi: si tratta di ipotesi già elaborate nei mesi scorsi nell’officina intellettuale della Cdl, poi accantonate per essere utilizzate al momento più opportuno: cioè ora, per dare la «scossa» al declinante sistema Italia.
Meno feste, più Pil. Il premier lo propose già nel febbraio dello scorso anno. «In questo paese ci sono troppe festività, dovremo far lavorare di più gli italiani. Ci sono ponti festivi in eccesso», è l’analisi di Berlusconi. Un taglio dei giorni di festa produrrà «un benefico effetto sul Pil». Almeno mezzo punto di Pil in più, 6 miliardi di euro, solo con qualche sforbiciata.
Via l’8 per mille. È una vecchia bandiera di Bossi: Berlusconi gli ha promesso che ora i tempi sono maturi.
Per la Chiesa cattolica nel 2003 erano 1.016 milioni di euro. Amen. Beach policy. Si tratta di un pacchetto di misure integrate. Le anticipazioni di Tremonti sulla vendita delle spiagge ne costituiscono soltanto un aspetto, ancorchè il più rilevante sotto il pro- filo delle entrate nelle casse dello stato.
Berlusconi ha infatti dato il suo consenso al recupero, nella prossima manovra finanziaria, dell’ipotesi di un aumento del 300 per cento del canone di concessione per i gestori di stabilimenti balneari già formulata da Tremonti ma affossata dall’asse del sud. La manovra a tenaglia per il rilancio delle spiagge italiane prevede il nuovo ruolo chiave di beach-watch del sottosegretario del Carroccio Stefano Stefani, ieri riconfermato all’ambiente, ma in predicato per tornare alle attività produttive con delega al turismo.
Il premier non ha dimenticato le simpatiche esternazioni del sottosegretario leghista che dileggiò i turisti tedeschi «stereotipati biondi» accusandoli di «invadere rumorosamente le nostre spiagge» ed è convinto che Stefani, con il suo linguaggio semplice e diretto, sia un eccellente interprete della nuova politica balneare del centrodestra e, in particolare, una grande risorsa per la promozione del turismo germanico.
Flessibilità. L’ha ridetto anche a Ballarò. «Resto dell’idea che non è giusto che ci si possa separare dalla moglie, ma non da un proprio dipendente ». La battaglia sull’articolo 18 è un altro dei cardini del programma segreto di Berlusconi. Perchè mai nelle aziende con più di quindici dipendenti si può licenziare qualcuno soltanto per giusta causa? Pedaggi. Hanno venduto le strade, l’arrivo dei pedaggi è solo questione di tempo. E ora è tempo di far cassa.
Casini2/occupazione. È la legge Fini, Bossi, Tremonti, Castelli, Pisanu, Prestigiacomo presentata nel marzo 2003 e ancora pendente presso il parlamento, dal titolo “Disposizioni in materia di prostituzione”.
Tale legge vieta «l’esercizio della prostituzione in luoghi pubblici o aperti al pubblico». Ciò avrà indubbi effetti, non ancora calcolati dagli esperti economici di palazzo Chigi, sulla crescita del mercato dell’occupazione.
Casini2/mercato delle locazioni immobiliari.
La medesima legge, come noto, depenalizza la «locazione per civile abitazione a canoni di mercato di appartamenti nei quali si eserciti la prostituzione». Si intende in tal modo fornire un impulso al mercato delle locazioni immobiliari, stimolando l’offerta da parte degli svogliati proprietari di case.
Casinò. Ne abbiamo solo quattro: a Saint Vincent, a San Remo, a Venezia e a Campione d’Italia. S'è litigato per anni sulla localizzazione di altre tre grandi case da gioco. Berlusconi ha detto basta: deciderà lui dove realizzarle.
La casa da gioco attira turismo nazionale ed internazionale, fa scorrere quattrini cash, induce buonumore ed allegria.
Lease back. È la vendita dei ministeri che poi vengono rilocati allo stato.
Una fissazione di Tremonti. L’ultima volta che c’aveva provato, però, il Colbert della Valtellina aveva fatto una mossa sbagliata: aveva messo nell’elenco anche palazzo Chigi. Gianni Letta si mise di traverso. Berlusconi invitò Tremonti a lasciar perdere e a farne le spese fu l’intero piano di vendita.
Adesso che mancano pochi mesi allo sfratto da palazzo Chigi, ha dato il via libera.
Doppie porzioni. È l’unico contentino a Storace e ad An. Per incrementare i consumi si abbandona la linea pauperista di Sirchia per un approccio più dinamico alla materia alimentare e della salute: più cibo e più pipe, sigari e sigarette per tutti.www.europaquotidiano.it


Il Net-Criticism per indagare le “limitazioni del software” e le “dinamiche di gruppo”
Vincenzo Bitti,
Culture Digitali
In questi anni i contributi del mass mediologo olandese Geert Lovink sono stati particolarmente interessanti e ricchi di spunti per chi è impegnato a delineare una prospettiva di ricerca critica sui new media. Il suo tema-chiave è quello di mettere a punto una versione avanzata di “critica della Rete”, concepita né come teorico “sguardo da lontano”, né come creazione di un’ennesima nicchia accademica, ma come invito “politico” all’impegno serio, a prendere parte attivamente e a riflettere sulle complesse dinamiche che si vanno svolgendo all’interno e intorno alla Rete. Posizione confermata dai due volumi pubblicati in Italia, Dark Fiber (2001) e Internet non è il paradiso (2004). Già curatore di svariati progetti di cultura digitale, tra cui Mediamatic e la mailing-list internazionale Nettime.org, Geert Lovink è un personaggio difficilmente inquadrabile nei canoni dell’intellettuale classico, passando agevolmente dall’ambiente accademico a quello controculturale — capace comunque di sviluppare una matura critica della cibercultura odierna, dove emerge uno scenario profondamente mutato rispetto all’Internet della prima ora.

Entrambi i volumi sono stati pubblicati, dopo il 2000, l’anno del dotcom crash, evento che mise la parola fine sulla strombazzata età dell’oro della new economy targata Internet; crollo che è uno degli elementi chiave di questo nuovo quadro. Il tramonto dell’euforia utopistica dei primi tempi, il fatto che Internet sia entrata nella quotidianità di un numero sempre crescente di persone, l’avanzare dei tentativi di privatizzazione e blindatura della Rete da parte di Stati e corporations in nome della sicurezza, sono elementi altrettanto importanti che dipingono un paesaggio profondamente diverso rispetto alla Rete come la conoscevamo da pionieri negli anni 80. Da strumento straordinario, quasi esoterico destinato a pochi, Internet è diventato un mezzo pubblico utilizzato da un numero enorme di persone, con tutta una serie di conseguenze.

Una situazione nuova che pone interrogativi diversi sintetizzabili in poche e fondamentali domande : «Che succede quando la festa è finita e ti scontri con le limitazioni del software più in uso e le dinamiche di gruppo? Quando il ciber-spettacolo si dissolve e il quotidiano, con la sua politica sporca, prende il sopravvento?» (Lovink, 2004, p. 33).

L’invito di Lovink è quello a una critica della Rete fortemente pragmatica e realista, concentrata sulle modalità concrete attraverso cui la comunicazione in Rete prende forma. Le “dinamiche di gruppo” e le “limitazioni del software” sono gli argomenti cardine attorno a cui ruotano i contributi di Lovink. C’è bisogno di una critica che scenda fino al livello minuto di precise questioni tecniche: architetture software, disponibilità di banda, dilemmi sulla moderazione delle mailing-list.. Questioni tecniche che, a ben guardare, inglobano scelte politiche che alla fine decidono del chi, del come e del quando si avrà accesso alla Rete e a quale Rete. In questo nuovo scenario gli ideali tecno-libertari, le ipotesi di democrazia verticale delle vecchie comunità on line, si infrangono sulla realtà di un ciberspazio non più e non solo come “isola felice” ma arena di conflitti globali su larga scala. Ma nonostante questa drastica mutazione del contesto, la critica della Rete, a cui pensa Lovink, non ha nulla a che fare con il pessimismo anti-tecnologico, ne indulge in posizioni sceticche o disfattiste, anzi, al contrario, è un appello all’ impegno teorico e pragmatico connaturato nell’uso quotidiano della Rete, un invito a mantenere gli spazi di libertà che Internet ha ancora la potenzialità di esprimere. Internet non è “un progetto finito”, non è ancora un medium monolitico per la trasmissione centralizzata.

Il tipo di Net Criticism “pragmatico” che Lovink ha in mente si chiarisce nel confronto con il saggio On The Internet (2001) del professore di filosofia a Berkley Hubert L. Dreyfus. Affrontato da Geert nel secondo capitolo di Internet non è il paradiso, Dreyfus lamenta degli effetti nefasti che la comunicazione mediata al computer produrrebbe in termini di “deprivazione ontologica”, dell’inevitabile conseguenza che “la rete non consente agli utenti di esprimere capacità essenziali proprie della corporeità e delle relazioni faccia–a-faccia. Un brontolio già sentito tipico dei cosiddetti “ecologisti dei media” che predicano il ritorno alla realtà . Secondo Lovink, l’errore di Dreyfus è di confondere: «il ciber-sogno dell’uscita dal corpo , molto diffuso alla metà degli anni ’90 con la Rete in quanto tale» (Ivi, p. 41), trascurando gli aspetti politici ed economici della Rete di più urgente importanza per il suo futuro assetto come mezzo di comunicazione globale utilizzato da miliardi di persone.

Anche a Manuel Castells viene rimproverata un eccesso di diplomazia accademica, una posizione di “esterno innocente” che aleggia sulla sua opera:

«…secondo me gli analisti si devono sporcare le mani se vogliono decostruire e comprendere le agende delle diverse culture e fazioni in lotta nell’insieme dela Rete. Se Internet è un campo di battaglia, ciò di cui abbiamo bisogno sono i reportage di guerra. Il suo obiettivo di “migliorare la nostra società e stabilizzare la nostra economia” verrebbe perseguito meglio se (Castells) ponesse le domande scomode ai tecnologi, ai direttori d’azienda e alle reti comunitarie» (Ivi, p. 53)

Coerente con questo presupposto di attenzione al medium stesso, una caratteristica interessante da sottolineare , è nel modo in cui Lovink elabora le sue produzioni cartacee. I saggi sono costruiti da una tessitura di citazioni di materiali provenienti dalla Rete, soprattutto le mailing list, ma anche le e-mail personali e e naturalmente i blog. Ogni capitolo è infatti corredato da numerosissime note a piè di pagina che rimandano ai diversi luoghi della Rete da cui i passi hanno preso origine e dove, nella maggior parte dei casi, possiamo andare a ritrovarli e controllare di persona. Molto spesso anche gli stessi contributi che formano i suoi libri , sono stati già pubblicati e discussi in varie zone della Rete, soprattutto sulla mailing list Nettime.

La cultura delle mailing-list è il campo privilegiato di Lovink, un’attenzione che ha un preciso fondamento teorico e pragmatico:

«Le liste (e i blog) formano le dorsali comunicative di così tanti movimenti di oggi e sottocorrenti culturali/intellettuali … avverto che è d’importanza strategica per il futuro della “comunicazione mediata al computer” che le dinamiche interne alle comunità delle mailing-list diventino più note E’ tempo di porre domande precise, libere dalla nostalgia e dal risentimento Che cosa possiamo imparare dalla sovraeccitazione di metà anni Novanta. Quali modelli sono diventati dominanti nella scena di Internet no-profit? Come hanno distribuito il potere in Rete le comunità degli artisti? » (Ivi , p. 26)

L’attenzione di Lovink è dunque rivolta alle effettive concrete dinamiche che si vanno svolgendo in Rete e all’interazione reciproca con i software che determinano tali dinamiche e da cui i software stessi sono determinati. Un’analisi concentrata soprattutto sul “software sociale” della Rete, al lavorio quotidiano che avviene su e intorno ad essa, alle trame dei discorsi che si sviluppano e si avviluppano sulle mailing-list, sui blog, ma anche agli eventi off-line e ai rapporti che si organizzano grazie alla Rete stessa. Lovink diffida delle grandi teorie, guarda con diffidenza ai guru dei new media. Soltanto attraverso un’attenzione metodica, pragmatica al medum stesso sarà possibile costruire una critica della cybercultura nella sua modalità avanzata.

Bibliografia
- Castells, Manuel, The Internet Galaxy, Oxford University Pres, 2001 (tr. it. Galassia Internet, Milano, Feltrinelli, 2003)
- Dreyfus, Hubert L., On the Internet, NewYork/London, Routledge, 2001
- Lovink, Geert, Dark Fiber, Roma, Sossella editore, 2001
- Lovink, Geert, Internet non è il paradiso. Reti sociali e critica della cibercultura , Milano, Apogeo, 2004

[La versione originale, più estesa, di questo articolo è reperible su Cybercultura.it]. www.politicaonline.it




“Nessun campo al di fuori della Ue”
Sarà un’Europa-fortezza? L’intervista di café babel a Friso Roscam Abbing, portavoce del vicepresidente della Commisione Europea Franco Frattini.



Franco Frattini oltre ad essere Vicepresidente della Commissione Europea è responsabile dei temi della sicurezza, della lotta al terrorismo, dell’integrazione e dell’accoglienza dei cittadini provenienti dai paesi terzi. Il suo portavoce risponde alle nostre domande.

La Costituzione Europea difenderà meglio le frontiere dell’Unione e allo stesso tempo la libera circolazione delle persone?
Preciso che questa competenza non è unicamente quella del Commissario Frattini, ma anche del Commissario McCreevy. Per quanto riguarda Frattini sono da annotare due cose importanti. Prima di tutto una direttiva votata il 30 aprile 2004 che facilita la libera circolazione delle persone e che entrerà in vigore nell’aprile del 2006. Seconda cosa, la Costituzione non porterà molti cambiamenti. Solo il rilascio dei passaporti e delle carte d’identità diventerà di competenza comunitaria. Ma non va dimenticato che è ancora necessaria l’unanimità del Consiglio per le decisioni. Una gestione comunitaria dei passaporti faciliterà il controllo delle autorità in quanto i documenti saranno armonizzati secondo certe regole.

Cosa pensate della proposta di istituire fuori dalle frontiere dell’Unione Europea dei campi di permanenza ove accogliere coloro che richiedono asilo al fine di selezionarne l’ingresso?
Su questo punto bisogna essere molto chiari. Non vi sono progetti concreti, né l’intenzione di installare campi di questo tipo. Si è trattato di una proposta del primo ministro britannico Blair che non è stata presa in considerazione. Franco Frattini ha optato in favore di una politica comprensiva che associ sviluppo e immigrazione, politica interna e politica estera, tenendo conto della dimensione internazionale dell’immigrazione e dell’asilo. Una comunicazione intitolata “Migliorare l’accesso alle soluzioni durature” è stata pubblicata nel 2004. In seguito il Consiglio degli affari esteri ha adottato delle conclusioni politiche nell’ottobre del 2004, ribadite in novembre all’interno del programma di La Haye e di Tampere II, che hanno rafforzato il Programma regionale di protezione dell’Unione Europea (European Union Regional Protection Programs). Quest’ultimo, non include il trattamento delle domande d’asilo per i paesi d’origine né per i paesi di transito della Ue.
Al contrario il programma di La Haya chiede alla Commissione alcuni studi di fattibilità: il primo esaminerà nell’insieme le domande d’asilo in seno all’Ue e la seconda analizzerà la possibilità di procedere congiuntamente al di fuori dell’Ue.

Secondo il Parlamento Europeo, il recente rimpatrio di immigrati da Lampedusa alla Libia non è stato condotto in conformità alla normativa europea e al diritto internazionale. Pensa che un’eventuale approvazione della Costituzione porrà maggiori vincoli all’Italia per quanto riguarda il rispetto del diritto d’asilo?
Il Vice-presidente Frattini ha chiesto al suo omologo, il Ministro Pisanu, un rapporto sui fatti di Lampedusa. Al momento, non abbiamo ancora queste informazioni dettagliate. Inoltre, la Commissione giuridicamente non ha ancora il diritto di cominciare un’eventuale procedura d’infrazione nei confronti dei paesi che non rispettano le procedure comunitarie in materia di asilo. Riguardo a ciò, una direttiva deve ancora essere adottata e qualora lo fosse bisognerebbe comunque attendere un periodo di adeguamento di due anni.
Costituzione a parte, il programma di La Haye è importante anch’esso: ha chiaramente sottolineato che l’Ue deve sostenere gli stati membri che in ragione della loro posizione geografica, come Malta o la frontiera est (la Slovacchia per esempio) subiscono maggiori pressioni. Un aiuto tecnico, giuridico ed eventualmente economico è necessario. Franco Frattini ha proposto un progetto applicabile nel quadro delle nuove prospettive finanziarie 2007-2013. Prevede la creazione di un fondo per il ritorno dei rifugiati – dopo aver equamente e giustamente esaminato il loro dossier - , d’un fondo per le frontiere esterne e di un fondo europeo sui rifugiati al fine di ricompensare gli stati membri che accolgono più rifugiati rispetto ad altri. Per esempio, Malta, che è molto piccola, ha più difficoltà a integrare i rifugiati.
Nella Costituzione, la politica d’asilo fa parte di un principio generale di solidarietà e ripartizione delle competenze. In effetti, si può dubitare dell’efficacia di una decisione piuttosto politica, ma questi fondi permetteranoo di tradurre queste decisioni politiche sul terreno.

Dunque secondo lei una politica europea sull’immigrazione non sarà vista come un’altra perdita di controllo dagli stati nazionali...
Per quanto riguarda l’immigrazione legale, la Costituzione riafferma che, per ragioni economiche, il compito di gestire il volume di immigrati autorizzati a insediarsi sul territorio degli stati membri spetta a questi ultimi. Tuttavia un approccio generale è previsto per quanto riguarda i criteri su cui queste autorizzazioni si basano e sui diritti degli immigrati.
Il Consiglio europeo ha chiesto alla Commissione di istituire un avvicinamento armonizzato per migliorare la gestione dei flussi migratori.


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Wu Ming & Ravagli: torna ASCE DI GUERRA!
Il 3 maggio torna in libreria, aggiornato con una Premessa 2005 e una lunga postfazione, un libro che, rispetto ai conati revisionisti di questi anni, equivale a un antiemetico: Asce di guerra, il romanzo scritto da Wu Ming insieme a Vitaliano Ravagli, è trasmigrato in Einaudi e tra pochi giorni sarà sugli scaffali di tutte le librerie italiane. Qui la sezione del sito di Wu Ming dedicata ad Asce di guerra, ricca di extra e materiali complementari al testo. Dal quale estraiamo e pubblichiamo il secondo prologo, che si intitola

COLUI CHE RIMANE SVEGLIO QUANDO TUTTI DORMONO

Quanti nomi ha avuto? E quante vite?

Nasce Nguyen Sinh Cung, nella provincia di Nghe Tinh, Vietnam centrale, Indocina francese. E’ l’anno 1890.
La sua è una terra arida, povera e sovrappopolata, in balìa di tempeste e tifoni. Sui suoi abitanti circola una storiella, quella del “pesce di legno”: quando un uomo dello Nghe Tinh si mette in viaggio per cercare lavoro, porta con sé un pesce finto. Nelle locande può permettersi appena una ciotola di riso e una scodella di salsa nuoc-mam, e per non sembrare troppo povero infila il pesce nel condimento. Inoltre, il legno si impregna di salamoia, e durante la marcia lo si può succhiare per placare la fame.

Il padre di Cung, Nguyen Sinh Huy, è una strana figura di scapigliato indocinese: fa innumerevoli mestieri, dal guardiano di bufali al garzone di fattoria, finché non supera un concorso e diventa maestro di scuola. Nel 1905 diventa segretario al ministero dei riti, al palazzo imperiale di Hué. Più tardi viene promosso a sottoprefetto di Binh Khe, ma odia entrambi gli incarichi. E’ frequente sentirlo inveire contro i Mandarini. Ostenta un tale disprezzo per la classe dei notabili che i francesi decidono di destituirlo.
Trascorrerà il resto della vita vagabondando per l’Indocina, tornerà a fare il supplente, ma s’improvviserà anche medico e scrivano pubblico. Un uomo libero e rispettato. In tarda età, gli amici più giovani lo chiameranno “Zio”. Morirà nel 1930, in una pagoda della Cocincina occidentale.
Ci sono cose che passano di padre in figlio come per un magico travaso. L’uomo dai mille nomi eredita il carisma, la propensione alla vita errabonda, l’odio per colonialisti e collaborazionisti e, non ultimo, un soprannome.

Al compimento del decimo anno, Huy ribattezza il proprio figlio “Nguyen Tat Thanh”. E’ un’usanza comune, in Vietnam.
Thanh compie gli studi in un clima di rancore e tensione: sono gli anni delle corvées obbligatorie, gli uomini vengono prelevati a forza dai villaggi per lavorare alla strada Hué-Vinh. Molti disertano, la sua famiglia ne nasconde parecchi. Sono anche anni di rivolte nazionaliste represse nel sangue.
A ventun anni Thanh è a Saigon, dove s’imbarca come fuochista e cuciniere su una nave da carico francese, la Latouche Tréville. Dice di chiamarsi “Van Ba”. Nei due anni di servizio, fa scalo a Orano, Dakar, Diego Suarez, Porto Said, Alessandria… In tutte queste città, i colonialisti si comportano come in Indocina. Per la prima volta, Ba percepisce i limiti del nazionalismo e la “dimensione globale” (si direbbe oggi) del problema.
Nel 1913 fa scalo a San Francisco, poi a Boston. A Brooklyn si ferma per quasi un anno. Constata che agli immigrati cinesi di Harlem, con cui discute in cantonese, sono garantiti gli stessi diritti degli altri cittadini americani. Fino alla morte, proverà un sentimento ambivalente nei confronti degli States, paese di grandi tradizioni democratiche eppure potenza militarista e imperialista.
Alla vigilia della prima guerra mondiale è a Le Havre, dove abbandona per sempre la vita marittima. Perde un po’ di tempo bighellonando e facendo il giardiniere, poi attraversa la Manica e si stabilisce a Londra.

Nella nebbiosa metropoli in cui fu esule Marx, Thanh frequenta socialisti e nazionalisti irlandesi. Aderisce al Lao Dong Hoi Ngai (“lavoratori d’oltremare”), un’organizzazione clandestina di radicali asiatici. Fa lo spalaneve, poi lo sguattero, infine l’aiuto-cuoco all’Hotel Carlton. Lo chef, il grande Georges Auguste Escoffier, lo promuove al rango di pasticcere.
Presto si accorge che se rimane a Londra non può far niente per il proprio paese. Deve entrare nel ventre della bestia, dove vivono più di centomila immigrati vietnamiti.
Nel 1917, pochi giorni prima della Rivoluzione d’Ottobre, il figlio dell’ex-guardiano di bufali arriva a Parigi col nome di Nguyen Ai Quoc (“Nguyen il patriota”).
La sua vita sta per cambiare per sempre. Lavorando come ritoccatore di fotografie campa a stento, ma che importa? Si trova nella Parigi dei dadaisti, capitale culturale dell’occidente, dove va scoprendo le tradizioni umaniste, socialiste e rivoluzionarie del popolo che credeva suo nemico. Dunque i francesi non sono tutti capetti e gendarmi! Legge i libri di Hugo e Zola, frequenta socialisti e radicali, diventa amico del futuro premier Léon Blum.

Nel 1920 nasce il Partito Comunista Francese: Quoc vi aderisce. Ha intuìto che dall’Unione Sovietica va partendo un’onda sismica, quella che in poco più di quarant’anni travolgerà gli imperi coloniali.
Su L’Humanité del 28 dicembre 1920, compare la fotografia di un orientale glabro e spettinato, costretto in un abito scuro, garrotato dal nodo della cravatta su un colletto troppo inamidato. E’ una scena del congresso di Tours, dove si è consumata la scissione tra socialisti e comunisti. Quoc è l’unico in piedi. Intorno a lui tutti, ma proprio tutti, hanno barba e baffi. Come per schernire l’uomo dai molti nomi, il giornale lo chiama “Nguyen Ai Quai”! Il resoconto stenografico del congresso lo indica semplicemente come “il delegato dall’Indocina”.

Nei sei anni che trascorre a Parigi, Quoc diventa un formidabile libellista e propagandista. Scrive per L’Humanité (quotidiano del PCF) e con altri comunisti d’origine asiatica e africana pubblica il mensile Le Paria – Tribune du prolétariat colonial.
I suoi aforismi e paradossi fulminano il lettore: «La figura della giustizia ha avuto un viaggio tanto difficile dalla Francia all’Indocina che ha perso tutto ad eccezione della spada.»
Ovviamente, Le Paria attira l’attenzione della polizia, più precisamente dell’ispettore Louis Arnoux, dell’appena istituito servizio di vigilanza degli immigrati indocinesi. Quando i due si incontrano in un piccolo caffè vicino all’Opéra, Nguyen Ai Quoc è già una figura semi-mitologica, sfuggente: il suo nome è sulle labbra di tutti gli immigrati dalle colonie. Arnoux, che nutre una profonda ammirazione per quel trentenne magro dai modi gentili, chiede al ministro delle colonie Albert Sarraut di concedergli un’udienza. Sarraut si rifiuta e si dice convinto che Nguyen Ai Quoc non esista.

«Negli anni 1926, 1927, le imprese di Nguyen Ai Quoc, che passavano da bocca a orecchio, costituivano per la nostra avida giovinezza i più bei soggetti di esaltazione […] Alcuni amici parlavano con un entusiasmo senza limiti del nostro eroe che stampava a Parigi il giornale ‘Il Paria’ e viveva una vita disseminata di tranelli in qualche altro paese straniero. »
Questo scriverà il generale Vo Nguyen Giap, comandante-in-capo delle forze rivoluzionarie vietnamite. Negli anni a cui si riferisce, il suo eroe si trova tra Cina e Unione Sovietica. Arriva a Mosca alla fine del 1923. Sono le ultime settimane di vita di Lenin. Qui incontra Stalin, Trotzkij, Bukharin, Radek, Zinoviev, Dimitrov, Thälmann... A tutti rimprovera scarsa sensibilità per i problemi delle colonie, e in particolare del sud-est asiatico. Si fa chiamare Linh, l’ennesimo pseudonimo.
Linh ha il suo momento di gloria partecipando al quinto congresso dell’Internazionale Comunista (giugno-luglio 1924). E’ forse l’ultima volta in cui il “Komintern” ha piena libertà di opinione. Lo stalinismo è dietro l’angolo, ma i delegati non possono saperlo e discutono del futuro con passione.
Nei suoi due interventi, Linh è molto polemico col suo stesso partito, il PCF, che “non fa assolutamente niente in campo coloniale” e il cui organo ufficiale presta maggiore attenzione alle imprese sportive che a denunciare le condizioni dei contadini nelle colonie. Dopo alcune stoccate sarcastiche, cifre alla mano, lancia accuse contro l’espropriazione dei contadini e la complicità dei missionari cattolici con gli imperialisti. Conclude dando per “imminente” la sollevazione delle masse rurali nelle colonie, a cui “mancano solo l’organizzazione e i dirigenti”. E’ compito dell’Internazionale Comunista fornire loro l’una e gli altri.
Un discorso di impressionante lungimiranza: manca ancora un quarto di secolo alla vittoria di Mao Zedong in Cina, e sono lontanissimi i discorsi sulle “campagne del mondo” che devono “accerchiare le città”. Forse proprio grazie a questo intervento, alla fine dell’anno lo mandano in Cina come interprete e segretario personale di Mikhail Borodin, consigliere sovietico del leader nazionalista Chiang Kai Shek, il cui Guomindang (“Partito Nazionale”) è ancora alleato dei comunisti nella guerra contro i signori feudali.

Nel gennaio 1925 Linh arriva a Canton col nuovo nome di “Ly Thui”. Fa anche il corrispondente per un’agenzia di stampa sovietica. I suoi dispacci sono firmati “Lou Rosta”.
A Canton vivono molti esuli politici vietnamiti, alcuni molto giovani e affascinati da metodi terroristici. Pochi mesi prima dell’arrivo di Ly Thui, un giovane rivoluzionario ha attentato alla vita del governatore generale dell’Indocina, in visita diplomatica a Canton, scagliando una bomba contro la sua auto. L’uomo dai mille nomi contatta questi cospiratori, tiene loro corsi di marxismo e inizia a pubblicare il giornale Thanh Nien (“Gioventù rivoluzionaria”).
E’ forse il primo, vero passo verso la fondazione del Partito Comunista Indocinese.
Ma la gamba che lo ha compiuto inciampa nel tradimento: è la primavera del 1927 quando Chiang Kai Shek rompe l’alleanza coi comunisti e soffoca nel sangue lo sciopero generale di Shanghai.
Ly Thui si precipita a Mosca, ma il Komintern non ha grossi incarichi da affidargli. Trascorre un anno girando per l’Europa, lo avvistano a Berlino, in Svizzera, addirittura in Italia. Rimette anche piede a Parigi col nome di “Duong”.

Alla fine del 1928, l’uomo dai mille nomi si trova a Bangkok. Ha la testa rasata e veste la tunica gialla dei monaci buddisti. Fa proselitismo tra i bonzi con una sintesi di buddismo e nazionalismo pan-asiatico. Nei templi diffonde una visione del mondo dialettica, una totalità armoniosa che rigetta un solo corpo estraneo: il potere colonialista. Forse risale a questa spinta l’effetto-valanga dell’opposizione buddista ai governi-fantoccio dell’area, che avrà il suo più alto momento simbolico nel 1963, coi roghi di monaci a Saigon.
Qualche mese più tardi, nelle province nordorientali del Siam, si sente parlare di un certo “padre Chin”, un comunista vietnamita che si spaccia per monaco proveniente dalla Cina. Padre Chin contatta la comunità degli espatriati vietnamiti e riprende i fili della cospirazione.

A partire dal 1929 il Vietnam è scosso da scioperi operai, insurrezioni, repressione. L’aviazione francese arriva a bombardare interi villaggi. L’uomo dai mille nomi capisce che è tempo di fondare un partito comunista unitario, riconciliando i diversi gruppi marxisti clandestini. Il Partito Comunista Indocinese viene fondato sugli spalti di uno stadio di calcio a Hong Kong, durante una partita. E’ il febbraio 1930. L’uomo dai mille nomi resta nella colonia britannica col nome di “Tong Van So”.
Nel 1932 la polizia di Hong Kong arresta “il noto agitatore Nguyen Ai Quoc”. A segnalarne la presenza in città sono stati i servizi segreti francesi nella persona di Louis Arnoux, l’uomo che da anni ne segue le tracce e un giorno si sentì dire che aveva parlato a un fantasma.
Un avvocato locale ottiene il rilascio su cauzione. Quoc fugge in Cina e fa diffondere la notizia della propria morte per tubercolosi. L’annuncio viene dato dalla stampa sovietica e ripreso dai giornali francesi. Le autorità francesi chiudono la pratica per decesso del sorvegliato. A Mosca gli studenti indocinesi tengono una veglia funebre.

Per buona parte degli anni Trenta l’uomo che danno per morto vaga tra URSS e Cina, usando tutti i mezzi di locomozione immaginabili. Si dice che abbia relazioni con donne russe e cinesi, ma il suo chiodo fisso rimane l’indipendenza del Vietnam.
I viaggi di questi anni intaccano la sua salute: i polmoni perforati dalla tisi, l’intestino squassato da una dissenteria amebica, il corpo tremante a causa della malaria.

Nel 1939 la repressione decapita il Partito Comunista Indocinese. I dirigenti, tra cui Vo Nguyen Giap e Pham Van Dong, devono riparare in Cina, dove la pressione popolare ha costretto Chiang Kai Shek a una nuova alleanza coi comunisti.
Scrive Giap: «Si era in giugno, il mese della piena estate a Kunming. [Un compagno] mi invitò a una passeggiata verso il lago di Thun Ho […] Noi camminavamo a passi lenti lungo la riva, quando un uomo d’età matura, vestito all’europea, con un cappello di feltro grigio si avvicinò a noi. [Il compagno] fece le presentazioni: “Il compagno Vuong.”. Era lui, Nguyen Ai Quoc. Confrontandolo con la famosa fotografia di vent’anni prima, mi sembrò più vivace, più all’erta, benché sempre così magro. S’era lasciato crescere la barba […] Un dettaglio mi colpì, e non l’ho mai dimenticato: parlava con l’accento del Vietnam centrale. Non avrei mai creduto che potesse conservare tale accento dopo una così lunga assenza. »

Nel 1940 i tedeschi occupano la Francia. I loro alleati giapponesi fanno lo stesso con l’Indocina. Non solo: spazzano via gli inglesi dalla Malesia e gli olandesi dall’Indonesia. Annientano le forze statunitensi nelle Filippine. Una potenza asiatica travolge i colonialisti occidentali.
L’uomo che danno per morto evita l’errore ideologico di molti nazionalisti dell’area, e si guarda bene dall’appoggiare i giapponesi, che sono sì asiatici ma pur sempre fascisti: guarda invece con attenzione agli Alleati, che nell’estate del 1941 sottoscrivono la Carta Atlantica, con l’impegno di “ristabilire i diritti sovrani e l’autogoverno dei popoli che ne sono stati privati con la forza”.
E’ ovvio che Churchill e Roosevelt si riferiscono solo ai popoli bianchi d’Europa, ma è comunque una pezza d’appoggio.

Nel frattempo, spacciandosi per il giornalista cinese Ho Quang, l’uomo che danno per morto rientra in Vietnam dopo trent’anni di assenza. Chissà se pensa a quel giorno del 1911, il porto di Saigon che s’allontana, e il cuoco della Latouche Tréville che lo mette a pelare patate.
Si ferma a Pac Bo, nella regione Nung, a ridosso della frontiera con la Cina, dove i comunisti hanno deciso di fare base. Ci sono anche Giap e Pham Van Dong. Tutti vivono in capanne e caverne. L’ex-pasticcere del Carlton ne sceglie una scavata in una montagna di roccia calcarea. Proprio di fronte, scorre un ruscello. Ribattezza la montagna “Karl Marx” e il ruscello “Lenin”.
Per un anno indosserà l’abito azzurro dei montanari Nung, lavorando senza sosta alla propaganda anti-giapponese e anti-colonialista.
Su queste montagne nasce la Lega per l’Indipendenza del Vietnam, con lo scopo di riunire “patrioti di tutte le età e di tutte le classi: contadini, operai, commercianti e soldati.”
Il nome originale è: “Viet Nam Doc Lap Dong Minh”.
Passerà alla storia col nome abbreviato di Vietminh.

Nel luglio del 1942 l’uomo che danno per morto decide di tornare in Cina, per ottenere l’appoggio di Chiang Kai Shek contro gli invasori giapponesi, e per riallacciare i legami col partito comunista cinese e, attraverso di esso, con Mosca.
Appena varcata la frontiera, viene arrestato insieme alla sua guida. Seguono tredici mesi di durissima prigionia, con marce forzate da un carcere all’altro, quaranta-cinquanta chilometri al giorno con le catene ai piedi, tormentato dalla scabbia, nello stomaco solo una manciata di riso. Nelle pause scrive un diario in versi, in tutto un centinaio di poemetti nel mandarino classico dell’epoca Tang (VI-IX sec. d.C.): «Le guardie mi trascinavano / portando in spalla un maiale. / Il maiale si porta, / l’uomo si tira al guinzaglio. »
Nel frattempo i compagni lo credono morto. Una morte dentro l’altra.

Giap: «Qualche mese dopo, ricevemmo un giornale spedito dalla Cina. Sulla fascia, i caratteri d’una scrittura che conoscevamo bene: “Ai miei cari amici. Buona salute e coraggio nel lavoro. Sono in buona salute.” Seguivano questi pochi versi:
“Le nubi abbracciano i monti, / i monti stringono le nubi. / Come uno specchio / che nulla offusca, / il fiume scorre con acqua limpida. / Sulla cresta dei monti / vento dell’ovest. / Io vado solo / col cuore che palpita. / Scrutando il cielo lontano / penso ai miei compagni.”
Eravamo ebbri di gioia, ma non per questo meno sbalorditi. Ci guardavamo in volto, ci chiedevamo l’un l’altro: “Che vuol dire? Com’è possibile?” e assillavamo di domande il compagno Cap, che ci aveva portato la triste notizia. “Non ci capisco niente nemmeno io”, ci rispose lui. “Il governatore cinese mi aveva detto testualmente che era morto.” “Cerca di ricordare esattamente quel che ti ha detto.”
Cap ripeté le parole precise del governatore e tutto ci divenne chiaro. Il nostro compagno aveva confuso gli accenti tonici e aveva scambiato le parole “Chu leu, chu leu” (bene, bene) per “su leu, su leu” (già morto, già morto).
Ma quali lunghi mesi d’angoscia e di dolore ci aveva causato quel maledetto equivoco!»

Alla fine del 1943, uscito di galera, l’uomo scampato all’inferno adotta un nome cinese.
E’ l’ultimo nome della sua vita. Quello con cui lo conosceranno in tutto il mondo.
Significa “portatore di luce”.
Quando, nel 1945, un ufficiale del servizio informazioni di Cao Bang telegraferà a Parigi che il “portatore di luce” altri non è che il famigerato Nguyen Ai Quoc, un funzionario di rue Oudinot s’affretterà a rispondere: «Chi è quel pazzo che ci manda una simile informazione? Lo sanno tutti che Nguyen Ai Quoc è morto a Hong Kong tra il 1931 e il 1935!»

Uno spettro.

Ho Chi Minh.

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DEBITO ESTERO: DA CANCELLARE, A COMINCIARE DA LONDRA
Politics/Economy, Brief


"Per ripagare il debito estero spendiamo tre o quattro volte quel che viene investito in istruzione e almeno 15 volte le spese sanitarie": lo ha detto Udo Udoma, senatore nigeriano, durante una missione parlamentare a Londra indicando un totale di 33 miliardi di dollari. "È inconcepibile che negli ultimi due anni la Nigeria abbia pagato 3,5 miliardi di dollari per ripagare gli interessi, mentre il debito è cresciuto di 3,9 miliardi senza nuove concessioni. Così non si può andare avanti" ha aggiunto Farouk Lawan, presidente della Commissione delle finanze del Parlamento nigeriano. Il mese scorso Lawan aveva proposto una mozione parlamentare suggerendo al governo di non onorare il debito. Il principale creditore del Paese è la Gran Bretagna, con il 21% del debito. "La migliore politica a favore dell’immigrazione è investire nei Paesi poveri" ha aggiunto un altro componente della missione politica a Londra chiedendo la cancellazione almeno di una parte del debito che rappresenta una zavorra per tutto il sistema economico locale. Secondo il quotidiano sudafricano ‘Mail and Guardian’, la delegazione nigeriana avrebbe spiegato agli interlocutori inglesi che il Paese è in condizioni peggiori rispetto all’Argentina, che dopo la grave crisi del 2001-2002 nei mesi scorsi ha proposto come una unica soluzione possibile per ripagare il debito estero il pagamento di 30 centesimi per ogni dollaro dovuto. A differenza di Buenos Aires, la Nigeria ha però enormi riserve di petrolio; ma, pur essendo il principale produttore di greggio dell’Africa sub-sahariana, la maggior parte dei suoi 120 milioni di abitanti – che ne fanno il Paese più popoloso del continente – vive in povertà. [EB]//www.misna.org/ita



Condoleezza Rice! E il terrore svanisce…
di mazzetta

Se il caso dell'allarme-antrace e quello delle armi di distruzione di massa, ci hanno dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio come l'amministrazione americana persegua intense attività tese a creare artificialmente paura e terrore, al fine di ottenere più facilmente il consenso delle opinioni pubbliche ad operazioni aggressive; questo caso di omissione ci dice che ora è un momento nel quale il terrore non serve alla Casa Bianca; George Bush è infatti impegnato all'attacco finale alla classe media americana, e ai suoi soldi, e occorre che della partita irachena e delle spese della -war on terror- si parli il meno possibile.

Cosa succede negli Stati Uniti, sotto la responsabilità di Mrs. Rice, quando l'annuale rapporto sul terrorismo del Dipartimento di Stato (relativo al 2004), dice che i - significativi attacchi terroristici - sono stati 624 ( o 655) contro i 175 dell'anno precedente, il numero più alto da quando nel 1985 ne cominciò l'edizione, ma non si può dire perché la Casa Bianca ha deciso che serve - meno terrore -? Prima di tutto cala una pesante cappa di silenzio.

Fortunatamente; la cappa ancora una volta è stata forata e siamo qui a parlarne.

L'onore della deflorazione del velo della Rice appartiene al loquace deputato democratico Waxman, e alle sue dichiarazioni. Waxman aveva già - aiutato - a scoprire gli errori sul documento riguardante il 2003. Al briefing con la stampa del 18 aprile, rispondendo sulla prossima pubblicazione dell'annuale rapporto National Counterterrorism Center (NCTC, organismo creato su decreto di Bush ed indicazione della commissione sul 9/11), il Dipartimento di Stato ha dichiarato che il rapporto sarà presentato privo di statistiche, circostanza anomala visto che il rapporto stesso le ha sempre presentate come essenziali, e visto che queste sono lo strumento definito dal Senato per tenere il polso dell'azione politica dell' Amministrazione.

Il "Patterns of Global Terrorism" è diventato negli anni una specie di termometro del terrorismo, ma a questo punto sarebbe più giusto dire che è un termometro di quanto - terrorismo - Bush ritiene di aver bisogno al momento. Alla richiesta di spiegazioni è stato risposto che il rapporto è stato redatto con metodologie nuove, e che le statistiche saranno pubblicate in seguito da chi ha redatto il rapporto, che avrà anche il compito di spiegarle ai media.

Nessuna data è stata però fornita.

L'azione della Rice e del Dipartimento di Stato si è infatti incentrata sul metodo, proponendo una - metodologia alternativa - capace di ridurre di molto il numero in discussione. Se qualcuno pensa ad uno scontro tra poteri, sbaglia, perché l' è sotto la - direzione e controllo - di Porter Goss, direttore della Cia di assoluta fedeltà a Bush. Nondimeno il rapporto è comunque orientato al ribasso, visto che non include gli atti di terrorismo in Iraq (o che forse non li considera tali) ma è comunque considerato da Waxman: "… è il rapporto definitivo sull'incidenza del terrorismo nel mondo".

Parole grosse, visto che per esempio l'India lamentò l'anno scorso l'assenza degli oltre 400 attentati sul suo territorio, e altrettanto potrebbero fare la Cina e diversi altri paesi, un evidente, ennesimo, abuso del termine - global - L'anno scorso il rapporto presentava dati molto modesti, che poi dopo l'elezione di Bush si scoprirono,grazie a Waxman, - sbagliati - e vennero corretti al rialzo.

Quest'anno non è successo niente di più strano; è successo semplicemente che tutto il lavoro dell'NCTC ha dato risultati considerati sgraditi, e stanno cercando di metterci una pezza. Nel frattempo i media non danno peso alla questione e si prende tempo. Che la quantità totale di - significativi attacchi terroristici - sia cresciuta nel 2004 sul 2003 è confermato anche dalle analisi di origine europea ed asiatica, il problema è che quando si parla di - terrorismo - ognuno ha in mente il suo; generalmente quello che gli risulta più utile politicamente.

In questo momento a Bush il terrore non serve e allora non si pubblica parte del rapporto.

In un paese nel quale il governo, con la complicità dei media, è riuscito a far credere ai propri cittadini che Saddam aveva attaccato il WTC; riuscire a nascondere il rapporto è un gioco da ragazzi, ci riesce persino Mrs. Rice.

mazzetta
mazzetta@reporterassociati.org



Quando i segugi dei media non abbaiano
di Norman Solomon
Le pressioni degli inserzionisti sui media e sulla produzione di notizie. Il caso General Motors - Los Angeles Times
La recente decisione della General Motors di ritirare dal Los Angeles Times i propri annunci pubblicitari non è stata accolta favorevolmente.

“La stampa sotto accusa,” derideva il Daily Variety verso la metà di aprile, dopo alcuni giorni di pubblicità sul ritiro della casa automobilistica. “È solo l’ultimo tentativo di imitazione da parte della General Motors, dal momento che i prezzi delle sue azioni in caduta e i profitti in calo hanno generato un’onda di resoconti negativi da parte dei media… La General Motors non è la prima delle 500 fortunate compagnie a reagire contro i reportage di un giornale colpendo la sua divisione pubblicitaria. Ma la maggior parte delle compagnie è al corrente che questa tattica non solo non funziona, ma provoca giudizi ancor più negativi.

A Detroit, Daniel Howes, cronista finanziario del Detroit News, ha dichiarato ai lettori che lo schiaffo economico assestato al Los Angeles Times rivela la “misera consistenza aziendale della GM”. Alex Beam, l’editorialista del Boston Globe, ha asserito: “Da un lato questa decisione ha inviato un forte segnale al Times, dal momento che si tratta di una cifra che raggiunge i 20 milioni di dollari in introiti pubblicitari. D’altro canto, manda anche un forte messaggio al paese riguardo agli idioti che dirigono la GM”.

Lo stratagemma ideato dalla GM, dal momento che ha attirato l’attenzione sui loro problemi finanziari potrebbe rivelarsi controproducente. Tuttavia la produzione di notizie non è affatto immune dalla pressione dell’inserzionista.

Per pura coincidenza, la controversia tra la General Motors e il L.A. Times è diventata pubblica, proprio mentre un nuovo rapporto evidenziava l’influenza degli inserzionisti sui media e altri interessi potenti nel campo degli affari e nel governo. Il FAIR, un gruppo di monitoraggio dei media (del quale sono socio) ha reso pubblici i risultati del suo rapporto annuale “Fear & Favor” su “come il potere plasmi le notizie”.

Il rapporto del FAIR, redatto da Peter Hart e Julie Hollar, fornisce numerosi elementi sui quali riflettere: “Secondo un sondaggio realizzato tra professionisti della comunicazione mediatica di quattro organizzazioni sindacali, gli intervistati vedono con preoccupazione la ‘pressione degli inserzionisti nel tentativo di plasmare i giudizi’ e il ‘controllo esterno sulla politica editoriale’.

Nel maggio del 2004, il Pew Research Center for the People & the Press ha reso pubblico un sondaggio secondo il quale gli intervistati si dichiaravano preoccupati di come le pressioni 'da risultato finale' stessero compromettendo la qualità e l'integrità dell'informazione. Nel loro resoconto… Bill Kovach, Tom Rosensteil e Amy Mitchell hanno scritto che i giornalisti ‘hanno riportato molti casi in cui inserzionisti e proprietari violavano l’indipendenza della sala stampa.’”

Tra gli esempi presenti nel rapporto “Fear & Favor” troviamo queste gemme:

• Lo scorso luglio, “quando il gigante dell’arredamento Ikea aprì un nuovo negozio a New Haven, Connecticut, il New Haven Register sfornò ben 12 articoli in solo otto giorni - corredati da almeno 17 fotografie e da una tabella informativa dei prodotti - con titoli quali: ‘L’interesse dell’Ikea ai problemi del lavoro minorile riflette un’etica di responsabilità sociale’ e ‘Gli impiegati dell’Ikea sono orgogliosi del livello di responsabilità offerto loro dall’azienda'.
La complicità tra il giornale e l'azienda raggiunse l’apice il giorno dell'inaugurazione, quando il Register annunciò l’arrivo dell’Ikea e dell’ipermercato partner Wal-Mart e sottolineò i prezzi sorprendentemente bassi dell’Ikea: un tavolino a 99 dollari, un grazioso annaffiatoio a 1,99 dollari, una sedia a dondolo intrecciata a 59 dollari. Non sembra pubblicità? Era l’editoriale di testa del Register.

• Nel gennaio del 2004, i lettori del Boston Herald “avrebbero potuto confondere facilmente la pubblicità sulla prima pagina del giornale per una notizia. Quando la compagnia aerea lowcost JetBlue lanciò al Logan Airport di Boston diversi nuovi servizi di bordo, i residenti che quel giorno raccolsero una copia gratuita dell’Herald scoprirono che ogni articolo della prima pagina, incluso il titolo di testa -‘È arrivata la JetBlue e promette la TV gratuita a tutti i viaggiatori’ e ‘Gli assistenti di volo forniscono ai passeggeri un’intera lattina di soda’ - era dedicato esclusivamente alla compagnia aerea. Dopo la prima pagina, il giornale riprendeva i suoi contenuti sulle notizie del giorno, ma da nessuna parte l’Herald indicava che si fosse trattato in effetti di un messaggio pubblicitario. Nel frattempo i ventimila destinatari della copia promozionale non avevano potuto leggere la vera prima pagina con le notizie del giorno.

• Quando un’emittente televisiva di Kirksville, Montana, “mandò in onda un rapporto sulle ultime notizie, citando una compagnia non inserzionista invece di una che aveva pagato per la pubblicità su quell’emittente, l’inserzionista infuriato ritirò la sua pubblicità. Il vice presidente e il direttore generale della KTVO si scusarono immediatamente con il personale delle vendite e, attraverso una circolare, imposero ai giornalisti dei notiziari di ‘accedere a una lista di inserzionisti… di risorse a disposizione’ per ottenere informazioni sull’impresa inserzionista. Inoltre, ammonirono i cronisti di ‘rivolgersi sempre’ prima di tutto agli inserzionisti dell’emittente per un parere su ogni resoconto informativo.

• A Silver City, New Mexico, quando la radio KNFT “presentò il progressista Kyle Johnson quale alternativa alle sette ore di Rush Limbaugh, Michael Savane e Bill O’Reilly che l’emittente mandava in onda ogni fine settimana, gli inserzionisti della KNFT boicottarono il programma. L’emittente aumentò il compenso per Johnson e anche i suoi ascoltatori contribuirono ad alzare la posta in gioco. Ma gli inserzionisti minacciarono di boicottare l’intera emittente se Johnson fosse rimasto. Di fronte alla prospettiva di perdere dieci mila dollari al mese, il direttore dell’emittente, anche se con riluttanza, diede il ben servito all’ospite progressista.

Incidenti di questo tipo sono di poco conto se paragonati al recente ritiro della General Motors dal Los Angeles Times. Ma gli esempi più insidiosi di inserzionisti che fanno pressione sono quelli di cui non verremo mai a conoscenza; attuati con strizzate d’occhio e cenni del capo oppure con il tacito accordo che, dopo tutto, 'gli affari mediatici sono pur sempre affari'.

Nel misterioso caso in cui le notizie tendono a non sfidare il potere, grande o piccolo che sia, delle corporation, Sherlock Holmes concluderebbe con molta probabilità che gli indizi più importanti si scoprono quando "i cani mediatici non abbaiano".

Abbiamo ascoltato solo la minima parte del più pervasivo flusso mediatico - quando i pensieri non prendono una direzine precisa perché i giornalisti hanno compreso i limiti della loro professione. La pubblicità è parte di un’atmosfera interna alle corporation che succhia ossigeno dalle sale stampa. Il suono di un’idea soffocata sul nascere non raggiunge i decibel di un abbaiare o anche di un uggiolare. E i consumatori dei media non sanno cosa si perdono.

L’ultimo libro di Norman Solomon, “War Made Easy: How Presidents and Pundits Keep Spinning Us to Death” (MediaWar), verrà pubblicato in Italia all’inizio dell’estate da Nuovi Mondi Media.

Fonte: http://www.fair.org/index.php?page=2492
Tradotto da Loredana Stefanello per Nuovi Mondi Media




aprile 26 2005

La tenaglia di giudici e Sec sulla corruzione a Wall Street


EUGENIO OCCORSIO


Sarà stata solo una sciagurata coincidenza, ma a metà della settimana scorsa, proprio mentre il presidente della Sec, William Donaldson, enumerava i successi della commissione nell’attuazione del SarbanesOxley Act, le agenzie di stampa americane battevano la notizia di un potenziale conflitto d’interessi riguardante nientemeno che la Goldman Sachs e il New York Stock Exchange. Era successo che la stessa società che possiede il Nyse, la maggiore Borsa del mondo che peraltro era stata più volte negli ultimi anni al centro di grane giudiziarie, stava acquistando la Archipelago Holdings, una società che gestisce le contrattazioni elettroniche. E che la Goldman Sachs era consulente di entrambe le parti, e per di più aveva curato la quotazione della Archipelago in Borsa prendendosi il 15% del capitale. Apriti cielo: le banche d’investimento rivali sulla piazza newyorkese hanno scatenato un’offensiva mediatica aprendo un caso che inevitabilmente è finito sul tavolo di Donaldson. E così la Sec, nelle stesse ore in cui il suo presidente rimarcava gli sforzi improbi sostenuti per attuare l’ambiziosa legge di riforma approvata due anni fa dopo la stagione degli scandali finanziari, si trovava investita dell’ennesima spinosissima questione.
Non c’è pace per la Securities and Exchange Commission, che si trova al centro di spinte poderose provenienti da tutti i fronti: dall’opinione pubblica, come si è visto, dagli operatori del mercato che come dice Donaldson «vogliono garantirsi che i capitali vadano dove sono benvenuti e restino dove sono trattati bene», ma soprattutto da Eliot Spitzer. E’ sotto la spinta del procuratore generale di New York che ormai da anni prosegue, ad ondate periodiche, l’interminabile operazione di pulizia del mercato dal mare di farabutti, evasori fiscali, imbroglioni di ogni sorta che a quanto si vede lo popola. Sempre nella settimana scorsa, peraltro, era partita l’ennesima offensiva affiancata SecSpitzer, quella contro l’assicuratrice Aig, e nuove iniziative si susseguono con ritmo martellante. Non sempre è facile questa collaborazione fra giudici e organismi di controllo. Anzi, pochi giorni prima si era dimesso Stephen Cutler, 43 anni, avvocato e dal 1999 chief enforcer, lo "sceriffo" della Sec, l’uomo che con Spitzer al suo fianco aveva smascherato gli scandali Enron, WorldCom, Qwest, Tyco, HealthSouth e tanti altri, e aveva anche indagato sul conflitto d’interesse degli analisti e sulle pratiche scorrette dei fondi d’investimento.
Nulla di ufficiale, ovviamente, ma tutti a Wall Street vociferavano da tempo di contrasti fra il giudice e l’avvocato, che dispongono di due staff rispettivamente di 350 e 700 persone. Contrasti anche profondi, per esempio sulla controversa vicenda dello stesso presidente del Nyse, Richard Grasso, costretto da Spitzer alle dimissioni per alcuni superguadagni "sospetti", oppure sull’opportunità di incriminare un’azienda in sé, come persona giuridica. Tanto che Spitzer aveva ritenuto opportuno pochissimi giorni prima convocare una conferenza stampa in cui aveva definito «una bomba atomica, una soluzione estrema» l’incriminazione di un’azienda: «Noi cerchiamo per quanto possibile di identificare le persone fisiche e incriminarle individualmente senza dover coinvolgere l’intera società». In coerenza quindi con la Sec che ritiene da sempre devastante per il mercato eliminare tout court un titolo. «Il maggior contributo all’attuazione della SarbanesOxley deve venire dalla piena collaborazione delle stesse società quotate», aveva detto Donaldson nella sua audizione. E Spitzer nella sua conferenza stampa si è detto d’accordo con questa linea, e poi ha insistito usque ad nauseam sulla necessità di collaborare fra le due istituzioni. Ma nulla è servito perché Cutler cambiasse idea.
La Sec comunque non ci va leggera con le società quotate. Anche nei (brevi) periodi in cui sono spente le luci dei riflettori, continua a colpire senza pietà le aziende che compiono qualche irregolarità: la settimana scorsa ha raggiunto un accordo extragiudiziale in base al quale la Kpmg ha pagato 22 milioni di dollari per alcune irregolarità compiute durante gli audit alla Xerox fra il 1997 e il 2000. Pochi giorni prima aveva aperto un’azione "antifrode" (una via di mezzo fra penale e amministrativa) contro la CocaCola per certe pratiche contabili utilizzate per far coincidere le aspettative degli utili trimestrali con i risultati. E via dicendo.
Parallelamente, l’agenzia di Washington è impegnata in un’altrettanto incessante opera per garantire sempre più trasparenza nelle transazioni: pochi giorni fa ha varato tutta una serie di nuove regole, finalizzate a dare maggiori tutele agli investitori, nel senso di garantire l'ottenimento del miglior prezzo su tutte le transazioni elettroniche. Ma nel frattempo l’opinione pubblica non ne perdona una: Eyes wide shut, come il libro di Schnitzel e il film di Kubrick, "occhi mezzi aperti e mezzi chiusi", titolava Business Week sulla vicenda Aig: «E’ chiaro che per anni i controllori non si sono accorti di niente». www.repubblica.it/supplementi/af





ALLE RADICI DELLA DEMOCRAZIA
GIORGIO BOCCA


da Repubblica - 26 aprile 2005

AL SINDACO di Milano Albertini non piacciono le bandiere rosse alla celebrazione del 25 aprile, dice che gli ricordano la dittatura sovietica che in Italia non c´è mai stata. Strano che non gli ricordino le lotte operaie e contadine che in Italia ci sono state e ne hanno fatto una nazione civile. Alla Lega e ad Alleanza nazionale non piacciono le celebrazioni del 25 aprile, dicono che sono di parte, faziose, ma il presidente della Repubblica non la pensa così, dice che il 25 aprile «insegna la concordia, insieme con l´amor di patria e della Costituzione, fondamento delle nostre libertà».
Il fatto è che la destra italiana continua a vedere nella guerra partigiana una rivoluzione comunista che non c´è mai stata e a ignorare la rivoluzione civile che invece c´è stata e ha restituito piena cittadinanza alle classi sociali che nel fascismo erano rimaste emarginate l´operaia e la contadina.

Alle radici della democrazia

Proprio le due classi che ora la rivoluzione tecnologica vorrebbe rimettere sotto controllo, proprio la dittatura morbida che negli ultimi quattro anni ha tentato di svuotare la Costituzione democratica e a riportare l´Italia indietro di sessant´anni.
Il presidente della Repubblica lo ha detto in modo esplicito: «Lo spirito della Resistenza vive nella Costituzione. L´Italia che il 2 giugno del ´46 scelse la Repubblica e che l´anno seguente approvò la Costituzione ha un legame forte indissolubile con quella del 25 aprile del ´45». Il che vuol dire che la democrazia italiana così com´è non ha altre origini, altri fondamenti e che ogni proposta di mediazione con chi fino all´ultimo è stato nemico di questa democrazia è impossibile, ingannevole.
Questo 25 aprile del 2005 è stato, a ben guardare, il più chiaro politicamente. Nei sessanta precedenti i nemici dell´Italia nuova lo avevano semplicemente ignorato come una memoria retorica, come una manifestazione di reduci invecchiati. Questa volta no e addirittura hanno preteso una parificazione fra la guerra partigiana e la militanza fascista agli ordini nel nazismo morente semplicemente impossibile, come non ci fossero stati venti mesi di guerra feroce, come se una vittoria del nazismo non avrebbe significato l´eccidio, l´eliminazione fisica di tutti gli oppositori, come se non fosse stata in gioco in quei giorni la libertà di tutti e la sopravvivenza di uomini liberi.
Ma smettiamola una buona volta con questa storia degli italiani che non sapevano, non capivano.
Erano stati ingannati? Non avevano capito? Hanno avuto sessanta anni per informarsi, per capire. Ma se dopo sessanta anni preferiscono andar per funghi in Val Camonica, o a celebrare i giorni dell´onore assieme ai camerati delle SS, se in pratica rifiutano la democrazia, si rendano conto che questi sono prezzi inaccettabili per la pacificazione. Non sono questi neo-fascisti che si disputano ministeri e prebende a minacciare la democrazia.
C´è in tutto il mondo un ritorno all´affarismo e al neo – imperialismo ben più pericoloso. Ma una cosa si è capito in questo 25 aprile: la democrazia italiana ha messo forti radici, un ritorno al passato, grazie a Dio, non sembra facile.



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Ds Milano - Rassegna stampa


I tagli se ne vanno in fiscal drag
Massimo Baldini
Paolo Bosi


Gli effetti reali dei primi due moduli degli sconti Irpef, l’ultimo dei quali è da pochi mesi entrato in vigore, sono stati assai deludenti, sotto molti punti di vista. La riduzione dell’Irpef non sembra aver provocato una spinta ai consumi e al rilancio dell’economia, e gli stessi lavoratori hanno addirittura faticato a rintracciare lo sgravio nella loro busta paga. L’effetto elettorale, come si è visto, è stato molto probabilmente nullo.

La rilevanza del fiscal drag

Ma perché i tagli all’Irpef già introdotti, che nel complesso ammontano alla non trascurabile cifra di circa 13 miliardi di euro, hanno avuto così scarsi effetti?
Una prima ragione sta nel fatto che parte della riduzione fiscale è stata finanziata, come già messo in evidenza da Giannini e Guerra su questo sito, da aumenti di imposte indirette. Inoltre, tagli fiscali finanziati non con minore spesa pubblica, ma con un allargamento del deficit, lasciano temere che nel prossimo futuro le tasse aumenteranno per compensare il buco nel bilancio, e ciò non predispone al consumo. Un altro motivo molto importante sta nel cattivo andamento generale dell’economia, che si riflette in una scarsa crescita dei redditi, e spesso anche in una maggiore insicurezza sul proprio posto di lavoro. In queste condizioni, è naturale un atteggiamento prudente da parte dei consumatori. Ma c’è un’altra ragione dietro ai così scarsi effetti reali degli sgravi fiscali, ed è costituita dal fiscal drag: ogniqualvolta si verifica un aumento del reddito, sia esso attribuibile a fattori reali o semplicemente al recupero del potere di acquisto ridotto dall’inflazione, la somma da pagare per una imposta progressiva come l’Irpef cresce più che proporzionalmente rispetto al reddito, determinando quindi sempre un aumento reale del peso dell’imposta.
Facciamo un semplice esempio. Nel 2002, prima della riforma fiscale del Governo, un lavoratore dipendente con un figlio a carico e con un reddito lordo di 25mila euro, pagava 5.185 di Irpef (aliquota media del 20,7 per cento). Applicando invece la legislazione 2005 ai 25mila euro, l’imposta è pari a 4.708 euro (il 18,8 per cento del reddito), con una riduzione di quasi 500 euro. Sembra quindi che i due moduli abbiano diminuito significativamente l’imposta. Bisogna però considerare che, se nel 2002 avevo 25mila euro, oggi il reddito è assai probabilmente più alto, anche per il solo effetto dell’agganciamento al costo della vita. Supponiamo che sia aumentato del 2,5 per cento all’anno negli ultimi tre anni, più o meno come i prezzi. Oggi avrei un imponibile di 26.922 euro, e ne pagherei 5.294, cioè il 19,7 per cento. Sembra quindi che per chi aveva 25mila euro nel 2002, i due moduli abbiano garantito un risparmio del 2 per cento dell’imponibile, mentre in realtà la vera riduzione è l’1 per cento del reddito.
L’intensità del fiscal drag non è uguale per tutti i contribuenti. Dipende dall’andamento dell’aliquota media della struttura dell’imposta. Nel caso italiano è possibile verificare che la variazione dell’aliquota media, per un dato incremento percentuale del reddito imponibile, decresce al crescere del reddito (a esclusione di una fascia di reddito imponibile tra 26 e 29mila euro e fino a 100mila euro). Il fiscal drag attribuibile all’inflazione danneggia di più i redditieri più poveri.

L’impatto sulle famiglie

Un calcolo della rilevanza del fiscal drag si può effettuare sia a livello di singoli contribuenti, che di famiglie. Di seguito presentiamo una figura che sintetizza l’impatto del fiscal drag sulle recenti riforme dell’Irpef per tutte le famiglie italiane. Questa figura, costruita usando un modello di microsimulazione basato su un campione rappresentativo di famiglie, rappresenta, per decili di redditi familiare equivalente, le variazioni dell’aliquota media prodotte dai due moduli di riforma dell’Irpef. (1)
La linea tratteggiata più in basso rappresenta la variazione dell’aliquota media nell’ipotesi che i redditi nominali tra il 2002 e il 2005 non si siano modificati (variazione normativa). È appunto lo sgravio medio di circa 2 punti percentuali di cui normalmente si parla. Tale sgravio è assai contenuto per il 10 per cento più povero, le famiglie incapienti, cresce fino al quarto decile, e poi si riduce all’aumentare del reddito familiare. Le due linee nel versante positivo rappresentano invece l’effetto del fiscal drag attribuibile alla variazione reale del reddito (fiscal drag reale) e la parte attribuibile all’aumento del reddito pari al tasso di inflazione (fiscal drag nominale). L’aumento dell’aliquota media prodotto dal fiscal drag attribuibile all’inflazione è abbastanza significativo, pari in media all’1 per cento, ed è più forte sui redditi bassi, dal momento che risulta decrescente a partire dal terzo decile.
La curva negativa nera continua (variazione effettiva) è la somma algebrica della variazione normativa e del fiscal drag nominale e rappresenta lo sgravio effettivo goduto dalle famiglie italiane, assai inferiore a quello mostrato dalla curva tratteggiata.
In conclusione, il fiscal drag si è mangiato circa metà dello sgravio Irpef concesso in questi ultimi tre anni. Dopo i due moduli, il reddito reale delle famiglie italiane è aumentato la metà di quanto si potrebbe concludere osservando solo la struttura formale dell’imposta a redditi nominali invariati. Si potrebbe mostrare che, rispetto alla struttura di aliquota media in vigore nel 2002, quella introdotta con la riforma comporta una lieve intensificazione dell’effetto del fiscal drag attribuibile all’inflazione. Ciò è dovuto al fatto che la progressività dell’imposta è nel complesso aumentata, ma in misura relativamente più forte per i redditi medio-bassi.

(1) Nei nostri precedenti interventi su questo sito a proposito della riforma Irpef abbiamo mostrato come varia il reddito disponibile delle famiglie, qui ci concentriamo invece sull’aliquota media dell’imposta. www.lavoce.info/news



LA FINANZA DISTRUTTIVA
GIOVANNI VALENTINI


da Repubblica - 26 aprile 2005

Dalla finanza creativa, alla finanza distruttiva. Distruttiva dell´ambiente, della natura, del paesaggio e quindi anche del turismo, ultima risorsa del povero Belpaese. Si sentiva la mancanza di un tocco di fantasia, di originalità, diciamo pure di spregiudicatezza e improvvisazione nell´azione di governo.
Ed ecco che il ritorno di Giulio Tremonti a palazzo Chigi, l´ex ministro dei condoni e dell´una semper, riporta il Berlusconi-bis alla realtà, alla concretezza dei progetti, alla fattibilità delle grandi e piccole opere che il centrodestra ha già realizzato sull´intero territorio nazionale, a dispetto dell´incredulità popolare e dello scetticismo della Corte dei Conti.

La finanza distruttiva

Ed ecco che il ritorno di Giulio Tremonti a palazzo Chigi, l´ex ministro dei condoni e dell´una semper, riporta il Berlusconi-bis alla realtà, alla concretezza dei progetti, alla fattibilità delle grandi e piccole opere che il centrodestra ha già realizzato sull´intero territorio nazionale, a dispetto dell´incredulità popolare e dello scetticismo della Corte dei Conti.
Con l´autorevolezza che gli deriva dal risanamento del bilancio pubblico e dal rilancio dell´economia, per cui appena qualche mese fa venne dimissionato dalla sua stessa maggioranza, ora il neo-vicepresidente del Consiglio si ripresenta come il salvatore del Sud, il profeta del Mezzogiorno derelitto e abbandonato. Altro che "asse del Nord", altro che rapporti privilegiati con Bossi e con la Lega. Il "mezzo ministro", come lo ha elegantemente appellato nei giorni scorsi il suo collega Roberto Maroni, sfodera subito un Piano straordinario per il Riscatto meridionale, senza alcun riferimento – beninteso - al sequestro sociale operato negli ultimi anni dal centrodestra e tantomeno all´occupazione militare della criminalità organizzata.
Vendiamo le spiagge, annuncia euforico Tremonti, laddove al posto degli arenili e degli stabilimenti bisognerebbe intendere più correttamente l´argenteria di famiglia o addirittura le mutande. Ma sì, vendiamoci anche le "gabine", come direbbe il leader dei cieloduristi, con tutti gli ombrelloni e le sedie a sdraio. Vendiamoci le vocali e le consonanti. La storia e la cultura. L´ambiente e il paesaggio. Diamo tutto ai privati in concessione centenaria, comprese magari le frequenze televisive che già non sono assegnate a Mediaset, così perfino i "terroni" potranno diventare ricchi come Berluscon de Berlusconi. Questo è il nuovo "vento del Sud".
Nel giorno in cui si celebra l´anniversario della Resistenza, la Costituzione e l´unità nazionale, il nostro vice-premier smentisce in un colpo solo tutte le divisioni e le polemiche, ripartendo dal fondo dello Stivale. Berlusconi non partecipa alla manifestazione di Milano? E lui, in compenso, si schiera sul fronte meridionale. Il turismo di massa sta arrivando dalla Cina e dall´India? E allora, iniziamo la stagione dei "grandi saldi": mettiamo in vendita l´acqua di mare, come voleva fare Totò con il Colosseo; costruiamo castelli di sabbia e affittiamo pure il solleone, per coprire i "buchi" prodotti dalla politica del Superministro dell´Economia.
Mancano i soldi per riparare le strade, per l´ordinaria manutenzione, per la pulizia urbana e per tutto il resto? Poco male. Bisogna costruire "aeroporti a quattro piste", come vaneggia testualmente il sottocapo del governo, per attirare "charter" di turisti cinesi e indiani, riempire alberghi e pensioni, invadere ristoranti e bar. La soluzione è semplice: basta emettere un bel pacchetto di "bond", modello Parmalat o modello Argentina, spiaggia-bond, spaghetti-bond o pizza-bond e il gioco (di prestigio) è fatto.
Di fronte alle ultime esternazioni di Tremonti, l´ironia può essere una magra consolazione, un piccolo conforto. Non si riesce a prenderlo sul serio. Veramente non si sa più se ridere o piangere. Ma purtroppo la realtà di questo governo-balneare – sarà proprio il caso di chiamarlo così d´ora in poi - supera ogni fantasia. I "nuovi barbari" sono alle porte. Ma, purtroppo per tutti noi, non sono né cinesi né indiani.





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Ds Milano - Rassegna stampa


Stage, la rincorsa infinita al lavoro
Questa manodopera a basso costo ha le armi spuntate: per uno che rinuncia, cento sono disposti a inserirsi


dal Corriere - 26 aprile 2005

Un’epoca dello stage che accentua ulteriormente l’era dello stress, concetto attribuito all’alienazione di un lavoro sempre più competitivo che ha portato, soprattutto a Milano, una dissociazione sempre più diffusa tra ciò che si fa e ciò che si vorrebbe fare. In realtà il termine stress nasce dalla realtà bellica, legato all’erosione della meccanica delle armi. Diventa quindi inevitabile, quando si analizza l’etimologia del termine, seguire il ragionamento che ci conduce alla guerra quotidiana che si combatte sui luoghi di lavoro. Una guerra che lascia le proprie vittime dagli analisti, che nella nostra epoca secolarizzata hanno sostituito i preti, nell’offrire ascolto ai caduti dello stress; una sostituzione costosa, ma oggi ciò che non costa non ha valore, non può essere misurato, confrontato, migliorato.
E così, questa nuova, grande società dalle mille opportunità, globalizzata, con stage disponibili in tutto il mondo, dove svolgere lavori che arricchiscono pochi e affamano una generazione di giovani che rimangono giovani sempre più a lungo, sembra aver intrapreso un vicolo cieco. Cosa fare, di fronte a soloni che, con superstipendi, rendite di posizione e ruoli intoccabili, illustrano i benefici della flessibilità e dell’economia globale?
Mi sembra a volte che questa manodopera abbondante, a costo basso, nuova schiavitù alimentata con buoni pasto e abbonamenti ai mezzi pubblici abbia le armi spuntate; per uno che rinuncia cento sono pronti a inserirsi in questo girone infernale, iniziando un percorso che, nella migliore delle ipotesi lo porterà a sostituire, nel lungo periodo, il suo schiavista.
Strana società la nostra, dove la riforma della scuola ha ulteriormente ridotto il tempo dedicato alla musica e l’arte viene dai più vista solo come un’attività folcloristica di qualche disadattato, spesso, in realtà, invidiato dai cosiddetti leader.
Ma l’arte, quando diffusa a larghi strati della popolazione e non riservata a pochi, secondo alcune teorie che hanno analizzato vari paesi e vari conflitti, è risultata essere uno dei pochi antidoti alla guerra, in quanto consente il manifestarsi di emozioni che nelle nostre ricche, grigie, noiose ma nello stesso tempo iperconflittuali società non sono più contemplate o tollerate. Ricordiamoci l'origine dello stress.
Francesco Bertolini




Incidenti stradali in calo: più dei punti potè la crisi


ALBERTO STATERA


Sul sito Internet di Forza Italia c’è stata la mezza protesta di qualche berlusconiano anarchico individualista: «Forza Berlusconi! si leggeva in uno dei messaggi solo tu puoi salvare l’Italia, nonostante alcune leggi persecutorie come quelle sul fumo e sulla patente a punti».
Un fumatore e velocista solitario? Un emissario segreto del leader incaricato di incrinare il già compromesso prestigio dei ministri tecnici da scaricare dal governo?
Sospetto fondato perché l’introduzione della patente a punti di Lunardi e il divieto di fumo di Sirchia vengono indicati da varie ricerche come provvedimenti piuttosto apprezzati dall’opinione pubblica. Meno tasse e più pensioni? Fanfaluche. Meno criminalità? Sogni statistici. Più occupazione? Forse sì, per la regolarizzazione di un po’ di lavoratori stranieri. Più infrastrutture? Mai viste: del 40 per cento di grandi opere da «cantierare», nel migliore dei casi ne è stato «cantierato» il 12 per cento. La patente a punti pare abbia invece riscosso un buon apprezzamento a destra e a sinistra, contraddicendo la teoria di un paese arruffone, peccatore e perdonista, privo di ogni traccia di serietà calvinista. Le generalizzazioni sociologiche e i sondaggi ci danno il prurito, ma questa storia della patente a punti è piuttosto appassionante perché è un po’ il compendio del contraddittorio carattere nazionale. E l’ingegner Lunardi, pur esperto soprattutto di buchi e gallerie, deve averlo capito perché ogni volta che ha rischiato il posto di ministro per le Infrastrutture ha dirottato l’attenzione sulla genialità della patente a punti. Mentre Berlusconi decideva quali ministri far fuori, Lunardi, che a un certo punto era il primo della lista, non magnificava come poteva? i lavori sulla SalernoReggio Calabria, il Passante di Mestre o il Ponte sullo Stretto, bensì, spalleggiato dal cantante Gigi D’Alessio, esaltava gli straordinari risultati dell’introduzione della sua patente: 54 mila incidenti, 45 mila feriti e 18 mila morti in meno in diciotto mesi.
Ma è proprio vero? Se si taroccano i dati sull’inflazione, sulle tasse, sulla criminalità, perché mai dovremmo fidarci di quelli propalati da Lunardi sulla sicurezza stradale? E qui ci viene in soccorso il professor Luca Ricolfi, quello che ha spiegato in un pregevole pamphlet ‘A che punto (morto ndr) è il Contratto con gli italiani’. «E’ ben vero che dall’introduzione della patente a punti nel 2003 rispetto all’anno precedente c’è stata una diminuzione di incidenti. Ma la diminuzione era già cominciata un anno prima. Non solo: secondo i dati delle compagnie d’assicurazione, mentre nell’ultimo trimestre senza patente a punti i sinistri erano in forte calo ( 9,8%), in estate primo trimestre della patente a punti risultano stazionari e nel 2004 addirittura in aumento. Che significa? Non che i comportamenti degli automobilisti sono lunatici, ma che le statistiche di Lunardi sono traditrici. Poiché la polizia stradale rileva solo il 5 per cento degli incidenti soprattutto sulle «strade delle vacanze», quei dati riflettono i numeri delle vacanze degli italiani, quindi più l’andamento del loro tenore di vita che i comportamenti di guida. Infatti, nel 2003, al momento dell’introduzione della patente a punti, ci fu un crollo delle vacanze del 25,2 per cento per il forte aumento dei prezzi, ragione per cui diminuirono gli incidenti e i morti. L’anno successivo, digerito l’euro, ci fu una ripresa delle vacanze e una simmetrica ripresa degli incidenti stradali. Insomma, la questione non è tanto di disciplina o indisciplina, che peraltro nessuno controlla, ma di economia, di propensione a spendere e viaggiare.
Quanto all’apprezzamento degli italiani per la patente a punti, come al solito dura finchè i punti li tolgono agli altri.
E Lunardi?
statera@ilpiccolo. it




Il ritorno di Gesù bambino
Un ministero 24 anni dopo. Traballante come allora
ANDREA FABOZZI
Non è il Berlusconi-ter, è il La Malfa-quater. Non passerà alla storia questo rimpasto berlusconiano, ma avrà comunque garantito a «Gesù bambino» - come i maligni battezzarono Giorgio quando ereditò da Ugo il partito repubblicano - il ritorno al governo dopo 24 anni. Ironie della storia, era aprile anche la prima volta. Aprile 1980. Ed era un rimpasto anche quello, con Cossiga presidente del consiglio costretto a scavallare la crisi sostituendo liberali e socialdemocratici con socialisti e repubblicani. La Malfa figlio debuttò al bilancio, e se lo tenne per altri due governi: Forlani e Spadolini. Mica tanto, un anno e due mesi in tutto.

Del resto era stato mandato a studiare economia in America. Ad Harvard, dove conobbe e lavorò con Franco Modigliani. A Modigliani hanno dato il Nobel.

Sopravvissuto al crollo dei partiti storici, filoamericano ortodosso, ha cercato di tenere i repubblicani fuori dalla scelta bipolare. Né con la destra, né con la sinistra. Al centro, a costo di stringere nel `92 un patto con il Patto di Mario Segni. Andò maluccio. Nella seconda repubblica bisogna scegliere, e La Malfa figlio allora decise di scegliere: sia la sinistra che la destra. Nel 1996, quando vinse la sinistra, scelse la sinistra ed entrò nella maggioranza che sosteneva il primo governo Prodi. Nel 2001, quando ha vinto la destra, ha scelto la destra, ed è stato nella maggioranza della Casa della libertà senza però guadagnare, fino a ieri pomeriggio, un posto nel governo. Scelta non indolore per il partito dell'Edera, che conserva un certo radicamento in Toscana, Emilia Romagna e Marche ma nel solco delle tradizioni anarchiche e mazziniane. Niente a che vedere con il Cavaliere. Infatti il partito si è spaccato a metà. Quelli che sono passati con Berlusconi in buona parte l'hanno fatto senza intermediari, direttamente in Forza Italia. Gli altri dopo un feroce congresso nel 2000 a Chianciano hanno fondato il movimento dei Repubblicani europei, capeggiato dalla preside Luciana Sbarbati che adesso è tra i fondatori della Federazione dell'Ulivo con Fassino, Rutelli e Boselli. E' la quarta ruota del triciclo prodiano. A questo punto le truppe di La Malfa non sono più gran cosa, ma è nei momenti del bisogno che c'è bisogno anche dei più piccoli.

Inquieto, alle europee del 2004 La Malfa figlio ha provato a smarcarsi da Berlusconi. Per fondare in coppia con Vittorio Sgarbi un nuovo soggetto politico con l'ambizione di stupire. All'esordio, subito una provocazione: l'invito a Oriana Fallaci perché si unisse alla coppia nel «Partito della Bellezza». Andò malissimo, presero lo 0,7%. Oriana Fallaci non ha mai risposto.

Dicono che Ciampi avesse delle perplessità sul ritorno di La Malfa figlio. Europeista convinto il presidente della Repubblica, euroscettico notorio il repubblicano. L'ultima sua dichiarazione sul tema è di sette giorni fa: «Non mi preoccupa la vittoria del no al referendum francese». Coerentemente gli hanno dato il ministero delle politiche comunitarie.

Farà danni? Se la tradizione ha un senso è più probabile di no. Quando Cossiga lo fece ministro per la prima volta, quell'aprile di 24 anni fa, ad ottobre il governo era già caduto. www.ilmanifesto.it/



Se avessero vinto loro
di Furio Colombo

Se avessero vinto loro? Loro sono anche le brave persone che pensavano di combattere per l’onore dell’Italia. Loro sono anche i ragazzi che per l’avventuroso entusiasmo dell’età o per la disinformazione profonda o per l’indottrinamento subito si sono arruolati adolescenti o bambini nelle formazioni fasciste. Loro sono coloro a cui hanno messo in mano un’arma per uccidere i partigiani, detti “banditi” e condannati sempre alla pena di morte. Loro erano gli addetti ad arrestare gli ebrei - definiti per legge nemici - da consegnare da fedeli alleati ai tedeschi. Queste consegne sono sempre avvenute. Sono innumerevoli le testimonianze in proposito. Basti per tutti “Il libro della Memoria” di Liliana Picciotto Fargion, e “L’Olocausto italiano” di Susan Zuccotti, con i nomi, i luoghi, le circostanze di una fervida attività di rastrellamento e consegna degli ebrei italiani da parte di fascisti italiani.

A Milano, se entrate al pian terreno dell’immensa Stazione centrale, sul lato destro che si affaccia su Piazza Luigi di Savoia, vi fanno vedere il binario, tuttora intatto, tuttora collegato con Auschwitz, dal quale partivano i treni stipati di ebrei italiani. Tutto il servizio di arresto, raccolta, imprigionamento a San Vittore, attesa, trasporto in quel lato della Stazione, le lunghe file di adulti e bambini nella notte e nel gelo, la spinta dentro i vagoni, l’accurato lavoro di sigillare le porte dei vagoni-bestiame, era tutto italiano. Italiano di Salò. Italiano della Repubblica Sociale Italiana. Italiano a cura di coloro che avevano deciso di restare fedeli alleati dei nazisti e della loro macchina mortale.

Certo, molti non sapevano dove finiva quel binario. Molti potevano essere avvolti in una disorientante cecità selettiva che non permetteva loro di vedere e capire a quale mondo stavano dando una mano, e verso quale futuro essi stessi stavano andando.

Per questo diciamo: tutti sono cittadini a pieno titolo nel mondo della libertà. Ma quel mondo non ci sarebbe mai stato se avessero vinto loro. Loro e Hitler, loro e le camere a gas, loro e i forni di Auschwitz, loro e i morti impiccati ai lampioni di via Cernaia a Torino, loro e le stragi di Marzabotto e di Sant’Anna di Stazzema, loro e i torturatori di via Tasso, loro che consegnavano gli arrestati al comando germanico all’Hotel Regina di Milano.

Il rispetto per ogni libero essere umano, compresi coloro che si erano avviati sulla strada di un mondo fondato sui campi di sterminio, è un dovere di tutti, e un diritto di cui ciascuno è titolare, nel mondo della libertà.

Chi quel mondo di sterminio lo ha difeso fino all’ultimo, può dire che non sapeva e può persino essere creduto. Ma non deve dire di non sapere, oggi, di avere lavorato per Auschwitz, di avere dato forze e giovinezza a un universo di discriminazione, di sterminio, di morte. Adesso lo sappiamo, lo sanno anche coloro che hanno agito dentro la nebbia dell’indottrinamento di quella terribile fede di morte.

Adesso coloro che erano fascisti sanno che anch’essi sono stati liberati il 25 aprile. Sanno che il 25 aprile è già una festa di riconciliazione perché ha salvato tanti giovani fascisti dal destino tremendo di continuare a fornire di corpi umani ai campi di sterminio, di servire da guarnigione per le prigioni e i centri di tortura, e per occupare col terrore i Paesi d’Europa. È vero, i giovani fascisti di allora devono essere grati agli Americani, agli Inglesi, alla loro invasione di libertà. E dovrebbero non dimenticare 23 milioni di morti russi che hanno fatto da barriera, con i loro corpi alla vittoria nazista.

Però dedichino in questa giornata un pensiero anche ai partigiani che alcuni di essi hanno, in nome di un confuso onore dell’Italia, ucciso o tentato di uccidere. La loro lotta per tre inverni indicibili sulle montagne, per le strade dei nostri paesi e delle nostre città ha ridato a tutti gli italiani il vero onore che segna la nostra storia: quello di non essere dalla parte dei forni crematori, quello di non essere dalla parte di Auschwitz.

Se loro sanno, se lo capiscono (e non possono dire di non saperlo) allora potremo dire che siamo insieme in questo giorno di festa perché questa è la festa degli italiani liberi. E gli italiani, tutti, compresi i ferventi nostalgici, coloro che vorrebbero farci ricordare altre cose pur di non parlare della nostra liberazione italiana, dovrebbero riconoscere il 25 aprile come il giorno dello scampato pericolo. È il no definitivo della storia alla vita sotto il fascismo.unita.it

La sconfitta dell'Auditel, una vittoria di Megachip - di Giulio Gargia


Sei mesi fa, parlavamo di Auditel in ritirata. Oggi, questa ritirata si è trasformata in una rovinosa sconfitta. La sentenza del giudice di Milano ( di cui racconta l'articolo di Fontanarosa su Repubblica pubblicato in questo sito ) accoglie integralmente tutte le tesi di Megachip propugnate nel nostro libro “L'arbitro è il venduto” e trasformate in azione politica dalla campagna “Basta Auditel”.

Walter Pancini, direttore dell'Auditel, alle ultime Grolle d'Oro di Saint Vincent, come provocazione, aveva detto: “Oscuriamo l'Auditel per i media.. Lasciamo passare un mese e poi li rendiamo pubblici. A quel punto non importa più niente a nessuno”.

La cosa da lui detta come una boutade, come una sorta di paradosso per suscitare reazioni, oggi è un concetto contenuto in una sentenza di un giudice della Repubblica. Il quale obbliga l'Auditel a non divulgare i dati di alcuni canali satellitari. Riconoscendo che possono rappresentare una turbativa sul mercato, ovvero danneggiare alcuni e favorire altri.

Per inciso, questa del divieto di divulgazione è una delle proposte fatte da Megachip e Articolo 21, il 24 maggio 2002, nel convegno alla FNSI che segnò l'inizio della battaglia contro lo strapotere Auditel. La sentenza si limita a vietare la divulgazione dei dati delle satellitari che hanno fatto ricorso, ma è indubbio che accoglie il principio-base per la delegittimazione dell'Auditel.

Scrive infatti il giudice : "esiste la probabile parziale inattendibilità della metodologia di rilevamento" e c'è anche un'esplicita censura a quello che la Corte d' Appello chiama "il difetto di trasparenza e informazione", più volte da noi denunciato.

Secondo le cronache, il direttore dell'Auditel all'epoca di Saint Vincent, si disse “esasperato” “Non si può stare sotto accusa tutti i giorni. E mai una volta che, da parte di chi contesta, arrivi una seria proposta alternativa” si lamentava Pancini.

Chissà adesso, poverino. Infatti, oggi prova a interpretare alla rovescia il segno della sentenza, dicendo che la stessa Corte non ha condannato l'Auditel. Ma il problema non è quello di “rinviare, raffreddare, sopire”. Il problema investe il cuore del sistema televisivo italiano.

E non è vero nemmeno che non è arrivata una proposta alternativa da noi “contestatori”. Le soluzione ci sono, sono diverse e articolate.

Le ricordo a Pancini :
a ) Bisogna applicare la legge 249 e far sì che sia l'Autorità delle Telecomunicazioni in prima persona a fare i rilevamenti degli ascolti.
b) L'Auditel deve consegnare i dati grezzi ( cioè non trattati dai suoi software ) ad esperti indipendenti per consentire elaborazioni alternative.
c ) Bisogna che l'Autorithy avvi ricerche qualitative che integrino e correggano il dato Auditel nell'opinione pubblica. E devono essere diffusi in contemporanea.
In sostanza, chi dice quanti spettatori hanno visto Fede, ci deve anche dire a quanti è piaciuto e a quanti no, di modo che il numero non diventi automaticamente indice di qualità.
d ) Dev'essere reso pubblico l'IQS RAI, ovvero la ricerca sul gradimento dei programmi del servizio pubblico. Ricerca resa pubblica una sola volta, nell'ottobre dello scorso anno, che ha dato risultati “eversivi” per gli attuali vertici RAI e che da allora è stata nuovamente segretata. Nonostante la sua pubblicazione sia prevista , ogni trimestre, dall'accordo tra Stato e RAI.

Solo un uso accorto e combinato di queste misure garantirà la nostra battaglia contro lo strapotere del monopolio dell'Auditel. Perciò, fino a quel momento, le polemiche continueranno.

Ma è indubbio che oggi , dopo il pronunciamento dell'Antitrust, dell'Authority delle Telecomunciazioni, e questa sentenza, possiamo dire che una prima, importante battaglia di Megachip è vinta. Tre anni fa, nessuno sapeva cosa fosse l'Auditel. Oggi, dopo due libri, tre convegni e una campagna mediatica condotta con zero risorse e la sola nostra fantasia, il problema dell'Auditel è argomento sempre più all'ordine del giorno. Alla nostra associazione, e alla sua dirigenza, il compito di usare al meglio questa vittoria, e crearne ancora altre. ( nostro servizio ) www.megachip.info

LA BRIGATA LEGGERA AUSTRALIANA VA ALLA CARICA IN IRAQ


Nella Valle della Morte cavalcarono i cinquecento australiani (1), ai diretti ordini di New York. Poi sarà la volta dei cavalleggeri statunitensi, alla carica nella Palestina occupata, per salvare gli ebrei.
DI JOE VIALLS

Come molti lettori avranno notato, tutte le nazioni della terra (a eccezione di America e Gran bretagna) stanno ritirando le loro forze di invasione illegale dall'Iraq sovrano, e rifiutano ogni ulteriore appoggio alla criminale "Coalizione dei Volenterosi" di Wall Street. Be', QUASI tutte le nazioni della terra... a parte la servile Australia. Il 17 aprile 2005, su ordine di New York, il Primo Ministro australiano John Howard e il suo governo hanno ordinato ad altri 500 soldati di andare in Iraq, per unirsi a un'invasione illegale di cui conoscono già il fallimento, mettendo quindi le vite di questi uomini e queste donne in grave pericolo, perdipiù agli ordini di una potenza straniera.




Lo spiegamento di altri 500 militari in Iraq fatto questa settimana, si è realizzato tanto sotto tono che la nazione non si è nemmeno accorta della loro partenza. La tradizione richiede normalmente che il personale militare destinato oltremare debba prima essere bombardato da lunghi e noiosi discorsi da politici appollaiati su un podio, con di solito una scenografia di cacciabombardieri o mezzi corazzati, che si spera possa proiettare una luce più maschia sull'immagine di scamorze dei politici in questione.
Siamo onesti, i politici hanno davvero bisogno di questa luce, perché senza di essa non sono nulla. Anche se nel lontano passato i nostri leader venivano scelti dal loro stesso popolo a seconda del loro carisma e del loro coraggio in battaglia, oggigiorno vengono scelti in base alla loro personale volontà di prostituirsi a una manica di prestatori di denaro di New York City.

Vedete un po' voi: l'America è governata da George W. Bush, figlio di ricchi e dalle dubbie capacità intellettuali, che è riuscito a evitare di morire in Vietnam arruolandosi (e poi imboscandosi) nella Air National Guard. La Gran Bretagna è governata da Tony Blair, uno strabico traditore che si adopera incessantemente per abolire la monarchia, perché è lui che vuole diventare re e vivere a Buckingham Palace. E l'Australia? Be', ora come ora l'Australia è governata da John Winston Howard ("Presidente Winston" per gli amici più intimi), il quale, nel suo permanente stato allucinatorio, è già convinto di essere il Re dell'Emisfero Meridionale.

Dopo che tutti e tre questi dittatori saranno stati appesi alla forca per alto tradimento e crimini di guerra, gli storici riconosceranno l'Iraq come la definitiva e fatale trappola, sia militare sia politica, costruita per condurli nella linea di fuoco di coloro che hanno continuamente oppresso, torturato e ucciso sin dal 1990. O anche da prima, se si include l'utilizzo del gas mostarda contro gli iracheni negli anni 20, che fu il primo uso di Armi di Distruzione di Massa per scopi di "polizia internazionale".

"La RAF fu dislocata in Iraq per reprimere le ribellioni di arabi e curdi, per proteggere i giacimenti di petrolio scoperti da poco, per difendere gli insediamenti ebraici in Palestina e per tenere a bada la Turchia. Una cosa grossa, ma la RAF aveva già dimostrato di essere un'efficiente forza di polizia imperiale sia in Afghanistan sia nel Somaliland (l'odierna Somalia) tra il 1919 e il 1920. Le forse iglesi e americane da allora tornano regolarmente a bombardare questi focolai di ribellione... In Iraq i bombardamenti "si intensificarono dopo il 1923, quando il capo squadriglia Arthur Harris (il futuro distruttore di Amburgo e Dresda: la sua statua oggi svetta in Fleet Street, a Londra) prese il comando della 45a Squadriglia. Aggiungendo rastrelliere per bombe ai Vickers Vernon per trasporto truppe, Harris in pratica inventò il bombardiere pesante, e anche i "terroristici" bombardamenti notturni. Harris non fece uso di gas letali, per quanto la RAF avesse impiegato il gas mostarda contro le truppe bolsceviche nel 1919, mentre l'esercito aveva gassato i ribelli iracheni nel 1920 "con un eccellente effetto morale".

Churchill era particolarmente interessato alle armi chimiche, suggerendo di usarle 'in via sperimentale contro gli arabi recalcitranti'. Respinse ogni obiezione come 'irragionevole'. 'Sono fortemente favorevole all'uso di gas venefici contro tribù non civillizzate, per diffondere un intenso terrore.' In termini odierni, gli 'arabi' dovevano essere colpiti e spaventati [shocked and awed]. E per farlo il buon gas era perfetto.




Il Vickers Vernon del caposquadriglia Harris, l'equivalente negli anni 20 del bombardiere stealth, usato in Iraq per assassinare migliaia di abitanti disarmati di piccoli villagi e cittadine, diffondendo quindi un "intenso terrore" tra le "tribù non civilizzate", nella stessa culla della civiltà.
Tornando al 2005, per chiunque abbia una minima conoscenza del Medioriente è assolutamente ovvio che l'Iraq è oggi una trappola mortale per gli invasori (illegali da ogni punto di vista), non importa se siano armati pesantemente o stiano "proteggendo gli ingegneri giapponesi intenti alla ricostruzione", che è la benintenzionata ma completamente illegale scusa dell'Australia per il suo intervento.

Inviare quei "digger" australiani a difendere i discendenti di quei giapponesi che torturarono brutalmente i soldati australiani durante la costruzione della Burma Railway (2), non è solo ironico ma francamente insultante. In Australia ci sono ancora centinaia di sopravvissuti a quei crimini di guerra giapponesi, ma la lega dei reduci, l'Australian Returned Services League (simile grosso modo all'American Veterans Alliance) non ha detto una sola parola sull'argomento.

Il silenzio della ARSL è dovuto per lo più al fatto che i suoi dirigenti non sono più in grado di fare un'obbietitiva analisi militare, avendo subìto un vero e proprio lavaggio del cervello da parte dei politici dementi di Canberra, e dei loro capi di New York. Oggigiorno la posizione politicamente corretta è che i giapponesi siano "onorevoli partner commerciali", invece che un branco di barbari che soltanto pochi anni fa picchiavano a morte i nostri soldati disarmati.

Allo stesso modo, gli spin doctor mediatici di New York hanno preso il paese più avanzato e laico del Medioriente (l'Iraq), e lo hanno reinventato secondo una propaganda stile anni 20, la preferita di Churcill e degli invasori ebrei della Palestina. Ancora una volta, "'Sono fortemente favorevole all'uso di gas venefici contro tribù non civillizzate, per diffondere un intenso terrore."

Sbagliereste a pensare che questa guerra psicologica in due fasi sia un errore, o il risultato di scarsa memoria storica, niente di tutto questo. La manipolazione dei media e il controllo politico sui soldati ha un solo obbietivo: indebolire la volontà, sia individuale sia collettiva, del corpo militare, affinché questi uomini altamente addestrati non rappresentino più un pericolo per i loro dirigenti politici traditori, o diventino cadaveri abbandonati in qualche campo di battaglia

straniero. Pensate a quanto sono scaltri, pensateci. Credete davvero che altri 500 soldati possano fare la minima differenza, per un'invasione illegale in cui, dal 2003, la Guardia Repubblicana e l'esercito del Mehdi sono riusciti a liberare più di trenta città irachene, medie e grandi, e a costringere più di 120.000 soldati americani e britannici a restare nelle loro basi fortificate? Naturalmente no, è ovvio.

Questi 500 australiani sono pedine sacrificabili, inviate con lo scopo deliberato di saggiare le reazioni, positive o negative, del popolo australiano, in vista del tentativo da parte di New York di inviare più di 20.000 soldati per coprire il ritiro tattico degli ebrei dalla Palestina. Per cui i lettori americani che staranno borbottando "Che c'entro io con questi soldati australiani?" farebbero meglio a darsi una svegliata e ascoltare.



Sopra, i soldati australiani che vengono intenzionalmente umiliati e costretti a sedere su scomodi sedili di tela, in un aereo "prestato" dalla RAF britannica, per tutte le 17 ore del viaggio verso l'Iraq. Sotto, il Boeing Business Jet nuovo di zecca da 70 milioni di dollari del Primo Ministro australiano "Presidente Wilson". Infatti Winston e i suoi amichetti ne hanno comprati due, più quattro executive jet Challenger 604, dando così fondo ai soldi che sarebbero serviti all'aviazione australiana per gli adeguati trasporto truppe.
Finora questo esperimento di manipolazione psicologica ha funzionato molto bene per New York, con appena un mormorio di dissenso tra i militari australiani e tra la popolazione. Lo si è ottenuto in parte con un'attenta rappresentazione mediatica, in parte sviando altrove l'attenzione del pubblico.

Un primo esempio di quest'ultima parte del piano lo ha dato Schapelle Corby, la giovane donna australiana deliberatamente incastrata nel ruolo di corriere della droga da funzionari australiani, che le hanno piazzato 4,1 chilogrammi di marijuana del Queensland di bassa qualità nel bagaglio a mano, mentre la donna stava cambiando aereo a Sidney, così da farla arrestare in Indonesia. Tratterò in un apposito articolo dell'orchestrata rovina della signorina Corby: qui è sufficiente rievocare le scene di grande impatto emotivo che sono giunte dal tribunale di Bali, tenendo gli australiani attaccati al televisore per settimane, abbastanza a lungo da distogliere qualsiasi attenzione dalla situazione di quei cinquecento soldati.

Allo stesso tempo, la manovra del governo australiano è servita ad alimentare il risentimento del pubblico nei confronti di una generica "Indonesia musulmana". Poco importa che la religione principale dell'isola sia l'Hindu Dharma [un'induismo trascolorato di buddismo], che giunse a Bali con la diffusione dell'induismo attraverso Sumatra e Giava durante l'XI secolo. La maggior parte degli australiani non lo sa, e così si accoda alla disinformazione dei media, secondo la quale tutti i cittadini indonesiani sono "terroristi islamici", una disinformazione derivata dalle folli strategie semireligiose di New York per la fittizia "Guerra al terrorismo".

La modesta copertura data dai media alla notizia dei 500 militari ha limitato l'esposizione mediatica di personaggi politici nell'atto del dispiegamento, il che vuol dire semplicemente che le foto che mostrano politici insieme al 2° Cavalleria in partenza potrebbero essere state scattate a qualsiasi truppa, in un luogo qualsiasi e in un periodo qualsiasi.

Un ottimo esempio di questo classico approccio è la fuggevolissima apparizione del Primo Ministro-Presidente Winston, obbligato dalla tradizione a pronunciare un addio ai soldati in partenza. Normalmente tutto si svolge con una pompa e una cerimoniosità quasi regali, col minuscolo Winston che agita un fazzoletto di seta ai piedi dell'aereo o sulla banchina del porto.

Non questa volta, però. In questa occasione di potenziale e strumentale sacrificio di massa, i PR di Winston si sono assicurati che il suo "addio" fosse dato molto sotto tono, riducendosi al Primo Ministro che si mescola coi soldati e le loro famiglie, nel corso di un informale barbecue. La scena potrebbe essersi svolta dovunque, e in vista non c'erano né navi né aerei.



Sopra, il Primo Ministro-Presidente Winston saluta le truppe australiane durante un ben sceneggiato barbecue informale. Vedete qualche nave, qualche aereo? Neanche uno, così che in futuro non ci siano prove a suo carico davanti a un tribunale per i crimini di guerra. Sotto, neanche l'ombra di un politico di qualsiasi partito si è reso disponibile per salutare la nave Tobruk, in partenza per l'Iraq con l'equipaggiamento della Brigata Leggera a bordo. Inspiegabilmente, dal punto di vista di alcuni soldati, questo compito normalmente di alto rango è stato lasciato a una manciata di genitori di marinai australiani.
Cosa accadrà in seguito è nelle mani del fato, ma non c'è dubbio che questo processo di manipolazione sarà seguito ansiosamente da New York, passo per passo. Lo stato ebraico sta ormai agonizzando, e bisognerà dispiegare truppe americane per salvare gli occupanti illegali della Palestina da un "destino peggiore della morte". E' una situazione politicamente delicata, e nessuno può dirsi sicuro che le sacrificabili truppe di "interposizione" vadano, secondo gli ordini, in Palestina a salvare i poveri ebrei, o che invece non rivolgano le armi contro il Campidoglio.

Dati i precedenti, e visto il quasi clandestino dispiegamentoi del 2o Cavalleria, sembra probabile che i soldati americani obbediscano a questo ultimo ordine illegale, quando arriverà, e si getteranno contro le armi irachene e siriane, allo stesso modo in cui agli agenti del Servizio Segreto si richiede di dare la vita per salvare quella "più importante" del Presidente americano.

Naturalmente il dispiegamento americano in Palestina renderà necessario un diversivo per deviare l'attenzione del pubblico, così come è stato fatto col dispiegamento del 2o Cavalleria usando la sfortunata Schapelle Corby a Bali. Ma, sia straordinaria preveggenza oppure pura disperazione, New York il suo diversivo ce l'ha già pronto: l'Iran.

Per mesi e mesi, senza sosta, i media hanno blaterato di un'"attacco" di Israele e America contro l'Iran, mentre la realtà è che nessuna nazione possiede gli uomini e l'equipaggiamento necessari per un'impresa del genere. Non solo, ma ci sono anche almeno cinque potenze regionali ormai dotate degli inarrestabili missili anti-nave russi "Onix", o dei loro gemelli indiani, i "BrahMos".

Nel giro di due anni questi missili, apparentemente insignificanti, hanno ridotto l'effettiva forza imperiale della Marina degli Stati Uniti a zero. Ora come ora, qualsiasi portaerei americana da 91.000 tonnellate può venire affondata da solo due di queste armi convenzionali, che a quanto si sa non hanno mai mancato un bersaglio.

Mettiamola così: una portaerei americana, per attaccare l'Iran, dovrebbe per forza portarsi a portata di volo, ma gli iraniani avrebbero bisogno solo di arrivare a 220 chilometri da essa, per lanciare i loro missili Onyx e affondarla. Nessun ammiraglio affronterà un rischio simile, qualsiasi ordine gli diano George W. Bush e i banchieri di Wall Street.



"Un 10 tondo tondo - Un BrahMos, missile da crociera supersonico, lanciato dal vascello Rajput la mattina di venerdì, nel Mare Arabico, verso una nave in disarmo, il suo obbiettivo." (Foto della Defence Research and Developement Organisation indiana, dal giornale "The Hindu", sabato 16 aprile 2005) Questo decimo, perfetto lancio, che ha distrutto una nave bersaglio da 7000 tonnellate, è stato fatto nel mare Arabico, sotto il naso della flotta americana.
Quindi, perché usare l'Iran come diversivo, se non si ha nessuna intenzione di attaccarlo? La risposta è piuttosto semplice. Nel momento dell'"attacco all'Iran", Ariel Sharon probabilmente proporrà all'esercito americano di utilizzare le piste di decollo e le basi navali ebraiche in Palestina come campo base.

Ebbene, sarà forse colpa dei poveri ebrei se (diciamo) 20.000 soldati americani diretti in Iran si troveranno a passare per la Palestina, proprio quando Ariel e i suoi compari hanno un improvviso bisogno di sgombrare il campo? Santo cielo, no. Insinuare una cosa del genere sarebbe "antisemitismo" della peggior specie, come tale magari punibile da qualche legge americana. Quelli che trovano impossibile questo scenario, dovrebbe riesaminare accuratamente il caso della USS Liberty (3).

Ma fino ad allora, possiamo soltanto seguire le vicende del 2o Cavalleria in Iraq, tenendo a mente l'ossessione del Nuovo Ordine Mondiale per la perpetrazione di atrocità (o almeno per dare loro l'impulso) durante particolari ricorrenze. Nella misura in cui è possibile spigolare qualche informazione dietro il soffocante velo di segretezza qui in Australia, il 2o Cavalleria dovrebbe attraversare il confine tra Kuwait e Iraq il 25 aprile, che è anche il più importante anniversario bellico dell'Australia, conosciuto come l'ANZAC Day.

Il 25 aprile del 1915, esattamente novanta anni fa, agli ordini dell'allora Impero Britannico, truppe australiane e neozelandesi presero terra ad Anzac Cove, nella penisola di Gallipoli. La Gran Bretagna aveva selezionato il punto di approdo più pericoloso, l'ANZAC, e il 25 aprile segna così l'inizio della più grave sconfitta militare subita dall'Australia in qualsiasi guerra, anche se non per propria responsabilità.

Oggi l'Australia è indiscutibilmente al servizio del potere imperiale dell'America, e posso solo sperare sinceramente che non si permetta alla storia dell'ANZAC di ripetersi in Iraq.

I SOLDATI

Sul freddo campo di un mondo muto
i giovani uomini marciano insieme, alti e snelli,
e anche se si scambiano risate, il silenzio è intatto;
il loro richiamo più limpido non ha suono.
Parlare di ciò che amavano qui è vano,
l'aria è troppo sottile per portare le loro parole.
Erano giovani e dorati, ma qui il dolore li ha raggiunti,
la loro gioventù è canizie, il loro oro grigio.
Eppure i loro cuori sono intatti, e si gridano:
"Cosa avranno fatto con le vite che gli lasciammo?
Sono giovani della nostra gioventù, splendenti del nostro oro?
Sorridono in faccia alla morte, perché noi siamo morti?"
Sul freddo campo di un mondo inesplorato
i giovani si interrogano l'un l'altro cogli occhi:
Si interrogano l'un l'altro, il giovane e l'anima nobile,
sul mondo che gli hanno rubato,
nel loro placido paradiso.
Humbert Wolfe, Requiem: The Soldier (1916)

Joe Vialls
Fonte:http://www.joevialls.co.uk/

20.04.05

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di DOMENICO D'AMICO

Note del traduttore

(1) Vialls parafrasa una celebre poesia di Tennyson, "Charge of the Light Brigade", che rievoca in tono eroico il massacro di un reggimento di ussari inglesi, durante la guerra di Crimea, a Balaklava. Celebre il film con Errol Fynn del 1936 (La Carica dei 600). La foto con John Gielgud è invece la locandina di un altro film ispirato a quei fatti, I 600 di Balaklava, del '68.

(2) La linea ferroviaria che dalla Birmania, attraverso la Thailandia, portava in Cina, costruita dai giapponesi tra il 1942 e il 1943 per il trasporto di rifornimenti. Furono impiegati prigionieri di guerra e manodopera locale. Le condizioni disumane di lavoro, le malattie, l'estrema brutalità dei giapponesi portarono alla morte di più di 13.000 prigionieri e, si stima, circa 100.000 lavoratori locali.

(3) Si tratta della nave statunitense attaccata da Israele nel 1967, durante la Guerra dei Sei Giorni. Morirono 34 americani.


25 aprile : fra storia e revisioni della storia
di Carlo Dore jr.

Il sessantesimo anniversario della Liberazione assume un rilievo del tutto particolare, rappresentando il punto mediano di un acceso confronto politico, caratterizzato dalla (apparentemente irreversibile) crisi dell'attuale maggioranza di centro destra e dei patinati principi che hanno scandito i quattro tristi anni di epopea berlusconiana.

Il nostro Paese, in questa era votata al progresso ed alla modernizzazione, ha infatti attraversato un periodo contraddistinto da un preoccupante vuoto ideologico, che indubbiamente ha facilitato il diffondersi di una visione distorta o quantomeno riduttiva della reale portata di alcune pagine del nostro passato, quali il Fascismo e la Resistenza.

Alcuni fatti avvalorano la fondatezza di questa mia opinione: mentre si celebrano messe in suffragio dei "caduti della Repubblica sociale" e le strade delle nostre città sono imbrattate da volantini recanti l'agghiacciante testo "25 aprile, lutto nazionale", i manuali di Storia adottati nei licei vengono individuati come il veicolo di diffusione di principi filomarxisti.

Peraltro, l'attività propagandistica di stampo chiaramente nostalgico, da anni svolta da determinate frange di estrema destra, non viene in alcun modo stigmatizzata dagli stessi padri nobili del nuovo liberismo che tanta solerzia hanno però dimostrato nel definire come "politicizzata ed antipatriottica" ogni manifestazione organizzata dal movimento pacifista.

Quando poi si è costretti a prendere atto dell'apprezzamento manifestato da alcuni intellettuali (evidentemente illuminati dalla costante frequentazione degli ovattati e stucchevoli salotti del potere) nei riguardi di coloro che, partendo dal presupposto che i morti sono tutti uguali, hanno inteso rendere omaggio al "sangue dei vinti" fatto scorrere dai partigiani durante la Resistenza, lo sdegno provocato da una simile falsificazione della realtà storica non può più essere controllato.

Si riafferma l'esigenza di definire il ruolo di quanti consapevolmente sostennero la follia di Mussolini, già qualificato come "dittatore benigno" da autorevoli esponenti dell'attuale destra di governo, e di quanti scelsero di opporsi alla spirale di sangue e violenza che tale follia innescò.

Mi domando infatti se sia possibile non provare orrore e sgomento rievocando le incursioni delle Camicie Nere, squadre organizzate di devastatori tanto impavidi nel compiere rappresaglie nei confronti di uomini inermi, donne e bambini, quanto solleciti, secondo la lucida ricostruzione dei fatti del ventennio offerta da Emilio Lussu nel suo "Marcia su Roma e dintorni", nel fuggire terrorizzati al risuonare del primo colpo di pistola.

Di fronte alle barbarie che in nome del Fascio vennero compiute, alle pronunce inique dei Tribunali speciali, alle continue intimidazioni cui erano sottoposti i comuni cittadini che rifiutavano di allinearsi, alcuni uomini coraggiosi ebbero la capacità di reagire e di contrapporre, volendo citare l'ultimo discorso formulato da Salvador Allende prima di cadere sotto i colpi delle armate golpiste, "la forza della ragione alle ragioni della forza", rifiutando un regime che feriva ogni individuo nella sua più profonda dignità..

Contro la tirannide nazifascista i partigiani si trovarono a combattere, conducendo una lotta serrata in confronto di un nemico che si manifestava quotidianamente nelle torture di via Tasso o nell'orrore dei lager. Sostenuti dalla speranza di vedere i loro figli crescere in un Paese finalmente libero, si sacrificarono nel combattere una guerra sanguinosa e terribile, resa ancor più atroce dalla spaccatura che essa causò all'interno del popolo italiano.

Eppure, a quasi sessant'anni di distanza da quei tristi eventi, se sotto certi aspetti è possibile provare un minimo di pena per i "quindicenni sbranati dalla primavera" sostanzialmente costretti ad imbracciare le armi per rinforzare le ultime fila dello sbandante esercito repubblichino, costituisce un macroscopico travisamento della verità porre i militanti della Repubblica di Salò (che fino alla fine aderirono alla causa di un dittatore sanguinario, approvando quindi tutti gli orrori verificatisi durante il regime da lui imposto) sullo stesso piano di quanti hanno perso la vita per restituire all'Italia quella libertà che per oltre un ventennio il Fascio aveva negato.

Per questo, nella giornata odierna, il pensiero di tutti quanti hanno i valori democratici saldamente radicati nel profondo dell'anima non può non andare ad Antonio Gramsci, morto di stenti nelle segrete del carcere di Turi, a Giacomo Matteotti, barbaramente assassinato per avere denunziato alcune dei soprusi del regime, a Mario Fioretti, magistrato romano ucciso a sangue freddo per esseri rifiutato di rendere omaggio alla camicia nera, ed a tutti quanti finirono col pagare con la vita il solo fatto di essere portatori di un senso di libertà talmente elevato da impedirgli di piegarsi dinanzi al Fascio.

Costoro rappresentano infatti la migliore rappresentazione di quell'ideale di democrazia che attualmente si avverte di riaffermare: proprio per questo, ancor più forte è oggi l'esigenza di impedire che il contributo fornito dall'antifascismo alla difesa di quei valori venga ad essere in qualche modo svilito.

www.osservatoriosullalegalita.org


PAPA NAZINGER COMINCIA A COLPIRE




FabioGreggio


Chi si illudeva che Papa Nazinger si fosse ammorbidito ha sbagliato.
Ha esordito con un chiaro monito:
chi è contro di me, non merita attenzione.

Nell'aula Nervi del Vaticano, alla prima udenzia con la stampa mondiale,
si è presentato con una tunica molto corta.
Nuovo trend?
Ha alzato le braccia da calciatore vittorioso.
Se ne abbassava uno sembrava Canio.
Ha parlato in quattro lingue.
Il maggior numero di cattolici nel mondo parla Spagnolo.
Lo Spagnolo è stata l'unica delle lingue più diffuse
che non ha usato.

Proteste dei giornalisti spagnoli, ma Natzy se ne infischia.
Breve comunicato, costringe tutti prima a recitare il Padre Nostro,
poi via a braccia alzate.

La Spagna gli ha regalato il primo colpo basso con la legge sulle Unioni Gay.
Lui li ha snobbati.
Il messaggio al popolo di lingua spagnola è preciso:
" Se i vostri governanti mi fanno arrabbiare, io vi elimino dalle mie simpatie".

Natzy c'è tutto.
Giovanni XXIII si era prodigato nell'unione fra gli uomini.
Lui si prodiga da subito sulla punizione.
Smonterà il Vaticano II.

Una mia vignetta in www.politikon.it lo prendeva benevolmente in giro.
"Se vi sbagliate vi corriggerò".
Cazzo è vero.

Ci sono Papi che hanno unito.
Altri che dividono.
Natzinger sarà utile alla laicizzazione dello Stato.
Piacerà ai "ciovani" di CL.
Lo hanno già erettto come idolo.

Ognuno ha le sue erezioni.
Gli ottimisti sono serviti.

Fabio Greggio
www.politikon.it

La sorpresa che ha in serbo Bruxelles

di RAFFAELLA CASCIOLI


Uomo avvisato, mezzo salvato. Chissà se lo stesso potrà dirsi per i governi europei ai quali l’eurocommissario per gli affari economici, Joaquin Almunia, invia ormai da settimane messaggi più o meno velati? Se non sarà oggi, sarà domani o al più tardi dopodomani, ma prima o poi tutti i governi di Eurolandia dovranno convincersi che il Patto di stabilità è stato riformato. Tuttavia, non è morto. Anzi.
«Le regole di disciplina di bilancio esistono e continuano ad essere applicate – ha osservato anche ieri Almunia – e coloro che dicono che non esistono più avranno una bella sorpresa, la settimana prossima, il mese prossimo o più tardi».
In ogni caso quando verranno giudicati i conti pubblici dei diversi paesi europei.
Un avvertimento che ha come primo destinatario proprio l’Italia a cui l’eurocommissario ha già preannunciato il cartellino giallo sullo stato della finanza pubblica entro giugno. Una cassandra in più per il neo presidente del consiglio Berlusconi che, appena qualche settimana fa, dalla poltrona di Ballarò ha detto con disinvoltura che la prossima Finanziaria già nelle stime supererà i parametri di Maastricht.
Una soglia già superata dall’Italia quest’anno, secondo Almunia che avverte senza mezzi termini come il Patto per essere credibile deve essere applicato: «L’aver introdotto più flessibilità non significa che le regole scompaiano – ha proseguito – la versione risultata dalla riforma è più severa del testo originario». Una raccomandazione che il ministro Siniscalco dovrà tenere bene a mente nella Trimestrale che si appresta a presentare al consiglio dei ministri.
Se infatti l’obiettivo di crescita del Pil di quest’anno è stata di fatto dimezzato all’1,2%, il ministro tentenna ancora sul rapporto deficit-Pil. Indeciso com’è se indorare la pillola con uno sforamento al 3,2% o se invece considerare i rilievi di Eurostat e compiere quell’operazione trasparenza che proietterebbe il defi- cit verso un più corposo 3,6%, oltre quindi la soglia del Patto già riformato. Questione di coraggio e di misura.www.europaquotidiano.it



Il Tribunale dell'Aja ed i crimini di guerra nella ex Jugoslavia

Il Tribunale dell'Aja, una novità assoluta nel panorama internazionale. Martino Lombezzi ne indaga la genesi e l'operare, con passione e competenza. Pubblichiamo l'introduzione della ricerca ed alleghiamo il pdf del testo integrale
La Procuratrice generale Carla del Ponte Di Martino Lombezzi

Il Tribunale Penale Internazionale dell'Aja per la Ex Jugoslavia, costituito all'inizio del 1993 dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come risposta giuridica ai crimini della guerra di Bosnia, rappresenta una novità assoluta nel panorama internazionale.

Sebbene molte volte auspicato, mai era stato creato dall'ONU un organismo sovranazionale incaricato di punire i responsabili delle violenze di un conflitto. Non era nemmeno mai successo che un procuratore si trovasse ad indagare sugli eventi di una guerra nel pieno corso del loro svolgimento. Il Consiglio di Sicurezza nello stabilire questo Tribunale (e quello suo gemello per il Ruanda) ha creato un organismo finora inedito, dotato di un'autorità propria e di funzioni che esso stesso non possiede. Se i suoi poteri sono limitati nello spazio (il territorio della ex Jugoslavia) e nel tempo (persegue i crimini commessi a partire dal '91), essi scavalcano la giurisdizione nazionale degli stati a cui si rivolgono, e non sono formalmente soggetti al controllo né di altri stati né dello stesso Consiglio di Sicurezza.

Esso è un organo "which operates entirely outside the control of the constituents of the legal system which it addresses" (che opera in piena autonomia dai costituenti il sistema giuridio al quale si riferisce). Se dal punto di vista giuridico ci troviamo quindi di fronte a qualcosa di molto avanzato sulla strada di un nuovo ordinamento internazionale, basato sulla legalità e sulla giustizia, sul rule of law, ripercorrere la storia della creazione del Tribunale dell'Aja porta a valutare questa esperienza in termini più contraddittori.

L'esigenza di riparare in qualche misura ai torti della guerra è stata avvertita fortemente, e lo è tutt'ora, sia dalle società colpite dalla violenza che dall'opinione pubblica internazionale. A guerra in corso, tuttavia, la costituzione di un tribunale appare essere stata più un palliativo, sostituto di un'azione più decisa e potenzialmente rischiosa da parte della comunità internazionale. La scelta di costituire il Tribunale dell'Aja sembra
collocarsi nel solco della modalità ineffettiva e retorica, fondata più su posizioni di principio che sull'analisi degli avvenimenti con cui l'ONU ha affrontato il conflitto bosniaco. Condannando senza saper intervenire, facendo azione di presenza sul campo salvo poi ritrovarsi ostaggio di questa stessa politica al momento di effettuare scelte diverse o cambiamenti di strategia, ergendosi a protezione di una popolazione che non era poi in grado di difendere, l'Organizzazione delle Nazioni Unite ha raggiunto in quell'occasione uno dei punti più bassi della sua storia.

Durante un processo all'Aja Nel 1993 il Tribunale dell'Aja "era nato da una reazione di panico dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza"3 (Lawrence Wesclher, "Il diritto internazionale umanitario. Una panoramica", in Roy Gutman, e David Rieff, (a cura di), Crimini di guerra. Quello che tutti dovrebbero sapere, Contrasto- Internazionale, 1999) ; la sensazione è che dietro una decisione di tale portata storica ci sia stato da parte degli stati europei molto più calcolo politico, scarsa lungimiranza e una buona dose di cattiva coscienza, che non l'urgenza morale di fronte alle violenze in corso. Ciò nonostante, l'istituzione in sé si è emancipata dall'essere uno spauracchio agitato da mediatori impotenti. Nel corso degli anni si è sviluppata, fino ad arrivare ad essere pienamente operativa nel '95-'96. E' diventata un attore politico presente sul campo e percepito come tale quando con l'incriminazione di Karadzic e Mladic li ha resi inaccettabili come interlocutori ai colloqui di pace, quando le truppe SFOR hanno portato a termine i primi arresti di accusati in Bosnia, ma soprattutto con la crisi del Kosovo: allora le sue azioni sono state proiettate sulla scena internazionale, diventando determinanti per il corso degli eventi. Non c'è più stato in seguito un momento di ribalta politica e mediatica di tale rilevanza come quando nel maggio '99, nel mezzo dei bombardamenti NATO, Milosevic è stato accusato di crimini contro l'umanità.

Adesso che anche sull'arresto del leader serbo e sul suo trasferimento all'Aja si sono spenti i riflettori, il Tribunale continua il suo lavoro in silenzio. Esso da manipolo di giudici senza stipendio è oggi diventato un gigante, con un centinaio di atti d'accusa pubblici e almeno altrettanti segreti, più di mille impiegati e un centinaio di migliaia di dollari all'anno di bilancio.

Pensando a questa istituzione, si tendono a prendere in considerazione più le altisonanti ed astratte norme giuridiche del diritto umanitario, la prospettiva di una Corte Penale Internazionale, il mito di un mondo governato in base a principi di giustizia, che non i crimini commessi pochi anni or sono in un vicino angolo del nostro continente. Si fatica ad accostare l'atmosfera sonnacchiosa di un tranquillo borgo olandese con le valli aspre e boscose della Bosnia, o con le alte montagne che circondano il Kosovo. Si immagina il Tribunale dell'Aja come un'entità vagamente asettica, un organismo che incarna una giustizia assoluta, perdendo così di vista il suo
concreto oggetto di indagine. Nelle aule del Tribunale sembrano incontrarsi due mondi lontani: la raffinata cultura giuridica della civile Europa deve fare i conti con la barbarie balcanica. Le sue categorie interpretative devono dare un senso all'irrazionalità della violenza interetnica. Suggestionati da questa visione, ci si dimentica che l'Aja e Sarajevo, Belgrado, Pristina sono sullo stesso continente, distanti poche centinaia di chilometri. Si fatica ad accettare che la pulizia etnica nei Balcani è frutto di idee politiche moderne tanto quanto i principi alla base della giustizia internazionale. Dal
lavoro dei procuratori invece emerge proprio la modernità di quanto accaduto oltre Adriatico, e la razionalità con cui gli obbiettivi politici dei nazionalisti sono stati perseguiti.

Percorrere la storia ancora in divenire del Tribunale dell'Aja significa in primo
luogo confrontarsi con atrocità che in Europa non accadevano da cinquant'anni. Ascoltarne il racconto minuzioso, attraverso le parole delle vittime e le confessioni degli aguzzini, conoscere la descrizione dei luoghi dove si è imprigionato, torturato, stuprato ed ucciso per quattro anni, guardare dentro le innumerevoli fosse comuni sparse sul territorio della ex Jugoslavia. Significa capire da dove arrivavano gli ordini e quali percorsi seguivano, chi li eseguiva e chi li emanava, come le decisioni venivano prese, a che punto è il confine tra omissione e intenzionalità. Vuol dire anche indagare le responsabilità politiche che stanno dietro alla scelta della violenza come mezzo di risoluzione della crisi, al perseguimento dell'omogeneizzazione etnica come progetto politico, alla guerra come strumento di mantenimento e riorganizzazione del potere.

In questo senso il Tribunale in quanto tale è preso in considerazione come istituzione burocratica, soggetto attivo nel raccogliere enormi quantità di documenti e produrre atti nei quali si ricostruiscono ed analizzano molti episodi delle guerre che hanno accompagnato la disgregazione della Jugoslavia. Non si può sottovalutare l'importanza di questo materiale come fonte di studi. Esso è raccolto col rigore proprio del referto giuridico, e costituisce un archivio di grande importanza. E' possibile quindi analizzare il lavoro del Tribunale attraverso il suo operato documentario, per studiare le modalità con le quali la violenza è stata sviluppata nel corso della guerra. Di essa vengono messi sotto il microscopio singoli frammenti, che possono però aiutare a comprendere meglio il fenomeno generale.

Accanto a questo, un altro percorso è possibile. Il Tribunale può infatti essere l'oggetto di uno studio volto alla ricostruzione del suo sviluppo e del suo operato. In questo caso sotto esame è un'istituzione internazionale, inedita e giovane; la sua genesi attraverso le dinamiche tortuose e spesso contraddittorie della diplomazia, i primi difficili passi nel '93-‘94, il suo rapporto con la politica e con l'opinione pubblica, la parte avuta dai diversi procuratori e dai giudici nel metterla in piedi e farla funzionare, l'impatto del suo operato nella regione e infine le critiche che gli vengono mosse da più
parti.

Nello studio del Tribunale dell'Aja convergono quindi tematiche e ambiti di studi abbastanza differenti. Esso implica tenere in considerazione in parallelo lo sviluppo della situazione sul terreno, le principali iniziative diplomatiche dei vari attori internazionali e i loro differenti approcci alla crisi jugoslava, e il processo di creazione del Tribunale. Porre in relazione questi tre livelli è utile, anche se si mettono in gioco un numero elevato di fattori. All'inizio l'impressione è che la sua storia corra parallela a quella della guerra in Jugoslavia, senza incrociarla. Il Tribunale si limita a registrare ciò che accade, ma non interagisce con gli eventi e, soprattutto, non ne modifica il corso.

Dare di essi una sommaria narrazione può però rendere almeno in parte l'idea della concomitanza dei due processi, quello della disgregazione di uno stato attraverso la guerra e quello della formazione dell'istituzione che questa guerra è chiamata a giudicare. Il conflitto ha suoi sviluppi interni e altri invece più legati all'azione diplomatica: questa a sua volta si muove in rapporto agli accadimenti sul terreno, ma anche in base a considerazioni legate a equilibri di potere tra gli stati e ad esigenze di politica interna. A un contesto politico così fluido ed eterogeneo, questa giustizia, che si forma strada facendo, oppone la forza della legge, per sua natura istanza rigida e non suscettibile di accomodamenti e correzioni di tiro. La contraddizione tra politica e giustizia costituisce la chiave di lettura più appropriata per interpretare la storia del Tribunale dell'Aja.

La scelta di questo argomento nasce dalla curiosità verso un'istituzione che spesso si sente nominare ma della quale in realtà si sa poco. Deriva inoltre Slobodan Milosevic all'Aja dal riconoscimento di una situazione particolare, inedita: un tribunale che giudica una guerra mentre essa è in corso. Studiare questo tribunale oggi, con una prospettiva storica, presenta alcuni problemi. In primo luogo esso non ha ancora esaurito il suo lavoro, che anzi è in pieno corso. All'Aja ogni mattina, all'apertura delle aule, si traccia il resoconto della morte violenta di un paese su degli atti giudiziari, sia attraverso le parole di coloro che l'hanno
voluta sia di chi l'ha soltanto subita sulla propria pelle. Nuovi tasselli si aggiungono così alla storia dei Balcani negli ultimi dieci anni. Tutti i giorni ci sono sviluppi nei processi e nell'azione investigativa, mentre la politica degli stati della regione è molto spesso influenzata dalle richieste che arrivano dal Tribunale, e scossa dalle sue sentenze.

La difficoltà più evidente nell'affrontare questo argomento è quindi il suo essere materia viva: le stesse guerre che il Tribunale deve giudicare si sono da poco concluse, e gli enormi problemi che hanno sollevato sono sotto gli occhi di chiunque abbia voglia di passare un weekend in questo angolo di Europa. Bastano poche ore di macchina per vedere i segni materiali della violenta dissoluzione della Jugoslavia, e poche parole per percepire nell'animo delle persone lo sconvolgimento portato dalla guerra. Sono avvenimenti che sicuramente chiunque fra noi ricorda direttamente, perlomeno attraverso le immagini passate per anni in televisione. La recente guerra in Kosovo è stata poi occasione di mobilitazione politica e attivismo umanitario per molti giovani, che attraverso essa hanno scoperto la realtà affascinante e complessa che sta oltre l'Adriatico.

Sulla guerra in Croazia e Bosnia è ormai possibile leggere un buon numero di testi autorevoli e documentati, che contribuiscono a formare una visione abbastanza chiara dei fatti e fanno luce su quali siano stati i passaggi cruciali. Non si può dire lo stesso del conflitto in Kosovo: su di esso, a causa della minor distanza che ci separa da quegli avvenimenti, esistono dati meno certi, e il coinvolgimento diretto dell'occidente e del nostro paese in particolare fa sì che lo stesso approccio all'argomento risenta dell'emozione ancora viva di quei giorni. Nell'osservare lo sviluppo di un organismo come il Tribunale dell'Aja e dell'effetto che esso ha avuto e ha tutt'oggi sui Balcani ci troviamo quindi di fronte a una storia quanto mai in divenire, che sconfina inevitabilmente nell'attualità quotidiana in cui noi stessi siamo immersi. Il lavoro di analisi e valutazione di qualcosa di questo genere, un magma ancora fluido, avrà necessariamente un carattere di provvisorietà.

A questo si aggiunge il problema delle fonti. Dice Hobsbawm che "nei nostri tempi, illimitatamente burocratizzati, documentati e illimitatamente indagatori, il problema fondamentale è quello di una quantità ingovernabile di fonti primarie, non di una loro penuria". Con lo sviluppo di Internet, il problema si è ingigantito ancor di più. Informazioni di ogni tipo sono diventate sicuramente più accessibili, ma nello stesso tempo sembrano essere infinite, si fatica a vagliarle tutte e a selezionare quelle più rilevanti e significative. Il vantaggio maggiore per lo studio del Tribunale è proprio che tutto il materiale da esso prodotto è disponibile su Internet. Uno dei suoi scopi è rendere accessibile a tutti il suo lavoro, permettere a quante più persone, nei Balcani e nel mondo, di assistere in diretta alla sua ricerca di verità. Il Tribunale rende pubblico attraverso il suo sito ogni aspetto dei procedimenti penali, nonché tutti i documenti ufficiali attraverso i quali esso "si racconta".

Si possono leggere gli atti d'accusa agli imputati, le sentenze di condanna, rapporti sulle attività dell'ufficio del procuratore, brevi resoconti dei processi ma anche le loro trascrizioni parola per parola. Sono poi disponibili tutti i rapporti all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, resoconti in cui il Tribunale, di anno in anno e in maniera dettagliata, descrive il proprio lavoro e i progressi ottenuti, sia nel campo investigativo che in quello processuale. La sua opera rappresenta sotto questo punto di vista uno sforzo di memoria senza precedenti: viene creato un enorme archivio delle atrocità che hanno sconvolto i Balcani per dieci anni, in cui spesso sono i protagonisti che parlano, e che ogni giorno cresce, aspettando solo di essere studiato. Ovviamente in questo caso è l'istituzione che parla di sé: bisogna quindi, se si indaga sull'istituzione stessa, non accontentarsi di sentire solo la sua voce, ma cercare più a fondo i retroscena o altri punti di vista sul suo operato.

In questo senso esiste sul Tribunale una grande produzione di testi giuridici, che trattano sia questioni tecniche più specifiche, che argomenti In un'aula del Tribunale dell'Aja legali di più ampia portata, ma al contrario pochi testi, soprattutto in italiano, che permettano di indagare il lato "politico" di questa istituzione. Bisogna quindi fare riferimento a fonti giornalistiche, numerose ma inevitabilmente più frammentarie e difficili da comporre in un quadro più ampio. E' appunto su Internet che articoli e commenti di ogni tipo sono presenti in grande numero. Di notevole importanza è il lavoro svolto dall'"Institute for War and Peace Reporting" di Londra, uno dei più autorevoli media elettronici indipendenti. Esso produce fin dal '96 un approfondito servizio informazioni settimanale di aggiornamento sul Tribunale, in inglese, serbocroato e albanese, attento sia agli aspetti processuali che alle ripercussioni delle sue attività nei paesi balcanici. Altri siti hanno eccellenti archivi di articoli e reportages sull'area, sia redatti da propri corrispondenti che tradotti da quotidiani e riviste locali.

Il presente lavoro è suddiviso in cinque capitoli. Nel primo si ricostruisce brevemente la storia del Tribunale di Norimberga, tracciando un paragone tra questo e quello dell'Aja per cercare di capire in che misura e sotto quali aspetti le due istituzioni si somiglino o invece siano due esperienze differenti. Si tratteggia anche il giudizio odierno su quel tribunale, giudizio che non è univoco e tocca temi in parte comuni alle critiche mosse oggi al Tribunale dell'Aja.

Il secondo capitolo è dedicato alla ricostruzione degli eventi che hanno portato i grandi stati occidentali all'idea di costituire un tribunale come risposta alla prima guerra sul continente europeo dopo cinquant'anni. Esso racconta in parallelo i primi esitanti passi di questo organismo, i cui rappresentanti si trovano a dover intraprendere un lavoro pionieristico di progettazione istituzionale e giuridica, e i sanguinosi eventi che si susseguono nel frattempo sul terreno in Bosnia, sui quali i giudici saranno chiamati a pronunciarsi. Vengono sottolineate le contraddizioni che fin dall'inizio rendono il suo stabilirsi difficile e travagliato, stretto tra due istanze che in quel momento sono incompatibili: l'esigenza di giustizia e gli sforzi per arrivare alla pace.

Oggetto del terzo capitolo è la situazione della Bosnia Erzegovina dopo gli
accordi di Dayton e il ruolo che in essa ha il lavoro del Tribunale dell'Aja. Alla
sostanziale incapacità di trovare uno spazio a conflitto in corso, segue dopo la guerra una maggiore attività nel perseguire i criminali. Nonostante la sua operatività sia aumentata, i risultati del Tribunale sono viziati dall'impossibilità politica di perseguire i maggiori responsabili dei crimini, che sono al tempo stesso partner indispensabili per il mantenimento della pace. All'inizio i giudici ripongono molta fiducia nella presenza delle truppe multinazionali, ritenendo di avere finalmente a disposizione una forza di
polizia giudiziaria che permetta di svolgere i mandati di cattura. Il loro ottimismo viene presto frustrato dalla difficoltà di un'azione decisa nei confronti dei responsabili di crimini, che conservano intatto il loro potere in uno stato fondato sulla pulizia etnica. Si prende poi in considerazione l'atteggiamento di Serbia e Croazia nei confronti del Tribunale, mostrando come esso sia un fattore importante nella politica interna di questi
stati, col quale Milosevic e Tudjman devono fare i conti. Da un'analisi di come le due leadership nazionaliste si rapportano alle richieste del procuratore emerge la loro difficoltà nel sostenere una politica di collaborazione, necessaria per potersi avvicinare ai privilegi economici dell'Europa, senza intaccare nel contempo la propria base di consenso interna.

Il deterioramento della situazione in Kosovo e l'internazionalizzazione della
questione albanese all'interno della Federazione Yugoslava sono trattati in maniera sintetica all'inizio del quarto capitolo. L'intervento dell'Alleanza Atlantica e le sue modalità hanno sollevato un dibattito molto acceso su questioni sia giuridiche che etiche, al quale si accenna brevemente. Lo scoppio della guerra corrisponde a una terza fase nella storia del Tribunale, in cui esso diventa a tutti gli effetti un attore politico di primo piano. Prima il coinvolgimento diretto del procuratore sul campo, poi la sua incriminazione a Milosevic hanno una ricaduta immediata sia sotto il profilo mediatico
che nelle dinamiche politiche. L'atto d'accusa a Milosevic segna una svolta nella conduzione della guerra e contribuisce a riorientarne gli obbiettivi, e ha quindi un notevole valore strategico. Ci si trova qui di fronte in maniera evidente alla tensione tra le istanze della politica e l'esigenza di giustizia. Questi due elementi, la cui convivenza sembrava impossibile nella sistemazione della Bosnia di Dayton, convergono in questo momento in quello che sembra essere l'atto finale di una tragedia, a lungo rimandato.
Da questa convergenza emerge anche quale sia il reale spazio di manovra del Tribunale.

Il quinto capitolo è dedicato alla pulizia etnica, parola che riassume in sè tutti i crimini commessi durante le guerre jugoslave ed essa stessa caratteristica principale di queste guerre. Nella prima parte del capitolo si analizza questo concetto, identificando la sua rilevanza all'interno della storia del ventesimo secolo. Viene sottolineato il suo rapporto con quello di genocidio, anche in relazione alle interpretazioni del Tribunale.

Si passa poi ai due atti d'accusa a Milosevic, quello riguardante la Croazia e la Bosnia e quello riguardante il Kosovo. Viene analizzato il concetto di impresa criminale (joint criminal enterprise), usato dai procuratori per dimostrare la colpevolezza dell'ex leader serbo. Il contenuto dei due documenti viene riassunto, sottolineando la differenze nella strategia accusatoria adottata dall'accusa nei due casi. Si evidenzia come da essi emerga un'interpretazione particolare degli eventi, e quali affinità questa può avere con quella storica. La lettura di questi documenti, in particolare di quello riguardante Croazia e Bosnia, permette di comprendere in che modo Milosevic ha usato le strutture dello stato, serbo e federale, per un'impresa criminale. www.osservatoriobalcani.org/



Sul Danubio, pedalando tra due mondi
Tina Cosmai





Guillame Prébois
Il mio Danubio
Ediciclo Editore
Pag. 142 Euro 13,00

La lettura de Il mio Danubio di Guillame Prébois, dà una sensazione di fresca libertà, come un lungo respiro d’aria rarefatta.
E’ il racconto d’un viaggio in bicicletta costeggiando il Danubio, unico fiume europeo che scorre orizzontalmente. Un viaggio verso l’oriente, alle porte della Turchia, in quella parte estrema d’Europa, braccio teso a levante. Un viaggio che raccoglie culture, panorami, musiche, lingue diversi in un continente che si apre su due mondi.

Prébois parte dalla Foresta Nera, luogo d’origine del Danubio nella regione di Baden-Wurttemberg la parte teutonica del corso d’acqua; prima tappa da Donaueschingen a Ulm fino in Austria. Qui il Donau è armonioso, cristallino, è il fiume di Goethe, della Canzone dei Nibelunghi, dell’Europa federale che ha eliminato le dogane, del turismo nella regione di Wachau, densa di abbazie, vigneti e campi fertili. L’autore ne è affascinato, certo, ma è in direzione di Bratislava che i sentimenti si rafforzano, “queste terre di confine senz’anima – scrive Prébois - queste vaste pianure boschive tra l’Austria e l’ex Cecoslovacchia ispirano malinconia e tristezza. Furono per molto tempo un archetipo dell’altra Europa”.

Il Danubio ora ha un nome rigido, chiuso, Dunaj, e la gente solleva sospetti sulla nuova Europa dell’euro, su una prosperità tanto agognata ma forse irraggiungibile, “un’Europa alla rovescia”. Il viaggio verso l’oriente è colmo di solitudine, attraversa paesaggi agricoli e città barocche e tristi come Budapest, pianure desolate come la Puszta; un mondo quasi metafisico, surreale, che fa venire in mente le “tele di Giorgio De Chirico”. Qui il Danubio ha ceduto la sua connotazione culturale e turistica, perdendosi nel territorio, divenendone parte quasi marginale.

Passaggio in Serbia-Montenegro, alla dogana di Tovarnik. Luoghi assenti di vita e colmi di una drammaticità ancora recente. Qui il ricordo della guerra è vivo, brucia nelle campagne di vigneti e di mais. “Il Danubio mi sembra lontano – racconta Prébois – è abbandonato alla sua sorte, le sue rive sono dimenticate, a volte disseminate di detriti. Trascurate. Il Dunav serbo è un’entità straniera e inutile qui, in Vojvodina, dove è venerato solo il dio della terra”. E le donne serbe sono misteriose seduttrici dalla chioma nera e setosa all’occhio dell’autore, che pedala nel ricordo dei bianchi e generosi corpi tedeschi, dei sorrisi austriaci, della bellezza ungherese così riservata, e delle gambe lunghe e belle delle donne croate. Belgrado, una città quasi turca, è avida del tempo perduto, vive la notte come il giorno, esasperata. Un dedalo di confini, un intreccio di popoli: la Serbia e la Romania si toccano quasi; sull’altra riva c’è il Dunarea ora, la porta d’accesso tra l’Europa e l’Oriente, teatro di battaglie antiche tra tartari e turchi. E in Bulgaria il Danubio ritrova la sua anima poetica, in uno “stile di vita rimasto ancestrale, lontano dallo stress, la malattia inventata dall’uomo post-moderno”.
Tra le selvagge campagne bulgare, il Danubio verde e triste riscatta la sua anima romantica e ridiventa protagonista del territorio; finalmente, dopo tanto abbandono in Serbia.

Sono tre settimane di viaggio ormai e il corpo è stanco, la schiena indolenzita ma, “viaggiare a est significa migrare controcorrente, ricercare l’essenzialità, la disintossicazione dalla superficialità”. L’arrivo a Ruse, la “piccola Bucarest”, è un po’ come tornare nella Mitteleuropa austriaca, tra palazzi color ocra, parchi, ricordi di infanzie letterarie: Elias Canetti visse al numero 12 di Ulica Slavianska. La Bulgaria non è più misteriosa ora, ma cosmopolita e industrializzata. Vivono le fabbriche chimiche nate durante la dittatura di Ceausescu, tra il dolore tutto moderno di aver perduto un milione di giovani dopo la caduta del muro di Berlino. Sono andati via, in altri Paesi europei; gli sforzi professionali qui sono finiti con il comunismo, denuncia qualcuno.

In Romania il Danubio comincia a disgregarsi nella discesa verso il Mar Nero. E’ una tappa triste questa che annuncia l’imminenza della fine, verso Cernavoda, dove Ceausescu fece costruire la prima centrale nucleare rumena. A Murighiol il Danubio si spegne tra incroci cromatici di case, terra e cielo. E il viaggio, definito da Prébois un pellegrinaggio, si compie: “ l’ho seguito dalla sorgente al delta – scrive - dalla vita alla morte”.www.osservatoriobalcani.org/






L’Europa e la definizione dell’“altro”
Il difficoltoso tentativo europeo di definire i propri confini. Le frontiere sono sinonimo di sicurezza ma anche di repressione. Non solo verso l’esterno, anche verso l’interno.



Nell’epoca moderna in Europa si è sviluppato un sistema statuale tracciato da confini. L’invenzione europea di uno stato territoriale, chiaramente delimitato, insieme al sistema capitalistico, si sono imposti come modello standard di organizzazione politica. Legare delle identità politiche all’appartenenza ad un popolo e ad un territorio, è diventato per noi talmente immediato che l’esistenza di confini geografico-politici e la definizione degli individui in base alla cittadinanza ci appare assolutamente naturale. In tempi recenti, il carattere vincolante così come l’assoluta rigidità delle frontiere sono stati parecchio relativizzati da flussi transnazionali di persone, informazioni, merci e valute. Allo stesso modo in Europa sono riemerse tendenze alla ricreazione e irrigidimento delle frontiere. Mentre i confini interni dell’Ue perdono sempre più di valore, quelli esterni, invece, vengono progressivamente eretti. Caratteristico di questo fenomeno è il dibattito in atto tra le élite sull’identità europea. La costruzione dell’identità va sempre di pari passo con quella dell’“altro” (non-europeo), da cui ci si vuole distinguere e difendere. Gli “altri” possono assumere varie caratteristiche: la minaccia musulmana (i turchi, i terroristi), la minaccia del caos (i Balcani, la Russia), la minaccia della povertà (l’Africa: le navi di profughi sulla costa mediterranea), la minaccia dell’unilateralismo (gli Stati Uniti), la minaccia dello straniero (l’affermazione di stili di vita estranei alla dominante cultura europea). Tutte queste diversità insidiose vanno o assimilate oppure lasciate fuori, espulse. I confini creati dalla dialettica sono la premessa indispensabile per erigere materialmente la fortezza Europa, in modo da difendere le frontiere esterne e la fragile identità europea.

Emarginazione e adattamento

I confini hanno la funzione di garantire protezione all’interno, gli effetti, però, sono soprattutto di repressione. I confini servono per legittimare e consolidare privilegi: nella loro apparente ovvietà le frontiere suggeriscono una legittima rivendicazione dei cittadini dell’Unione sul loro territorio e sui valori vigenti all’interno di questo. Che gli “altri” possano avere la stessa pretesa sui beni europei, che gli “altri” possano avere lo stesso diritto di stabilirsi e muoversi liberamente sul territorio europeo, come noi , che agli “altri” vengano concessi gli stessi diritti di partecipazione democratica, come a noi, ci sembrano semplici considerazioni astratte, in una realtà in cui le frontiere vengono accettate quasi come norme di diritto naturale.
Tuttavia, perché l’identità costruita resti omogenea all’interno, le differenze vanno livellate. L’elemento “non-europeo” va assimilato, normalizzato. Vengono definiti “accettabili” solo quegli stranieri che si adattano alla cultura dominante europea. Le frontiere possono assolvere alla loro funzione solo se viene mantenuta la finzione che esse separano accuratamente l’identità all’interno dall’estraneità che sta fuori.

Europa postmoderna

In questo senso è proprio l’integrazione europea ad offrire l’opportunità di superare il pensiero moderno-territoriale legato al concetto di frontiere rigide. Nella politica europea si confondono e sovrappongono diverse rivendicazioni di lealtà. I confini dell’Europa restano  alla luce del processo di allargamento in corso  qualcosa di provvisorio, mutabile, labili demarcazioni per cui l’identità risulta ancora in movimento. Sul pensiero modernista incombono delle decisioni: “Dove sono i confini dell’Europa? Su cosa si fonda l’identità europea? Chi ne fa parte e chi no?” La tentazione di rispondere una volta per tutte a questi interrogativi per creare finalmente ordine e chiarezza, va combattuta. Proprio la sua apertura, la sua indecisione, la sua molteplicità, la sovrapposizione di diversi piani, l’aspetto nebuloso, fluido, fanno dell’Europa un appassionante progetto postmoderno.

Un’Europa postmoderna è dotata di un grosso potenziale capace di includere nuovi stili di vita e modi di pensare e di sviluppare nuove forme di democrazia in grado di arginare gli aspetti totalitari e repressivi del concetto moderno di stato www.cafebabel.com/it

Lettera aperta di Padre Alex Zanotelli a Benedetto XVI
di Padre Alex Zanotelli

Roma. Il mensile dei missionari comboniani Nigrizia pubblica nel prossimo numero una lettera aperta scritta da padre Alex Zanotelli a Papa Benedetto XVI. Reporter Associati, che ha ricevuto il testo, volentieri la pubblica integralmente.
"Caro Papa, vorrei chiederti subito che quell’attenzione che Giovanni Paolo II ha avuto nei confronti dell’Africa sia anche la tua attenzione. Nessun continente sta soffrendo quanto questo. Nella Sollicitudo rei socialis, il miglior documento in campo sociale di Giovanni Paolo II, il tuo predecessore suggerisce che la chiesa potrebbe alienare parte dei propri beni per andare incontro ai bisogni degli ultimi”.

"Io credo che le chiese, d’Occidente in particolare, dovrebbero mobilitarsi anche su questo versante per far partire una nuova valanga di solidarietà nei confronti delle chiese d’Africa. Non parlo di elemosina, bensì di un’attenzione progettuale. Credo che come chiesa potremmo farcela".

"Questa, per me, non è una questione solo etica".

"È una questione teologica che tocca la nostra stessa fede: non possiamo tenere insieme nella stessa chiesa “uomini dei dolori” e altrettanti “Pilato”; (come ha scritto il teologo e tuo amico Johann Baptist Metz) perché è chiaro che siamo anche noi cristiani responsabili di tanta sofferenza umana. Se tu riuscissi ad avviare questa dinamica nella chiesa, ne trarremmo tutti un gran giovamento. Un passo di questo genere ci darebbe modo anche di cambiare una mentalità, radicata nelle società e anche nelle chiese occidentali, che ci ha indotto per lunghi secoli a disprezzare sia le culture sia le religioni tradizionali africane".

"Eppure oggi sappiamo che l’Africa è la nostra madre".

"Non solo: aggiungo che l’Africa è il polmone antropologico del mondo, una ricchezza che dobbiamo cominciare a cogliere, ad apprezzare, ad ammirare, a sostenere. Se tu, caro Papa, ci guiderai in questa direzione, sono convinto che la chiesa farà passi in avanti verso ciò che chiamiamo inculturazione del Vangelo, cioè quel processo per cui la Parola prende carne nelle diverse culture e non assume solo una coloritura culturale superficiale. A questo riguardo, bisogna dire che in questi ultimi anni ci siamo davvero bloccati, se non abbiamo fatto passi indietro".

"C’è bisogno di tornare a riflettere su ciò che ci hanno detto alcune grandi voci africane: penso, ad esempio, al cardinal Joseph-Albert Malula, arcivescovo di Kinshasa, o al cardinal Hyacinthe Thiandoum, arcivescovo di Dakar. Quest’ultimo, al Sinodo africano di Roma nel 1994, ha detto con grande serenità e franchezza che le chiese africane non devono elemosinare una loro liturgia perché ne hanno semplicemente diritto. Come hanno diritto a una loro teologia. Per questo, visto che il tuo predecessore ha già convocato un nuovo Sinodo per l’Africa, sarebbe bello se diventasse un Concilio africano, celebrato in Africa".

"Per poter davvero avere una chiesa che sia autenticamente cristiana e autenticamente africana".

"Mi sembrano essere queste alcune grandi traiettorie che, tra l’altro, possono rappresentare una credibile risposta all’islam. La sola, autentica risposta che possiamo dare all’islam è dimostrare che l’esperienza cristiana può profondamente incarnarsi in Africa e diventare un cristianesimo africano. Con la speranza di avere presto un Papa nero. Mi piacerebbe se tu, caro Papa, ricordassi alla chiesa d’Occidente, alla “tribù bianca” (come ci chiamano a Korogocho) che deve essere convertita".

"Se la tribù bianca non si convertirà – agli ultimi, al rispetto dell’altro – non ci sarà futuro".

"Ecco allora che la missione diventa davvero globale. E che Gesù, che vuole che ci sia vita per tutti, sorregga te – come ha fatto con Pietro – e ti induca a prendere il largo e a gettare le reti…"

Padre Alex Zanotelli

redazione@reporterassociati.org





aprile 25 2005

Liberazione, Prodi: «Berlusconi non festeggia, noi difendiamo i valori della Resistenza»
di red

La Liberazione, i valori della Resistenza come cardini della Costituzione e della vita democratica del Paese. Il presidente della Repubblica Ciampi non ha mai smesso di ricordare in questi termini la festa del 25 aprile. Alla quale ques’anno grossa parte del centrodestra ha deciso di non partecipare, compreso Silvio Berlusconi, tutto preso nel week end con la lista dei sottosegretari e gli incastri per non scontentare nessun alleato. Ma non è per questo che non sarà a Milano lunedì con il Capo dello Stato. Il leader del centrosinistra Romano Prodi sottolinea l’assenza e vi apre una riflessione sulle ragioni per onorare il 25 aprile a difesa della Costituzione attaccata proprio dai progetti di riforma della Casa delle Libertà: il premierato alla Berlusconi , la riduzione delle prerogative e dei compiti del presidente della Repubblica, il Parlamento declassato al rango di organo di ratifica dell’esecutivo.

«È un motivo di inquietudine - sottolinea Prodi - che il presidente del Consiglio di questi anni trascorsi non abbia mai considerato un suo dovere civile e politico prendere parte alle celebrazioni della Liberazione».La festa, per Prodi, serve a ritrovare le «ragioni dell'unità della nazione e il senso della patria comune che oggi sono messe a rischio da progetti dissennati di riforma della Costituzione», che è «un bene troppo grande per essere messo sul piatto di scambi di fazione e di interessi di parte. La Costituzione è e deve restare la carta dell'unità del Paese e dell'appartenenza di tutti gli italiani alla stessa casa in una Europa sempre più vicina e unita».

«La Liberazione -avverte Prodi- non può essere oggetto di una storicizzazione di comodo che relativizzi ed equipari le scelte di valore opposto compiute in quel periodo drammatico. Non potrà mai essere considerato allo stesso modo chi combattè contro i nazisti e contro la Repubblica di Salò e chi combattè, magari in buona fede, per un'Italia serva e vassalla del III Reich. Da diversi anni, ormai, correnti politiche e culturali interessate ad annacquare la memoria e il valore dell'antifascismo cercano di minimizzare il significato della Resistenza e di relativizzare le scelte dei protagonisti di quel tempo. Si tratta di tendenze - scandisce - che vanno contrastate».

La polemica sull’equiparazione dei partigiani con i repubblichini, resta viva. E Prodi conferma la sua ferma ostilità verso conclusioni che tendano a parificare le due parti in nome di una comune “buona fede”. Per lui una parte resta “sbagliata”, anche se «vi furono errori ed eccessi e pure atrocità, anche da parte di taluni che combatterono dalla parte giusta».

E alla domanda come vivere oggi il 25 aprile, la risposta di Prodi è l’augurio che «diventi sempre più una festa di tutti gli italiani sulla base della verità storica dell'antifascismo e dei valori fondamentali di democrazie e di libertà che rappresenta». «E poi -aggiunge - impegnandosi perchè uno spirito analogo a quello che mosse la generazione della guerra in uno slancio generoso per la ricostruzione del Paese possa rivivere oggi in una fase in cui il Paese ha sempre più bisogno di un governo serio e politicamente responsabile, per avviare di nuovo un'opera di ricostruzione che, accanto alla competenza e all'entusiasmo, ha bisogno di alimentarsi anche di un forte fondamento etico. E, infine, ritrovando e rifondando le ragioni dell'unità della nazione e il senso della patria comune che -avverte- oggi più che mai, sono messe a rischio da progetti dissennati di riforma della Costituzione».

Il messaggio di Prodi, naturalmente, non piace al centrodestra. In particolare a Sadro Bondi, il coordinatore azzurro che da giorni polemizza su questi temi con il leader dell’Unione e ora lo accusa di «guastare la festa». «Prodi vuole evidentemente rovinare anche quest'anno la festa del 25 aprile – dice Bondi -. Solo così si spiega la sua uscita per cui la Cdl non si riconoscerebbe in questa ricorrenza. Anche in questa vicenda si comprende che Prodi sia interessato unicamente a dividere il Paese, a fomentare gli odi e le inimicizie, piuttosto che, al contrario, approfittare di questa data per unire gli italiani sulla base di alcuni valori comuni».E il vice presidente del gruppo di Forza Italia al Senato Lucio Malan gli dà man forte definendo l’intervento di Prodi un «comizio».

Il presidente dello Sdi, Enrico Borselli fa però notare che per fugare ogni dubbio sulla volontà di riconoscersi nella Liberazione basterebbe che Berlusconi si presentasse a Milano in piazza lunedì. unita.it




Il disturbo delle agenzie di spionaggio viene da Fort Meade
L'orecchio dell'America sulla guerra al terrore tormentato da morale basso e fallimenti dirigenziali

di Wayne Madsen

Fin'ora, ben poco e' stato riportato su come le disastrose politiche di intelligence dell'amministrazione Bush abbiano condizionato l'agenzia di sicurezza nazionale (National Security Agency - NSA).

Secondo alcuni interni della NSA, il capo dell'agenzia di intelligence per la raccolta di messaggi (SIGINT) e' stato tormentato da faide interne, da fallimenti della direzione e da pressioni politiche esterne, che hanno assillato altre agenzie di intelligence statunitensi, quali FBI, CIA, agenzia di intelligence per la difesa, agenzia nazionale di intelligence geo-spaziale e ufficio nazionale di ricognizione.

Questi interni danno la colpa dei problemi a Fort Meade, in Maryland, base in mano al direttore di agenzia e generale dell'aviazione Michael V. Hayden e alla sua cricca di stretti consiglieri, pochi dei quali con un passato nel campo dell'intelligence. Hayden e' direttore della NSA fin dal marzo del 1999, il piu' lungo mandato mai avuto da un direttore di quest'agenzia. La Casa Bianca non ha solo esteso il mandato di Hayden, ma lo anche nominato primo vice direttore dell'intelligence nazionale, dove servira' sotto Negroponte.

Il regno di Hayden alla NSA e' stato marcato dalla riduzione dei civili di carriera mediante pensionamenti forzati o dimissioni, appalti di posizioni governative, intimidazioni, esami psichiatrici e psicologici forzati per dipendenti "problematici", aumento dei carichi di lavoro per i turnisti senza aumento del personale, irragionevoli perquisizioni da parte del personale di sicurezza, blocco dell'aumento salariale per il personale di carriera. Molti dipendenti della NSA stanno soffrendo lo stress e la fatica, e questo sta negativamente influenzando le loro prestazioni lavorative.

Uno dei problemi operativi piu' pervasivi alla NSA deriva dal fatto che quando civili qualificati, linguisti militari, analisti, ed altro personale operativo arrivano per un certo compito e sono integrati nei vari centri operativi, in breve tempo vengono trasferiti in Iraq.
Questo porta un carico di lavoro eccessivo per i civili di carriera alla NSA.

In altri casi, dipendenti con molta esperienza sono stati costretti a uscire dalla NSA per divergenze politiche, specialmente per quelle relative alla guerra in Iraq. Un linguista che parlava correntemente 14 lingue, comprese arabo, russo, giapponese, hindi, cinese, greco moderno, e spagnolo, fu costretto al pensionamento per divergenze politiche con la dirigenza della NSA. Questa invento' delle accuse contro il linguista. Un altro analista, che lavorava a stretto contatto con la divisione immagini satellitari della CIA in Iraq e in altri punti caldi, fu ripetutamente molestato dal personale di sicurezza della NSA, simile alla Stasi. In altri casi, i dipendenti esperti che non rientravano nei canoni sono stati accusati di infrazioni tanto ridicole quanto moleste: possesso d'armi e disturbi della personalita'.

Quando Hayden inizio' il suo ridimensionamento di civili alla NSA, nel 2000, i professionisti di carriera lo descrissero come un "colpo di stato interno". Per molti dipendenti di lunga data, era evidente che non si trattava di un messaggio piacevole. Comunque, per gli esterni, Hayden ha rappresentato un direttore "cortese e premuroso". Durante le riprese del film sulla NSA, "Nemico dello stato", Hayden invito' la star Will Smith a visitare il centro operazioni di sicurezza nazionale (National Security Opertaions Center - NSOC). Ai membri della troupe cinematografica fu permesso di comprare curiosita' e souvenir dal negozio regali dell'agenzia. In aggiunta, Hayden ha tenuto aperte le porte della NSA a 60 Minutes, Nightline, e altri media informativi. Comunque, per gli impiegati di carriera, il pugno di ferro di Hayden gli ha fatto guadagnare il sopranome di "Hitler Hayden".

Hayden sembra anche piu' concentrato sulle relazioni pubbliche che sulla missione della NSA. Gli interni ricordano la presenza di due analiste nel settore truffe e smentite (Denial and Deception, chiamato "D and D" in lingua NSA) del NSOC che non facevano altro che cercare nei media storie sulla NSA, positive e negative. I posti di lavoro di questo tipo sono duplicati nell'ufficio del consiglio generale di Hayden.

Il personale di carriera della NSA afferma che il loro membro piu' anziano, il vice direttore William B. Black Jr., mostra un certo interesse per la loro difficile condizione. Un membro NSA di lunga data ha affermato che Black si appisola spesso ai meeting dello staff di Hayden. Nel 2000, Black, un dipendente della NSA in pensione con 38 anni di servizio, fu riassunto da Hayden presso l'organizzazione internazionale di scienza applicate (SAIC) per essere il suo vice. La scelta di Black da parte di Hayden, fuori dall'agenzia, fu considerata uno schiaffo in faccia alla linea di quei funzionari che avrebbero dovuto normalmente essere i prossimi per la promozione ai posti piu' bramati. Quell'affronto inizio' a condizionare seriamente il morale dell'agenzia poco piu' di un anno prima dell'11 settembre 2001, giorno degli attacchi a New York e Washington.

Dopo l'11 settembre e le conseguenti rivelazioni secondo cui la NSA aveva intercettato due chiamate telefoniche in lingua araba il 10 settembre 2001 ("Domani e' l'ora zero" e "La partita sta per iniziare") che indicavano un imminente attacco di Al Qaeda e che non vennero tradotte ed analizzate in tempo per agire, Hayden stava cercano dei capri espiatori. Secondo gli interni della NSA, ne trovo' uno in Maureen A. Baginsky, il direttore del consiglio di amministrazione dell'intelligence dei messaggi (SIGINT). Secondo gli interni della NSA, a Baginsky, un veterano con 27 anni nella NSA e linguista di russo e spagnolo, fu tesa una trappola da Hayden e dalla sua squadra. Nel 2003, Baginsky fu nominato assistente esecutivo del direttore dell'intelligence FBI.

Un altro progetto "innovatore" di Hayden, l'appalto di posti della NSA, e' anche stato usato dai consiglieri di Hayden per assegnare la responsabilita' dei fallimenti dell'11 settembre alla NSA.

Comunque, il personale operativo di carriera alla NSA potrebbe essere spremuto non tanto per divergenze politiche ma per quel che sa sulle bugie dell'amministrazione Bush. In aggiunta alle ovvie bugie sulle armi di distruzione di massa (weapons of mass destruction - WMD) irachene, molti sono ben consapevoli che quel che accadde la mattina dell'11 settembre non fu esattamente quel che ha riportato la Casa Bianca.

Per esempio, George W. Bush ha parlato delle eroiche azione dei passeggeri e del personale a bordo dello United Flight 93 sopra la campagna della Pensylvania. Comunque, il personale della NSA in servizio al NSOC quella mattina ha una versione molto diversa. Prima che il volo 93 cadesse in Pennsylvania, il personale delle operazioni NSA noto' chiaramente sul sistema di monitoraggio delle comunicazioni militari e civili che "i caccia sono occupati" con l'aereo sequestrato. Il personale NSOC fu velocemente destituito dall'area tattica del NSOC dove il sistema era localizzato, lasciando solo qualche alto funzionario. Il personale della NSA e' ben conscio che il segretario alla difesa Donald Rumsfeld non stava "sparlando" quando, riferendosi alle truppe a Baghdad durante il Natale dello scorso anno, disse "le persone che hanno attaccato gli Stati Uniti a New York, fecero cadere l'aereo in Pennsylvania". Loro credono che la Casa Bianca abbia inventato la storia "i-passeggeri-hanno-fatto-cadere-l'aereo" per pura propaganda.

Il morale alla NSA e' precipitato a causa delle ripetute coperture di brecce nella sicurezza da parte di alti funzionari. Mentre i dipendenti di basso livello sono soggetti a valutazioni psicologiche e psichiatriche abusive per aver disapprovato i sommari resoconti dell'intelligence forniti agli utenti esterni o "consumatori" e persino per questioni mondane, altri sono stati promossi. Ironicamente, uno degli psichiatri usati dalla NSA per scovare i problemi o i dipendenti scontenti e' stato di recente trovato dalla polizia mentre coltivava marijuana nella sua casa a Crofton, in Maryland.

In un altro caso, dopo le suggestive fotografie di un capitano d'aviazione donna, che era stata assistente di Hayden, fu trovato un sito web pornografico sotto il nome di Capitan amErika. La sicurezza della NSA non puni' nessuno e nemmeno interrogo' seriamente l'ufficiale in questione. Il sito web era stato apparentemente creato dall'ex marito dell'ufficiale. Dopo che la NSA ricorse ad un'azione legale, il sito fu rimosso. La NSA sosteneva di essere preoccupata per il sito perche' conteneva i nomi di stazioni NSA, inclusa la stazione di intercettazione Bad Aibling in Germania. Comunque, un gruppo di funzionari che si opponevano ai doppi standard di condotta imposti al personale di leva e agli ufficiali ha ri-creato buona parte del sito web originale Capitan ameErika presso www.captainamerika.us. L'amministratore del sito si trova a South Bend, in Indiana. Il sito continua a riferire di Bad Aibling e del sistema NSA per l'intercettazione di comunicazioni noto come "Echelon", contiene il materiale pornografico originale, ed emette severe dichiarazioni sulla condotta personale del generale Hayden. Il sito web afferma che l'ufficiale noto come Capitan ameErika e' stato promosso maggiore ed e' sulla buona strada per la promozione veloce a tenente colonnello.

Ci sono stati altri scandali sessuali alla NSA senza o quasi senza provvedimenti nei confronti degli accusatori. Nel 1999, un alto funzionario della NSA, con incarico all'estero, fu arrestato dalla polizia nella sua stanza di hotel mentre filmava un video sessuale con un bambino. Il funzionario fu costretto ad andare in pensione ma divenne un appaltatore della NSA in Florida prendendo due o tre volte il salario che aveva alla NSA. In un incidente piu' recente, un operatore NSA SIGINT che stava monitorando l'attivita' in internet di una certa persona che aveva a che fare con l'accesso a siti web di pornografia infantile, rimosse i filtri di sicurezza della NSA per guardare il materiale pornografico: una violazione delle procedure operative.






Un rapporto di 600 pagine rilasciato di recente dalla Commissione presidenziale sui fallimenti dell'intelligence per quel che riguarda le armi di distruzione di massa in Iraq, co-redatto dall'ex senatore democratico Charles Robb, ha concluso che non sussistono prove per cui l'amministrazione Bush avrebbe fatto pressioni sulle agenzie di intelligence statunitensi per "preparare" (nell'originale "cook" - cucinare, ndt) o "perfezionare" (nell'originale "cherry pick" - aggiungere la ciliegina, ndt) l'intelligence in modo da giustificare la guerra all'Iraq. Piu' che l'attenzione alle pressioni sulle agenzie da parte del vice presidente Dick Cheney, del segretario alla difesa Rumsfeld, e di altri funzionari neo-conservatori nel consiglio di sicurezza nazionale, il Pentagono, o il dipartimento di stato, il rapporto biasimava le agenzie di intelligence per aver fornito informazioni "ingannevoli" o "prive di valore" sulle armi di distruzioni di massa in Iraq ai fautori della politica di Bush. Silberman, una figura chiave nello scandalo Iran-Contra, quando era un giudice della corte d'appello degli Stati Uniti per il distretto della Columbia, disse a Bush, nel briefing per la Casa Bianca che conteneva il rapporto finale che "Non abbiamo alcuna prova di informazioni fasulle da qualcuno nella comunita' dell'intelligence".

Quel che sta accadendo alla NSA si verifica anche nella CIA e in altre agenzie. Un alto ufficiale della CIA ha citato in giudizio la CIA stessa per averlo licenziato lo scorso agosto, essendosi rifiutato di falsificare i rapporti sulle armi di distruzione di massa in Iraq per giustificare l'attacco preventivo della Casa Bianca. Come l'ex linguista di arabo e russo alla NSA, l'ufficiale della CIA fu indagato per infrazioni di carattere personale: questa fu la rappresaglia per essersi rifiutato di produrre informazioni (fasulle, ndt) per la Casa Bianca. Nel caso dell'ufficiale della CIA, l'indagine della CIA fu avviata per presunta cattiva condotta finanziaria e sessuale.

Il rapporto della commissione d'intelligence sulle armi di distruzione di massa ha fallito nell'individuare le cause di fondo dei fallimenti dell'intelligence statunitense: cattiva gestione e corruzione nelle alte sfere. L'incompetenza e gli atti illeciti sono perpetuati alla NSA, alla CIA e in altre agenzie. George Tenet, tipo dannoso per il morale della CIA come lo e' stato Hayder per quello della NSA, si dimise da direttore della CIA e fu insignito di una medaglia dal presidente Bush. Il suo successore, Porter Goss, ha messo in pratica una purga dirigenziale ordita dai neo-conservatori nell'amministrazione. Hayden, che ha permesso che il morale alla NSA scendesse ai piu' bassi livelli di sempre, e' stato promosso al consiglio di amministrazione dell'intelligence nazionale come deputato.

A causa del suo fallimento nell'attribuire le responsabilita' ai piu' alti ufficiale dell'intelligence statunitense e delle sue continue molestie ai professionisti di carriera, l'amministrazione Bush continua a mandare messaggi per cui mentire, ingannare, e comportarsi in modo inappropriato e' ok. E questi consisteranno in licenziamenti, pensionamenti anticipati, molestie ed indagini su accuse imbarazzanti.

Wayne Madsen e' un giornalista di Washington DC e un columnist noto in tutta la nazione. E' l'autore del libro di prossima pubblicazione "Jaded Tasks: Big Oil, Black Ops & Brass Plates". Fu assegnato all'agenzia di sicurezza nazionale durante l'amministrazione Regan.

Fonte:www.onlinejournal.com
Link: http://www.onlinejournal.com/Special_Reports/041205Madsen/041205madsen.html
12.04.05
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CARLO MARTINI


L'IMPERO ACCELLERA


di Giulietto Chiesa
da Galatea di maggio 2005

Metti insieme i dettagli ed ecco emergere il ritratto della situazione, sempre più netto con il passare dei mesi, sempre più inquietante. Il secondo mandato di George Bush sarà come il primo, più duro del primo. L'Impero non solo non dà segni di volersi fermare a riflettere, ma procede, anzi accelera; travolge chi si contrappone...


Condoleeza Rice, il nuovo segretario di Stato, torna in Europa per la seconda volta in pochi mesi. Come un'Erinni infuriata mette piede a Mosca, apparentemente per preparare il prossimo vertice tra Bush e Putin, ma in sostanza per bacchettare sulle dita il presidente russo, sempre più sconcertato.

Poi va a Vilius per incontravi i leader dell'opposizione bielorussa a Lukashenko. E, nel corso dell'incontro, proclama che la Bielorussia è “l'ultima dittatura rimasta in Europa”. Alza il dito in segno di minaccia e annuncia che le elezioni del prossimo anno “non dovranno essere una farsa”. Attento, dice all'ultimo dittatore dell'Europa, ti terremo d'occhio, tutta la comunità internazionale ti terrà d'occhio.

E la comunità internazionale, in questo caso i “nuovi europei-americani”, sono già pronti a mandare aiuti, a scatenare l'assalto verbale, a organizzare la protesta. Per le elezioni irachene gli applausi preventivi, senza osservatori internazionali, per quelle bielorusse è già pronto il verdetto negativo, con o senza osservatori internazionali.

I signori bielorussi che incontrano la Rice, i futuri governanti di Minsk, ormai dotati dell'investitura imperiale, escono giubilanti dalla riunione e annunciano, a loro volta, che “vi sarà una pressione di massa per il cambiamento”. Condoleeza Rice dirà poco dopo che non era sua intenzione suggerire con quali metodi si debba liquidare Lukashenko. Nel senso – si capisce - che tutti andranno bene. Si annuncia dunque una nuova “rivoluzione democratica” in Europa. Resta solo da definirne il colore, perché l'arancione è già stato occupato dall'Ucraina di Viktor Jushenko.

Un tempo lontano queste dichiarazioni, questi atti, sarebbero stati giudicati forme inaccettabili di ingerenza dall'esterno negli affari interni di un paese sovrano. Espressioni della teoria e della pratica della “sovranità limitata”. Era in questi termini che venivano bollate a parole di fuoco le “ingerenze” sovietiche nella vita dei paesi fratelli, le pressioni, le invasioni.

Adesso tutto questo è diventato non solo legittimo ma – direbbe Fassino – doveroso, in quanto espressione limpida e commendevole della difesa dei diritti umani violati dai vari dittatori. Difesa di cui è incaricato l'Impero, che – come tutti ormai sanno – è impegnato su tutti i fronti del pianeta come il garante principale, se non l'unico.

L'ingerenza sovietica di un tempo era grossolana, palese. Quella di oggi, invece, ha l'aria di una spontanea e massiva protesta popolare. Sembra che avvenga per caso, come effetto di una lunga sedimentazione democratica autonoma e autoctona. Naturalmente non è vero niente. In Bielorussia, come in Ucraina, come in Georgia, come nella ex Jugoslavia, scorrono fiumi di denaro, a sostegno degli oppositori; si organizzano a centinaia, a migliaia, borse di studio; si pagano viaggi e soggiorni, si finanziano giornali e radio; si inaugurano fondazioni , si stampano bollettini, si promuovono campagne.

Di fronte a questo fiume di “solidarietà democratica” dall'esterno i regimi dei dittatori non sanno che fare. Se lasciano libero campo al flusso “democratico” eversivo ne escono travolti. I loro giornali e le loro televisioni, rigorosamente monopolistici, non sono capaci di fronteggiare questo tipo di offensiva. Sono armi spuntate. Hollywood non l'hanno inventata loro e loro non hanno Wall Street. Se cercano di contrastare, poiché non sono capaci di farlo con mezzi democratici, ma anche perché sono più poveri e privi di tecniche e di quadri, di know-how e di intelligenza, finiscono per esasperare la censura, per ridurre ulteriormente le libertà civili, cioè per essere ancora più odiosi (al grande pubblico occidentale) di quanto già non siano.

Non tutti hanno la fortuna di essere isole, come Cuba, e non tutti hanno la forza e il prestigio di Fidel Castro. Ma la situazione è identica. Il dollaro, anche se cade, può soffocare chiunque. Porta la “libertà” per i potenti, che ha l'aria di essere, a prima vista, la libertà per tutti. Dopo se ne accorgeranno, perdendo l'assistenza sanitaria gratuita, perdendo le pensioni e gli asili nido gratis, perdendo istruzione e cultura sotto l'ondata delle Fox tv americane. Ma al momento i giovani cui piace il rock e il pop, e i film americani, questo pensano. Non si può fermare la degradazione galoppante dell'incultura di massa. Ecco perché Lukashenko cadrà, come è caduto Kuchma, come è caduto Milosevic, o Shevardnadze, e, primo tra tutti, Mikhail Gorbaciov.

Il tutto in nome dei valori universali che, certo, sono violati dai dittatori in attesa di pagare il loro pedaggio, ma la cui graduatoria, quanto a sanguinarietà, è stabilita rigorosamente dall'impero. Adesso, semplicemente, tocca a Lukashenko.

Putin è in lista d'attesa e, se non farà ciò che gli viene detto, un po' più in là toccherà anche a lui. Ma non subito: per ora lo si tiene sotto osservazione, mostrandogli il viso stizzito di Condoleeza, appena prima delle solite pacche amichevoli sulle spalle che gli somministrerà il texano, secondo la ben collaudata (con Boris Eltsin) tattica della doccia scozzese.

Nel frattempo si procede, a tutta velocità, al consolidamento delle conquiste così realizzate. L'Ucraina è appena passata nel campo occidentale, con un pezzo d'Europa esultante (polacchi e baltici in testa a tutti) che già si fa sotto la NATO, proponendo a Kiev di associarsi senza perdere tempo. Jushenko è appena andato negli USA per concordare l'ingresso.

Domanda: ma a che serve? A chi serve? Risposta: solo all'Impero che ha sete di vittoria e non ha tempo da perdere. Altre scadenze incombono e l'Ucraina è solo un pedone di turno da mangiare sulla grande scacchiera. Nemmeno il più importante, ma simbolico. La Russia è la torre più importante, per ora è sufficiente metterla in angolo e tenerla in soggezione.

Non c'è spazio per la distensione in questa politica imperiale. Non c'è necessità di alcuna benevolenza. Meglio, anzi, non concedere respiro. E i Quisling, in giro per l'Europa, sono centinaia. Perché non usarli?

Che farà la Russia? Poco può fare e nemmeno quel poco sa fare. In Ucraina, precisamente in Crimea, a Sebastopoli, ci sono le navi russe, la flotta russa del mar Nero. Come si farà? Avremo un paese della NATO che ospita contemporaneamente i resti dell'armata ex avversaria? No. Prima bisognerà cacciare i russi. Ma l'accordo., a suo tempo firmato da Eltsin e Kravciùk, prevede che i russi possano restare almeno fino al 2017, pagando l'affitto s'intende. Così è già cominciato il tira e molla, che presto diventerà polemica feroce. Con gli ucraini che chiedono ai russi, la consegna di tutti i sistemi di rilevazione idrografica e del controllo della navigazione della costa, attialmente in mano della flotta russa. I russi rispondono che una flotta che si rispetti, anche se arrugginita, non può privarsi degli strumenti essenziali.

Ma è già chiaro come finirà: con un graduale ritiro delle navi russe nel porto di Novorossijsk, l'ultimo rimasto ai russi in tutto il Mar Nero. Lo stesso giorno la bandiera della NATO comincierà a sventolare sugli storici moli russi di Sebastopoli.

La Russia di Putin e degli oligarchi suoi amici potrà erigere un'unica barriera di resistenza: quella energetica. Kiev consuma il gas russo: glielo faranno pagare di più. Kiev consuma il petrolio russo: glielo centellineranno. Kiev ricatterà Mosca minacciando di non far passare il gas russo verso l'Europa. Che sarebbe una catastrofe per la Russia che, non producendo nient'altro, resterebbe a secco di valuta. Ma sarebbe una catastrofe per la Germania e per il resto dell'Europa che consuma il gas russo.

Lo scontro non avverrà, dunque, perché ci sono troppi interessi coalizzati a impedirlo, ma Russia e Ucraina resteranno sul piede di una guerra commerciale logorante. L'Impero veglierà sui suoi domini litigiosi, ammonendo, quando occorre, chi dovesse disobbedire. Intanto si prende l'Ucraina sotto il suo diretto controllo. In attesa di portare via a Putin anche la Bielorussia.

Dal Cremlino vengono flebili proteste. Il ministro degli esteri del Cremlino ricorda che tra Russia e Bielorussia è in corso un progetto di unificazione e che, quindi, mettere nel mirino la Bielorussia significa mettere nel mirino anche la Russia. Condoleeza risponde proponendo che la Russia accetti manovre militari della NATO sul suo territorio: non si sa mai, qualche emergenza può sempre succedere, qualche atto terroristico contro centrali nucleari, qualche rivolta incontrollabile. E il Cremlino, tra lo stupore generale, sembra accogliere la proposta. Il suo ministro degli esteri, Sergej Lavrov, si reca anche lui a Vilnius, al seguito di Condoleeza, che complotta per abbattere Lukashenko, e si compiace delle nuove intese tra Russia e NATO, perché sono state prese “senza fare ricorso all'ideologia”.

Bravo! Ha capito tutto, lui. Ha solo un'eccezione da fare: “La Russia – mormora – non è favorevole a un cambio di regime a Minsk”. E se il cambio di regime avverrà ugualmente – viene da chiedere – cosa farà la Russia? Niente farà, perché si è già arresa. La sua oligarchia è interessata essenzialmente alla propria sopravvivenza e di questo tratterà con l'Impero. www.giuliettochiesa.it


Il 25 aprile di Silvio: "Io sì che ho fatto la resistenza: sono ancora premier"
di Lia Celi
Per la prima volta anche il premier si unisce ai festeggiamenti per la Liberazione: “Mi sono liberato di quel rompicoglioni di Follini”. Oggi il partigiano Berlusca, insieme al Comitato di Devoluzione Alta Italia, deporrà una corona d’alloro sui luoghi della sanguinosa epopea contro l’oppressore nazicentrista: la buvette di Montecitorio, il salottino di Palazzo Grazioli, il culo di Gianfranco Fini. Le guardie padane fermano alla frontiera svizzera gli ex ministri dell’Udc: stavano tentando di espatriare travestiti da esponenti del Gruppo misto. Sfollati e perseguitati illustri ritornano a Palazzo Chigi con tutti gli onori. Magnanimo il neo-vicepremier Tremonti: “Non serbo rancore a nessuno, il mio cuore è sempre pronto al condono”. Attimi di commozione quando, dopo mesi di astinenza, Rocco Buttiglione ha finalmente riabbracciato una poltrona governativa. Il nuovo ministro dei Beni culturali si batterà contro la lobby gay nell’arte: “Quei due culattoni dei bronzi di Riace possono essere recuperati: gli combinerò un appuntamento con la Venere di Botticelli”/www.liaceli.com/

Giorgio Bocca


Se il nero ritorna senza vergogna


Una lista elettorale Fascismo e libertà. Un incontro tra i reduci di Salò e i resti della divisione Waffen SS Charlemagne. Le svastiche naziste dei tifosi della Lazio

Nei giorni delle elezioni abbiamo saputo che a Osasio, paese del Piemonte, si era presentata la lista Fascismo e libertà con nove candidati. Pochi? No molti, moltissimi per un piccolo comune di campagna. E il fatto che il nome di lista fosse una imitazione di Giustizia e libertà, con una sua perversa fantasia di accoppiare i contrari, rivelava una affinità con il fascismo confusionario delle origini, populista e squadrista.

Oggi la notizia 'nera', anch'essa piemontese, arriva da Condove. Qui i combattenti di Salò hanno in programma per il 27 maggio un incontro con i reduci francesi della divisione 'Waffen SS Charlemagne che combatté a Berlino in difesa del bunker di Hitler', come dicono le loro leggende. Perché i reducismi estremi del nazifascismo sentono il bisogno di rievocare in comune la loro sparizione totale, schiacciati dalle armate alleate, nascosti come topi nelle fogne, inventando epiloghi eroici, fantastici, come quella del pilota della inesistente aviazione fascista, sciolta da mesi dai tedeschi, che nei giorni della disfatta si sarebbe opposto da solo alle centinaia di aerei anglo americani.

A difendere il bunker di Hitler, per la verità, non c'era più nessuno, i fedelissimi dopo il suo suicidio e dopo un'allucinante festa danzante, se l'erano squagliata ciascuno verso la sua incerta sorte e l'avanguardia dell'armata rossa trovò solo i resti di un cadavere bruciato nel cortile.

C'è da preoccuparsi per questo reducismo nero poco o tanto che sia? C'è comunque da costatare che oggi e non ieri si sente libero di manifestarsi, vedi i tifosi neofascisti di squadre di calcio come la Lazio che c'erano da sempre, ma che ora non esitano a mostrare svastiche naziste e scritte come 'Roma è fascista'.

C'è da preoccuparsene sì, perché si accompagnano a un ritorno politico del nero che ha visto sdoganare i neo fascisti ritornati al governo e perché nel mondo è tornata quell'aria avventurosa, irrazionale, feroce, in cui si liberano gli istinti della violenza e la fantasia della demenza ai fascismi indispensabile. Per anni, per decenni, i poteri costituiti, gli Stati sembrano dominanti e invincibili: il popolo rispetta il potere, ha paura delle sue punizioni, obbedisce alle sue regole. Poi arriva quell'aria che risveglia i violenti e gli avventurosi, e allora anche i nove fascisti di Osasio decidono di presentarsi in pubblico, e i camerati di Condove di far festa assieme alle SS francesi, per ora in modo conviviale, in una trattoria del paese, dove cominceranno con gli antipasti piemontesi e finiranno con gli amaretti di Chivasso e una cinquantina di 'candele nere' o bottiglie di vino.

La ricomparsa dei fedelissimi mi sembra poi che smentisca la leggenda del fascismo inconsapevole e incolpevole, quello che chiede l'equiparazione con i partigiani, quello del combattentismo onesto e apolitico. Eravamo dalla parte di Salò per caso, perché fummo richiamati, per una questione di onore non di politica.

Ma a chi la raccontate? Se voi di Osasio mettete ancora nel vostro contrassegno il fascio repubblicano di Salò, con la scure senza fronde, se voi di Condove amate ancora mangiare e bere con il fascismo francese che fu il peggiore, il più contro natura d'Europa, non sarà che eravate nazifascisti allora come oggi?

L'aria che gira nel mondo è di quelle che danno alla testa, che risvegliano le fantasie e le tentazioni per cui quattro giovanotti disoccupati partono per l'Iraq, si armano di mitra e finiscono in una aggressione e occupazione di cui non sanno niente.

Dieci, vent'anni fa, queste tentazioni non c'erano, i giovanotti disoccupati partivano per andare a lavorare nelle miniere belghe o nei mercati generali di Parigi. I nove di Osasio e i 20 di Condove non vanno presi sul serio? Sono passati sessant'anni dal loro fascismo guerriero. E non vi sembra preoccupante? www.espressonline.it

Vincere la malaria
Oggi è la Giornata contro la malaria, malattia che uccide un milione di persone ogni anno





Quest’anno la Giornata africana contro la malaria (Africa Malaria Day) chiama tutti a raccolta fin dal tema prescelto: “Uniti contro la malaria”, accompagnato dallo slogan: “Insieme possiamo sconfiggere la malaria”. L’unione delle forze nel ricordare gli impegni presi contro una piaga che oggi, come ogni giorno, e quindi anche nella sola giornata odierna, ucciderà circa 3.000 bambini, assume quest’anno un significato particolare: si tratta infatti del quinto anniversario da quel 25 aprile 2000 che ha visto riuniti ad Abuja, in Nigeria, i capi di Stato o i rappresentanti di 44 dei 50 paesi africani dove imperversa la malattia. Da allora ogni anno il 25 aprile serve da ricordo e monito nei confronti degli impegni presi: i cinque anni già trascorsi segnano il giro di boa per il raggiungimento dell’obiettivo fissato per il 2010 dalla Roll Back Malaria, collaborazione nata nel 1998 da Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Fondo per l’Infanzia delle Nazioni Unite (Unicef), Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) e Banca Mondiale: dimezzare il numero di morti e malati a per la malaria.

Verifica intermedia. Il 2005 rappresenta anche una tappa intermedia stabilita sempre ad Abuja, alla fine della quale i Paesi africani dovranno fare i conti e verificare se il lavoro di questi anni ha portato ai risultati sui quali si erano impegnati con la firma del documento nel 2000: almeno il 60 per cento di chi ha la malaria e di chi rischia di infettarsi (in particolare i bambini con meno di 5 anni e le donne in gravidanza) dovrà avere pronto accesso ai trattamenti appropriati e al loro utilizzo adeguato (entro 24 ore) o alle misure di prevenzione (come le zanzariere impregnate di insetticidi) per non ammalarsi. Si calcola che nove pazienti con la malaria su dieci vivano nel continente africano: ogni anno la malaria costa all’Africa oltre 12 miliardi di dollari, quando per tenerla sotto controllo basterebbe una piccola frazione di questa cifra, e le famiglie più povere spendono un quarto dei loro guadagni annuali per la prevenzione e il trattamento.

La produzione non basta. La malaria rappresenta una minaccia per il 40 per cento della popolazione mondiale e questa giornata può essere considerata a tutti gli effetti la Giornata Mondiale contro la Malaria: ogni anno vi sono 350-500 milioni di casi, muore circa un milione di persone e la maggior parte dei decessi si verifica prima dei cinque anni di vita, uno ogni 30 secondi. Ma sul versante terapeutico, l’organizzazione Medici Senza Frontiere sottolinea ancora una volta la mancata disponibilità dei farmaci appropriati per curare l’infezione, confermata anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Infatti, la terapia consigliata anche dall’OMS fin dal 2001 nei Paesi con forme di malaria resistenti ai vecchi prodotti (un trattamento combinato con due sostanze, una delle quali derivata dall’artemisinina, pianta che cresce in Cina) non è al momento disponibile per tutti i Paesi che ne avrebbero bisogno: la produzione dei medicinali non è sufficiente per coprire richieste. www.peacereporter.net


Valeria Confalonieri

25 aprile
bifo - Movimento
Se il 25 aprile scenderemo in strada non sarà solo per manifestare contro i predoni nazional-liberisti che hanno occupato il paese come un tempo fecero i nazifascisti.Sarà anche per chiederci cosa accadrà nel prossimo futuro


Il cinismo e l'indegnità hanno a tal punto sommerso la vita politica italiana che si rischia di restarne abbagliati, di non riuscire a vedere nient'altro.

Ma se il 25 aprile scenderemo in strada non sarà solo per manifestare contro i predoni nazional-liberisti che hanno occupato il paese come un tempo fecero i nazifascisti. Sarà anche per chiederci cosa accadrà nel prossimo futuro. E sarà anche per chiederci: esiste un'alternativa allo scenario che sembra ineluttabile?

Perché il Gran Consiglio della Casa delle Libertà ha deciso di procrastinare di un anno la lugubre agonia di questo governo?
Sembra ovvio che questo governo non può recuperare consensi, visto che tutto sta sprofondando e non farà che sprofondare di più. Hanno ormai svenduto quel che del patrimonio pubblico si poteva svendere, hanno condonato quel che di devastante si poteva condonare. E allora cosa sperano i lividi proconsoli di AN, Forza italia e Lega che si spartiscono rabbiosamente poltrone?
Fermi un attimo. Chi ha detto che andremo a votare fra un anno?
Sarebbe meglio non dimenticare che l'Italia è impegnata in una guerra. E' una guerra demente e codarda quanto volete, ma potrebbe venirne fuori qualche provvidenziale colpo di scena. Qualche centinaio di morti in una stazione ferroviaria, una provvidenziale ecatombe per imporre lo stato di emergenza.
Sarebbe bene inoltre non dimenticare che le armate di mafia hanno concesso un decennio di tregua, da quando i Dell'Utri hanno iniziato la loro ascesa politica, ma potranno decidere di romperla, ora che i grandi affari promessi dal governo di centrodestra minacciano di svanire.

Ma supponiamo pure che queste siano malevole insinuazioni, e tutto vada nel migliore dei modi, e che si giunga alla primavera del 2006 senza tragici rivolgimenti, e che il centrosinistra vinca le elezioni politiche. Cosa accadrà a quel punto?
Le casse sono vuote, il patrimonio pubblico è stato in larga parte privatizzato in cambio di niente. Il governo Berlusconi ha seguito la stessa dottrina che ha ispirato Carlos Menem: populismo e privatizzazione del patrimonio pubblico.

Per restituire energia alla società italiana sembra esserci una sola possibilità: redistribuire la ricchezza sociale, espropriare coloro che si sono arricchiti illegalmente, come del resto prevedono gli articoli 42 e 43 della Costituzione repubblicana che i predoni non sono ancora riusciti a "riformare".

Ma esiste qualcuno in Italia che abbia il coraggio di ammettere che l'unica alternativa al collasso sociale è l'eproprio, la redistribuzione della ricchezza, e una mobilitazione politica di massa che imponga questa redistribuzione?
In Argentina il governo di Nestor Kirchner, posto di fronte all'abisso, ha avuto il coraggio di rompere con il dominio liberista internazionale, di rompere con il Fondo Monetario internazionale e con le grandi banche responsabili dell'affamamento del popolo argentino.
"Fuori del Fondo Monetario c'è vita, ed è vita splendida" ha dichiarato un ministro del governo Kirchner. Ma in Italia esiste qualcuno che abbia il coraggio di pensare ad un programma di esproprio e di redistribuzione?
Esiste qualcuno che abbia il coraggio di pensare ad un'asse latina antiliberista che si sta delineando tra la Spagna il Venezuela il Brasile l'Argentina?
Esistono le energie sociali per imporre una linea di questo genere ai partiti della sinistra che sono corresponsabili della devastazione liberista, anzi la hanno avviata negli anni disastrosi del loro governo aprendo la strada alla dittatura nazional-liberista?
L'asse latino non è un'utopia.
La Francia rischia di votare contro la Costituzione europea, provocando l'affossamento della prospettiva politica europea, ma imponendo al contempo un suo ripensamento.
L'Italia è ormai sprofondata nella catastrofe politica e nel disfacimento economico.

Laddove si vede un disastro potremmo vedere un'opportunità.
La crisi della prospettiva europea potrebbe essere l'inizio di una sua rifondazione su basi culturali post-liberiste.
Il declino dell'industria italiana potrebbe essere l'occasione per iniziare la transizione verso un programma di decrescita che destini risorse economiche alla società per curare le ferite che l'industrialismo ha provocato al corpo e alla mente collettiva, che espropri gli espropriatori per finanziare un laboratorio di innovazione scientifica e tecnologica, ma anche un giardino di rilassatezza e di pigrizia, di piacere e di cura reciproca.

Esiste ancora vita intelligente in questo paese in cui il conformismo della sinistra impedisce perfino di pensare un'alternativa all'arroganza dei predoni?
Tutto quello che è accaduto e sta accadendo fa pensare che no, non c'è alternativa, non c'è speranza, non c'è vita intelligente.

Ma se domani, 25 aprile scendiamo in strada precari e precarie, artisti, e insegnanti e operai, è solo perché non smettiamo di pensare che la sorpresa è possibile, e che dalla catastrofe ormai in corso può venir fuori un guizzo di energia e di intelligenza, può emergere il coraggio intellettuale necessario a riattivare un laboratorio di sperimentazione politica per andare oltre la devastazione bellicista privatista e liberista.


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qui di seguito i tre articoli della Costituzione che dovremmo tenere a mente nel prossimo futuro:
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Art. 41.
L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
Art. 42.
La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.
La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.
La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d'interesse generale.
La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.
Art. 43.
A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.www.rekombinant.org


Il mondo di ieri.
Il fallimento della destra a Velletri, e non solo, non è dovuto
unicamente e principalmente a diatribe personali,rivalità ,faide interne,
opportunismi e personalismi. Certo essi hanno contribuito ad esacerbare i
problemi ,ad incancrenirli , a mettere sale nelle ferite, ma il
fallimento è dovuto a cause strutturali, proprie del DNA profondo di queste
forze politiche.La destra si è presentata ,ovviamente, come forza del
futuro ,nessuna compagine del resto si presenterebbe come espressione del
passato, prospettando scenari avanzati ,ma in realtà essa esprime
,nelle sue pratiche e nelle sue politiche, tutto il “vecchio che
avanza”.Eccoli lì ,quindi, con gli assessori dosati secondo il manuale
cancelli
,un tanto a te un tanto a lui ,un tanto a me ,non secondo le ragioni di
efficienza e competenza ,ma secondo meri criteri di appartenenza. E
,ancora più nel profondo, questa destra non ha mai capito veramente che
oramai siamo in Europa, con le sue opportunità ,i suoi controlli ,la sua
sussidiarietà leggera ,ma penetrante un cui il sistema ,per così dire,
richiede uno scatto nel governo quotidiano e nel progetto di lungo
periodo.I poteri oggi dati ai Sindaci rappresentano una corda con cui si
possono scalare le montagne ,ma a cui si può anche finire impiccati
consapevolmente od inconsapevolmente. Il ruolo del governo comunale ,ieri,
era un triciclo con cui non si potevano fare grossi
danni ,ma con cui non si poteva andare lontani,oggi,invece, è un jet
supersonico con cui si può andare dappertutto ,ma anche andarsi a schiantare
se
non si è capaci di guidarlo.Ogni sistema inizialmente tende a dare
risposte stereotipate ,secondo le consuete esperienze in un ambiente
familiare, ma che in ambienti ormai mutati sono inutili se non
nocive.L’Italia
di ieri, la Velletri di ieri erano realtà in cui ad esempio il
territorio veniva vista come pesante fardello ,da sfruttare deturpandolo, non
certo da tutelare .I cittadini visti come sudditi con pochi diritti e
anche con pochi doveri, l’opacità amministrativa accettata da tutti come
un destino e non come una piaga.Il fallimento,poiché strutturale, non
coinvolge solo la destra ,come dimostrano i casi di Marino e
Grottaferrata ,quando il centrosinistra non si fa mallevadore del cambiamento
e
dell’innovazione ,subisce il fallimento, che è sistemico non certo dovuto
unicamente a fratture interne.L’esempio di Roma dimostra al contrario
come il non rinchiudersi in un provincialismo ormai arcaico faccia
cogliere tutti i frutti della modernità e provochi sviluppo a cascata
modernizzando la politica e la società.Credere di poter risolvere tutto con
risorse interne senza approfittare e senza nemmeno conoscere lo stato
del dibattito in Europa ,significa condannarsi ad esperienza da
strapaese con i fallimenti inevitabili che ne derivano.Le
città europee ed ormai anche le molte città italiane che per i piani
regolatori ,ad esempio, si avvalgono dell’opera e dell’apporto di
prestigiosi architetti ,non lo fanno ne per vezzo ne per moda ,ma si
sottraggono a punti di vista ristretti e fallimentari aprendosi ai contributi
mondiali.Credere ,invece, come avviene nella nostra città, che tutto
possa essere risolto “inter nos” per così dire, senza l’apporto del mondo
dell’Università, abbiamo poli innovativi con competenza ormai a Roma e
anche a Latina, significa non capire nulla degli sviluppi europei,
mentre manager Francesi dirigono eventi Tedeschi mentre curatori Polacchi
si occupano del patrimonio artistico Inglese con uno scambio reciproco e
fecondo di competenze che porta arricchimento non solo economico per
tutti. L’esperienza della destra a Velletri è giunta palesemente alla
fine ,si potrebbe dire per consunzione, ma il centrosinistra dovrà essere
in grado di raccogliere la fiaccola dell’innovazione continua ,non è
nemmeno una opportunità ,ma una necessità, credere,invece, che basti
trincerarsi dietro una sana ed onesta ,pur necessaria , amministrazione del
quotidiano comporterebbe fallimenti annunciati come del resto le
esperienze dei comuni limitrofi dimostrano. Il mondo di ieri con le sue
,false, certezze ed i suoi ritmi pigri e lenti è finito ,il fallimento della
destra ne è la prova più evidente, è necessario
ora proiettarsi nel futuro con i suoi rischi ed opportunità.
Cittadini per l’ULIVO “Velletri fuori dalla palude” circolo Volontè

Prefazione a "La prima volta che ho visto i fascisti"
[Wu Ming:] Si è concluso il progetto di narrazione collettiva "La prima volta che ho visto i fascisti", lanciato il 21 marzo scorso sul n.7 di Giap (VIa serie). Abbiamo raccolto e montato quarantasei testimonianze spediteci in poco più di un mese. Ne è venuto fuori un vero e proprio libro di ottantadue pagine, che ora diffondiamo sotto licenza creative commons. E' scaricabile dal nostro sito in formato pdf (354 kb). In anteprima, la prefazione.


***


Quel che segue è un eterogeneo insieme di testimonianze: pagine di diario, frammenti, racconti, reminiscenze, visioni febbrili. Testi curati o tenuti per anni in un cassetto della mente, rovesciati sulla pagina d'istinto, di getto, senza preoccupazioni di estetica o di stile. Persone dai diciotto ai sessant'anni ci narrano storie, esperienze d'infanzia, ustioni e abrasioni della pubertà o della tarda adolescenza, primi incontri con la violenza, col "fascismo-sostantivo" (il fascismo storico) o col "fascismo-aggettivo" (epiteto da usare lato sensu), col "vetero-", col "neo-", col "post-" e col "cripto-"fascismo, col "microfascismo" quotidiano (insidiosa logica della prevaricazione), col fascismo trauma personale e familiare, stanza privata dei cimeli e degli orrori, refolo d'aria viziata.

Variabili e costanti: Roma, Trieste e Latina consueti focolai di fascismo; l'Emilia-Romagna e la Toscana "rosse"; il liceo, porta-finestra spalancata sulla vita "là fuori"; manifestazioni, attacchinaggi, "strappinaggi", cariche di celere, agguati dietro gli angoli; padri, madri, nonni, bis-nonni, soprattutto nonne, nonne che non vogliono vedere i nipoti vestiti di nero.
La selezione da parte nostra è stato minima, l'editing quasi esiziale, l'ordine dei racconti è quello in cui li abbiamo ricevuti. Ve n'è di molto belli, e di sgraziati. In alcuni di essi non vi è traccia di buon gusto, e il loro impatto "inelegante" è antidoto al veleno del "nuovo senso comune post-antifascista".
In luogo del buon gusto, un pugno di piccole, disturbanti verità, una delle quali è: non c'è "memoria condivisa". La memoria della vittima non è la stessa del carnefice, e occorre impedire ai carnefici di spacciarsi per vittime, come da troppo tempo accade: non più torturatori e delatori, bensì vittime dei partigiani del "triangolo rosso"; non più collaborazionisti e miliziani, bensì vittime delle "foibe titine"; il Duce e Claretta vittime a Piazzale Loreto etc.

L'ineleganza di questi testi, a ben vedere, è la stessa di Piazzale Loreto. Non bisogna distogliere lo sguardo quando si passa di là, perché si tratta di un memento: per quanto potenti, i tiranni cadono, prima o dopo. Sic transit.
Memento duro? Certo. Come duro fu il cingolo della "gloria mundi" fascista sulla cassa toracica di chi venne travolto, come dura è la nascita dei popoli.
Non cadiamo nelle trappole: questo Paese ha cominciato a imbarazzarsi per Piazzale Loreto piuttosto di recente, col graduale "sdoganamento" del punto di vista di chi vi fu appeso per i piedi. La condanna di quell'episodio si è fatta strada da destra, ha attraversato gli schieramenti, e oggi arriva anche a "sinistra". Si tratta quasi sempre di una condanna che astrae dal contesto.
Oltre a quello del "sadismo sulle povere spoglie", c'è un altro argomento magico, introdotto a suo tempo da "terzisti" ante litteram: a infierire sul corpo del tiranno ci sarebbe stata la stessa gente che l'aveva applaudito un mese prima. Episodio di "gattopardismo militante", insomma, azione finalizzata a un lesto riciclaggio sotto le nuove bandiere.
Fanfaluche. Piazzale Loreto fu scelto perché un anno prima, dieci agosto del '44, vi si era consumato un eccidio di quindici partigiani. I corpi distrutti dalle raffiche erano rimasti a terra per tutto il giorno per esser visti dai passanti. Montavano la guardia militi fascisti, a impedire che chiunque rendesse omaggio, deponesse un fiore, dicesse una preghiera.
Il ventotto agosto del '45, in quel piazzale convennero soprattutto persone che ricordavano l'oltraggio, e prima e dopo quel giorno avevano subito lutti, coprifuoco, bombardamenti, retate, propaganda reiterata, esposizioni di cadaveri di antifascisti.
Di fronte a quel distributore di benzina, la guerra tornava a boomerang a devastare i corpi di chi i corpi li aveva fatti sorvegliare, rinchiudere, devastare (Carlo e Nello Rosselli, squartati con decine e decine di pugnalate), profanare, li aveva spediti in guerra a decine di migliaia, ad affrontare l'inverno russo con stivali di cartone pressato.
Piazzale Loreto non è solo barbarie, è anche speranza. I potenti cadono, e più erano saliti in alto, più chiasso fa il tonfo, e più a lungo ne rimane l'eco nelle orecchie. Ancora oggi se ne sente il riverbero, lo testimoniano questi racconti.

- Ah, ma continuate a occuparvi di cose di sessant'anni fa, quando passerà questo passato di ideologie, quando lascerete vivere in pace questa nazione?
Al contrario, noi ci occupiamo del presente. Dell'assalto alla costituzione formale per portare a termine l'arrembaggio a quella materiale, ai diritti civili e collettivi, all'eredità positiva di lotte sociali e sindacali che l'antifascismo l'avevano nella carne e nei nervi.
Negli ultimi trent'anni si è andato creando e imponendo un nuovo senso comune "anti-antifascista", nutrito di banalizzazioni, minimizzazioni, luoghi comuni, riscritture storiche, clichés reiterati prima in nicchie di discorso e poi sul piano generale.
E' in corso una riabilitazione del fascismo che va oltre la contingenza, oltre l'immediata attualità, oltre la sopravvivenza di questa o quella compagine di governo. E' un'operazione partita molto prima di B********, e proseguirà anche dopo.
Certo, solo nel periodo 2001-2005 la RAI poteva mandare in onda la cerimonia di consegna del premio Almirante.
Solo un governo come quello di B******** poteva pensare di tagliare i fondi all'ANPI in vista del Sessantennale della Liberazione e, al contempo, proporre la pensione di guerra a repubblichini e reduci italiani delle SS.
Solo B******** poteva equiparare il confino degli antifascisti a una "villeggiatura".
Solo nel clima posteriore allo "sdoganamento" del neofascismo si potevano definire "incidente di percorso" le leggi razziali del '38, e arrivare a dire che "Almirante salvava gli ebrei".
Solo l'ansia revanscista degli "sdoganati" poteva intitolare vie e piazze di diverse città a gerarchi e capimanipolo.
Solo nel paesaggio mediale deturpato dagli ecomostri di sottogoverno potevano affacciarsi sceneggiati televisivi in cui il nazifascismo scompare del tutto lasciando il posto a generici "italiani".
Tuttavia, questo non è che l'apice di un processo iniziato fin dal Dopoguerra, movimento che prima di confluire nel grande fiume democristiano ebbe come prima, rudimentale espressione politica l'Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini, dopodiché prese forma su certi rotocalchi popolari a larghissima tiratura, pregni di languori monarchici e nostalgia piccolo-borghese, laboratori ideologici di un'Italietta che presto si sarebbe definita "maggioranza silenziosa", ostile al movimento operaio, al conflitto, al pluralismo, al "culturame" (celebre neologismo scelbiano), alla stessa Costituzione. Una parte d'Italia mai stata antifascista, che consumava le opere di divulgazione pseudo-storica di autori come Montanelli, Cervi, Gervaso, Petacco, e pian piano creava mito revanscista sulle foibe, sull'esodo istriano-dalmata, sui regolamenti di conti dell'immediato Dopoguerra, in attesa di tornare a esprimersi senza pudori né ipocrisie, fuori dal ghetto del neofascismo (chi c'era rimasto) e fuori dalla - mai accettata - cultura della mediazione, dalla gabbia di ferro dei linguaggi "dorotei", "morotei", delle "convergenze parallele" etc.
Insomma, siamo molto oltre il "revisionismo storico", di fronte a un'operazione ideologica a vasto raggio, pluridecennale, vero e proprio "rastrellamento del pensiero". Questa non è stata soltanto la lunga premessa culturale alla situazione che stiamo vivendo, bensì la sua base strutturale, il reale presupposto di tutta la propaganda a seguire. I partigiani? Tutti comunisti pronti all'insurrezione, e tutti assassini. Nel '45 hanno preso il potere e lo hanno mantenuto fino alla rivoluzione democratica del 2001, quando B******** e i suoi alleati han vinto le elezioni, con l'intento di cambiare la Costituzione "bolscevica" ("che limita la libertà d'impresa", ipse dixit).
Quest'offensiva non cesserà con l'inevitabile caduta di B*******. Peccheremmo di "autonomia del politico" se lo credessimo. Il blocco socio-culturale che ha mandato al potere questi impiastri continuerà a lottare con la forza di stereotipi e tormentoni.
Purtroppo, nemmeno i "nostri" ambienti (chiamiamoli "radicali", "di movimento", "di sinistra", you-name-it) sono impermeabili alle riscritture e banalizzazioni della storia: l'ideologia di cui sopra si fa strada anche tramite la condanna retroattiva e indiscriminata di ogni uso della forza. Da questo punto di vista, nel movimento c'è un grande banco di pesci pronto ad abboccare su questioni come le foibe etc. etc.
Nella notte in cui tutti i combattenti sono vacche e tutte le vacche sono nere, un attore d'avanspettacolo qualunquistico, fresco reduce dei "fasti" d'uno sceneggiato televisivo cripto-fascista, può essere invitato al congresso di un partito della sinistra a leggere lettere dei condannati a morte della Resistenza. Accostamento osceno, ma tout se tient, e tutto fa brodazza.
"In Italia più ancora che altrove, un'idea penitenziale del Novecento ha espunto dal discorso pubblico sul secolo scorso ogni considerazione valoriale, facendo tutto rientrare dentro il buco nero della nozione di carneficina [...] Per una sorta di malintesa ricompensa postuma, i più vari profili di morti ammazzati del Novecento... sono stati riuniti in un unico, smisurato, pletorico limbo di vittime: milioni di uomini e di donne colpevoli soltanto del peccato originale di essere nati in un secolo di ferro" (Sergio Luzzatto, La crisi dell'antifascismo, Einaudi, Torino 2004).




Wu Ming,www.carmillaonline.com

HANNAH ARENDT: L'IMPUTATO BOGER
[Da Hannah Arendt, Responsabilita' e giudizio, Einaudi, Torino 2004, p. 217:
e' un passo del saggio "Auschwitz sotto processo" del 1966 (nel volume cit.,
alle pp. 194-217). Ci perdonino i lettori e le lettrici per aver trascritto
qui il brano che segue: tanto orrore non dovrebbe neppure essere detto,
poiche' la sua empieta' e' cosi' flagrante che tu leggi e te ne senti
contaminato, tu leggi e piangi e urli; tanto orrore non avrebbe giammai
dovuto aver luogo, ma esso si e' dato, e ricordarlo dunque occorre, poiche'
e' contro questo orrore, contro il gesto dell'imputato Boger, che anche tu
sei chiamato a lottare. Hannah Arendt e' nata ad Hannover da famiglia
ebraica nel 1906, fu allieva di Husserl, Heidegger e Jaspers; l'ascesa del
nazismo la costringe all'esilio, dapprima e' profuga in Francia, poi esule
in America; e' tra le massime pensatrici politiche del Novecento; docente,
scrittrice, intervenne ripetutamente sulle questioni di attualita' da un
punto di vista rigorosamente libertario e in difesa dei diritti umani; mori'
a New York nel 1975. Opere di Hannah Arendt: tra i suoi lavori fondamentali
(quasi tutti tradotti in italiano e spesso ristampati, per cui qui di
seguito non diamo l'anno di pubblicazione dell'edizione italiana, ma solo
l'anno dell'edizione originale) ci sono Le origini del totalitarismo (prima
edizione 1951), Comunita', Milano; Vita Activa (1958), Bompiani, Milano;
Rahel Varnhagen (1959), Il Saggiatore, Milano; Tra passato e futuro (1961),
Garzanti, Milano; La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme (1963),
Feltrinelli, Milano; Sulla rivoluzione (1963), Comunita', Milano; postumo e
incompiuto e' apparso La vita della mente (1978), Il Mulino, Bologna. Una
raccolta di brevi saggi di intervento politico e' Politica e menzogna,
Sugarco, Milano, 1985. Molto interessanti i carteggi con Karl Jaspers
(Carteggio 1926-1969. Filosofia e politica, Feltrinelli, Milano 1989) e con
Mary McCarthy (Tra amiche. La corrispondenza di Hannah Arendt e Mary
McCarthy 1949-1975, Sellerio, Palermo 1999). Una recente raccolta di scritti
vari e' Archivio Arendt. 1. 1930-1948, Feltrinelli, Milano 2001; Archivio
Arendt 2. 1950-1954, Feltrinelli, Milano 2003; cfr. anche la raccolta
Responsabilita' e giudizio, Einaudi, Torino 2004. Opere su Hannah Arendt:
fondamentale e' la biografia di Elisabeth Young-Bruehl, Hannah Arendt,
Bollati Boringhieri, Torino 1994; tra gli studi critici: Laura Boella,
Hannah Arendt, Feltrinelli, Milano 1995; Roberto Esposito, L'origine della
politica: Hannah Arendt o Simone Weil?, Donzelli, Roma 1996; Paolo Flores
d'Arcais, Hannah Arendt, Donzelli, Roma 1995; Simona Forti, Vita della mente
e tempo della polis, Franco Angeli, Milano 1996; Simona Forti (a cura di),
Hannah Arendt, Milano 1999; Augusto Illuminati, Esercizi politici: quattro
sguardi su Hannah Arendt, Manifestolibri, Roma 1994; Friedrich G. Friedmann,
Hannah Arendt, Giuntina, Firenze 2001. Per chi legge il tedesco due
piacevoli monografie divulgative-introduttive (con ricco apparato
iconografico) sono: Wolfgang Heuer, Hannah Arendt, Rowohlt, Reinbek bei
Hamburg 1987, 1999; Ingeborg Gleichauf, Hannah Arendt, Dtv, Muenchen 2000]

C'e' l'imputato Boger, che vede per caso un bambino che sta mangiando una
mela, lo blocca con le gambe e gli spiaccica la testa contro il muro, per
poi raccogliere la mela e mangiarsela tranquillamente un'ora dopo.Centro di ricerca per la pace


21 aprile 1945: Le direttive per l'insurrezione
di redazione

"Ai Cln, ai comitati di agitazione, ali operai, ai tecnici, agli impiegati: Direttive per l'insurrezione nazionale, n. 1, 21 aprile 1945 Ad integrazione dei compiti militari previsti per le formazioni del Corpo volontari della libertà, il pieno successo dell'insurrezione nazionale che deve liberare le nostre terre dall'oppressione e dal saccheggio nazifascista richiede l'attiva e cosciente partecipazione di tutte le popolazioni delle città e delle campagne”.

"Dei compiti di una particolare importanza spettano in questo campo alla massa degli operai, dei tecnici, degli impiegati, concentrati nei maggiori stabilimenti industriali. Perché tali compiti possano essere assolti con la massima efficienza, è necessario che tutti si attengano alle presenti direttive del Comitato di liberazione nazionale, ed a quelle che verranno successivamente impartite".

"Alla proclamazione dello sciopero insurrezionale, gli operai, gli impiegati, i tecnici, i lavoratori tutti dovranno portarsi tutti, ognuno al proprio stabilimento, alla propria officina, al proprio cantiere o ufficio. Gli stabilimenti rappresentano il centro di mobilitazione e la fortezza dell'insurrezione nazionale. E' dalle fabbriche, dai cantieri, dalle officine che le squadre dei lavoratori, dei patrioti partiranno per dare man forte ai Gap, alle Sap, ai partigiani per ingrossare le file dei combattenti, per occupare i punti più importanti della città, per scacciare dai loro nidi di resistenza i nazifascisti".

"Evidentemente, i lavoratori non si lasceranno assediare all'interno dello stabilimento, non se ne staranno quieti nelle officine, in posizione attesista e semplicemente difensiva. Ma essi, alla proclamazione dello sciopero insurrezionale debbono recarsi compatti alle loro fabbriche, nelle officine e negli uffici pubblici [poste, telegrafi, telefoni, centrali elettriche, gas, ecc.] per difendere gli impianti e impedirne la distruzione da parte del nemico".

"Bisogna fare di tutto per salvare le nostre macchine, i nostri impianti produttivi e di pubblica utilità, il nostro patrimonio industriale. I nazifascisti prima di andarsene, tenteranno di distruggere tutto, per ridurci alla fame, alla miseria, per creare il disastro economico. Ogni lavoratore sa che se le nostre macchine, se le nostre fabbriche andranno distrutte, sarà per noi e per il nostro paese la disoccupazione, la miseria, la fame. E' dovere di ogni patriota lottare per salvare le nostre industrie, le nostre macchine, lottare per impedire le distruzioni progettate dai criminali nazifascisti".

"Ecco perché i lavoratori, alla proclamazione dello sciopero insurrezionale, debbono recarsi in massa negli stabilimenti nei quali lavorano. Il personale dirigente delle aziende e il personale di guardia degli stabilimenti sono tenuti a facilitare ed a proteggere in tutti i modi questo concentramento delle maestranze, che ha per unico scopo l'ordinata mobilitazione delle masse, nell'insurrezione nazionale, e come primo obbiettivo la difesa degli stabilimenti stessi. E' nelle fabbriche che si formeranno le squadre dei patrioti, che si assicurerà il loro armamento; è dalle fabbriche che partiranno le squadre di assalto dei patrioti che andranno ad unirsi alle formazioni militari già combattenti. Nelle fabbriche sarà più facile organizzare tanto la difesa che l'attacco, perché nelle fabbriche saranno riunite migliaia di operai".

"Le direttive, le parole d'ordine potranno essere rapidamente trasmesse, in pochi minuti, a migliaia di lavoratori. Rapidamente sarà possibile, partendo dalle officine, scagliare sui punti decisivi della città, la forza decisiva degli operai, dei lavoratori, dei patrioti. E' necessario che fin da oggi un orientamento in questo senso venga impartito ai lavoratori attraverso i comitati di agitazione, a mezzo di volantini e di direttive orali".

"Occorre che d'altra parte i comitati di agitazione prendano sin d'ora le misure organizzative necessarie ad assicurare l'ordinato inquadramento delle maestranze ai fini della difesa degli stabilimenti e della lotta insurrezionale. Bisogna evitare che la momento della proclamazione dello sciopero insurrezionale le maestranze restino assenti dalla lotta, o che, prive di direttive, si rechino disordinatamente e spontaneamente, senza ordine e disciplina, nei diversi quartieri della città. La massa dei patrioti resterebbe così divisa ed il nemico conserverebbe maggiori possibilità di resistenza ed anche di difesa".

"Per utilizzare al massimo le nostre forze, le dobbiamo innanzi tutto concentrare, riunire, organizzare, assicurarne l'armamento e la disciplina, il collegamento con le formazioni armate del Corpo dei volontari della libertà. Il che significa che le fabbriche devono essere il punto di concentramento, la base, la fortezza dell'insurrezione nazionale nelle città".

"La presente direttiva vale, s'intende, come direttiva generale, per la grande massa degli operai, dei tecnici, dei lavoratori tutti, che seguiranno d'altronde nei dettagli dell'azione le direttive particolareggiate specifiche che impartirà loro il Comando militare della piazza. Tutti coloro invece [operi, impiegati, tecnici, ecc.] che già fanno parte di formazioni militari patriottiche [Gap, Sap, ecc.] al momento della proclamazione dello sciopero insurrezionale si concentreranno nei punti che verranno loro indicati dai rispettivi comandi della formazione militare di cui fanno parte".

"Si recheranno in officina se il loro comando avrà dato ordini di andare in officina, si recheranno invece in qualsiasi altro luogo o posto della città se tale sarà l'ordine ricevuto".

Comitato Liberazione Nazionale - Comando Militare
21 Aprile 1945

Grazie al "Centro studi della Resistenza Italiana" - www.resistenzaitaliana.it

(redazione@reporterassociati.org)



di GIANNI ROSSI BARILLI



José Luiz Zapatero sta rispettando il suo «contratto» con gli spagnoli con una puntualità inquietante e davvero poco comune in politica. Sarà magari per questo che il suo paese lo segue con entusiasmo ben maggiore di quanto il nostro ne dimostri ormai verso le promesse appassite di Berlusconi. Non si è fermato di fronte a Bush sull'impegno di uscire dall'Iraq ed è pronto a fare altrettanto, come ha fatto sapere l'altro ieri, anche di fronte alle proteste della chiesa cattolica per la riforma del codice civile che consente il matrimonio alle coppie omosessuali. L'aveva promesso agli elettori. Zapatero ha sempre detto con molta semplicità che il suo sì ai matrimoni gay significa voler garantire pari diritti e dignità a tutti i cittadini, sanando una discriminazione già durata troppo a lungo. Guardando la faccenda sotto il profilo dell'uguaglianza non ci sono scuse: meglio una parità a tutti gli effetti per le famiglie di fatto omosessuali che desiderano una tutela legale anziché un regime separato e di serie B (unioni civili o pacs che dir si voglia) che garantisca il buon nome del matrimonio eterosessuale e continui perciò in qualche misura a discriminare. Serve tra l'altro a stabilire una volta per tutte che la famiglia, come la vita di tutti i giorni ci rivela continuamente, non è più il luogo di riproduzione (se mai lo è stato) di un unico modo di essere e di pensare.

Spostandoci in Italia e sostituendo la lente del buonsenso con quella del realismo, tocca ammettere però che qui non abbiamo Zapatero ma Berlusconi e Ratzinger. E per bene che ci vada avremo la facoltà tra qualche tempo di sostituire solo il primo con Romano Prodi, che non ha ancora un programma di governo ma intanto ha già detto che di matrimoni gay non se ne parla. È chiaro quindi che da noi la legge sui pacs sarebbe già una novità politica di portata incalcolabile. Ma anche tenendo conto del deplorevole stato dei rapporti di forza culturali, fa impressione vedere in questi giorni una sinistra impegnatissima a prendere le distanze dal sovversivo Zapatero e a garantire che in Italia la questione dei matrimoni omosessuali non si pone proprio.



«Credo sia più utile il `Patto civile di solidarietà'», ha dichiarato per esempio Livia Turco dei Ds, aggiungendo anche che «è una bellissima proposta di legge» e ribadendo quella che è la linea comune di tutte le forze dell'Unione a sinistra della Margherita. Nessuno però entra nel merito delle questioni etiche e politiche sollevate dai matrimoni gay e si mette a discutere dei «valori» in gioco, come fanno invece i cattolici veri e di facciata. Sembra proprio che di pensieri e valori suoi su libertà e felicità delle persone la sinistra non ne abbia, e che preferisca lasciarne il monopolio agli alleati di centro con cui spera di tornare al governo. E questo non è certo un problema solo per i gay.



L'onda lunga di Zapatero, comunque, colpisce volere o volare anche le nostre pigre lande e costringe a prendere posizione. Bene fa la destra papista a martellare Prodi, Rutelli e Fassino per sapere cosa intendano fare delle coppie omosessuali una volta al governo. Farà un favore anche al movimento gay e lesbico che tanto per sapersi regolare in vista delle elezioni lo chiede già da un po' senza ricevere risposte chiare. Fassino dice che farà di tutto per avere la legge sul pacs nel futuro programma di governo, ma la Margherita va in ordine sparso e parecchi dei suoi esponenti si stanno allineando dietro una pericolosa linea del Piave di «difesa della costituzione» insieme alla destra. Sostenendo che la costituzione impedirebbe di legalizzare unioni non eterosessuali perché all'articolo 29 «riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». Solo chi continua a considerare eterosessualità e natura due perfetti sinonimi può pensare che occorrerebbe cambiare la costituzione per approvare i matrimoni gay, non considerando peraltro il fatto che l'articolo 29 riconosce qualcosa e non vieta nient'altro.
www.gaynews.it/


aprile 24 2005

In che mani è caduto lo Stato
EUGENIO SCALFARI


da Repubblica - 24 aprile 2005

ALL´INIZIO sembrava un rebus. Non si capiva perché Follini volesse ritirarsi dal governo insieme a tutti i suoi ministri e sottosegretari. Non si capiva, al di là delle oscure motivazioni ufficiali, quale fosse il vero obiettivo di questa manovra da Prima Repubblica: un nuovo programma? Un nuovo governo dove la Lega contasse di meno e i centristi di più? Il logoramento a fuoco lento di Berlusconi? Le elezioni politiche immediate? E non si capiva perché mai Fini, che per primo aveva preso iniziative "revisionistiche" dopo la batosta elettorale delle regionali, da un certo momento in poi avesse lasciato Follini in mezzo al guado restando indifferente alle peripezie del suo alleato.
Poi il rebus assunse l´aspetto di un´operetta. Trascinato dall´empito vendicatorio di Storace e dal desiderio antico del camerata Alemanno di soppiantarlo nella guida del partito, Fini preannunciò anche lui il ritiro di se stesso e dei ministri dal governo se....
Quel "se" conteneva le stesse ingiunzioni elencate da Follini: nuovo governo, nuovo programma, sospensione della "devolution", estromissione di Calderoli da ministro delle Riforme, nuova politica economica concentrata su imprese, famiglie e Mezzogiorno, fine della catastrofica strategia di riduzione dell´Irpef.
Nella tenaglia Fini-Follini Berlusconi tentò di giocare d´anticipo: si presentò da Ciampi per dimettersi ma strada facendo cambiò idea: non si dimise affatto, uscì da quell´incontro facendo marameo ai suoi (ex) alleati sfidandoli a negargli la fiducia, forte del conforto di Bossi. Ma poi, dopo averci dormito sopra e temendo il peggio, si pentì del voltafaccia della mattina e ritornò all´idea di accettare la crisi formale. La grandissima e inutile buffonata della crisi formale, come disse in Senato preannunciando le dimissioni che infatti dette mezz´ora dopo.
Un´operetta - dicevo - di cattiva musica suonata e cantata da attori scadenti. Passarono altre ventiquattr´ore e arrivò il giovedì.

In che mani è caduto lo Stato

La mattina di quel giorno il "premier" dimissionario ottenne da Ciampi il reincarico per formare il nuovo governo. Studia il programma secondo le linee richieste dagli (ex) alleati. Studia la struttura del nuovo ministero. Si mormora di novità importanti, di new entry clamorose. Venerdì sera finalmente il presidente del Consiglio è pronto per l´incontro con il capo dello Stato nella Sala della vetrata. Con in tasca la lista del suo terzo ministero.
A questo punto l´operetta diventa una comica. Ciampi lo accoglie con un impercettibile sorriso (o almeno così racconterà poi il Berlusconi furioso) e gli chiede subito se tra i nuovi ministri ci sia anche l´ex governatore del Lazio, Francesco Storace, battuto pochi giorni prima dal signor "Mi manda Raitre". Affermativo, risponde il "premier": alla Sanità.
Hai riflettuto bene sulle ripercussioni di questa nomina? Quali ripercussioni? chiede Berlusconi che comincia a fiutare puzza di bruciato. E Ciampi lo informa d´aver ricevuto pochi minuti prima una telefonata autorevole che lo avverte del profondo malcontento dentro Alleanza nazionale per una nomina così indigesta alla maggioranza del partito. «Almeno metà dei parlamentari di An non darà la fiducia al governo» prevede l´autorevole informatore del presidente della Repubblica. Ma chi è? sbotta Berlusconi.
Maurizio Gasparri, risponde Ciampi, e insiste: «Riflettici, consultati, non avere fretta».
Ora la comica si fa serrata. Berlusconi ritorna nel suo ufficio e convoca Fini. Lo informa di quanto ha saputo.
Fini trasecola. Convoca Gasparri. Lo ricopre di contumelie e poi lo butta fuori dall´ufficio. Torna da Berlusconi e gli propone di cancellare il nome di Gasparri dalla lista dei ministri. Cercano insieme chi possa prenderne il posto.
Provano con La Russa. Mi piacerebbe, risponde il D´Artagnan dei poveri, ma non posso fare uno sgarbo a Maurizio. Allora Landolfi. Il quale accetta.
Tutto a posto? Non ancora. Berlusconi si sente ora più forte di fronte alla figuraccia del ministro degli Esteri.
Gli comunica d´aver deciso l´ingresso di Tremonti come vicepresidente del Consiglio al posto di Follini che per propria scelta resta fuori dal ministero.
Fini oppone una timida resistenza ma capisce che ormai la sua forza negoziale è ridotta a zero, con un partito diviso e disfatto.
Il "premier" taglia corto. Sabato mattina al tocco ritorna al Quirinale. Le new entry» oltre a Tremonti sono quelle di Giorgio La Malfa e del socialista Caldoro, riesumato dalle catacombe del centrosinistra Prima Repubblica. E Miccichè, per il quale viene inventato un ministero chiamato "Sviluppo e coesione territoriale". Fantastico.
Spara il cannone dal Gianicolo. L´ufficio stampa dell´Udc diffonde un comunicato per annunciare che il partito valuterà in Parlamento se il programma e la struttura del governo meriteranno la fiducia oppure no. Il ministro leghista Maroni, dal canto suo, dichiara che con il ritorno di Tremonti nel governo la Lega passa da tre ministri a tre e mezzo. Altro che liquidazione dell´asse nordista.
La comica per ora termina qui. Martedì alla Camera si vota la fiducia.
Oppure no?

* * *

Questo Paese si merita pagliacciate di questo infimo livello in un momento in cui incertezza e preoccupazione per il futuro sono al loro massimo e problemi gravi incombono non solo su di noi ma sull´Europa e sul mondo intero? Sarebbe diplomatico rispondere no, il Paese non merita uno spettacolo così avvilente. Ma la verità non è questa. La verità, per sgradita che sia, è che ogni paese ha la classe dirigente che si merita. La maggioranza degli italiani credette nel maggio del 2001 alle cervellotiche e miracolistiche ricette di un Dulcamara da strapazzo e affidò il potere a lui e ad una banda di dilettanti.
Dilettanti per imperizia a guidare lo Stato, ma fior di professionisti nel calcolare, difendere e amministrare i propri interessi usando a tal fine le pubbliche istituzioni.
Questa accolita discende direttamente da Tangentopoli, è costola e figlia di Tangentopoli. Le sue radici sono cresciute in quell´humus e hanno tratto alimento da quel concime. I frutti si vedono: un disastro morale, un collasso economico, un mucchio di rovine politiche e istituzionali.
Questo governo bis è nato col forcipe e ne mostra tutti i segni e le malformazioni. Sarà seppellito dalle risse interne e dalla disistima internazionale. Arrecherà all´Italia danni ulteriori e ulteriore disdoro.
Per rilanciare l´economia dovrebbe chiedere sacrifici severi ai ceti più abbienti e snidare il "sommerso" con pugno di ferro. Ma chi parla più del "sommerso"?
Ricordate? Doveva essere uno dei grandi temi del nuovo miracolo. L´Italia ha un vantaggio sui concorrenti: un quarto della sua economia sfugge ai controlli, alle regole sindacali, al fisco. È come avere una piccola Cina in casa. È il nostro tesoro nascosto e la riserva per quando finalmente emergerà.
C´era soltanto follia e predisposizione al malaffare in questo ragionamento. La Cina non ha un´economia sommersa; alla luce del sole le sue aziende operano con costi bassissimi nei settori produttivi di scarso valore aggiunto, ma con costi di mercato nelle tecnologie avanzate e avanzatissime.
Noi siamo inesistenti nei settori avanzati. Tra poco lo saremo anche nella grande industria matura. Ma nelle produzioni tradizionali con basso valore aggiunto neppure il nostro sommerso regge alla concorrenza asiatica. Nel frattempo, negli ultimi quattro anni la nostra economia che lavora in nero è passata da un quarto ad un terzo del totale. Si può andare avanti così? Consumi fermi, investimenti fermi, esportazioni in discesa.
Il cavallo non beve. Lo credo: è un cavallo moribondo. Ci vorrebbe un´alimentazione forzosa.
Secondo i calcoli più attendibili le dimensioni della manovra destinata a rimettere il sistema in moto ad un ritmo accettabile ammontano a 35 miliardi di euro, 47 miliardi di dollari, 70 mila miliardi di vecchie lire.
Chi glieli darà a Siniscalco? Dove pensa di prenderli? Bisognerebbe tassare severamente i patrimoni, quelli immobiliari e quelli mobiliari. Infatti hanno già cominciato a farlo alla chetichella, sperando che la gente non se accorga. Ma ben presto la gente se ne accorgerà.
Una manovra da 35 miliardi di euro l´Italia non se la può permettere dopo quattro anni di dissipazioni mascherate a colpi di condoni.
Siniscalco pensa infatti ad una manovra dimezzata, da 18 miliardi di euro.
Ma anche questa non sarà indolore e probabilmente servirà a ben poco. Non potrà essere totalmente espansiva con un debito pubblico al 106 per cento del Pil. Diciamo che sarà espansiva per 6 miliardi e restrittiva per 12. Con un saldo netto deflazionistico e tassi sul debito in aumento.
No, non è un bel periodo quello che ci aspetta. Meglio sarebbe stato chiudere subito la partita, prima che degradi in una rissa tra piccoli uomini sulla pelle del Paese.
Richiedeva coraggio e dedizione allo Stato e ai cittadini.
Ma uomini di questa fatta non si trovano più da un pezzo nella destra italiana che perciò è destinata ad andare a fondo. La speranza è che non ci si porti dietro.



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Ds Milano - Rassegna stampa


Per la sanità la cura Storace
Sconfitto alle regionali, l'ex governatore del Lazio è in pole position per il ministero che è stato di Sirchia. Una promozione proprio nel settore dove ha fatto più disastri. Tra clientele e trionfo delle convenzioni, lascia un buco record nella spesa per i farmaci. Oltre al ticket, che è stato tra i primi a reintrodurre
ROBERTA CARLINI
ROMA
Nel toto ministri è il candidato in pole position. Nonostante alcune resistenze interne al suo stesso partito, An, e nonostante la clamorosa bocciatura alle regionali. Franceso Storace ministro della salute? Come Dracula alla presidenza dell'Avis, verrebbe da dire parafrasando una battuta del collega (di Storace) Tremonti, anche lui in lizza per tornare al governo. Sotto la sua guida la regione Lazio ha conquistato molti primati in campo sanitario, tutti negativi: è in vetta alla classifica dei deficit così come brilla tra le top ten della spesa farmaceutica pro capite; è stata tra le prime in Italia a re-introdurre il ticket sulle ricette, non appena il governo di centro-destra ha ridato alle regioni la facoltà di mettere il balzello sui farmaci, mentre ha lanciato (in prima mondiale) la cartolarizzazione degli ospedali. Diverso ma non meno dannoso del modello lombardo di Formigoni, il «sistema Storace» ha esaltato il peggio della tradizione della sanità romana e laziale - i rapporti con le cliniche private in convenzione, religiose e non solo - innestandovi modernità finanziarie (come il sale-and-lease-back) e accontentando tutti gli amici che poteva. (Un sistema, sia detto tra parentesi, ancora in vita, avendo la Corte d'appello di Roma scandalosamente rinviato l'insediamento della nuova giunta al 14 maggio).



Il cuore del potere laziale

«Le regioni la sanità già ce l'hanno, ne so qualcosa», si vantava Storace qualche sera fa a Ballarò di fronte alle intemperanze leghiste. E infatti la sanità è stato il cuore del suo potere, che sembrava inossidabile e invece si è sbriciolato in poche ore. Il sistema delle convenzioni con le strutture private non l'ha certo inventato lui, e a Roma è quasi un corollario dei Patti Lateranensi. Ma negli ultimi anni l'abnorme sproporzione a favore delle strutture in convenzione è cresciuta, e il raggiungimento dell'agognato «accreditamento» per i ras delle cliniche è diventato via via più facile.

Criteri rigidi, gare d'asta e altre cose trasparenti di questo tipo non sono mai esistite: ma che si accreditasse come struttura in convenzione un edificio semivuoto che non aveva neanche l'allacciamento dell'energia elettrica - a poche settimane dal voto - non s'era visto neanche nei film del filone medico di Alberto Sordi. Truffe a parte, fatto sta che sotto la gestione Storace i padroni della sanità privata laziale, religiosi e non, non hanno sofferto. Ed essendo un ceto antico e potente, spesso in tonaca, si pensava che il suo appoggio - unito a quello dell'ultimora del senatore a vita Giulio Andreotti, frequentatore di antica data degli stessi ambienti - sortisse qualche effetto migliore nell'urna.



Tutti gli affari paralleli

Affianco al grande business della cura e della diagnostica, sono cresciuti con gli stessi metodi tanti altri settori d'affari, grandi e piccoli. Un esempio è nella parabola dell'astro di Claudio Lotito, grande amico e sostenitore di Storace, che in pochi anni - appaltino dopo appaltino - è diventato un quasi monopolista delle pulizie nella sanità del Lazio nonché fornitore dei servizi di vigilanza di tanti uffici tra i quali quelli della stessa Regione. La sua stella è cresciuta anche prima di acquistare la squadra di calcio della Lazio, che poi ha aggiunto lustro e popolarità al nome dell'imprenditore che vorrebbe costruire lo stadio della squadra biancoceleste e adesso è piazzato in pole position per fare le pulizie anche in ministero.

In allegria e tra amici, è cresciuta tanto anche la spesa farmaceutica. Le statistiche del settore, che misurano la spesa pro-capite «pesandola» in base alla struttura della popolazione, alla sua anzianità, morbilità, ecc., mettono il Lazio al primo posto in Italia. Il ticket sulle ricette - re-introdotto da quasi tutte le regioni governate dalla destra - non ha funzionato dunque da deterrente a un eccesso di spesa per i farmaci: la quale è lievitata in assenza di monitoraggi, controlli e informazioni sui medici e sui centri di spesa.

Per colmare i baratri che via via si aprivano (buchi che andavano ad aggiungersi, va detto, a un deficit ereditato) Storace è ricorso a un mix di debito esplicito, debito nascosto, debito rinviato (nella forma del vendi-e-riaffitta) e finanza creativa. Chissà che non sia un mix perfetto per il Berlusconi bis: certo al Lazio è valso il triplice declassamento di Moody's, Standard and Poor's e Ficth.www.ilmanifesto.it/




Lo sconfitto e il cacciato alla riscossa
L’ex ministro dell’Economia torna con un ruolo di supervisione del ministero di via XX settembre
Incredibile, ma vero
L’ex Governatore del Lazio dopo la sonora sconfitta elettorale prende un premio: il posto di Sirchia
«Da oggi ho smesso di fumare»
Bianca Di Giovanni

ROMA Il ritorno di Giulio Tremonti è il vero colpo di teatro del Berlusconi bis. Equivale a un pugno nello stomaco agli alleati «ribelli». Con l’ex superministro - il «genio» della finanza creativa dal «caratteraccio» spigoloso - ancora una volta il premier ricorda a An e Udc che il padrone è lui. Fini, Follini e soci non sono che comparse. E non solo: con il «divo Giulio» il premier mette anche sotto tutela l’attuale ministro dell’Economia. Quel Domenico Siniscalco che in pochi giorni nel luglio scorso è riuscito a passare dalla stanza di direttore generale (ancora oggi vuota) a quella che fu di Quintino Sella senza battere ciglio. Di uno così il premier (e con lui Tremonti) non si fida: troppo abituato agli slalom, e per di più con parecchi «addentellati» con il centro-sinistra oggi in crescita (da «Reviglio boy» a fedelissimo di Giuliano Amato) e molteplici legami doppi con l’establishment (da Carlo Azeglio Ciampi a Antonio Fazio). Insomma, detto in altri termini, Siniscalco non appartiene ai «berluscones doc», meglio spingerlo all’angolo e togliergli anche una fetta del superministero, promuovendo a ministro un suo sottoposto, Gianfranco Miccichè. Per Tremonti è la vendetta consumata a freddo. Nei giorni della sua cacciata le cronache riportarono quel nomignolo velenoso che il ministro uscente riservò al suo successore: Siniscaltro. Da allora i due si sono guardati a distanza e Tremonti si è sempre rifiutato di commentare le stoccate partite da Via Venti Settembre negli ultimi mesi: dall’operazione «mezza verità» sui conti alle rassicurazioni sul rigore fornite a Bruxelles. Siniscalco forse pensava di riuscire in una sorta di «damnatio memoriae»: addossare tutti i «nei» del bilancio (che stanno spuntando a ripetizione sotto lo sguardo vigile dell’Europa) al suo predecessore, tacendo sul fatto che tutte le operazioni messe sotto accusa sono frutto di una doppia firma. Anzi, alcune , come le cartolarizzazioni o gli swap sul debito, sono da attribuire proprio alla solerzia dell’allora direttore generale.
E adesso? Siniscalco incassa lo schiaffo Tremonti in silenzio e senza dimettersi, come molti ieri si sarebbero aspettati. Alcuni pronosticano un paio di mesi di convivenza tumultuosa: poi il ministro getterà la spugna. Altri escludono l’ipotesi di un abbandono volontario: se non l’ha fatto finora... «Tornerà nella stanza di direttore generale nei fatti, forse l’ha lasciata vuota di proposito», azzarda qualche maligno. Con Siniscalco è destinato a finire nell’ombra anche Renato Brunetta, da sempre malsopportato dal neo-vicepremier, mentre torna sulla cresta dell’onda Giuseppe Vitaletti, fedele tremontiano. Quanto a lui, il poltergeist della politica berlusconiana, sarà una vera mina vagante per l’agenda economica. In altre parole: tutti i giochi si riaprono. Ad iniziare dai rapporti con i poteri forti. Sarà interessante vedere come si posizionerà nei confronti di Bankitalia il neo vicepremier oggi che la Lega è scesa dalle barricate e si è trasformata in «filo-fazista» per «ragioni di sportelli bancari», come disse Bruno Tabacci.
Ma è sul fronte della finanza pubblica che gli appuntamenti sono molti, e tutti cruciali: decreto competitività, ipotetica manovra correttiva con annessa procedura per deficit eccessivo in partenza a Bruxelles, Documento di programmazione economica e infine Finanziaria. Una manovra che si preannuncia tra le più complicate dell’era Berlusconi. Il deficit di bilancio già quest’anno è dato vicino al 4%, a causa della minore crescita e della revisione di alcune voci come i trasferimenti alle Ferrovie e gli anticipi di imposta (insieme mezzo punto di Pil). In ballo c’è anche la contabilizzazione dell’Ispa, che vale altro mezzo punto di Pil. I conti veri emergeranno a inizio estate, quando Eurostat avrà emesso il suo verdetto sul bilancio e quando si conoscerà l’andamento delle entrate. Ma già da ora una cosa è certa: il rigore è la via obbligata. Per tenere a posto i conti di quest’anno serve una correzione di almeno sei miliardi, per quelli dell’anno prossimo (si stima un deficit al 4,6) ne occorrono almeno altri 12-14. Per di più c’è l’Irap da sostituire, con un rischio «buco» di altri 2-3 miliardi con il versamento di giugno.
In questo quadro come si tradurrà la formula annunciata da Berlusconi: famiglie, imprese e sud? Nella maggioranza c’è chi (An) punta a sgravi per 6 miliardi da destinare in gran parte all’Irap (escludendo dal prelievo gli oneri sociali) e riservando circa 1,5 miliardi alle famiglie. La manovra toccherebbe quindi i 18-20 miliardi. Ma FI insiste con i 12 miliardi promessi da Berlusconi. E c’è da scommettere che per Tremonti la priorità vera non sarà l’Irap ma le aliquote Ire: esattamente il sogno del premier. «Volevo tagliare le tasse, ma non me l’hanno consentito», disse il neo vice-premier al momento di lasciare Via Venti Settembre. Forse oggi può prendersi la rivincita. Ma a pagare per quel suo puntiglio sarà tutto il Paese con un pesante «buco» di bilancio.unita.it









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An spaccata a metà dopo la notte dei veleni
Fini contestato dalle correnti di La Russa e Urso
Storace glissa sullo scontro e se la cava con una battuta: "Se c´è la salute c´è tutto"
Ultimatum dei capi di Destra protagonista: senza ricuciture, via dal governo
Di sé dice: "Sono logorroico, benedico gli sms che impongono periodi tronchi"
GIOVANNA CASADIO


da Repubblica - 24 aprile 2005

ROMA - Un terremoto in An, di cui ieri si è avvertita solo la prima scossa. La defenestrazione di Maurizio Gasparri dal governo ha provocato la rivolta dei "colonnelli": tutti, o quasi, danno al leader settantadue ore di tempo, fino al prossimo consiglio dei ministri di martedì, prima di decidere se restare fuori dagli altri posti di governo; se rifiutare insomma gli incarichi di sottosegretario.
Accade dopo la notte dei lunghi coltelli, quella in cui a Palazzo Grazioli, davanti al premier Berlusconi, si consuma la lite tra Fini e Gasparri. Parole grosse: Fini dà a Gasparri del «doppiogiochista» e traditore, accusandolo di essere uomo di Berlusconi e non di An. Il ministro, che con la legge di riordino dell´emittenza radio-tv, si è guadagnato la riconoscenza del presidente del Consiglio, tiene il punto: «O me o Storace». Troppo sbilanciata la rappresentanza di "Destra sociale" nel governo, aggiunge, se oltre ad Alemanno, riconfermato alle Politiche agricole, va Storace nel ministero-chiave della Salute.
Ma a fare traboccare l´ira di Fini c´è la rivelazione: Gasparri ha protestato non solo con Berlusconi ma anche con Gaetano Gifuni, segretario generale del Quirinale, contro l´ingresso di Storace nel governo. «Basta», tuona Fini e cancella Gasparri dal Berlusconi-bis. Poi telefona a La Russa offrendogli il dicastero delle Comunicazioni: una, due, tre volte. La Russa spera in una ricomposizione. Ieri commenta: «La genesi dello scontro non è "correntizia". Certo adesso c´è uno squilibrio all´interno del partito...». Viene chiamato in extremis l´uomo di Fini, Landolfi, per ricevere l´eredità delle Comunicazioni. Fa una battuta prima di defilarsi al momento del giuramento, ieri: «È stato un parto non travagliato». Lo guardano storto.
Del resto, non ci credeva nessuno. Forse neppure Fini immaginava di passare dalle minacce ai fatti: Gasparri scaricato e Francesco Storace sorridente in completo "fumo di Londra" al Quirinale dove se la cava, come al solito, con una battuta: «Quando c´è la Salute, c´è tutto...». Ma Fini non ha voglia di scherzare. Scuro in volto, si concede una passeggiata in centro a piedi, prima del giuramento, con due ministri: Altero Matteoli, riconfermato all´Ambiente, e Mario Landolfi, il portavoce che ha richiamato dal week end al mare e ha spedito al posto di Gasparri. Per il presidente di An è cominciato un conto alla rovescia: la corrente "Destra protagonista", di cui Gasparri è uno dei leader e che controlla poco più di un terzo del partito, gli lancia un ultimatum. O si ricuce, oppure - spiega Ignazio La Russa - «potremmo decidere di tornare a essere movimentisti lontani dalle poltrone romane...». In altre parole, se lo schiaffo a Gasparri rimarrà tale, tutti gli uomini di "Destra protagonista" rifiuteranno incarichi di sottosegretario. Anche Adolfo Urso, il vice ministro del Commercio con l´estero, che in An è collocato nella corrente "Nuova alleanza", non esclude di starsene da parte. Imiterebbe in pratica «il gesto di Gasparri». Pronto, lui pure, a dedicarsi al partito. A metà mattina, quando ormai per lui la partita è perduta, Gasparri dà alle agenzie di stampa un comunicato: «Il rilancio dell´azione di governo è fondamentale per il futuro del centrodestra. Ma è altrettanto importante rilanciare l´iniziativa politica», alla quale «mi dedicherò». Il retroscena è che la nota è stata congelata per ore nella speranza che alla fine Berlusconi riuscisse a «risarcire» Gasparri, scaricato da Fini, con qualche altro incarico di governo.


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IL PERSONAGGIO
La parabola dell´ex ministro, dal nomignolo di Mambro e Fioravanti, ai berluscones di An, fino al licenziamento
Il tonfo del "Carrierino dei Piccoli"
"Mai chiamato il Colle, ora vado al partito"
Sgarbi lo denunciò dopo un litigio: "Ha rigato con le chiavi la mia Mercedes"
ANTONELLO CAPORALE

ROMA - Il crac del "Carrierino dei piccoli", al secolo Maurizio Gasparri, è stato inaspettato ma cruento quasi quanto quello Parmalat. E´ successo tutto in una notte. E così tragicamente improvvisa è apparsa questa dipartita politica da provocare significativi vuoti emotivi all´uomo scelto per la successione, il mite Mario Landolfi.
"Carrierino" è il nomignolo che Giusva Fioravanti e Francesca Mambro ricordano avesse Gasparri da piccolo. Per quel suo moto perpetuo, movimento e avanzamento, e la fede incrollabile nelle proprie forze e l´assoluta capacità di reggere ai più alti ritmi di lavoro pur di raggiungere il traguardo per primo. In questi quattro anni non c´è stato giorno senza il buongiorno di Gasparri. In video, sui giornali, alla radio. Era sempre ed ovunque: a colazione e a mezzanotte era lì che ti parlava. Ministro delle Comunicazioni. E quindi comunicava.
Ha sempre parlato molto e sempre di tutto, e ancora e di più. Ha commentato e sostenuto gli esili dalla Rai di Enzo Biagi e Michele Santoro, poi ha preso di mira il timido Fabio Fazio. Quando ormai il campo dei nemici si è fatto deserto, ha puntato gli occhi sugli show di Claudio Amendola. Tolto di mezzo Amendola («non va, al sabato sera non va»), tocca al Grande fratello ottenere la censura. «Alla scorsa campagna elettorale c´era Taricone sul palco del centrodestra. Taricone, capisci?». Gasparri parla forse troppo. Lui lo sa: «Sono logorroico, per questo benedico gli sms che impongono periodi tronchi».
A volte, anziché la parola ha scelto le mani per illustrare il proprio pensiero. Diretto e pesante quel ceffone che indirizzò sul volto di Stefano Massari, dirigente dei giovani di destra, reo di aver permesso a un gruppo di contestatori di sedere in platea a un convegno presso l´università di Tor Vergata. «Sei un capo del c...!», urlò il ministro prima di timbrargli il volto, salire in auto e ripartire. Ma Gasparri, uomo democratico, schiaffi ne ha anche ricevuti. Irripetibile la scena che gli amalfitani - a distanza di anni - ancora ricordano. Era estate e il ministro accettò di riunire al tavolo di un bar, nella piazza principale della perla della Costiera due fazioni litigiose del partito salernitano. Lui arbitro al centro, i contendenti seduti ai lati, granite di limone e caffè freddo sul tavolo. La discussione cessò quando un militante dall´aspetto robusto, l´attuale deputato Edmondo Cirielli, non convinto dell´imparzialità, mollò uno schiaffo all´arbitro. Il ministro - dal fisico assai più fragile - scelse di non replicare e decise di ritornare in spiaggia.
Operoso oltre il verosimile, Gasparri macina polvere e chilometri pur di ampliare i suoi possedimenti in Alleanza Nazionale. Già a capo di Destra protagonista, cordata berlusconiana, tiene sotto monitor quotidiano l´evoluzione dei sentimenti delle genti meridionali. E´ la Calabria la sua terra d´elezione, e non c´è ora che egli non tenga esattamente il conto delle adesioni al proprio progetto, e la distanza che separa i suoi numeri da quelli di Gianni Alemanno, capo della cordata nemica. Corre da una città all´altra, e mentre lo fa, polemizza e dichiara. L´umore dei cronisti, quando c´è Gasparri in piazza, volge subito al nero. Le agenzie di stampa hanno perso il conto dei flash, dei comunicati e delle veline che in questi quattro anni sono partiti da largo Brazzà, sede del suo quartier generale.
Se c´è Gasparri di mezzo, nessuno la può passare liscia. Persino la mercedes di Sgarbi testimonia il ricordo di una lite violentissima con il ministro. «Gasparri - denunciò Sgarbi - ha rigato con le chiavi la mia automobile!». Da non credere. Meno teso il confronto con Massimo Moratti, patron dell´Inter. Si parlava di Rai e diritti del calcio. Il ministro annunciò: «La festa è finita. La Rai non ha denari per pagare le vacanze a Ronaldo... Ricordo che qualcuno coniò l´espressione ricchi-scemi. Moratti non si sforzi di renderla attuale». Moratti si sforzò di ripondergli: «E´ un ministro, anche se la cosa può meravigliare».
Oggi Maurizio Gasparri è un ex ministro. Un tonfo dalla cima delle scale a terra. Ieri è andato per l´ultima volta al ministero, ha raccolto le carte e ha ringraziato i dipendenti per questi quattro anni meravigliosi. Ai giornalisti ha ricordato la legge che porta il suo nome, il risanamento della Rai e le mille altre iniziative concluse. Ha poi smentito che abbia mai tramato contro Fini, come ha smentito di essersi appellato a Ciampi: «E´ assolutamente falso».
La vita continua, e Gasparri è già di nuovo in agguato: «Adesso ho tempo per dedicarmi al partito».



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Ds Milano - Rassegna stampa


«Il berlusconismo? Un’autobiografia della nazione, ma quel ciclo è finito»

di GIOVANNI COCCONI


È davvero finita un’epoca se anche lui, che al fenomeno Berlusconi ha dedicato molto lavoro e tre libri, ha deciso che non ne scriverà un quarto. «No, si è concluso un ciclo» racconta lo psicologo Alessandro Amadori. Il Cavaliere è stato il suo paziente preferito negli ultimi anni, fin da quel Mi consenta (Scheiwiller) che metteva sul lettino dello psicanalista il personaggio politico italiano più tipico del decennio. Il ciclo è finito. Niente più libri. Anche se Amadori non smette di analizzarlo.
L’ultima volta il 5 aprile, la puntata di Ballarò. «L’ho vista e rivista, quasi alla moviola, ne ho fatto anche un’analisi non verbale.
Berlusconi mi è sembrato un uomo murato vivo, imprigionato dentro la gabbia del suo personaggio. Mi è sembrato schiavo di se stesso tanto da farmi tenerezza. Forse è questa la chiave psicanalitica: l’incapacità di padroneggiare se stesso lo spinge al desiderio di possedere gli oggetti. Lui soffre, ma non ce la fa: è come sorpreso dal fatto che il mondo possa essere diverso da come lui pensa».
Già, si è abbassato il sipario. Il film di Citizen Kane è finito come l’idillio con la società italiana. Eppure il berlusconismo ha rappresentato un’autobiografia della nazione.
«Non c’è dubbio. Berlusconi ha espresso un carattere italiano. In matematica si chiamerebbe un isomorfismo, una corrispondenza biunivoca tra la sua weltanschauung, la sua visione del mondo, e il carattere nazionale.
Questo vale per tutti i grandi leader ed è successo anche con Berlusconi che ha intercettato un sentiment collettivo, ha messo in scena un copione dell’immaginario italiano, almeno dalla metà degli anni ‘80 alla fine dei ‘90 e l’ha sfruttato benissimo. Ma sarebbe un abbaglio pensare che Berlusconi sia solo marketing o le sue televisioni ».
Quale copione ha interpretato il berlusconismo? «Quello della società edonica. Le televisioni private con il loro successo sono state non la causa ma il sintomo di un mutamento di ciclo, dopo la fase collettivista e normativa degli anni ‘70, una fase punitiva, triste, superegotica si direbbe in psicoanalisi. Dopo quegli anni di grande tensione anche morale l’inconscio collettivo ha cercato una forma di compensazione più orientato sul polo della gratificazione ed è nata la stagione del narcisismo individuale incarnata da Berlusconi.
Negli anni ‘80 ognuno credeva di essere il centro del mondo e si è arrivati alla mitizzazione di alcuni valori come la ricchezza, l’affermazione e l’esibizione di sè». Berlusconi ne è stato insieme la causa e l’effetto, il massimo interprete nazional-popolare di questo bisogno collettivo di libertà, «la via italiana al ciclo edonico, così come Clinton lo è stato per gli Stati Uniti».
Il paradosso è che l’era berlusconiana è fi- nita in realtà con la fine degli anni ‘90. La vittoria elettorale del 2001 è arrivata fuori tempo massimo, sulla scia del ciclo precedente.
«Sì, i cicli prima che diventino espliciti e manifesti vivono un periodo di overlapping, un periodo di incubazione. Quella fase ha cominciato a declinare negli anni ‘90. La crisi era latente già prima dell’11 settembre 2001. Quell’evento è stato solo il catalizzatore di questa ansia collettiva, ha rappresentato il crollo definitivo delle certezze e di liberazione dell’ansia. Se si vogliono capire i cicli dell’immaginario collettivo basta guardare le scelte della chiesa, che esiste da duemila anni e fiuta i tempi prima degli altri. Col senno di poi possiamo dire che era perfettamente logica la scelta di Ratzinger».
La sintonia profonda tra Berlusconi e l’immaginario italiano si è spezzata. Il problema è che il personaggio sa interpretare una sola parte in commedia. L’Italia è cambiata, lui no. «Questo spiega il suo dramma. Quel ciclo gli è scoppiato tra le mani. Lui è come un musicista specializzato in un solo genere, per sua natura è monotematico. Da questo punto di vista è un prodotto altamente specializzato: è come una specie vivente che se cambiano le condizioni climatiche si estingue ».
Per Amadori Berlusconi resta un antipolitico «come di solito sono i grandi leader populisti e questo spiega anche il loro successo: è come se l’inconscio della società si volesse concedere un esperimento diverso. Berlusconi non ha cambiato strategia in questi anni, anzi è uno degli uomini più prevedibili che esistano. È uno che sembra possedere tutto ma non possiede se stesso. Soffre di un’angoscia da controllo: se non controlla grippa, si schianta».
Finito l’esperimento l’Italia vuole voltare pagina. «L’incantesimo si è spezzato. Mentre prima anche gli avversari subivano il suo fascino oggi è diventato un personaggio di nicchia, esercita fascino solo su una nicchia e sempre per le stesse ragioni».
E qual è la nuova fase? «La nuova epopea è quella di una società che ha bisogno di scoprire valori di carattere solidaristico. È possibile che Prodi, anche in via transitoria, sia il personaggio del futuro. Io ho già previsto da tempo che vincerà».www.europaquotidiano.it



La democrazia fluida
ILVO DIAMANTI


da Repubblica - 24 aprile 2005

LA CRISI e la stessa formula usata per definire il nuovo governo: il Berlusconi-bis, inducono molti commentatori a evocare i riti e i linguaggi della prima Repubblica. Non è così. Un tempo, si ricorreva alle crisi e ai rimpasti per aggiornare gli equilibri "interni" alla coalizione. I rapporti di forza tra i partiti o fra le correnti. Oggi, invece, la crisi riflette l´esigenza della coalizione di governo e dei partiti che ne fanno parte, di ricostruire il rapporto con la realtà "esterna".

Per rimediare a una situazione che vede l´attuale maggioranza parlamentare ridotta a minoranza fra gli elettori. In vista delle prossime elezioni politiche. È qui la differenza. Ieri il sistema politico era bloccato, senza possibilità di alternanza. Oggi, invece, la competizione elettorale è aperta. Fluida. Siamo in tempi di "democrazia fluida". Perché "fluido" è l´andamento delle consultazioni, "fluido" il comportamento elettorale. Perché non ci sono più ideologie, paure, regole che possano "congelare" le scelte elettorali dentro i confini di uno schieramento. Né stabilizzare la geografia politica del paese. Si tratta di un cambiamento profondo, consumato in pochi anni. Al punto che non ce ne siamo resi conto davvero.
Cinque anni fa, alle soglie del nuovo millennio, la transizione sembrava finita. Il centrodestra aveva, allora, conquistato la maggioranza delle regioni. E aveva vinto le elezioni politiche del 2001, con un risultato clamoroso, dal punto di vista dei seggi (molto più equilibrato sotto il profilo dei voti). Si pensava, allora, a una nuova era. L´era di Berlusconi. Caratterizzata da una nuova stagione di "stabilità" elettorale, paragonabile alla prima Repubblica. D´altra parte, gli sconfinamenti da uno schieramento all´altro, fino ad allora, erano apparsi poco significativi. Il successo di una coalizione dipendeva dall´ampiezza e dall´eterogeneità dei partiti che ne facevano parte molto più che dalla capacità di attrarre gli elettori dell´altro schieramento. L´era-Berlusconi, invece, è stata scossa da una progressiva instabilità dei rapporti tra coalizioni, partiti ed elettori: sul piano territoriale e del comportamento di voto individuale.
1. È cambiato, profondamente, il paesaggio politico italiano, in pochi anni. Dal 2002 ad oggi si è votato in 87 province. In partenza quelle amministrate dal centrosinistra erano 55. Oggi sono 65. E, fra le altre, 2 (Sondrio e Treviso) sono governate da una maggioranza monocolore leghista. Nell´ultimo anno (dal 2004 a oggi), poi, si è votato in quasi 300 comuni (297, per la precisione) con più di 15mila abitanti. Prima delle consultazioni, il centrosinistra governava già in 189 comuni, oggi in 216. Quanto alle regioni, il dato è sotto gli occhi di tutti. Rispetto al 2000, i rapporti di forza tra coalizioni si sono rovesciati. Allora il centrosinistra governava nelle quattro regioni dell´Italia centrale, a tradizione di sinistra e, inoltre, in Campania e in Basilicata. Oggi, invece, è maggioranza quasi dovunque: in 12 delle 15 regioni a statuto ordinario. Al centrodestra sono rimasti il Lombardo-Veneto e, inoltre, Sicilia e Molise (dove, però, non si è votato). Fra le regioni a statuto speciale, il centrosinistra, nel frattempo, ha "conquistato" il Friuli Venezia Giulia, la Sardegna e si è confermato nella provincia autonoma di Trento. Mentre in Val d´Aosta e in provincia di Bolzano governano forze autonomiste, sicuramente non amiche del governo.

Certo, le elezioni amministrative e regionali non sono "politiche", ma assumono sempre significato "politico". Soprattutto quelle regionali. Tanto che, in questa occasione, al pari del 2000, hanno prodotto una crisi di governo. Nell´insieme, però, sottolineano come in pochi anni si sia delineato un nuovo paesaggio politico. Il voto alle elezioni europee dello scorso anno lo conferma. Anche se il confronto con le precedenti, del 1999, non lo rende del tutto evidente. Nel 1999, infatti, il centrodestra aveva appena iniziato la sua "rincorsa" elettorale, che sarebbe proseguita alle regionali del 2000 per concludersi con il successo alle politiche del 2001. Tuttavia, alle europee del 2004 il centrosinistra raggiunge il centrodestra. Per la prima volta, se si fa riferimento al voto proporzionale. Cresce del 3,2% rispetto alle europee del 1999 e dell´1,6% rispetto alle politiche del 2001. Mentre il centrodestra è stabile, rispetto al 1999, ma perde il 4% rispetto al 2001.
So che è faticoso seguire questa complessa sequenza di cifre. Ma recitarla restituisce bene, più di molti ragionamenti, l´immagine dell´instabilità del nostro tempo politico. In parte dettate dalle nuove regole elettorali "maggioritarie", che impongono la logica delle alleanze e rendono esplicito il bilancio di chi vince e chi perde. Tuttavia, questa instabilità riflette anche cambiamento più profondo, che scava nel rapporto fra elettori e politica e si traduce in una accresciuta "mobilità" degli elettori. Secondo l´Osservatorio Ispo, di Renato Mannheimer, alle recenti elezioni regionali il 20% degli elettori ha deciso per chi votare solo il giorno del voto. Un altro 12% nella settimana precedente. Lo stesso Renato Mannheimer stima che il 20% degli elettori che alle politiche del 2001 avevano votato per il centrodestra, alle regionali abbiano scelto diversamente: preferendo metà il centrosinistra, l´altra metà l´astensione. Ipsos, a sua volta, indica nel 4% la quota del voto ceduto dal centrodestra al centrosinistra, solo parzialmente recuperato dai flussi in entrata (1% circa). E, ancora l´Ipsos, nel descrivere il profilo sociale dei "transumanti" - pensionati, casalinghe, lavoratori autonomi - , ne coglie alcuni dei motivi mobilitanti: l´incertezza, la vulnerabilità sociale, la sfiducia nel presente e nel futuro.

Siamo, dunque, entrati in una "democrazia fluida". Caratterizzata dalla crescente disponibilità degli elettori a "cambiare" voto. E dalla crescente incertezza nella decisione (da cui dipende la tendenza a dilazionare i tempi della scelta). Una democrazia fluida: nella quale si può votare diversamente in diversi tipi di elezione: regionali, piuttosto che amministrative o politiche.
Fra le diverse cause che hanno contribuito a questo "scongelamento" delle fedeltà politiche, ne indichiamo tre, particolarmente importanti, in occasione delle elezioni recenti.
1. La personalizzazione, che si è riprodotta a ogni livello. A partire dai contesti locali. Così che gli elettori si sono abituati a votare, oltre che per appartenenza, interesse o opinione, anche sulla base dell´identificazione con il leader. Luigi Di Gregorio, al proposito, ha parlato di "voto personalizzato e o populistico".
2. La ripresa del voto di scambio, soprattutto nel Mezzogiorno, dove, come ha sottolineato Mauro Calise, il voto ai partiti coincide ormai quasi integralmente con il voto ai candidati consiglieri. Con percentuali di "preferenze espresse" oltre la soglia del 90%.
3. A livello più generale e "fondamentale": il ridimensionamento di Berlusconi, della sua capacità di dividere e di aggregare. Di imporsi come metro e misura del nostro piccolo mondo. Di spaccare gli elettori in due: berlusconiani e/o comunisti. Così, cambiare partito, ma anche coalizione, è divenuto meno difficile, meno drammatico, più normale; tanto più quanto più lo si pratica, senza drammi, a livello locale e regionale.
Personalizzazione, voto di scambio, organizzazione, sberlusconizzazione: accentuano la "fluidità" degli elettori. Soprattutto dei meno politicizzati. Gli elettori moderati di "centro", naturalmente (come ama ripetere Giovanni Sartori); ma anche i "non allineati", i più "esterni" rispetto all´alternativa fra destra e sinistra. I più sensibili al richiamo personalista e populista e, al tempo stesso, i più esposti all´incertezza economica e all´insicurezza sociale.
Il punto di svolta di questo processo si è realizzato nel 2004, quando la mobilità elettorale, alle europee, si è associata a un sensibile cambiamento dei governi locali, alle amministrative. Quest´anno, le elezioni regionali e la successiva crisi di governo l´hanno reso definitivo ed evidente. Ma, soprattutto, hanno chiarito che dovremo abituarci a convivere con l´instabilità politica. Che non è un "vizio", una anomalia, ma il "carattere costitutivo" di un mercato elettorale aperto e concorrenziale. Il distintivo della "democrazia fluida".
Per questo, chi, nei risultati delle elezioni regionali, vede il segno di una vittoria annunciata, per il centrosinistra, probabilmente ha sbagliato occhiali. Usa lenti vecchie e consumate. È meglio che si affretti a cambiarli. Altrimenti rischia di perdersi. E di perdere.





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Ds Milano - Rassegna stampa


Viaggio nell’America che s’interroga







Cosa pensa l’America, dopo la seconda vittoria elettorale di Bush, della situazione internazionale? Stanno davvero migliorando i rapporti con la “vecchia” Europa? Ne parlo a Washington con il professor Jeffrey Anderson, direttore del Center for German and political studies, Università di Georgetown. «La polemica antieuropea che ha segnato l’atteggiamento dell’Amministrazione repubblicana durante il primo mandato di Bush - mi spiega - non è piaciuta alla maggioranza degli americani. Ecco uno dei motivi che hanno spinto la Rice e Bush, a cambiare atteggiamento. Ma si tratta di un cambiamento di tono, come dimostra il comportamento, meno arrogante del solito, in seguito all’uccisione dell’agente segreto italiano a Bagdad. Tuttavia sbagliano gli europei che affermano che la politica estera dell’America sia di nuovo multilaterale».

L’incontro con il professor Anderson avviene all’indomani della decisione di Bush di candidare Paul Wolfowitz alla presidenza della Banca mondiale. Gli chiedo se questo evento non sia una prova del fatto che i neoconservatori sono ancora molto influenti. «Bush ha scelto Wolfowitz, il quale in realtà aspirava a sostituire Rumsfeld nella carica di ministro della Difesa - mi spiega Jefffrey Anderson - in coerenza con un progetto che vuole le grandi istituzioni internazionali, in particolare l’Onu, sempre più subalterne agli interessi americani. L’influenza dei neocon è quindi ancora molto forte». E i morti americani in Iraq? Cosa ne pensa l’opinione pubblica? «La società americana - conclude Anderson - parla sempre meno dell’Iraq. Dopo il voto del 30 gennaio, si ritiene che ormai quel paese sia comunque avviato verso la democrazia. I morti vengono accettati dalla maggioranza come un prezzo da pagare per vincere la battaglia contro il terrorismo islamico. Le recenti manifestazioni in Libano e le elezioni municipali in Arabia saudita, dimostrerebbero che Bush e i neocon avrebbero fatto bene ad abbattere Saddam. Tuttavia io penso che l’attuale passività della società potrebbe trasformarsi di nuovo in critica aperta se la situazione irachena diventasse chiaramente disastrosa. Per il momento gli americani sono concentrati nei problemi interni, in particolare la social security, un pilastro del welfare che Bush vorrebbe privatizzare».

Norman Birnbaum, professore emerito al Law Center della Georgetown, è d’accordo. E aggiunge: «La questione irachena è passata in secondo piano. I soldati che muoiono, in gran parte povera gente immigrata che si è arruolata per ottenere la cittadinanza americana e quindi un lavoro, non turbano più di tanto i sogni della società americana. Per questo la protesta contro la guerra è praticamente finita e oggi coinvolge soltanto piccole minoranze liberal. D’altra parte i temi della politica estera non hanno mai coinvolto più di tanto l’opinione pubblica. I media non ne parlano e quando ne parlano, salvo rare eccezioni come il New York Times, lo fanno per dare ragione al presidente. Purtroppo l’opposizione democratica non è in grado di contestare le scelte di fondo di Bush. Il quale ora può pensare ad altro, come le pensioni, oppure la difesa dei cosiddetti valori cristiani. La manipolazione politica del caso Schiavo lo dimostra». Chiedo al professor Binbaum se la deriva sempre più conservatrice di un vasto settore della società civile americana non sia stata facilitata dal trauma dell’11 settembre. «Solo in parte - mi spiega -. L’11 settembre è stato un trauma spaventoso ma la spinta conservatrice era in atto dagli anni Sessanta. La società americana è da tempo polarizzata. Con Clinton ha prevalso la componente liberale e democratica, con Bush è venuto a galla un fondamentalismo religioso che covava da tempo. Bush ha vinto per la seconda volta sfruttando la paura del terrorismo mentre Kerry ha perso perché non ha saputo galvanizzare l’elettorato democratico». New York, la città che ha votato per i democratici anche dopo l’attentato alle Twin towers, sta vivendo una sorta di nuovo rinascimento culturale e politico e appare più che mai vitale e proiettata in avanti. Proprio nella città che è stata colpita dal terrorismo islamico, mi spiegano in molti, prevale la preoccupazione per il crescere di atteggiamenti intolleranti nella destra americana in vaste zone del paese.

Martha Saxton, una storica delle donne americane che ha appena pubblicato un interessante libro sul tema nell’epoca coloniale, non nasconde la sua preoccupazione. «Il caso Schiavo - spiega - è davvero emblematico di come ragioni una certa destra religiosa. Questa gente, cattolici integralisti e protestanti evangelici, non vuole capire che la Schiavo era da anni praticamente morta. Attenzione: sono in gran parte gli stessi che sono favorevoli alla pena di morte. Vogliono un mondo in cui ci siano chiare regole per tutti, che permettano di distinguere tra bene e male. Regole di matrice religiosa. Molti di questi, in particolare i protestanti evangelici, fanno riferimento ad una sorta di lettura integrale della Bibbia, in particolare del Vecchio Testamento. In questa America sta avvenendo un qualcosa che davvero assomiglia molto a quanto si sta verificando nel mondo musulmano: la penetrazione dello Stato secolare da parte di religiosi fanatici. Un fenomeno che ha radici antiche nella storia americana ma che non era certo nello spirito di coloro che scrissero la Costituzione americana la quale aveva una impronta illuminista e prevedeva una separazione netta fra stato e religione. Stiamo vivendo forse la fase più acuta di quanto era già emerso negli anni Settanta e Ottanta, quando si formò un movimento contrario all’aborto e sempre più intollerante verso la cultura secolare. L’11 settembre - continua Saxton - ha consolidato questo movimento e Bush lo ha strumentalizzato in modo cinico. Con successo soprattutto tra gli strati popolari meno colti e nelle zone più rozze dell’America profonda». Martha Saxton non è una intellettuale progressista isolata, lei rappresenta il modo di pensare di tanta gente in America. Un’America pragmatica e disponibile al confronto con gli altri, in particolare a New York, la città che molti qui considerano come un pezzo di Europa. Lo avverto in modo netto quando mi ritrovo seduto di fronte ad un tavolo ovale in una bella stanza di un grattacielo di Park Avenue, nel cuore di Manhattan. Sono stato invitato dal National committee on American foreign policy, una istituzione non accademica e sponsorizzata da grandi banche e corporation, a tenere una relazione off the records sulla la mia esperienza in Iraq e le ragioni delle mie dimissioni dalla Cpa (l’Autorità provvisoria della coalizione). Di fronte a me ci sono alcuni personaggi del mondo economico, alcuni democratici, altri repubbblicani. Dopo il mio intervento introduttivo, volutamente sintetico, vengo sommerso di domande. Nessuno contesta quanto ho raccontato sul fallimento della ricostruzione in Iraq, che probabilmente conoscono, e sui limiti della transizione politica inizialmente impostata dalla amministrazione Bush e poi bocciata da al-Sistani che ha imposto le elezioni. Prevale l’interesse per i possibili sviluppi post elettorali e la ricerca di una soluzione che eviti una spaccatura del paese e l’affermazione delle tendenze più integraliste. Quando affermo che in ogni caso l’America, a mio parere, non può risolvere da sola il dramma iracheno e che ci vuole un impegno multilaterale che coinvolga anche l’Europa e i paesi confinanti con l’Iraq, sento un misto di approvazione e disagio tra i miei interlocutori. Ma non ci sono toni violenti e polemici e penso a come si sarebbe invece svolta una simile riunione in un paese come l’Italia dove pullulano i discepoli di Bush più realisti del re. Qui, al contrario, si sente la volontà di capire e soprattutto quel grande pragmatismo che è sempre alle ricerca di soluzioni e che è l’opposto di una visione puramente ideologica.

A pochi metri dalla storica Union Square, c’è la sede di The Nation, il settimanale più antico d’America (fondato nel 1865) e più noto della stampa progressista (185mila abbonati). Qui incontro Victor Navasky, scrittore ed editore della rivista, al quale chiedo se non vi siano pericoli seri per la democrazia americana, assediata dalla destra oltranzista. Mi dice Navasky: «I rischi per i diritti civili esistono. Ma non è la prima volta. Durante la guerra civile, ad esempio, ma anche dopo le due guerre mondiali e dopo la guerra in Vietnam, si verificò una situazione simile, che ora si spiega con l’evento traumatico dell’11 settembre. Il vero problema, semmai, è che giornali, radio e catene televisive, sono ormai nelle mani di pochi grandi gruppi. Questo è davvero un fenomeno inedito e molto preoccupante che voi italiani conoscete bene. Oltre tutto perché i media sono in gran parte controllati dalla destra integralista. Dobbiamo impegnarci insieme, noi e voi, affinché cresca la consapevolezza di questo grave fenomeno, cruciale per il futuro democratico».

Della questione irachena parlo anche con David C. Unger, editorialista per la politica internazionale del New York Times. Lo incontro nella sede del giornale (due milioni di copie), un edificio di inizio Novecento che da più di un secolo, vicino a Broadway, ospita il più influente quotidiano americano. «Il tema iracheno è cruciale - mi spiega Unger - e proprio oggi il giornale contiene un mio editoriale dedicato alle prospettive post elettorali. Che restano molto preoccupanti. Si corre il rischio di un regime meno laico di quello di Saddam, in particolare per quanto riguarda la condizione delle donne. Inoltre, fatto ancora più grave, c’è il rischio di una spaccatura difficilmente recuperabile tra sciiti, sunniti e curdi. Le elezioni sono state un fatto molto importante ma c’è ancora molto da fare. Il trionfalismo ufficiale serve solo a nascondere le responsabilità americane in una situazione che non è stata certo risolta come si cerca di far credere».

di Marco Calamai (tratto da Avvenimenti)


Michele Serra


Niente embrioni congeliamo le mamme


Continua la guerra del mondo religioso contro il laicisimo dello Stato. Un piaga da abbattere a colpi di iniziative ingegnose: dalla mutualizzazione dei miracoli alla fecondazione assisitita da un sacerdote

Eutanasia, aborto legale, matrimonio gay, fecondazione assistita, autodeterminazione della donna, piercing all'ombelico, uso smodato di cibi piccanti nei take-away etnici: la piaga laicista sta infettando l'umanità. Per rimediare, si stanno moltiplicando nel mondo le iniziative dei vari movimenti per la vita, di ispirazione religiosa (soprattutto i cristiani rinati e gli ancor più zelanti cristiani trinati, che si distinguono per l'aureola multipla, a forma di anelli di Saturno). Vediamo i progetti più significativi.

1. Congelamento delle madri Per conciliare scienza e morale, anziché congelare gli embrioni, pratica blasfema, potranno essere congelate le madri, già fecondate o ancora da fecondare, con un rosario in mano e il camice da puerpera.

2. Donne Il termine 'donne', fonte nei secoli di infinite ambiguità, verrà sostituito a norma di legge dal termine 'madri', che almeno chiarisce perché mai queste curiose creature figurino tra gli esseri viventi. Molti i mutamenti nel lessico corrente: "Stasera esco a cena con una madre", "Ho visto un film sexy, era pieno di madri nude!", "Madre al volante pericolo ambulante", "Chi dice madre dice danno", "Quello è un dongiovanni, è pieno di madri", eccetera.

3. Mutualizzazione dei miracoli Le guarigioni miracolose, sempre più frequenti e in aumento esponenziale dopo la morte del pontefice, rappresentano ormai una pratica terapeutica riconosciuta e diffusa. Nel caso comportino, da parte del miracolato, lunghi viaggi a Lourdes o a Medjugorie, può essere presentato alle autorità sanitarie un rimborso spese. Qualora la guarigione miracolosa avvenga a domicilio, si avrà comunque diritto a un indennizzo per i danneggiamenti al mobilio provocati dalla troupe della 'Vita in diretta', che non se ne perde una. Inseriti nei farmaci esenti da ticket anche la pomata per le stimmate e le lenti scure per proteggersi dalla 'luce intensissima' che illumina molti miracolati. Quest'ultimo fenomeno è stato dimostrato indubitabilmente vero: si tratterebbe dei riflettori della 'Vita in diretta' accesi in faccia all'agonizzante.

4. Profilattici L'uso rimane vietato, tranne nei casi di comprovata allergia al caucciù. In quel caso l'immediata sofferenza provocata dal preservativo (arrossamenti, scariche di sternuti, asma, crisi apoplettiche, choc anafilattico) santifica il suo uso e lo assolve, perché laddove c'è sofferenza, umiliazione, prostrazione e dolore, c'è Dio. Così almeno assicura, nel suo manuale 'Soffrire con letizia', suor Addolorata, dell'Ordine delle Calpestate e Dilaniate.

5. Fecondazione assistita Ad ogni fecondazione dovrà assistere un sacerdote.

6. Eutanasia Vietatissima, ovvio. Ci sarà, per giunta, un vero e proprio giro di vite: prima di avere il diritto di dichiarare deceduto il morto e seppellirlo (con molta calma), il decesso dovrà essere accertato, secondo il diritto canonico, con una martellata in fronte. Bandita la cremazione, si auspica una maggior diffusione della pratica dell'adorazione dei cavaderi, immergendoli in formalina e lasciandoli esposti nell'androne del condominio almeno un mese. Transenne sui marciapiedi per ordinare il flusso entusiasta dei vicini di casa. Consentito il commercio delle reliquie (tibie, teschi, scalpi, protesi di silicone) solo se il parente defunto si dichiara, in vita, donatore di reliquie.

7. Divorzio È la madre di tutte le storture morali. Ma, in segno di apertura e dialogo con il mondo secolarizzato, potrà essere consentito, previa dispensa papale, solo in due casi: la morte di uno dei due coniugi, oppure quando lo scioglimento del matrimonio venga richiesto da parte di un uomo e una donna che non sono sposati e non si conoscono nemmeno.

8. Voto all'embrione L'ovulo fecondato, in quanto persona umana, avrà il diritto di voto. Nel caso non potesse ancora esercitarlo, saranno delegati la madre, che dovrà presentare al presidente di seggio il test di gravidanza, o il ginecologo, purché non sia il professor Flamigni.

9. Indulgenze La remissione dei peccati è garantita a chi sia riuscito a fotografarsi con il telefonino davanti al feretro del papa. Assoluzione estesa anche ai familiari nel caso delle foto di gruppo, con menzione al merito in caso di filmati anche brevi. Un pellegrino abruzzese, che eludendo il servizio d'ordine è riuscito a farsi fare da un amico un ritratto a olio con il papa morto sullo sfondo, sarà santificato e ha ottenuto il diritto di partecipare al Conclave.www.espressonline.it

Il libero mercato della ricostruzione preventiva







La scorsa estate, durante la pigra siesta d’agosto dei mass media, la dottrina Bush della guerra preventiva ha fatto grandi progressi. Il 5 agosto 2004, la Casa Bianca ha costituito l’ufficio per la ricostruzione e la stabilizzazione, con a capo l’ex ambasciatore USA in Ucraina Carlos Pascual. Il suo compito è di preparare elaborati piani di ricostruzione per un totale di 25 paesi che ancora non sono in guerra. Secondo Pascual, l’ufficio sara anche in grado di coordinare tre operazioni di ricostruzione complete, in tre diversi paesi contemporaneamente, ciascuna con una durata da cinque a sette anni.

Appropriatamente, un governo dedito alla perpetua distruzione preventiva ha ora anche un ufficio stabile per la perpetua ricostruzione preventiva.

Sono finiti i tempi in cui si aspettava che scoppiassero le guerre e poi si disegnavano piani ad hoc per raccogliere i resti. In stretta collaborazione con il National Intelligence Council, l’ufficio di Pascual tiene una lista aggiornata dei “paesi ad alto rischio” e mette insieme squadre d’emergenza pronte a impegnarsi nella pianificazione preventiva della guerra e a “mobilitarsi per essere presto schierata” non appena il conflitto finisce. Le squadre sono costituite da compagnie private, organizzazioni non governative e membri di commissioni di esperti -- alcuni, ha dichiarato Pascual davanti ad un pubblico del Center for Strategic and International Studies in ottobre – alcuni avranno contratti pre-stipulati per ricostruire paesi che non sono ancora stati distrutti. Sbrigare le pratiche in anticipo potrebbe “ridurre i tempi di reazione di tre fino a sei mesi”.

I piani che le squadre di Pascual hanno preparato in questo sconosciuto ufficio del Dipartimento di Stato trattano del cambiamento “del tessuto sociale stesso di una nazione”, ha dichiarato. La missione dell’ufficio non è di ricostruire un vecchio stato, ma di crearne di nuovi “democratici e orientate al mercato”. Così, ad esempio, (e, senza dubbio, stava semplicemente estraendo un esempio a caso dal cilindro), la rapida ricostruzione può aiutare a “vendere le imprese statali che soffocavano la vitalità dell’economia”. “A volte ricostruire – spiega – significa far crollare le cose vecchie”.

Pochi ideologi possono resistere a quella tentazione di uno stato tabula-rasa che era la promessa intrigante del colonialismo: “scoprire” nuove incontaminate terre dove l’utopia appariva realizzabile. Ma il colonialismo è morto, così ci han detto; non esistono più luoghi da scoprire, terre di nessuno (non sono mai esistite), non ci sono più pagine bianche sulle quali, come disse Mao: “si possono scrivere le parole più nuove e belle”. Ci sono però un sacco di paesi distrutti ridotti in macerie, che sia da cosiddetti atti divini o da atti di Bush (per conto di Dio). E laddove c’è distruzione, c’è ricostruzione, una chance per prendere il sopravvento sulla “terribile sterilità”, come un funzionario dell’ONU ha recentemente descritto la devastazione di Aceh, e colmarla con i migliori e più perfetti progetti.

"Un tempo avevamo un colonialismo volgare," dice Shamali Guttal, un ricercatore di Bangalore per Focus on the Global South. "ora abbiamo un colonialismo sofisticato, e loro lo chiamano ricostruzione".

È certo che si ha l’impressione che porzioni sempre più ampie del globo siano un cantiere: ricostruite da un governo parallelo, costituito da una nota casta di aziende di consulenza, compagnie ingegneristiche, mega-ONG, agenzie governative e dell’ONU e istituzioni finanziarie internazionali. Si sente il coro di lamentele della gente che vive in queste zone in ricostruzione – dall’Iraq ad Aceh, dall’Afghanistan ad Haiti. I lavori, quelle volte che poi si fanno, sono lenti. I consulenti stranieri vivono alla grande, con note spese di migliaia di dollari al giorno, mentre i locali vengono tagliati fuori dal mercato del lavoro, così necessario, dall’addestramento e dalle decisioni. Gli esperti dell’esportazione della democrazia danno lezioni ai governi sull’importanza della trasparenza e del “buon governo”, tuttavia la maggior parte dei contrattori e delle ONG rifiutano di mostrare i propri libri contabili a quegli stessi governi, per non parlare poi di controllare come il loro fondi d’aiuto vengono spesi.

Tre mesi dopo che lo tsunami ha colpito Aceh, il New York Times ha pubblicato un articolo che racconta come “pare che quasi nulla sia stato fatto per iniziare ad aggiustare e ricostruire”. La corrispondenza avrebbe potuto benissimo arrivare anche dall’Iraq, dove, come ha recentemente riportato il Los Angeles Times, tutti gli impianti idrici che la Betchel diceva di aver ricostruito hanno cominciato a rompersi, ennesimo esempio nell’infinita serie di fregature della ricostruzione. La notizia sarebbe anche potuta arrivare dall’ Afghanistan, dove il presidente Hamid Karzai ha poco tempo fa infuriato contro “i corrotti, spreconi e inaffidabili” contrattori stranieri, per aver “sperperato le preziose risorse degli aiuti per l’Afghanistan". Oppure la notizia sarebbe potuta giungere dallo Sri Lanka, dove 600,000 persone che hanno perso le proprie case a causa dello tsunami, stanno ancora aspettando in accampamenti d’emergenza. Cento giorni dopo che l’onda anomala ha colpito, Herman Kumara, a capo del National Fisheries Solidarity Movement a Negombo, Sri Lanka, ha mandato una disperata e-mail ai suoi colleghi in tutto il mondo: "I fondi ricevuti per le aiutare le vittime vengono usati a beneficio di pochi privilegiati, non delle vere vittime. Le nostre voci non si sentono e non ci è permesso di farle sentire”.

Ma se l’industria della ricostruzione è sorprendentemente inetta, questo potrebbe derivare dal fatto che la ricostruzione non è il suo scopo principale. Secondo Guttal, "tutto questo non riguarda la ricostruzione, ma il ridare forma a tutto”. Se non altro, le storie di corruzione e incompetenza servono a mascherare questo ben più profondo scandalo: la crescita di una forma predatoria di capitalismo da disastro che si approfitta della disperazione e della paura create da una catastrofe per intraprendere una radicale opera di ingegneria socio-economica. Su questo fronte l’industria della ricostruzione lavora così in fretta ed efficientemente che le privatizzazioni e le acquisizioni delle terre vengono concluse prima che le popolazioni locali abbia avuto la possibilità di accorgersi di cosa le ha colpite. Kumara, in un’altra e-mail, avverte che lo Sri Lanka sta fronteggiando “un secondo tsunami, quello della globalizzazione delle corporation e della militarizzazione”, potenzialmente ancor più devastante del primo. "Vediamo questo come un piano d’azione per mettere il mare e le coste nelle mani delle multinazionali del turismo, con l’assistenza militare dei marines degli stati Uniti”.

In qualità di sottosegretario alla Difesa, Paul Wolfowitz ha concepito e diretto un simile progetto in Iraq: Baghdad stava ancora bruciando e i funzionari dell’occupazione Americana avevano già riscritto le regole d’investimento e annunciate che le imprese statali del paese sarebbero state privatizzate. Qualcuno ha rammentato questo episodio per dimostrare che Wolfowitz non è adatto per la direzione della Banca Mondiale; di fatto, nulla avrebbe potuto prepararlo al suo nuovo lavoro meglio di questo. In Iraq, Wolfowitz stava facendo esattamente quello che la Banca Mondiale da già in ogni paese dilaniato dalla guerra o paralizzato dal disastro, solo con meno accortezze burocratiche e più arroganza ideologica.
Secondo uno studio del Congressional Research Service i paesi "post-bellici" ricevono ora il 20-25% dei prestiti totali della Banca Mondiale, rispetto al 16% del 1998 – che già rappresentava un incremento dell’800% dal 1980. Una risposta rapida a guerre e catastrofi naturali era tradizionalmente competenza delle agenzie delle Nazioni Unite, che lavoravano con le ONG per fornire aiuti d’emergenza, costruire rifugi temporanei e cose del genere. Ora il lavoro di ricostruzione si è rivelato essere un’attività estremamente lucrativa, troppo importante per essere lasciata nelle mani dei benefattori dell’ONU. Così oggi p la Banca Mondiale, già devota al principio di alleviare la povertà attraverso la creazione di profitti, che dirige la carica.

Non c’è dubbio che ci sano profitti da fare con il business della ricostruzione. Ci sono enormi contratti per infrastrutture ed approvvigionamenti (10 miliardi di dollari all’Halliburton solamente in Iraq e Afghanistan); il “democracy building” ha dato vita ad un’industria da 2 mila miliardi di dollari, e i tempi non sono mai stati più propizi per i consulenti del settore pubblico – le aziende private che consigliano i governi di vendere i propri patrimoni, spesso occupandosi loro stesse dei servizi del governo in subappalto. (Bearing Point, la preferite tra queste aziende negli USA, riporta che le rendite per il proprio “servizio pubblico sono quadruplicate in cinque anni” e I profitti sono enormi: $342 milioni di dollari nel 2002—con un margine di profitto del 35%) .

Ma i paesi distrutti attraggono la Banca Mondiale anche per un’altra ragione: obbediscono agli ordini. Dopo un cataclisma, i governi di solito fanno qualunque cosa per ricevere aiuti – anche se questo significa accumulare un debito esorbitante e acconsentire a travolgenti riforme. E con la popolazione locale che lotta per trovare rifugio e cibo, organizzare la politica contro la privatizzazione sembra un lusso inimmaginabile.

Ancor meglio, dal punto di vista della banca, molti dei paesi devastate dalla guerra sono in stati a “sovranità limitata”: considerati troppo instabili e inefficaci per gestire il denaro degli aiuti, così questo viene spesso depositato in un fondo fiduciario gestito dalla Banca Mondiale. È il caso di Timor Est, dove la banca dispensa soldi al governo fintanto che questo dimostra responsabilità nelle spese. Apparentemente, questo significa tagliare gli impieghi nel settore pubblico (il governo di Timor è stato dimezzato rispetto al periodo dell’occupazione indonesiana), ma il denaro degli aiuti viene riciclato assumendo consulenti stranieri che la su indicazione della banca (il ricercatore Ben Moxham scrive: "in un dipartimento governativo un singolo consulente internazionale guadagna in un mese quanto i suoi 20 colleghi di Timor guadagnano in un anno intero”).

In Afghanistan, dove pure la Banca Mondiale amministra gli aiuti attraverso un fondo fiduciario, è già riuscita a privatizzare la sanità, rifiutandosi di dare i fondi al Ministero della salute per ricostruire gli ospedali. Invece incanala i soldi direttamente nelle ONG, con le loro cliniche privati, con contratti triennali. La BM ha anche affidato “un ruolo più determinante al settore privato” nel sistema idrico, delle telecomunicazioni, petrolifero, del gas e delle miniere e ha ordinato ai governi di “ritirarsi” dal settore dell’elettricità per lasciarlo agli “investitori privati stranieri”. Queste profonde trasformazioni della società afgana non sono mai state dibattute o raccontate perché in pochi, al di fuori delle banca ne erano a conoscenza: i cambiamenti sono stati sepolti in “un’appendice tecnica”, notazione ad un finanziamento che forniva aiuti “d’emergenza” per le infrastrutture distrutte dell’Afghanistan post bellico, due anni prima che il paese avesse un proprio governo eletto.

La stessa cosa è capitata ad Haiti, dopo la deposizione del presidente Jean-Bertrand Aristide. In cambio di un prestito di 61 milioni di dollari, la banca ha richiesto “una partnership tra privati e governo nei settori dell’educazione della sanità”, questo secondo i documenti della banca - leggi: compagnie private che dirigono scuole ed ospedali. "Incoraggeremo anche il governo di Haiti a proseguire, a tempo debito, con la ristrutturazione e la privatizzazione di alcune imprese pubbliche”, ha dichiarato all’American Enterprise Institute, il 14 aprile 2004.

Questi progetti sono estremamente controversi in un paese con una forte base socialista e la banca ammette che è proprio questo il motivo per cui stanno insistendovi ora, con Haiti in una situazione che va verso lo stato di polizia. “Il governo di transizione apre un’opportunità per implementare le riforme…che potrebbero diventare difficili da disfare per un governo futuro”, puntualizza la BM nel protocollo d’intesa per l’Economic Governance Reform Operation Project agreement. Per gli haitiani si tratta di un’ironia particolarmente amara: molti incolpano le istituzioni multilaterali, compresa la Banca Mondiale, per aver inasprito la crisi politica che ha portato alla cacciata di Aristide, trattenendo i prestiti di centinaia di migliaia di dollari promessi. A quel tempo la Inter-American Development Bank, sotto la pressione del Dipartimento di Stato, affermò che Haiti non era abbastanza democratica per ricevere i finanziamenti, additando irregolarità minori verificatesi durante le elezioni legislative. Ma ora che Aristide se ne’è andato, la Banca Mondiale celebra apertamente i benefici di operare in una zona a senza democrazia.

La Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno imposto una terapia dello shock ai paesi di vari stati negli ultimi trent’anni, specialmente dopo i colpi di stato in America Latina e dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Tuttavia molti osservatori sostengono che il capitalismo da disastro odierno ha veramente fatto il balzo con l’uragano Mitch. Per un’intera settimana, nel 1998, Mitch si è piazzato sull’America Centrale, ingoiando interi villaggi e uccidendo più di 9 mila persone. Paesi già poveri avevano un disperato bisogno degli aiuti per la ricostruzione – e gli aiuti arrivarono, ma con le catene. Durante i due mesi dopo l’uragano, con i paesi ancora in ginocchio fra le macerie, i cadaveri e il fango, il congresso dell’Honduras ha avviato quello che il Financial Times ha chiamato “svendita dopo la tempesta”. Passò una legge che autorizzava la privatizzazione degli aeroporti, dei porti e delle autostrade e tracciò fulmineamente un progetto per la privatizzazione della compagnia telefonica statale, la compagnia elettrica e parti del settore idrico. Soverchiò le leggi sulla riforma agraria, facilitando la compravendita delle terre per gli stranieri. Più o meno lo stesso accadde nei paesi vicini: quello stesso mese il Guatemala annunciò un piano per la vendita della compagnia telefonica e il Nicaragua fece lo stesso con la compagnia elettrica e il proprio settore petrolifero.

Tutte le privatizzazioni erano aggressivamente incitate dai soliti sospetti. Secondo il Wall Street Journal, "la banca Mondiale e il FMI hanno messo tutto il proprio peso sulla vendita delle telecomunicazioni, rendendola una condizione per lo svincolamento di circa 47 milioni di dollari l’anno in aiuti per tre anni e collegandola in Nicaragua ad una diminuzione del debito di circa 4.4 miliardi di dollari".

Ora la BM usa lo tsunami del 26 dicembre per far passare le proprie politiche della carota e del bastone. I paesi più devastati non hanno visto praticamente nessuna diminuzione del debito e la maggior parte dell’aiuto d’emergenza della Banca Mondiale è arrivato sotto forma di prestiti, non di stanziamenti. Anziché enfatizzare il bisogno di aiutare le piccole comunità di pescatori – più dell’80% delle vittime del maremoto – la banca spinge per l’espansione del settore turistico e degli allevamenti ittici industriali. Per quel che riguarda le infrastrutture pubbliche danneggiate, come strade e scuole, i documenti della banca riconoscono che ricostruirle “potrebbe dissanguare le finanza pubbliche” e suggerisce ai governi di considerare la privatizzazione (eh già hanno un’idea fissa!). “Per investimenti sicuri – recita il piano per il dopo tsunami della BM – potrebbe essere appropriato impiegare finanziamenti privati”.

Come per alter zone di ricostruzione, da Haiti all’ Iraq, il soccorso tsunami ha poco a che fare con il recuperare quel che è andato perduto. Anche se hotel ed industrie hanno già cominciato a ricostruire le coste in Sri Lanka, Tailandia, Indonesia ed India, i governi hanno passato leggi che impediscono alle famiglie di ricostruire le proprie case sul mare. Centinaia di miglia di persone vengono forzatamente dislocate nell’entroterra, in baracche stile militare ad Aceh e in prefabbricati in cemento in Tailandia. La costa non viene ricostruita com’era – tempestata di villaggi di pescatori e spiagge disseminate di reti fatte a mano. I governi, le multinazionali e i donatori esteri stanno invece facendo a gara per ricostruirla come piace a loro: le spiagge come terreno di gioco per i turisti, gli oceani come miniere acquatiche per le flotte delle corporation della pesca, entrambe servite da aeroporti privatizzati e autostrade costruite con denaro in prestito.

In gennaio Condoleezza Rice ha acceso qualche piccolo controversia descrivendo lo tsunami come una “meravigliosa opportunità” che “ci ha portato grandi dividendi”. Molti erano disgustati all’idea di trattare un’enorme tragedia umana come un’occasione dalla quale trarre vantaggio. Ma, se non altro, la Rice aveva capito la questione. Un gruppo che si fa chiamare Thailand Tsunami Survivors and Supporters sostiene che per “uomini d’affari e politici, lo tsunami è stata una risposta alle loro preghiere, poiché ha letteralmente spazzato via dalle zone costiere le comunità che prima stavano fra I piedi ai loro progetti per ristoranti, alberghi, casinò e allevamenti di gamberi. Per loro tutte queste arre costiere sono adesso spazio libero!"

Il disastro, a quanto pare, è la nuova terra di nessuno.

Di Naomi Klein (tratto da The Nation, traduzione di Anna Marchi)www.megachip.info/











Michel Guérin, filosofo, è autore di “La Pietà. Apologia atea della religione cristiana” (Actes Sud, 345 pp., 30, 5 €). In questa intervista, analizza l’effluvio di immagini che ha accompagnato la morte del Papa.



1. Perché in una società come la nostra in cui le chiese si svuotano, viene celebrata così tanto la morte di un pontefice?

R: Il dolore fisico del Papa, la sua agonia, sono diventati uno spettacolo che fa svanire tutto quel che ha di simbolico la sofferenza per i cattolici. Non vi è alcun regista, tutti vi contribuiscono: i fedeli, il clero che spera di fare più adepti, i media che trovano l’occasione per mettere in comunicazione il mondo intero, con dei reportage che collegano Roma a Manila.

Ma la ragione principale sta nel fatto che la nostra società è vittima di molteplici ansie che non riescono a precipitare, nel senso chimico della parola, nella forma di “angoscia positiva” esistenziale. E’ una società smarrita – come spiega Ulrich Beck nel suo libro “La società del rischio” – che “sa” che sta per arrivare la catastrofe, ma non sa dove. Si rifugia, allora, nelle figure paterne che idolatra. Il papa è, per eccellenza, la figura del padre, anche del nonno.




2. Lei dice che il sapere fondamentale della Chiesa sono le immagini. L’immagine “buona” sarebbe l’icona quando non diventa idolo. Ci troviamo in una sorta di “immagine negativa”?

R: Sto per dire delle cose in apparenza blasfeme, ma non è grave per il miscredente che sono: nuotiamo nel kitsch. Ansia ed idolatria kitsch sono il diritto ed il rovescio della stessa medaglia. Più o meno quel che è successo con l’inondazione di immagini che abbiamo avuto con la morte di Lady Di.



3. Dinnanzi alla “comunità dei credenti” di cui si sente parlare ovunque, l’ateo si sente solo…

R: Non bisogna drammatizzare. Dopo tutto, dietro tutto questo clamore mediatico, vi è una realtà politica… dietro a questa messa in scena, si nasconde l’importanza della scelta del papa futuro e la questione cruciale di sapere se il conclave sceglierà un prelato del terzo mondo. Questa scelta avrà un significato politico e culturale. Se il cattolicesimo riesce ad equilibrarsi nel mondo, come religione guida, costruita non è affatto un male. Non tutti sanno essere atei. Non si può imporre nulla in nome della ragione, dell’ateismo. E’ meglio una cultura religiosa della ferocia del sacro… ed è ancora l’infedele a parlare…






IL CATTOLICESIMO IN FRANCIA TRADOTTO IN CIFRE



6 francesi su 10 sono cattolici…

Secondo un sondaggio CSA/La Vie/Le Monde del 21 marzo 2003, i cattolici in Francia sarebbero il 62%, per la maggior parte non praticanti. Un quarto dice di essere un praticante occasionale ed un quinto si dice regolare.

Il numero dei battesimi in Francia è in ribasso dal 1993, anno in cui ve ne sono stati 432.701. Nel 1999 sono scesi a 400.000 e nel 2002 solo 385.460.

Secondo l’annuario pontificio 2005, vi sarebbero 1,086 miliardi di cattolici nel mondo. Un sondaggio CSA/La Vie/Le Monde del 21 marzo 2003 indica che la Francia ne conterebbe 38,5 milioni.

Nel 1992, vi erano 30.909 preti in Francia e nel 2002 solo 23.542. Il numero dei seminaristi è sceso da 1.172 a 773 tra il 1994 ed il 2003.



A-sud.org



Occhio alla Norvegia
Paola Casella





Dove si concludeva il viaggio iniziatico dei due fratelli protagonisti de La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana? E dove si trasferivano verso la fine della storia il padre e il figlio di Le chiavi di casa di Gianni Amelio? Se avete risposto "in Norvegia", avete un'ottima memoria cinematografica. O forse gli scenari che avete visto erano particolarmente indimenticabili. Fatto sta che ne vedrete ancora, di scenari norvegesi, sugli schermi italiani: la Norwegian Film Commission è infatti appena sbarcata in Italia per incentivare nuove coproduzioni fra i nostri due Paesi.

Tutto questo nell'ottica secondo cui, benché la Norvegia non faccia parte dell'Unione - tant'è vero che è stata epurata dalla piantina che appare sull'euro, come fa notare Jan ErickHolst, direttore del Norwegian Film Institute - è tuttavia un membro del Consiglio d'Europa e, attraverso un accordo economico, della Cee, dunque da 15 anni beneficia dei fondi europei per il cinema, spesso attraverso l'intervento mediatore di Eurimages, mettendo a punto numerose coproduzioni intracomunitarie.

Del resto coprodurre è diventato un imperativo anche per i cineasti italiani, sempre più a corto di finanziamenti statali. "La nuova legge per il cinema privilegia le coproduzioni", ha detto Mario Leggeri, rappresentante italiano Eurimages, nel corso del convegno "Occhio alla Norvegia" che si è svolto pochi giorni fa alla Casa del Cinema di Roma (dove ha avuto luogo anche una rassegna del cinema norvegese). "Nel decreto attuativo si dice che qualora un film italiano sia coprodotto al 60% il sostegno finanziario viene assegnato sulla base dell'intero costo di produzione. E anche se ancora non esiste un vero e proprio accordo bilaterale fra Italia e Norvegia, le coproduzioni fra i due Paesi possono essere approvate caso per caso". Come è appena successo ad Altrove, il film di Guido Fiandra basato su una novella di Pirandello che sarà ambientato in gran parte in Norvegia ed è coprodotto da una casa di produzione norvegese e una italiana.

"Prima di iniziare le riprese ero convinto che i nostri mondi fossero agli antipodi", dice Fiandra. "Pensavo di sviluppare tutto il film su un doppio asse: l'Italia calda e solare, raccontata con i colori giallo e rosso, contrapposta alla Norvegia fredda e algida, filmata in verde e blu. Invece ho scoperto la bellezza di certe casette norvegesi scarlatte stagliate scontro il verde delle montagne e il blu dei fiordi, così come ho scoperto la natura passionale e il senso dell'umorismo tutt'altro che freddo dei norvegesi". Del quale dà subito prova Truls Kontny, direttore della Norwegian Film Commission, sottolineando come la sede centrale della Commissione a Bergen si trovi in un'ex fabbrica di sardine e come la cittadinanza abbia cominciato ad approvare l'idea non appena si è resa conto che con i film si guadagnava meglio che con le aringhe. "Il nostro sforzo attuale", spiega Kontny, tornando serio, "è quello di sviluppare in Parlamento un doppio modello di finanziamento per il cinema nazionale: attraverso una percentuale delle tasse pagate dai cittadini e attraverso un sistema di sconti fiscali per chi investe nel cinema."

Ma soprattutto, la Film Commission ci tiene a lanciare la Norvegia come location cinematografica. "Abbiamo alcuni degli scenari naturali più belli del mondo, le nostre infrastrutture sono ben sviluppate, possiamo fornire team tecnici locali piccoli ed efficienti, il che riduce di molto i costi di produzione. E poi, in quale altro Paese, almeno per un certo periodo dell'anno (quello del sole di mezzanotte, ndr) si può filmare a condizioni di luce ottimali 24 ore su 24?"www.caffeeuropa.it/






Mario Landolfi, Roberto Calderoli, Gianfranco Miccichè, Rocco Buttiglione e Giorgio La Malfa: nomi e cognomi che puoi ritrovare, uno ad uno, sotto la voce “Governo dello Stato italiano”. Da oggi. E allora va da se (ma non è una novità): «lo Stato peggio che da noi, solo in Uganda».
Passerà anche questa, dicono; chino il capo, aspetto e penso.

Penso a Mario Landolfi, quello che «…se esistesse l’istituto della revoca [Mario Luzi] andrebbe destituito da senatore a vita». Lo stesso che tentò di piazzare l’amichetta per poi farsi denunciare in diretta tv. Lo stesso di cui si è già parlato.
Penso a lui e cerco di immaginarlo Ministro dello Stato italiano.

Penso a Roberto Calderoli, perché sono buono e generoso e non mi dimentico mai di nessuno.

Sono un medico e da medico so che se la cancrena avanza occorre amputare alto: mi fermerei a Pesaro. Un colpo di forbice, e non necessariamente sterilizzata.
(R.Calderoli)
Qui l’antimeridionalismo era diffuso, ma non aveva voce. Noi abbiamo dato un nome e un cognome a questo sentimento: Lega Nord!
(R. Calderoli)
Penso a lui e cerco di immaginarlo Ministro dello Stato italiano.

Penso a Gianfranco Micciché, uno sul quale grava come un macigno l’ironia popolare. Allorquando balbetterà una stupidata dinnanzi ad un microfono, infatti, il popolo sarà crudele - a torto o a ragione - ricordando che l’abuso di stupefacenti è dannoso alla salute.
Penso a lui e cerco di immaginarlo Ministro dello Stato italiano.

Penso a Giorgio La Malfa, quello del trasformismo come dogma politico.
Il PRI sta nel centrosinistra da sempre, sono gli altri partiti che hanno cambiato la loro posizione.
(G. La Malfa, 19 aprile 1998)
I repubblicani che stanno con la sinistra sono analfabeti, venduti e traditori.
(G. La Malfa [quello sopra], 5 febbraio 2005).
Penso a lui e cerco di immaginarlo Ministro dello Stato italiano.

Penso a Rocco Buttiglione, ma lo spazio per i pensieri è quello che è.

Con il che, alzo il capo e smetto di pensare. Per guardare l’orologio www.macchianera.net

Obiettivo sull'acqua
Intervista a Najwa Najjar, regista di un documentario sul problema dell’acqua in Palestina





dal nostro inviato
Christian Elia


Rinunciare a un sogno. Sono tante le persone che hanno la passione per la macchina da presa e, quasi tutte, sognano di sfondare, di diventare famose, arrivando magari a Hollywood. Ma c’è anche qualcuno che arriva a un passo da quel mondo di luci e lustrini e rinuncia a tutto perché si sente più utile da qualche altra parte. Come Najwa Najjar, giovane regista palestinese.
“Io sono fortunata, ho avuto la possibilità di studiare all'estero, negli Stati Uniti, a Washington per la precisione”, racconta Najwa, “ho studiato economia, ma la mia vera passione è sempre stata il cinema. Sono riuscita a entrare nel circuito dei festival alternativi statunitensi che offrono molte possibilità ai giovani registi. Il mio lavoro piaceva. Il mio stile, un po' onirico, riscuoteva molto successo. Mi hanno offerto di entrare in una casa di produzione americana, ma ho rifiutato. Per me era troppo importante restare libera di esprimermi fuori da logiche commerciali e allora ho deciso di tornare a casa”. Najwa torna a vivere in Palestina, tra Ramallah e Gerusalemme, e fonda la casa di produzione Ustura. Il suo lavoro si lega sempre più ai problemi del suo popolo e della sua terra. “Ho cominciato a raccontare le storie di tutti i giorni, quelle che qui capitano a tutti prima o poi e a usare il documentario come strumento”, spiega la regista palestinese, “perchè volevo comunicare la difficoltà che incontra un giovane che nasce qui. Allora ho girato un cortometraggio sulla quotidianità di un ragazzo che deve attraversare il check-point di Qalandia, oppure un documentario sulle origini della mia famiglia.
I miei nonni erano di Jaffa che era araba e adesso non lo è più. Ho ripercorso con mia nonna i luoghi della sua infanzia e ho raccontato la sua sensazione di smarrimento di fronte a un luogo che le apparteneva e che adesso non riconosce più. Un viaggio nella memoria del mio popolo e di questa terra”. Najwa Najjar è una di quelle persone che ha il potere d'ipnotizzare l'ascoltatore. Parla con un entusiasmo contagioso del suo lavoro e della sua terra, come se le due cose fossero indissolubilmente legate. L'appuntamento per l'intervista è al caffè del teatro al-Kasaba di Ramallah, dove la sera prima è stato presentato in anteprima l’ultimo lavoro di Najwa. Un documentario dal titolo Blue Gold, che illustra a modo suo il problema dell’accesso alle risorse idriche in Palestina.

La grande sete. “Quando mi hanno presentato il progetto ero diffidente...Non avevo mai fatto documentari su commissione prima e non la ritenevo una forma di espressione adatta a me. Temevo che, dovendo lavorare per illustrare i progetti di alcune organizzazioni governative e non, la mia libertà artistica potesse risultarne compromessa. Invece mi hanno lasciato carta bianca. Allora ho accettato e, alla fine, lavorare a questo documentario sul problema delle risorse idriche in Palestina mi ha entusiasmato. L'acqua mi è parsa metafora di una condizione dell'essere umano, una metafora del diritto stesso alla vita. Temo che sarà l'obiettivo di una prossima guerra”. Il progetto è dell'organizzazione non governativa italiana GVC (Gruppo di Volontariato Civile) e del Palestinian Hidrology Group, una ong indipendente palestinese tra la più antiche, finanziato dall'ECHO (European Commission Humanitarian aid Office), l'ufficio della Commissione Europea che si occupa della cooperazione allo sviluppo. Il progetto consiste in due elementi chiave: da un lato costruire delle cisterne che permettano alla popolazione palestinese di raccogliere l'acqua piovana, garantendosi così una indipendenza per l'approvvigionamento idrico e, dall'altro, riparare i pozzi dei palestinesi. Questi esistevano già, ma la loro manutenzione viene impedita dai rapporti tesi con gli abitanti degli insediamenti ebraici che hanno il controllo dei pozzi e che spesso finiscono per attuare rappresaglie contro i palestinesi impedendo loro l'accesso all'acqua.
Il documentario di Najwa finisce per andare ben oltre la testimonianza del lavoro svolto dalle organizzazioni e riporta il problema della scarsità dell'acqua a un livello familiare. Una delle immagini più forti è quella che mostra la madre della famiglia palestinese protagonista del racconto mentre pone un panno sull'orlo del secchio, usato per raccogliere l'acqua che serve alla sua famiglia per sopravvivere. Il panno serve da filtro, blocca i vermi che rendono l'idea del livello d'inquinamento della fonte. La mamma allarga le braccia rispondendo alla domanda della regista e risponde: “Lo so bene che è sporca, ma la mia famiglia deve vivere”.
“Uno degli aspetti più gratificanti della serata”, racconta la regista mentre si accomoda in un divanetto del caffè, “è stata la partecipazione numerosa di tanti giovani. Mi ha fatto davvero piacere”, commenta soddisfatta. “Come il dibattito appassionato che ha seguito la proiezione – spiega - segno di una voglia di partecipare in prima persona e di capire e di risolvere i problemi della propria comunità che tanti giovani di paesi con meno problemi hanno dimenticato”.
La voglia di rendersi utili è qualcosa che Najwa conosce bene. La sua sembra un'appassionata difesa del ruolo politico-sociale dell'intellettuale, ma non è così e anzi, quando le viene chiesto se ritiene che il suo contributo sia fondamentale al riconoscimento dei diritti e dei problemi palestinesi, quasi si offende.
“Qui il problema è un altro”, spiega la regista, “io mi esprimo con la macchina da presa e il mio contributo lo do in questa maniera. Ma ognuno fa il suo e credo che sia molto più difficile lottare ogni giorno per la propria dignità e i propri diritti in un campo da coltivare o in una fabbrica che facendo documentari. Lo stesso discorso vale per il mio essere donna. Provo rabbia quando qualcuno mi chiede se, in quanto donna, mi sento portatrice di un riscatto o di un messaggio particolare. Nessun messaggio particolare, faccio quello che so fare...Ed è molto più comodo di chi vive il dramma quotidiano di sfamare una famiglia. Anche quelle sono donne e nessuno le trova speciali”.

Idee chiare. Ha le idee chiare Najwa e i suoi occhi fiammeggiano determinati. Nessun argomento viene aggirato con diplomazia, neanche quello del terrorismo. “La condanna di ogni episodio di violenza è assolutamente determinante per me”, spiega l'artista, “ma credo che si debba uscire dal meccanismo della colpa collettiva. Se qualcuno commette un gesto scellerato ne è responsabile in prima persona...non è possibile far ricadere le conseguenze del suo gesto sulla sua famiglia o peggio ancora, sul suo popolo”. Una scelta coraggiosa la sua. Rinunciare al successo che era a portata di mano per tornare in un Paese martoriato dalla guerra e dal terrorismo, dove il mestiere di regista incontra delle difficoltà anche pratiche. “Qui il problema non è il talento, ma l’organizzazione del lavoro”, racconta Najwa, “uno dei motivi che mi hanno spinta a tornare è la possibilità di creare una struttura per chi come me fa cinema o documentari. I registi non mancano, anzi. Il vero problema sono le maestranze, i tecnici. Tutti s’improvvisano autori, senza alcuna preparazione specifica, e nessuno pensa a creare una professionalità per i tecnici. Io mi sforzo di lavorare con le persone del posto. Sarebbe troppo facile far arrivare i tecnici da Londra o da Parigi. Bisogna lavorare con i ragazzi palestinesi e, dove non arriva la preparazione specifica, si supplisce con un gran cuore. Questo per adesso basta ad andare avanti, ma spero che prima o poi, in una situazione più serena, si possa lavorare sulla preparazione specifica”.
L'intervista è finita e Najwa saluta. L'aspetta la sua macchina da presa, strumento per dare voce alla sua gente. Senza retorica. www.peacereporter.net
Christian Elia

ALLEANZA SENZA ALTERNATIVE / CDL DIVISA AL VOTO? L'UNIONE VINCEREBBE 457 A 169



In politica - si sa - no prevale sempre la razionalità. Per tanti motivi. Un di questi è certamente la difficoltà di stabilire con certezza cosa effettivamente convenga agli attori in gioco. M questo non è il caso dell'attuale crisi della Cdl. In questo caso, infatti, è facilissimo vedere quali sono le convenienze e quali, invece, i costi di eventuali scelte irrazionali. Dato l'attuale sistema elettorale, la crisi di governo in corso non può che avere un solo sbocco razionale: la ricomposizione della Cdl e la formazione di un nuovo governo Berlusconi.

Esattamente quello che sta succedendo in queste ore.

Qualunque altro esito comporterebbe costi altissimi e facilmente stimabili per tutti glì attori in gioco.

Facciamo l'ipotesi di un centro-destra spaccato in due: da una parte An, Udc e nuovo Psi; dall'altra Fi, Lega e Pri. L'asse del Nord contro quello del Sud. Per questa simulazione utilizziamo i dati delle elezioni europee, visto che quelli delle regionali non sono ancora disponibili in un formato per collegi. Come si vede dalla tabella, An-Udc-Npsi tornerebbero alla Camera con 44 deputati in tutto, mentre Fi-Lega-Pri ne avrebbero 125. L'Unione otterrebbe addirittura 457 seggi, con il risultato paradossale di riaprire il problema dei rapporti tra Rifondazione comunista e il resto della coalizione. Infatti Rifondazione non sarebbe più indispensabile per fare maggioranza in Parlamento e questo, quasi certamente, rimetterebbe in discussione la faticosa sa opera di costruzione di una qualche forma di unità nel centro-sinistra, cui si sono dedicati con grande pazienza sia Bertinotti che Prodi.

Certo, qualcuno dirà che queste sono solo simulazioni che non tengono conto della specificità delle elezioni politiche e dell'influenza sul voto della campagna elettorale. Ma è un'obiezione mal posta. Se la Cdl si spaccasse, questa simulazione diventerebbe una certezza. E, allora, se le cose stanno così, a che gioco stanno giocando i partiti della Cdl? Qualcuno dice che la posta in gioco è il dopo-Berlusconi.

Quindi i comportamenti di oggi vanno visti non in chiave di costi/benefici attuali ma in termini di vantaggi che si pensa di acquisire in futuro. In altre parole: scelte che paiono irrazionali in un'ottica di breve termine, sono razionali se si allunga il periodo di riferimento. Secondo questo ragionamento le scelte di An e Udc sarebbero dettate dall'obiettivo di acquisire vantaggi posizionali, di immagine e di visibilità, da spendere domani nella fase post-berlusconiana. Il ragionamento non fa una piega. Ma il problema è che una simile strategia non può essere spinta fino al punto da far saltare la coalizione perché i costi sarebbero disastrosi, come si vede nella tabella. Si fa fatica a immaginare che Follini e Fini possano far passare dentro i loro partiti una strategia che ne ridurrebbe la rappresentanza parlamentare ai minimi termini. Va bene pensare al futuro ma per avere un futuro occorre guardare anche al presente. Se non altro perché il presente vuol dire risorse organizzative e finanziarie che verrebbero meno con una sparuta schiera di deputati e senatori.

Tutto questo ragionamento si fonda su una premessa: che il sistema elettorale non cambi. Le regole del gioco sono in gran parte dettate dal sistema elettorale. L'anomalia è che noi stiamo assistendo oggi a una rappresentazione da Prima Repubblica senza il sistema elettorale della Prima Repubblica. Quindi, date le attuali regole di voto, l'esito razionale non può essere un esito da Prima Repubblica: cioè andiamo a votare e poi si vedrà. Con questo sistema elettorale gli accordi vanno fatti prima.

Questo è il bello (per noi) e il brutto (per altri) di questo sistema elettorale.

Certo, sarebbe molto più facile per i partiti della Cdl uscire dall'impasse attuale se ci tosse un sistema proporzionale. Ma così non è. Né osiamo credere che qualcuno dentro la coalizione stia pensando in queste ore a un colpo di mano - alla Mitterand, per intenderci - per ridurre i danni di una sconfitta elettorale con un centro-destra diviso. Vale a dire, far approvare in tutta fretta una legge elettorale proporzionale e poi andare a votare.

Questa strategia sarebbe razionale nel breve periodo perché ridurrebbe i costi della divisone della coalizione e permetterebbe a tutti i partiti del centro-destra di tornare in Parlamento con una rappresentanza pari alla propria consistenza elettorale. Ma sarebbe fortemente irrazionale nel medio periodo, almeno per alcuni degli attori in gioco.

Infatti non crediamo proprio che An possa accettare un esito della crisi di questo tipo che comporterebbe il rischio della fine del bipolarismo e, quindi, la possibilità di coalizioni di centro che la emarginino.

Torniamo perciò al punto di partenza: per i partiti della Cdl l'unico esito razionale di questa crisi è il Berlusconi-ter. Non esistono subordinate.

DI ROBERTO D'ALIMONTE

Il Sole 24 Ore

GEORGE J. WITTENSTEIN: RICORDI DELLA "ROSA BIANCA" (PARTE PRIMA)
[Dal sito: www.olokaustos.org riprendiamo il seguente testo, originariamente
una conferenza tenuta nel 1997 da George J. Wittenstein, uno dei superstiti
del gruppo di giovani resistenti antinazisti della "Rosa bianca". I curatori
del sito cosi' presentano il testo seguente: "Il 22 febbraio 1943, furono
processati e condannati a morte tre giovani del gruppo di resistenza tedesco
la 'Rosa Bianca'. Sophie Scholl, Hans Scholl e Christoph Probst vennero
decapitati nello stesso giorno dopo solo qualche ora dalla sentenza. La loro
colpa era di aver scritto e distribuito sei volantini antinazisti. Ci e'
sembrato importante presentare ai nostri lettori un episodio spesso
trascurato all'interno della tragedia nazista. Al di la' del valore pratico
della resistenza messa in atto dai ragazzi della 'Rosa Bianca', cio' che va
sottolineato e' il valore etico della loro azione. La resistenza che questi
giovani cercavano di suscitare nel popolo tedesco era una forma di
nonviolenza: la disobbedienza. La pericolosita' dell'atto di dissenso per un
regime totalitario e oppressivo rappresenta il maggior pericolo. Non e' la
violenza che puo' spaventare i teorici dell'oppressione ma il pensiero che,
finalmente libero, fa della disobbedienza arma di liberta'. Vogliamo
commemorare gli aderenti alla 'Rosa Bianca' con le parole del dottor George
J. Wittenstein, dalla sua conferenza 'Memories of the White Rose' (Copyright
1997 by Dr. George Wittenstein All Rights Reserved). Tra gli ultimi
sopravvissuti dei fondatori del gruppo, Wittenstein e' emigrato negli Stati
Uniti dopo la fine della guerra. Qui ha insegnato alla University of
California a Los Angeles ed esercitato come cardiochirurgo. Ringraziamo il
dottor Wittenstein per averci dato il consenso per la traduzione e la
pubblicazione del suo testo. La traduzione e' a cura di Olga Baldassi
Pezzoni".
Tra il 1942 ed il 1943 un gruppo di studenti ed un professore di Monaco
realizzarono e diffusero una serie di sei volantini clandestini antinazisti.
I primi quattro volantini si aprivano col titolo "Fogli volanti della Rosa
bianca" ed erano diffusi in poche centinaia di copie; gli ultimi due
intitolati "Fogli volanti del movimento di Resistenza in Germania"
ciclostilati in qualche migliaia di copie. Scoperti, furono condannati a
morte e decapitati gli studenti Hans Scholl, Sophie Scholl, Christoph
Probst, Willi Graf, Alexander Schmorell ed il professor Kurt Huber. Opere
sulla Rosa Bianca: Inge Scholl, La Rosa Bianca, La Nuova Italia, Firenze,
1966, rist. 1978 (scritto dalla sorella di Hans e Sophie Scholl, il volume -
la cui traduzione italiana e' parziale - contiene anche i testi dei
volantini diffusi clandestinamente dalla Rosa Bianca); Klaus Vielhaber,
Hubert Hanisch, Anneliese Knoop-Graf (a cura di), Violenza e coscienza.
Willi Graf e la Rosa Bianca, La nuova Europa, Firenze 1978; Paolo Ghezzi, La
Rosa Bianca. Un gruppo di resistenza al nazismo in nome della liberta',
Paoline, Cinisello Balsamo (Mi) 1993; Romano Guardini, La Rosa Bianca,
Morcelliana, Brescia 1994; Paolo Ghezzi, Sophie Scholl e la Rosa Bianca,
Morcelliana, Brescia 2003]

Il contesto politico
Cinquantaquattro anni fa (1) tre studenti tedeschi vennero arrestati. Pochi
giorni dopo vennero condotti davanti al Volksgerichtshof (Corte di Giustizia
Popolare), condannati a morte, e decapitati lo stesso giorno.
Alcuni mesi dopo furono eseguiti altri arresti e, al termine di un secondo
processo, furono emesse altre tre condanne a morte.
Occorre aggiungere che la Corte di Giustizia Popolare esisteva al di fuori
della Costituzione tedesca. Era stata creata nel 1934 dal Nsdap, il partito
nazionalsocialista, al solo scopo di eliminare i nemici di Hitler.
Come si puo' spiegare che, dopo dieci anni di governo nazista, con il suo
incessante indottrinamento politico che aveva inizio gia' in eta'
prescolare, e nel bel mezzo di una "grande guerra patriottica", questi
studenti che erano in gran parte cresciuti sotto l'influenza di questo
regime, decidessero di prendere posizione contro la tirannia nazista? Per
far questo sara' necessario inquadrare gli eventi nel loro contesto storico.
Sono fermamente convinto che nessuna persona che viva negli Stati Uniti
possa comprendere appieno che cosa significhi vivere sotto una dittatura
assoluta, in quanto e' estremamente diverso da quello che noi associamo a
questo termine, per esempio, in relazione ad una tipica situazione
latinoamericana. Mai prima si era avuto un controllo cosi' assoluto, eccetto
che nell'Unione Sovietica, alla quale Hitler in parte si rifece. Il
governo - o meglio, il partito - controllava tutto: i mezzi d'informazione,
le armi, la polizia, le forze armate, il sistema giudiziario, i viaggi,
tutti i livelli dell'istruzione, dalla scuola materna all'universita', le
istituzioni religiose e culturali. L'indottrinamento politico iniziava in
tenera eta' per continuare poi con la "Gioventu' hitleriana", con
l'obiettivo ultimo di raggiungere un controllo completo della mente. Nelle
scuole i bambini venivano esortati a denunciare perfino i propri genitori,
se questi pronunciavano frasi negative nei confronti di Hitler o
dell'ideologia nazista. Anche un mio cugino adolescente, per esempio,
minaccio' di denunciare suo padre; riuscii a malapena a dissuaderlo
facendogli notare che egli stesso sarebbe finito abbandonato se suo padre
fosse stato arrestato e incarcerato.
Una resistenza organizzata era praticamente impossibile. Nessuno poteva
parlare apertamente, perfino coi propri amici piu' intimi, perche' non si
era mai sicuri che questi non fossero spie naziste o collaboratori del
regime. Il controllo e la sorveglianza da parte del partito erano cosi' ben
organizzati che ogni singolo caseggiato in citta' aveva un proprio
funzionario di partito con il compito di spiare i vicini. Ufficialmente il
"Blockwart" (guardiano di caseggiato) aveva l'incarico di garantire il
benessere dei residenti del proprio caseggiato, ma in realta' doveva
sorvegliare, registrare e riferire le attivita', le conversazioni e i
commenti di ogni persona, oltre alle sue frequentazioni. Nemmeno la privacy
in casa propria era garantita: era molto comune coprire il telefono con un
copriteiera o un cuscino, come precauzione contro l'ascolto indebito
mediante "cimici". Non era neppure possibile sapere quale corrispondenza
fosse stata segretamente aperta.
Ricordo benissimo un evento accaduto in un cinema: qualcuno che era seduto
alcune file davanti a me fu portato via dalla Gestapo. Pareva che avesse
espresso un commento negativo nei confronti di Hitler durante il precedente
notiziario. Chiunque l'avesse sentito, per compiere un dovere patriottico,
doveva aver informato la polizia segreta.
*
Le origini della "Rosa Bianca"
Certo, c'erano individui e piccoli gruppi locali che si opponevano al
regime. In effetti oggi sappiamo che ce n'erano piu' di trecento, ma, per le
ragioni che ho descritto precedentemente, era praticamente impossibile
stabilire dei contatti, e ancor piu' mantenere le comunicazioni. Pertanto i
gruppi erano piccoli, isolati, e non conoscevano l'esistenza gli uni degli
altri. L'unica resistenza che avrebbe potuto avere successo sarebbe stata
quella dei militari. Questi ci provarono, con grande ritardo, quel 20 luglio
1944, e fallirono miseramente.
Con cio' ritorno alla mia domanda iniziale: come fu possibile per un piccolo
gruppo di studenti universitari sfidare questo regime cosi' potente e, con
infiniti rischi, chiamare ad una resistenza aperta?
La risposta e' molteplice:
1. Eravamo studenti e, lungo tutto il corso della storia, gli studenti sono
stati idealisti, ribelli e disposti a rischiare: ribelli nei confronti
dell'ordine esistente, nei confronti delle convenzioni vuote, vecchie e
nuove (gli Stati Uniti e l'Europa hanno avuto un'esperienza diretta di
queste cose negli anni Sessanta). La maggior parte dei membri del nostro
gruppo aveva appartenuto alla "Buendische Jugend". Si trattava di
organizzazioni giovanili molto simili ai Boys Scout, che erano nate in
Europa intorno al 1908 ed erano particolarmente diffuse in Germania.
Essenzialmente, queste organizzazioni si svilupparono sulla spinta della
delusione dei giovani nei confronti del vecchio ordine stabilito e delle
scuole, che li avevano terribilmente delusi, oltre che i genitori
soffocanti. Erano impregnate di romanticismo tipicamente tedesco. I loro
ideali e obiettivi dichiarati erano: liberta' individuale, autodisciplina e
adesione ai piu' alti principi morali ed etici.
2. Questi studenti provenivano da famiglie borghesi. I loro genitori erano
oppositori di Hitler e questo deve averli in una certa misura influenzati.
3. La maggior parte di noi erano studenti di medicina, ad eccezione di
Sophie Scholl, che aveva una laurea in biologia e filosofia. Avevamo in
comune un profondo interesse e un grande amore per le arti, la musica, la
letteratura e la filosofia. La maggior parte di noi aveva amici o compagni
di classe ebrei che erano stati espulsi, deportati o avevano sofferto nel
pogrom della Notte dei cristalli.Tutto ebbe inizio, possiamo dire,
nell'inverno 1938/'39.
Quelli tra noi che stavano adempiendo i due anni di servizio militare
obbligatorio e intendevano entrare nella facolta' di medicina furono
assegnati a una "Sanitaetskompanie", una scuola di addestramento per
personale medico, per gli ultimi sei mesi.
Fu li' che incontrai Alexander Schmorell. Era un giovane di molti talenti,
uno scultore molto dotato, con un profondo interesse per la musica e la
letteratura; era nato in Russia da padre tedesco (un medico) e madre russa.
Presto scoprimmo le nostre tendenze politiche affini e diventammo intimi
amici. Forse alcuni di voi hanno letto in qualche libro sulla Rosa Bianca
cio' che Alex Schmorell mi disse, indicandomi la porta della nostra caserma:
"Forse, fra dieci anni, ci sara' una targa su quella porta, con la scritta:
'Da qui ebbe inizio la rivoluzione'".
Entro la primavera seguente la maggior parte di noi si era iscritta
all'Universita' di Monaco. Ci furono due giorni di indottrinamento politico
obbligatorio, che nessuno prese sul serio. Sebbene le confraternite fossero
state sciolte e fatte confluire nell'organizzazione studentesca
nazionalsocialista, trovavamo esilarante il grado di liberta' di cui
godevamo da studenti, in confronto a quello che ci eravamo lasciati alle
spalle: sei mesi di "Arbeitsdienst" (una specie di lavoro coatto
paramilitare, in uniforme), seguiti da due anni di servizio militare.
Tuttavia, ciascuno tenne per se' le proprie opinioni, a causa del palpabile
senso di oppressione e di controllo, e della minaccia, sempre pendente, dei
campi di concentramento.
Tuttavia, il malcontento studentesco ribolliva. Per esempio, al termine del
semestre estivo, il capo dell'organizzazione studentesca nazista dello Stato
di Baviera ci convoco' per informarci che ci era stato ordinato di impiegare
le nostre vacanze nel lavoro agricolo, altrimenti non ci sarebbe stato
permesso di iscriverci al semestre autunnale. Ci furono dimostrazioni; gli
studenti della facolta' di chimica esplosero bombe puzzolenti e fu chiamata
la Gestapo.
Poco dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, provocato dall'invasione
della Polonia da parte della Germania (settembre 1939), gli studenti di
medicina furono arruolati, alloggiati in caserma e obbligati a frequentare
le lezioni in uniforme. Inizialmente, cio' fu eseguito in maniera
tipicamente prussiana: gli studenti venivano stipati nelle caserme, fino a
dieci per stanza, il che rendeva lo studio particolarmente difficile; ci si
recava alle lezioni marciando in colonna al mattino e si ritornava allo
stesso modo la sera. Alla fine l'assurdita' e l'impraticabilita' di tutto
questo divenne evidente e ci fu concessa maggiore liberta'; ci fu concesso
di abitare in alloggi privati e all'ultimo anno perfino di indossare abiti
civili. Solo l'appello e l'esercitazione mattutina del sabato rimasero
obbligatori. Molti di noi non si presentavano e gli amici rispondevano per
conto degli assenti gridando "Presente", quando venivano chiamati i loro
nomi.
In questo gruppo studentesco io presentai Alex Schmorell a Hans Scholl.
*
La formazione culturale e gli incontri
L'evoluzione di Hans Scholl fu forse quella tipica di molti giovani
tedeschi: nel 1933, in uno slancio d'entusiasmo giovanile, aderi' alla
"Gioventu' hitleriana", come aveva fatto la sua sorella maggiore, che
divenne anche un capo. In seguito rimase deluso, quando gli obiettivi
dell'organizzazione divennero palesi, e fondo' un gruppo separato
all'interno della Gioventu' hitleriana stessa, basato sui principi della
"Buendische Jugend" (per questo fu arrestato per un breve periodo nel 1937).
Sebbene egli stesso fosse luterano, nel 1940-'41 incontro' due letterati
cattolici, Carl Muth e Theodor Haecker, che impressero un nuovo indirizzo
alla sua vita, al punto che incomincio' a trascurare la medicina per
immergersi nella religione e nella filosofia. Di fatto, per un certo periodo
Scholl penso' anche di convertirsi al cattolicesimo.
A quel tempo, con alcuni amici diede inizio alle "Lesenabende" (serate di
lettura), durante le quali si leggeva letteratura moderna e classica, che
poi venivano discusse fino a tarda notte.
Contemporaneamente, ma all'insaputa l'uno dell'altro, anch'io iniziai il mio
circolo, al quale invitavamo noti scrittori, commediografi, attori, poeti e
musicisti, perche' ci presentassero le loro opere, mentre noi a nostra volta
leggevamo loro le nostre poesie, sollecitando la loro critica.
In entrambi i gruppi, queste discussioni non toccavano mai l'argomento
politico; erano invece incentrate sul nostro interesse sviscerato per ogni
genere d'arte, di musica e di filosofia. Tutti noi assistevamo spesso a
concerti e importanti spettacoli teatrali.
Quella che oggi e' nota come la "Rosa Bianca", nacque dall'amicizia
personale, sempre piu' profonda, tra giovani che condividevano un
grandissimo interesse per la medicina e altri campi. Certamente tutti
avevamo le medesime convinzioni politiche, contrarie a Hitler e al regime
nazista.
Ma, come era tipico di milioni di tedeschi all'epoca, ci rifugiavamo nella
nostra sfera privata - nel nostro caso, le arti, la filosofia, il nostro
circolo di amici.
Questo percorso fu intrapreso da molti di coloro che non poterono emigrare e
fu propriamente denominato "Innere Emigration" (emigrazione interiore).
Tuttavia, man mano che le atrocita' naziste divenivano piu' evidenti, quando
gli ebrei incominciarono ad essere deportati e quelli che rimasero furono
costretti a portare la Stella di David gialla; quando si venne a conoscenza
delle atrocita' commesse nella Polonia e nella Russia occupate, e quando
cominciarono a circolare segretamente le copie del sermone del vescovo
Galen, che condannava l'uccisione degli internati negli ospedali
psichiatrici, il nostro distacco cedette il passo alla certezza che non
bastava piu' tenere per se' le proprie convinzioni e i propri standard
etici, ma che era venuto il momento di agire.
*
I volantini: i "Fogli volanti della Rosa Bianca"
Cosi', all'inizio dell'estate del 1942, Alex Schmorell e Hans Scholl
scrissero quattro volantini, con una macchina da scrivere ne fecero il
maggior numero possibile di copie - probabilmente non piu' di 100 - e le
diffusero in tutta la Germania.
Questi volantini venivano lasciati negli elenchi telefonici all'interno
delle cabine pubbliche, spediti per posta a professori e studenti, o portati
da corrieri ad altre universita' per essere distribuiti.
Tutti e quattro furono scritti in un periodo di tempo relativamente breve,
tra il 27 giugno e il 12 luglio.
Secondo quanto ci e' dato di conoscere oggi, Hans Scholl scrisse il primo e
il quarto volantino, mentre Alex Schmorell partecipo' alla redazione del
secondo e del terzo (io mi occupai della revisione del terzo e del quarto).
Tutti i volantini vennero inviati anche ai membri della "Rosa Bianca", in
modo da poter controllare se venivano intercettati.
E' significativo che, dei primi 100 volantini, 35 furono consegnati alla
Gestapo.
Cio' non significa necessariamente che i destinatari fossero nazisti. Chi si
scopriva destinatario di materiale tanto pericoloso, temeva con ragione di
essere sulla lista del mittente e, se il materiale fosse stato intercettato
dalla polizia segreta, lo avrebbe messo in gravissimo pericolo. Consegnando
i volantini alla polizia segreta, si sperava di distogliere da se' ogni
sospetto.
Qualcuno avrebbe perfino potuto pensare (e non sarebbe stato impossibile)
che i volantini potessero essere stati prodotti e spediti dalla stessa
Gestapo, per mettere alla prova la sua fedelta' verso il partito e lo stato.
Produrre e diffondere questi volantini oggi puo' sembrare semplice, ma in
realta' non era solo molto difficile, ma anche estremamente pericoloso.
La carta era scarsa, come pure le buste, e se qualcuno ne acquistava in
grandi quantita', o comperava piu' di qualche francobollo, immediatamente
diveniva sospetto.
Portare i volantini in un'altra citta' comportava grossi rischi, perche' i
treni erano costantemente pattugliati dalla polizia militare, che chiedeva i
documenti di viaggio a tutti i maschi in eta' di servizio militare. Chiunque
viaggiasse senza i necessari documenti era sospetto, e le conseguenze erano
prevedibili.
Alcuni di noi viaggiavano in abiti civili, sperando per il meglio; altri con
documenti di viaggio falsi. Anch'io ho viaggiato con una carta d'identita'
falsa (quella di mio cugino, col quale avevo una certa somiglianza).
Lasciavamo le cartelle con i volantini in uno scompartimento diverso, in
quanto i bagagli venivano regolarmente perquisiti.
Ma la maggior parte dei volantini veniva trasportata da studentesse, le
quali non erano sottoposte a tali controlli.
A quel tempo la sorella di Hans Scholl, Sophie, si era iscritta
all'universita' di Monaco per studiare biologia e filosofia. Quando scopri'
le attivita' segrete di suo fratello lo prego' di poter partecipare, ma egli
rifiuto' per proteggerla. A seguito della sua insistenza, pero', Hans
cedette. Cosi' Sophie divenne una cospiratrice attiva.
I volantini portavano il titolo: "Fogli volanti della Rosa Bianca" (2) (a
tutt'oggi l'origine di questo titolo non e' chiara, anche se sappiamo che e'
stato probabilmente coniato da Hans).
Tutti e quattro i volantini contenevano lo stesso messaggio: essi facevano
riferimento allo sterminio di massa degli ebrei e della nobilta' polacca, e
ad altre atrocita' commesse dai nazisti e dalle SS. Invocavano l'azione
contro il nazionalsocialismo e una resistenza prima passiva e poi attiva.
Erano pieni di idealismo, di entusiasmo quasi estatico, e disseminati di
citazioni di Goethe, Schiller, Lao Tse, Novalis, Aristotele ed altri.
Chiamavano all'"autocritica", a "liberare la scienza tedesca" - a "liberare
lo spirito dal male" -, a una "rinascita della vita studentesca, affinche'
l'universita' tornasse ad essere una comunita' viva, dedita alla verita'".
In altre parole, i volantini erano destinati all'elite intellettuale, agli
studenti e alle facolta' universitarie.
I volantini contenevano anche commenti su come la Germania avrebbe dovuto
essere ricostruita dopo la guerra, e reintegrata nell'Europa.
Per eliminare il sospetto che la Rosa Bianca potesse essere in qualche modo
finanziata dai nemici della Germania, gli Alleati, e non fosse un movimento
puramente tedesco, il quarto volantino afferma: "Noi desideriamo enfatizzare
che la Rosa Bianca non e' al soldo di alcuna potenza straniera. Sebbene
siamo consapevoli che il potere nazionalsocialista debba essere spezzato
militarmente, noi ricerchiamo il risveglio dello spirito tedesco
profondamente ferito. Per amore delle generazioni future, dovremo essere
d'esempio dopo la guerra, affinche' mai nessuno abbia piu' il benche' minimo
desiderio di sperimentare qualcosa di questo genere. Non dimenticate i piu'
piccoli criminali di questo sistema; annotatevi i loro nomi affinche'
nessuno possa sfuggire... Noi non resteremo in silenzio - noi siamo la
vostra cattiva coscienza. La Rosa Bianca non vi lascera' in pace...".
Presto Christoph Probst fu aggiunto a questo circolo di amici, sebbene non
avesse partecipato direttamente alla stesura dei volantini, in quanto era
stato trasferito all'Universita' di Innsbruck.
Era l'unico tra noi ad essere sposato (cosa molto insolita a quel tempo) e
aveva tre figli. Era forse il piu' apolitico tra noi; la letteratura e la
filosofia erano i suoi principali interessi, oltre al suo amore per la
medicina. Tra tutti i membri della "Rosa Bianca", egli era il mio migliore
amico.
Vivere sotto il regime nazista era estremamente stressante e frustrante. Non
si sapeva mai quando il partito si sarebbe nuovamente intromesso nella
propria vita personale o nella propria istruzione.
Fritz-Joachin von Rintelen era un professore di filosofia molto popolare, le
cui lezioni venivano seguite da studenti di molte discipline diverse. Un
giorno non si presento' per la lezione programmata, e cominciarono a
circolare voci che gli fosse stato revocato il diritto di docenza.
Concordammo di incontrarci di nuovo per la lezione successiva, la settimana
seguente. Quando von Rintelen non comparve, l'intera classe si reco'
nell'ufficio del rettore dell'Universita' per domandare spiegazioni. Dopo un
po', il rettore, pallido ed evidentemente scosso, socchiuse la porta e
disse: "Non intendo fornire alcuna informazione", e richiuse la porta
sbattendola.
Capeggiati da un pittore amico mio, Remigius Netzer, e da me, decidemmo
allora di recarci all'appartamento del professor von Rintelen per una
dimostrazione di solidarieta'.
E fu cosi' che nel pieno della guerra, alla luce del giorno, un'ottantina e
piu' di studenti, alcuni perfino in uniforme, marciarono lungo il viale
principale di Monaco, sotto gli occhi assolutamente increduli dei passanti.
*
Note
1. La conferenza che pubblichiamo venne tenuta nel 1997. Il 18 febbraio 1943
vennero arrestati Sophie e Hans Scholl, il giorno successivo fu arrestato
Christoph Probst. Il 22 febbraio 1943 furono portati davanti al tribunale
speciale (Volksgerichtshof, Corte di Giustizia Popolare), condannati a morte
e decapitati qualche ora dopo il processo.
2. In tedesco Flugeblaetter der Weissen Rose.Centro di ricerca per la pace

L’ascesa pacifica della Cina?
di Joseph S. Nye
Credere nell’inevitabilità di un conflitto può trasformarsi in una delle sue principali cause. Sarà così anche per Usa-Europa-Cina?
Nelle ultima settimane, la Cina ha annunciato un aumento del 12,6% delle sue spese militari di difesa; il direttore della CIA, Porter Gross, ha riportato il peggioramento dell’equilibrio militare nello stretto di Taiwan e il presidente Bush ha chiesto agli europei di non togliere il loro embargo sulla vendita di armi in Cina. Tuttavia, i leader cinesi parlano di “crescita pacifica” della Cina o, più di recente, di “sviluppo pacifico”.

Analisti come John Mearsheimer dell'Università di Chicago hanno dichiarato categoricamente che la Cina non potrà crescere pacificamente e predicono che “gli Stati Uniti e la Cina hanno alte probabilità di confrontarsi in una intensa competizione riguardo alla sicurezza con un considerevole potenziale bellico".

Gli ottimisti sottolineano che la Cina si è impeganta ad avviare politiche di buon vicinato sin dagli anni '90, ha risolto numerose dispute per i propri confini, ha assutno un ruolo rilevante nelle istituzioni internazionali e ha riconosciuto i vantaggi di utilizzare il soft power.
Ma gli scettici replicano che la Cina sta meramente aspettando che sua economia getti le basi per un’egemonia futura.

Chi ha ragione? Non lo sapremo per molto tempo, ma i partecipanti al dibattito dovrebbero ricordare il monito di Tucidide fece più di duemila anni fa dicendo che credere nell’inevitabilità di un conflitto può trasformarsi in una delle sue principali cause.

Entrambe le parti, credendo che la conclusione saràuna guerra con l’altro, organizza dei preparativi militari ragionevoli che l’avversario interpreta come una conferma dei suoi peggiori timori.

Di fatto, l’"ascesa della Cina” è una definizione non appropriata. “Ri-nascita” sarebbe più esatto, vista la sua grandezza e la sua storia, il Regno Centrale è stato per molto rempo la potenza principale nell’est asiatico. Industrialmente ed economicamente, la Cina è stato il leader mondiale (sebbene senza respiro globale) dal 500 al 1500. Solo nell’ultimo millennio è stata surclassata da Europa e Stati Uniti.

L'Asia Development Bank (Banca dello sviluppo asiatico) ha stimanto che nel 1820, all’inizio dell’era industriale, l’Asia rappresentava i tre quinti della produzione mondiale. Verso il 1940, questa si è ridotta a un quinto, nonostante il fatto che l’Asia rappresntasse i tre quinti della popolazione mondiale. La rapida crescita economica ha portato la produzione di nuovo ai due quinti del totale mondiale e la banca ipotizza che l’Asia potrà ritornare ai suo livelli storici entro il 2025.

L’Asia, naturalmente, include il Giappone, l’India, la Corea e altri stati, ma la Cina svolgerà il ruolo molto più importante. I suoi alti tassi di crescita annuali dell' 8-9 % hanno portato a una triplicazione del suo PIL nelle ultime due decadi del XX secolo.

Tuttavia, la Cina ha un lungo cammino davanti a sé e dovrà affrontare molti ostacoli. L’economia degli Stati Uniti è, per grandezza, approssimativamente il doppio di quella della Cina. Se l'economia americana cresce solo di un 2% all’anno e quella cinese di circa il 6% potrebbero arrivare alla parità in qualsiasi momento a partire dal 2025, anche se non sarebbero uguali per composizione e sofisticazione.

La Cina avrà ancora un enorme settore rurtale sottosviluppato e non uguaglierà le entrate pro capite degli Stati Uniti almeno fino al 2075 (dipende dai paramentri di comparazione). La Cina è ben lontana dallo sfidare direttamente la superpotenza americana come fece la Germania del Kaiser sigificò quando sorpassò l’Inghilterra nei due anni anteriori alla Prima Guerra Mondale.

Inoltre, le semplici proiezioni di crescita economica possono essere ingannevoli. I paesi tendono a beneficiare delle tecnologie importate nelle prime tappe del loro dispiego economico e i tassi di crescita generalmente rallentano quando le economie raggiungono livelli più alti di sviluppo. In aggiunta, l’economia cinese soffre di imprese statail inefficienti, di un sistema finanziario instabile e di infrastrutture indaguate.

Nello stesso tempo, i politici si ingeniano per confondere le prioezioni economiche. La creazione dello stato di diritto e delle istituzioni per la partecipazione politica è regredita rispetto alla crescita economica; e la crescente disuguaglianza, la migrazione interna massiccia, una rete di sicurezza sociale inadeguata e la corruzione possono fomentare l’instabilità politica. In effetti, alcuni osservatori temono una instabilità provocata da una Cina debole e non una Cina "in ascesa".

Mentre l’economia della Cina cresce, è probabile che il suo potere militare aumenti, e questo farà sì che la Cina appaia più pericolosa agli stati confinati e che compricherà le relazioni degli Stati Uniti in Asia.

Uno studio della RAND prevede che per il 2015 la spese militare cinesi saranno sei volte quelle del Giapppoine e il suo capitale militare accumulato sarà approssimativamente cinque volte più alto (a parità di potere d’acquisto).

Qualunque sia la precisione di tali valutazioni sulla crescita militare cinese, il risultato dipenderà anche da quello che faranno gli Stati Uniti e gli altri paesi. La chiave del potere militare nell’era dell’informazione dipende della capacità di accumulare, processare, disseminare e far interagire sistemi complessi di vigilanza nello spazio, computerad alta velocità e armi “intelligenti”. La Cina e gli altri paesi svilupperanno alcune di queste capacità ma, secondo molti analisti militari, è improprobabile che la Cina chiuda subito la breccia con gli Stati Uniti.

L’incapacità della Cina di competere con gli Usa a livello globale non significa che non potrà sfidare gli USa nell’est asiatico o che la guerra per Taiwan sia inverosimile. I paesi deboli a volte attaccano quando si sentono messi all'angolo come fece il Giappone a Pearl Harbor o la Cina quando entrò in guerra con la Corea nel 1950.

Se, per esempio, Taiwan dichirasse la sue indipendenza, la Cina probabilmente interverrebbe con le forze armate senza considerare il costo economico o militare percepito. Ma sarebbe poco probabile che vincesse e una politica prudente da parte di entrambi potrebbe rendere questa guerra improbabile.

Gli usa e la Cina non hanno bisogno di entrare in guerra. Non tutte la potenze emergenti intraprendono una guerra - e un esempio è stato il sorpasso americano dell'Inghilterra alla fine del XIX secolo. Se l’ascesa della Cina si mantiene pacifica, promette grandi benefici al suo stesso popolo, ai suoi vicini e anche agli americani.

Ma, ricordando il consiglio di Tucidide, sarà importante non confondere le teorie degli analisti con la realtà e continuare a segnalarlo ai leader e ai popoli.

Joseph S. Nye, ex segretario aggiunto alla Difesa degli Stati Uniti è professore nell’università di Harvard e autore di Soft Power. Un nuovo futuro per l'America (Einaudi, 2005)

Fonte: http://www.project-syndicate.org/commentaries/commentary_text.php4?id=1898&lang=1&m=series
Traduzione a cura di Nuovi Mondi Media


Neil Bush & Joseph Ratzinger, ovvero i santi affari di una strana coppia
di Bianca Cerri

Povero Papa! non bastavano le male lingue con i pettegolezzi sul suo ruolo nella rielezione di George Bush, adesso ci si metteno anche quelle che fanno insinuazioni sui suoi rapporti d'affari con il più discusso dei fratelli del presidente americano. Sì, perchè che ci faceva Neil Bush assieme all'amico Jamal Daniel in mezzo ad un gruppo di personaggi religiosi all'interno della Foundation for Interreligious and Intercultural Dialogue, un’agenzia preposta alla comprensione tra religioni diverse, fondata a Ginevra nel 1999?.

Lui, che oggi è a capo della Ignite, mega-azienda che produce software educativo con sede in Texas, non fa commenti e non si bilancia neppure Daniel. Gli altri membri della Fondazione, oggi dislocati in varie parti del mondo, parlano solo a mezza bocca, perchè chi mai potrebbe avere il coraggio di dire apertamente che nel direttivo, assieme al giovane Bush, c'era anche alto prelato destinato a raggiungere la più prestigiosa carica della Chiesa Cattolica, Joseph Ratzinger, conosciuto anche come Benedetto XVI?.

Un ex-dipendente afferma che la Fondazione ha come unica funzione quella di casa editrice di testi sacri e che comunque Neil Bush ha già lasciato l'incarico per tornare negli Stati Uniti Forse erano state le molte sciagure finanziarie a suggerire al fratello del presidente di lasciare per un po’ gli Stati Uniti per emigrare in Svizzera, dove si era rifatto una nuova vita lavorando assieme all'allora Cardinale Ratzinger e ad altre esimie figure religiose come Renèe Samuel Sirat, già Rabbino Capo in Francia, il Principe Hasan di Giordania, rappresentante dell’Islam, il Principe Saruddin Aga Khan, altro eminente personaggio islamico, Oliver Fatio, direttore dell’Istituto per la Riforma e il Metropolita Damaskinos, noto leader della Chiesa Ortodossa.

Resta da chiarire perchè sia stato scelto proprio Neil Bush, che con le cause religiose non era mai andato troppo d'accordo. Oliver Fatio ritiene che la questione non sia importante. Oltretutto, proprio in questi giorni la casa editrice della Fondazione sta per lanciare una nuova versione del Corano in arabo e i dirigenti temono che i pettegolezzi compromettano l'operazione commerciale.

Quello che appare inspiegabile è come abbia fatto un uomo come il fratello del presidente americano, più conosciuto per il suo attaccamento al denaro e per le sue frequentazioni con prostitute asiatiche che per le inclinazioni mistiche ad inserirsi in un ristretto gruppo di religiosi di chiarissima fama, uno dei quali divenuto addirittura Papa. Sopratutto se si considerano le posizioni di Ratzinger sui comportamenti sessuali libertari che Neil Bush ha invece ostentato in pubblico, compresa la romantica fuga con la moglie del suo migliore amico, poi regolarmente sposata.

Le fastose nozze, le seconde per entrambi, si sono svolte nella casa del danaroso socio Daniel, già sodale nell'avventura svizzera e nel fallimento della Silverado, costato ai contribuenti americani almeno un miliardo e mezzo di dollari. Il tracollo finanziario non ha scoraggiato Neil Bush, un'entusiasta per natura, anche perchè i 50.000 dollari di multa pagati all'erario sono subito rientrati grazie alla protezione dell'autorevole fratello presidente, che lo ha fatto assumere alla Casa Bianca come "consulente" a 60.000 dollari l'anno.

"Un tempo Neil non aveva molta fede, ma poi ha cambiato idea”, ha detto il teologo Gary Vachicouras, già impiegato di alto rango presso la Fondazione di Ginevra dove lo scavezzacollo di casa Bush lavorò assieme a Ratzinger.

Beh, dargli torto è difficile, viste le tante volte che è stato miracolato!!!.

Bianca Cerri
b.cerri@reporterassociati.org





aprile 23 2005

"Joseph, l'uomo ke tifenne Papa". Già pronta la fiction di Canale 5.
Giuda svela in anteprima il film in quattro puntate che racconterà vita e miracoli di Benedetto XVI il Severissimo. "Per la morte aspettiamo un suo cenno", dichiarano a Mediaset. Il giovane Ratzinger sarà interpretato da Buttiglione, doppiato in italiano da Ersilio Tonini.

Prima puntata - L'infanzia
E' la fine della Prima Guerra Mondiale. Tra le montagne bavaresi in una notte stellata nasce Joseph, figlio dell'anziano pastore Hans e della giovanissima moglie Rebecca, che approfittando della scarsa lucidità del marito gli nasconde che il bambino è frutto della relazione segreta con il giovane giardiniere Gabriel, bello come un angelo e più giovane di Hans di quarantasette anni. Joseph cresce felice anche se leggermente amareggiato per non aver visto la guerra. "Ce ne sarà un'altra, tranquillo", gli annuncia un giorno Gabriel invitandolo a concentrarsi nella preghiera quando lui e la mamma si incontrano. In quegli anni Joseph prega moltissimo.

Seconda puntata - La giovinezza
Joseph ha un grande cruccio. La sua amichetta Heidi sfrutta la sua attrazione fatale per mandarlo a prendere il pane bianco per la nonna ma poi, all'atto pratico, si sottrae alle sue richieste avanzando scuse (la più ricorrente è "il mio buco l'ho ereditato dai governi precedenti"). Joseph per sfogare la sua delusione prega moltissimo ma quando si rende conto che quello non è sufficiente entra nella Hitlerjugend. L'uso della divisa, l'abitudine alla sottommissione e l'obbligo a rispettare regole curiose pongono nella sua mente il seme della conversione. Ma prima Joseph deve rompere con il passato: spinge Heidi giù da un burrone (in quel preciso punto le caprette le fanno ciao), uccide la madre e Gabriel (questa sequenza è stata girata da Tarantino) e rinchiude il padre in un manicomio. Poi, tranquillo con la sua coscienza, va in seminario.

Terza puntata - La fede
Joseph diviene il primo del suo corso dopo l'accidentale caduta in un burrone del suo caro amico Egon. Il giorno dell'ordinamento è il più bello della sua vita. Promette a Dio che farà di tutto per essere obbediente ed anzi cercherà di esagerare inventando ogni giorno regole nuove e sempre più complicate, dall'astensione sul referendum fino all'astensione tout court. Si diploma in Teologia Fondamentalista Intollerante all'Università di Frustigen dove, anche a seguito di uno spiacevole incidente allo scuolabus, risulta primo del suo corso. Di quegli anni si ricorda la sua battaglia contro l'uso dell'Amen, che a suo parere risulta parola troppo corta e detta in modo disattento: la sua proposta di sostituirlo con Unservaterliebunsundstehmitunserer -herzinjedemtagunsererlebens viene però bocciata lasciandogli una delle poche grandi amarezze della sua vita.

Quarta puntata - Gli anni di Roma
Una curiosa epidemia di cadute di cardinali tedeschi nei crepacci alpini spiana la strada all'ascesa episcopale di Joseph, che diviene in breve porporato ed in seguito viene chiamato a Roma dal nuovo Papa, il giovane Karol Wojtyla del quale il futuro Pontefice dirà "Facciamo questo che dura poco", sottovalutando la capacità di alpinista del Pontefice polacco. Dopo la prima gita sulle Dolomiti Giovanni Paolo II capisce infatti che uno come Joseph è meglio tenerlo al fianco che alle spalle. Da allora il cardinale tedesco diviene il braccio destro di Papa Wojtyla, sempre fermo e mai traballante sulle questioni dottrinarie. Alla morte di Giovanni Paolo II sembra essere il suo successore naturale: l'iniziale riluttanza di alcuni cardinali progressisti viene vinta con alcune velate minacce in latino scritte dietro la foto di Luciani. Quanto allo Spirito Santo Joseph si era premurato di tenere in una banca svizzera alcune polaroid che lo riguardavano scattate durante una gita alle Maldive. Così, tra l'entusiamo della folla, Joseph diviene papa Benedetto XVI. "Sono un umile lavoratore della vigna del Signore", dichiara dal balcone mostrando le cesoie.www.giuda.it


Inchiesta Mediaset: continuano le indagini
REDAZIONE

I pubblici ministeri milanesi Alfredo Robledo e Fabio De Pasquale hanno ricevuto il via libera a continuare le indagini relative all'inchiesta sulle presunte irregolarità compiute da Mediaset in una compravendita di diritti cinematografici. Il Giudice per l'Udienza Preliminare Maurizio Grigo ha infatti concesso una proroga di altri sei mesi alle indagini.

In base al materiale che sarebbe già stato raccolto dai Giudici, diversi nomi eccellenti potrebbero finire sotto processo. Tra loro c'è anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che potrebbe trovarsi a dover rispondere in Tribunale di falso in bilancio, appropriazione indebita, frode fiscale, riciclaggio e corruzione in atti giudiziari.

Per quel che concerne l'ultima accusa, i Pm sospettano che il Cavaliere possa aver pagato la testimonianza che l'avvocato inglese David Mills ha fornito in precedenti procedimenti giudiziari. Le Toghe sono convinte che possa essere stato pagato per rilasciare dichiarazioni false allo scopo di scagionare il premier.www.centomovimenti.com/


Bene, bravo, bis. Ma non siamo a teatro (di Stefano Olivieri)


Purtroppo il palcoscenico di Montecitorio è quello del governo, e non di un teatrino di provincia. Le ultime repliche di questo nuovovecchio governo dei miracoli delizieranno gli italiani ancora per un po’, quanto tempo lo sa solo il cielo. Almeno all’Ambra Jovinelli (storico teatro di rivista romano, ndr.) se le ballerine erano troppo vecchie, racchie e brutte gli spettatori si ammassavano sotto la passerella con verdura non proprio di stagione e alla fine le costringevano a rientrare dietro al tendone, qui invece non solo non si può chiedere il rimborso del biglietto ma ci tocca anche sorbirci lo spettacolo fino alla fine.



La Lega conferma il guinzaglio a Berlusconi ripresentando il suo trio lescano, Castelli Maroni e Calderoni e in più il ritorno di un capocomico d’eccezione, il fantasista Tremonti, a maggior peso. Un partito xenofobo, razzista e antieuropeo dal 3,8 percento tiene sotto scacco l’intera democrazia italiana e c’è da pensare che nell’agenda del governo nascente devolution e superpremierato saranno al primo posto. Come volevasi dimostrare.

Poi il resto è mancia, ma non troppo. Il trombato del Lazio trova la poltrona di Sirchia, Scajola quella di Marzano e Bottiglione scalzerà Urbani ai Beni culturali. Follini per il momento pare rinunci alla vicepresidenza del consiglio, ma occorre vedere quanti sottosegretariati strapperà l’UDC. Piatto ricco mi ci ficco insomma, anche tenendo in considerazione il fatto che sono gli ultimi fuochi di un governo che dopo aver sanguisugato l’Italia, finirà probabilmente col divorare se stesso.

Se questa voleva essere la risposta di Berlusconi ai segnali che il paese gli ha mandato, abbiamo capito di che pasta è fatto il nostro nuovo ( si fa per dire) presidente del consiglio. Se il bel tempo si vede dal mattino le tre emergenze del paese – sud, famiglie e imprese – hanno davvero di che preoccuparsi. Soprattutto il sud, con il ritorno di Tremonti e la conferma di Calderoni, può farci una croce sulle speranze di risveglio. Fra l’altro il prossimo 15 maggio ci sono le elezioni a Catania, almeno lì i siciliani sapranno dove disegnarla, sulla scheda elettorale. Ciampi riceverà la nuova squadra e firmerà i decreti nei prossimi giorni, poi cominceremo il conteggio alla rovescia. Io propongo di iniziare da 100.www.liblab.it/



Per risalire dall’abisso
I danni fatti dalla «Casa delle libertà» sono giganteschi. Riprendersi sarà un processo lungo e faticoso, non c’è da farsi illusioni


da l'Unità -

Berlusconi è andato al potere con un programma terribilmente semplice: evitare la galera, tutelare il patrimonio, mantenere le televisioni - lo disse lui stesso a Biagi. Missione compiuta, sembrerebbe, con un largo sovrappiù. Io sono pessimista perché ritengo che l'uomo sia pronto a tutto per restare al potere. Lo abbiamo visto dal modo con cui ha apostrofato il ribelle Fini: attento, gli ha detto (Corriere della sera 8 aprile), ricordati che io “controllo” metà dei tuoi. Che vuol dire “controllo”? In altra parte della pagina si parla di soldi, di carriere e di poltrone. Allora l'uomo non è un “grande comunicatore” ma un “grande corruttore”? Anche il declino di Berlusconi come l'ascesa al potere avviene in modo umiliante per l'Italia intera.
I danni fatti dalla “Casa delle libertà” sono giganteschi e risalire dall'abisso sarà un processo lungo e faticoso, non c'è da farsi illusioni. Se dovesse passare il progetto di riforma costituzionale, con la devolution e il premierato “forte”, sarebbe la fine di quel che resta della patria e della democrazia. Oggi, 15 aprile, è in atto una sorta di crisi provocata dall'UDC di Follini, che tuttavia assicura l'appoggio eserno. Certo, riflettendo su quel che ha fatto la maggioranza berlusconiana - tutta - viene il gelo alla schiena. Ha avallato tutte le le leggi che interessavano il Cavaliere ed i suoi soci - il rientro dei capitali sporchi, la Cirami, la Gasparri, la salvapreviti, le rogatorie internazionali, la depenalizzazione del falso in bilancio; hanno trasformato in una burletta l'azione governativa contro la mafia. Alcuni ministri hanno avallato un programma fondato su due pilastri: le “grandi opere” e le riduzioni fiscali. Il peccato originale sta nella prima finanziaria del governo Berlusconi-Tremonti. L'ipotesi-obiettivo era un aumento del Pil del 3,1% che avrebbe formalmente reso plausibile quella buffonata del “contratto con gl'Italiani”. Ma già allora era visibile una svolta nella congiuntura mondiale e, dati i nostri condizionamenti internazionali, quell'obiettivo non era raggiungibile e quindi non era attuabile la riduzione fiscale. Ma per il capo questa era una misura irrinunciabile, sia perché, nella sua ignoranza, pensava che la riduzione avrebbe dato la “scossa” per avviare la ripresa, sia perché la vedeva come un obiettivo essenziale dal punto di vista propagandistico, cosicchè Tremonti prima e poi il voltagabbana Siniscalco sono stati costretti ad obbedire: il ministro di turno ha ridotto le aliquote dell'IRPEF - riduzioni sensibili per le fasce alte, risibili per quelle basse; al tempo stesso, ha dovuto tagliare servizi essenziali, con rincari per certi servizi come l'acqua, introdurre vergognose sanatorie, vendere beni pubblici, elevare certi balzelli - bolli per esempio -, elevare le aliquote dei tributi locali e gli estimi catastali: la pressione fiscale nel 2004 è diminuita di circa un punto, con danni difficili da rimediare, ma oggi è in aumento. Chi sa se i personaggi via via elencati si vergognano del loro operato. Ne dubito. Certo, il principale responsabile è il capo, il politico più indagato e condannato del mondo.
Oggi per evitare la catastrofe di una riforma costituzionale obbrobriosa dobbiamo impegnarci tutti al massimo; come ultima risorsa, dobbiamo preparare il referendum abrogativo. L'opposizione a Berlusconi ha gravi responsabilità: ora deve riscattarsi.
Gli obiettivi particolari sono tutti di grande rilievo. In primo luogo si tratta di ripristinare le norme costituzionali di cui la maggioranza berlusconiana ha già fatto scempio e quelle riguardanti la giustizia, con emendamenti concordati attraverso opportune maggioranze parlamentari e definite col concorso dei principali giuristi.
In secondo occorre rafforzare l'Europa sia sotto l'aspetto politico che dal punto di vista economico. Occorre perciò abbandonare la politica di Bush, mettendo da parte le assurdità dette anche da alcuni esponenti del centrosinistra, secondo i quali l'America con la guerra in Iraq avrebbe esportato la democrazia. No. Ha dichiarato una guerra sulla base di menzogne ed ha esportato massacri e torture. La conquista di una democrazia adatta a quel disgraziato paese andava perseguita gradualmente dall'ONU, non da una potenza isolata e mossa da propri interessi economici e politici. Al tempo dell'insediamento di Bush uscì un documento ufficiale sul “dovere” degli Usa di dominare il mondo e di svolgere una politica imperialista, basata su guerre preventive, un documento che ha tolto a intellettuali di sinistra il fastidio di fare una tale critica. Che altro diavolo si vuole per convincersi che così stanno le cose? Cari amici mi dicono: sei troppo pessimista sull'Italia, l'America non sta meglio, Bush moralmente è come Berlusconi, anzi è peggio poiché è ben più pericoloso. D'accordo. Ma Bush neanche volendo può cambiare a suo vantaggio la Costituzione e il sistema giudiziario, non può fare leggi ad personam, non può licenziare i giornalisti scomodi, non controlla le televisioni, per il falso in bilancio deve mostrare di condividere la legge che aggrava fortemente le pene. “Passata la nottata”, l'America riprenderà la sua evoluzione civile. Noi stiamo peggio.
Terzo: abolizione di tutte le leggi-vergogna, fra cui ci sono le leggi ad personam.
Quarto: ripristinare, eliminando le possibilità di cavilli, la legge del 1957, secondo cui i titolari di rilevanti concessioni d'interesse pubblico non potevano essere eletti in Parlamento. Un esponente ds ebbe l'impudenza di ricordare a Berlusconi che il suo partito aveva contribuito a salvare le sue televisioni, aggirando la legge del 1957!
È atroce: circolano voci secondo cui personaggi impresentabili, come Cuffaro, sarebbero in trattativa per passare alla così detta opposizione; anzi, secondo alcuni sarebbe in corso un'oscena campagna acquisti a largo raggio d'indagati o addirittura di condannati, come Cirino Pomicino: “è la politica, bellezza!”. Se persone stimabili vogliono trasmigrare, ben vengano; ma indagati o condannati, no! Ci sono dunque leader che stanno preparando un berlusconismo senza Berlusconi. Sarebbe la perpetuazione della fogna, la fine di ogni speranza. Con la forza della disperazione mi auguro che Prodi rigetti con una dichiarazione pubblica di carattere generale, prima che sia troppo tardi, ogni campagna acquisti di quel tipo. Per la sua stessa immagine Prodi deve imporsi ed ho fiducia che lo farà. M'inganno?
Se è lecito mettere da parte una tale triste discussione e far riferimento ad una critica di tipo culturale, la sinistra deve superare la dannosa ritrosia nel criticare Marx; dannosa, perché ha creato a sinistra l'ansia di farsi perdonare sia il ripudio del mercato sia l'antiamericanismo, passando da un eccesso all'eccesso opposto e propagandando un fantomatico “riformismo” che nessuno, a sinistra, sa spiegare seriamente in che cosa consista - certe volte sembra che consista nell'imitazione, con qualche variante, del berlusconismo. Penso che occorra elaborare una critica non solo di Marx ma anche di un altro mostro sacro, Machiavelli, il cui pensiero politico ha fortemente influenzato quello di Marx. Di questo parlerò in un prossimo articolo.




Una dichiarazione d’intenti




Un caporione di Forza Italia, Scajola, a occuparsi della distribuzione dei soldi alle imprese.
Un capobastone di An, Storace, a ingrassare le clientele nel munifico settore della Sanità, come aveva imparato a fare nel suo precedente e brillante incarico. Un capocorrente della Lega, Calderoli, confermato a guardia della devolution bossiana.
Un capocordata dell’Udc, Baccini, rimesso dopo la “ribellione” là dove si stipulerà il contratto degli statali.
La composizione del Berlusconi bis – a stare alle anticipazioni sui nomi dei ministri, tutte piuttosto precise e convergenti – è una chiarissima dichiarazione d’intenti. Non sarà certo con la politica, che il centrodestra cercherà di recuperare nei mesi (tanti o pochi, magari pochissimi) che lo separano dal giudizio degli elettori.
Soldi nelle casse pubbliche non ce ne sono, ma gli intenti di vigilanza dichiarati dal ministro Siniscalco appaiono enormemente più deboli della voracità e della disperazione dei suoi colleghi di governo, quelli vecchi ma soprattutto quelli nuovi. Non è per spirito di parte che lo diciamo, ma perché la scelta dei nomi non può essere casuale: in assenza di qualsiasi effettiva convergenza strategica, gli acerrimi nemici che convivono nella Casa delle libertà si possono ritrovare soltanto nel tentativo di assalto alla diligenza.
Anche loro però sanno che di trippa da divorare ne è rimasta poca.
E siccome il dato d’origine della crisi rimane inalterato – senza Berlusconi non possono andare, con Berlusconi si sentono destinati a perdere – questo che sta per nascere sarà soprattutto il governo della instabilità quotidiana. Lo sa l’Unione, che è pronta ad approfittarne.
E lo sa anche Ciampi, che però non può far nulla per evitarlo.www.europaquotidiano.it



Militarismo sfrenato
Il nuovo libro di uno scrittore di destra 'convertito' smaschera l'imperialismo americano





scritto per noi da
Matteo Colombi

Andrew Bacevich è passato per Hyde Park, presentando il suo libro alla Libreria Coop sulla 57sima strada. Ex-militare e ancora uomo della destra, professore di relazioni internazionali alla Boston University, ove è maturata la sua conversione critica, il suo libro si chiama American Militarism. E’ il secondo in cui Bacevich attacca l’imperialismo americano: in questo libro affonda più in là la sua lama, cogliendo l’essenza del militarismo statunitense, che egli vede come un insieme di atteggiamenti che pongono le forze armate e la guerra come modello e strumento preferito di risoluzione dei problemi internazionali, con chiari riflessi sulle dinamiche del regime interno. Nella prefazione dice di essere giunto alla stessa conclusione della sinistra radicale: il militarismo è frutto di una collusione tra i liberali professionisti e i conservatori professionisti nella costruzione dello stato americano. E’ difficile non vederlo, pervasivo com’è questo apparato di potere, foraggiamento di interessi amici, grande programma di spesa e politica industriale, ideologia che richiede la mobilitazione patriottica delle masse a favore del controllo dell’establishment, con tanto di dividendi a fine mese in portafoglio.

Bacevich ha presentato il libro presso l’Università, ma non è apparso in forma ufficiale a parlare presso alcun dipartimento. Lui fa parte di quel drappello di delusi, di nazionalisti leali agli ideali repubblicani e alla nozione di un apparato militare organizzato attorno alla difesa della patria. E’ uno di quei militari ed ex-militari che credeva di fare qualcosa d’altro che servire l’accumulazione di grandi fortune e di carriere di una minoranza: ha perso la fede nella missione, poiché crede negli ideali, e crede che i fatti non coincidano con tali ideali. Alle conferenze degli scienziati politici non si presenta; inutile farsi impallinare dagli intellettuali organici votati o a Bush, o alla critica a Bush che annusa impero solo sotto le sue veci.

Del resto John Kerry iniziò la sua campagna elettorale con alle spalle una portaaerei, e la convention democratica fu un ritornello infinito sul suo servizio militare, cercando di dimostrare che anche il partito democratico è guerresco. Come è stato scritto più volte e come ha fatto Bacevich da quando ha aperto gli occhi, la storia imperiale americana dura da molto tempo, e il ruolo centrale delle forze armate e del culto della violenza militare in America è uno degli elementi essenziali del moderno stato americano. Le dimensioni dell’apparato militare-industriale e gli intrecci politico-economici sono cresciuti vertiginosamente con la seconda guerra mondiale, dinanzi alla sfida di altri paesi industrializzati come il Giappone e la Germania. Ma il culto della violenza creatrice in questo paese è assai più antico.

L’uso della violenza come dato essenziale dei rapporti sociali si incentra profondamente sul maschio come conquistatore e come individuo che difende le sue cose con le armi. Si lega con processi reali e materiali di conquista della terra dagli abitanti precedenti, tramite la loro estirpazione, e quello più regionalizzato di sfruttamento schiavistico, e con l’egemonia violenta sui paesi vicini, già stabilita nel diciannovesimo secolo. Il sistema liberale di leggi, il rule of law, si lega in America sin dall’inizio alla libertà non come concetto astratto, ma come privilegio di certi uomini a disporre dei propri beni e acquisire nuovi beni, tra i quali uomini, donne e bambini, terre altrui, anche tramite la forza.

Bacevich può vendere libri, ma è in disgrazia tra gli accademici ‘seri’. Loro lo disdegnano; dopotutto il nazionalismo, secondo i più, è qualcosa che affligge il resto del mondo, non questo paese. Il militarismo, ancor più sinistro, appartiene agli autoritari, non al paese guida della libertà. Per non parlare di imperialismo, che o è qualcosa di europeo e decadente, o, addirittura anacronistico. Gli americani, secondo la scienza politica fanno ‘state-building’, fanno ‘post-conflict reconstruction’ dopo aver fatto a pezzi un paese. In accademia si parla della grande ondata di democratizzazione, e del correlato sviluppo di paesi a ‘sovranità limitata’, che però è pur sempre libertà perché avviene sotto le nostre veci.

A Bacevich si deve solo fare una critica: identifica correttamente quanto profondo sia il militarismo americano nei suoi aspetti culturali e cognitivi, identifica correttamente la collusione dell’intelligentsia di centro-destra e centro-sinistra, però non ci deve sfuggire che il militarismo americano è anche collegato a una precisa articolazione di classi e categorie sociali, nonché di cordate di imprese. Ma del resto Bacevich rimane un uomo di destra, poco attento alle questioni di classe, leale tuttavia a una concezione repubblicana del potere, offeso dalla violenta venalità e dall’autoritarismo latente dell’establishment.











© peacereporter



CALIPARI, JOHN NEGROPONTE SAPEVA (E HA AGITO)


L'ambasciatore Usa ha contrastato l'intelligence italiana
DI GIGI MALABARBA*

Il generale Mario Marioli, numero due del Multinational Corps Iraq, nella sua testimonianza di fronte ai magistrati sostiene che il 4 marzo non ha informato la catena di comando americana dell'azione in corso per la liberazione di Giuliana Sgrena: è la verità, ma solo una parte della verità.
Tengo a precisare, dato l'incarico parlamentare che ricopro, in particolare nei confronti della Procura della Repubblica di Roma, che sulla vicenda che ha portato all'uccisione dell'agente del Sismi, Nicola Calipari, al ferimento di un altro agente dei servizi e della giornalista del manifesto, non dispongo di "prove". Le mie sono semplici deduzioni politiche, di cui in questo senso mi assumo le responsabilità.

Personalmente sono allergico alle dietrologie, ai luoghi comuni e alle teorie del complotto che appassionano taluni, impedendo spesso di cogliere le dinamiche reali dei fatti. Quando si parla poi di Stati Uniti, di guerra e di servizi segreti è opportuno abbandonare il ricorso a banali stereotipi, che delineano a priori la figura "del cattivo". E' per questo che per mesi ho evitato di mettere in fila due o tre ragionamenti un po' troppo scontati, soprattutto in relazione ai primi rapimenti di cittadini italiani in Iraq.

Tuttavia devo constatare con stupore quanto sia stata superficialmente considerata dagli analisti e commentatori politici la nomina di John Dimitri Negroponte a capo della più grande ambasciata americana del mondo un anno fa, dopo quarant'anni di carriera nei punti nevralgici della difesa degli interessi Usa. Negroponte è non solo il teorico della "guerra sporca" contro il comunismo dai tempi del conflitto in Vietnam e poi in Centroamerica, ma è -come si dice in gergo- "l'operativo" per eccellenza in questo campo. La definizione di Opzione Salvador per l'avvio di una struttura di intelligence militare o, meglio, politico-militare, con una catena di comando parallela a quella ufficiale dell'esercito e della Cia, è talmente plateale nel presentare di fatto ufficialmente gli squadroni della morte come modalità funzionale nella lotta contro il terrorismo, da apparire paradossale.

Come dimostrato da decenni di inchieste, e persino da conclusioni giudiziarie negli stessi Stati Uniti, l'organizzazione di sequestri, torture, uccisioni e attentati fuori da ogni norma di diritto nazionale e internazionale è avvenuta in vari paesi, giustificata -così come lo è stata esplicitamente l'Opzione Salvador da parte di Negroponte - con il carattere non convenzionale del terrorismo: la stessa che sta alla base di Guantanamo.

Negli ambienti dei servizi e per ammissione esplicita da parte americana, la collaborazione tra Italia e Stati Uniti in campo di intelligence militare è più organica persino di quella tra Washington e Londra, che pure in Iraq e non solo conducono insieme guerre da lunga data.

E' noto, però, come forti contraddizioni siano esplose nella cosiddetta Coalizione dei volenterosi, in particolare in occasione dei sequestri. Gli interessi italiani, compresi, ovviamente, quelli del governo Berlusconi, che hanno spinto per ottenere con ogni mezzo la liberazione degli ostaggi, si sono scontrati frontalmente con quelli degli americani, sostenitori della linea della "fermezza" contro ogni logica trattativistica.

Fino a un certo punto è stato possibile contenere il contrasto, permettendo agli alleati di sfruttare persino i rapporti tradizionali della nostra intelligence con i regimi arabi, i loro servizi e le formazioni armate mediorientali nell'interesse della Coalizione, così come era stato in Iraq prima della guerra e durante la fase di occupazione militare anglo-americana del paese. L'ultima possibilità di conciliare le diverse esigenze si è verificata con l'invenzione -per la verità un po' goffa - del blitz americano per la liberazione di Agliana, Cupertino e Stefio al fine di mascherare le trattative che tutti sapevano essersi realizzate.

Ma il Comitato sequestri istituito dalla Coalizione a Bagdad, sotto diretto controllo dell'ambasciata degli Stati Uniti, non ha più tollerato le modalità attuate dalla diplomazia italiana e dal Sismi in occasione dei sequestri successivi di Enzo Baldoni, Simona Pari, Simona Torretta e Giuliana Sgrena. Se è risaputo, infatti, che per ben quattro volte le trattative tra il governo francese e i rapitori dei due giornalisti sono state fatte saltare per gli interventi ostativi americani, meno è stato rivelato rispetto alle interferenze messe in atto da parte americana nei confronti dei tentavi di liberazione degli ostaggi italiani.

Giustamente, l'unica strada attuabile per liberare gli ostaggi da parte delle autorità italiane e del Sismi, certamente irta di insidie, non poteva che essere quella di operare appunto sulla base di mezze verità e di mezzi silenzi nei confronti delle autorità americane.

Non è possibile avere dubbi che John Negroponte abbia messo in opera un progetto di contrasto dell'attività diplomatica e di intelligence italiana, pianificando alcuni contesti nei quali intervenire direttamente: durante i contatti con i rapitori di Giuliana Sgrena e i loro intermediari e rispetto al luogo di detenzione, nonché nella fase di liberazione. Questo lo sappiamo, negarlo oggi sarebbe irresponsabile. Obiettivo di Negroponte: semplicemente ricondurre ogni vicenda relativa agli ostaggi alle direttive Usa. Le circospezioni con cui Calipari si stava muovendo anche nel giorno della liberazione della giornalista del manifesto hanno a che vedere esplicitamente con questo, o no?

Nessun ostacolo, peraltro, è venuto da parte americana nella concessione dei badge e nel facilitare l'operatività del Sismi il 4 marzo. Il capitano Green non sapeva nulla: può essere. Vorrei ricordare però come sia abbastanza noto che il controllo dei cellulari e dei satellitari consente agli americani di seguire spostamenti e conversazioni: anche questo ha indotto Calipari a chiudere ogni contatto telefonico fino alla liberazione di Giuliana Sgrena. Dal momento delle prime chiamate dei due agenti del Sismi a bordo dell'auto diretta verso l'aeroporto, ossia poco dopo le 20, tutti i movimenti di Calipari erano nelle disponibilità americane, ancora prima della comunicazione ufficiale al capitano Green avvenuta alle 20.30 circa.

La sparatoria al check-point volante, istituito proprio per una visita non prevista di Negroponte all'aeroporto Bagdad avvenuta nelle ore precedenti, è uno dei possibili contesti in cui chi non si è "coordinato" con il comando Usa può incidentalmente incappare.

Questo incidente è stato lucidamente deciso a tavolino e non necessariamente per bloccare "le rivelazioni" che l'ostaggio avrebbe potuto fare, come taluno ha sostenuto.

Qualche settimana fa è stato celebrato il venticinquesimo anniversario dell'assassinio sull'altare di mons. Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, ad opera di un agente al servizio del maggiore Roberto D'Aubuisson, fondatore del movimento politico-militare Orden, ben conosciuto e coordinato con l'ambasciatore Negroponte. Se non avessi seguito da allora le vicende centroamericane e non avessi passato un anno in Salvador nel pieno delle operazioni di "controinsorgenza", forse non mi sarebbero saltate all'occhio le modalità con cui i check-point diventano la tomba di persone scomode, in Centroamerica ieri come in Iraq oggi: i fatti si svolgono con una ripetitività talmente impressionante da farmi pensare che almeno la fantasia non è appannaggio di questi signori.






Ma è soprattutto la modalità di costruzione della rete politico-militare a cavallo tra l'esercito e l'intelligence, parallela alle strutture ufficiali, che corrisponde straordinariamente negli aspetti operativi a quanto realizzato dallo stesso Negroponte in Iraq per sua stessa ammissione.
Il Tribunale di Bruxelles per i crimini di guerra in Iraq, già Tribunale Russel, ha reso nota recentemente l'esistenza di un "gruppo 27" dei marines, autore di alcuni sgozzamenti di contadini con incendio dei palmeti del villaggio di Tarmiya, a sessanta chilometri da Bagdad. Esistono testimonianze attendibili, riscontrabili peraltro in preoccupati articoli del New York Times.

Il trattamento è differenziato nei confronti dei nemici, nemici potenziali o alleati. Il manuale di istruzioni che definisce tutte le casistiche purtroppo esiste ed è stato applicato su larga scala e perfezionato negli anni con i villaggi strategici nel Sud-Est asiatico come con le aldeas modelos in Guatemala e oggi in Iraq, e il suo autore è lo stesso che oggi è diventato il coordinatore dei 15 servizi di sicurezza degli Stati Uniti e ogni mattina alle otto conferisce con il presidente Bush.

La mia convinzione sulle responsabilità di Negroponte non è di oggi. Ho voluto evitare queste considerazioni durante il sequestro di Giuliana Sgrena e anche nella fase di avvio di questa farsesca Commissione d'inchiesta mista, utile solo a tentare di trovare una versione dei fatti concordata tra i due paesi, cosa peraltro non facile visto il comportamento arrogantemente autoassolutorio degli americani. Quando ci sono persone che rischiano la loro vita, bisogna essere cauti e - come ho già detto in aula al Senato commemorando Calipari, che avevo avuto modo di conoscere proprio in occasione di una visita alla sede centrale della Cia - ci sono anche persone che non potranno avere neppure come lui gli onori del ricordo del loro sacrificio. Ma a questo punto rischia di essere vero il contrario anche da questo punto di vista: o si prende atto che questa è la legge imposta dagli Stati Uniti anche ai loro alleati (che si sono subito allineati alla linea della fermezza meno di un'ora dopo l'uccisione di Calipari, come ognuno ricorderà) o le persone che rischiano, italiane o irachene che siano, saranno molte di più.

Gigi Malabarba
Senatore Prc, membro del Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti

Fonte:www.liberazione.it



Elezioni : revisione collegi cambia esito del voto
di Giulia Alliani

Con un comunicato stampa del 19 aprile, il Ministero dell'Interno ha reso noto che "e' stato predisposto uno schema di decreto legge che garantirebbe, anche in caso di scioglimento anticipato delle camere, il regolare svolgimento delle votazioni (pur non essendo ancora terminata la procedura di revisione dei collegi elettorali nazionali) e la contestuale attuazione della legge Tremaglia sul voto degli Italiani residenti all'estero".

Sempre secondo il comunicato "il varo di un simile decreto, che tocca una materia delicatissima come quella elettorale, presuppone l'adesione di tutti i gruppi parlamentari". A tale proposito e' interessante leggere cio' che dice la nostra Costituzione sulle circoscrizioni elettorali. L'argomento e' affrontato negli articoli 56 per la Camera e 57 per il Senato.

Per la Camera "la ripartizione dei seggi tra le circoscrizioni, fatto salvo il numero dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero, si effettua dividendo il numero degli abitanti della Repubblica, quale risulta dall'ultimo censimento generale della popolazione, per seicentodiciotto e distribuendo i seggi in proporzione alla popolazione di ogni circoscrizione, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti.

Per il Senato "la ripartizione dei seggi fra le Regioni, fatto salvo il numero dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero, previa applicazione delle disposizioni del precedente comma (i.e.: Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sette; il Molise ne ha due, la Valle d'Aosta uno.), si effettua in proporzione alla popolazione delle Regioni, quale risulta dall'ultimo censimento generale, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti.

Giustamente il ministero parla di "materia delicatissima". Lo e', infatti, soprattutto da quando siamo passati al sistema elettorale uninominale, perche' la ridefinizione dei confini dei collegi puo' dar luogo a significativi cambiamenti nei risultati di voto.

Nei Paesi dove si vota da molto tempo con il sistema uninominale sono stati anche coniati dei termini particolari per alludere al lavoro di rinnovo dei confini dei collegi. Per esempio "gerrymandering" e' un termine che si riferisce alla manipolazione dei confini di una circoscrizione elettorale allo scopo di favorire i detentori di una carica o un partito politico, in particolar modo quando i candidati siano solo due.

La parola si usa sia come verbo, per significare la commissione dell'abuso, che come sostantivo per descrivere il risultato dell'operazione di revisione. Si tratta di un vocabolo costruito sul nome di Elbridge Gerry, antico governatore del Massachusetts. Nel 1812 vennero appunto ridefinite le circoscrizioni elettorali per favorire i candidati del partito Repubblicano di Jefferson.

Due giornalisti stavano guardando la mappa con i nuovi distretti, quando uno dei due si accorse che il perimetro di un distretto aveva assunto un aspetto simile a quello di una "salamander" (salamandra). L'altro gli rispose che pareva piuttosto una "Gerry-mander", e cosi' nacque la nuova parola. Una forma di gerrymandering si verifica tutte le volte in cui si modificano i confini di un collegio allo scopo di eliminare un'area con un'alta concentrazione di persone che votano in modo simile, per esempio per un certo partito politico.

Un caso piu' complesso e' quello in cui un'area con un'alta concentrazione di elettori simili viene spezzettata in tanti distretti, facendo si' che il partito interessato abbia una piccola maggioranza in ciascun collegio, piuttosto che un'ampia maggioranza in un collegio solo. In un modo simile, ma contrario, si possono tracciare i confini in modo che gli oppositori dei "manipolatori" si ritrovino concentrati nel minor numero possibile di collegi, in modo da rendere minima la loro rappresentanza e influenza.

Negli Stati Uniti il gerrymandering che si basa soltanto sulla razza degli elettori e'stato dichiarato incostituzionale dalla Corte Suprema per la prima volta nel 1993, e successivamente in altri due casi, nel 1995 e nel 1999. Anche negli Stati Uniti la revisione dei distretti avviene in occasione dell'ultimo censimento generale, che negli Usa si ripete ogni dieci anni.

L'uso di sofisticati programmi usati per tracciare le linee delle nuove circoscrizioni puo' far si' che con il clic di un mouse si possa determinare una sconfitta o una vittoria.

Attenzione dunque: la materia e' davvero delicatissima.

www.osservatoriosullalegalita.org


L’eterna stecca dei governi italiani
Stefano Bollani





Giudizio Universale: mensile fatto di recensioni su opere d’arte, fatti politici, atmosfere culturali e di vita quotidiana. Dal primo numero, da pochi giorni in edicola e in libreria, abbiamo tratto questa recensione del pianista Stefano Bollani che ci parla di musica, di scuola e di politica.

L’ amore per la musica e per la cultura musicale non è né di destra né di sinistra. Forse proprio perché si tratta da sempre di un argomento poco “cavalcabile” politicamente, si è aspettato tanto a varare una legge che rendesse finalmente giustizia al nostro gloriosissimo passato, al nostro difficile
presente, al nostro incerto futuro musicale.

Strano ma vero: in un paese che ha avuto Donizetti, Rossini, Puccini, Verdi ma anche Vivaldi, Scarlatti e poi Respighi,
Dallapiccola, Berio e via dicendo; in un paese così piccolo ma così importante nella storia della musica occidentale, per anni si è evitato di segnalare ai nostri studenti liceali anche solo l’ esistenza di queste persone. Si è evitato di parlare di teatro operistico, ad esempio, quando il bel canto è forse il prodotto culturale italiano più noto al mondo. Da Caterina di Russia in poi, in quasi tutto il mondo si allestiscono opere italiane. Ancora oggi chiunque decida di studiare canto lirico è costretto a fare i conti con la nostra lingua.
Al liceo da sempre si è parlato di Galileo Galilei ma mai di suo padre, quel Vincenzo che diede l’avvio alla allora modernissima idea del recitar cantando; si è parlato del movimento letterario della Scapigliatura e di Arrigo Boito ma lasciando in secondo piano il fatto che il Boito in questione aveva fra le sue attività quella di librettista per un
certo Giuseppe Verdi. (La verità, vi prego: si leggono oggi i romanzi di Boito? No, in compenso si allestiscono le opere di Verdi).

Al liceo si è parlato a volte persino di arte contemporanea, di Christo e di Andy Warhol ma mai, neanche per sbaglio, di John Cage. Strano, vero?
Ma ora la legge è passata.
Si è intuito che comprendere la musica aiuta a comprendere l’ uomo. Che è importante sapere che la musica basata sul concetto di tonalità, la musica sinfonica, il jazz, il pop, il rock, insomma la musica occidentale è solo una parte della musica che si produce nel mondo.
Che il sistema su cui è costruita la cosidetta musica “colta” (come se gli altri fossero incivili! Va detto che in un sussulto di politically correct ultimamente li buttiamo tutti in un calderone che abbiamo appellato world music), il sistema temperato, è relativamente giovane.
E’ una invenzione datata fine 1600. Che ci convince non per altro ma perché siamo cresciuti immersi in quel suono. La stessa musica contemporanea esiste in quanto rottura di un sistema che tutti (ri)conosciamo.

I nostri concetti di bello e brutto ci vengono da una serie di esperienze che facciamo nei famosi primi anni della nostra vita. Attenzione quindi a girar troppo per supermercati con i
bimbi al seguito, perché rischiano di ascoltare sempre e solo cose che vanno da Laura Pausini in giù e di crescere di conseguenza.

Ma l’ idea di tonalità, per prenderne una, è universale? Non si direbbe: in Africa, in Cina, in India si ragiona diversamente. Per un indiano può suonare infinitamente più vario un raga giocato tutto su cinque-sei note che una canzone brasiliana, tonalissima, di Tom Jobim piena di accordi, di strumenti e di ritmo. Sembra impossibile al
nostro orecchio “civilizzato”.
Quesione di abitudini, questione di cultura.
Il sistema tonale è un’ invenzione tutta europea, poi esportata nel resto del mondo. Proprio come la democrazia.
Come pare importante oggi saperlo!
Come vengono poi facili le similitudini, i raffronti, i collegamenti logici con altre branche dell’arte, della sociologia, persino della scienza. Grazie a questa
legge, la musica non è più isolata, non è più un campo lasciato agli “specialisti”!
Siamo finalmente alla pari con gli altri paesi europei!
Lo ammettiamo: sognavamo questo giorno. Finalmente i politici si interessano alla diffusione di tutta quella musica
che ha una valenza culturale e una dignità artistica; che è fatta con passione e professionalità; che non asseconda
semplicemente le nostre lamentele quotidiane mettendole in rima e affidandole a un bel finto giovane che sbraita in
un microfono ma che ha un validissimo motivo per esistere: migliorare la qualità delle nostre vite, divertendoci e stimolandoci alla riflessione.

Cosa dice la legge: “In tutte le scuole superiori italiane
si studierà storia della musica e guida all’ ascolto. E’
intenzione dello stato aiutare le esibizioni dal vivo,
anche con sgravi fiscali; promuovere i nostri artisti all’
estero grazie a uno stanziamento di fondi che si aggira
intorno al 30% in più rispetto a quello dell’ anno
scorso. Le tre reti televisive nazionali sono tenute a
svolgere opera di informazione e approfondimento in
campo musicale, perché la musica migliora la vita”.www.caffeeuropa.it/






Ljubija, una miniera ricca di resti umani

Il settimanale di Sarajevo DANI, urla allo scandalo e titola: La miniera del nuovo crimine. Una lunga inchiesta dedicata alla miniera di Ljubija, privatizzata e rimessa in funzione, nella quale sono ancora sepolti circa 1700 cadaveri delle vittime dei campi di concentramento
Copertina del settimanale DANI, 15.04.05 Di Snježana Mulić, DANI, 15 aprile 2005 (tit. orig. Željezna ruda obogaćena ljudskim kostima)

Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Ivana Telebak

Il sei aprile di quest'anno Jasmin Odobasic, il capo della Commissione per le persone scomparse della FBiH (Federazione Bosnia Erzegovina, una delle due entità che compongono la Bosnia Erzegovina, ndt.), sul territorio delle Nuove miniere di Ljubija, sulla superficie dello scavo, ha trovato - incastrato fra gli alberi e i sassi - un cranio umano. Non lontano da esso anche altri resti dello scheletro.

Uno scheletro per noi, purtroppo, non è niente di nuovo, specialmente non si tratta di una novità per il terreno sunnominato, ma proprio questo è l'esempio più evidente delle menzogne sfacciate dei nuovi proprietari delle miniere sul fatto che lì “proprio non ci sono i resti dei cadaveri dei Bosgnacchi e Croati uccisi”.

Sì, proprio così, la più grossa compagnia mondiale per la produzione di acciaio Mittal Steel Company, che, esattamente un anno fa, ha acquisito anche il 51% della proprietà della Miniera Ljubija vicino a Prijedor, sta cercando di nascondere ciò che non può essere nascosto: che ha comprato una miniera al cui interno, ma anche in superficie, nasconde la verità sul crimine che nel luglio 1992 hanno commesso i paramilitari e l'esercito serbo nei confronti di Bosgnacchi e Croati.

Nel 1992 nel comune di Prijedor furono uccisi più di tre mila non serbi (nel Libro degli scomparsi sono stati denunciati 3227 scomparsi, nonostante si suppone che il numero sia molto più alto), mentre in un giorno solo, il 25 luglio 1992, agli scavi abbandonati della miniera di Omarska furono assassinati più di un centinaio di civili. Semplicemente le miniere divennero il più grande campo di concentramento e patibolo della popolazione non serba.

L'amministrazione della miniera all'inizio della guerra licenziò tutti i Bosgnacchi e i Croati, mentre i dipendenti Serbi ricevettero un compito nuovo - invece di scavare il minerale di ferro, scavavano i cadaveri dei loro camerati e dei loro vicini.

Il primo a rivelare la verità sulla miniera di Omarska fu il giornalista del Guardian Ed Vulliamy, che per primo pubblicò anche le foto dei prigionieri affamati e maltrattati, del campo di concentramento. Ma, nonostante avesse “scioccato il mondo” con questa rivelazione, ciò non aiutò le vittime a trovare la pace. Al contrario: il Governo della Republika Srpska (RS), diventata proprietaria della miniera dopo la guerra, e oggi detiene il 49% della proprietà, presto iniziò lo sfruttamento del minerale di ferro. Le prime quantità postbelliche di ferro della miniera di Ljubija, che molto probabilmente era “arricchita” con il calcio e i fosfati umani, furono consegnate all'Acciaieria Smederevo.

Mentre gli esecutori della popolazione non serba nel comune di Prijedor si occupavano degli affari, la Commissione federale per la ricerca delle persone scomparse, con a capo Jasmina Odobasic, cercava gli scheletri e, per quanto le fosse possibile, cercava di restituire alle vittime la loro dignità, e la “pace” alle famiglie sopravvissute. Così, a soli due chilometri dall'odierno ingresso dell'edificio centrale della miniera di Omarska, dove oggi vi accoglie un cartello con scritto “Benvenuti”, dalla fossa Stari Kevljani sono stati estratti addirittura 456 scheletri. Dalla fossa Hrastova glavica, anche questa sul territorio di Omarka, sono stati estratti 126 corpi, dalla fossa Redak 74, dalla fossa Lisac 49, dalla fossa Pasinac 54, e dalla fossa Jakarina kosa (miniera di Ljubija) 373 corpi. Sull'odierno territorio delle Nuove miniere di Ljubija, secondo i dati della Commissione per la ricerca delle persone scomparse della FBiH e delle famiglie degli scomparsi, si nascondono ancora circa 1700 cadaveri!

Ma, tale terribile dato non impedisce né ai nuovi proprietari di maggioranza della miniera, e neanche agli altri - il Governo della RS - di procedere con lo sfruttamento dei minerali. Al contrario, agli altri è stato favorevole l'ingresso della ditta indo-britannica Mittal Steel Company, in particolare perché con la loro presenza si riusciranno a nascondere, almeno un po', le misure del genocidio dei Bosgnacchi e Croati.

Contro il nuovo sfruttamento della miniera, prima ancora di aver finito con l'esumazione di tutte le vittime e prima di aver segnato tutti i luoghi di uccisione, non si sono pronunciati né quelli del governo federale né quelli del governo statale. L'unica voce sensata è arrivato dai prigionieri sopravvissuti al campo di concentramento e dalle famiglie degli uccisi, da alcune organizzazioni non governative, dalla già nominata Commissione per la ricerca degli scomparsi della FbiH, e da uno straniero, Ed Vulliamy.

La Società per le popolazioni danneggiate della BiH, l'anno scorso, subito dopo che Lakshi Mittal era diventato il proprietario della maggior parte della miniera, ha organizzato una tavola rotonda a Prijedor con i rappresentanti delle associazioni delle famiglie dei civili scomparsi del comune di Prijedor, con i rappresentanti della Commissione internazionale per la ricerca degli scomparsi (ICPM), con la commissione per la ricerca degli scomparsi della FBiH e della RS, la polizia locale e le organizzazioni per la protezione dei diritti umani. In questo incontro hanno chiesto all'Alto rappresentante per la BiH e al Governo della RS di interrompere la privatizzazione della miniera Ljubija, esprimendo il timore che in questo modo diventerà impossibile la ricerca dei resti dei cadaveri delle persone scomparse. Ma, a questa richiesta, dice a Dani Fadila Memisevic, la presidentessa della Società per le popolazioni danneggiate della BiH, nessuno ha mai risposto.

Le organizzazioni non governative “Srcem do mira” di Kozarac, l'Associazione dei prigionieri sopravvissuti al campo di concentramento del comune di Prijedor, “Bosnian Network” della Gran Bretagna, “Izvor” di Prijedor, e “Optimisti” dall'Olanda, con l'aiuto del giornalista Ed Vulliamy, hanno inviato una lamentela direttamente all'ufficio di Londra del magnate dell'acciaio Lakshmi Mittal

Sabahudin Garibovic, il portavoce dell'Associazione dei prigionieri del comune di Prijedor, che è stato imprigionato 88 giorni nel campo di concentramento di Trnopolje, dice che neanche a tale lettera è mai giunta una risposta. “Ma noi crediamo in Ed. Lui andrà fino a fondo, come ha fatto anche nel 1992 quando è entrato nel campo di concentramento e al mondo ha mostrato quelle immagini terribili. La nostra richiesta innazitutto è di separare lo spazio intorno alla malfamata “casa bianca”, dove la gente veniva chiusa e torturata in modo animalesco e poi veniva uccisa, che è nel contesto della miniera Omarska, dalla miniera e poi che venga ricordata come luogo di uccisione. In quel luogo desideriamo mettere una targa di commemorazione, come abbiamo fatto nel campo di concentramento di Keraterm, L'altra nostra richiesta è che lo sfruttamento dei minerali venga interrotto finché le vittime non saranno esumate”, dice Garibovic.

Egli sottolinea che le stesse associazioni si erano lamentate anche con l'ex sindaco di Prijedor Nada Sevo, che gli aveva dato “un parere positivo per la commemorazione del luogo della strage”. Ma non se ne è fatto nulla, perché il mandato della sindaca Sevo è scaduto!

Il nove giugno dello scorso anno anche il Comitato di Helsinki per i diritti umani in BiH (HK BiH) ha scritto alla sindaca Sevo. Dicendo che ci sono supposizioni che sul territorio della miniera si trovino ancora circa 1500 corpi di persone uccise, Srdjan Dizdarevic, il presidente del HK BiH, ha chiesto alla sindaca “con la forza della sua autorità di fare di tutto per chiarire il destino degli scomparsi”. Neanche questa lettera è stata d'aiuto.

Allora, Jasmin Odobasic, in occasione dell'apertura di una delle più grosse fosse comuni - Stari Kevljani, vi ha condotto l'attuale manager generale della Nuove miniere Ljubija, l'indiano Murarij Mukherjee. “L'ho portato sulla fossa e con i suoi occhi ha visto centinaia di cadaveri. Personalmente mi ha promesso che farà di tutto affinché tutte queste fosse, sia collettive che individuali, presenti sul territorio della miniera, vengano scoperte”, dice Odobasic.

Ma, Mukherjee mentiva. Lui non soltanto non ha fatto nulla per l'esumazione delle vittime, oggi nega persino che nell'ambito della miniera esistano!? A Dani Mukherjee ha detto: “Fino ad oggi (12. 4. 2005) né a Omarska, né in qualsiasi altra regione sotto il controllo della Nuova miniera Ljubija, è stato trovato nemmeno un corpo o fossa comune appartenente alla guerra dopo il 1992.”

Di passaggio ha detto che la Mittal Steel per le Miniere di Ljubija ha il controllo solo sulle miniere di Omarska e Drenovaca. Cosa non vera. Perché, in caso contrario, sul sito web ufficiale della compagnia Mittal (ww.mittalsteel.com) non sarebbe scritto che essa detiene il 51% della proprietà delle Miniere Ljubija. E – alla Mittal Company lo sanno - includono anche Ljubija, Omarska, e Tomasica. Fra l'altro, LNM Group, di cui fa parte la Mittal Steel Company, non ha risposto niente di meglio neanche a quanto scritto dal Guardian inglese.

Alla fine di dicembre dell'anno scorso la LNM ha inviato un comunicato dove c'era scritto che “la terra che LNM ha privatizzato, nell'insieme dei suoi investimenti in BiH, non si trova nella regione in cui c'è almeno una fossa comune conosciuta”. Sia al Guardian, che a Dani, comunicano che nella miniera di Omarska non è stata trovata neanche una fossa.

Però, a differenza dall'indiano, che almeno si è degnato di mandare qualche risposta, Mladen Jelaca, il direttore della parte di miniera che è di proprietà del Governo della RS, non ha fatto nemmeno questo. Dopo che si è rifiutato di riceverci durante la nostra visita a Prijedor (7 e 8 aprile 2005), con la scusa “che non ci siamo annunciati”, ha promesso di rispondere per iscritto. Tuttavia, nonostante avesse ricevuto le domande insieme a quelle indirizzate al direttore Mukherjee, e che per la maggior parte si riferivano ai cadaveri all'interno della miniera e ala nazionalità degli impiegati (nelle miniere non ci sono impiegati né Bosgnacchi né Croati), non ha risposto.

E soltanto alcuni giorni prima sul Kozarski vjesnik, giornale che durante la guerra fungeva da principale media logistico per i cetnici “addetti ai lavori” a Prijedor, Jelaca si è vantato che “le Nuove miniere Ljubija hanno in progetto per il 2005 di produrre e vendere un milione di tonnellate di concentrati di minerali di ferro”. Il direttore dice inoltre che: “le Nuove miniere Ljubija sono per l'opinione pubblica una grande azienda, importante e molto interessante, specialmente perché adesso sono in affari con la più grande azienda metallurgica del mondo, la Mittal Steel”. Jelaca, naturalmente, si è rifiutato di rispondere anche alla domanda: come può fare una fonderia nella miniera Ljubija quando ci sono ancora le ossa delle vittime?

Kemo Alagic, uno dei cittadini di Ljubija sopravvissuti, al quale sono stati uccisi oltre 70 parenti stretti o lontani, ci ha fatto vedere la fonderia all'ingresso della miniera Ljubija, dove oggi vengono prodotti i tombini per la canalizzazione. Direttamente accanto alla fonderia anche oggi c'è la cosiddetta schiacciasassi. Questa macchina una volta rompeva l'acciaio, ma nel 1992 rompeva i cadaveri dei Bosgnacchi e Croati assassinati. Mentre ci porta in salita, agli scavi in superficie di questa miniera, Alagic ci fa vedere i posti dove nell'aprile del 1992, “scorreva il sangue a fiumi”.

“In questo posto ci sono dei cadaveri”, dice Kemo e indica col dito. “Anche in questo, anche in questo”, dice, e ci chiede di non fotografare, perché: “Riconosceranno dove sono e li sposteranno in un altro posto, e poi chi li troverà di nuovo. I Serbi già una volta avevano spostato questi cadaveri. Li mettevano in queste fosse, prima mettendo nelle pietre l'esplosivo della miniera. Con l'esplosione, i corpi si scomponevano e la terra e i sassi li coprivano. Pensavano che nessuno lo avrebbe scoperto. Noi anche oggi scopriamo qualche posto, e non di rado ci aiutano gli stessi Serbi, ma lo teniamo nascosto finché la commissione non riceverà i mezzi necessari per esumare le vittime.”

L'unica cosa che, dice, non si può nascondere sono i piccoli laghi, neri a causa del ferro della miniera. “Dentro ci sono i cadaveri e tutti lo sanno, ma credono che a causa dell'acqua nessuno ci ficcherà dentro i piedi.”

E mentre ci fa vedere la fossa Jakarina kosa, dalla quale recentemente sono state tirate fuori 373 vittime, e che fa parte del complesso della Miniera Ljubija, subito accanto al suo bordo troviamo un preservativo usato di recente!

Ma, per quanto orribile possa sembrare, anche questa esplicita dimostrazione delle relazioni della RS verso i crimini e le vittime innocenti, è più facile da capire del rapporto che, verso gli stessi, hanno i rappresentanti dei Bosgnacchi e dei Croati nel governo federale e statale. Perché loro nemmeno per scherzo hanno posto questa domanda.

Ma, quando si prende in considerazione il fatto che la Mittal Steel Company è il proprietario di maggioranza anche della Acciaieria Zenica, che prima della guerra, insieme alle miniere Ljubija, faceva parte della RMK Zenica, e che gli odierni proprietari di maggioranza probabilmente cercano di rifare nuovamente una tale simbiosi, e che per i politici locali tutto ciò sarà considerato come un punto di forza per attirare gli investimenti stranieri, allora è tutto chiaro.

Da qui anche il silenzio dei media locali sulla ripetizione del crimine contro le vittime del crimine della miniera Ljubija, mentre tutti tessono le lodi dei successi dell'esportazione della famiglia indiana Mittal. La situazione più grottesca su tale questione è accaduta proprio nelle scorse tre settimane: il 26 marzo Avaz di Prijedor ha dato notizia dei 126 funerali delle vittime trovate nella fossa comune Jekarina kosa nel complesso della Miniera Ljubija; alla celebrazione si sono riuniti tutti i grandi della SDA, e il reis Ceric ha persino detto che anche il cielo è sceso per trovare colui che ha nascosto la verità sul crimine. Ma, soltanto una decina di giorni dopo, lo stesso giornale riportava l'intervista con il direttore della Mittal per il sud est Europa, Roeland Baan, dove questo loda i diligenti minatori della Ljubija e della nuova amministrazione. Baan non nomina Omarska, Keraterm, Jakarina kosa... i prigionieri del campo di concentramento sopravvissuti che chiedono di mettere una targa commemorativa, né il giornalista di Avaz gli chiede qualcosa in proposito.

E siccome i media non chiedono, ma ancora meno lo fanno i ceric, i terzic o gli hadzipasic, delle anime umane - inquiete tanto in questo che nell'altro mondo - sono ancora soltanto le organizzazioni non governative e le famiglie delle vittime che domandano.

Il comitato di Helsinki per i diritti umani in BiH, il 26 marzo di quest'anno ha inviato a Carla del Ponte, procuratore capo del tribunale dell'Aia (TPI), una lettera in cui si richiama l'attenzione sulla “decisione insensata circa la privatizzazione della Miniera Ljubija” e la si invita a fare il possibile per bloccare l'estrazione dei minerali prima che le vittime vengano esumate, di far arrivare degli esperti forensi e degli scienziati nelle miniere. La procuratrice Carla del Ponte è l'unica che fino ad ora si è mossa su questa questione, e dopo alcuni giorni manda il capo missione del TPI di Sarajevo, Jan Ven Hecke, da Srdjan Dizdarevic, il presidente del Comitato di Helsinki. Invece!

“Ven Hecke da me si è informato sulla località delle fosse, cosa non compressibile. Noi non abbiamo tali dati. L'ho indirizzato alla Commissione per la ricerca delle persone scomparse”, dice Dizdarevic. Ma, fino ad oggi, ha detto Mukherjee, Van Hecke per questa questione non si è rivolto alla Commissione.

Le Nuove miniere Ljubija hanno esportato nella Repubblica Ceca circa 750 tonnellate di minerali, il progetto per l'anno prossimo è di un milione di tonnellate, lo sfruttamento procede, l'acciaio arricchito di calcio e fosfati di ossa umane viaggia per l'Europa, la famiglia Mittal acquisisce nuovi milioni di dollari coi quali pagherà i matrimoni dei suoi discendenti... Il mondo commemora i 60 anni dall'olocausto e di nuovo ripete: mai più! www.osservatoriobalcani.org/


Armenia, genocidio ancora nascosto?
Il 24 aprile 2005 sarà commemorato il novantesimo anniversario del genocidio del popolo armeno perpetrato dallo stato turco. Una ricorrenza che spinge a fare il punto della situazione sul riconoscimento di questo crimine in Europa.



Il 24 aprile 1915, con l’arresto degli intellettuali e dei notabili armeni di Istanbul, ha inizio uno dei primi genocidi del ventesimo secolo. Dal maggio 1915 alla fine del 1916, 1.200.000 persone, vale a dire quasi la metà della popolazione armena dell’impero ottomano, viene massacrata per volere del partito al potere, l’Ittihad.

Revisionismo storico

L’ “armenicidio” costituisce uno dei rimproveri spesso mossi alla Turchia. Ma ancora oggi il governo turco, pur non mettendo in discussione la realtà dei massacri, rifiuta di riconoscere in questi crimini un genocidio avvenuto per mano dello stato.
La diaspora armena conta in Europa 275.000 armeni, dei quali 220.000 solo in Francia, i quali si battono per ottenere il diritto alla memoria. È difficile per loro accettare che i governi succedutisi in Turchia abbiano continuato imperterriti a negare il genocidio. A differenza degli armeni ancora residenti in Turchia, poco inclini a fomentare le tensioni tra le due comunità, gli immigrati armeni sono ben più agguerriti su questo punto.
Il riconoscimento del genocidio ai danni degli armeni da parte della Turchia costituisce uno dei punti critici in vista dell’adesione del paese all’Unione Europea. Ciò nonostante questo criterio non è stato fissato come condicio sine qua non per l’ingresso il 17 dicembre 2004. Il Parlamento Europeo ha riconosciuto il genocidio armeno nel 1987. Si sono poi pronunciati in proposito Cipro (dal 1982), la Russia, la Bulgaria, la Grecia, il Belgio, la Svezia, l’Italia, il Vaticano, la Francia, e più recentemente anche la Svizzera.

Ipocrisia europea

Ma riconoscere ufficialmente il genocidio non basta. Infatti, se non si condanna anche la negazione del genocidio, il riconoscimento non resta che una parola politica senza particolare risonanza. Attualmente, in numerosi stati in cui il negazionismo è un crimine, solo la negazione del genocidio degli Ebrei e degli Zigani viene perseguito penalmente. Ciò avviene per esempio in Francia, in Germania, in Austria, in Belgio e in Lussemburgo. Se tutto ciò può sembrare normale nel caso di quegli stati che riconoscono ufficialmente solo il genocidio degli ebrei, lascia però perplessi la situazione in Francia e in Belgio: perché riconoscere il genocidio armeno per poi permetterne la sua negazione? In nome della libertà di espressione?
Non è facile trovare in Europa una sola condanna per aver negato il genocidio armeno. La decisione di un tribunale svizzero, che ha respinto la richiesta di sanzionare un Turco che difendeva la versione dei fatti che gli è stata insegnata a scuola, non è priva di ragioni. Ecco in cosa consiste il problema del negazionismo di stato: ai cittadini viene inculcata, già nelle scuole, una versione deformata della storia.
Si spera che la pressione europea si faccia più forte, anche se nessuno pretende dalla Turchia il risarcimento dei discendenti delle vittime o la rinuncia a parte del suo territorio. Si riscontra infine un’evoluzione legislativa in questo senso. Per esempio, la Germania sembra muoversi verso un riconoscimento del genocidio, mentre in Francia sono state presentate delle mozioni che mirano ad incriminarne la negazione.

Facendosi carico dei suoi crimini passati, la Turchia non solo recherebbe conforto alla comunità armena, ma eviterebbe anche che numerosi Turchi continuino a difendere, a loro insaputa, una menzogna storica. Sarebbe un atto pieno di valore simbolico, e andrebbe a vantaggio di tutti. www.cafebabel.com/it/

Ratzinger filo-Usa? Mah... (era: Ratzinger, gli Usa come modello e Nietzsche come nemico mortale




No. Secondo me il discorso non quadra.
Che Ratzinger sia destro anzi destrissimo è pacifico. Ma che guardi agli
Stati Uniti non ne sarei così sicuro. Si sarà pure alleato con un "neocon"
a tutti gli effetti quale è Marcello Pera, ma ci sono molti elementi - nei
suoi scritti e nelle sue interviste - che inducono a pensare altrimenti.
In generale, l'integralismo evangelico americano è il tema che più divide
la Chiesa. C'è chi lo vede come un alleato (ad esempio Ruini) e chi come
un avversario (ad esempio così lo vedeva Woytjla). Le ragioni di avversione
di parte della Chiesa nei confronti dell'integralismo evangelico americano
sono numerose e spaziano dal politico al teologico.
a) Se la sfida centrale - stando alle parole di Ratzinger - è quella di
ripristinare l'identificazione tra comunità credente e Magistero della Chiesa,
cosa ci azzecca questo pullulare di cristianesimo fai-da-te, ancora più
disorganico e rizomatico del Protestantesimo classico? Come possono essere
compatibili concetti come Magistero, Liturgia e Primazia con una galassia
che - nelle forme e nell'organizzazione - è molto più simile alla New Age?
b) Se la sfida centrale - stando alle parole di Ratzinger - è arrivare alla
resa dei conti con secolarizzazione e relativismo, l'integralismo evangelico
americano può davvero essere un alleato? Ebbene, Ratzinger ha detto che
non vanno confusi morale e Mistero. Nel senso che la rivincita sull'Illuminismo
può derivare solo da una riacquisizione di centralità del Mistero (e quindi
della Liturgia) nella vita delle persone. Ora, l'integralismo evangelico
americano - sul piano antropologico e quotidiano - della secolarizzazione
non sposta proprio un bel nulla. E' materialismo/consumismo ammantato di
morale, è un efficace ma spiritualmente vuoto sistema di enunciati: insomma,
nulla più che un'ideologia.
c) Ratzinger, infine, ha detto che l'Islam può dare un apporto positivo
alle nostre società in quanto capace di fornire una prospettiva di maggior
presenza di Dio nella vita quotidiana ed un conseguente e maggiore disciplinamento
etico. Insomma, l'Islam può essere un alleato contro i Lumi. C'è ben poco
di "neocon" in un discorso del genere. C'è netta continuità, invece, con
la politica di Woytjla, il quale vedeva in "cristiani rinati" e compagnia
un competitore se non addirittura un nemico.
Concludendo, due diverse ed antagoniste prospettive religiose vogliono far
fuori Umanesimo ed Illuminismo.
Non sono un vaticanista né è facile interpretare o prevedere le strategie
politiche della Chiesa, ma a me sembra così.www.rekombinant.org/

ITURI: MIGLIAIA DI PROFUGHI ISOLATI IN DUE CAMPI PROFUGHI
Peace/Justice, Brief


Sarebbero completamente isolati da giorni i 25.000 'ospiti' dei campi profughi di Kafé e Tché, due località del distretto congolese dell'Ituri, tagliati fuori dal resto della regione a causa delle tensioni tra i gruppi armati attivi nella zona e i caschi blu impegnati in un programma di disarmo forzato avviato allo scadere di quello volontario. Dei due campi so era parlato a fine marzo quando l'ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite (Ocha) aveva segnalato la comparsa di una grave epidemia di colera. "Oltre al colera, che senza un adeguato monitoraggio rischia di espandersi e finire fuori controllo, i profughi di Kafé e Tché finiranno presto acqua e forniture mediche, rendendo la loro situazione ancor più complessa di quella che già sono costretti a fronteggiare" ha detto Modibo Traoré, il capo dell'ufficio dell'Ocha a Bunia. In una nota diffusa dall'Onu, si sottolinea anche che per tutto il mese di aprile sono proseguiti gli attacchi contro i civili da parte dei gruppi armati attivi nell'area di Djugu, nonostante il primo del mese fosse scaduto l'ultimatum per deporre le armi lanciato dalla Missione delle Nazioni Unite in Congo (Monuc). La stessa Monuc ha proposto di creare un meccanismo per accompagnare gli operatori umanitari nell'area di Tché, una sessantina di chilometri a nord di Bunia, capoluogo della provincia. www.misna.org
[MZ]


Donald Rumsfeld in Azerbaigian apre il "Grande Gioco del Mar Caspio"
di Daniele Scalea

Pochi giorni fa il Capo del Pentagono, Donald Rumsfeld, in visita nella neocolonia irachena, ha fatto un salto "ufficioso" in Azerbaigian, e da lì si è recato nel Kyrgyzistan. Il viaggio a Baku s'è svolto nel più completo riserbo: nessun annuncio o dichiarazione ufficiale da parte delle autorità e, non fosse stato per la stampa locale (il quotidiano "Echo" ha titolato: "Rumsfeld interessato al petrolio azero") di questo viaggio non si sarebbe saputo nulla. Quali interessi hanno gli USA in Azerbaigian, e qual è la ragione di tanta segretezza? (Nel disegno, Donald Rumsfeld visto da “caricature zone”)

Innanzitutto l'Azerbaigian è un paese ricco di petrolio che, come sappiamo ed ha argutamente notato "Echo", è una delle parole magiche che riescono a scatenare la frenesia nelle stanze del potere statunitense. In questo momento Washington ha in ballo un affare parecchio importante col governo azero, e cioè l'oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan. È impossibile comprendere appieno la finalità di questo corridoio energetico, senza essersi prima calati nella realtà di quello che potremmo definire "il Grande Gioco del Mar Caspio".

Il bacino del Caspio, molto ricco di risorse energetiche, era un tempo sotto il pieno controllo dell'Unione Sovietica. Dopo il 1992, però, la Russia ha dovuto dividerne il possesso non più col solo Iran, com'era in precedenza, ma pure con Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan e, appunto, Azerbaigian. Ad ogni modo l'importanza del Mar Caspio non si riduce a una mera spartizione delle sue risorse, ma ha una ben chiara valenza strategica: non va dimenticato che già un Sir Mackinder, padre della geopolitica anglosassone, indicava nella regione centrasiatica il "cuore del mondo" ("Heartland") fondamentale per l'egemonia globale.

Un esperto riconosciuto com'è l'italiano Fabrizio Vielmini, ha voluto sottolineare come l'interesse statunitense per l'Asia Centrale e il Mar Caspio sia prevalentemente strategico più che economico, e come lo stesso agire nel secondo campo trovi poi gli effetti maggiori nell'altra direzione. In effetti, la Federazione Russa gode ancora di un importante ascendente strategico su quei paesi, dal momento ch'essi, per esportare le proprie produzioni di petrolio, debbono ricorrere alla rete d'oleodotti creata già in epoca sovietica. Washington sa bene che sottrarre a Mosca questa posizione di forza vorrebbe dire, quasi certamente, portare nella propria sfera d'influenza l'Asia Centrale, e perciò ha avviato una serie di progetti alternativi per l'esportazione del petrolio capisco, qual è, ad esempio, il celebre oleodotto che dovrebbe attraversare l'Afghanistan e il Pakistan e sfociare nell'Oceano Indiano.

Al momento, comunque, il progetto principe dell'operazione strategica nordamericana è proprio il Baku-Tblisi-Ceyhan, in via di completamento, il quale senz'altro sottrarrà alla Russia l'esportazione del petrolio azero e, con buone probabilità, anche quello dei paesi dell'Asia Centrale. A Ceyhan il petrolio sarà imbarcato sulle petroliere e inviato, in massima parte, all'Europa.

Una parte però potrebbe prendere una via differente, come invocano i presidenti di Ucraina, Georgia e Moldova, rispettivamente Jušcenko, Saakašvili e Vorosin (i primi due "rivoluzionari" creati da Washington, il terzo un "comunista" filamericano), per sostentare il fulcro del nuovo GUUAM (o GUAM o GUM, a seconda della sua conformazione finale), l'associazione strategica intra-CSI volta ad alleggerire il peso regionale del Cremlino, naturalmente col beneplacito della Casa Bianca.

Ad ogni modo, l'Azerbaigian è zona "calda" anche per un altro motivo, e cioè la sua vicinanza tanto alla Federazione Russa, tanto alla Repubblica Islamica d'Iran. Com'è noto il paese dell'Ayatollah è nuovamente entrato nelle mire egemoniche dei cervelli di Washington, eccitati dal sogno del "Grande Medio Oriente", cui senza dubbio Tehran potrebbe interporre ostacoli. In vista di un possibile attacco contro l'Iran, gli USA si trovano nella necessità d'individuare basi di partenza.

Il Pakistan è un fido alleato della Casa Bianca, ma ultimamente ha abbracciato un'iniziativa che ha fatto infuriare i caporioni yankee, vale a dire l'oleodotto che dovrebbe portare all'India il petrolio iraniano, naturalmente attraverso il territorio pakistano.

In Afghanistan la presenza nordamericana non è così salda e sicura come servirebbe per renderla ideale base di partenza d'una offensiva: stesso discorso si potrebbe fare per l'Iraq, coll'aggiunta che colà la situazione è ancora più rovente, e pure le stesse forze collaborazioniste sono per la maggior parte politicamente vicine a Tehran.

Rimane allora l'Azerbaigian. Baku ha anch'essa stretti e profondi legami con l'Iran. Jumšid Nurév, uomo politico vicino al governo azero, ha affermato senza mezzi termini: «L'Azerbaigian non accetterà mai di diventare una base per l'attacco all'Iran, paese a cui ci uniscono tanti legami storici e culturali». Fatto sta che il portavoce presidenziale azero, Alì Hasanov, ha confermato come i colloqui con Rumsfeld abbiano riguardato in primo luogo questioni di «sicurezza», come oggi si usa ipocritamente definire gli affari bellici.

Il giorno dopo la visita di Rumsfeld a Baku il Generale Johns, comandante delle forze NATO in Europa, ha confessato l'intenzione statunitense di stabilire proprie basi militare nel bacino del Caspio «per garantire la sicurezza regionale». In effetti già da lunga data Washington ha coinvolto i paesi caspici nel progetto di una sorta di "forza armata" comune, la Caspian Guard, il cui centro operativo, secondo varie fonti, sarà proprio centro di comando radar situato a Baku, che potrebbe essere aperto a breve. Inoltre, già prima della fine di questo mese, potrebbero giungere nel paese i primi gruppi mobili armati statunitensi.

Questo spiegamento militare nordamericano nel bacino del Caspio non preoccupa solo l'Iran, possibile obiettivo di un attacco diretto, ma pure la sua alleata Russia, la quale troverà presto un potente competitore militare nella regione. Inoltre, i radar di Baku copriranno tutta la parte meridionale della Federazione, fortemente industrializzata e di primaria importanza strategica. Un altro fendente al ventre molle dell'Eurasia, cui Mosca continua a rispondere, pare, con troppa poca decisione.

Il Cremlino ha cercato di convincere il Kyrgyzistan a richiedere lo smantellamento della base militare che gli USA hanno colà installato, colla scusa dell'invasione dell'Afghanistan, ma Biškek (visitata da Rumsfeld subito dopo Baku) pare decisa a consentirne l'uso agli yankees fin tanto che durerà la farsesca "guerra al terrorismo", vale a dire fin tanto che gli USA avranno conquistato il mondo o - Dio volendo - saranno stati sconfitti.

Daniele Scalea
redazione@reporterassociati.org

Note:

1. Cfr. "Implications of the U S military presence in the Central Asian security system: evolution, current situation and future perspectives", relazione alla Conferenza "Dinamiche e trasformazioni nell'Asia Centrale" (Roma, 5-6 novembre 2004). Una traduzione italiana sarà presto pubblicata sul prossimo numero di "Eurasia, rivista di studi geopolitici".

2. Kaveh Afrasiabi, docente di scienze politiche presso l'Università di Tehran, ha compiuto un ragionamento simile per negare l'eventualità d'un attacco aereo israeliano contro il suo paese; presumo che la dimostrazione si possa grossomodo adattare anche inserendo gli USA nel ruolo dell'aggressore. L'articolo in questione, originariamente pubblicato sul "Asia Times", è stato dal sottoscritto tradotto in italiano come "Il mito di un attacco israeliano all'Iran", e può essere consultato, tra l'altro, anche su Reporter Associati (www.reporterassociati.org).

3. Per le due citazioni vedi: Maurizio Blondet, "Rumsfeld (in segreto) in Azerbaigian", sito della Casa editrice "Effedieffe". 4.Ad esempio: John Fialka, "Search for crude comes with new dangers", "The Wall Street Journal", 11 aprile 2005.



Aprile 1975: la caduta di Saigon
di John Pilger
Trent'anni fa, l'ultimo giorno di una delle guerre più lunghe del secoloil in Vietnam. Il giorno del caos e dell’umorismo nero, della tristezza e della liberazione.


Saigon, aprile 1975. All’alba ero già sveglio, steso sotto il materasso sulle mattonelle del pavimento, e sbirciavo il mio letto addossato alla portafinestra. Doveva servire a coprirmi dai pezzi di vetro che volavano; ma se l’hotel fosse stato attaccato con i razzi mi sarebbe sicuramente caduto addosso. Morto schiacciato da un letto: avrebbe avuto quasi senso in quell’ultimo atto della più lunga farsa tragicomica: una guerra sempre non necessaria e spesso atroce che aveva tolto la vita a tre milioni di persone, lasciando pietrificata la loro terra, che un tempo era stata rigogliosa.

La campagna molto attesa dei legatari di Ho Chi Min per riunificare il Vietnam era finalmentecominciata, a più di 20 anni dalla “temporanea” divisione imposta a Ginevra. Il giorno di Capodanno del 1975 l’Esercito Popolare del Vietnam (PAVN) aveva circondato la capitale della provincia di Phuoc Binh, a 75 miglia da Saigon; una settimana dopo avevano preso la città.

Quang Tri, a sud della zona demilitarizzata, e Phan Rang hanno subito la stessa sorte, poi Bat Me Thout, Hue, Danang e Qui Nhnon in rapida successione e con poco spargimento di sangue. Danang, precedentemente la più grande base militare del mondo, è stata presa con una dozzina di cellule del Fronte per la Liberazione del Vietnam (l’NLF, conosciuto come vietcong dagli americani) che sventolavano fazzoletti bianchi dal retro di un camion. La fotografia della United Press di un americano che colpiva un “alleato” del vietnam del sud dritto in faccia, mentre il vietnamita cercava di salire a bordo dell’ultimo volo americano da Nha Trang a Saigon, era significativa di ciò che era successo prima.

Entro metà aprile la fine era già in vista quando si era aperta la battaglia per Xuan Loc a 30 miglia a nord-ovest di Saigon, che era già circondata da ben 15 divisioni del PAVN armati di artiglieria e missili termici. Il 20 aprile, Xuan Loc è stata presa dal PAVN. Restava solo Saigon.

Tra i gruppi di rifugiati che si allontanavano dal combattimento c’erano truppe amareggiate dell’esercito del regime spalleggiato dagli Usa, il presidente e comandante in capo del quale, il generale Thieu, aveva ammesso la sconfitta scappando a Taiwan con una fortuna in oro. Il 27 aprile il generale Duong Van (“Grande”) Minh è stato eletto presidente dall’Assemblea Nazionale, col compito di trovare una via per la pace. Fu il “Grande” Minh che, nel 1963, a rovesciare il dittatore Ngo Dinh Diem e a cercare, con i colleghi ufficiali, di negoziare una sistemazione di pace con l’NLF.

Quando gli americani sono venuti a conoscenza di questo lo hanno sollevato dall'incarico, e la guerra è andata avanti.

Erano le otto; ho corso attraverso Lam Som Square per prendere il caffè di cui avevo urgente bisogno. Saigon era stata sotto l’attacco dei missili per due notti. Uno di questi aveva creato uno squarcio di un paio di km tra le piccole case stipate di gente a Cholon, il quartiere cinese, e la tempesta di fuoco che era seguita aveva distrutto tutto. C’erano delle persone che stavano immobili, come in un quadro, a guardare dei pali di ferro accartocciati che erano tutto ciò che restava delle loro case. C’erano alcuni reporter; i missili di ieri erano una notizia, i primi a cadere su Saigon in un decennio; quelli di oggi già non lo erano più. Un fotografo francese incespicava tra i pezzi di metallo fuso, singhiozzando; mi ha preso per un braccio e mi ha trascinato verso un mucchio di cenere.

Vicino c’era una bambina, di circa cinque anni, ancora viva. La pelle del suo petto era aperta come una pagina; le braccia erano sventrate e le mani immobili di fronte a lei, una girata in fuori e l’altra in dentro. Il viso era ancora riconoscibile: aveva guance paffute e occhi marroni, anche se aveva la bocca bruciata e le labbra non c’erano più. Un poliziotto stava portando via la madre. Un boy scout, con una barella della Croce Rossa, parlottava in mezzo al metallo, faceva smorfie e si copriva la faccia. Il fotografo francese e io ci siamo inginocchiati vicino a lei e abbiamo cercato di sollevarle la testa, ma i capelli erano attaccati al ferro da un mortaio che era diventato cera per via del calore. Abbiamo aspettato mezz’ora, imprigionati in questa specie di incubo, incantati da una faccetta, tentando di darle dell’acqua, finché non è arrivato un barelliere.

In seguito agli attacchi, l’ambasciatore americano, Graham Martin, è apparso alla televisione di Saigon, giurando che gli Stati Uniti non avrebbero lasciato il Vietnam. Ha detto: “Io, l’ambasciatore americano, non ho intenzione di fuggire durante la notte. Chiunque di voi può venire a casa mia e constatare da solo che non sto facendo le valigie. Vi do la mia parola”. L’ultimo proconsole americano sul continente asiatico, Martin, era un uomo irascibile, riservato e dalla forte volontà. Era anche molto malato; aveva la pelle scavata e ricoperta di macchie grigie per via dei lunghi mesi di polmonite; i suoi discorsi erano pesanti e frequentemente erano resi più confusi dalle medicine che prendeva. Era un fumatore incallito e le conversazioni con lui venivano spesso interrotte da lunghi attacchi di tosse.

Descrivere Graham Martin come un falco vorrebbe dire attribuire a quell’animale delle qualità di ferocia che non ha. Per settimane aveva detto a Washington che il Vietnam del Sud sarebbe sopravvissuto con un “anello di ferro” intorno a Saigon, che doveva consistente in voli di B-52 a ripetizione. Ma non poteva ignorare completamente ciò che vedeva; sapeva che era compito suo, e soltanto suo, mettere fine a un impero che un tempo vantava due terzi dell’Indo-Cina, per il quale anche suo figlio era morto, nove anni prima.

Nell’Ambasciata americana un albero, uno dei tanti imponenti tamarindi piantati dai francesi un secolo prima, dominava i prati e il giardino fuori dall’ingresso principale. L’unico altro spazio aperto sufficiente per l’atterraggio di un elicottero aveva una piscina nel mezzo e la pista sul tetto dell’ambasciata era adatta solo per i piccoli elicotteri Huey. Se fosse stato chiamato un elicottero da evacuazione solo i Chinook dei marines e i Jolly Green Giant sarebbero stati in grado di portare un grande numero di persone fino alla Settima Flotta, a 30 miglia a largo, nel giro di una giornata. Quell’albero è stato l’ultima presa di posizione di Graham Martin. Aveva detto al suo staff che se l’albero fosse stato abbattuto, anche il prestigio dell’America sarebbe caduto insieme a esso.

Tom Polgar era il capo della stazione della CIA. Al contrario di molti suoi predecessori, era stranamente ben informato ed era risaputamente disperato per la cocciutaggine dell’Ambasciatore. Quando Thieu si chiuse per tre giorni e mezzo nel bunker sotto al palazzo presidenziale, rifiutando di dimettersi e anche di rispondere a qualunque telefonata, fu Polgar, insieme all’ambasciatore francese Jean-Marie Merrillon, colui che riuscì a convincere Martin a intervenire.

Per Martin la caduta del presidente Thieu era diventata come il taglio dell’albero dell’ambasciata: una questione di orgoglio e “faccia”, per se stesso e per l’America. Il governo degli Stati Uniti si era impegnato solennemente con Thieu e l’Ambasciatore diceva spesso che il suo stesso figlio era morto perché il “Vietnam del Sud” di Thieu potesse essere “libero”.

Il 28 aprile l’NLF ha alzato una bandiera sul ponte di Newport, a tre miglia dal centro della città. I monsoni erano arrivati presto e in quel momento Saigon si trovava sotto un cielo plumbeo di nuvole; oltre l’aeroporto si vedevano lunghe e arcuate catene di fulmini e i tuoni arrivavano a piccole salve mentre il presidente Minh si preparava a rivolgersi a ciò che restava della sua “repubblica”. Stava in piedi in fondo alla grande sala nel palazzo presidenziale, addobbata pesantemente con candelabri e broccato dorato, e parlava esitando, come se stesse innalzando una preghiera senza speranza. Parlava dei “nostri soldati che combattono con vigore” e quando invocò il cessate il fuoco e i negoziati sembrava che si trattasse soltanto di un ripensamento. Quando ebbe finito di parlare uno scroscio di applausi ricoprì le sue ultime parole: la guerra finiva in una sottile atmosfera di teatralità.

Ho camminato velocemente lungo la Tu Do, la strada principale della città, mentre i fulmini iniziavano a spostarsi verso il centro. Alcuni negozi erano rimasti chiusi fin dal giorno prima e i loro proprietari erano stati evacuati verso il bowling e la palestra a Dodge City, il nome in codice del vecchio commando americano all’aeroporto Tan Son Nhut, dove avevano pagato profumatamente un posto in fila. Il sarto indiano al numero 24 della Tu Do, “Austin’s Fine Clothes” stava contando in suoi dollari con la faccia imbronciata, mentre malediceva la radio che non prendeva le notizie del BBC World Service. Conoscevo il sarto della Austin da molto tempo e il nostro rapporto era sempre stato fatta di sussurri e comici gesti furtivi, che comprendevano da una parte il passaggio di qualche banconota verde che sarebbe stata tastata, afferrata, scrutata, messa contro luce, e dall’altra la riscossione di un sacchetto di plastica pieno del miglior denaro inglese vietnamita (il maggiore prodotto di esportazione britannico nel Vietnam meridionale erano le banconote).

Un tuono ha pietrificato la città mentre il sarto contava i suo soldi; aveva almeno 5.000 dollari in quel cassetto, che aveva preso quel giorno e il giorno prima, e il suo passaporto indiano sporgeva fuori dalla tasca della camicia. “I comunisti rispettano i passaporti”, diceva toccando il suo, senza sapere cosa rispettavano. Diceva che Saigon non sarebbe caduta per almeno un mese, cosa che ha provocato un’esplosione di risate da parte del suo assistente vietnamita che ronzava dietro a una tenda con la sua macchina da cucire.

I tuoni facevano un nuovo rumore in quel momento, secco e metallico. Era una raffica di spari. Sembrava che la città stesse esplodendo sotto armi di ogni tipo: armi di piccolo calibro, mortai, batterie antiaeree. “Credo che ci stiano bombardando”, disse il sarto, che si era distratto dai suoi conti solo per alzare il volume della radio, sintonizzata su L’Ora delle Vecchie Glorie della Voce d’America. Per la mezz’ora seguente il negozio sembrava essere sotto tiro e io mi sono curato di mettere due muri fra me e la strada. Il sarto, comunque, è rimasto alla sua postazione a contare dollari mentre la Voce d’America suonava “Cherry Pink and Apple Blossom White”, appena percettibile sopra gli spari. E’ una canzone profondamente sciocca , ma mi sono ritrovato a cantare insieme al sarto e probabilmente non ne dimenticherò mai le parole. Nell’angolo opposto, come un uccello ferito, un’anziana donna vietnamita si aggrappava al muro, piangendo e pregando. Sul pavimento di fronte a lei c’erano un bastoncino d’incenso e una scatola di fiammiferi; non riusciva ad accendere i fiammiferi perché tutto il suo corpo tremava per la paura. Dopo numerosi tentativi sono riuscito ad accenderli per lei, rendendomi conto soltanto in quel momento di quanto fosse profonda anche la mia paura.

Il forte rumore, anche quello dei tuoni, si era fermato e si sentiva solo lo scoppiettio del fuoco di piccole armi. “Grazie ai signori che ci hanno bombardato” ha detto il sarto, “l’ammontare è appena salito di mille piastre”. Poi ha aperto le serrande, ha guardato fuori e ha detto “Ok, correte!”.

Sembrava che tutta Saigon stesse correndo, in preda agli spasmi di un silenzioso panico controllato. Anche le mie gambe, che pure si stavano sciogliendo, correvano come non avevano mai fatto, ricevendo nuova vita da una scarica di spari fuori dal Bo Da caffè. Un poliziotto, piegato sulle ginocchia, stava sparando a ventaglio sull’altro lato della strada, abbattendo o facendo cadere la gente, ma nessuno gridava. Una barista del Miramar Hotel che portava degli zatteroni ai piedi, è inciampata nel marciapiede sbucciandosi gravemente le gambe e la guancia. E’ rimasta immobile tenendosi la borsetta dietro la testa. All’angolo opposto, di fronte al Caravelle Hotel, orribili quadri con donnine nude, un poliziotto sparava nel cielo con il suo fucile M-16. C’era un uomo disteso accanto a lui, con la bicicletta che gli si era deformata attorno.

Saigon stava “cadendo” davanti ai nostri occhi: la Saigon creata, ingrassata e nutrita endovena dagli Stati Uniti, e poi dichiarata un malato terminale; capitale dell’unica società consumistica al mondo che non produceva nulla; quartier generale della quarta potenza militare del mondo, l’ARVN, i cui soldati stavano ormai disertando al ritmo di mille al giorno; centro di un impero che, al contrario del precedente francese che era arrivato per depredare, non si aspettava niente dai proprio sottoposti, né gomma, né riso, né tesori (non c’era petrolio), solo che accettassero i suoi “interessi strategici” e fossero grati per le sue manifestazioni asiatiche: la Coca-Cola e il Napalm.

All’una di notte, Graham Martin aveva indetto una riunione degli ufficiali più importanti dell’ambasciata per annunciare che aveva parlato con Henry Kissinger, il quale gli aveva detto che l’Ambasciatore sovietico a Washington, Anatoly Dobryin, aveva promesso di passare il suo (di Kissinger) messaggio a Hanoi, per chiedere un negoziato con il governo del presidente Minh. Martin diceva che Kissinger era fiducioso che i russi sarebbero riusciti organizzare la cosa. Ha dichiarato che voleva che le evacuazioni tramite aerei ad ala fissa continuassero quanto più a lungo possibile, forse per 24 ore. Era poco dopo le quattro del mattino quando batterie di missili hanno iniziato a cadere sull’aeroporto Tan Son Nhut, seguite da un fuoco di fila di artiglieria pesante. L’attesa era finita: la battaglia di Saigon era cominciata. Il sole che è sorto quel giorno era come un fondale rosso sbrindellato dai proiettili traccianti.

Un elicottero con armamento pesante è esploso ed è caduto lentamente, mentre le sue luci brillavano ancora. A est, nelle periferie, c’era il fuoco dei mortai, che significava che l’NLF stesso si trovava a Saigon, e si muoveva in linea quasi continua verso l’ambasciata. Alle sei l’incontro tra Martin e i suoi ufficiali era diventata, come ha detto uno dei partecipanti, “un disastro”. Tutti, eccetto Martin, erano d’accordo sul fatto che bisognava iniziare immediatamente l’evacuazione. Martin diceva di no, che non sarebbe “scappato”, e ha annunciato nell’orrore generale che si voleva recare a Tan Son Nhut per valutare personalmente la situazione. C’era poco più di un sospetto nello staff dell’ambasciata che l’ultimo proconsole dell’impero avesse in mente di bruciare insieme a Roma. Quando l’incontro è finito nella confusione Polgar ha ordinato di tagliare il grande tamarindo.

I “tagliatori” riuniti assomigliavano a degli uomini della Marlboro ingrassati. Erano gli uomini che avrebbero abbattuto il grande tamarindo; un gruppo considerevole di ufficiali della CIA, ex appartenenti alle Forze Speciali (i Berretti Verdi) e un assortimento di ex soldati di due compagnie con base in California a proteggere l’ambasciata. Portavano delle armi che avrebbero fatto la felicità dei collezionisti, tra cui adornate armi automatiche e pistole obsolete, e diversi coltelli.

Comunque condividevano una caratteristica: camminavano con una spavalderia che faceva molto cowboy, con le gambe leggermente piegate, mano destra libera lungo il fianco, con le dita piegate in dentro, che di tanto in tanto tocca la fondina. Sono stati provvisti di asce e seghe potenti e le segretarie dell’ambasciata hanno portato loro birre e panini. Stavano tagliando l’albero dell’Ambasciatore senza il consenso dell’ambasciatore.

Nello stesso tempo una squadra di automobili e camion era entrata nel mercato fuori dal Giardino Botanico e Zoo, e aveva liberato rapidamente il suo carico: bistecche surgelate, pezzi di maiale, succo d’arancia, grandi barattoli di sottaceti e ciliegie al maraschino, cartoni di fagioli in scatola e burro di noccioline Chunkie, torte di Sara Lee, birra Budweiser, Seven-Up, gomme da masticare Wrigley, sigari con la punta di plastica Have-a-Tampa, e molto di più, il tutto depredato dal commissariato di Saigon, che era stato abbandonato poco dopo che un’unità del genio dell’NLF aveva iniziato a passeggiare in fila indiana attraverso la porta sul retro. Per gli abitanti di Saigon rubare dai loro maestri e padroni era diventato quasi un obbligo culturale e si respirava un’aria carnevalesca e molta allegria mentre le tenerissime bistecche con l’osso venivano vendute a pochi centesimi. Un pick-up ha scaricato una lavastoviglie e una ghiacciaia è stata venduta e portata via in fretta in un boschetto; la lavastoviglie era della Blue Swan e sulla scatola c’era il motto della marca: “Solo il meglio per i nostri clienti”. E’ stata tirata fuori dalla scatola e lasciata sulla strada. Due ore dopo era ancora lì, invenduta e privata delle parti vitali, un monumento abbandonato dell’industria del consumo in Vietnam.

Saigon si trovava ora sotto un coprifuoco di 24 ore, ma c’era ancora gente per strada e alcuni erano soldati della 18 esima Divisione dell’ARVN che avevano combattuto a Xuan Loc, sulla Highway Uno. Li avevano aspettati e avevamo atteso i primi segni della loro rabbia appena era stato chiaro che gli americani si preparavano ad abbandonarli al loro destino. Quella mattina, quando sono apparsi per la prima volta nel centro hanno sfogato la loro frustrazione semplicemente mirando agli stranieri, rapinandoli o facendoli saltare in aria.

Sono tornato al Caravelle Hotel dove dovevo incontrare Sandy Gall dell’Independent Television News (ITN); lui e io eravamo i “custodi dell’evacuazione” per la TCN Press, che significa Third Country Nationals (Cittadini del Terzo Paese), cioè tutti coloro che non erano americani o vietnamiti. Per qualche giorno Gall e io ci siamo impegnati nel compito estremamente eccentrico di provare a organizzare i rappresentanti della stampa britannica, canadese, italiana, tedesca, spagnola, argentina, brasiliana, danese e giapponese che volessero essere evacuati. L’ambasciata americana aveva distribuito un libretto di 15 pagine chiamato SAFE, l’abbreviazione per “Istruzioni e Consigli Standard per i Civili in Caso di Emergenza”. Il libretto includeva una mappa di Saigon con evidenziati “i punti di raccolta dove potrete salire a bordo di un elicottero”. C’era un inserto che diceva: Fare attenzione al segnale di evacuazione; non divulgare; quando l’evacuazione viene ordinata il codice sarà letto alla Radio delle Forze Americane. Il codice è: LA TEMPERATURA A SAIGON E’ DI 112 GRADI E AUMENTERÀ’. QUESTO SARA’ SEGUITO DALLA TRASMISSIONE DI I’M DREAMING OF A WHITE CHRISTMAS”.

I giornalisti giapponesi erano preoccupati perché temevano di non riconoscere la canzone e chiedevano se qualcuno poteva cantargliela. Al Caravelle Gall e io avevano nominato dei guardiani a ogni piano che, al primo segno di neve natalizia a Saigon, avevano il compito di assicurarsi che tutti i giornalisti infermi, sordi o addormentati, costretto in bagno o in un corridoio, non sarebbe stato lasciato indietro. C’era più di un briciolo di interesse personale in questa organizzazione; avevo, e ho, una grande angoscia, che mi ha lasciato più tardi, per praticamente qualunque evento importante della mia vita.

Due aerei Hercules C-130 della Base Aerea di Clark nelle Filippine volavano sopra Tan Son Nhut, con l’ordine di non atterrare. Gli esploratori inviati al perimetro dell’aeroporto hanno riportato che due plotoni di fanteria del PAVN avevano fornito rinforzi agli sminatori nel cimitero a un miglio di distanza; un pilota sud-vietnamita era atterrato col suo caccia F-5 sulla rampa e lo aveva abbandonato col motore acceso; un carico di soldati dentro una jeep dell’ARVN stava speronando uno dei loro C-130 mentre cercava di decollare. “Sulla rampa ci sono tremila civili in preda al panico” ha detto il Generale Homer Smith sull’alta frequenza, “La situazione è fuori controllo”.

Graham Martin, solo nel suo ufficio, guardava l’albero cadere mentre il capo della stazione della CIA gridava “Largo!”. Quando Kissinger lo ha chiamato poco dopo, in conformità col desiderio del presidente Ford che l’ambasciatore americano prendesse la decisione definitiva sull’evacuazione, ha ascoltato pazientemente un Graham Martin esausto e sofferente. Alle 10:43 del mattino è stato dato l’ordine di “partire con l’Opzione Quattro” (l’elicottero per l’evacuazione; le altre opzioni erano la partenza via mare e via aria). Ma Martin è rimasto risoluto nella convinzione che c’era “ancora tempo” per negoziare una “soluzione onorevole”.

Il Caravelle si è svuotato senza che la Guardia Congiunta non Ufficiale del TCN ne fosse al corrente. Nessuno mi ha detto niente. Bing Crosby non ha canticchiato alla mia radio. Quando sono arrivato le stanze sembravano Marie Celeste, con vestiti, fogli, spazzolini abbandonati. Sono corso alla mia stanza, ho raccolto la macchina da scrivere, la radio e gli appunti e li ho stipati in una piccola borsa; il resto l’ho lasciato. Due camerieri sono arrivati e mi hanno osservato mentre impacchettavo la mia roba in quel modo affannoso, confuso e quasi atterrito. Uno di loro mi ha chiesto “Sta partendo, signore?” Ho risposto di sì, per modo di dire. “Ma i suoi abiti in lavanderia non saranno pronti fino a stasera, signore”. Ho cercato di non guardarlo. “per favore...li tenga...e anche tutto il resto”. Gli ho messo in mano un mucchietto di banconote, sapendo che stavo comprando la loro difesa di fronte alla mia uscita indelicata. Dopo nove anni, che modo di andarsene, ma il fatto che volevo partire era fuori dubbio; ne avevo abbastanza della guerra.

Fuori Lam Son Square era deserta, c’erano solo alcuni soldati dell’ ARVN stravaccati nei portoni e sul marciapiede. Uno do loro ha camminato animatamente sulla Tu Do, gridando verso di me; era ubriaco. Ha tirato il suo revolver fuori dalla fondina, lo ha appoggiato su un braccio malfermo, ha preso la mira e ha sparato. Il proiettile mi è passato sopra la testa mentre correvo. Una folla di gente si pressava al cancello dell’ambasciata americana; alcuni erano solo dei curiosi che erano venuti ad assistere alla Dunkirk aerea dell’America, ma ce n’erano tanti che si aggrappavano alle sbarre supplicando i marines di lasciarli entrare e sventolando lettere e documenti sigillati con la cera da ufficiali americani. Un uomo anziano aveva la lettera di un sergente che molto tempo prima aveva un bar al club degli ufficiali dell’Aviazione a Peiku.

L’uomo lavorava come lavapiatti e la nota del sergente, datata 5 giugno 1967, diceva “Il signor Nha, portatore di questa lettera, he servito fedelmente la causa della libertà della Repubblica in Vietnam”. Il signor Nha ha mostrato anche una stella giocattolo da Texas ranger, che gli aveva regalato uno dei piloti a Peiku. Sventolava la lettera e la stella giocattolo davanti al marine di guardia, che gridava alla folla “Ora per favore niente panico...per favore!”. Per tutto il tempo che riuscivano a ricordare, queste persone che avevano lavorato per gli americani, avevano sentito che dovevano avere paura dei comunisti; ora si diceva loro, mentre i comunisti erano arrivati nei loro giardini, che non dovevano lasciarsi prendere dal panico.

Il signor Nha ha provato a infilarsi nell’apertura del cancello ed è stato buttato a terra dallo stesso marine che stava dicendo di non avere paura. Si è alzato, ci ha riprovato ed è stato afferrato da un altro marine, che lo ha spinto fuori col calcio del fucile e ha lanciato la stella da Texas ranger oltre le teste della folla.

Dentro il recinto dell’ambasciata i marines e i cowboy stavano intorno al ceppo del grande albero di tamarindo. “Ok, ditemi cosa dobbiamo fare con quel bastardo irremovibile?” ha detto uno dei cowboy nel walkie-talkie. “Non te la prendere Jed”, è stata la risposta che si è sentita, “adesso tu e i ragazzi dovete tagliarlo ancora di mezzo metro, così si sarà abbastanza spazio per le pale. E Jed, fai togliere tutti quei rami tagliati, o stai sicuro che verranno risucchiati nei motori”. Quindi i marines e i cowboy hanno continuato a far oscillare le asce contro il ceppo, ma con crescente frustrazione e incompetenza tanto che i loro colpi sono diventati un intrattenimento per tutti sia dentro che fuori dal cancello, e per le guardie francesi che sogghignavano sul muro alto dell’ambasciata francese alla porta accanto.

Nella lingua vietnamita, che in generale è dedita alla poesia e all’ironia, c’è il detto che “solo quando le case bruciano riesci a vedere i ratti”. Ed ecco il dr Phan Quang Dan, ex vice primo ministro e ministro responsabile delle politiche sociali e l’insediamento dei rifugiati, un uomo visto da Washington e dall’ambasciatore Martin come l’incarnazione del vero spirito nazionalista del Vietnam del Sud. Un anticomunista ossessivo che faceva continuamente discorsi per esortare i propri concittadini ad alzarsi e combattere, il dr Phan Quang Dan era accompagnato dalla sua paffuta moglie, che sudava sotto un cappotto di pelliccia, e da un plotone di portaborse, che non lasciavano mai la presa su quelle borse. C’era anche la “bella gente” di Saigon, compresi dei giovani di età da militare, i cui ricchi genitori hanno pagato grosse tangenti per tenerli lontani dall’esercito. Nonostante fossero negli elenchi di soldati qualche unità, non si sono mai presentati a rapporto e i loro ufficiali in comando più che probabilmente hanno intascato i loro stipendi. Erano chiamati i “soldati fantasma” e continuavano a fare la bella vita a Saigon: nei caffè, sulle loro Honda, al bordo della piscina del Circolo Sportivo, mentre i figli dei poveri combattevano e morivano a Quang Tri, An Loc e tutti gli altri luoghi.

“Guardate, sono io...fatemi entrare, per favore...grazie mille...ciao, sono io!”. La voce acuta da dietro la folla fuori dal cancello apparteneva al Generale di corpo d’armata Dang Van Quang, che era visto dai suoi concittadini e da molti americani come uno dei più grandi e ricchi affaristi nel Vietnam del Sud. La guardia marine aveva una lista di persone che poteva far entrare, che includeva il generale Quang. Con molta cura la guardia ha aiutato il Generale, che era molto grasso a passare oltre le sbarre di più di quattro metri e poi ha recuperato le tre valigie Samsonite. Quang era così sollevato di essere entrato che se n’è andato lasciando il figlio di 20 anni a divincolarsi disperatamente nella folla. Due pacchetti di dollari stavano per cadere dal taschino della giacca del Generale.

Quando qualcuno gli ha fatto notare la cosa li ha respinti dentro e ha riso. Tra gli americani il generale Quang era conosciuto come “Risolino” e “Generale Grasso”; tra loro, nel recinto dell’ambasciata, c’era uno spirito di festa. Si sedevano sul prato lungo la piscina con champagne in secchielli da ghiaccio, rubati dal ristorante dell’ambasciata, e facevano baldoria; un uomo con un cappello da cowboy ha spruzzato la schiuma su un’altro e due meccanici dell’aereo, Frank e Elmer, cantavano allegramente. Hanno continuato a ripetere ancora e ancora la canzone “The Camp Town Races”:

Torniamo a casa sugli uccelli della libertà
Doo dah, doo dah;
Non torniamo dentro buste di plastica
Oh doo dah day.

“Questo è il punto dove sono arrivato dopo dieci anni”, ha detto Warren Parker quasi in lacrime. “Vede quell'uomo laggiù? E’ un’ufficiale della Polizia Nazionale...è una vera tortura”. Warren Parker era stato, fino a quella mattina, Console Degli Stati Uniti a My Tho, nel Delta, dove lo avevo incontrato una settimana prima. Era un uomo silenzioso, quasi timido, e aveva passato gli ultimi dieci anni in Vietnam cercando di “consigliare” i vietnamiti e stupendosi di quanti di loro non volevano i suoi consigli. Ci siamo fatti strada nel ristorante accanto alla piscina, passando accanto a un uomo che diceva “Niente Vietnamiti qui, niente Vietnamiti”, dove abbiamo sgraffignato una bottiglia fredda di vino Taylor di New York, rosa e dolce. I bicchieri erano tutti andati, quindi abbiamo bevuto dalla bottiglia. “Le dirò una cosa”, mi ha detto, nel suo leggero accento della Georgia, “se ho mai avuto un momento di verità nella mia vita è oggi. In tutti questi anni sono stato qui, a lavorare per il mio paese e per questo paese, e oggi tutto quello che vedo è che abbiamo separato la brava gente dalla feccia, ma ci siamo tenuti la feccia”.

Alle 15:15 Graham Martin è uscito a grandi passi dall’ascensore dell’ambasciata, ha attraversato l’ingresso ed è arrivato al recinto. I grandi elicotteri, i Jolly Green Giants, dovevano ancora arrivare e il ceppo del tamarindo non si era ancora accorciato di molto, nonostante il furioso lavoro dei marines e dei cowboy. La Cadillac di Martin lo stava aspettando e, mentre lo staff lo guardava shoccato, la macchina lo ha portato verso il cancello che era sotto assedio. Il marine al cancello non riusciva a credere ai suoi occhi. La Cadillac si è fermata, il soldato ha alzato le armi e la macchina ha fatto retromarcia. L’Ambasciatore è uscito e si è precipitato oltre il ceppo e i cowboy. “Sto tornando alla mia residenza ancora una volta”, ha esclamato. “Camminerò liberamente in questa città. Lascerò il Vietnam quando il Presidente mi dirà di farlo”. Ha lasciato l’ambasciata da un’entrata laterale, si è fatto strada tra la folla e ha percorso a piedi i quattro isolati che conducevano a casa sua. Un’ora e mezza dopo è tornato con il suo barboncino, Nitnoy, e il suo domestico vietnamita.

Mentre il primo elicottero Chinook compiva un atterraggio precario, le pale si sono impigliate in un albero e i rami che sbattevano tra loro facevano un rumore simile agli spari. “A terra! A terra!” gridava un caporale, ubriaco di metedrina, alla fila di persone rannicchiata contro il muro, in attesa del proprio turno per essere evacuati, finché un uomo non è arrivato a calmarlo. La capacità dell’elicottero era di 50 persone, ma è decollato portandone 70. La bravura del pilota toglieva il fiato, mentre saliva verticalmente di 60 metri, coi proiettili che colpivano le pale e i documenti dell’ambasciata che volavano nella corrente d’aria. Tuttavia non tutti i documenti sono andati distrutti e alcuni sono stati lasciati nel recinto in sacchetti di plastica. Io ne ho uno. Porta la data del 25 maggio 1969 e dice “Top Secret...promemoria da John Paul Vann, contro l’insurrezione...900 case nella provincia di Chau Doe sono state distrutte da attacchi aerei americani senza prove di alcun nemico ucciso. La distruzione di questo villaggio da parte del fuoco amico americano non sarà mai perdonata né dimenticata dalla popolazione sopravvissuta...”

Dall’inceneritore sul tetto dell’ambasciata piovevano soldi. Non riuscivo a credere ai miei occhi. Il reale e l’irreale si erano sovrapposti. Biglietti da 20, 50 e 100 dollari cadevano dal cielo. La maggior parte sono finiti inceneriti, ma molti no. I Vietnamiti che aspettavano intorno alla piscina erano stupefatti; ex ministri e generali e torturatori si accapigliavano per ottenere quella liquidazione pagata dal cielo. Un funzionario dell’ambasciata ha detto che in quel momento stavano bruciando più di cinque milioni di dollari. “Tutte le casseforti sono stato svuotate e richiuse di nuovo”, ha detto

Almeno un migliaio di persone erano ancora nell’ambasciata nell’attesa di essere evacuati, mentre la maggior parte delle celebrità, come “Risolino” Quang, si erano assicurati il primo elicottero; gli altri aspettavano passivamente, come storditi. Nel palazzo stesso la schiuma dello champagne cadeva su lucide scrivanie, mentre molti dello staff dell’ambasciata cercavano di demolire i propri uffici: spaccavamo i refrigeratori, versavano bottiglie di Scotch sui tappeti, spazzando via le foto dai muri. In un ufficio del terzo piano una foto dell’ex presidente Johnson è stata buttata nella carta straccia, mentre una citazione incorniciata di Lawrence d’Arabia è rimasta sul muro. La frase diceva. “Meglio lasciarli fare anche se non perfettamente, che farlo tu perfettamente, perché è il loro paese, la loro guerra, e il tuo tempo è breve”.

Era quasi mezzanotte. Il contorno dell’ambasciata era illuminato dalle luci delle auto, e i Jolly Green Giant ormai caricavano 90 persone alla volta. Martin Garrett, il capo della sicurezza, ha radunato gli ultimi americani che restavano. I vietnamiti hanno iniziato a capire cosa sarebbe successo e un colonnello dei marines è arrivato per rassicurarli che l’ambasciatore Martin sarebbe stato l’ultimo a partire. Ovviamente era una bugia. Erano le 2:30 del mattino del 30 aprile quando Kissinger ha chiamato Martin al telefono e gli ha detto che l’evacuazione doveva terminare alle 3:45. Dopo mezz’ora Martin è apparso con una borsa porta documenti, una valigia e la bandiera a Stelle e Strisce piegata in un sacchetto di carta. E’ salito in silenzio al sesto piano dove lo aspettava un elicottero. “Lady Ace 09 è in aria con un Codice Due”. Il “Codice Due” era quello usato per un ambasciatore americano. Questo annuncio attaccato al circuito significava che l’invasione americana dell’Indo-Cina era finita. Quando l’elicottero ha virato sulla Highway Uno, l’Ambasciatore poteva vedere i fari dei camion dell’Esercito Popolare del Vietnam che aspettavano.

Gli ultimi marines hanno raggiunto il tetto e hanno sparato fumogeni nella tromba delle scale. Sentivano il rumore dei vetri che si rompevano e i tentativi disperati dei loro ex alleati per aprire le casseforti vuote. I marines erano esausti e iniziavano a farsi prendere dal panico; l’ultimo elicottero doveva ancora arrivare e l’alba era già passata da un bel po’. Tre ore più tardi, mentre il sole splendeva su una città in attesa, dei carri armati con i colori dell’NLF sono entrati nel centro di Saigon. Gli equipaggi esultanti non mostravano segni di minaccia e non hanno sparato neanche un colpo. Erano gentili e confusi; uno di loro è saltato giù, ha aperto una mappa sul carro armato e ha chiesto a dei passanti meravigliati “Per favore mi potete indicare il palazzo presidenziale.Non conosciamo Saigon , non siamo venuti per molto tempo”.

I carri armati sono entrati sferragliando in Lam Son Square, lungo la Tu Do, fino alla cattedrale e, dopo essersi fermati per far prendere vento alla bandiera rivoluzionaria che sventolava sulle loro torrette, hanno fatto irruzione nei cancelli decorati del palazzo presidenziale dove il “Grande” Minh e il suo governo stavano aspettando di arrendersi. Nelle strade fuori, c’erano stivali e uniformi che giacevano impilati dove i soldati dell’ARVN se li erano tolti per confondersi con la gente. Non c’è stato nessun “bagno di sangue”, come avevano previsto delle persone che sapevano molto poco sui Vietnamiti.

Con l’espulsione dell’invasore questo straordinario paese era tornato a essere una nazione unica, cosa che era stata già decretata come un diritto dalla conferenza di Ginevra tutti quegli anni sprecati prima. La più lunga guerra del 20 esimo secolo era finita.

Fonte: http://pilger.carlton.com/
Tradotto da Federica alessandri per Nuovi Mondi Media



aprile 22 2005

La finanza creativa e lo scandalo degli immobili pubblici
A fine 2004 il governo, per colmare l'ennesimo buco di bilancio, con un decreto a soprpresa ha svenduto gli immobili degli enti previdenziali a gruppi finanziari privati, che a loro volta li riaffittano agli enti a un rendimento che sfiora un incredibile 8%
Franco Lotito


Un recente articolo di Mario Pirani apparso su "la Repubblica" che si occupava della cessione forzosa di una parte del patrimonio immobiliare dell'INPS ha avuto il merito di richiamare l'attenzione su una delle più sconcertanti operazioni di "finanza creativa" messe in piedi dal governo nel corso degli ultimi anni. L'INPS è il più grande ente previdenziale d'Europa, gestisce il secondo bilancio del settore pubblico dopo quello dello Stato e possiede un ragguardevole patrimonio immobiliare acquistato con i contributi dei lavoratori e delle imprese, nel quale ospita i suoi uffici e svolge le sue attività. Dal 23 dicembre dello scorso anno questo patrimonio è diventato meno "ragguardevole".
Quel giorno infatti, è accaduto che il governo ha emanato un decreto con il quale ha sottratto, contro gli interessi dell'Istituto ed all'insaputa del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza, 43 immobili trasferendoli al FIP, un Fondo nato per volontà del ministero dell'Economia, che ha poi affidato ad un pool di soggetti finanziari ed immobiliari del calibro di Barclays Capital, Lehman brothers, Banca IMI e Royal bank of Scotland il compito di strutturarne l'operato e collocarne le quote, nonché selezionare le società di gestione del risparmio. Nella partita entrano, in un modo o nell'altro, anche la Banca Finnat Euramerica, la BNL Fondi e la Pirelli RE.
Per la verità nel pacchetto di cessione non ci sono soltanto gli immobili dell'INPS; ce ne sono di quelli dell'INAIL, di quelli dell'INPDAP ed una bella fetta di quelli di diretta proprietà dello Stato (sedi ministeriali, caserme, ecc). Così ha preso corpo una delle più imponenti operazioni immobiliari degli ultimi vent'anni con la quale il FIP - questa improvvisa creatura del ministero - diviene titolare di un patrimonio costituito da ben 396 immobili per un valore complessivo stimato in 3,4 miliardi di €.
A questo punto è bene notare un fatto e cioè che i giorni in cui si materializza questa gigantesca operazione di trasferimento forzoso sono gli stessi in cui il governo è all'affannosa ricerca di soluzioni per mettere in piedi una legge Finanziaria che in qualche modo passi l'esame di Bruxelles. L'asticella del disavanzo deve essere tenuta alla distanza di un pelo dalla soglia del 3%. I conti pubblici sono quello che sono, e nel frattempo è arrivato su di loro un vero e proprio colpo da KO: il taglio fiscale intimato da Berlusconi. Ora si da il caso che il fabbisogno necessario per tenere a galla i conti della Finanziaria ed il valore degli immobili incamerati dal FIP si assomigliano come due gocce d'acqua. Come dire, un nuovo colpo di "finanza creativa".
Il congegno che sorregge l'operazione è un complicatissimo gioca dell'oca; proviamo a seguirlo. Un gruppo di "esperti indipendenti" (cioè nominati dal pool di investitori di cui si è detto prima) gira per l'Italia e sceglie le sedi, ne fissa il valore e stabilisce il canone di locazione; gli enti sono obbligati a cederle al FIP alle condizioni dettate; il FIP le dà in gestione al Demanio; che a sua volta li affitta agli enti. Contemporaneamente il FIP emette obbligazioni a favore del pool di investitori che lo ha tenuto a battesimo e che godranno del diritto (esclusivo) di compravendita. Nel frattempo l'INPS (come del resto gli altri enti interessati) dovrà pagare un canone d'affitto il cui rendimento andrà a coprire gli interessi sulle obbligazioni emesse. Di fronte ad un meccanismo cosi complicato è persino un dovere sollevare - come ha fatto la parte sindacale del Consiglio di vigilanza, che ha presentato ricorso davanti al TAR del Lazio - una formidabile eccezione di trasparenza.
A questo punto, per concludere, è giusto fare due conti sul danno che questa operazione reca al patrimonio ed al conto economico dell'Istituto. Il valore dei 43 immobili ceduti è stato arbitrariamente fissato in 668 milioni di €, mentre il canone di locazione che l'INPS è obbligato a pagare per i prossimi 9 anni sarà pari a 52 milioni di €; il che vuol dire che la rendita dell'affitto è pari al 7,81% del valore capitario degli immobili; rendita di gran lunga più elevata rispetto agli standard di redditività di tutti i valori mobiliari ed immobiliari presenti sul mercato. Viceversa il prezzo al metro quadro risulta pari a 1.780 €, come dire prezzi da saldi di fine stagione. Per colmo di paradosso c'è da aggiungere che, a distanza di 4 mesi dall'avvenuta cessione, non un centesimo è stato versato. Intanto l'affitto corre.
Il danno dunque è fuori discussione; quanto alla possibilità che da questo danno possa derivarne un qualche beneficio per la tenuta economica del Paese, è lecito affermare che farà lo stesso effetto degli altri interventi di finanza creativa. In compenso la via del miglioramento del conto finanziario dell'INPS diventerà ancora più ardua.

(Franco Lotito è presidente del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell'Inps)www.eguaglianzaeliberta.it


La Lega avverte Berlusconi: "Lui sa cosa vogliamo"
REDAZIONE

Se il premier Silvio Berlusconi vuole ancora l'appoggio del Carroccio deve provvedere a realizzare gli impegni presi sul fronte delle Riforme Istituzionali. Lo ha fatto capire il ministro del Welfare Roberto Maroni, che ha lanciato un chiaro avvertimento in questo senso al capo del Governo.
"La Lega ha dimostrato, in questi quattro anni, di essere il partito più leale - ha chiarito - Berlusconi sa quali sono le condizioni perché la Lega continui ad essere il partito più leale della maggioranza e del governo".

Le camicie verdi, insomma, sperano che al termine delle consultazioni attualmente in corso, il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi deciderà di riaffidare al Cavaliere la guida dell'Esecutivo italiano per poter così realizzare i progetti portati avanti in questi primi quattro anni di Governo.
E, ovviamente, tra le condizioni necessarie per proseguire insieme, resta essenziale quella relativa al ministero delle Riforme, che deve rimanere in "mani padane".
"Il fatto che esista il ministero delle Riforme ha un alto valore simbolico che noi intendiamo rivendicare - ha dichiarato Roberto Calderoli nel corso di un'intervista per la trasmissione televisiva "Batti e Ribatti" - le riforme sono il nostro Dna e la nostra ragione sociale come movimento politico".www.centomovimenti.com


Crisi al buio
NORMA RANGERI
Nessuna diretta sul presidente del consiglio mentre annuncia le sue dimissioni nell'aula del senato e diretta senza limiti per la prima omelia del neo papa. L'esordio di Ratzinger monopolizza il piccolo schermo, la lenta agonia del berlusconismo viene semplicemente cancellata. Non stupisce ascoltare frasi come «un discorso bellissimo, umile e forte» (Tg2) a commento della prima omelia del neo-papa, o giudizi come «una Germania che sprizza gioia da tutti i pori», dall'inviato in terra tedesca. Nè meraviglia che il Tg1 dedichi tutta la sua edizione di metà mattina al discorso del papa riservando un fulmineo flash alla crisi politica (e in quella della sera la parola dimissioni non compare nei titoli). La via Crucis che in questi giorni si è snodata tra palazzo Chigi e palazzo Grazioli, negli striminziti bollettini dei tg ha goduto di fugaci apparizioni. Neppure il beneficio di un'intervista, di un'opinione che scartasse dal pastone quotidiano, l'imbuto dove tutti i nodi si assottigliano fino a scomparire dalla vista.

In fondo per trasmettere le dimissioni del premier si trattava di occupare il video per una decina di minuti, una breve parentesi nella melassa cucuzziana del primo pomeriggio. Ma pur di evitare al pubblico delle casalinghe (infallibili termometri della crisi che avanza) la visione di un Berlusconi che ammette la sconfitta, con annessa panoramica sui ministri vestiti a lutto, si è scelta la via del silenzio. Tanto la televisione non conta nulla, come ci hanno appena spiegato i berlusconiani di ogni ordine e grado, a proposito dei risultati elettorali. Fingendo di ignorare quanto, al contrario, sia stato potente il contrasto tra l'ideologia del reality, del verosimile e la realtà amara dei bilanci familiari. Un distacco tra paese reale e paese virtuale troppo profondo per essere colmato dal palinsesto.

Se solo il sevizio pubblico offrisse ai telespettatori una, pur edulcorata, rappresentazione del paese e della sua classe dirigente, la frana del centrodestra si trasformerebbe in una valanga inarrestabile. Dunque niente crisi in primo piano.

Che la condizione in cui versa l'alleanza berlusconiana non sia un belvedere va da sé. Quando infatti la sordina viene tolta, come è successo martedì sera a Ballarò, lo spettacolo offerto dall'ex maggioranza è una commedia senza copione dove ognuno recita a soggetto. Una vittima della sonora batosta elettorale è Francesco Storace che, da quando è stato disarcionato dalla poltrona di presidente della regione Lazio, si è trasformato in un ultrà della battuta. Nonostante gli sforzi del conduttore di sedare le intemperanze dell'ospite, l'ex governatore sfotteva il giovane direttore de La Padania e poi rideva da solo. Accanto a lui l'ineffabile senatore udc, D'Onofrio, riesumava l'articolo 18 brandendolo come temibilissima arma di distruzione dell'economia nazionale, mentre il collega di Fi, La Loggia, perdeva la calma finanche di fronte al mite Boselli.

Gli unici italiani che hanno visto e ascoltato il discorso di Berlusconi in diretta sono stati quelli de La7, la piccola televisione italiana che da tempo ha sostituito la Rai nel ruolo di testimone degli eventi politici più significativi (manifestazioni, dibattiti, celebrazioni nazionali, elezioni). E allora, come già succede per Radio Radicale, anche a La7 dovrebbe essere riconosciuto un congruo finanziamento pubblico. www.ilmanifesto.it/




Ivo Andric oggi: quando i ponti non uniscono
21.04.2005
Con lo scoppio della guerra nella ex Jugoslavia anche i grandi autori della letteratura, un tempo patrimonio comune, sono stati presi di mira dalle logiche nazionalistiche di divisione. Tra i più noti c'è il premio nobel Ivo Andric
Ivo Andric e il ponte sulla Drina Di Muharem Bazdulj, Vreme, 15 aprile 2005 (tit. orig. Trafike, marke i markice)

Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Ivana Telebak

Nell'anno in cui si concludeva un secolo dalla nascita di Andric in Bosnia iniziava ad infuriare la guerra. I più inclini alla simbologia potrebbero scovarvi il motivo di un qualche timore e tremore metafisico, specialmente se si tiene conto della scoperta di Miroslav Karaulac, che uno dei titoli delle bozze della Lettera dal 1920 di Andric era Lettera dal 1992. In quelle circostanze infernali non aveva né senso né c'era l'interesse di evocare il centenario della nascita dello scrittore che ha iscritto la Bosnia nella mappa della letteratura mondiale.

Filatelia

Oggi, invece, sono quasi dieci anni da quando la guerra è finita, e la situazione a questo riguardo non è cambiata di molto. Alla metà del mese di marzo, a trenta anni dalla morte di Andric, non si è quasi detto nulla. Alcuni media si sono fatti sentire con adeguati contributi, ma non se ne è parlato molto. Un'eccezione è stata la Travnik di Andric, dove nella casa natia del premio nobel si è svolto un modesto programma culturale in occasione dell'anniversario, nel contesto del quale c'è stata la promozione anche di un'adeguata busta stampata in onore di Andric, nell'edizione della locale società filatelica. A Travnik, fra l'altro, negli ultimi anni la situazione è cambiata in meglio, così, per esempio, il museo della Casa natia di Ivo Andric, dopo più di dieci anni, ha ottenuto di nuovo un custode e nel vero senso della parola ha aperto la porta a tutti i visitatori. Tuttavia non bisogna dimenticare il fatto che a Travnik ancora oggi non esiste una via intitolata ad Ivo Andric. Credo che dovrà scorrere ancora tanta acqua nella Lasva prima che in questa città si inizi in modo solenne ed ufficiale a badare alle opere del suo cittadino più famoso.

200 marchi

A livello della Bosnia ed Erzegovina, le posizioni verso Andric illustrano la situazione schizofrenica in cui si è trovato questo Paese. La pseudo élite culturale bosgnacca e croata generalmente rinuncia ad Andric (perché “odiava i musulmani”, cioè perché “nonostante fosse nato croato e cattolico aveva deciso di essere serbo e unitarista jugoslavo”), mentre nella Republika Srpska spesso viene vissuto come un precursore della tanto cara invenzione di una Bosnia intesa come insostenibile Paese dell'odio. La stupidità e il non senso di siffatte percezioni non meritano alcun commento. Però, c'è un caso economico-monetario, che ha portato le cose al posto dovuto (almeno simbolicamente). Cioè, una delle prime mosse della comunità internazionale dopo Dayton fu l'introduzione di una nuova moneta bosniaco-erzegovese. Dopo lunghe e dolorose trattative, fu deciso che ogni entità potesse avere il diritto al proprio design delle banconote, col fatto che tutti i bollati valgono sull'intero territorio della BiH. Entrambe le entità decidono di legittimarsi con gli scrittori: dalla parte bosgnacco croata per esempio Antun Branko Simic e Musa Cazim Catic, e dalla parte serba Filip Visnjic e Jovan Ducic; Entrambi vogliono Mesa Selimovic, mentre Andric lo “prendono” i serbi. Il viso di Andric era previsto per le banconote da un marco convertibile, ma, gli errori di stampa hanno impedito che tale banconota entrasse in corso. Fortunatamente, perché alcuni anni dopo ci fu la necessità di introdurre la banconota di taglio più alto, i 200 marchi, l'unica che sarà “comune”. Su di essa (simbolicamente del tutto giustificato!) si è trovato proprio Ivo Andric. E ciò probabilmente sarà l'unico modo per rendere Andric nello stesso modo caro a tutti: una faccia sulla banconota di taglio più alto (poco più di 100 euro). A cosa questa digressione numismatica? Perché essa può suggerire quanto segue: se la Bosnia fosse un paese normale, nella sua cultura l'opera di Ivo Andric sarebbe un forte fattore di coesione. Ma oggi, purtroppo, e così ci insegnano anche i mentori del mondo occidentale, l'unica cosa che ci deve unire è l'economia.

Nuove edizioni

In Croazia però, i colti di destra dividono Andric in “croato” (Ex Ponto, Nemiri) e serbo (tutto il resto). Che qualcosa stia cambiando in meglio potrebbe essere suggerito da alcune nuove edizioni delle opere di Andric pubblicate dalla casa editrice Konzor di Zagabria. Però, la vera cartina di tornasole è stata la decisione dello scorso anno dello “Jutarnji list” di Zagabria di inserire nella sua edizione il XX secolo, fra una trentina di libri, anche Il ponte sulla Drina. La reazione dell'opinione pubblica anche in questo caso è stata un po' schizofrenica, il libro è stato venduto in circa duecentomila copie, ma alcuni media hanno seriamente pensato che il libro non si dovesse stampare nell'originale, ma tradurlo in lingua croata! E' passato, però, il tempo in cui le Ferite (Rane) di Dragojevic nella traduzione croata erano diventate le Ferite (Ozljede), per fortuna – aggiungiamo noi. Anche in Bosnia, Andric è ritornato nelle biblioteche di casa grazie ai libri venduti in edicola. All'interno della edizione Biblioteca “Dani” del settimanale sarajevese “Dani”, Andric (insieme a Shakespeare) con tre titoli è stato l'autore più pubblicato. Il cortile maledetto(Prokleta avlija), La cronaca di Travnik (Travnicka hronika), La storia dell'elefante del visir e altre storie (Prica o vezirovom slonu i druge price) sono (nuovamente) entrate nelle case di decine di migliaia di bosniaco erzegovesi.

Il problema delle locali politiche culturali nazionali rispetto ad Andric, in realtà è lo stesso problema che mutatis mutandis grava su Kis o Krleza. Loro sono tutti troppo grandi se confrontati con i sistemi odierni, sono tutti irriducibili alla misura della pulizia nazionale, ma si fa di tutto per cercare di mutilarli sul letto di Procuste del campanilismo. In una tale costellazione, qualsiasi viva presenza di Andric sulla scena culturale è più il frutto di alcune azioni individuali e alternative, che quello di una sistematica preoccupazione. Il che forse non è male, ma è comunque triste che ci siano dei Paesi in cui i premi nobel rappresentano l'alternativa. www.osservatoriobalcani.org