ulivo velletri


maggio 31 2005

Padoa-Schioppa: ma l’euro non è a rischio
«Il no di Parigi? In ritardo sui tempi che viviamo. La ratifica della Costituzione vada avanti» «Italia frenata dal debito, però la competitività si recupera: più dinamismo nelle classi dirigenti»
DAL NOSTRO INVIATO


dal Corriere - 31 maggio 2005

FRANCOFORTE - Le ratifiche al trattato costituzionale europeo «si pesano, non si contano», dice Tommaso Padoa-Schioppa: il voto francese di domenica scorsa, dunque, avrà l'impatto più serio che un'espressione referendaria potesse avere sulla Ue. Non che la costruzione comunitaria stia per crollare. E nemmeno che l'euro sia a rischio. «I mercati - sostiene il membro uscente del consiglio esecutivo della Banca centrale europea (Bce) - sono bestie affamate di notizie e si nutrono anche di quelle irrilevanti. C'è dunque da aspettarsi che si nutrano di una notizia rilevante come questa. Ma escludo che ciò possa significare una modifica strutturale alla condizione dell'euro». Piuttosto, Parigi - da decenni il motore dell'Europa - dovrà cambiare, imparare a contare meno sul suo potere di veto e di più sulla capacità di costruire alleanze continentali se vorrà tornare a svolgere un ruolo propulsore: e anche gli altri 24 Paesi dovranno sapere gestire una situazione estremamente delicata.
In questa intervista, alla vigilia della sua uscita dalla Bce per scadenza di mandato (oggi è il suo ultimo giorno a Francoforte), Padoa-Schioppa, 64 anni, parla di Francia e del futuro dell'Europa; ma anche della banca che sta al cuore dell'euro e della quale ha accompagnato la nascita e i primi passi; del momento difficile ma per niente disperato dell'economia italiana e della necessità che la classe dirigente del Paese ritrovi una direzione e una capacità di guida; dell'improbabilità di crisi finanziarie nell'area euro; dei suoi piani futuri, ora che sta per rientrare a Roma.
E' una crisi, questa dell'Europa?
«Sicuramente è una crisi - risponde Padoa-Schioppa - per il Paese in cui avviene, per l'ampiezza del divario tra Sì e No, per l'assenza di indicazioni chiare che la vittoria del No contiene. La Costituzione, per il 90% riprende i trattati esistenti e per il 10% innova: è stato un No al 100 o al 10%? C'è un'ambiguità di significato. In più, il No è una coalizione tra chi vuole più Europa e più internazionalismo e chi vuole più protezionismo e nazionalismi. Aggiungerei che, quando in Europa l'estrema destra e l'estrema sinistra si alleano, è sempre molto pericoloso. E' un momento di crisi, non c'è dubbio».
Siamo alla fine del processo di espansione della Ue?
«Le ratifiche si pesano, non si contano e la non ratifica francese ha un peso superiore a quello che avrebbe avuto in qualsiasi altro Paese. Detto questo, credo che il bisogno di Europa non diminuisca ma aumenti. Forse, alla fine, il No sarà servito ad avere più Europa, innanzitutto a usare meglio quel 90% di norme che non sono state bocciate».
A questo punto, cosa si fa?
«Il processo di ratifica deve andare avanti. Si vedrà alla fine quale sarà la situazione, sapendo che riaprire un negoziato internazionale sarebbe difficilissimo e che nei Paesi in cui, in passato, un referendum ha dato esito negativo si è rivotato sullo stesso trattato: in Irlanda, in Danimarca. E' un passaggio delicato, non si devono fare sbagli: come quando si sale in montagna, occorre trovare la via giusta per continuare il cammino. E non dovranno pensarci solo i francesi: molto dipenderà da come gli altri Paesi sapranno interagire con la Francia».
Dopo la vicenda del Patto di Stabilità, riscritto soprattutto per volontà di Francia, Germania e Italia, non si rischia anche una frattura tra Paesi grandi e Paesi piccoli della Ue?
«La posizione della Bce era che fosse meglio non riscriverlo. Io ho contribuito a prenderla e la condivido al cento per cento. Ora che le modifiche sono state definite, è giusto dire che il Patto è stato parzialmente allentato ma resta in piedi. E' falso decretarne la morte: le ragioni della disciplina di bilancio si sono imposte anche su chi avrebbe voluto liberarsene, a Parigi e a Berlino. Certo, la battaglia è costata molto in termini di credibilità a Francia e Germania. Come italiano, non posso dimenticare che il Patto fu inventato per mettere la briglia all'Italia. Poi si è data l'impressione che, nel momento in cui non andava più bene ai grandi, lo si poteva svuotare».
Veniamo alla Bce. Che bilancio ne fa, dopo sette anni al vertice?
«Straordinariamente positivo. La cosa più notevole è stata che dal 4 gennaio 1999, quando la Banca è diventata operativa, nessuno, ma proprio nessuno, ha messo in dubbio che l'euro fosse diventato la moneta degli europei, sebbene esistessero ancora le banconote e le monete nazionali. Il successo dell'euro è innanzitutto questo».
Come sta cambiando il mondo delle banche centrali?
«Nei miei anni da banchiere centrale ho visto trasformazioni profonde. Alla fine degli Anni Sessanta, la moneta aveva due ancoraggi, l'oro attraverso il dollaro e lo Stato. Da allora, ho assistito al suo distacco prima dall'oro/dollaro all'inizio degli Anni Settanta e poi dallo Stato negli Anni Novanta. E in più è arrivata la tecnologia che ha cambiato molto: si pensi che la Banca d'Inghilterra oggi non ha più filiali e meno di duemila dipendenti. E nessuno può dire che la Banca d'Inghilterra sia meno capace di fare il suo lavoro».
A proposito: non tutte le banche centrali dimagriscono.
«No, sono cambiamenti che alcuni hanno fatto, altri no. Ancora nel 2003, la Banca di Francia, per esempio, aveva oltre 200 filiali e oltre 15 mila dipendenti. Ma qui l'euro non c'entra: si tratta di trasformazioni tecnologiche enormi. L'euro c'entra in altro modo: la ragione d'essere delle banche centrali, che è fare la politica monetaria e governare la moneta, dall'inizio del 1999 è una ragione europea, non è più nazionale. La morfologia delle banche nazionali, però, finora è rimasta la stessa».
Servirebbe più efficienza?
«Sì, anche se la banca centrale dell’euro è l’Eurosistema. E’ questo il sistema che va reso più razionale, per esempio nella stampa delle banconote e nella rappresentanza internazionale. Ma nell’organo che decide siedono, oltre ai sei membri del board, i 12 governatori nazionali: occorre dunque trovare un accordo».
Perché la Bce non tocca i tassi d'interesse da tempo? Una forma di benign neglect?
«La cosa che conta oggi per l’economia è che i tassi sono eccezionalmente bassi, non che sono fermi. Più bassi di quanto lo siano stati in 50 o 60 anni. Abbiamo stabilito questo livello due anni fa e, da allora, non ci sono state ragioni per cambiarli. Ma non è una scelta di immobilismo, anche se la Bce non ama l'attivismo».
Alcuni, viste anche le turbolenze causate dal voto francese, parlano di possibili rotture nell'Unione monetaria. E il Financial Times sostiene che i mercati dovrebbero considerare la possibilità di crisi finanziarie di un Paese membro dell'euro, ad esempio l'Italia.
«Su queste questioni, il Financial Times ha un suo pregiudizio. Non c'è, nella realtà, assolutamente nulla che appartenga a questo genere di elucubrazioni. Il modo in cui i mercati quotano il debito dei diversi Paesi Ue non si discosta da quello in cui quotano il debito degli Stati e delle province di altre entità federali, come Canada, Australia, Stati Uniti».
Le mancherà, da domani, la Bce?
«Sono stati sette anni affascinanti, di costruzione di un'istituzione nuova, di progetti in cui ho creduto, di ambiente di lavoro giovane e motivato, multinazionale, multiculturale. E di ottimi rapporti personali: con l'attuale presidente, Jean-Claude Trichet, abituato a una gestione molto attiva, simile alla mia impostazione di lavoro; ma anche con il primo presidente, Wim Duisenberg, più distaccato e selettivo ma di notevole carisma».
Passiamo all'Italia. Come giudica la situazione finanziaria?
«Direi che, quali che siano gli indirizzi di governo e di politica economica, il debito pubblico con cui siamo entrati nell'euro resta un condizionamento fondamentale. Il Patto di stabilità esiste ancora e dobbiamo sapere che il nostro debito non dispone né i mercati né gli altri Paesi a particolare indulgenza».
L'economia, la recessione?
«Il dato immediato è che l'economia italiana, assieme a quella tedesca, è stata in questi anni quella con la crescita più bassa. Nel caso italiano, però, ciò non è solo un'espressione di fattori storici profondi, come il declino demografico: è anche l'espressione di una grave perdita di competitività. Se guardiamo alla dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto, vediamo che la competitività dell’industria manifatturiera è peggiorata di oltre 18 punti percentuali rispetto a quella tedesca negli ultimi sei anni».
E' la questione del declino economico.
«Io parlerei di rischio di declino economico. La bassa crescita tedesca è dipesa dalla domanda interna debole, quella italiana dalla perdita di competitività esterna. Questo è un dato preoccupante. La competitività è questione di dinamica dei costi, di innovazione, di produttività: dipende da investimenti nuovi, dal rafforzamento in settori a tecnologia avanzata e anche da forti ridimensionamenti dei costi».
Da dove viene questo rischio di declino?
«Non c'è nessuna ragione perché l'Italia si senta condannata al declino. Ed è anche vero che i livelli di vita italiani sono tra i più alti del mondo: non è con il pauperismo che si carica la molla della volontà di crescere; casomai è con l'ambizione all'eccellenza. Ecco: io credo che sia proprio questione di ambizione e di fiducia che mancano; di successi individuali in campo economico che ci sono ma non vengono abbastanza portati ad esempio. Come credo che uno dei fatti più gravi sia stata la retorica del piccolo è bello: piccolo è bellissimo ma soltanto piccolo è pessimo. Come conseguenza di tale retorica, si sono attrezzati una cultura, una legislazione, un sistema di relazioni sindacali, un regime di tassazione che di fatto hanno frenato la crescita verso il grande».
Recuperare sarà un'impresa storica?
«In pochi anni la competitività si può recuperare. Bisogna investire, incrementare la produttività, controllare il costo del lavoro. Tutto questo si può fare perfettamente in un regime di moneta unica. L'euro ha dato all'Europa e all'Italia la stabilità monetaria e, in buona misura, finanziaria. Non è la stessa cosa della crescita, ma nessuna esperienza storica ci indica che per crescere ci vuole instabilità. Negli Anni Cinquanta, l'Italia aveva stabilità monetaria e finanziaria addirittura superiore a quella della Germania; e furono anni di crescita a tassi del 5%. Il recupero è possibile».
Chi è responsabile, in Italia, della poca concorrenza, delle rigidità, dei privilegi che limitano la crescita?
«In un certo qual modo la classe dirigente. C'è un atteggiamento culturale, un certo modo di arrendersi agli interessi organizzati trascurando gli interessi diffusi. Si pensi agli ordini professionali o a certe categorie sindacali. E' un problema di atteggiamenti della classe dirigente ed è malsano gettare tutte le colpe sulla classe politica».
Non è una classe dirigente che punta sulla meritocrazia.
«E proprio questa, la meritocrazia, invece, è condizione essenziale per una società dinamica. E il primo luogo della meritocrazia è la scuola, anche nella trasmissione di valori: essere stati indulgenti con quegli studenti del liceo Parini che hanno allagato la scuola ha fatto sì che allagare le scuole sia ora diventato uno sport nazionale».
Se il problema è la classe dirigente, come se ne costruisce una nuova?
«La classe dirigente non si sostituisce come un governo. Persino nel 1950, la classe dirigente italiana era in larga parte la stessa del 1940. Si tratta di alcune decine di migliaia di persone sparse per il Paese che sono nella posizione di irradiare qualcosa attorno a se stesse. Sono un'infrastruttura essenziale del Paese che sedimenta nel tempo e agisce come tessuto connettivo della società».
Ma se la classe dirigente non funziona?
«Talvolta, gli individui che fanno parte della classe dirigente si sentono sfiduciati o abdicano alla propria funzione. Occorre che ritrovino un proposito e che esprimano la propria capacità di guida. Occorre convincerli che si può essere ambiziosi».
E' un po' quello che lei ha definito patriottismo economico. Ma in Italia si fatica ad accordarsi su cos'è?
«La partecipazione a un'entità più ampia, come può essere la partecipazione all'Europa, non fa venir meno le caratteristiche specifiche né deve fare venire meno l'attaccamento al proprio Paese, il patriottismo. Cambiano le armi vincenti in questa contesa, non cambia lo spirito di contesa. Oggi servono strumenti aperti, di eccellenza, anziché di chiusura. Ed è bene avere presente che, anche all'interno di una stessa patria, gli interessi non coincidono: chi oggi può comprare un prodotto cinese che gli permette di risparmiare molto, oppure può comprare un volo per Londra a un decimo delle tariffe normali, o comprarsi un mobile Ikea ha un miglioramento delle condizioni di vita; è però vero che tutto ciò è un problema per il pilota e la hostess Alitalia e una sfida per il mobiliere e il tessile. Ma chiariscono che chi si appropria dell'espressione interesse nazionale per difendere un interesse molto particolare (quello del produttore) non aiuta il Paese a vivere in modo costruttivo questa trasformazione».
In questa logica, l'Italia rischia di apparire protezionista quando difende l'italianità delle sue banche?
«Sì. Anche se nessuno è santo».
Lei sta per tornare in Italia dopo sette anni a Francoforte. Cosa farà?
«Non ho un'istituzione che mi attende. Sono stato nelle banche centrali da quando avevo 27 anni. Ora intendo continuare con la vita attiva ma penso serva una fase di distacco dall'attività che ho svolto finora».
In politica?
«Servire l'interesse pubblico nella politica e nella funzione pubblica sono due cose profondamente diverse. Come molti della mia generazione, sono stato interessato alla politica sin da ragazzo: ma amare la musica non significa saper suonare uno strumento. Dubito di averne sia il talento che la disponibilità. Tra l'altro, credo anche che un funzionario debba riconoscere la superiorità della politica: è la più rischiosa, spesso l’unica professione in cui si paga veramente di persona».
Danilo Taino



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Ds Milano - Rassegna stampa


ASTENIX, IL CARDINAL RUINI

di Fabio Greggio

da: http://www.politikon.it/modules/news/article.php?storyid=512

Il Vaticano ci mette becco.
E' uno stato straniero, è una monarchia assoluta dove il monarca
gode dell'"infallibilità" e generalmente se muore diventa santo.
Quando in Italia c'è un Referendum abrogativo, perché in Italia i Referendum
sono sempre abrogativi, nel senso che se sei d’accordo voti "no" se sei contrario voti "si",
lo Stato straniero del Vaticano si attizza.
Lo ha fatto per il divorzio e ha perso.
Lo ha fatto per l'aborto e ha perso.
Lo fa ora per l'abrogazione della legge sulla fecondazione assistita.
Ma questa volta l'Italia è cambiata. E' più conservatrice, berlusconamente rintronata.
E' un'Italia dove in Sicilia vince la Lega, dove Storace è ministro della Salute,
è l'Italia dove le ragazze sognano solo di fare le veline per sposare un calciatore e fare la tivvù.
E' l'Italia di "playboys" che invia smm, è l'Italia ricca e benestante dove il Presidente del Consiglio
sparisce per un mese per trapiantarsi un tupé in testa e stirarsi le rughe.
E' l'Italia dei riciclati, condannati, inquisiti che governano.
E' l'Italia che si commuove per i Ragazzi di Salò,
per le fictions Gasparriane di Emma Ciano, Cefalonia, Premi Almirante.
Ruini, cardinale molto vicino alla Destra italiana, ha invitato a non votare al prossimo Referendum
Astenersi.
Nel sesso, nella fecondazione, nel votare, nel masturbarsi.
Non faccio, non pecco.
Ma il Vaticano resta uno Stato straniero.
E' come se la Nigeria dicesse agli italiani di non votare.
Come se lo dicesse la Moldavia.
Potremmo incazzarci.
Cardinal Astenix si sente in dovere metterci becco.
Non per dirci come votare, sarebbe anche lecita una presa di posizione per una monarchia assoluta.
Ma per dirci di non fare il nostro dovere.
E questo è grave.
Ieri è sceso in campo anche il Papa e ha ribadito l'invito.

Il Monarca assoluto di uno Stato straniero invita a boicottare una chiamata alle urne.
Difficile che un Parlamento rimbambito dalla ventata mediatica dei funerali di Karol sia in grado
di capire la gravità.
Difficile che i Cattocentristi ben spalmati in tutte le coalizioni s’indignino.
L'Italia è il paese più beghino e bigotto della UE.
Ed è disgustoso che la laicità dello Stato Italiano sia ormai tramontata,
che sia perita sotto le cazzate a raffica di Buttiglione, leader del NeoTalebanesimo cattolico.
E' disgustoso che movimenti Cattolici facciano politica e siano usati dai politici.
Dall'Opus Dei a Comunione Liberazione.
Che abbiano un’esposizione mediatica abnorme e servile.
Che lo Stato Italiano sia sempre più una Teocrazia.
Protesto per questa intrusione e invito il Governo italiano a rispondere alla Monarchia Vaticana.
E non si intromettano proprio loro sulla fecondazione assistita:
il primo esempio di fecondazione "molto assistita" lo abbiamo proprio da loro con la Madonna.
Più assistita di così...

Fabio Greggio

Basta accuse, ora i governi dicano che Europa vogliono"
falsi miti Col tempo si sono create alcune leggende metropolitane, come quella della grande burocrazia di Bruxelles
no ad ankara Ora cambierà totalmente l´atteggiamento europeo verso la Turchia: la prima conseguenza sarà certamente questa
PAOLO GARIMBERTI


da Repubblica - 31 maggio 2005

La percezione dell´Europa come un apparato burocratico non solo lontano, ma addirittura contrario agli interessi dei cittadini, che sta alla base del «no» francese, dice Romano Prodi, «non si è formata in un solo giorno, ma in anni e anni», ed è colpa «dei governi che quando avevano un problema attribuivano la responsabilità all´Europa e dei primi ministri che di fronte alle difficoltà dicevano che a Bruxelles sono tutti cattivi». In una lunga intervista collettiva a Repubblica Radio, nella quale ha risposto alle domande degli opinionisti del giornale, l´ex presidente della Commissione afferma però che il rifiuto della Costituzione da parte degli elettori francesi «non è una tragedia, calma e gesso, ora bisogna ragionare». E replica duro e ironico al ministro delle Riforme, il leghista Roberto Calderoli, che ora vuole indire un referendum anche in Italia: «Ma su che cosa vuol fare il referendum Calderoli, se il Parlamento ha già approvato la Costituzione? Vuol forse fare un referendum sul Parlamento? Ma su...».
Presidente Prodi, che cosa è successo per cui siamo riusciti a trasformare, nella percezione dei nostri cittadini, una Costituzione importante e decisiva per il nostro futuro come la Costituzione europea in qualcosa di burocratico, quasi fosse una Costituzione che appartiene solo all´élite e non al popolo? Come è potuto avvenire questo rovesciamento?
«Non è avvenuto in un solo minuto... Dai e dai, ogni governo che aveva un problema ne attribuiva la responsabilità alla Commissione europea. Quando un primo ministro era in difficoltà diceva che a Bruxelles erano tutti cattivi o tutti burocrati. Questo è durato anni e anni, la stampa ne ha fatto eco - soprattutto quella anglosassone, che ha dettato molte musiche agli altri media europei. Col tempo si sono sparse delle leggende metropolitane. Ad esempio quella della grande burocrazia di Bruxelles. In tutto non arriviamo a 25mila persone: è un quarto dei dipendenti comunali di Madrid o di una media città europea. Abbiamo fatto l´allargamento con 3.000 dipendenti in tutto per dieci paesi, e tutti parlano di super-burocrazia di Bruxelles. E poi il super-bilancio: io ho tenuto il bilancio a meno dell´1% del prodotto nazionale lordo europeo, e questo comprese la politica agricola, strutturale, di ricerca. Se per anni si dice che l´Europa è l´origine di ogni male, poi la gente quando va a votare ci crede. In Francia si è aperto un referendum in presenza di tensioni represse nei confronti di Chirac, di una diffusa paura della Turchia, e infatti questo referendum cambierà totalmente l´atteggiamento europeo nei confronti di Ankara. Mi sembra che la conseguenza prima sia questa. Metta tutto assieme e arriviamo al disastro».
Lei, presidente, ha gestito l´allargamento a Est. Uno dei fantasmi assieme a quello turco che ha già citato, è stato proprio questo. Si è trovata una figura retorica, l´idraulico polacco che avrebbe tolto il lavoro all´idraulico francese. Lei non pensa che l´allargamento a Est - che era moralmente, storicamente e politicamente necessario - sia stato fatto troppo in fretta con non adeguata preparazione psicologica nell´Unione, e in un momento di congiuntura economica che non favoriva questo salto?
«Ma non diciamo sciocchezze, scusi la franchezza. L´allargamento è un fatto storico, bisognava farlo e poi se anche ci sono tensioni o impopolarità, quando una cosa è fatta per chiudere una tragedia della storia, evitare le guerre, rimettere le cose assieme, si fa e basta. Nel caso specifico è stato fatto talmente bene che tutti lo hanno votato contenti. Migliaia di leggi sono state cambiate, messe a posto per avere una legislazione comunitaria uguale per tutti, per garantire i nostri cittadini: nessuno ha detto che l´allargamento era stato fatto male. Dopo l´allargamento io ho proposto la politica di vicinato, cioè l´anello degli amici, in modo che fosse chiaro che i confini dell´Europa erano ormai stabiliti in modo da togliere l´angoscia. Può darsi che in qualche paese l´allargamento abbia inciso, ma non è stato di certo determinante e comunque era una cosa che andava fatta».
Lei per anni ha sostenuto che occorreva un doppio livello: un´Europa vera e propria con una specifica identità politica, storica e culturale, un´identità riconoscibile all´interno e riconosciuta all´esterno, e poi una politica di miglior vicinato con Paesi che dovevano avere di certo una relazione speciale con l´Europa ma che gli europei stessi non sentivano parte dell´Europa. Non crede stia prevalendo l´idea di un´"Europa pizza", come ha detto qualcuno, per definire qualcosa di molto sottile e di molto esteso?
«Certo, ma non riguarda il referendum francese, dove una grossa parte voleva più Europa. Qui dovremmo fare un´analisi specifica, perché noi abbiamo messo insieme i voti che hanno detto «no» perché volevano più Europa e quelli che hanno detto «no» perché ne volevano di meno. Che nei governi stia prevalendo l´Europa che dice lei non c´è alcun dubbio. Tony Blair in questi anni è stato abilissimo a fare questa politica. Ne ho discusso anche con lui, in una cordiale ma ferma discussione. Ho detto: "dovrete pure decidervi nel lungo periodo su qual è il destino che volete dare alla Gran Bretagna". E´ chiaro che la Gran Bretagna non può che essere per l´«Europa pizza», l´Europa sottile, più mercato che altro».
Lei ha detto che questo voto non può che cambiare il futuro. In che senso?
«Beh, adesso non possiamo certo mettere in discussione tutto. Ma pur essendo convinto che siamo sulla via giusta, bisognerà coinvolgere i media, l´opinione pubblica, tornare a discutere. Non si può fare finta di niente. Si dice, "facciamo un altro referendum in Francia, facciamone due, tre, quattro, cinque". Di fronte a questo mi sembra molto difficile. Poi seguirà molto probabilmente il "no" olandese. E questo rende il "no" britannico, o il fatto che il referendum britannico non si tenga proprio, un fatto quasi fatale... Bisogna discutere a fondo su che cosa vogliamo in un´Europa futura. Oggi abbiamo il Trattato di Nizza, l´Europa ha le sue istituzioni. Calma e gesso. Stiamo tranquilli, però discutiamo a fondo sul futuro, prendendoci il tempo necessario».
Parlando di futuro: si delinea chiaramente una sussistenza dell´Europa con il Trattato di Nizza, e tuttavia si metteranno in moto dei meccanismi di cooperazione più stretta tra alcuni paesi. Lei, come leader dell´opposizione, quale posizione vede per l´Italia?
«Credo lei abbia ragione a considerare questa ipotesi. Qui è chiaro che il ruolo dell´Italia è fondamentale: non possiamo che essere tra i paesi d´avanguardia di questa possibile Europa a velocità superiore, o anello interno, lo chiami come vuole. L´Italia non vive senza l´Europa, noi non abbiamo la tradizione e la robustezza francese. Per noi il sì all´Europa è un fatto ovvio perché ne abbiamo più bisogno, anche nei ricordi. In Francia ha giocato moltissimo il ricordo della Francia passata, della sua potenza mondiale, c´è stato molto interrogarsi se la sua potenza sarà più efficace nell´ambito di un´Europa o fuori dall´Europa. In Italia questo problema non si pone, non c´è questa memoria storica come non c´è stata nel referendum spagnolo che è andato via liscio. Però io penso che proprio per questo o l´Italia è all´avanguardia europea o esce definitivamente dalla politica mondiale, come sembra essere il triste destino di questi ultimi anni».
Il ministro per le Riforme Calderoli ha già detto che proporrà al governo di fare un referendum anche in Italia.
«Ma su cosa vuol fare il referendum, che il Parlamento l´ha già approvato? Fa un referendum sulla sovranità del Parlamento? Ma su...».
È vero però, presidente, che anche in Italia - al di là dell´aspetto istituzionale, perché il Parlamento ha già approvato la Costituzione - questo voto rischia di dar fiato a pulsioni, che ci sono e che vengono prevalentemente da destra, che sono contro l´Europa. E a questo moto di rifiuto si aggiunge poi la critica portata da Fausto Bertinotti su una Costituzione troppo liberista. Questa congiunzione di critiche da destra e da sinistra lei come la vede? E come vede questa accusa di un´Europa nelle mani di un´elite troppo liberista, sostenuta soltanto da ceti dirigenti? Lei sa che c´è anche questa critica...
«Lo so. In Francia i famosi manifesti del "no" spiegano che la Carta cita decine di volte il liberismo, e Delors replica che però cita ben 89 volte la parola sociale. Questa Costituzione è certamente un compromesso, ed essendo un compromesso non infiamma nessuno. Però dava un serio ordine al futuro. Adesso quest´ordine è stato rifiutato. Non è una tragedia perché viviamo con le leggi esistenti, ma siccome l´Europa è indispensabile alla nostra vita futura, ci serve per non sparire dalla faccia della terra, dobbiamo metterci tranquilli a ripensare al nostro futuro. Senza badare a questi incroci casuali tra destra e sinistra, perché Bertinotti e Calderoli sono l´estrema sinistra francese e l´estrema destra francese».
Quest´accusa di troppo liberismo e di poco sociale non è stata mossa soltanto dall´estrema sinistra: è stata mossa da più della metà del partito socialista, da Laurent Fabius, da moltissimi deputati della sinistra - diciamo così - moderata. Credo che questo venga anche dalla difficoltà di interpretare e di leggere quello che è stato chiamato un Trattato costituzionale. È un trattato o una Costituzione? Un trattato deve comprendere la terza parte dell´attuale Costituzione, quella che contiene tutti gli indirizzi politici per il futuro. Mentre una Costituzione dovrebbe soltanto esprimere dei principi. Questa ambiguità, questo elenco telefonico che è stato il Trattato, era molto difficile da leggere per gli elettori.
«Questo è un altro discorso. Il manifesto di Delors riportava una mia posizione, in cui con durezza dicevo che non dovevamo metterci questa terza parte della Costituzione perché è tecnica, e perché la parte sugli aspetti tecnici dev´essere facilmente emendabile, flessibile. Ma c´erano i signori britannici, che volevano una Costituzione non emendabile perché non si andasse più avanti di così. Non è una cosa nuova che parecchie persone volessero qualcosa in più: ero io stesso a capeggiarli, con la Commissione. Ma in politica si fanno le cose possibili, e questo era un buon compromesso. Certamente io volevo di più: ma non siamo nati ieri, dobbiamo capire che c´erano queste diversità e che bisogna fondere le volontà adagio adagio. Io ripeto sempre il proverbio della mia città natale: "Meglio succhiare un osso che un bastone", è una questione di buon senso. Non ho mai detto che era la migliore Costituzione possibile, ho detto però che era un bel passo avanti».
«Voglio fare un´ultima raccomandazione: state attenti quando si dice che questa Costituzione è stata scritta da burocrati e non dal popolo. A scriverla è stata un´assemblea più vasta di quella che ha scritto qualsiasi altra Costituzione: erano membri dei parlamenti europei, dei parlamenti nazionali, ne hanno preso parte i governi... Quindi è uscita dal popolo. I governi - compreso quello italiano, sarebbe bene ricordarlo al signor Calderoli - avevano dei suoi rappresentanti. Almeno non si dica che è nata dai burocrati di Bruxelles».



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Ds Milano - Rassegna stampa


LE RELAZIONI PERICOLOSE
LUIGI SPAVENTA


da Repubblica - 31 maggio 2005

"EMERSIONE di nuovi soggetti e di capitali misteriosi, rastrellamenti di azioni sul mercato, scalate clandestine, sospetti e accuse di insider trading…niente di più lontano da produzione e lavoro": così, richiamando eventi recenti, si esprime il presidente di Confindustria nella sua recente relazione. Quei "nuovi soggetti" egli evidentemente non li ama.

Relazioni pericolose

Eppure, ci si potrebbe chiedere: non saranno essi l´incarnazione di quegli "uomini nuovi", che, dalla Roma repubblicana, alla Francia della rivoluzione, al capitalismo di oggi, entrano in scena per dare una salutare spallata a vecchi assetti di potere, per negare gli altrui privilegi e vantare loro diritti; che, perseguendo senza remore i loro interessi, danno stimolo di concorrenza e nuovo sangue a sistemi politici ed economici senescenti? Non sarà quella del presidente Montezemolo la reazione di chi rappresenta un vecchio ordine minacciato di salutare eversione?
Uomini nuovi furono quelli del Terzo Stato nella Francia del XVIII secolo: "il borghese [che] ha lavorato, fabbricato, commerciato, guadagnato, risparmiato…; razza energica che sente la propria forza, che giudica i suoi rivali, che conosce la loro debolezza, che paragona la propria assiduità e la propria istruzione alla loro leggerezza e alla loro inefficienza" (Taine), la cui affermazione è "il frutto di un lavoro ingegnoso più che della ricchezza" (Voltaire). Ma questi connotati storici degli uomini nuovi stentiamo a riconoscerli nei soggetti a cui si riferisce Montezemolo: quelli che salgono dalle pianure lombarde e calano dai colli laziali.
Sono in effetti "misteriosi" i loro capitali: nulla si conosce della loro origine e poco della loro storia. Non si ha notizia di imprese da cui essi traggano origine, né (se non per qualche tentativo non riuscito) di imprese, di iniziative ardite e di innovazioni che essi abbiano generato. Quelle risorse, ingenti e liquide, vengono piuttosto massicciamente mobilitate per scalate di finanza e per l´acquisto di partecipazioni che servano da strumenti di potere nel vecchio ordine. Certamente non vi sono più "salotti buoni" meritevoli di difesa, e neppure di rimpianto: il nostro grande capitalismo ha dato mediocre prova di sé e questa è una delle ragioni dei nostri problemi. Ma un assetto opaco e geograficamente variegato di poteri e di interessi colludenti e aggressivi, quale oggi vediamo manifestarsi in episodi frequenti di reciproca assistenza, non rappresenta certo un´alternativa valida o desiderabile: non fosse altro che per la completa mancanza di trasparenza.
E allora? Al netto di episodi su cui la magistratura ha giudicato o sta indagando, non è questione di lecito e illecito. Né vale la deprecazione moralistica degli arricchimenti ottenuti con la "speculazione": se non si trae vantaggio da notizie riservate su società quotate o da decisioni amministrative e legislative compiacenti, se non si violano norme esistenti (tre se che meriterebbero un approfondimento), l´attività speculativa, piaccia o non piaccia, fa parte di un´economia di mercato. E neppure è questione di "rendite" contrapposte ai profitti. In un contesto diverso, osservava Mario Monti che il problema non è quello degli imprenditori che si rifugiano nelle rendite, se ne esistono le occasioni: sta piuttosto alla politica impedire che quelle occasioni si manifestino.
Così si deve ragionare anche in questo caso: nei riguardi della politica e, aggiungerei, anche delle istituzioni. Non tocca all´una o alle altre impedire ad alcuno di perseguire lecitamente i propri interessi e accumulare ricchezze. Ma, nell´ambito del lecito, i "nuovi soggetti" devono operare privi di qualsiasi rete di protezione: quella di un tacito consenso istituzionale ai loro interventi (gli "incontri più o meno riservati presso le autorità" di cui ancora parlava Montezemolo); o quella di un
implicito assenso politico, magari concesso nell´illusione che la politica possa usarli per ridisegnare a miglior fine la mappa economica del Paese senza essere essa stessa usata. Le liaisons, le amicizie, fra politica e poteri economici, sono sempre un po´ dangereuses, un po´ pericolose: queste lo sarebbero particolarmente.




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Ds Milano - Rassegna stampa


Vendola: serve più partecipazione, primarie per l’Ulivo

dal Corriere - 31 maggio 2005

Non viene a fare «l’apologia di un metodo». Ma mette in guardia i partiti: «C’è bisogno di democrazia partecipata». Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia, ha partecipato ieri sera all’assemblea pubblica organizzata da «Un’altra Lombardia», associazione che ha sostenuto alle regionali Mario Agostinelli. Il tema, molto gettonato fra comitati e società civile che guardano al centrosinistra, è ovviamente quello delle primarie: «Questo modello da noi ha funzionato», spiega Vendola. Quindi, presidente, lo propone anche a Milano?
«Io sono venuto a dare una testimonianza e, complessivamente, ho un atteggiamento laico nei confronti del tema delle primarie. Dico però che da noi, in un contesto dato, davanti ad un blocco e ad uno stallo del centrosinistra, le primarie hanno rappresentato la via d’uscita dalla crisi».
Perché hanno funzionato?
«Perché hanno prodotto in qualche modo un’emozione popolare molto forte: si è introdotta nella gente l’idea che si potesse essere non solo spettatori e comparse nel teatrino della politica, ma protagonisti. Credo che a chi va a votare interessi questo».
Cioè?
«Partecipare. E le primarie sono state uno strumento di democrazia partecipata, lontanissimo dalla idea della lotta politica segnata dal paradigma noioso della rincorsa al centro».
I partiti, secondo lei, sono un freno all’ipotesi delle primarie?
«C’è un problema di cultura politica. I movimenti, di qualsiasi natura siano, propongono un’idea di politica diversa: chiedono di far parte di un percorso, di costruirlo insieme».
E invece?
«Invece spesso ai partiti vanno bene i movimenti e la società civile fintanto che si pongono in fase contestativa e c’è una protesta da cavalcare. Quando poi però questi stessi soggetti chiedono di costruire, viene dettata una sorta di rompete le righe. Questo è l’errore da non fare. Soprattutto a Milano, visto che le prossime elezioni amministrative sono una grossa occasione per il centrosinistra».
Presidente, qualcuno teme che le primarie possano indebolire la coalizione. Come risponde?
«Esattamente il contrario. Noi abbiamo fatto una campagna elettorale unitaria e l’altro candidato alle primarie non è entrato a far parte della mia giunta soltanto perché la Fed non ha ritenuto di indicarlo».
Dopo le primarie, però, c’è un arcipelago di partiti da tenere insieme. È dura?
«A me dicono di tutto e il contrario di tutto: un giorno sono troppo riformista, un altro guardo ai diessini, un altro ancora sono moderato. Credo che questo significhi che stiamo trovando un equilibrio giusto: non solo tra i partiti della coalizione, ma tra le molte e diverse spinte della società».
Un consiglio ai suoi colleghi che devono giocarsi la partita per la conquista di Palazzo Marino?
«Stare dentro la storia e le vicende del territorio. Io ho partecipato a tante battaglie e alla fine mi dicevano che ero un candidato radicato più che radicale. La gente chiede questo: partecipazione e attenzione alle proprie istanze. Su questo si gioca la sfida».
Elisabetta Soglio



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Ds Milano - Rassegna stampa


Inciucio per le nomine Rai - Prodi tieni duro
EDUARDO RINA

- No alle decisioni unilaterali della Casa delle Libertà per il riassetto del vertice della Rai - Con questa posizione Romano Prodi sta assumendo una linea coerente, chiara e trasparente sulla decisione che sembrava fosse maturata nella giornata e che avrebbe visto la nomina di Claudio Petruccioli a presidente (di garanzia di chi e di cosa?) di Viale Mazzini e Alfredo Meocci a Direttore generale.

Un ulteriore "inciucio" maturato negli ambienti del "partito trasversale" dell'occupazione dell'etere pubblico. Perché, bisogna dirlo chiaramente, il lungo braccio di ferro di questi mesi e delle ultime settimane per una gestione "democratica e pluralista" della televisione pubblica non può prescindere dallo "stato di fatto" del sistema radiotelevisivo italiano.

L'anomalia del duopolio (che si configura come monopolio di fatto visto che il proprietario della TV privata è anche Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica) non può essere ignorata e gestita come un dato "inamovibile". La soluzione Petruccioli (così come era già avvenuto con le soluzioni Mieli e Annunziata) finiscono per "peggiorare" anziché risolvere i problemi. E le dimissioni dei due parlano da sole!

In virtù di quali "capacità" specifiche dovrebbe riuscire Claudio Petruccioli laddove hanno già clamorosamente fallito i suoi predecessori "indicati" dal centrosinistra!
Aveva ragione Umberto Eco quando, con razionalità e profondità di analisi, sosteneva di "non trattare" con chi non vuole rimuovere il macigno del grande "conflitto di interessi" italiano.

Ho l'impressione che Ds e Margherita giochino una "partita in proprio" con la candidatura di Petruccioli: garantirsi spazi di esclusiva "visibilità" nei salotti televisivi e nei notiziari radio-televisivi pubblici e privati. Una sorta di "comproprietà". Grazie a Romano Prodi l'operazione è stata bloccata! Anche dallo sbocco di questa vicenda l'elettorato di centrosinistra riceverà un segnale inequivocabile per il prossimo voto politico del 2006!
Eventuali dietrofront non sarebbero giustificati e, soprattutto,...capiti!
www.centomovimenti.com

Ce n’est qu’un début: la Francia dice no anche alla Via Lattea
di Lia Celi
Dopo il voto negativo sulla Costituzione europea, un nuovo referendum darà voce al crescente malcontento transalpino contro le pastoie imposte dal sistema solare. Se hanno bocciato un’Unione di cui erano soci fondatori e ultraprivilegiati, figuriamoci quale sarà il verdetto dei francesi su una galassia formata milioni di anni fa senza tenere conto degli interessi dei produttori di Camembert. La destra lepenista chiama alla ribellione contro l’eliocentrismo: “Nessuno può dire ai francesi quante ore di luce possono avere al giorno”. Nel mirino della gauche, l’eccessivo liberismo della legge di gravitazione universale, che permette a due corpi celesti di attrarsi in ragione diretta al prodotto delle loro masse, come sosteneva Newton, e non in ragione inversa al quadrato della loro distanza da Parigi, come pretendeva Cartesio. Chirac denuncia i moti terrestri: “Passi per la rotazione, ma sulla rivoluzione non accettiamo lezioni da un pianetucolo qualsiasi”. Dall’Italia, pronto l’appoggio della Lega, che chiede l’introduzione di dazi sul Sole: “Nasce a est e non costa niente: dev’essere sicuramente roba cinese”.www.liaceli.com

Europa. E adesso?
Intervista doppia. Pasqualina Napoletano (DS-PSE) e Gennaro Migliore (PRC-Sinistra Europea) indicano le strade per uscire dalla situazione creata dal ''no'' francese alla Costituzione europea
Guido Iodice






“La Francia ha abbassato la ghigliottina sulla testa dell’Europa”. “No, è stata la vittoria della partecipazione e della democrazia contro il liberismo”. Sono le due visioni (un po’ estremizzate) che animano ora il dibattito a sinistra, in Francia come nel resto d’Europa.
Ne abbiamo parlato con Pasqualina Napoletano (diessina, vicecapogruppo del Pse nel parlamento europeo) e Gennaro Migliore (responsabile esteri di Rifondazione comunista e membro del direttivo della Sinistra europea).

Quali ragioni hanno determinato il “no” francese?
NAPOLETANO: Le ragioni sono abbastanza complesse e mescolate tra loro. Da ciò che ho potuto vedere – non è una provocazione – in alcuni momenti gli argomenti di destra e di sinistra si toccavano, parlo degli argomenti che riguardavano direttamente l’Europa, non dei fatti nazionali che hanno avuto pure un grande peso: l’atteggiamento di chiusura verso l’Est, la critica dell’allargamento, la paura dell’immigrazione, le delocalizzazioni industriali. Questi argomenti peraltro riguardano in larga parte fenomeni che prescindono dall’Europa. Se l’Europa non ci fosse le delocalizzazioni o l’immigrazione ci sarebbe ugualmente. Pensavo che le ragioni della sinistra fossero più distinte. Con preoccupazione vedo che si sono mescolate facendo leva su elementi di paura, di sovranismo, finanche di nazionalismo.
Certo, alcune politiche si devono riformare: l’agricoltura prima di tutto. Quanto la Francia ha ricevuto in termini di aiuti! Quanto protezionismo!
Poi c’è il problema della distanza tra le istituzione europee e i cittadini, distanze che avrebbero bisogno di buoni mediatori. Invece ne abbiamo di pessimi perché la tendenza dei governi è di dire che i meriti sono propri e i demeriti di Bruxelles. Si parla tanto di tecnocrazia, però quello che la gente non sa è che tutti i funzionari di Bruxelles messi insieme sono di meno dei funzionari del settore agricoltura della Regione Sicilia. Il “no” di sinistra ha poi dentro una grande repulsione verso il Presidente della Repubblica e verso il governo. Chirac fu eletto dai voti della sinistra. Per fermare Le Pen. Di questo avrebbe dovuto tener conto, ma non l’ha fatto. Il suo discorso dopo il voto è stato molto imbarazzato, risibile e teso a conservare la sua carica. Al suo posto ha sacrificato il governo.
MIGLIORE: In Francia il dibattito è diverso che qui in Italia. Su “Le Monde” o “Le Figarò”, che pure hanno tifato per il “sì”, si valorizza molto la partecipazione al voto. Molti sostenitori critici del “sì” hanno teso a rappresentare una debolezza di argomentazioni del proprio fronte.
E’ vero che il “no” è stato attraversato da pulsioni diverse. Il punto è che quelle prevalenti sono stato due: la prima è la distanza e la separazione con l’Europa dei governi, un modello anacronistico dopo la stagione dei movimenti; la seconda è che anche chi difendeva il trattato ne ha criticato l’impianto liberista. Così il dibattito è stato tra chi si proponeva di cambiare il trattato “dall’interno” e chi “dall’esterno”. In questa logica ha prevalso chi diceva “dall’esterno”. Il punto che mi preme sottolineare è che è la prima volta che emerge un europeismo di sinistra. Non mi convince il tema dell’eterogeneità nel campo del “no” perché le differenze esistevano anche nel campo del “sì”. Non mi convince il Corriere che dice che a gioire sono Haider e Bertinotti.

Un “no” per avere più Europa o per averne di meno?
NAPOLETANO: Sicuramente meno Europa. Neppure gli argomenti della sinistra sono stati pro-europei. Adesso si chiede una costituzione “socialista”. Ma la Costituzione ha alcuni valori che certo non sono liberisti: pone vincoli sociali, afferma l’importanza dei servizi pubblici, contiene la Carta dei diritti. …….

MIGLIORE: Ho seguito il dibattito francese, sono stato nel paese diverse volte. Si parlava della Costituzione in ogni bar. L’Humanité (quotidiano del partito comunista, ndr) ha venduto 300 mila copie del testo in una settimana, per di più a dicembre, lontanissimo da voto. È difficile non vedere che il 60% sei socialisti e dei Verdi e quasi il 100% degli elettori degli altri partiti della sinistra ha votato “no”. Un “no” per un’Europa diversa.

Quali scenari possono aprirsi adesso? Cosa fare per non gettare il bambino con l’acqua sporca?
NAPOLETANO: Sono preoccupatissima non tanto per ciò che accadrà all’interno dell’ Ue ma per quello che può accadere all’esterno. Certo ci sarà uno stallo. Ma mi preoccupano di più le relazioni esterne dell’Unione con la Turchia e i Balcani, nei quali lo stallo dell’Europa potrebbe portare una involuzione che peserebbe su nostre coscienze. Parliamo di situazioni di conflitto armato.
Adesso bisogna far prova di equilibrio. Il processo non si deve fermare. Occorre continuare le ratifiche in Olanda e negli altri paesi. Giscard dice che alla fine bisogna tornare dai francesi ma lo ritengo un errore: lo scarto è stato netto, non di pochi decimali ma di circa 10 punti e poi ripetere la stessa domanda alla stessa base elettorale è quasi provocatorio.
Invece di sottoporre il testo intero, si può sottoporre a referendum la prima e la seconda parte (che contengono i principi e il funzionamento delle istituzioni, ndr) per riassorbire il “no” di sinistra. Così mettiamo un punto fermo sulla Carta dei diritti e sulle istituzioni e su tutti gli aspetti più innovativi. Sapendo che la terza parte (quella che si occupa delle politiche comunitarie, ndr) è acquisita nel Trattato di Nizza. Una nuova Conferenza Intergovernativa o il Consiglio straordinario del 2006 può partire su questa base comune. Su questi punti non possiamo pensare ad un’Europa spezzettata come è per l’euro perché coinvolgono le istituzioni comuni. Quindi salvaguardiamo queste due parti. Comunque la terza è già in vigore.
Dare al parlamento europeo, come si propone, il potere costituente sarebbe fantastico ma purtroppo sono i governi difficilmente lo cederanno. Parliamo di Costituzione ma ricordiamoci che questo è un trattato internazionale negoziato dai governi.
Spero che la sinistra trovi una mediazione che ci faccia fare passi in avanti sulla costruzione dell’Europa federale.

MIGLIORE: Questo è un problema serio. Non penso che si debba dire: facciamo come se nulla fosse, andiamo avanti con i progetti di ratifica. Il “no” non può essere contraddetto da una manovra per lasciare alla Francia il cerino in mano. I francesi non accetterebbero. Giscard, che propone questo, difende un bidone vuoto. A nostro parere occorre convocare un consiglio europeo straordinario e poi dare la parola al parlamento europeo. Non astrattamente però: Spinelli nell’84 immaginava un processo costituzionale che partiva dal parlamento che è l’istituzione più rappresentativa in quanto espressione popolare. Dopodichè occorre arrivare ad un referendum europeo o almeno obbligare tutti gli Stati a ratificare la Costituzione con un proprio referendum . Non può prevalere l’idea che appena dai uno spazio di partecipazione, e il popolo denuncia la poca partecipazione a monte votando “no”, allora si evita del tutto di ricorrere alla consultazione dei cittadini. www.aprileonline.info

La rivalsa degli euroscettici azzurri: «Meno male che noi abbiamo Berlusconi...»
di red

Gli euroscettici italiani tornano a mostrare le piume più belle. Alcuni senza timore di apparire goffi come il direttore della Padania Gianluigi Paragone che sfoggia addirittura un invidia per i francesi. « Se fossi stato in Francia avrei caricato sulle spalle della superba e presuntuosa Europa una bella croce, una croce sul no. E come me credo tanta gente in Padania e nel resto d'Italia avrebbe voluto che la Costituzione europea restasse nell'empireo della carta straccia», scrive il quotidiano della Lega. Per lui il voto d’Oltralpe mette direttamente in discussione l’Europa e ciò è bene.

Francesco Giro, responsabile nazionale di Forza Italia, incaricato di tenerer i rapporti con il mondo cattolico invece è il caso di dire che gli italiani sono fortunati più dei francesi. Perché hanno un presidente del Consiglio come Berlusconi, euroscettico della prima ora: è il caso di confessarlo finalmente. Per Giro il premier italiano è «l'unico leader ad avere le carte in regola per fronteggiare gli effetti che avrà questa vicenda anche in casa nostra, avendo da tempo previsto prima degli altri le possibili incrinature del progetto europeo di cui ha sempre condiviso l'impianto ma con assoluto realismo, proprio perché sapeva che l'Europa per crescere ha bisogno di consenso e soprattutto di valori forti da condividere con i suoi popoli». Sandro Bondi, intervistato alla radio, si permette di dire che il voto francese esprime «malcontento» nei confronti di «questa Europa», quella cioè «della tecnocrazia e delle banche, che si è allontanata dai padri fondatori». Incurante del fatto che di padri fondatori azzurri non se n’è mai visti e che invece tra i poteri forti….

A proposito di euroretorica, il presidente della Camera Pierferdinando Casini non si iscrive tardivamente al partito degli euroscettici, anche perché non può che rivendicare la ratifica della Costituzione europea dal Parlamento, ma si concede una battuta contro «l’euroretorica che ormai non serve più». Il Trattato costituzione, lo dice solo ora Casini, «è frutto di un compromesso al ribasso, che non ha risvegliato alcun entusiasmo nei cittadini». E in ogni caso il voto francese va ascoltato.

Per Fausto Bertinotti «ha vinto l'Europa, ha vinto l'europeismo di sinistra. Amato, Prodi, Fassino e Rutelli sono stati sconfitti»perché «quando non è scritta dal popolo non è una Costituzione». Così per Francesco Caruso, leader dei Disobbedienti napoletani, il no francese è una vittoria dei no global. Perché ha bocciato una Costituzione europea «scritta nel chiuso delle stanze del potere» e un'Europa «fondata solo sull'Euro, sulle banche e sui poteri forti», un'Europa «che sacrifica i diritti sociali sull'altare dei parametri neoliberisti di Maastricht».

Ma per Guglielmo Epifani, leader della Cgil, cioè di uno dei sindacati più grandi d’Europa, «non è una buona notizia per il futuro dell'Europa sociale». Anche se esprime un’opinione da rispettare.

«Un voto di paura»: così lo definice Massimo D'Alema, presidente Ds e europarlamentare. .In particolare sono , secondo D’Alema, due le paure che manifesta: quella di perdere i diritti sociali acquisiti, e la paura dell’allargamento, cioè di dover annacquare l’identità europea in un’Unione più vasta (dove tra l’altro gli euroscettici prevalgono). «Resta il fatto – aggiunge - che si è trattato di un colpo all'unità europea: siamo dinanzi ad un problema serio».

Anche Giorgio Napolitano, che è presidente del Consiglio italiano del Movimento europeo, dice che non si può sottovalutare o ignorare il no della Francia. Ma approva la linea sin qui seguita dal presidente della Commissione Barroso di non interrompere il processo di ratifica del Trattato. «Sarebbe un salto nel buio».

Mentre per Clemente Mastella dell’Udeur, il risultato delle urne di Parigi «induce a riflettere e porta i governi a stabilire condizioni diverse» per l'Europa. Anche Mario Landolfi, il colonnello emergente di An, dice che deve essere rivista, quest’Europa. Il problema è vedere in quale direzione. Epifani fa notare che nel Trattato è recepito il Protocollo di Nizza, che definisce la cittadinanza come unione indivisibile di diritti civili e sociali. Si deve buttare anche quello?

La Francia, Domenico Siniscalco, la vede in chiave Patto di Stabilità. Ed è contento che si deva ridiscutere «anche in riferimento all'Italia, e della gestione delle prospettive di bilancio europee e dell'agenda di Lisbona».

Insomma, non è ancora morta la vecchia Europa e quella nuova tutti già la “tirano per la giacchetta”.www.unita.it


L’incertezza regna dopo il Non
Cosa significa per gli altri Paesi il No della Francia?
Il Presidente Chirac (foto ufficiale) Come possono gli altri governi ratificare un trattato che è stato effettivamente sotterrato dai francesi? Riusciranno i governi di Olanda, Polonia, Repubblica Ceca, Irlanda, Danimarca e, ovviamente, Gran Bretagna ad assicurarsi l’appoggio dei propri elettori?

Una mela marcia rovina tutta la cesta

Ovviamente, il No francese crea una crisi istituzionale per l’Ue, però è improbabile che la Francia sarà costretta ad abbandonare l’Ue come aveva ironicamente suggerito l’anno scorso il Presidente francese Jacques Chirac a proposito di un eventuale No della Gran Bretagna. Ciò non toglie che in altri stati membri le campagne pro-Costituzione saranno indubbiamente minate dal No francese. Anche se molti Paesi hanno già annunciato la propria intenzione di portare avanti il processo di ratificazione – presumibilmente con la speranza che se tutti gli altri dicono Sì, i francesi saranno costretti a ripensarci – non è di buon auspicio per futuri referendum che la Francia, Stato fondatore e forza propulsiva dell’Unione Europea, abbia detto No. Un altro effetto a catena si propaga in quelle Nazioni che stanno ansiosamente aspettando di diventare parte dell’Unione Europea, in quanto una delle ragioni del rifiuto della Costituzione è che il referendum agiva anche da plebiscito su altri problemi, vale a dire l’ulteriore allargamento dell’Unione alla Turchia.

La Gran Bretagna voleva il Non?

Ma veniamo alle chances della Costituzione nella scettica Gran Bretagna. L’assenza, nella recente campagna per le Politiche, della questione Europa , nega all’Europa stessa l’opportunità di modellare la politica britannica. Il premier Tony Blair, nel momento in cui intraprende il suo terzo mandato al governo, sa che il “non” francese avrà un grosso impatto sui suoi sforzi di ratificare la Costituzione. Inoltre, sarà la Gran Bretagna a dover raccogliere i cocci, quando in luglio assumerà la presidenza europea, il rifiuto francese sarà la prima pratica da sbrigare. Tuttavia la maggioranza dei cronisti concordano sul fatto che Tony Blair stesse sperando di ottenere esattamente questo risultato. Dopo tutto, quando la prima bozza del Trattato venne stilata, tutti gli occhi erano puntati sulla Gran Bretagna, che si presupponeva essere probabilmente la più restia ad accettare l’idea di una Costituzione. Sebbene abbia recentemente detto ai cronisti che la Gran Bretagna avrebbe indetto un referendum indipendentemente dal risultato francese, sembra improbabile che Blair scelga di procedere ad una consultazione rischiosa in cui non avrebbe niente da guadagnare. A tale proposito, grazie al No francese, il referendum britannico, passato in secondo piano, diventa una prospettiva difficile per un Blair già alle streme, e gli concede più tempo e spazio per concentrarsi su problemi di politica interna, come quello della riforma dei servizi pubblici.

Dall’altro lato, sarà molto più difficile, per la presidenza britannica dell’Ue, andare avanti col programma liberista che desidera, in quanto a determinare la scelta di gran parte di coloro che hanno votato contro la Costituzione in Francia è stata la sua natura liberista («libérale» in francese ndr). Infatti, il Presidente francese potrebbe anche finire col biasimare le idee anglosassoni per la sua umiliante sconfitta. C’è il presentimento che la risposta di Chirac potrebbe essere la creazione di un’Europa a più velocità. In Francia, l’idea di un “nocciolo duro” europeo, formato dai sei stati fondatori (Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi) e allargato alla Spagna, ha iniziato a farsi strada contemporaneamente al declino dell’influenza francese a Bruxelles. Inoltre, sembra che a considerare questa idea non sia solo la Francia. Secondo l’International Herald Tribune, il cancelliere tedesco Gerhard Schröder avrebbe già redatto un "piano B" provvisorio, in previsione di un No britannico, nel quale una cerchia ristretta e limitata di Stati membri opererebbe congiuntamente all’interno dell’Ue. Nel caso in cui l’idea di questa “avanguardia” divenisse realtà, la Gran Bretagna potrebbe trovarsi di fronte a una situazione di isolamento mentre gli stati che sono diventati membri più recentemente si sentirebbero rifiutati: non si tratterebbe proprio della ricetta giusta per formare un’Europa forte e unita.

Ci sono talmente tante variabili che rendono tutt’altro che chiara l’idea di quali potrebbero essere le conseguenze precise derivanti dal No francese. Quel che è certo, comunque, è che l’Unione Europea ha subito la più grave battuta d’arresto della sua breve storia e ora si trova davanti a un periodo di incertezza senza precedenti.
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Leo Wood - Leeds

Cominciano i veti disonesti

Perchè Boselli deve mettere il veto su Tonino Di Pietro nella lista prodiana dell'Ulivo? Perchè Tonino è giustizialista? O solo perchè è troppo onesto?
www.caravita.biz

Paura del contagio francese. In Olanda il fronte del “no” non si sente più solo e cresce




Francia ed Europa accusano il colpo. Pesa il 55per cento dei voti contrari alla nuova costituzione europea. Il presidente francese Jacques Chirac usa toni rassicuranti con i partner europei – la Francia, scandisce, continuerà a lavorare per l’integrazione europea – ma, intanto, a sottolineare la gravità delle conseguenze politiche della consultazione di domenica dà il benservito al premier Jean-Pierre Raffarin, aprendo la strada all’arcinemico Nicolas Sarkozy. Ma in realtà è lo stesso Chirac, ora, a rischio. Per il settanduenne presidente è suonata in piazza la fatale parola “dimissioni”.
La pesante svolta voluta dagli elettori solleva interrogativi profondi sul futuro dell’Unione secondo il ministro degli esteri britannico Jack Straw. Nove paesi hanno già approvato il Trattato, tra cui Italia e Germania. Ma perché esso entri in vigore, occorre la ratifica di tutti e 25 gli stati membri. «C’è un rischio di contagio», ammette il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso alla tv francese Lci.
Nei Paesi Bassi si svolge domani un referendum consultivo sulla costituzione Ue, e i ministri olandesi hanno invitato l’elettorato a non tener conto del risultato in Francia. Un “no”olandese, come i sondaggi prefigurano, spingerebbe la Ue in una crisi ancora più nera. Ma gli ultimi sondaggi nel paese dei tulipani lasciano ben poco spazio alle previsioni rosee. La bocciatura francese ha indebolito ulteriormente il fronte del sì. Secondo un sondaggio dell’istituto Maurice de Hond, i sostenitori del no sfiorano ormai il 60 per cento, mentre quelli del sì sono scesi dal 43 per cento di sabato scorso al 41 per cento di ieri.
Inevitabilmente, non sono solo l’Europa e le sue istituzioni finiscono nel ciclone francese. In ogni paese, il fronte euroscettico alza la cresta e la voce, strumentalizzando il voto di domenica per polemiche domestiche. È il caso di Giulio Tremonti che inveisce contro la burocrazia europea e la conduzione della Commissione Ue degli ultimi cinque anni. «Affidare un paese o l’Europa a questa gente che ha fatto tanti errori è come mandare Hitler all’Onu, perché loro non sono la soluzione ma la malattia». «Questa indicazione emerge dal voto europeo: è una cosa che hanno capito i popoli». Per il leader del Prc Bertinotti «tutta la classe dirigente italiana esce indebolita da questo voto, da Fassino a Fini. Il Professore non ha alcuna responsabilità in più o meno. Se si verifica un’alta marea o un terremoto si accusa Prodi, mi sembra veramente buffo».
www.europaquotidiano.it/


Accountability, accountability, accountability
L’Europa del No sarà costretta ad imparare l’inglese. Per offrire una alternativa finalmente democratica all’impasse della Costituzione europea.

Giscard d’Estaing, Presidente della Convenzione che ha redatto la Costituzione United Colors of France: quanti colori ha il No della Francia al trattato costituzionale europeo? Sinistra e destra, liberali e antiliberali, pacifisti e rivoluzionari, nazionalisti e federalisti, estremisti e moderati, vecchi e giovani, laici e religiosi, donne e uomini. Non si era mai visto un fronte politico tanto trasversale ed eterogeneo. Da Jean-Marie Le Pen ad Attac quasi mai nella storia europea esperienze politiche e culturali tanto diverse ed apparentemente contradditorie si sono trovate d’accordo sulla stessa posizione.

United Colors of France

Ma il mondo complesso degli “United Colors of France” non sarebbe mai riuscito a vincere soltanto sulla base di una agenda tutta nazionale, tutta patria, tutto nazionalismo. La vittoria del No è la vittoria innanzitutto di un malessere diffuso nella società francese – ed in tutta Europa – nei confronti di un “modello europeo” in cui al costo sociale della disoccupazione più stantìa del mondo non corrisponde il beneficio della democrazia. E’ la sconfitta di un mondo in cui l’agenda politica dell’Europa non è decisa – come accade nel sistema federale degli Stati Uniti – da un voto democratico, ma da un intreccio di livelli decisionali in cui è impossibile rintracciare la responsabilità politica di chi governa. E’ la sconfitta anche di elites politiche europee che si sono dimostrate – come spesso accade – più timide e più arretrate delle rispettive opinioni pubbliche.

Non basta un voto per rifare l’Europa

Ma – attenzione! – la vittoria del malessere attuale non si tradurrà necessariamente in una marcia verso il benessere futuro. Un voto non basta a rimettere la costruzione europea sulla giusta carreggiata: il processo iniziato a Parigi va avviato sul binario della rettifica di questa Costituzione europea evitando di commettere di nuovo gli errori del Presidente della Convenzione che l’ha redatta, Giscard d’Estaing.

Voglio una Costituzione di 7 articoli

E allora se nuova Convenzione ci sarà, che sia eletta democraticamente e non nominata per cooptazioni dai governi e dai parlamenti. Se un nuovo testo costituzionale dovrà essere scritto, che non sia una semplice fotografia dell’esistente, ma dia una missione all’Europa. Se nuovi testi costituzionali dovranno essere inviati ai cittadini, che non siano più lunghi della Costituzione americana (di soli 7 articoli). Se una nuova coabitazione andrà trovata tra Bruxelles e le capitali nazionali, si preferisca una netta separazione delle competenze al vago principio di sussidiarietà. Se un nuovo metodo decisionale dovrà essere individuato, si scelga la democrazia federale. Se un nuovo referendum dovrà essere organizzato, che sia una consultazione paneuropea e non una cosa fatta in casa, tra francesi e francesi.

Non è il ritorno alla Nazione ed il ritorno ai vecchi tempi del franco ad aver vinto. E’ stata la consapevolezza dei limiti di questa Europa ad aver affossato per sempre la Costituzione di Giscard: e sarà solo tornando in Europa con più federalismo e più democrazia che si potrà finalmente superare la crisi aperta a Parigi.
Accountability, accountability, accountability: solo così gli United Colors of France contribuiranno agli United States of Europe.
Nicola Dell'Arciprete - Den Haag, Olanda www.cafebabel.com/it/

Documento del Movimento federalista Europeo
L'Europa é ad un bivio: o un Governo federale o la decadenza irreversibile dell'Europa



I francesi hanno detto No non solo alla Costituzione europea, ma ad una classe politica che ha sempre concepito l'Europa come un mezzo per conservare meglio il potere nazionale.
Questa classe politica ha voluto una Costituzione a mezza strada tra un'Europa federale e un'Europa intergovernativa; ha voluto una Costituzione senza un governo europeo capace di rispondere con politiche adeguate alle attese dei cittadini; ha voluto ratificare la Costituzione europea con procedure nazionali e non con un referendum europeo, che avrebbe evitato lo scatenamento delle lotte intestine tra correnti di partito e tra partiti per la conquista del potere nazionale.
Questa classe politica deve assumersi la responsabilità del fallimento del progetto europeo.
Se l'Europa non avanza, retrocede. In questo momento di smarrimento, si fa largo l'idea che si possa rabberciare l'Europa con qualche pezza intergovernativa, appiccicata qua e là, per non fare affondare la barca.
Ma già si levano voci, anche tra le forze di governo di alcuni paesi, per dire che il progetto di Costituzione era prematuro, che era troppo avanzato, che l'Unione monetaria è un vincolo troppo stretto per le politiche nazionali, che lo stato sociale si difende meglio tra le mura nazionali, che occorre ritornare al protezionismo e all'Europa delle piccole patrie, alla cui sicurezza veglierà il governo di Washington. La decadenza dell'Europa comincia con la rassegnazione.
Il suo vero nome è egoismo nazionale. E' l'illusione che la ricchezza accumulata e la pace conquistate nel dopoguerra possano durare per l'eternità. Non è così.
Nel 1954, la Francia ha respinto insieme alla CED, il primo progetto di Costituzione europea. Mezzo secolo di grigia integrazione economica è passato prima che si potesse rilanciare un progetto politico di Unione. Oggi, la rassegnazione allo status quo, segnerebbe probabilmente l'inizio della fine della costruzione europea.
Il mondo non aspetta l'Europa. Popoli più coraggiosi e forti, perché uniti politicamente, si stanno affacciando sulla scena della grande politica mondiale, come la Cina e l'India che presto dialogheranno alla pari con gli USA, la Russia e il Giappone. Gli stati nazionali europei, divisi e impotenti, finiranno per perdere insieme alla loro dignità e indipendenza, anche il benessere e la pace.
I federalisti chiedono al Parlamento europeo, a tutte le forze politiche che hanno partecipato alla Convenzione europea, ai governi più consapevoli, in particolare ai Paesi fondatori, di rilanciare subito il processo costituente.
L'Europa non può fare a meno della Francia, così come la Francia non può fare a meno dell'Europa. Occorre dare una risposta alla richiesta dei cittadini per un'Europa democratica, pienamente legittimata dalla volontà popolare.
Occorre convocare un'Assemblea costituente Europea. Non si costruisce l'Europa democratica e dei cittadini con la diplomazia e i Trattati internazionali.
Basta con le Conferenze intergovernative.
L'Assemblea costituente potrà essere eletta direttamente dai cittadini europei, oppure potrà essere formata dai rappresentanti del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali, sul modello della Convenzione.
Ciò che importa è che i legittimi rappresentati del popolo europeo ricevano un chiaro mandato, da parte dei paesi che intendono dar vita a un'avanguardia federale, di redigere un nuovo testo di Costituzione europea da sottoporre alla ratifica mediante un referendum europeo.
La Costituzione entrerà in vigore con i paesi che la vorranno.
L'Europa è a un bivio. Chi non si assume la responsabilità del rilancio costituente si è già rassegnato alla decadenza nazionale.

Movimento Federalista Europeo



"Reporter sotto tiro". Hollman Morris: l'impegno di un giornalista tra la vita e la morte
di Roberto di Nunzio

Bogotà. E’ la prima volta che Hollman Morris si lascia intervistare davanti una telecamera parlando del suo lavoro e delle ripetute minacce di morte che ha subito e che continua subire. E lo ha fatto davanti la telecamera e il taccuino di Simone Bruno, corripondente di Reporter Associati dalla Colombia. Una video-intervista drammatica ed esclusiva della quale nei prossimi giorni publicheremo integralmente il testo. Intanto Reporter Associati ha deciso di "adottare" Hollman Morris e farsi carico di diffondere il suo caso davanti l'opinione pubblica italiana e internazionale. Per una doverosa risposta di solidarietà verso un reporter messo sotto accusa e minacciato di morte con la sola accusa di compiere il propio mestiere.

Hollman Morris, è un giornalista, un reporter televisivo e un esempio di impegno professionale. Tra i pochissimi giornalisti indipendenti della Colombia, il paese più pericoloso al mondo dove svolgere il mestiere di giornalista dopo l'Iraq. Da due anni produce, e conduce una trasmissione televisiva di approfondimento giornalistico che si chiama “Contravia”.

I programmi televisivi di attualità o di approfondimento politico in Colombia praticamente non esistono: la programmazione tv consiste esclusivamente in telenovelas e reality show importati dagli Usa.

“Contravia” va in onda sul primo canale della tv pubblica alle 23 con ottimi ascolti (per la Colombia) superiori al milione di telespettatori per puntata. La caratteristica di “Contravia”, realizzato con un due “telecamere a spalla” (che potremmo paragonare per stile e contenuti al vecchio “Samarcanda” di Michele Santoro) è di trasmettere dall’esterno degli studi televisivi in mezzo ai cittadini, spingendosi fin nelle aree rurali del paese.

Le telecamere entrano nelle “zone calde”, dove avventurasi è una scommessa con la vita, consenteno ai cittadini di parlare dei soprusi che sono costretti a subire. "Contravia" è davvero qualcosa di “straordinario” per la Colombia. Un paese dove non è certo difficile essere arrestati e persino essere uccisi per molto meno.

Hollman Morris ha vinto molti premi giornalistici internazionali e presto riceverà a New York un riconoscimento assegnatogli da Human Right Watch (HRW) per l’impegno di “Contravia” in favore dei diritti umani. Hollman è stato minacciato di morte molte volte, ma in questi ultimi giorni la situazione per lui è diventata davvero insostenibile.

Alle continue. esplicite e ripetute minacce di morte si è aggiunto la scorsa settimana un sinistro avviso: qualcuno ha lasciato davanti la porta della sua casa una corona funebre di fiori che riportava in evidenza il suo nome. Ad aprire la porta di casa per ricevere il macabro trofeo è stata la figlia di Hollmann di appena quattro anni. Hollman vive ormai blindato tra la sua abitazione e gli studi tv, da dove continua, nonostante tutte le minacce subite, a condurre il suo programma.

Le autorità colombiane, che hanno sempre mal sopportato "Contravia" e il suo conduttore, si sono rifiutate fino all'ultimo di proteggerlo ma poi, visto che la sua sicurezza veniva garantita solo dagli amici e dai collaboratori che non lo lasciavano solo neppure per un istante, hanno deciso di fornire un servizio di scorta a Hollman Morris..

Roberto di Nunzio
r.dinunzio@reporterassociati.org



Quando il cuore dice no al corpo

di Timothy Garton Ash



Per i francesi dire NO all’Europa è come per gli inglesi dire NO alla carne di manzo o per i russi dire NO alla vodka. O, forse, come per il cuore dire NO al corpo.

Ieri la Francia non solo ha detto NO a un singolare e scomodo trattato costituzionale, nonostante il suo principale fautore fosse proprio un francese. Ha detto NO a ciò che è diventata l’Europa, dalla caduta del muro di Berlino in poi. NO a un’Europa troppo allargata dove la Francia non ne è più alla guida. NO alla prospettiva dell’ingresso della Turchia. NO alla riforma economica in stile anglosassone: deregulation, liberalismo sfrenato, thatcherismo importato via Bruxelles.

E, naturalmente, NO al lupino Jacques Chirac, al governo francese e alle elites che la gente ritiene causa di fallimento.



È stato il NO della paura. Paura di perdere il proprio lavoro per il nuovo proverbiale idraulico polacco. Paura dell’immigrazione. Paura del cambiamento. I NO dei comunisti e i NO dell’estrema destra sono stati piuttosto differenti tra loro, ma hanno avuto una cosa in comune: la paura.



Gli storici del futuro segneranno il 29 maggio 2005 come l’inizio della fine dell’Unione Europea? Sarebbe sciocco non ammettere questa possibilità. Tutti i tentativi di unire l’Europa, a partire dai tempi dell’impero romano, sono falliti. Perché mai questa dovrebbe essere l’eccezione? Diversamente da tutti i primi imperi, l’impero post moderno dell’Unione europea principalmente si fonda sul consenso delle persone. Non solo in Francia, ma in tutti i paesi membri i cittadini UE avvertono sempre più come l’Unione Europea non rappresenti per loro un garante.

Il risultato del referendum francese mostra come il progetto europeo debba essere garante degli interessi dei cittadini UE. Se essi non si sentono rappresentati, il progetto fallisce.



Oggi si possono sentire le voci che, dall'altra parte, assicurano come si sia trattato soltanto di un imprevisto nel lungo cammino da percorrere verso il definitivo assetto dell'Unione. L’Unione Europea ha sempre camminato facendo “due passi avanti e uno indietro”. Dopo un periodo iniziale di confusione, i nostri leader se ne sono usciti con un trattato costituzionale in forma ridotta che preserva la maggior parte dei cambiamenti istituzionali mirati ad allargare i territori dell'Unione per farne un'entità più solida.



Gli ottimisti suggeriscono che gli obiettivi alla base del processo di ratificazione del trattato UE potranno essere raggiunti il prossimo autunno. Questo è stato il senso della prima reazione di Chirac la notte scorsa.

I paesi che hanno detto NO possono chiedere di essere interpellati di nuovo. I più ottimisti suggeriscono che, attraverso maggiori interventi a sostegno della Costituzione da parte dei leader europei, i NO potrebbero trasformarsi in SI: già, proprio come l'acqua si trasforma in vino.



Io non lo credo. Nello spettro dei livelli di gravità ipotizzabili, dallo scenario apocalittico al semplice mal di denti, io metterei questa crisi a metà strada. Il risultato del referendum in Francia non avrà un effetto domino sul voto olandese di questo mercoledì. Se due tra i membri fondatori dell’Unione Europea dovessero rigettare il trattato, è improbabile che gli elettori di Danimarca e Polonia il prossimo autunno scelgano diversamente. E i pezzi del domino potrebbero continuare a cadere.



A questo punto o si avrà un altro anno contrassegnato dall'incertezza oppure arriverà il momento in cui i leader dell'Unione Europea dovranno affrontare la realtà. Ebbene, a tal proposito risulterà decisiva la linea che seguirà la presidenza inglese dell'Unione dal prossimo luglio. Probabilmente questa sarà l'azione più significativa che Tony Blair potrebbe compiere prima di passare il testimone a Gordon Brown. Blair è salito al potere nel 1997 promettendo di risolvere la storica ambiguità inglese riguardo al proprio rapporto con l'Europa. In questo ha evidentemente fallito, e ora si deve confrontare con qualcosa di ancora più importante: l'ambiguità dell'Europa verso se stessa.



In merito al rilancio del progetto europeo, Blair si ritroverà ad avere alcuni inaspettati alleati. Un indebolito Chirac potrebbe dover richiamare il francese preferito da Downing Street, Nicolas Sarkozy, per prendere il posto di primo ministro. Un combattivo Gerhard Schröder sembra in aria di sconfitta nelle elezioni tedesche del prossimo autunno contro Angela Merkel che, come Blair, è sia pro-europea che pro-americana.



Chirac e compagnia possono cercare di addossare la colpa della sconfitta all'Inghilterra; la riforma economica, il dibattito sul budget europeo e l'apertura alla Turchia potrebbero tutti essere rimessi in discussione. Uno dei più grandi problemi dell'Unione Europea è che la gente in diverse nazioni si oppone al trattato per diverse e incomparabili ragioni. E alcune delle più profonde cause di malcontento si dimostrano incontrollabili: ad esempio, l'ascesa di Cina e India che stanno mettendo in crisi il mercato del lavoro europeo.



L'ultima volta in cui la Francia ha rifiutato un importante progetto europeo è stato più di mezzo secolo fa, quando la proposta di creare la European Defence Community (Comunità della Difesa Europa) è stata bocciata dal parlamento francese. La diplomazia britannica ha poi rappezzato lo strappo sostituendola con la Western European Union (Unione Europea Occidentale). Il miglior compromesso, niente di più.

Ieri la Francia ha di nuovo calciato la palla dall'altra parte della Manica, verso Downing Street.





Fonte: http://www.guardian.co.uk/eu/story/0,7369,1495487,00.html

Traduzione a cura della redazione di Nuovi Mondi Media










maggio 30 2005

Catricalà e Calabrò alla prova d’autorità


di ALBERTO STATERA


La Consob ha finalmente battuto un colpo sulla violazione delle regole di mercato della Bpl e del suo patron Gianpiero Fiorani nella vicenda Antonveneta. Ora tocca all'Antitrust e all'Authority per le Comunicazioni dimostrare, se potranno, che la breve stagione italiana delle Autorità indipendenti non è finita, che il riflusso nella politica politicante e nella scia dei grandi interessi monopolistici non le ha prematuramente seppellite.
Le condizioni francamente non sono delle migliori. Alla presidenza dell'Antitrust siede Antonio Catricalà, giurista stimato, consigliere di Stato, che, a parte il vizio di citare nei suoi discorsi la settima lettera di Platone scritta nel 353 avanti Cristo, ha un altro piccolo neo: è stato fino a sei mesi fa segretario generale di Palazzo Chigi, cioè il burocrate più alto in grado del governo Berlusconi. Uno dei compiti più ingrati che lo attendono è ora di decidere se Mediaset e Fininvest violano le regole del mercato. Se ci fosse un'autorità veramente indipendente avrebbe già dichiarato il conflitto d'interessi per Catricalà, che peraltro è un signore non sgradito al centrosinistra con marcate stimmate democristiane, a dispetto del padre, vecchio repubblicano mazziniano calabrese. Con lui nella nuova brigata che deciderà se Mediaset gode di posizione dominante ci sono anche Giorgio Guazzaloca, ex sindaco polista di Bologna, commerciante di carni di mestiere, e Antonio Pilati, antico consulente di aziende berlusconiane. Per il momento, confidiamo sulla loro terzietà, come ottimisticamente presumiamo abbiano fatto Pera e Casini nel nominarli.
Non meno singolare per un paese normale è la storia recente di Corrado Calabrò, consigliere di Stato appena insediato alla presidenza dell'Authority delle Comunicazioni.
Poeta di pregio ("Rocca stocastica", "Ecce tibi filius", "Stanca le ali", alcune delle sue principali raccolte di poesie), è anche apprezzato romanziere: l'ultima sua fatica letteraria è intitolata "Deliri d'amore" e narra di un signore con un coso "grosso come un Wurstel" e di una signora con una cosa "vogliosa come una mula". Niente di male, se non fosse che il numero dei consiglieri di Stato prestati alla letteratura e alla filosofia è tale da far pensare che le sentenze siano la loro più leggera occupazione.
Calabrò viene dal Tar del Lazio ed è stato designato alla presidenza dell'Authority per le tlc proprio nel momento in cui siglava la sentenza di esclusione di Alessandra Mussolini dalle elezioni regionali, ciò che tuttavia non ha impedito la sconfitta di Francesco Storace.
E il solito Tar del Lazio è quello che ha respinto la domanda di sospensiva dell'Abn Amro contro il provvedimento con cui la Banca d'Italia ha autorizzato la Banca Popolare di Lodi a crescere nel capitale Antonveneta. Per non dire dell'accoglimento del ricorso Telecom contro la sanzione di 152 milioni inflitta nel novembre 2004 dall'Antitrust per comportamento anticoncorrenziale: la multa era eccessiva e i comportamenti illeciti non sufficientemente motivati.
Catricalà e Calabrò hanno il tempo e le occasioni, se vogliono, per dimostrare la loro autonomia e la loro indipendenza di giudizio, nonostante qualche conflittino (chi non ne ha?). E di dar torto al professor Marcello Clarich che in un libro appena pubblicato dal Mulino sulle autorità indipendenti sostiene che la politica, come i giunchi, dopo Tangentopoli ha risollevato poco a poco la testa e ha "rimesso in riga" gli organi che dovrebbero far rispettare le regole del mercato e difendere i consumatori dagli abusi dei monopolisti e dei politici stessi, approfittando anche del groviglio di competenze tra autorità, magistrature amministrativa e ordinaria.
Ma il dottor Catricalà direbbe con Aristotele, che ama quanto e forse più di Platone, che lui non rispetta né l'ideologia politica, né la condivisione dello schieramento, ma solo "ciò in ragione di cui". Ora può dimostrarlo.
statera@ilpiccolo.it





Il tenore di vita è a rischio, se non puntiamo sull’export venderemo i gioielli di famiglia


MARCO PANARA


Giovanni Cagnoli è un consulente, guida la Bain in Italia e ha tra i suoi clienti aziende grandi medie e piccole, pubbliche e private, manifatturiere e di servizi. La sua professione gli consente di incrociare settori diversi e di vedere le aziende dal di dentro. Come tutti è preoccupato e come molti vede un fantasma: l’Argentina. In più ha un’ossessione, l’export.
«E’ la situazione che mi fa pensare all’Argentina, l’euro per noi è come la parità con il dollaro per gli argentini, una moneta forte e internazionale con un sistema fiscale ed economico che sono invece molto nazionali e fragili, con tutte le tensioni che questo comporta. E in un quadro come questo l’export è centrale».
Perché?
«Nel 2004, per la prima volta dopo molti anni, la bilancia commerciale è stata negativa, più o meno per due miliardi di euro, lo 0,15 per cento del pil. Nel 2005 presumibilmente lo sarà ancora, questa volta di otto miliardi di euro, lo 0,6 per cento del pil».
Non sono cifre drammatiche.
«Lo è la tendenza, perché in un paese che ha come valuta l’euro, e che quindi non può stampare moneta per coprire i buchi, i soldi che non entrano con le esportazioni possono arrivare solo in due modi: con gli investimenti esteri diretti, che sarebbe la soluzione migliore, ma che in Italia non arrivano perché ben pochi trovano facile e conveniente fare fabbriche qui, oppure con flussi finanziari, ovvero con capitali esteri che comprano titoli di stato oppure azioni e obbligazioni di imprese italiane, il che alla lunga vuol dire vendere i gioielli di famiglia. La cosa che comunque deve essere chiara è che se c’è un buco nella bilancia commerciale da qualche altra parte ci devono essere capitali in entrata a bilanciare quel buco».
Quale sarebbe il modo migliore?
«Rilanciare le esportazioni, e le spiego subito perché. Noi abbiamo tradizionalmente cinque settori trainanti, il tessile, le calzature, l’arredamento, le macchine utensili e i mezzi di trasporto. Ebbene, questi ultimi sono passati ormai in area negativa, tessili calzature e arredamento stanno soffrendo molto a causa della concorrenza cinese (i primi due) e anche di quella dei paesi dell’est (il terzo). Regge invece ancora il settore delle macchine utensili, che è una galassia di nicchie, con tecnologia media e una grande capacità di personalizzazione dei prodotti. Anche in questo settore tuttavia si cominciano ad avvertire segnali di difficoltà, per esempio nell’area della stampistica, nella quale stanno arrivando le imprese cinesi, e di alcune applicazioni anche delicate nelle quali fanno capolino imprese ungheresi e ceche. Siamo quindi a rischio in tutti i settori di forza dell’export italiano».
Non possiamo lavorare per far crescere all’interno i settori nei quali siamo importatori?
«Non ci sono molti margini perché i grandi settori di importazione sono i prodotti energetici, che continueremo a comprare all’estero sempre di più e a prezzi più alti, il settore dell’informatica e delle telecomunicazioni, dove produciamo molto poco e dobbiamo anzi aumentare le importazioni di software e di computer per accrescere la produttività, e il settore farmaceutico di cui in Italia è rimasto molto poco e la cui domanda invece continuerà ad aumentare. Come vede su quel fronte molte speranze non ci sono, anche se tra le voci negative della bilancia commerciale ci sono cose surreali come l’alimentare».
Se questo è il quadro la prospettiva qual è?
«Se i settori di forza del nostro export arretrano e i consumi dei prodotti importati aumentano, la prospettiva è di un peggioramento progressivo che potrebbe portarci nel giro di trecinque anni a una bilancia commerciale negativa per 30 miliardi di euro».
A quali rischi ci espone una situazione del genere?
«Se continueremo su questa strada non avremo più i mezzi per sostenere il nostro tenore di vita e cominceremo a vendere i gioielli di famiglia, e una volta venduti anche quelli si farà forte la tentazione di liberarci dell’euro, e quella sarebbe la più grande patrimoniale della storia, uno shock colossale. Capisce perché parlavo di Argentina?»
Di chi è la responsabilità di tutto questo?
«Della struttura produttiva del paese e di un lunga catena di errori di politica economica negli ultimi decenni. Ma quello che conta a questo punto non sono gli errori fatti in passato ma come affrontare il futuro».
Appunto, come?
«La situazione non si ribalta con una manovra, perché i macro trend sono chiari e noi non possiamo rinunciare a comprare information technology, farmaci o petrolio. Io ritengo necessaria una forte politica di incentivi all’export sul lungo periodo».
Che significa?
«Significa che se ho un figlio che è sulla buona strada io lo aiuto a continuare. Vuol dire che se c’è qualcuno che esporta io trasferisco risorse da chi opera soltanto sul mercato interno e magari in condizioni protette a chi invece produce qualcosa e lo vende all’estero. Vuol dire che se ho settori promettenti li incentivo con decisione».
In concreto...
«Prendiamo il tessile, ci sono delle nicchie, delle posizioni forti, su quelle bisogna puntare sostenendole con incentivi fiscali. Lo stesso vale per il mobile e per le calzature. Aiutiamo le macchine utensili ad alzare il livello tecnologico...»
Lei ha usato l’aggettivo ‘surreale’ per definire il deficit della bilancia alimentare.
«Lì c’è una quota di deficit strutturale che riguarda il pesce e la carne, ma ci sono possibilità enormi di esportazione per il cibo lavorato, per il precucinato, per il dietetico, e abbiamo anche imprese che possono essere valorizzate. Aggiungo il turismo, dove sulle imprese c’è molto da lavorare, ma che è un settore che più che surreale sarebbe delittuoso trascurare. Ma, prima di tutto, è una campagna culturale quella che dobbiamo fare».
Campagna culturale?
«Smettiamola di celebrare gli imprenditori che comprano per operazioni finanziarie di breve termine o che acquistano partecipazioni per immagine o per potere. Celebriamo invece le aziende che esportano, perché sono quelle che portano acqua al mulino del benessere. E rendiamoci conto anche che questo è un problema più duro e difficile della finanza pubblica, perché non ce la dobbiamo vedere solo tra di noi, ma partecipare a una competizione mondiale furibonda».
Sul piano interno quindi non c’è nulla da fare?
«Tutt’altro, dobbiamo fare sì che anche all’interno la competizione sia durissima, anche se ci saranno morti e feriti. Ma è un passaggio essenziale, per due ragioni: la prima e più importante è che così si abbattono i costi per i consumatori e per le imprese, aumentando la competitività internazionale di quelle che esportano; la seconda è che se ci troveremo a vendere gioielli di famiglia almeno dobbiamo cercare di non vendere anche le rendite connesse».
Si riferisce alle banche?
«Non solo, ma l’esempio è chiarificatore. Noi non possiamo e non dobbiamo chiudere le porte a nessuno, ma dobbiamo proteggere e aumentare la qualità del mercato, perché sia ben venuto chi investe e porta risorse, ma sarebbe un doppio danno vendere i gioielli e anche dare a chi arriva posizioni protette. Non dobbiamo incentivare le rendite ma piuttosto incentivare l’export».
Il problema di fondo resta però che le nostre aziende sono troppo piccole e in settori a basso valore aggiunto. Come si fa a spostarle?
«E’ fondamentale il ruolo del sistema bancario, perché più che aiuti fiscali alla fusione può moltissimo l’allocazione del credito. Le tre o quattro grandi banche nazionali possono aiutare questo processo allocando le risorse dove c’è la qualità del management, e questo sia per tutelare meglio il loro rischio sia per l’equilibrio del sistema paese. Penso che Basilea II possa essere una leva in questa direzione».
Le banche lo stanno facendo?
«In modo diverso, Intesa da Unicredito da San Paolo, ma stanno cominciando a farlo. Meglio sarebbe che ci fosse stata una politica intelligente di accorpamenti tra questi gruppi, ma così vanno le cose in Italia e oggi le grandi banche nazionali sono di fronte ad un problema esistenziale: concentrare i rischi sul paese o bilanciarli investendo fuori».
La politica è in grado di affrontare tutto questo?
«La cura è da cavallo, e solo un governo con un respiro molto lungo davanti e con una forte connotazione di leadership può affrontarla. Perché la cura dovrà essere davvero brutale».
Nuove tasse?
«Da qualche parte si dovrà cominciare ma è difficile immaginare che si possano aumentare le tasse sulle persone fisiche e sulle imprese».
Allora le rendite.
«Un riequilibrio della tassazione sulle rendite finanziarie è opportuno, stando però bene attenti ad evitare la trappola del lordismo, e poi l’Iva».
Che cosa è il lordismo?
«Chi compra titoli di Stato dall’Italia paga la ritenuta del 12,5 per cento, chi compra gli stessi titoli dall’Irlanda invece no, e allora bisogna fare in modo che non si finisca tutti a comprare Bot dove non si pagano le tasse».
Un intervento sull’Iva è realistico?
«In assenza di inflazione l’Iva si può toccare. E’ una tassa tendenzialmente progressiva perché compra di più chi ha di più, ed è difficilmente evadibile. A proposito di evasione: tecnicamente sappiamo come si fa a combatterla, sarebbe ora che qualcuno decidesse di combatterla davvero».
www.repubblica.it/supplementi/af/



Prodi schiera i suoi volontari
Consulto popolare sul programma. E lo Sdi attacca Rutelli


da Repubblica - 30 maggio 2005

ROMA - La "Fabbrica" di Romano Prodi accende i motori e parte con una "campagna di ascolto degli italiani". Un progetto che prevede di intervistare almeno 80 mila persone, dalle quali raccogliere suggerimenti e proposte che finiranno nel programma dell´Unione. Ad ascoltare le voci degli elettori saranno 1000 volontari che lavoreranno nel padiglione colorato di giallo che ospita la sede della "Fabbrica". Ieri il Professore ha salutato i primi 500 che sonderanno gli italiani. Da Creta, dove è in vacanza, Prodi ha detto ai volontari: «Mi conforta vedere che in questi giorni difficili la vostra passione e il vostro impegno non sono venuti meno, anzi, si sono rafforzati. Vi ringrazio per quello che fate e farete per il successo del nostro e vostro progetto». Il Professore conta molto sull´iniziativa battezzata "Dite la vostra sul programma". «Il vostro lavoro - dice ai volontari - ha una grande importanza per il progetto che stiamo realizzando. Il paese attraversa un momento di estrema difficoltà e per ripartire ha bisogna di un governo autorevole, stabile e coeso».
Nella sua telefonata, Prodi accenna ai "giorni difficili" che sta vivendo l´Ulivo. Giorni che non sembrano proprio finire. Ieri a litigare ci hanno pensato lo Sdi di Enrico Boselli e la Margherita. Il leader dei Socialisti democratici apre infatti la direzione nazionale del partito ammonendo Francesco Rutelli: «Se la Margherita si sottrae al processo di costruzione dell´Ulivo, ciò non è un fatto di poco conto. Anzi, determina un vero e proprio punto di crisi che è necessario superare. La Margherita che divorzia da Prodi è una cosa diversa dalla Margherita ideata da Prodi». Boselli nella stessa circostanza provvede anche a chiudere la porta della Federazione, orfana della Margherita, ad Antonio Di Pietro e Oliviero Diliberto. La lista deve avere una netta caratterizzazione riformista, spiega il segretario dello Sdi. Dunque ne dovrebbero fare parte i diessini e i repubblicani della Sbarbati. Ma il problema principale, per Boselli resta lo strappo di Rutelli. «Ora se non si presenta la lista unitaria alle prossime elezioni politiche è del tutto evidente che - conclude - entra in crisi il progetto dell´Ulivo».
Le parole di Boselli non sono molto piaciute alla Margherita. Riccardo Villari, responsabile Mezzogiorno, replica a muso duro: «Boselli ci ammonisce, indicandoci inoltre la via da seguire per i referendum. La reazione al nostro democratico dibattito interno ha evidenziato come qualcuno, nel centrosinistra, si senta più uguale degli altri, ritenendo di possedere il copyright del riformismo e concedendolo agli altri, a propria discrezione». Villari accusa Boselli di considerare tanto poco l´apporto della Margherita «che la lista riformista con Ds e Sdi non è una novità ma è sufficiente aggiungere una ‘"spruzzata" della Sbarbati e il gioco è fatto, anche senza Dl». Il deputato della Margherita conclude che «in questi casi, invocare un po´ di rispetto per l´autonomia di ciascuna forza politica, serve anche a risparmiarci affermazioni tanto strampalate». In questo clima Piero Fassino cerca di ricomporre lo scontro. «Abbiamo bisogno di Prodi, e abbiamo bisogno della Margherita. I Ds lavorano perché sia così», dice il segretario della Quercia.
(s.b.)



Chirac: "Rispetteremo gli impegni"
Juncker: "L'Europa non si ferma"
Il ministro degli Esteri Barnier: "Una vera delusione"
Jack Lang: "Situazione grave, ma la battaglia deve andare avanti"


Jacques Chirac
nel discorso in tv
ROMA - C'è preoccupazione e amarezza nelle dichiarazioni degli esponenti del governo francese, dopo gli exit poll, giunti subito dopo la chiusura dei seggi, che indicano una larga vittoria del "no" alla Costituzione europea. E c'è la presa d'atto del presidente Jacques Chirac, che riconosce la "decisione sovrana", espressa con il referendum, precisa che la Francia "resta naturalmente nell'Unione europea" e che "continuerà a svolgere il suo ruolo nel rispetto dei suoi impegni".

Tuttavia, aggiunge il capo dello Stato francese, l'esito referendario ha creato "inevitabilmente un contesto difficile per la difesa dei nostri interessi in Europa". Il cammino delle ratifiche, ha sottolineato, comunque continuerà negli altri Paesi. Quanto al governo del premier Jean Pierre Raffarin, Chirac ha detto che prenderà una decisione entro pochi giorni.

Per il presidente di turno dell'Unione europea, il premier lussemburghese Jean-Claude Juncker, "la costruzione dell'Europa non si ferma". Pur "con il cuore pesante" dice, i leader europei porteranno avanti le ratifiche della Costituzione. Precisa che "è impossibile rinegoziare il testo del trattato" e che "il processo di adozione deve andare avanti nei Paesi" che ancora non si sono espressi. La situazione creata dal "no" francese, aggiunge, "sarà affrontata nel Consiglio europeo che si terrà regolarmente il 16 e 17 giugno". "La Costituzione - conclude - non è morta, anche se questa sera non ha acquisito nuova forza".

"Un duro colpo, ma l'Unione saprà reagire". A dirlo è il presidente della Commissione europea, Josè Manuel Durao Barroso. "L'Europa - aggiunge - deve affrontare una difficoltà, ma sarà all'altezza della sfida. Le istituzioni comunitarie continuano a funzionare normalmente".

Per il ministro degli Esteri francese, Michel Barnier, il risultato è "una vera delusione", il ministro della Difesa, Michele Alliot-Marie, parla di "una sconfitta per la Francia, una sconfitta per l'Europa", e i leader della destra francese, Jean-Marie Le Pen e Philippe de Villiers chiedono le dimissioni di Chirac.

Una "situazione grave", osserva il portavoce della campagna referendaria del Partito socialista, Jack Lang, "l'Europa è stata disgraziatamente vittima di un malcontento generale". Ma "la battaglia deve andare avanti", afferma il presidente del gruppo socialista all'Europarlamento, Martin Schulz: "il processo di ratifica deve continuare, tutti i paesi devono avere l'opportunità di esprimere la propria visione". Una giornata "molto triste per la Francia e l'Europa", ma "le voci sulla morte della Costituzione europea sono assolutamente esagerate" è il commento del presidente del Partito socialista europeo, Poul Nyrup Rasmussen: "la Costituzione Ue resta il miglior strumento possibile per creare un'Europa più prospera, con un aumento dell'occupazione e una protezione sociale più attiva".

"Se il risultato è questo, sono enormemente dispiaciuto - ha detto Romano Prodi - bisogna riflettere e ascoltare questi segnali di disagio. Ma pur tenendone conto, bisogna far proseguire lo stesso con tenacia il progetto europeo". Esulta il ministro delle Riforme, Roberto Calderoli: "si chiude la fase dell'Europa nata a tavolino e dalla carta bollata". "Ripartiamo dall'Europa dei popoli - aggiunge - che parte dal basso, con la parte comune gestita da organismi elettivi, perché oggi gli organismi europei in termini di rappresentanza democratica sono una barzelletta, e il Parlamento europeo è fumo negli occhi ai cittadini".

La vittoria del "no" fa nascere "profondi interrogativi in tutti noi sulla direzione dell'Europa", ha dichiarato il ministro degli Esteri britannico, Jack Straw. "Ora - ha detto - vogliamo un periodo di riflessione". La Bbc ha annunciato che il premier britannico Tony Blair commenterà solo domani i risultati del referendum.

Il governo spagnolo ritiene che il "no" francese sia "un intoppo, ma non una catastrofe". Un portavoce della Moncloa sottolinea che si deve continuare il processo di ratifica, già realizzato positivamente da nove paesi, inclusa la Spagna.

Secondo il leader populista austriaco, Ioerg Haider, il no della Francia al Trattato costituzionale costituisce "la nascita di una rivolta dei cittadini contro la burocrazia di Bruxelles". www.repubblica.it/


Berlusconi attacca i media: "Stravolgono la verità
REDAZIONE

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, intervenendo ieri a Bolzano alla festa per la vittoria alle Comunali del candidato-sindaco del centrodestra Giovanni Benussi, ha criticato gli organi di informazione italiani, accusandoli di stravolgere spesso i fatti.
"Il sistema dei media spesso ribalta la verità - ha sentenziato - quando arrivano le prime edizioni dei giornali e si leggono i titoli delle prime pagine spesso cadono le braccia".
Secondo il Cavaliere, che ha parlato tra l'entusiasmo dei militanti della Casa delle Libertà, per descrivere la manifestazione di Bolzano i media "non parleranno di un caldo abbraccio, ma titoleranno: Berlusconi contestato a Bolzano".

Solo pochi minuti dopo il capo del Governo è stato però davvero contestato. Un gruppo di tifosi dell'Inter lo ha infatti fischiato interrompendo il suo discorso.
"Il fatto fondamentale di un democrazia è quello di garantire a tutti la piena libertà di poter esprimere la propria posizione, il proprio pensiero - ha replicato dal palco - con comportamenti come i vostri la libertà diventa minore".www.centomovimenti.com


Sposarsi appena nati
I matrimoni tra bambini nell'India rurale






Lei è appena nata, lui ha quattro anni. Oggi si sposano. Questa situazione, inimmaginabile in Occidente, è frequente in alcune zone dell’India contadina, dove spesso gli sposi sono preadolescenti o addirittura neonati. Accade soprattutto negli Stati del Rajastan e del Madhya Pradesh, rispettivamente ad occidente e nel centro dell’immenso Paese asiatico.
“Le ragioni che spingono i genitori a far sposare i figli ancora minori – ci spiega Francesca Marino, studiosa della società indiana e direttore del sito Internet ‘Stringer Asia’ - sono diverse a seconda della provenienza sociale delle famiglie. Per i poveri una figlia è innanzitutto una bocca da sfamare. Se si sposerà da bambina costerà meno mantenerla e si risparmierà il denaro per la dote, necessario per far coniugare un’adulta. Per i ricchi, invece, è una la questione di potere. Le unioni tra bambini consolidano le alleanze familiari e garantiscono una facile conservazione di beni e proprietà evitando i problemi che potrebbero creare dei giovani adulti”.

A inizio maggio nel Madhya Pradesh un’attivista contro le unioni precoci, Shakuntala Verma, è stata aggredita da una folla di persone e ferita con una spada. L’influenza della tradizione induista è fortissima nei villaggi. “Qui – continua la Marino - i matrimoni fra adolescenti sono quasi la regola. Dipendono dalla visione della famiglia che è matriarcale e allargata. Secondo la concezione induista l’uomo, una volta sposati i figli, deve ritirarsi a una vita di preghiera. In casa resta la moglie che al contrario non può raggiungere la cosiddetta ‘realizzazione’. Per i maschi le fasi dell’esistenza sono quattro: lo studio, la famiglia, il ritiro dagli affari e la contemplazione e infine l’ascetismo. Il matrimonio, dunque, è una condizione imprescindibile che rappresenta la continuazione della famiglia e la sopravvivenza economica quando si è anziani”.

L’aggressione a Verma è avvenuta un giorno prima dell’Akha Teej, una ricorrenza indù dedicata al buon auspicio, nella quale vengono celebrati matrimoni di massa tra migliaia di bambini. Il destino di questi piccoli può prendere due strade: “Nel primo caso –insiste la direttrice di ‘Stringer Asia’ – i bimbi restano nelle rispettive famiglie fino alla pubertà e poi la sposa si trasferisce a casa del marito. In altri casi la bambina viene subito mandata a vivere col coniuge. Secondo i seguaci di questa tradizione i genitori non fanno altro che anticipare l’affidamento della figlia alla sua ‘vera’ famiglia”.

Le conseguenze delle unioni tra bambini sono state analizzate dall’Unicef (Il Fondo delle Nazioni Unite per l'Infanzia), secondo il quale sono soprattutto le ragazze a subire gravi ripercussioni a causa di questa pratica. In diversi casi diventano mamme troppo presto con gravi complicazioni per la salute. In altri sono ridotte in condizioni di semi-schiavitù e sono costrette ad abbandonare gli studi. La Marino spiega: “C’è anche il problema delle vedove-bambine. Non potranno più risposarsi e finiranno con l’essere emarginate dalla società. Secondo le credenze popolari si pensa portino sfortuna. Dovranno dormire per terra, radersi i capelli e mangiare solo alcuni cibi. Il più delle volte l’unica possibilità che hanno per sopravvivere è quella di diventare monache”.

La legge indiana definisce illegali i matrimoni fra minorenni e fissa il limite minimo di età per sposarsi a 21 anni per i ragazzi e a 18 per le ragazze. Tuttavia non è mai applicata. “In India – conclude Francesca Marino – le leggi sono spesso moderne, ma sconosciute alla popolazione e ignorate da chi dovrebbe farle applicare. Si pensi che una gran parte dei poliziotti sono analfabeti. L’anagrafe, poi, è un istituto fantasma, per cui non si registra la nascita dei bambini e neppure si trascrivono i matrimoni”.

Il primo ministro del Madhya Pradesh, Babulal Gaur, ha dichiarato senza reticenze: “E’ impossibile impedire i matrimoni precoci. Siamo, forse, mai stati in grado di eliminare l’alcolismo? Qualcuno pensa si possa risolvere la questione degli intoccabili, i paria della società? Se non ci è riuscito Ghandi, come posso farcela io?”.

I matrimoni precoci sono diffusi in molti Paesi del Sud del mondo. Secondo gli ultimi dati Unicef le donne che oggi hanno tra i 20 e i 24 anni e che si sono sposate prima dei 18 sono - nei casi estremi - oltre il 70 per cento in Niger e in Chad e oltre il 60 per cento in Mali, Bangladesh, Guinea e Burkina Faso. Anche l’agenzia Onu sottolinea che la pratica prevale nelle zone rurali e presso le famiglie povere. Altre situazioni drammatiche si registrano in Repubblica Centrafricana, Mozambico e Nepal.
www.peacereporter.net/
Francesca Lancini

I denti dello zio Sam



L’ennesimo crackdown delle autorità americane contro le reti di file sharing (in questo caso ne ha fatto le spese il circuito dei siti che sfruttano Bit Torrent, accusato dalla MPAA di avere diffuso copie pirata dell’ultimo episodio di Star Wars) non fa di per sé notizia. A fare notizia - e a mettere i brividi - sono piuttosto le modalità del blitz. All’azione non ha infatti partecipato solo l’FBI, ma anche l’ICE (Immigration and Customs Enforcement), braccio investigativo del Department of Homeland Security, il ministero per la sicurezza interna e l’antiterrorismo che l’amministrazione Bush ha creato dopo l’11 settembre 2001. Cosa c’entra l’antiterrorismo con un’operazione di polizia contro la pirateria digitale? A regola nulla, ma visto che alcuni dei server “indiziati” si trovano in Olanda e in altri Paesi stranieri, lo zio Sam ha pensato bene di scomodare i suoi 007…Dopotutto chi danneggia gli interessi dell’industria culturale americana è un terrorista, o no? A rendere più inquietante il tutto, contribuisce il ruolo svolto dalla MPAA (l’associazione delle major di Hollywood) che, secondo quanto si legge nell’articolo di “Wired” linkato sopra, avrebbe contribuito all’azione hackerando i siti in questione per fornire a FBI e ICE tutte le informazioni necessarie a rintracciare i “colpevoli”. Naturalmente le major si sono rifiutate di confermare la notizia (visto che avrebbero dovuto ammettere di aver commesso un’azione illegale). Ma del resto è ormai chiaro che, in tema di copyright, la legalità funziona a senso unico, esattamente come avviene sul fronte della “guerra al terrorismo” (vedi Guantanamo e Abu Graib) www.pazlab.net


I miei complimenti a Lucio Stanca

Sono davvero molto deluso da Lucio Stanca. All'inizio mi pareva una delle poche persone serie di questo malaugurato governo. Per quanto potevo mi sono battuto, anche aspramente, per dargli spazio sul Sole-24 Ore, per diffondere le sue iniziative. E ho sbagliato.

Aveva a disposizione una legislatura, cinque begli anni filati di governo. Poteva essere la legislatura dell'inizio di snellimento e di efficacia della Pubblica Amministrazione, invece i suoi progetti di e-government sono quasi tutti o fermi o con ritardi evidenti. Poteva essere la legislatura di rilancio dell'industria del software e dell'Ict italiana, nel numero di imprese e negli addetti sul paradigma open source. Invece, al di là di generiche circolari di valutazione del software aperto nella Pubblica Amministrazione, non ha fatto nulla di concreto. Poteva essere la legislatura che prendeva al volo il trend alla larga banda per fare di internet un laboratorio sociale innovativo. E invece la si è voluta criminalizzare, impaurire, e sotto sotto anche rimonopolizzarla, riducendone di fatto il suo grado di pluralismo.

E' stata la legislatura della televisione, fritta e rifritta in tutte le salse. Alla fine nauseanti.

Complimenti ministro Stanca.

Lancia l'e-government. Un sistema di progetti all'inizio anche interessanti, ma oggi completamente spiazzato da quella follia che è la devolution di Bossi e dai buchi di bilancio creati da Tremonti. E lui non dice una parola, nonostante che l'80% dei progetti venga di fatto abbandonato (perchè un pubblico amministratore soltanto sano di mente non stanzia soldi su un progetto futuro e incerto mentre la sua casa brucia...). E a livello centrale i danari per i progetti sono quasi del tutto inesistenti. Dalla fine del 2002 apparve chiaro, in una famosa conferenza stampa in cui Stanca fu pubblicamente zittito da suoi autorevoli colleghi di governo.

Non una parola, allineato, sugli attenti. Chi tocca Bossi muore. E gli ordini di Tremonti si eseguono sempre.

Stanca è uno che, constatato il fallimento, si è poi silenziosamente accodato alle lobby dominanti. Siano esse Fimi per la musica, e Telecom per le tlc in semi-monopolio. Pur con tutte le sue belle chiacchiere sull'Italia liberale all'Aspen è uno che ha retto il moccolo alla famigerata Gasparri. Fino a spendere danari pubblici su assolutamente improbabili progetti di e-government via Tv digitale (mentre manco quelli su internet si sono visti). E oggi ci viene a decantare il patto di Sanremo, ovvero o pagate il drm per ogni brano musicale oppure è reato penale.

Stanca sembrava una speranza per una politica della rete di buon senso. All'inizio, almeno a parole, diceva anche qualche frase condivisibile. Ma solo a parole.

Prendiamo il diritto d'autore. Niente, per lui esiste solo il Drm, il lucchetto a pagamento su ogni canzone o filmato in rete. C'è e c'è stata una sola verità e una sola soluzione per la commissione Stanca e Vigevano, ancora prima che iniziasse i suoi (finti) lavori di indagine.

Non una parola data a noi della flat. Nonostante trentamila firme raccolte su Internet contro la vergogna Urbani. Attento controllo sulle associazioni da sentire nelle audizioni. Solo quelle più disinformate e meno pericolose. E il documento finale preconfezionato. Bocca chiusa. Amen.

Ma il vero atto d'accusa contro Stanca è qui.

Cinque paginette da leggere una per una e con attenzione. La vera bufala di un centrodestra completamente andato. Completamente falso.

Scusate il tono da sostenitore tradito. O, se volete, da povero illuso.

Beppe www.caravita.biz

Consulta regionale lombarda dei Cittadini per l'Ulivo
Il documento finale chiede la convocazione urgente di una Assemblea nazionale straordinaria -Impegno per sperimentare le primarie di collegio - Sostegno alla Federazione regionale dell'Ulivo.




Oggi a Cologno Monzese si è tenuta la Consulta regionale della rete dei "Cittadini per l’Ulivo", alla presenza di una folta rappresentanza delle associazioni territoriali della Lombardia.

Ai lavori hanno partecipato il coordinatore regionale dell’Unione, Riccardo Sarfatti, il prof. Alberto Martinelli e gli o n. Franco Monaco, Emanuela Baio e PierLuigi Mantini.

Il dibattito si è naturalmente concentrato sulle recenti vicende e problematiche che si sono aperte attorno alle prospettive dell’Ulivo e della lista unitaria.

A tal riguardo i Cittadini per l’Ulivo rinnovano il proprio impegno per il progetto dell’Ulivo e a fianco di Prodi, assumendosi la responsabilità di lavorare unitariamente insieme a quanti vogliono dare con Prodi un futuro ed una speranza al nostro Paese.

E proprio su queste rilevanti questioni la Consulta regionale lombarda dei "Cittadini" chiede al proprio Coordinamento nazionale di convocare al più presto una Assemblea nazionale straordinaria della Rete per discutere la nuova situazione politica e ridefinire ruolo e compiti delle proprie associazioni, valutando l’opportunità di modificare quelle parti dello Statuto che limitano parzialmente l’agibilità politica delle stesse.

In relazione agli sviluppi politico-elettorali, e, in particolare, alla formazione delle liste e alle candidature sia nel maggioritario che nel proporzionale, i "Cittadini per l'Ulivo" della Lombardia ribadiscono la preferenza per modalità condivise e democratiche e si impegnano a promuovere le primarie di collegio, in via sperimentale, dove esistano le condizioni di consenso e partecipazione, anche come strumento per vincolare il rapporto di mandato tra eletti ed elettori.

I CpU della Lombardia confermano il proprio sostegno alla costituzione della Federazione regionale dell’Ulivo e decidono di coordinarsi con le altre associazioni e movimenti ulivisti per definire le modalità della propria adesione e partecipazione.

La rete regionale dei Cittadini per l’Ulivo s’impegna, infine, a convocare a Milano entro l’estate, insieme al variegato mondo ulivista presente nei partiti, nelle associazioni e nei movimenti, una grande iniziativa pubblica di rilancio del progetto dell’Ulivo e di sostegno alla leadership di Romano Prodi. www.cittadiniperlulivo.com/



Lettera di Massimo Cellai al Direttore del Corriere
A proposito della presenza dei CpU a SS Apostoli




Caro Direttore,

con il titolo " La sinistra e gli insulti a Francesco, quel vizio antico di demonizzare" la rubrica Passato e Presente del numero odierno del Corriere ritorna sulla manifestazione di mercoledì promossa dalla Rete dei Cittadini per l'Ulivo con una serie di considerazioni e dichiarazioni che, potremmo dire a nostra volta, "demonizzano" una spontanea e autonoma iniziativa in difesa del progetto dell'Ulivo, per il quale da oltre dieci anni i > nostri comitati e le nostre associazioni si stanno spendendo. Si prendono a pretesto iniziative di poche persone, non aderenti alla Rete, che hanno approfittato della nostra presenza per esprimere in termini da noi assolutamente non condivisi la loro protesta. Non si dice nulla della compostezza dei presenti, come è stato correttamente riferito nella cronaca della giornata da molti giornali, ne dei motivi della manifestazione contenuti nel volantino distribuito e poi riaffermati nella conferenza stampa improvvisata nel vicino bar. Poiché il taglio dell'articolo riflette

> una precisa linea politica, ci farebbe piacere che ai vostri lettori venisse data l'occasione di far conoscere la nostra posizione sulle vicende politiche di questi giorni e il lavoro esclusivamente teso verso l'Ulivo e l'unità del centrosinistra sotto la guida di Romano Prodi.

Lasciamo loro il giudizio sulle iniziative di liberi cittadini che si augurano che l'Italia non solo sostituisca questa disastrosa maggioranza di centrodestra ma costruisca le condizioni di un nuovo lungo periodo di buongoverno.

Cordiali saluti

Massimo Cellai

Coordinatore Nazionale della Rete dei Cittadini per l' Ulivo







I Cittadini per l'Ulivo e Pasquale
Lettera di Deo Fogliazza pubblicata dal Corriere della Sera nella rubrica *Interventi e repliche* del 29 maggio




Da qualche giorno il mondo della politica nazionale sembra essersi accorto di noi. Ma parla della nostra Rete - i Cittadini per l'Ulivo - in vari modi, tutti caricaturali e lontani dal vero.

Noi saremmo i nuovi girotondi ulivisti, gli estremisti della politica urlata, quelli della 'Cicoria come cicuta', quelli che avrebbero dato del buffone a questo o quel dirigente della Margherita.

Ecco: si sono inventati un nuovo mostriciattolo. Qualcuno lo tiene fermo, e gli altri menano (mi piace poter citare l'intervista di Rutelli su Europa dell'altro giorno!).

Ma noi non facciamo come Totò con Pasquale: le sberle le danno a noi, mica al 'mostriciattolo' che si sono inventati. Ci chiediamo, ovviamente, 'ma costoro dove vogliono arrivare?". Ma nello stesso tempo le botte cerchiamo pure di evitarle.

Si, perché noi nulla abbiamo a che fare con le posizioni che ci vengono addebitate. Non solo perché non sono nostre, ma soprattutto perché non le condividiamo e, anzi, le consideriamo negative per l'Ulivo e per la costruzione di una vera alternativa alla destra.

Noi siamo venuti in Piazza SS Apostoli (in pochi? in tanti? diciamo: q.b., quanto basta) per dire poche cose e chiare.

Intanto che l'Ulivo é anche 'roba nostra', non solo dei partiti e del ceto politico che li dirige. E' anche cosa che riguarda direttamente la vita, le speranze, gli entusiasmi di milioni di cittadini.


E poi che l'Ulivo non può morire, non può sparire dalle schede elettorali.

Per questo, in forma scritta, ufficiale, non solo 'urlata in piazza', abbiamo detto nei nostri documenti che siamo 'Con Prodi, con l'Ulivo, per il bene dell'Italia'.

Questo dicevano i nostri manifesti in SS Apostoli, non altro. E questo pensiamo e diciamo. In maniera del tutto autonoma e del tutto lecita.

Sono (finalmente) uscite a confronto le due idee di Ulivo che da tempo abitano il centrosinistra italiano. Bene, che c'é di male? Che queste due ipotesi, queste due letture si confrontino liberamente, senza traumi e senza drammi. Che la discussione prosegua, che venga coinvolto democraticamente anche il 'popolo dell'Ulivo'.

E, vivaddio, si permetta a chi - nonostante tutto, da tre anni, e gratis, tiene accesa la speranza dell'Ulivo - di prendere parte a questo confronto!

Si permetta agli organi della nostra rete - eletti democraticamente - e si permetta agli oltre 400 Comitati che la compongono, di sostenere la propria 'mission', che é quella di contribuire alla costruzione di un Ulivo unito, rappresentativo delle diverse anime del riformismo italiano, aperto ai partiti ed alla società civile, capace di decidere e di mettere in pratica le decisioni che assume. Non una semplice sommatoria di sigle partitiche, ma un soggetto politico nuovo, forte, unitario, federato.

Ce lo consentiranno anche i commentatori politici che si sono occupati di noi, anche se così facendo ci 'smarchiamo' un po' dalla caricatura che avevano costruito delle nostre posizioni. Speriamo non ce ne vogliano.

Deo Fogliazza







Cari amici della Margherita, sono un *cittadino per L'ULIVO*
Lettera aperta di Ferdinando Longoni ai dirigenti della Margherita - *C'ero anch'io il 25 a Piazza SS Apostoli tra quelli che urlavano unità! unità! ulivo! ulivo!*




a:

Francesco Rutelli (francescorutelli@margheritaonline.it)

Arturo Parisi (arturoparisi@margheritaonline.it)

Dario Franceschini (dariofranceschini@margheritaonline.it)

e, p.c.:

Rosy Bindi (rosybindi@margheritaonline.it )

Enrico Letta (redazione@enricoletta.it)

e

Luciana Sbarbati (mre.nazionale@fastwebnet.it)

Enrico Boselli (enricoboselli@sdionline.it)

Piero Fassino (p.fassino@dsonline.it)


Cari amici della Margherita,


sono un "cittadino per L'ULIVO", e faccio parte dell'esecutivo laziale della rete, ma scrivo queste mie riflessioni a titolo puramente personale, da cittadino-elettore.

C'ero anch'io il 25 a Piazza SS Apostoli tra quelli che urlavano "unità! unità! ulivo! ulivo!".

Spero che abbiate apprezzato l'estrema compostezza della manifestazione di dissenso. Compostezza non scontata, compostezza mantenuta perché la ragione è riuscita a dominare sentimenti che ben altri atteggiamenti avrebbero potuto suggerire.

Ho preferito far passare alcune ore di riflessione prima di scrivere queste mie considerazioni. Per meglio ragionare e non far prendere il sopravvento alle passioni. E sento il bisogno di esprimervele con estrema franchezza in questa lettera aperta.

Le mie considerazioni, che elencherò sinteticamente, partono da tre vostre affermazioni esternate dopo la contestata decisione assembleare della Margherita e prima del vertice del 25:

nel proporzionale partecipiamo con il nostro simbolo e non nella lista unitaria, per intercettare i voti in fuga dal centro-destra

vogliamo, fermissimamente vogliamo la Federazione dell'Ulivo

la leadership di Prodi non è in discussione

Allora:

che la decisione dell'assemblea sia da considerare democratica non c'è alcun dubbio. Siete regolati da criteri di rappresentatività e il rapporto è stato, a spanne, 200 a 50, Che poi questo rapporto rifletta anche i sentimenti della vostra base è tutto da dimostrare. Anzi, qualche dubbio è lecito avanzarlo. Ma tant'è. Siamo in democrazia rappresentativa.

La Margherita ha firmato al Brancaccio un accordo e lo statuto della Federazione dell'Ulivo. E quando si firma un accordo (e questo tipo di accordo, poi!) è buona norma concordare le proprie azioni con i partner perché, in sostanza e non solo nella forma, un po' della propria autonomia la si perde (per ottenere vantaggi collettivi). Le decisioni unilaterali sono sanzionate e chi le assume si prende anche alcune responsabilità e perde alcuni privilegi. Non ci si può tirare fuori (anche se FED e lista unitaria sono formalmente, ma solo formalmente, due cose diverse) e poi pretendere comportamenti che non ne tengano conto.

Dichiarare pubblicamente che la ragion d'essere di una lista alle politiche (anche se nel solo proporzionale) è quella di catturare voti in fuga dalla parte avversa è a dir poco una caduta di stile. Queste cose si possono anche pensare e decidere, ma non si dicono. Per rispetto degli elettori. "Come? ti presenti separato per differenziarti (dai cattivi comunisti) e contestualmente dichiari di voler essere nella stessa federazione (con lo stesso programma dei cattivi comunisti). Ma allora mi prendi in giro!"

È un'offesa all'intelligenza degli elettori. Una lista/partito si presenta al vaglio elettorale per portare avanti un programma, per difendere istanze di gruppi sociali, non per catturare mandrie di buoi allo sbando (e qualche mandriano). Cose da far-west!


La stessa decisione avrebbe poi, come conseguenza, un indebolimento dell'intera Unione che sarebbe molto meno credibile. Quindi per raccimolare qualche elettore in più nel proporzionale si rischia di perdere propri elettori (astensionismo di sinistra) nel maggioritario, dove anche pochi voti possono, in moltissimi collegi, fare la differenza. Errore che farebbe solo un giovane sprovveduto venditore alle prime armi (abbandonare i clienti fedeli per ipotetici nuovi clienti). Le due quote, maggioritaria e proporzionale, sono disgiunte solo da un punto di vista matematico, non politico. La presenza di un simbolo e di una lista già vincente in precedenti tornate è un punto di richiamo che verrebbe meno e che non è solo del proporzionale, ma rassicura anche sul maggioritario. "Già, ma nell'Unione c'è anche la FED come componente! È quella l'assicurazione". E chi ci crede? "Allora perché non vi presentate assieme anche nel proporzionale?".

Le reazioni degli alleati e di Prodi erano prevedibilissime e ampiamente motivate. Non si riesce quindi a capire la vostra meraviglia.

Per quanto fin qui detto, non potendo credere a leggerezza e superficialità da perte di politici navigati, diventa quindi lecito il sospetto che viene a molti elettori, ma vedo anche a molti commentatori politici: "Qui gatta ci cova! Cosa c'è dietro?".

E questo è estremamente pericoloso. Anche se dietro non ci fosse nulla. Perché in politica conta molto la percezione che ha l'elettorato, molto di più della effettiva realtà delle cose.

Sospetto rafforzato poi dalle vostre reazioni, che denunciano sopite insofferenze. Ve ne accorgete adesso? Perché allora avete firmato al Brancaccio? Perché assieme nella lista unitaria alle europee? In una coalizione ci sono sempre problemi. Se ne discute.

Non proseguo nell'analisi delle possibili cause di questa vostra discutibile decisione perché il discorso rischierebbe, per completezza analitica, di portarci a esaminare ipotesi che mi rifiuto, per ora almeno e in mancanza di elementi probatori, di prendere in considerazione. Però le idee, anche le più strane, non faticano a farsi strada nelle menti degli elettori. Anche questo è un pericolo. Quindi vi prego di ragionarci.


Così come sollecito Voi e le altre forze politiche a riconsiderare l'intera questione, tenendo presenti gli interessi della Nazione in questo delicato e pericoloso momento. Senza paura, da parte di tutti, di perdere la faccia. L'Italia val bene la rinuncia al proprio orgoglio.

Dott. Ing. Ferdinando Longoni

Via M. P. Pascolato 9 - 00135 Roma

e-mail: flongoni@aliceposta.it

tel.: 063054680








maggio 29 2005

Il declino del declino
ILVO DIAMANTI


da Repubblica - 29 maggio 2005

IL DIBATTITO sullo stato dell´Italia, che agita i convegni politici e di categoria e si riverbera immediatamente sui media, trasmette un irresistibile senso di fastidio. Soprattutto perché si annoda attorno a parole, formule, concetti tanto evocati quanto, per questo, incapaci di spiegare, rispondere, orientare. Come la categoria del declino. Tradotta in diversi modi, ricorrendo a diverse varianti: recessione, stagnazione, caduta, depressione. Fino all´impietosa analisi dell´Economist, che ricorre a una metafora antropomorfica, per definire l´Italia "Il malato d´Europa".

Il declino del declino

Disturba, questo florilegio di parole; e le analisi che l´accompagnano. Sostanzialmente ricorrenti, coincidenti. Perché, al fondo di questo ronzio linguistico, si coglie un dato inconfessato, ma condiviso: il "declino del declino". L´anacronismo, e quindi l´inutilità di un concetto, di una parola, ideologica quanto largamente superata dai fatti. Il declino. Non siamo in declino, perché siamo già declinati. Non stiamo allontanandoci dal "gruppo dei primi", dal punto di vista dei conti economici e finanziari. Siamo già lontani. Non stiamo imboccando la strada verso la periferia. Siamo già in periferia. Siamo già "la" periferia. La periferia dell´Occidente, che ha il suo centro negli Usa, capaci di crescere anche dopo lo shock dell´11 settembre, a tassi sempre più elevati. La periferia dell´Europa, che viene considerata, a sua volta, periferia degli Usa, ma di cui costituiamo, per tassi di crescita, l´anello debole. Tanto che – questo è il messaggio implicito nel servizio dell´Economist - gli ambienti politici ed economici che contano, in Europa, cominciano a chiedersi se sia così impensabile l´Unione – e l´euro - senza l´Italia. Il problema, semmai, è che se lo chiedono anche in Italia, alcuni autorevoli ambienti politici (di centrodestra) ed economici (della piccola, ma anche della grande impresa). Come auspicio, invece che con preoccupazione.
Il declino è "declinato", tanto più se misurato in termini di "dinamismo". Perché, è ovvio, il confronto con la Nuova Europa (i paesi dell´Est) e con sistemi di altre aree del mondo (la Cina, l´India, la Corea...) è frustrante. E suscita – comprensibili - domande di protezione, tutela. La rivendicazione di barriere in un mondo globalizzato, in cui le barriere, per definizione, sono improbabili. Fatte per essere bypassate.
È fastidioso, peraltro, il ricorso a formule alternative: mutazione, metamorfosi, cambiamento, trasformazione. Non siamo in declino, si sottintende. Solo diversi dal passato. Lamentare, oggi, il declino industriale, secondo questa lettura, equivarrebbe a cogliere, nel declino dell´agricoltura, cinquant´anni fa, un segno, appunto, di declino. Ma il nostro terziario non appare altrettanto espansivo, innovativo e competitivo, su scala internazionale, dell´industria di allora.
È, peraltro, fastidioso anche l´uso ideologico del declino, esercitato nei confronti dell´attuale governo. Come se il declino non fosse cominciato ben prima. Come se i "vizi" della nostra economia e del nostro sistema politico e istituzionale non avessero una storia antica.
Ma è fastidiosa oltre misura, la petulante "critica della critica" all´Italia malata, espressa dal presidente del consiglio. Berlusconi: oppone alle statistiche del Pil quelle degli Sms. Al peso delle esportazioni quello delle case in proprietà. Alla stanchezza degli imprenditori l´instancabile attività degli amatori. Alle marce funebri, gli squilli di tromba. Questa rappresentazione, vivace e consolatoria, al di là delle intenzioni dell´autore, rende evidente il vizio "ottico" che impedisce di vedere e di capire, quel che capita in Italia. Stentiamo a percepire le sorti del nostro paese, perché siamo abituati a privilegiare quelle della nostra famiglia. Oggi come ieri. Quando il benessere degli italiani dipendeva dal dissesto del sistema pubblico, che remunerava i nostri prestiti allo Stato (mediante Bot e Cct) con tassi crescenti. E oggi, come ieri, gli italiani affidano il proprio presente (visto che l´idea del futuro è stata accantonata) alle tradizionali strategie familiste e localiste. La casa in proprietà, il lavoro autonomo, le reti informali. L´arte di arrangiarsi, in cui siamo, da sempre, maestri. Compensata da reti di solidarietà sociale, che restituiscano un po´ di senso di comunità.
Siamo rientrati sotto il "cespuglio" (per ricorrere a una famosa immagine coniata dal Censis di De Rita), che in passato ci aveva permesso di costruire, un passo dopo l´altro, la crescita degli anni 80; e oggi costituisce un rifugio. Il segno della rinuncia collettiva a sfidare il futuro. Il ritorno a "una società fuori squadra" (come la definisce Arnaldo Bagnasco), che stenta a trovare regole e valori comuni.
D´altronde, le diagnosi degli attori economici e politici, per molti versi, coincidono. Come le terapie per curare il malato. Tuttavia, proprio per questo, diventano sterili, "irresponsabili". Luca Cordero di Montezemolo, alla recente Assemblea di Confindustria, ha riproposto, puntuale, le sfide che deve affrontare il paese: innovazione, ricerca, concorrenza, coesione. Obiettivi ineccepibili. Che le stesse imprese dovrebbero, per prime, perseguire. Come talora non avviene. Al pari del sindacato, a sua volta impegnato a tutelare i suoi iscritti; i lavoratori occupati, del privato e del pubblico; e i pensionati. Mentre stenta a rivolgersi alle figure occupate nei nuovi lavori; a comunicare ai giovani.
Vista la difficoltà di curare l´Italia, si preferisce, quindi, chiedere agli italiani di curarsi da soli. Di esercitare le virtù private a scapito dei beni pubblici. Di elaborare, autonome strategie di sopravvivenza. Testimoniate da molti segni.
Nell´economia e nel lavoro: la crescita del sommerso, delle attività informali. Le stesse piccole e piccolissime imprese, che, per affrontare l´instabilità dei mercati globali rinunciano alle "politiche per connettere" (come le chiama Carlo Trigilia, nel recente saggio sullo "Sviluppo locale" pubblicato da Laterza). E imboccano la via della delocalizzazione.
D´altra parte, molte indagini sottolineano come le disuguaglianze stiano allargandosi, su base sociale e territoriale.
Ma il riprodursi dei vizi antichi si coglie anche in politica, dove si assiste al ritorno delle liste personalistiche, localistiche; del voto clientelare.
Il declino dell´Italia: è già stato metabolizzato, nella sfiducia degli attori internazionali, ma anche nel sentimento della società italiana. E gli esempi utilizzati da Berlusconi per smentire quest´idea, in realtà, la confermano. I telefonini, le automobili e le case. Esaltano le logiche "individuali" e "familiste". Ancora: riflettono il passaggio dall´economia dell´impresa a quella della rendita immobiliare (e per questo immobile) e della comunicazione voluttuaria. Ancora: certificano il residuo, negli stili di vita, di vezzi sopravvissuti alle illusioni degli anni 90. D´altronde, in questa fase, sostenere che gli italiani si sentano "felici" è arduo. Gli italiani. Denunciano la difficoltà di risparmiare; e mostrano una costante depressione, nei consumi. Poi, guardano il futuro con pessimismo crescente. E, circa le prospettive economiche, dimostrano una sfiducia che li pone in coda, non solo rispetto ai paesi occidentali, ma anche alla Cina, alle Filippine, all´India. Dove, sicuramente, non si vive bene come da noi. È che percepiamo il nostro sistema più lento degli altri. Ai più vicini e ai più lontani. È che ci percepiamo fermi, immobili. Schiacciati sul presente. Senza futuro. Per questo Ciampi insiste, senza sosta, nella sua esortazione a fare presto. A reagire. «Senza perdere altro tempo». Perché discutere del nostro declino come una minaccia incombente è una finzione. Siamo già "oltre" il declino. Nel post-declino. Il problema è cosa avverrà "dopo". Perché il "dopo" non è scritto. Dipende dalla capacità di usare le mille risorse, o di assecondare i mille vizi, del nostro paese. Ma dipende, anzitutto, dalla disponibilità a riconoscere il declino. Senza rassegnarsi. E senza barare. Perché non c´è ascesa possibile dove si scambia lo sviluppo per un telefonino.



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Ds Milano - Rassegna stampa


La Fede non è un Argomento
Paolo Flores d’Arcais

da l'Unità - 29 maggio 2005

Stimato cardinal Ruini,
con tutta l’autorevolezza che le viene dall’essere presidente della Conferenza Episcopale Italiana (Cei) e Vicario delle diocesi di Roma (quasi un «vice Papa», insomma) non solo lei è intervenuto sistematicamente nelle vicende politiche italiane, non solo ha teorizzato il diritto a tale «presenza» politica delle gerarchie ecclesiastiche, ma ne ha sostenuto addirittura la necessità. Per il bene della democrazia stessa.

La fede non è un argomento

Qualche mese fa Eugenio Scalfari ha sostenuto - con dovizia di riferimenti testuali - che i suoi interventi violano le norme del Concordato, e quindi la Costituzione italiana. Non entro nel merito, ma solo perché voglio spingermi oltre, e domandare se i suoi interventi, malgrado il paternalistico abbraccio alla democrazia («per il suo bene») non rinverdiscano invece ostilità e sospetti tradizionali nella Chiesa di Roma nei confronti della democrazia stessa, ancora orgogliosamente rivendicati da papa Pacelli e felicemente attenuati e posti in sordina durante la stagione (evidentemente assai breve) del cattolicesimo conciliare.
Valga il vero. Converrà certamente anche lei che una società democratica è tale perché in essa ciascuno partecipa in modo eguale alla comune sovranità, ha eguale titolo a determinare ogni decisione. Credente o non credente che sia. Ma tale decisione ha poi carattere vincolante per tutti, anche per chi non la ha condivisa.
(...) L'unico “fondamento” della convivenza democratica, insomma, è solo un diffuso e saturante ethos democratico. L'abc del quale - davvero minimo e irrinunciabile - è che ad ogni decisione si arrivi attraverso un processo deliberativo in cui ciascuno ha il dovere di rivolgersi a tutti gli altri cittadini, e argomentare, per convincerli della propria opinione.
Poniamo che una persona X, debitamente eletta in parlamento, voglia introdurre una legge che consente la poligamia. Se ne dovrà discutere. Cioè ciascuno dovrà addurre argomenti. Pro e contro.
Argomenti. Cioè valori democratici, fatti empirici accertabili, logica. Potrà, l’on. X, partire ad esempio dal valore democratico della libera scelta, e allora la poligamia, se consensuale, perché no? Gli si potrà ampiamente obiettare, gli argomenti "contro" non mancano. Non entro nel merito. Mi interessa solo sottolineare quelle che non potrebbero essere considerate argomentazioni (democratiche) a favore della poligamia. Non si potrebbe, ad esempio, pretendere di introdurre la poligamia solo per gli uomini. Violerebbe il principio di eguaglianza. E a tale obiezione non si potrebbe replicare: ma lo dice il Corano, che esprime la volontà di Dio.
Dio non può essere un argomento, insomma, perché non può essere mai convincente - in linea di principio - per chi non è credente, per chi creda in un Dio diverso, per chi creda nello stesso Dio ma ritenga che la Sua Parola vada interpretata differentemente. Non può, in linea di principio, diventare fattore di un dia-logos fra cittadini. Anzi: annulla dia-logos, argomentazione raziocinante, persuasione reciproca, dunque deliberazione democratica, nella regressione dello scontro tra dogmi.
Prendiamo altri due esempi. Il signor Y, debitamente eletto in parlamento, vorrebbe stabilire per legge la proibizione del preservativo, e la signora W, sua collega, la proibizione per legge delle trasfusioni di sangue. Dovranno argomentare. Il che, ovviamente, non ha nulla a che fare con la disponibilità personale e soggettiva a rinunciare, nella loro vita, all'uso del preservativo o delle trasfusioni.
(...) Tutto questo è noto da secoli come il fondamento della convivenza laica (precondizione di quella democratica). Che recita: Etsi Deus non daretur. Una legge, proprio perchè dovrà vincolare tutti, credenti e miscredenti (e ogni credente è miscredente rispetto ad un diverso credente) deve essere proposta, discussa, decisa, ricorrendo solo ed esclusivamente ad argomenti che, in linea di principio, non discriminino. Mentre la fede, per definizione, è un dono. Appartiene a pochi. Comunque non a tutti (diversamente dalla ragione, per ipotesi).
La propria fede non è un argomento, insomma. Non può essere mai invocata in quanto tale nell'argomentazione per la legge, dunque. Altrimenti l'islamico potrà invocare la volontà del suo Dio, e così l'ebreo e il gentile, e il cattolico e il testimone di Geova. E all'interno di ogni fede poi, secondo un pluralismo ermeneutico che rende ciascuno eretico all'altro. Ecco perché, in democrazia, la fede deve restare privata. L'opinione di ciascuno, per farsi pubblica, per farsi valere, per essere valore che si propone come legge, deve partire da valori comuni (cioè quelli non in contrasto con una costituzione democratica), e dai fatti accertabili, e dalla logica.
Questo lascerà ampio margine all'incertezza nella reciproca persuasione e nella decisione (ampi margini anche alla scelta irrazionale, se vogliamo: degli interessi). Ma se ammettessimo che Dio può valere come argomento, non potremmo che piombare nel contenzioso teologico-dogmatico, e della logica dell'anatema reciproco.
Del resto, anche nelle recenti polemiche sul referendum che riguarda la legge sulla procreazione assistita, personalità cattoliche note per il loro integralismo non fanno che ribadire che la loro posizione è perfettamente argomentabile in termini e logica puramente umani, a prescindere da ogni convinzione di fede. Di nuovo: non entro nel merito se tali argomenti siano davvero di peso o assolutamente claudicanti. Sotto il profilo del metodo è invece certo che si tratti dell’unico approccio compatibile con la democrazia. Un "argomento" che facesse riferimento alla fede, cioè a qualcosa di cui, per definizione, alcuni cittadini sono privi, violerebbe quell'abc dell'ethos democratico di cui abbiamo parlato.
Eppure, è proprio quello che lei ha fatto, ripetutamente. Lei infatti non si è rivolto agli italiani in quanto prof. Ruini, utilizzando tutti gli argomenti empiricamente e razionalmente possibili per rifiutare il referendum. Lei ha parlato in quanto card. Ruini, presidente dei vescovi italiani, e si è rivolto ai cattolici in quanto cattolici. Lei cioè ha intimato, in nome di una fede religiosa - non della comune ragione umana - una linea di comportamento politico. E con ciò, lei si è allineato, sul piano del metodo, con l'eventuale testimone di Geova che intendesse far proibire per legge le trasfusioni di sangue o il futuro deputato islamico che volesse per legge consentire la poligamia (solo per gli uomini). Ma il piano del metodo è qui cruciale, perché mette in gioco la logica, la sostanza, l'ethos della democrazia stessa.
Delle due l'una, infatti. O i suoi argomenti possono, almeno in linea di principio, rivolgersi ad ogni coscienza raziocinante, e allora lei deve parlare a tutti noi (quando si tratti di leggi dello Stato e di politica) in quanto prof. Ruini, in quanto cittadino Ruini. O i suoi "argomenti" sono invece costituiti dalla fede in un Dio e nella Sua Volontà interpretata secondo la "tradizione apostolica" della Chiesa di Roma, e allora è comprensibile che lei parli da cardinale ai fedeli.
Ma in tal modo sancisce un principio: che Dio possa diventare "argomento" nello scontro politico. E se il suo Dio, allora inevitabilmente anche il Dio della Torah in tutte le sue interpretazioni, e il Dio di Maometto (anche in ermeneutica fondamentalista), e accanto ad Allah Geova, e infine ogni Dio che una qualsiasi religione (vecchia o nuova) voglia adorare, e la cui Volontà voglia rendere "argomento".
In una società pluralista, insomma, ci sono solo due vie possibili: o tutte le fedi rinunciano alla tentazione di far valere i propri principi erga omnes (cioè di farli diventare leggi dello Stato), e dunque si limitano a proporre quanto delle loro convinzioni è argomentabile anche a prescindere dalla fede, o tutte le fedi hanno un eguale diritto a tentare di far diventare legge i valori della propria fede (etici, sociali, eccetera) in quanto fede.
E sarebbe risposta risibile quella del cattolico che sostenesse che le sue norme morali (che vietano la poligamia, il divorzio, il preservativo, l'aborto, l'eutanasia) sono norme naturali, dunque argomentabili in modo semplicemente umano (basandosi su logica, fatti accertabili, valori democratici), mentre quelle dell'islamico che volesse consentire la poligamia o del testimone di Geova intenzionato a proibire le trasfusioni devono far ricorso al dogma delle rispettive religioni, poiché infondate sul piano semplicemente naturale, razional-umano (argomentabile a prescindere dalla fede). Perché, se davvero è così, sarebbe logico e coerente (e magari anche utile per la Chiesa) che - quando si tratta di politica e di leggi - lei si esprimesse solo e sempre in quanto prof. Ruini e mai in quanto cardinale e vescovo.
Temo invece che l'antica e antidemocratica pretesa della chiesa di imporre al secolo le norme morali desunte dal dogma stia conoscendo una nuova stagione di fioritura opulenta. Ma questa volta più pericolosa e contraddittoria che mai. (...)
C'è poco da illudersi. Se non si esce radicalmente dalla pretesa di far valere qualcosa (ogni fede e ogni Dio) che esuli dal mero argomentare umano (e lei da tale pretesa non esce, anzi la riafferma, ogni volta che parla di politica e di leggi in quanto card. Ruini) saranno tutte le fedi, ciascuna con il proprio Dio, a voler decidere la norma penale e civile, in uno scontro interreligioso micidiale, oltre che in una tracimante ostilità alla logica della convivenza laica e democratica. Moltissimi anni fa sostenni che due capisaldi "irrinunciabili" della politica vaticana, l'8 per mille e il finanziamento alle scuole private confessionali, in un paio di generazioni si sarebbero rivelati dei tragici boomerang anche dal punto di vista della Chiesa. Non è passato ancora il tempo di una sola generazione, e già ci siamo: per quanto anni ancora si riuscirà e mantenere l'islam italiano (nelle sue diverse componenti) incostituzionalmente fuori dall'8 per mille? E le scuole private ispirate ad Allah e sostenute da finanziamento pubblico non sono ormai all'ordine del giorno?
(...) Infine, un accenno al merito dei suoi interventi. Lei, nella sua veste di card. Ruini, ha intimato ai fedeli di non andare a votare nel prossimo referendum. Tecnicamente, per chi vuole sconfiggerne i promotori, è la scelta più "furba". Poiché un'astensione del 30% in un referendum è ormai fisiologica, basta convincere due italiani su dieci a restare a casa e il referendum è sconfitto. Il referendum in quanto strumento, però, non solo il sì a questo referendum. Ma è sicuro che questa scelta "furba", che affossa di fatto l'istituto (perché in futuro tutti agiranno nello stesso modo, e convincere il 20% è alla portata di quasi tutti), sia anche lungimirante? Ha forse dimenticato che a voler l'introduzione del referendum fu proprio la sua Chiesa, per poter abrogare la legge che introduceva il divorzio? E se domani una maggioranza parlamentare introducesse altre leggi in contrasto con il diritto "naturale" (posto che come tale riesca ad argomentarlo, da professor Ruini, non da cardinale) non sarà il referendum uno strumento di tutela anche per il cittadino Ruini?



Nasce il Manifesto per Milano.
Il «programma» delle periferie


dal Corriere - 29 maggio 2005

È in quattro parole il futuro di Milano. Per risolvere i problemi sotto la Madonnina ci vogliono solidarietà, partecipazione, legalità e integrazione. La ricetta la indica il prefetto, Bruno Ferrante, ieri all’Università Bicocca per il convegno organizzato dal Coordinamento dei comitati milanesi La periferia si fa centro . Nel suo intervento tratteggia un modello di sviluppo per la città: «Bisogna aggredire i problemi sociali senza ricondurre tutto solo a questioni di ordine pubblico e di sicurezza - dice -. Si deve investire di più nella partecipazione e nella solidarietà. Con un coinvolgimento dal basso e un confronto con i residenti delle periferie». Frasi che colgono nel segno. A meno di un anno dalle elezioni amministrative, il desiderio della società civile di proporre un programma di rinnovamento e rilancio per la città è già nell’aria. Di più. Il 6 giugno al Barrio’s, il centro sociale fondato ’97 alla Barona da don Gino Rigoldi, sarà presentato il Manifesto per Milano . La sua stesura ha coinvolto, tra gli altri, l’economista Marco Vitale, il vicepresidente lombardo di Legambiente Ennio Rota, Franco Morganti dell’associazione Mi06, il presidente del Coordinamento dei comitati di quartiere Carlo Montalbetti. Ma nell’incontro ieri alla Bicocca tra comitati di quartiere e figure milanesi d’eccellenza viene già idealmente lanciata Milania , la metropoli di domani. È un luogo g-local in cui la periferia si fa centro («Si può ottenere un ribaltamento di prospettive: ci si deve occupare delle periferie non marginalmente perché sono un problema, ma centralmente perché sono una risorsa»).
Il bisogno di una Milano policentrica lo sottolineano il primo presidente della Regione Lombardia Piero Bassetti, l’ex sovrintendente della Scala Carlo Fontana, il direttore di ricerca dell’Istituto di economia e politica dell’energia e dell’ambiente della Bocconi Edoardo Croci e, ancora una volta, Vitale e Montalbetti. Al dibattito dà il via anche una ricerca condotta da Francesca Zajczyk, docente di Sociologia della Bicocca. I risultati sono contenuti nel libro «Milano, quartieri periferici fra incertezze e trasformazioni» (Bruno Mondadori, editore). «Dall’indagine emerge un forte senso di lontananza di chi abita in periferia dalle istituzioni, considerate capaci solo di attuare interventi-tampone - spiega Zajczyk -. Lo avvertono più del 50% dei residenti».
La sensazione di marginalità acuisce i problemi, a cominciare da quello della casa. «In città ci sono circa 4.000 alloggi di edilizia pubblica occupati abusivamente - sottolinea Ferrante -. È certamente una pratica criminale, ma segnala anche una esigenza abitativa reale di cui bisogna farsi carico. Milano ha bisogno di affrontare con un programma la presenza di nuovi cittadini stranieri: avremo bisogno di maggiore accoglienza nel rispetto delle regole. Per aiutare le nuove presenze a diventare sempre di più cittadini milanesi». Da un lato ci sono le questioni aperte, dall’altro la visione di Milani a (che è anche il nome di un giornale nato nei mesi scorsi). «Non c’è spazio - dice Vitale - per una città che non sia policentrica». Rincara la dose Bassetti: «Il futuro sindaco deve essere reticolare perché Milano ormai è g-local ». Fontana parla di una città-regione: «In cui non ci siano particolarismi». Per Montalbetti «per vincere il malessere diffuso, bisogna coinvolgere di più i cittadini». Dal centro alle periferie.
Simona Ravizza







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Ds Milano - Rassegna stampa


Italia paradise
ALESSANDRO ROBECCHI
Il sole, il mare, la bella Brianza, i playboy che mandano sms alle ragazze (dieci al giorno, a più ragazze). Il paese più bello del mondo. La gioia. La ricchezza. Abbiamo il telefonino, abbiamo la macchina e la casa in proprietà. Cumpa', e chi ci ammazza a noi!? Oplà! L'ultimo modello di Silvio disponibile sul mercato, un Big Jim con la camicia hawayana e le infradito coi brillanti. Potete buttare il modello «pensoso statista», che ormai è vecchio di due settimane, e lui si è già stancato. Ma questa volta, forse per la prima volta, Silvio assomiglia veramente a qualcuno. Per la precisione somiglia a quel tipo finto-svagato che si incontra su ogni spiaggia bella del mondo, in paesi poverissimi e lontani. L'indigeno furbetto e paraculo che dice in continuazione: It's a paradise, man! E' un paradiso, ah, come si sta bene... e poi ti chiede un dollaro. Ecco il Silvio del momento, la nuova versione, accessoriata di nuove rutilanti cazzate. Non per sminuire Tony Blair che assisteva alla scenetta, ma per un momento si è pensato che Silvio gli vendesse il Colosseo, o la fontana di Trevi, o che più modestamente gli allungasse il numero di una ragazza. Naturalmente non passa giorno che qualcuno non dica che la nostra economia fa schifo e compassione. L'Europa, l'Istat, la Confindustria, lo stesso ministero del Tesoro, i principali indicatori economici, quelli degli investimenti, quelli della ricerca, si fatica a trovare un numero che non dica che abbiamo le pezze al culo. Ma al nuovo Silvio Tropical questo non interessa... It's a paradise man! Guarda qui che sciccheria, guadagnare si guadagna, benessere e gioia, e anche - non per vantarsi - ma si scopa parecchio (oltre al sole, oltre al mare e ai monumenti, francamente in quanto a raffinatezza non ci fotte nessuno).

Poi, lo straniero ricco prende l'aereo e torna a Londra. L'indigeno con la camicia hawayana e le infradito passa ad altri affari. Viene fuori (grazie al giornale comunista della Confindustria) che gli spot della presidenza del consiglio finiscono quasi tutti sulle reti del presidente del consiglio. Silvio Tropical fa spallucce, non sa, non conosce le cifre. E' un po' come dicesse: sapete, i tempi sono duri per tutti, c'è grande crisi, l'economia non tira, bisogna arrangiarsi. Che c'è di male a fare i soldi con qualche trucchetto? Che male c'è se chi paga con soldi pubblici è lo stesso che incassa? E soprattutto, che male c'è se tutti quanti, quello che paga, quello che incassa e quello che se la ride che siamo ricchi è sempre lui, Silvio?

Ora del tramonto, sulla nostra spiaggia bellissima, in questo Bengodi, c'è ancora qualche turista. L'indigeno torna verso la sua baracchetta con le sue infradito, la sua camicia hawayana e la certezza di aver fatto anche oggi qualcosa per sbarcare il suo personale lunario. Gioia, benessere. It's a paradise, man! www.ilmanifesto.it/




Bulgaria: agenzie di modelle e matrimonio sulle vie del trafficking
Tanya Mangalakova
Sono 80 le agenzie ufficilamente registrate che reclutano fotomodelle in Bulgaria. Ma molte di loro non sarebbero che paravento per traffici di esseri umani. Le denunce della società civile bulgara
Michael Kori Davice Dietro alla facciata da agenzie matrimoniali e di moda alcune organizzazioni bulgare si occuperebbero in realtà di "trafficare" donne bulgare verso Paesi stranieri. E' questa la denuncia, ripresa da gran parte della stampa bulgara, fatta da una ONG locale, la "Fondazione per la difesa dei giovani", collaboratrice, assieme ad altre ONG internazionali, di un programma UE sulla sensibilizzazione e la prevenzione in merito al trafficking. Secondo i responsabili dell'ONG bulgara ogni anno dalle 10.000 alle 15.000 donne bulgare cadrebbero nelle mani dei trafficanti. Dato, quest'ultimo, ben lontano dalle stime ufficiali. Secondo il Ministero degli interni infatti ogni anno sarebbero vittime del trafficking tra le 800 e le 1000 cittadine bulgare. Secondo una fonte che ha preferito rimanere anonima dell'Ufficio nazionale di lotta alla criminalità organizzata "le Ong esagererebbero le stime in merito alle ‘schiave bianche' anche perché è molto difficile stimare il numero di donne che si sono recate all'estero di loro spontanea volontà e che successivamente hanno subito maltrattamenti". I media locali hanno citato entrambe le stime.

Fotomodelle

Spesso il sogno di raggiungere l'occidente si trasforma in un incubo per molte giovani donne bulgare. Chi le attira nella rete del trafficking promette un lavoro ben pagato in Europa occidentale. "Molte agenzie matrimoniali, agenzie di moda ed addirittura agenzie di collocamento non sono altro che una copertura per traffici illeciti - dichiara Milko Petrov, presidente della "Fondazione per la difesa dei giovani" – spesso vengono tratte in inganno da amici, parenti o colleghi che le spingono ad andare all'estero proponendo loro lavori come cameriere, ballerine o donne di servizio. Il maggior numero di vittime di questi traffici proviene dal sudest e nordovest della Bulgaria".

Le loro destinazioni principali sono Macedonia, Kosovo, Germania, Francia, Olanda, Spagna ed Italia. Fin dall'inizio vengono private dei loro documenti e questo implica che gli organizzatori del trafficking abbiano buoni collegamenti con la polizia ed i doganieri di confine.

In Bulgaria esistono 80 agenzie di moda regolarmente registrate ma secondo Evguenia Kalkandzhieva, modella e presidente di una di queste, l'agenzia "Visage", solo in tre lavorerebbero in questo specifico campo. Lo ha dichiarato a Sofia, durante una conferenza sul trafficking.

"Più del 90% delle agenzie di moda lo sono solo formalmente" ha rivelato "la maggioranza delle vittime del trafficking cadono vittime del loro sogno di divenire modelle. Per questo è necessario un maggior controllo ed una maggiore regolamentazione in questo campo".

Obbligate alla prostituzione

Il quotidiano Monitor ricorda che la Bulgaria è inserita, assieme ad altri 75, in una lista dei Paesi d'origine e di transito delle donne vittime del trafficking. Monitor poi riporta altre informazioni: oltre alle destinazioni europee molte donne verrebbero portate anche in Sud Africa, inoltre la mafia bulgara sarebbe ben inserita nel controllo della prostituzione nelle città francesi di Strasburgo, Nizza e Marsiglia. Sarebbero di nazionalità bulgara l'11,2% delle donne finite nella rete della prostituzione in Germania.

Secondo l'ONG bulgara "Faccia a faccia" – che si occupa di supportare ragazze che rischiano di finire vittime del trafficking – prese di mira sono di solito ragazze tra i 12 ed i 18 anni, obbligate poi con la forza alla prostituzione. Sempre secondo i responsabili dell'ONG le città più a rischio sono Varna, Targoviste, Razgrad, Dobrich, Shumen e Bourgas. In tre mesi – si specifica – lo sfruttatore guadagna grazie alla ragazza dai 15.000 ai 20.000 euro. Poi un dato drammatico: negli ultimi 3 anni sono state solo 240 le ragazze vittime del trafficking che sono riuscite a rientrare in Bulgaria.

Misure contro il trafficking

Nel 2003 il parlamento bulgaro ha approvato un emendamento al codice penale nel quale è stato inserito il reato di traffico di esseri umani con pene che vanno da 1 a 10 anni di prigione. Ma di fatto i processi contro i trafficanti spesso non portano a risultati concreti a causa della debolezza della magistratura e ad una burocrazia farraginosa. La corruzione ostacola inoltre come un grande masso la strada della giustizia.

Il 17 febbraio scorso il governo ha inoltre approvato un piano nazionale per la prevenzione e l'azione contro il trafficking e per la protezione delle vittime. L'obiettivo è il passaggio dalla zona 2 alla zona 1 dei Paesi che secondo l'amministrazione USA stanno operandosi in modo positivo contro questa piaga. USAID, agenzia governativa statunitense che si occupa di aiuti allo sviluppo h messo a disposizione dell'ufficio di Sofia dello IOM (Internaional Organization on Migration) 147.000 dollari e ne ha promessi altri 250.000 per l'implementazione del piano adottato dal governo. Cifre che purtroppo impallidiscono rispetto all'enorme fatturato di questa attività illecita.

Luce rubata

Il problema del trafficking è sensibilmente aumentato dal crollo del comunismo in Bulgaria. I trafficanti pescano nei settori della società più emarginati, fanno leva su condizioni economiche spesso disperate, si approfittano dell'ingenuità di ragazze che spesso sono originarie di aree rurali e che non vengono affatto protette dalla società. Obiettivo dell'ONG "Faccia a faccia" è quello di lottare contro questo fenomeno, prevenirlo e ridurre i casi di ragazze obbligate alla prostituzione in Bulgaria ed all'estero. Secondo i responsabili dell'ONG due dei problemi principali che si trovano ad affrontare quotidianamente sono l'influenza che ha sulla società il crimine organizzato e l'alto livello di corruzione nell'amministrazione pubblica e tra chi dovrebbe far rispettare le leggi.

L'ONG è stata tra le promotrici del primo cortometraggio girato in Bulgaria per sensibilizzare l'opinione pubblica su questo specifico tema. Il regista di "Luce rubata", alla sua prima direzione, è stato l'attore americano Michael Kori Davice. "Non intendevo nemmeno fare un film. Era il 2003, stavo girando un film qui in Bulgaria ed ho incontrato il direttore esecutivo dell'ONG "Faccia a faccia". Abbiamo iniziato ad incontrare ragazzi e ragazze degli orfanotrofi e sono venuto a conoscenza dei loro problemi. Questi ragazzini hanno poi iniziato a scrivermi. Tra queste vi era Svetlana, ragazzina che nemmeno sapevo chi fosse. Ho deciso di raccontare la sua storia".

Un storia drammatica. Svetlana ha perso la madre ed è stata obbligata a vivere in un orfanotrofio. E' stata poi adottata da una famiglia il cui unico scopo era quello di venderla ai trafficanti che l'anno poi obbligata alla prostituzione. Svetlana è stata poi tra le poche a riuscire a scappare. Il film è entrato a pieno titolo nel materiale che "Faccia a faccia" utilizza nelle proprie campagne di sensibilizzazione.

Un film molto crudo. "E' vero, sfortunatamente dopo aver letto di storie come queste molti bulgari ritengono che queste ragazze finiscono nel giro della prostituzione a causa dello stato dell'economia del vostro paese" chiarisce Kori Da vice "questo può essere vero in alcuni casi ma sono molto più numerose le situazioni nelle quali le ragazze sono obbligate alla prostituzione. Ci rivolgiamo direttamente a quelle persone – vogliamo contribuire a far cambiare loro opinione. Sino a quando quelle persone ritengono che queste ragazzine si prostituiscono perché lo vogliono, non vi sono molte chance di combattere il problema della prostituzione forzata. Per questo ho deciso che il miglior modo di affrontare il problema fosse mostrare la vera brutalità alla quale sono sottoposte queste ragazze". www.osservatoriobalcani.org/



Vigilie elettorali


Pure qui abbiamo i referendum, e il nostro è domani.
Referendum inutile e ingannevole secondo i più, in cui si chiede, in teoria, di esprimersi sull'emendamento di un articolo della Costituzione per aprire la competizione elettorale a più candidati.
In pratica, invece, questi candidati dovrebbero necessariamente essere già presenti in parlamento, per essere eleggibili. Ovvero: se non sei già dentro, non entri.

Tutta l'opposizione egiziana, compatta, si è espressa per il boicottaggio. E la gente che conosco io si limita a sbuffare, quando ne sente parlare. "Referendum? Ma per cosa?"

Io, poi, ultimamente sono stata tutta accartocciata sul mio ombelico (che poi è un ombelico che mi risulta ipnotico, non riesco più a scartocciarmi in nessun modo) e al mondo esterno ho pensato poco.
"Ma dice che il Presidente ha dichiarato che non si fanno, le prossime elezioni, e che governa altri 5 anni."
"Ah, sì?"
"E dice Walid che lo sapeva, lui, che la democrazia bisogna conquistarla e che dove si è mai visto, un dittatore che te la concede?"
"In Spagna...", faccio io alzando le spalle, e ancora un po' e Pepe mi mena, vengo costretta alla fuga. Evvabbe'.

Insomma: domani non succederà niente o, al massimo, voleranno mazzate.
Sono previste manifestazioni dell'opposizione e qualche ambasciata ha avvisato di non uscire di casa.
Qui ce ne freghiamo, ovviamente, e poi io ho un costume da bagno nuovo di zecca e giallo-papera, bellissimo, e nulla mi impedirà di raggiungere la mia piscina.
Se scoppia qualcosa, quindi, preoccupatevi solo se scoppia in acqua. Altrimenti vuol dire che non mi ha preso.

E a proposito di cose che scoppiano: ormai tutti i possibili luoghi obiettivo di attentati hanno la loro bella polizia che controlla chiunque entri.
Controlli un po' sonnacchiosi, il più delle volte, ma d'altronde siamo a 34 gradi.
Però c'è questa cosa divertente degli specchi per guardare sotto le macchine: hanno una cosa tipo pala da pizzaiolo che finisce con uno specchio attraverso cui i solerti poliziotti si assicurano che tu non abbia bombe tra le ruote.
Guardano per bene, poi ti fanno passare.

Ora: io non vorrei dare consigli ai bombaroli, ma non posso tacere che il posto migliore per tenere dell'esplosivo in macchina, al Cairo, è sul sedile accanto al conducente: nessuno se ne accorgerà mai, giuro. O anche appeso allo specchietto retrovisore va benissimo, secondo me.

(E' anche vero che io vedo controllare le macchine che hanno me dentro e a noi stranieri, qui, è stato affidato il ruolo di vittime di attentati, mica quello di artefici. Quindi in fondo è normale che io passi sotto metal detector trillanti ricevendo, in cambio, solo i sorrisi dei gentilissimi poliziotti. Ora: se fossi una bombarola egiziana, mi farei il guardaroba da Benetton per corrispondenza e mi tingerei di biondo. Entri ovunque senza problemi, giuro. Sai che botto che puoi fare?)www.ilcircolo.net/lia

Un’intesa liberal-labourista per l’Europa?
Daniele Castellani Perelli



Se da Parigi passa la sopravvivenza dell’Europa, è a Londra che deve guardare chi spera in un autentico rilancio globale del continente. Perché se la Gran Bretagna dirà sì al referendum sulla Costituzione europea, dopo 50 anni di diffidenza dimostrerà di aver definitivamente scelto, tra Europa e Stati Uniti, di essere protagonista della prima. L’Unione ne guadagnerà in compattezza e in dinamismo, potendo godere appieno dell’eccezionale apporto culturale, politico ed economico del Regno Unito: è Londra la capitale preferita dai giovani del continente, è soprattutto da lì che si sprigionano, in tutti i campi, le maggiori innovazioni del continente.

Le recenti elezioni hanno indicato, tra le altre cose, quale Gran Bretagna sarà quella che, il prossimo anno, voterà al referendum sulla Costituzione. Da un punto di vista europeista non ci si può che rallegrare del buon risultato dei liberaldemocratici di Charles Kennedy. Nel loro programma scrivono che “l’Ue ha un ruolo fondamentale nel garantire la pace e la libertà in Europa”, e che “porta enormi benefici alla Gran Bretagna”. “Noi crediamo che l’Ue – aggiungono – debba avere i poteri e le risorse per agire efficacemente in aree in cui i problemi non possono essere risolti a un livello nazionale e regionale”. L’approccio dei lib-dem sembra particolarmente adatto a incontrare il consenso dei cittadini britannici, perché il loro europeismo discreto e pragmatico va di pari passo con l’accettazione di alcune preoccupazioni assai diffuse nel campo antieuropeista, come la lotta agli sprechi e alla burocrazia di Bruxelles, l’opposizione al federalismo e il mantenimento del potere di veto nelle aree “di interesse vitale per il Regno Unito”.

Ma l’azione dei lib-dem non è solo di opposizione al progetto comunitario, tanto che nel loro programma chiedono una maggiore attenzione all’ambiente, istituzione più democratiche e soprattutto si battono apertamente perché la Gran Bretagna adotti la moneta unica: “Noi crediamo che l’euro offra la possibilità per evitare l’instabilità del tasso di cambio, e che riduca i costi del commercio con il resto dell’Ue. Pertanto ci impegneremo per ottenere un ingresso sostenibile nell’euro, incluso un livello competitivo per la sterlina, seguito da un referendum con cui il popolo britannico, e non i politici, deciderà se entrare o meno nell’euro”.

Nel parlamento europeo, d’altronde, il loro gruppo (Alde) brilla per attivismo e per assenza di ideologia. Sono liberali progressisti e europeisti, come il loro capogruppo Graham Watson (di cui Caffeeuropa ha pubblicato recentemente un intervento a favore dell’ingresso della Turchia). Se si escludono i radicali Marco Pannella e Emma Bonino, i politici italiani appartenenti all’Alde sono tutti membri del centrosinistra, come Antonio Di Pietro, Giulietto Chiesa e esponenti della Margherita del peso di Paolo Costa, Lapo Pistelli, Vittorio Prodi e Enrico Letta.

In Italia è stato lo stesso Letta, che si è detto legato sia a Blair sia a Charles Kennedy, a dipingere uno degli scenari futuribili: “Mi auguro che a Londra si arrivi a un’intesa tra il labour e i liberaldemocratici”. Con una maggioranza ridimensionata, il premier potrebbe essere costretto a rivolgersi ai partiti dell’opposizione. E quindi ai liberaldemocratici, che su questioni come la guerra e il Welfare sono persino più a sinistra di Blair (erano contro l’intervento in Iraq e in economia hanno posizioni meno liberiste). Nella storia recente, la loro matrice di sinistra è d’altronde ben presente, visto che i “lib-dem” nascono, nel 1988, dalla fusione del partito liberale e di quello socialdemocratico.

Il 5 maggio, grazie al loro 23% (5 punti in più rispetto al 2001) i liberaldemocratici sono riusciti a trasformare, come ha spiegato soddisfatto Kennedy, il tradizionale bipartitismo britannico in un sistema ormai saldamente a tre partiti. Tuttavia un crudele sistema elettorale attribuisce loro solo 62 seggi, che sono la miglior prestazione in un secolo di storia e che potrebbero risultare decisivi quando la sinistra del Labour voterà contro le proposte di Blair.

Lo storico britannico Timothy Garton Ash, columnist del Guardian che guarda all’Europa, il giorno prima del voto si era espresso chiaramente a favore di un’alleanza lib-lab, e aveva fatto più o meno questo discorso agli elettori progressisti: se volete riunire la sinistra britannica, divisa tra labour e liberaldemocratici, non sprecate il vostro voto, controllate chi dei due è in vantaggio nel vostro collegio e votatelo, perché così i conservatori verranno sconfitti, e saranno costretti in futuro a muoversi verso il centro e a diventare più liberali.

Anche se in campagna elettorale il tema europeo non si è mai affacciato, è noto che, se i conservatori sono ostili all’Ue, tra i laburisti e i liberaldemocratici l’idea d’Europa vanta più sostenitori. Questo significa che il 59% degli elettori ha votato per i due partiti che si batteranno per il sì al referendum sulla Costituzione europea (sempre che l’eventuale “no” francese non lo cancelli). E’ un buon segnale, che però dovrà fare i conti con lo scarso entusiasmo europeista che serpeggia in quei due stessi partiti. Molto dipenderà ancora da lui, da Tony Blair. Prossimo alla staffetta con Gordon Brown, non ha più nulla da perdere. Con questa maggioranza ridotta, sarà costretto ad una politica estera meno aggressiva, e presumibilmente meno accondiscendente nei confronti di George Bush.

L’ultimo mandato di un grande leader serve di solito per entrare nella Storia, e Blair, che è ambizioso e sognatore, potrebbe scegliere di impegnarsi in un miracolo: portare la Gran Bretagna al centro dell’Europa. In Italia lo ha ricordato Gianni Riotta, che in un editoriale sul Corriere della Sera si è chiesto: “Basteranno 66 seggi di maggioranza come tribuna per convincere gli inglesi che il futuro è l’Unione?”. In Germania la Sueddeutsche ha lanciato la sfida: “Dopo la terza vittoria elettorale, Blair può diventare la figura centrale dell’Europa politica. La sinistra e la destra del continente possono ritrovarsi in lui, gli atlantisti esteuropei e perfino i gollisti tedeschi. Se Blair saprà convincere il proprio paese della forza e del significato dell’Europa, allora quella sarà sicuramente materia per gli storici”. www.caffeeuropa.it/







Velina non fa rima con mammina. Il caso Mirko (di Stefano Olivieri)

Chissà perché, stavolta le corazzate del gossip si sono tenute lontano dalla morte del piccolo Mirko e da sua madre Mary. Che Vespa abbia perso lo smalto e non sia sia accorto delle potenzialità del fattaccio non possiamo crederlo, è un vero esperto del ramo e un businessman dell’auditel come pochi. Ma non è stato il solo a dimenticarsi di Mary, anche "Verissimo" di Mediaset e il mummificato Cocuzza se ne sono tenuti alla larga. Improvvisa discrezione ? Come crederlo dopo anni di spazzatura propinati al pubblico? Allora di che cosa si tratta, forse di pudore ? Ecco, forse sì, pudore è la parola giusta, anzi vergogna.

Perché Mary Patrizio non è soltanto una mamma snaturata ed omicida, se verranno confermate le accuse in seguito a quanto è trapelato sulla stampa circa la sua confessione. Nel gesto disperato – e criminale, va detto – della donna nei confronti del figlioletto c’è tutta l’impotenza , la rabbia cieca, la delusione abissale di un esercito di aspiranti veline, di ragazze bellocce e speranzose di sfondare nello spettacolo che, loro malgrado, non ce l’hanno fatta. Perché Mary ci contava di fare la velina, ed era graziosa con quel suo sorriso un po’ ammiccante. Ma era, è una delle tante, ormai migliaia in tutta Italia, ragazze carine che scelgono – o almeno credono di farlo – di tentare la strada della tv piuttosto che quella della ragioniera, della commessa, dell’operaia, della mamma. Perché la tv, se ti prende, ti toglie tutto, almeno per il tempo che le servi. Non c’è spazio per un amore che non sia con un calciatore, non c’è tempo per lo studio tanto non dovrai mai aprire bocca, non c’è tempo per fare un figlio e accudirlo, finchè non è diventato grande.

Il guasto provocato da gente come Maria de Filippi – giusto per citare un brand di moda – alla moralità e ai valori delle giovani generazioni italiane non sarà mai troppo grande. Sono pronto a scommettere che anche Mary Patrizio seguiva fino a qualche settimana fa quei salotti televisivi di figuranti in cerca di notorietà, si beveva d’un fiato i falsi drammoni precotti delle ragazze che sbavano per il Costantino di turno, si rodeva il fegato per non essere anche lei lì con loro, piuttosto che a fare il bagnetto al figlio.

Ora la vita le ha tolto davvero tutto, anche l’ultima illusione. Per ironia della sorte, quelle foto che dovevano servirle per promuoverla nel mondo dello spettacolo, ora l’hanno introdotta nella cronaca nera. Ma non è l’unica responsabile della morte di Mirko, lei è anzi soltanto l’anello debole di una catena cinica e potente che sta strozzando l’Italia con la tv . E le donne, in particolare : da noi c’è il burqa alla rovescia, se una donna vuole emanciparsi deve diventare velina, con tutti gli annessi e connessi. Dipendesse da me, per la morte di Mirko arresterei anche la De Filippi, per istigazione a delinquere e circonvenzione di incapace. Ma è difficile credere che qualcun altro oltre il sottoscritto punterà il dito accusatore su una delle più protette dal regime. www.liblab.it



No a Schröder, no alla Costituzione, sì all’Europa!
Il cancelliere Schröder è stato sconfitto pesantemente nel Nordreno Westalia, mentre i francesi probabilmente voteranno contro la costituzione Ue, così come gli olandesi. Perché gli europei dicono No?
Manifesto di propaganda del No in Francia Il No dei francesi al referendum sulla Costituzione Ue il prossimo 29 maggio diventa sempre più probabile e anche gli olandesi, al voto tre giorni più tardi, con tutta probabilità rifiuteranno il testo. Lo scetticismo innanzi al patto costituzionale europeo è sintomo di un malessere generale di fronte allo sviluppo dell'Unione: se la Comunità europea è riuscita a creare una nicchia di soffice agiatezza oggi, ai tempi di grande confronto Est-Ovest, i meccanismi freddi della globalizzazione soffiano sulle spalle dei cittadini di Eurolandia. La socialdemocrazia, un tempo patrona protettrice della povera gente, si è convertita con Blair e Schröder nel credo della competizione e della liberalizzazione a tutti i costi, dando sostegno a spietati tagli sociali, spesso perfino controproducenti. Blair è sopravvissuto alle ultime elezioni a fatica, grazie soltanto al sistema maggioritario britannico, Schröder deve confrontarsi con un catastrofico bilancio (cinque milioni di disoccupati!) e con possibilità praticamente ridottissime di vedersi confermato al rinnovo del Bundestag fissato per il prossimo settembre.

Dalla generazione Euro all’euro-proletariato

Il declino della Spd (partito socialdemocratico)e il No francese si basano sullo stesso sentimento d’insoddisfazione e d’ingiustizia. L’Ue appare l’immagine riflessa di una globalizzazione furiosa, che demolisce tutti i confini e nella quale solo i forti sopravvivono. All’estero ci sono i cinesi, in casa abbiamo piastrellisti polacchi o, peggio ancora, gli spedizionieri tedeschi per abbassare il costo del lavoro viaggiano in Germania sotto bandiera cipriota, naturalmente per motivi fiscali (mentre a Cipro non vi hanno mai effettuato alcuna consegna). Mezza Polonia stira camicie a Parigi, ovviamente in nero e senza sicurezze sociali, le aziende di lavoro interinale portano intere famiglie dalla Germania orientale in Olanda a raccogliere pomodori: non si tratta di inter-rail o del gioioso sistema Erasmus di una generazione “Euro poliglotta” che si diverte a mangiare tapas durante il semestre vissuto a Barcellona. L’Unione sta facendo emergere un nuovo euro-proletariato costretto a lavorare qui e là in cerca di opportunità d’impiego. Il No in Francia è rivolto non contro l'idea europea in sé, e neppure contro il testo su cui ci si è accordati, ma contro il dogma del mercato, inteso come un’alternativa al sistema politico di rappresentanza.

Se il sentimento di appartenenza vien sacrificato sull’altare di un generale principio di concorrenza, le fondamenta stesse di un’Europa politica vengono meno. Il No della Francia offre tuttavia l’opportunità per iniziare una vera discussione transnazionale sull’impostazione del futuro dell’Unione. Le sinistre europeiste devono cominciare a riconoscere i veri ideali di questa Europa e hanno il preciso compito di elaborare alternative nella dialettica internazionale. È possibile trasformare la frustrazione dei cittadini europei – di fronte al fatalistico atteggiamento della politica verso il mercato – in un movimento paneuropeo in grado di riscrivere le linee di una nuova Europa sociale?
Tobias Troll - paris www.cafebabel.com/it/

Milan - Liverpool. In Palestina
Militari israeliani fanno irruzione in una casa palestinese. Per vedere la finale della Champions League





Annan, sul far della sera, sta tornando a casa. I genitori non vogliono che faccia tardi, visto che è solo un ragazzino, per di più palestinese, e di Hebron.
Mentre il giovane torna a casa viene fermato da una pattuglia di militari israeliani, come accade quasi sempre. Solo che stavolta non chiedono i documenti, ma fanno ad Annan una domanda strana: "Avete la tv e il satellite a casa tua?".

E' accaduto mercoledì 25 maggio. Il giorno della finale della Champions League europea. La partita più importante dell'anno quando non ci sono Mondiali ed Europei. Si affrontano a Istanbul il Milan e il Liverpool. La partita è molto attesa, i campioni italiani contro gli agguerriti inglesi.

Figurarsi se i militari israeliani, età media vent'anni, hanno voglia di perdersi lo show. Solo che sono di pattuglia. A qualcuno viene l'idea. Andiamo a vederla a casa dei palestinesi. Sarebbe bello pensare a un invito, a una serata passata assieme, commentando una grande partita di calcio. In Palestina le cose non vanno così, e i militari si comportano con i Palestinesi come gli è stato insegnato: prendono quello che gli serve.

Annan, seguito dalla pattuglia, torna a casa. I militari chiudono la famiglia del ragazzo in un'altra stanza e si metteno comodi davanti alla tv. La partita è stata molto intensa, ma evidentemente non tutti i soldati si divertivano abbastanza e hanno sfasciato mezza casa prima di andare via.

Un ufficiale dell'esercito israeliano, dopo che l'emittente televisiva Canale 10 ha trasmesso le immagini della casa devastata, ha comunicato che sarà aperta un'inchiesta sull'accaduto e che il comandante dell'unità è stato per il momento sospeso.
Ma l'inchiesta sarà aperta solo sull'accaduto, questa storia è diventata famosa solo grazie al Milan e al Liverpool. A Hebron, di episodi come questo, ne capitano tutti i giorni. PeaceReporter ha visitato la città nell'aprile scorso e la condizione della popolazione civile è molto dura.
Ma di solito le stelle della Champions League guardano da un'altra parte, e nessuno apre inchieste. www.peacereporter.net/

E nemmeno si chiede: "perché?"

Ch.E.

SGARBI: L'AGGETTIVO SQUALIFICATIVO













Una breve ma importante considerazione.

Vittorio Sgarbi mi sta sulle palle.
Parlando dello scrittore Aldo Busi, Sgarbi si sente in dovere
di dire :
"Lo scrittore omosessuale Aldo Busi..."
Non capisco perchè parlando di uno scrittore Sgarbi si senta
in dovere di rimarcare i gusti sessuali di Busi.
Non mi sono mai piaciuti coloro che adoperano due aggettivi.
Spesso il secondo aggettivo diventa da qualificativo a squalificativo.

A Napoli "Bravo" vuol dire Bravo.
Bravo ripetuto due volte vuol dire "Coglione".

Ma se Sgarbi si sente in dovere di qualificare i gusti sessuali di Busi,
perchè non qualificare quelli di Sgarbi quando si parla di lui?

Sgarbi è un noto frequentatore di pornostars.
Fino a non molto tempo fa le pornostars si chiamavano "Zoccole".
E coloro che frequentavano le zoccole erano "Puttanieri".

Vi pregherei vivamente quando parlate del Professore,
prossimo ulivista,
di ricordare sempre:
"Il pregievole esperto d'arte e grande puttaniere, On Vottorio Sgarbi...."

Ci terrei molto.
Grazie

Fabio Greggio


www.liblab.it/





Votare sì anche per Giulia
[Ricevo questa lettera da un'amica che di recente ha avuto un po' di sfighe ma non ha mai smesso di tener duro e lottare e - insieme al suo compagno - è un esempio per quelli che la conoscono. Ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma non si lamenta. Spesso ci deprimiamo per contrattempi di media entità, quando non per vere e proprie cazzate. Ammettiamolo, siamo tutti un po' dei fighetti... A paragone di esperienze come quella di Giulia, molti nostri "problemi" si fanno piccoli piccoli, ciò che sembrava solido svanisce nell'aria.
Ora la lotta di Giulia si innesta su una lotta più vasta, e ciascuno di noi può dare un contributo: la lotta per il sì al referendum. Non è per niente una questione astratta, è una questione di vita o di morte, di dignità e diritti. Invito a diffondere questa lettera, e a sconfiggere nell'urna il disegno oscurantista. WM1]


Mi chiamo Giulia Lorenzoni, ho 30 anni.
In quest'ultimo anno mi sono ammalata di sclerosi multipla, una malattia autoimmunitaria molto grave. A tutt'oggi non si conosce una cura risolutiva e si può solo ricorrere a farmaci che ne rallentano la progressione.
Poiché questa malattia, della quale soffrono solo in Italia 52.000 persone, potrebbe trarre beneficio dall'impiego di cellule staminali embrionali, vi chiedo di dare una mano alla ricerca medica VOTANDO SI' AL PRIMO QUESITO REFERENDARIO DEL 12 e 13 giugno (quesito relativo alla ricerca sulle cellule staminali).

La malattia che colpisce soprattutto i giovani tra i 20 e i 30 anni, aggredisce il sistema nervoso centrale mediante distruzione delle guaine protettive dei fasci nervosi. Nella sua fase iniziale si manifesta con attacchi più o meno violenti a cui seguono periodi di quiete in cui lentamente si possono recuperare le funzioni che si erano perse (il recupero non è scontato e spesso non completo). Poi si può entrare (70% dei casi) in una fase progressiva in cui il corpo non riesce più a recuperare i danni subiti.
Nel mio caso (la sclerosi è molto diversa da persona a persona) la violenza degli attacchi è stata molto forte: in pochi mesi mi sono trovata semiparalizzata su una sedia a rotelle, non potendo bere acqua perchè mi andava di traverso, non riuscendo a parlare chiaramente perché la lingua era semiparalizzata; ci vedevo doppio, avevo gravi difficoltà urinarie.
Sono stata ricoverata in ospedale per più di 50 giorni consecutivi, e adesso, da novembre, dopo una drastica chemioterapia, sono in uno di quei periodi di quiete in cui il corpo può recuperare dai danni che fa la malattia, se gli riesce. Continuo a fare una cura chemioterapica in pastiglie e le mie condizioni sono fortunatamente molto migliorate (ho recuperato quasi tutto).
Le cellule staminali embrionali sono una grande speranza per sconfiggere questa terribile malattia e altre molto gravi (alzheimer, parkinson, cardiopatie, diabete, tumori, sclerosi laterale amiotrofica).
Non ce la togliete.

Grazie di tutto cuore www.carmillaonline.com


Chirac nell’estremo tentativo di far vincere il SI
di Jon Henley
Dopo la ratificazione tedesca, domani è il turno della Francia che si pronuncerà con il referendum
La scorsa notte, si è chiusa una delle campagna più controverse nella recente storia politica recente francese, mentre il paese prendeva in considerazione l’enormità delle sue intenzioni – chiaramente segnalate in una sfilza di sondaggi d’opinione – di rifiutare il Trattato della Costituzione Europea.

Con le due indagini finali che attestano le percentuali del NO tra il 52 e il 55 %, gli analisti sostengono che sarebbe “una sorpresa monumentale” e “un miracolo” se la campagna per il SI vincesse il referendum di domenica.

Le dichiarazioni dell’ultimo minuto del presidente Jacques Chirac e degli altri leader europei hanno fornito una piccola possibilità di far virare la tendenza di voto. Numerosi osservatori si trovano d’accordo sul fatto che l’appello televisivo di Chirac avrebbe sortito solo un lieve impatto sull’elettorato che per la maggior parte sembra essere già pronto: solo il 20% degli elettori, quasi tutti a sinistra, è ancora incerto.

Allo stesso modo, gli appelli del primo ministro italiano, Silvio Berlusconi, di quello spagnolo Josè Luis Zapatero e del Cancelliere tedesco Gerhard Schroder, che hanno preso parte alle manifestazioni di chiusura della campagna, sembravano indirizzate a orecchie sorde.

La campagna per il SI non vuole cedere, sostenendo che l’esito potrebbe dipendere dall’affluenza elettorale, attestata dalla maggior parte dei sondaggi attorno al 67%, e da un piccolo numero di elettori che sono ancora indecisi o che non hanno ancora dichiarato le loro intenzioni di voto.

Il sostegno principale per l'approvazione del Trattato viene da elettori adulti, da gente con alta istruzione e da elettori di centrosinsitra.

Il campo del NO è, invece, dominato dai lavoratori colletti blu, l’estrema e il centro destra e l’estrema sinistra. Con le storiche alleanza poliche che sono venute meno, è difficile predire chi trarrà vantaggio da una forte o debole affluenza al voto.

Brice Teinturier della TNS Sofres agenzia di sondaggi ha ipotizzato che un'ampia affluenza potrebbe favorire la campagna per il No mentre una bassa affluenza potrebbe aumentare il SI.

Le pressioni sulla Francia da parte del resto d’Europa sono cresciute mentre la Germania completa la sua approvazione del Trattato.

A Bruxelles il vice presidente dell’Unione Europa, Margot Wallstrom, ha affermato che il rifiuto della Francia non fermerà l’approvazione del Trattato nel resto dell’Unione.
“Ora abbiamo nove stati membri, che rappresentano 20 milioni di cittadini, che hanno approvato la costituzione”, ha detto.“ Lla voce di quasi il 50% dell’Unione Europea non può essere ignorata”.

Alcuni oppositori sono convinti che possano essere rinegoziati i termini con la Francia, prendendo in considerazione le principali critiche prvenienti dall’ala destra: il progetto di un inaccettabile libero mercato europeo distruggerà il lavoro francese e manderà in pezzi i servizi sociali della nazione.

Ma altri osservatori non sono così fiduciosi “Se vincerà il NO, non ci sarà solo una crisi europea ma un enorme cambiamento in Francia”, ha detto Christophe Barbier, giornalista politico di L’Express.“Tutti i leader delle grandi parti politiche verranno screditati”.

Inoltre, l’Inghilterra si sta rinforzando in vista della reazione negativa della Francia. Downing Street si aspetta che Chiarac risponda alla sconfitta cercando di far deragliare l’agenda di riforma economica pianificata dall’imminente presidenza inglese dell’unione Europea.

I dubbi sul modello economico anglosassone sono stati uno dei principali slogan della campagna per il NO.

Ma fonti francesi negano che egli abbia fatto pressioni su Tony Blair per chiedere che il processo di ratificazione del trattato vada avanti ovunque, anche in Inghilterra.

Alla vigilia della sconfitta francese, Blair non ha alcuna intenzione di fare, l'anno prossimo, un referendum che mai potrà vincere.

Le cabine elettorali francesi si apriranno alle 8 di domenica e chiuderanno 12 ore dopo, tranne a Parigi e Lione in cui sranno aperte fino alle 10 di sera. I primi exit poll saranno resi pubblici poco dopo. La promessa di Chirac di dare “nuovo imperto” al suo governo è stato interpretato come il primo passo, se vincerà il NO, verso il siluramento del primo ministroa Jean-Pierre Raffarin che verrà rimpiazzato dal ministro degli interni Dominique de Villepin.



Media
Le Monde
Le Figaro
Libération
Les Echos
L'Équipe

Siti governativi
La Presidenza
Ufficio del Primo Ministro
Il Governo

Fonte: http://www.guardian.co.uk/eu/story/0,7369,1494439,00.html
Traduzione a cura di Nuovi Mondi Media


Le aguzzine di Abu Ghraib e gli “Awol Soldiers”
di Liliana Adamo

Sabrina Harman si è dichiarata colpevole di sevizie ed ha chiesto scusa al popolo iracheno. Lo ha fatto, molto probabilmente, con le lacrime agli occhi. Ha chiesto scusa davanti alla Corte Marziale di Fort Hood, in Texas, prima della sentenza che ha ridotto la pena in sei mesi di reclusione. Non si sa se le scuse sono state riferite personalmente ai prigionieri scampati al carcere di massima sicurezza d’Abu Ghraib, o se il popolo iracheno le ha accettate. (Nella foto Sabrina Harman)

Ma queste sono appunto, sottigliezze, quisquilie di poco conto. Sabrina Harman, lo ha dichiarato più volte, ha eseguito degli ordini e ritiene d’essere stata un buon soldato; che le bischerate non volevano sfociare in torture vere e proprie, servivano ad estorcere rivelazioni utili ed impedire violenze contro l’esercito americano. Una decisione sfavorevole poteva costarle fino a cinque anni e mezzo di detenzione, ma Sabrina Harman, alla fine dell’estate, sarà nuovamente libera.

Lynnie England, la soldatessa, che in un altro encomiabile scatto, trascina un detenuto nudo con un guinzaglio per cani, aspetta ancora di essere deferita alla giustizia. Ivan Frederick, il soldato che si scatenò con le foto, ha già patteggiato la pena, dichiarandosi colpevole per i reati che gli sono stati addebitati. Se, in nome della legalità s’adopera la violenza…

La tortura è un procedimento sofisticato. Non comprende esclusivamente la sofferenza fisica, ma umilia e annulla anche le difese psicologiche, la personalità e la coscienza individuale, le barriere più forti da far crollare in una potenziale vittima. In un carcere a venti miglia ad ovest di Baghdad, un carcere unico al mondo, dove, una volta a settimana, si giustiziavano gli avversari del rais, il rituale si stravolge nel pieno controllo dell’esercito americano, per affermare il primato di una civiltà, adottando il disinvolto paradigma della degradazione. Altre vittime ad Abu Ghraib prendono il posto degli oppositori di Saddam, uomini, donne e ragazzi, rastrellati a caso nelle incursioni militari, ai posti di blocco, nelle case, perfino dentro le moschee, a Falluja, a Ramadi, nei quartieri sunniti di Baghdad.

Categorie senza una definizione valutabile: piccoli delinquenti, persone ritenute sospette e soltanto un numero esiguo di “capi d’alto rango”, di rivoltosi che hanno agito direttamente contro le forze della coalizione. La decadenza della società americana è passata tutta per Abu Ghraib, nell’incarnazione di una ragazzina che afferma il suo essere “liberata” incorniciando con slip da donna, la testa di un prigioniero musulmano.

Stessa cosa accade a Guantanamo, quando l’addetto alle celle, afferra il Corano e lo infila nelle latrine. Vale a dire: voi non siete nulla, la vostra civiltà è meno di niente, noi affermiamo il potere fallico del modello americano sul mondo intero. Le foto-ricordo scattate ad Abu Ghraib esibiscono un eccesso di simbologie erotiche e orgiastiche. Le pratiche omosessuali sono contrarie ai precetti islamici. Tra le umiliazioni ordinarie c’è l’atto di mettere uomini nudi gli uni sugli altri, in un rito masturbatorio carico di sadismo; di sodomizzare con manici di scope uomini e donne, o di perpetrare la più “classica” delle torture, compiuta con elettrodi introdotti nelle parti più intime.

Sarà stato accontentato anche il generale Sanchez, ideatore degli “interrogatori particolari” a Guantanamo e incaricato da Washington per indagare sulle arbitrarietà compiute dai soldati americani di stanza ad Abu Ghraib. Volente o nolente per gli occidentali, il mondo islamico teme l’esposizione facile in materia sessuale, per inibizioni antiche o per caratteristiche appartenenti alla propria storia e cultura. Denudare un musulmano, costringerlo a genuflettersi con altri, lì dove il corpo stesso assume un significato di pudore e integrità, rappresenta l’atto simbolico di una comunità evoluta (e di un fasullo concetto d’emancipazione, divisa a metà tra pornografia e fanatismo praticante…) che fa scempio di un’altra civiltà e del suo popolo, in ultima analisi è degradata l’idea stessa dell’islam. In nessun’occasione le aguzzine e gli aguzzini d’Abu Ghraib si trattengono dall’usare lo scherno, neanche quando i detenuti cedono alle torture e sono buttati via nelle celle adibite ad obitori.

La Harman, per esempio, si mette in posa davanti ad una cassa da morto, tira su la copertura, sorride davanti alla macchina fotografica, immortalandosi con una delle vittime di quei processi sommari. Naomi Klein scrive bene che la tortura non è più un mezzo per estorcere “confessioni”, piuttosto un’intimidazione rivolta ad un’intera comunità, un mezzo efficiente per il controllo sociale e la repressione. In un certo senso, nelle cosiddette società democratiche, la tortura è un procedimento occultato, ma se si lascia intravedere come il potere è disposto a violare le stesse leggi costituzionali per assicurarsi il controllo sociale, allora rendere noto il terrore presunto, funziona da esempio alle comunità, “serve a spezzare la volontà di resistenza”.

Un organismo nazionale come Patriot Act è l’equivalente di queste forme dissimulate di soggezione e controllo. Sabrina Harman (e l’allegra brigata) eseguiva gli ordini, da chi e perché non è dato a sapersi. Certo, nessuno aveva interesse ad opporsi all’illegittimità di quelle azioni, se non per caso, un ragazzino ebreo disgustato a tal punto da rendere pubbliche le testimonianze d’Abu Ghraib, testimonianze sui fatti, palesi e inoppugnabili in tutto il loro orrore, un“divertimento” come l’home video di sado-maso a buon mercato.

Ci rimane un’unica, debole considerazione: le scelte personali vanno oltre gli ordini ricevuti, coinvolgono tutto il nostro essere, puntano sulle obiezioni dettate dal senso critico e dalla capacità di decidere che ognuno di noi ripone in qualche angolo delle nostre facoltà. Secondo questo pregiudizio, Sabrina Harman appare doppiamente colpevole. Due volte una povera derelitta, priva di senno, simbolo lei stessa di un vuoto, una mancanza di coscienza collettiva ed individuale. Di spregio e ristrettezza d’idee è riempito a dovere il cervello di moltissimi americani, giovani e meno giovani. In buona parte, lo dimostra la condotta militare tenuta in Iraq.

Un esercito dotato d’armi tra le più micidiali al mondo, formato da eccitabili giovanotti hamburghizzati e ragazzine tonte che non hanno consapevolezza e competenza per capire in cosa consiste la loro funzione; mandati in un paese complesso come l’Iraq, senza addestramento professionale e supporti psicologici, a disgregare una comunità come facevano un tempo, le orde barbariche.

Il soldato Ryan salta la frontiera.

Il morale delle truppe americane non è tra i migliori, in ogni caso. Da parte di un centinaio di soldati (tra i complessivi 5.500 disertori), le richieste d’asilo politico in Canada rappresentano un segno di malessere non privo d’attenzione. Si rifugiano oltre le frontiere, intellettuali che s’oppongono alle politiche di Bush, ma non solo, anche soldati semplici che rigettano l’idea d’ammazzare civili innocenti. Com’è già successo alla fine degli anni Sessanta quando le reclute disertavano il Vietnam, i militari professionisti fuggono dall’Iraq. Al contrario di Sabrina Harman e dei suoi compari, Darrell Anderson abbandona nella primavera del 2004. La decisione è presa nel momento in cui, messo davanti ad una scelta (l’ordine di sparare ad un check point contro un’auto che non aveva rallentato, a bordo un’intera famiglia) e il gesto di disobbedire, Darrell sceglie per quest’ultimo.

Minacciato dai suoi superiori, tornato in America per una licenza, Darrell Anderson varca il confine, concretando una nuova scelta, quella di disertare. Si definiscono “Awol”, o meglio, “Absent Without Official Leave”, soldati assenti senza un permesso. Molti sono entrati nell’esercito dopo i fatti dell’11 settembre ed avviati in Afghanistan, oggi sono gli stessi che sconfessano il “patriottismo”. L’opposizione radicale li rappresenta come gli unici eroi della campagna irachena. I giornali hanno reso pubbliche le defezioni di Brandon Hughes, vent’anni, texano, Ivan Brobeck, 18, della Virginia, Clifford Cornell, 24 anni, dell’Arkansas… Che cosa dicono di sé questi uomini quando (legittimamente) violano un giuramento manipolato?

Raccontano di storie personali, della fuga, dei crimini perpetrati dal loro paese, di come ci si lascia alle spalle una guerra che non hanno voluto combattere, in nome di un principio maturato dopo ripensamenti e conflitti profondi. Raccontano del momento cui sono stati ingaggiati telefonicamente con l’offerta di una carriera e la promessa di fare un po’ di soldi, magari per ultimare gli studi al collage; perché il reclutamento può avvenire in svariati modi, anche in strada, davanti alle scuole. Spesso sono raggirati, non gli si dice chiaramente che andare in Iraq significa uccidere o farsi uccidere. E’ l’esperienza sul campo che si rivela, per certi versi, devastante, com’è stato per i precursori che si schierarono a favore del movimento per la pace, durante la guerra in Vietnam. In teoria i “traditori” rischiano un processo in Corte Marziale e la pena di morte, in pratica, fino a cinque anni di reclusione.

Gli “Awon Soldiers” si aggruppano in associazioni antimilitariste, rilasciano interviste, partecipano a conferenze e attendono la decisione della Corte federale canadese, per il riconoscimento dello status di “rifugiati politici”, per iniziare una nuova vita. Tuttavia, il decreto si muove con i piedi di piombo; a Jeremy Hinzman, uno dei primi esiliati, il sogno è stato negato, forse solo provvisoriamente. Ci si chiede cosa può adombrarsi, accreditando la richiesta d’asilo politico. Migliaia di disertori salterebbero oltre confine e le ritorsioni dei loro vicini di casa, gli USA, non si farebbero attendere.

A distanza di due anni dalla guerra, non si riesce più ad arruolare i volontari necessari per l’esercito, portare avanti la “missione in Iraq” ed intraprenderne altre.


Liliana Adamo
l.adamo@reporterassociati.org





maggio 28 2005

È tornata la scuola di classe
Marina Boscaino


da l'Unità - 28 maggio 2005

Indietro nel tempo. A prima del 1962. Io non ero ancora nata. Scuola e avviamento alle professioni: già 42 anni fa sembrava improponibile, iniquo, anacronistico. Giovedì sera abbiamo invece dovuto ascoltare con pazienza questa signora perbene che pacatamente ha recitato - nell’accogliente salotto dell’alter ego di Vespa, Giovanni Masotti - le parole d’ordine che continua a ripeterci da quando ci tocca sopportare che sia lei a decidere i destini della scuola italiana. E a dirci che il decreto attuativo sulle superiori, la cui bozza quest’inverno aveva sollevato tante polemiche, rappresenta un passo avanti per la scuola italiana.

Ci ha detto che la riforma non è calata dall’alto, ma rappresenterà un percorso condiviso e partecipato. Falso. La riforma non è piaciuta prima e piace meno che mai ora. Ma il sottrarre la legge al dibattito parlamentare ha consentito al Governo di ignorare completamente il parere di insegnanti, associazioni, studenti, sindacati che pure in questi anni hanno in tutti i modi segnalato il loro dissenso. D’altra parte la stima che l’Esecutivo nutre nei confronti degli addetti ai lavori del settore pubblico è nota. Ha parlato di cifre, la Moratti, di ipotetici stanziamenti anche cospicui; ma chi avrebbe potuto confutarli non era (come al solito) presente. Ancora una volta le parole di donna Letizia hanno compiuto il miracolo: hanno descritto una situazione che non c’è, che non esiste. Lei, come sempre, sembrava credere nella loro funzione taumaturgica: le sue, come quelle di molti dei suoi colleghi, sono parole che, per il solo fatto di essere pronunciate, pretendono di essere vere (potenza del grande capo...). Nel corso della serata abbiamo persino saputo che durante il suo mandato ministeriale gli insegnanti hanno guadagnato di più. Davvero non ce ne siamo accorti.
Se ci dovessimo basare sugli effetti che i decreti che regolano scuole medie ed elementari hanno avuto dovremmo pensare che, al netto delle ricadute in termini di occupazione, la riforma tanto promossa e decantata sia poco più di una bolla di sapone. E questo non perché quel decreto non contenga in sé un gravissimo e pretestuoso attentato ad esperienze significative della scuola italiana; ma piuttosto perché, grazie alla mancanza totale di fondi per investire in questa creatura deforme, quasi nulla è cambiato nelle scuole italiane. Il contenuto del decreto sulle superiori è l’ennesima dimostrazione di quanto Letizia Moratti e il suo staff siano paradossalmente lontani anni luce da qualunque contatto con sistema dell'istruzione italiano. E ciò è tanto più dannoso in quanto questa lontananza gli impedisce di focalizzare e potenziarne gli aspetti più importanti e significativi.
Così è stato nelle scuole elementari (il team di insegnanti, il grave attacco al modello educativo del tempo pieno) e così continua a fare alle superiori: la “licealizzazione” selvaggia degli istituti tecnici è una delle tante prove della scarsa comprensione del mondo scuola da parte della Moratti.
Equiparare gli istituti professionali alla formazione professionale significa mettere una definitiva pietra sul destino di tanti ragazzi che, grazie alla scuola pubblica, sono riusciti ad evadere dalla propria condizione sociale di partenza, ad assicurarsi un'esistenza più dignitosa di quella che avrebbero naturalmente avuto se non avessero avuto quell'opportunità. O, fatto più semplice ma non meno importante, significa non dare la possibilità a quei ragazzi di vivere la propria adolescenza tra i banchi di scuola. Perché il lavoro è lavoro, la scuola è scuola; la formazione professionale si trasforma facilmente in un apprendistato gratuito, senza pretese e senza difese. La scuola è un’altra cosa. E ostinarsi in un’avventura in cui il mondo dell’istruzione assolutamente non si riconosce rappresenta una manifestazione di inadeguatezza che può avere effetti estremamente negativi non solo sulla scuola, ma anche su tutta la società italiana; attraverso questo doppio canale a base sociale ci si preoccupa di convogliare, qualora la vita quotidiana non lo facesse già a sufficienza, destini già determinati. Un richiamo all’ordine attraverso un’adolescenza “di classe”. Ciascuno al suo posto e a ciascuno il suo


GIOIOSI RICCHI E BENESTANTI (di Stefano Olivieri)

E anche perennemente infoiati, tanto da mandare 10 sms al giorno alla ragazza di turno. A parte l’ennesima annotazione pesantemente maschilista, dopo cotanto discorso per favore sottoponiamolo alla macchina della verità. Non se ne può più davvero. Perché due sono le possibilità : o Berlusconi crede davvero di dire la verità, e allora è completamente stordito e occorrerebbe ricoverarlo, oppure si prende gioco dei problemi degli italiani.

Forse sono vere entrambe le ipotesi, perché cuordileone è noto quanto odi la piazza vera e prediliga invece circondarsi di figuranti ammaestrati nelle sue sortite pubbliche. Provasse ad andare senza scorta in un mercato rionale nell’ora di punta a declamare che l’Italia non ha bisogno di stampelle, che le famiglie non fanno altro che comprare case, auto e telefonini, ci provasse e di stampelle avrà bisogno lui dopo qualche attimo, c’è da giurarci.

Siamo stanchi di sopportare questa continua derisione dei nostri problemi. Il premier afferma che la ricchezza delle famiglie supera di otto volte il pil e non si rende conto che se questo è vero, significa che qualcuno si è arricchito e anche tanto alle spalle dei poveracci, e non reinveste nemmeno il capitale in produttività. Ma a lui che l’industria tiri o meno gliene frega poco, basta che Mediaset resti con il vento in poppa perché la famiglia è famiglia, va sistemata bene. La sua naturalmente, e anche quelle dei suoi amici e sodali, il resto del paese sono soltanto comunisti, che restino accattoni.

L’ultima ode al paese del mulino bianco lascia anche intendere come ormai il premier stia gettando le basi della campagna elettorale delle politiche, confidando in modo esclusivo sull’elettorato che in questi quattro anni ha maggiormente beneficiato del miracolo berlusconiano : la classe abbiente del paese, il notabilato delle professioni senza ricevuta fiscale; l’esercito di commercianti che fra euro e concordato fiscale hanno da un giorno all’altro raddoppiato le loro entrate, e via discorrendo. Per dirla in una parola, la maggior parte dei lavoratori autonomi che ha saputo e ha voluto monetizzare fino all’ultimo centesimo la manna legislativa a vantaggio dei soliti noti. Le eccezioni sono bene accette, ma sono per l’appunto eccezioni, mentre fra i lavoratori dipendenti, operai o impiegati che siano, fra legge Biagi e ritardi contrattuali la musica, come sapete, è stata del tutto diversa. Un’Italia spaccata in due, ed è fin troppo chiaro a quale Italia alluda il premier nella sua ultima farneticazione, perciò non prendiamocela più di tanto, parla solo alla sua gente.

Si tratterà di capire, alla conta delle teste, se ha ragione o meno nell’essere il presidente non di tutti, ma soltanto degli amici.www.liblab.it


IL BELPAESE IMMAGINARIO
CURZIO MALTESE


da Repubblica - 28 maggio 2005

LA LOTTA politica in Italia sta diventando un laboratorio di cavie impazzite, una corsa a chi si suicida per primo. Il centrosinistra è impegnato nella non facile impresa di sfasciarsi ad appena un mese dalla più clamorosa vittoria elettorale della sua storia. Ed ecco che Berlusconi, invece di sfruttare il regalo, irrompe sulla scena con i soliti tre passi nel delirio. L´Italia grande malato d´Europa? Macché, intona il mandolinaro di Palazzo Chigi, gli italiani sono un popolo di ricchi e felici collezionisti di telefonini, Ferrari e fidanzate, un´allegra brigata di giovani miliardari e playboy, cinquanta milioni di Pier Silvio e Marine. Ora, finché si tratta di confezionare un testo per il posteggiatore Apicella, la trovata può anche funzionare.

Belpaese immaginario

Ma se è questa la strategia del premier per rimontare la china e reagire all´effetto prodotto sull´opinione pubblica dai discorsi di Ciampi e Montezemolo, allora il centrosinistra può dormire sonni tranquilli. L´opposizione è condannata a vincere le prossime elezioni anche se dovesse presentarsi divisa in quindici liste al proporzionale e il simbolo della cicoria al maggioritario.
Gli dei accecano chi vogliono perdere. Berlusconi è accecato da anni dal suo dio, se stesso, nel tentativo di ripetere il Berlusconi vincente d´altri tempi. Quello aveva intuito una cosa semplice ma decisiva, che l´elettorato, come qualsiasi pubblico, preferisce il discorso positivo al negativo, ed era diventato l´uomo dei sogni. Questo Berlusconi non capisce però un dato altrettanto elementare, che in presenza di una crisi drammatica e dopo quattro anni passati al governo, forse è il caso di farsi venire un´altra idea e cambiare strategia. Il pubblico non crede più ai sogni, si sente preso in giro e reagisce con fastidio o rabbia.
È paradossale come il tramonto della seconda repubblica stia ripercorrendo le tappe e gli errori che portarono alla rovina la prima. La stessa arroganza e presunzione d´invincibilità, lo stesso progressivo e schizoide distacco dalla realtà. Oggi come allora l´Italia è caduta in recessione e la politica, chiamata a trovare soluzioni, si rinchiude a palazzo. L´opposizione non riesce a parlare al Paese, affacendata in astruse diatribe politichesi. La maggioranza, anzi Berlusconi, invece si rivolge di continuo al popolo nella puerile speranza di cambiare la percezione della realtà con gli slogan, l´immagine, il controllo sui media, i vecchi trucchi ormai scoperti. L´illusione di entrambi, governo e opposizione, è che non esista comunque un´alternativa alla classe dirigente. E invece l´alternativa può comparire da un giorno all´altro. Nel vuoto di rappresentanza, basta portare un principio di realtà nell´angusto recinto del dibattito politico per scatenare folle plaudenti e accreditarsi come un potenziale leader. Quanti voti prenderebbe domani Montezemolo se decidesse di scendere in campo?
Non si tratta d´una questione di carisma personale, di questo o quel leader giusto, come credono i politici e i loro guru sondaggisti, ai quali hanno ormai delegato il molesto contatto con il mondo esterno. Ma i sondaggisti, come tutti i venditori, tendono ad accontentare il cliente. Dietro l´inopportuna mandolinata di Berlusconi ci sarà senz´altro un sondaggista ansioso di compiacerne i tic e il narcisismo. Quanto è più insicuro e in declino, tanto più un leader è portato a ripetere il proprio passato vincente, proprio quando gli servirebbe invece uno sforzo creativo. Ma il Berlusconi davvero vincente all´occasione se ne fregava dei sondaggi e inseguiva il proprio fiuto. Perso il mantello d´invincibilità oggi allo sguardo esterno di molti, anche elettori di destra, sembra soltanto un vecchio attore prigioniero di un successo d´altri tempi, una specie di Gloria Swanson sul viale del tramonto. Va detto che allo sguardo esterno non fanno una bella impressione neppure i suoi avversari, pericolosamente illusi d´aver liquidato i rapporti con la base elettorale convincendo Cofferati a fare il sindaco a Bologna e Moretti a tornare al cinema. Quasi davvero milioni d´italiani adulti e consapevoli fossero scesi in piazza per le carismatiche barbe di un regista e d´un sindacalista e non perché erano le due uniche figure pubbliche, in quel momento, capaci di rispondere al gigantesco bisogno di partecipazione, chiarezza e unità. Una domanda che cova ancora sotto le ceneri di movimenti e girotondi.
Se l´economia italiana è malata, questa politica sembra addirittura agonizzante. Per un contrappasso, nel finale della seconda repubblica le virtù dell´antico successo si rovesciano in vizi capitali: il personalismo, il culto dell´immagine, la sovraesposizione mediatica, l´insostenibile leggerezza del discorso politico. La crisi impone un´agenda reale al dominio del simbolico. Alla fine vincerà il primo che riuscirà a sottrarsi al gioco per ritornare alle cose concrete. Oppure più modestamente, conoscendo gli attori, vincerà chi riuscirà da qui alle prossime elezioni a fare e dire il meno possibile, a lasciare campo libero all´autolesionismo altrui. Come nel ciclismo su pista, è importante stare fermi più a lungo possibile, immobili nel surplace, per poi sfruttare la scia favorevole in volata. Almeno queste cose Prodi dovrebbe saperle.



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Ds Milano - Rassegna stampa


La Cdl commissaria Albertini
Il sindaco replica: seguite me o sono pronto a lasciare


da Repubblica - 28 maggio 2005

«Vedrò se si prosegue o se sarà necessario consegnare la città a un commissario». È così che il sindaco Gabriele Albertini risponde ai segretari politici della sua maggioranza che, al termine di un vertice della Cdl, gli hanno lanciato un chiaro messaggio: «D´ora in poi la giunta deve votare solo delibere che abbiano avuto il consenso dei partiti». Minacciando le dimissioni se i suoi alleati non saranno disposti a seguirlo e agitando lo spettro di un commissariamento fino al 2006. Dura la reazione del centrosinistra: «La città è ormai senza guida».
ALESSIA GALLIONE A PAGINA II


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"Seguite me o vi dico addio"
Albertini replica alla "tutela" dei partiti sulla giunta
Il centrosinistra all´attacco, Fiano "Questa città è in declino, Palazzo Marino non ha più soldi e manca completamente di una guida"
Il sindaco non ha preso parte al vertice del centrodestra sul futuro del Comune e le elezioni 2006
La coalizione ha dato il via libera alla Moratti, ma non si esclude la possibilità di un commissario
ALESSIA GALLIONE

«Vedrò se si prosegue il cammino o se sarà necessario consegnare la città a un commissario». Poche parole, ma il messaggio di Gabriele Albertini è chiaro: o i partiti mi seguono o sono pronto a lasciare. Subito. Lasciando la città nelle mani di un commissario fino al 2006, visto che la legge non prevede la possibilità di svolgere elezioni anticipate nell´ultimo anno di governo. Poche parole, ma che arrivano al termine di un vertice della Cdl - «Lo sollecitavo da tempo perché i segretari trovino un accordo sui vari tempi. Poi sarò io a decidere se sono d´accordo», puntualizza il sindaco - in cui i partiti hanno dettato una linea diversa da quella di Albertini. Chiedendo il rientro della Lega in giunta e ponendo condizioni sulla vendita di Sea e degli edifici comunali.
È il vicepresidente vicario di An, Ignazio La Russa, a parlare al termine di quasi due ore e mezzo di incontro: «Come forze politiche abbiamo avanzato proposte che non stridono, ma che non sono identiche a quelle della giunta. D´ora in poi in Consiglio dovranno arrivare delibere che siano state discusse e approvate dai partiti». Traduzione: sulla vendita della Sea si va avanti, ma solo se si potrà prevedere la possibilità di cedere le quote alla Regione, come chiede la Lega. Ancora più dura per la vendita degli immobili, con An, Lega ma anche Udc, che bocciano il percorso di Albertini. «Dovremo assicurare che le case abitate dalle fasce deboli non siano vendute. E poi si correrebbe il rischio che non ci siano i tempi per investire i soldi», dice Massimo Corsaro. L´Udc con Domenico Zambetti commenta: «Il dato positivo è la ritrovata concordia. Su Sea e bond si può andare avanti, sulla cartolarizzazione sarà difficile». A rimettere tutto nelle mani di Albertini, però, è soprattutto la Lega: «Il pallino ora è in mano sua: noi abbiamo trovato unità e presentato le nostre proposte, vedremo se il sindaco recepisce i nostri messaggi».
Anche se la Cdl rilancia la volontà di unità in vista delle Comunali e l´idea di una sorta di anti Cantiere del centrosinistra: «Uno spazio - spiega La Russa - per far partire il "Gruppo dei Cento" composto da altrettanti saggi. Un laboratorio simile all´Officina del centrodestra del 2001». Forza Italia cerca di ricomporre la frattura. E a parlare è il parlamentare Maurizio Lupi che, con Luigi Casero ha assunto l´incarico di commissario cittadino per l´incompatibilità tra il ruolo politico di Maurizio Bernardo e il suo compito da assessore: «Abbiamo discusso dei temi da affrontare - dice Lupi -. Ci sarà un confronto con il sindaco che è una risorsa, non un impedimento. Conoscendolo sono sicuro che non ci sarà il rischio di un commissario». Dura la reazione del centrosinistra: «Il sindaco è sotto la tutela dei segretari di partito - attacca il capogruppo dei Ds in Consiglio, Emanuele Fiano -. C´è da aspettarsi un anno di declino della città, senza guida, soldi e costretta a seguire le scadenze elettorali del centrodestra». Per Andrea Fanzago della Margherita: «Non troveranno mai un accordo».







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Ds Milano - Rassegna stampa


L'Economist racconta l'Italia che cerca di diventare bipolare
ANNA TORO

Un articolo apparso in questi giorni sul The Economist mostra che anche all’estero la malferma situazione della politica italiana è percepita abbastanza chiaramente e, soprattutto, vi compare un nodo centrale delle vicissitudini di quest’ultimo periodo, ovvero la domanda: "L’Italia potrà mai diventare una stabile democrazia bipolare?"
Ora come ora, per tutti coloro che lo auspicano, questo progetto sta divenendo sempre più un miraggio.
Secondo l’articolo, finora "un ostacolo alla democrazia bipartisan è stato il mantenimento di un elemento di rappresentanza proporzionale. Un altro è invece la sopravvivenza del movimento Cristiano Democratico, diviso fra destra e sinistra, i cui membri sono riluttanti ad arrendersi al sogno di un bel girotondo nel centro".

Naturalmente l’articolo non manca di ricordare le recenti peripezie della Casa delle Libertà alle prese con un governo bis, e soprattutto le recentissime rotture in seno alla stessa Unione, sostenendo decisamente che "il battibecco fra questi presunti alleati è spesso anche più animato rispetto a quello fra coalizioni rivali".
Tutto ciò potrebbe rientrare a vantaggio di Berlusconi il quale, dopo aver riportato una vittoria chiave a Catania e dopo il rovesciamento della sentenza del suo ex avvocato Cesare Previti (nonostante poi i sette anni di condanna), sa che questo per lui è un momento delicato: la recessione economica grava come un macigno e i sindacati minacciano scioperi su scioperi.

"Qual è la risposta dell’opposizione ai dolori di questo Governo?" si chiede ancora il The Economist. La risposta arriva immediatamente ed è secca: "Si spacca".
Ad esser chiamata in causa è ovviamente la Margherita. (E’ curioso il fatto che l’autore dell’articolo trovi alquanto buffa la denominazione del partito di Rutelli, forse perché l’esiguo numero dei partiti inglesi non permette di dar libero sfogo alla fantasia nel trovare nomi, simboli e suggestivi richiami, colori, e così via come invece accade nella nostra affollatissima scena politica).
L’articolo definisce la Margherita il secondo più grande partito dell’opposizione e racconta l’ormai nota vicenda della decisione di non prender parte al listone unico di Prodi, nonostante le proteste di una piccola parte dei Dl, precisando che se per caso la Margherita decidesse di ripensarci, il danno ormai procurato al centrosinistra sarebbe comunque considerevole.

Infatti, vedere quale delle due coalizioni riesce a presentarsi più unita di fronte agli elettori (i quali, secondo il The Economist, “vogliono un sistema bipolare”) è una delle battaglie politiche più importanti che si sta per combattere in Italia.
"Con l’economia a terra, il centrodestra ha perso la prima gara", scrive impietoso. "Ma - continua altrettanto impietosamente - ciò che hanno mostrato gli ultimi avvenimenti è che il centrosinistra ha perso la seconda. Berlusconi sta lottando per fondere i suoi alleati in un unico partito, mentre Prodi sta ancora combattendo per mantenere i suoi sostenitori all’interno di un’alleanza".
"Ciò significa - conclude l’autore dell’articolo - che Berlusconi, nonostante tutti i suoi disastri economici, ha ancora una chance di mantenere il potere". I suoi timori sono anche i nostri.
L’ipotesi che solo qualche tempo fa, sotto l’ubriacatura data dall’innumerevole sfilza di vittorie, veniva giudicata assurda e risibile, ora fa di nuovo capolino nel panorama politico italiano. Un brusco risveglio che dovrebbe far riflettere il centrosinistra su ciò che è realmente importante in questo momento: offrire al più presto una valida e solida alternativa al Governo Berlusconi su cui gli elettori possano fare affidamento, con o senza listone unico.www.centomovimenti.com


Ecco il documento approvato il 26 maggio 2005 dal Coordinamento Provinciale DL Margherita di Bologna:


"Il coordinamento provinciale DL La Margherita di Bologna conferma con convinzione la propria adesione al progetto della Federazione dell'Ulivo, ritiene un elemento sostanziale di tale progetto la proposta di Romano Prodi di presentare alle prossime elezioni politiche una lista unitaria con il simbolo dell'Ulivo; si esprime quindi a favore della lista unitaria con le altre forze della Federazione anche nella quota proporzionale e auspica la costituzione a breve dei gruppi unici con le altre forze della Federazione sia nei comuni capoluogo sia in provincia.
La Margherita è nata per sostenere l'Ulivo e tale linea politica è contenuta nello storia, nell'identità e nello statuto del partito e nel patto che ha dato vita alla Federazione lo scorso 9 febbraio 2005.
La decisione assunta dall'assemblea federale del 19 e 20 maggio scorso, rappresentando di fatto una contraddizione rispetto a tale linea politica, pone l'esigenza di avviare una ampia consultazione nel partito.
Il coordinamento approva e sostiene la proposta di Romano Prodi di una lista dell'Ulivo alle prossime elezioni politiche; ritiene che quanti ai vari livelli hanno nella Margherita responsabilità debbano in questo momento grave, non solo per il centrosinistra ma per i cittadini italiani, avvertire l'esigenza di una profonda riflessione perchè prevalgano di nuovo le ragioni dell'unità e di un progetto, l'Ulivo, radicato nel sentimento di una larghissima parte del popolo italiano grazie all'impulso e all'impegno di Romano Prodi."

(approvato all'unanimità dal Coordinamento Provinciale DL Margherita di Bologna, 26 maggio 2005)

La classe generale
GUGLIELMO RAGOZZINO
«Auguri a tutti». Silvio Berlusconi, su invito di Luca Cordero di Montezemolo, ha pronunciato all'assemblea di Confindustria un discorso di quarantadue parole («ce la faremo.... situazione difficile... lavoriamo insieme...»), che finiva nel modo sopra citato. Quelli che temevano, come il manifesto di ieri, che l'avrebbe tirata per le lunghe, sono serviti. Berlusconi era molto inquieto, certo per motivi suoi e anche per quello che aveva sentito e visto all'Auditorium romano, tra i suoi colleghi industriali e tra i suoi ministri, presenti in entrambi i casi in modo massiccio. L'evidente disagio del presidente del consiglio ha spinto gli avversari politici principali - ds e Margherita - a magnificare il discorso di Montezemolo, molto oltre il giusto. Ha prevalso ancora la logica dell'amico-nemico, ridotta ai minimi termini: a chi critica il mio nemico, io regalo subito tutto. Confindustria nelle parole del suo presidente si traveste da classe generale: non sono più gli industriali che esprimono il proprio pensiero, enunciano esigenze, fanno richieste al governo, pongono limiti invalicabili o aprono spiragli percorribili alla classe dei lavoratori. Confindustria delinea un progetto completo che valga per dieci anni. Tra dieci anni, se le si lascia mano libera, promette un paese più efficiente, con più gente che lavora, per tempi più lunghi, più istruzione, più ricerca e innovazione, più infrastrutture, più concorrenza, meno burocrazia.

Confindustria si attribuisce compiti generali perché sovrappone il proprio bene a quello di tutta la popolazione, ritenendo che per esempio la meritocrazia o il profitto siano valori condivisi; e quando parla di profitto ai suoi associati, Montezemolo alza la voce, chiama l'applauso. Ma non è solo questo. L'associazione degli industriali in senso stretto ha fatto il suo tempo. Ora si è allargata agli albergatori, ai trasportatori, ai venditori di software. Confindustria rappresenta tutti, ingloba tutti, purché stiano dalla parte del profitto. E il campo del profitto deve allargarsi, tutti i servizi devono essere aperti, concorrenziali, liberalizzati, come si usa dire, compresa la sanità, compresa la scuola. L'ombra di Bolkestein aleggia sull'Auditorium: è come un angelo alato che guida la schiera degli ex industriali. Due terzi del Prodotto interno lordo sono nei servizi. Avanti popolo delle imprese, grida Montezemolo. Vede una grande pianura da conquistare.

Da conquistare, beninteso, non come facevano i barbari di un tempo, che appena vedevano una pianura la mettevano a ferro e fuoco, ma meritocraticamente, per il bene di tutti, perché tutto funzioni con trasparenza e efficacia, senza ingorghi burocratici, senza corruzione, senza sacche di lavoro nero che evada le tasse. Naturalmente occorrono fondi iniziali e sicurezze per quegli eroici imprenditori disposti all'avventura dell'investimento. Le banche non sono poi così sicure come alleate delle imprese. Si può invece contare sulla classe operaia superstite, che accetti ancora una volta di fare lo scambio tra il blocco dei salari adesso e il radioso futuro del profitto tra dieci anni.

Nel grande affresco tracciato dal presidente degli industriali, ormai lanciati verso le nuove conquiste, non c'è un cenno su monopoli o oligopoli; invece si parla molto dell'Europa, un Europa madre, non matrigna come crede il governo, ma pur sempre Europa dei forti contro i deboli. Europa capace di comandare, nel mondo, di scegliere, di dare a tutti qualcosa e a pochi, i confindustriali, tutto quello che si meritano. Perché mai dovremmo adottare Montezemolo? www.ilmanifesto.it/


FACCE COME IL Q

Il discorso piu’ bello di Berluconi, il piu’ sincero e il piu’ stringato lo ha fatto alla Confindustria. Aveva viaggiato tutta notte per essere presente all’avvenimento e il dolore (non per le faccende italiane ma per le cose turche della sera prima) gli aveva accartocciato il lifting tanto che la sua faccia sembrava un cono gelato alla carota che si scioglie sull’asfalto d’agosto (dio, che schifo).
Fino a ieri l’Uomo che pareva la parodia di Dorian Gray, nel senso che piu’ scivolavamo nella melma piu’ le sue aziende triplicavano gli utili, ora sembra la vecchina del caffe’:
Bisogna saper perdere, mi sembra abbia detto. E anche: ci rifaremo. Ma negli occhi gli si leggeva il rancore contro quei maledetti rossi, che per una volta non erano i comunisti ma i pedatori proletari del Liverpool.

Quello che invece mi ha spaventato e’ stato il discorso di Montezufolo, uno che si e’ buttato cosi’ violentemente a sinistra da passare tutto il tempo a controllare se nel movimento si fosse spettinato.
E si passava la mano tra i biondi capelli da proletario di casa Agnelli, e intanto bacchettava a destra e a Manca, dicendo peste e corna degli imprenditori (tra cui c’e’ lui) degli speculatori (tra cui c’e’ lui) di quelli che fanno carriera alle spalle di chi lavora (tra i quali c’e’ lui), dimenticandosi che e’ presidente della Fiat che sta spirando tra le sue vigorose braccia, presidente della Ferrari che da quando sono scomparsi gli americani del put che gli lasciavano usare gli strumenti della NASA, non vince piu’ nemmeno a spingerla, poi presidente di un’altra mezza dozzina di imprese tanto per far capire che grazie al cielo alla presidenza possono pure esserci emerite Testedimichia, tanto chi fa andare avanti la baracca sono gli Amministratori Delegati.

Ma non mi ha spaventato lui.
Mi hanno spaventato i Sinistri che non contenti di essersi immerdati col Rutelli (qui gatta cicoria…)
Hanno espresso un sincero apprezzamento per le parole del Proletario con la Testa Rossa, che non e’ il colore dei capelli ma il modello della Ferrari che tiene in garage quando va in ufficio in bicicletta. Lui dice che lo fa per non sporcare l’ambiente, invece lo fa per non sporcare l’auto.

Ha detto che solo aiutando le imprese si puo’ uscire dalla crisi piu’ grave del dopoguerra
Bene, bravo.
Devono poter contare su sgravi fiscali e privilegi e mobilita’dei lavoratori
Bene bravo
Occorrono scelte coraggiose e impopolari, per cui dimenticatevi i contratti in scadenza
Bene, bravo

E via cosi’ con Berlusconi che cambiava colore ( ma ormai cambia cerone ogni giorno) ma Fassino e soci, solo per aver scoperto un – falso – alleato, si sbracciavano ed elogiavano.
Povera sinistra! Mi sa che anche questi sono giunti al capolinea e non riusciranno a risalire la china a meno che non si decida Flavia Vento a cambiare di nuovo casacca e ad affiancarsi ai dirigenti diessini.

Viene il magone.


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Sabato prossimo Sandra Lonaro, presidente del Consiglio regionale della Campania andrà in visita ufficiale da Clemente Mastella, onorevole e sindaco di Ceppaloni, che poi e’ suo marito.
(Fonte: Repubblica)
Ora io dico, ma questi due, se avevano qualcosa da dirsi, non potevano dirselo a casa?


Nel suo discorso introduttivo alla consegna delle lauree alla Auburn University,
Cheney ha confessato di aver abbandonato gli studi a Yale. Vi rendete conto?
Se andiamo avanti di questo passo Bush potrebbe passare alla storia come l’intellettuale dell’intero enturage presidenziale! www.liblab.it





E' ora dell'impeachment
di Greg Palast
"Bush voleva rimuovere Saddam con la scusa delle armi di distruzione di massa. Ma l'intelligence e i fatti furono adattati alla politica"
Eccola qua. La pistola fumante. Il memorandum con sopra scritto "impeachment" (dimissioni coatte del presidente USA, ndt).

Questo memorandum delle alte sfere governative, "segreto e strettamente personale", la cui data risale a 8 mesi prima che Bush ci spedisse in Iraq, scritto dopo un meeting segreto con la presenza del presidente, recita: "Ora l'azione militare era vista come inevitabile. Bush voleva rimuovere Saddam mediante un'azione militare giustificata dal terrorismo e dalle armi di distruzione di massa. Ma l'intelligence e i fatti furono adattati alla politica".
Leggiamolo ancora: "L'intelligence e i fatti furono adattati..."

Per anni, dopo ogni dannata inchiesta della BBC TV, inevitabilmente gli spettatori mi chiedevano, "Non basta per l'impeachment?" -- brogli elettorali, cecità sul terrorismo e sui bin Laden prima dell'11 settembre, e cosi' via. La malvagita', la stupidita', e il conflitto di interessi sono vergognosi, ma non motivi d'impeachment. Quel che ci vuole e' "un grave crimine o un'infrazione".

E se non lo e' questo, nulla lo e'.

Il memorandum, scoperto questa settimana dal Times, descrive un piano elaborato da George Bush e dal primo ministro britannico Tony Blair per ingannare il pianeta e condurlo a sostenere un attacco all'Iraq sapendo bene che le notizie sulla guerra erano false.

Una cospirazione per commettere una frode di questo tipo e', secondo la legge federale, una forma di racket. Comunque, neppure quello della Mafia e' mai costato tante vite.

E ancora. "Bush era convinto di ricorrere all'azione militare. Ma le motivazioni erano deboli. Saddam non stava minacciando i suoi vicini, e la sua capacita' quanto ad armi di distruzione di massa era inferiore a quella di Libia, Corea del Nord o Iran".

Davvero? Ma il sig. Bush ci ha detto, "in base ai dati di questo e di altri governi, l'intelligence ha concluso che il regime dell'Iraq continua a possedere e a nascondere alcune delle armi piu' letali mai concepite".

Un mese fa, la commissione Silberman-Robb stese il suo rapporto sul lavoro dell'intelligence riguardo le armi di distruzione di massa prima della guerra, scartando i documenti che provano come Bush avesse adattato i fatti con questa conclusione sdegnosa e condiscendente, "Dopo una ricerca approfondita, la commissione non ha trovato prove che l'intelligence distorse la realta' per quel che riguarda le armi dell'Iraq".

Ora sappiamo che il rapporto era una falsita', una copertura lunga 618 pagine atte a scagionare Bush dalla sua mendacita' assassina.

Leggiamo: I preparativi per l'invasione furono stabiliti, "a partire da 30 giorni prima delle elezioni congressuali USA". Missione compiuta.
Dovreste esaminare il memorandum per intero -- lo trovate sul mio sito web -- e vedere se riuscite a non perdere l'appetito.

Ora i lettori piu' acuti potrebbero far notare di non aver visto questo memorandum stampato sul New York Times. Infatti non lo e' stato. Piuttosto, si trova sulle prime pagine del Times di LONDRA del lunedi'.

Tony Blair e' agli ultimi, tristi sgoccioli della sua carriera politica. (Mentre il partito laburista, a cui appartiene, vincera' quasi sicuramente le elezioni di giovedi', ci si aspetta che il primo ministro Blair, possibilmente entro qualche mese, si faccia da parte a favore del suo Scacchiere (ministro delle finanze e del tesoro, ndt): un' esecuzione politica che richiede solo un voto da parte dei membri del partito laburista in parlamento).

Ma negli Stati Uniti, c'e' stata giusto qualche parola. Il New York Times sta nascondendo questa prova evidente della fabbricazione di un casus belli da parte di Bush come se si trattasse di una storia sulle elezioni "britanniche". Apparentemente la frode del nostro presidente non e' una "notizia adatta alla stampa".

I miei colleghi della stampa britannica hanno attaccato Blair scoprendo altri memorandum incriminatori, contestando le malefatte del governo e scoprendone le bugie. Ma nella stampa USA nada, bubkes, zilch. Bush distorse i fatti e, in qualche modo, questa e' una storia di quelli "là fuori"?

I repubblicani ottennero l'impeachment di Bill Clinton perche' fumava sigari e per le sue attenzioni a Monica. E non c'e' nulla che i media USA possano stampare sulla storia di Bush?

Ora, abbiamo la dura, fredda prova che un'intelligence distorta ci ha spediti a morire in migliaia, e ne' un congresso ne' quel che e' risibilmente chiamato giornalismo USA pensano di ridarci un'occhiata.

Una volta, il mio amico Daniel Ellsberg disse che il bello degli americani e' che devi mentire loro. Il brutto che e' cosi' facile farlo.

Fonte: http://www.zmag.org/Italy/palast-oraimpeachment.htm
http://www.zmag.org/content/showarticle.cfm?SectionID=48&ItemID=7799


La notte dei lunghi Rutelli...
di Riccardo Orioles

Roma. La cosa piu' semplice sarebbe dire che sono diventati matti tutti quanti e che, altro che congressi, qua non resta altro da fare che chiamare il manicomio. La seconda ipotesi, ovviamente, e' che li paga Berlusconi. La terza, quella buona, e' che semplicemente la posta in gioco s'e' alzata troppo e che le buone maniere, in questo poker finale, sono diventate veramente un lusso. La posta non e' piu' solo politica...fare un governo.

E' determinare chi paga la sopravvivenza del paese - se sopravvive - nei prossimi vent'anni. Potrebbero pagarla Tanzi e Tronchetti, razionalizzando il sistema. Potrebbe pagarla Fantozzi, ma in questo caso bisognerebbe thatcherizzare il paese a un livello terrificante.

Quel che non si puo' fare e' continuare cosi'.

Ricordate la furberia piu' furba degli ultimi vent'anni, il "sommerso"? Fare un sacco di sghei lavorando in nero, abolendo gli scioperi, senza sindacato? Il mitico nordest, i padroncini? Bene. Funziona benissimo. Ma non qui. Funziona in Cina, dove pero' i "sommersi" sono due miliardi, con meta' delle multinazionali del mondo (italiane comprese e compresi i nordestini) a dargli manforte e con noi come obiettivo finale: vendere panettoni cinesi a Milano e pizza di Shangai a Mergellina. Sono gia' sulla buona strada, perche' e' dai tempi di Craxi che il concetto di "made in Italy" (cioe' di "marchio", cioe' di niente) ha sostituito il concetto di produzione e non possiamo pretendere ancora a lungo che la borsetta firmata (e prodotta in Cina) valga duecento euri mentre quella identica non firmata (sempre prodotta in Cina) ne valga venti.

Ecco: il punto a cui siamo e' questo e le ricette intermedie, dopo trent'anni di sogni allegri e di addormentamento industriale, sono a zero. Adesso: o si portano gli operai italiani quasi a livello cinese, con tante belle chiacchiere vaselinose ma sostanzialmente col bastone. O si portano imprenditori e manager a livello civile, senza permettergli ulteriormente il lusso di disperdere in investimenti "politici", intrallazzi di borsa, rendite parassitarie, criminalita' finanziarie, improfessionalita' e tangenti le risorse che a questo punto sono vitalmente indispensabili per l'investimento e la ricerca.

Il Pil, liberato da tutto cio', forse sarebbe sufficiente. E forse no. Una parte della classe dirigente, comunque, ritiene che valga la pena di provare. Un'altra parte, o per egoismo o per thatcherismo convinto, ritiene che e' tempo perso e che serve un governo forte che imponga i "sacrifici" verso il basso. Il dopo Berlusconi, in tempi normali, sarebbe stato simpatico per tutti. Adesso no: noi industriali vogliamo sapere con precisione, prima di lasciar cadere Berlusconi, se potremo berlusconeggiare - educatamente - anche dopo o se per caso dovremo fare sacrifici per non farne far troppi ai cittadini comuni.

Vogliamo cioe' sapere se dopo i disgraziati Borboni avremo un bel governo Savoia (che potremmo anche accettare) oppure un terrificante Mazzini e Garibaldi, che invece prenderemmo a fucilate.

In tema di transizioni cosi' la Sicilia - lasciatemelo dire - e' Cambrigde, Bologna, Oxford e la Sorbona. Il "cambiamento" gestito e controllato, "cambiare tutto perche nulla cambi" qui non e' una politica e' la politica in assoluto.

A Catania, ad esempio, il gattopardo Bianco (liberale) era riuscito benissimo a comprare o a rimbambire gran parte dei locali garibaldini ed era pronto a gestire il passaggio alla fase sabauda alla Sedara. Disgraziatamente per lui, anche fra gli avversari stavolta qualcuno ha avuto la stessa idea ed eccoti i "borbonici liberali" pronti a gattopardare anche loro - ancor piu' cinicamente - il passaggio dal berlusconismo assoluto all'eta' moderna.

Con una ricetta semplice: creiamo una lobby sul modello veneto o lombardo e andiamo a contrattare tutti insieme, sudditi ma minacciosi, dal re. Se ci accontenta bene, senno' ci mettiamo all'asta al migliore offerente. Che ci frega? E' probabile che alla fine s'incontreranno - son della stessa stessa razza - con lo sconfitto Bianco per far lobby comune. L'importante e' comunque capire che non solo ha perso il centrosinistra, ma ha perso anche la destra italiana. Hanno vinto i capibanda serbi o croati, che infine son diventati una forza politica - disgregatrice - anche qui. D'ora in poi, invece di avere un Bossi solo ne avremo due.

In questa situazione, Prodi e' decisamente troppo "di sinistra". Un programma di sia pur cauti aggiustamenti e riforme, di Europa, di sacrifici divisi e non caricati tutti sullo stesso groppone, si puo' non dico prendere sul serio ma almeno discutere per prender tempo quando non c'e' proprio altro da fare. Ma la Sicilia ha dimostrato che un'alternativa c'e', ed e' la creazione di lobbies padronali locali, la balcanizzazione. Ogni singolo pesce strappa un morso, non durera' tantissimo ma intanto si passa il momento, finche' dura. La sinistra siciliana, affidandosi totalmente - ormai da diversi anni - ai liberal-gattopardi e rinunciando alla grandissima forza dei garibaldini, ha fermato Prodi, ha dato respiro a Berlusconi e ha scatenato Rutelli e tutto cio' di cui Rutelli e', buffamente, l'espressione.

Per fortuna anche Berlusconi, per ragioni analoghe, ha i suoi problemi e quindi puo' darsi che, nonostante tutto, la sinistra le elezioni le vinca lo stesso (a proprio dispetto) e infine vada al governo. Ma gia' ora questo governo sara' molto meno solido e molto meno popolare di quel che sarebbe stato se gli sciocchi dirigenti siciliani avessero puntato su un Garibaldi-Vendola e non su un Gattopardo-Bianco.

Quanto a noi, dobbiamo continuare a ragionare senza panico e senza mosse inconsulte. Abbiamo meno tempo di prima per fare una sinistra popolare, che non e' affatto isolata e puo' ancora salvare questo Paese.

Riccardo Orioles
redazione@reporterassociati.org





Lettera aperta dei Cristiano Sociali a Romano Prodi
Quello che segue è il testo della lettera aperta che Mimmo Lucà, coordinatore dei Cristiano Sociali Ds, ha inviato a Romano Prodi




Quello che segue è il testo della lettera aperta che Mimmo Lucà, coordinatore dei Cristiano Sociali Ds, ha inviato a Romano Prodi:

«Caro Romano, non possiamo permetterci di andare alle elezioni politiche del 2006 senza l’Ulivo. Non è una questione di marketing. L’emergenza economica e il crescente disagio sociale, provocati dal fallimento della destra impongono un governo solido e un programma impegnativo».

«L’Ulivo oggi è innanzitutto questo: la promessa e la garanzia di coesione tra i riformisti nell'Unione, per affrontare un vero e proprio piano di ricostruzione del Paese. Senza l’Ulivo le dimensioni del successo dell’Unione alle regionali non sarebbero state così ampie. E senza Ulivo temiamo che la stessa vittoria alle politiche sarebbe in pericolo. Per questo abbiamo accolto con speranza il tuo annuncio di mantenere comunque "aperta la prospettiva dell’Ulivo", pur in presenza delle attuali, gravi difficoltà. Per questo i Cristiano Sociali hanno deciso di sostenerti nell’impresa».

«Fraternamente, però, non vogliamo nasconderti le nostre preoccupazioni. L’asprezza del confronto tra i leader riformisti produce sconcerto tra gli elettori, mina la credibilità del progetto e, forse quel che più conta, semina un dubbio sulla capacità del centrosinistra di produrre una valida alternativa al disastroso, e ormai impopolare, governo Berlusconi».

«Consideriamo sbagliata e pericolosa, ancorché legittima, la decisione assunta dall’assemblea federale della Margherita. Sbagliata perché contraddittoria con la ribadita intenzione di sviluppare la Federazione dell’Ulivo che esclude la competizione tra le forze riformiste. Pericolosa perché potrebbe essere strumentalizzata per ipotesi neocentriste. Per parte nostra continuiamo a ritenere essenziale la Margherita alla costruzione della casa comune dei riformisti italiani, che non è un partito unico, ma molto di più per i cittadini: un vincolo di cooperazione necessario a sostenere un governo che deve risollevare l’Italia, ricominciando finalmente a pensare al suo futuro».

«I Cristiano Sociali sono nati con il bipolarismo e in funzione di un progetto di convergenza tra le grandi culture democratiche: quella cattolica, quella socialista e quella laica».

«L’obiettivo era di integrare maggiormente chi, pur provenendo da storie diverse, aveva ormai un progetto di governo comune. E di dare all’Ulivo la fisionomia più impegnativa di un soggetto politico attivo. Alle elezioni europee, come a quelle regionali, l’impresa ha fatto un importante passo avanti con la lista unitaria. Tornare ora indietro sarebbe un colpo per la credibilità stessa dell'intero centrosinistra, non solo di chi ha con sincerità e coraggio investito sulla lista dell’Ulivo».

«Il no della Margherita pone un grave problema. Se da un lato il suo ruolo è essenziale per la Casa dei riformisti, dall’altro la sua autonoma decisione non può trasformarsi in un veto a una maggiore integrazione degli alleati. Per questo, caro Romano, ti chiediamo di fare ogni sforzo per ridurre le incomprensioni e i dissensi e cercare, insieme a tutte le forze della Federazione, un percorso comune che valorizzi le convergenze fin qui costruite e definisca al più presto un programma pienamente condiviso da tutta la coalizione. L’unità nell’Ulivo e nell’Unione è ormai una necessità per il Paese, prima che una convenienza elettorale: per questo riteniamo che tutti debbano compiere uno sforzo in vista di un accordo di alto profilo, che non ci rassegniamo a ritenere impossibile. In ogni caso la rotta dell’Ulivo non può cambiare. L’impresa storica, come tu spesso ripeti, di superare le divergenze tra i diversi riformismi non può essere abbandonata, al di là delle scelte contingenti della prossima campagna elettorale. I Cristiano Sociali sono al tuo fianco per raggiungere questo obiettivo, con un impegno forte e responsabile in questo processo. Queste, caro Romano, sono le conclusioni cui è pervenuto oggi il nostro Comitato esecutivo nazionale»




Fonte Dsonline


Riformismo?
Lodes
Apro il Riformista e leggo il breve articolo di Emanuele Macaluso. Lettura che fa capire perché in Italia faccia fatica ad affermarsi una “cultura politica riformista”. Infatti, il nostro “graffiante” corsivista se la prende con i Massimo Marnetto che ieri sono andati in Piazza SS. Apostoli a tenere la posizione su Unità & Ulivo. “Considero questa iniziativa grave, perché la contestazione non viene dagli iscritti al Partito di Rutelli, ma da gruppi esterni i quali vogliono imporre con manifestazione di piazza la loro volontà.”. Ohibò! Non conoscevo quest'aspetto del carattere di Massimo. Ma il nostro riformista ha la vista lunga….”Non si dica, per carità, che l'iniziativa è frutto della partecipazione spontanea di cittadini ulivisti che dissentono dalle decisioni, ripetiamo, assunte con votazione, della Margherita. Di spontaneo non c'è nulla.” Cribbio Massimo! Ti hanno scoperto! L'unica cosa spontanea in te sono i bei capelli argentei, il resto è tutto calcolo! Anzi no! Come Enrico, Max e Nando siete agli ordini della CGIL che con un SMS, come dice, il pennivendolo ha diramato l'ordine… e voi proni avete ubbidito! Leggere per credere. Quello, però, che risulta drammaticamente credibile è che tanti di coloro che dovrebbero essere i portatori di una “cultura politica riformista ” per rinnovare e modernizzare il paese, pensino che l'unica cosa che deve rimane inalterata nel tempo è la presenza del “popolo bue”, di cittadini da trattare come bambini di undici anni. In fondo i berluscones e questi riformisti del niente non sono altro che i volti di una oligarchia ormai giunta al round finale: che tristezza!



Ho capito benissimo
Rowena
Se c'è una cosa che mi indispettisce sono quelli che.... "non avete capito".
Pare che sia diventata un'abitudine dire le più strampalate castronerie e, davanti allo sconcerto generale, reagire con "non avete capito".
Prima di tutto è una questione di educazione. Ricordo il mio maestro di terza elementare, un signore severissimo, che tuonava: "Non si dice:'non hai capito'! Si dice: 'non mi sono spiegato'!!!!" e condiva il rimprovero con una fila di punti esclamativi e qualche scappellotto. Da allora ogni volta che sento dire: "non hai/avete capito" mi sento prudere le mani. In effetti il maestro non aveva torto, poiché è una frase che sottintende una certa stolidità da parte dell'ascoltatore, che non si dimostra in grado di arrampicarsi agilmente sulle vette del ragionamento che gli viene porto.
Berlusconi, come si sa, ha fatto un ampio uso del "non avete capito": con questa frase ha risolto tutte le gaffes, le palesi sciocchezze e anche le offese che gli sono sfuggite in questi quattro anni.
Pare che Rutelli abbia studiato con profitto nella stessa scuola. Quel che è successo nella Margherita, l'abbiamo capito tutti. E non ci è piaciuto. Ma ecco che il bel Rutelli si affaccia affannosamente a tutti gli schermi televisivi per spiegarci che "non abbiamo capito!" . E' sottinteso che non avremmo capito la sottile strategia, le profonde elucubrazioni, le alte dissertazioni, le machiavelliche mosse e contromosse che distinguono i veri politici dalla gente comune. E' sottinteso che non capiamo la politica, che è cosa da addetti ai lavori, mica balocco da dilettanti, perbacco! Come invece aveva ben capito il maestro, dietro a questa frase c'è un misto di arroganza, presunzione, e disprezzo per l'intelligenza altrui.
Personalmente credo di aver capito benissimo; credo di essere in possesso di un'intelligenza media e di essere mediamente informata, e quindi di avere le carte in regola per capire quello che mi succede intorno. Ho l'impressione che anche per voi sia così....
E quando sento dire che "non avrei capito", mi prudono le mani e mi vien voglia di tuonare con la voce e di distribuire scappellotti come il maestro: "sei tu che non ti sai spiegare, somaro!". Ma non è nemmeno quello: è proprio che ha fatto una castroneria e adesso dà la colpa a me, che non avrei capito!www.ulivoselvatico.org/




maggio 27 2005

Massimo Riva


Potere immobiliare



Le cronache economiche di questi mesi segnalano un significativo parallelismo di crisi in atto nelle industrie automobilistiche italiana ed americana. Se la Fiat piange, infatti, né la Ford né la General Motors hanno ragioni per ridere, anzi. Cosicché si argomenta che questo momento di pur serie difficoltà può anche essere letto come un'inevitabile (seppur dolorosa) fase di passaggio tipica delle economie sviluppate, quando si tratta di fuoriuscire da settori tradizionali per sviluppare prodotti e modi di produzione più evoluti. C'è una sorta di cinismo consolatorio in questa visione che - ahinoi - non trova riscontro alcuno nel resto della realtà.

Chi guardi all'economia americana oggi vede senz'altro la seria crisi dei colossi automobilistici di Detroit, ma è anche obbligato ad annotare che altre imprese ed altri attori sono ormai diventati il simbolo più rappresentativo del presente e del futuro di quel sistema. In cima a tutti, la Microsoft del signor Bill Gates, che ha dischiuso al suo paese uno straordinario orizzonte di profitti sul pingue terreno delle innovazioni più remunerative. Chi si soffermi, viceversa, sullo stato dell'economia italiana scorge sì uomini nuovi decisi a conquistarsi le poltrone di prima fila un tempo occupate dai grandi dell'industria tradizionale, ma è anche costretto a prendere atto che oggi i nostri Bill Gates si chiamano (si parva licet.) Stefano Ricucci, Francesco Gaetano Caltagirone, Giuseppe Statuto, Danilo Coppola. Tutti uomini le cui fortune sono sorte ruotando attorno alla più vetusta delle attività, quella del mattone. E talora neppure costruendo immobili, ma abilmente speculando sul mercato dei medesimi.

Quanto possa essere duraturo il potere economico creatosi attorno a questa squadra di cosiddetti immobiliaristi, al cui successo non è certo estranea l'abnorme bolla finanziaria che si è gonfiata ultimamente nel settore, è un inquietante mistero. Si deve, però, costatare che al momento costoro appaiono dominanti sul campo: sono fra i principali protagonisti delle battaglie bancarie in corso (da Bnl ad Antonveneta), puntano ad acquisire posizioni rilevanti nel campo dell'informazione (operazione Ricucci-'Corriere della Sera'), tengono sotto mira il leggendario santuario di Mediobanca e, per questa via, magari il gigante delle Assicurazioni Generali. In ogni caso, si mostrano oggi come gli unici in grado di dare la scalata al cielo, seppure con la corriva collaborazione di banchieri la cui vista di finanziatori non sa spingersi aldilà della garanzia del mattone.

È possibile, secondo alcuni probabile, che questa ventata immobiliar-bancaria porti ad uno sconvolgimento profondo dell'attuale mappa dei poteri nazionali. Lo si vedrà forse presto. Di certo, però, la prima lezione che si può ricavare da quanto sta accadendo è che segnale più chiaro ed eloquente del rapido declino dell'economia italiana non si poteva avere. Quando, nel pieno di una grave crisi delle esportazioni per l'arrembante concorrenza altrui, le leve del potere economico rischiano di passare in mano ad un gruppo di redditieri del mattone, vuol dire che il paese sta già alzando bandiera bianca.www.espressonline.it/

Quel destro di Montezemolo

Ha perfettamente ragione Montezemolo a tirare una bella bacchettata a una certa sinistra sui "troppi silenzi" in fatto di banche. Sono anni che qui si nasconde il vero tallone d'Achille del centrosinistra dei partiti. Il ruolo di Geronzi nel rifinanziamento super-agevolato di un partito Ds finanziariamente alla canna del gas, le sue elargizioni alla Margherita, De Bustis il più volte spericolato e poi miracolato del clan D'Alema, e così via....come funzionava l'ambaradan secondo Tanzi....Ormai esiste una consistente letteratura al riguardo.... diciamo sui costi della politica e sui relativi elemosinieri.....

Anche qui dobbiamo voltare pagina. I partiti, se vogliono sopravvivere a una Italia che ne è un po' stufa, devono diventare come l'Antitrust, ovvero istituzioni indipendenti. Istituzioni povere, magari, ma realmente autorevoli. E i gruppi di potere devono essere certificati dalla libera informazione, di multipla e non publitaliesca ispirazione.

Oggi, nel mondo bancario, pare in corso un'autentica guerra per bande. Frapponiamo una demarcazione decisa e visibile con la politica. E soprattutto con un progetto di governo di legislatura di importanza vitale.www.caravita.biz


Luci ed ombre dell’attivismo mediatico secondo Geert Lovink (prima parte)
Scritto da Francesca Garrisi
L’avvento dei new media ha aperto nuovi spazi di partecipazione per ampie fasce della società determinando nel corso degli anni 90 l’esplosione dell’attivismo mediatico, che si è poi sviluppato con caratteristiche e forme specifiche determinate dal suo contesto di riferimento. Questo ha prodotto scenari assai articolati sui quali abbiamo provato a ragionare con Geert Lovink, studioso olandese dei media e critico della rete che, tra le altre cose, ha fondato l’Inc (Institute of Network Cultures) ed ha partecipato a Next Five Minutes, festival dei media tattici tenutosi in quattro edizioni dal 1993 al 2004.

Come e quando ha avuto origine il connubio riflessione-azione critica su old e new media nei Paesi Bassi?

Paesi come la Germania e la Francia insieme all’Italia avrebbero potuto rappresentare il luogo ideale per questo, invece qui gli studiosi erano felici e soddisfatti delle loro vite e non avevano bisogno di comunicazione digitale e di reti, perché sufficientemente apprezzati nelle loro società.

Qui non è così; l’atmosfera è pragmatica e anti-intellettuale, per non dir di più. Allo stesso tempo l’acquisto dei computer ed Internet ha prodotto un cambiamento sin dal 93 quando Internet è diventato accessibile al pubblico. Nei Paesi Bassi c’è anche un generoso finanziamento dell’arte ed i new media sono stati sostenuti a lungo. Per gli studiosi questa è tuttavia una situazione ambivalente, in quanto si viene considerati critici d’arte e non scrittori, per non parlare poi degli accademici.

I Paesi Bassi rappresentano una sorta di isola felice per la riflessione e l’azione critica dei nuovi media (per esempio con l’Institute of Network Cultures), è d’accordo? Quali sono i fattori che hanno consentito e continuano a consentire lo sviluppo degli studi e delle iniziative sui nuovi media?

Forse è così. E’ vero che molte cose accadono qui, se pure la gran parte degli insiders direbbe che c’è stato un declino generale negli anni passati. In questo senso forse si potrebbe parlare di un paradiso perduto.

Quali le cause di questo generale declino?

Il declino si è manifestato negli anni scorsi, non è qualcosa di davvero recente. Alla fine degli anni 90 l’Olanda era un luogo decadente e sregolato (c’è comunque qualcosa di bello nel far feste di continuo, tra parentesi...) Comunque, la società è diventata più ricca e violenta anche, per poi abbrutirsi e divenire populista quando i soldi sono finiti e la festa conclusa. Qui c’è meno impegno a livello politico e più autoritarismo rispetto ad ogni altro Paese d’Europa, ma non si protesta contro questo; il clima in Olanda si è evoluto in tutt’altra direzione.

Quale ritiene sia oggi nei Paesi Bassi e nel mondo, lo “stato di salute” dell’attivismo mediatico?

Potremmo chiederci allo stesso modo: come usano i macellai olandesi Internet? Oppure gli anziani, le imprese di pompe funebri, le società sportive? Il punto é che gli attivisti mediatici sfortunatamente non rappresentano una categoria ben precisa per quanto riguarda la diffusione di Internet. Non esiste un’avanguardia finalizzata a questo. Ciò in parte per la loro attitudine tecno-scettica e tecno-fobica in passato. Tenga presente che l’assorbimento di Internet è oggi del 69%, uno dei più alti al mondo, insieme a quello dei Paesi Scandinavi. Se il tempo fosse più clemente qui, questa percentuale sarebbe molto più bassa, le assicuro. Ma forse la sua domanda riguarda il movimento di Seattle del recente 1999, inizialmente conosciuto come “il movimento anti-globalizzazione”. Non molto di quello è rimasto, tranne un generale senso di malcontento. I timori legati all’esternalizzazione del lavoro, al potere delle corporation sono assai diffusi in questo periodo e non dovrebbero essere associati più all’ attivismo.

I media tattici possono essere considerati una delle possibili manifestazioni dell’attivismo mediatico?

Si. Esiste anche un attivismo mediatico “all’antica”, focalizzato su radio, tv e giornali. C’è poi l’attivismo strategico, si pensi al l’open source ed alle iniziative legate al software libero, che guarda al cuore delle strutture dell’informazione e non ha questa maniacale attitudine al “mordi e fuggi”.

Come definirebbe i media tattici?

La risposta a questa domanda è nel capitolo in italiano del mio libro Dark Fieber. Non potrei descrivere meglio questo concetto rispetto a quanto ho fatto lì. Questo capitolo è la summa di anni di scrittura sull’ argomento insieme a David Garcia. I media tattici rispondono in modo inatteso; vanno e vengono, mutano, si nascondono e ricompaiono con nuovi nomi.

Quali pensa che siano i punti di forza e quelli critici dei media tattici?

Il miglior aspetto è la loro abilità di apparire e sparire. Ovviamente questa logica ti rende debole perché la gente non riesce a mediare le sue esperienze molto facilmente. Il metodo “mordi e fuggi” necessita di essere attentamente documentato e mitizzato, altrimenti i media tattici rimangono piuttosto isolati e disperati “atti di bellezza”. Il punto di forza dei media tattici è che sono giocosi e ironici. Non sono evangelici e neppure tecno-deterministi. L’aspetto negativo è facile da riassumere: sono senza senso, e questo è il lato divertente.

fine prima parte www.pazlab.net



Gay pride, schiaffo al Comune
"Non vogliamo i vostri soldi"
"Saremo in centomila alla sfilata del 4 giugno che passerà dal piazza Duomo, venga anche la Maiolo"
L´assessore alle Politiche sociali: non so se potrò esserci, ma fanno male a non accettare qualche aiuto
ORIANA LISO


da Repubblica - 27 maggio 2005

Patrocinio a tutto il pacchetto di eventi, sfilate e manifestazioni o niente. Si fanno sempre più nette le polemiche tra gli organizzatori del Gay pride, che sbarca in città dal primo al 18 giugno, e la giunta comunale. «Rifiuteremo il patrocinio a singoli eventi da parte del Comune, il Pride è una cosa sola, che comprende il grande corteo del 4 giugno». A dirlo - ieri, alla presentazione del calendario degli eventi - è Paolo Ferigo, il portavoce della manifestazione. Proprio il corteo sembra essere il pomo della discordia tra "l´orgoglio gay" e "il pregiudizio dei politici".
Martedì scorso dalla giunta è arrivato il no definitivo - con dieci voti contrari e quattro favorevoli - al patrocinio per la sfilata che passerà per piazza Duomo (nonostante le proteste della Lega) e approderà all´Arena, scelta proprio perché simbolo delle unioni civili dei milanesi. Centomila persone attese da tutta Italia dietro venti carri colorati, un carnevale brasiliano in salsa omosex che ormai non è una novità in tante città italiane. Dall´altra parte, però, l´Amministrazione ha lasciato aperta la porta alla possibilità di patrocinare singole manifestazioni e convegni collaterali, tra i tanti in programma al villaggio in allestimento all´Idroscalo. «Rivolgiamo un appello al Comune affinché partecipi al corteo - replica Aurelio Mancuso, segretario nazionale Arcigay -, soprattutto all´assessore Maiolo che ha sostenuto la nostra battaglia». E l´assessore alle Politiche sociali, da parte sua, oltre a ringraziare dell´invito («Non so se potrò esserci fisicamente, ma sono comunque al loro fianco per i loro diritti»), è critica sulla scelta di non accettare patrocini parziali. «Mi sembra un errore, spero che ci ripensino, presentando le loro richieste specifiche su singoli eventi all´assessore Zecchi, così da poterne discutere martedì».
Se ancora è tutto in sospeso l´appoggio del Comune (a differenza di quello, deciso da tempo, della Provincia, è tutto pronto invece per la festa. Che avrà uno slogan per tutte le manifestazioni: «Pacs. Patti chiari, amicizia lunga», con riferimento alla campagna per l´approvazione da parte del Parlamento del patto civile di solidarietà che sancisce legalmente la vita in comune delle coppie di fatto. Impegno, certo, ma anche spettacolo: al Village arriveranno anche Rettore, Anna Oxa, Fiordaliso e Paola e Chiara. «Saranno quindici giorni di festa e allegria nella città che ospita la più grande comunità omosessuale d´Italia - dicono gli organizzatori -. Purtroppo è la politica che non sempre è aperta a questa realtà».



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Ds Milano - Rassegna stampa


Il resto dell'emergenza

Bene, spero proprio che, grazie a vecchi professionisti della politica come Scajola, questo governo cominci a mettere la testa a posto. In questo paese abbiamo 11mila medie imprese da rafforzare, una decina di monopoli da aprire, questo fantomatico 25% del pil in nero, condonato, condonato tombale, semigrigio....abbiamo soprattutto una generazione di giovani che stiamo devastando.

Abbiamo bisogno che le 11mila aziende (e non solo i monopolisti protetti) facciano profitti e li reinvestino in futuro e in crescita traente sul resto del sistema. Abbiamo bisogno di tenere pulito l'ambiente e i prezzi ragionevoli perchè il turismo fiorisca. Abbiamo bisogno di parchi marini e montani rispettati e moltiplicati. Di ripulire dal cemento abusivo grandi pezzi di costa italiana. Di avere città rispettabili, e alberghi a prezzi europei.

Di università che fanno progetti di ricerca (realistici) con le medie imprese. Di software libero realmente diffuso per 11mila giovani programmatori italiani (e 250 aziende appena nate sui relativi servizi). Di una rete internet aperta, di un libero laboratorio sociale produttivo di futuro. Di amministrazioni più leggere e semplici e efficaci. Di serio contrasto all'evasione, al nero, alla violazione delle regole di democrazia di mercato. Di risorse a disposizione dei giovani perchè possano investire sulla propria identità futura.

Questo governo dice che comincerà a togliere un po' di Irap alle medie imprese esposte alla concorrenza internazionale. Ok, gli si da una mano su questo.

Ma il resto lo faremo noi, loro il resto non sanno nè vogliono farlo.

Ed è il resto quello che conta. www.caravita.biz

I dubbi della bioetica: se l’embrione è un essere umano, perché somiglia tanto a Sandro Bondi?
di Lia Celi
Aspetto molliccio, testone glabro, incapacità di vivere e di pensare autonomamente: difficile riconoscere dignità umana a un essere siffatto, specie se fa pure il coordinatore di Forza Italia. Anche il neobigotto Giuliano Ferrara si schiera in difesa del concepito: “Un feto di ventun giorni ha un’anima: io la mia l’avevo già venduta a due settimane”. Buttiglione minimizza l’importanza delle cellule staminali, in grado di trasformarsi a seconda delle necessità: “Noi diccì lo facciamo da sempre, e non abbiamo mai guarito nessuno”. Chiamati a scegliere tra fecondazione medicalmente assistita e sterilità religiosamente imposta, gli italiani cominciano a invidiare gli embrioni: non fanno un tubo, non pagano tasse, e I politici si fanno in quattro per loro. Il ministro Pisanu annuncia nuove misure per scoraggiare il turismo procreativo: negli aeroporti verrà installato il “fetal detector”, per smascherare le italiane che tornano dall’estero dopo un concepimento in provetta. Intanto gli scienziati digiunano contro l’informazione carente sui referendum del 12 giugno, ma il governo fa spallucce: “Dopo i nostri tagli alla ricerca, per loro morire di fame è un’abitudine”./www.liaceli.com/

E allora primarie
STEFANO SANTACHIARA

"Se qualcuno mette in discussione la leadership di Prodi la via maestra sono le primarie", dice Enrico Boselli, una volta tanto interpretando il pensiero di chi crede in un Ulivo trasparente e legittimato direttamente dai cittadini.
Le polemiche e le manovre di questi giorni su identità, cicorie e geroglifici vari siano spunto per una forte reazione contraria, che porti all'unica parola chiara e credibile di fronte a una classe dirigente nota per proposte indigeribili e inciuci scandalosi: Primarie. Quelle consultazioni tanto volute dai cittadini quanto temute dai partiti, derubricate in un batter d'occhio dopo i successi delle regionali con le sorprendenti motivazioni dell'investitura di Prodi "venuta dal voto amministrativo" e delle ragioni di priorità. Politico-programmatiche? No, priorità poltronistiche: per i nostri "optimates" viene prima di tutto il potere di spartire i candidati a tavolino e imporli ai cittadini per le elezioni politiche come sempre accaduto finora, magari assegnando i collegi sicuri al tal pregiudicato o riciclato transumante, e quelli a rischio a persone del valore di Nando Dalla Chiesa.

I prodiani dunque presentino questa proposta di primarie vere, per la scelta del leader e la selezione dei candidati tutti, ultima chance per ridare linfa democratica e trasparenza a un centrosinistra autoreferenziale endemicamente contrario a qualsivoglia forma di ricambio, anche solo generazionale. E come già accaduto nella positiva esperienza pugliese al centro tornerebbe ad essere il sale della democrazia, ossia la partecipazione dei cittadini: il confronto diretto coi candidati, i punti specifici del programma, la possibilità di scegliere i futuri parlamentari in possesso del maggior numero di informazioni (e c'è da scommettere che la proposta di Di Pietro di incandidabilità dei condannati con sentenza passata in giudicato sarebbe applicata direttamente dai cittadini nelle primarie di collegio). Una proposta così, da votare a maggioranza tra i partiti del centrosinistra, sarebbe uno shock positivo o perlomeno un'operazione verità. Per esempio, i vertici Ds che ora tanto si riempiono la bocca di unità e critiche a Rutelli, (proprio loro, l'eterna maggioranza dalemian-fassiniana che da aspirante craxiana sguazza da anni nel peggior moderatismo all'italiana, quello che antepone poltrone e potere a principi, programmi e coerenza, quel riformismo senza riforme ma dei compromessi, delle pastette con chiunque purché abbia uno straccio di potere, attuale o potenziale) faranno buon viso a cattivo gioco o ammetteranno il terrore genetico per le primarie?www.centomovimenti.com/


Fermata la privatizzazione di RAI International
Il Tribunale del Lavoro di Roma ha annullato tutte le delibere del Cda RAI, fin dal 2003 sulla 'privatizzazione' di RAI International. Lo tende noto l'Associazione Stampa Romana che esprime 'soddisfazione per la decisione del Tribunale che ha dichiarato l'antisindacalita' della condotta RAI in merito al processo di societarizzazione di Rai International'. La RAI, sostiene il sindacato, ha dato corso al processo 'senza attenersi agli obblighi di preventivo confronto con il sindacato'.

Il Tribunale ha dichiarato ''l'antisindacalita' della condotta RAI in merito al processo di societarizzazione di Rai International, e ha annullato le delibere del CdA del 21 e 22 gennaio 2003, del 19 e 20 febbraio 2003, del 28 settembre 2004 e della disposizione organizzativa del 18 marzo 2003, nonche' dell'ordine di servizio del 25 maggio 2004''.

''L'Associazione stampa Romana, tutelata dall'Avv. Giannicola Barone, aveva deciso di ricorrere ai magistrati per tutelare i propri diritti, ripetutamente violati dal CdA della RAI''.
da www.canisciolti.info

Prove tecniche di coalizione, ma il paese intanto muore ( di Stefano Olivieri)

Non è un bel vedere quel che sta accadendo e nemmeno l’imperturbabilità del sanguigno professore bolognese dopo il niet di Rutelli alla Fed può stemperare il disagio negli elettori costretti ad assistere, senza poter partecipare, a una brutta commedia degli equivoci.

Chi fra i media ci inzuppa il pane dentro fa il suo mestiere, ma non contribuisce a chiarire uno scenario ingarbugliato che rischia da un momento all’altro di cortocircuitare, non tanto e non solo per i pericoli di scissione all’interno della Margherita, quanto per l’ondata di ribrezzo del paese reale, che interpreta questa buriana come un gioco di potere fine a se stesso in un momento in cui l’agenda delle emergenze sarebbe fitta di impegni.

Dunque in questa partita perdono tutti : da Rutelli che ha lanciato il sasso e poi ha nascosto la mano, al leader designato Prodi che rilancia mettendo in forse la sua stessa candidatura. Perde la Fed e perde l’Unione, perde l’Ulivo strappato e strattonato da mille mani come una borsa di marca in un saldo di fine stagione. E perdono soprattutto i cittadini parcheggiati come buoi in attesa, quando invece dovrebbero essere loro, in democrazia, a lanciare il brand guida in un caso di confusione conclamata come questo.

Tornare indietro di qualche passo a questo punto torna utile, per ritrovare la strada. Ancor prima della Fed, quando si parlava soltanto – ma con una certa insistenza – di partito riformista europeo come contenitore di tutto il centrosinistra. Una proposta che partita dalla stampa in occasione della consultazione europea fu poi metabolizzata da più di un politico ( i nomi li sapete, immagino) e subito imposta all’elettorato come un dato acquisito. La fretta è sempre una cattiva consigliera soprattutto in democrazia, e il partito riformista europeo abortì ingloriosamente prima ancora di nascere, malgrado illustri medici si affannassero al suo capezzale. I cittadini si divisero fra chi tirò un bel sospiro di sollievo e chi invece restò deluso dall’interruzione di un processo di unificazione pur imposto dall’alto, senza alcuna preventiva consultazione popolare.

Così come seconda scelta nacque la FED o GAD che dir si voglia, tanto come acronimi fanno schifo entrambe. E cominciò l’ennesima diatriba fra l’Ulivo “grande” e l’Ulivo “stretto”, fra chi pretendeva la cabina di regia in virtù del peso elettorale e chi invece reclamava spazio partecipativo. La nave della Fed partì comunque fra mille polemiche e il successo fu modesto, mentre i partiti del centrosinistra esclusi da quel salotto buono raccolsero un buon incremento di consensi che consentì al centrosinistra nel suo complesso di portare a casa un risultato elettorale complessivamente positivo fra le varie elezioni europee e amministrative .

Questa “battaglia navale“ fra i partiti del centrosinistra avveniva – dato non trascurabile – nel più vasto scenario di un generale risveglio della società civile che con la sua intensa partecipazione aveva dato corpo e visibilità ai probemi del paese e alla volontà di riscossa democratica. Era senza dubbio quello il momento adatto per tessere con i cittadini un dialogo costruttivo e gettare le basi per una partecipazione diretta di questi ultimi alla costruzione di una strategia unitaria vincente che potesse fiaccare il governo e costringerlo a una conclusione anticipata della legislatura. Ma la politica non seppe cogliere l’attimo e così la montagna partorì il classico topolino : l’unica lista che aprì ufficialmente una linea di credito ai movimenti e ai girotondi fu quella di DiPietro-Occhetto, e il risultato fu così modesto che quel matrimonio fu interrotto dopo le elezioni. Colpa anche, va detto, del peccato originale di tutto l’associazionismo fuori dai partiti, cioè il digiuno pressoché assoluto di regole comuni per la delega e la rappresentanza politica che aveva già fatto fallire precedentemente tante riunioni e assemblee di società civile.

Da allora, a ben guardare, nulla di nuovo sotto il sole. L’ansia popolare di partecipazione e di unità ha portato responsabilmente l’elettorato di centrosinistra a firmare altre cambiali in bianco e così sono arrivati altri successi elettorali. Ma nella sostanza delle cose, niente è cambiato nel confronto, asfittico quando addirittura assente, fra cittadini elettori e rappresentanti eletti, fra la politica che esce dal voto e quella che va a votare. E dire che nel frattempo Berlusconi ci ha aperto la strada con una stretta autoritaria senza precedenti che ha tagliato l’Italia in due, da una parte una ristretta minoranza di gaudenti e dall’altra il disagio che cresce e conquista il ceto medio. Semplifico troppo, non solo di soldi è fatta la differenza fra destra e sinistra, ma provate a ragionare di politica con la pancia vuota e poi ditemi. Perdere le elezioni del 2006 sembra insomma quasi impossibile ma il lupo è ricco e può disporre di mille camuffamenti, per cui occorre prestare la massima attenzione anche a questa smania di rincorrere da sinistra il voto moderato di centro, perché si potrebbe tirare la volata agli avversari. Porto l’esempio di uno scambio di battute avuto stamane con la donna delle pulizie del mio posto di lavoro, marito e due figli sulle spalle a 800 euro al mese per otto ore giornaliere e un contratto che ogni tre mesi rischia di non rinnovarsi. Stefania – questo il suo nome – nel denunciare l’operato di Berlusconi ha affermato candidamente – e dire che è una democratica convinta – che ai tempi del “gobbetto” (come affettuosamente ha definito Andreotti) tutto questo non succedeva e anche i poveracci come lei stavano meglio. Stefania non siede certo in parlamento e la sua semplicità può facilmente essere tacciata di qualunquismo, tuttavia tocca riflettere sull’impatto che provoca la politica, a destra come a sinistra, proprio in questo tipo di elettorato, quello costituito dalle persone comuni che faticano anche solo per il pane quotidiano. E oggi appunto, il primo dovere è quello di uscire in fretta da una indecente emergenza, a prescindere da chi l’ha causata, ricordandosi però degli anelli più deboli della popolazione. Mentre si sono appena spenti gli applausi per l'annuale relazione di Montezemolo al cospetto di Berlusconi e Prodi, io dico che occorrerà per l'Italia in crisi mano ferma ma anche garbo, perché non può esserci decollo delle imprese senza un vero sostegno alle famiglie, e soprattutto non vanno fatti sconti sui diritti e sulle tutele di chi è maggiormente indifeso.

Con buona pace di Prodi e Rutelli e della querelle che li vede protagonisti, non passa attraverso la Fed e nemmeno attraverso l’Unione la soluzione del dramma italiano. E non serve – per carità di Dio ! – resuscitare l’idea delle primarie per Prodi se a questa ipotesi non si da il carattere che si dovrebbe invece dare, quello cioè di restituire ai cittadini, da troppo tempo in disparte dalle scelte che contano, l’opportunità di selezionare non solo il leader, ma tutta la rappresentanza politica di riferimento, quella su cui in sostanza andranno costruite le liste elettorali per le elezioni politiche del 2006. Se primarie devono essere, primarie siano per davvero per scegliere uomini e donne, e le loro idee e progetti per l’Italia, votati e selezionati davvero dai cittadini nel loro territorio, dove vivono e lavorano, e non bensì paracadutati dall’alto delle segreterie.

Così Fed e Unione potrebbero tranquillamente svanire come neve al sole e l’Ulivo di tutti potrebbe tornare a chiamarsi Ulivo e basta, con l’approvazione dello stesso Bertinotti che certamente non potrebbe rifiutarsi – proprio lui che alle “primarie per Prodi” si offrì spontaneamente per salvare la democrazia ( e secondo me anche la faccia del professore dal rischio di una figuraccia ) – di aderire ad un Ulivo resuscitato da una conta democratica e finalmente trasparente.

Dopo tangentopoli tutta la politica italiana ha preso soltanto apparentemente le distanze da quella zona grigia dove venivano consumati gli “inciuci” e si contrattavano i parchi buoi elettorali. Tale era il bisogno di garantire legalità e trasparenza che si inventò il maggioritario, dimenticando però di definire nuove regole e nuovi strumenti con cui restituire ai cittadini elettori quella quota di scelta ( cioè chi va nelle liste di ciascuna coalizione) che in qualche modo il maggioritario aveva “scippato”.

Ebbene, è ora l’occasione - potrei dire da ultima spiaggia - di fare quel salto di qualità tanto richiesto dai cittadini, in un momento in cui stanno venendo al pettine tutti i piccoli grandi problemi di coalizione. Che siano i cittadini a scegliere se la Fed o L’Unione debbano sopravvivere o se non sia piuttosto l’Ulivo di tutti a dover tornare, con nuove regole da rispettare come le elezioni primarie e il bilancio partecipato. Se è ora di scegliere, che sia scelta democratica per davvero, non solo per tornare a vincere ma per avviare una stabile e solidale rinascita di tutto il paese, dove ciascuno sia chiamato a contribuire, imprese e lavoratori insieme, per quanto può e deve dare e far tornare l’Italia un paese finalmente civile. www.liblab.it/



Relazione di viaggio per gli assenti
Massimo Cellai ci racconta come é andata, a Roma, e perché abbiamo preso l'iniziativa di Piazza SS Apostoli




La Rete dei Cittadini per l’Ulivo ha deciso pochi giorni fa che era arrivato il momento di correre sotto le finestre di SS.Apostoli ad appoggiare Prodi ed a fare pressione su tutti i rappresentanti dei partiti della federazione dell’Ulivo. Abbiamo stampato venticinquemila manifesti, li metteremo sui muri delle nostre città in tutta Italia, ma questa volta i cittadini dovevano essere anche fuori della porta della federazione e alzare la voce.

Decisione sofferta. Le nostre associazioni sono diffuse nel territorio, non costruite per le "presenze" romane, fatte di cittadini che alle 14,30 di un mercoledì qualunque…lavorano! Il nostro stile è sempre stato quello del dialogo attento, del confronto aperto, guai a sostituirlo con la facile ed umorale contestazione. Ci dobbiamo essere, ma solo per l’unità, per Prodi, per l’Ulivo. Il rischio di una strumentalizzazione che trasformi il nostro richiamo all’Ulivo ed all’unità come una iniziativa di rottura e contestazione, lo abbiamo subito intravisto dai giornali nazionali, da alcune dichiarazioni dei giorni presedenti. Qualcuno ha cercato di trasformare la nostra manifestazione in un inciampo: martedì sera Rutelli ha chiesto a Prodi di fermarci. Troppa grazia e importanza, la preoccupazione aumenta, ma noi ci saremo comunque. Poi è arrivato il comunicato di Prodi, bello e pesante in ogni parola, ricorda che siamo coloro che hanno "sempre coltivato l’idea dell’Ulivo, anche quando negli anni scorsi sembrava scomparsa dall’orizzonte politico" e ci responsabilizza ad unire passione ed intelligenza.

Un viaggio di tre-quattro ore per passione si fa e alcuni se lo sono fatto. Tanti amici ci hanno scritto ( siamo con voi, fatevi sentire) e poi i comitati romani hanno fatto il possibile: risultato, eravamo in SS.Apostoli con le bandiere dell’Ulivo, lo striscione dei Cittadini, il manifesto ed i volantini per Prodi e l’Ulivo. Avremmo voluto essere ancora di più, ma gli schiaffi contro l’Ulivo ormai sono tanti ed è difficile chiedere sempre di fare gli straordinari solo ai Cittadini.

Scene di ordinaria ressa di telecamere e microfoni all’arrivo dei politici della federazione mentre i cittadini gridano "unità, unità" o "Ulivo, Ulivo". Auguri di "Buon Ulivo" ad ogni rappresentante dei partiti che entra alla riunione. Le telecamere sono attirate dalla cicoria e da qualche cartello che la ricorda, ma il tono rimane quello delle nostre parole d’ordine e del desiderio di unità e Ulivo. Dimostrazione di mestiere da parte di Marini che trascina telecamere e microfoni addosso al nostro striscione perché vuole "parlare col popolo", voglia di spettacolo mediatico, ma nella confusione, sorridendo, facciamo a chi urla di più: lui non vuole essere definito "antiunitario" noi lo invitiamo ad andare di sopra a lavorare per l’Ulivo.

Parliamo con la stampa, cerchiamo di sottolineare che l’Ulivo è un progetto che ha forti radici, un progetto ormai decennale sostenuto da partiti, cittadini ed associazioni, che per questo abbiamo lavorato e per questo le formichine continueranno a lavorare. L’Italia ha bisogno di un progetto forte e del coraggio per realizzarlo. Riceviamo il testo della introduzione di Prodi: una relazione di alto livello che parte dai problemi del paese per giustificare il bisogno di Ulivo ed il rilancio di "una grande lista nel nome dell’Ulivo".

Le ragioni della azione di Prodi sono tutte in questa relazione. Le ragioni della necessità di una Lista unitaria ulivista, anche. Alle 19,00 escono gli esponenti della Margherita, il clima è teso, rimandano ogni dichiarazione, prima vogliono ascoltare Prodi.

Tanti cittadini, per l’ennesima volta, saranno amareggiati: la vera maledizione del centrosinistra sembra essere il consenso e l’appoggio degli elettori, ma questa volta l’Italia sta arrivando ad un passaggio politico, sociale, economico ed etico cruciale. Abbiamo una responsabilità enorme, quella di sostituire questa maggioranza e quella di governare bene, come la gravità dei problemi richiede. Lo possiamo fare nel contesto dell’Unità europea, nella quale l’Ulivo e Prodi hanno condotto il nostro Paese e grazie alla quale, nonostante questa terribile crisi, vi sono tutti i presupposti per il rilancio di un’Italia che sappia fare le necessarie scelte di rinnovamento, anche politico, senza guardare invece a vecchie ed inadeguate ricette.www.cittadiniperlulivo.com




Migranti: "Il governo italiano è passato dalle espulsioni illegali alle espulsioni clandestine"
di Tana de Zulueta*

Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Roma, Sono riprese le espulsioni di stranieri da Lampedusa verso la Libia. E’ una notizia che il governo non ha voluto confermare, ma dai tabulati di volo risulta che sabato 14 maggio alle 16:15 un aereo italiano (volo Alitalia AZ8300), proveniente da Lampedusa, e’ atterrato sulla pista dell’aeroporto di Al Beida, nella Libia occidentale. Sulla pista dello stesso aeroporto, 67 persone provenienti dal Centro di detenzione di Lampedusa sono state consegnate alle forze dell’ordine locali. Il lunedi’ seguente un altro volo dell’Alitalia ha seguito la stessa rotta.

Il silenzio dell’esecutivo, interpellato piu’ volte nei due rami del Parlamento, e il riserbo e la segretezza su questi voli segnalano una svolta grave e preoccupante. Il governo sembra essere passato dalle espulsioni collettive, gia’ condannate dal Parlamento Europeo e oggetto di indagine da parte della Corte europea dei diritti dell’Uomo, alle espulsioni clandestine.

Ancora una volta, durante i giorni di massima affluenza di questo mese nel centro di Lampedusa, il governo italiano ha impedito l’accesso al rappresentante dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che avrebbe dovuto verificare la presenza o meno nel campo di persone bisognose di protezione. Siamo ormai alla negazione, ad opera del ministro degli Interni Giuseppe Pisanu, dei piu’ elementari principi di trasparenza e di legalita’ internazionale.

E' grave che l'Italia continui ad espellere immigrati verso la Libia. Il nostro paese dimostra cosi' di ignorare le risoluzioni del Parlamento europeo che invitano a non compiete espulsioni collettive e in particolare verso la Libia, paese non sicuro.

Nonostante il governo abbia opposto il silenzio a tutte e interrogazioni e alle domande che abbiamo posto, alla Camera e al Senato, sulla questione, scopriamo ora che questi charter disumani e illegali continuano nei loro voli. E' inquietante anche la segretezza che circonda queste attività.

Ne' l'Alto Commissariato per i Rifugiati ne' le Ong sono infatti stati informati ed e' inaccettabile che queste attivita' che dovrebbero essere pubbliche si svolgano in un clima di clandestinità.

Tana de Zulueta
(*Senatrice, iscritta al Gruppo parlamentare dei "Verdi", membro della Commissione speciale per i Diritti Umani e della Commissione Difesa)

redazione@reporterassociati.org




Per chi suona la campana
di Uri Avnery
La strana storia di Mordechai Vanunu: un criminale per il governo d'Israele, un alleato della società civile
Un tecnico iraniano di nome Jalal-a-Din Taheri, che aveva lavorato al reattore nucleare a Bushehr, è riuscito a scappare in Europa dove ha svelato il piano degli ayatollahs per la produzione di bombe nucleari.
Taheri è stato acclamato come un eroe in tutto il mondo. Molte organizzazioni l'hanno proposto per il Premio Nobel per la Pace. Il presidente Bush ha elogiato il suo coraggio. Ariel Sharon l'ha invitato a venire a vivere in Israele definendolo uno dei Giusti tra le Nazioni. Gli ayatollahs l'hanno denunciato come traditore, infedele, crociato e sionista.

Questa è, ovviamente, una storia fittizia.

Ma corrisponde esattamente alla storia di Mordechai Vanunu, che è considerato da quasi tutti gli israeliani uno spregevole traditore - dimostrando una volta di più che il tradimento, come la pornografia, è una questione geografica.

Questa settimana ho usato il mio privilegio di ex membro della Knesset per partecipare ad una sessione del Comitato della Knesset sulla "Costituzione, Legge e Giustizia" in cui si è discusso l'affair Vanunu. Nel corso della sessione, i membri della Knesset si sono insultati reciprocamente con un linguaggio da pescivendoli (senza voler offendere i pescivendoli). Due membri del Likud, Ronie Bar-On (che in passato fu Procuratore Generale per qualche ora prima di essere ignominiosamente rimosso) e Yehiel Hazan hanno urlato che Vanunu non ha diritti umani, visto che lui stesso non è un essere umano. Si deve anche dire per onestà che il presidente del comitato, Michael Eytan, anche lui membro del Likud, ha condannato duramente queste espressioni.

Vanunu che nel 1986 rivelò ai giornali inglesi alcuni secreti nucleari di Israele, fu rapito subito dopo dal Mossad, portato illegalmente in Israele e condotto in tribunale. Scontò la sua sentenza: 18 anni di prigione. Per la maggior parte del tempo fu tenuto in isolamento totale. (Mi ha detto che per non impazzire leggeva il Nuovo Testamento in inglese ad alta voce, ripetutamente, e in questo modo ha migliorato la sua padronanza della lingua che adesso continua ad usare invece dell'ebraico.)

Al suo rilascio gli furono imposte severe limitazioni: gli fu proibito di andare all'estero, di muoversi all'interno del paese senza previa notifica alle autorità, di parlare agli stranieri, di rilasciare interviste. La Corte Suprema ha sostenuto queste restrizioni. Vanunu ne ha violate gran parte e qualche settimana fa è stato incriminato per queste violazioni.

Le restrizioni erano state inizialmente imposte per un anno, che è scaduto questa settimana. Il comitato della Knesset stava per discutere la possibilità di estenderle, ma poche ore prima della seduta, il Ministro degli Interni, Ophir Pines (Labor Party) ha firmato un ordine per estendere di un ulteriore anno la proibizione di lasciare il paese, e il comandante dell'esercito del Fronte Interno ha firmato un ordine di estensione delle altre restrizioni (come provvedimenti d'emergenza).

Alla riunione del comitato, il rappresentante del Procuratore Generale ha fissato le argomentazioni del governo per queste estensioni: a) Vanunu "conserva ancora nella sua testa" segreti pericolosi, b) ha una memoria "fenomenale", c) se gli fosse concessa la possibilità rivelerebbe questi segreti all'estero.

Qual è la prova a sostegno? In una delle lettere che scrisse in prigione, Vanunu disse al suo corrispondente estero di essere in possesso di molti altri segreti, che non aveva ancora rivelato. Dichiarava le sue intenzioni di rivelare questi segreti alla prima opportunità. Due anni prima del suo rilascio - vale a dire 16 anni dopo il suo lavoro presso l'installazione nucleare - tracciò nella sua cella, solo a memoria, una copia dettagliata e sorprendentemente esatta del processo di produzione. Questi disegni furono trovati fra gli oltre mille documenti confiscati nella sua cella.

Questi fatti sono qualcosa di più che strani. Un detenuto che invia lettere dalla prigione ovviamente sa che sono censurate. Vanunu era tenuto a sapere che non solo le autorità della prigione, ma anche i servizi segreti le avrebbero lette. Quando fece i disegni sapeva con certezza che sarebbero stati requisiti.
Questo sembra indicare che intendeva provocare i suoi persecutori e mostrare loro che non era piegato.

E' difficile prendere sul serio questi documenti, come ha fatto la Corte Suprema, otto mesi fa, quando ha confermato le restrizioni. Una persona che intende rivelare terribili segreti non lo annuncia in anticipo alle autorità, e non prepara copie per i suoi persecutori.

Ora, relativamente alla cosa in sè.
Primo, Vanunu "ha in testa segreti" che non ha rivelato in passato? Inverosimile. Innanzittutto la conoscenza di Vanunu riguarda i processi come erano 18 anni fa. Una simile conoscenza può essere utile adesso? Difficile crederlo. Come ha sottolineato un membro della Knesset, Zelava Galon (Yahad) durante la seduta: "E' terrificante pensare che in 19 anni non sia cambiato nulla nelle tecniche nucleari israeliane!"
Secondo, prima che il giornale inglese pubblicasse le sue rivelazioni, Vanunu fu interrogato a fondo per due giorni interi da uno dei maggiori scienziati nucleari al mondo. Difficile credere che dopo gli restassero altri segreti da rivelare.
Terzo, è ai limiti della paranoia pensare che sia stato così raffinato da decidere, 18 anni fa, di "conservarsi in testa" dei segreti per pubblicarli 20 anni dopo.
Quarto, Vanunu non è uno scienziato. Lavorava al reattore come tecnico. Anche se ha una memoria "fenomenale" e anche se i suoi disegni sono inesplicabilmente esatti, è difficile credere che abbiano adesso ancora qualche significato. In questo caso, come si spiega il rinnovo delle restrizioni?

Il rappresentante del Procuratore Generale ha sostenuto fermamente che il loro scopo non è di punirlo per cose commesse in passato, che sarebbe illegale (visto che è già stato processato e ha scontato l'intera condanna) ma per impedire nuovi crimini (la rivelazione di altri segreti).

Ne dubito. Non si può far tacere Vanunu. Tutto il mondo si interessa a lui e più è perseguitato più aumenterà l'interesse. A Vanunu non si può impedire di parlare, è inimpedibile (per coniare una parola). Piuttosto il contrario. Inoltre è impossibile impedirgli di entrare in contatto con stranieri. (Qualche mese fa una sera ero seduto nel giardino del favoloso hotel American Colony a Gerusalemme Est a conversare con l'attrice inglese Vanessa Redgrave, un'instancabile sostenitrice della pace fra israeliani e palestinesi. Improvvisamente ho visto Vanunu che stava passeggiando. L'ho chiamato. Vanessa Redgrave era molto interessata alla sua esperienza in prigione. Come si può evitare che accadano queste cose?)

Resta solo una spiegazione: la vendetta. Yehiel Horev, capo della Divisione Interna di Sicurezza del Ministero della Difesa non può perdonare a Vanunu di essersi fatto gioco delle sue disposizioni di sicurezza andandosene da una parte all'altra dell'installazione in cui non aveva alcun motivo di essere, scattando liberamente fotografie nella più segreta installazione israeliana per portarle illegalmente all'estero.

Davvero esasperante. Ma anche la vendetta ha i suoi limiti.
Tanto più che l'uomo del Procuratore Generale rispondendo ad una domanda del membro della Knesset Etti Livni, ha ammesso che gli stessi argomenti formulati adesso saranno anche validi in un altro periodo, come pure fra cinque e dieci anni. In altre parole, le restrizioni potrebbero essere a vita.

Secondo la mia opinione personale sull'essenza della questione: Le armi nucleari sono una minaccia per tutti noi. E' impossibile impedire a tempo indeterminato l'acquisizione di armi nucleari a più paesi nel Medio Oriente - Iran in testa. Le altre categorie di Armi di Distruzione di Massa (chimiche e biologiche) già sono presenti nei paesi vicini.

Per anni Israele ha goduto del monopolio nucleare nella regione. I miei amici ed io avevamo annunciato che questo monopolio è temporaneo e che dovevamo usare quel periodo di tempo per ottenere la pace. L'arroganza dei nostri capi l'ha impedito.

Adesso lo scopo deve essere di liberare l'intera regione dalle armi di distruzione di massa, sotto il rigoroso controllo internazionale e reciproco, come parte di un completo accordo di pace. Cosa che è possibile e funzionale. Quando Vanunu suona la campana contribuisce alla pubblica consapevolezza. La sua azione è importante per un'altra ragione: per la prima volta, ha fatto volgere l'attenzione del pubblico israeliano all'effettivo pericolo inerente al vecchio reattore, che adesso ha oltre 40 anni. Parecchi ex impiegati adesso hanno fatto causa al governo sostenendo di aver contratto il cancro (e alcuni sono morti) a causa delle falle nella sicurezza. Che cosa succederà nel caso di un disastro tipo quello di Chernobyl? O di un terremoto o di un attacco di missile? Chi pensa a queste cose? Di chi è la responsabilità? Chi tiene sotto controllo questi responsabili?

Vanunu suona la campana per richiamare l'attenzione su un pericolo reale. Il problema non è se sia una persona gradevole, se le sue opinioni siano accettate o quello che pensa dello stato di Israele, dopo 12 anni di segregazione. Il problema è se sta facendo un buon lavoro. Per quel che mi riguarda penso di sì.


Fonte: http://zope.gush-shalom.org/home/en/channels/avnery/1114333350/
http://www.zmag.org/italy/avnery-perchisuonalacampana.

Il papa ha ‘occultato’ l’inchiesta sugli abusi sessuali
di Jamie Doward
Una lettera confidenziale rivela che Joseph Ratzinger ordinò ai vescovi di non svelare gli abusi sessuali su minori perpetrati da ecclesiastici

Papa Benedetto XVI ha dovuto recentemente far fronte alle dichiarazioni che lo accusano di aver “ostacolato la giustizia”, in riferimento alla sua volontà di mantenere segreta l’inchiesta interna della Chiesa cattolica sullo scandalo degli abusi sessuali su minori.

L’ordine venne impartito tramite l’invio di una lettera segreta - di cui l’Observer è entrato in possesso - inviata nel marzo del 2001 ad ogni vescovo della Chiesa cattolica.

Nella lettera si affermava come la Chiesa dovesse riservarsi il diritto di non rendere pubbliche le proprie indagini per oltre 10 anni dal momento in cui le vittime degli abusi avessero raggiunto l’età adulta. La lettera portava la firma del cardinale Joseph Ratzinger, il successore di Giovanni Paolo II.

I legali delle vittime hanno dichiarato che questa iniziativa aveva un duplice obiettivo: evitare che le ipotesi di reato diventassero di pubblico dominio e impedire che gli organi di polizia ne venissero a conoscenza. Gli avvocati accusano Ratzinger di aver commesso una chiara azione di ostacolo al normale corso della giustizia.

La lettera, che menzionava il compimento di ‘atti di estrema gravità’, fu inviata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ufficio vaticano di fatto erede della Santa Inquisizione, per lungo tempo diretto da Ratzinger. Veniva chiaramente illustrata la posizione della Chiesa in merito a diverse questioni, dalla celebrazione del sacramento dell’eucarestia non da parte di cattolici alle molestie sessuali perpetrate da clericali nei confronti di minorenni.
La lettera di Ratzinger affermava che in questi casi la Chiesa poteva legittimamente rivendicare una propria autonoma giurisdizione.

La lettera affermava che la ‘giurisdizione’ della Chiesa doveva avere inizio dal giorno in cui il minore avesse compiuto i 18 anni d’età e, inoltre, per i successivi 10 anni.
Essa prevedeva come i resoconti delle ‘indagini preliminari’ su ogni singolo caso di abuso dovessero essere inviate all’ufficio di cui Ratzniger era a capo, il quale si riservava l’opzione di riferirne a speciali tribunali privati, al cui interno le cariche di giudice, pubblico ministero, notaio e rappresentante legale venivano ricoperte esclusivamente da ecclesiastici.

‘Situazioni di questo tipo sono coperte dal segreto pontificio’, concludeva la lettera di Ratzinger. L’infrazione del segreto pontificio in qualsiasi momento del periodo dei dieci anni di giurisdizione della Chiesa veniva intesa come una grave azione, perseguibile anche attraverso la minaccia di scomunica.

Della lettera di Ratzinger si è fatto riferimento in una causa avviata contro una chiesa del Texas all’inizio di quest’anno, a difesa di due giovani vittime di abusi. I legali hanno accusato Ratzinger di aver ostacolato il corso della giustizia.
Daniel Shea, il legale delle due vittime che hanno fatto riferimento alla lettera, ha affermato: “La lettera si commenta da sola. Bisognerebbe chiedersi: perché mai il segreto sulle indagini deve rimanere così a lungo? È un’ostruzione al normale corso della giustizia”.

Padre John Beal, professore di diritto canonico all’Università Cattolica degli Usa, nel corso della propria deposizione l’otto aprile scorso, ha riferito sotto giuramento all’avvocato Shea come la lettera ampliasse i poteri di giurisdizione e di controllo della Chiesa sui crimini sessuali perpetrati da ecclesiastici.

La lettera di Ratzinger era stata co-firmata dall’arcivescovo Tarcisio Bertone, il quale due anni fa rilasciò un’intervista nella quale accennava alla contrarietà della Chiesa nel consentire a soggetti esterni di indagare sui presunti abusi sessuali perpetrati. “Secondo il mio punto di vista, la richiesta secondo cui un vescovo debba essere obbligato a denunciare agli organi di polizia gli atti di pedofilia commessi da un prete è completamente infondata”.

L’avvocato Shea ha contestato l’idea secondo la quale i presunti casi di pedofilia debbano essere giudicati da tribunali speciali. “Essi impongono procedure di riservatezza. Se la legge imponesse agli organi competenti di affrontare il caso, questi potrebbero collaborare con i tribunali. Ma se non una causa non verrà mai risolta senza indagini. Se si impone di mantenere il riserbo prima per diciotto anni poi per altri dieci, i responsabili la faranno franca”, ha aggiunto.

Un portavoce del Vaticano ha rifiutato di commentare la lettera di Ratzinger. “Non trattandosi di un documento pubblico, non è possibile parlarne”.


Fonte: http://www.guardian.co.uk/pope/story/0,12272,1469131,00.html
Tradotto da Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media




U-li-vo !
Massimo Marnetto
C'è già un gruppetto di bandiere quando arrivo a piazza SS. Apostoli con Max (Sardonelbuio). Ma soprattutto mi colpisce il numero di telecamere e di giornalisti con taccuino e miniregistratore, a caccia di dichiarazioni, ma soprattutto di risse. Gira la voce che qualcuno vuole lanciare della cicoria a Rutelli, ma per fortuna è fasulla. Arriva Enrico. Il passaparola è tenere la calma e la posizione: unità & Ulivo. La polizia vuole il varco davanti all'ingresso libero, ma riusciamo a schierare lo striscione dei “Cittadini per l'Ulivo” a lato dell'entrata. E' sempre Nando che lo porta ed è una fatica per cui gli sono grato. Lo reggiamo in quattro, mentre ci intervistano e fotografano a decine. Come i pesci si radunano quando casca in acqua una mollica di pane, tutte le telecamere corrono all'arrivo di Parisi. Ride e non si sottrae. “Buona unità!” gli faccio con al collo il cappio di sostegno dello striscione. Fa caldo. Arriva D'Alema, occhi a terra, poca confidenza e passo svelto. Alza una mano quando sente scandire “unità”, ma in un attimo sparisce. “Perché l'Ulivo contro l'Ulivo?”, mi chiede una giornalista con cameraman al seguito. “Niente contrapposizione – le rispondo (poi so che è del TG4) – è che noi cittadini l'Ulivo lo abbiamo preso sul serio. Da dieci anni. E quando la Margherita frena, rispettiamo la sua decisione, ma poi veniamo qui a testimoniare che dell'Ulivo c'è bisogno. Tanto più alle politiche”. Caos, spinte: c'è Rutelli. Temiamo il peggio, si alza un coro di “U-li-vo! U-li-vo!” E' nervoso, si risente con i giornalisti che gli stanno troppo addosso. Non ci guarda e tira dritto. Marini invece è l'unico che s'intrattiene. Dice che così si prendono più voti… che l'Ulivo rimane… che tutto continua… “U-li-vo! U-li-vo!”. Mi intervista un ragazzo di Libero: “Prodi però è più debole?” chiede. “Spero di no. Se Prodi diventa più debole, lo diventiamo tutti.” Chiedo il cambio al guinzaglio dello striscione. Le auto fanno fatica a passare per la gente. Cerco gli altri e propongo che un delegazione sia ricevuta. Vado in netta minoranza. Non se ne fa nulla. Conferenza stampa finale. Cellai, Paolillo e Massari spiegano ai giornalisti chi siamo e cosa vogliamo da un tavolino del Bibo Bar di fronte. Prima di andarmene sento la notizia: sembra che Prodi senza lista unitaria al proporzionale non intenda presentarsi. Basta questo e un posto a sedere nell'autobus a farmi riprendere dalla fatica.
www.ulivoselvatico.org


maggio 26 2005

Primarie di collegio (di Massimo Nanni)
Gli appelli, le manifestazioni, le proteste vanno bene sono utili quasi indispensabili, ma la situazione venutasi a creare con lo strappo della Margherita richiede di essere analizzata con raziocinio e lucidità



Gli appelli, le manifestazioni, le proteste vanno bene sono utili quasi indispensabili, ma la situazione venutasi a creare con lo strappo della Margherita richiede di essere analizzata con raziocinio e lucidità.
Prendiamo per buono, infatti, il ragionamento della Margherita, o meglio dei suoi vertici, ammesso quindi, e non concesso, che abbiano ragione loro sul fatto che divisi si prendono più voti, non possono non aver considerato che con lo sbarramento al 4% SDI e Repubblicani Europei rimangono fuori gettando voti dalla finestra.
Sempre ammesso e non concesso che comunque i voti “recuperati” riescano a pareggiare o ad avvicinarsi a quelli buttati dalla finestra con le liste che non superano lo sbarramento, ben difficilmente si può sostenere che la somma anche solo aritmicamente sia comunque positiva per l’Unione.
Né d'’altra parte si può credere che da parte della Margherita si monti tutto questo Ambaradan per, quanti? Pochi seggi, pochissimi in più del tutto aleatori nel proporzionale.
La vera posta in gioco sono i seggi nel maggioritario dove accasare tutti i voltagabbana, che sapranno benissimo chi ringraziare per la loro elezione.
Il corsetto di Uniti nell’Ulivo era comunque troppo stretto per un’'operazione di questo tipo, meglio avere mano libera e contrattare i seggi da ottenere nel maggioritario come Margherita in attesa poi di futuri sviluppi….
Ecco dove, a mio parere, dobbiamo possiamo intervenire noi come CPU, certo non voglio fare dietrologia è che nei mesi scorsi si sono sentiti rumorosi silenzi sulle Primarie di collegio, timidezze, retropensieri, non lo so, ma è ora è il momento di intervenire se davvero vogliamo aiutare Prodi. L'’unico ostacolo, infatti, che si può frapporre ad una operazione come quella delineata nelle righe precedenti è quello di chiedere le primarie di collegio.
Probabilmente è ovvio anche per la miopia dei piccoli partiti ci saranno ostacoli per i seggi che nel 2001 andarono già all’Unione, ma dobbiamo pretendere con forza che nei restanti seggi si tengano primarie.
Solo così infatti si potrà porre freno a quel tentativo di restaurazione partitocratrica che oggi vede protagonista la Margherita e domani magari qualcun altro.
Non è utopia ,ma lucido realismo che ci deve perciò portare a chiedere le PRIMARIE con molta maggior forza di quanta è stata utilizzata finora. Se davvero vogliamo aiutare Prodi, e l'’Italia, dobbiamo avere come parole d'’ordine certo Unità, ma anche Primarie.

Massimo Nanni, coordinatore del comitato dei Cittadini per l’ULIVO Velletri fuori dalla palude circolo Volontè




GRAZZZZIE MILAN !!


Sogno In Una Notte Di Inizio Estate

1-
Comincia tutto il mattino con un lancio d’agenzia che dice che siamo alla frutta.
Il rapporto deficit-PIL, che abbiamo presentato come 2,9 in realta’ e’ 3,1
Fini dice che lo scarto e’ di 0,1 e non e’ significativo.
Invece secondo me lo scarto e’ dello 0,2 ed e’ significativo che Fini non sappia fare i conti

2-
Esce la bomba: Un vero e proprio crollo dell'economia italiana. E' quello che prospetta l'Ocse l'Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica, secondo la quale nel 2005 il rapporto deficit Pil salirà al 4,4% e nel 2006 toccherà il 5,1% , molto lontano quindi dal 3% richiesto dal trattato di Maastricht e anche dalla più pessimistica previsione del ministero dell'Economia (3,75%). La crescita del Pil per il 2005 non ci sarebbe: si avrebbe invece una recessione con il Prodotto interno lordo in calo dello 0,6%.

Dichiarazione di Siniscalco che a causa delle cattive compagnie quando dice le bugie gli viene pure la faccia da culo

3-
L’ISTAT cala l’asso: Economia in crisi e famiglia sotto pressione. ECONOMIA AL PALO: Il 2004 e' stato un anno di bassa crescita. Ma le cose sembrano andare ancor peggio negli ultimi mesi.

4-
Dall’Europa arriva la conferma della cattiva salute dei conti pubblici, con una brutta figura anche per coloro che hanno fatto i conti, in quanto si è rilevata «l'incoerenza tra i dati di cassa e di competenza, le discrepanze statistiche nei conti pubblici».
Il presidente dell'Ue, il premier lussemburghese Jean-Claude Juncker, ha indicato oggi che «la situazione di bilancio italiana va presa molto seriamente».

5-
Finalmente si registra una dichiarazione di Berlusconi:
Questo catastrofismo e’ fuori luogo.
Gianni! L’ottimismo e’ il sale della vita!!
Escludo nella maniera piu’ assoluta sanzioni UE
La Germania e la Francia stanno peggio e non hanno subito sanzioni


E Vabbe’, ma come dichiarazione e’ un po’ pochino. Chiedetegli cos’ha intenzione di fare…
Non si puo’. Il presidente e’ in volo per Istambul per vedere la partita…

…..

Cena con pane e cicoria.
Alla fine del primo tempo Milan 3 Liverpool 0
E Berlusconi ride

Fine della partita:
il Milan ha finito la benzina prima del tempo e perde ai rigori.
Vado a letto tranquillo.
Domani e’ un altro giorno







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Aldo Vincent il Gelataio di Corfu' http://guide.supereva.it/satira

OSSERVATORIO POLITICO a cura di Roberto D'Alimonte / PIÙ PARTITI- PIÙ VOTI? CALCOLO ERRATO

All'indomani delle elezioni europee dello scorso anno abbiamo pubblicato sul «Sole-24 Ore» una analisi del rendimento della lista Uniti nell'Ulivo. Per orientarsi nelle polemiche di questi giorni conviene ripartire da lì. Anche perché in questi giorni si sono lette analisi (Giovanni Sartori sul «Corriere della Sera» del 24 maggio) fondate su dati discutibili.

La nostra analisi realizzava quasi un esperimento di laboratorio, cosa rarissima nelle scienze sociali, grazie alla contestualità delle elezioni europee e di quelle provinciali. Alle europee era presente in tutte le regioni la lista Uniti nell'Ulivo, alle provinciali ognuno dei quattro partiti della federazione aveva presentato una propria lista. Abbiamo così potuto calcolare quanti fra gli elettori che hanno votato una delle quattro liste nella provincia hanno votato anche la lista unitaria alle europee.

Il risultato è stato chiaro: la lista unitaria ha preso più voti dei quattro partiti divisi nelle province del Nord mentre al Sud è stato esattamente l'opposto. In particolare, al Nord la lista unitaria è andata bene in 15 province su 21, al Sud solo in una provincia su 22. In Lombardia ha preso ben 234.000 voti in più rispetto alle liste di partito. È un risultato che non sorprende perché sappiamo da tanti dati di sondaggio che al Nord esiste un elettorato "unionista", al Sud no. Al Sud contano le liste, I candidati, le preferenze. Al Nord conta la coalizione. Non è vera quindi la tesi di chi sostiene che l'unione non paga mai.

Questi dati sono scientificamente molto più attendibili di quelli ripresi da Sartori che mettono a confronto le regionali del 2005 con le elezioni europee del 2004 e le politiche del 2001. È un confronto fuorviante. Tanto per indicare un problema fra i tanti: come si fa a tener conto delle tante liste personali presenti nelle regionali del 2005 e non nelle europee del 2004? Eppure la differenza Nord-Sud si intravede comunque anche nel caso di confronti di questo tipo quando sono fatti con la dovuta accortezza.

Sulla base di questa differenza, dunque, la scelta di presentarsi alle regionali con il "listone" al Nord e con le liste di partito in quasi tutte le regioni del Sud ha avuto una sua logica. Soprattutto in considerazione del sistema elettorale delle regionali, per il quale il voto dato alle liste si trasferisce automaticamente ai candidati-presidenti. Quindi: al Sud più liste, più preferenze, più voti al candidato-presidente, più chance di vittoria per la coalizione. Questo ragionamento però non torna se applicato alle elezioni politiche: in questo caso il voto alla lista non viene trasferito automaticamente al candidato di collegio collegato alla lista; non esiste un voto di preferenza nella parte proporzionale che possa servire a mobilitare voti clientelari; la quota proporzionale vale solo un quarto dei seggi, per cui se la Margherita ottenesse anche il 4% in più di voti grazie alla presenza di una propria lista questo si tradurrebbe in pochi seggi; il vantaggio di presentarsi divisi al Sud rischia di essere pagato con defezioni al Nord. Conclusione: quello che andava bene alle regionali o alle comunali non va bene alle politiche. , Il sospetto, allora, è che dietro la decisione della Margherita non ci siano solo ragioni elettorali ma anche una diversa valutazione del progetto della federazione. Insomma, che cosa è questa benedetta federazione? E il primo passo verso il partito riformista? È uno strumento per stabilizzare le relazioni tra i due maggiori partiti del centro-sinistra sterilizzando la competizione tra di loro? Oppure è più semplicemente un patto per gestire insieme alcune decisioni nei periodi inter-elettorali lasciando liberi i contraenti di competere tra loro al momento delle elezioni?

La maggioranza dei Ds punta alla prima. Prodi pensa forse alla seconda. Alla Margherita piace la terza. Ciascuna ipotesi comporta strategie elettorali diverse. Nel caso delle prime due non esistono ragioni elettorali forti perché i partiti della federazione si presentino separati alle elezioni. Solo la terza ipotesi è compatibile con gli attuali disegni della Margherita. Ma in questo caso "competition is competition", sembra dire Prodi con la scelta di ieri di farsi promotore di una lista dell'Ulivo, con tutte le conseguenze del caso.

a cura di Roberto D'Alimonte

Il Sole 24

Lite su Cofferati, assessore espulso dai Verdi
L’ambientalista: il mio partito copre i violenti. Pecoraro: fuori. Il collega del Prc: Bertinotti? Faccia il suo mestiere
DAL NOSTRO INVIATO


dal Corriere - 26 maggio 2005

BOLOGNA - Dietro alla scrivania ha la locandina del «Vangelo secondo Matteo» di Pier Paolo Pasolini, ma a porgere l’altra guancia non ci pensa proprio. «Un partito che copre i violenti, con una gestione estremista e suicida».
Il partito è quello dei Verdi, almeno lo era, fino a ieri. L’assessore alla Casa Antonio Amorosi è il primo caduto nello scontro tra Sergio Cofferati e l’ala sinistra della sua coalizione. Espulso su due piedi. Per la sua fedeltà al sindaco. Saluta la compagnia che ha contribuito a portare al 5,2 per cento con due consiglieri comunali, massimo storico a Bologna, tre punti in più delle amministrative del 1999. Dimenticare quelle cifre, «adesso siamo singoli individui senza esercito», ridotti così a causa del frontale sulla legalità.
Nato in Germania 35 anni fa (i genitori erano emigrati a Ludwigsburg), Amorosi è stato pesantemente contestato da una parte del suo partito, che lo giudicava «non rappresentativo». Lui e i suoi restano comunque con Cofferati, gli altri, più vicini al movimento, se ne vogliono andare. La sintesi è che ieri ci sono stati due diversi coordinamenti cittadini dei Verdi, che non sono proprio una legione. In quello «ufficiale», è stata decretata l’espulsione dell’assessore. A rendere il tutto più surreale c’è la passata militanza di Amorosi, ex no global affiliato allo storico centro sociale Tpo. «E’ in atto una escalation demenziale - dice -. Le stesse persone che hanno ridotto il movimento a un insieme atomizzato e ininfluente adesso all’improvviso lo considerano a Bologna una forza elettorale importante. E’ un pretesto ipocrita per attuare un disegno politico che in città avrà effetti minimi, ma si sentirà maggiormente a Roma. L’unica domanda è: a chi giova tutto questo?».
In attesa dell’ordine del giorno del sindaco sulla legalità che dovrebbe stabilire chi resta e chi lascia la giunta, l’unico effetto visibile in loco del muro contro muro fra sindaco e sinistra radicale è l’implosione di quest’ultima, pressata da diktat romani non proprio condivisi. Il componente dell’esecutivo nazionale dei Verdi Massimo Fundarò fornisce direttive anticofferatiane, e a Bologna il partito rischia di spaccarsi come una mela. Rifondazione è già oltre, perché la frattura è praticamente ufficiale. Bertinotti dice che il suo partito non voterà l’ordine del giorno di Cofferati in caso di condanna delle occupazioni? L’assessore al Traffico Maurizio Zamboni gli risponde con un’alzata di spalle giornaliera. «Ognuno deve fare il suo mestiere - dice -. L’esperienza in giunta va avanti comunque, e io non starò mai dalla parte dei violenti». In questi giorni Zamboni ripete in continuazione una frase di Lewis Carrol tratta da «Alice nel Paese delle meraviglie»: «Se ognuno si facesse i fatti suoi, il mondo camminerebbe più svelto», ed è inutile chiedergli a chi è dedicata. Ancora più a sinistra, la sollevazione contro il sindaco annunciata per il 4 giugno è rimandata a data da destinarsi. Dopo una riunione tra le varie anime no global, si è deciso di ripiegare su una «piazza tematica», rinunciando al corteo, che costringerebbe a contarsi. Ce n’è già stato uno sabato scorso, e non è stato propriamente un successo di critica e, soprattutto, di pubblico.
Marco Imarisio



Analisi. Non é vero che divisi si é andati meglio. (di Salvatore Vassallo)
Meno voti, più seggi: i conti in tasca a Rutelli (da www.ilriformista.it)




Caro direttore, durante la recente assemblea della Margherita, la superiorità elettorale della strategia centrista proposta da Marini, Rutelli e Franceschini è stata «certificata» da interpretazioni dei dati elettorali abbastanza discutibili, e ciononostante considerate da molti veritiere.

I messaggi tratti da questi dati sono sostanzialmente due, tutti e due di grande presa per il pubblico presente in sala. Il primo era stato già lanciato pochi giorni prima attraverso dichiarazioni attribuite da Maria Teresa Meli, sul Corriere della Sera, al dottor Nando Pagnoncelli, e poi ripetutamente

riprese dallo stesso giornale durante lo svolgimento dell'Assemblea. Qui quello che viene messo in evidenza è che, rispetto alle elezioni europee del 2004, nelle regioni in cui l'Ulivo si è presentato con liste distinte, queste ultime hanno ottenuto, nel loro insieme, una crescita di voti decisamente

superiore a quella ottenuta dall'Ulivo nelle regioni in cui è stata presentata la lista unitaria. Il secondo messaggio dice che la Margherita ha ottenuto, rispetto alle regionali del 2000, un maggiore incremento di seggi nelle regioni del gruppo A (quelle in cui si presentata da sola) di quello ottenuto

nelle regioni del gruppo B (in cui era presente la lista unitaria).

Chiunque sia interessato a questo genere di contabilità dovrebbe innanzitutto chiedersi: perché si confrontano da un lato «i seggi» delle regionali 2005 con i seggi delle regionali 2000 e dall'altro «i voti» delle regionali 2005 li si confrontano solo con i voti delle Europee 2004? Perché non considerare

anche il confronto tra i voti delle regionali 2005 e i voti delle regionali 2000?

Nelle regioni del gruppo A e nelle regioni gruppo B il risultato elettorale del complesso delle liste di area ulivista presenta un andamento nel tempo abbastanza diverso. In entrambi i gruppi di regioni i consensi andati a quest'area politica ammontavano all'incirca al 33-34% nelle elezioni del 1999 e del 2000. Poi, nel gruppo B (quelle in cui quest'anno l'Ulivo si è presentato unito), i consensi si sono più o meno mantenuti su questi livelli.

Al contrario, nel gruppo A, sia alle politiche del 2001 sia alle europee del 2004, i consensi sono calati significativamente andando intorno al 28-29%.

Alle regionali del 2005, invece, il livello di consenso per l'area dell'Ulivo è ritornato, in entrambi i gruppi di regioni intorno al 36-37%. Ci sono vari modi per spiegare questo fenomeno. A me pare plausibile attribuirlo alla diversa sensibilità di quote dell'elettorato meridionale verso la capacità

di mobilitazione dei candidati radicati sul territorio (più attivi nelle regionali che in altre elezioni) e al maggior favore verso chi sta al governo o si presume possa andare al governo. Nel 2005 può aver pesato anche una più cocente e diffusa disillusione dell'elettorato del sud verso il governo

Berlusconi. In ogni caso, è ovvio che se si fanno i conti usando come termine di riferimento le Europee 2004, la strategia divisiva risulta vincente, se il confronto si fa, più correttamente, con le elezioni omogenee (le regionali 2000), risulta lievemente migliore la strategia unitaria.

Ma se questo è vero, come si spiega il maggior «successo» della Margherita, laddove si è presentata da sola, in termini di seggi, rispetto alle regionali 2000? La risposta è che non si spiega, se non con alcune forzature e inesattezze.

Ai seggi ottenuti dalle liste della Margherita (nella quota proporzionale), sono stati sommati i seggi ottenuti attraverso il premio di maggioranza e il listino regionale. Questa operazione può essere giustificata per il fatto che in alcune regioni il listino è stato eliminato, ma produce distorsioni.

Si deve considerare che in quattro su cinque delle regioni del gruppo A (Abruzzo, Calabria, Puglia, Piemonte) c'è stato una alternanza favorevole al centrosinistra. Questo vuol dire che nel 2005, il centrosinistra, e al suo interno la Margherita, hanno goduto del premio di maggioranza che invece

nel 2000 era andato al centrodestra. In quelle regioni la Margherita ha avuto insomma più seggi che nel 2000 non perché sia andata meglio come partito, ma perché è andato meglio il candidato comune a Presidente della coalizione.

Nelle regioni del gruppo B, questo si è verificato solo in due casi su nove, perché il centrosinistra era già al governo in cinque regioni.

Due esempi possono infine illustrare come alcune inesattezze abbiano ulteriormente contribuito a distorcere il confronto. In Campania, regione nella quale si assume che la vittoria della Margherita nella competizione con i Ds sia stata massima, nel 2000 le sigle che le hanno poi dato vita avevano ottenuto nel loro insieme 536.417 voti e 9 seggi sul versante proporzionale (5 ai Popolari, 3 ai Democratici, 1 alla lista Dini), più tre nel listino. Nel 2005 la Margherita ha ottenuto invece 461.014 e 9 seggi, più uno nel listino.

Ma nella contabilità presentata da Rutelli, i «consiglieri uscenti» della Margherita campana sono solo 5 (+ 1 del listino). Per inciso, in quella stessa regione i Ds nel 2000 avevano ottenuto 407.032 voti e nel 2005 ne hanno invece ottenuti 439.271. I Ds sono quindi cresciuti. La Margherita ha mantenuto i sui seggi (grazie all'unificazione di tre liste in una) ma ha perso il 16% dei suoi elettori, verosimilmente a vantaggio sia dei Ds, sia dell'Udeur. In Emilia Romagna, per prendere un esempio del gruppo B, nel 2000 le sigle poi confluite nella Margherita avevano ottenuto 3 seggi in quota proporzionale e 3 nel listino; nel 2005 la Margherita ne ha ottenuti 6 in quota proporzionale, più 1 nel listino. Secondo la contabilità proposta da Marini e Rutelli, la strategia divisiva (la ricetta campana) batte quella unitaria 4 a 1 (la Margherita avrebbe guadagnato 4 seggi in più in Campania e solo 1 in più in Emilia). Secondo i dati del Ministero degli Interni, al netto della quota maggioritaria, la strategia unitaria (la ricetta emiliana) batte quella divisiva 3 a 0.

Si intende che una presentazione più corretta dei dati non avrebbe alterato l'esito dell'Assemblea ed è del tutto ovvio che le strategie politiche non si basano su differenziali di rendimento elettorale così risicati. Come è stato notato da più parti, non è del resto ai rendimenti elettorali che guardano oggi gli esponenti della classe politica del centrosinistra (dando ormai inopinatamento già per vinte le elezioni del 2006), ma a collocarsi nella posizione che potrà essere per loro più redditizia nel breve e nel medio termine. Nel breve, al momento della spartizione dei seggi parlamentari e degli incarichi ministeriali, e nel medio termine, quando si dovesse riaprire di nuovo il problema della leadership.



Pane, cicoria e lista Ulivo

Cicoria e futuro?


E' la spaccatura. Prodi correrà con una sua lista ulivista.

Non mi fa felice. Dobbiamo contarci. Ma probabilmente (e quando dico probabilmente in termini di voto intendo normalmente il 70-80% di probabilità) la voterò.

Spero vivamente che i Ds, il Pdci e i Verdi (nonchè i vecchi fratelli e compagni di Rifondazione, ragazzi siete decisivi come nel 1944) capiscano la scelta obbligata e la costruiscano assieme a noi.....fino a mettere in un dilemma gli altri.

Siamo i nuovi partigiani. E non abbiamo bisogno di sparare, stavolta (spero). Uniamoci, e anche la sinistra avrà in Italia il suo momento....

Ricordatevi la regola: chi non viene eletto in un contesto unitario non viene al governo con Noi. Al massimo dà un appoggio esterno.

Questa regola è biunivoca: aumenta la stabilità del prossimo (augurabile) governo e scoraggia la frammentazione....ed è la cartina di tornasole per capire quanta fame di potere abbiano certi signori....

Chiarisce agli italiani che cosa abbiamo in testa, e quello che abbiamo imparato dal disastro del 1998....

Forza, pestiamoli sui calli i piccoli boss....


P.s. A Radio Popolare un esponente dei prodiani ha detto testualmente: la Margherita poi l'avremo come un alleato esterno...perfetto!

Vinciamo. E niente posti di governo ai Mastella, De Mita, ai Cirino Pomicino, ai Rutelli e Marini...! www.caravita.biz

C'è crescita solo dove il pubblico investe
I tassi di sviluppo più alti nei paesi con forti interventi statali
ANNA MARIA MERLO
PARIGI
Due giganti malati in Europa - la Germania e l'Italia - mentre anche gli altri paesi della zona euro non stanno molto bene, poiché «la ripresa europea manca crudelmente all'appello». Le ultime Prospettive economiche dell'Ocse, il think tank che raggruppa le 30 economie più forti del mondo, non sono per nulla ottimistiche. «Contrariamente alle attese - ha spiegato ieri il capo economista, Jean-Philippe Cotis - lo scenario di ripresa condivisa non si è materializzato». Vanno meglio gli Usa e il Giappone della zona euro, che non crescerà quest'anno che dell'1,2%, cioè con previsioni in netto calo rispetto a quelle di sei mesi fa, mentre gli Usa viaggeranno a un più 3,6% e il Giappone a un più 1,5%. « In prospettiva - aggiunge Cotis - appare sempre più chiaro che le spiegazioni di circostanza - la guerra in Iraq, gli shock petroliferi, le fluttuazioni dei cambi - non sono sufficienti a spiegare la successione di riprese abortite in Europa». L'Europa, difatti, è stata vittima di una sequenza di false partenze: inizio di ripresa nel primo semestre del 2004, che aveva fatto sperare in una crescita intorno al 2,25% sull'anno, chiuso poi a un modesto più 1,8%, di nuovo qualche speranza all'inizio di quest'anno, subito ricaduta per le prospettive di rallentamento generale a solo un più 1,1% nel secondo semestre. L'analisi della situazione dei paesi nordici, che sfuggono a questo pessimismo generale, messa a confronto con quella della Francia, dà alcuni elementi di risposta. Al punto che l'Ocse arriva a dire, contrariamente alle posizioni tradizionali di ortodossia liberista, che «il modello nordico può essere una fonte di ispirazione»: il modello nordico è fatto di un'alta pressione fiscale, unita a un'ampia spesa pubblica e a una forte protezione sociale. Al contrario, la Francia ha subito un «rallentamento sensibile» - le previsioni Ocse sono per una crescita del pil dell'1,4% quest'anno, mentre il governo continua a puntare su un 2-2,5% - a causa soprattutto di una «diminuzione della spesa pubblica». Danimarca, Finlandia (che pure ha attraversato nel recente passato un periodo di fortissima disoccupazione), Svezia e Norvegia (che è un caso a parte, con la rendita petrolifera senza essere nell'Unione europea) se la cavano e registrano tassi di crescita molto superiori agli altri (previsioni Ocse rispettivamente al 2,4%, 2,2%, 2,8% e 3,1%). Quello che manca alla Germania - per non parlare dell'Italia - cioè la fiducia nel futuro, che spinge a spendere, è invece presente nei paesi scandinavi, dove la disoccupazione è molto più bassa della media (5% in Danimarca, 6,3% in Svezia), mentre i governi hanno messo in opera grossi programmi di formazione che anche se non sono più riusciti a garantire il pieno impiego durato fino agli anni `70, hanno ridotto i guasti degli effetti collaterali della mondializzazione. «L'ambiente sociale - commentava ieri il Consiglio dei sindacati nordici - grazie al carattere pacifico e prevedibile, crea un clima favorevole allo sviluppo della competitività sul luogo di lavoro».

Invece, per i due malati d'Europa, Germania e Italia, esiste una «incapacità cronica» a resistere agli shock esterni. L'incertezza sul futuro accresce questi handicap. L'Ocse, a parte suggerire una riflessione sui vantaggi del modello nordico, non propone grandi ricette per uscire da questa situazione: in particolare, invita a favorire l'aumento della domanda delle famiglie attraverso dei mercati ipotecari maggiormente elastici (per esmepio, permettere di indebitarsi sulla base del valore della casa di proprietà) oppure un ribasso dei tassi di interesse. Nelle ultime Prospettive, difatti, l'Ocse rimprovera la Banca centrale europea, considerando la sua politica un freno alla crescita, e le suggerisce di abbassare i tassi.

Per l'Italia, l'Ocse ha confermato ieri l'analisi pessimista del Rapporto della settimana scorsa. Il paese è in recessione - il pil diminuirà dello 0,6% quest'anno - e il deficit sfonda il tetto di Maastricht, al 4,4% e «continuerà a crescere nel 2006, in assenza di nuove iniziative, come conseguenza della graduale eliminazione delle una tantum». Anche la disoccupazione, che era un po' diminuita, riprenderà a crescere (8,4% quest'anno e stabilità su questa cifra nel 2006). www.ilmanifesto.it


Uzbekistan: tre massacri sono il bilancio della rivolta antigovernativa
di Alessio Marchetti

dal nostro corrispondente dalla Repubblica Ceca
Praga, Secondo testimonianze locali e di organizzazioni per i diritti umani operanti in Uzbekistan sembra siano stati compiuti non uno ma bensi tre massacri, per arrestare l'insurrezione avvenuta il 13maggio scorso nella citta' orientale di Andijan. Tra le vittime la maggioranza era costituita da civili, persone che protestavano contro le politiche governative e contro il presidente Karimov in particolare. Secondo la autorita' uzbeke si e' trattato di una semplice operazione militare attuata per arrestare una pericolosa insurrezione di terroristi.

Secondo il governo centrale le vittime sono 169, mentre alcune organizzazioni umanitarie riportano una cifra di circa 1000 persone, la cui maggioranza, come detto, costituita da civili.

Il tutto e' iniziato intorno alle 10 di mattina del giorno 12 maggio quando dozzine di uomini armati, ritenuti essere estremisti islamici, hanno fatto irruzione in una prigione dove 23 uomini d'affari erano rinchiusi con l'accusa di star costituendo un gruppo terrorista. Il gruppo armato ha preso in ostaggio alcune guardie penitenziarie ed e' scappato verso il centro della citta' a bordo di grosse auto. Il governo decide a questo punto di spiegare l'esercito che ha iniziato a sparare a caso contro auto sospettate di trasportare i presunti terroristi. Gli uomini armati con gli ostaggi, nel frattempo, alle prime ora del mattino successivo si sono barricati dentro un palazzo governativo nella piazza centrale della citta'.

Non appena diffusa la notizia, la popolazione si e' spinta in piazza, fino a raggiungere il numero di diverse migliaia, simpatizzando con gli insorti e protestando contro il regime di Karimov e contro la sua politica economica fallimentare e il regime religioso oppressivo. Il clima non era particolarmente teso, tanto che la piazza si era andata pian piano riempiendo di di donne e bambini. A meta' giornata, tra la folla festante, si diffonde la notizia che il presidente Karimov stava sopraggiungendo personalmente dalla capitale Tashkent. Da li a breve, intorno alle 17, un elicottero inizia a sorvolare la piazza, mentre truppe

di soldati circondano la zona, frapponendo autobus vuoti tra loro e la folla per bloccare le vie d'uscita dalla piazza. A questo punto, secondo testimonianze, sembra che i soldati abbiano iniziato a sparare senza nemmeno avvertire o permettere alle donne e ai bambini di lasciare il luogo. Molta gent ha iniziato a scappare verso il cinema Chulpon dove ha avuto luogo un'altro massacro.

Li almeno due cecchini, piazzati nei palazzi circostanti, hanno iniziato a far fuoco tra la folla, uccidendo dozzine di persone.

Alessio Marchetti
a.marchetti@reporterassociati.org


La verità su McDonald's e i bambini
di Morgan Spurlock
Le responsabilità di McDonald's nella diffusione dell'epidemia consumistica tra i bambini americani
Ogni giorno, dal momento in cui ci alziamo al momento in cui andiamo a dormire, nuotiamo in un mare di annunci pubblicitari che ci comunicano tutti la stessa cosa: consumate. E dopo aver consumato, continuate a consumare.

L’epidemia consumistica inizia a diffondersi dal momento in cui mettiamo qualcosa sotto i denti.

Gli Stati Uniti d’America sono la nazione più grassa del mondo. Il 65% degli americani adulti è sovrappeso, il 30% è obeso. Nei dieci anni tra il 1991 e il 2001, il numero delle persone che soffrono di obesità si è quasi duplicato.

Ma l’aspetto più scioccante è che siamo riusciti a insegnare ai nostri bambini come diventare grassi. Se la percentuale dei bambini americani obesi è rimasta stabile durante gli anni sessanta, negli anni settanta è aumentata. Negli ultimi vent’anni poi, tale percentuale è raddoppiata nei bambini e si è triplicata negli adolescenti. I bambini, oggi, iniziano a diventare obesi dai due anni in poi.

Per quanto preoccupante, tutto ciò non sorprende.

Mentre giravo 'Super Size Me' ho mangiato tre volte al giorno, per trenta giorni (il 'McMonth'), solo cibo di McDonald’s. Durante quel periodo, ogni volta che entravo nei ristoranti McDonald’s non mi capacitavo dei tanti bambini che vi incontravo, accompagnati dai loro genitori. Molti bambini si fermavano per colazione o per un pasto veloce prima di cena, nelle loro piccole e graziose uniformi scolastiche. Bambini in ogni play area a loro riservata. Bambini di tre o quattro anni in festa per gli 'Happy Meal McBirthday'. O, come mi è capitato di vedere in un McDonald’s di Houston alle 9 del mattino, bambini accompagnati dalle loro madri che, un attimo dopo aver terminato le loro mega-colazioni, consumavano i dolci caramellati alla cioccolata, con frutta e nocciole.

Ray Kroc, l’uomo alla guida dell’impero McDonald’s, comprese dai tempi di 'DayMcOne' come i bambini fossero il target su cui puntare. Kroc non aveva ancora rivelato il gruppo dai fratelli McDonald’s che già il clown Ronald McDonald si stava già occupando di sedurre i bambini con hamburger e frullati.

La prima interpretazione del pagliaccio Ronald vedeva come protagonista l’uomo delle previsioni del tempo della NBC, Willard Scott, ai tempi sua giovinezza. Scott si rese celebre per il personaggio di Bozo il Clown, presente sulle reti televisive locali negli anni sessanta. Quando lo show venne cancellato dai palinsesti, un’impresa di McDonald’s in franchising chiese a Scott di riproporsi come un clown che diventasse un’attrazione per i bambini nei ristoranti. Krock ne apprezzò l’interpretazione e decise di estendere l’iniziativa a tutti i ristoranti del paese.
Ma, prima di fare ciò, Krock licenziò Scott, avendo intuito le implicazioni negative che un messaggio pubblicitario con protagonista un clown che ingrassa mangiando panini avrebbe portato.

Da quel giorno, infatti, non si è mai visto Ronald McDonald abbuffarsi dei panini di McDonald’s, per lo meno non in veste di icona pubblicitaria. Ronald canta, balla, ridacchia, sorride ai bambini che gli si rimpinzano davanti, ma non tocca mai cibo.
Perché? Probabilmente perché le cose stanno come il rapper Eazy–E canta nel suo ultimo pezzo “The Dopeman”: “Non ‘strafarti’ di quello che il tuo fisico non può sopportare”.

Kroc aveva ben presente il potenziale di successo che poteva avere l’idea di far apprezzare McDonald’s come un luogo di intrattenimento e svago per il bene delle famiglie americane. Un posto che abbia un cuore, non che provochi attacchi di cuore.
Presto, iniziò a promuovere l’immagine di McDonald’s sostenendo gli istituti di beneficenza rivolti ai bambini. John F.Love, l’autore di ‘McDonald’s: Behind the Arches’ ha commentato a proposito: “Si trattava di una strategia, al tempo stesso creativa e non dispendiosa, volta a costruire la propria immagine e a consolidare un’eccellente reputazione nei confronti del grande pubblico. In realtà, un’idea commerciale al 99%”.
Così, mentre oggigiorno sempre più bambini vengono ricoverati per malesseri legati ad una cattiva alimentazione, sono nati gli ‘Istituti di Beneficenza Ronald McDonald’, volti a dare assistenza (e, soprattutto, pasti McDonald’s) a più di due milioni di famiglie di bambini malati.

Una delle cose che mi ha colpito di più durante il mio McMonth è stato vedere un McDonald’s situato all’interno del Texas Children’s Hospital, un ospedale specializzato negli interventi chirurgici sugli stomaci dei bambini obesi. Immediatamente, ho avvertito la gravità della contraddizione, una palese violazione alla concezione medica del “Primum non nuocere”. Molti ospedali degli Stati Uniti hanno al loro interno strutture di fast food in franchising. L’ospedale pediatrico più prestigioso degli Usa, il Children’s Hospital of Philadelphia, possiede un ristorante di McDonald’s.
Perché non dovrebbe essercene uno anche a Houston?

Recentemente, un’efficace combinazione di corretta informazione e cattiva pubblicità ha spinto diverse strutture ospedaliere a rivedere i propri contratti con i fast-food.

Ronald, però, non si congederà così facilmente.

La Cleveland Clinic, ad esempio, vuole che gli ospedali del paese specializzati in cardiologia si sbarazzino dei loro McDonald’s. Ma, secondo quanto rilasciato dal Cleveland Plain Dealer del 22 novembre dello scorso anno, il responsabile della clinica, il Dr. Toby Cosgrove, avrebbe ricevuto una lettera da parte del vice-presidente di McDonald’s, Mary Ranft, in cui si difende l’accordo di franchising e si assicura di come McDonald’s manterrà gli impegni presi per i prossimi dieci anni come stabilito dall’accordo contrattuale.
I medici del Texas Children’s Hospital mi hanno riferito come fosse difficile riuscire a far mangiare i bambini malati di cancro. L’unico cibo che fosse loro gradito era quello a base di hamburger e patate fritte, alimenti con i quali avevano una certa familiarità.
La stessa spazzatura, infatti, di cui si erano nutriti per tutta la loro giovane vita.

Ma non basta far entrare i bambini nei vostri ristoranti, dovete anche convincerli a tornare.

McDonald’s gestisce qualcosa come 8.000 Playlands in giro per gli Stati Uniti. Queste strutture ricreative risultano particolarmente attraenti per i bambini non abituati a usufruire di parchi di divertimento e aree di svago. Burger King, a sua volta, possiede 3.200 playgrounds.
C’è poi l’ 'Happy Meal', lanciato negli Usa nel 1979. A quel tempo costava un dollaro. Dentro un box di cartone coreografato in stile circense i bambini trovavano una formina McDoodler, un libro a puzzle, un borsellino McWrist, un braccialetto e dei cancelletti da lavagna MsDonaldland.
La combinazione giocattoli-pasto si dimostrò un grande successo, assieme all’uscita, proprio quell’anno, degli 'Star Trek Happy Meals'. Poco dopo uscirono le versioni giocattolo di tutte le mascotte di McDonald’s: Ronald, Grimace, Hamburglar, Mayor McCheese, Big Mac, Birdie e Captain Crook. Più tardi, fu la volta di marchi e personaggi cinematografici come Barbie, Hot Weels, The Little Mermaid, Finding Nemo e tanti altri. Nel 2003, gli Happy Meals hanno raggiunto il 20% di tutti i pasti venduti, per un valore di 3,5 miliardi di dollari.
Ma non dimenticatevi del Mighty Kids Meal, lanciato negli Usa nel 2001. McDonald’s realizzò che i bambini di otto o nove anni non si sentivano più a proprio agio con l’Happy Meal, più adatto ai più piccoli. Venne il momento, allora, del 'Mighty Kids Meal', sensibile alle esigenze “dei più grandi”, che offriva un pasto considerevole: un doppio cheeseburger, un doppio hamburger o, a scelta, sei Chicken McNuggets, sempre con un giocattolo allegato.
Si può crescere e, allo stesso tempo, continuare ad amare i giocattoli.

Nel 2004 McDonald’s ha celebrato il venticinquesimo anniversario dell’Happy Meal con un’ininterrotta serie di promozioni e attività pubblicitarie. Inoltre, ne è stata lanciata una versione per gli adulti, il Go Active! Adult Happy Meal, che includeva un’insalata, una bottiglia d’acqua minerale, un libro sugli esercizi fisici e un “giocattolo per gli adulti”: lo Stepometer, per misurare la distanza da percorrere per giungere alla propria auto.

Buon vecchio Ronald. Sotto il suo sorriso, guida generosa, un’intera generazione di cittadini americani sovrappeso sta facendo di tutto perché i propri figli possano seguire il loro “pesante” cammino.
Ultimamente, la rivista Advertising Age ha pubblicato una lista delle icone pubblicitarie più celebri del ventesimo secolo: Ronald McDonald è finito al secondo posto.
Sapete chi era in prima posizione? L’uomo della Marlboro.

Sugli adulti grava un’enorme responsabilità per la diffusione dell'obesità tra i bambini. Ormai non ci sono più dubbi sul fatto che anche i genitori più coscienziosi e determinati ad educare i propri figli ad una corretta alimentazione stanno affrontando una lotta impari. Essi stanno combattendo contro un budget annuale di miliardi e miliardi di dollari, tutti finalizzati a dare ai bambini insegnamenti esattamente di segno opposto.

McDonald’s e le altre catene di fast food non fanno segreto di come i bambini siano il loro obiettivo strategico primario. James McNeal, un noto guru del “marketing infantile” e autore di ‘Kids as Costumers’, ha affermato: “Stiamo mettendo alla prova la fedeltà al marchio nell’intera catena del marketing di McDonald’s, e i risultati sono eccellenti”. “Abbiamo iniziato a coinvolgere i bambini fin dal compimento del loro primo o secondo anno d’età, poi ogni anno sempre di più, e, col passare del tempo, essi hanno iniziato a dimostrare lealtà al marchio. Questa lealtà accompagnerà loro per tutta la vita”.

Oggigiorno i grandi gruppi investono più di 15 miliardi di dollari all’anno in attività di marketing e pubblicità per sensibilizzare i bambini americani a consumare sempre di più. Per quale motivo? Sia perché gli uomini del marketing hanno realizzato che i bambini dispongono di una capacità di spesa sempre crescente, sia perché i bambini influenzano i loro genitori a spendere il loro denaro, duramente guadagnato; il tutto per una cifra di 600 miliardi di dollari all’anno.
Cosa credete che i bambini vogliano comprare con tutto questo denaro?

Le compagnie non si concentrano soltanto sulla capacità di spesa corrente delle famiglie, ma anche, e soprattutto, su quella futura. Loghi di marca, tra i più osceni, sono finiti sulle coperte dei letti degli asili, sulle statuine dei presepi, sulle decorazioni dei mobili.
Nel mio ufficio ho una collezione di bottiglie-giocattolo modellate come le bottiglie di 7Up, DR Pepper e Pepsi. Le ho trovate su E-Bay.
Quando abbiamo contattato il produttore della California di queste bottiglie, Munchkin Bottling, ci è stato detto che questi oggetti sono stati prodotti, per un breve periodo, a metà degli anni novanta. Dapprima avevano autonomamente sviluppato l’idea, poi si erano occupati di acquistare le licenze dei nomi e dei loghi delle varie compagnie. Avendo in mente come i bambini avrebbero associato le bottigliette ai loghi su esse indicati. Convinti di come ci fosse nulla di sbagliato nel farne oggetto di un’intensa attività di marketing.

Il genio del marketing di McDonald’s, M.Lawrence Light, colui che ha ideato la campagna “I’m lovin’ it”, ha intenzione di circondare i bambini e i ragazzi di tutto il mondo con le icone di McDonald’s. “Light vuole concentrare tutti i suoi sforzi esclusivamente per la causa di McDonald’s”, ha scritto il Business Week Magazine nel luglio del 2004. Sta lanciando la catena di negozi d’abbigliamento per bambini, Oak Brook, in modo che essi possano vestire le t-shirt con i loghi di Golden Arches, il drive-in di McDonald’s, come già fanno con Old Navy e Disney.

Light ha stipulato un accordo commerciale con l’NBA (National Basketball Association) per fare suonare il jingle di “I’m lovin’ it” ogni volta che alle partite viene messo a segno un tiro da tre punti. Lo stesso jingle, inoltre, verrà a breve messo a disposizione su internet come suoneria scaricabile per i telefoni cellulari.

L’uomo del marketing di McDonald’s ha scelto la Cina come il mercato dove aprire il primo centro McKids. “In Cina verranno inaugurati complessivamente 25 negozi McKids”, ha recentemente affermato al Business Week. “Ci sarà una linea di giocattoli, una linea d’abbigliamento e una di video, tutto rivolto ai più piccoli”. Perché proprio la Cina? Perché, dopo anni di severe regole comuniste, i bambini cinesi non sono mai riusciti ad avere per le mani abbastanza prodotti americani.

Una realtà come McDonald’s potrà facilmente scendere in campo per corrompere i propri giovani clienti, facendo loro recuperare loro il tempo perduto.


Morgan Spurlock è autore del documentario 'Super Size Me' e del volume 'Non mangiate questo libro'.

Fonte: http://www.commondreams.org/views05/0522-20.htm
Tradotto da Luca Donigaglia per Nuovi Mondi


IDA DOMINIJANNI: IL PRIMATO DELLA MADRE
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 24 maggio 2005. Ida Dominijanni,
giornalista e saggista, e' una prestigiosa intellettuale femminista]

"Le femministe erano scomparse. Sepolte sotto ripensamenti frettolosi,
appelli vaghi contro la legge 40 e indignazioni tout court che non hanno
fatto onore a un pensiero complesso". Cosi' "Il foglio" di giovedi' scorso,
che sotto il titolo "Femministe sull'orlo di una riconquista: il pensiero
sulla provetta" imbastisce un contorto ragionamento secondo il quale le
femministe, un tempo dotate di pensiero critico sulle tecnologie
riproduttive e l'onnipotenza della ricerca scientifica, si sarebbero poi
piegate alla logica di schieramento contro la legge 40 per risvegliarsi solo
ora a complessificare il discorso del fronte del si'. Analogo contorto
ragionamento era gia' stato fatto sul magazine del "Corriere della sera" il
3 febbraio scorso: quando gli argomenti scarseggiano tutto fa brodo. Un
conto e' dire che sulla procreazione assistita non c'e' lo stesso coro
femminista che ci fu sull'aborto: ne' potrebbe, avendo il femminismo, nel
frattempo, cambiato pratiche politiche, circuiti, linguaggi. Un altro conto
e' dire che il discorso femminista sulle tecnologie riproduttive s'e'
inabissato o s'e' conformato a quello del fronte del si'. Non e' cosi' e lo
conferma l'incontro che si e' svolto sabato mattina alla Casa internazionale
delle donne, convocato da Maria Luisa Boccia e Grazia Zuffa, esperte della
materia e autrici di un cruciale libro, L'eclissi della madre Pratiche), che
gia' nel 1998 intercettava e indagava tutti i punti piu' caldi del dibattito
in corso oggi, ma a partire da un punto fermo, quello del primato femminile
nella procreazione, che il dibattito di oggi insabbia.
Il fatto e' che, contrariamente a quanto pensa "Il foglio", un atteggiamento
critico e ponderato nei confronti delle tecnologie riproduttive non porta
affatto a difendere la legge 40, anzi: porta dritto a stracciarla.
Precisamente perche', come dicono Boccia e Zuffa introducendo l'incontro,
siamo di fronte al paradosso di "una legge ostile alle tecnologie che
tuttavia ne assume l'impianto scientifico e ideologico, amplificandolo e
legittimandolo". Due guai in un colpo solo insomma: divieti da una parte,
avallo al riduzionismo biologico dall'altra. Per riduzionismo biologico
intendendosi quella tendenza alla riduzione del corpo vivente a materiale
biologico - "uova, spermatozoi, zigoti, embrioni, corredi cromosomici e
genetici" - che impazza a destra e a sinistra, fra i tecnofobici e fra i
tecnofilici.
L'autonomizzazione dell'embrione dal corpo della madre, che la legge 40
traduce in attribuzione di diritti al concepito, e' il primo risultato di
questa tendenza. Ma nel dibattito femminista non si ritrova il match in voga
sul ring referendario, dove uomini di scienza e di politica questionano se
l'embrione sia persona o ammasso di cellule, sostanza o accidente. Che
l'embrione esista solo nella relazione con la madre, in stretta e
imprescindibile dipendenza dal corpo e dal desiderio materno, e'
acquisizione ferma fin dai tempi del dibattito sull'aborto. Acquisizione e
misura: per decidere la liceita' delle tecniche di riproduzione assistita,
che spostano fuori dal grembo materno il concepimento ma non la gestazione,
e per dire si' al quesito referendario che abroga i "pari diritti"
dell'embrione. E non e' l'unico punto di un "sapere accumulato" in
trent'anni e piu' (Letizia Paolozzi) che soccorre oggi nel dibattito
referendario. C'e' per esempio una concezione del diritto ostile
all'invasivita' di leggi come questa che vogliono normare troppo, e di altre
pratiche e altri saperi normativi e normalizzanti che si impongono facendo
anche a meno delle leggi (Angela Putino). C'e' una diffusa "coscienza del
limite", che induce a vigilare sui rischi dell'onnipotenza scientifica e
della manipolazione genetica, senza gli sconti che alla modernizzazione
vengono ancora fatti da larghi settori della cultura progressista e laica.
C'e' soprattutto un sapere del corpo e della sessualita' che acuisce lo
sguardo su molti punti della legge 40 spesso tralasciati o semplificati nel
dibattito referendario. L'intreccio di naturale e artificiale, ad esempio,
che gia' oggi e non da oggi innerva i nostri corpi, se e' vero come e' vero
che l'uso di protesi, i trapianti, l'accanimento terapeutico fanno gia'
parte della nostra realta' quotidiana (Annamaria Crispino, Caterina Botti).
E la capacita' di vedere le asimmetrie della posizione maschile e femminile
nella procreazione, che getta luce su molti vuoti di parola soprattutto
maschili nella discussione pubblica. Gli uomini parlano della legge, ma non
di se' (Bia Sarasini). Forse perche' piu' gli uomini che le donne rischiano
con le tecniche di riproduzione assistita una penalizzazione simbolica:
sessualita' fuori campo, riduzione di se' a erogatori di sperma (Paolozzi).
Nasce da qui la fobia maschile diffusa per il "rivale genetico" che entra in
campo con la fecondazione eterologa? Forse, se si considera che il nuovo
scenario tecnologico interviene su una crisi dell'identita' maschile
post-patriarcale e post-femminista (Rosetta Stella).
C'e' anche chi non e' convinta e non e' disposta a farsi carico nel voto di
un altrui desiderio di maternita' a tutti i costi (Paola Tavella). Ma il
messaggio politico della legge 40, normalizzazione della famiglia e
alimentazione di paure che si aggiungono a tutte quelle di cui vive il
cittadino globale (Tamar Pitch, Bianca Pomeranzi) e' chiara a tutte. Merita
quattro si'.


maggio 25 2005

Ci vuole la lista dell'Ulivo
L'intervento introduttivo di Romano Prodi al Comitato di Presidenza della Federazione dell'Ulivo del 25 maggio 2005




Federazione dell'Ulivo - Comitato di Presidenza - Roma - Mercoledì 25 Maggio 2005


Cari amici,

l’Italia sta attraversando un periodo di crisi, la più grave e prolungata da quando è nata la Repubblica.

L’Italia è davvero il grande malato dell’Europa.

Questo è ciò che, senza eccezione, ci dicono con i loro numeri ed i loro rapporti, tutti gli studi sul nostro paese.

Questo – l’ho una volta di più constatato in questi ultimi giorni trascorsi tra la Russia e la Cina - è ormai il giudizio consolidato nelle istituzioni e negli ambienti internazionali.

Gli indicatori dell’economia non consentono alcun margine di dubbio.

La finanza pubblica è fuori controllo. La produzione industriale è ferma dall’inizio del 2001.

La quota di mercato delle nostre esportazioni si è ridotta di un terzo negli ultimi dieci anni.

Il reddito pro-capite degli italiani è sceso sotto la media europea.

Da qualsiasi punto di vista lo si consideri, l’Italia figura agli ultimi posti delle classifiche europee.

Ma la crisi non si limita all’economia.

Dalla giustizia alla scuola all’informazione, non c’è quasi un singolo campo nel quale non si manifestino gravi disfunzioni.

Il paese sta pagando un costo pesante per le politiche perseguite dal governo e dalla maggioranza della destra negli ultimi quattro anni.

Le ragioni della crisi, tuttavia, sono profonde ed antiche.

L’Italia è un grande paese che può riprendersi e ritornare nel gruppo delle nazioni di testa, in Europa e nel mondo.

Ma questo non avverrà se non adotteremo politiche capaci di aggredire alla radice i nostri mali e che durino nel tempo.

L’Italia ha bisogno di un grande governo che prenda decisioni severe e prolungate nel tempo.

Un grande governo che solo una maggioranza compatta e determinata può permettere.

Negli ultimi mesi, siamo riusciti a costruire una coalizione forte ed unita.

L’asse portante attorno al quale abbiamo costruito questo edificio è stato offerto dall’accoppiata Unione-Ulivo.

L’Unione per vincolare, con un programma comune, l’intera coalizione ad un condiviso impegno di governo.

L’Ulivo per dare stabilità alla rotta.

Il valore di questa accoppiata gli elettori l’hanno capito, l’hanno apprezzato e l’hanno premiato.

Una lunga tornata elettorale che ha coinvolto più di 40 milioni di cittadini e, dopo la quale, l’Unione governa 16 regioni, 79 province, 63 comuni capoluogo.

Nei limiti e con i poteri propri degli enti locali, già oggi l’Unione governa gran parte dell’Italia.

Forti di questi risultati, ci proponiamo per il governo nazionale.

Conseguire questo risultato non sarà facile.

L’analisi dei voti ci mostra che, in presenza di un primo e significativo spostamento di elettori dal centrodestra al centrosinistra, siamo stati premiati soprattutto dai giovani e dalla scelta a noi favorevole di tanti che, in occasioni precedenti, si erano astenuti.

Si tratta di un sostegno forte, tanto forte da essere senza precedenti.

Non era mai capitato prima che il centrosinistra fosse maggioranza assoluta nel paese.

Ma si tratta – ce lo dicono i flussi elettorali che ho prima ricordato – di un sostegno non ancora consolidato.

Per questo, ho parlato di voto prestato.

La lunga serie di vittorie elettorali ottenute negli ultimi anni non garantisce il successo nelle elezioni politiche del prossimo anno. Il risultato finale è ancora aperto.

Gli elettori ci premieranno soltanto se dimostreremo di essere capaci di affrontare e risolvere i gravi problemi del paese.

E’ in questa direzione che ho voluto, aperto ed avviato la Fabbrica del Programma.

Un lavoro, quello della Fabbrica, compiuto con un’intensità, una partecipazione ed un anticipo sui tempi che mai si sono visti nella storia politica italiana.

Ed i miei stessi viaggi all’estero, come quest’ultimo dalla Cina a Russia, sono una preparazione per l’appuntamento che tutti ci aspetta,

In Fabbrica, non un ristretto gruppo di amici, ma molte centinaia di persone hanno dato il proprio contributo ad una riflessione che è già diventata per tutti noi un patrimonio prezioso.

Tra coloro che hanno partecipato ai lavori della Fabbrica, moltissimi sono stati i rappresentanti dei partiti, i partiti dell’Unione e della Federazione.

A tutti loro e a ciascuno di loro va la mia gratitudine.

Al lavoro della Fabbrica si affiancherà ora, per portarlo alla fine ad una sintesi nella quale si riconosca l’intera Unione, un impegno ancora più forte e diretto dei rappresentati ufficiali dei partiti.

Come sapete, al termine di questa nostra riunione si terrà la prima riunione forma della Regia del Programma.

L’Italia attraversa una crisi profonda che per essere superata richiederà interventi radicali.

Soltanto un governo sorretto da una maggioranza compatta e determinata può essere all’altezza di questa difficilissima sfida.

Con il loro voto, gli elettori ci hanno chiesto di andare avanti, di essere ancora più uniti: per meritarci la loro fiducia tra dodici mesi, per governare bene il paese nei successivi cinque anni.

E’ a questa domanda che noi oggi siamo chiamati a dare risposta.

Prima delle elezioni - e tutti voi certamente lo ricordate, perché numerose sono state le riunioni e gli incontri dedicati a questi temi - , mi sono sforzato di dare corso al completamento anche formale e al rafforzamento dell’edificio della Federazione.

Di fronte alle resistenze ad un’intesa piena, in grado di assicurare alla Federazione una solida capacità operativa, ho cercato di evitare ogni possibile occasione di attrito scegliendo di non accelerare su questa strada in un momento nel quale qualsiasi elemento di divisione avrebbe nociuto alla spinta unitaria con la quale ci stavamo muovendo verso uno straordinario successo elettorale.

Nonostante le critiche delle quali sono stato oggetto – tra tutte, la più ingiusta e immotivata è stata quella che mi attribuiva il disegno del partito unico, un progetto che non ho mai coltivato e un termine che non ho mai pronunciato -, credo che sia stata una decisione saggia.

Il messaggio unitario che siamo riusciti a trasmettere agli elettori, il messaggio dell’Unione e dell’Ulivo, è stato non solo la ragione prima della nostra vittoria, ma anche la cornice che ha sorretto e permesso i lusinghieri risultati conseguiti dai partiti della Federazione nelle regioni nelle quali avevano scelto di presentarsi con le proprie liste particolari.

Gli studi più seri e documentati non concedono su questo punto doppie letture.

Ha vinto la nostra unità.

Alla luce di questi risultati, quella di oggi deve essere l’occasione per decidere finalmente, tutti insieme, di procedere con decisione a consolidare in modo definitivo l’Ulivo, a dare corpo politico ed organizzativo alla nostra Federazione.

La consapevolezza dello stato di degrado al quale è stata portata l’Italia ci impone di impegnarci tutti e senza più indecisioni per fare dell’Ulivo il centro e il baricentro di quel forte e compatto governo dell’Unione del quale il paese ha un disperato bisogno.

La convocazione del Consiglio Nazionale completato con l’ingresso dei rappresentanti delle associazioni, il radicamento sul territorio, il coordinamento dei gruppi nel parlamento nazionale e nei consigli regionali, la nomina di portavoce unici per la politica internazionale ed europea e per le questioni istituzionali, campi nei quali la competenza e la responsabilità della Federazione sono già state formalmente riconosciute.

Questi sono gli adempimenti ai quali siamo chiamati, che sinora non mi è stato concesso di portare a compimento, ma ai quali oggi dobbiamo dare risposta.

Ma bisogna fare di più.

Abbiamo bisogno di un Ulivo che sia radicato nella società e nelle istituzioni, nei consigli dei comuni, delle province e delle regione e nel Parlamento nazionale, così come ci chiedono da troppo tempo i cittadini senza che sia stata data una stabile risposta.

Un Ulivo determinato a far progressivamente sentire la propria voce e ad incidere su tutti i temi dell’agenda politica, deciso a contribuire con una posizione elaborata in comune e presentata con una sola voce al programma dell’Unione non solo nei campi già attribuiti alla Federazione ma anche, e direi quasi soprattutto, in quello dell’economia.

Un Ulivo pronto a darsi le regole e tutti, dico tutti gli strumenti necessari per agire: dalla gestione delle risorse finanziarie con la nomina di un tesoriere unico alla definizione delle regole per la scelta delle candidature.

Sì, anche le candidature.

Ma, attenti.

Questo paese ne ha avuto abbastanza delle vuote promesse e della false parole.

Noi siamo, noi dobbiamo essere quelli che misurano le parole e dicono solo le parole che pensano di mantenere.

Dalla riunione di oggi, dunque, non possono emergere impegni ai quali non seguano poi azioni conseguenti.

E veniamo, ora, al punto più delicato della nostra riunione.

Nel luglio di due anni fa, proposi ai partiti che condividevano la medesima idea d’Europa di presentarsi con una lista comune alle elezioni europee.

Democratici di Sinistra, Margherita, SDI e Repubblicani Europei risposero a quell’appello costituendo la lista Uniti nell’Ulivo.

Quasi un italiano su tre premiò quella proposta con il proprio voto facendo della lista unitaria dell’Ulivo la prima forza politica del paese, una forza con una consistenza doppia del principale partito della maggioranza.

La lista unitaria è stata riproposta alle recenti elezioni regionali con un risultato che è andato al di là di tutte le previsioni, tanto da far vacillare la stessa maggioranza di governo.

La Federazione dell’Ulivo, che oggi qui rappresentiamo, è figlia di questa spinta unitaria, è figlia della lista unitaria.

Questa è la realtà dei fatti.

Questo è ciò che gli italiani hanno capito e sanno.

Questo è ciò che gli italiani si aspettano di vedere confermato nell’appuntamento decisivo per la nostra democrazia, le elezioni politiche del prossimo anno.

Unione e Uniti nell’Ulivo.

Questo è ciò che gli italiani si aspettano da noi.

Questo è ciò che noi dobbiamo offrire, come garanzia di una coalizione capace di sostenere un grande governo.

La Margherita, nella sua Assemblea Federale di pochi giorni fa, ha deciso di presentarsi alle prossime elezioni politiche con il proprio simbolo di partito nella parte proporzionale.

Si tratta di una decisione autonoma, non concordata con gli altri partiti della Federazione, che tocca un elemento essenziale del nostro stare insieme e che io, che, in nome dell’Ulivo, sono stato tra i promotori della Margherita, colgo personalmente con amarezza.

Ma si tratta di una decisione pienamente legittima, assunta con metodo democratico e che dobbiamo tutti rispettare, quali che siano stati i termini usati nel corso del dibattito.

Il problema che ci si pone è cosa fare adesso.

Su questo voglio dirvi con parole serene e chiare il mio pensiero.

Io penso che noi abbiamo il dovere di confermare e di offrire agli elettori una grande lista nel nome dell’Ulivo.

Senza questa lista, un simbolo che gli italiani hanno imparato a conoscere e ad amare, non ci può essere garanzia di vittoria ma, quel che più conta, di stabilità e di governo.

Senza questa lista e questo simbolo rischierebbe di essere vanificato il progetto del superamento definitivo della divisione tra laici e cattolici, una divisione che ha segnato tutt’intera la storia dell’Italia contribuendo ad indebolire la sua unità nazionale.

Senza questa lista e questo simbolo, verrebbe a mancare la base per una leadership forte, nella coalizione oggi, nel governo domani.

Questo è ciò di cui il paese ha bisogno.

Questo è ciò che io credo.

Questa è la mia linea. Una linea che, per le ragioni profonde che vi ho detto, non poteva essere cambiata e che non è cambiata.

Questa è la ragione del mio impegno.

Un impegno che non potrebbe esserci se venisse a mancare la lista dell’Ulivo.

Per questi motivi, rivolgo a tutti voi un appello accorato ad aderire alla proposta di presentarci di nuovo uniti, con i simboli, le bandiere e le liste dell’Unione e dell’Ulivo, alle prossime elezioni politiche.

E’ una scelta non organizzativa ma politica, profondamente politica.

L’Unione e la Federazione dell’Ulivo.

All’interno e al riparo di questa duplice cornice, io credo che ci siano i modi per governare in modo sereno e condiviso le nostre scelte e le nostre azioni.



I cittadini dell'Ulivo a SS Apostoli per Prodi e per l'Ulivo unito
Cellai, Coordinatore nazionale CpU *Siamo qui per difendere un'idea di politica, per il bene dell'Italia, per salvare l'Ulivo - Con Prodi, per l'unità dell'Ulivo* Paolillo "Non é che non abbiamo capito, é che non siamo d'accordo"




Il sit-in degli «autoconvocati» davanti gli uffici di Prodi Ulivisti a Rutelli: «Serve unità» Il presidente della Margherita: «Non capite, non vogliamo dividere l'Unione». Contestato Franceschini, applausi a Fassino.

ROMA - Bandiere, striscioni ma anche pane e cicoria servito in piazza per farsi beffe della più recente esternazione del presidente della Margherita che aveva detto: «Ho mangiato pane e cicoria per anni». Un centinaio di «cittadini» stazionano in piazza Santi Apostoli, davanti agli uffici romani di Romano Prodi.

L'arrivo del presidente della Margherita al vertice della Federazione presidiato dagli ulivisti di base è stato tutto sommato tranquillo, tolto qualche sfotò ovviamente abbastanza scontato.

Alla fine insomma il leader della Margherita se l'è cavata sopportando qualche mugugno e sfilando tra i manifestanti che gridavano «unità». Assediato dai giornalisti Rutelli ha poi spiegato: «Tutti hanno diritto a manifestare le proprie idee, ma mi sembra che coloro che sono qua non le abbiano ben chiare. Noi vogliamo spiegargli che siamo per l' unità». «Pensano - prosegue Rutelli - che noi vogliamo dividere l'Ulivo: noi, al contrario, vogliamo unire il centrosinistra e vincere le elezioni». "Non é che non abbiamo capito" ribatte Francesco Paolillo, di Barletta "é che non siamo d'accordo. Senza l'Ulivo non solo si rischia di perdere, ma - se anche vincessimo, sarebbero notevolissime le difficoltà nel governare"

CONTESTAZIONE - Più dura la contestazione subita dal coordinatore della Margherita Dario Franceschini. Poi è il turno di Franco Marini che si ferma e discute con i manifestanti. L'ex sindacalista si fa spazio tra i giornalisti e chiede di «vedere il popolo». Che lo accontenta subito: «vi siete venduti per un piatto di lenticchie», lo apostrofa una matura signora. «Noi vogliamo la federazione - spiega Marini - ma parliamo del fatto che serva di più per vincere la lista unitaria o la lista di partito». Nicola Serini di Melfi incalza "Ci siamo confrontati con Marini; l'ho ascoltato e poi sembra che mi abbia ascoltato. Gli ho spiegato le nostre posizioni" ammicca l'ulivista meridionale "Se avessimo più tempo, forse potremmo anche convincerlo". cittadiniperlulivo.com/



Chi ha mangiato cicoria per sette anni filati?


Estratto da una conversazione sul forum Cortiana

Re: Perchè ho tolto il simbolo dei Verdi dal mio blog



Fiorello Cortiana:

Beppe, abbiamo mille difetti ma non quello del centralismo democratico, per questo è improprio fare risalire da una questione locale una posizione nazionale. Faccio notare due cose: 1- a fronte di tensioni simili Veltroni opera in modo diverso da Cofferati e questo significa qualcosa per riuscire a trasformare il conflitto sociale in responsabilizzazione e non in questione di ordine pubblico; 2- la posizione nazionale dei verdi, presa all'unanimità, chiede di presentare il simbolo dell'Unione anche nel proporzionale, questo significa qualcosa a fronte di chi si disputa la pelle dell'orso, a scapito di Prodi, prima di averlo preso. Beppe la nostra conferenza programmatica nazionale ha visti la presenza, oltre che dei parlamentari verdi europei, di Romano Prodi. Stiamo lanciando il wiki sull'innovazione "Sapere libera tutti", cosa pretendere di più dai verdi? Spero con l'azione quotidiana di convincerti e coinvolgerti ben oltre il simbolo sul blog, ciao Fiorello

P.S. dò per scontata la scelta non violenta dei verdi anche nell'espressione della disobbedienza civile in qualsivoglia conflitto, ancora ciao Fiorello
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Re: Perchè ho tolto il simbolo dei Verdi dal mio blog

Beppe:


Fiorello, stai certo della mia stima e amicizia, ma permettimi di chiedere ai Verdi quello sforzo di unità e di buon senso, anche locale, che stanno facendo a livello nazionale.

E' cominciata la fase in cui bisogna essere persone serie. L'Italia è sull'orlo di una crisi gravissima, Dio non voglia cumulativa. Non è tempo per indulgere in vecchie pratiche.

Ci vuole uno scatto d'orgoglio. Come quello che facemmo nel 1918 per chiudere una guerra insensata e tornare a casa....

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Re: Perchè ho tolto il simbolo dei Verdi dal mio blog

Anonimo:


ma dalla fine del 1918 ne e' solo nato e consolidato il ventennio fascista in italia e l'ascesa di hitler in germania, quindi magari cerchiamo di lasciar perdere l'orgoglio nazionale e lo scatto.

Quello di cui ha bisogno l'italia e l'italiano e' il rendersi conto che non siamo un dono di dio, che non siamo "speciali",
"er meio".
Appena ci renderemo conto che non siamo niente di speciale e se vogliamo fare qualcosa di speciale dobbiamo rimboccarci le maniche, tutti quanti.
Smettere di pensare solo al nostro orticello e a come cercare di fregare il prossimo.

Solo per oggi non ti arrabbiare
solo per oggi non ti preoccupare
solo per oggi si onesto
solo per oggi si umile

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Re: Perchè ho tolto il simbolo dei Verdi dal mio blog

Anonimo:

concordo, continuiamo nello sforzo europeo verde...forza fratei demoghe addossso! ciao Fiorello

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Re: Perchè ho tolto il simbolo dei Verdi dal mio blog

Beppe:


Scusate il riferimento che può suonare sbagliato.

Ma l'Italia nella sua storia di scatti di orgoglio vincenti (dopo lunghe e pesanti sofferenze) ne ha prodotti almeno quattro:

1860, i garibaldini
1918, gli arditi (del popolo e non)
1944, i partigiani
1996, l'Ulivo

Dal 1998, ovvero da sette anni, chi mangia cicoria siamo in realtà proprio noi ulivisti. Lo sappiamo benissimo, perchè l'abbiamo vissuto, uno per uno, giorno dopo giorno.

Ora si tratta di costruire un quinto momento di svolta, semplice e forte. E i verdi ci hanno preso con la loro proposta di una lista unica per tutta l'Unione.

Questo significa una squadra di parlamentari più coesa e meno frammentata e intrisa di veti incrociati. Che vengano da Bertinotti (o peggio, magari sotto dettatura da Casarini) oppure da D'Alema, dall'Opus Dei, da Marini-Rutelli o da Mastella poco importa.

La vicenda del 1998 la conosciamo, all'Ulivo frammentato di allora bastò un Cossiga per suicidarsi. E un D'Alema (con Marini dietro) che creò il corto circuito con un Bertinotti che voleva far saltare tutto perchè non gli avevano dato le 35 ore, misura poi rivelatasi fallimentare anche in Francia.

No, ora bisogna cambiare passo. E di questo si è accorta anche la cosiddetta (migliore) sinistra radicale.

La proposta di una lista unica da parte dei Verdi è significativa. Coglie in pieno la questione autentica.

Questo significa un governo più stabile che ci porti fuori dai guai.

Questo significa un programma non solo di lacrime e sangue ma anche di investimenti sul futuro e di safety net per tutti (per quanto possibile), precari e non. Un programma che richiederà tempo, pazienza, esperimenti e stabilità.

E di questa safety net la nostra flat (che alle finanze pubbliche costerebbe zero e genererebbe anche risorse da investire nel digitale) è parte pienamente integrante. Così come una decisa politica di promozione dell'Open Source produttivo e diffuso.

Ho fatto un gesto critico, volutamente, ma questo non significa che non condivida proposte e battaglie dei Verdi. Da iscritto quale sono, avrò diritto a rompere i coglioni?



concordo: forza al remo fratei...www.caravita.biz


ITALIA IN BANCAROTTA (di Stefano Olivieri)

Eurostat, Ocse, Istat. Tutti gli indicatori economici segnano rosso e si può ben dire a questo punto che l’Italia con la sua crisi stia davvero frenando la tiepida ripresa europea. Quando si sta dentro ad un’ unione politica, che sia di partiti come di paesi, si condividono gioie e dolori di tutti e per fortuna che c’era l’euro a fare da anestetico e da coagulante all’italica emorragia, altrimenti la situazione sarebbe oggi, se possibile, ancora peggiore.

Ma questo disagio, pur nazionale, non è ugualmente condiviso fra tutti i cittadini italiani. Perché in questi ultimi quattro anni mentre le famiglie tiravano la cinghia e oggi hanno finito i buchi, fioriva e fiorisce tuttora nel bel paese il mercato del lusso, dai gioielli alle barche da nababbi, alle dimore principesche. Un’Italia a due velocità, la prima che trattiene l’Europa con le sue miserie e la seconda che corre solitaria e dall’Europa è invece quasi infastidita, per le tante regole che comporta lo stare insieme. Apprendiamo che da noi scalare la proprietà di una banca o di un quotidiano è un gioco da ragazzi, basta avere qualche spicciolo per iniziare, ad esempio quelli rientrati senza tasse e senza tante domande dall’estero, grazie a una delle tante leggi benevole che avrebbero dovuto ridare vigore al paese. E vigore lo hanno dato senza dubbio a qualcuno che si è subito mosso, mostrando improvvisa e inusuale liquidità : interi caseggiati che passano di mano appesantendo un mercato edilizio che cessa così di essere il bene rifugio dei lavoratori a reddito fisso per diventare bene speculativo.

Abbiamo in Italia un mercato del lavoro che con la legge Biagi è diventato il più flessibile d’Europa, eppure non riusciamo ad eliminare il bubbone del lavoro nero (e anche di quello “grigio” che oramai con la legge Biagi è per così dire istituzionalizzato), come continuiamo ad essere il paradiso fiscale degli evasori totali. Ci siamo dotati della legge sull’immigrazione più liberticida di tutta la UE (e a proposito ? Ma quando la adeguano alle indicazioni della Corte Costituzionale..?) e al tempo stesso continuano a fiorire nel nostro paese situazioni di illegalità lavorativa, con extracomunitari trattati come schiavi sul posto di lavoro e alloggiati in vere porcilaie : prima di strapparci le vesti per quel che succede in Cina, ricordiamoci di fare un giro a Villa Literno in periodo di raccolta del pomodoro.

Non siamo più sull’orlo del burrone, ci siamo precipitati dentro e da un pezzo, se diamo retta alle cifre di Ocse ed Eurostat. Qui non si tratta di essere più o meno catastrofismi e tanto meno di non voler collaborare alla rinascita del paese, qui si tratta prima di tutto di mettere il manovratore folle in condizioni di non nuocere perché siamo già al disastro, anche se probabilmente le centinaia di deputati e senatori della CdL non se ne sono accorti perché appartengono tutti ad un’altra Italia, quella che corre e si arricchisce sempre di più quanto più si impoverisce il resto della popolazione.

Ebbene, la cuccagna è finita, la botte dei condoni e della finanza creativa è stata raschiata a lucido ed ora qualcuno deve pagare per i soldi che non ci sono. Il presidente del consiglio stia tranquillo, questa volta non saranno i soliti fessi a saldare il debito, per il semplice motivo che i portafogli delle famiglie sono vuoti, prosciugati non per comprare il televisore al plasma bensì appena il pane quotidiano. E guai, guai a fare arrabbiare i miti padri di famiglia, perché la loro reazione può essere scomposta, non preventivabile e molto, molto violenta. Qui la politica c’entra poco o nulla, qui si parla di sopravvivenza e se la coperta è troppo corta sarà il numero di braccia – o di voti se preferite – a decidere dove dovrà essere strappata. E stavolta niente buonismo, non faremo concessioni né prigionieri. Quando un paese democratico va in bancarotta il bilancio si può risanare soltanto tassando il patrimonio di chi la crisi non l’ha conosciuta e anzi se ne è servito per arricchirsi, si chiamasse pure Berlusconi.www.liblab.it




Pressing di economisti e Ulivo "Siniscalco si deve dimettere"
Il ministro: facile parlare senza avere responsabilità
MARCO PATUCCHI


da Repubblica - 25 maggio 2005

ROMA - «È facile parlare per loro... Ma fare il ministro non è un mestiere da accademici, bisogna scegliere e decidere. Insomma, responsabilità senza privilegi: una condizione esattamente opposta a quella di chi mi critica». Per una volta Domenico Siniscalco, il "ministro dell´Armonia", il tecnico al quale Berlusconi ha affidato l´Economia del dopo-Tremonti, alza il tono di voce. Già scosso dalle bocciature a raffica degli organismi internazionali, impegnato a rassicurare le agenzie di rating sulle credibilità delle scelte di politica economica del governo, guardato con diffidenza da alcuni settori della maggioranza per il suo scarso impegno politico, si trova a incassare un nuovo attacco. Forse il più inaspettato. A sferrarlo sono gli (ex?) amici e colleghi, quel gruppo di economisti liberal del sito lavoce.info (da Tito Boeri a Francesco Giavazzi), con una lettera aperta nella quale gli chiedono di dimettersi o di chiarire una volta per tutte il suo ruolo all´interno del governo: perché "un tecnico" serve solo se è capace di «resistere alle pressioni di breve periodo della politica» e di «mettere in luce i vincoli che stanno di fronte alle scelte di politica economica». Due funzioni che Siniscalco, secondo i firmatari dell´appello, non è stato in grado di svolgere. Così "l´operazione trasparenza" sui conti pubblici si è duplicata, «segno che a un certo punto la verità non si è detta». Così il ministro «ha dovuto accettare, obtorto collo, una manovra di riduzione dell´Irpef che non voleva», un intervento che «nessun tecnico decente avrebbe mai avvalorato». Così - proseguono gli economisti - Vittorio Mincato è stato allontanato dal vertice dell´Eni e Vittorio Grilli da quello della Ragioneria generale dello Stato. Così è nato un "comitato politico ristretto" che affiancherà Siniscalco nella manovra sull´Irap, sancendo in pratica «una messa sotto tutela del ministro». E, infine, il riferimento al vicepremier Tremonti: «Si dice - insinua l´appello de lavoce.info - che sia il predecessore di Siniscalco a decidere di nuovo a via Venti Settembre».
Affermazioni pesanti, piovute sul ministro nel giorno in cui da Parigi arrivano anche le considerazioni dell´Ocse sull´Italia ferma e malata. «Sono queste le cose che mi preoccupano. La nostra economia si è davvero piantata e ora serve un´azione corale», ragiona Siniscalco con i suoi collaboratori appena tornato a Roma dopo la visita a Berlino, dove si è incontrato con il collega Hans Eichel. I numeri dell´Ocse, dunque, ennesimo bollettino di guerra dopo i dati di Eurostat e quelli dell´Istat sulla recessione. Ma anche una battuta caustica sugli economisti che lo criticano: «Tra loro non c´è nessuno che abbia mai preso una decisione. E, magari, a qualcuno di loro piacerebbe trovarsi nella condizione di poterla prendere...». Allusioni, rivalità tra accademici.
Con Francesco Giavazzi, uno dei firmatari della lettera, Siniscalco ha anche scambiato qualche sms. Per dirgli come fosse ingeneroso stilare solo l´elenco delle cose fatte male, o non fatte, dal Tesoro, ignorando tutto il resto. «Per esempio nessuno dice che è stata messa sotto controllo la contabilità, che è finita l´era dei condoni, che le privatizzazioni sono andate avanti, che siamo intervenuti sugli studi di settore». Argomenti deboli per l´opposizione. Vincenzo Visco (Ds), ex ministro del Tesoro, anche lui professore universitario: «La prima cosa che il governo deve fare è dimettersi, in modo da poter convincere gli italiani a fare ciascuno la propria parte». E le dimissioni le ha chieste anche la Cgil: «Siniscalco farebbe bene a gettare la spugna. Dopo l´uscita di Grilli dalla Ragioneria e il commissariamento del Tesoro da parte di un comitato politico, la sua presenza non funge più neanche da foglia di fico».
Ma Siniscalco non se ne andrà. «Non conto di lasciare il mio incarico», ha detto ai giornalisti a Berlino che in realtà gli avevano chiesto se quello sarebbe stato l´ultimo incontro con Eichel visto che in autunno la Germania andrà al voto. Un lapsus, o forse la tentazioni di liberarsi della maschera del tecnico. «Io, soprattutto in questa fase, non posso certo permettermi distrazioni. Qui bisogna tenere la barra a dritta».


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I tecnici liberal: caro Domenico, ma conti ancora?
Il giallo della richiesta di dimissioni poi scomparsa nella lettera aperta al responsabile del Tesoro

dal Corriere - 25 maggio 2005

«Forse è tempo di riflettere, caro Professore». Termina così la lettera. A Domenico Siniscalco, da meno di un anno ministro dell’Economia, l’hanno inviata ieri dalle colonne del «Sole 24 Ore» venti economisti per i quali il qualificativo «caro» stavolta non è necessariamente formale. Non per i molti che con Siniscalco hanno discusso e lavorato a lungo, chi all’università, chi alla Fondazione Enrico Mattei come Marzio Galeotti o negli uffici del Tesoro come Riccardo Faini. Fra loro, i venti della redazione del sito la «voce.info», all’inizio addirittura si era affacciata la tentazione di chiudere la missiva con un appello alle dimissioni. Non solo a «riflettere». Troppo fievole ormai la voce del tecnico in un governo dove vince la ragione dei partiti - scrivono i venti -, troppo logoro il suo potere di dir loro di no. Fra i professori è stato un fine settimana di colloquio di gruppo, quaranta mani attaccate alla posta elettronica a mettere a punto contenuti (austeri) e aggettivi (quanto più possibile garbati). Ma a tutti i venti è apparso comunque più ragionevole far passare la stima personale per Siniscalco davanti alle ricette. «Non sta a noi dire al ministro ciò che deve fare - spiega l’animatore della «voce.info» Tito Boeri, dell’Università Bocconi -. Tocca a lui dare un segnale: andarsene o dare battaglia nel governo, vedrà lui stesso».
Quali siano i problemi del resto stava scritto ieri sugli schermi di tutti gli operatori del mondo: sui titoli pubblici a dieci anni, il differenziale fra i tassi italiani e tedeschi è salito a 0,21%, più del doppio di due mesi fa, il massimo da due anni e mezzo. I mercati dubitano più di prima che l’Italia meriti fiducia. I venti economisti la definiscono una situazione «paradossale e inquietante», nella quale «un ministro dell’Economia "tecnico" è ora chiamato solo a coprire di fronte agli elettori e ai mercati scelte compiute da altri». Perché, scrivono, «si dice che sia il predecessore di Siniscalco Giulio Tremonti a decidere di nuovo al Tesoro». Se è così, continuano i venti, «è bene che lo faccia apertamente, prestandosi al vaglio di elettori e investitori». Peraltro secondo i professori c’è una «bassa qualità tecnica»: eufemismo forse per esprimere i timori sull’insufficiente copertura finanziaria del previsto taglio all’Irap, l’imposta sulle imprese. E sarà magari l’irritazione per la «scalata» dei partiti al Tesoro, ma nella lettera è scivolata anche un’imprecisione: le nomine nel consiglio della Rai, certo influenzate dalla politica, spettano infatti al Parlamento e non al governo.
«Sia come sia, Siniscalco è esperto: se il suo ruolo viene strumentalizzato lo capirà da solo» taglia corto Roberto Perotti, uno dei firmatari. «Il nostro messaggio è che la sua garanzia non c’è più, è stato esautorato dalla politica». A spingere la «voce.info» all’appello collettivo, il primo su questioni italiane, sono state in realtà le ultime prima del weekend: soprattutto lo spostamento di Vittorio Grilli dalla Ragioneria generale, dove meglio poteva resistere alle pressioni sul bilancio, al Tesoro; quindi il «comitato» di economisti di partito attorno a Siniscalco per la Finanziaria. «Così si ribalta il ruolo dei tecnici - nota Boeri -. Invece di resistere, coprono le scelte politiche». Certo quel ruolo, se solo lo si può svolgere, in Italia ha una tradizione nobile. «La solitudine non mi disturba», disse Carlo Azeglio Ciampi prima di amputare di 80 mila miliardi di lire il disavanzo del ’97. «So di essere irriso, come lo fu Margaret Thatcher», anticipò Guido Carli nell’ultimo governo Andreotti in nome delle privatizzazioni. E Lamberto Dini, "tecnico" al Tesoro del Berlusconi primo nel ’94, così preparò la riforma delle pensioni: «Non mi spaventò Bokassa al Fondo monetario, figurarsi se temo Mastella». Per Siniscalco, il vademecum anti-cannibali non manca.
Federico Fubini



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Ds Milano - Rassegna stampa


Il malato Italia non si cura E se la prende col medico
di GIANNI RIOTTA


dal Corriere - 25 maggio 2005

L’anno scorso il Premio «E' giornalismo», fondato da Montanelli, Bocca e Biagi e della cui giuria faccio parte con Stella e Maltese, venne assegnato al direttore dell' Economist , Bill Emmot. Un periodico liberale moderato, che ha avuto nella signora Thatcher la guida ideale, che ha dato il proprio appoggio al repubblicano Bob Dole contro il democratico Bill Clinton e che preferì il decotto partito conservatore inglese al debuttante Tony Blair. Mi colpirono molto le reazioni di tanti amici, in pubblico e no, che dissero «uffa, ennesimo premio antiberlusconiano». Poiché Emmot aveva criticato il conflitto di interessi del presidente del Consiglio, la sua intera carriera liberista veniva schernita come «di sinistra», nell'opera dei pupi fracassona che degrada ogni discussione a macchietta. Adesso l' Economist torna a parlare dell'Italia come «malato d'Europa» e qualche giorno prima il Financial Times , per penna del suo più prestigioso economista, Martin Wolf, ci descrive come un acrobata che «deve camminare sul filo della precarietà economica» e rischia di «trascinare con sé anche l'Europa». Ieri i dati Ocse, prodotto interno lordo -0,6 sul calo già pregresso nei mesi passati, e la competitività che scende del 25% in quattro anni.
Chi di voi ha pazienza legga cosa dicono gli economisti europei sul sito http://europa.eu.int/comm . La diagnosi è semplice, la produttività va male, se un operaio italiano che lavora sette ore al giorno mette insieme 900 bulloni in più che nel 1995, un collega americano riesce a prepararne 5250 in più. E le nostre medie e piccole aziende sono concentrate in settori di bassa tecnologia, tessile, piastrelle, mobili, dove è facile copiare a basso prezzo. Le grandi aziende in panne, l'intreccio politica-finanza che non si dirime, una scuola a tocchi, l'università che non sforna ingegneri, le raccomandazioni e le lobbies che prevaricano il merito dei bravi.
Ecco perché l'Italia declina, e declinerà sempre più in fretta se non cambiamo condotta. Quando l' Economist ci avvisava che anziché leggi ad hoc per il presidente del consiglio dovevamo varare riforme di mercato, lo abbiamo accusato di essere fazioso, come ammalati che imprecano iracondi contro il medico, anziché bere l'amara, ma salutare, medicina. Oggi tutti chiedono provvedimenti urgenti, Montezemolo da Confindustria, con il suo vice Pininfarina, il presidente della Camera Casini, i cervelli migliori dell'opposizione. E Prodi medita sul commento severo di Emmot, che gli ricorda come la sua coalizione debba ancora rivelare il programma per la crescita dell'Italia.
Vedremo se anche stavolta, anziché curarci la febbre, daremo del «comunista!» al termometro. Il sorpasso della Cina nel turismo, il declino delle nascite, un'Italia sfiduciata, dove non si fa ricerca e gli scienziati vanno all’estero. E' questo il futuro che immaginiamo per i figli? A leggere le aspre cartelle cliniche sulla nostra economia mi aspetterei, accesa la tv o aperti i giornali, di vedere riflessioni e ragionamenti. Perché la scuola in Finlandia è la migliore del mondo? Perché la Spagna ci batte nel turismo? Come si può imitare la resurrezione francese nelle auto, il boom informatico irlandese, la rivoluzione dei servizi inglese? Invece magagne, polemiche, la politica che sogna grasse lottizzazioni, l'economia che divide profitti, ogni giorno più magri.
I nostri guai datano da prima dell'era Berlusconi, ma certo il suo governo, votato per imprimere una svolta, ha fatto poco, o nulla, per riavviare i mercati. Le riforme sarebbero difficili, osteggiate da lobbies, corporazioni e sindacati gelosi. Ma almeno si potrebbe provare, pur scontando le proteste di chi perde prebende feudali. Invece serpeggia una torpida rassegnazione, un «io speriamo che me la cavo» e se poi il Paese va a ramengo tanto peggio, un’invidia per chi cresce, inglesi e cinesi, condita da maldicenza e risentimento, sì ma gli americani lavorano e basta, sì ma gli spagnoli che caos fanno. Brutti tempi nel Bel Paese.
griotta@corriere.it




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Ds Milano - Rassegna stampa


Arrestato per presunte tangenti
il segretario di Burlando
Carlo Isola coinvolto in un'inchiesta della procura di Verona
insieme ad altre 18 persone, tra cui ufficiali dell'esercito


Genova, palazzo della regione
VERONA - Carlo Isola, segretario del presidente della regione Liguria, Claudio Burlando è stato arrestato dalla Guardia di Finanza nell'ambito dell'inchiesta condotta dal procuratore capo di Verona Guido Papalia. Isola è accusato di concorso in corruzione e reati societari, per fatti che risalgono a vecchi appalti relativi a forniture di catering e ristrutturazione della mensa dell'ospedale Galliera.

L'inchiesta della procura di Verona riguarda presunte tangenti per un milione di euro e ha portato all'arresto di 19 persone, 15 agli arresti domiciliari e quattro in carcere. Questi ultimi indagati erano soci della società di catering veronese, Gama, tutti libanesi e residenti all'estero.

Tra gli arrestati, oltre a ufficiali dell'esercito in servizio a Roma, anche Carlo Isola, all'epoca dei fatti responsabile dell'ufficio appalti e contratti del comune di Genova, incarichi che gli sono stati conferiti anche in Regione.

Le accuse sono corruzione, bancarotta fraudolenta, bancarotta per distrazione, falsità in bilancio, falso documentale, rivelazione di segreto d'ufficio e abuso d'ufficio. Oltre ai provvedimenti restrittivi, emessi dal gip scaligero Sandro Sperandio, i militari delle fiamme gialle hanno eseguito una ventina di perquisizioni a carico di funzionari, avvocati e altri professionisti.

Il blitz è scattato a conclusione dell'inchiesta, iniziata nel 2002 dal pm Rosario Basile e poi, dopo la morte di quest'ultimo, portata avanti dal procuratore Guido Papalia. Tre anni fa i finanzieri durante una verifica fiscale alla Gama si erano accorti che non tutta la documentazione appariva cristallina. Un'ulteriore approfondimento aveva portato gli investigatori a ritenere che parecchia documentazione fosse stata falsificata ed era quindi emersa l'ipotesi che anche i bilanci fossero falsificati.

E' maturato così il forte sospetto di trovarsi in presenza di reati societari e tributari. E' iniziato allora un lavoro certosino dal quale sarebbe venuto alla luce un giro di presunte tangenti e di fatture false che sarebbero servite a coprire la gestione di fondi neri che sarebbero stati distratti dalla società a beneficio dei principali azionisti che, negli anni, avrebbero così dilapidato il patrimonio sociale a proprio beneficio.

La società, con alcune centinaia di lavoratori, fornisce mense e catering in tutta Italia, a Regioni, enti ospedalieri, aeroporti e nella maggior parte ad amministrazioni militari. Anche alla stessa Guardia di Finanza di Roma.

Nel 2003 aveva registrato un volume d'affari per 87,5 milioni di euro (170 miliardi delle vecchie lire), ma appena un anno dopo era stato dichiarato lo stato di insolvenza e quindi era stata posta sotto amministrazione straordinaria.

Per sopravvivere la società avrebbe avuto bisogno di continue e sicure commesse e secondo l'ipotesi investigativa per garantirsele la strada più breve sarebbe stata quella delle tangenti. Che sarebbero state pagate fino a qualche mese fa.

Dalle indagini, svolte anche con intercettazioni ambientali, sarebbe emerso che s'era costituita una vera e solida struttura di spartizioni di appalti, di cui la Gama non era la sola società a beneficiare. Oltre alla società veronese ci sarebbero state infatti altre aziende che pagavano tangenti attraverso un sistema - secondo gli investigatori - che era ritenuto collaudato e sicuro. La Gama, da parte sua, avrebbe avuto la garanzia di gestire le mense come quella dell'ospedale Galliera di Genova e dell'esercito alla Cecchignola a Roma.

Collettori delle tangenti, secondo l'accusa, sarebbero stati Giovanni Pompei Forte (un professionista veronese risultato iscritto a Forza Italia), Mario Giovanni Rossi, Paolino D'Urso e Massimo Capodaglio, rispettivamente ex membro del cda, ex direttore generale ed ex responsabile finanziario della Gama. www.repubblica.it


L'Ocse: l'Italia è in recessione Deficit/Pil al 4,4%, crescita a -0,6%
di red.

«La situazione di bilancio pubblico italiano va presa molto seriamente». Dopo il rapporto dell'Ocse sull'economia italiana adesso tocca al presidente di turno della Ue, Jean Claude Juncker, ribadire l'allarme sui conti pubblici del Belpaese. Conti pubblici su cui l'Ue non può che intervenire. Juncker ha infatti che ci sarà un rapporto della Commissione Europea sui conti pubblici italiani «che esamineremo e valuteremo».

Insomma quello che pareva un grave disavanzo adesso si può chiamare voragine, quella che sembrava una frenata una vera e propria corsa all’indietro. Da Parigi, dove si è svolta la riunione dell’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico che raggruppa i 30 paesi più industrializzati, arrivano dati preoccupanti sull’economia italiana, la grande malata dell’Europa come titolava qualche giorno fa l’Economist. La recessione è una “malattia” ormai conclamata: invece che un crescita stimata dal governo sei mesi fa all’1,7%, l’Ocse parla di un calo dello 0,6%, che fa –2,3% solo quest’anno. Se la ripresa ci sarà, nel 2006, si attesterà all’1,1%, ben lontana dalle previsioni del 2,1% prodotte dal governo. Crescerà anche la disoccupazione: «dopo la metà del 2004 l'impatto delle riforme sul mercato del lavoro ha iniziato ad affievolirsi». L'Ocse prevede infatti un tasso di disoccupazione di nuovo in crescita all'8,4% nel 2005 e stabile nel 2006 dopo il calo all'8,1% registrato lo scorso anno. Meno occupazione, quindi, e sempre più precaria.

Da rivedere anche le cifre sull’indebitamento, che va sicuramente peggiorando dopo i temporanei palliativi delle misure una tantum. «La situazione fiscale del paese pone rischi particolari in vista di una crescita minore del previsto» hanno detto da Parigi. Esauriti quindi gli effetti delle entrate temporanee, il rapporto deficit-Pil salirà al 4,4% nel 2005, addirittura al 5% nel 2006, sfondando qualsiasi parametro imposto dal Trattato di Maastricht. Stando a questi dati Berlusconi e il suo governo non potranno appellarsi nemmeno alle formule più morbide introdotte proprio su loro sollecitazione, che in realtà permettono minimi sforamenti e soprattutto “temporanei”. Già sull’outlook di dicembre per l'Italia si parlava di un rapporto deficit-Pil per il 2004 e 2005 del 3,1% e 3,6%, dimostrando scetticismo sulle previsioni più "ottimistiche" elaborate da Roma. Quindi l'Ocse suggerisce misure di risparmio «nell'ordine del 2% del Pil» - si parla di una cifra vicina ai 24 miliardi di euro - se si cerca ancora di raggiungere l'obiettivo prefissato di un deficit al 2,7%.

Il nostro sistema economico sembra quindi vivere uno stallo gravissimo, frutto della mancanza di programmazione e dell’assenza di misure correttive. Per un po’ di tempo i governanti hanno preso a prestito l’esempio tedesco per giustificare la mancanza di crescita. Da allora però la Germania, che pur ha un sistema produttivo non paragonabile al nostro quanto a solidità, si è rimessa in marcia. Adesso dovranno cercarsi altri esempi negativi. L’Ocse infatti ci ricorda che a rallentare l'economia italiana, «caduta in recessione all'inizio del 2005», è la forte perdita di competitività, scesa del 25% negli ultimi quattro anni. Un tema affatto nuovo per il governo, più volte richiamato con urgenza dalla Confindustria perché incapace di approvare i provvedimenti necessari.

Per l'Ocse esistono tre gravi rischi: il primo riguarda le famiglie e la possibilità che puntino più sul risparmio dei proventi da tagli fiscali che sui consumi, per i timori legati al continuo peggioramento del bilancio pubblico. Inoltre, e qui il problema si fa serio, siamo già in campagna elettorale, una sfida che durerà un anno. Il pericolo quindi è che «le elezioni generali del 2006 potrebbero ostacolare il necessario risanamento del bilancio». Infine c’è l'euro che, se si rafforzerà ulteriormente, potrebbe rallentare l'export.

Questa volta dal governo dovranno proprio lavorare di fantasia se vogliono ancora una volta minimizzare sulle cifre. Quando i dati sulla produzione industriale forniti dall’Istat dimostrarono un crollo verticale in tutti i settori strategici del “made in Italy” il premier Berlusconi se ne uscì con la battuta balneare: gli italiani vanno al mare e trascurano la fabbrica. Lunedì da Bruxelles è arrivata la bacchettata dell’Eurostat, l’istituto statistico dell’Unione Europea, che ha corretto i dati forniti dal nostro governo sul rapporto deficit-Pil: nel 2003 e nel 2004 è stato del 3,1%, peggiore rispetto a quanto si diceva da Roma. Con il rapporto debito pubblico-pil aumentato al 106,6%. C’è poi la possibilità che le cifre siano ulteriormente aggravate quando negli uffici di Bruxelles arriveranno i chiarimenti richiesti al ministero dell’Economia.

Siniscalco da Berlino, dove ha incontrato il titolare delle Finanze, Hans Eichel, si arrende alle cifre: convinto di dover fare finta che l'Ocse abbia ragione, sebbene siamo in un momento in cui è difficile fare previsioni, ammette che l'economia italiana è in crisi. La ricetta del ministro dell'Economia è semplice: «Fare innanzitutto più industria e meno finanza» ha affermato, sottolinenado come sia «incredibile l'ammontare di risorse messe tutte su partite finanziarie e su niente di reale». Poi richiamando tutti ad uno sforzo congiunto, nel quale il governo può dare solo la direzione chiede «meno parole e più produttività, meno dispersione degli interventi, più mercato e meno opacità».
Dura la replica dell'opposizione. Per Gavino Angius, capogruppo dei ds al Senato, «sono dati che confermano la situazione drammatica nella quale versa il nostro paese, la gravità e la profondità della crisi economica, il dissesto dei conti pubblici che è spaventoso, e che dimostrano la totale assenza di governo e di guida di questo nostro paese». L'ennesima smentita dei dati forniti dall'esecutivo dimostra come l'Italia «sia un paese che è stato ed è anche oggi ingannato da chi lo governa».
«La perdita di competitività del 25% in 4 anni mostra il fallimento delle politiche basate sulla compressione dei salari e dei diritti dei lavoratori. È necessaria una svolta netta, perchè è evidente che solo politiche di redistribuzione del reddito e giustizia sociale possono far ripartire lo sviluppo economico»: questa invece la ricetta proposta da Paolo Ferrero, responsabile economico di Rifondazione Comunista.www.unita.it


Cesare Previti è stato assolto". Lo dice il Gr2
REDAZIONE

Il parlamentare di Forza Italia Cesare Previti è stato assolto. Questo è quanto hanno potuto capire i radio ascoltatori che questa mattina hanno sentito il Gr2. Il sommario dell'edizione delle 7 e 30, infatti, ha riportato solo la notizia dell'assoluzione dall'inchiesta Lodo Mondadori e non della condanna per la vicenda Imi-Sir.
"Spiace constatare come la notizia sia in realtà un'altra, come del resto i quotidiani di oggi dimostrano - hanno dichiarato all'unisono un gruppo di parlamentari delle opposizioni - tutti gli italiani che questa mattina si sono sintonizzati sul Gr2 hanno sentito parlare solo dell'assoluzione di Cesare Previti e non della pena di sette anni a cui è stato condannato".
I parlamentari hanno annunciato che chiederanno un intervento al presidente della Commissione di Vigilanza della Rai.
"Chiediamo a Claudio Petruccioli - hanno scritto in un comunicato - di acquisire la registrazione del Gr2 per valutare se sia stato rispettato l'equilibrio e sia stata fornita una corretta informazione".centomovimenti.com/

































































I primi (eloquenti) risultati della lungimirante strategia Rutelli



Incacchiati come bestie gli elettori ulivisti hanno snobbato i ballottaggi sia a Bolzano che a Rovereto. Risultato: due sindaci della Margherita dati per sicuri e invece ora trombati. Il primo nonostante persino l’apporto esterno dell’Udc.Domanda: caro Marini e caro Rutelli, invece di ringhiare sempre, perchè non vi fate due conti, e velocemente? Dove sono questi transfughi democristiani dal Polo sul cui altare volete distruggere il progetto dell'Ulivo? Credete proprio che sia possibile rifare la Dc con il 10%? Abbandonando il restante 40%?



Non avvertite la sensazione di un gioco in cui ci perdiamo tutti, voi, noi e soprattutto l'Italia?



Se fossi un parlamentare della Margherita ci rifletterei molto seriamente. E chiederei una moratoria sulla perniciosa votazione di venerdì scorso....fino a una nuova assemblea, magari costituente di una Margherita dalle idee un po' diverse....;-)www.caravita.biz






Per l’Europa la vera palla al piede è la recessione italiana
Ogni giorno notizie peggiori. Per l’Ocse siamo un cattivo esempio mondiale



I bollettini macroeconomici ormai sono una via crucis per l’Italia. L’effetto dell’ultimo si somma a quello del giorno prima, e il timore di un declassamento del debito italiano a opera delle agenzie internazionali si fa ogni volta più concreto. Dopo il colpo subìto lunedì da Eurostat (che denunciava il terzo anno consecutivo di sforamento dei parametri di Maastricht), ieri è arrivata la bocciatura dell’Ocse.
Le previsioni annuali dell’Organizzazione dei paesi più sviluppati denunciano che nel 2005 il Pil italiano non solo non è cresciuto, ma è arretrato dello 0,6 per cento. Che alla fine del 2005 il rapporto tra deficit e Pil salirà al 4,4 per cento per sfondare quota 5 per cento nel 2006. Che in quattro anni (questi quattro anni...) siamo arretrati del 25 per cento in competitività, contro un calo del 10 per Francia e Germania (eppure l’11 settembre c’è stato per tutti...).
Per riprendere il 2,7 per cento di deficit-Pil che era stato inizialmente fissato dal governo, l’Ocse propone all’Italia una manovra aggiuntiva di 24 miliardi di euro. Il ministro Siniscalco non intende cedere sul tema della manovra aggiuntiva, ma oltre a continui pellegrinaggi a Londra per scongiurare il declassamento, la sua unica risposta alla crisi è comunicativa.
Tre slogan recitati in tv: «Più industria e meno finanza. Meno parole e più produttività. Più mercato e meno opacità». E poi una citazione kennediana del tutto fuori luogo: «Chiedetevi che cosa potete fare per il paese...». Parole, appunto.
Le opposizioni si ribellano a una risposta così modesta e chiedono al ministro di correre a rispondere al parlamento della crisi che s’è spalancata (D’Amico, Margherita) oppure più semplicemente di cedere e dimettersi (Visco, Ds). Dalla maggioranza si registrano solo i soliti flebili segnali di preoccupazione di Casini e Follini sull’aumento del debito.
Siniscalco, infine, finisce com’era prevedibile sulla graticola della comunità accademica di cui era brillante esponente: un invito a fare le valigie perché ormai impossibilitato a proseguire – tra accerchiamento dei partiti e stagione elettorale – gli viene dagli economisti de La Voce.info. www.europaquotidiano.it

Con Prodi, con l'Ulivo, per il bene dell'Italia*: queste le nostre parole d'ordine
Intervista di www.welfarecremona.it a Deo Fogliazza - I cittadini per l'Ulivo in piazza SS Apostoli perché l'Ulivo non deve morire - La nostra sarà una presenza silenziosa ma non angosciata. - Una protesta forte ma tranquilla




Deo Fogliazza, cremonese, dell'Esecutivo dei Cittadini per l'Ulivo. Ha passato l'intero week end al computer, in rete con alcuni amici ulivisti, per mettere in piedi la protesta dei Cittadini per l'Ulivo.

Gli chiediamo cosa sta succedendo nell'Ulivo e dintorni. Allora, domani a Roma gliele canterete a Rutelli?
No, i Cittadini per l'Ulivo non vogliono cantarle proprio a nessuno. Né Rutelli, né alla Margherita, né a nessun'altro. Siamo solo molto preoccupati e, se é lecito, anche un po' rattristati, per il rischio che sta correndo l'Ulivo. In Piazza SS. Apostoli distribuiremo il volantino che stiamo già diffondendo in tutta Italia ed innalzeremo cartelli dello stesso tenore, che affiggeremo in tutte le città. "Con Prodi, con l'Ulivo, per il bene dell'Italia": queste sono le parole d'ordine che i miei amici ulivisti porteranno a Roma sotto le finestre dell'Ulivo.

Come 'porteranno'.... tu non ci sarai ?
No, io non posso andarci. Saremo in tanti, tantissimi e 'non esserci'. Ma saremo degnamente rappresentati dai tanti - romani e non - che invece ci saranno. Andare a Roma costa. E in questi anni ci siamo ormai spesi tutto il patrimonio in ...... cicoria. Rutelli ha detto di aver mangiato 'pane e cicoria'. Noi - i nostri 400 comitati, le nostre migliaia di aderenti - per tenere aperta la speranza ulivista, in questi anni abbiamo spesso "saltato il pasto" e quella cicoria, l'abbiamo pagata noi, in impegno, tempo e anche denaro.

Ma allora con qualcuno ce l'avete ...
Battuta per battuta. C'è addirittura chi ha paragonato la nostra protesta a Piazza SS Apostoli come una nuova marcia su Roma. Ma ti rendi conto?!

E invece ...
E invece la nostra manifestazione di domani sarà caratterizzata dai fatti e non dalle grida. I fatti saranno questi: il nostro striscione dei Cittadini per l'Ulivo, le bandiere dell'Ulivo, il nostro volantinaggio e i cartelli che reggeranno il nostro manifesto (per leggerne i testi andare su www.cittadiniperlulivo.com). La nostra sarà una presenza silenziosa ma non angosciata. Certo, incacchiata. E chi non lo sarebbe? Daremo un messaggio di protesta forte ma tranquilla. La nostra ragion d'essere é l''unità per sconfiggere la destra e per il bene del Paese. Ma l'unità per l'Ulivo, e per governare .... non l'unità purchessia.

Allora adesso avete scelto la linea della rottura?
Assolutamente no! Abbiamo preso atto che si aperta una battaglia culturale e politica. In palio c'é l'Ulivo, il suo futuro, la serietà e la concretezza del suo essere 'soggetto politico'. E senza Ulivo non si vince. Senza Ulivo, anche se si vincesse, si farebbe una fatica del diavolo a governare. Senza Ulivo l'Italia non si salva.

E dunque ....
Dunque abbiamo deciso di partecipare a questo confronto. Con le nostre posizioni assolutamente autonome da chiunque: da partiti, da leaders o leaderini. Noi siamo con Prodi e con l'Ulivo, perché - in autonomia - condividiamo il progetto che Prodi ha avanzato al Paese e sappiamo che lo strumento per attuarlo é l'Ulivo, e solo l'Ulivo, all'interno della più ampia alleanza che risponde al nome di Unione. Noi rispettiamo i Partiti, sappiamo della importanza del loro ruolo. Ma da soli non ce la fanno, nemmeno a salvarsi da se stessi.

E' la solita questione: contenuto o contenitore ....
No, tutt'altro. Oggi in ballo c'é un fatto preciso: c'é il rischio che salti lo strumento in grado di elaborare il programma. Lo strumento capace di proporre un programma credibile agli italiani. Lo strumento nel quale gli italiani - in questi anni - hanno dimostrato di credere. Senza questo strumento - l'Ulivo - viene fuori un altro programma, elaborato e poi gestito da un 'insieme malfermo' di partiti. Un insieme che, per carità può anche vincere, perché ha di fronte una destra davvero impresentabile ed incapace. Ma governare é un'altra cosa ......

Allora avete in mente un contenuto .... diverso .....
Riforme, solidarietà, libertà. Ma poi - sopra ogni cosa - riforma della politica, partecipazione democratica ed organizzata dei cittadini. Nei Partiti - per chi lo voglia - ma anche fuori da essi. Ed una selezione dei gruppi dirigenti, del ceto politico, non autoreferenziale ma al contrario basata sulle scelte dei cittadini, le primarie. Il ragionamento sarebbe lungo, porterebbe via troppo tempo. Oggi la priorità é una sola: salvare l'Ulivo. Con Prodi, per l'Ulivo, per il bene dell'Italia. Per questo saremo a SS Apostoli.


I media americani e l'Iraq
di Andrea Tani*

La situazione in Iraq ha visto nelle ultime settimane un netto peggioramento delle prospettive di vittoria per le insegne alleate, sia sul campo, con l'intensificarsi parossistico degli attentati diretti ormai indiscriminatamente sulla popolazione civile, che sul fronte della information warfare combattuta sui media di tutto il mondo sul medesimo tema. E' difficile dire quale delle due regressioni sia più preoccupante o sintomatica di un netto deteriorarsi della situazione.

Volendo operare qualche reminiscenza storica, gli esperti concordano oggi sul fatto che la guerra del Vietnam cominciò a essere persa quando i media americani, e in particolare i più ascoltati anchorman, si convinsero che l'offensiva del Tet era stata una vittoria dei nordcoreani-vietcong e non una loro clamorosa sconfitta, come in effetti più tardi fu dimostrato.

Se l'esperienza serve a qualcosa, gli errori non dovrebbero essere ripetuti, ma non sempre le opinioni pubbliche hanno la memoria spessa e la consapevolezza di cosa c'era veramente dietro quelle immagini televisive concitate e abbattute dei "maîtres à penser" che allora determinarono le loro convinzioni. Difficile prevedere se questa volta ci saranno ripetizioni e se gioveranno a qualcuno. Per il momento sembra che il fronte informativo sia molto in movimento.

Qualche esempio a seguire.

In una serie di insolite interviste riportate dal Christian Science Monitor, alcuni responsabili militari americani in Iraq hanno recentemente offerto al pubblico americano, in forma anonima ma non troppo per chi sa leggere fra le righe, una serie di valutazioni assai preoccupate sulla situazione sul campo in Iraq. Il New York Times scrive, senza far nomi, che "i generali" si sono ritratti dalle previsioni che avevano fatto all'inizio dell'anno circa la possibilità di ridurre sostanzialmente il livello delle forze impegnate sul teatro all'inizio del 2006. Uno di essi ha dichiarato che il dispositivo del Pentagono impegnato in Iraq e anche in Afghanistan rimarrà sulle attuali posizioni "per molti anni ancora".

Un altro, sempre in forma anonima, ha ammesso al Times che la missione Usa in Iraq potrebbe collassare, a meno che il nuovo governo non riesca a conquistare la fiducia dei suoi amministrati, cosa che per il momento è ben lungi dall'accadere. Sempre secondo l'alto ufficiale, un recente sondaggio effettuato presso l'università di Baghdad mostra che la confidenza dei giovani iracheni nella loro leadership è crollata da quell'85 % raggiunto all'indomani delle elezioni. "Perché l'insurrezione abbia successo, la gente deve convincersi che il governo non è in condizioni di sopravvivere", ha aggiunto."Quando si è nel mezzo di un conflitto ognuno cerca di trovare dei pilastri di forza ai quali appoggiarsi, e questo non sta avvenendo in questo paese."

Persino il Washington Times, un vero pilastro dell'amministrazione Bush, scrive, attraverso la penna di Martin Sheiff, un senior analyst della United Press International, che quella passata è stata una pessima settimana per la politica americana in Iraq. Non solo i generali statunitensi sono ormai convinti che le loro truppe dovranno restare nel paese per molti anni, e lo dicono apertamente alla stampa, ma il nuovo governo di Baghdad ha ricevuto con molto calore il ministro degli Esteri iraniano, nella prima visita di un esponente di Teheran da decenni, dopo una guerra sanguinosissima e un quindicennio di gelo, in un momento nel quale gli ayatollah sono come non mai all'indice della nomenclatura washingtoniana.

Sheiff aggiunge che il calore dimostrato "è un segno molto preciso dell'indisponibilità del nuovo governo di Baghdad a sottostare ai voleri di Washington e dell'inclinazione filo-sciita del medesimo governo. E' bene che gli Usa non facciano troppo conto sugli iracheni se dovessero arrivare a un confronto duro con Teheran per il suo programma nucleare". Lo stesso giornale sostiene che le dichiarazioni dei generali di questa settimana saranno una doccia fredda per il pubblico americano e per i commentatori "falchi". (Fra questi è da ritenere vengano compresi i suoi columnist).

Il Christian Science Monitor mette in luce il dilemma che la visita del ministro degli Esteri iraniano ha posto per la politica americana: "In Iraq gli americano hanno una gran quantità di hard power, ma gli iraniani hanno il soft power in quantità persino superiore. Sono in grado di esercitare un'influenza molto sottile e profonda (presso l'opinione pubblica irachena, ndr), utilizzandola per concretizzare fatti assai significativi".

L'agenzia France Presse mette l'accento sulla "estrema tensione dei rapporti interconfessionali provocata dall'ondata di violenza che si è abbattuta sulla popolazione civile nelle ultime settimane: Il Comitato degli studiosi musulmani, la massima autorità sunnita dell'Iraq, ha accusato mercoledì (17 maggio, ndr) le milizie sciite appartenenti a diverse formazioni di governo di aver assassinato decine di sunniti, fra i quali tre imam, dopo averne torturata la gran parte". Il ministro dell'Interno (sciita) e quello della Difesa (sunnita) del governo iracheno hanno entrambi negato le accuse, ma il prestigio del comitato e la sua audience presso la combattiva e frustrata minoranza sunnita - inversamente proporzionali a quelli del governo - rendono tali smentite alquanto irricevibili dalla stessa minoranza.

Radio Free Europe nota che questo incremento delle tensioni confessionali si accompagna alla dichiarazione di questa settimana da parte di al-Zarqawi, il luogotenente di bin Laden in Iraq, circa il tradimento della causa dell'Islam da parte della maggioranza sciita e la liceità dell'uccisone di musulmani quando questi sono dei collaboratori degli infedeli. Un'altra enunciazione confessionale non incoraggiante è stata quella dell'esponente sciita al-Sadr, che era rimasto abbastanza defilato nei mesi scorsi, dopo gli exploit di Falluja.

Secondo l'Associated Press, il prelato avrebbe ordinato ai suoi seguaci di dipingere con una bandiera americana e israeliana i pavimenti dei corridoi di accesso alle moschee, in modo che i fedeli possano esprimere il loro sdegno per l'occupazione americana e il recente episodio di Guantanamo, rivelato e poi smentito da Newsweek. Secondo il giornale, i marine americani preposti all'interrogatorio dei prigionieri avrebbero gettato copie del Corano nello scarico dei gabinetti delle celle, come pressione psicologica per indurre gli interrogati a confessare.

Los Angeles Times sostiene che la situazione in Iraq sta obbligando l'amministrazione Bush a fare qualcosa che non avrebbe mai voluto fare, soprattutto dopo le elezioni, e cioè "approfondire il suo coinvolgimento nella conduzione degli affari iracheni" aggiungendo che "il nuovo approccio americano si è focalizzato chiaramente questa settimana". Il giornale nota ancora che il vice segretario di Stato Robert Zoellick, nel corso della sua visita a Baghdad di giovedì scorso (18 maggio, ndr), ha parlato di un "inclusive process" per il governo del paese (inclusivo cioè di iniziative statunitensi), chiedendo a gran voce una nuova costituzione.

Altri giornali hanno scritto in modo preoccupato sui costi della guerra - ormai stratosferici - e altri ancora su un argomento che non sembra direttamente in relazione con l'Iraq, ma appartiene comunque alla sfera militare e quindi va inquadrato nel contesto complessivo. Si tratta della ristrutturazione annunciata delle forze armate americane e relative basi e del probabile lancio di un programma di militarizzazione dello spazio da parte delle stesse forze armate. Entrambi gli argomenti avranno conseguenze di bilancio importanti e competeranno fino all'ultimo dollaro fra loro e i conflitti in corso, neocon o meno.

Non è chiaro se le notizie e i commenti relativi al teatro iracheno (e afgano) siano da considerare a sé stanti, come avrebbero tutto il diritto di essere, oppure rientrino in un quadro di generale riorientamento dello strumento militare americano e ne preparano il terreno. Lo stesso strumento non può contemporaneamente gestire la messa in sicurezza di tutte le commodity del pianeta, i salvataggi degli stati falliti, la risoluzione delle loro guerre civili, il prepararsi a punire gli Stati canaglia o malefici di turno, l'homeland security-guerra al terrorismo e il mantenimento del primato tecnologico e militare sui mega potentati in crescita (Cina, Europa, Russia, India, America Latina) il tutto con i deficit gemelli che sappiamo. Una scala di priorità dovrà essere stabilita.

La campagna di stampa alla quale stiamo assistendo potrebbe essere il primo segnale di una resa dei conti decisionale sul problema di come gestire le conseguenze delle due Freedom degli anni scorsi. Un preparare il terreno per una vietnamizzazione, o irachizzazione e afghanizzazione (o Nato-izzazione) spinta dei due conflitti.

Le prossime settimane e mesi porteranno maggiore chiarezza su questo e altri temi.

Andrea Tani
(*Grazie alla redazione di "Paginedidifesa")

redazione@reporterassociati.org




Rivelazione da uno studio segreto sugli OGM
di Geoffrey Lean
Una ricerca segreta condotta dalla multinazionale Monsanto rivela fondati i timori secondo cui i cibi geneticamente modificati compromettono la salute umana
Si è scoperto che i ratti nutriti secondo una dieta a base di grano geneticamente modificato venduto in Gran Bretagna sviluppano anomalie agli organi interni e alterazioni della composizione sanguinea, alimentando i timori secondo cui la salute umana possa essere compromessa dall’assunzione di cibo GM.

The Independent è oggi in grado di svelare i dettagli di una ricerca segreta condotta dalla multinazionale Monsanto (il gigante del cibo geneticamente modificato), che mostra come i ratti nutriti con grano GM siano cresciuti con reni più piccoli del normale e abbiano subito variazioni nella loro composizione sanguinea.

Secondo questo rapporto confidenziale di 1.139 pagine, i problemi di salute sono stati riscontrati solo nel gruppo dei roditori alimentati con cibo GM.

La rivelazione di questi risultati giunge proprio nel momento in cui molti paesi europei stanno decidendo se immettere o meno sul mercato i cibi geneticamente modificati.
Al Parlamento europeo la Gran Bretagna e altri nove paesi la settimana scorsa hanno votato a favore della vendita di GM sul territorio dell’Unione: una decisione che compromette un pieno accordo futuro sulla questione.

In ogni caso, la scoperta dei rischi per la salute a seguito della ricerca condotta dalla Monsanto ha intensificato il dibattito riguardo all’eventuale necessità di ulteriori indagini per stabilire la sicurezza del grano in questione. I medici sostengono che l’alterazione sanguigna riscontrata nei roditori possa significare che, o il sistema immunitario dei ratti è stato danneggiato, oppure si è sviluppata una forma tumorale ccontro cui le difese naturali non sono state in grado di combattere.

La dottoressa Vyvyan Howard, biologa cellulare specializzata in genetica molecolare presso l’Università di Liverpool, sostenendo come i risultati dello studio suscitini profonda preoccupazione, ne ha richiesto la pubblicazione.
Il dottor Michael Antoniu, esperto in genetica molecolare presso la Medical School del Guy’s Hospital, descrive le scoperte come “assai preoccupanti dal punto di vista medico”, aggiungendo: “Sono rimasto sorpreso dalle numerose differenze riscontrate [negli esperimenti con cibi GM e non sui ratti]”.

Sebbene la Monsanto abbia liquidato le anomalie nei ratti come “irrilevanti in quanto rispecchiano soltanto cambiamenti fisiologici”, una fonte governativa britannica ha affermato che alcuni ministri sono stati turbati dalle scoperte e hanno chiesto di ottenere maggiori informazioni a riguardo.

Gli ambientalisti interpreteranno la scoperta come una rivendicazione della ricerca britannica di sette anni fa, la quale riscontrò come i ratti che si erano nutriti di patate GM avessero accusato di pesanti danni alla salute. Quando quella ricerca, che era stata vigorosamente condannata dai ministri e dall’establishment scientifico britannico, fu esposta, il Dottor Pusztai, lo scienziato autore delle controverse scoperte, fu obbligato al pensionamento da un immenso scandalo sollevato a seguito delle sue dichiarazioni.

Il Dottor Pusztai descrisse una “lunga lista di differenze sostanziali” tra le caratteristiche fisiologiche dei ratti nutriti con GM e quelle dei ratti alimentati con cibo tradizionale, sostenendo come si evincesse chiaramente che il cibo GM causava danni alla salute.

Il nuovo studio riguarda un tipo di grano denominato MON 86,3m, modificato dalla Monsanto con l’obiettivo di proteggersi contro quei parassiti che la compagnia descrive come “alcuni tra i più nocivi insetti infestanti i semi di grano di tutto il mondo”.

A questo punto qualunque decisione di consentire la vendita del grano GM sarà causa di un allarme diffuso. I dettagli completi della ricerca sui ratti sono compresi nel documento principale che la Monsanto rifiuta di rilasciare, dato che “il documento contiene alcune informazioni confidenziali che potrebbero essere utilizzate dai nostri concorrenti a scopo commerciale”.

Ieri un portavoce della Monsanto ha riferito: “ Se qualcuno tra i contestatori delle biotecnologie ha dei dubbi sulla credibilità di questi studi dovrebbe sollevarli con coloro che le regole le stabiliscono”.
E, in realtà, il grano MON 863 non lo si scopre oggi, ma è già stato approvato, in quanto ritenuto sicuro, da altre nove autorità internazionali a partire dal 2003”.


Fonte: http://news.independent.co.uk/world/science_technology/story.jsp?story=640430
Traduzione a cura della redazione di Nuovi Mondi Media



maggio 24 2005

LE FURBIZIE SMASCHERATE
ANDREA BONANNI


da Repubblica - 24 maggio 2005

LE DECISIONI annunciate da Eurostat, che rivedono al rialzo deficit e debito italiani per il 2003 e il 2004 oltre la soglia del 3% prevista dal Trattato di Maastricht, introducono una nuova discriminante nel quadro della disciplina collettiva di bilancio dell´Unione monetaria. Proprio come a scuola, ci sono i Paesi che ce la fanno a rispettare i criteri, e quelli che non ce la fanno. Ma poi, tra i bocciati, ci sono anche i Paesi che rispettano almeno le regole di condotta, cioè di trasparenza dei conti pubblici, e quelli invece che presentano conti alterati per nascondere le magagne.

Furbizie smascherate

Da ieri l´Italia rientra ufficialmente, oltre che nella prima, anche in questa seconda e ancor meno onorevole categoria. Insieme con la Grecia, che è stata "pizzicata" già qualche mese fa. E con il Portogallo, in cui il nuovo governo socialista ha fatto controllare i bilanci dalla Banca centrale e scoperto come, tolte le una tantum, ci sarebbe un "buco" enorme e nascosto, che supera il 6%.
L´Italia, invece, è stata smascherata proprio dall´esecutivo comunitario, che si era rifiutato di certificare i bilanci pubblici del 2003 e del 2004. Ma i guai per il nostro governo potrebbero non finire qui. Infatti lo sfondamento accertato riguarda solo tre casi presi in esame e per i quali Roma ha fornito i dati richiesti: il rimborso sulla cartolarizzazione degli immobili, i "prestiti" di Infrastrutture Spa alle Ferrovie e gli anticipi richiesti ai concessionari d´imposta. Altre tre questioni, ha spiegato ieri Eurostat, restano sotto esame in attesa che il Tesoro dia i chiarimenti ripetutamente sollecitati da Bruxelles. Tra queste c´è anche la contabilizzazione delle spese per cassa o per competenza, problema già sollevato anche dalla Banca d´Italia, il cui impatto sui conti pubblici potrebbe essere molto elevato.
"L´esito di questo esame - scrive Eurostat - potrebbe portare ad una ulteriore revisione al rialzo del deficit del governo per il periodo tra il 2001 e il 2004". Gli anni pregressi che finiscono sotto inchiesta passano così da due (2003 e 2004) a quattro (2001-2004). E l´entità dello sfondamento potrebbe rivelarsi superiore a quella già accertata.
La sentenza emessa ieri da Eurostat, dopo aver consultato un comitato tecnico composto da esperti nazionali che ha espresso identico parere, spiana la strada alla proposta della Commissione di aprire la procedura per deficit eccessivo contro l´Italia. Lo sfondamento del tetto di Maastricht, se si aggiungono i due anni già trascorsi ai prossimi due per i quali è previsto un deficit di oltre 3,6% nel 2005 e 4,6 nel 2006, non è certo né "modesto" né "momentaneo": i due requisiti che possono evitare l´apertura di una procedura. Anche per i ministri, che a luglio dovranno valutare la richiesta della Commissione, sarà difficile mostrarsi indulgenti verso l´Italia, soprattutto se nel frattempo saranno emerse altre irregolarità contabili nel periodo 2001-2004 che copre tutto l´arco del governo Berlusconi.
Ma il problema non è tanto l´apertura di una procedura di infrazione, che sarebbe anzi auspicabile in quanto obbligherebbe alla disciplina un governo manifestamente restio a misurarsi con la realtà dei conti pubblici. Altri Paesi, come la Francia e l´Olanda, hanno sfondato in passato il limite del deficit pubblico e hanno poi saputo riportare i propri bilanci entro i parametri previsti. Il problema a questo punto diventa di immagine e di credibilità. Due aspetti che non possono essere sanzionati legalmente ma ai quali le agenzie di rating internazionali sono molto attente.
Il governo socialista greco e quello conservatore portoghese che avevano fornito cifre fasulle sono stati cacciati dagli elettori.
E dunque i nuovi ministri di Atene e Lisbona possono presentarsi davanti ai mercati e ai colleghi europei se non con i conti, almeno con la coscienza a posto.
Il nostro governo non solo ha presentato dati inattendibili almeno dal 2003 (e forse dal 2001, l´anno stesso in cui è entrato in carica), ma non ha perso occasione interna ed esterna, con dichiarazioni del presidente del Consiglio e dell´allora ministro dell´Economia Tremonti, per vantarsi d´esser riuscito a rispettare i parametri monetari mentre altri paesi, come la Francia e la Germania, li avevano sfondati. Ora scopriamo che l´unica differenza è che Parigi e Berlino avevano ammesso apertamente le loro responsabilità di fronte all´opinione pubblica nazionale e di fronte ai partner europei. Mentre il governo Berlusconi ancora una volta era stato più "furbo" degli altri.
Toccherà adesso ai contribuenti italiani pagare il prezzo di questa furbizia, colmando un buco del quale il Parlamento non era stato informato. E dovranno augurarsi che il danno fatto da questo governo alla credibilità del Paese non si trasformi in un peggioramento del rating internazionale del debito pubblico. Perché in tal caso, oltre al danno, dovranno pure pagare gli interessi.




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Ds Milano - Rassegna stampa


Referendum solo 4 su 10 hanno già deciso di andare a votare
SEGUE A PAGINA 16



da Repubblica - 24 maggio 2005

Astensionismo relativo
ILVO DIAMANTI

COLPISCE il contrasto fra densità etica e realismo tattico, che caratterizza questa campagna referendaria. Fra la complessità delle questioni in gioco e la pragmatica semplificazione delle strategie adottate, dagli attori in campo. Da un lato, c´è la sostanziale radicalità dei temi, che scavano nei valori, nelle fedi, nelle identità e nelle basi della vita sociale. Il principio della vita, la natura del legame genitoriale, lo spazio della scienza e l´autonomia degli individui: oggi nella "procreazione"; domani, forse, di nuovo, in tema di aborto. Dall´altra c´è la natura stessa dello strumento usato per "risolvere" le questioni. Il referendum. Che, da circa vent´anni, si riassume nell´alternativa fra abrogazione e astensione. Perché, com´è noto, un referendum è valido se vi partecipa la maggioranza degli elettori aventi diritto. Chi intende vanificare gli obiettivi di un referendum, per questo, preferisce usare, sempre più spesso, l´astensione "patologica" - quel 20% di elettori che non vota mai - come un "bonus", da sfruttare trasformando il "no" in ulteriore "non-voto". È quanto è avvenuto anche in questa campagna referendaria.
SEGUE A PAGINA 17


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ASTENSIONISMO RELATIVO
Solo il 5% disponibile a ritenere vincolanti le indicazioni della Chiesa
È una conferma: molti cattolici vivono la religione in modo "privato" anche sui temi bioetici
(SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)

Oggi, come mostra il sondaggio condotto da Demos-Eurisko la settimana scorsa, il risultato si presenta ancora aperto, perché è ampia l´incertezza sulla partecipazione al voto. Quattro elettori su dieci, infatti, si dicono certi, o quasi, che andranno a votare. Gli altri, invece, si dividono equamente, fra chi è certo di astenersi e chi, invece, non ha ancora deciso che fare. Da ciò il paradosso, che vede la Chiesa "impegnata" a promuovere l´astensione. E, per questo, asseconda quella miscela di disagio e distacco, che pervade la società, su questi temi. Perché la tentazione astensionista, fra gli elettori, è alimentata da due diverse difficoltà. La difficoltà di comprendere le questioni poste dal referendum, che acuisce l´indifferenza. La difficoltà, per chi riesce a cogliere il senso dei problemi, di trovare risposte coerenti. Il che alimenta il dubbio soggettivo e suggerisce, alle persone, la "defezione" come via di fuga.
Ciò spiega, in parte, perché il 70% degli elettori ammettano di seguire il dibattito sul referendum con grande disattenzione. Segnala distanza, ma anche scelta e autodifesa soggettiva, di fronte a problemi che scuotono la coscienza. Naturalmente, mancano tre settimane alla data del voto; e tre settimane di campagna elettorale possono contribuire a informare, chiarire, mobilitare. Anche a questo d´altronde, servono i referendum. A creare sensibilità, dibattito su "questioni" rilevanti per il nostro tempo. Tuttavia, l´impressione è che il dibattito resti sottotraccia, come protestano - a ragione - i radicali. Un po´ perché sui media gli viene attribuito uno spazio molto ridotto. Poi, perché i partiti, anche quelli di centrosinistra, si muovono in modo prudente, su questo terreno. Condizionati dall´orientamento dei loro elettori, che è, comunque, diversificato, nel merito. E dalla resistenza, generalizzata, fra i cittadini (come dimostra l´indagine) ad accettare l´indicazione dei partiti su questi argomenti. D´altronde, anche la Chiesa, che ha sostenuto la legge 40, sta affrontando la campagna elettorale senza enfasi. In nome del realismo politico, professato dal cardinale Camillo Ruini, fa pressione direttamente sugli attori politici, in Parlamento, come una lobby, mentre, in ambito sociale e politico, preferisce "astenersi". In tutti i sensi. Promuovere l´astensione elettorale significa, infatti, limitare il conflitto e la polemica. Perché ogni polemica e ogni conflitto - e ogni campagna militante - rischia di sortire l´effetto opposto. Alimentare l´interesse, la passione, la comprensione; e quindi incentivare la partecipazione elettorale, limitando l´astensione. D´altronde, sottolinea il sondaggio Demos-Eurisko, solo il 5% degli italiani si dice disponibile ad ascoltare le indicazioni della Chiesa sul referendum, mentre poco meno del 30% sostiene che la Chiesa dovrebbe "astenersi" - appunto - dall´intervenire su queste materie (e, in generale, dalle questioni politiche e legislative). Sei italiani su dieci, invece, riconoscono alla Chiesa il diritto di esprimersi, ma non di "vincolare" le scelte personali, che vengono, invece, ricondotte alla coscienza personale. Ritorna, così, la questione, già sollevata altre volte, riguardo al rapporto fra gli italiani e la Chiesa; fra gli italiani e la religione. Per molti cattolici, o meglio: per molti che si dicono cattolici, la religione è vissuta, espressa, in modo privatizzato. Come un codice di regole e di valori non prescrittivo, ma descrittivo: una sorta di mappa che permette alle persone di orientarsi, nella vita quotidiana e nella realtà sociale. Non come una bussola che fissa i punti cardinali dell´etica e della fede. Così, sulle questioni affrontate dal referendum e, più in generale, sui temi della bioetica, gli italiani si affidano alla coscienza (2 su 3), ma anche alla scienza (1 su quattro), assai meno alla Chiesa (6%). Quasi per nulla agli attori politici (1%).
L´astensione, oltre che una via politicamente legittima, appare, quindi, alla Chiesa, una scelta quasi necessaria. Per rassegnazione. Un modo di riconoscere che i cattolici che frequentano i riti e i luoghi della Chiesa sono una minoranza sociale. E che, anche fra di loro, è alta la componente dei teo-non: coloro che ascoltano i sacerdoti e i loro insegnamenti ma, all´atto pratico, fanno a modo loro. Decidono da soli. Non per altro, la componente più decisa a fare campagna referendaria, battendosi attivamente per le ragioni del "no" - in nome dei principi della bio-etica cristiana - sono gli "atei devoti", i teo-con del Foglio.
Per questo, diventa interessante verificare se, come molti si attendono, il Papa interverrà, su queste vicende, nelle prossime settimane. In occasione della visita a Bari o della prossima assemblea della Cei. Lo temono, in particolare, i sostenitori del "sì". A torto. La parola di Benedetto XVI, ove risuonasse alta e forte, contribuirebbe ad alzare il grado di attenzione e di mobilitazione sul referendum. E attribuirebbe all´astensione il significato di una scelta "assoluta", militante. In contrasto profondo con il "dio relativo" degli italiani, ma anche con l´"astensionismo relativo" della Chiesa.


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atlante politico
Referendum a 10 punti dal quorum
E un terzo degli elettori non ha ancora deciso se votare o no
Sondaggio Demos-Eurisko: i partecipanti "potenziali" alla consultazione del 12 giugno arrivano al 40%
Trend elettorali sempre più favorevoli al centrosinistra. Nel maggioritario distacco di undici lunghezze: 52-41
ROBERTO BIORCIO, fabio bordignon

A tre settimane dal voto, l´esito dei referendum sulla fecondazione assistita appare ancora altamente incerto. Tutti i dati sembrano confermare che la vera battaglia, ancora una volta, si giocherà sul raggiungimento del quorum: una elevata porzione di elettorato è infatti ancora sospesa tra voto e non-voto. Proiettando invece lo sguardo alla sfida elettorale del 2006, i trend elettorali vedono un ulteriore rafforzamento del centrosinistra, sulla scia del successo alle regionali. L´"effetto-Catania" sembra essersi riassorbito, sul piano nazionale, nel giro di pochi giorni. Sono questi i dati salienti che emergono dalla terza indagine dell´Atlante politico, realizzato da Demos-Eurisko per la Repubblica.
I referendum del 12-13 giugno. L´astensione è, senza ombra di dubbio, uno dei fenomeni più difficili da "catturare" attraverso i dati di un sondaggio. Troppi sono i fattori che concorrono a distorcere il risultato delle interviste: "rumori" che, nel caso dei referendum, tendono addirittura ad amplificarsi, in virtù della specificità di questo tipo di consultazione (e della relativa "unicità" di ogni appuntamento referendario). Circa il 36% degli italiani si dice intenzionato a recarsi alle urne per i referendum sulla fecondazione assistita, e un altro 4% propende per la partecipazione al voto. L´area dell´astensionismo comprende, invece, il 30% degli intervistati. Si tratta - come anticipato - di un dato da valutare con estrema cautela. Gli elettori, innanzitutto, palesano ancora un certo disagio nel manifestare l´intenzione di disertare le urne. Permane, inoltre, un´ampia porzione di indecisi, prossima al 30%. Del resto, una persona su cinque confessa di non essere a conoscenza neppure dell´imminente chiamata al voto, e meno di tre persone su dieci stanno seguendo il dibattito sul tema.
Il quadro, con ogni probabilità, assumerà contorni meglio definiti nel corso delle prossime settimane, con la possibilità di sensibili cambiamenti rispetto ad oggi. A ridosso del voto, crescerà il livello di informazione su un tema indubbiamente ostico per il cittadino medio, oltre che spinoso per le implicazioni di ordine etico. Diventeranno più chiare (anche per l´intensificarsi del dibattito politico e mediatico) le ragioni del "sì" e del "no", oltre alle possibili implicazioni del non-voto. Allo stato attuale, tra i probabili votanti sembrano prevalere le posizioni dei comitati promotori. Per tre dei quesiti referendari - utilizzo di embrioni per la ricerca; numero di embrioni per la fecondazione assistita; fecondazione eterologa - i "sì" godono di un discreto vantaggio. Solo per il quarto quesito - il meno definito, comunemente riassunto nel nodo dei "diritti dell´embrione" - si registra un maggiore equilibrio nelle preferenze espresse. Il peso dei favorevoli all´abrogazione dell´attuale legge aumenta, tuttavia, al crescere della determinazione a recarsi alle urne. Una tendenza che si consoliderà, verosimilmente, con l´approssimarsi del voto, quando parte dei no potrebbe tradursi, per scelta strategica, in astensioni.
Il quadro politico. Gli orientamenti di voto attuali degli italiani mostrano una evidente continuità rispetto alle tendenze registrate negli ultimi mesi. Ma emergono anche importanti novità, in gran parte attribuibili agli effetti della netta vittoria del centrosinistra alle recenti elezioni regionali. A gennaio avevamo registrato un distacco del centrodestra sul centrosinistra di 6 punti percentuali, salito a 8 nel mese di marzo. Nelle elezioni regionali di aprile l´Unione ha ricevuto, nel complesso, quasi 9 punti percentuali in più rispetto alla Casa delle Libertà. Ora le scelte di voto per il centrosinistra superano quelle per il centrodestra di 11 punti percentuali. Il trend sfavorevole per la CdL sembra così continuare, con una accelerazione dovuta agli effetti sul clima politico delle elezioni regionali. Emergono anche altri importanti segni di novità. Si impennano le aspettative di vittoria per il centrosinistra. Anche tra gli elettori di centrodestra, prevale l´aspettativa di una vittoria dell´Unione alle prossime elezioni politiche. Per la prima volta dal 2001, la fiducia nell´opposizione risulta più diffusa di quella per il governo. Anche gli orientamenti di voto per i singoli partiti confermano queste tendenze. E´ nettamente cresciuto il consenso per il complesso delle liste che fanno riferimento all´Unione, mentre si è ridotto quello per i partiti di centrodestra, con l´eccezione del voto per l´Udc.
E´ difficile per ora distinguere con nettezza fra il consolidamento di una tendenza in corso da molti mesi e gli effetti delle elezioni regionali, che possono mantenersi nel tempo e rafforzarsi perché coerenti con il clima di opinione generale. A condizione, naturalmente, che non vengano messi in discussione da una crisi politica dell´Unione. Un evento in controtendenza - l´elezione del sindaco di centrodestra a Catania, molto enfatizzata dai media - ha invece avuto a livello nazionale un effetto limitato, riassorbito in pochi giorni. Tra gli elettori di centrodestra avevamo registrato, per un giorno, una crescita nelle aspettative di vittoria della CdL, e un aumento nella fiducia per il governo. Questi valori sono però tornati ai livelli precedenti dopo soli due giorni. E, d´altra parte, le elezioni di Catania non hanno prodotto alcun effetto rilevabile sulle altre aree dell´elettorato.









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Ds Milano - Rassegna stampa


Prof. Siniscalco, rifletta
La redazione de lavoce.info


Tecnici e politici

I tecnici nel campo dell’economia che si pongono al servizio della politica svolgono due funzioni fondamentali. Primo, aiutano a mettere in luce i vincoli che stanno di fronte alle scelte di politica economica e a curare i dettagli permettendo che i provvedimenti siano coerenti e ben disegnati rispetto alle finalità stabilite dalla politica. Secondo, i tecnici, in quanto vincolati a un preciso obiettivo istituzionale, come la tutela della trasparenza dei conti pubblici e il rispetto dei trattati sottoscritti dal nostro paese, possono resistere alle pressioni di breve respiro della politica, impedendo che questa conduca a scelte che si rivelerebbero incoerenti con quegli stessi obiettivi.
Nella congiuntura attuale e alla luce dello stato precario dei nostri conti pubblici, ci sarebbe davvero bisogno di persone che svolgano queste funzioni. L’ampliarsi dello spread fra Btp e Bund segnala che i mercati sentono forte il bisogno di garanzie. Ma diversi episodi fanno pensare che oggi nell’esecutivo non ci siano più spazi per esercitare queste funzioni. Il ministro Siniscalco, spesso si autodefinisce un tecnico. Ma oggi non ha più la possibilità di decidere l’agenda di politica economica del Governo. Ha perso anche il potere di veto. Meglio forse allora avere un ministro politico che giochi allo scoperto. Almeno sarebbe direttamente responsabile di fronte agli elettori e ai mercati.

Tanti, troppi episodi

Che in questo Governo non ci sia spazio per le competenze tecniche è dimostrato dalle tante nomine varate in questa legislatura, dai vertici della Consob, ai consiglieri Antitrust, a quelle lottizzate dei consiglieri Rai. Alcune di queste nomine sono state varate con il suggello dello stesso ministro dell’Economia. Come l’operazione che ha portato all’allontanamento di Vittorio Mincato dai vertici dell’Eni e alla costituzione di un consiglio d’amministrazione dell’azienda petrolifera in cui nessun consigliere di nomina governativa ha alcuna esperienza in tema di energia. Basta la vecchia politica per un risultato del genere: non abbiamo bisogno di un "tecnico".
Siniscalco ha anche lasciato vacante per dieci mesi il posto di Direttore generale del Tesoro. Quando si è deciso a trovare un sostituto, lo ha fatto consentendo che la Ragioneria generale dello Stato si privasse di una guida autorevole, in grado, anche per i rapporti di Vittorio Grilli con il Quirinale, di meglio resistere alle pressioni dei politici. Si noti che solo un mese fa Siniscalco aveva negato risolutamente la possibilità di questo avvicendamento alla guida della Ragioneria.


Conti poco trasparenti

Siniscalco si era presentato con un’operazione verità sui conti pubblici ed eravamo stati i primi a complimentarci con lui per questa scelta di rottura nei confronti delle pratiche del suo predecessore. Ma ha poi presentato dati incompleti nella Trimestrale di cassa, formulando per la prima volta una forchetta di stime sul deficit 2005 anziché una stima puntuale. Per poi contraddirsi con una nuova operazione verità nella sua audizione parlamentare della scorsa settimana, in cui ha di fatto ammesso che la forbice era solo un artificio retorico per mascherare lo sforamento del tetto del 3 per cento. Del resto, due operazioni verità per uno stesso ministro sono troppe. Significa che a un certo punto la verità non si è detta. La recente bocciatura Eurostat può aggravare il sospetto che i conti non siano sotto controllo: era dal 1995 che il rapporto debito/ PIL non aumentava.

Nessun potere di veto

A novembre Siniscalco ha dovuto accettare, obtorto collo, una manovra di riduzione dell’Irpef che non voleva. Anche in questo caso, eravamo stati i primi a sostenerlo nel suo richiamo allo stato dei nostri conti pubblici. La resa è stata poi su tutti i fronti: la manovra sull’Irpef non è stata elaborata dai tecnici del ministero, ma dagli esperti economici dei partiti. Il risultato è stata una manovra pessima, indipendentemente da ogni considerazione sulla validità o la tempestività dell’intervento. Il conflitto politico tra Forza Italia, che voleva una forte riduzione delle aliquote, e An e Udc che chiedevano invece una manovra attenta alle esigenze delle famiglie, ha generato, alla fine di un lungo braccio di ferro, un improbabile connubio tra deduzioni per gli oneri familiari decrescenti nel reddito e variazioni nelle aliquote per i vari scaglioni. Con la conseguenza di dar luogo ad aliquote effettive marginali d’imposta erratiche e altalenanti, con punte elevate in corrispondenza dei livelli bassi di reddito. Un pasticcio degno di un paese sottosviluppato, piuttosto che di una moderna economia avanzata. Nessun tecnico decente (e ce ne sono molti di bravi nel ministero dell’Economia), lasciato a se stesso, avrebbe mai avvalorato un simile intervento. Con un po’ d’attenzione, le stesse finalità distributive e di gettito avrebbero potuto essere ottenute introducendo minori distorsioni nell’imposta.

Un ministro commissariato

Da ultima vi è la previsione di un "comitato politico ristretto" che dovrebbe affiancare il ministro nel definire la copertura della manovra sull’Irap. Il comitato sarà formato da esperti economici di tutti i partiti dell’attuale maggioranza. Certo, la scelta degli interventi è eminentemente politica. Tuttavia, la costituzione di quest’organismo ha il sapore di una messa sotto tutela politica del ministro. Speriamo che questo si limiti alla sola determinazione degli indirizzi generali degli interventi, senza sconfinare nella stesura dei dettagli degli interventi stessi. C’è il rischio che l’ingerenza della politica in questa fase produca di per sé una bassa qualità tecnica dei provvedimenti, così come è avvenuto con l’ultima riforma Irpef. Se ciò si ripetesse con l’Irap, le conseguenze sarebbero gravi. Come ricordato in recenti contributi, interventi sull’Irap, anche solo su parte della base imponibile, sono comunque destinati a generare importanti effetti redistributivi, sui prezzi, sulla traslazione dell’imposta, sulla finanza regionale, sulla coerenza del sistema tributario complessivo, che devono essere attentamente valutati per definire gli interventi appropriati di copertura. Affidare questi giudizi tecnici a un gruppo di politici interessati soltanto al proprio guadagno elettorale di breve respiro è molto pericoloso. Ricordiamo che si tratta di interventi cospicui: fino a 15-16 miliardi di euro per il prossimo triennio.


Quindi?

Ci troviamo dunque di fronte a una situazione paradossale e inquietante. Abbiamo un ministro dell’Economia "tecnico", che è ora chiamato solo a coprire di fronte agli elettori e ai mercati scelte compiute da altri. Si dice che sia il predecessore di Siniscalco, Giulio Tremonti, a decidere di nuovo in via XX Settembre. Non ne sentivamo la mancanza. Ma se è davvero lui a decidere, è bene che lo faccia apertamente, prestandosi al vaglio degli elettori e difendendo le proprie scelte di fronte alla Commissione europea e agli investitori. E se la presenza di Siniscalco può servire, prima facie, a rassicurare i mercati, a questi ultimi non può sfuggire chi davvero tiene le redini della politica economica. Forse è il tempo di riflettere, caro Professore.




Sull'orlo del...

Ma le difficoltà per l'Italia non sono finite qui. Le notizie che giungono da Bruxelles rischiano infatti di innescare una pericolosa reazione a catena, andando a peggiorare anche il rating sul debito italiano. A preparare l'Italia al peggio è Nick Eisinger, analista di Fitchratings, il cui voto sull'affidabilità dei conti italiani è al momento di 'AA' con outlook stabile. L'analista ha definito "improbabile" un'azione immediata per adeguare il rating agli ultimi dati sull'andamento del deficit e, soprattutto, del debito in rapporto al Pil, ma ha fatto capire che un intervento avverrà quasi certamente dopo la "quasi inevitabile manovra-bis in autunno che dovrà essere piuttosto ampia".

Traduzione: Il debito pubblico torna a salire al 106% e passa del Pil. Siamo a un passetto da quel meno di cui si diceva...stangata in arrivo. Non si può dire di no. E Berlusconi ne uscirà definitivamente bollito? ....Temo (per lui, non per noi) di sì. www.caravita.biz

Previti condannato, Berlusconi ne tragga le conseguenze
ANTONIO DI PIETRO

Con la conferma della condanna in appello dell'Onorevole Cesare Previti - seppure per uno solo dei capi di imputazione per cui é stato giudicato - é giunta l'ora di affrontare politicamente, e speriamo definitivamente, l'anomalia istituzionale che lui ed un ben determinato gruppo di persone che gli girano attorno, a cominciare dal Premier Silvio Berlusconi, rappresentano per la stabilità, la credibilità e il rispetto delle regole democratiche nel nostro Paese.

Per una riflessione più approfondita dovremo ovviamente attendere le motivazioni dei giudici della corte di appello Milano, che da un lato ha assolto tutti gli imputati per l'affare Lodo Mondadori e dall'altra li ha condannati in relazione al caso Imi-Sir. In ogni modo, "a caldo", riteniamo sconcertanti e fuorvianti i complimenti e la soddisfazione espressa da alcuni amici degli imputati al momento della lettura della sentenza. La legalità non é una vittoria a punti, ma il rispetto rigoroso della legge sempre e comunque e il fatto che si sia giunti ad una condanna per un solo reato anziché per due, non diminuisce la gravità del fatto, che é e resta tale (non fosse altro perché Cesare Previti, é un parlamentare e perché é ora provato che le sue accuse ai pubblici ministeri erano ingiuste e strumentali).

Dalla lettura del dispositivo, si possono comunque già trarre alcune semplicissime e sconcertanti constatazioni: la questione infatti, non é solo giudiziaria come é stato continuamente ripetuto in questi anni, ma anche squisitamente politica. E' ora di smetterla con quest'ipocrisia, propria anche dei partiti di opposizione, ed affrontare i fatti, confermati in appello appunto, per quello che sono: Previti e la sua allegra brigata di amici, hanno corrotto dei magistrati disonesti per favorire i loro interessi.

Perché è questo il punto cruciale di tutta la questione: Previti oggi é stato condannato a "soli" sette anni di reclusione, poiché la sua responsabilità nel processo Imi-Sir é stata provata ed accertata. In questa vicenda, qual é stato il preciso ruolo degli altri protagonisti coinvolti? Chi ha fornito a Previti centinaia di migliaia di dollari per corrompere giudici disonesti? Indipendentemente dalla sentenza poi, é compatibile il suo ruolo pubblico e quello del suo dante causa Silvio Berlusconi, con le funzioni proprie della massime cariche istituzionali che ricoprono ?

Questa sentenza, al di là di ogni polemica legata alla normale dialettica politica, non é forse la constatazione tangibile e di buon senso, dell'immoralità e dell'indegnità dei tanti amici del Presidente del Consiglio che sono seduti in Parlamento e si fanno chiamare "onorevoli" e che nel paese normale, quello vero, considerata la loro fedina penale, non potrebbero fare nemmeno il vigile urbano o il bidello in una scuola? (Nel senso tecnico del termine, giacché questi ultimi, se condannati non potrebbero neanche partecipare a concorsi pubblici, mentre tutti possono essere candidati al Parlamento italiano, anche se condannati).

Non sono forse queste stesse persone, che ossessionate solo dal dover risolvere i loro problemi giudiziari, finché erano in tempo, hanno sprecato le loro energie e le risorse del Paese per sfornare leggi ad hoc, ridurre i tempi di prescrizione, depenalizzare il reato di falso in bilancio, delegittimare la magistratura, approvare condoni fiscali ed edilizi, bloccando di fatto, in questi anni, lo sviluppo del Paese che di ben altri, strutturali interventi aveva bisogno?
Berlusconi non si é mai dissociato dall'operato del suo uomo di fiducia, ma anzi in ogni pubblica occasione gli ha sempre testimoniato la propria solidarietà e condivisione. Questa sentenza ora gli impone quanto meno un obbligo morale, oltre che politico: quello di rassegnare immediate dimissioni, ma siccome non viviamo in un paese nomale, questo fatto non si produrrà.

Spetta quindi alle opposizioni, colpevoli a nostro avviso di essere state fino ad oggi eccessivamente tiepide su questa questione, di accollarsi questa responsabilità politica e di affrontare con serietà il problema, ammettendo che a questo punto non siamo più solamente di fronte ad una questione giudiziaria, ma di vero e proprio rispetto delle regole della nostra democrazia.www.centomovimenti.com/


LUIGI CRESPI AD AFFARI: "IL NO DI RUTELLI AL LISTONE HA RILANCIATO BERLUSCONI"

"Lo scontro tra Prodi e Rutelli può portare veramente a un'inversione di tendenza elettorale. Il risultato che ha ottenuto il presidente della Margherita è quello di aver rimesso in gioco Berlusconi, che aveva ormai le spalle al muro. Con questa operazione il Cavaliere è in grado di vincere nel 2006. Il valore principale dell'Unione era appunto l'unità della coalizione, ma dopo il voto dell'assemblea dei Dl potrebbe venire meno la fiducia degli elettori". Così l'opinionista ed ex sondaggista Luigi Crespi, intervistato da Affari, analizza la situazione politica italiana, dopo lo strappo di Francesco Rutelli sulla lista Uniti nell'Ulivo. E sull'ipotesi del presidente della Margherita futuro leader del Centrodestra dice: "Perché no, se riuscisse a mettere insieme i Dl, l'Udc e l'Udeur...".

Le vittorie di Catania e Bolzano rappresentano un'inversione di tendenza favorevole alla CdL?
"Credo che non siamo ancora di fronte a questo. E' un'affermazione comunque importante per il morale delle truppe del Centrodestra. Non abbiamo, però, elementi per dire che l'elettorato è tornato a votare per l'attuale maggioranza".

Secondo lei, l'Unione non ha commesso l'errore di non presentare una mozione di sfiducia contro il governo dopo le Regionali?
"Più che altro l'errore gravissimo del Centrosinistra è quello di presentarsi diviso e conflittuale. Non è una questione di mozione di sfiducia".

Si riferisce allo scontro Prodi-Rutelli?
"Quanto sta accadendo può portare veramente a un'inversione di tendenza. Il risultato che ha ottenuto Rutelli è quello di aver rimesso in gioco Berlusconi, che aveva ormai le spalle al muro. Con questa operazione può vincere ancora. Il valore principale dell'Unione era appunto l'unità della coalizione, ma dopo il voto dell'assemblea della Margherita potrebbe venire meno la fiducia degli elettori".

Si spieghi meglio...

"La cosa grave è che Prodi e il suo progetto vengono messi in discussione dal suo stesso partito. Ma il Professore deve rispondere alla richiesta di unità fatta a gran voce dalla base dell'Unione, che mal sopporta le divisioni interne dopo quanto è accaduto nel 1998".

Lei ha dichiarato che Rutelli potrebbe diventare il leader del futuro Centrodestra. Non le sembra un po' azzardato?
"E' una battuta, ma potrebbe capitare. Se Rutelli mettesse insieme l'Udc, l'Udeur e la Margherita la cosa potrebbe realizzarsi. Anche Tremonti dal centro è passato a destra. Lo stesso Buttiglione ha fatto cadere il primo governo Berlusconi e poi è diventato ministro nel Berlusconi-bis nel 2001. E poi come dimenticare Mastella, il mago di queste operazioni trasformistiche? L'area democristiana, che sta in mezzo ai due Poli, è estremamente intercambiabile".

Ma questa operazione potrebbe realizzarsi entro le prossime elezioni politiche?
"Credo che undici mesi siano francamente pochi. Ma non è detto che in futuro questo non accada. D'altra parte, Rutelli ha più cose in comune con Fini che con Bertinotti. Al di là della battuta, l'area di centro è sempre in movimento e le trattative sono all'ordine del giorno".

Ma nel breve termine, a cosa mira il presidente della Margherita?
"O ha fatto calcoli di partito e di egemonia all'interno della coalizione, oppure ha commesso l'errore tragico di pensare che Berlusconi sia ormai finito a prescindere dall'indebolimento della leadership di Prodi".

Il caso Bologna è un altro nervo scoperto del Centrosinistra...
"Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Prima il Prc sostiene Prodi, poi gli amici di Rifondazione gli occupano la Fabbrica del programma".

Venendo alla CdL, riuscirà Berlusconi a costruire il partito unico?
"Qualcosa di nuovo combinerà. Rischia di presentarsi con una quantità di novità utili a ottenere un buon risultato. Berlusconi ha guadagnato in competitività e oggettivamente può pensare a una sortita e non contare solo morti e feriti".

Follini dopo il caso del 'dissidente' Raffaele Lombardo non esce indebolito dalle elezioni di Catania?
"L'affermazione di Lombardo è legata principalmente a una condizione locale. Certo, indica un disagio dei due Poli che non sono capaci di rappresentare gli interessi reali della gente. Lombardo sa rappresentare bene la sua gente ma è difficilmente spendibile a livello nazionale, visto che non avrebbe nemmeno un parlamentare".

Il prossimo presidente della Repubblica sarà ancora Ciampi?
"Vediamo intanto chi vince le prossime elezioni, ma dubito che Ciampi sarà ancora al Colle".

Daniele Riosa

Affari Italiani Lunedí

Misteri di guerra
Due giornalisti e un libro sull’Iraq che raccoglie le zone d’ombra della guerra sporca





Quando la guerra in Iraq sarà finita, anche se quella data pare molto lontana, potremo forse rallentare la velocità con la quale siamo travolti dalle informazioni e riflettere con calma sulle molte, troppe zone d'ombra che questo conflitto lascia dietro di sé. Paolo Cucchiarelli e Vincenzo Mulè hanno provato a rallentare prima, per capire o solo per non smarrire elementi fondamentali per analizzare in futuro questo conflitto. Come una persona che prende appunti durante una conferenza o un'intervista, i due giornalisti mettono nero su bianco date, testimonianze, documenti e indiscrezioni che sfrecciano veloci sotto gli occhi, sempre meno attenti, dei 'telespettatori di guerra'.

La guerra sporca. Il buon giornalismo, più che alle risposte, dovrebbe badare alle domande. Il cosidetto 'giornalismo investigativo', che fà sempre meno proseliti, consiste proprio nel non fermarsi alle apparenze e nell'andare a fondo alle vicende. Altrimenti si fa comunicazione, non informazione, e spesso si opera come comunicatori dei vertici militari. Il libro di Cucchiarelli e Mulè (al cui sforzo giornalistico andava riservato un editing più accurato) tenta esattamente di fare questo, raccogliere dati e analizzare fatti più che dare risposte. Questa guerra, per l'impari forza delle compagini militari in campo, non è stata per un solo minuto una guerra tradizionale. Quella è forse davvero finita il 1 maggio del 2003, quando un Bush raggiante dalla portaerei Lincoln annunciava al mondo che “la missione era compiuta”. Il giorno dopo però è cominciata una guerra sporca, fatta di sovrapposizioni e intrecci complessi. Dove un operatore di una organizzazione non governativa è uguale a un militare, visto che entrambi vanno in Iraq in 'missione umanitaria'. Oppure dove un giornalista free-lance, animato da quella curiosità che spinge alcuni uomini su strade poco battute, si trova in un gioco più grande di lui.

Il sacrificio di Enzo. Come Enzo Baldoni. Anche nel suo caso Cucchiarelli e Mulè non hanno risposte da dare, ma raccolgono tutti i dati a disposizione sulla vicenda. E allora, sempre per il futuro, restano sul campo elementi inquitanti. Perchè il commissario straordinario della Croce Rossa Italiana, Maurizio Scelli, sostiene d'ignorare la fine del collaboratore di Diario nonostante la testimonianza diretta del funzionario CRI De Sanctis che afferma esattamente il contrario? Perchè la macchina diplomatica che si è attivata per gli altri ostaggi italiani di questa sporca guerra, per Baldoni non ha battuto un colpo? Perchè il rapimento di Enzo è finito in una tragedia mentre altri no? Tante domande, nessuna risposta. Ma qualche ipotesi. I giorni della scomparsa di Baldoni, come ricordano i due autori, sono quelli dell'attacco a Najaf, simbolo sacro per l'Islam. Violare la città che custodisce le spoglie mortali dell'imam Alì, punto di riferimento degli sciiti di tutto il mondo, sarebbe esattamente quello che i fautori dello 'scontro delle civiltà' auspicano. Il Vaticano no, da sempre si è opposto a una guerra di aggressione. Papa Giovanni Paolo II, con la sua voce flebile e forte, si è sempre opposto a questa guerra. Secondo la ricostruzione dei due giornalisti, probabilmente Baldoni si è trovato al centro di un gioco diplomatico su tanti, troppi tavoli. Iran e Vaticano, CIA e Italia, Stati Uniti e Moqtada al-Sadr. Come ci si è trovato? Per la sua volontà d'acciaio, tipica di chi ama il giornalismo, d'intervistare Moqtada e, pur di raggiungere questo scopo, per aver accettato di fare da 'postino'. Sadr tenta la carta della disperazione, cinto d'assedio dalle forze della Coalizione, provando a fare giungere al Vaticano una richiesta d'aiuto. Affidata a una lettera che Baldoni avrebbe dovuto consegnare a Scelli, da sempre ben introdotto in Vaticano, che si sarebbe occupato di farla giungere ai responsabili della politica estera vaticana. Ma alla fine un accordo si trova e l'assalto alla moschea di Alì è scongiurato. Probabilemente questo è costato la vita a Enzo? O ancora la sua morte era un monito per chi provava a fare da ponte tra Islam e Chiesa Cristiana? Cucchiarelli e Mulè non lo sanno, ma fanno quello che devono. Prendono nota di tutto.

Le due Simone. Comunque una certezza sulla morte di Baldoni c'è. Lo hanno accusato di essere una spia. Come capita a tutti in una guerra dove i ruoli vengono scientificamente confusi. Anche alle cooperanti internazionali, anche alle due Simone. Icone di uno slancio umano a fare il gesto più naturale per una persona: non sparare, ma aiutare. Le ragazze, che lavoravano per una ong presente da anni in Iraq, temevano qualcosa. Cercavano protezione, parlando con gli iracheni. Spiegavano che loro erano a Baghdad per aiutare, non per spiare. Nulla di più difficile da dimostrare nell'Iraq della 'liberazione'. Le rapisce, prelevandole dal loro ufficio, una squadra speciale, di professionisti. Arrivano a colpo sicuro e volgiono loro, con tanto di elenco di nomi. Le portano via e, dopo un periodo che pare infinito, le liberano. Con una sceneggiata degna del miglior regista di Hollywood. La moschea sullo sfondo è un messaggio chiaro: “Non vogliamo che gli italiani siano sacrificati per l'America. Vogliamo che il Vaticano e i musulmani si adoperino insieme per porre fine allo spargimento di sangue in Iraq”. Un Corano e una pistola. Scegliete voi. Gli attentati in serie contro gli edifici cristiani sembrano una risposta, ma la domanda che Mulè e Cucchiarelli si fanno è un'altra. Perchè i bersagli preferiti del fantomatico Esercito Isalmico in Iraq, sono proprio le persone che più si adoperano contro la guerra? Perchè i terroristi sceglierebbero una strategia suicida a livello di comunicazione. Cioè quella di dare dell'Islam un'immagine barbara e terribile? Ancora una volta risposte non ci sono, ma i due autori meticolosamente prendono nota di tutto. Anche del fatto che, adesso come nel Sudamerica dilaniato tanti anni fa, c'era John Negroponte. Non ci sono risposte, ma solo domande. www.peacereporter.net/
Christian Elia

Tensione in Forza Italia dopo uno studio che evidenzia come nemmeno le roccheforti del Nord sono più al sicuro
CROLLO NEI COLLEGI, LA CDL CAMBIA LA MAPPA

Patto tra i centristi dei due poli per fare fronte comune nella corsa al Qurinale
L'accordo tra ex dc eviterebbe di contrapporre sul territorio candidati moderati
Partito unico, al lavoro un gruppo di esperti per la road map da portare sul tavolo dei leader
Crepe anche in Lombardia e Veneto
Drammatico quadro a Roma città
ROMA - «Prima viene le divisione dei collegi e prima si attuerà il processo di riunificazione della Cdl». Giulio Tremonti ripete ormai da qualche giorno lo stesso invito fatto dalla platea del convegno di Liberal. II suggerimento del professore ed ex ministro, parte dalla constatazione che il processo di unificazione del centrodestra debba partire dal basso, ovvero da coloro che sul territorio dovranno raccogliere i voti. Al suggerimento non è però estranea la constatazione dei forti mugugni che serpeggiano in Forza Italia da quando è cominciato a circolare lo studio, elaborato sui dati del ministero dell'Interno, che spalma il voto delle elezioni regionali e delle Europee sui collegi.

Il quadro che ne esce per gli eletti azzurri sarebbe a dir poco drammatico e non basta a consolare i parlamentari il fatto che Berlusconi riconduca la sconfitta del 3 e 4 aprile ad un fatto amministrativo, aggravato dalla sua scelta di non impegno. Solo piccole e sparute roccaforti si salverebbero dalla debacle. Anche molti dei sicurissimi collegi della Lombardia e del Veneto sarebbero tornati in discussione. Reggerebbe qualcosa in Liguria, qualche altro fortino ci sarebbe nel Lazio, mentre anche le Marche farebbero la fine di Emilia Romagna e Umbria. Drammatica la situazione a Roma città. Lo sconfortante quadro è stato oggetto di un'analisi approfondita compiuta giorni fa da un gruppo di parlamentari azzurri che avrebbero anche deciso di ponderare meglio lo studio, inserendo il dato dei candidati-presidente della Cdl, che da soli hanno raccolto sulle schede elettorali consensi senza l'indicazione del partito.

La preoccupazione dentro Forza Italia è fortissima e la rassicurazione di Berlusconi - «ognuno verrà confermato nel suo collegio»-non fa che aumentarla, visto che per alcuni azzurri le percentuali sono senza scampo. «Nel mio collegio siamo sotto di venti punti, ci vorrebbe un miracolo», commenta sarcastico un sottosegretario. E' quindi probabile che entro breve scatterà la corsa a cambiare collegio, nella speranza di trovarne uno migliore, o di assicurarsi la rielezione nel proporzionale. Se poi si dovrà dare spazio alle liste autonomiste, ai Radicali di Pannella e alle varie schegge partorite dalla Cdl in questi anni (Mussolini, Rotondi, Rauti), il problema potrebbe vieppiù complicarsi. «Berlusconi dovrà come minimo rinunciare a un centinaio di parlamentari», ragionava nei giorni scorsi l'ex ministro Pomicino che non ha ancora deciso se aderire alla Dc di Rotondi.

Il progetto di partito unico dei moderati complica ancor più la faccenda, perché molti collegi potrebbero essere rivisti e in altrettanti si dovrà procedere a forme di desistenza con i partiti che potrebbero allearsi con il nuovo partito dei moderati. C'è però una nuova forma di desistenza che preoccupa il Cavaliere. Quella che potrebbe prendere forma tra i centristi dei due schieramenti e che qualcuno dentro Forza Italia attribuisce alle monovre di due esponenti della Margherita come Lusetti e Marini. In buona sostanza l'idea sarebbe quella di non dividere nei collegi il voto moderato facendo un accordo tra centristi in modo da non contrapporre candidati moderati ed ex Dc degli opposti schieramenti, ma di spargerli il più possibile sul territorio. La frantumazione dei soggetti politici di centro che sta avvenendo dopo il voto a Catania - vedi il movimento di Lombardo e l'uscita di Carollo in Veneto da Forza Italia - mirerebbe quindi a moltiplicare i candidati di centro in modo da portare nel prossimo Parlamento consistenti gruppi nei due poli che potranno essere determinanti in alcune scelte fondamentali.

A Berlusconi non sfugge che la prima scelta importante alla quale sarà chiamato il nuovo Parlamento è l'elezione del nuovo capo dello Stato, prospettiva che affascina ancora il premier. La sfida centrista in atto nei due poli rischia quindi di intrecciarsi proprio su questo punto e potrebbe trovare nuovo vigore qualora il referendum sulla procreazione assistita dovesse fallire per mancanza di quorum.

Purtuttavia Berlusconi è deciso a portare sino in fondo il progetto di partito unico e ha fissato per il 15 settembre la data ultima per sciogliere il nodo. Il dibattito che si svilupperà durante l'estate dentro il centrodestra non lo preoccupa, perché genera fibrillazione nella parte avversa e mette la sordina ad altre e forse più importanti questioni che si agitano nel Paese.

Per alimentare la discussione il premier ha incoraggiato l'avvio di una sorta di commissione di studio (Bondi, Cicchitto, Frattini, Adornato, Nania, Gasparri, Buttiglione e D'Onofrio) che dovrà stabilire la road-map che porterà al partito unico della Cdl che dovrà allearsi con la Lega e con i partiti regionali. Appena pronto il progetto scatterà una nuova riunione con i leader e sarà quella la base sulla quale i singoli partiti della Cdl dovranno esprimersi.

di MARCO CONTI

Il Messaggero

Clementina Cantoni: Il governo afghano si dice fiducioso, ma la trattativa si complica...
di Ugo Marini

Kabul, Continuano le rassicurazioni sul buon esito dei negoziati, si annunciano svolte imminenti, si conforta la famiglia dicendo che Clementina "è viva e sta bene". Ma la trattativa non decolla. Ed è ormai chiaro che non c'è solo Timor Shah, il fantomatico ex poliziotto passato al più fruttuoso mercato dei sequestri, dietro al rapimento della Cantoni, la cooperante italiana, presa in ostaggio una settimana fa a Kabul. A dettare le regole ci sarebbe un gruppo politico organizzato, componenti del complesso mosaico etnico e tribale afghano. Per la liberazione dalla cooperante della "Care International", anche soldi e la liberazione di alcuni detenuti sono da giorni sul tavolo della mediazione. (foto ANSA)

Richieste che sarebbero state già accettate dal presidente afghano Karzai. L'ultimatum sulla sorte della donna è scaduto ieri alle 16.30 ora italiana e il ministero dell'Interno afghano, attraverso il suo portavoce Luftullah Mashal, si è affrettato a convocare una conferenza stampa per fare sapere che la situazione resta sotto controllo e che le autorità "stanno facendo di tutto per garantire la liberazione".

L'identità dei responsabili è ormai accertata, così come il covo. Strumenti satellitari avrebbero individuato da giorni il luogo dove sarebbe tenuta nascosta la donna ma la Farnesina e gli uomini del Sismi continuano a ritenere il blitz altamente pericoloso, anche perchè è la prima volta che la tecnica dei sequestri viene "esportata" in Afghanistam e non si possono sapere le reazioni dei sequestratori.

La situazione non si sblocca perchè dietro al rapimento ci sarebbero anche due personaggi noti nella galassia dell'estremismo islamico che controllano il distretto di Paghman, a nordovest di Kabul, e la provincia di Logar. Della banda avrebbero un peso anche altri due fondamentalisti islamici del distretto di Shakandaria. Mettere sotto scacco Karzai, e costringerlo a scanedere a compromessi dato che non può negare "assistenza" agli alleati amerticani, è il primo obiettivo.

Fonti anonime rivelano che la banda sarebbe al corrente di quanto viene deciso dall'unità di crisi. Una talpa? È spuntato anche un documento di intelligence in base al quale l'ambasciata italiana a Kabul aveva diramato avvisi ai connazionali sul rischio di rapimento proprio nei giorni in cui è stata rapita la Cantoni.

Con il passare dei giorni la situazione rischia di complicarsi sempre di più. Non a caso è arrivata ieri la sollecitazione del presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, che nel ringraziare Karzai dell'impegno, indirettamente chiede una stretta finale. Il governo di Kabul è soprattutto impegnato a smentire voci sempre più incontrollate. Smentita l'esistenza di un video girato dai sequestratori che mostra le condizioni di salute dell'ostaggio.

Sembra invece certo che a rapire - e liberare dopo quasi un mese - i tre osservatori dell'Onu sia stato proprio Timor Shah. La comparazione fonica delle voci con le ultime telefonate fatte dal rapitore coincide. L'ex poliziotto dunque non avrebbe nessuna fretta di concludere. Alza il prezzo. E attende.

Mentre nella capitale le vedove continuano a mobilitarsi chiedendo che Clementina venga liberata il prima possibile e nel distretto 7, il più povero della città, prosegue da parte delle Ong la distribuzione di generi alimentari, attività in cui ha visto impegnata fino al giorno del rapimento la cooperante italiana.

Ugo Marini
redazione@reporterassociati.org




Il flagello del nazionalismo
di Howard Zinn
Il nazionalismo non è forse uno dei grandi mali del nostro tempo tanto quanto il razzismo o l'odio religioso?
Non posso togliere dalla mia mente le recenti immagini di comuni cittadini americani seduti su una sedia, pistole in grembo, che montano una guardia non ufficiale nei pressi della frontiera con l’Arizona per tenere lontani i messicani.

C’era qualcosa di terribile nel rendersi conto che, in questo XXI secolo, il secolo della “civilizzazione”, abbiamo diviso quello che credevamo essere un unico mondo in circa 200 entità, disposte ad arrestare o a uccidere chiunque attraversi una frontiera.

Non è forse il nazionalismo – questa devozione a una bandiera, a un inno, a una frontiera, fiera al punto tale da generare uccisioni di massa – uno dei grandi mali del nostro tempo tanto quanto il razzismo o l’odio religioso?
Queste forme di pensiero - coltivate, alimentate e indottrinate sin dall’infanzia - sono sempre state utili a coloro che stanno al potere, e mortali per coloro che del potere non dispongono.

Uno spirito nazionalista può risultare benefico in una nazione piccola, che manca di potere militare e di brame espansionistiche (Svizzera, Norvegia, Costarica e molte altre). Ma in un paese come il nostro, bramoso e in possesso di migliaia di armi di distruzione di massa, ciò che dovrebbe dimostrarsi un orgoglio inoffensivo si trasforma in un arrogante nazionalismo, pericoloso per gli altri e per noi stessi.

La nostra popolazione è stata educata a credere che la nostra nazione sia diversa da tutte le altre, che sia un’eccezione nel mondo, moralmente unica. Una nazione che si espande verso altre terre portando civilizzazione, libertà, democrazia.

L’autoillusione è iniziata presto.

Quando i primi colonizzatori inglesi arrivarono nelle terre indigene della baia del Massachussets e affrontarono la resistenza, la violenza esplose in una vera e propria guerra portata avanti contro gli indios Pequot. L’uccisione degli Indiani sembrava avere l’approvazione di Dio, l’appropriazione delle loro terre pareva un comandamento della Bibbia.
I puritani citarono un salmo che recitava: “Chiedi e ti sarà dato, il pagano per la vostra eredità, gli estremi confini della terra per il vostro possesso”.
Quando gli Inglesi incediarono il villaggio Pequot e massacrarono uomini, donne e bambini, il teologo puritano Cotton Mather commentò: “Si suppone che quel giorno non meno di 600 anime Pequot siano state mandate all’inferno”.
È stato il nostro “Destino Manifesto, assegnatoci dalla Provvidenza, a far estendere i confini del continente”, scrisse un giornalista durante la guerra messicana. Dopo l’invasione del Messico, il New York Herald scrisse: “Crediamo che civilizzare questa splendida nazione sia parte del nostro destino”.

Il nostro paese si è sempre mosso secondo propositi considerati benevoli. Abbiamo invaso Cuba nel 1898 per liberare i cubani e siamo entrati in guerra con le Filippine per, mutuando le parole del Presidente McKinley, “civilizzare e cristianizzare” il popolo filippino.
Mentre i nostri eserciti perpetravano innumerevoli crimini in quel paese (almeno 600 mila persone morirono nei pochi anni del conflitto), Elihu Roort, il nostro segretario di guerra, disse: “Il soldato statunitense è diverso dai soldati degli altri paesi sin dall’inizio della guerra. Egli è posto a guardia della libertà e della giustizia, della legge e dell’ordine, della pace e della felicità”.

Al nazionalismo si conferisce una forza speciale quando esso gode della benedizione della Provvidenza.
Oggigiorno abbiamo un presidente che, convinto di ricevere messaggi divini, ha invaso due paesi in quattro anni. La nostra cultura è permeata di un fondamentalismo cristiano tanto velenoso quanto quello di Cottom Mather. Si permette l’assassinio di massa di “altri” con la stessa convinzione con cui si accetta la pena di morte per individui accusati di aver commesso determinati crimini.

Un giudice della Corte Suprema, Antonin Scalia, nel corso di un intervento pubblico sulla pena capitale, affermò alla Scuola della Divinità dell’Università: “Per un cristiano non è una cosa dignitosa”.
Quante volte abbiamo sentito Bush e Rumsfeld dire ai soldati in Iraq - loro stessi vittime, ma anche esecutori della morte di migliaia di iracheni - che se muoiono o se tornano senza braccia o gambe, non vedenti, lo avranno fatto per la “libertà” e per la “democrazia”?

Il nazionalismo superpatriottico non è un’esclusiva dei repubblicani. Quando Richard Hofstadter, nel suo libro La Tradizione Politica Americana, analizzò i presidenti statunitensi, scoprì che tanto i leader democratici quanto quelli repubblicani invasero altri paesi e cercarono di estendere il potere degli Stati Uniti su tutto il pianeta.

Gli imperialisti liberali, considerate le loro posizioni riguardo le questioni di politica estera, sono tra gli espansionisti più ferventi e più vigorosi nello sbandierare la loro rettitudine morale. Theodore Roosevelt, un amante della guerra, un grande sostenitore del conflitto in Spagna e della conquista delle Filippine, viene considerato un progressista perchè sostenne alcune riforme interne e si occupò di questioni ambientali. Di fatto, si presentò alle elezioni del 1912 come un candidato progressista.

Woodrow Wilson, un democratico, fu l’esempio dell’apologia liberale delle azioni di forza all’estero. Nell’aprile 1914, in seguito all’arresto di alcuni marinai americani, ordinò di bombardare la costa messicana e di occupare la città di Vracruz. Nel 1915 inviò i marines ad Haiti, e questi diedero inizio a una lunga occupazione, uccidendo migliaia di resistenti haitiani.

Inoltre, inviò alcuni contingenti di marines per occupare, nel 1916, la Repubblica Dominicana. Dopo aver presentato, sempre nel 1916, un programma elettorale di pace, condusse il paese alla mattanza che si stava sviluppando in Europa durante la prima guerra mondiale, affermando come si trattasse di una guerra “volta ad assicurare la democrazia nel mondo”.

Venendo ai nostri tempi, è stato il liberale Bill Clinton agli inizi della propria amministrazione colui che inviò gli aerei bombardieri a Baghdad. Egli fu il primo a evocare il fantasma delle armi di “distruzione di massa” per giustificare gli attacchi aerei sull’Iraq. I progressisti criticano oggi l’unilateralismo di George Bush, ma fu la segretaria di stato di Clinton, Madeleine Albright, colei che affermò di fronte al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che gli Stati Uniti avrebbero agito “multilateralmente quando potevano, e unilateralmente quando dovevano”.

Una delle caratteristiche del pensiero nazionalista è la perdita del senso della proporzione. L’uccisione di 2.300 persone a Pearl Harbor si è trasformata nella giustificazione per ucciderne 240.000 a Hiroshima e Nagasaki. La morte di 3.000 persone l’11 settembre 2001 si è trasformata nella giustificazione per ucciderne decine di migliaia in Afghanistan e in Iraq.

Cosa rende la nostra azione immune dai normali standard di comportamento della decenza umana?

Certamente, dobbiamo ripudiare il nazionalismo e tutti i suoi simboli: le sue bandiere, i suoi giuramenti di lealtà, i suoi inni, e la sua insistenza decantata secondo la quale Dio avrebbe scelto gli Stati Uniti come il paese a cui impartire la sua benedizione.

Abbiamo bisogno di affermare la nostra lealtà verso la razza umana e non verso quella di una nazione. Dobbiamo rifiutare l’idea che la nostra nazione sia differente e moralmente superiore agli altri paesi imperialisti nella storia dell’umanità.

I poeti e gli artisti tra noi sembrano comprendere meglio i limiti del nazionalismo.

Langston Hughes (non ci deve soprendere il fatto che fu chiamato a comparire di fronte al Comitato delle Attività Antiamericane) rappresentò il suo paese in questo modo:

In realtà non sei più vergine da tempo
È assurdo che continui con questa scusa
Sei andata a letto con tutti i grandi poteri
Con uniformi militari
E ti sei portata via la dolce vita
di tutti i piccoli uomini
divenendo uno di più grandi vampiri del mondo
Perché non esci allo scoperto e lo dici
Come hanno fatto Giappone, Inghilterra e Francia
E tutte le altri ninfomani del potere


Indignato per la guerra in Messico e per il fervore nazionalista, Henry David Thoreau scrisse:
“Nazioni! Cosa sono le nazioni? Come insetti, esse brulicano. Lo storico si affanna, invano, per renderle memorabili”.

Nel nostro tempo, Kurt Vonnegut ha collocato le nazioni tra le astrazioni innaturali di quelle che chiama granfalloon e le definisce come una “orgogliosa associazione di esseri umani priva di qualsiasi senso”.

Ci sono sempre stati, nel nostro paese, uomini e donne che credono che gli standard universali del comportamento proprio degli esseri umani debbano essere applicati anche alle altre nazioni. Tale insistenza cerca di raggiungere tutti i popoli del mondo. Fate loro sapere che “i nostri interessi sono gli stessi”, come quando vennero lanciati i palloni sulla campagna dalla Comune di Parigi del 1817.



Fonte: http://www.commondreams.org/views05/0516-29.htm
Traduzione a cura della redazione di Nuovi Mondi Media

Caro Professore,
ero al Brancaccio quando nacque la Federazione e ricordo bene l’atmosfera un po’ dimessa, certamente non degna di quello che poteva essere un grande evento. Era evidente, infatti, che la Federazione nasceva debole, senza un progetto ambizioso di riforma della politica: troppo timida nelle materie delegate, troppo distante dalla “gente” a cui veniva impedito di aderire direttamente al progetto riformista.

Si capiva che quella era una creatura totalmente esposta ai bisogni e alle strategie delle singole forze politiche. Mancava, soprattutto da parte dei partiti l’indicazione netta che quello era l’inizio di una via senza ritorno. Cioè l’inizio di un percorso che avrebbe portato la Federazione verso un soggetto politico del riformismo italiano: la Federazione come concretizzazione del progetto Ulivo. E’ per questo che non mi meraviglia la scelta compiuta dalla Margherita.

L’idea stessa di mantenere, anzi, valorizzare le culture politiche dei partiti conduceva inevitabilmente a questo risultato, non fosse altro perché ognuno dei protagonisti ragiona attraversa le categorie del “noi” e “loro”, noi e gli “altri”, dove evidentemente “loro e gli altri” sono gli alleati. Invece, fin dal 1996, gli elettori del centro sinistra (e non solo) hanno inteso l’Ulivo come il superamento di queste categorie. Allora caro Professore se è vero, come è vero, che la scelta della Margherita ha riportato l’orologio della storia indietro di dieci anni, cioè ad uno schieramento di mera natura elettorale (Unione e Federazione) che non ha più nulla da offrire in termini di “riforma del sistema politico” (a tal proposito non è un caso che l’Unione non abbia un proprio progetto di riforma istituzionale) non è pensabile che questo schieramento sia adeguato ad affrontare il declino italiano.

Ormai nessuno nega il declino, però per darvi risposte adeguate sarebbe necessario un “progetto riformista”, come dice spesso lei, capace di pensare il futuro. Tuttavia sta proprio qui la contraddizione aperta dalla Margherita, cioè l’illusione di poter affrontare questo grave momento del nostro paese con una coalizione dove gli “altri” sono gli alleati, dove il programma di governo non potrà che essere la “sommatoria” delle istanze di visibilità dei nove partiti della coalizione, dove il progetto di “ammodernamento” del paese si scontrerà con le numerose esigenze di difesa degli interessi di rappresentanza dei singoli partiti. D’altro canto proprio in questi giorni l’accordo raggiunto sulla composizione del CdA della RAI dimostra che l’Unione se non è rafforzata da un disegno guida riformista si riduce, appunto, a svolgere il ruolo di difesa della vecchia politica.

Allora Caro Professore Lei che ha grandi meriti per aver introdotto in Italia una speranza di rinnovamento, per aver dato prestigio al paese quando ha guidato la UE, per aver riproposto il percorso della lista unitaria faccia una scelta coraggiosa. Al suo rientro in Italia sia Lei a porre le condizioni a questi partiti, sia Lei a dire che sono loro a sbagliare, sia Lei a dire che la condizione per andare avanti stanno nella introduzione nell’unione e nella federazione di elementi forti di innovazione. Sia Lei a dire che il tavolo alla Cancelli per la spartizione dei Collegi salta e che saranno adottate le primarie per la selezione dei candidati, sia Lei a dire che la Federazione può andare avanti solo a condizione che si faccia la lista unica e che si apra la iscrizione diretta dei singoli cittadini, sia Lei a rimettere in campo un progetto di riforma istituzionale coerente con l’esigenza di darci un assetto che garantisca governabilità e affermi il principio della responsabilità, sia Lei ad indicare fin da oggi che il prossimo governo sarà formato dal 50% di donne e da personale giovane e nuovo, sia Lei ad indicare l’obiettivo di un riscatto etico, morale a cominciare dall’esclusione dalla possibilità di candidarsi per tutti coloro che hanno pendenze penali e che i “transfughi” dal centro destra per poter aspirare a svolgere attività politica nella Unione devono stare in quarantena da ogni incarico politico e pubblico per due anni.

Caro Professore metta sul tavolo questi punti di “programma” e solo se accolti continui a fare il leader dell’Unione. Diversamente da ciò Lei sa bene che la sua leadership sarà ostaggio di logiche e di tattiche tutte interne ai partiti. Il paese è in declino e serve uno scatto di orgoglio, servono tutte le energie (e sono tante), ma per poter fare questo sappiamo ormai molto bene, che con questi politici che giocano al “noi” e “loro” non riusciremo mai nell’impresa. Non serve invece dare copertura alle manovre a cui abbiamo assistito e se Lei continuasse ad essere il leader di questa Unione/Federazione non farebbe altro che buttare a mare il lavoro fatto. La responsabilità verso il paese si può e si deve esercitarla anche abbandonando per lanciare un grido all’intero paese.

Lo faccia caro Professore le saranno grati milioni di elettori che credono in un Ulivo forte e robusto capace di dare speranze a tutti gli italiani: dio sa quanto ce n’è bisogno.www.ulivoselvatico.org/






maggio 23 2005

Braccia rubate all'agricoltura...
Rowena
Dice Sofri che la classe dirigente del centrosinistra è, semplicemente, scema. E' talmente evidente che non ci vogliono raffinate analisi politiche per capirlo. E motiva puntualmente e puntigliosamente questa sua affermazione, in modo tale che, arrivati alla fine dell'articolo non si può che convenire che, sì, la classe dirigente del centrosinistra è proprio scema.
Detto questo, però, Sofri (e tutti noi, che concordiamo con lui) dovrebbe portare fino in fondo il ragionamento, e trarne le conclusioni.
Agli studenti scemi si dà, Moratti permettendo, un insegnante di sostegno; non diventano presidi della scuola.
Gli operai scemi rimangono per tutta la vita alla catena di montaggio, grazie all'art.18, perché altrimenti verrebbero licenzati; ma certo non diventano manager aziendali.
I marinai scemi lavano il ponte della nave, non stanno nella cabina di comando.
Gli scemi del villaggio non vengono più sbeffeggiati sulla piazza principale solo perché siamo tutti un po' più politically correct; ma non li si elegge Sindaci.
I politici scemi sono un danno per il paese, ma una risorsa per l'agricoltura.
Quanto ci vuole perché ridiamo loro la giusta collocazione?www.ulivoselvatico.org


Il ponte di Berlusconi e il tunnel di Cuffaro


di ALERTO STATERA


Altro che Ponte sullo Stretto, antico sogno mussoliniano, mutuato nei decenni prima da Craxi, poi da Berlusconi. Totò Cuffaro da Raffadali, noto zu’ vasa vasa (zio bacia bacia) per i tremila e passa baci che egli stesso dichiarò di aver dispensato agli elettori nella campagna elettorale che lo vide incoronato con un milione e mezzo di voti presidente della Regione Sicilia per il Cdu di Follini, valica a piè pari la vieta retorica meridionalista del Ponte e getta il cuore in Africa.
"Il Ponte si fa", ha garantito per l’ennesima volta Berlusconi, autoprecettatosi per la campagna elettorale del suo gerontologo Scapagnini uscito vincitore a Catania. E si deve fare perché così se uno di Reggio Calabria ha per caso un grande amore a Messina "ci potrà andare anche alle quattro del mattino senza aspettare i traghetti". Ma se uno sciagurato ha una fidanzata poniamo a Tunisi e di notte gli viene l’uzzolo di incontrarla per una cosa magari rapida ma passionale, come fa? Ci pensa zio Totò che, nonostante l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, favoreggiamento e rivelazione di segreti d’ufficio, è un cuore d’oro. E’ lui, l’ex ombra di Calogero Mannino, che sta progettando l’opera che farà impallidire tutti i ponti e i tunnel del mondo, dal Bianco alla Manica, da Shangai alla Normandia, compreso il Ponte sullo Stretto, targato Forza Italia in una Sicilia che il governatore vagheggia di nuovo tutta democristiana.
Il tunnel sottomarino di Cuffaro collegherà la siciliana Mazara del Vallo, anzi Pizzolato, borgata di poveri pescatori disoccupati, con Capo Bon, in Tunisia: due corsie di 150 chilometri, quasi il triplo del tunnel giapponese di Sei Kan lungo un po’ meno di 54 chilometri, destinate ai treni merci guidati dai robot e una terza corsia per i treni passeggeri. Centotrentasei chilometri completamente sommersi e quattro isole artificiali sottomarine di snodo. Costo dell’opera 20 miliardi di euro, più del doppio del Ponte. Ma ci sono già finanziatori ansiosi di sborsare il necessario per far contento il governatore. Sarebbe una cordata di tanti piccoli coreani. Magari gli stessi che dovevano costruire il Ponte sullo Stretto, ma che sono evaporati, o quelli che, secondo le informazioni di Cuffaro, starebbero costruendo il tunnel tra Cina e Taiwan, per fargli fare meglio la guerra, o la galleria sottomarina tra Giappone e Corea.
A progettare il sogno di Totò ha lavorato l’Enea, che ha pubblicato un progetto di fattibilità di 48 pagine con corredino di disegni e di slides per conferenze al Rotary. Non solo per l’Enea il tunnellone è fattibile, ma sarà una mano santa per tutta la Sicilia perché produrrà ben 400 milioni di ore lavorative. Direte: ma come si risolve la noiosa questione costiricavi ? Nessun problema, secondo la relazione, se si pensa alle "potenzialità turisticoarcheologiche delle due sponde del Canale di Sicilia". E chi vedrà tra i viventi questa meraviglia? I nostri nipoti? Niente affatto.Tempo di realizzazione previsto: sette anni. Chissà, si è chiesto Claudio Fava, se nel frattempo sarà riaperto anche il tratto dell’autostrada Messina Palermo inaugurato nel dicembre scorso dal neoministro Miccicchè e subito dopo chiuso perché l’asfalto un po’ taroccato non ha retto al passaggio del terzo Tir.
Totò Cuffaro, detto anche "Puffaro" per la statura piccolina e tondetta, prima di diventare azionista di maggioranza dell’Udc di Casini e Buttiglione, di cui rappresenta circa un quarto, faceva il medico. Poi si lanciò in attività varie e lucrose: non solo gli autotrasporti di famiglia, ma anche le cliniche, l’agricoltura, il vino e il cemento. Se ora gli prende la sindromeLunardi, l’uomo dei tunnel detto El Talpa, se davvero pensa di costruirsi il monumento sottomarino tra l’Europa e l’Africa, ne vedremo delle belle. Al punto che, sfidando l’ironia del New York Times, dovremo invocare: aridateci il Ponte sullo Stretto.
statera@ilpiccolo.it





Studio americano: "L'Italia è vicina al disastro"
REDAZIONE

Dagli Stati Uniti d'America un altro dispiacere per il premier italiano Silvio Berlusconi. Se il Cavaliere chiede a destra e a manca un po' di sano ottimismo nel commentare la salute della nostra economia, gli americani descrivono una situazione veramente allarmante. Un gruppo di esperti economici che lavora per le assicurazioni Aig ha dedicato alcune righe del proprio ultimo rapporto al nostro Paese. Ne è uscita una fotografia imbarazzante per il Governo di Roma.
"L'Italia - hanno sentenziato - è vicina al disastro. Solo una svalutazione dell'euro pari al 20% potrebbe salvarla".
Nel rapporto si legge che il nostro Paese "sta andando incontro a una catastrofica esplosione del proprio debito pubblico".
Secondo gli esperti Usa la situazione dell'Italia è addirittura "peggiore di quella dell'Argentina".

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E nel momento del maggior pericolo economico-politico-sociale cheffa' il Rutelli ? Si autodistingue e corre da solo !!!

NO COMMENT
Aggiungo da repubblica.it

BRUXELLES - Eurostat ha rivisto al rialzo, portandolo al 3,1%, il rapporto deficit-Pil italiano sia per il 2003 che il 2004. A metà marzo l'Italia aveva notificato invece un deficit pari al 2,9% del Pil nel 2003 e al 3,0% nel 2004, che l'Ufficio statistico europeo non aveva convalidato, e rispetto al quale aveva chiesto ulteriori informazioni.

Rivisto al rialzo anche il rapporto debito-Pil italiano sia per il 2003 che per il 2004, portato rispettivamente al 106,5% e al 106,6%. A metà marzo l'Italia aveva notificato invece un debito pari al 106,3% del Pil nel 2003 e al 105,8% nel 2004.

La notizia è stata diffusa oggi dallo stesso Ufficio statistico europero, che ha reso noti i risultati della consultazione avviata presso il Cmfb (Committee on Monetary, Financial and Balance of Payment Statistics) per accertare la contabilizzazione di tre voci di bilancio.

Eurostat ha precisato altresì che la revisione è "provvisoria" e di attendere ulteriori informazioni dall'Italia, relative ad altre voci dei conti pubblici, che "potrebbero portare a un ulteriore revisione al rialzo del deficit del governo per il periodo 2001-2004", a causa dell'"incoerenza tra i dati di cassa e di competenza" e delle "discrepanze statistiche nei conti pubblici".

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L'Italia sta crollando, il csx ha stravinto le elezioni regionali ed il governo è ancora al suo posto!! Il csx tutto dovrebbero dare spallate violente a questo governo, farlo cadere e tornare a votare per salvare l'Italia...

Invece che fa il csx?!?! Qui si deve emigrare!!Solo qualche minuto prima che arrivasse questa "bella" notizia facevo presente la gravità della posizione economica e finanziaria dell'Italia.

Un'intera classe dirigente politica è assolutamente
"cieca" 1) all'aspetto nel senso che non è tecnicamente in grado di avvertire la serietà di determinate situazioni 2) o in malafede, nel senso che pur timidamente avvertita, non adotta comportamenti conseguenti.

Il professore non ha alternative, come dicevo qualche mese fa in occasione delle schermaglie che vedevano ancora rutelli lanciato sulla tangente:

1) o rilancia mettendosi a capo di una sua iniziativa politica
2) o molla, dal momento che il compromesso con gli attuali dirigenti gli impedirebbe di fatto l'azione.

Mediare, ora, in questa situazione, equivale alla paralisi.




IL CORAGGIO DI UNA SCELTA
ANDREA BONANNI


da Repubblica - 23 maggio 2005

GERHARD Schroeder non ci sta a fare l´anatra zoppa. Proprio in quella che potrebbe essere la sua ultima decisione strategica, il cancelliere tedesco sfodera una tempra da statista che non sempre ha dimostrato. Due ore dopo la catastrofica sconfitta nel Nord Reno-Westfalia il leader socialdemocratico indice elezioni anticipate un anno prima della scadenza. Ma è un anno, spiega, che il Paese non può permettersi di perdere: «Per il proseguimento inevitabile della politica di riforme necessarie a rafforzare la crescita e a creare occupazione sono persuaso che sia indispensabile un chiaro sostegno della maggioranza dei tedeschi».

Il coraggio di una scelta

E, poiché il governo socialdemocratico sembra aver perso la fiducia degli elettori, chiama i cittadini ad esprimersi sul futuro della Germania: il vuoto politico non può durare più di qualche mese.
Il paragone con le vicende italiane di un governo sfiduciato dagli elettori ma abbarbicato alle poltrone in spregio al Paese e ai suoi bisogni, è fin troppo facile e amaro. Ma il punto più importante sul quale riflettere è forse un altro. Nel giro di pochi mesi, dall´inizio dell´anno ad oggi, Spagna, Gran Bretagna, Francia e Germania hanno dato alla classe politica italiana, di destra e di sinistra, alcune lezioni su come si gestisce il consenso in una moderna democrazia europea.
In Spagna il governo socialista di Zapatero ha affrontato il referendum sulla Costituzione europea senza paura di annunciare e varare una serie di riforme chiaramente invise alla Chiesa e al vasto elettorato cattolico del Paese. In Gran Bretagna Tony Blair è andato alle elezioni senza fare un solo passo indietro rispetto alla sua decisione, contestatissima e impopolare, sulla guerra in Iraq. In Francia tra una settimana il presidente Chirac si gioca il destino politico suo e della nazione in un difficilissimo referendum sulla Costituzione europea, contro la quale si è formata una specie di santa alleanza della peggiore vandea di destra e di sinistra. In Germania Schroeder non esita a riconsegnare il governo agli elettori piuttosto che rinunciare a portare avanti le profonde e dolorose riforme sociali di cui il sistema tedesco ha bisogno per tenere il passo con l´Europa e con la competizione globale.
Gli esiti di queste scommesse saranno probabilmente molto diversi. Zapatero ha vinto oltre ogni previsione. Blair ha pagato un prezzo molto elevato, anche in termini personali, per la sua scelta. Chirac e la Francia potrebbero uscire a pezzi dal referendum costituzionale. Schroeder, infine, va incontro ad una sconfitta apparentemente annunciata. Ma ciò che accomuna queste scelte non è il risultato, bensì il coraggio politico di sottoporre agli elettori le proprie decisioni strategiche senza blandirli, senza inseguire il consenso a qualsiasi prezzo, senza cercare di aggirare, eludere o cortocircuitare la sovranità popolare.
Diciamoci la verità: viste da Roma, osservate con l´occhio cinico di quei nipotini di Machiavelli che costituiscono con rare e notevoli eccezioni la classe politica italiana, queste sono scelte da marziani. Un Paese dove con indiscussa decisione bipartisan è stato escluso il referendum popolare sulla Costituzione europea, dove una larga parte della classe politica, scimmiottando la Conferenza episcopale, predica l´astensione in una consultazione cruciale come quella sulla fecondazione, dove il governo non ha avuto il coraggio di andare alla guerra in Iraq e neppure di restarne fuori, dove la destra insegue i ricatti ora della Lega ora dell´Udc, il centro sembra preoccupato solo di inseguire o di intercettare i possibili transfughi e la sinistra stenta a fare i conti con le proprie frange radicali, gli elettori vengono trattati come clientes da conquistare o da evitare, non come i giudici supremi di scelte politiche coerenti.
Può darsi che questa strategia purtroppo bipartisan si dimostri a volte vincente. Ma poiché in politica ad ogni vittoria di una parte corrisponde la sconfitta dell´altra, l´unico risultato certo di questa filosofia furbetta è l´immaturità speculare dell´elettorato e della classe politica che lo interpella e che ne viene espressa.
Messi di fronte a scelte cruciali Zapatero, come Blair, come Chirac, come Schroeder, hanno affidato il destino dei rispettivi paesi alla responsabilità degli elettori. È possibile, forse anche probabile, che in alcuni casi questi diano una risposta che la storia giudicherà sbagliata. E possibile che tra una settimana gli elettori francesi consegnino l´Europa ad una crisi difficile e releghino il proprio Paese nelle retrovie della modernità. E assai probabile che tra pochi mesi gli elettori tedeschi, irritati dalle riforme sociali di Schroeder, affidino la Germania ad una destra che farà riforme ancora più dure. È certo che a fine anno, dopo l´ondata dei referendum e le elezioni tedesche, l´Europa si troverà profondamente diversa da quello che è oggi, e non necessariamente migliore. Ma sarà quello il risultato della scelta democratica di popoli, che ne sopporteranno nel bene e nel male le conseguenze. Non sarà il frutto di decisioni machiavelliche prese da questa o quella segreteria di partito in nome degli italiani, a cui si continua a cercare di sottrarre la responsabilità del proprio destino.


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VITTORIA DEMOCRISTIANA
Angela e il lungo addio di Gerhard

dal Corriere - 23 maggio 2005

BERLINO - La socialdemocrazia tedesca, umiliata nel fortilizio renano con il peggior risultato di sempre. Il Nord Reno-West- falia, cuore rosso della Repubblica federale, volta le spalle dopo 39 anni alla Spd e si consegna ai cristiano democratici. Dodicesima sconfitta in un’elezione locale, quella di ieri è per Gerhard Schröder anche la più gravida di conseguenze: rifiutando il destino dell’anatra zoppa, il cancelliere tenta di forzare la sorte e si rimette in gioco proponendo elezioni anticipate in autunno.
Quella di ieri non è una sconfitta, è un tracollo. Non è uno scossone, ma un vero terremoto. Non è un crepuscolo, ma la notte di un’egemonia, di un progetto politico, forse anche di un governo e di un cancelliere. Ogni maschera, ogni alibi sono caduti. Anche i Grünen, che fin qui avevano in qualche modo coperto gli insuccessi della Spd, vengono travolti dallo tsunami di Düsseldorf. Ora, in Germania, non c’è più nessun Land governato da una maggioranza rosso-verde. E quella ancora in vita a Berlino sembra soltanto il vuoto simulacro di un progetto generazionale, ormai esangue e prossimo al capolinea.
La vittoria nel Nord Reno-Westfalia mette le ali alla Cdu. Jürgen Rüttgers, ex ministro della Ricerca sotto Helmut Kohl, vince nonostante le troppe gaffe e la maggior popolarità personale del suo rivale, il premier uscente Peter Steinbrück. A consegnargli il potere è stata la paura e l’incertezza di un futuro senza lavoro, l’impatto più psicologico che reale di 5 milioni di disoccupati, 1 milione dei quali proprio in Renania. E’ l’insoddisfazione profonda, la rabbia del popolo socialdemocratico, convinto di essere stato tradito dalle politiche moderniste e filo-imprenditoriali del governo di Berlino, che taglia i sussidi di disoccupazione e riduce le tasse alle imprese. Che fa le riforme strutturali, ma non raccoglie ancora i frutti visibili di un lavoro «sporco», pur inevitabile e necessario.
Rüttgers vince per due. Per sé e per la signora Angela Merkel, presidente della Cdu, che ora potrà coronare, perfino anzitempo, il sogno di sfidare Gerhard Schröder per la cancelleria. Il quale, ancora una volta, coglie tutti di sorpresa.
Schröder avrebbe potuto fare un rimpasto, per far piacere alla sinistra interna che da tempo gli sta sul collo. Avrebbe potuto vivacchiare ancora un anno, accettando la tutela della Cdu nel Bundesrat, la Camera delle regioni dominata dai cristiano-democratici. Ma sarebbe stato costretto a galleggiare pericolosamente tra Scilla e Cariddi, tra la smentita di quanto di buono ha fatto finora e la rinuncia a dare comunque un’impronta sociale alle riforme. Un cancelliere dimezzato, senza più alcuna carta da giocare nel settembre del 2006, data naturale di scadenza della legislatura.
Invece ha scelto l’azzardo, la puntata della vita, il colpo di teatro delle elezioni anticipate, che per il sistema tedesco sono comunque un trauma, perfino complicate da realizzare sul piano costituzionale, non a caso sperimentate solo due volte nell’ultimo mezzo secolo, con Willy Brandt nel 1972 e con Helmut Kohl nel 1983. «Il fondamento politico per la prosecuzione del nostro lavoro è stato messo in discussione», ha detto Schröder per spiegare la sua decisione. Ancora una volta, con grande senso della messa in scena, il cancelliere sembra calarsi nei panni di Lutero: «Hier stehe ich. Ich kann nicht anders», questa è la mia posizione, non posso fare altrimenti.
La verità è un po’ più complessa. Soltanto con l’elettroshock delle elezioni anticipate, Schröder poteva infatti ancora sperare di esorcizzare la sconfitta che incombe, mobilitare dietro di sé un partito in piena turbolenza, cogliere di sorpresa l’opposizione, depotenziare l’effetto mediatico della sconfitta renana, spendere il capitale di simpatia personale che ancora gli rimane e che si dispiega sempre al meglio nella tenzone della campagna elettorale.
Sarà lui contro la Merkel. E a farne le spese, questa volta, potrebbe essere il suo salvatore del 2002, il ministro degli Esteri e leader dei Grünen, Joschka Fischer, ieri distintosi per un assordante silenzio.
Perché, anche se la linea ufficiale sarà quella di un nuovo mandato per i rosso-verdi, l’impressione è quella dei separati in casa, di un amore finito, di un matrimonio d’interesse e non più di una comunità di destini.
Che poi la scommessa del cancelliere riesca, è un altro discorso. A parte la possibilità di primi segnali di una svolta sul fronte economico, una mano a Schröder potrebbe darla ancora una volta la politica estera, se per esempio Berlino in settembre dovesse farcela a ottenere un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Pura speculazione, tema per i prossimi mesi. Ieri sera, in Germania, la percezione prevalente era che fosse cominciato un lungo addio.
Paolo Valentino





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Ds Milano - Rassegna stampa


intervengo a titolo personale dato che a breve il gruppo storico ulivista di
vittorio veneto (fatto di comunissimi aderenti e senza la diretta
partecipazione di partiti politici) si riunira' per decidere cosa fare dopo la
decisione della margherita a livello nazionale.

La prima reazione che ho avuto nella disputa tra casson e cacciari e' stata
banalissima: "eccoli li' che litigano per una sedia". gia' perche' all'origine
del fattaccio c'e' un mancato "rispetto" di una candidatura che per
"tradizione" sarebbe spettata ad un uomo della margherita.
Poi mi sono detto: "sara' mica che bolle in pentola qualcosa di piu'
grosso?".
Detto fatto arriva la mozione di rutelli.
E devo ammettere che ha innescato una serie di riflessioni non del tutto
piacevoli.

Innanzi tutto la battuta del pane e cicoria poteva tranquillamente tenersela,
dato che, incidentalmente, percepisce un generoso stipendio DI STATO e che
riesce ad insultare nella maniera piu' arrogante ed in un sol colpo non solo
chi davvero e' in difficolta' quotidiana, ma soprattutto il lavoro di tutti
gli attivisti del centrosinistra che in tutte le passate tornate elettorali si
sono sbattuti non poco in collegi estremamente sfavorevoli per ottenere dei
risultati a favore del centrosinistra.

Non e' lui in prima linea giorno dopo giorno, anno dopo anno a lavorare
costantemente sul territorio per far si che il centrosinistra possa avere una
opportunita' alle prossime elezioni: siamo noi quelli che possono arrogarsi il
diritto di fare battute sul pane e cicoria (o pane e mortadella), non certo
chi come lui se ne sta beato a roma: che venga lui ogni ogni settimana alla
periferia dell'impero a spiegare i danni che il nano sta facendo, magari casa
per casa, cosi' sa cosa significa guadagnarsi pane e cicoria di cui straparla
a vanvera!

E ancora: preservare una identita' politica come quella della margherita e'
una fesseria colossale: la margherita fino a 3 anni fa non esisteva, ma i suoi
valori "storici" trovano tranquillamente posto in un grande partito di
centrosinistra che non li sminisce ma al contrario li esalta.
Che i signori che han votato la mozione abbiano il coraggio di dire che e'
solo una questione di "careghe" e non la difesa di valori storici cattolici:
detti valori sono patrimonio collettivo e generale e non certo appannaggio di
un solo partito politico, quindi non vedo perche' prendere per il culo
l'elettorato cristiano che molto piu' pragmaticamente e sensatamente
reagirebbe positivamente ad un programma chiaro e davvero vicino alle
necessita' delle persone.

Vogliamo poi parlare della vergognosa campagna acquisti dei centristi e del
centrosinistra?
Bel vantaggio portarsi in casa quelli che fino a ieri stavano dall'altra
parte e che han governato con il nano ed i suoi tirapiedi.
Ma a roma si domandano quanto e' credibile un centrosinistra che per mandare a
casa gente come toto' cuffaro ed i suoi scagnozzi (ed e' un nome tra tanti)
da' spazio chi ha messo su in precedenza gli uomini di arcore?
Bella coerenza: a questo punto iscriviamoci tutti a forza italia che facciamo
prima, no? con questa condotta non siamo poi tanto differenti dal
centrodestra.

E' questo il cambiamento che vogliamo portare?
Lasciare ai soliti posti le solite persone che stanno rovinando l'italia?

Chi partecipa a questa lista e si dichiara moderato o di centro ha ancora un
pizzico di dignita' per dire NO al mercimonio che si sta operando e alla presa
per il culo di una mozione come quella di rutelli?

E ancora: vogliamo vincere le prossime elezioni con un PROGRAMMA CREDIBILE con
una condotta credibile e con dei cambiamenti credibili e salutari per l'intero
paese o con i voti "marci" e lottizzati del signor 100 mila preferenze o degli
amici degli amici che poi devono ad altri amici dei favori?

Ma porca puttana, nel 2005 siamo ancora ridotti a metterci nelle mani di chi
racconta le solite storielle dell' "intercettare il voto della destra
scontenta e moderata con una formazione moderata"?
Ma che vadano tutti al diavolo!
Il paese affonda e questi si preoccupano di tenersi la sedia!

Visto che il signor rutelli dice di aver fatto tanti sacrifici ed e' convinto
di far cassa voti che abbia il coraggio di candidarsi nel 2006 in un collegio
tipo quello di vittorio veneto e non in uno dei soliti collegi blindati tipo
firenze 2: ma dubito abbia il coraggio di farlo: la barzelletta del "separati
prendiamo piu' voti" non regge piu'.
La gente e' stanca e vuole governabilita' e soluzioni concrete a problemi
concreti, non l'ennesima applicazione del cencelli per accontentare i soliti
noti.

Perdonate lo sfogo, ma francamente dopo 10 anni di lotte continue per un paese
migliore e per un centrosinistra migliore mi cascano le braccia (per non dire
altro) quando mi trovo a leggere fesserie come la mozione rutelli.

Ma vogliamo una volta per tutte far progredire questo paese con una classe
dirigente dignitosa e competente che guarda agli interessi di tutti e non di
una parte della popolazione?

Giovanni Favara

Prodi: "L'Ulivo deve salvare l'Italia"
REDAZIONE

"Dobbiamo preparare una coalizione ed un Governo in grado di prendere le decisioni per salvare l'Italia". Lo ha ieri affermato il leader del centrosinistra Romano Prodi, che ha parlato da Mosca con un giornalista del Tg3. Secondo Prodi il prossimo Esecutivo, guidato dall'Unione, dovrà essere capace di dare una sterzata al Paese, e dovrà aiutarlo "a crescere e a cambiare rotta".
"Ho lavorato tanto per l'Ulivo, secondo me è quello lo strumento per fare avanzare l'Italia - ha aggiunto - l'Italia è ormai oggetto di intensa preoccupazione sotto molti aspetti, dalla capacità di tenuta del sistema produttivo alla tenuta dei conti pubblici. È una preoccupazione condivisa e molto profonda. Tutto ciò mi addolora fortemente, ma so che l'Italia ha tutte le energie per potersi riprendere. C'è tanta gente che ha voglia di fare un salto in avanti. Occorre però consapevolezza e coesione".

Ma, ovviamente, le parole dell'ex presidente della Commissione europea sono state subito criticate dagli esponenti della Casa delle Libertà. Il primo a parlare è stato l'azzurro Fabrizio Cicchitto, che ha invitato Prodi a non "cadere nel ridicolo".
"Oggi più che a salvare l'Italia, che non ha affatto bisogno del suo soccorso, deve pensare a salvare l'unità della sinistra, che sta andando in pezzi per dichiarazione dei suoi stessi dirigenti - ha affermato il forzista - del resto che il centrosinistra abbia bisogno di una ciambella di salvataggio è testimoniato dallo stesso Prodi, che ha evocato il rischio di un suicidio".www.centomovimenti.com


Care formichine,

ripartiamo pure da tre ma ricostruiamo la casa ulivista

"Prodi fa' qualcosa di Ulivista" dice Cacciari, ma poi precisa, "La
cosa sciagurata sarebbe che tornasse risentito, deluso, e si mettesse
a costruire la sua casa".
Alla fin fine Cacciari continua a sposare la sua antica tesi
dell'Ulivo con due gambe, ricordate ?
Che cos'è la mossa di Cacciari (la Volpe) a Venezia se non la voglia
di costruire il potere sull'antica centralità cattolica ? Però
Cacciari è un genio e Casson no.
Che cosa è questa mossa di Rutelli (il Gatto), se non la scelta di
rafforzare una gamba, quella di DL La Margherita a spese dei DS? E su
quale valenza ideologica: filosofia cattolica contro filosofia
socialista ? Ma non scherziamo "Il socialismo era ed è vicino alla
dottrina sociale cattolica e ha contribuito alla formazione di una
coscienza sociale.(Parola di Papa Ratzinger) . Se è dal valore della
solidarietà che attinge tanto il pensiero cattolico quanto il
pensiero socialista non è questo il motivo della diaspora. Se non è
per serie questioni ideologiche allora quale è il motivo ? Ma il
Potere, la supremazia dell'ideologia cattolica a tutto tondo. L'unità
dei solidaristi abbiamo visto è un punto di forza non una debolezza
per l'Ulivo. Punto di debolezza dell'Ulivo è la questione della
conservazione del pensiero cattolico universale che configge con il
pensiero liberale individuale . Le gerarchie della Chiesa cattolica
non hanno ancora abdicato al potere temporale. Lo Stato del Vaticano
è la a testimoniare che è così. Ma non basta, il disegno
neoconservaore cattolico ambisce a mettere sotto tutela
(approfittando dalla caduta - non morte - del comunismo) gli stati
moderni d'Europa. Mentre nella Spagna di Zapatero questo disegno sta
registrando una sconfitta, in Italia e in Germania sembra profilarsi
una situazione fortemente favorevole alla sua realizzazione).
Ammassando tutte le forze cattoliche da un lato rispetto a tutte
quelle laiche, liberali e socialiste si vuole verificare la
consistenza della nuova forza cattolica.
La legge 40 è una testimonianza che lo schieramento di centrodestra
era già stato conquistato alla nuova filosofia politica
neoconservatrice cattolica. Il Referendum sta mettendo in discussione
questo potere acquisito. L'attacco furibondo di Ruini è sintomatico
di quanto sia grande la posta in gioco. Le posizioni ambigue di
Prodi e Parisi e quelle astensionistiche di Rutelli sono un chiaro
segno che si stanno ricongiungendo i tronconi cattolici dei due
schieramenti. Volersi contare tanto a destra da parte dell'UDC quanto
a sinistra (UDEUR-La Margherita) è decisivo per le prossime mosse per
la realistica ricomposizione del partito cattolico. Quello che c'è da
aggiungere a questo riguardo è che si spera che la Margherita non si
definisca più Democrazia è Libertà e tolga dal suo albero genealogico
il pensiero liberale. Mentre per quanto riguarda il tasso di
moderatismo di questo nuovo aggregato cattolico scordarsi che sia
moderato come è stata la DC, per quanto riguarda le questioni
attinenti la dottrina della chiesa nel campo libertà individuali sarà
assai fondamentalista e assai vaticano dipendente.
Altro che cattolici democratici, saranno piuttosto cattolico sociali.
Tutto questo scenario contro-riformista si può ancora evitare
spingendo fortissimamente sul disegno ulivista.
Con la scelta ulivista tanto l'elettore quanto il politico cattolico
può compiere la sua scelta di stare con i conservatori o i
progressisti, essere laico o chierico, liberale di destra o di
sinistra, socialdemocratico o cattolico-sociale, e ancora, tout
court, ecologista.
Con la scelta attuale di Rutelli, fatta in buona o cattiva fede,
suffragata o no da Cacciari, questa possibilità il cattolico se la
deve scordare. Nella ricostruita casa del cattolicesimo indistinto
ci vorranno altri 60 anni per potersene tirare fuori. Certo
sorgeranno all'interno posizioni minoritarie cristologiche rispetto
alle strapotenti posizioni ecclesiologiche, proprio come succede
attualmente all'interno della comunità dei cattolici. Ma niente da
fare a riformare dall'interno il Partito cattolico in senso
progressista, così come niente da fare a riformare la Chiesa
Cattolica secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II.
Orunque la soluzione sta proprio nella costruzione della Casa
dell'Ulivo (cassandramente enunciata da Cacciari forse credendo
furbescamente di dissuadere Prodi). Casa dell'Ulivo fusione di tre
culture politiche - ecc., ecc., non più affidata ingenuamente al
disonesto mezzadro Rutelli, ma gestita questa volta direttamente da
Prodi e da tutti coloro che ci credono veramente.
In questi anni io laico, progressista e liberalsocialista ho
incontrato e frequentato i cattolici democratici (laici,
progressisti, liberali, socialisti ed ecologisti) dell'Ulivo tanto
Ulivisti puri, tanto della Margherita tanto dei DS e abbiamo
constatato la possibilità concreta di poter costruire e condividere
assieme il collante ideologico dell'Ulivo prima ancora che un
programma di governo.
Tutti assieme a partire dalla Rete dei cittadini per l'Ulivo dobbiamo
creare velocemente una forza politica Ulivista collocata tra UDEUR-
Margherita (forza cattolica democratica di destra o di sinistra ?) e
i DS ancora troppo divisi tra nostalgici del comunismo i nuovi
socialdemocratici e i liberalsocialisti con venature liberiste).
Ma questa volta Prodi non può sorvolare sul collante ideologico che
deve caratterizzare questa forza ulivista. Il collante ideologico
deve essere esplicitato e deve avere grosso modo queste
caratteristiche valoriali:
Laicità e progressismo
la laicità è un abito mentale e non una adesione di fede tanto che
ci sono assolutisti cattolici, musulmani, atei e agnostici.
Questa caratteristica fa decidere con scienza e coscienza individuale
per esempio sull'attuale referendum sulla legge 40 piuttosto che in
termini confessionali e in base al principio di autorità.
Liberalsocialismo
La filosofia politica del liberalsocialismo è attualmente il solo
possibile collante ideologico dell'Ulivo. Alla libertà individuale si
lega la rete di sicurezza della solidarietà sociale.
Ecologia
Senza una politica ecologica incisiva a livello mondiale oggi è
fortemente a rischio di estinzione la specie umana.
Care formichine, oltre al "volemose bene" costantemente enunciato di
cui attualmente si alzano i toni, ma che sempre pannicello caldo
resta, occorre incidere profondamente col bisturi e, sulle basi di
quanto sopra indicato, farlo in fretta.
Buona politica a tutti.
Luigi Fasce, referente genovese Rete Cittadini per l'Ulivo.


E' finito il tempo dell'incertezza, é arrivato il momento di agire
Lettera di Giacomo Casadio, del Comitato Prodi di Lugo di Romagna




Il 25 Settembre 2004 Prodi ha scritto una lettera intitolata "Troppe resistenze sull'Ulivo: cancellatele o io non ci sarò", ricostruendo le vicende che hanno portato alla costituzione di una lista chiamata "Uniti nell'Ulivo".

"Un soggetto politico, la Federazione dell'Ulivo, al centro e al servizio della più ampia coalizione del centrosinistra, di quella grande alleanza democratica necessaria per mobilitare, anche attraverso le primarie, le straordinarie energie dei movimenti, delle associazioni e dell'intera società nazionale, per vincere le elezioni e, soprattutto, per governare l'Italia sulla base di un comune progetto riformatore."

La conclusione era chiara: "Si dicano i sì ed i no. E si spazzino via tutte le ambiguità, tutte le riserve mentali. Il punto d'arrivo devono essere atti credibili, decisioni e attribuzioni di responsabilità impegnative. Solo quando e se questi impegni saranno stati assunti potremo credibilmente andare avanti nella costruzione del nostro progetto."

Otto mesi dopo è arrivata la prima e destabilizzante risposta della Margherita.

Un brutto NO che rischia di produrre effetti a catena, portando alla fine il progetto dell'Ulivo.

Ma noi chi siamo?

Non siamo quelli che per anni, nei momenti difficili del governo Prodi e poi di quelli successivi, fino allo scempio dei governi Berlusconi, hanno tenuto alto il vessillo col simbolo delle foglie di ulivo?

A Lugo siamo nati come Comitato "Uniti con Prodi" il 27 Febbraio 1995, qualche settimana dopo l'annuncio della candidatura del professore.

Da allora abbiamo rappresentato la società civile, impegnandoci in un confronto a volte aspro con la pretesa dei partiti, dagli zero virgola ai più organizzati, di avere sempre e comunque il diritto di imporre scelte e decisioni che venivano dalle segreterie comunali e provinciali.

Tuttavia le zuffe non si sono mai sopite e noi lì a guardare e a mugugnare impotenti.

Qualcosa però non torna: l'Unione contiene la Federazione, che si chiamava Ulivo e che è nota come Triciclo, anche se i partiti sono quattro, che in certe regioni si dividono e in altre si uniscono. Illuminante chiarezza!!

Valli a capire! Ormai sono gli strateghi elettorali che stabiliscono le scelte: la Campania si e il Veneto no, la Liguria forse e la Sardegna chissà.

Come faranno a governare tutti insieme, riusciranno a mettersi d’accordo, non ci sono troppi galli nel pollaio? Neppure ai tempi della grande Balena Bianca democristiana c’erano tanti gruppi politici a contendersi potere e poltrone, e a pretenderle, se ne erano esclusi. E ogni mese si rischiava la crisi, vi ricordate?

Leggo con attenzione le dichiarazioni dei responsabili politici e scopro che "non possiamo rinunciare alla specificità della nostra proposta", "i nostri elettori non capirebbero", "abbiamo una storia lunga e gloriosa da difendere", "è con orgoglio che rivendichiamo i nostri valori", "abbiamo avuto una flessione alle Europee, ma abbiamo recuperato alle Comunali", "siamo piccoli ma decisivi"e via di questo passo.

Mi assale lo sconforto e si indeboliscono le difese immunitarie.

Guardo le percentuali e noto che in molti casi si aggirano attorno all’uno/due per cento dell’elettorato, un’inezia rispetto al resto. Come faranno a difendere le loro spe-ci-fi-ci-tà se hanno la forza di un rachitico?

Quello che conta sono le idee guida!! Giusto.

Ma, ditemi, chi non è un po’ democratico, un po’ altruista, un po’ ecologista, un po’ solidale, un po’ progressista, un po’ conservatore (beh, ci vuole anche questo), un po’ illuminato, un po’ laico, un po’ religioso (una volta all’anno, almeno a Pasqua)? Chi non si commuove di fronte ai bambini del Ciad, e con la lacrimuccia sul ciglio esce di casa e scansa lo zingarello che gli chiede qualche soldo mugugnando "Ma perché non se ne tornano a casa, che vergogna!"

Di fronte all’uomo nuovo che sorride e pontifica, al genetista che ha modificato il DNA degli Italiani, il primo darwinista sociale nella storia della Repubblica ad occupare una carica istituzionale, noi andiamo al confronto in ordine sparso, con le nostre spe-ci-fi-ci-tà?

E noi ci culliamo nel piccolo vantaggio di corto respiro rimandando la stesura del nuovo progetto per l'Italia che Vogliamo?

E noi consentiamo ancora a quattro-cinque segretari di partito, che rappresentano soltanto i loro iscritti, di scegliere i nostri amministratori senza consultare i milioni di cittadini elettori, a cui si richiede unicamente di certificare accordi già presi nel chiuso di un ufficio?

Se vogliamo essere una coalizione dobbiamo dirlo e mostrarlo ai cittadini, sempre e alla luce del sole. In politica non c’è niente, mai, che debba essere tenuto nascosto ad essi.

Non è ora di immettere aria nuova in quegli uffici, aprendo le finestre alla società civile, suscitando forti passioni e generando grandi entusiasmi, ormai sopiti dalla squallida melassa dell'incultura di destra ?

Lo schieramento progressista è composto da milioni di ottimi cittadini, consapevoli della responsabilità e dell’enorme difficoltà di guidare l’Italia verso un futuro difficile e complicato.

Siamo stanchi di governanti senza scrupoli e senz’anima, siamo stanchi di queste facce gioviali dal cuore spento, siamo stanchi dell’insolenza di chi ha le tasche gonfie di denaro e di promesse vane.

Dobbiamo continuare a credere nell'Ulivo e nella sua forza popolare, al di là delle alchimie politiche di coloro che intendono costruire soltanto il loro personale futuro nei posti di comando.

Anche dall'Emilia-Romagna possiamo elaborare proposte e suggerimenti che continuino a far vincere, sia a livello locale che nazionale, le forze del progresso, per la ricostruzione morale, economica e culturale del nostro paese.

Dobbiamo soltanto crederci e sostenere il nostro convincimento, accanto a Romano Prodi.

E' finito il tempo dell'incertezza, è arrivato il momento di agire.


Giacomo Casadio - Comitato Prodi Lugo di Romagna







Mediaset. La Svizzera boccia i ricorsi: si al trasferimento a Milano di documenti compromettenti
di redazione*

Bermna. Il Tribunale federale ha autorizzato la trasmissione all'Italia di alcuni documenti nell'ambito dell'indagine su Mediaset. L'Alta Corte ha così respinto tre ricorsi presentati da società legate al gruppo della famiglia Berlusconi. Il Ministero pubblico della Confederazione potrà trasmettere alla giustizia italiana nuovi documenti nell'ambito dell'inchiesta sul gruppo Mediaset di Silvio Berlusconi. Il Tribunale federale (TF) ha infatti respinto in blocco tre ricorsi in merito. (All'interno il link ai dispositivi delle sentenze del Tribunale federale svizzero).

Fra le ditte sconfessate, legate all'impero della famiglia Berlusconi, figurano due società fuori dalla giurisdizione italiana (off shore) con sede a Tortola, nelle Isole Vergini britanniche. Inoltre, alcune somme legate a una vasta operazione di evasione fiscale sarebbero state versate su conti aperti in una banca di Lugano. Il filone principale dell'inchiesta avviata dalla procura di Milano riguarda l'acquisto da parte di Mediaset dei diritti di diffusione di pellicole americane nel 1994 e 1995, attraverso società off shore. L'ammontare delle transazioni potrebbe essere stato gonfiato di quasi 170 milioni di dollari.

Berlusconi indagato

Il premier italiano figura fra le 14 persone che potrebbero essere rinviate a giudizio. I sospetti sono accusati a diverso titolo di frode fiscale, falso in bilancio e appropriazione indebita. Fra questi figurano Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, un banchiere ticinese e il responsabile della filiale ticinese di Fininvest, la holding della famiglia Berlusconi. Il figlio e la figlia del «Cavaliere» sono invece sospettati di riciclaggio di denaro.

Lo scorso 3 febbraio, il Ministero pubblico della Confederazione aveva dato il suo accordo per la trasmissione di alcuni documenti sequestrati a Lugano.

Il via libera è stato ora confermato dal TF. In ultima istanza, l'Alta Corte ha respinto gli argomenti delle società ricorrenti, in particolare il rimprovero di aver aperto un'inchiesta in tutte le direzioni al solo scopo di trovare prove. Secondo i giudici, l'importanza e l'utilità dei documenti in questione non lascia dubbi. Il TF ha inoltre confermato la necessità di allargare l'inchiesta, inizialmente aperta per reati di corruzione e di falso in bilancio.

La Corte ritiene che le nuove accuse di frode fiscale, appropriazione indebita e riciclaggio emerse nel corso delle investigazioni sono giustificate, in quanto non modificano la richiesta di assistenza giudiziaria presentata nel 1996, semplicemente la completano attraverso nuovi elementi.

[*Grazie alla redazione di "Swissinfo"]

redazione@reporterassociati.org



Lettera aperta a Francesco Rutelli e Dario Franceschini
*Onorevoli, che tristezza! Credetemi, per un volontario come me ..... oggi é veramente un giorno triste*. (di Nicola Serini, Melfi, Esecutivo Cittadini per l'Ulivo).




Onorevoli,

che tristezza!!!

Credetemi, per un volontario come me che ha dato il suo contributo con passione e convinzione al progetto Ulivo ed ha sempre sostenuto anche il Vostro percorso ritenendolo in sinergia con il primo è veramente un giorno triste, ho contribuito alla costituzione dei comitati Rutelli, ho partecipato al/ai gruppo/i di lavoro di Piazza SS Apostoli sull’Ulivo, ho contribuito ad organizzare le mille cene, …il treno, ecc. ecc., ho creduto in voi e fatto proselitismo.

Non si tratta di ricevere meriti o medagliette né tantomeno di essere unico perché - siamo in tanti e continuiamo a trovare nuovi amici - dopo il rientro di Romano Prodi ed i progetti da lui proposti faticosamente condivisi da…alcuni.

Ma quale "pane e cicoria" - tu -, Francesco dopo la "non vittoria" sei stato indicato e sostenuto quale "Coordinatore dell’Ulivo" e tutti i partiti del progetto hanno contribuito a tenere accesa la fiaccola simbolica di Piazza SS Apostoli, "dotandoti" di una sede e "riconoscendoti" il ruolo di rappresentare il progetto.

Io, insieme a tanti amici abbiamo continuato da "volontari" e "noi si", contando solo sulle nostre forze a diffondere il progetto Ulivo ed a sostenerne i suoi uomini di riferimento.

Tu invece Dario, giravi l’Italia divulgando messaggi di "unità", citavi frequentemente: ..ricominciare in una situazione in cui ogni partito corra contro i propri alleati, significherebbe che ognuno di noi eletto nell’Ulivo nel proprio collegio si dovrebbe presentare contro candidati dei partiti alleati, questa è una delle battaglie alle quali dobbiamo prepararci perché si tratta di difendere il completamento della tradizione in Italia.

o cose tipo: noi dobbiamo essere pronti più come Ulivo che come partiti, a offrire spazi e possibilità di partecipazione per chi tra quelle migliaia di giovani che sono scesi in piazza nei mesi scorsi sceglierà la via dell’impegno politico.

Ed ora? Scopro che è giusto presentarsi divisi, - si raccolgono più voti, si…aumenta il "potere contrattuale"-…nei confronti degli amici; si difende la propria autonomia da chi vuole "accorpare, egemonizzare, - vi siete inventati per raggiungere lo scopo anche dei nemici tra gli amici.

Non vi siete resi conto che la gente, i Cittadini ormai cominciano a ragionare di proprio sia nei confronti della destra ma anche sui giochini di puro potere quali i vostri.

Credete veramente che nessuno noti che dopo le elezioni le Giunte hanno stentato a nascere per i veti e le "trattative commercial/politiche" innescate anche dalla Margherita oltre che dal noto Udeur - transit sul secondo che conosciamo tutti, ma voi?

Avete contribuito al Palalottomatica al lancio di Uniti nell’Ulivo, avete sottoscritto la nascita della FED Uniti nell’Ulivo – solo il 26 febbraio u.s.-, avete fatto campagna elettorale in tal senso (in Basilicata ad es.il 17 aprile – un mese fa…) ed ora votate "mani libere" per intercettare i voti in

fuoriuscita dalla Cdl.

A noi cittadini interessa il progetto, costruire consenso e credibilità su idee, su programmi, su persone capaci di esserne depositarie.

Per noi Cittadini la parola "unità" vuol dire qualcosa, ci crediamo ancora!

Il "raccattare voti" – vecchia repubblica – mi sembrava dovesse rimanere lontano (senza necessariamente demonizzarlo più di tanto, - ma era un "altra epoca" -) e, soprattutto perché insieme, forti

delle esperienze si era deciso che fosse - e per me lo è ancora – importante assicurarsi la "governabilità" prima della stessa vittoria.

Buon lavoro dunque, a Voi ed al gruppo di amici di "percorso" che avete messo insieme, che "fanno maggioranza" - devo darVi atto siete stati bravi, avete senza meno messo insieme il "meglio per esperienza e …credibilità" per diventare "sirene" nei confronti di chi vorrà diventare "quaglia", tanti nuovi "circoli" a futuro sostegno dei …"nuovi" direttori d’orchestra.

Io, nel rattristarmi per la pochezza politica, ridotta a mero potere che riscontro oggi da una strana maggioranza di un partito quale la Margherita, che aveva lanciato con la sua costituzione segnali decisamente diversi, continuerò – con maggior forza e convinzione – a dare il contributo all’Ulivo sapendo di avere qualche avversario politico in più …magari tra gli ex amici.

Nicola Serini, Melfi - dell'Esecutivo nazionale Cittadini per l'Ulivo







CANNES: MENZIONE SPECIALE DELLA 'GIURIA ECUMENICA' PER REGISTA BURKINABÈ
Church/Religious Affairs, Brief


Menzione speciale a un film del Burkina Faso e premio dell’anno a un’opera europea: sono i riconoscimenti attribuiti durante il Festival di Cannes dalla ‘Giuria ecumenica’, gruppo composto da sei membri – professionisti del cinema e cristiani provenienti da vari Paesi – presente alla rassegna dal 1974. Il XXXI premio della Giuria ecumenica è andato a ‘Cache’ dell’austriaco Michael Haneke, una coproduzione Francia-Austria-Germania-Italia. La storia narra l’universo intimo di un presentatore televisivo filmato a sua insaputa. La menzione speciale è stata assegnata dalla Giuria ecumenica a ‘Delwende’ (Alzati e cammina) del regista del Burkina Faso, S. Pierre Yameogo, già premiato nella categoria ‘Un certain regard’. Il film è incentrato sulle cosiddette "mangiatrici di anime", considerate responsabili di morti inspiegabili e per questo emarginate: in particolare il regista narra la vicenda di una di loro che coraggiosamente si ribella al potere patriarcale del suo villaggio e costruisce una rete di solidarietà contro superstizioni e oppressione. www.misna.org/
[LM]



maggio 22 2005

RUTELLI (R)EVOLUTION [di Fabio Greggio]

Er Pupo, Er Clinton de Noartri, Cicciobello, Er Piacione.

Questi sono solo tre dei molti aggettivi di Rutelli, leader della Margherita.
Rutelli ha detto no all’Unione.
Ha ucciso il bimbo ancora nella culla.
Lo ha fatto all’improvviso. Ma come? Proprio ora?
E’ la domanda che gli elettori del Centrosinistra, attoniti,
si stanno facendo in questi giorni.

Proprio ora che il Piccoletto è ai minimi storici con l’elettorato.
Che ha perso quattro elezioni di fila.
Che la sua squadra gli si rivolta contro come una serpe in seno.
Che il Centrosinistra ha vinto sempre.
Che perfino Bertinotti, che ha visto pure la Madonna, si è ammansito.
Che Prodi, l’ex democristianone che sembra
il parroco dell’Oratorio Don Bosco di Pavia, sembrava veleggiasse
senza tempeste verso il futuro Governo di cui addirittura alcuni
già scommettono con il totoministri.

Niente Er Piacione è stato categorico. Perché?
Perché in tutto questo si intravede un perverso disegno…
Ma andiamo con ordine.

Er Piacione nasce politicamente nei Radicali post anni 70,
Figlio della borghesia bene romana,
vanitoso, ambizioso, belloccio ma non da urlo, narciso, autoreferente.
Radicale e quindi divorzista, laico, abortista, antiproibizionista.
Quasi mangiapreti.
Anche se sposa Laura Palombelli, nipote di Papi romani, con ascendenti nobili.
Di quella nobiltà progressista.
Anche lei ambiziosa, intelligente, arrivista.
Tanto arrivista che per piantarsi nelle TV accetta la co-conduzione di 8 e mezzo,
sulla La7, con Ferrara.
Pur sapendo che il programma e il regalino di Tronchetti Provera
(si, quello di Afef, la tunisina che Vespa invita per parlare del mondo arabo.
Lei, mica un professore.),
fece a Silvio allorché stroncò il progetto competitivo di La7,
facendo entrare con una piccola partecipazione anche il Piccoletto nella neoTV.
Sapendo di stare li ad aspettre che la Pantegana dai denti zozzi la lasci parlare timidamente.

La Palombelli ambiziosa da accettare di co-opinare con Diaconale in un programma,
Punto e a Capo, di Masotti,
il Santoro improbabile della Destra, il Biagi fratto venticinque.
Un programma talmente poco visto che ha cambiato palinsesto almeno 3 volte:
prima l’assetto, poi la conduzione, poi l’orario.
Ma nonostante gli ascolti è lì al servizio del Piccoletto.
Come il programma di Socci,
quello che dopo le interviste a Silvio va giù di gargarismi.
La Plombelli è lì a fare la statuina,
a difendere la par condicio, che pare condicio, ma che è indecenza.



Er Piacione diventa progressivamente leader dei Verdi, troppo ex Lotta Continua per lui,
poi della Margherita, ovvero l’enclave DC nella Sinistra.
Così si trova costretto a divenire antiabortista, antidivorzista, antieterologia,
clerical-liberista, Papista, Leader dell’Ulivo candidato Premier che conduce la Sinistra alla sconfitta.
Avete più sentito parlare di Karry?
Perse le elezioni, dignitosamente in USA si defilano.
Fanno conferenze, scrivono libri.
Qui da noi no.
Ci riprovano. Ritornano. A Milano diciamo “ non mollano l’oss”.
Perché Er Piacione, che agli inizi degli anni 80 provò perfino il brivido della notte in guardina
per un fermo con i Radicali
( le foto lo ritraggono cianotico, di quello che ha fatto il passo più lungo del pisello),
ha detto no all’Unione,
minacciando di fatto non solo il disegno unitario della Sinistra
che per la prima volta nella storia dell’Italia ha l’occasione di unirsi
e così cominciare a vincere come negli altri paesi Europei?

C’è il perché.

Un ragionamento speculativo ci porta ad analizzare anche la Destra.
Avete notato il comportamento di Follini?
Vuole uscire dalla coalizione. Lo ha minacciato ogni due giorni negli ultimi mesi.
A chi gli chiede se è possibile che l’UDC lasci il Centrodestra, lui risponde:
“ Può essere”.
Ma a chi gli chiede se andrà con il Centrosinistra lui risponde:
“ Mai”.
E allora?

Congiungiamo i due atteggiamenti.
Rutelli dice no all’Unione.
Follini dice no al Partito Unico del Piccoletto.

La risposta è spontanea.
Nasce, per partenogenesi, il nuovo grande Centro.
La nuova vecchia DC.
Per tagliare fuori il Piccolo.
Per dare a Casini, ex portaborse di Forlani,
( l’ultimo Segratrio della DC inquisito e passato in giudicato, oggi ai servizi sociali,)
l’opportunità di sedere dove sedette De Gasperi.
Per dare a Er Piacione un futuro da Leader Clerical-laico.
Da Gava a Follini
Da Zaccagnini a Er Piacione.
Et voilà, la DC è fatta.
La voglia di Centro non si è mai spenta in Italia.
Peccato che costoro non abbiano ancora capito che l’ossigeno della Politica
sono le coalizioni contrapposte.
Il Centro non esiste. E’ un’utopia.
Si ingrandirà, si gonfierà, ridarà instabilità
divenendo un molosso informe pieno di correnti, e tutto ritornerà come prima.
Mai usciti definitivamente dalla Prima Repubblica.
Qualcuno dice che siamo nella Seconda Repubblica.
No.
Siamo nella Prima Repubblica e mezzo.
Così si torna indietro.

La controprova?
Er Piacione come Follini chiede il proporzionale.
Perché è il sistema che consente coalizioni cash, last minute.
Un po’ di UDC, un po’ di Margherita e poi via col carosello.
Ora un governo con la Destra, ora un governo con la Sinistra.
Ma loro sempre li, al Centro.
La pensione è assicurata.
La rendita anche.
Razzinghè gongola.Altro che 8 per mille.
Per un miliardo.
E gli Italiani sono come i Messicani.
Sessant’anni di storia, un solo Governo.
E’ la Rutelli Revolution.
Anzi [R]Evolution.
Personalmente potrò dire:
“nato con Andreotti, morto con Andreotti”.
Per fortuna non credo nell’aldilà.

Fabio Greggio
www.politikon.it


QUELL’ULIVO DI TUTTI E DI NESSUNO (di Stefano Olivieri)

“L'Olivo e' forte, resistente, ben radicato nella sua terra. E` l'albero di un'Europa mediterranea, che conosce il mare e la montagna, la pianura, i laghi e le colline. Ama il sole e resiste all'inverno. Abbiamo scelto questo simbolo perche` finora l'unico albero della politica italiana era la Quercia, e occorreva un'altra pianta politica che le si affiancasse, per mostrare che la varieta', cioe' una differenza compatibile, e' una ricchezza da condividere. Gli alberi, come gli uomini, possono convivere, se trovano un terreno comune…”


Era il 6 marzo del 1995 quando Romano Prodi sancì a Bologna la nascita dell’Ulivo. Di quel discorso di dieci anni fa, e dello spirito fortemente innovativo in esso contenuto, oggi quasi nessuna traccia resta nella classe dirigente del centrosinistra. Da quando l’Ulivo ha cessato di rappresentare l’idea guida di tutti i democratici per essere in qualche modo “quotato” da qualcuno nella borsa della politica italiana, è venuta meno anche la sua spinta propulsiva a 360 gradi e tutti indistintamente dobbiamo interrogarci sul perché.

Sono stato fra i tanti, tantissimi italiani che fin dal primo giorno si entusiasmarono all’idea di Romano Prodi. Perfino l’etimo del mio cognome – portatore di ulivo – sentivo che mi spingeva in quella direzione. Sulle macerie di tangentopoli un pezzo d’Italia ricostruì con entusiasmo, mattone dopo mattone, comitato dietro comitato, quella passione e quello slancio verso la politica che sono il cemento fra cittadini e istituzioni. Era una spinta che veniva dal basso, ed era ben assecondata, diciamo meglio tollerata dai partiti che ancora non avevano colto il significato profondo di ciò che stava avvenendo nel paese.

Forse fu troppo breve il periodo, appena pochi mesi prima della vittoria nella primavera del ’96, perché si consolidasse questa nuova consapevolezza non tanto fra i cittadini comuni, quanto nella classe dirigente politica, che gradì e assaporò i frutti della vittoria senza interrogarsi tanto su chi e che cosa li aveva prodotti in quella fantastica quantità e qualità. Sappiamo come andò, una volta raggiunto l’obiettivo i comitati Prodi vennero smantellati, le bandiere ripiegate e amen. Per estrema sintesi potremmo dire che l’Ulivo che avevano in mente gli Italiani, l’unico che avrebbe potuto sopravvivere e anzi rinforzarsi con la partecipazione permanente di tutto il paese, defunse appena nato, abortito da una politica inconsapevole quanto cinica, concentrata sull’oggi e mai sul domani.

C’è un equivoco profondo, quello fra fede e fedeltà politica, che accompagna la storia italiana fin dalla fondazione della repubblica. E quell’equivoco oggi è il verme che sta corrodendo e inaridendo giorno dopo giorno i partiti, a destra come a sinistra, e continua a impedirne la saldatura ai movimenti e all'associazionismo spontaneo fra i cittadini. Da esso non si sfugge creando dall’alto a tavolino cartelli, coalizioni e raggruppamenti : camuffamenti che durano qualche mese e poi scompaiono alla prima lite. Serve altro – oggi sopratutto – al nostro paese. L’Italia in dieci anni è mutata profondamente, e purtroppo non in meglio. I cittadini, il popolo sovrano, assistono impotenti al disfacimento delle istituzioni, allo sgretolamento dell’economia produttiva, alla inesorabile corrosione della cultura. L’Italia sta perdendo inesorabilmente la sua identità e le sue risorse sotto la guida sciagurata di Berlusconi e a sinistra si litiga per appendere o meno una coccardina davanti al simbolo dei partiti. Se l’Ulivo si è ridotto a questo, un banale prodotto da merchandising, facciamola finita ed eliminiamolo del tutto. Ma che nessuno se ne possa fregiare per davvero, per le strade e nelle piazze come sul web, dove inverosimilmente sopravvvive un sito istituzionale dell’Ulivo che tutti sanno appannaggio esclusivo della Margherita, a cominciare da chi ha registrato il nome e da chi detiene le risorse economiche.

Per citare Nanni Moretti, con “questa” classe dirigente non andremo lontano. Seppure il centrosinistra riuscisse a vincere le prossime elezioni, i segnali di queste ore sono testimonianza inquietante delle enormi difficoltà che la coalizione incontrerà quando dovrà disinnescare le mine a tempo che l’attuale governo ha disseminato durante la sua ingloriosa ritirata. Prima di ricostruire l’economia dovrà essere infatti necessariamente ritessuta una rete fiduciaria fra cittadini e istituzioni e onestamente non vedo come questo possa accadere quando gli stessi capi della coalizione litigano fra loro.

Dunque è necessario uscire dall’equivoco. E’ necessario ricontarsi tutti per tornare a contare nel paese. E’ ineludibile a questo punto il ricorso alla democrazia diretta per esprimere una classe dirigente vicina ai cittadini e lontana dai contorsionismi alla Rutelli, tanto per intenderci. Se Romano Prodi vuol partire con il piede giusto, metta attorno a un tavolo i partiti del centrosinistra e pretenda la convocazione immediata di elezioni primarie nazionali, vere e trasparenti, dove tutti i cittadini siano liberi di esprimere chi andrà – o non andrà – nelle liste delle elezioni politiche per la prossima legislatura. Non so dire se da questa operazione risorgerà l’Ulivo oppure se defungerà del tutto, ma se sarà adottato il giusto strumentario etico – basta rifarsi alla Costituzione – dalle primarie nascerà quell’unità che ci manca. www.liblab.it



L´ITALIA L´È MALADA MA I DOTTORI SONO TROPPI
EUGENIO SCALFARI


da Repubblica - 22 maggio 2005

DICO subito, per la chiarezza che debbo ai nostri lettori, che il caso Rutelli-Margherita sarà uno dei punti di questa mia predica domenicale (così la definiscono molti miei amici e moltissimi dei miei critici). Uno dei punti ma non il solo e comunque inserito in un contesto che finora è stato trascurato.
Alcuni grandi giornali europei, il Financial Times, l´Economist, hanno definito il nostro paese come il grande ammalato d´Europa e Ezio Mauro ha molto opportunamente fatto nostra quella definizione. La quale si fonda sull´insufficienza della nostra economia reale (che datano da molti anni) e della nostra economia finanziaria (che era stata provvidamente risanata negli anni tra il 1992 e il 2000 e che è stata di nuovo e ancor più profondamente dilapidata nei quattro anni del fantasismo berlusconiano.
Ma il dissesto economico-finanziario è solo uno degli aspetti del malanno italiano. Esso va collocato all´interno di un quadro e di una cornice che danno il tono all´insieme e interagiscono con l´insieme, ne rappresentano la causa prima e al tempo stesso l´effetto più rilevante.
La disgregazione: questo è l´elemento di fondo della crisi italiana. Una disgregazione presente in tutti gli aspetti della vita pubblica, politici, culturali, economici, sociali. Una disgregazione da 8 settembre, contrastata soltanto da poche forze e da pochissime personalità, come avvenne appunto nell´Italia del dopo 8 settembre.
La disgregazione d´un corpo sociale è una malattia di lenta incubazione, che lavora sottotraccia, corrompe e divora i tessuti, alla fine esplode e si manifesta con tutta la sua virulenza. Noi speriamo che ora, di fronte a quella virulenza, gli anticorpi e le difese immunitarie si mettano al lavoro. Noi speriamo che ne abbiano ancora il modo e il tempo, non sembri inutile retorica se ricordo, come del resto ho fatto altre volte, che se c´è un uomo che in questi anni disgregati e disgreganti ha fatto il possibile e l´impossibile per contrapporre coesione e cura del bene comune, quest´uomo è stato Carlo Azeglio Ciampi, che ha iniziato l´altro giorno l´ultimo anno del suo settennato. Non può dunque che esser lui il nostro punto di riferimento.
Non è un punto di riferimento neutrale né tanto meno banale. Operare per la coesione del bene comune in un mondo dominato dall´egoismo, dalla visibilità propria a danno di quella altrui, dall´amor proprio contro l´amore per gli altri, non è neutrale né banale. È, al contrario, l´essenza della laicità responsabile e del cristianesimo testimoniato dal Vangelo. Purtroppo sia l´una che l´altro sono stati abbandonati da gran parte dei loro sedicenti seguaci in una società che si sfascia come una zattera fragile in mezzo a un mare tempestoso.
SEGUE A PAGINA 27

L´Italia l´è malada
In questo contesto si colloca il caso Rutelli- Margherita: il rischio è compromettere il cambiamento nella guida del Paese
Il dissesto economico è solo uno degli aspetti del malanno italiano: l´elemento di fondo è la disgregazione di tutta la vita pubblica

Uno degli esempi più recenti e più visibili della disgregazione nazionale si è visto all´opera nelle elezioni al comune di Catania. Se è vero che il linguaggio è la manifestazione di una persona e del suo pensiero, si fa fatica a comprendere il fatto che il 52 per cento dei catanesi si sia riconosciuto nel riconfermato sindaco di quella città. Il linguaggio di quel medico prestato alla politica è scurrile, i suoi lazzi sono quelli delle taverne, ma non è questo l´aspetto più disgregante. Per vincere la sfida quel sindaco rivendica la sua abilità ad aver ottenuto una massa di risorse destinate alla Sicilia e concentrate nel capoluogo occidentale dell´isola con la benevola complicità del ministro di un ministero che ha per nome la "coesione del territorio". Denominazione quanto mai fantasiosa ma comunque stringente, tradita dal fatto d´aver funzionato come una pompa idrovora per irrorare una campagna elettorale altrimenti rischiosa e forse perdente.
Il centrodestra ha vinto a Catania? Neppure questo è interamente vero.
A Catania hanno vinto i sicilianisti di Lombardo con il 20 per cento dei consensi, riducendo Forza Italia dal 26 al 14 per cento, l´Udc dal 9 al 4, Alleanza nazionale dall´8,7 al 7,8. Se a questo si aggiunge che il voto di An è stato in gran parte ottenuto dal co-sindaco Musumeci, anch´egli in aperto distacco dal suo partito, si deve concludere cifre alla mano che le liste locali hanno ottenuto un quinto dei voti espressi e il 50 per cento della maggioranza su cui si regge lo Scapagnini riconfermato.
Non ci sarebbe nulla di preoccupante nella vittoria di liste locali se non fosse che i loro leader hanno dato alla vittoria un significato politico che va molto al di là di Catania. Quelle liste rappresentano infatti il nucleo germinale di una Lega sicilianista che dovrà propagarsi in tutta l´isola e comportarsi politicamente secondo il modello della Lega padana, condizionando l´azione del governo nazionale così come la Lega padana ha fatto in questi quattro anni.
Gli esponenti della Lega padana dal canto loro non sono stati affatto allarmati da questa possibile contrapposizione, anzi se ne sono dimostrati entusiasti. Il ministro delle Riforme, Calderoli, ha già in programma un viaggio in Sicilia per meglio erudire i nuovi compagni di strada. Come togliere il potere a Roma-ladrona, agendo a tenaglia dal Nord e dal Sud: questo è il programma, che si materializzerà in un "arraffa-arraffa" delle risorse disponibili. Ma quali risorse? Quelle esistenti non bastano a soddisfare gli appetiti perché qui non si parla di piani di sviluppo coerenti che abbiano il Mezzogiorno come tema di politica nazionale, bensì di regalie che rafforzino ed estendano clientele e centri di potere locali.
L´alleanza tra clientele di questa natura non può avvenire che con l´obiettivo di rompere le compatibilità economiche e finanziarie del sistema Italia e portarle fuori dai confini dell´Unione europea. Se le Leghe locali, al Nord e al Sud, dovessero essere il modello vincente, la nuova sovrastruttura politica e istituzionale del Paese, la sottostante struttura sarebbe fondata su clientele e "bande cammellate" politicamente nomadi, tallonate e infiltrabili da poteri extra-statuali storicamente presenti in forza in quelle società. La localizzazione della politica denuncia una tragica debolezza dei partiti nazionali e delle istituzioni centrali e locali.
Disgrega un tessuto, non lo articola; consegna i cittadini al dominio delle classi dirigenti locali; moltiplica le leggi e differenzia gli ordinamenti, gli statuti, i servizi pubblici, le retribuzioni e i diritti dei lavoratori.
Le nuove Leghe saranno federate al partito nazionale berlusconiano. Infatti Berlusconi non è affatto preoccupato da queste prospettive. Sarà pur sempre lui il punto di riferimento centrale, il protettore del sistema delle clientele. Leggete sul Giornale di venerdì scorso l´intervista del neoministro Miccichè. Lì è tutto spiegato con una chiarezza che fa paura: l´Italia delle Leghe, alias delle clientele, federate col potere centrale. Per questo ci vuole un partito unico, perché le Leghe non possono convivere con più partiti. Il sistema non è né moderno né postmoderno, ma semplicemente e regressivamente feudale. Un re e uno stuolo di vassalli e di valvassori; i titolari dei feudi sono padroni in casa propria, il re ne riceve l´omaggio e la fedeltà, l´ospitalità nei castelli, l´investitura a regnare e assume in contropartita l´impegno di difendere le prerogative feudali e il sistema che le legittima.
Lo slogan di partenza (ricordate?) fu "meno Stato, più mercato"; lo slogan di arrivo è diventato "niente Stato, niente mercato".
* * *
Un altro esempio, altrettanto recente e altrettanto significativo, di disgregazione emerge dalle vicende dello scontro attorno ad alcuni istituti bancari. Due istituti di credito europei, valendosi delle regole di mercato vigenti in Europa, hanno tentato di acquisire il controllo di banche italiane.
La Banca d´Italia ha cercato di ostacolarle opponendo ogni specie di difficoltà e incoraggiando cordate italiane di difesa.
La qualità, la trasparenza, la solvibilità di tali cordate è estremamente dubbia, al punto che gran parte di coloro che vi partecipano si trovano in questo momento sotto istruttoria giudiziaria per reati che vanno dalla truffa all´insider trading, all´aggiotaggio, alla turbativa di mercato.
Anche qui si acconcia la definizione di "bande cammellate": gruppi di interesse finanziari e palazzinari all´assalto del sistema bancario, banche d´avventura che finanziano i propri azionisti prendendone a riporto i titoli. Sono gli stessi ovunque e gli stessi che ora cingono d´assedio il Corriere della Sera, che già fu vittima appena vent´anni fa del padronaggio della P2.
Non siamo anche qui in presenza d´una disgregazione di forze che nulla ha a che fare con l´emergere di energie nuove e propulsive, bensì con il peggiore affarismo pronto a legarsi con chiunque gli apra varchi e gli offra legittimazione? Asservendo, se gli riuscirà, uno strumento di comunicazione prezioso per poter manipolare i fatti, gli interessi, le immagini, e infine la verità?
Abbiamo purtroppo numerose esperienze di fatti del genere, ma qui la disgregazione del sistema creditizio avviene su un corpo fragile e in un contesto dove gli organi di controllo e le autorità di garanzia periclitano ogni giorno di più. All´erta sentinella! Ma le sentinelle sono ormai poche e molto assonnate.
* * *
Purtroppo è questo il contesto nel quale si pone il caso Rutelli-Margherita. Appassiona il ceto politico, sconcerta gli elettori del centrosinistra, rischia, eccome, di capovolgere la tendenza che sembrava aver guadagnato terreno ad un cambiamento politico alla guida del Paese.
Il racconto e il commento a quanto è accaduto tre giorni fa all´interno del partito di Rutelli, di Marini, di De Mita, sono già stati scritti su questo giornale e ad essi mi resta ben poco da aggiungere né voglio addentrarmi nella ricerca delle intenzioni dei protagonisti. Posso soltanto ordinare i fatti, la loro sequenza, il segno oggettivo che ne deriva, magari a dispetto delle imperscrutabili intenzioni di chi lo ha promosso.
1. L´80 per cento della Margherita ha "sovranamente" deciso che alle prossime elezioni politiche (tra un anno) quel partito presenterà una sua lista con il suo proprio simbolo per la quota proporzionale prevista dalla legge elettorale.
2. La conseguenza tecnica di questa decisione sarà la scomparsa dalle schede elettorali del simbolo dell´Ulivo, del quale nessuna altra lista potrà avvalersi essendo quel simbolo di proprietà comune dei suoi fondatori tra i quali c´è la stessa Margherita. Altri potrebbero usarlo ma soltanto se la Margherita gliene desse il permesso: ipotesi che possiamo escludere con certezza.
3. Rutelli, Marini, De Mita e i loro sodali hanno confermato la loro fiducia nella Federazione dei partiti riformisti, già fondata e già munita di organi e regole, nella leadership di Romano Prodi, nella coalizione dell´Unione che va da Mastella a Bertinotti.
4. La Margherita si autonomizza elettoralmente per intercettare i voti moderati in uscita dalla Casa delle libertà. Si autonomizza altresì perché la lista unitaria della Federazione, voluta da Prodi, segnerebbe una subordinazione del partito Margherita ai Ds, dati i rapporti di forza esistenti.
5. Rutelli, Marini, De Mita, hanno lanciato contro i medesimi Ds accuse di slealtà e di complessi egemonici di natura leninista, con un´asprezza di linguaggio del tutto inusuale tra forze alleate.
6. De Mita ha anche proposto nel suo intervento che il partito si schieri per l´astensione dal voto nel prossimo referendum sulla procreazione assistita, zittendo pubblicamente e ruvidamente una donna partecipante all´assemblea perché – «in quanto donna» – non aveva la capacità di discutere su questioni serie e gravi.
7. Prodi, commentando da lontano le decisioni della Margherita, le ha definite «un suicidio». Non ha però precisato chi si è suicidato o chi è stato suicidato. Ha anche aggiunto che non è disponibile a guidare «un governicchio» composto da partiti rissosi e preoccupati principalmente di accrescere la propria visibilità a danno dell´intera alleanza.
8. In seguito a queste decisioni non si capisce dove potranno collocarsi i partiti minori (socialisti, Udeur, Verdi, Comunisti italiani, Di Pietro) i quali rischiano di non raggiungere la soglia minima prevista dalla legge elettorale, con la conseguenza di scomparire e di rendere inutili i voti da loro raccolti, con grave perdita per tutta l´Unione.
9. I Ds finora hanno emesso un comunicato di "preoccupazione" e aspettano il rientro in Italia di Prodi.
10. Rifondazione comunista, anche in seguito a questi fatti, sembra aver accresciuto la propria immagine di sinistra radicale, scatenando nella città-vetrina di Bologna un´offensiva contro il sindaco Cofferati, reo di "riformismo legalitario" anziché "riformismo movimentista".
Tutta la sequenza che ho qui sintetizzato senza discostarmi dai fatti oggettivi e non contestabili, si iscrive a mio avviso nel quadro della disgregazione. Tutto ciò che era stato con estrema fatica aggregato, soprattutto a opera di Piero Fassino, è stato ora disgregato. Non solo dalle decisioni prese ma ancor più dall´asprezza delle invettive e dalla rivendicazione d´una sovranità di partito che fa a pugni con l´esistenza d´una Federazione creata proprio per limitare la sovranità dei singoli partiti all´insegna di un disegno comune.
Se la Federazione doveva essere l´anima del riformismo e la lista "Uniti per l´Ulivo" il suo corpo visibile; se il corpo è stato ormai seppellito; è difficile capire dove possa esser finita l´animula tremula vagula. Oppure sia il corpo sia l´anima sono ora trasmigrati nella Margherita e in essa soltanto? O sono stati relegati in un limbo dove resteranno in perpetuo?
Queste sono le mie modeste domande di cittadino elettore (non so più per chi). Del cittadino elettore c´è qualcuno che si occupi? La sua rabbia e la sua frustrazione dopo questi deplorevoli accadimenti interessa a qualcuno? Rutelli, con bella eloquenza, ha detto che per tre anni ha mangiato pane e cicoria. È già stata una chance, visto che usciva da una sconfitta elettorale dopo la quale di solito i leader si ritirano dalla gara. Comunque non è certo il solo ad aver mangiato pane e cicoria. La vittoria alle regionali ha molti padri. Politici e anche non politici. Rutelli è certamente uno di loro. Forse anche Marini. Forse anche De Mita. Sicuramente non loro soltanto.
Prodi no? Ha mangiato pane e cioccolata? A me non sembra.
Quanto a me – se interessa – sono a dieta per ragioni terapeutiche. Non di salute ma di igiene mentale. E mi ci trovo benissimo e in ottima anche se piccola compagnia.



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Ds Milano - Rassegna stampa


Con Prodi
È bene dire agli amici della Margherita che non è stato possibile capire, da fuori, come si è arrivati a questa drammatica resa dei conti
Furio Colombo

da l'Unità - 22 maggio 2005

Noi siamo con Prodi. In queste righe dovrò dire noi chi, noi perché. E che cosa è accaduto per motivare questa dichiarazione. Sono trascorsi alcuni giorni difficili. Sono stati i giorni in cui ha avuto luogo, rimbalzando da un telegiornale all’altro, un dibattito in stretto politichese di cui i non addetti ai lavori (tutti gli italiani che vanno a votare) e alcuni che dovrebbero almeno avere più orecchio (parlo di me) hanno capito solo la domanda iniziale («Dobbiamo restare uniti nel centrosinistra per battere il centrodestra?») e la risposta finale (un no secco accolto da prolungati applausi). Ma non hanno capito il senso di quella domanda e di quella risposta. Sto parlando dell’assemblea della Margherita, un partito nuovo, moderno, composto di laici e credenti, di persone impegnate nel cambiamento del Paese, nella netta vittoria su questa destra, nel tentativo di cancellare i gravi danni inflitti agli italiani e al Paese dal governo di Berlusconi.
Dunque - dice e pensa chiunque stia all’opposizione - un punto di riferimento indispensabile nella vita politica del nostro Paese. Se poi qualcuno, come me, ha avuto l’occasione e il modo di vedere da vicino (mentre ero deputato) il lavoro, l’impegno, la qualità morale di molti che ora sono «La Margherita», allora sa bene che l’opposizione di questo Paese non è una aggregazione occasionale di scontenti. È l’accostarsi di affinità profonde che vengono prima di qualunque programma elettorale, che costruiranno insieme quel programma, e lo sosterranno insieme fino a dare, al «Paese più malato d’Europa» (definizione dell’Economist) una realistica speranza di tornare a vivere e a contare orgogliosi della nostra Storia antifascista, della nostra Costituzione repubblicana, del nostro lavoro, delle conquiste sociali fatte e di quelle che verranno.

È sgradevole e sbagliato giudicare la vita interna di partiti a cui non si appartiene o i lavori di una assemblea a cui non si è partecipato.
Se avessi un diritto per farmi ascoltare dagli amici della Margherita, chiederei loro di spiegarsi. E mi permetterei di dire loro che deve essere accaduto qualcosa di tremendo nella selezione che i telegiornali hanno fatto delle presunte frasi chiave di quella assemblea. Erano frasi appassionate, frasi gridate fra tuoni di applausi, che ai cittadini italiani desiderosi di votare per il centrosinistra devono essere apparse - ci azzardiamo a dire - del tutto incomprensibili. Per esempio: «Ho mangiato pane e cicoria per portare questo partito a Prodi», è la premessa per una conclusione dei lavori che dice un no netto a Romano Prodi. Per esempio è stato proclamato: «Niente lista unitaria nelle prossime elezioni» (che sono le elezioni più importanti del dopoguerra italiano). Ma non ci è stato detto quando, come, perché Prodi ha demeritato dei sacrifici fatti per lui, al punto da far sapere irritati «Noi ce ne andiamo da soli». Da soli dove? Da soli, con l’attuale sistema elettorale, non si va da nessuna parte. Lo dimostra anche il dibattito specularmente uguale che sta avvenendo in questo momento nel centrodestra. Ma il centrodestra (che è stato battuto malamente in quasi tutte le ultime elezioni regionali e locali dall’Ulivo e dall’opposizione unita, con la magra consolazione di Catania) invece di iniziare il suo dibattito lavorando su un punto di rottura, lo ha aperto dal lato opposto: come creare - se possibile - un blocco unito, o meglio un partito unico. Certo si tratta di un progetto vago e per ora impossibile. Ma queste due diverse affermazioni hanno un grande riflesso nella comunicazione che producono. La comunicazione del centrosinistra dice: noi cerchiamo di stare insieme. Il messaggio di quella parte importante del centrosinistra che è la Margherita (nonostante le voci coraggiose di coloro che si sono opposti) fa sapere invece: no, meglio divisi.
***
Non mi arrogherei mai il diritto di recensire l’assemblea della Margherita come se fosse uno spettacolo, annotandone le scene più discutibili. Parlo da cittadino. Da cittadino ho diritto di sapere, bisogno di capire, e devo decidere dove andare.
Diritto di sapere. È bene dire agli amici della Margherita che, forse per colpa del sistema mediatico che premia solo le frasi ad effetto, non è stato possibile capire, da fuori, come si è arrivati a questa drammatica resa dei conti. Dove, quando, Prodi ha detto le parole (che devono pur essere gravi per portare a una reazione così aspra) capaci di giustificare la solenne, non chiara ma pubblica dichiarazione che dice: ognuno per la sua strada.
Bisogno di capire. Questa non è la trama di un romanzo ma il futuro di un Paese. Spiacente di dirlo chiaro ma è inevitabile. Quando parla in politichese De Mita non si capisce, Marini non si capisce. Perfino i commentatori di professione esitano incerti intorno al loro linguaggio politico che è, letteralmente, del secolo scorso. Spero che non sembri troppo irrispettoso verso persone che nei momenti più tesi della storia repubblicana hanno saputo fare (e aiutare a fare) scelte giuste e cruciali. Forse quello che sto dicendo è motivato dalla insufficienza del giornalismo politico che cerca solo i nodi di scontro. Lo dirò più mitemente. Pacchi di giornali e sequenze dei telegiornali non mi hanno aiutato a capire e a spiegare che cosa è successo per rendere De Mita così sgarbato e brutale verso una collega che offriva obiezioni sul tema rovente del referendum, per mostrarci un Marini infuocato non per chiamare tutti all’impegno finale contro la destra, ora che tante elezioni intermedie sono state vinte, ma per chiamare fuori il suo importante partito.
Decidere dove andare. Qui la risposta tocca a Rutelli. Non è una sfida. Al contrario, è una speranza. C’è un mondo, fuori dalla assemblea della Margherita, che vuole legittimamente sapere dove andare, se non si va insieme. Chi, nella coalizione che stava vincendo tutto, è indegno al punto che è meglio scostarsene anche a costo di lasciar perdere la vittoria elettorale ormai quasi certa? Che cosa induce la maggioranza di un partito democratico a dichiarare d’urgenza e drammaticamente di voler prendere le distanze dagli altri partiti democratici - prima di tutto i Ds - con cui ha vinto bene, molto, dovunque, fino a un momento fa?
Come vedete qui non diamo spazio alle voci del centrismo risorto che fa alzare sguardi e pensieri da una parte e dall’altra dei due schieramenti.
Il centrosinistra, meglio, tutta l’opposizione, è fatta di affinità e di fiducia. Ha in mente un mondo che non è la rivoluzione ma il ripristino pieno della legalità e della Costituzione repubblicana in Italia. Sono impegni e affermazioni che abbiamo sentito esprimere, sui banchi della Camera e su quelli del Senato, con la stessa chiarezza, la stessa passione da Deputati e Senatori dei Ds, della Margherita e di tutto lo schieramento che lotta per ritrovare un’Italia pulita e stimata nel mondo.
Vorrei, per una volta, citare Berlusconi senza irriderlo o parlarne male. L’altro giorno, concludendo la sua assemblea del partito unico, ha detto: «Troveremo un leader pulito». Affermazione sacrosanta e urgente per la sua coalizione.
L’opposizione parte con un vantaggio incredibile. Ha già un leader pulito. Si chiama Romano Prodi. Noi - non dico solo il centrosinistra e l’opposizione, ma tutti i cittadini che vogliono tornare ad essere guardati con rispetto in Europa e nel mondo - siamo con Romano Prodi. Volete aiutarci a capire perché voi improvvisamente avete gridato no?
furiocolombo@unita.it


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Possibilità di vittoria e probabilità di sconfitta
Francesco Pardi


Incredulità e rabbia, scrive ieri Padellaro. Indignazione, Giorgio Bocca su la Repubblica e Gabriele Polo su il Manifesto. Smarrimento e costernazione testimoniano le lettere degli elettori di centrosinistra. Abbiamo appena vinto le elezioni regionali in modo indiscutibile; potevamo trovare lo slancio per vincere le prossime politiche e archiviare finalmente l'anomalia italiana. E invece ci troviamo in una situazione paradossale: subito dopo la vittoria la nostra classe dirigente trova il modo di dividersi; e lo fa in un modo così sgangherato da far apparire la piccola e prevedibile vittoria del centrodestra a Catania non solo come la compensazione assoluta dell'incommensurabile sconfitta precedente ma addirittura come l'inizio della rivincita.
Qui non è in questione il diritto alla diversità delle opinioni. Che il centrosinistra sia plurale lo sanno anche i sassi. E una diversa identità delle sue componenti, capaci così di convincere parti diverse dell'elettorato, è utile all'efficacia della coalizione. Per essere chiari: anche Mastella ha svolto e svolge un compito importante. Quindi anche la Margherita ha il diritto di cercare un profilo in grado di attirare gli elettori di centro che ritiene suoi interlocutori; ma sarebbe opportuno sapesse distinguere tra gli elettori veri e gli elettori trasformisti pronti al salto per opportunismo. Infine dovrebbe curare la propria identità senza screditare Prodi, candidato riconosciuto alla presidenza del consiglio.
Invece il conflitto aperto tra i protagonisti principali della lista unitaria (che secondo le loro intenzioni dovrebbe essere la guida dell'intero centrosinistra) mette a rischio la natura stessa della coalizione e indebolisce Prodi: un capo senza partito può poggiare solo sul pieno appoggio di chi dirige i partiti, ma se questi lottano per l'egemonia la leadership unitaria ha i piedi d'argilla.
Il centrosinistra aveva, ha il dovere di consolidare il successo nelle regionali in un cammino prudente verso la vittoria nelle prossime politiche. Doveva, deve precisare un programma rivolto alla ricostruzione della salute istituzionale del paese e al rilancio dello stato sociale, un programma incisivo nell'innescare un nuovo dinamismo economico, irremovibile nel rifiuto della guerra preventiva, propositivo nella costruzione di un nuovo ruolo dell'Europa e dell'Onu. Il centrosinistra doveva, deve accordare le sue diverse identità in un insieme armonico che vale molto di più di un'impossibile unanimità. Il centrosinistra aveva, ha il dovere di temperare le ambizioni delle sue numerose componenti e di indirizzarle alla realizzazione di un compito comune troppo importante per lasciare che sia impedito dalla ricerca di vuote supremazie. E invece mette a repentaglio il risultato di un lavoro cui hanno contribuito tutti e che non appartiene solo ai partiti.
Il ciclo ascendente dei successi degli ultimi quattro anni nelle amministrative, europee e regionali è stato costruito con l'impegno di tutti: cittadini, movimenti, associazioni. Con la parola e lo scritto, la testimonianza e la mobilitazione, milioni di persone hanno fatto sentire la loro voce. Ora tutti i protagonisti dell'impegno civile non possono lasciare che un gigantesco lavoro collettivo rischi il fallimento. La libera cittadinanza - così diceva Tom Benetollo - deve produrre un altro soprassalto nella coscienza sociale. Se i partiti della coalizione non hanno la saggezza di capire la gravità estrema della situazione, è necessaria una spinta corale dal basso che faccia loro intendere la ragione. I cittadini alle prese con i problemi economici della vita quotidiana non hanno alcun interesse alla lotta per la supremazia dentro il centrosinistra. La vera competizione che interessa tutti si svolge tra una maggioranza che ha legalizzato l'illegalità, esercitato un sistematico uso privatistico dello stato, rovinato l'economia, dilapidato il patrimonio pubblico, minato la Costituzione, e un'opposizione che ha il compito di vincere le elezioni per assicurare ai cittadini istruzione, salute, lavoro, giustizia sociale e pace, con il ritiro dei soldati dall'Iraq.
Non è molto difficile da capire. Qualsiasi atto che faciliti la conferma al potere di un soggetto ineleggibile e incompatibile con l'esercizio di qualsiasi carica politica (meno che mai quella di capo dello stato) è un atto irresponsabile. Qualsiasi azione che favorisca il consolidamento di una maggioranza parlamentare che non è più da tempo maggioranza nel paese, e la permanenza di un governo che ha prodotto solo macerie economiche, sociali e istituzionali, è un delitto contro la democrazia.
Le politiche saranno molto più dure delle regionali: ci attende una lotta ardua per la sproporzione di mezzi e il monopolio dell'informazione in mano all'avversario. E invece di affrontarla con il massimo della convinzione la classe dirigente del centrosinistra si logora in lotte intestine che feriscono la nostra coesione e ridanno inopinata speranza a chi già vedeva la sconfitta.
La libera cittadinanza deve farsi sentire, deve prendere iniziative. Deve far capire ai propri rappresentanti che essi non possono disporre in piena libertà del destino di tutti: non hanno il diritto di trasformare la possibilità di una vittoria nella probabilità di una sconfitta. Già all'inizio della legislatura la società aveva dato un avvertimento ai partiti, incapaci di fare l'opposizione dopo l'insuccesso nelle elezioni del 2001. Ora si tratta di dare un nuovo segnale, ancora più impegnativo: bisogna esprimere non una minoranza ma una maggioranza, non un'opposizione ma un governo.
Era già stata immaginata una grande manifestazione nazionale in difesa della Costituzione: una mobilitazione necessaria fino a che il pericolo dell'eversione costituzionale non sarà stato battuto. Ma qui nasce un altro compito: una grande mobilitazione non difensiva ma propositiva, una spinta di tutta la nostra società per un serio programma di centrosinistra e per una classe dirigente fermamente decisa a realizzarlo.



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Ds Milano - Rassegna stampa


Non prevalebunt.

Devo ammettere che stamattina, una volta tanto, la lettura dei giornali è stata piuttosto istruttiva. Con la giornata di ieri la fase politica del paese è completamente cambiata. Oggi, sul terreno, è entrata di prepotenza l'operazione di distruzione dell'Ulivo. Troppo facile e troppo ingenuo prevedere, come fino a pochi giorni fa, che l'opposizione avesse la strada spalancata a un'alternanza nel 2006, con un esecutivo Prodi di accettabile compattezza e di normale governabilità in standard medio europeo.

Troppo facile e troppo scontato per un paese in crisi come è l'Italia.

Non sarà così. Di prepotenza è risorto il grande convitato di pietra della politica italiana, il sogno, il fantasma, lo spettro che ogni tanto esce dall'avello: rifare la Dc.

Molto istruttivo il gioco delle parti che hanno generato (in apparenza) le cannonate di Rutelli contro le liste unitarie e contro l'Ulivo.

E' stato D'Alema, il D'Alema assiduo frequentatore dei riti Opus Dei, il D'Alema oggi impegnato con i suoi amici finanzieri nell'alleanza con Fazio e accoliti, l'autore di qualche frasetta arrogante sulla Margherita recalcitrante nell'Ulivo. Queste parole sono servite a Rutelli per motivare la sua offensiva. Sono servite come miccia per accendere le cariche. Gentilmente offertegli dal quasi-normalista pugliese.

D'Alema è tutto fuorchè uno stupido o uno che parla a caso. E nemmeno questa volta, credo, l'ha fatto.

Troppa gola fa ai De Mita, ai Marini, ai Rutelli, ai Mastella (e forse anche ai Follini e ad altri) tornare all'antica centralità del potere democristiano.

Magari con una terza forza capace di ricattare destra e sinistra, e soprattutto in grado di stare eternamente al potere.

E di garantire ad amici e confratelli la stabilità del potere. Per quanto instabile divenga il Paese.

Il contrario dell'alternamza, del sogno di una politica italiana che si rinnovi ogni tanto nelle idee e negli uomini. Il sogno monopolistico dc. Il sogno della fortezza inespugnabile, del rifiuto del futuro, della grande mamma accogliente e definitiva, come Santa Madre Chiesa.

E non dell'Ecclesia come assemblea e comunità evolutiva. Battagliata, dura, sgradevole, magari costellata di sconfitte ma comunque dinamica e evolutiva.

Troppa gente, negli ultimi anni, si è rinserrata di nuovo nelle arciconfraternite del potere, questa volta in chiave e antico stile spagnolesco - massonico (vedi caso Opus Dei), dove coabitano i Dell'Utri con i Fazio e, mi pare di capire, pure i D'Alema.

La pulsione è a proteggersi, rifare appartenenza, erigere barriere e muraglie frapposte a un mondo aperto con cui non si riesce più a competere. E quindi fare quadrato, palese, semipalese o occulto. E conquistare quante più casamatte possibile, usando quei patrimoni di cui l'Italia (ma non si sa per quanto) è ancora provvista. Patrimoni immobiliari, mobiliari, vaganti nell'anonimato finanziario mondiale, di ogni genere: pecunia non olet.

Il vuoto di un capitalismo industriale in difficoltà, schiacciato da un Euro stratosferico, riempirlo con l'opposto: la patrimonializzazione finanziaria. E su questo riscrivere la mappa del potere italiano.

Dc e casamatte. In primis conquistando il perno del tono e della voce della borghesia italiana: il Corriere.

Ovvero un dopo-Berlusconi in cui non cambi in sostanza poco o nulla. In cui l'Italia continui come è oggi, declinando. Ma con tutte le sue gerontocrazie e nomenklature a posto. E di nuovo un sistema spartitorio, stagnante.

Per questo mi ha colpito l'intervista a Prodi da parte di Federico Rampini su Repubblica. A poche ore dalle cannonate pro-dc di Rutelli immediatamente il professore bolognese ha posto (e in questo è uno statista, a volte) il problema vero. Qui vogliono imbavagliarmi, ha detto, e non ci sto. Non accetto di andare al governo con la museruola neodc.

Bravo Romano, ci hai preso in pieno. A volte ti critico, ma stavolta ti faccio i miei più sentiti complimenti. Vai avanti.

L'Italia vuole una svolta, una svolta europea. Punto. Questo è il vero reato che stanno compiendo contro il nostro futuro i Fazio, i Rutelli e compagnia palese e occulta.

Su questo dico, all'ecclesiastica: non prevalebunt.

Non torniamo indietro. Prego.www.caravita.biz


Umberto Eco


Testimoniarsi addosso


Ormai il signor Rana della tv non è più una persona che viene dalla vita reale, ma un personaggio dell'immaginario pubblicitario

Quando la pubblicità dice che il prodotto Tale è il migliore di tutti, non pretende certo che la gente vi creda. Quel che conta è che la gente identifichi il prodotto, in modo da riconoscerlo quando va in negozio. Se la pubblicità non pretende di essere creduta, a che cosa serve allora il 'testimonial', e cioè il personaggio celebre che appare a garantire la bontà del prodotto? Apparentemente la sua presenza dovrebbe confermare che anche una persona simpatica e/o autorevole lo raccomanda, e la cosa dovrebbe essere particolarmente convincente se il testimonial appartiene alla stessa area tecnico-merceologica del prodotto (un celebre calciatore appare più credibile se testimonia per un paio di scarpe da football che per un'acqua minerale).

Però oggi accade spesso che il calciatore testimoni per l'acqua minerale, e d'altra parte la gente sa benissimo che (a meno che non si tratti di appello di pubblica utilità) il testimonial viene pagato fior di quattrini, e pertanto la sua testimonianza non è necessariamente dettata da entusiasmo per il prodotto. La verità è che non importa che il pubblico creda alla buona fede del testimone. Basta che sia attratta dalla sua apparizione, e il messaggio acquista visibilità. Nella pubblicità americana, prima che da noi, era nata anche la figura del testimone 'interno': a garantire per il prodotto non arriva qualcuno dall'esterno (attore, scienziato, sportivo) bensì lo stesso produttore (come se dicesse: "Se questa cosa la produce uno come me, che sono come voi, dovete fidarvi").
Però la pratica è pericolosa: non voglio querele e non farò nomi, ma ricordo di aver visto in video un produttore dal volto così sgradevole da indurmi a chiedermi se comprerei da lui un'auto usata. Per ovviare a questo rischio ci si è ricordati che il pubblico viene attratto anche da figure seducenti che non vengono dalla vita reale ma sono create dalla pubblicità stessa (si pensi a Megan Gale) e pertanto è anche possibile fare apparire un produttore 'virtuale', cioè un attore che garantisce di essere il produttore, il quale a sua volta garantisce per se stesso e per il suo prodotto. La versione scopertamente parodistica di questa pratica (giocata su una fortunata omonimia) è data da Gerry Scotti che pubblicizza il riso Scotti, parlando con un fantomatico dottor Scotti, ma lasciando pensare che il riso abbia tutte le simpatiche proprietà dello Scotti visibile e non di quello occulto.

Adesso parliamo del signor Giovanni Rana. Chi è il signor Rana? Un produttore di pasta, divenuto celebre perché in video pubblicizza le sue paste di persona. Il signor Rana rappresenta il caso tipico di 'testimone testimoniato', anzi di testimone autotestimoniantesi, perché da un lato apparendo in video testimonia di essere il signor Rana, dall'altro, in quanto tale, testimonia della bontà dei prodotti Rana. Il garante delle paste Rana è il vero signor Rana o un attore che lo interpreta? Non credo che il pubblico se lo chieda: ormai il signor Rana della tv non è più una persona che viene dalla vita reale, ma un personaggio dell'immaginario pubblicitario.

Ora vedo in televisione lo spot di qualcosa (che non è una pasta, mi pare che riguardi dei telefoni) in cui, come testimonial, appare anche il signor Rana. Credo che si tratti di qualcosa assolutamente nuovo. Introducendo nella finzione pubblicitaria A un personaggio che viene da un'altra finzione pubblicitaria B, ovvero, usando come testimone per A un personaggio che in B era testimone di se stesso, si può dire che (parafrasando Sraffa), si è attuata una produzione di pubblicità per mezzo di pubblicità. È come se apparisse Topolino a garantire che Lupo Alberto esiste davvero, o viceversa. In tutta questa faccenda una sola cosa è chiara: affascinato dalla entrata in campo di questo problematico signor Rana, e da questa irruzione di un immaginario nell'altro (come in 'Hellzapoppin'' dove, nel corso di una festa da ballo, irrompono degli indiani a cavallo usciti per sbaglio da un altro film), io alla fine (come vi sto dimostrando) non ricordo più che cosa diavolo lo spot in questione pubblicizzasse.

D'altra parte non si tratta di un fenomeno inedito: sempre più accade che, se lo sketch è attraente e addirittura memorabile (ricorderete il celebre 'buonasera!'), si ricorda la situazione comica ma non il prodotto. È che, affinché il logo sia memorizzato, occorre che faccia parte della battuta finale, efficace e memorabile. Pensate a 'No Martini, no party', alla storia del bambino che sbaglia il nome della Simmenthal o al classico carosello con l'ispettore Rock ("Anch'io ho commesso un errore, non ho mai usato la brillantina Linetti!"). Perché altri pubblicitari (e soprattutto altri committenti) sono così suicidi da rinunciare, per amore di battuta, alla memorizzazione del logo? Confesso che questo è un mistero che non sono ancora riuscito a risolvere.www.espressonline.it/


I film possono aiutare a cambiare il mondo
Mark Achbar intervistato da Dennis Ott e Sebastian Dalkowski




Il diritto moderno conferisce alle istituzioni economiche gli stessi diritti legali di persone vere, in carne ed ossa. Ma se l'impresa è una persona - che tipo di persona è? Un recente documentario fornisce una risposta allarmante: l'istituzione è una persona patologica per natura e per legge e schiaccia sistematicamente la democrazia, la libertà, i diritti e i naturali istinti umani dai quali dipendono una vita umana decente e persino la sopravvivenza umana.


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Il diritto moderno conferisce alle istituzioni economiche gli stessi diritti legali di persone vere, in carne ed ossa. Ma se l'impresa è una persona - che tipo di persona è? Un recente documentario fornisce una risposta allarmante: l'istituzione è una persona patologica per natura e per legge e schiaccia sistematicamente la democrazia, la libertà, i diritti e i naturali istinti umani dai quali dipendono una vita umana decente e persino la sopravvivenza umana.

The Corporation, che comprende interviste con personaggi ben diversi fra loro, quali Milton Friedman e Naomi Klein, è un avvincente resoconto di un sistema economico suicida, che ha finito per diventare un fenomeno globale. JUSTmag ha parlato con il condirettore Mark Achbar a proposito del film, della globalizzazione della società e dell'attivismo popolare.

Sul sito web del film, lei scrive che il suo principale obiettivo era contestare il giudizio convenzionale sul ruolo dell'impresa nella società. Un film può aiutare a cambiare il mondo? Pensa che i film abbiano una maggior capacità di mobilitare la gente rispetto, diciamo, ai libri?

Dipende dal libro e dipende dal film. Il film è un'esperienza più manipolatoria ed emozionale, i libri sono più intensamente cerebrali. Ci sono molte più persone che hanno visto The Corporation di quante non siano quelle che lo hanno letto. Quanto profonda sia stata l'esperienza del libro per i suoi lettori rispetto all'intensità dell'impatto del film sugli spettatori nessuno può dirlo.

Comunque, ho visto questo film cambiare il modo di pensare delle persone e i loro comportamenti. Qualche prova di quanto sto dicendo si trova nei dibattiti del forum di www.thecorporation.com, ma sto parlando anche a proposito delle centinaia di proiezioni alle quali ho assistito. La gente si commuove profondamente. Dopo il film non riescono a vedere il mondo allo stesso modo. Mi dicono che dirigeranno la loro attività in maniera diversa, o che cambieranno il loro corso di studi con uno differente. Coloro che dichiarano di essere stati apatici in precedenza asseriscono che diventeranno degli attivisti, e così via. Stanno usando il film centinaia, a questo punto forse migliaia di università e scuole superiori (ci sono diverse guide allo studio disponibili in rete, perfino una per gli insegnanti dei futuri dottori in scienze commerciali.).

Il film viene anche regalato agli amministratori delegati dei capi di Fortune 500. Sta dando vita a tavole rotonde, forum, DVD party ed ha generato ben oltre mille pagine di stampa. Milioni di persone lo hanno visto ed altri milioni lo faranno, perché si sta facendo strada fra il pubblico di teatro, DVD e TV. Si, i film possono aiutare a cambiare il mondo. Se in meglio, questo resta da vedere.

Avete ricevuto qualche risposta da parte delle aziende menzionate nel film, o da parte di fautori del capitalismo che vi compaiono, come Michael Walzer o Milton Friedman? Siete stati minacciati di ricorso ad azioni legali?

Il giorno dopo la nostra intervista con l'anziano vicepresidente dell'IBM, mi chiesero di ritirare l'intervista e, al suo posto, di inserire nel video la loro risposta scritta ufficiale al libro di Edwin Black, L'IBM e l'Olocausto. Io dissi loro che non avrei usato l'intervista se mi avessero fatto parlare con il loro amministratore delegato, ma non lo fecero.

Dopo la realizzazione del film, l'addetto alle relazioni pubbliche di Pfizer disse che se avessero saputo che avremmo dipinto l'azienda come una psicopatica non avrebbero partecipato.

Il precedente presidente della Royal Dutch Shell scrisse un articolo sul film nel Financial Times e, nonostante lo avesse criticato, lo consigliò vivamente. L'amministratore delegato delle relazioni pubbliche dell'azienda Burson Marstellar vuole che faccia un salto al suo ufficio la prossima volta che vado a New York per discutere del film. L'invito dava l'impressione di essere un po' minaccioso, ma non credo che arriverebbe ad allungare le mani.

L'amministratore delegato dell'Interface Ray Anderson ha fatto una grande promozione del film fra i suoi pari e clienti. Carleton Brown, commerciante di generi di comfort, ha assistito ad una proiezione del film ad ha partecipato ad un Domande e Risposte; il pubblico lo ha elogiato per la sua sincerità. Michael Walzer, direttore della commissione di esperti di destra ha detto ad un reporter di non ricordare di aver fatto l'intervista.

Fino ad ora non ci sono stati processi. Tre ragioni: il film dice la verità; l'enfasi del film è sull'istituzione, non sui singoli individui; e lo scrittore e co-realizzatore del film, Joel Bakan è un professore di legge molto in gamba.

Che tipo di reazioni ha suscitato il film fra i media, per esempio nelle recensioni delle riviste? Ci sarà sicuramente stata una dura critica da parte della destra. Ma per quanto riguarda i media di sinistra/liberali - hanno afferrato il concetto?

La dura critica ammonta all'incirca al 2% delle recensioni, se ci arriva. Abbiamo ricevuto recensioni e articoli dalla stampa economica: The Economist, The Wall Street Journal, Fortune Magazine, Business 2.0 e molti altri. La maggior parte dei giornali e delle riviste ha conferito a The Corporation il giudizio più alto o il secondo più alto. Alcuni dei media liberali/di sinistra si sentivano troppo speciali per concordare con il film e sostenerlo. Diteci qualcosa che non sappiamo già. Ad alcuni scrittori di sinistra che lavorano per interessi commerciali - o forse per quelli dei loro editori - non piace vedere che questo tipo di cose ottiene tanto successo e ti pugnalano alla schiena. Siamo stati addirittura stroncati da una rivista regionale on-line di ecologia, che fondamentalmente diceva che non c'era più bisogno di continuare a denunciare i problemi che di fronte ai quali ci troviamo, il film avrebbe dovuto soltanto occuparsi delle soluzioni; più tardi hanno riflettuto di nuovo, si sono scusati ed hanno dato una mano a promuovere il film. (Circa 1/5 del film, e persino di più i due DVD, hanno a che fare con le strategie di cambiamento.)

A mio parere - qui in Germania e ovunque in Occidente - c'è una convinzione ben radicata fra la gente comune secondo la quale la prosperità economica avrebbe come conseguenza il benessere di una società in generale. Come mai quest'illusione e ancora così viva? Aveva qualche giustificazione in passato?

Penso che ci sia un errore di tipo logico al riguardo. Potrebbe essere vero che la prosperità dell'economia dia come risultato il benessere della società in generale, ma la prosperità dell'economia non è ciò per cui noi viviamo la nostra vita. Non è un mistero il perché i mass-media for-profit, e persino i media pubblici sponsorizzati dalle aziende, promuovano una visione del mondo che mette al centro dell'universo il loro ruolo benefico. Per quel che ne so io, è sempre stato così; chi ha il potere cercherà sempre di convincere il resto del mondo che ne ha il diritto. Il loro successo dipende da quanto noi glielo lasciamo fare.

Una domanda pertinente: perché i paesi poveri cercano di diventare membri del WTO ed entrano in accordi del genere? È abbastanza ovvio che loro sono i perdenti nel progetto neoliberale, ma nonostante ciò sembrano entusiasti di parteciparvi.

Dobbiamo stare attenti a chi intendiamo per "loro": i governi o la gente. Spesso nei paesi poveri la democrazia è debole e la corruzione dilagante. Non che questo non accada anche nelle democrazie ricche, ma assume forme diverse e di solito meno sistematiche. Forse solo meno ovvie. Ma sto pensando a paesi come l'Indonesia. Il governo era sinonimo di grandi affari e interessi. Effettivamente, i Suhartos e i loro amici ne erano i proprietari.

Quindi, alcuni governi delle nazioni in via di sviluppo vogliono accedere ai grandi mercati. Ma ho afferrato il punto. È come se fosse stato fatto loro il lavaggio del cervello. Ognuno deve pensare che diventerà l'eccezione alla regola.

Per favore, faccia un commento sul ruolo del WTO, NAFTA, Mercosur, ecc. L'idea di "accordi di libero scambio" usata dai media di maggior diffusione è esatto? Oppure stanno perfezionando - come dice Chomsky - un nuovo tipo di sistema mercantilistico con una liberalizzazione altamente selettiva?

Farei prevalere un'analisi di Chomsky a scapito della mia in qualsiasi momento.

Il vostro film illustra come le imprese in un sistema capitalistico sono istituzioni amorali per necessità. Questo è applicabile nello stesso modo anche ai commerci su piccola-scala e i cosiddetti global player?

No, va fatta una distinzione. L'obiettivo principale della nostra critica è la multinazionale quotata in un mercato, che non è "necessariamente" amorale. Lo è per scelta. Potrebbe essere altrimenti. Sta a noi fare in modo che cambi. Certo, questo non significa che Joe's Garage non possa essere un'istituzione oppressiva, e non voglio neanche insinuare che l'IBM possa non avere sistemi effettivi per riparare, per così dire, alle molestie sessuali sul posto di lavoro in un modo che Joe's Garage non potrebbe neppure sognarsi. Perciò, piccole attività non quotate sul mercato possono essere altrettanto tiranniche o altrettanto benevole nella misura in cui saranno i loro proprietari a deciderlo e i loro impiegati a permetterlo. Possono scegliere di massimizzare i profitti o di giocarseli per il bene dell'umanità. L'azienda quotata nel mercato , invece, è progettata, per legge, per essere psicopatica. È obbligata per legge e per precedenti legali a mettere i profitti prima di qualsiasi altra cosa. Spesso la Germania è ritenuta un modello in quanto coinvolge altri stakeholder in decisioni collegiali che compiono delle operazioni, e questo è in effetti un passo importante verso la democratizzazione delle nostre istituzioni economiche, ma è piccolo.

Qual è l'ostacolo più serio affrontato dagli attivisti anti-aziendali? Le persone non sanno la verità sulle istituzioni economiche o, piuttosto, non sanno come agire per cambiarle?

Questa è una domanda estremamente difficile. Penso che noi (intendo noi del nord, il mondo sviluppato) in realtà abbiamo paura della democrazia e di tutto ciò che essa comporterebbe. Una democrazia vera significherebbe molto sacrificio e molte seccature. Penso che siamo riluttanti a mettere a rischio i nostri privilegi ed il nostro potere.

A proposito, io non mi definirei anti-aziendale. È un termine troppo ampio. Ci sono aziende non-profit, aziende pubbliche e in Canada e Gran Bretagna, aziende della Corona. Per avere i requisiti necessari ad ottenere fondi pubblici per questo film ho dovuto creare un'azienda for-profit (non quotata sul mercato, comunque).

Mettiamo che il suo film cambi la percezione che molte persone hanno delle aziende (come mi auguro faccia). Ora, ovviamente si crea una tensione: se la gente si accorge che le aziende sono delle entità patologiche che alla fine dovranno essere smantellate, avrà sicuramente paura di perdere il proprio lavoro in conseguenza dell'attivismo popolare. Come può essere risolta questa tensione?

Dia un'occhiata a ciò che sta accadendo in Argentina. La gente in pratica sta licenziando i propri capi, assumendo il controllo delle fabbriche e gestendole per proprio conto. Stanno democratizzando i loro luoghi di lavoro. L'unica persona che perde il proprio lavoro è il proprietario. Le cooperative non risolvono tutti i problemi del capitalismo, ma almeno portano un briciolo di democrazia in uno dei luoghi fondamentali in cui si prendono delle decisioni - il luogo di lavoro.

Quale ruolo giocano i movimenti di base, internet ed altri media alternativi nell'informare il pubblico sui misfatti delle aziende?

Sono essenziali. L'informazione oggi si muove in maniera esponenzialmente più veloce rispetto a quanto non facesse appena un decennio fa. Le aziende hanno paura di essere messe in cattiva luce dai media e faranno qualunque cosa per evitarlo. Ciò conferisce agli attivisti e alla popolazione in generale un certo tipo di potere su certi tipi di aziende altamente in vista, il cui tallone di Achille è costituito dall'immagine della loro marca.

Pensa che la non-violenza sia un imperativo negli sforzi popolari contro la tirannia aziendale? O, per così dire, la distruzione della proprietà privata può trovare giustificazione in casi chiari e attuali di crimine aziendale?

Io credo nella non-violenza, ma dovremmo entrare più nello specifico per valutare delle ipotetiche scelte etiche. Un atto violento contro una fabbrica potrebbe bloccare il ciclo produttivo, ma potrebbe anche togliere il lavoro ad una ragazza madre e, di conseguenza, danneggiare la salute del suo bambino. Perciò, sebbene la violenza non danneggi direttamente un essere umano, ciò non significa che non ci siano conseguenze dal punto di vista umano. Se sia giustificato o meno, è una questione della gravità del male inferto e quanto significativo e duraturo tale danno potrebbe essere. Se l'azione viene fatta fondamentalmente per ottenere un effetto pubblicitario, ci potrebbero essere modi migliori per raggiungere lo stesso scopo.

Il suo film sembra arrivare alla conclusione che il concetto di "economia del mercato sociale" è di per sé una contraddizione. Quel non esserci alternativa, che ne pensa delle visioni di radicale non-capitalismo, come la ParEcon di Michael Albert?

Credo che il lavoro di Michael meriti una maggior attenzione. L'ho intervistato per The Corporation e purtroppo, il contenuto di quella particolare intervista non funzionava con la struttura narrativa del film che alla fine abbiamo girato. Forse lui non mi perdonerà mai, ma nelle interviste io porto regolarmente l'attenzione sul suo lavoro e lo rispetto molto (così come fa Noam Chomsky).

Nel cercare di mettere in pratica alcuni elementi base della ParEcon nel mio ambiente di lavoro, la maggiore difficoltà l'ho incontrata nell'apatia della gente rispetto alle operazioni necessarie e in una reticenza rispetto all'assunzione delle relative responsabilità.

Molte persone vogliono fare solo il proprio lavoro, essere pagati e andare a casa. Quando la gente ha delle capacità particolari esercita un'autorità sproporzionata e la maggior parte non esita ad usarla a proprio vantaggio.

Il film affronta anche il tema della guerra privatizzata. Gli interessi aziendali sono la forza trainante che sta dietro all'impegno militare su scala globale degli U.S.A.?

In realtà il film questo tema lo tocca appena. La sua importanza non può essere esagerata e merita un film - per non dire un movimento - apposito. Fortunatamente un abile regista di documentari, Eugene Jarecki, ha appena terminato Why we fight, che affronta questo tema in maniera eloquente e di grande impatto. Ha vinto il principale premio del Sundance Film Festival di quest'anno e uscirà verso la fine del 2005.

Supponiamo che io voglia fare qualcosa entro i prossimi dieci minuti per migliorare un pochino il mondo. Cosa potrei fare?

Per i primi nove minuti, rimani seduto tranquillamente, non consumare niente e prega. Nel decimo minuto pensa a come puoi vivere la tua vita in maniera più sostenibile. Nell'ultimo secondo deciditi ad agire.


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Il ritorno del Bottone Bianco

Sono tornati. La band più famosa dell'ex Jugoslavia suonerà nuovamente insieme. In giugno saranno a Sarajevo, Zagabria e Belgrado. E' già partita la corsa ai biglietti. "Il bottone è come la bicicletta, una volta che si impara ad andare non si dimentica", così ha descritto Goran Bregovic - leader della band - questa nuova avventura
I Bijelo Dugme Di Mirella Vukota

E' l'evento musicale dell'ultimo decennio nelle Repubbliche della ex-Jugoslavia, i Bijelo Dugme (Bottone bianco), la più famosa rock band in ex-Jugoslavia di tutti i tempi, si sono riuniti ed hanno programmato tre concerti, a Sarajevo, a Zagabria ed a Belgrado. Lo stadio Kosevo nella capitale bosniaca, lo stadio Maksimir a Zagabria e l'Ippodromo belgradese risuoneranno della loro musica nel mese di giugno. La band ha confermato le date dei concerti in due conferenze stampa tenutesi a metà aprile a Sarajevo e Zagabria. Naturalmente il breve tour inizierà nella loro culla, nella loro città natale, Sarajevo, il prossimo 15 giugno, si sposteranno poi in Croazia il 22 ed infine nella capitale serba il 28.

La ri-unificazione dei dugmici (bottoncini) è stata fortemente voluta dal loro ex manager, Radoslav Raka Maric. Negli anni nella band sono entrati nuovi componenti e suoneranno in concerto tutti quelli che hanno risposto all'invito. Vi saranno tre cantanti, Zeljko Bebek, Mladen Vojicica Tifa e Alen Islamovic. Tutti e tre molto conosciuti. Ciascun vocalist durante il concerto canterà le proprie canzoni. Vi sarà poi Goran Bregovic alla chitarra, Zoran Redzic al basso, Milic Vukasinovic alla batteria e Lazo Ristovski e Vlado Pravdic alla tastiera.

I Bijelo Dugme hanno iniziato a riscontrare successo alla metà degli anni '70 ed in pochi anni hanno raggiunto il grande pubblico. Scontato dire che la maggior parte dei loro fans hanno oramai superato la trentina, ma molte delle loro canzoni sono divenute dei "classici" molto conosciuti anche tra le generazioni più giovani. Canzoni come Djurdjevdan, Napile se ulice, Tako ti je mala kad ljubi bosanac, Selma, Lipe cvatu, Ruzica si bila sono solo alcune dei loro hit che ancor oggi si possono trovare nelle memorie dei lettori MP3 delle ragazze e dei ragazzi dei Balcani. Naturalmente attualmente sono altre le star, ma la loro nomea durerà a lungo come quella dei Bijelo Dugme?

I Bijelo Dugme si sono costituiti nel 1974. Nel novembre dello stesso anno sono usciti con il loro primo album Kad bi' bio bijelo Dugme (Se fossi un bottone bianco). Agli inizi suonavano in città e villaggi nei pressi di Sarajevo. Zeljko Bebek, il primo cantante, nonostante avesse una moglie ed un figlio a carico lasciò il lavoro per concentrarsi completamente sui Bijelo Dugme. In poco tempo arrivò il successo e divennero una delle band più amate nella ex Jugoslavia.

I Bijelo Dugme Il leader dei Bijelo Dugme, Goran Bregovic, è senza dubbio il più conosciuto anche a livello internazionale. La sua musica ci è familiare soprattutto grazie alle colonne sonore composte per i film del regista sarajevese Emir Kosturica: Il tempo dei gitani, Arizona Dream e Underground, quest'ultimo Palma d'Oro al Festival di Cannes nel 1995. Tra le altre produzioni di Bregovic vi è l'antologia Ederlezi che raccoglie le sue canzoni più famose. Nella musica di Bregovic le melodie gitane e tradizionali dei Balcani incontrano suoni high-tech ed un ritmo irregolare. L'incontro tra la melanconia ed un'irresistibile energia positiva è il suo aspetto più affascinante. Nonostante Bregovic non sia di origini gitane a volte è stato definito il più grande gitano tra i gitani, per l'abilità di "rubare" musica tradizionale e trasformarla in brani di successo mondiale.

Bregovic ha abbandonato il rock ed i Bijelo Dugme nella metà degli anni '80. Non è più apparso in pubblico sino al 1995 quando ha avviato un tour in Grecia e Svezia accompagnato da un gruppo zigano, un coro bulgaro e l'orchestra sinfonica di Belgrado. Da allora si è affrancato dalla definizione di "compositore della musica dei film di Kusturica". La sua fama attraversa i confini statali e le barriere etniche ed è apprezzata da un pubblico molto variegato. Naturalmente ai suoi concerti all'estero non mancano mai emigrati originari della ex Jugoslavia.

In molti sembrano aver accolto la ricostituzione dei Bijelo Dugme con forte gioia e sono in trepida attesa delle tre date. Potremmo definirli dei "fan dormienti", rapidissimi a "riattivarsi". E' già partita la caccia ai biglietti anche se ancora non ve ne sono a disposizione. Ma vi sono anche voci contro ciò che viene percepito come una rinascita dello "jugoslavismo". Ci si chiede: perché proprio adesso? Dov'erano durante al guerra? Non sono pochi quelli che considerano questo "jugoslavismo" una vera e propria disgrazia ora che le varie Repubbliche hanno intrapreso strade differenti e si sono liberate dal "giogo" yugoslavo e sono del tutto allergici al motto "fratellanza ed unità" che imperversava sotto Tito.

Goran Bregovic, da leader dei Bijelo Dugme, si è assunto l'incarico di spiegare questo ritorno: " "Dugme je kao voznja biciklom: Jednom naucis, i nikad ne zaboravis". Il "bottone" è come andare in bicicletta: una volta che impari non di dimentichi mai come si fa.

Lo si può veramente dire. Una volta che i fans hanno imparato le loro canzoni non se le sono più dimenticati. Anche se sono passati oramai 15 anni dall'ultima volta che i Bijelo Dugme sono saliti su di un palco non vi è dubbio che il pubblico canterà a memoria le loro canzoni proprio come accadeva negli anni '70, '80 e '90. www.osservatoriobalcani.org

Prima che arrivi la tempesta
di Sujatha Byravan e Sudhir Chella Rajan
Il paradosso del fenomeno del riscaldamento globale è che coloro che ne sono meno responsabili, i paesi poveri, ne sopporteranno le conseguenze più drammatiche
Analizzando il problema del riscaldamento globale, emerge come uno dei paradossi di questo fenomeno consista nel fatto che proprio i paesi in via di sviluppo saranno coloro costretti ad affrontarne le drammatiche conseguenze, nonostante essi non siano i principali responsabili delle emissioni inquinanti e, comunque, non usufruiscano come dovrebbero dei benefici economici ai quali l’industrializzazione porta.

Una di queste drammatiche conseguenze, come noto, consiste nell’innalzamento del livello dei mari, che porterà ad una migrazione di “esuli climatici” in fuga dai loro paesi sotto la minaccia delle alluvioni.

Come dovrebbero rapportarsi i paesi industrializzati ad una così drammatica eventualità?

La soluzione più equa sarebbe stabilire di vincolare i paesi responsabili del riscaldamento globale ad accogliere gradualmente gli immigrati provenienti dai paesi in via di sviluppo. I modelli di studio idrologici consentono di poter affermare tranquillamente che, se non verranno promosse nuove azioni di contenimento delle emissioni di gas serra, il livello delle acque marittime crescerà mediamente di oltre 30 centimetri entro il 2050.

A causa dell’innalzamento del livello dei mari, alcuni paesi verranno completamente sommersi dalle acque.
Il Governo delle isole Tuvalu, nell’Oceano Pacifico, ha già chiesto ad Australia e Nuova Zelanda di accogliere i propri abitanti quando il mare invaderà l’arcipelago.

Ciò che si può fare, in realtà, non è molto.

Le masse oceaniche si caratterizzano per possedere un’enorme inerzia termica, il fenomeno che fa sì che le conseguenze dei cambiamenti climatici si manifestino nel tempo molto lentamente. L’impatto cumulativo dei gas serra emessi 150 anni fa durante la rivoluzione industriale, ad esempio, si sta facendo sentire solo ora, e questo proseguirà anche dopo aver previsto nuove eventuali misure di contenimento delle emissioni dei gas serra.

In sostanza, qualsiasi cosa faremo, niente potrà impedire l’esodo degli “esuli climatici”.

Una via per affrontare il problema potrebbe far pensare all’irrigidimento dei confini territoriali e al considerare il dramma degli immigrati come una questione verso la quale non intraprendere iniziative risolutive.

Un approccio al problema più realistico, e più serio, prevede, appunto, di far accogliere alle nazioni più inquinanti, tra le quali Cina e India, i 200 milioni di immigrati che perderanno le proprie case entro il 2080.
Ma in che proporzioni i futuri alluvionati dovranno essere accolti?

Secondo il modello proposto in questa sede, il paese maggiormente responsabile per le emissioni inquinanti, gli Stati Uniti, dovrebbe ospitare ogni anno il 21% del totale degli immigrati. L’ultimo paese presente nella lista dei maggiori inquinanti a livello globale, il Venezuela, ne accoglierà meno dell’1% .
Se un programma del genere venisse avviato entro il 2010, gli Usa, ad esempio, si dovranno preparare ad ospitare dai 150.000 al mezzo milione di esuli all’anno per, all’incirca, i prossimi settant’anni (da considerare, a questo proposito, come gli Usa ogni anno registrano l’entrata nel proprio paese di un milione di immigrati).

È evidente, ormai, come la popolazione immigrata sia certamente in grado di portare benefici ai relativi paesi ospitanti. Ne porterebbe sicuramente alla maggior parte delle nazioni occidentali, le quali attraversano da anni notevoli crisi demografiche, con conseguenti diminuzioni nella disponibilità di manodopera e un numero sempre crescente di pensionamenti.

Bisogna ricordare che l’alta marea da riscaldamento climatico porterà a conseguenze diverse a seconda dei paesi.
Mentre, infatti, le popolazioni dei paesi avanzati sono in grado di far fronte a queste emergenze attraverso la costruzione delle dighe, le coperture assicurative e la predisposizione di efficaci sistemi di allarme e prevenzione, gli effetti del riscaldamento si riveleranno catastrofici per i paesi poveri.

Una soluzione come quella appena proposta si mostra relativamente indolore. Senz’altro, è una proposta d’intervento umanitaria che crediamo ragionevole per affrontare una delle più devastanti conseguenze delle problematiche ambientali del nostro tempo.


Sujatha Byravan è il presidente del 'Council for Responsible Genetics' (http://www.gene-watch.org/).
Sudhir Chella Rajan è il responsabile del 'Global Politics and Institutions Program' al Tellus Institute.


Fonte: http://www.commondreams.org/views05/0511-28.htm
Tradotto da Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media


Ievgheni Adamov: l'arresto un caso diplomatico, I segreti nucleari un intrigo internazionale
di Dale Bechtel*

Berna. La detenzione in Svizzera dell’ex-ministro russo Ievgheni Adamov ha spinto la Confederazione al centro di una disputa fra Mosca e Washington. Le autorità elvetiche devono decidere verso quale paese debba essere estradato l’ex responsabile russo dell'energia atomica, che detiene informazioni sul programma nucleare della Russia. Adamov è stato arrestato a Berna all’inizio di maggio su richiesta degli Stati Uniti. E’ accusato di avere stornato nove milioni di dollari che sarebbero dovuti servire a migliorare la sicurezza delle installazioni nucleari russe quando ricopriva la carica di ministro per l’energia atomica, dal 1998 al 2001. (Foto, Keystone Archive)

Secondo alcuni esperti, Washington starebbe in realtà utilizzando le accuse di riciclaggio di denaro, evasione fiscale e associazione a delinquere per ottenere preziose informazioni sul programma di sviluppo di armi nucleari della Russia.

«La posta in gioco non sono i soldi che Adamov avrebbe, a quanto pare, rubato o di cui si sarebbe indebitamente appropriato. Quanto piuttosto quello che sa dei programmi russi sugli armamenti nucleari», sostiene Andre Liebich, esperto di Europa centrale e orientale presso l’Istituto universitario di studi superiori internazionali di Ginevra.

Smantellare armamenti

«Gli Stati Uniti sono stati ben contenti di assistere allo smantellamento dei programmi e delle armi atomiche russe e per questo vi hanno volentieri contribuito finanziariamente – almeno in parte», spiega Liebich a swissinfo. «E’ chiaro che Adamov occupa una posizione cruciale in questa vicenda e gli USA non sono soddisfatti di come la Russia ora sta gestendo la situazione». Secondo Liebich, il caso Adamov non sarebbe altro che un tentativo di Washington di esercitare pressione perché Mosca scopra le sue carte – nonché una spia evidente dell’ulteriore deteriorarsi delle relazioni fra le due potenze nucleari.

La Svizzera, spiega il ricercatore, si é sfortunatamente ritrovata proprio nel cuore di questo braccio di ferro politico. Dopo le accuse americane, infatti, la scorsa settimana un tribunale russo ha spiccato a sua volta un mandato d’arresto per Adamov – accusato di frode - e martedì scorso ne ha formalmente chiesto l’estradizione.

Prendere una decisione

Le autorità americane hanno tempo fino alla fine di giugno per presentare una richiesta formale d’estradizione. E se lo faranno, sarà allora la Svizzera a dovere decidere a quale delle due richieste dare seguito. Il governo elvetico ha stipulato accordi per l’estradizione con entrambi i paesi e dovrà decidere «prendendo in considerazione tutti gli elementi disponibili». Fra questi rientrano la valutazione della gravità delle violazioni, il luogo in cui sono state commesse, le date in cui sono state depositate le richieste di estradizione, la nazionalità della persona coinvolta e la possibilità di una conseguente estradizione verso un altro stato.

Helen Keller, avvocato e docente di diritto internazionale all’Università di Zurigo, spiega che il tutto potrebbe andare per le lunghe: «Gli Stati Uniti hanno ancora tempo per presentare a loro volta una richiesta d’estradizione». Secondo Keller, le autorità svizzere dovranno allora valutare se le due richieste riguardano gli stessi reati – e in questo caso decidere della loro gravità.

Il ricorso di Adamov

Non solo: Adamov ha «il diritto di fare sentire la sua voce», incalza Keller. «Per esempio, potrebbe sostenere che l’intera vicenda non è altro che un processo politico. La Svizzera sarebbe allora tenuta ad esaminare con grande attenzione un’affermazione simile. E l’ex ministro potrebbe d’altronde presentare un ricorso, qualunque fosse la decisione». Keller spiega che giocano a favore dell’estradizione verso la Russia il fatto che abbia depositato per prima la richiesta e che si tratti di un suo cittadino.

Ma è anche vero, sottolinea l’avvocato, che le autorità svizzere dovrebbero allora prendere seriamente in considerazione quante possibilità avrebbe l’ex ministro di avere un processo davvero equo in patria. «E’ innegabile: ci sono seri dubbi su quanto siano indipendenti i tribunali russi, come abbiamo visto nel processo alla compagnia petrolifera Yukos».

Comunque vada, è prevedibile che la Russia eserciterà pressione sulla Confederazione perché Adamov sia spedito in patria. Secondo Andre Liebich «è assolutamente verosimile che Mosca metterebbe in campo rappresaglie sugli interessi o sui cittadini elvetici che risiedono in Russia». Per esempio, potrebbe prendersela con un’azienda o un dipendente della Confederazione che violino la legge russa.

Missione facile: «E’ davvero difficile fare affari in quel paese senza violarne nessuna...».

Dale Bechtel
(*Redazione di "Swissinfo")

Traduzione di Serena Tinari

redazione@reporterassociati.org





Noi siamo con Prodi e per l’Ulivo. Chi c’è, c’è.
Documento del Movimento per l'Ulivo della provincia di Reggio Emilia




Noi siamo con Prodi e per l’Ulivo.

Chi c’è, c’è.

Quello che è avvenuto in questi giorni all’interno del partito del Centrosinistra mette sotto una luce poco confortante le prospettive della Federazione dell’Ulivo, intesa come nucleo politico forte, aggregato attorno alla figura di Romano Prodi, di una più ampia Unione di partiti alleati per le prossime elezioni politiche.

Noi riteniamo che qualsiasi indebolimento del progetto unitario costituisca la premessa per il ritorno a una logica di divisione che ha già portato la nostra coalizione alla sconfitta elettorale e a una grave situazione il Paese.

Il Movimento per l’Ulivo di Reggio Emilia esprime con forza la preoccupazione che una frammentazione dell’alleanza di centrosinistra possa consegnare l’Italia per altri cinque anni ai partiti che ne hanno causato una profonda crisi economica, ne hanno provocato una grave perdita di credibilità a livello internazionale e hanno minato le basi

del vivere civile con una serie di provvedimenti legislativi volti a gettare un manto di immunità sui trascorsi di Silvio Berlusconi e di alcuni suoi compari.

Per questi motivi, chiediamo a tutte le forze politiche realmente alternative all’attuale maggioranza parlamentare di tenere al primo posto nei propri obiettivi il bene del Paese intero.

Movimento per l'Ulivo della provincia di Reggio Emilia - Aderente alla rete nazionale "Cittadini per l’Ulivo"


Interviene l'associazione "Con Prodi per l'Ulivo"
Viterbo laboratorio del "progetto neocentrista"
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Viterbo 21 maggio 2005 - ore 0,20 - Senza Filtro - Viterbo: un laboratorio politico per il rilancio del progetto neocentrista
Quello che, solo poco tempo fa, costituiva uno scenario prefigurato unicamente da qualche solitaria Cassandra, sta oramai materializzandosi ed assumendo un profilo sempre più netto.


Le ripetute sconfitte subite dalla maggioranza berlusconiana stanno accelerando lo sfaldamento del sistema di potere costruito attorno al suo leader.


Viterbo e la sua provincia diventano così un laboratorio avanzato di sperimentazione del risorgente progetto neocentrista, a dispetto della chiara indicazione fornita dagli elettori che pure avevano premiato con generosità la formula politica dell’Unione alle recenti elezioni.
I segni sono chiari, distinguibili ormai anche da quanti si ostinanavano a far finta di niente.

Gli ultimi inequivocabili segni…
Il rappresentante della Tuscia nel governo regionale è Regino Brachetti, misuratosi l’ultima volta con gli elettori alle comunali 2004 di Viterbo: in quella speciale occasione il suo sforzo non fu particolarmente apprezzato.
Unico rappresentante della città di Viterbo nella giunta provinciale appena formata è Ugo Gigli, uno che con lo spirito più autentico del centrosinistra c’entra più o meno quanto i cavoli a merenda.


Cosa accomuna entrambi? L’essere espressione locale di un progetto di ristrutturazione del sistema politico nazionale che contempla almeno un paio di varianti applicative, legate alla eventuale reintroduzione di un sistema elettorale dai tratti più marcatamente proporzionalistici.

Le due varianti del progetto nazionale
Nella prima variante, il cui presupposto è il ritorno del sistema proporzionale, si riforma un centro immoto dalle antiche sembianze, assemblando la parte neocentrista e clerico-moderata della Margherita, l’Udeur, l’Udc, frattaglie ex pentapartitiche (nuovo Psi in primis), esperienze pseudopartitiche formatesi di recente con i fuoriusciti di Margherita e Forza Italia, delusi per la scarsa democrazia interna che informava questi ultimi partiti (vedi associazione “I popolari”, “Nuova Dc” et similia, i cui iscritti, aderendovi, finiranno dalla padella alla brace nel rinnovato abbraccio con i ras che dominavano i partiti di provenienza) e, da ultimo, ciò che rimane di Forza Italia dopo la batosta.


In questa ipotesi, la sinistra diventa complemento oggetto da cooptare volta a volta a seconda delle necessità.
Non esiste più la possibilità di un’alternativa; la realtà consentirebbe esclusivamente un’alternanza formale e nominalistica fra un centro-sinistra ed un centro-destra dalle caratteristiche sostanzialmente coincidenti.


Non più conflitto fra due o più progetti diversi di società, insomma, bensì disputa (del tutto irrilevante per i cittadini, a questo punto ritornati sudditi) fra segmenti di ceto politico collocati solo formalmente su posizioni diverse, interessati unicamente alla prospettiva della partecipazione ad un banchetto preparato da ineffabili quanto immutabili chef.
Nella seconda variante, fondata sulla persistenza del maggioritario “mattarellato”, pezzi di centrodestra saltano (o risaltano) il fosso e si ricollocano nei partiti centristi (soltanto pro-tempore inquadrabili nel centro-sinistra dal “trattino” divenuto gigantesco), per l’occasione opportunamente depurati da ogni “scoria” ulivista.


Si prepara, insomma, il set per il “remake”del film già visto con il primo governo Prodi, con qualche “soluzione istituzionale” pronta per il nuovo colpo di scena ed il cast già accuratamente selezionato dall’abile regia.

Le prossime puntate viterbesi dello sceneggiato
La trattativa sui collegi per le politiche in qualche segreta stanza è già stata definita, in barba a qualsiasi anelito di democrazia diretta, leggi primarie, miraggio di inguaribili sognatori; accordi trasversali sui collegi sono stati probabilmente già siglati; alcuni potenziali “saltatori della quaglia” si sono già allineati ai nastri di partenza per consumare l’ennesima truffa ai danni di un elettorato sempre più esterrefatto, nell’ambito dei consigli elettivi degli enti locali, con l’obiettivo di fornire a provincia e comuni assetti ed equilibri più congeniali con il progetto complessivo.

Qualche volta il progetto non quaglia…
Il progetto è chiaro, i suoi protagonisti, pur fortissimi, non appaiono però invincibili.
Talvolta, nonostante l’atteggiamento di supponenza ed arroganza che ne caratterizza l’agire, trovano impreviste quanto efficaci azioni di resistenza poste in essere da persone che non si rassegnano a recitare la parte di impotenti pedine su uno scacchiere approntato da altri.


A Tarquinia, alle elezioni per l’Università Agraria, primo banco di prova post-elettorale per una perentoria quanto esemplare affermazione del progetto, la segreteria provinciale della Margherita propone, quale candidato alla presidenza del centrosinistra tutto, il volubile Renzo Rosati, dapprima iscritto a Forza Italia, poi passato all’Udc nelle cui file aveva affrontato le ultime elezioni provinciali ed infine approdato alla Margherita nella speranza della “meritata” ricandidatura.


In molti nel centrosinistra hanno un sussulto di orgoglio e dignità. Saltano i giochi concertati nelle segrete stanze.
Rosati resta il candidato della sola lista civica neocentrista approntata per l’occasione.
Quest’ultima, però, inizia a perdere pezzi nei giorni immediatamente successivi alla presentazione delle liste.
La riprova che ci si può sottrarre alla ferrea logica dei giochi di vertice.

Cosa fare a questo punto?
Qui le possibilità grosso modo sono due.
La prima è la soluzione “contemplativa”: fare da spettatori.
Mentre la parte più progressista e “liberal” del centro laico e cattolico viene progressivamente emarginata, la sinistra è chiamata a recitare la parte di comprimaria assegnatale in un copione, quello per la realizzazione del progetto neocentrista, che ne esalta le caratteristiche di vera e propria “carne da cannone” necessaria ai fini del successo di quest’ultimo (“Vogliamo fare il mazzo ai Ds…” è oggi il manifesto programmatico di qualche autorevole esponente della Margherita che vaticina future alleanze extrauliviste).


Non appena i fautori del progetto di cui sopra avranno terminato il proprio lavoro, forse ci sarà ancora spazio per elaborare e realizzare un progetto di lungo termine con quanti resteranno.


Idee e valori, del resto, sono duri a morire.
La seconda, quella più auspicabile, è fornire una soluzione efficace, proprio in quanto immediata ed organizzata, elaborando un controprogetto, rilanciando l’iniziativa politica, rendendo l’esperienza di “Uniti nell’Ulivo” qualcosa di più di un semplice specchietto per le allodole.


Ed è su questo progetto che siamo disposti a lavorare sin da domani.

Associazione “Con Prodi per l’Ulivo”www.tusciaweb.it





maggio 21 2005

primarie



Inutili, insensate, stupide, immotivate...
Quanti aggettivi sono stati usati per svilire ed allontanare l'uso di questo
strumento?
Ci si è messo d'impegno anche lo stesso Prof, soprattutto dopo le regionali.
Povero Prof, ancora una volta illuso delle cetre delle sirene veterodc,
accompagnate dal coro delle più avanzate menti ds.
Ora, come in certi films dell'horror, si scopre che dietro le forme
seducenti si celano le sembianze di vecchie e flaccide baldracche in via di
irrecuperabile deturpamento. Con in più la tragica realtà di "giovani
virgulti" -almeno all'apparenza- in tale stato di confusione e sclerosi
mentale da non vedere nemmeno le più semplici indicazioni di pragmatismo che
ci vengono dalla nostra situazione, al tracollo sia nell'economia sia nella
credibilità internazionale.

A questo punto, se davvero si vuole chiarezza, se si vogliono togliere di
mezzo i tarli e le tarme annidati nel vecchi ciarpame, si abbia il coraggio
di usare quello strumento, che già in Puglia ha dimostrato come certi vecchi
tabù altro non siano che carte truccate, buone solo per chi vuole continuare
a lasciarci in una forma di "democrazia paternalisticamente assistita", come
si fa per eterni bambocci che debbano restare permanentemente sotto tutela
perché non abbiano a farsi del male.

Mandiamo li tutti a quel paese, questi vecchi residuati del parassitismo
intestinale, e facciamogli vedere che orami siamo adulti, che abbiamo
capito, che possiamo proseguire da soli, meglio, molto meglio se senza di
loro.

Indiciamo queste primarie, e facciamole!

gianalberto

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Gargonza mailing list
Gargonza@perlulivo.it
http://www.perlulivo.it/mailman/listinfo/gargonza


Berlusconi: 'Troppi 110 euro agli statali, ho già dato 24 milioni a Bonolis'
Contratto degli statali: polemiche senza fine. Berlusconi scende in campo, ma è molto concimato. Il monito dell'Unione Europea: non sarete costretti a vendere solo le spiagge.

COLOGNO MONZESE - E' ormai braccio di ferro fra governo e sindacati sul rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici.

Il Ministro per l'economia Siniscalco ha rimesso al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi un'ipotesi di accordo su un aumento lordo medio di 110 euro, ma il premier non ha accettato: 'E' inammissibile che gli statali chiedano tanto, viviamo un momento delicato, è ora che ognuno si prenda le proprie responsabilità: come possono i sindacati chiedermi 110 euro lordi quando ne ho appena versati 24 milioni a Paolo Bonolis?'.

Nel frattempo il vicepresidente Tremonti sta cercando nuove risorse per coprire il taglio dell'IRAP: 'Pensavo che si potrebbe affittare il Canal Grande a Venezia, oltre alle letterine di Passaparola. Ma se dovessero rendersi necessarie misure drastiche, potremmo dare in locazione il sole della Puglia ed anche la ricetta della pizza'.

Sulla questione del contratto degli statali e su dove reperire nuovi soldi per la finanza pubblica, l'Unione Europea chiosa con scetticismo: 'Non ci sono nuove imprese, non c'é occupazione, la concorrenza schiaccia la produzione interna: l'Italia è un paese senza futuro. Se non ci saranno sostanziali novità ed una forte innovazione Berlusconi forse dovrà cedere qualche poltrona in Parlamento, ma gli italiani oltre che le spiagge saranno costretti a vendere anche il culo'.

Con rispetto parlando.www.giuda.it



L´Economist: "Siete i malati della Ue"
ELENA POLIDORI A PAGINA 10


da Repubblica - 21 maggio 2005

L´ANALISI
Il settimanale riprende l´espressione coniata dallo zar Nicola e punta il dito sui guai del Belpaese
"L´Italia di Berlusconi vero malato d´Europa"
L´Economist: dov´è finito il governo?
Critiche anche per Prodi: non ha una politica più dinamica da offrire
"Il premier ha fallito: le riforme, compresa quella sulle pensioni sono state tardive"
ELENA POLIDORI

ROMA - Una immagine dello Stivale puntellato da stampelle di legno. E poi la scritta: "Il vero malato d´Europa". Così ci vede l´Economist che, ancora una volta, sbatte l´Italia in copertina. All´interno, descrive un´economia "stagnante", con l´attività imprenditoriale "depressa", le riforme "tardive " e gli standard di vita "peggiorati". «Dov´è il governo?", si chiede il settimanale mentre un po´ ovunque, dall´estero, crescono le preoccupazioni per le sorti del paese. Le agenzie di rating, quelle che valutano il debito nazionale, ci tengono gli occhi addosso tanto da costringere Silvio Berlusconi, reduce da un inedito faccia a faccia privato con gli esperti di Moody´s a dire che no, "non abbiamo nessuna preoccupazione di declassamento del nostro paese. Ho voluto io incontrare questi analisti perchè volevo sapere i criteri su cui basano le loro valutazioni». Poi c´è l´Ocse che prevede una manovra bis quest´anno. Poi l´Fmi, che accusa il governo di non aver ridotto squilibri di bilancio. E la Ue, che sta per aprire una procedura per deficit eccessivo. E i mercati, dove lo scarto tra i rendimenti dei titoli italiani e tedeschi, un altro indicatore di credibilità, oscilla, s´allarga.
Ecco, è in questo contesto che s´inserisce l´Economist, di nuovo ipercritico verso l´Italia in un editoriale e due articoli, uno economico, l´altro sulle elezioni siciliane. Il giornale ricorda che l´espressione "vero malato d´Europa" fu coniata dallo zar Nicola I di Russia per l´impero Ottomano e che, da allora, venne usata per molti paesi europei, dalla Gran Bretagna alla Germania. Al "nuovo paziente", l´Italia appunto, l´appellativo però resterà "per un bel po´ di tempo". Intanto perché il governo Berlusconi ha "fallito": le riforme, compresa quella delle pensioni sono state "piccole e tardive", la sua cura per la finanza pubblica "si è basata essenzialmente su una tantum e condoni", ha fatto solo un "piccolo taglio delle tasse", nulla di paragonabile "a ciò che aveva promesso". Ma la "brutta notizia" è che, se perdesse le prossime elezioni, "l´opposizione guidata da Romano Prodi non sembra avere alcuna politica o riforma economica più dinamica da offrire".
Perciò, Italia malata. Gli ultimi dati sul Pil suggeriscono "che ha problemi ancora più gravi" dei partner. Le cose hanno iniziato ad andare "visibilmente storte", due anni fa, quando è emersa la crisi Fiat. Subito dopo, i crac Cirio e Parmalat. Adesso c´è il tessile che deve fronteggiare la competitività cinese. Come se non bastasse "c´è stato il licenziamento da parte del governo" di Vittorio Mincato dall´Eni, un manager di "talento". E s´assiste pure alla "saga" bancaria, con le Opa e tutto il resto. E allora, "dov´è il governo?". Nell´analisi dell´Economist, la performance "povera" dell´economia ha pesato sull´impresa ma, appunto, anche sul livello di vita e per questo gli italiani "stanno allontanandosi dalla coalizione di centrodestra". Berlusconi ha vinto in Sicilia ma adesso il suo governo è "profondamente impopolare". Il giornale ricorda di non aver mai fatto mistero delle sue opinioni sul premier. Negli anni, più volte, se l´è presa con lui (e con l´Italia). Nel 2001, tra le polemiche, lo aveva definito "inadatto " a governare il paese per via dei suoi problemi giudiziari e del conflitto d´interesse: "In qualsiasi democrazia che si rispetti sarebbe impensabile", scriveva. «Spazzatura", fu la replica. Oggi così conclude. C´era la speranza che "l´imprenditore diventato politico potesse fare le riforme necessarie e prendesse in mano la finanza pubblica". Invece, "quattro anni dopo, il governo Berlusconi non è riuscito a fare nemmeno questo».


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Botta e risposta con Berlusconi. "Nessuna procedura ", la Ue: "A giugno il giudizio". Ciampi: euro conquista irreversibile
Deficit, Almunia smentisce il premier
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE franco papitto

BRUXELLES - Botta e risposta fra Roma e Bruxelles sul deficit italiano mentre Ciampi si schiera ancora in difesa dell´euro. I problemi della finanza pubblica italiana non dipendono dall´euro: sono antecedenti, ha detto ieri il capo dello Stato a Malta, al contrario, l´euro dà stabilità, e non a caso «lo chiamammo punto di non ritorno». A Berlusconi che ha confidato all´Ansa di «escludere certamente al momento attuale una procedura d´infrazione della Ue», la portavoce del commissario europeo agli Affari economici e monetari, Joaquin Almunia, ha ricordato che «le regole sono chiare». In base a queste regole, «la Commissione presenta una relazione (all´Ecofin) se il rapporto deficit-Pil è superiore al 3%, ma anche se c´è il rischio che questo accada». «Del resto», ha continuato, «l´intenzione del commissario Almunia è stata chiaramente e ripetutamente espressa». E in effetti Almunia non ha mancato occasione nei giorni scorsi di ricordare che «il Patto di stabilità esiste ancora» e che la Commissione europea ne applicherà le regole «in maniera rigorosa, per rafforzare la credibilità del quadro fiscale europeo». Berlusconi aveva detto di ritenere «impossibile» una procedura d´infrazione dell´Ue perché questa «si ha a cose fatte, quando si registra un deficit superiore al 3,5% e a dati ormai consolidati». La portavoce di Almunia, Amelia Torres, ha ribattuto che la riforma del Patto approvata a marzo «richiama chiaramente i principi del Trattato (di Maastricht) e del Patto di stabilità e, in particolare, la funzione della Commissione nel produrre un rapporto se il tetto del deficit viene superato e anche se c´è il rischio che venga oltrepassato». Quel tetto è fissato al 3% e non al 3,5. La Commissione, dunque, «farà il suo dovere», approvando il rapporto sulla situazione delle finanze italiane nella sua riunione del 7 giugno a Strasburgo, e «passerà poi la palla ai ministri finanziari».
Inoltre lunedì Eurostat pubblicherà le sue conclusioni sui conti italiani da cui potrebbe scaturire la constatazione che i deficit annuali nel 2003 e nel 2004 sono superiori alle cifre indicate a suo tempo dall´Istat (2,9 e 3% del Pil). I conti pubblici italiani sarebbero fuori norma già da due anni mentre lo stesso ministro Siniscalco ha riconosciuto che il deficit del 2005 supererà nettamente il 3% del Pil.







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Ds Milano - Rassegna stampa


Elezioni, le primarie dividono il centrosinistra
I ds: non sono una priorità. I Verdi: giusto interpellare gli elettori. La Margherita: scelta quasi obbligata


dal Corriere - 21 maggio 2005

In teoria, sono (quasi) tutti d’accordo. Ma si spazia da chi le giudica «uno strumento utilissimo» a chi le valuta «un non grande espediente». Il centrosinistra si pone il problema delle primarie, sollecitato dalla richiesta giunta da molte associazioni, e dal prossimo arrivo a Milano di Niki Vendola, considerato ormai il testimonial delle primarie che lo hanno portato alla presidenza della Regione Puglia. Pierfrancesco Majorino, responsabile cittadino dei ds, ammette che «le primarie sono uno strumento possibile» e aggiunge subito dopo che «non è questa la prima cosa però di cui dobbiamo discutere», invitando a «concentrarsi su progetto e coalizione il più allargata possibile». Più tecnico, Stefano Draghi, mago dei sondaggi della Quercia, spiega che «le primarie sono uno strumento molto utile, ma da maneggiare con cura». Draghi distingue: «Un conto è chiedere agli elettori un orientamento quando ci sono 2 o 3 candidati importanti. Un altro è, come mi pare si stia facendo, usare le primarie per cercare i nomi. La selezione dei candidati è un compito dei partiti e della politica, non un esercizio di pura creatività».
Da sempre sostenitore delle primarie, il verde Carlo Monguzzi osserva che «se però ci fosse già un candidato unanimemente riconosciuto, le primarie perderebbero di significato. Ma se abbiamo più persone in campo, è giustissimo far scegliere agli elettori: aggiungendo a ciascuna faccia anche dei programmi». Un altro ambientalista, Basilio Rizzo, è convinto che «se ci fosse stato il grande nome, il fuori categoria, lo avremmo già trovato. In questa situazione, le primarie sono utilissime». «Attenzione - avverte il senatore dello Sdi, Roberto Biscardini - perché l’unica esperienza di primarie in Italia è quella pugliese. Che nasce da un dissidio interno alla coalizione. noi invece abbiamo bisogno di massima unità. Le energie dei partiti devono concentrarsi su questo: per il candidato abbiamo tempo».
Nando Dalla Chiesa, presidente della Margherita milanese, non teme le primarie: «Se non arrivassimo a una candidatura convinta per tutti - è la premessa identica a quella di altri suoi colleghi di coalizione - bisogna farle e senza paura. In ogni caso, prima di individuare il nome del nostro candidato sindaco, le associazioni vanno consultate e coinvolte comunque in qualche modo». Dalla Chiesa ammette che «Milano è terribilmente resistente alle primarie, ma piuttosto che tirare a sorte o fare balletti come se ne sono già visti in passato, direi che la scelta è obbligata».
I leader dell’Unione, che oggi si riuniscono in via Pergolesi (sede del comitato elettorale di Filippo Penati: quindi, uno spazio beneaugurante per il centrosinistra) hanno poi un altro problema da affrontare: l’ultimatum di Augusto Rocchi (prc) pronto a rompere l’alleanza «se si pensa ad una lista civica con candidato moderato su cui far convergere l’Unione». La risposta è unanime: «Rocchi si inventa problemi. Non è questa l’ipotesi di lavoro».
Elisabetta Soglio


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L’ESPERTO
Corritore: una corretta risposta

«Elezioni primarie? Sono la risposta inevitabile alle nuove tendenze della società». Davide Corritore, già stratega della campagna elettorale di Aldo Fumagalli e consigliere di D’Alema a palazzo Chigi, non vede alternative: «Le primarie a Milano sarebbero un segno di innovazione, che chiuderebbe il cerchio di quanto accaduto in questo ultimo decennio». Corritore, perché collega le primarie ai cambiamenti della società?
«Perché intorno a noi si è sviluppata sempre più forte una richiesta di partecipazione e di senso. In generale, direi che è finita l’epoca del piacere che passa soltanto dallo shopping. I cittadini oggi affollano gli incontri di filosofia, si ritrovano a discutere di politica e di amministrazione, si costituiscono in associazioni. Le primarie rispondono alle nuove esigenze».
Ma sono anche un segnale anti-partitico, secondo molti: chiedo le primarie perché scavalco i partiti. O no?
«Non si chiede un passo indietro ai partiti, ma uno avanti ai cittadini. Sarebbero un momento di grande cooperazione».
Cosa la rende ottimista sul fatto che i milanesi aderirebbero entusiasti alle primarie del centrosinistra?
«Ci sono moltissimi segnali. Penso a 50 mila persone che partecipano ad un referendum, neppure troppo pubblicizzato, per scegliere una panchina. O ai 30-40enni che si inventano nuove occasioni di confronto».
Il ruolo dei partiti?
«L’Unione dovrebbe sovrintendere a tutto il meccanismo, facendo una scelta politica sui candidati. Ho seguito le primarie in Puglia (Corritore è amministratore delegato di Swg, ndr ), ma qui non dobbiamo arrivare alle primarie perché non si trova un accordo. Qui si fanno le primarie per arrivare ad un sindaco plurale, che raccolga i consensi più estesi: e gli altri che non vengono scelti, non escono dal gioco, ma entrano nella squadra».
Ci sono i tempi per organizzare una macchina del genere?
«Si può partire in ottobre e chiudere in dicembre: la campagna elettorale di fatto comincia con le primarie. Che farebbero sicuramente da catalizzatore di nuovi consensi. Ci vuole soltanto un po’ di coraggio da parte dei partiti. Anzi, molto».
E. So.



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Ds Milano - Rassegna stampa


Una speranza per Clementina
Una promessa per Baldoni
MARCO TRAVAGLIO


da Repubblica - 21 maggio 2005

Ora finalmente Milano ha battuto un colpo, anche se quello striscione sulla facciata di Palazzo Marino è ben poca cosa. Clementina Cantoni, la volontaria che da cinque giorni è nelle mani dei banditi che l´hanno rapita a Kabul, è milanese. Ma fino all´altroieri, a girare per Milano, non sembrava proprio.
Quando furono sequestrate le due Simona, una di Roma l´altra di Rimini, chi passava per Roma o per Rimini se ne accorgeva: il dolore delle due città si leggeva su tutti i muri. Quando fu rapita Giuliana Sgrena idem. Quando toccò ai quattro bodyguard, pure. Era tutto un fiorire di iniziative, pubbliche e private, nelle città di residenza e nella capitale.
Ogni sera gli enti locali, la chiesa cattolica, le associazioni del volontariato organizzavano fiaccolate, manifestazioni, sit-in, esponevano striscioni e gigantografie, insomma davano segni tangibili dell´esistenza di una comunità ferita, espropriata, stuprata dal più crudele dei delitti.
Segnali che poi, grazie al villaggio globale, rimbalzavano da un capo all´altro del mondo. Fino a entrare nel televisore dei rapitori, laggiù in Iraq. Per Enzo Baldoni non ci fu tempo: era estate, e la notizia della morte arrivò prima che si avesse tempo di riflettere, di organizzare.
Anche Enzo Baldoni era milanese. La sua famiglia è a Milano. E da quasi un anno aspetta notizie del corpo di Enzo, abbandonato da qualche parte in Iraq.

Una speranza per Clementina, una promessa per Baldoni

Il presidente del Consiglio Berlusconi aveva promesso che la salma sarebbe stata restituita al più presto all´Italia: garantiva lui, garantivano gli amici alleati, garantiva il governo finalmente "democratico" di Baghdad. Sono trascorsi nove mesi e non è successo nulla, non s´è saputo nulla. Ma anche su quella che sarebbe una parzialissima consolazione per la vedova e gli altri familiari – piangere sulla tomba del loro caro assassinato – Milano tace. Ha già dimenticato, archiviato? Forse battere un colpo, cioè i pugni con il governo perché dia qualche notizia, aiuterebbe Milano a liberarsi di quest´aura di freddezza.
Milano sembra gelida, e non lo era mai stata, e forse non lo è. Ma così appare. Sul caso di Enzo, morto, come sul caso di Clementina, viva. I pacifisti, criminalizzati come dei brigatisti rossi, sono in fase di stanca ed è un peccato non vederli in piazza, perchè questa sarebbe l´occasione buona per tornare a parlare di Afghanistan, per raccontare un paese spianato dalla bombe, anche dalle nostre bombe, e per nulla "pacificato", per nulla "democratizzato", per nulla "liberato". Basta scorrere le immagini che ci arrivano da Kabul per vedere sfilare, anche in difesa di Clementina, centinaia e centinaia di donne in burqa, e per domandarsi, un po´ ingenuamente: ma l´arrivo dei nostri soldati non le aveva liberate da quel feticcio imposto dai talebani? Non ci avranno mica presi in giro? Gino Strada, un milanese che l´Afghanistan non l´ha dimenticato, lo dice da sempre: ci hanno presi in giro.
Ma è possibile che, se latitano i pacifisti, non ci sia nessun altro che prende un´iniziativa? Chi fa vedere e sentire all´Italia e al mondo il dolore, il senso di vuoto della comunità milanese? C´è l´appello di Cgil-Cisl-Uil. C´è la mobilitazione spontanea del quartiere fra Buenos Aires e Città Studi, dove vive la famiglia. C´è quel drappo al Comune. E nient´altro. A Roma, tanto per le due Simona quanto per Giuliana Sgrena, le prime iniziative le presero il sindaco Veltroni, il presidente della provincia Gasbarra e il governatore Storace (dicesi Storace), convocando i romani in piazza del Campidoglio per testimoniare il dolore e le speranze della capitale.
E Milano? Esiste ancora una Milano ufficiale e istituzionale? Esiste qualche autorità consapevole di rappresentare la città, cioè il popolo che l´ha eletta, e dunque anche Clementina, i suoi famigliari, i suoi amici? A leggere le cronache e a girare per Milano, si direbbe che la politica e le istituzioni abbiano altro da fare e pensare.
Bisogna assolutamente trovare un nuovo nome a Piazzale Loreto (Piazza Zecchi? Largo Darth Vener?). Bisogna mettere a dieta, nelle scuole, i bambini sovrappeso. Bisogna discutere per giorni e giorni sul convegno delle lesbiche alla Provincia, per non parlare del dibattito sul Gay Pride all´Idroscalo. Bisogna scannarsi sulla nuova abboffata di strapuntini regionali o su come passare ai soliti amici e amici degli amici gli immobili comunali.
Bisogna discettare sull´avvenenza e sulle altre eventuali doti della neocoordinatrice lombarda di Forza Italia Maristella Gelmini. Roba forte, altro che Clementina Cantoni, rapita cinque giorni fa a Kabul, forse milanese. Altro che Enzo Baldoni, assassinato nove mesi fa in Iraq, forse milanese.
marco travaglio



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Ds Milano - Rassegna stampa


Caro Prodi, tieni fuori i voltagabbana
LETTERA APERTA A ROMANO PRODI - A CURA DI PIERO RICCA

Questa lettera aperta, che rivolgiamo a Lei Prof. Prodi, per conoscenza è idealmente indirizzata anche a quel gruppo ristretto di segretari di partito e capi-corrente che deciderà le candidature per l'Unione alle prossime elezioni politiche. Nelle settimane scorse si sono diffuse notizie e indiscrezioni relative a promesse di candidature a ben noti personaggi di consumata fede berlusconiana. Il caso più eclatante, per le attitudini del personaggio, è quello di Sgarbi. Ma non è certo un caso isolato.

A Palermo come a Milano conversioni, per così dire, eccellenti sono già state ufficializzate sotto i flash dei fotografi e con il plauso dei vertici unionisti. Quasi superfluo dire quanto siffatte notizie e indiscrezioni possano rallegrare chi come noi in questi anni si è battuto per una politica compatibile con le norme dell'etica pubblica. Per superare questo senso di sfiducia, peraltro acuito dalle perduranti divisioni della cosiddetta Federazione dell’Ulivo, ci permettiamo di chiedere una parola chiara al leader del Centrosinistra, nella speranza che con una presa di posizione ferma e comportamenti conseguenti Lei, Professor Prodi, ci garantisca che dalle liste dell’Unione verranno tenuti rigorosamente fuori personaggi già candidati o eletti in passato nelle liste della cosiddetta Casa delle Libertà.

Il nostro auspicio è che la coalizione da Lei guidata si rivolga direttamente ai cittadini-elettori con un programma chiaro, unitario, rivolto al bene del Paese e candidati credibili, coerenti, accettati dai cittadini. Dopo questi anni loschi, sarebbe davvero triste essere costretti a non votare, per "impresentabilità" dei candidati! D'altra parte, una lettera come questa - Lei ne converrà Prof. Prodi - non sarebbe necessaria se i simpatizzanti del Centrosinistra fossero in grado di partecipare alla selezione dei candidati al Parlamento attraverso il meccanismo delle primarie aperte di collegio, un fattore di rinnovamento della politica, sperimentato con successo alle recenti regionali in Puglia, di cui nemmeno si parla, dopo che, ad aprile, l'ipotesi di primarie per il candidato presidente del Consiglio è stata velocemente archiviata come non più necessaria. Con i più cordiali saluti e l’augurio di buon lavoro
www.centomovimenti.com

LE MUTANDE DI SADDAM E… QUELLE DEGLI ALTRI
Peace/Justice, Standard


Il più venduto ‘tabloid’ inglese, subito recidivo, esce oggi, sabato, con un’altra foto ‘rubata’ di Saddam Hussein, forse in preghiera dietro un filo spinato. Ieri, lo stesso giornale e un suo degno compare americano, entrambi proprietà del magnate australiano Rupert Murdoch, avevano pubblicato foto di Saddam in mutande. La testata dei due degni giornali viene qui omessa soltanto per non aggiungere, sia chiaro, altra pubblicità gratuita e ingiusta a quella già generosamente dispensata dalla televisione di tutto il mondo. Le immagini sarebbero state fornite da un anonimo ufficiale statunitense. “Un insulto all’umanità, agli arabi e al popolo iracheno” ha detto Ziad al-Khasawneh, capo del gruppo di legali di Saddam, aggiungendo: “E’ chiaro che le foto sono state scattate in carcere e quindi che militari americani le hanno poi fatte circolare. Procederemo contro la stampa e chiunque abbia collaborato alla distribuzione di queste immagini”. La Croce Rossa Internazionale, responsabile per il monitoraggio dei prigionieri di guerra, ha ricordato che è proibito sia fotografare sia diffondere le immagini di qualsiasi prigioniero e che non si può escludere una violazione della Convenzione di Ginevra; preoccupazione espressa anche dai militari americani a Baghdad ma con un interessante distinguo: non è il contenuto delle foto in discussione ma il semplice fatto di averle scattate e distribuite. Un portavoce ha affermato che anche la Casa Bianca - ancora con i lividi per la malaugurata e “malsmentita” storia del Corano spazzato via dallo sciacquone di una latrina del campo di concentramento nella baia cubana di Guantanamo - fa sapere che ritiene inevitabile un’inchiesta. Khalil al-Duleimi, avvocato difensore di Saddam in Iraq, rifiutandosi di commentare le immagini almeno fino a che non avrà accertato la loro autenticità, aggiunge: “Non dubito comunque che le forze americane possano rendersi responsabili di un simile comportamento visto che, imponendo i diritti della forza e la legge della giungla, non rispettano alcun diritto e sono capaci di qualsiasi cosa”. E si può essere sicuri che l’avvocato al-Khasawneh stia esagerando quando afferma che quelle foto fanno parte di una “più vasta guerra contro le nazioni arabe e islamiche”, passata anche per il carcere iracheno di Abu Ghreib e il campo di concentramento sull’estremo lembo di Cuba? All’Afghanistan il legale non ha accennato forse soltanto perché non sapeva ancora del rapporto appena diffuso dall’organizzazione americana “Human Right Watch” in cui si fa riferimento alla prigione segreta americana nota come “Pozzo del sale” ( Salt pit), a nord di Kabul, come epicentro di un sistema di uccisioni, torture e abusi d’ogni genere, anche prima che cominciasse la guerra in Iraq. D’altronde, sia detto per inciso, era già noto che gli stessi “esperti” statunitensi avevano operato a Kabul, a Baghdad e a Cuba. Non vale neanche la pena di riferire il senso delle tronfie e spudorate affermazioni con cui alcuni presunti giornalisti hanno non solo difeso ma inneggiato alla decisione di usare quelle foto attribuendole anche il valore di testimonianza politica contro il tiranno assassino. Nel dicembre 2003 ci furono almeno critiche e indignazione quando le grandi e piccole televisioni del pianeta trasmisero con insistenza da lavaggio del cervello i filmati dell’umiliante visita medica pubblica a cui Saddam venne sottoposto dopo l’arresto nel dicembre 2003. A meno di un anno e mezzo di distanza, tra profanazione del Corano e il mostro iracheno in mutande, il mondo sembra aver davvero fatto molta strada grazie alla cosiddetta “guerra al terrorismo”: le foto di un prigioniero in mutande diventano occasione d’orgoglio professionale e ideologico per chi le pubblica e diffonde e forse di divertimento per molti che le guardano. (continua)[MB]misna.org





Parisi: Lavoreremo per l’Ulivo, appuntamento il 17 giugno

Lavoreremo per l’Ulivo, dando appuntamento a tutti gli ulivisti per il 17 giugno: lo dice Arturo Parisi, presidente dell’Assemblea federale della Margherita, dopo il voto contro la lista unica.

"Mi auguro - dice - che non sia una scelta storica, ora sappiamo quanti sono nella Margherita, o almeno nella sua assemblea federale, gli ulivisti al passato e quanti quelli al futuro. Spero e lavoreremo perché le ragioni del futuro prevalgano su quelle del passato. La scelta dell’Ulivo maggioritaria tra gli elettori del campo democratico è tra gli apparati di partito da sempre una scelta contrastata. Se anche attraverso vicende drammatiche abbiamo difeso per dieci anni le ragioni dell’Ulivo, non sarà questo voto a farci desistere e men che mai arrendere. Do un appuntamento a tutti gli ulivisti il 17 giugno a Roma - conclude - per ragionare assieme su come andare avanti nel Partito e tra la gente".

Parisi: Scelta da congresso, ma l’assemblea ha i poteri

“Se fossimo dotati delle forme organizzative di altri partiti, difficilmente potremmo sottrarci a un congresso straordinario, ma la nostra assemblea ha un rilievo statutario”: Arturo Parisi evoca questa possibilità, confermando la validità del voto che l’assemblea federale della Margherita si accinge a fare.
Ma nel suo intervento lancia un affondo preciso. “Vedo che il rafforzamento della Margherita ci ha portati a regredire in una condizione di paura. Ma il prossimo passo, già sottoscritto, meriterebbe di essere votato in questa assemblea. Perché oggi questo stiamo facendo e come primo passo c’è proprio questo: essere qualcosa di accogliente per pezzi di ceto politico della CdL ed essere guidati da una competizione in cui chi ha più tela deve tessere. E credo che a tutti sia chiaro che un dibattito aperto e chiuso oggi non coincide con una scelta meditata su un tema che ha rilievo statutario”.
“Rutelli - aggiunge Parisi - ha messo sul tavolo una parola forte, Partito Democratico, un progetto per cui ci siamo messi in campo e per cui non possiamo accettare né egemonie, né annessioni. Ma che non richiede l’attesa di un nuovo inizio, ma di costruire un cammino. Si è aperta tra noi una riflessione su come arrivare al Partito Democratico? Perché non proporla agli altri? Se questo fosse il tema, il confronto tra noi avrebbe un altro senso. Ma è questa la proposta? No, è invece un no nel presente e un generico sì sul futuro”.

I tre Sì proposti da Francesco Rutelli sono un no all’Ulivo. Lo afferma Arturo Parisi nel suo intervento all’assemblea federale della Margherita. “È facile dire tre sì - spiega il presidente dell’assemblea federale DL - sì all’Unione, sì alla Federazione, sì alla Margherita, senza rendersi conto che questi tre sì equivalgono a un no ed equivalgono a un no all’Ulivo. All’Ulivo, risposta forte e stabile e unita per il governo del paese”.
Parisi ha dunque criticato le tesi espresse da Rutelli a favore della presentazione del simbolo della Margherita nel proporzionale alle politiche del 2006. “Ma voi immaginate - ha affermato - che, una volta che la dinamica si mette in moto, la situazione statica che adesso è stata descritta, la situazione che Francesco ha evocato di un cammino in pianura, non in discesa e neppure in salita, non prenda la curvatura che ci attende? Voi immaginate che aprendo la questione della guida politica, non personale, della coalizione, affidandola alla competizione quantitativa, il problema si risolva?”.
“Questo voto significa ridurre la Fed a un centro studi o a una piccola Unione, mentre noi vorremmo fare dell’Unione un grande Ulivo. E il sì alla Margherita rischia di essere un sì a un partito coinvolto in un cammino in discesa e all’ indietro. Perciò annuncio il mio voto negativo alla mozione, e il mio essere orgogliosamente ulivista”.
“Lo dico a chi ha voluto ricordare che ci sono più modi di essere ulivisti. Sì, c’è l’ulivismo delle elezioni e quello del giorno dopo, quello dei segni e dei fatti. Ognuno si qualifichi come vuole”.
Questa scelta, dice Parisi, “è un no sul presente e un generico sì sul futuro” riguardo al partito democratico. “Equivale alla battuta romanesca sul sito di ‘Aprile’, France’ facce sogna’, e all’accoglienza riservata dall’assemblea della sinistra Ds a Franceschini. Il ritorno alla normalità è il sogno che viene proposto. Che definisce l’Ulivo un pasticcio dal sapore indistinto, in cui il centro fa centro e la sinistra la sinistra, divaricandosi tra loro per conquistare più seggi. Come se Berlusconi con 100 seggi in più avesse assicurato governabilità al Paese”.

www.cittadiniperlulivo.com

VOLTAGABBANA
Emilio Fede, con i suoi teneri occhi da coccodrillo se n’e’ uscito il giorno del (presunto) trionfo di Berlusconi a Catania, per denunciare i voltagabbana. Proprio lui, che era juventino ed oggi si dice milanista…
Non e’ neppure un fenomeno tanto recente, se solo pensate che nella storia d’Italia, raramente abbiamo terminato una guerra con gli stessi alleati con cui l’avevamo cominciata. Il fenomeno e’ risultato cosi’ preoccupante che gli storici hanno dovuto inventarsi un nuovo nome e adesso lo chiamano Machiavellismo.

Vabbe’,

Eppure, in tutta questa transumanza due persone (accidenti, stavo per dire: due vacche) spiccano su tutti: la Prestigiacomo, che da quando sul suo conto si sussurrano fini pettegolezzi (o pettegolezzi, Fini? ) e’ balzata non solo al clamore delle cronache, ma anche in ogni pertugio disponibile in televisione, permettendo a noi vecchie pellacce, di capire, dal suo eloquio, dalla sua competenza, dal nitidore delle sue idee, che si’, la signora e’ in quel posto perche’ senza dubbio la da’ a qualcuno….


E l’altro e’ Giuliano Ferrara, uno che non ha mai cambiato gabbana ma l’ha via via sporcata con i nuovi colori con cui si e’ dipinto la faccia.
Ma questa volta e’ diverso perche’ non di gabbana di tratta ma di vera e propria conversione.
Altro che Giorgino, Mastella, Sgarbi, Fisichella, Saluzzi, Giletti ed i prossimi duemila che si sono messi in coda. Qui, da quando PapaRatzy si e’ pronunciato contro il Relativismo, Ferrara ha dichiarato al Corriere: “La Verita’ e’ una sola” e non ha nemmeno aperto la O come si fa a Roma per denunciare un imbroglio, no. Ferrara dopo essere stato comunista, socialista, antiamericano, craxiano, berlusconiano e poi Cialariano (Dopo la CIA, Veronica Lario e’ infatti quella che attualmente gli paga lo stipendio) ora sembra caduto sulla strada di Damasco e pontifica sentenze da convertito andando in video a ripetere le parole del Papa. Fateci caso: “Io laico che propendo per il no al referendum dico: Benedetto XVI aiutaci tu”. Preghiera finora rimasta inascoltata.

P.S.

E infine c’e’ Rutelli, ma quello va messo in un’altra categoria.
Non so se vi ricordate dell’insigne Cipolla e del suo teorema sulla stupidita’ umana.
Aveva fatto un grafico in cui divideva la pagina in quattro settori, in uno ci stavano quelli che fanno danni per un tornaconto ed erano i figli di puttana, nell’altro portavano vantaggi a se’ e agli altri, ed erano gli opportunisti, nel quarto c’erano quelli che facevano danni senza averne benefici e questi erano i peggiori stupidi.
Ecco, io non credo che Rutelli prenda sottobanco soldi da Berlusconi (questo lo metterebbe in una categoria superiore alle sue forze) ma che si sia scordato di essere stato trombato sonoramente dal Cavaliere, e stia facendo danni per un poco di visibilita’, questo si’…
BERLUSCONI
Ha detto agli alleati che alle prossime elezioni, vorrebbe distinguere il premier dal leader della CdL. Secondo me potrebbe pure distinguere dal proprietario di Mediaste e Mediolanum, dal fondatore di Forzitalia, e dall’uomo piu’ ricco del Paese.
Tanto e’ sempre lui…

Ha detto anche che vorrebbe essere considerato FUGGIBILE…
Perche’ non fuggitivo, fuggiasco, sfuggente, sfuggevole?
Boh


Certo, a leggere:
(ANSA) - ROMA, 19 MAG
Questo titolo:
VIOLENZA: CARRARO, CONTINUARE COSI'
Ti prende un colpo.
Poi leggi il lancio d’agenzia:

Il presidente della Figc Carraro si dice contento per i progressi nella di lotta alla violenza, e sorpreso per il finale incerto in serie A. 'Sulla violenza dobbiamo continuare a lavorare cosi' - dice Carraro - in un mese e mezzo dall'avvio delle nuove norme non ci si potevano aspettare cambiamenti epocali. Il bilancio e' positivo, ma il calcio non sara' mai un happening
gioioso'

Se lo dice lui…



ERRATA CORRIGE
Ops…
Ho aggiornato il mio BERLUSCONITE (E’ una malattia?)
Che si trova qui (praticamente senza www)
http://berlusconite.blog.excite.it

pardon


Operazione “gola profonda”







Quanto vi capita di trascorrere una settimana nella capitale della nazione per la conferenza annuale dei direttori di giornali, vi capiterà di ascoltare il presidente Bush, Condi Rice, il presidente dell’Associazione dei direttori, e tutti gli altri che sono così generosi da venire a spiegarvi le loro politiche. Ma un sacco di succulente informazioni segrete arriveranno nella quiete del pranzo, quando tra un drink e l’altro vi capiterà di parlare con vecchi amici ben piazzati all’interno dell’amministrazione, al Congresso e negli ambienti giornalistici, che vi svelano chi si comporta male, chi è sul punto di andare in rovina, chi lotta con chi e via dicendo. E’ sottointeso che il tutto è “off record”*, uno scambio di utili informazioni tra amici fidati e fonti affidabili. Questi informatori dovranno restare anonimi per tutti quelli che leggeranno quello che il giornalista scriverà. Sono le posizioni che occupano a rendere sconsigliabile, se non impossibile, citare il loro nome. Un giornalista che brucia una fonte, una volta stretto un patto di fiducia, è finito professionalmente, o almeno dovrebbe esserlo. Un buon esempio di grande attualità è la storia di Tom DeLay**, il leader della maggioranza repubblicana alla Camera coinvolto in un scandalo per violazione delle norme etiche. Due eminenti membri del partito repubblicano avevano chiesto le sue dimissioni ma gran parte dei suoi colleghi sono rimasti in un diplomatico silenzio. Pubblicamente il presidente Bush ha detto agli editori di non veder l’ora di poter lavorare di nuovo con DeLay. Ma in privato, e in via confidenziale, potenti membri del Congresso hanno dichiarato che difficilmente DeLay ne uscirà indenne e che, sebbene il presidente abbia bisogno di lui politicamente, in realtà tra i due non scorre molto buon sangue. Fonti anonime? Assolutamente. Queste informazioni sono utili? Assolutamente. Posso tradire le fonti, citandole? Assolutamente no.

In un mondo ideale tutte le fonti contenute in un articolo dovrebbero essere dichiarate. Ben Bradlee, ex direttore del Washington Post, una volta ha cercato di applicare questa regola. Il suo editto durò solo pochi giorni. Le fonti del Post, infatti, non furono più disposte a parlare, i lettori ricevevano un cattivo servizio, e la conclusione fu che, specialmente a Washington, un giornale che non rispettava il segreto sulle fonti che considerava affidali, di fatto non poteva operare.

Il dibattito sull’anonimato delle fonti è stato rianimato ultimamente dal caso di Judith Miller, giornalista del New York Times vincitrice del premio Pulitzer, che potrebbe andare in prigione per 18 mesi, insieme al reporter del Times Matthew Cooper, per essersi rifiutata di rivelare le sue fonti ad un pubblico ministero***. Ms Miller qualche giorno fa ci ha detto che non vuole andare in prigione ma che ci andrà perché crede che si tratti di una questione di principio. Ed ha ragione. Il suo caso non è seguito con attenzione solo dai giornalisti americani ma anche da quelli stranieri. Questi ultimi dicono che le libertà di stampa statunitensi sono fonte d’ispirazione e un esempio da seguire, e l’imprigionamento di Judith Miller avrebbe conseguenze disastrose soprattutto in quei paesi dove la libertà di stampa è assai fragile.

Ms Miller e Mr Cooper si sono imbattuti in un caso con forti implicazioni politiche in cui il pubblico ministero dà la caccia alla talpa all’interno del governo che ha rivelato il nome sotto copertura dell’agente della Cia, Valerie Plame. Questo è un crimine. Ma Miller non ha mai usato la rivelazione in un suo articolo, né lo ha fatto Cooper. Per ironia della sorte, niente è successo a Robert Novak l’editorialista che effettivamente ha pubblicato la soffiata. Ancora più stranamente, probabilmente niente succederà ai due senatori – il repubblicano Richard Lugar e il democratico John Kerry – che hanno pubblicamente identificato un altro agente segreto della Cia, Fulton Armstronng, durante le consultazioni delle scorse settimane per la nomina di John Bolton ad ambasciatore degli Stati Uniti all’Onu. (Bolton aveva cercato di tenere segreta l’identità dell’agente).

Il giornalista responsabile deve sempre chiedere perché una fonte che vuole rimanere anonima ha deciso di dare le informazioni in questione. Il giornalista deve stare sempre in guardia contro gli informatori disonesti che danno informazioni imprecise. E deve cercare di persuadere la fonte a uscire allo scoperto, e se la fonte non vuole, deve fare verifiche incrociate per validare le sue dichiarazioni.

Grandi successi giudiziari sono stati ottenuti grazie a fonti rimaste anonime ma che hanno fornito importanti informazioni su gravi misfatti del governo, dei politici o delle aziende. Probabilmente la più conosciuta - o meglio la più sconosciuta- delle fonti anonime è stata “Gola profonda”, senza la quale gran parte del Watergate non sarebbe venuta a galla. Credendo che i reporter sono protetti dal primo emendamento, 31 Stati hanno ora varato leggi scudo per proteggere i giornalisti dall’obbligo di fornire l’identità delle loro fonti. Una legge federale sta passando al Congresso. Potrebbe esser troppo tardi per Judith Miller e Matthew Cooper ma dovrebbe essere approvata.

* Fuori da registrazione, che significa che la fonte deve rimanere anonima, ndr.

** Il texano presidente dei deputati repubblicani, grande protagonista della vincenda Terry Schiavo al fianco dei suoi genitori (e dei cattolici ultraconservatori di cui chiedeva i voti), è oggetto di almeno quattro differenti inchieste del Congresso per aver violato norme di etica ricevendo denaro da terzi e favorendo amici e famigliari, ndr.

*** Si parla dell’inchiesta sul caso Plame3, un agente della Cia il cui nome sarebbe stato rivelato da una talpa governativa. Una questione di sicurezza nazionale: l'aver svelato il nome di un agente operativo potrebbe infatti aver messo in pericolo la rete di spie che in Africa e Medioriente era collegata alla Plame. Un’ottima ricostruzione del caso che spiega retroscena e implicazioni si trova su http://www.uniurb.it/giornalismo/giornalinew/febbraio2005/2005-02-23_luchi_miller.htm

di John Hughes, tratto da The Christian Science Monitor (traduzione di Mariangela Paone)www.megachip.info

Cencelli: ovvero quando gli allievi superano i maestri
Lodes
“Rai, eletti sette consiglieri”… così titolava Repubblica di mercoledì. Ho aspettato un giorno per vedere la reazione a questa notizia. Silenzio assoluto, tranne qualche voce come quella di Curzio Maltese. La notizia non fa notizia, non provoca reazioni indignate nell'opinione pubblica. Eppure la spartizione avvenuta tra i partiti è totale, i sette consiglieri nominati sono di stretta espressione degli stessi: Urbani di Forza Italia, Marco Staderini UDC, Gennaro Malgari AN, Giovanna Clerici Lega, Sandro Curzi RC, Carlo Rognoni DS, Nino Rizzo Nervo Margherita. Si dice che il paese è in declino, per spiegare questa affermazione non c'è bisogno di esibire una molteplicità di tabelle e di dati. Più semplicemente basta guardare a questa occupazione della emittente pubblica. Purtroppo però la “collusione spartitoria” dimostra, anche, che il centro sinistra non riesce a distinguersi dal centro destra proprio sul terreno più importante per l'affermazione della propria cultura politica: l'etica e la trasparenza delle pratiche politiche. L'Unione si candida per il governo del paese perché lo vuole cambiare e sconfiggere il suo declino? Se il buongiorno si vede dal mattino…www.ulivoselvatico.org




Nuova corsa alle armi non dichiarata: l'agenda Usa per la dominazione militare globale
di Michel Chossudovsky

Il documento di un vertice segreto del Pentagono che costituisce il disegno imperiale a sostegno degli interessi Usa nel mondo intero

Il Pentagono ha rilasciato il sommario del documento di un vertice segreto che disegna l'agenda per la dominazione militare globale degli Usa.

Questo ridisegno della strategia militare degli Usa sembra essere passato virtualmente inosservato; non vi è stata copertura stampa di questo misterioso progetto militare.
Con l'eccezione del Wall Street Journal (allegato in seguito), non è stato menzionato nei media statunitensi.

Secondo il Wall Street Journal, il più recente schema del progetto militare globale Usa consiste “nell’aumentare l’influenza degli US in tutto il mondo”, attraverso l’incremento di dispiegamenti di truppe ed una massiccia messa a punto di sistemi d’arma avanzati degli Stati Uniti.

Il documento, seguendo le orme della dottrina della guerra “preventiva” dell'Amministrazione, come dettagliata dal neoconservatore 'Progetto del Nuovo Secolo Americano' (PNAC - Project for the New American Century) va a definire più approfonditamente i contorni dell'agenda militare globale di Washington. Ci si riferisce ad un approccio più “favorevole all’azione di guerra”, che vada oltre la più debole accezione “preventiva” e le azioni difensive nelle quali le operazioni militari sono lanciate contro un “nemico dichiarato”, nell’ottica di “preservare la pace” e “difendere l’America”.

Il documento assume esplicitamente il mandato militare globale US, oltre i teatri di guerra regionali. Questo mandato include anche operazioni militari dirette contro paesi che non sono ostili agli Stati Uniti, ma che sono considerati strategici dal punto di vista degli interessi US.

Da un’ampia prospettiva di politica militare ed estera, il documento del Pentagono del Marzo 2005 costituisce un disegno imperiale a sostegno degli interessi US nel mondo intero.

“Nel suo significato, il documento è guidato dalla convinzione che gli Stati Uniti siano ingaggiati in una lotta continua globale che si estende ben oltre specifici campi di battaglia come Iraq e Afghanistan. La visione è di un militarismo molto più portato all’azione, concentrato sul cambiare il mondo piuttosto che rispondere solo ai conflitti, come ad un attacco nordcoreano sulla Corea del Sud, e ad assumere maggiore rilievo nei paesi in cui gli US non sono in guerra.” (WSJ, 11 Marzo 2005)
Il documento suggerisce che il suo obiettivo consiste anche in operazioni “offensive” piuttosto che genericamente “preventive”. A questo riguardo, c’è una sottile differenza rispetto alle prime dichiarazioni della sicurezza nazionale post-11/9: “[Il documento presenta]quattro problemi nodali, nessuno dei quali concerne scontri militari tradizionali. I servizi militari sono chiamati a sviluppare forze che possano: costruire collaborazioni con stati indeboliti per sconfiggere le minacce terroriste interne; difendere la madrepatria, includendo colpi offensivi contro gruppi terroristici che pianificano attacchi; l'influenzare le scelte di paesi ad un bivio strategico, come Cina e Russia; prevenire l'acquisizione di armi di distruzione di massa da parte di stati ostili e gruppi terroristici.” (Ibid)

L'accento, quindi, non viene più posto solamente sull’intraprendere le principali guerre di teatro, come delineato nel progetto militare PNAC, “Ricostruzione di Difese, Strategie, Forze e Risorse dell'America per un Nuovo Secolo”; il progetto militare del Marzo 2005 punta a cambiare i sistemi d’arma così come il bisogno di un dispiegamento globale di forze US in azioni di pattugliamento militare e di intervento mondiale.

Il PNAC, nel suo rapporto del Settembre 2000, descriveva queste operazioni militari non di teatro come “funzioni di polizia”:
“Il Pentagono deve dotarsi di forze per preservare il mantenimento della pace in modo che non manchino alla conduzione delle principali campagne di teatro. ... Questi compiti sono le missioni oggi più frequenti, che richiedono forze configurate per il combattimento ma capaci di operazioni indipendenti di polizia di lunga durata”.
(PNAC, http://www.newamericancentury.org/RebuildingAmericasDefenses.pdf)


Reclutamento di truppe per pattugliare l'impero

Il rilievo sottolineato è sullo sviluppo e il reclutamento della manovalanza militare specializzata richiesta per controllare e tenere buone le forze e le fazioni indigene nelle diverse regioni del mondo: “Il documento riservato esorta i militari a tirar fuori soluzioni meno dottrinarie, che includano la spedizione di squadre più piccole di soldati culturalmente preparati per addestrare e consigliare le forze indigene.” (Ibid)

Si enfatizza, dunque, la necessità di un massiccio reclutamento e addestramento di truppe. Queste truppe, con i nuovi contingenti di forze speciali, i berretti verdi e altro personale militare specializzato, sarebbero impiegati in azioni di pattugliamento militare in ogni parte del mondo: “Ufficiali della difesa che hanno avuto un ruolo nel varare il documento o hanno partecipato al suo riesame, hanno detto che probabilmente l'approccio di Rumsfeld provocherà importanti cambiamenti nei sistemi d’arma che il Pentagono adotta, e cambiamenti ancora più drastici nell'addestramento e nel dispiegamento di truppe US in tutto il mondo.

Gli US dovrebbero cercare di schierare queste truppe molto prima del profilarsi di un conflitto nel quale, per loro tradizione, dovrebbero aiutare le forze armate di un governo barcollante nello scontro con la guerriglia, di fronte ad un'insurrezione capace di radicarsi e costruire un consenso popolare. Ufficiali hanno detto che il piano prevede che molte di queste squadre saranno operative in tutto il mondo.”

L’impegno militare US non è limitato al Medio Oriente. La spedizione di forze speciali in operazioni di pattugliamento militare, sotto le vesti di peace-keeping ed addestramento, è contemplata in tutte le principali regioni del mondo. Tuttavia, molto probabilmente una gran parte di queste attività sarà delegata a società mercenarie private, a contratto con Pentagono, Nato o Nazioni Unite.

I requisiti di manovalanza e attrezzatura militare sono specialistici. I pattugliamento non sarà condotto da unità regolari dell’esercito come in una guerra di teatro: “Il nuovo piano prevede un coinvolgimento US più attivo, simile alle recenti missioni di aiuto militare in posti come Niger e Ciad, dove gli US stanno inviando squadre di truppe di terra per addestrare le milizie locali alle tattiche di base della contro-guerriglia. E’ comunque probabile che le future missioni di addestramento saranno condotte su scala molto più vasta”.

Ultimamente tra i servizi militari, il Corpo dei Marines sta muovendosi più in fretta per colmare questo vuoto e sta mirando a trasferire delle risorse dalle tradizionali missioni di assalto-anfibio, verso nuove unità specificamente disegnate per lavorare con le forze straniere. Per sostenere queste truppe, ufficiali militari stanno facendo di tutto per acquisire sistemi di sorveglianza convenienti, che possono essere usati nella repressione di disordini urbani per venire in aiuto alle truppe di terra. Un ufficiale della difesa ha detto che il gunship AC-130 senza pilota potrebbe avere una capacità ottimale, potendo sorvolare un’area a quota relativamente bassa finché necessario, per poi piombare giù a stabilire una micidiale linea di fuoco.” (Ibid)


Nuovi nemici post-Guerra Fredda

Mentre la “guerra al terrorismo” ed il contenimento degli “stati canaglia” costituiscono ancora la giustificazione ufficiale e la forza guida, la Cina e la Russia vengono esplicitamente identificate nel documento riservato di Marzo come nemici potenziali: "... i militari US... stanno cercando di dissuadere le potenze emergenti, come la Cina, dallo sfidare il dominio militare US. Anche se i sistemi d’arma progettati per lottare contro le guerriglie tendono ad essere abbastanza a basso costo e a bassa tecnologia, l’analisi rende chiaro che per dissuadere questi paesi dal cercare di competere, i militari US devono mantenere il loro predominio nelle aree chiave dell’alta tecnologia, come la tecnologia stealth, gli armamenti di precisione e i sistemi di sorveglianza con o senza equipaggio.” (Ibid)

Mentre l'Unione Europea non è menzionata, l'obiettivo stabilito è di deviare lo sviluppo di tutti i potenziali rivali militari.


“Tentando di correre con il Big Dog”

Washington come intende giungere alla sua meta di egemonia militare globale?

Essenzialmente attraverso il continuo sviluppo dell’industria bellica US, richiedendo un massiccio storno della produzione di beni e servizi civili. In altre parole, l’attuale incremento della spesa per la difesa alimenta questa nuova corsa alle armi non dichiarata, con l’ampio apporto di denaro pubblico versato ai maggiori produttori di armi US.

L'obiettivo fissato è di fare avanzare un processo di sviluppo dei sistemi d’arma, talmente “costoso” che nessun’altra potenza sulla terra sia in grado di competere o sfidare il “Big Dog” senza mettere a repentaglio la propria economia civile: “Al centro di questa strategia è la convinzione che gli US debbano mantenere una superiorità nelle tecnologie cruciali talmente grande che le potenze emergenti concludano che per loro è troppo costoso anche solo pensare di competere con il ‘big dog’; comprenderanno che non vale la pena sacrificare la loro crescita economica- ha detto un consulente della difesa che è stato incaricato di abbozzare parti del documento.” (Ibid)


Corsa alle armi non dichiarata tra Europa e America

Questa nuova corsa alle armi non dichiarata è con le così dette “potenze emergenti”.

Mentre Cina e Russia sono menzionate come una minaccia potenziale, i rivali (non ufficiali) degli Stati Uniti includono anche Francia, Germania e Giappone. I partner riconosciuti - nel contesto dell’asse angloamericano - sono, appunto, Gran Bretagna, Australia e Canada, per non menzionare Israele (ufficiosamente).

In questo contesto, si configurano attualmente due assi militari occidentali dominanti: l'asse anglo-americano e l'alleanza rivale franco-tedesca. Il progetto militare europeo, ampiamente dominato da Francia e Germania, minerà inevitabilmente la Nato. La Gran Bretagna (attraverso British Aerospace Systems Corporation) è fermamente integrata al sistema di approvvigionamento di difesa US, in associazione con i cinque grandi produttori di armi Usa.

Questa nuova corsa alle armi è fermamente insita nel progetto europeo che sotto gli auspici dell’UE, immagina un nuovo massiccio indirizzo di risorse finanziarie di stato verso la spesa militare. Inoltre, il sistema monetario UE che stabilisce una valuta mondiale che sfida l’egemonia del dollaro US, è intimamente in relazione con lo sviluppo di una forza UE di difesa integrata, fuori dalla Nato.

Sotto la costituzione europea, ci sarà un posizione unificata di politica estera europea, che includerà una componente di difesa comune. Si è capito, anche se non se ne è mai seriamente dibattuto in pubblico, che la proposta Forza di Difesa Europea intende sfidare la supremazia americana negli affari militari: “sotto tale regime, alle relazioni transatlantiche sarà dato un colpo fatale.”
(Martin Callanan, membro Conservatore britannico del Parlamento Europeo; data di Washington, 5 Marzo 2005).

Per ironia, questo progetto militare europeo, mentre incoraggia una non dichiarata corsa alle armi US-UE, non è incompatibile con il proseguimento della cooperazione US-UE negli affari militari. Gli US pensano che l'obiettivo intrinseco dell'Europa sia di proteggere gli interessi industriali e che gli imprenditori europei possano effettivamente incassare e “spartire il bottino” delle guerre condotte degli Stati Uniti in Medio Oriente ed altrove.
In altre parole, sfidando il Big Dog da una posizione di forza, l'UE cerca di mantenere il suo ruolo di ‘partner’ degli Stati Uniti nei suoi vari azzardi militari.

C'è una presunzione, particolarmente in Francia, che l'unico modo di costruire buone relazioni con Washington, sia di emulare il Progetto Militare Americano.
Quindi abbiamo a che fare con un fragile rapporto d'amore-odio tra la Vecchia Europa e l'America, nei sistemi di difesa, nell’industria del petrolio così come nelle alte sfere di banche, finanza e mercati valutari. La questione importante è come questa fragile relazione geopolitica evolverà in termini di coalizioni ed alleanze negli anni a venire. Francia e Germania hanno accordi di cooperazione militari con Russia e Cina. Industrie belliche europee stanno approvvigionando la Cina di armamenti sofisticati. Ultimamente, l’Europa è vista dagli Stati Uniti come un’usurpatrice, e il conflitto militare tra le grandi potenze occidentali rivali non può essere escluso. (Per ulteriori dettagli, si veda Michel Chossudovsky, L'asse anglo-americano - http://globalresearch.ca/articles/CHO303B.html)

Dallo scetticismo riguardo alle supposte armi di distruzione di massa (WMD) in Iraq e dalla condanna totale, nei mesi precedenti l’invasione nel Marzo 2003, dopo l'invasione, la Vecchia Europa ha essenzialmente accettato la legittimità dell'occupazione militare US dell'Iraq, nonostante le uccisioni di civili e gli orientamenti politici dell'Amministrazione Bush sulla tortura e gli assassinii politici.

Per crudele ironia, la nuova corsa alle armi è divenuta la via prescelta dall'Unione Europea per promuovere “relazioni amichevoli” con la superpotenza americana. Piuttosto di opporsi agli Stati Uniti, l’Europa ha abbracciato “la guerra la terrorismo”. Sta collaborando attivamente con gli Stati Uniti nell'arresto di presunti terroristi. Molti paesi di UE hanno stabilito leggi anti-terrorismo orwelliane che costituiscono una versione fotocopia europea della legislazione di Sicurezza Nazionale degli US.

L’opinione pubblica europea ora è galvanizzata a sostenere la ‘guerra al terrorismo’ che avvantaggia largamente il complesso militar-industriale e le società petrolifere europee. A sua volta, la “guerra al terrorismo” offre anche una parvenza di legittimità all'agenda di sicurezza di UE nella Costituzione europea. Quest’ultima è vista in modo crescente con sfiducia, come un pretesto per perfezionare misure da stato poliziesco, mentre si smantellano anche la legislazione del lavoro e il welfare state europeo.

Anche i media europei sono divenuti partner nella campagna di disinformazione. I “nemici esterni” presentati alla nausea sulle reti TV, su ambo i lati dell'Atlantico, sono Osama bin Laden ed Abu Musab Al-Zarqawi. In altre parole, la campagna di propaganda serve a camuffare la militarizzazione in corso delle istituzioni civili, che sta avvenendo simultaneamente in Europa e in America.


‘Burro e Cannoni’: il trasferimento dell'economia civile

La proposta costituzione UE richiede una massiccia espansione di spese militari in tutti i paesi membri, ad ovvio detrimento dell’economia civile.

Il limite del 3% dell'UE sul deficit di bilancio annuale implica che l'espansione della spesa militare sarà accompagnata da un massiccio taglio di tutte le voci di spesa civile, inclusi servizi sociali, pubbliche infrastrutture per non dire dell’aiuto statale ad agricoltura ed industria. In questo senso - nel contesto delle riforme neoliberali - “la guerra al terrorismo” serve come pretesto. Costruisce la pubblica accettazione per l'imposizione di misure di austerità che colpiscono i programmi civili, per il fatto che i soldi si sono resi necessari per migliorare la sicurezza nazionale e la difesa della patria.

La crescita della spesa militare in Europa è direttamente collegata alla crescita militare US. Più l’America spende per la difesa, più l’Europa vorrà spendere su sviluppare la sua propria Forza di Difesa Europea. Tenendosi in contatto con l’America per tutto quello che è una ‘buona e degna causa’, vale a dire lottando contro i “terroristi islamici” e difendendo la madrepatria.

L'allargamento UE è direttamente collegato allo sviluppo e al finanziamento dell'industria bellica europea. I poteri dominanti europei hanno disperatamente bisogno dei contributi dei dieci nuovi membri UE per finanziare la formazione militare europea. A questo riguardo, la Costituzione europea richiede “l'adozione di una strategia di sicurezza per l'Europa, accompagnata da impegni finanziari sulla spesa militare”. (Rapporto Europeo, 3 Luglio 2003).
Cioè, con la Costituzione europea, l'allargamento UE tende ad indebolire l'alleanza militare Atlantica (Nato).

Il taglio all’occupazione e ai programmi sociali è l’inevitabile ricaduta dei progetti militari americano ed europeo, che incanalano somme enormi di risorse finanziarie di stato dai settori di spesa civili verso l’economia di guerra.
Sull'economia civile di tutto il mondo occidentale, il risultato sono chiusure in pianta, bancarotte ed una marea montante di povertà e disoccupazione. Inoltre, diversamente dagli anni ‘30, la dinamica dello sviluppo dell’industria bellica crea un numero molto basso di posti di lavoro.

Intanto, mentre in Occidente fiorisce l'economia di guerra, nel corso degli ultimi anni il dislocamento della produzione manifatturiera civile nei paesi del terzo mondo aumenta a ritmo forsennato. La Cina, che è di gran lunga la più grande produttrice beni civili, ha aumentato nel 2004 le sue esportazioni tessili agli Stati Uniti del 80,2 %, portando un'ondata di chiusure con perdite di lavoro (WSJ, 11 Marzo 2005).

L'economia globale è caratterizzata da una relazione bipolare. I ricchi paesi occidentali producono armi di distruzione di massa, mentre i paesi poveri producono beni di consumo. In una logica contorta, i paesi ricchi usano i loro sistemi d’arma avanzati per minacciare o fare guerra ai paesi poveri in via di sviluppo, i quali provvedono i mercati occidentali di grandi quantità di beni di consumo, prodotti con impianti di assemblaggio del lavoro a basso costo.

Gli Stati Uniti, in particolare, hanno fatto affidamento su questo approvvigionamento a basso costo di beni di consumo per chiudere una gran parte del suo settore manifatturiero, e al contempo cambia indirizzo alle risorse, dall'economia civile alla produzione di armi di distruzione di massa. Le quali, ironia amara, sono tegole sulla testa pronte per essere usate contro il paese che approvvigiona gli Usa di una gran parte dei suoi beni di consumo, vale a dire la Cina.


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Allegato

Rumsfeld in un nuovo documento spiega il grande cambiamento militare
di Greg Jaffe, sul Wall Street Journal, 11 Marzo 2005

Il Segretario della Difesa Donald Rumsfeld delinea in un nuovo, riservato, documento strategico il suo progetto per riformare il mondo militare ad essere molto più impegnato a tener testa alle minacce prima delle ostilità e a servire al più ampio scopo di ampliare l'influenza US in tutto il mondo.
Il documento espone l'agenda di Rumsfeld per la massiccia revisione recentemente cominciata, riguardante le spese e la strategia della difesa. Poiché il processo è condotto solamente una volta ogni quattro anni, la revisione rappresenta per l’Amministrazione Bush la miglior opportunità per rimodernare il mondo militare in una forza affidabile per gli obiettivi ambiziosi di sicurezza e di politica estera che il Presidente Bush ha messo avanti fin dagli attacchi terroristici dell’11 Settembre 2001. È stato redatto da membri senior dello staff di Rumsfeld insieme ad ufficiali superiori di ognuno dei servizi militari US.
Gli obiettivi del documento di Rumsfeld, marcano una significativa lontananza dalle ultime analisi. Profondamente toccato sia dall’attacco terrorista dell’11 Settembre 2001, sia dalla insanguinata lotta militare in Iraq, il documento pone l’accento su problemi più attuali, come combattere terroristi ed insorti, al di la delle sfide militari convenzionali.
Gli ufficiali della difesa che hanno avuto un ruolo nel varare il documento o hanno partecipato al suo riesame, hanno detto che probabilmente l’approccio di Rumsfeld provocherà importanti cambiamenti nei sistemi d’arma che il Pentagono adotta, e cambiamenti anche più drastici nell'addestramento e nel dispiegamento di truppe US in tutto il mondo.
Nel documento, Rumsfeld dice che il mondo militare deve concentrarsi su quattro problemi nodali, nessuno dei quali concerne scontri militari tradizionali. I servizi sono chiamati a sviluppare forze che possono: costruire collaborazioni con stati indeboliti per sconfiggere le minacce terroristiche interne; difendere la madrepatria, includendo colpi offensivi contro gruppi terroristici che pianificano attacchi; l'influenzare le scelte dei paesi ad un bivio strategico, come la Cina e la Russia; prevenire l'acquisizione di armi di distruzione di massa da parte di stati ostili e gruppi terroristici.
Per un ufficiale superiore, coinvolto nella redazione del documento, la domanda è: “come prevenire i problemi dalle crisi incombenti e le crisi dai conflitti ovunque incombenti?”
Nel suo significato, il documento è guidato dalla convinzione che gli US siano ingaggiati in una lotta continua globale che si estende ben oltre specifici campi di battaglia, come Iraq e Afganistan. La visione è di un militarismo molto più portato all’azione, concentrato sul cambiare il mondo piuttosto che rispondere solo ai conflitti, come un attacco nordcoreano sulla Corea del Sud, e ad assumere maggior rilevanza nei paesi in cui gli US non sono in guerra.
Il documento deve prima entrare nell’iter di analisi che lo porteranno di fronte al Congresso. Ognuno dei servizi militari già ha messo insieme i propri staff e piani per attaccare le aree chiave delle problematiche identificate da Rumsfeld. L’analisi sarà spedita al Congresso quando sarà completata, probabilmente all’inizio del prossimo anno. Il Congresso non ha un voto sull’analisi del segretario, che sarà usata dall'Amministrazione come guida per le sue decisioni sulla strategia e sulla la spesa nei prossimi cicli di bilancio. E’ improbabile che l’analisi richieda cambiamenti significativi all’aumento di spesa per la difesa, che è destinato a crescere almeno fino al 2009.
E’ tuttavia probabile che provochi alcune spiacevoli battaglie politiche, e potenzialmente pone delle sfide agli imprenditori della difesa. I problemi essenziali delineati dall’analisi di Rumsfeld, per esempio, non sembrano favorire il jet F/A-22, che è una priorità dell'Aeronautica militare, prodotto dalla Lockheed Martin corp. “Penso che sia probabile vedere l'Aeronautica militare spingere di nuovo sodo per preservare il F-22” Ha detto Loren Thompson, ufficiale capo conduzione al Lexington Institute e consulente di molti servizi militari.“Sfortunatamente, non può trovare molta giustificazione un maggior numero di F/A-22s”.
L’analisi sta già incitando i servizi militari a mettere in dubbio il bisogno di sistemi d’arma costosi, come caccia da combattimento a corto raggio, cacciatorpediniere e carri armati, che sono usati principalmente nei conflitti convenzionali. Una persona coinvolta nell'abbozzare il documento ha detto “Un grande quesito è determinare precisamente quanto occorra per vincere i conflitti convenzionali del futuro, e da dove possiamo prelevare delle risorse per spostarle verso problemi meno tradizionali”.
Il Wall Street Journal ha analizzato un sommario del documento e parlato con molti ufficiali che vi hanno contribuito.
Rumsfeld ha fatto della trasformazione del militare una priorità, fin da quando l'Amministrazione Bush prese il potere. Ma in anni recenti è stato spinto indietro, sedere a terra, alle guerre in Afganistan e Iraq. Al Pentagono, l’analisi è vista come l'ultima grande spinta di Rumsfeld per instillare il suo modo di vedere. Molti membri pensano che lui andrà via all’inizio del prossimo anno quando la revisione sarà completata; lui ha ripetutamente respinto tutte queste speculazione e rifiutato di fare commenti sui suoi piani.
Il documento di Rumsfeld spinge i servizi militari a ripensare il loro modo di combattere la guerriglia e le insurrezioni. Invece di tentare di soffocare un’insurrezione con grandi formazioni convenzionali terrestri, il documento riservato esorta i militari a tirar fuori soluzioni meno dottrinarie, che includano la spedizione di squadre più piccole di soldati culturalmente preparati per addestrare e consigliare le forze indigene.
Gli US dovrebbero cercare di schierare queste truppe molto prima del profilarsi di un conflitto nel quale, per loro tradizione, dovrebbero aiutare le forze armate di un governo barcollante nello scontro con la guerriglia di fronte ad un'insurrezione capace di radicarsi e costruire un consenso popolare. Ufficiali hanno detto che il piano prevede che molte di queste squadre siano operative in tutto il mondo.
Questo rappresenta una sfida per i militari già un po’ tesi per le guerre in Iraq e Afghanistan. Attualmente non vi è un numero sufficiente di questi.
soldati e Marines, addestrati in modo particolare per fare il lavoro strategico.
Nello scorso decennio, i militari US hanno tolto la loro protezione nell’aiutare gli alleati minacciati da lotte interne per la preoccupazione che le forze US si sarebbero impantanate in conflitti interni senza fine. Invece, per aiutare gli alleati dalle aggressioni di confine, i militari hanno puntato a vendere loro sistemi d’arma di alto potenziale.
Ma il nuovo piano prevede un coinvolgimento US più attivo, simile alle recenti missioni di aiuto militare in posti come Niger e Ciad, dove gli US stanno inviando squadre di truppe di terra per addestrare milizie locali alle tattiche di base della contro-guerriglia. E’ probabile comunque che le future missioni di addestramento saranno condotte su scala molto più vasta.
Ultimamente, tra i servizi militari, il Corpo di Marines sta muovendosi più in fretta per colmare questo vuoto e sta mirando a trasferire delle risorse dalle tradizionali missioni di assalto-anfibio verso nuove unità specificamente disegnate per lavorare con le forze straniere. Per sostenere queste truppe, ufficiali militari stanno facendo di tutto per acquisire sistemi di sorveglianza convenienti che possono essere usati nella repressione di disordini urbani, per venire in aiuto alle truppe di terra. Un ufficiale della difesa detto che il gunship AC-130 senza equipaggio potrebbe avere una capacità ottimale, potendo sorvolare un'area a quota relativamente bassa finché necessario, per poi piombare giù e stabilire una micidiale linea di fuoco.
Il cambiamento ricorda la situazione all’inizio del 1900, quando i Marines combatterono una serie di piccole guerre in America Centrale ed erano spesso identificati come i “soldati del Dipartimento di Stato”.
Mentre i militari US riequipaggiano se stessi per trattare le minacce a bassa tecnologia delle insurrezioni, contemporaneamente cercano anche di dissuadere le potenze emergenti, come la Cina, dallo sfidare il dominio militare americano. Anche se i sistemi d’arma progettati per lottare contro le guerriglie tendono ad essere abbastanza a basso costo e a bassa tecnologia, l’analisi rende chiaro che, per dissuadere quei paesi dal tentare di competere, i militari US devono mantenere il loro predominio nelle aree chiave ad alta tecnologia, come tecnologia stealth, gli armamenti di precisione e i sistemi di sorveglianza, con e senza equipaggio.


Fonti: http://globalresearch.ca/articles/CHO503A.html
http://www.resistenze.org/sito/te/po/us/pous5d06.htm





maggio 20 2005

Fotografia sbagliata
Mario Deaglio

La Stampa


Non molti tra i partecipanti all’incontro tra governo e parti sociali devono aver letto il recente rapporto dell’Ocse sull’economia italiana. E se anche l’hanno fatto, la lettura di questo documento, dal tono pacato ma dalla diagnosi molto severa, non ha influenzato le posizioni del governo e delle «parti sociali» che si sono confrontate ieri a Palazzo Chigi. Sarà stato probabilmente etichettato come l'ennesima predica dell'estero e come tale immediatamente dimenticato nell’ansia di affrontare problemi «concreti».

La cura proposta dall’Ocse (ampie riforme nel senso della concorrenza) può risultare più o meno condivisibile ma si proietta ad ampio raggio in tempi medio-lunghi. Per contro, la «concretezza» dei problemi sul tavolo di Palazzo Chigi è in realtà una forma di, forse voluta, miopia: da un lato del tavolo ci si concentra sul rinnovo dei contratti, dall’altro sulle riduzioni dell’Irap, come l’escursionista che soffre di vertigini si concentra sui fili d’erba del sentiero per non vedere i precipizi che il sentiero attraversa; si parla di qualche euro di aumento in più e di qualche frazione di Irap in meno per evitare di parlare dei pericoli che l’intero sistema italiano sta correndo.

Le parti sociali si sono trovate a fare il… gioco delle parti con posizioni tradizionali e stereotipate (questo è particolarmente vero per il sindacato, per il quale il confronto si trasforma, in definitiva, in una grande trattativa sugli aumenti salariali) di fronte a un governo con le mani legate: non ha soldi da spendere, semmai può tagliare qualche scampolo di imposte - una ricetta più pericolosa che utile - e soprattutto non dispone di molto tempo prima della scadenza naturale della legislatura. Per questo ha desiderato fin da principio che l'incontro si limitasse a «fare la fotografia» della situazione, come aveva da subito dichiarato il presidente del Consiglio. E così è stato: il confronto di Palazzo Chigi non è certo stato l'inizio di un nuovo dialogo bensì una verifica dei punti di disaccordo, un confronto sui minimi sistemi mentre il sistema economico italiano continua, lentamente ma sicuramente, a percorrere la via del declino.

Non serve un governicchio paralizzato dalle mediazioni"
Prodi dalla Cina: fondamentale la spinta della lista unitaria
come berlusconi Se il centrosinistra vince non mi interessa un esecutivo che offra al Paese uno spettacolo simile a quello che sta dando Berlusconi
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE federico rampini


da Repubblica - 20 maggio 2005

PECHINO - «La Cina è il Nuovo mondo, la grande sfida da raccogliere per rilanciare il nostro sviluppo economico. Purtroppo da questa sfida l´Italia è assente, continua a perdere terreno drammaticamente. Quando misuro i ritardi che stiamo accumulando qui in Asia, mi convinco sempre più che abbiamo bisogno di rimedi radicali. E quindi è indispensabile concentrare tutta l´energia politica su questi rimedi». Romano Prodi parla in una pausa del vertice Cina-Unione europea, in corso da tre giorni a Pechino. E´ un seminario a porte chiuse, ma è impossibile isolare queste riflessioni dal rumore di fondo della politica italiana.
Professor Prodi, quell´energia politica che lei invoca presuppone un governo forte. Lei lo avrà? Rutelli ha di nuovo attaccato l´idea della lista unica. La coalizione del centrosinistra è attraversata dai dissensi. A lei interessa fare il presidente del Consiglio comunque? Oppure rifiuta lo scenario del Re Travicello, alla guida di un governo minato fin dalla partenza dalle divisioni?
«Io dico chiaro che se il centrosinistra vince non sono interessato a un governo paralizzato dai problemi degli equilibri interni, impegnato in estenuanti mediazioni nella sua coalizione: assomiglierebbe allo spettacolo che sta dando al paese Berlusconi. Ed è altrettanto sbagliato pensare di affrontare questi problemi senza la spinta che la lista dell´Ulivo ha dato nei mesi scorsi all´intera Unione. Il mondo ci obbliga a fare un salto in avanti, e questo esige una rottura, un rinnovamento radicale con la cultura e il costume politico. Negli ultimi anni l´Italia ha rifiutato le sfide, ha rinviato i problemi, e così facendo siamo arretrati, siamo scesi sempre più in basso. Di fronte a una crisi così profonda è ridicolo perder tempo a discutere su governi balneari, governi tecnici, istituzionali, provvisori. A questo punto nessuno può permettersi di pensare a un governicchio, a una coalizione che regga in piedi sulla base di accordi di spartizione».
In questo summit con i dirigenti cinesi, insieme a inglesi, tedeschi, francesi, avete discusso di una «partnership globale», il futuro delle relazioni tra la Cina e l´Europa. Il termine "partner" non è quello più usato in Italia quando si parla della Cina. Invece prevalgono la paura del made in China, l´ossessione dell´invasione, la richiesta di alzare il ponte levatoio. Vista da Pechino, quell´Italia che invoca protezionismo è l´altra faccia dell´Italia che il Financial Times definisce «il malato d´Europa»: l´unica nazione entrata in recessione.
«E´ un paese che si sta abituando a perdere, un paese le cui classi dirigenti sembrano sempre in cerca di alibi per le prossime sconfitte. Qui in Cina c´è veramente il mondo del futuro, con i suoi pregi, i difetti, gli eccessi. Un continente che ha arretratezze profonde da superare ma ha anche una politica economica e industriale forte, l´accesso a tecnologie sempre più avanzate, e con il suo dinamismo sta trainando l´Asia intera, India inclusa. Scopro di essere l´unico italiano presente a questo vertice di Pechino. Dietro la disattenzione della classe politica ci sono ritardi e assenze di tutto il sistema».
Nella classifica delle esportazioni e degli investimenti in Cina siamo superati non solo da francesi, tedeschi, inglesi: perfino dagli olandesi.
«E arrivando negli aeroporti cinesi vedo atterrare aerei non solo di Air France, Lufthansa e British Airways, ma anche di compagnie europee più piccole come Finnair e Austrian. Solo l´Alitalia non vola più in Cina: proprio quando i manager italiani avrebbero bisogno di arrivare qui più velocemente, proprio quando si apre il business del turismo e dovremmo trasportare un immenso flusso di visitatori cinesi in Italia. Non abbiamo neppure un numero di funzionari sufficienti nei consolati per rilasciare i visti ai turisti cinesi che ne hanno diritto. Siamo assenti col sistema universitario, che non figura nei grandi programmi di cooperazione scientifica con la Cina. Le nostre banche qui hanno una presenza sparuta. Vent´anni fa quando venivo qui noi costruivamo le centrali elettriche con l´Ansaldo, le acciaierie con Italiampianti. Adesso le costruiscono americani e giapponesi, francesi e tedeschi».
Qualche punta di eccellenza la nostra media industria ce l´ha ancora. I cinesi ci invadono di scarpe e abbigliamento ma noi qui siamo i primi esportatori di macchinari per l´industria tessile. Tra breve sarà inaugurato uno degli stabilimenti di macchine tessili più avanzati del mondo, a Shanghai: da un gruppo italiano.
«Per fortuna gli italiani non dormono, ci sono imprenditori piccoli e medi pieni di talento e di coraggio, che stanno facendo del loro meglio. Ma dobbiamo aiutarli a fare sistema, per reggere il confronto con paesi che hanno grandi multinazionali, come i tedeschi e i francesi. Invece qui arrivano singole Regioni italiane ad aprire uffici di rappresentanza, ciascuna per sé. Dobbiamo smetterla di ripetere che piccolo è bello. E´ pericolosa anche l´illusione che l´Italia possa avere un futuro solo valorizzando il passato. Cioè trasformandosi in una specie di grande museo di bellezze artistiche e naturali per i turisti stranieri. Quella è una nostra vocazione importante, da sostenere, ma non può bastare a creare lavoro per un paese di 57 milioni di abitanti. Abbiamo ancora delle risorse industriali in settori sofisticati come la meccanica, l´elettronica dei sistemi, l´automazione: bisogna sostenere la loro proiezione sui mercati del futuro».
La questione del dumping sociale non si può eludere, di fronte alla piaga del lavoro minorile in Cina, usato anche da multinazionali occidentali. Guardando alle condizioni dei bambini sfruttati nelle fabbriche-lager, non si può negare che nell´invasione del made in China ci siano anche elementi di concorrenza sleale.
«Le rivelazioni su quei bambini sono spaventose. Bisogna vedere il problema con lucidità: se non lavorassero per delle multinazionali forse starebbero ancora peggio, subirebbero altre forme di sfruttamento e di povertà. La risposta giusta è premere sulle multinazionali, e sul governo cinese, perché assicurino il rispetto delle leggi sul lavoro e dei diritti umani. Il progresso economico, sociale e politico può curare questi mali, il protezionismo no».
Si rafforzano i segnali di tensione commerciale tra l´Occidente e la Cina. I più duri sono gli americani: Bush ha reintrodotto delle quote sull´import tessile cinese, e ha lanciato un ultimatum a Pechino perché rivaluti la moneta. L´Europa è più cauta ma potrebbe prendere provvedimenti presto. Qual è la soluzione?
«Guai a gettare la Cina in una crisi economica, di cui ci pentiremmo tutti. Bisogna fare in modo che l´impatto del made in China sul nostro tessuto produttivo e sociale non sia devastante, evitando però la catastrofe di una guerra commerciale da cui usciremmo rovinati: oggi il mondo è trainato dalla locomotiva dello sviluppo asiatico. Per governare le emergenze sociali nei nostri paesi sono previsti strumenti temporanei, nel rispetto delle regole dell´Organizzazione del commercio mondiale, senza scatenare la spirale delle lotte doganali e delle contro - ritorsioni. Anche sulla rivalutazione della moneta cinese bisogna stare attenti a precipitare le decisioni: altre volte in quest´area del mondo l´instabilità monetaria ha avuto conseguenze gravi».
Lei non condivide la demonizzazione del «pericolo cinese» che è all´ordine del giorno in Italia.
«Qui a Pechino osservo che di fronte alla sfida cinese c´è una reazione asimmetrica. Noi stiamo perdendo colpi nelle quote di mercato, altri no. La Germania, pur con i suoi problemi, regge bene nelle esportazioni in questo immenso mercato. Il problema non è la Cina, il problema è l´Italia. Da anni il nostro paese si è rassegnato a bruciare le risorse accumulate nel passato. Siamo ultimi d´Europa, siamo scivolati nella recessione, il lavoro langue, perché sono franate le nostre esportazioni nel mondo».
Come rianimare un tessuto produttivo che perde colpi in modo così drammatico? Dall´Unione europea all´Ocse si moltiplicano richiami sui conti pubblici: dove sono le risorse per una politica di rilancio?
«Il governo non può continuare con una politica economica fatta di annunci poi ritirati, di terapie "dolci", promesse per illudere la gente. Si annuncia la riduzione dell´Irap, prima in tre anni, poi in un anno; si promettono cose che non accadono. E soprattutto non si dice mai dove si prendono i soldi per mantenere le promesse, che diventano perciò impossibili. Quando arrivano severi giudizi sui conti pubblici non si può invocare una presunta congiura degli uffici statistici mondiali contro l´Italia. Il paese ha bisogno di messaggi chiari, di azioni che tocchino i comportamenti dei ceti più elevati, della classe dirigente. Più studio i problemi italiani, più lavoro nella "fabbrica del programma", più mi convinco della necessità assoluta di rimedi radicali».
I rimedi radicali sono quelli che generalmente un governo italiano non riesce a varare per mancanza di consenso, per i diritti di veto delle minoranze, per l´instabilità delle coalizioni.
«Perciò non basta vincere le elezioni. Dopo, occorre una squadra di governo che non si esaurisca nel gestire i propri equilibri interni. Il sistema politico non può pensare di mantenere gli equilibri esistenti. Io non sono disponibile a gestire un altro periodo di gioco in difesa. I prossimi cinque anni non devono assomigliare neanche lontanamente agli ultimi quattro. Gli uomini della politica saranno chiamati per primi a dare un esempio di una svolta netta nei comportamenti e nella capacità di affrontare sacrifici. E avremo bisogno di attingere alle generazioni più giovani. Paradossalmente, nell´antica Cina dove gli anziani sono tanto rispettati, vedo un ruolo delle nuove generazioni assai più esteso che in Italia».



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Ds Milano - Rassegna stampa


Sindaco, primarie per il centrosinistra»
Movimenti e associazioni: facciamo come in Puglia. Vendola a Milano a fine mese


dal Corriere - 20 maggio 2005

Tentazione primarie. Fuori dai partiti, questa volta sono le associazioni che, sempre più numerose stanno costituendosi in città in vista delle elezioni amministrative a chiedere «un confronto democratico» anche per la scelta del candidato sindaco. Sul modello della Regione Puglia, insomma. E proprio il 30 maggio prossimo arriva in città il presidente Nichi Vendola, per un convegno organizzato da Un’altra Lombardia e con un titolo sintomatico: «Sotto un altro cielo. Dalla Puglia alla Lombardia». Una coincidenza? La società civile, intanto, dice la sua: «Se le primarie venissero fatte in modo serio, sarebbero un’esperienza interessante. Certo, quello del candidato non è oggi il primo problema: piuttosto, va definito un programma di rinnovamento e rilancio per la città», sostiene Carlo Montalbetti, responsabile del coordinamento dei comitati cittadini. Montalbetti è uno dei professionisti che ha partecipato alla stesura di un manifesto per Milano, insieme tra gli altri al professor Marco Vitale, al vicepresidente lombardo di Legambiente Ennio Rota, a Cristina Rapisarda e Franco Morganti. Il manifesto, che si rivolge più al centrosinistra, verrà presentato il 6 giugno prossimo. Lì non si parla di primarie, e Rota spiega che «è legittimo che i partiti di centrosinistra si sentano autorizzati dai recenti successi a scegliere il proprio candidato. Ma le primarie potrebbero fornire una possibilità di partecipazione più allargata».
Nel frattempo, esordiranno quelli di Meritiamo una Milano Migliore: una «convenzione dei milanesi» che come primo criterio per «la scelta di una nuova classe dirigente della città» pone quello delle elezioni primarie. Spiegano: «Meritiamo un sindaco e amministratori che non arrivino da equilibri di spartizione, ma siano persone capaci, scelte fra i cittadini»: l’appuntamento è per martedì prossimo all’auditorium San Carlo.
E i partiti? «Le associazioni - replica Franco Mirabelli, leader ds - pongono una questione giusta. Non a caso stiamo lavorando per creare uno spazio in cui tutte queste realtà abbiano possibilità di confronto e ascolto». E questo sarà uno dei punti centrali del vertice dell’Unione convocato per domani, proprio sul tema delle amministrative. Ma non si discuterà di primarie: «Spero - è l’auspicio di Mirabelli - di non dovermi trovare a gestire una contrapposizione come quella che ha portato in Puglia alle primarie. Questo meccanismo è utile per risolvere problemi, ma non voglio escludere che ci si possa trovare d’accordo, dopo aver condiviso un progetto e aver definito la coalizione, anche sul nome del candidato». Il termine primarie non fa paura ad leader di Prc, Augusto Rocchi: «Non ne sono mai stato innamorato, ma non sono un tabù. Certo, non è questo l’unico strumento di democrazia».
Elisabetta Soglio



OSSERVATORIO POLITICO a cura di Roberto D'Alimonte / LA PATOLOGIA DELLA FUGA DAI POLI
A Catania hanno vinto le spinte centrifughe, Ma la stessa sindrome affligge l'Ulivo

Le elezioni a Catania e la questione della lista unica dell'Ulivo hanno qualcosa in comune: entrambi gli eventi sono l'ennesima conferma della prevalenza delle spinte centrifughe nella politica italiana. Il "caso Catania" è emblematico, così come lo sono state le recenti elezioni regionali. Volatilità elettorale, indebolimento dei partiti tradizionali, moltiplicazione delle liste in competizione hanno assunto proporzioni patologiche. Ormai è diventato un assioma che più sono le liste meglio è. Altro che partito unico della destra o della sinistra. Cultura politica e incentivi istituzionali si combinano in vario modo nel favorire la destrutturazione del sistema partitico. Nel caso delle elezioni amministrative il meccanismo perverso è il collegamento tra liste proporzionali e candidato-sindaco o candidato-presidente.

Con questo sistema ogni coalizione diventa un'accozzaglia di liste e ogni lista uno specchietto per acchiappare voti lanciando messaggi accattivanti al di fuori degli schemi dei partiti tradizionali. E stata la strategia di Lombardo a Catania. Verrà copiata altrove sistematicamente. Soprattutto laddove i partiti tradizionali sono più deboli e la cultura politica più "permissiva". E questo non vuole dire solo al Sud ma anche al Nord, nel Nord-Est in particolare dove già se ne vedono chiaramente i segni.

Davanti a tendenze di questo genere non si può restare indifferenti. Come si fa a non rendersi conto che in questo modo si rischia la paralisi delle istituzioni, locali e nazionali? Una democrazia ben funzionante ha bisogno non solo di Esecutivi stabili ma anche di assemblee rappresentative che non siano la somma di liste "acchiappavoti". Per questo è importante contrastare le tendenze centrifughe della politica italiana puntando a creare partiti largamente rappresentativi.

È il caso della federazione dell'Ulivo che sta decidendo come presentarsi alle prossime elezioni politiche. Riassumiamo i termini della questione. Alla Camera i partiti presentano nei collegi uninominali dei candidati comuni contrassegnati da uno o più simboli. Contemporaneamente in ciascun collegio hanno la possibilità di presentare una propria lista per la assegnazione dei seggi proporzionali. Quindi nella parte maggioritaria devono correre uniti mentre nella parte proporzionale possono correre divisi, soprattutto se hanno la speranza di ottenere più del 4% dei voti a livello nazionale. Al Senato la situazione è molto diversa. Non esistono candidati di collegio e candidati proporzionali. I candidati sono unici e sono quelli di collegio. Non esistono quindi liste di partito. Se il sistema elettorale della Camera fosse uguale a quello del Senato oggi non esisterebbe nessun problema per la federazione dell'Ulivo. Questo per dire come i sistemi elettorali influenzano le strategie di partito.

Alla Camera la Margherita vuole presentare una sua lista. Questo costringerà gli altri partiti della federazione a fare altrettanto. Il risultato è che alle prossime elezioni la federazione dell'Ulivo non si vedrà nella parte proporzionale e non è nemmeno chiaro se si vedrà nella parte maggioritaria. Infatti è probabile che il simbolo dei candidati uninominali del centrosinistra sarà unico e sarà quello dell'Unione. Come si spiega questa scelta della Margherita? Qui torna in ballol' "assioma Lombardo": pìù liste, più voti.

In effetti le recenti elezioni regionali hanno dato ragione a chi nella Margherita aveva insistito a presentare liste separate in alcune regioni, soprattutto del Sud, invece che un'unica lista della federazione. Lì però il sistema elettorale era diverso. I voti alle liste passavano automaticamente ai candidati presidenti. Alla Camera i voti dati alle liste non vengono trasferiti ai candidati di collegio collegati alle liste. L'incentivo quindi a presentare liste diverse per favorire la vittoria dei candidati maggioritari è minore. È plausibile però che un iricentivo esista comunque. Una propria lista con propri candidati spinge i militanti a mobilitarsi, ad attivare le loro reti clientelari, cioè a raccogliere voti per la lista. Un elettore che va a votare la lista è probabile che finisca per votare anche il candidato della coalizione collegato a quella lista.

La Margherita quindi non ha tutti i torti a voler essere presente per proprio conto. Forse si arriverà al solito compromesso di breve respiro. In alcune circoscrizioni si farà la lista unica della federazione e in altre no. Ma questo lascerà irrisolta la questione di fondo: che cosa è in realtà la federazione dell'Ulivo? Da quando il progetto è nato si sono contrapposte due linee ben distinte: da una parte ci sono i Ds e i prodiani per cui la federazione è il primo passo verso un partito unico, dall'altra ci sono Rutellí e gli ex popolari che, almeno per ora, vedono la federazione come uno strumento per definire posizioni comuni su alcune materie. Sono due visioni diverse che implicano strategie elettorali diverse. Per i primi la federazione deve essere presente alle elezioni, per i secondi no.

Questo è il punto. Ma in tal modo la federazione non potrà mai progredire verso il partito riformista. Se ad ogni elezione i partiti che la compongono si presentano separati e continuano a competere tra di loro come è possibile che si attivino quei meccanismi e quei comportamenti che in un periodo più o meno lungo possono portare a una vera unità?

Il Sole 24

IL SOLE 24 ORE / IMPRESE, PIÙ SFIDUCIA NELLA UE E NEL GOVERNO - L'ESECUTIVO PERDE IL 30% DI CONSENSI RISPETTO A TRE ANNI FA





E' un clima di profonda sfiducia, quello che si respira, oggi, nell'Italia delle imprese. Il presente e il futuro dell'economia appaiono grigi, e i riferimenti della rappresentanza e della politica non sembrano in grado di fornire ricette convincenti, per rispondere all'attuale momento di difficoltà. E crollata, negli ultimi 12 mesi, la fiducia verso i principali soggetti istituzionali. A farne le spese è soprattutto l'Unione europea, che subisce un rapido deterioramento della propria immagine. Ma anche il Governo arretra sensibilmente nella scala della fiducia, dimezzando i propri consensi rispetto a tre anni fa.

Mai come in questa occasione, il mutamento del clima d'opinione era apparso così netto rispetto alla rilevazione dell'anno prima. Quasi tutti i soggetti, pur confermando (in linea generale) la posizione occupata nella graduatoria, scivolano vistosamente all'indietro. Al primo posto troviamo, come nell'indagine del 2004, i piccoli e medi imprenditori - categoria in cui rientra, peraltro, la maggior parte del campione -, ma l'indice di fiducia si abbassa dall'89 al 75 per cento. Al secondo posto si conferma il presidente della Repubblica, cui va la fiducia di oltre un imprenditore su tre (67,6%, contro l'84,5% del 2004).

E soprattutto nei confronti dell'Europa, tuttavia, che si registra una vera e propria emorragia di consensi. In un solo anno, le istituzioni europee scendono dal 71,5% al 44,4%: una flessione di quasi 30 punti percentuali, trainata da un crescente malessere nei confronti della moneta unica, non perché rifiutata, ma perché le complicazioni che ne sono seguite l'hanno fatta diventare una sorta di male necessario. Non stanno meglio le istituzioni nazionali e locali: la Regione scende, per la prima volta, sotto il 50% (fermandosi al 38,5%); il Governo, che già lo scorso anno aveva visto i propri consensi ridursi al 49%, ottiene l'apprezzamento di appena il 30,7 per cento.

La "crisi della fiducia" delineata dal sondaggio non investe solo le istituzioni "in senso stretto", ma si estende ai principali attori del mercato. I titolari d'impresa denunciano l'assenza di interlocutori credibili, sia nel settore "pubblico" che in quello "privato". Le associazioni di rappresentanza del mondo imprenditoriale scendono, così, dal 58,3% al 42,7 per cento. Mentre i principali partner del mercato stazionano, da tempo, in fondo alla classifica: la Banca d'Italia, al 26,1%; gli istituti bancari, al 17,0%; e, ancor più in basso, la Borsa (14,1%).

Se allarghiamo il periodo di osservazione agli ultimi quattro anni, è il Governo a mostrare la più decisa contrazione del livello di fiducia. Nel 2002, a un anno dalle elezioni politiche, la squadra guidata da Berlusconi otteneva l'apprezzamento di oltre sei imprenditori su dieci. Oggi, lo stesso dato si presenta dimezzato: 30,7 per cento. Conviene sottolineare come l'Italia delle imprese, che nel 2001 costituì uno dei principali serbatoi del voto di centro-destra, continui a dirsi più vicina all'attuale maggioranza che all'Unione di centro-sinistra. L'equilibrio tra le due coalizioni, nelle dichiarazioni degli intervistati, è di 50 a 20, a favore della Casa delle Libertà (con un 30% che non si esprime). Il vantaggio dello schieramento di centro-destra, pur essendo diminuito di circa sette punti nel corso degli ultimi tre anni (con una sensibile riduzione soprattutto nel Sud), rimane molto ampio. Oggi, tuttavia, si osserva uno scarto evidente tra preferenze politiche e fiducia. Il governo Berlusconi-bis sembra navigare verso fine legislatura senza l'appoggio di uno dei suoi principali "azionisti". Il clima di freddezza verso l'esecutivo scaturisce, innanzitutto, dalla distanza tra le aspettative suscitate presso gli imprenditori e quanto realizzato. Già 12 mesi fa, avevamo osservato un deciso peggioramento delle valutazioni sulle politiche del governo. Nell'ultimo anno, gli indici di soddisfazione sono tornati leggermente a salire, ma il confronto con la "pagella" 2002 ribadisce come il quadro, da allora, sia radicalmente mutato.

Gli imprenditori promuovono "a pieni voti" il governo solamente per l'azione in politica estera (68,5%) ed esprimono un gradimento moderato per gli interventi nel settore dell'istruzione (55,3%), della sanità (54,6%) e del mercato del lavoro (52,9%). Per tutte le altre "materie" si scende sotto la soglia simbolica del 50 per cento. Ma è soprattutto su alcune questioni particolarmente sentite dagli imprenditori che il giudizio si è fatto più critico. Si passa dal 60,4% al 49,5% nel caso del federalismo - ma con una leggera inversione di tendenza tra 2004 e 2005 -, dal 57,5% al 48,2% per quanto riguarda le infrastrutture. Nel settore fiscale si osserva un vero e proprio crollo, con l'indice di fiducia che passa dal 62,% al 40,5 per cento.

DI FABIO BORDIGNON

Il Sole 24 Ore

RAI: Una decisione esiziale

Megachip con questa rassegna vuole che i lettori abbiano un'idea del ventaglio di posizioni che esistono sul tema delle nomine Cda Rai










DECISIONE ESIZIALE

dalla Segreteria Nazionale Megachip


La decisione della Commissione di Vigilanza, concordata da governo e parte dell'opposizione parlamentare, di avviare il rinnovo del Consiglio di Amministrazione della Rai, e sfociata ieri nella elezione di sette dei suoi membri, costituisce una grave atto autolesionistico per l'opposizione e la sinistra intera.
Essa indica che quelle componenti del centro sinistra che l'hanno realizzata non si sono rese conto che, in questo modo, gettano una ciambella di salvataggio al governo in carica, che sta annaspando prima di affondare.
Essa indica che l'opposizione - che pure ha unanimemente criticato e respinto nei mesi scorsi la cosiddetta legge Gasparri - è ora pronta a metterla in pratica e ad applicarla, sebbene quella legge ponga il servizio pubblico sotto una pesantissima ipoteca di controllo governativo.
Non solo l'opposizione accetta quella legge liberticida e distorsiva del servizio pubblico come base di partenza, ma vi si colloca in posizione minoritaria, accettando una co-gestione della lottizzazione futura, per giunta prendendo accordi con un governo che ha fatto strame del pluralismo, della correttezza informativa, della decenza comunicativa, della democrazia.
In tal modo Berlusconi e compagnia si assicurano la corresponsabilità di fatto di una parte dell'opposizione nelle successive, prevedibili violazioni, o degl'inciuci , che si apprestano a compiere ai danni della gente.
Tutto ciò senza che vi sia stato, fino ad ora, nemmeno un accordo sulla direzione generale e sul presidente Rai.
Restano da designare due membri del nuovo CDA che saranno nominati dal Ministero dell'Economia, tra i quali sarà votato, con maggioranza dei due terzi, il presidente. L'opposizione (per meglio dire quella parte che ha scelto questa strada autolesionista), ha giocato alla cieca. Forse perchè pensa di essersi assicurata un nuovo "presidente di garanzia", che però, in queste condizioni, sarà di garanzia piuttosto per il governo che per la sinistra.
Infine una notazione altrettanto preoccupante: questo modo di procedere sembra indicare che nella maggioranza dell'opposizione prevale l'idea di un ritorno alla gestione della RAI assai simile, in peggio, alla gestione del servizio pubblico che caratterizzò il centro sinistra prima dell'arrivo al potere di Berlusconi. Cioè una televisione pubblica che, nel campo dell'intrattenimento e della pubblicità, scimmiottava le televisioni commerciali del magnate italiano (poi divenuto - non a caso - capo del governo), e in quello dell'informazione invece di seguire una linea pluralista, seguiva la linea lottizzatrice.

Invece di avviare una riflessione pubblica, aperta e plurale - alla quale dovrebbero partecipare i lavoratori Rai, le organizzazioni sindacali, la cultura, le decisioni avviate ieri in tema di gestione della tv pubblica, indicano un'idea verticistica, oligarchica del potere televisivo e informativo.
Mille miglia lontana, per esempio, dagli esperimenti democratici in corso nella Spagna di Zapatero.
Si doveva lasciare il governo da solo, a gestire tutta intera la propria responsabilità per il disastro informativo e comunicativo che ha prodotto in questi anni di illegale conduzione della Rai. E, nel frattempo, lavorare insieme per maturare una decisione democratica e condivisa, all'altezza della assoluta centralità politica della riforma democratica del sistema informativo.
La scelta fatta - al di là delle stimabili persone che vi sono state coinvolte
- costituisce una scelta esiziale, sia per ciò che comporta che per ciò che significa.

Segreteria Nazionale Megachip




Pagliarelli: le opposizioni chiedono l'intervento di Castelli
REDAZIONE

Il centrosinistra pretende un immediato intervento del ministro della Giustizia Roberto Castelli dopo la pubblicazione, da parte del quotidiano La Repubblica, di alcune fotografie nelle quali si vedono dei boss reclusi nel carcere Pagliarelli di Palermo che gestiscono gli affari della mafia attraverso i parenti che vengono a visitarli.
Immortalati alcuni esponenti della criminalità organizzata mentre passano dei bigliettini ad alcuni famigliari o mentre parlano a loro nell'orecchio, in palese violazione delle regole vigenti per i detenuti sottoposti al 41 bis.

"Emerge con chiarezza un assoluto ammorbidimento del controllo - ha affermato il diessino Luciano Violante - se i boss mafiosi possono fare quello che risulta in queste foto, evidentemente non c'è più controllo sul 41 bis, per timore, per paura o per mancanza di professionalità".
All'attacco anche Giuseppe Lumia, membro della Commissione antimafia, per il quale le fotografie pubblicate dal quotidiano La Repubblica sono comunque solo "una preoccupante conferma".
"E da molto tempo - ha infatti ricordato - che denunciamo un sistematico aggiramento del 41 bis da parte dei boss mafiosi".

Su questa scottante questione il senatore della Margherita Sandro Battisti ha oggi presentato una interrogazione parlamentare, nella quale si chiede l'immediato intervento del Guardasigilli Castelli.
"Il ministero della Giustizia intervenga al più presto con una indagine approfondita per accertare le responsabilità e provvedere con misure urgenti ad una evidente e grave carenza di controlli - si legge nel documento - sono episodi gravissimi che denunciano una intollerabile superficialità e una inspiegabile volontà di chiudere un occhio".www.centomovimenti.com


Catania capitale d'Italia: ora si riparte davvero!
Colpo di mano del governo Berlusconi che ha deciso in un concitato summit notturno di ripiegare verso la Sicilia dopo gli assalti dei partigiani nordisti. Nasce la Repubblica Sociale della Libertà. Fini: "A letto con Stefania? E chi si astiene..."

CATANIA
L'entusiasmo per la vittoria elettorale nel capoluogo siculo, unico buon risultato raccolto da Berlusconi dopo il trapianto di capelli dell'estate scorsa, si è ben presto smorzato quando un attendente ha mostrato al Presidente del Consiglio alcuni sondaggi realizzati la scorsa settimana.

Decapitato l'attendente, Berlusconi ha subito preso in mano la situazione definendo alcune nuove regole di marketing che dovrà seguire l'Italia per uscire dalla grave crisi:

- ogni comune dovrà somigliare a Catania. Il ministro Lunardi è stato incaricato della progettazione e costruzione di Etna prefabbricati da collocare nei pressi dei singoli capoluoghi (con l'eccezione di Napoli che, al solito, il suo vulcano ce l'ha ma non lo usa per pigrizia).

- il contratto del pubblico impiego verrà immediatamente rinnovato alle condizioni decise dal governo: i dipendenti dello Stato e degli Enti Pubblici avranno i sospirati 95 euro di aumento a patto di integrare il proprio orario di lavoro con alcune partecipazioni in costume a scene di massa in occasione di fiction di Mediaset. A quel punto basterà sostituire i colpi a salve.

- la principale responsabilità della sfiducia degli italiani è da ricercarsi nell'opposizione della sinistra, dei sindacati, delle associazioni industriali, dei circoli caccia e pesca, delle scuole, delle università, dei vigili urbani, dei cuochi, di molti alleati che con il 6% pretendono di contare, di molti alleati che non lo amano abbastanza, di molti alleati che tiferanno Liverpool ma lui lo sa e li perdona, dei commercianti, dell'euro, della lira, del marco, del doping. Che, da domani, saranno tutti aboliti per decreto riportando nel Paese il sereno.

"Quando scendo in campo io si vince", ha dichiarato Berlusconi facendo scorrere brividi gelidi lungo la schiena di Ancelotti.www.giuda.it


Zapatero e Rajoy, sinistra e destra a duello
Spagna. Il premier socialista e il leader conservatore divisi su tutto, anche su come combattere il terrorismo dell’Eta. Ma intanto il governo di Madrid enumera i suoi successi
Aldo Garzia, da Madrid


Fa una certa impressione arrivare in Spagna e constatare che i rapporti tra maggioranza e opposizione sono “all’italiana”, cioè di totale contrapposizione. Il problema è che qui, per fortuna, le parti sono capovolte: al governo c’è la nuova sinistra di José Rodríguez Zapatero, all’opposizione c’è la destra del Partito popolare di Mariano Rajoy.
La lotta politica tra i due contendenti è senza esclusione di colpi. Zapatero, impeccabile nel portamento e nel rifiutare l’abito blu scuro che si addice ai politici, dietro un sorriso di cortesia che non abbandona quasi mai (i suoi avversari gli avevano affibbiato il nomignolo di “Bambi”) cela una determinazione politica da fare invidia. Quando gli chiedono cosa pensa di un’opposizione che dice sempre “no” e qualche volta insulta ministri e deputati socialisti, il quarantaquattrenne premier spagnolo risponde sempre allo stesso modo: “A me interessa solo l’opinione dei cittadini su quello che sta facendo il governo”. Quando poi interviene in Parlamento, lo fa con una sicurezza che lascia stupefatti amici e avversari. Certo, è deputato dal 1985 (aveva solo 25 anni) ma prima del 2000, quando fu eletto segretario dei Partito socialista, non aveva mai ricoperto un ruolo di primo piano: era solo un deputato della città di León.
Rajoy, pochi anni più vecchio di Zapatero, è il ritratto finanche fisico del leader della destra: veste sempre di scuro, il suo sorriso assomiglia a un ghigno, ha una barbetta curata con qualche chiazza bianca, indossa degli occhiali dalla montatura dorata e va spesso in giro con una borsa di pelle sotto il braccio come se dovesse custodire chissà quali segreti di Stato. Di solito parla solo con i giornalisti dei quotidiani di destra (“La razón”, “Abc”, “Il Mundo”), perché è convinto che l’informazione viene manipolata se non è affidata a fonti sicure.
Rajoy era il delfino di José Maria Aznar, di cui era sicuro di ereditare il governo. Poi sono arrivati gli attentati terroristici dell’11 marzo 2004 e le bugie di Aznar sulla loro matrice: a mettere le bombe sui treni era stato un gruppo di fondamentalisti arabi e non l’Eta, l’organizzazione terrorista che chiede la separazione dei Paesi baschi dalla Spagna. Ora Rajoy, pollo di batteria preparato da Aznar per un altro ruolo, recita una parte che gli sta molto stretta: quella del leader di una opposizione pura e dura che accetta i diktat degli integralisti cattolici dell’Opus Dei contro le riforme del divorzio, dell’aborto e soprattutto di quella che autorizza il matrimonio tra coppie omosessuali.
Zapatero e Rajoy se le sono date di santa ragione anche nel dibattito “sullo stato della nazione” che si è concluso in questi giorni. I sondaggi hanno decretato vincitore, con il 70 per cento, il premier socialista che con ostinazione ha enumerato tutte le cose fatte dal suo governo in un solo anno: ritiro dall’Iraq, più fondi alla scuola pubblica, nuove leggi per tutelare le donne contro la violenza e le discriminazioni sui luoghi di lavoro, aumento del salario minimo per fronteggiare la povertà, via libera alla ricerca sulle cellule staminali, sanatoria per 800 mila immigrati clandestini, sostegno all’innovazione tecnologica delle imprese e all’occupazione.
Zapatero e Rajoy, come stazionassero permanentemente su un ring, sono tornati a darsele di santa ragione anche quando il premier socialista – con l’appoggio di tutti i gruppi parlamentari meno quello dei Popolari – ha proposto di aprire una trattativa con l’Eta con l’obiettivo di mettere la parola fine al terrorismo. Rajoy ha invocato l’unità nazionale, ma si è smarcato dalla mano tesa di Zapatero che è sembrato convinto di poter segnare dei punti nella lotta contro il terrorismo dopo che la polizia spagnola ha arrestato di recente molti militanti dell’Eta.
Seduto nel suo scranno in prima fila accanto alla vicepremier Maria Teresa Fernández de la Vega (8 ministri su 16 sono donne), con alle spalle il portavoce Alfredo Rubalcaba e il capogruppo socialista Andrés López Garrido, Zapatero non ha fatto una piega mentre ascoltava il suo rivale. Poi, come un pugile ben allenato, ha assestato tutti i colpi del suo repertorio fino al ko.
L’ultima mossa di Zapatero è coraggiosa, scommette sulla possibilità che l’Eta venga a più miti consigli. La ripresa degli attentati terroristici, in questo inedito contesto, sarebbero per lui una dura smentita. Vedremo cosa accadrà. Ma intanto quello che piace di questo nuovo leader del socialismo europeo è il coraggio con cui difende le proprie idee e cerca ogni volta di far capire all’opinione pubblica che una cosa è la sinistra e un’altra cosa è la destra. www.aprileonline.info/


postato da ulivovelletri |