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giugno 30 2005
Più rigore? I sacrifici rinviati a dopo le elezioni
L’Europa vuole una correzione da 20 miliardi sul biennio. I rischi per la crescita lenta
Finanza e Politica
dal Corriere - 30 giugno 2005
BRUXELLES - Da oggi il ministro Domenico Siniscalco si sente un po’ più comodo e anche più leggero. In un colpo solo guadagna margini di manovra all’interno del governo e soprattutto scarica sulle spalle del suo (eventuale) successore il compito più ingrato e più difficile: risanare davvero i conti pubblici. La decisione presa ieri a Bruxelles di concedere due anni di tempo all’Italia per riportare il deficit sotto il 3% sposta in avanti l’ora della verità sui conti pubblici.
Per chi vincerà le elezioni, la prossima primavera, si prepara un debutto durissimo: mesi e mesi di tagli obbligatori e impopolari alla spesa pubblica. Un’ipoteca pesante per qualsiasi tipo di programma, per qualsiasi piano di rilancio. Sarà un’impresa memorabile trovare le risorse per gli investimenti pubblici, piuttosto che per gli sgravi fiscali a favore delle aziende. La maggioranza di centrodestra, a cominciare dal premier Silvio Berlusconi, dopo tanti mesi di polemiche con Bruxelles, ieri ha accolto con favore il giudizio della Commissione europea. L’Ecofin del 12 luglio, di fatto, perde di «drammaticità»: la riunione dei 25 ministri della Ue non sarà, come si temeva nel centrodestra e come si sperava nel centrosinistra, una specie di «corte marziale» per la politica economica del governo. Molto probabilmente il vertice si limiterà a firmare le «raccomandazioni» formulate dal Commissario Joaquin Almunia. A questo punto si dissolve definitivamente il pericolo (considerato «micidiale» da Siniscalco) di una manovra-bis per il 2005. Se l’Europa non la vuole, l’argomento è chiuso. E’ vero: il Commissario spagnolo chiede al governo di tagliare il deficit di 10 miliardi di euro nella Finanziaria di quest’anno . Non è un obiettivo facile da raggiungere, ma rientra pur sempre nel mondo del possibile. Fosse passata la linea rigorista (riallineamento al 3% in un solo anno), Siniscalco avrebbe dovuto rimediare più o meno 18-20 miliardi di tagli nella manovra di fine legislatura. Semplicemente impensabile. Adesso il ministro sente di poter utilizzare le «prescrizioni europee» per bloccare, o almeno contenere, gli istinti e le tentazioni del «partito della spesa». «La parola d’ordine deve essere serietà, niente Finanziarie elettorali. Dobbiamo controllare i conti se vogliamo rilanciare la crescita», dice il ministro. Ma la grana più grossa toccherà a chi prenderà il posto di Siniscalco. I numeri preannunciano scenari piuttosto foschi. Oggi l’Italia è già in recessione; secondo la Commissione il 2005 si chiuderà con crescita zero, mentre per il 2006 e il 2007 si vede all’orizzonte una «ripresina» all’1,5%. Ma basterebbe un piccolo rallentamento, niente affatto improbabile visti i prezzi del petrolio e le difficoltà italiane a recuperare quote di mercato nel mondo, per ritornare al punto di partenza. Nessuno è in grado di prevedere davvero a quale livello sarà arrivato il rapporto tra deficit e pil alla fine del 2006 . In questo quadro chiunque sarà alla guida del Tesoro dovrà recuperare probabilmente più dei 10 miliardi pronta cassa, pretesi da Bruxelles nella manovra 2007. Dove li troverà l’eventuale nuovo ministro, considerando che riceverà in eredità un bilancio spolpato, che non potrà più contare sui rattoppi di condoni e sanatorie (il nuovo Patto di stabilità li vieta esplicitamente) e che, se l’economia non riparte, il gettito fiscale sarà di nuovo deludente? Certo, si potrebbe tentare di riaprire il negoziato con la Commissione. Ma ieri Almunia ha chiuso le uscite di sicurezza: «Lo so che per un governo è difficile prendere certi provvedimenti prima delle elezioni. Dall’altra parte è anche vero che un esecutivo appena nominato potrebbe avere più energia per affrontare questi impegni». Come dire: la stagione degli sconti, a Bruxelles, è finita.
Giuseppe Sarcina
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Ds Milano - Rassegna stampa
Prodi: nessun rinvio delle Primarie per il candidato premier
Parisi: *Il testo sulle regole c´è già*. L´11 luglio vertice dei leader. Incontro per l´unità socialista - Duello Ds-Margherita, Fassino tenta Mastella - Cosa ne dicono Repubblica e Corriere
Parisi: "Il testo sulle regole c´è già". L´11 luglio vertice dei leader. Incontro per l´unità socialista - Unione, Prodi respinge i dubbi - "Nessun rinvio delle primarie" - Bersani, Ds: consultazioni aperte - Franceschini, Dl: la data non si modifica
da www.repubblica.it
Le primarie si faranno regolarmente l´8 e 9 ottobre. E anche le regole potranno subire solo dei ritocchi, niente di più. Romano Prodi, attraverso il portavoce Ricardo Levi, replica ai dubbi sollevati da Margherita, Udeur, Verdi, Rifondazione e Pdci. «La consultazione non sarà rinviata - dice Levi -. Le abbiamo chieste noi e ci crediamo. Sono una grande occasione di democrazia e di partecipazione. C´è un gioco mediatico che tenta di trasformarle in una cosa pericolosa e dannosa». Levi fa anche capire che le regole base non si cambiano: «I dettagli sono già stati largamente definiti. Nella riunione dell´11 luglio con i segretari troveremo l´accordo».
Dello stesso avviso è Arturo Parisi. Lo dice chiaramente nella lettera a Prodi del 24 giugno che accompagna lo statuto per le primarie elaborato a gennaio dal gruppo di lavoro. Ricorda che la bozza «è frutto di sette incontri». Sottolinea che il testo, anche dopo sei mesi, «mantiene tutta la sua attualità e può essere sottoposto al voto finale dei segretari nella riunione dell´11». Infine, precisa che il gruppo di lavoro ha concluso il suo compito. Dunque, non prevede altre convocazioni, come invece hanno chiesto ieri alcuni dirigenti della Margherita. L´ispiratore del regolamento delle primarie che sarà alla base della discussione nel vertice, prevede un solo cambiamento.
La cancellazione dell´articolo 10 dove era fissato il collegamento tra voto sul candidato ed elezione dei rappresentanti all´assemblea programmatica. All´ultimo vertice avete parlato solo di primarie per il candidato, scrive Parisi: «Se non è una dimenticanza, ma una scelta, allora basta omettere l´articolo 10».
Per Clemente Mastella «le primarie restano una farsa, Prodi dovrebbe evitarle. Ma io mi presenterò per non lasciare scoperto lo spazio dei valori cattolici e lasciarlo al centrodestra». I Verdi con Paolo Cento propongono un rinvio, Oliviero Diliberto non cambia posizione: «Io sono per non farle». Ma sembra difficile fermare un treno in corsa e secondo Enrico Letta se si decide il regolamento entro due settimane, la data di ottobre può essere rispettata. Dice Pierluigi Bersani: «Primarie aperte e niente rinvii. Ci vuole più fiducia nella nostra gente». Peppino Caldarola offre un consiglio per affrontare questo voto che si presenta complicato, difficile da organizzare.
«Affrontiamolo con allegria, non drammatizziamo - dice il deputato ds - . Sono la sola medicina per curare la ferita del no alla lista unica». Anche Rosi Bindi invita «a togliersi dalla testa ogni dubbio sulle primarie». E Dario Franceschini, coordinatore della Margherita, precisa: «La data non si modifica, sono una grande occasione per rafforzare Prodi».
Oggi è il giorno del primo incontro faccia a faccia tra Enrico Boselli e Gianni De Michelis. In ballo, c´è la questione dell´unità socialista, cioè di una fine della diaspora che si consuma all´ombra del centrosinistra. Non è un colloquio facile perché il Nuovo Psi è chiamato ad assumere decisioni difficile, se sceglie la strada dell´Unione.
Rompere con il Polo, ritirare il ministro del Programma Srefano Caldoro, fare una scelta strategica. Ma è solo un primo contatto. De Michelis è atteso anche ad altri incontri. Con Piero Fassino, con i radicali con cui i socialisti potrebbero costituire un´area laica e socialista. Ma il colloquio cade lo stesso giorno di un convegno organizzato a Milano da Stefania Craxi tutto orientato verso il centrodestra. A distanza, ci si contende un´eredità di voti, di nomi e di storia.
(g. d. m.)
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L’11 luglio il vertice sulle regole della consultazione di ottobre - Duello Ds-Margherita, Fassino tenta Mastella - Prodi dopo lo scontro sulle primarie: si faranno
da www.corriere.it
La «polemica dello schermo»: la si potrebbe chiamare così. Infatti il tormentone sulle primarie (che si faranno regolarmente, come assicura Romano Prodi: o, al massimo, slitteranno a fine ottobre) serve a celare le vere tensioni che stanno attraversando il centrosinistra, che l’11 luglio tornerà a riunirsi in un vertice per stabilire le regole di queste consultazioni.
La Margherita non può fermare le primarie. Né lo vuole. Il problema del partito di Rutelli, semmai, è un altro. Riguarda la decisione di Clemente Mastella di candidarsi. Ed è proprio il leader dell’Udeur uno dei protagonisti del vero braccio di ferro in corso. Braccio di ferro che coinvolge i Ds e la Margherita.
Del resto, Massimo D’Alema lo aveva anticipato la settimana scorsa: dopo la decisione di presentarsi alle elezioni ognuno per conto proprio, la competizione diventa inevitabile. Accade perciò che i Ds si stiano dando un gran da fare per dissuadere Mastella dal tentare la strada dell’accordo con la Margherita. Lo spiegava lo stesso leader dell’Udeur ai suoi, ieri pomeriggio: «I Ds - raccontava - mi dicono di andare da solo. E’ chiaro che per loro è meglio perché se io mi alleo con Rutelli la Margherita diventa il primo partito nel Sud a scapito della Quercia. Ed è ovvio che sarebbero disposti a cedermi dei collegi in più se facessi quest’operazione. Che cosa farò? Devo decidere, intanto mi candido alle primarie perché tutti sappiano il peso che ho».
Ecco spiegata l’apprensione del partito di Rutelli di fronte alla candidatura di Mastella: viene vista come il segnale che, alla fine, il leader del Campanile potrebbe fare asse con Fassino e D’Alema e presentarsi in proprio alle Politiche.
Dunque, la competizione tra la Margherita e la Quercia è già cominciata. Fassino punta alla primazia assoluta del suo partito. Un distacco di soli due punti in percentuale dalla Margherita, come quello delle Politiche del 2001, non gli basta. Per questa ragione il partito di Rutelli e la Quercia si contendono anche i socialisti di Enrico Boselli. Il segretario dello Sdi, nel frattempo, sta tentando di capire se sia praticabile un’alleanza con il Nuovo Psi. Oggi incontrerà Gianni De Michelis. Ma l’eventualità di un accordo è ancora lontana. Bobo Craxi e una parte importante del Nuovo Psi vogliono traslocare nel centrosinistra, però De Michelis frena. Comunque, un’aggregazione socialista, sia nella versione allargata che in quella ristretta, fa gola alla Margherita quanto alla Quercia. Entrambi i partiti vogliono proporre a Enrico Boselli di federarsi. Intanto, però, i Ds hanno aperto anche un canale di comunicazione in proprio con Bobo Craxi. Una forma di pressione nei confronti dello Sdi. Il quale Sdi non ha ancora stabilito il da farsi. Boselli preferisce attendere l’evoluzione del dibattito interno al Nuovo Psi e non è affatto detto che prenda una decisione definitiva prima del prossimo autunno.
In sordina, coperta dal clamore sul falso tema «primarie sì, primarie no», è quindi partita la competizione fra Quercia e Margherita. E per l’Unione, che ha appena siglato una tregua, sono previste nuove fibrillazioni.
Maria Teresa Meli
Si allunga la lista di chi ha perso la memoria
MARCO TRAVAGLIO
da Repubblica - 30 giugno 2005
Questa della targa a Bettino Craxi è proprio una bella idea. Anzitutto per il luogo, altamente simbolico: piazza Duomo 19, dove Silvano Larini e gli altri eredi di Turati portavano le mazzette in banconote di piccolo taglio non segnate, ora sul tavolo della segretaria Enza Tomaselli, ora sul letto della "stanza di riposo" di Bettino. Ma anche per il momento scelto per la delibera comunale, approvata proprio mentre a Roma la Casa delle libertà votava la controriforma per raddrizzare i giudici: una controriforma che, come dice giustamente Peppino Gargani, «se l´avessimo fatta prima non avremmo avuto Mani Pulite»; ecco, avremmo avuto Tangentopoli senza Mani Pulite.
Si allunga la lista di chi ha perso la memoria
Il giorno giusto per celebrare degnamente un latitante nella sua città natale. «Non c´è stato bisogno del voto segreto», ha detto col giusto orgoglio il sindaco Albertini, quello che fino a un paio d´anni fa cianciava di questione morale e andava in pellegrinaggio in Procura: i suoi assessori han votato con nome e cognome, allineati e coperti. Il primo cittadino (in ordine alfabetico) ha spiegato che è giusto «ricordare un personaggio, pur controverso per alcuni». Forse non sa che su Craxi, non c´è alcuna controversia: stiamo parlando di un ex presidente del Consiglio condannato definitivamente dalla Cassazione "in nome del popolo italiano" a 10 anni di reclusione per corruzione e finanziamento illecito (tangenti Eni-Sai e Metropolitana) e provvisoriamente a 17 anni in altri cinque processi, che si sottrasse alla giustizia del Paese che aveva governato per quattro anni. Un personaggio che aveva accumulato su tre conti svizzeri personali (Northern Holding, Constellation Financiere e Internatoonal Gold Coast) una refurtiva di una cinquantina di miliardi di lire. Il che rende perlomeno comici i commenti entusiasti dei forzisti, che parlano di "restituire la dignità a Craxi", "un personaggio che ha dato molto". Bisognerebbe aggiungere che ha pure preso molto e che, a dover restituire qualcosa, era lui. O magari proporre di lasciare la targa in bianco, in modo che ogni cittadino, passando, possa scriverci un suo ricordo di Craxi. Ma, per farlo, ci vorrebbe un´opposizione. Invece la sinistra non trova le parole, impegnata com´è nel titanico sforzo di portare nell´Unione Bobo Craxi (quello che si faceva finanziare le campagne elettorali da Mario Chiesa) e Gianni De Michelis (due condanne definitive, a Milano e a Venezia). Risultato: silenzio di tomba, salvo le solite eccezioni di Antonio Di Pietro, Nando dalla Chiesa e Basilio Rizzo, quasi che abbiano una faccenda personale con Craxi.
Invece è una faccenda pubblica, la più pubblica che esista: la questione morale di quel fissato di Enrico Berlinguer. Anche a destra si contano i dispersi: nessuna notizia di Riccardo De Corato, quello che negli anni 80 ruggiva contro il malaffare della "Milano da bere", nel 1992-´93 organizzava i sit-in davanti al Palazzo di Giustizia: sotto con le squadre di soccorso, sotto con i cani da valanga, per restituire il vice sindaco all´affetto dei suoi cari. Soltanto la Lega, in un sussulto di memoria, ha detto qualcosa di leghista, almeno a Palazzo Marino, mentre a Palazzo Madama il padano Castelli devastava quel che resta della giustizia.
Ora però la targa a Craxi non deve restare isolata. Nella rinata capitale immorale d´Italia, bisogna proseguire sulla stessa strada con altre iniziative celebrative. Un busto di Mario Chiesa all´ingresso del Pio Albergo Trivulzio. Una targa di Silvano Larini in ogni stazione della metropolitana. Un monumento a Walter Armanini nei principali cimiteri. Così Milano farà scuola nelle altre città d´Italia. Torino si adeguerà con una statua a Giusy La Ganga e un´iscrizione all´ospedale Molinette per ricordare Luigi Odasso. A Venezia un bassorilievo ai riccioli di De Michelis. A Castiglion Fibocchi un sacrario in memoria di Licio Gelli & F.lli. A Roma un monumento al puff di Poggiolini. A Napoli una bassorilievo equestre ai dioscuri Pomicino e De Lorenzo. A Palermo una via intitolata a Vito Ciancimino. Fra qualche mese, spenta la rabbia dei bond-people, Parma dedicherà la piazza principale a Calisto Tanzi, martire della malagiustizia. Intanto, per coerenza, Albertini assegnerà l´Ambrogino d´oro ai portabagagli di Linate. Solo a quelli che rubavano, però. Alla carriera.
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Ds Milano - Rassegna stampa
L'Europa vista dagli Usa
Nicola
Ebbene si`, hanno riso sotto i baffi gli americani dopo aver visto l'esito disastroso dei referendum sulla costituzione. Non tutti: una elite liberal guarda alla UE con interesse, forse vedendo in essa una sorta di contrafforte oltreoceano per i propri programmi: servizi sanitari per tutti, abolizione della pena di morte, rigida separazione tra chiesa e stato, dialogo con il mondo non occidentale, ONU forte. Questa elite, sui propri giornali e sulle proprie radio s'e` rammaricata per il fallimento della trattato costituzionale.
I commenti degli altri sono stati di due tipi. Il primo, ben espresso da un mio collega, e`: "per forza, come si fa a mettere assieme paesi con storie e lingue cosi` differenti?" Insomma, la nostra storia ci condanna a essere piccoli e ininfluenti, ma pittoreschi e buoni come luogo di villeggiatura per chi passa undici mesi e mezzo nell'uniforme America a gestire vero potere, ma vuol vedere un po` di diversita` e mangiare qualcosa di esotico nelle sue due settimane di vacanza.
Il secondo e` quello espresso da molti economisti. Il problema dell'Europa, dicono, e` l'economia stagnante. Le cause della stagnazione?
"Their long vacations and generous pension system": le nostre vacanze lunghe e le nostre pensioni troppo generose. I francesi, di fronte alla possibilita` che la UE interferisse con questi caposaldi della "European way of life", hanno affossato la Costituzione.
Insomma, questi economisti ridacchiano due volte: la prima, perche` vedono il potenziale competitore europeo farsi politicamente a pezzi da solo (trascinando nel baratro l'euro); la seconda, perche` ci facciamo a pezzi pur di non prendere le decisioni che, secondo la loro dottrina, sono obbligate: due settimane di vacanze, pensioni garantite un po` al di sotto della soglia di sopravvivenza. Il riso e` a mezzo, ovviamente: un'Europa stagnante non compra i prodotti americani e rallenta l'economia globale.
Gli americani ci rimproverano il nostro stato sociale, quello che rimane, non meno di quanto noi ne rimproveriamo loro l'assenza.
Ho parlato con alcuni francesi prima del voto. Votavano NO sicuri che questo sarebbe stato un nuovo inizio radioso per la Francia e magari anche per la UE. Prevedibilissimevolmente, e` stato l'inizio di un effetto domino che vede: la Francia in un cantone, l'asse franco-tedesco in bilico, Blair resuscitato come unico leader europeo credibile, il Consiglio Europeo immobilizzato dalle diatribe inter-nazionali.
Ho sentito tanti che dicono che questa sconfitta del sogno europeo e` anche un'opportunita` per migliorarlo. Me lo dico anche io perche` non mi piace fare il gufo: magari avremo, se non noi, i nostri bisnipoti, una costituzione veramente democratica, gli europei uniti "under the Articles", eccetera. Lo dice anche Blair, che e` si` moderatamente filoeuropeo, ma che deve rappresentare un'opinione pubblica del tutto euroscettica. Dice Blair, in sostanza, facciamo dell'Europa quello che deve essere: un club di primi ministri che controllano i fondi europei senza i fastidiosi tecnocrati di Bruxelles. www.ulivoselvatico.org/
giugno 29 2005
LA VENDETTA DEL CAVALIERE
CURZIO MALTESE
da Repubblica - 29 giugno 2005
CON la riforma della giustizia il governo Berlusconi ha completato l´opera mantenendo tutte le promesse che il premier aveva fatto a se stesso. Era difficile ottenere tanto sul piano personale da cinque anni di potere. Era anche difficile produrre danni più profondi al Paese, alla sua economia, alle istituzioni. In piena recessione e con l´azienda Italia sull´orlo di un collasso, la maggioranza chiude i lavori come aveva cominciato, con l´ennesima guerra alla magistratura. Non si può definire altrimenti una controriforma della giustizia ispirata dal Piano di Rinascita di Licio Gelli e aggiornata con i consigli di Previti e Dell´Utri, che è riuscita nell´impresa di saldare nell´opposizione tutte le componenti della magistratura, dell´avvocatura e del pensiero giudirico.
Il professor Calvi, giurista e senatore diessino, l´ha definita «il raffinato tentativo di giungere alla paralisi del sistema giudiziario» e non ci sarebbe da aggiungere molto.
La vendetta del Cavaliere
Semmai da togliere l´aggettivo «raffinato».
L´impianto della legge riflette piuttosto quel clima da festa galeotta che già si respirava nelle leggi sul falso in bilancio, sulle rogatorie, Cirami, Lodo Schifani, Cirielli e le altre tappe dell´infinito regolamento di conti.
Leggi mal concepite e peggio scritte, scaturite da una frettolosa arroganza, poi abbandonate per strada o bloccate dalla Consulta, come forse capiterà anche a questa nei problematici passaggi alla Camera, alla firma di Ciampi e all´esame di costituzionalità.
È una riforma vendicativa per il passato e pericolosa per il futuro. Qui non s´è trattato soltanto di mettere la pietra definitiva sul ricordo di Mani Pulite, ormai sepolto da una vera lapidazione. A proposito, proprio ieri il comune di Milano ha pensato bene di celebrare con una targa Bettino Craxi, in piazza del Duomo 19, dove Larini portava le tangenti. La controriforma approvata al Senato rappresenta un passo ulteriore, segna l´avvio di una specie di guerra preventiva contro la magistratura indipendente, nel caso osasse ancora indagare sul malaffare politico. Gli strumenti sono gli stessi sognati dai tangentisti: la sottomissione di fatto della magistratura alla politica e la separazione delle carriere. Con in più qualche effetto speciale grottesco, come la norma ad personam per impedire a Giancarlo Caselli di guidare la procura antimafia. Oppure l´inserimento dell´ormai celebre test "psicoattitudinale" per l´accesso alla professione, che certo sarà studiato in modo da premiare i magistrati "sani", come per esempio Squillante o Carnevale, ed espellere i "malati", i futuri Borrelli, Di Pietro, Davigo, Colombo.
Tutto questo può costituire un vanto per Berlusconi, l´unico presidente del consiglio occidentale a piede libero per prescrizione, e magari per il ministro Castelli una bandierina da sventolare alla prossima scampagnata a Pontida. Ma è anche serio motivo d´imbarazzo per il Quirinale e una vergogna per i cittadini onesti.
Stavolta però ancor più del basso livello etico della maggioranza colpisce il grado di follia che sprigiona da quest´ultimo assalto alla diligenza. In fondo a quattro anni di governicchio, dopo una serie impressionante di batoste elettorali, con i conti pubblici allo sfascio e le famiglie impoverite, la maggioranza trova ancora il coraggio di rilanciare la guerra alla giustizia.
Come se davvero non esistessero altri problemi. Nell´afa romana, alla vigilia delle vacanze, berluscones e centristi, leghisti e cosiddetta destra sociale, riescono a compattarsi per l´ennesima volta sugli affari del presidente. È una replica della replica, fonte quasi più di noia che d´indignazione. E quanto sono seri e gravi, quanto è compreso nel ruolo il premier quando parla di magistratura.
Mentre invece sui problemi di milioni di famiglie che non arrivano a fine mese si può, anzi si deve scherzare, raccontare barzellette sui telefonini e le morose, spargere i consigli del miliardario alle casalinghe sul come fare la spesa al mercato. Con grandi pacche sulle spalle e qualcuna sul sedere, alle signore, se non sono finlandesi che si offendono. Ma come pensano questi di sopravvivere alle prossime elezioni? Non basterà neppure l´autolesionismo dell´Ulivo.
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Ds Milano - Rassegna stampa
La storia siamo loro
Marco Travaglio
da l'Unità - 29 giugno 2005
Quando il regime cadrà e si farà l'inventario dei danni, bisognerà dedicare un capitolo ai guasti provocati da 11 anni di pensiero unico berlusconiano a reti unificate sul cervello di milioni di persone, che ora ignorano fatti realmente accaduti e credono accaduti fatti mai accaduti. Comprese molte persone che di quei fatti (o di quei non-fatti) sono state testimoni oculari. Le macerie più tossiche riguardano Tangentopoli e Mafiopoli. Di Tangentopoli si continua a discutere, ma senza più parlare delle tangenti: si spiega così la targa commemorativa al corrotto latitante Bettino Craxi inaugurata ieri, nel silenzio assoluto della sinistra, in piazza Duomo 3 a Milano: proprio dove Craxi si faceva portare le mazzette dai vari Larini. Anche di Mafiopoli circola una vulgata a base di leggende metropolitane a prescindere dai fatti e, si capisce, dalle sentenze. Il fantasioso ex senatore ds Giovanni Pellegrino le ha collezionate e rilanciate in un libro- intervista a Giovanni Fasanella intitolato addirittura «La guerra civile» (Rizzoli-Bur). Sostiene che, dopo i no della Camera alle autorizzazioni a procedere per Craxi (29/4/93), «il Pds smise di fare politica per abbandonarsi a una deriva giustizialista. Occhetto mise la vela a quel vento». Non ricorda che anche il Pds a Milano aveva i suoi indagati e i suoi arrestati, con tanto di polemiche con il pool. Eppure Pellegrino continua a raccontare quella favola, per la gioia del Foglio, che chiama a testimoni altri smemorati cronici. Macaluso dice che «Davigo voleva rivoltare l'Italia come un calzino» (falso, la frase è di Giuliano Ferrara). Pisapia, che allora era l'avvocato di Forlani, parla di «collegamenti diretti tra singoli magistrati e singoli politici», senza naturalmente portare un nome, una prova. Caldarola rivela un fatto davvero scandaloso: «Attorno a Occhetto si espresse il massimo favore all'idea di un processo rigeneratore imperniato sulla questione morale» (anziché a Craxi, il fellone si ispirava a Berlinguer). Poi naturalmente c'è Marco Boato,che parla di «vicende sciagurate», ma non per le ruberie dei suoi amici socialisti: per le inchieste dei suoi nemici magistrati. Poi dice che durante la Bicamerale, quando partorì la bozza sulla giustizia che piaceva tanto a Licio Gelli («E' copiata dal Piano di Rinascita,voglio il copyright…»), «ricevetti decine di fax intimidatori da pm di Milano e Torino, chiedevano di interrompere i lavori». Nessuna prova, si capisce.
Poi c'è Andreotti, giudicato dalla Cassazione colpevole di associazione per delinquere fino all'80. Macaluso intravede «pesanti responsabilità». Di Andreotti? No, di Luciano Violante, ex presidente dell'Antimafia. Il quale, per Pellegrino, indagò su Andreotti «in sinergia» con Caselli: «il disegno era chiaro: fargli il processo in Commissione e nelle piazze». Boato plaude sul Foglio: «Ricostruzione aderente alla realtà». Naturalmente è un'altra leggenda metropolitana. L'inchiesta Andreotti nasce nel '92 da quella aperta da Paolo Borsellino sul delitto Lima (12/3) e proseguita dai pm Lo Forte e Natoli dopo le stragi. Parlano di Lima, Andreotti e la mafia Leonardo Messina (12/8), Gaspare Mutolo (28/8), Pino Marchese (7/9) e Tommaso Buscetta (11/9). Solo il 15/10 Violante presenta all'Antimafia il programma di lavoro; solo il 16/11 l'Antimafia sente Buscetta. Caselli è ancora a Torino, in Corte d'assise. Viene trasferito solo in dicembre, e s'insedia a Palermo solo il 15/1/93, quando il più è fatto. Non gli resta che iscrivere Andreotti sul registro (4/3), chiedere l'autorizzazione a procedere (27/3), risentire Buscetta (6/4) e interrogare Mannoia (3/4), mentre i colleghi Lo Voi e Pignatone sentono Di Maggio sull'incontro con Riina (16/4). Il 6/4 intanto non Violante, ma l'Antimafia all'unanimità (salvo il radicale Taradash) approva la relazione del presidente. Su Andreotti, tre righe tre: «Risultano certi i collegamenti di Lima con uomini di Cosa Nostra. Egli era il massimo esponente della corrente Dc che fa capo ad Andreotti. Sull'eventuale responsabilità politica di Andreotti, dovrà pronunciarsi il Parlamento». Tutto qui, acqua fresca. Qualche mese dopo, incontrando a un convegno Caselli e De Gennaro, Violante si dice contrario alla richiesta di rinvio a giudizio per Andreotti. Caselli, viste le prove raccolte, chiede e ottiene il rinvio a giudizio. Questi sono i fatti. Di quali sinergie giustizialiste vanno cianciando questi storici della domenica?
Antonio Di Pietro: se la vogliono, ci scrivano la verità sulla corruzione
"L´indirizzo è giusto
Lì arrivavano le tangenti"
"Oggi non si vuole curare il male di allora. È contrario allo stato di diritto"
ANDREA MONTANARI
Antonio Di Pietro, perché non vuole la targa a Craxi?
«Se vogliono ricordarlo con una targa facciano pure. Ma devono scriverci anche ciò che Bettino Craxi è stato in vita: un illustre politico, un pluripregiudicato recidivo e un latitante finale».
Come dire quella targa non s´ha da fare.
«Il problema non è mio, ma di chi pensa che mettere una targa sia un modo per sfruttare per fini elettorali la visibilità di una persona che in vita nel bene e nel male è stato protagonista della Prima repubblica. Il cui nome è stato utilizzato per lavarsi la coscienza».
Nient´altro?
«L´indirizzo per la targa è quello giusto. In quell´appartamento in piazza del Duomo è successo di tutto. Dalla grande politica alla corruzione. E lì che Silvano Larini consegnava le tangenti per la Metropolitana milanese. Se vogliono ricordare Craxi devono scrivere anche questo. altrimenti lo fanno solo a scopo elettorale».
Perché?
«Proposte come queste servono solo a rivalutare se stessi da un´esperienza che è stata piena di corruzione, di illeciti finanziamenti e di atti privi di trasparenza. Non è un bel servizio reso alla storia e alla verità. È un modo parziale e interessato di raccontare la storia».
A chi si riferisce?
«Per esempio, al presidente del Senato Marcello Pera, che quando Craxi fu sottoposto a processo disse di lui di cotte e di crude, ma poi ha usato il suo ruolo per andare con un aereo di stato a fargli onore in quello che lui ha definito esilio. Da libero cittadino poteva, ma ufficialmente non credo che quello fosse il suo compito».
Solo lui?
«No. Sono molto amareggiato perché questi discorsi li ho sentiti fare anche da esponenti del centrosinistra. Il capogruppo alla Camera dei Ds Luciano Violante, ma anche il segretario Piero Fassino. Non sono stati un bel modello per un centrosinistra riformista».
Veramente, la proposta della targa è stata fatta a palazzo Marino.
«Appunto. Craxi nel bene e nel male è stato un primo della classe, che viene sfruttato ora per fini personali. non era una vittima del sistema delle tangenti, ma era l´artefice di quel sistema. La sua unica scusante era che nella Prima repubblica c´erano dei principianti rispetto ai tangentisti della Seconda».
Parole pesanti.
«Allora per fini illeciti bisognava almeno sporcarsi le mani. Oggi non c´è nemmeno bisogno di questo. Si approvano le leggi per avere vantaggi personali».
Cos´è che non le va giù?
«Che oggi ci sia un interesse alla rimozione di quello che è stata Tangentopoli. Non si è voluto affrontare un problema vero. Quello di una corruzione endemica che ha rovinato il paese. Ancora oggi non si vuole curare questo male. È questo è contrario allo stato di diritto».
E se non aggiungeranno alla targa quello che lei chiede?
«Vorrà dire che sarà una targa semplicemente abusiva. Uno spot pubblicitario».
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Ds Milano - Rassegna stampa
Le Primarie sono al centro della azione politica del centrosinistra.
Cosa pensa e cosa fa la Rete dei Cittadini per l’Ulivo - Intervento di Massimo Cellai, coordinatore dell'Esecutivo nazionale dei CpU
Le Primarie sono al centro della azione politica del centrosinistra.
Cosa pensa e cosa fa la Rete dei Cittadini per l’Ulivo
1. In primo luogo riporto quanto deciso a maggioranza dal Coordinamento Nazionale nella riunione di domenica 19 giugno in merito alle Primarie lanciate da Prodi ed alle Primarie di collegio che riteniamo strumento importante di rinnovamento politico.
[…] Le Primarie sono una straordinaria occasione di partecipazione dei cittadini. Con esse si deciderà la leadership dell’Unione ed il progetto politico che intendiamo realizzare. Al centro delle Primarie dovranno esserci i contenuti del Manifesto di Creta e la scelta strategica dell’Ulivo di cui l’Italia ha bisogno e per cui continueremo a lavorare.
I cittadini ci hanno rafforzato ad ogni scadenza elettorale perché solo Prodi e l’Ulivo possono dare un futuro ed una speranza al nostro Paese. […]
Si svolgano quindi Primarie di leadership e di progetto, autoregolamentate ed aperte, per sostenere Prodi e rilanciare l’Ulivo.
Si svolgano anche Primarie di collegio, iniziando da quelli dove l’introduzione di questa innovazione potrebbe portare il candidato alla vittoria proprio grazie al maggiore coinvolgimento degli elettori.
Noi siamo quelli che parlavano di Ulivo, lavoravano per l’Ulivo, quando tutti lo avevano accantonato. Noi oggi confermiamo tenacemente questo progetto politico. […]
2. Il Coordinamento ha inoltre deciso all’unanimità di inviare all’Unione una breve lettera nella quale ci mettiamo a disposizione per quanto riguarda la formazione dei gruppi di lavoro sulle primarie che si attiveranno sotto la presidenza di Prodi stesso. Contemporaneamente ha completato la formazione di una Commissione sulle Primarie con funzioni istruttorie ampie. Dobbiamo essere presto capaci di una sintesi delle nostre competenze ed esperienze nel campo delle Primarie per assolvere a funzioni di proposta e gestione.
La versione integrale di tali documenti è stata inviata a tutte le associazioni ed è reperibile sul sito nazionale della Rete.
3. La proposta di avviare una raccolta nazionale di firme per sostenere l’utilizzo delle primarie di collegio è invece stata respinta.
Perché? Per evitare di impostare ora “bracci di ferro” nel centrosinistra tra movimenti e partiti. Una raccolta di firme è un invito a contarsi e, fatta la conta, costringere col peso dei numeri l’interlocutore sulle posizioni volute.
Il Coordinamento ha ritenuto che la battaglia per le primarie di collegio è tanto importante quanto difficile ed intende spingere a livello nazionale in quella direzione attraverso la persuasione politica.
Naturalmente ogni nostra associazione, attraverso la sua autonomia ed il suo radicamento territoriale, deve valutare la maturità dello strumento primarie nella sua situazione politica e quindi scegliere gli strumenti con i quali porre all’ordine del giorno dell’Unione la nostra proposta e con i quali fare pressione perché venga realizzata.
4. Alcune associazioni, Basilicata e Cremona, hanno scelto la strada della raccolta di firme a sostegno della richiesta di Primarie di collegio, altre, per esempio Lucca, hanno percorso strade diverse.
Lucca è una delle prime città in Italia dove si sono svolte primarie per la scelta del candidato sindaco del centrosinistra, precisamente alle amministrative del 2002. L’associazione “Vivere Lucca” ha inviato una nota agli organi di stampa nella quale propone che il centrosinistra scelga le primarie come strumento di selezione dei candidati sia alle politiche, sia alle provinciali, sia alle comunali. L’associazione si augura un dibattito all’altezza e si impegnerà perché vengano assunte decisioni positive.
Massimo Cellai
Coordinatore Comitato Esecutivo Rete dei Cittadini per l’Ulivo /www.cittadiniperlulivo.com
Rizzo Nervo fa arrabbiare Vespa
"Tutto è avvenuto all'insegna del 'facciamo in fretta prima che arrivi il nuovo Consigliò": così il consigliere di amministrazione Rai in quota Margherita Nino Rizzo Nervo commenta in un'intervista al Corriere della Sera la vicenda del rinnovo del contratto tra Bruno Vespa e Viale Mazzini. Un contratto che ora, afferma Rizzo Nervo "prevede un minimo di 100 puntate l'anno, quindi tre a settimana, fino al 2010 per un importo annuo di 1.187.000 euro. Più dei compensi dei direttori di Tg1, Tg2, Tg3, Tgr e Giornale Radio messi insieme".
Il Cda uscente, afferma Rizzo Nervo, ha rinnovato il contratto nelle sue ultime ore e il nuovo Cda, nemmeno volendo, avrebbe potuto esprimersi sul merito: "mi sembra quanto meno scorretto che tutto sia andato in porto così rapidamente a insaputa del nuovo Cda. È un po' il simbolo di una 'gestione amicalé. La fretta per Vespa stride col silenzio sulla sentenza che reintegra Santoro".
Rizzo Nervo si chiede anche "perché Giovanni Masotti, che raggiunge il 6,5-7% di ascolti su Raidue percepisce 4000 euro ogni puntata in più rispetto al suo stipendio, mentre la squadra di Raitre, ovvero Giovanni Floris, Federica Sciarelli, Andrea Vianello che garantiscono tra il 12 e il 15% di share si ferma a 1300" e conclude l'intervista dicendo che intende proporre nel prossimo Cda "una consulenza esterna che certifichi lo stato di salute dell'azienda e controlli la regolarità degli atti".
Il contratto di collaborazione a Bruno Vespa fu fatto la prima volta nel 2001 con il centro sinistra al governo e poi rinnovato da Cattaneo 'copiandò quello e il compenso per puntata era "pari al 15 % in meno di quanto concordato con Fabio Fazio per una seconda serata su Raidue che poi non si fece e con Gad Lerner per una terza serata del sabato di argomento religioso su Raiuno, anch'essa poi sfumata": a precisarlo è lo stesso Vespa che replica così all'intervista al Corsera del consigliere Rizzo Nervo, il quale, rileva Vespa, "contravvenendo alle più elementari regole di deontologia professionale di qualsiasi azienda" ha "reso noti i dettagli del mio contratto
Vespa, sottolineando che l'occasione di parlare del contratto offerta da Rizzo Nervo gli "consente finalmente di far luce sulla sua genesi e sui parametri che ne ispirarono la struttura", spiega: "Da tempo, prima del 2001, la Rai aveva valutato l'opportunità di trasformare il mio contratto di direttore giornalistico in un contratto di collaborazione.
Il contenuto e l'importo furono definiti all'inizio di quell'anno, prima delle elezioni politiche, quando l'azienda era governata da un consiglio di amministrazione di centrosinistra".
L'importo, prosegue Vespa, "lo stesso di oggi fu stabilito dal direttore generale Claudio Cappon ed era un compenso per puntata pari al 15% in meno di quanto concordato con Fabio Fazio per una seconda serata su Raidue che poi non si fece e con Gad Lerner per una terza serata del sabato di argomento religioso su Raiuno, anch'essa poi sfumata. Chiamo a testimoni due gentiluomini come lo stesso Cappon e Giancarlo Leone, allora direttore della prima divisione Rai.
Si aggiunga che, al contrario di tutti gli altri colleghi con contratto esterno, io lasciavo la Rai con 39 anni di servizio e una liquidazione netta di 300 milioni di lire. Mi usi Rizzo Nervo la cortesia di citare gli importi ricevuti dai miei successori alla direzione del Tg1 in proporzione agli anni di servizio.
Queste erano dunque 'le amicizie e le appartenenzé cui si riferisce Rizzo Nervo. La trattativa economica fu assente, al punto che il mio avvocato Giorgio Assumma rinunciò alla parcella".
Quando il primo contratto è scaduto nel 2004, ricorda Vespa, "il nuovo direttore generale Cattaneo si è limitato a copiare il contratto Cappon anche nel contenuto economico. Il solo numero di puntate fu ridotto a 100 per recuperare lo svantaggio che si era determinato con altre situazioni. Questo importo resterà inoltre fisso per i prossimi 5 anni.
Prego il consigliere Rizzo Nervo di pubblicare il costo di 'Porta a portà e i profitti pubblicitari che il programma rende all'azienda. Se egli avrà inoltre la cortesia di informarsi sugli altri contratti di collaborazione della Rai e delle aziende concorrenti potrà trarre utilissimi elementi di confronto".
"Rizzo Nervo sa, come tutti - prosegue Vespa -, che io sono stato sempre contrario alla cancellazione dei programmi di Enzo Biagi e Michele Santoro. Ma vista la cura con cui rispetta il segreto industriale, è la persona più adatta a rivelare finalmente quanti miliardi sono stati corrisposti ad Enzo Biagi per evitare polemiche con la Rai sulla sua vicenda.
Un'ultima annotazione. L'urgenza di definire l'opzione è nata da un'opportunità di cambiare azienda. Ho sempre detto che sarei restato alla Rai fino a quando la Rai lo avesse voluto. Mentre in questi giorni ho tenuto e terrò conferenze sul fenomeno 'Porta a portà da Barcellona a Londra (i giornali spagnoli vi hanno dedicato pagine intere), mentre sullo stesso tema una delle più importanti reti televisive cinesi ha preparato un programma monografico, il giornale diretto da Rizzo Nervo scrive a proposito del mio nuovo contratto che averlo firmato non significa dovermi fare apparire.
L'ideale - conclude Vespa - per dimostrare la neutralità ideologica del consigliere e per lavorare con serenità soprattutto alla vigilia di una impegnativa campagna elettorale". www.megachip.info
( ansa )
Benedetto XVI: 'Difendere la vita dal concepimento alla disoccupazione'
Inquietanti ombre della Santa Sede sulla politica italiana, ma il professor Juzo Kabuto si iscrive a Rifondazione Comunista. Prodi e D'Alema ricordano a tutti di essere gli inventori dei Co.co.co. Berlusconi amaro verso la minoranza 'Co.co.co? Settete!'. Ma il Papa nero non vuole tornare a casa senza l'affitto del Quirinale.
ROMA - La visita di Papa Benedetto XVI al Quirinale resterà nella storia di questo pontificato. Il discendente di Pietro, di fronte alle istituzioni italiane, ha ribadito che la vita deve essere difesa dal suo concepimento fino alla perdita del posto di lavoro.
'Chi non lavora non fa l'amore' - ha dichiarato Ratzinger, il primo papa amico del Boss Robot - 'e chi non fa l'amore non può concepire. Quindi, chi non lavora deve essere abbattuto prima che sia troppo tardi e tenti di accoppiarsi senza riprodursi, al contrario di quanto fa qualsiasi altro essere vivente'.
Ma mentre Berlusconi si dichiarava completamente d'accordo con le parole del Papa - ed in particolare sul passaggio inerente l'uso delle alghe come antidoto alle malattie sessualmente trasmissibili, Ciampi illuminava la platea: 'Orgogliosi della laicità dello Stato'.
Immediata la presa di posizione di Prodi e D'Alema in un imbarazzante completo celeste: 'Anche noi siamo orgogliosi della precarietà del licenziato' e quella di un un Casini come al solito particolarmente attento al buffet: 'Sono estasiato della sapidità dell'affettato'.
Papa Ratzinger, in un inquietante fuori programma, si è poi barricato nel Salone dei Corazzieri, dichiarando che se l'Italia non pagherà i decenni di affitto arretrato dell'immobile del Quirinale alla Santa Sede userà i suoi poteri per far calare il quorum degli ascolti sulle reti Mediaset riversandoli per intero su Telespazio Calabria, scatenando il panico nella maggioranza.
'Solo quando avrò la liquidazione del fitto - si legge in un comunicato -tornerò a casa.'
'Nella fortezza delle Scienze.
Altro che cellule staminali! Dilettanti.' www.giuda.it
Non è la fine dell'Europa»
L'economista Jean-Paul Fitoussi nega che il no francese e olandese consegni l'Ue a Tony Blair
ANNA MARIA MERLO
PARIGI
Il discorso programmatico sul semestre di presidenza britannica del Consiglio europeo che Tony Blair in persona ha tenuto di fronte al Parlamento europeo a Bruxelles la scorsa settimana, fa discutere: Blair ha parlato di «modernizzazione» e di riorientamento del bilancio europeo - per il momento non approvato per il periodo 2007-2013, a causa dello scontro avvenuto al vertice di Bruxelles del 16-17 giugno - a favore della ricerca e dell'insegnamento superiore, riducendo le spese «vecchie», come quella agricola, che ancora assorbe il 40% della spesa comunitaria. L'economista Jean-Paul Fitoussi, presidente dell'Osservatorio francese delle congiunture economiche (Ofce) non è stato per nulla sedotto dal discorso di Blair.
Blair riuscirà a far uscire l'Unione europea dalla crisi attuale?
Il progetto di Blair mi sembra soprattutto retorico, non realista, nella misura in cui per modernizzare l'Europa bisognerebbe consacrarvi dei mezzi ben superiori a quelli del bilancio europeo. Dire che se venissero dati i mezzi attribuiti ora alla Pac (politica agricola) all'insegnamento superiore e alla ricerca e sviluppo si risolverebbe il problema del futuro dell'Unione, significa prendere un po' in giro tutti quanti. La Pac assorbe lo 0,35% del prodotto interno lordo europeo. E con lo 0,35% non si fa molto per l'insegnamento superiore, per la ricerca e sviluppo, per l'innovazione. Invece, se ci fosse un riorientamento delle risorse destinate alla Pac si avrebbe una rinazionalizzazione della politica agricola. E' una buona strategia? Non credo. L'Europa protegge meno degli Usa i propri agricoltori. In altri termini, con le proposte di Blair vediamo cosa perdiamo ma non cosa si guadagna. Se vogliamo fare della ricerca e dell'insegnamento superiore una politica comune, allora bisogna aumentare il bilancio dell'Unione. Bisognerebbe fare due cose: 1) aumentare il bilancio europeo; 2) europeizzare le politiche, ora nazionali, dell'insegnamento superiore e della ricerca. E' una cosa che si puo' fare, ma ci vogliono i mezzi adeguati per realizzarla. Per questo parlo di retorica rispetto a Blair. Anche nella strategia di Lisbona c'erano buone idee, era una bella idea fare dell'Europa l'economia più competitiva del mondo. Ma non sono stati messi a disposizione i mezzi per applicarla. Se l'Europa vuole farsi prendere sul serio, deve metterci i mezzi .
Ma Blair non ha via libera, vista la crisi in cui versano Francia e Germania, aggravata dalla crisi in cui è caduta l'Unione con la manifestazione degli egoismi nazionali che ha portato all'impossibilità di approvare il bilancio?
Tutti i paesi sono indeboliti quando si avvicinano grandi elezioni. Tra un anno e mezzo non sarà più la stessa situazione. Allora sarà probabilmente il turno della Gran Bretagna. Ma di che crisi parliamo? Il sì non avrebbe cambiato nulla nel dibattito sulla Pac, che risale agli anni Ottanta. Il problema sta nell'impossibilità di decidere al Consiglio europeo sul bilancio, che deve essere votato all'unanimità, cosa che non ha nulla a che vedere con i no franco-olandesi.
Secondo lei, i no non hanno aperto una grave crisi?
Il no non è stato anti-europeo, a parte quello dell'estrema destra, ma questa non è una novità. Per il momento non succede nulla ma dobbiamo ricordare che il trattato di Roma è nato dopo il no alla Comunità europea di difesa (Ced), cioè sei mesi dopo quel no è stato possibile andare verso il Mec. Per il momento, i giochi non sono fatti. Bisogna fare l'Europa, ma meglio. C'è stata una sfida nei confronti dei partiti politici che erano per il sì, perché in vent'anni hanno fatto molte promesse ma non hanno trovato risposte alla disoccupazione. Il fatto che Blair voglia approfittare della presidenza britannica - la prossima volta sarà tra 13 anni - per far passare i suoi messaggi e prendere la leadership europea non è legato al doppio no.
Ma Blair potrebbe riuscire a imporre il modello anglosassone, basato su flessibilità e minori garanzie per i lavoratori, contro il modello renano che non ha impedito alla paura di diffondersi nella società, con la campagna centrata in Francia sulla figura dell'idraulico polacco?
Non credo che una popolazione che sta correndo il rischio della disoccupazione accetti di rinunciare in questo momento alle protezioni sociali. Per quanto riguarda la paura delle delocalizzazioni, è normale che le popolazioni non le amino, sarebbe masochista il contrario, ma questo non significa xenofobia. Negli Usa sta succedendo la stessa cosa, il senato sta discutendo se rimettere in causa il Cafta (Central America Free Trade Agreement).
www.ilmanifesto.it
Miti e realtà della scuola italiana
Andrea Prat
In molti paesi sviluppati, dagli Stati Uniti alla Germania, è in corso un dibattito profondo sul futuro della scuola. In Italia, invece, si parla molto di alcune vicende specifiche, come i buoni per la scuola privata decisi da alcune Regioni, ma manca un dibattito a tutto campo su come vogliamo che l’istruzione evolva nei prossimi decenni. Anche lavoce.info ne ha parlato poco, ad eccezione di alcuni interventi molto interessanti di Solomon Gursky e Daniele Checchi.
I miti da sfatare
In questo intervento vorrei fare un confronto, molto rozzo, tra la scuola italiana e quella di altri paesi sviluppati e non. Cominciamo sfatando alcuni miti:
Tutto sommato, la scuola italiana non è male. Un confronto internazionale tra sistemi scolastici è svolto dal Programme for International Student Assessment dell’Ocse. Invito i lettori de lavoce.info a consultare i rapporti del 2000 e del 2003, disponibili sul sito Pisa. Tali rapporti, basati su test svolti da 4.500/10mila quindicenni per paese, indicano senza ombra di dubbio che gli italiani hanno risultati peggiori dei loro coetanei degli altri paesi dell’Europa occidentale (con la possibile eccezione, ma solo in alcuni casi, della Grecia e del Portogallo). Questo vale per tutte e tre le aree considerate: scienze, lettura e matematica. I nostri risultati sono peggiori anche di quelli di paesi con un Pil pro capite più basso del nostro, come Spagna, Corea del Sud e molti paesi dell’Europa dell’Est. (1)
Il problema è che mancano le risorse. Al contrario, l’Italia è uno dei paesi al mondo con la spesa per studente più alta (vedi Tabella 1). Solo l’Austria, la Svizzera e gli Stati Uniti spendono di più. Spendiamo il 50 per cento in più della Germania, che ci batte sistematicamente in tutte le materie. (2)
Tabella 1
Spesa cumulativa per studente (dai 6 ai 15 anni)
in dollari PPP adjusted
Australia
58 480
Austria
77 255
Belgio
63 571
Canada
59 810
R. Ceca
26 000
Danimarca
72 934
Finlandia
54 373
Francia
62 731
Germania
49 145
Grecia
32 990
Ungheria
25 631
Islanda
65 977
Irlanda
41 845
Italia
75 693
Giappone
60 004
Corea
41 802
Messico
15 312
Olanda
55 416
Norvegia
74 040
Polonia
23 387
Portogallo
48 811
Slovacchia
14 874
Spagna
46 774
Svezia
60 130
Svizzera
79 691
Stati Uniti
79 716
Il problema è la Moratti. Al di là dell’opinione che si può avere sull’operato di Letizia Moratti (la mia è molto negativa), la situazione era più o meno la stessa nel rapporto Pisa 2000.
I fatti
E adesso passiamo ai tre fatti.
In Italia ci sono tanti insegnanti. Secondo dati Ocse 2002, il numero di studenti per insegnante in Italia è ai minimi mondiali. La Tabella 2 riporta i dati per le quattro maggiori nazioni europee. Questo spiega perché in Italia la spesa per studente è così alta.
Tabella 2
Germania
Francia
GB
Italia
Primaria
18,9
19,4
19,9
10,6
Secondaria inferiore
15,7
13,7
17,6
9,9
Secondaria superiore
13,7
10,6
12,5
10,3
Manca un meccanismo di valutazione esterna degli studenti. Le commissioni esaminatrici ai vari livelli sono composte unicamente o in maggioranza da membri interni. Questa situazione è stata peggiorata dal ministro attuale, ma esisteva già prima. Nella maggior parte degli altri paesi europei esistono meccanismi di valutazione esterni, che cercano di offrire un giudizio imparziale e standardizzato. (3)
Manca un meccanismo di valutazione esterna degli insegnanti e delle scuole. La valutazione esterna degli studenti non serve solo per valutare gli studenti, ma permette anche di formare un’opinione, seppure imperfetta, sulla qualità dei singoli insegnanti e delle singole scuole. In Italia, ciò è impossibile. L’esperienza di altri paesi – soprattutto della Gran Bretagna e degli Stati Uniti – dimostra che quando ci si rende conto che un sistema scolastico non funziona non esistono soluzioni facili, e soprattutto non esistono soluzioni rapide. I sistemi di valutazione presentano problemi enormi e in alcuni casi possono essere controproducenti. (4)
Altre opzioni, come l’autonomia scolastica, gli incentivi per gli insegnanti o la libertà di scelta della scuola da parte dei genitori, sono controverse. Non esiste consenso su quale sia il sistema ideale. Però non possiamo continuare a nascondere la testa sotto la sabbia. La scuola italiana è in crisi. E non possiamo dire che non ci sono i soldi o che è tutta colpa di questo Governo. I mali della nostra scuola hanno radici profonde. È ora di aprire un dibattito a tutto campo, senza escludere a priori alcuna alternativa.
(1) Il rapporto Pisa mostra come, a parità di scuola, i risultati del singolo studente dipendano dalla situazione socio-economica della sua famiglia. Quindi gli studenti italiani potrebbero andare peggio di quelli tedeschi perché in media le famiglie italiane sono meno ricche ed istruite di quelle tedesche. Però, questo ragionamento non spiega perché gli studenti italiani vadano peggio di tutta una serie di paesi con condizioni socio-economiche meno avanzate. Su lavoce.info Salvatore Modica nell’articolo "L’educazione di Zu’ Vice’" ha messo in evidenza un’importante differenza tra i risultati dei ragazzi del Nord e di quelli del Sud. Sarebbe interessante capire quanta parte di questo divario è dovuta all’eterogeneità delle condizioni socio-economiche piuttosto che a differenze nel sistema scolastico.
(2) Non è neanche vero che gli insegnanti italiani siano necessariamente sottopagati. È vero che alcuni paesi, come la Germania e la Svizzera offrono stipendi nettamente più alti. Però i dati Ocse (2002) mostrano che un insegnante di secondaria superiore italiano di prima nomina guadagna come il suo collega francese o inglese (circa 25mila dollari all’anno).
(3) Anche negli Stati Uniti manca, per tradizione, un sistema nazionale di valutazione. Per un’analisi del costo di introdurre tale sistema si veda Caroline Hoxby, The cost of accountability.
(4) Si veda ad esempio il lavoro di Jacob e Levitt, Catching Cheating Teachers: The Results of an Unusual Experiment in Implementing Theory.
www.lavoce.info
Il nuovo ambasciatore americano
di GUIDO MOLTEDO
Il californiano di origini italiane, il finanziere di Los Angeles Ronald P. Spogli, è un “Bush Pioneer”.
Il titolo se l’è guadagnato con l’assiduità e la cospicuità delle donazioni versate a George W. Bush, dacché l’attuale presidente è ai massimi livelli della politica americana. Nell’ultima campagna presidenziale, Ron – come lo chiama Bush fin dagli anni giovanili trascorsi insieme alla Harvard Business School – ha versato 106.000 dollari nelle casse bushiste ed è stato tra i finanziatori dell’imponente cerimonia di investitura per il secondo mandato.
Prima ancora, era stato generoso con il vecchio amico, fin dai tempi delle due campagne per l’elezione e la rielezione a governatore del Texas.
In tutto, nel quadriennio 1999-2003, Spogli ha donato 569.078 dollari per le campagne di Bush e dei repubblicani, figurando così sedicesimo nella lista dei massimi “donors” di candidati e partiti in America.
È costume consolidato – e olt r e o c e a n o non fa certo scandalo, sono solo i diplomatici di carriera ad arricciare il naso – che un simile impegno finanziario a favore di un candidato sia talvolta “ricompensato” con l’assegnazione di un prestigioso incarico di ambasciatore in paesi importanti, tra cui l’Italia, appunto. È il caso di Ron Spogli, chiamato a sostituire Mel Sembler, intenzionato a tornare nella sua Florida.
Ma se è pacifico che una decina di poltrone eccellenti sia appannaggio degli amici del presidente eletto, non significa che le audizioni del senato, convocate per ratificare le nomine presidenziali, siano solo una pura e benevola formalità.
Al contrario. Veterani della commissione esteri del senato come Kennedy o Kerry sono esaminatori esigentissimi. Lo sa bene John Bolton, l’ambasciatore designato all’Onu, la cui nomina contestata dai democratici, e non solo, è diventata un caso politico clamoroso. Così l’audizione di Ron Spogli, prevista oggi pomeriggio alla commissione esteri, non sarà solo una passeggiata.
Scegliendo l’amico di L. A., Bush ha voluto evidentemente anche inviare un segnale di attenzione alla comunità italo-americana. Che infatti ha molto apprezzato, per bocca della National Italian American Foundation. Con lo stesso spirito, il presidente ha voluto inviare un segnale amichevole all’Italia, designando un suo “figlio” di successo.
Queste considerazioni non sfuggiranno neppure ai senatori che dovranno ratificare la nomina. Ne terranno conto. Ma questa volta non saranno sufficienti.
Molti sono stati gli oriundi italiani inquilini di Villa Taverna. L’italianità è sempre stata considerata un requisito importante. Era basato su un assunto, già in passato peraltro controverso, anzi fuorviante, secondo cui la cultura e la sensibilità della comunità italo-americana fossero affini alle nostre e in qualche modo consentissero al diplomatico di acclimatarsi facilmente in Italia e capirne meglio la realtà.
Ovviamente, erano e sempre più sono due mondi distanti e ormai distinti.
Oggi la scelta di un italo-americano resta un segno di cortesia apprezzabile, ma solo questo.
L’impegno e le responsabilità del diplomatico statunitense numero uno in Italia richiedono ben altre doti e talenti, che, probabilmente, all’epoca della “guerra fredda” non erano particolarmente richiesti. La missione a Roma era allora poco più che una gradevole residenza in una delle più belle città del mondo, in un paese che non dava particolari pensieri.
Oggi basta ricordare gli eventi di quest’anno, dal caso Calipari alla bufera intorno il rapimento di Abu Omar, per capire la portata dei cambiamenti nelle relazioni italo-americane e coglierne la complessità, anche in rapporto al ruolo dell’Italia in Europa e nel Mediterraneo.
Il nuovo ambasciatore arriverà a Roma a fi- ne luglio, poi a settembre avrà di fronte mesi di grande fermento politico. Dovrà mostrare equilibrio e capacità d’interpretazione di quel che accade. Dote, questa, che doveva difettare al suo collega uscente, se è vero che era convinto, alle ultime elezioni regionali, che avrebbe vinto il Polo. www.europaquotidiano.it
L’Europa: una Babele linguistica
Nel 2007 l’irlandese diventerà la ventunesima lingua ufficiale dell’Ue. Ci sono limiti alla pluralità degli idiomi nell’Unione?
La Torre di Babele (Duke of Bedford) L’Unione Europea con i suoi oltre quattromila traduttori e interpreti e rappresenta il più grande centro traduzioni del mondo. Ci sono quasi centomila pagine solo di testi legislativi da tradurre nelle venti lingue ufficiali, e inoltre c’è necessità di interpreti per gestire qualcosa come 380 possibili combinazioni linguistiche. Per far fronte al suo variopinto universo linguistico l’Europa sborsa intorno agli ottocento milioni di euro all’anno. Ma le finanze non sono l’unico problema. A preoccupare è soprattutto il calo d’efficienza. Nel caso di Malta si è dovuto riconoscere ufficialmente che il maltese non può essere adottato come lingua ufficiale. Ma perché fare tutto questo sforzo per mantenere il plurilinguismo? In fondo le Nazioni Unite hanno un numero di membri che è otto volte maggiore ma le lingue ufficiali sono solo un quarto rispetto a quelle dell’Unione. La spiegazione va oltre alle gelosie politiche dei singoli Stati: il variegato panorama linguistico europeo si basa su un preciso fondamento giuridico. A differenza dal normale diritto internazionale i parlamenti non possono fare da “traduttori d’ufficio” tra i cittadini e Bruxelles. L’immediatezza del diritto comunitario rende necessaria l’immensa mole di traduzioni. Per noi cittadini il vantaggio è quello di poter accedere all’ intero diritto europeo in venti lingue semplicemente con un click sul mouse.
I limiti alla pluralità linguistica
L’articolo 21 del Trattato di Roma dispone che i cittadini si possano rivolgere a tutte le istituzioni europee in tutte e venti le lingue ufficiali. Questa straordinaria dimostrazione della volontà europea di garantire la pluralità linguistica non è cosa ovvia: solitamente quando nasce uno Stato – e l’Ue è un soggetto molto vicino al modello statuale – si giunge ad un’omogeneizzazione linguistica. Nel suo rapporto per il governo della Francia rivoluzionaria lo storico Abbé Gregoire contò una trentina di lingue e dialetti, e quasi la metà degli allora 28 milioni di “francesi” non era in grado di esprimersi nell’attuale lingua francese. Se l’Europa avesse seguito questo esempio, i suoi stati membri avrebbero una triste monocultura linguistica. La Comunità Europea non ha mai voluto diventare un superstato, la pluralità è ed è sempre stata un vanto per l’Europa. Ma dove sono i confini di questo paradiso linguistico? Di fatto si assiste una progressiva gerarchizzazione dell’uso delle venti lingue ufficiali. La Corte di Giustizia Europea ha aperto le porte anche dal punto di vista giuridico a questo approccio più flessibile. Nel < a href=http://www.tu-berlin.de/fb1/AGiW/Cricetus/SOzuC1/SOBFDtSpr/Archiv2/FallKik.htm target=_blank>caso Kik ha stabilito che non c’è nessun principio costituzionale che prescriva l’assoluta uguaglianza tra le lingue ufficiali. Le lingue parlate dalle tante minoranze europee, almeno cinquanta milioni di cittadini, vengono relegate in “zona d’ombra” nei meandri della burocrazia europea, anche se recentemente l’Ue ha concesso alle lingue regionali spagnole (catalano, basco e galiziano) il ruolo di lingua utilizzata ma non quello di lingua ufficiali.
Una sola area economica, tante lingue
Negli Usa la mobilità è sei volte maggiore a quella europea: le frontiere linguistiche frenano la circolazione delle persone e delle merci. Per l’economia esistono dunque due scenari ideali: tutti parlano una sola lingua o tutti parlano tutte le lingue. La prima ipotesi, quella di una lingua franca, non è mai stata un obiettivo politico nè un’ipotesi. Anche se l’inglese è diventato ormai quello che il latino era nel Medioevo, le ragioni che hanno fatto dell’inglese il principale veicolo linguistico dell’Europa sono da ricercare all’esterno delle istituzioni europee. L’Europa politica invece, a cominciare dalla Commissione Europea, propende per una versione moderata della seconda variante: più gente possibile deve conoscere più lingue possibili, almeno due oltre alla madrelingua. Questo è quanto viene affermato nel nuovo piano europeo per l’apprendimento linguistico.
La lingua della democrazia
Nella sua famigerata sentenza di Maastricht una decina di anni fa la Corte Costituzionale tedesca ha messo in dubbio che l’Europa possa mai essere una vera democrazia, visto che non esiste un’opinione pubblica europea né un sentire comune. Alla democrazia europea manca una lingua europea? No, altrimenti come sarebbero possibili le democrazie in Svizzera o in India? Quello che ci manca è una stampa europea che tratti tematiche europee per un pubblico europeo. Iniziative multilingue come cafè babel rappresentano l’imperativo attuale. Nell’interesse di costruire non solo la pluralità linguistica, ma anche l’Europa.
Gabriel von Toggenburg - Bozen www.cafebabel.com/it
Come i giganti del petrolio influenzano l'amministrazione Bush
di John Vidal
La rivelazione sul coinvolgimento di ExxonMobil nel formulare la politica ambientale della Casa Bianca
Secondo alcuni documenti del Dipartimento di Stato Usa, di cui il The Guardian ha preso visione, la decisione presa dal presidente George W. Bush di non ratificare il trattato di Kyoto fu determinata in parte dalle pressioni esercitate da Exxon Mobil, la società petrolifera più potente al mondo.
La documentazione in questione, apparsa in seguito ad una visita di Tony Blair alla Casa Bianca allo scopo di dibattere sulla questione ambientale in previsione del prossimo G8 in Scozia, costituisce conferma di quello che gli ambientalisti avevano sempre sospettato, ovvero che la compagnia petrolifera ha contatti privilegiati con l’amministrazione Bush che le permettono di influenzarne le politiche ambientali.
Nei documenti informativi fatti pervenire al sotto-segretario di Stato per gli Affari Globali Paula Dobriansky tra il 2001 e il 2004, emerge come l’amministrazione si sia congratulata più volte con i dirigenti di ExxonMobil per “l’attivo coinvolgimento” mostrato nel coadiuvare il governo a formulare le proprie politiche in tema ambientale e come, di conseguenza, la politica di Bush in merito al contenimento dell’effetto serra si fondi su ciò che la compagnia ritenga accettabile secondo i propri interessi.
Da altri documenti ottenuti da Greenpeace è emerso che l'amministrazione Usa aveva incoraggiato la Dobriansky a chiedere ai dirigenti di Exxon e di altre società anti-Kyoto di proporre le loro alternative al trattato.
Le rivelazioni pubblicate dal Guardian sono in aperta contraddizione con quanto affermato fino ad ora da Exxon, che sostiene di non aver avuto nulla a che fare con la decisione degli Usa di non ratificare Kyoto. ottenuti da Greenpeace grazie alla legge americana sulla libertà di informazione. Ma i documenti, ottenuti da Greenpeace grazie alla legge americana sulla libertà di informazione, non appoggiano questa tesi.
In una nota della Dobriansky prima di un incontro con la Global Climate Coalition - la più grossa associazione industriale che si oppone al trattato di Kyoto e che è dominata in gran parte da rappresentanti di Exxon - si legge: "Il presidente degli Stati Uniti ha rifiutato di ratificare Kyoto in parte per via delle informazioni che ci avete fornito".
I documenti del Dipartimento di Stato, inoltre, identificano Exxon come "una delle società più attivamente impegnate ad opporsi a regole eccessivamente vincolanti mirate a ridurre le emissioni di anidride carbonica".
"Possiamo affermare categoricamente di non aver fatto nessuna pressione sul governo Usa o di qualsiasi altro paese per influenzare le posizioni rispetto a Kyoto", aveva dichiarato nel 2003 Nick Thomas, capo delle relazioni pubbliche di Exxon, a una commissione d'inchiesta della camera dei Lord britannica.
ExxonMobil, ufficialmente la prima società petrolifera degli Stati Uniti, valutata quest’anno intorno ai 379 miliardi di dollari (206 miliardi di sterline), secondo quanto riportato nel fascicolo in questione, condivide con la Casa Bianca un inossidabile scetticismo riguardo agli sforzi della comunità internazionale per controllare le emissioni dei gas serra.
Dai documenti, che riflettono una completa unanimità tra la compagnia e l’amministrazione Bush nel considerare inaccettabili le condizioni imposte da Kyoto, emerge che sia Exxon che l'amministrazione Bush considerano "drastiche e premature" le misure proposte da Kyoto.
"Bush ha appena dichiarato a Blair di essere preoccupato per i cambiamenti climatici, ma questi documenti rivelano una verità allarmante, ovvero che le politiche della Casa Bianca in materia sono state scritte dalla più potente industria petrolifera al mondo. Le politiche ambientali di questa amministrazione rappresentano una minaccia per il mondo intero", ha dichiarato Stephen Tindale, direttore di Greenpeace.
“Il primo ministro britannico ha bisogno di pretendere da Bush alcuni favori. Soltanto assicurandosi che gli Usa interverranno in qualche modo per ridurre le proprie emissioni inquinanti egli potrà andare oltre la propria retorica”, ha affermato Mr Tindale.
Nella documentazione si parla di altri incontri, in occasione dei quali Ms Dobriansky si sarebbe confrontata con Don Pearlman, un rappresentante della lobby internazionale avversa a Kyoto e in passato consigliere stipendiato dei governi di Arabia Saudita e Kuwait, entrambi sulla scia Usa anti-trattato di riduzione dei gas serra.
Lo scopo dell’incontro era stato quello di prendere a modello i punti di vista di Mr Pearlman - il quale, inoltre, rappresenta il reticente Consiglio Ambientale anti-Kyoto - come base del dialogo tra gli Usa e i paesi alleati sul tema ambientale.
ExxonMobil, che al The Guardian non ha rilasciato alcun commento, attualmente sta investendo milioni di sterline in una campagna pubblicitaria mirata ad influenzare politici, opinion leaders e uomini d’affari del Regno Unito e di altri paesi pro-Kyoto in previsione del prossimo G8 di Gleneagles.
Il documento di Greenpeace (pdf)
Il briefing a Ms Dobriansky per il meeting del "Global Climate Coalition" (pdf)
Fonte: http://www.guardian.co.uk/climatechange/story/0,12374,1501646,00.html
Tradotto da Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media
Sorpresa: il mondo è antiamericano
Esteri. I dati emersi da una ricerca dell'autorevole istituto americano Pew Research Center sull'atteggiamento nei confronti degli Stati Uniti nel mondo
Stefano Rizzo
Capita ad un foglio di sinistra come il nostro, che si è opposto alla guerra in Iraq e che è generalmente critico delle politiche economiche e sociali degli Stati Uniti sotto il governo di Bush figlio, di essere considerato antiamericano o addirittura antioccidentale (categoria peraltro assai sfumata, checché ne dica Oriana Fallaci). Capita che intorno alle categorie di filoamericanismo e di antiamericanismo si attribuiscano pagelle di democrazia, di modernità, di successo economico e di progresso.
Capita, ma le cose stanno molto diversamente. Giovedì scorso il Pew Research Center, diretto da una rivoluzionaria antioccidentale come l’ex segretario di stato americano Madeleine Albright, ha pubblicato la quinta edizione di una ricerca che l’autorevole istituto conduce dal 2000 per verificare l’atteggiamento nei confronti degli Stati Uniti nel mondo. La ricerca, terminata all’inizio di giugno, è basata su 17.000 interviste in sedici paesi europei, musulmani e asiatici, oltre che negli Stati Uniti e in Canada. In Europa sono stati sentiti i cittadini di Francia, Regno Unito, Germania, Spagna, Olanda, Russia e Polonia (purtroppo non dell’Italia – forse giudicata irrilevante); nel mondo musulmano le interviste sono state fatte in Turchia, Pakistan, Indonesia, Libano, Giordania e Marocco; in Estremo oriente ai due giganti emergenti, Cina e India.
I risultati sono sconcertanti (ma anche confortanti per la linea del nostro giornale) e dovrebbero porre fine alla grottesca caricatura di chi divide il mondo tra filo e antiamericani. Il fatto è che la maggior parte del mondo, secondo la ricerca del Pew Center, è antiamericana e lo è diventata sempre più in questi ultimi anni. Le uniche eccezioni (ma anche qui con una perdita di consensi) sono l’India (71% di favorevoli), la Polonia (62%), il Canada (59%) e il Regno Unito (55%). Nei paesi dell’Europa occidentale i consensi agli Stati Uniti non superano il 45 per cento, mentre in quelli asiatici e musulmani vanno dal 21% (Giordania) al 42% (Libano).
Quando si entra nei dettagli il quadro si fa ancora più negativo. A parte l’Indonesia (che ha beneficiato degli aiuti per lo tsunami), l’India e, curiosamente, la Cina, tutti gli altri paesi ritengono che gli Stati Uniti non tengano che in piccolo conto (mediamente il 20%) i loro interessi; inoltre, cinque paesi su sedici ritengono che la situazione sia peggiorata dopo l’elezione di George W.Bush.
Tra i leader mondiali, in tutti i paesi intervistati, sempre ad eccezione dell’India, Bush gode di una percentuale di fiducia largamente inferiore a quella di Tony Blair e di Jacques Chirac; non sorprendentemente gli europei, richiesti della loro opinione nei confronti di cinque grandi paesi (Stati Uniti, Germania, Francia, Giappone e Cina) danno a tutti (compresa la Cina) un indice di gradimento superiore agli Stati Uniti.
Quali sarebbero i pregi e i difetti degli americani, secondo gli europei? Un’alta percentuale li considera grandi lavoratori (mediamente l’80%), dotati di inventiva (70%), ma anche, e in non piccolo misura, avidi (60%) e violenti (55%); la metà degli intervistati li considera onesti, a parte i canadesi che, essendo loro vicini di casa, gli riconoscono un punteggio di solo il 42% di onestà.
In ogni caso, i più consapevoli della bassa stima di cui gode il loro paese all’estero sono proprio gli americani: 69 su 100 pensano di non essere amati, contro il 33% degli inglesi, il 19% dei francesi (sempre molto fieri di sé), il 13% degli indiani e, addirittura, il 4% dei canadesi.
Notevole rilievo ha naturalmente il capitolo dedicato alla politica estera della maggiore potenza del mondo. In primo luogo la guerra in Iraq: in tutti i paesi che erano contrari la contrarietà è salita e in tutti quelli che erano favorevoli il favore è sceso; oggi solo la maggioranza degli olandesi (59%) ritiene che l’intervento fosse la cosa giusta da fare. Anche sulla questione specifica se oggi il mondo sia un luogo più sicuro senza Saddam, nessuno si dice d’accordo, mentre la stragrande maggioranza ritiene che sia più pericoloso. In conseguenza di ciò tutti gli intervistati (a parte gli americani) si sentirebbero più sicuri se al mondo ci fosse un’altra grande potenza in grado di controbilanciare l’attuale unica superpotenza.
Infine un’ultima notazione, particolarmente rivolta a coloro tra i nostri lettori che ci hanno scritto che, nonostante i loro difetti, gli Stati Uniti restano il luogo di elezione dove tutti, o quasi, vorrebbero emigrare. In tutti e 16 i paesi intervistati soltanto gli indiani, se potessero, vorrebbero andare in America. I libanesi preferiscono la Francia, gli indonesiani il Giappone, i pakistani la Cina, i giordani gli Emirati arabi, i russi e i turchi la Germania; i luoghi di emigrazione più gettonati sono il Canada e l’Australia, scelti dalla maggioranza dei francesi, degli inglesi, dei tedeschi, degli olandesi e dei cinesi. Anche il 16% degli americani vorrebbero trasferirsi in Canada. Che siano anche loro antiamericani? www.aprileonline.info
Benedetto mica tanto...
di Massimo Mazzucco
Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Los Angeles. 29 Giugno 2005. Lo avete voluto, il papa restauratore? Vi mancava tanto, il sapore dell'"antica Chiesa di una volta"? Per voi Woityla non era abbastanza conservatore? Ebbene, preparatevi, perchè quando vi ritroverete a fare la fila davanti a S.Pietro, per potervi comperare un perdono per un parcheggio fuori dalla righe, o un'assoluzione divina per aver evaso l'imposta dell'immondizia, non potrete più lamentarvi. Se avessi detto io quello che dice Ratzinger nel suo nuovo catechismo, al punto 465, sarei già finito in galera da un pezzo: "Il cittadino non deve obbedire quando le leggi delle autorità civili si oppongono alle esigenze dell'ordine morale". Ovvero, io non dovrei obbedire, ad esempio...quando mi si dice di andare in guerra, perchè, metti, "sono pacifista". Non dovrei obbedire quando mi si dice di portare rispetto al capo del governo, perchè, metti, "lo disprezzo". E di questo passo non dovrei obbedire quando mi si dice di fermarmi al semaforo rosso, perchè, metti, "lo trovo contrario all'ordine superiore delle cose". Siccome infatti l'ordine morale - contrariamente alle leggi - non sta scritto da nessuna parte, il mio me lo decido io, e tu non puoi dirmi niente. Si tratta quindi, in tutto e per tutto, di un incitamento alla sovversione dei poteri dello stato che sta scritta, nero su bianco, su un documento ufficiale della segreteria di un altro stato. Abbastanza da scatenare una crisi internazionale come quella dei missili di Cuba, durante la guerra fredda.
Invece cosa faranno, i nostri eroi parlamentari che hanno giurato di difendere la Costituzione, pur di ricevere il profumato stipendio che noi gli versiamo (per fare l'esatto contrario di quello che dovrebbero)? Ma soprattutto cosa faranno gli altri veri eroi all'incontrario di quest'incubo di inizio millennio, i giornalisti di tutta Italia? Faranno finta di non aver sentito, ecco cosa faranno. Oppure abbozzeranno, faranno un sorrisino, o al massimo - quelli VERAMENTE coraggiosi - diranno che il tedesco con la kippah può blaterare finchè vuole, ma "lo stato e le istituzioni sono solide, e non temono ingerenze da parte di nessuno". E così, nel farlo, gli avranno dato un'ulteriore picconata. La verità, ovviamente, è che il dolce Ratzinger non intende assolutamente demandare a noi l'ordine morale secondo il quale decidere se ubbidire o meno alle leggi, ma intende imporci lui il suo, non appena noi si abbia ripudiato quello secolare.
Curioso infatti come Ratzinger, a colloquio con Ciampi, si sia premurato di dirgli che lui "non ha nessuna mira di potere sul nostro paese". Chi gli aveva mai chiesto niente? Io nel frattempo ho deciso che la prossima volta che pago le tasse trattengo l'8 per mille, poiché lo ritengo altamente immorale. E quando verranno ad arrestarmi, dirò che me l'ha detto il Papa. Che dite, mi difenderà, lui, a quel punto?
Massimo Mazzucco
redazione@reporterassociati.org
giugno 28 2005
Zapatero vara una riforma storica per la TV pubblica - di Marco Calamai
Il Consiglio dei ministri spagnolo ha approvato il 24 giugno l’attesa proposta di legge sul sistema televisivo e radiofonico pubblico di cui Articolo 21 ha riferito spesso negli ultimi mesi. Sono tre i punti chiave della riforma - frutto di un lungo lavoro che è stato portato termine da un gruppo di saggi appositamente designato dal governo Zapatero - approvati: l’indipendenza del sistema dal potere esecutivo; la concessione di una quarta licenza ( che si aggiunge ad Antena 3, Tele 5 e Canal Plus ) ad un operatore privato analogico; l’anticipo al 2010 della data per il passaggio al sistema digitale terrestre.
Il primo punto, l’indipendenza dal governo, rappresenta senza dubbio un risultato cruciale, che si somma alle tante riforme approvate dal governo Zapatero il quale, ancora una volta, dimostra con i fatti la sua coerenza con gli impegni presi durante la campagna elettorale conclusa con la strepitosa vittoria socialista il 14 marzo 2004, tre giorni dopo il terribile attentato islamico alla stazione di Atocha.
Dal 1980 l’assetto radiotelevisivo spagnolo era rimasto immutato. Ora la TV e la Radio pubbliche saranno indipendenti dai governi e sottoposti al controllo del potere legislativo che dovrà designare i membri del Consiglio di Amministrazione con almeno due terzi dei voti parlamentari. Sarà inoltre il CdA a nominare il Direttore generale e non più il governo come è avvenuto fino ad oggi. E’ infine previsto la nascita di un nuovo organismo, Il Consiglio dei Mezzi Audiovisivi , che avrà compiti di gestione del settore e sarà a sua volta eletto dal Parlamento.
La “Rai spagnola” diventa una Società anonima di capitale pubblico le cui entrate saranno il risultato dei contributi statali, della pubblicità e della commercializzazione dei prodotti.
Esamineremo nei prossimi giorni i dettagli, a quanto pare di molto innovativi, della riforma. Per il momento ci pare importante sottolineare quanto ha detto oggi la Vice Presidente del governo, Maria Teresa Fernandez de la Vega, ai giornalisti alla fine del Consiglio dei Ministri: “ E’ finita per legge la televisione di partito”.
Una frase su cui riflettere, specie in Italia, dove i partiti - di destra, di centro e di sinistra – sembrano, al di là delle dichiarazioni, sostanzialmente propensi a mantenere il tradizionale controllo “più o meno lottizzato” sulla RAI.
da www.articolo21.info
Il voto secondo il copione degli ayatollah. Si innesca l’atomica?
E' noto che in Iran gli ayatollah da più di due decenni organizzano le elezioni secondo il copione prestabilito e, secondo le circostanze, con l'esclusione fisica o la riduzione al silenzio delle opposizioni e della società civile. E' così che vincono le elezioni. I vari organi non elettivi come il “Consiglio dei Guardiani della costituzione”, pasdaran e basiji (esercito e milizia politica), vari servizi, potere giudiziario,…. capeggiati dal leader Khamenei detengono e controllano il vero potere e in caso di contrasto, riducono i poteri elettivi come il Parlamento (Majlis) e la Presidenza della Repubblica a pura rappresentanza formale .
Per comprendere chi detiene il vero potere in Iran basta sapere che il “Consiglio dei Guardiani della costituzione”, composto da 12 giureconsulti e giuristi, è nominato interamente in via diretta o indiretta dal leader Khamenei. Il Consiglio ha la facoltà di bocciare qualunque candidatura e confutare qualsiasi legge approvata dal parlamento, una prerogativa della quale il Consiglio fa un largo uso per estromettere dalle competizioni elettorali qualsiasi diversità e non allineamento anche all'interno del proprio corpo ideologico.
Lo stesso leader Khamenei ha la prerogativa costituzionale di nominare oltre i membri del Consiglio dei Guardiani, i comandanti di pasdaran e basiji, il capo delle forze armate, il presidente del potere giudiziario nonché il vertice della radio e della tv di stato. Sono stati quasi sempre questi poteri non elettivi a detenere il potere effettivo e determinare gli indirizzi della “Repubblica Islamica”, assegnando i ruoli chiave ai fedeli di provata fede. Il presidente uscente, il riformista Khatami, a proposito del peso e delle reali prerogative del Presidente della Repubblica aveva usato queste parole: “in questo quadro costituzionale il Presidente della Repubblica è ridotto al ruolo di un semplice cerimoniere”.
Infatti con l' “elezione” di Ahmadi nejad, che si vanta di insegnare all'università ma in realtà proviene dai vertici dei pasdaran della rivoluzione, il potere ha voluto dare un chiaro segnale. Dopo aver organizzato e vinto le ultime elezioni locali e politiche, ha voluto impossessarsi anche della Presidenza della Repubblica per eliminare la dicotomia formale ai vertici dello stato. Il nuovo presidente Ahmadi nejad definito “rispettabile sconosciuto” da Karrobi, il candidato riformista vicino a Khatami ed estromesso al primo turno, ha detto: abbiamo fatto la rivoluzione per arrivare al governo islamico e non alla democrazia. Con queste frasi Ahmadi Nejad ha dato volto alle reali intenzioni di chi l'ha sostenuto e l'ha votato.
Per far vincere Ahmadi nejad e far confluire sul suo nome più di 17 milioni di voti , il potere si è accontentato con una affluenza intorno a 60% ( tutto da verificare) e ha sacrificato una delle anime della rivoluzione khomeinista, il gia due volte presidente della repubblica, nonché presidente del “Consiglio di grandi scelte” Rafsanjani oramai dimezzato se non del tutto escluso. Ha voluto anche l'allontanamento dai vertici del potere formale il variegato fronte del riformismo vicino a Khatami (Karrobi) o critico nei suoi confronti (Moin). L'opposizione democratica oramai da anni boicotta il regime e le sue elezioni, anche se molti di loro per non far vincere Ahmadi nejad e per contrastare le mire espansionistiche dei neoconservatori dell'Amministrazione Bush, turandosi il naso, hanno votato.
E' tuttavia innegabile che Ahmadi nejad è stato votato anche massicciamente dalle masse povere delle periferie delle grandi metropoli come Tehran , sensibili ai proclami populistici di stampo religioso della destra conservatrice con forti legami con ambienti del militarismo di pasdaran e basigi. Quelle stesse masse alle quali il timido riformismo di khatami non aveva potuto far arrivare né il suo messaggio nè nulla di concreto.
Sul piano della geopolitica, sembra difficile che gli ayatollah, senza un segnale forte dall'esterno, abbiano potuto decidere di dare inizio al processo per rendere monolitico il loro blocco di potere. Le difficoltà dell'Amministrazione Bush nell'Asia Sud Occidentale (fonte delle risorse energetiche) e l'influenza degli ayatollah in Irak, Afghanistan, Libano non sembrano sufficienti a far intraprendere la imprudente via di lanciare segnali di sfida all'amministrazione Bush, che continua a costruire e ingigantire nemici per giustificare le ingenti spese militari. Non hanno avuto nessun ruolo la Cina e l'India, insieme all'arrabbiata Russia, nella svolta degli ayatollah? In altre parole, non li usano per contrastare l'espansionismo di Washington? Il gasdotto Iran- India-Cina non farebbe parte di questo piano? L'Europa quale ruolo svolgerebbe in questa partita? Sta forse per esplodere l'atomica della geo politica globale?
Mir Mad www.megachip.info
L’abbraccio del pugile suonato
Non passa giorno senza che qualche autorità – nazionale o sovranazionale – non intervenga a ricordarci la drammaticità della situazione della nostra economia e dei conti pubblici italiani. Se Panebianco cercasse davvero una ragione su cui fondare un governo di “larghe intese” non avrebbe molto da lambiccarsi il cervello.
Il problema vero è che le fantomatiche “larghe intese” auspicate qualche giorno fa dall’onorevole Bondi sul Corriere non sono altro che una specie di melina politica.
Come l’abbraccio del pugile suonato messo alle corde dall’avversario.
L’alternativa, insomma, a un’inevitabile ko.
Ci sarebbe un solo modo per stanare Bondi: vuol far fronte alle vere emergenze nazionali? Dica a Silvio Berlusconi e al suo governo di prendere atto dei suoi fallimenti e di dimettersi.
Subito, senza perdere altro tempo prezioso per curare le profonde ferite inferte al paese. Ma questo non succederà. E allora...
Allora andremo avanti un altro anno con questo governo ridotto all’impotenza, capace di solo di ipotecare il futuro, di rinviare oltre i confini della sua responsabilità le decisioni impopolari che dovrebbero essere assunte per arginare la crisi e tirarci fuori dalle sabbie mobili della recessione.
Il presidente di Confindustria ha definito quello pre-elettorale «un anno bianco». Forse ha sbagliato il colore, ma la sua previsione sull’incapacità della politica di fare scelte che servano al paese non è infondata.
Montezemolo parla di politica.
Diciamolo: c’è il rischio di essere travolti, anche come opposizione, dal discredito in cui la destra ha precipitato le istituzioni. Già echeggia il ritornello: “tanto falliranno anche i prossimi...”. Il centrosinistra accetti la sfida: cominci a dire le cose che farà nei primi 100 giorni. Le larghe intese lasciamole a Bondi.
www.europaquotidiano.it
Anche i Ricucci piangeranno
Finanza. L’ascesa di Ricucci è simile a quella di tanti avventurieri del capitale nostrano; forse lo sarà anche la sua caduta
Nane Cantatore
È un classico: questo Paese ha un capitalismo tanto sviluppato e trasparente che, ad ogni nuovo ingresso nel Gotha dell’economia e della finanza, sorge una domanda: i soldi come li ha fatti? Il bello, ovviamente, è che non esistono risposte, ma che però ci sono tanti esempi. I primi che vengono in mente sono Gardini, Berlusconi, Tanzi, Cragnotti, Ricucci: tre si sono rivelati dei filibustieri, uno ha pescato nel Monopoli della vita la carta che gli impedisce di finire in prigione, l’ultimo sta ancora sbocciando. Nessuno di loro, ovviamente, è nato dal nulla: proprio questi pretesi nuovi ricchi, che secondo la retorica d’importazione dell’uomo che si è fatto da sé non dovrebbero dovere nulla a nessuno, hanno invece molti padri e ancora più amici e, soprattutto, sono tutti figli del loro tempo. Gardini veniva dal grande sogno dell’industria italiana e dalla sua un po’ meno grande realtà, dagli intrecci tra politica e affari e dalle smanie degli anni Ottanta; Cragnotti dalla nuova società dello spettacolo e dalla prima fase della globalizzazione, Tanzi dai furori borsistici dei tardi anni Novanta, di Berlusconi si è già scritto abbastanza, e Ricucci non fa eccezione.
Chi lo chiama palazzinaro sbaglia: gli speculatori della grande espansione della capitale negli anni passati facevano quattrini costruendo borgate abusive e demenziali, tirando su palazzoni di foratini e lucrando sul bisogno di case. Il nostro, come molti suoi colleghi, si è fatto in un altro modo, comprando e rivendendo, trasformando queste stesse borgate, senza spostare un calcinaccio, in preziosi appartamenti da minimo quattromila euro a metro quadro, e creando un intreccio di debiti e prezzi da far girare la testa a chiunque. In realtà, come in tutte le speculazioni, esiste uno schema relativamente semplice, che si basa sulla creazione di movimenti più o meno fittizi che creano, ad ogni passaggio, aumenti di valore altrettanto fittizi. La cosa funziona, a grandi linee, più o meno così: ci si fa prestare un po’ di denaro, con il quale si compra o, meglio, si inizia a comprare dando anticipi, un certo numero di case. Su queste stesse case, ci si fanno prestare altri soldi, avendo l’accortezza di farle valutare molto più di quanto siano costate, sapendo che la banca è pronta a farlo perché ha ogni interesse nel prestare sempre più soldi, visto che le banche gli utili li fanno prestando il denaro, e non certo tenendoselo in cassaforte, e questi quattrini si utilizzano per comprare azioni di altre banche, e per comprare altre case. Attenzione, però: non è che le case le si comprino davvero, semplicemente si mettono in movimento un po’ di soldi con altri immobiliaristi, comprandosi e rivendendosi (sulla carta) sempre le stesse case, in modo far continuare a levitare i prezzi. Intanto, visto che si è diventati azionisti di una banca, si approfitta della situazione per farsi dare un altro po’ di quattrini da investire nel sistema, e si usano le azioni di questa banca come garanzia per comprare, sempre sulla base di prestiti, le azioni di un’altra banca.
A questo punto, i giochi sono fatti: le banche sono interessate a gonfiare i prezzi delle case (pardon, oggi fa più fine dire “asset immobiliari”), per tre buone ragioni: in primo luogo, perché è poco carino essere sgarbati con qualcuno che siede nel tuo consiglio di amministrazione, poi perché ormai i soldi in gioco sono talmente tanti che una svalutazione degli asset aprirebbe un buco imbarazzante, e infine (e soprattutto) perché ormai tutti sono presi dalla febbre del mattone, e c’è la fila per accendere mutui, offerti peraltro a tasso stracciato purché variabile, e comprarsi casa.
Solo che a questo punto si crea una situazione conflittuale: i diversi Ricucci di questo Paese devono la loro solidità finanziaria al valore degli immobili, mentre i veri padroni del gioco, cioè le banche, non ci tengono troppo a che la situazione resti così, sia perché sanno bene che il valore reale delle garanzie è quello che è, e non vogliono esporsi troppo, sia perché la vera torta è un’altra. Stiamo parlando dell’enorme quantità di case comprate negli ultimi anni a prezzi folli, con finanziamenti medi del 70 per cento e, come abbiamo detto, finanziamenti a tasso variabile; ora, come sa chiunque si occupi un pochino di economia del credito, il tasso di un finanziamento è inversamente proporzionale alla sua rischiosità, e la rischiosità deriva dal rapporto tra il valore della garanzia e quello del finanziamento. Per fare un esempio, se compro una casa da 300mila euro con un mutuo di 200mila, la garanzia è di una volta e mezza l’importo del prestito, e quindi il tasso, cioè gli interessi che devo pagare alla banca, è basso. Se il valore della casa scende a 200mila, o meno, questo rapporto scende, e la banca ha tutto il diritto di aumentarmi il tasso (visto che è variabile), e dunque, visto che guadagna sugli interessi, di aumentare i propri utili. Senza contare che, come in ogni speculazione che si rispetti, il gioco è sempre lo stesso: si spingono in alto i prezzi, i piccoli investitori (il famoso parco buoi) si precipitano a comprare perché immaginano enormi guadagni, poi si fanno calare i prezzi, si raccolgono i quattrini portati dai piccoli investitori, si ricompra quando i prezzi sono abbastanza bassi, si sgombra il campo dai cadaveri, e si fa tombola.
Prima di portare a termine quest’operazione però, visto che siamo in democrazia e che quando si fanno queste cose bisogna gestire il malcontento, si crea un capro espiatorio, un arraffone arricchito e un po’ losco da additare come sentina di ogni vizio. È già successo, con Gardini, Cragnotti, Tanzi… www.aprileonline.info
"Nessun bisogno di legare con Washington"
di Angus McDowall
Le prime parole del neo-presidente iraniano: "Avanti con il nucleare, dobbiamo produrre energia per fini civili. Nessun bisogno di rapporti con gli Usa"
Nelle prime dichiarazioni da nuovo presidente, a seguito della grande vittoria elettorale di venerdì scorso, l’ultra-conservatore Mahmoud Ahamadinejad difende il diritto del proprio governo di portare avanti il piano sul nucleare e afferma come l’Iran non debba sentirsi vincolato a instaurare particolari rapporti con gli Stati Uniti.
L’ex-sindaco di Teheran ha provveduto poi a mitigare le preoccupazioni, levate da più parti, secondo cui egli avrebbe intenzione di intervenire drasticamente sulle libertà politiche e sociali: in una conferenza stampa ha infatti affermato che “nessun estremismo sarà consentito in un governo popolare democratico come quello dell’Iran”.
In ogni caso, il successo di Ahamadinejad non è stato certo visto di buon occhio in Occidente.
La comunità occidentale teme una ripresa da parte della repubblica islamica del programma di arricchimento dell’uranio dopo mesi di tortuosi negoziati volti a impedirne il proseguimento. Teheran sostiene invece come una tale politica, oltre che un diritto legittimo, rappresenti una necessità energetica per obiettivi civili.
Allo stesso tempo, Ahmadinejad si è appunto impegnato a proseguire i colloqui in corso da mesi con l'Unione Europea circa il proprio programma sul nucleare.
“Salvaguardare gli interessi nazionali e sostenere il diritto della nostra nazione ad una tecnologia nucleare pacifica: ecco il nostro obiettivo”, ha affermato il nuovo presidente, che ha aggiunto: “Proseguiremo i colloqui in corso, ma non saranno infiniti”.
Ad ogni modo, nei rapporti con gli Usa Ahmadinejad si è mostrato gelido.
Il suo avversario, Akbar Hashemi Rafsanjani, ha fatto del riavvicinamento alla Casa Bianca uno dei pilastri della propria campagna elettorale. Interpellato in merito allo scetticismo Usa sulla regolarità del voto in Iran, il neo-presidente ha replicato: “Nelle elezioni democratiche svoltesi nel nostro paese, la gente ha scelto il proprio presidente. Coloro che difendono la dittatura non possono giudicarci”.
Seduto dietro una lunga fila di microfoni e circondato da imponenti mazzi di fiori, l’esile nuovo leader è sembrato ancora più minuto. Riflettendo l’immagine dell’uomo comune, egli non ha indossato cravatte, considerate un simbolo dell’oppressione capitalista nell’Iran post-rivoluzionario.
Ahmadinejad è sembrato disteso, ha risposto alle domande impertinenti con ironia.
“Voglio dare il benvenuto alle critiche, anche a quelle che giungono gridate”, ha risposto a un giornalista che ad alta voce inveiva contro una risposta del neo-presidente sulla questione della libertà di parola.
L’ex-sindaco di Teheran, giunto al potere garantendo più giustizia sociale e maggiore equità nella distribuzione dei proventi petroliferi, ha insistito nel voler promuovere gli investimenti esteri e sostenere il sistema di borsa valori dell’Iran, rimanendo tuttavia abbastanza vago nella definizione delle strategie concrete da attuare in merito.
Inoltre, ha garantito un impegno preciso per combattere la corruzione dilagante nell’industria petrolifera. “Combattere la corruzione in tutti i settori, tra cui quello del petrolio, è parte integrante della strategia politica del nostro governo”, ha ribadito Ahmadinejad.
Le reazioni popolari ai risultati elettorali sono state variegate, e persino alcuni di coloro che hanno votato per l’ex-sindaco si sono dichiarati scettici riguardo al mantenimento delle promesse fatte. “Ho votato per la prima volta dopo 26 anni”, dice Alì Reza, un autista di taxi al principale centro trasporti di Teheran. “Ma, in realtà, non è che sappiamo poi così tanto di quest’uomo. Questa è la loro (degli ultraconservatori, NdT) ultima opportunità, staremo a vedere”.
La stampa filo-conservatrice ha celebrato l’impresa di Ahmadinejad, attribuendone il successo alla campagna elettorale del leader ultra-conservatore, condotta all’insegna del riserbo e della modestia. “Ha inviato un messaggio alle classi più povere e agli oppressi, dicendo: sono uno di voi, e voi lo sapete”, ha riportato il quotidiano Relasat. ll Kayhan, il più influente organo di informazione ultra-conservatore dell'Iran - il cui direttore viene nominato direttamente dall'ayatollah Ali Khamenei, leader supremo dell'Iran - sostiene che l’elezione di Ahmadinejad comprometterà lo sviluppo del disegno politico degli Usa per il Medio Oriente.
Rafsanjani ha rabbiosamente criticato la vittoria del proprio avversario.
Non ne ha riconosciuto la legittimità e ha accusato i sostenitori di Ahmadinejad di aver fatto ricorso a subdole tattiche di diffamazione e interferenza nelle elezioni. Ha aggiunto poi che alcuni organi di stato avrebbero preso parte a questa campagna. “Sono stati utilizzati sistematicamente tutti gli strumenti del regime per compromettere illegalmente l’esito delle elezioni”, ha dichiarato alla televisione di stato l’anziano leader.
Rafsanjani non potrà però appellarsi contro il risultato finale.
Egli sostiene come il potere giudiziario, considerato un alleato degli ultra-conservatori, non sia stato in grado di accogliere e prendere atto delle sue denunce.
Ma, considerato come ben otto milioni di voti lo hanno separato dal suo rivale vincitore, non ci sarebbe stata comunque alcuna possibilità per l’ex-presidente di vincere le elezioni.
Fonte: http://news.independent.co.uk/world/middle_east/story.jsp?story=650030
Tradotto da Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media
Nasce il *Movimento per Prodi*
Le Primarie dell'Unione sono state fortemente volute da Romano Prodi.
Le Primarie per il Premier sono uno dei massimi strumenti di espressione democratica, in quanto permettono agli elettori di scegliere il candidato più idoneo non solo a rappresentarli, ma a far vincere l'Unione nei confronti del centrodestra e dunque a governare il Paese.
In relazione a questa nuova situazione nasce in Italia il Movimento per Prodi, che si pone due obiettivi di fondo: rendere la partecipazione alle Primarie la più larga possibile e scegliere Romano Prodi come il candidato vincente e maggiormente all'altezza di dirigere il Paese.
A tale fine, sull'intero territorio nazionale, vengono organizzate pubbliche assemblee, chiamate a discutere le tematiche del programma (scuola, sanità, stato sociale, sicurezza dei cittadini ecc ecc) che sta nascendo nella *Fabbrica del programma*.
A Bologna la prima Assemblea pubblica del Movimento per Prodi avrà luogo
Giovedi 30 giugno 2005, alle ore 20.30
Sala del Baraccano, via S. Stefano 119 Bologna
ed avrà per tema:
Con PRODI, per le PRIMARIE ed il PROGRAMMA
Relazione: Flavio DELBONO, Vice Presidente Regione Emila-Romagna
Intervento: Antonio LA FORGIA Dirigente Nazionale Democrazia é Libertà, la Margherita
Coordina: Pietro ACETO, del Coordinamento Nazionale dei Cittadini per l’Ulivo
giugno 27 2005
Tra la Francia e l’Argentina
MARCELLO DE CECCO
Scrive Le Monde, commentando il supposto impoverimento delle classi medie francesi, che nei decenni recenti in Francia i lavoratori indipendenti, come artigiani e commercianti, sono molto diminuiti, relativamente a quelli dipendenti. Proprio l’opposto di ciò che è accaduto in Italia nello stesso periodo. L’esperienza francese collima con quella degli altri paesi sviluppati, mentre quella nostra si trova a coincidere con quella di paesi eternamente in via di sviluppo, come l’Argentina.
Lì fiorisce il cuentapropismo, la civiltà del lavoro autonomo e langue il gettito delle imposte. Francia e Italia non sono troppo diverse, quanto a popolazione, dimensioni del pil nazionale e procapite. Ma chiunque abbia a che fare con il mondo del lavoro francese sa che i salari d’ingresso dei giovani sono il doppio di quelli italiani. Un ricercatore qui prende sì e no mille euro, in Francia 2500. Un posto annuale di ricercatore postdoc or ora assegnato ad una mia ricerca dalla Unione europea, è finanziato con 45.000 euro l’anno. Bisogna togliere i contributi sociali e le imposte, ma restano sempre 2500 euro al mese. Anche l’Europa si rifà alla pratica francese, non a quella nostrana. Perché è possibile ai francesi, con un pil poco più grande di quello italiano, finanziare un sistema sanitario nazionale di prima qualità, che provvede gratis anche le cure dentistiche, dedicare corposi stanziamenti alla difesa del paese con altrettante commesse alle industrie di punta nazionali, dare somme dignitose alla ricerca e ai ricercatori sì da far restare il paese all’avanguardia della scienza mondiale, e in più spendere in consumi e investimenti pubblici assai più di noi? Vale la pena chiederselo, in questo tempo di angustia per l’Italia, quando ogni giorno i mezzi di informazione ci danno l’annuncio di una nuova disfatta sul fronte economico e sociale.
La risposta non è difficile. E attiene proprio alla struttura economica e occupazionale dei due paesi. In Francia ci sono molte grandi e medie imprese e tante piccole imprese. Ma pochi lavoratori autonomi, come abbiamo visto. Da noi è il contrario. La pressione fiscale è simile nei due paesi. Per chi paga le tasse ovviamente. Qui viene il problema. Da noi le tasse le pagano in meno che in Francia. Esiste il sommerso, del quale anche assai di recente il nostro presidente del consiglio, quando gli resta il tempo tra un corteggiamento di presidentesse straniere e l’altro, vanta i meriti, perché terrebbe a galla il paese, mentre le attività ufficiali languono. Autonomi e sommersi, ovunque nel mondo, sfuggono molto bene alle premure dell’agente del fisco. E’ dunque bene favorirne non la fioritura ma assecondarne la scomparsa. E così è avvenuto in Francia e nel resto dell’Europa civile. Le bancarelle, che a Parigi vendono solo libri usati sulla riva sinistra della Senna, da noi se continua così venderanno tra poco anche automobili e pezzi di ricambio, accrescendo ulteriormente la soddisfazione del presidente del consiglio, ma rendendo ancor più acceso il rosso che i nostri conti pubblici esibiscono. Ma non è con i bancarellari che bisogna prendersela. L’evasione fiscale, laddove i redditi non sono di lavoro dipendente, è facile in tutti i settori.
Ed è per la pertinace e crescente evasione che i nostri governi, allo scopo di trovare la copertura a spese pubbliche che sono, comparativamente con paesi a noi simili, tutt’altro che folli, hanno dovuto ricorrere a continue e pesanti emissioni di debito pubblico e poi anche alla vendita degli argenti di famiglia. Esiste anche una giustificazione ideologica per la privatizzazione del patrimonio e delle attività dello stato. Ma per chi non aderisce all’ideologia del pensiero unico , ed è neutrale rispetto alla proprietà dei mezzi di produzione e della ricchezza nazionale, in base alla teoria secondo la quale non importa di che colore sia il gatto, ma è importante che sappia prendere i topi, è difficile persuadersi dei meriti di una politica che ha privatizzato la gran parte dei fornitori di grandi servizi a rete trasformando le società private che li esercitano in giganteschi debitori internazionali, incanalandone allo stesso tempo i profitti verso le holding dei proprietari , con assai scarsi vantaggi per i consumatori. Con la vendita del patrimonio pubblico lo stato si è procurato i mezzi che il gettito delle imposte non gli concedeva e che gli occorrevano per fornire ai cittadini servizi appena decenti. E per gestire il suo gigantesco debito pubblico, così mettendo in moto un circolo vizioso dal quale sarà difficile uscire. Andiamo avanti con i confronti tra Italia e Francia. Il gettito dell’Iva, che in entrambi i paesi ha un’aliquota uguale, è assai più alto in Francia su un volume d’affari di poco superiore. Lo stesso vale per la tassazione diretta delle imprese, l’Irpeg. La tassazione diretta delle famiglie, invece, l’Irpef rende di meno in Francia che da noi. Perché oltralpe molte sono le detrazioni per famiglie numerose, povere, e così via. Il sistema fiscale è dunque più equo in Francia, ma rende allo stato di più e gli permette di fornire ai cittadini provvidenze e servizi maggiori che da noi, esercitando una perequazione sociale.
Queste sono considerazioni macroeconomiche. Ma sembra proprio che la macroeconomia sia poco gradita al governo italiano attuale. Lo stesso giorno in cui si apprende che i consumi sono diminuiti del 3,4%, caso unico nella storia repubblicana, la vera notizia è che il presidente del consiglio smentisce di essere interessato alla scalata della Rizzoli. Mentre il resto dei ministri e sottosegretari è impegnato nella vendita, cartolarizzazione, alienazione, di beni pubblici e in altre incombenze di tipo chiaramente microeconomico. L’intero paese, con in testa la sua classe politica, si appassiona intanto alla compravendita in corso di buona parte del sistema bancario. Se si aggiunge il matrimonio di qualche illustre calciatore e il dibattito sul relativismo e la vita dell’embrione, resta assai poco tempo agli italiani e a chi li governa per occuparsi di macroeconomia. Ma la caterva di dati pessimi che ci rovina addosso giornalmente indica che la disciplina inventata da Lord Keynes dovrebbe essere al centro dei pensieri. Il malfunzionamento di una economia lasciata a se stessa dovrebbe mostrare che non basta che ognuno si occupi degli affari suoi perché il paese fiorisca. Gli italiani sono maestri in questo, ma non sembra ne sia risultato un incremento del benessere, se non forse di quello di una cerchia ristretta di persone. Anzi, da quando il monito ufficiale ai cittadini è divenuto quello di badare ai propri affari, il regresso economico e sociale del paese è accelerato e la distribuzione del reddito e della ricchezza è peggiorata.
Invece di annunci di politica macroeconomica piovono notizie relative agli acquisti e vendite di beni e servizi da parte del presidente del consiglio e di alienazioni del patrimonio pubblico. Forse la Lega, con la sua rustica franchezza, ha indicato nei giorni scorsi la strategia di riserva, alla quale si ricorrerà quando il tourbilllon delle notizie non basterà più a distogliere gli italiani dalle loro sventure macroeconomiche. Forse l’Argentina è considerato il nostro vero benchmark: svalutazione, uscita dall’euro e riduzione del valore del debito pubblico. Il default come unica politica economica adatta ad una struttura industriale che non vuole fare il salto qualitativo ma solo sopravvivere ancora quel tanto che basti per imbucare un bel po’ di miliardi oltre frontiera o per investirli nelle case svendute dal patrimonio pubblico. Se si guarda indietro, si vede che nel nostro paese si alternano, dal 1860, fasi argentine e fasi europee. Ora pare che la fase europea sia vicina al termine. In passato, abbiamo sempre trovato, da Sonnino e Luzzatti a Ciampi e Prodi, qualcuno che ci ha riacchiappato per i capelli e ricondotto, calcianti e strillanti, in Europa. Chi sarà capace di farlo ora, prima che il ciclo si trasformi irreparabilmente in precipitoso avvitamento verso improbabili agganciamenti al dollaro? www.repubblica.it/supplementi/af
Le altre “memorie” da Downing Street porteranno all’impeachment di Bush?
Redazionale, ore 21:35.
Osservatorio
Grazie alla traduzione di Francesca Garrisi, riportiamo un altro intervento di Greg Palast, su un altro caso tanto importante quanto pressochè ignorato dalla grande informazione USA: il recente memorandum inglese che chiarisce, per l’ennesima volta, la manipolazione dei rapporti dell’intelligence da parte della coppia Bush-Blair. Il tutto per avvalorare agli occhi del pubblico, e degli ignari membri dei due parlamenti, la necessità di invadere l’Iraq, decisione in realtà già presa da tempo e insindacabile. In realtà in USA qualcosa si sta muovendo al riguardo, incluse alcune iniziaitive dei Demoratici, nel tentativo di spingere verso la richiesta di impeachment contro Mr. Bush. Cosa comunque assai improbabile, vista la “distrazione” perenne e diffusa.
Greg Palast, impossibilitato ad assistere alle udienze tenutesi a Washington giovedì, ha inviato la seguente testimonianza:
Presidente Conyers,
E’ ufficiale, I memorandum di Downing Street, come ci spiega una pretenziosa “News Analysis” del New York Times, non costituiscono “i rotoli del Mar Morto”. Siete avvisati, membri del Congresso, dovete ignorare la palese evidenza delle bugie ufficiali e del raccontar frottole con espressione convinta dei leader dei nostri due Paesi, perché la richiesta di un’indagine (a questo proposito) è venuta dall’oscuro e pericoloso mondo dei “blog” e dei “nemici” di Mr Blair e Mr Bush. Il 5 maggio, il blog Buzzflash.com ha riportato il mio articolo “È tempo di impeachment: i fatti vennero alterati”, contenente il resoconto del London Times del memorandum di Downing Street ai media americani che sembravano esser stati colpiti da un attacco di NADD—”disturbo da deficit di attenzione verso le notizie”. Il memorandum, il quale riporta la maldestra ammissione che “i rapporti dell’intelligence ed i fatti vennero manipolati” per avvalorare le folli fantasie irachene del nostro Presidente, è una base sufficientemente solida per un’udienza circa l’impeachment del Capo dell’Esecutivo. Ed a quello dobbiamo sommare le altre prove, i memorandum segreti ed i documenti tenuti ancora nascosti all’opinione pubblica statunitense.
Altri giornalisti che lavorano all’estero potrebbero senza dubbio aggiungere ulteriori elementi, compresa la rivelazione che il principale ispettore incaricato di occuparsi delle armi di distruzione di massa irachene, il defunto David Kelly, scoprì che le analisi di Bush e Blair del suo rapporto di intelligence erano state “manipolate”, come rivela il memorandum di Downing Street, a proposito delle politiche legate alla guerra dei “falchi”. Qui c’è un piccolo spazio destinato a confidenziali scheletri nell’armadio, scovati e trasmessi da mio stesso gruppo di lavoro per la BBC e la rivista Harper’s, sui piani segreti legati al saccheggio delle ricchezze e del petrolio iracheno.
Febbraio 2001 - Appena un mese dopo il primo insediamento della coppia Bush-Cheney, il membro del Dipartimento di Stato, Pam Quanrud, organizza un incontro segreto in California per pianificare l’occupazione dell’Iraq e la deposizione di Saddam. Il consigliere di un’impresa petrolifera statunitense Falah Aljibury ed altri vennero interpellati per discutere le presunte sostituzioni legate all’insediamento di un nuovo dittatore vicino agli interessi degli Usa. Durante Newsnight in onda sulla BBC, lo stesso Aljibury dichiarò: “si tratta di un’invasione, ma dovrà sembrare come un colpo (di Stato). Il piano originario era di liberare l’Iraq dai seguaci di Saddam e quindi dal suo regime”.
Marzo 2001 - il Vicepresidente Dick Cheney incontra gli esecutivi delle industrie petrolifere ed esamina la mappa dei pozzi petroliferi in Iraq. Cheney rifiuta di rivelare i nomi di quanti erano presenti o i loro obiettivi. Da allora Harper’s conosce il loro piano ed il loro intento—si legga sotto.
Ottobre/Novembre 2001 - una facile vittoria militare in Afghanistan incoraggia l’allora Segretario alla Difesa Paul Wolfowitz a persuadere l’Amministrazione di sbarazzarsi del piano di “colpo di Stato” del Dipartimento di Stato, in favore di un’invasione ed occupazione che avrebbe rifondato l’economia dell’Iraq. Un piano estremamente accurato, riassunto quindi in un documento di 101 pagine, il quale contempla “la vendita di tutte le imprese di Stato”—che rappresentano la gran parte “delle ricchezze del Paese”, specialmente in campo petrolifero e nelle industrie correlate”.
2002 - Grover Norquist ed i lobbysti di altre corporate si incontrano in segreto con il Dipartimento della Difesa, di Stato ed i funzionari del Tesoro per garantire che i piani di occupazione dell’Iraq includano misure per la protezione dei “diritti di proprietà“. Il risultato (dell’incontro) fu uno schema di pre-invasione finalizzato a liquidare i pozzi di petrolio in Iraq, le banche, le industrie elettriche e perfino di cambiare le leggi del Paese sul copyright in favore dei clienti dei lobbysti. Il responsabile dell’occupazione Paul Bremer avrebbe più tardi predisposto questi “regali” all’interno della legislazione irachena.
Autunno 2002 - Philip Carroll, il precedente Direttore Generale della Shell statunitense viene coinvolto nei piani per il controllo dei pozzi petroliferi iracheni dal Pentagono. L’uomo lavora direttamente con Paul Wolfowitz e Douglas Feith . “C’erano alcuni progetti”, dichiara Carroll, “forse troppi”—ma nessuno noto all’opinione pubblica né tantomeno al Congresso Usa.
Gennaio 2003- Robert Ebel, precedente analista della CIA per il petrolio, è inviato, ci informa la BBC, a Londra per incontrarsi con Fadhil Chalabi allo scopo di programmare le fasi attraverso le quali assumere il controllo del petrolio iracheno.
Marzo 2003- Inizia quella che il Portavoce della Casa Bianca Ari Fleischer definisce “Operazione Liberazione Iraq” (OIL). L’invasione fu poi ribattezzata “OIF”—Operazione Iraqi Freedom.
Il Dipartimento della Difesa è informato in via confidenziale dall’Amministratore dell’ Energia Usa Guy Caruso che i pozzi di petrolio iracheni non sono in grado di garantire un significativo incremento quanto a rendimento. A dispetto di questa intelligence, il Segretario Wolfowitz testimonia al Congresso che l’invasione sarà una passeggiata. Lui giura che “c’è una gran quantità di denaro da sborsare per questo e non devono essere i contribuenti americani a farlo. Stiamo trattando con un Paese che può effettivamente finanziare la sua ricostruzione ed anche relativamente a breve termine.” Un’invenzione deliberata promossa dall’Amministrazione, disse un insider alla BBC, come “parte della parlantina del venditore” per la guerra.
Maggio 2003 - il Generale Jay Garner, designato da Bush in qualità di vicerè dell’Iraq, viene licenziato dal Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld. Il generale dichiarò in un’intervista per la BBC di essersi opposto ai piani della Casa Bianca per liquidare i pozzi iracheni e le ricchezze nazionali. “Questa è semplicemente una battaglia che non volete accollarvi”, mi disse Garner. Ma, apparentemente, la Casa Bianca aveva voluto quella battaglia. Il generale rivelò inoltre che questi piani “occupa-ed-arraffa” erano stati sviluppati molto tempo prima che gli Usa dichiarassero che Saddam possedeva ancora armi di distruzione di massa: “Tutto quello che posso dire è che i piani furono ben costruiti, loro non li intrapresero nel 2002, ma nel 2001″.
Novembre/Dicembre 2003 - Segreti e disinformazione continuano anche dopo l’occupazione. L’industria petrolifera è contraria ai piani del Dipartimento di Stato per i pozzi petroliferi dell’Iraq e le bozze per un piano di 323 pagine dell’Amministrazione, “Opzioni per l’industria petrolifera irachena”. Attraverso il piano industriale, gli Usa costringono l’Iraq a creare una compagnia di Stato vicina all’OPEC che sostenga l’esorbitante prezzo del cartello OPEC per il petrolio.
Harper’s e la BBC hanno ottenuto i piani a dispetto dei dinieghi ufficiali sulla loro effettiva esistenza, puntando poi i piedi quando ci si è dovuti confrontare con l’evidenza dell’esistenza di quei rapporti. Ancora oggi, i Dipartimenti di Stato e della Difesa insieme alla Casa Bianca continuano ad ostacolare le nostre richieste per visionare gli appunti degli incontri tra lobbysti, consulenti delle industrie petrolifere e figure chiave dell’Amministrazione che rivelerebbero le segrete ragioni economiche della guerra. Quali sono gli interessi segreti retrostanti l’occupazione? Chi se ne avvantaggia? Chi si è incontrato con chi? Perché questa Amministrazione non rivelerà i documenti legati al piano economico inerente la guerra?
All’epoca, le reazioni del Dipartimento di Stato e della Difesa ai nostri resoconti furono ridicole e le loro risposte alle nostre domande per vedere i documenti oscillavano dall’elusivo al palesemente fuorviante. Forse il Congresso, grazie alla facoltà di citazione di cui gode, può far meglio.
Consentitemi di concludere con un commento a proposito di questi “noiosi” blog che seccano così tanto il New York Times. Dobbiamo fermarci e riconoscere un momento di sincera gratitudine allo sciame elettronico di irritanti commentatori che hanno reso così difficile per i media statunitensi ignorare le notizie prive del beneplacito ufficiale. Si, i resoconti ansiosi di Judith Miller per il Times secondo i quali le armi di distruzione di massa possedute da Saddam avrebbero potuto mantenere l’”accesso” per la stampa mainstream (sostenendo) la propaganda della Casa Bianca, ma i blog assicurano che, qualsiasi assurdità la stampa stia montando, il pubblico non ha intenzione di bersela. www.politicaonline.it
soldi nel materasso (scomodo)
Non tutto il male viene per nuocere, si direbbe. La crisi europea sta facendo il suo sporco ma necessario lavoro. Ovvero contribuisce a una svalutazione dell'Euro che è stata di dieci punti in due settimane, un 8% in meno sui prezzi all'export in dollari che rappresentano, più o meno, l'impulso che avrebbe portato alle aziende italiane internazionalizzate la tanto sofferta (e ora rinviata) abolizione dell'Irap.
Meglio. Questa dell'Irap è una vicenda a mio avviso nata male, ed evolutasi malissimo. L'abolizione indiscriminata di questa tassa non è di per sè nè la panacea nè la chiave del rilancio dell'industria italiana.
Abolire l'Irap ai commercianti? Oppure alle aziende protette e non concorrenziali? Bene, benissimo. Con l'attuale finanza pubblica che ci ritroviamo, il deficit al 4% e le procedure di infrazione europee, togliere da una parte significa caricare su un'altra. In questo caso significherebbe, di riffa o di raffa, togliere carico fiscale alle imprese ma caricare di altri balzelli le famiglie, e deprimere consumi già piuttosto ridotti (eufemismo).
Risultato. Ancora più recessione.
La strada è tutta un'altra. Passa dai patrimoni degli italiani, e dalla capacità di stimolare la loro "messa al lavoro", vuoi con un'appropriata politica fiscale (ovvero con un regime fiscale che renda vantaggioso l'investimento in capitale di rischio industriale), vuoi con misure di sblocco dell'oligopolio bancario, di maggiore concorrenza tra istituti, che alleggeriscano il peso spesso asfissiante del credito bancario (garantito dai mattoni) nelle attività finanziarie d'impresa.
Mi sono permesso di riportare qui un bell'articolo, quasi un saggio, del mio collega Luca Paolazzi.
Uno di quegli articoli lunghi un po' impegnativi, che magari si saltano nella fretta, ma che invece andrebbero letti, capiti e meditati.
Luca descrive la realtà delle cifre dietro le affermazioni di Berlusconi sull'Italia ricca. Ci ha lavorato per una settimana (e io ero impaziente di scopiazzarlo sul blog). Cifre alla mano l'Italia delle famiglie ricca lo è, e da anni, grazie a tanti fattori, positivi e negativi, che hanno determinato la sua capacità di risparmio e di investimento (in Bot, in mattoni, in obbligazioni..).
9mila 300 miliardi di euro equivalgono, se non sbaglio a oltre 18 milioni di miliardi di vecchie lire di patrimonio delle famiglie. Una cifra imponente, fatta però per il 65% di mattoni, e solo per il 35% di investimenti finanziari.
Abbiamo quindi un grande materasso pieno di soldi dove troviamo la sicurezza per dormire. Ma è un materasso rigido, scomodo, pieno di mattoni e soprattutto iniquamente distribuito.
Dove c'è posto solo per alcuni nel dormire sonni (un po' illusoriamente) tranquilli.
E questo 35% di quota finanziaria della ricchezza delle famiglie, oltre a non schiodarsi dal 1970 a oggi, è solo in parte relativo a investimenti in azioni o obbligazioni d'impresa (il peso dei Bot e dei titoli pubblici è preponderante). Negli ultimi anni, inoltre, il grosso dei guadagni è avvenuto sull'immobiliare, che ha aggiunto quasi 2mila miliardi di Euro al conto patrimoniale complessivo. A mio modesto avviso si tratta di ricchezza finta, si tratta della dimensione aggregata della bolla immobiliare italiana che prima o poi dovrà sgonfiarsi.
Ma la ricchezza finta di domani potrebbe essere ricchezza vera di oggi. Ovvero, se questi guadagni speculativi li riuscissimo a trasformare a breve (almeno in parte) in capitale produttivo prima dello sgonfiamento della bolla, avremmo preso al volo forse l'autentica occasione di questi anni un po' tristi.
Al di là dell'eterna querelle su chi starebbe dietro di lui forse questa è una delle chiavi per capire persino il caso Ricucci. Forse questo immobiliarista d'assalto vede l'Rcs (gruppo editoriale industriale) non solo come un centro di potere, ma anche come una cassaforte produttiva per mettere al riparo i suoi quattrini moltiplicatisi nella bolla immobiliare.
Una Rcs, diciamocelo francamente, che è una di quelle aziende non esposte alla concorrenza internazionale di cui parla l'analisi di Luca. Un investimento sicuro, protetto, generatore di potere e di rendimenti abbastanza certi.
Siamo quindi nel pieno della migliore tradizione (anche recente) del capitalismo italiano: la sua proverbiale avversione al rischio.
E' l'esatto contrario, invece, quello che va fatto e stimolato. Oggi abbiamo famiglie ricche e aziende povere, plusvalenze immobiliari ma redditi diffusi in calo.
Concludo citando l'articolo di Paolazzi.
Resta da chiedersi come mai le famiglie italiane abbiano sempre avuto un così alto patrimonio, rispetto al reddito, in confronto a ciò che si osserva in altre nazioni. E sorge il sospetto che la spiegazione sia nelle imprese povere, cioè sottocapitalizzate (come ha spiegato Fabrizio Onida sul Sole-24 Ore del 21 giugno). In altre parole, gli imprenditori, anziché iniettare capitale di rischio in azienda, preferiscono ricorrere al debito bancario garantito da beni personali. Ciò è soprattutto vero per le micro-aziende familiari. Un rimedio a ciò è cambiare il peso della tassazione, riducendo quella sugli utili delle imprese (Ires al 20%) e alzando quella sulle rendite (tutte anche al 20%). Non con fini punitivi ma di semplice neutralità fiscale, in modo da favorire una struttura più equilibrata dei bilanci delle aziende e accrescerne il capitale di rischio. E aiutare anche a superare il nanismo aziendale.
Imprese più capitalizzate significano anche aziende che investono, rischiano, ricercano, sono responsabili e meno furbe. Devono rispondere con i risultati ad azionisti (spero coscienti e organizzati) e forse un domani anche alle comunità. Togliere i soldi dal materasso scomodo e metterli al lavoro in capitale è quindi fare un grosso favore ai nostri figli, al loro futuro, e non da repubblica delle banane.
La strada maestra per l'Italia mi pare ora ben spiegata e delineata.
Cambiamo danza, prego.
ciao
Beppe
P.s. Tremonti, quando è arrivato al potere nel 2001 ha tolto la Dit di Visco (la dual income tax, che favoriva la capitalizzazione industriale) e lasciato l'Irap. Ha quindi fatto la manovra fiscale più erronea e controproducente nella storia recente della Repubblica.
Un errore (anche tecnico) che tuttora paghiamo www.caravita.biz
lanzichenecchi all´assalto del salotto buono
ALBERTO STATERA
da Repubblica - 27 giugno 2005
REGNANTI ancora Gianni Agnelli, Leopoldo Pirelli e Enrico Cuccia, la cosiddetta ala nobile del capitalismo italiano e il loro custode, tutto cominciò con Chicco Gnutti. Un rider talmente oscuro da essere snobbato persino dagli Gnutti di Lumezzane, un paesone della Val Gobbia, dove tutti si chiamano così e sono identificati per soprannome: i Peste, i Fretada, i Mocei, i Cruk. Passato poco più di un lustro dalla scoperta della "razza padana", che scalando Telecom diede vita alla madre di tutte le privatizzazioni, l´unico Gnutti agli onori delle cronache è oggi lui, Chicco, sdoganato allora da un governo di centrosinistra capeggiato da Massimo D´Alema, alla ricerca di nuovi capitani coraggiosi per smuovere le acque stagnanti del vetusto e asfittico capitalismo italiano. Oggi, Gnutti è osannato dai media berlusconiani come il re Mida padano: affamato di successo, ma generoso, capace di fare affari con tutti, da Fininvest a Unipol, con una passione per le banche, al punto da diventare cruciale nelle partite Antonveneta e Bnl.
I vuoti si occupano, è una legge della fisica. Se non ci sono si creano. Se si fa fatica a crearli, ci vogliono talpe che scavino operose nella notte a smuovere il terreno dei patti di sindacato, delle scatole cinesi, del capitalismo feudale e autoreferenziale, soprattutto avaro di capitali.
Oggi, i lanzichenecchi si chiamano Ricucci, Coppola, Statuto. L´ex dentista semiabusivo di Zagarolo è l´ago della bilancia delle partite bancarie internazionali, il possessore logorroico del 20% del Corriere della Sera, una preda da tutti ambita e da tutti temuta, il generale dell´assalto al Palazzo d´inverno. Che è desolatamente vuoto.
SEGUE A PAGINA 43
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IL CASO
Così muta la geografia imprenditoriale italiana
dalle grandi famiglie ai palazzinari
Il Risiko del capitale e le talpe del salotto buono
I vuoti si occupano, è una legge della fisica Se non ci sono si creano, smuovendo il terreno
Il prototipo degli attuali "rider" fu Gnutti Ora gli ultimi arrivati godono di buone protezioni
(SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
ALBERTO STATERA
Le grandi famiglie che scrissero la storia dell´industrializzazione italiana sono in crisi o escono di scena salutando: gli Agnelli, i Pirelli, i Falck, gli Orlando, i Marzotto, quei masi chiusi che Cuccia aveva assistito, protetto e spesso vessato, tra problemi aziendali e trapassi generazionali, sono ormai una galassia gelatinosa, priva di unità. L´ala nobile, che non sempre lo fu, latita e qualche volta annaspa.
Le talpe scavano, i Ricucci finalmente tirano fuori la testa perché la teoria dei Poteri forti da abbattere ha fatto scuola a destra e anche a sinistra fin dal 1994, fin da quando l´ex fascista Pinuccio Tatarella, ministro nella Repubblica nel primo governo Berlusconi, teorizzò la presa dell´Italia attraverso le privatizzazioni delle imprese pubbliche da parte dei Poteri forti internazionali, quelli sì vivi e vitali, nutriti di Europa unita, massonerie e grandi interessi finanziari. Un complotto che nacque, secondo lui, sulla nave Britannia.
Se si possono scalare le imprese pubbliche, qualche volta a prezzo d´affezione, perché non assaltare i feudi lasciati incustoditi da Cuccia? Del resto, l´Italia era ed è sempre più il paese più vulnerabile d´Europa dall´esterno ma soprattutto dall´interno.
Il gioco di società di questi giorni non è tanto chi c´è dietro l´Abn Amro che scala l´Antonveneta, perché quella è la banca della regina. Ma chi c´è dietro la talpa italiana antiestablishment. Poniamo allora che dietro i Ricucci che dichiarano ricchezze fantastiche, favorite dai bassi tassi d´interesse e da capitali pericolosamente vaganti, non ci sia nessuno, che il ragazzotto di Zagarolo, con buona pace di Diego Della Valle abbia fatto tutto da solo, abile navigatore di cunicoli talpeschi. Che sia un outsider vero, che magari non ha tutti i due miliardi di euro che dichiara, ma che ci si avvicina. Che magari non può spiegare in dettaglio come siano stati fatti in meno di un decennio, ma che comunque ne disponga. La notizia non è questa, né la guerra di contumelie tra nobili e popolani del capitalismo, tra chi, partecipando alle grandi partite finanziarie, produce scarpe e chi intermedia immobili.
La questione è dei network mediatici che si producono quando si tratta di scardinare quel poco di establishment che, con tutti i suoi vizi, ha in qualche modo presieduto al capitalismo assistito di questo paese. Di Ricucci e dei suoi fratelli neopalazzinari si può dire tutto, che non si sa da dove vengano i soldi, che fanno intermediazione e non impresa, che sono l´ala ignobile del neocapitalismo italiano. Ma non si può dire di certo che non godano di protezioni superlative.
Quando dai bassifondi di Lumezzane, con Colaninno, spuntò Gnutti, si raccontò che li proteggeva la merchant bank di Palazzo Chigi, occupato allora da Massimo D´Alema.
Piaceva che intorno al mantovano Colaninno si coagulassero nomi nuovi del capitalismo, rompendo i vecchi schemi esausti. Era proprio il progetto di D´Alema, che trovò sponda nella razza padana: Brescia, Mantova, Ravenna, Bologna, che decidono di mettersi insieme, la ricca provincia finora impaurita ed esclusa, che dimostra di avere gli uomini e i capitali per entrare nei grandi giochi.
Oggi, a prescindere dall´origine dei soldi, la rete di benevolenza verso le nuove talpe prospera a Palazzo Chigi.
Anzi, è proprio cosa di Berlusconi. Se nelle operazioni non ci sono i denari incassati con la vendita di quote societarie berlusconiane, c´è sicuramente una solidarietà: psicologica e politica. Psicologica per l´esclusione che il leader ha subito per decenni e che è documentata dalla lettera che Merzagora gli scrisse quando l´imprenditore di Milano 2 chiese incautamente di entrare nel salotto buono delle Generali, rivendicando addirittura un posto in consiglio d´amministrazione. Merzagora gli disse che non erano graditi i palazzinari, né esponenti del bosco o del sottobosco politico. Intendendo i famigli di Craxi.
Solidarietà politica: non solo perché probabilmente in Ricucci e soci Berlusconi vede la sua storia, ma perché dopo quattro anni di governo, ha capito che i suoi nemici acerrimi, in Italia e in Europa, sono stati e sono, i cultori dell´establishment, di quel concetto complesso che richiede un´appartenenza a sentimenti liberali della classe dirigente, che lui probabilmente, nonostante sia l´uomo più ricco d´Europa e più potente d´Italia, non avrà mai.
Così, pur smentendo la scalata tramite talpa al Corriere, a Mediobanca o alle Generali, il premier ha schierato se stesso e tutti i suoi a difesa degli outsider.
Un´assicurazione sulla vita per i Ricucci che vale più di milioni di euro.
Confalonieri, Livolsi, Sposito, lui stesso in prima persona. Ma chi ha detto che questi immobiliaristi hanno la rogna? È vero che non producono niente, che forse vivono di intermediazione. Ma è più nobile Della Valle o chi intermedia immobili? E il buon Billè, presidente dei commercianti, che fa finta di attaccare il governo, non sta studiando per la sua associazione e per sé l´affare del secolo, con la vendita degli immobili dell´Enasarco? Non è più questione di quarti di nobiltà. Anche le talpe hanno la loro dignità. Un complesso di debolezza fa la grande debolezza del paese. La prima e storica, quella dell´establishment, che oggi le talpe vogliono abbattere nelle ultime vestigia. Un establishment che, di fatto, in Italia non è mai esistito, nonostante l´ala dei capitalisti alla Agnelli e alla Pirelli, come ha sempre denunciato Guido Carli. Il quale diceva che gli imprenditori italiani sono sempre stati troppo poco imprenditori e troppo poco capitalisti, incapaci di creare un vero establishment, come nell´Inghilterra vittoriana.
Così, oggi, nell´Italia senza establishment, con un´industria che annaspa, una politica sperduta, in un sistema senza capisaldi, tutto retto sulle reciproche debolezze, è il grande momento delle talpe che scavano di notte.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Corsa verso la Cina: una "febbre" inarrestabile
di Alfonso Tuor
La corsa verso la Cina si allarga anche alle banche europee ed americane, come conferma l'interesse di UBS per una partecipazione nella Bank of China, mentre la fame di petrolio del gigante asiatico ha spinto la terza compagnia petrolifera cinese a sfidare gli Stati Uniti gettando sul piatto 18,5 miliardi di dollari per sottrarre alla ChevronTexaco l'americana UNOCAL. Queste due notizie meritano alcune riflessioni. L'interesse per le banche cinesi da parte degli istituti europei ed americani è, da un canto, un fenomeno relativamente recente, e, d'altro canto, impressionante per la rapidità con il quale si sta manifestando.
Infatti l'interesse di UBS per una partecipazione azionaria in Bank of China avviene a pochi giorni dall'annuncio dell'investimento di 3 miliardi di dollari da parte di Bank of America per una partecipazione del 9% in China Construction Bank, dell'investimento di circa 1,4 miliardi di dollari del gigante europeo HSBC per una partecipazione del 19,9% nella cinese Bank of Communications e dopo gli investimenti dell'olandese Ing, della britannica Standard Chartered e dell'americana Citigroup in istituti bancari di alcune municipalità cinesi. L'aspetto più clamoroso è che il sistema bancario cinese era ritenuto fino a pochi anni orsono tecnicamente in stato fallimentare, poiché gravato da un enorme ammontare di crediti in sofferenza, dovuti al fatto che il Partito comunista ha utilizzato il sistema bancario quale strumento per tenere in vita il grande settore delle industrie di stato, per timore che il loro collasso portasse ad un'impennata della disoccupazione e quindi a gravi tensioni sociali. Lo stato di crisi del sistema bancario era riconosciuto anche dalle autorità di Pechino, le quali però, anche in vista della liberalizzazione del mercato dei servizi bancari prevista dall'accordo di adesione della Cina al WTO per l'inizio del 2007, hanno varato un piano di risanamento che sta dando risultati superiori a qualsiasi ottimistica previsione
Il piano ha avuto finora tre tappe. La prima è stata la creazione di società speciali create dallo Stato, cui sono stati trasferiti circa 240 miliardi di dollari di crediti in sofferenza. La seconda tappa è stata l'iniezione nel capitale delle tre grandi banche cinesi di circa 75 miliardi di dollari prelevati dalle riserve monetarie accumulate dalla Banca centrale cinese. La terza tappa è stata la ristrutturazione di queste strutture gigantesche (con la chiusura di migliaia di sportelli e la riduzione di decine di migliaia di dipendenti) e il collocamento di una quota di minoranza del loro capitale sulla Borsa di Hong Kong per raccogliere ulteriore capitale fresco. Per raggiungere questo scopo le banche cinesi hanno aperto le porte alle banche occidentali, di modo che in qualità di investitori strategici di quote azionarie significative accrescessero notevolmente le possibilità di successo delle Offerte iniziali di acquisto rassicurando i piccoli investitori occidentali. La strategia sembra funzionare alla perfezione. Infatti il collocamento in Borsa a Hong Kong di una quota minoritaria della Bank of Communications si è concluso la settimana scorsa con un grande successo.
Lo stesso percorso è previsto per la Bank of China, il terzo istituto cinese, che sta ora cercando degli investitori strategici (e l'UBS potrebbe essere uno di questi) per preparare il suo sbarco in Borsa. I risultati sono impressionanti: il sistema bancario cinese che gli analisti occidentali ritenevano oberato da un 50% di crediti a rischio in pochi anni ha ridotto questa quota abbondantemente al di sotto del 10%. Ad esempio, la Bank of China sostiene ora che solo il 4,55% dei propri crediti è a rischio. Le ragioni di questo rapido risanamento spiegano anche la corsa delle banche occidentali in Cina. Oltre agli interventi statali e alla ristrutturazione, già citati in precedenza, le banche cinesi hanno sapientemente sfruttato il boom economico del paese per cambiare la sostanza della struttura del loro bilancio: hanno ridotto la quota parte dei crediti ai grandi conglomerati statali ampliando il credito al consumo, puntando sui crediti ipotecari grazie alla liberalizzazione del mercato immobiliare (ossia attività a minore rischio) ed espandendo i servizi finanziari che producono commissioni.
Ed è proprio in questo campo che si concentra l'interesse delle banche occidentali: ossia partecipare all'ampliamento di quei prodotti finanziari (fondi di investimento, ecc.) in cui convogliare l'enorme risparmio delle famiglie cinesi e dei servizi (carte di credito, ecc.) al grande mercato cinese. Dunque da un profilo aziendale la scelta delle banche occidentali di puntare sulla Cina è assolutamente giustificata dal timore di essere esclusi da quello che è già oggi uno dei più importanti mercati del mondo. Mentre le banche occidentali corrono in Cina, la fame di materie prime e soprattutto di petrolio del gigante asiatico ha spinto la CNOOC, la terza compagnia petrolifera cinese, a sfidare la major americana ChevronTexaco per la conquista della compagnia petrolifera UNOCAL. Questa scelta non mancherà di provocare una violenta reazione politica negli Stati Uniti dove sta visibilmente crescendo una specie di "sinofobia" a causa dei crescenti successi commerciali dei cinesi sul mercato americano. È difficile ritenere che l'iniziativa della CNOOC, che è detenuta dallo Stato, ad eccezione di una quota del 5% del capitale azionario quotata ad Hong Kong, non abbia ricevuto l'avallo del governo di Pechino.
È pure difficile ritenere che quest'ultimo non sappia che questa mossa contribuirà a deteriorare le già difficili relazioni con Washington. Quindi, anche se un compromesso appare possibile con l'assegnazione ai cinesi delle attività estrattive in Asia di UNOCAL e di quelle negli Stati Uniti alla ChevronTexaco, questa iniziativa deve essere letta anche come la volontà di Pechino di gettare sul piatto un'altra pesante carta da giocare nei complessi negoziati con Washington che non riguardano solo le questioni commerciali e valutarie, ma anche quelle geostrategiche.
Alfonso Tuor
redazione@reporterassociati.org
terza rotaia
La trentacinquesima convention di Jesse Jackson: serve una nuova strada per gli Usa
Scritto per noi da
Matteo Colombi
Sono stato alla 35sima Convention della Rainbow/Push Coalition, fondata e diretta tuttora dal Reverendo Jesse Jackson, Sr.
Giovane aiutante di Martin Luther King nelle battaglie per i diritti civili delle minoranze razziali durante gli anni sessanta, ha poi continuato la lotta, creando la Rainbow/Push come organizzazione ideologicamente multirazziale e progressista. Questa coalizione è stata il veicolo e la piattaforma delle sua campagnie presidenziali, nelle primarie Democratiche degli anni ottanta. Tanto tempo è passato da quelle campagne elettorali, ma Jesse Jackson e Rainbow Push hanno continuato a tessere quei tenui fili che legano i pochi giunchi del progressismo americano.
Chi crede che i diritti civili siano una concquista affermata non deve far altro che soffermarsi nelle città americane, prima ancora di visitare le statistiche aggregate, per capire che in larga misura il progetto d’integrazione civile è fallito. Fallito in primo luogo sull’incapacità di trasformarsi in integrazione sociale. Inoltre chi crede che il problema della povertà riguardi solo i neri si deve ricredere; come ha notato di recente il New York Times, il salario medio in America è stagnante da vent’anni, la disuguaglianza aumenta, l’accesso all’istruzione superiore e alla salute declinano, l’ascesa sociale nella classe media si è compressa. Questo è un paese in crisi sociale.
Le prime due giornate della Convention si sono concentrate sul fatto che in America non esiste diritto al voto costituzionalmente protetto a livello federale. Pertanto il Voting Rights Act (1964), che fu tanto strumentale nel rompere il monopolio dei bianchi e degli abbienti sul voto negli stati del sud (e non solo) va ciclicamente riconfermato, o le sue disposizioni decadranno. Riconfermato nel 1982, sotto Reagan, con un Congresso in mano ai Democratici, deve essere riapprovato nel 2007. Bush ha dichiarato di non essere informato a riguardo, e che valuterà al momento opportuno se sostenere tale legge.
Come ha tuonato il rappresentante dell’Illinois, Jesse Jackson Jr, il diritto al voto in America è frazionato stato per stato, contea per contea. Anche solo riapprovare il Voting Rights Act non supplisce a questa natura frammentaria. E come si è visto in Florida nel 2000 e nell’Ohio ed in Florida nel 2004, in stati chiave per la competizione elettorale, gli amministratori che dovrebbero garantire l’esercizio al voto hanno generato intenzionalmente ostacoli per deprimere la partecipazione alle urne da parte di quei gruppi più disposti a sostenere i Democrats.
Del resto la stessa Corte Suprema degli Usa si è riferita alla mancanza di un diritto nazionale al voto per giustificare la sua decisione in Bush vs Gore 2000, riconfermando le decisioni dell’Amministratice delle elezioni in Florida, Kathleen Harris, che poi era anche il Campaign Manager di Bush in quello stato.
Howard Dean, candidato alle Presidenziali, ex-Governatore del Vermont, ed ora divenuto Chairman del Democratic National Council (gracile segreteria dei Democrats) ha tuonato contro le manipolazioni diffuse sul voto. Ma ha anche attacato implicitamente i Kerry ed i Clinton, per aver accettato supinamente le angherie dei Repubblicani, e per aver rifiutato di dar battaglia partendo dai propri valori.
Il Partito Democratico, come e` ovvio, vuole che tutti i voti ad esso favorevole vengano espressi, e contati. Come ha detto l’ex-Presidente Jimmy Carter, negli Usa oggi non vi è trasparenza nè garanzia nel proprio voto. Ma gente come Jesse Jackson, Sr., come Andrew Stern, capo del militante sindacato Seiu, of il Presidente di Unite here, altro sindacato militante ed in crescita, hanno posto sul tavolo una rabbia ed una coerenza programmatica lucida e convergente. Il voto in sè non basta, hanno detto, se non esiste un partito disposto a fare suo un programma che unisca i diritti civili e quelli sociali, che si ponga come obiettivi reali la sanità per tutti e la scuola per tutti, il diritto dei lavoratori ad organizzarsi, il rifiuto del militarismo. Oggi i Democrats non sono questo partito.
Come Jackson ha ricordato, nessuno dei due partiti fece proprio il voto alle donne, nessuno dei due partiti fece proprio il diritto dei lavoratori ad organizzarsi, nessuno dei due partiti fece propria nè la battaglia contro la schiavitù nè quella contro la desegregazione, nè quella per la pace.
Ogni qual volta vi sono state conquiste democratiche in questo paese è avvenuto sotto la spinta di un ‘terzo veicolo della democrazia’, che, come la terza rotaia del metrò, quella elettrica, ha messo in moto il sistema politico, dandogli una scossa, con uno o l’altro dei due contenitori elettorali in mossa per intercettare queste forze esterne.
"E’ ora di costruire la terza rotaia" ha continuato a ripetere Jesse Jackson nei suoi interventi, tra gli applausi del pubblico. "E' ora di costruire la terza rotaia" hanno ribattuto in eco i sindacalisti, e rappresentanti della crescente comunità ispanica. www.peacereporter.net/
Giustizia, il ricatto di Fi per salvare Previti
I sospetti dei Ds: gli azzurri boicottano per costringere gli alleati a dire sì alla ex Cirielli
Castelli attacca i giudici: il Parlamento non obbedisca ai loro veti
di Mara Anastasia / Roma
da l'Unità -
CHE FINE ha fatto la proposta di legge ex Cirielli, meglio conosciuta come “salva-Previti”? Inabissatasi in commissione Giustizia del Senato alla vigilia delle regionali di aprile, il provvedimento torna oggi alla ribalta della cronaca come possibile chiave di lettura
delle difficoltà che la Cdl sta incontrando nell’approvazione della riforma del sistema giudiziario. Difficoltà legate soprattutto alle numerose e continue assenze degli azzurri, dietro le quali, denuncia il centrosinistra, si nasconderebbe la volontà degli uomini di Berlusconi di ricevere dagli alleati adeguate garanzie circa il fatto che la “salva-Previti” venga licenziata dal Parlamento entro l’estate.
In realtà, a insinuare l’esistenza di manovre in corso all’interno della Cdl sul pacchetto giustizia era stato venerdì scorso lo stesso ministro Roberto Castelli, che all’indomani dell’ennesimo slittamento aveva annunciato su «Repubblica»: «Se la legge non passa al Senato la prossima settimana e subito dopo alla Camera, vuol dire che è morta». E ancora ieri il Guardasigilli ricordava al Polo: «Questa riforma era nel programma elettorale della Casa delle libertà, che è stata votata dai cittadini. Ora sta al Parlamento decidere se esercitare il potere legislativo che la Costituzione gli assegna o accettare i veti di forze extraparlamentari». Al Guardasigilli si è affrettato a rispondere il senatore azzurro Renato Schifani, assicurando per questa settimana la presenza in aula di tutti i senatori della Cdl, per una riforma «che continua a essere una priorità di tutta la maggioranza». Segno che il «patto scellerato» all’interno del centrodestra è stato siglato? Probabilmente sì, viste anche le dichiarazioni giunte ieri del sottosegretario alla giustizia Luigi Vitali, il quale ha tenuto però a precisare come l’accordo sui due provvedimenti ci sia sempre stato: «Entro mercoledì della prossima settimana il Senato approverà la riforma e subito dopo, a seguire, esaminerà la norma sulla recidiva.
Un provvedimento che, l'opposizione sia pur certa, verrà approvata entro l'estate. Su questo fronte non si aprirà nessuna polemica e nessuna discrepanza. Questo è l'impegno ribadito anche due mesi fa e se qualcuno, a nostra insaputa, ci dovesse aver ripensato esca allo scoperto. A me non risulta nulla del genere».
Insomma, non appena terminata la dura battaglia contro la riforma dell’ordinamento giudiziario, il centrosinistra si troverà subito a dover riaffilare le armi per tentare di impedire l’approvazione al Senato, dopo quella già avvenuta alla Camera, della ex Cirielli. Un provvedimento che nella stessa Cdl si teme possa essere rispedito in Parlamento senza firma dal capo dello Stato e che il Csm ha già bocciato senza appello, denunciandone gli effetti devastanti sul lavoro dei magistrati.
Presentata dall’onorevole di An Edmondo Cirielli con l’obiettivo di inasprire il regime penale per i recidivi, il provvedimento si è infatti trasformato in strumento per una sorta di maxi amnistia grazie ai drastici tagli dei tempi prescrizione introdotti con un emendamento proprio da Vitali. «Se si tiene conto della durata media di un processo - ha evidenziato il Csm - si può ragionevolmente concludere che quasi tutti i processi per reati puniti con la pena della reclusione compresa al massimo tra i cinque e i sei anni e la stragrande maggioranza di quelli per reati puniti con la pena della reclusione massima di otto anni sono destinati a sicura prescrizione». E tra questi rientrano appunto i reati di corruzione giudiziaria per cui il deputato di Fi Cesare Previti è già stato condannato in primo grado a 16 anni.
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MASSIMO BRUTTI
Il senatore ds: se passa l’Ordinamento, presto anche la legge «taglia prescrizione» sarà in aula
«Un patto scellerato, a danno del Paese»
Perché Fi che non si è mai opposta alla riforma sull’ordinamento giudiziario a un certo punto ha cominciato a far mancare il numero legale al Senato? Il senatore Massimo Brutti è convinto che sia scattato un ricatto: «Fi è disposta ad approvare l’ordinamento giudiziario solo se, subito dopo, la Lega approverà la legge che dimezza i tempi di prescrizione». Due leggi pessime. Brutti ricorda che l’opposizione ha condotto una dura battaglia parlamentare sulla riforma dell’ordinamento giudiziario, nella convinzione che gli emendamenti predisposti dal Polo per rispondere ai rilievi di anticostituzionalità mossi a suo tempo dal presidente della Repubblica (che rinviò la legge alle Camere)abbiano sostanzialmente «aggirato ed eluso» i problemi sollevati. Come si ricorderà i rilievi riguardavano la possibilità per il ministro della giustizia di tenere ogni anno una relazione in merito alla politica della giustizia (in sostanza una invasione di campo dell’esecutivo), la possibilità per il ministro di ricorrere contro le nomine deliberate dal Csm, e più generalmente,tutte le norme che puntavano a menomare i poteri del Csm riconosciuti dalla Costituzione. «Abbiamo fatto ostruzionismo duro estendendolo anche ai provvedimenti in calendario immediatamente prima della legge. Ma è anche accaduto che ogni volta che ci trovavamo ad affrontare la riforma dell’ordinamento giudiziario veniva a mancare il numero legale per l’assenza dei senatori di Fi...».
Tanto è vero che anche il ministro Castelli ha duramente attaccato i suoi partner accusandoli di rallentare e boicottare la legge. Lei ha parlato di patto scellerato nella maggioranza...
«Dopo l’attacco di Castelli e dopo le dichiarazioni molto esplicite di esponenti forzisti come Vitali e Gargani mi sono convinto che c’è stato un vero e proprio negoziato, che il numero legale mancava perché Fi è pronta a far passare la legge sull’ordinamento giudiziario solo se ha la garanzia che la Lega (e anche An) appoggeranno e faranno passare in tempi brevi la legge cosiddetta Salvapreviti».
Che poi sarebbe la ex Cirielli. Ci risiamo. Siamo ancora a parlare di leggi ad personam. Ma adesso a chi servirebbe la Cirielli?
«Sicuramente loro sanno bene a chi serve. Questa legge ha una storia complicata. Nasce come proposta di legge repressiva volta a punire i recidivi (in modo sproporzionato e inaccettabile, fra l’altro), alla quale però sono state attaccate altre norme che dimezzano i tempi previsti per la prescrizione per una serie di reati. Fra questi,i reati di corruzione. Di qui il tripudio del centrodestra intorno all’on. Previti quando la legge passò alla Camera. Ma non è soltanto questo l’aspetto devastante. Il fatto è che l’accorciamento dei tempi di prescrizione implica non solo un trattamento di favore per alcuni imputati eccellenti in materia di corruzione, ma l’eutanasia di moltissimi processi...».
Sono stati poi quantificati i processi che salterebbero se la legge venisse approvata? Lei aveva fatto una richiesta specifica al ministro in questo senso...
«Il ministro non ha dato risposte. E’ sicuro tuttavia che il dimezzamento dei tempi della prescrizione distruggerebbe decine di migliaia di processi in corso per reati odiosi come l’usura, ad esempio. La legge colpisce la sicurezza dei cittadini. Con che faccia potremmo chiedere ai cittadini di denunciare gli usurai?».
E adesso, secondo lei, anche la Cirielli è in dirittura di arrivo?
«L’impressione è che se riescono a portare a casa la riforma dell’ordinamento giudiziario, immediatamente dopo, prima della fine di luglio, verrà scodellata in aula...».
A che punto è l’iter?
«Noi abbiamo dato battaglia in commissione e poiché il dibattito si protraeva la maggioranza ha deciso di portarla in aula. Dunque, è pronta per l’aula. Immagino che vogliano approvarla definitivamente il prima possibile senza cambiare nulla».
Anche la recente dichiarazione di Berlusconi che giudica la riforma dell’ordinamento «assolutamente necessaria» e che convoca tutti i senatori per martedì fa pensare che procederanno spediti...
«Sì. Fa pensare che sono sul punto di concludere l’accordo. Il risultato sarà pessimo per il Paese. Da un lato c’è una legge-vendetta nei confronti dei magistrati che hanno fatto il loro dovere in questi anni: comprime la loro autonomia e indipendenza, allunga le procedure di nomina, produce inefficienza, apre intere praterie all’intimidazione da parte del ministro nei confronti dei magistrati scomodi puntando al loro conformismo. Una legge, che, non dimentichiamolo, contiene anche la famosa norma, immediatamente precettiva, costruita per sbarrare la strada a Caselli per il posto di procuratore nazionale antimafia. Dall’altro lato c’è una legge che cancellerà migliaia di processi in corso. Bisogna evitare che anche solo una parte di queste norme entri in vigore e comunque, se ce la faranno, noi abbiamo l’obiettivo di azzerare queste leggi sulla giustizia non appena ciò sarà possibile in Parlamento. Spero, comunque, fra un anno».
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Ds Milano - Rassegna stampa
´Italia che spende di meno
il 25% costretta a tagliare ancora
da Repubblica -
il sondaggio
Consumi, il 26% dovrà tagliare
E la fiducia nell´economia è precipitata al minimo
Gli anziani sopportano le difficoltà più gravi: nella categoria dei "consumati" sei su dieci hanno oltre sessantacinque anni
Soltanto tra i giovani si registra un aumento degli acquisti: il 45% di chi ha fino a 25 anni pensa di mantenere questo comportamento
Negli ultimi due anni il 45% degli italiani hanno ridotto le spese
Ricerca Demos per Coop: boom dei prodotti in offerta speciale
LUIGI CECCARINI
E´ una Italia consumata, logorata nello spirito e preoccupata dal persistere di una situazione difficile sul piano economico, che si riflette sui consumi delle famiglie e sulla capacità di risparmio. Ma si riflette anche sulle valutazioni che gli italiani danno delle proprie condizioni di vita e sulle prospettive per il futuro dei figli. Questo, in sintesi, emerge dalla settima indagine dell´Osservatorio sul Capitale sociale degli Italiani - curato da Demos per Coop - che si è concentrata sul tema dei consumi come aspetto rilevante della socialità.
Gli italiani che sostengono di aver consumato meno negli ultimi due anni sono quasi la metà (45%) e coloro che pensano di ridurre anche nei prossimi sei mesi i consumi sono uno su quattro (26%). Questo si accompagna a cambiamenti sensibili avvenuti nello stile di consumo. Sempre rispetto a due anni fa, infatti, componenti ampie della popolazione dicono di aver acquistato "di più" prodotti in offerta speciale (59%) o beni non di marca (30%). Oppure, la ricerca del risparmio avviene all´interno degli hard discount (29%). Agli occhi dei cittadini le prospettive non sono confortanti. L´indice "Econ", che l´Osservatorio Demos-Coop calcola dal 2003, mette in evidenza un ulteriore calo di fiducia nel futuro dell´economia. Gli ottimisti erano a quota 21% nel luglio 2003, poi il dato si è stabilizzato intorno al 12% per scendere al 9% di oggi: è il valore più basso da due anni a questa parte.
La metà degli italiani è preoccupata per il futuro dell´economia nazionale. Meno per quella personale o famigliare, dove in sei-sette casi su dieci la prospettiva è giudicata stazionaria. Stabile, ma in uno scenario difficile, che significa non scorgere, almeno per ora, un miglioramento all´orizzonte. Neanche il ritorno alla lira convince gli italiani: sono contrari tre su quattro. Contro l´euro sono i cittadini che più vedono il futuro incerto.
Le strategie individuali e quotidiane per far fronte a questa situazione sono diverse. C´è chi si appoggia alla rete famigliare, se può, chi al micro-credito bancario, chi smette di risparmiare, chi cambia stile di consumo. Abbiamo costruito, sintetizzando, tre grandi categorie di italiani rispetto ai consumi: i consumisti: coloro che hanno incrementato o pensano di aumentare i consumi: sono il 21%. Rispetto alla media sono più presenti tra gli uomini, hanno un titolo di studio medio, vivono nei piccoli centri, sono studenti. Si tratta soprattutto di giovanissimi: sono consumisti la metà (51%) di chi ha tra 15 e 17 anni, il 45% se li consideriamo fino ai 25 anni; gli equilibristi (30%) sono riusciti a non modificare il comportamento di consumo. Infine, il gruppo più ampio (49%) è quello dei consumati, cioè chi ha ridotto, o prevede di ridurre, il livello delle spese. Considerando chi ha superato i 65 anni, in sei casi su dieci si colloca nella categoria dei "consumati".
Il modo di rapportarsi ai consumi investe anche la prospettiva con cui si guarda alle altre "cose" importanti della vita. Così scopriamo che i "consumati" sono meno soddisfatti della loro esistenza, nutrono forti preoccupazioni rispetto alla sicurezza economica per il futuro: vorrebbero risparmiare, per avere certezze, ma non ci riescono. Nonostante l´attenzione alle offerte, agli sconti (67%) e gli acquisti all´hard discount (36%). Questo senso di frustrazione si riverbera sulla preoccupazione per il futuro dei giovani, e soprattutto dei figli.
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Consumisti e consumati
ILVO DIAMANTI
L´ITALIA accartocciata su se stessa, che non crede nella ripresa dell´economia. E non consuma. O meglio: consuma sempre meno. Si prova un certo disagio a parlarne. Perché si rischia la "mitridatizzazione" (come prendere sul serio le solite cassandre?). E perché, soprattutto, altre versioni circolano, rassicuranti. Ciniche oppure etiche.
LA GENERAZIONE DEI "CONSUMATI"
Emerge una forbice tra una maggioranza che "taglia" e una minoranza più giovane
Da un lato, c´è chi, (con un sorriso ammiccante) suggerisce che non è così. Basta guardarsi intorno. I telefonini, gli sms, il lavoro sommerso, le prime e le seconde case, le vacanze esotiche. Le auto di lusso. Lo pensa (e lo dice) il premier. Che non manca occasione per dichiarare tutto il suo disincanto da apota. Che sottintende: so che non state così male. Io. E neanche voi, in fondo, ci credete davvero. Anche se non lo ammettete. Ma vi capisco. Io. Perché è legittimo lamentarsi. E poi evadere, eludere, bypassare le regole. Per difendersi da queste istituzioni inefficienti e da questo fisco oppressivo.
D´altra parte, c´è chi contesta agli italiani il vizio della cicala. Noi, un tempo formichine laboriose, dedite a metter da parte riserve per gli inverni duri, negli ultimi anni, avremmo cominciato a cantare e a viaggiare. Senza preoccuparci del futuro. Lo ha denunciato qualche giorno fa il procuratore della Corte dei Conti, Vincenzo Apicella, criticando la deriva debitoria degli italiani, ormai abituati "a vivere al di sopra dei propri mezzi, anche a causa delle tentazioni del consumismo".
Evasori o consumisti: all´impoverimento degli italiani sembrano credere in pochi.
D´altronde, nel corso degli anni Novanta, e ancor più all´inizio del nuovo millennio, abbiamo pensato di esserci definitivamente salvati dal dissesto finanziario; di essere divenuti europei. Ci siamo sentiti al sicuro. Convinti di aver conquistato il benessere, dopo decenni di fatica; dopo anni di finanziarie pesanti, abbiamo cominciato a "consumare" con gusto. D´altronde, anche per questo Berlusconi ha vinto le elezioni. Persuadendoci che, dopo tanti sacrifici, meritavamo, infine, il successo. Le cose, in seguito, sono andate diversamente. Non solo per colpa del governo, ma è capitato di tutto. L´economia, la finanza, i mercati: hanno frustrato le nostre aspettative. Ridimensionato i redditi familiari. E le nostre aspettative. Minacciando quei "vizi" (perdonabili), che nel frattempo avevamo coltivato. Alcuni viaggi. Una maggiore attenzione al cibo e al gusto. Una diffusa disposizione verso i prodotti elettronici. Peccati commessi, però, da una quota di persone sempre più limitata. Perché, bisogna rassegnarsi, gli italiani oggi, quando confessano la crescente fatica di "farcela" con il reddito di cui dispongono, non fingono, per ragioni tattiche. Né pagano per gli stravizi appresi nel corso dei decadenti anni Novanta. D´altra parte, le statistiche sui consumi ribadiscono, ormai da tempo, come gli italiani spendano di meno; e, parallelamente, come il volume delle vendite del commercio (piccolo, grande e iper) stia calando rapidamente e sensibilmente.
L´Osservatorio sul capitale sociale, curato da Demos, nell´indagine condotta nelle scorse settimane, fornisce, in tal senso, ulteriori indizi. E alcune spiegazioni. Diverse, da quelle a cui abbiamo fatto cenno.
Il 45% degli intervistati, in primo luogo, afferma che, rispetto a due anni addietro, la sua famiglia spende di meno. Uno su quattro prevede che, nei mesi a venire, consumerà ancora di meno.
Peraltro, l´Osservatorio riprende e rafforza le tendenze già rilevate, da altre ricerche (ultime: Censis, Ipsos e Istat). La maggiore attenzione ai prezzi e, di conseguenza, la crescente propensione a fare acquisti negli hard discount; e la parallela rinuncia ai prodotti di marca, alle etichette. Un certo stallo dei consumi critici, che avevano caratterizzato lo scorso decennio: il biologico, l´equo-solidale, il "naturale garantito". È come se si assistesse al ritorno, impetuoso, di richieste di tipo materialista; dettate da insicurezza del reddito, del lavoro, della salute. Anche se, alcuni "consumi", un tempo voluttuari, sono entrati nelle priorità delle famiglie: i viaggi e le ferie (magari brevi, last minute), i prodotti tecnologici (telefonini, lettori Mp3).
Nel complesso, quasi metà degli italiani rivela di aver "metabolizzato" il calo dei consumi: come comportamento presente e prospettiva futura. Si tratta di una componente sociale che propone orientamenti e atteggiamenti condivisi e coerenti.
Rispetto alla media, appaiono molto insoddisfatti del reddito, del lavoro, del risparmio. Insicuri. Pessimisti nelle prospettive dell´economia. Guardano il passato con nostalgia. Vedono con preoccupazione il futuro. Immaginano il destino dei giovani peggiore rispetto a quello dei genitori. Si sentono infelici. È il ritratto di un´Italia consumata, più che consumista. Lo specchio dell´Italia in declino. "Che non ce la fa proprio" a mantenere il livello di spesa del passato. E non perché fosse abituata a "vivere alla grande". All´interno di questo gruppo, infatti, prevalgono i pensionati e le casalinghe. Persone con basso livello di istruzione, che risiedono nelle zone urbane e metropolitane, nel Mezzogiorno. Di età matura. Soprattutto gli anziani (con oltre 65 anni).
La depressione del sentimento sociale e dei consumi segnalata dalle inchieste e dalle statistiche origina da loro. Ad essi, si affiancano coloro (il 30% circa), che cercano, con qualche fatica, di mantenere il livello di vita e di spesa passato. Il resto degli italiani (intervistati), effettivamente, si dichiara "consumista". Dichiara di aver aumentato la spesa dedicata ai consumi, negli ultimi anni. Oppure prevede di allargarla anche nel prossimo futuro. Si tratta di una componente significativa, che, peraltro, non supera il 20% del campione. Fra i "consumisti" risulta più ampia della media la presenza di persone ottimiste sul futuro (e anche sul passato: convinte, beate loro, che negli ultimi dieci anni le condizioni dell´Italia siano migliorate). Soddisfatte del reddito e del tenore di vita familiare. Abbastanza felici. Hanno un livello di istruzione elevato, risiedono nei piccoli centri, nelle piccole città di provincia. Dove i prezzi sono meno elevati, le reti di solidarietà familiare e comunitaria più ampie. I "consumisti", però, si caratterizzano, soprattutto, dal punto di vista generazionale. Sono giovani. Anzi: giovanissimi. Un terzo di loro ha meno di 25 anni, un altro 20% è compreso fra 25 e 34 anni. E, soprattutto, si tratta di studenti. Che appartengono (in prevalenza, ma non solo) a famiglie di ceto medio e della borghesia. Dietro ai comportamenti di spesa, quindi, si colgono mutamenti e fratture sociali e generazionali, che potrebbero determinare effetti di lungo periodo.
In particolare, emerge una forbice, che oppone due situazioni diverse. Da un lato, una maggioranza di persone - anziane, socialmente periferiche, ma anche di ceto medio - che, negli ultimi anni, ha cominciato - e continua - a tagliare i consumi. Per necessità. Per difficoltà. E perché riassume e interpreta modelli di vita e di valore tradizionali, fondati sulla parsimonia. Dall´altro, una minoranza di "consumisti", prevalentemente giovani, di ceto medio-alto. Che non considera il risparmio - necessariamente - una "virtù". Né il debito un "vizio". Ma un metodo per anticipare l´acquisto di beni e servizi, ricorrendo al credito. Un po´ come avviene, da tempo, negli Usa.
Il resto delle persone combina, faticosamente, questi due modelli. Ma appare più affine ai "consumisti" che ai "consumati".
Così la società, appare scissa. Nei comportamenti e nei sentimenti. Ma chi ritiene la depressione sociale, di questi ultimi anni, una finzione o un´invenzione sociale, guarda troppa televisione. Scambia l´Italia mediale per quella reale. E chi pretende di leggere i cambiamenti in atto ricorrendo a stereotipi o a (pre) giudizi antichi, si rassegna, semplicemente, a non vedere. E a non capire.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Capitalismo reale
Nicola
Il capitalismo ideale ha come suo fondamento la proprieta` e la sua intangibilita`. Il proprietario di una baracca e quello dell'hotel a cinque stelle sono uguali in quanto proprietari di qualcosa. Ai suoi inizi moderni, la democrazia era in realta` una proprietariocrazia: solo chi possedeva una rendita o un reddito era ammesso al voto. E il sogno che G.W. Bush promette agli americani e` questo: un popolo di azionisti, libero dal peso di investimenti poco redditizi come il sistema pensionistico nazionale.
Non poco sorprende, quindi, scoprire che c'e` un capitalismo reale che non coincide affatto con quello dei libri, cosi` come c'e` un comunismo reale che non assomiglia neanche da lontano ai nostri sogni postadolescenziali.
Ed ecco la storia. Nella citta` di New London, Connecticut, situata, come la Old London, sulle rive di un Tamigi, le autorita` municipali decidono di passare una parte del proprio teritorio da residenziale a commerciale.
Il problema e` che i proprietari delle case, che pure ci abitano, non hanno alcuna intenzione di vedersele abbattere e di essere rilocati altrove. Inizia il percorso solito di queste diatribe, dalle corti piu` basse a quelle piu` alte, finche` del caso non viene investita la Corte Suprema degli Stati Uniti. Nodo del dilemma: l'esproprio della proprieta` privata al fine di costruire un'opera pubblica puo` essere esteso allo scopo di favorire un consorzio di privatissimi palazzinari?
Nella sentenza Kelo vs. City of New London la Corte Suprema risponde affermativamente. Lo sviluppo commerciale di un'area puo` essere identificato come interesse pubblico non meno della costruzione di una diga o di una ferrovia. La citta` ha tutto il diritto di procedere all'esproprio e alla rivendita del terreno interessato.
Insomma, il popolo dei proprietari non e` poi tutto uguale. Alcuni proprietari sono piu` proprietari di altri.
Quello che l'America perde con Kelo vs. New London e` che non sara` piu` possibile fare quei film dove la vecchietta che non vuole vendere la sua catapecchia, che ostruisce il disegno di qualche speculatore, viene minacciata in tutte le maniere da dei malavitosi prezzolati finche` non arrivano i nostri a salvare lei e a punire gli avidi palazzinari. Lo speculatore non dovra` far altro che farsi fare una delibera dalla citta` e, invece che i malavitosi, saranno i poliziotti a far sgomberare la vecchia e i suoi gatti. www.ulivoselvatico.org
giugno 26 2005
Le primarie promosse a pieno titolo come uno degli strumenti della politica
Dopo tanti *si, sono d’accordo, sarebbe bello, ma non c’è più tempo*, dopo tanti pronunciamenti a favore nelle dichiarazioni pubbliche, puntualmente seguiti da un patto di ferro per fermare tutto tra le segreterie dei partiti, ora - sembra - si fa sul....
Dopo le molte amarezze riservate in questo ultimo periodo a chi come noi, con passione e dedizione totali, ha sostenuto il progetto dell’Ulivo, finalmente una buona notizia: ad ottobre L’Unione andrà ad elezioni primarie per scegliere il candidato premier e con lui, si spera, il programma.
Le primarie, quindi, sono promosse a pieno titolo come uno degli strumenti della politica. Dopo tanti “si, sono d’accordo, sarebbe bello, ma non c’è più tempo”, dopo tanti pronunciamenti a favore nelle dichiarazioni pubbliche, puntualmente seguiti da un patto di ferro per fermare tutto tra le segreterie dei partiti, questa volta si fa sul serio.
Già la Puglia ha rappresentato un momento significativo, che ha fatto lievitare la figura di Ventola fino alla vittoria (e se le avesse fatte anche Sarfatti?), ma adesso si va alla partita più importante, quella che prepara lo scontro con la destra.
Si imbocca, a mio parere, una strada che segnerà e cambierà il modo di fare la politica.
Questo aspetto mi pare assolutamente sottovalutato, ma noi andremo ad una campagna elettorale interna alla coalizione, ed impareremo a dividerci in quel momento per poi trovarci, il giorno dopo, più uniti e forti di prima, a proseguire la battaglia.
Sembra facile, ma è una esperienza alla quale non siamo abituati e che, mi auguro, ci farà scoprire (o riscoprire?) il gusto del dibattito politico, della differenziazione sui programmi, dello scontro sui grandi temi.
Solo che, e qui è la novità, questa volta tutto questo non sarà per dividersi (arte nella quale primeggiamo) ma per trovare un terreno di unità più avanzato.
Sarà difficile, dopo una esperienza così, credere di poter spiegare ai cittadini che si è scherzato e che si torna, da lì in poi, alle candidature scelte alla vecchia maniera, con discussioni infinite tra segretari di partito, ridde di nomi, giornalisti che ci marciano……
Oddio, dopo la vicenda di Uniti nell’Ulivo che si è presentata come lista nelle condizioni più sfavorevoli (elezioni europee) continuando con le regionali dove ottiene un buon risultato, e poi sceglie di non presentarsi alle politiche; dopo questa follia, dicevo, non metto più la mano sul fuoco neanche per il mio cognome.
Però mi pare davvero difficile che si possa tornare indietro sul terreno della partecipazione.
Ed allora, oggi più che mai, Primarie a Milano.
Da anni, come Cittadini per l’Ulivo, stiamo sostenendo questo obbiettivo e siamo felici, oggi, di trovare tanti nuovi compagni di strada: ricordo Rifondazione inflessibile nel dire no alle primarie quando le proponemmo per le elezioni provinciali, fornendo l’alibi a D.s. e Margherita (che non vedevano l’ora) per dirci, con una pacca sulla spalla: ragazzi, noi le vorremmo anche, queste benedette primarie, ma significherebbe rompere subito con Rifondazone!
Fa piacere vedere che questa proposta, da allora, ne ha fatta di strada, e sono in molti ad aver cambiato idea.
Si, perché, solo pochi mesi fa, non sono bastate personalità come il prof. Pasquino o Gad Lerner riunite un sabato mattina per costituire il Comitato per le Primarie, perché si potesse vedere neppure una riga su nessuno di quei giornali che oggi scoprono “il partito delle primarie” (nel quale, ovviamente, non veniamo neppure citati) ma, soprattutto, per avere in sala almeno un rappresentante (dico uno) dei partiti.
Quindi dobbiamo dire, con grande soddisfazione, che questo obbiettivo è riuscito a farsi strada anche senza Repubblica e il Corriere, girando tra la gente e trovando sostenitori sempre più numerosi.
Primarie a Milano, quindi, con regole semplici e chiare (esiste una proposta di regolamento del Comitato Nazionale presieduto Dal prof. Pasquino e del quale mi onoro di far parte) ma, soprattutto, con la consapevolezza che non si parte da zero.
Sta nascendo, in questi giorni, un coordinamento delle associazioni milanesi nel quale intendiamo portare il nostro entusiasmo e le nostre idee nella speranza che, forse per la prima volta, si riesca a superare protagonismi e vecchi metodi di divisione.
Ma c’è un ultimo elemento che, volenti oppure no, si introdurrà nel dibattito politico, e vi assicuro che, a proposito di quello, torneranno fuori tutte le differenze: mi riferisco alle primarie di collegio, quelle per la scelta dei candidati alla camera ed al senato.
A me sembrano sacrosante.
Una cosa, comunque, è certa: le primarie sono uno strumento, un metodo di lavoro che si può scegliere o, a seconda dei casi, accantonare.
Quello che non si potrà più fare, è sostenere che non esistono, che non siamo pronti, che sono una americanata……
Stefano Facchi - Milano, Responsabile provinciale dei Cittadini per l’Ulivo
Promuovere al proporzionale una lista degli ulivisti
Da 10 anni l'Ulivo è una realtà del panorama politico di questo Paese, e ha rappresentato per molti italiani un punto di riferimento innovativo e credibile e un'alternativa seria al berlusconismo......
Da 10 anni l'Ulivo è una realtà del panorama politico di questo Paese, e ha rappresentato per molti italiani un punto di riferimento innovativo e credibile e un'alternativa seria al berlusconismo.
Quando parliamo di Ulivo non intendiamo solo 'l'insieme delle forze politiche riformiste del centrosinistra', ma anche un tentativo di rinnovamento della politica e di collaborazione tra le diverse culture riformiste, in cui si possano 'rimescolare' le appartenenze consolidate.
L'Ulivo è stato infatti anche un'occasione per consentire che '15 anni dopo la caduta del muro di Berlino' il centrosinistra fosse formato non solo dai tutori delle appartenenze tradizionali o dagli 'eredi' di formazioni politiche preesistenti, ma anche e soprattutto da coloro che volevano fare politica in modo nuovo, riconoscendosi nel centrosinistra di un sistema bipolare solo a partire da valori e da programmi, e non da ideologie del passato.
Sotto questo aspetto, le vicende di questi ultimi giorni rischiano di portarci, alle elezioni politiche del 2006, ad una situazione in cui l'Ulivo non sarà presente sulla scheda elettorale, ma saranno presenti solo i simboli - divisi tra loro - delle forze politiche tradizionali. Chi come noi in questi 10 anni ha creduto profondamente nell'Ulivo e nel suo progetto non può rassegnarsi a questo, e intende battersi perchè le cose vadano diversamente. Tutti coloro (migliaia e migliaia di persone) che si riconoscono nell'Ulivo rischiano a questo punto di trovarsi dopo le prossime elezioni senza una rappresentanza parlamentare coerentemente ulivista, ed è giusto cercare di scongiurare questo rischio.
Noi pensiamo che 'se davvero la lista Uniti nell'Ulivo non dovesse presentarsi, e non dovesse essere presente nemmeno una lista direttamente promossa da Romano Prodi' gli ulivisti di tutta Italia non debbano accettare l'assenza totale dell'Ulivo dalla scena elettorale, e debbano perciò PROMUOVERE UNA LISTA DEGLI ULIVISTI - che potrebbe chiamarsi LISTA PER L' ULIVO o in qualche modo simile - che si presenti alle elezioni nella quota proporzionale (ovviamente alleata per quanto riguarda il maggioritario con le altre forze dell'Unione).
Le elezioni regionali del 3 e 4 aprile hanno dimostrato l'esistenza di un elettorato d'opinione che si riconosce nel centrosinistra nel suo insieme, ma non nei singoli partiti che tradizionalmente lo rappresentano.
In 4 Regioni, ad esempio (Veneto, Piemonte, Lazio, Liguria), questa tendenza è stata evidenziata dal successo ottenuto dalle cosiddette 'liste del Presidente', le liste unitarie e indipendenti che appoggiavano direttamente i candidati presidenti del centrosinistra: formate da persone poco conosciute, senza grandi mezzi e senza praticamente campagna elettorale, hanno ottenuto percentuali significative, perchè molti elettori di centrosinistra ormai non si riconoscono più nei partiti tradizionali.
Per queste ragioni, invitiamo tutti gli interessati a collaborare con noi nella promozione di questa LISTA, che è aperta a tutti coloro che si riconoscono nell'Ulivo.
Comitato promotore della LISTA PER L' ULIVO
per adesioni: 347/2308550 oppure europaduemilaquattro@hotmail.com
Rifondazione Ulivista (di Deo Fogliazza da La Cronaca)
Per la vittoria dell’Unione, per un governo capace e duraturo. - Ulivisti impegnati su un doppio fronte: primarie di collegio per l’Unione nel maggioritario, lista Rifondazione Ulivista nel proporzionale – Parliamo al cuore del popolo dell'Ulivo
Rifondazione Ulivista
Per la vittoria dell’Unione, per un governo stabile, capace e duraturo. - Ulivisti impegnati su un doppio fronte: primarie di collegio per l’Unione nel maggioritario, lista di “Rifondazione Ulivista” nel proporzionale – L’Ulivo non può sparire: parliamo al cuore ed alla mente del suo popolo.
Dopo il patto di via Margutta la questione dell’Ulivo non può limitarsi al pur importante tema della 'difesa o della riconquista di spazi di agibilità politica all’interno alla Margherita'. Nocciolo del contendere non è solo la sparizione del simbolo dell'Ulivo dalle schede elettorali, ma il rischio concreto di una 'messa in soffitta' definitiva del progetto.
La scomparsa del simbolo dell'Ulivo non é questione tecnica, né solamente tema che riguarda l'ambito degli affetti. L’Ulivo non può non misurarsi anche con l’argomento relativo agli spazi di responsabilità e di potere (e quale progetto politico può permettersene una sottovalutazione?). E senza lista, senza parlamentari, si rischia di rimanere anche senza Ulivo.
Ma l’Ulivo non è solo questo. E’ anche un progetto generale e complessivo di riforma della politica. Anche della politica del centrosinistra, della nostra politica.
A quanto dicono i soliti bene informati, però, l’Ulivo sparirà. Chi ne sa più di noi già lo definisce come un ‘guscio vuoto’. Al suo posto una lapide dirà 'Avrebbe potuto, ma....'. Fatico a metabolizzare una simile immagine. E mi rincuora pensare che non è la prima volta che capita, e non è la prima volta che, poi, l’Ulivo ritorna, più bello e più forte che pria ….
Noi ulivisti abbiamo seguito con simpatia ed abbiamo condiviso lo sforzo di equilibrio espresso dal gruppo dirigente diessino in queste settimane. Fassino, al quale va riconosciuta una grande capacità e lucidità nel condurre in porto l'accordo, ci ha messo in guardia dal pericolo che abbiamo corso di finire in un burrone. E di fronte ad un simile rischio, solo un matto potrebbe rispondere: quanto mi sarebbe piaciuto caderci dentro!
Ma ora che l'accordo é fatto, ora che la mediazione é raggiunta, é possibile trarne qualche valutazione. Si dice, é prevalsa la saggezza: "prima di tutto pensiamo a vincere". Domando: siamo certi che così si vince davvero? Temo che quell'unità ricucita all’ultimo istante - fatta di un ritorno evidente alle mediazioni partitiche – risulterà essere più zavorra che ali per la coalizione.
Può anche essere che, senza la lista Uniti nell'Ulivo nel proporzionale e con le sole liste di partito, probabilmente qualcuno riesca ad intercettare voti in uscita dal centrodestra.
Ma ormai da dieci anni si sa che esiste una costante (e consistente) fascia di elettori del centrosinistra che vota solo per l’Ulivo: corrisponde alla sostanziosa differenza aritmetica che corre tra i voti dati al solo simbolo dell’Ulivo e la somma dei voti raccolti dai singoli partiti che lo compongono.
Ebbene, questi elettori potrebbero non trovare né progetto né simbolo dell’Ulivo sulla scheda. Se le cose stanno così, sarebbe la prima volta in dieci anni: come reagirà il popolo ulivista che ormai è cresciuto, non bada più alle tessere partitiche, alle differenze ideologiche o di tradizione, ma legge, pensa, parla, opera in un comune sentire riformista ed ulivista? Il famoso ‘Valore aggiunto’ resterà un valore? E soprattutto, resterà aggiunto?
E poi - ammesso e non concesso che si superi questa empasse e si riesca comunque a vincere - quali gruppi parlamentari usciranno dalle urne?
Se si esclude un gruzzolo di candidati 'di fiducia' che ovviamente non potranno essere negati al leader; tolta qualche piccola ‘enclave ulivista’ ridisegnata nei confini dei partiti e frutto della magnanima liberalità dei loro gruppi dirigenti, tutti gli altri parlamentari transiteranno da una selezione esclusivamente partitista.
La cosa varrà, ovviamente, per coloro che entreranno nelle liste di partito (bloccate) nel proporzionale. Ma varrà anche per coloro che si candideranno per l'Unione nel maggioritario, nel malaugurato caso non vengano utilizzate le primarie di collegio e se si preferirà affidare la scelta essenzialmente ad accordi frutto del manuale Cancelli assunti, con ogni probabilità, al termine di estenuanti trattative, effettuate da vertici sempre più ristretti e lontani dai collegi e dai territori.
Questa modalità di selezione, datata ed ormai scaduta agli occhi dell’elettorato, renderà meno facile la possibilità di vittoria dei candidati dell’Unione nei confronti di quelli della destra. E rischierà di consegnarci comunque dei parlamentari più portati a rispondere ai vertici del proprio partito che al leader della coalizione (non parliamo poi del rapporto con gli elettori del collegio ….).
Guardo con preoccupazione agli inevitabili momenti nei quali il futuro governo del centro-sinistra, se ci sarà, sarà chiamato a decisioni dirimenti. Chi deciderà? Quale sarà il tavolo della mediazione? Ed a quel tavolo siederanno soltanto (si fa per dire) i segretari dei partiti della coalizione o più probabilmente dovranno trovar posto anche i rappresentanti di questa o quella corrente? E un tavolo similcomposto, riuscirà ad individuare mediazioni accettabili o non rischierà, invece, di dover sottostare alla drammatica alternativa del 'non decidere' o del 'saltare'?
Come è evidente, trattasi di un film già visto e del quale non auguriamo la seconda visione.
Questo é l’accordo di via Margutta: una mediazione non altissima che probabilmente non aveva alternative, proprio perché è mancata la volontà o la possibilità di portare il confronto fino in fondo e ‘coram populo’. Una mediazione mitigata dal patto tra gentiluomini (ma reggerà?). E che di positivo può vantare l’assunzione delle Primarie come metodo per decidere il candidato Premier.
Per gli ulivisti le primarie per il Premier non sono un dettaglio ininfluente. Per esse gli ulivisti si sono battuti in questi anni, scontrandosi con veti pregiudiziali e bizzarre moratorie. E da qui ad ottobre si batteranno affinché siano vere, cioè aperte, popolari e regolamentate. Lavoreremo nei territori con il nostro proverbiale entusiasmo e con la nostra voglia di costruire affinché Prodi, il suo progetto, il suo programma escano vincenti, ed alla grande.
C’è un pericolo. Che alle Primarie per il Premier si voglia affidare la funzione della 'gardenia nell'occhiello': esalta il fascino del frac, ma dura per una sola notte e può indurre al suicidio. La scelta di rinnovamento va invece portata fino in fondo e vanno assunte come metodo generale anche le Primarie di Collegio nella selezione dei candidati dell’Unione al maggioritario.
In effetti non si capisce per quale strano motivo le Primarie vanno bene per decidere il candidato Premier mentre, al contrario, vengono sconsigliate nella selezione dei candidati nei collegi uninominali alla Camera ed al Senato.
E’ evidente quanto questo obiettivo sia arduo da raggiungere, ma – pure in questo caso - "ci sono battaglie che vanno fatte anche se sappiamo che sono difficili e quasi impossibili". Come si vede, alla fine l’opzione del 'primum vincere' rischia, al contrario, di farci perdere, e comunque renderà ancor più difficile del dovuto l'azione di governo.
La risposta vera, credibile, razionale e ragionevole avrebbe dovuto essere l'Ulivo. L'Ulivo senza Margherita, però, non si può fare. Ebbene, se così è, il ragionamento non va tenuto a metà, va portato fino in fondo.
Se ha un senso la teoria di Francesco Rutelli secondo la quale quante più liste di partito ci sono, più si intercettano i voti in libera uscita provenienti soprattutto dal centro destra, non ci può essere alcun motivo valido e razionale per negare la possibilità e, anzi, la necessità di una lista ulivista nel proporzionale, che si offra come approdo sicuro ed affidabile per centinaia di migliaia di elettori ‘semplicemente ulivisti’. E che sia animata da 'spirito di servizio' nei confronti del progetto dell'Ulivo, che abbia la funzione di tenere aperta la prospettiva ulivista e che si presenti come punto di riferimento affidabile anche per il Premier e per la sua azione di governo.
Una sorta di Rifondazione Ulivista, che non si proponga come ulteriore lista-partito della coalizione (“un gruppetto di fedelissimi che si aggiunga ad altri gruppi nella gara a chi è meno piccolo”), ma che radichi la sua ragion d'essere su due pilastri di assoluta rilevanza: l’evidente, incontestabile convenienza elettorale per l'intera coalizione ed il mantenimento in campo dell'opzione ulivista, nel più complessivo interesse del Paese.
Certo il progetto originario é altra cosa: una grande coalizione unita attorno al suo progetto ed al suo leader, motore riformista di un’alleanza più ampia, l’Unione. Ma quel progetto resta, l’Ulivo non può scomparire, ed è proprio in ragione di ciò che vogliamo costruire una soluzione parziale.
‘Rifondazione Ulivista’ – pur come ripiego - é un'ipotesi praticabile? Si sa, una lista non s'inventa! Le difficoltà sarebbero grandi, gli amici influenti scarsi, anche se nessuno tra di noi è alla ricerca di scontri con i partiti della coalizione, che d’altra parte risulterebbero impari. Nessuno è animato da insensata aggressività nei confronti dei partiti. Ne riconosciamo l’importanza, non ce ne nascondiamo la crisi profonda. E’ anche per sopperire a quella crisi che l’Ulivo è stato in campo in questi dieci anni.
Pur senza la presenza diretta di Romano Prodi - chiamato giustamente ad essere alto punto di equilibrio e di direzione dell’alleanza - resta il fatto che l'esigenza di mettere in gioco una lista ulivista non pare artificiosa. Tutt'altro. Occorre dunque uno sforzo di volontà e di fantasia per soddisfare questa richiesta reale, che non solo proviene dal popolo dell'Ulivo, ma che corrisponde ad una vera esigenza del Paese.
Diciamola così: il sogno c'é, ed anche i sognatori. Ora tutto sta a metterli insieme. E non é cosa da poco. E' fuori di qualsiasi dubbio che la coalizione, così come è stata definita, emana uno scarso appeal ulivista. Ed é altrettanto indubbio che senza quell'appeal l'intera Unione rischia la sconfitta. E l'Italia rischia di rimanere sgovernata, per altri cinque anni, da una destra incapace ed inaffidabile. Insomma, senza l’Ulivo si rischia il disastro. Sarebbe sbagliato non provvedere.
Deo Fogliazza,
Esecutivo nazionale Cittadini per l'Ulivo
Direzione DS Cremona
info@deofogliazza.it
giugno 22 2005
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Documento del Coordinamento nazionale dei Cittadini per l'Ulivo
La Rete dei Cittadini per l’Ulivo prende atto dell’intesa raggiunta da Romano Prodi con i partiti dell’Ulivo e della chiusura di uno scontro negativo all’interno del centrosinistra. Esprime preoccupazione per la battuta d’arresto imposta al progetto......
La Rete dei Cittadini per l’Ulivo prende atto dell’intesa raggiunta da Romano Prodi con i partiti dell’Ulivo e della chiusura di uno scontro negativo all’interno del centrosinistra.
Esprime preoccupazione per la battuta d’arresto imposta al progetto dell’Ulivo con la rinuncia alla lista unitaria, il cui simbolo, allo stato attuale, non verrebbe riproposto al consenso degli italiani.
Si incrina quindi il patto elettorale avviato alle europee e proseguito, tra difficoltà, alle regionali, nelle quali i cittadini hanno condotto l’Ulivo e l’Unione ad un risultato particolarmente positivo.
Con l’intesa raggiunta si riavvia il cammino condiviso dai partiti dell’Ulivo e dell’Unione e si raggiunge l’importante obiettivo di realizzare finalmente le Primarie alle elezioni politiche.
Le Primarie sono una straordinaria occasione di partecipazione dei cittadini.
Con esse si deciderà la leadership dell’Unione ed il progetto politico che intendiamo realizzare.
Al centro delle Primarie dovranno esserci i contenuti del Manifesto di Creta e la scelta strategica dell’Ulivo di cui l’Italia ha bisogno e per cui continueremo a lavorare.
I cittadini ci hanno rafforzato ad ogni scadenza elettorale perché solo Prodi e l’Ulivo possono dare un futuro ed una speranza al nostro Paese.
Per questo chiediamo a Romano Prodi di rimettere decisamente in movimento la Federazione radicandola nel territorio, perché tutte le sue componenti, partiti, eletti e cittadini associati, possano lavorare insieme alla realizzazione paziente dell’Ulivo.
La Rete ha inviato la propria adesione alla Federazione dell’Ulivo.
Pretendiamo che le associazioni interessate vengano da subito coinvolte, pretendiamo che si faccia sul serio quando si parla di Ulivo.
Per questo chiediamo che alla prossima scadenza elettorale venga confermato il simbolo dell’Ulivo, la rinuncia al quale, politicamente negativa, è addirittura elettoralmente autolesionista.
Per questo chiediamo che nelle Assemblee regionali, provinciali e dei comuni capoluogo si costituiscano dove possibile Gruppi unitari dell’Ulivo e, dovunque, forme di coordinamento e portavoce unitari dei gruppi.
Si svolgano quindi Primarie di leadership e di progetto, autoregolamentate ed aperte, per sostenere Prodi e rilanciare l’Ulivo.
Si svolgano anche Primarie di collegio, iniziando da quelli dove l’introduzione di questa innovazione potrebbe portare il candidato alla vittoria proprio grazie al maggiore coinvolgimento degli elettori.
Noi siamo quelli che parlavano di Ulivo, lavoravano per l’Ulivo, quando tutti lo avevano accantonato.
Noi oggi confermiamo tenacemente questo progetto politico.
Abbiamo di fronte a noi un compito difficile che intendiamo svolgere fra i cittadini attraverso un patto d’azione con altre realtà associative ed attraverso una mobilitazione culturale e politica per l’Ulivo.
Siamo consapevoli della stagione politica, nazionale ed internazionale, di difficoltà ed arretramento che va ad aggravare le preoccupazioni per il presente ed il futuro dell’Italia.
L’attacco alla Costituzione repubblicana rende sempre più precario e fragile il nostro Paese.
Il disimpegno del governo italiano nella battaglia per l’Europa aggrava questa fase di incertezza e debolezza della nuova Europa e mette a maggior rischio il quadro economico e politico italiano.
La crisi italiana è diffusa e riguarda tanti cittadini i cui problemi quotidiani stanno diventando sempre più gravi e, in alcuni casi, drammatici.
E’ necessario su questi temi fondamentali mobilitare le nostre associazioni e spingere alla azione i partiti del centrosinistra.
Quindi, in questi prossimi giorni ci attendiamo scelte coerenti ed impegnative sulle primarie, ci attendiamo il rilancio del progetto comune dell’Ulivo, come più volte affermato da tutti durante lo scontro sulla lista unitaria, ci attendiamo dall’Ulivo e dall’Unione una grande mobilitazione per la Costituzione repubblicana, per l’Europa e sui temi della economia italiana.
Il Coordinamento della Rete dei Cittadini per l’Ulivo convoca sin da ora la propria Assemblea nazionale indicativamente entro il mese di settembre e delega al Comitato Esecutivo di fissare data e modalità della stessa in coerenza con le importanti scadenze politiche del centrosinistra e della Rete.
Il Coordinamento della Rete dei Cittadini per l’Ulivo si impegna a collaborare insieme ad altre associazioni e movimenti alla preparazione di un Convegno nazionale sulla cultura politica dell’Ulivo e ad una convention “per l’Ulivo”.
Il Coordinamento nazionale della Rete dei Cittadini per l’Ulivo
Roma, 19 giugno 2005
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giugno 18 2005
Rilancio de L'Unione e Primarie
Siamo in una situazione difficile e seria. Il Paese è in crisi profonda. Il governo è allo sbando. Gli italiani cercano un’alternativa sicura.
Come leader dell’Ulivo e dell’Unione sento su di me un’alta responsabilità: verso la nostra gente che è smarrita e verso il Paese che ha bisogno di una guida forte.
Questa responsabilità richiede a tutti noi, a me per primo, di mettere l’unità avanti a tutto anteponendola, se necessario, a progetti politici in cui ciascuno di noi crede e che ciascuno di noi può legittimamente perseguire.
Per questo sento il dovere di avanzare una proposta che garantisca l’unità della coalizione di centrosinistra e offra agli italiani una speranza per il domani.
È una proposta che voglio sottoporre ai segretari dell’Unione in una riunione che ho convocato per lunedì mattina.
Dopo la decisone della Margherita contraria alla lista unitaria una decisone che non condivido, ma che rispetto e di cui tutti dobbiamo prendere atto si pone il problema di come dare forza alla coalizione e al leader.
La soluzione non può che essere quella delle primarie. I dettagli li definiremo insieme. Ma sin d’ora dobbiamo essere d’accordo, che le primarie ci dovranno essere e che dovranno essere primarie vere, aperte a tutti i nostri elettori.
Le primarie, alle quali io parteciperò con la mia piattaforma politica e programmatica, costituiscono il passaggio indispensabile per garantire, oggi alla coalizione e domani al Governo, compattezza e autorità.
La crisi del Paese impone a tutti noi un atto di generosità. Le ragioni della governabilità vengono prima di quelle dell’appartenenza e dell’identità in una tensione verso l’unità della quale tutti debbono farsi carico. /www.romanoprodi.it/
Scalpelli, il tranfuga che vuole la fine di Prodi
MORTADELLAS / A CURA DI PIERO RICCA
Tocca occuparsi anche di Sergio Scalpelli. A Milano è qualcuno. E nell'epoca dello sdoganamento dei voltagabbana per molti è addirittura un modello, difficilmente imitabile.
Ex comunista (quando il Pci era forte), ex socialista (ai tempi gloriosi di Craxi), un'esperienza radicale, che non guasta, poi naturaliter berlusconiano.
Non gli riuscì, nei giorni della marcia trionfale, la scalata nazionale. E davvero stupisce, visti i tanti signor nessuno premiati al suo posto nel partito azienda. Ma un bel posto da assessore nella giunta del sedicente amministratore di condominio Albertini, considerata la coerenza delle idee, non glielo si poteva negare. E di fatti non gli fu negato. Né a lui né a Tiziana Maiolo, la sua simpatica omologa in gonnella.
Da quel posto trasmigrò poi nel business, a occuparsi di relazioni esterne e istituzionali per Fastweb, la società di telecomunicazioni che poco prima aveva chiuso un accordo - ritenuto dagli analisti maliziosi assai, fin troppo vantaggioso - proprio con il Comune di Milano, per il cablaggio in fibra ottica e relativo sfruttamento commerciale. Questo, in sintesi, il curriculum del personaggio. Ebbi la fortuna di incontrarlo in un dibattito pubblico alla libreria Tikkun, nella primavera del 2001, poche settimane prima del trionfo azzurro alle politiche. Si parlava del suo forte: la cultura. Mi permisi di obiettare che poco aveva a che vedere con la cultura l'ideologia affaristica e il tratto populistico del suo attuale (di allora) leader politico di riferimento.
Citai le critiche della stampa internazionale, Bobbio, Montanelli, la concentrazione dei poteri, il rischio di un bavaglio alla stampa, il disprezzo per il pensiero critico e per il controllo di legalità, le solite cose. Rispose stizzito: "Se lei la pensa così, perché non se ne va in esilio? Lei evidentemente disprezza la maggioranza dei suoi connazionali. Forza Italia è nata per dare una casa politica a chi non voleva subire uan sinistra giustizialista e illiberale. Lo dico seriamente: scelga l’esilio".
Considerata l'autorevolezza della fonte, resistetti alla tentazione di lasciare il Paese. Scalpelli, invece, pochi mesi dopo lasciò la politica attiva, attratto da nuovi stimoli professionali, e relative stock options.
Ecco, costui da tempo è trasmigrato di nuovo nelle file del centrosinistra. Alle regionali, è vero, sosteneva Formigoni, ma questo non vuol dire. E non solo si è accreditato come ulivista moderato, ma si permette pure di fare le bucce alla coalizione, se così si può chiamare, in nome della stella polare di tutti i delusi reduci dal partito Mediaset: l'agognato riformismo.
Proprio ieri, a Milano, lo Scalpelli sedeva in prima fila alla riunione di Libertà e Giustizia, che vedeva come ospite d'onore Francesco Rutelli. Le cronache, a margine dell’evento, gli attribuiscono la seguente dichiarazione: "Il problema non è che Formigoni corteggi Rutelli, il problema è lui, il Professore, io aspetto la sua fine".
Soltanto quattro anni fa, a chi sosteneva tesi condivise da molti dei suoi attuali interlocutori, consigliava l'esilio. Ora, rinsavito, conduce una battaglia dall’interno. Il tempo è galantuomo, si dice. Di sicuro più di certi transfughi. “Il nostro obiettivo è di prendere molti voti in uscita dal centrodestra”, ha affermato Rutelli in quel consesso. Serviranno la causa i berlusconiani che non hanno fatto carriera nella Casa degli uomini liberi? Oserei obiettare che servirebbero di più programmi seri e comportamenti coerenti. Ma forse è un riflesso moralistico.
In attesa di vedere legioni di Scalpelli sulle liste elettorali per il Parlamento, mi chiedo tuttavia se non sia il caso di stabilire almeno uno sbarramento all'ingresso. Che so, una regola di questo tipo: chi ha cambiato più di tre partiti negli ultimi quindici anni, è ben accolto nel Centrosinistra, ma per cinque anni può solo far vita da militante di sezione. Attacchinaggio manifesti, volantinaggio, gestione gazebi nelle piazze. Quei lavori lì, che nessuno vuole più fare. Ci sarà la fila, come adesso?www.centomovimenti.com
Kirkuk, centinaia di arabi desaparecidos
I curdi provano a de-arabizzare la cassaforte petrolifera dell'Iraq, con la complicità Usa. Spariti anche decine di turcomanni. Liberato l'ostaggio australiano
MICHELANGELO COCCO
Quando un anno fa si verificarono i primi casi di sparizioni, si pensò che gli arabi e i turcomanni di Kirkuk svaniti nel nulla fossero vittime dell'industria dei sequestri che colpisce soprattutto i civili iracheni. Poi però sono mancati all'appello decine, centinaia di cittadini della cassaforte petrolifera del nord della Mesopotamia: leader tribali, ex esponenti del partito Baath, mercanti. A quel punto è risultato chiaro che era in atto un piano di de-arabizzazione della città e che una parte di quelle persone potevano considerarsi desaparecidos. 250 chilometri a nord di Baghdad, oltre un milione d'abitanti, a Kirkuk vivono arabi, turcomanni e curdi. Durante il regime di Saddam, il dittatore fece di tutto per diminuire la presenza di questi ultimi. Ora i curdi si stanno vendicando, con gli americani gli starebbero dando una mano. «Detenzioni illegali organizzate dai partiti curdi nell'ambito di un'ampia iniziativa concertata per esercitare l'autorità su Kirkuk in maniera sempre più provocatoria», si legge in un cablogramma di nove pagine inviato dal Dipartimento di stato Usa alla Casa bianca, al Pentagono e all'ambasciata americana a Baghdad e reso noto ieri dal Washington post. Preoccupato perché le sparizioni possono «inasprire le tensioni etniche», il ministero degli esteri teme anche che il piano possa essere stato messo in atto con la complicità dei militari americani. Gli arresti illegali e le sparizioni (denunciati anche casi di tortura) secondo il quotidiano statunitense sono iniziati subito dopo l'invasione americana, ma hanno ricevuto un'accelerazione dopo le elezioni del 28 gennaio scorso e l'entrata in vigore del governo curdo-sciita che attualmente guida il paese sotto tutela americana.
Il piano di arresti e detenzioni illegali, ricostruito dal Washington post sulla base di fonti militari americane, irachene e testimonianze di parenti delle vittime, prevede la partecipazione dei soldati Usa: le milizie del Partito democratico del Kusdistan (Pdk) di Massud Barzani e quelle dell'Unione patriottica del Kurdistan (Upk) di Jalal Talabani catturano i sospetti nel corso di operazioni «anti-terrorismo» condotte dalle milizie curde assieme ai militari statunitensi e li rinchiudono nelle prigioni di Irbil e Suleymaniyah. L'Asayesh - l'agenzia di spionaggio curda che sovrintende a queste operazioni - è strettamente alleata degli Usa e del resto gli stessi militari occupanti hanno ammesso 180 casi di «rapimenti», mentre arabi e turcomanni ne denunciano oltre seicento. L'esercito Usa prova però a lavarsene le mani: abbiamo sì preso arabi e turcomanni assieme ai curdi, ma i trasferimenti segreti nelle carceri sono avvenuti in seguito a ordini partiti dagli iracheni. Il mese scorso gli americani sono venuti in possesso di una lista di arabi e turcomanni «rapiti» e ne hanno chiesto l'immediato rilascio. Il Pdk ha liberato 42 prigionieri, l'Upk nessuno. Che fine hanno fatto centinaia di detenuti? «Quando chiediamo agli americani, ci mandano dalla polizia - si dispera il 24enne Osama Danouk -. Ma quando andiamo dalla polizia ci rimandano dagli americani e così via». Se Kirkuk, con le sue riserve petrolifere di dieci miliardi di barili e i suoi fragili equilibri etnici, si conferma un problema sempre più irrosolvibile dopo l'invasione Usa, nel resto del paese la guerriglia continua a colpire senza sosta. A Khalis, 60 chilometri a nord di Baghdad, un attentatore suicida che indossava una divisa militare si è fatto esplodere presso una mensa dell'esercito, uccidendo 26 persone e ferendone una trentina. Nel sud della capitale un'autobomba è scoppiata al passaggio d'una pattuglia dell'esercito, ammazzando una decina di persone, tra cui alcuni civili.
Sarebbe stata casuale la liberazione di Douglas Wood (nella foto Ap), il 63enne ostaggio australiano tenuto prigioniero da sei settimane. I soldati iracheni impegnati in controlli di routine lo hanno trovato in un appartamento della capitale, legato, sdraiato e avvolto in una coperta. Wood è stato consegnato al team di militari australiani, che Canberra aveva inviato in Iraq per lavorare al suo rilascio. Assicurando che «non è stato pagato alcun riscatto», il premier australiano Howard ha dichiarato che Wood ha «sofferto molto» durante la prigionia. www.ilmanifesto.it/
lettera aperta a prodi di un giovane laureando in scienze della comunicazione
Egr. Prof. Prodi,
parlando ai 40 giovani selezionati dal prof. Mannhaimer, nella trasmissione del 15 giugno di “Porta a Porta”, lei ha sollecitato i ragazzi ad intraprendere studi scientifici, possibilmente di Ingegneria, perché possano costituire la futura forza propulsiva della rinascita economica e produttiva del paese.
Ha lamentato che in proporzione oggi se 20 giovani italiani si iscrivono all'università scegliendo Scienze della Comunicazione, solo un giovane sceglie di iscriversi a Ingegneria. “Pur con tutto il rispetto per Scienze della Comunicazione”, ha dichiarato.
È certamente vero che l'Italia ha bisogno di Ingegneri e di ricercatori nella scienza e nella tecnica, che devono essere incentivati e salvati dalla precarizzazione del lavoro in cui, assieme alla stragrande maggioranza dei giovani italiani, sono precipitati. Ma a mio avviso nel suo riferimento agli studi di Comunicazione dei giovani italiani, non si cela un problema di rispetto e considerazione della materia (che sono certo che Lei non aveva intenzione di manifestare) ma piuttosto un deficit più ampio del centrosinistra e della classe politica tutta, nel comprendere l'importanza dell'informazione e della comunicazione nella crescita culturale e morale del paese.
La manipolazione e la mistificazione sistematica della realtà, operata in special modo attraverso il mezzo televisivo, costituiscono oramai un problema sociale allarmante. Il mondo che Lei, professore, durante la trasmissione ha chiesto ai giovani di visitare in lungo e in largo, lasciando la casa dei genitori per fare stage ed esperienze di lavoro all'estero, è un mondo di cui ogni giorno ci viene data un'immagine distorta e censurata. Non metto in dubbio che molti giovani possano (sbagliando) scegliere Scienze della Comunicazione considerandola una laurea che richiede meno sforzo di altre per essere conseguita. Ma non possiamo escludere che stia montando tra i ragazzi la voglia di capire come difendersi e come andare oltre il velo di Maya che permea le loro vite: una televisione ed un sistema di media che sta loro nascondendo, da quando sono nati, la realtà.
Quei giovani vogliono capire una televisione che contribuisce a mantenere interi continenti nell'oblio delle nostre coscienze, abbandonati a se stessi e dimenticati da tutti; una televisione che evita attivamente di inserire nell'agenda delle priorità dei cittadini i temi che veramente meriterebbero uno sforzo comune per essere affrontati, temendo che tali argomenti facciano a cazzotti con gli spot con cui andrebbero continuamente interrotti; una televisione in cui personaggi, come quello nei cui studi televisivi Lei si è accomodato in questa occasione, operano una sistematica opera di manipolazione dell'informazione e di maligna (si, professore, maligna) commistione di informazione e divertissement, volta a banalizzare ogni cosa e a schivare ad ogni trasmissione i temi e i problemi che mettono in imbarazzo i potenti. Una televisione, infine, che veicola menzogne senza esercitare alcuno spirito critico sulle fonti, anche quando sono in gioco conflitti armati, e le vite di centinaia di migliaia di persone. Ha visto quanti giovani del campione di Mannheimer ponevano il ritiro delle truppe dall'Iraq come una priorità? Lei è il leader del centrosinistra: sa che la maggioranza degli studenti di Scienze della Comunicazione è di orientamento di centrosinistra?
Come lei sa molto meglio di me, tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni ‘80, in cui molti dei giovani a cui Lei faceva riferimento sono nati, ovvero con la fine del monopolio Rai e l'avvento delle televisioni commerciali, il sistema dell'informazione e della comunicazione italiano ha maturato quella che gli studiosi definiscono la “grande anomalia”: un duopolio mediatico unico al mondo che ha costituito l'humus privilegiato per lo sviluppo di ogni forma di manipolazione e per l'annichilimento del concetto di servizio pubblico radiotelevisivo. I giovani che oggi scelgono Scienze della Comunicazione imparano cosa sia il concetto di Pluralismo delle fonti informative e comunicative. Imparano che cosa sia e quali effetti perversi abbia la produzione in serie di prodotti di entertainment che veicolano definizioni della realtà e valori distorti e propedeutici ad un modello di società che Lei, professore, certamente rinnega.
I giovani che hanno scelto di studiare la Comunicazione sono stati e vengono tutt'ora messi a conoscenza della “cassetta degli attrezzi a disposizione del manipolatore”, come l'ha definita qualcuno. Sono cittadini che non costruiranno ponti o non contribuiranno significativamente ad alzare il PIL del nostro paese, ma saranno sempre più refrattari alla manipolazione e le chiederanno, professore, di agire contro di essa.
Non ci può essere, a mio modestissimo avviso, alcun rilancio dell'Italia se la principale “agenzia di socializzazione” dei giovani, quella che li accompagna sin da piccoli, ovvero la televisione, rimarrà nelle condizioni pietose in cui si trova adesso. Un paese che ha una società civile “drogata” non può andare da nessuna parte, anche se coltiva e incentiva gli ingegneri e gli scienziati.
La prego allora professore, di collocare nella Sua agenda i temi della Comunicazione e dell'Informazione in una posizione di primo piano. La prego di voler anche prendere in considerazione, per quanto riguarda la parte del programma di governo che riguarda la Scuola, l'inserimento dello studio del Linguaggio dei Media, in particolare quello audiovisivo, sin dalla più tenera età. Così i bambini l'ingegneria potranno studiarla dopo, quando abbiano prima maturato uno spirito critico da veri cittadini consapevoli.
L'Italia ha bisogno di ragazzi che prima ancora di imparare a far star in piedi un ponte, sappiano tener loro stessi la “schiena dritta”.
Distinti e Speranzosi Saluti, www.megachip.info/
Paolo Jormi Bianchi
“Povera Europa maltrattata”
Elena Paciotti con
Mauro Buonocore
“Una grande delusione”. Bastano queste parole a Elena Paciotti per raccontare quello che ha provato di fronte al doppio rifiuto di Francia e Olanda al trattato costituzionale europeo. Un boccone amarissimo da ingoiare per lei che, parlamentare europeo dal ‘99 al 2004, è una europeista convinta, per lei che ha scritto una parte importante di quel testo quando fece parte della Convenzione per la Carta dei diritti fondamentali, poi diventata la parte centrale del trattato oggi tanto discusso; per lei che ha partecipato ai lavori della seconda Convenzione e quindi ha seguito questo trattato sin dal momento in cui non era che un’idea da realizzare.
“La delusione è grande – ci dice Elena Paciotti – perché so bene che la nascita di una Europa politica è oggi una necessità; credo anche che questa mia convinzione sia così diffusa che vederla svanire è un vera e propria tragedia”. Il dramma sta tutto nel vedere vacillare il progetto europeo colpito dall’uno-due referendario, un doppio schiaffo che rischia di dissolvere l’idea politica dell’Unione, o almeno il tentativo di costruirla, in una chimera impalpabile e distante anni luce dagli interessi, dalla curiosità e dai problemi delle persone comuni.
Ma l’amarezza non basta a capire quello che è successo a Parigi e ad Amsterdam, e per rendersi conto di come mai le minacce “dell’idraulico polacco” abbiano potuto di più di qualsiasi prospettiva politica bisogna affondare lo sguardo là dove l’Unione, politicamente, è stata più debole, carente, addirittura assente. Bisogna guardare cioè alla distanza che corre tra i cittadini e questa Europa vissuta sempre più come una questione da politici di professione, sempre meno come un futuro da mettere in piedi.
Uno dei motivi principali di questa bocciatura referendaria al trattato costituzionale sta proprio lì: c’è un abisso tra le élites politiche e gli elettori, e l’Unione è sempre più vissuta come un problema minaccioso. Perché?
Questa percezione dell’Europa che hanno i cittadini ha giocato un ruolo molto rilevante nei referendum. A mio parere la causa di tutto ciò si può riassumere in una definizione: si è trattato di una cattiva politica. Così si spiega il fatto che si possa costantemente strumentalizzare l’Europa.
L’ha fatto Fabius, che ha accettato i trattati di Maastricht, di Amsterdam e di Nizza, per poi rifiutare questo trattato costituzionale e accusarlo di non contenere sufficienti tutele sociali mentre, invece, ve ne sono assai più di quante ce ne fossero negli accordi che l’hanno preceduto.
L’Europa è stata poi costantemente strumentalizzata dai governi che, da una parte, sono sempre stati chiamati a prendere decisioni sul futuro dell’Unione, dall’altra, nelle questioni politiche nazionali, hanno sempre additato l’Ue come prima responsabile di ogni tipo di problema, come se quanto detto dall’Unione non fosse stato stabilito da loro stessi.
Insomma, il dramma dell’Europa è che manca una politica europeista, pensata e realizzata per l’Europa, che sappia individuarne e promuoverne il ruolo. All’origine di questo vuoto c’è l’inadeguatezza delle classi politiche dirigenti, un’inadeguatezza drammatica in Italia, ma che certo da questo punto di vista non è molto diversa, negli altri paesi europei.
Uno sguardo che non fa ben sperare per l’avvenire…
Noi abbiamo bisogno di un vero progetto dell’Europa sull’avvenire, abbiamo bisogno di disegnare il suo ruolo nel mondo, far valere le ragioni dell’allargamento, parlare delle difficoltà che questo comporta ma allo stesso tempo dobbiamo essere in grado di affermare che è una fatica necessaria per tutelare le generazioni future, per avere un peso reale nella politica internazionale, per garantire nel mondo il nostro modello sociale. E invece di queste cose, abbiamo avuto una cattiva politica che ha strumentalizzato le paure fino a farle prevalere.
A questo punto, guardando al futuro, o ci si lascia andare alla prospettiva di un declino definitivo dell’Europa, oppure è necessario impegnarsi nell’approfondimento dell’integrazione per trovare quella dimensione politica che è mancata. Ha ragione Ulrich Beck: chi sostiene la visione neoliberista di un’Unione che sia solo integrazione economica, insegue una chimera. L’integrazione sociale e politica non sono né dannose né inutili, ma semplicemente necessarie, perché l’Europa non può essere un semplice mercato.
Una politica europeista non esiste, manca e se ne sente la mancanza, ma quando il testo del trattato è stato scritto, non si è pensato di promuoverlo, di parlarne, di colmare l’abisso tra le élites politiche e i cittadini?
Uno sforzo in questa direzione c’ è stato. Ma il fatto è che questa buona volontà si esprime nelle sedi del Consiglio europeo, delle istituzioni unitarie: quando i capi di stato e di governo si riuniscono in sede europea, capiscono benissimo qual è la direzione da prendere. E così sono nate le decisioni importanti come a Colonia, dove si stabilì di scrivere la Carta dei diritti fondamentali, come a Laeken dove si decise di dare una costituzione all’Ue e come a Lisbona dove è nata la strategia sul processo di sviluppo economico. Vede allora che esiste la consapevolezza dell’Europa politica, così come c’è la costante preoccupazione della Commissione europea di avvicinare i cittadini.
Ma non basta la buona volontà delle istituzioni europee, tutto questo deve essere fatto dalle forze politiche di ogni singolo paese. Come sarebbe mai possibile raggiungere milioni di cittadini? È un compito che spetta a delle forze politiche che, all’interno di ogni singola realtà nazionale, pensino con un respiro europeo.
E invece le nostre forze politiche, anche quando astrattamente e teoricamente affrontano questi temi, si lasciano guidare da ragioni contingenti, dalla loro inadeguatezza culturale e politica, e soprattutto dagli interessi politici. Eccoli allora sfruttare paure e sentimenti, cavalcare le preoccupazioni anziché indicare i progetti. E questo è quello che è successo. D’altra parte coloro che sostenevano il “no”, hanno forse disegnato un’altra Europa, alternativa a quella proposta dal trattato? Nel rifiuto si sono sommati, da una parte, i sentimenti nazional-xenofobi dell’estrema destra, la chimera nostalgica di tornare a uno stato che viva nella sua esclusiva dimensione nazionale, dall’altro le accuse a un‘Europa troppo liberista.
Nessuno però ha spiegato che al referendum non si poneva una scelta tra questo trattato costituzionale e un testo migliore, nessuno ha chiarito che l’unica alternativa attuale è il trattato di Nizza che dà all’Europa un’impronta assai più liberista di quanto non faccia il testo sul quale si sta decidendo, che contiene la Carta dei diritti e più solide garanzie dal punto di vista sociale.
Nessuno ha proposto una nuova idea di Europa.
E adesso, dopo i no di Francia e Olanda qual è il futuro del trattato costituzionale?
La situazione è difficile, ma da un punto di vista giuridico non c’è altro da fare che andare avanti. I governi dei paesi membri, sottoscrivendo il trattato e la dichiarazione allegata, si sono impegnati ad avviare i procedimenti di ratifica in modo che siano compiuti entro il 2006; e poi tutti i popoli hanno diritto di esprimersi, non possiamo dire che l’Europa ha parlato, e ha bocciato il trattato costituzionale perché così hanno deciso i cittadini francesi e olandesi. Il procedimento deve andare avanti e potrebbe bloccarsi solo se più di cinque stati membri dicessero no; solo al sesto rifiuto si potrebbero interrompere le ratifiche.
Lei teme un effetto domino? È possibile che sulla scia dei risultati di Francia e Olanda si alzi in tutta Europa un vento contrario al trattato?
È una cosa possibile. Ma bisogna tenere conto del fatto che nei trattati internazionali nessuno è pienamente soddisfatto, tanto meno in una Unione a 25 membri. L’Ue è per definizione unità nella diversità, quindi è impossibile che una costituzione rappresenti esattamente i desideri di tutti. È chiaramente il frutto di un compromesso. La necessità di accettare un testo che, dal proprio individuale punto di vista, non si ritiene perfetto è raggiungibile solo se c’è la consapevolezza di un disegno superiore. Quando gli italiani sono stati chiamati a fare sacrifici per entrare nell’euro, non lo hanno certo fatto per semplice piacere, ma il fine era tale da giustificare la fatica di qualche rinuncia.
Se si riesce a comunicare l’idea di una politica che si fa portatrice di valori alti, che si propone come un progetto concreto, come sforzo per costruire un futuro migliore per le nuove generazioni, allora si comprenderà anche quanto l’Europa sia necessaria, agli europei e al mondo intero. Se si riesce a spiegare che abbiamo bisogno di una nuova democrazia sovranazionale, allora si potrà superare l’impasse.
Ma il problema è che questa politica oggi non c’è, e tra i nostri leader non se ne vede traccia.www.caffeeuropa.it/
compagni ammettiamolo, abbiamo capito il 25,9% di un cazzo
Tocca sparigliare, coglierli di sorpresa, farsi venire qualche idea. Ecco la mia.
Prima ancora che in parlamento si cominci a discutere della revisione della 194, ci si traveste da integralisti cattolici e si raccolgono le firme per abrogare non solo la 194, ma anche la legge sul divorzio. Meglio ancora, per abrogare alcuni punti apparentemente tecnici delle due leggi, tolti i quali però diventi praticamente impossibile abortire o divorziare. La Chiesa, tirata in mezzo, se la gioca e fa propaganda per il sì. Il papa come al solito non parla di politica ("mettete una croce sulla scheda del signore", dice soltanto, citando un mistico del Medioevo boemo). Grave imbarazzo per partiti clericali e atei devoti (tra i loro elettori divorziati e donne che hanno abortito non mancano di certo), che quindi non si sbilanciano troppo. I partiti laici possono abbandonare ogni remora e puntare più o meno apertamente all'astensione (non si mettono in discussione diritti radicati da almeno trent'anni nella coscienza civile degli italiani eccetera eccetera).
Loro, gli italiani, continuano beatamente a fottersene e ad andare al mare. Salta il quorum, trionfa la laicità dello stato.
(Il referendum è un'istituzione morta, tanto vale sfruttare il cadavere per ardite sperimentazioni).www.livejournal.com/users/miic
Basta con le polemiche sterili: costruiamo insieme un governo per l’Italia
Appello del Movimento per l’Ulivo della Provincia di Reggio Emilia - I recenti avvenimenti all’interno del centrosinistra non possono non destare viva preoccupazione in tutti coloro che, pur con diverse sensibilità, hanno a cuore il futuro dell'Ulivo
Carissimi, questo è il documento che è frutto di una riunione animata e produttiva che ha visto numerosi iscritti e simpatizzanti del Movimento dell'Ulivo di Reggio Emilia confrontarsi in uno spirito unitario in un confronto sereno e rispettoso delle differenze. Al termine della riunione i partecipanti hanno prodotto questo documento che desideriamo inviarti Un caro saluto Annalisa Masselli coordinatrice del Movimento per l'Ulivo di Reggio Emilia
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Basta con le polemiche sterili: costruiamo insieme un governo per l’Italia
Appello del Movimento per l’Ulivo della Provincia di Reggio Emilia
I recenti avvenimenti all’interno del centrosinistra non possono non destare viva preoccupazione in tutti coloro che, pur con diverse identità e sensibilità, hanno a cuore il futuro dell’Ulivo in funzione di un rinnovamento politico, economico e morale dell’Italia, che appare ogni giorno più urgente.
La gravità della situazione italiana non è soltanto rimarcata dai sempre più frequenti richiami dell’Unione Europea, ma è confermata dalla progressiva discesa del nostro Paese nelle graduatorie relative sia agli indicatori economici (produttività, crescita economica, esportazioni, disavanzo pubblico), sia agli investimenti per la ricerca, l’istruzione, la valorizzazione del grande patrimonio di cultura e creatività pur così presente in Italia.
Una situazione di tale incertezza e precarietà richiede che un’opzione chiara per l’unità, che nasce dalle cose, sia condivisa, con convinzione e senso di responsabilità, sia dalla base che dai vertici dei partiti e dei movimenti del centrosinistra.
Occorre quindi ribadire che il progetto dell’Ulivo, catalizzatore dell’unità del centrosinistra, non è basato sull’annullamento o la semplice somma delle identità politiche, ma su una sintesi di progetti, visioni, interessi, capace di farsi cultura di governo.
Il centrosinistra ha oggi più che mai bisogno, non di continue schermaglie interne, ma di un programma di governo coerente e condiviso, costruito con pazienza intorno alle priorità ed alle scelte definite da Romano Prodi nella lettera scritta da Creta in occasione del 2 giugno 2005 e proposte ad un libero, trasparente e costruttivo dibattito di tutto lo schieramento.
Crediamo che tutti i responsabili del centrosinistra dovrebbero con coraggio discutere e fare proprie alcune idee guida: un reale cambiamento della struttura produttiva, per adeguarla alle sfide del XXI secolo; un drastico ridimensionamento dell’evasione fiscale, una significativa diminuzione del costo del lavoro ed una sana e ben regolata cultura della concorrenza, per liberare risorse allo sviluppo economico; nuovi investimenti per scuola, università, ricerca, per sviluppare il vasto ed inespresso potenziale umano esistente e dare futuro e speranze ai giovani; una rete di protezione per i più deboli, una semplificazione delle regole della pubblica amministrazione e dei rapporti con i cittadini, per rinnovare il patto di civiltà e cittadinanza fra tutti gli italiani. L’Italia vive un momento grave, un passaggio storico, ed ha un grande bisogno di verità, di soluzioni serie e durature ed insieme giuste e solidali.
Facciamo dunque appello a tutte le personalità ed i partiti che si riconoscono nel centrosinistra e nel progetto dell’Ulivo, affinché incomincino fin da ora a lavorare per offrire all’Italia, con la guida di Romano Prodi, un governo autorevole e credibile. Il centrosinistra ha oggi bisogno di regole condivise e certe, che possono passare anche attraverso un’investitura formale ed ufficiale della leadership di Romano Prodi. Come aderenti al Movimento per l’Ulivo e come cittadini cui sta a cuore il futuro del Paese, facciamo nostro l’invito di Prodi perché, nell’Ulivo e nell’Unione, si lavori e ci si confronti con “senso della responsabilità, spirito unitario e onestà nelle scelte”.
Crediamo che in Italia vi sia ancora un forte e diffuso desiderio di riscatto e chiediamo con forza ai partiti del centrosinistra di misurarsi con le aspettative del proprio elettorato, confermate dalle ultime elezioni regionali, dimostrando soprattutto amore per il proprio Paese e spirito di servizio. Per questo lavoreremo con passione e su questo eserciteremo il nostro spirito di vigilanza e giudicheremo con severità l’operato di tutti.
Reggio Emilia, 16 giugno 2005
giugno 17 2005
Sud
C'era una volta, in un paesino della Sicilia in un'estate cosi', un gruppo
di ragazzi che aveva semplicemente voglia di andarsene a mare a farsi un
bagno. In quel paesino, pero', la cosa era un po' complicata perche' tutta
la costa - bellissima, con gli scogli - era completamente occupata da ville,
stabilimenti, spiagge recintate e chi piu' ne ha piu' ne metta.
Certo, camminando un po' si arrivava a trovare qualche scoglio ancora
libero: ma perche' devi farti due chilometri col sole per farti un bagno,
quando stai in un paese cosi' di mare che la gente viene di lontano per
vederlo? "E poi e' anche contro la legge" disse uno dei ragazzi. "Che cosa?"
fece un altro. "Non possono fare cosi'.
Questo e' terreno dello stato. Non ci si puo' costruire". "Vabbe', la
legge...". "Perche' - fece il terzo - siccome siamo in Sicilia, la legge non
deve valere?".
La legge, effettivamente, da quelle parti non valeva granche'. Pochi anni
prima, in un paese vicino, avevano fatto saltare per aria un ragazzo e poi
gli avevano anche detto "estremista". Comunque i nostri eroi scavalcarono un
recinto ("Non hanno il diritto di mettercelo!") e si fecero il bagno. Un
paio di giorni dopo erano qualcuno in piu'. Una settimana dopo erano una
ventina. Allora occuparono uno dei recinti, ci fu qualche storia con i
guardiani (quelli diciamo cosi' legali, e quelli della particolare legalita'
locale) pero' loro tennero duro.
Siccome erano dei ragazzi educati, stavano attenti a non lasciare nulla per
terra (lattine, carte di sigaretta, roba cosi') quando andavano via e anzi
dopo un po', visto che ci tornavano sempre, decisero di fare una bella
pulizia generale ogni giorno col rastrello. Cosi' quel pezzetto di spiaggia
("spiaggia occupata": l'unica illegale, o legale, secondo i punti di vista,
del paese) divento' uno splendore: neanche a Taormina o a Mondello c'era mai
stata una spiaggia cosi'.
Bene, l'estate dopo i ragazzi - non e' che in Sicilia allora ci fosse piu'
lavoro di ora - ebbero un'idea geniale: fecero una cooperativa (gestione e
pulizia della spiaggia, o qualcosa del genere) e chiesero la concessione al
comune. Tanto si misero a camurria che alla fine gliela dovettero dare.
Insieme per fare una spiaggia, difenderla e tenerla pulita, significa
insieme anche per molte altre cose. Alla fine si accorsero - meglio tardi
che mai - che in fondo stavano facendo pure politica. E che politica! Meglio
che occupare le scuole, perche' qua si costruiva pure qualcosa. Meglio che
fare i volantini generici contro i padroni, perche' qui ai padroni - che
la', vi assicuro, erano gente *molto* incazzosa - gli si toglieva
concretamente un po' di quel che s'erano fregato e lo si ridava alla gente,
e addirittura guadagnandoci pure da vivere grazie al lavoro utile che nel
frattempo si faceva. Alla fine, cosi', fondarono un Gruppo Politico (ma in
realta' l'avevano fondato gia' il primo giorno che avevano scavalcato quel
recinto) e lo chiamarono Gruppo Capaci 88;
Capaci sarebbe il nome del paese e ottantotto l'annata.
Adesso che vi ho detto il nome del paese capirete subito che per "fare
politica" da quelle parti i partiti in realta' erano solamente due: Quelli
Che Comandano (detto anche Cosa Nostra, detto anche Mafia oppure anche,
secondo i tempi, con questo o quel nome di partito) e Quelli Che Non
Vogliono Essere Comandati (con tante etichette, ma sostanzialmente sempre
quelli). Il gioco si fece sempre piu' duro e a un certo punto, fra le altre
cose, gli antimafiosi fecero pure una Rete (che alla fine si perse per
vanita' dei generali: ma questa e' un'altra storia) e a Capaci,
naturalmente, i primi a farla furono i ragazzi nostri.
Impararono, colpo su colpo, un casino di cose; qualche anno dopo, nel '94 -
ma dovete pensare a tutti i calendari fra l'88 e il '94, da quelle parti e
altrove - arrivarono a fare pure una lista per sindaco e... e vinsero, alla
faccia di tutti, per quattro voti!
Capaci cosi' divento' uno dei comuni siciliani amministrati dall'antimafia
(noi li chiamavamo comuni liberati) e, finche' duro', fece un sacco di cose
per il paese. La gente quel periodo se lo ricorda ancora: anche perche',
quando si riperse il comune, resto'
un'opposizione cazzutissima guidata, guarda caso, sempre dai nostri ragazzi
di spiaggia ormai un po' ingrigiti.
"Allora io e i miei compagni di avventura del gruppo 23 maggio eravamo dei
bambini, io avevo solo nove anni ma vedevo in quei ragazzi dei modelli, sono
stati i nostri primi miti!".
Ehi, un momento! Chi cavolo sei tu, ora, e da dove salta fuori st'altro
gruppo?
Ogni anno, quando muore Falcone, i mafiosi festeggiano (non solo loro) ma i
siciliani onesti scendono giu' a ricordarlo con striscioni e bandiere. Cosi'
anche quest'anno, cosi' anche a Capaci. Quelli che dieci anni fa erano dei
bambini, quest'anno si sono organizzati, sono andati casa per casa a farsi
dare da ogni famiglia un lenzuolo, ci hanno scritto le parole di Falcone e
li hanno appesi ai cavalcavia.
Hanno preso dei manifesti scritti a mano e li hanno attaccato dappertutto:
padre Puglisi, Martin Luther King (quello del sogno), Peppino Impastato. E i
volantini: "Un popolo che paga il pizzo e' un popolo senza dignita' " (sono
quelli che fanno incazzare di piu' i mafiosi). Infine hanno fatto una
manifestazione, senza personaggi importanti (che non servono a niente) ma
con tutti i ragazzini del paese, organizzata dal neonato "gruppo 23 maggio"
(ed ecco che cos'era), dalla rete Lilliput (i locali no-global) e
da tutti gli altri antimafiosi.
Figuratevi il sindaco! E' un certo Enzo Longo, scelto direttamente - secondo
me - da Cosa Nostra. "Manifesti abusivi! Stanno imbrattando il paese!".
Manda le guardie e li fa togliere tutti. "Via, via! Che cosa penseranno di
noi gli amiiici di tutto il resto della Sicilia? Leva quel Falcone!". Alla
fine, sui muri sono rimasti solo i manifesti abusivi autorizzati, quelli
cioe' che non parlano di mafia ma solo di supermercati e di politici
perbene.
Vabbe', non e' finita li'. Domenica naturalmente i ragazzi hanno fatto
un'altra manifestazione (con Lumia dell'antimafia, la moglie di Libero
Grassi e i ragazzi dell'Addio Pizzo di Palermo), hanno rimesso in giro foto
e manifesti, hanno raccolto le firme per la geniale campagna "Contro il
pizzo cambia i consumi" (cioe', se sai che un commerciante paga il pizzo,
NON comprare da lui). Insomma, continua. Non avete idea da quanto tempo
continua - una generazione dopo l'altra, le piu' belle generazioni di questo
mondo - e potete avere invece un'idea precisa di quando finira': finira' il
giorno dopo che sara' finita la mafia, fra un anno o fra dieci o quando
sara', fino a quel giorno preciso e non un istante prima.
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La generosità di un leader
Antonio Padellaro
da l'Unità - 17 giugno 2005
Visti i precedenti la prudenza è d’obbligo e l’ottimismo va sparso con cautela ma, in extremis, il disastroso scontro Prodi- Rutelli, l’uno contro l’altro armati, sembra per il momento evitato. Non solo. Dopo i giorni bui della rottura e dei veleni l’Unione può ricominciare a essere una coalizione. Con una strategia comune: battere Berlusconi. Con un leader accettato: Romano Prodi. Con un programma (si spera) condiviso. Insomma, dopo aver corso il rischio gravissimo di una dissoluzione il sollievo di Fassino («si vede la luce») appare comprensibile.
Poiché la politica non contempla miracoli questo risultato è frutto di una mediazione tessuta pazientemente dal segretario ds e da Massimo D’Alema.
Ma il cui successo si deve, principalmente alla generosità politica di Romano Prodi. C’è una frase difficile che spiega il suo stato d’animo: l’unità viene prima dei progetti politici. Ciò che il Professore ha voluto dire può essere spiegato con il doppio sacrificio a cui si è sentito costretto. Rinuncia definitiva alla lista unitaria dell’Ulivo, dopo il rifiuto di Rutelli a farne parte. Rinuncia, non meno sofferta, alla imminente scissione nella Margherita e alla conseguente nascita di una lista Prodi, che i sondaggi più attendibili già accreditavano dell’8-10 per cento. Niente liste uliviste, dunque, niente partiti prodiani ma a questo punto le primarie si dovranno fare per forza. L’assillo di Prodi candidato premier dell’Ulivo, infatti, è sempre stato uno solo: che la legittimazione fosse piena, accettata e sottoscritta da tutto il centrosinistra. In modo da evitare le furbizie di chi oggi fa finta di accettare la sua leadership per poi domani cominciare a indebolirla. Farsi condurre da lui alla vittoria ma poi, una volta a palazzo Chigi, trasformarlo in una sorta di re travicello e metterlo sopra la graticola delle trattative quotidiane su questo o su quello fino a sfinirlo. Prodi, insomma, vuole essere e ha bisogno di essere un premier forte perché solo tenendo saldamente in pugno il timone del Paese potrà affrontare l’emergenza economica e sociale provocata dal peggiore governo che si ricordi (e da uno strano personaggio che ancora ieri dichiarava all’Europa che l’economia sommersa tira che è un piacere e che gli italiani vivono benone).
Le primarie, dunque, come garanzia vincolante per tutti i soci dell’Unione. E che dovranno essere vere, aperte a tutto il popolo del centrosinistra, indette sulla base di una piattaforma politica e programmatica del candidato premier in modo da garantire, oggi alla coalizione e domani al governo il massimo possibile di compattezza e di unità. Questo ha dato e questo ha ricevuto Prodi. E Rutelli? Il leader della Margherita ottiene per sé e per il suo partito la fine della lista ulivista e dunque si riappropria della più completa autonomia elettorale nel senso che tutti i voti della Margherita saranno unicamente quelli raccolti dalla Margherita e quindi non mescolabili nello stesso serbatoio dei Ds, dello Sdi e dei Repubblicani europei. Nello stesso tempo l’ex sindaco di Roma evita una scissione e il pericolo di una emorragia di consensi di portata probabilmente assai superiore alla diaspora prodiana. Questa forma di alleanza-competizione consentirà a Rutelli (rafforzato dal successo dell’astensione al referendum sulla fecondazione) il dispiegamento di una strategia politica ancora non del tutto chiara. Le intenzioni apparenti sono quelle di rafforzare il polo moderato del centrosinistra per intercettare i voti in uscita dalla Casa delle Libertà. Ma c’è chi intravede un disegno più complesso: coagulare intorno alla Margherita, già nella prossima legislatura, tutte le forze centriste. Non solo Casini e Follini ma anche Fini se saprà dare vita a una destra europea, privata del radicalismo degli Storace e degli Alemanno. Un siffatto rassemblement moderato e post democristiano potrebbe diventare il nucleo forte delle future maggioranze di governo, con o senza Prodi. Già nel vertice di lunedì vedremo da quale spirito di coalizione sarà animato Rutelli e quanto sarà disposto a fare per il successo di Prodi. Cominciando dalle primarie che, se autentiche, così come chiede lo stesso Prodi, non saranno tutte rose e fiori. Una gara, del resto, a cui si era già iscritto il leader di Rifondazione Fausto Bertinotti e nella quale, è bene saperlo, non mancheranno altre polemiche e colpi bassi.
Infine, il gruppo dirigente Ds. Senza il quale qualsiasi compromesso tra posizioni (anche personali) di tale radicalità si sarebbe rivelato impossibile. Anche Fassino e D’Alema hanno detto di aver lavorato senza interessi di parte ma per dare un domani agli italiani. Del resto, sarebbe stato veramente imperdonabile se dopo avere ricevuto dagli elettori (appena due mesi fa) lo straordinario successo delle Regionali l’Unione avesse dilapidato un tale patrimonio di speranza e di vittoria. Speriamo bene.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Il 18 luglio Silvio Berlusconi di nuovo sotto processo
REDAZIONE
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi il prossimo 18 luglio sarà di nuovo sotto processo. Quel giorno, infatti, si aprirà al Tribunale di Milano il procedimento d'appello relativo alla vicenda Sme, che vede il premier imputato di corruzione. In primo grado il capo del Governo aveva incassato - la sentenza era stata emessa lo scorso 10 dicembre - una assoluzione e un proscioglimento per prescrizione. In sostanza, i Giudici avevano certificato che Berlusconi ha versato 430.000 dollari all'ex Giudice Renato Squillante con lo scopo di ottenere "l'aggiustamento di una sentenza", ma il leader della Casa delle Libertà aveva evitato la condanna grazie al riconoscimento delle attenuanti generiche, che determinarono la drastica riduzione dei termini di prescrizione.
Ma all'inizio del mese di giugno i pubblici ministeri Ilda Boccassini e Gherardo Colombo hanno presentato un ricorso di 136 pagine contro quel verdetto presso la cancelleria della corte d'appello di Milano.
"In riforma dell'impugnata sentenza - si leggeva nel documento - voglia dichiarare la responsabilità di Berlusconi per tutti i reati contestati e, esclusa la concessione delle attenuanti generiche, condannare il medesimo alla pena che riterrà di giustizia".
Lo scorso 13 maggio anche gli avvocati del leader di Forza Italia avevano depositato un ricorso contro il verdetto, auspicando un nuovo processo che possa determinare una piena assoluzione.
"E' provato che Silvio Berlusconi non si è mai occupato di vicende amministrative e finanziarie del gruppo - avevano scritto i legali del Cavaliere - è provato che il manager Gironi ha concordato e pagato in piena autonomia l'avvocato Cesare Previti senza alcuna compartecipazione e consapevolezza da parte di Silvio Berlusconi".
E' possibile che il processo d'Appello in cui è imputato Berlusconi verrà unificato con il troncone principale del procedimento (l'Appello inizierà domani), nel quale tra le persone sotto accusa c'è anche il parlamentare di Forza Italia Cesare Previti www.centomovimenti.com
RISPETTO PER GLI ELETTORI
GIORGIO BOCCA
da Repubblica - 17 giugno 2005
LO SPIRITO santo ha visitato gli uomini dell´Ulivo o dell´Unione o come si voglia chiamare la coalizione di centrosinistra. È stato raggiunto un accordo per fare le primarie e poi andare assieme alle elezioni politiche. Aveva ragione chi diceva che il centrosinistra potrà vincere queste elezioni solo grazie a Berlusconi e alla sua inesausta capacità di provocazione. Forse a far rinsavire l´opposizione è stata la proposta di Berlusconi al leader della Margherita di passare armi e bagagli nella Casa delle libertà, cioè di suicidarsi politicamente.
Il rispetto per gli elettori
Ci si chiedeva perché c´è voluto tanto tempo per recuperare il comune buon senso secondo cui uniti si vince e divisi si perde ma non stiamo a piangere sul latte versato, sulle isterie dei politici, sulle loro irragionevoli ambizioni e presunzioni personali.
Grazie alla mediazione di Fassino e di altri ragionevoli esponenti dei Ds la pace è fatta e si spera che duri fino al giorno di andare al voto e possibilmente di liberarci della vistosa ma non sempre gradevole compagnia berlusconiana. Come sono andate le cose? Apparentemente nel più semplice dei modi, il professor Romano Prodi ha alzato il telefono e ha chiamato Francesco Rutelli per fargli questa proposta: sono pronto a un sacrificio pur di salvare l´unità, smettiamola di litigare, facciamo queste primarie assieme anche se ci presenteremo con proprie liste nel proporzionale alle elezioni del 2006. Rutelli ha dato il via libera all´accordo che conferma e rafforza la leadership del professore ed evita la scissione nella Margherita. Tutto bene anche se il gioco è stato, come dire, piuttosto pesante. Nessuno mette in dubbio che la mediazione dei Ds sia stata saggia e tempestiva ma non si può dimenticare che la partita si è decisa con la minacciata scissione dei prodiani della Margherita e con la conta delle forze, quel cinquantasette per cento attribuito dai sondaggi a un centrosinistra guidato dalla lista Prodi.
«Io ho sempre avuto fiducia» ha dichiarato Rutelli «che la situazione difficile creatasi si sarebbe risolta. Penso che con Prodi ci vedremo già domani». Al popolo del centrosinistra par di essere uscito più che da un contrasto politico da un incubo. Ma come! Dopo anni di schiacciante predominio della destra, dopo avere assistito impotenti alla sua distruzione dello Stato, al ritorno dei post fascisti al governo, alla presa di possesso delle televisioni della pubblica amministrazione, dello spettacolo, di tutto l´aria sembra cambiata, si vincono le elezioni amministrative, si allontana lo spettro di un regime grigio ma implacabile nella sua capacità di addormentare ogni opposizione, di ridurre tutti e tutto alla mediocrità del consumismo televisivo di massa, si vede in concreto la possibilità di frenare il disastro, di salvare il Paese da una decadenza umiliante, di smentire la maledizione di una Italia sempre pronta a ritornare al passato, al suo nazionalismo retore e ladro, ai suoi localismi egoisti o beceri e voi dei partiti vi rimettete a litigare sul nulla o sul piccolo? Era già con l´acqua alla gola il regime dei moderati che moderati non sono per nulla nel mettere le mani sulla cosa pubblica, sulla costituzione, sui diritti conquistati nelle lotte sociali, sulla sanità, sulla scuola, e la sinistra, l´Italia che non sopporta le moderazioni del privilegio, ricomincia imperterrita a dividersi, a sbagliare, a cedere agli opportunismi come se fosse presa da una ventata autolesionista.
Eccola cadere in tutte le trappole del cavaliere, abbassare la guardia, lasciare che la malavita torni padrona di città e regioni, e perdere il tempo in discussioni inutili. No, non può essere, non può girare sempre storto. Ecco perché la pace che sembra tornata nell´Unione appare miracolosa, un soffio miracoloso dello spirito santo, sfuggito per una volta al cardinal Ruini. Un sentimento di sollievo ha accolto la buona novella. «Credo - dice D´Alema - che Prodi abbia compiuto un gesto di grandissima responsabilità, che abbia indicato nei diversi colloqui la via per uscire dalla crisi che si è aperta dopo le decisioni prese dalla Margherita». L´accordo va bene anche a Bertinotti che dice: «Le turbolenze che si sono registrate nel centrosinistra hanno determinato una situazione di grave disagio nel popolo dell´Unione. Oggi a maggior ragione si sente l´esigenza che l´alternativa a Berlusconi si consolidi nell´unica forma possibile che è quella dell´unione». Tutti contenti e ragionevoli oggi, soprattutto D´Alema: «Noi avevamo delle perplessità sullo svolgimento delle primarie ma siamo convinti che in questo momento ognuno debba fare un passo indietro. Le primarie possono essere il momento per rafforzare la leadership di Prodi ma anche per portare all´attenzione di tutti i cittadini le idee fondamentali per il futuro del Paese». Speriamo che qualcuno sappia esporle in un modo più comprensibile di quanto è accaduto per il recente referendum.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Un plateale ceffone
Smettiamola di preoccuparci così tanto per l'economia: abbiamo un sommerso del 40% , ma vi sembra che la nostra economia non tenga? Ma andiamo...
Quello di ieri di Berlusconi sull'Irap mi pare un plateale ceffone politico in faccia a Luca Di Montezemolo.
Soltanto così riesco a interpretare un dietro-front improvviso che non ha sostanziale riscontro di politica economica.
La Confindustria chiedeva uno sgravio fiscale, già quest'anno, per le aziende industriali esposte alla concorrenza internazionale (meno di 700).
In altri termini, una sorta di svalutazione de facto (via fisco) del nostro cambio stellare, o altrimenti detto (in gergo da economisti) delle ragioni di scambio.
Dopo la batosta alle regionali pareva che questo governo avesse messo, in qualche modo, la testa a posto.
I soldi ci sono: basti pensare allo sperpero di diversi miliardi di euro in termini di mance fiscali sui redditi più alti (il cavallo di battaglia pubblicitario del Cavaliere).
E' stato risposto invece seccamente di no. E all'ultimo minuto, senza possibilità di replica. Perchè?
Perchè l'onnipresente (e onnivotante per il Polo..) lobby dei commercianti (il buon Billè) dopo l'Euro a mille lire oggi vuole anche lei la detassazione? Come premio e beffa del furto ai nostri danni? O per intervento di massa degli artigiani, anche loro poverini esclusi da tanto eccelsi benefici...ma andiamo.
Si è voluta negare questa elementare terapia d'urto a un'Italia industriale che affonda, ritengo, per ragioni politiche e di giochi di potere.
Berlusconi infatti vede Luca di Montezemolo come una sorta di suo pericoloso avversario personale. Insieme a Prodi. Ed è pronto anche a fare patti col diavolo, ovvero con De Benedetti (suo ex-avversario storico) pur di liberarsene.
Non vuole quindi concedere simbolicamente a Luca di Montezemolo una vittoria per cui l'uomo di Maranello si è battuto fin dall'inizio del suo mandato in Confindustria. Cerca di trasformarlo, ad ogni costo, in un perdente. Peccato che.......
Il costo vero, non illusorio o simbolico o pubblicitario, starà in migliaia di aziende esportatrici che, al giugno del 2006, potrebbero essere sull'orlo (o oltre) della bancarotta. Questo però non interessa al Cavaliere. Lui tiene al potere e alla pubblicità. E' il mondo illusorio e simbolico in cui vive e si nutre...un contesto mentale distorto (ripetuto via tv e pubblicitari e sondaggi) che però contagia tanti altri.....
Eccone un esempio, il signor Frankestein, il mostro che ha evocato dentro di noi, che dal 2001 in avanti è tornato a divorarci tutti... mentre lui ne fa le lodi, per lui è l'esempio, l'ancora di salvezza...incredibile.
Questo sarebbe un presidente del Consiglio? Un uomo a cui gli italiani hanno affidato il governo della loro Repubblica?
Davvero: ma andiamo....
A questo punto mi pare ragionevole chiedersi: usque tandem....
Il ceffone se lo prende in piena faccia l'Italia, e il futuro delle nostre imprese.
Da parte di un soggetto profondamente impopolare, come dice l'Economist.
Un uomo di minoranza, ormai.
Non sarebbe meglio, appena possibile, una veloce tornata di elezioni anticipate per togliercelo di torno?
E salvare subito il salvabile, prima della grande moria del 2006?
Perdonatemi, ma da circa tre anni ho un incubo ricorrente...www.caravita.biz
Uscire dall’euro?
È economia da fantascienza
Tito Boeri con
Andrea Borghesi
“Uscire dall’Euro? È una follia, le conseguenze sarebbe disastrose. Siamo in Fantaeconomia” così Tito Boeri, docente di Economia del Lavoro presso l'Università Bocconi di Milano e animatore del sito La voce.info, vede la proposta della Lega di uscire dalla zona Euro e di tornare alla vecchia lira.
Quali sono stati gli effetti principali dell’introduzione dell’euro sulle economie europee e su quella italiana?
Innanzitutto l’euro ha creato più commercio dentro l’Unione, dove si sono sviluppati gli scambi interni, ed una maggiore stabilità di tutta l’economia continentale. Per quanto riguarda l’Italia l’effetto più importante è stato l’abbattimento dei tassi di interesse che ci ha permesso di ridurre considerevolmente il nostro deficit pubblico e di avere un processo di consolidamento e di riduzione del debito. Abbiamo ridotto i tassi che praticavamo sui titoli di Stato di circa 4/4,5 punti di Pil di spesa per interessi. Si tratta di un beneficio molto importante. L’euro ci ha dato poi molta più stabilità riducendo le fluttuazioni del tasso di cambio di fronte a shock internazionali ed interni come lo scandalo Parmalat ed altre crisi finanziarie. È difficile quantificare l’effetto della moneta unica, ma c’è stato ed è stato importante. D’altro canto, uno dei costi che ci sono stati imposti dall’euro è stato quello di non poter più effettuare delle svalutazioni competitive (del valore della moneta, ndr) che l’Italia ha largamente utilizzato durante gli anni Ottanta e i primi anni Novanta per creare maggiore appetibilità dei nostri prodotti all’estero. Ma le svalutazioni competitive erano un vantaggio di breve periodo perché nel lungo periodo si sono rivelate un freno per la nostra economia che non ha stimolato una modificazione della specializzazione produttiva.
Quali altre conseguenze avevano le svalutazioni?
Un aumento dell’inflazione che colpiva soprattutto i più poveri, che non avevano modo di proteggersi dall’aumento dei prezzi, e i percettori di redditi fissi.
Alcuni uomini politici italiani addebitano all’euro la mancata crescita delle economie europee. È vero secondo lei?
No, non credo che abbia avuto conseguenze negative. È vero, invece, che le economie che sono riuscite a cambiare la loro specializzazione produttiva sono riuscite anche ad espandere le esportazioni. Pensiamo al caso della Germania che è molto eloquente a questo proposito. Al cambio, infatti, si chiede soprattutto di dare una certa stabilità e di proteggere dagli shock esterni.
Anche lei pensa, quindi, che quella dell’Euro è una storia di successo come ha detto il presidente della Bce Trichet?
Sì, molti dei paesi che hanno adottato l’euro, sono cresciuti a tassi elevati, come l’Irlanda, la Finlandia, l’Olanda; da un po’ di tempo anche Francia e Germania hanno ripreso a crescere. E poi ci sono paesi fuori dalla moneta unica che spingono per entrare. Ed anche questo è un sintomo del fatto che stare nell’area euro ha una sua utilità.
In Italia, la Lega parla di uscire dall’Euro. È una proposta realizzabbile, secondo lei, e quali conseguenze comporterebbe?
Sarebbe una follia, ma in linea di principio non credo che il Trattato di Maastricht impedisca ad un Paese di uscire dalla moneta unica. Gli effetti sarebbe tantissimi. Innanzitutto, si avrebbe un peggioramento sul debito pubblico a causa dell’abbassamento del rating internazionale (il grado di affidabilità e solvibilità di un Paese stabilito da agenzie internazionali, ndr) e un aggravamento del deficit pubblico per via proprio dell’aumento degli interessi sul debito pubblico. In due anni perderemmo tutto il dividendo ottenuto su questa singola partita grazie all’introduzione dell’euro. Poi avremmo immediatamente un’inflazione più alta, perché la nostra moneta si svaluterebbe nei confronti dell’euro e, vista la nostra grande integrazione in termini di scambi commerciali con i paesi dell’area euro, questo comporterebbe un immediato aumento dei prezzi. Non mi ci faccia nemmeno pensare… per fortuna questa proposta appartiene alla Fantaeconomia.
Quali sono le ricette da mettere in campo in Italia allora per rilanciare un’economia che è in stagnazione, se non in recessione?
C’è un mix di politiche da attuare. Innanzitutto, bisogna fare alcune riforme strutturali, intervenendo sulla liberalizzazione del sistema dei servizi dove esistono mercati protetti e monopolistici, che impongono costi molto alti penalizzando la competitività delle imprese che esportano. Questa è veramente la palla al piede delle nostre esportazioni. Bisogna, poi, ridurre la spesa pubblica riducendo gli sprechi in molti settori, nella pubblica amministrazione e non solo, e rivedere il decentramento fiscale. Inoltre, sono necessari alcuni interventi nei mercati finanziari. È certo, infatti, che la mancata riforma del risparmio non ha aiutato a creare le condizioni perché le nostre imprese potessero modificare la loro specializzazione produttiva investendo in settori nuovi e di punta. Infine, va fatta una riforma degli ammortizzatori sociali che permetta alle persone di cambiare lavoro senza traumi, accompagnando la flessibilità del mercato del lavoro.
Sono tutte riforme a carattere nazionale. Non pensa però che anche all’interno dell’Europa, in particolare di quella a 25, esistano forme di concorrenza sleale tra paesi? Alcuni analisti parlano di un vero e proprio un dumping sociale e fiscale nel continente. Può essere questo un motivo che incoraggia la contrarietà all’Unione che si sta registrando in questi ultimi tempi?
Tutti i paesi della vecchia e della nuova Europa hanno sistemi sociali abbastanza sviluppati con volumi di spesa piuttosto alti, soprattutto in relazione al loro grado di sviluppo. Certo, i redditi mediamente più bassi percepiti nei nuovi dieci paesi possono creare situazioni di vantaggio competitivo nel breve periodo; si tratta però di situazioni piuttosto limitate perché sono paesi commercialmente integrati con flussi di capitali che già prima dell’allargamento si muovevano nelle due direzioni. Per quanto riguarda il dumping fiscale, i paesi dell’allargamento hanno fatto la scelta, comprensibile, di attrarre capitali con un’imposizione più bassa. Su questo c’è una proposta di Monti di cui si parla ormai da tanti anni, e cioè quella di trovare forme di armonizzazione delle tassazioni di capitali; penso che in questo quadro una forma di coordinamento fiscale sarebbe utile. Ma non è l’allargamento ad aver provocato, con le sue conseguenze, il voto negativo in Francia e in Olanda, mi lasci notare, tra l’altro, che i flussi migratori dai nuovi paesi membri sono stati più bassi di quanto avessimo previsto; mi pare che si sia trovato un capro espiatorio, l’Europa, per problemi che sono tutti di carattere interno. Forse un election day europeo sulla Costituzione avrebbe permesso un dibattito più ampio e non avrebbe sovrapposto situazioni nazionali a quella europea.
Edgar Morin parla di un’Europa che va intesa come comunità di destini, come costruzione di un futuro comune. Sono molti coloro che rimproverano all’Unione europea di aver prestato troppa attenzione agli aspetti economici e troppo poca alla realizzazione di una identità culturale europea. Non c’è in questa Europa troppa economia e poca politica?
È indubbio che l’integrazione europea sia andata molto più avanti a livello economico rispetto a quello politico. Bisognerebbe trovare delle sinergie tra queste due diverse dimensioni. Ad esempio, se l’agenda delle riforme strutturali, come quella di Lisbona, delineasse poche e vere priorità (come
la competizione dei mercati, la creazione di agenzie europee su difesa, ricerca, ecc.) e se su questo aspetto ci fosse un vero dibattito pubblico nei singoli paesi, forse si supererebbe la scissione che si registra tra quello che avviene a livello europeo e quello che avviene nei singoli paesi. Se i piani che devono essere elaborati a livello nazionale e poi concordati con Bruxelles, penso ad esempio a quello sull’occupazione, fossero oggetto almeno di discussione in Parlamento e non un affare interno al governo, forse i cittadini e non solo loro capirebbero davvero che cosa è l’Europa e si creerebbe col tempo una coscienza pubblica europea. www.caffeeuropa.it/
Fuori i secondi - di Marco Ferri
Siccome verrebbe voglia di piangere, cominciamo con la vecchia storiella del pugile suonato, che alla fine dell'ultimo round chiede al secondo, all'angolo: "come vado?". Bene, gli risponde quello, se lo ammazzi pareggiamo. E' esattamente il significato dell'intervista rilasciata da John Hunt, presidente della giuria del Festival di Cannes, a pochi giorni dall'inaugurazione.
E' stato chiesto a Hunt che cosa pensa del festival e Hunt ha risposto che esistono molti premi di pubblicità nel mondo, ma che Cannes rappresenta l'unico in grado di dare la migliore prospettiva globale.
La mancanza di una collocazione globale è il motivo per cui la pubblicità italiana non vince mai?, gli è stato chiesto. "Direi di sì: se non si vince a Cannes, vuol dire che non si è globalmente competitivi. Quando questo fenomeno si ripresenta con frequenza, bisogna rendersene conto e chiedersi il perché di questa situazione. Accampare scuse non serve, meglio invece cercare soluzioni", Hunt dixit.
Bene, cioè male. Credevamo di essere a pieno titolo cittadini del villaggio globale e invece siamo semplicemente paesani che vivono la realtà del villaggio come una esperienza globalizzante.
A parte il fatto che non si capisce in quali condizioni la Sipra affronterà gli investitori italiani a Cannes, vista l'attuale situazione Rai, un'altra ombra sulla nostra pubblicità è stata proiettata dal convegno Ipsos di Milano.
Al Terzo Summit Internazionale della Comunicazione, Nando Pagnancelli ha presentato i dati di una ricerca sulla credibilità dei media in Italia. L'indagine fa emergere una scarsa considerazione del campione intervistato circa la qualità dell'informazione prodotta dalla tv, dai giornali, dalla radio e da internet. I picchi di maggior favore sono verso i porgrammi di storia o di divulgazione scientifica.
In realtà la maggior credibilità è accordata alla specializzazione degli argomenti e dei temi. Scarsa attendibilità ai temi economici, la politica all'ultimo posto. Forte è rusultato il peso delle proprietà delle testate e delle emittenti, con la sensazione che sia proprio quel peso a condizionare la credibilità delle testate e la qualità dell'informazione.
Poi Gianni Locatelli ha detto che bisogna limitare la raccolta della pubblicità da parte della tv e Mauro Masi ha detto pure che bisogna fare più trasparenza e quindi controllare meglio la correttezza dei dati Auditel.
Tiriamo le somme? La televisione va per la sua strada, nonostante che tutti dicano che così come è organizzato il nostro sistema televisivo non funzione né per i telespettatori né per gli investitori publicitari. La stampa la radio e internet soffrono, tutti dicono che soffrono, però sembra che a parte dire "poverini come soffrono" non si riesca a fare altro.
Auditel e gli altri istituti di rilevazione continuano a suonare nel saloon, nonostante ci sia in corso la scazzottata tra qualità dei programmi e quantità degli ascolti.
La pubblicità annaspa in strategie piccine, giganteggia nel nanismo dei pensieri, delle idee, delle prospettive di marca. E' così che affrontiamo la competizione globale? Stiamo aspettando che suoni la fine dell'ultimo round?
Marco Ferri www.megachip.info
No Vatican No Taleban
Un referendum mandato a monte per astenzionismo, un gay pride vietato e partecipanti oltragggiati, un concordato che svincola dalle leggi nazionali: la legge è fatta in Europa o in Vaticano?
La genetica, solo uno dei pomi della discordia per la Chiesa Embrioni e referendum non vanno d’accordo. Dopo il No di francesi e olandesi e l’aborto che ne è seguito dell’embrione di Costituzione europea, un altro referendum, stavolta sui veri embrioni, ha cambiato per sempre il volto dell’Europa. Il vincitore del referendum del 12-13 giugno sulla procreazione assistita - promosso in Italia dai Radicali - è stato il Vaticano, che ha ottenuto quel che aveva chiesto: un misero 25,9% di affluenza alle urne che, inferiore al quorum del 50% richiesto, annulla i risultati della consultazione. Milioni di italiani hanno così risposto positivamente all’appello a boicottare le urne della Chiesa che, col cardinale Camillo Ruini, dichiarava: «sulla vita non si vota».
Quando la Chiesa detta legge...
Ma l’influenza del Vaticano non si esaurisce all’altra sponda del Tevere. La Slovacchia sta per firmare un concordato con la Santa Sede che protegge il “libero e illimitato” esercizio della libertà di coscienza basata sugli insegnamenti cattolici. In altre parole, un medico o un assistente sociale cattolico avrà il diritto di non sottostare a leggi slovacche in contrasto con la dottrina della Chiesa.
In Polonia è la comunità omosessuale a fare le spese della diffidenza in un paese che deve gran parte della propria identità al cattolicesimo. Nell’Anno Domini 2005 organizzare un “gay pride” a Varsavia significa sfidare un divieto di manifestazione ad hoc e il linciaccio verbale da parte dei “fondamentalisti eterosessuali”.
L’Europa, quali interessi?
Con l’elezione di Benedetto XVI e la sua campagna contro l’ideologia del “relativismo”, l’Europa torna ad essere area di interesse strategico per la Chiesa. L’obiettivo sempre più dichiarato delle gerarchie vaticane è quello di rimettere in discussione il senso classico della laicità e il processo di secolarizzazione che ha cambiato il volto dell’Europa dagli anni Sessanta a oggi.
Ma un’Europa in cui vivono milioni di musulmani non ha nessun interesse a fomentare una logica identitaria che svilisce il senso autenticamente spirituale della religione e porta dritto al precipizio dello scontro di civiltà.
Al dilagare della strategia del Vaticano che vuole ri-fondare questa Europa senza identità sulla forza dei valori cristiani ci sono due risposte possibili. La prima è quella applicata in Iran, in cui il clero ha la forza di soffocare ogni embrione di progresso o cambiamento politico. La seconda è quella di Israele, in cui – nonostante l’importanza fondamentale della religione – il primato della politica e della democrazia sta per riuscire anche a far sloggiare i coloni dai loro insediamenti di Gaza.
Del resto soprattutto per i gay, gli embrioni, gli scienziati o i malati, è meglio vivere a Tel-Aviv, piuttosto che a Roma o Teheran.
Nicola Dell'Arciprete - Den Haag, Olanda www.cafebabel.com/it/
Oggi non c’è De Gaulle, purtroppo
di FRANCESCO GUI
Chi in questi giorni ha citato il generale De Gaulle, ha avuto ragione da vendere. Nel 1969, fallito un importante referendum, il presidente diede le dimissioni e si ritirò per sempre a Colombay. Da quel momento in poi tirò un’aria nuova, sia in Francia che in Europa. Al vertice europeo dell’Aja, nel dicembre dello stesso anno, ripartiva il convoglio comunitario, con l’obiettivo di trasformarsi in un’Unione, poi realizzata seppur in ritardo.
Al Consiglio europeo di ieri e di oggi non c’è nessun presidente francese dimissionario. E si vede. E si sente.
Sui capi di stato e di governo dei 25 aleggiano miasmi di cose stantie che non vanno né su né giù. Una crisi devastante come quella del trattato-costituzione viene affrontata a colpi di inacidite rivalse sul bilancio comunitario, in cui i puntigli e il senso dell’onore ruotano attorno al mantenimento di impegni finanziari a pro di un’agricoltura assistita, o sui “giusti ristorni” agguantati a suo tempo dalla Lady di Ferro. Con Jacques Chirac presente al tavolo nella solida fissità di un manichino dagli occhi spenti.
Nel quadro desolato, ha buon gioco il governo Blair a farsi avanti come il buon samaritano, da sempre dubbioso della sincerità europeistica dei propri partner, per additare una via d’uscita ragionevole ed efficientistica alle miserie in cui i colleghi si sono cacciati con le mani loro. Tutti suggerimenti di tanto buon senso da dare una rispettabilità persino al premier italiano Berlusconi, ben lieto di mettersi sulla scia del liberal-democratico Tony. Nonché occidentale a tutta prova.
Purtroppo, però, all’Unione europea, erede delle Comunità, ricette del genere non bastano. Possono forse ridimensionare il distacco dalla partnership atlantica provocato dalla tentazione chiracchiana dell’Europa potenza.
Ma all’Unione non servono solo flessibilità, sussidiarietà, magari anche attenzione alle tematiche sociali.
All’Unione è necessario un efficiente governo della macchina, che un affollato Consiglio europeo, o assemblea di esponenti di stati-nazione digradanti dalla grande Germania alla metà dell’isola di Cipro, non sono in grado di assicurare. Un esempio: nei giorni scorsi, la Commissione europea è riuscita a rallentare l’offensiva commerciale della Cina. Bravo M. Mandelson a metterci una toppa.
Eppure che i mercati stessero per aprirsi all’onda gialla era cosa risaputa.
Non sarà per caso che il governo dell’Unione non aveva avuto abbastanza forza per gestire preventivamente un appuntamento così scomodo, nell’interesse generale? Probabilmente è così, e di taconi da mettere sui busi chissà quanti ce ne saranno.
Ciò di cui si avverte l’esigenza è una radicale assunzione di responsabilità, con uomini consunti da mettere rapidamente a riposo; con arrischiati scommettitori, a partire da Fabius, che ha votato “no” per avere più Europa, da far uscire subito allo scoperto; con progetti generali di rilancio della Comunità-Federazione- Europa da tirar fuori quanto prima dal cappello. Insomma, con più governo.
Un compito essenziale è affidato oggi al parlamento dell’Unione, che ha ragion d’essere soltanto in quanto europeo. Paolo Barbi ha fatto bene, su queste colonne, ha notare come gli europarlamentari abbiano già dato segni di reazione.
Adesso l’opinione pubblica e i cittadini che li hanno votati hanno il dovere di sostenerli. L’aria che tira è parecchio di stanca, ma una svolta è necessaria. Nel proprio, brutale interesse. www.europaquotidiano.it
Fiat a testa in giù. Pessimi i dati sulle vendite di maggio
Economia italiana. Ben - 27 per cento di vendite sul mercato europeo. Ma Corso Marconi spera di risalire la china con le nuove autovetture da lanciare
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In Europa, a maggio, la quota di mercato di Fiat, Lancia e Alfa Romeo (5,5% rispetto al 7,3% di maggio 2004) è stata fortemente influenzata dal crollo della domanda in Italia (-27,9 per cento), causato dallo sciopero di un mese dei trasporti dei veicoli su bisarca. E' quindi evidente che ogni raffronto con i mesi precedenti non risulta significativo, tenuto conto dell'importanza, in termini di volumi, del mercato italiano per i marchi della Fiat Auto.
Il Brand Lancia ha comunque fatto registrare un incremento dei volumi di oltre il 10 per cento in Europa (Italia esclusa), grazie al successo della Ypsilon e del monovolume compatto Musa. Le vendite di Fiat e Alfa Romeo sono state influenzate dall'attesa per i nuovi modelli Fiat Croma, futura Punto, Alfa 159 e Brera. La commercializzazione di Fiat Croma è cominciata in Italia nell'ultimo week-end di maggio e ha richiamato oltre 100 mila visitatori. Alfa 159 verrà presentata alla stampa internazionale in questi giorni a Monaco di Baviera e sarà commercializzata a settembre. La futura Punto sarà presentata e commercializzata a settembre, mentre l'Alfa Brera sarà messa in vendita nell'ultima parte dell'anno.
Sul piano commerciale, dicono le fonti Fiat per ammorbidire i dati sulle flessioni delle vendite, è continuato il favore dimostrato dalla clientela europea per i modelli della Fiat Auto, sei dei quali figurano nelle classifiche delle Top Ten più vendute nei rispettivi segmenti di appartenenza: Fiat Panda (al primo posto nel segmento A), Fiat Seicento, Fiat Punto, Fiat Idea, Lancia Musa, Fiat Doblò.
In Francia, si precisa dalla sede dell'azienda torinese, Fiat Auto ha aumentato i volumi del 16,6 per cento e la quota di mercato è salita al 3 per cento (2,8 per cento a maggio del 2004). Le immatricolazioni delle vetture Fiat sono cresciute del 13,7 per cento; Lancia del 153,3 per cento e Alfa Romeo del 2,1 per cento
Questi dati diffusi ufficialmente dalla Fiat non smentiscono le preoccupazioni sullo stato di salute della maggiore industria italiana.www.aprileonline.info
Lettera di Massimo Cellai ai dirigenti della Federazione dell'Ulivo
Cari amici, il centrosinistra italiano sta vivendo uno dei momenti più difficili e contraddittori della sua recente storia. La travolgente vittoria alle regionali è stata seguita da una esplosione di conflittualità nell’Ulivo ......
Rete dei cittadini per l’Ulivo
Al Presidente della Federazione dell’Ulivo
Ai Segretari e Coordinatori politici dei Partiti dell’Ulivo
Cari amici,
il centrosinistra italiano sta vivendo uno dei momenti più difficili e contraddittori della sua recente storia. La travolgente vittoria alle regionali è stata seguita da una esplosione di conflittualità nell’Ulivo che ha rimesso in discussione importanti elementi del percorso effettuato fino ad oggi e quindi la nostra stessa identità politica.
Tra i cittadini cresce l’impressione di un centrosinistra privo di un disegno forte ed unitario, quindi di una coalizione inadeguata, nonostante il largo consenso ricevuto. A queste lacerazioni si sono aggiunte quelle prodotte da un clima referendario spesso immaturo rispetto alla importanza dell’istituto democratico utilizzato ed alla rilevanza delle questioni in campo.
Vi scrivo per chiedervi di riprendere senza indugio il cammino politico interrotto e di rilanciare tempestivamente davanti ai cittadini un grande progetto politico per l’Italia che, attraverso la leadership di Romano Prodi, il sostegno dell’Ulivo ed il programma di governo dell’Unione, si assuma la responsabilità cui siamo chiamati: lavorare insieme per il bene dell’Italia.
I cittadini ci hanno rafforzato ad ogni scadenza elettorale perché solo Prodi e l’Ulivo possono dare un futuro ed una speranza al nostro Paese.
Da parte nostra riprendiamo a lavorare perché i cittadini associati ed i movimenti, cresciuti in questi anni di mobilitazione, possano dare il proprio contributo per il rinnovamento della politica e per la trasformazione ed il rilancio dell’Italia.
Abbiamo contribuito alla convocazione per sabato 18 giugno di un primo seminario tra movimenti ulivisti mentre le nostre associazioni stanno intensificando la diffusione in tutte le città italiane di un manifesto che ribadisce i contenuti che vi ho esposti: con Prodi, per l’Ulivo per il bene dell’Italia.
Nelle nostre iniziative abbiamo sempre puntato a far crescere i valori del dialogo, del confronto, della contaminazione tra culture e sensibilità diverse, le vere novità introdotte dall’Ulivo. Quando ci siamo rivolti a voi, nelle riunioni od in piazza, abbiamo sempre chiesto più Ulivo, più unità.
Lo facciamo di nuovo credendo di rappresentare in questo modo tanti italiani e convinti che ognuno di voi lavorerà responsabilmente in questa comune direzione.
Massimo Cellai
Lucca, 16 giugno 2005
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Massimo Cellai
Coordinatore del Comitato Esecutivo della Rete dei Cittadini per l’Ulivo oppure
info@cittadiniperlulivo.com
giugno 16 2005
In una coalizione di 9 partiti, che difendono la loro identità, ....
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#@°§§¬¬##@@@ !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Ma QUALE identità?
Tra il 1992 ed il 1995 (con code negli anni seguenti) tutti i partiti storici (DC, PCI, PSI, MSI, PRI) sono spariti, volatilizzati.
Ma la vogliamo smettere con questa storia assurda della identità?
Ma quale identità ha la Margherita, nata pochi anni fa dalla unione di altri partiti a loro volta neo-nati? Quella popolare? Quella Ulivista-prodiana? Quella laica? Quella cattolica? Quella bigotta? Quella verde di Realacci? O quella liberale di Dini?
Ma quale identità ha UDEUR? O ne ha una per ogni campanile?
E i DS (che anche Veltroni in un certo momento della vita politica si confuse parlando di PDS....) che identità hanno? Quella degli ulivisti o del correntone?
E Prc, che ora da qualche anno riflette sull'esperienza del comunismo? Quale la sua identità, tra correnti troskiste, movimentiste, comuniste, casarini e company?
Ed i comunisti Italiani che identità hanno? Sono solo coloro che stavano in PRC ma hanno preferito L'Ulivo o hanno una loro identità?
Ed i Verdi, tra ex-soli-che-ridono, ex-arcobaleni ed altro (sparpagliati in tanti altri partiti che hanno anime [identità?] verdi) che identità hanno?
In realtà sono tutti personaggi pirandelliani (9 in cerca d'autore... no .... di poltrone, direbbero i maligni) ma di identità manco l'ombra.
L'unica identità seria, che gli italiani sembrano apprezzare, è quella unitaria, che li porta a dar vita all'Unione, alla Federazione dell'Ulivo (tra alti e bassi) tanto che l'Ulivo in passato ha preso nel maggioritario piu' voti della somma dei partiti che si presentavano nel proporzionale.
Ma per favore, smettiamola di parlare delle identità dei partiti perché è come parlare degli asini che volano.
Non basta affermare di averli visti (tra una allucinazione e l'altra) per dimostrare che esistano.
Ciao,
Francesco www.ulivo.it/forums/read.php?forum_pk=3&topic_id=80851
Sinistra, referendum, e la leggenda dell'elettore massa - di Marco Ferri
La sinistra è somara, la Chiesa ha avuto fortuna, la destra vince grazie al capo del servizio d'ordine: Giuliano Ferrara. Cominciamo con la sinistra somara. E' somara non perché non abbia buona volontà, perché è pigra e semplicemente perché non ha studiato. Si è buttata a capofitto sul referendum, credendo di aver facile vittoria. Lo dicevano i sondaggi. Invece, la sconfitta dice che un plebiscito astensionista ha ratificato una delle peggiori leggi varate dal governo Berlusconi.
L'effetto politico dei risultati delle consultazioni regionali rischia di essere stato azzerato. L'Italia meridionale è tutta del centro sinistra o tutta della Conferenza episcopale italiana? Né l'una né l'altra cosa.
Perché le modificazioni socio-culturali avvenute in questi anni sono un poco più complesse del rapporto tra il Nord e il Sud di Italia, un poco più ricche delle semplificazioni tra metropoli e periferia, un poco più moderne della concezione un poco datata dei diritti civili delle donne, sul modello delle battaglie referendarie, tanto care ai radicali.
Cominciamo da questo ultimo argomento. Di che cosa parliamo, quando parliamo di donne? Se la contraccezione, il divorzio e l'interruzione della gravidanza sono state un diritto sentito come tale da donne di diversa estrazione sociale e anzi, il divieto era ritenuto una sanzione per censo, un sopruso ai danni delle donne meno abbienti, altro ragionamento si deve fare per la fecondazione assistita.
Si tratta di una pratica certamente non di facile riuscita, dispendiosa in termini di tempo, onerosa economicamente. Ecco che lo slogan elettorale "quattro sì per la vita" non ha fatto presa, se non tra un ristretto numero di donne, generalmente delle classi medio-alte, residenti nel centro nord, in grandi centri urbani. Guardate i dettagli del voto e ne avrete la conferma.
Non esiste l'elettorato femminile, esistono tante diverse condizioni economiche e sociali di essere donna nell'Italia del 2005.
Per quanto riguarda il rapporto tra Nord e Sud del paese si paga un deficit di attenzione politica: nel nostro meridione si consumano meno cultura, meno informazione, meno istruzione, meno trasporti, spesso meno democrazia e legalità.
Basti pensare la gran parte di quelle aree non è ancora stata raggiunta dalle fibre ottiche, quindi non accede con la stessa velocità ad Internet. Si vive più della globalità del villaggio che nel villaggio globale. La scelta di un candidato di centro sinistra ha rappresentato non tanto un passo avanti, quanto la speranza di uno, invece che due passi indietro.
E' ripresa l'immigrazione verso il nord, con fenomeni di pendolarismo settimanale. La ricerca sulle cellule è più distante di quanto non sia Napoli da Parma, o Reggio Calabria da Padova. Torno venerdì sera, riparto domenica notte.
Non è detto che votare Niki Vendola significhi prendere posizione sui diritti civili. Non esiste l'elettore del Sud, esistono strati sociali che rispondono alle sollecitazioni relative alle rispettive condizioni economiche. Chi non lo capisce ieri vince e oggi perde.
L'affluenza alle urne è stata bassa, ma relativamente più significativa nei grandi centri urbani del centro nord. Sono i luoghi in circolano più facilmente e rapidamente le informazioni, ci si scambiano segnali più frequentemente, si vengono a conoscere anche i retroscena, i gossip, va di moda sapere quelle che non è stato detto, quello che si sarebbe voluto dire, ma non era il caso di dire, si coniugano meglio i significati e i significanti delle parole.
Ma anche qui i linguaggi si sono frazionati, alle stesse parole non corrispondono gli stessi significati. Quante differenti categorie di giovani vivono in città? Quando diciamo lavoratore, di chi parliamo: dipendente pubblico o privato?
Precario, flessibile, interinale o a progetto? Autonomo, piccolo imprenditore o libero professionista? E gli anziani? E le donne? Si fa presto a chiamarli elettori. L'elettore massa non esiste più. Chi non lo ha capito ha fatto la fortuna degli avversari.
Togliamoci dalla testa il mito consolatorio della mobilitazione delle parrocchie. Gli italiani sono i cattolici meno praticanti del mondo cristiano. D'altra parte la capacità di mobilitazione sul territorio delle formazioni politiche cattoliche è la stessa che si è avuta per le elezioni amministrative, dunque non molto efficacie.
Il fronte astensionista ha semplificato complicando le questioni referendarie, quello che si è capito è stato che tutto era troppo complicato per capirci qualcosa, tanto valeva rimanerne fuori.
Campagna elettorale geniale: chi diceva di non andare a votare era l'unico che diceva qualcosa di comprensibile, di trasversale, di multiculturale, di interclassista.
Lo diceva facendo talmente tanta confusione di piani, di linguaggi da dimostrare che avevano ragione nel proporre di astenersi da questo bailamme di teorie. Io non voto perché non ci si capisce niente: ecco l'oggetto della comunicazione della campagna astensionista. Si dice, e c'è da crederci che al capo del governo sia stato quasi ordinato di non dire una parola: la sua attitudine, quel grande talento nella banalizzazione e nelle facili semplificazioni sarebbero state un danno a questa strategia.
Meglio il capo del servizio d'ordine, Giuliano Ferrara che menando le mani con le sue teorie su un possibile ritorno dell'eugenetica, ha fatto massa critica e ha contribuito alla confusione di un dibattito talmente lontano da tutti, da confermare di starne lontani tutti. E così è stato.
Ora il fatto è che peggio della sconfitta referendaria sarebbe non capire le ragioni della sconfitta. Che non sono legate a questa scadenza. Bensì alla faciloneria con la quale si affrontano le questioni che riguardano il consenso elettorale.
Invece che l'analisi delle classi e l'inchiesta sociale, la sinistra italiana ha creduto nell'elettore-massa e quindi che i sondaggi fossero lo specchio della realtà, che le ricerche d'opinione gli dessero la via, che il marketing fosse capace da solo di fare la linea politica.
A proposito di somari: chi studia sul Bignami, viene bocciato agli esami.
Marco Ferri www.megachip.info
DALLA FED ALL'UCAS
di Enzo Di Nuoscio
L’Ufficio Complicazioni Affari Semplici (UCAS) del centrosinistra, rimasto incredibilmente sbarrato per alcuni mesi, ha riaperto i battenti in grande stile. Dopo che per mesi eravamo rimasti con il fiato sospeso per il timore che il noto Ufficio aprisse nuove succursali nell’anno di vigilia elettorale, puntualmente, come una di quelle inestirpabili malattie genetiche, l’autolesionismo è tornato protagonista. Il baratro di una annunciata vittoria elettorale evidentemente deve aver spaventato più di uno dei nostri dirigenti, che in poche ore, hanno ridato fiato ad un centrodestra che sembrava decotto, hanno introdotto fratture non rimarginabili completamente nell’Unione, hanno indebolito il suo leader. E indebolendo il centrosinistra hanno allontanato una possibile alternativa di governo in un momento in cui la responsabilità nazionale per il disastro dell’economia imporrebbe all’opposizione di prepararsi a governare con rigore e sobrietà. Un bel colpo non c’è che dire. Con il popolo del centrosinistra prima esterrefatto poi sempre più imbestialito, e con gli elettori indecisi provenienti dal centrodestra, che avranno qualche indecisione in meno nel rivoltarlo. Ed è difficile da digerire l’ipotesi che tutto questo pandemonio sia stato creato solo per le differenze di idee all’interno di un partito su come la Federazione avrebbe dovuto presentarsi nella quota proporzionale che elegge soltanto il 25 % dei seggi della Camera. E’ evidente che c’erano altri modi per discutere qual’era il mezzo migliore per rendere elettoralmente più forte l’Unione in questo benedetto 25% di quota proporzionale. Forse nelle prossime settimane ne vedremo ancora delle belle. Altrimenti non resterebbe che osservare malinconicamente che un po’ più di visibilità di qualche leader vale bene l’opposizione. E questa non sarebbe una novità assoluta per il centrosinistra. Di fronte a uno scenario di questo genere non resta, con pazienza fassiniana, che interrogarsi su come ricucire il vestito strappato. A Prodi si può rimproverare tutto, ad esempio di ingaggiare pubblicamente battaglie che sarebbe meglio evitare, ma non di nascondere i suoi intenti. Egli ha imparato sulla propria pelle che l’unità dell’Unione sarà il suo più fedele alleato di governo. Ora questa stessa definitiva chiarezza sugli intenti si deve pretendere da Rutelli & soci. Senza questa condizione il centrosinistra è destinato a restare pericolosamente sulla graticola. Intanto, non resta che prendere atto che quella compattezza dell’Unione, senza la quale ci ritroveremo un nuovo governo Berlusconi l’anno prossimo, non è stata raggiunta mediante le tradizionali vie partitiche. Sarebbe a questo punto saggio chiamare a decidere gli elettori del centrosinistra, certamente molto più uniti dei loro leader, non solo sulla leadership di Prodi, ma anche sulle differenti ipotesi di alleanze elettorali che riguardano i rispettivi partiti, senza fondamentalismi da ultima spiaggia, ma con l’obiettivo di trovare la più efficace soluzione per vincere le elezioni. Potrebbe essere questo il modo migliore per decidere sulle cose importanti senza metterle in discussione una settimana dopo, e forse anche per impedire che il centrosinistra continui a farsi del male./www.libertaeguale.com/
Il Referendum abrogativo è morto
ROCCO DI RELLA
E' stata una partita con le carte truccate e la Chiesa di carte truccate se ne intende, perché ne fabbrica da duemila anni. Mi fermo qui con le invettive contro i preti che, in fin dei conti, non si sono comportati peggio di chi, nelle precedenti tornate referendarie, ha invitato la gente ad astenersi. Non credo, comunque, che abbia vinto Ruini. La legge 40 è talmente stupida ed insensata che verrà in parte cassata dalla Corte Costituzionale ed in parte modificata dagli stessi che in questi giorni hanno furbescamente invitato all'astensione.
Non mi soffermo sulle implicazioni politicistiche di questo referendum; non m'importa niente della Lista Cicoria, delle ripercussioni in An e delle immancabili stupidaggini sparate dal Berlusca dopo la chiusura delle urne.
La questione centrale è una sola: il referendum abrogativo è morto. Se si vuole riportarlo in vita, bisogna abolire il quorum. E' la quinta volta consecutiva che non viene raggiunto il quorum.
Non venitemi a dire che, per cinque volte consecutive, sono stati proposti quesiti complessi, difficili, poco interessanti e chiacchiere varie.
La verità è che le reiterazioni del gioco referendario hanno portato, nel corso degli anni, all'individuazione della strategia più utile a chi comanda: Disinformazione e invito all'astensione.
Questa strategia fu scoperta, quasi per caso, nel 1990, quando, nell'indifferenza generale, non si raggiunse il quorum sui referendum dei movimenti ambientalisti. Non riuscì a bissarla Craxi nel '91 e nel '93 nei referendum elettorali, perché i suoi inviti all'astensione furono eccessivamente sfacciati e sortirono l'effetto contrario. Il quorum fu raggiunto per l'ultima volta nel 1995, in occasione dei referendum sulle Tv; l'informazione, in quella circostanza, fu massiccia e martellante, perché c'era da difendere il monopolio televisivo che il Capo si era conquistato grazie alle sue amicizie con i boss della prima repubblica.
Da allora, la sistematica disinformazione sui quesiti e gli inviti all'astensione (molto meno irritanti di quelli di Craxi) hanno centrato regolarmente il bersaglio del mancato raggiungimento del quorum. Dal 1997 il copione è sempre lo stesso ed è, purtroppo, vincente.
Sugli appelli all'astensione, è bene non essere ipocriti: li hanno lanciati da tutte le parti nell'ultimo decennio. Bertinotti e D'Alema, per esempio, hanno fatto fallire il referendum sull'abolizione della quota proporzionale nel 1999 e non hanno il diritto di pontificare sulla slealtà dell'astensionismo.
Oggi abbiamo il primo lascito della cosiddetta seconda repubblica (nata nel 1994): la morte ed il seppellimento del referendum abrogativo, sacrificato sull'altare della furbizia, del più cinico opportunismo, dell'indifferenza, dell'ignavia, dell'astensionismo, della disinformazione, della slealtà e del qualunquismo più utile a chi comanda.
Andare orgogliosi del trionfo del menefreghismo è semplicemente demenziale.www.centomovimenti.com/
´alleanza lega-naziskin
RENZO GUOLO
da Repubblica - 16 giugno 2005
Le parallele mobilitazioni xenofobe della estrema destra di matrice neofascista e neonazista e quelle della Lega a Varese, rivelano quello che molti, in diversi schieramenti e tempi, hanno per calcolo politico fatto a lungo finta di non vedere: la natura di movimento di estrema destra postindustriale del Carroccio.
L´alleanza fra la Lega e i naziskin
I movimenti riconducibili a questa famiglia, emersa con forza negli anni Ottanta e che in Europa ha accomunato gruppi diversi come il Front National di Le Pen, la Fpoe di Haider, i Republikaner tedeschi, il National Front inglese, l´ex-Vlaams Block fiammingo, l´Udc svizzero di Blocher, il partito della Kjaersgaard in Danimarca, la lista Fortuyn in Olanda, non sono riconducibili alla destra fascista. Si tratta piuttosto di movimenti originati dai moderni conflitti postindustriali. Conflitti che hanno come oggetto valori più che interessi materiali. Quei movimenti sono infatti il prodotto politico delle trasformazioni sociali che hanno investito le società europee dopo la recente, intensa, fase di globalizzazione e la caduta del Muro. Fase che ha visto circolare non solo merci ma persone portatrici di specifiche identità. E ha obbligato individui di diverse culture alla condivisione di un medesimo spazio sociale un tempo relativamente omogeneo. Processo che ha innescato conflitti a loro volta alimentati da attori non tradizionali che agiscono come imprenditori politici della xenofobia.
I movimenti di estrema destra postindustriale reinterpretano il tema dei valori in chiave localistica e identitaria, cercando di dare risposte gordiane al clima di "sicurezza insicura" che caratterizza la nostra epoca. A partire dalla strenua difesa di una supposta comunità naturale di popolo locale ritenuta oggi minacciata dallo straniero, simbolo e capro espiatorio, dell´aborrita globalizzazione. Alla xenofobia militante quei movimenti uniscono: l´appello alla legge e ordine fatto valere innanzitutto nei confronti degli stranieri; un populismo, che oltre a invocare un´indistinta "giustizia del popolo" come metro supremo, è insofferente alle regole, agli istituti di garanzia, agli organi di rappresentanza democratici; il richiamo a tradizioni religiose reinventate; uno sguardo sull´economia che oscilla tra l´apologia di un mercato senza regole, ma protetto dalla concorrenza esterna, e una sorta di "sciovinismo del benessere" comunitario scevro da ogni forma solidaristica.
Naturalmente, come hanno dimostrato i preziosi studi di Ilvo Diamanti, la Lega non è solo questo. Da qui la difficoltà, per molti commentatori, nel definirla. Un´afasia che riproduce però l´ambiguo mito politico del Carroccio, partito che rifiuta di autocollocarsi idealmente sull´asse sinistra-destra e continua a definirsi antifascista. Un silenzio che riguarda talvolta anche alcuni partiti. L´essere stata ariete e massa di manovra per diverse formule ha incrementato l´utilità politica marginale della Lega e, insieme, l´idiosincrasia di alleati, presenti e passati, tattici e strategici, a definirla in maniera tale da pregiudicare un qualche possibile rapporto futuro.
Quel che è certo, e se ne sono accorte anche le istituzioni europee, è che negli anni Novanta la xenofobia è diventata una delle principali issue della subcultura "verde". Anche perché , dopo lo sfaldamento di parte del suo originario blocco sociale, quello degli imprenditori smottato verso lidi azzurri, l´elettorato del Carroccio è sempre più simile a quello delle altre formazioni di destra postindustriale europea. Anziani, giovani poco istruiti , lavoratori autonomi deboli e operai non qualificati, ceti a rischio di declino economico o socialmente marginali, ne sono il nerbo. Soggetti più esposti di altri, nel territorio, alle contraddizioni della società multietnica e alle semplificatorie rappresentazioni del mondo leghiste .
Il tam tam xenofobo, che i media padani diffondono incessantemente, costituisce sempre più un formidabile collante per un partito di "lotta e di governo" privo ormai di obiettivi realmente praticabili. La lotta allo straniero, mascherata dal doveroso contrasto alla clandestinità, permette di tenere mobilitato il vasto "partito della paura" che alligna a Nord. Una santabarbara di ansia sociale che, come a Varese, non attende che una tragica scintilla criminogena per esplodere. Nessuna meraviglia, anche se il fatto non è meno inquietante, che venga sfruttata da un partito della natura della Lega.
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Ds Milano - Rassegna stampa
TV pubblica spagnola, un modello tra sogno e realtà
Mentre in Italia i politici si sporcano le cravatte con la vorace spartizione delle stanze del potere televisivo pubblico, nella Spagna di Zapatero vengono portate avanti riforme che nei contenuti e nei metodi fanno impallidire i nostri tristi governanti. Al di là dei Pirenei il Consiglio per la riforma dei mezzi di comunicazione già da qualche mese ha proposto al governo un nuovo modello di radiotelevisione pubblica completamente indipendente dal potere politico.
Prima delle elezioni Zapatero aveva affidato a un comitato di cinque saggi, composto da intellettuali di spicco della cultura spagnola, lo studio di un programma per rinnovare il sistema radiotelevisivo. E una volta eletto ha dato prova della sua volontà di realizzare un vero servizio pubblico, costruito secondo “ una serie di indicatori quantitativi e qualitativi per il controllo rigoroso del suo adempimento”, “con particolare attenzione all'informazione, cultura e educazione…all'accesso dei gruppi sociali significativi”, per “un aumento della produzione cinematografica spagnola e della produzione indipendente audiovisiva e di fiction” .
Previsto anche un modello di finanziamento misto e responsabile che permetta al sistema di liberarsi dalla pubblicità e dalle logiche commerciali che hanno portato alla telebasura (telespazzatura), relegata oggi alle seconde serate in favore di cultura, arte e informazione.
A quanti ritengono che un servizio pubblico di qualità e pluralista sia un'utopia per poveri illusi, Megachip propone il caso spagnolo e pubblica il documento originale del Consiglio per la riforma dei mezzi di comunicazione e la sua traduzione in italiano.
Sconsigliata, per evitare sbalzi d'umore, una lettura comparativa con la Legge Gasparri.
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Berlusconi corteggia Rutelli. La guerra dello spumante infiamma la Margherita
Dopo referendum. ''Francesco venga da questa parte'' è il messaggio del presidente del Consiglio. Quanto basta perché torni l'ombra della scissione nel partito che fu di Prodi
La Rue
E nella tremenda querelle fra Francesco Rutelli e Romano Prodi si infilò Silvio Berlusconi. Mossa da funambolo, quella del premier, abbastanza insidiosa per il capo della Margherita, peraltro da giorni e giorni sottoposto al micidiale tam tam che lo descrive in viaggio verso un futuribile Grande Centro, se non addirittura in procinto di passare armi e bagagli dall'altra parte.
"Francesco venga da questa parte", suona in sintesi il messaggio della sirena-Berlusconi. "Sciocchezze", taglia corto il portavoce di Rutelli, Michele Anzaldi, tradendo un certo qual disprezzo per la sortita del capo del governo (un portavoce che replica al premier!). Ma tant'è, Berlusconi ha colpito e ha lasciato il livido. Già, perché il presidente del Consiglio non può non sapere che dentro la Margherita c'è Arturo Parisi (l'ombra di Prodi) pronto a cogliere la palla al balzo: vedete, Rutelli per la destra ormai è appetibile. Di qui all'accusa terribile di intelligenza col nemico poco ci manca. Siamo a un passo dalla denuncia di un tradimento, con tanto di "guerra dello spumante" con il quale Rutelli avrebbe brindato alla vittoria referendaria degli astensionisti, rinfacciato dal leader dei prodiani al presidente della Margherita. E dopo l'incontro Rutelli-Tabacci, il faccia a faccia con Fedele Confalonieri, soprattutto la discesa in campo a favore dell'astensionismo predicato da Ruini, ora il richiamo della foresta di Berlusconi rischia davvero di consegnare l'immagine di Rutelli come quella di uno pronto a consegnarsi al nemico.
Una grana in più, che arroventa ulteriormente il clima. In attesa di capire quali saranno le scelte della Quercia (mollerà la Margherita? Sceglierà Prodi? O riuscirà a condurre in porto un'estenuante mediazione?), la situazione nella Margherita segna il passo. Domattina si riunirà l'ufficio di presidenza ma quello che dovrebbe andare in scena è un copione già visto: Rutelli, Franceschini, Marini, De Mita, che tengono il punto e non intendono minimamente rimettere in discussione la scelta dell'Assemblea federale di dire no al listone dell'Ulivo nella quota proporzionale. E dall'altra parte Parisi e Bordon che tenteranno di capire se la Direzione fissata per lunedì 20 potrà in qualche misura riaprire la discussione su questo punto. La situazione appare bloccata, cosa che - fra l'altro - determina una specie di congelamento della querelle del gruppo dei senatori (che si riunirà domani sera) che dovrebbe concludersi con un nulla di fatto e con Bordon in sella.
Ma, anche se Parisi nega di aver mai pronunciato la parola "scissione", in realtà da giorni nella Margherita non si parla d'altro. www.aprileonline.info/
Prodi a Porta a Porta: Anche un altro leader, con lo stesso disegno politico (da www.repubblica.it)
Il Professore non esclude la nascita di una sua lista personale - *Devo poter governare, non solo regnare, sennò è un inganno* «Con il simbolo di Romano centrosinistra al 57%» (da www.corriere.it)
Il Professore non esclude la nascita di una sua lista personale e sulla corsa a palazzo Chigi spiega: "Non sono indispensabile" Prodi: "Anche un altro leader con lo stesso disegno politico" - "Devo poter governare, non solo regnare, sennò è un inganno"
Romano Prodi è disposto a sostenere un'altra leadership del centrosinistra purché con lo stesso disegno politico, in quanto non si ritiene indispensabile, ma coerente. Una sua candidatura a palazzo Chigi nel 2006 non potrà quindi prescindere dall'unità delle forze riformiste, obiettivo irrinunciabile che potrebbe passare anche attraverso la nascita di una lista personale e una scissione interna alla Margherita.
Sono questi i punti principali affermati dal Professore nel corso della registrazione di "Porta Porta" in onda questa sera. "E' in discussione la sua leadership?" gli ha chiesto subito Bruno Vespa. "Non ho mai pensato di essere indispensabile, ma coerente sì", è stata la risposta, alla quale ha fatto subito seguito una puntualizzazione: "Non posso accettare di regnare senza governare. La leadership deve avere la forza di governare, sennò di fronte al paese si fa un inganno".
Allo stesso modo Prodi ha precisato di non poter neppure rinunciare alla sua linea politica, facendo capire che il prezzo per questa coerenza potrebbe essere persino una scissione nella Margherita. "Non posso obbligare la Margherita ad avere una linea diversa da quella che ha deciso - ha sottolineato Prodi - ma io credo che ci voglia altrettanto rispetto per la mia posizione in cui io cerco di portare avanti la lista unitaria con coloro che condividono la medesima linea".
Fermo e deciso nelle risposte, ma a suo agio nel salotto di Vespa al punto dall'essersi persino tolto la giacca scherzando con un suo interlocutore, Prodi ha spiegato anche di essere disposto ad accettare un altro leader. "Se il disegno è lo stesso sì - ha chiarito - anche fuori da palazzo Chigi, anche facendo il professore".
Professore - gli è stato poi chiesto - se vi fosse un altro leader lei collaborerebbe lealmente con lui o farebbe un passo indietro? "Al disegno sì - ha replicato Prodi - certamente bisogna dare un apporto ad un disegno che è importante per dare serenità, sicurezza e forza all'Italia". Anche fuori da palazzo Chigi? "Anche fuori da Palazzo Chigi e anche facendo il professore", ha concluso Prodi.
Nel corso della trasmissione Prodi ha poi affrontato il tema di una possibile lista personale da presentare alle politiche del 2006. Essenziale, ha spiegato, è rispondere alla forte domanda di unità che arriva dall'elettorato, dando "un punto di riferimento fermo" a "un Paese che ha bisogno di appoggiarsi e di avere una linea politica forte e convincente". "Poi - ha proseguito - una lista autonoma, la lista con chi ci sta, l'assetto, lo si vedrà nei prossimi giorni. Ma quello a cui non bisogna rinunciare è l'idea di un governo di cinque anni, forte, che affronti i problemi".
Una battuta Prodi l'ha riservata infine anche ad altri due temi caldi del dibattito politico: l'immigrazione e le riforme costituzionali. "La Bossi-Fini - ha chiarito il Professore - va cambiata perché è statica e dà sicurezza solo ai funzionari". Una buona politica dell'immigrazione, ha aggiunto, deve ruotare attorno a due parole: "accoglienza e severità". "Non i lager in cui non si hanno diritti - ha sottolineato ancora Prodi - ma estrema severità nei confronti della immigrazione clandestina, che si ferma con la cooperazione dei Paesi vicini".
Quanto alle riforme istituzionali, Prodi ha affermato che "bisogna riesaminare queste proposte alla luce dei nostri obiettivi: un governo che duri cinque anni con i poteri e i controlli democratici necessari". "Mi sono opposto alla riforma costituzionale - ha aggiunto - perché, mentre credo giusto un rafforzamento del ruolo del premier, queste riforme emarginano Parlamento e il presidente della Repubblica non ha più armi. La Costituzione ha i suoi equilibri: io voglio efficienza, ma non arrivare al punto che i diritti dei cittadini non siano garantiti".
giugno 15 2005
Referendum e dintorni
Massimo Marnetto
Chi si avvicina all'albero della conoscenza viene cacciato. Ieri dall'Eden, oggi dalla possibilità di fare ricerca. La curia vaticana ha ribadito il suo potere facendo fallire il referendum, con il vantaggio di ridimensionare i suoi più temibili nemici: la laicità della stato e la libertà di coscienza. Il cardinal Ruini ora è tranquillo: Pannella è ormai un grossista di referendum in pensione, il disinteresse civile diventa una beatitudine e non si vede in giro nessun aspirante Zapatero. Ma la scoperta più significativa di queste votazioni è la meno appariscente: se Berlusconi sta zitto, i suoi vincono. Questo è un dato che i cripto-democristiani terranno ben presente nelle prossime elezioni e potrebbe rivelarsi l'arma segreta delle politiche: Silvio che si fa da parte e un “ruiniano” (Casini?) che si propone. L'unica speranza è la spessa coltre di megalomania in cui il Sorridente del Consiglio è abbozzolato, che lo rende praticamente impermeabile a qualsiasi ipotesi di leadership alternativa. www.ulivoselvatico.org
Con il simbolo di Romano centrosinistra al 57%»
dal Corriere - 15 giugno 2005
MILANO - Un’eventuale Lista Prodi otterrebbe alle prossime elezioni politiche il 18,8%. Consentirebbe inoltre al centrosinistra di ottenere il 57% dei consensi contro il 54,2%, invece, nel caso non fosse presente una lista direttamente collegata al leader dell’Unione. Tra gli elettori di centrosinistra, inoltre, il 75,9% è favorevole all’Ulivo, percentuale che raggiunge tra i Ds il 92,5% e il 79,2% nella Margherita, «a conferma della forte richiesta di unità presente nell’elettorato di centrosinistra». Sono questi alcuni dei risultati di un sondaggio «Eurisko» condotto su un campione di 1.928 casi tra il 7 e il 13 giugno, settimana politicamente «calda», immediatamente precedente il referendum sulla fecondazione assistita. La presenza di una Lista Prodi influirebbe pesantemente sui risultati degli altri partiti del centrosinistra: i Ds, quotati al 22,6% in assenza della Lista Prodi, scenderebbero al 15%; la Margherita passerebbe dal 14% all’8,6%; Rifondazione dall’8,5% al 7,4%, i Verdi dal 2,5% all’1,9%, l’Udeur di Mastella dall’1,1% allo 0,9%.
Il sondaggio ha anche preso in esame l’orientamento degli elettori rispetto ai due schieramenti in campo. La rilevazione, effettuata stavolta tra il 26 e il 30 maggio su un campione di 964 casi, ha registrato un netto vantaggio del centrosinistra, quantificabile tra i 14 e i 17 punti. Il centrodestra, secondo la rilevazione, oscillerebbe tra il 40,7% e il 41,6%. Altissima la quota degli incerti, collocata attorno al 47 per cento degli elettori.
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Ds Milano
´OPA DEL CAVALIERE
CURZIO MALTESE
da Repubblica - 15 giugno 2005
L´invito di Berlusconi alla Margherita a cambiare casacca e indossare la livrea del centrodestra è già stato liquidato dal coro sprezzante dei destinatari come una sciocchezza, un colpo di sole o un gesto patetico. Quindi non meriterebbe ulteriori commenti, se non fosse un segnale della campagna elettorale che ci attende e del declino politico in corso. S´è già capito insomma che nei prossimi dieci mesi Berlusconi le proverà davvero tutte pur di mantenere il potere, al solito. Ed è chiaro ormai che il centrosinistra le proverà tutte pur di perdere. Neppure questa è una novità. Se dobbiamo credere ai sondaggi, gli opposti ma altrettanto titanici sforzi finora non sono serviti a nulla.
L´OPA DEL CAVALIERE SULLA MARGHERITA
Il coma elettorale del berlusconismo sembra irreversibile e anzi si aggrava con l´avanzare della recessione economica. Ma chissà che, dài e dài, non si riesca a riesumare il cadavere.
La sortita nel campo nemico di Berlusconi, nel suo ruvido qualunquismo, ha costretto la Margherita a un´orgogliosa levata di scudi ulivista e dunque non è parsa una gran mossa. Il premier avrebbe fatto meglio a tacere, come prima del voto referendario. Ma la trovata ha almeno il merito di dar voce a una tentazione nascosta del quadro politico, all´antica voglia di palude trasformista che il fallimento dei referendum ha materializzato di colpo. Dopo un decennio di faticoso maggioritario, il ceto politico è già stanco di responsabilità e rimpiange appunto la vecchia palude centristra dove tutto si tiene. Berlusconi ha fiutato l´aria e traduce la tentazione in una specie di Opa politica, una pubblica offerta d´acquisto del nemico di ieri. Non importa se per farlo deve inventarsi moderato, chiedere magari a Casini di candidarsi al posto suo e negare in definitiva quattro anni di governo all´insegna dell´estremismo, dell´asse con la Lega e dello stravolgimento costituzionale. Naturalmente il personaggio è immune allo scrupolo morale. Per lui il moderatismo è una merce che si può comprare dall´oggi al domani. Ma come sempre il cinismo di Berlusconi mette allo scoperto la mancanza di saldi principi e forti identità nello schieramento avversario. Ed è in fondo a questo che davvero mira con il paradossale invito. La questione è sempre la stessa: che cosa tiene insieme il centrosinistra? Quali valori, quale modello? Da dieci anni la risposta non si trova. All´avventura scellerata del berlusconismo il centrosinistra ha saputo oppore ragioni critiche efficaci e giuste ma mai una visione davvero alternativa della società. I problemi sono stati ogni volta altri, la leadership anzitutto, la formula dell´alleanza, i nomi, i rapporti fra partiti. Non esiste in Europa una sinistra così amletica. La nostra ogni sei mesi cambia modello straniero, una volta è il laburismo alla Blair, un´altra la socialdemocrazia di Schroeder, per alcuni dovrebbe essere il socialismo laico di Zapatero. Ma intanto gli altri sono e i nostri vogliono sembrare. L´Ulivo, ch´era il nocciolo di una possibile identità unitaria della sinistra italiana, fu assassinato nella culla e ancora adesso stenta a rinascere.
Lo spettacolo ultimo dato dall´opposizione prima e dopo il referendum è imbarazzante. Certo è difficile non dar ragione al professor Parisi quando s´indigna per i festeggiamenti dei rutelliani. Un´astensione del 75 per cento non può essere occasione di giubilo o di giubileo anticipato. Di più, con la conferma della legge 40 l´Italia diventa l´unica nazione al mondo dov´è proibita la ricerca sulle cellule staminali, a parte un pugno di nazioni dove vige la legge coranica e il Costarica. Che cosa c´è allora da festeggiare? Eppure i toni, l´atteggiamento, gli argomenti con cui i prodiani hanno commentato l´invito di Berlusconi a Rutelli suonano eccessivi, vendicativi e un po´ paranoici. Sembra quasi che si augurino davvero il voltagabbana dei margheriti per poi poter gridare al tradimento. Possibile che Prodi e Parisi non si rendano conto che il problema dell´alleanza è la debole identità politica e non il «tradimento» di questo o quello, ieri Bertinotti e D´Alema, oggi Rutelli o Mastella? Quanto tempo dobbiamo perdere ancora, oltre gli anni di Berlusconi, perché la classe dirigente capisca che la crisi italiana è troppo seria per ridurre la politica a un conflitto di personalità?
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Ds Milano - Rassegna stampa
giugno 14 2005
Carlo Freccero: ''Un'Italia vecchia, subalterna alle suggestioni religiose e con poca cultura''
Interviste. ''Gli italiani degli anni 70, quelli del divorzio e dell’aborto, erano giovani e determinati. Oggi siamo un paese in crisi e la sinistra non si rinnova''.
Emiliano Sbaraglia
Il non raggiungimento del quorum per i quattro referendum sulla procreazione assistita apre un dibattito di ampio respiro sulle condizioni di salute, in senso morale e culturale, dell'Italia. Ne discutiamo con Carlo Freccero, intellettuale di lunga esperienza nel campo della comunicazione e dell’attività artistica pubblica, di cui si è occupato in qualità di direttore prima dei canali Mediaset (dagli inizi degli anni Ottanta), poi di quelli Rai (consulente Rai Uno nel 1993 e già a capo di Raidue dal 1996 al 2002), scrivendo nel frattempo una serie di saggi di carattere scientifico-divulgativo sull’argomento.
Dunque Freccero, la prima domanda è scontata. Lei è andato a votare?
Ovviamente. Un dovere svolto appieno già alle dieci di domenica mattina.
Che tipo di Italia emerge dall’esito di questo voto-non voto?
Che siamo un paese vecchio, e infatti la prima analisi che dovrebbe essere fatta da qualsiasi partito politico, quando ci si imbarca in certe avventure etico-morali, dovrebbe essere di tipo demografico. Al di là di questo, siamo un paese culturalmente deficitario, per non usare termini più pesanti. Infine, continuiamo a eleggere la religione quale insostituibile punto di riferimento. Riassumendo, credo che i tre aspetti fondamentali che si possono tirar fuori dal risultato di questo referendum siano questi: invecchiamento dominante, carenza culturale, suggestione religiosa.
E’ giusto tornare a interrogarsi sulla reale esistenza di un paese che si definisce costituzionalmente laico?
Per rispondere, voglio fare un passo indietro. L’Italia degli anni Settanta, quella del divorzio e dell’aborto, era giovane e determinata. E il potere simbolico della cultura, seppur contrastato dalle fortissime pressioni democristiane, di fatto si collocava a sinistra, in un orientamento di pensiero profondamente laico. Oggi, culturalmente, il pensiero laico è in crisi e rispecchia drammaticamente la crisi più ampia del resto del paese.
Quali sono gli obiettivi concreti di questo ritorno in massa dell’influenza clericale sulla vita politica e civile italiana?
Bisogna tener presente un elemento importante. Dal 2001 in poi si è ricominciato a parlare sempre più insistentemente di scontro di religione: dopo l’11 settembre, il valore di appartenenza a un credo religioso e la differenza religiosa vissuta come discriminazione tra soggetti sono aumentati a dismisura. E la percezione di questa tendenza era già abbastanza tangibile: da noi, basti soltanto pensare a come sono stati mediaticamente costruiti e riportati due eventi come la morte di Giovanni Paolo II e l’elezione di Benedetto XVI. Ma anche il successo di un film come “Passion” doveva essere interpretato come un inquietante campanello d’allarme. Oltre a questo, come accennavo prima, a differenza degli anni Settanta non si elaborano più visioni alternative, non c’è una prospettiva politica nuova elaborata da coloro che dovrebbero lavorare per questo: ci si limita ormai da tempo a fare solo i conti con se stessi. Di questo passo, ne vedremo delle belle. In senso negativo, naturalmente.
Malgrado la bassa percentuale nazionale, la partecipazione al voto al centro-nord e al centro-sud del paese rimane fortemente disomogenea. Si può affermare che la cultura dell’informazione, o meglio, della disinformazione, rimane lo strumento più sicuro per governare gli orientamenti della collettività?
Senza dubbio, e bisogna aggiungere che si tratta di una disinformazione ottenuta attraverso una raffinata tecnica di “rimozione inconsapevole” ai danni dell’individuo. Il lavoro di non-informazione, che nel contesto televisivo viene ormai applicato con scientifica progettualità, diviene il recupero di un modello coercitivo già in funzione nei decenni precedenti, quando veniva attuato attraverso più artigianali metodi di comunicazione. Di conseguenza, il dato che emerge dal sud del paese testimonia semplicemente che chi non ha altro medium di riferimento oltre quello pratico e convenzionale del mezzo televisivo, è condannato inevitabilmente a rimanere indietro, con tutte le conseguenze del caso. Ripeto, ne vedremo delle belle /www.aprileonline.info
Cambio di stagione
Furio Colombo
Cambio di stagione Furio ColomboReferendum. L’ordine autorevole di alte istituzioni italiane e di una potenza amica era di non andare a votare. L’ordine è stato eseguito. Ma se ci fermiamo qui restiamo impantanati, tra feste un po’ imbarazzanti (il trionfo degli atei-credenti, nuovi Farinelli della “grande richiesta di sacro” notata improvvisamente da Marcello Pera) reciproci rimproveri, la continua discussione su ciò che è comunque un fatto compiuto, e che ricorda la bella canzone di Simon & Garfunkel («Dangling Conversation») sul risolvere tutto parlando.
La questione è il cambio di stagione. Prendo in prestito il titolo di un bel libro di racconti di Gianni Riotta per dire: niente, assolutamente niente è più come prima.
Provo a proporre un elenco di cose che non troveremo più al loro posto, o dove credevamo che fossero (perché, forse, l’esito di questo referendum è più un bengala sparato in un cielo buio che una rivelazione). Adesso sappiamo senza equivoci che Ruini ha potere e lo usa. Inutile coltivare nostalgie per Giovanni Paolo II, che vedeva le cose in grande, nel rapporto misterioso che ha un profeta con gli eventi.
Nella nuova stagione conta soprattutto ciò che avviene in Italia, nei dettagli della politica italiana, giorno per giorno, argomento per argomento, partito per partito, leader per leader. È bene saperlo per una realistica valutazione dei fatti. Chi non fa parte del giro conserverà il suo pieno rispetto.Ma sa che, in caso di disaccordo, non potrà aspettarsi rispetto. Paesimoderni, evoluti, e in ansia di nuovi passi avanti conoscono momenti come questi.
Fuori dalla nostra cultura, viene in mente l’Iran, un Paese che, ad ogni svolta, ad ogni spinta in avanti, deve misurarsi con la visione diversa (a volte profondamente diversa) del suo clero.
Conforta una immagine opposta, quella di Israele, l’unico Stato nato da un doppio legame con i cittadini - storia e religione - che ha saputo sdoppiarlo e prendere le più arrischiate decisioni (come quella di sloggiare i coloni che invocano la prescrizione biblica) in base alla legge e alle esigenze politiche del governo.
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Le frasi che avete letto non sono un lamento. Sono la constatazione di una condizione unicamente italiana, come avere per confini le Alpi e le coste. Realismo richiede di saperlo. L’esito del referendum colpisce il centrosinistra. Perché in esso una parte stravince e una parte che pure ce l’ha messa generosamente tutta (si vedano i dati di affluenza alle urne in Emilia e Toscana) ha certamente perso. Non conta che questa sconfitta sia immeritata. E conta poco persino il modo ambiguo e contraddittorio con cui sarà giocata nei dibattiti interni a ciascun partito e tra gli schieramenti diversi della coalizione.
Conta la frattura, certificata da ciò che è avvenuto il 12 e il 13 giugno, fra i leader del centrosinistra. Non diciamoci: era solo un referendum. No, in questa prova le posizioni prese indicano con precisione le posizioni che si prenderanno. È bene non attribuire un significato aspro o vendicativo a queste parole. Se mai, amaro. Comunque è un dato di fatto e un annuncio a cui non si può negare chiarezza. La costruzione di una solida forza di opposizione e di sfida al mondo in caduta del centrodestra resta un progetto indispensabile. Chi lavora a costruirlo (con una fatica che viene frequentemente azzerata per poi ricominciare da capo) dovrà tenere conto di questa faglia. La “casa comune” adesso è impossibile? Ma anche la “Casa sulla cascata” di Frank Lloyd Wright lo era. Eppure è stata costruita, ed è ancora lì. Questo per dire che in politica, come negli altri campi della vita, non c’è limite alla determinazione, alla forza di volontà e alla spinta creativa. Ma occorreranno dosi e doti straordinarie.
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Le forme, ovvero i contenitori della politica italiana, cambiano drasticamente. Dalla parte del centrosinistra si dovrà capire fin dove giunge la volontà di divaricarsi e distinguersi, e fino a che punto questo progetto, già esplicitamente annunciato prima del referendum, sarà rinforzato dal risultato del referendum.
Dalla parte del centrodestra sarà altrettanto impossibile far finta di niente. Intanto tutto quello schieramento da adesso vive sotto un forte controllo a vista della colonia ateo-religiosa insediata in punti vitali di azione e di comunicazione. Vanno allegramente ai pellegrinaggi, agitano con trionfalismo goliardico i simboli più alti di una fede. In altri tempi sarebbero stati giudicati sacrileghi. È legittimo sospettare che la vita non sarà facile per coloro che - negando il modus operandi della destra berlusconiana - hanno assunto - sul referendum - una posizione netta, come Fini e Prestigiacomo.
Ma il vero cambiamento sta nel brulicare di spinte verso forme nuove di aggregazione politica. Congiungete, come nei disegni dei bambini, i punti da cui è stata proclamata (e dunque raccomandata) l’astensione al voto. Ed ecco che compare una nuova figura politica che prima non c‘era, una figura fatta di personaggi autorevoli (vertici delle istituzioni, vertici di partito), sostenuti dalla spinta interventista di una parte dell’episcopato italiano.
Fatti come questi si leggeranno nei libri di storia. Perché annunciano il passaggio da un’epoca a un’altra. In una situazione così nettamente segnata, quale ruolo rimane per Berlusconi? Non più quello di protagonista, autore, scrittore e interprete del suo copione, come è stato sinora. Sembra ragionevole intravedere per lui il ruolo del produttore. Paga subito e incassa dopo. Ma, se è un buon produttore, incassa alla grande, con il ruolo di massimo onore repubblicano. Ci vuole armonia perché questo accada. Ma c’è stata armonia di comportamenti fra alcuni nel referendum. Potrebbe ripetersi. O meglio, continuare, nella grande cornice di collaborazione suggerita dagli ateo-religiosi come nuovo luogo del potere.
Prodi? È come l’aglio per Dracula. Dissolve con la sua presenza, la sua guida, il suo contrapporsi, l'ebbrezza di scontro del post-referendum. Perciò lo aspettiamo.
furiocolombo@unita.it
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Ds Milano - Rassegna stampa
LE RAGIONI DEL NAUFRAGIO LAICO
EZIO MAURO
da Repubblica - 14 giugno 2005
Il risultato del referendum non è solo una sconfitta: è il naufragio di un´Italia laica che si proponeva di cambiare una legge ideologica, per regolare poi diversamente in Parlamento la materia della fecondazione assistita. Questo era il senso della chiamata alle urne, fuori dagli schieramenti, dagli integralismi, dalla retorica apocalittica che ha trasformato assurdamente il voto in uno scontro di civiltà. Le urne sono rimaste deserte. Chi ha trasformato il confronto in uno scontro tutto italiano tra il Bene e il Male, ha poi chiesto ai difensori del Bene di non scendere in campo, per mandare a vuoto la battaglia. Non sappiamo dunque chi sarebbe prevalso, in uno scontro aperto di valori contrapposti, tra il "sì" e il "no". Un dato solo è certo: ha perso chi (come questo giornale) voleva cambiare la legge. Ha vinto chi voleva conservarla e per prevalere ha affondato con ciò che resta del laicismo anche il vecchio istituto del referendum, che per molto tempo scomparirà dalla scena italiana.
Molto era prevedibile, in questa vicenda, tutto era stato annunciato. Proviamo a vedere come, quando e perché. Passata in minoranza, per ammissione dei vescovi, nel Paese «naturalmente cristiano», la Chiesa italiana negli ultimi dieci anni ha preso coscienza di trovarsi «in una terra di missione» e dunque ha deciso di impegnarsi «a rievangelizzare una società che è stata colpita da una vera amnesia della sua storia e della sua identità cristiana». Da qui, un cambio non soltanto di metodo e di strategia, ma di sostanza. La Chiesa, come dice Ruini, «non fa più leva su un soggetto politico di riferimento, ma sui contenuti», dunque agisce politicamente alla luce del sole, senza mediazione. La si "vede" cioè far politica, senza lo scudo dc, che tra le altre cose serviva evidentemente anche a questo.
Le ragioni del naufragio laico
Fuori dal corridoio protetto in cui scambiavano il partito-Stato democristiano (con le sue autonomie, e le sue obbedienze) e la Curia, nel mondo scoperto di oggi la Chiesa passa da essere tutto a essere parte, in una sorta di moderna "lobbizzazione" che la porta a competere nel confronto politico-culturale come una grande agenzia di valori e di tradizioni, in competizione e in concorrenza con le agenzie che già occupavano il mercato.
Non riuscendo più a parlare all´insieme maggioritario della società, la Chiesa italiana si rivolge alle sue parti sensibili, prima fra tutti la politica che legifera muovendosi tra interessi legittimi e valori di riferimento, e che ha in mano le cinque leve dell´organizzazione sociale che nel febbraio 2001 il Cardinale Segretario di Stato fissò come essenziali per giudicare dal Vaticano la politica italiana: si tratta delle leggi «sulla vita, la famiglia, la gioventù, la libertà scolastica, la solidarietà».
Davanti a sé la Chiesa ha trovato i partiti della Seconda Repubblica, tutti nati o trasformati nel corso dell´ultimo decennio, senza un deposito di storia e di tradizione, un portato di valori consolidati a cui far riferimento. Una politica dove molto è prassi, tutto è contemporaneo, l´identità è incerta. A sinistra, per la tragica eredità del comunismo, la tradizione è inservibile, come se fosse tutta radioattiva. Nel nuovismo, non mancano solo i nomi, ma anche i riferimenti culturali della sinistra europea moderna e risolta, e dunque la battaglia delle idee diventa insicura, senza visione e senza certezza, con il rischio di essere in ogni momento gregaria delle mode culturali dominanti. A destra, il berlusconismo ha fallito l´unica vera ricerca dell´immortalità, che non sta nelle ricette antirughe del dottor Scapagnini, ma nel progetto di dare alla destra una moderna cultura conservatrice in un Paese che non l´ha mai avuta, democristiano com´era.
In questo quadro, arriva il Dio italiano predicato dalla Cei, una sorta di via italiana al cattolicesimo che non c´era mai stata, nella nazione della "totalità" democristiana e della surroga papale. Fatalmente, o almeno facilmente, la Chiesa a questo punto viene vista da una parte del mondo politico come l´ultima e l´unica agenzia di valori perenni e universali dopo la morte delle ideologie terrene del Novecento e il deperimento fisico delle storie politiche che le avevano incarnate. Dall´altro lato, Chiesa e Vaticano vedono l´Italia improvvisamente come un gregge senza guida e senza rotta, soprattutto senza più idee forti, incapace di tradurre la laicità dello Stato in uno spirito repubblicano libero e autonomo: il terreno ideale per sperimentare - ed è la prima volta in cinquant´anni - una sorta di "protettorato dei valori", l´esercizio di un potere non più temporale ma culturale della Chiesa.
Due elementi in più rafforzano questo quadro. Da un lato, come fa notare Habermas, il ritorno in tutta Europa della religione dal dialogo privato al dibattito pubblico, un ritorno che prende in contropiede il laicismo e che papa Ratzinger aveva già annunciato da cardinale, negando che il cattolicesimo sia solo un sentimento privato: «È una verità proclamata in ambito pubblico, che pone per la società delle norme e che, in una certa misura, è vincolante anche per lo Stato e per i potenti di questo mondo». Dall´altro lato, l´avanzare nel nostro Paese di quel nuovo soggetto che tre anni fa ho chiamato "lo strano cristiano", l´ateo clericale che cerca di saldare la destra politica italiana ad un pensiero forte che non ha, e lo trova nel deposito di tradizione della Chiesa, ignorando sia i suoi comandamenti che la sua trascendenza che la sua predicazione sociale, cavalcando però la sua legge morale tradotta in norma, come creatrice di un´identità collettiva e di una società del Bene.
È il rifiuto della distinzione tra la legge del Creatore e la legge delle creature, che sta a fondamento di ogni moderna concezione della laicità. È il rifiuto ratzingeriano del relativismo tradotto dal linguaggio culturale nel linguaggio politico, persino legislativo: superando l´idea del Parlamento come luogo dove le leggi si fanno con l´unica regola della maggioranza, e dove ogni verità è parziale, come ogni credo in democrazia. Al fondo, c´è la denuncia della nuova religione europea del "politicamente corretto", dell´adorazione "pagana" per i diritti subentrati ai valori, del cuore socialdemocratico del Novecento che ha messo per troppo tempo in circolo lo statalismo e la laicità, mentre la nuova cultura cristiana di destra è la vera interprete di un senso comune del post-moderno. È l´idea di Ruini del cristianesimo come seconda "natura" italiana: che può dunque essere trasgredito e rinnegato solo da leggi in qualche modo contro natura, quindi contestabili alla radice.
Ecco il quadro in cui è nata non la legge sulla fecondazione artificiale, ma "questa" legge, che ha un valore ideologico e di bandiera ben superiore al valore d´uso. Ed è lo stesso quadro in cui è fallito il referendum. Sarebbe certo sbagliato dare alla Chiesa e ai nuovi atei clericali il potere di mobilitare nel silenzio il 75 per cento degli italiani, ed è ridicolo pensarlo. Da dieci anni i referendum non raggiungono il quorum, l´astensionismo fisiologico è altissimo. In questo caso, c´è probabilmente un riflesso automatico in più, che esce dalle logiche della politica: la legge sulla fecondazione è stata vista dagli italiani come una complicata questione di piccola minoranza, che non li riguardava e che non riuscivano a padroneggiare nei suoi aspetti etici e scientifici. Se questo è vero, l´astensionismo più che difendere la legge ha voluto lasciare la parola al Parlamento, dove oggi dovrebbe riaprirsi un confronto finalmente non più propagandistico.
Ma detto questo, non si è detto tutto. Nel disorientamento degli italiani davanti alla materia del referendum, le parole della Chiesa, dei neo-con italiani, degli atei clericali hanno pesato di più delle parole di quel pezzo di sinistra che ha sostenuto il "sì", dei suoi leader, dei suoi scienziati. Il centrosinistra, tutto insieme, dovrebbe riflettere: o trova un´identità culturale, visto che è incapace di trovare quella politica, oppure perderà le grandi sfide di questa fase, che nascono tutte dalla battaglia delle idee, più che dagli schieramenti. Non si può reggere una partita in cui la sinistra parla di sé, mentre la destra parla della vita e della morte. Esistono valori, esistono diritti che la sinistra può testimoniare a testa alta nel mondo di oggi, anche dopo la sconfitta del referendum, perché fanno parte della sua storia: sfidando la destra ad una vera battaglia culturale in campo aperto, senza l´aiuto pagano di Ponzio Pilato.
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Ds Milano - Rassegna stampa
L'ASTENSIONE? IL DISINTERESSE HA VINTO SU TUTTO
Hanno pesato poco scelte politiche o religiose, ha prevalso la difficoltà di comprensione. Anche nel centrosinistra
Lo evidenziano già i dati sull'afflusso alle urne. E lo confermano i risultati del sondaggio. Gli astenuti sono presenti « trasversalmente » in tutte le categorie socio anagrafiche. Vi sono, com'era ragionevole aspettarsi, differenze in relazione all'orientamento politico.
Ma, ha finito con l'astenersi anche la maggioranza assoluta degli elettori diessini. E, naturalmente, quella di chi dichiara di non sapere cosa votare alle prossime elezioni. Ovviamente, la quota di astenuti è massima ( 80%) nel sottogruppo che dichiara di recarsi a Messa una o più volte alla settimana. Ma essa supera il 60% anche tra chi afferma di non frequentare mai le funzioni religiose. Insomma, al di là dei suoi risvolti politici e ideologici, la consultazione di domenica e lunedì ha confermato il rilievo dei due fenomeni che più sembrano contraddistinguere oggi lo scenario politico ed elettorale.
1) La frattura territoriale. Le regioni del nord si sono recate alle urne in misura grossomodo doppia di quanto è accaduto al sud. Il motivo sta, ovviamente, in un modo diverso di concepire le scelte politiche. L'esistenza di « culture civiche » differenti è stata evidente sin dai tempi del primo referendum istituzionale, nel 1946. Ma, come ha sottolineato Ilvo Diamanti, la differenziazione territoriale delle modalità di voto si è andata in qualche modo accentuando in quest'ultimo periodo.
2) Il progressivo disinteresse, la « smobilitazione » di una parte di elettorato. Come si sa, i partiti tradizionali funzionavano da « facili tatori » delle scelte elettorali e degli orientamenti politici. Chi non poteva o voleva informarsi in dettaglio sulle varie questioni, faceva, più o meno consapevolmente, riferimento alle posizioni del partito cui si sentiva più vicino. Con la scomparsa delle ideologie tradizionali, questa funzione è venuta meno. Alcuni, pochi, si sono in qualche modo « arrangiati » documentandosi da soli sulle varie te matiche. Altri, la maggioranza, hanno ritenuto preferibile allontanarsi e disinteressarsi del dibattito politico. Rinunciando spesso a votare. Specie nei referendum.
Poiché in questi ultimi si è spesso chiamati a pronunciarsi su argomenti ritenuti, a torto o a ragione, troppo complessi o settoriali.
Dunque, buona parte del l'astensione rilevata in questo referendum è motivata non tanto da una scelta politica o religiosa, quanto dal rifiuto o dalla difficoltà di approfondire troppo la questione. E dalla correlata convinzione che, come ci ha detto, spazientito, un intervistato « i parlamentari sono pagati apposta per fare le leggi. Che l'aggiustassero loro una cosa così complicata » .
Tra i nostri intervistati, il 35% ha dichiarato, già la mattina della domenica, che non si sarebbe recato a votare. Tra i restanti, una parte ( grossomodo il 20%) era deciso viceversa a recarsi alle urne.
Gli altri si definivano invece indecisi. La gran parte di costoro, come si sa, non è poi andata a vota re. Li abbiamo denominati astensionisti « aggiuntivi » , poiché non avevano deciso ( o non avevano voluto dichiarare) il loro comportamento già all'inizio della consultazione. Si tratta di elettori diversi dagli astenuti « convinti » . Lo si vede dalle motivazioni al non voto, ove prevale per costoro l'argomento: « Sono talmente indeciso da preferire forse non votare » . Questo astensionismo « aggiuntivo » pare insomma suggerito più da disinteresse o difficoltà di comprensione, che da scelta « politica » vera e propria. Per questo l'astensionismo « aggiuntivo » è assai più diffuso nelle categorie poco o per nulla coinvolte dalla campagna per l'astensione. Come coloro che si recano poco o mai alla Messa, oppure votano per i partiti del centrosinistra. Tra questi ultimi gli astensionisti aggiuntivi costituiscono addirittura la maggioranza.
Insomma, l'apporto politico all'astensione da parte della Chiesa e dei partiti che l'hanno auspicata è stato solo una componente del risultato, valutabile in meno della metà delle astensioni ( 36% dell'elettorato). Il resto, in modo relativamente « trasversale » alle varie forze politiche, è costituito da coloro che hanno trovato troppo difficili — e troppo impegnativi — i quesiti e che, in generale, si interessano poco alla politica. Si tratta del segmento composto dagli elettori cosiddetti « lontani » , di cui si è discusso ancora di recente nel dibattito sull'esistenza di un centro « consapevole » .
In definitiva il connotato caratterizzante questo voto non è prevalentemente quello politico, ma quello del disinteresse e della disinformazione, che, peraltro, avevano caratterizzato anche diversi referendum del passato. Un quadro assolutamente differente dal 1974. Anche a quel tempo la Chiesa si mobilitò contro il divorzio.
Ma la questione era assai più semplice da comprendere e specialmente, funzionava il facilitatore costituito dalle forze politiche.
Di RENATO MANNHEIMER
Corriere della Sera
PARTITI EGOISTI E CITTÀ SENZA GUIDA
GIULIO ANSELMI
da Repubblica - 14 giugno 2005
Le beghe tra sindaci e assessori, come le più o meno indebite pressioni sulle amministrazioni locali da parte di politici nazionali che si attribuiscono il ruolo di alti protettori, sono di per sé cosa meschina. E non meriterebbero neppure l´aggettivo di «politiche» se non nel senso deteriore in cui, purtroppo ma spesso a ragione, la politica è intesa dall´opinione pubblica.
Lo scontro di cui sono protagonisti il sindaco Albertini, l´assessore ai Trasporti Goggi e il vicepresidente vicario di An La Russa a proposito dell´isola pedonale e del parcheggio sui Navigli dovrebbe essere lasciato cadere nel calderone dell´assenza di stile istituzionale a cui ormai ci hanno abituato tanti comportamenti: dal furbesco chiamarsi fuori, tosto sbugiardato, del sindaco, all´assurda sceneggiata, tra il volgare e il minaccioso, del parlamentare a una conferenza stampa. L´affare dei Navigli è però sintomatico di un certo modo di amministrare e di una concezione del governo della cosa pubblica che si estende ben oltre Milano: nessun ruolo, si tratti di quello di amministratore cittadino o di ministro, dev´essere sottratto alla soffocante tutela dei partiti. Ormai siamo vicini al voto e tutto va incanalato in quell´ottica.
L´ombra dei commissari garanti della maggioranza incombe dovunque: su Siniscalco all´Economia, con i suoi tentativi di mediare tra le minime esigenze della politica economica e le grottesche dichiarazioni di Berlusconi sul benessere del paese; su Albertini al Comune di Milano, che aveva conquistato grazie anche alle sue solenni e reiterate dichiarazioni d´indipendenza.
Poco importa che poi arrivino le precisazioni e i ridimensionamenti, provocati, nel caso di Siniscalco, dal provocatorio invito a dimettersi di un gruppo di suoi colleghi economisti.
PARTITI EGOISTI E CITTÀ SENZA GUIDA
Il tentativo è stato compiuto, l´effetto della pressione psicologica rimane. Anche per Albertini, c´è da giurarlo, si tenterà di ridimensionare l´accaduto. Ma il capo delegazione in giunta di Forza Italia è stato affiancato a sindaco, vicesindaco e assessore nel Comitato attuatore del traffico. Non certo per le sue competenze, visto che mai si era occupato della materia. Forse, dovrà riferire a qualcuno e portare il suo placet.
Le urne si avvicinano, la maggioranza, a Roma come a Milano, è comprensibilmente attenta a non scontentare gli elettori: anche perché i sondaggi indicano che gli schieramenti sono molto vicini.
Per quanto riguarda il capoluogo lombardo, nell´analisi di Renato Mannheimer, centrodestra e centrosinistra sono alla pari se ci si limita a richiedere ai milanesi la scelta della coalizione. Ne deriva la tentazione di prendere tempo, di rinviare le decisioni difficili: e quelle del traffico e delle pedonalizzazioni sono indubbiamente questioni controverse. Ma aspettare ancora soluzioni spesso attese da tempo, si tratti dei grandi progetti di riqualificazione urbana o di aggiustamenti di quartiere, non è certo una grande trovata: ovunque crescono i fenomeni di degrado diffuso, l´intera città deve misurarsi col crollo delle sue aspettative e con la ricerca di un modello che nessuno sembra in grado di indicare. I milanesi si interrogano sullo sviluppo futuro e sui percorsi più idonei per assicurarselo. Con i comportamenti appena raccontati, coloro che dovrebbero guidarli danno l´impressione di badare solo a pararsi il proprio, di futuro. Per fare l´interesse collettivo della città c´è tempo. Intanto si voti, poi si vedrà.
GIULIO ANSELMI
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Ds Milano - Rassegna stampa
giugno 13 2005
Astensionismo: che gente siamo
Nella moderne democrazie il VOTO, per quanto pilotato, per quanto
inquinato da interessi di lobby, politici, di convenienza, rimane
l'espressione più vera del sentire della gente. Checché se ne dica in
Italia il regime non c'è, le votazioni si svolgono regolarmente e
dentro alla cabina siamo tutti liberi di scrivere quel che ci pare.
Così, negli ultimi anni, nonostante Berlusconi e la sua dominazione
mediatica, il popolo ha scelto il centrosinistra. E' appunto la
potenza del voto, che dimostra che la gente - a dispetto di antiche
teorie apocalittiche - non è così in balìa dei mass media, che sa e
può pensare con la sua testa, quando gli fa comodo o quando ne ha
abbastanza.
La gente, votando negli ultimi anni il centrosinistra, ha dimostrato
una notevole autonomia di giudizio.
Adesso, a un passo dal non-raggiungimento del quorum, chiediamoci cosa
significa tutto quest'astensionismo, questa decisione in massa di
disertare le urne. Ingerenze della Chiesa? Certo, in parte; ma quando
si votò per aborto e divorzio la Chiesa nulla poté, contro il libero
arbitrio delle persone.
Gli italiani hanno scelto di non invischiarsi in una materia che
"mette paura": la bioetica. Era un argomento ostico. Fantasmi di
parole quali "clonazione" , "eterologa" e "far west" hanno messo
paura a tutti quelli - e sono tanti - che non leggono i giornali, ne'
i libri, e che non ascoltano neanche bene "porta a porta".
In questo panorama desolante, voglio solo cercare di capire perchè è
andata così. La risposta che mi do è: gli italiani sono un popolo di
gente, per la maggior parte, ignorante. Siamo gente che guarda solo il
proprio orticello (e dunque vota contro Berlusconi mica per
convinzione, ma perchè ha constatato che sotto di lui si vive peggio)
e che di fronte a grandi dilemmi morali e ideali non sa e non vuole
raccapezzarsi, tuffando la testa sottoterra.
Questo referendum, al di là delle ragioni del sì e del no, dice molte
cose su chi siamo. Che dire, c'eravamo illusi.
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I soldi del Nordest e i buchi del Nordovest
ALBERTO STATERA
Riunione quasi segreta giovedì scorso a Mogliano Veneto, Villa Condulmer, ameno sito settecentesco, pressappoco a metà strada tra Venezia e Treviso. Rijkman Groenink, il banchiere dell'Abn Amro che il governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio considera il nemico numero uno dell'italianità, nonostante la nota passione dell'olandese per l'Italia e l'adorata villa che possiede a San Casciano dei Bagni, arriva senza scorta pur se oggetto di qualche minaccia di cui è giunta notizia in questura. E si "attovaglia", come direbbe Dagospia, con una ristretta compagnia di fronte a gamberetti di laguna, risotto ai frutti di mare, rombo al forno, annaffiati da Vintage Tunina di Jerman. Manca Paolo Scaroni, neo amministratore delegato dell'Eni e anche consigliere del Supervisory Board dell'Abn Amro. Ci sono tutti gli altri invitati: Augusto Fantozzi, ex ministro delle Finanze, Guidalberto Guidi, ex vicepresidente della Confindustria, Gilberto Muraro, ex rettore dell'Università di Padova, Dino Marchiorello, ex presidente della Banca Antonveneta, Mario Carraro e Giuseppe Stefanel, i due industriali che più decisamente si sono schierati a favore degli olandesi nella partita con Bankitalia e Popolare di Lodi per il controllo della banca padovana. Ma la star della tavolata è Flavio Zanonato, diesse rieletto sindaco di Padova, dopo un giro da sindaco fatto dalla berlusconiana Giustina Destro, che Gianpiero Fiorani ha fatto eleggere col maggior numero di voti assembleari nel Consiglio di Antonveneta poi dichiarato illegittimo dal tribunale di Padova.
Groenink, che parla un discreto italiano, racconta che lui all'Italia ci crede, che la sua banca c'è da nove anni, che il rapporto con Fazio era sempre stato ottimo, tanto che l'Abn era considerata quasi come cosa italiana.
Finché il governatore scopre la difesa dell'italianità e ne fa paladino Fiorani, invece di comportarsi come i tedeschi con la loro apertura nei confronti della fusione UnicreditHvb.
Zanonato dice che lui fa il politico e che di alta finanza non ne sa molto, ma ci vuol poco a capire che è più probabile che l'Antonveneta resti la terza o quarta industria di Padova, dopo la sanità e il comune, se sarà controllata dagli olandesi, piuttosto che se dovesse finire nelle mani dei lodigiani, i quali con i soldi del Nord Est coprirebbero i buchi del Nord Ovest. Come difendere allora la padovanità invece dell' italianità? C'è un solo modo: rompendo il fronte di Fazio e Fiorani all'insegna del motto pecunia non olet. Ma c'è un piccolo dettaglio: quelli che hanno rastrellato le azioni Antonveneta lo hanno fatto con i soldi prestati da Fiorani stesso. Tutti tranne uno: Giovanni Consorte, di Unipol, che ha speso soldi suoi e che, per di più, è un "compagno" del sindaco.
Al dessert tutti concordano che la scalata della Lodi all'Antonveneta non è né di destra né di sinistra, è trasversale, è il prodotto di quell'iceberg finanziario di cui sotto l'acqua è difficile definire i contorni. Come convincere allora Consorte che sta nel fronte sbagliato e che può convenirgli fare il salto? Per esempio, mandando in delegazione da lui e da D'Alema il compagno Zanonato e Mario Carraro, l'industriale dei trattori che era stato silurato da presidente della Confindustria del Veneto perché considerato troppo di sinistra ed era stato anche officiato come ministro nel governo Prodi. A patto, naturalmente, che Groenink sia disposto a rilanciare di un euro sulla sua precedente offerta di 25 euro, arricchendo la plusvalenza di Unipol.
Pare che l'olandese a fine pasto abbia vistosamente assentito.
statera@ilpiccolo.it
Lettera di Romano Prodi
Care amiche e cari amici, rispondo alle vostre numerose mail che si sono moltiplicate in queste ultime settimane, soprattutto dopo il messaggio che qualcuno scherzosamente chiama il “manifesto di Creta”.
Care amiche e cari amici,
rispondo alle vostre numerose mail che si sono moltiplicate in queste ultime settimane, soprattutto dopo il messaggio che qualcuno scherzosamente chiama il “manifesto di Creta”.
Da allora credo che sia diventata ancora più evidente la ragione della mia crescente preoccupazione per la situazione economica del paese, dalla quale deriva la mia caparbia insistenza sulla necessità di realizzare un assetto politico che dia luogo a un governo coeso, stabile e duraturo e perciò capace di affrontare le grandi difficoltà del momento.
Dopo l’allarme europeo sullo stato delle finanze pubbliche sono arrivati, l’altro giorno, i dati Istat a confermare che il sistema non tiene.
Per affrontare una tale mole di problemi occorre che il nostro futuro governo possa davvero contare su un soggetto politico- e, lo ripeto, non ho mai detto partito unico!- di dimensioni tali e con uno spirito comune frutto di una piena condivisione degli obiettivi da raggiungere e delle priorità in base alle quali operare le scelte. Insomma, un soggetto politico tale da diventare il motore di tutta l’Unione alla cui costruzione, insieme all’Ulivo, il cuore del mio progetto politico, ho dedicato il mio impegno e il mio lavoro.
Per tutte queste ragioni ho dichiarato che “qualsiasi sia il mio peso politico, è al servizio del grande progetto dell’Unione e dell’Ulivo come punto di riferimento della politica italiana. Io sono qui per realizzare il progetto dell’Ulivo. Di fronte a questa priorità anche la mia candidatura a premier passa in secondo piano. Il progetto viene prima dei ruoli e i ruoli li decideremo con una scelta comune e condivisa. Vi garantisco che il mio sostegno va solo al progetto dell’Ulivo. Basta con gli egoismi”.
Proprio all’Unione serve il lavoro intenso della “Fabbrica del Programma” dove ci confrontiamo e ci confronteremo nei prossimi mesi, sui problemi del paese. In questo luogo, che è fisico e virtuale ad un tempo, ho incontrato tante persone, operatori economici, studiosi ed esperti. Altrettante ne incontrerò in giro per l’Italia, a partire già da lunedì prossimo, quando sarò a Bari per la prima tappa del viaggio della “Fabbrica” attraverso il Paese. Ebbene, dall’incontro con loro ho tratto la certezza che alle espressioni di fatica e di crisi si accompagna sempre un intenso desiderio di riscatto per riportare l’Italia ad essere protagonista in Europa e nel mondo globale. Sappiamo tutti che le sfide sono impegnative e difficili. Ma sappiamo anche che con tenacia, perseveranza e serietà, insieme ce la possiamo fare.
C’è però bisogno di una svolta vera. Una svolta politica e di programma.
Nel documento che ho scritto a Creta in occasione del 2 giugno - che ho visto con stupore e soddisfazione è stato letto sul mio sito da più di 300.000 persone - ho indicato le linee di azione che ritengo prioritarie. L’Italia è in difficoltà soprattutto perché in questi anni sono cresciute in modo preoccupante le differenze e le disuguaglianze sociali. Troppe persone stanno rimanendo indietro. E’ una questione di civiltà. Abbiamo un grande bisogno di equità, di regole chiare e certe, di diritti ma anche di doveri. Di buone, semplici ed efficaci leggi che devono essere rispettate. Di ritrovare il senso della comune appartenenza e responsabilità. Non possiamo più sopportare, ad esempio, una così ampia evasione fiscale e una così vasta sacca di privilegi per pochi a danno di tutti. E’ un cambiamento culturale, oso dire etico e morale, quello di cui l’Italia ha bisogno.
La consapevolezza dello stato di degrado del Paese ci impone di impegnarci senza più indecisioni per fare dell’Ulivo il centro e il baricentro di quel forte e compatto governo dell’Unione del quale il Paese ha un urgente bisogno. Ma per raggiungere questo obiettivo sono convinto che l’Ulivo debba essere visibilmente presente sul territorio, nelle istituzioni e debba essere offerto agli elettori attraverso la presentazione di una grande lista che ne tenga aperta la prospettiva.
Questa è la medicina più giusta per l’Italia. Tutto il resto viene dopo. Io voglio essere, con il mio contributo e il mio peso politico, a servizio di questo progetto comune. Ne va del futuro di tutti che solo un Governo dell’Unione poggiato su un forte Ulivo può garantire. E con pazienza ma anche con determinazione ce la faremo.
Con molta amicizia
Romano Prodi
giugno 12 2005
Serve una manovra correttiva così l´Italia riacquista fiducia"
Almunia: è stato l´Istat a certificare che avete sforato
ho detto a domenico L´ho già detto al mio amico: io sono il guardiano del Trattato, devo rispettare le procedure
andare oltre keynes Keynes ci suggerirebbe di evitare sacrifici se la crescita è zero, ma lo sviluppo riparte solo con conti equilibrati
DAL NOSTRO INVIATO ELENA POLIDORI
da Repubblica - 12 giugno 2005
LONDRA - «Le controdeduzioni? Per me l´unico rapporto che conta è quello che dovrà elaborare il Comitato economico e finanziario nel giro di quindici giorni». Joaquin Almunia, il commissario Ue che ha aperto la procedura per deficit eccessivo contro l´Italia liquida così il dossier di contestazioni che il ministro dell´economia Siniscalco, gli ha appena consegnato. Dice: «L´ho già detto al mio amico Domenico: io sono il guardiano del Trattato, devo rispettare le procedure».
Almunia conversa con Repubblica durante una pausa del vertice londinese del G8. E´ nel suo ufficio, presso la rappresentanza inglese della Commissione. Ha appena spiegato ai migliori cervelli britannici e americani, riuniti presso la Chatham House, che sì, certo, l´Europa ha tanti problemi, cresce poco, è divisa al suo interno e non riesce ancora a varare l´unione politica. «Ma noi non siamo certo gli ultimi». E a chi gli chiede allora come mai c´è un paese come l´Italia che rivorrebbe indietro la lira, risponde: «L´Euro è per sempre. Questo è un matrimonio senza divorzio».
Commissario, il governo italiano non è d´accordo con le sue valutazioni. Siniscalco sostiene che, nel documento che avvia la procedura d´infrazione, ci sono interpretazioni sbagliate dei numeri.
«Che significa?»
Significa per esempio che contesta i criteri contabili di Eurostat, revisionati in corsa, che hanno fatto balzare il deficit nazionale. Siniscalco sospetta addirittura che la procedura sia stata aperta di proposito.
«Non voglio neppure entrare in queste faccende. Dico solo che Eurostat è un organismo professionale e indipendente. Aggiungo che lo stesso Istat, l´Istituto italiano di statistica, ha pubblicato il 24 maggio una nota per dire che il deficit italiano del 2004 era al 3,2%».
L´Italia rivendica di aver effettuato un aggiustamento strutturale dello 0,8% del Pil nel 2004. Sostiene che questo sforzo non le viene riconosciuto.
«Questa è una discussione tecnica senza fine che lascio agli esperti. Noto soltanto che ha una certa importanza il deficit nominale. Se questo è sopra il tetto del 3%, deve rientrare nei ranghi, così come prescrivono le regole».
L´Italia spera anche di trovare il modo di congelare questa stessa procedura, con l´appoggio di Francia e Germania. Pare che il premier Berlusconi s´adopererà già al prossimo Consiglio europeo. Che possibilità ci sono?
«Ipoteticamente tante perché nessuno può dire adesso cosa deciderà il Consiglio Ecofin dell´11 e 12 luglio».
Ma ci sono i presupposti politici per uno sbocco simile, oppure è solo un sogno?
«Non lo so. E´ una buona domanda per i 25 stati membri».
Commissario Almunia, secondo lei l´Italia deve fare una manovra bis? Siniscalco, come sa, crede che sia una mossa sbagliata in presenza di un Pil sotto zero e, per quest´anno, non intende varare nessun aggiustamento.
«La competenza è del governo italiano. Il Consiglio eventualmente può solo fare delle raccomandazioni».
Ma secondo lei, in una fase di recessione, serve o no una stretta?
«La teoria keynesiana classica dice che, in presenza di una crescita nulla, non bisogna stringere. Ma una visione alternativa e più moderna contempla l´esistenza di ciò che si chiamano «i non effetti keynesiani». Perciò, per restaurare la fiducia e far crescere l´economia, servono politiche appropriate, ci vuole l´equilibrio di bilancio e dunque un suo consolidamento. Comunque, spetta al Consiglio decidere se fare o meno una raccomandazione in questo senso all´Italia».
E se il paese non l´accoglie?
«C´è il rischio di future sanzioni».
Commissario, ma lei come si sente ad aver messo l´Italia sotto accusa?
«Non è una questione personale. La Commissione è il guardiano del Trattato. Abbiamo ricevuto il compito di rinforzare il Patto di stabilità e questo è ciò che facciamo. C´è un obbligo».
D´accordo. Ma non è che la Commissione è un po´ troppo rigorosa? Non c´è una contraddizione tra voi, sempre così rigidi, e un´Europa che oggi appare divisa, lacerata come dimostrano i voti di Francia e Olanda contro la Costituzione?
«Nessuna contraddizione. Le nostre responsabilità sono definite nel presente Trattato che non cambia, non è cambiato e riflette le decisioni di Maastricht».
Poi Almunia rientra a Bruxelles. Il dibattito sul «dossier Italia» è solo all´inizio. Il governo tratta e spera di riuscire a strappare un rientro morbido nei ranghi, se non addirittura un congelamento della stessa procedura d´infrazione.
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Il ministro consegna le obiezioni del governo alla procedura contro l´Italia: non si cambiano le regole contabili in corsa
Dossier Siniscalco all´Europa
"Subito misure per la crescita o il populismo vincerà"
"Inquietanti segnali da non sottovalutare" dopo il doppio no alla Costituzione
Al G8 passa il nostro richiamo sul rischio Ue di essere esclusa dalla globalizzazione
DAL NOSTRO INVIATO
LONDRA - Domenico Siniscalco presenta ai colleghi europei le sue «controdeduzioni» per contrastare la decisione Ue sui conti pubblici italiani. Al tempo stesso pone sul tavolo del G8 il problema della mancata crescita, così importante anche ai fini della procedura per deficit eccessivo aperta dalla Commissione di Bruxelles. L´Europa - questo il succo del suo intervento e dello stesso comunicato finale dei Grandi - «non percepisce i vantaggi della globalizzazione. Nel caso dell´Italia poi i benefici sono zero visibili». Ebbene, queste difficoltà provocano «forti inquietudini, come indicano anche i recenti referendum» di Francia e Olanda e «spinte populiste di cui abbiamo discusso nelle ultime settimane», come è accaduto con la Lega e il ritorno alla lira.
Perciò: «Vanno contrastate muovendo tutto ciò che si può nell´economia reale per agganciarsi al processo di crescita». Par di capire, quindi, che al di là del negoziato tecnico-politico imbastito dal governo, la partita bilancio si giochi ora su basi ben più ampie. Il ministro dell´Economia parla al termine del vertice londinese dedicato soprattutto a cancellare i debiti del Terzo Mondo e ad analizzare le ragioni di una crescita economica che resta «robusta», sebbene vada a ritmi più lenti rispetto al passato. Ma non dimentica i guai nazionali. Così, come promesso, distribuisce ai ministri europei presenti a Londra un documento che elenca tutte le obiezioni del governo sulla procedura. «Ho passato brevi manu le nostre controdeduzioni a qualche collega. Ne ho parlato con Juncker, Almunia, Breton, Eichel e Gordon Brown. Da lunedi ne discuteremo. E comunque, una trattativa come questa non si fa sui giornali».
Però, al G8, si fa eccome. Così, Siniscalco pone appunto sul tavolo il binomio globalizzazione-non crescita e ottiene anche che nel comunicato finale del summit ci sia un accenno, una frasetta in cui si legge che esiste un problema di «distribuzione equa dei benefici della globalizzazione». Nell´analisi del ministro si tratta di un «rischio» serio. «Vuol dire che se il resto del mondo cresce in modo forte», per l´Europa non è così: il Vecchio Continente è al palo, «tagliato fuori». «E´ escluso da questa crescita impetuosa, subendone le conseguenze». Il doppio no alla Costituzione è una spia significativa. Le «spinte populiste» nazionali sono un altro «inquietante» segnale. Senza contare che l´Italia, dove i benefici della globalizzazione sono appunto «zero visibili», ha tutto l´interesse a sottolineare la questione della mancata crescita, considerata anche un´attenuante ai fini della procedura sui conti pubblici.
Siniscalco, nelle sue controdeduzioni, reclama una maggiore attenzione all´aggiustamento strutturale dello 0,8% realizzato lo scorso anno. Critica le revisioni di Eurostat, perché i criteri contabili, in vigore dagli anni ‘90, sono stati cambiati in corsa, facendo lievitare il deficit italiano. Ricorda il grande impegno italiano nelle missioni di peace-keeping. Fa notare il grande contributo nazionale al bilancio Ue. E poi, naturalmente, pone il problema della crescita che non c´è. Il ministro spera di strappare un rientro nei ranghi spalmato nel giro di due, tre anni. La prossima settimana, a Bruxelles, sarà lo stesso premier, Silvio Berlusconi, a tessere la tela politica-diplomatica per uscire dall´impasse.
(e. p.)
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Ds Milano - Rassegna stampa
Clementina e' libera! "Se arrivo viva all'aeroporto vado a votare"
La gioia per la liberazione della volontaria italiana si contrappone allo sconcerto degli ambienti vaticani. Ruini: "L'equilibrio vacilla. Rimpatriate venti suore missionarie." Sorteggio tra i funzionari del Sismi per scegliere l'accompagnatore.
Kabul
Tutto è bene quel che finisce bene. Clementina Cantoni, l'italiana rapita in Afghanistan, è stata liberata questo pomeriggio, poche ore dopo il rilascio della Sora Scià, mamma del rapitore. "Nessun riscatto è stato pagato", assicurano dalla Farnesina, "se escludiamo ovviamente il container di pasta e sugo all'amatriciana per la mamma di Zahir."
Ma il tragico epilogo del sequestro Sgrena è ancora fresco nella memoria: nessuno, e tantomeno i giudici americani, hanno dimenticato il colpevole movimento dell'auto italiana che è andata incontro ai proiettili dei soldati Usa. Per questo motivo le procedure di sicurezza questa volta sono state ferree. L'itinerario dell'auto italiana è stato presentato tappa per tappa da Candido Cannavò e verniciato di rosa. Sono state avvertite le ultime quattro generazioni di Bush e l'annuncio è stato dato nell'intervallo del Superbowl. L'auto sarà infine preceduta e seguita da un corteo circense con elefanti e banda mentre in cielo volerà un dirigibile che ne seguirà il percorso.
Finita la festa si porrà il quesito che sta più a cuore agli italiani. Clementina andrà a votare? Secondo fonti vicine ai promotori del referendum la Cantoni sarebbe orientata verso il sì. Sarà questo il famigerato +1 che consentirà il raggiungimento del quorum? Lo sapremo solo lunedì sera quando milioni di embrioni attenderanno alle frontiere dapprima gli exit pollution ed infine i risultati definitivi: "Non solo siamo già esseri viventi", dichiarano, "ma molti di noi hanno già la patente e pensavamo di rientrare in macchina. Controesodo permettendo."
www.giuda.it
L'embrione non è una muffa, il cervello del cardinal Ruini sì
Il popolo astensionista plaude alla politica eterologa: sì alle leggi concepite con un seme estraneo allo Stato italiano e proveniente dalla Santa Sede. Per limitare il numero dei sì, domenica la Chiesa sospende anche i matrimoni. Il comitato Scienza e Vita: "O la legge 40, o la legge della giungla: dopo l'ovocita, arriverà l'ovotarzan". Secondo i genetisti, il bigottismo avrebbe un'origine genetica: i fan di papa Ratzinger, oltre ai cromosomi X e Y, hanno anche quelli XVI. Grande successo sulla stampa cattolica per la striscia a fumetti " Astienix e Ovulix", i due eroi antireferendum con le fattezze di Carlo Casini e di Giuliano Ferrara. Dal centrosinistra, Rutelli invita all'astensione: okay, ci asterremo dal votarlo. Ma alle urne, domenica e lunedì, ci andremo eccome, per obbedire a un altro e più venerabile Camillo, il conte di Cavour. Per scegliere consapevolmente fra sì, no e scheda bianca, date un'occhiata al nostro corposo dossier sulla fecondazione satiricamente assistita...
Sperma: metterlo in banca o sotto il materasso?
Nuovo scandalo: donna fecondata
con un seme di girasole!
FIRENZE. «Il mio bambino ha una grande corolla gialla e sopravvive solo in terrazza»: è il racconto disperato di G. Z., una donna di Genova diventata madre di uno splendido girasole. Sotto accusa, di nuovo, il centro Florence, la clinica contro l'infertilità che avrebbe diffuso seme infetto o irregolare, e, secondo le ultime rivelazioni, perfino di origine vegetale. La povera mamma racconta di avere avuto i primi sospetti quando al momento del parto è stato necessario l'intervento di un giardiniere. Problemi analoghi per un'altra paziente del centro Florence, nel cui utero sarebbe stato impiantato un bulbo di tulipano prelevato da un anonimo donatore olandese. Oggi, a sei mesi, il piccolo Tullio viene allattato con un innaffiatoio e agli omogeneizzati preferisce il fertilizzante. «E' un bimbo stupendo - ha detto in lacrime la signora -. Quando lo porto ai giardini invece di andare sulle giostre si seppellisce nelle aiuole e si tocca il pistillo per attirare l'attenzione delle api. Ma mio marito gli vuole bene: quando esce se lo infila sempre all'occhiello».
Intanto gli inquirenti stanno cercando di ricostruire la provenienza dei gameti incriminati, che il Florence, per risparmiare, si sarebbe procurato dalle fonti più svariate. Un ambulante di servizio nei cinema ha confessato di aver fornito al centro anti-infertilità ingenti quantitativi di semi di mais e di zucca, originariamente destinati alla produzione di popcorn e brustolini. (30-11-1997)
Napoli, la criminalità organizzata sfida la bioetica
Ragazzino ucciso dalla camorra a sette anni di distanza dal gemello
NAPOLI. Mentre ferve ancora il dibattito sul caso del bimbo americano partorito sette anni dopo il gemello grazie al congelamento dell'embrione, a Napoli una nuova, drammatica vicenda rinfocola le polemiche sulla manipolazione della vita. Protagonisti e vittime, Ciro e Gennaro, due gemelli di tredici anni, caduti sotto il fuoco della camorra solo perché fratelli del pentito Salvatore Lapazza. Niente di straordinario, a prima vista: ormai nella città partenopea l'età media delle vittime dei clan è inferiore a quella richiesta per guidare un triciclo. In realtà fra i due omicidi ci sono sette anni di distanza. Ciro fu ucciso nel 1991, come primo avvertimento al fratello maggiore; il gemello Gennarino fu rapito e ibernato nei frigoriferi segreti della camorra, in attesa degli eventi. Ci si dimenticò di lui finché le ultime rivelazioni del pentito Lapazza sul racket degli appalti hanno indotto i boss a scongelare il fratellino e a giustiziarlo.
Il caso denuncia un allarmante degrado nella tradizione camorristica. «So' escite tutte pazze - lamenta don Cecé Mazzarella, anziano presidente del Comitato di Bio-camorra -, ai tempi miei i piccerelle s'accidevano secondo natura». Secondo i sociologi, i camorristi di oggi non si sentono realizzati se non uccidono un bambino, e per riuscirci ricorrono alle tecnologie più sofisticate, dal taglio cesareo alla gola al dissolvimento in una provetta di acido al kalashnikov in affitto. Gennaro Lapazza oggi avrebbe avuto vent'anni, e il suo assassinio non se lo sarebbe filato nessuno: l'ibernazione ha consentito di farlo morire ancora a tredici anni, un'età che garantisce l'attenzione dei media e lo sdegno delle autorità.
Ma qualcuno nei clan invoca un codice di autoregolamentazione. I boss più illuminati chiederanno l'introduzione della «vita dell'obbligo», per consentire agli scugnizzi di frequentare questo mondo almeno fino al quattordicesimo anno d'età. La Chiesa, da parte sua, richiama i criminali cattolici al rispetto di un principio fondamentale: la malavita va rispettata fin dal suo concepimento. (19-9-1998)
Gamete over: fecondazione assistita, no all'illegalità
Il Parlamento: si potrà assistere alla procreazione ma solo pagando il biglietto
ROMA. Adulti a prezzo intero, sconto per militari e guardoni abilitati, abbonamento per anziani, preti e cardinali. Finalmente trovato un accordo nel centrosinistra sulla delicatissima materia della fecondazione assistita: basta con il divertimento gratis, il piacere si paga. Chi vorrà assistere al magico incontro di un ovulo e uno spermatozoo, e magari incitare una delle due parti con cori, striscioni e accendini, dovrà prenotare una poltrona e procurarsi un biglietto. Secondo punto, i partner e le loro cellule riproduttive verranno inquadrati nel contratto dei lavoratori dello spettacolo, con previdenza Enpals, iscrizione alla Siae eccetera. Terzo, si affiancheranno alla classica procreazione in vitro la più piccante fecondazione sul divano, sotto la doccia, in piscina o in un bel lettone. Fabio Mussi commenta il faticoso ma geniale compromesso: «Abbiamo capito che in fondo quello che importa ai cattolici è poter continuare a mettere il naso nelle mutande della gente: perché togliergli questa soddisfazione? Poi magari gli viene voglia di occuparsi di politica, e allora sì che sono guai». Ma non tutti i nodi sono stati sciolti. I popolari chiedono l'ingresso gratuito per tutto il clero dal sacrestano in sù, e doppio spettacolo nei giorni festivi. Rimane anche il no alla fecondazione eterologa, cioè con semi diversi da quelli della coppia «se no - precisa una nota di Piazza del Gesù - per una persona anziana come il cardinal Tonini diventa troppo complicato seguire l'avvenimento e ricordare tutti i nomi». (4-2-1999)
Dopo l’intervento di Lione, bioetica cattolica nel caos
Niente trapianto di mano alle coppie di mutilati gay?
ROMA. Un gay può farsi trapiantare un arto eterosessuale? Una coppia non sposata può adottare un piede? E qual è il destino delle dita amputate fuori dal matrimonio? Sono solo alcuni dei dilemmi morali che la Chiesa cattolica dovrà affrontare dopo lo straordinario intervento con cui un'équipe chirurgica internazionale ha restituito a un monco una mano non sua. La Pontificia Commissione di Bioetica è al lavoro per ridefinire la dottrina salvando il fondamentale principio cattolico di impedire alla gente quante più cose possibile. «Mani e piedi sono un dono di Dio - si legge in una bozza di documento - e non è educato riciclare i doni. Esiste inoltre il rischio che arti prelevati a buoni cattolici vengano trapiantati su corpi di peccatori e destinati ad attività peccaminose». E non basta: «Se un uomo si separa dalla gamba che Dio gli ha dato, è illecito contrarre una seconda unione con un'altra gamba, a meno che la separazione dalla prima gamba non sia stata sancita da una sentenza della Sacra Rota». Nessuna tolleranza nemmeno per i generosi filantropi monchi che si sono fatti impiantare anche due o tre mani di colore, assicurando loro una vita migliore. Estremo rigore verso i monchi gay, ai quali la Chiesa proibisce di farsi trapiantare perfino i capelli. Trapianti di arti vietati anche alle coppie non sposate, ma se sono sinceramente pentiti potranno ricevere un braccio o una gamba in affidamento o adottarlo a distanza. (17-2-1999)
Mica semi: esasperati dalle lungaggini del Parlamento
Spermatozoi italiani emigrano:
«Qui non ci lasciano lavorare»
ROMA. Alla fuga dei cervelli c'eravamo abituati. Ma la fuga dei gameti italiani da un paese incapace di valorizzarli è una triste novità delle ultime ore. In tutta la penisola, milioni di spermatozoi che languiscono da anni al freddo nelle banche del seme stanno prenotando biglietti con destinazione Nordeuropa e Stati Uniti. A convincere i più incerti, l'ennesimo stop alla legge sulla fecondazione assistita, che avrebbe potuto offrire a tanti di loro una collocazione definitiva nel rispetto della loro particolare professionalità. «Io sono nato per mettere sù famiglia, non per ammuffire in una banca - dichiara rabbiosamente uno spermatozoo che preferisce rimanere anonimo -. Questa doveva essere una sistemazione temporanea in attesa di un posto fisso in un ovulo. Ma qui in Italia è diventato un sogno impossibile. Fanno carriera soltanto i raccomandati e gli sposati». Colpa di una legislazione arcaica e familistica che nel 2000 obbliga la donna italiana ad assumere nel proprio ovulo solo il seme del marito, anche se è malato, pigro e inefficiente. «Alla faccia della meritocrazia - sbotta un altro gamete che sta chiudendo le valigie -. Io sono sanissimo, ho vinto tutte le gare di nuoto a scodinzolo, ho passato l'esame in cromosomi con 46/46 e lode, e non sopporto più di vedermi superare da dei lavativi con la fede al dito che non sanno nemmeno fare una divisione cellulare». Mete preferite dei nostri semi, i paesi scandinavi, dove uno spermatozoo abile e intraprendente può trovare in breve tempo un contratto a tempo indeterminato in un ovulo, e perfino affittare un utero. I gameti più ambiziosi puntano sugli Usa, dove il mercato del lavoro spermatico è pienamente liberalizzato: «Laggiù - osserva un seme atletico e abbronzato - un single dotato come me ha solo l'imbarazzo della scelta e dal giorno alla notte può diventare una star di Hollywood. Un mio lontano cugino è stato scelto da Jodie Foster come coprotagonista del suo prossimo figlio». (23-7-1999)
Ceppacloni: Disperato appello al congresso dell'Eur
Polo e Ulivo ai genetisti:
«Per piacere, clonate Mastella»
ROMA. Dall'assise dei luminari della genetica giunge una speranza per una povera creatura costretta da anni a vivere con un piede in due staffe. Ian Wilmut, il biologo scozzese che ha clonato la pecora Dolly, potrebbe prestare la sua opera per salvare la politica italiana dagli ondeggiamenti di Clemente Mastella. Il paziente vegeta da anni in uno stato di coscienza prossimo allo zero, ma conserva ancora alcune funzioni vitali: ha un appetito smisurato e a bordo della sua Udeur (una speciale barella manovrabile con gli impulsi trasmessi dal movimento delle mascelle) può compiere piccoli movimenti fra centrodestra e centrosinistra, causando sfracelli. Polo e centrosinistra hanno sperato per molto tempo in un aggravamento dello stato di Mastella: le sue sacche di voti, soprattutto al Sud, avrebbero potuto essere espiantate definitivamente per salvare uno o l'altro degli schieramenti. Ma il leader dell'Udeur rimane stazionario, e i politici italiani hanno deciso di ricorrere a Wilmut: se non è possibile sopprimere Mastella, si può almeno sdoppiarlo. A toccare il cuore di Wilmut, l'accorata richiesta d'aiuto giuntagli unanimemente da più autorevoli membri di tutti gli schieramenti: «Siamo stufi di litigarcelo a suon di poltrone a ogni tornata elettorale. Ce ne faccia un altro, professore, e tutto andrà a posto: quando avremo un Mastella per ciascuno, potremo finalmente occuparci di cose più serie». Lo scienziato britannico, mosso a pietà, ha promesso di mettersi al lavoro quanto prima sul raddoppio di Mastella: «Mi sono impegnato a non eseguire mai clonazioni su esseri umani - ha dichiarato Wilmut -, dunque posso clonare Mastella in piena tranquillità di spirito». (1-9- 2000)
Obiezione di cosciotto: anche un affettato può essere abortivo
Salumieri cattolici: «Non venderemo la mortadella»
ROMA. Dopo i farmacisti contrari a distribuire il Norlevo, la pillola del giorno dopo, un'altra categoria di esercenti cattolici raccoglie l'invito della Chiesa a difendere la vita nascente. Sono i rivenditori di formaggi e salumi, che ieri hanno annunciato il proprio sì all'obiezione di coscienza. Da domani i salumieri credenti non venderanno più mortadella alle clienti di sesso femminile sprovviste di un certificato medico che ne attesti lo stato di non-gravidanza. «Autorevoli ricerche cliniche - spiega il portavoce dei pizzicagnoli cattolici - dimostrano che un dosaggio eccessivo di mortadella assunto nelle prime ore dopo il concepimento può provocare reazioni fisiche imprevedibili: giramenti di testa, nausee, vere e proprie indigestioni. Condizioni non certo favorevoli a un felice annidamento dell'ovulo fecondato e quindi all'instaurarsi della gravidanza. Un salumiere che crede nella sacralità dell'embrione non può che dire no a quello che può senz'altro definirsi un tentato omicidio». La misura potrebbe allargarsi anche ad altri salumi sospettati di procurare l'aborto: si sono registrati casi di gravidanze interrotte percuotendo a lungo la gestante con un prosciutto di Parma o bersagliandola al basso ventre con un Granbiscotto Rovagnati. E' vero che questi prodotti vengono venduti generalmente all'etto e affettati sottilmente, ma, osservano i salumieri cattolici, chi può impedire a un nemico della vita di comprare cento etti di prosciutto, ricomporre l'insaccato intero ed usarlo a scopi abortivi? La decisione ha gettato nello sconcerto le clienti abituali delle salumerie. «Non mi hanno voluto dare due etti di crudo per il ripieno dei tortellini - lamenta una signora bolognese all'uscita del negozio di fiducia -. Dicono che vogliono la ricetta. Figuriamoci, la ricetta del mio ripieno non la do nemmeno al Papa in persona». (7-9-2000)
Dopo la mamma di Trapani, nuova inseminazione-record
Otto candidati del centrosinistra nell'utero di una casalinga toscana!
LIVORNO. Volevano un premier. A tutti i costi. Uno che assomigliasse a loro, con gli occhi cattolici della mamma ma con i capelli progressisti del papà. Accompagnarlo ogni mattina sul portone di Palazzo Chigi, aiutarlo la sera a scrivere la legge finanziaria, aspettarlo con ansia al ritorno dei vertici internazionali: emozioni senza prezzo, cui Caterina e Franco C., giovane coppia di Livorno, lui diessino, lei simpatizzante Ppi, non potevano rinunciare. Così, dopo tanti infruttuosi tentativi, i coniugi hanno scelto la via più imprevedibile: la stimolazione ovarica. Valeva la pena di affrontare un'avventura così pericolosa solo per avere un presidente del Consiglio in cui potersi riconoscere? «Avevamo pensato anche all'adozione - confessa Franco -, ma prima volevano appiopparci un orfano del Psi bruttino e ormai sui sessant'anni. Poi ci hanno proposto un bellone romano, ma mi sono accorto che mia moglie lo guardava in un modo strano».
L'effetto del trattamento ormonale è stato fin troppo positivo. Fin dalla prima ecografia, un verdetto da batticuore: nell'utero di Caterina si erano formati ben otto candidati dal destino molto incerto. Comprensibile l'apprensione dei futuri genitori: «Mia moglie sta abbastanza bene - racconta Franco -, ma ormai siamo alla venticinquesima settimana di gestazione, e i medici vogliono intervenire, anche perché i gemellini hanno cominciato a litigare fra loro praticamente subito». I sanitari avevano suggerito di effettuare un turno di primarie intrauterine, per eliminare gli aspiranti con meno chances, ma Caterina si è opposta. La vicenda sta suscitando nell'Ulivo commozione, insieme a critiche severe. I Ds parlano di scelta irresponsabile: «Di candidati premier che stanno lottando per la sopravvivenza ce ne sono già due - sottolinea Fabio Mussi -. E se poi ci fosse bisogno di un terzo, noi sosterremo Bernardo Provenzano, che, come stanno rivelando le inchieste sulle coop rosse in Sicilia, è stato il primo boss a riconoscere che si poteva aprire un dialogo anche con la sinistra, e molto prima di Giuliano Amato». Più concilianti i popolari, che vorrebbero includere gli otto gemellini di Caterina nella corsa alla premiership nel centrosinistra, e poi lasciar decidere alla volontà di Dio. Ancora fiato sospeso per la sorte degli altri due potenziali premier, Amato e Rutelli. Per scongiurare le patologie tipiche delle candidature nate prematuramente (debolezza, fragilità neurologica, respiro corto), i piccini sono stati collocati in incubatrice. (21-9-2000)
Clamoroso: con le nuove norme sull'inseminazione, addio Natale
Gesù bambino fuorilegge: nacque da fecondazione eterologa!
L'ovulo era di Maria, ma lo spermatozoo non veniva da Giuseppe! Altro che regalo al Vaticano, la nuova legge sulla fecondazione assistita, che obbliga a impiegare solo i semi dei coniugi, è una vera bestemmia: se fosse stata in vigore 2003 anni fa, oggi crederemmo ancora in Giove e Saturno. I senatori cattolici corrono ai ripari: pronto il Lodo Dio, che consente l'inseminazione eterologa solo se il donatore è infinito, onnipotente ed eterno, e ha parlato per mezzo dei profeti e non di Schifani e Bondi. Ma la Chiesa esulta ugualmente: grazie al divieto di usare gli embrioni soprannumerari per le ricerche sulle cellule staminali, i malati italiani ingrasseranno ancora per molto i tour-operators per Lourdes. Adottati dalla Findus gli embrioni congelati: presto in commercio la nuova linea «Quattro salti in provetta», per donne che non hanno tempo da perdere. Intanto da Nazaret la Madonna annuncia la sua seconda gravidanza: «Il bonus di mille euro mi farebbe proprio comodo. E questa volta la voglio femmina». (5-12 -2003)
Dopo la fecondazione in vitro, Acquabomber inaugura quella in Pvc
Trovato un embrione nell’acqua minerale!
Dopo averne bevuto un bicchiere, una donna di Piacenza si è presentata in ospedale con i tipici sintomi di una gravidanza. La sua spiegazione: «Ho visto qualcosa nella bottiglia, ma credevo fosse la particella di sodio dell'acqua Lete». In virtù della nuova legge sull'inseminazione, la signora sarà obbligata a tenersi il feto nello stomaco fino al termine della gravidanza. La Chiesa condanna chi ingerisce acqua adulterata: «Bevetela solo se regolarmente sposata». Intanto la norma che difende tutti i diritti del concepito, tranne quello di nascere in un paese civile, prosegue indisturbata il suo iter. Francesco Rutelli denuncia il Far West delle provette, quando Billy the Kid svaligiava le banche del seme dell'Arizona e la colt dello sceriffo Wyatt Earp centrava un ovulo a cento metri di distanza. La dichiarazione della senatrice forzitaliota Albertini («Per la fecondazione eterologa c'è sempre il lattaio») provoca un immediato rialzo in Borsa dei titoli Parmalat. La Cdl si prepara a smantellare la legge 194 ma è già previsto un lodo Schifani ad hoc: l'aborto sarà consentito solo alle donne imparentate con le cinque massime cariche dello Stato. A questo punto sorge un dubbio: sono più dannosi i deficienti che iniettano candeggina nell'acqua minerale o i bigotti che iniettano clericalismo nella legislazione italiana? (12-12-2003)www.liaceli.com/
Mai più l'8 per mille alla Chiesa dei Ruini
di Pino Nicotri
Come arginare l'invadenza sempre più massiccia della Chiesa nella vita politica italiana? Cominciamo a non versare più con la dichiarazione dei redditi il piccolo contributo volontario, che in totale dà alla Chiesa mille miliardi di lire l'anno
Il cardinale Camillo Ruini mi ha convinto: d’ora in poi con la dichiarazione dei redditi non verserò più l’8 per mille alla Chiesa cattolica.
Se Ruini si sente infatti in dovere di agire da capo partito e dare indicazioni di voto, in questo caso di non-voto, contro un referendum deciso dai cittadini della Repubblica italiana, ebbene noi cittadini laici della Repubblica italiana possiamo rispondere per le rime: niente più 8 per mille per alimentare - con un totale di mille miliardi di lire l'anno! - queste interferenze al limite ormai dell'eversione.
Non vedo perché io debba contribuire a finanziare chi a ogni pié sospinto – senza averne assolutamente titoli e anzi con il ricatto ‘morale’ delle coscienze - non perde occasione per influire sulla mia convivenza civile, rendendola per giunta sempre più fragile.
Ormai quello guidato da Ruini - e iniziato qualche mese fa con un incredibile documento sul "ruolo della donna" (as usual, in cucina e a far figli) - è un assalto più forte del solito alla già debole laicità della Repubblica italiana.
Non dimentichiamo che il presidente del Senato Marcello Pera, cioè la seconda carica dello Stato, si è permesso in piena Aula di invocare una rapida elezione del successore di Wojtyla "perché l'Italia ha bisogno di una guida spirituale".
E' questo il modo - veramente indegno - di rappresentare anche i cittadini italiani ebrei, musulmani, ortodossi, valdesi, protestanti, buddisti, atei, ecc., comunque a vario titolo non cattolici papalini?
Il cardinale Ruini e i suoi sempre più sbracati fans dovrebbero capire che di questo passo prima o poi si sentiranno in dovere di interferire con la politica e la convivenza civile anche i religiosi delle altre confessioni presenti in Italia.
Se tutti i cleri delle varie fedi dovessero sporgersi dal proprio particolare pulpito ogni volta per gridare in piazza incitamenti su argomenti politici, sociali o civili, estranei cioè al culto, è chiaro che prima o poi si tornerebbe alle guerre di religione. O comunque a una molto più difficile convivenza civile. Meglio evitare. O no? D’ora in poi l’8 per mille lo destinerò pertanto a culti meno invadenti.
Pino Nicotri www.ilbarbieredellasera.com
Qualcuno vuole un altro caso Galilei fermiamo la sbandata nell´irrazionale"
ruolo della madre Volere salvare a tutti i costi embrioni che se nascessero sarebbero individui certamente affetti da gravissimi mali mi sembra una crudeltà grave. E la decisione andrebbe lasciata alla madre
frankenstein Leggo sui muri delle città paragoni con Frankenstein. Di una simile campagna fu vittima uno scienziato come Buzzati Traverso che dovette difendersi dall´accusa di nazismo del giornale vaticano
FRANCO PRATTICO
da Repubblica - 11 giugno 2005
«Qualcuno vuole forse aprire in Italia un nuovo caso Galilei, mettendo sotto accusa la scienza e gli scienziati, anche se molto recentemente la Chiesa cattolica ha condannato l´errore commesso tre secoli fa, che costrinse il più grande scienziato italiano al silenzio per salvare la vita». E´ amaro e ironico, Luca Cavalli Sforza, uno dei maggiori genetisti italiani ed europei, docente all´Università californiana di Stanford, anche se, commentando la recente mobilitazione clericale sulla fecondazione assistita, non nasconde una certa preoccupazione: «C´è una pericolosa sbandata nell´irrazionale - osserva - che nasce da una ambiguità di linguaggi che provoca gravissima confusione tra i significati di parole come "vita, individuo, identità, persona", addirittura coscienza. Stiamo assistendo a un pericoloso rigurgito di irrazionalità. Per via di questa ambiguità linguistica, che prescinde dal reale contenuto delle informazioni e fa appello a emozioni primordiali così evocate, il "benedetto chi si astiene" viene interpretato "maledetto chi non si astiene", o addirittura (come ho visto su cartelloni stradali e su alcuni giornali) in "Frankenstein, nazisti, criminali gli scienziati": tra poco rischiamo di sentire riecheggiare "al rogo, al rogo!", e poi perché astenersi e non piuttosto votare contro, come sarebbe un dovere democratico? Ma in questo c´è anche uno sfruttamento della pigrizia e dell´incertezza. Purtroppo, non è una novità. Le ricordo che di una campagna di questo tipo fu vittima uno dei grandi scienziati italiani, Adriano Buzzati Traverso, accusato nientemeno di nazismo dall´organo vaticano, per avere osato parlare di limitazione delle nascite e sostenuto l´opportunità della pillola, e per difendersi fu costretto a ricorrere all´avvocato. Purtroppo imitiamo troppo spesso gli Stati Uniti, dove gli antiabortisti sono arrivati all´omicidio di medici che operavano aborti perfettamente legittimi negli ospedali. E´ forse questa la strada della civiltà? Fermiamoli e cerchiamo di evitare che l´irrazionalità sopprima la ragione, che è poi il dominio della scienza, che, anche se a volte commette errori, alla lunga li ripara».
Ma il problema di oggi, che accende così furibonde contese, è lo statuto dell´embrione, equiparato appunto a una persona e quindi titolare dei diritti di cui in un paese civile ogni persona gode. Per un genetista, cos´è allora l´embrione?
«Un grappolo di cellule, come giustamente sostengono Renato Dulbecco e Rita Levi Montalcini, alle quali non si può certo attribuire il ruolo di persona perché uno è persona quando è cosciente. Ma cosa significa essere cosciente, cosa segnala l´esistenza, appunto, di una "persona"? Un segnale che mi sembra importante è la capacità e possibilità di sentire il dolore. Il dolore è come la spia dell´essere persona. E il compito e l´obiettivo della scienza, in primo luogo della medicina, è di eliminare o quanto meno lenire il dolore. Attribuire all´embrione un ruolo del genere, definirlo "persona", mi sembra molto pretestuoso anche per un cattolico, se - a quanto mi dicono teologi di sicura coscienza cattolica - anche uno dei Padri della Chiesa, San Tommaso d´Aquino, riteneva che fino ai due-tre mesi non vi fosse nel feto presenza di anima. Ma se l´anima si incarnasse nello zigote, come affermano, quando lo zigote va incontro a divisioni per dare origine a gemelli identici dovrebbe essere dotato di anime plurime».
Ma l´obiettivo della legge in discussione è fondamentalmente evitare la soppressione di embrioni e quindi della loro potenzialità di nascere, di accedere alla vita.
«Alla necessità di eliminare embrioni portatori di difetti gravissimi provvede già in parte Madre Natura. Molti embrioni, tra quelli prodotti normalmente, sono portatori di difetti così gravi che di solito non sopravvivono e vengono eliminati quindi "naturalmente". Probabilmente di simili difetti ne sono portatori tra il 30 e il 50% degli embrioni e anche dei feti, che dir si voglia. Volere salvare a tutti i costi embrioni che se nascessero sarebbero individui certamente affetti da gravissimi mali, causando enormi sofferenze a se stessi e ai familiari, mi sembra una crudeltà grave. In tal caso la decisione andrebbe lasciata alla madre, in piena libertà».
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Una parte della galassia ecclesiale ha scelto di non rilanciare la parola d´ordine astensionista
Il dissenso "soft" dei cattolici 10 sigle per la libertà di coscienza
Ecco le associazioni che non si sono allineate a Ruini
Tra i soggetti che hanno preferito non schierarsi figurano gli scout, le colf e i giornalisti
ORAZIO LA ROCCA
ROMA - La stragrande maggioranza delle associazioni e dei cattolici si presenta al voto referendario in linea perfetta con l´indicazione astensionista della Cei. Non è una novità. Meno scontato è, invece, vedere che non tutte le sigle ecclesiali hanno fatto questa scelta sulla quale si è esposto in prima persona il cardinale Camillo Ruini, vicario del Papa e presidente della Cei. All´interno della grande galassia cattolica, infatti, quasi un terzo del mondo dell´associazionismo cattolico non ha obbedito - in tutto e per tutto - ai vescovi, non ha cioè lanciato appelli alla diserzione delle urne nè dato indicazioni di voto, preferendo lasciare liberi i propri iscritti di seguire solo la loro coscienza e mettendo quindi in atto nei confronti della gerarchia una disobbedienza reale, anche se "soft" e non ostentata.
E´ quanto emerge leggendo le prese di posizione assunte pubblicamente dalla maggior parte delle sigle cattoliche - ne abbiamo censite 48 - attraverso appelli, comunicati, documenti ad hoc prodotti in vista dell´appuntamento referendario di domani e dopodomani. Di questi 48 movimenti e associazioni, 34 hanno raccolto in pieno l´invito all´astensione proposto dalla Cei, accettando pure - in molti casi - di aderire al comitato "Scienza e vita", l´organismo laicale sceso in campo benedetto dai vescovi per la causa astensiona. Una scelta operativa precisa e presa senza tentennamenti, anche se a volte espressa con motivazioni differenti. Le Acli, ad esempio, col presidente Luigi Bobba, parlano di «non voto come scelta attiva e responsabile», col quale puntare a una riforma parlamentare della legge 40. «La legge va bene così come è», precisa invece Giancarlo Cesana, leader storico di Comunione e liberazione. Questo gruppo comprende i più importanti nomi dell´associazionismo ecclesiale, dall´Azione cattolica italiana alle Acli, dall´Opus Dei ai Focolarini, da Comunione e liberazione al Movimento per la vita, dalla Comunità di S. Egidio ai Neocatecumenali. Sigle storiche del movimento cattolico italiano, alle quali si affiancano tutti quegli organismi laicali che operano nel mondo del lavoro, dello sport, della sanità, della scuola, ispirati dalla dottrina della Chiesa e per questo riconosciuti dalla Chiesa. Ecco, quindi, che a dare man forte all´esortazione astensionista del cardinale Ruini troviamo il Csi (Centro sportivo italiano), la Fuci (la federazione degli universitari cattolici), l´Acai (associazione artigiani cattolici), l´Aris (associazione religiosa di istituti socio-sanitari), l´Agesc (genitori della scuole cattoliche), l´Amci (medici cattolici), l´Uciim (insegnanti medi), la Fisc (settimanali diocesani), il Ctg (centro turistico giovanile), l´Ugci (giuristi cattolici) e tanti altri ancora.
Tra le 14 sigle di organismi "disobbedienti", 10 hanno optato per la libertà di coscienza; 4, pur dichiarandosi vicini alle posizioni dei vescovi, non hanno dato indicazioni di voto. E´ un nutrito gruppo di associazioni tra le quali spiccano nomi che fanno parte della storia ecclesiale italiana come l´Agesci (associazione guide e scouts cattolici) e il Masci (movimento adulti scouts), l´Api-colf (collaboratori familiari), e persino l´Ucsi (l´unione cattolica stampa italiana). Si tratta di un´area prudentemente libertaria che, con una certa sorpresa, annovera anche organismi laicali di categoria come il Mac (Movimento apostolico ciechi), la Fondazione Beltrame Quattrocchi, l´Ucipem (consultori prematrimoniali e matrimoniali), l´Acos (operatori sanitari), il Ciis (istituti secolari) e il Movimento di rinascita cristiana. Tra le associazioni ecclesiali che, pur vicine alla Cei, non danno indicazioni di voto, l´Aiart (associazione ascoltatori radio e tv), il cui presidente Luca Borgomeo si astiene «ma a titolo personale». Analoga la posizione dell´Age (associazione genitori), dell´Unione consultori prematrimoniali e matrimoniali e del Cop (Centro orientamento pastorale).
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Ds Milano - Rassegna stampa
I milanesi non buttano più il pane
Quasi dimezzata la quantità di avanzi che finisce nei rifiuti
Il presidente dei panificatori: "Sono sempre di più quelli che lo mangiano in ufficio nella pausa pranzo"
LUCA PESANTE
da Repubblica - 11 giugno 2005
Addio cara michetta. Troppo piccola, troppo secca e, appunto, troppo cara: da produrre e da acquistare. Sono tempi duri per la vecchia padrona della tavola milanese. Oggi la michetta cede il trono al francesino: più lungo, più morbido, pieno di mollica e soprattutto meno costoso. Ma è tutto il consumo del pane a evolvere: oggi il pezzo di panino avanzato in tavola non si butta più con la leggerezza di un tempo, come dimostra un´inchiesta dei panificatori milanesi. In un anno gli avanzi che finiscono nei rifiuti sono quasi dimezzati. Nel 2004 se ne trovavano 220 quintali al giorno, mentre l´altra settimana se ne sono recuperati soltanto 115.
E così come il pane diventa un bene sempre più prezioso, allo stesso modo i consumatori non badano più al blasone di sua maestà la michetta. L´associazione dei panificatori ha fatto due conti: su dieci milanesi che entrano in panetteria, 6 fanno scorta di francesini, 2 della vecchia rosetta e gli altri 2 si dividono tra pane arabo e tutti i tipi di pane da tagliare a fette. Di crisi si parlava da tempo, almeno da quando, nel 2003, l´assopanificatori aveva pensato di ritoccare i prezzi della "rosetta" ("costi troppo alti"), per poi tornare sui suoi passi. Antonio Marinoni, presidente dell´associazione che raccoglie oltre 2 mila panificatori artigianali, accetta la realtà ma non nasconde la sua amarezza: «Snobbata proprio a casa sua, che peccato! E dire che a New York, sulla Quinta strada, la michetta sta andando a gonfie vele, anche se la vendono a 10 dollari al chilo». Soprattutto se vista da dietro il bancone, la crisi della michetta non cela misteri. «E´ un pane costoso da fare e da comprare. - spiega ancora Marinoni - Bisogna preparare l´impasto il giorno prima e poi si secca dopo sole 4 ore dall´uscita dal forno». Visto dalla parte del consumatore, più che di crisi della rosetta, ha senso parlare di boom del francesino. Da 30 a 200 grammi, il panino del momento si presenta in tanti formati. Il taglio che va per la maggiore è quello da 80-100 grammi, ideale per la pausa pranzo, quando la mensa aziendale latita e il buono pasto non basta a riempire lo stomaco. Marinoni ha la sua spiegazione: «Questa è l´ennesima conseguenza del carovita. La gente deve contenere i costi. Per questo preferisce un pane meno raffinato, più sostanzioso e meno caro. E al lavoro preferisce portarsi un panino da casa: è come se il francesino avesse sostituito la vecchia schiscetta».
Ma anche se alle prese con carovita e crisi d´identità, il pane prova ugualmente a celebrarsi. Da questa mattina piazza del Duomo ospita la rassegna "Pane in piazza", con degustazioni di prodotti tipici da forno, sino a sabato, in concomitanza con la "notte bianca". Lo scopo è raccogliere fondi per la costruzione di un forno in Africa. Non importa che sforni michette o francesini.
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Ds Milano - Rassegna stampa
L’embrione non è persona
di Paolo Flores d’Arcais
L’embrione umano non è una persona. Chi suggerisce il contrario mente sapendo di mentire. Valga il vero. Se fin dal «primo momento» l’ovulo fecondato fosse una persona umana, lo sarebbe a maggior ragione dopo una settimana, e ancor più dopo tre mesi, per non parlare di un feto al quinto mese. Ma la legge italiana consente di abortire fino al novantesimo giorno, e anzi - se si riscontrino nel feto anomalie o malformazioni - fino al momento in cui il nascituro non sia in grado di sopravvivere in modo autonomo (artt. 6 e 7).
Dunque, per la legge italiana, in tutti questi casi l'embrione (ormai feto, e anche molto sviluppato) NON è una persona. Analogamente in tutti i paesi occidentali, con qualche variante secondaria. E poiché i sostenitori del “tutti a casa” nel referendum di domenica prossima giurano e spergiurano che la legge sull'aborto non è in discussione, è evidente che anche per loro un feto fino a tre mesi, e anzi fino a quando non sia in grado di vivere autonomamente (se portatore di anomalie o malformazioni, che la madre trovi intollerabili anche solo per la propria integrità psicologica) NON è una persona. A maggior ragione, dunque, non è una persona nei primi giorni e settimane dal concepimento. A meno che nel frattempo non sia stata abrogata la logica.
Ma l'embrione umano non è una persona neppure per la Chiesa cattolica apostolica romana. Per la quale si può parlare di persona solo dal momento in cui si dia (per volontà divina) un'anima personale e immortale. Che solo una minoranza sparuta di Padri e Dottori della Tradizione ha collocato prima del quarantesimo giorno, o addirittura prima del novantesimo. Vedi in proposito san Tommaso, che parla di un embrione e poi feto che prima di diventare persona conosce un periodo di vita meramente vegetativa, e di un secondo di vita puramente animale (priva di anima). E la filosofia di san Tommaso è stata ribadita quale “filosofia perennis” dal magistero di Giovanni Paolo II.
Del resto, se di persona si trattasse fin dal concepimento, sarebbe crudeltà inconcepibile non amministrare fin da quei primi istanti il battesimo, cosa che le allucinanti tecniche d'oggi rendono certamente possibile, condannando così i non nati (il 90% degli ovuli fecondati non riesce neppure ad impiantarsi nell'utero) alla privazione della possibilità della felicità eterna in paradiso.
Dunque, l'embrione umano non è una persona. E tutti i proclami e i suggerimenti di segno contrario che hanno alluvionato i teleschermi e imbrattato i muri in queste settimane costituiscono solo una gigantesca bava di malafede e di terrorismo morale. Sempre che, nel frattempo, non sia stata abrogata la logica.
O a meno che, invece, non si voglia far fallire questo referendum come primo passo per colpire quella legge 194 che consente l'aborto e che i pasdaran dell'astensione giurano e spergiurano di non voler rimettere in questione.
Nel qual caso mentirebbero due volte, dimostrando come in realtà domenica e lunedì si vada a votare soprattutto per un quinto quesito: confermare o mettere a repentaglio la legge sull'aborto già confermata da un referendum del popolo italiano. Se si voglia, insomma, tornare alla barbarie delle mammane e dei ferri da calza o si preferisca restare nel novero dei paesi civili. www.unita.it/
L'avvocato dice sì
di Marina Cosi
Lettera aperta sul referendum, scritta senza diritto d'autore da uno che vuol essere nessuno ma che spera di diventare centomila (e più) nelle urne. Da leggere
E' lunghetto, ma è interessante leggere fino in fondo il pezzo che segue, sul referendum, ricco di argomentazioni e di umanità.
L'ha scritto un semigiovane avvocato, bravo e simpatico (sul simpatico garantisco io, sulla bravura lo dimostrano le cause vinte fra cui quella -e conseguente ricorso- da me intentata alla Rai per trasformare in tempo indeterminato la catena di miei contratti a termine).
Spero la condividiate ed in tal caso fatela girare. Anche a vostro nome, se serve. Col consenso di Stefano medesimo che dice "facciamo finta sia un caso di fecondazione eterologa".
E in effetti il mondo avanza, le scienze procedono, i miglioramenti si ottengono grazie al fatto che si accettano idee altrui ed intuizioni nuove e con esse si nutra ed aggiorni il sistema del nostro pensiero. Sarà banale dirlo, ma la civiltà insomma avanza quando, con tolleranza, accetta nel proprio grembo anche sementi allogene. Buona lettura, Marina
Cari amici e conoscenti,
vi disturbo per ricordarvi che il 12 e il 13 giugno siamo chiamati a esprimerci su 4 quesiti referendari relativi alla fecondazione assistita.
Naturalmente, non mi rivolgo a quanti hanno già deciso in quale direzione esprimeranno il loro voto, in quanto non ho la pretesa di cambiare le idee di nessuno.
In questa logica, non mi rivolgo neppure a quanti hanno deciso di seguire le indicazioni del cardinal Ruini e di esprimere il proprio dissenso verso il referendum mediante il non - voto, sebbene giudichi questo un atteggiamento del tutto furbesco e di dubbia legittimità (in quanto potenzialmente destinato a far prevalere una minoranza) e, comunque, un'arma a doppio taglio (oggi a me, domani a te).
Voglio invece rivolgermi a tutti gli indecisi e a coloro i quali hanno in mente di non votare non tanto per scelta, quando per indifferenza.
In effetti, è notevole il rischio che questo referendum venga sottovalutato: in fondo, si tratta di questioni che, apparentemente, riguardano qualche migliaio di coppie sfortunate e sterili; perché la maggioranza di coppie feconde (o i single) dovrebbero farsi carico di simili problemi?
Invece la questione riguarda tutti, perché la legge sulla fecondazione, per come è formulata, e la campagna elettorale che stiamo vivendo, per come è condotta, dimostrano che la questione rappresenta un banco di prova: se il referendum non passasse (vuoi per il prevalere dei no, vuoi perché non si raggiunge il quorum dei votanti) c'è seriamente il rischio che i principi ispiratori della legge siano portati alle estreme conseguenze, andando a investire questioni che, questa volta, riguardano tutti noi, fecondi o sterili, single o accoppiati.
É in questa prospettiva che deve essere letto il pesante intervento da parte della chiesa cattolica, fatto di un impegno e di una virulenza che non ricordavamo (almeno i più anziani di noi) dai tempi del referendum sul divorzio prima e, dopo, sull'aborto.
Messa nell'angolo dall'esito delle vicende referendarie appena ricordate, la chiesa cattolica sta nuovamente tentando di permeare delle proprie convinzioni la convivenza civile di quello che dovrebbe essere uno Stato laico (quindi di tutti, cattolici e non).
Per questo, dicevo, il referendum del 12 e 13 giugno è un banco di prova: se il referendum fosse bocciato (e la trovata astensionistica del cardinal Ruini ne aumenta le probabilità), i settori clericali più oltranzisti troverebbero nuova forza.
In effetti, la legge sulla fecondazione assistita (sebbene in sé destinata a disciplinare vicende quantitativamente marginali) si fonda su principi che mettono in discussione istituti che, ormai, dovrebbero essere dati per scontati.
Si pensi per esempio al diritto che viene riconosciuto all'embrione, in tutto e per tutto equiparato alla persona: è su questo principio che si fonda l'obbligo, contenuto nella legge e che uno dei quesiti referendari vuole abolire, di impiantare tutti gli embrioni preventivamente creati, senza che la donna possa rifiutarsi neanche di subire l'impianto di embrioni che risultassero malformati.
É su questo principio che si fonda il divieto (che pure uno dei quesiti vuole abolire) di utilizzare gli embrioni per finalità di ricerche terapeutiche. A prescindere dalla intrinseca ingiustizia di simili norme di legge, è evidente che questo principio, portato a conseguenze neanche tanto estreme, è destinato a mettere in discussione la legge sull'aborto: se l'embrione è portatore di diritti, al pari di una persona viva e vitale, perché consentire alla donna di praticare l'aborto?
Ma l'aborto, si dirà, è un caso estremo, che continua a suscitare (nonostante la legge dello Stato, confermata da referendum) laceranti dibattiti. Tuttavia, le conseguenze della legge sono ancora più devastanti.
Si pensi al divieto della fecondazione eterologa (cioè da parte di persona estranea alla coppia), che uno dei quesiti vuole abrogare. Il divieto di questa tecnica di fecondazione viene giustificato asserendo che il bambino ha il diritto di conoscere i propri genitori naturali e di essere accolto nella e dalla famiglia naturale che l'ha generato.
Allora come la mettiamo con i figli di divorziati? vogliamo, coerentemente e sulla base dello stesso principio, abrogare il divorzio? E lo stesso diritto non dovrebbe essere riconosciuto ai figli adottivi? vogliamo allora mettere in discussione persino le adozioni?
Il fatto è che chi vuol far fallire il referendum fonda le proprie convinzioni su una concezione della famiglia e della procreazione del tutto inaccettabili.
Un cardinale, di cui non ricordo il nome, ha dichiarato che tutti noi siamo stati embrioni. Ciò che quel cardinale ha sottaciuto, e che invece mi sembra decisivo, è che tutti noi siamo stati embrioni voluti e amati.
Si vede bene allora che quel cardinale, e i suoi seguaci, riducono la procreazione al meccanico risultato di un atto sessuale (preferibilmente consacrato da Sacra Romana Chiesa perché, in caso contrario, si commette peccato), trascurando che la procreazione dovrebbe essere una scelta consapevole, da realizzare fin dove è possibile con un atto sessuale (anche perché è più divertente) ma, negli altri casi, da conseguire mediante le tecniche messe a disposizione dal progresso.
Se ciò non bastasse, si consideri ancora che queste idee, certamente rispettabili, sono propugnate come verità assolute e, come tali, da imporre anche a chi, altrettanto rispettabilmente, non le condivide.
Insomma, il fondamentalismo non è solo islamico; se nell'Europa occidentale non assistiamo a quelle forme di fanatismo è solo perché veniamo da un paio di centinaia d'anni di laicizzazione dello Stato, che però viene ora messa seriamente in discussione.
Si vede allora che dietro al referendum del 12 e 13 giugno non sta solo la questione della fecondazione assistita, ma un modo di vedere la vita. C'è chi vede la vita in modo laico, e lascia le questioni etiche sole di fronte alla propria coscienza e non cerca di imporle agli altri, e c'è chi vede la vita in modo integralista, cercando di imporre le proprie concezioni etiche a chi la pensa diversamente.
Prima di concludere, lasciate che mi rivolga (in contrasto con le premesse che io stesso ho posto) ai cattolici, che magari hanno deciso di seguire le indicazioni del cardinal Ruini.
Tra le più celebri frasi attribuite a Gesù non c'è anche quella che dice: "Date a Cesare..." eccetera?
E quindi, è davvero permeato da spirito evangelizzatore chi fa della propria fede una verità assoluta da imporre anche ai recalcitranti, o non è più coerente con l'insegnamento di Gesù Cristo chi separa le cose dello Stato dalle cose della religione?
Per tutti questi motivi, è importante recarsi a votare e votare 4 sì. Ma è altrettanto importante il passa - parola: non esitate quindi, se condividete queste mie idee scritte un po' di getto, a divulgare questi pensieri.
Non pretendo neppure il riconoscimento della paternità: facciamo finta che sia un caso di fecondazione eterologa.
Ciao a tutti, Stefano Chiusolo www.ilbarbieredellasera.com
Il ritorno dei machete
Oltre cento morti e migliaia di sfollati dopo le violenze riesplose nell’ovest del Paese
Sono oltre cento le persone uccise negli scontri che negli ultimi giorni hanno insanguinano la città e i dintorni di Duekoué, nell’ovest della Costa d’Avorio, a ridosso della regione settentrionale del Paese, teatro della guerra civile che dal settembre 2002 ha insanguinato l’ex colonia francese.
Questa zona, ricca di piantagioni di cacao, è abitata dalla popolazione Gueré, che nella recente guerra civile si è schierata con le forze governative del presidente Laurent Gbagbo.
A maggio era iniziato uno sciopero organizzato dalla popolazione Dioulà, che qui chiamano “gli stranieri”: gente del nord tradizionalmente dedita al commercio e generalmente malvista dal resto della popolazione ivoriana.
I Gueré di Duekoué, che possiedono tutte le piantagioni della regione e che da decenni sono in contrasto con i Dioulà per il controllo del business del cacao, hanno reagito uccidendo alcuni commercianti Dioulà della città.
Il primo giugno centinaia di miliziani Dioulà armati di pistole e machete (sembra organizzati e pagati da Aoua Touré, un ricco commerciante locale e duro oppositore del presidente Gbagbo) hanno assaltato il villaggio di Guitrozon e altri quartieri alla periferia di Duekoué, massacrando e bruciando vive decine di persone.
Il giorno dopo è scattata la reazione dei Gueré che, organizzati nelle milizie filogovernative dell’Alleanza Patriottica, hanno attaccato la minoranza Dioulà.
Gli scontri e i regolamenti di conti sono continuati nei giorni successivi.
Migliaia di persone sono fuggite dalle proprie case, cercando rifugio negli edifici pubblici e soprattutto nella missione cattolica salesiana di Padre Cesco a Duekoué.
La testimonianza dei padri salesiani. Dalla missione i padri salesiani ci raccontano la situazione. “Nella nostra missione al momento ci sono 7.594 rifugiati, nei giorni scorsi erano molti di più, ma hanno cominciato a tornare alle loro case. Altri 400 circa si trovano nel municipio e 500 nel centro sociale. Le razioni alimentari scarseggiano, il governo ha mandato solo del riso. Molte persone sono scappate nella capitale e in altre città, ma adesso alcune di loro stanno rientrando. Da tre giorni a Duekoué, infatti, è tornata la calma, dopo che sono stati bruciati interi quartieri e uccisi con il machete uomini, donne e bambini.”
Parla il sindaco di Duekoué, Victor Pihi. “I villaggi intorno a Duekoué sono completamente deserti. Tutti gli abitanti si sono rifugiati in città. Si respira una calma apparente e negli ultimi due giorni le forze di difesa hanno arrestato 21 persone. Ciò dà un po’ di sollievo. I morti sono oltre cento ma non possiamo dire ancora il numero esatto. Giovedì altri 40 cadaveri sono stati trovati nelle piantagioni. In realtà la gente di qui vive nella paura da tre anni. Ovvero da quando i ribelli sono riusciti a svuotare le prigioni e a far uscire diversi banditi. Le violenze tra Dioulà e Gueré, sono riconducibili a un problema economico. I Dioulà vogliono controllare le risorse della zona e in particolare la produzione di cacao e quindi si scontrano con i Gueré”.
Padre Cesco ci aveva scritto il 6 giugno. “Le attività scolastiche sono state sospese e la gente ha paura. Ci restano ancora due settimane di lezione e due settimane di esami, ma molti allievi lasciano la scuola in anticipo, non credo che arriveremo a finire il terzo trimestre. La gente è pessimista e anche la nostra comunità. Il mattino sono a scuola dalle 7 alle 14 e poi la sera con gli sfollati per parlare con loro, per incoraggiarli, dare medicine se necessario o chiamare la Croce Rossa. Ho visto una bimba con un occhio completamente a pezzi. Bisogna operarla, noi abbiamo fatto il possibile per aiutarla. Sono cose facili da curare in occidente, ma non qui”. www.peacereporter.net
Red
Cibo Ogm e ratti
Quando è stato somministrato ai ratti ha avuto un effetto deleterio sui loro reni e sul numero delle cellule ematiche. E allora, cosa potrebbe provocare nell’uomo? Pensiamo che dovresti saperlo.
Severin Carrell e Andy Rowell
La ricerca segreta che riveliamo oggi aumenta i potenziali rischi di salute causati dai cibi geneticamente modificati. [...] E perché colui che per primo, sei anni fa, espresse tali preoccupazioni viene rifuggito dall’establishment scientifico e dai suoi precedenti direttori politici?
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La ricerca segreta che riveliamo oggi aumenta i potenziali rischi di salute causati dai cibi geneticamente modificati. Qui, il redattore ambientale Geoffrey Lean, che ha guidato questa campagna giornalistica sulla tecnologia geneticamente modificata durante gli scorsi sei anni, analizza le nuove prove. E pone una serie di domande che riguardano tutti noi: perché la Monsanto, la società che sta cercando di vendere alla Gran Bretagna e all’Europa grano geneticamente modificato, è così riluttante a pubblicare i risultati completi dei propri allarmanti test sui topi da laboratorio? Perché i nostri leader sono così impazienti di comprare una tecnologia priva di prove sufficienti e contro i desideri dei consumatori? E perché colui che per primo, sei anni fa, espresse tali preoccupazioni viene rifuggito dall’establishment scientifico e dai suoi precedenti direttori politici?
22 Maggio 2005
In un giorno burrascoso di sei anni fa - all’inizio della vittoriosa campagna sui prodotti geneticamente modificati seguita dall’uscita domenicale del The Independent – andai ad Aberdeen per incontrare un uomo che era stato mandato a Coventry.
Allora, il Dottor Arpad Pusztai era lo spauracchio dell’establishment scientifico britannico. Nientedimeno che Lord May – all’epoca il principale consulente scientifico del Governo, attualmente presidente della Royal Society- lo aveva accusato di violazione di “ogni canone di onestà scientifica” e ministri e ed eminenti scienziati si misero in coda per denunciarlo.
Il suo crimine consisteva nell’aver trovato la prova scomoda del fatto che le patate geneticamente modificate che stava studiando danneggiavano il sistema immunitario, il cervello, l’intestino e i reni dei ratti – e di averlo accennato in un programma televisivo prima che la sua ricerca fosse stata completata e pubblicata.
La sua punizione fu draconiana; la sua ricerca fu bloccata, il suo gruppo di lavoro fu sciolto e i suoi dati confiscati (vedi box). Fu ostracizzato dai suoi colleghi, costretto al pensionamento e imbavagliato per diversi mesi, il suo caso dimenticato. Io fui il primo giornalista ad averlo intervistato in maniera esauriente, dato che trascorsi sei ore con lui,
Arrivai molto scettico nella sua casa bifamiliare nella città di granito (Aberdeen), dove aveva lavorato 37 anni per il prestigioso Istituto di Ricerche Rowett, con due pagine scritte a mano e zeppe di domande ostili. Ma fui sorpreso da ciò che scoprii.
Per cominciare, egli dimostrò di non essere un individualista dallo sguardo allucinato, ma un’eminente autorità nel suo campo, riconosciuta a livello mondiale; un uomo piccoletto, energico e preciso con 250 scritti a suo nome ed un senso dell’umorismo intriso di auto-disapprovazione.
Tutt’altro che desideroso di conquistare la prima pagina, egli era estraneo ai dibattiti pubblici, prudente nell’uso del linguaggio e vivamente desideroso di mettere i puntini sulle “i” prima di azzardare qualsiasi conclusione.
Forse la cosa più sorprendente è che si rivelò, sue testuali parole, “un entusiastico sostenitore” della modificazione genetica, che contava vivamente sul fatto che i suoi esperimenti – approvati e finanziati dal Governo – potessero procurarle un’ “onesta patente sanitaria”.
“Fui colto completamente di sorpresa”, mi disse. “Ero assolutamente sicuro che non avrei trovato niente. Ma più tempo dedicavo agli esperimenti, più mi sentivo turbato”.
Rispose una per una alle mie domande. Non posso dire che fossi completamente persuaso dalle risposte, ma ero convinto della sua integrità e del fatto che meritasse di essere ascoltato. Livido in volto a causa della tensione nervosa – e appena ripresosi da un lieve attacco di cuore che lui attribuì alla faccenda – parlò del “peso insopportabile” di venire attaccato dalla comunità scientifica, senza la possibilità di difendersi, di essere “denigrato e rovinato completamente”.
Mentre camminavamo verso un negozio che si trovava nelle vicinanze per fotocopiare alcuni dei suoi scritti, mi disse di credere che i suoi guai erano cominciati con una telefonata da Downing Street ai suoi datori di lavoro, l’Istituto di Ricerca Rowett.
All’epoca una cosa del genere sembrava incredibile – sebbene lo sembri un po’ meno adesso, dopo la vicenda David Kelly e le rivelazioni dell’inchiesta sulla Hutton and Butler.
Da allora in poi, qualche prova a sostegno dei suoi sospetti sembra essere emersa (vedi box). Ma qualunque sia la verità al riguardo, era quella un’epoca in cui il Governo era determinato a dare un fortissimo impulso alla tecnologia della modificazione genetica – e di distruggere per sempre lo scienziato.
Tony Blair aveva appena dato il suo pieno appoggio ai cibi geneticamente modificati, rendendo noto che lui stesso sarebbe stato ben contento di mangiarli. Jack Cunningham, allora in carica alle strategie del Governo sui prodotti geneticamente modificati, annunciò che il Dottor Pusztai era stato “ampiamente discreditato”. Il suo compito, quindi, consisteva nel preparare dei piani segreti – rivelò all’uscita domenicale del The Independent – e di procurarsi l’appoggio di “eminenti scienziati” al fine di screditarlo e di “veicolare i messaggi chiave del Governo”.
La cosa peggiore è che il Governo si rifiutò di procedere secondo la normale operazione scientifica che prevedeva la ripetizione degli esperimenti del Dottor Pusztai al fine di confermare o di smentire le sue scoperte. Fisheries e Food, funzionari di alto grado presso il Ministero dell’Agricoltura mi dissero che farlo sarebbe stato “sbagliato”, “immorale” e “uno spreco di soldi” - Una posizione singolare data la potenziale minaccia per la salute pubblica, se (le sue scoperte) si fossero rivelate veritiere.
Alla fine tutte quegli sforzi ufficiali furono vani. La clientela risolse la controversia semplicemente rifiutandosi di mangiare cibi geneticamente modificati. Prima del dibattito sul caso Pusztai, il 60 percento degli alimenti trattati esposti sugli scaffali dei supermercati contenevano materiale geneticamente modificato. Dopo la controversia i grandi negozi, di fronte alla rivolta dei consumatori, si dettero un gran da fare per rimuoverli. L’ottantaquattro percento degli inglesi continua a dire che non li mangerà e persino il più favorevole dei ministri per quanto riguarda i prodotti geneticamente modificati ammette che per loro non c’è mercato.
Dopodiché l’attenzione si spostò dagli effetti dei cibi geneticamente modificati ai segni esponenzialmente più evidenti che emergevano dall’impatto ambientale delle colture geneticamente modificate. Le molte ricerche – riportate nelle nostre pagine – mostrarono che si verificava una fuoriuscita di geni; questi, poi, riproducevano delle speciali erbe infestanti che finivano per contaminare i prodotti agricoli organici e convenzionali. Alla fine, gli esperimenti del Governo stesso – che si supponeva avrebbero appoggiato le colture geneticamente modificate – dimostrarono, la maggior parte di esse, crescendo, comprometteva la fauna protetta.
Le società di biotecnologia – in forte contrasto rispetto alla baldanza dimostrata prima dell’inizio della nostra campagna – abbandonò il suo progetto, che prevedeva di far crescere le loro colture in Inghilterra. Sei anni fa erano in attesa di un’imminente approvazione da parte del Governo per coltivarne 53 specie. Ora di queste richieste non ne è rimasta nessuna e possiamo supporre che non ne verranno presentate di nuove nell’immediato futuro. La campagna promossa nell’uscita domenicale del The Independent ha ricevuto grandi elogi per il suo ruolo chiave in questo voltafaccia.
Ora l’attenzione si sta spostando di nuovo sui cibi geneticamente modificati – e sulla loro sicurezza. La Commissione Europea sta facendo pressioni affinché la vendita di un numero sempre maggiore di prodotti di questo tipo sia consentita in Gran Bretagna e nel resto dell’Europa. I governi europei sono divisi in modo uguale fra quelli a favore e quelli contrari e, nella conseguente situazione di stallo, la commissione si sta servendo di un espediente proprio del sistema democratico per portarli uno per uno all’assenso..
L’ultima pianta coltivata, destinata a chiedere l’approvazione per il suo impiego nei cibi, è la MON 863, un cereale modificato già coltivato e mangiato negli Stati Uniti e in Canada. Giovedì, i funzionari dei governi europei sono nuovamente arrivati a un punto morto, il che rende probabile una nuova proposta da parte della Commissione nel corso dell’anno prossimo.
È particolarmente controversa perché, come riferito nella prima pagina di oggi, studi segreti effettuati sui ratti dalla Monsanto– che possiede il cereale – rivelano che mangiarlo potrebbe nuocere alla loro salute.
Indica che i ratti cui erano state somministrate quantità relativamente alte di MON 863 hanno sviluppato dei reni di dimensioni minori e che soffrano di anomalie sanguigne potenzialmente più gravi rispetto a quelle riscontrabili nei ratti nutriti con sostanze normali. La Monsanto archivia gli esiti perché insignificanti e dovuti al caso, nonché riflesso di normali varianti fra topi.
Comunque, gli ambientalisti asseriranno che tale scoperta rivendica parzialmente la ricerca del Dr. Pusztai e la Dr.ssa Beatrix Tappeser, un’autorevole funzionaria tedesca in materia di modificazioni genetiche, afferma che ciò implicherebbe “qualche ragione di preoccuparsi”.
A parte le possibili conseguenze per la salute pubblica, i dati della ricerca – così come gli esperimenti del Dr. Pusztai – sono importanti in quanto, se riconosciuti fondati, potrebbero costituire una sfida per l’intero sistema in base al quale i prodotti geneticamente modificati vengono approvati.
Il corpo regolatore ritiene che se le colture geneticamente modificate sono simili ai loro duplicati convenzionali solo per un limitato numero di aspetti – quali il numero delle fibre e degli acidi grassi, delle proteine e dei carboidrati, delle vitamine e dei minerali da cui sono costituite – le differenze chimiche e genetiche esistenti fra loro non le renderanno ancora più tossiche. Ne dichiarano la “sostanziale equivalenza” rispetto ai prodotti non geneticamente modificati procedendo pertanto alla loro riproduzione.
L’ente europeo per la sicurezza alimentare, la Food Standard Agency in Inghilterra e altri organismi regolatori appoggiano il parere della Monsanto – così come fa la maggior parte dell’opinione scientifica più influente. Sarebbe estremamente avventato non tenere conto dei loro pareri per saltare a conclusioni allarmanti.
Ma sarebbe altrettanto insensato trascurare le poche voci di dissenso.
Questo perché, nel corso dei miei 35 anni dedicati a fare servizi su questioni controverse di carattere ambientalistico, ho di volta in volta scoperto che gli scienziati “solitari”, che sollevano caparbiamente questioni preoccupanti a dispetto di un’opposizione trincerata nelle proprie convinzioni, dall’industria all’establishment scientifico, ha spesso dimostrato di avere ragione.
Il Professore Derek Bryce-Smith della Reading University per decenni è stato oggetto di scherno e di emarginazione per aver messo in guardia, negli anni Cinquanta, sul pericolo causato dal piombo contenuto nel petrolio – piombo che ora tutto il mondo sta provvedendo ad eliminare gradualmente. Alice Stewart, oggi tanto onorata, è stata vittima dello stesso tipo di attacchi per aver messo in guardia per prima sui rischi delle radiazioni per i bambini prima della nascita. Inoltre ricordo bene che, un quarto di secolo fa, uno dei funzionari britannici delle alte sfere – mi avvertì seriamente del fatto che il Dottor Irving Selikoff, colui che più insistentemente suonò il campanello d’allarme sui pericoli dell’amianto – oggi una delle principali cause di morte prematura in Inghilterra – era “malvagio”.
Sono rimasto seduto nelle maestose sale della Royal Society, dove sono stato informato dell’infondatezza del fatto che le piogge acide siano causate dall’inquinamento. Sono stato istruito da uno dei principali metereologi inglesi – che adesso sta facendo il giro del mondo mettendo in guardia sui rischi del riscaldamento del globo terrestre – sul fatto che il clima non cambia mai e che le attività umane non potrebbero in alcun modo riuscire a cambiarlo. E chi può dimenticarsi delle costanti rassicurazioni dei politici e degli establishment scientifici che l’Encefalopatia Spongiforme Bovina (BSE) non poteva essere trasmessa all’uomo.
Qualche settimana fa mia figlia, ancora adolescente, mi ha chiesto di farle qualche domanda per fare un po’ di ripasso in vista del suo esame di chimica ambientale. Mentre controllavo le risposte sul libro, lei si stupiva delle risatine soffocate che mi lascivo sfuggire leggendone i contenuti così precisi. Vi ho trovato infatti molte delle un tempo controverse questioni sollevate dagli scienziati contro corrente, e per questo severamente rimossi dal loro incarico da parte dell’opinione scientifica influente, ora presentate come indiscutibili.
Si tratta ancora di un’impresa difficile e il bilancio delle probabilità risulta ancora a suo sfavore, ma non sarebbe assurdo pensare che fra 25 anni, quelle che oggi sono considerate delle preoccupazioni apparentemente esagerate sui rischi degli alimenti geneticamente modificati, riusciranno ad entrare nei libri di testo delle nuove generazioni. Se fosse così, il Dottor Pusztai riuscirebbe ad emergere dal buio.
Il dottore solitario che per primo svelò agli uomini quali fossero questi rischi.
Fu una dichiarazione allarmante e sensazionale allo stesso tempo – un’affermazione diffusa in prima serata sulle reti nazionali. I topi cui erano state somministrate patate geneticamente modificate avevano subito seri danni al loro sistema immunitario e riuscivano a malapena a svilupparsi.
Tali risultati, disse il Dottor Pusztai, lo scienziato coinvolto, erano fortemente preoccupanti, in quanto sollevavano obiezioni sulla sicurezza dei cibi geneticamente modificati. “Trovo che sia scorretto usare i nostri cari cittadini come cavie da laboratorio”, osservò.
Le affermazioni del Dottor Pusztai – trasmesse dalla World in Action, uno de più autorevoli programmi di attualità – provocarono una delle più accese dispute scientifiche del decennio.
I ministri, capeggiati da Jack Cunningham, allora un’ “autorità nel Consiglio dei Ministri” del nuovo partito laburista e dall’establishment scientifico britannico, orchestrarono una violenta reazione.
Il Dr. Pusztai veniva dipinto come un’autorità a livello mondiale in materia e le sue osservazioni, nell’Agosto del 1998 erano arrivate in un momento cruciale per Tony Blair. La questione accese un dibattito politico sulla sicurezza degli alimenti geneticamente modificati, nel periodo in cui il Primo Ministro stava impegnando il Regno Unito ad assumere un ruolo guida nella rivoluzione bio-tech.
Quella breve intervista mandò in rovina la carriera del Dottor Pusztai.
Quella sera del lunedì il Professor Philip James, direttore del centro di ricerca del Dottor Pusztai, il Rowett Research Insitute, si era congratulato con lo scienziato ungherese per la sua apparizione in TV.
Nelle 48 ore seguenti, il Dottor Pusztai ed alcuni suoi colleghi dichiarano che il Professor James ricevette due telefonate furibonde da Downing Street – affermazione smentita dal professore. Nonostante ciò il mercoledì, la Rowett aveva già ritrattato le scoperte del Dottor Pusztai.
I suoi superiori dichiararono che l’ungherese aveva ammesso di aver travisato le sue scoperte. I topi non erano stati nutriti con patate geneticamente modificate, affermarono, bensì con normali patate contenenti una proteina che avrebbe potuto essere stata prodotta dai geni supplementari.
Affermarono anche che si trattava di scoperte preliminari, che non erano ancora state sottoposte ad una valutazione da parte di più scienziati. In sintesi, disse il Professor James, il Dottor Pusztai non avrebbe dovuto rivelare pubblicamente tali scoperte.
Il Dr. Pusztai continua a respingere queste accuse. I suoi studi venivano finanziati dal dipartimento di agricoltura dell’Ufficio scozzese. La sua ricerca si proponeva di verificare la sicurezza ambientale nell’uso di patate geneticamente modificate con l’aggiunta di una tossina chiamata lectina.
Nel 2001 egli riferì alla Commissione Reale per gli OGM in Nuova Zelanda che erano le patate geneticamente modificate a produrre l’allarmante scoperta. I test della Rowett dimostrarono che le patate geneticamente modificate erano “significativamente diverse” dalle patate normali. Nonostante ciò, nel Maggio del 1999, una commissione di tossicologi designati dalla Royal Society tacciò di invalidità la sua ricerca.
Questo fu sufficiente affinché il Dr. Cunningham si reinserisse nel dibattito. Le scoperte del Dottor Pusztai, disse, erano “prive di fondamenti”.
Nonostante ciò il Dottor Pusztai potrebbe risultare un profeta. Le rivelazioni a proposito della ricerca segreta sulle colture geneticamente modificate della Monsanto, potrebbero confermare che questo scienziato pro-OGM sia diventato un eroe del movimento anti-OGM.
Z-Net.it
Votate domenica mattina
Un appello di Giovanna Melandri ed uno dei valdesi
"Anche per il successo del referendum il mattino ha l'oro in bocca!"
L'obiettivo del quorum è davvero a portata di mano. Le 1000 buone ragioni del Sì stanno progressivamente demolendo il muro dell'astensione e la gabbia di indifferenza che si è tentato di costruire attorno al referendum.
Per sconfiggere gli inviti all'astensionismo sono importanti una mobilitazione straordinaria in questi ultimi giorni, qualche piccolo sacrificio mattutino ed anche un po' di fantasia.
Tutte le persone convinte di votare Sì per la libertà, per uno Stato laico e tollerante, tutte le donne che non accettano di sentirsi trattate con crudeltà dalla legge 40, vadano a votare Domenica mattina presto, già nelle prime ore successive all'apertura dei seggi.
Anche se perderanno una o due ore di sonno ne sarà valsa la pena: con il loro esempio e facendo registrare già alle 12,00 un'affluenza elevata contageranno positivamente tanti altri cittadini e cittadine che sono in dubbio e li aiuteranno a capire che il loro voto è utile e importante per dare all'Italia una legge più saggia e meno crudele.
E' importante, infatti, andando a votare in massa già dal mattino, dimostrare a chi sta tentando di utilizzare in modo strumentale la crescente demotivazione rispetto all'utilità dello strumento referendario che, al contrario, quando si discute di diritti e libertà gli italiani vogliono sentirsi protagonisti del loro futuro.
Giovanna Melandri
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Appello di alcuni docenti della Facoltà teologica valdese di Roma per il voto ai referendum sulla fecondazione assistita
Fulvio Ferrario, Daniele Garrone, Ermanno Genre, Martin Hirzel e Yann Redalié, professori della Facoltà Valdese di Teologia di Roma, hanno reso noto, il 3 giugno scorso, un documento in cui prendono posizione sulla necessità di andare a votare agli imminenti referendum sulla procreazione assistita. "Il sì, il no, o la scheda bianca depositati nell'urna sono diventati del tutto secondari, ciò che è decisivo è invece chi va o non va a votare", scrivono. Proprio per questo, "è doveroso andare a votare". Di seguito il testo da loro sottoscritto.
Impegnati da tempo nel dialogo ecumenico ed interreligioso ci sembra importante dire con franchezza perché non possiamo accogliere il pressante invito della Cei, rivolto certo in primis ai cattolici, ma anche a tutti i cristiani e a tutti i cittadini di questo paese, a non andare a votare i 4 referendum relativi alla legge 40/2004 sulla fecondazione assistita, il 12 e 13 giugno 2005.
Sulla materia oggetto dei quesiti referendari la nostra Chiesa non ha assunto alcuna posizione ufficiale, certo non sono mancate significative prese di posizione a favore dei referendum abrogativi, ma le posizioni non sono unanimi (si veda il dossier del settimanale Riforma del 27.05.05). Come in altre simili occasioni, per la formazione della propria convinzione si è preferito privilegiare un dibattito largo e approfondito e un libero confronto su argomenti così essenziali e delicati.
Su un punto però riteniamo doveroso intervenire, cioè sulla decisione libera e personale presa in coscienza da ciascuno, cardine dell'espressione democratica, che nei nostri sistemi elettorali viene garantita dalla segretezza del voto. Qui non è in discussione la legittimità dell'astensione o del non voto; invitare all'astensione è pienamente legittimo dal punto di vista della legge. La questione di fondo è però un'altra: essa concerne l'esercizio della libertà di esprimere la propria personale opinione.
La campagna che si è sviluppata nelle ultime settimane da parte della Cei, sia attraverso i media sia attraverso una mobilitazione capillare nelle parrocchie, ha spostato il luogo della decisione fuori dalla cabina di voto. Infatti, se il significato del non voto rimane ambiguo - può essere motivato dall'indifferenza totale oppure dalla convinzione più forte -, l'andare a votare, atto palese, pubblico e non garantito dal segreto, si carica di un significato chiaro di disubbidienza all'autorità ecclesiastica (o almeno di non raccogliere l'invito pressante della gerarchia cattolica).
Il sì, il no, o la scheda bianca depositati nell'urna sono diventati del tutto secondari, ciò che è decisivo è invece chi va o non va a votare. E questa situazione in un paese dove la presenza della Chiesa cattolica è capillare, e tante persone ne dipendono per il loro lavoro quotidiano, rappresenta una pressione notevole, tale da poter provocare autocensura.
Dialogare in un libero e leale confronto ideale, convincere e farsi convincere, e lasciare poi la piena libertà di espressione della propria convinzione: tale è l'invito che vorremmo rivolgere a tutti quelli che hanno una posizione da fare valere nel dibattito. Anche per questo motivo fondamentale, per noi è doveroso andare a votare sui quesiti referendari il 12 e 13 giugno.
(Fonte: Adista)
matti
di Giuseppe Genna
I prestigiosi Archives of General Psychiatry pubblicano nell'ultimo numero i risultati di una ricerca governativa USA che ha dello sconvolgente. Si tratta degli esiti di uno studio effettuato per dodici mesi su circa diecimila soggetti maggiorenni ambosessi (9.282, per la precisione). I risultati sono sconfortanti nella stessa misura in cui appaiono inquietanti. Dopo raffinate tare statistiche e approntando protocolli di controllo assai selettivi, gli studiosi si sono trovati a fronteggiare un verdetto che vale mille accuse alle politiche di condizionamento mentale attuate negli Stati Uniti. Dalla ricerca, condotta da specialisti delle più importanti università e istituzioni psichiatrice d'America, emerge che metà della popolazione USA è affetta da disturbi mentali. Sembra uno scherzo, non lo è affatto.
Parla chiaro infatti l'assoluta qualità del board di ricercatori: Department of Health Care Policy, Harvard Medical School, Boston; Division of Pharmacoepidemiology and Pharmacoeconomics, Department of Psychiatry, Brigham and Women’s Hospital, Harvard Medical School; New York State Psychiatric Institute, College of Physicians and Surgeons of Columbia University, New York; University of Pittsburgh, Pittsburgh; Department of Psychiatry and Biobehavioral Sciences, University of California, Los Angeles.
Le conclusioni farebbero impazzire una nazione, che però risulta essere già impazzita. Utilizzando gli strumenti dell'intervista clinica approfondita e dell'osservazione fenomenologica di eventuali disturbi mentali occorsi a parte del campione - disturbi classificati secondo gli obiettivi sta standard della World Health Organization -, i ricercatori americani sono arrivati a conclusioni destinate a fare epoca.
Le cifre infatti delineano un dramma collettivo di dimensioni mai prima riscontrate nella storia della psicologia. Il 41.1% dei soggetti del campione, nel corso dell'anno in cui la ricerca si è svolta, ha subito trattamenti tesi a limitare danni psichici di importante entità; il 12.3% è andato in cura da psichiatri; il 16.0% ha ricevuto cure psicoterapiche di varia natura; il 48.3% dei sottoposti a trattamento è risultato non ottenere benefici dalle cure mentali, mentre il 12.7% ha manifestato reattività alle terapie.
La ricerca del National Institute of Mental Health è la più completa intrapresa finora da un centro di studi del governo americano ed è destinata a fornire un nuovo metro di giudizio agli addetti ai lavori nei campi delle malattie mentali: "Il punto da ricordare è che i disturbi mentali sono altamente prevalenti e cronici", ha dichiarato Thomas Insel, direttore dell'istituto federale che ha condotto lo studio puntando i riflettori sul fatto che "una buona percentuale delle vittime del 'male oscuro' negli Stati Uniti sono giovani": della metà di americani vittima di disturbi mentali, il 50% ha cominciato ad manifestarne i sintomi a 14 anni e il 25% a 24 anni.
"I disordini mentali sono a questo punto la più imponente malattia cronica per la gioventù in America", ha dichiarato Ronald Kesler, epidemiologo di Harvard e uno degli autori dello studio secondo cui "purtroppo all'avvento dei sintomi non fa riscontro una diagnosi precoce e men che meno una cura".
I problemi piu' comuni denunciati dai soggetti dell'indagine sono la depressione (17%) e l'alcolismo (13%). Sono risultate comuni anche le fobie (13%). Oltre un quarto degli interpellati ha denunciato un malessere assimilabile a un disordine mentale nel corso dell'ultimo anno.
Il rapporto del National Institute of Health incide sul dibattito, in corso negli Stati Uniti, sulla necessità di uno 'screening' di adulti e bambini per disordini mentali e anche sulla linea di demarcazione tra malattia e salute. Le risposte sono destinate ad avere un enorme impatto sui metodi di cura e, non ultimo, sul tipo di sindromi coperte dalle assicurazioni sanitarie. Secondo i ricercatori, il problema degli USA, a questo punto, risiede in una clamorosa sottovalutazione dell'ampiezza a cui è giunto il disagio psichico in tutta la nazione. Ciò comporta l'innesco di un drammatico circolo vizioso: sottovalutando l'enormità di un simile disagio, non vengono allestite unità di cura adeguate e non si promuovono programmi che permettano alla popolazione un accesso alla soglia terapeutica, in modo che il disagio, già quantitativamente esorbitante, è destinato a intensificarsi qualitativamente.
Del resto, basta considerare la persona che gli americani hanno spedito alla Casa Bianca. In questo caso, evidentemente, si tratta di autentica democrazia rappresentativa.www.carmillaonline.com
A un passo da Armageddon?
di Jonathan Schell
La strategia nucleare statunitense sta subendo brusche modifiche rispetto alle dottrine politiche, adottate in merito, del passato
Nemmeno il tempo di aver scongiurato una votazione, volendo fare una metafora, “nucleare” – l’interruzione del dibattito sulle nomine giudiziarie – che una diversa questione, questa volta propriamente incentrata sul nucleare e chiamata “attacco globale” (‘global strike’), ne ha appena preso il posto al Senato Usa.
Nell’ambito di un ritrovato vigore per la pianificazione delle politiche sul nucleare, come recentemente rivelato dall’analista militare William Arkin al Washington Post, l’amministrazione Bush ha sviluppato e monitorato un arsenale strategico di cui il presidente potrà servirsi per sferrare precisi attacchi, compresi appunto quelli nucleari, in ogni “parte oscura” del pianeta, anche con un preavviso di poche ore soltanto.
Se i mezzi d’informazione hanno riservato ampio spazio all’ “opzione nucleare” di cui si è discusso in Senato, l’opzione nucleare letteralmente intesa – cioè la piena abilitazione ad attaccare, secondo quanto si legge nella direttiva presidenziale, sia con armi cinetiche che non cinetiche – è stata quasi interamente ignorata.
Arkin scrive che George W. Bush ordinò di rendere operativo l’arsenale già nel gennaio del 2003. Nel luglio del 2004, il generale Richard Myers, presidente del Joint Chiefs of Staff (JCS - Comitato dei Capi di Stato Maggiore della Difesa [NdT]), rivolgendosi all’ammiraglio James Ellis Jr., l’allora comandante del direttivo strategico degli Stati Uniti (StratCom), disse: “Il presidente ti aveva ordinato di ‘essere pronto ad attaccare in qualsiasi momento e in qualsiasi angolo buio del mondo’, [ed] è esattamente ciò che hai fatto”. Inoltre, lo scorso autunno il luogotenente Bruce Carlson, comandante dell’Ottava Air Force, dichiarò: “Siamo in grado di organizzare e sferrare attacchi globali”.
Queste manovre hanno segnato una svolta nella politica nucleare degli Stati Uniti d’America, come era stato preannunciato dal Nuclear Posture Review (NPR - lett. ‘Riesame della politica nucleare’ [NdT]) del 2002, anche questo completamente ignorato dai media: esso elencava, infatti, una lista di paesi contro i quali indirizzare le offensive. Tra questi figuravano Cina, Corea del Nord, Iraq, Iran, Siria e Libia. Il rapporto menzionava la progettazione di nuovi impianti per la fabbricazione di ordigni nucleari e lo studio di nuovi veicoli atti al trasporto degli armamenti, compresi un nuovo ICBM (Intercontinental Balistic Missile – missile balistico intercontinentale [NdT]) entro il 2020, un sottomarino per il lancio di missili balistici nel 2029 ed un nuovo bombardiere pesante entro il 2040. Il rapporto del NPR, a sua volta, era nato dalla più generale strategia militare della guerra preventiva di Bush, presentata in un documento diffuso dalla Casa Bianca nel 2002, la cosiddetta National Security Strategy of the United States of America (Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America [NdT]), in cui si afferma: “Non possiamo permettere che i nostri nemici colpiscano per primi”.
La smisurata ambizione insita nella dottrina di Bush riflette un commento avanzato da Linton Brooks, il responsabile del National Nuclear Security Administration (NNSA – Amministrazione Nazionale per la Sicurezza Nucleare [NdT]), durante un’udienza della commissione al Senato lo scorso aprile. Linton spiegò come il segretario della Difesa avesse richiesto l’uso di dispositivi nucleari “bunker buster” (lett. ‘sfonda-bunker’, bombe in grado di distruggere bunker sotterranei [NdT]) per dimostrare come niente fosse fuori dalla portata del potere Usa.
L’inclusione di armamenti nucleari nella pianificazione di attacchi globali, oltre a compromettere gli equilibri planetari, suscita alcuni fondamentali interrogativi. Probabilmente, la prima domanda da porsi è per quale motivo gli Stati Uniti, allo stato attuale il paese che possiede le più potenti forze militari convenzionali del mondo, avvertono la necessità di rilanciare una nuova minaccia nucleare. I dubbi si infittiscono se si pensa che questo basterebbe a spingere altre nazioni verso una proliferazione di armamenti dello stesso tipo.
Potrebbe essere che gli Stati Uniti, oggi considerati il più grande impero dai tempi di Roma, sentano semplicemente il bisogno di rivendicare il proprio dominio?
La storia suggerisce una spiegazione diversa.
In passato, la dipendenza dagli arsenali nucleari è variata in maniera inversamente proporzionale rispetto alla dipendenza dalle armi convenzionali. Agli inizi dell’era nucleare, terminata la Seconda Guerra Mondiale, il popolo americano invocava il ritiro delle forze armate statunitensi dall’Europa. Contemporaneamente, il monopolio degli Stati Uniti sul nucleare conferì loro il potere contrattuale verso l’Unione Sovietica in merito al destino dell’Europa.
La scelta di far fronte alla limitata efficacia delle armi convenzionali tramite il ricorso al nucleare venne inglobata nella strategia del “first use” dell’arma nucleare , tuttora adottata. La minaccia del “first use” incarna, in effetti, una politica nata a quel tempo.
Questo “ruolo compensativo” degli armamenti nucleari emerse in un nuovo contesto, quando, dopo la protratta e impopolare guerra convenzionale in Corea, il presidente Eisenhower adottò la dottrina della minaccia nucleare, mirata a contrastare eventuali attacchi, anche limitati, da parte del blocco comunista.
E fu per reazione allo squilibrio tra minacce locali, “periferiche”, e le pesanti minacce nucleari che incombevano sul pianeta (proprio al fine di ridurre le prime) che nell’era Kennedy si optò per un ritorno alle armi convenzionali e alla teoria della “guerra limitata”.
Nel frattempo, alle armi nucleari venne ufficialmente assegnata la più limitata funzione di deterrente specifico contro attacchi nucleari esterni: il fondamento della dottrina della “distruzione mutua assicurata” (MAD – Mutual Assured Destruction) .
Oggi, benché la Guerra Fredda sia terminata, il mistero del rapporto tra arsenale nucleare e convenzionale continua a tormentare. Ancora una volta, gli Stati Uniti si sono riservati ambizioni globali. Se un tempo si cercava di tenere sotto controllo il comunismo, oggi, come si dice, si sta tentando di combattere il “terrorismo” e la proliferazione delle armi di distruzione di massa. Gli Stati Uniti stanno di nuovo combattendo una guerra mirata (la guerra in Iraq) e si sta discutendo l’eventualità di altre guerre “limitate” (contro Iran, Corea del Nord, Siria ecc.). E, ancora una volta, le armi nucleari sembrano offrire un’alternativa molto allettante.
Arkin osserva che, agli occhi del Pentagono, l’opzione dell’attacco globale ha il principale vantaggio di non avere bisogno di forze militari di terra.
Everett Dolman, professore presso la Air Force School alla Maxwell Air Force Base (base aerea di Maxwell, in Alabama [NdT]), ha recentemente osservato, come riportato sul San Francisco Chronicle “se volessimo rimanere una superpotenza mondiale, dovremmo disporre un intervento massiccio come fu quello del Vietnam”.
Proprio come avvenne negli anni cinquanta, le forze militari di terra hanno una rilevanza strategica secondaria.
La ‘nuova Roma’ mondiale dimostra di aver esaurito il suo potere bellico convenzionale dopo aver controllato un solo paese, l’Iraq. Tuttavia, oggi non ci troviamo negli anni cinquanta del secolo scorso. L’obiettivo generale di Eisenhower era principalmente di natura difensiva. Egli non voleva guerre, nè nucleari nè convenzionali, e non arrivò mai ad ordinare un attacco nucleare. Al contrario, la strategia di “guerra preventiva” del presidente Bush è intrinsecamente aggressiva: l’opzione dell’attacco globale non è solo un deterrente, ma anche, e soprattutto, una strategia da utilizzare.
Nel prossimo futuro si assisterà ad un duro contrasto tra la trionfale retorica della dominazione globale e la realtà, nella pratica, del fallimento. Il Senato a un passo da una possibile Armageddon, ha fatto marcia indietro. É ipotizzabile che il Presidente faccia lo stesso, affrontando la sconfitta delle sue politiche? O è più probabile che scelga per l’opzione nucleare?
Jonathan Schell è autore di The Unconquerable World: Power, Nonviolence, and the Will of the People e Harold Willens Peace Fellow del Nation Institute. Il suo libro The Jonathan Schell Reader: Essays and Reports from One of America’s Greatest Visionary Thinkers è stato recentemente pubblicato da Nation Books.
Fonte: http://www.truthout.org/docs_2005/052605F.shtml
Traduzione a cura della redazione di Nuovi Mondi Media
Referendum:
i quattro "SI", gli astensionisti e i crociati
di Aldo Garzia
Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Roma, Facciamo subito un'ammissione. Non è facile scrivere sulla vigilia del referendum pro o contro la Legge 40. Non perché non si abbia un'opinione sull'oggetto del voto. Il problema è che le questioni sottoposte al pronunciamento popolare (ricerca scientifica, salute della donna, diritti del concepito, fecondazione eterologa) si sono caricate di un tale furore ideologico da far assomigliare la Repubblica italiana alla Repubblica islamica iraniana. Titoli di quotidiano tipo "Nell'embrione c'è Dio" ("il Tempo") sembrano datati prima della pace di Westfalia del 1648, quando sembrò aprirsi la breccia di una separazione di compiti tra potere temporale degli Stati nazione e potere spirituale della Chiesa cattolica (con la sconfitta del Sacro romano impero terminò la "guerra dei trent'anni" e gli Stati si riconobbero tra loro in quanto tali, al di là della fede dei singoli sovrani). Pure la discussione sulla categoria di "persona" sembra riportarci indietro, facendo coincidere ogni embrione con un soggetto consapevole. In più, come se questo non bastasse, il referendum si è caricato di una violenta polemica tra fautori dell'astensionismo e partigiani del confronto a viso aperto con "sì" e "no" alla Legge 40.
Il caso dei presidenti di Camera e Senato astensionisti non ha precedenti. Per questo, merita ammirazione la posizione di Rosi Bindi, deputata della Margherita, che pur avendo votato alla Camera la Legge 40 ha dichiarato pubblicamente che andrà a votare i suoi quattro "no" dal momento che avverte la responsabilità di doversi confrontare con gli umori più larghi dell'elettorato proprio perché siede in Parlamento. Non la pensa così Francesco Rutelli, presidente del partito della Bindi, che ha annunciato la sua astensione con voluta solennità in una conferenza stampa. E, altro fatto paradossale, c'è Romano Prodi, leader dell'Unione di centrosinistra, che da tempo ha annunciato che lui domenica si recherà a votare ma non ha ancora voluto rivelarci se nell'urna infilerà dei "sì" o dei "no". Il che, con i tempi che corrono, per un cattolico praticante è già una manifestazione di autonomia rispetto al Papa, al Vaticano e al cardinale Ruini.
Ecco l'altra questione. Erano molti anni che il Vaticano non scendeva in campo con tale virulenza su una scadenza politica dello Stato di Roma. Prima con gli interventi della Conferenza episcopale italiana; poi con le parole di fuoco di Benedetto XVI che costituiscono un imprimatur del suo nascente papato sia sull'indicazione di voto astensionista sia sugli anatemi contro coppie di fatto, omosessuali e ogni stile di vita contemporaneo che esca dai canoni della tradizione; poi ancora con lo schierarsi di tutta la stampa d'orientamento cattolico all'unisono, facendo balenare l'idea che l'Italia è il paese occidentale dove le crociate hanno ancora la possibilità di vincere.
Com'è infatti truffaldino quello slogan astensionista che campeggia sui muri delle città italiane, inventato da qualche furba agenzia pubblicitaria: "Sulla vita non vi vota". Sulla vita hanno invece votato Camera e Senato, approvando la Legge 40. E' quindi giusto che possa esprimersi l'intero corpo elettorale.
Il quadretto dell'Italia che esce da queste settimane, a voler essere generosi, è un po' naif. Il paesaggio ha i colori pastello e i personaggi sono tutti riconoscibili. Sarà un caso, ma la parola francese "naif" indica ingenuità e semplicità. I pittori naif, inoltre, hanno come comune caratteristica un linguaggio elementare (mancanza di proporzioni e di prospettiva). L'Italia rifiuta infatti di trasformarsi in società complessa e avanzata, dove contano i contenuti del vivere collettivo e dove è consolidata la tradizione dello Stato di diritto che rispetta le religioni ma rifiuta di sceglierne una sola come maestra di vita. E' la tradizione laica a non assisterci.
Di questa anomalia italiana fa pure parte il modo singolare con cui tradizionalmente discutiamo di etica. Le passioni scoppiano solo quando la categoria di etica è coniugata a comportamenti sessuali, o mette in discussione il modello patriarcale di famiglia. Mai che ci venisse in mente che accanto alla parola etica possiamo coniugare il nostro rapporto con le istituzioni, quello con la comunità in cui viviamo, il nostro essere cittadini insieme ad altri con diritti e doveri. Esiste perfino un'etica della politica troppo spesso dimenticata, abituati come siamo alle tradizioni italiche del trasformismo e dei voltagabbana.
Prepariamoci, allora, a commentare l'esito del referendum di domenica e lunedì prossimi. Il pessimismo della ragione dice che il quorum verrà raggiunto solo se il paese reale non corrisponderà al paese legale. Detto in poche parole, se sterilità diffusa e diritti di coppia, oltre che della donna, faranno capolino da sotto la cenere per svelarci - come avvenne sul divorzio e sull'aborto - che c'è una maggioranza con una propria opinione capace d'imporsi su Chiesa, leader di partito e anchorman alla Giuliano Ferrara.
Si tratta, diciamocelo, di una piccola speranza. La cruda realtà va in tutt'altra direzione: al 20-30 per cento di astensione fisiologica si sommerà quella militante, messa in moto da parrocchie e pezzi di partito. Il giorno dopo, se il quorum non sarà raggiunto, politologi e no faranno a gara per convincerci che l'Italia è un paese ultramoderato, dove vince solo chi conquista il centro: si chiami Democrazia cristiana, Forza Italia, Udc o Margherita. E, chissà, anche i conti all'interno dell'Unione si regoleranno a base di quorum. Rutelli, ad esempio, se vinceranno gli astensionisti, potrebbe sentirsi più forte e più moderato nel dettare le sue condizioni all'insieme del centrosinistra. Gli stessi politologi ci diranno pure che a noi di sinistra non resta che assolvere al ruolo che abbiamo sempre svolto: quello di una minoranza rispettata, ma che resta tale sia che si chiami comunista, socialista o democratica di sinistra. Questa volta, però, è giusto riconoscerlo, la sinistra ha fatto interamente la sua parte: Ds, Rifondazione, Verdi e Pdci si sono spesi in una campagna elettorale controcorrente.
Che c'entrano queste osservazioni sparse con il referendum del 12 e 13 giugno? Forse nulla, o forse moltissimo. Votare quattro "sì", in barba ad astensionisti e crociati, significa che gli embrioni in soprannumero potranno essere congelati e utilizzati per la ricerca scientifica; che della fecondazione assistita potranno usufruire anche coppie non sterili ma con difficoltà alla procreazione; che la nozione di "persona" non potrà coincidere con l'embrione e che in caso di conflitto tra salute dell'embrione e salute della donna sarà la seconda a prevalere; che il desiderio di maternità potrà essere realizzato anche attraverso tecniche di fecondazione eterologa, cioè con donatori di spermatozoi o ovociti esterni alla coppia.
Aldo Garzia
redazione@reporterassociati.org
DOCUMENTAZIONE. ALCUNE ASSOCIAZIONI DI DONNE VENEZIANE: LE RAGIONI E I
VALORI DEL SI' AL REFERENDUM
[Ringraziamo Tiziana Plebani (per contatti: plebani@marciana.venezia.sbn.it)
per averci inviato il seguente documento. Tiziana Plebani, prestigiosa
intelletuale, bibliotecaria e storica, e' attiva nella Rete di donne per la
pace di Mestre e Venezia; tra le sue opere: Il genere dei libri, Angeli,
Milano 2001; Corpi e storia, Viella, Roma 2002]
Mobilitarci per il referendum, e prima ancora contro la legge 40, votata in
Parlamento nel 2004, ci ha portato come donne ad interrogarci sul tema della
maternita', della nascita, del mettere al mondo.
Perche' di questo si tratta: mettere al mondo e non uccidere.
Il 12 e 13 giugno si svolgera' il referendum su alcuni articoli della legge
che detta "Norme in materia di procreazione medicalmente assistita". La
materia e' indubbiamente delicata e complessa, ma il Parlamento, nella sua
maggioranza, ha votato una legge superficiale e oscurantista che offende
innanzitutto noi donne non considerandoci persone adulte, capaci di scelte
meditate e responsabili.
Il Parlamento, e chi ci governa, attraverso l'affermazione contenuta
nell'articolo 1, riconosce l'embrione come soggetto portatore di diritti,
imponendo un'autonomia giuridica, separando cosi', simbolicamente e
materialmente, quell'unicum che e' dato dall'inscindibile relazione
madrefiglio e opponendo i diritti del nascituro a quelli del vivente.
Qualsiasi norma inerente a tale delicata materia non puo' invece che
originarsi dal rispetto e dalla massima attenzione per cio' che e' insito in
tale rapporto madre-figlio: il valore della relazione umana di cui le donne
vogliono essere, consapevolmente, portatrici.
C'e' molto altro per cui rifiutare questa legge che qualcuno presenta come
"attenta" alla nostra salute. Con la pretesa di tutelare il concepito le
donne dovranno per legge sottoporsi, se desiderano una maternita',
all'impianto di tre embrioni senza sapere se sono sani o non sani e non
potranno, se essi sono malati, rifiutare l'impianto. Il corpo femminile e'
ridotto cosi' a contenitore, cancellato il diritto all'autodeterminazione,
principio e valore fondamentale conquistato da noi donne negli anni '70 con
la legge 194.
E' una legge inoltre che vorrebbe mettere ordine a colpi di esclusioni e
divieti, sancendo le forme accettabili di legami e di convivenza tra uomini
e donne. Divieti che suonano in contrasto con quella che dovrebbe essere
l'imparzialita' e la laicita' dello Stato.
Si escludono dalla fecondazione assistita le coppie non sterili, ma
portatrici di patologie genetiche che potrebbero trasmettere ai figli. La
giusta preoccupazione ignora pero' che oggi, grazie alla scienza e alle sue
applicazioni, e' possibile fare le diagnosi pre-impianto e stimolare
ormonalmente diversi ovociti, scegliendo quello sano.
Nell'altro divieto, riguardante la fecondazione eterologa, si esclude dalla
fecondazione assistita chi ricorre all'impianto di un embrione esterno alla
coppia: tale scelta viene giustificata chiamando in causa la difesa della
famiglia quale istituto naturale, stabile, unito, intoccabile. Ci chiediamo
pero' se il concetto di famiglia non possa essere in grado di accogliere
tutte le realta' dei nostri tempi valorizzando e non penalizzando le altre
forme di coppia e di amorosa e responsabile convivenza.
Come possiamo porci nel rapporto con la scienza e le sperimentazioni
genetiche?
Come donne e come cittadine di questo paese esprimiamo il nostro interesse
verso la ricerca scientifica quando non sottosta' ai poteri forti e ai
liberi mercati; quando viene incontro alle vite umane, alle persone colpite
da gravi mali per guarirle e lenirne le sofferenze.
La scienza ci dice che le cellule all'atto del concepimento non sono ancora
embrioni, ma pre-embrioni e che possono essere prelevate e congelate per
guarire gravissime malattie. La Legge 40 ne vieta il congelamento sia per
fecondare che per guarire.
E' dunque necessario abrogare i quattro articoli di questa legge e riaprire
l'iter legislativo che dovra' accogliere le riflessioni, i sentimenti e i
bisogni delle donne e degli uomini in materia di fecondazione assistita.
Andiamo a votare e cambiamo l'orizzonte dando veramente priorita' alla vita
reale.
Il 12 e 13 giugno donne andiamo a votare.
*
Rete di donne per la pace, Comitato Donne Marghera Catene, Comitato Donne
XXV Aprile, Comitato Lido Donna, Guado, Donneconledonne, Matriosca, Sis
Venezia, LIdRA Tecnopolis, Settima Stanza, Rossorosarosarosso, Donne per la
citta', Donna Informazione, Le Calamite Centro di ricerca per la pace
A chi importa?
di Dahr Jamail
La situazione in Iraq rimane invariata. Ma sembra che non importi più a nessuno
Oggi, in Iraq, gli attenti suicidi hanno causato un altro giorno da inferno, uccidendo almeno 18 persone e ferendone piu' di 67. Quattro di loro hanno colpito le forze di sicurezza irachene ed i convogli dell'esercito USA a Baghdad. Nonostante l'enorme operazione di sicurezza guidata dagli USA nella capitale, gli attacchi continuano invariati.
La piccola citta' di Rawa, vicino ad Al-Qa'im, e' stata bombardata di nuovo dai militari USA domenica notte. L'esercito ha ammesso il bombardamento, ma ha pure affermato che non ci sono state vittime civili. Oggi, sul canale satellitare di Al-Jazerra, e' stato trasmesso un filmato di case civili rase al suolo, con persone della citta' mentre
affermavano che sette civili sono stati uccisi nei bombardamenti.
Ad Hawija (vicino a Kirkuk), tre auto-bombe hanno colpito i checkpoint della sicurezza irachena oggi, uccidendo molti iracheni. Nel frattempo a Tal-Afar (vicino a Mosul), e' scoppiato un violento scontro tra la resistenza irachena e i soldati americani. Questi sono i fatti mentre scrivo.§
Continua ad essere chiaro che o i piani dell'amministrazione Bush in Iraq non includono la protezione degli iracheni, o questa a loro non importa, o entrambi. Sempre oggi ho ricevuto una email da qualcuno, e tra le righe ho trovato qualcosa di interessante: "Ho operato fuori dal campo Anaconda, vicino a Balad. Quello su cui quasi tutti, sia quelli in uniforme che i contractor, erano d'accordo (era) che (il piano) a lungo termine dell'amministrazione Bush e' concentrato soprattutto sul petrolio. I cuori e le menti sono secondari, molto piu' indietro della questione dei prodotti petroliferi, giacche' gli USA continuano a competere per le risorse in tutto il mondo. Spero che ci possa essere un dibattito mediatico maggiore su questa questione".
Sempre per email, un mio amico iracheno che e' un dottore a Baghad mi ha detto che quando era a Ramadi, ieri, i soldati USA hanno attaccato la Anbar Medical School mentre gli studenti stavano dando i loro esami. Come ha detto, "Loro (i soldati USA) hanno colpito gli ingressi frontali della scuola in maniera barbara usando degli Humvee... ed hanno terrorizzato le studentesse mentre arrestavano due studenti che stavano lavorando per i loro esami. Poi hanno messo sotto assedio la casa del preside dell'universita', e le case dei professori, anche se le loro famiglie erano all'interno.
Hanno trattenuto un mio amico e suo padre perche' hanno trovato dei documenti nella loro casa per una prossima manifestazione", mi ha detto. Recentemente, il "governo" iracheno controllato dagli USA ha annunciato di star detenendo circa 900 "sospetti militanti".
Un "sospetto militante" in Iraq sembra sempre piu' una persona qualunque nel posto sbagliato al momento sbagliato, mentre le forze irachene o statunitensi conducono un'operazione. Di certo il saccheggio delle case durante i raid continua, insieme alle detenzioni di iracheni innocenti. Tanto che come risultato dell'enorme operazione di "sicurezza" a Baghdad, a Laith Kuba, un portavoce del primo ministro iracheno Ibrahim al-Jaafari ha trovato necessario rilasciare la seguente dichiarazione: "Alcune persone si sono lamentate di casi in cui i soldati ne hanno approfittato prendendo per se' contanti o altri oggetti. Non possiamo escluderlo. Le lamentele che ho sentito dalla gente erano della stessa aggressivita' di alcune di quelle forze mentre fanno queste cose. Certe persone hanno quasi ammesso di aver imparato certe abitudini dalle truppe straniere.
Penso che questa sia una critica valida in alcuni casi".
Fonte: http://electroniciraq.net/news/2000.shtml
Tradotto da Carlo Martini per www.peacelink.it
giugno 11 2005
Da Dagospia:
2 – SOTTO LA “CENA DI YALTA” TRA SILVIO E CARLO, LA CONQUISTA DELLA FIAT
Una vera inchiesta giornalistica in due puntate, una di quelle inchieste che si facevano ai bei tempi prima che arrivasse Internet con i suoi siti-web fulminanti e maliziosi. Da due giorni “La Repubblica” dedica ai problemi e alla crisi della Fiat uno spazio enorme. Dopo aver letto i quattro articoli che in 48 ore sono usciti sul quotidiano di Carletto De Benedetti, scattano inevitabili due domande. La prima è questa: se le cose stanno così che cosa aspettano a Torino per mandare a casa Sergio Marpionne, e come potranno le banche risolvere a settembre la faccenda del convertendo?
La domanda è terribile e anche dagli articoli pubblicati oggi nella seconda puntata dell’inchiesta affiorano soltanto ipotesi. La più accreditata – secondo il giornale – vorrebbe Mediobanca impegnata a studiare lo scorporo del “polo del lusso” (Alfa-Maserati) dal “polo del lutto” (Fiat Auto). Quest’ultimo verrebbe ceduto allo Stato e a Fintecna. Il tutto sponsorizzato da Silvio Berlusconi. Il richiamo al Cavaliere fa trillare il campanello della memoria. Ricordate la famosa cena di un mese fa tra Berlusconi, De Benedetti e Gianni Letta nella casa di quest’ultimo alla Camilluccia? Ebbene, tanto per cominciare, Dagospia è in grado di dire che quello “storico” e sorprendente incontro all’indomani della sentenza di Milano sul lodo-Mondadori, non si è tenuto a casa di Gianni Letta, ma in un altro ambiente.
In secondo luogo, che si è trattato di una sorta di piccola “Yalta” dove si è discusso di tutto e si sono tracciati alcuni orizzonti. Il Cavaliere sembra aver detto a De Benedetti che gli interessa solo il Quirinale e che la sua eredità politica sarà raccolta dal “superdemocristiano moderato”, Gianni Letta. C’è di più: nella cena si è parlato di tutto, banche, industrie, Luca-Luca, privatizzazione Rai e…Fiat.
Il primo risultato di quest’Ultima Cena in cui i due Apostoli del capitalismo si sono scambiati il segno della pace è stato l’impegno di De Benedetti a non infierire sul Cavaliere dopo la clamorosa sentenza di Milano sul lodo-Mondadori. Poche righe sui giornali del Gruppo, nessuna battaglia, nessuna dichiarazione di fuoco debenedettina, ritirata totale. Poi è iniziato il tiro al “piccione bolognese” che porta il nome di Romano Prodi. Grande spazio è stato dato da “Repubblica” al contrasto con Rutelli, seguito domenica scorsa da un drammatico articolo di Ilvo Diamanti (uno dei prodiani “doc”) sulle lacerazioni dell’Unione.
Infine, ecco arrivare l’inchiesta Fiat di questi due giorni, un’inchiesta curiosa che non rivela cose straordinarie, ma fa scattare la seconda domanda: perché De Benedetti, cacciato dalla Famiglia nel 1976 dopo 100 giorni di comando, infierisce tanto sulla Casa Torinese?, perché l’articolo finale di oggi proclama che “agli Agnelli manca un leader”?
La risposta forse bisogna cercarla in quella cena di Yalta dove il Cavaliere ha ritrovato non solo la “pax giudiziaria”, ma anche la testa di un Ingegnere 70enne, ricco di idee e di rapporti internazionali utili per trovare partner industriali e finanziari di prim’ordine. L’Ingegnere non è mai stato innamorato dello charme di Luca-Luca e ha sempre conservato una grande voglia di salvare quel pezzo industriale della sua città che i Fratelli Agnelli gli hanno impedito di conquistare. Quanto basta per affidargli il compito di “super-advisor” capace di studiare il caso Fiat e di portare al Cavaliere soluzioni industriali e finanziarie di reciproco interesse.
ANALISI DELL'ISTITUTO CATTANEO - ASTENSIONISMO FISIOLOGICO E MILITANTE
All’indomani del voto si porrà l’interrogativo di distinguere fra l’astensionismo “fisiologico” che si manifesta regolarmente in occasione dei referendum e l’astensionismo specifico di questa consultazione, indotto dalla raccomandazione delle autorità ecclesiali di non recarsi alle urne per impedire il raggiungimento del quorum. Qualcuno tenterà senz’altro di attribuire l’astensionismo in toto all’una o all’altra parte politica, a seconda della propria convenienza, ma – come spiegheremo – si tratterebbe di un’interpretazione impropria.
Cercheremo di dirimere la questione cercando di stimare – col ragionamento e con i dati di cui disponiamo in merito al comportamento elettorale degli italiani in passato – l’entità delle due componenti.
Prima domanda: a quanto potrà ammontare l’astensionismo “fisiologico” dovuto al fatto che la consultazione è un referendum e non un’elezione politica?
Proprio per la natura della consultazione, nei referendum si manifesta sempre un "astensionismo aggiuntivo” rispetto alle elezioni politiche (dovuto a diversi fattori: minor rilevanza nella percezione dell’elettore della posta in gioco, modesta campagna elettorale, assenza di candidati e quindi della mobilitazione personalmente da questi operata, ecc.). Possiamo stimare l’entità di quella che sarà il 12-13 giugno questa parte di astensionismo, sulla base dell’esperienza dei referendum degli ultimi 15 anni, selezionando quelli che si possono confrontare a questo per livello di politicità e di mobilitazione. Possiamo scartare alcuni referendum che sono stati percepiti dall’elettorato come troppo particolari o che comunque non sono stati oggetto di particolare attenzione all’interno del dibattito politico*. Assumiamo a riferimento i referendum del 1999 (abolizione voto proporzionale), 1995 (tv e rappresentanze sindacali), 1993 (sistema elettorale Senato) e 1991 (preferenza unica Camera), ossia quelli che hanno suscitato la maggiore partecipazione negli ultimi 15 anni. (Si noti che non sarebbe corretto prendere a riferimento il tasso di partecipazione ai referendum degli anni settanta in quanto nel frattempo è notevolmente calata la partecipazione anche al voto politico.)
Facendo la media dell’“astensionismo aggiuntivo” di questi referendum rispetto alla partecipazione alle elezioni per la Camera ad essi più prossime, otteniamo un valore medio di astensionismo aggiuntivo del 23%.
Poiché alle elezioni per la Camera del 2001 l’astensionismo fu del 18,6%, prevedendo che sia ora al 20,2% (un incremento di circa 1,6 punti percentuali – come è stato alle recenti regionali rispetto alle regionali precedenti) e sommando l’astensionismo aggiuntivo precedente a questo valore, otteniamo un astensionismo complessivo attorno al 43% (circa il doppio degli astenuti in un’elezione politica). In altri termini: in una situazione “normale”, oggi solo il 57% degli italiani si recherebbe a votare a un referendum. Tuttavia, la situazione non è “normale”.
Seconda domanda: a quanto potrà ammontare l’astensionismo indotto dagli appelli della Chiesa?
Supponiamo che l’appello della Chiesa sia efficace presso tutti gli elettori dalla spiccata identità cattolica, ossia quelli che dichiarano di andare a Messa almeno 2-3 volte al mese. Secondo dati Itanes, questi risultano essere il 40% circa degli elettori. Se, dunque, si recasse a votare soltanto il 60% (i non cattolici e i cattolici “deboli”) del 57% degli elettori potenziali sopra calcolati, si ottiene un tasso di partecipazione del 34%, ampiamente al di sotto del quorum. (Se si tiene conto, peraltro, dell’invito ad astenersi rivolto ai loro elettori da parte di Lega Nord e dell’Udc – invito cui potrebbero aderire anche i non cattolici di questi due partiti – il tasso di partecipazione si abbassa di un ulteriore punto percentuale: 33%. Si potrebbe anche ipotizzare che gli elettori cattolici che fanno capo ai partiti che hanno invitato espressamente i loro elettori a votare non seguiranno i dettami della Chiesa. In questo caso l’affluenza salirebbe di poco: fino al 36%.)
Attenzione: la soglia del 34% non costituisce una previsione né una stima, quanto piuttosto un parametro per valutare il relativo successo o insuccesso degli inviti all’astensionismo formulati dalla Chiesa.
Una partecipazione inferiore a questa soglia di riferimento (34%) starebbe a significare che all’astensionismo hanno contribuito fattori ulteriori, tra cui: l’efficacia dell’appello della chiesa anche tra i non cattolici, l’invito a non votare rivolto da attori non religiosi, la convinzione che il quorum non sarebbe comunque stato raggiunto, i richiami alla “libertà di coscienza”, l’incapacità a decidere dinanzi alla complessità dei quesiti e l’incomprensione del dibattito.
Una partecipazione superiore al 33% starebbe a significare, al contrario, che una quota di cattolici osservanti non ha seguito le indicazioni della Chiesa, che gli appelli per il “sì” hanno avuto qualche efficacia tra elettori tendenzialmente restii ad attivarsi, che l’oggetto del quesito referendario è stato tale da mobilitare fasce di elettorato che non sarebbero andate a votare per un referendum “normale”
Chi c´è dietro Ricucci
PIERO OTTONE
da Repubblica - 11 giugno 2005
La scalata di Stefano Ricucci, che da qualche tempo rastrella azioni della società Rcs, quindi anche del Corriere della Sera, mi interessa per due ragioni. La prima è dovuta al mio passato, per l´appunto, di corrierista: in quel giornale ho trascorso più di vent´anni, con varie mansioni, e ho quindi assistito in prima fila a operazioni varie, miranti alla conquista, e al controllo, dell´antica testata. Ai colleghi che adesso ne fanno parte va, ovviamente, tutta la mia solidarietà. Ma c´è anche una seconda ragione che mi induce a seguire, con viva curiosità, la scalata Ricucci: ed è il mio interesse, che potrei definire antropologico, per Silvio Berlusconi, protagonista nell´ultimo decennio della vita pubblica in Italia. Ebbene: sono convinto, pur senza avere alcuna notizia riservata in proposito, che dietro Ricucci ci sia lui, e soltanto lui. Che ci sia Silvio Berlusconi.
Di Ricucci sappiamo poco. La sua futura sposa ha dichiarato che è elegante, tanto è vero che porta sempre camicie coi gemelli ai polsi, e che possiede grande charme, tanto da essere paragonabile a Gianni Agnelli (povero avvocato, quanti successori…). È un lavoratore instancabile, si dice, e ha accumulato una ingente fortuna con le operazioni immobiliari. Ha tanti soldi, dunque. Ma perché dovrebbe rischiarli in un´operazione piena di rischi? Un´operazione che, se fosse affidata solo al suo charme, sarebbe quasi disperata? Capisco che il Corriere possa piacere, a noi giornalisti piace molto; non riesco a credere, tuttavia, che accenda in chi ha fatto finora altri mestieri un amore così folle da mettere in gioco la propria fortuna. Infatti non ci crede nessuno. Non occorre essere esperti di attività finanziarie per capire che dietro a un privato esposto per cifre così alte, con la garanzia di banche che a loro volta si espongono a rischi, ci dev´essere qualcuno: un personaggio molto ricco e molto potente.
E chi può essere questo personaggio, se non Silvio Berlusconi? Mi sembrano improbabili gli investitori di altri Paesi, perché gli stranieri per i giornali italiani non vanno pazzi. Un italiano, dunque. Ma in Italia, non sono numerosi coloro che dispongano di patrimoni così cospicui. A Berlusconi, tuttavia, impegnato com´è nella lotta politica, un giornale autorevole quale il Corriere può fare gola, come fece gola nel passato a Eugenio Cefis e a Rovelli, a Fanfani e a Craxi, a Gelli e Ortolani. Non si rovinò per il Corriere un banchiere, Roberto Calvi? A mio parere, come ho avuto occasione di scrivere varie volte, il ciclo di Berlusconi è chiuso. Ma lui è probabilmente di altro parere. E anche se, domani, si ritirasse dalla politica, il Corriere gli farebbe comodo, per tante ragioni. Quanto all´onere finanziario dell´operazione, ricordiamo la teoria del valore marginale: un miliardo vale moltissimo per chi abbia solo un miliardo, è facilmente spendibile per chi ne abbia mille.
Un´ultima considerazione sulla prospettiva di un´opa, cioè di un´offerta di acquisto. È stato spiegato, anche su queste colonne, che la scalata di Ricucci avrà un senso solo se a un certo punto egli lancerà un´opa sull´intera società, e se alcuni di coloro che oggi formano il sindacato di controllo accoglieranno la sua offerta. Per adesso, i membri del sindacato fanno fronte unico, e assicurano che a Ricucci, qualora lanciasse l´opa, risponderebbero sdegnosamente di no. Difficile che lo stesso Ricucci abbia un fascino sufficiente per provocare secessioni. Ma con Berlusconi di mezzo è un´altra storia. Lui sarebbe in grado di esercitare, se lo volesse, un´efficace moral suasion.
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I misteri e i segreti del Corriere
Nicola Tranfaglia
da l'Unità - 11 giugno 2005
Il Corriere della Sera, che ha festeggiato quasi trent'anni fa (per l'esattezza nel 1976) i suoi primi cento anni e che resta tuttora il quotidiano più diffuso nel nostro tormentato paese, è l'oggetto oscuro del desiderio (ricordate il film di Bunuel?) per una cordata guidata dal ricco immobiliarista romano Ricucci ma di cui non conosciamo ancora la composizione effettiva.
Sappiamo soltanto che tre banche europee (le tedesche Deutcher e Dredner Bank e la franco-belga Societè Generale) sostengono finanziariamente la scalata e che gli attuali azionisti legati al patto sindacale di maggioranza si sono ulteriormente blindati, indicando l'obbligo per i pattisti di vendere al patto stesso, in caso di pubblica offerta di acquisto.
Il caso è, senza dubbio, allarmante in una situazione come quella italiana già caratterizzata dal controllo esercitato su tutti i canali televisivi dall'attuale capo del governo, da una legge come la Gasparri di cui l'OCSE ha dovuto ribadire l'assenza di effetti sul dominio oligopolistico Mediaset-Rai in campo televisivo.
Sempre l'OCSE ha ribadito ai tanti ignari che la legge Frattini sul conflitto di interesse nulla ha potuto fare per allontanare il presidente del Consiglio Berlusconi dalle imprese controllate direttamente grazie alla proprietà e alla presenza dei suoi figli e dei suoi antichi collaboratori nella televisione commerciale.
Viviamo, insomma, in una situazione gravemente anomala che pone l'Italia al fondo della classifica mondiale (53ma su 70 stati) per la libertà di informazione, lontano dagli altri paesi europei e occidentali e vicino, assai vicina ad alcuni paesi africani retti da poteri feudali.
Ebbene, in questa assurda situazione, dobbiamo ancora ieri ascoltare l'attuale capo del governo che attacca frontalmente, e senza argomenti, questo giornale, si lamenta in generale della stampa italiana, difende l'editto di Sofia contro Biagi e Santoro, critica l'attegiamento del “Corriere della Sera” e del suo direttore che ha difeso il decano dei giornalisti italiani dai nuovi insulti di Berlusconi.
E viene il sospetto che l'acquisizione del “Corriere della Sera”, perseguita dalla misteriosa cordata di Ricucci e dei suoi soci sconosciuti, si muova nella direzione di limitare la libertà di un quotidiano che pure raggiunge assai meno lettori-spettatori di quanto faccia un telegiornale (persino il telegiornale “canino” di Emilio Fede).
Ma quel giornale, in quanto espressione di strati borghesi non irrilevanti e di un establishment economico-finanziario del vecchio e nuovo capitalismo del Nord, esprime opinioni e tendenze in grado di influenzare forze politiche rilevanti e una porzione non piccola di opinione pubblica nazionale più o meno al confine tra le due coalizioni che si contendono il governo.
Ed è questo il segreto del “Corriere”, l'eredità immateriale, ma non disprezzabile, della sua antica tradizione, una sorta di difficile equilibrio tra il compiacere il potere di volta in volta esistente ma, nello stesso tempo, dare spazio a opinioni che si collocano fuori o contro (con prudenza, si intende) di quello stesso potere in modo da non irritare i conservatori ma interessare, nello stesso tempo, chi chiede o auspica novità e cambiamenti in alcuni campi o settori della vita politica, sociale ed economica.
Il che, in periodi di crisi e di transizione come quello attuale, dà al lettore la sensazione di partecipare a quel che sta facendo il governo e la sua maggioranza parlamentare ma anche di sentire quel che pensa l'opposizione e di registrarne spunti e idee significativi.
Ebbene dobbiamo prender atto che a Berlusconi questa linea del “Corriere” spiace, che le critiche di Biagi o di qualche altro editorialista lo spiazzano presso quei ceti sociali di cui aspira, pur con sempre maggior difficoltà, ad esser rappresentante e guida.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Baroni eterni
Massimo Marnetto Il treno è vuoto. Oltre a me e mia figlia, c'è una coppia di anziani turisti, che armeggia con una piantina scossa dal vento dei finestrini aperti. Siamo in un viaggio della speranza, ma – per fortuna – non dovuto a motivi di salute, ma a problemi universitari. Mia figlia, infatti, non si trova bene nella sua facoltà per la bassa qualità dell'insegnamento e così inizia a visitare possibili alternative in altre città. Il suo problema principale è la scarsa preparazione dei professori – sempre con le solite eroiche eccezioni – e il degrado delle aule, bagni, strutture… Il suo entusiasmo per la materia non è ancora compromesso, ma nel corso del primo anno – nel quale, tra l'altro, ha riportato ottimi voti – ha dovuto scoprire l'amarezza del persistente “baronato” universitario, dove regnano ancora – come quando frequentavo io l'università - docenze ereditarie per figli svogliatamente in cattedra, libri illeggibili, capricciosi professori che improvvisano orari in base alle loro mutabili esigenze…
Al ritorno la guardo mentre dorme con la testa appoggiata al finestrino. Penso ai miei amici più bravi – appassionati delle loro materie – che si sono “freddati” nell'impatto con l'ambiente accademico; il loro l'entusiasmo precocemente appassito in adattamento al sistema universitario pensato per il confort dei docenti e non – come in molte nazioni evolute – per quello degli studenti. Non assecondare la passione di un giovane è forse il più grande spreco di risorse che una nazione possa consumare. E' ora di cena e siamo stanchi. Tornando a casa, passiamo davanti a una pasticceria. Compro un dolce. Ce lo meritiamo.www.ulivoselvatico.org/
giugno 5 2005
Distruggere l’Europa
Furio Colombo
da l'Unità - 5 giugno 2005
Un uomo piccolo piccolo, che fa notizia solo come ministro (ed è ministro solo perché la Lega voleva, con lui e con altri due ministri leghisti, mostrare il suo disprezzo verso l’Italia) ha detto: «Adesso dobbiamo tornare alla lira». Il piccolo uomo, che sarebbe irrilevante persino se avesse detto questa frase a cena, in casa sua, se non avesse i media di tutto uno sfortunato Paese a disposizione, intendeva dire tre cose: la prima è incoraggiare la superstizione che gente come lui cerca di diffondere sugli “untori” . Poiché le cose non vanno bene, e Maroni (l’uomo piccolo piccolo di cui stiamo parlando) è uno che governa, bisogna trovare un colpevole che non sia l’irresponsabilità del governare male.
Dunque cerchiamo di diffondere l’idea che è tutta colpa dell’Europa. Ovvero di avere (noi, l’Italia delle gigantesche e rovinose inflazioni del passato) la stessa moneta di Francia, Germania, Spagna e di altri 8 Paesi europei.
La seconda è un insulto al presidente della Repubblica. La Lega ci prova in tutti i modi. A Ciampi, che aveva solennemente dichiarato il grande senso storico della giornata del 2 giugno, nascita della Repubblica, un altro ministro, Calderoli, aveva tranquillamente risposto che, per lui, quello è un giorno di lutto. Non è mai così grave come l’invito a gettare il tricolore nel cesso (Bossi, Venezia, festa del dio Po, poco prima di diventare anche lui ministro della Repubblica). Ma a offendere Ciampi deve aver pensato anche il piccolo ministro Maroni (qui parliamo di statura politica) quando ha invocato il ritorno alla lira. Il presidente della Repubblica aveva appena spiegato e dimostrato in tre diverse occasioni quale disastro avrebbe sconvolto l’Italia se fosse stata investita da questa crisi senza la difesa della moneta unica. Debito e inflazione sarebbero schizzati alle stelle. La lira sarebbe senza valore.
Come distruggere l’Europa
E ieri a offendere il Capo dello Stato ha provveduto di nuovo il ministro leghista Calderoli dicendo - pensate - che Ciampi è uno sconfitto insieme all’Euro e all’Europa.
La terza intenzione era di dare una mano agli altri modesti ma loquaci personaggi anti-Europa del suo partito, di Forza Italia e, alla fine, dello stesso Berlusconi nel loro intenso e continuo lavoro di screditamento dell’Unione Europea. Uno Stato immerso nella illegalità e nell’invito continuo ad altra illegalità, con un primo ministro che viene festeggiato ogni volta che riesce a districarsi per miracolo da sentenze che condannano pesantemente, per gravi reati, i suoi migliori amici, che esibisce conti falsi e li conferma, mentre tutti gli esperti, in casa e fuori, gli fanno notare che sono falsi, non può gradire la sorveglianza europea. Tutto ciò per dire che l’Italia di Berlusconi, di Bossi, di Tremonti, e - ora - di Siniscalco (che, come afferma il consigliere economico di Berlusconi Renato Brunetta, non è un ministro tecnico ma è, a tutti gli effetti, un protagonista politico di questa Italia) ha dato costantemente una mano nella lotta contro l’Europa, una specie di corpo a corpo per allontanare la sola garanzia di correttezza e di legalità (non è esagerato dire: anche di libertà personale e politica, tutti abbiamo il passaporto europeo) che ha posto un limite alle intenzioni di governo di Berlusconi e dei suoi associati. Lo dimostra ciò che è accaduto in questi anni alla Rai. Il progetto è stato di allargare la libertà degli “yes man” e di restringere, fino all’espulsione dalla vita pubblica, quella dei portatori di dissenso.
* * *
Vi domanderete che rapporto ci può essere fra ometti come Maroni e il gigantesco rifiuto popolare della Francia e dell’Olanda che, dicendo no alla Costituzione, hanno malamente ferito l’Unione Europea e gettato massi sulla strada del suo futuro. In comune c’è il populismo, quella venatura malata della vita politica, che si espande quando si fa più debole la forza, la guida, e persino la parola di chi avrebbe responsabilità di governo, e compito di orientamento culturale. L’Italia, certo, si distingue per essere il solo Paese in cui il governo è complice dell’attacco all’Europa. Ma quell’attacco ormai si allarga in tutto il continente, e il pericolo è vero, è grande e si vede.
La caratteristica di questo male è che esso si verifica come una violenta onda trasversale che viene da destra e da sinistra. Rappresenta proteste e avversioni opposte. Pensate al razzismo di impronta nazista di Le Pen e il no dell’Olanda preoccupata di mantenere le sue leggi immensamente permissive.
Eppure, con tutto il rispetto per le ragioni di sinistra (che si oppongono a certi aspetti della Carta costituzionale, non alla esistenza dell’Unione Europea) a noi sembra che ci sia un fondo sommerso che minaccia di prevalere.
È un fondo fangoso nel quale vi sono due componenti antiche e rischiose che prima o poi chiedono scontro e sangue: una rivendicazione nazionalista di solitudine (noi, da soli, pensiamo molto meglio a noi stessi), e la paura atavica dello straniero.
Temo che sia inutile dire, con fermezza legittima da parte di chi, da sinistra, ha votato contro la Carta europea, che l’intenzione era opposta. Le due radici fangose di cui ho appena parlato, si sono comunque rafforzate.
Le ragioni della sinistra, per quanto legittime e dirette a questo o quel punto della Carta europea, appaiono ora più deboli.
Come negare che, senza Europa, la destra è molto più forte nel mondo? Come negare che, invece, il rafforzarsi della Unione Europea - pur con tutti i suoi problemi e la sua vera o presunta anima liberista - pone limiti invalicabili non solo alle vecchie destre fascisteggianti, ma anche agli Haider, ai Bossi, ai piccoli ma dannosi Maroni e Calderoli e Castelli del Continente?
* * *
Il lavoro di dare vita a una Costituzione europea è stato, purtroppo, affrettato e addirittura troncato per poter realizzare l’unica cosa cara al governo Berlusconi: una grande cerimonia con lui protagonista, una specie di ponte di Messina virtuale costruito per la sua gloria senza badare alle gravi difficoltà e alla inadeguatezza dei tempi e del lavoro preparatorio. Invano molti hanno ricordato i decenni di discussione che hanno preceduto la stesura definitiva della Costituzione americana.
E invano è stato detto che quella Costituzione, la più antica del mondo democratico, dura ancora perché l’attenzione è stata concentrata, utilizzando tutta la sapienza e l’esperienza del tempo, sui principi e non sulle regole.
Una delle grandi intuizioni della Costituzione americana è stata che - per quanti poteri si diano allo Stato locale - la garanzia e la protezione dei diritti inalienabili del cittadino resta responsabilità del governo federale. E la storia americana ha dimostrato che problemi brucianti come quello della integrazione razziale sono stati risolti a Washington, non in Alabama o in Louisiana. E che per ogni governatore locale che si metteva davanti a una scuola per impedire l’ingresso dei bambini neri, c’era un governo federale pronto a entrare in stato di conflitto armato pur di proteggere il diritto di una sola persona. È accaduto a Little Rock, Arkansas, dove il generale Eisenhower, allora presidente, ha minacciato il governatore Faubus, che insieme a una folla di bianchi si opponeva all’ingresso a scuola di una sola bambina nera, di espellere dagli Stati Uniti lo Stato dell’Arkansas. Il governatore Faubus ha ceduto. Ed è così scattato il primo segnale che ha dato vita al movimento per i diritti civili di Martin Luther King, sostenuto dai Kennedy.
Quel movimento avrebbe potuto scegliere (come il movimento dei “Black power”, del potere nero) di marciare contro la legge, che era razzista, e contro la Costituzione, che enunciava solo nobili principi generali. Ha scelto invece (e ha vinto) di battersi per l’applicazione integrale e non per lo screditamento della Costituzione.
Noi, in Europa, abbiamo perso due occasioni. Quella di avere una Costituzione alta e nobile, con più principi e meno regole. E l’altra, di sostenerla comunque, perché anche una mediocre Costituzione europea è nemica della destra nazionalista e xenofoba, della guerra, delle discriminazioni, dei razzismi, dei rigetti, delle frontiere sigillate. È nemica del claustrofobico mondo di Bossi, di Le Pen, di Haider, di Castelli (che rifiuta tuttora di firmare in nome dell’Italia la legge contro il razzismo). È nemica della boriosa persuasione di essere “una civiltà superiore”.
Per fortuna, anche se si è così malamente mischiato il voto, non si mischiano i valori. Per fortuna c’è un Parlamento europeo che deve (e può) riuscire a darsi la statura che non ha.
L’Europa ha perso il privilegio di essere guidata da Prodi. Barroso appare modesto, data l’impronta lasciata da Prodi e la grandezza del compito.
Ma Prodi potrebbe tornare a guidare l’Italia. Il ritorno alla dignità e rispettabilità del nostro Paese farà differenza in Europa. Pensate alla Spagna, una volta uscito di scena il piccolo e pericoloso Aznar.
Soltanto sogni? Dipende dal senso politico, morale e anche dalla capacità di guida di coloro che, cominciando dall’Italia, hanno in mano il destino d’Europa. Soltanto sogni? Sempre meglio degli incubi.
furiocolombo@unita.it
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Ds Milano - Rassegna stampa
IL PROCESSO ALL’EUROPA
di MARIO MONTI
dal Corriere - 5 giugno 2005
Il massiccio «no» dei francesi e degli olandesi al trattato costituzionale è una secca sconfitta per la costruzione di un’Europa utile ai cittadini. Sconfitta, per il grave disagio che ha messo in luce nei confronti dell’Europa che esiste. E sconfitta perché, senza il nuovo trattato, sarà ancora più difficile conseguire il benessere e la sicurezza che i cittadini europei vogliono e che gli Stati nazionali sono sempre meno in grado di garantire. Jean Monnet, riferendosi alla mancata ratifica della Comunità Europea di Difesa da parte della Francia nel 1954, scrisse nelle sue memorie: «Molti pensarono a un cataclisma ma io, pur molto deluso, non ritenevo che quella fosse la fine dell’Europa. Ancora una volta, dovetti spiegare ai miei amici che le sole disfatte sono quelle che si accettano». Credo che, come europei e come italiani, dovremmo fare oggi alcune riflessioni.
Processo di ratifica e processo all’Europa. Hanno finora ratificato il trattato costituzionale undici Stati membri, con una popolazione di 255 milioni di abitanti. L’hanno respinto due Stati membri, con una popolazione di 76 milioni. Ai fini dell’entrata in vigore, come è noto, occorre l’unanimità e perciò questo trattato, salvo nuovi tentativi, non entrerà in vigore. Ai fini del «valore» da attribuire alla manifestazione di volontà dei diversi Stati, si deve ritenere che «valga» di più il risultato di quegli Stati che hanno tenuto un referendum (con l’affermazione del «no» in Francia e Olanda e del «sì» in Spagna), rispetto a quello degli Stati che hanno deciso per via parlamentare? Deve l’Italia, per esempio, sentirsi in «difetto di democrazia» perché, come la sua Costituzione peraltro richiede, ha ratificato con voto del Parlamento? Credo proprio di no. Un referendum ha sempre il pregio di indurre i cittadini ad informarsi e a riflettere. E ha, in qualche modo, un valore di importante «sondaggio». Ma su che cosa? A giudizio di gran parte degli osservatori, il «no» francese riflette un misto di grave insoddisfazione circa il governo del Paese, la situazione economica e sociale, l’immigrazione e la capacità dell’Europa di contribuire a risolvere questi problemi, molto più che un giudizio sull’unico quesito oggetto del referendum, il nuovo trattato. E’ un esercizio molto astratto e pericoloso di «democrazia», a mio parere, chiedere ai cittadini di un Paese di decidere - non solo per sé, ma di fatto per altri 400 milioni di cittadini europei - su un tema obiettivamente complesso, mentre si mette nelle loro mani una scheda con la quale possono esprimere sinteticamente la loro soddisfazione o la loro protesta. Pensiamo per un attimo a che cosa potrebbe accadere in Italia (Paese nel quale i sondaggi rivelano una fiducia nell’Unione Europea in sensibile diminuzione, ma di molto superiore a quella nelle istituzioni politiche nazionali, ad eccezione del Presidente della Repubblica) se si tenesse un referendum sullo «Stato italiano», cioè l’equivalente nazionale di questi referendum sull’Europa! Nel caso di un trattato internazionale, inoltre, gioca l’ambiguità circa la possibilità di un rinegoziato. Il cittadino interpellato per la ratifica si sente giustamente preso in giro se il governo che ha indetto il referendum gli dice: «Sappi che anche se dici "no", io non rinegozierò il trattato».
LE PROSPETTIVE
Il processo all’Europa
Prima di «ripartire», nelle istituzioni sarà ora necessaria una profonda riflessione autocritica
Più rispettoso sarebbe stato dirgli: «Se dici "no" cercherò di rinegoziare, ma sappi che gli altri 24 Stati membri hanno già detto chiaramente che non ci sono spazi per cambiare un difficilissimo equilibrio che ha richiesto due anni di negoziato». Perché questa dichiarazione, realistica, fosse credibile, sarebbe stato però necessario che, prima di iniziare il ciclo delle ratifiche, i 25 capi di Stato e di governo annunciassero un trasparente impegno politico sulla condotta in caso di mancata ratifica in un o o più Paesi, come quello proposto su queste colonne il 13 dicembre scorso. Ma diversi uomini politici europei ed italiani, nella loro «saggezza», ritennero preferibile non fare nulla, perché - dissero - affrontando il tema si sarebbe dato il segno di non avere fiducia nell'esito dei referendum. «Europa politica» e uso politico dell'Europa. In Europa c'è carenza o eccesso di politica? Entrambe le cose, temo. A questo stadio avanzato della costruzione europea, occorre una maggiore integrazione politica. Questa procede, ma lentamente, Il trattato costituzionale avrebbe consentito qualche passo avanti, ma è stato affossato. Al tempo stesso, e questo sta emergendo come il problema maggiore, c'è un uso sempre più spregiudicato e cinico dell'Europa a fini di politica interna nei vari Paesi.
Il Financial Times non è un sostenitore acritico dell'Unione europea, Ma ieri ha pubblicato un editoriale dal titolo «Smettetela di mentire sull'Ue. Per ripristinare la sua credibilità è necessaria l'onestà». Dice tra l'altro: «I "no" in Francia e Olanda sono anche il risultato di una lunga storia di falsa informazione politica e di sistematico oltraggio delle istituzioni europee da parte dei governi. Se i governi nazionali hanno l'abitudine di dare la colpa dei loro mali ad interferenze di Bruxelles, non deve sorprendere s e gli elettorati finiscono per credervi». Ancora molto può essere fatto per rendere più efficienti le istituzioni europee e più efficaci le politiche comunitarie. Ma è diseducativo per l'opinione pubblica - e indice della ricerca di un capro espiatorio riferirsi ormai di routine ai «burocrati di Bruxelles» o all'«Europa come principale ostacolo alla crescita». Ed è anche patetico, quando viene da Paesi, come l'Italia, che non hanno particolari insegnamenti da offrire, né in tema di burocrazia né in tema di competitività. I commissari europei, sott oposti individualmente al vaglio del Parlamento europeo (come avviene per i ministri nel Senato americano), hanno una legittimazione democratica superiore a quella dei ministri dei governi nazionali in Europa. L'economia europea non va male; vanno male essenzialmente tre importanti Paesi - Germania, Francia e Italia - circondati da buona crescita economica a Sud-ovest (Spagna), a Nord-ovest (Gran Bretagna e Irlanda), a Nord (Scandinavia) e a Est (i nuovi Stati membri). Come ripartire . Nelle istituzioni europee e nelle classi dirigenti dei diversi Paesi - salvo quelle componenti che dai «no» in Francia e Olanda hanno tratto visibile motivo di gioia o segreto sollievo per l'indebolirsi dello scomodo «potere europeo» - sarà ora necessaria una profonda riflessione autocritica, anche alla luce di alcuni altri referendum probabilmente negativi, prima che si possa davvero «ripartire». Non credo che si potrà fare affidamento, questa volta, su una spinta congiunta franco-tedesca, anche se non mancano idee in proposito. Difficilmente sarebbe congiunta, dopo che un Paese ha ratificato il trattato e l'altro l'ha respinto. Difficilmente sarebbe una spinta, date le attuali difficoltà economiche e sociali dei due Paesi. Difficilmente andrebbe nella direzione giusta, se la risposta alle difficoltà economiche e sociali fosse più protettiva che di stimolo alla competitività. L'Italia potrebbe avere un ruolo significativo nel facilitare una ripresa della dinamica europea. A condizione che riuscisse a dar e prova di ritrovate energie sul piano economico e a trattare con rispetto il tema «Europa», dibattendone certo nel merito ma senza farne oggetto, da una parte e dall'altra, di rivendicazione di esclusiva virtù o di oltraggiosi slogan preelettorali. Il «vincolo interno». Almeno per un certo tempo, l'autorevolezza delle istituzioni europee e delle loro raccomandazioni risulterà alquanto appannata. Non diminuirà però la necessità che gli Stati membri, e penso particolarmente all'Italia, pratichino politiche disciplinate sul piano macroeconomico e incisive riforme strutturali. Lo si deve fare per la competitività, per il benessere dei nostri figli, non perché «l'Europa lo impone». All'attenuarsi del vincolo esterno, che abbiamo spesso biasimato concorrendo a rendere impopola re l'Europa, saremo capaci di far crescere in noi, con convinzione e determinazione, il necessario «vincolo interno»?
Mario Monti
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Ds Milano - Rassegna stampa
LA RISSA A SINISTRA RESUSCITA BERLUSCONI
EUGENIO SCALFARI
da Repubblica - 5 giugno 2005
DOVREI iniziare con il caso Rutelli perché è quello che oggi tiene banco e perché tra sette giorni andremo a votare sul referendum (chi ci andrà). Ma c´è un altro tema che incombe sulla nostra vita pubblica ed è quello dell´Europa in crisi dopo i due referendum di Francia e Olanda e delle ripercussioni che si sono già avute e ancora si avranno nella politica italiana. Perciò comincio da questo, forse meno appassionante ma più gravido di conseguenze sul lavoro, il reddito, i salari e insomma sulle concrete condizioni di ciascuno di noi e sulla posizione del nostro paese in Europa e nel mondo.
I motivi di quei due "no" referendari sono già stati ampiamente esaminati, sicché è inutile ritornarci. Resta il fatto: la Costituzione europea è stata seccamente battuta da due paesi fondatori della Comunità. La procedura prevede che si vada avanti con le ratifiche degli altri paesi, ma comunque di quei due "no" e dello slittamento sine die del referendum inglese bisognerà fin d´ora tener conto senza perdere altro tempo. Se ne dovrà occupare il Consiglio dei ministri europeo convocato in riunione straordinaria per metà giugno.
Si fronteggiano due contrapposte posizioni: quella di rafforzare i poteri degli Stati nazionali derubricando di fatto l´Unione a una zona di libero scambio e quella invece di accelerare la marcia verso un vero soggetto politico europeo, dotato di effettivi poteri decisionali.
È assolutamente escluso che nel Consiglio di metà giugno un problema di tale dimensione possa essere risolto, ma può tuttavia emergere un "trend" in un senso o nell´altro recuperando l´ipotesi di un´Unione a due velocità. Molto dipenderà dall´atteggiamento di Francia e Germania, ma non solo. Avrà un peso considerevole la posizione spagnola e, naturalmente, quella italiana. E il punto è proprio questo.
Le reazioni del nostro governo fanno fin d´ora presagire che noi non ci schiereremo con chi volesse patrocinare più Europa. Al contrario, i segnali vanno in direzione opposta: meno Europa, recupero di ampi margini di sovranità degli Stati nazionali specie in materia finanziaria ed economica, minore autonomia della Banca centrale europea nella politica dei tassi, adozione dei metodi della finanza creativa di marca tremontiana a livello dell´Unione.
Il Berlusconi resuscitato
Il tandem Berlusconi-Tremonti, con Siniscalco al seguito, marcerà sicuramente verso questi obiettivi. Non inganni la sortita dei leghisti (Maroni, Castelli, Calderoli) contro l´euro e in favore d´una rinascita della lira. Il ministro delle Riforme è arrivato a mettere Ciampi sotto accusa per aver voluto l´euro e per aver dissestato la finanza pubblica. In qualsiasi altro paese il presidente del Consiglio gli avrebbe chiesto le dimissioni immediate: ma qui, evidentemente, il silenzio è d´oro. La proposta anti-euro, palesemente assurda e suicida anche agli occhi dei suoi proponenti, fa parte d´una evidente distribuzione dei ruoli: la Lega chieda l´impossibile consentendo a Berlusconi-Tremonti di arroccarsi su posizioni apparentemente più moderate ma di analoga pericolosità. Gli obiettivi concreti sono: smantellamento del patto di stabilità, smantellamento dei divieti per quanto riguarda le sovvenzioni dello Stato alle imprese; smantellamento delle autorità antitrust e dei loro poteri. A un certo livello di protezionismo europeo contro la concorrenza sleale dei paesi terzi, libertà ai governi nazionali di aggiungere altre protezioni sotto forma di contingentamenti e sopra-dazi. Infine una lunga sospensiva della liberalizzazione del terziario all´interno dell´Unione europea (l´idraulico polacco tanto temuto dal "no" dei francesi e degli olandesi).
Il governo italiano non fa mistero di voler lavorare nei prossimi mesi in questa direzione. Nel clima di "liberi tutti" che in qualche modo si avverte a Bruxelles dopo i due referendum negativi, un tratto di questa strada è già stato percorso da Siniscalco. Temo che ne vedremo presto i successivi.
Non credo sia necessario dimostrare che si tratta d´una strada esiziale.
Esiziale per l´Europa, ma soprattutto per paesi come il nostro, di fragile economia e di fragilissima finanza.
Rilanciare la domanda attraverso l´aumento dei debiti privati e del debito pubblico è l´ultima delle follie che questo governo possa commettere, ma è sfortunatamente la più probabile. Lo sapremo presto, quando il documento di programmazione (Dpef) verrà presentato in Parlamento entro questo mese.
La sola barriera a questo progetto è costituita forse da Follini. Non dal suo partito, per metà già liquefatto da leghe locali e affiliazioni berlusconiane, ma dal segretario di sempre più dubbia sopravvivenza politica.
Se veramente Follini si opponesse a questa deriva nazionalista, acquisterebbe benemerenze storiche ma verrebbe ridotto rapidamente al silenzio. Perciò non lo farà.
* * *
Rutelli. L´astensione nel referendum procreativo del leader della Margherita non desta sorpresa. Era un fatto annunciato da tempo ed anche coerente: Rutelli e una parte del suo partito sono stati favorevoli in Parlamento alla legge 40; era dunque prevedibile e previsto che si opponesse al referendum, anche se almeno alcuni dei quattro quesiti referendari avrebbero potuto esser condivisi da un laico non ingessato alla legge 40, come lo stesso Rutelli pretende di essere, reclamando d´esser creduto sulla parola.
E noi gli crediamo, appunto sulla parola. Sia pure con qualche (spero comprensibile) sforzo.
Dove le cose cambiano è su quanto Rutelli ha aggiunto alla sua dichiarazione (personale) di astensione. Un vero e proprio manifesto politico, una requisitoria in piena regola contro chi voterà "sì" e ancora di più contro chi, votando "no", contribuirà a validare il risultato referendario. Infine un attacco (implicito) a Prodi che ha già annunciato la sua presenza referendaria, ed esplicito ai ds, con la sola concessione della buona fede a Fassino, che rientra in tutti i manuali della retorica classica a cominciare dal discorso di Marco Antonio sul cadavere di Cesare, iniziato con la concessione della buona fede a Bruto e concluso con la guerra civile e la distruzione dei repubblicani.
Il caso Rutelli non è la sua astensione referendaria, ma il significato volutamente e marcatamente politico che ha voluto darle, la squalifica dei "sì" che porterebbero se vittoriosi a un "risultato inaccettabile", lo sfondo fallaciano dell´eugenetica nazista come deriva pressoché inevitabile (anche se non voluta dal buon Fassino). Infine l´accusa a tutti gli alleati di centrosinistra d´aver promosso il referendum senza aver consultato Rutelli e quindi di essersi messi consapevolmente fuori dall´ortodossia dell´alleanza (in quali altre occasioni Rutelli da parte sua abbia consultato preventivamente gli alleati è cosa che resta misteriosa).
Qui dunque nasce la questione, qui nasce il caso Rutelli.
Avevamo finora escluso ogni ricerca sulle intenzioni, quando il gruppo dirigente della Margherita decise di presentare liste del partito nel proporzionale. Ma ora, dopo la requisitoria politica contro i promotori del referendum, non si tratta più di intenzioni né di andare a caccia del retropensiero rutelliano. Dall´eventuale retropensiero ora Rutelli è passato al pensiero chiaro e forte, tanto d´aver provocato il dissenso manifesto dei suoi più stretti collaboratori, Gentiloni e Realacci. Non parlo degli applausi e dei vaticini di Bondi, che rappresenta il partito di Berlusconi: le convergenze oggettive non possono e non debbono colorare le motivazioni soggettive. Ma parlo di fatti concreti, di dichiarazioni politiche testuali che creano un contesto dal quale è difficile se non impossibile prescindere.
Rutelli non è uno sprovveduto. Conosce perfettamente il simbolismo dei gesti e gli effetti che esso produce.
A questo punto della vicenda, la motivazione data alle liste della Margherita, separate per meglio intercettare l´eventuale smottamento dal centrodestra, non regge più da nessun punto di vista. L´1-2 rutelliano (liste separate e astensione politica nel referendum) hanno avuto il solo effetto di scompaginare le file del centrosinistra, rimettendo in discussione il leader, spaccando la Margherita dove il 40 per cento degli elettori si è dichiarato contrario alle liste separate, e infine resuscitando la tentazione astensionista alle elezioni politiche di una parte ragguardevole di elettori di centrosinistra frustrati, delusi e arrabbiati contro la dissipazione consapevole d´una vittoria che sembrava ormai a portata di mano.
* * *
Dovremmo avere la palla di vetro per predire quale sarà la soluzione di questo tristissimo pasticcio.
Una cosa, una sola, mi sembra certa: la Margherita non può uscire dall´Unione di centrosinistra e presentarsi da sola alle elezioni politiche: scomparirebbe. Potrebbe farlo unendosi all´Udc e a Bertinotti per ottenere una legge elettorale proporzionale. Se Berlusconi accettasse l´ipotesi, sarebbe cosa fatta.
A quel punto si rimetterebbero indietro di dodici anni le lancette dell´orologio e si varerebbe una terza Repubblica simile alla prima nei difetti, con una classe dirigente infinitamente più scadente e dilettantesca.
È questo lo sbocco politico che si prefigura? Resta il fatto che il caso Rutelli, auspici gli errori diffusi su tutta l´area del centrosinistra, ha finora avuto il risultato di rianimare i berluscones a nuova vita. Se smottamento elettorale ci sarà nel centrodestra, esso resterà entro il perimetro di quel Polo o defluirà verso l´astensione.
Fenomeni analoghi avverranno nel centrosinistra il quale, nel suo insieme, può solo augurarsi che l´astensione dei suoi potenziali elettori non sia superiore a quella della Casa delle libertà. Del che è lecito dubitare.
Caro Rutelli, è un bel capolavoro politico. Debbo dire: non era facile confezionarlo, ma i bravi ci riescono, non c´è che dire.
P. S. Mi domanderete: e l´embrione? A sette giorni dal voto già non se ne parla più? Purtroppo se ne continuerà a parlare fino all´11 giugno. Dico purtroppo perché parlare dell´embrione è del tutto inutile. Sul piano teologico, su quello filosofico, morale, scientifico, esistono soltanto opinioni se sia una persona o soltanto un progetto di persona. Una verità assoluta non c´è, neppure nella rivelazione evangelica. Neppure nella dottrina cristiana.
Neppure nel codice canonico dove – salvo errore – il battesimo dell´embrione non è previsto.
Il referendum serve solo ad emendare o a confermare una legge che regola la procreazione assistita, la ricerca scientifica e, per la parte non soggetta a referendum, vieta ogni pratica eugenetica.
Di questo dunque si dovrebbe parlare e non dell´embrione.
Chi ne parla si è servito dell´embrione per una crociata clericale contro il pensiero laico e liberale. Ecco un altro validissimo motivo per andare a votare. Se l´astensionismo vincerà, valendosi d´uno zoccolo di almeno il 25% d´indifferenti abituali, lascerà comunque irrisolti i problemi più spinosi, a cominciare dall´obbligo della donna di conformarsi ad un comportamento vessatorio per quanto riguarda l´impianto di tre embrioni non preliminarmente analizzati. Obbligo che prima o poi dovrà passare al vaglio della Corte costituzionale, quale che sia in merito l´opinione degli astensionisti, del cardinal Ruini, dei vescovi e perfino di Sua Santità.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Un racconto scritto da grazino e inviato alla Mailing List Eymerich
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Dialogo tra un cittadino e un governante davanti al seggio elettorale.
Giornata assolata. Torno da Amsterdam prendendo un volo da Dusserldorf
alle
ore 12.45. Atterro a Roma Ciampino alle 14.55. Stanco morto faccio una
corsa fino a casa.
Doccia. Prendo la scheda elettorale nel cassetto del mobile all'entrata
e mi
precipito al seggio. Per votare finalmente quattro convinti si ai
referendum. Davanti all'entrata della scuola, trasformata
nell'occasione in
una serie di stanze con cabine elettorali e presidiate da una selva di
poliziotti che nemmeno allo stadio la domenica, vedo una bancarella in
cui
vengono messe in vendita delle piantine per finanziare la ricerca
contro il
cancro e la sclerosi multipla. Al tavolino una signora distinta che è
anche
una locale esponente di An, al suo fianco tutto il resto del gotha di
quel
partito. Mi avvicino per salutarla. Mi è capitato di farle più di
qualche
intervista per il suo ruolo politico. Un gesto di cortesia e di
educazione.
E magari un modo come un altro per sapere le ultime novità della giunta
di
centrodestra che governa la mia città da più di un decennio.
Porgo la mano. Accendo un sorriso vincendo la stanchezza. "Salve, come
va?"
Lei risponde al mio sorriso. Guarda la piantina. "Bene, e lei? E'
venuto a
votare?"
"Si. perchè?"
La signora sorride ancora, si guarda intorno in segno di compiacenza.
Si
avvicina.
"Be'... non può votare per dei referendum contro la legge naturale
dell'uomo"
Dopo questo invito capisco che per il mio mestiere di giornalista
questa
discussione sarà completamente inutile. A quel punto divento un
semplice
cittadino. Con le sue idee.
"Veramente voto contro la legge sulla fecondazione assistita. Non
contro la
legge naturale dell'uomo"
"E no. Così rischi di condannare migliaia di embrioni, di vite umane in
essere che potrebbero invece nascere" il sorriso lentamente si spegne.
"Scusi..." mi gratto il mento "io so soltanto che voto contro una legge
che
già c'è e che condanna una serie di persone che stanno male, altre che
vorrebbero darsi la gioia di diventare genitori..."
Cerca di liquidarmi. Ha capito che quella discussione non serve a nulla
neanche a lei.
"Va bene... allora vada a fare il suo dovere".
Mi fermo un secondo. Rifletto velocemente, il più velocemente
possibile.
"Mi dia due piantine"
Lei fa la faccia stupita. Forse si è dimenticata il motivo per cui si
trova
davanti ai seggi. O
forse è un altro e usa le piantine per copertura.
"V... va bene"
Mi dice di scegliere quella che mi piace di più. Le faccio capire che
non me
ne frega un cazzo della bellezza delle piantine. Contribuisco alla
ricerca.
Non devo vantarmene con amici e conoscenti.
"Ecco i dieci euro" faccio io.
"Grazie"
Traccheggio. E mentre infilo il resto nel portafoglio domando. "Mi leva
una
curiosità?"
"Prego"
"Perchè fare un banchetto per la ricerca quando avete fatto una legge
che,
di fatto, impedisce sviluppi determinanti per malattie proprio come la
sclerosi che, a tutt'oggi, non hanno una cura?"
"Perchè quelle ricerche sono contro la legge naturale dell'uomo"
"Spetti un momento. Ma chi cazzo l'ha scritta questa legge naturale
dell'uomo. E' un codice nuovo? Qualcosa che avete votato recentemente e
che
serve al Silvio nazionale?"
"No. E' l'etica"
Mi fermo un secondo. Inizio a muovere nervosamente la gamba. Brutto
segno.
Mi sto infervorando.
"Scusi... ma a voi, quando v'hanno votato, secondo lei, vi hanno
chiesto di
governare o di sparare queste cazzate sull'etica"
"E mi dica secondo lei cosa significa governare"
"Guardi io non governo. Vorrei solo essere governato decentemente. Le
posso
dire
quello che penso su come governate voi"
"Mi dica, mi dica" tutto il resto del gotha, intanto, si avvicina
"Primo.
Odio quando uno che è a favore della pena di morte mi viene a fare una
lezione su cos'è il significato della vita e sulla legge naturale
dell'uomo
e sull'etica. Prima difendete l'embrione e, un istante dopo, siete
disposti
a mettervi questi principi sotto i tacchi. Secondo. La libertà di cura
secondo voi è un concetto generale o è riferito solo a Di Bella?"
La signora ascolta in silenzio. Ha avuto solo un sussulto sulla pena di
morte.
"Perchè" continuo "non potete essere pragmatici un giorno e il giorno
dopo
mi venite a rompere i coglioni con l'etica. Un giorno mi parlate di
libertà
e il giorno dopo la volete restringere in base a principi che con la
Repubblica Italiana non hanno un cazzo a che vedere" La signora inizia
a
vacillare."Quando lei vende una piantina di queste" prendo in mano una
di
quelle che ho comprato "e non vota al referendum, non si rende conto
che da
un lato da i soldi ai ricercatori e dall'altro gli impedisce di usarli
nel
modo più opportuno?"
"Guardi che..."
"Guardi un cazzo. Ci rompete i coglioni sul fatto che gli altri sono
barbari
perchè nel 2000 ancora stanno appresso alla religione e voi fate
altrettanto. Farete uscire pasticche chemioterapiche mirabolanti per i
malati di sclerosi quando poi alla fine gli impedite di curarsi e
guarire.
Se dico che li prendete per il culo esagero?"
"Ma... ma come si permette lei di giudicare gente come noi..."
"E come vi permettete voi di giudicare tutti quelli che in questo tipo
di
ricerche vedono una speranza di cura, di vita..."
La mando a fanculo e vado a votare. Quattro si.
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Calderoli attacca Ciampi e finisce nella bufera
REDAZIONE
Il ministro delle Riforme Roberto Calderoli è nuovamente nell'occhio del ciclone. Questa volta l'esponente della Lega Nord si è scagliato contro il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, facendo insorgere diversi esponenti dell'opposizione e della Casa delle Libertà.
"Ciampi ha spinto perché il nostro paese entrasse a tutti i costi nell'euro. E' dura da accettare una sconfitta, ma va accettata - ha chiarito - la maggiore difficoltà che abbiamo sul debito pubblico è un'eredità che ci hanno lasciato i premier e i ministri dell'Economia del passato e soprattutto chi ha svolto entrambi i ruoli (il riferimento è ovviamente proprio a Ciampi, ndr)".
Dichiarazioni che hanno mandato su tutte le furie l'Unione, per il dielle Enrico Letta "le dimissioni del ministro Calderoli sono inevitabili", mentre per il segretario dei Ds Piero Fassino queste "parole rozze e sprezzanti dimostrano una volta di più l'antieuropeismo della Lega Nord e l'assenza di qualsiasi rispetto per le istituzioni che non risparmiano nemmeno il capo dello Stato".
"Calderoli rimane una testa matta nel Governo e diventa ogni giorno più incompatibile non solo come ministro della Repubblica, ma anche come buon senso - ha aggiunto il leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio - Calderoli attacca Ciampi per nascondere le responsabilità del Governo nei mancati controlli sul caro-prezzi".
Furiosi anche i centristi della Maggioranza, con Marco Follini costretto ad affermare che "le parole del ministro Calderoli "trovano l'assoluto e più radicale dissenso politico dell'Udc".
"A prescindere da qualsiasi giudizio politico e storico - gli ha fatto eco l'aennino Gianni Alemanno - siamo tutti chiamati a portare rispetto per il Presidente della Repubblica, che rappresenta l'unità della nazione".www.centomovimenti.com
Lo specchio crepato:
Alcuni miei colleghi, negli ultimi tempi, stanno vivendo una esperienza schizofrenica. Vanno a intervistare pesci grossi della finanza che raccontano loro, ufficialmente, frasi belle e rassicuranti. Sull'Euro, sul dollaro, sul futuro del commercio mondiale e sulle sorti del pianeta. Poi, però, off the record, magari a tavola, salta fuori come la pensano davvero. E già in un paio di casi si è sentita la paura di una crisi generale, di una sorta di possibile grande collasso del sistema.
I motivi ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. Già nello scorso novembre le elezioni Usa ci consegnarono la fotografia di un continente nord-americano spaccato in due dove qualcuno persino avanzava rischi di guerra civile. Poi la stuazione macroeconomica Usa: disavanzo commerciale alle stelle, dollaro deprezzato, lento ritrarsi delle banche centrali del pianeta dal suo uso come moneta di riserva (il fondamento economico dell'Impero), disavanzo pubblico crescente (spese militari e di guerra)....
L'Europa, quindi, in questi ultimi giorni: un'autentica esplosione. Quella che era la fortezza della stabilità del pianeta è oggi un territorio percorso da una crisi molto grave. Irresponsabili interviste e prese di posizione, come quella di Maroni, ne sono eloquente segnale moltiplicativo. L'Europa è oggi politicamente a febbre alta a causa, in sostanza, dello squilibrio economico prodottosi negli ultimi tre anni, dall'11 settembre in poi, dall'avvio della sciagurata politica bushita di dollaro al ribasso (ovvero costi della guerra petrolifera scaricati sull'Europa) e di tolleranza per un agganciamento fisso, politico, statale (e illegale, rispetto agli accordi Wto) della valuta cinese al carro Usa. Il combinato disposto che sta facendo bollire l'Europa.
Da alcuni mesi, però, la leadership bushita ha cominciato a rendersi conto dell'enorme rischio che sta facendo correre al suo stesso potere e impero. Tollerare che i cinesi possano fare dumping statale con la loro moneta, senza farla fluttuare liberamente (come invece fa l'Euro) sta cominciando a creare più problemi e tensioni che vantaggi.
Certo, la banca centrale di Pechino è oggi il principale acquirente di titoli di stato Usa. Certo, così sostiene finanze pubbliche bushite che altrimenti sarebbero in grave crisi. In un paese, quali sono gli Usa, in cui le famiglie sono indebitate, hanno risparmi negativi, rischiano davvero, in caso di recessione prolungata, il fallimento, la perdita della casa (a mutuo), la povertà improvvisa e quindi l'entrata in depressione del maggiore polo economico mondiale. Non c'è quindi da scherzare con il fragile equilibrio (diciamo così) degli Usa. Autentico blade runner del pianeta. Anche al di là della demonizzazione di Bush e compagni.
Ma alla lunga l'esportazione della latente crisi Usa (e poi vedremo, anche latente crisi cinese) sull'Europa comincia a generare effetti perversi. Da più parti in questi giorni forze politiche estremiste e populiste chiedono l'abbandono dell'Euro. Dietro hanno la base di massa dei piccoli imprenditori a rischio fallimento, dei disoccupati o dei potenzialmente disoccupati. Una svalutazione rapida e improvvisa dell'Euro potrebbe indurre il disastro: perderemmo (a breve) anche il vantaggio patrimoniale della moneta forte senza ottenere (se non nel medio-lungo) l'effetto di competitività industriale. Nel frattempo i mercati immobiliari europei (oggi in fase di bolla) comincerebbero ad avvitarsi, e la bolletta petrolifera continentale (in dollari) probabilmente darebbe un impulso autentico al risveglio dell'inflazione, oggi mascherata da compiacenti statistiche nazionali...
Gli europei però, credo terranno i nervi a posto. Abbiamo una lunga storia plurisecolare di crisi economiche, politiche e monetarie e non siamo quindi nati ieri. Basti pensare all'iper-inflazione tedesca degli anni 30, tanto per fare un solo esempio. La nostra strategia interna, spero, sarà altra...
Però...però e vero che alla lunga la situazione, messa così, comincia a diventare insostenibile. Il mondo sta pericolosamente concentrando la produzione industriale nella sola Cina (L'India è un caso diverso, tutto sommato molto meno aggressivo e basato sullo sviluppo interno). E la Cina è oggi un paese profondamente squilibrato.
La Cina è oggi, in buona sostanza, l'inverso speculare degli Usa. Vediamo perchè. Mi rifaccio a una relazione di un economista della World Bank di Hong-Kong tenuta in una recente convegno a Singapore a cui ho avuto la fortuna di partecipare.
La Cina oggi è un'enorme nazione da 1,5 miliardi di persone di cui il 40% vive, ancora miserabilmente, nelle campagne. Al livello a volte dell'alto medioevo (non a caso i virus dei polli si sono prodotti in villaggi in cui i contadini convivono con animali nelle capanne).
Ogni anno la Cina trasferisce l'1% della popolazione dall'agricoltura all'industria. E questo trasferimento continuo (che ha un potenziale ancora di cinquantanni) le frutta una crescita economica e industriale al 9% annuo.
Ogni anno la Cina sposta l’1% della sua popolazione dalla campagna alle città e alle industrie. E questo le frutta il 7-10% di crescita continua – dice Tan Kong Yam, economista senior della Banca Mondiale a Pechino – considerando il suo rapporto tra forza lavoro agricola e industriale oggi è allo stesso stadio degli Stati Uniti nel 1890. Deve ancora percorrere tutta la traiettoria prima dell’industria e poi dei servizi
Ovvio: questi contadini che vanno in fabbrica fanno un salto epocale di status e di benessere (il primo frigorifero, la prima auto, la prima tv...) in cambio di bassi salari, e persino del via libera a far lavorare i propri figli bambini (tanto, come ben sanno i vecchi contadini italiani, è normale che il figlio aiuti la vanga quando si fa la fame, è nella cultura anche nostra dell'antica povertà).
Ma questo 1%, e il 50% di cinesi ormai nel sistema industriale (una parte imprecisata di loro sono persino diventati ceto medio, cominciano ad avere consumi evoluti, e persino aspirazioni spirituali e religiose...) non è tutto. E' il 40% di poveri, di contadini e di ancora emarginati il vero problema cinese.
Perchè questa gente si è fatta delle aspettative (come è normale e umano). Sono tanti e se queste dovessero essere disattese potrebbero anche esplodere. E sarebbe una Tianammen al cubo. Il flusso di acquisizione di status deve quindi essere mantenuto regolare, pena il crollo di un equilibrio dinamico.
E qui entrano in gioco due soggetti: il Partito comunista cinese e le banche pubbliche cinesi. Il primo ha deciso da anni di concedere la libertà economica ma di negare quella politica. Il sistema delle banche pubbliche, ramificato in particolare nei villaggi di quel 40% ancora fuori dal circolo della crescita, è stato da quindici anni il suo strumento di consenso principe. Un po' alla stessa maniera con la quale la Dc in Italia gestiva il consenso con le sue banche, l'Iri e la spesa pubblica.
Il partito comunista cinese funziona così. E' una piramide mostruosa, enorme, di funzionari (mandarini rossi di provincia) alla base che via via si restringe in un vertice unico. Un modello amministrativo poi non molto diverso dal millenario Celeste Impero.
Ogni funzionario locale viene misurato, dai gradi superiori del partito, in base al tasso di sviluppo economico della sua area. Se è sotto (il che vale quasi sempre per le aree rurali) lui che fa? Va dai funzionari della locale banca pubblica (che prendono ordini da lui) e si mette a lanciare progetti. Progetti di opere pubbliche, anche le più strampalate, finanziamenti super-agevolati a imprenditori amici, prestiti vari. Il risultato è che una buona quota di disperati dell'area si mette al lavoro, magari scava buche e poi le ricopre, ma comunque ha reddito. Che nel complesso, statisticamente, cresce e soddisfa gli obbiettivi centrali. Il nostro funzionario è salvo, la sua carriera è ancora aperta. Ma la banca pubblica, progetto dopo progetto, si riempe di crediti inesigibili, di spazzatura finanziaria.
Moltiplicate il fenomeno per quasi un miliardo di popolazione e ottenete l'autentica bomba a orologeria cinese. Mentre sulla costa industriale le grandi banche (di diritto e di cultura anglosassoni) di Honk Kong conquistano posizioni, nell'interno il sistema è completamente bacato. E si regge, in sostanza, su un'offerta monetaria illimitata. Il danaro facile, a tasso politico, che serve a mantenere il consenso al Partito comunista cinese.
Ovvio, questo danaro facile a tasso politico è il figlio promogenito del cambio fisso agganciato al dollaro in discesa. Se putacaso lo Yuan venisse fatto fluttuare i tassi di interesse cinesi dovrebbero seguire. E se lo Yuan, come è nelle cose (dato l'enorme surplus commerciale cinese verso l'estero) dovesse rivalutarsi, i tassi di interesse sarebbero portati anch'essi al rialzo. Fine del danaro facile, dei tassi politici, rischio ravvicinato di esplosione del sistema bancario pubblico dell'interno. Fine del consenso nelle campagne, forse rivolte.....blocco, in definitiva, dell'intero modello cinese di crescita rapida di questi ultimi anni.
Il partito comunista cinese, e il suo monopolio politico, è così oggi un autentico pericolo per il pianeta. Perchè? Semplice: perchè ha messo in piedi un sistema rigido che lo costringe ad andare avanti come un enorme carro armato su binari di ferro. Non si è dato scelta, alternativa, flessibilità.
Può soltanto mantenere il modello così come è. Aggiustarlo, renderlo flessibile, implicherebbe una fase di tensioni interne (anche molto forti) e soprattutto probabilmente la messa in gioco, più o meno graduale, di un sistema democratico e pluralista. Cosa che teme (visto il crollo dell'Urss e del Pcus) come la peste.
E allora va avanti, lungo una via obbligata che comincia ad apparire a molti in diretta rotta di collisione con gli Usa e l'Europa.
Con gli Usa e con l'Europa: semplicemente sta facendo a pezzi l'industria occidentale, basata su salari più alti, su regole decenti di vita e di lavoro degli operai, su prodotti coperti da illusori brevetti, da una rete internet che viene violata da troppo intelligenti hackers cinesi. E da un sistema bancario, anche nella costa industriale, che definire mafioso è solo una benevola approssimazione. Eppure il partito comunista cinese deve andare avanti, ad ogni costo, nonostante ogni urlo di dolore del pianeta. Alla fine c'è il rischio, ormai prossimo, che dalle urla si passi ai fatti...
Perchè e come? Semplice, per imporre in faccia al mondo e agli altri poteri la continuazione di questa strada ferrata, la Cina si sta riarmando.
E ha un obbiettivo: Taiwan.
Taiwan è una nazione con interessanti proprietà politiche: è cinese, è industriale, ed è soprattutto ricchissima (di soldi veri, non finti).
Prendersi Taiwan, per Pechino, sarebbe il grande slam. Potrebbe saldare il conto di tutta la spazzatura finanziaria che ha nascosto sotto il tappeto. E forse anche fare qualche riforma politica, qualche forma di flessibilità e di autocontrollo interno, senza rimetterci una rivoluzione da un miliardo e mezzo di incazzati.
Per questo il partito comunista cinese continua a poco a poco ad incrementare la sua pressione militare e politica su Taiwan. Per ora preme per una riunificazione politica (e pacifica) ma domani....
I taiwanesi, figli delle vecchie famiglie borghesi di Pechino e Shangai scappate con l'arrivo dei comunisti negli anni 50, sono però rigidamente nazionalisti. E hanno trovato il loro Bossi, un politico che apertamente vorrebbe la completa indipendenza dell'isola. Che punta, sotto sotto, alla leadership della diaspora cinese dell'intero Sud-est asiatico. E persino alla secessione delle province ricche cinesi della costa industriale.
Ma quello che il popolo di Taiwan intimamente non accetta è che quello che ha costruito in cinquant'anni venga distrutto. Una libertà economica, capitali e imprese (come l'Acer, che forse qualcuno qui conosce) costruiti palmo a palmo sulla fatica e sull'impegno. E una democrazia partecipata e pluralista (inedita per il mondo culturale cinese) che solo ora, dopo decenni, comincia a funzionare. Darsi di colpo a una Pechino dei burocrati monopolisti sarebbe un reato contro i 2 e passa miliardi di cinesi del pianeta. Come dargli torto?
Muro contro muro, ma alla cinese. Anche i fratelli con gli occhi a mandora, infatti, hanno storia lunga e piena di insegnamenti...giocano a scacchi, per ora, muovono un po' di pedine, di missili e antimissili, di caccia e di sottomarini. Ma non molto di più.
Il brutto di questa paralisi, e di questo gioco al rallentatore, questa strana guerra fredda inter-cinese, sta però nella repressione del meglio del popolo cinese. Degli eredi di quella grande tradizione spirituale che ha regalato al mondo il taoismo, per intenderci.
Parlo dei Falun Gong, per mezzo milione in campo di concentramento oggi in Cina. Alcuni anche fucilati in pubbliche esecuzioni.... Parlo dei cristiani e dei buddhisti discriminati. Parlo di una intervista fatta da me al vertice di Ginevra Wsis a un esponente Falun Gong (un avvocato cinese espatriato a New York) in cui la conclusione fu chiara. Noi Falun Gong siamo solo la punta dell'iceberg di un ceto medio cinese pacifista, credente. Che, in minime condizioni di democrazia, farebbe nascere di colpo un partito moderato cinese, alternativo a quello comunista. Un partito dei cinesi moderni (forse una sorta di Unione locale, se vogliamo).
Questi sono i pezzi del mio personale puzzle sulla Cina. Pezzi dispersi, ma forse anche combacianti.
Una strategia positiva mi pare di intravvederla. E mi provo a esplicitarla.
La riunificazione Cina-Taiwan potrebbe essere anche un gioco win-win per la Cina, per l'Europa, per gli Usa e per il mondo. A patto di una democratizzazione autentica, e contestuale, della Cina stessa.
E della correzione, conseguente, del suo modello di sviluppo squilibrato.
Concludo alla cinese. Credo che chi legga queste righe, chiunque egli sia, sia troppo intelligente perchè mi dilunghi oltre. E' primavera e i fiori sbocciano sui peschi davanti a me. Come disse un vecchio e saggio mandarino.
Beppe www.caravita.biz
L'euro? Ci tutela, va difeso»
Assise ligure, gli industriali junior e senior bocciano l'idea di Maroni
BRUNO PERINI
INVIATO A SANTA MARGHERITA
«A caldo ci sono reazioni emotive che non tengono conto delle questioni di fondo». Così, al convegno dei giovani industriali di Santa Margherita, il presidente di Pirelli Telecom e vice presidente della Confindustria, Marco Tronchetti Provera, ha liquidato la richiesta del ministro Roberto Maroni di un referendum consultivo per un ritorno alla lira. «L'Europa ha garantito per l'Italia una certa stabilità, ma non è riuscita a costruire un suo modello vincente in una fase di crisi economica e così è difficile sviluppare nei cittadini un sentimento positivo verso l'Europa». Malgrado l'elegante dribbling di Tronchetti, la provocazione dal ministro leghista ha pesato non poco sull'andamento dei lavori dell'assise ligure. E così mentre il giovane Matteo Colaninno intratteneva la platea sulla necessità di un ritorno al capitalismo familiare, nei corridoi del convegno tutti pensavano, invece, al pericolosissimo ritorno al passato, proposto da Maroni e condiviso da una parte del governo Berlusconi, che probabilmente utilizzerà la diffidenza nei confronti dell'euro come un cavallo di battaglia elettorale nelle elezioni del 2006.
Anche il commissario Ue, Franco Frattini, che pure a Santa Margherita ha enfatizzato il voto dei francesi e degli olandesi come «un segnale contro un Europa che impone la sua volontà ai cittadini», ha dovuto prendere le distanze dal ministro Maroni: «C'è chi azzarda improbabili soluzioni di ritorno a valute nazionali», ha detto Frattini, liquidando la proposta del leghista come «una battuta che non avrà seguito». «La risposta al voto di Francia e Olanda non può essere quella di bloccare la voce dei cittadini ma neanche quella di irrigidirsi su posizioni ed egoismi nazionali». Per Frattini «il processo di ratifica non si può fermare. Sarebbe un grave errore dare il segnale che tutto è perduto ma altrettanto grave sarebbe pensare che non è successo nulla di rilevante». Frattini ha fatto capire a chiare lettere che questa è l'occasione per dare un colpo a un'Europa troppo con il fiato sul collo. Un'occasione che il governo Berlusconi, desideroso come non mai di avere le mani libere sui conti dello Stato, utilizzerà a piene mani.
Anche il presidente dei giovani industriali, Matteo Colaninno, si è soffermato sulla questione monetaria: «Senza l' euro l' Italia sarebbe in condizioni ben peggiori», ha detto rispondendo a una domanda sulle polemiche seguite all'ipotesi di un'uscita dell' Italia dalla moneta unica. «La moneta unica - ha aggiunto Colaninno - è stata un passaggio fondamentale per il riequilibrio dei nostri conti pubblici, e credo anche come equilibrio di fronte alle difficoltà. Cosa sarebbe oggi della lira - ha aggiunto il leader dei giovani industriali - di fronte agli scandali finanziari, e alle difficoltà che hanno colpito alcune importanti imprese?». Secondo Colaninno, «l' euro ha portato comunque delle positività all' Italia, certo alcune difficoltà emergono ma credo che la nostra priorità sia stare nell' euro in Europa e mantenerci ancorati a questa moneta».
«Io credo che sul calo delle esportazioni - ha aggiunto Colaninno - ci possano essere degli effetti che derivano dal non poter usare oggi la leva della svalutazione monetaria, che in passato contrastava la mancanza di competitività. Ritengo - ha detto ancora il presidente dei giovani di Confindustria - che dobbiamo puntare sulla capacità di offrire competitività delle nostre imprese per ricercare investimenti, per produrre e vendere i nostri prodotti a prezzi competitivi». «La nostra sfida - ha osservato Colaninno - è investire e non ricercare delle comode pratiche di competitività come potevano essere le svalutazioni monetarie». Per questo al ministro dell'economia Domenico Siniscalco i giovani di Confindustria chiederanno «che al piano della competitività seguano altri interventi, perché se la competitività rimanesse isolata ci sarebbero dei problemi».
Sulla diagnosi Matteo Colaninno è stato severissimo: «I principali indicatori economici segnalano che oggi il paese sta attraversando una crisi senza precedenti. Negli ultimi quattro anni abbiamo perso il 25% della nostra competitività. Siamo in recessione ma le difficoltà italiane non sono un fenomeno congiunturale. Affondano le loro radici nelle scelte pubbliche e privatecompiute negli ultimi vent'anni». ilmanifesto.it
Massimo Riva
La Malfa, che goal!
Ma chi lo dice che oggi l'Italia non sa più farsi rispettare dall'Europa? Sarà anche vero che la Commissione di Bruxelles sta per farci piovere addosso un solenne e formale richiamo a causa della malagestione dei conti pubblici, sarà non meno sicuro che la Banca d'Italia ci sta trascinando in uno sciagurato conflitto sulle regole del mercato unico, ma quando si tratta di impegnarsi per il calcio, sport nazionale per eccellenza, il governo Berlusconi mostra di non essere secondo a nessuno.
È di questi giorni, infatti, la notizia che il neoministro per le Politiche comunitarie ha ottenuto un grande successo diplomatico nella sua prima importante missione a Bruxelles. Naturalmente, non è che Giorgio La Malfa sia riuscito a rassicurare i suoi interlocutori su questioni marginali, come il pessimo andamento del debito pubblico e del deficit di bilancio. Ma quanto al contenzioso sul famigerato decreto cosiddetto salvacalcio, un tema cruciale, anzi vitale per l'avvenire dell'economia italiana, il rappresentante del governo Berlusconi ha potuto fieramente annunciare che "la questione è chiusa" sulla base di un "accordo soddisfacente".
In verità, Bruxelles non ha accettato a scatola chiusa il miserabile provvedimento che consentiva alle società calcistiche dai bilanci più scassati di spalmare i propri debiti addirittura su dieci anni di esercizio. Anzi, per chiudere un occhio, ha imposto che questa dilazione sia contenuta in un massimo di cinque anni edaccompagnata da congrue ricapitalizzazioni atte a rimettere in equilibrio i bilanci. A qualcuno dei fin troppo allegri amministratori del calcio nazionale simili condizioni forse faranno storcere il naso, ma il fatto è che l'alternativa sarebbe stata la bocciatura secca dell'intero provvedimento.
Dunque, tutti costoro devono essere grati alla straordinaria abilità negoziale dell'on. La Malfa: senza di lui chissà come sarebbe finita questa difficile partita in trasferta. E il primo a complimentarsi dovrebbe essere il presidente del Consiglio, che è anche il gran patron del Milan, una delle prime società, guarda caso, che è corsa a riparare i suoi guai aggrappandosi alla ciambella del decreto salvacalcio. Questi sono gli uomini e i ministri di cui il paese ha bisogno in una fase di crisi economica tanto acuta: gente capace e determinata, che non si perde nelle quisquilie, ma prende il toro per le corna sulle questioni essenziali e sa farsi rispettare in Europa, negoziando con la dovuta fermezza fino alla conclusione di un 'soddisfacente' compromesso.
Bravo, davvero bravo il ministro La Malfa, che ora può fregiarsi a buon diritto del titolo di salvatore del calcio nazionale. Resta da augurarsi che, sgomberato il campo da questo fondamentale problema, l'ottimo ministro ora abbia un po' più di tempo a disposizione anche per occuparsi a Bruxelles di qualche contenzioso di dettaglio come quelli in atto sui saldi del bilancio pubblico. In fondo, quando si ha la fortuna di portare sulle spalle un nome che ha lasciato un segno così nobile nella storia patria, si ha anche qualche dovere in più: magari quello di essere seri.www.espressonline.it/
Sangue sul voto
Alla vigilia del secondo turno delle elezioni, la violenza torna protagonista in Libano
Centinaia di penne levate verso il cielo. Piazza dei Martiri a Beirut, dopo essere stata ribattezzata Piazza della Libertà in occasione della 'rivoluzione dei cedri', torna ad affollarsi. Ancora una volta è un fatto di sangue a chiamare a raccolta molte persone: se la prima volta era acceduto a febbraio dopo l'omicidio di Rafik Hariri, ex Primo Ministro, adesso è l'omicidio di Samir Kassir a scatenare la rabbia dei libanesi. Kassir, giornalista molto noto in Libano ed editorialista di punta del quotidiano indipendente an-Nahar, è rimasto ucciso giovedì scorso nell'esplosione della sua auto, sotto la quale era stata piazzata una bomba. Il giornale per il quale lavorava ha chiamato a raccolta per la mattina di ieri, nella piazza simbolo delle proteste degli ultimi mesi in Libano, i colleghi di Kassir e la società civile libanese che si oppone alla violenza come strumento politico. I colleghi del giornalista si sono presentati con abiti bianchi e neri, simbolo del lutto per la religione cristiana e musulmana, e hanno presidiato in silenzio la piazza di Beirut. Anche questa volta, come il 14 febbraio scorso quando è stato assassinato Hariri, a cadere è stato un oppositore dell'influenza siriana in Libano. E adesso come allora i sospetti si addensano su Damasco.
Un legame che non finisce. Non a caso l’ opposizione, guidata da Saadi Hariri, figlio di Rafik e vincitore del primo turno delle elezioni che si è svolto domenica scorsa, ha chiesto le immediate dimissioni del Presidente della Repubblica del Libano Emile Lahuod. Lahoud resta infatti l'unico anello di congiunzione evidente tra il Libano e la Siria. Il contingente militare di Damasco, dopo l'omicidio di Hariri e sotto la pressione delle Nazioni Unite, degli Stati Uniti e dell'Unione Europea, aveva lasciato alla fine di aprile il Libano dopo più di trent'anni. Lahoud però, da sempre sostenitore di un rapporto privilegiato con la Siria, è rimasto al suo posto. E adesso tutto il fronte-anti siriano che ha guidato le proteste di febbraio lo ritiene il mandante dell'omicidio di Kassir assieme al governo siriano. Che ha prontamente risposto: "Tali accuse erano attese e coloro che le hanno diffuse svolgono un ruolo nella campagna antisiriana e danno il loro contributo politico e mediatico alle pressioni sul nostro Paese”, ha seccamente risposto il governo siriano in un comunicato, “la Siria, come dimostra il completo ritiro dei suoi soldati dal Libano al termine della sua missione di pace in tale Paese, sottolinea ancora una volta che non interferisce negli affari interni libanesi e spera che gli altri seguano la stessa strada, lasciandolibero il popolo del Libano di scegliere il proprio destino". Uno scossone politico c’è stato subito e, a sorpresa, nel blocco anti-siriano. “Il Fpm e i suoi componenti stanno tentando di fornire una copertura per lo Stato e pertanto non sono più parte dell’opposizione”, si legge in un comunicato dei gruppi dell’opposizione riunitisi ieri. Il Fpm è il movimento di Michael Aoun, leader cristiano che è accusato di aver ridimensionato l’omicidio di Kessir definendolo “una questione di ordinaria sicurezza e non va trattata politicamente con la richiesta di dimissioni per Lahoud”.
Elezioni ad alta tensione. La situazione non è serena e domani si vota per il secondo turno delle elezioni politiche. Il primo turno, che vedeva recarsi alle urne solo i cittadini del distretto di Beirut, ha consacrato la figura di Saadi Hariri come leader di quel movimento nato in Piazza dei Martiri che sogna un Libano libero dall'influenza siriana e artefice del proprio destino. Del risultato elettorale però, rispetto alla mobilitazione popolare seguita all'omicidio di Rafik Hariri, colpiva la scarsa affluenza alle urne: domenica scorsa ha votato solo il 27 per cento degli aventi diritto. Per molti osservatori libanesi la tiepida partecipazione era da imputare al ritiro delle truppe siriane che veniva comunque percepito come un successo. L'omicidio di Kassir, e le manifestazioni di ieri lo dimostrano, ha riacceso l'interesse popolare sulla contesa elettorale. Anche perchè, mentre nella capitale montava la mobilitazione per l'omicidio di Kassir, nella Valle della Bekaa due clan sciiti rivali si sparavano addosso per vecchie faide locali. Il terzo turno delle elezioni, quello di domenica 19 giugno, riguarda proprio quella zona. Samir Kassir, in uno dei suoi ultimi articoli, sottolineava come non bastasse il ritiro delle truppe siriane per mettere a posto le cose. Purtroppo aveva ragione. www.peacereporter.net
Christian Elia
Vado e voto Sì: è una
questione di libertà
Nadia Urbinati
Voto Sì a tutti i quesiti posti a referendum il prossimo 12 giugno.
Non ci sono ragioni per votare diversamente e questo per due ordini di motivi che rientrano nella questione della libertà. Il primo, il più rilevante, ha a che fare direttamente con la primaria e fondamentale libertà individuale di scelta in questioni intime come sono quelle legata alla volontà di avere un figlio. Nessun individuo ha il potere di dirmi come mi devo comportare in quei casi nei quali la mia azione non lede la legge e non arreca danno ad altri. In una società democratica fondata sul consenso nessuno ha l’autorità di sostituirsi alla mia coscienza, e che le questioni che hanno a che fare con la mia vita sono sempre e soltanto questioni che la mia coscienza soltanto deve risolvere. Non siamo né inferiori né fanciulli; nessuno può sostituirsi a noi nelle scelte che riguardano prima di tutto noi stessi. Chiediamoci se l’On. Pinco Pallino, non importa di quale partito o schieramento, ha l’autorità di darmi ordini su come devo amare o procreare, di dirmi che cosa è bene o male che io faccia. Se un parlamentare pensa che la sua coscienza non gli consente di accettare un’ordine legale che non pone limiti alla libertà di usare mezzi artificiali per procreare, allora egli dovrebbe dimettersi non cercare di fare la legge che alla sua coscienza più conviene. Il caso è simile a quello nel quale si trovò l’On. Buttiglione rispetto al suo incarico europeo e le implicazioni etiche che comportava: era lui per primo a non dover accettare l’incarico. Ma il ragionamento che emerse tanto in quell’occasione quanto in quella della fecondazione assistita è esattamente l’opposto. I nostri sanfedisti dicono: se la legge è contro la mia volontà allora cambio la legge. Questo è un affronto e un atto di arbritrio. La nostra carta costituzionale riconosce diritti individuali sacrosanti, primo fra tutti quello che impone alla legge di non discriminare per ragioni di fede religiosa, e cioè di non produrre leggi che rispecchiano valori morali che non é né necessario né scontato che tutti condividano. Anche il secondo ordine di motivi per i quali occorre votare SI pertinente alla libertà, in questo caso di ricerca scientifica. Anche in questo caso si configura una violazione di diritti fondamentali. Con l’aggiunta che in questo caso la legge diventa anche ridicola, perché é evidente che la scienza non ha confini nazionali per cui saranno i laboratori di ricerca di altri paesi a beffare questa legge autarchica. In sostanza, anche se il 12 giugno non si raggiungerà il quorum perché il referendum abbia validità, questa legge sarà resa nulla dal corso delle cose. La globalizzazione non é sempre un male, vivaddio.www.caffeeuropa.it
Sostenne il No, Fabius espulso dalla direzione dei socialisti francesi
di red
Detto fatto. All’indomani del no al trattato costituzionale europeo nel partito socialista francese si consuma la resa dei conti. Il consiglio nazionale, ovvero il parlamentino che guida la vita del partito, ha messo i voti e approvato l’espulsione dalla direzione del Psf di Laurent Fabius, l’ex primo ministro che ha guidato il fronte del No.
Fabius, considerato il numero due dei socialisti francesi e uno dei pretendenti all’Eliseo, è accusato di aver tradito la linea ufficiale del partito che, con un referendum interno, aveva stabilito di impegnarsi unitariamente nella campagna per il Sì. La sua espulsione, insieme a quella di altri sette dissidenti fra i quali Claude Bartolone, Henri Weber e Alain Claeys, è stata proposta dal segretario Francois Hollande. E il partito si è nuovamente spaccato: 167 i voti favorevoli alla cacciata di Fabius, 122 contro, 17 astenuti. Una maggioranza risicatissima, proprio che, nel referendum interno, a sostenuto il sì alla Costituzione europea.
Fabius ora ammonisce: «La soluzione sbagliata, secondo procedure certamente impeccabili, sarebbe quella di ripiegarci su noi stessi, cedere alla tentazione della divisione interna, al desiderio di regolare i conti». Hollande però non si fa intimorire e tira avanti. Oltre all’espulsione dei suoi rivali ha chiesto e ottenuto un referendum anticipato, che si terrà il 18 novembre. «La gauche è di fronte a un bivio – afferma - o aggrega la somma del malcontento, di tutte le rivendicazioni, le richieste e le aspirazioni delle diverse categoie, oppure si fa portatrice di un progetto che risponda concretamente e con volontà alle grandi attese del Paese». Hollande sceglie la seconda ipotesi. E vuole difenderla fino in fondo.unita.it
DESAPARECIDOS’, FAMILIARI PER PRIMA VOLTA VISITANO BASE MILITARE ‘BATTAGLIONE XIII’
Peace/Justice, Brief
Una trentina di persone tra familiari dei ‘desaparecidos’ della dittatura uruguayana (1973-1985), avvocati dei parenti delle vittime, antropologi forensi e funzionari del governo hanno visitato per la prima volta alcune sezioni della base del famigerato ‘Battaglione XIII’, situata nella periferia della capitale Montevideo. La comitiva ha visitato le zone della base in cui si presume siano sepolti i resti dei ‘desaparecidos’ arrestati illegalmente, torturati e quindi fatti sparire nella base durante gli anni della dittatura. La visita “ha avuto un carico emotivo molto importante” ha detto l’avvocato Javier Miranda, membro della ‘Asociación de Madres y Familiares de Detenidos-Desaparecidos’ e a sua volta figlio di uno scomparso. “Certamente non sarà l’ultima volta che entriamo in un centro militare, però ora è necessario lasciare che i tecnici lavorino con tranquillità” ha aggiunto, facendo riferimento all’équipe di antropologi forensi che, coadiuvati da colleghi argentini, da alcune settimane lavora nella base in cui, secondo la Commissione per la pace, sarebbero sepolti i resti di almeno 26 oppositori politici uccisi dalla dittatura. Le ricerche delle vittime hanno avuto un rinnovato impulso in seguito all’elezione e all’entrata in carica del nuovo presidente della Repubblica, il socialista Tabaré Vásquez, primo capo dello Stato di sinistra nella storia uruguayana.[LL]www.misna.org/
LEADERS SONO I CITTADINI
Stefano Olivieri
Che non sono galline in un pollaio. Non vogliono più starsene quieti da una parte mentre i galli si azzuffano. Un esercito bislacco, generali che litigano con i soldati tutti schierati al fronte sotto il fuoco nemico. Niente ordini, niente strategie, nulla di nulla. Il governo è in rotta e fugge, ma invece di inseguirlo e ridurlo all’angolo l’opposizione si litiga il volante dell’auto e spreca carburante. Indecente, suicida strategia.
Romano Prodi rischia di passare anche lui dalla parte del torto, a questo punto inusitatamente affollata. A Rutelli si doveva rispondere subito azzerando i giochi e chiamando in causa direttamente i cittadini a scegliere, e non su questo o quel leader, e a questo punto nemmeno su un programma – da qualsivoglia raggruppamento partorito – ma su tutto. TUTTO, giusto per chiarirsi, vuol dire rappresentanza politica di riferimento (dunque tutti i deputati e senatori dell’opposizione attualmente eletti, e in particolare quanti di essi hanno in animo di ricandidarsi) e vuol dire anche nuove regole della prassi politica.
Se non vogliamo che questa crisi abbia esiti nefasti dobbiamo avere il coraggio di ammettere che è stato toccato il fondo e che occorre ricominciare dall’unica cosa che ci tiene ancora insieme, la necessità vitale per il paese che alle prossime elezioni Berlusconi venga sconfitto. La spinta ideale dell’Ulivo del 96 era e resta un capitale immenso, che la società civile ha saputo conservare sebbene a fatica, perché priva di mezzi e frammentata in tante, troppe iniziative per semplici peones della politica. Ma le segreterie dei partiti che avevano, che hanno l’obbligo di vigilare su questo prezioso granaio, non si dimostrano all’altezza delle responsabilità a loro assegnate. E allora basta, a questo punto nessuno è indispensabile e nessuno è superfluo, torniamo a contarci.
Vorrei dire a Romano Prodi che ebbe il merito, quasi dieci anni fa, di far crescere l’Ulivo dal nulla. Fu un vero pastore di anime, perché la politica come partecipazione spontanea e disinteressata è difficile da far germogliare, soprattutto su un terreno di macerie ideali come l’Italia di post tangentopoli. Fu abile seminatore e al tempo stesso raffinato interprete di quella passione che risorgeva nei cittadini, e fluiva possente nel paese riempiendo piazze e strade. E l’Ulivo infatti, non Romano Prodi, fu il vero protagonista di quella lotta, di quella risorgenza civile. Ma quell’Ulivo dei cittadini è morto - è stato fatto morire - il giorno stesso in cui si vinsero le elezioni e nessuno, proprio nessuno fra gli attuali capi del centro sinistra può esimersi da questa responsabilità, nemmeno lo stesso Prodi.
Si doveva voltare pagina già da allora, e non si fece. La sinergia profonda che aveva fuso in un unico blocco eletti ed elettori DOVEVA continuare, e invece la fornace fu chiusa e il blocco si raffreddò, spaccandosi inesorabilmente. Si doveva capitalizzare quella immensa e diffusa spinta ideale per riformare i cardini stessi della prassi politica, adottando regole nuove e più trasparenti, più vicine e coerenti con l’insegnamento dei padri costituzionali. Doveva essere varato fin da allora un nuovo strumentario etico del fare politica, che disegnasse i rappresentanti del domani senza gli orpelli di un potere sempre più distante dalle case e dalle fabbriche. Regole severe sulla non eleggibilità, sulla trasparenza dei patrimoni, sulla impossibilità di sommare cariche, sull’obbligo di farsi comunque da parte dopo due legislature consecutive, perché in dieci anni si perde il senso del paese reale. Regole infine sulla composizione delle liste elettorali, che mettessero una volta per tutte i cittadini al riparo dai candidati sconosciuti e paracadutati dalle segreterie dei partiti.
Per favore Romano Prodi, non parli più di primarie pensando soltanto al suo censimento personale. Sarebbe una catastrofe. Il tempo scorre veloce e la crisi economico sociale italiana sta creando una voragine nella quale rischia di precipitare buona parte dell’ Europa, quella stessa che dovrebbe difenderci e che invece a causa nostra rischia di collassarci addosso. Torniamo a dare fiducia ai cittadini e saranno loro a fare l’Unione Europea dei diritti e dei valori fondanti, saranno loro a creare i mattoni di questa grande casa europea. Francia e Olanda hanno mandato dei segnali che in Italia anche a sinistra qualcuno troppo frettolosamente vorrebbe archiviare come “voto di protesta” arrogante e ottuso. Ho già parlato di questo sommesso assordante gospel che si leva dagli esclusi, e ne parlo di nuovo adesso perché sia chiaro il messaggio : non esistono alternative, in Europa come in Italia, dobbiamo RICOMINCIARE dai problemi degli ultimi della fila e su questi dimensionare strategie e programmi di crescita. Abbiamo eliminato passaporti e cambi monetari non solo per fare circolare il benessere di pochi, ma soprattutto per risolvere il malessere di tanti, perché altrimenti non c’è crescita e l’esercito dei 450 milioni di europei rischierebbe di diventare un nuovo sud del mondo, in un momento in cui negli Stati uniti hanno come presidente un imperialista a denominazione d’origine controllata.
Vogliamo elezioni primarie vere, per tutti i partiti, per ricreare dalle fondamenta una rappresentanza politica che sia davvero tale. E’ finito il tempo delle alchimie, torniamo a contarci, caro Professor Prodi. Sono pronto a scommettere che dopo questo grande bagno democratico scoprirà di avere i consensi che merita, ma deve avere il coraggio di sbattere la porta in faccia non a Rutelli, ma alla politica delle segreterie dei partiti. Torni a contare sui cittadini e i cittadini le regaleranno non solo la leadership, ma anche una rappresentanza politica più forte da cui potrà scegliere una squadra in grado di guidare il paese in mezzo alla tempesta che ci aspetta. Leggevo tempo fa sui giornali titoli come “L’Ulivo ricomincia da Prodi”. E’ sbagliato. E’ lei che deve ricominciare dall’Ulivo, ma da quello del 96, di tutti i cittadini, e che dopo le primarie VERE potrà essere anche di Bertinotti, per intenderci. Dia retta, professore. www.liblab.it/
Con Prodi, per l'Ulivo
I Cittadini per l'Ulivo confermano il loro pieno appoggio all'Ulivo, alla leadership di Prodi ed alla scelta delle Primarie come momento di partecipazione democratica
Ogni documento, intervento o lettera di Romano Prodi ribadisce da tempo la scelta politica su cui si fonda il suo impegno: l’Italia, i suoi problemi e le scelte necessarie per affrontarli.
Da quando Prodi ha accettato la responsabilità della guida del nuovo centrosinistra italiano, la sua proposta parte dai problemi del Paese, sottolinea gli obiettivi indispensabili e urgenti da raggiungere, propone gli strumenti politici per realizzarli.
Questo è sin dall’inizio il progetto prodiano che, attraverso la Costituente dell’Ulivo e la solida alleanza programmatica dell’Unione, costruiva la risposta coerente ai bisogni di rinnovamento del Paese. Gli ostacoli e le resistenze sono stati evidenti e con essi gli "adattamenti" del progetto stesso.
Negli ultimi mesi, per esempio, ci siamo mobilitati, con Prodi, per le liste dell’Ulivo alle regionali, ma abbiamo contemporaneamente temuto le conseguenze della "rinuncia" alle primarie. Gli "strappi" cui Romano Prodi è stato sottoposto lo hanno continuamente costretto a rilanciare gli elementi irrinunciabili del progetto dell’Ulivo.
Oggi Prodi ribadisce quanto sempre affermato: la preoccupazione di chi fa politica deve essere sempre e soltanto l’interesse del proprio Paese che oggi ci chiede di sostituire questo disastroso governo con un centrosinistra consapevole del compito da affrontare e dotato degli strumenti politici per governare bene. L’Italia non può sopportare in questa fase di trasformazione e crisi, ricette politiche deboli, incapaci di spingere in avanti il quadro politico italiano, l’Italia ha bisogno di Ulivo e di Unione.
E' ormai forte nei cittadini tutti una aspettativa di unità di tutte le espressioni politiche del centrosinistra, unità che i partiti dell'Ulivo sono già stati in grado di realizzare con le liste unitarie alle elezioni europee ed a quelle regionali.
Ripensamenti nei confronti del progetto dell’Ulivo creano oggi sconcerto e "distanza" nei cittadini indebolendo il centrosinistra e le speranze del Paese intero.
La Rete dei Cittadini per l’Ulivo ha ricordato tutto questo ai dirigenti dei partiti dell’Ulivo il giorno della riunione in piazza SS. Apostoli, chiedendo più Ulivo e più unità per rispondere ai bisogni dell’Italia.
Anche quel giorno Prodi ha ripetuto che l’Italia ha bisogno di Ulivo, dell’Ulivo più ampio possibile.
Era evidente il rifiuto di un centrosinistra frammentato e quindi di ogni iniziativa elettorale "che si aggiunga ad altri gruppi nella gara a chi è meno piccolo".
Ma allora, legittimi obiettivi di parte o di partito non possono essere anteposti al progetto di rilancio e ricostruzione dell’Italia per il quale è invece necessario consolidare in modo definitivo l’Ulivo "centro e il baricentro di quel forte e compatto governo dell’Unione del quale il Paese ha un disperato bisogno".
Per questo Prodi ha oggi ricordato il legame inscindibile tra la sua leadership e la coerente realizzazione del progetto dell’Ulivo dei partiti, degli eletti, dei cittadini associati.
Per questo la Rete dei Cittadini per l’Ulivo conferma il suo appoggio all’Ulivo, alla leadership di Romano Prodi ed alla realizzazione di tutte le iniziative democratiche, a partire dalle Primarie, utili a risolvere "alla luce del sole e in piena consapevolezza, in modo condiviso e impegnativo per tutti", il problema di una guida forte e riconosciuta per l’Unione.
Da giorni in tutta Italia stiamo affiggendo migliaia di manifesti della Rete dei Cittadini per l’Ulivo con i quali indichiamo una scelta chiara:
Con Prodi, per l’Ulivo !
Abbiamo una grande responsabilità, lavorare insieme per il bene dell’Italia.
I cittadini hanno rafforzato l’Ulivo per dare, con Prodi, un futuro ed una speranza al nostro Paese.www.cittadiniperlulivo.com
Memorial Day: un giorno per non ricordare
di Norman Solomon
La maledizione del Memorial Day, che costringe i media al silenzio
Il fine settimana del Memorial Day porta con sé diversi rituali mediatici. La bandiera a stelle e strisce sventola in televisione e sui giornali; cerimonie solenni e discorsi rendono omaggio ai caduti; ufficiali ed esperti dicono che bisogna ricordare i morti. Tuttavia, nonostante il gran parlare di guerra e memoria, nessun periodo è mai tanto imbevuto di insidiosa dimenticanza come gli ultimi giorni di maggio.
La solenne evasione ha un ruolo importante in questa vacanza. Oratori e commentatori elogiano l’ “estremo sacrificio” dei soldati americani, ma non dicono nulla a proposito della doppiezza di coloro che li hanno sacrificati. Gli sforzi militari sono considerati inopinabile patriottismo. I giornalisti affermano che stanno scrivendo la storia più recente, ma la storia reale non è più presente dei morti.
Nell’universo mediatico del Memorial Day, l’atto di ricordare evita qualunque storia che mostri che qualche guerra condotta dagli Stati Uniti non sia stata inevitabile e necessaria. Alla gente viene fatto credere che Dio e la natura siano dispensatori di morte. Veniamo incoraggiati a esaltare quelli che hanno coraggiosamente dato la propria vita e tolto quella di altri, ma non a mettere in discussione coloro che, dalle alte sfere dei rami esecutivo e legislativo del governo statunitense, vigliaccamente hanno dato la loro benedizione a vere e proprie carneficine gratuite.
Ormai è diventato normale descrivere l’invasione dell’Iraq da parte degli USA come una specie di anomalia, una strana deviazione dal precedente atteggiamento di Washington, volto a cercare pacifiche alternative alla guerra e a rifiutare di impegnarsi in un’aggressione. Tali rappresentazioni sembrano una specie di pappa per bambini pseudo storica, tagliuzzata e filtrata perché sia più facile da digerire.
Ma nell’ultimo mezzo secolo – quando, per giorni, mesi o anni, le truppe o gli aerei degli Stati Uniti hanno attaccato Repubblica Dominicana, Vietnam, Laos, Cambogia, Grenada, Panama, Iraq, Iugoslavia, Afghanistan e di nuovo Iraq – le spiegazioni della Casa Bianca sono state basate su falsità sempre più grandi, avidamente promulgate dai mass media. Alla luce della storia reale, i soldati americani che vengono onorati a ogni Memorial Day erano garanzia di metodici inganni. I media girano e i dictat delle autorità li hanno indotti a uccidere i combattenti e i civili “nemici”, per i quali gli araldi del Pentagono non hanno mai suonato una nota di lutto.
Questo processo orwelliano di sistematica dimenticanza non riguarda solo le guerre passate, ma anche la prossima.
Tempo fa, a proposito dei “trionfi della propaganda”, Aldous Huxley ha osservato: “La verità è grande, ma ancora più grande, de un punto di vista pratico, è il silenzio sulla verità”. Ho ripensato a questo commento l’altro giorno, mentre guardavo un canale tv, che non era né la Fox, né la MSNBC o la CNN. Era la PBS, l’emissione “Frontline”, che trasmetteva un report sul programma nucleare iraniano. Ogni singola parola della trasmissione del 24 maggio può anche essere stata vera, ciononostante, a causa dell sue omissioni, l’effetto che ha avuto è stato partecipare alla preparazione del terreno per un attacco militare all’ Iran.
“Frontline”, ricordiamolo, dovrebbe essere una trasmissione di qualità su un canale di qualità, ma, come era prevedibile, il report ha evitato di menzionare i punti chiave a proposito dei pericoli della proliferazione nucleare nel Medio Oriente: nessun riferimento all’arsenale nucleare di Israele, che al momento è stimato a più di 200 testate; nessun accenno a Mordechai Vanunu, imprigionato per 18 anni dal governo israeliano per aver denunciato la riserva di bombe nucleari del paese, e che ora affronta la probabilità di un ritorno in prigione per aver osato parlare ai giornalisti; nessuna parola a proposito del passo in avanti fatto dal governo degli Stati Uniti nello sviluppo di nuove armi nucleari, in violazione dello stesso Trattato di Non Proliferazione che viene ora impugnato contro l’Iran.
Tutti gli esponenti dei media affermano di essere i migliori nel fornire il contesto, ma questo era esattamente ciò che “Frontline” non ha offerto ai telespettatori che hanno visto il servizio sullo sviluppo nucleare dell’Iran. Questo “silenzio sulla verità” è un prerequisito fondamentale per quel tipo di ipocrisia auto-giustificante che darà la spinta all’attacco militare contro l’Iran.
La memoria unita all’onestà deve dare forma al nostro modo di vedere le cose, nella ricorrenza del Memorial Day come ogni giorno. Se ricordiamo gli Americani che sono stati uccisi ma non le persone che loro hanno ucciso – se restiamo in silenzio mentre le informazioni fornite dai media lasciano in ombra aspetti fondamentali della storia, che demolirebbero le pretese di alta moralità di Washington – il sistema di propaganda a favore della guerra resterà intatto. Quando i giornalisti indugiano in quel silenzio, diventano loro stessi il problema centrale di questa situazione deleteria.
Tradotto per Nuovi Mondi Media da Federica Alessandri (fefa08@yahoo.it)
Fonte: http://www.commondreams.org/views05/0526-24.htm
FINZIONE DEMOCRATICA
di Cino Casson
Il popolo francese ha detto NO alla Costituzione europea; il popolo ha sempre ragione: viva il popolo! Quant’è bella la democrazia, quanto entusiasma la sinistra radicale italiana ed europea! Possiamo fare i guastafeste, mettere una vocetta stonata nei cori dei Bertinotti nostrani e d’oltralpe? Forse non ce n’è bisogno, poiché voci e vocioni gracchianti già risuonano nel campo dei vincitori: che ne dice, Bertinotti, di Le Pen? Sì, proprio quel Le Pen che ha costretto i suoi colleghi dell’estrema sinistra francese a correre – si può dire con le brache in mano – a votare Chirac; e Haider? Gli piace come “compagno di merende”? E il sedicente socialista Fabius, convertito all’euroscetticismo solo per piccole questioni di bottega, la contesa della leadership ad Hollande? Per non parlare delle vociacce spernacchianti dei nostri Bossi e Tremonti. Ma, a prescindere dalle battute, vediamo, nel merito, perché l’esultanza di parte della sinistra italiana ed europea è del tutto destituita di fondamento. Il primo argomento addotto da Bertinotti è la ripulsa di una concezione “neoliberale” dell’Europa; è perfino banale far notare a Bertinotti, persona non incolta, come l’identificazione tra “liberale” e “liberista” fosse condannata già da Benedetto Croce; ma, prendendo l‘espressione bertinottiana come una svista, sarebbe forse preferibile – e vantaggioso proprio per le categorie sociali che la sinistra radicale assume di voler difendere – una Europa ad economia dirigista e autarchica, magari con il ripristino di barriere doganali tra i paesi che la compongono? O non è forse proprio da un libero mercato che molte categorie di lavoratori italiani possono sperare di conquistare retribuzioni in linea con quelle, più alte, di altri paesi europei? E non è l’Euro a impedire che un Governo – tutt’altro che liberale – possa lasciare allegramente crescere quell’inflazione che è la più iniqua tassa sui redditi da lavoro? L’altro argomento bertinottiano – singolarmente simile a quello della Lega – è che il referendum è una manifestazione di democrazia: è sempre un bene, secondo tale tesi, che i cittadini siano chiamati ad esprimersi, opponendo la loro “saggezza popolare” all’algida determinazione dei “tecnocrati”. A parte il fatto che, per quanto riguarda l’Italia, la decisione di ratificare la Costituzione europea è stata assunta a larga maggioranza dal Parlamento, che è, a norma di Costituzione italiana, lo strumento principe della volontà popolare, c’è da dire che i popolo francese – e quelli olandese, tedesco, polacco, italiano … - ben poco conoscono del testo che sono stati o sarebbero chiamati a giudicare con un SI o con un NO. Chiamare alle urne milioni di persone per esprimersi, rozzamente, su qualcosa di cui sanno quasi nulla non è democrazia, ma un simulacro della stessa, una finzione partecipativa. Bisogna avere il coraggio di dire – anche a sinistra – che la “vox populi” non è sempre “vox dei”, che ci sono questioni talmente complesse che richiedono competenza, meditazione, approfondimento, che non si possono affrontare con emotività o pregiudizi. Una decina di giorni fa, all’uscita dalla chiesa di S.Eustache, a Parigi, mi sono visto mettere in mano un volantino, nel quale un gruppo cattolico francese spiegava – citando impropriamente Ratzinger – otto buone ragioni “pour voter NON” e, naturalmente, un paio di tali ragioni si riferivano alla mancata menzione delle “radici cristiane”: a Bertinotti sembra un argomento “democratico”? Certo, la Costituzione europea non è impeccabile, ma davvero si può pensare di difendere la “classe operaia” (o quel che ne resta), andando sottobraccio alle destre nazionaliste e xenofobe? Lasciamo che sia Tremonti a inalberare la Legion d’Onore e Calderoli a stappare una bottiglia; nel suo caso, comunque, un eventuale eccesso alcoolico passerebbe inavvertito. www.libertaeguale.com
Nasce “Reporter Associati Independent Media Initiative – (RAIMI)”
di Roberto di Nunzio
05 Jun 2005
Roma, 05 Giugno 2005. Forti dell’esperienza di Reporter Associati e grazie alla partnership con l’Internet Service Provoder “Olimont” [www.olimont.com] nasce “Reporter Associati Independent Media Initiative – (RAIMI) “ che sarà on-line da martedì 7 Giugno 2005 con due nuovi siti web d’informazione indipendente e un restyling del sito madre.
"RAIMI": il primo gruppo editoriale on-line d’informazione indipendente.
A Reporter Associati.org, si affiancano infatti le testate di “Reporter Associati World News” [www.reporterassociatiworldnews.org] - e “Reporter Associati International” [www.reporterassociatiinternational.org]. Altri nuovi media on-line si uniranno al gruppo “RAIMI” nei prossimi mesi.
Una redazione centrale di giornalisti, reporter indipendenti, operatori dell’informazione e fotoreporter composta dagli “storici” fondatori di Reporter Associati, con l’ingresso di nuovi collaboratori e corrispondenti, e con l’appoggio tecnico-operativo di “Olimont” garantiranno la copertura dell’informazione da ogni angolo del mondo. Senza guardare in faccia nessuno e senza nessuna censura come è nello stile ben riconoscibile che fin qui ha accompagnato il successo e l’autorevolezza di Reporter Associati.
Analizzare, commentare e produrre informazione su fatti di politica internazionale, sul tema della globalizzazione e sulle questioni che riguardano i diritti umani rimane infatti la nostra missione editoriale, allargata ora e migliorata nell’offerta grazie alla nascita del gruppo “RAIMI”. La garanzia di indipendenza da qualsiasi condizionamento politico e economico e la policy che ci impone di non accettere contributi da partiti politici o da organizzazioni governative (nè da multinazionali) rimane infatti la strada maestra che seguiremo nell’impegno quotidiano che ci aspetta per svolgere il nostro lavoro di reporter così come abbiamo fatto in questi anni.
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Cos’è e come si presenta “Reporter Associati Independent Media Initiative"
Nell’ambito della costruzione del nuovo gruppo editoriale indipendente abbiamo deciso di intervenire con un riposizionamento della missione editoriale di Reporter Associati [www.reporterassociati.org], al quale è seguito anche un leggero restyling grafico per migliorarne la leggibilità e la consultazione. “Reporter Associati” perde la fisionomia di “quotidiano di attualità” come è stato fino a oggi per assumere quella di un vero magazine, con aggiornamenti continui (anche quotidiani), ma dedicati esclusivamente all’analisi, ai commenti, ai reportage e alle interviste come approfondimento dei fatti del Mondo che ci verranno inviati dai nostri collaboratori e corispondenti. Un media on-line da “sfogliare” con attenzione e riflessione.
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L’attualità internazionale (e anche la sezione “brevi dal mondo”) vengono infatti traferite sul nuovo media del gruppo “Reporter Associati World News” [www.reporterassociatiworldnews.org] che attraverso l’aggiornamento continuo delle notizia provenienti da tutto il mondo avrà la missione di mantenere aggiornati, in ogni momento del giorno, i lettori. Una velocità di diffusione delle notizie che arriveranno dalla rete dei nostri corrispondenti in giro per il mondo consentirà a “Reporter Associati Wordl News” di competere come qualità di informazione indipendente con le più importanti agenzie stampa internazionali.
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Il terzo media on-line che fa parte di "RAIMI" è “Reporter Associati International” [www.reporterassociatiinternational.org]. Un’autentica novità nel panorama dell’informazione indipendente on-line: un magazine che si occuperà di produrre e diffondere informazione da e per il Mondo Arabo. Rivolto a tutti i paesi e a tutti i cittadini che desiderino approfondire temi e aspetti dell’attualità che intervengono (e spesso confliggono) in quell’area così cruciale per i destini del Mondo intero. Per dar corpo all’ambiziosa missione editoriale che “Reporter Associati International” si propone, abbiamo deciso di far “parlare” il media in più lingue: arabo, francese, spagnolo e inglese, così da aiutarne la diffusione in ogni area geografica e politica della complessità del Mondo Arabo.
La scommessa editoriale che ci proponiamo è quella di poter affiancare al lavoro dei nostri collaboratori e corrispondenti anche quello di dar voce e visbilità a quei reporter, operatori dell’informazione e intellettuali arabi che volessero collaborare con noi. L’apertrura di un Forum consentirà una comunicazione per temi tra tutti lettori e i collaboratori di “Reporter Associati International”. In più basterà scriverci per ricevere sempre una risposta dalla redazione.
“Reporter Associati International”, come è nella tradizione consolidata della redazione di “Reporter Associati”, non si presterà a ricevere e pubblicare messaggi, articoli o commenti che dovessero inneggiare alla violenza o incitare altri a commettere atti violenti contro cose o persone. L’ambizione è quella di mettere a disposizione on-line, raggiungibile da tutti, un mezzo di comunicazione democratico e indipendente, aperto a ogni forma di collaborazione, che si ponga l’obiettivo di analizzare e commentare tutto quanto si “muova” nel Mondo Arabo e nel Medio Oriente. Fino all’Iran.
Roberto di Nunzio
direttore "RAIMI"
direttore@reporterassociati.org
giugno 4 2005
Ue: pronta la richiesta di procedura per deficit eccessivo nei confronti dell'Italia
Visco: "Il governo va verso una deriva autodistruttiva"
A Bruxelles è già pronto il documento finale sui conti pubblici italiani che il commissario Ue Almunia sottoporrà martedì prossimo al vaglio della Commissione europea, chiamata a dare il proprio assenso all'avvio della procedura per deficit eccessivo nei confronti del nostro Paese.
Il ministro dell'Economia Domenico Siniscalco, deplorando "la fuga di notizie", ha promesso battaglia contro le conclusioni (a suo dire inaccettabili) di quello che ha incredibilmente definito un “documento redatto unilateralmente” dagli uffici tecnici della Commissione.
Per Vincenzo Visco della Direzione nazionale Ds, «le reazioni del governo e della maggioranza ai rilievi della Commissione sono molto preoccupanti perché esprimono la pervicace intenzione di non fare i conti con la realtà».
Infatti, lo stupito sdegno con cui l’inquilino di Via XX Settembre ha accolto la notizia è del tutto immotivato. Infatti, il documento in questione contiene quanto già ampiamente reso noto nelle ultime settimane dal commissario Almunia: l'analisi e la proposta di deficit eccessivo per l’Italia ha avuto il via libera da parte degli esperti Ecofin che hanno deciso di inserire il rapporto come punto A (sul quale non è prevista ulteriore discussione) nell'agenda della riunione dei capi di gabinetto di lunedì. Quindi martedì la proposta passerà in Commissione.
In caso di adozione da parte dell'esecutivo Ue, il testo dovrà essere presentato, entro due settimane, all'esame del Comitato economico e finanziario (Cef) e, dopo un ulteriore passaggio formale in Commissione Ue previsto il 29 giugno, sarà discusso dal Consiglio dei ministri dell'economia e delle finanze dell'Ue nel Consiglio Ecofin del 12 luglio.
Dunque già dalla prossima settimana l’Ue potrebbe avviare la procedura per deficit eccessivo verso l’Italia. Secondo i dati di Almunia i numeri dei nostri conti pubblici «mostrano chiaramente l'esistenza di un deficit eccessivo in Italia tra il 2003 e il 2004».
In particolare, il livello generale del deficit del governo ha raggiunto il 3,1% del Pil nel 2003 e ha fatto registrare lo stesso livello nel 2004, livelli che potrebbero. Dato che il deficit è salito sopra la soglia di riferimento del 3% in almeno due anni, inoltre, per Bruxelles lo sforamento non può considerarsi temporaneo, tanto più che le previsioni di primavera 2005 indicano un'ulteriore aumento: 3,6% del Pil nel 2005 e 4,6% del Pil nel 2006.
Dall'analisi di Almunia emerge inoltre che anche il debito pubblico in Italia è «chiaramente al di sopra della soglia di riferimento del Trattato» ed è diminuito di meno del 5% del Pil tra il 2000 e il 2004 e il tasso di riduzione ha fatto registrare un rallentamento sensibile. Vale la pena ricordare che ancora all’indomani della sconfitta elettorale delle regionali, Berlusconi ha ribadito la propria intenzione (del tutto irrealistica) di portare il debito pubblico al di sotto del 100% del Pil.
Dulcis in fundo, si può leggere ancora nel documento, il deficit 2003 e 2004 non può essere qualificato come ''eccezionale'' e la crescita negli stessi anni «non si qualifica come severo rallentamento economico» dato infatti che il tasso di crescita è stato basso, ma è comunque rimasto positivo nel 2003 e nel 2004. Ciò significa, in altre parole, che non ricorrono le condizioni per applicare al nostro paese le deroghe previste dal Trattato.
«Se invece di porsi il problema di riequilibrare il bilancio pubblico – afferma ancora Visco – si attacca la Commissione europea e si predica addirittura la fuoriuscita dall'euro, risulta evidente che il governo si accinge a prendere una deriva peronista alla fine della quale un rischio di insolvenza del paese può diventare effettivo.
Sarebbe bene – conclude l'ex ministro delle Finanze – che tutte le forze sociali e politiche reagiscano finché siamo ancora in tempo per fermare questa deriva autodistruttiva».
www.dsonline.it/
Buio
Massimo Marnetto
Spesso il buio è abitato dalle nostre paure. E, purtroppo, è mancata l' informazione e soprattutto il coinvolgimento della pubblica opinione sulla Costituzione Europea, per aspettarsi che potesse essere accettata a scatola chiusa.
Così, il doppio no che ha ricevuto in Francia e Olanda, sconta il “buio” divulgativo nel quale le basi di destra e sinistra hanno intravisto ognuno il proprio bersaglio (Chirac, l'Islam turco, il dumping sociale dei nuovi paesi, il predominio dell'economia, la crisi economica, ecc.).
Anche in Italia, del resto, se vanno male le cose, si dà la colpa all'Europa (o all'euro), ormai diventato il grande tappeto sotto il quale il governo tenta di nascondere la sua inadeguatezza.
Comunque, questa doppia sberla è salutare se insegna almeno una cosa: il tempo dedicato al coinvolgimento della pubblica opinione non è mai inutile. Anzi, è l'unico presupposto affinché i cambiamenti possano maturare e realizzarsi nella consapevolezza diffusa.
www.ulivoselvatico.org
Da radicale a papista le 2 vite di Francesco
FILIPPO CECCARELLI
da Repubblica - 4 giugno 2005
COSA accadrebbe oggi se un gruppetto di deputati, raggiunto di soppiatto il balcone centrale di Montecitorio, ammainasse il tricolore per issare polemicamente al suo posto, in cima al pennone, la bandiera bianca e gialla del Vaticano?
Ora. Premesso che ciascuno ha il diritto non solo di dare ascolto prima di tutto alla sua coscienza, ma anche di poter cambiare le proprie idee sulle cose della vita senza doverle poi necessariamente rinnegare, ecco: il 15 gennaio del 1986 l´allora presidente del gruppo parlamentare radicale Francesco Rutelli, insieme con altri cinque deputati del suo partito (Aglietta, Calderisi, Crivellini, Melega e Teodori), eseguì per l´appunto quel gesto di simbolica e forse perfino giustificata provocazione contro le leggi (beni ecclesiastici e ora di religione) che attuavano il nuovo Concordato.
IL PERSONAGGIO
Contro il Concordato ammainò il tricolore a Montecitorio: era il 1986...
Quando Francesco il ribelle issò la bandiera vaticana
Da allora una lunga marcia, con una costante: la stima per Wojtyla, "pontefice di opinione, non di potere"
FILIPPO ceccarelli
Il vessillo della Santa Sede fece a tempo a penzolare per una decina di minuti. Sulla piazza, nel frattempo, a un comando di Sergio Stanzani, alcuni sparuti manifestanti tirarono fuori i cartelli. Si leggeva: «La Repubblica cala le braghe», «Sì allo Stato laico», «Religione di regime allo stato laido». Sembra di ricordare che un passante non fosse tanto d´accordo con quelle scritte e con l´ammainabandiera. Ci fu anche - se ne trova traccia sui giornali - un velocissimo e innocuo alterco con quel cittadino, forse un cattolico.
Bene. Sono passati ormai quasi vent´anni. La vita è cambiata per tutti. C´è un altro papa e da lungo tempo i radicali hanno smesso di movimentare la vita del Parlamento. Ma nel giorno in cui Francesco Rutelli, come credente e come leader della Margherita, annuncia di volersi allineare alle disposizioni del vertice della Cei sul referendum, è arduo non lasciarsi assalire dalla suggestione di quella sua performance.
E se non altro in nome di quell´anonimo passante che non era d´accordo, varrà qui la pena di completare il ricordo. Per cui Rutelli spiegò l´iniziativa del balcone con la stessa risolutezza con la quale più e più volte aveva spiegato l´ostruzionismo in aula contro quelli che i radicali definivano sprezzantemente i patti «madamensi», cioè il Concordato. E quindi: «Siamo al cedimento totale delle prerogative e della dignità dello Stato laico, sfogliato come un carciofo». E poi: «Oggi la tolleranza esige il massimo di rigore e di chiarezza contro un clericalismo che, estraneo alla coscienza della stragrande maggioranza degli italiani e degli stessi cattolici, esce trionfante in questo Parlamento».
Va da sé che non si può impiccare una persona e nemmeno un uomo politico - che è e si propone come persona pubblica - a un pezzo del suo passato. Nel caso di Rutelli, oltretutto, gli anni per così dire «radicali» (1979-1989 circa) sono comunque ormai molto meno di quelli vissuti al di fuori del mondo pannelliano.
Lui stesso, una volta, ha ricordato di condividere, risolutamente, un vecchio modo di dire: «Chi non è stato anarchico a vent´anni è un fesso». Forse anarchico no, ma a quell´età Rutelli era certamente un ribelle. E l´avverbio «certamente» è giustificato, anzi è certificato da un´intervista che preveggenti operatori dell´informazione gli fecero appunto a vent´anni (Raitre l´ha rimessa in onda nel giugno 1995). Ma questo non toglie che molte delle cose che diceva allora a Montecitorio contro un certo furbo «revanscismo» delle gerarchie ecclesiastiche non si adattino perfettamente bene all´odierna situazione. Anche se lui, adesso, sta dall´altra parte.
Il problema in effetti sta in quello che si diventa dopo essere stati anarchici, o ribelli, comunque anti-autoritari, e perciò in qualche misura, necessariamente anticlericali. A 25 anni Rutelli era il segretario dei radicali del Lazio, fondatore della Lsd (niente paura: si trattava della Lega Socialista per il Disarmo) e poi della Ldu, organizzazione sempre disarmista, insieme con lo scrittore Carlo Cassola. A 26 anni - era il 1980 - era già precoce e fantasioso segretario nazionale del Partito Radicale.
Non c´è nulla, tutto sommato, di cui oggi debba vergognarsi. Di quel tirocinio «massacrante» ha dato conto lui stesso nell´autobiografia «Piazza della libertà» (Mondadori, 1996): i digiuni (un centinaio di giorni), i tavolini, le marce, i comizi, l´obiezione di coscienza, «le nottate insopportabili di riunioni logorroiche con un barbone estroverso, "Tom povero diavolo", che dormiva nella stanza accanto, avendo fatto l´ultima doccia un paio di mesi prima», le missioni all´estero, i cani lupo della polizia di frontiera cecoslovacca e anche la galera a Latina, brevemente, per l´occupazione della centrale nucleare di Borgo Sabotino, minacciata da un poligono militare.
C´era indubbia e salutare autenticità in certe azioni. Con un fantastico blitz, Rutelli riuscì a smontare un cantiere che da anni intasava di automobili la strada sotto casa del potentissimo Andreotti; e un´altra volta si presentò con certi suoi allegri compagni alla parata militare del 2 giugno con una scopa-fucile in mano e in testa un elmetto-scolapasta. Parecchi, oggi, anche ai vertici delle istituzioni, non sarebbero contenti di quel carnevale - e dato l´andazzo, magari ci scapperebbe pure qualche improvvida manganellata.
Tra i primi, è vero, riconobbe che Wojtyla era diverso: «Un papa d´opinione - disse - e non di potere». Pensava alla campagna sulla fame del mondo. Ma al tempo del referendum sull´aborto fu lui a convocare il 20 settembre un comizio in piazza San Pietro, addirittura, perché «il papa svolge su tutte le piazze dello Stato italiano la sua campagna ufficiale contro l´aborto, e quindi chiediamo di poter parlare anche noi in Vaticano». E nel 1988 si schierò per la fecondazione assistita.
Poi sì, certo, si sa: è cambiato. Ma il massimo del rispetto e della comprensione per il percorso di Rutelli non impediscono di cancellare i dubbi e il senso di estraneità, soprattutto, di fronte una scelta al tempo stesso così tranquilla e lontana dagli ideali della sua gioventù. Perché ribelli a vent´anni va bene, ma a cinquanta, forse, si è più soli dentro il potere che nell´astensione a titolo personale.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Un vero suicidio economico per Stato, imprese e famiglie"
Bazoli: l´Italia non può permettersi di uscire dall´euro
la svalutazione Un´eventuale svalutazione porterebbe maggiore inflazione danneggiando i consumatori e l´economia nel suo complesso
risposta feroce La risposta dei mercati sarebbe feroce nei confronti di un Paese, come il nostro, la cui credibilità è inferiore a causa dell´elevato livello del debito pubblico
MARCO PATUCCHI
da Repubblica - 4 giugno 2005
ROMA - «Un suicidio economico». Giovanni Bazoli sfoglia sconsolato le pagine di Repubblica dalle quali il ministro Maroni chiede il ritorno della lira. Appena tre giorni fa, nel suo intervento all´assemblea di Bankitalia, il presidente di Banca Intesa aveva sottolineato - ribadendo l´opportunità delle fusioni cross border tra istituti di credito - che «la creazione di un vero mercato unico deve prevalere sugli interessi nazionali e particolari». Niente di più distante dal rigurgito antieuropeista seguito all´esito dei referendum francese e olandese.
Il cammino della Costituzione europea sembrerebbe compromesso, ma Bazoli esclude che possa essere messa in discussione addirittura la moneta unica: «E´ molto improbabile che l´uscita dall´euro acquisisca credibilità politica. In tutti i Paesi dell´area euro il tema dell´uscita dall´unione monetaria è rimasto confinato nell´ambito di forze politiche estreme o marginali». Quelle forze politiche, però, in Italia sono parte consistente dell´esecutivo e se a parlare, poi, è un ministro della Repubblica inevitabilmente si scatenano fantasmi e polemiche in tutta Europa. «L´unico Paese in cui un esponente di governo caldeggia l´uscita dall´euro - riconosce Bazoli - è proprio l´Italia, affetta da molte delle caratteristiche che i mercati finanziari andrebbero a penalizzare se fosse privata dall´ombrello della valuta unica. Insomma, secondo la logica economica e di mercato l´addio alla moneta unica potrebbe anche trasformarsi in un suicidio economico, come ha giustamente osservato anche il capo economista della Bce Otmar Issing».
Il presidente di Banca Intesa smonta, una dopo l´altra, tutte le ragioni sostenute da chi vuole il ritorno alla lira, a cominciare dalla possibilità di rendere più competitive le esportazioni attraverso la svalutazione del cambio. Inaccettabile per Bazoli, inoltre, l´opportunità di sottrarsi alle regole di politica fiscale percepite come un limite alla capacità di stimolare l´economia. «In realtà - spiega il banchiere - l´uscita dell´Italia dall´euro avrebbe un effetto netto sulla crescita negativo. Lo sganciamento dalla moneta unica e la svalutazione del cambio spingerebbero i tassi di interesse verso l´alto, rendendoli sensibili alla disciplina fiscale perseguita dal Paese». Come dire che, qualora il governo decidesse di usare appunto la leva fiscale per stimolare la crescita economica, verrebbe punito dai mercati finanziari con un aumento dei tassi di interesse: «E questa risposta - aggiunge Bazoli - sarebbe particolarmente feroce nei confronti di un Paese, come il nostro, la cui credibilità è inferiore a causa dell´elevato livello del debito pubblico. Qui non ci si rende conto dei forti rischi che corriamo e di quanto siamo esposti al giudizio dei mercati... ». E forse non si dà il giusto valore agli effetti benefici dell´euro sul costo del debito dello Stato, con la spesa per interessi scesa dal 1998 ad oggi dall´8 al 5,3%.
Chi chiede il ritorno alla lira, peraltro, esterna tutta la sua nostalgia per le stagioni delle svalutazioni che sembravano garantire vantaggi competitivi all´export delle imprese italiane. Ma c´è un rovescio della medaglia che Bazoli considera ben più decisivo: «Non tutte le aziende trarrebbero beneficio dalla svalutazione della lira. Pensiamo, ad esempio, a quelle che importano molte materie prime e che dovrebbero pagarle di più. Anche per loro, inoltre, si avrebbe un aggravamento degli oneri finanziari, aspetto non di poco conto visto che le imprese italiane sono mediamente meno patrimonializzate e più indebitate di quelle francesi e tedesche».
Infine le famiglie, alle prese sì con un´inflazione "percepita" che dopo l´euro ha preso il volo, ma anche beneficiate fino ad adesso da tassi più contenuti e quindi con accesso più agevole al credito e al mercato della casa. Secondo Bazoli, il deprezzamento del cambio determinerebbe un aumento dell´inflazione, «e un´inflazione più elevata danneggerebbe i consumatori e l´economia nel complesso, rendendo meno efficiente l´allocazione delle risorse. Anche dal punto di vista strettamente finanziario - prosegue il presidente di Banca Intesa - non vedo vantaggi per le famiglie. Negli ultimi anni è fortemente cresciuto il ricorso al credito al consumo ed è aumentato l´indebitamento per l´acquisto di abitazioni: un rialzo dei tassi avrebbe quindi un effetto negativo e finirebbe per tradursi in una perdita di potere d´acquisto. Senza contare che sullo stock di titoli a tasso fisso, le famiglie si troverebbero a registrare perdite in conto capitale significative».
Insomma, un vero «suicidio economico» per lo Stato, le imprese e le famiglie.
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Ds Milano - Rassegna stampa
L’antieuropeismo è un boomerang
di LORENZO BINI SMAGHI
dal Corriere - 4 giugno 2005
I referendum francese e olandese, e il rinvio di quello in Gran Bretagna, mostrano che gli elettori, nelle loro scelte politiche, distinguono sempre meno tra il livello nazionale e quello europeo. Quando essi danno un giudizio negativo sull'operato del governo, votano contro nelle consultazioni europee e, quando sono contrari alle politiche messe in atto in Europa, votano contro il governo in carica. Il governo francese, che non aveva demissionato dopo la sconfitta alle ultime amministrative, l'ha fatto dopo il no al referendum sulla Costituzione. In Olanda, l'opposizione chiede le dimissioni del governo, la cui popolarità è ai minimi storici.
È il timore delle ripercussioni interne di un no ad aver indotto Blair a rinviare la consultazione nel suo Paese. In sintesi, quando l'Europa non piace, non piace nemmeno chi governa il Paese.
Per certi versi, non c'è niente di nuovo in questa sovrapposizione, che avviene anche nei singoli paesi, con le elezioni regionali e quelle politiche. Dimostra forse che il livello di integrazione politica in Europa è più forte di quanto si pensa. Dimostra anche che i cittadini europei hanno perfettamente capito come funziona l'Europa, nonostante la complessità della carta costituzionale.
I cittadini europei hanno capito che in Europa si decide sì a Bruxelles, ma a decidere sono i rappresentanti dei governi nazionali che partecipano ogni mese al Consiglio dei Ministri dell'Unione Europea. La Commissione Europea non ha alcun potere decisionale, ma solo di proposta, eccetto per quel che riguarda la tutela della concorrenza. A decidere sono sempre, e solo, i rappresentanti dei governi nazionali.
Per questo, i cittadini dei vari paesi hanno una crescente difficoltà a capire come sia possibile che i rappresentanti dei loro governi un giorno si facciano fotografare sorridenti a Bruxelles, dopo aver preso parte magari ad importanti decisioni, e quello dopo, tornati a casa, tuonano contro o si lamentano dell'Europa. Non capiscono perché viene spesso utilizzata la scusa europea per imporre misure impopolari o misure che non si ha la forza politica di promuovere.
I cittadini europei hanno anche capito che i poteri propri dell'Unione Europea in molte materie sono limitati e che se le cose non funzionano nel loro Paese, la colpa non può essere sempre scaricata sull'Europa.
Se le finanze pubbliche non sono a posto, non può essere colpa dell'Europa, o dei vincoli che sono stati sottoscritti da tutti i paesi, unanimemente, ma di chi ha piena sovranità sulla politica di bilancio e non l'ha esercitata in modo adeguato.
Se si perde competitività e non si fanno le riforme strutturali, la colpa non può essere dell'Europa o del processo di Lisbona, ma dei governi e delle parti sociali dei singoli paesi che hanno sovranità su queste materie.
Se non c'è una politica estera europea, che riesca a dare un contributo efficiente alla pace in Medio Oriente, non è colpa dell'Europa ma dei 25 Paesi che non riescono a mettersi d'accordo su un'azione comune.
Tutto questo i cittadini europei hanno cominciato a capirlo. L'hanno capito le opposizioni, che in alcuni Paesi usano l'anti-europeismo per criticare i governi in carica.
Per i governi, invece, l'anti-europeismo rischia di divenire un boomerang.
Lorenzo Bini Smaghi
membro della Bce
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IL RICHIAMO DELLA FORESTA
PAOLO GARIMBERTI
CI SONO due posizioni sull´Europa che sono egualmente pericolose perché rischiano di portare a uno scontro di civiltà a livello continentale, che ridurrebbe a un cumulo di macerie il nobile sogno dei padri fondatori. L´una quella di un europeismo fideistico e acritico, per la quale l´Unione europea è un dogma che non va dimostrato, tantomeno discusso.
SEGUE A PAGINA 17
Il richiamo della foresta
L´altra, molto più pericolosa, è quella di un anti-europeismo demagogico e populista, per la quale la burocrazia di Bruxelles è la fonte di tutti i mali e le regole della Ue sono un lager dove le nazioni illanguidiscono anziché prosperare e competere.
Il doppio no referendario, francese e olandese, al trattato costituzionale ha esasperato gli opposti radicalismi, facendo definitivamente impazzire la maionese europea, che già stentava ad amalgamarsi. Ora si sono rotti tutti i freni inibitori con conseguenze grottesche e rischi drammatici. Se Chirac licenzia il ministro degli Esteri Barnier, ex commissario della Ue, troppo legato al progetto di unificazione, per sostituirlo con un medico ex ministro della Cultura, che nulla sa di politica estera, ma aveva creato una "commissione per la terminologia" per difendere la purezza della lingua francese, in Italia si va ben oltre. Ed ecco che il ministro leghista Maroni, dopo che il suo collega Calderoli aveva chiesto un referendum anche da noi come se il Parlamento non avesse già ratificato la Costituzione, si spinge a proporre l´uscita dall´euro, o quantomeno la doppia circolazione con le vecchie lire. La replica di Bruxelles è stata secca e sarcastica insieme a conferma che l´incomunicabilità tra le due posizioni è totale e che lo scontro, soprattutto in un Paese economicamente fragile e politicamente instabile come l´Italia, è inevitabile.
Il paradosso è che l´anti-europeismo espresso nelle urne da francesi e olandesi, sobillato dalle destre più nazionaliste e xenofobe o dalle sinistre più estreme, e ora cavalcato in Italia dai leghisti, è anche l´effetto indotto dell´europeismo più cieco e assoluto, che non ha mai voluto vedere le molte travi che si conficcavano nei suoi occhi.
Perché era convinto di due verità assolute, che tali non erano. La prima era che l´Europa dei parametri avrebbe necessariamente dato vita all´Unione dei cuori e delle menti. Lo slogan che correva per il continente dopo il Trattato di Maastricht, firmato per una coincidenza casuale, che invece fu accolta come un segno del destino, nella stessa notte in cui cominciava la secessione delle repubbliche sovietiche dall´Urss, era che una volta fatta l´unione monetaria quella politica sarebbe venuta da sé.
Così non fu, anzi. L´Europa che constatava la sua impotenza di fronte alla vergogna di Sarajevo, durante un vertice a Lisbona, tanto da spingere Mitterrand a una rischiosa visita di solitaria solidarietà, fu la conferma, come disse l´allora presidente francese, che «non ci può essere unione politica e di sicurezza se non si hanno gli strumenti per metterla in pratica».
L´entrata in vigore della moneta unica ha accentuato questo dislivello tra economia e politica, sancendo il fallimento del teorema enunciato dopo Maastricht. Nei cuori freddi e nelle menti scettiche di molti popoli europei, la Costituzione ha finito per apparire non come lo sbocco naturale di un´unione compiuta, ma come la forzatura per cementare un´unione che non c´era. Se ci fosse stato un po´ meno di dogmatismo, un po´ meno di egoismo e di superficialità da parte di alcuni capi di Stato e di governo, forse si sarebbe capito che l´Europa della politica e delle istituzioni richiedeva la stessa preparazione e la stessa pedagogia che aveva accompagnato quella della moneta. Invece si pensò che fatto l´euro, era fatta l´Europa.
La seconda verità assoluta, che tale non era, contemplava l´espansione, soprattutto a Est, a quei paesi che erano stati sotto il giogo del comunismo e del totalitarismo sovietici, come dovuta e dunque inevitabile. La fretta dell´allargamento, troppo facilmente e retoricamente presentato come una cavalcata trionfale, ha vinto sulla necessità dell´approfondimento (delle istituzioni, della politica, della stessa azione pedagogica verso le menti e i cuori delle popolazioni). Con un doppio esito negativo sul versante politico e su quello delle opinioni pubbliche.
Perché alcuni dei nuovi entrati hanno dimostrato, in modo clamoroso alla vigilia della guerra in Iraq, di usare l´Europa come ponte levatoio verso l´America. E perché lo spettro dell´immigrazione legalizzata in un continente senza frontiere, impersonificata dall´ormai famoso "idraulico polacco", e della delocalizzazione è stato usato come leva da chi propugna il no al trattato costituzionale, trovando facile presa in elettori impauriti perché poco preparati e ancor meno rassicurati.
E´ facile ora il gioco della Lega, in questa situazione paludosa dove l´Europa non trova un ramo al quale aggrapparsi per non affondare, ma neppure una radice visto che l´appello a un vertice dei sei Paesi fondatori è caduto nel vuoto (e non a caso, visto che in due hanno vinto i no). È il classico schema del tanto peggio tanto meglio, così primitivo che perfino gli alleati di un governo non proprio euro-entusiasta devono mettere degli stop. Quello che invocano i Maroni, i Calderoli, i Castelli altro non è che un ritorno alla foresta per solleticare gli istinti più incolti e più beceri di un elettorato per il quale Bruxelles è ladrona quanto Roma.
È l´appello a un passato fatto di sotterfugi come le svalutazioni contabili di quella lira di cui si auspica il ritorno, di sforamenti del deficit e del debito, insomma a un´Italietta furba e poco virtuosa, che fa orrore a chi, come il presidente Ciampi, si è battuto strenuamente per cambiarla e ridarle piena dignità europea. Ma che forse non dispiace a una maggioranza di centrodestra, che non si stanca di inveire contro la burocrazia europea e di accusare di falsità la Commissione quando fa le bucce ai nostri conti pubblici.
Ora a queste posizioni estremiste non basta rispondere con sdegno e disprezzo che il referendum non si può fare avendo il Parlamento già ratificato la Costituzione e che l´uscita unilaterale dall´euro non è contemplata da nessun trattato europeo. Bisogna invece avere la pazienza e la forza di spiegare alla gente - facendo quella pedagogia politica ed economica che gli europeisti non hanno fatto a sufficienza, inebriati dal loro fideismo dogmatico - perché l´Italia stava peggio con la lira che con l´euro, perché la sfida della globalizzazione, soprattutto quella che ci arriva dalle potenze emergenti o già emerse dell´Asia, non si combatte con meno Europa ma con più Europa per la semplice ragione che i nani nazionali nulla possono contro giganti continentali. E che, infine, quel poco di Europa che i leghisti fingono di volere, quella descritta da Maroni nell´intervista di ieri al nostro giornale e ribadita ai microfoni di Repubblica Radio, è la stessa auspicata dagli inglesi, ben contenti di evitare un referendum imbarazzante per Blair: una sorta di club, come ha scritto ieri l´Economist (in un editoriale intitolato "L´Europa che è morta" e sottotitolato "E quella che dovrebbe vivere"), con una porta girevole dalla quale si può entrare e uscire come e quando si vuole. In questo club, però, l´Italia che vogliono i leghisti non sarebbe neppure addetta a girare la porta. Starebbe seduta sul marciapiede.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Una lettera di Ermanno Caccia, del Comitato politico dei Radicali di Sinistra
Documento per le Primarie: poter scegliere per contare di più
Documento per le Primarie: poter scegliere per contare di più!
di Ermanno Caccia
Il Bipolarismo ci ha dato apparente stabilità e le strutture per considerare l'Italia un Paese Moderno.
Le riforme iniziate dieci anni fa con l'introduzione del sistema maggioritario vanno completate con uno strumento, le ELEZIONI PRIMARIE, che darebbero concretezza al principio dell'alternanza.
La Politica si avvicina ai cittadini ed è al servizio dei cittadini quando offre momenti per decidere, offre la possibilità di elaborare democraticamente i propri programmi, sa discutere sulle idee anche contrapposte e manifesta le proprie decisioni.
Oggi come ieri il distacco dei partiti e delle Istituzioni, considerate "entità astratte", e la società civile è notevole! Le decisioni assunte senza la consultazione della base, il progressivo allontanamento tra eletto e elettore ci richiamano alla necessità di riappropriarsi degli strumenti democratici in nostro possesso per imprimere alla classe dirigente diverse e più incisive forme di partecipazione.
Le persone che si sentono escluse dal processo della rappresentanza, fuggono dalla politica, e disilluse dall'attuale sistema sfoggiano un crescente e preoccupante disinteresse per la vita politica e sociale del Paese, creando un solco ancora maggiore tra le Istituzioni e il Cittadino stesso.
Per troppo tempo uomini degni del nostro rispetto e della nostra considerazione appartenenti alla Società Civile ma non appartenenti e/o riconducibili necessariamente ai Partiti Politici sono esclusi da competizioni elettorali perché non hanno la possibilità di esprimere e presentare i loro programmi, le loro idee e i propri sostenitori.
E' arrivato il tempo di riappropriarsi del nostro diritto e dovere di decidere il nostro domani, di ricondurre partiti e Movimenti a decidere secondo il nostro volere mediante l'uso appropriato di strumenti di consultazione.
NOI, cittadini di questa Italia consapevoli della centralità della persona prima ancora che dagli interessi particolari, di categoria, e di appartenenza politica CHIEDIAMO di poter contare, di poter decidere e di poter far politica e di poter SCEGLIERE: uomini, idee e progetti per ciò che l'Italia sarà!
di Ermanno Caccia - Comitato politico dei Radicali di sinistra
Punto e a capo: la Palombelli ci fa sapere
EDUARDO RINA
Le ultime prese di posizione, tutte pienamente legittime, di Francesco Rutelli stanno determinando situazioni che, all'indomani del voto straordinario delle elezioni regionali, destabilizzano fortemente e oggettivamente lo schieramento di centrosinistra e l'Unione.
Nonostante la coraggiosa resistenza di Prodi. Rutelli ha cominciato con la "campagna-acquisti" dei transfughi e dei trasformisti della Casa delle Libertà.
Poi ha continuato innescando la miccia del dissolvimento della lista di Uniti nell'Ulivo e, conseguentemente, del progetto di Prodi e della leadership nel centrosinistra. Oggi ha finalmente annunciato, con soddisfazione e esultanza degli integralisti alla Ferrara e Giovanardi, la sua posizione di astensione ai Referendum sulla procreazione assistita, motivandone dettagliatamente i motivi: gli stessi avanzati dal Cardinale Ruini!
E pensare, solo per un momento, come e quando il "fu radicale" Rutelli sparava ad alzo zero contro gli antidivorzisti e antiabortisti... deve far riflettere sulle sue recenti "conversioni" e "riconversioni".
Con queste mosse, apparentemente separate ed occasionali, Rutelli ha avviato la costruzione di un Progetto politico chiaro ed inequivoco, nonostante le sue imbarazzate dichiarazioni tranquillizzanti e i suoi atti di fedeltà al destino dell'Ulivo e dell'Unione.
Partendo dal mini-esperimento elettorale nel 25% del proporzionale alle politiche del 2006, Rutelli "oscura" il simbolo dell'Ulivo e riafferma la "centralità" a tutto campo della Margherita. Rilanciando la competizione con i Ds per l'egemonia nel centrosinistra e continuando a lanciare segnali e messaggi espliciti alla cosiddetta "area politica" dei cattolici moderati che stanno in bilico sul carro di un Berlusconi claudicante ma ancora non sconfitto.
C'è chi, malignamente e forse ingiustamente, sostiene che Rutelli si stia ponendo al servizio del potere e della cultura "berlusconiana" che in questi anni ha favorito e gratificato, oggettivamente, il suo ruolo di "leader" di un'opposizione di "Sua Maestà" e non di un'opposizione forte, determinata e radicale nei princìpi e nei Valori alternativi al berlusconismo!
Ma c'è chi, apertamente e platealmente, ha svelato la vera "natura" politica delle repentine metamorfosi rutelliane! Nella puntata di "Punto e a capo" di giovedì sera 2 giugno, la "moglie di Cesare", la giornalista Barbara Palombelli, candidamente, ha dichiarato: - Io penso che Rutelli (cioè suo marito) abbia maturato le sue recenti scelte per ridare orgoglio e dignità ai partiti e ai politici che negli anni di Tangentopoli erano stati ingiustamente incriminati e processati.... quindi l'Ulivo aveva un senso nel '96 ma oggi bisogna riabilitare quei partiti e molti di quei politici..!!!!!
La moglie ci ha dunque svelato i piani e i progetti del marito! E Pecoraro Scanio e Boselli, che erano interlocutori presenti nella trasmissione, hanno ritenuto di rimanere nel "mutismo tattico"! O, forse, ritenendo che si trattasse di vicende "familiari", hanno applicato il famoso proverbio: "tra moglie e marito... non mettere il dito"!www.centomovimenti.com
E da Creta Romano parlo'
<
La Margherita e cioè Rutelli & Co hanno tutto il diritto di dire e decidere
tutto quello che vogliono....cio' di cui non hanno diritto è dire una cosa
per farne un'altra!
Quello che dice Fassino....è acqua fresca.... i Ds non sanno piu' che fare!
Sperano ancora, poverini, di poter vincere le elezioni con Prodi e la
Margherita...non hanno ancora capito come stanno realmente le cose....e
quando mai, loro capiscono sempre con anni di ritardo, presi come sono dalle
rotonde e monotone elugubrazioni....
....ed è per questo che Prodi deve fare la "lista Prodi"....e secondo me
finirà per farla visto che stanno facendo di tutto per convincerlo....
E siccome un 10% lo prenderà....chi dimagrirà?
Vai Prodi, la politica italiana va totalmente rinnovata : smaschera i
popolari della Margherita, ma anche i "giochini" noiosi dei Ds, e i
distinguo dei vari partitini.....anche perchè se non ci si presenta agli
italiani con un progetto totalmente nuovo si perde....e se si vince non ti
faranno governare.
Vittorio
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Gargonza mailing list
Gargonza@perlulivo.it
http://www.perlulivo.it/mailman/listinfo/gargonza
Caro Rutelli, non ci stupisci più
Commenti. Fecondazione assistita: il leader della Margherita decide di non andare a votare
Manuela Bianchi
Com'era prevedibile, un' altra adesione eccellente va ad rimpinguare da oggi le fila del popolo degli astensionisti al referendum sulla fecondazione assistita: quella di Francesco Rutelli, che ieri ha definito l'eventuale vittoria del sì, addirittura, "un macello". La decisione del leader della Margherita, benchè definita di carattere "personale", stride con il passato impegno a fianco dei radicali nelle lotte a favore dell'aborto e del divorzio: crisi d'identità o semplice conseguenza del tempo che passa (per lui)? A giudicare dalla animosità con cui i radicali, anche attempati, difendono il "sì" al referendum, optiamo per la prima ipotesi. E a nulla è valso l'esempio della moglie, Barbara Palombelli, che ha confidato nella sua rubrica su Sette, il settimanale del Corsera : ''Quattro Sì difficili da scrivere. Andrò a votare, il 12 giugno, per permettere, a chi vorrà, una maggiore libertà di scelta (...) Personalmente sono contraria alla fecondazione eterologa in modo assoluto e totale. Mai, però, mi sentirei di vietare a un'altra persona di provare ad avere un figlio utilizzando - con l'aiuto di medici seri e con un'adeguata preparazione - un laboratorio".
Evidentemente, però, le manovre neocentriste dell'ex radicale Rutelli non gli permettono di seguire l'esempio della sua consorte. E noi, che la vittoria del "sì" la auspichiamo anche come atto democratico, rispondiamo alla posizione del Francesco filo-Ruini con l'opinione di un costituzionalista cattolico, Stefano Ceccanti: "Chi ha approvato la legge sia in Parlamento che fuori, dovrebbe difenderla votando no: se è stato fatto un buon lavoro, il consenso sociale è assicurato. Se si astiene, significa che sa di essere in minoranza. E' un'ammissine di colpa". /www.aprileonline.info
RUTELLI, IL NUOVO MARTIRE DELLA DESISTENZA
[wallace]
Rutelli... Chi è?
Questo signore ha una storia personale e politica molto particolare da vero migrante delle bandiere. E qui sarebbe ancora accettabile, per quanto io personalmente non stimi le banderuole.
In realtà nel suo vagare un filo rosso , anzi nero ( o azzurro???) lega tutta la sua vita.
Ha dichiarato recentemente di essere "anticomunista". Da notare, con lo stesso piglio e la stessa protervia del Berlusconi..
Ma se leggete con attenzione il suo procedere nelle acque della politica italiana questo signore non è in realtà "anticomunista", dato che sa benissimo che il comunismo in Italia non è mai esistito e mai esisterà.
In realtà il sig. Rutelli è profondamente avverso e avversario alla sinistra, intesa nel senso della grande famiglia socialista e comunista europea, ma non solo. Egli è profondamente nemico di tutta l'area socialdemocratica e progressista, sempre intesa in senso europeo. Infatti lui vorrebbe tranciare all'Ulivo...anche l'altra grande radice della socialdemocrazia, quella liberale,
Lui non conosce che cosa sia Solidarietà, fa ormai i convegni a Frascati con Confindustria e dove cova Monti come premier alternativo a Prodi.
Lui non conosce che cosa sia Giustizia. Non gli perdonerò mai la malafede dimostrata nei giorni precedenti la manifestazione di piazza S.Giovanni dove più di 1 milione di cittadini si sono spontaneamente convocati in piazza SENZA i partiti e con il solo aiuto di ARCI e CGIL per protestare per l'attaco sfrontato del governo Belrusconi ai più elementari principi di giustizia ed equità..., partiti del centrosinistra dormienti..
Beh, nei giorni precedenti alla Manifestazione questo signore, a chi gli domandava se avrebbe partecipato, rispose che "la Giustizia non è una priorità e che sarebbe andato, invece, ad una riunione della Margherita (provinciale) a Orvieto già programmata..da tempo"...
Salvo poi tornare di corsa a Roma la sera della Manifestazione quando i suoi boys gli comunicarono che la gente non riusciva ad entrare in piazza S.Giovanni talmente era tanta e che "era opportuno" che lui si facesse comunque vedere.
Cosa che esattamente fece: una passerella sotto il palco tra le 18, 30 e le 19,15 per poi scomparire, ma tanto da potergli permettere di dire il giorno dopo che "lui comunque c'era e che la Giustizia era un problema di cui l'Ulivo si sarebbe dovuto far carico".
Lui non sa che cosa sia eguaglianza; predica ormai il liberismo più spinto..
Ma, attenzione, questo signore in realtà è anche profondamente antiliberale, in quanto avversario dei veri valori fondanti lo Stato Repubblicano, laico per definizione, che dalla esperienza liberale ha ricevuto il dono più grande: la Legge. Ebbene sì, la concezione della Legge come un sistema di norme atte a proteggere i più deboli dai più forti, i più poveri dai più ricchi, i più sfortunati alla nascita rispetto ai privilegiati. Per lui la Legge deve essere al servizio dei poteri forti con cui da tempo si è alleato.
Ebbene da uomo senza anima, si è venduto in questi anni come rappresentante delle correnti di potere che di volta in volta gli servivano per mettersi in luce.
Da solo il sig. Rutelli è una persona di un vuoto disarmante, privo di valori, senza ideali.
Tanto ne è privo da dichiarare non solo che al Referendum si astiene, ma che
Citazione:
«il sì fa un macello e produce una legislazione inaccettabile».
..quando a suo tempo cavalcò strumentalmente il Referendum sull'aborto..
Oggi fa l'opposto, mettendo tra l'altro in discussione quella conquista...
Splendida contraddizione tra ideali contrari, davvero! Complimenti vivissimi sig .Rutelli...
Inoltre dice...
Citazione:
«Valuto come una forzatura è un errore il fatto che alcuni partiti della Federazione hanno compiuto la scelta, come partiti, di promuovere i quattro referendum sulla procreazione assistita: per la mancata informazione ai partner su una iniziativa rilevante, assunta in modo unilaterale». Per Rutelli, poi, la proposta di referendum sui temi della bioetica contrasta con il programma elettorale che l'Ulivo ha presentato agli elettori nel 2001.
Dichiarazione palesemente falsa e strumentale..
Insomma per il Nostro, questa volta è il turno delle gerarchie ecclesiastiche che cerca di accalappiare al volo nella folle presunzione di potersi candidare alla fine dei giochi come il Vero Autentico Centro mediatore utile a tutti, destra e sinistra nel dopo Berlusconi.
Conclusione.
Chi è il sig . Rutelli?
Rutelli è il rappresentante di quella parte peggiore della società italiana, di quel settore di borghesia paludata e paludosa che ha smantellato i valori e le conquiste della Resistenza. Per costoro e per la loro opera Piero Calamandrei coniò un nome che è rimasto come un marchio: desistenza.
Rutelli insieme a molti transfughi della DC è il vero grande nemico, ormai non più occulto, dell'Ulivo. Non può permettersi infatti che nasca una grande area riformista che accolga laici e cattolici nel nostro Paese.
Non parlo di partito unico, ben inteso, non interessano qui le formule.
Parlo semplicemente di un grande progetto democratico dove area riformista (= ULIVO ?) e area di sinistra (RC + altre aree partitiche e di Movimento) sanno parlarsi apertamente, sanno stringere alleanze in nome e per conto di una Italia da salvare.
Lui ormai è altro, un corpo estraneo da espellere e basta.
Cari amici e compagni, al di là delle nostre convinzioni più o meno di sinistra, al di là delle convinzioni di diversi amici che frequentano il sito di UOL da democratici leali pur non essendo di sinistra, ma comunque da cittadini democratici progressistiche apprezzano le proposte programmatiche in termini di pace, solidarietà, lavoro e futuro sostenibile della sinsitra, dobbiamo assolutamente dire chiaramente tutti insieme una volte per tutte che questa figura di trasformismo è profondamente conservatrice e reazionaria, figlia di tutti i peggiori incubi che l'Italia ha vissuto dopo la seconda guerra mondiale: la desistenza.
Rutelli ha ricattato per anni l'Ulivo facendo credere ai benpensanti che LUI era l'Ulivo, solo perchè pensava di poter strumentalizzare questo progetto contro la sinistra. Ci sono infinite prove in questi anni infelici a dimostrarlo.
Quando non ha più potuto torcere il progetto dell'Ulivo conto l'Ulivo stesso, ha scelto di uscirne, ma non uscirne. Insomma per poterlo sempre e comunque condizionarlo dall'interno..
Oggi siamo alla redde razionem. Se la Margherita e Rutelli vogliono andare fuori dall'Ulivo, vadano. Ma la finiscano una volta per tutte di ricattare tutto il centrosinistra.
Se si sentono di andare da soli alle elezioni, si accomodino. I conti li faremo dopo. Ma non accetteremo mai e poi mai che questo signore e i suoi lacchè (che tra l'altro hanno la proprietà del sito Ulivo.it, gestendolo come cosa propria...) si ripropongano domani a elezioni vinte (...e loro magari bastonati) a ruoli di governo con coloro che hanno fatto di tutto per distruggere.
D'Alema e compagni sono avvisati.
Prodi fa bene, benissimo a riproporre le Primarie, questa volta vere, aperte a tutti e senza mediazioni o filtri di potere/garanzia per i partiti. Vedremo quanto gli epigoni della DC e di Craxi otterranno in una vera libera consultazione popolare su chi dovrà entrare nelle liste elettorali.
Vedremo davvero..
Primarie aperte per Legge e subito, dovrà essere uno dei capisaldi della nostra nuova azione di governo se e quando riusciremo a battere la politica dei reazionari trasformisti alla Rutell..oni. Battere i giochi di potere e di vertice sempre e solo tra i duecento notabili della politica italiana immoti pseudo leaders di una classe di potere autoreferenziale.
Leaders in democrazia sono i cittadini, a loro spetta decidere chi li dovrà rappresentare in Parlamento.
Wallace www.liblab.it/
Un'Europa da cambiare
Francia e olanda hanno detto un no secco, drammatico, al Trattato Costituzionale. E' stata una scelta popolare molto importante, storica; che influenzera' non solo la velocita' (rallentandola) del processo d'integrazione europa, ma anche le forme e i contenuti. E poiché l'Europa é ormai un gigante da quasi mezzo miliardo di persone e la cui moneta influenza in modo determinante la finanza e l'economia mondiale, influenzerà il mondo intero.
Che succederà ora? Nessuno lo sa esattamente, ma si puo' procedere per gradi di probabilità nel cercare di indovinare. La Costituzione doveva entrare in vigore nel 2006, dopo la ratifica dei 25 stati membri. E' probabile che cio' non si verificherà più. Non, almeno, in questi tempi. Ma è altrettanto probabile, io credo, che il processo di ratifica non si fermerà. Infatti, perchè dovrebbe fermarsi? In fondo sarà utile conoscere il parere di tutti, non solo dei francesi e degli olandesi. Inoltre nove paesi hanno già ratificato il Trattato Costituzionale: alcuni, come la Spagna, mediante referendum, altri, come la Germania e l'Italia (e questo è male) , con pronunciamento parlamentare.
Indietro, comunque, non si andrà, perchè l'Europa è una grande macchina che nessuno intende veramente fermare , perchè nessuno dei suoi membri è interessato a fermarla. Ma la battuta d'arresto deve indurre a una profonda riflessione. Prima di tutto perché essa rende palese un abissale distacco tra le rispettive istituzioni politiche, tra i partiti e coloro che dovrebbero – e non sono – essere da loro rappresentati. Essa dice, in primo luogo, che i popoli europei sono stati lasciati in disparte, che non hanno contato. E sono divenuti diffidenti. La maggioranza dei partiti francesi, e olandesi, era favorevole al si. Il pubblico ha votato no. E’ ben vero che i cittadini europei sanno poco o niente dell’Europa, ma appare di peggio: che i partiti sanno poco o niente dei loro cittadini.
In questo senso Chirac è stato audace e, nella sua sconfitta, anche personale, va lodato. Per suo merito oggi i francesi (e, di riflesso; anche gli altri europei) sanno di più della loro nuova casa europea di quanto non sapessero tre mesi fa. Cio' aiuterà, in prospettiva, il cammino europeo comune. Meglio farebbero tutti e 25 i paesi europei (meno quelli che l'hanno già fatto) a indire analoghi referendum anche se non ne sono obbligati dalle rispettive Costituzioni.
Ma i due voti francese e olandese dicono molte altre cose, importanti e niente affatto negative. Una di queste è che gli europei non intendono rinunciare al modello della "vecchia Europa", fatto di sicurezza sociale, di certezze conquistate da tempo. Bruxelles ha offerto finora un'immagine troppo neo-liberista, troppo "americana". I francesi e gli olandesi vogliono un'Europa “europea”. Credo che siano in vasta compagnia.
E poi ci sono europei che non vogliono l'Europa, e bisogna tenerne conto. Ci sono europei che vorrebbero un'Europa che non perda la sua - ancorchè provvisoria - identità. E ciò che temono è l'allargamento dei suoi confini oltre i limiti dell'Europa che sanno riconoscere, per esempio fino alla Turchia. E ci sono quelli che vorrebbero un'Europa che non comporti alcun prezzo da pagare, e nessun rischio, cui non piace la delocalizzazione a est delle imprese (che ci sarebbe ancor peggio, se non ci fosse l’Europa).
Nei referendum francese e olandese sono confluiti molti motivi diversi, non tutti, anzi in minoranza, antieuropeisti. Il no ha raccolto consensi, specie a sinistra, anche tra coloro che volevano saldare i conti con Jacques Chirac. Cioè è stato anche il risultato della lotta politica interna francese. Niente a che vedere con l'Europa e la sua Costituzione.
In ogni caso non è una tragedia. E' un dato che dev'essere considerato normale in un processo estremamente complicato e difficile, pieno di quelle stesse contraddizioni che l'hanno reso possibile, fino ad ora. Chi si strappa i capelli per la disperazione, oggi, mostra di non avere ben compreso le difficoltà e la grandezza del compito, e mostra di essersi illuso di poter mettere impunemente il carro delle istituzioni davanti ai cavalli, che sono i popoli d'Europa.www.megachip.info/
“Gola Profonda” si smaschera, ma il Washington Post è sempre disgustoso
Grazie a Francesca Garrisi per la traduzione di questo puntuale articolo di Greg Palast, giornalista investigativo e controcorrente, appena diffuso sul suo sito e annessa mailing list. Come dire che, a parte gli pseudo-polveroni attualmente in corso in USA su queste tardive rivelazioni, niente cambia e tutto resta lo stesso. Anzi, nel caso qualcuno non se ne fosse accorto, oggi siamo messi ancor peggio dei tempi del Watergate sull’abbraccio mortale tra politica e informazione.
Per tutta la mattina sono rimasto disgustato dall’atteggiamento autogratificante del Washington Post a proposito dei giorni gloriosi dell’indagine sul Watergate. Riflettiamo. Sono trascorsi 33 anni da quando i due cronisti in erba Woodward e Bernstein smascherarono le macchinazioni ordite da Nixon e riferirono i legami con il furto Watergate. È quindi passato un terzo di secolo da quando il Washington Post ha risolto una delle più importanti vicende investigative statunitensi. Ho colto i segnali delle cause di questo lungo e infruttuoso periodo quando ho incontrato Mark Hosenball, reporter “investigativo” per il magazine del Washington Post, Newsweek.
Era l’estate del 2001. Pochi mesi prima, per il quotidiano inglese The Guardian, avevo scoperto che Katharine Harris ed il Governatore della Florida Jeb Bush avevano rimosso decine di migliaia di Afro-Americani dagli elenchi dei votanti prima delle elezioni del 2000, truccando perciò la competizione elettorale a favore di George Bush. Hosenball disse che il gruppo di lavoro del Post-Newsweek “aveva investigato e non aveva trovato nulla”.
Proprio nulla? Quello che mi sembrò davvero notevole a proposito dell’indagine del Post fu che “investigare” aveva significato una semplice chiacchierata dei reporter con le autorità della Florida—senza preoccuparsi di prendere in considerazione le liste di votanti epurate.
Si, ammetto che Washington Post pubblicò il mio articolo—sette mesi dopo le elezioni—ma spurgandolo però dell’elemento chiave, cioé la distruzione da parte dello staff di Bush delle prove ed il fatto lampante che la gran parte di quelli che erano stati cancellati fossero democratici. In altri termini, la faccenda venne svuotata di qualsiasi elemento che potesse delegittimare il nuovo inquilino di 1600 Pennsylvania Avenue.
Ma non prendiamocela solo con il Post. Anche la CBS News (proprietà di Viacom Corporation) mise a tacere la cosa. Perché? “Abbiamo fatto delle domande all’ufficio di Jeb Bush”, mi disse un produttore della CBS, negando che Jeb potesse aver sbagliato. Fine della storia.
Durante l’era Clinton, il Post e Newsweek consentirono al reporter Mike Isikoff di frugare nelle questioni private del Presidente, riportando sulla Lewinsky del nostro Comandante-in Capo. Ma quando si arrivò ad una grossa faccenda legata al denaro offerto da sporche industrie del settore energetico per le campagne elettorali di Clinton, Mike mi riferì che il suo capo-redattore non era assolutamente interessato a nulla di tutto ciò, e così mi passò il materiale per la stampa inglese.
Oggi, Bob Woodward opera come Managing Editor del Post. Ma come “maneggia” le notizie? Dopo l’attacco dell’11 settembre, quando avremmo avuto bisogno di una stampa indipendente che ci salvasse dall’isteria che porta al fascismo, Woodward ebbe la possibilità di “arrivare” al Presidente, scrivendo Bush in guerra, un servile, stomachevole, melenso racconto del Presidente in carica che conduce brillantemente la sua Guerra contro il Male.
La nuova-vecchia storia di Woodward é il sintomo di una vera e propria epidemia nel giornalismo made in Usa. La malattia si chiama “accesso”. In cambio di un presunto “aggancio interno” agli organi che detengono il potere, i cronisti si trasformano di fatto in condotti per il drenaggio della disinformazione.
E guai a qualsiasi giornalista che importuni i politici e perda “l’aggancio”! Carriera chiusa per loro.
Questo è il posto giusto per evidenziare una parte del giornalismo investigativo. C’è Bob Parry, costretto ad uscire dall’Associated Press per il crimine di aver scoperto il gioco di Ollie North sullo scambio armi-ostaggi. E c’è Gary Webb, spinto al suicidio per aver documentato la storia a lungo nota del rapporto della CIA con i corrieri della droga. La lista continua. Anche il pluripremiato Seymour Hersh é stato, mi ha detto, allontanato dal New York Times ed ora é costretto a scrivere dal rifugio di un magazine di moda.
Vi siete accorti che manca qualcuno dalla vicenda di Gola Profonda? Carl Bernstein, la mente e l’anima della coppia di Tutti gli uomini del Presidente, é clamorosamente assente dallo staff del Post e di ogni altra testata statunitense. Ma prima di arrivare allo strappalacrime ripensando ai bei tempi del giornalismo investigativo ormai defunto, dobbiamo ricordare che l’età dell’oro non era oro vero.
I giornali sono parte delle elite di potere e nella storia americana non hanno mai deviato dal loro percorso per scuotere i circoli più esclusivi. Torniamo alla straordinaria storia di Hersh sul massacro di My Lai in Vietnam. Il massacro venne scoperto in un primo momento dal migliore giornalista investigativo dei nostri tempi, Ron Ridenhour. Quindi un soldato condusse delle indagini per proprio conto. Ridenhour affidò le sue scoperte ad Hersh, sperando poterle rendere pubbliche. Ma fu così facile. Ridenhour mi disse che lui ed Hersh inviarono l’articolo—con tanto di foto!—a dozzine di giornali. Nessuno volle occuparsene finchè Ridenhour minacciò di leggere la storia dalla gradinata del Pentagono.
Da allora è andato sempre peggio. Dopo tutto, l’ultima grande storia di Hersh, sul carcere di Abu Ghraib, venne infossata dalla CBS e da altri organi di informazione, prima che Hersh la passasse al New Yorker.
Il Post non è il solo ad incarnare il male del giornalismo statunitense. Se mai, il Post è forse migliore della maggior parte delle sciocchezze che invadono i nostri organi di informazione. Perché non leggiamo più casi di giornalismo investigativo alla “Watergate” nel giornalismo statunitense di oggi? Dato che gli odierni Woodward danzano sulle zampe posteriori implorando che venga concesso loro “l’aggancio”, le notizie senza il beneplacito ufficiale non hanno alcuna possibilità di circolare.
Il Post segue l’atteggiamento tenuto dall’industria mediatica statunitense di infossare qualsiasi storia basata su prove fornite da una fonte confidenziale se un pezzo grosso del governo privatamente non è d’accordo. Un secco “non siamo stati noi” è sufficiente a uccidere un’inchiesta investigativa nella sua fase iniziale. In base a questo assunto non c’è possibilità che il Managing Editor del Washington Post, Bob Woodward, decida oggi di pubblicare la storia di Gola Profonda sull’effrazione Watergate.
E tutto ciò è disgustoso.
Greg Palast,www.politicaonline.it
Srebrenica, l'evidenza dei fatti
Luka Zanoni
Una videoregistrazione trasmessa al processo contro Milosevic all'Aia e andata in onda su varie emittenti televisive serbe, documenta i crimini commessi dall'unità paramilitare “Scorpioni” contro i civili Bosgnacchi
Immagini tratte dal video (B92) Scioccante, raccapricciante. Sono questi gli aggettivi che sono stati attribuiti dalla stampa serba al video trasmesso durante il processo contro Slobodan Milosevic il 1° giugno al Tribunale internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia. Nel video, andato in onda durante la testimonianza del generale della polizia Obrad Stevanovic, sono mostrati senza equivoci i membri della unità speciale “Scorpioni” nell'atto di uccidere brutalmente sei prigionieri di nazionalità musulmana nei pressi del villaggio di Trnovo, e - secondo il procuratore dell'Aia - in precedenza deportati da Srebrenica con un camion.
Come riportato dalle cronache dei media serbi nel video si vedono uomini in uniforme a viso scoperto con le bandiera serba sui berretti, mentre fanno scendere dal camion i giovani uomini magrissimi, vestiti con abiti civili e con le mani legate dietro la schiena. Il video mostra le esecuzioni a freddo dei giovani musulmani. I commenti e le voci dei membri dell'unità speciale sono inquietanti: “cosa tremi...” dice un uomo in uniforme rivolgendosi ad uno dei prigionieri, mentre una seconda voce aggiunge “guarda questo si è cagato addosso”. Un'altra inquadratura mostra le raffiche di mitra alla schiena, sparate contro i prigionieri con le mani legate. Il video mostra inoltre una scena in cui un pope benedice gli “Scorpioni” prima di partire per la missione criminale. Nonostante l'evidenza di quanto mostrato, la chiesa per adesso tace.
Immagini tratte dal video (B92) Immediate le reazioni di Natasa Kandic, direttrice del Centro per il diritto umanitario di Belgrado. Secondo i dati in possesso di questa organizzazione l'unità denominata “Scorpioni” dal 1991 al 1992 funzionava come unità dei servizi di sicurezza. A quel tempo, afferma la Kandic, esisteva un continuo scambio tra i membri degli “Scorpioni”, la Guardia volontaria serba e i Berretti rossi, perché tutte e tre queste unità erano formate dalla DB (servizi segreti) e quindi sotto diretto controllo del Ministero dell'interno serbo. Secondo la Kandic gli “Scorpioni” facevano parte delle unità dello stato e al tempo del massacro di Srebrenica “erano incaricati di prendersi cura dei 'pacchi' ossia dei prigionieri e di provvedere alla loro uccisione, tutti operavano con le uniformi della polizia della Repubblica della Serbia e coi Berretti rossi sulla testa”.
La funzione iniziale degli “Scorpioni” era di sorvegliare i depositi di carburante in Kraijna, che rappresentavano la ricchezza per coloro i quali comandavano la guerra sul versante serbo. Ecco perché, secondo Natasa Kandic, nessuno degli appartenenti a questa unità fino ad ora ha risposto delle azioni commesse, benché fossero al comando degli organismi serbi per tutto il tempo della guerra.
Gli “Scorpioni” sono divenuti popolari all'opinione pubblica serba lo scorso anno, all'inizio del processo per l'uccisione di alcune famiglie kosovare, a Podujevo nel 1999. Secondo il giornalista del settimanale di Belgrado “Vreme”, Dejan Anastasijevic, “durante quel processo sono stati svelati diversi dati interessanti su questa unità: tra gli altri anche il fatto che questa unità speciale è più vecchia di quanto si pensasse, che i suoi membri con lo stesso nome di 'Scorpioni' e sotto lo stesso comandante combattevano in Bosnia e persino a Vukovar. In Kosovo erano sotto la SAJ (Unità speciale antiterrorismo) del Ministero dell'interno della Serbia, e prima ancora operavano sotto l'insegna di una certa Difesa territoriale, ma tutti sappiamo che questa unità era sotto il comando di Jovica Stanisic e Frenki Simatovic”. Due nomi eccellenti, capo dei servizi segreti il primo e capo dei Berretti rossi (JSO) il secondo, rimessi da poco in libertà da TPI dell'Aia in attesa di giudizio, accusati di crimini di guerra.
Immagini tratte dal video (B92) La video registrazione dei sei musulmani di Srebrenica uccisi a freddo è andata in onda anche su varie emittenti televisive locali, inquietando fortemente il pubblico e sollecitando le reazioni dei politici.
Il 2 giugno un'azione della polizia serba ha condotto agli arresti otto membri dell'unità “Scorpioni”, tra i quali, Aleksandar Medic e Pero Petrasevic. Il governo serbo ha confermato l'arresto di alcuni membri di tale unità, ma non ha reso noti i nomi di tutti gli arrestati. L'azione della polizia si è svolta mentre la procuratrice capo del TPI dell'Aia, Carla del Ponte, era in visita ufficiale a Belgrado. La Del Ponte si è detta soddisfatta della “brillante operazione” del governo serbo, aggiungendo che spera ci sia altrettanta celerità anche nella consegna dei latitanti ricercati dal TPI dell'Aia.
Benché il governo serbo fosse a conoscenza del video - come confermato dal ministro Ljaijc - già da dieci giorni, fino ad ora non c'era stata alcuna azione per condurre di fronte alla giustizia gli esecutori dei crimini.
In effetti, secondo quanto riporta l'emittente B92, subito dopo la trasmissione del video le reazioni della maggior parte dei politici serbi sono state piuttosto blande, molti erano persino disinteressati al contenuto inequivocabile del video. Il giorno successivo però la situazione è radicalmente cambiata. Le timide reazioni iniziali hanno fatto sì che il ministro per i diritti umani e le minoranze Rasim Ljajic ricevesse forti critiche da parte della delegazione americana, che ha valutato il comportamento dei politici locali come una pessima mossa.
Ljajic ha dichiarato che “la credibilità dello stato è stata messa in discussione, la mia stessa credibilità è stata messa in discussione, nel modo più serio valuterò il proseguimento della mia presenza in questo governo, nel caso non ci siano adeguate reazioni politiche e giuridiche”.
Secondo Ljajic, dopo il rapporto del governo della Republika Srpska in cui è stato riconosciuto pubblicamente quanto accaduto a Srebrenica nel 1995, “non dovrebbero esserci più dubbi se il crimine è stato compiuto oppure no”.
Ljajic ha aggiunto che lo stato deve confrontarsi sol passato, e condurre gli esecutori dei crimini di fronte alla giustizia. “La colpa va individualizzata, i colpevoli vanno condotti di fronte alla giustizia, devono rispondere di quanto accaduto e credo che questo sia soprattutto interesse della Serbia e Montenegro... questo crimine non è stato commesso dalla Serbia e Montenegro in quanto stato”.
Secondo l'avvocato Vojin Dimitrijevic del Centro belgradese per i diritti umani, la resistenza all'accettazione del video in questione e dei relativi crimini non è poi così strana. Secondo Dimitrijevic possono esserci due linee di difesa: una riguarda il rifiuto di assistere alla messa in scena del crimine, l'altra ancora più pericolosa, secondo l'avvocato di Belgrado, è credere che questa sia la verità, ma che non poteva essere diversamente. Secondo Dimitrijevic ci sono qui due sfumature: “la prima è che ogni guerra è così e anche gli altri hanno fatto lo stesso. La seconda e più pericolosa è che ciò che è stato fatto lo si doveva fare, che non si tratta di un crimine e quelle persone andavano uccise”.
Reazioni giungono pure dal ministro della giustizia serbo, Zoran Stojkovic, il quale considera l'enorme importanza della messa in onda del video sulla televisione serba, perché ciò aiuta l'opinione pubblica a confrontarsi col passato. Stojkovic ha ribadito la necessità di condurre i processi per crimini di guerra presso i tribunali locali, perché secondo le parole del ministro “ogni altro processo all'estero apre la possibilità di manipolazione politiche di varie strutture, mentre in questo modo i cittadini si confrontano direttamente col crimine”.
Il presidente della repubblica Boris Tadic ha detto di essere pronto a inchinarsi di fronte alla vittime innocenti di Srebrenica e degli altri popoli. Secondo il presidente serbo solo col confronto col passato, mediante lo svelamento dei fatti sull'esecuzione dei crimini e con l'eliminazione della colpa collettiva del popolo serbo si può concorrere ad entrare nell'Unione europea.
Il premier serbo, Vojislav Kostunica ha invece parlato di “brutale e vergognoso crimine” aggiungendo che il governo renderà noti altri dettagli quando sarà in possesso di ulteriori dati, ma “penso che per l'opinione pubblica sia stato molto importante la nostra reazione immediata”.
Nel frattempo su proposta dei deputati Zarko Korac e Natasa Micic, già vice premier il primo e presidente del parlamento la seconda, durante il precedente governo di Zoran Zivkovic, hanno avanzato una proposta al parlamento per far sì che venga adottata la Dichiarazione su Srebrenica, per fare in modo che, nel decennale del massacro dell'enclave musulmana, il parlamento serbo si esprima in merito al crimine compiuto.www.osservatoriobalcani.org
Cosa cambia con 4 sì
Chiara Lalli e
Fabio Bacchini
Siamo giustamente liberi di scegliere se e quando avere un figlio; siamo liberi di scegliere con chi. Questo significa che lo Stato non può intervenire a vietare o a limitare la procreazione senza macchiarsi di illegittimità. Siamo poi, giustamente, meno liberi di allevare quello stesso figlio come più ci piace, e lo Stato interviene se gli facciamo del male o lo trascuriamo (esiste una differenza importante tra procreare e allevare, è bene ricordarlo). In questo caso l’intervento dello Stato è opportuno, perché protegge il figlio da eventuali danni.
Mentre la procreazione naturale, com’è giusto, non viene limitata da alcuna legge dello Stato, nel caso in cui sia necessario ricorrere alla procreazione medicalmente assistita (PMA) oggi in Italia ci si imbatte nei numerosi divieti contenuti nella legge 40. I quattro quesiti referendari chiedono di abrogare alcuni di questi divieti, in vigore dal febbraio del 2004.
Le tecniche di procreazione assistita dovrebbero essere guardate né più né meno come ogni altro rimedio medico e artificiale che ci aiuta a far fronte a disabilità, malfunzionamenti e difficoltà naturali. Ovvero, come un paio di occhiali; come una iniezione di insulina; come una sedia a rotelle o un apparecchio acustico.
Siamo liberi di ascoltare la musica che più ci piace se non rechiamo danno a nessuno con un volume troppo alto. Se il nostro udito fosse danneggiato avremmo bisogno di una tecnica: un apparecchio acustico. Ripristinata la possibilità di sentire, saremmo liberi come prima di ascoltare la musica che più ci piace, sempre non esagerando con il volume? Se ci fosse una legge 40 sulle tecniche di acustica assistita no, non lo saremmo, perché lo Stato verrebbe a dirci che dobbiamo ascoltare soltanto l’opera e i cantautori italiani, e non il jazz o la musica rap. Alla difficoltà rappresentata da un difetto acustico, si sommerebbe l’assurdità di controlli e limitazioni imposti dallo Stato.
La situazione è proprio questa: chi non è sterile gode di una assoluta libertà di procreare; chi è sterile (o per altre ragioni dovrebbe ricorrere alla procreazione assistita) è privato di questa libertà. Le techiche ripristinano una capacità originaria perduta, e non dovrebbero intaccare la libertà, ovvero quello spazio privato in cui dobbiamo essere liberi di scegliere senza che lo Stato venga a imporre le sue idee di ciò che è bene, e a sanzionare comportamenti.
I quesito:
abrogazione del limite di fecondare solo 3 ovociti, dell’obbligo di impianto simultaneo, del divieto di crioconservazione degli embrioni
Il primo motivo per abrogare questi divieti discende dalla natura stessa della medicina. Se la medicina potesse essere una pratica regolata da prescrizioni universali, tipo “Quando un soggetto ha la polmonite, la terapia giusta è tot milligrammi del tale principio attivo per tot giorni con la tale frequenza”, allora non avremmo più bisogno di medici, se non forse per le diagnosi. Basterebbe un computer per decidere i trattamenti migliori. Invece, i medici sono necessari: siamo tutti diversi per età, costituzione fisica, storia personale, profilo psicologico, metabolismo, e così via. Una parte importante del lavoro dei medici consiste nel calibrare sulla nostra specifica natura individuale le linee guida terapeutiche generali presenti sui manuali. Sarebbe insensato stabilire per legge che deve esistere un unico modo di procedere anche nel caso di un intervento molto più semplice di quelli richiesti dalla procreazione assistita. Si pensi alla bruciatura di una verruca: anche in questo caso le modalità dipendono dalla grandezza della verruca, dalla sua estensione, dalla pelle della persona e così via. Una legge che specifichi, nei particolari, la procedura esatta attraverso la quale un medico deve curare il prorio paziente, è una legge che offende i medici (assimilandoli a marionette da dirigere) e che danneggia i malati (impedendo loro di ricevere la cura migliore possibile).
Sottoporsi a un ciclo di procreazione assistita non è cosa di tutti i giorni, e l’intero piano terapeutico deve essere commisurato alle caratteristiche della donna che lo affronta, alla sua morfologia, al suo stato di salute, all’età. Il successo dell’impianto dipende da innumerevoli fattori. Limitatamente all’età delle donne, sotto ai 30 anni impiantare 3 embrioni contemporaneamente comporta un alto rischio di gravidanze plurime (1 su 100, di contro a 1 su 400 per le gravidanze naturali). E le gravidanze plurime sono rischiose per la mamma e per i nascituri. Viceversa, in donne dai 35 anni in su, limitare il numero di ovociti da fecondare a 3 riduce le percentuali di successo per ciclo, e costringe le donne a ricominciare il ciclo di procreazione assistita dall’inizio: stimolazione ormonale, prelievo chirurgico di ovociti, impianto. Quindi tre non è il numero perfetto: è troppo alto per le donne giovani, e troppo basso per le donne meno giovani. La legge, qui, taglia con l’accetta. È una legge redatta da politici interessati a preservare equilibri politici, non certo da medici. Ma perché, d’altra parte, i medici dovrebbero desiderare che ci sia una legge (anche migliore di questa) dove basta il loro buon senso e la loro professionalità?
La legge 40 vieta anche la crioconservazione degli embrioni, ed è per questo che una donna che non riesce a rimanere incinta dopo l’impianto di tre embrioni non può semplicemente provare con altri tre già pronti, ma deve ricominciare con le stimolazioni ormonali (che danno effetti collaterali non piacevoli) e prelievo di ovociti (che sono piccoli interventi chirurgici). Siamo di fronte a una legge che, quindi, impone ai medici di vessare le loro pazienti con la ripetizione di trattamenti pesanti che sarebbe perfettamente possibile subire una volta sola. Può essere questa una buona legge?
Votare Sì significa anche eliminare il divieto di ricorrere alla diagnosi genetica di preimpianto (DGP). A che serve la DGP? Serve a scoprire se il concepito è affetto da gravi malattie genetiche (Beta Talassemia, Fibrosi Cistica, Corea di Huntington, etc), permettendo così alle persone portatrici o afflitte da queste malattie di mettere al mondo un bimbo sano. La DGP è una diagnosi che consente di individuare la presenza di malattie gravissime ben prima che siano visibili con le tecniche diagnostiche prenatali tradizionali (villocentesi e amniocentesi) e in uno stadio in cui l’embrione è ancora al di fuori del corpo della donna, offrendole quindi la possibilità, in caso di diagnosi infausta, di evitare un aborto terapeutico.
La possibilità di ricorrere alla diagnosi di preimpianto è ingiustamente vietata dalla legge 40, che in questo modo nega la possibilità di compiere una libera e seria scelta procreativa anche per le persone non sterili ma affette da malattie genetiche o virali (i sieropositivi, ad esempio, potrebbero mettere al mondo un figlio sicuramente non affetto dal virus HIV se potessero avvalersi della DPG).
Votare Sì riafferma la possibilità di scegliere di non impiantare un embrione nel caso di diagnosi infausta e di evitare la nascita di un individuo gravemente malato. Non si tratta affatto, come molti dicono, di “eugenetica”: l’eugenetica hitleriana, ma anche americana e svedese, ha discriminato e sterilizzato tanti individui giudicati “inferiori” per il bene della razza, e questa è una cosa disgustosa. La possibilità di non far iniziare ad esistere un figlio malato, laddove va incontro a un desiderio naturale nei genitori, consente ai genitori di ampliare la propria libertà (e non la riduce); e non viola i diritti del nascituro, perché si limita a non far diventare reale una pura possibilità di individuo, che non esiste ancora. In più, lo fa per evitare a questa possibile persona un male: se questa persona iniziasse ad esistere, sarebbe condannata a una vita malata e dolorosa. I genitori, in questo caso, potrebbero preferire far iniziare ad esistere un altro, differente possibile bambino, che ha la possibilità di nascere sano e che, ovviamente, non esisterebbe mai se iniziasse ad esistere il possibile bambino malato. Quando siamo allo stadio di ovociti, spermatozoi, zigoti, morule o blastocisti, cioè in ogni caso allo stadio di qualche cellula, non possiamo parlare di persone reali, ma solo di persone potenziali. E la DPG “seleziona” tanto quanto “seleziona” ogni nostro mancato concepimento (se non ci fossimo sposati con il padre/la madre dei nostri figli, e ci fossimo invece sposati con un’altra persona, i nostri attuali figli non sarebbero mai esistiti. Questo sarebbe stato forse violare il loro “diritto alla vita”?). Nessuno giudicherà mai “inferiore” una persona malata, una volta che esiste. Ma evitare che inizino ad esistere persone malate, e preferire che inizino invece ad esistere persone sane, non significa certo offendere le persone malate che sono reali. Non iniziare ad esistere è un destino cui vanno incontro, per ragioni del tutto naturali, quasi 8 embrioni su 10. Infatti, su 10 ovociti fecondati, solo due o tre riescono a nascere. Giustamente non ci mobilitiamo contro questa “dissipazione” naturale: non ci rimette nessuno, perché appunto l’interruzione (naturale o artificiale che sia) dello sviluppo di un embrione è tanto poco moralmente importante quanto un mancato concepimento (eppure ogni ovocita potrebbe diventare una persona!).
II quesito:
Abrogazione dei diritti al concepito
Abrogare l’articolo 1 della legge 40, che conferisce diritti al concepito, significa riaffermare che esiste una profonda differenza tra noi che siamo persone e il concepito, che è lo stadio più precoce dello sviluppo embrionale e non può essere titolare di diritti in questa fase. Il “concepito” (termine coniato appositamente per sviare la riflessione) è, a ben vedere, un gruppo di cellule non differenziate, che si limitano a sdoppiarsi e ad accumularsi l’una accanto all’altra. Parliamo, più precisamente, di zigote (una cellula), di morula (10-16 cellule) e di blastocisti (50-60 cellule). Nessuna cellula si è ancora specializzata. Non esistono differenziazioni: non ci sono cellule nervose, né cellule ossee, né cellule ematiche. Tutto è ancora solo possibile: come per l’ovocita non fecondato, come per lo spermatozoo che non ha ancora raggiunto l’ovocita, come prima del concepimento. Certo, una morula ha la possibilità di diventare, un giorno, una persona reale. Ma non lo è. E poi: anche un ovocita non fecondato ha la possibilità, un giorno, di diventare una persona reale. Ma anch’esso non lo è. E, infatti, noi non diciamo che gli ovociti non fecondati sono persone.
È utile analizzare alcuni degli argomenti usati più di frequente per sostenere l’equivalenza tra un concepito e le persone. Secondo molti, dal momento che il concepito è vita, allora è anche una persona. È evidente che nessuno nega il fatto che il concepito sia vita; ma il punto non è questo. Moltissime cose sono vita ma non sono persona: i vermi, le rane ma anche i gatti. Che cosa deve avere un organismo vivo per essere una persona? Deve possedere alcuni requisiti minimi: una minima complessità cognitiva, la capacità seppure rudimentale di percepire dolore e piacere, la capacità di percepirsi come soggetto di esperienze mentali; in una parola, ci vuole l’autocoscienza. Usare il termine “persona” per definire il concepito in quella iniziale fase di sviluppo in cui ci sono poche cellule è sbagliato, e rappresenta un assurdo sia filosofico che giuridico. È bene ricordare che lo statuto giuridico di persona si acquisisce al momento della nascita. Attribuire lo status di persona al concepito costituisce inoltre un pericolo per i diritti di un’altra persona (questa sì, certamente persona): la donna.
Un altro argomento a favore dell’equiparazione consiste nell’affermare che, dal momento che il concepito è vita umana, dunque è persona. Non è sufficiente però l’attribuzione del carattere “umano” ad una entità viva per ottenere lo statuto di persona. Molte cose sono “vita umana” ma non sono persona: il fegato, gli spermatozoi, la placenta e ciascuna nostra cellula. Non è l’appartenenza ad una specie a determinare la caratterizzazione di persona: se esistesse una specie diversa da quella umana capace di possedere stati mentali e dotata di autocoscienza, non potremmo negare agli appartenenti ad una tale specie lo statuto di persone.
Ancora, si dice che il concepito è vita umana con un codice genetico unico e irripetibile e pertanto gode dei diritti che hanno le persone. Eppure l’unicità genetica non è così significativa quanto pretende questo argomento, e dovremmo rifiutare di attribuirle particolare importanza se rigettiamo – come certamente dovremmo – la dottrina del determinismo genetico (ovvero quella concezione secondo la quale la persona può essere ridotta al suo DNA). La natura di una persona è determinata dal suo patrimonio genetico, ma in realtà da molti altri fattori: ci sono le esperienze, l’ambiente, la temperatura, la chimica ormonale della madre durante la gestazione, i giochi, l’educazione, il clima culturale del luogo e dell’epoca. La costituzione di un nuovo patrimonio genetico non equivale all’avvio dell’esistenza di una nuova persona, perché da uno stesso patrimonio genetico possono scaturire miliardi di persone diverse. Se esistessero due individui con lo stesso DNA, non sarebbero affatto due persone uguali. Inoltre, a partire dal concepimento e entro 14 giorni può avvenire una divisione gemellare, e quella presunta “unicità” genetica si frammenterebbe per dare l’avvio all’esistenza (futura) di più persone.
Un altro argomento a sostegno dell’equiparazione tra concepito e persona è il cosiddetto problema della soglia: se non c’è una cesura, un momento preciso in cui da pre-persona si diventa persona, allora deve essere vero che si è persona fin dall’inizio del processo di sviluppo. Ma questo ragionamento è sbagliato. Sarebbe come dire: se non c’è una cesura, un momento preciso in cui da fanciulli si diventa adulti, allora deve essere vero che si è adulti fin dall’inizio del processo di sviluppo. Tutti i processi biologici sono continui, senza tappe segnate con precisione come confini tra uno Stato e l’altro. Non ci sono avvenimenti significativi dal punto di vista biologico: è un fluire incessante sul quale interveniamo con distinzioni che non potranno mai essere nette e precise. Ma questa non è una valida ragione per negare, ad esempio, che esista una differenza tra fanciullezza e età adulta, sebbene anche qui si presenti il problema della soglia. È così anche per l’emergenza della persona, che fino a un certo punto non c’è ancora, per emergere gradatamente insieme a quei requisiti che abbiamo indicato.
Il fatto che quei requisiti saranno presenti in futuro non ci autorizza a trattare l’organismo che li acquisirà come se li avesse già acquisiti: quell’organismo potenzialmente ha quei requisiti, ma non possiamo usare proprietà future come base per l’attribuzione di diritti attuali: non ho diritto ad avere la limousine perché sono presidente della Repubblica potenziale; non ho diritto di voto quando ho solo 12 anni in base alla considerazione che tra 6 anni sarò maggiorenne.
III quesito:
abrogazione dei limiti della ricerca embrionale
Abrogare il divieto di sperimentazione sulle cellule staminali embrionali significa permettere la ricerca scientifica come speranza terapeutica per molte malattie quali il Parkinson, il diabete, la sclerosi e molte altre malattie degenerative per le quali non c'è al momento nessuna cura.
Che cosa sono le cellule staminali?
Sono cellule totipotenti, che non si sono ancora specializzate. Nel nostro corpo esistono miliardi e miliardi di cellule, ciascuna specializzata: cellule ossee, cellule ematiche, cellule epidermiche. Ogni tipo di cellula è in grado di compiere alcune precise e limitate funzioni. Al livello embrionale sono invece presenti cellule non ancora differenziate, che nel corso dello sviluppo prenderanno strade diverse e specifiche. La speranza terapeutica consiste nel capire i meccanismi che dirigono questa evoluzione della cellula dall’assenza di specializzazione alla differenziazione: la speranza è di essere un giorno in grado di attivare e dirigere artificialmente questi meccanismi, per poter costruire tessuti e organi che, senza alcun problema di rigetto, possano sostituire tessuti e organi di una persona adulta danneggiati da una malattia.
Alcuni sostengono che il divieto imposto dalla legge 40 sia giusto, perché non ci sono ancora risultati e perché si potrebbe condurre la stessa ricerca sulle cellule staminali adulte. In primo luogo, il fatto che non ci siano ancora risultati non è una buona ragione per non portare avanti la ricerca, che è cominciata da pochi anni e richiede pertanto ancora tempo per offrire i vantaggi che si spera di ottenere (oppure per smentire le speranze); in secondo luogo, a detta della quasi totalità della comunità scientifica la ricerca sulle staminali embrionali non può essere rimpiazzata dalla ricerca sulle staminali adulte: sono due linee di ricerca diverse e la scelta preferibile è quella di portarle avanti entrambe.
Esistono attualmente in Italia molti embrioni (i cosiddetti sovrannumerari) che sono crioconservati e che non saranno richiesti per un impianto. Se verrà eliminato il divieto di creare embrioni sovrannumerari e il divieto di crioconservarli, ve ne saranno altri in futuro. Questi embrioni non sono “orfani”; non più di quanto siano “orfani” gli ovociti che vanno perduti senza essere fecondati, gli spermatozoi che vanno perduti senza fecondare, e gli embrioni che vanno naturalmente perduti in natura senza mai nascere (come abbiamo detto, sono circa sette/otto su dieci). Che motivo c’è per non utilizzarli per la ricerca, allo scopo di tentare di trovare cure che risparmierebbero sofferenze a miliardi di persone presenti e future? Perché frustrare la speranza delle migliaia di malati?
IV quesito:
abrogazione del divieto di ricorrere alla fecondazione eterologa
Che cos’è la fecondazione eterologa? È il ricorso al gamete maschile o femminile estraneo alla coppia. Ogni bambino (nato da procreazione assistita o da procreazione naturale) nasce dall’unione di un ovocita (gamete femminile) e di uno spermatozoo (gamete maschile). Ci sono alcuni casi di infertilità che possono essere risolti utilizzando senz’altro i gameti della coppia. Ma ci sono altri casi di infertilità in cui questo non è possibile. Per esempio, se l’uomo ha avuto un tumore e ha subito una chemioterapia e una radioterapia pesante, può darsi che la sua produzione di spermatozoi diventi nulla o di qualità insufficiente. In una situazione di questo tipo, l’unica speranza per la coppia che desidera avere un figlio è permetterle di fare ricorso a una cellula-spermatozoo proveniente dall’esterno della coppia – diciamo da un donatore anonimo. Che motivo c’è per rifiutare questo permesso?
Secondo molti la ragione per proibire la fecondazione eterologa consiste nel fatto che l’esistenza del figlio dell’eterologa sarebbe una esistenza disgraziata. Si può rispondere a questo argomento che esistono moltissimi di figli dell’eterologa, e non esistono evidenze sulla loro presunta infelicità; anzi il contrario. Spesso questi sono figli così desiderati da ricevere cure e attenzioni migliori rispetto a tanti figli “naturali” ma non desiderati e non amati.
Si dice, poi, che non si può avere un figlio “a tutti i costi”. Crediamo che questi siano fatti personali. Forse chi non gradisce l’eterologa non vi farebbe mai ricorso: ma un conto è dire “Io non lo farei mai”, un altro conto è dire “Voglio impedirlo a tutti”. È inutile precisare che non sta né in cielo né in terra l’ipotesi che chi desidera più fortemente un figlio lo alleverà peggio. Diremmo piuttosto il contrario. Se si parla di possibile “amore malato” da parte di chi fa ricorso alla fecondazione eterologa, rispondiamo che esso è tanto probabile quanto è probabile tra le coppie che procreano naturalmente. Eppure, noi non abbiamo leggi dello Stato che prendono provvedimenti contro le coppie naturali, né contro le coppie più sospettabili di “amore malato”. È forse vietato procreare a chi va dallo psichiatra, a chi ha avuto esaurimenti nervosi, a chi è depresso, a chi ha tentato più volte il suicidio? Perché prendersela con chi ha un problema di sterilità?
Alcuni di coloro che condannano la fecondazione eterologa e che appoggiano il divieto per legge di farvi ricorso, lo fanno in nome della sua somiglianza con l’adulterio. Innanzi tutto è giusto e doveroso ricordare che l’adulterio non è vietato per legge né sanzionato. Il giudizio morale non deve trasformarsi in coercizione legale. In secondo luogo il motivo per cui condanniamo (moralmente, si badi) l’adulterio è che lì è presente un inganno, il tradimento di un patto liberamente fatto tra due persone – c’è poi il dolore arrecato a colui che subisce l’adulterio, e così via. Nel caso della fecondazione eterologa non c’è inganno, bensì c’è una decisione comune, un accordo tra i futuri genitori che insieme scelgono di utilizzare una tecnica e un gamete donato da qualcun altro per rimediare all’impossibilità di avere un figlio altrimenti. Senza inganni né tradimenti, essi semplicemente stabiliscono di percorrere una strada un po’ diversa da quella tradizionale, allo scopo, legittimo e anche bello, di avere un figlio.
Il divieto di ricorrere alla fecondazione eterologa appare ancora più assurdo se si pensa che quel figlio non sarebbe mai esistito altrimenti, e che la sua unica alternativa è la non esistenza. Davvero l’esistenza come figlio dell’eterologa sarebbe tanto penosa da preferirle la non esistenza? Questi bambini sono accolti affettuosamente e amati, e poco importa che non vi sia una coincidenza genetica tra un genitore e il figlio. La genitorialità non può essere ridotta a legame biologico, ma è fatta di affetto, di cura, di relazione. Il genitore è colui che cresce un figlio, non chi gli è legato dal DNA. Molti di noi sono stati allevati da papà, mamme, nonni e nonne che in realtà non erano loro parenti genetici. Qualcun altro aveva fornito il materiale genetico; ma è morto, o ha fatto altre scelte. Noi, però, siamo stati bambini e bambine felici con quei genitori e quei nonni che ci hanno allevato con amore. Vogliamo loro bene. Sappiamo che non è importante che abbiano davvero fornito loro l’ovocita o lo spermatozoo (questi sono particolari biologici secondari). Quel che conta è quanto ci hanno voluto e ci vogliono bene.
Gli autori:
Chiara Lalli, studiosa di filosofia morale, Università di Chieti.
Fabio Bacchini, studioso di filosofia della scienza, Università di Sassari.www.caffeeuropa.it/
Rattoppo boliviano
La grave crisi della Bolivia fra paura di golpe e soluzioni presidenziali anticostituzionali
“El remedio es peor que la enfermedad”…si potrebbe dire. La cura è peggiore della malattia. Il proverbio descrive efficacemente quello che sta accadendo in Bolivia odierna. Ma anche la parola confusione potrebbe andare bene a descrivere la profonda crisi che attanaglia la nazione più povera del Sud America.
Gas, autonomia, Assemblea Costituente. Sono i tre punti su cui la popolazione boliviana si sta scontrando ormai da diverse settimane. Anzi sarebbe bene dire che sono argomenti che non sono mai stati risolti nel corso degli ultimi anni: non ci riuscì l’ex presidente Gonzalo Sanchez de Losada, non ci riesce l’attuale presidente Carlos Mesa.
Cosa succede. Nella serata di ieri la democrazia boliviana è arrivata ad un passo dal tracollo. I deputati si sono riuniti nel parlamento di La Paz, ma i manifestanti, indios e organizzazioni operaie su tutti, furiosi per il continuo protrarsi della situazione, lo hanno accerchiato. Per un attimo si è rischiato che i dimostranti facessero irruzione nel palazzo, fatto che avrebbe avuto conseguenze catastrofiche. In preda alla paura i deputati si sono visti costretti a sospendere la seduta e fuggire.
Verso le undici della sera di ieri il presidente Carlos Mesa si è presentato in televisione e ha annunciato un decreto presidenziale, l'ennesimo, che cerca di sbloccare la crisi, e ha convocato per il 16 ottobre prossimo le elezioni per l’Assemblea Costituente e il referendum per le autonomie. Decisioni clamorose, prese tutte insieme, per cercare di accontentare i settori sociali dell'altopiano, che volevano la costituente, e i gruppi autonomisti di Santa Cruz, la più ricca città del paese che vuole rendersi indipendente dalla capitale.
La decisione di Mesa però è in forte contrasto con la costituzione boliviana; con questo atto infatti il presidente scavalca a piè pari il ruolo del Parlamento e il quotidiano “El Mundo” di Santa Cruz oggi esce con una foto a tutta pagina di Mesa e un titolo a caratteri cubitali: "dictator".
Parlamento che in questo momento funziona a singhiozzo proprio per volontà delle lobby economiche che vogliono, con questa manovra, estromettere Mesa dalla vita politica boliviana. Tutto questo senza dimenticare la possibile soluzione militare della crisi. Mesa ha già fatto sapere di essere disposto ad utilizzare la forza se le proteste si protrarranno nel tempo.
Le reazioni alle decisioni. Sembra, dalle notizie delle prime ore di oggi, che il decreto non serva a calmare le acque. Cochabamba (in questa zona si protesta soprattutto per chiedere la nazionalizzazione degli idrocarburi e gli indios hanno anche minacciato di chiudere le valvole delle industrie del gas) è bloccata e la si può attraversare solo a piedi o in bicicletta. La maggioranza della popolazione è in strada a manifestare e blocca le vie di accesso. A Santa Cruz i campesinos hanno minacciato di circondare la città e ridurla alla fame. A La Paz le strade sono bloccate con i relativi e continui danni al commercio.
Alessandro Grandi www.peacereporter.net/
L'Est sotto shock
Il No francese alla Costituzione è stato un bel colpo per molti cittadini dell’Europa centro-orientale, che ora, dopo questa storica decisione, temono di venire emarginati.
Manifesti di propaganda per il referendum francese (EC) Per la maggior parte dei nuovi Stati membri era inimmaginabile vedere la Francia rifiutare il Trattato costituzionale. Dopotutt, stiamo parlando di uno dei sei Paesi fonadatori della Ue, un Paese che ha guidato l'integrazione europea per parecchi anni ed in parte principale autore di gran parte del testo di quel Trattato costituzionale a cui ha detto No. E dunque, cosa c’è sotto una simile decisione, e quale significato dovrà trarne l’Europa centro-orientale?
Perché veniamo respinti?
Sembra che fin dall'Allargamento dell’Ue dello scorso anno, i francesi abbiano fatto praticamente qualsiasi cosa per danneggiare il proprio impopolare governo. Per mesi si è discusso circa la “fatigue” del processo d’integrazione dei paesi europei, in particolare a occidente,. Il 29 maggio non boccia tanto la Costituzione ma l’immagine del governo francese innanzi al proprio paese, e ancora la direzione nella quale si sta dirigendo l’Europa e, ancora cosa di maggior rilievo, il castigo che l'elettorato francese ha voluto riservare alla propria classe dirigente per aver allargato l’Ue, senza precedenti informazione o consulto. In apparenza, l'immaginifica inondazione di idraulici polacchi descritta dai sostenitori del No in Francia, avrebbe oscurato il passo in avanti compiuto dalla Costituzione. E tuttavia, nemmeno il Regno Unito, che ha liberalizzato completamente il proprio mercato del lavoro in modo da includere anche i nuovi Stati membri, ha dovuto sperimentare ondate di immigrati provenienti dall’Europa centro-orientale, paventate da coloro che han votato per il No.
Il timore di venirne emarginati
Ciononostante, il voto del No ha accresciuto le voci circa la necessità di un più piccolo “zoccolo duro”, in grado di fungere da laboratorio europeo. Constituito probabilmente dai sei membri fondatori o dai paesi appartenenti alla zona Euro o in quella di Schengen, questo “zoccolo duro” opererebbe all’interno, ma in modo autonomo, rispetto alla Ue. Se il rilancio di un qualsiasi tipo di cooperazione rafforzata tra alcuni Stati membri dovesse divenire realtà, l’Europa centro-orientale, matricola Ue e non ancora entrata a pieno titolo nelle eurozone summenzionate rischia di esser tagliata fuori dalla porta principale della politica europea. Col risultato di esser nuovamente emarginata, è questo il più grande timore dell’Est. Fortunatamente, è improbabile che questo zoccolo duro, incentrato su Francia e Germania, possa materializzarsi. Dopo una sconfitta schiacciante, Chirac, che una volta disse ai cittadini dell’Europa centrale di “stare più calmi”, ora mette la sordina. E questo mentre il più importante alleato della Francia, la Germania, ha già ratificato il Trattato costituzionale. I pesi massimi europei stanno oggi in piedi sui lati opposti del ring.
Ramificazioni economiche
Un'altra preoccupazione per le repubbliche centro-orientali che segue il «non» francese è dovuta alla fragilità delle loro economie. Perché restando nella condizione di mercati emergenti (situazione che perdurerà ancora parecchi anni), si rendono più vulnerabili all’instabilità politica e agli effetti economici che ne vengono. Cresce la paura che la crisi di questi gorni possa spaventare gli investitori e scuotere i mercati valutari. Il che tuttavia, probabilmente non si verificherà, visto che i mercati già prevedevano il risultato francese e non han fatto una piega dopo il voto del 29 maggio.
In cerca di più salde leadership
Il vero problema, che non solo i nuovi membri devono affrontare ma con cui l’intera Unione deve confrontarsi, è la mancanza di leadership. In Francia, il presidente Chirac non riscuote fiducia dalla sua gente ed il primo ministro Raffarin si è dimesso. In Germania, il cancelliere Schröder ha le mani legate dal timore di perdere le imminenti elezioni, e persino il leader dell’opposizione, la Merkel, viene bollata come il politico più noioso del paese. Il premier inglese Tony Blair è un leader impopolare, lo spagnolo Zapatero è ancora considerato un outsider, e l’Italia di Berlusconi è stata di recente descritta da The Economist come il «vero malato» d'Europa. Alla nuova Europa non va certo meglio: il presidente polacco Kwasniewski sta esaurendo il suo mandato decennale, e quello ceco Vaclav Klaus è un euroscettico per definizione…
Dove potrà l’Europa ricercare i suoi leader? Dove sono i Monet, gli Schuman, i De Gaulle e i Churchill? Sembra che a tutti i leader europei attuali, inclusi il Presidente del Consiglio Juncker, quello della Commissione Barroso e il Presidente del Parlamento Borrell, manchi il coraggio per affrontare la realtà: la più potente nazione europea ha rifiutato a gran voce il loro trattato. Ed è a questo che bisogna porre rimedio.
Piotr Kaczyński - Varsavia www.cafebabel.com/
L'esercito messicano ha organizzato le bande paramilitari per isolare l'Ezln
di Juan Balboa
[da La Jornada, 9.2.05, traduzione di Annamaria Pontoglio del Comitato Chiapas "Maribel"]
La testimonianza di un ex comandante del gruppo paramilitare Paz y Justicia conferma che l'Esercito Messicano, a partire dall'offensiva contro l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) del 9 febbraio 1995, pianificò, organizzò ed appoggiò gruppi paramilitari in tre regioni fondamentali del Chiapas: Altos, selva e nord. Il suo scopo, sempre secondo la testimonianza: rompere le relazioni esistenti tra la popolazione e gli zapatisti. Nella testimonianza registrata e documentata dal Centro per i Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas (CDHFBC), il testimone - indicato come PyJ e per il quale la Commissione Interamericana per i Diritti Umani ha richiesto misure cautelari - ha confermato la partecipazione diretta nell'appoggio ai paramilitari dell'allora comandante della settima Regione Militare con base a Tuxtla Gutiérrez, Chiapas, generale Mario Renán Castillo.
L'ex comandante dei paramilitari narra di omicidi di simpatizzanti zapatisti; spiega in dettaglio la nascita di Paz y Justicia; ricorda le riunioni segrete tra questo gruppo e funzionari dell'allora governatore Julio César Ruiz Ferro, e conferma l'intervento del gruppo paramilitare nell'imboscata ai danni del vescovo Samuel Ruiz García e del suo coadiutore Raúl Vera López il 4 novembre del 1997.
I gruppi paramilitari in Chiapas hanno lasciato una scia di violenza e morte che, secondo il CDHFBC, ha provocato circa 12 mila sfollati - la maggioranza indigeni - e 122 omicidi o sparizioni.
Le azioni di Paz y Justicia iniziano nel 1995, secondo una deliberata politica di Stato volta a commettere attacchi generalizzati e sistematici contro la popolazione civile, consistenti in assassini, sgomberi forzati di villaggi, grave privazione della libertà fisica, tortura, persecuzione e sparizioni forzate di persone attraverso la creazione, finanziamento, addestramento e copertura di gruppi paramilitari.
Imboscata a gerarchi cattolici
Circa l'attacco subito dal vescovo di San Cristobal de Las Casas, Samuel Ruiz García, dal suo coadiutore, Raúl Vera, e due catechisti, il racconto si riferisce alla riunione che si tenne nell'ejido Miguel Aleman, municipio di Tila, luogo scelto dall'Esercito Messicano - dall'offensiva del febbraio del 1995 - come centro di operazioni del gruppo paramilitare Paz y Justicia. Erano 25 indigeni choles militanti del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), ma la quantità di armi a loro disposizione era di tre volte la capacità del contingente. Avevano un solo obiettivo: assassinare il vescovo Samuel Ruiz García.
La mattina del 4 novembre 1997, un militare di alto rango, conosciuto come Juan Bautista, responsabile del distaccamento castrense a El Limar, era l'uomo meglio informato dell'operazione: non solo conosceva il luogo e l'ora dell'imboscata, ne conosceva anche tutti i dettagli perché aveva partecipato alla sua pianificazione il giorno precedente.
Così ricorda un testimone ed uno dei principali comandanti di Paz y Justicia, organizzazione che tra il 1995 e 2000 fu responsabile dell'assassinio e sparizione di 122 persone nella zona nord del Chiapas. Uno dei paramilitari più attivi all'interno di questo gruppo ha accettato di fornire la sua testimonianza al CDHFBC, a condizione di mantenere segreto il suo nome per paura di essere assassinato insieme alla sua famiglia.
"Quando il distaccamento militare si è insediato a El Limar, il generale Juan Bautista, che dava il permesso di prendere le armi, al nostro dirigente disse perfino che dovevamo registrare le armi, che ogni arma acquistata doveva essere registrata, anche una volta quando stava per arrivare il vescovo di San Cristobal, Samuel Ruiz, lì a Masojá Shupá."
"Che cosa facemmo? Prima ci fu una riunione a Miguel Aleman per fare l'imboscata al vescovo, lì alla curva prima del crocevia", narra il comandante di Paz y Justicia. Tra Miguel Aleman e Jolnixtié si trovava un distaccamento militare. Il veicolo dei paramilitari doveva passare per quel posto dove l'Esercito Messicano faceva accurate perquisizioni.
Avevamo circa 80 armi - continua PyJ - che mettemmo in una macchina; c'era un posto di blocco militare ma, che cosa ci disse l'Esercito Messicano? Non ci disse niente, non cercò le armi che stavano lì. Un militare di alto rango che si faceva chiamare generale Juan Bautista in compagnia di due militari con grado di maggiore, Adeliz Luna e Mateo Reyes, diede l'ordine di non perquisire il veicolo. L'attentato si effettuò senza riuscire nell'obiettivo: i vescovi Samuel Ruiz e Raúl Vera ne uscirono illesi; solo due catechisti (José Pedro Pérez e José Vázquez Pérez) ed il sagrestano del santuario del Señor de Tila, Manuel Pérez Pérez, furono feriti da colpi di armi da fuoco. L'ombra del generale Secondo la testimonianza di PyJ, l'allora comandante della settima Regione Militare, Mario Renán Castillo, fu il principale propulsore ed organizzatore dei gruppi paramilitari in Chiapas.
Esistono vari documenti nei quali si conferma il coinvolgimento del generale Renán Castillo nell'organizzazione di questi gruppi. In uno di essi il militare firma come testimone d'onore la consegna di quasi 5 milioni di pesos da parte del governo dello stato a Paz y Justicia. Il testimone dell'organizzazione per i diritti umani, ricorda che partecipò almeno tre volte a riunioni tra i dirigenti di Paz y Justicia ed il comandante della settima Regione Militare.
"Anche quando ci riunivamo con Mario Renán Castillo c'era un tenente ed un politico della Socama (Solidaridad Campesina Magisterial) chiamato Manuel (Hernández) Gómez."
"Anche Samuel Sánchez era della Socama, andammo alla riunione a Tuxtla (Gutiérrez) ed eravamo molti delegati, circa121, il 4 Luglio 1997, ma parlarono solo alcuni e Mario Renán firmò il finanziamento", spiega.
PyJ ricorda le riunioni tenute con il comandante della settima Regione Militare con dirigenti dei paramilitari. "Conobbi Mario Renán quando parlava coi dirigenti di Paz y Justicia", precisa.
- Mario Renán parlava con i dirigenti di Paz y Justicia?
- Sì, sì.
- Andava da loro Miguel Aleman?
- Sì, sì. Arrivava lì ed aveva molta confidenza con loro...
- Che cosa diceva loro Renán?
- Di andare avanti, di non dare possibilità a quelli di Abu xú (organizzazione identificata con gli zapatisti), che erano dei caproni, e tutto questo, di togliergli la terra e tutto quanto, che erano semplicemente superstiziosi, facevamo così per far venir fuori i dirigenti, ma loro non scesero, vennero solo i loro simpatizzanti, povera gente... in questa guerra sono morti gli anziani, uomini ancora giovani e donne scomparse.
Il comandante di Paz y Justicia denuncia che la partecipazione di Renán Castillo con i gruppi paramilitari non fu isolata. Afferma di sapere che altri alti militari erano coinvolti e li appoggiavano.
- In che modo erano coinvolti?
- Più degli altri c'era Juan Bautista, il generale che arrivò per primo a El Limar, presumibilmente conosceva molto bene Paz y Justicia.
- Che cosa era, di che grado?
- Era generale dell'Esercito Messicano.
- Di che unità?
- Non so, era un signore canuto, alto, grassoccio.
- A quale battaglione apparteneva? - si è insistito con il testimone.
- Credo qui di San Cristobal, non so, o di Tabasco, non so. Ma dava istruzioni alle sue truppe, alla sua guardia, che passavano a visitare le comunità, erano sempre favorevoli a quelli di Paz y Justicia...
- Anche questo generale, Juan Bautista, andava a parlare con i dirigenti di Paz y Justicia?
- Sì. Aveva contatti con Diego (Vázquez Pérez), con Marcos (Albino Torres) e con Samuel (Sánchez Sánchez); erano loro quelli che parlavano con lui e ci compilò un foglio e facemmo una relazione su chi aveva le armi, c'avevano perfino registrato affinché potessimo portarle in città, anche Marcos (Albino Torres) portava la sua arma, una 9 millimetri, prendeva, entrava là .., insieme a Mario Renán avemmo incontri con lui, a Tuxtla Gutiérrez.
- Juan Bautista aveva una relazione sulle armi di Paz y Justicia ed inoltre otteneva armi, dava loro armi?
- No, ma ci diceva come difenderci, come usarle e Marcos (Albino Torres) y Sabelino (Torres) sapevano usare le armi, erano ex militari, e lì incominciò il problema.
- Ma allora, Juan Bautista diceva loro come utilizzare le armi?
- Loro sapevano come usare le armi.
- Sabelino, Marcos Albino e Juan Bautista, vi insegnavano ad usare le armi?
- Sì, sono stato molto tempo con loro...
Dalla testimonianza di PyJ si viene a conoscenza che la maggioranza degli alti comandi dell'Esercito Messicano con base ad Ocosingo (39 Zona Militare) e San Cristobal de las Casas (31 Zona Militare) mantenevano una struttura parallela di appoggio ai gruppi paramilitari. Il comandante di Paz y Justicia racconta come venivano incoraggiati a farla finita con i simpatizzanti e miliziani dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale ( EZLN).
"Non ci dicevano altri di finirli, di non smetterla di farla finita con loro...". Ricorda che gli alti comandi militari li "incoraggiavano, per vedere chi avrebbe vinto..." Armi, munizioni e uniformi Secondo il testimone, Paz y Justicia aveva una struttura militare imposta dall'Esercito Messicano all'interno del Piano della Campagna Chiapas 1994, redatto in gran parte dal generale Renán Castillo. Parallelamente funzionava come un'organizzazione di massa per mantenere una relazione "ufficiale" con le autorità della Federazione, lo stato ed i municipi. Secondo PyJ, la struttura militare di Paz y Justicia era sotto la responsabilità dei suoi principali comandanti: Samuel Sánchez Sánchez, Marcos Albino Torres, Diego Vázquez Pérez, Sabelino e Carlos Torres. Loro acquistavano armi e munizioni riscuotendo quote obbligatorie che imponevano alla popolazione, in maggioranza militanti del PRI.
Conferma quello che molte organizzazioni per i diritti umani denunciano dal febbraio del 1995: ogni persona che si rifiutava di collaborare economicamente per comperare le armi era punita o assassinata.
"Li ammazzavano, innanzitutto li rinchiudevano, poi li picchiavano, lì nella prigione di Miguel Aleman, tanto a Tsaquil, quanto a Nuevo Limar, Masojá Chico, che hanno una prigione (....) ce n'erano un po' di Paz y Justicia che erano ansiosi di prendere le persone, sia che fossero fratelli, o padre e figlio, o compagni, tutti quanti."
"Non c'era perdono per nessuno, se non facevi quello che volevano, semplicemente ti facevano un'imboscata, ne incolpavano poi quelli di Abu xú, facevano così a tutti quelli che facevano problemi."
Gli stessi elementi dell'Esercito Messicano e della Polizia di Pubblica Sicurezza del Chiapas vendevano armi ed uniformi ai paramilitari di Paz y Justicia. Utilizzavano divise, continua il testimone, come quelle della polizia settoriale, Pubblica Sicurezza e dell'Esercito. Il viso se lo coprivano con pasaamontagna o fazzoletti rossi, come gli zapatisti.
- Che tipo di armi avevano?
- Diverse, un R15, una UZI.
- Di che anno stiamo parlando?
- Del 96-97. Dei conflitti di Usipá, di Cruz Palenque, El Limar, tutta quella zona. Io ho imparato l'uso di quelle armi. Mi hanno addestrato siccome io ero delegato dell'organizzazione Paz y Justicia a Miguel Aleman, ed ogni delegato aveva le sue comunità.
- Chi vi insegnava?
- Addestramento, questo Sabelino (Torres), c'erano altri che erano militari e che sono ancora militari lì a Masojá Shujá, uno si chiama Emilio Pérez López che continua ad essere della Fanteria dell'Esercito Messicano a Tenosique, Tabasco, o a Città del Messico; lui era quello che gestiva le persone.
- In che accampamento o reggimento?
- A Miguel Aleman e Tsaquil.
- C'era un accampamento militare?
- C'era a Tsaquil ed in una piantagione di caffè di Miguel Aleman.
Il comandante di Paz y Justicia narra che i primi accampamenti di addestramento sono stati installati in territorio del Tabasco, "ma fu solo per circa 15 giorni". Durante tutta la guerra di controinsurrezione, nella quale furono assassinate e scomparse 122 persone, la maggioranza indigena chol, gli accampamenti di addestramento militare si trovavano in comunità del municipio di Tila: Las Limas (dove c'era un accampamento della Segreteria della Difesa Nazionale), Usipá, Nuevo Limar, Cruz Palenque e Miguel Alemán. Gli uomini incaricati dell'addestramento erano ex militari oriundi della zona nord del Chiapas o elementi in attività dell'Esercito Messicano.
Gli appoggi del governo del Chiapas Il paramilitare fa notare nella sua testimonianza, l'importanza per Paz y Justicia degli appoggi che riceveva dal governatore ad interim Julio César Ruiz Ferro. Afferma che questi teneva riunioni permanenti con Samuel Sánchez, uno dei principali dirigenti del gruppo, "lui ci forniva appoggio, il governatore non voleva che ci fosse un altro partito oltre al PRI", dice.
Così, aggiunge, Marcos Albino (Torres) nelle riunioni ci diceva che il nostro partito è la bandiera del tricolore, "siamo PRI", affermava, ed incoraggiava i paramilitari promettendogli che se riuscivano a cacciare i simpatizzanti dell'EZLN e del Partito della Rivoluzione Democratica, sarebbero entrati in possesso dei loro beni. Fa riferimento all'allora procuratore di Giustizia dello stato, Jorge Enrique Hernández Aguilar ed alle riunioni che questo sosteneva con i dirigenti di Paz y Justicia, in particolare con Diego Vázquez.
Come organizzazione di massa, Paz y Justicia imponeva nello zona nord del Chiapas i candidati del PRI alle presidenze municipali. Secondo ll testimonianza di PyJ, il gruppo paramilitare manteneva il potere nei municipi di come Tila, Tumbalá, Sabanilla e Salto de Agua. "Sì, avevano veicoli e mezzi, trasporti, avevano appoggio da parte del municipio", precisa.
Si riferisce a Carlos Torres López, ex presidente municipale di Tila, arrestato circa tre anni fa, come uno dei sindaci che più hanno appoggiato le azioni di Paz y Justicia. Tra molte altre cose, consegnò apparecchiature radio alle comunità che appartenevano al gruppo paramilitare.
- Dava uniformi?
- Sì, tutto dava.
- Armi?
- Sì, ma ora è in prigione.
Gli omicidi di Paz y Justicia Il CDHFBC ha registrati almeno 85 omicidi per mano del gruppo paramilitare nella regione del nord del Chiapas, 37 sparizioni forzate e circa 4 mila persone sfollate, solo in questa regione.
Paz y Justicia ha compiuto la maggior parte degli omicidi tra il 1995 ed il 1997. In quegli anni venivano uccisi simpatizzanti dell'EZLN e membri di altre organizzazioni diverse da Paz y Justicia. Il testimone PyJ ricorda il caso della ragazzina Minerva Guadalupe Pérez Torres. Il 20 giugno 1996, nella comunità Miguel Aleman, Sabelino Torres, uno dei dirigenti di Paz y Justicia, fermò un camioncino su cui viaggiava Minerva Guadalupe, di 19 anni. La rinchiusero nella casa di un fratello di Nicolás Gómez Martínez dove fu violentata da circa 31 uomini e poi l'ammazzarono.
"Minerva arriva su un camioncino di Clemente, lui lo fecero scendere e Sabelino (Torres) lo prese e lo tennero per un giorno nella casa del fratello Nicolás, e lì c'era la ragazza. La violentarono in 31 persone circa e poi la uccisero a colpi di machete. Questo acadde a circa 300 metri da Miguel Aleman, dove la violentarono e l'ammazzarono, ma fu tenuta lì un giorno senza mangiare in quella casa e lì l'ammazzarono."
Niente fermava i paramilitari di Paz y Justicia: la sua complicità con l'Esercito Messicano rendeva il gruppo potente; l'appoggio che riceveva dai governi statale e municipale dava loro mobilità; per tre anni assassinarono a mansalva con l'avallo dei militari, ancora oggi si mantengono attivi, perché gli attuali governi di Pablo Salazar Mendiguchía e quello di Vicente Fox si rifiutano di disarmarli./www.carmillaonline.com/
Fecondazione militarmente assistita...
di Bianca Cerri
04 Jun 2005
Brenda Clark, Michelle Pearson e T’nasa Harris sono tre giovani americane accumunate da un’adolescenza turbolenta e, ancora prima di essere arrestate, sapevano che il carcere può essere un posto molto pericoloso. Quello che non immaginavano è che il pericolo sarebbe arrivato dagli uomini cui erano state affidate dall’amministrazione penitenziaria, convinti che ogni violenza ai danni dei reclusi sia lecita, compresa quella sessuale. Ora le tre ragazze sono incinte e il Dipartimento di Giustizia sarà finalmente costretto ad ammettere che la violenza carnale è divenuta ormai un pedaggio obbligatorio nei penitenziari USA, al quale è impossibile sottrarsi.
Il Codice Penale vieta espressamente al personale di custodia ogni genere di rapporto personale con i detenuti ma le gravidanze di Clark, Pearson ed Harris, tutte iniziate durante la detenzione, provano che le guardie carcerarie trasgrediscono spesso a volentieri a quelle regole che impongono anche con la forza ai reclusi.
Nella sola Scott Facility, in Michigan, quasi 200 donne avevano denunciato aggressioni sessuali da parte degli agenti ma altrettanti giudici si erano rifiutati di ascoltare le loro storie, così come molti colleghi degli stupratori, pur essendo a conoscenza dei fatti, erano rimasti in silenzio "per non screditare la categoria".
Sentendosi abbandonate e costrette a subire altra violenza dalle guardie, otto donne incarcerate, Alicia Smith, Sonya Grissom ed altre sei compagne, hanno deliberatamente messo fine alla propria esistenza nella Scott Facility. "Alicia ha tentato con ogni mezzo di sottrarsi ai soprusi prima di uccidersi", dicono i genitori, "ma nessuno ha voluto ascoltarla, a cominciare dal Ministero dell'Interno". Sonya Grissom aveva invece tentato di togliersi la vita per la disperazione ma le violenze degli agenti erano continuate fino a che la donna,30 anni, non ha trovato la morte.
Nessuna indagine è mai stata aperta come pure non risultano inchieste sulla fine di Katherine Finzel, morta suicida in carcere nel 1993 dopo aver denunciato uno stupro. Nonostante la presenza di quattro testimoni, le autorità non hanno mai ritenuto opportuno indagare sul presunto colpevole, Albert Moon, che risulta ancora regolarmente in servizio. Clark, Pearson ed Harris si trovano ora davanti una drammatica realtà: i figli che aspettano sono frutto della violenza ma, anche se lo volessero, non potrebbero liberarsene abortendo perchè le detenute non possono avvalersi della legge sull'aborto, essendo sottoposte alla sospensione dei "diritti civili" fino a quando la pena non è completamente scontata.
Nel caso di Harris, condannata all'ergastolo, questo significa che la donna darà alla luce il figlio in carcere e potrà tenerlo con sè soltanto fino al compimento del sesto anno di età. Gli altri sei figli, rinchiusi attualmente in vari orfanotrofi, potranno invece rivedere la madre soltanto dopo il compimento del 18° anno di età.
Nathleen Mason, un'altra donna stuprata dalle guardie carcerarie dice: "Ora che sono tornata libera sto cercando di dimenticare. Trovare il coraggio di denunciare il mio stupratore è stato difficile, mi ci sono voluti molti mesi. Poi mi sono decisa ed ho scritto una lettera al Ministero dell'Interno. 24 giorni dopo, mi è arrivata la risposta: Il fatto non sussiste e cari saluti ....”.
Bianca Cerri
b.cerri@reporterassociati.org
Viaggio alla Casa Bianca
di Gabriel Garcia Marquez
La mia visita alla Casa Bianca, con un messaggio di Fidel Castro al presidente Usa: sul rischio terrorismo.
A fine marzo 1998, dopo aver confermato alla Princeton University il mio laboratorio letterario del 25 aprile, contattai telefonicamente Bill Richardson per chiedergli di organizzare una visita privata al Presidente Clinton per discutere della situazione della Colombia. Richardson mi chiese di chiamarlo una settimana prima del viaggio per la risposta. Alcuni giorni dopo andai a L’Avana per avere alcuni dati per un servizio giornalistico che avrei scritto in occasione della visita del Papa, e mentre parlavo con Fidel menzionai la possibilità di un incontro con il Presidente Clinton.
Fu allora che a Fidel venne l’idea di inviare un messaggio confidenziale su un macabro piano terroristico, che Cuba aveva appena scoperto, che avrebbe avuto conseguenze non solo sui due paesi ma anche su parecchi altri. Decise da sé che non avrebbe dovuto essere una lettera personale per evitare di mettere Clinton nella situazione spiacevole di rispondere; preferì un riassunto della nostra conversazione sul complotto e su altri soggetti di interesse comune. Oltre al testo propose due questioni non scritte che avrei potuto sollevare con Clinton se le circostanze fossero state propizie.
Quella notte mi resi conto che il mio viaggio a Washington aveva preso una piega imprevedibile e di grande importanza, e non avrei potuto considerarla una semplice visita personale. Pertanto non solo confermai a Richardson la data del mio arrivo ma gli annunciai anche per telefono che avevo con me un messaggio urgente per il Presidente Clinton.
Per via della segretezza concordata non feci parola al telefono di chi lo mandasse anche se deve averlo indovinato – e nemmeno lasciai trasparire che una consegna tardiva avrebbe potuto causare maggiori catastrofi e la morte di persone innocenti. La sua risposta non mi arrivò durante la settimana in cui ero a Princeton e questo mi fece pensare che la Casa Bianca credesse che fosse cambiata la ragione della mia prima richiesta. Pensai anche che non sarebbe stata garantita l’intervista.
Non appena arrivai a Washington, venerdì 1° maggio, una persona dello staff di Richardson mi disse al telefono che il Presidente non avrebbe potuto ricevermi perchè sarebbe stato in California fino a mercoledì 6, e io avevo programmato di andare in Messico un giorno prima di quella data, ma mi suggerirono di incontrare il direttore del Consiglio Nazionale di Sicurezza, Sam Berger, che avrebbe ricevuto il messaggio da parte del Presidente.
Il mio essere maliziosamente sospettoso mi fece pensare che stessero ponendo delle condizioni in modo che il messaggio arrivasse ai servizi speciali e non direttamente al Presidente. Berger era stato presente durante il mio incontro con Clinton nell’ufficio ovale della Casa Bianca nel settembre 1997, e le sue poche parole su Cuba non erano state diverse da quelle del Presidente, sebbene non possa dire che quest’ultimo condividesse tutte le sue idee senza riserva. Pertanto non mi sentii autorizzato ad accettare su mia iniziativa personale l’alternativa di essere ricevuto da Berger e non dal Presidente, soprattutto perché il messaggio era molto riservato e non era mio. La mia opinione personale era che potesse essere consegnato solo a Clinton in persona.
La sola cosa che pensai in quel momento fu di informare l’ufficio di Richardson che se il cambio di interlocutore era dovuto solo all’assenza del Presidente avrei potuto fermarmi più a lungo a Washington e attendere il suo ritorno. La risposta fu che glielo avrebbero fatto sapere. Qualche tempo dopo trovai in hotel una breve comunicazione scritta da parte dell’ambasciatore James Dobbins, direttore degli affari interamericani al NSC, ma decisi di non far sapere che l’avevo ricevuta e di continuare con il mio proposito di attendere il ritorno del presidente.
Non avevo fretta. Avevo scritto più di 20 pagine delle mie memorie nei locali ameni di Princeton, e non avevo diminuito il ritmo nella stanza impersonale dell’hotel di Washington dove passavo fino a 10 ore al giorno a scrivere. Ad ogni modo, anche se rifiutavo di ammetterlo, la vera ragione del mio confinamento era la custodia del messaggio contenuto nella cassetta di sicurezza.
All’aeroporto in Messico avevo perso un soprabito mentre ero in attesa del mio computer, la valigetta dove tenevo le bozze e i dischetti del libro su cui stavo lavorando e l’originale del messaggio senza copie. Solo l’idea di poterlo perdere mi dava i brividi alla schiena, non tanto per la perdita in sé quanto per il fatto che sarebbe stato facile identificare la sua provenienza e la sua destinazione.
Perciò mi dedicai alla sua custodia mentre continuavo a scrivere, a pranzare e a ricevere visite nella stanza d’hotel della cui cassetta di sicurezza ero ben lungi dal fidarmi, dato che non aveva una chiusura con combinazione ma solo una chiave che sembrava fosse stata comprata in un negozio di bassa categoria dietro l’angolo. La portavo sempre in tasca, e dopo ogni occasione in cui inevitabilmente lasciavo la stanza, controllavo che il foglio fosse ancora al suo posto nella busta sigillata. L’avevo letto così tante volte che l’avevo praticamente imparato a memoria, giusto per essere sicuro nel caso in cui avessi dovuto spiegare uno dei temi al momento della consegna.
Ho sempre pensato che le mie conversazioni telefoniche di quei giorni – incluse quelle dei miei interlocutori – fossero registrate. Tuttavia mi rilassai perché ero consapevole di far parte di una missione incensurabile, utile sia a Cuba sia agli Stati Uniti - il mio unico problema serio era che non potevo discutere dei miei dubbi con nessuno senza violare la segretezza.
Il rappresentante diplomatico cubano a Washington, Fernando Remirez, si mise al mio completo servizio per mantenere aperto il canale con L’Avana, ma da Washington le comunicazioni riservate sono così lente e pericolose – specialmente in un caso tanto delicato – che le nostre si potevano risolvere solo con un inviato speciale. La risposta fu una gentile richiesta di attendere a Washington per tutto il tempo necessario a compiere la mia missione, proprio come avevo deciso; allo stesso tempo mi fu chiesto umilmente di essere il più attento possibile a non offendere Sam Berger, non accettandolo come interlocutore. Il finale divertente del messaggio non lasciava dubbi sul suo autore, anche senza una firma: “Speriamo che lei scriva parecchio”.
Per un caso fortuito il presidente precedente Cesar Gaviria aveva organizzato una cena privata il lunedì sera con Thomas Mack’ McLarty che si era appena dimesso dal suo posto di consigliere per l’America Latina del Presidente Clinton, sebbene fosse il suo più vecchio e caro amico. Ci eravamo incontrati l’anno precedente e da allora la famiglia Gaviria aveva programmato la cena con un doppio scopo: discutere con McLarty l'enigmatica situazione colombiana e compiacere sua moglie che desiderava chiarire con me alcuni punti dei miei libri.
L’occasione appariva provvidenziale. Gaviria è un grande amico e un consigliere intelligente, una persona piena di risorse e informata della situazione dell’America Latina, e un osservatore attento e intelligente della realtà cubana. Arrivai a casa sua un’ora prima del convenuto, e non avendo tempo per le consultazioni mi presi la libertà di svelargli l’essenza della mia missione così che lui potesse darmi dei consigli.
Gaviria mi diede l’esatta dimensione del problema e mise un po’ di ordine all’interno del puzzle. Mi mostrò che le precauzioni prese dai consiglieri di Clinton erano semplicemente normali, considerando i rischi politici e di sicurezza che comportava il fatto che un presidente americano ricevesse di persona un’informazione tanto delicata attraverso un canale irregolare. Non aveva bisogno di spiegarlo perché mi ricordai immediatamente di una situazione che faceva al caso: durante una cena a Martha’s Vineyard, durante il massiccio esodo del 1994, il Presidente Clinton mi aveva autorizzato a toccare questo e altri temi relativi a Cuba, ma prima mi mise in guardia che lui non avrebbe potuto dire una sola parola. Non dimenticherò mai l’intensità con cui mi ascoltò, e i grandi sforzi che dovette fare per non rispondere ad alcuni argomenti di notevole importanza.
Gaviria mi avvisò anche del fatto che Berger era un ufficiale competente e serio da tenere in considerazione quando ci si relaziona con il presidente. Mi mostrò anche che il solo fatto di incaricarlo di incontrarmi dimostrava un rispetto molto speciale di alto livello, poiché le richieste private come la mia avrebbero girato anni in uffici periferici della Casa Bianca, o sarebbero stati trasferiti a ufficiali di grado inferiore della CIA o del Dipartimento di Stato.
Ad ogni modo Gaviria sembrava piuttosto sicuro che il testo consegnato a Berger sarebbe arrivato nelle mani del Presidente, e questo era fondamentale. Infine, proprio come avevo sperato, mi annunciò che alla fine della cena mi avrebbe lasciato solo con McLarty perché mi aprisse una linea diretta al Presidente.
La serata fu piacevole e fruttuosa; c’eravamo solo io e la famiglia Gaviria. McLarty, come Clinton, è un uomo del sud, entrambi sono amichevoli e alla mano come i caraibici. Durante la cena il ghiaccio fu presto rotto, principalmente per quel che riguardava la politica americana verso l’America Latina, in particolare sui narcotraffici e i processi di pace. Mark era così ben informato da conoscere il più piccolo dettaglio della mia intervista con il Presidente Clinton del settembre precedente, quando discutemmo approfonditamente dell’abbattimento degli aerei a Cuba e da dove nascesse l’idea che il Papa potesse agire da mediatore degli Stati Uniti durante il suo viaggio a Cuba.
La posizione generale di McLarty sulle relazioni con la Colombia per le quali sembrava disposto a lavorare – era che la politica americana avesse bisogno di cambiamenti radicali. Disse che il governo era disposto a prendere contatti con qualsiasi presidente fosse stato eletto per lavorare effettivamente per la pace. Ma né lui né i suoi ufficiali con cui parlai in seguito avevano una chiara opinione su quali potessero essere tali cambiamenti. Il discorso fu così franco e sciolto che quando Gaviria e la sua famiglia ci lasciarono soli nella sala da pranzo, McLarty e io eravamo come due vecchi amici.
Senza esitazione gli rivelai il contenuto del messaggio per il Presidente e lui non nascose l’apprensione per i piani terroristici, sebbene non fosse a conoscenza degli atroci dettagli. Non era stato informato della mia richiesta di vedere il Presidente ma promise di parlargli non appena fosse ritornato dalla California. Incoraggiato dalla facilità della discussione osai suggerire che mi accompagnasse all’intervista con il Presidente, e chiesi che non ci fossero altri ufficiali, in modo da poter parlare senza riserve. La sola cosa che mi chiese – e non seppi mai perché – fu se Richardson era al corrente del contenuto del messaggio, e io dissi di no. Allora pose fine alla conversazione con la promessa di parlare con il presidente.
La mattina presto di martedì comunicai a L’Avana, attraverso il solito canale, i punti principali discussi durante la cena, e mi presi la libertà di fare una domanda opportuna: se infine il Presidente avesse deciso di non ricevermi, e avesse dato questo compito a McLarty o a Berger, a quale dei due avrei dovuto consegnare il messaggio? La risposta sembrava pendere a favore di McLarty, ma sempre con l’accortezza di non offendere Berger.
Quel giorno pranzai al Provence restaurant con la signora McLarty, perchè non era stato possibile discutere di letteratura durante la cena dai Gaviria. Le questioni che aveva annotato furono presto risolte e tutto quello che rimase fu la sua curiosità su Cuba. Le spiegai tutto quello che potei e penso che si sentisse più rilassata. Quando arrivò il momento del dolce, telefonò al marito dal tavolo e lui mi disse che non aveva ancora visto il Presidente ma sperava di darmi notizie durante il giorno.
Di fatto non erano nemmeno passate due ore quando uno dei suoi assistenti mi informò tramite l’ufficio di Cesar Gaviria che l’incontro si sarebbe svolto il giorno dopo alla Casa Bianca con McLarty e tre ufficiali maggiori del Consiglio Nazionale di Sicurezza. Pensai che se Sam Berger fosse stato uno di loro sarebbe stato fatto il suo nome, e adesso avevo la preoccupazione opposta che non sarebbe stato presente. Fino a che punto questo poteva essere imputabile alla mia negligenza durante una conversazione telefonica? Ma adesso non importava perché McLarty aveva organizzato la cosa con il presidente che avrebbe dovuto già essere al corrente del messaggio. Pertanto presi l’immediata ma non ponderata decisione di non aspettare più a lungo: prenotai un posto su un volo diretto per il Messico alle 17.30 del giorno successivo. Ci stavo lavorando quando ricevetti da L’Avana la risposta alla mia ultima consultazione con il consenso più seducente che abbia mai avuto in vita mia: “Abbiamo fiducia nelle sue capacità”.
L’incontro era previsto per mercoledì 6 maggio alle 11.15 negli uffici di McLarty alla Casa Bianca. Fui ricevuto dai tre ufficiali menzionati del Consiglio Nazionale di Sicurezza: Richard Clarke, direttore capo degli affari plurilaterali e consigliere presidenziale su tutti i temi di politica
internazionale, soprattutto per la lotta al terrorismo e al narcotraffico; James Dobbins, direttore senior del NSC per gli affari interamericani con la posizione di ambasciatore e consigliere presidenziale per l’America Latina e i Carabi; e Jeff Delaurentis, direttore degli affari interamericani al NSC e consigliere speciale per Cuba. Non fu possibile, a quel punto, chiedere perché Berger non fosse presente. I tre ufficiali furono gentili e altamente professionali.
Non avevo con me comunicazioni personali ma conoscevo il messaggio in ogni particolare, e nel mio organizer avevo preso nota della sola cosa che temevo di dimenticare: le due domande fuori testo. Mack stava terminando un incontro in un’altra stanza. Mentre aspettavamo, Dobbins mi diede una panoramica piuttosto pessimistica della situazione colombiana. Le sue informazioni erano le stesse di McLarty durante la cena di lunedì ma mi sembrava che in lui ci fosse maggiore familiarità con l’argomento. Avevo detto a Clinton l’anno precedente che la politica americana antidroga agiva come un nefasto amplificatore della violenza storica della Colombia. Questo è il motivo per cui destò la mia attenzione il fatto che questo gruppo del NSC – senza riferimenti alla mia espressione specifica – fosse apparentemente d’accordo sui cambiamenti. Furono molto attenti a non dare le loro opinioni sul governo o i candidati di allora, ma non lasciarono alcun dubbio sul fatto che ritenessero la situazione catastrofica e il futuro incerto. Non ero felice dello scopo di correggere la situazione dato che diversi osservatori della nostra politica a Washington avevano penosamente commentato: “Sono più pericolosi ora che vogliono davvero essere d’aiuto mi disse uno di loro – perché vogliono ficcare il naso dappertutto”.
Entrò McLarty, vestito con un bel completo e con le sue solite buone maniere, ma con la fretta di una persona che ha interrotto qualcosa di fondamentale importanza per prendersi cura di noi. Ciononostante portò nell’incontro una atmosfera utile e misurata e una dose di buon umore. Sin dalla sera della cena mi era piaciuto il fatto che parlasse sempre guardando negli occhi. Fu lo stesso durante l’incontro. Dopo un caloroso abbraccio si sedette di fronte a me con le mani sulle ginocchia e iniziò a parlare usando un’espressione comune detta in modo così appropriato che annunciava una verità: “Siamo a sua disposizione”.
Volevo dire chiaramente fin dall’inizio che avrei parlato secondo le mie capacità di scrittore, senza alcun altro merito o mandato, del caso tanto difficile e seducente come quello di Cuba. Pertanto iniziai facendo una precisazione che non mi sembrava superflua in considerazione dei registratori nascosti: “Questa non è una visita ufficiale”.
Annuirono tutti e trovai sorprendente la loro solennità inattesa. Poi in modo semplice e con un tono piuttosto colloquiale descrissi loro come e perché avessi avuto quella conversazione con Fidel che aveva dato inizio ai messaggi informali che avrei dovuto consegnare al Presidente Clinton. Li porsi a McLarty e gli chiesi cortesemente di leggerli in modo che potessi commentarli. Era la traduzione in inglese di sette punti scritti in sei pagine, con doppia spaziatura: un complotto terroristico; relativa soddisfazione per le misure annunciate il 20 marzo di riprendere i voli dagli Stati Uniti a Cuba; il viaggio di Richardson a L’Avana nel gennaio 1998; le argomentazioni di Cuba per il rifiuto degli aiuti umanitari; riconoscimento della relazione favorevole del Pentagono sulla situazione militare di Cuba; - era una relazione in cui si diceva che Cuba non metteva in pericolo la sicurezza degli Stati Uniti – approvazione della soluzione della crisi in Iraq; e apprezzamento per i commenti su Cuba fatti da Clinton alla presenza di Mandela e Koffi Anan.
Come vedrete, sono elencati anche altri punti.
McLarty non li lesse ad alta voce come mi ero aspettato e come avrebbe indubbiamente fatto se avesse conosciuto il contesto in anticipo. Li lesse tra sé, in apparenza con il metodo di lettura veloce che Kennedy aveva reso famoso, ma il suo viso mostrava le diverse emozioni, limpide come l’acqua. Lo avevo letto io stesso così tante volte che praticamente sapevo quale delle sue espressioni corrispondeva ai diversi punti del documento.
Il primo punto, sul complotto terroristico, lo fece grugnire e disse: “È terribile”. In seguito soppresse un sorriso malizioso e senza interrompere la lettura disse: “Abbiamo nemici in comune”. Penso che si riferisse al quarto punto, dove si faceva menzione della congiura di un gruppo di senatori per sabotare l’approvazione dei progetti di Torres-Rangel e Dodd, e si manifestava apprezzamento per gli sforzi di Clinton di salvarli.
Alla fine della lettura passò il foglio a Dobbins e questi a Clarke che lo lesse mentre Mack lodava Mortimer Zuckerman, editore e proprietario della rivista US News & World Report, che era stato a L’Avana il febbraio precedente. Fece un commento in merito a qualcosa che aveva appena letto sul punto sei del documento, ma non rispose alla domanda implicita se Zuckerman avesse informato Clinton delle due conversazioni da dodici ore che aveva avuto con Fidel Castro.
Il punto che prese in pratica tutto il tempo utile dopo la lettura fu quello del piano terroristico, che impressionò tutti. Dissi loro che dovevo superare la mia paura di una bomba perché stavo per partire per il Messico dopo averlo saputo a L’Avana. Capii che era giunto il momento di fare la mia prima domanda personale proposta da Fidel: L’FBI potrebbe contattare i colleghi cubani per una lotta congiunta al terrorismo? Prima che potessero reagire aggiunsi una mia nota: “Sono sicuro che trovereste una reazione sollecita e favorevole da parte delle autorità cubane”.
Fui sorpreso dalla reazione rapida e forte dei quattro. Clarke, che sembrava essere più vicino all’argomento, disse che era un’ottima idea ma mi mise in guardia che l’FBI non prestava attenzione a casi apparsi sui giornali mentre era in corso l’indagine. I cubani sarebbero stati disposti a mantenere il segreto? Dato che ero ansioso di fare la seconda domanda, diedi loro il tipo di risposta che avrebbe potuto portare un momento di respiro viste le circostanze: “Non c’è nulla che piaccia di più ai cubani che mantenere i segreti”.
Mancando un motivo adeguato per la seconda domanda, decisi di porla come un’affermazione: la cooperazione in materia di sicurezza avrebbe potuto aprire la strada a un clima favorevole per la ripresa dei viaggi di americani a Cuba. La mia arguzia mi si rivoltò contro, perché Dobbins mi fraintese e disse che questo si sarebbe risolto con l’implementazione delle misure del 20 marzo.
Dopo aver chiarito l’equivoco, parlai delle pressioni che sentivo da parte di molti americani, di ogni categoria, che venivano da me per avere aiuto per contatti d’affari o di piacere a Cuba. In questo contesto menzionai Donald Newhouse, editore di varie pubblicazioni e direttore dell’Associated Press, che mi aveva onorato con una cena maestosa nella sua casa di campagna nel New Jersey alla fine del mio laboratorio letterario alla Princeton University. Il suo sogno era quello di andare a Cuba per discutere con Fidel in persona dell’apertura di un ufficio permanente dell’AP a L’Avana, simile a quello della CNN.
Non posso esserne sicuro ma mi sembra che durante l’animata conversazione alla Casa Bianca fosse chiaro che non avessero, o non fossero a conoscenza di, e non volessero rivelare l’immediata intenzione di riprendere viaggi di americani a Cuba. Devo comunque sottolineare che in nessun momento fu fatta menzione di riforme democratiche, elezioni libere o diritti umani, né di alcun altro clichè politico con cui gli americani pretendono di condizionare ogni progetto di cooperazione con Cuba. Al contrario, la mia impressione più viva di questo viaggio è sicuramente quella che la riconciliazione stesse cominciando a crescere nella coscienza collettiva come processo irreversibile.
Clarke ci richiamò all’ordine quando la conversazione cominciò a deviare e indicò – forse come messaggio – che avrebbero fatto immediatamente dei passi in direzione di una congiuntura USA-Cuba per un piano sul terrorismo. Alla fine di una lunga annotazione sul suo palmare, Dobbins concluse dicendo che avrebbero comunicato con la loro ambasciata a Cuba per implementare il progetto. Feci un commento ironico sul ruolo che lui stava dando alla Sezione Interessi a L’Avana a cui Dobbins rispose di buon umore: “Ciò che abbiamo laggiù non è un’ambasciata ma è molto più grande di un’ambasciata”. Risero tutti con maliziosa complicità. Non furono discussi altri punti, dato che non sembrava il caso, ma pensai che li avrebbero analizzati tra loro più tardi.
L’incontro durò in totale 50 minuti, incluso il ritardo di Mack. Mack lo concluse con una frase di rito: “So che lei ha un’agenda fitta prima di tornare in Messico e anche noi abbiamo molte cose da fare”. Proseguì con un paragrafo breve e conciso, che sembrò una risposta formale ai nostri sforzi. Sarebbe irresponsabile cercare di riportarlo esattamente ma lo spirito e il tono delle sue parole esprimevano il suo apprezzamento per la grande importanza del messaggio, degno della massima attenzione del suo governo, e di cui si sarebbero occupati con urgenza. Poi, come in un happy end, e guardandomi dritto negli occhi, mi fece un complimento personale: “La sua missione è stata di fatto della massima importanza, e l’ha portata a termine egregiamente”. Né l’eccessivo onore né l’assenza di modestia mi fecero dimenticare quell’espressione alla gloria effimera e i microfoni nascosti nei vasi di fiori.
Lasciai la Casa Bianca con la ferma impressione che lo sforzo e le incertezze dei giorni precedenti valessero la pena. L’irritazione per non aver consegnato il messaggio personalmente al Presidente era stato compensato da un conclave più informale e operativo, i cui buoni risultati sarebbero arrivati. Allo stesso tempo, conoscendo le affinità di Clinton e di Mack e la natura della loro amicizia sin dai tempi della scuola, ero sicuro che presto o tardi il documento sarebbe finito nelle sue mani nell’atmosfera informale di un dopocena.
Alla fine dell’incontro, assistetti a un gesto galante quando, fuori dall’ufficio, un usciere mi portò una busta con le foto scattate sei mesi prima durante la mia visita precedente all’Ufficio Ovale. Tornando in hotel, l’unica frustrazione fu che fino ad allora non ero stato capace di scoprire o godere il miracolo della fioritura dei ciliegi di quella magnifica primavera.
Ebbi giusto il tempo di fare le valigie e di prendere il volo delle 17.00. Quello che mi aveva portato in Messico quattordici giorni prima dovette rientrare alla base con una turbina danneggiata, e aspettammo quattro ore all’aeroporto prima che fosse disponibile un altro aereo. Quello che presi per tornare in Messico, dopo l’incontro alla Casa Bianca, ebbe un ritardo a Washington di un’ora e mezza mentre riparavano il radar e i passeggeri erano a bordo.
Prima di atterrare in Messico, cinque ore dopo, dovemmo sorvolare la città per quasi due ore perché un carrello era fuori servizio. Niente di simile mi era mai accaduto da quando presi un aereo la prima volte 52 anni prima. Ma non avrebbe potuto fare alcuna differenza per una missione di pace che occuperà un posto privilegiato nelle mie memorie.
Gabriel Garcia Marquez è l’autore di Cent’anni di solitudine, L’autunno del patriarca, L’amore ai tempi del colera e Il generale nel suo labirinto.
Tradotto da ELENA MEREGHETTI (elena_m72@yahoo.it) per Nuovi Mondi Media
Fonte: http://www.counterpunch.org/marquez05212005.html
giugno 3 2005
Le massime
Sono sentenze che vengono recepite come regole per il buon agire.
Non passa giorno che non ne incroci qualcuna sul Web. Di solito sono seguite dall’autore e tu ti soffermi per un attimo dinanzi a cotanta sapienza. Poi vai oltre, forse dimentichi l’autore, forse quella frase non l’ha nemmeno detta lui. Pero’ ogni tanto ti ritorna in mente, e tu la usi in questo mare procelloso della nostra esistenza, dove sembra abbiamo tutti perso la bussola.
La seguente massima, per esempio, non ricordo piu’ nemmeno chi l’ha scritta, forse Giorgio Washington, forse Schopenauer o forse Sacha Guitry (quando non sanno a chi affibbiare una massima, di solito la attribuiscono a lui, con la conseguenza che sembra abbia passato piu’ tempo a scrivere massime che a respirare.) La frase e’ bella e rasenta il sublime:
NELLA VITA, E’ POSSIBILE INGANNARE QUALCUNO PER SEMPRE O TUTTI PER QUALCHE TEMPO. NON E’ POSSIBILE INGANNARE TUTTI PER SEMPRE….
E tu rimani li’, come incantato da tanta saggezza, finche’ non ti capita di accendere il televisore e vedere il nostro presidente del consiglio che da un palchetto per i comizi fa cenno dell’OK ma con il dito sbagliato. E ti viene da pensare. Che un giorno, fa le corna, un altro mette la bandana, un altro ancora mostra i capelli, si addormenta durante i discorsi di Ciampi, si palpa, ammicca e credo che oramai il popolo bue sia pronto per accogliere la grande scoreggia durante qualche visita di stato.
Ma non e’ solo il gesto, pure l’eloquio, che un giorno fa fondare Roma da Romolo e Remolo, un altro stabilisce la supremazia della Civilta’ d’Óccidente su quella Islamica, e parla e parla, spaziando dall’economia alla Presa della Pastiglia minando da par suo certezze millenarie…
E mentre fa tutto questo ride e ride e ride.
Perche’ il furbacchione l’ha buttata sul ridicolo e nemmeno la satira lo scalfigge….
E allora ti torna in mente la massima che tanto ti ha colpito, e vedi questo che ci sta prendendo per il culo da dieci anni e altrettanti ci prendera’ finche’ piacera’ a lui, con tanto di utili idioti che lo aiutano nel suo intento: lo e’ stato D’Alema che credeva di uccellarlo con l’inciucio, lo e’ stato Bertinotti e Marini quando affossarono il governo Prodi, lo e’ stato Prodi incapace persino di contarsi i voti prima di porre la fiducia, e adesso e’ comparso Rutelli “che je sta’ a porta’ li voti con le orecchie ( Guzzanti docet) e ti domandi:
Non puoi prendere per il culo tutti e per sempre?
Ma chi minchia l’avra’ scritta, questa idiozia?
P.S.
Vabbe’ approfitto del tema e vi lascio anch’io qualche massima per domani:
Palermo Boccadifalco 28
Milano Linate 25
Catania Fontanarossa 29
Bari Palese 31
Arcore Non pervenuta
www.liblab.it
Deficit, scontro aperto Italia-Ue
E Berlusconi attacca: ora l’Europa va ripensata
dal Corriere - 3 giugno 2005
Bruxelles prepara la procedura sui conti pubblici dell’Italia, per disavanzo eccessivo. Il commissario per gli Affari economici, lo spagnolo Almunia, avvierà l’iter martedì prossimo. L’Italia però vuole respingere l'iniziativa della Commissione. Il ministro Siniscalco: «Il documento di Bruxelles è unilaterale, contiene punti inaccettabili». Lunedì prossimo Siniscalco vedrà Almunia per esternargli la sua irritazione per la «fuga di notizie» sull’azione in corso e per come i «burocrati» di Bruxelles hanno valutato i conti pubblici italiani. Dopo i due no di Francia e Olanda ai referendum sulla Costituzione, Berlusconi attacca: «Ora l’Europa va ripensata». Per il premier vanno rivisti Patto di stabilità e burocrazia, non i valori.
Alle pagine 2 e 3 Caizzi, de Feo, Di Caro, Fubini
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Deficit, Almunia all'attacco. L'ira di Siniscalco
Bruxelles prepara la procedura sui conti. Il Tesoro: niente manovra bis, inaccettabili le fughe di notizie e i giudizi dei tecnocrati Il rapporto: « Le infrazioni sul disavanzo non sono temporanee né impreviste » Maroni: orgogliosi di superare il 3%
DAL NOSTRO INVIATO BRUXELLES — E' pronto l'atto di accusa della Commissione europea contro il governo Berlusconi per i conti pubblici non in linea con il Patto di stabilità. Il commissario per gli Affari economici, lo spagnolo Joaquín Almunia, deve farlo approvare dai suoi colleghi nella riunione di martedì prossimo a Strasburgo e poi passarlo alla valutazione dei ministri finanziari dell'Ecofin, prevedibilmente il 12 luglio prossimo. In questa sede si deciderà sulla necessità di richiedere misure in grado di riportare il bilancio dello Stato sulla linea indicata dal Trattato di Maastricht. Ma il governo Berlusconi intende respingere l'iniziativa di Bruxelles. Il ministro dell'Economia Domenico Siniscalco, alle prese con la recessione, ritiene che l'obiettivo principale sia « ritrovare la crescita » ed esclude una manovra correttiva nel 2005, in sintonia con il premier e vari esponenti della maggioranza. Lunedì prossimo ha in programma un chiarimento all'Eurogruppo di Lussemburgo con Almunia per esternargli la sua irritazione per la « fuga di notizie » sull'azione in corso e per come i « burocrati » di Bruxelles hanno valutato i conti pubblici italiani.
UNA TANTUM. L'analisi della Commissione appare senza attenuanti. Sentenzia che gli sfondamenti del livello massimo di deficit previsto dal Patto di stabilità ( 3% del pil) nel 2003 e nel 2004 non possono essere giustificati nemmeno con la « flessibilità » del nuovo Patto di stabilità, riformato per adeguarlo ai ripetuti sfondamenti di Germania e Francia. Non deriverebbero da « eventi imprevisti fuori dal controllo delle autorità italiane » , né da « un severo rallentamento dell'economia » . A Bruxelles evidenziano il carattere « strutturale » dei gravi problemi della finanza pubblica italiana. Criticano la scelta dell'ex ministro Giulio Tremonti di puntare sulle misure « una tantum » , che risultano « aumentate dallo 0,6% del pil del 2001 al 2% nel 2003 » , e di non aver attuato una politica rigorosa quando sarebbe stato consigliabile ( 2001 2002) per affidarsi a illusorie aspettative di ripresa, basate su « stime troppo ottimistiche » . Riconoscono a Siniscalco più attenzione agli interventi strutturali. Ma temono che i pesanti problemi di crescita aprano rischi di aggravare le già preoccupanti previsioni di un disavanzo al 3,6% del pil quest'anno e al 4,6% nel 2006. Le infrazioni del governo Berlusconi non sarebbero pertanto « temporanee » o « eccezionali » . Anche dopo « l'analisi di tutti i fattori rilevanti » , il deficit risulterebbe eccessivo, mentre il debito al 106,6 del pil nel 2004 ( il Trattato di Maastricht indica il 60%) « non è sceso in modo soddisfacente negli ultimi anni».
ORGOGLIO.
Tutte queste considerazioni rendono scontata la richiesta di una procedura contro il governo italiano per obbligarlo a interventi correttivi. Ma Berlusconi, pur rinviando al ministro dell'Economia, ha fatto capire di non aspettarsi una condanna nella sede politica dell'Ecofin. Siniscalco considera addirittura dannosa una manovra bis. « Ciò che serve è una buona riforma dell'Irap, una finanziaria credibile e una politica di contenimento del debito — ha detto il ministro — .
Fare ora una manovra bis, per altro non suggerita dalla Commissione europea, né dalle agenzie di rating, sarebbe come confondere i sintomi per le cause. E quindi sarebbe controproducente per una economia in una situazione di difficoltà » . Il ministro del Welfare, Roberto Maroni, ha addirittura rivendicato a Lussemburgo con « orgoglio » il deficit eccessivo « perché stiamo spendendo per ridurre le tasse, per ridurre l'Irap e per fare gli investimenti che servono » . Ma la Commissione sembra decisa a dimostrare proprio con il « caso Italia » la sua capacità di far rispettare il nuovo Patto di stabilità più « flessibile » , nonostante la crisi di credibilità provocata dalla vittoria del « no » nei referendum in Francia e in Olanda sulla Costituzione Ue.
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IL BANCHIERE
Saccomanni: la secessione da Eurolandia per la lira? Suicida
« La partecipazione alla moneta unica comporta una serie di riforme e adeguamenti che non ci sono stati dice il vicepresidente della Bers . Non siamo entrati nell'euro per masochismo. Se i politici volessero rinunciare a questo ancoraggio, sarebbero dei folli » Cosa significa faticare a competere con l'euro nelle tasche e nei bilanci, Fabrizio Saccomanni lo sa. Vicepresidente della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo ( Bers), vede ogni mese imprese italiane che perdono occasioni nei mercati dei nuovi Paesi dell'Ue. Per le più banali delle ragioni, racconta: impiegati che non usano il computer, manager che non parlano in inglese con i finanziatori internazionali o gli enti locali, micro aziende da 2 3 occupati che non si fanno largo. Che c'entra questo con la fatica di competere con l'euro? « C'entra, perché era chiaro dall'inizio che la partecipazione alla moneta unica avrebbe comportato una serie di riforme strutturali e adeguamenti che non ci sono stati » , risponde Saccomanni, oggi alla Bers di Londra dopo una lunga carriera ai vertici della Banca d'Italia. rimpiange re la lira e le sue svalutazioni corsare? « Quel le le abbiamo già fatte e non hanno funzionato, ci hanno provocato solo dei danni. Non siamo entrati nell'euro per masochismo o autoflagellazione.
Nessuno rimpiange l'inflazione al 22%, il deficit di bilancio al 12% del reddito nazionale. Ma serve anche una percezione chiara delle necessità nel nuovo regime monetario » . Però un euro più debole, più simile alla vecchia lira, piacerebbe a tutti...
« L'abbiamo già visto. Nei primi due anni c'era un cambio drogato, fino a 82 centesimi di dollaro: non ha avvantaggiato nessuno. E' stato uno strumento di breve respiro che non ha risolto i problemi dell'economia reale. Che proprio noi rimpiangiamo le svalutazioni, con i danni che ci hanno portato, è davvero singolare » . Eppure la nuova moneta non è popolare in Italia. Perché? « Tutti lamentano l'effetto prezzi. Ma quello è dovuto principalmente alla mancanza di reale concorrenza nella distribuzione. Un'altra critica è che la Banca centrale europea sia rigida nell'abbassare i tassi. Ma, anche qui, non abbiamo ancora una flessibilità dell'economia come quella che permette alla Fed in America di essere più aggressiva » . Va bene: non è colpa dell'euro, è colpa dell'Italia. Quanto a questo c'è chi prevede, o auspica, una « secessione » da Eurolandia forzata dal ritardo del Paese. E un rischio reale? « E' irrealistico. Per quanto impopolari le riforme a un certo punto vengono fatte, la storia d'Italia ne è la prova. Ma è stato un disservizio al sistema economico dare l'impressione, con le critiche all'euro o al Patto di stabilità, dare l'impressione che certe cose potessero essere rinegoziate » . E l'area euro non cederà sotto il peso delle differenze fra Stati? « Lo escludo. Si pensi all'ancoraggio che l'euro ha dato in una crisi petrolifera senza precedenti o dopo l' 11 settembre. Se i politici volessero rinunciarvi sarebbero dei folli » .
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Ds Milano - Rassegna stampa
Crocetta-Cuffaro: faccia a faccia alle prossime elezioni regionali?
Dopo la vittoria elettorale di Scapagnini a Catania, e con lui la casa delle libertà, all’interno della quale è apparso straripante il successo personale di Raffaele Lombardo, il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, sulle ali dell’entusiasmo, si è detto disponibile ad anticipare le elezioni per l’assemblea regionale, la cui scadenza naturale è invece prevista per il 2006. Cuffaro ha parlato e i partiti, specialmente quelli del centro sinistra, hanno accelerato le consultazioni, all’interno e all’esterno di ciascuna formazione politica, per scegliere i candidati e approntare le liste, considerato che questa volta, e dopo la vittoria dei SI al referendum regionale, per avere una rappresentanza all’ARS bisognerà superare lo sbarramento del 5%. In questa fase, la querelle nel centro sinistra riguarda la scelta del candidato alla presidenza della Regione da opporre a Cuffaro, che verrà confermato dal centro-destra. Ed allora i nomi che si fanno sono quelli dell’ex rettore dell’università di Catania, Latteri, quello di Leoluca Orlando, che vorrebbe però le primarie, poco gradite dai DS, c’è poi la probabile candidatura di Luigi Cocilovo, europarlamentare della Margherita ed ex cislino, ed infine, ma non ultimo, anche il nome del sindaco di Gela Rosario crocetta. Di Crocetta parla oggi il quotidiano La Sicilia, e, con largo spazio, pure il giornale L’unità, che pubblica una proposta di Salvatore Calleri, presidente della fondazione Caponnetto. Calleri, che è diessino, parte da questa considerazione: il candidato deve essere un uomo di valore come Vendola, in Puglia, e Marrazzo, a Roma per la regione laziale, e suggerisce di avviare le primarie in Sicilia individuando in Rosario Crocetta il candidato ideale a governatore dell’isola per il centro-sinistra. Egli è l’uomo di valori – scrive Calleri – attento conoscitore dei problemi quotidiani dei siciliani, parte integrante del mondo cattolico associativo. Uomo antimafia ma non solo, pervicace sostenitore della giustizia sociale, può rappresentare l’alternativa all’asse Cuffaro-Lombardo che attualmente governa la Sicilia. Calleri conclude la sua lettera dicendo che vota per Crocetta e chiede ai lettori del giornale, alle associazioni e allo stesso quotidiano dei DS di aprire su L’Unità un forum sulle primarie in Sicilia e sulla candidatura del sindaco di Gela. Insomma, dopo la proposta lanciata dal segretario dei comunisti italiani, Di Liberto, la candidatura di Rosario Crocetta si sta facendo strada prepotentemente nel panorama politico, anche a livello nazionale. www.tg10.it
ULTIMA CHIAMATA PER IL CENTROSINISTRA
MASSIMO GIANNINI
da Repubblica - 3 giugno 2005
RUTELLI dichiara in tv «caro Romano, stringiamoci la mano, noi ti sosterremo lealmente», Prodi risponde da Creta «riapriamo un confronto collettivo sulla guida dell´Unione». A parte l´ennesima dimostrazione plastica di una perdurante sfasatura politica, l´annuncio del Professore scuote un´altra volta le già sfibrate radici dell´Ulivo. Semina altro panico tra i leader già disorientati del centrosinistra. Nessuno ne era informato. Nessuno se l´aspettava. Nessuno sembra condividerla (anche se non lo dice).
ULTIMA CHIAMATA
Un altro piccolo passo verso l´eutanasia di un´alleanza, dunque? Può darsi, nonostante le successive «precisazioni» del portavoce di Prodi, e a giudicare dall´irritazione con cui hanno reagito gli stati maggiori della Margherita e dallo stupore con cui hanno replicato i vertici dei Ds. Perché stressare di nuovo la coalizione con una sortita sul Web, invece che ragionare tutti insieme in una riunione? Perché stuzzicare ancora una volta Rutelli, dopo lo strappo consumato nel suo partito sul no alla lista unitaria? Perché frustrare ancora una volta Fassino, dopo il faticoso lavoro di ricucitura al centro a cui il segretario della Quercia si sta dedicando ormai da due settimane?
Dubbi più che legittimi. Eppure sarebbe ingiusto liquidare solo così quello che è accaduto. La mossa del Professore ha un merito: finalmente può fare chiarezza. Rilanciando in campo aperto l´ipotesi delle primarie, Prodi compie una doppia (ancorchè tardiva) «operazione-verità». Prima verità: dopo quello che è successo, nell´Unione si è formalmente aperto un problema di leadership, che va risolto presto e bene. Rimettendo in gioco la sua, di leadership, il Professore riconosce implicitamente di aver vissuto la rottura nella Margherita come un vulnus personale. Non rinuncia al suo progetto, tanto che nel lungo testo che accompagna il suo annuncio lo ripropone con una determinazione ancora maggiore, sia sul piano dei contenuti (il programma riformista) sia sul piano del contenitore (la federazione e la lista unitaria), fino al punto da profilare l´idea che il listone ulivista possa andare avanti «con chi ci sta», benchè «nel rispetto assoluto delle decisioni prese» e nella consapevolezza «di una diversità di posizioni tra i partiti e dentro i partiti». Ma adesso Prodi subordina questo progetto all´esigenza di una rilegittimazione sostanziale del ruolo-guida di cui gli alleati lo avevano investito un anno fa. Seconda verità: questa rilegittimazione per lui può anche venir meno, purchè l´alleanza decida di scegliere il suo leader con regolari e democratiche elezioni primarie (e questa volta vere, non quelle finte di cui si parlava fino a due mesi fa). Questo vuol dire che se esistono altri candidati (a parte il solito Bertinotti) devono farsi avanti a viso aperto. E a viso aperto devono rappresentare un disegno politico diverso, se non alternativo. Perché a questo punto la scelta di un leader non può essere disgiunta da quella del progetto di cui lo stesso leader è portatore. Prodi un progetto ce l´ha. E ieri, nel suo documento, è tornato ad esporlo con chiarezza, non solo nell´individuazione dei valori (Europa, competitività, solidarietà) ma anche nell´indicazione delle formule (Fed, listone, unico «grande gruppo parlamentare»). Se qualcuno ne ha un altro, si faccia avanti e competa.
Certo, tutto questo postula una presa d´atto. Nel centrosinistra, ormai, la competizione sembra prevalere sulla cooperazione. E tra gli alleati, anche nel perimetro del riformismo, a forza di rivendicare le rispettive «identità» la distinzione rischia di tradursi sempre più spesso in divisione.
La responsabilità è dei tanti che non hanno accompagnato con la necessaria convinzione il cammino di Prodi. Ma una parte di responsabilità è anche del Professore, il leader senza partito, che oggi paga un esercizio altalenante del suo stile di comando. In questi mesi ha alternato improvvisi strappi programmatici (rimarcati spesso dai toni ultimativi delle sue dichiarazioni) a improvvidi silenzi politici (riempiti solo dal rumore di sottofondo prodotto dai suoi tanti «esegeti»). Il risultato è che ora su di lui si concentrano due critiche uguali e contrarie: nella stessa alleanza c´è chi lo considera un leader troppo dispotico, e chi invece lo ritiene un leader troppo labile. Il vero paradosso è che sono un po´ vere entrambe le cose. Manca un anno alle elezioni, l´Europa è malferma e l´Italia è malata. Andare avanti così, per l´opposizione che si candida a governare, sarebbe questo sì un vero suicidio. Prodi se n´è reso conto. Ora tocca a tutti gli altri. Per il centrosinistra è l´ultima chiamata. Il Paese non può più aspettare.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Bonelli, sconvolgente il patto 'ndrangheta-Stato rivelato da L'Espresso
ROMA- "Le rivelazioni di un ex capo criminale calabrese della 'ndrangheta pubblicate dal settimanale 'L'Espressò che evidenziano un patto tra 'ndrangheta e Stato per lo smaltimento dei rifiuti tossici, non possono che essere definite sconvolgenti. Ed è per questo il governo si deve attivare immediatamente per chiarire l'intera vicenda". Lo dichiara, in una nota, Angelo Bonelli, Coordinatore nazionale dell'esecutivo dei Verdi.
Sul settimanale si fa riferimento ad un lungo memoriale scritto da un ex capo della 'Ndrangheta di cui si tiene celato il nome per ragioni di sicurezza, già in passato collaboratore di giustizia. Alla direzione nazionale Antimafia, come riporta il magazine, ha consegnato pagine e pagine scritte in prima persona dove le rivelazioni sull'affondamento doloso delle navi radioattive si alternano a quelle sui traffici internazionali di armi e sulle convergenze con uomini dello Stato e dei servizi segreti.
"È necessario - afferma Bonelli - che le rivelazioni dell'ex boss siano oggetto di immediata verifica. I Verdi presenteranno un esposto alla Procura della Repubblica di Roma e alla Procura Distrettuale Antimafia per accertare se quelle dichiarazioni corrispondono a verità e chiedono di avviare un attento monitoraggio dei siti indicati dall'ex boss della 'ndrangheta.
Devono essere chiariti tutti i dubbi in merito allo stoccaggio di bidoni di rifiuti tossici sul territorio italiano, perché, ove fosse accertata la loro presenza, dovrà essere tempestivamente avviata una capillare bonifica ambientale
( ansa )
Sulla Rai gli inciuci continuano
EDUARDO RINA
Le vicende rocambolesche di queste ultime ore per l'individuazione di un presidente di Garanzia della Rai, dopo la bruciatura di Monorchio, ripropongono il vero "nodo" del problema: il Conflitto di interessi del Capo del Governo e proprietario di Mediaset.
Ha detto bene Beppe Giulietti, in un raro e coraggioso soprassalto di "lucidità", nel mezzo di tanto manovrismo e ipocrisia dei vertici politici dei Ds e della Margherita:
"Il Presidente del Consiglio non rinuncerà a difendere i suoi interessi. Vuole un Direttore Generale di suo gradimento e garanzia!"
Quindi tutta la finta discussione sulla presidenza Rai è marginale rispetto al problema della gestione dei programmi discussi e decisi dal Consiglio d'Amministrazione. Perché è sui programmi (qualità, contenuti, palinsesti, intrattenimento, direttori di rete e telegiornali, contratti pubblicitari, ecc...) che Berlusconi ha difeso e rafforzato in tutti questi anni Mediaset; ed è sui programmi Rai (di bassissima e volgare qualità) che ha costruito scientificamente il suo Minculpop e il suo bacino di consensi politici ed elettorali fino a predisporre la Riforma Gasparri che ne garantisce e rafforza gli interessi nel presente e nel futuro!
Intanto Sandro Curzi, in virtù della sua data di nascita, si crogiola e si autopontifica come presidente ad interim e ci fa sapere, dalle numerose interviste rilasciate nelle ultime ore, che è "sicuro" di incidere sul cambiamento di rotta! Che dire?... povero Curzi!
Adesso pare che Fassino e Rutelli vogliano fare solo la battaglia per un "presidente di Garanzia" (già il termine "garanzia" in democrazia fa venire brividi e orticaria!), bilanciando la candidatura di Claudio Petruccioli e abbandonando la linea di Romano Prodi di individuare insieme e contemporaneamente Presidente e Direttore Generale! E' una scelta miope e perdente per la democrazia e il pluralismo dell'informazione nel nostro Paese! Speriamo che Prodi non molli e rimanga coerente!
Sostenere esclusivamente la candidatura di Petruccioli può essere soltanto una vittoria di Pirro per la classe dirigente dei Ds e della Margherita che hanno già, probabilmente, ipotizzato organigrammi a difesa dei loro esclusivi interessi politici e di "visibilità" autopropagandistica!
Claudio Petruccioli va benissimo pure a Berlusconi! Rutelli e Fassino si chiedono almeno perché?www.centomovimenti.com
governo ha deciso si vende le spiagge
Rispunta dal cilindro dell'esecutivo l'idea del ministro Tremonti: le coste italiane potranno essere date in concessione per un |