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luglio 31 2005
Sylos Labini: De Benedetti, immorale l'accordo con Silvio
«Non capisco, come cittadino e come economista Forse dall'intesa pensano a vantaggi di tipo politico»
Giuliana Ferraino
dal Corriere - 31 luglio 2005
MILANO — L'idea che il Cavaliere e l'Ingegnere diventino soci in affari e creino un fondo, quotato in Borsa, per risanare medie aziende in difficoltà lo lascia «disorientato». «A quasi 85 anni credevo di essermi abituato a non stupirmi più di questo Paese, sbagliavo», afferma l'economista Paolo Sylos Labini, autore di scritti feroci sul governo Berlusconi e vicino a Libertà e Giustizia (LeG), il pensatoio di cui Carlo De Benedetti è stato promotore.
Professor Sylos Labini, anche alcuni esponenti di LeG «perdonano» l'inedita alleanza.
«Ho letto le dichiarazioni al Corriere di Sandra Bonsanti e Gianni Locatelli: non sono d'accordo, nessuna indulgenza. Sto con Aldo Gandolfi, che ha lavorato una vita in Olivetti, e sono sconcertato quanto lui. Non è vero che business is business. Come diceva Adam Smith, non c'è economia senza etica. Altrimenti si finisce come l'Argentina».
Addirittura?
«Conosco bene Buenos Aires, Alfonsin mi chiese anche consigli. L'economia era dominata dalla corruzione più violenta e alla fine l'unione tra impresa e politica corrotta è venuta fuori. Non sono più i tempi di Machiavelli. Oggi questa logica è inaccettabile. Anche negli Stati Uniti, dove non sono certo angioletti, tutti hanno applaudito il Sarbanes Oxley Act, dopo i grandi scandali societari. Il capitalismo che si fonda sui profitti deve avere vincoli morali ».
Sta dicendo che l'alleanza in affari tra Berlusconi e De Benedetti è immorale?
«Berlusconi è molto peggio di un corrotto: è un corruttore. Se De Benedetti non lo capisce subito, tutto ciò gli franerà addosso».
Nessuno dubita che Berlusconi sia un grande imprenditore.
«Come già diceva Adam Smith, gli imprenditori che fanno fortuna con l'appoggio politico, con le privative o con i favori non sono veri imprenditori. Berlusconi senza Craxi e le sue prepotenze non sarebbe nulla. Smith lo avrebbe subito smascherato.
Il vero imprenditore è Bill Gates. O Leonardo Del Vecchio, che ora con i suoi occhiali va in Cina».
De Benedetti lo è?
«Sì, anche se ha operato più nel campo della finanza che dell'industria. E la finanza, se è fine a se stessa, sfocia nella speculazione».
Se incontrasse l'Ingegnere?
«Gli direi: please, mi vuole spiegare il senso di questo accordo? Non capisco, come cittadino e come economista. Forse pensano a vantaggi di tipo politico».
Da economista non crede che sia una buona idea offrire alle medie imprese in difficoltà capitali e management per rilanciarle?
«De Benedetti sostiene che non è beneficenza e non si tratta di una nuova Gepi, eppure le assomiglia molto. Sono sempre stato molto critico sulla Gepi, la logica però era chiara: dietro c'era lo Stato che voleva salvare le imprese. Se due privati si pongono questo obiettivo non ha senso. Non ci sono le condizioni. Siamo in declino. Le imprese italiane sono in crisi non solo perché non ci sono risorse finanziarie sufficienti, ma perché manca la capacità di innovare, di resistere alla concorrenza dei Paesi emergenti, in particolare della Cina. I capitali non bastano senza innovazione e un mercato concorrenziale».
Che cosa prevede?
«Credo che gli amici di LeG dovranno diventare più attivi. Sapendo che, come mi disse l'amico Galante Garrone poco prima di morire, ormai siamo pochini pochini a lottare...».
E qualcuno si mette in affari col «nemico»...
«Appunto. Per questo è sconcertante. Lo fa per i soldi? Si dice che la moneta non puzza, ma chi la trasmette sì».
E del governatore Fazio che ne pensa?
«Dopo le intercettazioni mi è venuto freddo alla schiena. Non sono un giudice, non so se Fazio abbia colpe, ma per la credibilità della Banca d'Italia si deve dimettere, ormai è un danno al Paese».
«Come diceva Adam Smith, non c'è economia senza etica Altrimenti si finisce come l'Argentina»
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Ds Milano - Rassegna stampa
Coerenza
Leggo oggi sulla Repubblica che Carlo de Benedetti ha varato un fondo di investimento dai nobili scopi (aiutare le medie aziende in crisi) ma con principale socio...la Fininvest.
Questo è l'esito di decennali prediche antiberlusconiane da parte dell'editore di Repubblica?
Entrare in società con una finanziaria i cui soci fondatori sono tuttora occulti e il cui principale azionista è (prima pagina di Repubblica, fondo del povero Curzio Maltese) colui che decide le sorti delle sei reti televisive nazionali, tre supposte pubbliche?
Complimenti a De Benedetti e agli altri soci dell'iniziativa. E soprattutto complimenti a Fininvest e al suo dominus, ormai sdoganato anche dai radical-chic nazionali... www.caravita.biz
Un fantasma si aggira per l'Italia, anzi due .....
Forse i fantasmi sono addirittura due milioni. Li incontri in giro: ieri in ufficio, oggi in vacanza. Più spesso alle feste popolari, dell'Unità, di Liberazione, ma anche della Margherita.
Un fantasma si aggira per l'Italia, anzi due .....
Forse i fantasmi sono addirittura due milioni.
Li incontri in giro: ieri in ufficio, oggi in vacanza. Più spesso alle feste popolari, dell'Unità, di Liberazione, ma anche della Margherita.
Non li riconosci subito. Devi prima scambiare i soliti convenevoli, poi iniziare timidamente un ragionamento sulle cose della politica.
Ecco, lì ti avvicini: non appena scoprono che sei di sinistra, di centrosinistra, ecco la domanda fatale, fatta con un po' di apprensione per la risposta, quasi sperando che a te sia venuta qualche idea in più.
'Ma tu, al proporzionale, cosa voterai?' te lo chiede, e ti guarda negli occhi, vuole capire se sei portatore di certezze o se, come lui, anche tu sei roso dal dubbio.
Nelle statistiche li chiamano 'quelli del valore aggiunto'. Quelli che votano solo Ulivo, alle politiche, o solo la lista del Presidente o del Sindaco, alle amministrative.
Sanno di essere in tanti, sanno che sono loro che fanno la differenza.
Ma, da qualche mese (solo da qualche mese?!) sanno anche che non 'contano', perché non sono 'schierati'; non 'pesano', perché non hanno rappresentanza; non 'decidono', perché non hanno partito. O, meglio, sono oltre il partito, sono per il 'grande' partito, unito, democratico, aperto alla società ed alle novità, che guarda avanti e non indietro.
Sono 'quelli che l'Ulivo'. E sanno che l'anno prossimo, al proporzionale, loro non esisteranno. Sciolti nell'acido da decisioni assurde, prese sulla loro testa, senza nemmeno chiedere scusa.
'Ma tu, al proporzionale, cosa voterai?'. La domanda tambureggia e fatica ad ottenere risposta.
'Mi tapperò il naso, e voterò il partito X', abbozzi.
Ma sai già quanto sia faticoso tapparti il naso e fare la croce su quel simbolo. Perché sarà anche sbagliato, sarà anche che il tuo naso – forse – è un po’ troppo pretenzioso. O sarà che si storce per un nonnulla. Ma è il tuo naso, mica puoi cambiarlo a comando.
E poi, a tapparsi il naso in cabina elettorale mica è semplice, rischi che la matita ti scorra via. Ci scappa che, senza volerlo, per la prima volta in vita tua la scheda venga fuori nulla, per uno scarabocchio non voluto.
Tanti lo faranno, come no?! Tanti si tapperanno il naso. Tanti, ma non tutti. Si, ma quanti? E quanti, invece, non ci riusciranno?
E cosa costerebbe, invece, proporre anche per il 'popolo dell'Ulivo' un approdo sereno. Si, certo, un po' di risulta, scalchignato, minore. Nulla a che vedere rispetto a 'ciò che poteva essere ma non sarà'.
Un porticciolo, insomma. Ma che almeno ci sia. Un piccolo porticino, nel quale rifugiarsi per riprendere fiato, ritemprare le forze. In attesa di tempi migliori. Che si aggiunga e si unisca agli altri porti - quelli più grandi, quelli ufficiali - insieme ai quali mandare a casa il venditore di Arcore.
Sinceramente: come si può scommettere sul fatto che tutti o quasi si tureranno il naso? Ma davvero ci credono i nostri leaders? Ma davvero se la sentono di correre un simile rischio?
E poi, una volta potranno pure tapparselo, ma la seconda? Nello stesso giorno? Alla stessa ora? Nello stesso posto?
Sì, perché mica é finita qui. Non c'é solo da incazzarsi perché si resta orfani dell'Ulivo, al proporzionale. C'é anche da fare tutti gli scongiuri che non capitino proprio a te, nel tuo collegio, al maggioritario, le new entry dell'Unione.
Perché, se sei sfigato, una volta turato il naso, fatta la croce sul partito X, richiusa la scheda del proporzionale, aperta quella del maggioritario, di fianco al simbolone dell'Unione rischi di trovarti stampato, in bella vista, il nome dell'ultimo sfavillante acquisto del Centro Sinistra (...oddio, con o senza trattino?).
E allora, anche lì, altra tiratina di naso, altro sforzo di volontà, altra bile che va in circolo, altro vorticoso giramento di gonadi.
Inevitabile, dici? Può essere. Gli equilibri, in una coalizione larga, vanno ricercati in tanti modi, anche usando la leva delle candidature. Mica é uno scandalo!
Ma lo si dica in modo esplicito, e lo si faccia limitandosi ai casi necessari ed impellenti.
E per riequilibrare la cosa, negli altri collegi, si aprano porte e finestre, e si chiami la nostra gente, il nostro elettorato, a scegliersi il proprio candidato vincente per sconfiggere il rappresentante locale dell'impresario di Arcore.
Se le primarie van bene per scegliere il nostro candidato alla Presidenza del Consiglio, perché mai non dovrebbero andar bene per scegliere i nostri candidati alla Camera ed al Senato, nei Collegi del maggioritario?
Questo si chiedono quelli del 'valore aggiunto'. E, per il vero, non soltanto loro. Non lo si può fare in tutti i collegi?
Fin per la carità .... nulla a pretendere. Lo si faccia almeno nei collegi incerti, in quei collegi nei quali, magari, anche l'argomento della partecipazione, della condivisione, dell'apertura potrebbe risultare utile a spostare verso l'Unione quella manciata di voti che può servire a farci vincere. In quel Collegio ed in tutto il Paese.
Sogno di una notte di piena estate? Può essere. Ma sognare non é cosa disdicevole. E poi, se c'é da sognare, meglio sognare a colori.
Deo Fogliazza
dell'Esecutivo nazionale Cittadini per l'Ulivo
L'EUROPA VISTA DA EST
INTERVISTA AL SOCIOLOGO LUBOMIR VACEK SULL'INTEGRAZIONE EUROPEA, SULLA POSIZIONE DELLA REPUBBLICA CECA E SULLE OPINIONI DEI CITTADINI CECHI
a cura di Lenka Stanickova
Lubomír VACEK, ingegnere e laureato in scienze sociologiche, opera nel campo della sociologia della politica e dell’opinione pubblica. Ha una lunga esperienza nella direzione di indagini sociologiche tra il popolo ceco e nell’insegnamento della sociologia nelle università. È uno dei più rappresentativi sociologi orientati a sinistra nella Repubblica Ceca, ricercatore e pubblicista, iniziatore dell’applicazione delle metodologie scientifiche alla ricerca sociale.
Di recente la Francia e l'Olanda, con un referendum, hanno respinto la Costituzione dell'Unione Europea. E' previsto un referendum anche nella Repubblica Ceca, oppure la Costituzione della UE sarà votata (se non è già stata votata) dal parlamento? Come hanno reagito partiti e governo cechi al voto di francesi e olandesi?
Il rigetto del trattato che fonda la Costituzione dell’Unione Europea in Francia e Olanda è ogni tanto considerato un atto simbolico, con il quale francesi e olandesi hanno rifiutato la politica dei governi dei loro paesi. Io ritengo che non si sia trattato solo di una reazione alle condizioni in questi paesi, bensì di molto di più. La maggior parte dei cittadini crede nella collaborazione dei paesi europei, ma è infastidita dall’imperfezione del documento fondativo. E ciò non solo in Francia e Olanda, ma in tutti i 25 paesi dell’Unione Europea. In qualche paese tali cittadini sono minoranza, altrove maggioranza.
Per quanto riguarda la Repubblica Ceca:finora non è deciso se e quando si svolgerá un referendum sulla Costituzione dell’Unione Europea oppure se deciderà il Parlamento.
Una notevole parte del nostro pubblico dá importanza al referendum sulla Costituzione della UE. Secondo le indagini sociologiche gli è favorevole più di una metà dei cittadini.
Dai dati di queste indagini anche risulta, che il popolo ceco non è uniforme nelle opinioni sulla Costituzione dell’Unione Europea. Per la sua approvazione si esprime circa una metà dei cittadini, un terzo è contro, e la parte residua per adesso non sa decidere. Però la parte sostanziale dei cittadini sulla Costituzione della UE non è neanche informata, non conosce il suo testo, non sa cosa contiene.
Anche tra le forze politiche vi sono opinioni diverse sull’approvazione della Costituzione Europea. Mentre la maggioritaria democrazia sociale (ČSSD) appoggia pienamente la sua approvazione, il partito di destra Partito Democratico Civile (ODS) e i comunisti sono contro.
Non penso che l’integrazione in forma di Unione Europea crolli sotto l’influenza del risultato negativo in Francia e Olanda. Però è evidente che l’Unione Europea si deve modificare per ciò che riguarda il sua futuro orientamento e lo stile di collaborazione. Del resto tale necessità si manifestava già da alcuni anni. I segnali per una modifica crescono e la direzione dell’Unione Europea ha di fronte un compito complicato, come realizzare il proprio cambiamento, anche su pressione del capitale multinazionale.
Le critiche alla Costituzione della UE hanno riguardato, soprattutto in Francia, la sua impostazione ultraliberista, che prevede la privatizzazione dei servizi sociali. Normalmente, nei paesi ex socialisti le resistenze al liberismo sono meno forti che nell'Europa occidentale. E' così anche nella Repubblica Ceca? I cittadini sono ancora "innamorati" del modello americano e del capitalismo senza controllo? Accetterebbero di pagare servizi pubblici
oggi gratuiti, come sanità e istruzione?
Sí, la critica alla Costituzione nasce, si può dire, dalla sua impostazione fortemente liberista e antisociale dell’assetto della UE. Non direi che la resistenza al liberismo sia meno forte da noi che nei paesi occidentali, oppure che i cechi siano “innamorati“ del modello americano e del capitalismo. Così si mostra solo la destra ceca, e in questo senso agiscono i media cechi, soprattutto le stazioni televisive. Secondo le indagini sociologiche che conduco, per un assetto ultracapitalistico della società ceca si esprime con vigore solo una parte del popolo ceco. Nell’ultima indagine si è espresso così solo un quinto del campione rappresentativo dei cittadini interpellati. Circa lo stesso numero è per un innovato assetto socialdemocratico, però per una società moderna socialmente giusta, si può dire una società socialista, è ancora di più – un quarto dei cittadini. Tuttavia una parte notevole, soprattutto dei cittadini giovani, non si esprime oppure non ha opinioni decise. Il ritorno al vecchio regime di prima del 1989 lo desidera solo una minima quantità della gente – circa il cinque per cento.
Queste tendenze socialiste crescono gradatamente, così come crescono la resistenza, il rifiuto del liberalismo, che alle classi popolari non porta niente di buono.
Per quanto riguarda il pagamento dei servizi pubblici – l’assistenza medica, medicine, scuole – la maggior parte dei cittadini è univocamente per la loro prestazione gratuita. Anche per il fatto che dei servizi gratuiti abbiamo avuto una lunga, buona esperienza negli anni passati.
Tra non molto anche la Repubblica Ceca dovrebbe rinunciare alla corona e adottare l'euro come moneta. Nell'Europa occidentale questo ha comportato, accanto ad alcuni vantaggi, diverse conseguenze negative per i cittadini, come la diminuzione del potere d'acquisto (praticamente ovunque i prezzi sono di fatto quasi raddoppiati). I cechi sono consapevoli di questo? La prospettiva li preoccupa? L'informazione in merito è adeguata, oppure la
minaccia viene taciuta o minimizzata?
L’introduzione dell’euro al posto della corona in Boemia non è prevista a breve periodo, forse tra cinque anni o più. La gente non se ne preoccupa. Piuttosto guardano come il cambio del mezzo di pagamento funziona negli altri paesi. In una recente indagine sociologica, meno di una metà dei cittadini ha proclamato che non è molto preoccupata dall’ammissione all’euro, però più di un terzo lo è. Delle possibilità del cambio della corona all’euro si parla, ma non tanto. Semplicemente – vedremo.
La Repubblica Ceca è, tra i paesi dell'Est, di sicuro il meglio amalgamato all'Europa. Nello stesso tempo, però, il suo governo sembra essere, in politica estera, tra i più vicini agli Stati Uniti, al punto che ha mandato anche proprie truppe in Iraq. La Costituzione Europea, nella sua forma attuale, sembra ribadire e rendere perpetua questa alleanza. Ci sono resistenze, tra i cechi, a una prospettiva simile? La Russia fa ancora paura?
Il governo della Repubblica Ceca, benché sia composto in prevalenza dai socialdemocratici, conduce la società ad un rafforzamento delle posizioni capitalistiche. Appoggia e realizza una privatizzazione in tutti i campi economici, ha problemi con la conservazione di diverse conquiste sociali, conserva la partecipazione della Repubblica Ceca alla NATO e alle missioni militari estere incluso in Iraq, nella politica estera davvero inclina fortemente per una collaborazione con gli Stati Uniti. Il governo però, in questa sua scelta, non ha affatto l’appoggio di tutti i cittadini. Prendiamo di nuovo i dati di un’indagine sociologica: nel maggio di quest’anno ha ricevuto la fiducia solo dei 32 % dei cittadini, e questo è ancora un risultato “record“ nei confronti dei mesi passati. I cechi non tifano molto per il governo.
La resistenza alla politica del governo si dimostra in molti campi della vita sociale e da parte di diversi partiti politici, non solo da partiti sinistra, soprattutto dai comunisti, ma anche da partiti dichiaratamente di destra.
Circa l’ultima parte della domanda, non si può dire, che la Russia attuale faccia ai cechi paura. Quella paura era provocata artificialmente dalla destra. Oggi si cercano piuttosto le vie di un rinnovamento della collaborazione con la Russia. Soprattutto economiche o ma anche culturali, come dimostra la recente calorosa accoglienza di Karel Gott e di altri nostri artisti a Mosca. Quanto al rapporto dei cittadini cechi con la Russia, non è ad un grado critico. Da una recente indagine emerge che il 40 % dei cittadini cechi accetterebbe senza problemi un cittadino russo per un vicino di casa. A proposito, nella scala di tredici paesi preferiti tra i cechi, il primo posto lo occupa la Slovacchia, il secondo gli Stati Uniti, il terzo la Francia, e l’Italia occupa il quarto posto. Però da noi Silvio Berlusconi non è molto amato. Tra i sette principali uomini di Stato europei occupa, nella nostra opinione pubblica, l’ultimo posto.
Per finire, lei quale Europa vorrebbe?
Quale Europa desidererei io? Sicuramente integrata, unita in base ad una comprensione reciproca dei paesi e dei popoli. Con società socialmente giuste, un’Europa senza guerre, violenze, corruzioni e criminalità. Un’Europa prospera economicamente, non grazie a miliardari con profitti di dubbia origine o fraudolenti, ma grazie al popolo, al lavoro. E a chi lavora dare la sicurezza di una vita tranquilla. Desiderei un’Europa con una cultura d’alto livello, derivante dalle idee e dall’arte di Verdi, Shakespeare, Goethe e Čapek. Sono convinto che un giorno l’Europa arriverà a tale meta. www.carmillaonline.com
cinque anni rekombinant
rekombinator - Meta RK 30.07.2005
Lanciammo la lista Rekombinant alla fine del luglio 2000, per elaborare due esperienze che in quell'anno giungevano a maturazione: la net culture fiorita negli anni novanta e il movimento globale anticorps che aveva preso forma alla fine del decennio.
"Una mailing list deve continuamente chiedersi quale sia il suo senso il suo scopo e la sua visione. Altrimenti networking diventa soltanto un'altra frase vuota e prostituita come multiculturalismo tolleranza, democrazia società aperta eccetera. Forse non incontrerai mai gli altri membri della tua lista ma è bene sapere che loro esistono. Ti fa sentir meno solo. Scrivere in una mailing list significa definire il tuo stormo. Significa che tu riconosci alcuni altri gabbiani coi quali gridare insieme online."
(Aleksander Gubas)
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Lanciammo la lista Rekombinant alla fine del luglio 2000, per elaborare due esperienze che in quell'anno giungevano a maturazione: la net culture fiorita negli anni novanta e il movimento globale anticorps che aveva preso forma alla fine del decennio. All'inizio dell'estate del 2000 a Bologna c'era stata la mobilitazione NOOCSE che per la prima volta in Italia aveva portato in piazza i temi della lotta internazionale contro la violenza economica del neoliberismo. Il centrosinistra sinistra era allora al governo, ma già si annunciava la sua sconfitta. Aveva governato indegnamente, gettando il seme del razzismo e della precarizzazione che hanno poi devastato l'Italia degli anni successivi.
Nel luglio 2000 dirigenti del partito dei democratici di sinistra ci chiesero di organizzare un incontro sui temi legati alle nuove tecnologie nell'ambito della festa nazionale dell'Unità. Accettammo la proposta e scrivemmo un documento (http://www.rekombinant.org/article.php?sid=1). Dopo aver letto il documento i dirigenti di quel partito annullarono la proposta. Non ce ne meravigliammo, né ce ne dolemmo. Potevamo fare da soli e da soli facemmo. Lanciammo il sito e la lista seguendo l'intuizione che le tecnologie ricombinanti (informatica e biogenetica) producono una mutazione delle forme di vita e delle forme epistemiche. La politica ci appariva del tutto inadeguata a comprendere e interpretare questa mutazione. Occorreva produrre una ricombinazione delle forme stesse della politica. Il che non significava affatto un'operazione formale interna al ceto politico esistente, ma un ripensamento della funzione stessa dell'agire collettivo http://www.rekombinant.org/article.php?sid=5
Nel settembre del 2000 si tenne un convegno Rekombinant: al centro dell'attenzione era il collasso della new economy, e la rottura di quell'alleanza tra capitale finanziario e lavoro cognitivo che aveva caratterizzato il decennio '90. Quello che nel ventesimo secolo si era chiamato lotta di classe si presentava ora in una forma nuova, come lotta tra potenzialità dell'intelligenza collettiva e interessi dell'economia di profitto. Il capitalismo globale, uscito da una lunga fase di espansione si trovava nuovamente a dover affrontare i limiti della sua crescita: la scarsità delle energie non rinnovabili, la crisi dell'istituto della proprietà privata, sempre meno difendibile ideologicamente, e sempre meno necessaria socialmente dato che le tecnologie ricombinanti e il consumo di merci immateriali la rendevano superflua dal punto di vista evolutivo. L'intelligenza collettiva cominciava a organizzarsi in forma di movimento politico e di rete produttiva.
la società si andava trasformando secondo le tendenze del semiocapitale, di conseguenza la costruzione di una comunità semiotica coincideva con un processo di autorganizzazione sociale. La nostra era azione poetica, e al tempo stesso azione di ricombinazione tecnosociale. Sapevamo che nella sfera del linguaggio si giocava la stessa partita della produzione, del potere e della libertà.
Il capitalismo stava perdendo dovunque la sua presa sulla società, ma l'autonomia sociale non aveva più nulla a che fare con le lotte comuniste del secolo operaio. La rete del lavoro cognitivo era il nuovo attore e l'organizzazione del sapere era il nuovo campo di battaglia.
Ma nel frattempo le forze più retrive e ignoranti della società americana avevano portato alla presidenza un petroliere guerrafondaio. Le forze più egoiste e ottuse della società italiana portarono al governo una coalizione di fascisti razzisti e mafiosi. Si preparava una tempesta destinata a diffondere la peste della guerra per riportare le energie del sapere e della tecnologia sotto il dominio del capitale a cui stavano sfuggendo.
Nel primo anno di vita la lista partecipò alla discussione politica, culturale e teorica che si intrecciava con l'espansione del movimento che in quei mesi preparava la mobilitazione di massa contro il vertice della dittatura mondiale liberista.
La rete del lavoro cognitivo creava le premesse di una globalizzazione alternativa, fondata sul sapere e non sul profitto. Rekombinant concentrò l'attenzione sull'utorganizzazione del lavoro cognitivo, sulle potenzialità produttive della tecnologie di rete, sulla ricchezza affettiva e intellettuale che costituiva il patrimonio del movimento emergente. Si preparava il vertice G8 di Genova. Qualcuno in lista avvertì del pericolo: Genova può diventare una trappola. Qualcuno lanciò l'idea di evitarla, di concentrare folle in altri luoghi, a Riccione o a Piacenza, o nelle stazioni ferroviarie del nord. Poi fummo a Genvoa con i ribelli. Otto criminali si riunivano a Palazzo Ducale. Trecentomila in rappresentanza dell'umanità intera li circondavano. Quell'esperienza segnò una nuova generazione. La violenza ordinata da un fascista che stava asserragliato nei palazzi della Questura, l'assalto militare contro un centro stampa e contro una radio, la tortura in una caserma dei carabinieri, l'omicidio di un ragazzo. Genova annunciava l'inizio dell'epoca della guerra: un ceto di ferocia belluina per mantenere il potere alimenta l'odio, la violenza e la distruzione per imporsi alla società. In quell'estate infernale si compì il passaggio dall'epoca della globalizzazione all'epoca della guerra.
Il 9 e il 10 settembre del 2001 ci riunimmo in un secondo convegno. L'attenzione ricombinante si concentrava sulla prospettiva di devastazione militare e sulla rottamazione del general intellect http://www.rekombinant.org/article.php?sid=17. La sofferenza psichica, le patologie dell'immaginario cominciavano ad apparirci un argomento centrale. Non un oggetto marginale, ma il nodo centrale del campo sociale. Erano giorni carichi di tensione, era come se nell'aria si sentisse il prepararsi di un'esplosione. E l'esplosione arrivò. Da allora l'asse della riflessione, della discussione, dell'azione politica si è spostato. La psicopatologia dell'identità ha preso il posto della lotta sociale per una nuova razionalità produttiva. Nei giorni seguiti a Seattle si erano di nuovo create le condizioni per una battaglia pacifica tra modelli contrastanti di produzione e di sapere. Per costringere gli uomini e le donne a subire ancora una violenza inutile, il potere ha ripreso in mano gli antichi arnesi del fanatismo religioso, dell'idiozia etnica e nazionale. http://www.rekombinant.org/article.php?sid=1262
Richiamata in servizio dal ventre oscuro della storia del Novecento la bestia immonda si è rimessa in marcia. Porta la mezzaluna al posto del fascio, porta stelle e striscie al posto della svastica, ma ha sempre la stessa funzione: imporre la legge cieca dell'identità. "Difendere lo stile di vita occidentale" è lo slogano del nuovo totalitarismo. Difendere l'identità del provilegio contro il pericolo del divenire altro. La profezia della guerra infinita, pronunciata da un petroliere si è naturalmente realizzata. Militarismo high tech dell'Occidente e integralismo islamico assassino si rinforzano a vicenda mentre devastano la vita degli uomini e delle donne, distruggono le città, avvelenano le menti, diffondono il terrore.
Fin dall'estate 2000, (l'ultima stagione dell'epoca umana) la lista Rekombinant aveva intravisto due direttrici possibili all'orizzonte del nostro tempo: quella dell'autorganizzazione del sapere o quella della psicopatia suicidaria. Nell'estate 2001 la seconda prende il sopravvento sulla prima. Il sapere tecnico più raffinato è sottoposto al comando dell'aggressività psicotica e dell'interesse economico immediato.
A quel punto il suicidio emerge per la prima volta come arma strategica. Non solo come un'esclusiva islamica. Il suicidio diviene comportamento di massa anche in Occidente, perché la prima generazione videoelettronica percepisce il futuro come un abisso oscuro, e il presente come un deserto affettivo. Proliferano gli strumenti di comunicazione, ma non c'è molto da comunicare. Magari qualche volta, come accade in Giappone, il luogo e l'ora in cui morire insieme.
La guerra è dappertutto. Quel che non avremmo mai pensato possibile è diventato inevitabile, irreversibile.
Dio, il boia, è tornato tra noi. La ragione si è ri-addormentata. I mostri sguinzagliati invadono le strade.
Rekombinant era nata per portare un nuovo metodo nella politica dei movimenti di liberazione dal capitalismo. Ma i movimenti di liberazione sono costretti a un lungo purgatorio. Non c'è spazio per pensare alla liberazione quando vien meno la ragionevolezza e la sicurezza diviene l'unico discorso. Perciò lo spazio ricombinante ha cambiato tonalità negli ultimi tempi. Il tono è divenuto cupo, talvolta malinconico. La forma prevalente del discorso è quella dell'analisi, piuttosto che la forma poetica che avevamo trovato in un primo tempo per fare mondo con le parole, con i gesti semiotici.
Non era stata una scelta, perché una lista non sceglie (o almeno non sceglie come un individuo). C'è qualcosa di particolare nelle "scelte" che compie una lista. C'è qualcosa di simile al modo di operare di uno stormo di uccelli. Ciascun partecipante segue il suo percorso, scrive quello che gli pare in quel momento, ma c'è un tono comune, si segue una corrente. Chi non è trascinato da quella corrente presto se ne va. Non fu una scelta, fu piuttosto una comune vocazione. La vocazione comune a cercare il passaggio dalla dimensione virtuale (Internet, la connessione, il gioco di parole e di segni) alla dimensione desiderante. Questo funziona talvolta. Per poco, magari. E' il gioco che sanno fare le parole, le allusioni, gli ammiccamenti. Ma non bastano i segni senza una sintonia con le correnti che muovono le folle, che cambiano l'umore delle genti, che aprono possibilità, che rendono visibili soluzioni sociali che non si vedevano prima.
La lista non ha smesso di crescere in questi cinque anni. Si tratta una piccola comunità: poco più di mille persone sparse qua e là nei cinque continenti con una vocazione in comune: quella di costruire un percorso verso il possibile attraverso la ricombinazione dei segni del sapere, dell'immaginario, e della psicosfera.
Talvolta sopravviene lo scoramento, la sensazione che non serve a niente perseguire un disegno di razionalità e di desiderio dal momento che il discorso pubblico è dominato dalla violenza e dalla legge del più forte, dalla difesa arrogante di un modo di vita canagliesco.
Per il futuro prevedibile non è in vista un mutamento dello scenario, e allora ci si potrebbe chiedere: perché continuare un percorso comune fondato su una prospettiva di liberazione oggi che ogni prospettiva di liberazione appare del tutto cancellata?
La risposta la conosciamo: continuiamo a tessere parole prima di tutto per mantenere viva l'intelligenza del processo e in secondo luogo perch non scompaiano spazi di autonomia discorsiva, immaginaria, poetica, esistenziale. Autonomia dall'intollerabile.
Costi quello che costi non rinunceremo a capire, a cercare un senso laddove sembra non esservene alcuno, a creare parole e costruire concetti. Perché le parole permettono talvolta di rendere visibile ciò che fino a un momento prima non si vedeva.
Costi quello che costi non rinunceremo a mantenere in vita spazi di parola, spazi di desiderio intelligente, spazi di ironia, spazi di ammiccamento fra persone umane. /www.rekombinant.org/
USA : su Roberts la Casa Bianca oppone segreto di Stato
di Rico Guillermo
Ora che John G. Roberts e' stato scelto dal presidente George W. Bush come membro della Corte suprema, alcuni Democratici del Senato USA, compreso John Kerry, desiderano vedere tutti documenti che il magistrato ha prodotto durante il suo lavoro per due amministrazioni repubblicane, cui ha offerto valutazioni legali riservate che devono ancora essere rese note agli storici o al pubblico.
Ma vari rappresentanti della Casa Bianca hanno fatto un lungo tira e molla, la settimana scorsa, con ipotesi di apertura o con netta chiusura.
Roberts ha lavorato nell'ufficio di Ronald Reagan come consulente legale della Casa Bianca nel periodo 1982-1986. Inoltre ha fatto parte dello staff legale dell'amministrazione del presidente Bush padre. Alcune sue note gia' sono a disposizione del pubblico nelle biblioteche presidenziali di Ronald Reagan e di George H.W. Bush, ma altri sono ancora secretati per motivi di sicurezza e dagli archivisti e, secondo legge, dai rappresentanti delle gestioni precedenti e dell'attuale amministrazione.
La Casa Bianca afferma che il suo rilascio, martedi', dei documenti della gestione Reagan, dovrebbe essere sufficiente affinche' il senato confermi Roberts al posto di sandra O'Connor prima che la Corte Suprema inizi i suoi lavori il 3 ottobre. Ma i Democratici chiedono i documenti della gestione Bush senior, date le evidenti implicazioni con l'attuale amministrazione e la nomina di Roberts da parte di Bush figlio.
Anche se nessun rappresentante democratico ha annunciato programmi di ostruzionismo alla conferma di Roberts, infatti, i membri democratici del comitato giudiziario del senato stanno insistendo per avere i documenti, il che ritarda i lavori della commissione, che deve confermare la nomina. "Spero che Casa Bianca aiuti e non ostacoli il senato", ha detto Sen. Patrick Leahy del Vermont, il capogruppo democratico nel comitato giudiziario.
I Repubblicani del Senato - che hanno piu' volte elogiato la scelta di Roberts ed insistito che le domande dei documenti sono solo fuorvianti - sono invece determinati ad approvare la nomina di John Roberts in tempo per il termine di chiusura della Corte Suprema. Il sen. Arlen Spectre, presidente del comitato giudiziario, ha detto che se non puo' ottenere un accordo per un voto finale di conferma prima del 29 settembre, potrebbe iniziare le udienze durante l'ultima settimana di agosto, il che interromperebbe la tradizionale vacanza estiva del senato.
Intanto l'attenzione del pubblico e degli esperti si sta concentrando sul fatto che, se John Roberts sara' confermato, sara' il quarto cattolico alla Corte suprema, un livello mai raggiunto, e che porta a discutere su come la fede potrebbe influenzare le decisioni dell'Alta Corte. Dall'aborto alla pena capitale all'eutanasia, sono tanti i temi di interesse della Chiesa cattolica e su cui questo aspetto potrebbe avere effetti.
Sebbene la storia della giustizia americana mostri che la religione non ha eccessiva influenza sulla giustizia, molti vorrebbero conoscere la posizione di Roberts sull'aborto: un recentissimo sondaggio AP-Ipsos ha mostrato che il 52% degli Americani vorrebbe che il designato la rendesse nota prima del voto di conferma al senato.
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Le lezioni di Sharm
di Akiva Eldar
Nessuno può assicurare che la fine dell’occupazione israeliana dei territori o il ritiro delle truppe d'occupazione Usa dall’Iraq libererà completamente dal terrore il Medioriente
Quando Moshe Dayan disse che preferiva Sharm el-Sheikh senza pace che la pace senza Sharm el-Sheikh chi avrebbe mai sognato che un giorno il primo ministro di Israele – ed eroe della battaglia del Mitla Pass del 1956 – Ariel Sharon avrebbe offerto aiuto al presidente egiziano per salvare le vittime, anche israeliane, dell’attentato terroristico del paradiso dei turisti? Chi avrebbe mai pensato allora che un giorno gli esperti egiziani avrebbero addestrato la polizia di Gaza a prevenire gli attacchi degli estremisti islamici contro gli ebrei?
Questa rivoluzione è stata resa possibile dal fatto che le relazioni tra i due paesi erano, evidentemente, reversibili. La disponibilità di Israele a restituire l’intero Sinai ha permesso all’Egitto di porre fine allo stato di guerra e di realizzare il proprio interesse a creare legami più stretti con gli Stati Uniti. Grazie a ciò, i due paesi vicini adesso possono unire le proprie forze contro un nemico comune: i fondamentalisti islamici omicidi.
È strano che ciò che sembra scontato nel teatro delle relazioni tra Israele e l’Egitto diventi così oscuro nei rapporti tra Israele e l’Autorità Palestinese. Anche i critici più severi delle relazioni con il governo egiziano comprendono che Israele non desidera veder crescere la forza della ‘fratellanza musulmana’. D’altro canto, Israele ha scelto di rinunciare realmente a uno sforzo contro Hamas e la Jihad islamica nei territori di guerra.
Anche un vero pacifista come Ami Ayalon si è dimostrato titubante con la Autorità Palestinese dopo aver compreso la debolezza del leader Mahmoud Abbas. Chi meglio dell’ex capo della sicurezza di Shin Bet conosce il ruolo giocato dalla politica negli ultimi cinque anni in merito all’indebolimento delle trattative di pace di Oslo? Egli è anche a conoscenza della grande vittoria militare nell’'Operation Defensive Shield' (Operazione Scudo Difensivo, NdT) – la distruzione delle infrastrutture fisiche, la sospensione del processo politico e a liberalizzazione dei lavori di costruzione negli avamposti – per mano degli estremisti islamici.
La delusione verso i moderati e verso le loro misere offerte dalla firma dell’accordo tra la ‘Palestine Liberation Organization’ e Israele, circa 12 anni fa, è il fuoco che alimenta l’ondata islamica. Da un piccolo nucleo di fedelissimi, che aveva il supporto di non più del 10-15 percento della popolazione, Hamas adesso gode dell’appoggio del 30-35 percento dei palestinesi.
Come nel caso di Hamas – un movimento religioso nazionalista – anche la fioritura di un movimento religioso antinazionalista come al-Qaeda non rappresenta un decreto divino. Nel secondo di una serie di articoli che appariranno a breve nel periodico Keshet, il dott. Matti Steinberg parla della “strategia delle aree di caos" di al-Qaeda. Steinberg, che fu il consigliere dell’ex capo di Shin Bet, Ayalon, definisce la strategia dell’organizzazione come una sorta di "redenzione dalla palude". Gli agenti del terrore in nome di Allah dimostrano che la loro preda diventa molto più ricca quando pescano in “acque sporche”. È facile far crollare l’antico ordine laico in Medio Oriente dopo che i cristiani "eretici" (la controversa invasione dell’Iraq) o gli ebrei (la guerra nei territori) hanno posto le fondamenta delle "aree di caos".
Steinberg mette in guardia sul fatto che il male arriva dal basso, dall’interno di queste "aree di caos". Circostanze caotiche favoriscono l’alleanza tra al-Qaeda e la "strada", e i gruppi locali che desiderano esprimere la propria angoscia e la propria frustrazione. Il loro intento è trovare una “soluzione globale” – con o senza la mediazione di una super organizzazione centrale. Internet offre loro innumerevoli modalità per preparare armi convenzionali e armi chimiche.
Al-Qaeda riesce a reclutare seguaci tra i giovani affermati di Londra e Miami che non hanno mai messo piede in Medio Oriente. I fondamentalisti islamici non sono tutti della stessa pasta. Di conseguenza, nessuno può assicurare che la fine dell’occupazione israeliana dei territori o la fine dell’invasione americana dell’Iraq libererà completamente la regione dal terrore. La prospettiva è quella di una lunga guerra davanti a noi.
Tuttavia, ci si può immaginare quale sarebbe la situazione oggi se Sharm el-Sheikh fosse rimasta più importante della pace e che cosa succederebbe se Beit El rimanesse più importante di Netzarim.
Fonte: http://www.haaretzdaily.com/hasen/pages/ShArt.jhtml?itemNo=604067
Tradotto da Tanja Tion per Nuovi Mondi Media
La guerra asimmetrica continuerà a lungo
di mazzetta
31 Jul 2005
L'altissima professionalità ed il grado di controllo che esprimono i centri di potere che la promuovono, ne garantiscono la perpetuazione nei prossimi decenni. L'accettazione dello scenario di guerra come normalità del vivere è ormai assoluta. Dopo gli ultimi attentati in Gran Bretagna ed Egitto, l'ennesima scossa alle mandrie assopite e narcotizzate nel falso benessere occidentale; la reazione generale è quanto di più scontato ci si potesse attendere. Prima di tutto è evidente il calo della tensione alla partecipazione all'evento: la ripetizione ne uccide l'eccezionalità, l'enormità del 9/11 riduce l'impatto degli attacchi successivi, in termini dimensionali, sulle opinioni pubbliche. Londra, e Sharm el Sheik, per quel che riguarda la comunicazione, sono deja-vu anche se, non per questo, meno tragici. La guerra è sempre tragica, e anche se ce la mettono tutta per farci vivere guerre poco sensibili alle masse, la realtà sul terreno non cambia: è quella di una guerra. Una guerra, che chiamano asimmetrica, in riferimento ai mezzi a disposizione dei due schieramenti e al fatto che ad entità statali si oppongano organizzazioni reticolari. Il problema grosso, che non si pone con le guerre simmetriche, è prima di tutto di capire tra chi si svolgano queste guerre tra forze militarmente tanto diverse. In questo nuovo millennio, come sempre, le guerre sono decise, e provocate dalle elite, e in seguito combattute e vissute da chi ha la sfortuna di esserci. Esattamente come sempre; come fu per la seconda guerra mondiale, provocata dalla crescita esponenziale del potere della Germania (che combinata alla presenza del Fuhrer fece disastri), favorita dai capitali di quegli americani che poi dovranno intervenire, "per la democrazia", in difesa del loro spazio vitale buttandosi nella Seconda Guerra Mondiale.
Lo spazio vitale, questa ormai antica definizione è in realtà l'oggetto segreto d'ogni guerra, la natura dell'uomo, e ancora di più del leader, è quella di acquisirne quanto più possibile; l'avidità è un potente motore umano.
Non molti anni fa, per la centesima volta, seguendo una ricetta scolpita nel marmo a Washington, gli americani dettero il via libera al Pakistan per organizzare e sostenere i talebani, favorendo ed armando la jihad contro i sovietici. Tutto questo accadeva mentre le elite arabe ed occidentali andavano a letto insieme, con i ricchi jihadisti che festeggiavano le vittorie in battaglia al Ritz con gli omoni della Cia, nani e ballerine, pare un sacco di ballerine.
Le elite arabe hanno quasi tutte grossi problemi interni, e li trattano come insegnano gli americani, alla cilena o giù di lì. Addestrare i servizi di sicurezza di certi paesi arabi equivaleva, per gli agenti dei servizi americani ed occidentali in genere, ad una vincita al lotto; scortarli in visita nelle metropoli americane, una pacchia. Un discorso che vale in tutto e per tutto anche per i servizi di sicurezza degli altri volenterosi paesi alleati.
Poi successe che alcuni cattivi arabi, per anni addestrati appositamente, provassero ad applicare quanto imparato per mettersi in proprio, e cominciassero minacciare le elite del Golfo e anche un po' più in là.
Niente che potesse piacere ai tutori di quello splendido equilibrio che arricchiva tutti (loro).
I talebani e la jihad riuscirono dove non erano riusciti i mujaheddin, armati di missili Stinger da Washington (Come se adesso Russia, Cina o altri li fornissero all'opposizione afgana), erano i tempi nei quali finanziavano anche Saddam Hussein, spingendolo alla guerra all'Iran, paese nel quale un'impertinente rivoluzione popolare aveva rovesciato la dittatura imposta dagli stessi americani, ed in seguito era finita sotto il ferreo controllo khomeinista.
Mujaheddin però incapaci di controllare il paese dopo i dieci anni di presenza sovietica, e che dovettero lasciare il passo ai talebani. Nel mentre, Saddam Hussein pensò bene di risarcirsi con il Kuwait, non valutando che il bastone di Washington non ammette disordini nel cortile del petrolio, mal gliene incolse.
Dopo 17 anni dall'invasione sovietica i talebani presero il potere nel 1996, e lo mantennero fino a che gli americani non si arrabbiarono sul serio. L'Afghanistan è davvero un paese difficile, nell'ultimo secolo quasi tutte le successioni al potere sono avvenute per morte cruenta del leader in carica; in Afghanistan non ci sono elite, ma un sacco di tribù che da secoli esistono perché sparano, tribù appunto. La cappa talebana, una mandria allevata nell'ignoranza più cieca dai pakistani, non preoccupava nessuno nel mondo, anche se devastava il paese. L'Afghanistan però non era certo qualcosa che potesse accontentare i combattenti jihadisti giunti da ogni dove e spesso reclutati come piccoli eserciti privati da facoltosi arabi, o sponsorizzati dai propri governi, ben lieti di allontanarli con il placet degli americani; l'indottrinamento utile per gli afgani non ebbe lo stesso effetto sui più sofisticati e moderni cugini delle brigate internazionali che si sono avvicendate nel paese, per oltre un decenni.
La miseria afgana non poteva certo soddisfare i desideri dei giovani sognatori che combattevano per l'utopia panislamica contro l'occupante senza Dio; anche perché molti di loro nelle posizioni di comando, avevano studi di rango e patrimoni imponenti alle spalle, ed avevano assaggiato ben altre esperienze e visto ben altri mondi. La naturale conseguenza fu un aumento, di ritorno, della pressione sulle elite al potere dal Golfo fino all'Atlantico, che si trovarono in casa molti elementi addestrati alla sovversione e alla lotta armata; un progetto che per anni aveva trovato solo entusiasti sostenitori in Occidente.
A questa pressione gli Stati Uniti risposero sostenendo i compagni d'affari, un riflesso scontato, e divennero essi stessi nemici giurati dei ribelli; senza gli Stati Uniti quasi tutti i governi mediorientali sarebbero molto diversi, un'evidenza che non poteva sfuggire ai rivoltosi.
Da circa dieci anni i ribelli della jihad internazionale mettono a frutto l'addestramento fornito dagli istruttori pachistani, e combattono la guerra asimmetrica. Una guerra che perde la nozione del fronte (non esiste in Iraq, né altrove) e che è combattuta da poche pedine arruolate dalle elite in mezzo alle mandrie lobotomizzate.
Una guerra che da oltre trent'anni vede le elite arabe in prima fila, ansiose di comprare armi e "sicurezza" da Washington pagandola con soldi del petrolio, si vendono i loro paesi per mantenersi al potere, naturalissimo; l'Arabia saudita, che ha pagato cash l'intervento in liberazione del Kuwait, è da anni il principale protagonista di questa guerra accanto all'amministrazione americana, il contributo inglese e degli altri alleati, in proporzione, è ridicolo. Molto di più fanno gli stati che reinvestono i proventi petroliferi nei titoli statunitensi. Petrolio, che quando finirà lascerà a secco i portafogli degli oppressori e al verde i popoli che lo possedevano, i quali in cambio dell'enorme ricchezza custodita sotto i loro piedi avranno avuto decenni di guerre e dittature.
Questo dato in Occidente non raggiunge le opinioni pubbliche, è una verità che non sarebbe apprezzata ad Oriente e che azzererebbe la falsa immagine di uno scontro di civiltà in Occidente, la scarsa enfasi che lo circonda è più che giustificata; ostacola la costruzione di quel "noi" e di quel "loro" fondamentali perché vi possa essere guerra.
La guerra asimmetrica ha uno svantaggio occulto non indifferente. Apre la strada ad ogni immaginabile malversazione e schifezza. Una guerra tradizionale implica l'impegno della collettività tutta, che in quelle occasioni non bada a spese, ma che uccide chi sottragga risorse allo sforzo bellico per i propri interessi. Una guerra asimmetrica moderna porta conseguenze del tutto opposte.
Il consenso basato sul patriottismo è assai meno diffuso che in una guerra tradizionale, più difficile da ottenere quando si combatte contro un nemico infinitamente più debole militarmente.
Israele fino a che è stato in pericolo ha potuto contare su una granitica unità d'intenti e sul consenso internazionale, quando si è trovato di fronte solo i palestinesi armati di pietre davanti ai propri tank ha scontato un risveglio del dubbio nella mandria; anche qui gioca la qualità della mandria, in Israele per controllarla si è quindi ricorso all'immissione di capi meno svegli, allevati alla sovietica, e all'impiego della sirena religiosa.
Così accade nella società americana in guerra, l'amministrazione inietta immigrati e sfrutta la religione per controllare i voti; quello che non cambia, è che anche nella guerra asimmetrica serve il controllo dei media, il disfattismo è sempre una brutta bestia. Il controllo dei media in questo caso serve, incidentalmente, anche a coprire i grandi furti ai quali si abbandona tutto il sottobosco di "collaboratori di guerra" delle elite, che in queste occasioni si prendono mano libera, sicuri che nessuno eccepirà.
Mentre a Londra le elite erano riunite per decidere del destino delle mandrie, il gruppo di scostumati jihadisti ha pensato bene di rovinare la festa, tirando qualche bomba in mezzo ai bovini ipnotizzati dai ritmi della vita moderna.
Non è credibile che sperassero di aprire una crepa nelle convinzioni dei bovini, quanto piuttosto che volessero segnare un colpo simbolico d'alto valore. La concomitanza con il G8 era ghiotta.
Sapevano di poter contare sul fatto che gli otto scherzi della storia riuniti in Scozia, contano molto di più d'otto milioni di Mr. & Mrs. Brown, e mentre le guardie a cavallo di Sua Maestà incorrevano nelle Highlands scozzesi i bovini più maleducati, accorsi a muggire il loro disappunto, hanno avuto buon gioco a segnare nella porta vuota della subway londinese.
Eppure lo sanno tutti che i no-global non hanno ricevuto l'addestramento standard offerto agli "amici dell'America" Non sono pericolosi. Come viceversa sapevano benissimo che l'occasione era ottima per i nemici di guerra; quelli sì indubbiamente pericolosi; considerazioni banali che, pur
messe nere su bianco nei mesi scorsi, non hanno fatto deflettere dall'obbligo di schierare la massima potenza attorno agli otto.
Una dato da tenere a mente, i leader del mondo "civile" non possono muoversi senza essere scortati dai loro eserciti, non per proteggersi dal terrore islamico, ma dalla rabbia di coloro per i quali dicono di combattere.
Un colpevole errore strategico, quello della security britannica, almeno dal punto di vista dei capi di bestiame rimasti coinvolti nel bombardamento e di quelli loro vicini. Un insignificante dettaglio per gli altri, nella guerra asimmetrica l'esercito nemico è composto di terroristi, quindi vili a prescindere. Una circostanza, sottovalutata, ancora colpevolmente.
Nessi da non indagare, anche per non mettere in discussione le truffe miliardarie con le quali ci vendono e impongono sicurezze impossibili.
Sicurezze rivelatesi fallaci anche nei tentati replay in una Londra questa volta sotto assedio, e nella Laguna Blu egiziana, attentati che hanno colpito le mandrie in vacanza e rafforzato il regime egiziano Il punto di vista che ci propongono i nostri cari leader è comunque opinabile, ed è messo in discussione da molti attorno al globo; non si può certo dire che sia stato un paese islamico ad aver attaccato per primo gli Stati Uniti, o l'Europa, come non si può dire che siano mai esistite forze islamiche che hanno aggredito la Russia dalla Cecenia; invasa e martirizzata dagli stessi russi ben prima che apparisse anche l'ombra di una mezzaluna. Non si può certo dire, se pensiamo che praticare il terrorismo voglia dire colpire la popolazione civile per seminare il terrore, che le decine di migliaia di morti civili prodotte da operazioni come Shock and Awe, l'occupazione afgana e quella irachena, e ancora prima la guerra all'Iran, alla Cecenia, all'Afghanistan (stato sovrano, per gli amanti della non-ingerenza in nome del "sono affari interni"), fino al pretestuoso bombardamento del Sudan; possano essere confrontate con i colpi poco più che simbolici che gli jihadisti hanno messo a segno a casa del nemico e dei suoi alleati; o esserne considerate una conseguenza.
Non sono certo stati i fanatici islamici a riempire l'area mediorientale di conflitti, e neppure sono guidati dal fanatismo islamico i dittatori che da decenni la governano sostenuti dai civilizzatori.
Non è chiaramente uno scontro di civiltà, ma uno scontro di potere senza altre eccezioni. Uno scontro grazie al quale, e in nome della guerra a quattro cialtroni, le elite comprimono drasticamente le libertà civili e si sfogano con i bovini meno disposti ad accettare il governo dei rancheros; plasmano le regole alle loro convenienze e rapinano impunite, devastano intere nazioni e regioni e continenti, animati dalla naturale quanto sfrenata avidità umana, per quanto può esserlo quando è privata di limiti.
Il ventunesimo secolo è il secolo delle guerre asimmetriche, le guerre condotte dalle elite in nome proprio, contro altre elite. Una situazione che ci riporta indietro di 100 anni, uno schema che la storia ha già dimostrato insostenibile, che spesso porta alle rivolte bovine e al bagno di sangue. Una guerra tra bande nascosta dietro nobili fini, il cui prezzo ricade solamente sull'inconsapevole bestiame. Una situazione evidentemente insostenibile, che comporta danni economici, ma soprattutto sociali, incalcolabili, ancora più gravi della somma delle morti che provoca.
Questo non-detto provoca reazioni asimmetriche, se ogni infrazione dell'umanità da parte dei sicari dei rancheros (bovari) volenterosi, porta linfa alla Jihad, non così gli attacchi all'Europa spostano consensi a sostegno della war on terror; che al contrario espone sempre di più la sua natura ingannevole alle mandrie. A questo si aggiunge l'evidenza che sia stata abbracciata con entusiasmo dai più sanguinari leader mondiali, un fatto incontrovertibile che la dice lunga sulla reale natura di quanto succede.
Una violenta discussione a mano armata tra un potere che vuole imporre il proprio disegno mercantilista e colonialista e un'opposizione radicalizzata da decenni d'angherie, che ha pagato con il sangue (moltissimo), il proprio dissenso.
Satelliti contro cavalli, missili guidati dallo spazio contro esplosivo portato a mano fino all'obiettivo, centinaia di migliaia di tecno-guerrieri contro qualche migliaio di guerriglieri; miliardi di dollari di spesa imposti alle economie coloniali, contro il costo di una Panda per la strage di Atocha.
Sono le mandrie vicine ai ribelli, che riequilibrano il conto, con uno spaventoso tributo di sangue. Le elite non pagano mai, anche Saddam viene tenuto in caldo, potrebbe servire ancora.
Le mandrie "civilizzate", troppo quiete, quando scoppiano i petardi nei loro recinti sbandano; allora ogni singolo capo sente il bisogno di dare il suo fondamentale contributo alla fissazione dell'evento nella cronaca. Il fiume di opinioni prodotto dagli esponenti parlanti delle mandrie, e poi riversato dalle tv sul resto del bestiame è davvero illuminante, e rende la dimensione della lontananza delle masse dalla comprensione dei processi storici. Isteria e parole in libertà
A tenerle ben lontane dalla realtà pensano i cowboy comunicattivi (dai due significati in questo caso), pastori che deviano la storia sparando assurdità sul carattere anticristiano dei ribelli, o parlando di nichilismo dell'Islam; fantasie sfrenate quanto interessate.
Troppo banale osservare che dichiarare guerra comporterebbe, di per sé, accettarne le conseguenze; Troppo stradetto far notare che la risposta alla guerra non può che essere altra guerra Troppo banale considerare che ogni guerra è sempre stata combattuta contro i "barbari", gli "incivili" o gli "inumani" dal più forte, mai contro gli "oppressi" o contro portatori di qualità morali almeno equivalenti. Per fare la guerra occorre fare il nemico, nemico che una volta benedetto nella sua esistenza mediatica dovrebbe provocare la solidarietà tra le mandrie e le elite civilizzatrici.
Troppo scontato ricordare ai nostri cari leader che lo sforzo civilizzatore potrebbe essere profuso, con minor spesa e modi molto più gentili, per civilizzare le nostre lande e portare il bestiame all'umanità.
Piangiamo le vittime di Londra, povere bestie come quelle di Falluja, come quelle africane, innumerabili, o quelle di Aceh; bestie che sono carne della nostra carne di bestie, troppo stupide per capire le ragioni e i giochi dei mandriani; impotenti e incapaci di reagire almeno fino a quando la mandria, ormai troppo ferita, non si scuoterà allo scoccare di un brivido epocale.
Un fenomeno che periodicamente si manifesta nella storia, lo "stampede" tanto temuto all'iconografia mandriana, la rivoluzione delle bestie, l'esplosione degli istinti, la ribellione al comando; a determinare se sarà una rivoluzione dolce o cruenta saranno, ancora una volta, i mandriani e le loro storie.
L'attuale sfrontatezza e bugiarda arroganza dei leader non depone a favore di transizioni lente e pacifiche, dietro al muro di gomma che separa le loro azioni dalla realtà, si accumulano tensioni e dissesti finanziari davvero imponenti e devastanti.
Le mandrie, prima o poi, saranno raggiunte dalla realtà, e la loro disillusione sarà grande e pericolosa, l'aver legittimato ogni sorta di violenza potrebbe rivelarsi pericolosamente diseducativo, e costare tantissimo ai cari leader.
A oggi la guerra continua, e militarmente è già persa, visto che le previsioni più ottimistiche parlano di 10/12 anni per stabilizzare alcune situazioni, magari con una dittatura; i cari leader sanno benissimo che sono guerre che non possono essere vinte, nessuno è mai riuscito a soggiogare a
lungo interi popoli esercitando la violenza, ma loro non combattono per vincere le guerre o per la civiltà. Sanno benissimo che i popoli uniti sono invincibili, la loro vera guerra è quella contro le unità popolari, contro l'esistenza di comunità unite attorno a valori condivisi che trascendano il denaro e l'interesse egoistico; comunità capaci di assicurarsi i servigi dei leader senza consegnare loro ciecamente i propri destini.
Comunità nelle quali i leader possono circolare in bicicletta senza scorta tra la gente, e non muoversi scortati dai mandriani, come i ridicoli comandanti in capo di un esercito di vacche.
mazzetta
mazzetta@reporterassociati.org
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luglio 30 2005
Questo tunnel non s'ha da fare
Francesco Ramella
La chiusura temporanea del traforo autostradale del Fréjus dopo l’incidente dello scorso mese ha fatto sì che da più parti si levasse la richiesta di un’accelerazione dei tempi di realizzazione della linea ferroviaria ad alta capacità fra Torino e Lione. Due ostacoli sembrano però frapporsi alla costruzione della nuova infrastruttura: da un lato, la contrarietà di una parte rilevante degli abitanti della Val Susa; dall’altro la difficoltà a reperire le risorse pubbliche per il finanziamento dell’opera.
Vediamo in breve le motivazioni a sostegno della realizzazione dell’opera. E come possono essere confutate.
Pro e contro il tunnel ferroviario
Si è sostenuto che la fattibilità di un’infrastruttura non può essere valutata con gli stessi criteri adottati per un investimento privato. Vero. Infatti, gli studi trasportistici realizzati non si limitano all’analisi finanziaria dell’intervento, ma fanno ricorso alla consolidata metodologia dell’analisi costi-benefici che consente di valutare le ricadute positive e negative per l’intera collettività. Ma, secondo quanto riportato nel documento "Relazione del gruppo di lavoro economia e finanza" redatto dalla commissione intergovernativa franco-italiana per la nuova linea ferroviaria Torino-Lione" (Cig), qualora non si prendano in considerazione gli aspetti ambientali, i benefici complessivi attualizzati della linea ferroviaria Torino – Lione sono negativi, pari a -2.378 milioni di euro (con tasso di attualizzazione del 5per cento; -3.734 con un tasso di attualizzazione dell’8 per cento).
Questa conclusione non dovrebbe stupire se si considera che la realizzazione dell’opera non comporterà alcun trasferimento di traffico merci dalla strada alla ferrovia, ma esclusivamente un "dirottamento" di traffici ferroviari che, in assenza della linea, sarebbero istradati via Svizzera (vedi Tavola 1). Il trasferimento potrebbe avvenire solo in presenza di interventi politici volti a ostacolare o vietare il traffico stradale.
Si è sostenuto che per decidere in merito alla realizzazione della infrastruttura non è possibile fare esclusivo affidamento a studi trasportistici. Sembrerebbe di poter dedurre che tali analisi sottostimino i benefici della realizzazione di un’opera. La realtà è però diversa. Come documenta un recente studio del danese Bent Flyvberg, le stime contenute negli studi trasportistici sono ottimistiche sia relativamente alle previsioni di traffico (in media sovrastimato del 100 per cento) che per quanto concerne i costi di realizzazione (in media sottostimati del 50 per cento). Il rapporto fra i benefici e i costi di un’opera viene quindi in via approssimativa stimato pari a quattro volte quello reale. Si è evidenziata la possibilità di attrarre i traffici fra l’Europa orientale da un lato e la Francia centro-meridionale e la penisola iberica dall’altro: in assenza della nuova infrastruttura, verrebbero instradati a nord delle Alpi. I traffici di transito sono in realtà pressoché inesistenti. Gli attuali interscambi commerciali fra i paesi dell’Est e le regioni dell’Europa sud-occidentale sono pari a circa 1,5 milioni di tonnellate per anno che equivalgono a un traffico medio giornaliero di trecento Tir. Si stima che nell’arco dei prossimi trent’anni, gli scambi fra questi paesi possano triplicare: il flusso di mezzi pesanti si dovrebbe quindi attestare intorno alle mille unità. Un valore del tutto marginale rispetto agli attuali traffici sull'asse Trieste–Torino, pari in media a svariate decine di migliaia di veicoli al giorno con punte superiori ai centomila veicoli sulle tangenziali e non può avere alcuna rilevanza sulla decisione di realizzare o meno una qualsiasi infrastruttura.
È stato ripetutamente detto che i trafori esistenti sono prossimi alla saturazione. L’affermazione non trova riscontro nella realtà. Per quanto riguarda la ferrovia, transitano oggi al Moncenisio circa dieci milioni di tonnellate all’anno a fronte di una capacità stimata (prudenzialmente) da Rfi pari al doppio (Tavola 2). Qualora l’evoluzione dei flussi registratasi finora dovesse proseguire nel futuro, il traforo non sarebbe saturato fino a dopo il 2050. Per quanto riguarda i traffici stradali, al Monte Bianco e al Fréjus, si può ritenere che, indicativamente, la capacità disponibile sia utilizzata per non più del 50 per cento, mentre il numero di veicoli pesanti in transito nel 2003 è stato pressoché identico a quello registrato dieci anni prima. Si è affermato che il miglioramento dei collegamenti ferroviari è condizione necessaria per il rilancio economico del Piemonte il cui PIL è cresciuto nel periodo 2001-2004 di un misero 0,2% a fronte del pur modesto 2,4% a scala nazionale. Per dubitare di tale affermazione è utile confrontare la crescita economica recente della Francia, che dispone della migliore rete ad alta velocità in Europa, e quella di Regno Unito e in Irlanda, due paesi "periferici" e dotati di reti ferroviarie di livello qualitativo assai modesto (tra l’altro, il sistema ferroviario francese di alta velocità movimenta oggi solo lo 0,3 per cento del traffico totale di quel paese, a fronte di enormi investimenti).
Un’alternativa ragionevole
È dunque opportuno valutare attentamente la possibilità di adottare una soluzione alternativa al traforo ferroviario, che potrebbe meglio contemperare la necessità delle merci italiane di accedere ai mercati esteri in condizioni ottimali pur in presenza di eventi eccezionali e l’esigenza di limitare l’impatto sulla popolazione locale oltre che quello sul bilancio statale. Questi tre obiettivi potrebbero essere conseguiti qualora si procedesse al raddoppio del tunnel stradale.
L’investimento richiesto sarebbe in tal caso pari a circa il 20 per cento di quello necessario per la realizzazione del tunnel ferroviario e il costo potrebbe essere interamente sopportato dagli utenti dell’infrastruttura che si gioverebbero di un miglior livello di servizio e di un più alto grado di sicurezza rispetto a oggi. La ricaduta sul territorio sarebbe assai più limitata. Non sarebbe infatti necessario realizzare nuove opere lungo la Val Susa: l’autostrada è infatti in grado di assorbire un flusso di traffico assai più elevato di quello attuale. Il mancato trasferimento del traffico pesante dalla strada alla ferrovia non comporterebbe inoltre un impatto negativo molto forte sotto il profilo dell’inquinamento atmosferico. Le emissioni inquinanti dei veicoli di recente costruzione sono assai più contenute di quelle dei mezzi più vetusti. Basti pensare che le emissioni di un solo mezzo a norma Euro 0 equivalgono a quelle di circa dieci mezzi Euro 5. Sebbene fortemente attenuato, l’impatto ambientale del traffico non sarebbe tuttavia annullato. Appare quindi corretto prevedere che gli abitanti delle zone attraversate dell’autostrada vengano compensati economicamente per tale danno. Le risorse da destinare a tale fine dovrebbero essere raccolte tramite un incremento dei pedaggi che sia proporzionale alle emissioni inquinanti dei veicoli. Si tratta di un principio che sarebbe peraltro opportuno applicare non solo in questo al caso: far pagare chi inquina è assai più equo e più efficace (in termini di incentivazione dell’innovazione tecnologica) che non tassare gli inquinati per sussidiare chi inquina meno.
Tavola 1 - Stima dei traffici giornalieri veicoli pesanti al 2015 con e senza la linea ferroviaria Torino - Lione
Fonte: elaborazione su dati CIG
Tavola 2 - Traffico e capacità del traforo ferroviario del Moncenisio
Fonte: elaborazione su dati RFI www.lavoce.info
SONDAGGI / SIAMO I PIÙ SCONFORTATI DEL MONDO, E SENZA FIDUCIA NON C'È CRESCITA
Il premier più ottimista del paese più pessimista
«Siate ottimisti, è un nostro preciso dovere, perché chi non ha fiducia in sé e nel futuro non riuscirà a far andare le cose in meglio». Parola di Silvio Berlusconi, ieri al Consiglio nazionale di Forza Italia che lo ha reincoronato leader per le prossime elezioni. Almeno fino a nuova decisione contraria. C'è naturalmente del vero, nell'afflato berlusconiano. Senonché noti è esattamente l'effetto che il governo ha esercitato sugli italiani. Anzi. Un sondaggio condotto dal 17 al 21 luglio dall'Istituto demoscopico Harris su un campione di mille cittadini degli Stati Uniti e dei diversi paesi dell'Unione europea, vede l'Italia sconsolatamente fanalino di coda, quanto a ottimismo e fiducia. Il 58% degli americani si dichiara «molto soddisfatto della propria vita», rispetto allo scarno 31 % della media europea.Tre anni fa, i molto soddisfatti erano il 57 e il 26%, rispettivamente. Un altro 56% di americani pensa che la propria vita sia significativamente migliorata dal 2000 a oggi, rispetto al 45% degli europei, e anche in questo caso l'ottimismo avanza visto che due anni fa era solo il 49% degli americani e il 39% degli europei a pensarlo. li vero gap di ottimismo tra le due rive dell'Atlantico riguarda il futuro: perché sono ben il 65% degli americani a dirsi convinti di altri grandi miglioramenti nel prossimo quinquennio, mentre gli europei sono solo il 45%. Un divario che la dice lunga, sulla depressione che grava sul nostro modello socio-economico continentale.
Se poi si va al dato europeo disaggregato per paese, solo la Danimarca batte gli States, col suo 64% di cittadini che si dichiara «molto soddisfatta delle proprie condizioni di vita». Tiitti gli altri stanno ben sotto il 58% americano. Il Lussemburgo al 51, l'Olanda e la Svezia al 44, l'Irlanda al 39, il Regno Unito al 33,e via via in caduta libera sino al 21% di molto soddisfatti in Germania, e al 18% in Francia. L'Italia è la terra dei pessimisti, un paese corroso dalla sfiducia nel proprio presente e nel proprio futuro. I molto soddisfatti sono solo il 16%, quattro volte meno che negli Usa, la metà che in Inghilterra. Di fronte al 65% di americani convinto di migliorare motto il proprio benessere al 2010, la stessa opinione è condivisa dal 58% di irlandesi, dal 56% degli spagnoli, dal 55% dei britannici, dal 51 % degli svedesi, dal 47% dei francesi. -Ra gli italiani, sono solo il 24% a pensarlo. Peggio di noi in questo caso stanno solo i tedeschi, con un 23% che si aspetta avanzamenti di reddito, meno del 26% che si aspetta invece di scendere ulteriormente, nella piramide sociale. Se in quel suo romanzo opali molto di moda in tempi di terrorismo imperante, Lagente segreto, Joseph Conrad ha ragione a criticare «la macchia di quel rassegnato pessimismo che corrompe il mondo», ebbene bisogna concludere il governo Berlusconi ha avuto un effetto corruttore. Quanto meno sulla fiducia degli italiani. Se l'America corre quattro volte più di noi, è anche perchè è appunto quattro volte più ottimista, perché l'ascensore sociale dell'ameriican dream è sempre in funzione.
Il Riformista
Quello che segue è un post preso dal blog di Miguel Martinez, e dice esattamente quello che io penso e cerco di dire da qualche anno a questa parte.
Esattamente, proprio.
Mi piace, quindi, che appaia anche su Haramlik così com'è, intero.
Temo che avrò occasione di citarlo e/o di consigliarne la lettura anche in futuro, quindi tanto vale averlo qui.
Lo dedico in particolare a quella categoria di persone che tende a usare l'accusa di "antisemitismo" come strumento per ridurre al silenzio chi si oppone alla piega presa dai nostri tempi.
Buona lettura.
Sto leggendo un libro curioso.
Il titolo è Vedo Satana cadere come la folgore, e l'autore è René Girard.
Girard si è concentrato sul meccanismo mimetico: cioè sulla maniera in cui gli esseri umani si imitano profondamente, anche nei desideri. Proprio per questo entrano ferocemente in conflitto, finché tutta la società non trova un modo meno problematico di imitarsi a vicenda, trovando un capro espiatorio su cui sfogare la violenza collettiva.
Qui però voglio parlare solo di un punto della sua tesi, perché ci tocca molto da vicino.
Esiste una stranissima contraddizione nei nostri tempi.
Perché si condanna il nazismo?
Forse perché Hitler ha costruito le autostrade, o perché il suo movimento usava il simbolo indiano della svastica?
Presumo di no.
Credo che si possa riassumere i motivi di una condanna ragionata del nazismo in alcuni punti fondamentali.
Il nazismo non era solo "dittatura", ma un certo tipo di dittatura: una coalizione tra grandi imprese, il mondo militare e lo stato.
Questa coalizione mirava a creare un impero che assicurasse alla Germania il controllo delle risorse indispensabili per mantenere uno stile di vita da paese avanzato. Insomma, Hitler voleva fare in quindici anni ciò che l'Inghilterra aveva fatto in trecento e gli Stati Uniti in un secolo e mezzo.
Il consenso per questo impero veniva ottenuto sfruttando un sentimento diffuso: l'autoesaltazione occidentale, a discapito del resto dell'umanità. Hitler diceva che solo gli "ariani", cioè gli "occidentali" (ricordiamo che il termine non significa affatto solo i "tedeschi"), avevano creato l'unica civiltà vera e dinamica; e che i più dinamici e civili di tutti erano i tedeschi, gli inglesi e gli americani.
Per realizzare questo impero, il nazismo ha condotto una serie di guerre e di occupazioni militari, sfruttando ogni possibile conflitto tra i popoli dominati per creare collaborazionisti locali.
L'occidentalismo, l'imperialismo e il meccanismo economico del nazismo hanno portato alla divisione dell'umanità in due categorie fondamentali: i nostri e vari gradi di mezzi uomini, a diritto variabile, secondo la loro utilità economica.
Una spiegazione dei conflitti mondiali e della storia che faceva ricadere tutte le colpe su una specifica comunità etnico-religiosa, in questo caso gli ebrei, visto che all'epoca erano l'unica minoranza veramente diversa in Europa.
Gli ebrei venivano accusati - in base a episodi di cronaca e a citazioni fuori contesto dai loro stessi testi sacri - di voler conquistare il mondo nel sangue e nella violenza, in nome di una cultura orientale, teocratica, statica e profondamente aliena alla civiltà occidentale. Per realizzare la conquista del mondo, prevista nei loro libri sacri, manovravano i primitivi popoli d'Oriente, le orde slave, i barbari che premevano sulle frontiere dell'Occidente.
Per difendersi dal pericolo giudaico-slavo-comunista, che minacciava di estinguere la civiltà occidentale, occorrevano misure repressive straordinarie e la sorveglianza, l'isolamento e infine l'espulsione dal consesso umano degli ebrei, portatori di questo pericolo.
Dovrebbe essere abbastanza evidente che la storia si sta ripetendo. Non amo usare il termine "nazismo" come insulto generico, sto parlando con distacco proprio dei meccanismi di fondo del nazismo.
Certo, l'impero è un altro, come lo sono i suoi capri espiatori; e ai tempi del ceto medio generalizzato e televisivo, il linguaggio è molto più morbido. Soprattutto, al posto di un unico, fragile partito, ce ne sono ovunque due, identici tra di loro ma capaci di alternarsi più o meno all'infinito.
L'impero americano è infinitamente più forte della Germania sconfitta nella prima guerra mondiale, e si può quindi muovere in maniera più ragionata, ma anche più efficace.
Se fossimo una specie ragionevole, ci dovremmo quindi aspettare che non si parlasse più male del nazismo, per non far fare brutta figura al nuovo impero mondiale.
Invece, succede il contrario. Più la realtà attuale somiglia al nazismo, più si parla male del nazismo.
Ma mica con riferimento ai neocon americani, alla Halliburton, a Guantanamo, alla guerra infinita, all'esaltazione dello "scontro di civiltà", allo svuotamento della democrazia, alle migliaia di persone che ovunque nel mondo vengono perquisite, espulse, arrestate e spesso torturate o ammazzate solo perché sono musulmani.
No. I "nazisti che ritornano" sono al massimo qualche skinhead che ha bevuto una birra di troppo. Oppure, addirittura, sono le stesse vittime del nuovo nazismo, come le diverse comunità islamiche.
Qui torniamo a Girard, che (parlando dei Vangeli) spiega perfettamente tutto il meccanismo:
"Una versione più antica della stessa manovra è quella che Gesù rimprovera ai Farisei quando li vede innalzare tombe ai profeti uccisi dai loro padri. Le dimostrazioni spettacolari di pietà verso le vittime dei nostri predecessori dissimulano il più delle volte la volontà di giustificarci a spese di questi ultimi: 'Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri', si ripetono i Farisei, 'non saremmo stati loro complici nel versare il sangue dei profeti'.
I figli ripetono i crimini dei loro padri proprio perché si credono moralmente superiori a loro."
René Girard, Vedo Satana cadere come la folgore, Adelphi, pp. 40-41
Non è complicato. Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, ognuno di noi si sarebbe comportato proprio come si sta comportando oggi.
Aderendo, in massima parte, alla canea mimetica, al linciaggio collettivo, alla caccia al capro espiatorio, all'autoesaltazione della propria presunta civiltà.
E qualcuno, rifiutando di fare parte di tutto ciò www.ilcircolo.ne
A’ riccone! Fazio-Fiorani, nuove intercettazioni hard: “Quest’affare è sempre più grosso”, “ Mmm, fammi venire dal dietro”
di Lia Celi
Più che uno scandalo finanziario, le spiate dei magistrati milanesi sembrano la versione gay di “Buonasera dottore” di Claudia Mori: baci sulla fronte, brividi caldi e appuntamenti segreti in via Nazionale fra il pio governatore di Bankitalia e l’aitante raider lombardo. Sullo sfondo, i torbidi traffici della tratta delle banche: pur di compiacere il giovane e insaziabile partner, Fazio era disposto a procurargli l’Antonveneta, una procace padovana da un miliardo di euro a botta (la Finnoromagnola costava meno, ma se l’era già sposata il suo amico Ricucci). La massima autorità monetaria trasformata in un club privé, solo distintissimi, citofonare Tonino: più che palazzo Koch, è palazzo Checca. Inquirenti nauseati: “Sapevamo che era un voyeur fin dai tempi di Cirio e Parmalat: migliaia di risparmiatori spogliati, e lui stava a guardare”. Il governo pronto a mollare Fazio: “Ci rompeva le balle con la sua relazione annuale, ma le relazioni più divertenti le teneva per sé”. Berlusconi deciso a chiedergli di farsi da parte: “A sputtanare l’Italia nel mondo basto io”. Il responsabile dell’organo di controllo sulle banche si giustifica: “Alla mia età non si ha più il pieno controllo degli organi”. Giuristi a consulto sul caso Fazio: si può essere governatore di Bankitalia a vita o si esce dopo dodici anni per cattiva condotta? www.liaceli.com/
Fazio: "Basta fango su Bankitalia. Che poi non vedo le cimici"
Giuda in esclusiva presenta il contenuto della telefonata intercettata tra Fazio e Fiorani. E' la mezzanotte del 12 luglio e il Governatore ha appena firmato il via libera all'OPA di Lodi su Ambroveneta...
Buonasera Governatore
Ciao, sono io
Buonasera, Governatore
Amore mio
Sì, mi dica
Non resistevo più
Ah, bene
Pensavo a te
Direi che è importante
Ho firmato poco fa
Beh, questa è una buona notizia
Non parlare se Ricucci è con te
Lascia parlare me, di' sì o no
Certo, certo, d'accordo
Fammi un'OPA se puoi
Anche finta, se tu lo vuoi
Io tanto non dormirei
penso a ABN
Eh, ci penso anch'io
Mi stimi o no?
Ci può giurare, Governatore
Io di più
No, non credo
Ricucci adesso dov'è
Vicino a te?
Sì, sì, senz'altro
Ho lasciato tutte le riserve giù
con il pacchetto che mi hai dato tu
Ah, sì ? Non le ho dato la busta giusta?
Ma vieni almeno per un po'
Non ho sonno, non mi sveglierai
Di' quello che vuoi, però
Stasera non dirmi no
Eh, va bene, va bene Governatore, se è proprio necessario vengo
Adesso chiudo, non vorrei mai insospettir la RAI
Amore, io sono qui
e potrei anche morir
No, no, stia tranquillo, adesso la raggiungo
Buonasera, Governatore www.giuda.it
Primarie vere per una vera democrazia
Francesco Pardi
da l'Unità - 30 luglio 2005
Non a tutti piacciono le primarie: dal punto di vista teorico molti vi leggono il passaggio dalla dialettica pluralistica alla prevalenza del personalismo e, in linea di tendenza, del presidenzialismo. Dal punto di vista pratico giungono a temere l’opposto: che le primarie siano ingabbiate dalla capacità di controllo degli apparati, e quindi finte. Obiezioni collegate alla critica del maggioritario e dell’eccessivo potere dei partiti, al di là della validità in sede di principio, non colgono la natura specifica del problema che abbiamo di fronte.
Le primarie per la leadership della coalizione che ci accingiamo a sperimentare a ottobre sono segnate soprattutto da una necessità. Il risultato scontato le farebbe apparire inutili: perché si dovrebbe scegliere un leader già scelto da tempo? La ragione c’è ed è che i partiti hanno scelto, come dice Flores, un candidato, non un leader. Un candidato che può contare solo sul 20% del suo stesso partito può essere rafforzato solo da una larga indicazione popolare. Il tempo è stretto, non ci sono altri candidati possibili e infatti le alternative ventilate tra i giovani della generazione successiva si guardano bene dal farsi mettere alla prova nella competizione.
Dunque impegnare l’energia democratica per rafforzare in Prodi l’unico candidato possibile non è affatto uno sforzo inutile. E ci si deve subito chiedere come la pressione popolare che vuole rafforzarlo possa influire in modo positivo sul programma di governo, sulla scelta delle candidature di collegio e sulla gestione della vittoria elettorale.
Oggi tira un’aria poco confortante. Convinto dai sondaggi e soprattutto dalla corsa dei trasformisti sotto le sue bandiere, il centrosinistra si comporta come se avesse già vinto ed esibisce in anticipo l’indulgenza del vincitore. Contro la legge incostituzionale sull’ordinamento giudiziario - votata dagli assenti col permesso del presidente del Senato più inadeguato in tutta l’esperienza repubblicana - e contro la salvapreviti, ultima delle leggi vergogna, l’ostruzionismo è stato esercitato, nel disinteresse diffuso dell’aula, da un gruppo esiguo di oppositori, come ha spiegato più volte Dalla Chiesa su queste pagine. Per aver passato metà legislatura dalla parte di Berlusconi, D’Antoni era già stato premiato nelle suppletive con il seggio di Ischia, e Sgarbi, l’arredatore di Palazzo Chigi scatenato per un decennio contro la magistratura, si appresta a essere accolto nell’Unione.
Così la zona grigia tra maggioranza e opposizione si allarga e pone una grave ipoteca sul governo di centrosinistra. Non solo, se tutto va bene, questo erediterà una tale catastrofe economica che sarà difficilissimo gestirla senza costi sociali. E non è improbabile che la severità dell’azione necessaria venga punita da una restrizione del consenso alle elezioni successive. Diventa quindi fondamentale usare la prossima legislatura per fare pulizia istituzionale. Ma ce la faremo con la palla al piede della zona grigia?
La scena grottesca in cui è coinvolto il governatore della Banca d’Italia dimostra che non sul lavoro è fondata la Repubblica ma sul conflitto d’interessi. Non solo dilaga ovunque in tutti i settori della società ma è intima parte costitutiva delle relazioni tra politica e affari e risiede con imperturbabile stabilità nel cuore del meccanismo istituzionale. Appesantito dalla zavorra, come potrà il centrosinistra attuare l’unica vera Costituzione italiana, abrogare le leggi vergogna, sostituire le leggi incostituzionali, scrivere una vera legge sul conflitto d’interessi, sciogliere il duopolio televisivo, sancire l’ineleggibilità di chi ha proprietà o controllo di mezzi di comunicazione, stabilire l’autonomia della Rai dal potere politico?
Sappiamo tutti che ci sono molte altre cose importanti da fare: inventare lavori per i giovani, salvaguardare i beni comuni, costruire un’economia che non danneggi l’ambiente, uscire dall’Iraq e contribuire a una politica europea autonoma. Ma non è difficile intuire che anche questi seri obbiettivi di grande respiro non sono praticabili senza pulizia istituzionale. Se non si cancella la prassi ormai dominante della legalizzazione dell’illegalità, sarà impossibile affermare la supremazia dell’interesse pubblico sull’utile privato.
La coalizione di centrosinistra non può in ogni caso permettersi di perdere le prossime elezioni. Ma per farla vincere e per caricarla di questi compiti essenziali è decisivo rafforzare Prodi nelle primarie. Egli stesso si è più volte dichiarato favorevole a una pluralità di candidature. È quindi possibile appoggiarlo anche con un voto indiretto: dargli un sostegno leale con il voto a una candidatura indicata dalla società civile, che sappia raccogliere il consenso, altrimenti disperso, di chi non si sente rappresentato dai partiti. Una candidatura simile non sottrarrebbe voti a Prodi ma gli porterebbe un aiuto reso prezioso dalla forte intenzione programmatica.
L’appello di alcuni intellettuali pubblicato l’altro giorno dall’Unità propone una soluzione paritaria affinché le primarie siano un effettivo esercizio di democrazia e permettano quindi anche la partecipazione di un candidato senza apparato e mezzi finanziari. La domanda è stata posta. Ora tutti gli interlocutori sociali (movimenti, associazioni, gruppi spontanei) possono decidere se e come rispondere. È augurabile che vogliano farlo. L’opinione pubblica critica è invitata a esprimere pareri su quella proposta, sulla candidatura più convincente per allargare il consenso a Prodi, e a premere perché la coalizione accolga senza remore il contributo della libera cittadinanza.
luglio 29 2005
L'indifendibile Fazio
Bello e puntuto l'editoriale di ieri su Corriere di Francesco Giavazzi. Ricordo ancora quando, due anni fa, linkai su questo blog la relazione annuale del furbone ciociaro, alias governatore a vita di Bankitalia, alias l'indifendibile che ci ammanniva la grande efficienza delle banke italiane contrapposta alla crisi delle imprese.
In realtà le banke (la k è voluta), compiacente il supposto istituto di vigilanza, stavano alzando i prezzi al consumatore in modo furtivo e colluso per pagarsi crediti inesigibili, elargizioni agli amiconi e amichetti, strutture gonfiate e altre innumeri fregature.
Le aziende oneste (e non protette) invece stramazzavano sotto l'euro pesante e non potevano approvvigionarsi di capitali da un non-mercato che gestisce il credito per appartenenze, e non per risultati.
Non parliamo poi della Borsa, strangolata da fondi di investimento che hanno terrorizzato i risparmiatori italiani peggio di Al Qaeda.
Il risultato? Un pesce che ha cominciato a puzzare dalla testa (finanziaria, si fa per dire) paralizzando tutto il resto.
Non solo la concorrenza bancaria dovrebbe divenire, da subito, materia di Antitrust. Non solo va abolito questo mediovale governatorato a vita. Va anche cacciato, e senza tanti fronzoli, il furbone ciociaro. E subito. www.caravita.biz
Banca d´Italia che ho conosciuto io
EUGENIO SCALFARI
da Repubblica - 29 luglio 2005
LE AGITATE vicende nelle quali è coinvolto da alcune settimane il governatore della Banca d´Italia, Antonio Fazio, e con lui inevitabilmente l´intero Istituto, ci inducono a rivisitare il ruolo che esso ha avuto nel sessantennio dell´Italia repubblicana e la qualità professionale, politica e umana dei cinque governatori che hanno preceduto quello attualmente in carica: Luigi Einaudi, Donato Menichella, Guido Carli, Paolo Baffi, Carlo Azeglio Ciampi.
Quattro di loro li ho conosciuti bene; con due ho avuto rapporti di amicizia personale che hanno arricchito la mia conoscenza della vita economica italiana e delle sue nervature finanziarie. Tanto più cocente per chi ha avuto un´esperienza così privilegiata è dunque la delusione per quanto sta accadendo ora sotto i nostri occhi, con l´ombra di un declino che penalizza quello che è stato fin qui uno dei punti di massima eccellenza del nostro sconquassato sistema-Paese.
Ricordo a questo proposito che la Banca, oltre a governare in piena indipendenza la politica della moneta e del credito traendo dall´interno dell´Istituto i suoi massimi dirigenti, ha fornito alle istituzioni politiche due presidenti della Repubblica (Einaudi e Ciampi), due presidenti del Consiglio (Dini e Ciampi), tre ministri del Tesoro (Carli, Dini, Ciampi), due ministri del Commercio estero (Carli, Ossola).
Ricordo altresì – affinché il quadro sia completo – che la tecnostruttura della Banca, il suo Direttorio, il suo Ufficio studi, le relazioni annuali del governatore, hanno rappresentato il telaio sul quale è stata tessuta per sei decenni la politica economica del nostro Paese.
SEGUE A PAGINA 6
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la storia
LA BANCA DEI SERVITORI DELLO STATO
Sessant´anni di rigore morale
i governatori che ho conosciuto
Bankitalia ha perso gran parte dello smalto accumulato in sessant´anni
Da Einaudi a Ciampi, un esempio di rigore morale dal quale trarre energia
lungimirante La tenuta ferma di Ciampi evitò ai tempi dell´Ambrosiano un crac rovinoso per il Paese
(SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
EUGENIO SCALFARI
Nonché i rilevanti contributi forniti alle autorità monetarie internazionali, dal Fondo monetario alla Banca mondiale, al comitato monetario dell´Unione europea, per finire alla Banca centrale europea nella quale Tommaso Padoa-Schioppa ha rappresentato l´Italia al massimo livello.
Ma i governatori hanno anche avuto, in questo lungo arco di anni, interlocutori di grande rilievo sia nel mondo bancario e imprenditoriale sia nei governi che hanno guidato la politica nazionale. Tra i primi vengono alla memoria personalità come Raffaele Mattioli, Enrico Cuccia, Imbriani Longo, Franco Cingano, Stefano Siglienti, Giovanni Agnelli, Leopoldo Pirelli. Tra i secondi i ministri del Tesoro Ezio Vanoni, Ugo La Malfa, Giovanni Malagodi, Bruno Visentini, Nino Andreatta, Giuliano Amato. Ma anche personaggi dell´opposizione e del sindacato: Giorgio Amendola, Riccardo Lombardi, Antonio Giolitti, Luciano Lama, Bruno Trentin. Ed Enrico Berlinguer.
Non sembri, quello che sto ricordando, un arido elenco di nomi ed addirittura un museo delle cere. Dall´opera di queste persone, spesso di diverso sentire e di diversa formazione culturale, è stata costruita la storia d´un Paese fragile ma creativo ed alacre, che tra avanzamenti e cadute ha saputo trasformarsi in pochi decenni da un´economia prevalentemente agricola a un sistema industriale e post-industriale, pagando costi sociali elevati ma procedendo tuttavia verso un futuro che si sperava migliore di quanto infine si sia verificato.
La Banca d´Italia è stata tra i protagonisti di questo percorso; diciamo meglio: della parte virtuosa di questo percorso che ha connotato il sessantennio della nostra storia repubblicana.
Purtroppo la fragilità di fondo è rimasta. Negli ultimi quindici anni è riemersa in forme e misura preoccupanti. Tanto più necessario recuperare dalla parte migliore di questo passato una rinnovata forza morale ed insieme il rispetto di noi stessi e del Paese che amiamo.
* * *
Donato Menichella non era un economista né uno scrittore di altissimo stile come Luigi Einaudi.
Condivideva piuttosto l´interventismo economico di Francesco Saverio Nitti e le capacità realizzatrici di Beneduce, di cui fu stretto collaboratore nella fondazione dell´Iri, strumento di prudente salvataggio creato nella fase più procellosa della crisi mondiale che si abbatté tra il 1931 e il ‘32 sull´industria e sul sistema bancario europeo.
Quando Einaudi fu chiamato da De Gasperi a guidare l´economia italiana nel 1947 come ministro del Bilancio, creato su misura della sua personalità intellettuale e politica, alla guida della Banca d´Italia fu Menichella a succedergli. Tenne quella carica per tredici anni, fino al 1959. Fu quello il periodo decisivo della ricostruzione del Paese, il periodo del piano Marshall, della rinascita della Fiat, della creazione dal nulla dell´Eni di Enrico Mattei e della siderurgia a ciclo integrale realizzata da Oscar Sinigaglia. Ci voleva una politica del credito ardita e prudente per dare fiato a quei progetti senza compromettere la stabilità della moneta e dei prezzi. E ci voleva al tempo stesso una antiveggente politica di moderazione sindacale che consentisse alle imprese di sviluppare investimenti di ampia portata espandendo in quel modo l´occupazione, il reddito, i consumi delle classi medie e lavoratrici.
Menichella realizzò le premesse di quel miracolo con l´indispensabile collaborazione di Di Vittorio e del sindacato operaio. Nelle sue relazioni annuali il governatore dette puntualmente atto ai sindacati d´aver reso possibile quel miracolo. La voce di Menichella fu la sola a riconoscere il contributo dato alla ricostruzione economica dalla classe operaia, al di là dell´aspra lotta di classe che ebbe luogo nella prima metà degli anni Cinquanta.
Ricordo ancora, pur dopo tanti anni, le lunghe conversazioni che ebbi l´occasione di avere col governatore su questo tema e sull´altro, altrettanto capitale, della gestione dell´industria pubblica che doveva avvenire "come se" essa fosse pubblica nei fini ma privata nel perseguire un modello di gestione improntato all´efficienza, all´onesto profitto e alla allocazione ottimale delle risorse.
"Come se" anche in situazioni semi-monopolistiche (come era infatti il caso della Finsider) le regole del mercato fossero pienamente operanti. In parte si trattava di una concezione virtuale ma essa rappresentò in quegli anni un canone operante, un vincolo di efficienza che la politica creditizia provvide a rispettare e a far rispettare con molto rigore, evitando ogni controllo politico sull´erogazione del credito, che avrebbe potuto essere facilmente radicato visto che l´intero sistema bancario era di proprietà della mano pubblica.
Questi furono i meriti principali di Donato Menichella, il primo vero servitore dello Stato, uomo di grande umanità e grandissima modestia per quanto riguardava se stesso, ma di grandi ambizioni per l´Istituto che diresse con mano ferma, senza alcuna ostentazione di potere. Fu lui, già seriamente ammalato, a volere come successore Guido Carli, già da tempo alla direzione dell´Ufficio italiano dei cambi e da un anno direttore generale della Banca.
Carli aveva carattere e movenze assai diverse da quelle di Menichella, ma identica devozione al bene pubblico e all´interesse generale. Il famoso miracolo economico del quale Menichella aveva gettato le premesse esplose durante il suo governo della Banca. Era il 1960. La lira si guadagnò, per convinta e unanime ammissione di tutte le istituzioni monetarie e internazionali, l´"Oscar" di più solida moneta mondiale, dopo anni di elevata disoccupazione l´Italia realizzò l´ideale del pieno impiego. Il reddito aumentava al ritmo del 5 per cento annuo. Le esportazioni si espandevano su tutti i mercati. La ricostruzione era avvenuta. Una rete di autostrade unificò e «raccorciò» il Paese. Il rapporto con le economie più avanzate divenne intenso.
Il cuore dello sviluppo, originariamente concentrato nel triangolo Torino-Milano-Genova, cominciò ad espandersi verso il Veneto, l´Emilia, la costiera marchigiana. Si disse che l´Italia produttiva stava assumendo la forma d´una stella cometa, la cui coda luminescente si espandeva tra Treviso, Padova, Bologna, al di qua e al di là delle due sponde del Po.
Torino diventò in quegli anni la quarta città meridionale d´Italia, dopo Napoli Palermo Bari. Cinque milioni di contadini provenienti dal Sud e dal Veneto ingrossarono le città. Fu uno sviluppo tumultuoso, non programmato e comportò costi sociali e umani altissimi. Ma impresse un impulso fondamentale alla modernizzazione del Paese.
Al vertice del sistema, direi alla guida di esso, ci furono Vanoni, Carli, Mattei, Valletta, l´Iri, Mattioli, Cuccia.
Alla base una miriade d´imprenditori self-made e una classe operaia orgogliosa della sua compattezza e profondamente insoddisfatta d´una troppo lunga moderazione nel salario e nei diritti. Con queste caratteristiche il Paese entrò nel decennio per certi aspetti mitico degli anni Sessanta.
* * *
Di Guido Carli si è tanto scritto e anche favoleggiato. Non sempre a proposito. Aveva un carattere timido nel rapporto con le persone. Spesso brusco e talvolta perfino scortese proprio per vincere l´innata timidezza. Ma estremamente consapevole del ruolo della Banca e del valore degli uomini che lavoravano con lui. Quello di governatore fu il suo momento di grazia proprio perché la struttura che aveva al suo fianco gli infondeva sicurezza nel comando e collegialità nell´esercitarlo.
Non starò a ricordare i momenti d´una profonda amicizia che ci ha legati per tanti anni e che ha avuto anche fasi per me esaltanti. Una di esse fu quando, di comune accordo, inaugurammo una forma di collaborazione del tutto inedita creando una firma e un personaggio fittizio cui demmo il nome di "Bancor". Il contenuto degli articoli, che uscirono sull´Espresso che allora dirigevo, nasceva da libere quanto riservate conversazioni che avvenivano nel suo studio in via Nazionale sui temi dell´attualità economica.
Lui parlava, io interrogavo. Non presi mai alcun appunto.
Guido s´infervorava, esponeva una strategia, ne scorgeva gli ostacoli e i limiti, ne intravedeva i possibili risultati con nella mente sempre l´interesse generale, spesso contraddetto da quelle che lui chiamava le "arciconfraternite" del potere, l´egoismo corporativo, le tentazioni monopoloidi nascoste ad ogni cantone.
Uscendo da quegli incontri frastornato facevo fatica a riordinare fatti e pensieri. Dopo un paio di giorni mi mettevo a scrivere dando una libera interpretazione del suo pensiero. E usciva sull´Espresso l´articolo di "Bancor".
La mattina del giovedì (era il giorno d´uscita del settimanale) gli telefonavo per conoscere le sue reazioni.
Furono sempre positive e così andammo avanti per un paio d´anni; anche quando la voce che dietro quella firma ci fosse lui prese consistenza, Guido decise di continuare ancorché le polemiche si infittissero. Poi raccogliemmo quegli scritti in volume. Gli mandai la prima copia con la dedica "Bancor a Bancor". Lui mi rispose con una bottiglia di Champagne e un biglietto: "Bancor ringrazia Bancor".
L´ho conservato tra le lettere che mi sono più care.
* * *
Paolo Baffi è stato un economista insigne e questo è noto.
Ereditò la carica di governatore quando i tempi non erano più molto sereni.
Anzi, erano arrivati i cupi anni di piombo e anche l´economia batteva il passo. Gli investimenti languivano, il potere politico effettuava invasioni sempre più pesanti nelle istituzioni, la Banca d´Italia era un intralcio sempre meno tollerato.
Baffi lo sapeva e temeva l´occupazione politica del credito. Era rigoroso per carattere. Diventò inflessibile.
Il capo della Vigilanza, Sarcinelli, ci metteva di suo l´intransigenza giovanile.
Tra gli istituti di credito più influenzati dalla politica e dalle "arciconfraternite" c´era allora l´Italcasse e la Vigilanza decise un´ispezione accurata. Segnalò prestiti di grande rilievo senza sufficienti garanzie in favore dei "palazzinari" di allora, che godevano di larghe protezioni politiche. Il seguito di quella vicenda è noto: la Procura della Repubblica di Roma spiccò mandati contro Baffi e Sarcinelli per un preteso abuso di potere in un´operazione dell´Imi. Sarcinelli fu arrestato, a Baffi fu ritirato il passaporto.
Lo scandalo fu enorme. Si formò un fronte di resistenza e di protesta e mi onoro di ricordare che Repubblica ne fu il capofila. Correva l´anno 1979. La Procura fece macchina indietro, ma il colpo per Baffi fu molto grave. Si dimise e Ciampi ne prese il posto.
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Non parlerò di Ciampi e dei suoi anni da governatore. Ci conosciamo da trent´anni, da quando dirigeva l´Ufficio studi della Banca. Abbiamo vissuto in comunità d´intenti tante vicende, a cominciare da quella per tanti versi drammatica della crisi del Banco Ambrosiano che vide uniti nel malaffare Roberto Calvi, coautore e poi vittima di quella cupa vicenda, elementi mafiosi, infiltrazioni piduiste e perfino l´allora prestigioso Ior, la Banca d´affari del Vaticano.
La tenuta lungimirante e fermissima di Ciampi in quella vicenda risparmiò al Paese un crac che sarebbe stato molto più rovinoso. Va detto che la Banca d´Italia trovò al suo fianco in quell´occasione il ministro del Tesoro Andreatta, il quale chiuse la porta in faccia alle pesanti pressioni del Vaticano e impose allo Ior di rimettere sul tavolo il «maltolto» che era finito nelle sue casse.
Ma di Carlo Azeglio Ciampi non voglio dir altro.
Sembrerebbe la ricostruzione di un amico e lui non ne ha alcun bisogno.
Voglio soltanto ricordare che il nostro giornale, già diretto da Ezio Mauro, si è battuto in favore della sua elezione al Quirinale con gli argomenti che la ragione e il sentimento mettevano a nostra disposizione.
Così, quando Ciampi fu eletto al primo scrutinio con quasi l´unanimità dei voti del Parlamento, per noi di Repubblica è stato il segno che il Paese, pur in mezzo a tante traversie, avrebbe avuto per sette anni una tenda di raccolta, di riferimento e di unità capace di farci superare delusioni e accoramento.
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I lettori si chiederanno forse il perché di questa rievocazione. Purtroppo la Banca d´Italia sembra aver perso gran parte dello smalto accumulato in sessant´anni. Ma le radici sono, io credo, ancora sane e vigorose. Vogliamo trarre dal passato nuova energia e speranza, e questa è la ragione di tanti ricordi.
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Ds Milano - Rassegna stampa
PRIMARIE PER CANDIDATO PREMIER - 1
29 luglio 2005
Si è deciso in sede di esecutivo del Lazio di istituire un canale di informazione relativo alle prossime primarie per scegliere il candidato premier delle politiche del 2006.
Il canale scelto è quello della e-mail, più o meno periodica, che sarà inviata a cura dell'esecutivo, in genere da questo indirizzo (nando@romanordperlulivo.net), ai coordinatori dei comitati di CpU del Lazio e a quei CpU che faranno richiesta al medesimo indirizzo di essere aggiunti all'esistente lista di distribuzione.
Si invitano tutti i destinatari di questa lista di distribuzione a diffondere il contenuto delle e-mail con l'oggetto PRIMARIE PER CANDIDATO PREMIER a tutti gli iscritti ai nostri comitati.
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I Cittadini per L'ULIVO, del Lazio e a livello nazionale, sosterranno Romano Prodi.
Queste primarie hanno un forte significato politico e noi tutti dovremo impegnarci per il raggiungimento di due obiettivi:
una massiccia partecipazione popolare alle primarie che si svolgeranno il 15 e il 16 ottobre
la vittoria con grande margine di Romano Prodi
La seconda da sola non è sufficiente per dare alla candidatura l'autorevolezza necessaria al candidato premier.
Tenendo conto della pausa estiva, la campagna per le primarie si svolgerà essenzialmente dai primi di settembre, ma ciò non ci esime dal necessario lavoro preparatorio, da avviare al più presto (v. seguito).
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Si inserisce qui di seguito un estratto del regolamento, consultabile nella sua interezza alla pagina web:
http://www.primarie.romanoprodi.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&doc=4 (cliccare)
6. Elettori
1. Possono partecipare alla “Primaria 2005” in qualità di elettori tutti i cittadini che abbiano titolarità del diritto attivo di voto per le elezioni della Camera dei Deputati, i quali sottoscrivano il “Progetto” di cui all’articolo 2, comma 3 e devolvano un contributo per la copertura delle spese organizzative.
2. Per essere ammessi al voto occorre esibire al seggio un documento di identificazione e la propria tessera elettorale. E’ necessario inoltre dare espresso consenso a che il proprio nominativo sia inserito nell’elenco dei partecipanti alla votazione e a che l’elenco stesso sia reso consultabile da parte di chiunque vi abbia interesse al fine di ogni eventuale verifica relativa all’effettiva partecipazione al voto dei cittadini.
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7. Procedimento elettorale
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2. Entro quindici giorni dalla data di indizione della “Primaria 2005”, l'Ufficio di Presidenza, sentito il parere dell’Ufficio tecnico-amministrativo, nomina i responsabili del procedimento elettorale per ogni provincia italiana e per il seggio centrale degli italiani all'estero. Il Collegio dei Garanti, qualora riscontri irregolarità o elementi di turbativa nello svolgimento del procedimento, può, di sua iniziativa, revocare il mandato conferito, surrogando contestualmente il responsabile revocato.
3. In ciascuna provincia è costituito almeno un seggio per lo svolgimento delle elezioni primarie, ed almeno un seggio aggiuntivo per ogni diecimila voti validi ricevuti nel 2001, quota proporzionale, dal complesso delle forze politiche aderenti all'UNIONE.
4. I responsabili del procedimento nominano gli scrutatori per ciascun seggio e coordinano le attività necessarie a garantire il corretto svolgimento della consultazione. Un seggio è validamente costituito se formato da almeno tre componenti di cui uno con funzioni di Presidente.
5. Le schede di voto, in formato cartaceo o informatico, sono predisposte a cura dell’Ufficio tecnico-amministrativo. Esse contengono il solo nome e cognome dei candidati, posti in ordine casuale stabilito per estrazione a sorte.
6. Gli elettori possono esprimere la loro preferenza per uno solo dei candidati pre-senti sulla scheda.
7. Il Presidente del Collegio dei Garanti, al termine della verifica sui risultati della consultazione, proclama Candidato alla carica di Presidente del Consiglio per l'UNIONE il candidato che ha ricevuto il maggior numero di voti.
Si prevede la costituzione di circa 4000 seggi in tutta Italia a cura dell'Ufficio tecnico-amministrativo (v. punto 4 del regolamento). Le sedi più probabili dei seggi saranno le sezioni dei partiti dell'Unione, ma il suddetto Ufficio esaminerà anche possibilità aggiuntive.
Ad ogni seggio saranno presumibilmente associate tutte le sezioni elettorali della zona e ogni elettore dovrà recarsi necessariamente in un seggio prestabilito (quello che avrà nel proprio elenco il numero di sezione presente sul proprio certificato elettorale).
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SITO
Il punto di riferimento nazionale a sostegno di Romano Prodi ha un suo sito il cui indirizzo è:
http://www.primarie.romanoprodi.it
e nella cui Home Page si può leggere il:
PROGETTO PER L’ITALIA: I PRINCIPI E LE AZIONI DELL’UNIONE
con gli 8 punti qualificanti, sottoscritti dai partiti dell'Unione:
Costituzione
Europa
Pace, giustizia e libertà
Sicurezza, democrazia e lotta al terrorismo
Reagire al declino. Una nuova economia, una nuova qualità ambientale, una nuova società
Il Mezzogiorno
Giustizia e legalità
Bioetica e temi eticamente sensibili: nuovi diritti e nuove responsabilità
sui quali si dovrà articolare il programma di governo del candidato premier.
Sarebbe opportuno, anche per la procedura di costituzione dei Comitati per Prodi Presidente(di cui parleremo nel prossimo comunicato), che almeno i coordinatori dei comitati di CpU provvedessero fin d'ora a registrarsi su tale sito.
A scanso di equivoci, ma ci torneremo in dettaglio nella prossima, una cosa sono i Comitati per Prodi Presidente e un'altra sono i comitati della nostra rete.
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APPELLO DI BIAGI
Siamo tutti caldamente invitati a sottoscrivere l'appello di Biagi per Prodi Presidente nella pagina:
http://www.primarie.romanoprodi.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&doc=3&sid=3
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Alla prossima e-mail! Caldi saluti a tutti.
Parità perfetta tra i poli
La lista civica vale il 10%"
le primarie Possono dare la spinta decisiva.
La Colli? Al massimo può raccogliere un 5%
la moratti È autorevole ma non imbattibile.
Paga la riforma della scuola e patisce i confronti
LUIGI PASTORE
da Repubblica - 29 luglio 2005
«In questo momento a Milano c´è perfetto equilibrio tra i due schieramenti. A spezzarlo, oltre alla scelta del candidato, possono essere per il centrosinistra le primarie o una lista civica».
Il sondaggista Alessandro Amadori non ha dubbi. La corsa appena cominciata per Palazzo Marino, è più che mai aperta. E ad avere più margini di miglioramento è l´Unione, che non ha ancora scelto il candidato.
Amadori, qual è la situazione oggi?
«Mentre su scala nazionale c´è un vantaggio del centrosinistra, percepibile ma non incolmabile, nell´ordine dei quattro punti, su Milano il quadro è di perfetta parità. Se c´è ancora nell´area lombardo-veneta una complessiva superiorità del centrodestra, riguarda solo la provincia. A Milano città si è compiuto già con le elezioni regionali dello scorso aprile un processo di riequilibrio, che ha riguardato in generale le metropoli, un processo che ci risulta confermato in questi mesi».
Quale fattore può maggiormente spostare questo equilibrio?
«Quando c´è un trend di fondo, com´è stato con l´avvento della Lega di Formentini, le caratteristiche del candidato e del programma sono ininfluenti. Quando c´è una marea che monta, può vincere chiunque. In un mercato elettorale di assoluto equilibrio, invece, diventano decisivi candidato, programma e coinvolgimento dell´elettorato, com´è successo negli Stati Uniti per la vittoria di Bush».
Più importante un evento come le primarie o una lista civica?
«Entrambi, ma le primarie possono davvero avere un effetto dirompente. Sono del parere che nel quadro di un elettorato meno facilmente coinvolgibile che in passato, ci possa essere una certa voglia di essere protagonisti, di giocare un ruolo attivo. Vedo positivamente l´idea delle primarie anche a Milano, che può fungere da metodo di comunicazione e mobilitazione. Se il centrosinistra le farà sul serio, il loro effetto potrà essere superiore persino a una lista civica. Basta vedere cosa è successo in Puglia, le primarie sono qualcosa di potenzialmente dirompente dal punto di vista della comunicazione orizzontale...».
E la lista civica?
«Milano è una città funzione, a differenza di Roma che è città- relazione: chi ruota qui chiede efficienza nei servizi, non tanto qualità delle relazioni. E una lista civica a carattere tecnico, certamente può andare incontro a bisogni concreti, come traffico, vivibilità spazi, rilancio dell´economia».
Quanto può valere una lista civica?
«Un dieci per cento dei voti».
Anche la Colli pensa a una sua lista.
«La stagione dei nomi civetta è finita. Le liste personali alle ultime tornate elettorali sono andate male. La Colli potrebbe aggregare una piccola quota di voto di protesta in doppio petto e borghese, ma può arrivare al massimo al 5-6%».
Come valuta la candidatura di Letizia Moratti?
«È un candidato autorevole ma non imbattibile, perché la valutazione da parte delle famiglie del suo progetto di riforma della scuola è contrastante: più che mai a Milano, capitale del tempo pieno, ha suscitato molti dubbi. Inoltre, la Moratti non è fortissima nei faccia a faccia, è brava quando sale in cattedra. Nei confronti va sulla difensiva, e non è una persona che scalda i cuori».
Dal suo punto di vista di esperto di comunicazione, quale sarebbe il candidato migliore per il centrosinistra?
«Veronesi, indubbiamente. Sarebbe il candidato perfetto, ha l´età della saggezza, ha la riconoscenza di milioni di donne, è un indipendente, è un buon comunicatore, non perde mai la pazienza. Tra i ministri tecnici degli ultimi anni, i più apprezzati sono stati quelli della salute. Veronesi è un papà con la competenza del manager. Credo davvero che con lui il centrosinistra avrebbe moltissime chance di successo, anche contro la Moratti».
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Ds Milano - Rassegna stampa
I SONDAGGI DEL CAVALIERE "MEGLIO IL MAGGIORITARIO" / Con il proporzionale maggiori rischi di sconfitta
LA riforma elettorale proporzionale non convince Silvio Berlusconi anche perché gliela bocciano i suoi sondaggi riservati. Quelli nelle mani del premier sostengono che, se si cambiasse sistema di voto, il centrodestra non aumenterebbe le sue modeste chances di vittoria alle Politiche del 2006, Semmai, qualche speranzuccia in più di battere gli avversari gliela darebbe proprio il tanto bistrattato Mattarelltun. Che a questo punto tanto vale tenere.
Premessa; il Cavaliere non attinge più a un solo ricercatore di fiducia, come faceva ai tempi eroici di Gianni Pilo e di Luigi Crespi, ma addirittura a cinque centri di rilevazione. Alcuni (Ispo, Ipsos, Istituto Piepoli) hanno un ricco contratto di consulenza istituzionale con Palazzo Chigi, che può permetterselo grazie a un apposito budget creato sei anni fa all'epoca del governo D'Alema; i loro studi vengono filtrati dal portavoce berlusconiano, Paolo Bonaiuti, che se li esamina prima di trasferirli sul tavolo del premier. Altri istituti (Eurisko) riforniscono di dati Forza Italia, e per quella via il Capo ne viene costantemente informato; altri ancora (in particolare Euromedia, diretto dalla quaranterme brillante Alessandra Ghisleri) coltivano un rapporto diretto col premier, suggerendo volta a volta gli argomenti cui gli elettori sembrano più sensibili, Nell'insieme, un brain trust di tutto rispetto.
Ebbene: sfogliando una montagna di grafici, torte e tabelle, Berlusconi è arrivato alla conclusione che ancora non tutto è perduto, Certo, se si votasse oggi, la Casa delle libertà verrebbe congedata dagli elettori senza un grazie, poiché nelle intenzioni di voto l'Unione è davanti con un vantaggio che oscilla fra i 3 punti virgola qualcosa stimati da Nicola Píepoli e i 5 punti di Nando Pagnoncelli. Su questo dato d'insieme tutti i ricercatori più o meno concordano, così come non v'è dubbio che Romano Prodi è in fuga, per usare un gergo sportivo a lui caro, con Berlusconi che arranca (secondo un impietoso Piepoli) a oltre 15 punti di distacco nel gradimento personale come leader.
Fermandosi a questo punto, la partita potrebbe considerarsi chiusa, Sennonché qui cominciano i distinguo, e i motivi di conforto per il premier che si è convinto di possedere qualche buona carta. Anzitutto, le stime non comprendono le formazioni cosiddette minori. Il Nuova Psi, possibile alleato, vale circa un punto. la Nuova De più o meno altrettanto, e così pure Alternativa sociale della Mussolini. Sommando i picciotti dì Lombardo, alcune liste di pensionati e gruppi locali, secondo la Ghisleri non ha tutti i torti Berlusconi quando ai propri seguaci annuncia (come ieri sera) che "siamo praticamente pan".
E qui scatta il congegno elettorale. Pagnoncelli ha assemblato insieme, in una mega-simulazione di cui ovviamente il premier è stato subito informato, 70-80.000 interviste ad altrettanti elettori effettuate nell'arco di molti mesi, Il tutto è stato integrato dai risultati delle Regionali, e suddiviso infine per i 475 collegi uninominali della Camera. Sorpresa: con il Mattarellum il vantaggio sicuro della sinistra sarebbe di soli 20 seggi, Che potrebbero salire a 60-70 nel caso in cui Prodi riuscisse a vincere la battaglia dei collegi in bilico (un centinaio secondo l'Ipsos e addirittura 150 nelle stime di Giuliano Urbani, cui Berlusconì ha dato il compìto di sovrintendere l'analisi dei trend). Nel quartier generale berlusconiano ne hanno dedotto che a questo punto tanto vale giocarsela fino infondo, passare al proporzionale per qualche piccolo sconto avrebbe poco senso.
I calcoli di Pagnoncelli vengono confermati da Euromedia: perfino con il sistema elettorale attuale l'unione vincerebbe, si, ma non in modo travolgente. Prodi sarebbe nelle mani di Bertinotti e di Martella, Con Berlusconi che potrebbe addirittura ribaltare il verdetto se gli riuscisse di spostare poche migliaia di voti, in qualche caso centinaia, in ciascuno dei collegi di frontiera. Dove più che l'alta politica conterà la militanza. «Basta cartelloni pubblicitari», ha suggerito al premier la Ghisleri, «meglio tornare agli uomini-sandwich».
Ugo Magri
La Stampa
OSSERVATORIO POLITICO a cura di Roberto D'Alimonte / POLI ETEROGENEI? LA RICETTA NON È IL PROPORZIONALE
«Un sistema elettorale capace di garantire la formazione di coalizioni omogenee in grado di realizzare un programma condiviso». Sono parole di Marco Tronchetti Provera in una recente intervista apparsa su «Repubblica» in risposta a una domanda sulle priorità del nostro Paese. Non è la prima volta che un autorevole esponente del mondo delle imprese si esprime in questi termini. Il fatto però che lo faccia Tronchetti Provera alla vigilia di una probabile discussione parlamentare sulla riforma elettorale fa assumere a dichiarazioni di questo genere un rilievo particolare.
Sull'obiettivo indicato da Tronchetti Provera siamo tutti d'accordo. Come si fa a non esserlo? Il problema è come arrivarci. Per due motivi. Il primo è individuare quale sia il sistema elettorale adatto, dato il contesto in cui deve funzionare. Il secondo è come far approvare in Parlamento il sistema elettorale prescelto. Evitiamo una discussione oziosa sui sistemi elettorali ideali nel caso italiano e sulle difficoltà parlamentari relative alla loro adozione. Concentriamoci, invece, su quel sistema elettorale che la maggioranza di governo dice di voler approvare prima delle prossime elezioni e, cioè, il sistema proporzionale. Quindi, la domanda che ci poniamo è questa: può un sistema proporzionale garantire il raggiungimento dell'obiettivo indicato da Tronchetti Provera? Per rispondere sarebbe meglio sapere a quale sistema proporzionale stanno pensando Berlusconi e Casini. Le notizie che circolano in questi giorni parlano vagamente di un ritorno al proporzionale. Di sistemi proporzionali ce ne sono tanti ma ai nostri fini possono essere raggruppati in due tipi: quelli senza premio di maggioranza (come il sistema in vigore in Italia prima del '93) e quelli con premio di maggioranza (come l'attuale sistema per le elezioni regionali).
Partiamo da quest'ultimo tipo. Il ragionamento è semplice. Per avere coalizioni omogenee occorre immaginare un sistema elettorale che renda inutili i voti di Rifondazione comunista nel centro-sinistra e quelli della Lega nel centro-destra. Perché di questo si tratta e non d'altro. Questi sono i due partiti "eterogenei" che impediscono la realizzazione di programmi di governo pienamente condivisi. Per avere maggioranze omogenee occorre eliminare il potere di coalizione di questi partiti ovvero rendere i voti e i seggi di questi partiti ininfluenti ai fini della formazione dei governi. Con un sistema maggioritario come l'attuale non si può fare. Si può fare con un sistema proporzionale con premio di maggioranza? La risposta è ancora no.
Prendiamo i dati delle europee del 2004 che, come noto, sono dati proporzionali. La Lega ha preso il 5% dei voti e Rifondazione il 6 per cento. Senza questi voti centro-sinistra e centro-destra avrebbero rischiato di perdere il premio e, quindi, le elezioni. Il punto è che un sistema proporzionale con premio di maggioranza incentiva, comunque, la formazione di coalizioni pre-elettorali e, quindi, il bipolarismo. Con questo tipo di sistema elettorale esiste sempre un incentivo a imbarcare nelle coalizioni quanti più alleati possibile per poter essere competitivi e, soprattutto, alleati con pacchetti consistenti di voti, come Lega e Rifondazione. Risultato: coalizioni eterogenee.
E un sistema proporzionale senza premio'? Questa riforma ha meno probabilità della precedente di essere approvata ma ha molte più probabilità di raggiungere l'obiettivo. Però comporta un prezzo: il sacrificio del bipolarismo. Vediamo perché.
Prendiamo i dati delle politiche del 2001 (Camera, parte proporzionale) e delle europee del 2004. Come si vede dalla tabella, una maggioranza di centro-destra senza la Lega non esiste. Né esiste una maggioranza di centro-sinistra senza Rifondazione. Nel 2001 sarebbe stata possibile una maggioranza di centro grazie all'ottimo risultato di Forza Italia e Margherita, ma solo mettendo dentro tutti: da Di Pietro a De Michelis e D'Antoni. Non proprio una maggioranza omogenea. Nel 2004 anche questa maggioranza di centro è sparita. Sia nel 2001che nel 2004 esistono, invece, due maggioranze possibili, entrambe imperniate su un blocco di partiti di centro. La prima comprende An, oltre a Forza Italia, Udeur, Margherita, Udc. La seconda comprende i Ds oltre a Forza Italia, Udeur, Margherita, Udc. Tutte e due sono maggioranze forse più omogenee di quelle generate dall'attuale sistema elettorale: ma addio bipolarismo. Avremmo un blocco di partiti sempre al governo liberi di scegliersi l'alleato preferito a destra o a sinistra. E già successo nella storia di questo Paese. Ma allora al centro del sistema c'era un grande partito come la Dc, seppur diviso in correnti. E soprattutto c'era l'anticomunismo a fare da collante. Oggi ci sarebbe solo una serie di partiti piccoli e meno piccoli in competizione tra loro.
Ne vale la pena? Siamo sicuri che un sistema partitico del genere sia "migliore" di uno che costringe a fare i conti con partiti e maggioranze eterogenee ma che in cambio ha fatto delle elezioni un vero giorno del giudizio? Oppure c'è qualcuno che pensa che si possano avere oggi in Italia maggioranze di governo omogenee e bipolarismo?
Il Sole 24 Ore
L'orrore bellico - terroristico. La menzogna perpetua. La ricerca di un rimedio.
La strage terroristica a Sharm al-Sheikh, in Egitto - dopo quelle di Londra, di Madrid, di Istanbul, di Bali in Indonesia, di Karbala in Irak, di al-Khobar in Arabia Saudita, la strage contro il parlamento indiano e prima ancora contro le torri gemelle a New York e ancora prima nel mausoleo dell'Imam Reza a Mashhad in Iran - è l'ennesima dimostrazione che il terrorismo ha come obiettivo l'intera civiltà umana a prescindere da qualsiasi diversità etnico - religiosa. La strage a Sharm non avviene solo perché Mubarak avrà molto probabilmente fra qualche mese il suo quinto mandato presidenziale come candidato -de facto unico- o perchè la sua famiglia ha forti investimenti nella zona. Né perchè il presidente egiziano appartiene a quella schiera di leaders del mondo arabo-islamico che sono di fatto dei presidenti a vita ( Mubarak, Ben Ali, Ali Saleh Mohammad, Basshar Asad, Gheddafi,..). O monarchi assolutisti (Saud di Arabia, Abdallah di Giordania, Mohammad VI di Marocco, i vari principati arabi del Golfo Persico…). O militari (il generale Musharaf in Pakistan,…). O veri e propri Khan: i presidenti delle repubbliche dell'ex Asia centrale sovietica. Tutti alleati degli Stati Uniti (Mubarak, Abdllah, …) o allineati ( Gheddafi, Omar al-Bashir, Saleh Mohammad) o disponibili a denti stretti ( Siria, Sudan..) o paesi occupati ( Irak, Afghanistan,..)
Il terrorismo incombe e colpisce tutti e dovunque, ma quasi sempre gli innocenti, spesso vittime anche dei detentori del potere globale capeggiati dall'amministrazione della massima potenza mondiale che per estendere e perpetuare il proprio dominio e per neutralizzare gli avversari hanno dichiarato ufficialmente una guerra permanente, assumendo la menzogna come pratica di governo.
Bisogna tener presente:
1- Che con la fine del mondo bipolare è iniziato quel violento processo che ha portato alla globalizzazione di guerra, di potere, di capitali, di profitti e di povertà.. Solo i diritti non sono stati globalizzati. Anche gli artefici del terrore hanno appreso la lezione e hanno globalizzato il terrorismo, privatizzandolo. Un terrorismo che recluta prevalentemente i suoi uomini nel vastissimo bacino delle masse diseredate e umiliate, private dei diritti più elementari universalmente riconosciuti. Il cambiamento in atto, a seguito del crollo del mondo bipolare, ha messo la gestione del mondo nelle mani di un'amministrazione che è priva di mezzi culturali e politici per una gestione illuminata.
2- Che la nebulosa di al-Qaeda, anche se non a livello operativo almeno a livello ideologico ha ormai assorbito l'intera galassia dei vari jihadisti ( wahabbiti sauditi, talibani afgano - pakistani, jihadisti egiziani - le tre colonne portanti della variegata galassia integralista - divenendo l'ispiratrice di innumerevoli cellule autonome.
3- Che gli ideatori e gli artefici delle stragi terroristiche, conducendo una guerra asimmetrica, aspirano al potere contendendo il dominio a chi conduce una guerra simmetrica (o almeno lo ricattano). Gli strumenti e i mezzi di questa orribile faida sono sempre gli innocenti e i più deboli. Il potere globale assorbe e attrae cittadini della propria non ricca e promette la cittadinanza (agli immigrati clandestini) e una buona paga ( a chi vuole forse sostenere i propri studi), mentre il potere terroristico promette la salvezza nell'aldilà. Ambedue queste violenze minacciano oggi di annientare epocali diritti conquistati dall'umanità. Vedi il “ Patriot act” e leggi affini e l'irrigidimento dei regimi delle aree emergenti del globo. E' significativa la lettera dell'illustre pensatore mussulmano egiziano Sayyid al-Qimni, dove afferma di non riconoscere nulla di quel che ha scritto finora e di non volere più né scrivere né tenere nessun discorso perchè minacciato da un gruppo estremista.
4- Che la guerra, insieme alla menzogna divenuta pratica di governo, scatenata contro interi popoli e vastissimi territori pieni di risorse strategiche, ha funzionato come nutrimento vitale per il terrorismo. La politica post-neocoloniale, avendo la violenza della guerra come mezzo di persuasione e l'esportazione della democrazia come strumento di penetrazione, invade i territori di piccoli stati eredi di antiche civiltà, cambiando tutti quegli equilibri, spesso non democratici, ma che pur tuttavia sono alla base della sicurezza globale. Milioni di esseri umani vengono privati dalla gestione delle proprie risorse e dell'indispensabile per la sopravvivenza affinché gli approvvigionamenti energetici prendano le rotte stabilite dai potentati economici americani e di altri paesi. Le potenze occupanti, nell'ambito di una politica post neocoloniale, strumentalizzando concetti fondamentali come libertà e democrazia, sono disposte anche a far svolgere le elezioni -più meno democratiche- purchè però il dominio sulle risorse venga garantito e la superiorità militare si trasformi in egemonia politica ed eventualmente culturale - vedi l'Irak e l'Afganistan. Ma, visto che i popoli per ragioni di sopravvivenza, non possono rinunciare all'indispensabile vitale e non si arrendono alla perdita della propria dignità, nascono guerriglie, insorti, terroristi,…allora gli eserciti occupanti, non potendo controllare il territorio e garantire la sicurezza, escono dalle proprie caserme blindate per fare devastanti incursioni e poi si ritirano nelle basi lasciando il territorio in mano a bande di ogni tipo, gettando tutta la popolazione inerme in balia dell'insicurezza: questa è quel che sta facendo l'amministrazione neocon di Bush in Afghanistan e in Irak.
5- Che assumendo la menzogna come pratica di governo, ci si comporta secondo la logica della menzogna stessa. Dopo il rapporto della Commissione del Congresso americano che ha riconosciuto in maniera inequivocabile la piena falsità delle informazioni su cui erano basati i vari rapporti d'intelligence per intraprendere la guerra contro un paese sovrano e dopo il rapporto di Lord Butler che ha denunciato la falsità del materiale preparato dai servizi britannici e usato consapevolmente da Blair per partecipare alla campagna irakena accanto a Bush. E dopo la testimonianza di Colin Powel agli inizi del 2003 all'Onu riguardo l'Irak: “ Quelle informazioni non solo non erano corrette…. Ma talvolta fuorvianti”, è stato detto dopo, anche l'opinione pubblica americana, secondo un sondaggio Cnn- Gallup- Usa Today pensa ormai la stessa cosa e cioè che le informazione che giustificarono l'attacco all'Irak erano fuorvianti. La menzogna come pratica di governo continua ad essere la pietra basilare della politica della massima potenza mondiale e dei suoi alleati. Si organizzano spettacoli planetari, tipo Live 8, per “cancellare il debito” ma non si dice che quel che si spende in poche settimane in attività belliche in quel enorme Abu Ghraib chiamato Irak supera il totale del debito cancellato ( 40 miliardi di $). Gli artefici di quel colonialismo e postcolonialismo che ha portato alla fame il continente africano, distruggendo il loro sistema esistenziale – produttivo, oggi spettacolarizzano la cancellazione in minima parte del maltolto per poter continuare lo scempio, supportando quel sistema che esclude tuttora l'Africa dai commerci globali. Basta leggere l'ultimo rapporto dell' IFAD , l'agenzia dell'ONU per l'agricoltura sui reali bisogni dell'Africa e sulla reale situazione di questo continente.
Sorge spontanea la domanda se c'è ancora un rimedio per poter evitare l'orrore e se le speranze per vivere in pace possano avere probabilità pur minime. Evitare la catastrofe è possibile soltanto se si capisce che la crisi è interna alla civiltà umana (B.Barber) e non è scontro tra varie civiltà (teorizzato da S.Huntington e praticato da Bin Laden) e si decida di far prevalere i grandi lasciti della cultura illuminista come la libertà, la democrazia, la tolleranza e l'accettazione delle diversità sulle tendenze assimilatrici, sulle disugualianze, sulla ricerca dell'egemonia e del dominio, sull'imposizione di una medesima cultura. Bisogna comprendere il comune senso di appartenenza al genere umano e rivitalizzare lo spirito fondatore delle Nazioni Unite e cioè il ripudio della guerra come mezzo di persuasione, la rinuncia all'uso della forza nelle relazioni internazionali, l'impegno per l'estensione dei diritti universalmente riconosciuti, considerando eguali tutte le nazioni grandi e piccole. Una prospettiva difficilmente realizzabile se vengono nominati personaggi come John Bolton come rappresentanti della massima potenza mondiale all'ONU. Un Bolton che ha come obiettivo dichiarato, espresso in frequenti occasioni, quello di veder realizzato il suo sogno di un ONU subalterno alla volontà dell'amministrazione neocons - che lui confonde con l'America-.Un Bolton che vuole “arrivare all'Armageddon e alla fine dei tempi a testa alta”. -
MIR MAD www.megachip.info
Le bombe della Turchia
Fabio Salomoni
Escalation di violenze in Anatolia orientale negli scontri tra Pkk e esercito turco, mentre è ancora incerta la matrice dell’attentato terroristico nella località turistica di Kusadasi. Civili e attivisti curdi dissidenti nel mirino. Voci e smentite su di un possibile intervento turco nel nord Iraq
Scene di gioia nel Kurdistan iracheno il giorno delle elezioni (foto Jal) A dieci giorni dall’esplosione che ha dilaniato un minibus a Kusadasi, uccidendo cinque persone e ferendone una ventina, continuano le indagini per identificare i responsabili dell’attentato. La pista della kamikaze solitaria - il prefetto di Adyn aveva inizialmente parlato di una ragazza di 16-17 anni - è stata presto abbandonata. L’ipotesi ora è quella di un ordigno abbandonato sotto un sedile e fatto esplodere con un congegno ad orologeria oppure un comando a distanza. Per quanto riguarda gli autori, l’unica rivendicazione arrivata è quella dei Falchi per la Libertà del Kurdistan (TAK), una sigla misteriosa, della quale non si conosce praticamente nulla. Comparsa per la prima volta nel giugno scorso sulle pagine di un sito internet, minacciando “attentati nelle città turche senza distinzione tra obbiettivi civili e militari”, aveva poi rivendicato nelle scorse settimane la bomba esplosa a Cesme, un’altra località della costa egea.
Sebbene le autorità abbiano fatto sapere di non escludere alcuna pista, in cima alla lista degli indiziati c’è ancora il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), che secondo il portavoce della polizia “non avrebbe rivendicato l’impresa solamente per evitare reazioni a livello internazionale”. Il PKK dal canto suo, attraverso uno dei suoi dirigenti, Murat Karayilan, ha però condannato l’azione come "atto terroristico”.
Resta il fatto che, dopo la rottura del cessate il fuoco del giugno 2004, la ripresa delle azioni armate ha conosciuto negli ultimi tempi una brusca impennata, assumendo i tratti di uno stillicidio quasi quotidiano di vittime e feriti. L’ultimo grave episodio di cui si ha avuto notizia è quello dell’ennesima esplosione di una mina al passaggio di un convoglio militare ad Hakkari, al confine con l’Iraq. Bilancio: quattro militari morti e numerosi feriti.
Le mine telecomandate non mietono vittime solo tra i militari: in precedenza un’esplosione al passaggio di un treno passeggeri, nell’Anatolia Centro-Orientale, aveva ucciso sei dipendenti delle ferrovie. Infine, il rapimento di un gendarme in borghese – sempre nell’Anatolia centro-orientale. Questo episodio ha spinto un gruppo di intellettuali, che già il 15 giugno scorso aveva lanciato un appello per la cessazione della violenza, a riprendere la parola per chiedere al PKK il rilascio senza condizioni dell’ostaggio. Un invito ripreso anche in un comunicato del partito DEHAP (Partito Democratico del Popolo).
La violenza non ha però risparmiato lo stesso fronte curdo.
Nei giorni scorsi è stato ritrovato a Diyarbakir il cadavere di Hikmet Fidan, ex vice-presidente del partito HADEP (Partito Popolare Democratico, una delle precedenti denominazioni di DEHAP), giustiziato con un colpo alla testa. Fidan era noto per la sua opposizione alla politica delle armi. In un’intervista al quotidiano Milliyet, la vedova ha rivelato come da tempo il marito avesse posizioni molto critiche verso la ripresa delle azioni armate e la politica dell’”uomo di Imrali” - Abdullah Ocalan - ed era per questo da mesi oggetto di pesanti minacce. I familiari di Fidan hanno poi denunciato la latitanza degli ex compagni di partito e del mondo politico curdo nel giorno del funerale.
Nei giorni successivi, in un appello firmato da 271 persone, per lo più ex esponenti del mondo politico curdo, si è condannato l’omicidio “come un attacco alla concezione pluralista e democratica” e si è chiesto “il massimo impegno dello Stato perchè si faccia luce al più presto sull’episodio”.
Il secondo episodio, avvenuto a qualche migliaio di chilometri di distanza, ha riguardato l’uccisione, nei boschi vicino a Vienna, del rappresentante del PKK in Austria.
Dietro a questo riaccendersi della violenza sembra intravedersi la decisione dell’organizzazione [PKK] di riaffermare il proprio monopolio sul mondo politico curdo, e la volontà di accreditarsi come unico interlocutore di fronte allo Stato.
Questa scelta, insieme con la inevitabile ripresa delle operazioni militari condotte dalle forze di sicurezza, produce inevitabilmente l’avvelenamento del processo democratico che si sta consolidando nel paese e porta con sè il rischio concreto di aprire la strada ad una (ri)militarizzazione della società e della politica turca.
La radicalizzazione del discorso nazionalista curdo, e del suo inevitabile contraltare turco, sta spingendo poi la società verso una polarizzazione lungo linee etniche, eventualità nefasta, della quale non mancano prove concrete, che non si era verificata nemmeno negli anni più bui della storia recente.
Per quanto riguarda le reazioni ufficiali, si sono concentrate soprattutto sulle denuncia della libertà della quale godrebbe il PKK nel Nord Irak, dal quale filtrano in Turchia uomini ed armi. Esponenti del governo hanno fatto intravedere la possibilità di un’azione militare di Ankara in territorio iracheno. Il vice capo di Stato Maggiore Basbug, in un incontro con i giornalisti, ha confermato che Ankara non esclude questa carta, seppure come extrema ratio. L’accenno ad un intervento militare oltre confine non solo ha suscitato molte critiche e perplessità nel paese, ma anche la decisa opposizione degli ambienti militari e politici americani. Nella stessa occasione, il generale Basbug aveva rivelato che gli Stati Uniti avrebbero deciso di dare il via ad operazioni mirate alla cattura dei leader rifugiati nel Nord Irak. Una notizia che però è stata quasi immediatamente smentita da Washington.
La questione delle attività del PKK nel Nord Irak è stata poi sollevata dal governo turco anche nel vertice che, nei giorni scorsi ad Istanbul, ha riunito i ministri degli Interni dei paesi confinanti con l’Irak. Nell’occasione, il Ministro degli Esteri iracheno Sulag ha fatto sapere che nei prossimi giorni ci sarà un incontro a Washington tra rappresentanti americani, turchi ed iracheni, nel quale si affronterà anche il dossier PKK.
Infine, nei giorni scorsi, il Primo Ministro Erdogan ha a sorpresa denunciato gli aiuti finanziari che arriverebbero al PKK da un paese scandinavo, che molti hanno identificato nella Norvegia.
I recenti sviluppi politico-militari nella regione, l’occupazione dell’Irak, la presenza degli Stati Uniti ma anche la recentissima notizia di scontri tra le truppe di Teheran e guerriglieri curdi, sono indubbiamente elementi che non si possono trascurare quando si cerca di comprendere quando accade in Turchia. Resta però il fatto che insistere nel cercare altrove, al di là dei confini nazionali, l’origine delle tensioni che si sono riattivate nel paese impedisce di vedere come la questione curda, con la sua complessità politica, sociale ed economica -che non si può ridurre ad un problema di ordine pubblico o militare - sia un prodotto della società e della politica turca. La soluzione passa necessariamente per la Turchia. Gli appelli che da più parti si stanno moltiplicando nel paese chiedono che sia la politica a riprendere la parola, deve essere il discorso politico ad impegnarsi “nel produrre soluzioni concrete e durature” per la questione curda. Per farlo, come ha ricordato in un dibattito televisivo anche un autorevole giornalista dell’area conservatrice come Fehmi Koru, “sarà necessario il coraggio di orizzonti più ampi in grado di prendere in considerazione percorsi e soluzioni in passato strenuamente negati”.
Preso atto di questa urgente necessità rimane però la domanda cruciale su chi sia in possesso di questo coraggio, su quale attore politico abbia la forza per assumersi questo compito. Uno sguardo ai tre principali candidati a questo ruolo permette di cogliere alcune debolezze di fondo.
Il primo indiziato è indubbiamente il partito al governo, AKP. Gode di una forte maggioranza parlamentare. Inoltre, nelle ultime elezioni amministrative, ha consolidato il suo potere a livello locale anche nelle regioni sud-orientali dove in molte realtà ha attirato anche personale politico vicino a DEHAP. Sono molti poi, a cominciare dal ministro degli Interni Aksu, gli esponenti di spicco di origine curda. Nonostante questi elementi, però, il partito vive paradossalmente una situazione di continua precarietà: la sua matrice “islamica” infatti lo mantiene costantemente nella posizione di sorvegliato speciale da parte degli apparati statali e delle élites “laico-repubblicane”. Impegnato a difendersi dall’accusa di voler indebolire la laicità dello stato, accuse che non sempre appaiono infondate, sembra non voler correre il rischio di aprire un secondo fronte.
Il secondo indiziato è il partito di opposizione CHP. Il carattere social-democratico che lo ha caratterizzato nei decenni scorsi è decisamente appannato. Attualmente oltre a continuare a rappresentarsi, nel solco della tradizione, come il baluardo della laicità di fronte al pericolo islamico, l’attuale dirigenza sembra aver imboccato la strada del nazional-sciovinismo, in vista di elezioni anticipate che da tempo reclama.
Infine il partito DEHAP. Passato attraverso numerose traversie, chiuso e riaperto più volte con un nome diverso, emarginato dalla vita parlamentare in virtù dello sbarramento del 10%, nonostante la sostanziale sconfitta nelle elezioni amministrative del 2004, continua ad essere una forza che può contare su di un discreto pacchetto di voti.
Esso però ha un grave deficit di legittimità ed è oggetto di una profonda diffidenza perchè percepito nella gran parte della società turca come organicamente legato al PKK. Nei giorni scorsi anche l’Unione Europea, che si può considerare a pieno titolo un altro attore della scena politica turca, per bocca di Hans Georg Kretschmer, aveva chiesto agli esponenti politici curdi di “prendere le distanze da Ocalan”
La definitiva normalizzazione del paese sembra legata anche alle capacità di trasformazione che questi attori sapranno o meno dimostrare. Senza escludere la possibilità che ne compaiono di nuovi. www.osservatoriobalcani.org/
La Cina galleggia, l’America affonda
di Greg Palast
Lo yuan prende a calci il dollaro rifiutando il “libero mercato” alla Friedman
Nel caso in cui non abbiate la benché minima idea di cosa diavolo significhi per la Cina far ”fluttuare” la propria moneta, permettetemi di tradurlo con il linguaggio che siamo soliti usare noi economisti: che la Cina fluttui non significa un bel niente.
Tuttavia il nostro presidente, un tizio i cui risultati in ‘Economics 101’ (corsi base di concetti economici, NdT) sono troppo imbarazzanti per poter essere pubblicati qui, si affretta ad acclamare che comprare valuta cinese ora ci costerà più dollari.
La linea della Casa Bianca verso i media, i quali inghiottiscono di tutto, è: rivalutando lo yuan, la moneta cinese, nei confronti del dollaro, gli americani compreranno meno computer e meno giocattoli dalla Cina – e il tasso di occupazione degli Usa crescerà.
Questo accadrà quando troveremo le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.
Lezione di economia numero 1
Non puoi intervenire sul valore dei beni cambiando la valuta del prezzo relativo. Come mi scrisse il mio compagno Art Laffer: “Se una moneta conveniente rendesse i nostri prodotti più competitivi, tutte le automobili verrebbero fabbricate in Russia”. Avete guidato una Lada di recente?
Lezione di economia numero 2
Non prendere lezioni di economia da George Bush. O da Milton Friedman. O da Thomas Friedman. Il che significa, cari studenti, non credere al grande e rovente ammasso di montature giornalistiche secondo le quali il boom economico della Cina è il risultato di politiche economiche di libero mercato adottate dalla Nazione Rossa. Se la Cina è ora uno stato capitalista dal libero mercato, allora io sono Mariah Carey. L’economia della Cina ha spiccato il volo perché ha ostinatamente rifiutato la dottrina “mumbo-jumbo” del libero mercato “alla Friedman”, secondo cui il governo dovrebbe smettere di controllare, possedere e regolare l’industria.
L’annuncio della Cina secondo cui avrebbe accresciuto il costo dello yuan copre una notizia ben più importante: la Cina sbarrerebbe il controllo estero del proprio settore siderurgico. I leader cinesi hanno messo in piedi una poderosa industria siderurgica decisamente più imponente di quella statunitense, dirigendo direttamente il finanziamento, l’export, l’ubicazione e la proprietà di tutte la fabbriche. E piuttosto che “rendere libere” le proprie attività industriali attraverso l’apertura dei confini ai competitor stranieri, l’industria cinese, quella dell’acciaio come quella di tutti gli altri prodotti, ha chiuso le frontiere verso l’estero, tranne quelle decisive per soddisfare le proprie necessità interne.
La Cina non si unirà al NAFTA o CAFTA o ad altri accordi di libero commercio. In Cina, l’industria cinese, viene prima di tutto. Ed è rimasta, signori Friedman, la Repubblica Popolare. Quegli affascinanti progetti Wal-Mart chiamati, in maniera agghiacciante, “Nuovo Ordine”, vengono realizzati in stabilimenti di proprietà del PLA, l’Esercito Popolare di Liberazione Cinese.
In un’intervista realizzata poco prima che vincesse il premio Nobel per l’economia, Joe Stiglitz mi spiegò che l’enorme ondata di crescita cinese – un salto sbalorditivo del 9,5% nel PIL di quest’anno – è stata avviata grazie al finanziamento governativo e all’ampliamento di cooperative rurali e di nuove aziende agricole, in un contesto industriale protetto da forti barriere commerciali.
È vero che la crescita della Cina è cominciata dagli strascichi della pazzia autoflagellante della Rivoluzione Culturale di Mao. La Cina per distribuire le risorse ricorre alla regolamentazione dei mercati e a interventi sui relativi prezzi.
Ad ogni modo, i mercati cinesi sono liberi quanto i miei figli: possono fare quello che vogliono fino a che non dico loro di smettere.
Sì, la Cina sta adottando elementi “capitalistici”. E questa è la parte scomoda della faccenda: la reale situazione speculativa di Shanghai, che rende milionari i leader del partito comunista e perpetra imbrogli bancari degni di un Neil Bush.
Non sono i grattacieli di Guandong e la bolla speculativa che permettono alla Repubblica Popolare di venderci all’anno 162 miliardi di dollari. È che il governo della Cina che, rifiutando il fondamentalismo del libero mercato, può facilmente conquistare i mercati americani dove la protezione economica è data per spacciata.
E questa è la ragione per cui lo yuan ha preso a calci le riserve di dollari.
L’unica risposta dell’America la dà Alain Greenspan, che, giocando al rialzo con i tassi d’interesse reali, ci permette di tornare a comprare i nostri dollari, gli stessi che il mercato cinese vince nel gioco dell’export. Il risultato domestico: i salari americani vengono tagliati ai livelli di quelli delle fabbriche messicane.
Sto elogiando la Cina? Scordatevelo. Questa rimane una dittatura del male, che imprigiona e violenta i sindacalisti, che ammanetta e tortura quelli che non si inchinano ai voleri del presidente Rob – il capo di Wal Mart Robson Walton.
(È divertente notare come Bush non abbia mai menzionato la parola D – Democrazia, ai nostri fornitori cinesi).
La lezione è terminata.
Fonte: http://www.gregpalast.com/detail.cfm?artid=447&row=0
Traduzione a cura della redazione di Nuovi Mondi Media
Il terrorista suicida non è un kamikaze, é uno Shaid
di Leandro Abeille*
29 Jul 2005
Timer non funzionanti o terroristi che diventano a loro volta vittime? Le agenzie di sicurezza stanno ancora indagando in ogni possibile direzione con immenso utilizzo di uomini e mezzi. L'Islam a questa domanda aveva risposto ben prima degli attentati di Londra. Ognuno che muore a qualsiasi titolo in nome dell'Islam e del Jihad è un martire e come tale andrá in paradiso. Lo dice un Hadith, un fatto, un comportamento, un detto del Profeta Maometto. Gli Hadith, sono una fonte primaria della religione musulmana, tramandati da coloro che hanno vissuto vicino al Profeta.
L'Hadith che si crede giustifichi gli attentati suicidi è l'824-829 riferito da Ahmad e Al Tirmidhi: I privilegi di un martire sono garantiti da Allah: "Avrà il perdono al primo fluire del suo sangue; gli verrà mostrato il suo seggio in paradiso, sarà decorato con i gioielli della fede, sposato alle più belle, protetto dalle prove nel sepolcro, garantito della sicurezza nel giorno del giudizio, un rubino più prezioso di tutto questo mondo e di tutto il suo contenuto, sposato a settantadue delle più pure urì (le più belle del paradiso) e la sua intercessione sarà accettata per conto di settanta suoi parenti". Tutti possono diventare martiri (shaid), persino i bambini. Gli attentati suicidi non sono - per definizione e per principio - suicidio. Li si definisce amalyiat al-istishadiyya e cioè "operazioni al martirio". Al centro c'è il martire - lo shaid - che può essere uno Shahid al-said (martire fortunato), uno shahid al-mugattil (martire ucciso in combattimento), il quale se la sarebbe potuta anche cavare ma ha scelto l'estremo sacrificio. L'espressione più alta è l'Istishadi, colui che si vota al martirio. Esiste inoltre lo Shahid al-mazlum, il martire che è morto senza averlo previsto o voluto. Come gli attentatori di Londra i quali, forse, non volevano morire ma sono morti e quindi diventano martiri.
Ecco la risposta alla domanda che si pongono le agenzie di sicurezza occidentali: gli attentatori di Londra non sono vittime, sono shaid e già si trovano già in paradiso.
Già l'attentato di Madrid aveva dimostrato una svolta nella strategia terroristica. Con la strage di Londra si prosegue verso una recrudescenza del tenore degli attentati. Come argutamente rileva Jason Burke (Al Qaeda. La vera storia,. Serie Bianca Feltrinelli, Milano, 2004), l'attentato di Atocha è stato molto diverso dai precedenti attacchi di Al Qaeda o di militanti che agivano secondo quello stile. Gli attentatori di Madrid hanno usato un gran numero di bombe relativamente piccole ma tecnicamente avanzate e azionate da timer anziché pochi potentissimi ordigni montati su camion o esplosivo al plastico portato addosso. Questi attacchi miravano a raggiungere uno specifico obiettivo politico di breve termine: influire sul risultato delle elezioni nel paese e così assicurarsi il ritiro delle truppe spagnole dall'Iraq.
Gli attentatori di Madrid non sono tuttavia morti nell'attacco, mancando così di dimostrare la presunta fede che starebbe dietro l'operazione. Né il loro è stato un bersaglio simbolico come il World Trade Center (Wtc), uno degli elementi chiave degli attentati terroristici. Un martirio è importante perché rappresenta la suprema dimostrazione del Jihad come testimonianza. Dimostra agli infedeli che, pur trovandosi in evidente inferiorità quanto a disponibilità di armi, i combattenti impegnati nella guerra terroristica stanno in realtà combattendo uno scontro tra pari. L'attacco suicida dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio che la fede è presente solo da una parte per cui, nonostante l'apparente squilibrio di forze, la fede, che è necessaria per vincere nel lungo periodo, è dalla parte dei terroristi.
Con l'attentato di Londra si raggiungono numerosi obiettivi: punire gli inglesi per l'ingombrante (secondo i terroristi) e professionale presenza in Iraq; spargere il terrore in Europa, costringendo il cittadino europeo medio a domandarsi quando toccherà al suo paese; esaltare la fede dei musulmani anche se di passaporto britannico, chiarendo che ovunque un musulmano può essere un mujahidin pronto a morire (anche se non c'è necessità); dimostrare che contro il terrorismo non c'è difesa, nonostante i livelli di di sicurezza più o meno alti.
Secondo uno sconosciuto membro di Hamas con lo pseudonimo di Wardan (Cfr. Christoph Reuter, La mia vita è un'arma, Longanesi & C, Milano, 2004), non esistono gli attentatori suicidi, ma ordigni umani che provocano sante esplosioni. L'individuo trasforma se stesso in un'arma. La bomba che si avvolge attorno alla vita ne fa un invincibile missile umano. Non avendo carri armati né i supersonici F16 i terroristi hanno qualcosa che definiscono superiore: le loro bombe islamiche. Costano soltanto una vita, però non c'è nulla che possa fermarle e superarle, nemmeno le armi nucleari.
Sarebbe sbagliato sostenere che gli attentatori suicidi sono fuori dell'Islam. E' vero che il Corano vieta esplicitamente il suicidio. E' altrettanto vero che decine e decine di fatwa dichiarano esplicitamente che le operazioni al martirio non c'entrano nulla col suicidarsi.
Grazie a una complessa tradizione fatta di scuole di pensiero differenti (un repertorio sempre maggiore di conclusioni per analogia, fatwe varie promulgate da centinaia di persone differenti), certi principi di fede islamica sono stati rivoluzionati, cambiati e ricambiati di nuovo. Uno stesso concetto è visto a volte in maniere diametralmente opposte. Non esiste un Islam ma vari tipi di Islam. Attingendo ai sacri principi si può dimostrare - a seconda dell'occasione - che la religione musulmana è pacifica o meno, che il Jihad è una guerra o uno sforzo, che lo shaidismo è legittimo o meno. Tutto e il suo contrario, a seconda del versetto, della fatwa o della scuola di pensiero che si cita.
Sostiene Jacquard (Il libro nero di Al-Qaeda, Newton&Compton Editori, Roma, 2004) che "la maggior parte delle volte le fatwa vengono pronunciate da capi religiosi che operano indisturbati nei loro paesi d'origine: Pakistan, Arabia Saudita, nei paesi del Golfo. Questa internazionale di imprecatori che sommerge il mondo di fatwa costituisce in qualche modo il vero consiglio supremo del terrorismo. Gli autori di queste condanne legittimano il terrorismo islamico e accordano ai militanti della organizzazione una vera influenza religiosa. Senza queste fatwa, che ne sono il motore, l'organizzazione si indebolirebbe".
Le giustificazioni del terrorismo riempiono l'etere ma solo alcuni hanno la fortuna e la pazienza di imbattersi in quella che risulta essere l'anima spirituale degli attentatori suicidi. A proposito degli shaid palestinesi, Yusef al Qaradawi, sceicco televisivo, in onda su Al-Jazeera (cit. da Al Ahram al-Arabi, quotidiano egiziano, Il Cairo 3 febbraio 2001), dichiara: "Il mujahed diventa una bomba vivente; è lui che decide dove e quando farla esplodere in mezzo ai nemici, rendendoli inermi al cospetto del martire coraggioso che ha ceduto la sua anima ad Allah e ha cercato il martirio per volonta di Dio… (non si dovrebbe aver riguardo per donne e bambini).. perché la societa istraeliana è militarizzata e le donne servono nell'esercito come gli uomini. Se poi capita di uccidere un bambino o un vecchio, ciò non avviene intenzionalmente ma per sbaglio, a causa di errori dettati da esigenze militari. Lo stato di necessita giustifica ciò che altrimenti sarebbe proibito".
Altre fatwa giustificano l'uccisioni di civili in Afghanistan prima e poi, per analogia, in Iraq. Il 10 novembre 2001 dieci Ulema del Golfo Persico emettono la fatwa relativa alla caduta di Kabul e Mazar-e-Sharif: "La guerra in Afghanistan è una guerra tra credenti e infedeli […] ogni collaborazione con gli americani è Haram et Kufr (vietata ed empia)" (Cfr. R. Jacquard. Op. Cit). Gli iracheni che fanno la fila per il reclutamento nella polizia o nell'esercito sono empi. E' giusto, secondo i terroristi che seguono questo tipo di fatwa, dilaniarli con l'esplosivo.
Per i terroristi è possibile uccidere il nemico ovunque, a Madrid come a Londra. Il Consiglio degli Ulema afgano, con l'approvazione del Mullah Omar, sancisce: "In caso di aggressione da parte dei miscredenti contro un paese islamico, il Jihad diventa un dovere sacro per tutti i musulmani. Se i miscredenti attaccano un paese islamico e il suo popolo non riesce a respingerli, tutti i musulmani, ovunque si trovino, sono chiamati al Jihad" (Cfr. R. Jacquard. Op.Cit).
Finora i terroristi suicidi palestinesi sono stati accusati di portare a termine operazioni al martirio perché in preda alla disperazione dovuta alla perdita delle aspettative di vita. Questi nuovi martiri non erano dei disperati. Questi martiri più degli altri, per dirla alla Reuter (Op. Cit): "Sconvolgono l'equilibrio razionale fra interesse egoistico e paura di morire su cui si basano l'economia e il potere dello Stato. I martiri hanno un valore propagandistico inestimabile. Dicono alla gente: seguite il nostro esempio, la causa è più importante della nostra vita e quindi anche della vostra e dicono agli altri abbiate paura, perche se non abbiamo paura della morte non possiamo avere paura di voi".
E' chiaro che quando lo shaid con passaporto britannico colpisce in Occidente si differenzia da tutti gli altri, in quanto rappresenta l'icona della lotta terroristica a tutto campo, il bene contro il male in una lotta senza confini non solo geografici ma anche morali.
La via della lotta terroristica ha inizio con la sensazione che qualcosa di ingiusto deve essere riparato. Poco importa se si tratta di un'ingiustizia reale o semplicemente percepita come tale. C'è da sottolineare che i terroristi fondamentalisti non aggiungono nulla a una lotta per le risorse economiche e il potere che ci vede - nostro malgrado - protagonisti. Neanche il terrorista suicida è una novità: i primi terroristi suicidi dell'era moderna furono gli attentatori del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (d'ispirazione Marxista-Leninista) in collaborazione con l' Esercito rosso giapponese (Estrema sinistra), che in un attentato all'aeroporto di Tel Aviv pianificarono di suicidarsi una volta raggiunti dai servizi di sicurezza Israeliani.
I curdi del Pkk in Turchia e Iraq compirono attentati suicidi e, come riporta Rohan Gunaratna (Suicide Terrorism: a global threat in Jane's Intelligence review, 20 ottobre 2000), fino al 2000 le Ltte (Liberation Tigers of Tamil Eelam), hanno commesso 168 attentati suicidi, causando la morte di 500 persone e il ferimento di circa il doppio.
Avverte Reuter (Op.Cit.) che il fondamentalismo radicale islamico non è un ritorno alle radici dell'Islam: è un moderno tentativo di adoperarlo come leva di potere. Non ci troviamo davanti a una ribellione contro la modernità, ma a una moderna ribellione. La religione è una giustificazione in più alla ribellione e alla lotta. Il terrorismo è il risultato naturale per quelli che aspirano a creare un impero musulmano fondamentalista, composto da ogni nazione musulmana (cd. Islam politico). Questi ultimi credono di attuare il volere di Dio e che, indipendentemente da quanto barbariche possano essere le loro tattiche, Dio sarà contento perché il loro obiettivo è "nobile".
I concetti propagandistici dei terroristi fondamentalisti islamici si sono diffusi tra decine di milioni di persone e in particolare tra i giovani, i delusi e gli arrabbiati in tutto il mondo. La propaganda terroristica e la visione fondamentalista del mondo sono diventati la loro base politica. L'esempio guerriero dei terroristi infiamma a tal punto i musulmani che attualmente il nome più diffuso dei nuovi nati delle famiglie musulmane non è più Mohammed (Maometto) ma Osama. In Indonesia nel novembre 2002, pochi giorni dopo le bombe di Bali, i giovani attivisti islamici vestivano T-shirt con l'immagine di bin Laden e slogan filopalestinesi erano sui muri di Giacarta. Tutti i giorni, in tutto il mondo, centinaia di migliaia di giovani si collegano ai siti web jihadisti.
Un tempo la rabbia e il risentimento dei giovani - uomini e donne - del mondo islamico venivano espressi con il linguaggio politico e nazionalista. Oggi gli slogan sono quelli di bin Laden, di al-Zawahiri, mentre gli eroi si chiamano al Zarkawi. Il terrorismo sta avvertendo l'Occidente e gli appelli degli esperti, consci di queste minacce, continuano a cadere nel vuoto. L'orrore non è finito, nessuno strumento di morte è inadeguato. Proprio da Londra Abu Hamza avvertiva: "Il solo modo di difendere i musulmani è la guerra nucleare e allora bisogna farla. L'Islam giustifica tale azione, come giustifica il fatto di mangiare carne di maiale in caso di carestia" (Cfr. Roland Jacquard Op. Cit.).
Il mondo occidentale, le forze politiche, la gente comune devono capire e i musulmani moderati devono ammettere che gli estremisti islamici non sono un piccolo numero di persone ai margini della società. Il loro numero è molto elevato e godono di un sostegno popolare più forte di quanto chiunque voglia ammettere. Sono pronti a morire e sterminare pur di servire la causa, ma come ricorda Paul Medhurst (Global Terrorism, UN Training Programme, New York, 2004) "è la causa a servire i terroristi, non i terroristi a servire la causa".
Leandro Abeille
(Redazione di Paginedidifesa.it)
Il biochimico, il pachistano, la civiltà e altri misteri

Dice: certo che parli poco, tu, della bomba a Sharm.
Eh.
Perché le mie possibilità emotive sono più o meno al limite, e non mi pare utile abusarne oltre.
E poi perché uno parla quando sa o crede di sapere, e io ho imparato da tempo a non credere a un tubo di quello che dicono giornali e TV a caldo, dopo 'ste cose. Già a freddo dicono cavolate. A caldo, non ne parliamo.
Prendi il povero biochimico egiziano ("Magdy il chimico", secondo il consueto stile sobrio della nostra stampa) che aveva tutto per essere messo alla gogna sui giornali del mondo intero e fare tanta paura alle mamme d'Occidente: dalla professione (chissà un biochimico quanto antrace possiede) alla faccia, perfetta facciaccia da arabo:
E invece niente: il poveretto non c'entrava un tubo con le bombe e, per giunta, uno così potrebbe giusto essere il sogno di ogni mamma d'Occidente che si rispetti, con laurea, borsa di studio, due master e il dottorato appena ottenuto.
E non era manco vero che Scotland Yard lo stesse interrogando, e l'ambasciata britannica al Cairo fischietta distratta e, insomma, si scherzava.
Solo che, intanto, l'idea che gli arabi che studiano nelle università europee siano pericolosi, si fa strada.
Un risultato lo si è raggiunto.
E i pachistani nel Sinai, poi.
Guardavamo la TV, il giorno dopo le bombe e il giorno dopo ancora.
C'erano 'sti villaggi beduini, l'esercito che li teneva assediati, voci di sparatorie e i giornalisti che dicevano che i beduini erano accusati di nascondere i pachistani.
Ora: un villaggio beduino è una cosa come quella nella foto qui sopra.
E i beduini (ma quante volte l'ho scritto?) sono i maggiori coltivatori di affaracci propri che esistano al mondo.
Miguel dice: "Sono talmente apolitici che in Israele possono anche fare il servizio militare." Già.
Io non ricordo loro tendenze a mettere a repentaglio manco un'unghia, in nome di improbabili "fratellanze" islamiche con egiziani, palestinesi o quel che l'è. Ma figurati.
Lo frequento da 10 anni, il Sinai, e nessuna forza al mondo potrà mai convincermi a credere in un villaggio beduino che, per motivi politici, ospita degli ignoti pachistani e che, sempre in nome di un'Islam di cui si farebbero interpreti dei pachistani (aspetta che mi rotolo dal ridere, a immaginare le dispute teologiche con l'interprete e i fieri beduini, arabi 100% puri, che prendono appunti dal teologo di Islamabad), prende e si fa stringere d'assedio dall'esercito, donne e bambini inclusi.
Ma siamo diventati matti?
Guardavamo la TV e pensavamo: "Che cazzata." Ma non è che poi una abbia spiegazioni alternative. Una pensa che corriamo dietro a cazzate e poi si concentra sul proprio ombelico, ché almeno qualche certezza la offre.
Se però mi togli dallo scenario gli improbabili pachistani, lo scontro di civiltà, la guerra santa e tutta 'sta chincaglieria e mi chiedi: "Ma secondo te, possono essere stati i beduini?" io ti dico: "Sì."
Chi diamine può fare circolare per il Sinai tutto quell'esplosivo, se non loro?
E mo' hanno identificato un beduino di Al Arish, appunto, e tutto mi pare più sensato di quando si parlava di pachistani.
Perché, dico io, ricapitoliamo un attimo: a febbraio Al Ahram pubblica un articolo di Amira Ibrahim che mi pare faccia un ottimo punto della situazione e che si chiama, non a caso, Desert Blues.
Fa un quadro generale della situazione dei beduini e, assieme alla fotografia classica di una situazione che i beduini del Sinai condividono con i loro fratelli per tutto il Medio Oriente (povertà, disoccupazione, discriminazione, non riconoscimento dei loro diritti di proprietà etc.) mette l'accento sull'escalation di violenza e ostilità tra loro e le forze di polizia egiziane: dopo Taba, ne hanno arrestati 3000. Non è poco. In queste società basate sul gruppo e sulla famiglia, poi, è un numero impressionante. E del resto, insomma, mica l'avranno messa in tremila, la bomba a Taba. Cosa se li sono tenuti a fare, in carcere per mesi? Dove sono spariti tanti di loro?
Ed è che queste cose sono la punta di un iceberg, come gli scontri con la polizia che, negli ultimi anni, hanno spinto sulle montagne un po' di giovani emuli di Al Capone, con i loro traffici di droga e le loro macchine senza targa, sfida sfacciata a un'autorità egiziana mai davvero riconosciuta e, con il tempo, sempre più nemica.
Ma l'iceberg, in sé, è fatto dagli espropri di terra, che in Medio Oriente si vede che portano una sfiga infinita.
Un tempo, da Nuweiba a Taba, lungo la costa c'erano solo camp di beduini. Poi (l'ho scritto altre volte) è esploso l'entusiasmo verso una possibile pace in Palestina, ci si è immaginati frotte di turisti israeliani verso il Sinai e giù a costruire alberghi, buttando giù i vecchi camp e prendendo terra che, ufficialmente, non apparteneva a nessuno, forse, ma che tutti sanno - sempre - a quale beduino appartiene. Il non riconoscimento della proprietà, dicevo.
L'ho visto, l'albergo di Ras Shitan che saltò in aria la notte di Taba. Albergo figo, mica un camp. Roba di egiziani o di stranieri, non di beduini.
E lo sconquasso sulla loro organizzazione interna: tradizionalmente, i capi dei diversi clan sono scelti dal gruppo per anzianità e riconosciuta saggezza: ricevono rispetto e obbedienza dai giovani, dettano le regole e, insomma, il sistema ha funzionato per secoli. Egregiamente.
Ora, i capi vengono scelti sempre di più dalla polizia. Già. Leggetevi l'articolo per vedere i risvolti della cosa, in termini di tenuta del tessuto sociale, ché a spiegarlo è complicato, ma sta di fatto che quando i lacci che uniscono un popolo si rompono, può succedere di tutto e forse non è più tanto incredibile, che qualcuno diventi incontrollabile e decida di mettere a ferro e fuoco il Sinai, persino nella controllatissima società beduina.
L'autorità del clan non è più credibile.
Il turismo dei villaggi di massa, dei charter e dei grandi investimenti stranieri non lascia notoriamente una lira, nelle tasche dei popoli che se lo vedono arrivare in casa. Su Sharm guadagnano investitori italiani ed egiziani, innanzitutto. Poi ci lavorano commercianti e mano d'opera egiziana (lavoro instabile per definizione, ché basta poco per perderlo) e poi, solo poi, arrivano i beduini. I quali, tradizionalmente, fanno i taxisti e le guide, ma a Sharm non si vedono più dare una licenza per i taxi dal 1998. Si preferisce che i turisti vadano in giro sui pulmini degli alberghi, che ne so. Loro, sono sempre più ai margini.
E allora, ricapitolando ancora: spossessati della loro terra. Spinti ai margini di un sistema economico che arricchisce gli altri, stranieri o egiziani che siano. Senza più i lacci di un sistema di autocontrollo sociale che è innanzitutto un sistema di valori su cui, peraltro, si basa da sempre la loro identità. Sempre più dediti, soprattutto a nord, a traffici più illegali che no e, per giunta (ne parlavo poco tempo fa) presi in pieno dall'allucinante sbarco di eroina semi-gratis che sta facendo strage tra ragazzi che riciclano le siringhe in mezzo al deserto.
Non è una bella situazione.
Possono essere stati loro (alcuni di loro), i bombaroli?
Sì.
Poi non lo so, se è stato qualcuno di loro.
Però può essere. Sì.
Questo spiegherebbe anche il fatto che abbiano puntato soprattutto agli egiziani, le bombe.
E sarebbe, soprattutto, molto più plausibile dei nostri narcisistici allarmi sul "vogliono distruggere la nostra civiltà!"
Tutta questa dietrologia, questo immaginare piani per distruggere l'Occidente disegnati sotto chissà quali tende asiatiche, tutta 'sta Fallaci, tutte 'ste stronzate.
Non lo so. Non mi pare.
Io vedo, come sempre, un Medio Oriente piccolo e complicato in cui il malessere dilaga e si estende da una punta all'altra, in cui l'unica voce che si sente è quella del più forte, di chi ha più armi e più esplosivo, e in cui se non hai un cacciabombardiere hai una macchina e del tritolo. E questa pare l'unica lingua parlabile, l'unico strumento per aggredire o difendersi, il mezzo per imporre la propria esistenza o per ribadirla o per farla accettare all'altro, o per rubare, o per riprendersi i soldi, l'acqua, il petrolio, gli euro dei turisti o quello che c'è.
Un mondo preso da una spirale di autodistruzione, ché l'alternativa sarebbe la speranza in un futuro migliore, ma dove la prendi? Cosa speri?
Un orrore.
Un orrore molto più complicato di quello che sembra eppure anche molto, molto più semplice.
Peccato, comunque.
Ché poi i beduini sono la gente più bella del mondo, normalmente. "I beduini? I migliori." Te lo dice chi vive nel Sinai, chi vive in Giordania, chiunque ci abbia a che fare.
E si perdono mondi che, nella nostra ignoranza, non rimpiangiamo perché non abbiamo idea dei tesori che dovremmo rimpiangere.
Io mi sono informata tante volte su quanto costava una casetta, nel Sinai. E ti chiedono: "Ma la vuoi con le carte o senza carte?" Perché le carte servono a farti riconoscere la proprietà dal governo egiziano, ma per fartela riconoscere dal beduino che te la vende, in realtà, non servirebbero. Si usano ancora i patti tra gentiluomini, da 'ste parti, e "senza carte" poi costa meno, c'è chi compra così.
E c'era il tipo che si comprò il suo terreno a Nuweiba per farci l'alberghetto, tanti anni fa, e il beduino che gliela vendette gli disse: "Ok, la terra è tua. Però le palme sono mie, sia ben chiaro!"
Non si vendono, le palme.
E da allora, ogni anno, quando è tempo di datteri arriva il beduino con la famiglia e il furgoncino, nell'alberghetto del tizio, e salgono sulla palma, si prendono i loro datteri e se ne vanno.
Dovevano andare più o meno così, le cose.
Vanno molto, molto diversamente, invece, ed è un peccato. www.ilcircolo.net/lia/
luglio 28 2005
Cronache dalla Bassa (di Daniela Meneguzzi)
Siamo proprio masochisti noi del centrosinistra a darci impegni così importanti come queste primarie nel bel colmo di un’estate afosa e umida da togliere il fiato ........
Cronache dalla Bassa
Siamo proprio masochisti noi del centrosinistra a darci impegni così importanti come queste primarie nel bel colmo di un’estate afosa e umida da togliere il fiato, con le (poche e magre) ferie in giro che complicano le cose…Ma si sa quando abbiamo una ‘missione’, la portiamo avanti, d’altronde siamo ‘formiche’, tenaci, anche un po’ fastidiose a volte, affidabili nella nostra caparbietà.
Anche a Ferrara si è costituito un Comitato di ‘Cittadini per Prodi Presidente’. Il gruppo promotore è il nostro storico Movimento per l’Ulivo, ma subito hanno iniziato a aderire anche persone non aderenti ai Cittadini, prevalentemente non iscritti ai partiti. Anche in provincia sono nati piccoli nuclei a Vigarano, Mirabello, S. Agostino, altri sono in partenza. Da settembre avremo una sede in centro grazie a generosi sostenitori, una vera segreteria, un sito locale, i nostri volontari sono già attivi per la raccolta firme in accordo con i partiti. La nostra sfida è portare la gente a votare, lo sappiamo, quindi tutto il nostro impegno e’ volto a coinvolgere persone che non frequentano né le sedi di partito, né le varie feste. Mi sono resa conto, semmai avevo bisogno di una conferma, nell’incontrare i partiti, che la battaglia sarà veramente dura perchè al di là delle dichiarazioni ufficiali scarsa è la volontà politica di mobilitare le masse a votare per le primarie,in particolare per la candidatura di Prodi.
Non le volevano queste primarie , le hanno mal digerite, cercheranno in tutti i modi di portare a casa i risultati che consentiranno loro di fare il bello e cattivo tempo.Qualcuno qua a Ferrara che ha importanti cariche istituzionali locali si è già permesso di definire sprezzantemente Prodi ‘un generale senza esercito’, nessuno del suo partito si è sentito in dovere di smentirlo. Senz’altro i DS metteranno tutto il peso della loro organizzazione nell’impresa perché ne colgono il significato politico anche per se stessi, ma gli altri, la Margherita per esempio? Credo di affermare cose ovvie nel dire che tutto ciò ci carica di grandi responsabilità, pur nella consapevolezza dei nostri limiti.
Comunque la stampa locale e Telestense ci stanno dando grande risalto, cosa non scontata,con interviste, servizi, pubblicazione di lettere e noi continuiamo uscendo di trincea. Vi terremo informati delle nostre iniziative. A tutti buon lavoro
Daniela Meneguzzi
La maggioranza approva il proprio fallimento
Pil, deficit, debito, saldo primario: i numeri della disfatta
MASSIMO RIVA
da Repubblica - 28 luglio 2005
Ieri con il voto del Senato, oggi con quello della Camera il governo Berlusconi sta offrendo al paese uno spettacolo che sta in bilico tra la farsa e la tragedia. L´aspetto comico consiste nel fatto che - compatti, convinti e risoluti come non mai- i senatori e i deputati della maggioranza stanno per dare definitiva approvazione a un Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria) che, quest´anno per i suoi contenuti, merita di essere ribattezzato come Dichiarazione Politica ed Economica di Fallimento. Se si guarda alle cifre fornite dal governo medesimo, infatti, quel Documento suona inesorabilmente come una pubblica ed autentica confessione di disfatta nella gestione della contabilità nazionale.
Proprio quella stessa maggioranza che, quattro anni fa attraverso la voce concitata ed allarmata del ministro Tremonti, aveva annunciato al paese che l´eredità del centrosinistra rischiava di spingere il deficit oltre la fatidica soglia del tre per cento nel 2001, oggi squaderna - ilare e giuliva - una previsione in materia addirittura del 4,3 per cento per fine 2005. Quindi, con un allargamento del tanto deprecato "buco" nel quadriennio di gloriosa gestione berlusconiana valutabile attorno al 25 per cento rispetto al punto di partenza.
Con altrettanta scioltezza e disinvoltura la maggioranza sta poi approvando una stima di andamento del debito pubblico, sempre per fine anno, a quota 108,2 per cento in rapporto al Pil. Cifra che induce a due considerazioni, entrambe sconcertanti. La prima: che nel 2005 il debito ha ripreso a crescere dopo un decennio di più o meno rapido declino. La seconda: che, dopo il solito prodigioso quadriennio di amministrazione berlusconiana, il debito pubblico è tornato in pratica allo stesso livello ereditato dal governo del Cavaliere. Come dire, insomma, che al riguardo quasi millecinquecento giorni di gestione sono stati buttati al vento.
Per giunta, in un turbine di promesse verbali cui non ha fatto seguito alcunché di concreto ed efficace per riportare sotto controllo quello che rappresenta il più serio e minaccioso ostacolo al risanamento del bilancio pubblico.
Ma la confessione di fallimento più significativa da parte della maggioranza e del governo è quella che riguarda l´indicatore fondamentale dello stato di salute dei conti nazionali ovvero il saldo, cosiddetto primario, fra entrate e uscite dello Stato al netto degli interessi pagati sul debito pubblico. Ereditato in proposito un avanzo primario attorno al cinque per cento del Prodotto interno lordo, anno dopo anno con una costanza invero degna di miglior causa, Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti hanno lasciato deteriorare la situazione fino al punto che, oggi, il ministro Siniscalco si trova costretto ad ammettere che nel consuntivo 2005 ci si attesterà - si spera - a un miserabile 0,6 per cento. Dunque, appena qualche decimale sopra la soglia oltre la quale le spese ordinarie dello Stato tornerebbero ad essere finanziate a debito, riportando così il paese sotto l´incubo della bancarotta pubblica.
In effetti, a prima vista, c´è qualcosa di comico nello spettacolo di una maggioranza che approva le cifre di questo sfascio del bilancio con tranquilla e serena indifferenza, quasi che si trattasse di archiviare il consuntivo di una serie di guasti provocati da qualcun altro che avrebbe amministrato il paese in questi quattro anni, mentre il Cavaliere e i suoi ministri se ne stavano a fare "jogging" alle Bermude.
Purtroppo, però, il senso della tragedia prevale alla fine sull´ilarità della farsa solo se si pensa che: 1) quelle pessime cifre stavolta sono - ahinoi - vere e forse ancora un po´ ottimistiche; 2) che a porre rimedio a questo disastro sono chiamati, per quasi un altro anno, coloro che l´hanno provocato e che oggi lo certificano con arrogante noncuranza.
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Ds Milano - Rassegna stampa
LE REGOLE VIOLATE
LUIGI SPAVENTA
da Repubblica - 28 luglio 2005
IN QUESTO paese è diffusa, a livello politico, la convinzione che si possa ritenere ammissibile, e comunque non censurabile, qualsiasi atto o fatto che non sia penalmente rilevante. È una convinzione certamente opportunistica, ma anche profondamente errata. Altrove, esistono regole non scritte di condotta e di comportamento per i responsabili politici e delle istituzioni, la cui violazione, pur se non necessariamente costituisce reato, viene percepita, se accertata, come causa di incompatibilità e ragione di censura. Non occupiamoci dunque di diritto penale. Riconosciamo solo che le intercettazioni disposte dalla Procura di Milano erano del tutto giustificabili.
Le regole violate
Perché volte ad accertare fattispecie criminose, ben delineate dalla recente disciplina sugli abusi di mercato, a carico di soggetti precisamente identificati dalle puntuali indagini della Consob ancor prima di quelle della magistratura; e che, in quest´ambito, esse non possono certo suscitare "l´impressione che si voglia cercare il pettegolezzo anziché perseguire i reati", come pure si è autorevolmente ma singolarmente affermato. Consideriamo piuttosto le preoccupanti evidenze di condotte e di comportamenti anomali che emergono da quelle intercettazioni.
Prima evidenza. Un ispettore della Banca d´Italia, chiamato a valutare l´adeguatezza del patrimonio di vigilanza della Banca Popolare di Lodi (ora ingranditasi in Banca popolare italiana) ai fini dell´offerta su Antonveneta, esprime in merito i suoi dubbi, con particolare riferimento a una complicata transazione di opzioni con Deutsche Bank. Se ne lamenta l´amministratore delegato della Bpl con il Governatore: il quale, secondo quanto riportato, anziché considerare irricevibile tale privata lamentazione, come vorrebbero le regole non scritte, offre rassicurazioni ed esorta a pazienza. Seconda evidenza. A detta del medesimo amministratore delegato, fra Banca d´Italia (più precisamente fra un membro del direttorio di questa) e la Banca Popolare ci si scambiano bozze di delibere per dare legittimità formale alle operazioni finanziarie (circolari e fittizie, come risulta da altri elementi) messe in opera per dare apparenza di adeguatezza al capitale del soggetto (la Lodi), che vuole ingoiare un boccone (la Antonveneta) più grande del suo stomaco. Le regole non scritte non prevedono la collaborazione fra vigilante e vigilato nel definire un´operazione del secondo su cui il primo è chiamato a esprimere un giudizio. Terza, e certamente più grave, evidenza. Due funzionari della vigilanza di Banca d´Italia, firmano e protocollano un parere negativo sulla richiesta di Lodi di essere autorizzata all´acquisizione del controllo di Antonveneta. Per certo, i vertici di un organo di controllo possono, eccezionalmente, disattendere le conclusioni degli uffici responsabili dell´istruttoria. Le motivazioni di una decisione siffatta dovranno allora recare gli argomenti addotti dagli uffici e le ragioni, valutate autonomamente dai vertici, che inducono ad esprimere parere contrario alle risultanze istruttorie. Nel caso in questione, invece, un istituto certamente ben dotato di dipendenti numerosi e competenti, e governato da persone di comprovata perizia in materia bancaria, sollecita a vari studi legali (pronti naturalmente a farlo) l´espressione di un parere che conforti la reiezione del parere degli uffici. In termini delle regole non scritte si tratta di un caso senza precedenti; o, se ve ne sono, con precedenti non commendevoli.
Queste evidenze potranno essere negate o smentite, anche se, alla luce degli elementi riportati, ciò non pare facile. Vi è da augurarsi che lo siano. Se non lo fossero, e se in questo caso non se ne traessero le conseguenze, ogni futuro provvedimento dell´organo di vigilanza sarebbe inficiato dal sospetto che le regole di condotta siano in qualche modo piegate a decisioni di merito estranee alla competenza della vigilanza.
Quanto alle trame finanziarie degli "uomini nuovi" delle pianure lombarde e dei colli laziali, di cui si scrisse in precedente occasione, il contenuto delle intercettazioni della Procura di Milano non suscita particolare sorpresa: esse, se provate, si collocano nell´ambito di precise norme penali.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Sulle macerie di via Nazionale
Avanti il prossimo che parla di difesa dell’italianità del sistema.
Fra i tanti danni provocati dal Governatore della Banca d’Italia in questo suo inglorioso finale di stagione, va considerato anche questo: che d’ora in poi una luce obliqua si accenderà su chiunque tornerà a brandire gli interessi italiani contro gli ingressi stranieri nella finanza e nell’economia nazionale. Quale italianità è stata difesa fin qui? Quella dei “furbetti del quartiere” tipo Ricucci? Quella familistica-amicale del Governatore e signora? Quella dell’ingresso posteriore riservato ai banchieri di fiducia? È ancora questa l’Italia da difendere contro le insidie della globalizzazione finanziaria? Qui siamo già oltre il destino personale di Antonio Fazio, che è s e g n a t o .
Quello che più colpisce del suo comportamento è la partigianeria consapevole con la quale – quando già tanti osservatori gli chiedevano di conservare un ruolo terzo – ha gestito i passaggi critici della vicenda Bnl-Antonveneta.
Con noncuranza è andato incontro al proprio destino, il che sarebbe poco male, se non corrispondesse adesso col destino della più autorevole e quasi sacra delle istituzioni italiane. Gli amici del Governatore farebbero meglio a risparmiarsi i paragoni con Baffi e Sarcinelli: ci furono giudici che li perseguirono perché così chiedeva il potere politico dominante dell’epoca, e perché l’autonomia di Bankitalia era interpretata in maniera coraggiosa e autorevole. Qui non si riscontra alcun caso del genere: né persecuzione politica (casomai un trasversale laissez-faire), né coraggio (casomai temerarietà), lasciamo ahinoi perdere l’autorevolezza.
Visto però che siamo ormai oltre Fazio (quanto può durare, ancora?), prendiamo il buono di questa vicenda.
Che è questo: al centrosinistra di Romano Prodi viene consegnato un terreno a questo punto vergine. I personalismi non potranno più contare.
I soggetti finanziari ed economici di questa vicenda, un po’ di tutte le parti, ne usciranno ammaccati e non nella condizione di dettare legge.
Le regole, s’è visto, sono ampiamente da riscrivere.
Il sistema di equilibrio dei poteri (autorità indipendenti, Banca d’Italia, esecutivo, magistrature contabili) è da ripensare. Carta bianca alla buona politica, se vuole e sa agire. L’occasione è d’oro. Sappiamo che Prodi ha già da tempo contattato le migliori e più coraggiose intelligenze del riformismo italiano, che da tempo si esercitano su questi temi. Li faccia lavorare, prenda il meglio di quanto Margherita, Ds e altri hanno elaborato in questi mesi, e da tutto ciò tiri rapidamente fuori i frutti. Difendere la vera italianità, a questo punto, vuol dire dotare il paese di una governance di livello internazionale per caratteristiche, regole e persone. Sulle macerie del mito antico e bello di via Nazionale. www.europaquotidiano.it
35 chilogrammi di esplosivo di troppo
Massimo Moratti
Il decennale di Srebrenica e gli sforzi della comunità internazionale per unificare il Paese. Con un pensiero particolare alle forze di polizia bosniache e all’esplosivo ritrovato a Potocari nell’imminenza della commemorazione. Un’analisi del nostro corrispondente da Sarajevo
Potocari, 11 luglio 2005 10 anni da Srebrenica. La cerimonia ha visto riuniti nella commemorazione tutte le parti che sono state protagoniste del più grave massacro avvenuto dalla fine della seconda guerra mondiale. I bosniaci, con le madri di Srebrenica in prima fila, che già da alcuni anni sono lì a ricordare a tutti il loro dolore. La comunità internazionale, che ammette le sue responsabilità e il suo fallimento. E i serbi - è questa la novità di quest’anno - che, con le dichiarazioni e le scuse del presidente Tadic, hanno fatto un importantissimo passo in avanti in direzione della riconciliazione con i bosniaci. La cerimonia è stata trasmessa su tutte le televisioni del mondo.
Ma nella preparazione dell’evento, le scaramucce e i colpi bassi si sono alternati tra le parti. La Bosnia del dopoguerra è il regno della dietrologia e delle teorie della cospirazione, in un vortice che spesso sfiora la paranoia. Un evento come il decennale di Srebrenica non può che essere una sorgente infinita di speculazioni e macchinazioni politiche. Nel desolante panorama politico del dopoguerra bosniaco, le vittime di Srebrenica e l’organizzazione dell’evento, sono merce di scambio da utilizzare nel breve periodo per ottenere dei punti a proprio favore nell’arena politica.
L’esempio più eclatante è il ritrovamento di 35 chili di esplosivo da parte della polizia della Republika Srpska (RS) pochi giorni prima della cerimonia funebre. La polizia della RS, con una brillante operazione, subito rilanciata dalle televisioni nella Federazione, era infatti riuscita a rintracciare 35 chili di esplosivo nelle vicinanze del memoriale di Potocari. Ma la brillante operazione si è quasi tramutata in una sorta di clamoroso autogol.
La comunità internazionale spinge per la creazione di un’unica struttura di polizia. Questa iniziativa incontra la fortissima resistenza da parte dei leader della Republika Srpska e del Partito Democratico Serbo (SDS) in primo luogo, che si rifiutano di cedere il controllo degli Interni alle strutture centrali del paese. La resistenza serba sotto questo punto di vista si articola in opposizione politica al processo, che però viene controbilanciata da tentativi di dimostrare come la polizia della Republika Srpska sia efficiente e all’altezza dei propri compiti.
A maggio, il Direttore della Polizia della RS, Dragomir Andan, aveva annunciato che i detonatori usati nella strage di Madrid erano stati preparati in Bosnia e che 11 dei terroristi erano mujaheddin addestrati in Bosnia. Non solo, ma queste persone avrebbero anche partecipato al conflitto in Bosnia ed Erzegovina.
Queste dichiarazioni erano state rilasciate proprio durante i negoziati sulla riforma della polizia sul monte Vlasic.
L’operazione si è tramutata in una farsa. Alla legittima richiesta degli inquirenti spagnoli di fornire tutte le informazioni in loro possesso, e alla seguente investigazione da parte della Missione di Polizia dell’Unione Europea (EUPM), le autorità di Banja Luka non sono state capaci di fornire alcuna prova.
Un mese dopo, l’Alto Rappresentante ha caldamente raccomandato ad Andan, sotto implicita minaccia di rimozione, di ritrattare le sue dichiarazioni e scusarsi per aver sparso notizie che non corrispondevano al vero. Cosa che Andan ha immediatamente fatto, in una lettera inviata al commissario della Missione di Polizia dell’Unione Europea, che è stata resa pubblica. Nella lettera, Andan si era scusato per aver inutilmente allarmato i cittadini bosniaci e per il fatto che le sue dichiarazioni, seppur non politicamente motivate, potevano essere intese come un’indebita interferenza della polizia nella sfera politica.
In occasione della cerimonia di Srebrenica, il copione è parso ripetersi. Appena ritrovato l’esplosivo, la polizia della RS ha arrestato un bosgnacco (bosniaco musulmano) e un serbo, entrambi ex combattenti (di parti opposte durante il conflitto ma, secondo le prime confuse notizie, amici tra di loro). Poco dopo, tuttavia, il bosgnacco è stato rilasciato perchè estraneo ai fatti mentre, per quanto riguarda il serbo, pare che le accuse nei suoi confronti non fossero collegate al ritrovamento dei 35 chili ma a fatti ben più gravi, e cioè crimini di guerra commessi nell’area di Srebrenica.
Gli arresti e le prime reazioni tuttavia non sono stati proprio quello che la polizia della RS si augurava. Il ritrovamento ha scatenato un vespaio di polemiche nella Federazione. Le prime speculazioni infatti, subito dopo il ritrovamento dell’esplosivo, hanno sollevato subito l’ipotesi che l’esplosivo fosse stato deliberatamente ritrovato, in un’operazione cosmetica di fronte alla comunità internazionale. Di qui le affermazioni da parte dei “Berretti Verdi” - ex formazione militare della Federazione – sul fatto che il trucco in questione ricordava da vicino quelli dell’UDBA, la vecchia polizia segreta jugoslava, e gli appelli per la rimozione del Direttore della Polizia Andan da parte del leader del Partito Bosniaco (Bosanska Stranka), Mirnes Ajanovic.
Ma tutto è possibile. Alle accuse da parte bosgnacca di aver architettato il ritrovamento dell’esplosivo, hanno corrisposto le contro accuse da parte serba che erano stati dei mujaheddin a piazzare l’esplosivo. Per questo motivo sono state effettuate delle perquisizioni da parte delle forze speciali di polizia nelle case di alcuni bosgnacchi che sono rientrati a Srebrenica.
Mentre le voci ufficiali del Ministero degli Interni tacevano, l’agenzia di informazioni Beta riportava che, secondo fonti vicine al ministero degli Interni, era la parte bosgnacca la responsabile per l’intero episodio. In questo caso, l’esplosivo a Potocari e un possibile incidente durante la cerimonia funebre avrebbero avuto lo scopo di dimostrare a tutti l’incapacità della polizia della Republika Srpska di provvedere alla sicurezza della cerimonia. Di qui la necessità di abolirla. Ma, avendo sventato l’attentato, la polizia si sarebbe guadagnata prestigio sul campo e agli occhi della comunità internazionale. Insomma, “squadra che vince non si tocca”... Questa volta, prudentemente, il Ministro degli Interni Matijasevic si è astenuto dal fare dichiarazioni significative, lasciando alle indiscrezioni e alle fughe di notizie il compito di agitare le acque...
Ma non basta. Anche la comunità internazionale è stata accusata: il leader del partito socialdemocratico di Srebrenica, Hakija Meholic, è giunto al punto di supporre che fosse stato l’Ufficio dell’Alto Rappresentante stesso a metter l’esplosivo, che avrebbe ugualmente utilizzato il ritrovamento dell’esplosivo come un successo della polizia e indirettamente un proprio successo. L’Alto Rappresentante, da parte sua, ha cercato di gettare acqua sul fuoco invitando le parti, e in particolare il ministero degli Interni della RS, ad evitare inutili illazioni e speculazioni...
Tutto e il contrario di tutto. Al momento le indagini sono ancora in corso, ma pochi credono che si possa riuscire a far luce su questo episodio.
Negli ultimi giorni, tuttavia, è emersa un’altra pista che potrebbe spegnere le polemiche e allontanare i riflettori dalla polizia della Republika Srpska. Sembra che gli esplosivi infatti fossero stati lasciati da alcuni trafficanti di armi che fanno la spola tra la Republika Srpska e la Federazione. Secondo le dichiarazioni del portavoce del Ministero degli Interni della RS, Radovan Pejic, gli edifici in cui l’esplosivo era stato abbandonato servivano da deposito temporaneo, e i trafficanti lo avevano semplicemente abbandonato. Questo in base alle informazioni a disposizione del Ministero degli Interni della RS, che ha richiesto il coinvolgimento e la collaborazione tra ministeri degli Interni delle due entità e quello della Serbia, e le agenzie di intelligence della Bosnia e della Serbia e Montenegro, allo scopo di trovare i colpevoli. Va detto che al momento circa 40 persone sono state interrogate, ma nessuno è stato formalmente accusato...
I riflettori su Srebrenica si sono spenti. L’esplosivo ha ottenuto il suo effetto politico. Lo scalpore suscitato è stato notevole e ancora una volta fonte di polemica politica. Ognuna delle parti in causa ha avuto la sua versione della verità e ognuno ha creduto a quel che voleva credere. C’è da scommettere che presto questo caso passerà nel dimenticatoio, e andrà ad ingrossare le fila dei “casi irrisolti”, presenti in gran numero negli archivi delle polizie delle due entità... www.osservatoriobalcani.org
Tra il dire "ti amo" e l'appendere il ricevitore
di Robert Fisk
Non è difficile essere cinici pensando al modo in cui i musulmani riescono contemporaneamente sia a odiare che ad amare l’"occidente"
Stéphane Audoin-Rouzeau, l’acuto storico francese della Grande Guerra, non molto tempo fa affermò come l’occidente fosse l’erede di un tipologia di “stato di guerra” caratterizzata da un’estrema violenza. "Poi, dopo il 1945," scrisse, "... l’occidente lo ha esternato, in Corea, in Algeria, in Vietnam e in Iraq... abbiamo smesso di riflettere sull’esperienza della guerra e continuiamo a non capire che essa può tornare a noi in forme diverse, tragiche, come quella del terrorismo... Non vogliamo ammettere che quello che sta accadendo oggi è un tipo di scontro diverso...".
Avrebbe potuto aggiungere che i politici – e mi riferisco a Lord Blair di Kut al-Amara – si sarebbero deliberatamente rifiutati di riconoscerlo.
Stiamo combattendo il male. Niente a che vedere con l’occupazione del territorio palestinese, con l’occupazione dell’Afghanistan, con l’occupazione dell’Iraq, con le torture di Abu Ghraib, Bagram e Guantanamo. Oh, nient’affatto. "Contro un’ideologia sbagliata", una forza oscura, non specificata, vaga.
Ci sono alcuni aspetti controversi in questo concetto. Quando si comincia a parlare di "male", si sta parlando di religione. Il bene e il male, Dio e il Diavolo. Gli attentatori suicidi di Londra erano musulmani (o così si crede), ragione per cui l’intera comunità musulmana in Gran Bretagna deve provvedere – in quanto musulmani - a condannarli. A noi "cristiani" non è richiesto di farlo perché non siamo musulmani – e, in quanto "cristiani", non ci è nemmeno richiesto di condannare il massacro di 8.000 musulmani perpetrato dai serbi cristiani più di 10 anni fa. Sono i musulmani invece che, in quanto musulmani, devono condannare ufficialmente qualcosa con cui non hanno niente a che fare.
Ho il sospetto che sia proprio questo il punto. Se ci guardiamo dentro, mi chiedo se veramente non crediamo che la loro religione non abbia qualcosa a che vedere con tutto questo, se non pensiamo che l’Islam sia una religione anacronistica - che non ha visto la luce del rinascimento, che è rimasta potenzialmente violenta. Ciò non corrisponde alla realtà, ma la nostra 'eredità di orientalismo' ci suggerisce così.
È strano il modo in cui disprezziamo e invidiamo l’"altro". Molti dei primi orientalisti provavano allo stesso tempo sia disgusto che fascino per l’oriente. Ne detestavano le punizioni corporali e i pashà, ma ne adoravano le donne; erano ossessionati dagli harem. Gli occidentali trovavano l’idea di avere più di una moglie piuttosto attraente. Similarmente, credo che ci siano anche aspetti della nostra "decadenza" occidentale che interessino i musulmani, anche se, ufficialmente, vengono condannati.
Rimasi molto colpito qualche anno fa, quando il figlio di un mio amico libanese andò a studiare per tre anni in un’università dell’Inghilterra meridionale. Quando passavo da Londra, in arrivo da Beirut, a volte gli portavo alcune audiocassette o lettere da parte dei genitori – erano i giorni gloriosi prima dell'avvento di Internet – e di solito incontravo lo studente in un pub di Bloomsbury. Si presentava ogni volta con una ragazza diversa, e prima di andarsene e trascorrere la notte nell’appartamento di lei, beveva diverse birre. Poi, alla fine del suo periodo all’università, chiamò a casa e chiese a sua madre di trovargli una moglie. I giorni dei divertimenti e dei giochi erano finiti. Voleva che la mammina gli trovasse una vergine da sposare.
Ho ripensato a lui diverse volte. Era – ed è – un uomo molto rispettoso e per bene, che ha rinunciato a diverse opportunità di lavoro all’estero più remunerative per insegnare agli studenti dell’università di Beirut. Ma se fosse stato un uomo più debole, immagino che avrebbe avuto più d’un problema nella vita. Che cosa era andato a fare in Gran Bretagna? Perché si era divertito come "noi" ci divertiamo, solo per poi voltare le spalle a quel tipo di piacevolezze e sposare uno stile di vita più conservativo?
Prendiamo un altro esempio – benché i due uomini non abbiano niente in comune – quello di Ziad Jarrah. Ha vissuto in Germania con la sua fidanzata turca – non la frequentava semplicemente, viveva con lei – e poi l’11 settembre chiamò la ragazza per dirle "ti amo". "Cosa c’è che non va?", chiese la giovane donna. "Ti amo", rispose semplicemente, e appese il ricevitore. E poi partì per imbarcarsi su un aereo di linea, tagliare la gola ai suoi passeggeri e schiantarlo a terra in Pennsylvania. Che cosa gli è passato per la testa quando ha sentito la voce della ragazza che diceva di amare? Suo padre, che conoscevo piuttosto bene, era tanto sbalordito quanto lo erano i genitori degli attentatori di Londra. Ancora oggi non riesce a credere a quello che ha fatto suo figlio. Sta ancora aspettando che ritorni a casa.
Non è difficile essere cinici pensando al modo in cui i musulmani riescono contemporaneamente sia a odiare che ad amare l’occidente. Nelle capitali arabe mi capita di leggere la rabbia contro Bush nelle pagine di tutti i quotidiani locali, e poi di passare davanti all’ambasciata americana e vedere centinaia di persone lungo le mura che aspettano nella speranza di ottenere il visto per gli Stati Uniti. Il Corano è un documento di inestimabile valore. Come la green card.
Ma dalle tante lettere che ho ricevuto dai musulmani, soprattutto dalla Gran Bretagna, credo di poter capire parte della rabbia che si è generata tra di loro. Provengono da paesi caratterizzati da una forte repressione sociale, in cui sono governati da rigide regole familiari e religiose. Il resto lo conoscete.
Quindi, sebbene molti musulmani nati in Gran Bretagna crescano in famiglie tradizionali esiste una forte dicotomia tra le loro vite e quelle della società che li circonda. La libertà della Gran Bretagna – sia sociale che politica – può risultare molto attraente. Allo stesso tempo, sapere che il governo di questo paese, eletto dal popolo, invia i propri soldati a invadere l’Iraq e a uccidere musulmani può trasformare la “dicotomia” in qualcosa di molto più pericoloso.
Qui c’è un paese - la Gran Bretagna - nel quale poter vivere bene. Belle ragazze con cui uscire (considerate sempre che stiamo parlando di uomini), con cui sposarsi o con cui convivere. Film da guardare – niente censura dei nudi nei nostri film – e, se vuoi, una o due birre in un locale. Queste cose sono “haram”, certamente, "sbagliate ma divertenti", parte della “nostra” vita. La maggior parte degli uomini musulmani britannici che conosco effettivamente non beve alcolici e si comporta in modo rispettoso con le donne di qualunque religione. Altri godono della nostra libertà con estrema tranquillità.
Ma quelli che non ci riescono, quelli che godono delle nostre libertà ma si sentono in colpa nel farlo, quelli che si spaventano di fronte al piacere che hanno tratto dalla "nostra" società, che si sentono impauriti dal modo in cui loro stessi si sentono corrotti (soprattutto al ritorno da un viaggio in Pakistan dopo una sbornia di religiosità vecchio stampo) costituiscono un caso a parte.
La Palestina, l’Afghanistan o l’Iraq sfogano la propria rabbia nelle bombe. Quando fanno così vogliono contemporaneamente liberarsi di questo mondo ed esprimere la propria rabbia morale e impotenza politica. Vogliono, credo, distruggere se stessi per i propri sensi di colpa e gli altri per il crimine di averli "corrotti". Anche se ciò significa uccidere qualcuno della propria religione e dozzine di altri innocenti. Così ecco che proliferano gli zaini – chi li abbia riempiti è una faccenda diversa – e scoppiano le bombe. Succede qualcosa, qualcosa in quel secondo che passa tra il dire "ti amo" e l’appendere il ricevitore.
Il nuovo libro di Robert Fisk, 'The Conquest of the Middle East', verrà pubblicato questo autunno.
Fonte: http://www.counterpunch.org/fisk07232005.html
Tradotto da Tanja Tion per Nuovi Mondi Media
Myanmar, la via verso l'inferno
di Daniele Cantucci
28 Jul 2005
La Birmania, un paese di circa 50 milioni di persone, dopo il colpo si Stato che ha ribaltato il risultato delle elezioni del 1990 è dominata dalla paura. Una macchina militare di 500.000 soldati nega alla nazione intera i diritti di base. Aung San Suu Kyi, Nobel per la pace e leader della Lega nazionale per la democrazia (Nld) ), che vinse le elezioni del 1990 con l'82% dei voti, simboleggia la lotta del popolo birmano per la libertà. Aung San Suu Kyi, ha passato dodici anni agli arresti domiciliari. Quando fu rilasciata, nel maggio 2002, si sperò per un passo verso la democrazia in Birmania e per una riforma politica seria. Durante un viaggio nella Birmania settentrionale l'anno scorso, Aung San Suu Kyi e i suoi sostenitori furono attaccati dalle truppe governative. L'attacco ebbe luogo a Depayin il 30 maggio 2003. Settanta persone furono uccise nell'attacco e cento persone furono arrestate, incluso Aung San Suu Kyi. Tutti gli uffici della Nld furono chiusi. Aung San Suu Kyi rimase in detenzione segreta per più di tre mesi. Attualmente è agli arresti domiciliari a Rangoon. Aung San Suu Kyi dichiara che per essere liberi bisogna fare comunicazione, ma la comunicazione è nemica della giunta militare al potere. Il paese è dominato dal terrore, tutti i diritti fondamentali sono inesistenti ed è cosa normale il lavoro forzato. Si stima che circa un milione e mezzo di persone siano ai lavori forzati. Circa 1.300 persone sono rinchiuse nelle carceri politiche e molte di queste vengono sistematicamente torturate. Ci sono circa 70.000 bambini soldato, una media altissima, più che in qualsiasi altro paese del mondo.
Molte donne e bambine delle etnie più deboli vengono stuprate nei loro villaggi. La metà del capitale che affluisce alla capitale viene speso in armamento e soluzioni tecnologiche militari. È notizia di pochi giorni fa che circa 100 camion hanno attraversato il confine Myanmar-Cina e - notizia ancora più inquietante - nonostante l'embargo arrivano armi anche dai paesi del G8 (Francia).
In Myanmar circa un bambino su dieci non festeggia il suo quinto compleanno. Ilo, un'agenzia delle Nazioni Unite, accusa il regime della Birmania di crimini contro umanità per l'utilizzazione sistematica dei lavori forzati. Ilo descrive come uomini, donne, bambini e anziani sono costretti a lavorare su strade, binari e altri progetti in costruzione. La popolazione affronta anche punizioni che includono: richieste di denaro, l'abuso fisico, bastonate, tortura, violenza carnale e omicidio volontario.
La giunta militare ha cercato investimenti stranieri per evitare la bancarotta. Società come Total (Francia) e Unocal (Stati Uniti) hanno investito capitali notevoli in Birmania. Una conseguenza drammatica degli investimenti stranieri è che la valuta estera ha aiutato il regime a espandere l'esercito aiutandolo a rimanere al potere. Un paese di solamente 50 milioni di persone ha ancora uno dei più grandi eserciti in Asia e non ha nemici esterni.
Il popolo Birmano rifiuta il regime militare, ma la giunta al potere non ha intenzione di trasferire il potere ai leader democraticamente eletti. Nld, le minoranze etniche, studenti e monaci continuano a resistere al regime nonostante un ambiente politico estremamente repressivo. La campagna per una Birmania democratica è divenuta internazionale e ha continuato a crescere con forza. Pressioni dall'Europa, Nordamerica e Asia hanno costretto molte società ad abbandonare la Birmania. Tra queste: società inglesi, multinazionali del tabacco americane, Texano, Levi Strauss, Triumph.
Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni economiche pesanti, come blocco degli investimenti, restrizione sul mercato monetario, divieto di importare manifatture e prodotti birmani. Nonostante ripetute richieste da parte di Aung San Suu Kyi, l'Unione Europea non ha imposto alcuna sanzione che abbia avuto impatto significativo sugli interessi finanziari del regime, che continua a esportare petrolio, benzina, gemme, indumenti e legname e che forniscono al regime la maggioranza del suo reddito.
Daniele Cantucci
(Grazie alla redazione di Paginedidifesa)
Santo, subito
Io non seguo la politica italiana da qualche secolo e farei fatica a dire chi sono i ministri della Repubblica, quindi magari è diventato un mostro pure lui, non ne ho idea.
Però provo, al momento, un moto di affetto verso l'ex ministro Bassanini.
Gli sono grata, gli voglio proprio bene.
Mi autocertifico, e gli voglio bene.
A ogni fax che mando standomene tranquillamente in Egitto, invece di trascinarmi in ginocchio lungo strade di Milano cosparse di ceci per l'occasione, io sento il desiderio di baciarlo. Come un calore nel cuore, gli scompiglierei anche la frangetta.
Mi viene da accarezzare il certificato elettorale.
Ma voi ve lo ricordate, com'era la vita prima di lui? Quando bisognava "autenticare la firma" pure per dichiarare che eri vivo, e io avrei già dovuto prendere 800 aerei e accendere un mutuo ventennale solo per fare prendere atto della mia faccia allucinata a tutti gli impiegati del provveditorato, barista compreso?
Bassanini, sei anche un bellissimo uomo.
Ma che ne è stato di lui, poi? C'è ancora? Si presenterà alle elezioni? Questo desiderio di votare che sento come un prurito nei polpastrelli e che non provavo più da anni, questo affetto, è ben riposto?
Che dice della guerra, Bassanini?
Non datemi brutte notizie, però.
Ditemelo piano piano. /www.ilcircolo.net/lia/
luglio 27 2005
Lettera aperta alle forze politiche dell'Unione del centrosinistra,
all'associazionismo, ai movimenti, alla società civile di Cologno Monzese, Cernusco sul Naviglio, Vimodrone e Brugherio (collegio 28 Camera dei Deputati)
IL 15 e il 16 ottobre 2005 si terranno le Primarie per individuare il candidato
dell'Unione alla Presidenza del Consiglio dei Ministri (elezioni Politiche 2006)
E' un grande segnale per la democrazia e la partecipazione diretta dei
cittadini italiani alla vita politica.
Si misureranno non solo diversi nomi ma diverse sensibilità, valenze, riferimenti
culturali, politici, sociali. Diversi ma tutti concordi e confluenti nella necessità
di un cambio di rotta per l'Italia, per salvarla dal serio e grave declino etico oltre che economico, in cui ci ha gettato un pessimo e disastroso governo.
Insieme alle Primarie è partita l'organizzazione di numerosi Tavoli di Programma, metà di cui presieduta da donne.
Ma la Partecipazione non deve rimanere solo un "fiore all'occhiello" nazionale:
l'esigenza è profonda e sentita ad ogni livello, anche quello locale.
Abbiamo assistito nel passato a candidature totalmente prive di ogni rapporto col territorio. Questo ha coinciso con la sconfitta del centrosinistra alla Camera (ultime due elezioni politiche). Un minimo di convolgimento invece ha consentito al Senato (Collegio che copre tutta la fascia a Est di Milano dei comuni) una vittoria e una sconfitta ma con un ottimo risultato tale da esser recuperato.
Ogni volta si è assistito al solito meccanismo: candidati calati dall'alto senza alcuna possibilità di interagire e partecipare alle scelte con i cittadini a cui chiedevano il voto.
E' questione di metodo: perchè un altro mondo sia possibile, un altro modo di fare politica è necessario. Lo stesso gruppo che ha elaborato il regolamento delle Primarie, che fa riferimento al Prof.Gianfranco Pasquino costituzionalista di Bologna, prevede che si possano tenere primarie là dove il centrosinistra ha perso nelle precedenti elezioni.
La proposta: costituire il comitato per le Primarie di ottobre e organizzare eventuali primarie di collegio entro la fine dell’anno (come sarà fatto a Milano per il Sindaco e forse anche per i Presidenti dei consigli di Zona).
L'occasione è perfetta: porterebbe subito al confronto le forze politiche e la società civile sul tema di quale candidato l'Unione presenta nel 2006 e consente al candidato nominato nelle primarie un legame forte e partecipato col territorio; e i candidati "sconfitti" alle primarie farebbero immediatamente squadra col candidato dell'Unione del collegio!
I nomi: ce ne sono tanti, donne e uomini delle nostre città a Brugherio, a Cologno, a Cernusco, a Vimodrone.... apprezzati per l'impegno e la passione che da tempo mettono al servizio delle nostre città.
Sarebbe molto bello e positivo, e si eviterebbe il rischio di votare chissà chi, magari anche l'ennesimo trasformista passato da una parte all'altra, all'altra ancora, annusando la direzione del vento.
Le nostre città e i nostri cittadini meritano rispetto; il rinnovamento del nostro paese, anche in Martesana, passa attraverso l'assunzione diretta, pubblica e partecipata delle responsabilità di chi si candida.
Michele Papagna
referente nordest UnAltraLombardia
IL PRESTIGIO DA SALVARE
MASSIMO RIVA
da Repubblica - 27 luglio 2005
«TONINO, io ti ringrazio. Ti darei un bacio sulla fronte. Ho la pelle d´oca. Prenderei l´aereo e verrei da te in questo momento se potessi». È la mezzanotte del 12 luglio. Chi parla così non è una donna innamorata No, quel «Tonino» è niente meno che Antonio Fazio, governatore della Banca d´Italia. E chi gli si rivolge con tanta complice riconoscenza è Gianpiero Fiorani, amministratore delegato della Banca Popolare Italiana (ex-Lodi), protagonista della grande impresa patriottica di difesa della Banca Antonveneta dai barbari appetiti degli olandesi di Abn-Amro.
Quanto al senso e all´autenticità delle parole è presto detto.
Senso: Fiorani sta ringraziando Fazio perché gli ha appena comunicato di aver dato il via libera all´offerta di scambio azionario con la quale la Lodi punta a sconfiggere il nemico olandese.
Il prestigio da salvare
Autenticità: la conversazione è registrata agli atti dell´inchiesta della magistratura che, indagando sulla dubbia liceità delle mosse del banchiere di Lodi e dei suoi compagni di cordata, ha posto sotto intercettazione il telefono di Fiorani dal giugno scorso.
Per chi ha conosciuto l´alto grado di dignità e di autorevolezza con il quale anche i più recenti predecessori di Fazio - da Paolo Baffi a Carlo Azeglio Ciampi - hanno esercitato il loro ruolo, questa telefonata suona come un´offesa imperdonabile al prestigio e alla reputazione di un´istituzione che, nel suo secolo abbondante di vita, è stata punto di riferimento fondamentale anche nei momenti più bui della storia del paese. Un banchiere che si rivolgesse a Baffi o a Ciampi con le parole di Fiorani a Fazio è semplicemente qualcosa di irreale e di impensabile. Un governatore, poi, che accettasse rapporti così confidenziali con un amministratore di banca è addirittura qualcosa di estraneo e stridente con la tradizione della Banca d´Italia.
Non c´è neppure bisogno di registrare qui altre, a prima vista incredibili, rivelazioni che emergono dalle intercettazioni dei magistrati: come il ruolo attivo svolto nella vicenda Antonveneta perfino dalla consorte del governatore ovvero come il maldestro tentativo di Fiorani di allestire una sorta di "linea rossa" con Antonio Fazio per sfuggire ai controlli degli inquirenti. Lo spezzone di conversazione sopra riportato è già più che sufficiente per portare a conclusioni molto amare. Siamo di fronte a una caduta verticale di stile nel comportamento dell´attuale governatore che, purtroppo per il paese, coinvolge gravemente anche l´istituzione da lui al momento rappresentata.
Non è la prima volta che parole ovvero atti del dottor Fazio suscitano problemi ed inquietudine. Per restare soltanto alle recenti guerre bancarie, va ricordato che i suoi comportamenti sono stati e sono ancora oggetto di uno sgradevolissimo contenzioso con la Commissione europea a tutto danno dell´immagine internazionale dell´intero paese. Mentre, fra le mura domestiche, in più di un´occasione le decisioni del governatore sono state apertamente contestate da voci autorevoli della business community con l´accusa di disprezzo del mercato e di abbandono del ruolo arbitrale a favore di questa o quella parte in causa:
come provato dal fatto che, nella specifica vicenda Lodi - Antonveneta, Fazio si è mosso anche contro il parere tecnico dei suoi uffici interni. Un giorno bisognerà anche capire che cosa possa aver spinto il governatore a compromettere così rozzamente l´immagine di un´autorità finora circondata dal generale rispetto.
Ma al momento il testo delle registrazioni telefoniche, insieme ad altri elementi raccolti dalla magistratura, spazza via ogni residuo dubbio ed apre un serio problema istituzionale.
Il paese può ancora tollerare che la perdita di credibilità di una persona, titolare di un mandato a vita, trascini con sé anche l´istituzione da questi rappresentata? Va registrato in proposito che ieri Bankitalia ha reagito con un comunicato nel quale ribadisce la piena correttezza del suo operato in tema di guerre bancarie, rivendicando una puntuale applicazione delle norme vigenti in materia. Ma con un codicillo, che sembra chiaramente riferirsi alle intercettazioni telefoniche, nel quale si dice: "Strumentalizzazioni di notizie, che non incidono sulla legittimità e sul merito dei provvedimenti assunti, non possono che essere respinti".
Ebbene che i vertici di Via Nazionale insistano sulla legittimità del loro operato tecnico può essere comprensibile a fronte delle inchieste giudiziarie in corso. Ma che, a proposito delle incresciose telefonate, ci si arrocchi nella respinta di non si sa bene quali strumentalizzazioni è un segnale pessimo. Dal quale si deve ricavare che, evidentemente, non ci rende conto di quale danno irrimediabile l´affettuosa amicizia Fazio-Fiorani abbia inferto alla figura dell´attuale governatore, ma soprattutto - ed è quel che conta - al ruolo e al prestigio della Banca d´Italia.
C´è una logica primitiva da muoia Sansone in questo atteggiamento che lascia sgomenti, anche perché dall´interno della banca non è giunto finora alcun segnale di tentativi di riscatto del buon nome dell´istituzione. Certo, nell´ordinamento attuale, non c´è qualcuno che possa obbligare il governatore a farsi da parte. E questo è il guaio più serio perché, per il bene del paese e della Banca d´Italia, i destini di Antonio Fazio e dell´istituto di Via Nazionale vanno separati al più presto. Compito che, nel vuoto di iniziativa politica, magari rischia una volta di più - con buona pace del ministro Castelli - di dover ricadere sulle spalle della magistratura.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Antonveneta, bufera su Fazio
Ecco le telefonate con Fiorani che accusano il governatore
da Repubblica - 27 luglio 2005
MILANO - È bufera sul governatore di Bankitalia per la vicenda Antonveneta. Dalle intercettazioni delle telefonate tra Antonio Fazio e Gianpiero Fiorani emerge che il governatore avrebbe comunicato in anticipo il sì all´Opas. Bankitalia definisce «corretto» il suo operato e respinge «strumentalizzazioni». Spunta una "talpa" a palazzo di Giustizia. Ds e Margherita: Siniscalco convochi il Cicr.
SERVZI DA PAGINA 2 A PAGINA 5
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Antonveneta, Fazio nella tempesta
Intercettati i colloqui con Fiorani. Spunta una talpa in tribunale
Nelle telefonate registrate i pm di Milano vedono le prove del "concerto"
Una girandola di contatti per organizzare la scalata, da Ricucci a Gnutti
Le vendite effettuate da Lodi per poter fare l´Opa sarebbero fittizie
Anche la moglie del governatore, Maria Cristina Rosati, sembra avere un ruolo importante nell´intera vicenda bancaria
MILANO - Un´inchiesta che assomiglia ogni giorno di più a una valanga, che cresce e porta tutto con sé. E travolge una delle massime instituzioni del Paese, la Banca d´Italia e il suo governatore Antonio Fazio. Intercettazioni, atti dove compaiono personaggi sempre nuovi. Ci sono Fiorani, Ricucci, Gnutti e soci. Poi c´è Fazio (che non è indagato dalla Procura di Milano, ma compare in molte intercettazioni); anzi, la famiglia Fazio, perché anche la moglie del governatore di Bankitalia, Cristina Rosati, sembra svolgere un ruolo importante nella vicenda. Ancora: l´onorevole di Forza Italia Luigi Grillo (proprio dalla sua utenza telefonica al Senato, Gianpiero Fiorani avrebbe telefonato a Fazio) e un certo "Don Luigi" - figura fondamentale di raccordo tra i protagonisti della vicenda - che qualcuno identifica proprio con il parlamentare azzurro, altri con don Gigi Ginami, sacerdote romano confidente di molti potenti, amico sia di Fiorani che di Fazio (sia Grillo che don Ginami, però, negano tutto).
E infine c´è l´ombra di una talpa a Palazzo di Giustizia di Milano. Sì, perché da un´utenza del Palazzo milanese è partita una telefonata diretta a un cellulare riconducibile a una persona coinvolta nell´inchiesta. Nella conversazione una figura finora ignota – ma gli inquirenti temono che sia un magistrato – avrebbe preso un impegno preciso: adoperarsi presso la Procura di Roma per evitare impedimenti giudiziari ai protagonisti del concerto Antoveneta.
Ma l´inchiesta dei pubblici ministeri Eugenio Fusco e Giulia Perrotti potrebbe avere conseguenze imprevedibili nei prossimi giorni. Potrebbe coinvolgere altri personaggi eccellenti, dopo il sequestro delle azioni Antonveneta in mano ai "concertisti" (tra il 40 e il 50 per cento del totale). Una mossa clamorosa, che potrebbe essere soltanto la prima: i pm infatti sono convinti che le cessioni di quote di minoranza operate da Bpi (grazie alle quali è stato possibile rafforzare il patrimonio della banca in vista del lancio dell´Opa su Antonveneta) siano fittizie: l´ipotesi è che in realtà le società alienate siano sempre nella disponibilità dell´istituto di Lodi (magari con una clausola di retrovendita dopo un anno). Se l´accusa fosse confermata, tutto l´impianto su cui poggia l´Opa lanciata da Bpi si sfascerebbe, perché verrebbero meno i pilastri finanziari dell´operazione. Non solo: si sta indagando anche sul perché Bankitalia abbia ignorato il parere negativo dato da due suoi ispettori all´operazione.
E ancora: presto la Procura milanese potrebbe sequestrare i capital-gain (circa 100 milioni di euro) derivati dai massicci acquisti di azioni Antonveneta (per 550 milioni di euro) operati da soggetti vicini a Fiorani. Un´operazione, sostiene la Procura, finanziata dall´allora Banca Popolare di Lodi e da Gianpiero Fiorani per giungere al controllo di Antonveneta. I protagonisti sarebbero stati "premiati" dalle generose plusvalenze.
Ieri intanto la Procura ha nominato un custode giudiziario dei titoli sequestrati: è Emanuele Rimini, professore di diritto a Milano. Sarà lui a rappresentare la quota azionaria dei concertisti all´assemblea di oggi che probabilmente eleggerà un consiglio di amministrazione targato Abn Amro. La prossima tappa dell´inchiesta sarà all´inizio della settimana prossima, quando il gip Clementina Forleo deciderà se convalidare o meno il sequestro delle azioni, quasi centocinquanta milioni di titoli, praticamente il 50 per cento del totale. Gli avvocati dei concertisti temono la pausa estiva dell´attività giudiziaria: se il sequestro fosse confermato, la decisione del tribunale del Riesame rischierebbe di arrivare ben dopo l´estate.
(f.sa.)
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LE INTERCETTAZIONI
Fazio a Fiorani:"Vieni in Bankitalia ma come al solito passa da dietro".Il banchiere gli regala telefonini e schede "sicure"
"Gianpiero, tutto ok: ho firmato"
"Grazie Tonino, ho la pelle d´oca"
E Ricucci ammette: "Stamo a fa´ i furbetti del quartierino"
Il numero uno di Lodi: "So quanto hai sofferto, il Paese ti sarà sempre grato"
La signora Cristina: "Vai avanti, stai tranquillo, stai sereno, calma, calma, calma..."
ETTORE LIVINI, FERRUCCIO SANSA
MILANO - «Stamo a fa i furbetti del quartierino». L´ammissione (come da intercettazioni telefoniche) è di Stefano Ricucci. Ma la sua, in fondo, è la sintesi più fedele della brutta piega che sta prendendo la partita Antonveneta. Una battaglia finanziaria da 8 miliardi di euro che ha coinvolto la Ue, i Governi e i Governatori di mezza Europa. Ma che alla fine - raccontata in viva voce dai suoi protagonisti registrati al telefono dalla Guardia di Finanza - sembra scivolare in una "stangata" da strapaese. Un intrigo costruito su una fitta rete di interessi, amicizie e potere difficilmente districabili e che ora fa tremare persino il vertice di Banca d´Italia.
Fiorani e casa Fazio. Il filo rosso che lega il patron di Bpi e il Governatore emerge da numerose telefonate riportate nelle 22 pagine del verbale di sequestro preventivo disposte dai pm Giulia Perotti ed Eugenio Fusco. Una in particolare. Sono le 00,12 del 12 luglio scorso, quando il Governatore decide di telefonare a Gianpiero Fiorani. «Ti ho svegliato?», domanda. Risponde Fiorani: «No, no». Fazio: «Allora ho appena messo la firma, eh». Fiorani, malgrado l´ora, sa come ringraziare: «Ah... Tonino, io sono commosso, con la pelle d´oca. Guarda... ti darei un bacio in questo momento, sulla fronte ma non posso farlo... So quanto hai sofferto, credimi... prenderei l´aereo e verrei da te in questo momento se potessi...». Ma la conversazione prosegue: «Io non volevo che il nostro rapporto personale fosse tale da influenzarti in qualunque cosa, il rapporto era tuo, solo tuo e di questo il Paese oltre a Gianpiero ti saranno per sempre grati». Ma ci sono altri elementi a dare il quadro di un rapporto molto stretto. Ad esempio le telefonate in cui Fiorani parla a lungo con la signora Fazio - la «Governatora» come l´hanno soprannominata gli investigatori per il suo ruolo attivo nella vicenda - chiamandola «tesoro». E si sta approfondendo la storia «di alcuni telefonini e soprattutto schede telefoniche che Fiorani avrebbe personalmente fornito alla famiglia Fazio».
Le ombre in via Nazionale. Tutto l´iter dell´approvazione di Banca d´Italia all´Opa di Lodi è però costellato di curiosità e stranezze. Come quando Fazio invita Fiorani in via Nazionale «per verificare alcune cose» raccomandandogli però, non si sa mai, di entrare «come al solito dal retro». Lo stesso Governatore e la moglie Cristina devono tranquillizzare il banchiere di Codogno («stai sereno, calma...») quando un solerte funzionario di via Nazionale («un infiltrato» lo liquida Fiorani) chiede chiarimenti a Bpi su alcuni put con Deutsche. E Fiorani commenta a lungo con la First Lady di Palazzo Koch l´ostilità nei suoi confronti della Consob. La banca centrale è tirata in ballo anche per i dialoghi tra alcuni funzionari in apparenza "dissenzienti" e i fedelissimi di Fazio, a caccia di pareri favorevoli da parte di esperti in teoria "indipendenti" («fatti fare due o tre paginette») per dare il via libera a Lodi.
Il concerto. Le intercettazioni – secondo i pm – dimostrano l´esistenza di un concerto trasversale: «Emilio Gnutti e Gianpiero Fiorani erano impegnati su più fronti: la scalata di Antonveneta, in principalità, ma anche su quella di Bnl». L´asse di ferro è soprattutto quello tra il numero uno della Lodi e il raider bresciano, che sembrano usare le rispettive società come Bancomat per finanziarsi a vicenda o per aggirare le comunicazioni al mercato. In un circolo vizioso che lambisce anche Giovanni Consorte, lo scalatore di Bnl. Via Veneto è tirata in ballo assieme ad Antonveneta in una conference call con i Lonati, Ricucci e altri concertisti in cui Chicco Gnutti illustra a tutti le tecnicalità dell´operazione. Appena finito l´incontro ufficiale lo stesso Gnutti commenta l´esito con Fiorani al telefono: «Hai visto come l´ho venduta?» «Bravissimo», gli risponde l´ad di Lodi.
Ma nelle telefonate ballano anche milioni come noccioline. La Lodi ha bisogno di vendere fittiziamente alcune attività per rientrare nei ratios patrimoniali richiesti da Banca d´Italia? Ci pensa Gnutti, che in cambio chiede un prestito da 100 milioni. Il finanziere poi fa comprare in una partita di giro le quote di minoranza di Efibanca e Ducato da una sua società. «È un´operazione venuta benissimo – commenta il numero uno di Hopa al telefono – se l´avessimo fatta apposta non ci riusciva». Nel dubbio Fiorani chiama anche Consorte per chiedergli di dare l´ok alla transazione: «Si tratta di una cessione temporanea – dice – con la T maiuscola». Un´altra intercettazione che ha convinto i pm a ipotizzare il reato di false informazioni al mercato. La consuetudine tra i protagonisti della partita è evidente: Fiorani usa carta intestata della Gp Finanziaria, la cassaforte di Gnutti, per taroccare alcuni documenti. Gnutti gli chiede 30 milioni per comprare azioni Eni (subito concessi malgrado la perplessità di qualche funzionario di Lodi). Sarà vero, come sussurra Ricucci in un´intercettazione che il vecchio capitalismo di casa nostra mostra tutte le sue rughe («Altro che salotto buono! – dice – Marco Tronchetti Provera è pieno di debiti fino al collo»). Ma il nuovo che avanza, lette queste intercettazioni, rischia già di far rimpiangere il passato.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Il destino dell'Egitto secondo Chahine
Il regista, oggi a Sharm el Sheikh, parla del suo paese asservito agli Usa e della politica repressiva di Mubarak
ELFI REITER
BOLOGNA
«Domani (oggi, ndr) molti esponenti del mondo del cinema andranno a portare la loro solidarietà ai morti di Sharm el Sheikh, vittime di un attacco gratuito e orribile», ci dice Youssef Chahine raggiunto al telefono al Cairo, mentre si prepara per la partenza nella località balneare del terrore. «Qui siamo tutti profondamente turbati per quello che è avvenuto in uno dei paradisi del Mar Rosso, l'intero paese è pervaso da una grande tristezza. Per me recarsi in un luogo che pullula di turisti e farli saltare in aria è un atto di grande vigliaccheria». Il regista egiziano è scioccato, e risponde con voce quasi tremante quando gli chiediamo se lui o gli altri cineasti faranno anche delle riprese tra le rovine delle strutture alberghiere: «No, io no, voglio solo essere lì presente. Dicono che la polizia ha già attuato una caccia all'uomo, e sta seguendo una pista pakistana, ma non so niente di più». L'avevamo incontrato a Bologna, lo scorso 21 luglio, due giorni prima del massacro, quando era in città per presentare Destino - il suo film del 1997 premiato con la Palma d'oro a Cannes - in occasione della rassegna estiva «Sotto le stelle del cinema» organizzata dalla Cineteca di Bologna. Un film che nel ricostruire la storia del filosofo Averroè nell'Andalusia del XII secolo ripercorre i fondamentalismi e i loro metodi ai tempi dello sceicco Riad, e dallo schermo ci arrivano immagini dall'alta temperatura contemporanea, quasi terribili nella loro attualità. La pellicola però vuol dare speranza e ci dice anche che la sola via per uscire da un perpetuarsi di odio accecante è il pensiero libero, la conoscenza, il sapere. Abbiamo chiesto a Chahine, quasi ottant'anni, di cui cinquanta dedicati al cinema, se intravede una reale possibilità che questo accada, e lui sospirando a fondo ci ha risposto: «È possibile, sì, se c'è la volontà di cambiare. Tutti dicono `vogliamo un grande Medio Oriente, vogliamo fare degli sforzi'. Ma quali, se gli americani hanno scelto il nostro presidente? Se lo vogliono davvero, che lo cambino! Ma loro non intendono mutare la situazione e sono contenti perché lui (Mubarak, ndr) dice sempre di sì. Per forza, è un loro uomo! E così in tutto il Medio Oriente ci sono i loro uomini. Di cosa stiamo parlando? Un grande Medio Oriente democratico? Come si fa, se il nostro presidente è là da 14 anni, e forse lo sarà per altri sei, nonostante tutti siano contro?»
Cosa spera dalle elezioni del 7 settembre?
Sul piano politico, economico e sociale le cose vanno molto male, anzi stiamo andando verso una catastrofe, c'è un malcontento generale. Il potere ha piazzato i suoi uomini dappertutto, nel parlamento, nella presidenza, persino nei sindacati, un perfetto sistema mafioso, per cui è difficile dire cosa accadrà. È totalmente imprevedibile. Lui è l'unico a apparire in tv, non si sa ancora chi sarà il suo antagonista, tutte le tv e la stampa appartengono al governo, cioè al partito che governa, il Partito nazionale. Così qualcuno gli ha chiesto: 'cosa vuoi fare? Metti tuo figlio?'. Diventerebbe una monarchia, ma di fatto sta già facendo i passaggi necessari affinché ciò avvenga.
Quali sono state le reazioni all'uccisione dell'ambasciatore egiziano in Iraq?
Lo sdegno generale! Noi egiziani siamo di grande umanità ma è proprio questo che vogliono soffocare, siamo un popolo dolce ma ormai esasperato. E il potere ovviamente non parla...
Non si parla di eventi spiacevoli, tacere le questioni politiche al popolo erano le reazioni tipiche ai tempi del nazismo e fascismo...
Certo, hanno eliminato ogni opposizione politica, anche i sindacati, in perfetto stile della signora Thatcher! E quando i piccoli partiti dell'opposizione indicono una manifestazione, mandano 4000 poliziotti appoggiandosi a una legge che assomiglia al Patriot Act americano, una legge marziale. La gente ha molta paura. Se sei in quattro in un caffè a chiacchierare, ti possono prendere, buttare in galera e non hai nemmeno il diritto di fare una telefonata nei tre mesi successivi, né ai parenti, né a un avvocato, né a nessun altro. C'è una paura terribile. Un'atmosfera rigida e dura, e il male più grande per me è che in una situazione simile è impossibile creare qualcosa. Nessuno pensa - come fai a pensare? Il ragionamento, l'atto del pensare è stato cancellato nei giovani, essi hanno paura, persino alle università ci sono perennemente poliziotti a sorvegliare e eventualmente intervenire con i lacrimogeni, quelli potenti che colpiscono anche i polmoni.
Alessandria... New York è la sua opera più recente?
Sì, è la storia della mia separazione dagli Usa: per sessant'anni sono stato follemente innamorato di quel paese, ma il sogno è diventato un incubo. Credo sia per il loro sistema di capitalismo selvaggio. Era in concorso a Cannes ma al festival di New York l'hanno rifiutato. A me non avevano detto perché, il Washington Post riportò che c'era un film arabo contro l'America. Ma non era contro, anzi, c'era molto amore.
Lei ha realizzato un episodio per il film collettivo sull'11 settembre...
Anche quello fu recepito male perché avevo posto la questione di come si diventa terroristi: per umiliazione, per la distruzione delle case, per la distruzione persino di ulivi. Ho visto distruggere coi bulldozer ulivi millenari, e allora monta la rabbia, e la rabbia trasforma gli uomini in bombe umane. Questa problematica l'ho analizzata in più di uno dei miei film. Per esempio Destino parla delle tecniche usate per il lavaggio del cervello che viene praticato da tutte le sette, anche da quella del signor Bush, una setta di estrema destra, la sua.
Agli inizi del cinema egiziano la censura era forte come adesso?
No, in quel periodo la censura quasi non c'era, non avevano ancora capito la potenza del cinema. Oggi sanno che può trasportare idee e hanno istituito una censura severa che agisce sulla sceneggiatura, durante le riprese (ci sono donne col velo a vegliare sulle scene) e a film finito ci sono eventuali tagli. Però ho scoperto alcuni trucchi, per esempio dico ai miei assistenti, quando dobbiamo girare scene un po' erotiche, di distrarre un po' quelle donne spia... altrimenti come faccio? (ride)
Un tempo il cinema egiziano era la Hollywood del cinema arabo. Lo è ancora oggi?
(Si fa serio) Da 120 film all'anno siamo passati a 12 film a malapena...
Che risonanza hanno i suoi film in Egitto?
Dipende, sono un cineasta commerciale, un po' alla Fellini, rovino il mio produttore... Ma nel corso del tempo la gente mi apprezza sempre di più, forse perché ho preso un premio a Cannes? Poco tempo fa mi hanno dato una seconda medaglia di stato... ma la prima me la diede Nasser di persona, avevo solo trent'anni.
Cosa ricorda di Nasser?
Ah, io amo Nasser! Lui aveva un progetto, «quello là» non ce l'ha. Sua moglie ha dei progetti. Ho pensato di chiedere a madame Mubarak di presentarsi alle elezioni, così si battono tra di loro. Sono stati gli Usa, attraverso Israele, a impedire a Nasser di realizzare il suo progetto, fornendo un arsenale enorme all'esercito israeliano. Nasser era coraggioso e ne parlava, quello no, non dice niente, anzi sostenne la prima guerra del Golfo nel `91 con 5000 soldati.
C'è un progetto futuro?
Certo, ne ho sempre uno, essendoci sempre delle cose da denunciare! Avevo in mente un film basato su Faust, sull'inferno, lo sto vivendo... ma per ora ho lasciato perdere. www.ilmanifesto.it
Torna il tempo dei ''dottori con la valigia''. Lo specchio di un’Italia a due velocità
Mezzogiorno. Il Rapporto Svimez evidenzia la crescita dell’emigrazione intellettuale dal Sud verso il Nord. E nel Meridione cala l’occupazione
Carmen Ruggeri
Sessant’anni fa li vedevi alla frontiera. Magari al molo, vestiti alla meno peggio. Una valigia di cartone, un filo di speranza e un addio che sussurrava “arrivederci”. Oggi le menti e gli occhi del sud Italia li trovi, zaino in spalla, jeans e maglietta, accoccolati su un treno che va a nord. Roma, Milano, Firenze, poco importa. Hanno trenta, vent’anni, e mille speranze. Gridano un addio che dice “a mai più”.
È la generazione degli invisibili, per dirla con le parole di Curzio Maltese. Figlia di “un governo che demolisce la scuola pubblica (Moratti), sbatte in galera chi fuma uno spinello (Fini), incoraggia il più bieco sfruttamento del precariato (Maroni), parte alle crociate contro le discoteche (Giovanardi), tanto poi arriva il barzellettiere in capo a giurare che gli amici di suo figlio hanno due telefonini a testa”. È tutto questo e di più. È la generazione del mezzogiorno. Quella dei numeri che gelano ogni previsione. Lo specchio di un’Italia a due velocità. Dove il centro-nord la fa da padrone e il sud arranca, anche – checché ne dica il Cavaliere che s’è inventato addirittura un dicastero su misura per lo scalpitante Miccichè da troppo a bagnomaria nelle camere basse di via XX Settembre – per un sempre più leggero intervento della mano pubblica (nel 2002, solo per fare un esempio, si è passati da investimenti per 5.210 euro pro capite a 4.944, con una diversa ripartizione del taglio: 8,9% al Sud contro il 3,1% al Centro Nord.). E dove il mercato del lavoro è duale: ipergarantito per le fasce adulte e estremamente chiuso e “straflessibile” per le forze giovani.
Sono i giovani già vecchi che tirano a campare immersi in un’economia che va avanti con passo da gambero. Che si specchia nelle statistiche, e nei picchi degli istogrammi legge un futuro che non c’è. Solo qualche giorno fa, come da appuntamento fisso, la Svimez ha presentato il suo rapporto annuale. “Passi indietro per lo sviluppo meridionale”, questo in estrema sintesi il bilancio per l’ultimo anno. Gli echi delle sirene d’allarme del portafoglio nazionale si spiegano con virulenza nel profondo sud. “L'economia italiana – si legge – stenta a tenere il passo non solo con il veloce sviluppo di quella mondiale, ma anche con la contenuta dinamica dei paesi europei. La quota complessiva dell'Italia sugli scambi mondiali ha continuato a diminuire dal picco del 1995 (4,6%), scendendo al 2,9% del 2004, due decimi di punto in meno di quella dell'anno precedente”. Il paese si spacca, e il raffronto tra la regione più ricca, il Trentino, e quella più povera, la Calabria, segna un gap di reddito tutt’altro che trascurabile: 15 mila euro pro capite.
Ma è sul fronte dell’occupazione che arrivano le batoste “Il mezzogiorno - si legge nel Rapporto – evidenzia nell'ultimo biennio difficoltà nel mantenere lo stock d'impiegati creato nella fase precedente”, tant'è che gli occupati sono calati di 48 mila unità mentre, nello stesso periodo, nel centro-nord l'occupazione è aumentata di oltre mezzo milione. Numeri che cozzano con gli altri, di cui si fregia il governo, e che la Svimez snocciola mettendo i puntini sulle “i”: “Nel 2004 il numero delle persone in cerca di occupazione al Sud è diminuito di 107 mila unità, con la conseguente riduzione del tasso di disoccupazione ( dal 16,1% al 15% del 2004)”. Cosa significa dunque? Che le dimensioni del “popolo in cerca di lavoro” lievitano, mentre diminuisce la disoccupazione? Nient’affatto. Basta affinare lo sguardo per bucare lo spessore compatto delle cifre ed accorgersi che l’apparente contraddizione si risolve in un amaro dato di fatto. “Un diffuso senso di scoraggiamento – spiega la Svimez – ha indotto soprattutto le fasce più deboli dell'offerta di lavoro, i giovani e le donne a rifugiarsi nel sommerso o, ancora, a scegliere la strada dell'emigrazione verso il Centro nord. I dati relativi all'andamento dell'occupazione tra il primo trimestre 2005 e lo stesso periodo del 2004 mostrano che gli occupati di età compresa tra 15 e 34 anni hanno subito una significativa riduzione: 152 mila unità in meno in Italia, di cui 78 mila al sud”.
È arrivato dunque il tempo del “dottore con la valigia”. Il laureato che abbandona casa e va a cercare fortuna altrove. Secondo una ricerca della Svimez, condotta su un campione di 50 mila laureati, emerge che a distanza di tre anni dal diploma, 10 mila di questi giovani hanno abbandonato il Mezzogiorno e 20mila sono ancora disoccupati.
"Sono dati impressionanti: per la prima volta dal 1996 – ha commentato Enrico Letta, responsabile economico della Margherita - il Sud arranca e così il divario con resto del Paese non può che allargarsi". Arranca, sì. Il risultato? Presto detto: progressivo invecchiamento della forza lavoro, precarietà a vita, previdenza fantasma e lavoro nero. I giovani? Beh, come scrive Curzio Maltese, “basta aspettare che invecchino. E da noi invecchiano presto, quasi subito”. www.aprileonline.info
Iraq : carneficina infinita . Manca tutto , anche l'umanità
di Shorsh Surme*
Quando finirà il calvario e la carneficina in Iraq? Ogni giorno ci sono morti e feriti, ormai tutti gli ospedali sono al collasso, c'è bisogno di sangue ma non ci sono i donatori, perché adesso a Baghdad si vendono il proprio sangue per sopravvivere e non solo, molte persone sono disposte a vendere i propri organi.
Infatti, alcuni giorni fa, un giornale della capitale irachena ha raccontato una storia agghiacciante, quella di un uomo, padre disperato di 7 figli, venuto a Baghdad da una città dal Sud per vendere il suo rene che ha venduto per 1500 dollari ad una banda di criminali e commercianti di organi umani che dopo averglielo espiantato lo hanno lasciato lì agonizzante senza avergli dato un centesimo. Anche questo è un altro tipo di terrorismo.
Al Centro e al Sud dell'Iraq mancano acqua potabile, elettricità, combustibile per le auto e gli automobilisti sono costretti alle lunghe code tutti i giorni per avere qualche litro di benzina, in un Paese che guarda caso galleggia sul petrolio.
Quel petrolio che dovrebbe essere di tutti popoli dell'Iraq, ma sia il governo di Al Jefaari sia i partiti di maggioranza Sciita stanno sottovalutando questi gravi problemi per l'egemonia del potere. Gli esponenti Sciiti un giorno sono d'accordo sul federalismo un giorno sono contrari, un giorno vogliono una Repubblica islamica, un altro giorno dicono che l'Islam deve essere la religione dello Stato.
La Costituzione dello Stato scritta nel 2004 ha risolto tutti questi problemi, incluso la questione della città di Kirkuk, che rischia di diventare una bomba ad orologeria, in quanto la maggiorparte degli Arabi in Iraq è contraria a che la città di Kirkuk, famosa per i suoi giacimenti petroliferi, possa tornare alla sua madre terra del Kurdistan.
Inoltre manca proprio la volontà politica per risolvere questi problemi. Ora che la bozza della Costituzione dell'Iraq è in fase di elaborazione, gli i arabi Sunniti stanno mettendo il bastone tra le route, perché secondo loro il federalismo significa la divisione dell'Iraq, mentre è stato spiegato da parte dei Curdi mille volte che federalismo significa democrazia e significa sviluppo e prosperità nel contesto Iracheno.
Intanto i terroristi continuano ad uccidere.
* giornalista curdo iracheno
www.osservatoriosullalegalita.org
Il catalogo delle false certezze
di Peter Preston
Ricordare la tragica lezione di Stockwell, l'uccisione di un innocente elettricista brasiliano, significa smentire il 'catalogo delle false certezze politiche e mediatiche' per confrontarsi con la realtà
Sottoterra, sul pavimento di un vagone della metropolitana nella stazione di Stockwell, giace il cadavere di un giovane elettricista brasiliano, freddato da cinque pallottole alla testa. In superficie, messo in piedi frettolosamente nei quattro anni dopo l’11 settembre, c’è un apparato di nuove misure preventive, politiche e mediatiche, un catalogo di "certezze". Il problema, se vogliamo essere onesti, è capire dove queste misure hanno portato.
Certezze? Ce ne sono fin troppe: grandi certezze come le armi di distruzione di massa di Saddam - attestate da tutti i servizi di intelligence esistenti, abbracciate dagli uomini più potenti - o piccole certezze, come la dichiarazione (accantonata rapidamente) secondo cui il quartetto degli attentatori del 7 luglio non aveva precedenti. Che cosa ha detto sir Ian Blair venerdì scorso? Che era in grado di tracciare un "collegamento diretto" tra il cadavere crivellato dai proiettili e gli attentatori che non sono riusciti a far esplodere le proprie bombe. Dichiarato venerdì, smentito sabato.
E noi, abitanti dei palazzi dell’informazione, non siamo di certo megliori. Vi è piaciuto il titolo del Daily Telegraph di sabato, "Dieci provvedimenti urgenti per rendere sicura la Gran Bretagna"? Provvedimento numero uno: "Difendere i valori britannici"; numero due: "Escludere gli stranieri indesiderati "; numero tre: "Abrogare la legge sui diritti umani". Per non menzionare il provvedimento numero sette, l’unico che hanno chiamato "Provvedimento politico sensibile".
Sensibile? "Sensibilità, nel contesto odierno, è la politica che porta ad ignorare gli individui considerati dei terroristi. Di fronte alla minaccia del terrorismo, dobbiamo tutti accettare di modificare il nostro stile di vita".
I portavoce del Telegraph non sono i soli a esserne sicuri. Il sangue e le macerie erano appena state rimosse da Tavistock Square che Melanie Phillips (editorialista e consulente del governo, NdT) era già pronta a puntare le armi del mail contro una Gran Bretagna così terrorizzata da essere accusata di islamfobia, ed averne "pagato poi il prezzo più grande e terribile". Tutti hanno guardato con favore agli Usa che, apparentemente, "mantengono un controllo draconiano sui confini – inclusa l'analisi dei profili razziali e religiosi che consente agli ufficiali di fermare le persone corrispondenti a determinate caratteristiche sospette" – per non parlare della totale assenza di scrupoli a "entrare nelle moschee per intervistare e interrogare liberamente i musulmani".
E poi la cara Janet Daley del Sunday Times, che solo ieri ci informava del fatto che "almeno alla fine gli estremisti musulmani hanno prodotto un 'vero' martire, se si riesce a provare che [Jean Charles de Menezes] era effettivamente musulmano ". Ci scusi Janet, continente sbagliato, religione sbagliata. Ma questo non le ha impedito di dichiarare che "niente se non l’estinzione della democrazia e della laicità placherà questo nemico".
Una collezione di editoriali del genere, indubbiamente, è senza speranza. Numerosi politici - e, dall’altra parte, giornalisti - si pronunciano con la stessa certezza stentorea riguardo alle "bugie di Blair" o a i "crimini di guerra di Sharon" e al resto del 'pacchetto'. Non è questione di pensare al futuro con ansia, ma di dimostrare di avere ragione.
Bè, questo possiamo farlo tutti, da George Galloway (il deputato espulso dal partito laburista per la sua opposizione alla guerra in Iraq, NdT) a Jack Straw, dal Tribune a Ms Phillips. I politici non sono pagati per grattarsi la testa e per farsi mangiare vivi da John Humphrys (un giornalista della BBC). Gli alti gradi della polizia e i capi dell’intelligence, là fuori, devono far sembrare di avere la situazione sotto controllo. Gli esperti mediatici, di qualsiasi posizione politica, possono uscirsene con tesi pungenti appena prima di colazione.
Ma, per ora, ciò con cui ci confrontiamo è un innocente elettricista brasiliano ucciso.
L’incertezza – la fallibilità, semplice e inevitabile – non è un crimine. È una caratteristica degli esseri umani. Cosa faranno gli attentatori una volta messi con le spalle al muro dalla polizia? A Madrid, uno di essi si è fatto esplodere insieme al poliziotto che lo aveva arrestato. Naturalmente, questo ha reso gli ufficiali di polizia nervosi. Forse le modifiche legislative non aiutano. Le cose succedono e noi facciamo di tutto per portarle sul podio della discussione pubblica prima di fermarsi, semplicemente, a riflettere (queste sono le cose su cui riflettere, non la Costituzione europea).
La vera risposta in questo tetro affare rimane "Non si sa".
In Gran Bretagna ci sono 3.000 spie musulmane addestrate da al Qaeda, ha scritto l’ex capo di Scotland Yard nel suo “News of the World contract”. Oppure 300? O 30? Non si sa. Stiamo parlando di otto uomini individuati - quattro che si sono fatti esplodere, quattro che cercano ancora di fabbricare a mano bombe esplosive. Raccapricciante, tuttavia non ancora "il prezzo più grande e terribile" di cui parlava Melanie.
Scotland Yard è ancora "l'oggetto di invidia e ammirazione da parte dell'antiterrorismo internazionale" come ha affermato l’attuale capo di Scotland Yard al Today nella mattina del 7 luglio? Non si sa; alquanto dubbio. L’MI5, il Servizio di Sicurezza nazionale, ha realmente implementato le pproprie relazioni nel mondo musulmano? Stessa risposta. Questi musulmani sono contro gli altri? Si contino i morti di Sharm el-Sheikh prima di decidere chi sono "gli altri". Sparare per uccidere nello stile di Israele? Questo non sembra aver fermato Hamas. Agire "draconianamente" nello stile di Rumsfeld? Benvenuti a Guantánamo Bay.
Nelle ultime due settimane, abbiamo nuotato nelle acque tiepide del rispetto. Ci hanno detto che la nostra ferma determinazione li avrebbe sconfitti (chiunque siano), che i londinesi sono magnificamente decisi, che dobbiamo “affrontare con tranquillità la nostra vita quotidiana" – benché questo messaggio arrivi tramite una BBC che ha sospeso la trasmissione dei programmi abituali. Qualunque storia può stare a galla finché viene gridata da una fonte ritenuta autorevole
Il posto in cui vivo è una "città in preda al terrore", come la vorrebbe la prima pagina dell’Independent? No: è una città i cui animi vengono spietatamente tormentati da spaventosi avvertimenti che volteggiano tra un lugubre presente e un fosco futuro.
Dunque, dagli editorialisti ci si aspetta che arrivino sempre a una ferma conclusione, non è così? Giusto, eccola qua. Non diciamo abbastanza spesso che "non lo sappiamo". Ci prendiamo gioco dell’intelligence per non aver trovato le ADM, poi sbuffiamo quando non vede arrivare il treno di Luton. Ci aspettiamo uno standard di sicurezza quasi irraggiungibile, ed entriamo nel panico quando viene applicato. Ci dimentichiamo dell’errore umano.
Ma adesso è ora di ricordare tutto ciò, di ricordare la tragica lezione di Stockwell. Non sappiamo? Allora cerchiamo di scoprire, con umiltà.
Fonte: http://www.guardian.co.uk/comment/story/0,3604,1535448,00.html
Traduzione a cura della redazione di Nuovi Mondi Media
Balcani fanno parte dell’Europa. Un’intervista
uno dei più interessanti scrittori dell'attuale scena letteraria bulgara. Il suo sguardo acuto ed ironico sull'incontro/scontro di civiltà tra Occidente ed Oriente. Osservatorio sui Balcani ha incontrato Alek Popov e, nei prossimi giorni, pubblicherà un suo racconto
Alek Popov A cura di Marinela Nikolova e Andrea Ferrario
Alek Popov, classe 1966, è uno dei più interessanti scrittori dell'attuale scena letteraria bulgara. Autore di svariati volumi di racconti e novelle, nonché del romanzo "Missione Londra", ha recentemente anticipato su rivista alcuni brani del suo nuovo romanzo "La scatola nera", di imminente uscita. Uscirà a breve, con il titolo "Vademecum del pensatore radicale", anche una raccolta dei saggi che Popov ha pubblicato negli ultimi anni in svariate riviste, volume che conterrà anche il saggio sul "pomodoro bulgaro della conoscenza" che pubblicheremo nei prossimi giorni ed accompagna la presente intervista. Uno dei temi costanti dell'opera di Alek Popov è quello dell'incontro/scontro tra Occidente e Oriente, sempre trattato con grande ironia. Un tema che è al centro anche del romanzo "Missione Londra", già tradotto in svariate lingue e che si meriterebbe senz'altro una traduzione italiana, il quale prende spunto dalle disavventure di svariati membri dell'ambasciata bulgara a Londra per sviluppare una trama piena di comicità, dal ritmo di un action, ma che allo stesso tempo dipinge un quadro critico dello sguardo dell'Est verso l'Ovest e di quest'ultimo verso l'Est.
Il critico serbo Teofil Pancic ha scritto che il suo romanzo "Missione Londra" si prende gioco di quella che si può definire la "autoeuropeizzazione" dell'uomo balcanico e allo stesso tempo dell'indifferenza dell'Occidente ricco. Questi due elementi hanno avuto un qualche ruolo durante la scrittura del suo romanzo? Vale a dire, in quale misura l'autore di un paese come la Bulgaria, che secondo gli standard attualmente prevalenti è periferico, scrive per il proprio pubblico nazionale e in quale invece per un potenziale e più ampio pubblico occidentale?
"Missione Londra" è un romanzo comico, ambientato nell'ambasciata bulgara a Londra nella quale, nel bene o nel male, ho lavorato per un certo tempo come attaché culturale. Il soggetto naturalmente è frutto dell'invenzione, ma la trama è autentica e questo in una certa misura confonde il lettore, spingendolo a prendere tutto come pura verità. La "autoeuropeizzazione" come processo distorto è naturalmente da sempre uno dei temi conduttori non solo della letteratura bulgara, ma di quelle balcaniche in generale. E' un serbatoio di situazioni comiche senza fine. Quello che ho cercato di fare, è stato di togliere tali situazioni dalla tradizionale cornice quotidiana e di inserirle nel contesto degli attuali processi di adesione. Non ritengo però giusto che tutto ciò avvenga solo a scapito dell'Europa Orientale. Mi sembra che anche l'uomo occidentale sia preda di illusioni, che distorcono le sue idee riguardo a se stesso e agli altri, dando luogo a situazioni non meno assurde. Il romanzo è altrettanto critico nei confronti delle due Europe e in un certo modo ciò va a favore della loro integrazione. Cerco di non dividere il pubblico in balcanico ed europeo. I Balcani fanno parte dell'Europa. In questo senso noi siamo una delle tante possibili versioni dell'Europa. Dovrete abituarvi a questa idea. Lo stesso concetto di "europeo" mi suona abbastanza astratto e pretenzioso - una specie di cittadino modello, che ci fa immancabilmente venire in mente l'immagine di uno scandinavo. Nei Balcani questo concetto viene spesso ridotto alla mera apparenza della prosperità economica, che in grande misura viene proiettata dallo stesso Occidente. Al di là di tale apparenza tuttavia vi sono altri valori. La libertà interna di rivendicare la propria identità è una di essi...
Sono passati più di 15 anni dal crollo dei regimi comunisti. Secondo lei il peso del precedente spazio letterario, ideologizzato e burocratizzato, è in qualche modo ancora presente sulla scena culturale bulgara?
Non potrebbe essere altrimenti. D'altronde 15 anni sono un breve periodo dal punto di vista della storia. Anche da una prospettiva umana non sono sufficienti per cancellare un periodo di 45 anni - si tratta in pratica di un'intera vita. L'eredità del periodo totalitario è rintracciabile in tutti gli aspetti del presente nella forma di uno sfondo del tutto particolare, una specie di background invisibile. Lo si può guardare come un peso e in un certo senso lo è, ma allo stesso tempo è anche un'esperienza preziosissima, che non può essere cancellata con mano leggera. Come minimo perché in nome di questo esperimento sono state sacrificate così tante vite... A questa esperienza si continua tuttavia a guardare come a qualcosa di marginale. Subito dopo i cambiamenti, sono volati qui da tutto il mondo esperti di ogni genere per insegnarci come dobbiamo vivere. Nella fretta è come se a nessuno fosse venuto in mente che anche dall'Europa Orientale è possibile imparare cose utili. L'Occidente era imbevuto di sicurezza di sé e della sensazione della propria self-rightousness. Penso che a quindici anni di distanza stia diventando più evidente che entrambi i mondi erano organicamente collegati. L'Europa Occidentale non sarebbe mai stata tale senza il blocco orientale. Il concetto di welfare-state è stato lanciato come concorrenza al socialismo totalitario esistente all'Est. Ora che la minaccia è svanita, assistiamo a una riduzione dello stato sociale in Occidente. Un tempo tutti si attendevano ingenuamente che sarebbe cambiata solo una delle due metà. Ma quanto più capitalistico diventa l'Est, tanto più capitalistico diventa anche l'Occidente. E questo non è una sorta di paradosso, bensì una legge naturale. La legge dei vasi comunicanti.
In Italia oggi non è facile pubblicare libri di autori dell'Europa Orientale. Queste letterature vengono considerate come appesantite da elementi culturali e storici molto specifici e quindi come difficili da vendere. Se viene pubblicato qualcosa, il più delle volte viene presentato come una curiosità "etnica". Si tratta di un'immagine che non corrisponde all'attuale produzione della maggior parte degli autori dell'Europa Orientale. Perché secondo lei tuttavia tale immagine persiste? E come è possibile cambiare questa situazione?
Ogni letteratura nazionale è in pratica una "curiosità etnica", poiché lo strumento di cui si serve, la lingua, è in larga parte impregnata di particolarità etniche. Ma la letteratura va sempre al di là della lingua. Penso che sia questa la difficoltà fondamentale quando si traduce. L'incomprensione viene non dalla lingua, ma nonostante la lingua. Là, nella giungla dei codici, dei simboli e dei significati culturali, ogni scrittore traduce in prima persona dalla lingua delle idee alla lingua della gente. Secondo me questa interpretazione metafisica primaria decide se un'opera rimarrà chiusa nella propria cornice locale, oppure se suonerà altrettanto bene in tutte le lingue umane. Il principio "act locally, think globally" riguarda in larga parte anche la scrittura. I pregiudizi di cui lei parla valgono in realtà anche per il modo in cui l'Europa Orientale guarda alle letterature occidentali. Solo una parte molto piccola della produzione attuale dell'Europa Occidentale viene tradotta nell'area e ciò per gli stessi motivi. E' paradossale, ma la letteratura in traduzione più diffusa sia nell'Europa Orientale che in quella Occidentale è quella americana! Se si escludono i classici, naturalmente. E questo mi porta a pensare che l'arte è universale soprattutto nei propri segmenti più bassi e più alti. Dan Brown e Cervantes varcano i confini con altrettanta facilità.
Tuttavia voglio credere che la letteratura svolgerà lo stesso importante ruolo nella consolidazione della futura identità europea che ha svolto nella formazione di quella nazionale. Ma a tale fine gli autori devono emanciparsi dall'immagine collettiva che spesso viene proiettata su di essi. Posti in un contesto più ampio, forse scopriremo che al di là dei tratti "culturali e storici" più specifici traspare una più generale sensibilità europea, che d'ora in poi si svilupperà.
Il culturologo bulgaro Aleksandar Kjosev ha recentemente scritto in un articolo che "non esiste una letteratura bulgara contemporanea". La causa fondamentale, secondo lui, è che dopo i cambiamenti lo spazio letterario bulgaro (lettori, critici, istituzioni ecc.) si è ristretto fino al di sotto di una massa critica, sotto la quale una letteratura non può esistere e svilupparsi. Qual è la sua opinione in merito?
Aleksandar Kjosev afferma qualcosa in cui egli stesso non vuole credere. Non penso che il suo obiettivo fosse quello di convincere il mondo che la letteratura bulgara non esiste. In una certa misura si tratta di una sfida a se stesso, perché anche lui fa parte di questa letteratura. Nei fatti però il suo articolo è stato estremamente utile, perché ha aperto un dibattito molto serio. Ha dato luogo a forti reazioni emozionali ed è stato all'origine di un gran numero di testi che hanno interpretato il tema da tutti gli angoli possibili. Alla fine l'intero discorso ha dimostrato che lo spazio letterario bulgaro è comunque ancora sufficientemente reale. Forse è in crisi, ma esiste. La mia critica riguarda soprattutto le istituzioni della parola. Il problema è che i nostri editori non credono sufficientemente nella letteratura bulgara. Produrre un titolo originale è sempre stato più difficile che attingere senza alcuno sforzo al patrimonio della cultura mondiale. Ma la soddisfazione che se ne trae è incomparabile. Per farlo ci vogliono una strategia a lungo termine, investimenti, il coraggio di assumersi rischi e, non ultimo, dell'idealismo.
Oltre che scrittore, lei è segretario del PEN club bulgaro e caporedattore della rivista letteraria per bambini Rodna Rec. Può spiegare al lettore italiano quali sono le particolarità del mercato librario bulgaro e, più in particolare, quali sono oggi i maggiori problemi che gli scrittori bulgari si trovano ad affrontare?
Il maggiore problema è la mancanza di una rete di distribuzione sviluppata. Dopo i cambiamenti il sistema di librerie statali si è disgregato e i libri si sono ritrovati letteralmente per la strada. Sui banchetti andava soprattutto la letteratura di massa rapidamente monetizzabile, in particolare quella americana tradotta: thriller, romanzi rosa, fantasy. In quel periodo molte persone prive di esperienza e motivazione sono entrate nel business editoriale. Ora le cose poco a poco vanno al loro posto, ma una grande parte del paese continua a rimanere relativamente isolata dalle novità del mercato librario. Gli editori diventano più professionali, ma non sono ancora in grado di lanciare progetti propri di ampio respiro. O non ci provano nemmeno, che è ancora peggio. A quanto mi è noto, non esiste nemmeno un editore bulgaro che abbia acquistato i diritti mondiali di un nostro autore e che abbia cercato di imporlo almeno a livello regionale. A parte questi aspetti, i problemi degli scrittori bulgari non sono molto diversi da quelli che incontrano i loro colleghi italiani. In primo luogo, quello di scrivere i propri libri. http://www.osservatoriobalcani.org
Svuotare il mare col cucchiaino
Leggo che il responsabile della sicurezza nel Sinai è stato destituito. E gli va ancora bene, ché credo che in molti se lo mangerebbero, in questi giorni.
Io però ero nel Sinai un mesetto fa, e ricordo la coda infinita per entrare in aeroporto a prendere la mia amica, ché tutte le macchine erano controllate una per una, con gli specchi sotto il motore e i cani per fiutare l'esplosivo.
E in Egitto c'è un poliziotto per abitante. Troppo giovani, spesso, e più propensi a sonnecchiare che a temere i pericoli, ma ci sono.
E per lasciare la macchina nel parcheggio di un hotel, a Sharm, fummo costretti a lasciare lì i documenti.
E quando vai nel Sinai in pullman, dal Cairo, parti col bus pieno di egiziani e arrivi che ce ne sono la metà, nel bus, ché l'altra metà se la sono presa "per accertamenti" lungo gli infiniti posti di blocco che ci sono da qui a là.
Voglio dire: non c'è un cavolo da fare, le misure di sicurezza sono illusorie.
Se vogliono, si scoppia, e sennò no. Ci si può militarizzare all'infinito, non cambia niente.
Prima parlavo con Martin che è a Dahab.
E' un filogovernativo che campa di turismo ed è ottimista a tutti costi, sempre. Stavolta non lo era tanto: "Sì, ci sono ancora turisti. Ce ne sono ancora..."
Dice che un gruppo di danesi se ne era dovuto andare per forza, stamattina, anche se non ne aveva voglia né intenzione: "Il loro governo li ha costretti a prendere l'aereo, ché sennò se ne dovevano pagare un altro di tasca loro." Pensa.
E, mentre mi parlava, sentivo le pale di un elicottero che gli svolazzava sulla testa.
"Hanno voluto colpire gli egiziani: sono andati a scegliere il luogo dove ci si riuniva dopo il lavoro. Sai, a bere un tè, a chiacchierare, a fumare una shisha..."
Ho provato a dirgli quanto mi dispiaceva, ma in realtà di parole non ce ne sono.
Gli ho detto che farò un salto là, ad Agosto. Ho voglia di andare.
Dicono che stiano volando mazzate in un paio di villaggi di beduini: qui si mischia un po' tutto, compresa la complicata situazione dei beduini del Sinai, appunto.
Non se ne uscirà più, non riesco a immaginare il fondo di 'sto baratro.
Lo sto anche rimuovendo, in qualche modo. Me ne proteggo.
"La terza guerra mondiale è questa, c'è da anni. E in Europa ne parlano come se fosse il futuro." Me lo diceva Pepe mesi fa, e aveva ragione.
Lascio l'Egitto nel suo peggiore momento, a un passo dalle elezioni e da un prevedibile crollo turistico che sarà la ciliegina sulla torta del lastrico, per milioni di persone.
Ci avrò pensato un miliardo di volte, in questi due anni: "Se qui tutto si mettesse male, che farei?" "Rimango, non ho dubbi."
E guarda, invece. www.ilcircolo.net/lia/
L'armata evangelica alla conquista del mondo
di mazzetta
27 Jul 2005
Il ritorno del medioevo dietro i Teoconi.
Quante divisioni possiede Giorgino? Il Neo-papa dei Cristiani Rinati conta su un esercito di fedeli in tutto il mondo, che si espande travolgendo ogni ostacolo e resistenza. Durerà a lungo? L’U.s. Army ha un problema; anche la U.s. Air Force ha un problema e ancora più grosso ce l’ha la U.s. Navy.
Non è un problema di organico, che pur esiste, e neppure di mezzi insufficienti; quello che sta scuotendo le forze armate americane è il problema della composizione confessionale del corpo dei cappellani miltary (MC). Succede che negli ultimi anni si siano iscritti al ruolo di MC moltissimi rappresentanti delle chiese evangeliche. Al contempo, c’è stata una crisi delle –vocazioni- tra i rappresentanti degli altri orientamenti cristiani che ha portato, negli ultimi 5 anni, al raddoppio degli evangelici e al dimezzamento, ad esempio, dei MC cattolici, battisti e delle chiese più progressiste; calo spiegabile anche con la loro contrarietà alla guerra.
Il problema è stato sottolineato commentando la situazione della Air Force, che ha appena finito di elargire 300.000 per il convegno dei propri MC evangelici. Non è un problema di principio, ma un fenomeno che causa gravi inconvenienti e solleva alte proteste. La funzione del MC americano è quella di assistere spiritualmente le truppe, a qualunque confessione appartengano, l’MC è la persona presso la quale il soldato cerca conforto, e che è preposto a fornirlo curandone i tormenti.
Questo però non accade sempre con i pastori evangelici che, a chi cerca aiuto in loro, spesso propongono come unico rimedio di leggere le scritture, quando non tentano di fare proselitismo.
Il problema è amplificato dal fatto che la nuova composizione confessionale del corpo MC non riflette quella del personale, in gran parte proveniente dalle classi meno elevate e di confessione diversa.
Le occasioni di attrito diventano numerose, specialmente in marina dove gli spazi ristretti mettono ferocemente alla prova le attitudini alla convivenza. Decine di comandanti di unità hanno denunciato i rispettivi MC evangelici, i quali ora tentano una class action contro la marina dicendosi discriminati.
Questi preti da guerra, entusiasti sostenitori della guerra e della liberazione di Babilonia (sic.), arrivano ad essere la maggioranza nell’aviazione, che cerca disperatamente pastori delle confessioni in calo, mentre ad esempio la Full Gospel Fellowship Church non ha avuto problemi a trovarne 10 (cinque anni fa non ne aveva), nonostante gli aviatori che dichiarano di esserne fedeli siano solamente 58. (L’aviazione ha 611 MC).
“Non siamo cappellani normali….diciamo: cooperazione senza compromessi. Non posso compromettere la mia fede”. Queste le linee del programma enunciate agli oltre 300 MC evangelici dal palco del convegno menzionato prima.
Così, per non “compromettere la mia fede” ogni MC evangelico aiuterà i bisognosi di conforto invitandoli a leggere la Bibbia e a cercare Gesù ( Cura dei fedeli centrata sulla Bibbia), mentre nei momenti di combattimento saprà sempre trovare una parola buona per ricordare che è in corso una guerra in nome di Dio, bestialità che è già stata ripetuta dal Presidente, da qualche generale ( a onor del vero oggetto di polemiche ferocissime) e dai telepredicatori.
I nuovi MC provengono infatti dalle megachiese evangeliche che hanno fatto fortuna in Tv, le stesse che sostengono entusiasticamente le avventure belliche di Giorgino.
Giorgino che non esita a sfruttare le sinergie tra interessi dei petrolieri e questo nuovo tipo di impresa commerciale, la chiesa fai-da-te, una spruzzata di marketing, una televisione, ed il gioco è fatto. Un trend che ha trovato comprensione solo nella parte più estremista dell’ebraismo, che ne apprezza la durezza verso l’Islam, mentre solleva grossi timori nelle altre confessioni religiose, che perdono potere e devoti di fronte all’avanzare della fede neoconservatrice, funzionale all’ingerenza mercantile anglosassone. Solo in Italia qualche stupido opportunista ha abbracciato la sponda teo-conservatrice, non intuendo il pericolo che rappresenta per il cattolicesimo, che pure rappresenta il bacino italiano di questa new wave tristissima. Miopi rincorse a contingenze e vantaggi transitori, in perfetta sintonia con lo stile della destra locale.
Non stupisce che nei paesi musulmani abbia sollevato proteste l’opera degli evangelici al seguito delle truppe americane, specialmente se pensiamo che ai valorosi MC sono stati affiancati decine di predicatori civili al seguito delle ONG americane; operazione che ha portato addirittura al rapimento degli evangelizzatori coreani del reverendo Moon, da parte della resistenza irachena.
Non stupisce che analoghe proteste si siano levate in Asia centrale, e in Africa, dove le ingerenze degli evangelici nella politica africana hanno già prodotto massacri paragonabili a quelli cattolici in missione in Sudamerica.
Una presenza non casuale: la penetrazione della predicazione evangelica, spesso portatrice di un pesante impatto nelle società che vuole penetrare, è anche più diffusa di quella delle truppe statunitensi, e va dai paesi dell’Asia centrale, al medioriente, per allargarsi a fare disastri in Africa e all’Est asiatico. In Sudamerica si fa largo in diversi paesi, esemplare in tal senso la trasformazione di quasi tutti i cinema di Montevideo in sale di preghiera degli evangelici d’importazione. ( La capitale dell’Uruguay, era una volta considerata paradiso dei cinefili sudamericani per l’abbondanza e la qualità delle sale) .
Una preoccupante avanzata mondiale, preoccupante perché non stiamo parlando della diffusione di un sentimento religioso, ma dell’applicazione di un rozzo modello di marketing su popolazioni incapaci di difendersi culturalmente da questo tipo di aggressione, spesso portato con larghezza di mezzi impensabile in alcuni paesi.
Stiamo parlando della diffusione del più bieco antiscientismo, dell’omofobia e della misantropia, di una visione della società divisa da una barriera a dividere i pastori dalle mandrie, di una visione manichea del mondo utile a plagiare schiere di derelitti per agitarli come pupazzi sul palcoscenico della storia e depredarli, ottenendo lasciti e donazioni. Il più classico dei plagi delle plebi.
Non solo la teoria dell’evoluzione è in pericolo, ma tutto il pensiero scientifico e tutte le conquiste sociali e culturali degli ultimi tre secoli, rischiano di venir messe n discussione. Il medioevo avanza.
La preoccupante diffusione del proselitismo evangelico, in ogni genere di mappa e statistica:
http://www.gmi.org/products/ow.htm
I predicatori di Moon:
http://italy.indymedia.org/news/2004/06/575305.php
La CSI di Lady Caroline Cox (Christian Solidaity International, ora CSW, Worldwide, dopo essere stata espulsa dall’Onu):
http://italy.indymedia.org/news/2004/08/598787.php
L’articolo del Nyt sui problemi nell’U.s. Army
http://www.truthout.org/docs_2005/printer_071205M.shtml
Non piacciono ai rabbini più avvertiti:
http://asianews.it/view.php?l=en&art=766
Neanche la chiesa cattolica apprezza:
http://www.chiesa.espressonline.it/dettaglio.jsp?id=7437
mazzetta
mazzetta@reporterassociati.org
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Appello del Comitato *Uniti con Prodi* di Lugo di Romagna
Primarie: noi ritieniamo che questo nuovo modo di concepire il coinvolgimento dei cittadini si possa estendere a tutte le cariche istituzionali nazionali e locali, affinchè essi possano finalmente esprimere la loro opinione su chi li deve governare.
APPELLO
Il Comitato “Uniti con Prodi” di Lugo esprime grande soddisfazione e apprezzamento per la decisione presa dall’Unione di CentroSinistra di scegliere il candidato alla carica di Presidente del Consiglio attraverso elezioni Primarie da tenersi il 15 e 16 Ottobre. Il principio che i candidati a cariche pubbliche siano scelti dai cittadini ha un’alta valenza democratica e un effetto dirompente sul tradizionale sistema di accordi politici dei segretari di partito.
Solo le scelte fatte alla luce del sole, dai partiti istituzionali alle libere associazioni di cittadini non rappresentati, secondo principi di qualità e competenza, con il consenso dell’opinione pubblica, possono garantire che il percorso democratico è davvero compiuto.
Noi vogliamo che la politica sappia tornare a perseguire, democraticamente e coerentemente, l’interesse pubblico.
Noi ritieniamo che questo nuovo modo di concepire il coinvolgimento dei cittadini si possa estendere a tutte le cariche istituzionali nazionali e locali, affinchè essi possano finalmente esprimere la loro opinione su chi li deve governare.
Pertanto il Comitato “Uniti con Prodi” e i sottoscrittori di questo appello promuovono con forte convincimento la proposta di elezioni primarie aperte di collegio per la scelta dei parlamentari alle prossime elezioni politiche del 2006.
Con ciò intendiamo manifestare la nostra decisa volontà di sostenere questa grande battaglia di alta civiltà politica in cui crediamo fermamente.
Giacomo Casadio
Coordinatore del Comitato "Uniti con Prodi"
*****
Per sostenere la raccolta di firme del Comitato Prodi di Lugo basta scrivere a giacasadio@libero.it
luglio 26 2005
Le Madonne non appaiono mai ad un biologo
FabioGreggio
da: http://www.politikon.it/modules/news/article.php?storyid=625
Madonne che piangono,
Madonne che ridono,
Che piangono sangue, che appaiono.
Ma non a chiunque.
La Madonna di Fatima, poi quella di Lourdes.
La Madonna Della Neve, del cardellino e perfino della caccia, te possino.
La Madonna jugoslava che parla agli scolari.
Quella di Fatima ai pastorelli
Quella di Lourdes alla contadinella.
Mai che la Madonna appaia ad un Geometra del Catasto o
ad un cardiologo del Gemelli.
Le Madonne non appaiono mai ad un biologo.
Mai che appaia ad un vip. Chessò ..a Margherita Hack.
La Madonna appare solo dalla quinta elementare in giù
e predilige il mondo rurale al metropolitano.
Pastore è meglio: anche se la categoria è in via d’estinzione.
Non appare mai ad un laico, ateo o Mormone. Solo ai Cattolici Romani.
Cicca - Cicca.
Adesso la Madonna si muove.
Dice che una statua della Madonna si muove in una Chiesa.
C’è già la processione, la fila e perfino il baracchino con i bruscolini, i rosari fluorescenti con il pezzettino microscopico di calzino di Padre Pio e la Coca a 2,50 euro, fresca col ghiaccio attorno.
Pare l’abbiano immortalata nella sua performance e perfino filmata con un cellulare.
Aspettiamo di vedere.
Intanto ci domandiamo: Perché una Madonna sente il bisogno di muoversi?
A che scopo?
Perché non in maniera decisa se può? Viene giù dal piedistallo e ci parla, tiene una conferenza stampa.
Perché non apparire a tutti, inequivocabilmente, magari in televisione, dopo “I pacchi” di Bonolis come traino?
Appare, parla, spiega.
No, si muove con quel “ vedo-non-ti-vedo”, indeciso. Per pochi fortunelli prescelti.
Muoversi perché? Ha un senso? Che cosa vorrà dirci?
I miracoli di manifestazione hanno sempre una cabala teologica interpretativa.
Piange sangue se Dio soffre per noi.
Ci ammonisce, manda messaggi come a Fatima, sorta di sms arcaico.
A Napoli il sangue di San Gennaro non si scioglie sempre.
In passato, quando vinceva la Sinistra non quagliava.
Che Dio sia di Destra?
Strano.
Però la sua creatura, l’uomo, l’ha fatta col cuore a sinistra…..
Fabio Greggio
OLTRE IL GIARDINO
Ceccherini: piccoli Letta ancora non crescono
di ALBERTO STATERA
Metti caso che ad ottobre i sondaggi siano infausti per la Casa delle Libertà e che Berlusconi, il quale non ama perdere, metta in pista al suo posto non Pierferdinando Casini, ma Gianni Letta, l’unico vero concentrato di diplomazia manifestatosi con proverbiale understatement negli ultimi quattro anni di governo.
Si può vivere senza un Gianni Letta? In quel caso, si dice che la nuova Eminenza Azzurrina, pettinata, patinata, educata, curiale, cattolica, laica, trasversale, capace di piacere a tutti in tutti i regimi e praticamente incapace di farsi nemici, sia già pronta chiunque vinca. Si chiama Andrea Ceccherini, età indefinita, implacabile telefonatore, svelto come un frullino, insonne come un relè, secondo il ritrattino che Pino Corrias gli ha dedicato non a caso su «Vanity Fair». In realtà, questo Ceccherini, a dispetto della grisaglia e dell’auto blu con autista, ha solo trentun anni, mal portati in una facciotta tonda da chierichetto invecchiato.
Fiorentino, è figlio di un imprenditore che ha fatto i soldi con il movimento terra dopo l’alluvione. Già da liceale Andrea trascina piccole folle, fondando un movimento, con sede all’Hotel Excelsior — non quello di Gelli in via Veneto a Roma, quello sul Lungarno — che si batte contro le interrogazioni al lunedì.
Studente un po’ zucca, abbandona giurisprudenza, ma, come si conviene ai bambini di potere, ottiene una laurea honoris causa da un certo Isfoa di Milano.
Che mestiere faccia Ceccherini è un mistero, lui non l’ha mai dichiarato, nessuno glielo ha chiesto, né alcuno l’ha capito. Per cui un po’ difficile è spiegare come il ragazzo che al liceo non voleva essere interrogato al lunedì riesca da quattro anni a mettere insieme in un convegno che si svolge a Bagnaia, vicino a Siena, l’editoria, il giornalismo, la banca, l’impresa e la politica. Non Andrea Riffeser, che non stupirebbe, ma da Andreotti a Navarro Vals, da Romiti a Veltroni. L’oggetto è «il quotidiano in classe», che l’«Osservatorio giovani editori» fa circolare nelle scuole tra gli studenti. Stravecchia idea per catturare lettori giovani alla carta stampata, Ceccherini ne ha fatto una specie d’industria, con quali risultati economici per gli editori non è dato sapere. Ma non è questo il punto: dopo aver letto Corrias, ci siamo documentati ulteriormente sul giovane Ceccherini, con impegno, con fatica, vincendo il sonno, quasi con disperazione. Tra le cento fonti, le mille dichiarazioni, le centomila interviste, la frase più cospicua che abbiamo rintracciato del nostro aspirante Letta, pronunciata addirittura dinanzi al Capo dello Stato, è la seguente: «Non c’è dubbio — caro Presidente — che ci accomuna un sogno: quello che vuole, una volta fatta l’Europa, fare gli europei utilizzando i quotidiani».
Capito? Li accomuna un sogno, lui il pallido ragazzo degli espedienti e il presidente della Repubblica.
Forse non metterebbe conto occuparsi di Ceccherini e delle sue ricette acqua e zucchero, se non fosse che l’altro giorno ha annunciato una nuova iniziativa, gli «Stati generali dei giovani» per un progetto «Città futura». Pensate alla concretezza del giovanotto che, partendo ventunenne da Claudio Martelli, è riuscito ad arpionare mezza Italia politica ed economica con una simpatica frittura d’aria. Meritorio, per carità, il giornale nelle scuole, lo vorremmo anche negli asili, senza appesantire inutilmente i conti economici ed alleggerire quelli dell’«Osservatorio giovani editori». Ma qui si tratta d’altro: di come persino un trentenne di poche idee e un po’ consunte riesca ad inserirsi negli interstizi dei poteri, che sembrano ormai voragini.
Perciò una calda preghiera a Berlusconi: Cavaliere, qualunque cosa accada, non ci privi mai di Gianni Letta.
a.statera@repubblica.it
Il terrorismo non va in ferie
Siegmund Ginzberg
Governo balneare è il termine che la fantasia italiana aveva inventato per il rinvio delle crisi politiche nell’era dei governi democristiani.
L’estro di Silvio Berlusconi va oltre: una maggioranza incapace di prendere decisioni, in litigio perenne anche con se stessa, ricattata da una delle componenti senza cui non si reggerebbe, tira ora fuori dal cappello l’ “anti-terrorismo balneare”. Ci sarebbe da ridere, se il gioco macabro non avvenisse sulla pelle degli italiani.
Non riescono a mettersi d’accordo perché la Lega fa i capricci, anziché misure efficaci sbandiera misure ideologiche, chiusura delle frontiere (ma glie l’ha detto qualcuno che si ritiene che sia gli attentatori suicidi di Londra, sia quelli in Egitto siano “locali”, cresciuti in casa, non d'importazione?), no al “permesso di soggiorno premio” ai collaboratori con la giustizia, ecc.? Ecco trovata la soluzione: rinviare tutto al rientro dalle ferie. Quel che gli preme è solo non rompere la loro maggioranza. Come se fare il minimo per sventare, o almeno rendere un po’ più difficile possibili attentati fosse l’ultima delle loro preoccupazioni. Tanto loro vanno al mare. E viene da pensare che. per evitare una crisi di governo, la sola cosa che gli preme davvero, ci inviterebbero anche Osama bin Laden. Se i terroristi andassero in vacanza, cosa molto improbabile.
Non c’era bisogno che il sito internet di intelligence israeliano Debka rilanciasse la minaccia che «dopo Londra è il turno di Roma», e che se il governo italiano non ritirerà la truppe dall’Iraq «Roma si trasformerà in un cimitero», per sapere che il nostro paese è sotto tiro, come lo sono altri paesi europei. Potrebbe trattarsi di un messaggio fasullo. Oppure addirittura di una ricicciatura approssimativa di un messaggio vecchio, giù comparso su internet la settimana scorsa. In quello il “cimitero” non era Roma, ma l’Iraq, dove il nostro governo «finché vi resterà un solo soldato italiano può solo aspettarsi lacrime e sangue». L’ultimatum che conteneva, per il 16 agosto «Questo è l'ultimo avviso agli europei. Vi diamo un mese di tempo per ritirare i vostri soldati dalla Mesopotamia (Iraq)»), lascia il tempo che trova. La sigla con cui è firmato, le “brigate Abu hafs al-Masri” (dal nome di un commilitone di Osama al tempo della guerriglia contro i sovietici in Afghanistan, e che è ricomparsa in diverse rivendicazioni degli attentati di questi giorni, viene ritenuta dagli “esperti” non attendibile. I migliori cervelli dell’antiterrorismo europeo e mondiale non hanno al momento ancora la minima idea se le stragi di Londra e in Egitto abbiano, al di là del tempismo e della coordinazione delle esplosioni, un filo diretto che li collega, un'unica matrice operativa. Nemmeno se siano effettivamente originate da diramazioni di Al Qaeda. Il terrorismo si nutre di confusione, depistaggio, falsi “rumori di sottofondo”, non solo quando compie le stragi ma anche, si potrebbe persino dire soprattutto, quando amplifica questa confusione, cerca di ingigantire il panico coi mezzi di cui dispone Nemmeno per l’11 marzo a Madrid c’è ancora una riga che colleghi con chiarezza i punti. Gli inquirenti si confrontano con una molteplicità di piste e teorie. . Internet si è rivelata uno strumento molto efficace per infittire la mebbia. Ci sono “rivendicazioni” e messaggi che si tende a prendere più sul serio di altre. A cominciare da quelli di Osama bin Laden (17 messaggi dall’11 settembre in poi, tra gli ultimi quello diffuso giusto alla vigilia delle presidenziali americane (il suo “voto”?) e quello in cui “offriva” un’improbabile “tregua” separata all’Europa. Ci sono stati quelli del suo “luogotenente” egiziano Ayman al-Zawahiri; e quelli del suo “proconsole” in Iraq Abu Musab al-Zarqawi. Alcuni servizi segreti hanno preso molto sul serio un documento di ben 1600 pagine, ritrovato lo scorso dicembre, ed attribuito al siriano Mustafa Setmarian Nasar, a lungo attivo a Londra, e da qualcuno ritenuto il “cervello” delle bombe di Madrid, in cui si propugna l'apertura di altri “fronti”, settore per settore «ebrei, americani, britannici, russi, e tutti gli altri paesi Nato che prendono parte all’oppressione dell'islam e dei musulmani».
Resta costantemente il dubbio se si tratti di “avvertimenti” concreti, da parte di chi comunque ha le mani in pasta -come nel caso dello sceicco estremista Omar Bakri, che aveva anticipato il massacro di Londra o di facili profezie gettate a casaccio nel mucchio. Ma su una cosa non ci sono dubbi: che Roma è un bersaglio. E non solo e non tanto perché l'Italia ha soldati in Iraq. Lo sarebbe comunque: una costante degli attentati terroristici, da anni ormai, è colpire gli anelli più deboli della catena, quelli dove col minore sforzo si possono avere gli effetti più clamorosi e destabilizzanti, i paesi islamici più instabili, le situazioni in cui ci si attendono reazioni a catena che vadano nel senso desiderato, quelli che si presentano più divisi e disorganizzati. Londra è stata presa di mira anche perché offriva il fianco alle polemiche sulla tolleranza e il garantismo del “Londonistan”. La Danimarca, affiancata all’Italia nelle ultime minacce, non solo perché ha un piccolo contingente in Iraq, ma perché è tra i paesi dove l'ondata di opinione contro gli immigrati musulmani è in punto di ebollizione. Roma è chiaramente nel mirino perché è la città del Papa (il quale non ha mandato truppe in Iraq). Alla minaccia di usare il terrorismo per fomentare un conflitto di religione ieri Benedetto XIV ha risposto in modo molto chiaro, rifiutandosi si etichettare come «islamico» il terrorismo, e attribuendogli «un intento molto più generale». È una scelta di direzione esattamente antitetica a quella dei pasdaran, degli ideologi e delle pasionarie della guerra tra islam e cristianità. Quelli fanno il loro mestiere, che non è quello di difenderci dal terrorismo. La cosa tragica, e più inquietante, l’elemento che rende vulnerabile il nostro paese, lo indica come facile anello debole, lo espone ancora di più, è che il suo mestiere non lo fa il nostro governo. unita.IT
ISPO / MINACCIA DI UN ATTACCO, ANZIANI E CASALINGHE I PIÙ SPAVENTATI
L'85 per cento della popolazione: toccherà all'Italia - La maggioranza: difendersi è impossibile
Molti italiani adesso sono seriamente spaventati. Al punto da modificare davvero le loro abitudini quotidiane, i loro movimenti, in molti casi i loro programmi per le vacanze.
Già l'attentato terroristico dell'11 settembre 2001 aveva provocato diversi significativi mutamenti nella vita — perfino nel modo di pensare, nei valori, nelle priorità — delle popolazioni dei paesi occidentali.
Si era diventati più prudenti e molto più sospettosi verso gli immigrati di origine araba.
Ma in Europa — con l'eccezione, in una certa misura, del Regno Unito — la minaccia terroristica veniva ancora percepita come sostanzialmente lontana, frutto di un conflitto che riguardava principalmente gli Usa, Israele e alcuni paesi arabi. Gli episodi successivi, specialmente l'eccidio di Madrid, hanno portato ad un progressivo mutamento di questo s tato d'animo.
Si è iniziato, anche in Italia, a temere possibili attacchi. Sino a quando, in questi giorni, le bombe di Londra e la strage di Sharm el Sheikh hanno ulteriormente diffuso la paura, in particolare nel nostro paese.
Si tratta infatti di luoghi molto frequentati dagli italiani e per questo considerati assai «vicini»: tanti vi si sono recati personalmente e quasi tutti conoscono almeno qualcuno che c'è stato.
Anche per questo, oggi l'85% della popolazione teme che il prossimo attentato terroristico abbia luogo nel nostro paese. Secondo la maggioranza, è praticamente impossibile difendersi. Ma molti ritengono che alcuni comportamenti possono in una certa misura attenuare il pericolo. Ad esempio, evitare di recarsi a visitare le città d'arte. Una meta, come si sa, assai popolare, specie in questo periodo estivo. Ma che viene ritenuta come uno dei più probabili obiettivi dei terroristi.
Tra quel 42% di italiani convinti del fatto che «non è più sicuro visitare le città d'arte del nostro paese», appaiono ancora più spaventate le persone che possono essere definite meno «centrali» socialmente: i più anziani (e, di conseguenza, le donne), i possessori di titoli di studio meno elevati, i residenti al sud e nelle isole, le casalinghe. E chi dichiara di non sapere se o cosa votare alle elezioni, in quanto totalmente non partecipe alle problematiche politico-economiche.
Sono, insomma, i segmenti di popolazione relativamente più «marginali» a subire più di altri la paura del terrorismo. Sono i più spaventanti. Talvolta terrorizzati. E' forse proprio quello che i terroristi volevano ottenere.
di RENATO MANNHEIMER
dal Corriere
I Fratelli Musulmani in riva al Nilo
Intervista di al-Jazeera al portavoce dei Fratelli Musulmani in Egitto
Nonostante i recenti controlli abbiano condotto all'arresto di molti dei suoi membri, la Fratellanza Musulmana dichiara che continuerà nella sua battaglia per le riforme politiche in Egitto. Fondata nel 1928 in proprio in questo Paese, l'organizzazione Fratellanza Musulmana ha tentato di introdurre riforme morali e sociali nell'Islam attraverso l'applicazione di principi basati sul Corano e sulle tradizioni orali (hadith) del profeta Maometto.
Una lunga storia. La Fratellanza Musulmana ha visto le sue file ingrossarsi durante la seconda guerra mondiale e si è alleata per breve tempo con i movimenti nazionalisti egiziani che volevano scacciare i britannici dal Paese . Il primo ministro egiziano Fahmi Nokrashi, nel 1848 fu ucciso da un membro della Fratellanza e questo generò una serie di rappresaglie contro l'organizzazione. La polizia segreta egiziana assassinò il murshid (leader morale e guida) Hassan El-Banna nel 1949 e da quel momento la rottura dei rapporti tra i successivi governi egiziani e la Fratellanza non si risanò mai più. Il tentato omicidio del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser nel 1954 ha portato alla repressione su larga scala della Fratellanza. Molti furono arrestati e giustiziati. Nel 1970, il presidente Anwar al-Sadat promise che la sharia sarebbe stata introdotta in Egitto e che sarebbero stati migliorati i rapporti con la Fratellanza. Ma questi degenerarono rapidamente dopo la pace del 1979 con Israele, a cui i Fratelli si opponevano. Dopo che migliaia di membri furono arrestati e torturati per la loro posizione contro il trattato, al-Sadat fu assassinato da quattro membri della Fratellanza nel 1981. Quando fu ufficialmente posta fuori legge come partito, i membri si sono presentati come indipendenti alle elezioni parlamentari e sindacali, e hanno lentamente aumentato il numero dei seggi vinti. Alla fine degli anni '90, la Fratellanza assunse un ruolo più attivo, chiedendo riforme democratiche nel Paese. Molte dimostrazioni a favore delle riforme che chiedevano al presidente Hosni Mubarak di dimettersi hanno portato all'arresto di migliaia di esponenti, alcuni dei quali hanno denunciato di essere stati torturati e vessati dalle forze governative. Il governo ha giurato che non permetterà mai che la Fratellanza sia riconosciuta come un gruppo di opposizione legittimo.
Il segretario di Stato statunitense Condoleezza Rice, in una recente visita nel Paese, ha incontrato gruppi all'opposizione ma ha ignorato la Fratellanza Musulmana. Aljazeera.net ha recentemente intervistato Mahdi Akef, murshid e portavoce attuale della Fratellanza in Egitto.
Aljazeera.net: Siete stati banditi ufficialmente come partito, però avete un certo peso nel Parlamento e nel consiglio della Shura. Alcuni media vi dichiarano banditi, ma tollerati dal governo egiziano. Qual'è il vostro rapporto con il governo egiziano?
Mahdi Akef: I governi e i regimi dittatoriali hanno una terminologia e gli piace usarla con i media e la stampa. All'inizio, il governo era solito chiamarci un gruppo sbandato. Dopo ci hanno chiamato un gruppo bandito. E io gli dico che la Fratellanza Musulmana è un'organizzazione islamica che acquisisce la propria legittimazione dalle masse popolari. Questa è la vera democrazia; la Fratellanza Musulmana ha la maggioranza della popolazione egiziana dalla sua parte. La prova è nei risultati elettorali: sia nei sindacati che nelle commissioni la Fratellanza Musulmana ha la maggioranza. E ci chiamano ancora un gruppo bandito nonostante tutti i media ci stiano intervistando. Quando abbiamo partecipato ad una manifestazione simbolica, hanno arrestato tremila dei nostri membri. Nonostante questi divieti, esistiamo, persistiamo. L'oppressione non sta prendendo di mira solo noi ma tutti i partiti d'opposizione nel Paese. Il punto è che non permetteremo a nessuno di sopprimerci. Questa è la nostra religione e aderiamo ai suoi principi. Oltre ventimila membri della nostra organizzazione sono stati arrestati negli ultimi dieci anni. Qualunque oppressione non riuscirà a impedirci di dire quello che vogliamo.
Questo è quello che ci fa guadagnare popolarità tra le masse che credono in noi perchè crediamo nella nostra causa.
A.J. Molti anni fa, avete rinunciato alla violenza e vi siete concentrati sul diventare una macchina politica. Credete, insieme ai movimenti che richiedono riforme e pressioni sul governo per permettere elezioni multipartitiche che sarete riconosciuti come un partito legittimo?
M.A. Sono uno studente di El-Banna che durante tutta la sua vita ha ripudiato la violenza. Lui [Maometto?] ha detto una volta: "Non ci si pur confrontare sui principi eccetto che con i principi e non ci si pur confrontare sui pensieri eccetto che con i pensieri e non con i bastoni o le lotte." Quindi non abbiamo mai accettato la violenza come mezzo. Ogni partito o movimento chiede riforme a suo modo e noi supportiamo chiunque chieda riforme. Quest'era di attivismo politico con tutti i suoi movimenti, tendenze e partiti h senza precedenti in Egitto. Questa h la risposta alla corruzione in Egitto, che ha raggiunto livelli senza precedenti. La Fratellanza Musulmana fu la prima a richiedere riforme nel marzo del 2004. Come ho detto, la Fratellanza Musulmana h un'organizzazione islamica che trae la sua legittimazione dalle masse. Di che altro abbiamo bisogno?
A.J. Vi immaginate al potere in Egitto un giorno? State cercando di far cadere il governo egiziano?
M.A. Siamo gi` una potenza in Egitto. Se consideriamo che la democrazia deriva dalla massa, allora siamo un potere legittimato perchi il nostro potere deriva dalle masse. Il governo si affida alle forze di sicurezza e le mobilita perchi servano il suo interessa, ma noi ci affidiamo alle masse, alla loro fiducia e al loro supporto.
A.J. Ci sono molti esperti di media e di politica che dicono di temere la vostra ascesa al potere perchi voi instaurereste una teocrazia di tipo iraniano. E' vero?
M.A. Siamo in Egitto e abbiamo la nostra visione e la nostra cultura, e il nostro modo di pensare e principi che servono l'interesse di questa nazione. Ma non ci curiamo di coloro i quali siedono su poltrone bizzarre e dicono parole che essi stessi non comprendono. Ci sono uffici [ufficiali?] che sono pagati solo per insultare, criticare e attaccare la Ikhwan (Fratellanza) e tutto cir che diciamo e facciamo.
A.J. Che ruolo avranno le minoranze (cristiani, ebrei e gli altri non musulmani) nella societ` secondo voi?
M.A. Seguiamo la nostra religione e il nostro Profeta nel relazionarci con rispetto verso tutte le persone. L'Islam riconosce la dignit` di cristiani ed ebrei e speriamo che ci trattino allo stesso modo. E' l'ignoranza della gente che sta causando rancori tra di loro e non la loro religione.
A.J. Boicotterete le elezioni presidenziali?
M.A. E' troppo presto per decidere. Non siamo nemmeno sicuri di chi saranno i candidati.
A.J. Come vedete il Kifaya (Basta!) e gli altri movimenti riformisti nella politica egiziana? State lavorando con loro per fare pressione sul governo egiziano perchi operi cambiamenti vitali alla legge elettorale?
M.A. Non siamo contro alcuno di quei movimenti; anzi siamo abbastanza d'accordo con loro. Richiediamo tutti e lavoriamo tutti per le riforme e quando le loro richieste coincidono con le nostre richieste io li incoraggio e supporto, ma non mi oppongo a loro perfino quando le nostre richieste differiscono. La Ikhwan rispetta tutti i partiti e le tendenze nonostante le loro differenze.
A.J. Che opinione avete del referendum e dei suoi risultati?
M.A. Il referendum h stato uno scandalo e semplicemente disgustoso. L'articolo della costituzione emendato di cui tutti i media erano soddisfatti h stato posto fuori del contesto ed ha perso il suo senso. Hanno reso quasi impossibile candidarsi per qualunque candidato e in piy ci sono altri 55 articoli della costituzione che definiscono i poteri presidenziali. Anche questi devono essere emendati ma in effetti non sono stati toccati.
Questo emendamento della costituzione non h un passo lungo la strada delle riforme ma piuttosto uno scandalo.
Doha Al Zohairy www.peacereporter.net/
I primi della classe curano anche i reni alle Canarie
Mentre l’Europa è alle prese con la crescente disoccupazione e la Gran Bretagna si ritrova a fare i conti con i cosiddetti “working poor”, gli scandinavi dormono sonni tranquilli grazie a un’economia fiorente e stato sociale in perfetta salute.
Gli svedesi hanno un welfare efficiente (Jürgen Howaldt) Non molto tempo fa gli scettici del modello di welfare state scandinavo prevedevano che tale sistema sarebbe stato accantonato nel giro di poco, travolto sotto il peso di inaspettati livelli di disoccupazione e di una situazione finanziaria preoccupante nei Paesi che avevano adottato questo sistema. A dieci anni di distanza è evidente che alle previsioni sono seguite ben altre conseguenze, e anzi, spesso e volentieri si sente parlare proprio del “modello scandinavo”, come di un sistema fiorente e vincente. Ma in cosa consiste esattamente il mito dello stato sociale scandinavo?
I tre volti dello Stato sociale in Europa
In Europa si possono distinguere tre modelli di welfare state, diversi tra loro nella ripartizione dei ruoli tra stato, mercato e famiglia. Il modello anglo-sassone o liberale, diffuso anche negli Stati Uniti e in Canada, per esempio, si basa completamente sulla forza del mercato. Settori di fondamentale importanza come la sanità e l’istruzione vengono gestiti privatamente. L’assistenza sociale è limitata ai casi di estrema povertà. Si tratta di un sistema in cui le prestazioni sociali vengono sì erogate, ma ai minimi termini secondo il motto «no al parassitismo».
Se il modello liberale anglosassone è “taccagno” nell’erogazione delle prestazioni sociali, il modello conservatore dell’Europa continentale si dimostra invece di manica più larga. L’obiettivo del welfare state in Austria, Francia, Germania e Italia è quello di garantire lo status sociale che si è ottenuto professionalmente. L’erogazione di servizi sociali è perciò fortemente legata ai contributi versati durante la propria attività professionale: ciò riflette così le disuguaglianze dei redditi del mercato del lavoro, soprattutto quando la disoccupazione è alta.
E infine il modello di welfare state scandinavo, generoso, sì, e ai massimi livelli. Questo sistema prevede che chiunque possa accedere ai servizi sociali, indipendentemente dalla propria situazione lavorativa o familiare; si tratta infatti di un sistema di welfare state esteso a tutte le classi sociali, i cui risultati parlano da soli: Svezia, Norvegia e Danimarca godono di una economia tra le più fiorenti in Europa e nel mondo, l’occupazione delle donne è la più alta in assoluto (circa il 72% secondo l’ultimo rapporto Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo su tendenze e problemi del mercato del lavoro), il tasso di disoccupazione è relativamente basso (tra il 4,4% e il 6,4%), il principio di uguaglianza viene applicato rigorosamente, il sistema di istruzione è estremamente competitivo, si è verificato un calo del debito pubblico e il bilancio è in attivo.
Welfare generoso: soggiorni alle Canarie per curare i reni
Il generoso modello scandinavo è reso possibile attraverso un alto livello di pressione fiscale. Le imposte sul consumo estremamente elevate (l’Iva raggiunge il 25% in Danimarca e in Svezia) e un sistema duale di imposte sul reddito che da una parte favorisce le imprese operanti all’estero e dall’altra parte pesa in maniera considerevole sui redditi delle persone fisiche consentono di finanziare uno Stato assistenziale così generoso e allo stesso tempo di mantenere il mercato scandinavo interessante agli occhi degli investitori. E gli scandinavi pagano imposte così elevate senza battere ciglio perchè sanno apprezzare molto bene i vantaggi che traggono da questo sistema: un ottimo sistema di asili nido e scuole materne che permette alle donne di conciliare famiglia e lavoro, per esempio, o un sistema sanitario pubblico che in Norvegia prevede addirittura soggiorni di quattro settimane alle Canarie per i malati di reni, congedi parentali che in Svezia garantiscono il mantenimento dello proprio posto di lavoro dopo il periodo di congedo. Dal momento che anche le classi sociali più abbienti hanno accesso all’assistenza sociale, il consenso popolare al sistema di welfare state scandinavo è decisamente elevato.
Risoluzione dei problemi alla maniera scandinava
Il modello di stato sociale scandinavo non è stato comunque indenne a periodi di crisi: agli inizi degli anni Novanta il tasso di disoccupazione in Svezia è passato, nel giro di pochi anni, dall’1,5 (1989) al 8,2 (1993), e un fenomeno simile ha interessato anche Danimarca e Norvegia. Un duro colpo per un modello di welfare state che fa del il regime di piena occupazione la sua forza. La superamento della crisi e l’attuazione delle riforme e trasformazioni necessarie al welfare state sono state possibili grazie soprattutto al considerevole sostegno dei sindacati alle forze politiche (livello di consenso dei sindacati a sistema di welfare state pari all’80%). I sindacati infatti, invece di opporsi all’attuazione delle modifiche e risorse al sistema, hanno contribuito in maniera significativa alla loro attuazione e successo.
Certo l’erogazione di servizi sociali ha subito un ridimensionamento negli ultimi anni, ma in tema di spesa pubblica per il welfare state, i paesi scandinavi occupano ancora i vertici nel panorama internazionale. Risulta veramente difficile, infatti, rubare loro la palma di primi della classe in tema di welfare state.
Anne Glase - Osnabrück www.cafebabel.com/it
Male oscuro della Cina: record di suicidi tra i giovani per colpa di una società troppo competitiva e stressante
È il suicidio la prima causa di morte dei giovani cinesi.
I numeri sono impressionanti: ogni giorno ben 685 persone nella fascia d’età compresa tra 20 e 35 anni si tolgono la vita. Lo ha reso noto un sondaggio del Beijing suicide research and prevention centre, che nel 2004 ha contato 250 mila morti per suicidio tra i giovani, soprattutto laureati. Cifre confermate anche dal ministero della salute di Pechino, che lo scorso mese aveva messo il suicidio al quinto posto tra le cause di morte della popolazione cinese, composta da oltre 1 miliardo e 300 milioni di persone. E per uno che si uccide, almeno altri dieci ragazzi provano a togliersi la vita: ogni anno si stima che tra i 2,5 e i 3,5 milioni cinesi tentino il suicidio.
Questo triste record sembra essere il risultato dello stress crescente della società cinese, che sta vivendo un rapido mutamento. «La società è dominata dalla competizione – ha spiegato Lui Hong. psichiatra nell’istituto di Beijing – e i ragazzi, cui manca l’esperienza per affrontare le difficoltà, tendono a deprimersi ». In base al sondaggio, oltre il 60 per cento dei giovani di Pechino soffre del Male oscuro. L’allarme era già stato lanciato nell’agosto del 2003, suscitando la crescente attenzione dell’opinione pubblica e del governo che aveva istituito una linea telefonica anti-suicidio.
Da allora, circa mille cinesi al giorno si sono rivolti ai consulenti telefonici. www.europaquotidiano.it
George W. Stranamore e il trionfo della fede nucleare
di Norman Solomon
Finchè gli Stati Uniti non abbandoneranno il mito dell’atomo pacifico continueranno a fare proseliti del nucleare e non saranno nella posizione di mettere in dubbio i valori del fondamentalismo nucleare dell’Iran o di qualsiasi altro paese
Il cowboy con gli speroni d’argento dell’Oval Office ha appena regalato una nuova elegante sella al cavaliere nucleare dell’apocalisse.
È stato un regalo degno dell’inferno. "Ieri, il presidente Bush ha accettato di condividere la tecnologia nucleare civile con l’India, rovesciando decenni di politiche USA volte a scoraggiare le nazioni allo sviluppo di armi nucleari", ha riportato martedì scorso il Washington Post. Il New York Times ha dato un’altra versione: "Il presidente Bush, a un passo dall’accettare l’India nel club degli stati in possesso di armi nucleari, questo lunedì ha raggiunto un accordo con il primo ministro Manmohan Singh per concedere al paese aiuti internazionali finalizzati all’acquisizione di reattori nucleari per scopi civili, proibendo allo stesso tempo di utilizzarli per la fabbricazione di armamenti".
Non importa come venga imbastita la storia. Nelle capitali mondiali essa può essere letta solo come un’ulteriore prova della triste comicità delle strategie nucleari USA, dei politicanti di Washington che, simultaneamente, prima scoraggiano poi promuovono la proliferazione nucleare.
E in nessun altro posto al mondo se non a Teheran queste ironie intrise di ipocrisia sarebbero state più apprezzate.
Più di cinquant’anni dopo che gli USA lanciarono il programma "atomi per la pace", la fede nell’atomo pacifico è ancora viva e forte in Iran. Mentre una gran parte del popolo americano diffida dell’energia nucleare, gli iraniani ne echeggiano quotidianamente le implicazioni positive, anche grazie alla propaganda di Dwight Eisenhower che promise "di aiutare a risolvere lo spaventoso dilemma nucleare " per dimostrare che "questa miracolosa inventiva dell’uomo non verrà usata per la sua morte, ma consacrata alla sua vita".
Sollecitando l’uso della fissione nucleare per generare elettricità, i presidenti statunitensi si sono sempre impegnati nell’ideare una scaltra distinzione retorica tra l’energia nucleare in sè e le tecnologie per le armi nucleari, nonostante le due cose siano inscindibili. Queste distinzioni rassicuranti oggi in Iran vantano un’ampia credibilità, come ho potuto verificare il mese scorso durante una conversazione con promotori di campagne politiche, clericali, commercianti del bazar, compratori, insegnanti e studenti. In merito all’eventuale acquisizione da parte del proprio paese di energia nucleare, quasi tutti hanno dato le stesse risposte .
Dalle risposte – intrise di indignazione solo per l’aver messo in dubbio la prerogativa nucleare – emerge chiaramente il motivo per cui lo sviluppo di tale energia non abbia costituito un problema durante l’ultima campagna presidenziale in Iran. Il pubblico iraniano sembra credere a ciò che i sostenitori dell nucleare hanno proclamato a gran voce al mondo per diversi decenni: l’energia nucleare può essere sicura e distinta dalla possibilità di creare armi nucleari.
Se gli impianti di energia nucleare vanno bene per gli Stati Uniti, perché non dovrebbero andare bene anche per l’Iran? L’Iran dei nostri giorni è impaziente di utilizzare reattori nucleari per generare elettricità rappresenta una vittoria per le generazioni dei politici di Washington a favore del nucleare.
Un patto atomico civile sottoscritto nel 1957 ha dato il via agli aiuti USA per lo sviluppo nucleare dell’Iran. Nel 1972 il presidente Richard Nixon incoraggiò gli Shah a costruire a tal fine diversi impianti. Gli Shah caddero nel 1979, ma dopo un periodo di attesa la repubblica islamica riprese i lavori all’impianto nucleare vicino a Bushehr, un progetto recentemente denunciato a Washington.
A Teheran, nessuno di coloro con cui ho parlato sembrava avere alcun dubbio sul fatto che questo progetto debba essere portato avanti. Al bazar della città aleggiava insomma un certo consenso alla costruzione di impianti di energia nucleare.
"Deve essere fatto", ha affermato il proprietario 26enne di un negozio di tappeti che ha detto di chiamarsi Nahdi. "Se è pericoloso, lo è per tutto il mondo, non solo per la popolazione iraniana. Com’è possibile che sebbene tutti abbiano accesso a questo tipo di energia si parli solo dell’Iran e degli iraniani?" In un negozio per neonati, l’uomo dietro al banco diceva: "È un diritto dell’Iran, come degli altri paesi".
Il clericale Hassan Khomeini – il più illustre nipote dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, leader fondatore della Repubblica islamica dell’Iran – ha risposto alla mia domanda nello stesso modo. Riferendosi al paese che adesso punta il dito contro l’Iran, mi ha riferito: "La stessa cosa è successa negli Stati Uniti. Hanno avuto accesso a enormi risorse di petrolio e di gas, e cosa è successo? Gli Stati Uniti producono comunque energia nucleare".
In un’intervista di metà giugno, poco prima del primo turno delle elezioni presidenziali, Akbar Hashemi Rafsanjani mi aveva detto che le armi nucleari sono incompatibili con la legge islamica e che l’Iran non avrebbe mai dovuto tentare di acquistarle. Tuttavia, come ciascuno dei suoi oppositori, Rafsanjani (allora considerato il favorito) in campagna elettorale decise poi di esprimersi a favore del nucleare per il proprio paese.
Date le vaste riserve di petrolio e di gas naturale non ancora sfruttate, la richiesta dell’Iran di avanzare col nucleare per produrre energia elettrica poteva sembrare inverosimile.
Ma le discussioni relative alla reale “necessità” dell’Iran di energia nucleare non rappresentano il punto della questione. Per il governo iraniano, la questione è un problema di sovranità e di diritti fondamentali. In una regione in cui Israele, il Pakistan e l’India possiedono bombe atomiche (grazie alla tecnologia nucleare esportata dall’occidente), l’Iran sembra voler tenere aperta la sua facoltà di scelta.
Riluttanti ad abbandonare il mito dell’atomo pacifico, gli Stati Uniti continuano a fare proseliti del nucleare. Finché sarà così, Washington non sarà nella posizione di mettere in dubbio i valori del fondamentalismo nucleare dell’Iran o di qualsiasi altro paese.
Fonte: http://www.antiwar.com/solomon/?articleid=6703
Tradotto da Tanja Tion per Nuovi Mondi Media
Telesur: scacco matto in due mosse al pensiero unico
Riportiamo un articolo di Gennaro Carotenuto sull’imminente lancio di Telesur, la televisione continentale latinoamericana.
Questa volta i governi progressisti e popolari saldissimi in tutta
l’America Latina atlantica l’hanno fatta grossa. Tutti insieme il
venezuelano Hugo Chávez, l’argentino Nestor Kirchner, l’uruguayano
Tabaré Vázquez, il cubano Fidel Castro e –più defilato anche per
motivi linguistici- il brasiliano Lula da Silva hanno messo in marcia
il più grande progetto di integrazione comunicativa al mondo.
Da domenica 24 luglio, con base a Caracas e redazioni in tutto il
continente, Telesur –Telesud- sarà in onda dalla Terra del fuoco fino
al Canada raggiungendo 370 milioni di ispanoamericani, 180 milioni di
brasiliani, 50 e più milioni di latinos negli Stati Uniti e 100
milioni di spettatori che parlano spagnolo in Europa Occidentale e
Nord Africa. Sono 700 milioni di spettatori potenziali, nessuna
televisione al mondo può farsi capire da così tante persone con una
missione così chiara come quella indicata nello slogan della
televisione nelle parole di uno dei più grandi artisti latinoamericani
del XX secolo, il pittore uruguayano Joaquím Torres García: “Nuestro
norte es el sur”, che in maniera meno evocativa va tradotto in “La
nostra bussola punta a sud”.
È già stata definita la CNN latinoamericana, ma è forse più corretto
definirla la Al Jazeera del Sud.
Il governo degli Stati Uniti ha già emesso una fatwa preventiva contro
Telesur. Con un decreto legge ha autorizzato contromosse contro le
menzogne –o verità scomode- che verranno dalla nuova televisione. È
una censura preventiva che testimonia che da Washington sanno
apprezzare la pericolosità della televisione voluta e finanziata dai
governi che in questi anni sono passati dal Consenso di Washington
–quello del neoliberismo e del FMI- ad un meno paludato ma più
coerente Consenso degli elettori.
Telesur -è il timore di Washington ed il sogno di Aram Aharonian, il
direttore di origine armena esule prima dalla dittatura uruguayana e
poi dall’argentina prima di approdare a Caracas- a medio termine può
portare alla fine del controllo statunitense sul sistema mediatico
latinoamericano. Lo può fare in due mosse; aprendo il cammino al
pluralismo informativo in un’America Latina vittima del monopolio
della voce e degli interessi del nord, ed offrendo uno spazio
integratore nel quale i latinoamericani possano quotidianamente
ritrovarsi insieme. Telesur, è il primo servizio pubblico
interstatuale al mondo. Ed è servizio pubblico come garanzia di
correttezza informativa contro un sistema mediatico commerciale
privato che oggi garantisce solo il sistema delle multinazionali, i
dettati del Fondo Monetario Internazionale e legittima due secoli di
politica aggressiva degli Stati Uniti.
Chi conosce il panorama televisivo latinoamericano non può non trarne
un’impressione desolante. La penetrazione della televisione via cavo
arriva fino all’ultima favela e fino all’ultimo villaggio sperduto
sulle Ande o in Amazzonia essendone spesso l’unica mediazione e
contatto con il mondo. Canali come HBO trasmettono 24 ore su 24 film
nordamericani, veicolando valori e stili di vita estranei. Altri come
i paludati History Channel o National Geographic raccontano la storia
ed il pianeta sempre e solo dal punto di vista anglosassone. I canali
nazionali si occupano dei singoli paesi e quando devono coprire eventi
regionali in genere ricorrono a Miami, dove i canali in spagnolo della
CNN e della CBS sono gli unici che trattano –distorcendola- l’America
Latina come insieme. Chi si informa solo su tali media non ha mai
sentito definire Augusto Pinochet come genocida. Il dittatore cileno
viene tuttora rispettosamente definito come ex-presidente o generale
in pensione. Chi si informa su questi media non è mai stato informato
sull’opposizione planetaria alla guerra in Iraq e non sa che i marines
non stanno vincendo la guerra. Come gli spettatori della RAI o della
televisione spagnola o i lettori di quotidiani progressisti come La
Repubblica di Roma o El País di Madrid, del Venezuela bolivariano
sanno solo che Chávez è un pericoloso golpista amico di Fidel Castro.
Ma non hanno mai saputo che in Venezuela da qualche anno 19 milioni di
persone hanno conquistato servizi sanitari gratuiti ed efficienti che
prima erano stati sempre loro negati o che 100.000 latinoamericani
ipovedenti poveri sono operati quest’anno gratuitamente a Cuba
riacquistando la vista.
Telesur, ed è la prima mossa decisiva, offre da oggi un punto di vista
alternativo, come già Al Jazeera ha fatto per la regione
mediorientale. Si chiama pluralismo, anche se il Nord del mondo guarda
con sospetto a tutta l’informazione che non non risponde ai dogmi e
cosiddetti valori del dio mercato o che non stia dalla parte dei
vincitori del modello. Epperò sarà difficile per tutti eludere
Telesur, fare come se non esistesse. Non sarà più solo il Nord, le
televisioni statunitensi con la loro logica commerciale spacciata per
indipendenza, a dettare l’agenda informativa. Il decreto legge
statunitense testimonia che già da oggi i media statunitensi sono
obbligati a conformare la loro agenda rispetto a quella di Telesur.
Questa da prima di nascere sta già rivoluzionando l’informazione e
puntando i riflettori su una notizia ignorata o manipolata da CNN –per
esempio il campo di concentramento di Guantanamo- obbligherà CNN a
replicare alle presunte menzogne.
Eduardo Galeano scrive che i latinoamericani sono stati costretti per
513 anni a guardare a se stessi con gli occhi degli altri. E sono
stati costretti a guardare a se stessi come divisi. Oggi un
latinoamericano non boliviano difficilmente conosce la filmografia di
Jorge Sanjinés. Un non argentino ha visto ben poco di Pino Solanas, un
non colombiano non conosce Sergio Cabrera e relativamente pochi
latinoamericani hanno apprezzato “Fragola e Cioccolata”, il successo
mondiale del cubano Titón Gutiérrez Álea. Le televisioni del
continente e le sale cinematografiche sono occupate manu militari da
produzioni hollywoodiane che in molti paesi superano una
concentrazione del 98% della programmazione. Il miglior posto per
vedere cinema latinoamericano resta Madrid.
Telesur da oggi offre un progetto di integrazione che ricorda da
vicino quello della RAI che negli anni ‘50 insegnò un linguaggio
comune a siciliani e piemontesi, friulani e lucani. Ed è questa la
seconda mossa, la più rivoluzionaria, quella che dà scacco matto al
pensiero unico: l’integrazione.
Educati a pensarsi divisi, con Telesur i latinoamericani hanno uno
spazio per scoprirsi uniti dagli stessi problemi ma anche dalla stessa
storia e cultura. E “integrazione” oggi è la parola proibita che
Telesur gioca nella battaglia delle idee. I media del Nord hanno
educato i latinoamericani a considerare velleitario, sconveniente e
pericolosa l’integrazione latinoamericana. E “Integrazione” è oggi una
parola più proibita di “socialismo”, più scomoda di “imperialismo”,
più peccaminosa che ricordare che tutto il continente è stato
integrato dall’essere vittima dello stesso terrorismo, che tutti i
desaparecidos sono spariti per lo stesso motivo e che tutti i
torturatori hanno imparato a torturare nella stessa scuola, la scuola
delle Americhe, a Fort Benning, il progetto statunitense di
integrazione delle violazioni dei diritti umani. La memoria e la
denuncia sono le ragioni d’essere di Telesur, una televisione che
nasce antica, nella sua idea di servizio pubblico, ma allo stesso
tempo modernissima, necessaria e incredibilmente sovversiva.
Beto Almeida, popolare giornalista televisivo brasiliano, e direttore
della sede di Brasilia della televisione sostiene a chi scrive che la
tv è già in grado di contrarrestare i piani del governo statunitense
per metterla sotto silenzio: “Possono fare molto ma abbiamo
contromosse. Possono farci escludere dai satelliti, ma non controllano
e non possono abbattere tutti i satelliti. Possono corrompere le
imprese di Tv via cavo o via satellite perché non ci veicolino, ma
queste sono migliaia e stanno sul mercato ed hanno interesse ad
offrire il nostro prodotto ai loro clienti”. Al Jazeera, come la
televisione jugoslava, in Iraq è stata bombardata più volte. Ma la
battaglia di idee per la prima volta da oggi si svolge competendo
sullo stesso campo: il telecomando di centinaia di milioni di
latinoamericani. Altro che Indymedia! Altro che blog! Altro che
Telestreet, ultima frontiera dello snobismo informativo italico. Con
Telesur, l’informazione antagonista non è più patrimonio di minoranze
iniziate alla politica o navigatori solitari, ma diviene disponibile
per tutti. La smodatezza dell’ira con la quale prima ancora che
inizino le trasmissioni rispondono dagli Stati Uniti in fondo
rassicura, perché, come diceva José Martí, “una trincea di idee vale
di più di una trincea di pietra”. /www.politicaonline.it
Ma quanto è trendy il braccialetto di plastica!
di Sarah Pozzoli
26 Jul 2005
Vai su ebay, il famoso sito di aste on line e hai l'imbarazzo della scelta. C'è il braccialetto giallo con la scritta "Live strong", "vivi forte", il primo e il più venduto (20 milioni di pezzi, dicono le stime), lanciato per sostenere la ricerca sul cancro dalla Fondazione Lance Armstrong, il ciclista americano che ha sconfitto il male e poi ha vinto sei volte il Tour de France. C'è quello bianco contro la miseria ("Make poverty history", "metti la povertà nella storia"), venduto da varie associazioni di volontariato, che piace tanto ai no global, e quello bianco e blu per mandare aiuti nelle aree del sud-est asiatico colpite dallo tsunami. Poi c'è quello bianco e nero sponsorizzato dalla Nike contro il razzismo e quello azzurro della Bbc contro il bullismo nelle scuole. E tanti altri, ognuno con il suo slogan e la sua buona causa. Lì pronti a testimoniare che se li compri (a 1 dollaro negli Usa, 1 sterlina in Gran Bretagna e 2 euro in Europa, di cui il 70% dovrebbe andare alla ricerca o alla carità) fai del bene all'umanità e sei anche molto trendy. Tutto bene dunque? Non proprio. In Gran Bretagna dove, come in America, l'accessorio di silicone è alla moda da diversi mesi (persino il premier Tony Blair si è fatto immortalare con il suo wristband, durante una visita al North London Hospital), il Daily Telegraph ha pubblicato un rapporto sconcertante.
Sostiene infatti che i braccialetti contro la povertà, che fanno capo a ben 400 associazioni non profit, vengono prodotti da due aziende cinesi (la Tat Shing Rubber Manufacturing company, nella provincia di Shenzen, vicino a Hong Kong, e la Fuzhou Xing Chung Trade company, nella provincia di Fujian) nelle quali vengono violati i diritti dei lavoratori (le accuse sono di lavoro forzato, paghe sotto il minimo, niente tfr né lavoro straordinario, deduzioni di salario per questioni disciplinari, niente ferie e divieto assoluto di costituire associazioni sindacali) e non vengono rispettate le condizioni minime di igiene e di sicurezza. In seguito alle rivelazioni, alcune tra le maggiori organizzazioni (tra cui Oxfam, Cafod e Christian Aid) hanno detto che stanno negoziando con i fornitori per avere garanzie sulle condizioni minime di lavoro.
E le fabbriche hanno promesso costanti miglioramenti. Sarà. Ma se anche così fosse, la produzione e la vendita dei braccialetti non sembra per niente sotto controllo. Basta andare in un qualunque mercatino, dove le imitazioni impazzano, per accorgersene. Oppure farsi un giro su internet, per rendersi conto che c'è qualcosa che non quadra. Una blogger racconta, per esempio, di aver acquistato dei braccialetti a un raduno di moto da una persona che si è spacciata volontaria di una fantomatica associazione per le vittime della strada. Poi però ha scoperto che l'associazione era inesistente. "State attenti da chi comprate", non fanno che ripetere le associazioni non profit. E quando decidete di farlo, dicono, fatelo attraverso le pagine web delle associazioni, i relativi negozi o comunque punti vendita conosciuti.
Ma intanto in Italia - per ora un mercato marginale, anche se in rapida espansione, per i braccialetti - chi sono i protagonisti del mercato? Assogomma (l'associazione di categoria delle imprese del settore della gomma) ha riferito che il principale player è la Mestel srl di Genova che fa capo all'ingegnere Guido Gamberini. Nelle ultime settimane abbiamo cercato di raggiungerlo più volte telefonicamente, ma non si è mai reso disponibile. A un'email di richiesta di informazioni non ha risposto.
Ingegner Gamberini, batta un colpo per favore.
Sarah Pozzoli
(Grazie alla redazione di E-gazette)
luglio 25 2005
ISAE / CALA A LUGLIO LA FIDUCIA DEI CONSUMATORI
• L’indice destagionalizzato si attesta a 100,9 (da 102,9), segnando un minimo dal giugno dello scorso anno; l’indice grezzo scende da 104,7 a 102,8, quello corretto anche per i fattori erratici si attesta a 101,6 (da 102,7 dello scorso mese), il valore più basso degli ultimi dodici mesi
• Il deterioramento è dovuto quasi esclusivamente a valutazioni sfavorevoli sulle possibilità future di risparmio e sull’attuale convenienza ad acquistare beni durevoli
• Si arresta la caduta del sottoindice relativo al quadro economico generale del paese, ma scende leggermente quello concernente la situazione personale degli intervistati
• Guardando separatamente a giudizi e previsioni, calano leggermente le valutazioni sul quadro corrente e scendono invece più nettamente le attese a breve termine
• In Europa, a giugno la fiducia dei consumatori rimane stabile, con segnali moderatamente sfavorevoli provenienti dalla Germania e un sensibile recupero di fiducia in Francia
• Negli Stati Uniti, dati marcatamente favorevoli per il mese di giugno provengono sia dalle rilevazioni del Conference Board, sia dell’Università del Michigan; secondo quest’ultima fonte, inoltre, l’indice dovrebbe continuare a crescere anche in luglio, grazie soprattutto a migliori attese su economia in generale, inflazione e mercato del lavoro
Vi invio la mail che Massimo Cellai, il coordinatore nazionale dei Cittadini per l'Ulivo, ci ha mandato.
Buona lettura
Claudio Marinali
Cari amici,
in primo luogo ringrazio gli altri componenti dell’Esecutivo che in questi giorni hanno tempestivamente colmato la mia impossibilità di utilizzare computer e connessione.
In particolare la diffusione dell’invito a Monte San Savino per il 5 agosto è particolarmente importante, più siamo più potremo programmare e confrontarci.
Vi scrivo queste righe utilizzando alcune ore in cui necessariamente sono passato da Lucca.
Il giorno 20 luglio, alle ore 9,00 presso SS.Apostoli 73, mi sono incontrato con Santagata, Sbarbi e Vezzosi. L’incontro era stato fissato a seguito della lettera inviata a Romano Prodi che tutti avete letto e che ha determinata entro ventiquattro ore la disponibilità del gruppo sopramenzionato.
Incontro positivo. In primo luogo perché serio senza “scivolature” in stile politichese ( ritardi, fretta o altro) e tale da permettere di affrontare molte delle questioni sul tappeto.
1. Siamo caldamente invitati a lavorare per far nascere i Comitati per Prodi Presidente secondo le regole esposte dal sito romanoprodi.it, Comitati di base, riconoscibili nel nome, che si coordineranno con spirito unitario a tutti i comitati che lavorano per Prodi Presidente, Coordinamenti nazionali, regionali e giù, giù. QUINDI, AGOSTO è PER NOI DECISIVO IN QUESTA DIREZIONE. OGNI NOSTRA ASSOCIAZIONE DEVE LAVORARE A FAR NASCERE MOLTI COMITATI APERTI NEI QUARTIERI, NEI PAESI. comitati piccoli (come dice il regolamento, oltre i sei componenti) che si muoveranno in maniera snella quando a settembre c’è da andare a parlare con le persone per portarle a votare per Prodi. SARANNO RICONOSCIBILI PERCHE’ AVRANNO NEL NOME IL TERMINE “CITTADINI”. Ognuno di voi declinerà nel proprio territorio questa possibilità come ritiene più opportuno ( ottimo naturalmente il nostro “Cittadini con Prodi per l’Ulivo” ma la Rete ha diritto a captare sensibilità e possibilità di aperture, inclusioni nuove etc etc). Siamo in grado di fare una rete di Comitati di grande appoggio a Romano Prodi con i valori e la spinta propria dei Cittadini per l’Ulivo? Se non portiamo noi tanta “gente”, tanti “cittadini”, chi lo deve fare?
2. Grande tensione unitaria sulla riuscita delle Primarie e del Candidato Prodi, da raggiungersi MUOVENDOSI CON UN PANORAMA DI COMITATI CONFEDERATO SUL TERRITORIO ED AL CENTRO (quelli di Parisi si chiamano “ulivisti” i nostri “Cittadini…” quelle della margherita, dei DS…). Quindi invitiamo anche i partiti nel nostro territorio a fare comitati , ma soprattutto facciamo noi tanti piccoli nuclei con le porte aperte per far partecipare i cittadini che lo desiderano. Contemporaneamente ci coordiniamo localmente con gli altri.
3. Ascolto attento della nostra denuncia del disastro sul proporzionale alle elezioni politiche, ma assenza di soluzioni. Veto sulla Lista unitaria e su quella del Presidente, per il resto quel proporzionale è dannatamente ancora nel caos. Sanno i responsabili dei partiti quanto danneggi l’assenza di un punto di riferimento non – partitico? Bisogna dirlo continuamente ma non si profilano soluzioni.
4. L’idea delle Primarie nei collegi “difficili” o “persi” è ritenuta positiva, battaglia da condurre seriamente. Impossibile penetrare dove hanno in mano “il posto”, si può penetrare con questa importante esperienza di partecipazione là dove non hanno “altro da perdere” oltre l’accettare precedenti così importanti. Ed anche di questo dobbiamo al più presto parlare per agire con serietà, incisività e coordinandoci con chi nell’Unione intende appoggiare questa proposta.
5. Agli inizi di settembre c’è l’intenzione di fare la convention nazionale dei comitati per prodi presidente. Dobbiamo essere pronti per allora ed operativi. Dopo si parte per un mese di campagna. E’ giunta ora la notizia del rinvio al 15.10, noi l’avevamo già detto che serviva, comunque bene così.
Questo ci spinge a riflettere attentamente sulla data della nostra Assemblea Nazionale, ne parleremo insieme e ritengo giusto parlarne anche con prodi o i suoi portavoce
Particolari ed altro a Monte san savino…(visto che non abbiamo regali, nani e ballerine).
Mi scuso di nuovo per le difficoltà di comunicazione di questi giorni, ma i giorni di ferie della famiglia sono prioritari per un “cittadino”, ma va bene così perché Agosto sarà di pieno lavoro per incentivare ed aiutare tutti coloro che vogliono far nascere comitati, a settembre dovremo invece pedalare ognuno nel proprio territorio.
Pacchetto antiterrore, il governo fa sul serio: no alla superprocura, sì al superbrunovespa
di Lia Celi
Pisanu e Co. recepiscono il messaggio di Bush e Blair: il terrorismo non può cambiare il nostro stile di vita, la televisione lo fa molto meglio. Basta con le immagini cruente degli attentati: arresto immediato per chi verrà sorpreso a sanguinare dopo un’esplosione. Edizione quotidiana di Porta a porta a reti unificate, con un cardinale, un generale, una soubrette e Magdi Allam impegnati a discutere se l’Islam è una minaccia, una disgrazia o una brutta malattia. Pisanu raggiunge un compromesso con la Lega: non sarà sospesa Schengen, ma tornerà in vigore Bergen Belsen. Immigrati obbligati a farsi prelevare saliva e capelli; respinta per pochi voti la richiesta di Calderoli, che voleva anche denti d’oro e grasso corporeo. Gli aspiranti kamikaze italiani protestano contro il caro-scuola: “Ormai costa più lo zainetto che l’esplosivo”. Minicorso di sopravvivenza su autobus e metrò: come distinguere un normale studente da un terrorista? Semplice: il terrorista cede il posto a sedere alle persone anziane. Occidente alla ricerca di una spiegazione per l’escalation del terrorismo: se escludiamo l’appoggio dato ai mujahiddin negli anni Ottanta, l’appoggio ai governi corrotti in Arabia Saudita, la guerra del Golfo negli anni Novanta e l’intervento in Iraq, non resta che incolpare lo scioglimento dei ghiacciai. www.liaceli.com/
Addio collegio, destra a picco
Nel confronto fra politiche 2001 e regionali 2005 il centrodestra perderebbe 84 seggi
Wladimiro Frulletti
da l'Unità - 25 luglio 2005
Settantasette collegi: è questo il distacco che il centrosinistra fa segnare nei confronti del Polo. E alla Casa delle Libertà i conti non tornano più. Almeno a sfogliare un libricino che in questi giorni sta andando molto di moda fra i deputati. Soprattutto fra quelli che guardano con un po’ di preoccupazione alla probabilità di essere rielette nelle politiche del 2006. È la ricerca, fatta dal servizio studi della Camera, fra i dati delle politiche del 2001 e le regionali del 2005.
segue a pagina 12
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La caduta del Polo collegio per collegio
di Vladimiro Frulletti / Segue dalla prima
NEL CONFRONTO fra politiche 2001 e regionali 2005 il centrodestra perderebbe 84 seggi
Tanti i nomi eccellenti a non essere rieletti: da Follini ad Alemanno, da Baccini a Matteoli, da Landolfi a Jole Santelli. L’Unione aumenta deputati ovunque
A Montecitorio hanno sovrapposto i voti presi dai vari candidati (di Unione e Polo) alla presidenza della Regione a quelli ottenuti nei corrispondenti 398 collegi uninominali della Camera. Numeri che potrebbero aiutare anche a capire perché dalle parti della destra è tornata così prepotente la voglia di proporzionale. Cambiare sistema elettorale, benché manchino pochi mesi al voto, potrebbe essere l’unica chance che ha il Polo per ribaltare la situazione.
DA DESTRA A SINISTRA
Sono infatti molti i collegi che stanno trasmigrando verso l’Unione. Del resto che le regionali siano andate molto bene per il centrosinistra non è novità. Su 14 andate al voto la coalizione prodiana ha vinto in 12. Insomma la cartina dello stivale è diventata un po’ più rossa. Tracce purpuree che si ritrovano quindi anche nei collegi. Qui il centrosinistra passa dai 176 del 2001 ai 252 del 2005, mentre il centrodestra scende da 223 a 146. Una differenza di 77 deputati che dalla Casa della Libertà passano all’Unione. In realtà l’emorragia della destra è un po’ più grande (84 collegi persi), ma è ridotta dai 7 seggi che anche il centrosinistra perderebbe nel confronto 2001-2005. Troppo pochi però per compensare le possibili le sconfitte eccellenti che si registrano nel Polo.
CADUTE ECCELLENTI
In quegli 84 collegi se non già persi, comunque a rischio, infatti spuntano nomi di primo piano del gotha polista. A cominciare dal segretario dell’Udc Marco Follini. Follini (noto come Marco ma il cui nome di battesimo è Giuseppe) nel 2001 conquistò il collegio di Bari e Mola sfiorando il 48% dei voti. Alle regionali la distanza (effetto Vendola?) fra Polo e Unione è di 5 punti, a vantaggio del centrosinistra. Non va meglio a Giancarlo Pagliarini, nome storico della Lega Nord. Pagliarini è già stato senatore per due legislature e poi deputato fin dal 1996. Nel 2001 sconfisse l’avversario dell’Ulivo con quasi 6 punti di vantaggio nel collegio di Paderno Dugnano (Lombardia 1). Lì il Polo ora è al 46%, mentre l’Unione sfiora il 51%. Parecchi i ministri come Rocco Buttiglione e Mario Baccini dell’Udc, Gianni Alemanno, Mario Landolfi e Altero Matteoli di An. Qualche sottosegretario: da Jole Santelli a Roberto Tortoli di Forza Italia. E poi il finiano Gustavo Selva e il suo collega di partito Teodoro “Er pecora” Buontempo, e quel Donato Bruno, deputato di Forza Italia, che presiede (sarà un caso?) proprio la commissione che alla Camera sta discutendo di come cambiare la legge elettorale. Nel frattempo crescono le defezioni dal Polo. Gianfranco Rotondi eletto a Rho con l’Udc (anche qui il Polo è sotto) ha rifondato la Dc e l’ex Udc Dorina Bianchi (collegio di Crotone dove l’Unione è passata dal 40 al 60%) è approdata alla Margherita. Ciro Falanga (eletto con Forza Italia a ) è ora con i Repubblicani della Sbarbati. Mentre nell’Udeur di Mastella sono entrati Antonio Oricchio, Sergio Iannuccilli, Giampaolo Nuvoli e Paolo Santulli. In totale, guardando all’appartenenza partitica, sono ben 39 i deputati che perde Forza Italia, 29 quelli lasciati per strada da An, 14 dall’Udc (aveva iniziato la legislatura a 40 e già ora per varie fughe si trova a 36)e 2 quelli che perde la Lega. In verità qualche segnale di questo smottamento si era già visto nelle suppletive svolte per sostituire i deputati eletti nel Parlamento europeo. Ad esempio il collegio di Umberto Bossi (uno dei più blindati per il Polo che qui anche alle regionali mantiene 5 punti di vantaggio), a ottobre 2004 era stato conquistato per l’Ulivo dall’ex presidente Rai Roberto Zaccaria. E l’ex leader Cisl Sergio D’Antoni si era preso il collegio (Ischia) che nel 2001 elesse Alessandra Mussolini. Qui la nipote del Duce aveva ottenuto il 50,2% dei voti. Adesso, in base ai dati delle regionali, il Polo è al 39 e l’Unione sfiora il 58%. Mentre in Puglia il collegio di Casarano (uno dei 7 di centrosinistra che in base alle regionali passerebbe al Polo) dove nel 2001 fu eletto Massimo D’Alema l’Unione se l’è tenuto con Emilio Lorenzo Ria.
GOVERNO DECIMATO
I cali più eclatanti, naturalmente, sono quelli degli uomini che siedono nel governo Berlusconi. Senza la pretesa di confondere elezioni regionali con politiche però il fatto che anche a “casa” dei ministri il Polo perda, e perda male, appare un segnale del tasso di gradimento che in questo momento fa registrare fra gli italiani l’esecutivo Berlusconi. Il ministro (Udc) dei Beni culturali, Rocco Buttiglione, ad esempio nel 2001 fu eletto nel collegio di Milano 10 con 37mila600 voti pari al 50,9. Alle regionali il Polo qui ha perso oltre 10mila voti scendendo al 46,7%, mentre il centrosinistra adesso è al 50,3%. Stessa musica in casa di An. Gianni Alemanno, ministro all’Agricoltura, leader della corrente destra sociale di An, è stato eletto a Roma precedendo di qualche centinaio di voti l’Ulivo. Ora la situazione si è ribaltata e l’Unione è al 51%. Lì alle regionali Piero Marrazzo ha battuto con oltre 2mila voti il governatore uscente (e collega di partito e di corrente di Alemanno) Francesco Storace. c’è poi Mario Baccini, riuscito a diventare ministro (Funzione pubblica) dopo l’ultima crisi di governo, ma nonostante questo nel suo collegio (Fiumicino) le cose non gli stanno andando benissimo. Nel 2001 ottenne una vittoria schiacciante (50% a 42%), ma alle regionali il centrodestra è crollato al 42,4 e l’Unione è balzata 52,5%. Altro ministro stesse cifre: Mario Landolfi (An), neotitolare del dicastero alle Comunicazioni (ha sostituito il collega di partito Maurizio Gasparri) è uno dei big polisti messi peggio. Il suo collegio (Sessa Arunca in Campania) nel 2001 sembrava blindato: Landolfi ottenne il 51,4% e l’Ulivo si fermò al 36,8%. Alle regionali però l’Unione è balzata al 52% e il Polo è al 41%, 10 punti in meno. In bilico è anche Altero Matteoli (sempre di An) che a Lucca quattro anni fa sconfisse l’Ulivo per una manciata di voti. Alla luce dei risultati del 2005 farebbe meglio a cercarsi un altro collegio o a potare per fare il capolista al proporzionale (cosa a cui sta già pensando). In quel collegio infatti il candidato alla presidenza della Toscana per il centrosinistra, Claudio Martini, pur non contando sull’apporto di Rifondazione (aveva un proprio candidato) ha battuto l’avversario del Polo 49 a 43. Rimanendo in Toscana rischia anche il sottosegretario all’Ambiente Roberto Tortoli di Forza Italia. A Grosseto nel 2001 sconfisse per una manciata di voti (300) Enrico Letta della Margherita. Qui alle regionali il centrosinistra, pur avendo come avversario per la presidenza regionale il sindaco della città Alessandro Antichi, è al 48,6% mentre la destra è al 45,4%. Va peggio però a Jole Santelli, la sottosegretario alla giustizia (Forza Italia) molto probabilmente dovrà cercarsi un altro seggio per tornare alla Camera dei deputati. Il suo (Paola in Calabria) è uscito terremotato dalle regionali. Grazie a Agazio Loiero l’Unione dal 39,6% delle politiche è passata al 62,4% delle regionali scavando un solco di quasi 26 punti con il Polo. Ma pure il sottosegretario Udc ai trasporti Mario Tassone deve cominciare a preoccuparsi perché se nel 2001 aveva un vantaggio di 6 punti, adesso quel distacco si è ridotto a meno di 4.
L’UNIONE CRESCE AL SUD
La crescita di consensi del centrosinistra è distribuita in maniera omogenea su tutte le regioni in cui si è votato il 3 e 4 aprile scorsi. Nelle regioni del centro Italia, Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Marche conferma e rafforza la propria presenza. In Toscana, ad esempio si riprende anche gli unici due seggi (su 29) che nel 2001 aveva lasciato al Polo: quello di Lucca dove fu eletto Matteoli di An, e quello di Grosseto dove il sottosegretario Tortoli (Forza italia) sconfisse Enrico Letta. Proprio come nelle Marche dove il centrosinistra conquisterebbe 12 seggi su 12. In Emilia ne lascerebbe solo 1 (quello di Fiorenzuola D’Arda con Massimo Polledri della Lega)a destra, mentre in Umbria conferma i risultati del 2001: sette seggi su sette. In questi casi dove il vantaggio della destra era minimo appare determinante il fatto che rispetto al 2001 il centrosinistra alle regionali si è presentato unito anche con Di Pietro e Prc (a eccezione della Toscana dove Rifondazione ha corso da sola con un proprio candidato). L’Unione però fa registrare i differenziali migliori rispetto a 4 anni fa soprattutto nel Lazio e nelle regioni del meridione. nella regione conquistata da Marrazzo si spostano verso sinistra ben 8 seggi, 4 in Abruzzo, 2 in Puglia, 10 in Calabria e ben 28 in Campania. Qui, probabilmente, hanno pesato due fattori: l’effetto trascinamento di un candidato molto forte come Antonio Bassolino e il fatto che Democrazia Europea di D’Antoni che nel 2001 corse da sola questa volta era nel centrosinistra. Con la sola eccezione della Liguria dove rispetto al 2001 perderebbe un collegio, il centrosinistra sale anche al nord. Conquista 3 collegi in più in Piemonte, 4 in Veneto e ben 14 in Lombardia. Si tratta di zone che a destra considerano ancora come roccaforti, e in effetti è da queste parti che arrivano le maggiori conferme per il Polo. E non è un caso che siano soprattutto i deputati eletti lì che contestano la scelta proporzionalista dei loro capi romani. Ma anche in questo caso i segni sono pur sempre negativi.
I COLLEGI MARGINALI
Anche laddove vince il Polo comunque non stravince. Sui possibili 146 seggi vincenti quelli in cui ha un vantaggio superiore ai 10 punti percentuali (cioè fra gli 8 e i 10mila voti di differenza) sono 71. Negli altri il vantaggio è inferiore al 10% e in ben 37 collegi la distanza con l’Unione si è ridotta a meno di 5 punti. Invece il centrosinistra di questi collegi cosiddetti marginali (cioè dove la vittoria si gioca sullo spostamento di poche migliaia di voti) ne ha 16, 8 dove ha un vantaggio fino a 10 punti e 8 dove la distanza dal Polo è al massimo del 5%. E nei collegi diventati marginali il Polo ha eletto nel 2001 tanti personaggi di primo piano. Cesare Previti a Roma (collegio Tomba di Nerone) vinse con oltre il 50% dei voti, adesso il suo margine si è ridotto al’1,5%. Nel collegio di Fabrizio Cicchitto (Corsico-Lombardia) il distacco che era di oltre 11 punti dopo le regionali si è ridotto allo 0,8%. Il vicepremier e presidente di An Gianfranco Fini nel 2001 vinse nel suo collegio romano con oltre 7 punti di vantaggio sul candidato dell’Ulivo. In quello stesso collegio alle regionali il Polo è sceso al 49,4% e l’Unione è salita al 49%. Una differenza dello 0,4%, solo 270 voti.
Numeri che spiegano tante cose.
Chi vince le primarie decide"
Prodi: il candidato eletto sceglie il programma
MARCO MAROZZI
da Repubblica - 25 luglio 2005
ROMA - Romano Prodi detta le regole per le primarie del centrosinistra. «Il risultato è aperto – dice il leader dell´Unione nell´intervista – ma a chi vince spetterà il compito di decidere il programma». E ancora: «Saranno circa quattromila seggi». Sull´emergenza terrorismo, Prodi dice: «Serve un governo in grado non solo di garantire la sicurezza, ma anche di isolare l´eversione».
A PAGINA 15
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"Serve un governo in grado non solo di garantire la sicurezza, ma anche di isolare l´eversione"
"Risultato aperto alle primarie
chi vince decide il programma"
Prodi: lotta al terrorismo, ma non è scontro di civiltà
un voto in più Per ottenere il successo basta un voto in più. Spero di essere io ad ottenerlo. Daremo voce ai cittadini nel processo di scelta e legittimazione al leader
gli avversari Non ci sarà solo Bertinotti, ci sono Mastella Pecoraro Di Pietro. E magari ne arriveranno altri La nostra consultazione sarà un grande esercizio di democrazia
quattromila seggi Ci sono regole precise sui seggi nei quali votare. Ad ogni elettore chiederemo di sottoscrivere il "progetto dell´Unione" e di dare un contributo di almeno un euro
MARCO MAROZZI
ROMA - Parlare di Italia guardando al mondo. Con davanti le immagini della strage di Sharm el Sheik. Romano Prodi con un´intervista a Repubblica racconta le sue primarie riflettendo sui compiti che aspettano il nostro Paese, chi lo governa. E chi lo governerà. «Proprio due anni fa - ricorda, interrompendo a tratti la conversazione - con Arturo Parisi eravamo in vacanza a due passi dell´Hotel Movenpick fatto saltare dai terroristi. Un albergo frequentato storicamente da egiziani. Erano loro che si volevano uccidere, soprattutto. No, non, non si parli di guerra islamica contro l´Occidente. Non c´è uno scontro di civiltà. Siamo di fronte ad un attacco del terrorismo contro ogni cambiamento, specie nel mondo arabo». La drammaticità della situazione mondiale si unisce, nei discorsi di Prodi, ai tentativi di «cambiamento» in Italia. «Nella sua vita non solo politica. - dice - Serve un governo che sia in grado di affrontare non solo gli aspetti di protezione fisica dei suoi cittadini, ma sia in grado di elaborare una politica che isoli e dissolva il terrorismo. Nei suoi legami e nelle sue origini».
Così tutto si salda, economia, politica estera, innovazione italiana. E, scendendo sul terreno delle primarie del centrosinistra, racconta che «in democrazia si vince con un voto in più e spero di essere io ad averlo». Un voto, uno solo in più del 50%. Taglia la testa a tutti i discorsi su quale percentuale - 51%? 60? 80? - gli permetterà di dichiararsi vincitore nella sfida per la candidatura a premier del centrosinistra. La legittimazione del vincitore, dice, nascerà dalla quantità di uomini e donne che andranno a votare il 15-16 ottobre. «Saremo giudicati anche dalla capacità di organizzare questa consultazione». «Operazione verità» chiama l´esperimento mai tentato in Italia. Mentre, dice, attende il ritorno dell´Ulivo, «il cui abbandono mi auguro temporaneo».
Per molti è una grande novità, per altri qualcosa di inutile. Proprio convinto, con tutto quel che succede, di queste primarie?
«In un sistema bipolare è fondamentale dare voce ai cittadini nel processo di scelta e di legittimazione del leader. Le primarie sono lo strumento più forte per raggiungere l´obiettivo. Per questo le ho volute fin dall´inizio. Le avevamo poi ritenute non indispensabili dopo il grande successo alle elezioni regionali. L´abbandono. che mi auguro temporaneo. della lista unitaria dell´Ulivo ha riproposto di nuovo il problema della legittimazione. Per questo ho volute le primarie e tutti i partiti dell´Unione le hanno accettate. Ed ora anche il centrodestra tende a copiarle».
Perché lei ha bisogno di legittimazione?
«Due sono oggi gli obiettivi. Prima di tutto in una coalizione di più partiti la legittimazione è certamente uno strumento per dare stabilità e durata al governo in caso di vittoria. Stabilità e durata indispensabili per chi dovrà assumersi la responsabilità di risanare e rilanciare l´Italia. E chiaro inoltre che l´azione di risanamento e di rilancio dovrà fondarsi su un programma condiviso dalla maggioranza degli elettori. Il confronto fra i diversi candidati è il modo più bello e più diretto per l´«operazione verità» che dobbiamo fare tra di noi e con il Paese. Spero di riuscire a parlare di problemi seri e concreti. Anche e soprattutto di quelli sui quali ci sono oggi nell´Unione differenti punti di partenza. Queste diversità dovranno comporsi in un unico programma di governo».
Il programma del vincitore?
«Tutti i candidati alle primarie si presenteranno riconoscendosi in una cornice di valori comuni, che abbiamo deciso di chiamare «il progetto dell´Unione». Ispirandosi a questo progetto ciascuno di noi si presenterà agli elettori con le proprie priorità. La regola delle primarie è che scegliendo il candidato si scelgono le sue priorità che a quel punto diventano le priorità di tutta la coalizione».
Insomma chi vince si porta via tutto il piatto? E gli altri?
«La logica delle primarie è che vince uno solo, con le sue priorità. E chi perde accetta il verdetto delle urne. Naturalmente che vince ha la responsabilità di tenere conto dei temi e delle sensibilità portate avanti dagli altri candidati».
Se vincerà lei come ne terrà conto? Guarderà alla percentuale dei voti degli altri?
«No. Le primarie non sono fatte per spartirsi le quote. Uno solo vince uno solo, ma avrà la grande responsabilità di armonizzare tutta la coalizione. Arrivando all´assemblea che faremo a dicembre con un programma condiviso».
Per Romano Prodi cosa vuol dire «vincere»?
«In democrazia avere un voto di più significa vincere. Spero proprio di potere essere io quello che avrà un voto in più».
E se invece fosse Bertinotti a prendere un voto in più? Dopo la Puglia con la vittoria inattesa di Vendola, non ha paura di perdere? Tanto più che alle primarie si pensa vada a votare l´elettorato più radicale, più motivato, più di sinistra?
«Ma perché lei parla solo di Bertinotti? Pensa che gli altri che già hanno annunciato la loro intenzione di presentarsi, Mastella, Di Pietro, Pecoraro Scanio, non prenderanno dei voti? Non susciteranno e non raccoglieranno consensi con le loro proposte? E non si pone il problema dell´arrivo di altri concorrenti?»
Allora, ha davvero paura di perdere?
«Vede, tutto sta diventando un poco curioso e contraddittorio. Da un lato, in molti lamentano che queste siano primarie finte, una competizione con un risultato già scritto e un vincitore obbligato. Dall´altro, si guarda alle Puglie e mi si chiede se ho paura di perdere. La mia risposta è che considero queste primarie un grande e straordinario esercizio di democrazia e, come tale, credo che il risultato sia del tutto aperto. Certo, ma questo glie lo ho già detto, spero e sono fiducioso di vincere».
Ma come vi proteggerete dai brogli? Non temete infiltrati, disturbatori, gente che si presenti alle urne delle primarie senza avere alcuna intenzione di votare per il centrosinistra? Per distorcere il risultato o semplicemente dimostrare che il gioco è poco serio?
«E´ un tema sul quale il comitato sulle regole guidato da Parisi si è applicato molto. E credo che siano stati identificati strumenti efficaci per contrastare questi rischi».
In concreto cosa farete per evitare falsi voti e i falsi votanti?
«Il primo passo sarà organizzare in tutto il paese un gran numero di postazioni di voto. Come ci ha riferito Vannino Chiti al seminario del leader del centrosinistra a San Martino in Colle si pensa ad almeno quattromila seggi. Se ci riusciamo anche di più. A ciascun seggio andranno a votare i cittadini che nelle votazioni "ufficiali" sono iscritti nei registri di un preciso numero di sezioni elettorali. Per chi vuol partecipare alle primarie sarà dunque estremamente semplice sapere dove andare a dare il proprio voto».
E al seggio cosa succederà? Come vi difendere dagli intrusi, da infiltrati del centrodestra?
«La prima difesa e la prima garanzia di correttezza sarà la tessera elettorale. Nessuno potrà votare in un seggio diverso da quello a cui corrisponderà la sua tessera. Nessuno potrà quindi votare due volte. Ma ci sarà dell´altro. Ad ogni elettore chiederemo, come condizione per scegliere tra i candidati alle primarie, di sottoscrivere il «progetto dell´Unione». Si tratta del documento che contiene i principi e i valori nei quali si riconosce l´intera coalizione di centrosinistra e che ha fatto decisi passi avanti a San Martino in Colle. Come vede, le difese cominciano a farsi robuste. Ma non sono finite qui. Per votare, si dovrà anche sottoscrivere una dichiarazione nella quale si afferma di avere intenzione di votare, alle prossime elezioni politiche, per l´Unione o per uno dei partiti del centrosinistra. Insomma, se qualche elettore di destra vorrà infiltrarsi nelle nostre primarie, lo farà cominciando a dire il falso. Un falso che potrà essere in ogni caso facilmente scoperto».
E se fosse un giornalista a farvi uno scherzo, magari presentandosi con occhiali scuri, barba e baffi finti?
«In questo caso, ci faremmo tutti una bella risata! Ma, tornando alle cose serie, la vera, autentica difesa contro ogni manipolazione sarà la dimensione della partecipazione. Se a votare saranno in tanti, anzi in tantissimi, ogni problema sarà risolto».
Si era parlato di un contributo spese richiesto ad ogni votante: a che cifra pensate?
«Un euro. Un euro minimo. Nel senso che a tutti chiederemo, per aiutarci a coprire le spese della preparazione della consultazione, un contributo di un euro. Certo ci aspettiamo che molti diano qualcosa di più».
Lei dice: «tanti, tantissimi votanti». Quanta gente si aspetta?
«Impossibile dirlo. Su scala nazionale non esistono precedenti per una consultazione di questo genere. Io vorrei una partecipazione ampia, visibile, che dia il segno di un esperimento di democrazia robusto. Sì, mi aspetto tanta gente. Alcune centinaia di migliaia di donne e uomini. E mi aspetto anche tanta allegria. Tanta allegria. Spero sia un´occasione di partecipazione gioiosa, serena, allegra. Spero di vedere ai seggi tanti giovani e tante famiglie».
Picnic elettorale? Giovani, famiglie. Vuol dire società civile in opposizione ai partiti? Le primarie come rivincita, sua e della gente comune, sul sistema dei partiti?
«Non diciamo sciocchezze! Le primarie, il cui comitato organizzatore si ricordi è guidato da Vannino Chiti, saranno una straordinaria occasione di partecipazione politica senza precedenti, per dare voce alle persone, per interessarle e farle parlare di politica, di progetti, di idee, di temi nuovi. E tutti noi saremo giudicati anche dalla nostra capacità di organizzare bene questa consultazione».
Dunque non vede nelle primarie un´occasione di indebolimento o addirittura di sconfitta dei partiti?
«Sarà esattamente il contrario. I partiti avranno l´opportunità, preziosissima e nuova, di entrare. forse tornare. in contatto con gente, uomini e donne, giovani e anziani per i quali troppo spesso la democrazia e la stessa partecipazione politica si ferma al voto al momento delle elezioni».
Guardi che proprio lei ha detto che le primarie servono anche per potenziare la leadership. Per dare al candidato premier. Romano Prodi, se va secondo le previsione. una legittimazione più forte di quella derivata dai soli segretari di partito.
«E´ vero. Ma non vuol dire immaginare le primarie come esercizio contro i partiti. No, no, se sta cercando di arruolarmi nella schiera di coloro che sognano una democrazia basata sul rapporto diretto tra la gente e il leader, senza la mediazione, la partecipazione e l´intervento dei partiti politici, le posso dire con chiarezza che è un tentativo fallito in partenza. Non è la mia idea della democrazia. Le primarie sono belle proprio per questo: che sono una miscela, una bellissima miscela di militanza politica e di aperta partecipazione».
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Ds Milano - Rassegna stampa
luglio 24 2005
C'è il fatto che qui in Egitto, da molti e molti anni, la polizia ha letteralmente carta bianca, nella lotta al terrorismo.
La lista di ciò che si può fare quando si ha carta bianca è lunga e spiacevolissima, e nessuna delle "misure severe" che si chiedono - a volte si ottengono - qua e là in Italia e in Europa arrivano a tanto, almeno per il momento.
Be': a quanto pare, non bastano.
Quindi vale la pena saperlo: potete pure prendere i vostri cittadini sospetti a centinaia, torturarli a oltranza, torturarne figli e parenti, devastare il loro paesello d'origine, farli sparire, ucciderli, condannarli a 12000 anni di carcere.
Isolare i luoghi a rischio e renderli irraggiungibili a chiunque non sia un turista o non possa dimostrare di lavorarci.
Potete fare questo e altro.
E poi, dopo tutta 'sta fatica, vi svegliate una mattina e scoprite che è saltato in aria proprio il luogo che più di tutti volevate proteggere.
Se, quindi, qualcuno ha davvero in mente che ci vogliano misure più restrittive e controlli sul cittadino più inflessibili, dia uno sguardo da queste parti.
Non è detto che funzioni, ecco.
In compenso dà molto potere a chi li gestisce, 'sti controlli.
L'importante è saperlo, credo. www.ilcircolo.net/lia/
Vittime e carnefici della lunga guerra
Siegmund Ginzberg
da l'Unità - 24 luglio 2005
Se si vuole mantenere la mente fredda, bisogna riconoscere che c’è metodo, ripetitività, regolarità, una logica interna nell’orrore. Una logica quasi matematica si potrebbe arrivare a dire. «Diciamolo chiaro e tondo: questi sono pazzi, ma questi pazzi hanno la loro logica, la loro dottrina, un loro codice, persino un loro Dio».
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Lo scenario
DOPO L’11 SETTEMBRE Se si guarda l’elenco degli attentati degli ultimi anni balza agli occhi che i terroristi hanno ucciso più musulmani che occidentali
Tante vittime islamiche nell’aritmetica del terrore
Siegmund Ginzberg
segue dalla prima
Così aveva già profetizzato Fedor Dostoevskij. Ma guai a fermarsi alle apparenze, alle analogie facili.
S'è detto: «Quarta guerra mondiale», che dall'11 settembre siamo in guerra contro un «terrorismo globale». L'evocazione è suggestiva, si potrebbe persino dire che coglie nel segno, questo terrorismo non risparmia nessun aspetto della «normalità», in nessun continente. Ma è evidente che pensare che si possa vincere con le armate e le divisioni come le altre guerre mondiali è servito solo a portare fuori strada. S'è detto: guerra dichiarata dall'Islam contro l'Occidente. Ma anche questo rischia di far sballare, ancora più tragicamente, l'equazione. Non si è spenta l'eco delle polemiche sul «Londonistan», sull'accoglienza, la tolleranza, il garantismo della libera Inghilterra che avrebbe nutrito i terroristi «nati in casa», che una strage ancora più spaventosa, con un numero di vittime quasi doppio di quelle nel «tube» il 7 luglio, viene perpetrata in un paese islamico, che non ha la minima tradizione «garantista», tanto che spesso gli sono stati appaltati gli interrogatori sporchi.
Certo, è stata presa di mira una delle mete più frequentate del turismo occidentale. E di riflesso i rapporti con l'Occidente del più popoloso degli «anelli deboli» del mondo islamico, un Egitto al bivio tra fermenti democratici e tradizionale regime di polizia, governo del «mukabarat». Il Ghazala Gardens Hotel era zeppo di turisti. Ma l'esplosione nel caffè al Vecchio bazar ha fatto strage di poveri facchini egiziani. Si dirà: sono abituati a non guardare in faccia nessuno, non hanno scrupolo a fare «danni collaterali», anche il metrò di Londra è pieno di passeggeri di origine islamica. Tra le vittime ci sono cittadini di 18 dei 20 paesi che Osama bin Laden aveva denunciato come sostenitori delle invasioni dell'Afghanistan e dell'Iraq. Ma se si passa in rassegna l'elenco dei più atti micidiali attentati contro civili innocenti dall'11 settembre, esplode agli occhi che la stragrande maggioranza dei bersagli non era affatto «occidentale», e che solo in un caso su 4 sono stati colpiti solo cittadini e interessi occidentali (e di tutti questi, appena il 12% diretti a obiettivi Usa, anche se l'attacco alle due Torri di New York resta l'episodio di gran lunga più sanguinoso). Ma la somma di vittime di tutti gli attentati «non in Occidente», Bali, Libano, Arabia saudita, Turchia, e così via supera gli altri. Non è il caso di perdersi in un esercizio di aritmetica macabra, ma la maggior parte delle sue vittime il terrorismo di questi ultimi anni le ha fatte in paesi e società predominantemente islamiche. I manovali del terrore islamico hanno ucciso molti più musulmani di quanto abbiano colpito non musulmani. Anche senza contare l'unica situazione che assomiglia in qualche modo ad una «guerra» tradizionale, quella irachena, dove le vittime «locali», i 26.000 ammazzati negli attacchi (secondo stime tipo quella di Iraqi Bodycount), superano di almeno dieci volte (secondo altre stime, come quella di un istituto universitario svizzero, per cui sarebbero quasi 40.000, quasi 10 volte) il numero degli uccisi tra le truppe «occupanti» e le presenze straniere. Se n'è accorta anche la Casa Bianca. In un intervento pubblicato ieri sul «New York Times», i consiglieri per la sicurezza nazionale e per la sicurezza interna di George W. Bush, Stephen Hadley e Frances Fragos Townsend notano che «anche i musulmani sono vittime dei terroristi, anzi gli attacchi suicidi hanno probabilmente ucciso più musulmani che gente di altre fedi». Ammettono che «l'azione militare è solo una componente della guerra al terrorismo». Un inizio di correzione? Ma allora perché s'è fatto sinora quasi di tutto perché la carneficina potesse essere giocata come se fosse una guerra tra Occidente e islam?
L'aritmetica del terrore da sola spiega poco. Il fatto, notato da molti «specialisti», che gli attentatori suicidi dell'11 settembre fossero quasi tutti sauditi, che due terzi degli attentatori suicidi d'«importazione» in Iraq siano anche loro sauditi (e gli altri dai paesi del Golfo o siriani), che quelli di Madrid fossero salafiti marocchini, o quelli di Londra avessero fatto apprendistato in Pakistan, (mentre quasi nessuno viene dagli «Stati carogna», non dall'Iran, e fino a prima della guerra non dall'Iraq) non aiuta a stabilire se dietro l'impressionante coordinamento ci sia un'unica mente, o mille «franchigie». Leggiamo, sul numero in edicola dell'«Economist», che brillanti matematici si sono dati la pena di adattare modelli «esponenziali», sinora usati in fisica e nello studio di fenomeni come i terremoti, alle guerre e al terrorismo. Ma anche questi ci pare lascino il tempo che trovano. Le valutazioni degli addetti ai lavori differiscono, talvolta diametralmente, sulle «strategie» di Al Qaeda, sul se possa trattarsi di colpi di coda di un terrorismo alle strette, o al contrario, di un fenomeno che sarebbe destinato ad esaurirsi - proprio in base ai mutamenti in corso nelle società islamiche - se non fosse stato il «ci pensiamo noi» di Bush a rinfocolarlo. La sola cosa assolutamente evidente è che le categorie che sinora ci hanno rifilato non servono, anzi portano fuori strada.
La battaglia del Faraone L'Egitto si prepara alle presidenziali di settembre
Il 14 luglio scorso, anche se la decisione era nell’aria da tempo, tutti i partiti e i movimenti politici che si oppongono al Presidente egiziano Hosni Mubarak hanno reso pubblica la loro decisione: boicotteranno le elezioni presidenziali in Egitto, previste per settembre di quest’anno.
Boicottaggio. Circa 3mila persone affollavano la sede dell’ordine degli Avvocati egiziano il giorno della conferenza stampa. Di fronte ai giornalisti le opposizioni si presentavano come un fronte compatto: dalla sinistra laica ai Fratelli Musulmani hanno parlato con una sola voce. “Soffriamo per l’oppressione, il dispotismo e l’assenza di libertà che caratterizzano il regime di Mubarak. Non vogliamo una rivoluzione, ma solo pace e diritti. Per ottenere le riforme che vogliamo, abbiamo deciso di unirci”, ha dichiarato Muhammad Mahdi Akif, il portavoce dei Fratelli Musulmani. In quella stessa occasione è stata presentata la National Coalition for Democratic Transformation, una formazione composita, che come detto unisce i principali soggetti dell’opposizione egiziana. I movimenti d’ispirazione religiosa, che fanno riferimento ai Fratelli Musulmani, e i movimenti d’opposizione laica, riuniti nella sigla Kifaya (che in arabo significa ‘basta’). Ma chi sono i due soggetti che, per la prima volta, minacciano il potere assoluto di Mubarak da quando quest’ultimo prese il posto del Presidente Sadat, assassinato al Cairo il 6 ottobre del 1981?
Una lunga storia. I Fratelli Musulmani sono una vera e propria istituzione parallela in Egitto. L’organizzazione venne fondata nel 1928 da Hassan al-Banna, un insegnante egiziano. L’idea che ispirò il movimento, che non ha mai voluto essere considerato un partito politico, era ed è ancora quella della riscoperta del vero senso delle parole del Corano, ripulite di tutte quelle interpretazioni che si sono sovrapposte nei secoli alla purezza del messaggio del Profeta Maometto. Una riscoperta del messaggio più autentico delle sacre scritture per formulare sentenze giuridiche che siano sì fedeli allo spirito dei testi ma anche nuove, adeguate cioè al cambiare del mondo. Il messaggio dei Fratelli Musulmani divenne quindi il punto di riferimento di quella corrente del pensiero islamico chiamata ‘riformista’. Ma, per cambiare il mondo, non si poteva evitare di entrare in conflitto con il potere politico in Egitto che, fin dai tempi della dominazione coloniale inglese, si era sempre caratterizzato per una forte opposizione a qualunque forma di ‘islamizzazione’ dell’Egitto. La storia dei Fratelli Musulmani nel Paese dei faraoni è quindi caratterizzata da arresti e detenzioni dei suoi leader e, negli anni Cinquanta, il movimento fu bandito. La repressione dei Fratelli Musulmani non ha mai conosciuto soste quindi, ma la persecuzione divenne sistematica dopo l’omicidio di Sadat del quale fu accusata l’organizzazione. Il bando e la pressione poliziesca del governo Mubarak non ha però impedito ai Fratelli Musulmani di avere ancora un largo seguito tra la popolazione egiziana.
La novità politica. L’unione dei movimenti politici che si riuniscono sotto la sigla Kifaya è invece molto recente. La sigla è apparsa per la prima volta su degli adesivi che i manifestanti mettevano sulla bocca in segno di protesta contro la censura del regime di Mubarak. Proprio così, le manifestazioni. Vedere la popolazione scendere in piazza per protestare contro il governo è una novità assoluta in Egitto. Dall’omicidio di Sadat infatti, sono in vigore delle leggi d’emergenza che il governo varò nelle ore immediatamente successive all’omicidio e che non hanno mai smesso di essere in vigore. Questo ha permesso all’apparato poliziesco governativo egiziano di controllare per tutti questi anni qualunque espressione di dissenso. Ma qualcosa sta cambiando e la protesta è partita dalle università. Da tre anni a questa parte, in tutti i campus dell’Egitto, alle manifestazioni più tradizionali a sostegno della Palestina e contro la guerra in Iraq si sono aggiunte le richieste di una riforma del Paese. A cominciare dalla possibilità per gli studenti di eleggere direttamente i loro rappresentanti. Le manifestazioni, per legge, restavano confinate nel perimetro degli edifici universitari, ma negli ultimi anni ai ragazzi si sono aggiunti i docenti. Una cosa mai vista. Alle proteste degli universitari, dall’inizio del 2005, si sono aggiunte quelle degli ordini professionali: giornalisti, avvocati, medici. Gli ultimi, in ordine di tempo, sono stati i giudici. In mille hanno firmato una petizione che ha il sapore di un ultimatum: chiedono ufficialmente al governo di poter controllare, dall’inizio alla fine, le prossime elezioni. Una supervisione che garantisca la trasparenza delle operazioni di voto che, a loro dire, è mancata nelle presidenziali del 2000. Lobby molto potenti e che possono contare su un seguito notevole al Cairo. Ed è proprio da questi ambienti che viene l’uomo considerato il vero candidato alternativo a Hosni Mubarak: Ayman Nour. L’uomo nuovo. Nour, un avvocato molto noto al Cairo, è il presidente del partito al-Ghad (in arabo ‘il domani’). Conosciuto all’inizio solo in patria, è diventato un caso internazionale quando è stato arrestato il 29 gennaio scorso con l’accusa di aver falsificato migliaia delle firme necessarie a rendere legale il suo partito, nato appena tre mesi prima, e che già contava sull’adesione di 6 parlamentari. Le reazioni in Egitto, rispetto all’arresto di un oppositore politico, sono state di una intensità mai vista. Ma le polemiche non si sono fermate ai confini del Paese, arrivando a coinvolgere la stessa amministrazione Bush. La stessa Condoleeza Rice, il Segretario di Stato degli Stati Uniti d'America, minacciò in qui giorni di boicottare un vertice al Cairo tra i ministri degli Esteri dei paesi della Lega Araba e quelli del G8. Non era mai successo prima per un prigioniero politico in Medio Oriente, e tanto meno era mai successo nei confronti di un Paese arabo tradizionalmente alleato come l'Egitto. Nour fu rilasciato il 12 marzo scorso e ad attenderlo fuori c’era una folla notevole guidata dalla moglie dell’avvocato. Il gruppo aveva una caratteristica in comune: un fazzoletto arancione simbolo del partito. Arancione come il colore delle piazze di Kiev e Tblisi e di altre piazze in giro per il mondo caratterizzate negli ultimi tempi da insurrezioni popolari e pacifiche. I commentatori dei giornali vicini a Mubarak (la stragrande maggioranza) hanno subito bollato Nour e il suo movimento come un prodotto statunitense, esportato a suon di dollari da Washington. Ma spesso Mubarak ha utilizzato la chiave dell’antiamericanismo di facciata, quando poi in realtà resta uno degli alleati più fidati degli Usa in Medio Oriente. Allora perché la Rice si è spesa personalmente per Nour? Secondo alcuni commentatori, in anni di guerre che esportano democrazia, un personaggio come Mubarak è indifendibile e l’amministrazione Bush sta premendo da tempo per delle riforme in senso democratico.
Il ‘Faraone’. L’aspetto più imbarazzante della gestione del potere di Mubarak in Egitto è sicuramente quello delle candidature alla Presidenza della Repubblica. Mubarak infatti, dopo l’ascesa al potere in sostituzione di Sadat, è sempre stato regolarmente rieletto dagli egiziani. Ma il sistema delle candidature è bloccato. La legge egiziana prevede infatti che sia il Parlamento a indicare il candidato alla Presidenza. A quel punto alla popolazione non resta che esprimere un si o un no al nome espresso dall’Assemblea Nazionale. In tutti questi anni il nome è stato quello di Mubarak che con il suo National Democratic Party, controlla quasi l’80 per cento dei seggi. Uno dei cavalli di battaglia del Kifaya è proprio la riforma della costituzione egiziana in questo senso. Mubarak, pressato anche da Washington, ha scelto una via di mezzo. Ha indetto un referendum popolare che si esprimesse su una riforma della Costituzione per introdurvi il multipartitismo. Si è votato il 25 maggio scorso e la riforma è stata approvata con l’83 per cento di consensi. Ha votato il 54 per cento degli aventi diritto, ma tra questi non c’erano i sostenitori di Kyfaia. Il coordinamento del movimento, in una conferenza stampa del 20 maggio, aveva annunciato il boicottaggio del referendum. Il passaggio contestato dalle opposizioni nel testo votato è essenziale. La riforma prevede che ogni cittadino che vuole aspirare all'elezione a Presidente della Repubblica in Egitto deve presentare, assieme alla sua candidatura, il sostegno di almeno 65 parlamentari su i 444 deputati che compongono il Parlamento egiziano. Questo di fatto, viste le percentuali di deputati fedeli a Mubarak, elimina la possibilità di avere una competizione elettorale equilibrata. “Il paradosso di questa riforma”, ha dichiarato Nour, “è che si chiede ai propri avversari il permesso di concorrere alla carica di Presidente della Repubblica”. Alla denuncia pubblica della contestata riforma, si sono aggiunti cortei e dimostrazioni nelle piazze e nelle vie del Cairo (sempre sotto forma di presidi perché i cortei sono vietati dalle leggi di emergenza del 1981) che la polizia ha represso con la forza. Si calcola che, solo negli ultimi quattro mesi, siano stai più di 500 i Fratelli Musulmani incarcerati. Kifaya vede crescere giorno dopo giorno il numero dei suoi sostenitori al Cairo e, alle prime adesioni, si aggiungono ogni giorno che passa intellettuali, scrittori e studenti. Ma quali sono le reali possibilità di questo movimento di scalzare dal potere il Faraone, nomignolo con il quale viene chiamato Mubarak dai suoi oppositori?
La guerra dei presidi. Quando Kifaya organizza una manifestazione scoppiano sempre degli scontri. Non solo con la polizia, come si potrebbe pensare. Le violenza scaturiscono sempre tra manifestanti, nel senso che davanti ai luoghi dove si radunano gli oppositori di Mubarak con i loro cartelli e i loro slogan c’è sempre una contromanifestazione di sostenitori del Presidente. Dopo i sistematici scambi d’insulti tra le due fazioni nascono i tafferugli e la polizia può arrestare i più facinorosi e disperdere il presidio. Le opposizioni sostengono che i sostenitori di Mubarak sono tutti contadini che, a spese del governo, vengono prelevati dai loro villaggi lontani dalla capitale e portati al Cairo per manifestare a pagamento. Forse hanno ragione o forse no, ma è indiscutibile che il movimento delle opposizioni rappresenti una realtà profondamente legata all’ambiente cosmopolita del Cairo. E’ vero che si parla di una megalopoli da 20 milioni di abitanti, ma Kifaya resta l’espressione di un ambiente colto che rappresenta scarsamente la vocazione rurale dell’Egitto profondo. Ancora legato da un rapporto paternalistico al vecchio Mubarak. Chi veramente avrebbe la forza di coalizzare attorno a sé il malcontento popolare (che comunque c’è per una crisi economica e una disoccupazione che hanno raggiunto vette terrificanti) sono i Fratelli Musulmani. Ma loro sono banditi e quindi fuori gioco. Mubarak, secondo molti osservatori, sta giocando appunto la carta dell’autoreferenzialità di Kifaya per ottenere un altro mandato presidenziale e poi, a metà mandato, lasciare il posto al figlio Gamal, da tempo ritenuto l’eminenza grigia dell’NDP. Tra tanti dubbi resta un’unica certezza: l’Egitto si appresta ad affrontare le elezioni presidenziali più complesse della sua storia.
Christian Elia www.peacereporter.net/
Marcello Pera , ma che guerra all'Occidente d' Egitto !
di Rita Guma
L'ineffabile Marcello Pera sta conducendo una sua guerra personale, con una resipiscenza delle antiche crociate, ed arriva a dichiarare - dopo l'attentato di Sharm el Sheikh, in Egitto - che i terroristi hanno dichiarato guerra all'Occidente e occorre difendere i nostri valori etc etc...
Azzardo alcune ipotesi.
Pera non sa che Sharm el Sheikh e' in Egitto.
Pera non sa che quella egiziana non e' una civilta' occidentale, e che quando i Romani arrivarono li' c'era gia' una cultura millenaria precedente. In ogni caso e' una civilta' araba e islamica, anche se esiste una chiesa cristiana copta nel Paese.
Pera non si intende di economia, e quindi non comprende che un attacco ad una localita' turistica egiziana rischia di avere come unico effetto un colpo notevole all'economia egiziana, giacche' gli Occidentali si terranno alla larga da quei luoghi, per non rischiare, mentre i poveri Egiziani del settore turistico (oltre a quelli morti per le bombe) - che non sono Occidentali - ne subiranno le conseguenze.
Altra ipotesi e' che Pera voglia improvvisarsi comunicatore e portare avanti la sua idea fissa sul cristianesimo (cattolicesimo, ma purtroppo per lui nel resto d'Europa e negli Stati Uniti ci sono molte altre Chiese e culti cristiani non cattolici, oltre a nutrite comunita' ebraiche) sfruttando l'impatto delle bombe, come fa la Lega con i crimini commessi da immigrati.
Pero' non e' un buon comunicatore, dato che credo la maggior parte dei cittadini italiani sappiano che l'Egitto non fa parte dell'Occidente e che - pur volendo con questo gesto colpire i turisti - sarebbe stato molto piu' efficace attaccare in un'altra capitale occidentale, per colpire l'Occidente. Ne' si tratta di un problema di servizi di sicurezza, dato che quelli egiziani sono preparatissimi e sempre in stato d'allerta.
Peraltro Pera, e tutti quelli che come lui si attaccano alle differenze Occidente-Islam fomentando odio, sembra non abbiano mai viaggiato, o anche solo letto il bilancio delle morti degli attentati di Madrid o Londra, che dimostrano come ormai l'Occidente sia un melting pot di razze, civilta', culture e colori.
Le 52 vittime di Londra (gli altri 4 sono gli attentatori) appartenevano ad 11 differenti nazionalita': britannica, italiana, polacca, francese, australiana, neozelandese, israeliana, afghana, turca, americano-vietnamita, britannica e delle isole Mauritius. Quelli degli attacchi di Madrid erano per il 35% non Spagnoli, ma di ben di 13 diverse nazionalita', fra cui alcuni arabi-africani.
La cinquantaseiesima vittima degli attentati di Londra era un ragazzo afghano, studente modello che lavorava part-time in pizzeria, i cui genitori erano stati uccisi brutalmente dai Talebani in Afghanistan quando egli era adolescente. I parenti erano riusciti a farlo fuggire da Kabul verso la Gran Bretagna.
Come lui c'erano decine di altri non-occidentali fra i morti dei vari attacchi, come sono la maggioranza gli Egiziani (di pelle chiara o scura) che hanno perso la vita a Taba o Sharm el Sheikh. Etichettare tutti gli occidentali come di qua e gli altri di la', i primi come buoni e i secondi come cattivi - fa solo ridere, o piangere per la constatazione dell'ignoranza o della mala fede.
E pensare che questo signore che non sa la storia, non comprende l'economia, non osserva evidentemente i volti colorati per strada quando viaggia e non rappresenta tutti gli Italiani - portando avanti questa idea fissa delle radici cristiane/cattoliche che tanti concittadini non condividono - occupa la seconda carica dello Stato e potrebbe diventare presidente della nostra Nazione.
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Neuropsichiatria del terrore
di Giuseppe Genna
Di fronte all'infittirsi di attentati clamorosi (Londra, Sharm el Sheikh e, da non sottovalutare, Beirut pochi minuti dopo la partenza di Condoleeza Rice) si possono scatenare le più varie strategie della tensione interpretativa. Il proliferare di reazioni culturali, che spesso si scambia per enfatizzazione retorica, è un sintomo significativo della normalizzazione culturale rispetto a eventi tensivi - secondo le analisi correnti dei non specialisti. Le cose, però, stanno diversamente da come se le immaginano i non addetti ai lavori. I commenti (qui intesi come sintomatologia dell'elaborazione culturale delle minacce alla sopravvivenza) tendono a un'equalizzazione che fa da specchio alla continuità degli eventi terroristici (Post traumatic stress disorder. Dialogues in Clinical Neuroscience, R.C. Ware, 1995). Tutto si innalza a un grado zero, a un alzo zero: che è da obice non solo militare, ma soprattutto percettivo. Aggiungo, a questa omogenea intensità interpretativa dell'emergenza, mie personali considerazioni, che non hanno carattere né geopolotico né tecnicamente storico, ma unicamente psichiatrico.
Per realizzare l'esito di un'autentica strategia della tensione bisogna disporre di una minima consapevolezza rispetto al fenomeno della tensione (buon resumé su cosa si intenda qui per "tensione" è reperibile in Neurodevelopmental Factors in the 'Cycle of Violence' di Bruce D. Perry, incluso in Children, Youth and Violence: The Search for Solutions, a cura di J. Osofsky, 2000). Qui però il problema è un nodo gordiano, un'osmosi quasi inesplicabile di contenitori individuali e collettivi - indurre una modificazione del sistema nervoso, da condursi su estensione collettiva e non topicamente. Questo salto quantico è fondamentale. Un conto è realizzare Abu Ghreib o Guantanamo. Mediante privazione del sonno, bombardamento o deprivazione delle percezioni, inoculazione di traumi ritmati da una precisa (studiatissima) continuità: si tratta di lavorare a un'unificazione delle informazioni e della risposta neurofisiologica a queste informazioni (Gordon Thomas, Journey Into Madness. The True Story of Secret CIA, Mind Control and Medical Abuse, 1989). Nel caso dell'individuo, è facile (Harold Bursztajn, "Mental Illness Creates Eligibility for a Lower Sentence", in Forensic Psychiatry, 2004). Nel caso delle comunità da sottoporre a una simile devastante terapia, è molto diverso (note a margine del caso PTECH, in http://www.copvcia.com/free/ww3/012005_ptech_pt1.shtml). Qualunque studio psicologico sui gruppi e le comunità che si sia svolto negli ultimi vent'anni conferma questo assunto (per esempio, le valutazioni a margine in Rats' preferences for an analgesic compared to water: an alternative to "killing the rat so it does not suffer", Persinger MA, 2004).
Già un gruppo di venti persone non risulta, nell'effettività, essere assimilabile a un macrosoggetto. Esiste una funzionalità psichica del gruppo che sfrutta le inclinazioni individuali come parti di un grande, quasi eterico "sé" - ma ciò non è affatto assimilabile qualitativamente al "sé" funzionale dell'individuo. Con le masse, ci si trova in un ulteriore universo distinto. Con la massa supernazionale planetaria od occidentale, poi, si è saliti a un più distinto grado quantico. Nei gruppi di controllo, l'esposizione agli eventi di stress implica reazioni totalmente diverse da quelle espresse dai singoli individui, soprattutto quando lo scatenamento delle reazioni viene veicolato sui piani delle esperienze irrazionali come fede, caso, necessità (in prospettiva socioantropologica: Mark Juergensmeyer con Terror in the Mind of God. The Global Rise of Religious Violence, 2000; in prospettiva neuroscientifica, vedi Neuropsychiatry, Neuropsychology, and Clinical Neuroscience di Joseph Rhawn, e Is There Anybody Out There? The Fate of God in an Accidental World di Taner Edis, ma anche Neuropsychiatry, Neuropsychology, and Clinical Neuroscience, sempre di Joseph Rhawn, 1996).
A spiegare in termini psichiatrici il momento attuale e a reclamare una ben diversa valorizzazione, c'è un'elaborazione trascurata della storia della psicologia mondiale ed è di marca italiana: sono gli scritti di Franco Fornari sulla paura atomica (essenzialmente il testo della conferenza La pace all'origine della specie umana, ovvero le origini psicoanalitiche della non violenza, 1985). Dalle valutazioni di Fornari, una linea di studi gruppali (soprattutto quelli di Spaltro e Vanni) ha fatto emergere alcuni importanti schemi interpretativi che sembrano spiegare con esattezza ciò che sta accadendo in queste ore in Europa sul piano delle reazioni agli attentati. Per esempio, lo stato di "adiabatizzazione" del soggetto collettivo (di cui il National Institute of Mental Health ha affrontato alcuni aspetti nella comunicazione su Nature Neuroscience dello scorso 10 luglio). E' una difesa che potremmo paragonare all'"equalizzazione" e che, in termini di chiacchiera, viene tradotta con la frequente osservazione che, in tempo di guerra, crollano drasticamente le sindromi depressive (PSYCHOLOGICAL TRAUMA: Attachment, Neuroscience & Body Experience di Bessel A. van der Kolk, 2005). Il soggetto collettivo, in pratica, tende alla stabilizzazione, mentre il mondo lo aggredisce con bombardamenti tensivi, metaforici o militari. Ciò che accade è, detto in altri termini, una sorta di rimozione o, meglio, di fall out della consapevolezza di ciò che potrebbe accadere: la tensione non c'è. Lo sfondo si mangia la figura.
I gruppi attuano questa strategia di autoinduzione dell'ignoranza con metodiche assolutamente irriferibili alle difese del soggetto. La figura psichica del "capro espiatorio" o lo schema "Orazi-Curiazi" non sono affatto riconducibili a schemi individuali (Modelli mentali di gruppo di F. Vanni, 1988). La "madre-bomba" a cui allude Fornari è una funzione intraindividuale e intragruppale senza distinzione di sorta. La funzionalità di simili difese è quella di adattamento preculturale allo stato di omogeneità tensiva a cui è sottoposta la comunità, non il soggetto. E', nei fatti, una constatazione banale: se uccidiamo, nell'arco di tre giorni, la madre, la moglie, i figli di un soggetto, otterremo risposte assolutamente diverse dal medesimo soggetto che, inserito in una comunità, si trova ad affrontare esplosioni quotidiane nelle linee metropolitane che usa. C'è un'abissale distanza affettiva tra queste serie di eventi e, quindi, ma non algebricamente o geometricamente, si riscontra un'abissale differenza di risposta affettiva - soprattutto in termini di stress (vedi per esempio Compassion Fatigue: Secondary Traumatic Stress Disorders di Charles Figley, 1995).
Queste sommarie considerazioni tentano di rispondere all'inefficacia ormai dimostrata di qualunque strategia della tensione. Lo stress gruppale emergerà quando il momento storico sarà cambiato. Se riflettiamo in termini psichiatrici sulla depressione concreta (testimoniata da un numero infinito di analisi scritte dai protagonisti del tempo) che colse il crogiolo plurinazionale dell'impero asburgico a fine XIX secolo (il brodo primordiale in cui si sviluppava il germe Hitler), comprenderemo come Weimar potesse emergere soltanto in seguito a uno stress identitario tanto esteso e collettivo, ma dopo che la tensione si era insinuata nella collettività: vent'anni circa di iato, per intenderci, includendo il trauma della grande guerra (è chiaro che non sto discettando in termini storici: il piano è unicamente quello della psichiatria di massa). La sintomatologia psichiatrica è probabilmente la specola più opportuna per spiegare metaforicamente zone storiche di reazione ed elaborazione comunitaria: dopo la tensione, il rilascio (la cecità isterica semestrale, di cui Hitler iniziò a soffrire all'indomani della sconfitta tedesca nella prima guerra mondiale, per esempio, è una chance sintomatica e metaforica di notevole valore: vedi per esempio Michael A. Milburn e S. D. Conrad in The Politics of Denial, sul numero 23-1996 del Journal of Psychohistory). La strategia della tensione impone stress, certo, ma questo stress causa reazioni dopo che è passato il momento storico in cui quella strategia intendeva imporre effetti .
Altro piano è, ovviamente, quello politico. Una strategia della tensione comporta reazioni politiche, ma queste non hanno nulla a che vedere con la tensione a cui è sottoposta la comunità bersagliata. La risposta "fredda" degli inglesi alle bombe del 7 luglio è, a tutti gli effetti, un freezing collettivo che darà i suoi frutti fra parecchio tempo. La macrofesta con 8.000 invitati a Buckingham Palace la sera dopo la seconda giornata di bombe (quelle detonate male) non è affatto una risposta "coraggiosa" della comunità o delle istituzioni, bensì la dimostrazione di un congelamento emotivo con cui una massa (e non un vertice politico) vive il processo di equalizzazione della tensione. La psicologia di massa non muta sensibilmente in tempo di guerra: muta dopo.
L'impossibilità, soprattutto occidentale, di considerare che, in termini di topiche freudiane, prima del processo primario individuale sia esperibile uno stato di attivazione supersoggettiva, non intercettabile dal linguaggio né dall'esperienza formatasi attraverso il rapporto "soggetto-oggetto" - ecco il buco nero della nostra psicologia di massa. Buco nero che è perfettamente omologo a una falsa traduzione in termini politici delle cosiddette reazioni di massa. L'ipotesi è, a questo punto, non più che lo sfondo si mangi la figura, ma che lo sfondo sia la figura, per il tempo necessario a elaborare la possibilità che figure tornino a stagliarsi sullo sfondo: e sarà il momento in cui la tensione rimossa emergerà in affetti collettivi, a molta distanza dal momento in cui lo stress è stato indotto e non avvertito dalla comunità - o, come dicevo, adiabatizzato dalla comunità. La politica va in iato rispetto al "sentimento" collettivo della tensione, proponendosi quale figura unica che si staglia sullo sfondo: operazione di falsificazione psichica o, meglio, difesa superficiale. Questo iato tra politica e "sentimento" collettivo, per esempio, assume drammatica evidenza nel momento in cui l'Amministrazione Bush scatena la terza guerra mondiale in risposta all'offesa dell'11 settembre, oppure pretende di difendere uno "stile di vita" occidentale (che è, anzitutto e ben prima che un'evenienza materiale di condizioni socioeconomiche, uno stato psichico) con protocolli di controllo come il famigerato Freedom of Information Act (Sam Harris in The End Of Faith. Religion, Terror, And The Future Of Reason, 2003).
In questo iato tra stato della psiche collettiva e intervento politico si gioca tutta la storia del potere nell'interpretazione datane dall'occidente: è questo il vero nucleo della questione biopolitica. www.carmillaonline.com
Operazione voto in Iraq
di Seymour M. Hersh*
24 Jul 2005
Le elezioni del 30 gennaio in Iraq sono state percepite dal grande pubblico come un trionfo politico per George W. Bush ed una conferma postuma della giustezza della decisione presa di cacciare con la forza il regime di Saddam Hussein. Più di otto milioni di iracheni hanno sfidato la minaccia della guerriglia e sono andati a votare per eleggere i consigli provinciali e l'assemblea nazionale. Molti di loro hanno speso ore per attendere pazientemente il loro turno in fila, sapendo bene che rischiavano la loro stessa vita. Le immagini di iracheni sorridenti che mostravano con fierezza l'indice della mano dipinto di rosa, segno che avevano votato, sono state trasmesse in tutto il mondo. Anche alcuni dei più duri critici dell'Amministrazione Bush avevano dovuto ammettere quel giorno che forse il Presidente aveva ragione: la democrazia, come la intende Bush, poteva davvero mettere le radici in Medio Oriente. Il fatto che solo pochi Sunniti iracheni, coloro che ai tempi di Saddam Hussein dominavano la scena politica, avessero scelto di votare, era stato visto dall'Amministrazione come un ostacolo puramente temporaneo. Il senso di vittoria comunque sarebbe passato molto in fretta, a causa dello stallo politico a seguito e delle elezioni e dell'aumento della violenza e delle divisioni etniche e religiose. Solo dopo tre lunghi mesi di polemiche e stallo, sarebbe finalmente stato formato un governo, il cui obiettivo principale a tutto oggi è stato quello di presentare il progetto per la nuova Costituzione entro metà agosto. Se le elezioni potessero mantenere le promesse sulle quali sono state tenute, è stato in dubbio sin dall'inizio. L'Amministrazione Bush ha dovuto infatti far fronte ad un dilemma di base: era infatti palese a tutti che il probabile vincitore di una elezione aperta e diretta sarebbe stato un partito religioso sciita. Gli Sciiti erano tra i più forti oppositori del regime di Saddam Hussein, ed hanno parecchio sofferto per questo, ma molti dei loro esponenti religiosi e politici sono legati più o meno profondamente agli ayatollah iraniani. Questo è il motivo per il quale, più si avvicinavano le elezioni, più l'Amministrazione americana tentava in tutti i modi - incluso mettendo in gioco la CIA con le sue 'covert action' - per manipolare il risultato e ridurre l'influenza dei religiosi sciiti nel dopo elezioni. Ma non tutto è andato come pianificato.
Il piano elettorale iniziale, approvato alla fine del 2003 da Paul Bremer, il capo della Coalition Provisional Authority (CPA), prevedeva un sistema di 'caucus' nel quale la CPA avrebbe avuto enorme potere sulla selezione di un governo di transizione. Ogni maggiore gruppo etnico - gli Sciiti, che rappresentano circa il 60% della popolazione irachena, i Sunniti che ne rappresentano il 20% e i Curdi che ne rappresentano circa il 15% - avrebbe avuto un numero fisso di seggi nell'Assemblea Nazionale. Gli Stati Uniti allora speravano di tenere le elezioni prima del trasferimento formale di sovranità, previsto per il 30 giugno 2004, ma la mancanza di sicurezza ha reso tale scadenza irrealistica. Il grande Ayatollah Ali al-Sistani, il leader spirituale di uno dei partiti sciiti, il Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica in Iraq, o SCIRI, aveva perciò accettato un rinvio delle elezioni, come richiesto dagli americani, in cambio della promessa da parte della Casa Bianca di tenere le elezioni con il sistema 'un voto per persona'. Il presidente Bush si era detto d'accordo. Si trattava di un cambiamento nella politica dell'Amministrazione, all'interno della quale molti avevano paura della probabile maggioranza sciita nella nuova Assemblea post-voto.
Gli ostacoli sul cammino di una libera elezione, in un Paese con flebili basi democratiche, appena uscito da anni di dittatura, una invasione straniera ed in preda ad una delle più violente rivolte armate che il Medio Oriente abbia mai conosciuto, erano immensi. Come ha detto Larry Diamond, un consigliere politico della CPA, in un memorandum del marzo 2004 indirizzato a Bremer, "i partiti politici che non hanno mai prima partecipato a delle elezioni, tendono ad essere preda dei loro peggiori istinti ed esperienze. Comprano voti e spesso anche funzionari elettorali. Usano milizie armate per intimidire l'opposizione e a volte ammazzano gli esponenti dei partiti opposti. Si possono rendere protagonisti di episodi di frode elettorale o addirittura di vere e proprie farse".
In un secondo memorandum, Diamond faceva notare come lo Sciri e il Dawa, l'altro principale partito della maggioranza Sciita, così come diversi militanti di gruppi paramilitari sciiti, ricevevano finanziamenti e addestramento dall'Iran. "La gran parte degli altri partiti politici si lamentano della difficoltà di raccogliere le risorse finanziarie per organizzare, mobilitare supporto e prepararsi alle elezioni politiche", notava Diamond. "Molti si sono appellati perciò direttamente, anche se in maniera discreta, ad un qualche tipo di assistenza finanziaria internazionale, incluso dagli Stati Uniti".
Diamond aveva perciò chiesto a Bremer di creare un meccanismo trasparente per distribuire i finanziamenti in maniera equa a tutti i partiti politici. "Altri meccanismi al livello di prendere posizione a favore di uno o dell'altro partito, non funzionebbero", avvertiva Diamond. In particolare, si riferiva all'ipotesi che si potessero dare finanziamenti segreti a partiti 'favoriti dagli americani' come quello dell'allora primo ministro ad interim, Iyad Allawi, che era un solido alleato degli americani. Diamond infatti faceva notare nel suo secondo memorandum che durante la Guerra Fredda gli Stati Uniti "avevano fatto in modo di dare segretamente risorse ai partiti politici che sembravano essere più moderati, democratici e filo-occidentali. Questo non è più possibile oggi o non ha più valore strategico".
Diamond non aveva però ricevuto alcuna risposta ufficiale da Bremer o da Condoleeza Rice, l'allora Consigliere alla Sicurezza Nazionale, alla quale aveva inoltrato entrambi i memorandum. Nel suo recentissimo libro, "La Vittoria Sprecata", Diamond, che precedentemente aveva lavorato assieme alla Rice, afferma che l'Amministrazione Bush ha gestito l'occupazione in maniera disastrosa. E' anche questo in motivo per cui, nell'aprile del 2005, Diamond ha deciso di tornare a insegnare alla Hoover Institution della Stanford University.
Durante il suo incontro con i leader politici iracheni prima delle elezioni, Diamond mi disse: "ho sempre ritenuto, è un dato di fatto, che gli Stati Uniti non possono più operare nel modo in cui l'hanno fatto durante la Guerra Fredda. Bisogna essere corretti e trasparenti in tutto ciò che facciamo, se siamo davvero interessati a promuovere la democrazia - questo per me è semplicemente come un atto di fede".
Ma la verità è che dalla tarda primavera del 2004, secondo funzionari del Dipartimento di Stato, del Congresso e delle Nazioni Unite, l'Amministrazione Bush aveva iniziato a discutere proprio dell'argomento contro cui era stata avvertita da Diamond: provvedere diretto supporto ad Allawi o ad altri partiti considerati vicini agli Stati Uniti e ostili all'Iran. Allawi, che aveva passato decenni in esilio, ed aveva lavorato sia per il Mukhabarat di Saddam Hussein che per le agenzie di intelligence occidentali, in particolare per la CIA, mancava di supporto popolare. L'obiettivo americano, secondo molti ex funzionari dell'intelligence e militari, non era quello di far vincere Allawi alle elezioni - tale risultato infatti non era considerato possibile o credibile, data la forza dei partiti religiosi sciiti pro-iraniani - quanto quello di minimizzare l'influenza politica dei partiti sciiti dopo le elezioni. L'Amministrazione Bush sperava infatti di poter riuscire a mantenere Allawi come una figura fondamentale anche nel Governo di coalizione che si sarebbe formato dopo le elezioni, e per fare questo aveva bisogno assoluto che il suo partito riuscisse ad ottenere una rispettabile quota di voti alle elezioni.
Il principale sostenitore del finanziamento ai partiti 'favoriti' era Thomas Warrick, un consulente sull'Iraq dell'Ufficio del Dipartimento di Stato per il Medio Oriente: Warrick aveva anche l'appoggio dei suoi superiori e soprattutto del Consiglio di Sicurezza Nazionale. Il piano di Warrick prevedeva l'uso di 40 milioni di dollari che dovevano essere spesi per influenzare il risultato elettorale, fornendo in totale segretezza telefonini cellulari, auto e veicoli motorizzati, radio, security, aiuto amministrativo e finanziario ai partiti favoriti dall'Amministrazione americana. L'Ufficio per la Democrazia, i Diritti Umani e il Lavoro del Dipartimento di Stato aveva invece rifiutato questo piano, e si era affidato a tre organizzazioni non governative americane che per decenni avevano aiutato ad organizzare e monitorare le elezioni in tutto il mondo: l'Istituto Nazionale Democratico (N.D.I.), l'Istituto Internazionale Repubblicano (I.R.I.) e il National Endowment for Democracy (N.E.D.).
"Si è trattato di un dibattito con toni molto pesanti", mi ha riferito un partecipante della discussione. "Warrick affermava che egli parlava a nome dei funzionari di più alto grado dell'Amministrazione - quindi gli alti funzionari del Dipartimento di Stato, del Pentagono e del Consiglio di Sicurezza Nazionale - e che tutti costoro erano d'accordo con le sue proposte". Le Organizzazioni Non Governative invece "difendevano la loro posizione a favore della correttezza del processo elettorale" ed enfatizzavano durante l'incontro che "l'idea di aiutare i favoriti non ha mai funzionato".
"C'era molta preoccupazione sul fatto che una grossa somma di denaro potesse essere stata messa da parte per aiutare Allawi", mi ha sempre riferito la fonte di cui sopra. "Le Organizzazioni Non Governative dicevano, 'Non vogliamo che accada questo - ed in ogni caso, è una pazzia, perché se qualcuno viene a conoscenza di questa manipolazione, si rischia di rovinare quella che può essere una buona cosa per tutti. E' il modo sbagliato di agire'. Le Organizzazioni Non Governative tentavano di bloccare il progetto sul nascere".
Nell'estate e autunno 2004, le Organizzazioni Non Governative avevano organizzato incontri con diversi alti funzionari americani, incluso John Negroponte, allora Ambasciatore americano in Iraq. E le discussioni continuarono. Anche in questi casi le Organizzazioni Non Governative avevano espresso la loro contrarietà al piano. "Non abbiamo intenzione di collaborare se ci sono persone che stanno finanziando segretamente qualcuno. Non vogliamo essere parte di alcuna operazione segreta, ed abbiamo bisogno della vostra promessa che le elezioni saranno libere e trasparenti". I funzionari hanno tentato più volte di rassicurare, ma nelle settimane seguenti ancora si parlava di "Track II - un gruppo segreto - che avrebbe fornito denaro ad Allawi ed ad altri".
Un esperto di elezioni europeo che era nel team di preparazione delle elezioni irachene, ricorda che Warrick "aveva sempre avuto un atteggiamento negativo nei confronti degli Sciiti e dei loro legami con gli iracheni. Pensava che si potevano manipolare le elezioni giocando con il processo politico e tentava di convincere in tutti i modi le ONG di questo".
Les Campbell, il direttore regionale dell'N.D.I. per il Medio Oriente e l'Africa del Nord, mi ha riferito di aver capito immediatamente "quanto fosse forte il desiderio degli americani di fare qualcosa per aiutare Allawi alle elezioni". Campbell ha anche ammesso che lui ed i suoi colleghi hanno avuto molto a che ridire con Warrick. All'inizio sembrava che le ONG avessero vinto, e che i quaranta milioni di dollari sarebbero stati sborsati come garanzia ai piani delle ONG medesime e come fondo per monitorare la correttezza delle elezioni. Ma la pressione proveniente da parte dell'Amministrazione per fornire supporto diretto a partiti specifici continuava, e l'idea di Warrick non veniva messa da parte. Mentre la campagna elettorale andava avanti in Iraq, Campbell mi disse: "E' diventato chiaro che Allawi e la sua coalizione hanno pesanti risorse, sebbene nulla sia confluito loro dai normali canali di finanziamento elettorale. Ha avuto un aiuto dai media molto professionale e sofisticato ed una saturazione della copertura televisiva, in quanto primo ministro ad interim".
Il focus della Casa Bianca su Allawi, ha riferito sempre Campbell, ha fatto chiudere gli occhi sulla realtà che si profilava sul terreno. "L'Amministrazione stava appoggiando i partiti sbagliati in Iraq. Glielo abbiamo detto più volte. 'I partiti che vi piacciono stanno per essere sconfitti'. Ma non ci credevano".
"Quello che Tom Warrick stava tentando di fare non era stupido", mi ha detto un alto ufficiale delle Nazioni Unite che era direttamente implicato nell'organizzazione delle elezioni irachene. "Piuttosto era disperato, perché Bremer e la Casa Bianca avevano reso più potenti gli iraniani. Warrick stava semplicemente tentando di vedere cosa poteva essere salvato". Ed ha aggiunto che la risposta, almeno per quanto riguarda gli Stati Uniti, era che Allawi, nonostante il suo passato oscuro, era "la cosa più vicina ad un iracheno con la quale la Casa Bianca poteva tentare di salvare l'Iraq dalla morsa iraniana".
Funzionari del Dipartimento di Stato hanno confermato che c'è stato in atto uno sforzo in quell periodo per finanziare direttamente alcuni candidate. "L'obiettivo era quello di interferire direttamente nelle elezioni, ed Allawi non era il solo giocatore favorito", affermano queste fonti. Warrick non operava per propria volontà. "Questo piano era stato posto ai livelli più alti ed era stato approvato - all'interno del Dipartimento di Stato e in altri dipartimenti dell'Amministrazione Bush, alla fine della primavera del 2004. Molte persone ne erano a conoscenza e ne condividevano le idee principali", incluso, secondo queste fonti, anche alcune delle ONG operative in Iraq. "La storia che non è stata ancora raccontata da nessuno è perché i neoconservatori e gli altri che nel governo americano erano ostili alle elezioni, erano così ciechi dinanzi alle elezioni", vale a dire perché avevano appoggiato un processo che, come facevano correttamente notare Warrick ed i suoi colleghi, molto probabilmente avrebbe portato dei partiti pro-iraniani al potere in Iraq.
In ogni caso, sempre secondo le fonti del Dipartimento di Stato, Richard Armitage, l'ex Sottosegretario di Stato sotto Colin Powell, bloccò il progetto di Warrick all'inizio dell'autunno. Armitage stesso ha confermato questo episodio e mi ha riferito che credeva di fare la volontà del Presidente. "C'erano molti dubbi ai piani alti su questo piano e sull'eventuale possibilità di manipolare il voto in Iraq", ricorda Armitage, ed il Presidente aveva detto più volte che "non ci saremmo dovuti mettere in mezzo".
Nonostante ciò però, nello stesso periodo, come sono venuto a sapere da ex personale militare e dell'intelligence, la Casa Bianca aveva promulgato un documento presidenziale top secret che autorizzava la CIA a fornire soldi ed altro supporto coperto a candidati politici che, secondo la visione politica dell'Amministrazione, cercavano di lottare per la democrazia in determinati Paesi. "Il documento era generale", mi ha riferito un ex funzionario di altissimo livello della CIA da poco andato in pensione. "Ma non c'era alcun dubbio che Baghdad fosse uno dei Paesi citati. Il processo è attualmente sotto contro della CIA e del Dipartimento della Difesa".
Non è molto chiaro il motivo per il quale il Presidente Bush avrebbe rigettato il piano di Warrick per intervenire sulle elezioni, e ne aveva autorizzato allo stesso tempo un altro, più riservato. Secondo consulenti del Pentagono e ex funzionari dell'intelligence, alla Casa Bianca c'era una crescente consapevolezza del fatto che molti Sunniti avrebbero boicottato le elezioni. Compiere sondaggi elettorali accurati in un Paese sotto occupazione straniera, con una rivolta sanguinosa in atto, era di per se complesso. Ma i sondaggi disponibili mostravano che il rating di Allawi era circa del 3-4% nel corso di tutto il 2004, e mostravano anche che gli Sciiti pro-iraniani probabilmente avrebbero ottenuto più del 50% dei voti. Ma nonostante questo e nonostante l'opinione contraria dell'intelligence, l'Amministrazione Bush ottimisticamente continuava a pensare che la situazione politica e della sicurezza del Paese sarebbe migliorata nei mesi a venire.
Un ex ufficiale dell'intelligence mi ha riferito queste parole: "Le elezioni si avvicinavano, e le persone si facevano prendere dal panico. I sondaggi mostravano che gli Sciiti erano vicini a prendere la maggioranza assoluta. L'Amministrazione doveva fare qualcosa. Come?"
In quel periodo, gli uomini al commando della CIA stavano "tentando il tutto per fare in modo che le elezioni andassero nel verso giusto", ricordava l'ex ufficiale. Era cosa conosciuta nell'ambiente dell'intelligence che gli iraniani ed altri Paesi del Medio Oriente stavano fornendo assistenza sotto banca a diverse fazioni politiche. La preoccupazione era quella che "avrebbero potuto vincere i cattivi".
Ai sensi delle leggi federali, copia dei documenti presidenziali classificati devono essere inviati alle Commissioni sull'Intelligence della Camera e del Senato, o, in casi eccezionali, solo ai membri principali ed ai presidenti delle Commissioni, oltre che ai leader repubblicani e democratici del Congresso. Almeno un deputato democratico, Nancy Pelosi, leader della minoranza democratica alla Camera, aveva fortemente espresso la propria protesta riguardo a qualsiasi interferenza nelle elezioni in Iraq. (Un racconto di ciò che è avvenuto è stato pubblicato sul settimanale Time alla fine di ottobre). L'ex ufficiale della CIA ricorda arrabbiato cosa accadde. "La Pelosi minacciava di mandare all'aria l'intera cosa, minacciando di renderla pubblica. La Casa Bianca dovette intervenire direttamente" e alla fine "riuscì a bloccare la sua intenzione". La Pelosi, richiesta di confermare o negare ciò che è avvenuto, non si è voluta esprimere, ma via email dal suo portavoce ha fatto sapere di negare "vigorosamente" di aver mai minacciato di rendere tutto pubblico. Ha aggiunto quindi "non ho mai minacciato di rendere pubblica qualsiasi informazione classificata. E' una cosa contro legge". (La Casa Bianca non ha voluto rilasciare commenti su questa vicenda).
L'essenza delle obiezioni della Pelosi, secondo la fonte della CIA, era la seguente: "Abbiamo avuto 1.100 morti - il numero di soldati americani morti fino a settembre 2004 - per ottenere delle elezioni truccate?"
Ma subito dopo le elezioni presidenziali di novembre, mi è stato riferito da fonti militari, l'Amministrazione Bush aveva deciso di non considerare valide le obiezioni della Pelosi e di intervenire segretamente nelle elezioni in Iraq. Una fonte della CIA mi ha riferito di essere venuto a conoscenza del piano da "persone che erano implicate nell'operazione". Era stato necessario perché, ha aggiunto, "non potevano permettersi di causare un disastro".
Un consulente del Pentagono ha ammesso di essere venuto a conoscenza di un piano della leadership americana per tentare di influenzare il risultato delle elezioni. "Dovevano farlo", ha detto. "Stavano tentando in tutti i modi di rendere popolare Allawi, ma non ci riuscivano". Un consulente governativo con stretti legami con i leader civili del Pentagono afferma: "Non volevamo rischiare".
Diverse fonti militari e dell'intelligence mi hanno informato che tali attività erano tenute, in parte, "fuori dal registro" - ovvero erano condotti da ex ufficiali della CIA e personale non governativo, con l'uso di fondi non necessariamente approvati dal Congresso. Diverse persone alla Casa Bianca e al Pentagono pensavano che per condurre una operazione "fuori dal registro" ci fosse bisogno di renderla formalmente nota ai membri principali del Congresso e delle Commissioni sull'Intelligence, la cui giurisdizione era limitata, secondo loro, al dare ufficialmente l'approvazione delle operazioni della CIA. (Questa precisazione è dovuta in quanto, stando a ciò di cui sono venuto a conoscenza, il Pentagono ha in atto delle sue operazioni clandestine in Africa del Nord ed in Asia Centrale, senza la presenza della CIA e quindi senza bisogno dell'approvazione congressuale).
"L'Amministrazione non voleva agire all'interno del sistema", mi ha confermato l'ex alto ufficiale dell'intelligence. "Il genio delle operazioni sono proprio gli operativi dietro-la-scena - avevamo assunto tali persone proprio con questo scopo". Ma, ha aggiunto, un certo numero di funzionari del Pentagono e dell'intelligence, erano contrariati dall'uso dei piani segreti. Il loro ragionamento era: "Perché dobbiamo prenderci un tale rischio, quando non ne abbiamo bisogno? Gli Sciiti vinceranno le elezioni in ogni caso".
L'unica cosa sicura, nel riportare questa storia, è che un tema è emerso preponderante nella preparazione del piano, ovvero la crescente tendenza da parte dell'Amministrazione Bush ad affidarsi ad azioni segrete "fuori dal registro" per raggiungere i propri obiettivi. Questo ha permesso all'Amministrazione di evitare i tipi di ostacoli che erano emersi nel dibattito su come gestire le elezioni in Iraq: scontri burocratici, opposizione da parte di membri del Congresso, lamentele dall'esterno.
I metodi e lo scopo del piano segreto sono difficili da discernere. I funzionari dell'intelligence e militari che hanno parlato con me delle elezioni non sono stati capaci di o non hanno voluto fornirmi dettagli precisi su cosa sia stato fatto e dove il giorno delle elezioni. Queste fonti affermano di aver sentito di rapporti su intimidazioni nei confronti degli elettori, corruzioni dei funzionari elettorali e falsificazioni dei risultati elettorali, ma le circostanze, e soprattutto l'estensione dell'intervento diretto da parte americana, non possono essere confermate.
E, come ha fatto notare Larry Diamond, c'era anche una forte possibilità che gli iracheni stessi tentassero frodi elettorali, con o senza l'assistenza da parte americana. Secondo consulenti governativi con forti legami con i civili del Pentagono, la CPA aveva già accettato a suo tempo la realtà dei brogli elettorali, almeno da parte dei Curdi, che gli americani vedevano come l'unico "ostacolo serio alla conquista del potere da parte Sciita. Alcune persone pensavano che guardare altrove mentre i Curdi votavano - uomini e donne, due volte - si sarebbe fornito ai Curdi un incentivo per rimanere nella federazione irachena che dovrà nascere dalla Costituzione che deve essere approvata dall'Assemblea nata dal voto di gennaio". (C'è da notare a questo proposito che il Kurdistan aveva già ottenuto una autonomia parziale prima della cacciata di Saddam Hussein dal potere, e che molti Curdi ora chiedono la secessione dall'Iraq).
L'alto ufficiale delle Nazioni Unite mi ha riferito che "l'obiettivo dell'Ambasciata americana era quello di assicurarsi che Allawi sarebbe rimasto Primo Ministro, e tentavano di ottenerlo manipolando il sistema". Ma ha anche ammesso che brogli si tentavano anche dall'altra parte. "Gli Sciiti hanno rubato le elezioni a sud allo stesso modo di come i voti per Allawi sono stati falsificati", ed ha aggiunto: "E' vero che questi ultimi sono stato falsificati, ma non lo sono stati abbastanza".
Diverse settimane prima delle elezioni, Margaret McDonagh, un politico vicino al primo ministro inglese Tony Blair, si era mostrato a fianco di Allawi a Baghdad e si era messo subito a lavorare per aiutare gli ultimi giorni della campagna elettorale di Allawi ottenendo finanziamenti e pubblicità elettorali. (McDonagh, alla richiesta di un commento, non ha voluto rispondere). Questi sforzi ed il tentativo di Allawi di presentarsi come un Primo Ministro forte, apparentemente hanno aiutato ad aumentare il suo rating elettorale. Secondo un sondaggio effettuato dagli americani, nei giorni prima delle elezioni era riuscito ad arrivare al 9% dei voti.
Un altro ufficiale delle Nazioni Unite, anche questo impegnato nella preparazione delle elezioni irachene, mi ha detto che per mesi prima delle elezioni, sia lui che i suoi superiori avevano avvisato la CPA che le votazioni così come erano state pianificate, non avrebbero raggiunto gli standard delle Nazioni Unite. La mancanza di sicurezza significava che i candidati non potevano fare campagna elettorale apertamente, come nelle normali elezioni, per paura di diventare obiettivi dei terroristi. Inoltre i candidati erano membri di liste di partito, ma tali liste erano state tenute segrete, sempre per motivi di sicurezza, durante gran parte della campagna elettorale, così che gli elettori non sapevano neppure chi è che si era presentato alle elezioni. L'elettorato era stato lasciato, in molti casi, senza alcuna base per effettuare una decisione al di là dei legami etnici o religiosi. Secondo questa fonte delle Nazioni Unite, "le elezioni non erano vere elezioni, quanto piuttosto un referendum sull'identità etnica e politica degli iracheni. Per i Curdi, votare significava autodeterminarsi. Per gli Sciiti, votare significava obbedire ad una fatwa emessa dall'ayatollah al-Sistani".
Alcuni degli americani che avevano lavorato con l'Amministrazione Bush sull'Iraq pensavano che, una volta passate le elezioni presidenziali, Bush avrebbe spostato in avanti il voto in Iraq fino a che le condizioni di sicurezza fossero migliorate e un numero maggiore di Sunniti avrebbe potuto votare. In un editoriale del New York Times, pubblicato a fine settembre, Noah Feldman, un consulente della CPA per questioni costituzionali, avvertiva che "senza la partecipazione sunnita, i risultati delle elezioni saranno peggio che inutili. Nessuno si attende la perfezione, ma tentando di andare avanti a forza sulla strada della democraticizzazione si aumentano le chance che non la si possa mai realmente ottenere".
Feldman, che insegna alla Scuola di Legge della New York University, mi ha detto che l'Amministrazione ha gettato al vento i suoi consigli. "I neocons erano davvero creduloni", ha detto Feldman riferendosi alla leadership civile del Pentagono, "e si erano impegnati nella costruzione di in un Iraq senza divisioni etniche o religiose. Non pensavano che il Presidente credeva davvero a ciò che loro gli dicevano" - ovvero che le elezioni avrebbero diminuito gli scontri etnici e religiosi nel Paese.
Il giorno delle elezioni, la debolezza del sistema ed il potenziale per abusi di ogni tipo erano evidenti a tutti. La mancanza di sicurezza, che aveva pesantemente ristretto l'abilità dei reporter di muoversi in Iraq, aveva anche causato l'impossibilità per molte organizzazioni internazionali di monitorare la correttezza delle elezioni. L'Unione Europea aveva declinato l'invito ad inviare una propria delegazione. Un esperto elettorale presente in Iraq mi ha detto che era a conoscenza di soli due osservatori internazionali nel Paese nel giorno delle elezioni, uno dei quali era nella Zona Verde di Baghdad. La stragrande maggioranza degli osservatori erano iracheni che erano stati recentemente addestrati dalle ONG americane o erano affiliati con i partiti politici iracheni.
Il consulente governativo mi ha riferito che mentre le ONG avevano inviato la gran parte degli osservatori elettorali nelle zone Sciite e Curde, la gran parte dei brogli a favore di Allawi sarebbero avvenute nelle zone Sunnite. Ha aggiunto: "Non ci sono mai abbastanza osservatori elettorali, così come fare per massimizzare la loro efficacia? Basta non annunciare mai in precedenza dove sarebbero stati inviati. Ma in Iraq le persone 'all'interno' erano a conoscenza di tutto", riferendosi agli iracheni ed agli operativi americani che erano implicati nel tentativo di manipolare le elezioni. "Loro sapevano in anticipo dove gli osservatori sarebbero e non sarebbero andati".
Una delle aree più scrutinate dagli osservatori era l'interno e la periferia della città, etnicamente mista, di Mosul, nella Provincia di Nineveh. Qui la situazione era caotica. Le schede elettorali da 450 seggi sparsi per la città erano cominciati ad affluire nel centro elettorale regionale che era stato messo su all'ultimo minuto per motivi di sicurezza. Molte urne erano state riempite con una serie di schede "ordinate in modo carino", prima di essere state sigillate", afferma l'esperto elettorale di prima. Alcune schede erano semplicemente state gettate in scatole di cartone, senza alcuna sigillatura. Il processo era inoltre marcato da un conteggio dei voti piuttosto questionabile e da una lentezza impressionante nella raccolta dei voti. Si è trattato di un processo "clamorosamente inadeguato".
In una dichiarazione emessa dopo il voto di Mosul da parte della Commissione Elettorale Indipendente sull'Iraq (I.E.C.I.), si affermava che circa il 40% delle schede dell'area di Mosul non potevano essere "allocate ad alcun seggio elettorale specifico" - ovvero, detto in altri termini, non era possibile determinare da quale seggio provenissero. Il rapporto stimava che almeno il 10% delle centinaia di schede elettorali arrivate era stato falsificato.
Due ufficiali elettorali americani che erano in Iraq hanno ammesso la presenza di problemi, ma hanno ditto che, almeno nelle aree dove erano presenti gli osservatori, si è potuto evitare di contare molte schede 'sospette'. Un americano che è stato consulente dell'I.E.C.I. mi ha detto di essere a conoscenza di almeno trecento schede 'sospette' dell'area di Mosul che sono "state escluse - mai contate". C'era motivo di preoccupazione, entrambi concordano, sul fatto che molti osservatori non erano potuti essere inviati nelle regioni Sunnite, per ragioni di sicurezza.
Farid Ayar, un portavoce della Commissione Elettorale Indipendente sull'Iraq afferma: "Posso assicurarvi che né gli Stati Uniti né altri Stati stranieri, sono intervenuti nelle nostre oneste e libere elezioni. Non sono a conoscenza di alcuna accusa del genere". Alla domanda su possibili frodi organizzate da partiti iracheni, ha risposto: "E' impossibile da verificare. Può darsi che siano accadute in qualche villaggio dove qualcuno può aver pagato 50 dollari per far votare un candidato piuttosto che in un altro. Accade in molti Paesi del Terzo Mondo. E' impossibile saperlo comunque - può essere accaduto, così come non può esserlo".
Guardando retrospettivamente, Les Campbell, del N.D.I., mi ha detto: "Siamo molto fieri di quello che abbiamo fatto. Alla fine le elezioni sono state amministrate come avrebbero dovuto esserlo e i cittadini iracheni si sono convinti che c'erano ragioni per votare. Sì, ci sono stati problemi, ma essere parte attiva di un processo democratico è importante". Ed ha aggiunto: "Abbiamo fatto del nostro meglio, e non so se qualsiasi cosa che è accaduta può aver avuto un sostanziale effetto sulle elezioni".
I risultati finali delle elezioni sono stati annunciate dodici giorni dopo le votazioni, e contengono alcune sorprese ed anomalie. Gli Sciiti pro-iraniani sono andati peggio di come si pensava, con il 48% dei voti - dando loro molto di meno dei due terzi dei seggi della nuova Assemblea di cui avrebbero avuto bisogno per formare un Governo e così controllare la scrittura della nuova Costituzione. Il partito di Allawi è andato bene invece, almeno comparato ai sondaggi precedenti le elezioni, avendo raggiunto circa il 14% dei voti. I Curdi hanno invece ottenuto il 26% dei voti ed hanno senza dubbio beneficiato di una grande, coordinata e legittima affluenza alle urne. Ma i Turkmeni e gli Arabi, due gruppi di minoranze nel Kurdistan iracheno, hanno pubblicamente protestato accusando la Commissione Elettorale Indipendente sull'Iraq di aver gestito male le elezioni e di aver chiuso gli occhi sui brogli, domandando perciò nuove elezioni.
Ghassan Atiyyah, uno Sciita non religioso che ha lavorato sul progetto di pianificazione post-guerra del Dipartimento di Stato prima dell'invasione dell'Iraq, ed ora è il direttore della Fondazione Irachena per lo Sviluppo e la Democrazia, a Baghdad, mi ha detto che lui e molti dei suoi colleghi credono che il risultato sorprendente di Allawi "sia dovuto ad una diretta manipolazione delle elezioni da parte americana. Non c'è alcun dubbio su questo. Gli americani, direttamente o indirettamente, hanno speso milioni di dollari per Allawi". Atiyyah ha poi concluso: "Come iracheno che ha supportato l'uso della forza per cacciare Saddam Hussein, posso dirvi che fino a quando non vi comportate in linea con pratiche realmente democratiche, voi americani non potete parlare di democrazia".
Il giorno delle elezioni, gli elettori hanno votato per l'Assemblea Nazionale e per i consigli provinciali. Il partito di Allawi si è presentato solo in otto province ricevendo un totale di 177.678 voti alle elezioni provinciali in queste aree. Nelle stesse province, la lista nazionale di Allawi ha ricevuto un totale di 452.629 voti - quasi tre volte il numero dei voti alle provinciali.
Diversi esperti elettorali con cui ho parlato hanno trovato tale risultato sorprendente e difficile da spiegare. I funzionari del Dipartimento di Stato, comunque, dicono che Allawi "non aveva organizzato la campagna elettorale per le provinciali, e che le persone nella lista del suo partito non avevano alcun appeal politico locale". Piuttosto mettono l'indice su possibili irregolarità nel voto degli Sciiti. "I sondaggi hanno sempre mostrato che in alcune zone i candidati del Dawa avrebbero battuto quelli dello Sciri per due a uno, ma i risultati elettorali hanno mostrato che in realtà sono stati quelli dello Sciri a battere quelli del Dawa per due a uno". I risultati di Allawi, affermano, "potrebbero non essere gli unici falsificati - anche lo Sciri potrebbero aver fatto la stessa cosa".
Poche settimane dopo le elezioni, un funzionario europeo dell'intelligence, essendo venuto a conoscenza di episodi di brogli elettorali mi ha detto che "la vera questione è: come saranno percepite queste elezioni in Iraq? Come libere e legittime? O no?"
Di sicuro i risultati elettorali hanno reso necessario formare una coalizione tra i partiti iracheni, come aveva sperato l'Amministrazione Bush, e gli Stati Uniti avevano inizialmente tentato di ottenere un ruolo politico importante per Allawi. Ma quest'ultimo, che ha continuato ad essere per alcuni mesi ancora Primo Ministro ad interim, non ha avuto alcun posto quando il nuovo Governo è stato formato, alla fine di aprile - dimostrando una volta ancora i limiti dell'abilità da parte americana di controllare gli eventi in Iraq. Ibrahim al-Jafaari, del partito Dawa, è diventato Primo Ministro, ed un Curdo, Jalal Talabani, è diventato Presidente.
Nelle ultime settimane, la leadership Curda e quella Sciita si sono accordati per inserire altri esponenti Sunniti nella Commissione che sta redigendo la nuova Costituzione. Gli Sciiti faranno comunque di tutto per limitare la loro influenza. Ma, alcuni osservatori, come Noah Feldman, credono che i Sunniti nella Commissione "tenteranno tutto il possibile per portare a bordo coloro che possano parlare a nome dei guerriglieri Sunniti" - iniziando un processo che potrebbe portare alla stabilità in Iraq.
Se questo avverrà realmente, le elezioni potranno ancora essere giudicate un successo. Ma quello che ha ottenuto l'Amministrazione americana dal suo intervento è molto discutibile. Lo sforzo per ridurre il potere degli Sciiti, se ha avuto qualche effetto, ha solo ritardato la formazione del Governo, contribuendo all'instabilità e alla disillusione post-elettorale di cui ha grandemente beneficiato la guerriglia negli ultimi mesi. Il risultato delle elezioni ha anche rinforzato al mano politica dei Curdi, che continuano a domandare maggiore autonomia e rifiutano di disarmare le loro potenti milizie.
All'inizio di luglio inoltre, Jafaari ha sorpreso Washington firmando un patto estensivo con l'Iran - uno Stato che il Presidente Bush considera come parte dell' Asse del Male. L'accordo include diversi miliardi di dollari in aiuti militari e per la ricostruzione. In una conferenza stampa congiunta tenuta a a Teheran, Ali Shamkhani, il Ministro della Difesa iraniano, ha detto: "E' un nuovo capitolo nelle nostre relazioni con l'Iraq".
Fonte originale: http://www.newyorker.com/printables/fact/050725fa_fact
* Seymour M. Hersh è una delle firme più conosciute del panorama giornalistico americano sin da quando, ai tempi del Vietnam, rese nota a tutti la strage di MyLai compiuta dai militari americani in un villaggio del Vietnam. Negli ultimi anni ha avuto una posizione molto critica sulle politiche dell'Amministrazione Bush e sugli episodi di tortura a Guantanamo e Abu Ghraib. Il suo ultimo libro, in vendita anche in Italia, si intitola infatti "Catena di comando: dall'11 settembre ad Abu Ghraib" ed è una ricostruzione molto realistica delle vicende che hanno portato alle tristemente conosciute immagini di tortura del carcere iracheno.
Traduzione in esclusiva per reporterassociati di:
Daniele John Angrisani
dj.angrisani@reporterassociati.org
Conto alla rovescia per il petrolio saudita
di Michael T. Klare
Coloro che rifiutano la prospettiva di un'eventuale crisi energetica mondiale dovrebbero fare i conti con l'esaurimento dei pozzi petroliferi dell’Arabia Saudita, il maggior produttore mondiale di greggio del mondo
Per quegli entusiasti che credono che il petrolio rimarrà abbondante per i decenni a venire – tra cui George W. Bush, il vice presidente Usa Dick Cheney e i loro amici dell’industria petrolifera - qualsiasi dibattito in merito a un eventuale declino della produzione petrolifera mondiale si può facilmente controbattere con un piccolo mantra: ”Arabia Saudita, Arabia Saudita, Arabia Saudita”. Secondo questi ottimisti i sauditi non solo prelevaranno petrolio in quantità extra per compensare la scarsità mondiale, ma continueranno a prelevarne di più negli anni a venire per estinguere la nostra insaziabile sete di energia. E quando gli attuali pozzi del regno saranno secchi, be’, cominceranno a pompare da altri pozzi che aspettano solo di essere sfruttati. Noi gente comune non dobbiamo preoccuparci per la scarsità di petrolio: l’Arabia Saudita è in grado di soddisfare tutti i nostri bisogni, presenti e futuri.
Questa, infatti, è la base della disputa dell’amministrazione Bush: invece di conservare il petrolio rimasto possiamo continuare ad aumentarne il consumo annuale, e dare inizio ad un regime economico post-petrolifero. Viva l’Arabia Saudita!
Eppure adesso, da una fonte inattesa, arriva una sfida devastante a questo dogma. In un libro appena pubblicato, Matthew R.Simmons dimostra in modo convincente che, lungi dall’essere in grado di aumentare la propria produzione, l’Arabia Saudita è quasi sul punto di dover fronteggiare l'esaurimento dei suoi immensi pozzi. “Esiste solo una piccola probabilità che l’Arabia Saudita riesca a far fronte alle quantità di petrolio assegnatele all’interno di tutte le maggiori previsioni di produzione e di consumo mondiali”, scrive Simmons in ‘Twilight in the Desert: The Coming Saudi Oil Shock and the World Economy’, e aggiunge: ”Siamo vicini al massimo volume sostenibile… è molto probabile che esso diminuirà in un futuro non troppo lontano.”
Inoltre, c’è solo una piccola possibilità che l’Arabia Saudita scopra nuovi pozzi, compensativi di quelli che si stanno esaurendo. “Gli sforzi di esplorazione dell’Arabia Saudita negli ultimi trent’anni sono stati più intensi di quanto abbiano potuto supporre la maggior parte degli osservatori“, afferma Simmons. “I risultati di questi sforzi nel migliore dei casi sono stati modesti.”
Se Simmons ha ragione – e, quindi, il dogma ufficiale è errato – possiamo dire addio per sempre all’età dell'abbondanza petrolifera. La ragione è molto semplice. L’Arabia Saudita è il maggior produttore mondiale di petrolio, e non esistono fornitori (o gruppi di fornitori) maggiori, in grado di compensare l’eventuale collasso della produzione saudita. Questo significa che se il mantra saudita si dimostrasse ingannevole ci ritroveremmo in un mondo completamente nuovo: “l’età del crepuscolo del petrolio", per usare le parole di Simmons. Non sarà un posto piacevole.
Prima di accettare le implicazioni di un possibile esaurimento della produzione di petrolio saudita, è importante osservare più attentamente le due facce della medaglia: la versione ufficiale, pubblicizzata dal Dipartimento dell’Energia (DoE) Usa, e la versione opposta, rappresentata dal libro di Simmons.
La versione dominante è questa: secondo il DoE, l’Arabia Saudita possiede indicativamente un quarto delle riserve petrolifere mondiali, stimate in 264 miliardi di barili. Inoltre, si crede che i sauditi nascondano altre riserve dalla capacità produttiva di qualche centinaia di miliardi di barili. Su questa base, il DoE afferma: “L’Arabia Saudita rimarrà con ogni probabilità il maggior produttore di petrolio per il prossimo futuro.”
Per comprendere pienamente l’importanza vitale dell’Arabia Saudita nell’equazione energetica globale, è necessario considerare le proiezioni del DoE della domanda e dell’offerta mondiale di greggio per i prossimi anni. A causa della ‘sete’ internazionale di petrolio in rapida crescita – gran parte derivante dagli Stati Uniti e dall’Europa, ma con una quota in aumento dalla Cina, dall’India e da altri paesi in via di sviluppo – si prevede che la richiesta mondiale passi dai 77 milioni di barili al giorno del 2001 a 121 milioni di barili entro il 2025, un aumento netto quindi di 44 milioni di barili. Fortunatamente, dice il DoE, anche la produzione globale aumenterà di questo passo negli anni a venire e, pertanto, non ci si dovrà preoccupare della scarsità di petrolio.
Ma oltre un quarto di questo petrolio supplementare – circa 12,3 milioni di barili al giorno – dovranno arrivare dall’Arabia Saudita, l’unico paese in grado di aumentare il proprio gettito di questa quantità. Togliete i 12,3 milioni di barili dell’Arabia Saudita e non ci saranno possibilità di soddisfare la domanda mondiale anticipata del 2025.
Naturalmente si potrebbe suggerire ci saranno altri produttori per la fornitura di produzioni supplementari, in particolar modo l’Iraq, la Nigeria e la Russia. Ma tutti questi paesi insieme dovrebbero aumentare il loro gettito di oltre il 100% solo per la loro parte già assegnata nell’aumento di fornitura globale per i prossimi vent’anni. Questo di per sé potrebbe andare oltre le loro capacità produttive. Suggerire che questi paesi potrebbero anche compensare la mancanza nella produzione saudita significa dire una sciocchezza.
Non sorprende il fatto che il DoE e il governo saudita siano stati parecchio suscettibili riguardo alle recenti dichiarazioni sulla capacità saudita di incrementare la produzione di petrolio. Questi dubbi sono stati avanzati per la prima volta in un articolo di prima pagina di Jeff Gerth sul New York Times del 25 febbraio 2004. Basandosi in parte su informazioni fornite da Simmons, Gerth ha riferito che i pozzi petroliferi dell’Arabia Saudita sono "in esaurimento, spingendo così l’industria e gli ufficiali del governo a porsi serie domande riguardo alla capacità del regno di soddisfare la domanda mondiale di petrolio nei prossimi anni”.
L’inchiesta di Gerth ha suscitato l’ira del governo saudita, i cui funzionari sostengono che il paese potrebbe senz’altro aumentare la produzione e soddisfare le future richieste mondiali. “[L’Arabia Saudita] ha immense riserve comprovate di petrolio, con un potenziale sostanzialmente superiore“, ha dichiarato nell’aprile 2004 Abdallah S Jum'ah, presidente dell’Aramco saudita. “Siamo in grado di espandere rapidamente la capacità ad alti livelli, e di mantenere tali livelli per lunghi periodi.”
Questo scambio ha spinto il DoE a dare seguito a questo argomento nel proprio International Energy Outlook del 2004. “All’interno di una nota di confutazione all’articolo del New York Times [del febbraio 2004],” ha rilevato il DoE, “l’Arabia Saudita sostiene che i produttori di petrolio hanno fiducia nella propria abilità di sopportare livelli significativamente più alti di capacità produttive fino alla metà del secolo.” Stando così le cose noi gente comune non dovremmo preoccuparci della scarsità energetica. “Data l’abbondanza saudita, dovremmo aspettarci un picco più vicino alle cifre della metà che dell’inizio del 21° secolo”, ha scritto il DoE.
In queste e in altre affermazioni gli esperti petroliferi americani tornano sempre allo stesso punto: i petrolieri sauditi ”confidano nella loro abilità” di raggiungere in futuro livelli di produzione significativamente più alti.
In nessun caso comunque hanno fornito prove di questa capacità; si basano semplicemente sulla parola di quegli ufficiali del petrolio che hanno tutte le ragioni per assicurarci della loro futura attendibilità come fornitori. Alla fine si arriva a questo: la strategia energetica americana, basandosi sulle dichiarazioni dei produttori sauditi e sulle previsioni del DoE, nutre sempre più fiducia nei confronti del petrolio quale maggiore fonte di energia. Ed è qui che Simmons fotografa la situazione con il suo documentato volume, dimostrando come non ci si possa fidare delle dichiarazioni dei produttori sauditi.
Ora un paio di parole sull’autore di 'Twilight in the Desert'.
Matthew, Matt, Simmons non è un militante ambientalista. È il presidente e il governatore di una delle banche nazionali di investimenti leader dell’industria petrolifera, la Simmons & Company International. Per decenni Simmons ha investito miliardi di dollari in campo energetico, finanziando l’esplorazione e lo sviluppo di nuove riserve petrolifere. Durante questo periodo è diventato amico e socio di molti personaggi importanti dell’industria petrolifera, inclusi Bush e Cheney. Ha anche accumulato un grande repertorio di informazioni sui maggiori pozzi petroliferi del mondo, sulle prospettive di nuove scoperte, sulle tecniche di estrazione e di vendita del petrolio. In teoria non esiste una persona più autorevole di Simmons per definire un quadro della situazione. Ecco perché le sue valutazioni sulla produzione petrolifera dell’Arabia Saudita meritano di essere ascoltate.
Di fatto le argomentazioni di Simmons si riducono a quattro punti principali:
• la maggior parte della produzione petrolifera dell’Arabia Saudita deriva da pochi pozzi immensi, tra cui il Ghawar – il più grande del mondo – è il più prolifico;
• Questi pozzi immensi sono stati sviluppati 40-50 anni fa, e da allora hanno esaurito molta parte del petrolio facilmente estraibile:
• Per mantenere alti i livelli di produzione di questi pozzi i sauditi si devono affidare all’utilizzo di iniezioni d’acqua e altri metodi di recupero per compensare la caduta di pressione naturale del pozzo;
• Col passare del tempo la quantità di acqua per oliare i pozzi sotterranei aumenta a tal punto da rendere difficile, se non impossibile, l’estrazione. In sostanza, ci sono pochi motivi per credere che le prossime esplorazioni in Arabia Saudita porteranno alla scoperta di nuovi pozzi che possano sostituire quelli che si stanno esaurendo.
'Twilight in the Desert' non è un libro facile da leggere. È un accurato resoconto della vasta infrastruttura petrolifera dell’Arabia Saudita, e si basa su articoli tecnici redatti da geologi e ingegneri petroliferi sauditi sulle diverse fasi della catena produttiva. Molto di questo materiale ha a che vedere con l’invecchiamento dei pozzi dell’Arabia Saudita e l’utilizzo di iniezioni d’acqua per mantenere alti livelli di pressione nelle gigantesche riserve sotterranee.
Come spiega Simmons, quando viene sviluppata per la prima volta una riserva sotterranea il petrolio sgorga dal terreno grazie ad una pressione propria; non appena il pozzo è prosciugato del petrolio facilmente estraibile gli ingegneri petroliferi sauditi introducono acqua nel terreno sulla circonferenza della riserva per instradare il petrolio rimasto nel pozzo operativo. Avvicinandosi a questi studi tecnici – citati qui per la prima volta in maniera sistematica, pubblica – Simmons riesce a dimostrare che Ghawar e altri grandi pozzi si stanno avviando rapidamente verso la fine delle loro vite produttive.
Le conclusioni a cui giunge Simmons sono inequivocabilmente pessimistiche. Il ‘crepuscolo’ del petrolio dell’Arabia Saudita previsto nel libro non è una fantasia remota. Il 90% di tutto il petrolio che il regno saudita produce deriva da sette grandi pozzi. Tutti sono ormai giunti a saturazione, ma continuano comunque a fornire circa il 90% dell’attuale produzione del petrolio saudita… La produzione di grandi volumi in questi pozzi strategici… è stata mantenuta costante per decenni iniettando ingenti quantitativi di acqua per mantenere alta la pressione nelle enormi riserve sotterranee… Nel momento in cui i programmi di iniezione dell’acqua in ogni pozzo terminano, un calo precipitoso nella produzione è quasi inevitabile”.
Stando così le cose sarebbe una follia pensare che i sauditi siano in grado di duplicare la produzione petrolifera negli anni a venire, come previsto dal DoE. Davvero sarebbe un piccolo miracolo se aumentassero la produzione di uno o due milioni di barili al giorno e reggessero tale livello per più di un anno. Infine, tra non molto la produzione saudita comincerà un rapido declino senza ritorno. E quando avverrà il mondo si troverà di fronte a una crisi energetica senza precedenti. L’Età del Petrolio così come la conosciamo si avvicinerà alla fine. Il petrolio sarà ancora disponibile sui mercati internazionali, ma non nell’abbondanza a cui siamo abituati e al prezzo che la maggior parte di noi si potrà permettere. I trasporti e tutto ciò che ne deriva – virtualmente, tutta l’economia mondiale – saranno molto, molto più costosi. Dato che l’agricoltura moderna si basa in larghissima misura su prodotti derivati dal petrolio per le coltivazioni, il raccolto, gli antiparassitari, la trasformazione e la consegna, aumenterà anche il costo degli alimentari,. Così come molti altri prodotti derivati dal petrolio – vernici, plastica, lubrificanti, prodotti farmaceutici, cosmetici, etc. Date le circostanze, appare quasi inevitabile la prospettiva di una contrazione economica globale – con tutte le ristrettezze e i dolori che ne conseguiranno.
Se Simmons ha ragione, per uno scenario de genere è solo una questione di tempo. Se ci dessimo da fare per sviluppare un’energia alternativa al petrolio, potremo affrontare il “crepuscolo dell’Età del Petrolio” con qualche possibilità di speranza; se non lo facciamo ci aspettano tempi grigi. E tanto più ci aggrappiamo alla convinzione che l’Arabia Saudita ci salverà, tanto più dolorosa e inevitabile sarà la nostra caduta.
Vista la posta in palio, non c’è dubbio che ci si sforzerà per contestare le scoperte di Simmons. La pubblicazione del suo libro non permetterà più agli aficionados del petrolio di lanciare l’incantesimo “Arabia Saudita, Arabia Saudita, Arabia Saudita”, e convincerci che va tutto bene.
Con le sue ricerche scrupolose Simmons ha dimostrato in modo convincente che la situazione energetica globale può solo degenerare.
Da questo momento in poi, coloro che credono che il petrolio sarà abbondante in eterno dovranno fornire prove inconfutabili che i pozzi dell’Arabia Saudita sono in grado di raggiungere livelli produttivi più alti.
Michael T Klare è professore di pace e sicurezza mondiale all’ Hampshire College ed è autore di 'Blood and Oil: The Dangers and Consequences of America's Growing Petroleum Dependency' (Metropolitan Books)
Fonte: http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/GF29Ak01.html
Tradotto da Elena Mereghetti per Nuovi Mondi Media
Igiene
Rowena 23 luglio 2005
“Rutelli traghetta Sgarbi nell'Unione” (Repubblica, 21 luglio 2005, pag. 21)
“…. E intanto ha già conquistato i gruppetti socialisti di Enrico Manca e Giusi La Ganga…” (ibidem)
Non si può dire di Rutelli che non sia coerente. Dopo un inizio come ecologista generico, si è ora specializzato come operatore ecologico, e si adopera con grande diligenza a raccattare i rifiuti che trova in giro. www.ulivoselvatico.org
luglio 23 2005
Il "prossimo" non era l'Italia
Le TV arabe stanno mostrando un disastro, danni notevoli e corsie di ospedali piene di ricoverati. Di egiziani, ché dove sono ricoverati gli europei non le avranno fatte entrare, le telecamere.
Ho assistito a interviste fatte a feriti che giacevano in coppia nello stesso letto singolo. Altri feriti cercavano di scacciare i giornalisti, e li capisco. Lavoratori, camerieri e commercianti di Sharm, a dividersi i letti d'ospedale, due per letto.
Al momento sono 61 i morti e 150 i feriti. La zona del mercato pareva bombardata, vista in TV. Il Ghazala sull'orlo del crollo. Gli attentati sono tecnicamente riusciti, non c'è che dire.
Lì è pieno di nostri studenti che vanno a lavorarci d'estate e a fare pratica di italiano con i clienti. L'ultima volta che ci sono stata in questa stagione, il "Salve, prof!" non mi stupiva manco più. Suppongo che bisognerà aspettare settembre, per essere certa che stanno tutti bene. Meglio che non ci pensi.
Qui le bombe serie ce le aspettavamo a settembre, in linea di massima. Per le elezioni, si diceva. Sono arrivate in anticipo, invece, e giusto nell'anniversario della rivoluzione di Nasser, come NileTV ripete incessantemente.
Pare tra l'altro che il Presidente avesse dichiarato giusto ieri, davanti ai militari in parata, la sua intenzione di non abbandonare mai e poi mai il proprio ruolo, anche in nome della sicurezza nazionale. Non che si nutrissero dubbi, ma queste dichiarazioni davanti all'esercito schierato hanno sempre un loro impatto simbolico.
Qui c'è una situazione interna complicata, vale la pena ricordare, che a questo punto si fa ancora più fosca.
Vedremo.
E certo aveva ragione il Tale, quando diceva "Dio ci salvi dalle epoche storiche interessanti", o qualcosa di simile. Questa è interessantissima, non c'è dubbio, sempre che non si salti in aria prima di vedere che altro succederà.
Non so quanta gente potranno ancora arrestare. Sono mesi, che ne arrestano a centinaia e migliaia. Non finisce più. E' un pozzo di San Patrizio di possibili detenuti, 'sto paese.
Su NileTV, un esperto diceva che sì, i danni al turismo, ma il terrorismo è imprevedibile ed evitare l'Egitto come meta per poi ritrovarsi a Londra, mettiamo, che non è che risolva molto.
Non ha tutti i torti.
E poi c'era un docente di studi geopolitici di Al Azhar che diceva che sì, la lotta al terrorismo, ma l'ingiustizia che regna sovrana nella regione alimenta un flusso inarrestabile di aspiranti bombaroli e, insomma, la repressione certo che sì (e l'Egitto fa scuola, proprio non lo si può accusare del contrario) ma se intanto facessero il piacere di fare qualcosa a proposito di Iraq e Palestina, le "alte sfere del mondo", male non farebbero. Darebbero una mano, ecco. Diciamo così.
Altro non so.
Vedremo più tardi che aria tira.
Ormai non mi emoziono neanche più, mi dispiace e basta.
E' evidente che andrà sempre peggio; tanto vale risparmiare in emozioni.
Aggiorno: giusto per dire che su NileTV va in onda l'Italia che approva il mantenimento delle truppe in Iraq, e l'applauso dei nostri parlamentari.
Sotto le immagini scorrono gli aggiornamenti del numero di morti e feriti (200) a Sharm. Non è un bel vedere http://www.ilcircolo.net/lia/
Sharm: al Qaida rivendica. Ottantatre morti, uno è italiano
di red.
Ci sarebbe la firma di al Qaida all'attentato che stanotte ha fatto una settantinacinque di morti a Sharm El-Sheikh, città balneare egiziana sul Mar Rosso. Le brigate Abdullah Azzam, sigla già apparsa in passato in seguito agli attentati di Taba dell'ottobre del 2004 e collegata ad Al Qaeda, hanno rivendicato gli attacchi. Al momento non è possibile verificare l'attendibilità di questo comunicato, nel quale le brigate Azzam si definiscono anche «Organizzazione Al Qaeda della Siria e dell'Egitto».
La Farnesina ha annunciato che tra le vittime c'è anche un italiano. Si tratta di Sebastiano Conti, 34 anni, siciliano di Acicastello (Catania). Almeno 110 feriti (ma alcune fonti parlano di 200) molti dei quali in gravissime condizioni. Nove i turisti stranieri morti, 28 quelli feriti: 10 italiani non gravi (ma sarebbero 13 secondo il ministero degli Esteri egiziano), cinque britannici, tre spagnoli, tre sauditi, un ucraino, un russo, un turco e un arabo israeliano. Il ministro dell'Interno, Habib el Adli, ha informato che al momento si contano otto turisti stranieri tra i morti: si tratterebbe di cittadini britannici, olandesi, francesi e spagnoli.
Una prima auto è esplosa, all'una di notte, mezzanotte in Italia, vicino al bazaar di Sharm el-Sheikh, e altre tre a Naama Bay, circa 15 minuti più tardi, in un centro commerciale turistico, nei pressi dell'hotel Ghazala e dell'hotel Moevenpick. Vicino a Moevenpick si trova anche la residenza estiva del presidente egiziano Hosni Mubarak. Naama Bay è l'area di Sharm el-Sheikh a più alta concentrazione di alberghi in questi giorni affollati di turisti.
Il Foreign Office inglese ha già confermato che tra le vittime ci sono numerosi i cittadini britannici, ma nemmeno da Londra per ora è stato possibile specificare quanti tra essi abbiano perso la vita e quanti invece abbiano subito lesioni più o meno gravi; un numero verde speciale è stato messo a disposizione delle persone preoccupate per la sorte dei loro cari, in vacanza nella località balneare sul Mar Rosso.
Secondo il ministero dell'Interno egiziano ed alcuni testimoni, un'autobomba è esplosa subito dopo che l'autista è scappato via quando la vettura è stata fermata da agenti. Un'altra autobomba, ha detto un parlamentare egiziano, è arrivata a tutta velocità, quindi probabilmente guidata da un kamikaze, contro l' ingresso dell'albergo Ghazala Gardens, la cui facciata è andata completamente distrutta. La terza esplosione sarebbe stata provocata da una bomba messa in uno zaino. L'auto, ha detto una fonte del ministero dell' Interno, aveva la targa straniera.
Il panico si è diffuso tra la gente seduta nei bar del vivacissimo centro commerciale, precipitato nel buio per una interruzione dell' elettricità.
Tra i 150 feriti, di cui alcune decine sono molti gravi, ci sono nove italiani, nessuno dei quali in condizioni gravi. L'unità di crisi del ministero degli Esteri italiano è stata attivata e l'ambasciatore italiano in Egitto, Antonio Badini, ha inviato sul posto il console generale. Alla Farnesina stanno giungendo decine di telefonate di persone preoccupate per la sorte di parenti e amici in vacanza sul Mar Rosso.
L'Egitto era considerato un Paese a rischio. «Si consiglia in questa fase di mantenere elevata la soglia di prudenza durante il soggiorno». Le località egiziane sul mar Rosso sono tra le mete preferite dagli italiani. Si calcola che in questi giorni nella zona vi siano centomila nostri connazionali. Su un milione di italiani che nel 2004 hanno visitato l'Egitto, 700mila sono andati proprio sul mar Rosso. E in particolare a Sharm El Sheikh, diventata meta di decine di migliaia di turisti italiani appassionati di immersioni. unita.it
LA SVOLTA DI PECHINO NON CI TOGLIE DAI GUAI
Un errore affidarsi agli imprevedibili andamenti dei cambi
LUIGI SPAVENTA
da Repubblica - 23 luglio 2005
A prima apparenza verrebbe da dire che la Banca centrale cinese ha partorito un topolino. Si stima che il renminbi, la valuta cinese legata al dollaro da un cambio fisso, fosse sottovalutata del 20-30% in termini reali. Nel 2004 l´eccedenza delle esportazioni sulle importazioni fu del 4% del prodotto, già superata nei soli primi sei mesi del 2005. L´anno si chiuderà con un avanzo della bilancia corrente (beni e servizi) pari al 6% del prodotto. Poiché in Cina affluiscono capitali, l´accumulazione di riserve in valuta è ancora maggiore: 200 miliardi di dollari in ciascuno degli ultimi due anni; assai di più nel 2005. Il Governo e il Congresso degli Stati Uniti chiedevano con insistenza e durezza una sostanziosa rivalutazione del renmimbi sul dollaro. La Cina ha concesso un misero 2% (da 8,28 a 8,11 per dollaro).
Sarebbe tuttavia sbagliato fermarsi all´apparenza. La rivalutazione sul dollaro è accompagnata da altri annunci, i quali, pur se vaghi nelle loro implicazioni operative, sembrano indicare un mutamento di impostazione nella politica sinora seguita, poiché aprono opportunità di una maggiore flessibilità nella gestione del cambio. Anzitutto, il riferimento del meccanismo di cambio non sarà più il dollaro, ma un paniere di valute diverse: pur se se ne ignora la composizione, esso, oltre al dollaro, comprenderà certamente (ma non solamente) lo yen giapponese e l´euro. Ne segue che in futuro i movimenti della moneta cinese nei confronti di valute diverse dal dollaro non dovrebbero riflettere per intero (come sinora è avvenuto) le fluttuazioni di queste rispetto al dollaro: a una svalutazione del dollaro rispetto all´euro non si accompagnerebbe una svalutazione di pari importo del renminbi. Gli annunci fanno poi intravedere la possibilità di un meccanismo di cambio aggiustabile: la banca centrale definirà una banda di fluttuazione intorno a una parità centrale, che potrà essere variata quando "gli sviluppi di mercato e la situazione economica e finanziaria" lo rendano necessario. La vaghezza delle enunciazioni non impedisce di trarre due conclusioni. La prima è che le autorità cinesi si sono volute slegare le mani dal laccio del cambio fisso che si erano sinora imposte; la seconda è che quelle mani vogliono tenersele libere, senza impegnarsi ad altro specifico regime alternativo, ma anche senza precludere qualsivoglia evoluzione.
Pare dunque configurarsi una strategia di adattamento graduale, di tipica ispirazione cinese: attuare e governare cambiamenti, senza rivelarne in anticipo le regole e la direzione. Come è stato notato, nel caso del cambio si tratta tuttavia di una strategia che presenta rischi peculiari: se il nuovo sistema verrà percepito come uno di cambio "fisso ma aggiustabile" (così si diceva dell´antico sistema monetario europeo"), l´attesa di ulteriori rivalutazioni potrà, nonostante i controlli, stimolare l´afflusso di capitali speculativi e produrre instabilità. Le decisioni assunte dalla Banca di Cina sono solo la prima puntata di una storia di squilibri commerciali e valutari mondiali assai complicata, politicamente ed economicamente.
Resta da chiedersi se, al di là della modestia della rivalutazione, la mossa cinese possa, da noi, essere considerata una buona notizia. Qualche commento positivo, di cui si è letto, pare prematuro e parziale. Una domanda compiuta dovrebbe considerare una possibile conseguenza della sostituzione al dollaro di un paniere di valute come riferimento per la gestione del cambio. In seguito a questo mutamento la banca centrale cinese potrebbe adattare gradualmente la composizione delle proprie riserve a quella del paniere, riducendone l´impiego in dollari e aumentandone l´impiego in euro e in altre valute. Ne deriverebbe una spinta ad un deprezzamento del dollaro, come già è avvenuto in reazione all´annuncio della nuova strategia, che, per l´Europa, sovrasterebbe gli effetti della rivalutazione cinese.
La conclusione resta sempre quella. Il destino del nostro commercio estero, e con esso della nostra crescita, non può essere affidato agli imprevedibili e comunque non governabili andamenti dei cambi nominali. Se lo tsunami asiatico ha provocato a noi danni assai maggiori che ad altri, c´è qualcosa che non va a casa nostra.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Le radici del terrorismo pakis»
L'analista Raman: un cammino che parte dalla Bosnia
GABRIELE CARCHELLA*
Londra, Washington e Islamabad: sono tre i governi che in modo diverso hanno alimentato il terrorismo di origine pachistana, secondo l'indiano B. Raman. Un passato da funzionario dell'antiterrorismo di Nuova Delhi, collaboratore di AsiaTimes e direttore del Centro di studi tropicali, Raman è uno dei più noti esperti di terrorismo del suo paese. L'origine pachistana di tre sospetti attentatori di Londra, osserva, non dovrebbe sorprendere: «Si sarebbe potuto prevedere: la radicalizzazione della gioventù britannica di origine pachistana è cominciata a metà degli anni `90 con la piena conoscenza e complicità della agenzie di intelligence americana e britannica».
Com'è stato possibile?
Secondo stime affidabili, nel decennio passato circa 200 musulmani di origine pachistana residenti nel Regno unito si sono recati in Pakistan, sono stati addestrati nei campi dell'Harkat-ul-Ansar (Hua) per poi riunirsi al contingente di questa organizzazione in Bosnia. Le intelligence di Washington e Londra hanno allestito un vasto corpo di terroristi jihadisti per aiutare i mujahedin bosniaci nella loro lotta contro i serbi. In quegli anni, infatti, gli arabi della stagione afghana avevano già iniziato a creare scompiglio nel mondo. Per evitare il ricorso agli arabi in Bosnia, i servizi di Usa e Regno unito si rivolsero perciò ai pachistani, in particolare a quelli residenti nel Regno unito e in altri paesi dell'Europa occidentale. Cominciò in questo modo la radicalizzazione della gioventù musulmana di origine pachistana in Europa.
Eppure i presunti terroristi di Londra appartengono a un'altra generazione, sono più giovani dei combattenti di Bosnia e Afghanistan...
Certo, ma la generazione di jihadisti delle stagioni afgana e bosniaca ha motivato, ispirato e addestrato l'attuale generazione di giovani e li hanno inviati a compiere le loro missioni suicide. Bin Laden, Al-Zawahiri e Abu Musab Al-Zarqawi provengono dalla campagna afgana. Omar Sheikh proviene dalla campagna di Bosnia.
Perché nelle sue analisi accusa il governo pachistano di non contrastare i gruppi terroristici che operano sul suo territorio?
Il governo pachistano è pienamente consapevole che in diverse parti del paese vengono addestrati terroristi per la jihad. I campi d'addestramento sono stati allestiti da differenti organizzazioni jihadiste pachistane che fanno parte Fronte Islamico Internazionale di Osama bin Laden, come l'Harkat-ul-Mujahideen (Hum, ex Hua), l'Harkat-ul-Jihad-al-Islami (Huhji) e il Jaish-e-Mohammad (Jem). I rapporti sulle indagini di Londra, inoltre, puntano il dito contro il gruppo separatista del Kashmir Lashkar-e-Toiba (Let) e il Jamaat-ul-Fuqra (Juf) con base a Lahore. Fonti pachistane indicano infatti che Shehzad Tanweer, uno dei sospetti attentatori, è stato addestrato in due campi del Let vicino Lahore, mentre il quarto sospettato di origini giamaicane, Lindsey Germaine, è collegato al Juf, gruppo che recluta militanti negli Usa e nei Caraibi.
Si tratta degli stessi gruppi che assassinarono il giornalista americano Daniel Pearl?
Mentre guardavo in tv la Bbc che trasmetteva la notizia che la polizia britannica aveva identificato Germaine come uno dei responsabili degli attacchi di Londra, non ho potuto fare a meno di pensare a Daniel Pearl, il giornalista del Wall Street Journal. Pearl fu rapito e brutalmente ucciso da terroristi jihadisti appartenenti all'Hum e all'Huji all'inizio del 2002. L'assassinio di Pearl fu orchestrato da Omar Sheikh, che aveva studiato per qualche tempo alla London School of Economics prima di unirsi a un contingente dell'Hua durante la guerra in Bosnia. Il contingente era stato inviato dall'allora primo ministro Benazir Bhutto su richiesta dell'amministrazione Clinton e annoverava un gran numero di musulmani britannici d'origine pachistana. Sheikh è stato processato in Pakistan insieme con altri complici e condannato a morte. L'appello contro la sentenza, non eseguita, è ancora pendente. Nel frattempo, Sheikh prosegue le sue attività dal carcere come quando era in libertà e il Juf, non ostacolato dalle autorità pachistane, continua a reclutare volontari negli Usa e nei Carabi: li porta in Pakistan e li addestra per poi rispedirli nei loro luoghi di origine.
Lettera* www.ilmanifesto.it
Scorrettezza istituzionale
Quanto deve essere grande nel centrodestra la paura di perdere le prossime elezioni politiche, se quello che nella Cdl doveva essere il volto buono del moderatismo italiano improvvisamente diventa il più accanito tra i prepotenti. Sì, stiamo parlando proprio di Pierferdinando Casini il mite. O, a piacere, il furbo.
Non che ci si sia fatti mai troppe illusioni: quando c’era da allinearsi, in questi quattro e passa anni di legislatura, il presidente della camera è rimasto sempre ben al coperto.
Mai una piega di fronte ai continui strappi istituzionali di un governo che vede nel parlamento solo una fastidiosa perdita di tempo.
Al massimo una innocua letterina di richiamo alla «correttezza istituzionale », un garbato richiamo alla «presenza».
Ora Casini indossa l’elmetto. E getta la maschera.
È lui il “motore” dell’oscura operazione che cerca di modificare la legge elettorale a otto mesi dalle elezioni senza alcun accordo e anzi sfidando con arroganza l’opposizione.
Con quale motivazione? L’interesse di bottega. Non tanto per vincere, ma almeno per perdere meno. Ecco le ragioni dell’improvvisa conversione al proporzionale del presidente Casini.
Questa perla istituzionale segue a un’altra: l’attacco al Csm di qualche giorno fa, in coppia col collega Pera (al quale lo unisce anche la nuova sintonia teocon emersa al congresso Udc). Capriole e sciabolate, per irrobustire il curriculum in vista della successione a Berlusconi.
Forse sarà lui il candidato premier della Cdl. Ma a caro prezzo: in pochi giorni Casini ha dissipato la dote di credibilità che gli veniva accreditata.
Pensavano che fosse diverso, affidabile, serio. Invece è uguale agli altri, quelli di cui cerca di ereditare il posto. E il potere. www.europaquotidiano.it
Una nuova questione morale strutturale
Esiste una nuova questione morale? Molti elementi che si stanno affastellando nella vita economica e istituzionale del paese mi suggeriscono di rispondere con grande nettezza di sì. Prendiamo come esempio due argomenti di cui sono zeppe le cronache politiche di questi giorni: gli sprechi delle Regioni e le scalate speculativo- finanziarie.
Per ciò che riguarda gli sprechi delle Regioni non sempre si sono individuate le vere responsabilità. Non c'è dubbio che sulla moltiplicazione delle commissioni ha ragione Bassolino quando ricorda che si tratta di decisioni prese da maggioranza ed opposizione che rientrano nelle prerogative del Consiglio ( e quindi - aggiungo io - che dipendono dalla pressione dei partiti). E' pertanto ingeneroso che adesso i partiti scarichino tutte le responsabilità sui Presidenti delle Regioni. Voglio solo ricordare che in occasione delle elezione europee denunciai, nel corso di una conferenza stampa, la moltiplicazione di assessorati e commissioni alla regione Calabria, grazie ad un accordo trasversale fra centrodestra, allora al governo, e centro-sinistra. Sollevai la questione ma il silenzio che ne seguì ha permesso che la situazione degenerasse e si estendesse.
Se vogliamo pertanto affrontare per davvero la vera questione morale occorre naturalmente prendere atto che quel che è emerso attraverso il famoso odg della sinistra dei ds - che denuncia sprechi, auto blu, moltiplicazione di incarichi, consulenze a pioggia - è solo la punta di un iceberg. Sotto quella punta si estende l'enorme massa critica di una questione morale del tutto inedita che coinvolge in modo ramificato l'insieme della vita istituzionale e di quella economica.
Si tratta - ed uso volutamente una espressione forte che adoperammo ai tempi di Craxi - di una vera e propria mutazione genetica di gran parte degli stessi partiti del centro-sinistra che sta divorando il cuore stesso del sistema, una questione che investe le istituzioni e il modo stesso di essere dei partiti. Esiste pertanto un rapporto strettissimo tra la riduzione dei partiti a comitati elettorali - in alcuni casi di affari - e la familiarizzazione della politica, la mera partecipazione ai congressi dei famigli, dei beneficiati, dei rappresentanti delle istituzioni che riguardano ormai una rete vastissima che va dai distretti, ai comitati di quartiere, ai consigli locali, cittadini, provinciali, regionali, su, su fino al parlamento e alla distribuzione del potere nelle società di vario tipo, nell'informazione, e alla Rai-tv.
Pochi uomini eletti dai loro dipendenti, perché a questo si è ridotta la base elettorale interna ai partiti, decidono così delle principali cariche dello stato, dell'economia e dell'informazione.
Si assiste al fatto che quella massa di impiegati pubblici ai congressi esaltano i loro leader padroni il cui potere si regge sulla distribuzione dei posti pubblici. Il che rende i leader padroni esenti da ogni verifica critica. Ci troviamo dinnanzi a una inquietante commistione tra sfera privata (i partiti) e sfera pubblica (le istituzioni) che richiederebbe una legge di applicazione dell'articolo 49 della Costituzione riguardante la regolamentazione della vita stessa dei partiti.
E' una realtà nuova, inquietante che rischia di essere peggiore di quella verificatasi nel periodo craxiano. Allora le tangenti erano una forma di finanziamento illecito dei partiti che tuttavia non mutava in modo così ramificato l'insieme della vita politico-istituzionale.
Oggi invece si sta determinando un intreccio, un connubio molto più stretto tra politica ed economia, che si configura come una originale forma italiana di lobbismo all'americana. Per questo dico che ciò che è emerso nelle Regioni è solo la fenomenologia minuta di un fenomeno ben più rilevante , di una cancrena che si allarga all'insieme del corpo istituzionale del paese e la cui responsabilità va molto al di là di quella dei Governatori, perché ha il suo brodo di coltura nel sistema dei partiti senza partito e nel suo modo di autoalimentazione e autolegittimazione politica.
In questo senso la questione delle Regioni si affianca a quella delle scalate speculative. Infatti quando non si riesce più a distinguere tra lavoro produttivo e rendita speculativa, come hanno fatto alcuni alti dirigenti diessini, allora il cerchio si chiude.
Come si fa a non vedere che il sistema economico italiano vive una fase di profonda distorsione dovuta all'accresciuto peso che le rendite speculative, finanziarie ed immobiliari hanno assunto nella nostra economia? Come non esser preoccupati, o per lo meno non porsi degli interrogativi di fronte all'uso di ingenti profitti speculativi per dare la scalata a banche e ad organi di informazione?
Se non si comprende più la differenza tra rendita e profitto, tra attività produttive e attività speculative (e io escludo che Fassino non conosca tutto questo) allora bisogna chiedersi, con Benedetto Croce, dove sta l'origine pratica dell'errore. E scopriremo che l'origine pratica sta nella commistione tra politica ed affari. Non parlo di tangenti, ma del fatto che considero grave che il politico che ha, in quanto legislatore, verso il mercato una funzione di arbitro, invece di limitare la sua funzione alla elaborazione delle regole prenda parte alla contesa tra diverse cordate, leghi il suo partito al successo di una rispetto a quello di un'altra, e soprattutto non si ponga problemi inquietanti, in una economia come la nostra che è per il 40% dominata dalla criminalità organizzata, quali quelli della provenienza delle rendite speculative dei vari raider che scorazzano sul mercato italiano, o quelli della mancata creazione di valore delle loro imprese da capitani coraggiosi che mettono nelle loro tasche, in un giorno solo, moltissimi miliardi e lasciano il paese a bocca asciutta in termini di occupazione, ricerca e investimenti. Il fatto che una parte del gruppo dirigente dei ds sia stato insieme poco liberale ( per ciò che riguarda la funzione del politico sul terreno della elaborazione e del controllo delle regole) e al tempo stesso così poco socialista nel non vedere le differenze di dignità imprenditoriale tra immobiliaristi e industriali mi sembra un evento così spettacolare che ancora stento a credere che si sia per davvero verificato. Soprattutto è molto grave, per dirla con Prodi, che si siano formati blocchi politici in difesa dei contendenti. Se non vogliamo che ancora una volta il sistema esploda in consegueza della contaminazione tra politica e affari, dobbiamo porre immediati rimedi all'attuale stato di cose. E se la politica non interviene, non ci si lamenti poi se interverranno i giudici. Non abbiamo bisogno di altre rivoluzioni giudiziarie; abbiamo bisogno di rivoluzioni programmatiche, e di comportamento. Abbiamo bisogno di una riforma della politica.
Infatti la nuova questione morale di cui ho parlato non si configura più tanto come un problema dei giudici (almeno si spera!) ma come questione strutturale, politica e istituzionale.
Per questo l'associazione " Il Cantiere per il bene comune" presenterà, in un convegno, che si terrà ai primi di settembre, un Codice etico, da confrontare con quello proposto da Zapatero, e che, in seguito, consegnerà a Prodi e a tutti i candidati alle primarie.
Incominceremo in questo modo a porre il tema capitale della nuova questione morale intesa come questione strutturale e istituzionale, su cui fin da ora sarebbe bene aprire la ricerca e il dibattito.
Achille Occhetto.
l'Unità
La città gassata
Tanya Mangalakova
Una nebbia azzurrognola cala sulla città. La respirazione diviene difficoltosa, gli occhi irritati, forti emicranie. E' accaduto a Stara Zagora, in Bulgaria. I cittadini sono scesi in piazza. Alcuni denunciano l’impianto termoelettrico, altri i test segreti eseguiti nel vicino poligono militare
Stara Zagora Per più giorni i 160.000 cittadini di Stara Zagora, Bulgaria meridionale, sono stati ostaggio di un pesante inquinamento da anidride solforosa. Dall'8 all'11 luglio scorsi infatti in città il livello di inquinamento ha raggiunto i 492 microgrammi per metro cubo, data una soglia limite di 350 microgrammi. Una nebbia azzurrognola ha coperto al città e gli automobilisti sono stati obbligati ad accendere i fari. La popolazione locale ha immediatamente percepito difficoltà respiratorie, emicrania, lacrimazione agli occhi.
Stara Zagora non è "gassata" per la prima volta. Anche nel corso del 2004, per ben due volte – il 2 giugno ed il 6 agosto – si è verificato il medesimo fenomeno. Secondo quanto allora dichiarato dall'Istituto nazionale per la meteorologia la fonte di quell'inquinamento erano state allora l'impianto numero 3 della centrale termoelettrica Maritza Istok.
Il Ministero per l'ecologia ha dato annuncio dell'avvenuto inquinamento con ben 4 giorni di ritardo. Il governo sembra aver preso sotto gamba l'accaduto, tutto preso dalle trattative per la creazione del nuovo esecutivo dopo le elezioni parlamentari dello scorso 25 giugno. Due Ministeri, quello dell'ambiente e quello dell'energia, hanno espresso opinioni discordanti in merito alle cause della nube tossica.
Alla fine l'Ispettorato regionale per l'ambiente e le acque ha effettuato dei controlli negli stabilimenti del complesso termoelettrico Maritza Istok dai quali sarebbe risultato che è stato quest'ultimo - assieme alla non lontana industria che produce mattoni "Brikel", situata nella città di Galabovo - a causare l'alto concentrato di anidride solforosa. Sia l'elettricità che i mattoni vengono creati bruciando alte quantità di lignite. Quest'ultima contiene grandi quantità di zolfo. Gli ispettori hanno invitato le aziende in questione a diminuire il loro livello produttivo. "Ma in questo caso il costo dell'energia nella regione subirà un drastico aumento" ha subito ribattuto Anguel Minev, vice-Ministro per l'energia e le risorse energetiche che ha poi aggiunto che spettava al Ministero per l'ambiente ed alla municipalità il compito di istituire un sistema di monitoraggio alla qual cosa non hanno mai provveduto.
L'aria di Stara Zagora, una questione europea
Il complesso termoelettrico di Maritza Istok è stato costruito 40 anni fa. Ogni mesi i tre impianti che lo costituiscono, la cui proprietà è in mano a tre soggetti privati differenti, pagano multe a causa dell'inquinamento atmosferico che producono. Il Ministero dell'ambiente ha già invitato i proprietari a monitorare costantemente le emissioni di polveri, anidride solforosa, ossido di carbonio e ossido nitrico. L'unica possibilità per limitare l'impatto ambientale sarebbe quella di insatllare un sistema di filtri.
"Vi sono fondi a disposizione, ma il governo ha tergiversato per sette anni" ha dichiarato ai media bulgari Evgueny Zhelev, sindaco di Stara Zagora. Secondo un progetto reso noto dai proprietari degli impianti lo scorso ottobre entro due anni verranno installati due impianti di purificazione, con un costo di 300 milioni di euro.
Il quotidiano Sega, lo scorso 19 luglio, ha reso noto che due parlamentari europei tedeschi, appartenenti al gruppo dei Verdi, hanno inviato una lettera a Dolores Sevlievski, Ministro per l'energia. I deputati europei hanno richiesto informazioni dettagliate in merito alle iniziative messe in atto dalle autorità bulgare sulla questione. Hiltrud Bayer, una dei due parlamentari, ha anche contattato ufficialmente Oli Rehn, Commissario europeo per il processo di integrazione, chiedendo cosa ha intenzione di fare la Commissione europea in merito alla "più crossa causa di inquinamento da anidride solforosa d'Europa". Nella sua risposta Oli Rhen ha definito i tempi di installazione degli impianti di purificazione. Gli obblighi di rispetto ambientale dovranno comunque essere rispettati entro il 2007, ha aggiunto, data nella quale la Bulgaria dovrebbe entrare a far parte dell'UE.
La verità in merito a quella che rischia di essere una catastrofe ambientale è semplice: gli impianti sono obsoleti, lo Stato non può permettersi di chiuderli perché molti abitanti della regione vi lavorano e non sembrano esservi fondi a sufficienza per un rapido ammodernamento degli impianti. Ma sorge una domanda: dove sono quei fondi che lo Stato ha guadagnato dalla privatizzazione degli impianti ed i fondi derivanti dalle multe per l'inquinamento che gli impianti a tutt'oggi producono? Se lo sono chiesto gli analisti del quotidiano Sega senza però ad ora aver trovato risposta.
L'installazione di sistemi atti a diminuire l'impatto ambientale spetta in ogni caso agli attuali proprietari degli impianti (tra i quali vi è anche l'italiana ENEL). Per quanto riguarda il corrispettivo delle multe pagate per il 20% va al Ministero dell'ambiente e l'80% alla municipalità dove sono situati gli impianti, che non è quella di Stara Zagora. La situazione è complessa e lo ammette anche il Ministro per l'ambiente Dolores Arsenova. "La questione non verrà risolta prima del 2006. Perlomeno. Nel frattempo almeno parte degli impianti dovrebbero essere dotati di adeguati filtri".
La protesta dei cittadini
"Vi è un vero e proprio genocidio nei confronti dei cittadini di Stara Zagora" afferma senza mezzi termini la Commissione sulla salute, l'ambiente e lo sport della municipalità di Stara Zagora in un appello adottato lo scorso 12 luglio.
Centinaia di cittadini, indossando maschere antigas, si sono riversati nelle strade della città lo scorso 19 luglio. La manifestazione è stata organizzata da alcune ONG locali. In un caffè del centro, il "La Banka" i camerieri servivano ai tavoli indossando anch'essi maschere antigas.
Molti cittadini hanno sottoscritto un petizione che è stata inviata al Presidente bulgaro Georgi Purvanov richiedendo che vengano individuati al più presto i responsabili dell'inquinamento e che si avviino nei loro confronti dei procedimenti giudiziari. Altrimenti hanno minacciato disobbedienza civile e di bloccare le strade della regione.
L'ufficio locale della procura ha aperto un caso per inquinamento contro ignoti. La sezione bulgara del Comitato di Helsinki ha affermato che coadiuverà i cittadini di Stara Zagora nel caso volessero avviare un processo contro lo Stato bulgaro presso la Corte europea di Strasburgo. Secondo gli esperti legali dell'ONG lo Stato bulgaro non avrebbe agito infatti in modo adeguato per evitare l'inquinamento, non avendo trovato le cause della nube tossica e non avendo individuato i responsabili.
"La verità è altrove"
Forse anche a causa dell'eclatante ritardo nell'intervenire da parte delle autorità centrali la maggior parte dei cittadini di Stara Zagora non crede alle spiegazioni ufficiali in merito all'incidente. "La verità è altrove" hanno ripetuto in molti citando una celebre frase tratta da X files serie televisiva statunitense nella quel si descrive una cospirazione dei militari contro l'umanità. A Stara Zagora si sospetta che nell'incidente siano coinvolte le autorità militari. Si sospettano test nel poligono di tiro militare di Zmeevo, a soli 30 km da Stara Zagora.
L'ONG locale "Stara Zagora" ha affermato che l'impianto termoelettrico di Maritza Istok esiste da quarant'anni ma che i fenomeni di inquinamento sono iniziati 3 anni fa. "In quel periodo si affermava che nella base di Zmeevo venissero smantellati per conto NATO i missili Skud e Frog, operazione negoziata in segreto con le autorità bulgare che avrebbe portato nelle tasche dello Stato 10 milioni di euro". Il Ministro della difesa Nikolav Svinarov ha immediatamente smentito le voci ed ha aperto alla stampa ed alle ONG il poligono militare.
"Non siamo interessati alla routine quotidiana ma piuttosto a quanto avviene saltuariamente, magari di notte" ha risposto il leader dell'ONG Stara Zagora Nikolay Shopov.
"Zmeevo è vitale per il complesso militare bulgaro" ha dichiarato il colonnello Dechko Kolev "vi si realizzano test delle industrie d'armi Arkus, Dunarit, Elko, Pima, Samel per la certificazione delle armi prodotte in Bulgaria. Vio sono anche clienti stranieri che eseguono i propri test nel poligono. Lo Stato rischia di perdere milioni di euro anche solo ci si fermasse per tre mesi".
I quattro giorni di silenzio della autorità non hanno fatto che alimentare le ipotesi sulla "cospirazione" da parte dei militari. Lo scorso marzo la municipalità aveva chiesto una moratoria di un anno sugli esperimenti nella base di Zmeevo che le autorità militari hanno rifiutato.
La questione principale rimane l'individuazione dei responsabili della nube tossica che per giorni ha riempito i polmoni dei cittadini di Stara Zagora. "Le autorità danno la responsabilità alla centrale termo-elettrica perché sanno che molti di noi vi lavorano e che è impossibile protestare troppo perché in fin dei conti si protesterebbe contro il proprio mezzo di sussistenza. Ma in ogni caso l'inquinamento non è stato causato dagli alieni … o forse si?" ha dichiarato ad Osservatorio sui Balcani Devan, 40 anni, cittadino di Stara Zagora. /www.osservatoriobalcani.org
Le democrazie vulnerabili
Judith Butler con
Elisabetta Ambrosi
“Coloro che commettono atti violenti sono gli unici colpevoli; non sono mai solo fantocci o ingranaggi di forze sociali impersonali, ma soggetti responsabili». Sgombra subito il campo da equivoci Judith Butler, filosofa femminista statunitense, nota per le sue discusse riflessioni sul potere, la sessualità e l’identità. Eppure il suo volume Vite precarie. Contro l’uso della violenza in risposta al lutto collettivo (Meltemi, 2004), scritto all’indomani dell’11 settembre è un potente atto di accusa alla politica di Bush e all’intervento in Iraq. “Il fatto che fossero stati violati i confini degli Usa, che fosse emersa una vulnerabilità intollerabile, che fosse stato pagato un terribile prezzo di vita umane era ed è tuttora motivo di lutto. Ma se vogliamo mettere un freno alle spirali di violenza per produrre esiti meno violenti è importante chiedersi quale uso politico si possa fare dell’angoscia, oltre che un mero grido di battaglia”, ha scritto.
Abbiamo intervistato la Butler poche ore dopo gli attentati di Londra.
Lei ha criticato la reazione politica americana e britannica agli attentati dell’11 settembre. Cosa succederà ora dopo i tragici eventi londinesi?
Le reazioni agli attentati di Londra sono stati di due tipi, profondamente divergenti tra loro. Un primo tipo di risposta è quella data da Bush e Blair, che hanno individuato in questa violenza la ragione della guerra, intrapresa da entrambi, al terrorismo. Bush è andato oltre, definendo la violenza come la strategia principe dei terroristi e chiamandosi fuori da essa: ciò è ai miei occhi abbastanza sorprendente, vista la gravità della guerra contro l’Iraq e le oltre 100.000 persone che sono morte in questo assurdo sforzo bellico.
L’altra risposta, invece?
La seconda risposta individua un legame tra gli attentati di Londra e la vicenda irachena, suggerendo che essi siano conseguenza di una guerra ancora in atto, che nessuna breve sospensione potrà fermare. È ovvio che non c’è alcun Islam monolitico, e che molte persone di fede islamica si oppongono alla violenza terrorista. Ed è anche importante ricordare come ciascuno, a qualsiasi fede appartenga, possa opporsi alla violenza terrorista e quella della guerra irachena. Eppure quelli che tragicamente sono morti o sono stati feriti a Londra saranno considerati “più” vittime – quelle che ho definito nel mio libro “vite precarie”, vite vulnerabili alla distruzione improvvisa – di quegli iracheni che muoiono in Iraq come conseguenza dell’aggressione Usa contro quel paese. Ora dobbiamo vedere cosa succederà, ma temo che tutto ciò rafforzerà la mano di Blair e, insieme, quella di Bush.
Di fronte ad una minaccia così forte alla nostra integrità, come è possibile ripensare lucidamente il nostro rapporto con paesi e modi di vivere nei quali la deriva terrorista è forte? Quale equilibrio trovare tra desiderio di sicurezza e dialogo?
L’opposizione tra le fazioni terroriste dell’Islam può essere correttamente distinta dall’Islam come una pratica, una religione e un multiforme stile di vita di milioni di persone. Al contrario, ciò è impossibile, e diventa contraddittorio e paradossale, se arriviamo a credere che la guerra in Iraq sia uno scontro tra civiltà, o se la leggiamo come un’opposizione tra civiltà e barbarie. La barbarie dell’occidente, che include le sue torture, le sue detenzioni infinite, i suoi modi di uccidere e dissimulare, viene sistematicamente messa da parte quando riduciamo l’Islam al terrorismo e trattiamo il terrorismo come una barbarie in cui noi non c’entriamo niente. Credo che una certa prudenza verso questioni così complesse debba essere invocata per riuscire a pensare politicamente nel modo giusto.
L’accoglienza e il riconoscimento reciproco diventano più difficili in un’epoca di rischio globale?
Sì, credo che al momento attuale il lavoro del riconoscimento sia più complicato, specialmente tra coloro che sentono che la loro sicurezza o persino la loro sopravvivenza è a rischio. Ciò che ci minaccia è più facilmente distrutto se rifiutiamo di riconoscerlo. Dall’altra parte, è importante ricordare che il riconoscimento del modo di vivere altrui non significa che l’altro deve arrivare ad apparire identico a me stesso. C’è una comune fragilità ontologica, una vulnerabilità alla distruzione o alla decimazione che plasma le basi della nostra politica. Dovrebbe servire come un avvertimento contro la violenza e il desiderio di espungere ciò che sembra minacciarci. Quella spinta verso la distruzione è precisamente ciò che distrugge la possibilità di un comune riconoscimento della vulnerabilità, che richiede che noi proteggiamo la vita il più possibile.
Conflitti globali, nuovi fondamentalismi, un ritorno sulla scena pubblica della religione: sembra che la storia dell’umanità sia ben lontana da uno sviluppo progressivo della ragione. Che lettura dà di questi fenomeni? È d’accordo con la tesi di Habermas sull’esistenza di potenzialità emancipative dell’Illuminismo ancora non pienamente valorizzate?
Temo di essere in disaccordo con la presunzione che la religione sia una forma di irrazionalità. Può essere una delle tante forme che la razionalità assume. Non credo che Habermas sia nel giusto nel ricorrere ad una versione dell’Illuminismo nella quale solo un tipo di ragione ha il monopolio della normatività. Forse la possibilità di vivere insieme dipende dalla capacità di effettuare una traduzione tra diversi schemi di razionalità. E ciò significa accettare che i nostri termini subiscano una trasformazione alla luce del linguaggio dell’altro. In ogni caso, sono sicura che la tradizione “critica” che l’Illuminismo fornisce sia importante per i nostri tempi. Ma per me, ciò significa che noi prendiamo in considerazione i limiti di ciò che possiamo sapere – su noi stessi e sugli altri – e costruiamo una pratica di riconoscimento e coabitazione sulla base dell’accettazione di quei limiti.
Relativismo, postmodernismo, tolleranza sono categorie concettuali che molti criticano, non ritenendole strumenti efficaci per governare un mondo sempre più caotico. Qual è il suo parere?
Sono certamente d’accordo sul fatto che la tolleranza sia una dottrina debole e non fornisca ciò di cui abbiamo bisogno per assumerci le sfide della situazione globale. Non sono sicura cosa lei intenda per relativismo e post-modernismo, ma mi pare che queste parole siano divenuti luoghi di paura. Il ricorso all’universalismo è lodevole, senza dubbio, ma il problema è: quale universalismo viene utilizzato e da chi? Mi sembra comunque che l’universalismo possa essere raggiunto unicamente attraverso un processo di traduzione culturale, e ciò implica che non si prenda il proprio framework epistemico come una verità che debba valere universalmente.
È d’accordo con la tesi di Michael Walzer secondo cui la sinistra in America è condannata a perdere, perché priva della capacità di fornire un resoconto ideologico, una storia coerente, dei suoi valori e obiettivi?
Mi spiace dirlo, ma mi sembra che Walzer sia diventato un neocon, così la sua critica non è più classificabile come “interna”. Walzer è anche colui che sostiene che non dovremmo sforzarci troppo capire il motivo per il quale i terroristi hanno bombardato il World Trade Center, perché pensare alle ragioni equivale per lui al fornire una scusa a tali azioni. In generale, mi chiedo se il pervasivo anti-intellettualismo all’interno degli Usa abbia eclissato la possibilità di un pensiero critico, di un giornalismo critico e di prese di posizioni pubbliche che attivamente condannino lo sforzo bellico. Credo che ciò richieda coraggio, e la mia sensazione è che Walzer e altri liberali della prima ora abbiano deciso che il coraggio non è più una virtù politica per questi tempi.
Nei suoi volumi, lei porta avanti significative riflessioni sull’identità, sostenendo che le nostre ragioni e i nostri desideri sono profondamente plasmati dalla società. In che modo allora possiamo prendere una distanza da queste strutture che ci governano?
Dal mio punto di vista, siamo tutti profondamente condizionati dalle istituzioni e dalle strutture sociali, ma non del tutto determinati o controllati. Ciò significa che la libertà che abbiamo, l’intenzionalità che ci è propria, nasce precisamente dal fallimento di un condizionamento sociale assoluto che metta in atto un controllo totale. Credo fermamente in un senso di agency collettiva e individuale; ma credo anche che siamo costretti, nella nostra libertà, a lottare attraverso e contro i vincoli che condizionano le nostre vite. Ciò significa che non ho scelto questo mondo nel quale vivo, che forma l’orizzonte nel quale io debbo lottare, deliberare, agire. Il soggetto che delibera e agisce si configura così come un movimento estemporaneo, in una scena di costrizione e libertà.
Nel suo ultimo libro, La vita psichica del potere (Meltemi, 2005), lei mette in luce il fatto che il potere, oltre ad essere una struttura esterna che ci opprime, costituisce la nostra stessa identità. Può spiegare meglio questo aspetto?
Nella mia teoria, noi siamo «agiti» da un potere ma che allo stesso tempo siamo resi capaci di agire dalla virtù del potere. È questo paradosso che forma la base della nostra identità e della nostra azione. Non dovremmo pensare ad un potere che ci controlla interamente. E certamente abbiamo bisogno di liberarci dall’idea di una libertà interna che viene soppressa unicamente da forme di potere esterne. Quelle forme esterne diventano parte della nostra vita psichica e formano la scena delle lotte che determinano il nostro agire politico cosciente.
Le questioni della sessualità e del corpo sono al centro delle sue riflessioni. Come giudica il dibattito pubblico su questi temi? Penso, ad esempio, alle recenti polemiche sui matrimoni gay.
Si tratta di una domanda vasta, e non è facile rispondere in questa sede. Ciò che posso dire è che mi dispiace, da un lato, che il nuovo papa, l’ex cardinale Ratzinger, cerchi di riabilitare un ordine naturale della differenza sessuale e della riproduzione che si oppone sia al matrimonio gay che ad ogni altra alternativa al matrimonio e alla famiglia eterosessuale, nel quale il sesso viene ridotto ad un (sacro) sforza riproduttivo. Dall’altra parte, il movimento per il matrimonio gay sembra riabilitare una forma di nuovo contrattualismo che ci riporta indietro al diciassettesimo secolo, anche se con un percorso differente. Se trattiamo la sessualità come se fosse solo una scelta individuale, inconsciamente sottoscriviamo la concezione liberale dell’individualità e della libertà che sottostima l’impatto delle norme sociali sulla formazione della sessualità. E se invece ci consideriamo soggetti ad uno schema naturale di differenza sessuale, non vanifichiamo forse tutte le possibilità di trasformazione e innovazione sociale? Mi chiedo se possiamo trovare un altro modo di pensare che ci orienti verso nuove forme sociali e sessuali di relazione e non riabiliti le ontologie del liberalismo classico; e così fare qualcosa di diverso dal riproporre dibattiti sull’alternativa tra volizione e determinismo.
caffeeuropa.it
6 luglio 2005: un massacro di poveri ignorato dal mondo
di Naomi Klein
Dieci anni fa gli Usa celebrarono il ritorno al potere del leader haitiano Aristide come "Il trionfo della libertà sul terrore". Dopo l'assalto delle truppe Onu al quartiere dei sostenitori dell'ex-presidente, il 6 luglio scorso, vale la pena chiedersi: cosa è cambiato da allora?
Quando il terrore si scaglia contro le capitali dell’occidente non fa esplodere solo corpi umani ed edifici, ma colpisce anche altri luoghi di sofferenza assenti dalla mappa dei media.
Un massacro di bambini iracheni, spazzati via mentre prendevano dei dolci dai soldati USA, viene confinato nelle profondità delle pagine interne dei giornali. Uno sfogo di compassione per le migliaia di morti di AIDS in Africa viene improvvisamente considerato una distrazione frivola.
In un contesto del genere, un massacro ad Haiti che ha avuto luogo il giorno precedente dell’attentato di Londra non ha ricevuto la minima visibilità. Ebbene, prima del 7 luglio, Haiti non avrebbe potuto gareggiare alla lotteria della sofferenza: il golpe appoggiato dagli USA che destituì il presidente Jean-Bertrand Aristide si è verificato nel tardo febbraio del 2004, proprio quando l’occupazione dell’Iraq stava raggiungendo un nuovo livello di caos e di brutalità. Lo smantellamento della democrazia costituzionale ha occupato i titoli di testa solo per un paio di settimane.
Ma la battaglia sul futuro di Haiti imperversa.
Recentemente, il 6 luglio, 300 truppe ONU hanno preso d’assalto il quartiere povero di Cité Soleil, covo di sostenitori di Aristide. L’ONU ammette che ci sono stati cinque morti, ma i residenti riportano che il numero non è stato inferiore a 20. Un corrispondente della Reuters, Joseph Guyler Delva, afferma di aver “visto sette cadaveri solo in una casa, inclusi due bambini e una donna sui 60 anni". Ali Besnaci, direttore di Médecins Sans Frontières ad Haiti, ha confermato che il giorno dell’assalto 27 persone - “un fatto senza precedenti” - tre quarti delle quali donne e bambini, sono giunte alla clinica MSF con ferite da arma da fuoco.
Quando è stata riportata la notizia dell’assalto, questo è stato considerato come una misura necessaria per controllare le violente gang armate di Haiti. I residenti di Cité Soleil raccontano però una storia diversa: dicono di essere stati bersaglio dell’assalto non per essere dei violenti, ma per essere dei militanti che hanno osato chiedere il ritorno del presidente da loro eletto. Sui cadaveri dei loro amici e familiari hanno posto le fotografie di Aristide.
Fu solo 10 anni fa che il presidente Clinton celebrò il ritorno al potere di Aristide come "Il trionfo della libertà sul terrore".
Quindi vale la pena chiedersi: cosa è cambiato da allora?
Aristide certamente non è un santo, ma anche se le peggiori delle accuse contro di lui fossero fondate impallidiscono accanto alle schede criminali degli assassini e dei trafficanti di droga e di armi che lo hanno destituito. Consegnare Haiti a questa gang malavitosa per porre fine al presunto "malgoverno" dell’ex-presidente è come sfuggire a un appuntamento noioso accettando un passaggio a casa da Charles Manson.
Alcune settimane fa ho incontrato Aristide a Pretoria, in Sudafrica, dove vive in esilio forzato. Gli ho chiesto che cosa ci fosse veramente dietro al suo dissidio con Washington. Mi ha dato una spiegazione che raramente si potrebbe ascoltare nei dibattiti sulla politica haitiana. In realtà me ne ha date tre: "Privatizzazione, privatizzazione e privatizzazione".
La disputa risale a un serie di incontri tenutisi all’inizio del 1994 - un momento cruciale della storia di Haiti - di cui Aristide ha parlato raramente. Gli haitiani a quel tempo vivevano sotto il governo barbarico di Raoul Cédras, che rovesciò Aristide con il colpo di stato del 1991, appoggiato dagli USA. Aristide si trovava a Washington e, nonostante gli appelli popolari per un suo ritorno, non c’era modo per lui di far crollare la giunta senza un appoggio militare. Sempre più imbarazzata dagli abusi perpetrati da Cédras, l’amministrazione Clinton ha proposto ad Aristide un accordo: le truppe USA lo avrebbero riportato ad Haiti, ma solo se avesse accettato un programma economico di vasta portata con l’obiettivo dichiarato di "trasformare significativamente la natura dello stato haitiano". Aristide accettò di pagare i debiti accumulati durante la dittatura ‘cleptocratica’ di Duvalier, di ridurre nettamente la pressione dell’amministrazione pubblica sul paese, di aprire Haiti al "libero commercio" e di eliminare le tariffe doganali sull’importazione del riso e del grano.
Un accordo scandaloso, ma Aristide sostiene di aver avuto poca scelta. "Non mi trovavo nel mio paese - che, fra l’altro, era il più povero dell’emisfero occidentale. Quindi, quale potere avevo a quel tempo?"
Ma i negoziatori di Washington fecero una richiesta che Aristide non poteva accettare: l’immediata liquidazione delle aziende di proprietà dello stato di Haiti, incluse quella telefonica e quella dell’energia elettrica. Aristide rispose che una privatizzazione non regolata avrebbe trasformato il monopolio di stato in un’oligarchia privata, aumentando le ricchezze dell’élite di Haiti e privando i poveri dell’accesso alla ricchezza nazionale. L’offerta era semplicemente non conveniente. "Essere onesti significa dire che due più due fa quattro. Loro volevano che intonassimo in coro che due più due fa cinque".
Aristide propose un compromesso: invece di liquidare completamente le aziende, le avrebbe "democratizzate". Definì questa operazione come la stesura di una legislazione antitrust, in grado di assicurare che i ricavati delle vendite venissero ridistribuiti ai poveri e di permettere ai lavoratori di diventare azionisti. Washington non accettò, e il testo finale dell’accordo richiedeva la "democratizzazione" delle aziende statali.
Quando Aristide annunciò che non ci sarebbe stata nessuna vendita finché il parlamento non avesse approvato nuove leggi, Washington passò a vie illecite. Aristide afferma di aver capito che quello che si stava tentando era un "golpe economico".
"La strategia segreta era quella di legarmi le mani una volta tornato e obbligarmi a liquidare a basso costo tutte le aziende statali".
Minacciò di arrestare chiunque procedesse con le privatizzazioni. "Washington era furiosa con me. Dissero che non avevo mantenuto la parola, mentre erano stati proprio loro a non aver rispettato la nostra politica economica pubblica".
Gli USA sospesero l’erogazione di prestiti e di aiuti promessi per un valore di 500 milioni di dollari, indebolendo pesantemente il governo haitiano e versando milioni di dollari nelle casse dei gruppi di opposizione, fino a giungere al colpo di stato armato del febbraio 2004.
E la guerra continuava.
Il 23 giugno, Roger Noriega, sottosegretario di stato USA per gli affari dell’emisfero occidentale, invitò le truppe ONU ad assumere un "ruolo più attivo" nel perseguitare le gang sostenitrici di Aristide. In pratica, in questo modo diede il via a un’ondata di punizioni collettive inflitte ai quartieri notoriamente sostenitori di Aristide. La più recente è stata appunto quella di Cité Soleil, il 6 luglio scorso.
Eppure, nonostante questi attacchi, gli haitiani sono ancora per le strade a manifestare: rifiutano le false elezioni pianificate, si oppongono alla privatizzazione e sventolano fotografie del loro presidente.
Proprio come un decennio fa gli esperti di Washington non furono in grado di prevedere la possibilità che Aristide potesse rifiutare la loro proposta, oggi non riescono ad accettare che i suoi poveri sostenitori possano agire così spontaneamente. "Crediamo che queste persone ricevano istruzioni direttamente da lui e indirettamente dai suoi seguaci del Sudafrica con i quali egli ha rapporti personali ", ha detto Noriega. Ma Aristide non ha di questi poteri.
"La gente è sveglia, intelligente, coraggiosa", afferma. “Sa che due più due non fa cinque”.
Fonte: http://www.guardian.co.uk/comment/story/0,3604,1530646,00.html
Tradotto da Tanja Tion per Nuovi Mondi Media
Caso Moro: Cia e Mossad complici delle BR?
Interrogazione di Gigi Malabarba (Capogruppo PRC al Senato) al Presidente del Consiglio
"Se CIA e Mossad avevano infiltrato le BR prima del rapimento di Moro e ciò era noto ai servizi segreti deviati italiani e a giornalisti ad essi legati come Mino Pecorelli, esiste una complicità di Stati Uniti e Israele nella fine dello statista DC, reo di voler aprire le porte del governo ai comunisti"
Commenta così Gigi Malabarba, capogruppo PRC al Senato e membro del COPACO, le affermazioni dell' ex vicepresidente del CSM e vicepresidente vicario della DC, Giovanni Galloni, in un'intervista a RAI NEWS 24.
"Ho presentato un'interrogazione al Presidente del Consiglio perché USA e Israele ai loro massimi livelli politici e di intelligence forniscano informazioni immediate, perché, se ciò fosse confermato, la storia del nostro paese andrebbe riscritta e personaggi screditati come Antonino Arconte (inviato dai servizi in Medio Oriente prima del rapimento di Moro per trattare il suo rilascio) presi in seria considerazione - aggiunge Malabarba -".
"Alla luce dei recenti episodi di azione illegale della CIA nel nostro paese, come il rapimento dell'imam egiziano Abu Omar, il governo deve smettere di essere latitante e porre in atto tutte le iniziative adeguate a far luce su episodi che mettono in luce una condizione dell'Italia a sovranità limitata, in cui agivano un tempo "servizi deviati" e oggi "accordi segreti" Usa - governo italiano per aggirare costituzione, leggi e trattati internazionali - conclude Malabarba. "
Roma 6-7-2005
L'Ufficio Stampa del Gruppo PRC Senato
Intervista a Giovanni Galloni
Tratto da RaiNews24 - www.rainews24.it/ran24/magazine/next/default.htm
L’eco suscitato dalle clamorose dichiarazioni rilasciate martedì 5 luglio dall’On. Giovanni Galloni, Vice Segretario Vicario della DC ai tempi del rapimento di Aldo Moro, aprono squarci nuovi su cosa accadde in quella primavera del 1978. Perché uno dei più importanti leader politici italiani fu rapito? Perché rimase 55 giorni nelle mani degli uomini delle Brigate Rosse senza che i servizi segreti riuscissero a trovare il covo dove era detenuto? Perché uno Stato sovrano come il nostro non riuscì a salvare la vita di uno dei suoi politici di maggior prestigio? Quale è stato il vero ruolo giocato dai servizi segreti stranieri sull’intera vicenda? Quale era il quadro storico-politico di riferimento che determinò le scelte e in ultima analisi il destino di Aldo Moro e della Repubblica? Di fronte agli eventi di queste ore, sembrano domande relegate al passato remoto della nostra memoria collettiva, ma anche di fronte ad una generazione intera di italiani che non sa o non ricorda che cosa accadde non si può lasciare che questi interrogativi rimangano tali in eterno. Fino a quando ci sarà qualcuno a conoscenza di fatti che possono illuminare un tratto di quel buio e sia disposto a parlarne, abbiamo il dovere di ascoltarlo.
A questo link potete ascoltare l'intervista a Giovanni Galloni sul Caso Moro.
Dice Galloni: "Moro mi disse che sapeva per certo che i servizi segreti sia americani sia israeliani avevano degli infiltrati all'interno delle Brigate Rosse. Però non erano stati avvertiti di questo"
http://www.rainews24.it/ran24/clips/Video/galloni.asx
www.disinformazione.it
L'Europa del terrorismo e l'Unione europea dei capitali
di Viviana Vivarelli
23 Jul 2005
Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Dopo l'Europa delle banche e la tentata Europa del libero mercato, sarebbe necessaria un'Europa della legalita'. Il controllo del denaro sporco e' essenziale e comporta lotta all'evasione fiscale e trasparenza bancaria. Oggi i paradisi fiscali di Lussemburgo, Liechtenstein e Svizzera sono in discussione, ma occorrerebbe un sistema di controllo bancario condiviso. L'evasione fiscale e' il vero terrorismo europeo e dovrebbe essere la prima emergenza, ma le banche la favoriscono e i governi pure. A questo misfatto si legano: un attacco all'equita', senza cui non esiste democrazia; un aiuto alla criminalita' legata al commercio di armi e droga; un appoggio al malaffare finanziario e al malaffare politico che permette a gente senza scrupoli di possedere e controllare gangli vitali dello stato, partiti, giornali ecc.; e infine un danno al buon funzionamento degli stati con la riduzione dello stato sociale. Intanto Lussemburgo, Belgio e Austria si rifiutano di 'tradire' il segreto bancario, adeguandosi a un minimo di legalita' internazionale, per timore di vedersi sfuggire i loro ricchi clienti. Vergognoso! Il fatto piu' sconcertante e' che quell'Europa che tanto grida all'antiterrorismo, non intende combatterlo seriamente attraverso un controllo dei capitali. I terroristi pagano le armi, trovano i soldi per finanziarsi, sono in un fiorente giro clandestino che produce arricchimenti smisurati in cui sguazzano i grossi gruppi criminali, influenzando il potere politico. Imporre la trasparenza e il controllo dei flussi bancari dovrebbe essere il primo strumento per indagare sul terrorismo come sulla criminalita', la politica sporca e il malaffare finanziario. Controllare i soldi vuol dire controllare i reati. E invece no. L'impero del bene che combatte l'impero del male ci pensa tre volte prima di fare questa ovvieta'.
Controllano tutto, i diritti, la posta, internet, le telefonate, i cellulari, i movimenti dei cittadini, cosa mangiamo e quante volte andiamo in bagno, ma il denaro no, il denaro non si tocca…. retoriche chiacchiere, sventolio di bandiere, infami leggi che limitano le liberta' e i diritti del cittadino… ma si tiene ben ferma l'omerta' che tutela i paradisi fiscali del mondo (che poi sono circa 25, non una infinita'), evitando con cura trasparenze, controlli e inchieste su movimenti di denaro sospetti, sulle
fonti di arricchimento illecite e sulla gigantesca mole dell'evasione fiscale. Il che la dice lunga sugli sbandierati principi democratici e su cosa nascondano.
Per questo nessuno sara' credibile e avra' aura di legittimita' se non interverra' sul campo finanziario per bonificarlo dagli arricchimenti illeciti. Il paradosso e' che il potere e' oggi il maggior ripulitore di denaro sporco del mondo, perche' trova in se stesso la sua garanzia e legittimita'. E nessun potere mette sotto critica le sue uova d'oro anche se sono identiche a quelle che permettono al terrorismo e alla criminalita' di prolificare, cosi' il potente, difendendo i propri arricchimenti illeciti, protegge anche quel terrorismo che a parole, molto a parole, dice di combattere. Il potere non danneggia se stesso, e oggi il grande potere finanziario internazionale e' l'unica classe che conta, al di la' di ogni etichetta ideologica.
Quando si parla di democrazia si dovrebbe intendere piuttosto 'plutocrazia' e quando si parla di guerra si dovrebbe intendere piuttosto 'mercato illecito concordato', di armi e morte, per la truffa del mondo, sventolando false bandiere. Insomma tutto si tiene: crimine, armi, guerre, banche compiacenti, segreto bancario, liberi flussi finanziari, mercato delle armi, collusione tra criminalita' e politica e in ultima analisi collusione tra grandi centrali del terrore e grandi centrali finanziarie, tutti amici-nemici, utili gli uni agli altri e consociati in un business comune. Solo i poveri illusi continuano a fare da carne da macello, i kamikaze come i cittadini ignari, nelle mani dei mercanti del terrore alias della finanza internazionale.
Viviana vivarelli
redazione@reporterassociati.org
luglio 22 2005
Montezemolo: "La crisi è un problema italiano, non internazionale"
REDAZIONE
Sulla carta il Dpef del Governo Berlusconi può anche andare, ma bisognerà attendere i fatti per giudicare un provvedimento i cui effetti concreti dipenderanno "dalla capacità di assumere decisioni tempestive e incisive".
Questo il giudizio del presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo a proposito del Documento di Programmazione Economica e Finanziaria del Governo.
Insomma, secondo il numero uno di Viale dell'Astronomia con questo provvedimento "è realistico", per esempio, pensare ad un rientro del Deficit, ma le previsioni di crescita "diventano plausibili" solo con misure come il taglio dell'Irap e la riduzione del cuneo fiscale.
Montezemolo ha poi sottolineato, smentendo quanto va ripetendo da mesi il premier Silvio Berlusconi, che la grave crisi economica che sta affliggendo il nostro Paese è un problema tutto italiano.
"Ci troviamo in una crisi made in Italy, che non ha motivazioni internazionali - ha sentenziato - mai come in questi due anni c'è stata prosperità di commercio. Anche gli Stati Uniti hanno recuperato e superato i livelli di occupazioni e crescita".
La ricetta per uscire dal drammatico stallo della nostra economia? Per Montezemolo è innanzitutto "necessario che il Governo operi i tagli alla spesa corrente" e che combatta seriamente l'evasione fiscale.
Infine, il leader degli industriali si è lasciato andare ad un'amara confessione.
"Ci sentiamo un po' soli - ha ammesso - perché i veri problemi dell'industria, compreso il costo dell'energia, in questi anni non sembra abbiano rappresentato una priorità su cui lavorare". http://www.centomovimenti.com/
Happy Blogosphere Day… per l’ala liberal USA
Bernardo Parrella, Un anno fa, il 19 luglio 2004, l’area liberal della blogosfera politica statunitense diede vita ad una rapida e coordinata azione a sostegno di candidati democratici per una serie di elezioni locali. In questi giorni è stata attivata un’analoga iniziativa, soprattutto per la corsa al seggio congressuale nel secondo distretto dell’Ohio. Dettagli e notizie si trovano in apertura di Swing State Project, blog dedito all’analisi delle “key races” nel 2005-2006. Dove si spiega che è il momento della verità per il candidato democraticco Paul Hackett: “If he wins, he goes to Washington. If he loses, he goes back to Iraq.” Questo e quant’altro porta a dichiarare il 19 luglio “festa nazionale” a dimostrazione di unità per la blogosfera liberal - Blogosphere Day, appunto.
Al di là del successo o meno della festività, ciò conferma l’ondata continua dell’attivismo online, nonostante l’informazione mainstream sia occupata - meglio: preoccupata per la propria connivenza con le alte sfere - con il caso Rove (ormai divenuto uno scandalo) e ora con la nomina dell’ultra-conservatore John Roberts alla Corte Suprema. Anzi, proprio queste due situazioni s’incastrano bene con la mobilitazione complessiva in atto, come dimostrano i titoli dei blog più agguerriti offerta dal Daou Report, ottimo spazio all’interno di Salon.com che quotidianamente segnala i migliori interventi di casa repubblicana e democratica. Il quale ha organizzato un’apposita pagina dedicata ai post proprio sul caso di Karl Rove, e dell’agente della CIA smascherato Valerie Plame. Ennesimo episodio a dir poco controverso dell’amministrazione Bush, con annessi cover-up e minuzie tecniche onde uscirne indenne, complice ovviamente la blogosfera conservatore.
Morale della favola? Ancora una volta, nonostante l’afa e la disattenzione generale, diventa sempre più cruciale informarsi, attivarsi e…. stay tuned! www.politicaonline.it
Giustizia: la vera posta in gioco
Il 14 luglio scorso i magistrati sono scesi di nuovo in sciopero, per la quarta volta in tre anni. Si è trattato di una iniziativa molto
problematica, sia per l'estate incombente, sia per il naturale calo di tensione che colpisce tutte le lotte, quando la ripetizione degli scioperi e della mobilitazione non produce risultati concreti. In quest'occasione è stata molto importante la compattezza del corpo dei magistrati, che nelle precedenti occasioni ha raggiunto un livello di tipo resistenziale. Ma sarà ancora più importante che si riesca a rompere il muro di indifferenza dell'opinione pubblica e della società politica, che tende a misconoscere la dimensione politica del problema, banalizzandolo come se si trattasse di un conflitto fra la corporazione dei magistrati, coesa nella difesa delle sue prerogative, ed il potere politico orientato a ridimensionarle.
Oggi, a distanza di 6 giorni, il Parlamento ha approvato il provvedimento di riforma dell'ordinamento giudiziario. Questo è l'ultimo atto del lungo iter del Ddl che il 16 dicembre scorso Ciampi aveva rinviato alle Camere rilevando alcuni aspetti di palese incostituzionalità nel testo approvato.
In realtà questo drammatico braccio di ferro fr a una categoria professionale ed un potere politico arrogante, ha per oggetto un bene pubblico che non riguarda il benessere o il malessere dei magistrati, o i destini delle loro carriere, ma riguarda il benessere, anzi il destino dello Stato di diritto nel nostro paese, con immediate implicazioni sul piano internazionale. Non v'è dubbio che la nuova era di guerra permanente, inaugurata dopo l'11 settembre 2001, ha comportato un pesante indebolimento delle garanzie dello Stato di diritto, a cominciare dalla nazione guida dell'Occidente, gli Stati Uniti, che hanno dato l'esempio con il "Patriot Act", e con la Direttiva Bush, concernente la "detenzione, il trattamento ed il processo dei non-cittadini nella guerra contro il terrorismo" emanata il 13 novembre 2001, con la quale è stato inventato un trattamento penale tanto speciale da svolgersi completamente al di fuori dei canoni dello Stato di diritto e di non aver bisogno né delle garanzie del processo, né di quelle del diritto.
In questo modo è stato creato un girone infernale localizzato nella baia di Guantanamo, dove chiunque può essere internato, torturato e detenuto, al di fuori delle fastidiose regole della "rule of law". Guantanmo ed altri luoghi simili vengono alimentati attraverso una procedura speciale, denominata "extraordinary rendition" che assomiglia tanto alle sparizioni forzate, che lo Statuto del Tribunale penale internazionale considera - addirittura - un crimine contro l'umanità. Purtroppo questa nuova procedura incontra degli ostacoli, guarda caso, proprio in quegli ordinamenti dove i meccanismi dello Stato di diritto non possono essere adeguatamente manipolati dalla ragion di Stato. Così la CIA non è libera di far "sparire" una persona residente in Italia senza che i suoi agenti sia perseguitati dai mandati di cattura emessi dalla magistratura italiana, che si ostina a considerare il sequestro di persona una reato, senza tener conto della qualità speciale dei sequestratori.
La riforma dell'ordinamento giudiziario mira a guarire questa anomalia dell'Italia nello scenario internazionale. Nelle riforma, infatti, è contenuta la ricetta giusta per ottenere che la magistratura inquirente non faccia indagini avventate che possano - incautamente - far emergere gli arcani imperi che devono restare riservati. Si tratta di una ricetta che apparentemente non incide sul valore costituzionale dell'indipendenza della magistratura. La magistratura giudicante ben può essere indipendente, l'importante è che non vengano portati alla sua cognizione i fatti-reato che potrebbero disturbare il potere. Dal resto anche nella DDR, che era lo Stato più oppressivo nel sistema del socialismo reale, la magistratura (giudicante) era indipendente per principio costituzionale.
Se a nessun giudice è venuto in mente di processare i Vopos che sparavano sui berlinesi che tentavano di scavalcare il muro, ciò non dipendeva dall'assenza nell'ordinamento della DDR di una norma che puniva l'omicidio, ma dalla particolare struttura dell'Ufficio del Pubblico Ministero, che non promuoveva il controllo di legalità sull'esercizio dei poteri pubblici.
La ricetta inventata dal Ministro Castelli in verità non è particolarmente originale. Si tratta di restaurare delle prassi che in passato sono esistite (anche se stigmatizzate dall'opinione pubblica e dagli stessi magistrati), dandogli una maggiore solidità, per renderle irreversibili.
C'è stato un'epoca, non tanto lontana nel tempo, in cui la Procura di Roma, veniva definita il "porto delle nebbie". In questo porto scomparivano nella nebbia i fatti riminosi in qualche modo collegati all'esercizio di poteri pubblici o privati. In quell'epoca succedeva che tutti i fatti che riguardavano i servizi segreti (che allora si consideravano "deviati") venivano affidati alle indagini di magistrati particolarmente affidabili ma sfortunati che non riuscivano mai a scoprire niente. Il caso del rapimento di Abu Omar da parte di agenti di un servizio segreto straniero, ha avuto un illustre precedente, il caso Vanunu, anch'esso rapito in Italia da agenti di un servizio segreto straniero. A differenza del caso Abu Omar, i rapitori di Mordecai Vanunu, non sono mai stati individuati, né incriminati. Anzi il magistrato dell'epoca, specialista negli affari dei servizi segreti, chiese l'archiviazione degli atti, avendo scoperto, all'esito di indagini approfondite, che Vanunu non era mai stato rapito.
Con la riforma le Procure italiane si trasformano in "porto delle nebbie" per legge. Ciò ci consentirà indubbiamente di fare dei passi avanti sul piano internazionale attraverso una maggiore cooperazione con la CIA, anzi si potranno applicare più facilmente in Italia le tecniche antisommossa insegnate dai nostri alleati alle polizie sudamericane, e sperimentate in modo così maldestro a Genova, nel 2001, durante il G8.
Perché non c'è dubbio che ciò che ha fatto fallire questa nuova gestione dell'ordine pubblico sperimentata a Genova, è stata l'incomprensione della magistratura, che si è comportata come un potere separato ed indipendente.
Questo scandalo è finito. Quando la riforma dell'ordinamento giudiziario sarà andata a pieno regime, i cittadini perderanno qualche diritto, ma, in compenso il potere sarà molto più libero.
di Domenico Gallo (da "Liberazione")
Londra : inchiesta sui servizi segreti e telefonate dal Pakistan
di Mauro Giannini
Sara' aperta un'inchiesta sulle responsabilita' dei servizi segreti britannici nella mancata prevenzione degli attentati di Londra, dato che l'MI5 aveva ritenuto che il kamikaze Khan - gia noto ai servizi segreti - non fosse una minaccia.
L'inchiesta sara' condotta dal Comitato d'intelligence e sicurezza del parlamento britannico esaminando le informazioni pubblicate da varie testate e che invece l'MI5 non prese in considerazione nel 2004. In esse invece il terrorista veniva indicato come una minaccia.
Secondo un'informativa giunta a diversi giornali tre settimane prima dei quattro attentati che hanno causato la morte di 56 persone e ne hanno ferite 700, i servizi segreti britannici erano giunti alla conclusione che nessun gruppo terroristico tramava o aveva comunque la capacita' di muovere un attacco alla Gran bretagna.
Tony Blair aveva detto ieri che i servizi segreti avevano fatto tutto il possibile per proteggere il regno Unito. I deputati vogliono invece verificare se il terrorista Mohammad Sidique Khan, che avrebbe azionato la bomba nella stazione della metropolitana di Edgware Road, non sia stato bloccato in precedenza perun seplice errore o se si sia trattato di una responsabilita' attribuibile ai colleghi di James Bond.
Il suicida Khan, maestro ausiliario, si era anche recato in visita alla Camera dei Comuni. In quell'occasione fu fatta un'investigazione su di lui dai funzionari dell'MI5, dato che nel 2004 vi era stata un'inchiesta usu un presunto complotto per costruire un camion bomba. Inoltre, sebbene Khan ed un secondo terrorista, Shahzad Tanweer, fossero stati in Pakistan di recente, i suoi movimenti non avevano destato sospetti nei servizi di sicurezza.
Il Times afferma poi oggi che un responsabile di Al-Qaida arrestato in Pakistan avrebbe avuto un contatto telefonico con due dei kamikaze quindici giorni prima degli attentati. Secondo il giornale, Haroon Rashid Aswat, "il dirigente britannico di Al-Qaida legato agli attentati di Londra", avrebbe avuto una ventina di scambi telefonici con i terroristi. Il quotidiano cita fonti interne ai servizi di sicurezza.
Il ministero degli interni dbritannico si e' rifiutato di commentare la notizia. Ieri il ministro dell'informazione pakistano, Sheikh Rashid, aveva smentito l'arresto di Aswad, il quotidiano invece oggi conferma, citando fonti dei servizi di sicurezza pachistani.
Scotland Yard ha reso nota ieri sera la lista ufficiale dei morti degli attentati di Londra. Le 52 vittime (gli altri 4 sarebbero gli attentatori) appartenevano a 11 differenti nazionalita': britannica, italiana, polacca, francese, australiana, neozelandese, israeliana, afghana, turca, americano-vietnamita, britannica e delle isole Mauritius.
www.osservatoriosullalegalita.org
Gli attacchi del 21 luglio 2005 a Londra: OPERAZIONI PSICOLOGICHE IN CORSO
Oggi è l'ultimo giorno del Parlamento (http://www.epolitix.com/EN/News/200507/f80ec774-4957-49c9-838c-728e3ef9a772.htm), prima della pausa di 80 giorni. Così se il governo voleva ottenere le misure anti-terrore che si era proposto dopo gli attentati del 7 luglio scorso, questo stato di allarme è il clima perfetto per ottenerle senza dissensi. Sky News ha riferito che i parlamentari potrebbero essere richiamati questa stessa notte in sessione speciale con il preciso scopo di far passare la nuova legislazione.
E che cosa viene compreso in questa legge? L'indicazione di coloro che scrivono articoli o che pubblicano un sito web nei quali sia evidenziabile un sostegno ai terroristi. <br>Così si può venire a creare una situazione secondo cui potrebbero dire che qualcuno che come me scrive articoli di accusa al governo, ha un impatto negativo sull'opinione che il popolo ha del governo nella sua battaglia contro il "terrorismo", ergo aiuta i "terroristi". Mentre invece ciò che noi realmente facciamo è far luce sui reali terroristi e cercare di salvare vite umane e libertà. Il governo sta progettando un database di "indesiderabili" da tenere d'occhio con questa legislazione.
Nell'iniziale confusione riguardo a ciò che sta accadendo a Londra, alcune cose però sembrano essere chiare.
- Quello che è accaduto oggi appare un tentativo di sbarazzarsi delle domande e dubbi riguardo gli attentati del 7 luglio scorso. Perfino alcuni mezzi di informazione ad ampia diffusione avevano infatti iniziato a sottolineare il fatto che la storia ufficiale non si reggeva in piedi (1). Quello che è accaduto oggi, in pratica, toglie dalle prime pagine le critiche alla versione ufficiale.
- I fatti di oggi prolungano lo stato di paura e creano un’opinione pubblica arrendevole e pronta ad accettare le leggi draconiane contro il terrorismo. Cercano di trasformarci in Israele, con un allarme o una bomba ogni due settimane.
- il giorno in cui deve essere rinnovato il Patriot Act, Bush può usare il livello di allerta per accelerare i tempi e intimorire il Congresso affinché riautorizzi il disegno di legge. Questo si evince bene dall'articolo di Bill Sammonand Audrey Hudson sul The Washington Times del 21 luglio (http://washingtontimes.com/functions/print.php?StoryID=20050720-102536-4094r), intitolato “Bush vede gli attacchi a Londra come una ragione per il Patriot Act”
Alcune prime notizie provenienti dai luoghi interessati da questa seconda vicenda londinese sono molto interessanti.
I servizi parlano di testimoni che hanno visto arabi fuggire correndo dal luogo dell’esplosione. La popolazione di Londra è per il 20% costituita da arabi. Se una bomba vi esplode vicino, correresti via o no?
Sky News mostra scene di arabi arrestati a casaccio.
ITN news ha parlato di un sospetto attentatore suicida, arrestato e condotto nella Whitehall. Perché una persona così potenzialmente pericolosa viene condotta in un edificio governativo e non alla stazione di polizia?
Sky News asserisce che “qualcosa era nell’aria” e che alcune stazione erano state chiuse per un allarme alle 11 del mattino. <br>La BBC riferisce che lo zaino di uno dei presunti attentatori suicidi è esploso e che lo stesso attentatore è apparso sbigottito e incredulo. Qualcuno sta collocando gli ordigni nei bagagli di persone ignare? O queste persone sono degli emulatori?
Sky News dice che Tony Blair, quando è stato lanciato l’allarme, si trovava già in un incontro di crisi in un bunker sotterraneo. Un altro esempio di preparazione al caos mentre questo è già in atto?
Sky News afferma inoltre che Blair aveva programmato di incontrarsi con agenti dell’MI5 e dell’MI6 ( e con altri del Servizio Segreto) proprio nella tarda giornata odierna. Questo suggerisce che gli incontri di Blair erano previsti in coincidenza con questi eventi.
Il primo ministro austrialiano John Howard difende la sua politica in Iraq e Afghanistan utilizzando e citando la cosiddetta rivendicazione per gli attentati di Londra comparsa su di un forum in internet, che criticava il coinvolgimento del governo austrialiano in Iraq e Afghanistan. L’originale rivendicazione si è dimostrata naturalmente una bufala (http://www.prisonplanet.com/articles/july2005/080705provenhoax.htm). <br><br>
Tratto da Paul Joseph Watson & Alex Jones/Prison Planet | July 21 2005<br><br>
(1) Basti per tutti l'articolo comparso sul Mirror del 16 luglio: "EXCLUSIVE: WAS IT SUICIDE?" ("Esclusivo: si è trattato di suicidio?"), nel quale Jeff Edwards si domanda: Perché comprarono biglietti ferroviari di andata e ritorno? Perché comprarono e misero in mostra i biglietti di parcheggio per le auto? Perché nessuno gridò l'usuale Allah Akhbar' ("Dio è grande")? Perché le bombe erano negli zaini e non, come al solito, intorno al loro corpo? E così via.www.comedonchisciotte.org/
LONDRA 2 - A VOLTE RITORNANO
Non credevate mica di rilassarvi, cari Londinesi, dopo il brusco scossone di due settimane fa? No no, spiacenti ma non si può. Se no noi le bombe cosa le mettiamo a fare, scusate? Che ce ne facciamo dello spavento una tantum? Certo, altro sangue magari non serviva, però un bel contro-spavento, proprio quando credevi che fossa finita, non può farti che bene. E così, una bombetta su un autobus, e tre in altrettante stazioni della metropolitana - tanto perchè non ti sfugga che "vogliamo farti ricordare cosa è successo" - e così adesso mi stai sulle corde almeno fino ai primi di settembre. Poi qualche santo - musulmano, possibilmente - provvederà.
L'errore che fanno quelli che mettono le bombe - o meglio, scusate, quelli a cui giovano le bombe: una volta era la stessa cosa, ...
... ma oggi di questo principio pare non ricordarsi più nessuno - è che, subito dopo le esplosioni, non resistono alla tentazione di imbeccare il pubblico nella giusta direzione. Ci era già cascato Blair il 7 di Luglio, spiegandoci per filo e per segno la filosofia "islamica" che stava dietro agli attentati, e lo ha rifatto ieri, parlando da Downing Street dopo che si era tenuto un "consiglio di emergenza", nel quale però "non è stato deciso niente" [?]
''We can't minimize incidents such as this,'' ha detto questa volta Blair ''They're done to scare people, to frighten them and make them worried.'' "Non possiamo minimizzare incidenti come questo. Sono fatti per spaventare la gente, e per tenerla preoccupata". Grazie, non ci eravamo arrivati.
Gli fa eco Bush, spiegandoci che i terroristi ''understand when they kill in cold blood it ends up on our TV screens and they're trying to shake our will. And they're trying to create vacuums in which their ideology can move'', "sanno che quando uccidono a sangue freddo vanno a finire in TV, e cercano di incrinare la nostra forza di volontà. Vogliono creare un vuoto nel quale la loro ideologia possa farsi strada."
D'accordissimo anche qui, non ci piove. Tutto sta a decidere di quale ideologia si stia parlando.
Massimo Mazzucco www.luogocomune.net
Export in rosso: non ci si compra nessuno
Economia. Nuovi dati sul deficit commerciale italiano confermano la crisi dell’economia, sempre meno capace di reggere la concorrenza
Nane Cantatore
Il bollettino di guerra dei conti dell’economia italiana registra un’altra pesante sconfitta: la bilancia delle esportazioni segna un rosso pesantissimo, con un deficit commerciale di 366 milioni nel mese di maggio, a fronte di un avanzo di 146 bello stesso mese dell’anno scorso, e nei primi cinque mesi dell’anno, le importazioni hanno superato l’export di 6 miliardi e 277 milioni, mentre l’anno scorso si parlava di 2 miliardi e 724 milioni. Come sempre, le cifre dicono troppo e troppo poco: la crisi dell’economia italiana non è tanto dovuta a una contrazione delle esportazioni, che anzi registrano un segno positivo (sono salite del 5,9 per cento), ma della ancor maggiore crescita delle importazioni.
Ciò ha due cause primarie: la prima è il rincaro del petrolio, prodotto che notoriamente non si trova nella pianura padana, e che si farà sentire ancora di più nei prossimi mesi, con le ulteriori impennate e il deprezzamento dell’euro, che fa salire ancora di più i costi. A questo dato, che è significativo ma congiunturale, si aggiunge però un altro problema, in prospettiva ben più grave: se salgono le importazioni, logica vuole che sia perché le merci prodotte in Italia non sono in grado di soddisfare la domanda interna. Domanda che è quella tipica di un Paese mediamente evoluto, caratterizzato da un alta densità tecnologica nelle abitudini e nei desideri dei consumatori. Solo che questa densità non è altrettanto presente nelle imprese e nei prodotti italiani, e si pone anche il problema della concorrenzialità dei servizi: dal credito alla telefonia, all’energia, una reale apertura dei mercati europei potrebbe essere devastante per le logiche di nicchia delle aziende italiane.
Lo stesso aumento delle esportazioni, più che ad una crescita delle capacità di concorrenza dei prodotti italiani, è dovuto alla crescita del commercio mondiale, e fattori legati essenzialmente all’aumento generalizzato della domanda di beni di consumo. D’altra parte, sarebbe ingeneroso imputare tutte le colpe al sistema produttivo, che pure non è certo innocente: le merci italiane, anche quando sono di qualità elevata, trovano molte difficoltà ad arrivare sui mercati mondiali, per una serie di carenze nelle infrastrutture, nel sistema distributivo (nessun operatore internazionale nel campo della grande distribuzione è italiano, mentre abbondano britannici, francesi, tedeschi, olandesi e americani), in quelle famose sinergie di territorio e di distretto che dovevano aprire le porte del mondo ai prodotti italiani.
Il sistema dei distretti ha promosso la crescita di piccole e medie aziende che, insieme, realizzavano tutta la filiera di un singolo prodotto o, al meglio, di un comparto produttivo: una soluzione che ha trovato ottimi adepti i Cina, e che infatti è perfetta per realizzare quella che si chiama l’ottimizzazione di processo, ossia riuscire a produrre la stessa cosa a prezzi più adatti. Il problema è che ai distretti, per come sono organizzati, manca qualsiasi capacità di innovare il prodotto, e quindi di competere davvero in un contesto capace di badare alla qualità. Ancora di più, i distretti vanno in crisi quando si tratta di promuovere davvero il commercio, individuando nuovi bacini, rinnovando l’immagine e la comunicazione, mettendo a fattor comune il sistema produttivo, le infrastrutture e la distribuzione.
Più in generale, a essere in crisi è il tanto decantato modello italiano, tutto genio e improvvisazione, in cui ognuno fa per sé, tanto è il più bravo. Ed è in crisi innanzitutto perché non siamo affatto i più bravi, e poi perché l’incapacità di definire percorsi e progetti, di mettersi insieme, insomma di fare politica, è una carenza che prima o poi si paga, e pure salata. www.aprileonline.info
Barroso verso una deregulation ambientale
Legambiente: "Le politiche ambientali non sono un ostacolo allo sviluppo, ma una priorità ed un incentivo alla necessaria innovazione dell’economia europea". “Prima l’economia. Poi, se possibile, l’ambiente e la coesione sociale. E’ questa l’agenda neoconservatrice e filoindustriale che il presidente della Commissione Barroso sta cercando in tutti i modi di imporre all’Unione europea!”.
Così Roberto Della Seta, presidente di Legambiente critica la politica del presidente Barroso sottolineando il fallimento della discussione odierna sulle strategie per le politiche ambientali comunitarie del futuro. Tutto rimandato a dopo la pausa estiva. Intanto quel che è certo è che le 7 strategie, che costituiscono l’architrave del sesto programma di azione ambientale adottato nel luglio 2002, – ossia le misure comunitarie da intraprendere per combattere l’inquinamento atmosferico ed i mutamenti climatici, proteggere l’ambiente marino ed urbano, riciclare i rifiuti, promuovere una gestione sostenibile delle risorse naturali, ridurre l’impatto dell’uso dei pesticidi e proteggere il suolo – andranno attuate entro la fine dell’anno.
“Barroso – continua Della Seta - sostenuto dai commissari Verhheughen (industria), McCreevy (mercato interno) e Mandelson (commercio), ha cercato in tutti i modi di imporre la sua linea di deregulation ambientale, ribadendo che per rilanciare la competitività delle imprese è indispensabile liberare l’economia europea da tutti quei vincoli ambientali che ne stanno rallentando la crescita”.
Eppure, ricorda Legambiente, su tematiche quali l’inquinamento atmosferico, la Commissione ha già effettuato uno suo studio di impatto dal quale emerge che a fronte di un costo annuo di 12 miliardi l’anno – di qui al 2020 - delle misure necessarie a prevenire le 350.000 morti premature causate dall’attuale inquinamento che soffoca le città europee, i benefici – in termini di natura ambientale e sanitaria oltre che di innovazione tecnologica – sono quattro volte superiori.
“Le politiche ambientali non sono un ostacolo allo sviluppo, ma una priorità ed un incentivo alla necessaria innovazione dell’economia europea. – conclude il presidente di Legambiente - Gli europei non vogliono tornare indietro per sacrificare l’ambiente e la coesione sociale sull’altare della competitività. La deregulation neoconservatrice che Barroso sta tentando di imporre all’Unione europea va fermata subito, prima che inizi a provocare seri danni”.
20/07/2005 http://www.ecoage.com/news/20050721/legambiente-contraria-deregulation-ambientale-ue.htm
L’Islam deve rinnovarsi
Gli attacchi di Londra hanno scioccato il mondo intero e ci hanno fatto chiedere ancora una volta: «perché?». Ma coloro che si affannano a puntare il dito contro i fondamentalisti e la povertà non centrano la domanda: cos’è il vero Islam?
Tahir Aslam Gora promuove un nuovo tipo di Islam Ad oggi si sono spese molte parole riguardo alle radici del terrorismo islamico e sul come sradicarle. Ma quali sono queste cause? La politica estera degli Usa o del Regno Unito? La sete di petrolio dei Paesi ricchi? La povertà e l’analfabetismo nel mondo musulmano? Il dirottamento dell’Islam da parte di qualche estremista?
Queste, tra molte altre, sono le ragioni che molti intellettuali di sinistra e sedicenti musulmani liberali – dal giornalista inglese Robert Fisk all’autore pachistano Tariq Ali – forniscono per gli attacchi di Londra e per il terrorismo islamico in generale.
Musulmani contro musulmani
Ma siamo franchi: se non possiamo negare che gli Stati Uniti utilizzino due pesi e due misure nella politica estera e che l’America stessa sia alla ricerca dell’egemonia, non possiamo nemmeno chiudere gli occhi sul fatto che anche il mondo musulmano abbia utilizzato questi stessi metodi per la propria politica estera. Non è per caso vero che le nazioni musulmane hanno cercato di dominare i propri vicini, anche quando questi facevano parte del mondo musulmano? La ricerca dell’egemonia del Pakistan sull’Afghanistan, della Siria sul Libano, gli attacchi dell’Iraq in Iran e Kuwait ne sono esempi e questi sono solo quelli più eclatanti.I nostri famosi progressisti musulmani accennano appena agli atti barbarici di paesi come l’Iraq, l’Iran e la Turchia sui musulmani Kurdi.
Quindi cerchiamo di guardare alle vere cause del terrorismo islamico: l’Islam di oggi. I leaders mondiali, per mantenere l’armonia tra le religioni, affermano che l’Islam sia una religione di pace. Ma in realtà ci sono diverse pecche fondamentaliste nell’insegnamento dell’Islam: disparità tra i sessi, intolleranza dei non musulmani e libertà personali limitate (inclusa la libertà di parola e di creatività artistica). È vero che il terrorismo islamico è supportato da una piccola percentuale di estremisti musulmani, tuttavia è anche vero che il terrorismo non è condannato con fermezza dalla maggioranza degli altri Musulmani.
Il bisogno di cambiamento
I musulmani progressisti affermano che l’Islam sia stato dirottato e che i musulmani veri non appoggino il terrorismo. Se questo è vero dunque, perché Osama Bin Laden è considerato un eroe in molti paesi islamici? Provate a camminare tra le strade del Pakistan, Sudan, Bangladesh, Indonesia, Somalia e molti altri paesi musulmani e noterete il rispetto e la stima verso Bin Laden e altri leaders come lui. Questo rispetto non è il risultato dell’analfabetismo e della povertà ma del modo in cui la religione islamica è insegnata. Questa è la causa del fatto che migliaia di dottori, professori e altri professionisti musulmani non condannano il terrorismo Islamico.
I media ed i leaders mondiali devono centrare la loro attenzione verso i veri musulmani liberali che hanno il coraggio di chiedere cambiamenti effettivi per rimediare i difetti basilari dell’Islam. Quei sedicenti progressisti islamici che cercano di giustificare l’Islam come una religione di pace e tolleranza stanno solo rendendo la situazione più confusa. Ci sono molti veri liberali che hanno proposto cambiamenti nell’Islam per anni, ma le loro voci sono costantemente e deliberatamente ignorate dai media. Se queste voci iniziassero ad essere ascoltate, forse cambierebbero qualcosa nella coscienza dei musulmani.
Tahir Aslam Gora - Toronto www.cafebabel.com/it
Documento dei Cittadini per l'Ulivo della provincia di Treviso
Le Primarie, uno strumento di partecipazione - Alla fine saranno proprio i Partiti ad averne un vantaggio perché potranno ancora parlare di politica e progettare nuovi modelli economici e sociali, con persone disponibili ad ascoltare e a dare ......
I Cittadini per L’Ulivo stanno partecipando ad un Gruppo di lavoro composto da : Cittadini per L’Ulivo, Comunisti Italiani, Lista Di Pietro, Movimento Oggi per Domani, Lista Per il Veneto con Carraro, Rifondazione Comunista, Verdi, con l’obiettivo di realizzare “elezioni primarie” per la scelta del Candidato alla Presidenza della Provincia di Treviso e per la definizione delle linee programmatiche che detto candidato e la sua squadra dovranno assumere come elementi identificativi di alternativa alle politiche sin qui portate avanti dal centro destra ed in particolare dalla Lega Nord. Si tratta di elezioni anticipate rispetto alla scadenza e che con ogni probabilità si terranno in concomitanza con le Elezioni Politiche Nazionali.
Di seguito proponiamo alla Vostra attenzione il documento presentato dai “Cittadini per L’Ulivo nella riunione del 19 Luglio u.s.
LE PRIMARIE – UNO STRUMENTO DI PARTECIPAZIONE.
Da alcuni anni stiamo assistendo a forme e modalità nuove di partecipazione alla vita politica da parte dei Cittadini (si pensi ai girotondi, al movimento per la Pace, alle mobilitazioni spontanee in difesa della Costituzione e contro la riforma della Giustizia). Queste forme di mobilitazione non sono più coordinate e programmate solamente dai Partiti anzi, in alcuni casi, i Partiti tradizionali hanno dovuto rincorrerle quando non le hanno addirittura subite.
E’ quindi venuto meno in questi anni il rapporto privilegiato che i grandi Partiti tradizionali avevano con numeri sicuramente importanti di iscritti e con il corpo elettorale nel suo insieme.
La crisi dei Partiti è stata ed è ancora crisi di iscritti, crisi organizzativa e finanziaria, crisi anche di proposta politica innovativa ed adeguata ai gravi problemi che la situazione generale propone, ed è anche crisi di classe dirigente credibile e preparata. In un contesto del genere da più di dieci anni stiamo assistendo ad un progressivo allontanamento dei Cittadini dalla politica e da chi ha sempre organizzato la politica. Questa situazione è stata sicuramente funzionale al centro destra, ma ha anche prodotto, in particolare negli anni del governo Berlusconi, uno scatto di orgoglio dei Cittadini elettori che in molti casi hanno ritenuto di doversi rimettere in gioco per salvare il nostro Paese dalla deriva.
Questi Cittadini chiedono però di essere protagonisti, coinvolti, chiedono di poter dare il loro contributo di idee, professionale e di valori, in altre parole sono disponibili a mettersi a disposizione della politica in prima persona e non con la sola modalità della delega.
Questi Cittadini e i Movimenti che esprimono , non sono contro i Partiti, anzi, stanno facendo un lavoro prezioso di avvicinamento di altri Cittadini elettori alla politica ed è evidente che tanto più si allargherà questo coinvolgimento, tanto meno saremo di fronte ad elettori amorfi per i quali votare un raggruppamento od un altro è sempre la stessa cosa tanto non cambia nulla !!!
Alla fine saranno proprio i Partiti ad averne un vantaggio perché potranno ancora parlare di politica e progettare nuovi modelli economici e sociali, con persone disponibili ad ascoltare e a dare il proprio contributo, piuttosto che continuare a parlare a Cittadini che proprio non li capiscono e non vogliono neanche starli a sentire; e si badi bene questa è la fotografia degli insuccessi elettorali del centro sinistra in Veneto ed in particolare a Treviso.
Ecco quindi come le “PRIMARIE”, con i Partiti aperti alla Società Civile ed ai Movimenti, possono essere un utile momento di confronto sulle linee guida del programma e di selezione dei candidati che alla fine consegnerà a tutti la consapevolezza di aver partecipato da protagonisti a questa fase del momento elettorale e si chiuderà con un impegno solidale di tutti a sostenere il Candidato prescelto con uno spirito di squadra compatto.
CITTADINI PER L’ULIVO PROVINCIA DI TREVISO
Roberto Volpato
Backstage
Nascosti sotto l'ombrellone dell'amnesia collettiva, alcune notizie scivolano via dai nostri giorni, distratti come siamo dalle volgarità dei colonnelli della Lega e dalle spacconate di Curzi. Tuttavia sarebbe un peccato non appuntare su queste pagine le manovre che stuzzicano le politiche editoriali e gli assetti societari del mondo della comunicazione, che di tanto in tanto si affacciano su giornali di nicchia e poi spariscono con la prima cosa che dichiara Calderoli. Partiamo con tre pillole.
1) EDITORIA_ Il numero dell'Espresso che ha accompagnato, con grave ritardo, le esplosioni di Londra, ci ha sussurrato che il nuovo Corriere della Sera, in edicola il 20 luglio, inaugura il suo restyling con una sostanziale riduzione del dorso Lombardia. Una scelta che avvantaggerebbe le altre testate che si occupano di news locali. E quali tra queste può vantare una presa sul territorio milanese e nello stesso tempo buone relazioni con i piani alti della travagliatissima RCS? Ma certamente "Il Giorno" di Andrea Riffeser, grande amico di Vittorio Colao (i due sono soci nella società di comunicazione Dada) editore, tra l'altro, del Resto del Carlino di Bologna. Cosa ci guadagna il Corriere? Proprio lo sbarco sulla piazza bolognese, da tempo agognato dalle parti di Via Solferino. Cotoletta alla bolognese o ragù alla milanese?
2) TELEVISIONE_ Altro che "anvedi come balla Nando". Il tormentone dell'estate è "chi sostituisce Bonolis?". L'enfant prodige di Bim Bum Bam ha lasciato un vuoto incolmabile, come si dice dei defunti illustri. Continuano a farsi nomi (Teocoli e Fazio su tutti), ma Endemol, società di contenuti (?) proprietaria del format di "Affari Tuoi", prende tempo, aiutata dall'incertezza di Del Noce e compagnia. Un favore al Biscione, che da questa incertezza continua a trarre vantaggio in termini di pubblicità? Può darsi. L'unica sicurezza è che le società di produzione televisiva oggi hanno un potere di vita o di morte su format, palinsesti e conduttori. Se n'è accorto anche Murdoch che, in collaborazione con la Twentieth Century Fox, ha deciso di investire sulle produzioni per il mercato catodico italiano, materializzando così il fantasma che spaventa le notti del piccolo Piersilvio, intervistato il 13 luglio da Repubblica. Cosa farà papà? Si comprerà anche Endemol? Con tutta probabilità sì, considerando le ultime operazioni di mercato, gli utili che Mediaset ha accumulato in questi anni e la volontà di Telefonica, la società che detiene il 100% di Endemol, di mollare l'osso. Controlla i contenuti e controllerai le coscienze. Altro che Riforma Moratti...
3) STAMPA ESTERA_ John Pilger, uno dei più raffinati giornalisti mondiali, ha nelle scorse settimane avvertito che un nuovo patto tra il sindacato dei giornalisti britannici (NUJ - National Union of Journalists) e il governo inglese sta minando le basi della libertà di stampa oltremanica. L'obiettivo ufficiale è quello di propagandare i nobili programmi di lotta alla povertà del bugiardo Tony Blair. Ma cosa c'entra - osserva Pilger- la lotta alla povertà con le politiche di privatizzazione perseguite dal governo nel settore energetico in India e nell'industria del tè in Nepal? Potranno mai spiegarcelo i giornalisti embedded al soldo di Downing Street? Il fumo di Londra si addensa sempre più sulle teste dei reporter, letteralmente arruolati in blocco per la modica cifra di 80.000 sterline. "Can buy me love..." www.megachip.info
Il petrolio alimenta la disputa sul confine Suriname-Guyana
di Anton Foek
Lo scontro tra le compagnie petrolifere canadesi, spagnole e danesi sulle riserve di petrolio recentemente scoperte tra il Suriname e la Guyana fomenta le tensioni politico-sociali tra i due paesi
Il caldo umido avvolge come una coperta quando, dall’aereo con l’aria condizionata, si sbarca all’aeroporto internazionale della Guyana. Ancor prima di raggiungere la dogana, il confine tra l’aria umida e la pelle madida scompare. Non è l’unico confine a sfumare nel vago in questa remota costa settentrionale del Sud America.
Fin dal periodo coloniale, la divisione tra la Guyana e il confinante Suriname è stato indistinto e mobile come la foschia che aleggia su quest’ultimo durante la stagione delle piogge. Quando la Guyana ha ottenuto la propria indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1996 e gli olandesi hanno concesso la libertà al Suriname nel 1975, la zona oggi contesa era un regno di agricoltori e poveri pescatori relativamente senza valore. Ma anche allora, uno dei leader del Suriname, il dottor Jaggernath Lachmon, mise in guardia gli olandesi sul fatto che concedere l’indipendenza a un paese senza confini stabiliti avrebbe causato innumerevoli problemi alle generazioni future. Gli olandesi, durante i negoziati per l’indipendenza, risposero che un paese come il Suriname, con i suoi magnifici poeti, sarebbe sopravvissuto per sempre.
Pochi decenni più tardi, la scoperta di enormi riserve di petrolio al largo delle acque territoriali contese ha confermato gli avvertimenti di Lachmon. Le compagnie multinazionali – attirate dalla prospettiva di 15 miliardi di barili di petrolio – sono in competizione per l’ottenimento dei diritti di trivellazione e stanno alimentando un conflitto in atto da secoli con l’obiettivo di farlo sfociare nella guerra aperta.
Anche i vecchi detti sono cambiati. In Suriname si usava dire “un vicino vale più di un amico lontano”. Adesso il proverbio preferito è diventato: “Se le cose vanno male, il tuo migliore amico o il tuo vicino possono diventare il tuo peggior nemico”.
Il confine tra un amico e un nemico corre lungo il fiume Corantijn che, sfociando nel mare, divide i due paesi. La disputa “ha avviluppato la gente di questi due paesi nella spirale di un conflitto inutile e di uno spreco di tempo prezioso”, sostiene Brian Johnson della Guyana, addetto alla riscossione di tasse e pedaggi nella riserva naturale di Iwokrama, su un lato del fiume. Sull’altro versante, l’ufficiale di dogana Frank Bruining concorda: “Una totale perdita di tempo; questi politici dovrebbero saperlo ancora meglio. Invece di cooperare, lottano per guadagni politici a spese della gente comune”.
Il Suriname e la Guyana si sovrappongono non solo dal punto di vista geografico: entrambe sono state formate dalle correnti migratorie cominciate nella metà del 19° secolo, quando l’abolizione della schiavitù portò alla costituzione di insediamenti e poi al sovraffollamento delle aree urbane. Successivamente, l’emigrazione di lavoratori provenienti dall’India, dalla Cina e dall’Indonesia ha creato una società multiculturale, generando una dinamica politica turbolenta. E oggi, entrambi i paesi condividono numerosi problemi sociali intensificati dai rischi e dalle promesse della ricchezza del petrolio e dall’avida attenzione delle multinazionali che li manovrano al fine di ottenerne il controllo.
Disputa sul confine, rivalità tra le multinazionali
La Guyana è rappresentata dalla CGX Energy Inc. di Toronto, Canada. La richiesta del Suriname è appoggiata dalla Repsol YPF spagnola e dalla Maersk Oil danese. E, nonostante le azioni intraprese per cercare di risolvere la disputa sul confine, nessuna di queste multinazionali sembra interessata a trovare una soluzione politica al problema.
“Il loro interesse non è il nostro”, dice Brian Johnson. “Il loro interesse è personale, devono soddisfare i propri azionisti. I nostri governi hanno il dovere di garantire una sussistenza adeguata alla nostra gente, di fornirci abitazioni adatte, un’assistenza sanitaria sufficiente e la scolarizzazione”.
Le multinazionali hanno acceso la prima scintilla nel 1998, quando la Guyana concesse alla CGX il permesso di trivellazione per l’estrazione del petrolio nelle aree costiere che rivendicava come proprie. Nel 2000 una piattaforma giaceva sopra i giacimenti di petrolio più promettenti della Guyana. Ma prima che iniziassero le trivellazioni, un aereo delle forze aeree surinamesi intercettò la piattaforma di trivellazione, e il Suriname ordinò di rimuoverla da quello che reclamava come il suo territorio. Poi, nel bel mezzo della notte, una cannoniera surinamese trascinò via la piattaforma della Guyana dando il via a una crisi internazionale totale.
I canadesi lasciarono il paese in attesa di ulteriori sviluppi. Da allora i lavori in mare aperto si interruppero in entrambe le regioni, mentre il prezzo del petrolio e il valore delle rivendicazioni cresce costantemente.
Nel febbraio del 2004 la Guyana, non avendo altre opzioni pacifiche, portò la disputa davanti al Tribunale internazionale di Amburgo. Accusò il Suriname di aver ostacolato i negoziati degli ultimi anni e di aver cacciato la CGX Energy dall’area marittima contesa.
A causa della complessità delle norme procedurali e della burocrazia sulla comunicazione del conflitto, gli alti funzionari e i procuratori non possono dire molto. I due paesi però continuano ad accusarsi a vicenda di ostacolare le negoziazioni bilaterali. Secondo recenti resoconti di alcuni portavoce di Georgetown e Paramaribo (rispettivamente le capitali della Guyana e del Suriname) la regolamentazione a riguardo, attesa da decenni, verrà presto resa pubblica.
Il gioco dell’attesa
Mentre le nazioni e le multinazionali conducono la disputa, lo sviluppo è bloccato, ed entrambi i paesi aspettano le future ricchezza dei proventi petroliferi.
Il Suriname, che possiede sia il petrolio che altre risorse, si trova a tal proposito in una condizione migliore. Un boom dell’industria della bauxite che dura da quasi un secolo lo ha reso uno dei paesi più prosperi e con più affluenza della regione. Infatti, adesso che lo sfruttamento delle riserve e delle risorse sta giungendo al termine, l’Aluminum Company of America (Alcoa) sta esplorando i paesi vicini. Come il Suriname.
La State Oil Company, l’orgoglio del Suriname, è un’industria grande ed efficiente che produce 70 milioni di dollari di reddito annuo per i 500.000 abitanti del paese. Il direttore generale, Eddy Jharap, la gestisce come un’azienda privata, per evitare la lenta burocrazia e i massicci coinvolgimenti governativi tipici del settore pubblico.
La trivellazione in mare aperto della State Oil nel distretto di Saramacca rifornisce il mercato locale con greggio pesante, ed esporta il 25 % del totale della produzione. Anche la bauxite e l’oro generano profitto come del resto gli accordi di sfruttamento delle risorse con l’Olanda.
Ma nessuna di queste aziende può sovvenzionare da sola le esplorazioni in mare aperto. “Non siamo in grado di farlo da soli”, afferma Jharap. “Soltanto per le fasi di esplorazione si spende una fortuna”.
Dopo una valutazione mondiale durata cinque anni e terminata nel 2000, quando la U.S. Geological Surveys scoprì una riserva potenziale di 15,3 miliardi di barili, la Repsol decise subito di mettersi in affari con il Suriname. La Maersk e la Repsol concordarono di sostenere tutti i costi di esplorazione e di detrarli dai primi profitti. “L’anno scorso abbiamo appaltato alla Repsol YPF l’esplorazione di 12.000 miglia quadrate”, afferma Jharap. “E adesso abbiamo firmato anche con la Maersk Oil per altre 14.000 miglia quadrate. Siamo molto fiduciosi”.
In passato, nel 1996, anche la Repsol, un’azienda estremamente attiva che si muove come un ragno tra i paesi CARICOM e MERCOSUR, ha sancito un accordo con la Guyana.
La Guyana è un paese molto più povero dei più poveri nel Sud America e nutre altissime speranze sul fatto che il proprio accordo commerciale con la CGX Energy Inc. possa generare prosperità. La CGX Energy e la sua consociata al 62 % guyanese, la ON Energy Inc., hanno recentemente iniziato a trivellare in mare aperto nella regione di Yakusari nel primo dei quattro pozzi petroliferi in programma.
Warren Workman, vice presidente della CGX Energy e presidente della ON Energy, ha affermato che l’azienda ha intrapreso un programma di trivellazione molto rischioso, basato su trivellazioni sismiche e geochimiche. “È davvero eccitante riuscire finalmente a trivellare il primo dei nostri quattro pozzi petroliferi mai esplorati”, ha detto. In un pozzo petrolifero inesplorato, “un pozzo che si trova in un’area che non si sapeva produttiva… la probabilità di un successo commerciale è molto bassa, generalmente non superiore al 10%. Nel corso degli anni, nella Guyana solo 8 pozzi sono stati trivellati a terra e 11 in mare aperto; erano tutti asciutti e furono abbandonati. Tuttavia, rilevamenti di petrolio e di gas in diversi di questi pozzi storici hanno fornito la prova dell’esistenza di un sistema attivo di idrocarburi. Un esito positivo avrebbe un impatto significativo sia sui nostri azionisti che sulla Guyana”.
Battaglia legale
La vera posta in gioco sembra essere costituita dalle riserve in mare aperto oggetto della disputa. La dinamica fondamentale pare svolgersi tra le grandi multinazionali e, ora, tra i loro rispettivi avvocati. La Guyana, con poche risorse e senza altra opzione pacifica, ha deciso di rivolgersi al Tribunale internazionale per il diritto del mare di Amburgo. Il Suriname ha assunto il Professor Hans Smit, un’istituzione della Columbia University di New York, mentre la Guyana si è rivolta al Professor Frank Smith (docente della University of Washington recentemente andato in pensione). Ciascun paese ha formato squadre legali dal profilo molto alto, in grado di presentare il caso al tribunale internazionale.
La Guyana accusa il Suriname di violare la legge internazionale marittima e sostiene che entrambi i paesi hanno firmato accordi e convenzioni che impongono una soluzione pacifica ad eventuali conflitti internazionali. La Guyana reclama di aver subito perdite finanziarie come conseguenza delle azioni militari del Suriname e chiede che il Suriname non intraprenda più azioni militari, ad esempio come quelle contro i pescatori, nelle regioni del contenzioso.
Inoltre, la Guyana chiede che il Suriname interrompa lo sfruttamento delle aree marittime tra i 10 e i 34 gradi, quelle che si trovano a una località sul versante occidentale del fiume Corantijn tra i due paesi, in direzione nord.
Per arrivare ad una sentenza ci potrebbero volere 30 anni e comunque non sarebbe vincolante. Dato l’inalterabile fatto che nessuna delle accuse dei due paesi è sostenuta da documenti definitivi, l’unica soluzione ragionevole per entrambi i paesi sembra essere quella di ‘sfruttare i poteri forti’. Ma, considerando la scarsa attuabilità di un’opzione del genere – soprattutto alla luce del ruolo aggressivo delle multinazionali nel fomentare posizioni del tipo il “vincitore prende tutto” – il tribunale potrebbe essere l’unica speranza di evitare l’ostilità armata.
Partite di calcio sospese
La disputa tra i due paesi si è fatta sentire anche tra la gente comune. I guyanesi e i surinamesi si vedono ormai tra loro come nemici, rivali e capri espiatori. Le partite di calcio tra club in precedenza amici adesso sono state sospese. I residenti di entrambi i paesi aggrottano le ciglia alla vista dei vicini visitatori ed evitano di comprare i rispettivi prodotti. Altri, sia tra le élite che tra la gente comune, cercano di trovare qualcosa in comune in una storia, nei problemi comuni. A Brasilia, gli ambasciatori di entrambi i paesi - Marilyn Miles del Guyana e Rajendrakumar Sonny Hira del Suriname - restano in ottimi rapporti di amicizia. L’ambasciatore Hira è d’accordo e afferma che, essendo il conflitto solo teorico, non se ne dovrebbe risentire nella vita quotidiana. “Gli voglio molto bene”, afferma Miles nel suo ufficio. “L’ostilità che si manifesta spesso tra i due paesi non esiste tra noi”.
Entrambi vedono la disputa del confine come un triste degenerazione e sperano in una soluzione che avvantaggi la gente.
La stessa speranza è condivisa da Derryck Ferrier, un economista e un consulente del Suriname formatosi in America. Egli sostiene che a pagare le conseguenze di questo conflitto è la classe media di entrambe le nazioni, che rischia di regredire ai livelli più bassi della società e a unirsi alle classi più povere. E senza l’aumento della prosperità, la classe povera avrà poche possibilità di migliorare la propria condizione.
“Raramente il petrolio ha favorito la popolazione locale”, ha detto Ferrier a CorpWatch in una conversazione telefonica. “È un motivo di guerra e di turbamento della pace. Le aziende non si preoccupano dei rischi ambientali che le loro attività comportano. Soprattutto le aziende straniere. Una volta ottenuto il petrolio e lasciato il paese non si preoccupano di ripulire dietro di sé. Pensate a quello che è successo a Maracaibo, in Venezuela o a Cubatao, in Brasile. Le persone non possono più né vivere né lavorare in quei luoghi a causa dell’avvelenamento del terreno. L’inquinamento che rende l’aria puzzolente fa ammalare la gente che vive nei pressi delle raffinerie. Ci sono molti altri esempi in tutto il mondo, da Aceh e Timor Est in Indonesia al Chad in Africa e a Aruba o Curacao nelle Antille olandesi”.
Ferrier ha sottolineato, “L’unica cosa che possiamo fare è sperare che i nostri leader, che si incontreranno il prossimo mese (luglio) a Granada, avranno abbastanza buon senso da decidersi prima che sia troppo tardi, prima che i nostri popoli vengano messi l’uno contro l’altro, dalle pressioni delle aziende volte ad alimentare un’aperta ostilità che non è nell’interesse di nessuno se non del proprio”.
Fonte: http://www.guerrillanews.com/articles/1528/Oil_Fuels_Suriname_Guyana_Border_Clash
Tradotto da Tanja Tion per Nuovi Mondi Media
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Massive Attack
21.07.2005
Il movimento nazionalista Ataka, nato a maggio, è diventato la quarta forza politica della Bulgaria alle elezioni del 25 giugno scorso. L'ascesa del nazionalismo nel Paese è il risultato di problemi a lungo ignorati, che oggi possono mettere a rischio le relazioni interetniche
Di Yana Buhrer Tavanier, per Transitions Online, 8 luglio 2005
Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Francesco Martino
Volen Siderov, leader di Ataka SOFIA, Bulgaria - Simeon è seduto su una sedia in legno nel suo cortile; la sedia è vecchia e rotta, il cortile non più grande di cinque metri quadrati. Non ci sono né erba, né alberi, né uccelli, ma soltanto polvere. Simeon è a piedi scalzi, fa caldo, e la sua camicia, sbottonata sul petto, è madida di sudore. I suoi occhi scuri guadano in direzione della sua casa.
La casa è senza porta, dentro si scorgono bambini che giacciono sul letto, qualcuno dorme per terra. Una donna lo scruta da dietro una finestra rotta e polverosa, sguardi pieni di rabbia.
"La gente qui non ama i giornalisti", sospira Simeon, "ma non c'è altro modo per far sentire la nostra voce". Simeon potrebbe avere dai 20 ai 35 anni, ma se è difficile definire la sua età, è facile indovinare altri aspetti della sua vita: è povero, di una povertà oltre ogni immaginazione, analfabeta e senza grosse speranze per il futuro. Di fatto è come ogni altro Rom che vive in questo ghetto, ad appena dieci minuti di macchina dal centro di Sofia.
"Abbiamo paura", continua a ripetere Simeon. "Qualcuno ha una radio in casa, si ascolta con attenzione e poi ci riuniamo tutti per commentare le ultime notizie. Lo sapeva che Ataka vuole trasformarci tutti in sapone? Questo è quello che gridano i loro elettori, facciamo sapone con gli zingari!"
Soap-opera alle urne
L'Ataka di cui parla Simeon è un nuovo movimento politico, il cui ottimo risultato elettorale nelle consultazioni politiche del 25 giugno sembra aver preso tutti di sorpresa.
E, a dirla tutta, in queste elezioni ci sono stati più colpi di scena che in una soap-opera sudamericana.
Innanzitutto l' affluenza alle urne – intorno al 55 percento – la più bassa nelle elezioni tenute in Bulgaria dalla fine del regime comunista, e questo nonostante la "lotteria dell'elettore", che ha dato la possibilità di vincere macchine, televisioni e telefonini a chi si è recato a votare.
Poi l'ingresso in parlamento di ben sette partiti, un vero record per il paese.
In molti pronosticavano una larga vittoria del partito socialista (BSP), con un risultato vicino al 40 percento. Questo, però, non è successo, e nonostante la Coalizione per la Bulgaria, guidata dal BSP, abbia raccolto il 31 percento dei consensi, il partito si trova oggi nella difficile posizione di avere una maggioranza relativa in parlamento, ma di essere ancora incapace di esprimere una coalizione di governo.
Al momento i socialisti stanno intavolando discussioni con la seconda e terza forza politica del paese, rispettivamente il Movimento Simeone II (NDSV) dell'ex monarca Simeon Saxecoburggotski, e il Movimento per i Diritti e la Libertà (DPS), espressione della minoranza turca.
Il DPS, che fino ad oggi ha partecipato ad ogni governo dalla fine del regime, ha già manifestato il suo interesse ad entrare in quello che va ora delineandosi. Ma siccome l'alleanza BSP-DPS non è comunque sufficiente a garantire una maggioranza, e l'ingresso nel governo dei tre partiti orientati a destra sembra da escludere, tutti gli occhi sono ora puntati sull'ex premier Saxecoburggotski, che di certo non vorrà cedere facilmente la poltrona a Sergej Stanishev, leader del BSP.
Di conseguenza uno dei due temi politici oggi più discussi in Bulgaria è "chi sarà il nuovo primo ministro, e a che prezzo".
L'altro, invece, è la novità di queste elezioni, il movimento Ataka.
Questa coalizione nazionalista è nata a maggio, e meno di due mesi dopo ha collezionato più dell'8 percento dei voti, diventando il quarto gruppo in parlamento. Un movimento di questo tipo rappresenta una novità per la Bulgaria, dove, dalla fine del comunismo, Bulgari, Turchi e Rom non hanno conosciuto le tensioni interetniche che hanno provocato guerre sanguinarie in altri paesi dei Balcani. Analisti politici, giornalisti, sociologi, tutti hanno individuato nel successo di Ataka la principale sorpresa di queste elezioni.
In molti hanno archiviato il supporto di circa 400.000 elettori definendolo un "voto di protesta". Ma non è tutto qui.
Heil Siderov!
Kiril e Andrej rispondono alla domanda con un sorriso. "Certo che andremo a votare. E voteremo per Ataka".
Mancano dieci giorni alle elezioni, sediamo in una strada assolata di Veliko Tarnovo, città della Bulgaria centrale. Kiril e Andrej ci dicono che tutti i loro amici andranno a votare per Ataka, "E sa il perché?", mi dice Kiril, vent'anni appena compiuti, "A causa di una minoranza che ci mette davvero i bastoni fra le ruote. Rubano, ammazzano, sono pigri e puzzano. E' loro la colpa più grande se non si fanno passi avanti in questo paese. E solo Volen Siderov sa come metterli al loro posto".
Volen Siderov è il leader della coalizione Ataka, che include il Movimento Nazionale per la Salvezza della Patria, il Partito Nazional-Patriottico Bulgaro, il circolo politico Zora (Alba) e un gruppo noto come Difesa – Unione Patriottica della Riserva Militare.
A uno sguardo più attento si nota come molti dei suoi deputati, che siederanno nel prossimo parlamento, sono ex membri delle forze di sicurezza, alcuni dei quali con connessioni col vecchio apparato di regime.
Cinquant' anni, capelli bianchi, Siderov, è un giornalista con alle spalle una lunga carriera. E' stato caporedattore di Demokracia , quotidiano legato alla destra moderata dell'Unione delle Forze Democratiche (SDS), poi vice direttore del quotidiano Monitor, dal quale è stato in seguito licenziato.
Attualmente conduce un programma televisivo che si chiama proprio Ataka, in onda su SKAT TV, un canale locale via cavo. Ataka è stata l'arma più potente della coalizione nazionalista durante la campagna elettorale: mentre gli altri partiti spendevano grandi somme in pubblicità, Siderov era in onda. Suoi cavalli di battaglia: Bulgaria fuori dalla Nato, fine delle relazioni con Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, revisione dell'accordo "anti-bulgaro" con l'Ue sulla chiusura dei due reattori della centrale nucleare di Kozloduj. Siderov ha accusato il governo di aver contratto accordi di privatizzazione "criminali", ed ha affermato che non si dovrebbe vendere la terra bulgara agli stranieri. Nel suo programma ha urlato slogan come "fermare il terrore zingaro sui Bulgari", "via la lingua turca dai programmi della tv di stato" e "restituiamo la Bulgaria ai Bulgari", che è divento il refrain della campagna elettorale.
Ma non è tutto. Siderov è l'autore di numerose pubblicazioni, tra cui Il Boomerang del Male e Bulgarofobia. Nel 2002, un report di Human Rights Without Frontiers International, organizzazione che monitora questioni religiose, accusava l'autore di xenofobia e antisemitismo. Nel Boomerang del Male, scrive il report, la responsabilità di tutte le ingiustizie del mondo è fatta ricadere sulle spalle degli ebrei, mentre in Bulgarofobia chiunque difenda i diritti umani di Rom, gay e altri gruppi marginalizzati in Bulgaria è accusato di complotto. In un suo articolo sulla "discriminazione razziale contro i Bulgari", Siderov parla di un "genocidio sistematico" in atto contro i Bulgari. "Tutte le minoranze" continua l'articolo, "sono invece sempre più protette da potenti strutture finanziarie che dall'estero puntano a dividere la Bulgaria".
Ciò nonostante, Siderov perde le staffe se qualcuno lo chiama razzista o fascista. Afferma di non essere contro i Rom, ma di voler mettere fine all'eccessiva tolleranza nei loro confronti, motivo per il quale ha proposto la creazione di campi di lavoro per criminali Rom. Ha invitato poi gli appartenenti alla minoranza turca a mutare i propri nomi in nomi bulgari, visto che in Bulgaria ci dovrebbero essere soltanto Bulgari.
Dopo le elezioni, sul forum del sito web di Ataka (www.atakabg.com) è stata pubblicata una lista con i nomi di 1.500 ebrei bulgari, sotto il titolo "Non siamo forse tolleranti?". Le prime parole sono "Infettati dalla peste e da una pericolosa razza che avrebbe dovuto essere eliminata sin dal giorno in cui è venuta alla luce". Ataka sostiene che il post è una provocazione fatta da qualcuno di esterno per mettere il movimento in cattiva luce. Ma se da un lato prendeva le distanze, dall'altro l'home page del sito continuava ad ospitare una mappa della Bulgaria coperta dalle bandiere di Israele e Turchia, sovrastate dalla scritta "For Sale".
"Non siamo fascisti"
"Le sembro una fascista?" Elka è una donna minuta, capelli chiari e occhi azzurri. Vive a Zaharna Fabrika, un sobborgo di Sofia, ed è a capo del comitato che vuole mandare via i numerosi Rom che vivono qui. Due mesi fa un professore universitario è rimasto ucciso in una rissa scoppiata tra Bulgari e Rom, "e questo è il quarto episodio di questa gravità". Elka è la proprietaria di un piccolo caffè, e sostiene di aver aiutato spesso molte famiglie Rom, "con una pagnotta o due di pane, un pacchetto di zucchero, fagioli… Ma non ce la faccio più. Sono stata aggredita così tante volte… Molti dei miei amici e familiari sono stati picchiati e derubati. Tutto questo deve finire. Adesso".
Entra nel bar, prende una spessa cartella, la apre e inizia a sfogliarla in cerca di qualcosa. Nel frattempo Volen Siderov ci guarda accigliato da un poster attaccato al muro. Quando torna porta una lista dal titolo "vittime del terrore Rom", due pagine piene di nomi. "I primi della lista sono i morti", sussurra quasi.
Gli osservatori sostengono che alla base del successo di Ataka potrebbero esserci i recenti incidenti tra Bulgari e Rom, e l'incontro con Elka sembra sostenere questa tesi. "Certo che ho votato per Ataka. Tutti qui l'hanno fatto. Nessun altro ci capisce. L'unico che è venuto a trovarci e ci ha invitato a discutere dopo gli incidenti è stato Volen Siderov. E tutti dovrebbero capire che non siamo fascisti. Vogliamo semplicemente giustizia. La maggior parte degli zingari del quartiere vive qui illegalmente, le loro case sono abusive. Per questo devono andarsene. Credo che dovrebbero andare tutti in campi di lavoro. Questa nazione appartiene a chi paga le tasse; abbiamo doveri, e quindi diritti. Gli zingari non rispondono ai loro doveri, e quindi non hanno diritti. Ho ragione?". E la domanda di Elka non ammette risposta.
In Bulgaria ci sono dai 600.000 al milione di Rom su una popolazione totale di meno di otto milioni di persone. E i Rom in Bulgaria fanno i conti con la segregazione nel sistema scolastico e la discriminazione per il lavoro e gli alloggi. La disoccupazione in questa comunità varia dal 60 al 90 percento a seconda della regione. Questi fattori aiutano a spiegare un più alto tasso di criminalità tra i Rom, ma molti Bulgari rifiutano di vedere le cause sociali del problema e i Rom rimangono un facile capro espiatorio per i mali della società.
L'ascesa del nazionalismo in Bulgaria è la triste conseguenza di problemi ignorati troppo a lungo.
Ma ci sono altri fattori che spiegano questo fenomeno. Gli studiosi dicono che ha votato Ataka soprattutto chi si è sentito escluso dalla trasformazione della società in economia di mercato. Più del 30 percento dei voti di Ataka vengono da chi nelle precedenti elezioni aveva votato NDSV. Come Krustjo, 36 anni, che è rimasto deluso dal governo Saxecoburggotski ed era in cerca di qualcosa di nuovo, probabilmente un sentimento comune alla maggior parte degli elettori del movimento.
C'è poi il nocciolo duro. Emil sostiene di aver votato Ataka perché non vuole che i Turchi comandino ancora in Bulgaria. E' da questo nocciolo duro, a quanto si dice, che sarebbe venuto l'appello di "fare il sapone con gli zingari".
Due scenari per Ataka
Tutti i partiti hanno espresso il loro disappunto per l'ingresso dei nazionalisti radicali in parlamento, escludendo ogni possibilità di collaborazione. Cinquanta associazioni della società civile bulgara hanno scritto una lettera aperta al presidente, alle istituzioni governative, ai partiti e ai neo-eletti per esprimere la propria preoccupazione.
Anche la comunità internazionale è rimasta sconcertata. L'ambasciatore USA in Bulgaria, James Pardew, ha detto che "la retorica di Ataka mi riporta alla mente l'atmosfera degli anni novanta in Bosnia". Els de Groen, un membro olandese del parlamento europeo, ha affermato che il sentimento anti-Rom espresso da molti partiti durante la campagna è inaccettabile. "Fatti di questo tipo violano palesemente la risoluzione del parlamento europeo, che parla dettagliatamente di un'azione volta a rafforzare la rappresentanza politica dei Rom in Europa e negli stati candidati".
Due sono gli scenari che sembrano delinearsi per il futuro politico di Ataka. Il primo vede il partito scomparire velocemente dal centro del palcoscenico politico nell'oscurità. In questa prospettiva, gli altri partiti potrebbero far proprie alcune strategie retoriche di Ataka riguardo ai problemi sociali, ma ci sarebbe un deciso rifiuto delle soluzioni proposte dal movimento. Nel secondo scenario, ben più preoccupante, i maggiori partiti provano ad ottenere il supporto del movimento di Siderov, in un modo o nell'altro, assorbendo così alcune delle idee di Ataka.
Simeon si alza dalla sedia rotta nel suo cortile e muove due passi, quanto basta perché una nuvoletta di polvere si alzi e ricada poi sui suoi piedi scalzi. "Si guardi intorno", dice, sollevando le braccia fino quasi a toccare il tetto della sua casa fatiscente. "Non cambierà mai. Siamo poveri perché siamo ignoranti, e siamo ignoranti perché siamo poveri. Io non ho i soldi per comprare le scarpe ai miei figli, come potrei mandarli a scuola? Non un solo governo si è preso cura di noi, ma le dirò che anche noi siamo colpevoli. Qui c'è gente che ha venduto il voto per 10 o 15 leva (5 o 7 euro). Anche se muori di fame non dovresti fare una cosa del genere. Abbiamo un partito rom, e dovremmo sostenerlo con tutte le nostre forze".
Gli exit poll indicano che circa 12.000 Rom hanno votato per Ataka. Forse il loro voto l'hanno davvero venduto.
*Yana Buhrer Tavanier è redattrice del settimanale Kapital www.osservatoriobalcani.org
luglio 21 2005
LA SPALLATA FINALE
CURZIO MALTESE
da Repubblica - 21 luglio 2005
La riforma della giustizia, approvata a colpi di fiducia, è in pratica l´atto finale della legislatura. Una stagione di potere che si chiude com´era cominciata, all´insegna degli interessi personali e delle ossessioni di Berlusconi, anzitutto la vendetta sulla magistratura indipendente. I conti sono presto fatti. Come ha scritto Eugenio Scalfari la data più probabile per il voto è la prima o seconda domenica di aprile 2006, che significa sciogliere il Parlamento a metà febbraio. Appena il tempo di tornare dalle vacanze, presentare una finta finanziaria elettorale ed è subito voto. Per la verità è molto probabile che questa maggioranza trovi anche il modo, il tempo e la faccia di far passare la legge salva-Previti, ultimo tassello di una controriforma che restaura nell´Italia del Duemila alcuni suggestivi principi di giustizia medievale.
La spallata finale alla giustizia
Il dimezzamento dei tempi di prescrizione, per esempio, recupera l´antico diritto di censo. Non assisteremo mai più allo scempio di un ricco processato e condannato per inezia come la corruzione di magistrati o la bancarotta fraudolenta, quando ci sono tanti poveri ancora a piede libero per crimini contro l´umanità, come fumare uno spinello o masterizzare un cd.
Si tratterà però soltanto del magico tocco finale. Il meglio, il peggio, è già avvenuto. La riforma della giustizia è al pari di altre confezionate da questa maggioranza (scuola, lavoro) una controriforma autoritaria e incostituzionale. Con in più un grado di violenza vendicativa ai limiti della paranoia. Si può scegliere, nel vasto campionario di idee copiate da Licio Gelli, ideologo di riferimento della maggioranza, quale sia meritevole di maggiore indignazione. Se la trovata umiliante del test psicoattitudinale per diventare magistrati, che forse sarebbe più utile per dirigenti di enti pubblici o consiglieri Rai. Oppure la norma ad personam per impedire a Gian Carlo Caselli di diventare procuratore generale antimafia. Per non dire dell´antico sogno da tangentisti di separare le carriere dei magistrati e sottometterle alla politica.
Il risultato immediato della controriforma sarà uno sfascio e una progressiva paralisi del sistema giudiziario. I magistrati lo hanno capito e sono già scesi in piazza a protestare come i siciliani a piazza della Memoria.
Avrebbero avuto ragione di scendere in strada anche i mafiosi, naturalmente per festeggiare, ma non lo hanno fatto. Forse non piaceva il nome della piazza. Il presidente Berlusconi, che quando deve raccontare una menzogna preferisce non moderarsi e capovolgere direttamente la realtà, sostiene che la legge sveltirà i processi. Un´affermazione interessante da parte di uno che ha speso 500 miliardi di avvocati per rallentare i procedimenti a suo carico, vanta sei prescrizioni sei e sarebbe in galera da quel dì se in Italia la giustizia avesse tempi umani. Purtroppo non è nemmeno vera. Soltanto la norma contro Caselli bloccherà decine di concorsi già indetti. Le altre leggi e leggine che compongono la lunga resa dei conti fra Berlusconi e la magistratura, dalla Cirami alla Cirielli, hanno già mandato in fumo anni di lavoro e di inchieste. La nuova riforma, con il prevedibile coronamento della salva-Previti, si tradurrà nel congelamento di migliaia di processi. E´ difficile sostenere che si tratti di pura sfortuna.
La sfortuna è di aver vissuto questa triste, inutile avventura che finisce in un´altra penosa e servile barricata della maggioranza intorno agli interessi del suo capo. Non esistono rimedi, almeno da qui al voto. La palese incostituzionalità della riforma potrebbe convincere il presidente Ciampi a rinviare ancora alle Camere il testo della legge. Da un punto di vista tecnico, un secondo rifiuto alla firma sarebbe giustificato dal fatto che la maggioranza non è intervenuta su nessuno dei punti segnalati nel primo rinvio e ha anzi aggiunto qualche elemento peggiorativo. Ma il conflitto fra Quirinale e Governo crescerebbe a livelli mai neppure sfiorati.
Non resta dunque che aspettare, lasciar passare la nottata.
Nella serena certezza che se questi sono gli ultimi atti del governo, la nottata passerà presto.
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BANANAS
Odo Gelli far festa
Marco Travaglio
da l'Unità - 21 luglio 2005
Con qualche anno di colpevole ritardo Silvio Berlusconi, tessera P2 1816, realizza l'ultimo punto finora inevaso del Piano di rinascita democratica di Licio Gelli: la controriforma dei giudici, con separazione delle carriere ed esami psicoattitudinali per tenere lontani gli aspiranti magistrati eventualmente convinti che la legge è uguale per tutti. Lo fa proprio mentre Gelli viene indagato a Roma per l'omicidio Calvi insieme a un altro grande amico del premier, Flavio Carboni, l'uomo che gli vendette Villa La Certosa, intimo anche del ministro Pisanu. Abbandonato l'irrealistico Contratto con gl'italiani, si torna al più concreto Piano di rinascita, faro della sua carriera imprenditoriale e politica: città satellite, corruzione di giudici e giornalisti, dissolvimento della Rai a vantaggio della tv privata (la sua), rientro dei capitali sporchi dall'estero, presidenzialismo. Con una significativa innovazione: il Venerabile Licio quel piano eversivo lo teneva nascosto (fu ritrovato nel doppiofondo della valigia della figlia fermata a Fiumicino), mentre oggi è programma di governo, sbandierato con orgoglio in campagna elettorale e ora votato in Parlamento nell'anniversario di Paolo Borsellino. Il quale, per inciso, difficilmente avrebbe superato gli esami psicoattitudinali (anche lui era «matto», come osservò Luciano Liggio in una famosa intervista a Enzo Biagi).
Gian Carlo Caselli, altro noto psicolabile, non potrà concorrere al posto di procuratore nazionale antimafia: ci andrà, grazie alla controriforma, Piero Grasso, che l'altroieri sul "Giorno" l'ha definita «una legge con luci e ombre», senza spiegare quali siano le luci. Forse la norma che elimina il suo concorrente. Nel '92, per sbarrare a Falcone e Borsellino la strada della Superprocura, ci volle il tritolo. Ora, per sbarrarla a Caselli, basta un emendamento: si risparmia sull'esplosivo. Ma intanto si azzerano tutti i concorsi già avviati dal Csm: 500 incarichi giudiziari restano vacanti. Ma per il duo Pera & Piercasinando è il Csm che interferisce. L'anno scorso Piercasinando intimò di «non fare una riforma contro i giudici». Ieri l'hanno fatta, ma lui non ha fiatato. L'impavida Udc aveva detto decine di volte che così com'era la legge non l'avrebbe votata. Ieri l'ha votata, col trucchetto doroteo di non partecipare alla discussione, ma «solo» alla votazione. Questi coniglietti mannari son fatti così: sfiduciano il governo nei congressi e nei convegni, poi Bellachioma gli ricorda quanti soldi ha e corrono a votare la fiducia in Parlamento. Commoventi anche i maldipancia di An, col prode Alemanno che aveva presentato fior di emendamenti: tutti ritirati al primo sguardo di Bellachioma. Però, dopo aver votato, Alemanno ha espresso «amarezza». Che pezzo d'uomo.
Chi non trattiene l'entusiasmo è il ministro Fernandel, al secolo Giovanardi. L'altro giorno aveva anticipato le linee guida della riforma dichiarando testualmente: «È utopistico continuare a pensare che si possa essere tutti uguali di fronte alla legge, come prevede la Costituzione scritta nel '48: allora non c'erano immigrati e terroristi». E soprattutto, per fortuna degli italiani dell'epoca, non c'era Giovanardi.
Anche l'ingegner Castelli esulta: nata difendendo i giudici, la Lega Nord si sta spegnendo massacrandoli. Una prece.
Il premier è soddisfatto a metà: «Si poteva fare di più». Cioè di peggio. Purtroppo c'è la Costituzione, e sventuratamente Ciampi l'ha letta. Lui invece no. Pare però che non abbia letto nemmeno la boiata Castelli: infatti ha detto che «ora avremo processi più rapidi». Ma nella boiata Castelli non c'è traccia di norme che sveltiscano i processi, anche perché dei processi non si occupa: si occupa dei giudici. I processi dureranno tanto quanto oggi, anzi un po' di più perché i magistrati dovranno sostenere una sfilza di concorsi e dunque studiare in continuazione invece di indagare e giudicare. Ma questa, per uno come lui, è un'ottima notizia. Se i processi durassero meno, le sue sei prescrizioni in quattro processi per falso in bilancio e in due per corruzione dei giudici (Mondadori e Sme-Ariosto) avrebbero potuto tramutarsi in altrettante condanne. E lui oggi non sarebbe in Parlamento a riformare i giudici insieme al suo braccio destro Previti, condannato per corruzione giudiziaria, e al suo braccio sinistro Dell'Utri, condannato per mafia, estorsione e frode fiscale. Sarebbe in galera. Semprechè nel frattempo, non avesse abolito anche quella.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Commercio estero, Italia mai così giù
Siniscalco: non escludo misure una tantum, ma solo per tagliare il debito
dal Corriere - 21 luglio 2005
Il caro petrolio ha fatto pendere la bilancia commerciale verso il peggior risultato dal 1992. Il saldo, nei primi 5 mesi dell’anno, è negativo per 6.277 milioni di euro, a fronte di un disavanzo di 2.724 milioni dello stesso periodo dello scorso anno. Secondo l’Istat, il deficit a maggio ha registrato un risultato negativo per 366 milioni di euro (? 142 milioni nel 2004). Meno scoraggiante è il dato relativo agli scambi con l’Europa: a maggio infatti le esportazioni sono cresciute più delle importazioni. Intanto, il ministro dell’Agricoltura Alemanno si dice sicuro che la prossima Finanziaria sarà «una grande bufera» e i primi passi del Dpef in Parlamento lo confermano. Il ministro dell’Economia Siniscalco, dal canto suo, ha dichiarato di non escludere una tantum, ma solo per ridurre il debito pubblico. Inaugurando le audizioni parlamentari ha assicurato che «la fase di stagnazione è ormai finita».
Alle pagine 8 e 26 Baccaro, Fubini, Marro, Sensini
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MADE IN ITALY EXPORT E COMPETITIVITA'
Commercio, il petrolio spinge il deficit al record dal '92
Con il caro-greggio il passivo vola a 6,3 miliardi. Cresce l'avanzo negli scambi Ue
Antonella Baccaro
ROMA — Il caro-petrolio fa pendere la bilancia commerciale verso il peggior risultato dal 1992: nei primi cinque mesi dell'anno il saldo è negativo per 6.277 milioni di euro a fronte di un disavanzo di 2.724 milioni dello stesso periodo del 2004. A maggio il deficit, secondo l'Istat, ha segnato un risultato negativo per 366 milioni di euro (+142 milioni l'anno scorso). Ma se questo è il dato del commercio con l'estero nel suo complesso, quello relativo agli scambi con l'Europa è meno scoraggiante: a maggio le esportazioni sono cresciute più delle importazioni, con un avanzo di 181 milioni (34 nel 2004), mentre nei primi cinque mesi dell'anno il saldo è negativo per 991 milioni (992 nel 2004).
«Il problema del petrolio purtroppo non è una novità» commenta Fabrizio Onida, economista e già presidente dell'Ice (Istituto commercio con l'estero). L'effetto è visibile: ad aumentare nelle importazioni è il valore (+8,9% nei primi cinque mesi) mentre i volumi calano (-0,5 nel primo quadrimestre), a testimoniare che vi è un incremento dei prezzi. È così che vanno interpretate crescite consistenti nell'import come quella del 29,7% nell'importazione dei minerali energetici e del 38,9% nei prodotti petroliferi raffinati.
Quanto alle esportazioni, secondo Onida siamo di fronte a una novità interessante: «Per la prima volta negli ultimi 10-15 anni calano le quantità di prodotto esportato mentre si mantiene costante il dato relativo al valore». Più precisamente nei primi quattro mesi dell'anno il volume della merce esportata è calato dell'1,1% a fronte di un aumento del valore nei primi cinque mesi del 5,9%. «Il fenomeno potrebbe spiegarsi con la minor quantità di beni di fascia bassa esportati. Questo potrebbe dire che il nostro sistema sta cominciando a riconvertirsi verso produzioni di maggior pregio perché più concorrenziali. Un cambiamento che sul piano dell'occupazione avrà risvolti pesanti».
Ma esiste anche un'altra spiegazione plausibile che riguarda invece il tasso di cambio. «La piccola impresa di export quando l'euro si apprezza preferisce tenere fermi i prezzi perdendo magari sui volumi, anziché incassare di meno e tenere la quota di mercato». Un comportamento, secondo Onida, inconsueto negli altri Paesi Ue, forse legato alla dimensione medio-piccola delle nostre imprese. «Il fatto è - continua l'economista - che anche per i prodotti più sofisticati, alla lunga, il prezzo è una variabile con cui prima o poi si deve fare i conti».
Per il viceministro con delega al Commercio con l'estero, Adolfo Urso, i dati diffusi ieri devono indurre a «operare, a livello europeo, verso i Paesi produttori affinché si riduca il prezzo del petrolio e, più in generale, ripensare la nostra politica energetica aprendola a nuovi orizzonti, compreso il nucleare». Per la Cgil, non è possibile intravedere una ripresa né nei dati sul commercio estero, né tantomeno in quelli sul fatturato e gli ordinativi dell'industria, che a maggio registrano rispettivamente un aumento del 5,1% e del 7,2%, valori che però diventano negativi (-1,6% e -0,2%) se destagionalizzati.
Ieri infine il ministro delle Attività produttive, Claudio Scajola, ha completato il consiglio dell'Ice, confermando come consigliere Giancarlo Lombardi e designando Giovanni Cobolli Gigli, Michele Perini e Roberto Snaidero.
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Duello con An sul condono previdenziale. Rapporto Censis: sommerso al 26,4% degli occupati
Siniscalco: «Una tantum? Non dico no»
Il Tesoro: ma devono servire per il debito. Concentrati sull'evasione
Mario Sensini
ROMA — Il ministro dell'Agricoltura di An, Gianni Alemanno, è sicuro che la prossima Finanziaria sarà «una grande bufera», e i primi passi del Dpef in Parlamento gli danno ragione. La sua proposta di «regolarizzazione previdenziale», lanciata proprio ieri, è stata sonoramente bocciata sia dal ministro dell'Economia, che da quello del Welfare. «Sarebbe più negativo il messaggio, che il vantaggio per le casse dello Stato» ha detto Roberto Maroni. Mentre dal Tesoro fanno notare semplicemente che «la cosa non esiste»: esclusa a priori dall'accordo tra il governo e la Ue sul piano di riduzione del deficit, come tutte le «una tantum». Che il ministro non esclude, ma che potrebbero servire solo per ridurre il debito.
La regolarizzazione che An ha in mente, e che piace anche all'Udc, riguarderebbe i crediti previdenziali del 2005, visto che tutti gli altri sono stati cartolarizzati, e potrebbe dare un gettito di 1,5 miliardi di euro. Il ministro dell'Economia, Domenico Siniscalco, che ieri ha inaugurato le audizioni parlamentari sul Dpef dicendosi sicuro che «la fase di stagnazione sia ormai finita» («il pil del secondo trimestre — ha detto — sarà lievemente positivo»), preferisce però concentrarsi sulla lotta all'evasione fiscale e al sommerso. Fenomeno che secondo il Censis riguarda il 26,4% degli occupati in Italia. Tanto grave che il sindacato Confsal chiede di considerare reato penale l'offerta di lavoro nero.
Dalla lotta all'evasione, che sempre secondo il Censis riguarda il 20% delle imprese, Siniscalco, un po' deluso dal gettito dei nuovi studi di settore, conta di ricavare l'anno prossimo circa 3 miliardi. Potrebbero coprire gli sgravi Irap del 2006, il cui maggior costo, per effetto del gioco degli acconti e dei saldi e con grande preoccupazione dei Ds, si scaricherà nel 2007 e nel 2008 (7 e 5 miliardi di euro secondo i piani del governo). Per questo, Gavino Angius, capogruppo Ds al Senato, ha proposto ieri di arrivare a un parere parlamentare sul Dpef con un voto «a maggioranza qualificata».
Una provocazione, come ammette lo stesso Angius, visto che il giudizio di merito del centro sinistra sul Dpef è comunque pessimo. Gli esperti incaricati da Romano Prodi di valutare i conti pubblici (Riccardo Faini, Daniel Gros, Fiorella Kostoris, Giuseppe Pisauro e Silvia Giannini) gli hanno consegnato un rapporto molto duro. Per sistemare i conti, sottolineano gli economisti, ci vorrebbe una manovra da 1 punto di pil nel 2006 e 1,5 nel 2007. Lo 0,8% in entrambi gli anni prefigurato dal governo, insomma, non basterebbe a rientrare sotto il 3% nel giro di due anni, come promesso alla Ue. Anche se Siniscalco definisce «sicuramente possibile» chiudere il 2005 con un deficit inferiore al 4,3% indicato nel Dpef.
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Ds Milano
Questo sì che è uno scoop! Spiati al bar tre big del centrosinistra: parlavano bene di Prodi
di Lia Celi
I colonnelli di An considerano Fini un povero minchione? E’ così vero che Gianfry se n’è accorto solo quando l’ha letto sul Tempo! Il vero colpaccio lo ha fatto un cronista di Repubblica: in un caffè del centro di Roma ha sentito distintamente D’Alema, Rutelli e Bertinotti coprire di incenso in privato il leader che sputtanano pubblicamente tutti i giorni. “E’ un uomo di prim’ordine”, “Ed è pure bello”, “Cos’aspettiamo a collaborare lealmente con lui?”: sono solo alcune delle imbarazzanti frasi riportate dal quotidiano, che censura per decenza le lodi più sperticate. Immediata la difesa dei tre protagonisti: “Isolate dal contesto, quelle parole si prestano a interpretazioni sbagliate: Romano, sii certo che ti consideriamo un emerito coglione e stiamo tramando per sbarazzarci di te”. Esplode l’ira del Professore: “Essere stimato da D’Alema intacca la mia credibilità sul piano internazionale”. Rutelli spedisce una lettera di scuse a se stesso: “Non pensavo quel che ho detto, per me il capo del centrosinistra sei sempre tu”. Bertinotti mortificato: “Gli proverò che I miei sentimenti per lui sono sempre gli stessi: farò saltare anche il Prodi-bis”.
www.liaceli.com
Un piccolo esempio di cosa fa Bruxelles
L’Unione finanzia ampiamente la ricerca scientifica, ma di questo i giornali non parlano: troppo presi dalle bagarre leghiste contro l’euroburocrazia
Serafino Nardi
Camminando per i corridoi del palazzo "Carlo Magno" della Commissione europea, l'altro giorno, durante una pausa dei lavori di un seminario sui fondi strutturali, l'orecchio mi è si è soffermato su uno strascico di conversazione che aveva luogo, in italiano, fra un distinto ed elegante signore dall'accento pisano e una giovane e attraente signora in tailleur blu, con taccuino e matita alla mano. I due erano già ai saluti, ma mi aveva colpito il fervore del discorso che lamentava di come la stampa, anche quella specializzata, sia spesso di poco aiuto nel far conoscere opportunità e risultati offerti dalla Comunità europea ai ricercatori universitari.
Incuriosito dal tema, dalla vivacità dei discorsi, e dalla familiarità dell'accento, quando ormai la donna si era allontanata, mi sono avvicinato al distinto signore dal fermacravatta dorato e gli ho chiesto il motivo di tanta agitazione.
Carlo Alberto Aizzano, ricercatore presso il Laboratorio PERCRO di Ingegneria della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, a Bruxelles per presentare i risultati ottenuti dal progetto "GRAB, Graphical Access for Blind users" (accesso grafico per non-vedenti), cofinanziato dalla Commissione europea. Selezionato tra i diversi progetti di ricerca europei e presentato per l'occasione davanti a una giuria di esperti per l'assegnazione di un incentivo premio pari a un milione di euro, da destinare all'ulteriore sviluppo del progetto.
Come tutti gli altri progetti, anche quello che Carlo Alberto veniva a presentare comprendeva diversi partner, provenienti da diversi Paesi europei.
Il progetto "GRAB" è un progetto per non vedenti il cui obiettivo è stato quello di produrre un sistema tecnologico in grado di consentire a questi disabili di vedere immagini e dati tramite una loro rappresentazione digitale costruita mediante l’ausilio di robot. Il progetto ha richiesto un impegno finanziario complessivo di 2.115.000 euro, dei quali circa il 55% coperti dall'Unione europea.
Ho chiesto a Carlo Alberto: se non ci fossero stati il bando di gara comunitario, l'iniziativa della Commissione europea e i soldi dell'Unione europea, avreste realizzato comunque il vostro progetto?
Dopo qualche secondo di silenziosa riflessione, Carlo Alberto mi ha sinceramente risposto: "Probabilmente sì, ma sarebbe stato molto diverso". Non sarebbe stata sviluppata la sperimentazione pratica del progetto, che sarebbe rimasto a livello teorico. Non si sarebbero approfondite le applicazioni per la fruibilità da parte delle persone non-vedenti. Ci si sarebbe rivolti a specifici settori commerciali in grado di finanziare l’iniziativa, senza alcuna ricaduta sociale.
Questo banale episodio (di un complesso progetto) illustra forse meglio di molti discorsi quello che è il valore aggiunto dell'Unione europea, nel campo delle scienze applicate, dell'attività di ricerca, ma in fondo anche della vita di tutti i giorni di normali cittadini. L'intervento comunitario fornisce sicuramente finanziamenti supplementari: soldi. Tuttavia, seppure importante, e nonostante spesso non si parli d'altro, il valore aggiunto comunitario non si limita a questo. È a livello europeo che è possibile usufruire di scambi di esperienze e conoscenze, stimoli al confronto e al miglioramento, valorizzazione di metodologie e obiettivi comuni, costruzione di partnership e sinergie di lavoro, economie di scala negli investimenti pubblici e privati.
L'Europa è stata costruita su questo. Il nostro modello di società, fatto di pace, benessere economico e dialogo interculturale è il risultato di 50 anni di cooperazione e interazione fra i vari livelli di "governance".
E di tutto questo la stampa, i media, parlano poco. Inclini ad additare facilmente "l'Europa" di macroscopici fallimenti e ad attribuirle smisurate responsabilità. Così parchi invece nel diffondere notizie e opportunità sul lavoro di ogni giorno. "Ecco perché ce l'avevo con la bella giornalista in tailleur blu…" /www.aprileonline.info
CHI HA SPECULATO SULLA STERLINA PRIMA DELL'ATTENTATO?
di Maurizio Blondet
La sterlina
Nei dieci giorni precedenti all'attentato nel metrò di Londra, la sterlina è caduta sui mercati mondiali dei cambi.
Una caduta notevole, del 6% rispetto al dollaro.
Senza alcuna ragione apparente, fino al 7 luglio, quando la strage del metrò ha scosso la valuta britannica per un valido motivo.
La causa del ribasso può essere una sola: qualcuno, che conosceva in anticipo quello che sarebbe accaduto, puntò sul ribasso della sterlina, con operazioni equivalenti a vendite allo scoperto.
Qualcuno che poteva disporre di molti milioni di dollari, se il volume della sua scommessa al ribasso è riuscito a far flettere la divisa britannica.
Ne dà notizia Joseph Farah, autore della newsletter finanziaria "G2 Bulletin" on-line (1).
"E' stata un indebolimento quasi senza precedenti, e troppo rapido per essere una coincidenza: parliamo di una caduta che, annualizzata, supera il 100 %", ha commentato un finanziere con 35 anni di esperienza sui mercati valutari: "le monete di paesi storicamente stabili, semplicemente non crollano così a capofitto. Qualcuno doveva sapere qualcosa in anticipo. O meglio, più di qualcuno".
Secondo l'esperto, la mano che ha mosso il mercato sarà difficilmente rintracciabile: si è trattato di operazioni su derivati valutari ("futures"), che sono un campo non regolamentato.
Operazioni di questo genere possono partire da una banca svizzera o austriaca, passando da una ditta di Creta o di Cipro, fuori da ogni reale controllo.
"Qualcuno, è certo, ha fatto molti, ma molti soldi".
Questo particolare porta molto lontano dai quattro terroristi suicidi di Londra, di modestissima estrazione economica; ma porta assai vicino ai mandanti, e consente di indovinare la loro reale natura.
Già prima dell'11 settembre "qualcuno" (o diversi "qualcuno") speculò al ribasso sulle azioni delle due compagnie aeree, United e American Airlines, che avrebbero avuto gli aerei distrutti dai "terroristi di Al Qaeda". Allora si gridò che Osama bin Laden era certo dietro quelle speculazioni.
Poi, le indagini si arenarono davanti a una piccola banca americana, la A.B. Brown, da cui erano partite alcune delle transazioni sospette. Dirigente di questa banca, con il compito di seguire i patrimoni dei clienti privati più importanti, era fino al 1998 "Buzzy" Krongard, numero 3 della CIA.
La carriera di "Buzzy" è tutto un andirivieni tra il pubblico e il privato: per qualche tempo va a dirigere una banca, poi torna alla CIA.
Dopo questa scoperta, misteriosamente gli inquirenti persero ogni zelo nel cercare gli anonimi speculatori che avevano lucrato il prezzo del sangue; da cui si calcola abbiano tratto 30 volte l'ammontare della cifra che hanno investito.
Ancor oggi la SEC, l'ente di controllo della Borsa di Wall Street, sta trascinando i piedi in una ricerca che si rivela, evidentemente, difficilissima.
Anche l'inchiesta sul fortunato speculatore di Londra, se mai si aprirà, sarà altrettanto difficile, e finirà nel nulla: è una previsione che anche noi, purtroppo sprovvisti di così lucrose facoltà di premonizione, ci sentiamo di arrischiare senza timore.
Nel frattempo, va segnalato che sulla strage londinese si sviluppa – se solo la si volesse seguire – una "pista americana" almeno tanto promettente quanto la "pista israeliana" e quella "pakistana".
Mohammed Sidique Khan, il più anziano dei quattro terroristi, pochi giorni prima dell'attentato risulta aver fatto una telefonata a un gruppo islamico di New York, il Centro Islamico della moschea del Queens.
Si tratta dello stesso Khan che nel 2003, il 19 febbraio, compì un viaggio lampo di un solo giorno in Israele, superando senza difficoltà i severi controlli all'entrata messi in atto da Israele.
L'altro "terrorista suicida" atipico, il giamaicano convertito ad Allah Lindsey Jermalne, era stato da poco tempo nell'Ohio (2).
di Maurizio Blondet
Note
1) Joseph Farah, "Who shorted british pound?", G2 Bulletin, 16 luglio 2005.
2) "London bombers have ties to United States", ABC News, 15 luglio 2005. www.effedieffe.com
Italia-Germania nella partita della competitività
Marco Leonardi
L’opinione pubblica e la politica italiana sono preoccupate dell’invasione di prodotti importati dalla Cina e dal fatto che le esportazioni cinesi sostituiscono i prodotti italiani nei maggiori mercati mondiali. Ma la riduzione della quota dell’export mondiale a vantaggio della Cina e dei paesi in via di sviluppo è un fatto quasi naturale, globalmente auspicabile, e comunque comune a tutti i paesi industrializzati. Molto più insolita e preoccupante è la perdita di competitività rispetto ai paesi nostri vicini.
Attenzione alla Germania
Secondo i dati della Commissione Europea, l’Italia ha perso circa il 15 percento della propria competitività (calcolata come costo del lavoro per unità di prodotto, CLUP, il rapporto tra retribuzioni lorde e la produttività per dipendente) nei confronti della Germania dal 2000 a oggi. Mentre la nostra quota di esportazioni mondiali ha sostanzialmente tenuto negli ultimi quattro anni (almeno in termini di valore delle merci esportate), il nostro deficit commerciale nei confronti di Berlino è peggiorato. Il confronto con la Germania è ovviamente una valutazione parziale della nostra competitività internazionale, tuttavia è bene ricordare che la Germania è sempre stato il maggior mercato dell’Italia. Circa il 13% del nostro export e il 17% del nostro import va e viene dalla Germania: Germania e Francia insieme fanno il 25 % del volume del nostro export.
Ci sono tre elementi che rendono difficile le valutazioni dell’andamento del commercio internazionale: i tassi di cambio, l’andamento della domanda mondiale e il ciclo economico di un paese. I termini del confronto Italia-Germania sono ideali perché dall’introduzione della moneta unica non ci sono scostamenti del tasso di cambio e entrambi i paesi sono in periodo di bassa crescita (tra lo 0 e l’1% medio annuo tra il 2000 e il 2004): non dovrebbero dunque esserci effetti forti del ciclo economico su importazioni e esportazioni. Inoltre, limitandoci al commercio bilaterale Italia-Germania, eliminiamo l’effetto della domanda mondiale.
Tre fattori da analizzare
Il costo del lavoro per unità di prodotto, CLUP, è una misura di competitività che tiene presente solo i costi del lavoro, la frazione di gran lunga maggiore dei costi complessivi. Facciamo l’ipotesi quindi che gli altri costi (materie prime, energia e beni capitali) non abbiano avuto andamenti fortemente divergenti tra Italia e Germania. Per quanto riguarda l’aumento dei costi dell’energia, è noto che l’Italia ha costi dell’energia maggiori di altri paesi europei: quale che fosse il livello iniziale, l’aumento dei costi dell’energia dovrebbe aver penalizzato l’Italia più della Germania.
Vorrei discutere di tre fattori che possono avere inciso sul costo del lavoro per unità di prodotto: 1) la Germania è specializzata in settori diversi dai nostri. 2) la Germania ha fatto meglio di noi in termini di produzione per dipendente. 3) la Germania ha fatto meglio di noi in termini di crescita dei salari.
L’Italia è notoriamente specializzata in settori tradizionali come calzature, abbigliamento e mobili. È una nostra caratteristica costante nel tempo ed è un problema in un momento in cui la concorrenza cinese è molto forte in questi settori a bassa qualificazione. La Germania invece è specializzata in meccanica strumentale, prodotti chimici e automobili, settori dove la domanda mondiale cresce più rapidamente. Ma la specializzazione sfavorevole dell’Italia non può essere una spiegazione esaustiva della nostra perdita di competitività. La differente crescita del costo del lavoro si vede anche nei settori dove Italia e Germania competono direttamente.
Nella tabella 1 prendiamo i primi sette prodotti che esportiamo in Germania (non in ordine di importanza) e confrontiamo il costo del lavoro in questi settori con il costo del lavoro tedesco.
Tabella 1: Retribuzioni lorde per dipendente, produttività per dipendente e costo del lavoro per unità di prodotto: crescita percentuale complessiva 2000-2004.
Retribuzioni lorde per dipendente
Produttività per dipendente
Costo del lavoro per unità di prodotto
Italia
Germania
Italia
Germania
Italia
Germania
Prodotti alimentari e bevande
12.3
9.6
1.1
8.9
11.2
0.7
Prodotti tessili e calzature
13.1
7.7
3.1
6.9
10
0.8
Prodotti chimici e fibre sintetiche
12.8
9.2
2
11.2
10.8
-2
Macchine e apparecchi meccanici
12.5
9.6
-2.2
6.1
14.7
3.5
Macchine elettriche
12.6
10.2
-10.2
14.5
22.8
-4.3
Autoveicoli
12.5
8.7
-1
10.4
13.5
-1.7
Mobili
13.1
7.8
-4.7
1.9
17.8
5.9
La prima colonna della Tabella 1 indica la crescita percentuale delle retribuzioni lorde dal 2000 al gennaio 2005. Per l’Italia ho usato il dato ISTAT delle retribuzioni contrattuali per dipendente. (1) Per tutti i settori nella tabella le retribuzioni in termini nominali sono cresciute tra il 12 e il 13%. Negli stessi settori la produttività (produzione al costo dei fattori per occupato) è cresciuta nel corso dei complessivi quattro anni tra il 2000 e il 2004 solo nel settore degli alimentari, dei tessili e dei prodotti chimici, è rimasta pressoché ferma nel settore degli autoveicoli. La produttività è sostanzialmente calata nel settore degli apparecchi meccanici (elettrodomestici inclusi), delle macchine elettriche e dei mobili. Questi valori delle retribuzioni e della produttività implicano che il costo del lavoro per unità di prodotto è aumentato dal 10% nel settore tessile al 22.8% nel settore delle macchine elettriche.
I corrispondenti dati per la Germania vengono dall’Ufficio centrale di statistica.(2) In Germania i salari medi mensili per dipendente nel corso dei quattro anni 2000-Gennaio 2005 sono saliti da un minimo del 7.7% nel settore tessile al 10.2% nel settore delle macchine elettriche. La produttività in questi settori è salita da un minimo del 1.9% nel settore dei mobili ad un massimo del 14.5% in quello delle macchine elettriche.
Questo significa che in Germania, nei settori in cui concorriamo direttamente, il CLUP è aumentato solo nel settore dei mobili (del 5.9% contro il 17.8% in Italia) e in quello dei macchinari (del 3.5% contro il 14.7% dell’Italia). Nei settori degli alimentari e dei tessili il CLUP tedesco è rimasto sostanzialmente invariato nel corso dei quattro anni. Nel settore delle automobili e nel settore dei prodotti chimici è calato circa del 2% e nel settore delle macchine elettriche addirittura del 4%. Come è possibile che in 5 anni i tedeschi sono diventati del 15% più efficienti di noi nel fare le stesse cose (prodotti chimici, auto, apparecchi meccanici, elettrodomestici)? (3)
Un confronto sui salari
La maggior parte della spiegazione della perdita di competitività rispetto alla Germania sta nella maggior crescita della produttività in Germania e dunque da più grandi dimensioni d’impresa, da una maggiore innovazione e da una più efficiente organizzazione del lavoro. In un’economia che cresce poco, ovviamente, una maggior crescita della produttività implica una più forte riduzione dell’occupazione. L’Italia, pur crescendo poco negli ultimi quattro anni, ha visto un aumento dell’occupazione .
Tuttavia, una parte importante della perdita di competitività rispetto alla Germania è spiegata dalla differente crescita delle retribuzioni lorde nei due paesi. Nel corso di questi ultimi quattro anni le retribuzioni lorde in Italia sono cresciute almeno del 2-3 percento in più rispetto alla Germania. Bisogna chiedersi se in un mercato a moneta unica è possibile mantenere una crescita delle retribuzioni lorde superiore ai paesi nostri concorrenti, almeno nei settori dove siamo diretti concorrenti.
Un ulteriore diminuzione dei salari nominali i Italia è molto difficile e poco auspicabile visto che negli ultimi anni la crescita dei salari reali è stata pressoché nulla . L’unico modo per ridurre il costo del lavoro per dipendente è con l’abbattimento degli oneri sociali, che ha ovviamente ripercussioni serie sul bilancio pubblico.
I tedeschi possono permettersi una crescita dei salari nominali inferiore alla nostra perché il loro tasso di inflazione è di un punto percentuale inferiore al nostro. L’indice dei prezzi al consumo è cresciuto in media del 1.3% in Germania e del 2.6% in Italia negli ultimi quattro anni. Di conseguenza, a parità di crescita dei salari reali (sempre intorno allo zero in questi ultimi quattro anni sia in Italia sia in Germania), i salari nominali tedeschi sono cresciuti meno dei nostri.
La questione dei prezzi al consumo
Ma quel che conta nella competizione internazionale è proprio l’andamento del costo del lavoro in termini nominali. Quindi, se non vogliamo perdere ulteriori posizioni rispetto ai tedeschi nei mercati dell’export, dovremo concentrarci sulle ragioni per cui i nostri prezzi al consumo crescono più dei loro e quindi i nostri salari nominali crescono più dei loro. Nei prossimi anni possiamo certamente auspicare che la ripresa tedesca aumenti i salari in Germania e la nostra ripresa aumenti la produttività del lavoro in Italia, in tal modo recuperando parte della nostra competitività rispetto alla Germania. Tuttavia dovremo continuare a chiederci perché in Italia i prezzi al consumo crescono 1% in più all’anno che in Germania, perché questo sarà sempre un motivo di svantaggio competitivo.
La risposta è semplice nelle sue linee generali. I prezzi al consumo dipendono dai prezzi alla produzione, dai margini di profitto della distribuzione e dai prezzi dei servizi. L’indice dei prezzi al consumo italiano indica al dicembre 2004 un aumento del 11% rispetto alla media del anno 2000, il corrispondente tedesco indica un aumento del solo 7.3%. I prezzi alla produzione dei prodotti industriali si sono discostati di molto meno: l’indice dei prezzi industriali alla produzione tedesco nel dicembre 2004 segna un aumento dei prezzi del 7.2% rispetto alla media dell’anno 2000, il corrispondente indice italiano segna 8.1%. Se la differenza nei prezzi alla produzione è piccola, ne segue che la maggior crescita dei prezzi al consumo è interamente dovuta ai margini di profitto della distribuzione e ai prezzi dei servizi (banche, assicurazioni, energia etc.).
Se non vogliamo perdere posizioni sui mercati internazionali e non vogliamo (o non possiamo) ridurre ulteriormente i salari reali nei settori aperti alla competizione, dobbiamo sconfiggere quelle forze che tengono alta l’inflazione nei settori della distribuzione e dei servizi.
(1) Il numeratore del CLUP è il costo del lavoro complessivo, ho usato le retribuzioni lorde per ragioni di comparazione con il dato tedesco. I dati sulle retribuzioni lorde italiani hanno come base il Dicembre 2000, contrariamente ai dati tedeschi che hanno come base la media nell’anno 2000, quindi il dato italiano sottostima la crescita delle retribuzioni nominali rispetto al dato tedesco. I dati sulle retribuzioni sia tedeschi che italiani sono al Gennaio 2005 invece che al valore medio del 2004 perché il dato italiano ha come base il Dicembre 2000 e non la media dell’anno 2000. L’utilizzo dei dati medi del 2004 anche per i salari non cambia qualitativamente i risultati del confronto Italia-Germania.
(2) Statistiches Bundesamt.
(3) I dati aggregati, di fonte Commissione europea, confermano il quadro disegnato sopra a livello di singoli settori del nostro export. In Germania nel periodo 2000-2004 i salari nominali sono cresciuti in media 1,2 per cento all’anno e il prodotto interno lordo per occupato a prezzi costanti è cresciuto in media del 0,8 per cento all’anno. Nello stesso periodo i salari nominali in Italia sono cresciuti in media del 3 per cento all’anno e il prodotto interno lordo per occupato a prezzi costanti è calato in media del 0,1 per cento all’anno. www.lavoce.info
L’eredità pesante che ci lasciano
di ENRICO LETTA
Ci aspetta una legislatura di riforme nel campo del sistema finanziario, della tutela dei consumatori e del rafforzamento del sistema bancario italiano.
Gli anni che sono trascorsi da quando con gli scandali finanziari il paese ha dimostrato una fragilità inquietante hanno messo in evidenza l’indecisione strutturale di questa maggioranza ad affrontare questioni di portata a nostro avviso prioritaria.
L’assenza di riforme in questi anni si è sentita. Questo è il messaggio forte che la Margherita e il centrosinistra oggi esprimono.
Sono mancate le riforme per rendere meno opaco il sistema. Sono mancate quelle per dare ai risparmiatori le dovute protezioni, sono mancate, infine, quelle in grado di creare condizioni di crescita reale per le imprese bancarie italiane, appena oggi uscite da un lungo decennio di transizione.
Per la verità, alcuni tentativi di riforme c’erano stati. Questi hanno visto sia il lavoro della Margherita e dell’Ulivo, già a partire dal 2001 e in particolare dopo gli scandali finanziari del 2003. C’era stato anche un tentativo da parte del governo e della maggioranza. Per la prima volta si stavano trovando intese utili a riformare in modo efficace settori importanti del nostro sistema economico e finanziario in una logica che lo rendesse più competitivo.
Poi tutto si è fermato. I passi indietro fatti da quel momento in poi sono oggi sotto gli occhi di tutti. La debolezza del sistema capitalistico italiano sta facendo il resto. In questo contesto, vediamo crescere la nuova categoria degli immobiliaristi. Certo, vendere case ha la stessa dignità che vendere qualunque altro prodotto. Ma quello che è anche chiaro è che un paese nel quale l’unico settore che tira è quello immobiliare è un paese con lo sguardo rivolto immancabilmente indietro. E questo a maggior ragione quando proprio chi fa le sue fortune sulle compravendite immobiliari si trova ad avere in mano i destini dell’intero equilibrio del sistema capitalistico italiano.
Di riforme, quindi, questo nostro sistema ha bisogno. Con il Big Talk di Torino e con il seminario di Frascati la Margherita ha avviato un impegno riformista che vuole offrire all’intera coalizione. Nel campo fi- nanziario un recente intervento di Francesco Rutelli sul Corriere della sera ha insistito sull’apertura del mercato come condizione per una maggiore internazionalizzazione del nostro sistema bancario. Dalla Banca d’Italia le indicazioni che sono venute in questi frangenti hanno fortemente sostenuto le esigenze di stabilità.
La prima priorità sta nel definire un quadro equilibrato e funzionante delle autorità indipendenti.
C’è bisogno di meno autorità, di competenze meglio divise tra di loro, di maggiore indipendenza dalla politica.
Per ottenere i risultati che auspichiamo, non ci sono ruoli intoccabili.
Un più efficace sistema di autorità indipendenti significa regole più chiare, maggiore trasparenza e attrattività.
Vi è un disperato bisogno di migliore regolazione. Proprio nel momento in cui l’importante operazione di acquisizione tedesca compiuta da Unicredito dimostra la forza potenziale del sistema bancario italiano.
Il problema sta tutto in quella parola magica, usata tanto a sproposito: “l’italianità”.
È stato lo strumento e l’alibi di una politica che ha gestito, da parte di Bankitalia, in modo molto discutibile, un equilibrio che può essere dinamico ed è invece sempre più statico.
Sul Corriere della Sera di ieri Romano Prodi ha espresso tutta la nostra insofferenza per una situazione che ci sta allontanando dall’Europa. Il governo di centrosinistra si troverà anche in questo campo un’eredità pesante. E l’Italia avrà bisogno da parte nostra di scelte nette, non di sbiaditi compromessi con poteri più o meno forti /www.europaquotidiano.it
IRAQ, TERRA DI NESSUNO
DI MASSIMO FINI
«Il problema chiave è che il nostro governo ha gestito le politiche di lotta al terrorismo spalla a spalla con gli Stati Uniti, non nel senso di un eguale potere decisionale, ma piuttosto come un passeggero sul sedile posteriore costretto a lasciare ogni iniziativa all'alleato che tiene il volante in mano... Il supporto e la partecipazione alla guerra in Afghanistan e in Iraq hanno senza dubbio aumentato a dismisura la minaccia terroristica».
Non sono parole di Fausto Bertinotti ma del rapporto del Royal Institute for International Affairs, il più importante think tank inglese, di emanazione statuale (Royal), composto da accademici e da funzionari di Sua Maestà al più alto livello, e sono riferite naturalmente al Governo della Gran Bretagna.
Beh, se gli inglesi stanno sul sedile posteriore, noi italiani, che ci siamo completamente appiattiti sulla politica dell'«amico Bush», ricevendone in cambio schiaffoni (caso Calipari), stiamo nel bagagliaio. Ma il passaggio più importante è quello in cui anche il Royal Institute ammette che le aggressioni all'Afghanistan e all'Iraq hanno aumentato le potenzialità, l'estensione e la pericolosità del terrorismo internazionale invece di diminuirlo, e che quindi, anche sotto questo aspetto, la politica di Bush e degli alleati che si sono a lui accodati è stata un completo fallimento.
E ciò è dovuto a vari fattori, psicologici e tecnici. Il nostro comportamento in Afghanistan, dove eravamo andati a cercare un uomo, Bin Laden, che non abbiamo trovato e abbiamo finito per occupare un Paese, imponendovi le nostre istituzioni, tenendo in piedi un governo fantoccio e cercando di omologare quelle popolazioni al nostro stile di vita, l'attacco, ancora più immotivato, anzi apertamente pretestuoso, all'Iraq, l'occupazione e la conseguente disgregazione di quel Paese, l'umiliazione pubblica di Saddam Hussein, (che sarà anche stato odiato ma è pur sempre un arabo), mostrato in Tv mentre qualcuno gli guarda in bocca come si fa con le vacche e i cavalli, le torture sessuali inflitte ai prigionieri di Abu Graib che han fatto emergere tutto il marcio della "civiltà superiore" (una cosa, già grave ma diversa, è la tortura per estorcere informazioni, altra è la tortura sessuale, del tutto gratuita, col solo scopo di schernire ferocemente il nemico, messa in atto, per sopramercato, da una donna che è il massimo dell'umiliazione per un musulmano, le pisciate sui prigionieri senza diritti di Guantanamo e, tanto per gradire, sul Corano), hanno grandemente aumentato ed esteso la frustrazione e l'odio delle genti islamiche nei confronti dell'Occidente, anche in quei giovani immigrati di seconda generazione che pur nei nostri Paesi sono nati e vissuti e ne hanno preso la cittadinanza, come si è visto negli attentati londinesi. Anche la pretesa Occidentale di omologare l'Islam al nostro mondo, di cambiarvi a forza le istituzioni, la posizione della donna, gli stili di vita, non è certo cosa che aiuti la simpatia nei nostri confronti. In fondo ogni cultura e ogni popolo aspira a decidere da sè cosa deve o non deve fare, senza pelose supervisioni, e l'attuale Occidente, così lontano dai suoi più moderni padri fondatori, da Montaigne a Voltaire a Locke a Mill, inebriato della propria potenza, ed efficienza, non è più in grado di capire che esistono anche sensibilità diverse dalla sua, altrettanto legittime.
Fernando Botero, dal Trittico Abu Ghraib Poi c'è il fatto tecnico e pratico. Benché negli Stati Uniti ci sia ancora qualcuno, come il giornalista di dubbia fama Stephen Hayes, che tenta di dimostrare i legami tra Saddam Hussein e Bin Laden (la prova "regina" sarebbe un fante dell'esercito iracheno divenuto talebano e, in seguito, un seguace di Al Quaeda), in realtà nell'Iraq di Saddam non c'era posto per il terrorismo di matrice Waahabita. Per la semplice ragione che un potere dittatoriale come quello del rais di Bagdad, non tollera, come ogni potere forte, la presenza sul proprio territorio di altri poteri forti (è per questo motivo che il fascismo è stato l'unico regime a combattere seriamente la mafia in Italia - e la mafia si vendicò aprendo la Sicilia agli angloamericani, favore che poi lo stato democratico ha dovuto pagare, e ancora paga, a caro prezzo). E infatti non c'erano iracheni nei "commandos" che hanno abbattuto le Torri Gemelle e attaccato il Pentagono. Così come non si sono trovati iracheni nelle cellule di Al Qaeda, vere o presunte, che sono state scoperte dall'11 settembre in poi: (ci sono arabi sauditi, egiziani, giordani, tunisini, algerini, yemeniti, ma non iracheni). Oggi invece un Iraq diventato "terra di nessuno", completamente disgregato e destrutturato, è diventato la base ideale per i terroristi internazionali che vi trovano armi, complicità e appoggio da buona parte della popolazione (quella sunnita sicuramente), facili bersagli nei soldati occupanti, un pascolo immenso per i sequestri a fini di intimidazione e di ricatto e, in generale, un habitat molto favorevole dal quale poter progettare anche gli attacchi ai paesi europei.
Se di tutto questo si è reso conto il Royal Institute for International Affairs, che può essere sospettato di simpatie per il terrorismo come lo può essere la Regina Elisabetta II d'Inghilterra, forse non sarebbe male, né vergognoso e tantomeno stupido che se ne rendesse conto anche il governo italiano e magari pure il Corriere della Sera che cavalca, cinicamente, le isterie senili di Oriana Fallaci.
Certo, lasciare oggi l'Iraq vorrebbe dire abbandonarlo alla già risciante guerra sunniti-sciiti. Ma ci sarebbero almeno due vantaggi, (sempre che anche gli Stati Uniti si tolgano dai piedi). Il primo è che verrebbe a mancare ai terroristi internazionali ogni pretesto per colpire in Iraq (800 morti al mese, solo fra i civili) e che quindi verrebbero finalmente isolati dalla stessa popolazione civile. Il secondo è che il conflitto fra sunniti e sciiti darebbe, alla fine un nuovo equilibrio all'Iraq. Uno dei fattori positivi della guerra è infatti quello di risolvere una tensione una volta per tutte o perlomeno per lungo tempo. Mentre la particolarità della guerra occidentale in Iraq è di prospettarsi infinita e senza scopo, né risultato.
Massimo Fini
Fonte:www.gazzettino.it
"Si tratta di Tony Blair"
di Walden Bello
Ciò che Tony Blair era riuscito a escludere dalla riunione del G8, dai ‘Live8’ e dalla ‘Make Poverty History March’ — la partecipazione della Gran Bretagna all’occupazione dell’Iraq — si è affermato violentemente da sé. Potrà il ministro britannico portare avanti ancora a lungo i propri intenti retorici?
La cerimonia accanto alla National Gallery in Princess Street è stata semplice e sobria. Sono state accese trentasette candele, tante quanti coloro rimasti uccisi nell’attentato della mattina, e i discorsi che sono seguiti sono stati brevi ed eloquenti. Lo stesso leit motiv è riecheggiato per tutti noi: è stato un crimine orribile, imperdonabile, e i nostri cuori sono con le famiglie dei morti e dei feriti. Ma sarebbe sbagliato per la Gran Bretagna seguire la strada che hanno seguito gli Stati Uniti dopo l’11 settembre, la strada della vendetta, un percorso che ha portato all’Afghanistan, all’Iraq, a Madrid e, adesso, a Londra. Sarebbe tragico se si arrivasse alla limitazione delle libertà civili della minoranza musulmana del paese. Adesso, più che mai, è necessario seguire la strada della pace e della giustizia per evitare che tragedie simili si ripetano.
Ciò che Tony Blair era quasi riuscito a escludere dalla riunione del G8, dai ‘Live8’ e dalla ‘Make Poverty History March’ — la partecipazione della Gran Bretagna all’occupazione dell’Iraq — si è affermato violentemente da sé proprio all’apertura del summit di Gleaneagles. Ma non come ciascuno di noi si immaginava.
Nel corso della ‘dichiarazione di mezzogiorno’, in cui il primo ministro sottolineava la determinazione del popolo britannico nel voler preservare il proprio stile di vita per vincere l’estremismo terrorista, non ci si poteva che meravigliare di fronte agli abissi nei quali riesce a sprofondare l’ipocrisia umana, di fronte al tentativo di Tony Blair di nascondere il carattere scellerato della propria linea politica.
Si tratta dell’Iraq, dell’aver condotto il proprio paese in una guerra che il suo popolo non voleva. Blair è parzialmente responsabile delle morti dei civili innocenti vittime del terrore. Ma potrà il ministro riuscire nei propri intenti retorici?
Nel corso della giornata ho parlato con la gente, cercando di capire se la posa churchilliana di Blair sarebbe stata efficace. Alla fine della giornata avevo più fiducia nei miei concittadini di quanta non ne avessi avuta la mattina. Come quando la receptionist dell’hotel in cui alloggiavo mi disse, riferendosi alla tragedia che si era consumata: “Si tratta di Tony Blair”.
Sì, si tratta di Tony Blair. Quindi, mentre piangiamo i morti di Londra, mentre condanniamo i responsabili di questa orrenda strage, non dimentichiamoci che i passi compiuti da Blair in questi anni hanno contribuito al compimento di questa tragedia.
Proviamo a riesaminare la documentazione probatoria presentata al Tribunale Mondiale sull’Iraq, riunitosi di recente a Istanbul .
“Fabbricazione di prove”
I memorandum di Downing Street recentemente portati alla luce hanno mostrato che già nell’aprile del 2002 la leadership del partito laburista sapeva che:
1) l’amministrazione Bush si era accanita nel voler invadere l’Iraq; 2) che era determinata a farlo basandosi sul fatto che Saddam possedesse armi di distruzione di massa; 3) che le prove secondo cui Saddam era in grado di sviluppare tali armamenti erano inesistenti.
In un memorandum del British Foreign Office datato 22 marzo 2002, indirizzato al ministro degli esteri Jack Straw, si riportava: “La verità è che ciò che è realmente cambiato dopo l’11 settembre non è stato l’andamento dei programmi ADM di Saddam Hussein, ma la nostra tolleranza nei confronti di essi”. E continua: “Ma anche la più accurata indagine sui programmi ADM non potrebbe rivelarne la consistenza sul fronte della messa a punto di arsenali chimici, biologici, nucleari e missilistici: i programmi possono essere preoccupanti ma di certo non sono stati ampliati, almeno per quello che ne sappiamo”.
In ogni caso, nonostante la fragilità delle prove sull’esistenza di armi di distruzione di massa, Tony Blair aveva fatto leva sull’argomento per giustificare il conflitto. Più o meno nello stesso momento in cui Downing Street stava valutando le prove delle ADM, Blair aveva dichiarato alla camera dei Comuni il 1 aprile 2002: “Il regime di Saddam Hussein è spregevole, sta sviluppando armi di distruzione di massa, e non possiamo permettere che ciò avvenga”.
Il 24 settembre 2002, per l’ennesima volta senza presentare valide prove, il primo ministro affermò: “Il servizio d’intelligence ha concluso che il regime iracheno possiede armi chimiche e biologiche, che Saddam ha continuato a produrle e che ha predisposto consistenti piani militari a riguardo, attivabili in 45 minuti, anche rivolti contro la stessa popolazione Shia; e, infine, che sta seriamente tentando di acquisire nuove risorse nucleari”.
E, di nuovo, il 25 febbraio 2003, sostenendo l’invasione, : “L’intelligence è stata chiara: (Saddam) continua a credere che il suo programma ADM sia essenziale per la repressione interna e per l’aggressione esterna”. Nello stesso discorso:“Gli agenti biologici che crediamo sia in grado di produrre l’Iraq includono antrace, botulino, tossina, aflatossina e ricina. Tutti in grado di causare una morte tremendamente dolorosa ”.
Poi, nel giorno dell’invasione - il 20 marzo 2003 - Blair disse: “Se l’unico mezzo per ottenere il disarmo dell’Iraq è la rimozione del regime, la rimozione del regime deve essere il nostro obiettivo”.
Da ciò appare chiaro che lo sforzo architettato dal governo Blair per produrre prove sul possesso dell’Iraq di ADM ha portato alla falsificazione o, con le parole della British Broadcasting Corporation (BBC), alla “fabbricazione” del dossier di 50 pagine a cura dell’intelligence inglese pubblicato nel settembre del 2002 sulle presunte attività di Saddam. Questo dossier è stato il documento chiave del governo britannico per giustificare la guerra. Intrappolato tra la pressione del governo e l’inconsistenza delle prove, lo scienziato del governo Dr. David Kelley, un ex ispettore delle ADM in Iraq, ha rivelato ai giornali i suoi forti dubbi sulle supposizioni del dossier, in particolare sull’accusa che l’Iraq potesse attivare le ADM in 45 minuti. La stessa pressione del governo che lo ha portato al suicidio nel luglio del 2003.
Cambio di regime: la vera motivazione
I memorandum di Downing Street indicano inoltre che sebbene le prove sulle ADM fossero poche o inconsistenti, il governo Blair era fermamente convinto della necessità di invadere l’Iraq per un “cambio di regime”, benché ciò non fosse qualcosa che poteva proclamare pubblicamente per non dare l’impressione di sostenere un’esplicita violazione delle leggi del diritto internazionale. In realtà, già nel marzo o nell’aprile del 2002 - un periodo in cui il governo Blair e l’amministrazione Bush affermavano di non essere impegnati nella pianificazione della guerra - si era già ad uno stadio avanzato del processo. Mentre il governo britannico rimaneva non convinto della minaccia delle ADM, i memorandum rivelano che esso condivideva con l’amministrazione Bush il desiderio di un cambiamento di regime che passasse attraverso l’intervento militare .
Un memorandum di metà maggio 2002 descriveva nei dettagli una lettera di Christopher Meyer, l’allora ambasciatore inglese alle Nazioni Unite, su una discussione avuta durante un pranzo con il sottosegretario alla difesa Paul Wolfowitz. “Abbiamo appoggiato il cambio di regime”, scriveva, “ma il piano deve essere intelligente: il fallimento non può essere un’opzione. Sarà difficile per noi venderlo internamente, e probabilmente anche più difficile da qualche altra parte in Europa”.
Allo stesso tempo, i funzionari inglesi sapevano che il cambio di regime di per sé non era una ragione sufficiente per entrare in guerra. Come faceva notare un memorandum dell’8 marzo 2002, in cui venivano delineate diverse opzioni su come agire nei confronti dell’Iraq, “un’invasione allo scopo di cambiare il regime ‘non ha fondamento per la legge internazionale”. Il dilemma era stato sottolineato più di due settimane dopo dal ministro degli esteri Jack Straw: “Il cambio di regime di per sé non è una giustificazione per un’azione militare; può costituire parte di qualsiasi strategia, ma non un obiettivo”, riferì. “L’eliminazione delle ADM dall’Iraq deve essere un obiettivo”. Non stupisce che il governo Blair abbia seguito la strada di “fabbricare” una minaccia inesistente, culminata nell’abominevole dossier del 25 settembre 2002 diventato poi il documento chiave propagandato da Washington e da Londra per giustificare la guerra.
Crimini di guerra
Oltre al proprio ruolo nella pianificazione della guerra, il modo in cui il governo inglese ha condotto la guerra in Iraq rivela chiaramente l’inosservanza della legge internazionale e dei diritti umani universalmente riconosciuti. Come comandante in capo, Blair deve assumersi la piena responsabilità di queste azioni.
L’invasione del paese è stata preceduta da una campagna di bombardamenti iniziata approssimativamente 10 mesi prima, nel maggio del 2002. I jet della Royal Air Force, insieme a quelli statunitensi, furono impegnati in quella che venne chiamata “fase dei bombardamenti a tappeto”, progettata per incitare il regime di Saddam a reagire e fornire così un pretesto per la guerra. Queste azioni, giustificate dai funzionari USA come il comandante generale alleato Tommy Franks, come necessarie per “indebolire” le difese aeree dell’Iraq, non sono state autorizzate da nessuna risoluzione delle Nazioni Unite. In realtà, come rivela l’infondato memorandum di Downing Street, il British Foreign Office ha fornito un’opinione legale nel marzo 2002 — due mesi prima dell’intensificazione dei bombardamenti — in cui si sosteneva che le forze aeree alleate avessero il pieno diritto di pattugliare le “no-fly zones” della parte settentrionale e meridionale dell’Iraq al fine di impedire gli attacchi delle forze di Saddam sulle popolazioni curde e Shia. Questa illegale attività è stata ulteriormente intensificata alla fine dell’agosto 2002 in seguito alla riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, durante la quale ne fu rivelato lo scopo reale: indebolire le difese aeree dell’Iraq in vista di una possibile invasione.
Da quando ha avuto inizio l’invasione, la Gran Bretagna ha inviato 65.000 soldati - quasi un terzo delle forze armate - per partecipare a una guerra non autorizzata dalle Nazioni Unite. Circa 8.761 soldati sono partiti solo dallo scorso marzo.
Il compito principale delle truppe inglesi era proteggere il settore meridionale, in particolare la città di Basra. Questa campagna è stata segnata dalla morte di numerosi civili iracheni. Alcune delle morti furono causate dall’uso di bombe a grappolo, note per essere mortali per la popolazione civile. Sebbene i funzionari al Ministero britannico della difesa inizialmente avessero garantito che non sarebbero state utilizzate armi “nelle vicinanze di Basra,” Human Rights Watch ha documentato molti attacchi in cui venivano utilizzate munizioni a grappolo nelle vicinanze della città. All’apice delle operazioni militari, nel marzo e nell’aprile del 2003, le forze britanniche avevano utilizzato 70 munizioni a grappolo lanciate dagli aerei e 2100 lanciate da terra, contenenti 113.190 sottomunizioni. L’impiego totale da parte degli USA e della Gran Bretagna in quel periodo ammonta a 13.000 munizioni a grappolo e 2 milioni sottomunizioni.
Human Rights Watch ha anche accusato le autorità militari britanniche di non essere riuscite a proteggere i civili iracheni dalle enormi quantità di armi abbandonate dagli eserciti, provocando morti e ferimenti. L’ospedale al-Jumhuriyya di Basra riceveva 5 vittime da artiglieria non disinnescata al giorno. A questo proposito il direttore esecutivo di Human Rights Watch, Kenneth Roth, dichiarò: “La Gran Bretagna ha fallito nel proprio dovere, come forza occupante, di garantire la sicurezza alla popolazione civile locale. La sua inabilità o riluttanza a disinnescare le armi abbandonate ha reso una situazione già pericolosa ancora più critica”.
L’occupazione straniera ha agevolato gli abusi sistematici dei diritti umani. È questo il caso dell’occupazione USA nell’Iraq centrale e settentrionale. La prigione di Abu Ghraib è diventata l’emblema delle violazioni della Convenzione di Ginevra, della tortura come pratica politica, degli abusi sessuali sui prigionieri, mentre la presa di Fallujah da parte degli americani nel novembre del 2004 è diventata una versione contemporanea dell’attuazione del rigido ordine romano “Carthago delenda est” (“Cartagine deve essere distrutta”).
Anche l’occupazione britannica di Basra e dell’Iraq meridionale, pur essendo meno al centro dell’attenzione rispetto all’occupazione americana, è stata contraddistinta da gravi violazioni dei diritti umani. Un anno di occupazione ha prodotto numerosi casi di uccisione e ferimento di civili da parte delle truppe britanniche. Amnesty International ha riportato che nel marzo del 2004 le autorità britanniche avevano ammesso che il proprio contingente era stato coinvolto nell’uccisione di 27 feriti. Hanno riconosciuto, tuttavia, che la cifra non era definitiva. Su numerosi casi esponenti di Amnesty International hanno riportato: “I soldati britannici hanno aperto il fuoco e ucciso civili iracheni in circostanze in cui non sussisteva minaccia apparente di morte o di lesioni gravi per se stessi o per altri”. Amnesty ha sostenuto che la British Royal Military Police (RMP) “… forniva alle famiglie pochissime o nessuna informazione sui progressi e sulle conclusioni delle indagini”. Inoltre, i procedimenti per ottenere i risarcimenti da parte delle famiglie delle vittime erano alquanto incerti, pieni di contraddizioni, eccessivamente burocratici e praticamente inaccessibili per chi non poteva permettersi le spese.
La tortura e gli abusi perpetrati sui prigionieri hanno macchiato l’onore delle forze militari britanniche. Nel gennaio del 2005 vennero pubblicate alcune foto sul giornale nazionale che ritraevano violenze perpetrate sugli iracheni dai soldati che appartenevano al primo battaglione della Royal Regiment of Fusiliers. Come descritto nel resoconto, “Una delle foto mostrava un civile iracheno in agonia legato strettamente alla rete di una nave da carico dell’esercito, sospesa da un sollevatore a forche guidato da un soldato britannico. Una seconda foto ritraeva un soldato vestito con pantaloncini e T-shirt in piedi sul corpo legato di un civile iracheno. Un’altra foto mostrava due iracheni nudi costretti a simulare sesso anale e altri due costretti a simulare sesso orale”.
I soldati sono stati condannati dalla corte marziale, mandati in carcere e, alcuni, espulsi dall’esercito. Al processo però non furono ammesse le prove fornite dalle vittime, che avrebbero potuto portare ad accuse più gravi o all’implicazione di molti più soldati, inclusi gli alti gradi dell’esercito. Le prove riguardavano il caso dell’iracheno vittima dell’incidente del sollevatore a forche, Hassan Abdul-Hussein, che ha sostenuto di essere stato legato e appeso per essersi rifiutato di tagliare un dito a un altro civile. Perché questa prova non fu portata in tribunale? Lo scopo era quello di, come per Abu Ghraib, quello di limitare i danni. Phil Shiner, un avvocato che ha seguito il caso, ha affermato: “Questa è una chiara dimostrazione del fatto che i militari non sono in grado di indagare per via legale su se stessi. Quando ciò sembra avvenire, quello che poi otteniamo è poco più di un paio di mele marce gettate ai cani. Chiaramente, questo specifico caso coinvolge diversi ufficiali, e molta, troppa gente è stata vittima di abusi”.
Se erano i soldati inglesi a infliggere violenze ai civili iracheni, non c’è poi da sorprendersi che non fossero in grado di proteggere loro - come invece erano stati incaricati dalla legge internazionale. Come altre parti del paese, Basra e altre località dell’Iraq meridionale hanno assistito all’ “omicidio di centinaia di persone… deliberatamente uccise da singole persone o da gruppi armati per ragioni politiche, incluse infrazioni morali quali la vendita o l’acquisto di alcol”. Tuttavia, fino al 2004 non c’è stata nessuna indagine o condanna per questi omicidi.
Per questa ragione Amnesty ha considerato l’attività delle autorità militari britanniche in piena violazione delle norme internazionali secondo l’articolo 27 della Quarta Convenzione di Ginevra, che assegna alla Gran Bretagna, in qualità di forza occupante, il compito di fornire protezione agli iracheni, soprattutto da minacce e da atti di violenza.
In un’occupazione che ha provocato la costituzione di una resistenza armata nel 2003 e nel 2004, le truppe britanniche sono state coinvolte per sostenere le operazioni militari USA nell’Iraq centrale. L’esempio più noto del sostegno britannico indiretto agli sforzi degli USA di sconfiggere la resistenza degli iracheni si è avuto nel novembre del 2004, quando gli 850 soldati scelti del Black Watch Regiment furono trasferiti dall’Iraq meridionale alla provincia di Babil, a sud di Baghdad. La redistribuzione è avvenuta a seguito di una richiesta da parte degli ufficiali USA che volevano impiegare le proprie unità militari per l’assalto alla città di Fallujah, da sferrare dopo le elezioni presidenziali. Ciò portò l’ex ministro degli esteri britannico Robin Cook a rilasciare la sua celebre dichiarazione: “Ho il sospetto di aver mandato un terzo dell’esercito britannico in Iraq non per perseguire i nostri interessi ma per appoggiare l’agenda politica della Casa Bianca. Questa nuova piega che ha preso la faccenda conferma l’intuizione che sia Washington ha dettare legge e che la Gran Bretagna scatti sull’attenti. È altrettanto ovvio che la richiesta è stata il risultato diretto delle politiche USA”. Il successivo assalto USA a Fallujah è stato segnato da centinaia di morti di civili, migliaia di feriti, quotidiane violazioni dei diritti umani da parte dei soldati americani - quali l’uccisione di prigionieri feriti e la massiccia distruzione delle proprietà.
Per la redistribuzione delle truppe britanniche mirata a “liberare” i soldati americani per l’assalto violento, Mr. Blair deve assumersi parte della responsabilità dei crimini di guerra che l’hanno seguita.
Da tutto quel che è stato fatto e detto, risulta chiaro che è stato Tony Blair, contro il volere della maggior parte del popolo britannico e di una sezione significativa del suo partito, ad aver portato la Gran Bretagna in guerra. Perché? Alcuni commentatori sostengono che egli credesse veramente nella moralità di un cambio di regime imposto dall’esterno, il che lo accosterebbe realmente vicino alla mentalità di Bush. Altri scartano l’ipotesi della moralità e sostengono che Blair fosse motivato da una fredda realpolitik. Io credo che, unitamente a una guasta moralità, questa sia la motivazione più plausibile. Il desiderio, quindi, di porre il governo inglese al centro del potere mondiale, a fianco degli Stati Uniti. Come ha affermò egli stesso una volta, “Il mio mestiere è quello di proteggere e di pianificare la potenza britannica”.
È all’altare della potenza imperiale britannica Blair ha sacrificato non solo le vite di migliaia di iracheni ma adesso anche quelle di civili britannici.
Fonte: http://www.ukwatch.net/article/741
Traduzione a cura della redazione di Nuovi Mondi Media
Kissinger, il genocidio bengalese e quella "p.....a" di Indira Ghandi
di mazzetta
21 Jul 2005
Questa è una di quelle notizie destinate a scuotere le convinzioni di quanti continuano imperterriti a pensare che la politica estera statunitense sia stata guidata, dal dopoguerra ad oggi, dalla tensione virtuosa e dal desiderio di diffondere la democrazia come sistema. Grazie ad una legge fortemente voluta da Clinton, sono diventati consultabili i documenti relativi ai primi anni ’70, quando l’accoppiata Nixon-Kissinger metteva a ferro e fuoco il pianeta, con una particolare preferenza per il Sudamerica e per l’Asia. Dopo il sostegno e le autorizzazioni esplicite alla dittatura indonesiana, vengono alla luce le responsabilità sul genocidio in Bangladesh. Se nel nostro paese conosciamo fin nei dettagli il menù previsto dai falchi americani per i latinos, scontiamo al contempo una clamorosa ignoranza della storia del sub-continente indiano, oscurata dal bombardamento mediatico sulla guerra in Vietnam. Non è strano, le vicende che hanno coinvolto l’India ed i suoi vicini sono sempre state viste, da noi, come una questione che non vedeva coinvolti gli Usa, se non in maniera marginale. La verità storica ci consegna invece, interi capitoli segnati dalla nefasta ingerenza americana, messa ora nero su bianco dai memo presidenziali finalmente pubblicati. La storia è quella della divisione tra India e Pakistan, e in particolare di quella parte del primo Pakistan che ora si chiama Bangladesh; lo stato con la più alta densità della popolazione al mondo; ad oggi composta di 140 milioni di abitanti. Alla costituzione delle due entità, nel 1947, si disegnarono due stati, uno a preponderanza islamica e uno a maggioranza indù, che a loro volta contenevano numerose comunità che potremmo definire nazionali, veri e propri stati assorbiti nell’immenso spazio colonizzato dalla Compagnia delle Indie e poi confluito sotto la Corona inglese. In questa occasione ebbe luogo la più imponente migrazione umana che la storia ricordi, con decine di milioni di persone che per mesi si incrociarono in cammino verso la loro nuova terra.
L’entità pakistana venne così composta dall’unione di due parti, una a occidente e una ad oriente dell’India. Quella occidentale (l’attuale Pakistan) era a sua volta il risultato dell’accorpamento degli stati indiani a maggioranza islamica, quella orientale derivò dalla divisione del bengala in due parti, la più occidentale diventò lo stato indiano del Bengala Occidentale, l’altra venne denominata East Pakistan, in seguito Bangladesh.
L’East Pakistan era la parte più ricca, e fondava il suo benessere sul commercio della iuta, il Pakistan occidentale era, ed è, povero di risorse.
Agli inizi degli anni ’70 a reggere il paese era il generale Zulfikar Ali Bhutto, esponente dell’oligarchia familiare pachistana, con il sostegno del generale Yahya Khan e degli americani; e il rapporto tra i due Pakistan vedeva l’occidente dominare sull’oriente in virtù del controllo del potere militare.
L’attuale Pakistan, oltre ad avere una composizione etnica differente da quella bengalese, aveva costumi decisamente più rigidi, e li imponeva anche al resto del paese, con le buone o le cattive, non rinunciando a depredare i più ricchi fratelli, separati da 1200 miglia e settecento milioni di indiani.
Nel 1970 le elezioni in Bengala consegnano all’Est la maggioranza parlamentare, e costringono l’Ovest a rompere ogni indugio e infrangere ogni limite.
Povero e meno popolato, l’attuale Pakistan, e con lui i suoi leader, poteva contare solo sulla propria determinazione e sulla forza delle armi; armi che provenivano da Washington, o procurate con i fondi americani.
Perché Nixon, o meglio Kissinger, sostenessero le operazioni del generale Yaia, poi destinato a prendere il potere e presto detto, quanto noto; Yaia era per gli americani la chiave per accedere al gotha del potere cinese, vera e propria fissazione del gruppo che, ora come allora, aveva in mano le redini della politica estera Usa. Kissinger e Nixon cercavano la Cina comunista, proponevano loro alleanze e spartizioni in Asia, ed erano particolarmente ostili all’India. Amici di estremisti islamici e comunisti cinesi, nemici della più grande democrazia del pianeta, curioso, ma non troppo.
Quando la bengalese Awami League guidata dallo sceicco Mujibur Rahman si aggiudica le elezioni, il parlamento non viene più convocato. Dopo mesi di attesa Rahaman annuncia che l’Est dichiara la sua “piena autonomia regionale”, e di avere il completo controllo dell’amministrazione bengalese.
Per i militari fu il segnale, seguendo le intuizioni di Yaia ( “uccidetene tre milioni ed il resto mangerà dalle nostre mani”) venne dato corso alla “Operation Searchlight” destinata a devastare il Bengala Orientale. Non si conoscono i numeri effettivi del genocidio bengalese, basti l’impressionate dato di 50.000 sterminati nei primi tre giorni dell’operazione. I tre milioni di vittime, sono una cifra realistica.
Furono uccisi tutti i maschi bengalesi che si trovarono, con particolare preferenza per militari e studenti o intellettuali, in una sola notte a Dacca vennero sterminati 7.000 bengalesi, la popolazione dimezzata in una settimana.
Scioccati da tale violenza i bengalesi fuggirono in ogni direzione, dopo poche settimane dall’inizio dell’operazione si contavano già 30 milioni di profughi.
L’Awami League, fu bandita e Rahman arrestato; all’India non restò che aprire i confini, e accogliere 10 milioni di rifugiati in un lampo.
Poi cominciarono gli stupri di massa, paragonati da una studiosa americana a quelli praticati dai giapponesi a Nanchino, 400.000 o forse più bengalesi vennero stuprate sistematicamente.
Paradigmatico il racconto della reporter Aubrey Menen, presente ad un matrimonio bengalese, quando una pattuglia pakistana entrò nella casa, portò la sposa nella camera nuziale ove venne stuprata, con calma, da ciascuno dei soldati mentre gli altri tenevano sotto tiro i presenti. Andandosene alla fine senza dire niente, lasciarono lo sposo distrutto ,inginocchiato a terra a vomitarsi addosso e la sposa incosciente e sanguinante alla vista dei parenti e degli amici. Lo stupro usato come arma non l’hanno inventato nei balcani.
L’India chiese a Nixon di intervenire, ma questi era di parere diverso, visto che alla Casa Bianca dichiarava “ Yaia è un buon amico, capisco l’angoscia di aver dovuto prendere misure del genere”.
Militari e diplomatici americani obbiettarono con forza, vennero rimossi.
Kissinger: “In tutta onestà, il presidente ha sentimenti speciali per Yaia. Non si può fare politica su queste basi, ma sono cose che capitano nella vita”.
Nixon a Yaia: “Quelli che si augurano un mondo più pacifico nella prossima generazione, vi saranno debitori per sempre”
Lo schieramento sulla questione bengalese vedeva Usa e Cina, inattive , che consideravano la questione un “affare interno pakistano” e sostenevano la parte pachistana; opposte a India, Russia e satelliti, ai quali si aggiungevano le popolazioni delle nazioni europee e del Giappone, solidamente in sostegno dei bengalesi. Bbc continuerà la sua emissione per il Bengala, che diventa così il media nazionale d’emergenza.
Nixon sul “Concerto per il Bangladesh”: “Così il Beatle sta dando i soldi ai dannati indiani?”
Kissinger: “Sì……..dobbiamo tenere sotto l’India, ridurre il problema dei rifugiati e della carestia, per toglierlgli la scusa per fare la guerra……cominciare a formare una struttura politica (remeber Iraq? ndr) e anche se succederà che nasca un altro stato in un paio d’anni, non deve succedere nei prossimi sei mesi”
Nixon aveva una spiegazione antropologica anche per la sua opposizione interna, affermando che gli ambasciatori in India rimanevano affascinati dai modi da traditori degli indiani, e di preferire i pachistani, forse più stupidi (sic) ma diretti. Per Nixon gli indiani erano traditori e bastardi (testuale).
E’ agli atti, con firma autografa, quel “Don’t squeeze Yaia” che la dice lunga; per gli Usa era questione da nulla schiacciare il burattino.
Mentre rifiutavano aiuti all’India e li consegnavano ai pachistani; pur convinti dell’inevitabilità storica della divisione del Pakistan, Nixon e Kissinger mostravano di preferire che la situazione di guerra si prolungasse almeno per un paio di anni; al fine di riempire di profughi gli odiati indiani.
Nell’agosto del 1971, dopo che Kissinger e Nixon avevano inutilmente provato a convincere i cinesi a muovere truppe ai confini dell’India, questa firma un trattato di pace e collaborazione con l’U.r.s.s; chiudendo definitivamente l’esperienza terzomondista inaugurata a Bandung nel 1955.
( Da allora “terzo mondo” diventerà sinonimo di arretratezza, ma allora indicava la divisione nella quale il primo mondo era quello schierato accanto agli americani nella Guerra Fredda, il secondo era composto dai paesi ad ispirazione comunista schierati con l’U.r.s.s, il terzo era quello dei “Paesi non allineati” associati a Bandung ed il quarto quello composto dagli stati rimanenti)
Alla fine dell’Ottobre del 1971, Indira Ghandi comincia un tour dei paesi occidentali per perorare la fine dei massacri, tour che si conclude a Washington.
I nuovi documenti a disposizione ci raccontano i gentiluomini esportatori di democrazia senza filtri, non stupisce che la cifra resti quella ben conosciuta dei pupari dell’invasione irachena.
Nixon e Kissinger discutono del giorno precedente, dell’incontro con Indira Ghandi:
K.-“ Anche se è un puttana, abbiamo ottenuto ciò che volevamo, non potrà tornare a casa e dire che non le abbiamo dato un caldo benvenuto, e nonostante questo dovrà andare alla guerra per la disperazione”
N.-“Abbiamo davvero fregato la vecchia strega”
Non appena tornata in patria, alla fine di novembre, la “puttana” scrisse a Nixon di sperare in un rafforzamento delle relazioni tra i due paesi.
Il giorno dopo, il 21 novembre, l’India invase il Bengala con un corpo di 200.000 uomini, mettendo fine ai massacri; in dieci giorni costrinse alla resa e catturò i pakistani, e li portò in India per sottrarli alla vendetta bengalese.
E’ opinione comune che l’attacco fosse pianificato fin da prima del viaggio della Ghandi.
Gli Stati Uniti protestarono all’Onu contro l’aggressione al Pakistan, dislocarono una portaerei nucleare nel Golfo del Bengala, fecero pressioni sui russi, tagliarono gli aiuti all’India e fornirono altri fondi alla dittatura pachistana.
Quando nulla si rivelò efficace, chiesero alla Cina di intervenire, offrendo aiuto in caso di contro-intervento sovietico; anche qui inutilmente. Il 10 Dicembre 1971, Kissinger suggerì l’idea all’ambasciatore cinese all’Onu, Huang Ha. Dai documenti declassificati risulta che dopo un paio di giorni i cinesi risposero picche.
Dopo tre mesi le truppe indiane si ritirarono, lasciando ai bengalesi la libertà e un governo formato dal vincitore delle elezioni Rahman, destinato poi ad essere soffocata da una serie di dittature militari.
Avevano portato la democrazia, che qualcun altro poi avrebbe rubato.
Nei giorni scorsi Henry Kissinger, ora sedicente sostenitore della collaborazione con il gigante indiano, si è scusato per aver dato della “strega” ad Indira Gandhi, invocando a scusante che quello fosse “il linguaggio di Nixon”, un gergo abituale tra i due, causa la passione di Nixon per il turpiloquio.
Ancora oggi la politica statunitense mantiene un patto d’acciaio con la dittatura militare pakistana, penalizzando l’India ad ogni occasione; le recentissime aperture sono state accolte con diffidenza da Dehli, dove da allora sono convinti che “Gli americani capiscono solo la forza”.
L’affermazione della supremazia del più forte guida, ora come allora, la proiezione militare americana sul globo, non certo la diffusione e l’esportazione della democrazia, o la lotta ai comunisti, agli islamici o al prossimo nemico da dare in pasto alle opinioni pubbliche.
La notizia ha fatto il giro del mondo, “puttana” è sparito in quasi tutti i paesi, e anche nel nostro la vicenda non ha meritato che un trafiletto riguardo al “vecchia strega” su qualche giornale.
I tre milioni di vittime, e gli altri milioni di devastati non hanno meritato una riga, le responsabilità del loro genocidio neppure; non una riga.
Ancora oggi la politica statunitense mantiene un patto d’acciaio con la dittatura militare pakistana, penalizzando l’India ad ogni occasione; le recentissime aperture sono state accolte con diffidenza da Dehli, dove da allora sono convinti che “Gli americani capiscono solo la forza”.
L’affermazione della supremazia del più forte guida, ora come allora, la proiezione militare americana sul globo non l’esportazione della democrazia, o la lotta ai comunisti, agli islamici o al prossimo nemico da dare in pasto alle opinioni pubbliche.
Non stupisce che nessuno comprenda perché le nostre città sono piene di bengalesi e pachistani, quanti italiani sanno da cosa sono dovuti fuggire, quanti sanno chi ringraziare?
Opinioni pubbliche non certo impressionabili dall’apprendere che Kissinger chiamasse strega Indira Ghandi; una disattenzione per la storia davvero sospetta, quasi a non voler incrinare l’immagine del fiero alleato, costruita nei decenni sul lavoro di migliaia di utili giornalisti dalla schiena non troppo dritta.
That’s all folks.
Storia
http://en.wikipedia.org/wiki/Bangladesh#History
Dicono di loro dall’asia:
http://www.atimes.com/atimes/South_Asia/GF23Df04.html
Edal Pakistan:
http://www.paktribune.com/news/index.php?id=109929
Canta che gli passa, e che soprattutto CI passa:
http://en.wikipedia.org/wiki/Concert_for_Bangladesh
Le scuse pietose:
http://www.usatoday.com/news/world/2005-07-01-henry-india_x.htm?csp=34
http://news.bbc.co.uk/2/hi/south_asia/4633263.stm
Terzo mondo:
http://www.resistenze.org/sito/os/mo/osmo5e26.htm
Gli amici e l’Indonesia, altri morti sulla coscienza di Kissinger:
http://italy.indymedia.org/news/2004/07/586320.php
mazzetta
mazzetta@reporterassociati.org
luglio 20 2005
«I politici pensino alle regole, non agli affari»
Prodi: Fazio non sempre agisce da arbitro. Non vigili sulla concorrenza «L’Opa di Unipol su Bnl? Le coop investano con misura e convenienza»
dal Corriere - 20 luglio 2005
Unipol che lancia l’Opa sulla Bnl e taglia la strada al Banco Bilbao. La Popolare Italiana, ex Lodi, che fa altrettanto nell’Antonveneta contro l’olandese Abn Amro. L’immobiliarista Stefano Ricucci che diventa il primo azionista singolo di Rcs Media Group. Il presidente della Confindustria, Luca di Montezemolo, parla di manovre oscure. Gli esponenti del centrosinistra si dividono tra chi, come Francesco Rutelli, nega alle cooperative il diritto di fare finanza e chi, come Piero Fassino, non vede differenze di dignità imprenditoriale tra immobiliaristi e industriali e benedice l’iniziativa della compagnia di assicurazioni delle coop rosse. C’è abbastanza materia per chiedere a Romano Prodi, leader dell’Unione e candidato alla guida del governo alle elezioni politiche del 2006, dove stia andando il capitalismo italiano e che cosa debba fare la classe politica. Presidente, queste scalate e controscalate di Borsa la preoccupano?
«Sono normali nel capitalismo, dove gli assetti proprietari cambiano di frequente: né stupore né preoccupazione se si rimescolano le gerarchie e i poteri dell’economia. Non deve essere questa la ragione dello scandalo».
E quale dovrebbe essere la buona ragione?
«Questi eventi occupano le prime pagine dei giornali internazionali per il messaggio che danno sulla debolezza delle regole del mercato finanziario italiano: si sono formati blocchi politici in difesa dei contendenti e i regolatori, a cominciare dalla Banca d’Italia, hanno in alcuni casi dato l’impressione di essere non arbitri ma parti in gioco. Non dimentichiamo che in passato il sistema politico italiano è esploso principalmente in conseguenza della contaminazione fra politica e affari. Bisogna fare di tutto perchè la tragedia non ricominci. Ed è per questo che ho sempre preferito e preferisco parlare di regole e non di schieramenti, e lavorare su un ruolo più chiaro e incisivo delle autorità di controllo e di sorveglianza».
I volti nuovi vengono dal mattone. Perché?
«Il boom dei valori immobiliari e la stagnazione degli investimenti produttivi hanno dato un’importanza senza precedenti alla speculazione. La grande liquidità dei mercati e i conseguenti bassi tassi d’interesse, inoltre, permettono di moltiplicare quasi all’infinito le risorse finanziarie. Parlo della fisiologia: delle patologie se ne dovrebbero occupare le autorità di vigilanza. E la magistratura».
La corsa al mattone è l’ultima tappa della ritirata del capitale finanziario dall’investimento nell’industria esposta alla concorrenza. Caduta del gusto del rischio o effetto di nuove convenienze create dalla politica?
«Il capitalismo si ammala se le leggi sono tali da determinare convenienze economiche e fiscali che indirizzano le risorse verso la speculazione e non verso la produzione e l’innovazione. Bisognerà quindi prendere le decisioni atte a riequilibrare queste convenienze...».
Non crede che la legge sui fondi immobiliari, che consente ai promotori di ricollocare anche il proprio patrimonio presso il pubblico, fornisca una protezione alla speculazione?
«Sì. Ma, più in generale, cala anche il gusto del rischio: non certo per la finanza, ma per le difficoltà a fronteggiare la nuova concorrenza, a innovare e, soprattutto, per le ricorrenti crisi delle imprese al passaggio generazionale».
Quando lei presiedeva l’Iri, il capitalismo italiano aveva tre poli: la Fiat di Giovanni Agnelli, la Mediobanca di Enrico Cuccia e le Partecipazioni statali. Abbiamo perso qualcosa?
«Sì. Le abbiamo perse tutti e tre. Tardi e male. L’evoluzione di questi tre poli doveva essere avviata prima, non quando la loro forza era stata erosa o indebolita dalla nuova concorrenza internazionale. La politica di un Paese, se vuol vincere, deve giocare d’anticipo. È ora di guardare avanti. Niente nostalgie delle regole che furono».
Alla Banca d’Italia spettano la vigilanza sulla stabilità degli intermediari finanziari e la tutela della concorrenza nel settore bancario.
«Ho sentito più volte il precedente presidente dell’Antitrust, Giuseppe Tesauro, affermare che la competenza di Bankitalia su cartelli, intese anticoncorrenziali e abusi di posizione dominante non è appropriata. Condivido, perché tra garanzia della stabilità e garanzia della concorrenza esiste un palese conflitto».
La legge italiana sull’Opa ha lo scopo di rendere più contendibili le società. Funziona?
«La nostra è una legge in linea con le altre europee. Ho l’impressione che vi siano invece scollamenti nel modo di procedere dei vari regolatori. Mi auguro, come ha detto il presidente della Consob, che dall’esperienza in corso si possano trarre insegnamenti per il futuro».
Le tensioni nell’azionariato di Rcs Media Group ripropongono la questione della trasparenza degli assetti proprietari dei media. La legge sull’editoria impone di rendere nota la proprietà risalendo fino alle persone fisiche o a eventuali società quotate. Se dunque Ricucci lanciasse un’Opa tutto diventerebbe più chiaro. Ma al momento...
«Già oggi la Consob, se e quando ne avesse la volontà, potrebbe promuovere inchieste approfondite e richieste di chiarimenti anche "a monte", a fronte di dubbi sul finanziamento di posizioni rilevanti in società quotate. A maggior ragione lo ritengo necessario nel caso dei quotidiani. Quando, nel 1963, frequentavo la London School of Economics, nel manuale il capitolo sulle regole antitrust per la stampa si intitolava: " I giornali sono cosa diversa "».
Va difesa l’italianità delle banche?
«Rafforzare la propria posizione nel mondo è l’obiettivo della politica economica e, quindi, anche della politica bancaria, di ogni Paese. Il problema sono gli strumenti: quelli possibili e quelli efficaci. Tra i primi dobbiamo escludere tutti quelli che vanno contro gli accordi e i ruoli internazionali dell’Italia. Tra i secondi, mi sembra che debba essere prescelto il rafforzamento dimensionale e organizzativo dei nostri istituti bancari in Italia e fuori: l’acquisizione di Hvb da parte di Unicredito serve molto di più della difesa a oltranza delle nostre banche di fronte agli operatori esteri».
Il governatore Fazio auspica l’intervento di fondi pensione e assicurazioni nel capitale delle banche. Che ne pensa?
«Dipende da come si proteggono i risparmiatori. In particolare, le assicurazioni, quando acquisiscono partecipazioni rilevanti in altre imprese, non devono dare nemmeno l’impressione di usare le riserve tecniche».
Si contesta il diritto delle coop di investire nelle banche.
«Non vedo alcun fatto giuridico che lo proibisca. È tutto un problema di misura e di convenienza. Convenienza rispetto alla bontà dell’affare. Misura rispetto ai soci».
L’Opa Unipol su Bnl rispetta le due condizioni?
«Un uomo politico non può e non deve entrare nel merito di singoli affari, ma solo garantire il rispetto delle regole. Inoltre, attraverso l’impegno di governo, deve lavorare al miglioramento dell’intera economia premiando la produzione contro la rendita».
Come giudica lo stato delle Autorità in Italia?
«Sono troppe e hanno sempre meno autorevolezza e indipendenza. Il Paese non se ne preoccupa abbastanza, riflette a sufficienza su quanto stia avvenendo in questo campo. Le Autorità non erano state costituite per riflettere al loro interno il bilanciamento di potere della politica nazionale».
Ma anche il centrosinistra ha partecipato alla spartizione.
«Sì. E ha sbagliato».
L’Antitrust deve sorvegliare i conflitti d’interesse dei governanti. Tesauro e l’ex commissario Ue, Mario Monti, erano contrari. L’attuale presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, chiede lumi. Che farà se andrà al governo?
«Mi sono sempre schierato con Tesauro e Monti. I fatti dimostrano che avevamo ragione. Se andrò al governo, farò in modo che la ragione prevalga».
Il dibattito sul governo dell’economia oscilla tra il modello Wimbledon (non importa la nazionalità di chi vince il torneo, ma che tutti vengano a Wimbledon a giocare) e il modello francese ispirato a Colbert (lo Stato interviene nell’economia a difesa dell’interesse nazionale). Lei come si colloca?
«Poiché esistono diversi modelli di politica industriale, bisogna che la classe dirigente rifletta sulla politica industriale adatta all’Italia, dove non è possibile adottare né il modello Wimbledon né Colbert. Fino a qualche mese fa, era proprio proibito parlare di politica industriale. In pochi lo continuavamo a fare, ma senza ascolto. Adesso, ci arrivano tutti. Finalmente si riflette a partire dalla realtà dei distretti e della media impresa. Ma poi c’è la concorrenza. È economicamente dannoso e politicamente immorale avere la concorrenza in alcuni mercati e in altri no. Questo non lo potremo sopportare».
Massimo Mucchetti
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Ds Milano - Rassegna stampa
Un processo europeo alla legge tv
GIOVANNI VALENTINI
da Repubblica - 20 luglio 2005
La televisione italiana finisce sotto processo davanti alla Corte di Giustizia europea. Dopo vent´anni di Far West delle antenne, di ripetute violazioni e innumerevoli sentenze costituzionali, di leggi "ad hoc" e decreti-legge "ad personam", a vantaggio di Silvio Berlusconi e delle sue aziende, l´intero sistema televisivo del nostro Paese viene rinviato a giudizio di fronte al Tribunale supremo di Lussemburgo. Con una delibera destinata verosimilmente a rimettere in discussione l´assetto del duopolio tv, l´ha deciso ora il Consiglio di Stato in merito al ricorso presentato da "Europa 7", l´emittente-fantasma che ottenne nel ‘99 una concessione nazionale ma finora non ha ricevuto materialmente le frequenze per cominciare a trasmettere.
A leggere le 60 pagine del provvedimento, si tratta di una requisitoria a tutto campo contro l´occupazione selvaggia dell´etere, iniziata a metà degli anni Ottanta con la copertura e il favore dei governi socialisti presieduti da Bettino Craxi. Ma la decisione del Consiglio di Stato contiene anche un atto d´accusa nei confronti della legislazione italiana, in nome del diritto comunitario, del pluralismo dell´informazione e della libera concorrenza. Dalla legge Mammì dell´agosto ‘90 alla legge Maccanico del ‘97, fino alla legge Gasparri del 2004, imposta dal centrodestra per salvare Retequattro dal trasferimento sul satellite e ampliare la raccolta pubblicitaria di Mediaset, la controversa storia della tv italiana dopo la fine del monopolio pubblico viene qui ricostruita e analizzata con un rigore critico che equivale a una sentenza di condanna.
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Dal Consiglio di Stato un punto decisivo per la piccola emittente, forse la svolta per il sistema italiano
Europa7 vince la battaglia la Ue processa il duopolio tv
Frequenze e Rete4, deciderà la Corte di Lussemburgo
Il ricorso di Europa7 è del 1999. Da allora il ministero ha sempre evitato di esporsi
In Lussemburgo la verifica sui contrasti con leggi comunitarie: prevale la norma Ue
In un provvedimento di 60 pagine l´allarme sugli abusi antitrust e il poco pluralismo
(SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
giovanni valentini
Per il momento, il Consiglio di Stato rimette il caso alla Corte di Giustizia europea e nell´attesa sospende di conseguenza il giudizio di merito. Ma pone al Tribunale di Lussemburgo dieci "quesiti pregiudiziali", cioè dieci questioni interpretative di legittimità, che contengono ognuna un´ipotesi accusatoria precisa. Si va dalla violazione del pluralismo e della concorrenza nel settore televisivo al trattamento discriminatorio nei confronti di "Europa 7"; dall´infrazione delle norme antitrust a quella della disciplina comunitaria. Per arrivare, infine, a puntare il dito contro la transizione al sistema digitale terrestre vagheggiata dalla riforma Gasparri (che "rischia di ulteriormente aggravare la scarsità delle frequenze disponibili", com´è scritto nel provvedimento) e contro il famigerato Sic, il Sistema integrato delle comunicazioni, che prevede un limite del 20 per cento delle risorse pubblicitarie ("collegato a un nuovo paniere molto ampio che include - sottolinea però lo stesso testo - anche attività che non hanno impatto sul pluralismo delle fonti d´informazione").
Il ricorso di "Europa7", la rete che appartiene all´imprenditore Francesco Di Stefano, rappresentato dal professor Alessandro Pace e dagli avvocati Giuseppe Oneglia e Ottavio Grandinetti, risale al 1999. A quell´epoca, l´emittente partecipò alla gara per il rilascio delle concessioni televisive e si classificò al settimo posto della graduatoria. Il Piano nazionale ne prevedeva in totale 11, tre delle quali riservate al servizio pubblico, con un "tetto" antitrust del 20%, pari a due reti per ciascun soggetto privato.
Ma da allora a oggi il ministero delle Telecomunicazioni non ha mai provveduto ad assegnare a "Europa7" le relative frequenze, perché queste risultavano occupate abusivamente da due "reti eccedenti", Retequattro e Tele+ Nero, che superavano i limiti delle concentrazioni. E tuttavia, sotto una forte pressione politica a cui neppure la vecchia maggioranza di centrosinistra è stata capace di resistere, vennero autorizzate entrambe "in via transitoria" a proseguire le trasmissioni in attesa di una riforma complessiva del settore.
Al contrario, come si legge a pagina 44 della decisione del Consiglio di Stato, "emittenti come Europa7, pur avendo ottenuto la concessione, non essendo nella condizione di esercire una rete all´atto di presentazione della domanda di connessione, ma essendo nuovi entranti che non possiedono una rete d´impianti in esercizio, attendevano l´assegnazione delle frequenze". In una guerra infinita di carta bollata, la paradossale situazione s´è trascinata così fino al dicembre 2003, termine ultimo e perentorio fissato dalla Corte costituzionale per la scadenza del regime transitorio, quando il governo Berlusconi ha dovuto emanare in tutta fretta il cosiddetto "decreto salva-reti" per evitare appunto che Retequattro fosse trasferita sul satellite. Poi, è arrivata l´approvazione definitiva della legge Gasparri, già bocciata nel frattempo dal Capo dello Stato per una palese incostituzionalità, a mettere al sicuro la terza rete del presidente del Consiglio dietro il paravento del digitale terrestre che dovrebbe moltiplicare il numero dei canali disponibili.
Senza entrare per ora nel merito del giudizio, e rinviando quindi anche la decisione sulla richiesta di risarcimento danni presentata da "Europa7" per una cifra che va da un minimo di 882 milioni di euro a un massimo di tre miliardi, nella sua decisione il Consiglio di Stato richiama però tutta la legislazione comunitaria in materia. E per quanto riguarda in particolare la legge Gasparri, cita la denuncia della Commissione europea sulla democrazia e sulla legalità, oltre al rapporto stilato recentemente dalla "Commissione di Venezia" su incarico del Consiglio d´Europa che, fra l´altro, considera al momento l´adozione del Sic un criterio "non adeguato a creare condizioni di effettiva concorrenzialità".
Ma ancora più significativo, e carico evidentemente di implicazioni giuridiche per gli sviluppi futuri, è il passo in cui il provvedimento ribadisce esplicitamente la prevalenza della normativa europea sulla legislazione italiana e sulla giurisprudenza della stessa Consulta. "Una volta pronunciatasi la Corte costituzionale di uno Stato membro - si legge a pagina 54 - non deve ritenersi improprio che lo scrutinio su di una legge possa essere effettuato anche dalla Corte di Giustizia delle Comunità europee, per verificare eventuali contrasti con il diritto comunitario". E poco più avanti: "Da ciò deriva che l´accertamento di un eventuale contrasto originario della legge Maccanico con il diritto comunitario, non è precluso dal giudicato costituzionale".
La parola alla Corte, insomma. Ma l´ultima spetta ora a quella europea: a Lussemburgo, piuttosto che a Roma.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Di Pietro: sono pronto a fare il sindaco
da Repubblica - 20 luglio 2005
Dal pool di Mani Pulite a sindaco di Milano. È questa l´ultima provocazione di Antonio Di Pietro, oggi europarlamentare, ma tredici anni fa uomo simbolo dell´inchiesta su Tangentopoli, che ieri ha annunciato di essere pronto a candidarsi alle primarie, se il centrosinistra dovesse scegliere questa strada per decidere il proprio candidato sindaco per il 2006. «Quando vorranno, basta un colpo - ha spiegato l´uomo che cancellò gran parte della classe politica milanese degli anni Ottanta - A patto che qualcuno sia disposto a candidarmi. Di soluto sono restii ad affidarci compiti. Perché sanno che non guardiamo in faccia nessuno». Sarà anche per questo, ma l´ultima trovata di Di Pietro non sembra far breccia nell´Unione. Che per usare una sua celebre espressione ha commentato all´unisono: «Che c´azzecca»? L´ipotesi lascia freddi anche i "maghi" di flussi elettorali. Per Alessandro Amadori «l´uomo che tredici anni fa aveva l´Italia ai suoi piedi, oggi raccoglierebbe solo l´1,5 per cento dei consensi», mentre per Stefano Draghi «non sarebbe comunque sufficiente per battere il centrodestra». Tra i politici, il più categorico è il diessino Pierfrancesco Majorino: «Non se ne parla neppure». Con lui Nando Vertemati dello Sdi: «Non è una proposta seria, è solo a caccia di pubblicità». Nando dalla Chiesa della Margherita è diplomatico: «Lo ringrazio, ma abbiamo bisogno di candidature che uniscono». Lo boccia anche Augusto Rocchi, di Rifondazione: «È una proposta impropria». I Verdi sono gli unici possibilisti: «Di Pietro può essere un valore aggiunto - spiega il coordinatore Carlo Monguzzi - È un nome di prestigio». Ma poi, però, chiosa: «Da aggiungere a quelli del prefetto Bruno Ferrante e di Ferruccio De Bortoli da votare alle primarie».
(a.m.)
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Ds Milano - Rassegna stampa
L’Italia può farcerla se punta a un programma per attrarre i talenti
LA TEORIA DELLE "3T"/ CI SONO NEL MONDO MOLTE CITT&AGRAVE; CHE STANNO CRESCENDO GRAZIE A POLITICHE MIRATE ALLO SVILUPPO DI CONTESTI TECNOLOGICI D’AVANGUARDIA E CLIMI CULTURALI MODERNI E INTERNAZIONALI
IRENE TINAGLI*
«La nostra economia è in profonda trasformazione (...). Il fattore chiave nella competizione globale non sono più beni, servizi o flussi di capitale, ma la competizione per le persone». Questo è il monito lanciato dall’economista americano Richard Florida nel suo nuovo libro, the Flight of the Creative Class, recentemente pubblicato negli Stati Uniti da Harper Business.
In effetti, ciò che più conta oggi nella competizione globale non è più tanto la disponibilità di materie prime quanto la disponibilità di capitale umano, di idee, di capacità innovativa, quella forza che consente di fare cose nuove secondo le tecnologie più avanzate e in tempi sempre più rapidi. Il motore di questa forza non sono le macchine, ma le persone. Persone brillanti, preparate, istruite, creative, persone che, a differenza delle macchine, non stanno ferme ma si muovono e lo fanno in maniera crescente. E’ per questo che la mobilità del capitale umano è un fattore così importante per la competizione globale.
In un articolo pubblicato dal Brookings Review, la ricercatrice Susan Martin riporta che oltre 150 milioni di persone nel mondo vivono in un paese diverso da quello in cui sono nate. Trenta milioni tra questi vivono negli Stati Uniti e sono una parte importantissima dell’economia e della forza di quel paese.
Richard Florida ricorda come molte delle imprese più innovative e prosperose degli Stati Uniti sono state fondate o gestite da immigrati: Sergey Brin, cofondatore di Google, è originario di Mosca; Sabeer Bathia, cofondatore di Hotmail, è cresciuto a Bangalore, in India. E stranieri sono i fondatori di altre imprese importanti come eBay, Yahoo, Sun Microsystem e molte altre.
Le fasce "alte" di ogni società sono sempre state molto mobili, ma quello che colpisce oggi e’ la portata di questa mobilita’: non si spostano solo premi nobel, grandi scrittori e registi, ma schiere di giovani (e meno giovani) attivi nei campi più diversi dall’arte all’informatica, dal design all’ingegneria, dalla musica all’economia.
Come spiega Florida, "oggi sempre più persone nel mondo hanno sviluppato la libertà culturale, politica ed economica di scegliere il luogo dove vogliono vivere e lavorare". E semplicemente esercitano questa libertà di scelta, su scala globale.
Questo fenomeno sta ribaltando le regole della competizione e in questo nuovo scenario nessuna posizione è consolidata. Persino gli Stati Uniti, un tempo leader indiscussi nell’attrazione di talenti da tutto il mondo, si trovano oggi in una posizione delicata. Con gli inasprimenti delle politiche per l’immigrazione che hanno seguito i tragici eventi dell’11 settembre 2001 si sono registrati cali consistenti degli studenti stranieri nel paese. I Rettori delle migliori università statunitensi hanno denunciato un calo di domande da parte degli studenti stranieri di circa il 30%.
Se questo fenomeno suona come un campanello d’allarme per gli Stati Uniti esso rappresenta pero’ un’opportunità per gli altri paesi. E infatti Canada, Australia ed una serie di paesi del nord Europa come Svezia e Finlandia stanno affinando le loro politiche di attrazione ed emergendo come nuovi poli di innovazione non solo tecnologica ma anche culturale e artistica. Il Global Creativity Index (Tinagli e Florida, 2005), un indice che analizza 45 paesi in tutto il mondo lungo le tre dimensioni di talento, tecnologia e tolleranza, vede tutti i paesi scandinavi nelle prime dieci posizioni. Situazioni fino a pochi anni fa del tutto insospettabili.
Ma se per praticità e comodità si continuano a costruire statistiche aggregate per paese è vero però che le scelte che guidano gli spostamenti delle persone, dei "talenti", sono di fatto legate a regioni e città. "La gente oggi non sceglie più tra Stati Uniti e Inghilterra o tra Australia e Danimarca. La gente oggi sceglie tra New York o Londra, Sydney o Copenhagen", dice Florida.
Come sostiene da tempo anche Kenichi Ohmae, guru del management internazionale e partner McKinsey, le città e le regioni metropolitane sono l’unità naturale della vita economica e sociale e sono e saranno sempre più il cuore della competizione globale.
New York, San Francisco, Boston, Chicago. Per decenni gli Stati Uniti hanno potuto vantare e contare su città tra le più aperte, vibranti e cosmopolite del mondo.
Oggi però si assiste al contrattacco di altre città e regioni. Dopo decenni di opacità Londra è tornata a splendere ed è ormai al centro dell’attenzione mondiale, protagonista di un grande rinnovamento urbano ed economico. Sydney e Melbourne sono città con livelli di diversità e apertura culturale più elevati della maggior parte delle città statunitensi, città vibranti di arte, moda, musica in cui le persone occupate in professioni "creative" toccano quasi il 50% della forza lavoro. Toronto e Montreal stanno anch’esse emergendo come importanti centri di attrazione internazionale.
Viene naturale chiedersi come si stia muovendo l’Italia in questo nuovo scenario. Le classifiche internazionali degli ultimi anni sembrano tutte concordi nel decretare un declino di innovazione e competitività del nostro Paese. Nel Global Creativity Index l’Italia si colloca al ventiseiesimo posto (su 45 paesi), superata non solo da tutti i paesi del centro e nord Europa, ma anche da paesi mediterranei come la Spagna o dell’est Europa con l’Estonia (che sta perseguendo politiche molto aggressive in tema di innovazione tecnologica).
Ma se è vero che le città sono la nuova unita’ economica, forse l’Italia può far leva sul suo grande patrimonio di centri urbani ricchi di storia, cultura e imprenditorialità per mettere in moto una nuova crescita, un nuovo sviluppo.
La ricerca appena conclusa da CreativityGroupEurope (Tinagli e Florida: L’Italia nell’Era Creativa vedi A&F di lunedì 4 Luglio) mostra in effetti un quadro molto variegato. Emergono grandi aree urbane come Roma e Milano che sembrano avere buoni elementi per poter competere a livello internazionale.
Sono città che riescono ad avere un mix abbastanza bilanciato delle cosiddette "3T" dello sviluppo: talento, tecnologia, e tolleranza, ovvero un clima sociale e culturale aperto, inclusivo e vivace.
La ricerca mostra dunque una sorta di vantaggio naturale di queste grandi città nel passaggio verso un’economia della "conoscenza e della creatività" e nella loro capacità di competere sulla scena globale. Dall’analisi emergono anche molti centri medi che potrebbero inserirsi bene nel nuovo sistema. Città che pur non avendo ancora tutti gli elementi, mostrano tuttavia ottime basi su cui poter costruire strategie di sviluppo innovative ed efficaci.
In fondo non tutte le grosse città sono riuscite a compiere il passaggio verso l’economia creativa. Vedi Pittsburgh: una città che fino agli anni Cinquanta era tra le più ricche e prosperose d’America e che nel corso degli anni Ottanta ha perso 150 mila posti di lavoro, dimezzato la sua popolazione, senza riuscire ancora a riprendersi completamente.
Ci sono invece molte città medie con le caratteristiche "giuste" che nel nuovo sistema economico sono esplose. Basta pensare ad Austin, in Texas, una media città che negli anni Novanta ha saputo far leva sulla sua università (tra le migliori d’America) e su un mix di politiche di attrazione di talenti e di aziende tecnologiche che l’hanno trasformata in breve in uno degli "hot spot" dell’economia creativa.
Altre città nel mondo hanno adottato strategie di attrazione di talenti (molte città asiatiche stanno puntando sul rientro di talenti espatriati), attrazione di aziende tecnologiche straniere e apertura del clima culturale e commerciale. Sono quelle che Richard Florida nel suo nuovo libro chiama le nuove "Austin globali".
Tra queste troviamo Dublino, una città che ha investito molto nell’educazione tecnicoscientifica, nello sviluppo di alcune specifiche nicchie dell’industria del software, attraendo aziende internazionali, richiamando in patria molti dei talenti emigrati negli anni bui in cui l’Irlanda era tra i paesi più poveri d’Europa, e promuovendo un’immagine dinamica e moderna. Tel Aviv, Bangalore, Shanghai, sono altre "Austin globali" che stanno crescendo grazie a politiche mirate allo sviluppo di contesti tecnologici all’avanguardia e climi culturali moderni e internazionali.
Le analisi condotte nel nostro paese suggeriscono che l’Italia potrebbe puntare allo sviluppo di nuove Austin se non proprio "globali", quantomeno europee. Si tratta comunque di ipotesi basate su un’osservazione di alcune risorse esistenti. Ma queste risorse sono come creta: sta all’intelligenza e alla creatività di politici e amministratori trasformarla in qualcosa di concreto, di bello e reale.
@AR~Tondo:* ricercatrice alla Carnegie Mellon University di Pittsburgh www.repubblica.it/supplementi/af
Iraq, sono 39mila le vittime civili
Uno studio dello Small arms survey, un gruppo di ricerca svizzero, pubblica le stime del numero di morti iracheni dall'inizio della guerra per cause direttamente legate al conflitto
MATTEO ALVITI
Dall'inizio della guerra di aggressione anglo-americana in Iraq, il 20 marzo 2003, sono 39.000 circa gli iracheni morti direttamente a causa della violenza armata o dei combattimenti contro gli eserciti invasori. La notizia, diffusa da un'agenzia di informazione collegata all'Onu (Integrated regional information network - Irin), proviene dalle ricerche dello Small arms survey, un gruppo di ricerca indipendente del Graduate institut of international studies di Ginevra. Al bilancio si dovrebbe già oggi rimetter mano. E' salito a 98, infatti, il numero delle vittime dell'attacco che sabato ha incendiato la piazza centrale di Mussayeb, quando un attentatore suicida si è fatto esplodere su un camion cisterna tra la gente. Anche ieri si sono registrati diversi attacchi armati. A Baghdad tre poliziotti sono stati uccisi in scontri a fuoco con un commando armato e, poco più a nord, un soldato americano è rimasto ucciso per l'esplosione di un ordigno artigianale; altri 3 militari iracheni hanno perso la vita nei pressi di Falluja per lo scoppio di una bomba; e a Bassora è stato ucciso il professore sunnita, ex-baathista, a capo del dipartimento di storia Alaa Dawoud Salman.
Il gruppo di studi diretto da Keith Krause, professore di scienze politiche dell'istituto di Ginevra, ha voluto mettere in evidenza come la gran parte delle notizie provenienti dalle zone di guerra irachene hanno tenuto il mondo regolarmente informato soprattutto su un aspetto del conflitto: «il numero uomini e donne americani e inglesi che sono stati uccisi». 1758 militari statunitensi morti alle ore 16 del 13 luglio scorso, per la precisione, e più di 11 mila feriti. Il problema riguarda il campo iracheno: quanti civili e militari iracheni sono morti dal 20 marzo 2003 per cause direttamente o indirettamente dipendenti dall'aggressione? I dati ai quali si fa abitualmente riferimento, anche i più aggiornati, sono lontani dalla verità, dice il rapporto. L'Iraq body counter, fonte di informazione per molti media, stima tra 23 e 26 mila le vittime civili.
Nell'ottobre 2004 il giornale medico inglese The Lancet ha pubblicato il risultato di un'indagine sul numero dei decessi in Iraq. Mettendo a confronto il primo anno di guerra con gli anni precedenti è emerso un incremento di circa 100mila morti. Tra questi, dicono i ricercatori svizzeri, è ragionevole stimare che circa il 40% siano conseguenza diretta del conflitto.
La grande disparità tra queste stime dipende dai parametri che vengono scelti dai ricercatori. L'Iraq body counter tiene conto solamente dei morti diretti e utilizza esclusivamente «agenzie di stampa liberamente accessibili online». Questo perché «documentare e attribuire le responsabilità degli "effetti collaterali" richiede l'impiego di risorse sul campo per un periodo di tempo assai lungo».
La preoccupazione di stimare con precisione il numero delle vittime ha implicazioni politiche notevoli. Su queste stime si basa il lavoro delle organizzazioni umanitarie, gli sforzi per la mediazione e la risoluzione del conflitto, il disarmo post-conflitto e i programmi di ricostruzione e sviluppo delle Nazioni unite.
Secondo i ricercatori, «i rapporti ufficiali sulle vittime dei conflitti sono spesso deliberatamente falsi, per minimizzare o aumentare l'attenzione dell'opinione pubblica, per coprire le atrocità o mantenere l'apparenza della superiorità militare». Le parole del generale Tommy Franks sembrano confermare quanto scritto: «non facciamo la conta dei morti», ha detto.
L'obiettivo principale del rapporto, pubblicato dall'Oxford university press, è di mettere in luce il ruolo determinante delle armi leggere come causa di decesso nei conflitti. Il testo denuncia che una percentuale tra il 60 e il 90% delle oltre 100 mila vittime di guerra nel mondo nel 2003, primo anno del conflitto iracheno, sono state causate da armi leggere. E' soprattutto nella fase critica del post-conflitto che queste armi provocano i danni più rilevanti. Il caso iracheno non fa eccezione. Dalla fine del conflitto, proclamata da Bush il 1° maggio del 2003, il numero di morti militari e civili è stato altissimo: secondo il rapporto dall'agosto del 2003 al luglio del 2004, più di 15.000 persone sono morte per cause direttamente collegate al conflitto. Il numero sale a 27.180, per lo stesso periodo, se si considerano le «vittime indirette». L'Italia è entrata nel conflitto con la missione Antica Babilonia proprio in questa seconda fase. www,ilmanifesto.it
ATTENTATO A LONDRA: C'E' UNA PISTA ISRAELIANA ( e litri di profumo )
di Maurizio Blondet
I quattro presunti "attentatori" ripresi da una camera di sorveglianza
Mohammed Sidique Khan, uno dei quattro presunti terroristi suicidi nel metrò di Londra, ha fatto un viaggio in Israele.
Viaggio brevissimo: entrato nello Stato ebraico il 19 febbraio 2003, mister Khan ne uscì il giorno seguente.
Lo rivela la Reuter (1), aggiungendo che secondo l'israeliano Maariv il viaggio-lampo di mister Khan potrebbe essere collegato a un attentato suicida avvenuto ben due mesi dopo, il 30 aprile 2003, che uccise tre ebrei in un bar di Tel Aviv.
I due attentatori suicidi colpevoli di quell'atto, Hasan Hanif e Omar Sharif, erano cittadini britannici di ascendenza pakistana, come i presunti attentatori di Londra. Hanif saltò con la sua bomba; Sharif scappò e fu trovato morto in mare pochi giorni dopo.
L'inchiesta stabilì che si era annegato - annegamento provvidenziale - (i morti non parlano dei loro mandanti).
Fatto singolare, nota la Reuter, i servizi israeliani non danno il minimo peso alla notizia.
E aggiunge: "i funzionari israeliani [dei servizi segreti] hanno ricevuto l'ordine dal primo ministro Ariel Sharon di 'non collegare' gli attentati di Londra con i militanti palestinesi".
Ora, il fatto è un po' strano.
Se l'inchiesta sta scavando con tanto zelo nella "pista pakistana" (i quattro attentatori erano stati tutti qualche mese tra Karachi e Lahore, dove avevano parenti), perché non provare a tentare la "pista israeliana"?
Tanto più che il visitatore di un giorno, Sidique Khan, è colui che secondo i genitori dei due più giovani morti "suicidi" avrebbe loro "lavato il cervello", imbottendo le loro giovani menti di una strana versione di Islam, ignota e incomprensibile ai genitori (musulmani di vecchio stampo).
Era il loro istigatore e controllore.
Per conto di chi?
Il che ci riporta a quell'altro indizio della "pista israeliana".
Il preavviso di cinque minuti che il ministro Netanyahu, che si trovava a Londra il 7 luglio, ricevette dal Mossad: non uscire dall'albergo.
La notizia è stata poi smentita; i "grandi" giornali italiani hanno allestito un formidabile fuoco di sbarramento (anch'esso preventivo) contro i "complottisti" che, da quel fatterello senza importanza, avrebbero subito tratto la conclusione – sbagliata, anzi peggio: antisemita – che lo stato giudaico fosse coinvolto nell'attentato.
Anche qualche lettore ci accusa di non indicare la fonte di questa notizia.
Notizia o pseudo-notizia?
Siamo facilmente in grado di indicare la fonte.
E' la più certa: Meir Dagan, il capo del Mossad.
Ecco ciò che ha detto: "l'ufficio del Mossad a Londra ha ricevuto un'informazione in anticipo a proposito degli attacchi, ma solo sei minuti prima della prima esplosione. Perciò è stato impossibile intraprendere una qualunque azione per prevenire le esplosioni".
Chi non ci crede, si legga questa frase nel Bild Am Sontag (2).
Ma non basta.
Nella sempre più strana vicenda c'è una terza pista, anzi una scia.
Una scia di profumo.
Il quarto degli attentatori suicidi, il giamaicano Jermaine (o Jermalne) Lindsaay, il 4 luglio spese 900 sterline (qualcosa come 2,7 milioni di vecchie lire) facendo incetta di profumi di grande marca in tre profumerie di Aylesbury, dove abitava: cercava "Emporio Armani", "Fahrenheit", "Jean Paul Gaultier".
E poiché uno dei negozi era temporaneamente sprovvisto di un dopobarba che lui voleva assolutamente, "Boss in Motion Green", tornò il giorno dopo a ritirarlo.
I commessi se lo ricordano bene, il ragazzone (culturista sui 20 anni), perché ogni volta il futuro suicida ha comprato 300 sterline.
"Così tanto profumo in un colpo solo è insolito".
In un caso il neo-musulmano giamaicano se ne uscì a mani vuote, perché l'assegno che firmò non era congruo con la carta bancaria che presentò.
Perché il profumo?
Ma ovvio, per fabbricare esplosivi, dice il Mirror (3).
E intervista "l'esperto di terrorismo Andrew Silke della East London University", il quale assicura: "in ogni profumo l'ingrediente attivo è l'alcol, che può essere usato per creare ordigni. L'effetto è più incendiario, tipo napalm, che esplosivo. L'alcol produce fiamme, e dunque ustioni".
Silke sarà sicuramente un "esperto di terrorismo" (come Magdi Allam e Introvigne?), ma di esplosivi sa pochino.
Anzitutto, l'alcol nei profumi è diluito al punto, da non poter facilmente produrre fiammate: bisogna concentralo con qualche procedimento.
E se proprio si deve usare un profumo per fabbricare esplosivi, anche i profumi di basso costo da grandi magazzini, i dopobarba più dozzinali, ne contengono la stessa quantità.
Non c'è bisogno di spendere tanto.
Anche perché l'alcol denaturato, che costa un centesimo del prezzo di un "Emporio Armani" o di "Fahrenheit", funziona altrettanto bene anzi meglio, perché è meno diluito.
Quanto all' "effetto napalm", si ottiene economicamente adottando la formula della pregiata ditta che lo ha inventato, la Dow Chemicals.
Il napalm non è che benzina (o qualunque altro solvente, come il toluolo), in cui sono stati fatti sciogliere ritagli di celluloide, scarti di fabbrica che costano pochi centesimi al quintale.
Si ottiene una materia gelatinosa altamente infiammabile: dove è la celluloide che si "appiccica" sulla pelle della vittima, mentre la benzina brucia producendo le ustioni desiderate dagli utilizzatori del napalm.
La sostanza ha quasi lo stesso effetto delle bombe al fosforo, ma costa molto meno. L'alcol non ha questo "effetto napalm", perché da solo non si appiccica (4).
In ogni caso, secondo Scotland Yard l'esplosivo usato dai suicidi di Londra era "perossido di acetone", un composto da perossido di idrogeno e acetone che si può fare in casa.
La parola "perossido di idrogeno" può far pensare a chissà quale diavoleria.
Il nome comune della sostanza è invece noto a tutti: trattasi di acqua ossigenata.
E anche questa si può comprare a litri, come l'acetone, nei negozi per parrucchieri, senza spendere una fortuna.
Allora perché il giamaicano, poco prima di morire, ha speso quasi tre milioni in profumi di grande marca?
Voleva profumare gli ordigni?
Un'altra ipotesi è possibile: voleva lasciare tracce.
O meglio: chi lo controllava voleva che lasciasse tracce nella memoria dei commessi, con quegli strani dispendiosi acquisti.
Anche i terroristi suicidi dell'11 settembre, come noto, si lasciarono dietro gigantesche tracce per farsi riconoscere a cose fatte. Passarono l'ultima notte in un night con ragazze in topless, spesero (musulmani devoti) 200 dollari in super-alcolici (non per le bombe: se li bevvero tutti), gridarono che l'indomani "l'America avrebbe nuotato in un fiume di sangue".
Poi pagarono, non in contanti, ma con carte di credito a loro nome, e uscirono.
Uno di loro "dimenticò" in quel luogo di peccato persino un Corano; un cameriere gli corse dietro per ridarglielo.
Così si impresse bene in mente quella faccia.
E potè riconoscerlo nelle foto che gli presentò, il 12 settembre 2001, l'FBI.
di Maurizio Blondet
Note
1) "London bomber made one-day Israel visit – official", Reuters, 18 luglio 2005, ore 16.05 GMT.
2) Gordon Thomas, "Supersprengstoff aus China?", Bild am Sonntag, 10 luglio 2005. In quest'intervista Meir Dagan manda altri messaggi: dice che l'esplosivo usato a Londra risulterà, alla fine, essere di fabbricazione cinese. L'intervistatore, Gordon Thomas, è un giornalista con noti agganci coi servizi segreti occidentali. L'intervista è apparsa prima che nel giornale tedesco, nel sito Israel Insider.
3) G. Brough e P. Byrne, "Exclusive; scent from hell", Mirror, 18 luglio 2005.
4) L'alcol ha invece una funzione "militare" specifica: data la sua alta tensione superficiale, si infiltra bene nei motori. Per questo è l'ingrediente necessario, con la benzina o il kerosene, del "cocktail Molotov". Le bottiglie Molotov sono anzitutto armi anticarro, un miscugio di alcol e benzina casalingo ma efficace. www.effedieffe.com
Caso Plame CIA : Rove è la gola profonda , Bush dovrebbe silurarlo
di Rico Guillermo
Il presidente USA George W. Bush ha dichiarato che chiunque abbia commesso atti criminali nel suo staff sara' licenziato. La dichiarazione riguarda la vicenda CIA, in cui uno o piu' componenti del governo hanno partecipato alle rivelazioni sull'identita' di un agente della CIA, delitto penale negli Stati Uniti.
Allo stesso tempo, Bush ha ancora una volta svicolato di fronte ad una domanda diretta sul coinvolgimento nel caso del suo consigliere politico piu' importante, Karl Rove: "abbiamo un'indagine continua seria qui e sta avvenendo lontano dalla stampa".
Bush, che era in conferenza stampa in occasione della visita del primo ministro dell'India Manmohan Singh, ha parlato un giorno dopo che il reporter Mattew Cooper, del giornale Time, aveva ammesso che in una telefonata del 2003 con Rove per la prima volta senti' dire che Valerie Plame - la moglie di Joseph Wilson, un ex ambasciatore che criticava la gestione Bush - era un funzionario della CIA.
La CIA aveva inviato Wilson in Africa per verificare un rapporto secondo cui il governo del Niger aveva venduto uranio aell'Iraq per le armi nucleari e Rove avrebbe parlato della circostanza con Cooper. Rove invece aveva dichiarato davanti ad un gran giuuri' lo scorso anno di aver appreso del lavoro di Plame alla CIA dai giornalisti, non da fonti di governo.
Gli inquirenti che indagano sulla copertura saltata dell'ufficiale della CIA, tuttavia, hanno acquisito anche la prova di una e-mail con cui un funzionario dell'intelligence della Casa Bianca aveva saputo che Karl Rove aveva parlato al giornalista del ruolo segreto di Valerie Plame.
Rove aveva comunicato al collaboratore della sicurezza nazionale Stephen Hadley l'11 luglio 2003, via e-mail, di aver parlato con Mattew Cooper ed aver cercato di sviare alcune accuse che il marito di Valerie Plame stava facendo circa i rapporti di intelligence sbagliati sull'Iraq. Nell'appunto, Rove raccontava anche come Cooper avesse provato ad interrogarlo circa il fatto se il presidente Bush era stato danneggiato dalle accuse del marito di Plame, Joseph Wilson.
Ma anche un collaboratore di massimo livello del vicepresidente Dick Cheney era fra le fonti della storia di Time. Lo ha affermato il giornalista domenica. Fino alla settimana scorsa, la Casa Bianca aveva insistito per quasi due anni che il vicecapo del personale presidenziale Lewis Libby e il consigliere presidenziale Karl Rove non erano coinvolti, tuttavia l'amministrazione Bush ha smesso di insistere dopo le dichiarazioni di Cooper.
Bush aveva detto nel mese di giugno del 2004 che egli avrebbe silurato chiunque nella sua gestione fosse stato trovato responsabile della fuga di notizie che ha messo in pericolo la moglie di Wilson, Valerie Plame, rivelandone l'identita'. Ieri tuttavia ha parlato di necessita' che si tratti di crimine accertato.
La vicenda di Cooper e della CIA e' divenuta un caso negli Stati Uniti anche per un altro risvolto, relativo alla minaccia di prigione che il tribunale ha rivolto a Cooper e ad una sua collega, Judith Miller, qualora non avessero rivelato i nomi delle loro fonti. Cooper ha infine parlato, ma Miller no, ed e' attualmente in carcere, con sdegno e preoccupazione dei media americani.
www.osservatoriosullalegalita.org
Libertà, anche per la stampa
L’Ue potrà pure essere nel bel mezzo di una crisi istituzionale, ma rimane almeno una cosa di cui può andar fiera: è in testa alle classifiche per il rispetto dei diritti dei giornalisti. Ma che ne è della Romania, che entrerà nell’Unione nel 2007?
Quando si leggono i giornali, è difficile trovare una sola buona notizia sull’Unione Europea infatti la riforma economica promessa dall’ Agenda di Lisbona non si è concretizzata e nessun accordo è stato raggiunto sul budget Ue per il 2007-13. Nondimeno i vantaggi derivati dall’allargamento dello scorso anno sono in discussione: la politica estera dell’Unione manca di influenza e la costituzione è stata fermamente respinta da Francia e Olanda. C’è dunque qualcosa di cui l’Europa possa essere soddisfatta? A quanto pare, sì. Secondo l’indice della libertà di stampa mondiale stilato nel 2004 da Reporters Senza Frontiere, l’Europa è un «rifugio di pace per i giornalisti».
I nuovi membri fanno meglio di Italia e Spagna
L’indice – che ha messo l’Asia dell’Est e il Medioriente in fondo alla graduatoria (ultima la Corea del Nord, al 167° posto) – mostra che il grado più alto di libertà di stampa è raggiunto nel Nord-Europa: in Danimarca, Finlandia, Irlanda, Islanda, Norvegia e Olanda. Il dato forse più sorprendente è che i nuovi Paesi membri ottengono un punteggio piuttosto notevole, con la Slovacchia, la Lettonia e l’Estonia tutte tra i primi 15, mentre la Spagna e l’Italia si collocano solo oltre la 39° posizione. Sebbene a spingere entrambe in fondo alla classifica siano state le intromissioni statali – in Spagna la manipolazione dei media dopo l’attentato dinamitardo a Madrid, in Italia la duplice posizione di Berlusconi come Capo del Governo e magnate dei media –, piuttosto che vessazioni fisiche nei confronti dei giornalisti, la graduatoria di Reporters Senza Frontiere offre spunti interessanti su cui riflettere, ricordando che la libertà di stampa è uno dei criteri da rispettare per i Paesi che vogliano far parte dell’Unione Europea.
Bisogna fare progressi
La Romania, che nel 2007 entrerà nell’Ue assieme alla Bulgaria, segue tutti gli Stati membri dell’Unione e si colloca al 70° posto. Gli sforzi del Governo per ridurre la corruzione non sembrano avere alcun effetto sui media, laddove l’integrità dei giornalisti, e persino di intere compagnie, è messa a dura prova da offerte di denaro o pressioni politiche. Secondo il Country Report della Commissione Europea per il 2004, «l’informazione in Romania è spesso influenzata da incentivi economici finalizzati all’auto-censura»: in altre parole il giornalismo d’inchiesta e la critica alle istituzioni e agli affari sono limitati. Oltre a ciò, un’indagine condotta Agenzia per il Monitoraggio dei Media ha scoperto che le intimidazioni e le aggressioni fisiche contro i giornalisti sono all’ordine del giorno e che «un gran numero di questi attacchi proviene da politici, pubblici ufficiali o autorità, inclusi rappresentanti dell’ordine pubblico, come i poliziotti».
Date queste trasgressioni ci sono probabilità piuttosto scarse che la libertà di stampa rumena si risollevi per l’entrata nell’Ue, nel 2007. Comunque sia i rumeni non sono gli unici colpevoli della censura nei loro media. Lo scorso ottobre, due tra i più conosciuti quotidiani del Paese, l’Evenimentul Zilei e Romania Libera, hanno accusato i loro proprietari dell’Europa Occidentale di intromettersi sulla scelta dei contenuti. Quando questi proprietari, rispettivamente svizzeri e tedeschi, hanno consigliato ai loro staff di ridurre il numero di articoli politici ed evitare potenziali argomenti in contrasto col governo, un altro quotidiano rumeno, l’Adevarul ha protestato indignato che «neanche i “sofisticati” proprietari Europei esitano a irrompere in un giornale con calci e pugni».
Forse, dunque, non è tutto roseo come sembra per i giornalisti in Europa. Ma, mentre alla fine la Romania sarà costretta a migliorare prima di divenire parte del club Ue, cosa farà cambiare registro ai Paesi già membri?
Julia Mills - Paris - www.cafebabel.com/it
Lo scontro di civiltà
di Chalmers Johnson
I pochi luoghi che i soldati americani hanno protetto durante e dopo l'invasione dell'Iraq sono i campi petroliferi e il Ministero del Petrolio a Baghdad. È difficile dire quanto del patrimonio culturale iracheno, una delle più inestimabili eredità millenarie dell'umanità, è andato perso dall'inizio della guerra
Nei mesi precedenti all’invasione dell’Iraq, George Bush e i suoi alti funzionari parlavano di preservare il “patrimonio” dell’Iraq per il popolo iracheno. In un momento in cui parlare del petrolio iracheno era un tabù, quello che Bush voleva dire riferendosi al patrimonio era esattamente questo – il petrolio iracheno. Nella loro “dichiarazione congiunta sul futuro dell’Iraq” dell’8 aprile 2003, George Bush e Tony Blair affermarono: “Riaffermiamo il nostro impegno a proteggere le risorse naturali dell’Iraq, come patrimonio del popolo iracheno, che dovrebbe essere utilizzato solo a suo beneficio”(1). In questo di certo mantennero la parola data. Tra i pochi luoghi che realmente i soldati americani hanno protetto durante e dopo la loro invasione vi sono i campi petroliferi e il Ministero del Petrolio a Baghdad. Ma il reale patrimonio iracheno, questa inestimabile eredità millenaria dell’umanità è qualcosa di diverso. Mentre gli eruditi statunitensi profetizzavano un futuro “scontro di civiltà”, le nostre forze di occupazione permettevano che quello che forse è il maggiore tra i patrimoni dell’umanità venisse saccheggiato e distrutto.
In televisione sono passate troppe immagini deprimenti da quando George Bush ha lanciato la sua guerra all’Iraq – le foto di Abu Ghraib, Falluja devastata, soldati americani che prendono a calci le porte delle case private e puntano i fucili contro donne e bambini. Ma poche immagini sono filtrate storicamente come il saccheggio del museo di Baghdad – o troppe sono state rapidamente dimenticate.
Insegnare agli iracheni il disordine della storia
Nei circoli archeologici, l’Iraq è conosciuto come la “culla della civiltà” con un background storico che si originò più di 7.000 anni fa. William R. Polk, fondatore del Centro di Studi Medio Orientali dell’Università di Chicago, afferma: “ È stato lì, in quello che i greci chiamavano Mesopotamia, che iniziò la vita così come la conosciamo attualmente: lì la gente ha iniziato per la prima volta a riflettere sulla filosofia e sulla religione, ha sviluppato concetti di commercio internazionale, ha trasformato le idee di bellezza in forme tangibili e, soprattutto, ha sviluppato la maestria della scrittura”. (2) Non vi è nessun altro luogo nella Bibbia, con l’eccezione di Israele, con più storia e profezia che Babilonia, Shina (Sumeria) e la Mesopotamia – differenti nomi per il territorio che gli inglesi iniziarono a chiamare “Iraq” all’epoca della Prima Guerra Mondiale, usando l’antico termine arabo per le terre dell’antico enclave turco della Mesopotamia (in greco tra i fiumi: il Tigri e l’Eufrate) (3). La maggior parte dei primi libri della Genesi sono ambientati in Iraq (si veda, ad esempio, Genesi 10:10, 11:31 e anche Daniele 1-4; Secondo Libro dei Re 24).
Le civiltà più conosciute che compongono il patrimonio culturale iracheno sono i sumeri, gli accadi, i babilonesi, gli assiri, i caldei, i persiani, i greci, i romani, i parti, i sassanidi e i musulmani. Il 10 aprile 2003, in un discorso in televisione, il presidente Bush ha riconosciuto che il popolo iracheno è “erede di una grande civiltà che contribuisce a tutta l’umanità”. (4) Solo due giorni dopo, sotto gli occhi compiacenti dell’esercito statunitense, gli iracheni iniziarono a perdere tale eredità in un turbinio di saccheggi e incendi.
Nel settembre 2004, in uno dei pochi documenti autocritici usciti dal Dipartimento della Difesa di Donald Rumsfeld, la Task Force del Consiglio Scientifico della Difesa per la Comunicazione Strategica scrisse: “gli obiettivi più ampi della strategia Usa dipendono dalla separazione della vasta maggioranza dei musulami non violenti dai radicali jihadisti. Ma gli sforzi americani non sono hanno fallito in questo senso: hanno anche ottenuto esattamente il contrario di quello che si proponevano” (5). In nessun luogo tale fallimento fu più evidente che nell’indifferenza dimostrata da Rumsfeld e dai suoi generali di fronte al saccheggio dell’11 e 12 aprile 2003 del Museo Nazionale di Bagdad e dell’incendio del 2003 della Biblioteca Nazionale, cosi come la Biblioteca dei Corani nel Ministero delle Fondazioni Religiose. Questi eventi furono, secondo Paul Zimansky, archeologo dell’Università di Boston, “il più grande disastro culturale degli ultimi 500 anni”. Eleanor Robson del All Souls College, Oxford, ha detto: “Dobbiamo tornare indietro di secoli, all’invasione mongola di Bagdad del 1258 per trovare saccheggi di queste dimensioni (6), ma il Segretario Rumsfeld ha paragonato il saccheggio alle sequenze di un partita di calcio e lo ha ridimensionato commentando: “La libertà è disordinata… la gente libera è libera di fare errori e di commettere crimini” (7).
Il museo archeologico di Baghdad è stato considerato per molto tempo come la più ricca tra tutte le istituzioni di questo tipo in Medio Oriente. È difficile dire con precisione tutto quello che è andato perduto durante quei giorni catastrofici del 2003 perché anche i cataloghi furono distrutti o erano incompleti per la condizione in cui versava la città dopo la Guerra del Golfo del 1991. Uno dei maggior archivi, sebbene parziale, è il catalogo degli articoli che il museo ha prestato nel 1988 a un’esposizione realizzata nell’antica capitale giapponese, Nara, intitolata Civiltà sulla rotta della seta. Ma, come disse dopo il saccheggio un funzionario del museo a John Burns del New York Times: “ È scomparso tutto, tutto. È scomparso tutto in due giorni” (8).
Un libro indispensabile, illustrato splendidamente, scritto da Milbry Park e Angela M.H. Schuster, The Looting of the Iraq Museum, Bagdad: The Lost Legacy of Ancient Mesopotamia (New York, Harry N. Abrams, 2005), rappresenta lo sconsolante proposito di più di una dozzina di specialisti in archeologia dell’antico Iraq di specificare quello che c’era nel museo prima della catastrofe, dove sono stati scavati gli oggetti e la condizione delle poche migliaia di articoli che sono state recuperate. Gli editori e gli autori hanno devoluto una parte degli proventi al Consiglio Statale delle Antichità e del Patrimonio iracheno.
In una conferenza a Londra sui crimini legati a opere d’arte un anno dopo il disastro, John Curtis del British Museum ha riferito che almeno la metà degli oggetti non è stata recuperata e che circa 15,000 oggetti saccheggiati dalle vetrine e oltre 8.000 dai magazzini non sono mai stati ritrovati. Tutta la sua collezione di 5,800 di sigilli a cilindro, tavolette con scrittura cuneiforme e altre iscrizioni, alcune risalti alle prime scoperte della scrittura, sono state rubate (9). Da allora, come risultato di un’amnistia verso i saccheggiatori, circa 4.000 artefatti sono stati recuperati in Iraq e più di mille sono stati confiscati negli Stati Uniti (10). Curtis ha sottolineato che controlli casuali sui soldati occidentali che lasciavano l’Iraq hanno portato alla identificazione di numerosi oggetti antichi posseduti illegalmente. Agenti sotto copertura infiltrati tra le truppe Usa ne hanno recuperati altri. La polizia ha confiscato in Giordania circa 2.000 pezzi contrabbandati dall’Iraq, in Francia 500, in Italia 300, in Siria 300, in Svizzera 250. Quantità inferiori sono state confiscate in Kuwait, Arabia Saudita, Iran, Turchia. Nessuno di questi oggetti è stato mai restituito a Baghdad.
I 616 pezzi che formano la famosa collezione di “oro di Nimrud”, rinvenuta dagli iracheni alla fine degli anni ’80 dalle tombe delle regine siriane a Nimrud, a pochi chilometri dal sudest di Mosul, sono state salvate solo perché il personale del museo le aveva portate in segreto nei sotterranei della Banca Centrale Irachena durante la prima Guerra del Golfo. Quando gli americani finalmente trovarono il tempo per proteggere la Banca Centrale dell’Iraq nel 2003, il suo edificio era un guscio completamente bruciato pieno di travi di metallo spiegate a causa del crollo del tetto e di tutti i nove piani che si trovavano di sotto. Tuttavia, i compartimenti sotterranei e il loro contenuto sopravvissero senza danni. Il 3 luglio 2003 una piccola parte della collezione Nimrud fu esposta per poche ore per permettere a un piccolo gruppo di funzionari iracheni di vederla per la prima volta dal 1990 (11).
L’incendio dei libri e dei manoscritti nella Biblioteca dei Corani e nella Biblioteca Nazionale fu in sé un disastro di prim’ordine. La maggior parte dei documenti imperiali ottomani e gli antichi archivi reali sulla costituzione dell’Iraq furono ridotti in cenere, Secondo Humberto Marquez, scrittore venezuelano e autore de “Storia Universale della Distruzione dei Libri” (2004), circa un milione di libri e decine di milioni di documenti furono distrutti negli incendi del 14 aprile 2003 (12). Robert Fisk, il veterano corrispondente in Medio Oriente dell’Independent di Londra, era a Baghdad il giorno degli incendi. Corse al dell’Ufficio delle Questioni Civili dei marines americani e fornì all’ufficiale in carica l’ubicazione esatta sulla mappa dei due archivi e i loro nomi in arabo e in inglese e sottolineò che si poteva vedere il fumo da 5 chilometri di distanza. L’ufficiale gridò a uno dei suoi colleghi : “questo tizio dice che c’è qualche biblioteca in fiamme”, ma gli americano non fecero nulla per spegnere gli incendi (13).
Il Burger King di Ur
Dato il valore sul mercato nero di oggetti d’arte antica, i leader miltari degli Usa avevano ricevuto l’ordine che il saccheggio di tutti i 13 musei nazionali del paese sarebbe stato un pericolo particolarmente grave nei giorni seguenti alla presa della città. Nel caos in seguito alla Guerra del Golfo del 1991 alcuni vandali rubarono circa 4.000 oggetti da 9 differenti musei regionali. In termini monetari, il commercio illegale di antichità è la terza forma più redditizia di commercio internazionale, preceduta a livello globale solo dal contrabbando di droga e dalla vendita di armi (14). Considerando la ricchezza del passato dell’Iraq, esistono più di 10.000 importanti siti archeologici sparsi per il paese, dei quali solo 1.500 sono stati studiati. Dopo la Guerra del Golfo, molti tra questi furono illegalmente scavati e i loro artefatti venduti a collezionisti internazionali nei paesi occidentali e in Gappone, tutto con il benestare dei comandanti statunitensi.
Nel gennaio 2003, prima dell’invasione dell’Iraq, una delegazione americana di studiosi, direttori di musei, collezionisti d’arte e commercianti di antichità si riunì con i funzionari del Pentagono per discutere l’ invasione imminente. Avvertirono specificamente che il Museo Nazionale di Bagdad era il luogo più importante del paese. Mc Guire Gibson dell’Istituto Orientale dell’Università di Chicago disse “Pensai che mi avevano garantito che i siti e i musei darebbero stati protetti” (15) Gibson si recò due volte al Pentagono per discutere di tali pericoli; lui e i suoi colleghi inviarono varie email per ricordare quanto promesso agli ufficiali militari nelle settimane prima dell’inizio della guerra. Tuttavia, il Guardian di Londra il 14 aprile 2003 riferì di un preludio più sinistro di quello che sarebbe accaduto: ricchi collezionisti americani con legami con la Casa Bianca si occuparono di persuadere il Pentagono affinchè ammorbidisse la legislazione che protegge il patrimonio iracheno per prevenire la sua vendita all’estero”. Il 24 genneio 2003 circa 60 collezionisti e commercianti con sede a New York si costituirono in un nuovo gruppo chiamato Consiglio Statunitense per la Politica Culturale e si riunirono con i funzionari dell’amministrazione Bush e del Pentagono per discutere dell’ Iraq post Saddam che avrebbe dovuto avere leggi permissive riguardo le antichità (16). Suggerirono che l’apertura al commercio privato di artefatti iracheni avrebbe offerto a questi articoli una miglior sicurezza di quella che ricevevano in Iraq.
La principale salvaguardia legale internazionale per istituzioni e per i luoghi importanti dal punto di vista storico e umanistico è la Convenzione per la Protezione della Proprietà Culturale in Caso di Conflitto Armato firmata il 14 maggio 1954. Gli Stati Uniti non aderirono a questa convenzione, soprattutto perchè durante la guerra fredda temevano che il trattato avrebbe potuto restringere la loro libertà a lanciarsi verso una guerra nucleare. Ma durante la guerra del Golfo del 1991 l’Amministrazione di Bush padre accettò le regole della convenzione e redasse una lista di “obiettivi di non-fuoco”, luoghi dove era risputo che si trovavano elementi di alto valore culturale (17). L’Unesco e gli altri guardiani di manufatti culturali si aspettavano che l’Amministrazione di Bush figlio seguisse le stesse procedure nella guerra del 2003.
Inoltre, il 26 marzo 2003, l’Ufficio per la Ricostruzione e per l’Assistenza Umanitaria (ORHA) del Pentagono, diretto dal tenente generale in pensione Jay Garner – l’autorità civile che gli Stati Uniti avevano stabilito per il momento in cui sarebbero cessate le ostilità - inviò a tutti gli alti comandanti americani una lista di 16 istituzioni che “meritano protezione particolare per impedire danni, distruzioni e furti di cataloghi e beni”. Il memorandum di 5 pagine, inviato due settimane prima della cadute di Bagdad diceva anche che“ le forze della coalizione devono assicurare questo servizio per impedire saccheggi e la conseguente perdita irreparabile di tesori culturali” e che “i saccheggiatori devono essere fermati e arrestati”. Il primo nella lista dei luoghi da proteggere secondo il generale Garner era la Banca Centrale dell’Iraq che ora è una rovina; il secondo era il Museo delle Antichità. Al sedicesimo posto c’era il ministero del Petrolio, l’unico luogo che le forze americane che occuparono Bagdad hanno realmente difeso. Martin sullivan, presidente del Comitato del Consiglio del Presidente per il Patrimonio Culturale durante gli otto anni precedenti e Gary Vikan, direttore del Museo di Arte Walters a Baltimora, membro del comitato, rassegnarono entrambi le dimissioni in segno di protesta contro il fatto che il CEBTCOM non obbediva agli ordini. Sullivan disse che era “imperdonabile” che il Museo non avesse ottenuto la stessa priorità che il Ministero del Petrolio (18).
Come ben sappiamo ora, le forze americane non fecero nessuno sforzo per impedire il saccheggio delle grandi istituzioni culturali dell’Iraq: i suoi soldati contemplavano semplicemente i vandali che entravano e incendiavano gli edifici. Said Arjomand, editor della rivista Studies on Persianate Societies e professore di sociologia all’università di Stato di New York a Stony Brook scrisse: “Le nostre truppe, che hanno orgogliosamente protetto il Ministero del Petrolio, dove non c’è nemmeno un vetro rotto, hanno deliberatamente condonato questi orrendi eventi” (19). I comandanti americani affermano, al contrario, che erano troppo occupati a combattere e che mancavano soldati per protegger il museo e le biblioteche. Tuttavia, questa sembra essere una spiegazione altamente improbabile. Durante la battaglia per la presa di Bagdad, i militari americani erano perfettamente disposti a spiegare circa 2.000 soldati per proteggere i campi petroliferi nel nord dell’Iraq e i loro sforzi nei confronti delle antichità non migliorarono dopo che i combattimenti si affievolirono. Nella città sumera di Ur, che risale a circa 6.000 anni fa con la sua massiccia Ziggurat (costruita in un periodo tra il 2112 e il 2095 a.c. e restaurata da Nabucodonosor II nel VI secolo a.c.) i marines hanno imbrattato le mura con scritte “Sempre Fi” (sempre fidelis, sempre fedeli) (20). I militari trasformarono il monumento in una zona proibita a tutti al fine di occultare la profanazione che era avventura, compreso il saccheggio da parte dei soldati Usa di numerosi di mattoni di argilla utilizzati per la costruzione degli antichi edifici.
Fino all’aprile del 2003, l’area attorno a Ur, vicino a Nassirya, era isolata e sacra. Tuttavia, i militari scelsero il terreno adiacente alla Ziggurat per costruire la loro immensa base aerea Tallil, con due piste di atterraggio di 4.000 e 3.000 metri di lunghezza e con quattro campi satelliti. Nella costruzione, gli ingegneri militari mossero più di 9.500 carichi di camion da terra per costruire 32.500 metri quadrati di depositi e altre costruzioni per aerei. Rovinarono completamente l’aerea, il cuore della civiltà umana per qualsiasi indagine archeologia o turismo futuro. Il 24 ottobre 2003, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sicurezza, l’Esercito e la Air Force costruirono la loro Ziggurat moderna: “aprirono un secondo Burger King a Tallil. La nuova istallazione, ubicata vicino a Pizza Hut, assicura che ci sia un altro Burger King affinché più soldati di ambo i sessi che servono l’Iraq possano, sebbene solo per un momento, dimenticare i loro problemi nel deserto e avere un soffio di quel profumo famigliare che li riporta a casa” (21).
Il grande archeologo inglese Sir Max Mallowan (maritodi Agatha Christie), pioniere tra gli scavi di Ur, Nineve e Nimrud cita alcuni consigli classici gli americani dovrebbero essere tanto saggi da seguire: “È pericoloso disturbare i monumenti antichi… è saggio e storicamente importante mostrare reverenza verso le eredità del tempo antico. Ur è una città infestata dai fantasmi del passato ed è prudente amansirli “ (22).
Il comportamento americano negli altri luoghi iracheni non è stato migliore. A Babilonia, le forze americane e polacche hanno costruito un deposito militare nonostante le obiezioni degli archeologi. John Curtis, che rappresenta l’autorità del British Museum sui numerosi siti archeologici iracheni, racconta di una visita nel dicembre 2004 nella quale vide “crolli e brecce dove qualcuno aveva cercato di scolpire i mattoni decorati che formavano i famosi dragoni della Porta Ishtar” e un “pavimento di 2.600 anni di antichità distrutto dai veicoli militari”. (23) Altri osservatori affermano che la polvere alzata dagli elicotteri americani aveva eroso la fragile facciata del palazzo di Nabucodonosor II, re di Babilonia dal 605 al 562 a.c.(24). L’archeologo Zainab Baharani informa: “Tra maggio e agosto del 2004, il muro del tempio di Nabu e il tetto del tempio di Ninmah, entrambi risalenti al VI sec a.c. crollarono in seguito al movimento degli elicotteri. Vicino, macchine e veicoli pesanti vengono parcheggiati sui resti di un teatro greco dell’epoca di Alessandro di Macedonia (Alessandro Magno) (25).
E nessuno di questi eventi inizia ad affrontare il massiccio e continuo saccheggio dei luoghi storici in tutto l’Iraq da parte di predatori di tombe e di antichità, che sono pronte per decorare le sale dei collezionisti occidentali. L’incessante caos e la mancanza di sicurezza in Iraq in seguito della nostra invasione ha determinato che un futuro Iraq pacifico avrà difficoltà a esibire un patrimonio. Non è successo irrilevante per l’Amministrazione Bush il fatto di aver affogato nella culla del passato umano nello stesso caos e nella stessa mancanza di sicurezza dell’attuale Iraq. Se l’amnesia è una benedizione, allora la sorte delle antichità irachene è una specie di paradiso moderno.
I sostenitori del presidente Bush hanno parlato in ogni momento della sua guerra globale conto il terrorismo come di uno “scontro di civiltà”. Ma la civiltà che stiamo distruggendo in Iraq fa pare del nostro stesso patrimonio. E fa anche parte dell’eredità del mondo. Prima della nostra invasione dell’Afghanistam, condannammo i talebani perché avevano fatto esplodere le monumentali statue buddiste del III secolo d.c. a Bamiyan nel marzo 2001. Erano due gigantesche statue di immenso valore storico e la barbarie della loro distruzione venne proclamata a grandi titoli e con orrore nel nostro paese. Oggigiorno, il nostro stesso governo è responsabile di crimini molto più gravi quando si tratta della distruzione di tutto un universo di antichità. Pochi qui, quando considerano le reazioni irachene nei confronti dell’occupazione americana, si preoccupano di considerare tali crimini. Ma quello che noi non vogliamo ricordare, può essere che rimanga ben annotato nella memoria degli altri.
Fonte: http://www.tomdispatch.com/index.mhtml?pid=4710
Traduzione a cura della redazione di Nuovi Mondi Media
Note
[1] American Embassy, London, " Visit of President Bush to Northern Ireland, April 7-8, 2003."
[2] William R. Polk, "Introduction," Milbry Polk and Angela M. H. Schuster, eds., The Looting of the Iraq Museum: The Lost Legacy of Ancient Mesopotamia (New York: Harry N. Abrams, 2005), p. 5. Also see Suzanne Muchnic, "Spotlight on Iraq's Plundered Past," Los Angeles Times, June 20, 2005.
[3] David Fromkin, A Peace to End All Peace: The Fall of the Ottoman Empire and the Creation of the Modern Middle East (New York: Owl Books, 1989, 2001), p. 450.
[4] Discorso di George Bush al popolo iracheno diffuso da "Towards Freedom TV," il 10 aprile 2003.
[5] Office of the Under Secretary of Defense for Acquisition, Technology, and Logistics, Report of the Defense Science Board Task Force on Strategic Communication (Washington, D.C.: September 2004), pp. 39-40.
[6] Vea Frank Rich, "And Now: 'Operation Iraqi Looting,'" New York Times, April 27, 2003.
[7] Robert Scheer, "It's U.S. Policy that's 'Untidy,'" Los Angeles Times, April 15, 2003; citato in Books in Flames, Tomdispatch, April 15, 2003.
[8] John F. Burns, "Pillagers Strip Iraqi Museum of Its Treasures," New York Times, April 13, 2003; Piotr Michalowski (University of Michigan), The Ransacking of the Baghdad Museum is a Disgrace, History News Network, April 14, 2003.
[9] Polk and Schuster, op. cit, pp. 209-210.
[10] Mark Wilkinson, Looting of Ancient Sites Threatens Iraqi Heritage, Reuters, June 29, 2005.
[11] Polk and Schuster, op. cit., pp. 23, 212-13; Louise Jury, "At Least 8,000 Treasures Looted from Iraq Museum Still Untraced," Independent, May 24, 2005; Stephen Fidler, "'The Looters Knew What They Wanted. It Looks Like Vandalism, but Organized Crime May be Behind It,'" Financial Times, May 23, 2003; Rod Liddle, The Day of the Jackals, Spectator, April 19, 2003.
[12] Humberto Márquez, Iraq Invasion the 'Biggest Cultural Disaster Since 1258,' Antiwar.com, February 16, 2005.
[13] Robert Fisk, "Library Books, Letters, and Priceless Documents are Set Ablaze in Final Chapter of the Sacking of Baghdad," Independent, April 15, 2003.
[14] Polk and Schuster, op. cit., p. 10.
[15] Guy Gugliotta, "Pentagon Was Told of Risk to Museums; U.S. Urged to Save Iraq's Historic Artifacts," Washington Post, April 14, 2003; McGuire Gibson, "Cultural Tragedy In Iraq: A Report On the Looting of Museums, Archives, and Sites," International Foundation for Art Research.
[16] Rod Little, op. cit..; Oliver Burkeman, Ancient Archive Lost in Baghdad Blaze, Guardian, April 15, 2003.
[17] Vea: James A. R. Nafziger, Art Loss in Iraq: Protection of Cultural Heritage in Time of War and Its Aftermath, International Foundation for Art Research.
[18] Paul Martin, Ed Vulliamy, and Gaby Hinsliff, U.S. Army was Told to Protect Looted Museum, Observer, April 20, 2003; Frank Rich, op. cit.; Paul Martin, "Troops Were Told to Guard Treasures," Washington Times, April 20, 2003.
[19] Said Arjomand, Under the Eyes of U.S. Forces and This Happened?, History News Network, April 14, 2003.
[20] Ed Vulliamy, Troops 'Vandalize' Ancient City of Ur, Observer, May 18, 2003; Paul Johnson, Art: A New History (New York: HarperCollins, 2003), pp. 18, 35; Polk and Schuster, op. cit., p. 99, fig. 25.
[21] Tallil Air Base, GlobalSecurity.org.
[22] Max Mallowan, Mallowan's Memoirs (London: Collins, 1977), p. 61.
[23] Rory McCarthy and Maev Kennedy, Babylon Wrecked by War, Guardian, January 15, 2005.
[24] Owen Bowcott, Archaeologists Fight to Save Iraqi Sites, Guardian, June 20, 2005.
[25] Zainab Bahrani, "The Fall of Babylon," in Polk and Schuster, op. cit., p. 214.
Copyright 2005 Chalmers Johnson
Questo saggio è un brano di “Nemesis: The Crisis of the American Republic” di Chalmers Johnson - pubblciato da Metropolitan Bookjs a fine 2006 - l’ultimo volume della trilogia. I primi due volumi sono Gli ultimi giorni dell'impero americano (Garzanti, 2003) e Le lacrime dell'impero. L'apparato militare industriale, i servizi segreti e la fine del sogno americano (Garzanti, 2005)
Moqtada al Sadr: un'occasione per l'Europa
di Lanfranco Caminiti
20 Jul 2005
"Affermo il mio rifiuto delle forze di occupazione e chiedo il loro ritiro". È questo il testo della petizione con cui dall'11 luglio Moqtada al Sadr ha lanciato la raccolta di un milione di firme in tutte le città dell'Iraq. La petizione, che sarà inviata al governo iracheno e all'Onu, avrà accanto alle firme i nomi esatti e gli indirizzi dei firmatari. Un modo per "garantire" che quelle firme siano davvero reali, non siano né inventate né clandestine, e anche per far uscire allo scoperto e "impegnare" in modo visibile chi firma. È un semplice strumento democratico una petizione, per noi un'abitudine, lì un esperimento fuori dall'ordinario.
La notizia, già di per sé importante, è stata data alla stampa da Saheb al Ameri, uno dei collaboratori di Moqtada, pochi giorni dopo l'ultimo messaggio di Abu Musab al Zarqawi, l'uomo del franchising terroristico di al Quaeda in Iraq, che, dopo aver constatato l'impantanarsi della Coalizione ed essersi detto sicuro della vittoria, ha annunciato la costituzione di una unità speciale per combattere Moqtada al Sadr. E questo la fa doppiamente importante.
E dopo che il "Sunday Times" ha rivelato e lo stesso ministro della Difesa Rumsfeld ha ammesso che ci sono stati una serie di incontri [almeno due sono accertati, a nord di Baghdad ] tra ufficiali americani e "insurgents" iraqeni. O meglio, sunniti, in una strategia di un qualche allentamento della situazione e di un coinvolgimento della comunità sunnita nella costituzione del parlamento e del governo, dopo l'astensione - a parte qualche piccola realtà - alle recenti elezioni. Rumsfeld si è affrettato ad aggiungere che "There's no one negotiating with Zarqawi", proprio mentre il gen. Abizaid, comandante in capo americano delle forze dislocate nel Golfo Persico, dichiarava che "some of whom obviously have some links to the insurgency."
Uno dei gruppi di cui pare certa la presenza almeno al primo dei due incontri rivelati, Ansar al Sunnah, ha rilasciato un testo via internet in cui scrive che se anche gli Americani andassero via rimarrebbero i loro 'soci' in Iraq, e questi continueranno a essere un loro bersaglio. L'obiettivo di Ansar al Sunnah non è solo far smettere l'occupazione ma far avanzare la propria fede.
In questo quadro, con un governo ancora instabile e non propriamente rappresentativo, con un continuo stillicidio quotidiano di bombe e attentati, con le difficoltà sempre maggiore da parte dei paesi della Coalizione di "domare" il paese e trovare una strategia comune di fuoriuscita dall'Iraq anche per la diminuzione dell'appoggio delle opinioni pubbliche nazionali - un quadro di cui l'"approccio" americano alle realtà clandestine ne è cartina di tornasole -, l'iniziativa di Moqtada assume un'importanza straordinaria.
"The silent majority is not with him, but the majority of active people are. If you count the ballot boxes, the balance is with the moderates. If you count those in the streets, it's the opposite." - "La maggioranza silenziosa non è con lui, ma la maggioranza di chi si dà da fare lo è. Se tu pensi alle urne, la bilancia pende dalla parte dei moderati. Ma se pensi a quelli nelle strade, è l'opposto." - Così descrive le cose l'ayatollah Mohammed Taqi Mudarrassi, religioso di Karbala, riferendosi a Sadr. Sinteticamente e con efficacia, ecco il quadro della divisione tra "moderati" e "radicali".
E allora la domanda è: gli Ulema - e in generale, i "moderati", come tutte quelle composizioni partitiche che si trovano nel governo - sono in grado di esercitare una autorevolezza "politica", una leadership sull'"active people" per contrastare il diabolico fascino di al Zarqawi e consolidare una qualche stabilità che smetta il bagno di sangue?
Forse gli stessi americani, che hanno messo in campo un'anatra zoppa dopo l'altra, a cominciare da Ahmed Chalabi, cominciano a chiederselo.
E sono disposti a incontrare il diavolo magari: è quello che hanno sempre fatto nelle loro guerre, condotte direttamente o per interposta persona. Così in Sudamerica, così nel Sudest asiatico, così in Afghanistan contro l'Unione sovietica, così nel Medioriente. Qualche volta ha funzionato, qualche volta no. Qualche volta gli strascichi sono stati lunghi e pericolosi. Ma è l'unica cosa che sanno fare. Un "approccio" militare, dove la politica ne è solo al servizio.
Certo non sono disposti a incontrare Moqtada, l'unico, a me sembra, che abbia costruito nel tempo un'opposizione di massa, aperta, alla luce del sole.
Il 9 aprile scorso Moqtada ha organizzato una manifestazione di massa in Firdos Square [quella famosa per le scene della jeep americana che cercava di buttare giù la statua di Saddam]. Sia l'Associated Press che la BBC hanno parlato di "decine di migliaia" di iraqeni che hanno risposto all'appello di Moqtada non solo a Baghdad ma in diverse altre città, come nella centrale Ramadi, intorno ad al Sufayaa e l'Università Anbar. Forse non erano il milione di persone che aveva preannunciato al Sadr, ma è stata una manifestazione imponente segnata da slogan antioccupazione e da centinaia di bandiere iraqene. I miliziani dell'Esercito del Mahdi controllavano che tutto si svolgesse pacificamente mentre la polizia iraqena stava a debita distanza. Al giornale "Al Hayat", Abdel Hadi al Darraji, portavoce di Moqtada, ha dichiarato che "i manifestanti non sono soltanto nostri seguaci. Numerosi messaggi sono stati mandati alla comunità sunnita, all'Associazione degli studiosi islamici e all'Iraqi National Association e a funzionari dei partiti e delle organizzazioni umanitarie".
Certo, è difficile sapere sul serio quanti sunniti fossero presenti alla manifestazione, ma, prima che si svolgesse, "al Jazeera" ha sottolineato l'insistenza della Association of Muslim Scholars, definito "un influente gruppo sunnita", a scendere in piazza contro l'occupazione americana. Il capo dell'Associazione, Harith al-Dari, nel suo sermone del venerdì alla moschea Um al-Qurra, nella parte ovest di Baghdad, ha invitato a partecipare l'indomani alle dimostrazioni pacifiche di massa ammonendo: "Parlate con una sola lingua: No all'occupazione". Moqtada si è sempre distinto per i tentativi di comunicazione con la comunità sunnita, anche durante l'assedio di Fallujah, quando buona parte dei "moderati" sciiti - compreso Al Sistani - scelsero il silenzio.
Moqtada è un estremista, un "radicale". Di certo però non è un terrorista, non è un "clandestino", non usa bombe e attentati e sgozzamenti per portare avanti la sua lotta, non ha dichiarato la jihad, non usa shahid. Non l'ha fatto finora, non si vede perché dovrebbe farlo dopo. Ha un'ascendenza enorme presso i giovani sciiti, all'inizio solo "ereditata" dalla famiglia ma nel tempo conquistata personalmente sul campo, e la battaglia di Najaf ha definitivamente rafforzato la sua immagine. All'interno della comunità sciita porta avanti una politica che tende a rompere i settarismi religiosi, in un contesto geo-politico regionale "allarmato" dalla crescita del potere sciita. Una scissura in termini settari-religiosi è solo un modo per continuare a mantenere il controllo dell'area.
Recentemente, proprio a Najaf, ha ricevuto per la prima volta il rappresentante speciale del segretario generale dell'Onu in Iraq, Ashraf Qazi, dichiarando ai giornalisti, dopo l'incontro, "Saluto la missione dell'Onu e la sua azione in favore della stabilità dell'Iraq, e apprezziamo i suoi sforzi poiché il suo lavoro va nella direzione degli interessi del popolo iracheno". Apprezzamento ricambiato da Ashraf Qazi. Solo pochi mesi fa, Moqtada ne aveva detto peste e corna.
E allora? Le cose si muovono velocemente in Iraq. Un istrione? Forse. Un gran figlio di buona donna? Forse. Ma può essere l'istrione, il figlio di buona donna dell'Europa, di un'iniziativa reale dell'Europa in Iraq. Di un primato della politica.
Senza interlocutore politico, senza un soggetto reale, le buone intenzioni dell'Europa e il disaccordo con il muscolarismo militare americano si traducono in continue lamentele, in tergiversamenti, in prese di posizione prive di significato reale, della capacità di "costruire" alternative.
Se non hai un cavallo alle corse, finisci col parlare delle regole del gioco. Che fa tanto "perbene", ma sei proprio tagliato fuori.
La questione è che coi "moderati" non si ferma il terrorismo, e non perché - direbbe la Fallaci - non esiste un Islam moderato e sono tutti complici e conniventi. Anche i moderati cadono sotto i colpi di al Zarqawi, e in tanti. Ma essi hanno leve di potere economico, reti di relazioni fra notabilati locali, influenze sotterranee e territorialmente localizzate, sono delle guide religiose. La guerra ha "mostruosamente" liberato una "opinione pubblica" e non solo in Iraq, ma in tutto il mondo arabo. Su questa, l'influenza dei "moderati" è pressoché pari allo zero carbonella. Vanno bene per smuovere quella piccola cosa che smuove quell'altra piccola cosa che ne smuove un'altra ancora: a esempio, nei sequestri, nel lavoro sotterraneo dell'intelligence e dei servizi, come è accaduto. E non sempre peraltro. La loro è un'influenza "clandestina", macchinosamente tribale e spesso legata a radici e filiere religiose, e aggrappata al ruolo degli americani e agli esiti del conflitto. Vanno bene per fare le foto coi ministri degli Esteri in cui si sorride e si stringono le mani e una comparsata su al Jazeera.
Quello che mi preoccupa è che d'improvviso, almeno nei fogli italiani, esistono solo i "moderati" e poi un'ammucchiata di radicali, estremisti, terroristi che sono diventati sinonimi. Esisterebbe un Islam "moderato" - a parte per la Fallaci e Borghezio - e poi "tutti gli altri". Visto che a qualcuno è venuto in mente di rispolverare le Brigate rosse [Come ai tempi delle Brigate rosse, Giuseppe D'Avanzo, "la Repubblica", 13 luglio 2005] forse è proprio il caso di dire che l'abbiamo già visto l'esito di un atteggiamento simile.
Ecco, Moqtada sta lì a proprio a dimostrare il contrario: è un radicale, è un estremista che combatte il terrorismo. L'estremismo di Moqtada non è l'acqua dove nuota il pesce del terrorismo. L'unico che sembra averlo capito sinora è al Zarqawi, che ha deciso di fargli la festa. E mi viene difficile immaginare che le forze della Coalizione stiano tutte preoccupate a proteggere al Sadr.
L'Europa intanto sta guardare irresoluta. È già successo. È già successo con il tagiko Ahmad Shah Massud, il "leone del Panshir", l'eroe che aveva a lungo combattuto contro i russi ma aveva continuato la sua lotta contro i talebani e il loro fanatismo religioso e politico. Massud venne a Strasburgo a chiedere l'interessamento dell'Europa al suo disgraziato Afghanistan. Gli fecero fare l'anticamera per ore, poi lo congedarono con un nulla di fatto. Se ne tornò nel Panshir, al suo appuntamento con la morte. Dopo pochissimo tempo, un paio di kamikaze legati ad al Qaeda, camuffati da operatori di una televisione belga per fargli un'intervista, si fecero saltare in aria uccidendolo. Si è sempre sospettato un certo coinvolgimento di "moderati" in quest'attentato, a esempio dei servizi segreti pakistani. Era il 9 settembre del 2001. Dopo un paio di giorni ci sarebbe stato l'attacco alle Torri gemelle. E poi. E poi ancora.
Io prego perché a Moqtada vada meglio. Ma senza la possibilità di rompere l'accerchiamento, di acquistare appoggio internazionale sarà dura. Certo, l'Europa è a pezzi, ma la sua "politica estera" si può costruire solo passo dopo passo, occasione dopo occasione, impegno dopo impegno, tra strappi e cuciture. Rischiando, esponendosi.
A ottobre è previsto il referendum indetto dall'Assemblea Nazionale sul testo della costituzione. Se la carta costituzionale otterrà il voto della maggioranza degli iraqeni, entro la metà di dicembre si svolgeranno le elezioni del nuovo parlamento, se invece la carta costituente sarà bocciata dal voto popolare dovrà essere eletta una nuova Assemblea nazionale.
Le cose si muovono rapidamente in Iraq. Chissà se l'Europa se n'è accorta.
Lanfranco Caminiti
l.caminiti@reporterassociati.org
Terra bruciata.
Quando un esercito è in ritirata e si lascia alle sue spalle deserto e
desolazione sta effettuando la tattica della terra bruciata.Avvelena i
pozzi d’acqua dolce ,distrugge infrastrutture, ponti e strade tutto ciò
che non può tornargli utile e ,casomai, ritorcerglisi contro.Nessun
rispetto per il tempo che verrà dopo, il tempo è come cancellato, conta la
tattica del momento.Non abbiamo dubitato mai un momento,perciò, di
fronte alla vertenza cultura ,che la scelta della destra cittadina sarebbe
stata di puntare al fallimento.Tutto ciò che non è assimilabile ai
“colori” della destra ,qualsivoglia movimento della società civile o
culturale non riferibile a nessun colore politico, diretto ad incrementare
l’azione ed il patrimonio culturale di Velletri, sarebbe stato trattato
quindi ,come poi puntualmente è avvenuto, secondo la logica amico
–nemico.Una delle motivazione ,per citare solo un esempio, che ha portato a
far pagare le bollette comunali anche alla posta è stata non tanto la
volontà di garantire un servizio migliore ,quanto la paura che gli
utenti in banca ,secondo una visione paranoica della politica e della
gestione della cosa pubblica, potessero essere “traviati” ed instradati
,quasi che fossero pecore e non persone , verso un voto al centrosinistra.Il
destino dell’estate Veliterna era perciò segnato sin dal primo momento,
poiché nessun tornaconto ,neppure indiretto poteva
venire a questa maggioranza , si è preferito privilegiare gli
interessi di partito rispetto agli interessi della città.Quando non ci
sono interessi economici in ballo da tradurre in moneta sonante oppure
passerelle per politici narcisisti ,l’impegno latita ,quasi che per
diritto divino sia stato stabilito per l’eternità che il comando della
nostra città spetti a questa classe politica All’infinito.L’impero nazista
,i regimi comunisti ,la stessa democrazia cristiana ,prima o poi sono
finiti tutti nella polvere ,niente dura in eterno ed il metro per
giudicare una classe politica è vedere quello che rimane dopo di lei, quali
traguardi sono stati raggiunti e che cosa è stato lasciato per quelli
che verranno dopo di noi.Anche la vicenda della scuola di via Mattoccia
rientra in questo schema ,siamo curiosi di vedere se i bambini dopo
essere stati “sfrattati” dagli attuali locali termineranno il loro
“pellegrinaggio” al ciambellone ,dove locali,privati, vuoti aspettano solo di
essere pagati dai,pochi ,soldi del bilancio comunale.Vedremo ,perciò,
se questa vicenda sia da inserirsi nel bilancio delle tante leggerezze
ed inefficienze della giunta comunale ovvero risponda ad una logica più
chiara e che i fatti nel prossimo futuro si incaricheranno di
confermare .
Cittadini per l’Ulivo “Velletri fuori dalla palude” circolo Volontè
luglio 19 2005
L’informazione siamo noi
L’informazione siamo noi. E ciò provoca il dovere morale di farlo al meglio, ma anche la necessità di capire il nuovo mezzo di cui disponiamo.
di Truman Burbank
Una volta erano i giornalisti ad inseguire le notizie, adesso sono le notizie ad inseguire i giornalisti. Ma è un inseguimento vano. I giornalisti dei media ufficiali evitano le notizie come la peste. A loro interessa solo raccontare quello che vuole il padrone e confezionarlo nel modo più appetibile. L’informazione diventa informazione più intrattenimento, infotainment; a ciò si aggiunge poi il marketing, creando un mercato in cui il lettore / utente è consumatore e oggetto di compravendita allo stesso tempo.
Forse è il caso di dirlo fuori dai denti: per quelli che non si fidano più dei media ufficiali, che provano disgusto nel vedere il tiggì, quelli che vogliono andare alle radici di ciò che accade, i media siamo già noi. Noi che siamo ogni giorno di più.
Noi un po’ maniaci ed un po’ depressi.
Noi paranoici. Noi che rubiamo il tempo al lavoro, alla famiglia, ai rapporti sociali, al sesso. Noi che passiamo notti insonni dietro al computer cercando una nuova notizia da inserire, commentando le informazioni di altri, verificando dati e legami tra le informazioni. Noi che poi siamo gli stessi che leggono le notizie, noi utenti / consumatori dell’informazione su internet.
E questo fatto dell’utente che partecipa al circuito di produzione dell’informazione è la nostra forza ed è il motivo per cui l’informazione internet è abbondantemente più affidabile di quella ufficiale. Ormai sono diverse volte che in TV chiamano persone abituate a fare informazione su internet, per commentare fatti nuovi (ricordo il direttore di Misteri d’Italia e quello di Misna.)
Allora tocca capire cosa stiamo facendo, come funziona questo nuovo mezzo di informazione e come conviene usarlo. Perché il vecchio giornale si basava su una struttura consolidata: una prima pagina con una sua struttura abbastanza regolare, l’editoriale, i rimandi alle pagine successive, i commenti, la cultura lo sport.
Su internet non è così. Il sito generalista funziona poco. Le notizie devono essere selezionate. In compenso possono essere più persistenti. Sulla carta stampata l’articolo viene bruciato in 24 ore, su internet può durare anche mesi. (Anzi il media ufficiale vive sulla continua ricostruzione della realtà, in un presente perpetuo, mentre il sito internet vuole mantenere la storia degli eventi.)
La home page ha molto meno spazio della prima pagina di un giornale, per cui si deve porre maggiore cura. Sembrerebbe che il sito internet debba curare di più la qualità delle informazioni, e porre più attenzione alla corretta archiviazione ed alla reperibilità anche a distanza di tempo. Insomma conta di meno il primo effetto e di più l’archivio. Il data base è più importante dell’attualità.
A ciò si somma il fatto che i grandi nomi del mondo esterno non esistono, le persone leggono per quello che le informazioni valgono, per cui uno sconosciuto (se valido) è facilmente più apprezzato di un eventuale direttore di giornale che scrivesse in incognito. Forse perchè l’utente internet guarda rapidamente, vuole confrontare e passa rapidamente ad altre fonti. Ma se l’articolo è valido, per quanto pesante da leggere, esso troverà i suoi lettori.
Insomma i siti si devono specializzare, avere una propria missione editoriale (meglio se dichiarata esplicitamente), e si devono coalizzare tra loro in modo da raggiungere un impatto globale superiore. Servono concetti commerciali almeno quanto nella carta stampata. Bisogna anticipare le esigenze del lettore, indovinare i suoi bisogni reconditi, mai espressi, fidelizzare gli utenti. Perché il lettore è abituato a saltare, a confrontare e lui è il nostro padrone, contrariamente che nella stampa convenzionale, i cui proprietari sono i gruppi d’interesse.
Su queste problematiche bisogna muoversi nel prossimo futuro se vogliamo arrivare ad un ulteriore salto di qualità nell’informazione internet.
Truman Burbank
Siti Italiani di Informazione Alternativa
(stilata dai lettori di: www.beppegrillo.it, ricevuta da Vincent il gelataio )
http://www.beppegrillo.it
http://italy.indymedia.org
http://www.indicius.it
http://www.arcoiris.tv
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