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agosto 31 2005
Prodi: "Tagliamo gli stipendi, la politica ci costa troppo"
Fabio Martini
La Stampa -
Sotto i portici di Bologna è tornata l''afa, alle tre del pomeriggio del 30 agosto non c’è un’anima in giro e l’unico passante, Romano Prodi, si rifugia nel suo nuovo ufficio in via Santo Stefano 140. Qui, in un piccolo studio dalle pareti disadorne, il Professore compulsa il monitor con le notizie di agenzia e si chiede con sulfurea malizia: «Io mica l''ho capita quella battuta di Berlusconi sul sacrificio...». Chissà, forse cerca di tener vivo il messaggio per cui lui resta il portavoce dell''anti-politica? E Prodi: «Mica ce l’ha ordinato il medico di far politica. E comunque, se un politico non affronta con gioia la fatica, che politico è?».
Eppure, dopo averci rimuginato per due mesi, dopo aver soppesato pro e contro, anche Romano Prodi ha deciso di vellicare - sia pure «senza demagogia», come sostiene lui - quel disagio popolare verso la politica all''italiana. E dice: «Da noi la politica nel suo complesso costa più che altrove. Io non sono un cultore dei sondaggi, ma quando constato il grado di sfiducia degli italiani verso i partiti, sono obbligato a riflettere. E penso che affrontare la questione dei costi sia importante se si vuole riconciliare la politica col Paese. Va fatta un''analisi trasparente, come la facciamo per le imprese e per gli apparati amministrativi, in modo da raggiungere un obiettivo: ridurre gradualmente questi costi. E su questo tema lanciare un messaggio forte al Paese».
Un tema del genere può sparigliare la regola per la quale gli schieramenti si confrontano soltanto sulle ricette di politica economica e sociale: perché ha deciso di far irrompere una questione così «estranea» e così ostica ai partiti?
«Perché da tempo, andando in giro tra la gente, mi sento porre mille casi diversi. Mi si chiedono chiarimenti, giustificazioni e ho capito che per gli italiani questo tema è non solo un diritto, ma anche una priorità forte. Oramai pesa il confronto con gli altri Paesi europei e in Italia è difficile mantenere regole anomale. E d’altra parte se chiediamo uno sforzo comune per la ripresa del Paese, noi per primi dobbiamo dare il buon esempio».
Ma affrontando queste questioni non c’è il rischio di assecondare l’eterno qualunquismo di chi pensa: «Sono tutti uguali»?
«Sia chiaro: i partiti sono la struttura portante della nostra democrazia e dunque dobbiamo guardarci dal fare accuse generiche, esaminando il problema complessivamente e vedendo come possiamo mettere a punto una dottrina coerente e adeguate contromisure. Che non riguardino soltanto parlamentari o assessori, ma le spese per tutte le istituzioni rappresentative».
Passando dalla denuncia alla proposta?
«Io penso che vada ridotto - ripeto gradualmente e nel corso degli anni - il costo delle indennità degli eletti, le spese e i costi delle campagne elettorali e anche il costo per il mantenimento delle istituzioni e dei partiti. Quando al Parlamento europeo si è parlato di armonizzazione salariale tra gli europarlamentari, dalle tabelle risultò che gli italiani sarebbero stati i più “penalizzati” da una riforma».
In Italia non si vota troppo spesso, moltiplicando le spese?
«E’ proprio così e per questo motivo io propongo una riforma del calendario elettorale che porti a ridurre a due le tornate elettorali nel corso di una legislatura. E dovranno essere posti limiti di spesa. Una riforma da fare ad inizio di legislatura».
Lei mette in discussione il finanziamento pubblico?
«Su questo bisogna intendersi bene. Io non metto in discussione i rimborsi pubblici e so bene che una buona democrazia costa. Ma chiedo trasparenza e controllo sulle spese. Anche perché il confronto con gli altri paesi europei mette in rilievo come i costi della politica da noi siano assai più elevati».
E’ davvero un’impresa capire a quanto ammonti il finanziamento pubblico, ma a fine legislatura i soldi statali trasferiti nelle casse dei partiti dovrebbero corrispondere a oltre 1000 miliardi di vecchie lire. Troppi? Non le pare singolare che non esistano cifre chiare e ufficiali?
«Alla fine i soldi per i partiti dovrebbero essere di più. E’ vero che negli ultimi 5 anni i partiti hanno ricevuto circa 450 milioni di euro, ma a regime si arriverà ad una cifra quasi doppia dopo gli aumenti legiferati nel 1999 e nel 2002. La prima misura da prendere è rendere pubblico e trasparente tutto questo. Dobbiamo spendere bene ogni euro e dar conto di ogni euro speso».
Nella relazione della Corte dei Conti si denuncia il gonfiamento «pletorico» degli staff dei ministeri, in un’escalation di consulenze e rapporti a tempo che investe Regioni, Province, Comuni: occorre sforbiciare?
«Certo, ma quello della Pubblica amministrazione è un altro capitolo. Il problema più importante non è tanto quello della riduzione dei costi, che pure esiste, ma piuttosto l''efficienza della macchina amministrativa. In questa prospettiva alcuni capitoli di spesa andranno tagliati, ma altri potranno persino essere aumentati».
La progressiva «pubblicizzazione» dei partiti fa sì che oggi in Italia viva di politica una quantità crescente di persone, qualcuno ne calcola quasi 300 mila. Troppe?
«Il numero di persone che in Italia vive di politica è più elevato che altrove. Questo si spiega con il forte decentramento e sotto questo aspetto è paradossale la situazione dei consigli di quartiere o circoscrizionali. In alcune città è un servizio gratuito, in altri ci sono retribuzioni da più di mille euro al mese. Manca una giustizia distributiva che resta il collante di ogni sistema democratico».
Con queste proposte non crede possano inquietarsi i partiti dell’Unione?
«Se impostiamo questo discorso in modo serio, sono sicuro che ci sia una forte comprensione da parte di tutti i partiti dell’Unione. Le radici della legittimità non si alimentano soltanto di fatti giuridici, ma di un rapporto col Paese reale».
Presidente Prodi, che ne pensa dell’autodifesa del Governatore Fazio?
«Un’autodifesa formale che non ha toccato i problemi più delicati, che erano sostanziali tanto è vero che la stessa credibilità internazionale del Paese è stata messa in discussione. Quell’autodifesa senza risposte mi spinge a chiedere che il Senato discuta al più presto nuove regole in questo campo. E voglio sottolineare che l’Unione si sia identificata nelle mie recenti proposte di riforma complessiva del settore»
Berlusconi torna ad accusarla per il tasso di cambio con cui siamo entrati nell’euro...
«Polemica che, forse, è frutto di incapacità di analisi economica. Con uno sforzo incredibile siamo entrati a 990 lire per marco e tutti, a cominciare dall’allora onorevole Tremonti, accolsero questo rapporto come un risultato straordinario. Ricordo la notte prima della decisione una lunga telefonata con Kohl, la mia richiesta di un cambio a mille lire (anche se molti in Italia ritenevano che il massimo ottenibile fosse 950) e lui che mi disse: “A mille non è possibile, ma mi impegno a darvi una mano per chiudere a 990”».
Se l’Unione vince le elezioni, lei chiamerà Mario Monti a fare il ministro?
«Abbiamo sempre lavorato bene assieme. Ma prima si fa il programma e poi si fa il governo. Questo è un modo serio di ragionare e sono sicuro che anche Monti ne sia profondamente convinto».
Se un eventuale governo dell’Unione non ce la facesse, a metà legislatura non crede che possa prendere quota l’ipotesi di una «Grande coalizione»?
«Io mi impegno davanti agli elettori per una sola coalizione per un programma condiviso da realizzare in tutta la legislatura».
Quanto ci costi, cara nostra politica
Elio Veltri
da l'Unità - 31 agosto 2005
Nessuno conosce con precisione i costi della politica e pochi hanno interesse a fare chiarezza dal momento che il sistema è perfettamente bipartisan e riguarda tutti i partiti. Controprova, l’inchiesta a puntate del Sole 24 ore, lasciata cadere nel silenzio generale. La stessa Corte dei Conti ne ha una visione parziale perché i bilanci che esamina sono quelli dell’istituzioni e degli enti statali.
Partiti: vivono di finanziamento pubblico che è pari al 77% e per alcuni (Italia dei valori, Nuovo Psi oltre il 99% delle entrate totali). Con la legge 156 del 26-07-2002 il rimborso per ogni voto è stato portato a un euro. Per le elezioni politiche del 2001 la spesa complessiva per i rimborsi è stata di 165 milioni di euro. È del tutto evidente che il referendum del 1993 sul finanziamento pubblico è stato aggirato dal momento che i contributi personali e i versamenti del tesseramento costituiscono una quota minoritaria per alcuni partiti, inesistente per altri, delle entrate. Nonostante il finanziamento pubblico cospicuo, alcuni partiti, in testa Forza Italia e Ds, sono indebitati. Per Forza Italia, in banca, garantisce personalmente Berlusconi; i Ds hanno ridotto il debito pregresso in maniera consistente. Per tutti i partiti la quota maggiore di uscite riguarda le spese elettorali e per i servizi. Il personale è diminuito e la classifica vede in testa i Ds con 215 persone e Forza Italia con 105, retribuito direttamente dalle direzioni nazionali. Le considerazioni che si possono fare sono le seguenti:
a) la legge del ’97 che dava la possibilità di scelta ai cittadini versando il quattro per mille, equivalente all’otto per mille che va alle Chiese e allo Stato, è fallita. La proposta era stata difesa con passione alla Camera dei deputati da Massimo D’Alema che l’aveva considerata uno strumento di sfida democratica. L’allora segretario dei Ds aveva detto: «I partiti devono meritarsi il finanziamento dei cittadini. Quindi, questa legge è una sfida sul terreno democratico». Le cose sono andate male;
b) la scarsa percentuale di versamenti liberali dovrebbe far riflettere seriamente i partiti sulla percezione delle loro attività e comportamenti da parte dei cittadini;
c) sarebbe utile riprendere una delle proposte di legge depositate in Parlamento sulla responsabilità giuridica dei partiti in modo di esercitare i controlli, come era stato sostenuto con vigore da Mortati all’Assemblea Costituente, sulla loro vita interna da parte di una autorità come la Corte Costituzionale, di garanzia;
d) la certificazione dei bilanci dei partiti in base alle norme del codice civile e il controllo delle spese elettorali dei candidati al Parlamento potrebbero costituire un incentivo per aumentare la fiducia dei cittadini e degli elettori.
Camera e Senato: costano circa 2 miliardi di euro all’anno. Montecitorio costa il doppio del Bundestag tedesco e dell’assemblea nazionale francese; il quadruplo dei Comuni inglesi è più di dieci volte del Parlamento spagnolo eppure i deputati tedeschi e francesi guadagnano più dei nostri essendo la spesa complessiva di 160 milioni di euro in Italia; 176 in Germania e 266 in Francia. Le voci che in Italia incidono di più sono quelle per il personale (più del doppio rispetto a Germania e Francia), per i vitalizi o pensioni e per le sedi. Lo stipendio dei 350 deputati spagnoli è appena di 40mila euro all’anno. Riassumendo: il bilancio di Montecitorio è uguale al prodotto interno lordo della Mongolia e al doppio del prodotto interno lordo di San Marino.
I nostri senatori non badano a spese. In dieci anni il bilancio di Palazzo Madama è raddoppiato passando da 297,6 milioni di euro del 1995 ai 550,7 milioni di quest’anno, che lordi diventano 900 milioni di euro. Palazzo Madama con i suoi 330 senatori, costa il doppio del Senato francese, il quadruplo della Camera dei Lord, dieci volte di più di quello spagnolo e ventisette volte di più del Bundrsrat tedesco. Le voci che incidono di più sono quelle per il personale, per i vitalizi e per gli investimenti per le sedi. Io penso che alcune economie siano possibili incidendo sugli stipendi di tutti e sul numero del personale con una moratoria di cinque anni e prevedendo alcune regole indispensabili per specifiche competenze e professionalità. Per quanto riguarda i vitalizi, le riforme degli ultimi anni decise dalle presidenze della Camera che si sono succedute, vanno nella giusta direzione ma potrebbero essere ulteriormente migliorate in senso restrittivo. Ma la riforma fondamentale, sempre annunciata e mai esaminata, rimane la riduzione drastica del numero dei parlamentari. In ogni caso, poiché i cittadini fanno coincidere le spese delle due Camere con gli stipendi che i parlamentari «si aumentano da soli», sarebbe utile chiarire:
1) che le aule parlamentari non decidono un bel nulla e che gli adeguamenti sono automatici perché legati a quelli dei magistrati di Cassazione;
2) che i regolamenti parlamentari hanno rilevanza costituzionale, le decisioni vengono assunte dagli uffici di presidenza e deputati e senatori discutono, quasi sempre frettolosamente, il bilancio complessivo.
Per cui sarebbe utile un impegno per una discussione approfondita dalle due assemblee in diretta televisiva. Il problema, infatti, è tanto avvertito e, spesso, male avvertito, che di fronte allo snocciolare dei dati riguardanti il lavoro nero, l’evasione fiscale, i patrimoni della mafie e il numero degli affiliati alle mafie nel Mezzogiorno, in una trasmissione di Telelombardia, gli interlocutori presenti in studio e i cittadini che telefonavano imprecavano solo contro gli stipendi dei parlamentari. Il resto non interessava più di tanto.
Governo e ministeri: costano 1.2 miliardi di euro e il costo è riferito al personale, le consulenze, la gestione degli uffici dei ministri e dei sottosegretari. I rilievi della Corte dei Conti sulla sovrapposizione delle competenze tra ministeri e tra questi e le Regioni, sul numero di consulenti inutili, sui contratti milionari e sulla carenza di controlli, sono costanti ma restano lettera morta. I ministeri che costano di più sono: Ambiente, Trasporti e Difesa. Secondo la Corte dei Conti il 56,5% delle risorse attribuite al ministero dell’Ambiente per la difesa del suolo e per la tutela ambientale è assegnato agli uffici del ministro. Lo stesso vale per i fondi destinati alle grandi opere assegnati al ministro dei Trasporti e per quelli della Difesa. Il federalismo di stampo leghista-berlusconiano è diventato centralismo e clientelismo feroce, con assoluta descrizione nella gestione del pubblico denaro. La presidenza del Consiglio è un disastro. Il premier-manager, tanto bravo per le sue aziende, ha moltiplicato i dipartimenti e con essi il personale: Protezione civile, finita nel mirino della Commissione europea; Innovazione tecnologica e tecnologie; Ufficio nazionale per il servizio civile; i dipartimenti Antidroga ed Editoria. New entry: alto commissario anticorruzione per il quale la Corte dei Conti chiede «notizie sulla attività svolta» è dipartimento per il programma di governo.
Regioni ed Enti locali. Le Regioni hanno richiamato la maggiore attenzione per la dilatazione della spesa che a causa di un neocentralismo che contraddice la ragione stessa della istituzione delle regioni. Aumento del numero dei consiglieri e delle commissioni, degli assessori interni ed esterni, con l’introduzione dei sottosegretari, delle consulenze, degli stipendi, svuotamento dei compiti dei Consigli e aumento della conflittualità Stato-Regioni, sono stati evidenziati da Sabino Cassese (Corriere 19 luglio 2005). Il costo dei 48mila dipendenti è di 1,28 miliardi di euro con un record nelle regioni del Mezzogiorno. Consiglieri e Assessori sono diventati 1247, ripartiti equamente su tutti il territorio nazionale, ma con differenze rilevanti tra regione e regione e con un costo procapite medio mensile di 9.139 euro.
Per quanto riguarda i dipendenti regionali guida la classifica la regione Sicilia seguita dalla Campania e dalla Calabria, che è riuscita ad assegnare la presidenza a tutti i consiglieri di maggioranza. La Sicilia di Cuffaro, scrive Francesco Forgione, capogruppo di Rifondazione all’assemblea regionale, nel bel libro «Amici come prima» Editori Riuniti, ha 20mila dipendenti ai quali va aggiunto il personale degli enti economici e regionali, delle aziende per il turismo, delle ipab, dei consorzi di bonifica. «A questi vanno aggiunti altri circa 20mila lavoratori a tempo parziale al servizio del demanio forestale e le altre migliaia di precari». Per cui, «un’intera città, Palermo, con i suoi 700mila abitanti, vive prevalentemente di questa economia e sono tante le famiglie in cui arriva lo stipendio di un regionale».
«Per decenni la Sicilia ha rappresentato davvero e continua a rappresentare», prosegue Forgione, «un residuo di socialismo reale senza ideologia, se non quella dello scambio e del favore clientelare, con una gestione centralista e statalista del rapporto tra l’amministrazione pubblica, la società e l’economia che, nel corso degli anni, ha snaturato anche le ragioni stesse di una conquista democratica come lo statuto autonomista». La Sicilia guida anche la classifica degli stipendi ai parlamentari con 12.234 euro mensili, equivalenti al 100% dello stipendio di un parlamentare nazionale. Segue per numero di dipedenti (9.896) e cioè più di quanti ne contino Toscana, Umbria, Marche e Lazio, la Campania, che però ha il primato del costo del lavoro e cioè 392.351.000 euro del 2003, pari al 19% della spesa nazionale. Un altro primato della regione Campania è quello dei 506 dirigenti che guadagnano mediamente 85.832 all’anno. Bassolino è stato criticato anche per la moltiplicazione delle commissioni e delle consulenze e ha replicato molto risentito, ma non ha smentito i dati. D’altronde la spesa totale della Regione Campania, rispetto a quelle delle altre regioni a statuto ordinario, è proporzionalmente al numero di abitanti, la più elevata (13 miliardi - rendiconto 2003) con un’aumento del 13,44% sul 2002.
Più difficile quantificare i costi della politica degli enti locali. Un dato complessivo (Sole 24 ore, 14 agosto) è il seguente: 300mila persone circa, tra gli eletti nelle assemblee elettive e dipendenti delle strutture centrali e periferiche dei partiti, sono impegnati in politica. È un numero consistente di persone che è inversamente proporzionale al funzionamento delle istituzioni e dei servizi e alla qualità della nostra democrazia.
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Ds Milano - Rassegna stampa
La città sommersa e la Manifestazione (apocalisse)
Sono stato troppo ottimista su New Orleans, il bilancio è ben più grave:
LA CITTA’ SOMMERSA - La capitale del jazz e dei blues, del woodoo e del carnevale, è una città sommersa. Il sindaco Ray Nagin ha dichiarato che in alcuni punti l'acqua è alta 6 metri, e il governatore Kathleen Blanco ha ammonito che Katrina «ha causato una devastazione superiore al previsto». Lo stadio dove si erano raccolte 10 mila persone è circondato da un metro di acqua, e il French quarter, il quartiere storico, da mezzo metro. Su barche ed elicotteri, soldati della Guardia nazionale, poliziotti e pompieri portano in salvo centinaia di famiglie, mentre sacchi di sabbia vengono gettati sugli argini per fermare il lago. Il pericolo più grave sono le infezioni e l'inquinamento: New Orleans è un enorme centro chimico quasi senza più impianti sanitari.
Molto vicino a uno scenario catastrofico ricordato da un blogger di quelle parti e comparso in tv in gennaio....
L'Ira di Dio si è abbattuta davvero sulla città.
Ora che lo Squilibrio, questo grande cavaliere dell'Apocalisse, ha colpito (e colpirà ancora) le prime pagine dei quotidiani Usa mostrano con eloquenza la devastazione.
Apocalisse in greco significa manifestazione. Non significa affatto tragedia globale o fine del mondo. Forse fine di un mondo...
E manifestazione può precedere una presa di coscienza sociale, e quindi politica. E quindi essere il primo passo della guarigione.
A patto che l'informazione reale sulle cause e sul futuro circoli, che i leader si pronuncino con la dovuta forza e chiarezza, che trasmettano fiducia, che piani d'azione realistici (in termini autentici) siano definiti e messi in atto, che New Orleans divenga punto di svolta.
Temo che, con Bush, questo sarà difficile. Ha atteso il colpo del Cavaliere, anche se già nel 2001 conosceva benissimo le previsioni pur di non toccare il tenore di vita americano, il suo ciclo precario, pur di non rischiare una depressione economica (e perdere voti).
Scelse una strada diversa.
Ora dovrà cambiare registro. Spero non in direzione ulteriormente autoritaria (temo).
Stiamoci attenti a questi possibili grandi punti di svolta. Potrebbero rivelarsi (almeno per un po') irreversibili.
Oggi l'aggiustamento democratico è pienamente sul tappeto. Ed è terreno di sopravvivenza.
P.s. Ecco perchè a Colonia avrei preferito discorsi diversi. E pure a Rimini....A volte suonare Mozart non basta... www.caravita.biz
Mirabelli: nessuno sia tentato di dare un salvagente alla Cdl
"Gli elettori ci hanno chiesto di fare opposizione, non altre scelte"
GIUSEPPINA PIANO
da Repubblica - 31 agosto 2005
«Si sta consumando una crisi politica irreversibile nella Casa delle libertà, che rischia di paralizzare il lavoro della Regione. Ma temo che la Lega e Formigoni saranno costretti anche questa volta a stare insieme. E saranno i lombardi a pagare il prezzo di questa crisi».
Franco Mirabelli, segretario milanese dei Ds e consigliere regionale, non chiedete elezioni anticipate come fanno i Verdi?
«È inutile chiederle perché non credo che siano alle porte».
Ma quantomeno le auspicate?
«Non è compito di una forza politica fare auspici. Il nostro compito in questo momento è denunciare una crisi forte del centrodestra. E mettere in campo proposte alternative per vincere la prossima volta, in qualunque momento si vada a votare».
Solo quattro mesi fa avete perso.
«Lo sappiamo. Gli elettori ci hanno consegnato il compito dell´opposizione. Io dico: facciamola».
Come?
«Dobbiamo mettere in campo le nostre proposte, sulla legge urbanistica, sulla sanità, sulla formazione. E mi faccia aggiungere una cosa: noi dobbiamo difendere la credibilità delle istituzioni. Per tenere insieme questa maggioranza si stanno inventando le cose più strane, si è cominciato con i sottosegretari e si prosegue con la sospensione di un assessore».
Un inedito?
«Gli assessori non si sospendono. Formigoni decida: o revoca Cè o lo lascia».
E gli inviti al dialogo bipartisan lanciati da Formigoni?
«Noi abbiamo fatto una proposta alternativa a quella del centrodestra, e oggi siamo chiamati a rappresentarla all´opposizione. Un conto è dire che su alcune questioni istituzionali, penso alla riforma dello statuto, sia auspicabile la ricerca di intese. Ma il governo è una cosa ben diversa. Ed è stato consegnato dagli elettori nelle mani del centrodestra. Loro non mi sembrano in grado di assolvere questo mandato, ma non sono forze del centrosinistra che devono togliergli le castagne dal fuoco».
Nessuna paura che qualcuno nel centrosinistra non la pensi come lei?
«No. Non ho alcuna ragione di pensare che ci siano forze del centrosinistra disponibili. Non sarebbe capito dagli elettori».
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CENTROSINISTRA
La Margherita: i nostri voti per statuto e riforma elettorale
Marco Cremonesi
«Su statuto e nuova legge elettorale noi abbiamo offerto la nostra disponibilità al presidente Formigoni. E credo che questa possibilità la esploreremo fino in fondo». Guido Galperti è il capogruppo della Margherita in Regione Lombardia. A costo di attirarsi qualche bacchettata, lui non lo esclude: mancassero i voti leghisti, su alcuni temi i voti al centrodestra potrebbero arrivare dal partito di Rutelli.
Galperti, che succede in Regione?
«Succede che Formigoni, anche con coraggio, ha finalmente posto la questione che esiste dall'inizio della legislatura».
Ovvero?
«Se la Lega fa parte della maggioranza o dell'opposizione. Quando sento Alessandro Cé dire che lui è lì per controllare Formigoni, quando sento che loro difenderanno i lombardi da Formigoni, beh, c'è da stropicciarsi le orecchie. Ma come? lui non è stato eletto nel listino del presidente? Non è un garante del centrodestra?».
Una previsione: tarallucci e vino, crisi di governo o che altro?
«Io mi auguro per i lombardi che la vicenda finisca con un chiarimento definitivo, con ciascuno che rientra nel ruolo che gli compete. Con la Lega che ritorna a fare il mestiere di chi ha vinto le elezioni. Governare, e non far l'opposizione».
Se alla maggioranza mancassero alcuni voti, potrebbero arrivare dalla Margherita?
«Sul tema della riforma della legge elettorale e dello statuto la disponibilità è già stata data. Sono argomenti non più eludibili, potrebbe finalmente nascere la costituente della nuova Lombardia. E io credo che una partecipazione attiva a questo processo sia di interesse di tutta l'Unione».
Ci sarà anche da preparare il bilancio 2006...
Se è soltanto per quello, c'è anche da approvare l'assestamento 2004, ed è la prima volta che in Lombardia ci troviamo a settembre senza aver approvato il consuntivo. Detto questo, abbiamo visto il bilancio 2006: così come è, noi non possiamo approvarlo».
E si vi fosse chiesto di dare il vostro apporto?
«Questo significherebbe che siamo passati per una crisi politica del centrodestra. A quel punto, la discussione si riaprirebbe a 360 gradi».
Guido Galperti
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Ds Milano - Rassegna stampa
La squadra di Calipari: «La parola d'ordine era: occhio agli americani»
di Vincenzo Vasile
Come passò le sue ultime ore Nicola Calipari? «In realtà negli ultimi giorni della trattativa la notizia più preoccupante arrivava da Baghdad e riguardava il contingente dell’esercito Usa, definito molto pericoloso: pare avessero causato sette morti in quattro giorni, gente dal grilletto facile. La parola d’ordine è: occhio agli americani!». Lo scrivono i componenti della «squadra di Nicola», cioè i funzionari e gli agenti del Sismi che lo affiancarono sino alla tragica conclusione della «trattativa» per liberare Giuliana Sgrena. Il testo redatto dei colleghi di Nicola è contenuto nel libro Nicola Calipari, ucciso dal fuoco amico che sarà in edicola assieme a l'Unità sabato prossimo 3 settembre. Si tratta di un documento importante, scritto da un gruppo di funzionari il cui legame con il loro «capo» sacrificato dal «fuoco amico» ha fruttato negli ambienti dell'intelligence militare un soprannome collettivo: i Calipariani.
Loro, i Calipariani, hanno idee molto chiare su quel che avvenne quella tragica sera del 4 marzo. Contestano vibratamente la tesi, trasfusa nella relazione di parte americana che ha messo una pietra tombale sulla commissione di inchiesta, secondo cui l'uccisione di Calipari sarebbe stata originata da presunte «imprudenze» degli agenti italiani, e della stessa vittima. Del resto, sapete a che cosa doveva servire, secondo l'impostazione originaria, quella commissione che fu sbandierata da Berlusconi come chissà quale risultato del suo personale buon rapporto con l'«amico George»? Proprio a verificare le «colpe» degli ufficiali italiani. Mentre quell'allarme - occhio agli americani! - che circolava tra i nostri militari nei giorni di attesa per la liberazione di Giuliana Sgrena ci dice molto sulla situazione paradossale e tragica in cui si muove la «missione» italiana: spacciata come «missione di pace» in un teatro di guerra sanguinosa, dove è così facile trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato proprio perché sbagliata è quella missione, come sbagliata - profondamente, tragicamente sbagliata - è quella guerra.
I colleghi della «squadra di Nicola» ci consegnano nella loro testimonianza anche un inedito fermo-immagine del loro «capo» in azione a Baghdad alla vigilia della sparatoria al check point : «Le ultime ore sono vissute in affanno sotto una pressione enorme e difficilmente sopportabile: Nicola arriva a gridare al telefono, perde addirittura la pazienza (...) stacca il cellulare, prende in autonomia decisioni fondamentali, delicatissime, condivise esclusivamente con chi gli è accanto in quel momento».
Pressioni? Di chi, e per che cosa? Con chi stava parlando Nicola Calipari a telefono in quelle convulse ore che precedono il rilascio? E perché Calipari ha dovuto, ha preferito, dopo quelle conversazioni, prendere le sue decisioni tecniche e operative sulle modalità della liberazione di Giuliana Sgrena in «autonomia», cioè - noi traduciamo - in perfetta solitudine? Sei mesi dopo, è fin troppo facile riportare la sparatoria di ennesimo fuoco amico contro i carabinieri italiani, avvenuta l'altro giorno sulla stessa strada dell'aeroporto, al clima di sospetto e reciproca diffidenza che regna in terra irachena tra reparti militari che sulla carta sarebbero «alleati». Stavolta i bersagli sono altri servitori dello Stato costretti a procedere, a prendere decisioni quotidiane in altrettanto «autonoma» solitudine, nell'ambiguo e raffazzonato contesto di una «missione» priva in origine di altri scopi che non siano stati legati al misero calcolo di una legittimazione internazionale del governo in carica e del suo premier, come oggi rimane affidata al destino declinante di un ritiro da affrettare, ma anche da centellinare in vista della prova elettorale. Ed è fin troppo facile collegare questo nuovo attrito tra i nostri e i militari americani con la fresca sortita di quell'ambiguo ed emblematico protagonista del sottobosco italiano a Baghdad, che risponde al nome dell'ex commissario straordinario della Croce Rossa, Maurizio Scelli, del quale è nota l'astiosa «concorrenza» intrapresa con gli uomini del Sismi proprio in materia di rilascio degli ostaggi.
Il caso Calipari ci offre, dunque, la possibilità di esaminare come in vitro una vicenda che si ripropone, e che prevedibilmente continuerà a segnare le cronache del nostro contingente in Iraq. Vicenda senza giustizia e senza verità. È solo per caso, cioè per l'iniziativa di un hacker che ha diffuso in chiaro i brani della relazione dei commissari americani crittografati, che sappiamo, per esempio, i nomi dei soldati del check point volante da cui si è sparato contro la Toyota Corolla degli italiani.
Ma è come cercare un ago nel pagliaio di migliaia di «signori Rossi», o di «John Smith». Le autorità americane si rifiutano, infatti, di fornire le generalità complete alla magistratura italiana che - se le cose continueranno a trascinarsi così, senza uno scatto di dignità del governo italiano - sarà costretta a prendere atto delle tesi menzognere della commissione, e rischia di dover concludere con una raggelante archiviazione, pur dopo avere ricostruito con l'ausilio di nuove perizie la verità sulla drammatica sequenza dei fatti. Nel nostro volume pubblichiamo ampi brani dei due dossier, quello italiano e quello statunitense, assieme a un saggio del senatore Massimo Brutti che analizza le contraddizioni e le bugie del documento proveniente dagli Usa. Da quei testi si ricava che giustizia e verità sono state ferite profondamente quella sera al posto di blocco BP 541. Perché non si tratti di lesioni irrimediabilmente mortali vale ciò che scrive in apertura al nostro libro, Rosa Calipari, la moglie del funzionario del Sismi ucciso: «Non è possibile avere pace se non c'è giustizia». www.unita.it
Le bugie hanno le gambe lunghe
di Eduardo Galeano
Il terrorismo di stato, il prolifico padre di tutti i terrorismi, trova l’alibi perfetto nel terrorismo che esso stesso genera. Non c’è affare più redditizio sulla faccia della Terra di questa pratica di strage su scala industriale.
“New York, Madrid, Londra: il terrorismo colpisce di nuovo”.
Versioni simili di questo titolo hanno campeggiato su molti giornali del mondo l’8 luglio, il giorno successivo alle esplosioni di Londra. Non accennavano né all’Iraq né all’Afghanistan.
Non erano – non sono - le bombe attacchi terroristici, bombe che in Iraq esplodono ogni giorno? Non sono sempre i semplici lavoratori civili che soffrono le maggiori perdite negli attacchi terroristici e nella guerra? Questi non meritano forse lo stesso rispetto e la stessa compassione quando sono comunque vittime di gesti di disdegno della vita umana?
Nel 1776 la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti affermava che tutti gli esseri umani sono stati creati uguali. Alcuni anni dopo la prima Costituzione precisava meglio questo concetto, stabilendo che rispetto al censimento della popolazione, ogni uomo di colore sarebbe stato conteggiato come un 3/5 di persona. Che frazione di persona sono gli iracheni, oggi?
Alcune persone sono più uguali delle altre? Questo è quello che ci dicono.
Il terrorismo di stato, il prolifico padre di tutti i terrorismi, trova l’alibi perfetto nel terrorismo che esso stesso genera. Versa lacrime di coccodrillo ogni volta che la merda gli finisce contro il ventilatore, quindi si finge innocente per tutte le conseguenze delle sue azioni. Le atrocità che i fanatici e i pazzi commettono vengono utilizzate come giustificazione e garanzia di immunità.
“Le bugie hanno le gambe corte”. Non è così: le bugie hanno gambe molto lunghe. Così lunghe che superano lo sbugiardamento dei mentitori. Dopo aver gridato ai quattro venti che l’Iraq era un pericolo per l’umanità, Bush e Blair hanno pubblicamente ammesso che il paese che avevano invaso e annichilito non possedeva armi di distruzione di massa. Nelle successive elezioni negli Usa e nella Gran Bretagna sono stati ripagati con la rielezione.
“Il crimine non paga”. Ahimè, anche questo proverbio non sa cosa sta dicendo. Il mondo spende 2,2 miliardi al giorno – sì, al giorno – per l’industria delle armi , questa industria di morte, e giorno dopo giorno questa cifra aumenta. Le guerre hanno bisogno di armi, le armi hanno bisogno di guerre e guerre e armi han bisogno di nemici.
Non c’è affare più redditizio sulla faccia della Terra di questa pratica di strage su scala industriale. La sussidiaria, l’industria della paura, volta alla costruzione di nemici, è oggi la fonte primaria di profitti per l’entertainment e per le aziende della comunicazione. A Hollywood gli sceneggiatori accatastano pile di paura su paura: come se le paure della terra non fossero abbastanza, aggiungono minacce da altri pianeti.
L'industria militare ha bisogno di produrre paura per giustificare la sua esistenza. E’ un circolo vizioso: Il mondo si trasforma in un mattatoio, che si trasforma in un manicomio, che diventa un mattatoio... l’Iraq bombardato, occupato, umiliato, diventa la principale scuola del crimine di questi nostri giorni. I suoi invasori, che chiamano se stessi liberatori, hanno installato qui la più prolifica nursery per terroristi, nutrita dalla disperazione della fine di ogni speranza.
“Chi prima arriva meglio alloggia”. Vale anche per i leader della guerriglia? Per i banchieri di successo? In realtà il proverbio invita i lavoratori poveri ad alzarsi prestissimo, e viene da tempi in cui c’era lavoro e veniva anche pagato. Nel mondo di oggi il lavoro vale meno dell’immondizia.
La bramosia e il timore sono stati il motore del sistema universale di potere – quel sistema che fu chiamato capitalismo quando io nacqui. Solo uno di questi motori funziona ancora: la bramosia è scomparsa, almeno per i lavoratori. Oggi nessuno spera più di diventare ricco lavorando. I due motori del potere sono ora paura e paura: paura di perdere il lavoro, paura di non trovarlo, paura della fame, paura di non aver più dimora.
I sindacati difendevano i lavoratori, tanto tempo fa, così tanto che ora sembra preistoria. Ma le più note multinazionali, Wal-Mart e McDonald’s, apertamente e senza cercare scuse, negano ai lavoratori il diritto di riunirsi e sindacalizzarsi e sbattono sulla strada chiunque ci provi. Dalle organizzazioni internazionali che si battono per i diritti umani, queste scandalose violazioni ottengono poca attenzione. L’atrofia dei sindacati o la proibizione vera e propria, ha cominciato a diventare normale.
I movimenti del lavoro, frutto di due secoli di lotte operaie, sono in crisi in tutto il mondo, così come lo sono gli strumenti popolari per la coabitazione pacifica e per l’auto difesa. E ora, abbandonata al proprio destino, la gente è obbligata ad accettare tutto quello che le viene richiesto: il doppio delle ore di lavoro per metà della paga.
I sindacati, indeboliti e perseguitati, possono fare poco per aiutare e Dio, parrebbe, è occupato altrove. Il Presidente Bush ha bisogno di Lui giorno e notte per la sua divina missione di conquista planetaria, della quale Dio guida ogni passo. Come comunicano? Mail, fax, telefono, telepatia? Non si sa, è un segreto di stato.
“Il diavolo fa le armi”. Giusto. Dio non potrebbe essere un tal bastardo. Dev’essere il diavolo a fornire le armi, o almeno le armi di distruzione di massa, quelle vere, quelle che l’Iraq non aveva e che stanno facendo a pezzi il mondo.
Il bombardamento di bugie dalle industrie all’opinione pubblica.
Le armi chimiche di una società dei consumi che sta facendo impazzire il clima e inquinando l’aria.
I gas velenosi delle fabbriche della paura che ci rendono accettabile l’inconcepibile e trasformano l’indegno in una caratteristica del destino.
La mortifera impunità dei serial killer capi di stato.
La moltiplicazione infinita degli armamenti contro la diminuzione progressiva dell’attenzione alla povertà.
La semina delle mine antiuomo alla quale segue la vendita di protesi.
La pioggia di bombe sui paesi e poi la distribuzione di contratti per la ricostruzione a chi li ha distrutti.
Fonte: http://progressive.org/?q=mag_galeano0905
Traduzione a cura di Nuovi Mondi Media
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Solidarnosc, 25 anni dopo
Nel 1980 gli scioperi del sindacato di Lech Walesa iniziavano a far tremare il blocco comunista. Venticinque anni dopo, ritorno nel cantiere navale di Danzica. Che assiste, impotente, al declino di Solidarnosc. Reportage.
Operaio dei cantieri navali di Danzica, versione 2005 (Jan Zappner) “21 x TAK! – SOLIDARNOSC”, “21 SÌ! – SOLIDARNOSC”: ricorda una lapide posta davanti al portone d’ingresso del cantiere navale di Danzica. Il 31 agosto 1980 dopo scioperi durati settimane, tutte e 21 le rivendicazioni avanzate dal primo sindacato indipendente guidato da Lech Walesa vennero accolte dal governo. Quale significato assume oggi Solidarnosc per coloro che ancora lavorano dietro quel portone?
Mariusz Dolecki aveva tre anni quando furono poste le basi di una Polonia democratica. Oggi, insieme a due colleghi, si trova davanti ad un’imbarcazione grigia alta dieci metri, mentre monta, grondante di sudore, una struttura da lavoro. E impreca impotente: «il cantiere navale è ormai vicino alla fine, neanche Solidarnosc può far nulla». Oggi restano solo 2.000 dei 9.000 lavoratori di un tempo, in un cantiere che dopo innumerevoli ristrutturazioni, giunge ancora a costruire da cinque a sette navi l'anno.
I perdenti della svolta
Per il 57enne elettricista Kazimierz Trawicki, Solidarnosc fa parte integrante della sua vita. Già nel 1970 visse lo sciopero nel cantiere navale Lenin, durante il quale uomini e donne inermi furono presi di mira dai carri armati. Ciò malgrado Kazimierz decise di partecipare attivamente anche agli scioperi dell’agosto del 1980. «Ne abbiamo fatta di strada dal 1980 non solo per noi ma per tutta la Polonia», dice con orgoglio Trawicki. Tuttavia il lavoratore di questo cantiere navale ha fatto parte della schiera dei primi perdenti della giovane economia di mercato polacca. Nel 1996, il cantiere ha dovuto annunciare la propria insolvenza ed è stato inglobato dal gruppo di cantieri navali Gdingener. Per molti lavoratori, la democrazia polacca vien collegata anzitutto a fenomeni di nepotismo e sfruttamento, più che ad agiatezza, stato di diritto e libertà di opinione. «Oggi tutto gira solo attorno al denaro» dice il sindacalista Trawicki, «mentre il nostro antico motto, “essere, non avere” è stato purtroppo accantonato».
Quel salto di Walesa sul muro del cantiere
Il dispositivo che azionò lo sciopero del cantiere navale Lenin di Danzica nell’agosto del 1980 si ebbe col licenziamento della manovratrice di gru Anna Walentynowicz, che aveva osato chiedere in pubblico condizioni di lavoro migliori come cibo caldo per i dipendenti o luoghi di lavoro riscaldati. Contro il provvedimento montò rapidamente l’ondata di protesta. E Lech Walesa si mise, con il celebre salto sul muro del cantiere, alla guida di un movimento che ha messo allo sconquasso tutta la Polonia.
In un acceso braccio di ferro durato 14 giorni, i leader dello sciopero imposero al governo polacco 21 richieste. Era la prima volta che i polacchi riuscivano a strappare il riconoscimento di un sindacato indipendente al potere comunista, dando così il via al suo declino in tutto il blocco orientale. Solidarnosc divenne il serbatoio dell'opposizione nazionale, raggiungendo velocemente decine di milioni di membri, di cui solo 16 milioni di lavoratori in Polonia. Il primo ministro polacco, il generale Wojciech Jaruzelski, inizialmente trattò, per poi spingere Solidarnosc nella clandestinità annunciando la legge marziale alla fine del 1981. Nove lunghi anni ancora dovettero attendere gli attivisti di Solidarnosc per vedere ripagati i propri sforzi, con la tavola rotonda di Varsavia del 1989 e la susseguente trasformazione del sistema di socialismo reale in democrazia pluralistica. Lech Walesa venne eletto Presidente della Polonia e Solidarnosc venne schiacciata dal peso del governo, frantumandosi presto in molti piccoli gruppi e perdendo ogni influenza politica. La mancata rielezione di Lech Walesa del 1995 fu, a tal proposito, un fatto assai sintomatico.
Il mito come fattore di posizionamento
Ora, al movimento viene dedicata la costruzione di un museo, un progetto ambizioso chiamato “Città dei Giovani” posizionato lungo 73 ettari nel cantiere navale di Danzica. All'ingresso centrale della futura città portuale verà collocato il museo, dalla cui facciata un sorridente Lech Walesa guarda con aria vittoriosa verso il viale della libertà. Questo sorriso dovrebbe attrarre denaro dagli investitori, spiega Roman Sebastianski, direttore marketing della società di investimento Synergia 99: «Il mito di Solidarnosc è qui presente, strada per strada». Nei prossimi 15-20 anni nella “Città dei Giovani” dovrebbero nascere fino a 10.000 nuovi posti di lavoro ed abitazioni per 6.000 persone, anche se il progetto edilizio nel posto che appartenne al cantiere navale è ancora caldamente discusso. Per molti, tutto ciò risuona come un requiem inaccettabile del cantiere navale.
Anche Solidarnosc, assieme al cantiere navale, verrà seppellita dopo 25 anni sotto il peso del proprio mito? In occasione delle settimane di festeggiamento degli scioperi di Danzica, questo tema torna ad esser caldamente discusso, così come il ruolo dell'uomo simbolo dell’ascesa di Solidarnosc, Lech Walesa, che ora annuncia di voler uscire dal sindacato.
Jan Zappner - Berlin - www.cafebabel.com/it
Gran Bretagna : governo seppe di legame fra terrore e guerra Iraq
di Gabriella Mira Marq
Un alto funzionario del Foreign Office aveva avvertito Downing Street che la guerra dell'Iraq stava fomentando l'estremismo musulmano in Gran-Bretagna un anno prima del 7 degli attentati di luglio a Londra.
Lo ha rivelato l'Observer, che ha parlato di una lettera di Michael Jay, il sottosegretario permanente del Foreign Office, al segretario di gabinetto sir Andrew Turnbull in data 18 maggio 2004, in cui si dice che la politica straniera dei Britannici e' "un tema ricorrente", nella Comunità musulmana, "particolarmente nel contesto del processo e dell'Iraq di pace del Medio Oriente".
Downing Street ha smentito, ma intanto un sondaggio di Sky News ha rivelato che il 79% dei Britannici ritiene che la guerra in Iraq sia stata la ragione che ha esposto la Gran Bretagna agli attacchi terroristici di Londra.
La lettera di Jay evidenzia che e' diminuto lo scontento riguardo a cause di potenziale estremismo come la discriminazione, la situazione di svantaggio e l'esclusione, mentre un tema ricorrente e' la "politica estera britannica" che genera rabia e senso di impotenza "specialemente nella generazione piu' giovane dei musulmani britannici". E - prosegue la lettera - questo e' un leit motiv che sta dietro "il reclutamento dalle organizzazioni estremiste" come Hizb-ut-Tahrir e Al Muhajiroon, gruppi i cui leader sono stati recentemente nel mirino della polizia britannica.
L'Observer ha ottenuto anche un preoccupante documento srategico allegato alla lettera di Jay in cui si dice che il Regno Unito e' ora visto come "Stato crociato" e considerato a livello degli Stati Uniti come obiettivo potenziale. Il documento spiega che la Comunita' islamica non e' una minaccia ed elenca 11 strade per scoraggiare l'estremismo, fra cui delegazioni nel mondo islamico, incontri ministeriali con i membri chiave della Comunita' musulmana (di recente realizzati da Blair) e iniziative per contrassegnare le festivita' musulman e piu' importanti.
Un funzionario del Foreign Office, leggendo il documento, espresse la sua preoccupazione, ma la menzione del collegamento fra guerra in Iraq ed estremismo islamico fu rimossa dalla nota nelle carte con cui l'esecutivo di Tony Blair difese la posizione del governo sull'Iraq e sulla lotta al terrore.
Anche il ministro degli esteri Jack Straw evito' di collegare le stragi del 7 luglio alla guerra in Iraq, anche se cio' non ha influenzato la maggior parte dei cittadini britannici, ormai convinti del legame. /www.osservatoriosullalegalita.org
Scalate e scalatori
di Raffaella Angelino
"La fortezza italiana è riuscita a sventare i barbari tentativi olandesi e spagnoli di forzare il mercato bancario italiano, ma si tratta di un castello che sta sbriciolandosi dall'interno". Così descriveva il quotidiano finanziario Financial Times, nei giorni caldi di fine luglio, il pasticciaccio brutto di via Nazionale: le offerte delle banche straniere (Bbva e Abn Amro) su Bnl e, in particolare, AntonVeneta rispedite al mittente, il governatore Fazio scoperto ad indossare la maglia di una delle squadre in campo (la Popolare di Fiorani) e l'avvio delle indagini della Procura milanese. Ad ogni modo, concludeva il commentatore del giornale, "Fazio e la causa del protezionismo italiano potranno anche aver vinto questa battaglia ma perderanno la guerra". Così, mentre va avanti tra mille difficoltà l'Opa lanciata dalla compagnia Unipol sul 59,3% del capitale della Bnl - la banca romana contesa dagli spagnoli del Banco di Bilbao (Bbva) -sembrano franare i sogni di scalate ottenute a forza di pacche sulle spalle e baci sulla fronte. Infatti, il futuro della Banca popolare italiana di Gianpiero Fiorani, protagonista del risiko finanziario dell'estate con i cosiddetti "concertisti", appare più che mai incerto. Partita all'assalto dell'AntonVeneta, il "gioiellino" del nordest, la "ex Lodi" è finita sotto la lente della Magistratura che sta appurando se ci siano stati comportamenti illeciti nella partita finanziaria dell'estate, "illegittime pressioni e illeciti favoritismi", operazioni fittizie realizzate per far quadrare i conti e ottenere il disco verde all'Offerta pubblica d'acquisto sulla banca padovana, contesa dagli olandesi di Abn Amro. E mentre le cronache giudiziarie si arricchiscono di nuovi particolari, la Popolare sta tentando in queste ore di uscire dal pantano trattando con gli olandesi la maggioranza di Antonveneta. Una partita niente affatto scontata.
I protagonisti.
In Procura si cerca di ricostruire esattamente il reale assetto azionario della Banca AntonVeneta, attualmente sotto sequestro per il 40% circa in mano ai cosiddetti "concertisti". Infatti, la Popolare di Fiorani ha rastrellato azioni pari al 29,4% dell'istituto padovano e ha lanciato una doppia offerta, tuttora al vaglio delle autorità di controllo. A fianco della "ex Lodi" sono schierati alcuni alleati (i "concertisti"), dall'immobiliarista Stefano Ricucci al bresciano Emilio Gnutti, che gli garantiscono il controllo di Padova. Sono ancora in corso degli accertamenti per verificare alcune cessioni delle quote di minoranza possedute da Bpi in alcune società, realizzate allo scopo di rientrare nei parametri patrimoniali indicati dalla Banca d'Italia, ma in realtà si tratta di cessioni "fittizie".
L'altra scalata, quella su Bnl, che attende l'ok della Consob e il via libera dell'Isvap e della Banca d'Italia, vede protagonista la compagnia assicurativa bolognese Unipol. Lo scorso luglio, la società guidata da Giovanni Consorte acquista in un colpo il 26% delle azioni in mano al contropatto (Caltagirone, Ricucci, Coppola, Lonati, ecc.). Ma anche su questa operazione, grava l'incognita legata alle indagini della procura di Roma, che ravvisa violazioni del Codice Civile legate principalmente alla ragione sociale dell'Unipol. A questo punto, anche il via libera che Consorte ha ottenuto dal Consiglio di Amministrazione della compagnia assicurativa, potrebbe rivelarsi inutile.
Mentre la guerra per il controllo degli istituti bancari di Roma e Padova continua a produrre ogni giorno nuove sorprese, resta sullo sfondo il tentativo di scalata alla Rcs, editrice del Corriere della sera, che vede tra i protagonisti il parvenu Stefano Ricucci, ex odontotecnico dei Castelli Romani, ora immobiliarista a capo della Magiste (finita sotto la lente dei Pm milanesi). Circostanza che fa gridare allo scandalo Romiti che si fa portavoce del cosiddetto salotto buono ed esclama: "Ricucci in Rcs mi fa effetto". La vicenda del controllo del quotidiano milanese è tanto più inquietante se si tiene conto delle indiscrezioni trapelate dalle intercettazioni telefoniche della Guardia di Finanza, pubblicate da quasi tutti i giornali italiani. Infatti, si fa strada un coinvolgimento indiretto del presidente del consiglio Berlusconi attraverso la figura di Ubaldo Livolsi, ex amministratore delegato della Fininvest, tirato in ballo nei "brogliacci" delle Fiamme gialle quale consulente di Ricucci nell'assalto al Corsera. Il giornale, infatti, sarebbe diventato troppo "ostile" nei confronti di Palazzo Chigi.
Il presidente del consiglio ovviamente ha subito preso le distanze dal finanziere. Eppure recentemente pare si sia impegnato a salvare i conti della holding che fa capo a Livolsi attraverso l'acquisto da "Convergenza" della tv Hse. Peraltro, è sembrata fin troppo forte la reazione di Berlusconi all'indomani della pubblicazione delle intercettazioni telefoniche che l'hanno tirato in ballo: il presidente del consiglio ha giurato di scrivere di suo pugno una legge restrittiva che ovviamente nulla ha a che vedere con il garantismo. Ad avvalorare la tesi di un interessamento berlusconiano alla vicenda Rcs, si aggiunge la pubblicazione su alcuni giornali di indiscrezioni sul premier spagnolo Zapatero, "preoccupato" per la sorte del quotidiano El Mundo (che fa capo alla Unedisa, controllata da Rcs). Insomma, il sospetto è che ci sia una lobby al lavoro in Italia e Spagna a sostegno del centro-destra.
Il Caso Fazio.
Il risiko finanziario ha prepotentemente tirato in ballo il ruolo del governatore della Banca d'Italia, ai vertici dell'istituzione dal 1993, anno in cui in Italia infuriava la bufera Tangentopoli. Oggi si ritorna a parlare di "questione morale", mentre le cronache finanziarie e giudiziarie rendono più che mai evidenti i limiti del capitalismo "all'italiana" e della legislazione in materia di vigilanza e autorizzazioni. Non basta l'autodifesa di Fazio al cospetto del Cicr (Comitato interministeriale per il credito e il risparmio) e le ipotesi di riforma di Bankitalia circolate in questi giorni: la credibilità del sistema è fortemente compromessa e lo sa bene anche il ministro dell'Economia Siniscalco, proprio per questo messo nell'angolino da Forza Italia e dalla Lega. Da quello che è emerso dalle intercettazioni, il governatore ha indossato la maglia di una delle squadre in campo, favorendo Fiorani e i "concertisti" nella scalata ad Antonveneta. I pii contatti di Fiorani con la moglie del governatore ciociaro, le telefonate notturne, i baci in fronte, gli inviti a passare dal retro di Palazzo Koch: ce n'è abbastanza per chiedere (e ottenere) un ricambio ai vertici di un'istituzione fondamentale come Bankitalia, travolta dalla crisi più grave della sua storia centenaria perché lontana dal fare "gli interessi generali del paese". Sono le mani visibilissime di un mercato che si vuole governato dai "furbetti der quartierino", che si accusano di far parte dei salotti più o meno buoni.
Ma che il sistema istituzionale sia gravemente malato lo dimostra una Banca d'Italia che con il passare degli anni si muove sempre più come un potere che non ha bisogno di rispondere a nessuno e che punta a dire sempre l'ultima parola sul capitalismo italiano.
La politica batterà un colpo?
Oltre alla durata del mandato del governatore, attualmente a vita, sono in discussione le regole riguardanti la vigilanza sul sistema e le autorizzazioni, nonché la proprietà della banca centrale. Attualmente, infatti, le quote appartengono ai maggiori gruppi bancari privati italiani (che sono gli stessi sottoposti alla vigilanza della Banca d'Italia…). Nel 1936, epoca a cui risale la struttura dell'istituto di via Nazionale, gli enti azionisti erano quasi tutti di proprietà pubblica. Le privatizzazioni nel corso degli ultimi decenni hanno creato il problema dell'autorità pubblica, paradossalmente controllata da una compagine azionaria quasi completamente privata. Peraltro, negli anni Trenta la Vigilanza era affidata al Tesoro, evitando in tal modo il conflitto d'interessi tra l'attività di controllo e il potere di autorizzazione.
Il bubbone non è scoppiato fino a quando il sistema bancario è rimasto immobile, mentre è emerso in tutta la sua mostruosità con l'avvio dei processi di concentrazione e privatizzazione.
Ma i conflitti d'interesse in Italia sono duri da cancellare ed è evidente che è la politica a creare la convenienza a praticare il vizio o la virtù. Da essa, dunque, dipenderà il futuro della grande impresa italiana. Ammesso che la politica ne abbia uno.
Raffaella Angelino
Lettera dei Cittadini per l'Ulivo ai partiti dell'Unione
Sin dal giugno scorso la Rete dei Cittadini per l’Ulivo ha proposto al dibattito ed alla iniziativa di movimenti e partiti lo svolgimento di primarie di collegio per la scelta dei candidati dell’Unione nelle elezioni Politiche 2006 ....
Rete dei cittadini per l’Ulivo
Ai Segretari e Coordinatori di partiti dell’Unione
Caro amico,
sin dal Giugno scorso la Rete dei Cittadini per l’Ulivo ha proposto al dibattito ed alla iniziativa di movimenti e partiti lo svolgimento di primarie di collegio per la scelta dei candidati dell’Unione al decisivo appuntamento delle elezioni Politiche 2006.
Le Primarie di Collegio sono uno strumento utile a realizzare quella larga partecipazione popolare di cui L’Unione ha bisogno per costruire la vittoria elettorale in Primavera e dare un nuovo governo al Paese. Le Primarie di Collegio sono uno strumento indispensabile per proseguire quel rinnovamento profondo della politica italiana per il quale sono nati L’Ulivo e L’Unione.
La Rete dei Cittadini per L’Ulivo si batte per l’utilizzo delle Primarie nella selezione delle candidature sin dalla propria costituzione perchè, come si legge nel nostro Manifesto costitutivo, si accresca il potere di decisione dei cittadini e degli elettori garantendo in tal modo una sempre più diffusa partecipazione. Riteniamo che tale decisione sia ormai matura e apprezzata dai cittadini e stia trovando un consenso sempre più largo anche nei partiti dell’Unione se realizzata attraverso forme di estensione graduale nei collegi elettorali.
L’Unione dimostri subito che partecipazione ed unità sono i valori guida della propria azione ed avvii una seria discussione per la realizzazione delle Primarie a partire dalle decine e decine di collegi, elettoralmente difficili ed in bilico, che risulteranno alla fine decisivi per sconfiggere il centrodestra e dare un nuovo governo ed una nuova speranza all’Italia.
Per questo ti chiediamo, nella tua veste di componente del Direttivo dell’Unione, di assumere l’iniziativa affinché venga posto all’ordine del giorno della prossima riunione questa importante ed urgente proposta che da mesi diffondiamo e che è ormai al centro del dibattito in tutto il territorio.
In attesa di un positivo riscontro, ti auguro buon lavoro e ti saluto calorosamente.
Massimo Cellai
Coordinatore Comitato Esecutivo Rete dei Cittadini per L’Ulivo
Effetto Wagon-Band.
Quando una situazione di equilibrio ,di incertezza ,di imprevedibilità
,viene interrotta con una improvvisa svolta a favore di uno dei due
concorrenti si parla di effetto wagon –band.Nel caso di una elezione ,ad
esempio, improvvisamente l’elettorato sembra pendere del tutto da una
parte ,modificando equilibri ,ovvero dando ad una parte un vantaggio
ancora maggiore.Conformismo, tendenza a rappresentarsi alla media delle
opinioni, paura dell’isolamento ,portano alla nascita di questo fenomeno
che alcune volte ha davvero le caratteristiche di un tifone per la sua
“velocità” e “violenza”.Nelle elezioni Comunali di Velletri del 2004 ,è
stato palese ,allora , un fenomeno di questo tipo ,a favore della
destra , come in una borsa a cielo aperto decine di “crocchietti” di
persone hanno “trattato” ,“discusso”” le azioni” dei candidati quasi come se
si trattassero di titoli borsistici ,con cali di alcuni titoli e
,all’ultimo minuto, valore aggiunto per altri. Conseguenza di ciò è stato
l’ulteriore aumento del margine di vantaggio della destra ,nei confronti
del centrosinistra, che abbia pesato l’imponente mole di risorse
mediatiche ed economiche a loro favore o,invece, altri fattori ,l’effetto si
è
fatto sentire in maniera indiscutibile .Alle Regionali di quest’anno
,invece, presumibilmente in accordo con il trend nazionale, l’effetto
Wagon-Band è andato a favore del centrosinistra.
Che abbiano contato le caratteristiche del candidato Marrazzo ,le
modalità innovative anche qui a Velletri , di fare campagna elettorale o
altre circostanze ,come ,più probabilmente, un mix di tutto ciò ,è
innegabile che gli incerti ,i possibili astensionisti ,gli elettori
disponibili
a cambiar cavallo questa volta si siano orientati verso il
centrosinistra. Se è vero,infatti, che la formazione di un opinione da parte
dell’elettorato subisce spesso una accelerazione negli ultimi giorni della
campagna elettorale ,da qui il continuo monitoraggio dei temi che il
candidato deve porre fino all’ultimissimo spirare della campagna
elettorale ,ponendo attenzione che i propri temi, l’agenda –setting, e le
proprie soluzioni ,trovino spazio nelle percezioni dell’elettorato, è vero
anche che, come un fiume carsico ,molte volte l’effetto Wagon-Band si
manifesta con un lento, ma costante ,aggregarsi di opinioni che
troveranno poi il loro sbocco solo nella cabina elettorale . Non si può
dubitare ,perciò, che oltre che un last-minute-swing ,che ha fatto si di
raccogliere gli indecisi dell’ultimo minuto a favore del centrosinistra ,si
stia manifestando oramai anche qui in città un trend di lungo periodo
,il vento ,ne sono quindi consapevoli tutti , sta girando vuoi per la
delusione Berlusconi ,vuoi per i fallimenti della Destra locale ,è
evidente che il fondo dal centrosinistra è stato toccato
è sta iniziando la risalita. Se,perciò, sono graditi e benvenuti i
voti di chi ,in buona fede, ha creduto al progetto della Destra ,vanno
rispediti al mittente gli approcci interessati di quei membri della
nomenklatura della Destra che adesso si stanno volgendo al centrosinistra.
Coloro ,infatti, che sono rimasti a bordo della nave della Destra per
otto anni ,godendone i vantaggi, non possono passare ,come topi che
lasciano la nave che affonda ,ad altri velieri ,ma devono fino in fondo
condividerne il destino. Cittadini per l’ULIVO “Velletri fuori dalla
palude” circolo Volontè
agosto 30 2005
Neo MedioEvo: Bush contrappone Dio a Darwin
di Fabio Greggio[/color][/size]
da: http://www.politikon.it/modules/news/article.php?storyid=735
Bush ha approvato l’introduzione nelle scuole americane
del Creazionismo, antitesi dell’Evoluzionismo Darwiniano.
Nelle scuole USA oltre a studiare la scienza evoluzionistica
elaborata da Darwin, si dovrà studiare il Creazionismo, ovvero la dottrina che ipotizza l’intervento di un’intelligenza nell’input che generò la vita.
"Compito dell'educazione e' esporre le persone alle differenti scuole di pensiero",
ha detto Bush in un’improvvisata conferenza stampa lo scorso 5 agosto con sette giornalisti texani, aderendo alla campagna lanciata da gruppi religiosi conservatori per estendere a tutti i distretti scolastici l'insegnamento del creazionismo accanto alla teoria evoluzionistica (http://intelligentdesignnetwork.org/).
In 20 Stati si sta gia' tentando questa operazione, con il Kansas apripista.
E così accanto ad una teoria che si basa su studi scientifici, si contrappone basta su ipotesi generistiche e personali che ci racconta:
la natura e' troppo complessa per essere spiegata se non con l'intervento di una "entità intelligente",
nella natura e nella vita ci sarebbero così le prove scientifiche dell'intervento divino.
Il Creazionismo, che si riconosce nel libro della Genesi della Bibbia, diventerebbe perciò argomento di insegnamento non religioso, ma scientifico.
A Dover in Pennsylvania il governo locale ha scritto nei piani di studio:
"gli studenti devono essere avvertiti delle lacune e dei problemi della teoria di Darwin" e gli devono perciò essere esposte "teorie alternative" come quella del "disegno intelligente".
Scrive Donatella Poretti in un suo intervento sul quindicinale “ Cellule Staminali”:
Bush "ha difeso la libertà di espressione e il diritto degli studenti ad ascoltare diverse visioni scientifiche sull'evoluzione", rilancia John West direttore associato al Centro per la Scienza e la Cultura del Discovery Institute (http://www.discovery.org/)
L'American Association for the Advancement of Science (AAAS, http://www.aaas.org/) si e' rifiutata di inviare propri rappresentanti alle lezioni nelle scuole pubbliche in Kansas sull'insegnamento del "disegno intelligente".
Il direttore generale dell'AAAS Alan I. Leshner ritiene che queste audizioni organizzate dalle autorità educative dello Stato costituiscono, in realtà, uno sforzo dei difensori delle idee creazioniste per "attaccare e scalzare la scienza".
"Il "disegno intelligente" manca di una base scientifica e non supporta nessun criterio scientifico, neppure perché possa essere considerata una teoria.
Per la scienza, una teoria non e' una "credenza":
la accettiamo o la rigettiamo basandosi su prove scientifiche", spiega Leshner.
"Il disegno intelligente non e' verificabile scientificamente, e pertanto non dovrebbe insegnarsi nelle ore di scienza", conclude.
Ci sono anche leader religiosi che non condividono l'inserimento nei programmi scolastici di queste idee, e così il reverendo Barry Lynn, direttore esecutivo dell'Americans United for Separation of Church and State (http://www.au.org/) ritiene la scelta di Bush come "disinformata, irresponsabile e temeraria".
"I giovani degli Stati Uniti sono mal considerati da un presidente che confonde la religione con la scienza".
Un sondaggio della Gallup dello scorso novembre mostrava risultati a dir poco sorprendenti sull'argomento: il 46% degli statunitensi crede che sia stato un dio a creare gli uomini, contro solo un terzo che crede che esistano delle prove sufficienti per sostenere la teoria di Darwin, un altro 38% rispetta il darwinismo ma e' convinto che una divinità e' comunque intervenuta in qualche maniera.
Un altro sondaggio della CBS mostrava che il 55% dei cittadini Usa non crede all’evoluzionismo, un dato in controtendenza rispetto al resto del mondo industrializzato dove l'80% accetta l'evoluzionismo (con punte del 96% in Giappone, ma anche con un 75% nella cattolica Polonia).
Risultati da imputare ad un rapporto controverso tra Darwin e gli Usa: Negli anni '20 le sue teorie furono praticamente vietate in molti degli Stati, nel 1968 la Corte suprema dichiarò incostituzionale la messa al bando dell'evoluzionsimo.
I creazionisti tornarono all'attacco anche grazie al sostegno della presidenza Reagan, una serie di sentenze di giudici statali e federali culminarono in un secondo pesante intervento della Corte Suprema del 1987 che così si espresse:
il creazionismo, essendo basato su un assunto religioso, non può entrare nei programmi scientifici delle scuole pubbliche americane senza violare il principio della separazione tra Stato e Chiesa.
E siamo arrivati ad oggi e al nuovo attacco della destra religiosa attraverso la presidenza Bush, che non a caso lo scorso luglio, dopo le dimissioni della prima ed unica donna alla Corte Suprema, Sandra Day O'Connor, ha indicato il giudice di corte d'appello John Roberts come suo primo candidato alla Corte.
Spetterà al Senato confermare un conservatore antiabortista, repubblicano di stretta osservanza in una carica a vita al posto di una conservatrice moderata come la O'Connor, cui spesso erano state affidate questioni sull'aborto e i diritti civili.
Roberts, essendo cinquantenne e quindi con diversi anni ancora da vivere, per anni potrebbe spostare, nella direzione auspicata dalla presidenza Bush, l'inclinazione della Corte Suprema. Un'eredita', questa si', davvero pesante. ....
Come commentare questo disegno Teo-con che ridicolizza l’Illuminismo, l’Empirismo, la scienza?
Il pericolo è la discesa negli Inferi di un Neo MedioEvo, di un periodo oscurantista, ove la società, dopo la distruzione del tessuto connettivo culturale dell’Occidente per opera delle televisioni e della cultura del disimpegno, trova risposte veloci preconfezionate nei testi sacri.
Credere è un diritto, postulare il verbo profetico di una religione e contrapporlo all’empiricità della scienza è oscurantismo.
I Fondamentalismi religioni lievitano ovunque: dal mondo islamico al ritorno delle sette religiose, dai Teo-con cristiani ai potenti predicatori televisivi americani che si stanno aprendo piste anche qui da noi.
E’ un tripudio di bibbie e corani, saggi di saggezza e di saper vivere.
Il mondo Occidentale post 68 non ha saputo sostituire con valori concreti il vuoto lasciato dalla contestazione e dai progressi sociali in materia di diritti delle donne, dei lavoratori ecc. che spazzarono il vecchiume post bellico.
Troppo veloce il progresso per potercisi adeguare.
I vuoti si colmano con lo spirito, non con la certezza della scienza.
Brutto segnale quello americano.
Non per il diritto di contrapporre a tesi certe ipotesi discutibili, ma sostenibili.
Ma per il precedente di contrapporre di nuovo, come nel Medio Evo, la scienza alla religione, il certo all’incerto, l’agnostico all’ipotetico, il postulato all’atto di fede.
Peggio: lo si pone come alternativo e come materia di studio.
L’imprinting dello studio rimane dentro l’individuo: avremo nuove generazioni perse nell’oscurantismo bigotto, pronti a nuove Crociate contro la scienza, dagli studi sulle cellule a quel senso antiprogressista e retrogrado tipico di tutti i fondamentalismi religiosi di qualsiasi genere.
Sta morendo il Nuovo Mondo prodotto dalle generazioni di giovani che con i loro tentativi di liberazione nei decenni scorsi avevano svecchiato e modernizzato la società, pur con eccessi e poche proposte alternative.
Dopo decenni di minigonne e capelli lunghi, di Hippies e comuni, di Beatnik e Beat, di musica di rottura e liberazione sessuale, di emancipazione femminile e delle minoranze gay, di laicismo e anticlericalismo, si affacciano tempi duri.
Si mette in discussione Darwin, gli si contrappone un’ipotesi religiosa.
E’ tanto grave quanto lo fu la critica a Giordano Bruno o Galileo Galilei.
E non menzionerei molto questi nomi.
Potrebbero essere l’oggetto della prossima revisione.
Magari corroborata da una provvidenziale conferenza stampa di Giuliano Ferrara.
Relatori Marcello Pera e Cardinal Ruini.
In 24 ore Galileo Galilei tornerebbe ad essere un povero pirla, come qualche secolo fa.
Fabio Greggio
Le conseguenze economiche di Katrina
Il Cielo non fa prediche, specie alla gente che le prediche non le ascolta.
Katrina, sul piano umano, è stato ieri un evento pari a un week-end di incidenti auto in un singolo stato americano. E il Cielo sia lodato.
Katrina però, al di là dei danni, avrà probabilmente un effetto ben più significativo: il petrolio stabilmente oltre la soglia dei 70 dollari.
A questo punto diventa patentemente economico l'eolico, piccolo e grande, e anche molte forme di solare. L'idrogeno no, perchè tanto non esiste e forse non esisterà mai, almeno come qualcuno lo ha sognato negli anni passati.
A 70 dollari il barile, con l'Irak ancora produttivamente bloccato, una economia Usa in cui comincia a sgonfiarsi la bolla immobiliare e i cinesi meno disposti a finanziare i suoi deficit, a Bush sarà piuttosto difficile reggere una benzina detassata al consumatore. Il risultato potrebbe essere una potente spinta strutturale nella ricerca e nell'innovazione sui veicoli.
Tutto dipende dalla velocità dell'aggiustamento. Che, insegnano alle università di economia, non deve essere eccessiva nè troppo bassa.
Una eccessiva velocità equivale a processi cumulativi, che rischiano di diventare ingovernabili, di generare ulteriori crisi, di aprire la strada a risposte involutive o autoritarie.
Una velocità troppo bassa equivale a una accumulazione di squilibrii, sull'altro fronte eosistemico, che potrebbero anche loro cumularsi, fino all'esplosione di un abrupt climate change, con rischi per il genere umano.
C'è un sentiero sottile e precario da mantenere, ma va percorso. E' l'unico possibile.
L'Economist, da vari numeri, ci sta spiegando che il petrolio a 70 dollari non è (ancora) uno shock petrolifero. In termini reali il prezzo è ancora sotto la punta degli anni 80, e il gigantesco sviluppo produttivo di Cina e India assicurano prezzi dei manufatti in calo, e tali da calmierare l'inflazione.
Le bolle immobiliari, poi, non sono come quelle azionarie, non si sgonfiano di colpo. Magari hanno effetti depressivi più prolungati (soprattutto in economie poco dinamiche e poco innovative) ma non gettano sul lastrico milioni di persone in pochi mesi. Almeno questa è l'esperienza raccolta dal passato.
E di innovazione e dinamismo indotto, con il petrolio a 70 dollari, ce ne potrebbe essere, e da vendere. Per i singoli, per le imprese, per gli Stati e per i superstati. Ciascuno, ubbidendo alla legge dei prezzi relativi (il petrolio a 70 dollari contro una pala rotante al vento che ti dà energia del 20-30% meno cara....) può fare la sua parte.
Soltanto in Italia, ormai, Moratti, Clini, Zichichie il resto del Governo tentano di negare l'effetto serra mentre all'Enel ancora cianciano di carbone.
Ma non è solo di fonti energetiche il terreno innovativo. Sta anche nell'enorme potenziale di risparmio che già oggi scaturisce dalla rete, secondo la ben nota legge di sostituzione di bit a atomi statuita da Nicholas Negroponte. E qui si tratta di architetture e di applicazioni diffuse, qui si tratta di strumenti condivisi open source e di creatività allargata. Di e-government, e-democracy, abbattimento di burocrazia, fluida economia delle informazioni. E di un regime sensato di circolazione dei contenuti digitali.
Insomma, di una rete attiva e prospera, capce di incidere positivamente sul corpo sociale.
Si tratta poi di favorire la scienza e la ricerca di base, quella fondamentale e pubblicamente disponibile, che nei prossimi anni (se non mesi) potrebbe offrirci nuovi e rilevanti gradi di libertà. Nell'energia, nella biologia, nella conservazione e riequilibrio degli ecosistemi, e forse dell'ecosistema.
E poi creare un canale per trasferire le nuove (o rispolverate e rinnovate) idee in soluzioni concrete diffondibili. Quello che ha funzionato meglio, negli scorsi venti anni, è stato il canale del capitale di rischio. Ma richiede un sistema finanziario radicalmente più moderno (e anche sostenuto dalla cosa pubblica in alcuni snodi di pazienza), regole condivise, una diversa concezione del fallimento d'impresa, una safety net e un ripensamento del precariato.
Un governo che capisca istruzione, scienza, ricerca, innovazione e impresa. Non quello di oggi.
Non mi stancherò mai di ripetere queste cose. Troppa gente ha ancora la testa nella sabbia, e magari aspetta da un lato la grande crisi complottista, o dall'altro il potere oscuro, centralizzante e salvatore.
Non è così. Le elite mi paiono spaventate e brancolanti nella loro inconsistenza. L'inerzia reale, dall'altro lato, è ancora massiccia, da spettatori passivi anche di internet, anche degli scenari, dei programmi e degli show più terrificanti.
C'è invece un difficile ma possibile sentiero. Un salto di civiltà che oggi ci impone la Terra. Non abbiamo scelta: dobbiamo percorrerlo.
E concretamente, mettendo nelle nostre vele il vento, forte, dei prezzi relativi.
Buon dopo Katrina.
Beppe www.caravita.biz
La battaglia di Tremonti per fermare il Governatore
ALBERTO STATERA
da Repubblica - 30 agosto 2005
MA insomma, Fazio, uscito "giuridicamente" vittorioso dal Comitato interministeriale del credito e risparmio di venerdì, con una platea lì a pendere più o meno dalle sue labbra, è il Belzebù che riesce a far fuori i ministri – vedi Tremonti – a sfidare indenne la graticola rovente del discredito internazionale e persino il ridicolo dei «furbetti del quartierino», o è invece un pio signore lontano epigono di San Tommaso d´Aquino, suo santo preferito e venerato a ogni piè sospinto nella chiesetta di Alvito, Ciociaria? Le scuole di pensiero divergono abissalmente. Andreotti, che di santi se ne intende, ma che per anni ha incarnato il Belzebù della politica italiana, giurerebbe su quel giovanotto che conosce da una vita: «Lasciava la sua Alvito per venire a sentire i miei comizi nella vicina Sora».
SEGUE A PAGINA 9
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IL RETROSCENA
Così l´ex ministro ha cercato di fermare Fazio: "Hanno legittimato il suo operato, Bankitalia più forte"
L´ultima battaglia di Tremonti
"Lì dentro un blocco di potere"
Il vicepremier critica il Cicr: via Nazionale ora è blindata
(SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
alberto statera
Questo, di per sé, non deporrebbe molto bene per il governatore. Ma l´ex Belzebù della politica, ormai santificato, garantisce per l´«integrità assoluta» dell´uomo e del grand commis, un´integrità tale da rendere impossibile pensare che egli abbia fatto «nulla di men che corretto». Se mai è lui, poverino, messo in croce come il San Sebastiano trafitto dalle frecce che campeggia alle spalle della sua scrivania a Palazzo Koch, è lui che subisce «la vena di anticlericalismo, l´aggressività del filone laicista» che continua a imperversare in Italia, che costituisce l´humus dei "poteri forti", un intreccio di sinistra, affari, elitismo, radicalismo, snobismo intellettuale. Non sono forse le banche internazionali che Fazio cerca di fermare sul confine d´Italia e del Vaticano governate da calvinisti, da protestanti, spesso legati al mondo massonico, insofferenti della "Summa teologico", del capitalismo piegato alle ragioni cristiane?
Antonio Fazio, a detta del portavoce della Prelatura, non è un membro, è solo «un amico» dell´Opus Dei, ma se il fondatore Escrivà de Balaguer, santificato da papa Wojtyla nel 2002 fosse ancora vivo, lo difenderebbe, perché vanno difesi i cattolici che perseguono l´eccellenza nel loro lavoro da chi vuole ridurre la loro presenza nella vita pubblica, a favore dell´arrembante laicismo anticlericale.
L´altro filone di pensiero, di cui è tra i capofila l´ex ministro del Tesoro Giulio Tremonti, dice invece che oggi è proprio Fazio l´unico vero "potere forte" e ragiona sull´inspiegabile invulnerabilità di un uomo che da mesi è sotto il fuoco ad alzo zero delle istituzioni internazionali, delle più qualificate testate internazionali, di un pezzo non ininfluente della politica di maggioranza e di opposizione. Ma che resiste immarcescibile, persino con un´aura di ascetismo, infranta soltanto dalle telefonate notturne dei «baci in fronte» di un banchiere suo controllato, che la moglie chiama familiarmente «tesoro». Chi fu, del resto, a far fuori, dopo una partita lunga e tormentata, Tremonti, al quale si può dire di tutto, ma non che è l´ultimo degli ingenui? Tra lui e Fazio sembrava una questione personale, ma prima era di potere. Quando Tremonti fu mollato da Berlusconi e fu costretto a dimettersi, l´analisi che si faceva al secondo piano del palazzo del Tesoro di Via XX Settembre, con le teste d´uovo più vicine al ministro, suonava pressappoco così: «Quello ci frega, quello non cede. La Banca d´Italia di Fazio sta diventando un sistema di potere abnorme e incontrollabile, una concentrazione di potere largamente sconfinante nella politica». Così sconfinante nella politica che oggi i difensori più determinati del governatore sono quegli stessi leghisti di cui il ministro del Tesoro dimissionario, a suo tempo inventore e paladino del popolo nordico della partita Iva, era il mentore e il beniamino. A Fazio è bastato far salvare Credieuronord, la banca della Lega sull´orlo del crac, dal suo banchiere di riferimento Gianpiero Fiorani, il piccolo banchiere di Lodi che volle farsi imperatore, per portare con sé - Tremonti o non Tremonti - Bossi, Maroni, Castelli.
Il professore intanto è tornato al governo come vicepremier e oggi dice di trovare la piena conferma di quel che allora andava dicendo. Ne ridacchia, si contorce, ancora ne soffre, sostenendo che lui saltò perché da uomo di Stato non poteva far passare a Fazio gli affari Cirio e Parmalat: «Hanno creato il mostro, un blocco di potere che sembra inespugnabile. Una degenerazione istituzionale per la quale occorre fare un´analisi direi marxista».
L´analisi marxista del vicepremier fiscalista, che è stato anche avvocato della Banca d´Italia, data tutto al luglio del 2004, ai bond, agli scandali Cirio e Parmalat. Il ministro convoca il Comitato per il credito e il risparmio, porta i documenti, va giù duro, dice che il risparmio è un bene primario, che la Banca d´Italia non ha fatto il suo dovere per tutelarlo. Ipotizza addirittura, quando ancora attaccare il governatore era un delitto di lesa maestà, che gli acquisti di titoli Parmalat del Fondo Pensioni, braccio armato di Bankitalia, possano configurare una forma di aggiottaggio. E che succede? Un bel niente. Perché la degenerazione, secondo l´"analisi marxista" del vicepremier, è già avvenuta e si è consolidata fin dal ‘95: «Il passaggio storico decisivo che ha portato alla degenerazione dell´istituzione va individuato nel momento in cui, perdendo la gestione della moneta, Bankitalia si trasforma nel paladino dell´economia nazionale. Via via, il sistema degenera ulteriormente fino a fare della Banca l´improprio gestore del risiko delle banche».
Questo potentato improprio, questo centro di potere atipico più forte del governo, è talmente forte, imperscrutabile e corrotto (non nel senso dei soldi, ma per il fatto che il potere assoluto corrompe chiunque) che riesce a farsi sostenere dalla Banca centrale europea, quando i rapporti con Trichet erano ancora buoni. La lettera della Bce ricordata domenica da Repubblica ,dice che le riforme si possono fare per statuto e non per legge, che si può lasciare al consiglio di Palazzo Koch la facoltà di scegliere il successore del governatore, il quale può essere destituito solo per fatti penalmente rilevanti - sentenze definitive - o per gravi irregolarità amministrative.
Sarà Siniscalco, che venerdì al Cicr ha esibito 167 articoli della stampa estera che minano la credibilità internazionale dell´Italia, a vendicare il suo predecessore Tremonti, portando l´affondo contro il potente di Alvito, a rischio di passare come un feroce anticlericale? Pochi credono che il "despota" di Palazzo Koch, come lo vive Tremonti, potrà essere scalzato con i metodi da "biscia" dell´ex direttore generale del Tesoro. Siniscalco esibisce gli articoli del Financial Times per sostenere che c´è un problema di credibilità internazionale, ma, in fondo, nulla da sindacare sull´operato del governatore. Se Tremonti fosse stato ancora al suo posto avrebbe fatto ben diversamente. Avrebbe preso atto della relazione di Fazio al Cicr e sarebbe andato in Consiglio dei ministri a fare l´affondo, per non consentire al governatore di dire: vedete, anche il ministro del Tesoro ha giudicato regolare il mio operato, per cui non potete cacciarmi. Il verbale di Grilli, nuovo direttore generale del Tesoro e segretario del Cicr, si limitava a prendere atto della relazione di Fazio, i ministri hanno voluto chiosare che sul suo comportamento non c´è da eccepire. Così ora lo hanno blindato.
Ma al Consiglio dei ministri di fine settimana partecipa anche il vicepremier. Sarà lui a riaprire la partita che buona parte del governo e dell´opposizione sembra che non vogliano giocare? Per ora, Tremonti non si sbilancia, dice solo di volere «la riforma del risparmio e un emendamento ben fatto, possibilmente con l´accordo dell´opposizione. Si deve intervenire sulle regole, sperando di innescare un circolo virtuoso». Che fornisca a Fazio un onorevole alibi per le dimissioni. Perché l´uomo di Alvito non è Belzebù e San Escrivà de Balaguer l´avrebbe incitato a far valere il suo diritto e quello dei cattolici. E ad avere pazienza.
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Ds Milano - Rassegna stampa
I nodi del capitale
LUIGI SPAVENTA
da Repubblica - 30 agosto 2005
Si è riaperto il dibattito sull´opportunità di aumentare la tassazione su interessi, dividendi e guadagni di capitale: un dibattito disordinato e confuso, in cui ricorrono argomentazioni che non trovano riscontro nei fatti.
La proposta di aumentare il peso tributario sulle cosiddette rendite finanziarie per alleggerire, a pressione fiscale invariata, quello che grava su redditi di altra fonte poggia su ottime ragioni di principio. Da noi i redditi e le plusvalenze di attività finanziarie, con l´eccezione degli interessi sui depositi bancari, godono di un trattamento privilegiato: sia rispetto ai redditi da lavoro e da impresa, sia nel confronto con gli altri paesi europei, ove gli interessi dei titoli e i dividendi delle azioni, quando non confluiscono nella tassazione personale progressiva, sono soggetti a un ritenuta assai più alta del nostro 12,5%. Un aumento dell´aliquota a un livello del 20-22% produrrebbe, a regime, un gettito di qualche miliardo che contribuirebbe a finanziare una riduzione dell´Irap o dei contributi: avvicinandoci al livello europeo, si renderebbe il sistema fiscale non solo meno iniquo, ma anche meno penalizzante per la produzione e per l´occupazione.
Ma, si ribatte, si tratta di benefici solo apparenti; l´aumento dell´aliquota farebbe aumentare i tassi di interesse che lo Stato deve corrispondere sui suoi titoli, con un aggravio di spesa pari alla maggiore entrata; oppure, si aggiunge, i capitali privati che lo "scudo fiscale" aveva fatto tornare in patria riprenderebbero la via della Svizzera. Entrambi questi argomenti sono fallaci e denotano una qualche ignoranza dei mercati e della legislazione comunitaria. La prima obiezione trascura il fatto che i prezzi dei titoli di Stato si fanno sul mercato all´ingrosso, dominato da investitori istituzionali, soprattutto esteri. Questi, da tempo esenti dal pagamento della trattenuta, sono perciò indifferenti alla misura dell´aliquota e considerano solo il rendimento lordo: lo prova la circostanza che i rendimenti dei titoli pubblici dei diversi stati nell´area dell´euro hanno differenze di pochi centesimi di punto, del tutto indipendenti dal regime fiscale. Non vi è dunque motivo di ritenere che i tassi di interesse si adeguerebbero a una maggiore aliquota.
E la Svizzera? È noto anzitutto che una bella fetta dei capitali che hanno trovato la protezione dello scudo fiscale (quello che, nei programmi, doveva stimolare investimenti per una nuova stagione di crescita della nostra economia) non è affatto rientrata: dopo averla dichiarata e dopo aver pagato un modestissimo premio (spesso a carico delle banche estere interessate), chi possedeva quei fondi li ha lasciati, o li ha fatti tornare, dove erano prima. A parte questo, la nuova direttiva europea sulla tassazione dei redditi finanziari è stata approvata dopo un accordo con la Svizzera, che si è impegnata a tassare al 35% gli interessi sui titoli emessi dopo il 2001 intestati a cittadini residenti nei paesi dell´Unione europea, riversando queste entrate allo Stato di residenza. Possiamo davvero immaginare che gli individui sottoscrittori di Btp e di quant´altri titoli emessi negli ultimi tre anni intraprendano una complessa operazione di arbitraggio fiscale, vendendo quei titoli e acquistando (a prezzi crescenti) titoli emessi prima del 2001?
Un aumento di aliquota, piuttosto, incontra alcune difficoltà tecniche nella transizione dal vecchio al nuovo regime, ove si accolga il principio che questo possa riguardare solo i redditi successivi, e non quelli precedenti alla decisione. La soluzione di colpire solo i titoli di nuova emissione non regge: avrebbe un costo elevato di frammentazione del mercato e risultati di gettito modestissimi. Si tratta piuttosto, al momento della transizione, di trattare diversamente i redditi e le plus/minusvalenze da capitale maturati (anche se non ancora riscossi) prima e dopo la data d´adozione. È un problema non elementare per i sostituti d´imposta (le banche), ma superabile, purché il provvedimento sia preso in tempo utile per consentire loro di attrezzarsi adeguatamente. Il parlare senza fare e le chiacchiere sui se e sui ma certamente non aiutano.
Ma un malfidato potrebbe chiedersi se la ragione di tante obiezioni non debba rinvenirsi altrove: magari nella comprensibile resistenza a pagare più tasse opposta dal massimo percettore di redditi da capitale soggetti alla ritenuta, al cui consenso e alla cui iniziative il provvedimento è subordinato.
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Ds Milano - Rassegna stampa
VACANZE SUL MAR NERO
CURZIO MALTESE
da Repubblica - 30 agosto 2005
BISOGNA chiedere scusa ai fratelli Vanzina. Per anni abbiamo creduto che sfornassero filmacci di serie B. Invece era neorealismo. Un ritratto fedele dei nuovi italiani. Il sospetto è nato con le intercettazioni di Fazio, mirabile specchio di una classe dirigente dove tutto si tiene e si mescola, Bankitalia e Anna Falchi, Briatore e la scalata al Corriere, l´alta finanza e il salottino di Simona Ventura. La certezza è arrivata con l´ultima e impagabile sortita del presidente del Consiglio sull´«enorme sacrificio» che lo (e ci) attende: ricandidarsi alla guida dell´Italia. La scena era già un set vanziniano, quasi un suggerimento: Vacanze sul Mar Nero. Dalla residenza estiva di Putin, che percorre da due giorni mascherato da Massimo Boldi quando recita l´industriale in barca, Berlusconi ha sparato una raffica da bei tempi.
Vacanze sul Mar Nero
Ancora la storia dell´«amaro calice», annata 1993, stavolta nella variazione «enorme sacrificio». Ancora la storia dei comunisti, davanti all´ex Kgb Putin per giunta. Ancora l´auto esaltazione di un ego smisurato e arroventato dall´estate, e poi rifatto, levigato, infoltito, infine lustrato dalle amorevoli cure di un Bondi o di altri addetti alla manutenzione del mito.
È difficile star dietro a tutte le battute di Berlusconi, decidere se faccia più sorridere quella sulla propria insostituibilità ai tavoli dei summit internazionali, oppure la paradossale vanteria sui crimini non commessi. «Non abbiamo rubato; non abbiamo fatto controllare esponenti dell´opposizione, pur avendo a disposizione i servizi segreti; non abbiamo organizzato trasmissioni della tv pubblica, e tantomeno privata, contro gli oppositori». A parte che sull´ultima affermazione ci sarebbe da discutere, non è un bilancio da grande statista. Oltre alle leggi su misura, alla recessione mai contrastata, alle grandi opere mai fatte, ci mancava soltanto che il più ricco governante del pianeta si mettesse a rubare e a far spiare Prodi e Fassino dagli agenti dei servizi.
Ma è inutile cercare una logica o peggio contrastare le parole in libertà del premier con un ostinato elenco di fatti. Questo show obbedisce appunto alle leggi dello spettacolo, al simbolismo della rappresentazione, come tutti i precedenti e gli attrezzi di scena, dai coturni ai piedi al ciuffo finto in capo. Non conta il senso di quel che dice ma l´effetto che ha sul pubblico.
Stavolta, a occhio e croce, l´effetto è stato terrificante. Tanto vero che gli ha risposto soltanto un certo Armando Dionisi, responsabile della segreteria politica dell´Udc. Non Prodi e neppure Casini o Follini. È bastata una frase di Dionisi: «Questo sacrificio non glielo sta chiedendo nessuno».
L´equivalente, a teatro, di un fischio isolato in una platea muta e distratta. Tutto qui, sipario. Si spera che dietro vi sia un ragionamento e non semplicemente l´occasione agostana, la vacanza della politica. Da qui alle elezioni Berlusconi proverà ogni settimana a scatenare la rissa con le vecchie formule magiche di una volta per mettersi al centro della scena. Non replicare è un buon esercizio zen e un´ottima strategia. Lasciare il campo alle risposte dei centristi, che dispongono di bravi battutisti. Parlar d´altro, magari di faccende serie, perché no. La campagna elettorale è già troppo lunga, non c´è ragione di renderla ancor più penosa. Dopotutto è difficile che gli italiani votino Berlusconi per non privarlo della compagnia di Putin, Bush e Koizumi.
Senza contare che può sempre andarli a trovare da privato cittadino, i mezzi non gli mancano e il barile di petrolio a 70 dollari non è un problema suo. Nelle sceneggiature dei Vanzina possono ben figurare le gite nel ranch, la visita alla dacia, la cena sushi dal cliente giapponese. Ogni epoca ha il neorealismo che si merita.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Berlusconi si sacrifica per noi: "Devo ricandidarmi"
redazione
"Se c'è qualcuno che fa un grande sacrificio a ripresentarsi come candidato sono io. E' un enorme sacrificio, un enorme sacrificio". Lo ha affermato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il quale ha oggi voluto mettere in chiaro che la decisione di presentarsi di nuovo come candidato-premier del centrodestra alle Politiche è solo conseguenza del fatto che in Italia non c'è nessuno - tranne lui - all'altezza di guidare un Governo. Dichiarazioni che sono ovviamente destinate a scatenare una nuova ondata di sdegno, sia tra le fila delle opposizioni che tra quelle della Casa delle Libertà.
Il Cavaliere ha infatti messo in chiaro che di candidati adatti, nel centrodestra proprio non ce ne sono: "Non è che sono io che non mi voglio muovere dalla sedia - ha spiegato - magari ci fosse qualcuno che possa avere i requisiti necessari. Tutto in me, dal punto di vista personale e privato, mi spingerebbe a dire: <si accomodi un altro>". Poi, come se tutto ciò non fosse sufficiente, ha aggiunto che un eventuale candidato alternativo dovrebbe essere una personalità di tale rilievo da poter essere paragonata "a colui che ha retto il governo per cinque anni (vale a dire a se stesso, ndr)".
Per quel che concerne le opposizioni, dimenticando forse che Romano Prodi è stato un presidente della Commissione europea stimato a livello internazionale, ha spiegato che il solo pensare a qualcuno dell'Unione seduto al tavolo del G8 in compagnia di Putin, Bush e Blair lo fa sentire male.
Dichiarazioni, quelle del premier, che hanno scatenato in particolare l'ira dei centristi di maggioranza, i quali hanno voluto chiarire che "il sacrificio di candidarsi di nuovo non glielo sta chiedendo nessuno".
"Sono parole penose dal punto di vista umano prima che politico - ha replicato il forzista Sandro Bondi - sono irriguardose nei confronti delle umanissime parole del presidente Berlusconi www.centomovimenti.com
Budapest, vita da bohémien tra terme e Trabant
La ‘Parigi dell’Est’ si divide tra l’insonne Pest e Buda, sede dell’ordine e della rispettabilità. Una capitale in costante evoluzione.
La bella del Danubio Difficile dimenticare i contrasti della ‘Perla del Danubio’. Budapest infatti, al contrario di Praga, non tiene conto del ‘turisticamente corretto’: facciate rococò succedono a voragini del nulla; no man’s land urbane trasformate in parcheggi selvaggi; chiese barocche ornate di campanili a bulbo si smarriscono nel bel mezzo di una giungla di case popolari; Trabant datate e BMW fiammanti improvvisano un balletto sul Ponte delle Catene evitando per un pelo di travolgere vecchi Rom sdentati e dalle tute ormai logore. Tale diversità ed una ricchezza di stili architettonici tra barocco, vestigia ottomane e Liberty, fanno di questa metropoli di due milioni di abitanti una delle capitali più affascinanti dell’Europa centrale.
Tariffe elastiche
Appena sbarcata in terra magiara, cado subito nella prima trappola tesa al ‘turista’: massicci come giocatori di rugby, i controllori della metropolitana minacciano di chiamare la polizia qualora io perseveri a proclamare forte e chiaro di non essere a conoscenza dell’obbligo di obliterare un biglietto per ogni cambio di linea. Costo dello psicodramma sotterraneo: ottomila fiorini. E pensare che in Ungheria lo stipendio medio si aggira attorno ai 50.000 fiorini al mese. Malgrado l’impressione iniziale di essere milionari contemplando il proprio portafogli, i prezzi sono alquanto fantasiosi e il mio passaporto per la vita all’ungherese «Elnezecht, ném ertem. Bezsel angolul?» («Mi scusi, non capisco. Parla inglese?») non mi aiuta di certo a ottenere sconti. È persino complicato discutere sul pagamento del conto senza strangolarsi con le sonorità impossibili di questa lingua uralo-altaica venuta direttamente dalle steppe mongole. Dopo tre mesi finisco inoltre con l’abbandonare l’idea di assassinare freddamente il mio ragazzo che si ostina ad ammirare le creature locali troppo bionde, perfette e abbronzate, frutto dell’impareggiabile fascino slavo e di solarium onnipresenti.
Mosaico culturale urbano
Come ovunque, i caffè alla moda, quelli senz’anima e dove soldi e apparenza vanno di pari passo, non smettono di svilupparsi tutt’intorno a Déak ter – centro nevralgico della città – e sulla Andrassy Utca – gli Champs Elysées locali. Molto meglio evitarli e dirigersi verso i cortili interni dei palazzi, ormai adibiti a ricettacolo di vita sociale, e i giardini privati (i famosi kert, molto popolari in estate). Oppure girovagare in lungo e in largo per il quartiere ebraico alla ricerca di un sörözo (birreria) o di un borozo (enoteca) dalla tipica aria fumosa. In materia di shopping, le grandi insegne tradizionali della Vaci Utsa (la “Via Vaci”) e gli immensi centri commerciali all’americana sono spuntati come funghi: il Mammut ed il West End si dividono le luci della ribalta moltiplicando le attrazioni: cinema, club, bar... Per i nostalgici delle cianfrusaglie sovietiche basta andare a frugare al mercatino delle pulci di Ecséri, annidato tra ben due autostrade al termine di un percorso urbano interminabile.
Infine, quante mattine nebbiose rimediate a suon di profonde dormite sull’erba verde e morbida dell’Isola Margitsziget e di visite depurative ai gyufürdok, i famosi bagni termali? Oppure, quanti bicchieri di Tocai centellinati attorno a foie gras alla griglia?
Insomma, piena di charme, frivola, melancolica, Budapest è davvero degno ostello dei moderni bohémien.
GUIDA
Lingua
Non c’è bisogno di precisare che l’ungherese, insieme al finlandese e all’estone, è la sola lingua non indoeuropea del continente, cosa di cui i locali vanno particolarmente fieri. Abbordare i locali direttamente in inglese è alquanto sgradito. Cercate di imparare le parole di base. Le persone di una certà età conoscono più il tedesco, ma i giovani sono in generale anglofoni.
Università
La Central European University fondata dal magnate di origine greca Georges Soros offre eccellenti corsi di studio umanistici.
Il posto da non perdere
Bâteau A 38: concerti, mostre, serate eclettiche direttamente sul Danubio.
Da fare
I bagni, immense piscine d’acqua calda o fredda assortiti di saune e spa: imperdibili. Szechenyi, Géllert o Lukacs sono tra i più conosciuti.
Da non fare
Chiamare un taxi per strada. Telefonate ad una compagnia di taxi ed eviterete di pagare un prezzo esorbitante per la corsa.
Alloggio
Se arrivate alla sprovvista, privilegiate un bed & breakfast, almeno inizialmente, per arrangiarvi e per avere il tempo di fare il giro delle agenzie immobiliari. Già all’interno delle stazioni o dell’aeroporto potete trovare molti ungheresi che offrono camere libere. Siate comunque prudenti. Altrimenti, pensate agli ostelli.
Le agenzie vi metteranno direttamente in contatto con il proprietario, il quale prenderà poi la decisione finale. La commissione è in fuzione dell’affitto e degli accordi – taciti – con il proprietario. Quindi è tutto molto aleatorio.
Consultate anche la guida immobiliare del giornale Budapest Sun e non esitate ad andare nelle Università per controllare gli annunci nelle bacheche. Oppure, prima della partenza, date un’occhiata al forum del sito Tout sur Budapest. Provate anche i siti Budapest Cheap Flats e Budapest Rooms.
Prune Antoine - Paris www.cafebabel.com/it/
La Serbia deve pagare
Indennizzi per i danni subiti durante le guerre degli anni '90. E' una questione del tutto aperta che vede contrapposte le Repubbliche nate dal disfacimento dell'ex Jugoslavia. In particolare per la Serbia richia di prospettarsi uno scenario da sudori freddi per un Paese gravato da pesanti problemi in ambito economico e finanziario
Ancora oggi, in centro a Vukovar Introduzione e traduzione a cura di Leonardo Barattin
Il 27 luglio nella località di Cavtat (a sud di Dubrovnik), alla presenza dei rispettivi Presidenti della Repubblica – Stjepan Mesić e Filip Vujanović -, i Ministri dell'Agricoltura di Croazia e Montenegro Petar Čobanković e Milutin Simović hanno firmato un Memorandum sulla base del quale la Repubblica di Montenegro si impegna a pagare una cifra pari a circa 400.000 euro a titolo di risarcimento per il saccheggio di capi di bestiame e la devastazione del fondo di allevamento "Agrum Gruda" nella zona del Konavle (micro-regione ai confini con il Montenegro) durante la guerra 1991-1995.
Nel presentare questa notizia sul web, il "Public Broadcasting Service of Bosnia and Herzegovina" ha inoltre riportato che "nello stesso momento, è arrivata a Zagabria una richiesta ufficiale dell'amministrazione cittadina di Vukovar affinché si domandi alla Serbia un indennizzo di guerra per la distruzione della città in tempo di guerra".
La firma del Memorandum tra le due Repubbliche e la richiesta proveniente dal governo locale di Vukovar, retto da una coalizione di Destra HDZ-HSP, hanno certo implicazioni più ampie del loro specifico oggetto.
In primo luogo mettono sotto gli occhi della classe dirigente e della società serba uno scenario da sudori freddi per un Paese oggi gravato da pesanti problemi in ambito economico e finanziario. Nel quadro di un'economia che vive una stagione di crisi ed è azzoppata dalle perdite provocate dai bombardamenti NATO del '99 e di uno Stato e di una società che faticano a riorganizzarsi dopo gli eventi degli anni '90, una campagna di richiesta di risarcimenti provenienti da Croazia, Bosnia-Erzegovina e, in futuro, dal Kosovo metterebbe infatti in ulteriore affanno il sistema-Paese della Serbia.
Rileva in secondo luogo la cosiddetta "questione serbo-montenegrina", ossia la partita carica di tensione che si gioca tra Belgrado e Podgorica per il futuro dell'Unione di Serbia e Montenegro. Contenitore confederale creato nel febbraio 2003 per tenere insieme le due Repubbliche, l'Unione è in vista di un contestato voto referendario (agli inizi del 2006) che potrebbe portare alla secessione del Montenegro e alla creazione di due Stati indipendenti. L'azione in solitudine intrapresa dal Governo montenegrino con la firma del Memorandum getta ulteriore benzina sul fuoco sui già difficili rapporti tra le due Repubbliche, crea ulteriori elementi di complicazione per lo Stato serbo e ne rende ancor più precaria l'azione politica.
Non pare dunque un caso che, al di là delle molte polemiche sul metodo e sul merito sollevate nell'Unione dall'accordo tra Croazia e Montenegro, il gruppo "pro-serbo" e "unionista" del Montenegro si sia mosso con prontezza e decisione per disinnescare questo fattore di ulteriore destabilizzazione della confederazione e per tamponare la questione dei risarcimenti. Il leader dell'opposizione socialista - Predrag Bulatović - ha infatti chiesto di portare la questione in Parlamento sollevando la questione di costituzionalità in merito alla firma dell'accordo croato-montenegrino. La seduta, fissata per il 30 agosto, fornirà ulteriori elementi politici sulle questioni in piedi e sulle evoluzioni del quadro politico, dando la possibilità di aggiungere una nuova tessera alla comprensione del destino dell'Unione e degli impegni che attendono la Serbia.
Qui di seguito viene riportato in traduzione un articolo pubblicato sul quotidiano di Vukovar "Vukovarske Novine" che tratta della richiesta di risarcimento alla Serbia per danni di guerra. Si tratta di una testata controllata dall'elemento croato della città, ma l'articolo appare di interesse in quanto rivela un punto di vista e delle pretese che potranno essere prese ad esempio ed essere avanzate negli stessi termini da altre comunità croate danneggiate dall'azione nemica nel corso del conflitto. La questione dei risarcimenti - già riportata da Osservatorio sui Balcani con l'articolo di Jadranka Gilić del 26 gennaio (Montenegro: scheletri nell'armadio) - va così ad arricchire di nuovi capitoli il vasto e complesso mosaico delle relazioni e delle rivendicazioni in ambito ex-jugoslavo.
Una traduzione (29 luglio 2005, articolo di Zeljka Kraljic)
Dalla Croazia orientale i rientrati chiedono al vertice dello Stato di raggiungere un accordo con la vicina Serbia per il pagamento di un indennizzo di guerra per la distruzione di Vukovar e del territorio circostante. La richiesta concreta, indirizzata al Capo dello Stato Stjepan Mesić ed al premier Ivo Sanader, è stata inviata direttamente da Vukovar, città di indubbio eroismo in cui, dopo 14 anni, sono ancora visibili le cicatrici di guerra.
"Abbiamo vissuto un genocidio, un ecocidio ed un culturicidio. Desideriamo relazioni di buon vicinato con la Serbia, ma in primo luogo bisogna che il territorio venga risarcito dei danni subiti grazie ad una particolare azione dello Stato. Sappiamo chi è l'aggressore e chi è la vittima; è noto chi deve risarcire i danni di guerra agli abitanti di Vukovar" dice Dragutin Glasnović, primo esponente della "Comunità dei rientrati della Contea di Vukovar-Srijem". Aggiunge che, in questo contesto, saluta con piacere il proposito del governo montenegrino di pagare un risarcimento danni di 375.000 euro per la depredazione del Konavle. Nel caso di Vukovar l'importo dei danni arriverebbe di per certo al miliardo di euro.
A sostegno di questa valutazione parla il conteggio dei danni di guerra diretti prodotti sul territorio di Vukovar. Questi sono stati documentati dalle istituzioni dello Stato nei primi anni del dopoguerra. I dati parlano di 1,25 miliardi di euro di danni di guerra complessivi, provocati direttamente dall'aggressione serba. Di questi, 600 milioni di euro riguarderebbero danni arrecati all'economia; 300 milioni di euro si riferirebbero ai danni subiti dalle infrastrutture per l'economia; mentre i danni ai beni degli abitanti di Vukovar ammonterebbero a 342 milioni di euro. Aggiungiamo a questo il Rapporto stilato in quell'epoca dalla "Commissione della Contea per l'inventario e la valutazione dei danni di guerra", che parla di evidenti danni di guerra su un numero complessivo di 7.892 case di Vukovar e su 5.580 appartamenti, senza includere nel totale le unità abitative dei villaggi [suburbani] di Lipovača e Sotin. I danni di guerra riferibili al sistema di rifornimento idrico ammontano ad un minimo di 8 milioni di euro, mentre il sistema di fornitura dell'energia elettrica avrebbe subito guasti per 10 milioni di euro. Si è calcolato anche che la riparazione delle strade di Vukovar danneggiate dal conflitto costerebbe almeno 25 milioni di euro; e, infine, secondo i dati di allora forniti dal "Centro croato per lo sminamento" (HCR), l'eliminazione delle mine da Vukovar e dal vicino territorio circostante verrebbe a costare nel complesso 290 milioni di euro. Non si deve poi dimenticare nemmeno che, durante l'aggressione serba alla città, hanno riportato pesanti danni anche 118 costruzioni di interesse monumentale all'interno del nucleo storico cittadino.
Sull'altro versante, i danni immateriali provocati agli animi degli abitanti di Vukovar, potranno difficilmente essere mai computati. A dire il vero, esiste una tabella non ufficiale relativa ai patimenti dei prigionieri, all'interno della quale sono indicati importi stimati (senza pretese di precisione) per alcune forme di pesanti torture fisiche e psicologiche. Si citano, tra le altre, le sofferenze che hanno condotto alla morte (400.000 euro), le sofferenze inferte all'animo (30.000 euro), le violenze sessuali ripetute (100.000 euro), le paure sofferte (da 90.000 fino a 300.000 euro).
Alla Zagabria ufficiale gli abitanti di Vukovar pongono alla fine [un'altra] domanda: cosa ne è degli elenchi degli immobili che gli esuli avevano compilato nel 1995 in modo preciso, [registrando] i beni mobili e immobili che possedevano. Dopo 14 anni gli abitanti del Podunavlje (n.d.t.: l'area sub-danubiana) guardano con sfiducia alla possibilità di ottenere un risarcimento per i danni subiti. "La maggioranza lascerà questo mondo prima che la Serbia paghi alla Croazia un indennizzo", ha commentato uno dei ritornati. /www.osservatoriobalcani.org/
Incidenti mortali e crimini in Puglia ieri e oggi
di red
Due giorni neri per la Puglia. La protesta degli agricoltori - per un certo tempo bloccata dalla polizia ma in parte ripresa oggi - ha prodotto un morto, un uomo che contestava travolto da un furgone.
La polizia ha arrestato con l'accusa di omicidio colposo il conducente del furgone che ha ucciso l'agricoltore Giuseppe Rella. Nell'incidente erano rimasti feriti altri due coltivatori che partecipavano al blocco stradale. Dopo l'incidente i quattro uomini che erano a bordo del mezzo sono stati aggrediti e picchiati da un folto gruppo di manifestanti.
Per la protesta e dopo l'incidente e' stata chiusa la A/14 (Bari-Pescara) nel tratto compreso tra Taranto e Canosa di Puglia, nel nord Barese, per entrambi i sensi di marcia. All'altezza delle localita' in cui gli agricoltori hanno allestito i blocchi si puo' uscire dall'autostrada ai caselli di Andria e Trani, nel nord Barese.
Questa mattina le forze dell' ordine avevano tolto i blocchi degli agricoltori che paralizzavano la stazione di Cerignola e la A14. Era stata rittivata alle 8 la circolazione ferroviaria sulla Bari-Foggia interrotta la notte per l'occupazione dei binari. Molti treni in movimento dal Salento a nord erano stati fatti fermare a Bari mentre un convoglio partito da Lecce verso Roma e' stato dirottato lungo la tratta Brindisi-Taranto-Potenza.
Il sindaco di Cerignola ha reso noto che alle 16 si terra' un incontro alla Regione Puglia al quale dovrebbe partecipare il presidente della giunta Nichi Vendola.
In un incidente nel Brindisino sono morti i genitori di Clementina Forleo, giudice per le indagini preliminari del tribunale di Milano impegnata nel caso Antonveneta, ed un amico di famiglia e' rimasto ferito. Ancora non del tutto chiara, al momento, la dinamica dell'incidente.
Ieri sera alcuni sassi sono stati lanciati da sconosciuti contro i finestrini di un Eurostar partito nel pomeriggio da Roma e diretto a Taranto, nel tratto compreso traAngri e Nocera Inferiore, in provincia di Salerno. Non ci sono stati feriti, ma la polizia ferroviaria sta indagando.
Sempre ieri, in Bari vecchia, in un vicolo una sparatoria ha provocato il ferimento di due donne. Si indaga per scoprire autori e movente.
www.osservatoriosullalegalita.org
Cina e Russia entrano in scena assieme
Altro che “secolo americano”! Questo, di cui abbiamo assaggiato il 5% circa, si avvia ad essere - se corto o breve è altra questione – un secolo asiatico. Con parecchi corollari, non certo gradevoli per noi occidentali, che siamo nati e vissuti nell'idea, singolarmente stupida, di vivere nel centro del mondo, di essere il luogo della civiltà, distinti dai barbari di vario colore.
Piccoli e grandi segnali ci annunciano che grandi spicchi del pianeta sono decollati per conto proprio e cominciano a palesare le loro esigenze senza chiederci il permesso. E' chiaro che stiamo parlando della Cina. E perfino della Russia, che frettolosamente avevamo dato per defunta, assorbita, omogeneizzata, colonizzata e ridotta a appendice di second'ordine del mondo occidentale (per la stessa logica di cui sopra, cioè perché appartenente al mondo non civilizzato).
Come svegliandosi da un lungo sonno, i giornali di tutto il mondo “civile” hanno annunciato che Cina e Russia hanno cominciato in agosto le prime, grandi manovre militari congiunte della loro storia. Nemmeno ai tempi di Stalin e di Mao, di Chu Enlai e di Molotov, Russia (allora Unione Sovietica) e Cina si erano spinte a tanto. Certo erano – come si diceva allora – due paesi socialisti, avevano rapporti economici, l'URSS forniva armi alla Cina, ecc. Ma mai le loro truppe si erano messe insieme. C'erano stati momenti, al contrario, in cui le canne dei loro fucili si erano puntate reciprocamente le une contro le altre. Ma è acqua passata da molto tempo..
Altri segnali sono giunti da quel mondo che non conosciamo per niente. Tutti accumulatisi in questo scorcio di tempo, come se qualcosa arrivasse a maturazione in gran fretta, proprio adesso, dopo essere stato a lungo in incubazione, invisibile. All'inizio dell'estate il gruppo di Shanghai (cui partecipano, con Cina e Russia, le repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale ex sovietica, meno il Turkmenistan) aveva cortesemente pregato gli Stati Uniti di togliersi dai piedi con le loro truppe e basi militari, accortamente piazzate nell'area (in Tagikistan, Uzbekistan, Kirghizistan) sull'onda dell'offensiva contro l'Afghanistan seguita all'11 settembre 2001.
Evento singolare davvero, a ben pensarci, perché quelle capitali, fino al giorno prima, si può dire, pendevano dalle labbra di Washington e sognavano soltanto di essere ammesse al banchetto americano.
La Russia sembrava essrere stata emarginata dall'area su cui esercitava la propria influenza da quattro secoli. La Cina – stando agli imbambolati mezzi di comunicazione di massa occidentali (con rare eccezioni) – era ormai diventata capitalista e, quindi, per antonomasia, poteva essere considerata omologata al resto del mondo. Se non ancora colonizzata, di certo colonizzabile. Se non proprio colonizzabile, comunque riconducibile a un immenso mercato su cui far confluire le merci e le tecnologie dell'occidente civilizzato.
Con qualche dettaglio non trascurabile, tuttavia, di cui adesso occorre rendersi conto. E in fretta. Non è sfuggito ai variabili presidenti-despoti delle repubbliche dell'Asia Centrale che la Cina trabocca di dollari, e di yuan. E che Pechino ha nei suoi forzieri, circa mille miliardi di dollari USA, oltre ad avere comprato circa l'8% del debito americano, in buoni del tesoro della Federal Reserve. Come si fa a restare insensibili di fronte a questa cornucopia? Intendo dire che la forza di attrazione americana è stata bruscamente contrastata da nuovi fattori molto potenti.
Quali? Cina e Russia hanno cominciato a fare i loro calcoli, per meglio dire: a trarre le somme da calcoli che stavano fecendo, ciascuna per conto proprio, da diversi anni. Cominciamo dalla Russia.
Puntin non è un rivoluzionario bolshevico. Per niente. Ma si è accorto che non bastava essere condiscendente verso Washington; che non era nemmeno sufficiente farsi da parte, starsene buono fuori dal mirino americano. Dall'alto della collina del suo potere quinquennale non poteva non tirare le somme. In Asia centrale, appunto, basi americane una dietro l'altra. In Georgia una presenza statunitense ormai decisiva per orientare il governo locale. In Ucraina una “rivoluzione democratica” alimentata dall'esterno. Attorno alla Bielorussia segnali di un'offensiva analoga a breve scadenza. La Nato ormai stabilmente piazzata in tutto l'est Europa, e perfino in tre repubbliche che un tempo erano state parte dell'URSS. E, in Russia, il varo della corazzata Jukos sulla scena politica, con l'obiettivo di sostituire lui stesso, a tempo debito, con un nuovo leader pilotato dalla Exxon.
Gl'Imperi non si sono mai accontentati del tributo dei vassalli e non hanno inclinazione alla gratitudine. Se i tempi diventano duri, allora le loro esigenze si moltiplicano. E ai vassalli non resta che l'alternativa tra soddisfarle e ribellarsi.
I tempi duri per l'America sono ormai venuti e non pare se ne andranno presto. Il faro dell'occidente è indebitato fino agli occhi, proiettato lungo un asse di guerre che non sta vincendo, incapace di dominare gli effetti del vaso di Pandora delle globalizzazione, cavalcata per un ventennio con orgogliosa sicurezza e sbalorditiva irresponsabilità.
La Cina non è un vassallo e non intende diventarlo. Ma questo è solo l'antipasto. La Cina legge i giornali come li leggiamo noi "civilizzati” e, quando legge Condoleeza Rice dire, papale papale, che la Cina “piuttosto che un partner è un avversario”, perché – udite, udite! – “vuole cambiare i rapporti di forza a suo vantaggio”, conclude che è il momento di far sentire il suo peso, in tutte le direzioni.
Le manovre congiunte con i russi, del resto, sono solo la ciliegina sulla torta, quello che serve per svegliare i governi occidentali che dormono, mettendo la questione sotto i riflettori delle televisioni. Una specie di colpo di sirena, di quelli che le navi lanciano per segnalare la propria presenza o distogliere altri natanti dalla rotta di collisione. Attenti, siamo qui, proprio di fronte a voi, levatevi di mezzo!
Il fatto è che Condoleeza dice una cosa vera: non c'è posto per due Americhe su questo pianeta. Sempre che entrambe non siano disposte a rinunciare a niente. La Cina è entrata sul mercato mondiale applicando le regole che l'Occidente ha scritto per se, immaginando che sarebbero state eternamente a suo vantaggio. Adesso sta accadendo il contrario: quelle regole sembrano fatte apposta per far diventare la Cina il più potente paese del mondo, quello in grado di dominare tutti i mercati. E la Cina è già l'unico paese al mondo che può permettersi di prendere decisioni senza chiedere il permesso di nessuno, neanche quello degli Stati Uniti, cioè dell'Impero. Il che significa che l'Impero è già in declino, e che – se non vuole che tutti se ne accorgano – deve dare una lezione sonora a chi ne minaccia i disegni.
Il fatto è, come dicono gli eventi, che parecchi cominciano ad accorgersene. La Russia , che da sola non può permettersi atti di insubordinazione, ha colto la palla al balzo. Insieme si può dire all'imperatore che l'Asia è degli asiatici. Tanto per cominciare. La seconda tappa sarà quella di comprarsi l'Asia. La Cina è già in marcia. E compra anche pezzi di Russia, a cominciare dall'energia russa.
La Russia , che fino all'altro ieri non aveva sponde, oltre che idee, si trova a poter cogliere adesso una insperata palla al balzo. E la sta cogliendo. Con fatica, perché la diffidenza russa verso l'immenso vicino asiatico non è stata mai superata del tutto. Ma il colosso vicino è oggi assai meno temibile dell'Impero lontano.
Le riserve energetiche russe sono le più vicine e comode, relativamente parlando. La Cina ha i capitali per ogni tipo di investimento, e li mette a disposizione. La Russia ha le tecnologie militari sufficienti per garantire a Pechino una progressione di armamento strategico sufficiente a fronteggiare il prossimo decennio.
Il Pentagono pubblica i dati dell'armamento cinese, e rivela un segreto di Pulcinella: la Cina spende in armamenti dieci volte di più di quello che dichiara. Probabilmente le cifre americane sono attendibili, ma che cosa dicono? Dicono che i cinesi si stanno preparando alla stessa, identica cosa cui si stanno preparando gli americani: il momento in cui le risorse non basteranno per tutti e solo la forza deciderà chi potrà accedervi.
Sarà un momento drammatico e non è molto lontano. Avverrà nel corso del prossimo decennio. Da qui la corsa cinese a comprare tutto il comprebile e anche il non comprabile. Perché quando la maggiore impresa petrolifera cinese, statale, si affaccia a Wall Street con la regolare offerta di comprarsi la Unocal americana, offrendo un miliardo di dollari in più della massima offerta di una multinazionale a stelle e strisce, ecco che scattano tutti gli allarmi.
E quando Hu Jintao decide di rivalutare lo yuan di un modestissmo 2%, facendosi beffe della richiesta USA di rivalutare fino al 15%, l'occidente dovrebbe capire che Pechino non accetta ordini da nessuno. E procedere – come Hu Jintao ha ribadito, sorriso sulle labbra e “denti d'acciaio” – secondo i suoi tempi, le sue esigenze, e non secondo le pressioni che vengono dall'esterno.
Le esercitazioni militari congiunte, Cina-Russia sono solo un segnale, prima della “tempesta perfetta” che si annuncia.
di Giulietto Chiesa www.megachip.info/
War Games
di Alessandro Iacuelli
30 Aug 2005
Russi e cinesi non stanno a guardare
"War game" senza precedenti nel Pacifico settentrionale per ben otto giorni. Questa la durata delle esercitazioni congiunte russo-cinesi, volte secondo molti analisti militari a "mostrare i muscoli" e minare l'influenza statunitense nelle regioni del Pacifico e dell'Asia Centrale. Dal 18 agosto in poi, l'aeronautica russa ha impegnato due bombardieri strategici TU-95MC, quattro bombardieri a lungo raggio TU-22MZ, cinque arei da trasporto truppe IL-76MD ed un numero non precisato di caccia Sukhoi. La flotta del pacifico ha schierato il cacciasommergibili Shaposhnikov, la corazzata Burny, ed un elevato numero di mezzi da sbarco. I cinesi hanno impegnato quattro corazzate, sei navi da sbarco anfibie, due sommergibili diesel, tre bombardieri H-6, tre caccia Su-30MKK e circa 100 mezzi da sbarco. Con tali forze in campo, sono stati effettuati sbarchi di truppe miste russo-cinesi e paracadutisti sulla penisola cinese di Shandong, nel Mar Giallo. Contemporaneamente alle esercitazioni di sbarco, le marine russa e cinese hanno simulato la caccia e l'affondamento di un sommergibile in pieno Mar Giallo, ed il bombardamento aereo di target situati su terraferma. L'analista militare Ivan Safronov, già il 19 agosto ha scritto sul quotidiano russo Kommersant che il "war game" (così è stata subito definita l'esercitazione), anche se presentata come esercitazione anti-terrorismo, è "chiaramente pianificata e studiata secondo gli schemi strategici e tattici sovietici, ed assomiglia molto al training per l'attacco e la conquista di un Paese terzo." Della stessa opinione , anche se più diretto e politico, l'articolo di James T. Hackett apparso il 18 agosto sul Washington Times, titolato "Anti-American war games".
Pur in un modo che a prima vista può sembrare un pò azzardatato, sia Safronov che Hackett indicano in Taiwan il probabile "Paese terzo".
Fatto sta che anche le forze armate di Taiwan hanno effettuato delle proprie esercitazioni, impiegando 3000 uomini e simulando un'invasione da parte cinese.
Un altro analista militare indipendente russo, Alexander Golts ha dichiarato a ISN Security Watch che "l'impiego di sottomarini e di bombardieri a lungo raggio in un contesto di esercitazioni navali mostra chiaramente che Russia e Cina, durante eventuali operazioni di combattimento, possono anche bloccare l'eventuale intervento di ogni altra nazione straniera nella zona di conflitto". In tal modo, Golts suggerisce che gli strateghi cinesi hanno in mente Taiwan, e che l'aeronautica e la marina russe verrebbero impiegate in tale eventualità per impedire un intervento di difesa da parte degli Stati Uniti.
Da parte loro, gli USA sono legati a Taiwan proprio da una garanzia di difesa in caso di invasione cinese, pertanto da Washington, ancora prima dell'inizio del "war game" ci si è affrettati a dichiarare che si spera che "the Russian-Chinese war games would not threaten stability in the region."
A proposito delle reazioni americane, dagli USA non sono stati inviati osservatori, ma ogni fase delle esercitazioni è stata seguita molto attentamente a mezzo satelliti. Lo stesso ammiraglio Gary Roughead, comandante della US Pacific Fleet, ha dichiarato che ogni fase delle operazioni è stata osservata e seguita "da vicino", aggiungendo che "We're interested in the complexity and the types of systems that they bring to bear".
Il comandante delle forze russe, Generale Yury Baluevsky, si è affrettato a replicare che "Our exercise don't threaten any country", durante la conferenza stampa tenuta a Vladivostok il giorno prima dell'inizio del "war game".
Anche il Capo di Stato Maggiore cinese, Generale Liang Guanglie, ha dichiarato che le esercitazioni si tengono in accordo con i principi delle Nazioni Unite e servono a migliorare gli interessi comuni russi e cinesi di "proteggere pace e stabilità nella nostra regione e nel mondo intero".
Verso il ritorno di un mondo bipolare
I potenziali avversari degli USA (la Cina sul piano della crescita economica e delle esportazioni, la Russia in quanto principale interlocutore in tema di sicurezza nucleare e di energia) consolidano attraverso lo SCO il loro livello di cooperazione economica e oltre a ciò inviano un chiaro segnale a Washington mediante il "war game": l'alleanza strategica e militare ha già raggiunto un punto in cui le due nazioni sono in grado di esercitare un controllo sulla regione Eurasiatica.
Tale capacità rappresenta un serio tentativo, secondo Safronov, di costruire un ordine mondiale bipolare e forzare gli Stati Uniti ad limitare i propri interessi in Asia Centrale e nelle altre regioni attorno alla Russia.
A tale proposito ricordiamo che le rivolte popolari in Georgia nel 2003 e in Ucraina e Kirghizistan nel 2004, che hanno portato alla rimozione dei regimi neo-eletti ed alla loro sostituzione con governi filoccidentali, hanno causato non pochi grattacapi all'elite militare e politica russa, che accusa l'occidente, ed in particolare gli USA, di aver pilotato e sponsorizzato quelle cosiddette "rivoluzioni colorate".
Secondo l'opinionista russo Alexander Dugin, come dichiarato all'agenzia RIA Novosti, il controllo degli eventi in quelle repubbliche ex Sovietiche mostra chiaramente come gli Stati Uniti siano decisi nel "riformare" ed occupare tutta l'area dell'ex-URSS secondo i propri interessi strategici; tale "decisione" nell'agire va contro gli interessi di Russia e Cina, la cui posizione rischia di divenire "vulnerabile". Appare chiaro che con tale affermazione Dugin si riferisce alla presenza americana al confine tra Russia e Cina (Kirghizistan) grazie alle basi di supporto per la guerra in Afghanistan.
La recente sommossa di Andjan in Uzbekistan durante la scora primavera, repressa violentemente dal governo, ha solo aggiunto un altro tassello ai timori sia russi sia cinesi di perdere il controllo su tutta quell'area-cuscinetto dell'Asia Centrale che si trova proprio a separare i due Stati.
L'area coincide - inutile dirlo - con il territorio sul quale gli Stati Uniti mirano a consolidare il proprio controllo.
L'insieme di tali eventi ha dato una forte spinta acceleratrice all'avvicinamento tra i due grandi Paesi asiatici.
Manovre economiche
Le esercitazioni militari forniscono alla Russia un'eccellente opportunità per incrementare il proprio commercio di armamenti con la Cina.
Secondo diverse fonti, la Cina acquista sistemi d'arma dalla Russia per circa un miliardo di dollari l'anno, si attesta quindi come principale acquirente rispetto alla Russia.
Da parte sua, la Russia può offrire, in maggioranza, sistemi d'arma sviluppati 20 anni fa, e le prospettive economiche del commercio di armamenti non sono precisamente rosee...
Con l'occasione, Mosca ha messo in vendita (verso Pechino) bombardieri pesanti come il TU-22M ed il TU-95, che in passato ha sempre evitato di mettere sul mercato, bombardieri in grado di trasportare e lanciare testate nucleari.
Visto da questa angolazione, il "war game" è un eccellente occasione per dimostrare la potenza di tali bombardieri allo stato maggiore cinese, costruire una sorta di "esposizione" rivolta alla vendita di sistemi d'arma.
Quattro war games
L'esercitazione sulla penisola di Shandong, alla quale la stampa occidentale ha dato più spazio, è solo la quarta di una serie di manovre congiunte effettuate nell'arco di una settimana. Da notare che mai nella storia della Russia moderna, neanche in epoca sovietica, si era visto un tale massiccio schieramento di forze in campo.
La prima esercitazione ha visto protagonista la flotta artica nel mar di Barents, alla presenza del Presidente Putin, giunto da Mosca a bordo di un bombardiere strategico TU-160. Dallo stesso bombardiere, con Putin presente, è stato sparato un nuovo tipo di missile da crociera che ha infranto il muro del suono durante il percorso.
L'esercitazione navale ha visto il sottomarino Yekaterinburg sparare un missile balistico Sineva, che ha colpito un target in Kamchatka, dopo un volo orbitale di 28 minuti, e manovre di sommergibili nucelari, caccatorpediniere e caccia Sukhoi.
La seconda esercitazione ha coinvolto ben 16 bombardieri TU-160 e 32 TU-95MC, che hanno colpito con missili da crociera X-555 target vicino la città di Vorkuta.
La terza, denominata Kaspy-Antiterror 2005, si è svolta in Kazakhistan, ed ha visto la partecipazione di truppe degli eserciti ucraino, kazako e bielorusso, oltre a quello russo. Lo scenario era l'eliminazione di un immaginario gruppo terroristico che aveva attaccato i pozzi petroliferi kazaki.
Una spiegazione di manovre così massicce risiede nella modernizzazione della dottrina militare del ministero della difesa russo, dopo i tagli ai finanziamenti statali degli anni scorsi, peraltro annunciata dal ministro della difesa Serghei Ivanov nell'ottobre 2003.
Secondo tale dottrina, l'esercito russo deve essere in ogni momento, in tempo di pace e senza alcuna mobilitazione supplementare di risorse umane, essere in grado di assolvere a compiti bellici in due conflitti simultanei di qualunque tipo e, contemporaneamente, di far parte di una "missione di mantenimento della pace", nell'ambito di forze multinazionali.
Per certi aspetti questa strategia rispecchia quella americana, che si basa sulla capacità di sostenere contemporaneamente un grosso conflitto internazionale e due conflitti locali. Tuttavia, USA e NATO non hanno mai condotto esercitazioni massicce e complesse come quelle asiatiche di questi giorni. La Russia, evidentemente, si adegua. Economicamente e militarmente. Non dimentichiamo che sotto la presidenza Putin, a differenza di quanto avveniva all'epoca di Eltsin, una grossa percentuale delle entrate dalla vendita di petrolio sono state assegnate all'esercito ed alla sicurezza.
Non è un caso se l'Asia Times titolava il 20 agosto in prima pagina: "Shooting for money".
Alessandro Iacuelli
a.iacuelli@reporterassociati.org
agosto 29 2005
Lettera al Financial Times
Francesco Giavazzi
Luigi Spaventa
Egregio direttore,
Noi, e con noi molti altri nostri colleghi, riteniamo che la posizione di Antonio Fazio quale Governatore della Banca d’Italia sia divenuta insostenibile.
La questione riguarda non tanto la legittimità formale delle sue azioni (come recita un detto italiano, "le leggi si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici"), quanto la sua osservanza alle regole di condotta che dovrebbero vincolare tutti coloro che operano in un’istituzione pubblica. Il suo comportamento ha compromesso sia la credibilità esterna, sia la coesione interna della Banca d’Italia.
È vero che il Governo non ha il potere di revocare il mandato di Antonio Fazio, ma potrebbe rimuovere rapidamente alcune anomalie di fondo: la mancanza di un limite alla durata della carica; la governance autocratica della Banca che permette a un Governatore di fatto eterno di concentrare tutto il potere nelle proprie mani; l’ampiezza della discrezionalità nella vigilanza bancaria consentita dalle leggi vigenti e dall’aver attribuito alla Banca le competenze in materia di regolamentazione sulla concorrenza tra banche.
Cambiare queste anomalie forse non indurrebbe Antonio Fazio alle dimissioni, ma con ogni probabilità darebbe nuovi contorni ai suoi poteri, riducendoli. E metterebbe le basi necessarie per una ripresa dello sviluppo economico dell’Italia.
Troppo a lungo il Governo è rimasto in silenzio, senza esprimere il proprio punto di vista sul comportamento di Antonio Fazio; e senza nemmeno proporre alcun tipo di riforma. Il ministro del Tesoro, Domenico Siniscalco, si assume una grave responsabilità, se non fa sentire la propria voce al più presto.
Senza un tale intervento, l’Italia potrà fare affidamento solo su pressioni esterne.
Come membro del Consiglio direttivo del Sistema europeo di banche centrali, Antonio Fazio è tenuto a rispettarne il Codice di condotta. I membri del Consiglio infatti "hanno la responsabilità particolare di salvaguardare l’integrità e la reputazione del Sistema europeo di banche centrali", che richiede loro "di mantenere una condotta rispondente al più elevato standard morale" e "di agire dando prova di imparzialità e discrezione" di "essere consapevoli dell’importanza dei propri compiti e responsabilità" e "seguire una condotta che consenta di mantenere la fiducia del pubblico nella Bce". Il Consiglio potrebbe prendere in considerazione le recenti azioni intraprese da Antonio Fazio e decidere se sono compatibili con questi requisiti.
Francesco Giavazzi, Università Bocconi, Milano
Luigi Spaventa, Università di Tor Vergata, Roma www.lavoce.info
Primarie, Don Gallo: «Rinuncio, ma i movimenti devono essere ascoltati»
di red
Alla fine Don Gallo ha detto no. Dopo la ridda di voci e il moltiplicarsi di commenti sulla sua candidatura alle primarie (sponsorizzata in primis dai disobbedienti Casarini e Caruso ma accolta con qualche «imbarazzo» da Rifondazione, come dice lo stesso Dan Gallo), il prete “no global” annuncia ufficialmente di rinunciare alla corsa. Non sarà lui il candidato senza volto dei movimenti.
I motivi del suo passo indietro, Don Gallo li spiega in una nota ufficiale: «Consapevole dei miei limiti ho riflettuto profondamente. Per continuare, dopo 46 anni di presbiterato, ad essere 'in comunione con la Chiesa’ ho chiesto indicazioni al mio Vescovo, Cardinale Bertone (non esistono Chiese acefale, cioè senza Pastore)». Risultato: «Con molta serenità rinuncio a qualunque candidatura».
Un veto della Curia dunque? Nella lettera di due pagine inviata a media e agenzie di stampa il prete genovese spiega: «Differentemente dall’ultimo Referendum in cui era la mia coscienza individuale ad essere interpellata per un dovere civico personale, in questa circostanza di pubblica competizione, a mio avviso, sarei entrato in tutte le comunità parrocchiali e religiose. Non desidero provocare “turbamenti”». Ma, continua il prete no global: «Auspico per tutti i Cattolici, alla luce del Concilio Vaticano II, un’approfondimento del rapporto irrinunciabile tra Fede e Politica, lontano da qualunque integralismo e fondamentalismo».
Che la decisione di Don Gallo sia dovuta a un dictat della Chiesa o meno quello che è certo è che, anche se non sarà Don Gallo a indossare il passamontagna arcobaleno per rappresentare al tavolo delle Primarie il cosiddetto “movimento dei movimenti”, i motivi che hanno portato alla sua candidatura rimangono tutti e Don Gallo non li sconfessa. Anzi li ribadisce con fermezza. «Quello che si cercava era un “nome” con nessuna velleità di essere in 'contrapposizione’, senza lanciare sfide, senza ambizioni di 'potere’» spiega il prete genovese che più sotto ribadisce: «La vicenda ha messo in luce l’esistenza di un problema irrisolto tra una certa area del Movimento e i partiti, non escluso il Prc. Il confronto, dopo il G 8 di Genova, è ancora molto complesso. I giovani attendono, sperano, lottano, soffrono troppo delle ingiustizie. Rimangono smarriti. Non accettano più l’assenza di futuro: temono ancora una volta l’inciucio».
Per questo Don Gallo annuncia di volere rimanere, anche più di prima, vicino ai movimenti e sottolinea come il vero obiettivo delle primarie debbano essere i contenuti: «Quali? Quelli espressi in questi anni dal Movimento dei movimenti», scrive Don Gallo. Ossia: l’amnistia per i reati legati alle sociali (Genova compreso) e tutte le problematiche legate al carcere, la chiusura totale dei Cpt come chiesto dai presidenti delle 14 regioni, la lotta per la “Pace preventiva” («Il ritiro dei nostri soldati è inderogabile.....)» scrive Gallo) e infine «il pianeta “Droga”» (parola d’ordine: «ducare, depenalizzare e non punire»).
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Insomma, insiste Don Gallo, «se si crede nei movimenti, bisogna essere capaci di entrare, senza egemonie, nella Democrazia partecipativa, dal basso» scrive il prete. Un messaggio a Rifondazione e alla cosiddetta “sinistra radicale”? per i Verdi risponde Cento: «Ci impegniamo a recepire le quattro priorità, indicate nei giorni scorsi da Don Gallo, nel programma di Pecoraio Scanio per le Primarie – dice il coordinatore dei Verdi - Non c'è dubbio che la provocazione del candidato senza volto rappresenta anche all'interno dell'Unione un elemento utile con cui tutte le forze del centro sinistra dovranno confrontarsi all'interno del dibattito di questa settimana».
La provocazione è servita. Anche perché se Don Gallo rinuncia altri “candidati senza nome” potrebbero farsi avanti. «Mi auguro, con tutto il cuore, che un altro dopo di me presti il suo nome al “senza volto” col passamontagna arcobaleno» scrive Gallo prima di salutare i suoi sostenitori. www.unita.it
Professore: rotte le regole, l'etica è prima di tutto
«Monti? All'Unione non c'è alternativa»
Prodi: la storia ci ridarà la lista unitaria
Francesco Alberti
dal Corriere - 29 agosto 2005
DAL NOSTRO INVIATO REGGIO EMILIA — Esalta le primarie: «Sono un momento di liberazione perché spesso, in un sistema bipolare, la voce della gente non si sente». È duro sulla questione morale: «L'etica viene prima di tutto, si sono rotte le regole sulle nomine e sulla legislazione fondamentale». Assicura che l'Unione, se vincerà le Politiche del 2006, «avrà un programma unitario che sarà rispettato e attuato per cinque anni». Bacchetta la litigiosità estiva di alcuni partner della coalizione e, pur riconoscendo che una delle caratteristiche del centrosinistra resta quella di «farsi del male da solo», si consola con la constatazione che «il centrodestra stavolta ha davvero superato ogni limite».
IL CENTRO — Liquida «il tormentone sul centro», sostenendo che «non ci sono alternative al centrosinistra» e riconosce a Mario Monti di aver ricordato sul Corriere di ieri che «il governo da me presieduto ha affrontato il problema dell'euro e del risanamento». E quando gli chiedono se vedrebbe meglio l'ex commissario alla Concorrenza europea a capo di Bankitalia o ministro di un suo eventuale esecutivo, risponde sibillino: «Tutti coloro che avranno responsabilità dovranno identificarsi nel nostro programma. Gli organigrammi vengono dopo». La corsa di Romano Prodi verso le primarie del 16 ottobre e soprattutto verso le urne del 2006 riparte dalla Festa dell'Unità di Reggio Emilia, sua città natale. Abbronzato e senza giacca, il leader dell'Unione trascorre due ore sotto un tendone, davanti a 500 persone, letteralmente bombardato dalle domande di una cinquantina di giovani della Sinistra giovanile. I ragazzi non gli danno nemmeno il tempo di scaldarsi: «Presidente, perché mai dovremmo votare per lei alle primarie?». Il Professore sbanda per un attimo: «Ma questa è una domanda da fare alla fine, prima ascoltate quello che voglio dirvi...». E quello che Prodi vuole dire è che la sfida del 16 ottobre «è un fatto che non ha precedenti nella storia d'Italia».
È un modo «per liberare la società», senza che questo debba necessariamente suonare come critica ai partiti, anche se forse lo è. Persino in Francia le primarie suscitano interesse: «Mi hanno chiesto come le organizziamo. E io ho spiegato che la filosofia di fondo è che chiunque possa alzarsi e dire: "Io ho qualcosa da proporre". Per questo le voglio aperte».
BERTINOTTI — E a proposito di primarie, arriva da Cortina la voce di Fausto Bertinotti, anche lui candidato. Il leader di Prc confessa di «avere da sempre l'ambizione di essere moderato», ribadisce «di stare con il proletariato» e difende la rottura del governo Prodi nel '98: «Se non l'avessimo fatta, saremmo stati risucchiati in un centrosinistra a maggioranza moderata».
L'ULIVO — Sulle polemiche d'agosto in materia di questione morale Romano Prodi è categorico: «Qualcuno degli alleati ha un po' esagerato, i giornali hanno fatto il resto. Comunque l'Unione resta compatta: noi non siamo sotto padrone, come il centrodestra». Che condivida comunque il grido d'allarme di Arturo Parisi lo si capisce quando rilancia il tema della riduzione dei costi della politica: «È un argomento scomodo, non voglio fare demagogia, ma le istituzioni costano troppo, ci vogliono regole ferree». E sul futuro dell'Ulivo, per ora messo in freezer, Prodi è ottimista: «Tornerà al centro dello schieramento politico, la storia ci ridarà la lista unitaria».
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Santagata: Romano fu scalzato, ora non può più succedere
«Questa volta il Prc ha accettato la logica di governo. Il Centro non porta innovazione»
Lorenzo Fuccaro
ROMA — «Il ragionamento di Mario Monti non mi convince, anche se con il suo intervento di ieri sul Corriere ha chiarito che la questione del centro non è mera ingegneria politica». Giulio Santagata, prodiano di strettissima osservanza, non condivide quanto sostenuto dall'ex commissario europeo.
Perché non la convince?
«I problemi di questo Paese sono complicati, ma non capisco dove sia la grande forza innovatrice e riformatrice di un centro. In Italia il centro ha governato per 50 anni, ha certo fatto cose buone, tuttavia non si può dire che abbia avuto una grande forza riformatrice, a maggior ragione si può dire adesso che la società italiana si è fortemente polarizzata».
Monti cita il caso del governo Prodi che, una volta raggiunto l'ingresso nell'euro, fu disarcionato dal partito di Fausto Bertinotti.
«Rispetto ad allora Rifondazione comunista sta accettando una logica di governo che allora non aveva, accetta cioè una sua partecipazione attiva. In mancanza di una controprova respingo l'impostazione di Monti che vede per forza l'allargamento della coalizione come un problema di indebolimento della sua capacità innovatrice».
Ma non teme che se vince l'Unione si possa ripetere quanto avvenuto nel 1998?
«Ci sono condizioni migliori di allora. Ripeto: l'atteggiamento di Rifondazione è diverso, dato che intende farsi carico del governo. E questo è un indubbio passo in Giulio Santagata «Monti parte dall'assunto che, una volta vinte le elezioni, non si possa trovare un campo di azione comune per fare le cose. Questo lo giudico non corretto. Non credo poi che si possa mettere insieme una forza capace di fare le riforme partendo da un'unificazione dei centristi. E' una prospettiva che non vedo».
Non ha risposto alla domanda: il bipolarismo è in crisi oppure no?
«No, non lo è. Casomai è in crisi il centrodestra. Ed è solo per questo motivo che possiamo affermare che l'alternanza ha funzionato male. Non credo che la capacità decisionale di un sistema che non sia bipolare sia maggiore. Il sistema che abbiamo oggi è, anzi, quello che ci assicura una maggiore governabilità. Dopodiché, se Berlusconi non riesce a farlo con la maggioranza che ha, la questione non è di sistema: è un fatto politico».
Anche nella passata legislatura la governabilità è stata carente: il centrosinistra ha cambiato tre presidenti del Consiglio.
«E' vero. Ma non possiamo dire che non abbiamo governato. Certo, non abbiamo fatto tutto quello che volevamo, ma di sicuro abbiamo governato».
A Monti, in conclusione, che direbbe?
«Chiarisca che cosa intende fare. Passi con il centrosinistra, la qual cosa ci farebbe piacere, oppure, in alternativa, dichiari apertamente che si pone l'obiettivo di modificare il sistema».
avanti nella governabilità. In ogni caso, stiamo affidando al programma un ruolo importante perché, come si dice, patti chiari, amicizia lunga. Insomma, non concordo con la tesi di Monti secondo cui le propensioni riformiste sono appannaggio di un centro equidistante dai due poli. Siamo davvero convinti che un centro equidistante abbia davvero la forza per governare? E dove la trova questa forza?».
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Ds Milano - Rassegna stampa
centristi e la corsa solitaria
Meno seggi, più peso politico
di RENATO MANNHEIMER
dal Corriere - 29 agosto 2005
Quali sono le possibilità di affermazione dell'Udc nel caso essa dovesse presentarsi alle elezioni da sola? Dal mero punto di vista della numerosità dei seggi si tratterebbe di un'operazione in perdita. Di certo l'Udc non potrebbe più contare sui deputati (40) che ottenne nel 2001 grazie all'accordo con la CdL: Berlusconi fu a suo tempo assai «generoso» nei confronti di Casini e Follini. Oggi, il seguito elettorale dell'Udc è stimato attorno al 6%. Ciò corrisponde, secondo le stime di Vignati, a 12-15 seggi (a seconda del numero di partiti che supereranno la soglia del 4% e di altri fattori) alla Camera dei Deputati nel proporzionale e, se la percentuale fosse la medesima su tutto il territorio, a nessuno in quella del maggioritario.
Presentandosi da sola, l'Udc potrebbe tuttavia aumentare i propri consensi. Non tanto nella fascia di elettorato che si definisce genericamente «di centro». Qui, dato il diffuso disinteresse dalla politica, si è più attratti dagli slogan «facili» che dalle posizioni «ragionevoli» — ma inevitabilmente complesse — tipiche del partito di Follini. Il seguito potenziale dell'Udc sta principalmente nella parte di elettorato cattolico più «partecipe» (e che costituisce solo una porzione limitata dell'area di «centro») e, in misura ancora maggiore, tra i cittadini del Sud. Come ha evidenziato D'Alimonte, il Meridione è, specie in seguito alla più forte mobilità dei consensi dall'uno all'altro schieramento, l'area decisiva per l'esito delle prossime elezioni. Qui, inoltre, il voto è spesso legato all'orientamento dei leader locali. E molti di costoro — compreso Lombardo in Sicilia — provengono o sono tuttora legati all'Udc e potrebbero trovare un accordo con essa. Per questo, le stime più attendibili suggeriscono, sulla base degli elementi oggi disponibili, che il partito di Follini possa anche raggiungere grossomodo l'8%. Ma, come ha sottolineato Diamanti, il dato medio nazionale non mostra compiutamente la realtà. L'Udc ha infatti un successo territorialmente assai variegato, con punte elevate in certe regioni — ad esempio, sulla base dei risultati delle europee, in Sicilia il 14%, in Molise il 15%, in Calabria il 9,6% — e più modeste in altre. Tanto che là dove il consenso è maggiore, il partito potrebbe aspirare, specie con accordi di desistenza, anche a qualche seggio nella quota maggioritaria.
Insomma, la soglia di 15 deputati indicata prudenzialmente dai vertici dell'Udc nell'analisi di Gianna Fregonara apparsa sul «Corriere», potrebbe essere superata. Ma si resterebbe certo assai al di sotto della presenza attuale in Parlamento.
Pur essendo svantaggioso dal punto di vista del numero di deputati, il «correre da soli» parrebbe però conveniente da quello del ruolo politico. Che, secondo alcuni, sarebbe di assai poco conto se una forza minoritaria come l'Udc restasse all'interno di una coalizione probabilmente perdente. Certo, l'uscita dall'alleanza di centrodestra renderebbe inevitabile la sua sconfitta. Basandosi sul computo dei «collegi marginali» presentato sul Sole24ore da Carducci e Sesto, sarebbero almeno 80 i contesti in cui la Cdl soccomberebbe a causa della defezione dell'Udc. Questa prospettiva accresce il potere contrattuale del partito di Casini e Follini già prima delle consultazioni, imponendo ad esempio un certo numero di accordi di desistenza. Ma, specialmente, il «correre da soli» conferirebbe dopo le elezioni all'Udc un ruolo determinante nel condizionare la capacità di agire del futuro esecutivo, da chiunque esso sia formato.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Ieri sera alla festa dell’Unità. Il diessino Lumia: il governo ha abbassato i livelli di legalità nel nostro Paese. «Con la Destra le mafie si sono rafforzate»
da L'Unità di s.r.
MILANO "Ma perché non ho fatto come Totò?". Tano Grasso, piombato nell'autunno milanese, in una serata umida e piovosa, particolarmente insopportabile per un siciliano che si è lasciato alle spalle il sole di Palermo, ha affrontato con straordinario coraggio il racket della mafia, ma adesso si sente aggredito da questa pioggia insidiosa. Assieme al parlamentare diessino Giuseppe Lumia, al procuratore di Palermo Piero Grasso, a Giorgio Bertinelli vice presidente della Lega Coop è alla Festa dell'Unità per discutere del ruolo dell'economia nella lotta alla mafia. Parla Lumia e parte da un concetto di fondo: "in questi anni il centro destra ha diffuso nel nostro paese l'idea che abbassando i livelli di legalità lo sviluppo avrebbe sprigionato le sue energie. Da qui i condoni, le leggi privilegio, il rientro dei capitali dall'estero e altre leggi vergogna che ben conosciamo. Il risultato è che l'asticella della legalità si è abbassata e lo sviluppo ha fatto passi indietro. In questo contesto le mafie si sono rafforzate nonostante gli innegabili successi ottenuti grazie al lavoro di magistratura e forze dell'ordine". Il parlamentare diessino cita quattro indicatori: racket ed usura, appalti, beni confiscati e riciclaggio. "In tutti questi quattro strategici settori abbiamo fatto passi indietro preoccupanti. La nostra proposta è quella invece di ripartire da uno stretto legame tra legalità e sviluppo, con strumenti nuovi che responsabilizzino le imprese, premiando con incentivi quelle che resistono e non pagano il pizzo, sull'esempio dell'associazione antiracket presieduta da Tano Grasso. Sugli appalti chiediamo che si riduca il numero degli enti che li assegnano, che in Italia sono intorno a 27 mila, tra Comuni, Regioni, enti pubblici: una cosa impressionante. Poi proponiamo di realizzare un'anagrafe dei conti e depositi per la lotta al riciclaggio, con un impegno che vada oltre il nostro paese e coinvolga l'Europa. Una misura per agevolare le indagini patrimoniali per reati di mafia e terrorismo". Un'iniziativa che la Lega delle Cooperative ha già fatto sua, come spiega Bertinelli, che ricorda che il Sicilia le Coop hanno già dato vita a questo codice etico, vincolante per chi aderisce alla Lega. Tano Grasso coglie la palla al balzo: "in vista delle elezioni del 2006 io credo che il centro sinistra debba fare proprio questo, assumendo come centrale nel proprio programma il tema del rapporto tra economia e mafia. La mafia che da sempre è un ostacolo allo sviluppo del sud". Anche il presidente dell'associazione antiracket è d'accordo: la formula vincente è quella di incoraggiare le imprese a denunciare il ricatto mafioso. Questa del resto è la linea che la sua associazione segue da quando è nata. Il procuratore Piero Grasso parla invece delle iniziative dei giovani che a Palermo stanno creando una nuova coscienza civile. "Penso ad esempio ai giovani di "Addio Pizzo" che hanno indotto 4 mila consumatori ad acquistare solo prodotti puliti, di imprese che non pagano il pizzo, che denunciano l'estorsione. Gli stessi imprenditori che aderiscono all'iniziativa hanno deciso di creare un circuito virtuoso a prezzo pulito, senza questo ignobile balzello pagato alla criminalità".
Per fortuna rimaniamo diversi. Ancora.
di Babel
E’ un dubbio che ormai volgeva in certezza: siamo la stessa cosa. I 50 anni del servizio pubblichino radiotelevisivo si stemperano nella cascata commerciale di Mediaset.Formati, linguaggi, valori e inquadrature che si mischiano in un unico blob. A dare il colpo finale all’esile intercapedine che ancora distingueva i due marchi le ultime tornate dei gruppi dirigenti inviati in Rai dal governo Berlusconi. Uomini, interessi, infine addirittura nomi incastonati nella filovia di Milano 2.
I passaggi delle vedette poi sancivano la mancanza di ogni soluzione di continuità fra i due schermi. Come per Bonolis.E poi il patrimonio di famiglia: il calcio nazionale. Strenuamente difeso ed infine consegnato con enfatica indignazione.Ieri lo stesso Bonolis ha voluto, con l’ acrobatica disinvoltura ben descritta da Striscia la notizia lo scorso anno, sancire il take over del piscione. In avvio del 90 esimo minuto targato canale 5, il segno del comando, ha voluto fotografare il passaggio del testimone con un cinico omaggio ai padri di quella formula: Maurizio Barendson e Paolo Valenti. Due glorie della rai che nel 1970 fecero quelloo che allora solo la rai poteva fare: accorciare la giornata degli sportivi dando quasi in diretta i gol delle partite appena terminate. Insieme ai due campioni del giornalismo sportivo radiotelevisivo Bonolis ha fatto sfilare le icone dei tradizionali “terminali” che si sono succeduti nella gestione dei collegamenti della trasmissioni.
Visi che ancora più dei nomi rappresentano un medagliere dell’italia pallonata: Vasino, Tonino Carino,Galeazzi, ecc. ecc. Un tributo velenoso che voleva ratificare la legittima successione. Voi siete stati questi, noi ora saremo i nuovi.Una malinconica rabbia poteva prendere chi si trovava ad assistere allo scempio. Poi, con il passare dei minuti, la rabbia si scioglieva e via via che procedeva la nuova trasmissione si ripristinava l’orgoglio della differenza. Si perché se c’e’ una cosa che ieri è stata sancita dal pomeriggio sportivo Mediaset è che il sangue non è acqua.La differenza , nonostante tutto, sopravvive.Persino dopo gli anni dell’annessione. Guardare Bonolis che lanciava i suoi spot con idifferenza, passando nel medesimo istante dal ruolo di conduttore a quello di venditore, perché negarlo, ci ha rassicurato.
Loro sono quello: costruttori di palinsesti che sono solo un pretesto per vendere spot. Impresa mobilissima e produttiva, intendiamoci, su cui non è lecito ne attuale spargere disprezzo, ma è un’altra cosa. Vedere che la trasmissione prolungarsi, appesantendosi, minuto dopo minuto – è durata più del doppio della versione Rai- con una confusione di ruoli fra giornalisti, commentatori, ospiti e sponsor,ci ha rinfrancato rispetto all’originario timore.Il mestiere non si inventa,e la missione nemmeno.può essere la consolazione tipica di una nobiltà decaduta. Ma anche la base di un progetto di rilancio, dove la rai, come fecero Valenti e Barendson nel ’70, torni a fare quello che gli altri non fanno.magari anche rischiando un po’.Quel tanto che valga il canone. www.articolo21.info
Mondragone: Verso le Primarie di Collegio. Dichiarazioni del Leader dei Verdi Giancarlo Burrelli
“Nei giorni scorsi ho lanciato la proposta delle Primarie di collegio per scegliere i candidati del Centro-Sinistra per la Camera ed il Senato. Primarie che si potranno tenere contemporaneamente a quelle per la scelta del Candidato Premier. L’idea è stata accolta con grande favore. Tantissimi cittadini mi hanno, infatti, avvicinato per esprimermi il loro apprezzamento, per condividere la proposta ed per incitarmi a perseguirla. Gli addetti ai lavori, i politici, i rappresentanti degli altri partiti hanno invece taciuto. Nessun commento, nessuna dichiarazione, nessuna presa di posizione. Gli apparati e le burocrazie politiche ancora una volta si dimostrano meno progressisti ed innovatori di coloro che pensano di rappresentare. Rilancio con forza le Primarie di Collegio e invito l’intero Centro-Sinistra a dichiarare il proprio consenso o il proprio dissenso su tale proposta. Invito i compagni Democratici di Sinistra, gli amici della Margherita, i compagni Socialisti, del Partito della Rifondazione Comunista e del Partito dei Comunisti Italiani, gli amici della Lista Di Pietro/Italia dei Valori, dell’Udeur e i Repubblicani, di tutte le città dei due Collegi (di Camera e Senato) e anche le altre aggregazioni politiche che si stanno avvicinando all’Unione, a “battere un colpo”, ad uscire allo scoperto e a dirci se vogliono le Primarie. Se vogliono cioè lasciare nelle mani dei partiti, di piccole oligarchie e mestieranti la spartizione certosina dei collegi o se invece vogliono che siano i cittadini del centro-sinistra a scegliere chi dovrà, insieme al leader della Coalizione, rappresentarli nei due Collegi nella dura sfida contro le destre. C’è tutto il tempo per organizzare le Primarie, manca solo la volontà unanime. La politica vive una stagione di profonda crisi. Soprattutto nei nostri territori. Le Primarie potrebbero rappresentare un’occasione di rilancio e di rinnovata fiducia.” /www.caserta24ore.it
Stampa con il bavaglio
Un giornalista rapito e torturato in Yemen
Jamal Amer, capo-redattore del settimanale indipendente yemenita al-Wassat, ha denunciato di essere stato rapito e torturato, la notte tra il 22 e il 23 agosto scorso a Sanaa, capitale dello Yemen, da uomini armati e a volto coperto per aver pubblicato nel giornale per il quale lavora articoli critici verso il governo dello Yemen.
Una brutta avventura. “Mi hanno bendato e trascinato in una macchina con le insegne dell’esercito. Dopo avermi portato fuori città, hanno cominciato a picchiarmi e a interrogarmi. Volevano avere informazioni su colleghi e fonti che hanno scritto articoli contro il governo negli ultimi mesi”. Il drammatico racconto della violenza subita da Amer è stato raccolto da al-Jaazera.net . Le informazioni che i rapitori di Amer volevano ottenere da quest’ultimo riguardavano in particolare gli incidenti scoppiati in varie zone del Paese a fine luglio scorso per il rincaro del prezzo della benzina: 36 dimostranti persero la vita negli scontri con la polizia che, dalla stampa locale e da quella internazionale, fu accusata di uso indiscriminato della violenza.
Il Sindacato dei giornalisti dello Yemen ha duramente condannato l’accaduto, anche perché il governo non ha ritenuto di dover in nessuna maniera condannare l’episodio. I rapitori non sono direttamente conducibili alle autorità, ma il fatto che viaggiassero su un veicolo militare e che interrogassero Amer solo sulle critiche che la stampa rivolge al Presidente Saleh configurano come minimo una convergenza d’interessi tra il potere politico yemenita e i picchiatori.
Lo stesso Amer era incappato nelle ire delle autorità yemenite per un articolo del 2000 e, in primo grado, era stato bandito dalla professione. La motivazione della condanna era un’inchiesta di Amer sui rapporti tra la monarchia saudita e il Presidente dello Yemen Saleh rispetto all’alleanza strategica con gli Stati Uniti. Successivamente era riuscito a essere perdonato, ma l’aggressione dei giorni scorsi dimostra come il potere politico yemenita non lo abbia perso di vista.
Un mestiere difficile. Il caso di Amer non è certo isolato e, come testimonia ogni anno Reporter Sans Frontiere, i rapporti tra il potere politico e la stampa in Yemen non sono mai stati particolarmente rosei. La legge votata subito dopo la riunificazione del Paese avvenuta nel 1990, nota come Legge nazionale per la Stampa e le Pubblicazioni, vieta tra l’altro la pubblicazione di testi che, nel giudizio delle autorità yemenite, offendano la religione islamica o che mettano a repentaglio la sicurezza dello Stato. Facile immaginare le possibilità d’interpretazione arbitraria che lascia un testo del genere. Se invece, come nel caso degli incidenti per il caro petrolio, si esercita solo il diritto di cronaca, ecco arrivare gli sgherri notturni a volto coperto. Un altro esempio di quanto sia difficile fare il giornalista in Yemen è il caso di Hisham Basharaheel, editore del settimanale indipendente Al-Ayyam, e di Hassan Ben Hassainoun, reporter dello stesso giornale.
A maggio del 2000 una corte yemenita ha condannato entrambi a due anni di reclusione. Ben Hassainoun è stato accusato di ‘fomentare lo spirito settario e separatista nel Paese’. La colpa di Hassainoun e del suo editore? Quella di aver pubblicato il resoconto degli scontri nella zona a maggioranza sciita del Paese tra i fedeli di al Houthi, predicatore che sosteneva la scissione dallo Yemen (a maggioranza sunnita), e i militari. Cioè facevano solo il loro mestiere. Ancora il caso di Jalal al Sharaabi e di due giornalisti che lavoravano per il settimanale Al-Shoura, del quale al Sharaabi era direttore. Tutti e tre sono stati condannati nel maggio 2003, per aver parlato in pubblico di omosessualità, alla sospensione dalla professione per sei mesi. Per la magistratura l’inchiesta, che fra le altre cose conteneva interviste ad omosessuali incarcerati, violava la moralità, gli usi, i costumi del popolo yemenita. L’elenco è molto lungo e potrebbe continuare, ma il Presidente dello Yemen Saleh viene considerato un alleato sicuro nell’area dall’Europa e dagli Stati Uniti nella ‘guerra al terrorismo’ e, per il momento, la libertà di stampa può aspettare.
Christian Elia www.peacereporter.net
Condannati a morte per espianto organi
da Claudio Giusti
In Italia ci sono cose che periodicamente ritornano: il Festival di Sanremo, le statue che lacrimano sangue, la cura Di Bella e la balla degli organi rubati ai bambini e venduti su Internet.
Gli Italiani amano credere che esista un commercio internazionale d'organi espiantati dalla Mafia a bambini rapiti nei paesi del Terzo Mondo, ma non c'è speranza che qualcuno si preoccupi di controllare se in queste notizie c'è qualcosa di vero o di verosimile. Ragioniamo per assurdo e ammettiamo che esista un'organizzazione criminale dedita al rapimento di persone allo scopo di usarne gli organi:
1) Ovviamente costoro non possono rapire bambini perché i loro organi non sono adatti per gli adulti e i trapianti sui bambini sono troppo rari per creare un mercato redditizio. Togliamo quindi di mezzo la parte più grossa della balla: se esiste un traffico internazionale di organi "rubati" questo non riguarda i bambini.
2) Sappiamo che trovare un donatore compatibile per un trapianto legale è cosa non facile e mettiamoci nei panni di chi deve fare il percorso inverso: dal "donatore" al ricevente. Come faranno i nostri criminali a trovare una persona che sia compatibile con il loro rapito ma anche abbastanza ricca e disperata da accettare le loro proposte?
3) Mettiamo che ci riescano: a questo punto devono avere a propria disposizione una clinica di alto livello con personale che accetti di espiantare un organo senza fare domande. Occorrono medici, anestesisti e infermieri il cui silenzio deve essere profumatamente pagato visto che partecipano a reati gravissimi.
4) Insomma: la nostra organizzazione criminale deve essere in grado di mettere insieme una vittima adatta, una clinica, uno staff medico e un cliente disposto a sborsare una cifra enorme (centinaia di migliaia di euro).
5) Ne consegue che il nostro trapiantando, oltre che molto ricco, deve essere anche molto stupido, perché spenderebbe parecchio meno a farsi fare un legalissimo trapianto in Cina o a smazzettare un primario.
Gli italiani e i loro giornali non lo sanno, ma la realtà è banalmente atroce. Il commercio internazionale di organi esiste, non è clandestino, è gestito dal Partito Comunista Cinese e ha consentito a migliaia di persone di tutti i paesi di ricevere, con poca spesa, un organo.
La procedura è semplice, legale e sicura: le cliniche cinesi fanno le loro richieste, il Partito trova, fra le migliaia di condannati a morte, quelli adatti a "donare" e li fa fucilare nei tempi previsti dalle necessità della camera operatoria. Il costo di tutta l'operazione va dai 10 ai 50 mila dollari americani.
Anche a Taiwan usano i condannati a morte come "banca degli organi".
28 agosto 1979 - Lord Mountbatten fu assassinato dall'IRA
www.osservatoriosullalegalita.org
"Collapse" di Jared Diamond
di Liliana Adamo
Le civiltà occidentali come "Rapa Nui"
Se per Michael Crichton il global warming è giusto una sovrastruttura mentale, un artificio che in realtà non esiste, gonfiato a dismisura da un gruppo di maniaci ambientalisti, diversa è l'opinione di Jared Diamond, autorevole "biogeografo", psicologo evoluzionista dell'Università della California a Los Angeles, già vincitore del premio Pulitzer con il bestseller "Guns, Germs, and Steel", che spiega come alcune civiltà, di fatto, si siano indirizzate al suicidio di massa, depredando sistematicamente il proprio ambiente.
Dal suo ultimo libro "Collapse: How Societies Choose to Fail or Succede" (che sarà tradotto e pubblicato in Italia soltanto in autunno da Einaudi ndr), viene un monito a tirarci fuori pericolo finché siamo in tempo.
Stimando l'enorme successo commerciale raggiunto negli States di questo splendido e sconcertante saggio, siamo portati a considerare unilaterale la sensibilità degli americani: nulla han potuto Kyoto, AbuGhraib, Guantanamo e l'unanime biasimo alla politica bellicista dei neocon e dei loro favoreggiatori; gli yankee paiono sconvolti dalle prospettive di disastro ecologico incombente sul pianeta, descritte da Diamond, invece che dalle aprioristiche rimostranze di noi europei....
Un'intera sezione ispirata al bestseller è riconoscibile fra i padiglioni del "Natural History Museum" di Los Angeles: spettacolari proiezioni di costruzioni ataviche, raggi di luci misteriose a memoria d'antiche civiltà cadute per un evento tra show e cultura, una serie dinamica d'esposizioni e discussioni intorno ai temi ambientalisti, le cui sorti sono legate alla società globale contemporanea. A questo proposito la domanda che mi pongo è se "gli irritanti rumori di fondo", tali stati ravvisati gli argomenti dell'attuale movimento ambientalista d'oltreoceano, si rianimeranno grazie alle riflessioni sollevate da un "biogeografo" di fama, o perdureranno nella consueta rotta fallimentare.
In un editoriale del New York Times, Nicholas D. Kristof, autore di reportage, ecologista e premio Pulitzer, scrive: "Da un certo punto di vista, siamo tutti ambientalisti, ora…Più di tre quarti degli americani concordano sul fatto che il nostro paese dovrebbe fare ogni cosa per proteggere l'ambiente; ma il sostegno all'ambiente fa coppia col sospetto verso gli ambientalisti. La Morte dell'ambientalismo rileva come un sondaggio del 2000 conclude che il 41% degli americani considera gli attivisti di quest'area come degli estremisti. Esistono ambientalisti seri, naturalmente, ma quelli con eccesso di zelo hanno fatto terra bruciata. La perdita di credibilità è un fatto tragico, perché d'ambientalisti ragionevoli c'è un urgente bisogno…Sarebbe un fattore critico avere un movimento ambientalista credibile, articolato e dotato di sfumature, molto rispettato. Ma ora, temo, non ce l'abbiamo."
Dunque, l'America si è persuasa alle tesi di Diamond, o solo genericamente sedotta dal proliferare di un "nuovo sentire sociale", pur diffidando dei propri attivisti cosiddetti estremi e in assenza di un movimento "articolato" (come suggerisce Kristof), dinamico sul territorio; le speranze per risollevare il problema sotto il mero aspetto politico si riducono al minimo, a danno del mondo intero.
Fronteggiare il collasso incombente non è facile; la richiesta per difenderci dal caos che abbiamo generato o dai grandi disastri naturali (come lo tsunami del sud est asiatico), ricorre alla ricostruzione di un passato ricco d'esempi rivelatori, anche quando si rimescola a miti e leggende, utopie, fantascienza o creazioni letterarie. La preistoria dell'umanità è vista come un ammonimento e un modello di prova, ma senza che si giunga ad avere risposte per sollecitare interventi, per sapere qual è la direzione. Esistono disuguali dinamicità: se da una parte la società occidentale ha imboccato la strada di non ritorno (il protocollo di Kyoto appare un trattato già scaduto, inadeguato, a dispetto del fatto che la prima potenza mondiale lo rigetti tout court), dall'altra l'indagine empirica sulle ragioni di una società organizzata che cessa di vivere e tramandarsi, è appena agli albori. Così le recenti tecnologie, nuovi sistemi d'idee e d'organizzazione collettiva in grado di risanare il pianeta ed evitare il tracollo, al momento rimangono, per gran parte, impraticabili. Di queste colpe ed omissioni la nostra civiltà dovrà renderne conto già dalla prossima generazione (e, parafrasando Kristof, non crediamo affatto d'essere degli estremisti).
L'impianto narrativo che adotta il professor Diamond si serve di un metodo comparativo basilare, descrivendo e classificando, riferendo dei problemi in modo schietto e diretto. La domanda che si pone è molto semplice ed è riportata sul retro copertina: "Perché" si chiede, "alcune società e non altre perdono il criterio fino ad auto-distruggersi? Perché alcune società prendono decisioni disastrose e cosa comporta questo per noi?"
Il lungo resoconto è attraversato dai tentativi fallimentari di società e d'intere popolazioni. Analizzando analogie e discordanze, un metodo già adottato in opere antecedenti (vedi "Why Is Sex Fun?: The Evolution of Human Sexuality" ), il riscontro con situazioni presenti nel nostro momento storico è a tal punto calzante che produce al lettore l'effetto di un brivido gelido lungo la schiena. Paradossale quanto la nostra civiltà conclusa nella globalizzazione, non abbia distribuito pari opportunità a tutti, invece che un'interdipendenza di disgrazie: alterazioni climatiche, modificazione degli habitat naturali, distruzione delle bio-diversità e degli ecosistemi. Le medesime fragilità e instabilità sociali e politiche, guerre globali. Certo, usiamo internet e gli aerei, ci serviamo di tecnologie domestiche che soltanto vent'anni fa erano impensabili, siamo forniti di conoscenze e competenze che potrebbero procurarci la chiave di lettura per disporre del nostro destino in modo benevolo, attuando una svolta.
Jared Diamond, studia a fondo quelli che, a prima vista, sono dati secondari e congiunturali di società primitive, sopraffatte da un disastro ecologico auto-prodotto. Fissa il corto circuito che ha annientato del tutto un lungo degrado. In questo modo remote civiltà polinesiane dell'isola di Pasqua, come i maya e i vichinghi dell'antica Groenlandia, si pongono a confronto, in ordine "scientifico", con gli Stati emergenti del Terzo Mondo come il Ruanda, Haiti, la Repubblica Dominicana; paesi che difficilmente potranno sopravvivere al disordine, alla disorganicità, con governi scriteriati, povertà e sovrappopolazione. Del resto, anche paesi apparentementi forti sui mercati globali come la Cina, l'Australia, gli stessi Stati Uniti, sistemi organizzati e complessi mostrano già le loro crepe, le sindromi di sperpero e decadenza.
Gli antichi "Moai" simboli di potere e solitudine.
Storia eclatante quella di Rapa Nui o Te Pito o te Henua, o comunemente detta, Isola di Pasqua (nome datogli da Jacob Roggeveen nel giorno di Pasqua del 1722). E' in questa roccia di 166 Kmq, nata dai vulcani del profondo Oceano Pacifico, una terra vuota e desolata dove oggi non c'è più nulla e nessuno, se non mandrie di cavalli allo stato brado che corrono sulle piatte e aride colline e i grandi, solenni Maoi, a testimonianza di un'oscura traccia, che Diamond ravvisa il germe, il sintomo premonitore per le società occidentali. Affascinante teoria, certo, non priva di un certo fondamento; il microcosmo e l'ecosistema di questo lembo remoto, al largo delle coste cilene, rappresentano emblematicamente la "nostra terra", l'ambiente che abbiamo manipolato e trasformato.
L'originaria Rapa Nui, prima di mutare nel simulacro di un'autodistruzione collettiva, era un'isola verdissima, con grandi e rigogliose foreste di palme e toromiri, (ne sono stati analizzati i pollini). Unica oasi per moltissimi chilometri, traboccava d'ogni specie d'uccelli, d'acqua e di terra, sule, gufi, aironi, rallidi e pappagalli. Intorno al 400 d.c., i Polinesiani delle tribù Maori, vi portarono galline, roditori commestibili e perfino maiali; al posto delle palme interrarono banani, canne da zucchero, tari, patate dolci. Il suolo d'origine vulcanica di Rapa Nui era talmente generoso che le piante coltivate si duplicavano con una facilità miracolosa. I Maori cominciarono a disboscare le foreste per avere sempre più terreni a disposizione e i roditori fecero la loro parte, divorando i semi degli arbusti autoctoni. Per costruire canoe e trasportare le sculture in pietra dei Moai, si disboscarono le foreste in modo inesorabile, finché, nel giro di un millennio, sull'isola non rimase un solo albero; le piogge corrosero il suolo privo di vegetazione, causando l'impoverimento della terra e dell'agricoltura. Una serie di calamità a catena avvennero nel momento stesso della massima incidenza demografica (i Maori erano arrivati a 9000) e il terreno eroso provocò la siccità dei corsi d'acqua che prosciugarono.
Privi del legno per costruire imbarcazioni e catturare pesci e delfini (di cui si cibavano), i Maori e le gigantesche sculture di pietra rimasero "imprigionati" a Rapa Nui, per sempre. Mangiarono tutti i polli, poi tutti gli uccelli originari dell'isola. Fu sterminata ogni forma di vita vegetale e animale, cosicché iniziarono a mangiarsi tra loro, a mettere in pratica il cannibalismo. I gruppi di famiglie, costretti all'antropofagia per sopravvivere, intrapresero guerre sanguinarie e quando nel 1722 l'olandese Roggeveen, sbarcò sull'isola, rinvenne centinaia d'ossa ammucchiate in una terra sterile e pochi sventurati che guerreggiavano per sfamarsi. Molte statue dei Moai erano state distrutte, la ferocia dei loro creatori si abbatté come una mannaia per cancellare finanche le "personificazioni" di un potere con cui gli antichi capi avevano dissipato la natura rigogliosa dell'isola e dunque la vita. Un potere che, alla fine, li aveva annientati.
Siamo ben consapevoli che Rapa Nui o comunemente detta Isola di Pasqua, nella sua "magnifica desolazione", è soltanto una roccia sperduta nell'Oceano, al largo del Cile, battuta dalle tempeste e racchiusa nelle sue cupe leggende. Ben altro è il mondo occidentale, nei suoi insiemi sociali e culturali dove si dipanano le catastrofi descritte da Jared Diamond e dove, tuttavia, agiscono persone e collettività dotate di volontà, sensibilità, capacità di decisione e d'azione.
Alle nostre società, Diamond indica una valutazione e un mutamento radicale. Ognuno di noi è l'esito delle sue preferenze, ma esistono ancora margini dove far ricadere le nostre scelte?
Liliana Adamo
l.adamo@reporterassociati.org
agosto 28 2005
QUEL SILENZIO COMPLICE CHE ASSOLVE IL GOVERNATORE
EUGENIO SCALFARI
da Repubblica - 28 agosto 2005
Nel progetto di riforma della Banca dell´Italia che il ministro del Tesoro ha in animo di presentare al Consiglio dei ministri entro il prossimo 8 settembre (data peraltro infausta) gli suggerisco di proporre anche l´abolizione del Comitato per il credito e il risparmio (Cicr), organo quanto mai inutile a tutti gli effetti come si sapeva da tempo e come ha dimostrato di essere nella sua più recente riunione dell´altro ieri.
Quel comitato si compone dello stesso ministro del Tesoro, del governatore della Banca, dei ministri dell´Agricoltura, dell´Industria, dei Lavori pubblici, dei rapporti con la Comunità europea. Eccezionalmente, e a richiesta del governatore, è anche intervenuto questa volta il ministro della Giustizia, presenza del tutto irrituale che tuttavia è stata supinamente accettata dagli altri componenti.
Raccontano le cronache che Antonio Fazio ha parlato per oltre due ore illustrando una sua relazione tecnica di ventiquattro cartelle sulle contestate vicende delle due scalate in forma di Opa (non ancora concluse) rispettivamente sulla Banca Antonveneta e sulla Banca Nazionale del Lavoro. La «performance» oratoria si è conclusa con una autoassoluzione piena dell´operato della Banca.
Tutti i presenti hanno dato atto di quell´autoassoluzione. Uno solo, il ministro dell´Agricoltura, ha timidamente obiettato che sussisteva tuttavia il problema della credibilità della Banca, messo clamorosamente in discussione dalle intercettazioni telefoniche disposte dalla magistratura. Dopodiché ha parlato il ministro del Tesoro in veste di presidente del Comitato. Anche lui si è soffermato sui danni che il comportamento del governatore ha causato al prestigio nazionale e internazionale della Banca e più in generale al credito dell´Italia. A supporto delle sue affermazioni ha citato le opinioni dei dirigenti della Banca Centrale europea da lui consultati, della Commissione economica di Bruxelles, producendo anche una massa di articoli critici, pubblicati da importanti organi di stampa straniera.
Fazio ha ribattuto a quelle contestazioni; Siniscalco è rimasto del suo parere e la seduta si è sciolta con il più totale nulla di fatto. Della eventuale riforma si parlerà in Consiglio dei ministri. Antonio Fazio comunque resterà alla guida dell´istituto fin dopo le elezioni del 2006. Poi si vedrà.
* * *
Fin qui i fatti. Abolitelo quel Cicr. Non serve a niente, non decide niente, non controlla niente. I ministri che vi partecipano si comportano come statuine di gesso e mostrano di non aver neppure letto i documenti dei quali dovrebbero discutere o di non averne capito il loro contenuto. Perciò non tutelano né il credito né il risparmio né la credibilità del sistema e tantomeno quella del governo di cui fanno parte.
I complici del Governatore
Quanto al ministro del Tesoro - il solo che le carte le ha lette e le ha capite - egli rappresenta l´erede eponimo del doroteismo nazionale.
Fabbrica con sapienza l´alibi di aver accolto con riserva l´autoassoluzione di Fazio ma non contesta la sua contestabilissima relazione.
Si nasconde dietro gli articoli del «Financial Times» e dell´ «Economist» come se l´opinione dei giornalisti fosse utilizzabile in un contesto che vede contrapposti importantissimi organi dello Stato.
In realtà tutti gli interessati volevano scongiurare le dimissioni o peggio ancora la revoca di Fazio a pochi mesi dalle elezioni. Siniscalco ha dato un colpo al cerchio e una alla botte, fedele alla consegna ricevuta dal presidente del Consiglio.
La vera e unica soluzione efficace sarebbe stata quella suggerita da Ciampi: autosospensione di Fazio dall´esercizio delle sue funzioni e delega di esse, come previsto dallo statuto della Banca, al direttore generale.
Ma ci voleva l´accordo di Fazio che ovviamente non c´è stato.
* * *
Le contestazioni che i ministri del Cicr avrebbero potuto e anzi dovuto fare al governatore emergevano chiaramente dalle carte a conoscenza di tutti: le ispezioni della Vigilanza della Banca d´Italia, l´ordinanza con la quale il Gip del Tribunale di Milano ha sospeso Fiorani, Gnutti, Ricucci e compagni dall´esercizio delle loro funzioni societarie sequestrando il 40 per cento delle azioni Antonveneta in loro possesso e le plusvalenze realizzate nei vari movimenti azionari.
La storia delle ispezioni alla Banca Popolare Italiana (ex Lodi) non comincia in realtà nella primavera del 2005 ma cinque anni prima e cioè nell´autunno del 2000. Già in quella data infatti la Vigilanza era in allarme per la spregiudicatezza e la campagna-acquisti di Fiorani. Il capo ispettore della Vigilanza, Umberto Proia effettuò una lunga indagine sulla consistenza patrimoniale della Lodi e ne dette conto in un´ampia relazione che fin da allora avrebbe dovuto allarmare seriamente il governatore. Proia era infatti arrivato alla conclusione che la Lodi non disponeva delle risorse patrimoniali necessarie alle scalate a ripetizione con le quali stava conquistando il controllo di numerose banche cooperative e fondazioni bancarie al Nord al Centro e al Sud, «in parte acquistate a bassissimo prezzo perché dissestate, e in parte pagate a prezzo elevato». In realtà Fiorani comprava gli sportelli di quelle banche, acquistava la liquidità dei depositanti e la utilizzava per finanziare la sua campagna-acquisti. Poi decideva aumenti di capitale per ricostituire parzialmente le sue risorse patrimoniali e usava le reti degli sportelli per collocare le nuove azioni Lodi presso i depositanti della medesima.
Secondo la relazione di Proia già nell´autunno del 2000 la Popolare di Lodi era discesa ad una «ratios» del 4 per cento (il minimo previsto dalla Banca d´Italia è l´8) e a quel livello era rimasta per lunghi periodi.
L´ispezione si concludeva con una raccomandazione imperativa: la Lodi non avrebbe dovuto procedere a ulteriori acquisti di banche senza aver predisposto, prima e non dopo, le risorse patrimoniali necessarie. Fiorani disse sì e fece no.
L´attacco all´Antonveneta, in competizione con gli olandesi della Abn Amro, fu organizzato con lo stesso metodo, naturalmente su scala molto più vasta.
Furono concessi fidi a molti clienti della Popolare Italiana affinché comprassero azioni Antonveneta. L´importo di tali fidi è quantificato nella relazione dei capi ispettori della Vigilanza in 1.118 milioni di euro. Era un modo per rastrellare azioni Antonveneta senza gravare sulle risorse patrimoniali della Popolare Italiana. Successivamente quelle azioni furono messe a disposizione di Fiorani a prezzi assai convenienti per chi le aveva acquistate con i prestiti fatti dallo stesso Fiorani.
Altre analoghe operazioni furono fatte con la Deutsche Bank e con le società finanziarie controllate da Gnutti. Altre ancora con vendite fittizie di partecipazioni azionarie della ex Lodi, che poi sarebbero state stornate.
Di qui i provvedimenti cautelari di sequestri azionari disposti dalla Consob e confermati e ampliati dal Gip del Tribunale di Milano.
Mi domando come mai su questi pubblici elementi di fatto non siano state poste domande al governatore durante la riunione del Cicr da parte dei ministri Siniscalco, La Malfa, Alemanno, Lunardi, Scajola. Come e perché Fazio non dette alcun peso a posizioni assunte dalla Popolare Italiana che comportavano rischi elevatissimi configurando altresì veri e propri reati da parte del predetto bancario di Lodi? Perché Fazio dispose la sospensione dell´Opa soltanto dopo l´analoga decisione della Consob mentre l´aveva autorizzata dopo aver ricevuto e letto la relazione dei suoi ispettori che confermavano la pericolosità dei metodi di Fiorani cinque anni dopo analoghe denunce da parte del capo ispettore Umberto Proia? Quei cinque ministri, dopo la scena muta al Cicr del 26 agosto, hanno commesso un peccato di omissione di inaudita gravità, che dal punto di vista della responsabilità politica li colloca sullo stesso piano di Antonio Fazio.
Se c´è una responsabilità del governatore nell´aver recato danni gravi alla credibilità dell´economia italiana (e certamente c´è) la stessa responsabilità incombe ora sui ministri del Cicr che avevano l´occasione di chiarire l´intera vicenda e sanzionarne il principale responsabile mentre hanno platealmente eluso il loro dovere.
* * *
Incombe ora all´opposizione di centrosinistra sollevare il problema in sede parlamentare portandolo all´attenzione dell´opinione pubblica. Le dichiarazioni alle agenzie di stampa non sono sufficienti. Le Camere si riaprono tra pochi giorni ed è lì che l´opposizione deve chiamare a rispondere i responsabili politici di questo malaffare che coinvolge al tempo stesso il governatore e il governo. Ed è lì che gli strombazzati auspici a convergenze «bipartisan» dovrebbero trovare l´occasione di materializzarsi con idonei strumenti di censura politica.
Il caso vuole che, in contemporanea con le vicende di questo vergognoso «risiko» bancario, sia emerso un altro caso che mette a repentaglio la credibilità del governo di fronte all´opinione pubblica internazionale e ai governi di Paesi alleati. Si tratta delle rivelazioni, ad dir poco inopinate, rese dal Commissario della Croce Rossa italiana a proposito della liberazione in Iraq delle «due Simone».
Il predetto commissario ha affermato che tra le condizioni poste dai sequestratori iracheni ci fu anche il ricovero, le terapie necessarie e quindi la fuga di due terroristi, curati nell´ospedale della Croce Rossa di Bagdad, con il benestare del sottosegretario Gianni Letta e del direttore del Sismi, Pollari.
Può darsi che il Commissario della Croce Rossa, Scelli, abbia detto il falso. Non si vede perché, ma non si può escludere. E´ tuttavia evidente che anche questa vicenda non può considerarsi chiusa senza un serio passaggio parlamentare.
Se infatti le affermazioni di Scelli risultassero confermate da opportuni riscontri, il governo nelle persone del presidente del Consiglio, del ministro degli Esteri e del sottosegretario alla Presidenza, avrebbe mentito al Parlamento oltre che ai governi alleati. L´indipendenza e la neutralità della Croce Rossa non sono elementi dirimenti se il nostro governo fu informato e approvò l´operato di Scelli, come successivamente approvò ed anzi determinò l´operato del povero Calipari.
Risiko bancario, politica degli ostaggi in Iraq: due fattispecie lontanissime per argomento l´una dall´altra, ma unificate da un effetto di grave caduta della credibilità del nostro Paese sul mercato finanziario e nella politica estera.
Ho scritto più volte che siamo da quattro anni governati da un gruppo di dilettanti avventuristi.
Purtroppo se ne ha ogni giorno la deprimente conferma.
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Ds Milano - Rassegna stampa
ASSASSINIO, UNA FISSAZIONE USA
DI LYNNE DUKE
La storia di Washington, nel tentativo di assassinare i leaders dei paesi esteri, e’ un lunga e controversa faccenda. Pat Robertson vuole morto il Presidente Venezuelano Hugo Chavez. Gli Usa hanno complottato di uccidere Fidel Castro otto volte.
REUTERS
Cosi’ Pat Robertson, fondatore della Coalizione Cristiana, pensa che gli Stati Uniti dovrebbe assassinare Hugo Chavez, il Presidente Venezuelano.
Vediamo, quali sono le opzioni? I report del Senato di trentanni fa di un corpo conosciuto come Comitato della Chiesa ci danno qualche indicazione Che ne dite di una fiala di veleno, come fu ordinato per l’ assassinio di matrice Usa nel 1960 del primo ministro del Congo, Patrice Lumumba(1). O forse fornire un po’ di armamenti ad una squadra di assalto locale, come fece Washington per quelli che assassinarono il leader Dominicano Rafael Trujillo(2).
E non dimentichiamoci di Fidel. Durante gli anni sessanta, ci furono otto , ben otto, diversi complotti degli USA per ucciderlo. I metodi includevano incursioni armate, sigari avvelenati, conchiglie esplosive ed una muta da sub contaminata con funghi mortali, per non menzionare i vari fucili ed esplosivi nelle mani degli esili cubani che odiavano Castro.
Cio’ nonostante Castro e’ ancora con noi – a dimostrazione che i colpi geopolitici sono folli o, almeno, mai di facile riuscita.
Chavez, era a Cuba martedi’, in visita da Castro durante le controverse dichiarazioni di Robertson. Lo stesso Robertson e alcuni dell’ amministrazione Bush credono che Chavez sia il pupazzo di Castro. Il presidente venezuelano si e’ messo in luce con le frequenti dichiarazioni che gli Stati Uniti lo vogliono morto. Robertson, in un diatriba contro il leader del petrolio venezuelano, ha dichiarato seriamente che Washington dovrebbe dargli cio’ che merita.
E’ raro che un personaggio pubblico sostenga la drastica altenativa dell’ assassinio, motivo percui le dichiarazioni di Robertson hanno attirato l’ attenzione dell’ opinione pubblica.
“ Abbiamo l’ abilita’ di farlo fuori, e penso che sia venuto il tempo di esercitare tale abilita’ ”, ha dichiarato Robertson al programma del Lunedi’ The 700 Club su Christian Broadcasting Network. “ Non abbiamo bisogno di un’ altra guerra da 200 milioni di dollari per eliminare quel dittatore armato. E’ piu’ facile gestire alcune operazioni clandestine che facciano il lavoro e con le quali sara’ possibile assumere il controllo.”
Con un linguaggio che immediatamente induce ad un deja vu, Robertson ha affermato che togliendo di mezzo Chavez, fermerebbe il paese “dall’essere un trampolino di lancio per l’ infiltrazione comunista e l’ estremismo islamico.”
Il Washington Post ha chiesto a Michael Scharf, un professore di diritto alla Case Western Reserve University e consigliere legale del Dipartimento di Stato, quale fosse la sua opinione.
“Ovviamente Robertson non e’ un uomo di stato,” ha scritto in una email. “ Non esiste modo di giustificare legalmente questo tipo di azione contro il Presidente Chavez.”
E velocemente, diversi membri dell’ amministrazione Bush hanno preso le distanze da una figura che, nonostante questo incidente, rappresenta la frangia cristiano-conservatrice del Presidente [Bush].
Quello che emerse dalle indagini di un comitato selezionato dal Senato a meta’ degli anni settanta e’ un periodo di tempo pieno di successi e tentativi di cospirazione supportati dagli Stati Uniti.
Cinque casi – in Congo, nella Repubblica Domenicana, nel Vietnam del Sud, a Cuba ed in Cile – furono esaminati dal comitato del Senato, comunemente conosciuto come Comitato della Chiesa dal nome del suo presidente democratico Frank Church.
L’amara conseguenza di alcuni di questi casi continua tutt’oggi a modellare le politiche nazionali di questi paesi.
Il Congo, per esempio, ha visto 45 anni di dittatura, guerra e di malgoverno che potrebbe terminare il prossimo anno se si terranno le elezioni come programmato – con un grosso se. Sarebbero le prime elezioni nazionali da quando Lumumba fu eletto come primo ministro nel 1960, quando la colonia chiamata il Congo Belga guadagno’ l’ indipendenza.
Lumumba non duro’ a lungo. Gli Usa, il Belgio e diverse fazioni Congolesi arrivarono dopo di lui per cio’ che si trasformo’ in una corsa all’ assassinio.
La CIA invio’ un’ agente con la leggendaria fiala di veleno, come riportato dal Comitato della Chiesa (Church committee ). Circa nello stesso periodo, una leader Congolese chiamato Mobutu Sese Seko(3) ed altri stavano programmando un piano per rapire Lumumba ed ucciderlo, come poi avvenne. Lumumba fu picchiato fino alla morte. L’ uomo della CIA getto’ il veleno nel fiume Congo.
In Cile un vecchio assassinio ancora fa eco mentre la nazione lotta con l’ eredita’ lasciata dal generale Augusto Pinochet. La CIA sostenne un complotto per destabilizzare il presidente Salvador Allende attraverso il rapimento di uno dei suoi generali.
Si riteneva che la rimozione del generale Rene Schneider potesse aprire le porte al colpo di stato. La CIA forni’ armi ai gruppi disssidenti che neutralizzarono Schneider, sebbene il Church committee affermo’ che non fu con le armi della CIA che Schneider fu ucciso nel 1970.
Pinochet guido’ il colpo di stato contro Allende tre anni dopo – una mossa che gli Stati Uniti incoraggiarono.
Il 2 Novembre del 1963, solo tre settimane prima che John F. Kennedy fosse assassinato, il presidente del Vietnam del Sud, Ngo Dinh Diem mori’ in un colpo di stato. Gli USA supportarono i generali nella cospirazione contro di lui, secondo la convinzione che fosse piu’ facile vincere la guerra del Vietnam senza Diem. Il resto, naturalmente, e’ storia.
Quando tutte queste macchinazioni vennero alla luce negli anni settanta, il presidente Gerald Ford diramo’ un ordine esecutivo che proibiva gli assassini politici.
Ma nel 1986, gli Stati Uniti bombardarono obiettivi libici nei quali si pensava fosse il leader del paese, Muammar Gheddafi. Questo avvenne a seguito di un attacco terroristico in una discoteca di Berlino frequentata da soldati americani.
Negli anni novanta, il presidente Clinton autorizzo’ la CIA a cercare ed uccidere Osama bin Laden.
E la guerra in Iraq inizio’ con un raid aereo USA nel bunker dove si pensava fossero nascosti Saddam Hussein ed i suoi figli. Avrebbe potuto essere un successo, nonostante fosse anche l’ inizio della guerra.
Fonte: www.thestandard.com.hk
http://www.thestandard.com.hk/stdn/std/Focus/GH26Dh01.html
26.05.05
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da MANRICO TOSCHI
NOTE:
(1) Rafael Trujillo
Profilo - http://it.encarta.msn.com/media_461535479_761563569_-1_1/Rafael_Trujillo_y_Molina.html
(2) Patrice Lumumba
Profilo - http://it.encarta.msn.com/encnet/refpages/search.aspx?q=Patrice+Lumumba&Submit2=OK
(3) Mobutu Sese Seko
Profilo- http://it.encarta.msn.com/encnet/refpages/search.aspx?q=Mobutu&Submit2=OK
Vorrei aggiungere che la lista puo’ ancora essere allungata di parecchio. Altri , ma non ultimi esempi, sono riportati di seguito: Gli USA sono stati accusati di "terrorismo" in Nicaragua, leggasi Contras, dalla Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja. La sentenza fu ingnorata da Washington che invece intensificò gli attacchi terroristici.
Negli anni sessanta Suarto (dittatore salito al potere con l’aiuto americano massacrò a Giakarta da uno a due milioni di esseri umani sospetti membri del PKI ( partito comunista): tutta gente innocente. Gli americani sapevano e applaudivano (detto da Chomsky). Mark Curtis, storico londinese conferma che l'Inghilterra appoggiò il massacro. USA e UK fomentarono le azioni di terrorismo a Giakarta. Il tutto per motivi puramente economici.
Nel 1975, sempre Suarto, massacra 200.000 persone a Timorest, piccola isola nell'arcipelago indonesiano.
Gli USA proteggono noti assassini quali Orlando Bosch, un terrorista secondo l'FBI, che ha ucciso buona parte dei sostenitori di Castro. Attualmente abita indisturbato a Miami ed e’ stato "perdonato" da George Bush Senior.
Emmanuele Costant, leader delle FRAPH, le squadre della morte di Haiti ora vive felice a New York nel Queens. Il massacro ad Haiti continua anche adesso.
El Salvador, Roberto D'Aubisson, l'assassino di padre Romero era un noto terrorista e gli USA lo sapevano bene. I soldati USA hanno partecipato alle azioni terroristiche in Salvador. L'America ha favorito e sostenuto il terrorismo per scopi commerciali. Sotto Bill Clinton, sono state vendute migliaia di armi alla Turchia (che massacrava i curdi), rendendosì così complice del governo turco.
Eccetera, eccetera, eccetera…
Manrico Toschi www.comedonchisciotte.org/
Dieci giorni fa, lo scrittore svedese Jan Myrdal, uno dei relatori attesi al congresso di cui parlo qui sotto, ha scritto al Primo Ministro svedese Göran Persson una lettera, non priva di preveggenza, di cui riporto il seguente passaggio:
, uno dei relatori attesi al congresso di cui parlo , ha scritto al Primo Ministro svedese , non priva di preveggenza, di cui riporto il seguente passaggio: La lettera dei membri del Congresso è ignorante. Lei stesso può vedere chi verrà a parlare e di cosa parleremo. Ma la lettera ha una sua importanza politica. [...] Non è sicuro, ma ovviamente esiste la possibilità che il governo italiano ceda alle pressioni di Washington. Cose simili sono già successe in passato. Quello che è evidente è che il governo degli Stati Uniti adesso sta cercando di imporre all'interno dell'UE limitazioni su uno scomodo dibattito pubblico, o di vietarlo del tutto. Non do per scontato che il governo italiano cederà, ma la vedo come una possibilità. Se il governo italiano dovesse cedere, dovreste agire come fece il vostro predecessore nel caso della sessione del Tribunale Russell a Stoccolma nel 1967. Anche in quel caso, il governo degli Stati Uniti cercò di convincere altri governi a intervenire per impedire l'incontro. Il governo svedese, senza prendere una posizione politica a sostegno del tribunale, non ha ceduto alle pressioni. Come sapete, la sessione a Stoccolma finì per avere una grande importanza. Io vorrei ottenere da voi una decisione da prendere in anticipo. Se le pressioni statunitensi dovessero spingere l'Italia a vietare l'incontro, farete come ha fatto il vostro predecessore? Ci darete la possibilità di farlo svolgere a Stoccolma? Come potete capire, la domanda in realtà è se esiste la possibilità di una libera formazione dell'opinione pubblica, o se noi all'interno dell'UE, e quindi anche in Svezia, saremo sottoposti a qualcosa come il Patriot Act.
Io non so cosa risponderà il Primo Ministro svedese, anche se il buon senso mi suggerisce che i convegni non dovrebbero essere particolarmente temuti, in Svezia, e che quindi la risposta sarà tranquillizzante.
Quello che non trovo affatto tranquillizzante, invece, è la prospettiva di dovere arrivare fino in Svezia, per assistere a questo tipo di eventi.
Una ha già le sue difficoltà col clima milanese.
Del diventare un Paese di minorenni

E' andata che, al principio, ho saputo che ci sarebbe stato un convegno internazionale a Chianciano Terme sui temi del disimpegno dall'Iraq, del progetto politico alla base della sua occupazione e del significato e delle prospettive della resistenza irachena a detta occupazione.
Temi che appassionano molti blog, come è noto, e su cui in Italia si dispone di un'informazione a tratti un po' confusa, specie per quanto riguarda il terzo punto.
Di conseguenza, sfogliando la lista dei partecipanti ho riconosciuto nomi come quello di Tariq Ramadan, Gianni Vattimo, Ben Bella ed altri ma, più di tutto, mi è parsa interessantissima la presenza di esponenti iracheni - sciiti, sunniti e curdi - del vasto e composito movimento che si oppone all'occupazione dell'Iraq.
Unita a quella di un rappresentante di Kefaya, per giunta, ovvero del movimento egiziano che si è conquistato l'attenzione di tutta la stampa internazionale per la sua campagna di democraticizzazione dell'Egitto e che pure mi interessava.
Un bello spaccato dei fermenti politici in atto in Medio Oriente, insomma.
"Quale migliore occasione per capirne di più?" mi sono detta.
Contemporaneamente, però, ho saputo che ben 44 membri della Camera dei Deputati degli Stati Uniti avevano scritto una lettera all'ambasciatore italiano in Iraq, Sergio Vento, "pregandolo", diciamo così, di impedire che in Italia si svolgesse questo convegno.
"Ma questi sono impazziti?" ho pensato. "Ma ci sono deputati che, dagli USA, si prendono la briga di decidere quali convegni devono essere organizzati in Italia e quali no?"
Incredibile.
E invece no: non era tanto incredibile, dopotutto.
Perché succede che l' Ambasciata d'Italia in Iraq, dopo avere ricevuto la famosa lettera dal Congresso USA, ha deciso di non concedere i visti d'ingresso in Italia a questa delegazione irachena che io sarei andata ad ascoltare con vivo interesse e con me, suppongo, molta altra gente interessata ad approfondire le proprie conoscenze sul tema.
Motivo?
Lo spiega l'Ambasciata stessa: "Decisione politica del Ministero degli Affari Esteri".
Ma pensa.
Mi pare che sia una cosa senza precedenti, persino nella non sempre dignitosissima storia del nostro Paese.
Questa è la situazione, dunque: io non posso andare a sentire ciò che degli uomini politici o degli alti esponenti della società civile irachena hanno da dire perché alcuni Deputati USA non vogliono.
Preferiscono di no.
Decidono loro chi si deve esprimere in Italia e chi non deve.
Cosa posso sapere e cosa devo ignorare.
A quando la censura sui libri, dopo quella sui convegni? No, chiedo.
Una cosa tanto scandalosa, tanto offensiva per il nostro Paese e tanto lesiva di una componente essenziale di quella democrazia di cui amiamo riempirci la bocca, ovvero la libertà di espressione, non poteva non suscitare reazioni.
E' stato quindi lanciato un appello, da parte di intellettuali ed esponenti politici italiani e non:
"I sottoscritti, di fronte a questa gravissima ingerenza negli affari interni del nostro paese che calpesta i diritti democratici sanciti dalla Costituzione, chiedono al Ministero degli Esteri a al governo italiano di garantire il rilascio dei visti richiesti."
A continuazione, riporto i nomi dei firmatari dell'appello.
Prima, però, vorrei dire che è inutile parlare di politica, tenere blog che ne parlano, cercare di approfondire questi argomenti e di ampliare le nostre e le altrui conoscenze su questi temi se poi ce ne stiamo tranquillamente immoti quando, nella vita reale del nostro Paese, il diritto della gente di andare ad ascoltare chi le pare viene disprezzato e offeso con tanta spudoratezza.
Siamo tutti qui per esprimerci e ascoltare, appunto, o no?
Be': mi pare che sia una volontà da ribadire.
Personalmente, l'1 ottobre mi prenderò il mio trenino e andrò a Chianciano. Nel caso qualcuno decidesse di fare lo stesso, magari faccia un fischio: si potrebbe bere un caffè assieme.
Per chi lo desidera, poi, c'è qui il banner fatto per l'occasione da Mauro Biani e che ho linkato alla categoria creata dal blog Kelebek per l'occasione.
Io su Haramlik lo metto, ovviamente. Però vorrei che fosse chiaro che non è il manifestarsi pro o contro l'occupazione in Iraq e/o la resistenza, il problema.
Il problema è la semplice libertà d'espressione.
E riguarda un po' tutti, credo, compreso chi non la pensa come me.
-Giorgio Bocca – Giornalista, partigiano e storico della Resistenza
-Gianni Vattimo – Filosofo ed ex parlamentare europeo
-Giulio Girardi – Filosofo e teologo della liberazione
-Samir Amin – Professore di economia a Dakar, Forum Terzo Mondo
-Luigi Cortesi – Professore emerito Università “l’Orientale”, Napoli
-Hamza Piccardo – Segretario nazionale UCOII
-Domenico Losurdo – Filosofo, Università di Urbino
-John Catalinotto – International Action Centre - Usa
-Aldo Bernardini – Docente di diritto internazionale, Università di Teramo
-Falco Accame – ex Presidente della Commissione difesa della Camera dei deputati
-Franco Cardini – Istituto Studi Umanistici, Firenze
-Carlos Varea – Coordinatore della Campagna Spagnola contro l’Occupazione e per la Sovranità dell’Iraq
-Mario Santos – Filipino Workers Association (FWA)
-Klaus Hartmann – Vicepresidente dell’Associazione mondiale dei Liberi Pensatori
-Stefano Chiarini – Giornalista de Il Manifesto
-Giuseppe Pelazza – Avvocato, Milano
-Vainer Burani – Avvocato, Reggio Emilia
-Giovanni Bacciardi, - Docente universitario, Firenze
-Alessandra Kersevan – Ricercatrice storica
-Vener Malabanan – Co-coordinatore Philippine Peasant Support Network (Pesante)
-Alessandro Leoni - Membro del Comitato Politico Nazionale di Rifondazione Comunista
-Andrea Catone – Membro del Comitato Politico Nazionale di Rifondazione Comunista
-Eros Francescangeli - Storico del Movimento operaio
-Ugo Giannangeli – Avvocato, Milano
-Roberto Massari – Editore
-Gianfranco La Grassa - Economista
-Arturo P. Garcia – Coordinatore Justice for Filipino American Veterans (JFAV)
-Giancarlo Paciello – Studioso del Medio Oriente
Sean Penn scrive corrispondenze pacifiste dall'IRAN e l'America si divide
L'attore è stato inviato a Teheran dal "San Francisco Chronicle"
Sean Penn scrive corrispondenze pacifiste dall'IRAN e l'America si divide
L'articolo che ha fatto scandalo
Siamo entrati nel ristorante Nayed nel centro di Teheran. Io mi ero tenuto la pipì per le ore del servizio di preghiera e, dopo aver ordinato il pranzo, chiesi scusa per andare in bagno. Sulla porta sopra è scritto in farsi «Uomini» e sotto, in inglese, «Manly», maschile. Sono entrato nel bagno e mi sono rallegrato perché dovevo solo pisciare. Se avessi avuto da sbrigare faccende più serie sarebbe stato un lavoro sporco, senza nemmeno un gancio per appenderci la giacca. Veramente da maschi.
«CI PIACCIONO I VOSTRI ERRORI»
Mehdi Rafsanjani, figlio e direttore della campagna elettorale dell'ex presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, è informale, un po' grassoccio. Abbiamo discusso i piani nucleari dell'Iran, i diritti delle donne, il processo elettorale e la storia della tensione tra i nostri Paesi. Quasi sempre ci ha rigirato le domande che facevamo: «Voi avete meno candidati nelle elezioni di quanti ne abbiamo noi», «Anche voi sviluppate l'energia atomica». Abbiamo menzionato l'alto tasso di tumori nei pressi dei nostri impianti nucleari, dicendo che forse avevamo fatto qualche errore. Il giovane Rafsanjani ha risposto: «Ci piacciono i vostri errori». E poi: «Oggi ci sono solo quattro o cinque dissidenti in carcere», lo dice con sconcertante semplicità. «Perfino negli Usa ci sono giornalisti in prigione. E anche voi avete il vostro Consiglio dei Guardiani, sono i ricchi. Non c'è poi così tanta differenza».
IL BAZAR DOVE SI TROVA DI TUTTO
Verso gli americani c'è una grande simpatia, ma non ti dimentichi mai che solo una stretta di mano con una donna ti separa dalla galera. Un visitatore straniero è soggetto a tutte le leggi della Repubblica Islamica dell'Iran. Le gallerie del grande bazar si espandono su un'area di quasi 5 miglia. Ci sono anche numerose moschee, ma è essenzialmente un luogo di commercio. Si vendono ceramiche, argenti, prodotti di elettronica, lingerie. Ci sono gioiellieri, negozi per sposi, botteghe di statuette. Si trova perfino un libraio che espone le biografie del presidente Bush e del senatore Hillary Clinton. Il bazar è affollato, chiassoso e puzzolente. E' stato storicamente un centro di potere economico. Essere un mercante e fare politica era la stessa cosa. L'Iran è un Paese ricco. Le sanzioni imposte dagli Usa non hanno impedito l'accesso alle merci straniere, se non per quelli che non se li possono permettere. Se vuoi una Mercedes, ti arriva attraverso un rivenditore nel Dubai. Se volete dei fiocchi Frosted Flakes, vi arrivano dalla Turchia. C'è ovviamente l'eroina dall'Afghanistan. Mentre scrivo bevo una Coca-Cola prodotta dalla sussidiaria brasiliana del colosso americano. Sugli alcolici, per non dare problemi a nessuno, dirò solo che li ho trovati. E' stato facile ed erano buoni.
UN AMORE CHE PUO' DIVENTARE ODIO
Nel bene e nel male, gli Stati Uniti sono un modello. Quando abbiamo polemizzato con Mehdi Rafsanjani sulle scorie nucleari iraniane, la sua unica risposta è stata: «Beh, ci sono anche in America». Non solo l'«anche in America si fa» diventa una giustificazione cieca per copiare il prelievo delle impronte digitali agli stranieri e la tecnolgia nucleare, ma è una sorta di aspirazione radicata nella cultura della nazione. L'amore per il nostro Paese è palpabile nelle strade di Teheran, come il profondo desiderio di venire ricambiati con rispetto da parte nostra. E' cruciale per capire la psicologia dei politici iraniani, sia dei falchi che dei riformisti. Per quanto tra i nostri due Paesi non scorra buon sangue, non si può fare a meno di notare che gli iraniani amano noi e quello che sanno dell'America. Non parlo di una minoranza militante dell'odio ma, almeno per quello che mi consente la mia esperienza, degli iraniani in generale. Questo è un Paese dove più della metà della popolazione ha meno di 26 anni e questi giovani, se ne avessero l'opportunità, si muoverebbero verso una democrazia più laica. Non si tratta solo di dichiarazioni di amore fatte a un viaggiatore americano. La prova è nella conoscenza che hanno del nostro Paese e dell'eccitazione con cui ne parlano. Questo interesse non è stato mostrato a mio beneficio. Era già lì quando sono arrivato. Eppure, se gli Stati Uniti continueranno a infiammare la retorica dell'«Asse del male» o qualcosa di ancora peggiore, aumentando le sanzioni e forse lanciando un'azione militare ingiustificata, non ci sarà da meravigliarsi se una nazione eterogenea, ben portata sulla strada verso le nuove idee e la ricerca delle libertà, si trasformerà in un monolito di odio.
Fonte:www.lastampa.it
De Menezes : testimone sentì spari gia' sul vagone
di Gabriella Mira Marq
Nuova rivelazione sul caso del giovane brasiliano abbattuto dalla polizia londinese: una testimone afferma che gli agenti spararono 11 colpi in 30 secondi.
Lo ha rivelato ieri il giornale britannico The Guardian citando una donna che viaggiava nel vagone accanto a quello del giovane De Menezes per recarsi al lavoro, ha detto che il primo sparo avvenne sul treno.
Si tratta della giornalista 'free-lance' Sue Thomanson, la quale ha testimoniato in commissione indipendente per le indagini sulla polizia affermando che i poliziotti spararono 11 colpi in rapida successione, con pause regolari di due-tre secondi, tanto che ella penso' si trattasse di un attacco terroristico e scappo'.
La IPCC, che questa settimana e' stata raggiunta dalla visita di due rapresentanti del governo brasiliano - Wagner Goncalves, dell'Ufficio del procuratore generale di Brasilia e Marcio Pereira Pinto Garcia, del ministero della giustizia - deve presentare il prossimo 23 febbraio la sua informativa al giudice isruttore.
In quell'occasione si sapra' se saranno avviati procedimenti disciplinari contro gli agenti, mentre il magistrato satabilira' se i sarano procedimenti penali verso di essi, possibilita' entrambe non escluse dal presidente della commissione d'indagine.
Va considerato che, oltre alla dinamica della sparatoria, piuttosto controversa e - per quello che si uo' desumere dai racconti - non in linea con il diritto internazionale - vi sono le bugie raccontate dagli agenti e fornite come versione ufficiale, ma poi smentite dalle ricostruzioni.
De Menezes mori' nella stazione di Stockwell per otto colpi, di cui sette alla testa sparati perche' gli agenti ebbero - a loro dire - l'impressione che si trattasse di un terrorista kamikaze.
La famiglia del giovane Jean Charles de Menezes ha chiesto giustizia davanti a Downing Street ed una inchiesta pubblica a Tony Blair, menre diverse associazioni hanno chiesto le dimissioni del capo della polizia sir Ian Blair, difeso pero' da diversi politici.
www.osservatoriosullalegalita.org
Ricordando due ficcanaso
Un anno fa morivano Enzo Baldoni e il suo amico Ghareeb. Oggi nasce una fondazione per le vittime dell'occupazione
Scritto per noi da
Davide Scagni
Oggi è il giorno in cui Enzo Baldoni morì. Il 26 agosto di un anno fa, in tarda serata, la televisione araba al Jazeera rese noto di essere in possesso di un video (video che si rivelerà poi essere una semplice immagine fissa) che mostrava il corpo senza vita del noto pubblicitario e giornalista freelance inviato in Iraq per il settimanale Diario. Quell’annuncio chiudeva tutte le trattative, più o meno convinte, che fino a quel momento avevano alimentato le speranze dei suoi famigliari e riempito le pagine dei giornali, impigriti dalla calura estiva. Nonostante la (buona?) volontà dei mediatori, nonostante gli appelli del ministro degli Esteri Franco Frattini e dei figli di Baldoni, Gabriella e Guido – Enzo Baldoni era morto. Pochi giorni prima era giunta la notizia della morte di Ghareeb, il suo autista e interprete, un palestinese grande e grosso da taluni ritenuto un doppiogiochista responsabile del rapimento di Baldoni, che invece probabilmente è morto cercando di salvarlo. La verità di quei fatti non uscirà mai, forse. Di quel 26 agosto non rimase che il cordoglio, lo stupore. E poi i sospetti, le illazioni, i tanti tentativi di capire, di trovare una verità che potesse placare il dolore o cucirsene una su misura, per far tacere la coscienza. Non è cambiato poi molto da allora. È solo passato un anno.
Troppi ficcanaso. Enzo Baldoni è stato definito in molti modi. Alcuni bellissimi, altri così terribili che non vale la pena di ricordarli. Tra i suoi amici fumettisti Baldoni si firmava Zonker, come quell’hyppie di mezz’età protagonista della striscia Doonesbury che Enzo aveva tradotto per vent’anni, nelle pagine della rivista Linus. Invece, una volta nel suo blog si era definito, non senza una punta di ironia, “un ficcanaso che va dove si spara”. Non è l’unico: sono tanti i ficcanaso che si sono infilati in quel caos di pallottole vaganti che è l’Iraq “pacificato” per tentare di riannodarne qualche filo sospeso, di dare un piccolo contributo alla verità. Forse, troppi ficcanaso. Un’inchiesta di “Reporter senza frontiere”, del maggio 2005, stima a 56 il numero dei giornalisti e operatori della comunicazione morti in Iraq dal marzo 2003, data dello scoppio del conflitto. Ventisei sono i giornalisti rapiti dalla guerriglia, e le loro differenti nazionalità dimostrano che i loro sequestri non sono necessariamente legati a motivazioni politiche. La francese Florence Aubenas è solo l’ultima di una lunga lista di giornalisti stranieri rapiti allo scopo di intavolare trattative coi loro paesi di provenienza in cambio di qualche favore. La corrispondente di Libération, rapita il 5 gennaio scorso, fu rilasciata con il suo interprete iracheno Hussein Hanoun dopo una serie di trattative durata ben cinque mesi. E conclusasi bene. Almeno questa volta.
Alla Memoria. E poi ci sono i giornalisti arrestati dall’esercito statunitense o dalle autorità irachene, con l’accusa di essere coinvolti in attività sovversive o di non collaborare con le forze della coalizione. Ieri, Reporters senza frontiere ha lanciato un appello al Generale John Abizaid, comandante delle truppe statunitensi in Iraq, per chiedere l’immediato rilascio del cameraman della Reuters Abrahem Al-Mashadani, tenuto agli arresti dal 10 agosto. Al-Mashadani è rimasto detenuto per due settimane senza alcuna motivazione, senza la possibilità di ricevere visite dai suoi familiari o dal suo avvocato. I suoi parenti riferiscono che i marines americani lo hanno arrestato durante un controllo di routine a casa sua, dopo aver visionato alcune immagini nella sua fotocamera. L’agenzia britannica Reuters sostiene di aver fornito le prove che il suo cameraman è innocente, tuttavia il commando Usa non ha ancora rilasciato dichiarazioni riguardo l’arresto. È una delle tante storie di soprusi nell’Iraq “democraticizzato” di oggi, ancora pieno di tanti ficcanaso che non la smettono di andare dove si spara. Come Justin Alexander, un ragazzo di Londra molto impegnato e attento a ciò che succede nel mondo. Anche Justin ha un blog, come Baldoni, e con lui ha condiviso un’amicizia preziosa con il palestinese Ghareeb. Recentemente ha costituito la Fondazione Ghareeb per supportare le vittime dell’”occupazione” americana in Iraq. “Abbiamo già fatto qualcosa a livello informale, - ci dice Justin -, abbiamo raccolto denaro per una ong a Falluja e per un sindacato a Bassora, ma stiamo pensando di costituire formalmente una fondazione e registrarla nei prossimi mesi. Intendiamo invitare la famiglia di Enzo a parteciparvi”. /www.peacereporter.net
Energia pulita? Non proprio
Tanya Mangalakova
Energia pulita? Per gli ambientalisti bulgari non lo sarebbe per nulla. Proteste contro la costruzione di una serie di piccole centrali idroelettriche lungo il corso del fiume Iskar, nei pressi della capitale Sofia. A costruirle un'azienda italiana, che ne dovrebbe curare anche la gestione
Fiume Iskar Nove piccole centrali idroelettriche sul fiume Iskar tra la città di Svoghe e quella di Eliseyna, nei pressi della capitale Sofia. Il progetto, la cui valutazione d'impatto ambientale ha già ottenuto esito positivo da parte delle autorità bulgare, è stato presentato alla cittadinanza di Svoghe nel dicembre scorso.
Queste piccole centrali elettriche fanno parte del progetto "Iskar centrale" che ne prevede la costruzione di 46, accompagnate dalla creazione di 9 bacini artificiali lungo il corso del fiume che varieranno dall'1 ai 3 km di lunghezza per una profondità media di 12 metri.
Ma se la creazione di questo tipo di strutture rientra appieno nelle strategie internazionali per il risparmio energetico e per la valorizzazione delle fonti d'energia rinnovabile, adempiendo in questo modo agli obblighi internazionali previsti dal Protocollo di Kyoto, le associazioni ambientaliste bulgare hanno seri dubbi sulle conseguenze che questi bacini e dighe avranno sul fiume Iskar.
"Detonazioni, scavi e lavori altamente invadenti. Finiranno col distruggere completamente l'ecosistema del fiume" affermano ad esempio gli esperti dell'ONG Balkani, gruppo di ecologisti dediti alla difesa dell'ambiente sin dal 1988.
Quest'ultima, assieme ad altre 8 ONG ecologiste della Bulgaria, ha presentato una dichiarazione ufficiale contro il progetto "Iskar centrale" consegnandola al Ministero bulgaro dell'ambiente e delle acque.
Secondo quanto vi si afferma numerose sarebbero le conseguenze negative per il corso d'acqua: la distruzione di molti tratti boschivi nelle vicinanze delle rive del fiume, l'impedimento a migrazione da parte dei pesci, la scomparsa di specie di flora e fauna tipiche della zona, l'inquinamento delle acque.
La costruzione di questi impianti idroelettrici avrebbe anche conseguenze su due aree protette: il parco naturale "Vrachanski Balkan" e la zona protetta delle "Rocce di Lakatnik". "Dobbiamo riunire tutte le ONG ecologiste per proteggere la natura bulgara dall'irresponsabile demolizione dei fiumi Bulgari sotto la pressione della costruzione di impianti idroelettrici", dichiarano i membri di Balkani.
Andrei Kovachev è uno di loro. Il 27 gennaio scorso ha preso parte ad un incontro di esperti ambientali promosso dal Ministero dell'ambiente. "In quell'occasione è anche stato esaminata la valutazione d'impatto ambientale relativa ai progetti sul fiume Iskar" spiega Kovachev "ma gli esperti del Ministero non si sono neppure soffermati sulle conseguenze negative del progetto e su eventuali misure da adottare per mitigare gli effetti della costruzione delle centrali idroelettriche".
Secondo Kovachev l'Iskar ha subito un forte inquinamento durante l'epoca del comunismo, vi venivano infatti scaricati molti residui di produzione delle industrie della capitale Sofia. Per questo molti rifiuti tossici sarebbero ancora depositati sul letto del fiume. Ciononostante sino a Svoghe ora si sarebbe ricreato un ecosistema e sarebbe in atto un processo di "ritorno alla vita" dell'Iskar. "Naturalmente eventuali lavori idraulici non farebbero che causare uno smottamento dei sedimenti tossici e questo porterà all'avvelenamento dei pesci e di tutta la fauna la cui vita è collegata al fiume. E di questo non si parla nemmeno nella valutazione d'impatto ambientale. So che è previsto un monitoraggio del progetto, sono sicuro che dopo al costruzione del primo impianto si potrà verificare quanto sia impattante".
Nel gennaio del 2005 fu il Consiglio di esperti ambientali a proporre al Ministero dell'ambiente di approvare la costruzione dei 9 impianti idroelettrici tra Svoghe e Mezdra. Tra le ragioni a favore del progetto l'adeguamento della Bulgaria alla politica energetica UE a favore delle fonti energetiche rinnovabili che contribuiscono ad abbattere le emissioni nocive nell'ambiente.
Nel documento con il quale il Ministero ha poi approvato il progetto si afferma che la costruzione delle 9 centrali elettriche "non causerà cambiamento delle maggiori caratteristiche climatiche della zona, non deteriorerà la situazione in merito alle acque dell'Iskar". Sempre secondo il documento la costruzione dovrebbe verificarsi in tre fasi: si inizierebbe con due centrali, per poi proseguire con altre tre ed infine le ultime quattro. Tra la prima fase e la seconda è previsto un monitoraggio sull'impatto delle centrali idroelettriche sul fiume.
"Vi è un'ulteriore ambiguità da parte del Ministero dell'ambiente" continua Kovachev "nessuno ha fatto un bilancio dell'impatto cumulativo di tutte le centrali sul fiume. Non si può certo pensare di costruirne lungo tutto il corso dell'Iskar! E' stato dato il permesso alla costruzione di questi impianti ma non è stato specificato il numero massimo di queste centrali idroelettriche che potranno sorgere lungo le sue rive".
Secondo gli ambientalisti di Balkani il Ministero dell'ambiente non applicherebbe uno dei principi principali su cui si basano le norme che regolano le valutazioni di impatto ambientale nell'UE: il principio di cautela. Nel caso in cui ci sia incertezza in merito al possibile impatto sull'ambiente si deve assumere l'ipotesi peggiore.
A costruire le 9 centrali idriche sulle rive del fiume Iskar sarà la società italiana Petrolvilla. L'ammontare dell'investimento è pari a 40 milioni di euro e sarà realizzato con l'appoggio della Bulbank, di proprietà di Unicredito.
Secondo gli esperti, le condizioni di investimento sono competitive, poiché in Italia i costi per la produzione di 1 Mw di energia sono pari a 500 euro, mentre in Bulgaria ammontano a 271 euro. L'avvio del progetto è previsto per il prossimo settembre con la costruzione delle prime due centrali. Petrolvilla avrà il 90% del capitale della società (gli altri 10% apparterranno al Comune di Svoghe) e controllerà tutto il ciclo dalla progettazione alla gestione delle centrali.
Gli ambientalisti comunque non demordono. Per ora gli attivisti di Balkani stanno lavorando ad una valutazione d'impatto alternativa che possa mettere in risalto i rischi che ritengono stia correndo il fiume Iskar. "Penseremo poi ad altre iniziative nel caso si dovessero avviare i lavori" dichiarano "per ora non sono ancora stati avviati, si è ancora nella fase della burocrazia. Certo è che il Ministero dell'Ambiente sembra sempre più un 'Ministero delle licenze e dei permessi' ". /www.osservatoriobalcani.org/
agosto 27 2005
Domande a Rutelli
Antonio Padellaro
da l'Unità - 27 agosto 2005
Caro Francesco,
qualche giorno fa, alla richiesta di un’intervista a l’Unità, che dopo quelle con Fassino e Prodi avrebbe dovuto completare una sorta di trittico con i leader dell’Unione, hai gentilmente risposto che non era il momento adatto. Purtuttavia, se non avremo le risposte, le domande che volevamo farti conservano un loro valore, soprattutto per i nostri lettori spesso disorientati da un dibattito nel centrosinistra non sempre limpido (e forse reso tale anche dalla nostra incapacità di spiegarne, qualche volta, i reali significati). Ecco perché torniamo alla carica limitandoci alle questioni fondamentali che tu vai ponendo in varie sedi (l’ultima, il meeting di CL) e che non sempre ci hanno convinto.
Il primo argomento riguarda la conquista del voto moderato in fuga da Berlusconi e dalla destra e che tu ritieni possa, e vada, intercettato dall’Unione. Nella lettera a Repubblica del 23 agosto così scrivi a proposito delle idee sul centro espresse dal professor Mario Monti: «Il centrosinistra intende schierarsi sulla linea di chi intende ricacciare nelle braccia della destra chi la pensa come Monti, oppure intende conquistare anche la fiducia e il consenso di quella parte dell’elettorato?». Quello che poni è solo apparentemente un interrogativo retorico. Il problema, infatti, non è quello di scoraggiare consensi moderati che possono essere fondamentali per la vittoria del centrosinistra (vista soprattutto, avvertono i sondaggisti, la grande quantità di collegi in bilico tra centrodestra e centrosinistra). Il problema è quale prezzo politico occorre pagare per convincere questi «milioni» di elettori, ormai stufi delle false promesse del cavaliere. Prendiamo, come unico esempio, la riduzione della spesa pubblica che il professor Monti considera irrinunciabile (insieme ad altre misure strutturali a favore della competitività delle imprese e degli interessi dei consumatori e dei risparmiatori) nel quadro del profondo cambiamento necessario per ridare slancio alla nostra declinante economia.
Ma cosa tagliare che non sia stato già tagliato dalla premiata ditta Tremonti? Sanità? Scuola? Trasferimenti alle Regioni? E se anche queste «indicazioni molto precise» convincessero milioni di elettori moderati a saltare il fosso, siamo sicuri che altri milioni di elettori, senza etichetta, che già stanno da questa parte (e che magari sperano nel rafforzamento e non nell’indebolimento dello Stato sociale) ne sarebbero contenti? Insomma, se la coperta delle risorse è quella che è, dove vedi un punto di compromesso possibile tra elettorati con redditi (e quindi problemi economici) assai diversi tra loro?
Il secondo argomento riguarda gli scenari che potrebbero aprirsi dopo (speriamo) la vittoria elettorale dell’Unione e che Giuliano Amato nell’intervista al Corriere della sera del 24 agosto ha ben raffigurato con l’immagine delle due mezze mele. Può darsi, ha spiegato l’ex premier, che, a «prescindere dalle opinioni di Monti, si determini una situazione che faccia sì che, volenti o nolenti, parte dei moderati del centrodestra e del centrosinistra appaiano come due mezze mele in attesa di congiungersi». Amato ipotizza una sconfitta del berlusconismo così grave da dividere il Polo in due tronconi: da una parte Forza Italia e Lega; dall’altra Udc e Gianfranco Fini, se riuscirà a liberarsi della destra più radicale di An. E dunque, «se il centrosinistra trovasse qualche difficoltà nel fare le riforme», o nell’affrontare la grave eredità economica lasciata dalla destra, «scatterebbe la molla per mettere insieme le due mezze mele». È pensabile un simile allargamento della nuova (si spera) maggioranza a forze che dell’Unione non solo non fanno parte ma che l’Unione strenuamente combattono e strenuamente si preparano a combattere nelle politiche del 2006? E ammesso che questa possibilità esista, un premier di nome Prodi eletto con altra coalizione e altro programma potrebbe mai prenderla in considerazione? E non potrebbe essere, invece, questa delle due mezze mele una strategia per mandare a casa Prodi, mettiamo dopo un anno di governo, per sostituirlo, mettiamo, con un governo Monti?
Stiamo, ci rendiamo conto, affastellando una serie di ipotesi cervellotiche. Ma proprio per questo ci piacerebbe sentirci dire da te che questa delle due mezze mele è una storia che proprio non esiste.
Tanto più ne saremmo tutti rassicurati, visti i fraintendimenti che ha suscitato la proposta, chiamiamola così, di grandi intese da te avanzata al meeting di Rimini su questioni importanti «come gli incentivi per le famiglie, gli investimenti per la ricerca, il contrasto delle rendite speculative». Un disegno generoso ma utopistico, come lo ha definito Luciano Violante, quello di un accordo tra i poli a pochi mesi dalle elezioni su alcune riforme da approvare nella prossima legislatura chiunque vinca nel 2006. Un disegno che, tuttavia, ci sarebbe piaciuto approfondire con quell’intervista a Francesco Rutelli per la quale, ci auguriamo e si augurano i nostri lettori, il momento adatto arrivi quanto prima.
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Ds Milano - Rassegna stampa
La solitudine del Tesoro
ALBERTO STATERA
da Repubblica - 27 agosto 2005
Donato Menichella, quarto governatore della Banca d´Italia, dopo Bonaldo Stringher, Vincenzo Azzolini e Luigi Einaudi, non poteva soffrire i telefoni, tanto che ritardò la realizzazione della rete nazionale voluta dalla Stet, in omaggio a una visione conservatrice della struttura sociale, simile a quella di De Gaulle in Francia. A chi serve il telefono se non al medico condotto? Il tardo successore di Palazzo Koch Antonio Fazio e i suoi cari, nel Paese ormai più telefonico e tra i più intercettati al mondo, hanno ravvivato le accaldate cronache finanziarie agostane con l´impagabile affresco di costume etico-istituzionale del nostro paese offerto da cascate di intercettazioni telefoniche lessicalmente impagabili, degne del prossimo film che Nanni Moretti potrebbe intitolare "Il banchiere bacia in fronte" o "I furbetti del quartierino". Espressioni che il Financial Times e la stampa finanziaria internazionale hanno cercato di tradurre in inglese con straordinario effetto grottesco.
Ma di quelle telefonate non si è fatta parola nella riunione del Comitato del Credito e il Risparmio che ieri, dopo qualche mese di serena indifferenza, ha affrontato in una riunione di stampo brezneviano, salvo qualche serio spunto di critica come quello del ministro dell´Economia Domenico Siniscalco, una delle più acute crisis history della finanza italiana e della sua principale istituzione. Perché mai si sarebbe dovuto parlare delle conversazioni notturne sugli affari d´istituto tra il controllato e l´autorità vigilante? «La correttezza dei provvedimenti e dei comportamenti non può che derivare dalla loro conformità alla legge. Ciò che fuoriesce da questo ambito (le intercettazioni telefoniche – ndr) non attiene ai fattori da prendere in esame... », ha scandito Antonio Fazio. Parola di re.
SEGUE A PAGINA 3
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IL RETROSCENA
Il ministro del Tesoro è stato l´unico a incalzare Fazio durante la riunione. "Le regole di Bankitalia sono superate, vanno cambiate"
"Io e loro,due diverse visioni del mondo"
La solitudine di Siniscalco: nessun aut aut, ma alla fine trarrò le conclusioni
"Il numero uno di via Nazionale non vuole la riforma e neanche l´autoriforma"
Contro le 24 cartelle del banchiere 167 articoli esteri che dileggiano l´Italia
"È stato fatto un grandissimo danno al sistema economico del nostro Paese"
Nessuno tra i presenti ha però chiesto conto delle telefonate notturne con Fiorani
(SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
alberto statera
E smentita di fatto dall´indimenticata dichiarazione circa la sua vita cristiana guidata dalla parresia, il termine greco usato dal beniamino del governatore San Tommaso d´Aquino, che significa «parlar chiaro, senza secondi fini» e che per Foucault è elemento costitutivo delle democrazie. Era forse parresia, per dirne una, l´acquisto di schede telefoniche segrete, quando la famiglia Fazio fu informata delle intercettazioni, che serviranno alla magistratura per capire se veramente la Banca d´Italia ha operato in «conformità alla legge»? Ma il telefono, forse in omaggio a Menichella, non è mai stato citato nelle due interminabili ore di relazione governatoriale, un documento da legulei, irto di frasi in un oscuro burocratese, letto con la lenta e soporifera cadenza ciociara. Con precisazioni che suonano grottesche.
Pensate: una delle prove del fatto che il governatore non ha parteggiato per il suo amico Gianpiero Fiorani, il piccolo e disinvolto banchiere di Lodi con progetti imperiali, sarebbe nel fatto che l´istruttoria sulla Bpi è durata ben 80 giorni, quella su Abn Amro, solo 52. Una prova d´imparzialità di Bankitalia, o della velleitarietà del progetto di Fiorani? E le consulenze esterne dissonanti rispetto a quelle dei funzionari della Vigilanza? Necessari «apporti professionali integrativi», secondo il governatore. Ma non abitavano a Palazzo Koch i migliori cervelli in materia bancaria, l´élite impareggiabile della migliore e più credibile tecnostruttura, come si diceva una volta, di tutto il Paese? Più probabilmente, come emerge da tutta la vicenda e dalle voci che ormai fuggono da Palazzo Koch, che una volta era una roccaforte a tenuta stagna, il pio Fazio pensa e opera come dichiarava di fare Montagu Norman, un antico governatore della Banca d´Inghilterra: «Prima prendo una decisione, poi chiamo qualcuno e gli chiedo di giustificare la mia scelta con raffinate analisi». Ma non come più recentemente ha fatto il presidente della Bundesbank Ernst Welteke, che si è dimesso quando si è saputo di un suo week end a Berlino a spese di una banca, in occasione della nascita dell´euro.
L´«operazione verità» annunciata dal portavoce politico del governatore, Luigi Grillo, non poteva essere soporiferamente più reticente di come è stata. Sopire, placare, minimizzare, come avvenne ai tempi dei crack Cirio e Parmalat, quando in piena bufera i risparmiatori minacciavano l´assalto alle banche, ma per il governatore, in fondo, era successo quasi niente, minuzie, pinzillacchere, rispetto al grande disegno della quarta via del capitalismo: un po´ di solidarismo, un pizzico di spirito protestante, una magnifica cura antico - cristiana.
Esattamente l´effetto - oppio voluto ieri e già annunciato dall´entourage fedele al governatore, che di giorno in giorno si va assottigliando dentro e fuori Palazzo Koch. E concordato giovedì, nella quiete del Convento dei Padri minori di San Francesco di Paola con Giorgio La Malfa, ex grande laico antifazista che, diventato ministro, sembra adesso trovarsi a suo agio nelle sacrestie frequentate dall´ex nemico cultore dall´Aquinate e della "Summa Teologica". Prostrati dalle due ore di litania, nessuno dei ministri presenti si è sentito di chiedere al governatore: «Dottor Fazio, dialogare di notte amichevolmente con un banchiere di cui lei deve giudicare l´Opa non fa sorgere un conflitto d´interessi?». Oppure: «Signor governatore, non crede di aver violato le regole del segreto d´ufficio?». O, se vogliamo: «Egregio signore, lei non sapeva che la scalata di Fiorani era in corso già da novembre tra mille gabole? E non sapeva neanche quello che capitava nelle Isole Cayman e in Svizzera?».
Qualcuno avrebbe potuto anche avere qualche piccola curiosità sulle scorrerie dei Ricucci e magari, se preparato, citare Maffeo Pantaleoni o, per l´appunto, Menichella che, pur nemico dei telefoni, aveva ben chiaro che i nostri capitalisti «usano gli utili per comprare le banche e mettere le mani sui soldi dei depositanti, soldi che usano per sostenere i prezzi delle proprie azioni».
Solo il ministro Siniscalco, di fronte alle ventiquattro cartelle governatoriali, ha estratto un ben più cospicuo dossier: 167 (diconsi centosessantasette) articoli del Financial Times, con indice, tutti, senza esclusione, dileggianti alla reputazione del nostro Paese. Articoli che hanno fatto da contrappunto alle rudezze verso l´Italia di Standard & Poor, della Bce, dell´Unione europea, della business community, degli altri governatori europei. Una rassegna stampa internazionale contro un arido registro da leguleio di vere o presunte legittimità.
Ma siamo di fronte a un problema di vera o presunta legittimità? O piuttosto, come dice Siniscalco, «a una questione di generalizzato discredito internazionale, a una sfiducia nel Paese, che non consentirà chissà per quanto tempo di portare in Italia un euro o un dollaro di investimenti stranieri?». Se il governatore ha effettivamente rispettato le regole e, pur rispettandole, ha fatto quella che il ministro considera «una frittata di dimensioni abnormi in termini di prestigio e di credibilità del nostro sistema, allora vuol dire che quelle regole così puntigliosamente invocate non funzionano, sono sbagliate, o sono superate. E allora vanno cambiate». Ma il ciociaro di Alvito, come spesso i suoi conterranei, è irremovibile: non solo non vuole essere riformato, non vuole neanche autoriformarsi. «Due modi opposti di vedere il mondo», dicono che abbia sussurrato scuotendo la testa il ministro dell´Economia, di fronte alla caparbietà nel negare, con la presunta legittimità, «il danno che i comportamenti del governatore hanno portato alla Banca d´Italia e alla credibilità intera del Paese».
Sarà Siniscalco, con la sua «diversa visione del mondo», tra l´ostilità del governo quasi tutto filofazista, a cominciare dai ministri leghisti che hanno visto salvata dal crack la loro banchetta, e nonostante le caute aperture di Forza Italia e di An sul mandato a termine, ad andare sulla graticola al prossimo Consiglio dei ministri, all´insegna del "Fazio che strazio", secondo il calembour coniato da Bruno Tabacci, l´unico vero antifazista della prima ora. Uno strazio che, date le premesse, durerà a lungo, come ieri sera ha confermato Berlusconi in persona, irridendo al dossier - stampa di Siniscalco: «La credibilità del Paese non si misura solo sulla base dei giudizi della stampa». E le richieste della «sinistra» di dimissioni del governatore sono inopportune.
Perciò la sala di dorata di Palazzo Koch, dove i governatori danno l´addio al direttorio quando lasciano l´incarico, pare che per il momento non vedrà la commozione del pio banchiere di Alvito e degli ultimi suoi fedeli. Non ci pensa affatto, nonostante tutto, a rispettare l´aurea massima di Sprawl, un vecchio governatore della Federal reserve di New York: un banchiere centrale non può durare più di dieci anni, se no diventerà un governatore di errori.
Berlusconi gli dà una mano, con un contentino freddo freddo a Siniscalco, divisando, bontà sua, che «è giunto il momento che la politica e il parlamento lavorino per stabilire nuove regole che diano maggiore fiducia a investitori e mercati».
Chissà allora se il 31 maggio del 2006, magari con un governo di centrosinistra già in carica, ascolteremo le quattordicesime "Considerazioni finali" di Antonio Fazio.
Molto prima potremmo vedere però l´ennesimo trasloco dal Palazzo umbertino di via XX Settembre, sede del Tesoro, se il 2 settembre in Consiglio dei ministri Siniscalco sarà sbeffeggiato sulla linea di oggi al Cicr. Il ministro spiega che non vuole porre «aut aut». Ma qualcuno ieri l´ha sentito dire: «Allora, o io o loro. Alla fine di tutta la storia trarrò le mie conclusioni». Chissà se le parole di Berlusconi lo rassicurano.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Sarfatti: lo scontro è insanabile Così dovremo tornare a votare
la paralisi Il Consiglio in cinque mesi ha parlato solo di peppole, fringuelli e sottotetti
la svolta Il presidente prima ha tentato di liberarsi del Carroccio, poi ha obbedito a Berlusconi
LUIGI PASTORE
da Repubblica - 27 agosto 2005
«Questa situazione non può andare avanti così a lungo. O Formigoni e la Lega la smettono di litigare, salvo spartirsi il potere per far la pace, oppure prendano atto che c´è una crisi e si vada a votare per le Regionali, insieme con Politiche e Comunali».
Il capo dell´opposizione Riccardo Sarfatti ricorda una sua previsione datata 6 aprile, giorno dopo le elezioni.
«Dissi che saremmo tornati a votare molto presto, e oggi penso che per Formigoni sia ancora più difficile arrivare alla fine dei cinque anni di legislatura. D´altra parte, una situazione del genere non ha senso ed è dannosa per i cittadini lombardi. Mentre loro litigano e si spartiscono il potere, i problemi della Regione non vengono affrontati».
Colpa di Formigoni o della Lega?
«La responsabilità principale è di Formigoni. Quando in campagna elettorale sostenevamo che gli elettori venivano imbrogliati da Formigoni, era la pura verità: il presidente prima ha tentato di staccarsi dalla Lega con la sua lista, con i cosiddetti riformisti, poi, subìto il diktat di Berlusconi, ha rinunciato e ha tentato di trovare un compromesso con il partito di Bossi, con i risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti. In cinque mesi il consiglio regionale si è riunito due volte e non ha potuto fare nulla. Noi siamo chiamati solo a ratificare le decisioni della giunta sul piano della spartizione del potere. Sinora si è parlato solo di fringuelli, peppole e sottotetti».
E la Lega?
«L´assessore Cè ha ragione quando parla di gestione del potere. Ma allora ne tragga le conseguenze. La Lega una volta per tutte deve decidere se mantenere in vita questo sistema di potere, per usare le stesse parole di Cè, oppure farlo saltare e creare una situazione politica nuova...».
Formigoni ha chiesto a Cè di dimettersi.
«Formigoni ha creato questa situazione anche perché pensa sempre più alla sua carriera personale: ha studiato da primo ministro, e non escluderei che questo atteggiamento avesse come obiettivo quello di addebitare a altri la responsabilità di una sua uscita di scena dalla Lombardia».
Cosa chiedete a Formigoni?
«Che venga in Consiglio a chiarire la situazione politica con noi e con i cittadini lombardi. La prima seduta è per il 20 settembre, noi lo aspettiamo e saremo al nostro posto. Gli chiederemo conto di una crisi che penalizza la gente, proprio a partire dalla Sanità, i cui problemi, a partire da un deficit enorme, restano tutti lì irrisolti. Io ho convocato tutti i consiglieri dell´Unione per la prossima settimana. Faremo la nostra parte con senso di responsabilità».
Situazione curiosa. La Regione è dilaniata dagli scontri e Formigoni nel frattempo dialoga a Rimini con Rutelli sul futuro del Paese.
«Io andrei piano anche a sopravvalutare politicamente Formigoni. Ricordo che dopo dieci anni di governo in Lombardia ha perso il 10% dei voti e a Milano ha raccolto più o meno lo stesso numero di consensi di un illustre sconosciuto come il sottoscritto. Qualche ragione ci dev´essere».
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Ds Milano - Rassegna stampa
19 TRUCCHI DEI SUPERMERCATI
di jeremy Smith
Come i supermercati riescono a manipolare le persone affinchè acquistino più di quanto hanno bisogno.
1) Vi danno un cestino. Una ricerca condotta nei supermercati ha scoperto che il 75 per cento di chi ha in mano il cestino per fare la spesa compra sempre qualcosa, in confronto ad appena il 34 per cento di chi non ha il cestino. Così, quando all'entrata del supermercato un membro dello staff porge il cestino ai clienti, non è per fare un favore a voi, ma all'azienda.
2) Frutta "pronta e matura". Poiché i supermercati desiderano che la frutta si conservi il più a lungo possibile sugli scaffali, obbligano i fornitori a raccoglierla acerba, sebbene ciò implichi che non sarà altrettanto buona, dato che gli zuccheri non si sono completamente sviluppati. Essendo abituati all'idea che la frutta è sempre dura quando la compriamo, siamo disposti a pagare un extra per il privilegio di avere frutta matura.
3) Prezzatura Ingannevole. Il metodo irrazionale della prezzatura pone il prezzo degli articoli diciamo a 4,99 euro invece che a 5,00. Il motivo sta nel tempo necessario per procedere alla memorizzazione. L'arrotondamento verso l'alto implica uno sforzo mentale maggiore rispetto al processo di memorizzazione delle prime cifre. Inoltre, a causa della grande quantità di informazioni che i clienti devono elaborare, il dato del prezzo deve essere immagazzinato in un tempo molto breve. Il modo più conveniente per farlo, in termini di memoria e di attenzione, è quello di ricordare le prime cifre. Così ci illudiamo di spendere meno di quanto non spendiamo in realtà.
4) Paghi uno e prendi due. È l'offerta che ha dimostrato di aumentare le vendite fino ad oltre il 150 per cento. A dispetto di quel 50 per cento che effettivamente fa risparmiare, questo tipo di operazioni ci inducono a consumare un prodotto in quantità maggiori rispetto alle nostre abitudini, così, quando l'offerta finisce, siamo inclini a comprarne ancora. Ed oltre ad incoraggiarci ad acquistare più di quello che ci serve, queste offerte celano un costo occulto ai danni dei produttori, poiché sono loro, e non il supermercato, a finanziare le promozioni. I supermercati le utilizzano per disfarsi della merce che non vendono.
5) I bambini. Quando i supermercati Sainsbury's lanciarono il progetto dei corsi di cucina per bambini (che i genitori pagavano 5 sterline), da tenersi durante le vacanze scolastiche del 2003 in alcuni punti vendita selezionati per l'occasione, i corsi furono organizzati presso i Caffè "Pappagallo Blu", una linea di prodotti per bambini che propone sedicenti versioni più sane dei tipici cibi pronti come i bocconcini di pollo e la pizza. I piccoli partecipanti se ne andarono con una borsa a forma di caramella e un grembiule firmati Pappagallo Blu, con la raccomandazione che se anche non avevano voglia di cucinare, potevano sempre convincere le loro mamme a prendere qualcosa di già fatto da Sainsbury's.
6) All'altezza dello sguardo. I prodotti esposti all'altezza dello sguardo vendono il doppio, per questa ragione spesso gli articoli costosi vengono messi lì. Se guardate in basso agli scaffali, scoprirete alternative più convenienti. Allo stesso modo, notate dove sono posizionati i prodotti meno sani per bambini: al livello dei loro occhi. È a loro che si vuole vendere, non a voi. I genitori saranno disposti a comprare qualcosa che non avrebbero scelto solo perché i bambini fanno i capricci.
7) Testimonial famosi. Se un cuoco alla moda come Jamie Oliver afferma che il cibo di un supermercato è buono, o un'attrice amata come Prunella Scales reputa i prezzi convenienti, il supermercato acquista credibilità. Si stima che da quando Oliver ha iniziato a lavorare per la Sainsbury's, i profitti della catena siano volati alle stelle, al di sopra dell'1,2 miliardi di sterline. Nel frattempo i programmi pubblicitari di Priscilla Scales alla TV hanno fatto aumentare di 2,2 miliardi di sterline gli incassi dei supermercati Tesco.
8) Prodotti Civetta. I prodotti di prima necessità quali pane, burro, latte e zucchero attirano i consumatori nei supermercati e sono invariabilmente venduti a basso costo per cercare di battere la concorrenza. (Di solito la catena Tesco propone 160 articoli a basso costo). Noti anche come "prodotti civetta", convincono il cliente che sta facendo un buon affare: i prezzi di questi beni li abbiamo sempre in mente per cui ci si accorge più facilmente degli sconti. Non fatevi ingannare. A questo i supermercati rimediano, alzando i prezzi su altri prodotti di cui non ricordiamo il costo.
9) Scatola nuova, prodotto vecchio. Stanchi del pollo "Tikka masala"? Perché non assaggiate la nuova specialità regionale "Keralan masala"? La differenza sta tutta e solo nella confezione.
10) Assaggi gratuiti. Potete anche non comprare il prodotto che vi hanno appena offerto di assaggiare, ma lo stomaco comincerà a liberare i succhi gastrici, facendovi avvertire di più la fame. Questo vi indurrà ad acquistare del cibo in più, in particolare prodotti pronti e più costosi, che potrete gustare non appena usciti dal supermercato.
11) Si compra come si legge. Le persone che leggono da sinistra a destra scorrono anche gli scaffali da sinistra a destra. Perciò le varietà più costose di un determinato prodotto si troveranno sulla sinistra, quelle più convenienti sulla destra.
12) La musica. Per un periodo di due settimane, a giorni alterni, in un reparto che esponeva vini francesi e tedeschi venne diffusa musica francese e tedesca. La musica francese portò i vini francesi a vendere di più di quelli tedeschi, mentre la musica tedesca causò l'effetto opposto. Ma non è solo il tipo di musica ad influire sugli acquisti, conta anche il fattore tempo. Camminiamo compiendo approssimativamente 90 passi al minuto. Una musica al di sotto dei 90 battiti al minuto ci fa rallentare inconsciamente, e ci trattiene più a lungo tra gli scaffali.
13) Il falso affare. I supermercati promuovono un prodotto ad un prezzo che riporta accanto un prezzo più alto, da cui voi supponete abbiano ricavato il primo, riducendolo. In effetti, non vendono mai quel prodotto al prezzo più alto, ma lo compriamo perché ci sembra un affare.
14) prodotti dal valore aggiunto. Una mela costa 20 centesimi. Ma tagliatela, riponetela in una vaschetta e vendetela come "mela a spicchi" ed essa verrà a costare 99 centesimi, per meno della metà di prodotto. Chi ha così poco tempo da non potersi tagliare una mela?
15) Le distanze. Per prolungare il tempo che trascorriamo a contatto con i prodotti durante la spesa, i negozi posizionano gli articoli e le marche più richieste in mezzo ai corridoi, assicurandosi così che da qualsiasi direzione il cliente debba passare, ci metterà sempre molto tempo a raggiungerli. Allo stesso modo, i beni di maggior consumo come pane e latte si trovano in fondo al negozio. I clienti devono passare in mezzo a molta merce esposta prima di vederli e ci sono maggiori possibilità che effettuino acquisti dettati dall'impulso.
16) Iniziative Sociali. Dal 1991 la catena Tesco ha istituito il progetto "Computer per le scuole", con cui i buoni acquisto emessi su alcuni prodotti possono essere scambiati con materiale informatico per le scuole locali. Tuttavia, come Ben Laurence scrisse sull'Observer: "Mentre i costi per la Tesco sono modesti, i clienti devono spendere 110,000 sterline in generi alimentari perché una scuola ottenga un modesto PC".
17) (il profumo del)pane appena sfornato. I supermercati non producono realmente il pane che vendono, ma intervengono solo sull'ultima fase della lavorazione. Tutta la preparazione e l'impastatura sono realizzate altrove. I supermercati si limitano a scongelare la pasta e la riscaldano fino al punto in cui si diffonde un rassicurante profumo di pane appena sfornato.
18) Carte fedeltà. O come i supermercati desiderano che le chiamiamo: "Carte Premio". Facciamo la nostra spesa e ci ricompensano con uno sconto sugli acquisti futuri. Cosa potrebbe esserci di più generoso? Se è un regalo, allora perché la Tesco negli ultimi 8 anni è riuscita ad istituire il progetto delle tessere a costo zero per i supermercati? Perché spendiamo di più una volta che abbiamo la tessera. Primo, il 42 per cento di noi, nel momento in cui entra in possesso di una tessera, spende più soldi, forse per quella logica sbagliata che ci fa pensare che più compriamo più sconti otterremo e perciò spenderemo meno. Seconda cosa, lo scopo dei buoni sconto, con i quali siamo premiati, non è di indurci a risparmiare denaro, ma di invogliarci a comprare prodotti che normalmente non acquisteremmo. Come uno spacciatore di droga ci fornisce la dose gratis per ridurci alla dipendenza.
19) Televisione a zona. La nuova TV Tesco trasmette avvisi pubblicitari in rapporto alla zona del magazzino che vi trovate a visitare. Siccome il 75 per cento delle decisioni riguardo gli acquisti si prendono quando siamo vicini al prodotto, questo stratagemma di marketing rivela tutta la sua potenza. www.ecologist.it
Ritorno di fiamma tra Berlusconi e Mussolini
REDAZIONE
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e la leader del movimento neo-fascista "Alternativa Sociale" Alessandra Mussolini sono di nuovo alla ricerca di un'intesa politica. Il Cavaliere ha infatti incontrato la nipote del Duce con lo scopo di arruolarla nella Casa delle Libertà in vista delle elezioni Politiche del 2006.
"Si sta lavorando per individuare delle convergenze - ha affermato l'ex aennina - se sui punti fondamentali ci sarà una svolta allora si comincia a ragionare. Per esempio ho proposto al presidente di inserire le radici cristiane nella Costituzione".
Berlusconi aveva già cercato un accordo con i nostalgici del ventennio fascista all'inizio dell'anno, quando era in pieno svolgimento la campagna elettorale per le elezioni Regionali. Allora fu un totale fallimento, causato - tra le altre cose - dal veto posto da Alleanza Nazionale a qualsiasi tipo di intesa. Oggi però, anche su questo fronte, le cose sembrano cambiate. Intervistati da Il Giornale, due esponenti del partito di Gianfranco Fini - Silvano Moffa e Adolfo Urso - hanno fatto intendere che questa volta non saranno poste pregiudiziali.
"Fini ha detto che bisogna fare di tutto per trovare un luogo di convergenza - ha chiarito Moffa - in passato ci sono state fratture anche pesanti ma c'è la possibilità di riaprire il rapporto". www.centomovimenti.com/
Giorgio Bocca
Tra malaffare e sprechi l'Italia che non va
Con le cosiddette cartolarizzazioni è nata una generazione di milionari che hanno comprato palazzi a prezzi stracciati per poi rivenderli subito a prezzi altissimi
Ai campionati mondiali di Helsinki lo sport italiano ha fatto una figura penosa, una medaglia e prestazioni indecenti, atleti che disertano le gare. È un caso? Nel calcio un marciume incontenibile assurdo. Presidenti di società, come quelli del Perugia, del Genova, del Torino, che pur essendo imprenditori di successo frodano il Fisco per decine di milioni, comperano le partite, anche se hanno le squadre più forti, gli allenatori migliori.
Giocatori pagatissimi fanno soldi con le scommesse clandestine, cioè ingannando le loro società, i tifosi e persino gli amici e i parenti. È notorio che i mercanti di giocatori di calcio hanno messo su delle organizzazioni schiavistiche e il giocatore che si rifiuta di entrare nella loro combine può giocare 'nel giardino di casa sua'. C'è una regola di gran moda fra gli imprenditori rampanti: 'Fare squadra'. In pratica vuol dire fare clan, fare cosca, fare compagnia a delinquere.
Sarà un caso, ma questo sport corrotto se ne torna dai campionati mondiali di Helsinki con la magra più umiliante della sua storia. A Napoli, ma anche a Milano, medici e farmacisti fanno a gara a chi ruba di più. Non medici di seconda fila, non farmacisti poveri, ma primari di fama, commercianti affermati.
Nel trasporto dei rifiuti industriali la differenza fra le imprese legali e quelle mafiose o camorriste è praticamente inesistente, dal Garigliano al Tevere rubano sui rifiuti nucleari, ufficiali di Stato maggiore, banchieri come capi bastone e pregiudicati di bassa leva. Da tutte le province del Meridione è in corso la fuga degli ammalati di cancro verso il Nord. I politici discutono di nuovo di questione morale dopo aver tentato di sotterrare Mani pulite. E si accorgono che la situazione è peggiorata, che la politica si è trasformata in lobby affaristica, non più corruttrice dell'imprenditoria e della finanza, ma parte integrante e motrice della corruzione. Sono i politici che moltiplicano le spese e le tangenti con un aumento continuo dei posti e delle retribuzioni.
Pare ormai dominante una concezione statale dell'economia: è la finanza pubblica che deve provvedere alla crescita continua delle prebende. Si vende lo Stato a pezzi con una operazione chiamata cartolarizzazione, ma buona parte degli incassi finisce nelle tasche degli immobiliaristi che hanno amici nella pubblica amministrazione.
È sorta una generazione di milionari che hanno acquistato palazzi e case a prezzi stracciati e li hanno subito rivenduti a prezzi altissimi. Nessuno ha capito perché mai la pubblica amministrazione abbia rinunciato a fare in proprio questi affari colossali e secondo quali criteri abbia scelto gli immobiliaristi.
È passata una legge truffa, la legge che progetta grandiose opere pubbliche senza avere i soldi per costruirle e ha coperto il suolo di cantieri che non si sa quando avranno compiuto le loro opere. Si è assistito in questi anni al più grande spreco di cemento armato, le opere per l'alta velocità ferroviaria, i raccordi, i ponti, le trincee hanno sventrato la pianura fra Torino e Novara. Tutti progettano nuove strade inutili, adesso è la volta dell'autostrada Parma-Mantova che risponderebbe a questa urgente necessità economica: convogliare i turisti tedeschi verso la Cisa, cioè verso la Riviera ligure di levante già affollatissima. Secondo il principio assurdo di investire dove la congestione è già massima. E con la Parma-Mantova dovrebbe arrivare anche la seconda autostrada del Nord, da Brescia a Novara, con altri fiumi di cemento. www.espressonline.it
Congo-Brazzaville, la giustizia può attendere
Tutti assolti gli imputati per il massacro di 350 profughi. Le Forze Armate si confermano intoccabili
“Una mascherata di processo, una farsa”. Non va leggero Patrick Baudouin, l’avvocato di parte civile contattato da PeaceReporter che ha difeso le famiglie dei “disparus du Beach” nel processo più discusso e controverso nella recente storia del Congo-Brazzaville. Un processo che vedeva imputati 15 alti ufficiali dell’esercito, accusati di aver condotto al massacro 85 profughi (ma in realtà i morti sarebbero più di 350) appena rimpatriati dalla vicina Repubblica Democratica del Congo nel 1999. La sentenza ha condannato lo stato a risarcire le famiglie delle vittime, ma ha assolto tutti gli imputati dalle accuse di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, ammettendo candidamente l’impossibilità di far luce sull’identità dei colpevoli.
Il massacro di Beach. L’evento che più ha segnato gli ultimi 5 anni della storia congolese ha luogo nel maggio del 1999 presso il “Beach”, come è chiamato il porto sul fiume Congo della capitale Brazzaville. Un gruppo di profughi, appena rientrati dalla Repubblica Democratica del Congo per sfuggire alla guerra civile che nel Congo-Brazzaville oppone le forze fedeli al presidente Nguesso ai ribelli “Ninja”, viene fermato presso il porto: secondo la ricostruzione fatta dagli avvocati di parte civile e dalle locali associazioni dei diritti umani decine di uomini e ragazzi vengono bloccati dall’esercito congolese, probabilmente perché sospettati di essere sostenitori dei ribelli, e condotti in un luogo segreto. Di loro non si avrà più alcuna notizia, fino alla scoperta dei cadaveri avvenuta grazie anche alla collaborazione di alcuni “pentiti” tra le file dell’esercito. Tra morti e scomparsi si conteranno ben 353 vittime, nonostante i profughi fossero teoricamente protetti da un accordo siglato tra il governo di Brazzaville e l’Unhcr (l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati).
Contraddizioni congolesi. Ma analizzando la vicenda sono molte le contraddizioni che saltano all’occhio, prima fra tutte la differenza tra il numero delle vittime e quelle per le quali effettivamente si è svolto il processo, appena 85. “Purtroppo molte delle famiglie coinvolte nel massacro hanno preferito non costituirsi parte civile - risponde Baudouin - perché non hanno fiducia nella giustizia congolese, mentre altre hanno deciso di ritirarsi durante il processo per le continue intimidazioni subite”. In effetti questo scomodo processo ha creato non pochi imbarazzi alle autorità locali secondo l’avvocato francese: “E’ un processo che è stato organizzato in fretta e furia semplicemente per evitare che la faccenda passasse nelle mani della giustizia francese, ma le autorità hanno fatto in modo che non danneggiasse i vertici militari”.
Il processo-farsa. “Così, il processo si è rivelato ben presto una mascherata, una farsa. A cominciare dalla scelta del Pubblico Ministero, nominato direttamente dal presidente Nguesso, per finire con i mancati sopralluoghi nei siti dove sono stati ritrovati i cadaveri. Senza contare la disparità del trattamento riservato a accusa e difesa: abbiamo avuto solo 2 giorni per esporre le nostre tesi e dei 75 testimoni dell’accusa solo 13 hanno potuto deporre, continuamente interrotti dagli interventi del presidente di giuria e dal “fan club” dei militari che assisteva al processo, mentre alla stampa non è stato concesso di entrare in aula. Dulcis in fundo, i militari non sono stati neanche arrestati prima del processo, ma si sono presentati al palazzo di giustizia in limousine scortati dalle loro guardie del corpo. Una vera e propria farsa, dall’inizio alla fine.”
Il risarcimento. Ma quello che più colpisce è che la corte, dopo aver scagionato tutti gli imputati, abbia condannato lo stato a pagare per ogni vittima 10 milioni di franchi Cfa (circa 18.500 dollari) perché “le autorità statali avrebbero dovuto approntare misure adeguate per la protezioni dei profughi”. Una trovata che non convince né Baudouin né le altre associazioni dei diritti umani che hanno assistito i familiari delle vittime: “Questa è l’ennesima prova di come quello che si è tenuto a Brazzaville sia stato un simulacro di processo: se c’è una colpa, ci devono essere anche dei colpevoli. La sentenza della corte è fatta apposta per dare un contentino alle famiglie senza pestare i piedi ai militari”. Non la pensano così invece le autorità congolesi, che hanno salutato la sentenza come “saggia e esemplare”, forse nella speranza di aver messo la parola fine su una vicenda scomoda per l’immagine del paese.
Una giustizia impossibile. Speranza vana almeno per il momento, visto che l’accusa ha già deciso di presentare un ricorso alla Corte Suprema di Brazzaville, mentre un procedimento è in corso anche in Francia, anche se dalla fine del 2003 è stato bloccato da una sentenza della Corte d’Appello di Parigi. In ogni caso sembra difficile che le famiglie delle vittime riescano a ottenere giustizia: il regime del presidente Nguesso non può permettersi di inimicarsi i vertici delle Forze Armate. Molto meglio far passare il tutto alla storia come il “massacro degli invisibili”. www.peacereporter.net
Afghanistan : ma il pericolo non è solo il terrorismo
di Rico Guillermo
Un'azione di intelligence dell'Isaf ha permesso di recuperare oggi vicino Kabul di una "considerevole quantita' di munizioni" che si presume possano esere state preparate per atti terroristici.
Il comando ISAF afferma infatti che "poiche' l'Afghanistan si sta avvicinando alle elezioni nazionali, fissate per il 18 settembre... non e' escluso che il materiale rinvenuto potesse servire per compiere attentati durante il periodo pre-elettorale". La forza internazionale di assistenza alla sicurezza, ISAF, di cui fa parte anche l'Italia, ha ricevuto in vista di simili eventualita' un incremento di tre battaglioni.
Un contingente di 22 soldati professionisti spagnoli scelti su base volontaria e' giunto pochi giorni fa a Kabul per sostituire i 17 militari iberici uccisi, ed anche gli elicotteri spagnoli sinistrati saranno sostituiti con moderni Cougar, mentre in Spagna infuria la polemica, con il PP all'attacco del governo, cui si chiede se la missione occidentale in Afghanistan sia di pace o di guerra.
Per gli Americani il problema non sembra porsi: proprio invocando il pericolo di attentati, la settimana scorsa le forze USA hanno condotto diverse operazioni nelle montagne e nelle regioni del sud, nel corso delle quali piu' di 100 presunti militanti filotalebani sono stati uccisi. Sette Marines hanno perso la vita in tali azioni.
La coalizione internazionale sotto il comando USA - che prosegue l'operazione denominata "liberta' immutabile" - consta di 20.000 unita', di cui 18.000 americane, dislocate soprattutto nel sud e nel sud-est. I 10.500 soldati dell'ISAF sono dispiegati invece a Kabul ed intorno alla capitale, a nord e ad ovest.
I centri elettorali sono 6.000, e saranno presidiati sia dalla polizia afghana che dalle truppe USA e dall'ISAF per evitare che siano presi di mira come in occasione delle presidenziali. Sono 12 milioni gli Afghani iscritti alle liste per questa tornata elettorale, mentre il numero dei candidati - oltre 5.200 uomini e oltre 580 donne - offre un'immagine favorevole ed un segno di democratizzazione del Paese presieduto da Hamid Karzai.
Tuttavia la Commissione indipendente afghana per i diritti dell'uomo e la Missione di assistenza delle Nazioni Unite UNAMA hanno stilato un rapporto sulla situazione dei diritti politici ed hanno rilevato che alcuni candidati hanno alle spalle una storia poco raccomandabile, nonostante il veto che avrebbe dovuto garantire lo sbarramento ai signori della guerra e della droga ed ai criminali.
Si erano presentati infatti oltre 1.000 candidati con legami con gruppi amati, ed erano presto stati ridotti d'autorita' ad un quinto. Ma le scelte finali sono state inquinate dai clientelismi, per cui quasi tutti gli esclusi sono ritornati in lizza.
Si spererebbe a questo punto nell'intervento della commissione per i reclami elettorali, un'organismo indipendente composto da tre esperti internazionali e due afghani, tuttavia sembra che lo stesso governo tema di escludere alcuni soggetti che mantengono tuttora ruoli attivi a capo di gruppi armati, a causa della loro pericolosita'.
Il timore, d'altra parte, e' che l'apparente piccola percentuale di personaggi pericolosi sull'intero numero dei candidati, essendo dotata di appoggi, denaro e potere, riesca ad avere il sopravvento allo scrutinio, e che di conseguenza l'intera assemblea provinciale di 249 seggi risulti popolata da questi soggetti.
www.osservatoriosullalegalita.org
I coloni se ne sono andati, ma l’acqua inquinata è rimasta
di Amira Hass
L'acqua potabile - a cui accedevano e di cui beneficiavano solo gli 8000 coloni israeliani della Striscia di Gaza - non salverà dall'emergenza acqua più di un milione di palestinesi
Alla vigilia dell’evacuazione degli insediamenti dalla Striscia di Gaza, due questioni riguardanti le risorse idriche stanno perdendo fondamento tra i palestinesi. La prima: dietro la decisione del primo ministro Ariel Sharon di lasciare la Striscia di Gaza si cela il fatto che la scorta di acqua disponibile, che è stata consumata quasi esclusivamente dai coloni, è sensibilmente diminuita. La seconda: una volta che i coloni se ne fossero andati, i problemi idrici dei palestinesi sarebbero stati risolti.
Queste supposizioni sono circolate da un quartiere all’altro e da una conversazione all’altra, hanno acquisito credibilità e, alla fine, si sono trasformate in una solita realtà agli occhi di molti. È difficile persuaderli del contrario, soprattutto riguardo la seconda supposizione “positiva”.
La reale scarsità di acqua che giunge ai palestinesi nella Striscia di Gaza è un terreno incredibilmente fertile perchè si creino leggende, che rappresentano una sorta di rifugio dalla dura realtà. Il 90% dell’acqua che giunge dalla falda acquifera costiera ai rubinetti della gente nella Striscia – circa 1 milione e trecento mila persone – non è potabile. Lasciamo stare il suo gusto salmastro che diventa sempre più disgustoso di anno in anno. Può essere coperto mettendo molto zucchero nel tè. Lasciamo stare il suo colore sudicio, che viene mimetizzato cucinando. Il problema, primo e principale, è che quest’acqua è inquinata e pericolosa per la salute.
La spiegazione è semplice: la parte della falda acquifera costiera che fornisce acqua alla Striscia può potenzialmente produrre annualmente 60-65 milioni di metri cubi di acqua. Questo è più o meno l’ammontare dell’acqua consumata dai 600.00 palestinesi di Gaza nel 1970, per usi domestici e per l’agricoltura (e una piccola parte per l’industria). Ma con la costante crescita della popolazione e i cambiamenti delle abitudini del consumo di acqua che stanno avendo luogo ovunque, per più di vent’anni si è verificato un sovrapompaggio della falda.
Attualmente, secondo l’idrogeologo Ahmed al Yaqubi, direttore dell’Ente erogatore dell'acqua palestinese, i palestinesi pompano ogni anno 150 milioni di metri cubi dalla falda, e i coloni 4,1 milioni. In altre parole, c’è un deficit di circa 90 milioni di metri cubi all’anno. L’eccessivo pompaggio ha un effetto diretto sulla qualità dell’acqua e, secondo al Yaqubi, “gli israeliani ne sono ben informati”.
In alcuni luoghi, dove la falda acquifera si trova nove metri sotto il livello del mare, il bilanciamento idrostatico è disturbato e l’acqua marina si infiltra nella falda. Questo avviene a circa due km dalla costa. Visto che la Striscia di Gaza ha una ampiezza di circa 10 km, circa il 20% dell’acqua è contaminata dall’infiltrazione di acqua marina.
Un altro problema giunge dalle acque di scarto: circa il 40% delle case non è collegata con la rete fognaria e la gente utilizza i pozzi neri che perdono nella falda. Gli scarti di acqua non depurata si infiltrano anche nell’acqua sotto terra dai luoghi che sono collegati con il sistema fognario, nonostante gli aiuti internazionali per la costruzione di sistemi di purificazione. La contaminazione si riversa nelle tubature che spesso si bloccano e le acqua inquinate si accumulano in cima alle cisterne.
Acqua porta a porta
Sempre più case e istituzioni stanno istallando sistemi privati di purificazione e impianti di filtraggio ma solo la classe medio alta può permetterseli. Altri fanno una distinzione pratica: per lavarsi usano l’acqua del rubinetto, Questa acqua alquanto oleosa non lascia di certo una sensazione di freschezza dopo la doccia, ma in alcuni casi gli unici in grado di percepire la differenza sono gli abitanti di Tel Aviv o di Ramallah. La maggior parte delle persone che vive a Gaza non l’ha lasciata per anni e così non riesce a comparare la sua esperienza quotidiana con la sensazione di freschezza, di pulito e di acqua non salata sulla pelle.
Queste persone comprano l’acqua da bere da compagnie private che, con un investimento di 10.000 dollari, hanno istallato piccoli impianti di depurazione. Ci sono 36 di tali impianti lungo la Striscia. Il più piccolo di questi depura 10-20 metri cubi di acqua al giorno, il più grande 50. Ogni metro cubo, o 1.000 litri, viene venduto per 50 NIS , rispetto a una media di 1 NIS che viene pagato ai comuni per l’acqua del rubinetto. Così come le bombole del gas vengono comprate per l’uso domestico, lo stesso avviene per l’acqua depurata – usata solo per bere o per cucinare. Il Ministero della Sanità assicura che quest’acqua sia potabile.
Tuttavia vi sono molte famiglie – in una società in cui più del 60% della popolazione vive in uno stato di povertà – che non possono affontare questo sforzo. Essi si affidano a organizzazioni caritatevoli, tutte islamiche, che hanno costruito i loro impianti di depurazione e che distribuiscono l’acqua ai bisognosi. La distribuzione gratuita è fatta anche da molti comuni che possiedono i propri impianti: hanno costruito dei rubinetti dai quali le persone possono riempire le loro taniche.
Questo è uno dei lavori domestici svolto solitamente dai ragazzi e, giudicando dagli strilli di gioia nei pressi della fonte zampillante a Khan Yanis, non reputano questo lavoro domestico pesante.
Inoltre, ci sono alcuni impresari locali che riempiono galloni di acqua, la caricano in cisterne trainate da asini o cavalli e la distribuiscono alle case dietro compenso. È difficile stimare il numero di persone povere che, per ignoranza o per difficoltà di accesso, bevono acqua non potabile.
Tutte queste limitazioni, compresi i fermi attuati dai comuni, hanno collocato il consumo massimo domestico a circa 60-70 litri per persona al giorno. Meno dei 100 litri che sono stati considerati dagli esperti come il livello minimo, meno della media di circa 220 litri al giorno consumati in Israele. L’Ente erogatore dell'acqua palestinese sostiene che i coloni nella Striscia di Gaza avevano un tasso di consumo di acqua in crescente aumento.
La necessità di nuove risorse
Khaled di Khan Yunis, che ha lavorato presso i bagni pubblici di Gush Katif (uno degli insediamenti israeliani nella Striscia di Gaza), ha avuto così modo di capire cosa significhi avere acqua illimitata e anche di paragonare l’acqua di casa sua (proveniente dalla falde inquinate finora accessibili ai palestinesi) con acqua limpida e pulita. “Il più grande piacere che provavo quando lavoravo nello stabilimento", ha ricordato la scorsa settimana, mentre era in corso l’evacuazione dei coloni di Gush Katif, "era lavarmi la faccia con quell’acqua. Una sensazione di freschezza. E com’era buono il sapore”.
L’evacuazione determinerà un importante cambiamento nella Striscia? Al-Yaqubi vuole stroncare le speranze sul nascere. Secondo le statistiche fornite all'Ente erogatore dell'acqua palestinese e dall'azienda nazionale israeliana dell'acqua, gli 8.000 coloni nella striscia di Gaza hanno consumato annualmente circa otto milioni di metri cubi di acqua. Di questi, circa 4.1 milioni sono stati pompati da uno strato acquifero composto da 26 pozzi, perforati dal 1967, la maggior parte dei quali si trova nell’area che era Gush Katif. Ma altri 3,8 milioni di metri cubi venivano da Israele.
In altre parole, i coloni consumavano una media di circa 1.000 metri cubi di acqua fresca e pulita l’anno – mentre i palestinesi consumano 123 metri cubi a testa di acqua salmastra e inquinata. Contrariamente a coloro i quali suppongono che Sharon abbia evacuato i coloni a causa della diminuzione dello strato acquifero, Al -Yaqubi ritiene che in base alle sue conoscenze la condizione della falda ad oggi sia buona, che non via siano problemi di eccessivo pompaggio e che la potenzialità di rinnovamento della falda sia compresa tra i sei e gli otto milioni di metri cubi.
“Abbiamo sentito che esiste un progetto di estendere l’attività agricola nella regione, per aprire al turismo, alle fabbriche”, dice Al -Yaqubi. Le sue parole contengono un monito ai politici che stanno facendo promesse pericolose: “Tutto questo richiede un’enorme quantità di acqua. Se dobbiamo dipendere dall’acqua attualmente esistente nel sottosuolo nel realizzare tutto questo, puntando sul fatto che ve ne sia tanta, distruggeremo velocemente la falda. Più velocemente di quanto si possa anche solo immaginare. Dovete ricordarvi che la falda ha una capacità limitata, che ha un potenziale di rinnovamento limitato, e che non possiamo aumentare la quantità di acqua pompata oltre l’acqua che naturalmente si rigenera”, ha dichiarato.
"Dobbiamo tenere conto di due dati", continua Al-Yaqubi. "Non esiste la possibilità di ridurre la popolazione di Gaza e non c’è modo di espandere la capacità della falda”. Una soluzione, dice Al-Yaqubi - ancora sottolineando che non sta parlando da politico – è “ficcare la metà della popolazione di Gaza in un posto dove vi sia possibilità di ricevere acqua”. Nella West Bank, per esempio. Non accenna ad altri posti da cui si possa ottenere acqua. Ad esempio Israele. O il Canada. Ma la soluzione realistica, naturalmente, sarebbe di ricevere acqua da altre fonti. Israele ha rifiutato seccamente le richieste palestinesi di poter trasportare acqua dalla West Bank alla Striscia.
In base agli accordi di Oslo, Israele deve vendere alla Striscia 10 milioni di metri cubi l’anno. Per anni sono stati venduti 5 milioni di metri cubi. Gli altri 5 milioni promessi non sono mai stati comprati, perché le infrastrutture attuali l’hanno reso impossibile e perchè l’Autorità Palestinese non poteva pagare una tal cifra: 3 NIS ogni metro cubo. Un’altra fonte possibile per la Striscia sarebbe la dissalazione dell’acqua di mare. Un programma adottato dall’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale per costruire un impianto di dissalazione – che avrebbe fornito inizialmente sino a 22 milioni di metri cubi di acqua all’anno al costo di 70 milioni di dollari - è stato sospeso all’inizio dell’Intifada.
Un altro impianto di dissalazione, che era stato costruito a nord della Striscia con fondi francesi, è inagibile a causa dei troppi spari che l’hanno colpito e inoltre ai palestinesi non era concesso l’accesso all’area. Anche se venissero costruiti impianti di dissalazione, avverte Al-Yaqubi, essi richiederebbero un forte miglioramento della situazione economica per poter funzionare. Il problema non è tanto il costo di costruzione, ma i costi di gestione. L'acqua di mare dissalata è costosa e non è possibile fare funzionare questi impianti con i soldi di quei pochi che nella Striscia possono pagare 10 NIS per metro cubo d’acqua. “La cosa più sorprendente è che siamo ancora vivi” afferma, riassumendo così la gravità della situazione.
Fonte: http://www.haaretzdaily.com/hasen/pages/ShArt.jhtml?itemNo=616860
Traduzione a cura di Nuovi Mondi Media
Mrs. Sheehan, il Presidente non ha tempo per lei
di Bianca Cerri
27 Aug 2005
Ci sarebbe voluto poco per rispondere a Cindy Sheehan, la donna che da 15 giorni staziona fuori della residenza estiva di George Bush in attesa di sapere perchè suo figlio sia rimasto ucciso dopo due sole settimane di missione in Iraq, ma il presidente è un duro e alle madri dei soldati morti preferisce quelle che i figli li lasciano a casa per andare in guerra, previo opportuno indottrinamento. Gli americani hanno già riportato 1850 perdite, 1721 delle quali dopo l'arresto di Saddam Hussein, e 42.500 feriti, ma alla Casa Bianca interessa solo il fatturato della pantagruelica Bechtel che non aveva più incamerato profitti tanto alti dal 1960. Sembra sia inutile temere il fuoco dell'inferno prima di aver conosciuto le temperature del Texas ad agosto, ma George Bush ha scelto Crawford, che si trova proprio nel cuore del Texas, per costruirsi il ranch che aveva sempre sognato. La tenuta è circondata da un'alta volta di filo spinato e non ci sono cartelli che indichino il nome del proprietario. E' qui che il 6 agosto scorso è venuta ad accamparsi Cindy Sheehan, la cui presenza è stata tollerata fino al momento in cui ha iniziato ad assumere una valenza politica.
A Bush non è andato giù che anche quando Sheehan ha abbandonato il ruolo di madre dolente per assumerne uno più determinato, alcuni residenti della zona abbiano ugualmente concesso a lei ed ai suoi sostenitori di stazionare sulle loro terre ed ha chiesto al governatore Perry di inviare subito una decina di aerei Predators dotati di regolamentari missili Hellfire. Sia ben chiaro: non tutti gli abitanti di Crawford simpatizzano con la donna, c'è stato persino qualcuno che è arrivato a sparare colpi di fucile per consigliarle di stare alla larga dal circondario e la polizia controlla continuamente i movimenti dei manifestanti per ricordare loro chi comanda in Texas ma Sheehan è decisa a restare fino a quando il presidente non accetterà di mettere fine alle operazioni in Iraq.
L'improvviso arrivo dei pacifisti ha invece fatto felice la stampa locale, che in estate non ha a disposizione che qualche barbecue di beneficenza per riempire le pagine dei giornali e ancora non riesce a credere a tanta fortuna. I giornalisti texani hanno messo subito da parte i barbecue per affondare le mani nella vita privata di Sheehan speculando non tanto sulla sua protesta quanto sul recente divorzio dal marito. Anche la stampa nazionale si è gettata come un avvoltoio sulle vicende pubbliche e non di questa madre colpita dalla tragica morte del primogenito in una guerra nella quale ormai credono in pochi. Com'era prevedibile, i giornali repubblicani le hanno gettato addosso tonnellate di fango, descrivendola come un personaggio sordido. Quelli democratici ne esaltano il "grande coraggio" e i bollettini religiosi la paragonano, com'era scontato, alle pie donne ai piedi della croce.
Cindy Sheehan non ha mai avuto a che fare con i media prima della morte del figlio ed è probabile che non si sia ancora resa completamente conto della mendicità e della volgarità di cui sono capaci le associazioni composte da potere politico e stampa di parte. O forse non ha mai riflettuto sull'appropriazione indebita del mondo da parte delle più infime categorie di mercanti dell'astrazione e c'è da augurarsi che lo capisca prima che, come direbbe Norman Mailer, l'odore della carne bruciata delle vittime sacrificate sull'altare dei potenti impesti l'aria attorno alla sua tenda. E se è vero che le è servito molto coraggio per sfidare Bush, farà bene a trovarne altrettanto per resistere ai democratici che stanno vigliaccamente tentando di manipolare la sua protesta. Perchè se è vero che alcuni rappresentanti minori del partito sono corsi a farsi fotografare assieme a lei, è anche vero che la spina dorsale non ha alcuna intenzione di mettere fine al bagno di sangue in Iraq.
In una votazione per autorizzare altri 80 milioni di dollari di spese militari, il 100% dei democratici ha detto sì. E Hillary Clinton, l'esponente più autorevole del partito, è apparsa vestita come una regina ad una riunione soltanto per dire che a chiare lettere che l'America non rinuncerà mai all'Iraq, checchè ne dica quella sciattona di Cindy.
Bianca Cerri
b.cerri:reporterassociati.org
agosto 26 2005
Come la mettiamo, Fazio?
Autodifesa di oggi:
Sulla scalata ad Antonveneta Fazio avrebbe sostenuto che non c'è mai stato alcun atto interno che dicesse che Banca popolare italiana (Bpi) non aveva la patrimonialità adeguata per fare l'operazione.....
....................
Ieri:
Dall'analisi del Sole riporto i passi più significativi delle conclusioni di Clemente e Castaldi, ispettori della Banca d'Italia:
« sono state disattese le prescrizioni impartite dalla Banca d'Italia circa l'esigenza di una costante copertura patrimoniale delle partecipazioni via via acquisite » , con la conseguente « diminuzione del patrimonio di Bpi al di sotto del limite prescritto dalla normativa, per importi significativi e per un certo lasso di tempo »....
......« significative incertezze sulla stabilità dei mezzi propri e sulla posizione patrimoniale prospettica della Bpi, connesse anche con l'impatto degli impegni contrattuali assunti per la real i z z a z i o n e dell'operazione, fatti salvi eventuali ulteriori elementi che potrebbero emergere n e l l ' a m b i t o dell'accertamento ispettivo »......
.....Le irregolarità accertate a carico di Bpi, conclude la relazione, « sono tali da inficiare la capacità di Bpi di assicurare la sana e prudente gestione di Bapv (Antonveneta) » , anche perchè funzionali a « un più generale disegno volto ad acquisire il controllo di Bapv in violazione della normativa vigente » .
oggi, dalla relazione integrale di Fazio al Cicr:
Sotto il profilo dei comportamenti rilevanti ai fini della verifica dei requisiti relativi alla qualità dell'azionista e della sana e prudente gestione, una prima fase dell’istruttoria ha messo in evidenza elementi di criticità relativi alla correttezza nelle relazioni di affari dei soggetti partecipanti al capitale di BAPV, con riguardo ai fatti emersi dall’atto di accertamento della CONSOB e dalle verifiche della Banca d’Italia.
Su questi aspetti l'analisi veniva utilmente integrata, per una più completa valutazione degli elementi informativi, con le riflessioni già avviate dai consulenti giuridici; gli esiti di un'ulteriore consultazione apportavano elementi rilevanti nell'apprezzamento delle fattispecie ai fini del rilascio del provvedimento autorizzativo.
I pareri, tra loro convergenti, dei giuristi interpellati, scientificamente autorevoli ed esperti della materia, sono stati ritenuti idonei a superare le diverse perplessità maturate nella prima fase dell’istruttoria, fornendo una corretta interpretazione della lettera e della ratio della normativa nazionale e comunitaria.
L’11 luglio 2005 la Banca d’Italia ha autorizzato BPI ad acquisire il controllo di BAPV, dando ampio conto nel provvedimento delle motivazioni alla base della decisione.
Come dire: gli ispettori analizzano i bilanci Bpi e trovano elementi di criticità materiali....
....poi si chiedono quattro pareri veloci a giuristi (amici) e in una notte tutto va a posto....
Castaldi e Clemente, non sono stati ovviamente ammessi alla riunione del Cicr.....
P.s. Invito ad aderire alla pagina sui quotidiani promossa e scritta da Beppe Grillo...
www.caravita.biz
Scelli parla, Berlusconi trema
L’ex capo Cri rivela: per liberare le due Simone curammo 4 terroristi ricercati
Gli Usa tenuti all’oscuro. Palazzo Chigi smentisce. L’Unione: vogliamo la verità
da l'Unità - 26 agosto 2005
È semplicemente grottesco che alle clamorose rivelazioni di Maurizio Scelli sui quattro iracheni ricercati dagli americani come terroristi e curati in cambio della liberazione di Simona Pari e Simona Torretta il governo replichi sostenendo che la Croce Rossa Italiana ha agito «in totale autonomia». Per una serie di motivi questo non può essere vero e rappresenta, anzi, un’offesa all’intelligenza comune.
Primo. Il commissario della Cri è di nomina governativa. Prerogativa che nel caso di Scelli, personaggio in quel momento graditissimo al premier Berlusconi, è stata sfruttata con reciproca soddisfazione delle parti.
Secondo. Nel corso delle sue numerose missioni irachene, ma soprattutto ogniqualvolta si è dovuto trattare per la liberazione di ostaggi italiani, Scelli si è sempre mosso in totale sintonia con palazzo Chigi mantenendo un costante filo diretto con il sottosegretario Letta. Come del resto era giusto e necessario fare in quelle delicatissime circostanze.
Terzo. Scelli non ha mai fatto mistero della sua (giustificata) devozione nei confronti del presidente del Consiglio esternandogli ogni volta che ha potuto ammirazione e riconoscenza. Fino al punto di organizzare a Firenze, la scorsa primavera, alla vigilia delle Regionali, un’incredibile e catastrofica manifestazione elettorale a favore del potente sponsor, intitolata, non a caso, «Onda Azzurra». Incredibile, perché molti giovani che avevano offerto il loro generoso apporto di volontariato per una nobile istituzione come la Croce Rossa si ritrovarono, quel giorno, reclutati, e trasformati dallo Scelli in militanti berlusconiani.
Catastrofica, poiché la sala del raduno restò semideserta tanto che per alcune ore Berlusconi non si fece vedere temendo il flop, poi puntualmente verificatosi.
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Noi e gli Usa, ossia il governo delle bugie
Luigi Bonanate
Questo non è gossip estivo, purtroppo, ma la prova che siamo un paese di pataccari! Le rivelazioni di Maurizio Scelli, oggi commissario straordinario uscente della CRI, autore nei mesi scorsi di qualche sortita nei campi minati della politica (senza che si capisse bene perché) rientrano in un profilo da manuale del perfetto bugiardo. Mentire, e va bene; ma meglio ancora, mentire ai propri amici. Trattare, sì certo, e con il nemico, nascondendo il tutto ad amici e nemici. E anche alla pubblica opinione!
Ma quanto conta il rispetto della verità, la correttezza dell’informazione, l’onestà dei comportamenti per un rappresentante delle istituzioni?
Sui motivi che adesso spingono Scelli a mettere nei guai, in Italia e con gli Usa, il governo guidato dal suo ex protettore si possono fare molte ipotesi. Non ultima quella della ritorsione (o della pressione) per qualche promessa ancora non mantenuta visto che oltre a una notevole voglia di protagonismo l’ex Commissario Cri non ha mai nascosto di avere ambizioni politiche. Può darsi anche che vista la mala parata in cui versa il regime di cui ha fatto parte si sia deciso al calcio dell’asino. Niente di nuovo sotto il sole italiano.
Quanto al merito della questione resta l’apprezzamento per come il governo si è adoperato per la liberazione di tutti gli ostaggi: quelli di destra e quelli di sinistra. Così come abbiamo avuto modo di scrivere che se per le due Simone è stato pagato un riscatto (4 milioni di dollari, ha rivelato la stampa inglese) sono stati soldi ottimamente spesi. E se, come adesso apprendiamo, per raggiungere lo scopo sono stati, in sovrappiù, soccorsi quattro iracheni considerati terroristi dagli americani e ricercati come tali, la Croce Rossa ha fatto solo il suo dovere. Quel che appare insopportabile è la cortina di menzogne che circonda non solo queste vicende ma, più in generale, tutta la cosiddetta missione italiana di pace in Iraq. Che alla luce di quanto adesso ci racconta Scelli si manifesta per quello che realmente è sempre stata: una tragica messa in scena (pensiamo ai morti di Nassiriya) per gettare un po’ di fumo negli occhi del caro alleato americano, per pavoneggiarsi nei vertici internazionali, per poter dare del tu all’amico George. Sempre immaginandosi più furbi degli altri, sicuri che il caro alleato nulla sospettasse delle continue operazioni coperte. Una pia illusione che gli americani fossero all’oscuro delle nostre trattative. Un aspetto forse finora non abbastanza considerato che, a questo punto, potrebbe gettare una luce nuova su quanto accaduto al check point di Baghdad dopo la liberazione di Giuliana Sgrena, e sulla morte di Calipari.
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«Sulle due Simone abbiamo mentito agli Usa»
Il commissario della Croce Rossa: «Trattative tenute segrete con il placet di Palazzo Chigi»
Imbarazzo nel governo: la Cri si è mossa da sola. L’Unione: vengano in Parlamento
di Anna Tarquini / Roma
LA VENDETTA DI SCELLI, commissario straordinario uscente della Croce Rossa, si consuma in un pomeriggio d’agosto davanti al taccuino aperto di un giornalista de La Stampa. Tre frasi buttate lì, in un fiume di ricordi che vogliono riscrivere la storia della libera-
zione degli ostaggi italiani in Iraq: «Curammo quattro terroristi in cambio delle due Simone»; «Letta sapeva e mi disse “Vai avanti e non dire nulla a nessuno”»; «Tacere agli americani delle nostre trattative era condizione irrinunciabile». C’era un unico modo per garantire il buon fine delle trattative - spiega con cinica precisione Scelli - . Ed era mentire agli alleati, mentire su tutto.
Peggio di una bomba. Dunque trattarono, malgrado gli Usa. Curarono dei terroristi, malgrado il veto degli alleati. Per cinque lunghe ore Palazzo Chigi non sa decidere se sia più imbarazzante la rivelazione di aver seguito la via delle trattative nascondendo le operazioni militari agli alleati o il salvataggio di quattro terroristi iracheni. Per cinque ore tace, con l’opposizione che chiede con insistenza al governo di riferire alle Camere. Poi arriva un comunicato stringatissimo di Bonaiuti: «La Croce rossa ha agito autonomamente... Mai tradito la fiducia degli alleati». Scelli viene messo con le spalle al muro e costretto a una mezza smentita che poi non si rivela tale: «Se Palazzo Chigi nega un coinvolgimento dice la verità... L’operazione è stata gestita da me, salvo poi informalmente farne partecipi le istituzioni». Ma non basta e non serve. Nessuno crede alle parole di Palazzo Chigi, a cominciare dall’ex ministro di An Maurizio Gasparri si accoda a chi chiede e ottiene la convocazione di Scelli, governo e Sismi davanti al Copaco: «In molte vicende l’avvocato Scelli ha certamente proficuamente agito in sintonia con le istituzioni - dice - . Quindi sarà opportuno chiarire. Anche perché è sempre stata chiara la linea del governo, contraria a qualsiasi cedevolezza nei confronti del terrorismo».
Dietro, dietro il tradimento di Scelli, c’è il grave sospetto che queste «trattative nascoste agli alleati», possano essere state la causa diretta della morte di Nicola Calipari. Il senatore Malabarba la sintetizza così e non è il solo a pensarlo: «Curare i feriti (anche se terroristi), pagare riscatti è normale se si segue la via della trattativa, l’unica efficace in questi casi. Questa linea però è osteggiata da precise direttive del Centro Ostaggi della forza multinazionale a Baghdad, sotto stretto controllo dell'Ambasciata USA, che ha deciso di por fine alle ambiguità italiane con l'agguato in cui è stato assassinato Nicola Calipari».
Ora dicono che è «malato di protagonismo». Certo Scelli è stato troppo preciso, smentirlo non è facile. Soprattutto in un dettaglio, l’incontro con Letta e l’avallo del governo alle sue trattative. «Il tacere agli americani i nostri tentativi di liberare gli ostaggi - racconta - fu una condizione irrinunciabile per garantire l'incolumità degli ostaggi e nostra, che feci mia sin dal primo giorno, e che trovò d'accordo, quando gliela rappresentai, anche il sottosegretario Gianni Letta... A Baghdad, quando si trattò di riportare in Italia le due Simone, Nicola Calipari, consapevole di questa direttiva, si raccomandò con me di non parlarne neppure al generale Mario Marioli...». E poi i contatti. «I mediatori - aggiunge Scelli - ci chiesero di salvare la vita a quattro presunti terroristi ricercati dagli americani, feriti in combattimento. L'operazione non era facile: noi avevamo nell'ospedale di Baghdad medici e personale pronto a intervenire, ma dovevamo riuscire a far arrivare i feriti senza che gli americani ci scoprissero. Fuori dall'ospedale - spiega l'ex commissario della Cri - c'erano due check point Usa. Si trattava di aggirarli: facemmo uscire dall'ospedale un'ambulanza e una jeep che ufficialmente andavano a consegnare medicinali. In realtà i mezzi si diressero in un luogo convenuto per prelevare i feriti».
Spiega Scelli di essere arrivato alle due Simone praticamente per caso, dopo che Mohammed al Kubaysi, vicepresidente del Consiglio degli Ulema, aveva chiesto tramite un medico iracheno amico dell'allora commissario straordinario della Cri, se gli interessassero le due italiane. Scelli afferma di aver chiamato allora Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che gli parlò di una diffusa ostilità nei suoi confronti da parte di «Un ponte per». «Io intanto ricevo i messaggi delle due Simone. Al secondo messaggio vado da Letta. Lo ascolta, mi dice: “Vai avanti e non dire nulla a nessuno”». «Quel giorno - dice ancora Scelli - quando il problema è ormai garantire al massimo la sicurezza per il rilascio e il recupero delle due Simone, palazzo Chigi mi affidò a Nicola Calipari». Il caso Sgrena? C’è veleno anche per questo. «Del sequestro della Sgrena non sappiamo nulla - conclude Scelli - . Posso solo dire che Nicola Calipari a me ha dato la certezza di essere un uomo di grande professionalità e di grande responsabilità. Uno in grado di assumere qualsiasi decisione».
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Ds Milano - Rassegna stampa
È ora di riprenderci il Paese.
E Milano»
Comincia la battaglia elettorale.
Primo atto: la firma per la candidatura di Prodi
di Carlo Brambilla/ Milano
da l'Unità - 26 agosto 2005
PARTITA. Da ieri a Milano (fino al 19 settembre) la Festa nazionale dell’Unità ha aperto i battenti. «Una grande festa di popolo, di una grande forza politica democratica e popolare. Questo siamo noi». Un bana-
le slogan? No, una garbata e precisa risposta alle polemiche politiche di questi giorni, firmata Franco Mirabelli, segretario milanese dei Ds. Alla breve cerimonia inaugurale si respira molto orgoglio per il ritorno nella capitale lombarda di un evento politico che mancava da vent’anni. Gli organizzatori-inauguratori non lo hanno nascosto anche perchè «questa è una festa dal sapore speciale». Ed eccolo il motivo, svelato subito da Filippo Penati, presidente della Provincia: «Da Milano vorrei che partisse un'onda per riportarci al governo del Paese», Barbara Pollastrini e il coordinatore della segretaria nazionale Maurizio Migliavacca, presente anche Giovanni Berlinguer.
Dunque sapore speciale, sapore di doppia sfida. Sapore di rivincita. La posta in palio è altissima: «Il governo del Paese e il governo della città di Milano». Come ha detto ancora Penati rivelando un ottimismo diffuso:«Mi sembra che ci siano le condizioni perchè le forze del centrosinistra intercettino la voglia di cambiamento, Milano ha bisogno di un nuovo Rinascimento». E tornando all’«orgoglio», dopo la lettura delmessaggio beneaugurante di Piero Fassino, Mirabelli ha aggiunto: «Questa festa popolare vive grazie ai volontari che lavorano e lo fanno per passione civile e politica». Il motivo, gira e rigira, è sempre lo stesso: «La scelta di Milano non è casuale, tutti abbiamo voluto fortemente questa festa qui, convinti che non si può governare il Paese senza governare Milano». La conferma del valore simbolico della scelta è arrivata anche da Migliavacca: «Sono sicuro che da Milano - ha detto - verrà una grande risposta per il cambiamento e questa Festa lo dimostrerà anche sostenendo la candidatura di Prodi. Per noi parte da qui ufficialmente la grande corsa elettorale. Il Paese ha bisogno di cambiamenti radicali basati su programmi chiari per dar vita a un nuovo bipolarismo più maturo. Dal bipolarismo non si torna indietro».
Dunque la festa è partita, con orgoglio e speranza. C’è forte attesa per il dibattito che si svilupperà e che sarà il filo conduttore della manifestazione. Come ha precisato ancora Penati: «Questo è senza dubbio un momento importante e il dibattito può fornire spunti interessanti per la stesura di un programma comune. Tutti speriamo che ciò sia di buon auspicio per le elezioni nazionali del 2006». A proposito di Penati, il presidente della Provincia ha anche inteso chiudere la feroce polemica col sindaco Albertini (questione del controllo della società Serravalle): «So che è stato invitato alla Festa per il tradizionale pranzo, ebbene voglio esserci anch’io». Mano tesa anche da Mirabelli: «Rigrazio il Comune di Milano perchè ci ha dato una mano per costruire un'edizione bella della festa».
Resta solo il tempo per il primo gesto simbolico: tutti diligentemente in fila allo stand dell’Unità a firmare per la candidatura di Romano Prodi. Intorno i volontari applaudono. La prima serata parte con la Resistenza, Bella Ciao e i ricordi di Giovanni Berlinguer, Scola, Pesce, Casali e Montaldo.
WAL MART ATTACK
ANDREA ROCCO
È la più grande catena di grandi magazzini del pianeta, con vendite che nell'anno fiscale terminato lo scorso 31 gennaio hanno superato i 285 miliardi di dollari. 1.6 milioni di dipendenti nel mondo, 3600 punti vendita negli Stati Uniti soltanto. Un numero di clienti pari alla popolazione di Italia, Francia e Spagna visita ogni settimana gli stores di Wal-Mart. Ma le nude cifre, per quanto impressionanti, non dicono tutto. Non dicono di come Wal-Mart ha cambiato non solo (e in peggio) i rapporti di lavoro per tutto il settore del commercio al dettaglio, negli Stati Uniti ed altrove, non solo il rapporto con migliaia di fornitori, sottoposti allo strapotere contrattuale del colosso dell'Arkansas, ma anche il rapporto tra consumo e territorio e i contenuti e le modalità dell'esperienza stessa dello shopping. Il gruppo fondato nel 1962 da Samuel Walton ha aperto il suo primo punto vendita a Rogers, nell'Arkansas, nel profondo dell'America rurale e di provincia. A quelle radici si è sempre ispirato, vantando una democratizzazione dell'esperienza del consumo e la possibilità, per tutti i suoi clienti, di usufruire di «prezzi bassi tutti i giorni». Rifiuto quindi delle «sales», dei saldi, che sono lo strumento più usato e abusato, soprattutto intorno alle varie occasioni festive, ma anche rifiuto della enfatizzazione delle «brand» come fanno invece i grandi magazzini di livello più alto, che sono diventati di fatto, soprattutto per i reparti dell'abbigliamento, dei «contenitori di boutiques» di marche famose (spesso questi angoli del punto vendita o leased department, vengono appaltati ad altre ditte, nel settore della gioielleria, delle calzature).
Al contrario l'azienda Wal-Mart è cresciuta intorno ad alcuni capisaldi gestionali e di marketing, come il controllo rigoroso e feroce della catena dei fornitori e l'applicazione spinta delle tecnologie informatiche alla gestione. Il tutto per avere un vantaggio competitivo sul piano dei prezzi, un vantaggio che è stato per anni il tema portante della comunicazione di Wal-Mart e che si è tradotto immediatamente nella fidelizzazione della clientela. In un rapporto uscito quest'anno, il Retail Forward's American ShopperScape, si dice che Wal-Mart non solo è il dettagliante più grande, ma anche il «più appiccicoso», quello da cui i propri clienti tornano cioè con maggiore frequenza. E per accentuare questa tendenza Wal-Mart sta provando a buttarsi anche nel settore bancario, fornendo prestiti ai consumatori e gestendo in proprio carte di credito ed assegni (e nel contempo terrorizzando le grandi istituzioni bancarie). Ma questo quadro di grande successo, di enorme crescita e di un patrimonio di clientela apparentemente solidissimo nasconde alcune crepe strategiche profonde che stanno venendo alla luce e che hanno portato a risultati meno che stellari.
Infatti la crescita di Wal-Mart è tutta dovuta alla moltiplicazione dei suoi punti vendita, all'assalto al «territorio del consumo» fatto dai suoi Superstore sparsi per il mondo, ai Big Box, ai grandi scatoloni piazzati nei suburbs, negli Stati Uniti, come in Polonia. In realtà, se si considerano gli stessi negozi (escludendo quindi le vendite incrementali dovute all'apertura di nuovi) il ritmo di crescita delle vendite di Wal-Mart è sceso costantemente negli ultimi sette anni: dal 9% del 1999 al 3.5% circa previsto per quest'anno. Il 2005 poi sembra essere un anno particolarmente duro e questo si riflette anche sul corso delle azioni Wal-Mart. Gli ultimissimi dati dicono di vendite di 800 milioni di dollari inferiori rispetto alle previsioni degli analisti e di profitti in calo.
Che cosa sta succedendo? Al di là di fattori contingenti, come quelli climatici o l'aumento del prezzo della benzina, che sconsiglierebbe ai consumatori lunghi viaggi in macchina per approvvigionarsi nei Superstore, c'è una realtà più complessa, di cui Wal-Mart sembra rendersi conto, prendendo alcune contromisure. Il panorama del consumatore americano è sempre più frammentato e caratterizzato da nicchie di individui ben definiti, altamente motivati e con un'alta frequenza di connessioni alla rete Internet. Abituati ormai alla possibilità di trovare quello che vogliono, quando vogliono e a basso prezzo. Internet ha cambiato le abitudini e i dettaglianti tradizionali come Wal-Mart dovrebbero poter offrire esperienze di consumo almeno apparentemente più personalizzate, più capaci di «esprimere l'individualità del consumatore», più soddisfacenti. Nulla di tutto questo sembra offrire Wal-Mart. Da qui la sua crisi. Alla quale sta rispondendo non con iniziative innovative, ma seguendo la strada percorsa da un suo importante, anche se più piccolo, concorrente, la catena di grandi magazzini discount Target.
Target, che si rivolge agli stessi consumatori «popolari» che affollano Wal-Mart, per tempo e con molto acume ha iniziato una tendenza che è stata definita cheap chic, chic-economico. Ha dato incarico ad alcuni famosi designer come Isaac Mizrahi e Michael Graves di progettare e disegnare prodotti venduti esclusivamente nei punti vendita Target, ha acquistato pubblicità su New Yorker, la rivista che è l'organo ufficiale dell'intellighentzia americana e ha avuto risultati ottimi, con un aumento delle vendite del 50% nell'ultimo trimestre.
Wal-Mart sembra voler provare a seguire la stessa strada. È di ieri l'annuncio che nel numero di Vogue, la bibbia della moda statunitense, in uscita martedì prossimo, ci saranno otto pagine a colori (a 104 mila dollari l'una) di pubblicità Wal-Mart. Protagoniste degli annunci una mamma, una praticante le arti marziali e altre donne che vestono abiti Wal-Mart e che sono definite da un «profilo di stile» particolare. Un tentativo di posizionarsi come luogo dove si crea uno stile. Per attirare consumatori più ricchi, certo, ma soprattutto, come ha detto Kurt Barnard, uno dei maggiori analisti del settore dettaglio, per «non far ricordare ai suoi clienti abituali di essere poveri». www.ilmanifesto.it
Joseph Ratzinger imputato in Texas per copertura di preti pedofili, chiede l'immunità a Bush
Nel giorno dell'apertura della giornata mondiale della gioventù di Colonia, l'associazione radicale Anticlericale.net, da anni impegnata sul fronte della lotta a favore della laicità dello Stato e delle istituzioni e per la libertà religiosa, ha organizzato, davanti a piazza San Pietro, una iniziativa a favore della libertà sessuale e di coscienza, contro le cause delle deviazioni e delle sofferenze, a cominciare da quelle dei preti pedofili e delle organizzazioni pedofobe.
Un'iniziativa alla quale hanno partecipato, tra gli altri, Daniele Capezzone, segretario dei Radicali Italiani, Marco Cappato, segretario dell'Associazione Luca Coscioni, Rita Bernardini, tesoriere dei Radicali Italiani, oltre ai dirigenti di anticlericale.net.
Presente anche Daniel Shea, l'avvocato di Houston che ha denunciato l'allora cardinale Joseph Ratzinger il quale, dal gennaio 2005, è imputato davanti alla Corte distrettuale di Harris County, in Texas, per la copertura data ai membri del clero responsabili di abusi sessuali soprattutto su minori. Secondo Shea, in quanto Capo di Stato in carica, Benedetto XVI avrebbe avanzato ''richiesta formale d'immunità al presidente degli Stati Uniti, che non ha ancora reso nota la sua decisione in merito".
Nella documentazione presentata dai radicali emerge che "sin dal 1962 le più alte gerarchie vaticane, approfittando dello status di entità sovrana di cui gode la Santa sede, hanno organizzato e realizzato quella che oggi appare in tutta la sua gravita': una rete di protezione dei preti pedofili, tale da consentire la diffusione e, per molti di loro, la reiterazione delle violenze perpetrate per anni nella più assoluta impunita'". Secondo Anticlericale.net, "il Vaticano, che era a conoscenza del compiersi di tali reati e della loro diffusione, al fine di 'governare' lo scandalo diede disposizioni tassative, attraverso un'Istruzione diffusa dalla Suprema Sacra Congregazione del Santo Uffizio, pena la scomunica, con l'unico obiettivo di evitare la fuoriuscita di qualsiasi notizia in merito. Tali disposizioni furono poi confermate nel 2001 dall'allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Joseph Ratzinger, oggi Papa Benedetto XVI''. "Lo scandalo dei preti pedofili non si limita al recente caso esploso negli Stati Uniti. Non e' solo scandalo, ma reato - affermano i radicali - e non e' circoscritto alla sola Chiesa americana. La giustizia ha iniziato il proprio corso, ma finora non è mai accaduto che la Santa sede abbia denunciato essa stessa alle autorià giudiziarie fatti di abusi sessuali, pur essendone a conoscenza, nè abbia collaborato alle indagini".
di Simone Sapienza
http://www.radioradicale.it/index.shtml
Il Dago-faccendiere di Cossiga...
Negli ozi delle vacanze, si fa per dire, quasi dimenticavo una perla. Sul più importante sito italiano (secondo Panorama...) di informazione (supposta) alternativa:
Il 2 luglio alle 15.19 Roberto D'Agostino chiama Ricucci e gli riferisce che la stessa mattina lo cercava Cossiga. Ricucci risponde: "L'altra sera ero a cena con Claudio e abbiamo chiamato il presidente Cossiga". D'Agostino conclude con una raccomandazione: "Chiama Cossiga a casa". www.caravita.biz
La nuova Potenza
Giochi di guerra e corsa all’oro nero. La Cina esce dall’angolo e alza la testa
Il secolo cinese è cominciato. L’avvento della potenza politica, economica e militare della Cina sulla scena internazionale non è più una previsione, ma una realtà. Una realtà che innervosisce sempre di più gli Stati Uniti che, per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, sentono minacciato il proprio ruolo di potenza egemone globale. Dopo aver alzato la voce contro le basi militari Usa in Asia, Pechino mostra per la prima volta i muscoli con un’imponente esercitazione militare che suona come un chiaro monito a Taiwan e Stati Uniti. Iniziando nel frattempo un'altra competizione con l’Occidente: quella per l’accaparramento di risorse energetiche. Per ora solo a colpo di miliardi di dollari.
Dalle parole ai fatti. Lo scorso 5 luglio, a conclusione del summit dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (Sco), Russia e Cina avevano approvato un documento dai toni molto duri nei confronti della presenza militare e delle interferenze politiche statunitensi in Asia Centrale, rifiutando “un ordine mondiale monopolizzato da un solo Paese” (gli Usa) e chiedendo un termine per la chiusura delle basi americane nelle repubbliche centroasiatiche (vedi: “La Nato dell’Est”). Richiesta, quest’ultima, seccamente respinta dal segretario di Stato Usa Condoleezza Rice.
Subito dopo Mosca e Pechino hanno annunciato lo svolgimento delle prime esercitazioni militari congiunte russo-cinesi dalla fine della Guerra Fredda. Un imponente ‘wargame’ (7 mila soldati cinesi e quasi duemila russi, con impiego massiccio di forze navali e aeree) iniziato il 18 agosto e ancora in corso. Tutto a spese dell’Esercito Popolare Cinese.
Ufficialmente si tratta di un’esercitazione antiterrorismo, ma gli stessi analisti cinesi la interpretano come un chiaro messaggio di avvertimento rivolto a Taiwan e soprattutto agli Stati Uniti.
“Mezzi da sbarco anfibi, sottomarini, operazioni navali... Non penso proprio che lo scopo di questa esercitazione sia la lotta al terrorismo”, ha detto ai giornalisti Arthur Ding, esperto di questioni militari cinesi all’università Chengchi di Taiwan; “la Cina ha mandato un segnale a Taiwan e agli Usa affinché non provochino Pechino sostenendo le forze indipendentiste taiwanesi”.
“L’obiettivo principale di queste manovre sono gli Stati Uniti”, ha dichiarato alla stampa anche Jin Canrong, del dipartimento Relazioni Internazionali dell’Università Popolare Cinese.
Nervosismo Usa. La scorsa settimana Sean McCormack, portavoce del Dipartimento di Stato Usa, ha detto che gli Stati Uniti stanno “seguendo con attenzione queste esercitazioni, nella speranza che non succeda nulla che turbi l’atmosfera di stabilità nella regione”.
Negli ambienti politici e militari americani si sta diffondendo un crescente allarmismo rispetto al riarmo cinese. A fine luglio, nel suo rapporto annuale al Congresso sul potenziale militare cinese, il Pentagono ha scritto che il riarmo della Cina rappresenta una “minaccia concreta” agli equilibri regionali e che oggi i missili cinesi sono in grado di arrivare a colpire anche il territorio degli Stati Uniti.
Gli stessi toni preoccupati erano stati usati a febbraio dal nuovo direttore della Cia, Porter Goss, che in occasione del documento annuale sulla situazione internazionale ha descritto la Cina come “una crescente minaccia agli interessi americani in Asia”.
Sono quindi finiti i tempi in cui Washington parlava di Pechino in termini di “partner strategico” o al massimo di “competitore strategico”. Ormai la Cina, per gli Stati Uniti, è un “rivale strategico”.
La corsa all’oro nero. Ma non è solo la crescita del potenziale militare cinese a preoccupare gli Usa e l’Occidente. Per soddisfare gli enormi bisogni energetici del boom economico cinese, Pechino ha appena avviato una spregiudicata campagna di acquisizione di compagnie petrolifere straniere minacciando il tradizionale monopolio delle “Sette Sorelle” occidentali sulle riserve petrolifere mondiali. All’inizio di agosto la China National Offshore Oil Corp Limited (Cnooc) ha acquistato per 18,5 miliardi di dollari l’americana Unocal, e il 22 agosto la China National Petroleum Corp (Cnpc) ha comprato per 4,2 miliardi la compagnia canadese PetroKazakhstan, mettendo le mani sul 12 per cento dei ricchissimi giacimenti di petrolio e gas naturale dell’ex repubblica sovietica. E questo è solo l’inizio. Il governo cinese ha avviato un’imponente programma di ricerche di giacimenti in patria, ma se questo non darà i frutti sperati è certo che nei prossimi mesi altre grosse compagnie petrolifere finiranno in mani cinesi. Per accaparrarsi risorse energetiche, Pechino non bada a spese. D’altronde, i soldi non sono un problema per il capitalismo di Stato cinese. Il problema sorgerebbe se un giorno quei soldi finissero e la Cina scegliesse di percorrere altre strade.
Enrico Piovesana www.peacereporter.net
LISTA PER L'ULIVO AL PROPORZIONALE
Ipotesi o provocazione?
Di seguito inoltriamo il testo della ‘Carta degli Intenti’ della ‘Lista per l’Ulivo’ che vorremmo costruire per le elezioni proporzionali del prossimo anno.
Non ci nascondiamo le difficoltà, ma nemmeno le diffuse simpatie.
Il nostro approccio è di grande positività ed anche “leggermente provocatorio”.
Ci piacerebbe aver costruito un’occasione di confronto e di progettualità per il vasto popolo dell’Ulivo.
Possiamo contare su mezzi limitati, ma non ci manca la testardaggine: da troppe parti ci viene risposto che “state sollevando una domanda giusta”, ma “siete troppo deboli per poter pretendere di dare una risposta”.
Bene.
Saremo deboli, ma continuiamo e rilanciamo.
Qualcuno, per cortesia, si “inventi” una risposta più convincente della nostra alla seguente domanda:
“Quale proposta politica ed elettorale viene avanzata nei confronti degli elettori che compongono il famoso valore aggiunto dell’Ulivo?”
Noi ne proviamo una, disposti ad accettarne un’altra, se più convincente e più concreta della nostra.
Per ora - con i nostri mezzi molto, molto limitati – abbiamo raggiunto le adesioni che qui sotto potete verificare.
La campagna di adesioni prosegue fino al termine delle Primarie dell’Unione: allora vedremo a che punto sarà questa ipotesi e saremo in grado di valutare se trasformarla in proposta.
Per ora vivissime cordialità uliviste
Lista ‘Per l’Ulivo’
listaperlulivo@libero.it
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LISTA PER L'ULIVO
Carta degli Intenti
Noi sottoscritti cittadini, elettori e sostenitori dell’Ulivo:
· preso atto del rischio che nella parte proporzionale delle prossime elezioni politiche possa non comparire il simbolo dell'Ulivo;
· preso anche atto che, nella convinzione di poter meglio intercettare quote di elettorato di diversa provenienza, il centrosinistra sembra ormai aver deciso di presentarsi con diverse liste nella quota proporzionale;
· preoccupati che una parte consistente del popolo ulivista, in assenza del progetto e del simbolo dell'Ulivo, possa decidere di non esprimere il proprio voto in modo utile e produttivo;
· preoccupati che - in assenza di una lista che faccia riferimento in modo diretto all’Ulivo - le diverse personalità indipendenti del centrosinistra, coloro cioè che non hanno una casa partitica di riferimento, possano trovare difficoltà a far convergere i propri voti nella quota proporzionale;
· allo scopo di mantenere in campo il progetto dell\'Ulivo, elemento essenziale della sconfitta del centrodestra, nell\'esclusivo interesse del Paese;
·interpretando una evidente ed incontestabile convenienza elettorale per l'intera coalizione dell'Unione;
· pur coscienti di avanzare una soluzione parziale e di ripiego, rispetto al progetto originario dell’Ulivo che resta per noi il prioritario punto di riferimento;
lanciamo una raccolta di adesioni a sostegno dell’ipotesi di presentazione - nella parte proporzionale delle elezioni politiche del 2006 - di una lista denominata PER LULIVO che, per quanto riguarda la parte maggioritaria, considerano apparentata con la coalizione denominata UNIONE.
Per quanto riguarda il programma, la lista "PER L’ULIVO" rimanda all'elaborazione politica prodotta dalla complessiva vicenda ulivista di questi dieci anni e si riconosce nella piattaforma politico-programmatica e progettuale che ha condotto ed accompagnato l'esperienza di Uniti nell'Ulivo.
In particolare fa riferimento ai temi trattati da Romano Prodi negli interventi programmatici che ha tenuto al Palalido di Milano l’11 dicembre 2004, al Teatro Brancaccio di Roma il 26 febbraio 2005 ed al cosiddetto ‘Manifesto di Creta’.
La lista PER L’ULIVO si limita ad essere un’iniziativa elettorale e non si propone come l’ennesimo Partito dell’Unione. Nel caso la lista Uniti nell’Ulivo venisse presentata al proporzionale, la nostra esperienza verrebbe automaticamente meno.
La lista PER L’ULIVO fa riferimento al progetto dell’Ulivo inteso non solo come l’insieme delle forze politiche riformiste del centrosinistra, ma anche come tentativo di rinnovamento della politica e di collaborazione tra le diverse culture riformiste, in cui si possano rimescolare le appartenenze consolidate. L‘Ulivo, in questi anni, è stato infatti anche un’occasione per consentire che il centrosinistra fosse formato non solo dai tutori delle appartenenze tradizionali o dagli eredi di formazioni politiche preesistenti, ma anche e soprattutto da coloro che volevano fare politica in modo nuovo, riconoscendosi nel 'centrosinistra di un sistema bipolare a partire da valori e da programmi, e non da ideologie del passato.
In questo senso la presentazione della lista PER L’ULIVO rappresenta la continuità di questa esperienza innovativa.
Al di là del mero ambito elettorale, rimane ferma la nostra convinzione relativa alla necessità che venga dato vita al più presto ad un nuovo soggetto politico federato dell’Ulivo - composto da partiti, eletti, associazioni e movimenti dei cittadini - che abbia la sua ragion d'essere nella diffusa presenza di un vastissimo numero di elettori che, lasciatisi alle spalle pur dignitosi sentimenti di appartenenza radicati nel secolo scorso, si riconoscono in valori comuni ed in progettualità condivise che hanno radici nei dieci anni di esperienza ulivista.
La lista "PER L’ULIVO" plaude alla decisione assunta dall’Unione di indire elezioni primarie per la nomina del candidato premier. Nell’occasione i sottoscritti promotori della lista PER L’ULIVO si impegneranno affinchè molti risultino gli elettori partecipanti alle Primarie e Romano Prodi venga designato come candidato premier dell’Unione.
In riferimento alla selezione del ceto politico dirigente consideriamo ormai matura e non ulteriormente rinviabile l'adozione del metodo delle Primarie nella definizione delle candidature per le cariche eleggibili con il sistema maggioritario (Sindaco, Presidente di Provincia e di Regione, Parlamentare nazionale).
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ELENCO DELLE ADESIONI PERVENUTE al 25 agosto
Accinelli Daniela, Coordinatrice Cittadini per l'Ulivo di Finale Ligure, Finale Ligure, Sv
Alovisio Bruno, Coordinatore “Cittadini per l’Ulivo” di Orbassano, Orbassano, To
Balzarini Gian Emilio, Consigliere Comunale, segretario UdB DS, Pescarolo, Cr
Barichello Vanni, Componente Assemblea regionale Margherita, Ronano d'Ezzellino, Vi
Bazzani Giacomo, Radicali di Sinistra Lombardia - Rsu Azienda Ospedaliera, Cremona, Cr
Bellini Stefano, Giornalista, Roma, Rm
Bianchini Guido, Medico ospedaliero, Carrara, Ms
Casadio Giacomo, Coordinatore Comitato "Uniti con Prodi", Lugo di Romagna, Ra
Cassanmagnago Ercole, ex Consigliere provinciale, Macherio, Mi
Ceria Gianni, Unione Civica per Mottalciata (Biella), Mottalciata, Bi
Colombo Giovanni, Cons. Com. di Milano - Indipend. DS - Pres. naz.le La Rosa Bianca, Milano, Mi
Faccani Manuela, Funzionario P.A., Ravenna, Ra
Feletti Maria Grazia, Consigliere di Circoscrizione, Ravenna, Ra
Ferretti Luigi, Pescara, Pe
Fiori Benito, Laboratorio politico Il Frantoio, Cremona, Cr
Fiori Massimiliano, Cremona, Cr
Fogliazza Deo, Esecutivo Cpu - Com. Cremona per l\'Ulivo - Direzione Ds Cremona, Cr
Gandolfi Aldo, Consiglio di Presidenza Libertà e Giustizia, Ivrea, To
Gelormini V. Antonio, Coord. Centrosinistra Uniti per Troia ,Troia, Fg
Ghidini Gustavo, Ordinario Diritto Industriale, Univ. Luiss Guido Carli, Roma, Rm
Gianelle Claudio, Bologna, Bo
Giansiracusa Michelangelo, Presidente del Consiglio Comunale-Comune di Ferla, Sr
Jaffei Carlo Alberto
Jaffei Claudia
Lauricella Salvatore, Coordinatore del circolo “Cittadini per l’Ulivo” di Agrigento, Ag
Lodesani Enzo, Aderente a S.U.E.Z. (Sezione Ulivo Extra Zone), Modena, Mo
Macchi Maria Rosa, Cittadini per l'Ulivo di Coazze, Coazze, To
Manzo Anthony, Presidente Associazione Oratoriana, Bellizzi, Sa
Martano Claudio, Presidente Consiglio Comunale di Chieri, Chieri, To
Massaro Agnese, Progetto Democratico, Lecco, Lc
Militerno Giovanni, Presidente Democratici Europei Uniti, Bologna, Bo
Montiferrari Silvio, Cittadini per l'Ulivo di Coazze, Coazze, To
Niccolai Alfredo, Cremona per l'Ulivo, Castelverde, Cr
Orioli Paolo, Aderente CpU e promotore Com. naz.le per le Primarie, Bologna, Bo
Padalino Antonio, Consigliere Provinciale, Bellaria, Rn
Panetta Gigi, Aderente CpU, Latina, Lt
Pasquino Gianfranco, Docente Universitario, Bologna, Bo
Pettenuzzo GiuseppeCoordinatore cittadino MargheritaBassano GrappaVi
Picco LuisellaCittadini per l\'UlivoMerateLc
Piselli LucioCoordinamento nazle CpU; Terni per l\'UlivoTerniTr
Puggioni Paola Enrica, Medico ospedaliero - Consulente Tribunale del malato, Cagliari, Ca
Querciagrossa Maria Luisa, Cremona, Cr
Radaelli Giorgio, Progetto Democratico, Lecco, Lc
Ranucci Vittorio, Salerno, Sa
Ricca Davide, già capogruppo Margherita Consiglio Provinciale, Torino, To
Rinaldi Giuseppe, Comitato 'Civici per l'Ulivo', Battipaglia, Sa
Rodriguez Giovanni, Cittadini per l'Ulivo, Sorrento, Na
Sangiovanni Piergiorgio, Giornalista, Laboratorio politico Il Frantoio, Cremona, Cr
Scevola Enzo, Portavoce cittadino di "Rivalta per l'Ulivo", Rivalta,To
Schiavulli Antonio, Presidente dell'Associazione "Trieste per l'Ulivo", Trieste, Ts
Stellino Francesca, Progetto Democratico, Civate, Lc
Toffolutti Silvano, Coord Ponente Ligure per l'Ulivo - Coord Nazle CpU, Sanremo, Im
Trancossi Michele, Docente Universitario - Segretario Unione Ex-Allievi Don Bosco Parma - Direzione provinciale Margherita, Parma, Pr
Tupone Enrico, Coordinatore provinciale Mov. Repubblicani Europei, Crema, Cr
Verlato Adriano, Coordinatore prov CpU - Esecutivo 'Vicenza Riformista' - Coord. Naz.le CpU - Vicenza, Vi
Volpato Roberto, Coordinatore cittadino CpU, Ponzano Veneto, Tv
Volpe Domenico, Consigliere provle - Direz Regionale DS Campania, Bellizzi, Sa
Zanotti Lucia, Giornalista, Laboratorio politico Il Frantoio, Cremona, Cr
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Per aderire:
Entrare sulla home page di www.ulivo-insiemeperlitalia.it e seguire le indicazioni
oppure
inviare email di adesione ad uno dei seguenti indirizzi:
listaperlulivo@libero.it
forum@progettodemocratico.net
Aggiornamenti possono essere letti sui seguenti 'siti amici\:
www.ulivo-insiemeperlitalia.it
www.progettodemocratico.net
www.welfareitalia.it
La questione morale non resti solo una parola
di Rita Guma
Ritengo essenziale che chi va al potere sia una persona pulita e perbene, al di sopra di ogni sospetto.
Per questo ogni aspetto della sua storia pubblica dovrebbe essere appunto pubblico, e non misconosciuto, come nel caso - ad esempio - di Gianstefano Frigerio, candidato in Puglia da Forza Italia alle scorse politiche col nome di Carlo, e quindi eletto da elettori che non sapevano che era stato condannato per tangenti.
Altrettanto ci si dovrebbe chiedere perche' si candidi un politico che e' stato condannato in via definitiva per tangenti, come Carra, della Margherita, e non tanti altri soggetti come lui o piu' preparati e capaci di lui. Certo ha scontato la sua pena, ed infatti non penso gli vada impedito di esercitare una professione o un mestiere, ma ritengo che scegliere per il parlamento proprio lui su 56 milioni di Italiani faccia sorgere qualche legittimo sospetto, mentre la moglie di Cesare dovrebbe esserne al di sopra...
La verita' e' che tutti parlano e straparlano, ma quando tocca a loro ed ai loro amici dimostrare con un sacrificio quei valori che proclamano, (mettendosi da parte, ad esempio, per il bene o l'immagine del partito, o lasciandosi processare, se parlamentari, senza ricorrere alla commissione di autorizzazione a procedere, o infine eliminando i conflitti d'interesse) cominciano i distinguo, le esclusioni, i "lui di piu'", e si chiamano giustizialisti coloro che chiedono piu' trasparenza e piu' pulizia.
Le retromarce del centrosinistra, poi, stanno diventando imbarazzanti. In un primo momento si ritrasse sulle primarie (successivamente ripescate), poi pochi giorni fa con un "tacet" di Prodi sulla questione del conflitto d'interessi dei DS, i quali ricambiano oggi sulle primarie dicendo che i candidati non devono essere troppi (solo due o tre, evidentemente per fare scena). Il centrosinistra si vuole accreditare come diverso mentre si mantiene in equilibrio sul filo dell'ambiguita' ad ogni passo decisivo.
Vorrei solo che nessuno - a destra e a sinistra - avesse conflitti d'interesse, nessuno rapporti con le tangenti, nessuno scheletri negli armadi, e lo vorrei perche' mi occupo dei diritti del cittadino.
I diritti dei cittadini si fermano laddove qualcuno ha qualche interesse da far valere al di sopra del bene pubblico, oppure quando i prodotti prescelti sono piu' scadenti perche' c'e' chi ha preso la mazzetta, o quando prevalgono su chi ha diritto gli interessi degli amici, delle corporazioni, dei confratelli, delle consociate, delle mafie, dei parenti, dei votanti di scambio e di tutto quello che serve ad un politico incapace o disonesto per restare a galla nonostante non goda di un reale consenso elettorale.
Le parole e le promesse sono belle, ma dateci i fatti! E soprattutto dateci le persone, poiche' le parole sono appunto solo parole, se le pronuncia qualcuno che non ha intenzione o interesse o la liberta' da legami per metterle in pratica.
www.osservatoriosullalegalita.org
Srebrenica: la maggior parte delle vittime non ha ancora un nome
di Ed Vulliamy e Nerma Jelacic
Dieci anni dopo il massacro, le squadre di medici legali tentano di identificare i corpi delle vittime e restituirli alle famiglie. Fino a oggi sono state identificate 2100 vittime su 8000
La sola cosa peggiore della perdita di una persona cara è ignorare se un parente disperso è vivo o morto.
Molto dopo l'assalto dei Serbi all'enclave di Srebrenica, le donne che hanno perso figli, mariti, fratelli e padri nel massacro speravano ancora che i loro congiunti fossero detenuti nelle prigioni serbe o si nascondano da qualche parte in territorio serbo.
Oggi, dieci anni dopo, queste donne hanno finito per accettare che gli 8000 scomparsi nell'attacco del luglio 1995 sono morti. Resta loro una sola speranza: trovare i resti dei loro uomini.
"La mia più grande paura è di non ritrovare mio figlio", confida Sabaheta Fejzic, 49 anni, che ha perso marito e figlio nella strage. "Temo di non avere mai una tomba da visitare, e di non scoprire mai come li hanno uccisi". La signora Fejzic, che ha lavorato come gerente in una fabbrica di zinco di Srebrenica, oggi vive con la madre à Sarajevo e passa il tempo curando la casa, cucinando, guardando teleromanzi e leggendo tutto ciò che trova su Srebrenica. La sua unica consolazione è andare ogni settimana al piccolo ufficio delle Madri di Srebrenica a Sarajevo e ricevere conforto dalle altre donne che condividono la sua situazione.
"Ci diamo coraggio a vicenda nel perseguimento del nostro obiettivo:ritrovare i dispersi e inumarli", spiega Zumra Sehomirovic, un'amica della Fejzic, il cui marito Omar è manca ugualmente all'appello.
Se gli uomini e i ragazzi di Srebrenica fossero stati lasciati in pace dopo il loro assassinio, identificarne i corpi non sarebbe stato così difficile.
Le truppe serbo-bosniache dopo le esecuzioni avevano sepolto migliaia di corpi in dei carnai; ma nelle settimane e nei mesi successivi le forze serbe hanno cercato di dissimulare l'avvenuto agli occhi della comunità internazionale riesumando i corpi per spostarli. I cadaveri in decomposizione sono stati estratti con delle scavatrici meccaniche dalle loro tombe provvisorie e impilati in camion per essere ricollocati in "tombe secondarie".
Questa operazione di dissimulazione è stata scoperta, ma ha reso quasi impossibile ai sopravvissuti di Srebrenica l'identificazione dei corpi dei loro parenti. Le scavatrici hanno ridotto infatti i cadaveri in pezzi, oggi dispersi in numerosi luoghi della Republika Srpska (RS).
Ma con un gesto straordinario la Commissione per le Persone Scomparse di Bosnia si è impegnata a cercare di dare un nome ad ogni pezzo di scheletro o brandello di corpo scoperto nelle fosse. Quelli identificati prima dell'anniversario dell'11 luglio sono stati sepolti in quell'occasione nel memoriale di Potocari.
Il procedimento è ovviamente orribile e deprimente. Murat Hurtic, rappresentante della Commissione à Tuzla, ha già aperto 68 carnai. "Viviamo una strana vita. Traumatizzante. Ma lo facciamo perché dobbbiamo", ha dichiarato.
Murat Hurtic ci porta ad un lago artificiale vicino a Petkovici, dove centinaia di uomini furono messi in riga e giustiziati. Veniamo allontanati dal sito dalla guardia di sicurezza, ma Hurtic non si lascia scoraggiare e imbocca il sentiero dei morti, spostati dal lago e portati in cima ad una montagna ventosa, nel villaggio di Liplja.
"In questo villaggio tre carnai contenevano i resti di più di 1000 persone", afferma. C'erano circa 240 corpi nel primo. Quando sono arrivato, abbiamo trovato crani e ossa in superficie - non avevano fatto un buon lavoro nel nasconderli. Tutti i carnai erano situati in villaggi bosniaci completamente distrutti. Pensavano che nessuno ci sarebbe mai tornato".
Ma oggi le persone tornano. Il supervisore delle ricerche è Amor Masevic, il direttore della Commissione. "Ogni carnaio primario ha quattro o cinque carnai secondari, quindi i corpi sono divisi", ha constatato. "Ci sono parti della stessa persona disperse in più carnai in tutta la Bosnia, cosi ci troviamo davanti ad un dilemma: possiamo aver trovato l'avambraccio di qualcuno e sapere chi era, ma non avere il coraggio di dire alla famiglia "Abbiamo trovato vostro figlio". "Come si può dire ad una madre che avete trovato suo figlio se avete solo un avambraccio"?
Masevic sospira e contunda: "Purtroppo la morte non aspetta il ritrovamento di tutti i dispersi. Non passa un giorno senza che qualche abitante dell'enclave muoia senza aver ritrovato un congiunto. Ne abbiamo molto parlato, e abbiamo convenuto di avvertire la famiglia solo se abbiamo ritrovato almeno il 50% del corpo di una persona".
Al di là di queste incertezze etiche, lo speciale procedimento di "ri-assemblaggio" ed identificazione degli scheletri deve proseguire. Una volta che la commissione ha trovato e riesumato i cadaveri e completato le autopsie, i resti sono inviati a varie organizzazioni dirette dalla Commissione Internazionale per le Persone Scomparse (ICMP).
La prima di esse, il Progetto di Identificazione di Podrinje a Tuzla, si trova di fianco ad un tunnel scavato nel fianco di una collina, il quale contiene decine di migliaia di sacche per cadaveri venute da tutta la Bosnia, raccolte durante la guerra. La maggior parte di quelle provenienti da Srebrenica sono conservate nelle volte annesse. Sono impliati abbastanza in alto, su delle mensole. Strati di lamine di alluminio sorreggono sacchi di plastica bianca pieni di pezzi di corpi e sacchetti marroni che contengono gli effetti personali.
Le mensole sono ormai piene, e i sacchi si accumulano sul pavimento. Un elevatore si tiene pronto ad aggiungerne. Ci sono 4000 sacchi qui, divisi in tre categorie. Zlatan Sabanovic, direttore del programma spiega: "La prima categoria comprende i corpi più o meno completi; la seconda i gruppi di parti appartenenti alla stessa persona; la terza le parti sparse, che possono appartenere fino a dieci persone diverse per sacco".
In un locale più piccolo sono conservate le reliquie del massacro: effetti personali raccolti sulla "via della morte", da Potocari ai siti delle esecuzioni. Un orologio d'argento, delle foto di bambini, dei marchi tedeschi, degli scellini austriaci e delle bottiglie d'acqua.
Una volta riunite le parti del corpo di una vittima, esse sono trasferite in una camera mortuaria nella piccola città industriale di Lukavac, il luogo del "ri-assemblaggio". Qui il medico legale e antropologa canadese Cheryl Katzmarzyk dirige un'equipe incaricata di assemblare gli scheletri.
E' un luogo macabro, ma impregnato di un senso di efficacia. Il primo passaggio è la pulizia delle ossa. Qui Meho Islam estrae le ossa piene di fango e sporcizia, esaminando la terra e i sedimenti per assicurarsi che ogni pezzo sia ritrovato. Katzmarzyk dice che è particolarmente bravo a ritrovare i denti". Ogni osso è poi lavato ed accuratamente riposto.
Al piano si trova un vasto locale in cui si svolge il riassemblamento. Su tavoli e fogli marroni stesi nella sala si vedono scheletri più o meno composti. Alcuni sono solo gruppetti di ossa, mentre altri sono praticamente completi.
Un cranio, un avambraccio, una gamba o una parte di gabbia toracica: lentamente e dolorosamente l'equipe composta da antropologi e patologi fa il suo lavoro.
"In questo gruppo di resti ossei ci sono almeno tre persone", spiega la Katzmarzyk durante la sua ronda. "Qui c'è una persona molto giovane, 16 anni o anche meno. Qui, c'è solo un ginocchio".
Per terra, scopriamo uno scheletro completo. "Ma in questo caso non c'è famiglia", precisa la Katzmarzyk. "Non abbiamo campioni di sangue. L'abbiamo finito nel 2003 e dovrebbe tornare a casa. Abbiamo disperato bisogno di persone che ci consegnino campioni del loro sangue. Su questo tavolo c'è un altro scheletro terminato nel febbraio 2002, ma non sappiamo dargli un nome e nessuno l'ha reclamato".
La terza tappa del procedimento si svolge a Tuzla, alla Divisione di Coordinamento dell'Identificazione. All'inizio, il progetto utilizzava le tecniche antropologiche e patologiche classiche della medicinale legale. Poi, nel 1998, si è iniziata un'esperienza rivoluzionaria nelle valutazioni post-belliche : il test del DNA di ossa e campioni di sangue con lo scopo di collegare i resti di un individuo ai membri sopravvissuti della sua famiglia.
Inizialmente i campioni delle parti dei corpi erano inviate in laboratori negli USA, in Polonia e in Gran Bretagna, ma tale metodo risultava troppo lento e caro: servivano mesi per ottenere i risultati. Così, nel 2000, l'ICMP ha lanciato il suo progetto di test genetici in Bosnia. Questo ha provocato un rapido aumento del numero di identificazioni - 7 nel 1997, 20 nel 1998, 518 nel 2000,490 nel 2003 e 543 l'anno scorso.
Delle parti di ossa arrivano al centro in sacchetti, sono misurate, pulite, messe in tubi di vetro, etichettate con codici a barre e profilo genetico. In un secondo momento sono confrontate con una banca dati di campioni di sangue di mebri di varie famiglie. In quel momento i collegamenti sono stabiliti e le famiglie ricevono il corpo.
Finora le persone considerate disperse sono 7789, ma Katheryne Bomberger, direttrice del personale ICMP in Bosnia, rivede la cifra al rialzo: "Ce ne sono sicuramente di più. Penso che fin iremo con un numero vicino a 8500".
L'11 luglio scorso le 11.570 vittime già identificate del massacro di Srebrenica sono state sepolte a Potocari. Tra esse ci sono 47 ragazzini.
Dare un nome a questi corpi è stato duro e penoso, ma Bomberger cerca di mantenere un atteggiamento positivo rispetto al suo lavoro "Tutto quello che facciamo è assolutamente nuovo, e si svolge su scala enorme" confida "Il fatto che un tribunale di guerra riesumi corpi dai carnai con l'intento di perseguire dei criminali è indubbiamente una novità, ma un'operazione parallela che esamini tutti i resti per stabilire i fatti e fare infine giustizia in una società che ne ha terribilmente bisogno è un viaggio nell'inesplorato. Quello che facciamo è unico".
Per Sabaheta Fejzic, Zumra Sehomirovic e le altre migliaia di madri che ignorano cosa sia successo ai loro uomini scoparsi, questo viaggio nell'inesplorato potrebbe finalmente rappresentare la pace dello spirito che cercano da cosi tanto.
Fonte: http://italy.peacelink.org/conflitti/articles/art_12193.html
Tradotto da Chiara Rancati per www.peacelink.it
I blog? E’ il mondo che cambia “I vecchi soloni si sveglino”
Le nuove forme della comunicazione nell’era del web
di Bruno Pellegrini
Se Galimberti avesse un blog, probabilmente vi avrebbe inserito anche il suo articolo sugli eremiti di massa apparso il 18 agosto su Repubblica. Se Galimberti avesse un blog, all’interno del suo articolo non sarebbero mancati link e riferimenti a McLuhan e Eszenberger, per soddisfare la curiosità di alcuni suoi lettori. Del primo avrebbe forse linkato la traduzione italiana di “Strumenti del Comunicare” dove già si afferma, siamo nel 1964, che il mezzo è il messaggio ovvero che i media, indipendentemente dall’uso che se ne fa, modificano il contesto di riferimento per la vita individuale e sociale. Del secondo avrebbe sicuramente ricordato il saggio provocatorio “Per non morire di televisione”, del 1990, dove lo studioso tedesco già parla di medium zero. Se Galimberti avesse un blog probabilmente si comporterebbe come già fanno molti scrittori e giornalisti che anticipano le loro ricerche e i loro scritti sulle loro pagine on line. Non per narcisismo mediatico ma per ottenere un immediato feedback su quanto scritto, prima della stampa. Sicuramente un gruppo di critici affezionati del filosofo-psicologo di monza avrebbe partecipato con entusiasmo mandandogli commenti, critiche, suggerimenti che sarebbero sicuramente tornati utili per integrare e modificare la prima versione.
Nella logica dell’open source, del wiki e ovviamente del blog che Galimberti non ha. Qualcuno gli avrebbe forse suggerito come la sua analisi poteva essere rinforzata facendo riferimento a quanto già scritto da Regis Debray nel 1993 (Lo Stato seduttore) circa una società sempre più autoriferita nell’epoca della videosfera (ma a questo già ci avevano pensato anni prima le voci dei situazionisti come Debord e Goffmann). Oppure gli avrebbe indicato Harold Innis che, nel 1951 prima ancora di McLuhan, aveva già inteso come la storia fosse funzione dei media. Se Galimberti avesse un blog anche io avrei voluto pregarlo di non sottovalutare i grandi passi in avanti compiuti dalla mediologia dopo McLuhan con autori quali Edgar Morin e Joshua Meyrowitz che, negli anni ’60 il primo e ’90 il secondo, pur riconoscendo gli effetti reali dei media sugli individui e la società non hanno mai perso la fiducia circa le capacità dell’uomo di adattarsi alla nuova situazione e recuperare comunque un ruolo da protagonista nella definizione dell’ambiente. Ancora più elaborata, in questa direzione, è il percorso di ricerca portato avanti da Stuart Hall e dalla famosa Scuola di Birminghan che, negli anni 80, invitavano a concepire i lettori come attivi decodificatori dei messaggi.
Se Galimberti avesse un blog lo avrei anche pregato di non escludere dalla sua analisi le proposte più attuali della mediologia come quelle di Pierre Levy (Intelligenza Collettiva, 1994), Manuel Castells (Galassia Internet, 2001 – L’età dell’informazione) e Howard Reinghold (Virtual Community, 1992 - Smart Mobs, 2004) che rivalutano con grande lucidità il potenziale cognitivo e relazionale liberato dai nuovi media. Se Galimberti avesse un blog probabilmente mi avrebbe risposto che questi nuovi media non possono sostituirsi all’esperienza diretta del mondo. Ma qualcun altro gli avrebbe sicuramente ricordato alcuni recenti casi dove le relazioni e le conoscenze nate in rete hanno avuto un grande impatto sulla vita reale. In Corea del Sud, in Spagna e soprattutto negli Stati Uniti sono stati i nuovi media a giocare un ruolo da protagonisti nelle elezioni presidenziali di Roh Moo Hyun, Zapatero e Howard Dean la cui campagna per le primarie del 2004 sarà sicuramente il riferimento principale per le prossime presidenziali del 2008. Il bel libro del suo consulente Joe Trippi (The revolution will not be televised, 2004) o del giornalista Dan Gillmore (We the media, 2004) non avrebbero sfigurato nei link dell’articolo. Così come non avrebbe sfigurato la trasposizione italiana di Giuseppe Granieri (Blog Generation , 2004) o i siti MoveOn e MeetUp, utilizzato da Howard Dean e anche da Beppe Grillo per organizzare in rete meeting reali. Se Galimberti avesse un blog avrebbe probabilmente scritto un diverso articolo ma soprattutto avrebbe scritto qualcosa di più di un semplice articolo di giornale. Egli avrebbe consapevolmente aderito ad una nuova forma di comunicazione che si basa, oltre che sui contenuti e le idee di un autore come nei vecchi media, sulle relazioni e gli scambi inter-personali per dar luogo ad un prodotto/processo di comunicazione dove i contributi dei singoli partecipano ad un’opera collettiva in continuo divenire.
Se Galimberti avesse un blog avrebbe sicuramente trovato conferme, facendone esperienza diretta, che “il mezzo è il messaggio” ma avrebbe anche capito che lui stesso può diventare un mezzo. Perché, per conoscere ogni nuova realtà e contesto sociale, è sempre necessario immergercisi, tuffarcisi dentro, masticarla a dovere, farne parte in prima persona. Se Galimberti avesse un blog darebbe un contributo non da poco a chi non si arrende nella ricerca estenuante delle domande. Abbiamo solo una chance contro le miriadi di solitudini:aprirci alle idee degli altri e sognare insieme un nuovo mondo comune, migliore del vecchio e non viceversa. Se Galimberti avesse un blog diventerebbe partecipe di un cambiamento senza rischiare di rimanere un “vojeur condannato all’afasia”.
Amministratore Delegato NessunoTV (www.nessuno.tv). Professore a contratto di Sociologia dei Media all’Università La Sapienza di Roma /www.opinione.it/
Da Arkan a Walter Zenga
La Stella Rossa Belgrado torna in Croazia quindici anni dopo. Nel 1990 una partita con la Dinamo Zagabria venne sospesa per violentissimi incidenti tra le tifoserie, tragico presagio dell'immediato futuro. Questa volta è andata diversamente
L'allenatore Zenga durante una conferenza stampa Di Riccardo Masnata
Si dice spesso: "E' solo una partita di calcio…". Nel caso di Inter Zapresic – Stella Rossa Belgrado, disputata giovedì 11 agosto, questa frase è davvero fuori luogo.
Chi conosce la storia recente dei Balcani si ricorda infatti di un drammatico match fra Dinamo Zagabria e Stella Rossa Belgrado dell'agosto 1990 che fu sospeso per i violentissimi incidenti tra le due tifoserie. Quegli scontri, motivati da ragioni etnico-politiche e non sportive, sono considerati una delle micce che diedero inizio alle ultime guerre fra serbi e croati. Uno dei protagonisti di quei fatti fu Zeljko Raznatovic, allora capo degli ultrà belgradesi, che di lì a poco inizio la sua nuova "carriera" come comandante Arkan, il sanguinario capo delle Tigri.
Ebbene, a distanza di quindici anni, la Stella Rossa Belgrado (Crvena Zvezda) è tornata in Croazia per disputare una gara ufficiale, seguita dai suoi tifosi. Chiaro quindi come la partita avesse un significato che andava ben al di là del fatto sportivo: abbiamo provato ad analizzare i punti di vista di media diversi.
I fatti
L'urna del secondo turno preliminare di coppa Uefa mette di fronte l'Inter di Zapresic (un sobborgo nei pressi di Zagabria) e la Stella Rossa Belgrado, allenata da Walter Zenga. La partita si disputa nel piccolo stadio di Zapresic davanti a 4.000 spettatori: 300 sono tifosi belgradesi, arrivati sotto un'ingente scorta della polizia croata dopo attentissime perquisizioni ai due lati della frontiera di Bajakovo, protrattesi per oltre quattro ore (tanto che sono entrati allo stadio solo alla fine del primo tempo !).
I media, sia serbi che croati, concordano: la vittoria della squadra di Zenga avrebbe potuto essere più larga del 3-1 finale e gli incidenti che si sono verificati tutto sommato sono stati di lieve entità. Il bilancio è di nove tifosi belgradesi respinti alla frontiera perchè ubriachi, il ritrovamento di alcune bottiglie molotov nei pressi dello stadio e il lancio di oggetti contro i pullman dei serbi al termine della partita che causano lievi danni ai mezzi: arrestati i responsabili.
Sui media croati
"Due razzi contro gli autobus dei Delije" titola la Slobodna Dalmacija di Spalato in prima pagina. "Delije" è un termine arcaico con cui da sempre si chiamano i tifosi della Stella Rossa e indica giovanottoni di bella presenza. Il principale quotidiano della Dalmazia elenca minuziosamente tutte le fasi precedenti il loro arrivo a Zapresic, loda il meticoloso lavoro della polizia croata e riporta un solo accenno polemico: sotto la foto di un giocatore serbo che alza le tre dita (alla maniera ortodossa) in segno di esultanza, si legge infatti "I giocatori della Stella Rossa hanno iniziato per primi con le provocazioni alla fine del match".
Anche il quotidiano sportivo zagabrese Sportske Novisti punta sul risultato del campo: "Il gol di Pecelj vale solo come consolazione" spara in prima pagina. Il generale compiacimento per l'opera di prevenzione degli incidenti trova ampio spazio in ultima pagina, interamente dedicata alla cronaca dello "stato d'assedio" a Bajakovo: "Le forze speciali hanno trasformato i Delije in insetti" è la soddisfatta sintesi del titolo. Una foto ritrae il "primo, più pericoloso drappello" dei "famigerati" Delije e viene riportata la dichiarazione di un giornalista serbo che elogia l'organizzazione della trasferta, augurandosi che al ritorno ai croati sia riservato lo stesso trattamento.
Sui media serbi
Il quotidiano Blic titola in prima "Attacco notturno dai campi di grano", ad accompagnare la foto di un autobus danneggiato. Niente enfasi, tuttavia, nemmeno all'interno, in cui si parla del rigore dei controlli di sicurezza e si citano gli ironici canti dei tifosi biancorossi, che hanno scelto musica e parole di una vecchia hit croata ("Come è bello rivederti di nuovo…come ai vecchi tempi…") per festeggiare il trionfo della "Zvezda".
Più accesi i toni scelti dal giornale popolare Kurir, che alterna parecchio sarcasmo ad alcuni passaggi inquietanti. "Veni, vidi, vici" è il titolo principale, "I croati hanno ancora paura di noi" è l'opinione, quasi sorpresa, dei Delije, i quali si augurano di avere meno controlli per il match di ritorno in modo da poter "rispondere alle provocazioni".
Il pezzo parla di trasferta passata "senza grossi problemi" ma ricorda le minacce rivolte nei giorni precedenti la gara ai tifosi serbi, cui era stato promesso che non sarebbero riusciti a riportare la testa in salvo dalla "loro bella" (si sottintende "Patria" e ci si riferisce alla Croazia: sono le prime parole dell'inno nazionale). Le autorità croate, scrive il Kurir, avevano avvisato che non sarebbero state tollerate provocazioni nazionalistiche ("ci abbiamo creduto, ma per poco") ma dopo le canzoni "patriottiche" diffuse dagli altoparlanti, gli ultrà croati sono presto passati "al repertorio consueto: ‘Uccidi il serbo' e "zingari, zingari'…".
L'autore sottolinea come l'ingresso dei Delije abbia fatto "impazzire" i tifosi dell'Inter, e come sullo stadio sia sceso un silenzio totale quando i belgradesi hanno intonato la "Marcia sulla Drina", un canto serbo della Prima Guerra Mondiale. Ancora ironia nella conclusione, che descrive come i "coraggiosi hooligans" croati abbiano approfittato dell'oscurità della campagna per bersagliare i pullman sulla via del ritorno. "Che dire: a parte che ci odiano con tutte le loro forze, pensateci bene se avete voglia di ‘sguazzare' nel vicinato" è la chiosa finale.
Insomma alla fine tutti d'accordo: visti i precedenti, poteva andare peggio. Anche sui giornali. /www.osservatoriobalcani.org
Scalfarotto sì, ma alle primarie di collegio
Massimo Marnetto,
La faccenda si è complicata.
Da una parte Prodi, ovvero il massimo del minimo; colui che per mettere insieme forze eterogenee ha rinunciato all’Ulivo, pur di conservare alta la possibilità di battere Berlusconi.
Dall’altra Scalfarotto, il minimo del massimo; l’outsider che in pochi giorni ha dimostrato di aver intercettato i bisogni latenti di una gran parte dell’elettorato apolide-ulivista , ma che non ha possibilità di battere Berlusconi.
Mettere cuore e passione (Scalfarotto) contro cervello e razionalità (Prodi) è la via migliore per entrare in conflitto. E io ci sto dentro fino ai capelli. Quello che è certo è che la mia firma per la candidatura di Scalfaratto la darò, ma neanche così trovo pace. Perché ad essere sincero con me stesso, ciò che più mi sta a cuore, che mi preme, che urge, è… riportare l’Italia fuori da questo incubo.
E allora voterò Prodi, ma sperando fino in fondo che Scalfarotto non faccia la fine di Moretti: una comparsata e poi al lavoro di sempre. Come? Partecipando alle primarie di collegio in alternativa al candidato dei partiti, inaugurando finalmente un nuovo modo per selezionare la classe politica di questo Paese. Là sì che non avrei dubbi. E uno così in Parlamento potrebbe davvero innescare un processo di rinnovamento vero, con la libertà di chi non deve riconoscenza ad alcun partito, ma sa di essere valutato dai propri elettori per come avrà saputo “decalcificare” la politica. www.ulivoselvatico.org
Distratti sull'uranio
di Marco Mostallino
26 Aug 2005
Il dottor Armando Benedetti si presenta a Palazzo Madama mercoledì primo giugno alle 14,30. In quanto "esperto qualificato in radioprotezione del Centro interforze studi per le applicazioni militari" (Cisam di Pisa), Benedetti é stato convocato in audizione dalla Commissione d'inchiesta del Senato sull'uranio impoverito: deve dire cosa i tecnici delle forze armate italiane pensano della morte di almeno ventitre soldati e dei tumori e leucemie che hanno colpito altri duecento militari al ritorno dalla missioni all'estero. Il Cisam é il centro hi tech della nostra Difesa, ha un reattore nucleare proprio, esegue analisi e ricerche sulle armi radioattive, chimiche e batteriologiche. Di fronte ai senatori presieduti dal leghista Paolo Franco, il dottor Benedetti esordisce con disarmante sincerità: "Abbiamo un rammarico - si legge nella trascrizione ufficiale della seduta della Commissione - dal punto di vista scientifico: per vicissitudini interne al Cresam (un ente parallelo al Cisam, ndr), a sua volta erede del Camen, non ci siamo accorti dell'impiego dell'uranio depleto (sinonimo di impoverito, ndr) in Bosnia".
Dopo la guerra in Bosnia, l'Italia inviò centinaia di soldati come forza di interposizione tra serbi e musulmani: il primo morto "ufficiale" per sospetta contaminazione da uranio impoverito fu il sottufficiale Salvatore Vacca, 23 anni di Nuxis (provincia di Cagliari), deceduto per leucemia nel 1999 al rientro dalla Bosnia per una licenza.
"In sostanza - prosegue il dottor Benedetti parlando con i senatori - avendo altri problemi relativi ad un improvviso cambio di contratto per il personale civile, non ci siamo soffermati su questo argomento e non abbiamo avvertito lo Stato maggiore della Difesa. Dico ciò - spiega il tecnico che lavora per le forze armate - perché all'epoca ci interessammo dell'uranio impoverito sia in relazione ai carri con protezione all'uranio depleto (l'uranio si usa nei proiettili anticarro per fondere le corazze, ndr), che il ministero della Difesa voleva acquistare, sia in relazione a tutti gli altri problemi riguardanti questo materiale in funzione di un suo possibile utilizzo militare e civile in Italia". In sostanza, per dirla con Benedetti, i controllori della salute dei nostri soldati erano troppo impegnati col proprio stipendio per occuparsi di quanto avveniva in Bosnia.
Eppure, secondo lo studioso, al Cisam non mancavano i mezzi per svolgere un buon lavoro. "In Kosovo, al contrario - racconta Benedetti alla Commissione - siamo
intervenuti in maniera tempestiva. Gli italiani, se non sbaglio, sono entrati in Kosovo nell'ottobre 1999 e a novembre avevamo già inviato allo Stato maggiore le norme di comportamento per i soldati che si fossero avvicinati a carri o a zone colpite". Peccato che quel manuale, che sulla copertina ha disegnati un teschio con le ossa e il simbolo della radioattività, non sia mai stato diffuso tra le truppe nella ex Jugoslavia: ma questa é un'altra storia.
Marco Mostallino
m.mostallino@reporterassociati.org
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Go To Top
agosto 25 2005
I buoni, i brutti...
I BUONI:
Alle sconsiderate dichiarazioni dell'altro giorno del presidente del senato Pera hanno risposto oggi tante voci dagli ambienti cattolici, e questo mi ha fatto molto piacere. Qualcuno dovrà poi in qualche modo far assorbire il concetto a certe platee fin troppo affascinate da certi discorsi, ma la presa di posizione c'è stata ed è importante, perché impedisce a gente come Pera di farsi "campione di cristianità" in nome di discriminazione e incitazione all'odio. Ora spererei anche che qualcuno dal mondo ecclesiastico ammettesse che l'astensione al referendum non è stata perché il 75% degli elettori voleva far felici Pera e Ruini, ma forse sarebbe pretendere troppo.
I BRUTTI:
Cattivi no, perché fanno più che altro tristezza. Un noto giornale di destra ha pensato bene di chiedere agli elettori di destra di andare a sabotare le primarie dell'Ulivo. Ora, a parte la miseria dell'idea in sé, mi viene da chiedermi: hanno così tanta paura? Possibile che il magnifico Berlusconi dai grandi successi e dalla nazione piena di barca e telefonini non sia in grado di battersi alla pari (a parte quel dettaglio di tutte le reti nazionali sotto controllo, ma che sarà mai, poverino) con qualcuno che cerca di convincere italiani pasciuti e felici di essere poveri?
Il triste trucco del "sabotiamoli facendo vincere le primarie al candidato più impresentabile" credo sia uno dei punti più bassi di questo già imbarazzante centrodestra.
Il giorno che in Italia ci sarà una destra *vera* e rispettabile stapperò lo spumante, non fosse altro perché se la mia "parte" perderà le elezioni almeno saprò che al governo ci sarà qualcuno che è pur sempre mosso da senso del dovere verso la propria nazione. Sarebbe già un grande miglioramento.www.silverdrakenet.it/
Senza vergogna: fatto fuori Caselli cambiano la legge
di Susanna Ripamonti / Milano
da l'Unità - 25 agosto 2005
L’età pensionabile dei magistrati è straordinariamente elastica, regolata da norme che variano in base alle personalissime esigenze del governo di sbarrare la strada alla carriera di un certo togato o di agevolarne un altro, salvo fare acrobatici salti indietro quando, ottenuto lo scopo immediato per il quale sono state varate, ci si accorge delle distorsioni che provocano sull’intero sistema giudiziario. È il caso della cosiddetta norma anti-Caselli, confezionata d’urgenza nell’ambito della riforma dell’ordinamento giudiziario, per impedire al procuratore generale di Torino di candidarsi alla guida della superprocura antimafia. La nomina spetta al Csm, ma il governo ha eliminato il candidato più scomodo.
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«Silurato Caselli»: la destra adesso confessa
Il relatore dell’emendamento che ha sbarrato l’Antimafia al Procuratore di Torino ora dice: cambiamolo
Brutti (Ds): «Ignobile». Il Procuratore Spataro: «È la conferma che era una norma contra personam»
di Susanna Ripamonti / Segue dalla prima
Lo ha fatto, stabilendo che l’età pensionabile scende a 70 anni e che non è possibile concorrere a incarichi direttivi oltre i 66 anni: guarda caso, proprio l’età di Caselli. Ma adesso si accorgono che ci sono almeno 600 magistrati, secondo stime del Csm, penalizzati
da questo provvedimento e, raggiunto lo scopo, il senatore di An Luigi Bobbio annucia che è pronto a rimangiarsi l’emendamento che lui stesso ha ideato: c’è già un disegno di legge per portare a 72 anni l’età pensionabile, così sarebbe possibile concorrere a incarichi direttivi fino a 68 anni.
«È l’ulteriore conferma che si tratta di una norma ignobile - dice il diessino Massimo Brutti - varata solo per sbarrare la strada a Caselli, un magistrato di cui lo Stato dovrebbe riconoscere i meriti per il suo contributo alla lotta al terrorismo e alla mafia e che invece tenta, senza riuscirci di umiliare».
Il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro non si sorprende più di tanto: «Erano già noti tanto la schizofrenia legislativa in base alla quale si abbassa e rialza l’età pensionabile a seconda delle necessità, quanto la specifica ragione contra personam dell’emendamento anti-Caselli. Sorprende solo che ciò possa accadere in relativo silenzio in uno dei paesi a cosiddetta “democrazia matura” come se si trattasse di una cosa normale».
L’uso del pensionamento elastico come arma per eliminare magistrati non allineati o premiare quelli amici (o presunti tali) è stata utilizzata con insostenibile spudoratezza nel corso degli ultimi 3 anni.
Nel 2002 vigeva la regola della pensione a 72 anni e in quell’anno lasciarono il lavoro due toghe particolarmente scomode: il procuratore di Milano Gerardo D’Ambrosio e il procuratore generale Saverio Borrelli. Se ne andarono a malincuore e si sentirono quasi beffati quando, pochi mesi dopo, la soglia di pensionamento fu innalzata a 75 anni: al punto che Borrelli tentò un ricorso.
Le malelingue dissero che si trattava di un favore fatto al primo presidente della Corte di Cassazione Nicola Marvulli, che da lì a poco avrebbe dovuto decidere sulla rimessione dei processi milanesi in cui erano imputati Previti, Berlusconi e c. Ma se di favore si è trattato, certamente Marvulli non lo ricambiò, dato che l’istanza fu rigettata.
La norma fu contestata dall’Anm e dal Csm, perché davvero rischiava di trasformare la magistratura in una gerontocrazia, ma in quel momento l’invecchiamento della popolazione togata non era considerato un problema. Lo è diventato improvvisamente qualche mese fa, quando il senatore Bobbio col pretesto di far largo ai giovani ha introdotto nella già deprecabile legge di riforma dell’ordinamento giudiziario la norma anti-Caselli.
Era così palesemente mirata sull’ex procuratore di Palermo che è stata dichiarata immediatamente prescrittiva, facendo quindi un’ulteriore eccezione: la controriforma infatti è una legge delega, che diventa attuativa con l’emanazione di successivi decreti. Ma per Caselli no: attuazione immediata. Adesso si è visto che è una norma irragionevole, che nuoce a parecchi magistrati che aspiravano a concludere la loro carriera con un incarico direttivo e che invece dovranno rinunciare alle loro ambizioni.
Tra l’altro ha colpito anche Pier Luigi Vigna che è andato in pensione con tre anni di anticipo sul previsto. E allora si corre ai ripari con un nuovo ritocco. E con la proposta di un nuovo incarico per Vigna.
Se Ilda Boccassini che ha solo 56 anni si candidasse per un incarico direttivo probabilmente avremmo un collasso nelle casse dell’Inps e un’impennata di baby-toghe in pensione: tutti a casa a 60 anni.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Pasquino: formule bipartisan?
I tentativi falliscono da 20 anni
Gianna Fregonara
dal Corriere - 25 agosto 2005
ROMA — Professor Pasquino, ritorna il dialogo sulle riforme nel dibattito tra Rutelli e Formigoni. Bicamerale o Costituente?
«Nessuna delle due. Ci siamo esercitati per vent'anni sulle formule per cercare di fare riforme condivise. Invano».
Le riforme nella legislatura del centrosinistra segnarono con la Bicamerale anche la fine dell'Ulivo.
«Costituenti o commissioni elette con il proporzionale diventano il luogo del ricatto dei piccoli partiti sul governo. Io penso che ognuno dei due schieramenti debba presentare il suo programma di riforme in campagna elettorale e poi attuarle, con o senza il concorso dell'opposizione».
Riforme a maggioranza dunque, esposte al referendum?
«Esattamente».
Non si è fatto altro che contestare questa formula negli ultimi cinque anni da parte del centrosinistra.
«Non escludo che in Parlamento ci possa essere il dialogo, ma sulle proposte ci vuole chiarezza, altrimenti vedo una vita grama per qualsiasi ipotesi di riforma».
Gianfranco Pasquino, politologo e diessino, non crede che «le credenziali di riformatori di Rutelli e Formigoni siano particolarmente sviluppate» e dunque non sa immaginare oltre al federalismo («quello vero perché il presidente della Lombardia non può immaginare forme annacquate») e alla legge elettorale (proporzionale) quali possano essere i punti di incontro del dialogo auspicato nell'incontro di Rimini: «Ad agosto — scherza — si dicono tante cose che poi in autunno scompaiono dagli schermi». Ma un certo sospetto Pasquino non lo nasconde: che gli ammiccamenti tra i centristi dei due schieramenti tengano vivo il dibattito sul grande centro e che di proposito resti l'ambiguità di termini e di proposte. «Il centro non è il luogo della moderazione è il luogo dei pasticci. Si dice che il grande centro era la Dc, ma non è affatto così. La Dc fece politiche vere, senza De Gasperi non saremmo in Europa e forse neppure nella Nato. Non penso che queste siano state politiche centriste, erano politiche intelligenti e basta».
Ma poi di politiche centriste ne sono state fatte...
«Dai dorotei. Senza Fanfani e Moro non ci sarebbe stato il centrosinistra, che per definizione non è un grande centro e non è un pasticcio. I centristi sono i dorotei e i loro figli Follini, Casini, Marini e D'Antoni. Che diciamolo, non sono all'altezza per ora».
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Ds Milano - Rassegna stampa
Lega contro Formigoni, bufera in Regione
da Repubblica - 25 agosto 2005
Nuovo scontro tra la Lega e Roberto Formigoni al Pirellone. Dal Meeting di Cl a Rimini il governatore lombardo smentisce una sua possibile candidatura alle elezioni politiche e dunque l´abbandono della Lombardia. Ma il Carroccio non si fida e gioca d´anticipo: «Formigoni vuole il posto di Berlusconi». E affaccia anche la preoccupazione che il presidente lombardo voglia rompere con Bossi sfilando la poltrona all´assessore alla Sanità Alessandro Cè. L´assessore «non si tocca», risponde deciso il capo della delegazione leghista in giunta Davide Boni. Giulio Boscagli, capogruppo di Forza Italia dice basta ai «continui attacchi della Lega», e accusa: «Sono degli irresponsabili, dicano da che parte stanno. Il sistematico atteggiamento da opposizione assunto da Carroccio non potrà restare senza conseguenze». Tutti nella Casa delle libertà ora sono sicuri: la resa dei conti con il partito di Bossi ci sarà. È solo questione di giorni.
PIANO A PAGINA IV
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Boni: il nostro assessore alla Sanità non si tocca ma forse c´è un disegno per far fuori noi e cambiare il governo regionale
La Lega attacca Formigoni
"Il governatore vuole cacciare Cè"
Per An e Udc "è solo fantapolitica estiva" Forza Italia: "Queste continue uscite ci stupiscono, tutto ha un limite"
GIUSEPPINA PIANO
Bufera in vista al Pirellone per la Cdl di Roberto Formigoni. La Lega accusa il governatore di voler puntare a palazzo Chigi e di essere pronto a aprire la crisi in Lombardia e a far saltare la poltrona dell´assessore più scomodo del Carroccio, Alessandro Cè che guida la Sanità. Dal Meeting di Cl, a Rimini, il presidente smentisce di voler lasciare la Lombardia perché «il candidato premier è Berlusconi». Ma il Carroccio teme trappole. E si mette in trincea al Pirellone. «Formigoni vuole il posto di Berlusconi», è il siluro spedito al governatore dalla Padania. La paura esplicitata dallo stesso giornale del partito di Bossi è che la trappola sia pronta a chiudersi proprio su Cè. Replica dura da Forza Italia: «La Lega dica chiaramente da che parte sta».
Una poltrona diventata scomoda, quella dell´assessore che Bossi ha voluto al Pirellone come «mastino» per marcare Formigoni. E non solo perché quelli del Carroccio si sono convinti che il presidente lombardo lo voglia fare fuori. Lui, Cè, giusto prima della pausa estiva si è messo a litigare furiosamente con il collega forzista Abelli per le nomine nelle Asl. Anche An non ha risparmiato critiche all´arcigno leghista. A settembre, sono tutti convinti, ci sarà la resa dei conti.
E un «chiarimento» interno, a questo punto, lo chiedono davvero tutti gli alleati nella Casa delle libertà. Forza Italia come Alleanza nazionale. Il Carroccio gioca d´anticipo e prepara la trincea. Sulla Padania, ieri, il direttore Gianluigi Paragone ha attaccato a più riprese Formigoni, chiamandolo anche «il Jovanotti che zampetta ancora tra i ragazzi di Cl». Al Pirellone, secondo la Padania sarebbe già partito l´ordine di creare l´incidente, montare il caso e far scoppiare la crisi di governo: «È quello che non vede l´ora di fare Formigoni al rientro dalle vacanze, quando tenteranno di far fuori Alessandro Cè». L´assessore leghista tace. Ma ecco che parla il capodelegazione in giunta del Carroccio Davide Boni: «Cè non si tocca. Formigoni non può comandare sulla Lega: se togliesse la delega a Cè lo schiaffo sarebbe a tutta la Lega, e io per primo non parteciperei più alla giunta». Ancora Boni: «Se c´è un disegno per fare una crisi di governo perché qualcuno vuole autocandidarsi premier, quel qualcuno non ha fatto i conti con la Lega».
Di nuovo il sospetto del trappolone. Il sospetto che Formigoni, in realtà, stia cercando di mollare la Regione Lombardia per sostituire Berlusconi. Il tema ha tenuto banco ieri anche al Meeting di Rimini dove il governatore è stato protagonista di un faccia a faccia con Francesco Rutelli. Rocco Buttiglione, Udc, ministro lo ha anche incensato come «un eccellente candidato». Ma nella giunta regionale non si trova, al di fuori del Carroccio, uno che accrediti il sospetto leghista. «Fantapolitica estiva», dice l´assessore dell´Udc Domenico Zambetti. «Fantapolitica», ripete il collega Massimo Corsaro di An. Formigoni, sono sicuri dentro la maggioranza, resterà al suo posto al comando del Pirellone, nessun rischio che la giunta salti. Ma con la Lega un problema esiste. Così come esiste un caso Cè.
Formigoni non ha degnato di una parola gli attacchi della Padania. Hanno parlato invece alcuni suoi fedelissimi di Forza Italia. «Lega irresponsabile, dica da che parte sta» è stata la replica del capogruppo al Pirellone e cognato di Formigoni Giulio Boscagli. Che ha aggiunto: «I continui attacchi della Lega stupiscono. Il sistematico atteggiamento da opposizione di una forza di governo non potrà restare senza conseguenze. Conseguenze che Forza Italia è pronta a portare fino in fondo». «Tutto ha un limite - rincara l´assessore azzurro Maurizio Bernardo -. È tempo di chiarimenti. la Lega dica una volta per tutte se è un alleato o un avversario di Forza Italia». Anche Corsaro, An dice: «Alla ripresa ci vorrà un chiarimento. Non è un mistero che avvertiamo tutti una minore capacità di lavorare da parte della giunta rispetto alle precedenti esperienze di governo. Cè è stato tra quelli che ha tenuto il freno tirato, ha mostrato diffidenza».
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Ds Milano - Rassegna stampa
BERLUSCONI CAMBIA LA SUA STORIA.
ECCO COME
di Fabio Greggio
da: http://www.politikon.it/modules/news/article.php?storyid=710
L’archivio storico della Presidenza del Consiglio sarà separato
da quello centrale con un decreto.
Sarà Rocco Buttiglione ad occuparsi della cosa.
Ernesto Galli della Loggia ha parlato di “frantumazione della memoria del Paese.
Sorta di feudalizzazione della storia."
Lo stesso Buttiglione è perplesso: “ La Presidenza del Consiglio non lo fa certo per nascondere e occultare materiali, come qualcuno potrebbe sospettare. Ma per comodità di consultazione e archiviazione.”
Senza volerlo Rocco centra subito il punto. Noi che siamo permalosi c’eravamo già arrivati.
Perché Silvio si fa il suo Archivio di Stato?
Semplice: Silvio prevede una debàcle alle prossime elezioni e c’è il pericolo che, se la nave affonda, lui potrebbe trovarsi senza carica istituzionale e in mezzo ad una resa di conti.
Lui sa come vanno le cose in Italia. Oggi sei un Dio per gli Italiani.
Ma in 24 ore, in questo paese, si sono svolti cambiamenti epocali.
Mussolini aveva il 98% del consenso. In pochi mesi divenne un dittatore e finì appeso al traliccio di una pompa di benzina, fra pernacchie e scaracchi.
Ci vollero 20 anni perché gli Italiani capissero.
Poi ci fu la DC.
Andreotti e Forlani, miti del partito.
Finirono rispettivamente, nel giro di pochi mesi, indagati per collusione con la mafia e per corruzione.
Il primo salvo per la prescrizione, anche se il verdetto è colpevolista, il secondo passato in giudicato è ai servizi sociali. Il suo portaborse, Pierferdinando Casini, è la terza carica istituzionale dello Stato…
Ci vollero 40 anni perché gli Italiani capissero.
Poi fu la volta di Bettino Craxi.
Uomo forte, politico ideale, corte e cortigiani.
Un mito tutto italiano.
Nel giro di pochi mesi divenne “Il Cinghialone” di Feltriana memoria, il corrotto,
tanto da essere coperto di monetine ed insulti all’uscita dall’hotel...
Processato e passato in giudicato, riparò ad Hammamet. In esilio diceva lui.
In contumace diceva la legge.
Morì abbandonato dagli amici, con un partito polverizzato e uno strascico di polemiche non ancora sopite.
Ci vollero 20 anni di Centrosinistra per capire.
Silvio è al suo 12 anno.
E sente il mare mosso e la nave che cigola.
Sa che non appena sarà affondato comincerà la revisione storica anche per lui.
Leggi ad personam, decreti risibili per interessi personali (digitale, Rete4, Poste-Mediolanum, Poste-libri di testo, Software decoder digitale, concorsi accelerati per assegnazioni….).
Prima o poi la cacca viene sempre a galla.
E servirà consultare minuziosamente l’Archivio storico della sua Presidenza.
Consultabile da tutti, su tutto.
Chi gestisce la memoria storica può omettere, cambiare, revisionare, dimenticare di trascrivere, porre omissis, imboscare, eludere.
Rocco Buttiglione resta perplesso.
Ma lui è un grande piroettatore della politica capace di iperbolici salti mortali con avvitamento.
Ha gia fatto sapere che sarebbe opportuno accorpare invece di sezionare….
Ma continua il suo lavoro.
Farà il lavoro sporco, ma con il giubbotto di salvataggio già indosso.
Dalle sue affermazioni si capisce che sta già ingrassando le funi per far scendere le scialuppe di salvataggio dalla nave che potrebbe affondare.
Come molti altri nel suo partito.
A Silvio mancano i sette anni di Presidenza della Repubblica se non vincerà le elezioni.
Sette anni di blindatura dalle sue magagne giudiziarie.
Quelle delle Toghe rosse per intenderci.
Passati otto anni poi saranno 20.
La media giusta per terminare in bruttezza.
Come sempre. Come tutti, in Italia.
Fabio Greggio
| La goccia dal vaso di Fazio |
Beppe Grillo ha ragione, a prima vista c'è da vomitare. In Italia persino chi fa il mestiere di ispettore della Banca d'Italia, e lo fa seriamente, finisce per rischiare lui il processo, forse per lesa furbolandia.
Mettiamoci nei panni di quegli ispettori. Lavorano sul bilancio di una banca, la Bpi, e trovano che è un colabrodo. Auguro la miglior fortuna possibile agli amministratori delegati succedutisi all'acrobata Fiorani, ma è roba, come scrive l'Economist, da fallimento.
Scoprono un buco da, si dice 1,5-2 miliardi di Euro nascosti nelle pieghe di un bilancio da barzelletta. Ma sanno anche che il loro capo supremo, inamovibile e a vita, è amico di famiglia di Fiorani, e ne condivide anche le posizioni religiose, essendo ambedue stretti simpatizzanti dell'Opus Dei (che ha tra i suoi obbiettivi basilari, ricordiamolo, anche la penetrazione di potere nel mondo bancario italiano, oltre che nel Vaticano).
Date le mosse precedenti di Fazio, pur di agevolare Fiorani nel suo disegno di conquista della gallina dalle uova d'oro Antonveneta (una banca relativamente piccola ma con dentro soldi e euri pesanti autentici), gli ispettori capiscono benissimo che la loro indagine, tanto clamorosa, sarebbe stata insabbiata. E il loro parere reso irrilevante.
E che avrebbero dovuto caricarsi anche di uno sgarbo, quasi personale, verso il loro capo.
Nonostante ciò i due direttori della Vigilanza Bankitalia danno parere fortemente negativo, e pubblico, all'operazione Fiorani su Antonveneta.
Fanno il loro dovere, contro il rischio che l'operazione Fiorani potesse passare. Che l'Antonveneta sarebbe finita nel calderone occulto Bpi, che magari ne sarebbe venuto fuori un altro Tanzi.
D'altro canto la Consob aveva già suonato in precedenza tutti i campanelli d'allarme che poteva. E la loro indagine, per legge, era dovuta proprio al suono di questi.
Decidono che sulla questione Bpi debbano collaborare con la magistratura, che vi è rilievo penale in quello che hanno capito e scoperto.
Nonostante che il loro capo, in una notte, abbia dato luce verde a Fiorani, annunciandogli poi persino di persona al telefono che ha messo la firma sulla richiesta di acquisto Bpi delle azioni Antonveneta.
Ma i magistrati erano ormai già al lavoro e il 25 luglio scorso mettono sotto sequestro le azioni Antonveneta in mano alla Bpi.
Il resto a cascata: la sospensione di Fiorani, la pubblicazione sui quotidiani delle intercettazioni telefoniche, il Governatore Fazio travolto da una crisi di credibilità che, si spera, arrivi alle logiche conseguenze. Le dovute dimissioni.
Oggi però Fazio, con incredibile testardaggine, ha l'ardire di chiedere un'indagine interna in Bankitalia sull'operato dei due ispettori. E questo porta ai conati di vomito di Beppe Grillo.
A me invece questa pare la prova provata della necessità di immediate dimissioni del signor Fazio.
Siamo infatti di fronte a un gesto demenziale. Gli ispettori Clemente e Castaldi, insieme ai vertici di Consob e ai magistrati inquirenti hanno probabilmente risparmiato all'Italia una nuova Parmalat, se non peggio.
Se fosse andata in porto l'operazione di Fiorani e soci infatti avremmo avuto, come conseguenze:
1.la formazione di un gruppo bancario, tra i primi cinque italiani, caratterizzato da una gestione oggettivamente fallimentare, come testimoniano le analisi di bilancio su Bpi secondo parametri europei;
2.la scalata al Corriere della Sera da parte di un gruppo di immobiliaristi e bancari avventurieri, con danni enormi per la nostra residua libertà di informazione;
3.la barriera all'effettiva concorrenza e modernizzazione del nostro sistema bancario, venendo così frapposta alle banche estere (Abn Amro e Bilbao) una muraglia artificiosa ad ogni tentativo di ingresso nel comparto italiano, e da parte cordate di molto dubbio valore economico reale;
4. l'incentivo, come testimonia il caso Bpi a fine anno scorso, a scaricare sui malcapitati risparmiatori e clienti commissioni assurde, calibrate solo per spremere un po' di profitti a danno ingiusto dei clienti cercando così di mascherare conti reali disastrosi;
5. il tutto in un sistema bancario italico che sarebbe allegramente rimasto colluso e chiuso nella penisola, con la sola eccezione del Credit di Profumo; con la conseguente perdurante asfissia storica nella dotazione di capitali e risorse finanziarie produttive a prezzi accettabili.
Ho elencato solo, e a braccio, cinque motivi di merito che riesco a vedere come conseguenza dell'azione di controllo esercitata anche da Clemente e Castaldi. In un contesto di una Italia 2005 un po' diversa da quella 2003 di Parmalat (e qui sono in leggero disaccordo con l'Economist).
In questo ultimo caso, infatti, bene o male, e a dispetto delle cupole, qualche campanello ha iniziato stavolta a suonare in tempo, alcune istituzioni (a diversi livelli ovviamente) si sono mosse, giornali e opinione pubblica ne sono stati toccati preventivamente e con forza, il peggio è stato sostanzialmente evitato.
Ovvero la vittoria dei Fiorani.
Ora, che il capo della struttura che comprende Clemente e Castaldi non abbia una parola di apprezzamento per il coraggio e il senso di servizio dei due funzionari già mi pare aberrante. Ma che disponga una indagine disciplinare sui due mi pare pura e evidente patologia.
E un Governatore affetto da patologia tanto patente mi pare doverosamente da mandare a casa. Possibilmente a curarsi. Da parte del Consiglio di Bankitalia preposto proprio a prendere decisioni su tali casi estremi.
Intanto firmo la petizione in tal senso dell'Adusbef. www.caravita.biz |
Valori americani
La parte centrale degli Usa oggi è un unico grande bozzolo nel quale vivono persone moderatamente benestanti, che non sono più cittadini istruiti, ma pigri consumatori sovrappeso, le cui vite girano esclusivamente attorno alle loro famiglie. E la vita in questo bozzolo è segnata dalla paura: paura dei rapidi cambiamenti in atto nella cultura americana, paura della nuova “flessibilità” della nostra economia, paura dell'ignoto all'estero: in breve, paura che il bozzolo non regga.
Questa ansietà appare in molti aspetti dell'attuale vita americana, non per ultimo nell'appello ai “valori americani”, per molti aspetti paradossale.
Primo paradosso: gli americani che guardano gli show televisivi di Hollywood – che hanno portato in ogni casa turpiloquio e volgarità sessuali – sono i medesimi americani elettori dei politici che denunciano il collasso del “valori”. Secondo paradosso: questi politici sono sostenuti dalla Fox, network televisivo di destra, che fa gran parte dei suoi soldi trasmettendo proprio gli show televisivi che minacciano i nostri “valori”. Come spiegare questa schizofrenia? Perché questa preoccupazione politica per i “valori morali” tra gente che non li sostiene nel soggiorno della propria casa?
Non ho una risposta a queste domande, ma credo che la vuota espressione “valori morali” rifletta una profonda fragilità psicologica, che gli avvenimenti dell'11 settembre hanno soltanto acuito. Questo è il solo modo in cui riesco a spiegarmi come mai americani che – data la nostra situazione geografica – non corrono assolutamente il pericolo di essere attaccati dal terrorismo islamico abbiano entusiasticamente votato per un presidente che ha promesso di proteggerli da questo. Volevano rassicurazioni, forse non a proposito del terrorismo, ma di cose più profonde. E George Bush, il presidente che ci ha guidato nel pantano dell'Iraq e che tanto ha fatto per accrescere la solidarietà islamica contro gli Stati Uniti, è riuscito a rassicurarli più di John Kerry.
Non ci si può aspettare che chi vive al centro di un enorme e in linea di massima sicuro continente, lontano dal resto del mondo, sia assai bene informato su di esso. Tocqueville lo aveva capito. Ma pur comprendendo questo, sono scioccato dall'ammutolire del discorso pubblico americano nell'ultimo decennio, un fenomeno mai incontrato nel corso della mia vita e tanto più grave in quanto le élite, che un tempo fungevano da correttivo all'ignoranza e alle crude passioni della democrazia americana, oggi incoraggiano queste tendenze invece di opporvisi.
Qui i timori di Tocqueville si sono concretizzati: gli Stati Uniti sono oggi una nazione ignorante, guidata da un presidente ignorante, consigliato da persone che non sono ignoranti, ma pensano di poter manipolare le passioni populiste per i loro fini messianici. Chiunque ne dubiti dovrebbe assolutamente leggere l'ultimo discorso di insediamento in carica del presidente Bush.
Gli Stati Uniti non sono in condizione di guidare l'impero debole che sembrano avere acquisito. Stiamo attraversando una delle fasi periodiche di ubriacatura democratica e non siamo sufficientemente sobri per agire in modo responsabile sulla scena mondiale. Per i leder e gli intellettuali di punta europei questo sarebbe un buon momento per assumere il comando, responsabilmente, e guidare il loro ebbro alleato in questa difficile fase. Ma questo non è l'atteggiamento che vedo riflesso nell'attuale discorso europeo sugli Stati Uniti, né nella reazione alla guerra irachena, né nell'isterica reazione alla rielezione di George Bush. I motivi per i quali l'Europa stessa è impreparata ad accettare oggi le sue responsabilità internazionali e continua ad essere tanto disinformata sugli Stati Uniti sono argomenti che meriterebbero una trattazione a sé stante.
di Mark Lilla *
* Mark Lilla è professore all'Università di Chicago L'articolo è tratto da un testo più ampio pubblicato dalla rivista Micromega 3/2005, Editoriale L'Espresso www.megachip.info
Il diritto all'oro nero
La Confederazione degli indigeni e le associazioni popolari in difesa dei diritti degli ecuadoriani
“A partire da oggi, la Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador, le Assemblee popolari, le organizzazioni sociali e le corporazioni iniziano una serie di mobilitazioni progressive per esigere dal governo la recessione del contratto con la compagnia Oxy. Per questo dalle 17 di questo pomeriggio piantoneremo l’edificio del ministero dell’Energia”. Questa dichiarazione, fatta dai leader delle associazioni che sostengono lo sciopero indetto nelle province amazzoniche ecuadoriane, ricche di petrolio e quindi invase dalle multinazionali, è arrivata lunedì, a suggello di una giornata di trattative con gli esponenti dell’esecutivo e delle imprese del petrolio.
Dalle parole ai fatti. L’intento è inequivocabile. Come anche la determinazione ad andare fino in fondo. L’Ecuador è un Paese ad alta componente indigena e la Conaie ne è la voce, unica e indiscussa. Se la Confederazione indios, dunque, si schiera per la linea dura, linea dura sarà. E lo sciopero, i blocchi, le manifestazioni, certo non si placheranno fino a che Palacio e le multinazionali non concretizzeranno nero su bianco quanto loro chiedono: la compagnia statale Petroecuador dovrà gestire la maggior parte del greggio estratto dal ricco sottosuolo amazzonico e investirne i proventi in infrastrutture, in politiche sociali e in campagne ecologiche di risanamento dell’ambiente. Per arrivare a ciò il governo dovrà rivedere, uno ad uno, i singoli contratti stretti con la miriade di imprese straniere ammonticchiata nella regione e in particolare dovrà usare il pugno duro con la Occidental, la Oxy appunto. Quest’ultima gode, infatti, di un trattamento particolare grazie a un contratto ormai scaduto, che non tiene assolutamente conto degli interessi ecuadoriani.
"Le risorse dell'Ecuador sono degli ecuadoriani". “La nostra lotta sta preparando le condizioni affinché la Petroecuador ottenga il diritto di sfruttare la zona attualmente in mano alla Oxy, incorporando alla produzione nazionale i 112mila barili al giorno che la Occidental produce usufruendo di un contratto illegale – spiegano dalla Conaie -. Si tratta infatti di un accordo reiteratamente imposto dal Procuratore generale dello Stato e dagli altri alti funzionari della Petroecuador e legalmente non valido.
Esigiamo anche che siano rivisti tutti i contratti petroliferi con le svariate multinazionali che hanno visto nel nostro Paese un eden da sfruttare. Lo stato ecuadoriano ha il diritto di ricevere almeno l’85 per cento dei benefici derivati dal suo greggio. Questa lotta è una faccenda di sovranità e di rispetto delle leggi statali. Ratifichiamo dunque l’appoggio attivo alle giuste richieste delle province Orellana e Subumbios, che in questa lotta rappresentano l’intero Ecuador".
"Rifiutiamo la brutale repressione da parte del regime dittatoriale contro i fratelli amazzonici - precisano - ed esigiamo la rinuncia immediata del ministro degli Interni e dell’Ordine pubblico, Maurizio Ganadara”.
La volontà popolare. Le manifestazioni di resistenza popolare, sia urbana che rurale, in Ecuador hanno già determinato la caduta di tre governi dal 1997 al 20 aprile di quest’anno, quando Gutierrez è dovuto fuggire in Brasile ed è stato sostituito dal suo vice, l’attuale presidente Palacio. “Si tratta di episodi che non possono essere considerati semplici rivolte ormai quietate e rientrate. Sono parte integrante del processo di resistenza degli indigeni dell’Ecuador, che stanno cercando di costruire un nuovo paese sovrano, di cui l’autodeterminazione dei popoli sia parte integrante, che sia privo del sistema partitico tradizionale, che sia fondato su una democrazia reale e che tenga conto delle necessità reali del popolo”, concludono.
Quadro internazionale. Intanto, la produzione petrolifera bloccata dagli scioperanti sta riprendendo, ma ci vorranno mesi prima che si raggiunga la normale produzione media. Il ministro dell’Energia parla di novembre, ma dipenderà molto da come reagiranno i singoli pozzi. La crisi dell’Ecuador ha comunque influenzato l'intero mercato internazionale. Venerdì scorso il prezzo del petrolio a New York ha subito un rialzo di oltre due dollari al barile.
L'accordo ci sarà? In aiuto dell’Ecuador è arrivato, intato, il vicino di casa Hugo Chavez che si è offerto di fornire la quantità di greggio necessaria a far rispettare all’Ecuador gli impegni presi. E senza nessun costo.
La situazione resta in sospeso, dunque, almeno fino all’eventuale accordo che i rappresentanti popolari stanno discutendo con delegati del governo e delle multinazionali. Sempre se questo accordo mai arriverà. Le associazioni indigene e i movimenti sociali di varia estrazione non accetteranno nessun compromesso, anzi, i più radicali parlano addirittura di una lotta senza tregua fino alla nazionalizzazione del petrolio. Nella giornata di ieri, infatti, l'accalorato incontro ai vertici ha prodotto un documento di accordi preliminari, che per l'80 per cento viene in contro alle rivendicazioni degli scioperanti. Dopo un primo summit tra leader sindacali, rappresentanti delle amministrazioni comunali, prefetti e delegati del governo, che ha lasciato fuori i signori del petrolio in modo da stilare velocemente una lista di rivendicazioni precise, la discussione ha portato i primi frutti. Le multinazionali dovrebbero intanto impegnarsi a creare infrastrutture viarie nel giro di pochi mesi, investendo quindi per il popolo buona parte dei loro introiti frutto del petrolio ecuadoriano. Ma ancora tutto è sulla carta.
La giornata di ieri infatti è terminata con gli ennesimi scontri fra manifestanti ed esercito, che continua a tenere in stato d'assedio le regioni amazzoniche. Due gli scioperanti arrestati.
Stella Spinelli www.peacereporter.net
Laureati in raccolta di mirtilli
I lavoratori stagionali sgobbano in cambio di una misera paga. Eppure spesso li si ritiene responsabili della disoccupazione. Visita a una fattoria tedesca nell’epoca della globalizzazione.
Due raccoglitrici polacche di mirtilli (Matthias Jekosch) Jörg Buschmann parte dalle origini per raccontarci la sua storia. Quest’uomo dal collo taurino e dal viso scottato dal sole mi sta guidando con il suo fuoristrada nella campagna a sud-ovest di Berlino. Mentre percorriamo le strade accidentate tra i boschi mi racconta che l’“Ostbahnhof” (la “Stazione orientale”, una grossa stazione ferroviaria ad est di Berlino) una volta si chiamava “Schlesischer Bahnhof” (stazione della Slesia). «Già cento anni fa la gente arrivava per dare una mano al raccolto e arrivavano soprattutto dalla Slesia. Rappresentavano un’importante forza lavoro e venivano accolti a braccia aperte». Oggi come allora i lavoratori stagionali arrivano a frotte. Ma nessuno li accoglie a braccia aperte.
«Sodi e saporiti»
La fattoria “Buschmann & Winkelmann” realizza i suoi migliori affari con gli asparagi, i cosiddetti “re delle verdure”. Ora che la loro stagione è finita, l’azienda è vuota. Si vedono solo dieci polacche tra gli arbusti di mirtilli. «Sodi, saporiti ed aromatici» recita un pannello pubblicitario a proposito del particolare tipo di mirtilli che coltivano, il Vaccinium myrtillus L.. Si sono divise in gruppetti da due e chiacchierano e ridono mentre si spostano da una pianta all’altra. Spingono una piccola carretta di legno con la quale trasportano i mirtilli raccolti e li danno a un loro collega che, armato di bilancia, li pesa e compila senza pietà una lista con l’importo realizzato da ogni singola raccoglitrice. Oltre a percepire una paga oraria, infatti, hanno anche un bonus calcolato sul rendimento individuale.
Esaudire i propri desideri
Raccogliere soltanto trenta chili di mirtilli il primo giorno di lavoro è normale: in seguito si arriva a caricare quasi cento chili al giorno sulle carrette di legno. «Col tempo comincia a diventare veramente faticoso», ci confida Dominica Swobocz dopo solo mezza giornata di lavoro. Chinarsi, raccogliere, alzarsi in piedi e andare avanti. Sempre lo stesso movimento.
Tutti i giorni la ventenne polacca percorre insieme alle altre raccoglitrici gli otto chilometri che separano i casermoni in cui vivono dal luogo di lavoro. Un bus le porta direttamente sui campi ogni giorno alle sette. Solo l’intervallo di mezzogiorno interrompe il lavoro, che dovrebbe terminare alle sei ma che in alcuni casi può protrarsi. In un inglese un po’ incerto ci spiega perchè ha deciso di svolgere questo duro lavoro: «il compenso è molto buono». In realtà la giovane, originaria della città di Rzeszow, studia marketing e amministrazione pubblica. Ed ha intenzione di investire i 650 euro che racimola sui campi – un ottimo stipendio per gli standard polacchi – nella sua istruzione. Dominica Swobocz rientra perfettamente nel quadro che dipinge Buschmann: «I polacchi che vengono qui sono gente che vuole mettere da parte qualche soldo. Fosse anche solo per comprarsi un televisore nuovo». È così che i lavoratori provenienti dai nuovi Paesi membri dell’Unione Europea riescono ad esaudire i loro desideri. Possono lavorare quattro mesi in Germania come lavoratori stagionali, non necessitano di alcun permesso di soggiorno, ma di un permesso di lavoro, che tra l’altro è soltanto una formalità. Unico requisito: essere maggiorenni.
Il tedesco non gli sta dietro
«Prendiamo un polacco che viene qui e che durante l’anno lavora in un’azienda agricola anche in Polonia. E confrontiamolo con un disoccupato tedesco. Quando il polacco parte, il tedesco non prende di certo il suo posto», dice Buschmann in difesa dei lavoratori polacchi. Ci sarebbero stati anche dei tentativi in passato di coinvolgere l’Ufficio di collocamento tedesco. «Mi hanno mandato gente che soffriva di mal di schiena. C’era una donna poi che era un caso estremo: ci vedeva a malapena e girava per i campi con il bastone». L’esperimento è stato interrotto. Ma Buschmann è entusiasta dei lavoratori stagionali polacchi: «Senza di loro la mia azienda non esisterebbe neanche più. Non rubano posti di lavoro, anzi. Ne creano». In questo modo sarebbero stati creati settanta posti di lavoro. L’allargamento ad est dell’Ue ha dunque portato tanti vantaggi a Buschmann, ma non è bastato a esorcizzare i suoi dubbi. «Negli anni Ottanta, eravamo sopravvissuti all’allargamento a sud. Resisteremo anche a quello ad est? Vedremo».
Matthias Jekosch - Berlin www.cafebabel.com/it
Russia : pressioni sugli avvocati contro il segreto professionale
di Giulia Alliani
Racconta Peter Finn del Washington Post che Svetlana Zayets stava scendendo da un treno a Yekaterinenburg, quando sette ufficiali della locale polizia le hanno intimato di seguirli negli uffici del procuratore per essere interrogata su una presunta associazione criminale.
Svetlana Zayets non era sospettata o accusata di nulla: era l'avvocato del principale sospettato. Con questo stratagemma, spiega il giornalista, il procuratore le ha impedito di continuare ad esercitare il suo mandato, perche' la legge russa prevede che chi svolge il ruolo di testimone in un caso, non puo' anche svolgere la funzione di avvocato in quello stesso caso.
L'avvocato Zayets ha difeso con successo, per sei anni, Ravil Khakimov, proprietario di 17 concessionarie di automobili, da accuse di vario tipo (estorsione, evasione fiscale, etc.). Il suo cliente si trova in custodia cautelare da dicembre. Il caso di Svetlana Zayets e' uno dei tanti che costituiscono il sintomo di un attacco sempre piu' esteso al principio del segreto professionale.
Sono molti gli avvocati che temono un'intromissione sempre piu pesante dello stato nel lavoro degli avvocati, oltre a quella gia' in atto su procuratori e giudici, e l'associazione forense ha raccomandato ai propri affiliati di riferire qualsiasi caso di abuso allo scopo di documentare tali pratiche.
Secondo il Washington Post, il ministero della giustizia russo ha proposto una legislazione che pone fine al rapporto fiduciario tra cliente e avvocato, e pone sotto il controllo statale l'avvocatura attualmente indipendente.
La bozza di legge darebbe allo stato il diritto di chiedere "le informazioni consegnate agli avvocati nel corso del rapporto di assistenza legale ai clienti, comprese le informazioni su specifici casi". Inoltre lo stato avrebbe "il controllo diretto sull'attivita' degli avvocati, degli studi, e delle associazioni professionali".
Il presidente dell'associazione degli avvocati ha dichiarato che, se le misure proposte venissero approvate, si tratterebbe di un ritorno ai controlli in stile sovietico Persino alcuni sostenitori di Putin hanno manifestato le loro perplessita',
Secondo Andrei Makarov, parlamentare pro-Putin del Partito della Russia Unita, un'agenzia dello stato non puo' controllare gli avvocati, il cui compito principale e' quello di proteggere i clienti dai corpi dello stato cui e' affidata l'accusa. E ha aggiunto che il Cremlino dovrebbe andare fiero dell'indipendenza dell'avvocatura.
Intanto, anche se la legge non e' ancora stata approvata, pare che continuino a verificarsi casi come quello toccato a Svetlana Zayets.
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Il ricorso alla paura
di Noam Chomsky
Il ricorso alla paura da parte dei sistemi di potere ha lasciato una lunga e terribile traccia di massacri e di sofferenze, che viene pericolosamente ignorata
Il ricorso alla paura da parte dei sistemi di potere, al fine di disciplinare la popolazione in patria, ha lasciato una lunga e terribile traccia di massacri e di sofferenze, che viene pericolosamente ignorata. La storia recente ne fornisce molti esempi scioccanti.
La prima metà del XX secolo è stata testimone, forse, dei più tremendi crimini mai commessi dall’epoca delle invasioni mongole. I più selvaggi sono stati compiuti laddove la civiltà occidentale aveva raggiunto i suoi massimi splendori. La Germania era uno dei centri più importanti delle scienze, delle arti e della letteratura, della cultura umanistica e di altre memorabili imprese. Prima della Prima Guerra Mondiale, prima che l’isteria antitedesca fosse sbandierata in tutto l’Occidente, la Germania era stata considerata dagli studiosi di politica americani anche come un modello di democrazia, da essere imitato in Occidente. A metà degli anni 1930, la Germania fu portata in pochi anni a un livello di barbarie, che ha pochi termini di paragone. Questo era vero, nel modo più evidente, fra i settori più colti e raffinati della popolazione.
Nei suoi straordinari diari della sua vita di ebreo sotto il nazismo - scappato alle camere a gas quasi per miracolo - Victor Klemperer scrive queste parole a proposito di un amico professore tedesco, che aveva ammirato molto, ma che alla fine si era gettato nel mucchio: “Se un giorno la situazione fosse capovolta e il destino dei vinti fosse nelle mie mani, allora lascerei andare tutta la gente comune e anche qualcuno dei capi, che avrebbero forse potuto avere intenzioni onorevoli o non sapevano quello che facevano. Ma impiccherei tutti gli intellettuali e i professori tre piedi sopra gli altri, rimarrebbero appesi ai lampioni tanto a lungo quanto l’igiene lo consente”.
Le reazioni di Klemperer erano meritate e generalizzabili a gran parte della storia scritta.
Avvenimenti storici complessi hanno sempre molte cause. In questo caso un fattore decisivo è stata l’abile manipolazione della paura. La “gente comune” fu indotta a temere che una cospirazione “giudaico-bolscevica” si sarebbe impadronita del mondo, mettendo semplicemente in pericolo la sopravvivenza del popolo della Germania. Pertanto, furono necessarie, per “autodifesa”, misure estreme. Rispettabili intellettuali andarono oltre.
Quando le nubi tempestose del nazismo si accumularono sul paese nel 1935, Martin Heidegger descrisse la Germania come la nazione del mondo “maggiormente messa in pericolo”, stretta fra le “grandi tenaglie” di un furioso attacco contro la stessa civiltà, condotto nella sua forma più cruda dalla Russia e dall’America. Non solo la Germania sarebbe stata la prima vittima di questa tremenda forza barbarica, ma sarebbe stata responsabilità della Germania, “la più metafisica delle nazioni”, condurre la resistenza contro di essa. La Germania era collocata “al centro del mondo occidentale” e doveva proteggere la grande eredità della Grecia classica dall’“annichilimento”, contando sulle “nuove energie spirituali che si dischiudevano dal centro”. Le “energie spirituali” continuavano a dischiudersi secondo modalità che erano abbastanza evidenti, quando lanciava questo messaggio, al quale lui e altri autorevoli intellettuali continuarono a aderire.
Il parossismo della carneficina e dell’annichilimento non finirono con l’uso delle armi, che avrebbero potuto portare benissimo le specie viventi a fare una fine tremenda. Non si dovrebbe dimenticare che le armi per la distruzione delle specie viventi sono state create dai personaggi più brillanti, umani e altamente istruiti della civiltà moderna, che hanno lavorato in isolamento e che erano così incantati dalla bellezza del lavoro, al quale erano impegnati, che a quanto pare fecero pochissima attenzione alle sue conseguenze: le proteste più significative del mondo scientifico contro le armi nucleari iniziarono nei laboratori di Chicago, dopo che era terminato ogni loro ruolo nella creazione della bomba, non a Los Alamos, dove il lavoro raggiunse il suo macabro fine. Non proprio la fine.
La storia ufficiale dell’Aeronautica Militare degli USA riporta che, dopo il bombardamento di Nagasaki, quando era certa la sottomissione a una capitolazione incondizionata da parte del Giappone, il gen. Hap Arnold “ha voluto come il più grande finale possibile” un raid di 1000 aerei alla luce del giorno sulle città giapponesi indifese. L’ultimo bombardiere faceva ritorno alla sua base proprio nel momento in cui fu formalmente ricevuta la capitolazione incondizionata. Il capo dell’Aeronautica, gen. Carl Spaatz avrebbe preferito che il gran finale fosse un terzo attacco nucleare su Tokyo, ma fu dissuaso. Tokyo era “un misero obiettivo”, essendo stata già incenerita nella tempesta di fuoco, eseguita con cura a marzo, che aveva lasciato forse 100.000 corpi carbonizzati in uno dei peggiori crimini della storia.
Queste faccende sono rimaste fuori dai tribunali per crimini di guerra e, in gran parte, omesse dalla storia. Ora sono a mala pena conosciute al di fuori dei circoli di attivisti o di specialisti. Allora erano acclamate come un legittimo esercizio di autodifesa contro un nemico malvagio, che aveva raggiunto l’estremo livello d’infamia col bombardamento delle basi militari degli USA nelle loro colonie hawaiane e filippine.
Forse vale la pena tener presente che i bombardamenti giapponesi del dicembre 1941 - “la data che vivrà nell’infamia”, nelle squillanti parole di FDR (Franklin D. Roosevelt) -, secondo le dottrine dell’“autodifesa preventiva”, diffuse fra i leader di quelli che oggi si autodefiniscono “Stati illuminati” - gli USA e il loro cliente britannico - sarebbero più che giustificati. I leader giapponesi sapevano che dalle linee di produzione della Boeing uscivano le fortezze volanti B-17 e erano loro sicuramente note le discussioni pubbliche negli USA, che spiegavano come si sarebbero potute utilizzare per incenerire le moderne città giapponesi in una guerra di sterminio, decollando dalle basi hawaiane e filippine: “per bruciare il cuore industriale dell’Impero con bombardamenti incendiari su cumuli di bamboo brulicanti di formiche”, come aveva raccomandato il generale dell’Aeronautica in pensione, Chennault, nel 1940, una proposta che “aveva semplicemente estasiato” il presidente Roosevelt. Con tutta evidenza, questa sarebbe stata una giustificazione, per bombardare le basi nelle colonie USA, ben più valida di qualsiasi cosa abbiano evocato la coppia Bush-Blair e i loro soci nella loro applicazione della teoria della “guerra preventiva”, accettata, con riserve tattiche, dall’intero arco dell’opinione pubblica mainstream.
Il confronto, comunque, è improprio. Quelli, che abitano in cumuli di bamboo brulicanti di formiche, non hanno diritto di avere emozioni simili alla paura. Sentimenti del genere sono prerogativa solo degli “uomini ricchi, che abitano in pace nelle loro abitazioni”, nella retorica di Churchill, “le nazioni soddisfatte, che per sé non desiderano nulla di più di quanto hanno avuto”, e alle quali, pertanto, “deve essere affidato il governo del mondo”, se ci deve essere pace: un certo tipo di pace, in cui gli uomini ricchi devono essere liberi dalla paura.
Proprio come i ricchi devono essere messi al sicuro dalla paura è rivelato con una certa chiarezza dagli stimatissimi esperti delle nuove dottrine dell’“autodifesa preventiva” create dai potenti. Il contributo più importante e di una certa profondità storica è di uno dei più importanti storici contemporanei, John Lewis Gaddis dell’Università di Yale. Egli fa risalire la dottrina Bush al suo eroe intellettuale, il grande stratega John Quincy Adams. Nella parafrasi, che ne fa il New York Times, Gaddis “lascia intendere che l’impalcatura della lotta al terorismo di Bush avrebbe le sue radici nella nobile tradizione idealistica di John Quincy Adams e di Woodrow Wilson”.
Possiamo lasciare da parte la vergognosa storia di Wilson e risalire alle origini della nobile tradizione idealistica, che Adams sancì in un famoso Decreto, che giustificava la conquista della Florida da parte di Andrew Jackson nella prima guerra contro i Seminole nel 1818. La guerra era giustificata dall’autodifesa, sosteneva Adams. Gaddis è d’accordo a affermare che le sue motivazioni erano legittime preoccupazioni per la sicurezza. Nella versione di Gaddis, dopo che i britannici saccheggiarono Washington nel 1814, i leader USA riconobbero che “l’espansione era la strada per la sicurezza” e, perciò, conquistarono la Florida, una dottrina ora estesa da Bush al mondo intero, giustamente, sostiene.
Gaddis cita le fonti degli studiosi di destra, prima di tutte lo storico William Earl Weeks, ma trascura quello che dicono. Dando un’occhiata a quanto Gaddis trascura, si impara molto sui precedenti delle dottrine e dell’opinione generale oggi correnti. Weeks descrive con orrendo dettaglio quello che Jackson fece nell’“esibizione di strage e saccheggio conosciuta come Prima Guerra Seminole”, che era semplicemente un’altra fase del suo progetto di “rimozione o di eliminazione dal sudest dei nativi americani”, in atto di gran lunga prima del 1814. La Florida era un problema, sia perché non era stata ancora incorporata nell’espansione dell’impero americano, sia perché era un “rifugio per gli Indiani e per gli schiavi fuggiaschi ... in fuga dall’ira di Jackson o dalla schiavitù”.
Di fatto ci fu un attacco indiano, che Jackson e Adams utilizzarono come pretesto: le forze USA costrinsero una banda di Seminole a uscire dalle loro terre, uccidendone diversi e radendo al suolo il loro villaggio. I Seminole attuarono una rappresaglia, attaccando un battello di rifornimenti sotto comando militare. Cogliendo l’occasione, Jackson “iniziò una campagna di terrore, di devastazione e di intimidazione”, distruggendo villaggi e “fonti di cibo in un tentativo calcolato di provocare la fame nelle tribù, che trovarono rifugio dalla sua ira nelle paludi”. Le cose andarono avanti, portando al famoso Decreto di Adams, che approvava l’aggressione arbitraria di Jackson per stabilire in Florida “la sovranità di questa repubblica sull’odiosa base della violenza e del massacro”.
Questa sono le parole dell’ambasciatore spagnolo: “una descrizione dolorosamente precisa”, scrive Weeks. Adams “ha deliberatamente distorto la realtà, nascosto e mentito, sia al Congresso che al pubblico, circa gli obiettivi e la gestione della politica estera americana”, continua Weeks, violando in maniera grossolana quelli che proclamava essere i suoi principi morali, “difendendo implicitamente la rimozione degli indiani e la schiavitù”. I crimini di Jackson e di Adams “non furono che un preludio alla seconda guerra di sterminio contro (i Seminole)” , nella quale i rimanenti o fuggirono verso ovest, per ritardare il loro destino, “o furono uccisi o costretti a trovare rifugio nelle paludi della Florida”. Oggi, conclude Weeks, “i Seminole sopravvivono nella coscienza nazionale come la mascot dell?università statale della Florida”: un caso tipico e istruttivo...
...La struttura retorica poggia su tre pilastri (Weeks): “la presunzione della virtù morale unica degli Stati Uniti, la rivendicazione della loro missione per salvare il mondo” con la diffusione degli ideali da essi professati e dell’‘American way of life” e la fede in “un destino divinamente ordinato” della nazione. La struttura teologica tronca il dibattito ragionato e riduce le questioni politiche a una scelta fra il Bene e il Male, e quindi a contenere la minaccia alla democrazia. I critici possono essere liquidati come “antiamericani”, un concetto interessante, preso in prestito dal lessico del totalitarismo. E il popolo deve raggrupparsi sotto l’ombrello del potere, con la paura che il suo modo di vita e il suo destino siano sotto una minaccia incombente...
Fonte: http://www.zmag.org/italy/chomsky-ricorsopaura.htm
Il crocifisso e la Croazia
Da Osijek, scrive Drago Hedl
Le reazioni di politici ed opinione pubblica alla proposta di introdurre il simbolo del crocifisso nelle aule e negli edifici statali. Dall’opposizione allo yoga alle polemiche sul concerto di Marilyn Manson all'arena di Pula, le relazioni pericolose tra religione, politica e società in Croazia
Il concerto di Marilyn Manson a Pula (foto Hina) La Croazia accoglierà la recente proposta di Papa Benedetto XVI, collocando il crocifisso in tutti gli uffici pubblici e delle istituzioni statali? Malgrado il crocefisso, simbolo cristiano, sia già presente in Croazia in molte stanze degli ospedali, in aule scolastiche, negli asili o negli uffici di alcuni uomini politici, la collocazione obbligatoria rappresenterebbe qualcosa di diverso.
In un Paese nel quale la Chiesa ha un'enorme influenza sula vita politica, il governo ha reagito in maniera molto cauta alla proposta papale. Un portavoce ufficiale ha semplicemente detto che questa idea sarebbe stata considearata attentamente, prendendo in questo modo tempo per sondare l'opinione pubblica.
Diversamente dalla posizione cauta assunta dal governo del Premier Ivo Sanader, l'opinione pubblica da subito non ha accolto con eccessivo entusiasmo l'idea. Solo rari uomini politici, come il presidente del Partito Croato dei Diritti (HSP), Ante Djapic, hanno accolto senza riserve l'iniziativa papale. Il rappresentante della destra ha dichiarato di aver già diramato una circolare, dal proprio ufficio di sindaco di Osijek, perchè anche il crocefisso, insieme allo stemma e alla bandiera croata, compaia negli spazi pubblici.
Il più forte partito di opposizione, SDP (Socialdemocratici), che negli ultimi mesi è cresciuto significativamente in popolarità e che – secondo i sondaggi della pubblica opinione – attualmente gode del sostegno di più elettori di quanti non ne abbia l'Unione Democratica Croata (HDZ) al potere, ritiene che, se il crocefisso venisse messo per legge negli uffici pubblici, in quanto simbolo di una sola fede, questo violerebbe seriamente il diritto costituzionale dell'uguaglianza tra i cittadini. Persino all'interno del Partito Croato dei Contadini (HSS), tradizionalmente vicino alla Chiesa cattolica, si ritiene che l'esposizione del crocefisso sia una questione personale di ogni individuo e che questa questione non dovrebbe essere regolata diversamente tramite imposizioni o prescrizioni.
Sembra peraltro che neppure all'interno della stessa Chiesa cattolica croata ci sia una totale concordanza rispetto all'idea del Papa. Da un lato, immediatamente dopo la dichiarazione di Benedetto XVI sull'importanza che «Dio sia presente nella vita pubblica, con il simbolo del crocefisso, nelle case e negli uffici statali», ci sono state dichiarazioni non ufficiali sul fatto che già lo scorso autunno i vescovi croati avevano inviato una richiesta esplicita sull'esposizione del crocefisso negli uffici dello Stato. D'altro canto, però, il capo redattore dell'influente settimanale cattolico «Glas koncila» [Voce del Concilio], Ivan Miklenic, ha spiegato che non sarebbe opportuno interpretare alla lettera la proposta del Papa, pronunziata nella predica tenuta a Castelgandolfo, in occasione della festività dell'Assunta:
«La presenza di Dio nella vita pubblica, questione di cui il Papa si preoccupa, è più importante rispetto a quella di dove sarà esposto il crocefisso. Il Papa sottolinea l'importanza del rispetto della dignità dell'individuo, della libertà, della pace, della solidarietà e dei diritti sociali. Dovunque tali valori si manifestino, lì Dio è presente nella vita pubblica e questo, secondo me, è molto più difficile da realizzare rispetto all'affissione di un qualsiasi simbolo. Per questo ritengo che le parole pronunciate dal Papa in una Messa non siano volte a fare in modo che venga condotta in ogni dove un'azione per la sistematica affisione del crocefisso nei luogi pubblici», ha dichiarato Miklenic.
La nota teologa liberale Ana Marija Grunfelder, che ha spesso criticato singole iniziative della Chiesa, afferma di non comprendere cosa abbia condotto Benedetto XVI a presentare una tale idea. La Grunfelder dice di credere che la possibile causa di ciò sia l'influenza esercitata dal cristianesimo barocco della Germania meridionale, nela cui atmosfera il Papa è cresciuto, e la ricchissima presenza di simboli nelle chiese bavaresi. Nonostante il fatto che – aggiunge la Grunfelder – questo elemento non sia presente nella teologia di Benedetto XVI:
«Forse Ratzinger ha tratto la conclusione che gli attuali credenti non siano più nella condizione di stabilire una comunicazione con un Dio astratto, e che per questo sia necessario il crocifisso in ogni luogo. Tutto il resto sono solo speculazioni e tentativi di penetrare il senso profondo di questo postulato di Ratzinger, il cui vero significato io non riesco a comprendere», ha dichirato Ana Marija Grunfelder.
Gli osservatori della politica della Chiesa cattolica in Croazia fanno notare che, molto probabilmente, nonostante la Chiesa non intenda rivendicare la attuazione letterale della proposta papale, sia però orientata a richiedere la presenza obbligatoria del crocefisso in tutte le istituzioni statali. Da nessuna parte in Europa, si fa tuttavia notare, la questione è risolta in questo modo. Così viene richiamata l'attenzione sul caso avvenuto nella vicina Italia dove, poco prima di due anni fa, a L'Aquila, a seguito dell'istanza avanzata dal capo della locale comunità musulmana, un Tribunale aveva statuito che – per la parità di diritti religiosi – i crocefissi avrebbero dovuto essere rimossi da asili e scuole statali.
La Chiesa cattolica [locale] è spesso considerata da una parte dell'opinione pubblica croata come latrice di posizioni intolleranti ed esclusive. Permane ad esempio il ricordo della forte opposizione esercitata dalla Chiesa nei confronti dell'introduzione dello yoga nelle scuole. La Chiesa temeva infatti che lo yoga avrebbe potuto suscitare l'interesse degli studenti nei confronti delle religioni orientali. Allo stesso modo, ci fu una grande discussione e furono presentati pareri molto diversi rispetto all'obbligo di introdurre il catechismo nella scuola dell'obbligo e negli asili. La Chiesa era tuttavia riuscita a perseguire con successo queste proposte.
Allo stesso modo, due anni fa, la Chiesa aveva esercitato una forte pressione per ottenere la chiusura domenicale dei negozi. Il governo dell'allora Premier, il socialista Ivica Racan, aveva ceduto alle pressioni facendo approvare dal Parlamento una legge che limitava rigorosamente il lavoro domenicale dei grandi centri commerciali. La Corte Costituzionale aveva poi annullato quella legge, ma la Chiesa ha continuato ad insistere per ottenere quel divieto.
Proprio in questi giorni, quasi contemporaneamente con la proposta del Papa di introdurre il crocefisso in tutti gli uffici pubblici, nuovamente su iniziativa della Chiesa, è iniziata una forte campagna per vietare il concerto di Marilyn Manson. Il controverso musicista rock, atteso a Pula, principale città della più liberale regione croata, l'Istria, per il 22 agosto, era praticamente stato vietato, con la motivazione che Manson «offende il sentimento religioso dei cittadini». Tuttavia, a seguito di una serie di articoli negativi sulla stampa estera rispetto ai «metodi da Inquisizione» utilizzati dalla Chiesa croata per impedire un concerto rock, la polizia ha infine lasciato cadere il divieto.
Le pressioni delle associazioni cattoliche e religiose non sono tuttavia diminuite, e la polizia ha promesso che – nel caso che Manson nel corso del concerto avesse offeso il sentimento religioso dei cittadini – la sua esibizione sarebbe stata interrotta e il cantante condotto in Tribunale [il concerto si è infine svolto regolarmente, ndt]. www.osservatoriobalcani.org
agosto 24 2005
La verità, due anni dopo
Costanzo Ranci
Emmanuele Pavolini
Come ogni anno, a fine giugno, l’Istat ha presentato il Bilancio demografico annuale del nostro paese: una contabilità delle nascite e delle morti, delle immigrazioni e delle emigrazioni.
I media hanno evidenziato soprattutto l’aumento della natalità rilevata nel 2004, ma hanno trascurato un altro dato: il numero mensile di morti avvenute nel triennio 2002-2004.
La calda estate del 2003
Dai dati si desume che tra luglio e settembre 2003, la famosa estate dell’emergenza caldo, sono morte complessivamente circa 144mila persone. Nell’anno precedente e in quello successivo, le morti registrate sono 124mila. L’Istat stessa attribuisce l’incremento di 20mila morti alla "anomalia registrata nel 2003", descritta nel rapporto come "una forte ondata di caldo estivo che aveva provocato, nel periodo giugno-settembre, quasi 20mila morti in più rispetto agli stessi mesi del 2002".
Ricordiamo tutti quei giorni e lo stillicidio di morti e di dichiarazioni pubbliche, che dal nostro paese sembravano espandersi Oltralpe, verso paesi dotati, oltre che di brezze meno leggere, di sistemi sanitari e assistenziali più sviluppati del nostro, come la Francia e la Germania.
I piani di Francia e Italia
Allora, terminata l’emergenza, si erano fatti alcuni calcoli.
In Francia, la contabilità delle morti è stata subito precisa, con una stima di circa 11mila decessi attribuibili, direttamente o indirettamente, all’ondata di calore: un dato sufficiente a produrre un importante dibattito pubblico sull’assistenza agli anziani, ma anche la ricerca delle responsabilità politiche e amministrative. Messo sotto pressione, il ministro alla Sanità Mauri scaricò la responsabilità su uno dei massimi dirigenti della sanità pubblica, che fu costretto a rassegnare le dimissioni. Successivamente, fu approntato un piano nazionale di emergenza, pronto a entrare in azione in eventuali e futuri casi analoghi.
Va anche detto che la Francia, al pari della Germania, proprio negli ultimi anni ha avviato un nuovo programma pubblico dedicato specificamente all’assistenza degli anziani più fragili. Perché la strage estiva aveva avuto, se possibile, un merito: aveva rivelato che la vulnerabilità non dipendeva soltanto dalle condizioni di salute e dall’età, ma anche dalla solitudine, dalla condizione abitativa, dalla mancanza di informazione e di assistenza medica. Aspetti non così fatali ed eccezionali come i primi, la cui portata poteva essere ridotta attraverso piani territoriali, servizi di ascolto e di counselling, accurati piani di monitoraggio e di prevenzione.
E nel nostro paese? Il ministro della Salute da un lato reagì scatenando una polemica con gli enti locali, accusati di scarsa capacità di intervento. (1) Dall’altro annunciò l’avvio di un’inchiesta, affidata all’Istituto superiore di sanità. Dopo alcuni mesi, sulla base di dati sui decessi raccolti nei capoluoghi di Regione o provincia autonoma nei mesi di luglio-agosto, l’inchiesta si chiuse con una notizia rinfrancante: in Italia, nell’estate del 2003, i morti erano stati 7.600 in più rispetto all’anno precedente, molto meno di quanti segnalati Oltralpe. Inoltre, le morti erano concentrate nelle grandi città del Nord Ovest (oltre che a L’Aquila, "che abitualmente gode di clima fresco"). Il rapporto adombrava una spiegazione causale fondata su fattori esclusivamente meteorologici: l’ondata di caldo era stata mortale soprattutto nelle grandi città, dove la temperatura è più alta a causa dell’edificato, e nell’area occidentale del paese, dove "il clima estivo è solitamente temperato e fresco". Insomma: nulla di eclatante, che richiedesse la ricerca di responsabilità o l’approntamento di un piano di emergenza. L’estate del 2004 non creò problemi, fu fresca e sembrò allontanare ogni allarme.
Due anni dopo apprendiamo dall’Istat che la strage prima annunciata in diretta e poi negata dai dati ministeriali, effettivamente c’era stata. Che i morti, nell’estate del 2003, sono stati quasi tre volte tanto quelli dichiarati allora.
Ma i circa 8mila morti presunti dell’estate 2003 (in realtà 20mila) hanno prodotto, col loro sacrificio, soltanto un breve documento ministeriale, che offre alcune banali linee guida alla popolazione (stare al fresco, bere sopra la norma, non lasciare soli i propri anziani, non camminare per strada nelle ore centrali della giornata, evitare grandi scorpacciate, e così via) e blande indicazioni ai comuni su come prevenire ulteriori emergenze (attivare il volontariato, mobilitare gli ospedali, censire gli utenti dei servizi attraverso la sensibilizzazione dei medici di base). Nonostante i reiterati annunci del ministro della Salute, nessun piano nazionale di assistenza agli anziani è stato nel frattempo approvato.
Solo nei mesi estivi, alla prima apparizione del caldo, subito l’allarme ritorna, gonfiato dai media e debolmente inseguito dai responsabili di turno. Che, ancora nel 2005, insistono su "custodi sociali" affidati in gran parte al volontariato, su un call center centralizzato, nonché sull’avvio di un censimento degli anziani fragili ancora tutto da definire e da calibrare.
Logica preventiva e responsabilità
In realtà, tutta la vicenda mostra la persistenza di due vecchi vizi italiani. Da un lato, la tendenza ad affrontare i problemi assistenziali solo nell’emergenza, senza né mai sviluppare una logica preventiva. Dall’altro, la tendenza delle istituzioni a evitare di assumersi responsabilità politiche precise.
Per intervenire bisognerebbe innanzitutto conoscere meglio i termini del problema: comprendere quali sono i fattori di fragilità fisica e sociale degli anziani e considerare i molti buchi esistenti nel sistema di assistenza. Dal dibattito francese emerge come a rischio non siano genericamente gli over 65, ma gli "anziani anziani" (oltre 80 anni), fragili non solo sul piano sanitario ma anche su quello della mobilità fisica e dell’isolamento sociale (anziani soli, senza familiari, senza vicinato; persone con invalidità cronica più che malate, per i quali il ricovero in ospedale è non solo improprio e costoso, ma inutile).
L’area della fragilità va inoltre individuata con attenzione, attraverso il lavoro di rete territoriale di chi già opera sul campo (volontariato, associazioni, centri anziani, parrocchie, eccetera) e non attraverso la trasmissione di inutili elenchi amministrativi. Più in generale, bisogna sostenere reti alternative a quelle familiari, come le assistenti familiari straniere, evitando l’istituzionalizzazione se non nei casi più gravi. Così come bisogna evitare gli abbandoni temporanei da parte dei familiari incentivando l’attivazione dei servizi di respite care.
In Francia ad esempio, il piano di interventi post-estate 2003 prevede un più generale irrobustimento dell’intervento pubblico. Più investimenti per assicurare la presenza di risorse umane professionali nella rete socio-sanitaria anche nei mesi estivi (infermieri, medici ospedalieri, medici di medicina generale, assistenti sociali, etc.), evitando problemi legati alle ferie). Costituzione di equipe di collegamento fra le differenti figure e le reti di vicinato. Forti investimenti nelle strutture ospedaliere e residenziali per favorire la presenza di ambienti più freschi (condizionatori, etc.) e per mantenere aperti tutti i reparti geriatrici e di lungo degenza.
Più in prospettiva, si tratta di costruire un piano nazionale che affronti davvero alla radice il problema dell’assistenza agli anziani. L’emergenza caldo serve a sollevare il problema e fa emergere un aspetto della fragilità dell’anziano non autosufficiente che non può essere risolto attraverso una semplice misura di sostegno economico. Il futuro e auspicato Fondo per la non autosufficienza dovrà favorire, oltre che un aumento della responsabilità finanziaria pubblica in questo campo, anche una mobilitazione della rete territoriale degli interventi a più livelli: strutture centrali, enti locali, famiglie, operatori privati e volontariato.
(1) È interessante notare come nell’ottica dell’allora ministro fossero maggiori le responsabilità dei comuni rispetto a quelle dell’apparato sanitario e socio-sanitario pubblico, che da lui dipendeva. www.lavoce.info
Chi lotta, e chi vince
STEFANO SANTACHIARA
Dunque alle primarie ci saranno Bertinotti, Mastella, Di Pietro, Pecoraro Scanio, nell'ala no-global si parla di Don Gallo e Don Vitaliano, e al di fuori dei partiti è spuntato il nome di Scalfarotto. L'ampia rosa di candidature fa sghignazzare il centrodestra e ironizzare i meglio riformisti dell'Unione. Premesso che tutte le critiche sono lecite, e a differenza dei casi più o meno condivisibili, su questa necessità o convenienza di "cercare visibilità" e "pesarsi" nella coalizione, ci permettiamo di girare i riflettori di 180 gradi.
Sui Rutelli e i dielle, sui Fassino e i D'Alema, sui Boselli e gli Amato. Quelli che se ne stanno dietro le quinte ad aspettare perché per loro, per dirla alla Chiambretti, comunque vada sarà un successo. Quelli che assisteranno al confronto delle primarie in poltrona, così come i centrodestri del già esistente Partito Unico degli "Unti dall'Unto", attendendo sulla riva del fiume. Se stravincerà Prodi diranno che il loro appoggio è stato decisivo e la parte riformista dell'alleanza è il perno indiscutibile, se Prodi ne uscirà indebolito sarà l'occasione ghiotta per dettargli condizioni e paletti stavolta addirittura preventivi (ricordate l'altra, di volta?); gli eventuali successi o bocciature di Di Pietro, Bertinotti, Pecoraro ed esponenti della società civile saranno bollati, a seconda del risultato, come fallimento del radicalismo o risultato ininfluente reso possibile solo perché alle primarie votano i militanti, i più "appassionati".
Invece loro, i riformisti dalle ignote riforme autoproclamatisi "sinistra responsabile di governo", che straparlano di libero mercato (e con le lobbies) e liberalismo senza mai applicarne uno straccio di regola (antitrust, abolizione dei monopoli di stato e non, riduzione non già di servizi sanitari e scolastici ma di inutili Enti, consiglieri, assessori, portaborse e sprechi annessi che gravano sui conti della Stato e dunque sulla collettività, divisione formale e di fatto tra i cinque poteri senza neppure alcuna parvenza di commistione, organismi di garanzia veramente indipendenti e non frutto di accordi consociativi, tv pubblica affidata ai professionisti dell'informazione e non infestata dai galoppini di partito, difesa dell'indipendenza della magistratura e maggior funzionalità della stessa, per esempio a partire dalla riduzione, invece che dei reati, dei gradi di giudizio e dei cavilli possibili) e inseguono il modello angloamericano anche nei meccanismi elettorali, quando si tratta di applicare il principio base di una democrazia liberale, il voto, non ci sentono.
Ma no: tutte le tv e i giornali spiegano che i leader riformisti hanno voluto le primarie (che invece sono state imposte da Prodi), e la loro non partecipazione (fosse capitato a qualcun altro si sarebbe parlato di snobismo radical-chic..) è dovuta unicamemente al fedele appoggio a Romano Prodi, alla necessità del suo rafforzamento minacciato dalla sinistra radicale. Non sarà invece che questi, al minimo confronto vero, se la danno a gambe terrorizzati? A parte il fatto che avrebbe avuto molto più senso una sfida tra Prodi e gli altri big (vedi Rutelli, che con uno strappo ha evidenziato le ben note differenze) e il serio sospetto che a qualcuno manchino i fondamentali (i programmi restano molto top secret: unica certezza è l'arricciamento dei naso ad ogni proposta contenga parole come Etica, Morale, Trasparenza), il vero problema per i cari riformisti è il confronto con gli elettori.
Quei cittadini che dopo aver chiesto invano per cinque anni al centrosinistra governativo di essere ascoltati, sono scesi in piazza coi Girotondi a Piazza San Giovanni e con Sergio Cofferati indignati dalle leggi-vergogna berlusconiane ma anche esasperati dall'inerzia dei propri rappresentanti. Milioni di cittadini che credevano fosse possibile un ricambio della classe dirigente del centrosinistra, perlomeno un minimo turnover generazionale, uno straccio di segnale simbolico. Niente. Sono ancora tutti lì: le stesse facce, i soliti accordi. Ma cosa avrebbero da temere oggi dall'essere giudicati alle primarie? Sul piano fattuale nulla: le primarie vere di collegio proposte dal professor "Pancho" Pardi, ossia la possibilità per gli elettori di scegliersi direttamente i candidati da opporre seggio per seggio ai berluscones, sono state incenerite in un nanosecondo. E infatti, dopo queste primarie per la proclamazione ufficiale del leader, la spartizione dei futuri parlamentari in tutti i collegi per le elezioni politiche sarà decisa come sempre a tavolino dalle segreterie dei partiti. Le cadreghine sono salve.
Ma allora perché il "Pane e cicoria" che non butterebbe tutte le leggi-vergogna, l'intelligente D'Alema costretto al dietro le quinte da una persecuzione moralista, i Boato pionieri nella lotta all'anti-mafia e all'anti-corruzione, i riformisti orgogliosi della loro diversità blairiana guerrafondaia, i Boselli che faticano ancora a gridare a voce alta l'amore per il pregiudicato De Michelis, non hanno il coraggio, né ora né mai, di mettersi in gioco? Perché un confronto diretto che portasse a una sonora bocciatura, anche solo come evento simbolico, è sempre pericoloso. Hanno rischiato già una volta, al sorgere dei Girotondi, di vedersi togliere quelle deleghe in bianco. Meglio non svegliare il can che dorme. www.centomovimenti.com/
Mi presento ai lettori di Alice: perché farò le primarie”
Alice incontra Ivan Scalfarotto, l'outsider che si presenterà alle primarie dell’Unione di ottobre senza essere segretario di partito: “Sono un laico di sinistra e vivo a Londra. Tutti i voti che raccoglierò serviranno al progetto del centrosinistra”.
(Alice n.152 del 23/08/2005)
Chi è Ivan Scalfarotto?
Sono nato a Pescara il 16 agosto 1965 e il giorno del mio terzo compleanno la mia famiglia si è trasferita a Foggia, dove ho fatto tutte le scuole. Università a Napoli: mi sono laureato in legge.
Metà del mio sangue - quello che arriva da parte di madre - è napoletano, l'altra metà è un miscuglio di italiani, greci, ebrei e altro Mediterraneo dovuto al fatto che nel 1848 la mia famiglia lasciò Venezia (di qui il cognome terminante nel suffisso “otto”, 100% veneto!) per Alessandria d'Egitto. Mio nonno tornò dall'Egitto per la prima guerra mondiale e sposò mia nonna, una milanese nata vicino Bergamo.
Poco prima di laurearmi sono stato eletto consigliere di circoscrizione a Foggia, con i verdi del Sole che ride. Ho lasciato la politica in Puglia per un lavoro al nord (come capita a tanti!): mi ha assunto la Banca Commerciale Italiana nel suo gruppo di neo assunti ad alto potenziale. Ho girato un sacco di città italiane in quel periodo: Barletta, Viareggio, Padova, Monza, Biella. Poi, nel 1992 arrivo a Milano, alla Direzione Centrale.
Amo Milano appassionatamente, è la mia casa. “Mi piacciono i tuoi quadri grigi, le luci gialle, i tuoi cortei” cantava Alberto Fortis di Milano a quel Vincenzo che voleva assolutamente ammazzare. Ecco, quei quadri, quelle luci e quei cortei piacciono moltissimo anche a me.
Ancora lavoro: lascio la Comit nel 95 e vado all'Ambroveneto. Ancora Milano, poi per 18 mesi lavoro a Genova come Capo del Personale della Liguria. Nel 1998 vengo infine assunto a Citibank come Direttore Risorse Umane per l'Italia.
La passione politica non mi ha mai abbandonato. Nel 1996 scrivo una lettera a Repubblica per dire che il governo dell'Ulivo non fa sognare come tutti ci aspettavamo. Nascono “I delusi dell'Ulivo” e mi ritrovo d'improvviso a Palazzo Chigi con Prodi e Veltroni che vogliono saperne di più. Ma finisce lì.
Nel 2001 fondo con alcuni amici "Adottiamo la Costituzione", un movimento per la difesa della nostra Carta fondamentale Chiediamo a tutti i cittadini di adottare un articolo e di difenderlo, come si fa con le scuole e con i monumenti. E anche con i bambini.
Dal 2002 vivo a Londra, faccio il capo delle risorse umane della divisione "Capital Markets" di Citigroup. Per lavoro gestisco 2200 persone in 54 paesi di Europa, Medio Oriente e Africa. Assieme ad un gruppo di italiani stupefatti dalle non lodevoli imprese del nostro governo di centrodestra (ma certamente non disposti ad arrendersi), fondo il primo circolo all'estero di Libertà e Giustizia attorno al quale gravitano in breve tempo centinaia di persone. Due settimane fa, entrando a una riunione, tutti i presenti mi chiedono di candidarmi alle primarie.
E io accetto.
Perchè ha deciso di candidarsi?
Per contribuire al rinnovamento della politica italiana e del paese in generale. In Italia esistono persone che altrove costituirebbero la colonna vertebrale della società e che qui in Italia restano sistematicamente escluse dalla responsabilità di gestire e far crescere questo paese. Credo inoltre che la mia candidatura contribuirà ad ampliare l'interesse per le primarie e il consenso per l'Unione a persone che sono in questo momento probabilmente un po' tiepide nei confronti dalla politica del centrosinistra.
Quale la sua storia politica? Quale il suo partito di riferimento?
Sono un laico di sinistra, convinto però che il centrosinistra abbia lavorato in modo davvero efficace soltanto quando è stato in grado di sintetizzare gli orientamenti di tutte le sue anime (quella ambientalista, quella cattolica-democratica, quella socialista) senza polemiche e divisioni.
Quali i principali punti programmatici della sua candidatura?
Riaprire il paese alle sue forze migliori, rilanciando la ricerca e l'innovazione; ribadire il valore della laicità dello stato e sostenere i diritti di tutti i cittadini; riportare l'attenzione della nostra politica europea ai contenuti (pace, lavoro, innovazione) piuttosto che ai meccanismi istituzionali
Se non si fosse candidato lei in prima persona per chi avrebbe votato alle primarie?
Per Romano Prodi, ma alla fine ho deciso di candidarmi...
Ammettendo che alla fine vinca Prodi, quale crede debba essere la percentuale che Prodi deve raggiungere perchè queste primarie non siano per lui un boomerang?
Non mi pare una questione di numeri, mi pare invece che Prodi avrà vinto se il suo progetto di una coalizione forte e compatta sarà legittimato dalle primarie. Anche i voti espressi in mio favore contribuiranno a rafforzare quel progetto.
Teme più Berlusconi o Casini come leader del centrodestra nel 2006?
Beh, non c'è molto da dire: mi pare che il candidato sia Berlusconi e che questo non sia in discussione, a sentire il Presidente del Consiglio. In ogni caso, il prossimo premier sarà di centrosinistra.
Stefano Delendati www.dilloadalice.it
Festa dell’Unità al via
«Un euro per battere Berlusconi»
Da domani al 18 settembre a Milano
Prodi e Fassino chiuderanno insieme
di Luigina Venturelli/ Milano
da l'Unità - 24 agosto 2005
DUETTO Prima assoluta: un tandem per il comizio finale della festa nazionale dell’Unità. Il 18 settembre Prodi e Fassino chiuderanno insieme l’evento milanese, rompendo una tradizione che durava indenne da sessant’anni. Da che il festival aprì i battenti nel
1945 a Mariano Comense, per celebrare l’avvenuta liberazione e l’uscita dalla clandestinità del giornale fondato da Gramsci, il segretario del partito è sempre stato protagonista unico: i discorsi precedenti al suo, affidati a esponenti dell’Internazionale Socialista o della Sinistra Giovanile, riscaldavano più che altro l’atmosfera.
Non stavolta. Il candidato premier dell’Unione parlerà prima del leader Ds e c’è da scommettere su quale intervento attirerà maggiormente l’attenzione della folla e della stampa. Non si tratta di un gesto generoso, ma di un preciso messaggio politico da parte di Piero Fassino: alla vigilia delle primarie e all’avvicinarsi delle elezioni 2006, tutti gli sforzi dei Democratici di Sinistra - all’interno della coalizione come fra le mura casalinghe del loro festival - sono per Romano Prodi. «È l’uomo che meglio di ogni altro ha la forza e le capacità per guidare l’Italia fuori dalla palude nella quale è sprofondata durante gli anni di governo della destra» scrive il segretario nel coupon informativo sulle primarie che sarà distribuito nei vari stand, dove si raccoglieranno anche le 10mila firme necessarie per la sua candidatura. «Sarà l’occasione per mobilitare centinaia di migliaia di cittadini a sostegno di Prodi» specifica il responsabile della comunicazione politica della segreteria Ds, Gianni Cuperlo.
La festa, che aprirà domani i battenti nell’area Lampugnano-Monte Stella per 26 giorni di dibattiti, incontri, concerti e spettacoli, sarà anche l’inizio ufficiale della campagna elettorale. Tanto per capire: nei ristoranti allestiti verrà chiesto un euro supplementare per il coperto, per finanziare la competizione alle urne. «Un euro per battere Berlusconi» spiega il tesoriere nazionale Ds, Ugo Sposetti. «Non si governa l’Italia senza governare Milano - rincara la dose il segretario provinciale, Franco Mirabelli, pensando alle prossime elezioni comunali - questa città è lo specchio di un Paese governato male, ma ricco di energie e risorse su cui investire. Possiamo davvero ritornare all’amministrazione di Milano insieme alle tante forze che vogliono cambiare».
Alle decine di dibattiti organizzati spetta fornire spunti programmatici. Vi parteciperanno tutti i leader del centrosinistra, da D’Alema a Veltroni, da Rutelli a Pecoraro Scanio, da Di Pietro a Boselli e Diliberto. Romano Prodi sarà ospite due volte oltre alla chiusura con Piero Fassino. Numerose anche le presenze di rappresentanti del centrodestra: dai ministri Pisanu, Storace, Maroni e Alemanno al presidente della camera Casini. All’interno della manifestazione si svolgerà anche il Global Progressive Forum, promosso dal Partito socialista europeo per parlare di Africa, lotta all’Aids, povertà, ambiente e globalizzazione. Ottimistiche le previsioni sulle presenze e sugli incassi, che dovrebbero almeno eguagliare i numeri di Genova 2004: sono attesi oltre 2 milioni di visitatori per un incasso finale di oltre 3 milioni e 600mila euro: al netto dei costi per le infrastrutture realizzate sull’area di 150mila metri quadrati e che rimarranno alla città, l’utile dovrebbe essere di circa 100mila euro.
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Ds Milano - Rassegna stampa
La Ferilli si separa: al via le primarie nel Centrosinistra
Appena giunta la notizia della separazione dal marito, migliaia di candidati alla successione mandano in tilt il centro prenotazioni. La vecchia fiamma Bertinotti parte in pole e promette il ministero degli esteri. In una lettera a Repubblica Rutelli rinnega la fede laziale
ROMA – “Sabrina Ferilli si separa dal marito”. E’ bastato questo semplice lancio d’agenzia, alle 14.55 di un freddo martedì d’agosto, a far partire l’ennesima zuffa nel centrosinistra.
Non è un mistero infatti che, da sempre, nel prosperoso petto della più amata dagli italiani batta un cuore rivolto a sinistra. E adesso che quel prestanome che non è neanche un immobiliarista e non è coinvolto in nessuna inchiesta finanziaria si toglie finalmente di mezzo, la bella ciociara può finalmente tornare a far palpitare i cuori.
Così, il fiacco dibattito intorno ai programmi ed ai candidati alle primarie si è improvvisamente animato: chi sarà il fortunato vincitore meritevole di issare cotanta bandiera rossa?
Ovviamente in pole position il focoso Fausto Bertinotti, che le ha subito dedicato una serie di post-it “Voglio” colmi di passione proletaria che non possiamo pubblicare perché ci leggono anche i bambini. Ma non si è fatta attendere la reazione stizzita dei DS: “Prodi prenda posizione, e dica chiaro e tondo che Sabrina deve darla a Fassino”. Il povero Piero ha cercato dapprima di evitare l’impatto con la simpatica pasionaria, temendo di perdere drammaticamente visibilità in mezzo a quelle poppe, ma poi ha accettato la candidatura impostagli dal partito, dichiarando alla stampa che “sì, lei ha proprio tutto quello che a me manca”.
Da Ceppaloni anche Clemente Mastella ha fatto sentire la sua voce ricordando alla bella divorzianda la proverbiale ars amandi dei popoli del sud italico, e facendole capire di poter assicurare un posto alle poste per almento tre membri della famiglia. Perfino Rosy Bindi ha invocato le pari opportunità, reclamando che anche una donna deve poter accedere ad un posto così ambìto.
Ma la competizione nel centrosinistra non è bella se non è litigarella, perciò, in una accorata lettera a Repubblica, Francesco Rutelli ha stigmatizzato il comportamento degli alleati ribadendo la necessità di valorizzare il centro della coalizione e, sottolineando il fascino dei suoi occhioni azzurri, ha abiurato tre volte la fede laziale, sostenendo la sua forte somiglianza con Francesco Totti e le sue barzellette.
Ora, si sa, dove va Rutelli, un quarto d’ora dopo arriva Perferdinando Casini, e viceversa. Così, non potendo divorziare da un giorno all’altro per evidenti motivi catto-elettorali, l’affascinante leader centrista ha comunque fatto capire tra le righe di gradire un cambio di leadership.
Malinconicamente assente invece la reazione di Gianfranco Fini, impossibilitato a dire alcunchè sull’argomento da quando l’arcigna moglie, mesi fa, folle di gelosia, lo ha ammanettato a Er Pecora dopo l’imperdonabile scappatella con la Prestigiacomo. www.giuda.it
Non siamo pronti
di ALESSANDRO ROBECCHI
Ero davvero pronto a tutto. A tutto, tranne che a sentirmi dire che «non siamo pronti». Eppure, stringi stringi, tra l'attesa delle primarie e l'attesa delle elezioni, è questo che, in sostanza, sta dicendo l'opposizione-futura-maggioranza: non siamo pronti alla spallata finale, non vogliamo elezioni anticipate, nemmeno di cinque minuti. Il programma arriverà mentre ci stiamo facendo la barba per andare al seggio, perché «nessuno presenta un programma dieci mesi prima delle elezioni». Meglio dieci minuti prima, così non ci sarà troppo tempo per litigarci sopra. Persino dalle chiacchiere tra i compagni, dai microfoni aperti di Radio Popolare, dai commenti dei dirigenti e pensatori della sinistra sui giornali, si apprende alla fine questo: vinceremo, probabile, ma adesso, ora, in questo preciso istante, «non siamo pronti». Ecco. Io ero pronto a tutto, ma non a non essere pronto. Mi aspetto ancora furibonde giravolte, carpiati e capriole, centristi che si accentrano, Rutelli che rutellano, persino un paso doble di Casini, condito con qualche sberlone tra ds e margherita, tra margherita e ds, rinfacci e accuse su banche e banchieri, don Gallo che fa gli scherzi da prete a Bertinotti. E magari anche qualche «lei non sa chi sono io» e un paio di fraterni «vaffanculo», insomma, la tipica dialettica interna del centrosinistra ai tempi del colera, che attraversiamo ormai da qualche decennio senza aver scoperto il vaccino.
Io so tutte queste cose e le considero un po' patrimonio genetico della sinistra. Ma non essere pronti, una volta tanto, non è possibile, non è perdonabile e ancor meno è comprensibile. E' quasi una provocazione, come se il Cnl nell'aprile del '45 avesse tuonato dalle colline: non siamo pronti, si potrebbe rimandare al 25 maggio? Al 25 giugno? Dateci ancora un po' di tempo. Proprio così: dopo quattro anni abbondanti di scorrerie e ruberie, di calpestamento della costituzione, di arricchimento dei ricchi, di impoverimento dei poveri, di voti di fiducia, di leggi fatte apposta per salvare il culo a questo e a quello, di pasticci, di patti vergognosi con la Muti leghista, di leggi razziali come la Bossi-Fini (e potrei andare avanti per un paio di paginette), non si può dire «non siamo pronti». Eppure ogni volta eravamo lì, a strapparci i capelli e a protestare. A dire «all'erta sto», a gridare al regime, e a litigare tra noi se c'è il regime, se non c'è, se solo gli somiglia, se è da operetta o da ospedale psichiatrico. Ma intanto il regime o chi per lui andava avanti, risolveva il problema dei precari precarizzandoli a vita, normalizzava l'informazione, faceva i soldi. Praticava - dal calcio alle assicurazioni che si mangeranno i tfr, dalla tivù alla finanza - il suo elefantiaco conflitto di interessi, quel peccato originale che tutti i tromboni del grandi giornali denunciarono da subito: si risolva il problema in cento giorni! In un anno! E poi, oblio e silenzio. E ogni volta che passava una legge, una politica neoliberista, un restringimento dei diritti - dalle legge 30 alla legge 40 - o addirittura una guerra, tutta l'opposizione che tuonava: noi faremo, noi diremo, noi cambieremo tutto questo. E dunque ti veniva da pensare, gattino cieco che sei, che eccolo qui il programma, è già fatto: ogni cosa loro la dovremo ribaltare, abrogare, ridiscutere. Eccolo qui il programma, una ricostruzione nazionale, un rendere ai derubati dal mercato quello che si sono presi gli squali dei dividendi e delle plusvalenze. Un restituire dignità e «normalità» (e soldi) al paese, un bastonare il falso in bilancio anziché benedirlo e incentivarlo. Insomma, uno scendere e sciamare dalle colline verso le città e liberarle, e dire chiaro e forte che adesso si cambia musica. Magari con qualche ingenuità, o eccesso di entusiasmo, magari dicendo che l'ha fatto Zapatero, facciamolo pure noi. E invece guardo ai discorsi della sinistra e vedo che Zapatero praticamente non esiste: non solo non è un esempio, ma rompe le scatole, è un cattivo maestro. Meglio farlo dimenticare, che sennò si spaventano i centristi, al Riformista appendono l'aglio alle porte della redazione, a Rutelli gli viene l'orticaria; seri e ponderosi, i ds dicono: non esageriamo!
Ecco qui, non siamo pronti, dobbiamo ancora sistemare tante cose, Ds, Margherita, terzo polo, Mastella, i post-it di Bertinotti, la sindrome da accerchiamento, la questione morale, le banche e le cooperative. Quattro anni di salita, e ora che comincia la discesa, tutti contro tutti, a sputarsi e tirarsi i capelli. Coraggio, per il programma è presto, non vedete che abbiamo da fare? Non siamo pronti.
Incredibile.
da il manifesto
Dove abita la società civile
di Nando Dalla Chiesa
Ma davvero è stato il Generale Agosto a sconfiggere l’appello di Paolo Flores d’Arcais e di altri intellettuali a candidare alle primarie un esponente della «stagione dei movimenti»? E davvero di quella stagione non è rimasto quasi più niente, poche gocce di benzina e basta per un centrosinistra destinato a vivere ormai di apparati di partito? Antonio Padellaro ha già dato la risposta fondamentale: il popolo protagonista di quella stagione ha scelto di votare Romano Prodi.
Ma è utile aggiungere qualche altra nota su passato e presente per dare un senso più preciso agli scenari attuali; e per aiutarci a non consegnare né a Berlusconi né alle oligarchie di partito l’immagine di un’Unione senza ossigeno civile.
Torniamo dunque per un attimo all’origine: all’urlo di Moretti, ossia al canonico punto di svolta (e di lancio) di quella stagione. Quella sera di febbraio del 2002 a Piazza Navona le migliaia di persone presenti non erano venute a sentire il regista, il cui intervento fu in realtà uno spettacolare fuori programma. Avevano invece raccolto l’invito alla mobilitazione per una «legge uguale per tutti» di quaranta parlamentari dell’Ulivo. I quali da mesi percepivano il rischio di farsi risucchiare da quello che Gramsci chiamava il «cretinismo parlamentare», ossia la conta imbelle di maggioranze e minoranze mentre la democrazia viene spolpata. Una risposta all’altezza della prima sequenza di leggi della vergogna, così si pensava, sarebbe stata possibile solo con il sostegno di un movimento di popolo. Era il ritorno sulla piazza (come a Firenze e Milano nelle stesse settimane) dopo una lunga stagione di latitanza. Per quei tempi fu un successo, che si avvalse anche dell’aiuto organizzativo di una sezione Ds del centro di Roma. Sul palco venne dato ampio spazio agli esponenti della società civile. Chiuse Moretti con la sua frase iconoclasta («Con questi dirigenti non vinceremo mai»). E suscitò un’ovazione ed effetti tonificanti.
Ma resta il dato di fatto: sin dall’inizio parlamentari e società civile procedettero appaiati (nelle loro espressioni più vitali) nell’impegno per difendere le ragioni della democrazia e della decenza istituzionale.
La stessa manifestazione di piazza San Giovanni nacque sull’onda di una forte mobilitazione intorno al Senato (anche allora era agosto...) in cui, dopo un’occupazione notturna dell’aula della commissione Giustizia, si realizzò una indimenticabile fusione tra rappresentanti delle istituzioni e movimento. Di più: l’appuntamento del 14 settembre vide un impegno diretto di tutta l’opposizione (che saggiamente rinunciò a promuoverlo in proprio per facilitare una partecipazione dei cittadini trasversale agli schieramenti politici).
Come dimenticarlo? Per preparare la manifestazione in molte città vennero messe a disposizione le sedi politiche, le feste de l’Unità brulicavano di banchetti per l’organizzazione del viaggio a Roma, non ci fu associazione vicina a questo o quel partito che non si sentisse direttamente impegnata a portare almeno «un pullman a Roma». Non ci fu insomma, quella volta, la nascita di un popolo alla ricerca di una nuova rappresentanza politica. Semplicemente, da un lato si mobilitò un’Italia più incline all’associazionismo civile; dall’altro si espresse al meglio la nuova natura dei partiti, assai più fluidi e sciolti di una volta. Più disposti a «stare nei movimenti» in virtù di una somma di convinzioni individuali e in virtù di direttive centrali.
Non fu l’unico grandioso momento di quella stagione. Il sabato primaverile dei tre milioni di Cofferati, il febbraio successivo con altri tre milioni per la pace, segnarono un ciclo di partecipazione senza precedenti nella storia d’Italia, con cifre da fare impallidire il pur mitico Sessantotto.
Poteva durare all’infinito? Certamente no. I grandi movimenti si formano per combinazioni chimiche irripetibili allestite dalla Storia (da noi, pare, a cicli quasi decennali: ’68-’72, ’77, ’90-’93, 2002-’03). Questo spiega perché, fuori da quelle combinazioni chimiche, una nuova san Giovanni oggi non sia pensabile neanche per la SalvaPreviti, che pure è dieci volte peggio della Cirami. E perché oggi, diciamo dal lodo Schifani in poi, si lamentino vuoti politici su una sponda o sull’altra.
Talvolta con i cittadini più attivi che si sentono privi di una adeguata rappresentanza politica. Altre volte con i parlamentari più sensibili che si percepiscono, nei vuoti di attenzione dell’opinione pubblica, alla stregua di liberi professionisti dell’opposizione. E tuttavia sarebbe sbagliato non cogliere il dato di fondo di questa quiete apparente dell’agosto 2005. Essa in fondo si è prodotta anche perché, da quel 2002, il centrosinistra ha infilato una vittoria elettorale dopo l’altra così che oggi il popolo dei movimenti guarda soprattutto a come potrà, dopo quella dura fase di resistenza, portare al governo i propri valori.
Certo, se qualcuno scommise, dopo il Palavobis, all’interno e all’esterno dei movimenti, sulla frana dei partiti del centrosinistra e dei suoi gruppi dirigenti anziché su un rapporto dialettico tra partiti e movimenti, puntò cioè su un processo di sostituzione affinché su un processo di scambio e osmosi, allora la delusione è legittima. Perché quei famosi dirigenti, nonostante tutto, anche grazie alla (provvidenziale) spinta critica dei movimenti, hanno vinto per ora tutte le prove. Non solo, ma proprio uno dei protagonisti del Palavobis, Roberto Zaccaria, è stato recentemente eletto a Milano nel collegio di Bossi a testimonianza che il rapporto dialettico c’è stato e ha funzionato anche a distanza di tempo.
Ma se la delusione nasce dall’atteggiamento attuale verso le primarie, essa davvero non appare giustificata. Per il semplice e solare fatto che quel popolo dei movimenti che per decine di manifestazioni ci ha chiesto unità (e rispetto per il patrimonio di entusiasmo che ci offriva) ha già deciso di votare Romano Prodi. Perché lo considera il punto di unità più avanzato possibile e dunque, anche per questo, il candidato che offre più possibilità di vittoria. E perché vuole, con il proprio voto alle primarie, metterlo al riparo da eventuali, sempre possibili, «congiure di palazzo» o pretestuose divisioni una volta che dovesse andare al governo.
Quanto alla presenza, nella competizione di ottobre, di esponenti della «stagione dei movimenti», essa, per onore di cronaca, ci sarà comunque. Ivan Scalfarotto (e gliel’ho detto con sincera chiarezza) non avrà il mio voto. Ma è indubbio che con «adottiamo la Costituzione» è stato attivo in tutta l’esperienza milanese nei momenti dell’onda alta e ha poi continuato a Londra con «Libertà e Giustizia»; non avrà notorietà o influenza mediatica, ma mi sembra onesto riconoscergli i titoli acquisiti sul campo, fra cui quello di averci messo almeno la faccia direttamente.
Su un punto decisivo Flores ha però ragione. Ed è che occorre fare di tutto perché gli elettori del centrosinistra sentano che il loro voto non servirà solo a battere Berlusconi. Che sentano che «vale la pena» votare per l’Unione. È questa una preoccupazione condivisa da molti, anche nei partiti, se è vero che iniziano a essere un po’ troppe, sia in sede locale sia in sede nazionale, le docce fredde che arrivano addosso a chi non aspetta altro che una svolta nei valori e nei metodi della politica. Che le primarie siano dunque il luogo giusto per dire che il popolo del centrosinistra c’è, partecipa ed è attento. Dopo sarà più facile, o meno problematico, ottenere che le scelte delle candidature esprimano una domanda di cambiamento.
Dopo sarà più facile, o meno problematico, avere un governo in cui possa riconoscersi il popolo che in quel cruciale 2002-2003 ha chiesto a voce più alta un’Italia civile, libera e pulita. www.unita.it
Il vento che cambia
Negli Usa si risveglia il movimento pacifista. Anche nello Stato che più ha votato per Bush
Tutto merito di Cindy Sheehan? Chissà. Ma è un fatto che l’iniziativa della 48enne madre di un soldato caduto in Iraq, che dal 6 agosto è accampata davanti al ranch del presidente Bush a Crawford, ha galvanizzato il movimento pacifista americano. Che è sempre attivo, ma non ha la stessa presa sulla popolazione rispetto a quello europeo. E soprattutto non riesce a sfondare nei grandi media. Fino ad ora era così: tra i segnali che forse siamo a un punto di svolta, c’è anche la massiccia copertura raggiunta dalle varie manifestazioni contro la guerra in Iraq che spuntano qua e là negli States. Come l’ultima, quella di ieri nel repubblicanissimo Utah: circa duemila persone a contestare Bush, in arrivo a Salt Lake City per parlare alla convention annuale dei Veterans of Foreign Wars.
Nello stato più bushista d’America. La folla in piazza contro la guerra è anche venuta a contatto con le migliaia di veterani in città per la convention, la grande maggioranza dei quali è con Bush anche sull’Iraq. Un confronto pacifico (a suon di slogan gridati e fischi reciproci) ma significativo, che non si vedeva dai tempi del Vietnam: il simbolo di un’America sempre più spaccata. E tutto questo nello Utah, lo Stato che in percentuale ha regalato più voti a Bush nelle ultime elezioni: il 71,5 per cento. Duemila persone a gridare in piazza il loro no alla guerra (con striscioni come “War comincia per W”) sono tante. E un’affluenza così alta è anche merito dell’appello fatto prima della convention dal sindaco di Salt Lake City, Rocky Anderson.
L’appello del sindaco. “Questa amministrazione è stata disastrosa per il Paese – aveva detto venerdì –. Se la gente si organizzasse per far sentire la sua voce in modo efficace dallo Stato più repubblicano della nazione, ciò attirerebbe molta attenzione. Non lasciate venire Bush nello Utah senza fargli vedere che esiste un’opposizione!”. Così è stato. Ha poi continuato ieri davanti ai manifestanti che avevano raccolto il suo appello: “Per essere qui oggi, siete dei veri patrioti”. E anche se Anderson è una specie di mosca bianca nello Utah (formalmente non è affiliato a nessun partito, ma è un democratico molto liberal), il significato della sua “chiamata alle armi” non cambia: fino a qualche mese fa, probabilmente, nessuna carica istituzionale avrebbe osato criticare così apertamente la politica di Bush in Iraq. Anderson lo ha fatto intervenendo anche alla convention dei veterani: “Il nostro Paese è entrato in guerra grazie a delle bugie”. I “buu” ricevuti dai partecipanti al meeting non lo ha scoraggiato.
L’ombra del Vietnam. Ora, segnali del genere vengono da tutti gli States. La settimana scorsa, veglie in onore di Cindy Sheehan sono state organizzate in centinaia di città. Joan Baez, la cantautrice famosa negli anni Sessanta per le sue prese di posizione contro la guerra in Vietnam e a favore dei diritti civili per i neri, ha cantato all’accampamento di Cindy Sheehan. L’attrice Jane Fonda, anche lei impegnata nel campo pacifista ai tempi del Vietnam, ha annunciato che nella prossima primavera girerà gli States in autobus assieme alle famiglie di altri soldati, per chiedere il ritiro delle truppe dall’Iraq. Tutto questo mentre l’apprezzamento dell’operato del presidente scende sempre di più nei sondaggi (siamo al 44 per cento), e gli stessi risultati vengono fuori quando nei questionari viene chiesto alla gente se è soddisfatta di come è stata gestita la guerra in Iraq. Cindy Sheehan, nel frattempo, è al capezzale della madre malata. Ma all’accampamento di Crawford sono rimaste centinaia di persone che hanno sposato la sua causa. L’embrione di un movimento che cammina con le sue gambe? Questo lo dirà la storia. Di sicuro, anche solo un anno fa difficilmente sarebbe successo.
Alessandro Ursic www.peacereporter.net
Aule nuove, menzogne vecchie
A Beslan i russi costruiscono nuove scuole, ma non raccontano la verità
scritto per noi
da Gianluca Ursini
Tra grande sfarzo, televisioni proputiniane convocate in gran numero, giornalisti compiacenti a presentare la buona novella della settimana, sono state inaugurati mercoledì 17 i due nuovi istituti che a Beslan, repubblica caucasica dell’Ossezia del Nord, dovranno sostituire la scuola ‘Numero 1’, teatro l’anno passato di un’assedio durato tre giorni al termine del quale morirono quasi 400 persone su un migliaio di ostaggi. Un'azione terroristica compiuta da un gruppo che chiedeva la fine del massacro ceceno e in seguito rivendicata dal comandante ceceno Shamil Basaiev.
Aule nuove, menzogne vecchie. Allora i guerriglieri fecero irruzione nella scuola, riempita di ordigni e armi durante i lavori di ristrutturazione estivi, all’inaugurazione dell’anno scolastico, primo giorno di settembre. Quest’anno l’inaugurazione è fissata per il 5 dello stesso mese. Il ministro degli Interni moscovita Rashid Nurgaliev ha dichiarato che le polizie regionali hanno avuto istruzione di ispezionare ogni istituto scolastico, dalle cantine ai tetti, per verificare che non vengano pianificate azioni simili.
Le scuole nuove di zecca, con computer, sistemi di sicurezza, spazi ampi e tutti i confort necessari, hanno una capienza di oltre 600 persone. Le chiavi degli edifici sono state consegnate a una contrita preside della scuola, ancora segnata dal lutto , dal sindaco di Mosca Juri Luzkov, che esibiva un sorriso d’ordinanza mentre prometteva “cinque nuove opere pubbliche nel futuro di Beslan. Abbiamo preso un impegno a migliorare la qualità delle strutture educative, e non mancheremo alla promessa”. Luzkov si è adoperato per trovare le aziende edili moscovite che hanno realizzato in tempi record, solo sette mesi, i nuovi edifici scolastici, raccogliendo alla cerimonia i complimenti del leader Osseto Taimuraz Mamsurov.
La dotazione delle nuove scuole dev’essere davvero all’avanguardia, se hanno attirato le attenzioni di alcuni ladri che hanno derubato il mese scorso materiale elettronico – tv, portatili, stereo - per circa 400 euro di valore.
Putin? Niet, grazie. Ci sono comunque delle presenze istituzionali che risultano non gradite in vista dell’inaugurazione dell’anno scolastico, per il quale è prevista un’altra cerimonia di Stato in pompa magna. La presidentessa del Comitato delle Madri di Beslan, Susanna Dudijeva, ha già fatto sapere che il presidente russo Vladimir Putin è meglio che non si faccia vedere, dopo tutte le speranze frustrate di avere maggiore chiarezza su come sia andata davvero quel maledetto pomeriggio in cui le truppe di Mosca scatenarono il blitz causando negli scontri con i ribelli oltre 300 morti da ‘fuoco amico’.
“Non vogliamo vedere alla riapertura della scuola chi avrebbe dovuto, per suo compito istituzionale, salvare le vite dei nostri bambini, e ha fallito per incompetenza o irresponsabilità”, ha detto la combattiva attivista ai microfoni della radio Ekho Movski. “Avremmo voluto magari incontrare Putin in qualche altro luogo, e prima – ha chiarito nel corso dell’intervista – avremmo così tante cose delle quali parlare e dubbi da chiarire. Ma gli abbiamo chiesto udienza parecchie volte, e non abbiamo mai ricevuto risposte. Adesso nessuno smania per vederlo a Beslan”.
Nella lista nera della Dudaieva, tra coloro che “sono venuti meno al loro dovere” figurano anche l’ex presidente osseto Aleksandr Dzasokov, il presidente Inguscio Murat Ziazikov (l’Inguscezia confina con l’Ossezia), l’ex ministro degli Interni russo Vladimir Rushailo.
Ancora molte domande senza risposta. Le Madri di Beslan hanno già posto parecchie domande scomode alle autorità federali russe sui criteri in base ai quali si è deciso di irrompere nella scuola di Beslan. Una strategia che aveva già causato molte morti tra gli ostaggi del teatro ‘Dubrovka’ di Mosca nel dicembre 2002.
Sono state raccolte prove, pubblicate dalla stampa russa indipendente, sull’utilizzo di almeno tre lanciafiamme di un tipo proibito dalle Convenzioni di Ginevra sugli atti di guerra, per la loro potenzialità distruttiva, i cosiddetti ‘bumblebee’. I giornalisti che hanno assistito all’irruzione degli spetznaz, ma anche gli stessi ostaggi hanno visto elicotteri da combattimento avvicinarsi e fare fuoco sull’edificio distrutto con razzi e altre armi in dotazione ai mezzi pesanti. Spariti anche gli iniziali dubbi sull'uso dei cannoni dei tank inviati sul posto dall’esercito, che spararono e come, demolendo un'intera ala della scuola. Dudaieva sostiene che secondo una indagine condotta da loro periti sarebbero stati usati sette lanciafiamme e sparati “7mila colpi da mortaio, 10 granate e 6 colpi di tank”. Gran parte delle vittime dell’incursione sono morte sotto le macerie dell’edificio principale in cui erano tenuti gli ostaggi, la vecchia palestra, che non ha retto al bombardamento massiccio.
Nuove inquietanti scenari. Negli ultimi giorni stanno venendo a galla dubbi inquietanti sulle complicità di cui avrebbero goduto gli attentatori. All’unico processo in corso a carico del solo sequestratore di Beslan catturato vivo, Nurpascia Kulaiev, alcuni testimoni hanno adombrato la possibilità che gran parte dei ceceni sia scappata il giorno dell’attacco grazie a complici in attesa fuori della scuola. Inga Kharebova ha deposto dicendo di aver atteso che la figlia uscisse dalla scuola in cui era chiusa ormai da due giorni e di averla abbracciata quando questa era riuscita a scappare. “A quel punto – è il suo racconto – abbiamo visto un’auto privata con alla guida un uomo in uniforme, e siamo salite chiedendo se ci poteva dare un passaggio fin a casa. L’uomo era vestito da poliziotto, ma senza mostrine alle spalle. Quasi subito è anche salito anche un uomo vestito di nero con la barba lunga; solo a quel punto siamo partitti. Io ho ripetuto più volte il nostro indirizzo al guidatore, ma sembrava non sentirci, come fosse un automa in trance. Quando alla fine gli ho gridato dove stessimo andando, ha risposto che non sapeva dove fosse casa mia. Siamo scappate dall’auto appena si è fermata. Allora ero ancora sotto shoc per quelle giornate, ma ora a mente fredda mi rendo conto di essermi salvata la vita per un pelo. Sono convinta che i terroristi avessero moltissimi complici là fuori ad attenderli il giorno degli scontri, e che la gran parte di loro sia riuscita a scappare”. www.peacereporter.net
Il nano europeo e il Gigante a stelle e strisce
Se da una parte le élite americane guardano all’Unione Europea come si guarda ad una potenza economica con cui fare i conti, dall’altra parte c’è un’opinione pubblica statunitense molto meno convinta di ciò.
L'unica superpotenza modiale (Krystlel Fleming) Per l’americano medio, che nella maggior parte dei casi non ha mai attraversato l’Atlantico e che ha a disposizione soltanto una superficiale copertura televisiva dell’Unione Europea, il Vecchio Continente rimane il reame lontano degli stati sovrani e delle differenti nazionalità del tutto stereotipate. Molti americani sono all’oscuro del fatto che l’euro ha rimpiazzato dodici valute nazionali e che al di qua dell’oceano si tengono regolarmente elezioni per un Parlamento Europeo. L’Ue, ben lungi dal trasformarsi in una futura super-potenza rivale, è di conseguenza vista come poco più di una Comunità economica europea cui si sia deciso di cambiar nome.
Differenza di classe
La ristrettezza di vedute americana non è di certo una virtù, ma ha le sue motivazioni. Gli Usa ricoprono una superficie più che doppia rispetto all’Unione Europea e i suoi unici confini internazionali sono quelli con il Messico ed il Canada. A ciò si aggiunga il fatto che i cittadini americani godono soltanto della metà dell’ammontare di ferie pagate di cui godono i cittadini europei; si faccia due più due e non sembrerà poi così sorprendente che l’americano medio sia più propenso a passare le vacanze nel proprio Paese piuttosto che all’estero. Sfortunatamente questo si traduce in una mancanza di esperienza diretta che invece sarebbe necessaria per arricchire il proprio bagaglio culturale o per correggere quelle visioni distorte che potrebbero avere dell’Europa.
La musica cambia se prendiamo in considerazione le élite politiche ed economiche a stelle e strisce, includendovi i più di dieci milioni di americani che volano in Europa ogni anno. La loro prospettiva si basa su un’esperienza diretta e su un ricorso maggiore, per quantità e qualità, a notizie sugli affari internazionali. Il senso comune diffuso tra queste élite vuole che l’Ue costituisca un modello di integrazione economica, più che politica: una prova cristallina del fatto che l’abbattimento delle barriere commerciali produce prosperità.
Se da una parte solo il 14% di un campione di opinione pubblica intervistato nell’ambito del rapporto “Global views 2004” del Chicago Council on Foreign Relations vede «la competizione economica dell’Europa come un problema», le élite del paese credono fermamente che il ruolo del dollaro americano come riserva monetaria primaria potrebbe essere conteso dall’euro. L’ansia non nasce dal fatto che le banche centrali dell’Asia orientale e del Medio Oriente possano rimpiazzare da un giorno all’altro il dollaro con l’euro: nasce piuttosto dalla possibilità che queste banche centrali decidano di ricorrere ad un mix di dollari ed euro, aumentandone la quota nelle proprie riserve.
Qualora il dollaro non fosse più così essenziale per la stabilità dei mercati valutari globali, il suo valore, nel confronto con le altre valute, tenderebbe a riflettere la forza reale dell’economia statunitense. Con la diretta conseguenza che il suo valore sarebbe potenzialmente sottoposto a maggiori fluttuazioni. Questo potrebbe convincere i creditori internazionali a richiedere tassi di interesse più alti in cambio del maggior rischio finanziario: ipotesi che in pochi negli Stati Uniti si augurano di vedere realizzata.
Divario politico
Ma quelle stesse élite che percepiscono l’Ue come una super-potenza economica, credono allo stesso tempo che sia improbabile l’emergere dello stesso Vecchio Continente come super-potenza politico-militare, quantomeno in un futuro prossimo. Sono convinte che nei decenni a venire solo Washington avrà la capacità militare e la volontà politica di rispondere alle gravi crisi di sicurezza a livello internazionale, proiettando la sua forza militare capillarmente su scala internazionale. Le guerre in Bosnia e Kosovo hanno convinto i liberal statunitensi del fatto che gli europei sono incapaci, senza una leadership d’oltreoceano, di agire con efficacia perfino nel giardino di casa. I conservatori americani hanno maturato pressapoco la stessa convinzione nei confronti del Medio Oriente, nonostante l’alto prezzo della Guerra in Iraq stia erodendo una fetta della loro fiducia sulla possibilità di un’affermazione militare unilaterale da parte degli Usa.
In realtà alcuni conservatori semplicemente scartano l’ipotesi di vedere emergere l’Unione Europea come un attore decisivo politicamente e militarmente anche nel lungo termine: sono convinti, infatti, che le storiche rivalità nazionali renderebbero tutto ciò difficilmente realizzabile se non addirittura impossibile. Quei conservatori che invece vedono questa ipotesi come plausibile, sono divisi riguardo all’auspicabilità di uno scenario simile. I realisti in politica estera guardano a questa prospettiva con imparzialità se non con atteggiamento positivo, visto che un’altra superpotenza democratica verrebbe a spartirsi il fardello della gestione dei conflitti internazionali; i neo-conservatori invece vedono la riluttanza – tipica delle élite europee – ad usare una diplomazia stringente e la forza militare, come un ostacolo al loro grandioso progetto di imporre un ordine globale democratico-capitalistico. Nel frattempo, da Washington, gli esperti liberal di politica estera, lontani dal potere dopo la sconfitta dei Democratici alle presidenziali del 2000 e del 2004, ritengono futuribile e positivo l’emergere dell’Unione Europea come un soggetto forte politicamente e militarmente.
Mentre i recenti referendum sulla Costituzione europea hanno costretto la maggioranza degli europei a riflettere seriamente sulle implicazioni di avere una Ue in veste di entità sopranazionale, non ci sono altrettanti motivi di riflessione per gli statunitensi. La coscienza popolare americana in materia di affari esteri è risaputamente prigioniera di una scarsa copertura mediatica degli eventi internazionali. E, dal momento che l’Ue non agisce come un blocco unico in materia di politica estera, la maggioranza dei cittadini statunitensi la collega ancora con una qualche crisi, passata o presente, nelle relazioni estere americane. D’altra parte le élite americane sono coscienti del ruolo giocato dall’Europa, ma sono ancora divise sul giudizio della sua importanza globale e sulla sua desiderabilità.
John Hickman - Georgia, USA /www.cafebabel.com/it
Rimini : Ciampi parla di dialogo fra popoli diversi , Pera di guerra
di red
"In un mondo segnato da divisioni, squilibri e contraddizioni deve crescere nella coscienza di laici e credenti quel patrimonio etico universale che è solido fondamento della pace, della solidarietà, della fratellanza umana". Lo ha scritto il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi quale augurio per il Meeting per l'Amicizia tra i Popoli inserito nell'incontro di Rimini - il primo dalla morte di don Giussani.
In un messaggio per il ventesimo incontro, sul tema 'La libertà è il bene più grande che i cieli abbiano donato agli uomini', il capo dello Stato ha commentato positivamente l'"occasione per diffondere fra giovani provenienti da diverse nazioni la pratica assidua del dialogo, del confronto, dell'impegno civile, straordinari strumenti di libertà attraverso i quali appassionarsi sempre più al mistero dell'uomo, secondo l'insegnamento di Don Giussani".
"Le istituzioni, la scuola, il mondo del lavoro e dell'informazione - secondo il presidente della Repubblica - devono continuare a formare la coscienza collettiva al rifiuto dell'intolleranza e della sopraffazione, al rispetto della dignità della persona e delle fondamentali libertà di pensiero, di religione, di culto".
Nettamente opposto il discorso del presidente del Senato Marcello Pera, che davanti all'assemblea dei giovani di Rimini ha parlato degli allarmi odierni, fra cui i matrimoni gay spagnoli, il referendum sulla fecondazione assistita, l'assenza delle radici cristiane dalla Costituzione europea, e soprattutto l'immigrazione, che genererebbe a so dire una popolazione ''di meticci''.
Come contrapposizione al suo modo di vedere, Pera individua le manifestazioni per la pace di questi ultimi anni, su cui ha commentato che "si alzano le bandiere arcobaleno anche quando si e' massacrati e si ritirano le truppe dal fronte della guerra contro il terrorismo anche quando il terrorismo fa vittime in casa nostra''.
Infatti Pera ribadisce la sua scelta sulla guerra: "Che cosa dobbiamo fare quando l'altro non ci concede la reprocita' del rispetto e ci dichiara guerra come fa oggi il terrorista islamico che addirittura ci combatte con una guerra di religione? La mia risposta: ci difendiamo. Ci difendiamo con la diplomazia, la politica, la cultura, i commerci, i negoziati, gli accordi... E alla fine ci difendiamo con la forza delle armi''.
I giovani cielllini hanno preso le distanze da molte delle affermazioni della seconda carica dello Stato e Pera e' stato criticato da molti commentatori, fra cui il vescovo Nogaro, che ha definito l'intervento anticristiano.
www.osservatoriosullalegalita.org
Romania, dieci anni dopo
Michele Nardelli
Da una parte la pesante eredità paesaggistica e culturale del comunismo, dall'altra le sperequazioni portate da un capitalismo selvaggio. Ma non solo. Monasteri, foreste e villaggi medioevali. Si può ripartire da qui?
Ritorno in Romania dopo dieci anni. Era quel tragico agosto del '95 quando ci andai per una strana vacanza, per cercare di capire quel paese dove i minatori marciavano contro gli studenti al grido "noi lavoriamo, non pensiamo" a difesa di quella che passerà alla storia come la prima rivoluzione dei servizi segreti. Gli echi della pulizia etnica della Kraijna ci arrivavano appena, mentre ancora non si aveva piena consapevolezza del genocidio di Srebrenica: moderne carneficine sotto gli occhi distratti della comunità internazionale.
Un paese sospeso
Era quello di dieci anni fa un viaggio privo di una meta precisa, fra le foreste, i villaggi medievali e le città della Transilvania, annusando l'aria che tirava in un paese che dietro ad ogni curva non cessava di stupirti, fra le macerie del vecchio regime autocratico – nel degrado delle case popolari e nel grido soffocato di una industrializzazione forzata che lasciava dietro di sé paesaggi da incubo, un delirio che l'homo sapiens forse nemmeno avrebbe osato immaginare – e la voglia di capitalismo.
La Romania del '95 era un paese sospeso, dove tutto trasudava del vecchio regime (anche quella rivoluzione gattopardesca, studiata a tavolino nelle segrete stanze della Securitate come ci ha mirabilmente raccontato Paolo Rumiz nel suo "Maschere per un massacro") e dove ancora non si aveva che qualche vago sentore dell'invasione dei nuovi padroni che di lì a poco tempo avrebbero portato in quel paese il peggio del capitalismo occidentale.
Un paese sospeso fra la miseria e lo smarrimento di una popolazione per troppo tempo deresponsabilizzata, abituata all'invasività dello stato in ogni aspetto della propria esistenza, ed il rapido insorgere fra le seconde e terze file del vecchio regime dei nuovi ricchi, una nuova figura sociale a metà fra il burocrate ed il gangster, gente disposta a tutto, priva di valori e di scrupoli. Eppure in Romania la guerra non c'era stata, ma ciò nonostante le maschere assomigliavano in maniera impressionante con quel che rimaneva della vecchia Jugoslavia: Nicolae ed Elena, Slobodan e Mira, tutto già visto. La deregolazione in primo luogo, ingrediente solo apparentemente nuovo, che veniva da lontano invece, proprio dentro le pieghe di quel sistema mafioso che era in buona sostanza il socialismo reale.
Immagini che mi passano ancora oggi davanti agli occhi in maniera contrastante, paesaggi deliziosi di girasoli e frumento interrotti da villaggi e castelli usciti d'incanto da un film di Nosferatu, e valli trasformate in gironi infernali dove il degrado non conosceva limiti. Straordinarie potenzialità, ma un paese segnato in profondità, fin nell'animo delle persone.
Il peggio del libero mercato
Dieci anni dopo la realtà è cambiata, ma è difficile dire se in meglio o in peggio. I capannoni industriali e i centri commerciali abbondano, così il traffico nelle maggiori città. Accanto ai mostri arrugginiti dell'"uomo di ferro", sono ben visibili i segni dell'occidente, tanto che hai l'impressione che al peggio del comunismo si siano combinate le forme più parossistiche del mercato. Così quel poco che si guadagna in aziende dove si lavora per dieci-dodici ore al giorno (la paga media mensile è inferiore ai 250 euro), spesso con macchinari obsoleti e fuori norma nell'Europa delle regole ma non in questa, dove il sindacato non ha cittadinanza e chi si lamenta è licenziato in tronco, lo si spende nei grandi magazzini sorti come funghi dove un popolo senza difese s'indebita per la vita pur di corrispondere alle immagini della modernità che non hanno mai smesso di arrivare per coltivare i sogni di consumismo (scambiato per benessere) di tanta povera gente. Si traffica ogni cosa, non c'è problema, compresi gli esseri umani: così si alimenta il business dei motel, delle case da gioco, della prostituzione e dei night club davanti ai quali stazionano le Bmw e le Audi nei nostri imprenditori in libera uscita. Dal nulla sorgono stazioni turistiche che ti tolgono il fiato per quanto sono impattanti, ma questi sono i segni dello sviluppo.
Se sei nel business o almeno ai suoi margini più o meno te la cavi. Altrimenti devi avere qualche posizione di potere, anche piccola piccola, lavorare in polizia o alla finanza, ma anche in qualche ufficio statale, in un ospedale, addirittura in una scuola, tanto è diffuso il meccanismo della corruzione. In caso contrario sei fuori, out in tutti i sensi. Nel senso che il welfare è saltato completamente (per essere operato in un ospedale devi pagare, altrimenti ti arrangi). Nel senso che è sempre più difficile vivere del proprio lavoro (quando c'è), non parliamo delle pensioni… Così agli angoli delle vie nelle città vedi affollarsi gli anziani a vendere le loro misere cose o più semplicemente a chiedere la carità. Che scompaiono sul far della sera, per lasciare il posto ai negozi di moda e alle scintillanti automobili dei nuovi ricchi.
Un paese ricco
Sono queste immagini, solo apparentemente contraddittorie, che segnano la Romania di oggi. Un paese povero se guardiamo il reddito pro capite. Ulteriormente impoverito da una nuova industrializzazione che sfrutta le condizioni di deregolazione del lavoro e dell'uso illimitato delle materie prime. Ma che sarebbe straordinariamente ricco di suo. Ecco perché ricostruire un diverso tessuto economico, fondato sulla valorizzazione delle risorse del territorio, non dovrebbe essere un discorso impossibile.
La Romania è un paese bellissimo, ricoperto di boschi, pascoli ed immense campagne coltivate. Ricco di storia e di cultura. Ed è da qui che si può ripartire.
Il senso del nostro viaggio con Giorgio Nita, maestro di musica e musicista di strada in una Trento che pure l'ha accolto ma non gli permette di vivere in maniera dignitosa con la propria famiglia, sta proprio qui. Nella scommessa di avviare un progetto di turismo responsabile laddove prospera invece quello sessuale. Nell'andare a scoprire possibili itinerari di un turismo curioso ed intelligente, capace di apprezzare la straordinaria bellezza dei monasteri o la semplicità genuina dei cibi contadini. Per Giorgio, l'orgoglio di voler ritornare nel proprio paese per cercare di mettere in piedi un circuito del turismo rurale dove i colori, i sapori, i suoni diventano accoglienza per un turista al tempo stesso più disponibile e più esigente. Che non ha bisogno di grandi confort ma che sa apprezzare la panna preparata all'istante dal latte appena munto dalla signora Rodika, nella sua fattoria di Humorului, a due passi da uno dei monasteri più belli della Bucovina. La cui accoglienza e simpatia non fatica a far comprendere agli amici rumeni che ci accompagnano il valore aggiunto di questa modalità di fare turismo.
Il circuito dei monasteri della Bucovina …
Quello dei monasteri ortodossi della Bucovina, regione nord-orientale della Romania, al confine con la Moldova e l'Ucraina, è infatti uno dei circuiti di straordinario valore artistico culturale che Giorgio, sostenuto dal progetto di turismo responsabile nei Balcani (www.viaggiareibalcani.org), intende proporre. Testimonianza della grande tradizione rumeno-ortodossa, la maggior parte dei monasteri sono stati realizzati nel XV secolo da Stefano il Grande. Cinque di essi sono affrescati all'esterno oltre che all'interno, esempio forse unico al mondo di un'arte straordinaria per l'uso dei colori: oltre a Humorului, Moldovica, Suceavica, Voronet, Arbore. Tutti nell'arco di un centinaio di chilometri e così la visita a questi monasteri diviene la possibile meta quotidiana della scelta di alloggiare in una delle tante fattorie della zona disponibili ad ospitare i turisti a prezzi che quasi ci si vergogna da tanto sono bassi. Da non perdersi poi il monastero di Agapia nei pressi di Tirgu Neamt, noto per i fiori che ne abbelliscono i giardini dentro e fuori le mura, per il piccolo villaggio di monache, abitazioni di legno circondate da cascate di fiori, dove si può visitare la casa di Alexandro Vlahuta, uno dei più grandi scrittori rumeni che qui veniva a ricercare serenità. Oppure quello di Putna, proprio a pochi passi dal confine con l'Ucraina.
… e quello dei castelli della Transilvania…
Altro itinerario di un turismo dolce, improntato alla valorizzazione della storia e delle culture locali, è quello dei castelli della Transilvania. Una regione molto vasta, quest'ultima, dalle straordinarie bellezze naturali tutta circondata com'è dalla catena dei Monti Carpazi. E costellata di castelli e villaggi medievali, di cui si trova traccia fin nel cuore di città come Sighisoara o Brasov, con la sua chiesa nera ma prima ancora con il centro storico medievale. Da lì può partire un itinerario che ti fa viaggiare lungo la storia, dal castello di Bran – dove dimorava il famoso e sanguinario voivoda Vlad Dracul – a quello di Peles, nei pressi di Sinaia, località turistica che lascia trasparire un antico splendore ora piuttosto decadente. Il castello di Peles, dove gli Hohenzollern accoglievano i loro ospiti di ogni parte del mondo tanto da arredare le lussuose 160 stanze secondo i diversi stili e culture della fine ‘800, immerso nel verde rappresenta una perla di rara bellezza. Insomma da non perdere.
… che non smette di stupirti
Che la Romania sia un paese in grado di stupirti (nel bene e nel male) in continuazione lo dimostra anche un villaggio non distante da Ivesti, lungo la strada che da Galati sale verso Iasi. Si tratta di un villaggio di rom, dove le case sembrano uscite da una fiaba, con i tetti di alluminio lavorati e le mura arricchite da tanti specchi che riflettono la luce del sole. La stessa luce che potete trovare negli abiti ricamati delle donne che stazionano sulla porta di casa, il tutto a testimonianza di una comunità tutt'altro che ai margini. Oppure il "cimitero allegro" a Sapinta, non lontano da Sighetu Marmatiei, non lontano dal confine con l'Ucraina, dove da più di settant'anni le lapidi di legno colorato raccontano la storia dei defunti, i loro pregi e i loro difetti.
Non è questa la Romania della delocalizzazione. Ed è per quest'altra Romania che Giorgio Nita ha deciso di ritornare, la dignità e l'orgoglio di un paese provato tanto dal comunismo quanto dal post-comunismo, il cui riscatto può iniziare da piccole storie individuali di persone che amano questo paese e che non intendono lasciarlo nelle mani dei nuovi barbari.
Per informazioni:
Giorgio Nita – 348 2539708
Michele Nardelli - nardelli@osservatoriobalcani.org
Zone occupate
di Howard Zinn
L'Iraq non è un paese liberato, bensì occupato. Questo termine ci diventò familiare durante la seconda guerra mondiale, quando parlavamo dell'Europa occupata dalla Germania.
Sempre più americani cominciano a sentire, come i soldati in Iraq, che c'è qualcosa di terribilmente sbagliato, che questo non è quello che vogliamo sia il nostro paese. Sempre più ogni giorno si scoprono le menzogne. E poi c'è la menzogna più grande, che tutto ciò che gli Usa fanno debba essere perdonato perché siamo impegnati in una "guerra contro il terrorismo", ignorando il fatto che la guerra è essa stessa terrorismo, che irrompere nelle case delle persone per portar via alcuni membri della famiglia e sottoporli a tortura è terrorismo, che invadere e bombardare altri paesi non ci porta maggior sicurezza, ma meno.
È diventato rapidamente chiaro che l'Iraq non è un paese liberato, bensì occupato. Questo termine ci diventò familiare durante la seconda guerra mondiale, quando parlavamo della Francia occupata dalla Germania, dell'Europa occupata dalla Germania. E dopo la guerra parlavamo dell'Ungheria, della Cecoslovacchia e dell'Europa orientale occupate dall'Unione Sovietica. Erano i nazisti ed i sovietici che occupavano i paesi. Gli Stati Uniti li liberavano dall'occupazione.
Ora gli occupanti siamo noi. È vero, abbiamo liberato l'Iraq da Saddam Hussein, ma non da noi. Proprio come nel 1898 liberammo Cuba dalla Spagna, ma non da noi. La tirannia spagnola fu rovesciata ma gli Usa installarono una base militare a Cuba, come stiamo facendo ora in Iraq. Le aziende statunitensi entrarono a Cuba, proprio come Halliburton e Bechtel e le multinazionali petrolifere stanno entrando in Iraq. Gli Usa concepirono ed imposero, con il sostegno dei loro complici locali, la costituzione che avrebbe regolato Cuba, proprio come hanno stabilito, con l'aiuto dei gruppi politici locali, una costituzione per l'Iraq. Non è una liberazione, bensì una occupazione.
Ed è una orribile occupazione. Il 7 agosto 2003, il New York Times scrisse che il generale Sanchez a Bagdad era preoccupato dalla reazione irachena all'occupazione. I leader iracheni favorevoli agli Usa gli stavano inviando un messaggio, come disse: "Quando prendi un padre e al cospetto della sua famiglia gli metti una busta attorno alla testa e lo costringi al suolo, ne danneggi la dignità agli occhi della famiglia". (Un'osservazione profonda).
Il 19 luglio 2003, poco prima della scoperta dei casi dimostrati di tortura nella prigione di Abu Ghraib di Bagdad, la CBS News riferì quanto segue:
Amnesty International sta investigando su un certo numero di casi di sospetta tortura da parte delle autorità americane in Iraq. Uno di questi casi riguardava Khraisan al-Aballi. La casa di al-Aballi fu rasa al suolo dai soldati americani, che vi entrarono sparando per arrestare lui e suo padre, ottantenne, e ferendo il fratello. [...] I tre uomini furono portati via [...] Khraisan disse che negli interrogatori fu denudato e tenuto sveglio per oltre una settimana, o in piedi o inginocchiato, con le mani e i piedi legati ed una busta in testa. Khraisan disse ai suoi carcerieri: "non so cosa volete. Non so cosa volete. Non ho nulla". "Chiesi loro di uccidermi", dice Khraisan. Dopo otto giorni lasciarono lui e suo padre liberi. [...] Gli ufficiali Usa non hanno dato seguito a diverse richieste di discutere il caso.
Sappiamo che gli scontri nel corso dell'offensiva americana del novembre 2004 distrussero tre quarti della città di Falluja (360 mila abitanti), uccidendo centinaia di abitanti. L'obiettivo dell'operazione era ripulire la città dalle bande terroristiche che agivano nell'ambito di una "cospirazione baathista".
Ma dovremmo ricordare che il 16 giugno 2003, appena sei settimane dopo che il presidente Bush avesse dichiarato la vittoria in Iraq, due giornalisti del gruppo Knight-Ridder avevano scritto quanto segue a proposito dell'area di Falluja:
In decine di interviste nel corso degli ultimi cinque giorni, la maggior parte dei residenti nell'area ha affermato che non vi è una cospirazione baathista o sunnita contro i soldati Usa, ma solo persone che combattono perché i loro parenti sono stati feriti o umiliati, o essi stessi, nelle perquisizioni delle abitazioni ed ai posti di blocco. [...] Una donna disse, dopo che il marito era stato portato via di casa a causa di alcune ceste di legno vuote che avevano comprato per alimentare il fuoco, che gli Usa sono responsabili del terrorismo.
Secondo i giornalisti:
Gli abitanti di At Agilia, un villaggio al nord di Bagdad, hanno affermato che due contadini e cinque di un altro villaggio erano stati uccisi da soldati Usa che avevano sparato loro mentre stavano irrigando i loro campi di girasoli, pomodori e cetrioli.
Quando soldati cui era stato raccontato che sarebbero stati accolti come liberatori si scoprono circondati da una popolazione ostile, diventano spaventati e facili al grilletto. Il 4 marzo, soldati nervosi e spaventati ad un posto di blocco spararono contro la giornalista italiana Giuliana Sgrena, appena rilasciata dai suoi rapitori, e contro il funzionario dei servizi segreti italiani Nicola Calipari, che fu ucciso.
Tutti abbiamo letto i resoconti sull'insofferenza dei soldati Usa nei confronti dello stanziamento in Iraq. Un giornalista di ABC News in Iraq ha raccontato di recente come un sergente lo avesse preso in disparte e detto: "Ho la mia lista dei maggiori ricercati". Faceva riferimento al mazzo di carte che il governo Usa aveva fatto circolare con Saddam Hussein, i suoi figli e altri membri dell'ex regime iracheno. "Gli assi del mio mazzo", aggiunse, "sono Paul Bremer, Donald Rumsfeld, George Bush e Paul Wolfowitz".
Simili sentimenti stanno diventando noti al pubblico Usa, come quelli di molti disertori che si rifiutano di tornare in Iraq dopo una licenza. Secondo un sondaggio Gallup di maggio 2003, solo il 13% del pubblico Usa pensava che la guerra stesse andando male. Due anni dopo la situazione è radicalmente cambiata. Secondo un sondaggio pubblicato dal New York Times e da CBS News il 17 giugno, il 51% crede ora che gli Usa non avrebbero dovuto invadere l'Iraq o lasciarsi coinvolgere nella guerra. Il 59% circa non approvano la gestione di Bush della situazione irachena. È anche interessante notare che i sondaggi tra gli afro-americani hanno rilevato costantemente un 60% di opposizione alla guerra.
Ma forse peggiore dell'occupazione dell'Iraq è l'occupazione degli Usa. Mi sveglio, leggo il giornale, e sento che siamo un territorio occupato, conquistato da un qualche gruppo alieno. Quei lavoratori messicani che cercano di attraversare il confine, morendo nel tentativo di aggirare i funzionari dell'immigrazione (per entrare in un territori che gli Usa sottrassero al Messico nel 1848), non mi sono estranei. Quei venti milioni di persone che non sono cittadini e perciò, in virtù del Patriot Act, sono soggetti ad essere arrestati dall'Fbi e trattenuti indefinitamente, senza garanzie costituzionali, non mi sono estranei.
Ma questo piccolo gruppo di uomini che ha preso il potere a Washington (Bush, Richard Cheney, Rumsfeld ed il resto della cricca) mi sono alieni.
Mi sveglio e penso: gli Usa sono presi nella morsa di un presidente che fu eletto per la prima volta nel novembre del 2000, in circostanze incerte e in gran parte grazie ad una decisione della Corte Suprema. Resta, dopo essere stato rieletto nello scorso novembre, un presidente circondato da criminali in giacca e cravatta per i quali la vita umana non ha valore, né qui né nel resto del mondo, per i quali non conta la libertà nel mondo o qui, che non si preoccupano minimamente di ciò che succede alla terra, all'acqua, all'aria o di quale genere di mondo sarà ereditato dai nostri figli e nipoti.
Sempre più americani cominciano a sentire, come i soldati in Iraq, che c'è qualcosa di terribilmente sbagliato, che questo non è quello che vogliamo sia il nostro paese. Sempre più ogni giorno si scoprono le menzogne. E poi c'è la menzogna più grande, che tutto ciò che gli Usa fanno debba essere perdonato perché siamo impegnati in una "guerra contro il terrorismo", ignorando il fatto che la guerra è essa stessa terrorismo, che irrompere nelle case delle persone per portar via alcuni membri della famiglia e sottoporli a tortura è terrorismo, che invadere e bombardare altri paesi non ci porta maggior sicurezza, ma meno.
Si ha il senso di cosa il governo intenda quando parla di guerra al terrorismo se si esamina ciò che il segretario alla difesa, Rumsfeld (una delle facce della lista dei maggiori ricercati del sergente), affermò parlando ai ministri della Nato a Brussels alla vigilia dell'invasione dell'Iraq. Stava spiegando le minacce all'Occidente (pensate, continuiamo a parlare di Occidente come di una entità sacra, come se gli Usa, dopo essersi alienati buona parte dei paesi occidentali, tra cui Francia e Germania, non stesse cercando ora di ottenere le simpatie dei paesi dell'est, cercando di convincerli che il loro unico scopo sia liberare gli iracheni, proprio come aveva liberato loro dal controllo sovietico).
Rumsfeld, spiegando le "minacce" e come siano invisibili e non identificabili, disse: "Vi sono cose che sappiamo; poi vi sono incognite conosciute, cioè cose che sappiamo di non sapere. Ma vi sono anche incognite sconosciute, che non sappiamo di non sapere. [...] Vale a dire che l'assenza di prove non prova la non inesistenza. [...] Solo perché non abbiamo la prova dell'esistenza di qualcosa, non possiamo dire che abbiamo la prova del fatto che non esista".
Siamo fortunati ad avere un Rumsfeld a chiarire questi punti. Che spieghi perché l'amministrazione Bush, incapace di catturare i responsabili degli attentati dell'11 settembre, decise di invadere l'Afghanistan nel dicembre del 2001, uccidendo migliaia di persone e scacciandone via dalle loro case centinaia di migliaia. Eppure ancora non sa dove siano i criminali. Ciò spiega anche perché il governo, non sapendo quali armi Saddam Hussein stesse nascondendo, invase e bombardò l'Iraq nel marzo 2003, a dispetto delle Nazioni Unite e uccidendo migliaia di civili e militari e terrorizzando la popolazione. Ciò spiega perché il governo Usa, non sapendo chi fosse un terrorista e chi no, abbia confinato centinaia di persone a Guantanamo in condizioni tali che diciotto di essi hanno tentato di suicidarsi.
Il Rapporto di Amnesty International del 2005 afferma:
Il centro di detenzione nella Baia di Guantanamo è diventato il gulag del nostro tempo. [...] Quando il paese più potente al mondo disdegna la legge e i diritti umani, fornisce ad altri licenza per commettere impunemente degli abusi.
Il rapporto mette in luce i tentativi Usa di far passare in secondo piano la gravità delle torture: gli Usa stanno cercando di ridefinire la tortura in maniera da aprire delle scappatoie nella legislazione attuale che la rifiuta integralmente. Ma, sottolinea il rapporto, "la tortura guadagna terreno quando la condanna ufficiale si fa appena meno che assoluta".
Nonostante l'indignazione pubblica scatenata dalle torture di Abu Ghraib, né il governo Usa né il Congresso hanno chiesto una indagine indipendente.
La "guerra contro il terrorismo" non è solo una guerra contro popoli innocenti in altri paesi, bensì una guerra contro la popolazione statunitense. Una guerra contro le nostre libertà, una guerra contro il nostro standard di vita. La ricchezza del paese viene sottratta alla popolazione e destinata agli extra-ricchi. Le vite dei giovani sono rubate.
La guerra in Iraq esigerà indubbiamente molte più vittime, non solo all'estero ma anche sul territorio Usa. L'amministrazione Bush sostiene che, a differenza del Vietnam, questo conflitto non produrrà molti morti. Abbastanza vero, meno di 2 mila uomini e donne hanno perso la loro vita in combattimento. Ma quando la guerra finirà, il numero delle sue vittime indirette, a causa di malattie o disordini psichici, crescerà costantemente. Dopo la guerra del Vietnam, i figli dei veterani riportavano malformazioni congenite, a causa dell'agente orange, un erbicida altamente tossico che veniva spruzzato indiscriminatamente su tutto il paese.
Ufficialmente ci furono solo poche centinaia di perdite nella guerra del Golfo del 1991, ma l'associazione dei veterani della guerra del Golfo ha riportato recentemente circa 8 mila morti tra le sue fila negli ultimi dieci anni. Circa 200 mila veterani, su 600 mila che vi presero parte, hanno registrato una serie di disturbi causati dalle armi e munizioni usate in combattimento. Dobbiamo ancora vedere gli effetti a lungo termine dell'uranio impoverito su coloro che sono stati di stanza a lungo in Iraq.
Qual è la nostra responsabilità? Mettere in evidenza tutto ciò. La nostra convinzione è che gli esseri umani stiano dalla parte della violenza e del terrore solo quando sia stato mentito loro. E che quando apprendono la verità, come accadde nel corso della guerra del Vietnam, si rivoltino contro il governo. Abbiamo l'appoggio del resto del mondo. Gli Usa non possono ignorare indefinitamente i 10 milioni di persone che protestarono in tutto il mondo il 15 febbraio del 2003.
Il potere del governo, quali che siano le armi in suo possesso, per quanto denaro abbia a disposizione, è fragile. Quando perde legittimità agli occhi della popolazione, i suoi giorni sono contati. Dobbiamo impegnarci in qualunque tipo di azione ci convinca. Non si sono azioni troppo piccole, né troppo forti. La storia del cambiamento sociale è la storia di milioni di azioni, piccole e grandi, che si uniscono in certi momenti della storia creando una forza che i governi non possono sopprimere.
Fonte: http://www.zmag.org/Italy/zinn-occupiedzones.htm
Biko: morto il suo torturatore
di Nardino Cosmai
Tshwane - Steve Biko lo aveva detto:" Il giorno che mi prenderanno, mi ammazzeranno, perché io o li picchierò o mi farò picchiare fino a farmi ammazzare".
Non ci pensò due volte Gideon Nieuwoudt, il poliziotto abituato a torturare e uccidere studenti neri fermati durante le manifestazioni di protesta, trascinati nel carcere di Port Elizabeth per poi, molti di loro, bruciarli vivi e farli sparire dalla circolazione.
Non ci pensò due volte il tenente colonnello Gideon Nieuwoudt e prese a torturare Biko e poi, non soddisfatto, a spaccargli la testa con una spranga per finirlo, in quel carcere dove venivano sbattuti a centinaia i giovani neri e ognuno di loro con la semplice colpa di reclamare la fine dell'odio razziale.
Ora però Gideon, il poliziotto torturatore, dopo 28 anni dai massacri, se ne è andato dalla faccia della terra senza però dimenticarsi di portarsi addosso i suoi bagagli colmi di altre storie pesanti, come le accuse di omicidio nei confronti di suoi tre colleghi - neri anche loro- e di un pentito che minacciava di rivelare altri dettagli di quei delitti e di altre efferatezze.
Steve Biko, 31 anni, studente in medicina e leader della lotta anti-apartheid, fu picchiato selvaggiamente mentre si trovava in stato di arresto per aver "insultato" un poliziotto. Dal carcere di Port Elizabeth, ormai in fin di vita, venne poi trasportato a morire lontano oltre mille chilometri, in un ospedale di Pretoria (oggi la città si chiama Tshwane "siamo tutti uguali", un significato che forse rende giustizia a tutti quelli che morirono per essere "tutti uguali" , un nome che sarebbe piaciuto sicuramente a Biko). Biko, fondò alla fine degli anni '60 il movimento "Black Consciousness" , espressione della generazione di giovani neri che attraverso nuovi ideali cercavano di ridare impulso alla lotta antirazzista e antisegregazionista dopo la messa fuorilegge, l'arresto e la condanna all'ergastolo nel 1964 di Nelson Mandela, leader dell' Anc (African National Congress).
Steve Biko non predicava l'odio razziale, perché - diceva - non si combatte con l'odio e invitava i giovani neri a distinguere tra i bianchi e il loro governo. Lo faceva ricordando dignità e fierezza al suo popolo. Ma era considerato troppo pericoloso per il regime di Botha: ed ecco perché venne torturato e ucciso.
La morte di Biko fece il giro del mondo e indignò. La sua vicenda ispirò anche un film, "Grido di Libertà", e canzoni, come quella di Peter Gabriel che colpisce al cuore martellandolo dolcemente ma con rabbia: "... potete spegnere una candela ma non potete spegnere un fuoco, una volta che le fiamme cominceranno ad attecchire, Il vento le soffierà più in alto…Oh Biko, Biko, perché Biko Yihla Moja, Yihla Moja. L'uomo è morto. E gli occhi del mondo, ora, lo stanno guardando ora, lo stanno guardando ..."
Nardino Cosmai
l.cosmai@reporterassociati.org
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agosto 23 2005
IL MALE MINORE"
Il comico si è trasferito su Internet dove riesce ad avere un contatto diretto con la gente
«Consiglio di votare a sinistra perché è il male minore. Lo dirò anche nel mio prossimo spettacolo, che si intitolerà proprio così, “Il male minore”».
Beppe Grillo è in vacanza in Toscana, a Bibbona, e da lì continua a tener d’occhio il mondo. «Rispetto alla Casa delle libertà provvisorie, per i cittadini è meglio la sinistra. Probabilmente per me no, ma per i cittadini di questa Repubblica degli zombie sì».
Repubblica degli zombie?
«Certo, la nostra classe politica è in agonia, il Paese è una Terra dei morti viventi: in realtà bisognerebbe candidare Romero abituato ai cadaveri che si muovono lentamente e prendono sempre accettate sulla testa»
Grillo, non crede nelle primarie?
«Non so che cosa vogliano dire, a che cosa servano. Vedo una persona come Bertinotti fare fogliettini con scritto “dimmi quello che vuoi”. Come sarebbe? Uno che si dichiara pronto a coordinare un Paese deve chiedere al Paese che cosa deve fare? Ma questo è proprio il contrario della politica. Poi c’è Prodi che crolla sul blog perché non lo capisce, dopo 15 giorni lo chiude perché non ce la fa a rispondere. D’Alema è fiero di essere un uomo dell’800, è contento di essere antipatico. E Rutelli nacque già pettinato, ma non voglio parlarne, non lo conosco. Sono tutti sempre in ritardo con la storia, non sanno nemmeno l’inglese, vanno ancora da Vespa».
Però...
«Però dico che la sinistra è il male minore perché almeno metterà fine alla privatizzazione a tutti i costi, alla miriade di finanziarie in Lussemburgo che provocano solo scompenso. Altro che Adam Smith tanto citato: se fosse vivo oggi fucilerebbe tutti questi finti capitalisti».
Finti?
«Non c’è capitalismo senza simmetria: se chi compra non ha le stesse informazioni di chi vende, allora è fregato. Sono trent’anni che viviamo in un regime di capitalismo fasullo. Produciamo zucchero sovvenzionato in Europa e mandiamo a puttane il Brasile, il Vietnam compra il riso dagli Stati Uniti e coltiva il caffè. L’economia è in rovina, il sogno è naufragato».
Ma che cos’è un capitalismo finto?
«Il sistema in cui uno con lo 0,33% di una finanziaria detiene la maggioranza di un’altra che a sua volta possiede magari la Telecom con 40 miliardi di debiti. Il sistema che si è mangiato i sogni, le speranze, il futuro di centinaia di migliaia di famiglie italiane» risponde Grillo.
«Faccio un altro esempio. Perché se io e te chiediamo un mutuo, magari per la casa, le banche ce lo hanno al 3% di interesse e se lo chiede la Fiat glielo fanno pagare il 6?».
Berlusconi è il male peggiore?
«Ma no, ha solo fatto credere a persone mediocri di essere un leader piuttosto che un signore basso che perde i capelli e ha grossi problemi familiari. Perché, se deve lavorare 14 ore al giorno - dice Grillo -, vuol dire che odia la famiglia. Che esempio può dare? E’ un perdente. Ci ho parlato una volta e mi è sembrato davvero una persona con pochi riflessi. Mi ha offerto 3 miliardi e mezzo, voleva comprare format americani di qui e di là. Allora gli ho chiesto: ma io devo spostarmi da Genova a Milano, chi mi paga le spese di viaggio? Mi ha risposto: “vediamo di fare un conto a parte”. Non si è accorto che era una battuta! Un uomo senza il senso dell’ironia non è molto intelligente».
Lo sa che qualcuno avanza la candidatura di don Andrea Gallo per le primarie?
«Don Gallo è un grande combattente, deve rimanere a fare la sua politica nelle strade. Come può pensare di entrare a far parte di un sistema dove c’è il genero di Caltagirone, Casini, che magari gli dice di star zitto? Il suo vivere da sacerdote in mezzo alla gente è la più alta espressione di politica e di cristianesimo». Anche il Papa è andato in mezzo ai giovani, a Colonia.
«Ci sono rimasto malissimo - dice Grillo -. Mi ha ricordato Reagan quando scendeva dall’aereo e salutava guardando dritto nella telecamera. Ma quello che mi ha sconcertato davvero è stato lo sponsor del viaggio a Colonia: la Banca di Roma, del gruppo Capitalia ovvero Geronzi, la prima banca nel commercio delle armi. Che messaggio di pace può portare il Vaticano con uno sponsor così? Dovrebbe essere un esempio, anche come Stato: dovrebbe proporre le auto non inquinanti, acquistare solo caffè del commercio equo e solidale, stampare libri con carta riciclata, costruire chiese a basso impatto ambientale e consumi energetici limitati. Invece si fanno sponsorizzare dalla banca delle armi. Poi dicono che le chiese sono vuote. Sono vuote perché il messaggio di Gesù lo vediamo nelle azioni di don Gallo e don Ciotti».
Grillo, lei si candiderebbe?
«Solo se ci fosse una dittatura a termine, un paio d’anni per prendere tutti per gli orecchi. Ma altro che candidatura, noi siamo già oltre».
«Noi» sono gli «aggrillati», gli assidui frequentatori del suo sito che, secondo un sondaggio «vanta già un blog all’ottantottesimo posto nella classifica mondiale». «Siamo come un virus che sta dilagando. Noi partiamo dal basso perché la comunicazione è ormai questa: la notizia immediata con i telefonini e le foto in rete, i commenti dei blogger. L’intermediazione non ha più senso. La democrazia vera è diritto di conoscenza, altro che diritto di cittadinanza».
«E’ libertà di accesso gratuito alle informazioni, ed è questa la mia battaglia, anche contro Berlusconi che con un decreto legge proibisce la comunicazione digitale per vendere una tecnologia morta e sepolta, anche contro Maurizio Costanzo che fa lo spot per il decoder prodotto da Paolo Berlusconi e finanziato con i soldi pubblici».
«Io mi collego in rete grazie a un foglio elettronico che porto in tasca - spiega Grillo -. Lo sfioro con un dito e non ho bisogno neanche del mio computer. Trovo tutto quello che mi interessa. La rete è la memoria universale e la conoscenza non può essere sbarrata dai diritti d’autore. L’etere è di tutti, il cielo è di tutti».
Come spiega il successo del suo sito?
«Con la mia reputazione. Costruita in 30 anni di comunicazione. Reputazione, una parola che non usa più nessuno».
Fonte:www.lastampa.it
"ESERCITAZIONE ANTITERRORISMO" RIMANDATA MISTERIOSAMENTE
di Maurizio Blondet
L'area portuale di Charleston
La grande e segreta esercitazione "Sudden Response 05", che doveva aver luogo nell'area di Charleston il 17 agosto è stata rimandata.
Si tratta di quell'esercitazione (ne abbiamo parlato nei giorni scorsi) che probabilmente doveva simulare la risposta ad un attacco nucleare nella zona portuale, e il cui comando operativo era stato stabilito a Fort Monroe. L'espulsione del comandante di Fort Monroe, generale Kevin Byrnes, con accuse infamanti e poco plausibili (adulterio) aveva suscitato scalpore e una ridda di ipotesi: il generale si sarebbe opposto a coprire, sotto l'esercitazione, un attentato tipo 11 settembre; o addirittura, stava preparando un colpo militare contro i neocon del Pentagono.
In ogni caso, la faccenda aveva richiamato l'attenzione dell'opinione pubblica su una vasta manovra congiunta (militari, Marina, personale d'emergenza e polizie locali) che gli organizzatori volevano evidentemente passasse inosservata.
Un particolare rafforza i peggiori sospetti.
Il porto di Charleston ospita un "Area Maritime Security Committee" (AMSC) di tipo speciale.
Gli AMSC sono organismi di natura poco chiara, creati da una legge federale nel 2002, che centralizzano in sè le varie unità operative che dovessero fronteggiare un'emergenza nei porti.
Rispetto ad altri AMSC, quello di Charleston dispone inoltre di un "sotto-comitato di intelligence" composto da persone con "clearance di massima sicurezza": individui (di cui non esiste una lista nominativa) evidentemente di massima fiducia dell'Amministrazione.
Inoltre, all'esercitazione "Sudden Response" di Charleston dovevano partecipare "aziende militari private", ossia le agenzie di mercenari di cui Rumsfeld si fida più che dell'esercito regolare, ed a ragione: queste compagnie di ventura, come DynCorps e Kellogg Brown & Roots, sono spesso collegate ad imprese petrolifere (la Kellogg alla Halliburton) e a loro il governo USA ha spesso affidato a contratto operazioni illegali e segrete.
Si apprende che intanto ha avuto luogo a San Francisco un'esercitazione simile, "PortSTEP", che simulava la "risposta a un attacco terroristico nell'area portuale".
Venerdì scorso, sotto le strade di San Francisco, si è udita una fortissima esplosione che ha scosso la popolazione, ma di cui non si è riusciti ad appurare la causa.
di Maurizio Blondet www.effedieffe.com
Due pentole di fronte ai cattolici
Vi ricordate dell'agosto 2001? Bè, sono passati solo quattro anni. Forse ci si riesce a rammentare.
In quell'estate nessuno parlava di terrorismo, di islam, di pericolo pubblico arabo, di antisemitismo, di minacce varie.
In quell'estate il tema era un altro. Un dibattito tra apprendisti stregoni e primi disillusi.
Gli apprendisti stregoni venivano da precedenti cinque anni in cui avevano predicato, in lungo e in largo, urbi et orbi, il dio mercato.
I liberisti più estremi, tra cui l'esimio Marcello Pera, si facevano vanto dell'economia globalizzata, che non esattamente prima a Seattle e poi a Genova aveva riscosso consensi.
Economia globalizzata: niente più barriere artificiali nel mondo. Libera circolazione delle merci, dei capitali, della forza lavoro. Dogma di origine divina. Riforma radicale del mondo. Pensiero e programma unico. Da Washington a Bruxelles a Pechino.
Apriamo il pianeta. Togliamo ogni freno. Ci regolerà da sè il dio mercato.
Nuova economia, internet come macchina da soldi, poi finita in nulla e in una crisi profonda di tutta l'industria avanzata. In particolare Usa.
Negli stessi giorni Ratzinger, da silenzioso ministro della Chiesa Cattolica, ribadiva un ordine segreto, ma severissimo.
Un coperchio che credeva ermetico di fronte all'assurdità del celibato-prigione sessuale dei sacerdoti. Nessuna fuga di notizie, silenzio, fermi tutti. Il primo che parla è scomunicato. Pur di fronte a un reato penale.
Poi, dopo pochi mesi, la necessità esplose. Come sempre fa. Quando è autentica pressione.
La pentola del mondo e della Chiesa, surriscaldate, cominciarono a bollire.
La prima dopo il semplice fatto che colossi come Cina e India stavano divorando interi giacimenti supergiganti di petrolio per bruciarlo nell'atmosfera. Mentre gli Usa continuavano a correre soli su fuoristrada da 6mila centimetri cubici.
Mentre di tali pozzi supergiganti si avvertiva, ormai platealmente, l'estinzione.
E Bush, come suo primo atto, rifiutò quella dura e lungimirante disciplina chiamata Kyoto. Per non alterare il tenore di vita americano, disse.
Causa, in realtà, la stessa ubriacatura neoliberista Usa, che nel 2001 si era mutata improvvisamente in rischio ravvicinato di depressione.
L'euforia del Dio-mercato Nasdaq, nel marzo 2000, era infatti divenuta de profundis. Scherzi dei falsi idoli, dei vitelli aurei, come diceva Mosè.
E Bush ebbe paura. Accettare la restrittiva e seria disciplina di Kyoto, nel bel mezzo del crollo cumulativo della nuova e esuberante economia, fu per lui rischio troppo grosso.
Che ancora si ostina a rifiutare, nonostante che almeno quindici suoi Stati lo abbiano di fatto messo in pratica.
La seconda pentola fu ben visibile dopo l'esplosione della pedofilia diffusa tra i sacerdoti Usa. Un fatto conosciuto dal 1962 ma tappato malamente dal coperchio medioevale di Ratzinger.
Anche lui ebbe paura, e consigliò con forza, al Pontefice ormai vecchio, di non muovere un dito.
Paura dello scandalo, dopo quasi 50 anni di dibattito sulle vere riforme da fare nella Chiesa cattolica apostolica romana. Abortite nelle espulsioni, nel silenzio e nei coperchi.
Non solo: un'Europa invecchiata, per reggere il gioco neoliberista, apriva frontiere a clandestini e non. Ovvero libera e migrante forza lavoro, dal nord africano sovrappopolato (in relazione al protezionismo agricolo, beninteso) al vecchio (mai fu tanto appropriato l'aggettivo) continente.
Felici i liberisti e i super-liberali? Può darsi. Uno come Pera allora applaudiva, compresi i piccoli industriali e non. Osannava l'afflusso di lavoro per il dio-mercato.
Ma nel 2001 qualcuno (ancora non so con esattezza) capì che la pentola rischiava l'esplosione.
E decise di creare un valvola a suo uso e consumo controllabile: chiamata guerra.
Fu Osama Bin Laden che capì appieno il nuovo enorme potere contrattuale arabo sul petrolio in via di estinzione? O fu Bush il petroliere (fallito) che comunque ne sapeva?
Non so: nell'estate del 2001 un critico gasdotto che avrebbe attraversato l'Afghanistan fu oggetto di minacce di guerra ravvicinate da parte dei negoziatori americani (e texani dell'Unocal) contro gli ex-alleati Taliban. Questo almeno hanno scritto e documentato due ex-servizi segreti francesi.
Minacce che nell'autunno del 2001 divennero subito realtà.
Non lo so, forse in un lontano futuro lo sapremo. Resta il fatto che il neoliberismo fece bollire la pentola, che tuttora solleva il coperchio, con il suo vapore. Che, a sua volta, scioglie i ghiacci del pianeta.
Ma questo per Pera e per Ratzinger è tabù. Noi, dall'altro dei nostri altissimi scranni, ci guardiamo bene dal parlare del rischio estinzione dell'umanità. Noi non parliamo della storia, quella vera, degli ultimi quindici anni. Il grande rischio di olocausto al dio mercato e al dio potere.
Una risorsa di base che diviene improvvisamente scarsa, preziosa come l'aria, scatena il conflitto. E allora i nostri liberali-liberisti alla Pera con chi se la prendono? Con chi ha portato il mondo a questa crisi, con gli apprendisti stregoni oppure con chi ne è vittima? Con i potenti folli o con le formiche?
Pera, che proclamava nel 2000 le magnifiche sorti e progressive del mondo libero da qualsiasi regolazione oggi, per non smentire la sua ideologia fallita (e restare sempre sotto i riflettori) alza lunghi ululati all'Europa sotto il rischio islamico, di meticciato.
Il sottoscritto, che lontanamente proviene da famiglia berbera e ebraica, ne è mediterraneamente fiero. Guarda un po'.
Da millenni e millenni, in questo mare condiviso (a volte senza molta grazia, lo ammetto) siamo tutti meticci...
Pera oggi mi ricorda, un'altro, un tedesco morto suicida, che trasformava carnefici in vittime, e viceversa.
Ratzinger, che nel 2001, metteva il coperchio sulle vergogne cattoliche con atti da santa inquisizione, oggi va a Colonia e parla di antisemitismo, parla d'altro. Parla di quel passato tedesco, di storia ormai remota. E non di quella presente, con i suoi rischi mortali.
Nessuno dei due parla della pentola che bolle. E della follia che ambedue hanno contribuito a creare.
Il primo con una ideologia feticistica, senza misura e senza proporzioni, che oggi gira su se stessa e si contraddice platealmente.
Tramutandosi in desiderio (spero puramente pio) di protezione etnica.
Il secondo con i suoi silenzi, il suo coperchio, la sua tetragona volontà di conservazione medioevale.
La cosa ironica è che ambedue parlano a cattolici cambiati.
Pera parla a un meeting in cui stragrande maggioranza sono militanti (e di fatto sacerdoti, anche se conservatori) con famiglia e figli.
Baby boomers come me. Che soffrono, sentono, provano commozione come me. E come noi, qualunque colore abbiate.
Poveri Cristi qualunque, ordinary men, dalle Termopili a Alamo, da Omaha Beach a Marzabotto, da Austerlitz a Waterloo, da Stalingrad a El Alamein, da Malta a Aqaba, dal S. Michele a Adua, nei giorni giusti e nei giorni sbagliati. Quelli lì, siamo sempre noi, perchè il lavoro non è ancora finito.
Oggi, inizio del nuovo millennio, si tratta di superare la profezia. Mille e non più mille. Poi il bivio. O troviamo l'equilibrio, la strada aurea, oppure è fatta, un nuovo e doloroso ciclo.
Abbiamo tutte le risorse e le conoscenze per trovare e costruire questo sentiero. Basta non prestare ascolto ai folli, agli ipocriti e ai dormienti. Basta guardare uno stormo di uccellini cosa fa e come canta.
Ratzinger parla a giovani che, con ogni probabilità, vorranno vivere naturalmente così il loro cristianesimo. In un mondo a rischio.
A Pera persino Cl oggi, per la prima volta da anni, dice di no.
A Ratzinger, se non cambia registro e velocemente, succederà, temo, qualcosa di analogo.
Le pentole in ebollizione, infatti, non brillano per pazienza. www.caravita.biz
Lacrime di coccodrillo
Solimano
Flores d'Arcais scrive all'Unità per lagnarsi che il suo appello per presentare alle primarie un candidato dei movimenti ha raccolto appena 130 firme. Continua cocciutamente a sbagliare. E' inutile mettersi a praticare il come eravamo riguardo ai movimenti, ai girotondi e così via, sarebbe più utile capire perché oggi sono completamente assenti. Sono sparite le persone del Palavobis e di Piazza San Giovanni? No, semplicemente non credono più che il modo di far presenti le proprie ragioni sia oggi quello isolazionistico ed in contrapposizione rispetto ai partiti, in una parola il modo sempre prediletto da Flores d'Arcais che portò alla candidatura della lista Di Pietro-Occhetto alle elezioni europee, col bel risultato che ognun sa. Siamo tutti perfettamente in grado di effettuare le scelte personali più opportune, ma la scelta di un partito dei girotondi è profondamente sbagliata, è una contraddizione in termini: porta con sé tutti i vizi ed i vizietti dei partiti senza averne i pregi organizzativi e finanziari. Tutte quelle persone non hanno cambiato idea: hanno ottenuto dei risultati (dopo di loro è cambiata l'aria nel centrosinistra, e sono cambiati i dati elettorali) e stanno a vedere quello che succede, a volte delusi a volte perplessi. Le primarie saranno una ottima occasione per darsi di nuovo da fare, ma non certo con una lista dei girotondi. www.ulivoselvatico.org
Controesodo: milioni di yacht in coda sulla Olbia-Livorno
L'estate nera del turismo in Italia si avvia alla conclusione tra le lamentele degli operatori. "Sdraio vuote, coca avanzata a chili, veline rimaste vergini", denunciano in Costa Smeralda. Lunardi: "Un piano di emergenza per il 2006: Riccione in Lombardia, l'Elba nel lago di Como"
Porto Cervo
C'è amarezza tra gli operatori turistici dopo gli scarsi risultati della stagione, dovuti in particolar modo all'assenza dei turisti stranieri attirati quest'anno da mete più vivaci (Sharm) e da mari più accessibili (Banda Aceh).
Fortunatamente la Sardegna si è in parte salvata dalla crisi generale grazie agli ospiti del party ferragostano di Briatore che, trasferiti con un ponte aereo, hanno consumato in quantità causando, tra l'altro, l'aumento del prezzo delle arachidi che ha sfondato la soglia psicologica di 6 dollari al barilotto.
Protagonisti di questa stagione in Costa Smeralda sono stati, come noto, i finanzieri d'assalto che hanno spadroneggiato sulle copertine dei rotocalchi. Ricucci è stato visto sulla spiaggia di Budelli mentre cercava di scalare la Falchi (nata nell'isola) mostrandole il suo piccolo pacchetto azionario rastrellato sul mercato. Montezemolo ha mostrato ai giornalisti il nuovo minisommergibile Fiat, già venduto alla marina russa e di recente ripescato dai soccorritori.
Ma grande clamore hanno suscitato anche i marxisti-biennellisti di Fassino e Consorte, finalmente liberati dal giogo del comunismo e liberi di prendere banche, caviale e figa come tutti gli altri, pur nel rispetto della regola secondo cui "a ciascuno secondo i propri bisogni, da ciascuno secondo le proprie possibilità".
Tanto spreco di energie nei buffet della Marzotto è stato salutato con sdegno da Massimo D'Alema, ormai già ex marxista-biennellista e in orzata verso il grande centro mild-cons che potrà "creare una politica in grado di superare differenze arcaiche come quelle tra etica e affari, onestà e disonestà, bene e male..." www.giuda.it
Io, meticcio immigrato che Pera non vuole
GAD LERNER
da Repubblica - 23 agosto 2005
Sono un meticcio immigrato nella penisola italiana ormai quasi mezzo secolo fa, di quelli che rischiano d´inquinare la pura razza toscana cui appartiene il presidente del Senato, Marcello Pera. In effetti ho generato dei figli con donne italiane. Nei giorni scorsi giocavano a pallone in Maremma con gli agenti della scorta di Pera, probabilmente mentre lui stava rinchiuso a cogitare il suo discorso di Rimini. Spero la circostanza non lo inquieti troppo. Loro non si sentono meticci, ma italiani. Come me.
Quando nel novembre 2004 Pera dichiarava a questo giornale: «Noi liberali non dobbiamo più limitarci a dire "non possiamo non dirci cristiani". Ma adesso "dobbiamo dirci cristiani". E tutti gli europei dovrebbero dirlo. Soprattutto se laici», potevo ancora limitarmi a sorridere: liberale dei miei stivali. Ma adesso non mi diverto più. Stiamo parlando della seconda carica dello Stato.
Io, il meticcio
È assai grave vedere proprio lui, che secondo la norma costituzionale potrebbe essere chiamato in ogni momento a garante supremo dell´unità nazionale, trasformarsi in un pusher d´identità artificiali e manipolate. Pera scherza col fuoco senza saperlo quando dichiara: «In Europa la popolazione diminuisce, si apre la porta all´immigrazione incontrollata e si diventa tutti meticci». E quando richiama l´esigenza di una società "virtuosa" aggettivando la democrazia con inediti termini minimizzanti: «Una democrazia relativista è vuota», dice, «ci fa perdere identità collettiva e ci priva di qualunque senso obiettivo del bene».
Magari bastassero i richiami al Sinai, al Golgota e all´Acropoli per definire il senso obiettivo del bene nella società contemporanea. Possibile che non si colga il pericolo insito in questo richiamo frettoloso alle tradizioni, in questa bolsa retorica della riscoperta delle radici che affligge ormai il lessico pubblico?
Non sta a me giudicare la disinvoltura manifestata nella ricerca affannosa di una nuova identità da un leader politico che solo due anni prima di enunciare l´imperativo "dobbiamo dirci cristiani", si dichiarava contrario a che nel preambolo della Costituzione europea figurasse un richiamo esplicito alle "radici giudaico-cristiane". Con quel prefisso, "giudaico", peraltro frettolosamente appiccicato in barba a secoli di storia.
In tempi di chirurgia estetica, anche Pera è libero di rifarsi i connotati intellettuali. Ma la sua vicenda pubblica rivela la vera malattia delle nostre società spaesate, su entrambe le sponde del Mediterraneo e un po´ dappertutto in giro per il mondo: l´illusione che le identità, singolari e plurali, possano essere costruite a tavolino, frugando nel passato e invano cercandovi rassicurazione, coesione, orgoglio d´appartenenza.
Pera fa un uso dei simboli non molto più sofisticato di quello che va per la maggiore nelle curve degli stadi di calcio. Con il rischio di produrre effetti ancora più nocivi. Ha paura del meticciato che caratterizza la nostra metropoli globale. Contribuisce a demolire il paradigma culturale universalistico – quello sì felice prodotto storico dell´evoluzione delle culture giudaica, cristiana e illuminista – in base al quale siamo giunti a considerare gli uomini tutti uguali e dunque titolari dei medesimi diritti. In quel suo parolaio sentirsi già in guerra – ma perché non partono mai volontari, questi predicatori? – risuonano gli echi della "nouvelle droite" europea che non celebra più la superiorità razziale, ma insiste sulla "naturale" differenza fra gli esseri umani.
Non solo. L´inedito attacco alla democrazia "relativista" apre nuovi interrogativi sulla fonte della sovranità. A chi spetta la corona? Il potere torna a essere legittimo quando viene insignito dall´alto? Gli spacciatori d´identità manipolate si assumono gravi responsabilità in tempo di guerra, specie se rivestono importanti cariche pubbliche. La loro propensione alla metamorfosi, magari solo con lo scopo di improvvisare una nuova armatura culturale che dia forma a uno schieramento politico in crisi, vista l´impossibilità di riproporsi liberale e liberista, è segno di debolezza.
Marcello Pera farebbe bene a prendere lezioni da Ariel Sharon, un leader conservatore disposto a scontrarsi duramente con le tendenze integraliste che minacciano la natura laica dello Stato israeliano; consapevole di come una falsa esegesi biblica abbia prodotto effetti devastanti in seno alla stessa comunità nazionale.
Ma il discorso di Rimini è rivelatore anche di una degenerazione parossistica in cui precipita la storica tendenza italiana al trasformismo, raggiungendo le più alte sedi istituzionali. Già una terza carica dello Stato, l´ex presidente della Camera, Irene Pivetti, si era resa protagonista di singolari trasformazioni: da leghista a seguace di Mastella; dal tailleur della cattolica vandeana all´abbigliamento fetish studiato per lei da crudeli costumisti televisivi. Adesso tocca alla seconda carica dello Stato. Pera come la Pivetti? Magari, sarebbe il danno minore. Ecco dove porta l´ossessione della ricerca delle radici.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Il giornale tedesco Die Tageszeitung racconta il Berlusconi playboy
REDAZIONE
Quando arriva il mese di agosto spesso i giornalisti vanno in crisi. I rappresentanti delle Istituzioni sono in ferie e diventa difficile riempire le pagine dedicate alla politica. Problemi di tutte le redazioni, anche di quella del "Die Tageszeitung". Ma in soccorso del periodico tedesco è arrivato il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi. Il giornalista Michael Braun ha infatti pensato di dedicare un articolo al Cavaliere, o meglio ad una sorta di raccolta delle sue gaffe più divertenti.
In ossequio a coloro che si ostinano ad affermare che "da quando Silvio Berlusconi è al Governo il prestigio dell'Italia all'estero è migliorato" il giornale ha mandato in stampa un articolo dal titolo "Silvio, il playboy dal fascino sconvolgente".
Braun ha spiegato ai suoi lettori che "nessun altro politico più di Silvio Berlusconi è in grado tenere alto il morale di un corrispondente straniero in Italia".
"Certo, alle sue conferenze stampa non risponde alle domande che gli sono poste - ha aggiunto con pungente ironia - ma in compenso le sue dichiarazioni lasciano il segno".
L'inviato ha quindi raccontato alcune delle più belle esternazioni del nostro premier. Ad eccezione di quella che ha visto involontario protagonista l'europarlamentare Martin Schulz - che fu definito "kapò nazista" dal presidente del Consiglio, sono tutte gaffe a sfondo sessuale. I cittadini tedeschi sono così ora informati del fatto che "le ultime vittime di Berlusconi sono i finlandesi".
"In occasione dell'inaugurazione dell'Agenzia europea per la sicurezza alimentare a Parma - si legge nel pezzo - il capo del Governo italiano ha giurato di aver esercitato il suo fascino da playboy sulla presidente finlandese per convincerla a rinunciare alla candidatura di Helsinki in favore della città emiliana".
Nell'articolo viene anche citato il fattaccio che ha imbarazzato non poco Anders Fogh Rasmussen. Durante una conferenza stampa il Cavaliere promise che avrebbe presentato sua moglie al premier danese, definendolo più bello di Massino Cacciari. In quei giorni si vociferava che la consorte di Berlusconi avesse una relazione con il filosofo, il leader della Casa delle Libertà voleva quindi fare intendere che preferiva che la moglie lo tradisse con Rasmussen piuttosto che con Cacciari.
Braun non ha dimenticato poi di ricordare quanto avvenne in Russia quando - mentre visitava una fabbrica in compagnia del presidente Vladimir Putin - il numero uno di Forza Italia decise di baciare la più bella operaia (che peraltro si rifiutò lasciandolo a bocca asciutta).
"Molti si chiedono perché faccia queste cose - ha concluso - la verità è che lui è semplicemente così". www.centomovimenti.com
«Meticciato, attacco alla civiltà europea»: Pera come i teorici del razzismo
di be.mo.
«È nostra salda opinione che l’incrocio con gli Africani sia un attentato contro la civiltà europea perché la espone a decadenza (...) Dal meticciato rifuggiamo consci dei pericoli che trascina con sé, ma al tempo stesso cerchiamo senza illusioni l’elevazione degli indigeni nell’interesse loro e nostro, e per averli utili dipendenti nello sfruttamento delle aziende coloniali».
«In Europa la popolazione diminuisce, si apre la porta all'immigrazione incontrollata, e si diventa "meticci" (...). Non c'è altra strada: o ci impegnamo ad integrare gli altri facendoli diventare cittadini della nostra civiltà - con la nostra educazione, la nostra lingua, la conoscenza della nostra storia, la condivisione dei nostri princìpi e valori - oppure la partita dell'integrazione è perduta».
La prima frase l’ha scritta nel 1938 Lidio Cipriani, antropologo e teorico delle politiche razzista del regime fascista, sul numero sei di una rivista che non a caso si chiamava La difesa della razza. La seconda l’ha pronunciata il presidente del Senato italiano Marcello Pera il 21 agosto del 2005 in apertura del meeting di Rimini di Comunione e Liberazione.
Dalla paura del meticciato a sostenere la purezza etnica il passo può essere breve, dicono allarmate le opposizioni commentando le dichiarazioni di Pera (tra l'altro ribadite e sottoscritte sempre da Rimini anche dal vicepresidente del Consiglio, Giulio Tremonti). E il raffronto tra l’articolo scritto 60 anni fa (proprio l’anno delle leggi razziali di Mussolini) dal teorico italiano della superiorità della razza bianca e le parole del nostro presidente del Senato, l’allarme appare più che giustificato. Difesa della civiltà europea e paura delle contaminazioni (ossia: meticciato e multiculturalismo) rappresentano infatti il filo conduttore sia del pezzo di Cipriani che del discorso di Pera.
Per rendersene conto basta esercitarsi in una sorta di gioco al confronto leggendo prima «L’incrocio con gli africani è un attentato alla civiltà europea» scritto nel 38 in appoggio della politica razzista del Regime(in rete si può scaricare dal sito del Museo virtuale delle intolleranze e degli stermini ) e subito dopo «Democrazia è libertà? In difesa dell'Occidente» scritto dal nostro attuale presidente del Senato (sul sito del Senato )
Il meticciato è una «grave piaga i cui effetti si proiettano, ingigantendo nel tempo, e della quale i responsabili mai saranno puniti abbastanza» scrive Cipriani commentando la legge contro le unioni miste emanata dal Gran Consiglio del Fascismo . «È il caso di aggiungere un altro e così serio malanno ai tanti di cui già soffre l’Europa»? si chiede il teologo della superiorità della razza bianca 60 anni prima prima di Pera. Ovviamente no, incalza Cipriani che (anticipando in questo caso la Bossi Fini) propone di «trattenere nel loro paese gli Africani» e, soprattutto, «ricondurre in Africa quanti, puri o bastardi di qualunque grado, uscirono dalle sue genti». Obietttivo? Ma ovviamente «la conservazione e l’ascesa della civiltà europea». D’altronde il meticciato, si affermerà a più riprese sulla sua rivista è «un delitto contro Dio, contro la vita e l’umanità» poiché a differenza dell’omicidio, che «distrugge soltanto l'individuo», il meticciato «distrugge o contamina tutta la discendenza».
«In Europa la popolazione diminuisce, si apre la porta all'immigrazione incontrollata, e si diventa "meticci"» ammicca invece Pera ai ciellini il 21 agosto del 2005 domandandosi incredulo come sia possibile che in Europa si sia diffusa «l'idea relativistica che tutte le culture hanno la stessa dignità etica, nessuna è migliore di un'altra, tutte sono buone e giuste». «È nostra salda opinione che l’incrocio con gli Africani sia un attentato contro la civiltà europea perché la espone a decadenza – spiega meglio Cipriani – dato che essa (ndr: la civiltà, appunto) è possibile solo nell’ambito delle razze europee.»
«Una democrazia relativista è vuota, ci fa perdere identità collettiva e ci priva di qualunque senso obiettivo del bene», chiarisce invece il presidente del Senato che poi aggiunge: «Non c'è altra strada: o ci impegnamo ad integrare gli altri facendoli diventare cittadini della nostra civiltà - con la nostra educazione, la nostra lingua, la conoscenza della nostra storia, la condivisione dei nostri princìpi e valori - oppure la partita dell'integrazione è perduta». Anche perchè, insiste Cipriani, «non altra razza ha dimostrato finora di riuscire a contribuire» alla crescita della civiltà «Nè vi è mai riuscito nessuno fra i milioni di bastardi bianco-neri comparsi in Africa, in America e purtroppo anche sul suolo dell’Europa».
La soluzione? «Sull’insieme di questi vari problemi l’Italia pronunziò da tempo la sua parola definitiva – scrive Cipriani nel ’38 – il razzismo fascista è ora venuto a rafforzare i medisimi concetti e a dimostrare quale valore sia da darsi al materiale umano per l’incremento o meno della nostra civiltà». «La mia risposta, anche questa detta tante volte, è: ci difendiamo – dice oggi Pera, anche lui senza lasciare più dubbi - Ci difendiamo con la diplomazia, la politica, la cultura, i commerci, i negoziati, gli accordi. Ci difendiamo offrendo rispetto e chiedendo rispetto. E alla fine ci difendiamo con la forza delle armi». www.unita.it
La nostra Europa meticcia
di ROBERTO DELLA SETA
Pronunciando quello stentoreo «no ai meticci» all’apertura del meeting di Rimini, il nostro (sic) presidente del senato Marcello Pera non ambiva certamente all’originalità. È un professore di università, un uomo colto, sa perfettamente che analogo rifiuto – ben prima di venire riesumato qui da noi dall’onorevole Borghezio e da alcuni altri – è risuonato più volte nella storia europea, spesso ne ha ispirato le leggi e segnato i passaggi più duri: dal divieto dei matrimoni misti a lungo vigente nelle colonie, fino agli anni della Germania nazista dove si sperimentavano le prime forme di fecondazione artificiale per vigilare sulla purezza della discendenza tedesca, e meticcia era aggettivo sinonimo per bollare l’arte e la letteratura cosiddette degenerate.
Poi l’Occidente ha imboccato un’altra strada, conformando le proprie legislazioni, il proprio modello di società, a quella idea di eguaglianza, di cui fino a qualche anno fa lo stesso Pera si dichiarava strenuo sostenitore ma che ora gli è venuta in antipatia.
Non voleva essere originale, Pera, forse pensava semplicemente di marcare, con le sue parole, una sorta di personale iniziazione all’ideologia teo-con, alle teorizzazioni sulla intrinseca superiorità della civiltà cristiana su tutte le altre. Anche qui, però, si è dimostrato precipitoso. Luigi Amicone, intellettuale vicinissimo a Cl e interprete autorevole del pensiero ratzingeriano, gli ha spiegato con qualche imbarazzo che forse si è lasciato prendere la mano: la tradizione religiosa cristiana dell’Occidente, dice testualmente Amicone, sa che comunque tutti gli uomini nascono dalla stessa radice, con Paolo proclama che non c’è più né giudeo né greco. E aggiunge: il presidente del senato ha compiuto una riflessione da conservatore americano, la visione cattolica è altra.
Dunque, Amicone “regala” Pera ai teo-con. Ma questa invettiva contro il meticciato non sembra il terreno d’intesa più adatto nemmeno rispetto a loro. Bush sarà pure un “teo-conservatore”, ma è anche il capo di un paese dove il miscuglio etnico è ormai la regola.
Difficile immaginarlo in un discorso pubblico, magari con accanto Condoleeza Rice e il ministro della giustizia Alberto Gonzales, che si scaglia contro i meticci.
No, l’unica spiegazione plausibile dell’uscita di Pera è che davvero volesse imitare il succitato Borghezio. Se ci fossero le primarie anche nel centrodestra, potrebbero proporsi come ticket per la leadership. Slogan dell’inedita coppia: «Bianchissimi».www.europaquotidiano.it
Se fossi presidente
Stefano
Mancano nove mesi al giro di boa, nove mesi duri per il nostro paese. Berlusconi probabilmente non sarà della partita dicono i bene informati, tutti all’interno della CdL. Forza Italia fra le crisi senili di egocentrismo del premier e i discorsi a pera del presidente del senato, è alla ricerca dell’eutanasia più indolore; AN è in rotta con se stessa, Follini e Casini scalpitano per poter ufficializzare un candidato premier che sia meno usurato di Berlusconi. Ma nel frattempo il paese langue e va alla deriva senza guida. Le ultime stime del F.M.I. hanno rivisto al ribasso anche le recenti previsioni italiane e la reazione del nostro governo è stata pressoché nulla, segno evidente di un coma ormai irreversibile.
L’alleanza di centrosinistra ha saggiato più volte in questi anni un’elettorato critico ma fondamentalmente fedele, che ha dato all’opposizione il vantaggio di una serie consecutiva di successi elettorali, malgrado tutto. Malgrado l’assenza ormai preoccupante di un dibattito vero sulla costruzione di un programma alternativo con cui presentarsi alle elezioni, malgrado differenze preoccupanti fra le diverse anime della coalizione su temi fondanti come la pace, il lavoro, la scuola e la sanità. Abbiamo sciupato mesi, anni interi nel ricercare un nuovo “status” per l’Ulivo e non l’abbiamo trovato, perché i nostri leaders hanno sempre escluso gli elettori da questa ricerca. Nonostante questo la società civile di movimenti, girotondi e cittadini comuni è sempre lì, vigile e in attesa di un qualche segnale confortante che tarda però ad arrivare.
Qualcuno ha pure provato ad infilarsi in questa “zona morta”, interpretando il silenzio del popolo di San Giovanni come dovuto a una crisi da mancanza di rappresentatività. E ha indicato più o meno arbitrariamente alcuni nomi che avrebbero dovuto rappresentare i movimenti nelle elezioni primarie di ottobre. Tentativo maldestro, bruciato dall’indifferenza. Che dovrebbe però far riflettere una volta per tutte su i sentimenti – alti e nobili – che hanno portato in piazza in questi cinque anni milioni di cittadini comuni, peones della politica alla riscoperta “soprattutto tra i giovani, della legalita come potere dei senza potere " (Galante Garrone).
Ho già detto in passato del rischio insito in queste primarie “presidenziali”. Che servano a Prodi è indubbio, ma con un po’ più di coraggio da parte di tutto il centrosinistra avremmo potuto fare di questa consultazione nazionale uno strumento ancora più incisivo, dando la possibilità ai cittadini di esprimersi non soltanto sul candidato premier ma anche sulla rappresentanza politica del proprio partito di riferimento. Perché alla fine dei giochi un premier può essere anche abile, equilibrato e illuminato, ma se la sua squadra non funziona il governo va presto in malora. E le scelte che Prodi dovrà prendere per raddrizzare il paese dovranno poter disporre di una fiducia vasta e consapevole, ben al di là delle aule parlamentari. La maggioranza dei cittadini dovrà essere convinta delle donne e degli uomini mandati lassù a rappresentarli, di una convinzione costruita sulla conoscenza diretta, sulla verifica di quei valori morali di cui dovrebbe essere naturalmente intessuta la prassi politica. Una catarsi ecumenica e globale, un bagno democratico di ciascun candidato nel mare magnum dell’elettorato, ecco che cosa avrebbero potuto essere le primarie di ottobre. Un segnale forte, incontestabile di una scelta coraggiosa e radicale, che non sarebbe passato inosservato nemmeno al più acceso fra i sostenitori del centrodestra.
Così non sarà, pazienza. Gli elettori risponderanno comunque con una partecipazione straordinaria, ancora una volta, all’invito di Prodi, di Bertinotti e quant’altri si presenteranno. Per il capo di Rifondazione c’è un blog in rete (sul portale di Liberazione) messo a disposizione dei cittadini per segnalazioni e consigli. Prodi ha la sua fabbrica, che fino ad ora per la verità non si è particolarmente distinta nel marketing sociale con la società civile ma c’è tempo, vedremo. Rutelli non ha mai sentito particolarmente l’esigenza di “sentire” la gente comune – basti dire che sul forum di Ulivo.it non si è fatto mai vivo benché invitato più volte – e non lo farà certo adesso. Del resto lo ha già detto, basta con “pane e cicoria”..
Staremo a vedere che succede, ma nel frattempo ognuno di noi può giocare a fare il candidato presidente. La crisi del paese è talmente profonda che il vero grande problema è da dove cominciare senza dare subito ai cittadini resi ansiosi dalla crisi la sensazione che non si è cambiato niente pur cambiando il governo. Per conto mio detto al futuro premier una piccola stringata agenda delle emergenze da affrontare nei primi cento giorni . Contiene l’introduzione per legge delle elezioni primarie (vere e trasparenti per tutti i partiti e per ogni genere di candidati ) prima di qualsiasi consultazione elettorale nazionale e locale; la risoluzione definitiva dei conflitti di interessem soprattutto nell’editoria e nell’informazione; la restituzione ai cittadini della nostra legge costituzionale nel testo precedente ai ritocchi berlusconiani, compresi anche quelli eventuali di fine legislatura, se mai arriveranno a vararli e infine l’abrogazione della legge Biagi e varo di un nuovo statuto dei lavoratori che tenga conto dei tempi, dei nuovi lavori e delle nuove opportunità tenendo però il timone dritto sulle tutele e sui diritti, soprattutto per chi si affaccia per la prima volta nel mondo del lavoro.
So bene che c’è altro, molto altro, e che sarebbe bene ascoltare tutti. Ma non sarò io a fare il presidente del consiglio, per fortuna. Perché anche di una buona dose di fortuna avrà certo bisogno chi guiderà l’Italia nel 2006. www.liblab.it
Spargete la voce
Sun Xiaodi denuncia la contaminazione in una miniera di uranio. Il giorno dopo scompare
Scritto per noi da
Davide Scagni
I danni ambientali provocati dalla mancata eliminazione delle scorie tossiche da parte delle industrie sono un problema che si sta affacciando in Cina con sempre maggiore gravità. Sabato scorso un centinaio di abitanti della città di Meishan, nella provincia orientale della Zhejiang, ha manifestato in piazza per chiedere la chiusura della ''Tian Neng Battery Factory'', accusata di gettare i suoi rifiuti tossici nel fiume cittadino da cui proviene tutta l'acqua potabile della zona. Le proteste sono state soffocate con la forza dalla polizia, che ha provocato dai 60 ai 70 feriti tra i manifestanti e ha poi effettuato delle spedizioni punitive colpendo indiscriminatamente chiunque si trovasse a passare per strada. Secondo gli abitanti di Meishan un gran numero di bambini ha assorbito massicce quantità di piombo a causa della vicina fabbrica, ma le autorità cinesi addette alla sicurezza per il momento mirano più a spegnere i focolai di protesta piuttosto che occuparsi della salute dei loro cittadini.
La discarica del Tibet. La situazione più grave dal punto di vista ambientale sembra essere quella del Tibet. Tra impianti nucleari, basi missilistiche e miniere di uranio, l’altipiano tibetano da almeno trent’anni costituisce il principale terreno di sperimentazione nucleare della Repubblica Popolare, con il sostanziale silenzio della comunità internazionale. Il 19 agosto scorso l’associazione Human Rights in China ha reso noto con un comunicato su internet la vicenda di Sun Xiaodi, 50 anni, un ex minatore scomparso dopo aver denunciato l’inquinamento causato dal giacimento di uranio in cui lavorava. La miniera numero 792 è situata nei pressi del distretto di Thewo, nella Prefettura autonoma di Gannan, a sud ovest della provincia di Gansu, in quello che è noto come il più grande deposito di uranio del Tibet. Sun Xiaodi cominciò a riferire al “Dipartimento sul nucleare” cinese del mancato rispetto delle norme all’interno della miniera a partire dal 1988, ma invece di ottenere una risposta ufficiale delle autorità fu sottoposto per anni a diverse forme di ritorsione. La sua casa divenne oggetto di sorveglianza costante e persino le sue telefonate vennero controllate. Nel 1994 Sun venne licenziato e fu costretto a vivere con un sussidio di poco superiore a 100 yuan al mese. Anche sua moglie e sua figlia subirono continui trattamenti discriminatori e vessazioni, fino al presunto rapimento dell’uomo nell’aprile 2005.
Segreti di stato. Il 28 aprile, Sun stava andando a Pechino per consegnare una petizione contro i responsabili della miniera numero 792 quando venne intervistato da un giornalista della Afp, una nota agenzia di stampa francese. Sun sfruttò subito quest’opportunità per riferire al mondo i motivi della sua battaglia. Parlò delle gravi carenze in termini di sicurezza della miniera di uranio numero 792. Parlò del materiale radioattivo che veniva ogni giorno scaricato abusivamente nelle acque del distretto di Thewo. Parlò della raccolta firme che lui stesso aveva tenacemente portato avanti per 16 anni, dal 1989, nell’interesse delle oltre 2 mila persone che avevano fatto affidamento su quella miniera per la loro vita. Così quel giorno la piccola voce di Sun Xiadi divenne la voce di tutti loro. Dopo l’intervista, Sun si diresse verso l’ufficio governativo che si occupa della gestione delle petizioni, ma non lo raggiunse mai. Arrivato nei pressi del parco Taoranting, alcuni uomini in abiti civili lo infilarono a forza in un’autovettura e lo portarono via. Molta gente era presente durante l’accaduto così la voce circolò in fretta nell’ufficio delle petizioni, ma le ragioni del presunto sequestro non furono mai chiarite. Il giorno dopo, a Pechino, alcuni poliziotti in borghese si introdussero nella casa di un amico di Sun e lo condussero all’ufficio del Dipartimento Statale per la Sicurezza, ripetendogli insistentemente che Sun era un “criminale ricercato” e che aveva commesso “un reato molto grave legato a segreti di stato”. Il 20 giugno la stessa persona, amica di Sun, fu richiamata al Dipartimento, dove gli venne detto che Sun era stato preso e riportato a Gansu. Queste sono le uniche informazioni concesse ad amici e famigliari di Sun sul suo arresto, da aprile ad oggi.
La libertà delle scorie. Per quanto piccola, la voce di Sun diceva verità scomode. Non stupisce che la si volesse spegnere. L’inquinamento dovuto alle scorie nucleari non è un problema della sola provincia di Gansu, ma interessa tutto il Tibet e rischia di ripercuotersi su tutta l’Asia del sud e del sud-est. Il Tibet è infatti la principale risorsa idrica di paesi come il Pakistan, l’India, il Bangladesh, la Birmania, la Tailandia, la Cambogia, il Laos, il Buthan, il Vietnam e la stessa Cina. La quale, senza ritegno, continua a spargere le proprie scorie nucleari nelle acque del pacifico altipiano tibetano. Nella miniera di Thewo l’acqua velenosa viene tuttora raccolta in una struttura di pietra a 40 metri di altezza prima di essere rilasciata nel fiume locale da cui attingono sia gli animali sia le persone, tenute scrupolosamente all’oscuro dei rischi. Ma i rischi sono presenti e ben visibili: il tasso di mortalità del bestiame a Thewo è insolitamente alto. La flora e la fauna locale hanno subito un drastico ridimensionamento rispetto a prima degli anni ’80, quando l’impianto non c’era ancora. I residenti vicini all’impianto soffrono di un’alta incidenza di leucemie, morti infantili, aborti spontanei e malformazioni. Secondo il personale medico locale quasi metà dei decessi nella zona sono dovuti a forme cancerogene, ma le casistiche dei pazienti vengono di solito alterate in nome della “sicurezza dello stato”. Evidentemente, la libertà di scaricare le scorie nel Gatsu ha un peso ben più alto dei diritti dei suoi abitanti. I quali, tuttavia, non smettono di fare sentire la propria voce. La figlia di Sun, alla quale le autorità pechinesi hanno sempre risposto di non sapere dove si trovasse suo padre, ha recentemente lanciato un appello affinché la verità venga a galla e suo padre venga liberato al più presto. “Mio padre è la persona su cui mia madre ed io poniamo tutte le nostre speranze”, scrive Sun Haiyan, in una lettera diffusa da Human Rights in China. “Mi appello urgentemente ai responsabili affinché liberino incondizionatamente mio padre, e condanno le loro attività terroristiche. Ridatemi mio padre. Ridategli la sua libertà.” www.peacereporter.net/
Dall’Algeria alla Terra Promessa
Sono già dieci anni che vivo in Spagna! Come cambia la percezione dell’Europa in base al lato dal quale la si guarda. Dall’altra parte, da lontano, viene mitizzata, è come il “sogno americano”.
Tutti i giovani del mio Paese, l’Algeria, sognano di attraversare il Mediterraneo perché dall’altra parte la vita sembra più completa, prospera e felice. L’Europa sembra attirarci con i suoi canti suadenti.
Con i piedi per terra
Una volta in Europa, la visione delle cose cambia. La vita qui non è del tutto quella che immaginavo ed il cambiamento non è stato così drastico come temevo e desideravo al tempo stesso. In fondo, l’emigrazione ha soltanto sancito un cambiamento di contesto nello sviluppo del mio percorso di vita. Certo è che alcuni aspetti della mia esistenza hanno subito un cambiamento positivo, una maggior rilassatezza e pace nella mia vita quotidiana, ma le mete e le lotte hanno continuato ad essere le stesse: studiare, acquisire un buon livello di istruzione per il mio futuro, trovare un lavoro in cui mi possa sentire realizzata, ecc. In definitiva, mete che avevo già tracciato nella mia natia Algeria, con la differenza che ho dovuto traslarle nei paradigmi di una società benestante e consumista. Con tutto ciò che questo comporta. I miei bisogni quotidiani sono andati cambiando: ora “ho bisogno” di cose in piu’ di quelle di cui potrei aver avuto bisogno in Algeria.
Guarire la miopia europea
Ora sono in Europa, terra del Rinascimento, terra del sapere. Un’Europa che ogni giorno esprime giudizi ed opinioni sul Paese dal quale provengo, creando un’immagine che ritengo in parte errata. Perciò, giorno dopo giorno, sento la necessità di chiarire, raccontare, esporre a chi mi è vicino chi sono, la mia storia e la storia del mio popolo. Insieme a quella del mio presente e del presente di coloro che ho lasciato dall’altra parte. Accetto quest’opera di diffusione con piacere perché anche io sono e devo essere parte della costruzione dell’Europa. La sua realtà è la mia e le sue difficoltà sono le mie.
Mi vedo in un’Europa che prova ad unirsi ogni volta di più senza tener conto delle diversità tra i suoi cittadini. La creazione e il consolidamento dell’Unione Europea si sta basando principalmente su interessi e criteri economici. Questo fa sì che il dibattito su ciò che potrebbe e dovrebbe essere arrivi a dei risultati concreti soltanto in alcuni ambiti. Cioè quelli legati principalmente al potere, lasciando da parte tutti i cittadini.
Un’Europa addormentata
Gli europei “di nascita” sembrano recuperare la memoria a sprazzi. Di loro si apprezza, in certe occasioni, uno spirito di rivendicazione e lotta per come vogliono che sia il loro futuro. Suppongo che sia consigliabile trasformare l’apatia e l’accettazione facendo leva su un maggior coinvolgimento ed esigenza di partecipazione dei suoi dirigenti.
In qualità di europea “di adozione” non mi sento inclusa nei dibattiti pubblici. Si parla di me, della mia immigrazione, ma in termini di “problema” e di “manodopera”. La ricerca di una vita migliore implica qualcosa di più del lavoro non specializzato. La vita possiede un aspetto politico che alcuni paesi negano agli immigrati.
D’altra parte, il laicismo europeo è spesso un mito, la libertà di praticare o no la religione è discutibile per tutti, immigrati e non.. Le relazioni sociali sono inficiate dall’aumento dell’ individualismo, in tutti gli ambiti della vita, e dall’uso e abuso delle nuove tecnologie. Dobbiamo coinvolgerci oltre il nostro lavoro quotidiano e pensare a lungo termine, non subire l’Europa ma contribuire alla sua costruzione. Tenendo sempre conto che lo sviluppo di una regione non può mettersi a capo dell’indipendenza dello sviluppo delle altre.
Meriem Abdelaziz è nata in Algeria, dove ha vissuto fino a otto anni fa, quando si è trasferita in Spagna. Attualmente è responsabile del programma culturale della Fundación de las Tres Culturas che ha sede a Siviglia.
Meriem Abdelaziz - Siviglia - www.cafebabel.com/it
Il machete rimosso
a cura di Stefania Ragusa
Una retrospettiva sul genocidio ruandese della primavera del 1994 che in tre mesi costò la vita ad almeno 500mila persone
Uno scavo nell’anima di alcuni responsabili del genocidio ruandese della primavera 1994, che in tre mesi costò la vita ad almeno 500mila persone, tra tutsi e hutu. Così Jean Hatzfel, autore di "Une saison de machettes", corrispondente di guerra francese e collaboratore del quotidiano "Libération", torna sulla tragedia.
Il punto di vista degli esecutori. Un gruppo di dieci hutu, uomini giovani, che si conoscevano, si frequentavano e conducevano esistenze assolutamente normali nello stesso villaggio, Kibungo. Uomini che hanno passato, poi, un periodo nei campi profughi in Zaire (oggi Rd Congo), sono quindi rientrati, hanno subito un processo e trascorso alcuni anni in prigione. Otto di loro, oggi, sono di nuovo liberi.
Punto di vista raccolto in un libro (uscito nel 2004 anche in italiano, A colpi di machete, Bompiani) che nasce da una richiesta esplicita dei lettori di un libro precedente, sempre di Jean Hatzfeld, Dans le nu de la vie, pubblicato nel 2000, che dava voce a un gruppo di sopravvissuti al genocidio.
Spiega l’autore: «I lettori volevano conoscere anche l’altro punto di vista. Pur con molti dubbi, ho incontrato in prigione dei condannati per i massacri. Ho trovato questo gruppo di Kibungo, villaggio che conoscevo bene per averci lavorato a lungo. Abbiamo cominciato senza troppa convinzione. Sceglievo degli argomenti e li affrontavo con ciascuno di loro separatamente. Dopo qualche mese, siamo arrivati ai temi del rimorso e del perdono. E lì ci siamo accorti che c’era un libro da scrivere».
Che cosa l’ha colpito e convinto?
Ogni giorno, vedevo due del gruppo. Al massimo per tre ore. Non ero in grado di restare più a lungo ad ascoltare. C’era qualcosa che mi metteva troppo a disagio. E non era quello che raccontavano, ma il modo in cui lo facevano. Come se si fosse trattato di normali giornate di lavoro e non di massacri. Ogni volta era come se l’uomo che avevo davanti mi presentasse due volti. C’era il Fulgence o il Jean-Baptiste che aveva fatto il maestro o l’agricoltore, giocato coi figli e coccolato la moglie. Ed era vero. E poi c’era quello che aveva fatto a pezzi venti o trenta persone con il machete. Ed era vero anche quello. Parlavano tutti con la stessa voce monotona, monocorde, non si arrabbiavano mai, non piangevano mai, non si alzavano mai per andarsene. Come privi di qualsiasi emotività. Questo era insopportabile.
Tutti, indifferentemente?
L’assenza di emotività era comune. Così come l’assenza di rimorso. Ho voluto fare la stessa domanda a tutti. «Lei ha ucciso più volte, per più giorni; poi ha vissuto due anni in campi profughi, poi è stato in prigione: qual è il ricordo peggiore?». Nessuno ha ricordato un omicidio. Alcuni hanno detto: quando dovevamo fuggire e morivamo di fame e sete. Altri: la promiscuità in prigione. Ma nessuno ha detto: il peggior ricordo è quando ho tagliato la testa a quel tizio o quando ho fatto a pezzi quel bambino.
Com’è la situazione in Ruanda? Oggi si uccide ancora?
L’immagine di paese pacificato, che si cerca di trasmettere all’esterno, non è veritiera. Ma il problema principale non è la violenza fisica, bensì il retaggio psicologico del genocidio. Il problema di convivere con il passato, con i ricordi, i traumi, le famiglie decimate, le persone in carcere. Sul piano politico, non c’è democrazia. C’è un partito unico, il Fronte patriottico ruandese (Fpr), che non permette una normale dialettica politica. Il regime, per molti versi, è condannabile, ma credo che possa e debba essere scusato per altri. Paul Kagame, il presidente, ha ereditato una situazione complicatissima e ingestibile. Tutsi e hutu devono convivere in poco spazio.
Ma sull’inchiesta del giudice francese Bruguière (la cui conclusione è che Kagame sarebbe stato il mandante dell’attentato che provocò la morte dell’allora presidente Juvénal Habyarimana e che innescò il genocidio) le chiederei di esprimersi.
Accusare Kagame di essere complice della preparazione del genocidio è assurdo. Diversa la questione dell’abbattimento dell’aereo presidenziale. Tuttavia, con gli elementi che abbiamo oggi in mano, è difficile tanto affermare quanto negare che sia stato Kagame il mandante. Comunque, un evento scatenante non va confuso con la causa.
L’Fpr è stato accusato di avere commesso azioni di violenza spietata e gratuita contro gli hutu, tanto da suggerire l’ipotesi di un doppio genocidio.
Nel ’94, l’esercito dell’Fpr si è abbandonato a un numero altissimo di uccisioni e di crimini, che poi ha continuato anche nel Kivu. Erano uccisioni su vasta scala, ma non c’era l’intenzione di sterminare gli hutu. La volontà di punire, sì, il desiderio di vendetta anche. Il che non è accettabile, certo, ma non può essere assimilato a un progetto di sterminio. Infatti, le truppe di Kagame, nel ’96, una volta entrate in Zaire, hanno regolato molti conti con gli interahamwe, i miliziani hutu.
La riconciliazione sta avvenendo davvero?
Se pensiamo a un perdono reale, profondo, lontano dalla vendetta, direi di no. Almeno per quanto riguarda la generazione che ha vissuto il genocidio. Però si convive. Tutsi e hutu riescono a parlarsi del prezzo di una vacca al mercato, a scambiarsi dei raccolti, a frequentare la stessa chiesa o lo stesso stadio. Penso che i figli si faranno carico delle responsabilità e delle colpe dei padri.
Le etnie sono state cancellate per legge. Ciò facilita la pacificazione?
No, la rallenta e la ostacola. Prima del genocidio, ognuno veniva identificato per via etnica: a scuola, sul lavoro, nei contratti, nelle carte di identità. Non voglio dire che fosse un bene, ma era una prassi fortemente interiorizzata che regolava la vita quotidiana. Dopo il genocidio, questa differenziazione è diventata un tabù. Non si può parlare della propria etnia. Il concetto sta scomparendo dai libri scolastici. È un’operazione assurda impedire alla gente di esprimere pubblicamente cose di cui parla continuamente nel privato. Non è possibile ipotizzare una riconciliazione costruita sulla rimozione del passato. Sa che il genocidio non compare nei libri scolastici? In Francia, per trent’anni non si è parlato della guerra d’Algeria. Questo non ci permetteva di far fronte al nostro passato coloniale. Bisogna che a scuola i ragazzi possano conoscere la propria storia, e questo genocidio fa parte della storia ruandese.
I tribunali popolari gacaca affiancano la giustizia ordinaria e raccolgono prove e testimonianze dei massacri del 1994. Funzionano?
Alcuni sì. Mettere le cose in piazza o, meglio, sotto l’albero, è stato come fare scoppiare il bubbone e avviare un processo di guarigione. Altri sono stati catastrofici: accuse false, sopravvissuti che subivano pressioni per non accusare i colpevoli, imputati che cercavano di tirare dentro altri per alleggerire le proprie responsabilità…
Una conseguenza imprevista del genocidio è stata una maggiore partecipazione femminile alla vita pubblica.
Verissimo. Oggi ci sono molte donne nella vita politica ed economica; sono diventate capofamiglia, hanno dovuto mettersi a dirigere scuole, ospedali e a occupare posti che erano solo maschili. Ciò è stato facilitato anche dal fatto che il regime di Kagame è impregnato di cultura anglosassone, meno restia ad ammettere le donne in alcune posizioni di potere. Però, andiamoci piano: il potere vero, forte, decisionale, rimane saldamente in mani maschili. Non a caso, ci sono donne in parlamento, ma non al governo.
Fonte: http://www.nigrizia.it/doc.asp?id=7134&IDCategoria=110
Kosovo, tiro alla fune coi confini
Biserka Ivanović
La comunità internazionale si aspetta che venga avviato al più presto, pena il rischio di ripercussioni sulla partenza dei negoziati sullo status della Provincia. Si tratta del processo di decentramento, arenato però su questioni legate ai confini delle cosiddette ‘municipalità pilota'
Alcuni cittadini di Gracanica Nelle ultime due settimane in Kosovo non si parla d'altro: decentramento. Un tema chiave soprattutto in vista della consegna del rapporto da parte di Kai Aide - inviato di Kofi Annan - sul rispetto di una serie di standard posti dalla comunità internazionale prima dell'avvio dei negoziati sullo status giuridico finale del Kosovo.
Nonostante proprio sulla questione del decentramento amministrativo si stia giocando una grossa partita per la Provincia il governo kosovaro non sembra particolarmente attivo. Ancora meno lo è il Ministro per i poteri locali, creato appositamente per guidare il processo di decentramento amministrativo.
Alla fine di luglio l'amministrazione ONU ed i rappresentanti del Gruppo di contatto avevano sottolineato la loro delusione in merito alle lentezza con cui il governo procedeva sul tema della decentralizzazione. In particolare sottolineavano la mancata partenza dei cosiddetti "progetti pilota" ed avevano anticipato che questo avrebbe potuto influire pesantemente anche sulla stessa valutazione degli standard.
Fonti interne al governo del Kosovo, che formalmente dichiarava di procedere alacremente con l'implementazione della decentralizzazione, hanno affermato che in realtà un problema c'era. E questo stava bloccando l'intero processo: le definizione dei confini delle nuove municipalità pilota. Dal canto suo anche la comunità serba è particolarmente sensibile alla questione dei confini delle municipalità .
Nei giorni scorsi il governo del Kosovo ha presentato il cosiddetto "piano A" sul decentramento. Anticipando che era già pronto un piano B, nel caso la comunità serba non avesse accettato il primo, cosa che poi si è puntualmente verificata. Ma i rappresentanti della comunità serba hanno espresso forti perplessità anche sulla seconda proposta del governo kosovaro.
Per come si è messa la situazione è improbabile che la comunità serba accetti qualsiasi di queste "variazioni sul tema" in merito al decentramento e vi sono molte ragioni alla base di questa scelta.
Innanzitutto la comunità serba non ha potuto dire molto durante i negoziati sul decentramento ed è in parte è responsabilità degli stessi leader serbi perché hanno deciso di seguire le istruzioni di Belgrado a non partecipare ai lavori del governo del Kosovo e quindi non hanno preso parte ai gruppi di lavoro sul decentramento anche se – a detta di molti serbi del Kosovo - la loro partecipazione non avrebbe influito granché vista la piega a loro sfavore che i lavori sul decentramento hanno preso sin dall'inizio.
Senza la partecipazione serba ai gruppi di lavoro i politici kosovari albanesi hanno optato per non riconoscere e legittimare del tutto l'esistenza delle enclaves serbe (alcuni partiti dell'opposizione, come ORA, guidata da Veton Surroi, avevano indicato fin dall'inizio che sarebbe avvenuto questo) ma piuttosto di disegnare nuovi confini delle municipalità in modo da renderle multietniche, prerequisito che ritenevano fondamentale nel processo di decentramento.
Coerentemente a questo approccio i politici kosovaro-albanesi hanno scelto di fare in modo che nella nuova "Municipalità pilota" di Gracanica la comunità serba non avesse una maggioranza schiacciante ed hanno quindi annunciato che il villaggio di Hajvali, attualmente abitato da circa 5000 albanesi, sarebbe dovuto entrare a far parte della municipalità di Gracanica.
Significativa la reazione del sindaco del villaggio di Hajvali, per molti versi paradossale. "Nessuno ne era stato informato, lo abbiamo saputo attraverso i media", le sue dichiarazioni a caldo. In un secondo momento ha però aggiunto che "dobbiamo unirci a Gracanica in modo che quest'ultima non divenga una enclave serba". Allo stesso tempo i partiti kosovaro-albanesi all'opposizione, PDK e ORA, hanno continuato ad opporsi al progetto di decentramento definendolo una "enclavizzazione" del Kosovo alla quale si arriva a causa delle pressioni di Belgrado.
Nel villaggio a maggioranza serba di Caglavica, tra Gracanica e Pristina, la notizia che, in seguito alla proposta di decentramento, si sarebbe entrati far parte della municipalità di Pristina è stata presa talmente male che i leader della comunità hanno annunciato che tutti gli abitanti, se così avvenisse, lascerebbero addirittura in blocco il Kosovo. Il piano di decentramento è stato definito senza mezzi termini come un "subdolo tentativo di pulizia etnica, una modalità per interrompere il legame cultuale, religioso e nazionale con le altre comunità serbe che abitano il Kosovo centrale". I serbi di Caglavica vogliono, anche in futuro, continuare a far parte della municipalità di Gracanica.
Momcilo Trajkovic, rappresentante del Movimento della resistenza serba, e cittadino di Caglavica, ha accusato Belgrado di "fare politica dalla platea". Con questo intendeva affermare che i politici di Belgrado si limitano a rilasciare dichiarazioni al fulmicotone senza però avere influenza sui rappresentanti della comunità internazionale e senza partecipare effettivamente ai processi per provare a trovare una soluzione al problema.
I rappresentanti di Caglavica hanno inviato lettere di protesta sia a Jessen Petersen, la più alta carica dell'amministrazione ONU in Kosovo, che a Kai Aide, inviato speciale di Kofi Annan a cui spetta valutare gli standard posti dalla comunità internazionale prima che si avvino i negoziati sullo status finale della Provincia tra Belgrado e Pristina, ed oltre a loro anche al Primo ministro serbo Kostunica, al Presidente serbo Tadic, all'ombudsman per il Kosovo Novicki.
Lettere nelle quali esprimono il loro disagio ed il forte senso di abbandono. Anche parlando con la gente comune emerge netta da parte loro la sensazione che senza forti pressioni sugli attori principali coinvolti nella vicenda il loro destino rischia di non essere certo dei più radiosi. "Desideriamo continuare a vivere nelle nostre case e sulle nostre terre" si sente dire per strada a Caglavica "ma che se il nostro villaggio entrerà a far parte della municipalità di Pristina temiamo questo non sarà più possibile".
"Il piano B di decentramento non è accettabile" ha dichiarato ad Osservatorio sui Balcani Oliver Ivanovic, leader della Lista serba per il Kosovo "incontrerò al più presto la gente di Gracanica e dei villaggi circostanti per raccogliere le loro preoccupazioni e riportarle ai rappresentanti politici". Nelle sue ultime dichiarazioni Ivanovic ha ammonito più volte Belgrado del pericolo insito nel non partecipare alla vita istituzionale del Kosovo – decisione presa alla vigilia delle ultime elezioni politiche tenutesi nella Provincia boicottate dalla grande maggioranza della comunità serba del Kosovo. "Senza una diretta partecipazione serba il processo di decentramento non andrà avanti".
Della stessa opinione sembra essere anche Soren Jessen Petersen che ha dichiarato che senza la partecipazione dei serbi del Kosovo il decentramento non può arrivare a compimento. Ha poi aggiunto che se Belgrado continua a rifiutarsi di partecipare ai lavori delle istituzioni del Kosovo non si potrà accusare Pristina di un eventuale fallimento della riforma degli enti locali in Kosovo.
Immediata la risposta del Presidente della Serbia Boris Tadic secondo il quale il cosiddetto "Piano B" di decentramento non recepisce alcuna puntualizzazione fatta dalla comunità serba sulla prima proposta della autorità kosovare. Tadic ha inoltre sottolineato come alla comunità serba non veniva garantita alcuna autonomia sostanziale nella sfera della cultura, dell'educazione, della sanità, della giustizia e della polizia, concludendo poi affermando che "sia Belgrado che i serbi del Kosovo restano convinti nell'appoggiare un processo di vero decentramento in Kosovo, ed anche l'UNMIK e gli albanesi del Kosovo, prima o poi, dovranno rendersene conto".
Anche se i membri del Gruppo di Contatto, espressione della comunità internazionale in Kosovo, hanno dato il loro avvallo al cosiddetto piano B affermando che rappresenta una buona opportunità per i serbi del Kosovo ora non possono far finta che non vi sia, da parte di questi ultimi, un forte disagio rispetto alla proposta del governo kosovaro.
Se il decentramento ed i progetti pilota non si dovessero avviare – come invece spera il governo kosovaro - i leader politici del Kosovo, dell'una e dell'altra comunità, avranno uno scoglio difficile da superare prima di sedersi ad un tavolo per discutere di altre questioni. www.osservatoriobalcani.org
Campanelli asiatici
di Alessandro Iacuelli
Non è bastata la visita di Donald Rumsfeld a Bishkek, nel tentativo di riaffermare la posizione USA in Kirghizistan e, in generale, nell'area dell'Asia Centrale ex-sovietica. La visita, che ha toccato tutte le basi militari americane nel Paese, è avvenuta dopo che Kurmanbek Bakiyev, appena eletto Presidente della piccola ma strategica repubblica centroasiatica, ha dichiarato come prima cosa che "occorre riconsiderare la presenza delle basi americane sul territorio nazionale". Si deve ricordare che tali basi sono state istituite come supporto alle operazioni militari in Afghanistan. Secondo Bakiyev ora possono essere eliminate, essendo "sotto controllo" la situazione nella regione.In realtà, i leaders del blocco noto come SCO (Shanghai Cooperation Organization), durante il loro summit in Kazakhistan all'inizio del mese, erano stati molto precisi nel richiedere agli USA "to set a deadline for removing its troops from bases in Central Asia."
Negli scorsi mesi una serie di "rivoluzioni" stranamente pacifiche e quasi tutte filoamericane, hanno fatto "cadere" i governi filorussi, di Ucraina, Georgia, Kirgizistan.
Dopo tali "rivoluzioni", se si considerano le basi americane di supporto alle operazioni in Afghanistan, ci accorgiamo che tra Kazakhistan, Kirgizistan, Turkmenistan e Tajikistan ci sono in tutto già circa 100.000 militari americani, con mezzi terrestri ed aerei, disposti in pieno territorio ex sovietico, a ridosso della stessa Russia, ed a pochi chilometri dal confine cinese.
Non appare quindi assolutamente casuale la nascita, nello scorso giugno, dello SCO, trattato di cooperazione con lo scopo esplicito di contrastare il nuovo ordine mondiale imposto dagli USA e proporne uno alternativo. Sono entrati subito a far parte dello SCO Kyrgyzstan, Kazakhistan e Uzbekistan, poi Iran, India e Pakistan (solo con lo status di osservatori).
La nuova alleanza russo-cinese ha subito riproposto, secondo alcuni osservatori, un clima che per certi versi ricorda quello della guerra fredda nei confronti degli USA. Ovviamente il nocciolo della questione è la presenza militare americana in Asia, ora esplicitamente indesiderata.
Dall'altro lato, il "Times" di Londra ha scritto giorni fa che, con l'apparizione dello SCO sullo scenario geopolitico, "il grande gioco" della guerra fredda ricomincia.
In tale articolo, si sostiene che Russia e Cina cercano di essere protagoniste ed incrementare la propria influenza in Asia Centrale, a discapito di USA ed UE. Sono molte le voci che parlano già, in modo più o meno speculativo, di "nuovo great game".
Anche Al-Jazeera riporta ed analizza quanto al momento l'amministrazione Bush, che ovviamente non ha alcuna intenzione di rimuovere le basi, stia soffrendo la nuova alleanza asiatica che progredisce sotto tutti i fronti, non ultimo il progetto di unione monetaria tra Russia e Bielorussia in fase di attuazione.
Intanto il nuovo blocco effettua dal 18 al 25 agosto delle esercitazioni militari congiunte russo-cinesi e non di nascosto, ma sotto gli occhi dei satelliti-spia americani, in modo da poter mostrare i muscoli pubblicamente. Di sicuro tali esercitazioni costituiscono un segnale tangibile del rafforzamento dell'alleanza tra Hu Jintao e Putin.
Nei prossimi mesi potremmo assistere ad una nuova contrapposizione diplomatica e politica tra USA ed il blocco asiatico. Il Nuovo Ordine Mondiale può attendere.
Alessandro Iacuelli
a.iacuelli@reporterassociati.org
Disagio della civiltà
Giuliano La Repubblica del 17 luglio pubblicava un'inchiesta interessante, firmata da Gabriele Romagnoli. A dire il vero, niente di veramente nuovo; ma Romagnoli, come fanno i giornalisti veri (quelli degni di questo nome, come Bocca, Biagi e Montanelli), dopo gli attentati di Londra è andato a cercare i musulmani convertiti e si è informato su come mai l'avessero fatto. Comincia con una storia che sembrerebbe una barzelletta: una donna irlandese che si è convertita all'islam perché "c'erano troppe opinioni" su qualsiasi argomento, e lei non sapeva più quali erano quelle giuste. Così ha scelto l'islam, e adesso sa che Allah è grande e Maometto è il suo profeta: tutto qui, semplice da ricordare e amen. (ma così fanno anche tanti di noi, senza accorgersene: per esempio di fronte ad una realtà sempre più complessa, si dice che la colpa è sempre degli altri, "di quelli là": vicini di casa, sindacati o immigrati, ma comunque altri. Così noi siamo assolti, e questo basta per dormire tranquilli.)
"La vita nelle grandi metropoli europee o in una qualunque provincia americana è un complesso gioco di società che richiede scelte continue, impone ambizioni, determina frustrazioni. Ogni giorno occorre prendere migliaia di decisioni (i vestiti!) e per farlo esistono migliaia di tesi sulle quali fare affidamento (le opinioni!) "
"Ogni religione riduce al minimo l'eccesso di offerta di modelli a cui rifarsi (il relativismo) ma è l'islam a farlo in maniera drastica. E' la più semplice. E' impressionante il numero di giovani nati cattolici e scoraggiati dall'impossibilità di capire i dogmi del cristianesimo. "
E poi c'è la ragazza di Nantes, una francese-francese dagli occhi azzurri che oggi porta il velo e vive a Beirut, dove la incontra Romagnoli. La ragazza faceva la barista a Nantes, e tutti gli uomini si ubriacavano e finivano col metterle le mani addosso. " Nessuno di loro sembrava avere dei progetti nella vita, e neppure per finire la serata in maniera decente. " L'islam ti dà uno scopo e delle regole, conclude la ragazza; e in più vieta l'alcool. E con il velo si è più rispettate. Altri raccontano che si sono convertiti nelle prigioni, soprattutto in USA e in GB.
Che dire? Sorvolo sulla complessità della mia religione: è vero, ma forse il fedele potrebbe almeno un po' impegnarsi a studiare, e soprattutto (visto dalla parte di chi insegna) sarebbe bastato guardare alle pagine del Vangelo dove Gesù semplifica tutto in quattro semplicissime parole: Ama il tuo prossimo. La teologia è dovuta a mancanza di fede, diceva qualcuno (Popper, se non sbaglio)... Per il resto, sono d'accordo su tante cose. Anch'io, quasi sempre, vorrei non farmi la barba e non dover stare a pensare a come vestirmi, come ieri che sono uscito di casa per andare a prendere il giornale e mi hanno detto che vestito così sembro un albanese. Avevo indosso dei vecchi jeans e una maglietta "antica" ma pulita: e allora? Cosa c'è di strano? Avevo solo fatto 500 metri per comprare il giornale... E poi ho sempre considerato scomodissime la giacca e la cravatta: quando c'è vento non ti coprono e bisogna aggiungere un gilet o un soprabito, e allora è meglio un bel giaccone o magari una vecchia giacca tirolese, che è pratica ed elegante però non va di moda e se te la metti poi ti prendono in giro. E tante volte, soprattutto d'estate, mi sorprendo ad invidiare i camicioni colorati dei senegalesi, e trovo molto bello anche lo zucchetto che portano in testa d'inverno. Ma, se mi vestissi così, forse finirei anch'io in pretura come quel personaggio di Sordi che andava in giro con la gonna, in un film dei lontani anni '50...
www.ulivoselvatico.org
agosto 22 2005
"Solo il bipolarismo decide" Prodi boccia il Grande Centro
No a Monti."L´Unione dia esempi forti per governare"
GIOVANNA CASADIO
ROMA - Non si tocca il bipolarismo, il solo sistema politico «capace di decidere» e di governare. Romano Prodi sbarra la strada alle nostalgie di Centro. Sgombra la discussione da revival e confusioni: «Abbiamo avuto decenni di esperienza di centro mobile e abbiamo cambiato proprio perché non era in grado di prendere le grandi decisioni. Ora abbiamo il cattivo esempio che ci lascia un governo che non sa prendere decisioni ma il bipolarismo è l´unica forma di governo capace di decidere purché si abbia la volontà di decidere».
Il Professore risponde in primo luogo a Mario Monti che, ieri un´intervista alla Stampa, ha rilanciato l´ipotesi centrista come ultimo tentativo per fare ripartire il sistema-Italia verso una moderna economia di mercato, denunciando l´incapacità della «destra ma anche della sinistra» di fare le riforme. «Le recenti vicende finanziarie» - ha argomentato l´ex commissario Ue alla Concorrenza - riferendosi evidentemente alla scalata della Popolare di Lodi a Antonveneta (anche di Unipol a Bnl) e al ruolo di Bankitalia, «spacciate per difesa dell´italianità» non solo hanno «offeso l´Italia rendendola oggetto di derisione nel mondo», ma hanno mostrato appunto che il progetto di una moderna economia di mercato «non è una idea-forza del centrodestra», né emerge «nel programma del centrosinistra». Di qui «la conclusione: forse un Centro se esistesse avrebbe una più credibile affinità con un progetto del genere». Ipotesi che presenta i suoi scogli, ma che tutto sommato per Monti andrebbe perseguita. Un ragionamento sbagliato secondo Prodi che lo dice in tv, intervistato dal Tg3 nell´edizione serale, mentre si trova in vacanza a Castiglione.
In maniche di camicia, rilassato, il leader dell´Unione non si sottrae ai temi scottanti. Su Bankitalia: «Se fosse stata sufficiente una autoriforma sarebbe stata fatta prima, invece occorre un cambiamento forte: il governo deve fare in modo che questo cambiamento avvenga». Ma soprattutto torna sulla questione morale per dire «basta, non facciamoci del male» da soli nel centrosinistra, consapevoli tuttavia che servono «esempi etici forti per cambiamenti forti». «Tutti nell´Unione siamo convinti che o diamo un esempio di tipo diverso o non abbiamo il diritto di governare il paese -afferma - L´Italia è di fronte alla necessità di cambiamento forti. O c´è una comprensione etica dei principi e delle regole che tutti seguiamo oppure non ce la facciamo». Bene Prodi, e apprezzamento da parte dei Ds finiti nell´occhio del ciclone per il "caso Unipol". Dal Botteghino del resto era già partito nel pomeriggio un comunicato per rimarcare «la soddisfazione per le parole chiare e non equivocabili» del Professore (sull´Unità) sia in difesa del segretario Piero Fassino («Neppure ho bisogno di ripetere il riconoscimento di tutti per la sua indiscutibile integrità personale») che su Unipol e la funzione «importante e fondamentale nell´economia italiana delle cooperative». Fassino, in ferie in Maremma, aveva sentito al telefono il coordinatore della segreteria Vannino Chiti e concordato la nota rimarcando così, con una punta di fastidio per «i dubbi» trapelati dalla Margherita, che non va bene dire «basta polemiche, e poi esprimere riserve». Chiti ripete: «Ora si è fatto punto e a capo»; e su Monti: «Lo stimo ma ha espresso un giudizio cerchiobottista». Al contrario per Maurizio Fistarol (Margherita) «Monti pone un problema serio» e esistono «milioni di elettori di centro che faticano a riconoscersi in un bipolarismo condizionato da posizioni radicali di destra come di sinistra. Per noi non significa creare un centro mobile, però rafforzare la credibilità di governo nel campo del centrosinistra». Il "caso affari e politica" nel centrosinistra è quindi chiuso? «Era ora!», si sfoga Oliviero Diliberto, il segretario del Pdci. «Discussione durata fin troppo», concorda il verde Pecoraro Scanio. Gli ulivisti della Margherita, Arturo Parisi in testa, ne riparleranno di certo nel «seminario sull´alternativa» che si terrà a Traversetolo nel parmense il 2 e 3 settembre: «Le polemiche sono chiuse ma la riflessione è in corso». Antonio Di Pietro, leader di Idv, invoca invece «un codice etico» e una riunione ad hoc dei partiti del centrosinistra. Intanto si pensa alla primarie. Prodi assicura di essere contento: «Più candidati ci sono e meglio è. Così è in America, così è da noi come è accaduto in Puglia. Se uno si candida è perché crede in un progetto e dice "mi sento bravo"». A metà settimana il regolamento delle primarie dovrebbe essere pronto.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Fmi: per l´Italia crescita zero
Economist: ultimi nel Pil. Il Tesoro: tassare chi specula
da Repubblica - 22 agosto 2005
ROMA - Crescita zero per l´economia italiana nel 2005. Il Fondo monetario internazionale ha aggiornato le stime sul Pil ritoccando all´insù le precedenti previsioni che assegnavano all´Italia un andamento addirittura negativo (-0,3 per cento). Soddisfatto il Tesoro: sono gli stessi numeri contenuti nel Dpef. Ma l´Economist ci assegna la maglia nera per l´andamento del Pil. E il ministro Siniscalco annuncia che, con la prossima Finanziaria il governo punta a punire le speculazioni finanziarie. Con il caro-petrolio arriva la stangata d´autunno: aumentano luce, gas e alimentari.
FONTANAROSA, MANIA e PATUCCHI
ALLE PAGINE 12 e 13
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Le anticipazioni della settimana scorsa corrette al rialzo per il buon andamento del Pil nel secondo trimestre
Fmi: crescita zero per il 2005
Il Fondo rivede le stime. Il Tesoro: ora in linea con il Dpef
Ma l´Economist assegna all´Italia la maglia nera per l´andamento dell´economia
I tecnici del governo: la ripresa nel 2006 dipende da come andranno i prossimi mesi
ROBERTO MANIA
ROMA - Marcia indietro del Fondo monetario internazionale: l´economia italiana chiuderà il 2005 un po´ meglio di quanto da Washington avevano previsto solo qualche giorno fa. L´istituto internazionale ha rivisto le sue stime, fissando la crescita del Pil dell´Italia allo zero per cento, rispetto a quel - 0,3 per cento indicato venerdì scorso e che aveva fatto pensare ad un pericoloso allungamento dei tempi per la fuoriuscita dalla recessione, complice anche l´impennata dei prezzi del petrolio.
Nessun giallo dietro la correzione del dato, semplicemente il Fmi ha tenuto conto del balzo del Pil (il maggiore dall´11 settembre del 2001) registrato dall´Istat nel secondo trimestre dell´anno (+0,7 per cento). Cosa che - hanno ammesso ieri gli economisti del Fondo - non era stata ancora fatta nella precedente bozza del World economic outlook, apparso sul sito della versione tedesca del Financial Times. I dati, infatti, vengono costantemente aggiornati fino alla loro pubblicazione ufficiale che, in questo caso, avverrà il 21 di settembre.
La revisione delle stime di crescita sono stata accolte con soddisfazione dall´esecutivo. «I dati - spiegavano ieri sera fonti del ministero del Tesoro - confermano quanto previsto dal governo e sono perfettamente in linea con quelli contenuti nel Dpef». E il Documento di programmazione, concordato con la Commissione di Bruxelles, ipotizza, appunto, un Pil non in terreno negativo a fine 2005 e, poi, un piccolo scatto nel 2006 per toccare l´1,5 per cento di crescita. Un livello - secondo i ragionamenti raccolti a Washington - destinato anche essere superato grazie alla spinta che potrebbe arrivare dall´eventuale conferma di una crescita più robusta nei prossimi due trimestri. «Una partenza lanciata nel 2006 - sostenevano ieri i tecnici del governo italiano - dipende essenzialmente da come andrà la seconda parte di quest´anno. Ma il segno "più" davanti al dato finale sembra ormai a portata di mano».
C´è chi, invece, continua a vedere un futuro negativo per l´economia italiana: per il settimanale britannico Economist il 2005 si chiuderà con una crescita negativa dello 0,1 per cento, il livello più basso tra tutti i Paesi industrializzati. Poco sopra di noi, l´Olanda con un + 0,4 per cento. In vetta la Cina con un Pil in aumento del 9 per cento, seguita dall´India (+6,8 per cento).
L´aggiornamento delle stime dell´Fmi rende - almeno temporaneamente - meno spigolosa la preparazione della Finanziaria, l´ultima di questa legislatura. I contorni della manovra cominceranno a delinearsi nei prossimi giorni. Un primo punto potrebbe essere fatto nella riunione del Consiglio dei ministri del 2 settembre. Per ora nella maggioranza si fronteggiano due schieramenti: da una parte chi, come il viceministro dell´Economia Mario Baldassarri (An), punta ad una manovra pesante, nell´ordine di 25-30 miliardi, coniugando il risanamento imposto dall´Europa (10-11 miliardi di correzione netta del deficit) con interventi rigorosi (tagli) per rilanciare lo sviluppo; e dall´altra chi, come il sottosegretario all´Economia Giuseppe Vegas (Fi) propone di restare all´interno delle linee fissate del Dpef.
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IL COLLOQUIO
Finanziaria, il ministro dell´Economia non esclude un riequilibrio della tassazione delle rendite
I grandi speculatori nel mirino
Siniscalco: colpire il mordi e fuggi
le stime dell´fmi Per un numero tutto da verificare è scattato un dibattito senza senso, da pazzi. Serve un maggiore equilibrio
le previsioni I dati che abbiamo non ci fanno preoccupare per il futuro della crescita ma bisognerà attendere le indicazioni di settembre
Lo sviluppo Nella manovra sosterremo lo sviluppo tagliando l´Irap, varando qualche misura che attenuerà il cuneo fiscale nelle retribuzioni e sbloccando soprattutto gli investimenti già stanziati. Per il resto saranno tagli di spesa e qualche entrata in più
MARCO PATUCCHI
ROMA - «Sono contento per la credibilità delle nostre statistiche: questa revisione allinea perfettamente le stime del Fondo monetario a quelle del Dpef. L´avevo detto che la situazione era sotto controllo, eppure è bastato lo stormir di fronda di un numero tutto da verificare per scatenare un dibattito senza senso, da pazzi. Qui serve più equilibrio...». In effetti, Domenico Siniscalco fin dall´inizio aveva spiegato che la bozza dell´outlook Fmi, pubblicata dai quotidiani tedeschi, era datata e non scontava il balzo dello 0,7 per cento registrato dall´Istat per il Pil italiano del secondo trimestre. Così oggi, raggiunto negli ultimi giorni di vacanza dalla precisazione del Fondo, il ministro dell´Economia può cantare vittoria e togliersi qualche sassolino dalla scarpa nei confronti dei commentatori della prima ora. Una rivincita che somiglia a quella di metà agosto quando proprio l´impennata della crescita trimestrale era arrivata pochi giorni dopo la bocciatura dell´Italia da parte di Standard & Poor´s.
Ma tutto potrebbe risolversi in una vittoria di Pirro perché comunque, Dpef o Fmi che sia, la previsione è di un 2005 a crescita zero e, dietro l´angolo, c´è la necessità di mettere in piedi una Finanziaria da almeno 16 miliardi per mantenere la rotta tracciata dall´Unione europea. Peraltro, con il prevedibile pressing di una maggioranza che, Silvio Berlusconi in testa, si lancerà in ordine sparso verso il traguardo del voto pretendendo magari dalla Finanziaria le munizioni (tagli di tasse?) per tentare il successo elettorale.
Siniscalco domani terrà la prima riunione, dopo la pausa estiva, con la Ragioneria generale dello Stato: «Faremo il punto sugli indicatori che usiamo normalmente per valutare l´andamento dell´economia, come le entrate fiscali o i consumi elettrici. Devo dire che fino ad oggi - sottolinea il ministro - non sono arrivati segnali particolarmente preoccupanti, ma i dati che contano sono quelli di settembre, quelli della ripresa dell´attività dopo la parentesi di agosto». La riunione servirà anche a riannodare i fili del lavoro di preparazione della Finanziaria che, in base agli ultimi aggiustamenti, sarà composta da 11,5 miliardi di correzione e da 5 miliardi impiegati per lo sviluppo.
«Il capitolo dello sviluppo - ragiona Siniscalco - sarà fatto con il taglio Irap, con qualche misura che dovrà attenuare il cuneo fiscale nelle retribuzioni e poi con gli investimenti, soprattutto sbloccando quelli già stanziati». E per coprire l´intera manovra il piano del ministro del Tesoro prevede corposi risparmi - tra l´altro facendo leva sul tetto del 2 per cento alla spesa della pubblica amministrazione, introdotto lo scorso anno - integrati da un´offensiva contro l´evasione e da un parziale allargamento delle entrate fiscali. E qui torna in ballo l´ipotesi di un intervento per riequilibrare la tassazione delle rendite finanziarie. Nella maggioranza l´idea è stata lanciata a più riprese e il dibattito non si è mai spento; anzi, ad alimentarlo ha provveduto la torrida estate degli scandali finanziari, con gli "immobiliaristi" al centro delle polemiche sui cosiddetti guadagni facili.
Siniscalco non si sbilancia su un nodo che al momento è tutto politico, ma nello stesso tempo non chiude la porta ad eventuali misure sulla tassazione delle rendite finanziarie: «Non si tratterebbe - spiega - di rivedere la fiscalità per le società che fanno investimenti in Borsa e ne escono a medio e lungo termine, né tanto meno per il popolo dei Bot, quanto piuttosto di guardare ai grandi capital gain istantanei, al mordi e fuggi».
Ma c´è un´altra speculazione che preoccupa il ministro del Tesoro e i suoi colleghi di mezzo mondo. È quella dei grandi fondi internazionali che guidano, da qualche mese, il rally delle quotazioni del petrolio, affondando le speranze di ripresa economica (soprattutto in Europa) e innescano una rincorsa dei prezzi pesante per le famiglie italiane. Già nel Dpef era indicata l´esigenza di un intervento frena-rincari, ma ora si tratterà di passare alle misure concrete. A cominciare dal taglio delle accise sui carburanti, come chiesto da sindacati e consumatori? «Meglio interventi di altro tipo. Penso ad esempio al ricorso alle casse conguagli di elettricità e gas per frenare le bollette», dice Siniscalco. Scelta probabilmente obbligata per un ministro del Tesoro che non può permettersi di rinunciare alle entrate delle accise. Ma ancora poco per tranquillizzare le famiglie minacciate dalla stangata d´autunno.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Questione morale e primarie
Sandra Bonsanti
Tempo di primarie, ci lasciamo alle spalle le certezze di cose già sperimentate e ci avventuriamo in una terra abbastanza nuova. Ci saranno sorprese? Io tendo a pensare che gli elettori di centrosinistra andranno in folla a sostenere la candidatura di Romano Prodi. Credo che moltissimi vorranno dare una mano al leader che dovrà mandare a casa Berlusconi e operare affinché l’Italia cominci ad essere innanzitutto un paese “normale”.
La vera scommessa, lo dicono molti osservatori, sarà però la misura della partecipazione. Ho detto moltissimi: ma quanti, davvero? Quanto ha inciso ad esempio sulla voglia di esserci, la voglia di partecipare, la recente polemica fra forze dell’Unione sulla questione morale, intrecci politica-affari, scalate, Opa e via dicendo?
Non tutti diciamolo subito hanno compreso il nocciolo della questione, perché per non offendere nessuno spesso si è alluso e non spiegato, spesso si sono lasciate le frasi a metà, spesso ci si è indignati ma non si è entrati nel cuore del problema. Il quale, per quanto riguarda la questione Unipol, mi pare consista in due domande. La prima tecnica e “legale”, la seconda politica. La prima : è conveniente per Unipol inglobare una banca tanto grossa e importante, ed è legale che ciò avvenga? La risposta di parte Unipol è decisa: conviene e abbiamo le carte in regola. Dice Pierluigi Stefanini presidente della Coop Adriatica, a “L’Espresso”:” Non vogliamo speculare ma avere una banca che produca ricchezza…vogliamo rendere più plurale il settore bancario e fare in modo che attraverso le cooperative tante persone partecipino all’economia del nostro Paese”. Conveniente per Unipol e verrebbe fatto di dire per la democrazia. Sul punto della fattibilità, è noto, i pareri sono diversi e Guido Rossi ritiene che è obbligo passare attraverso un cambio di statuto.
Ma ciò che mi interessa veramente è la domanda politica: perché un partito come quello dei Ds deve seguire con tanta passione la scalata di Unipol? Solo per contiguità di sentimenti? Oppure c’è dell’altro e è di questo che dobbiamo discutere, che dovrebbero discutere insieme, senza litigare ma cercando soluzioni, tutte le forze dell’Unione? Prodi ha parlato per primo del tema del costo della politica e io credo che questo sia il vero nocciolo della questione. Di cosa vivono i partiti che conosciamo oggi? Quali fondi hanno a disposizione?
La situazione, a mio avviso, è gravissima. Da una parte c’è il disinteresse molto forte dell’elettore italiano quando si sente chiamato a finanziare, a sostenere, a aiutare una forza politica a lui vicina. Non c’è l’abitudine a dare una mano, a finanziare, a contribuire. Si tratta di educare la gente al fatto che la politica costa e che tutti siamo chiamati a sostenerla. In cambio l’elettore chiede, ovviamente, di poter avere fiducia, di non esser tradito. Ma intanto le buone intenzioni si scontrano, giorno dopo giorno, con la dura realtà: quel che rimane dei grandi partiti e le loro aggregazioni riescono a mantenere in piedi una rete organizzativa e di funzionari soltanto o quasi esclusivamente quando abbondano gli incarichi pubblici. Soprattutto a livello locale ma non solo, il “potere” pubblico è distribuito in vista di questo unico obiettivo: consentire al partito di sopravvivere economicamente. Dunque, se c’è la necessità o l’opportunità di assumere personale in enti locali ci si rivolge esclusivamente a quel personale che ha anche un ruolo di partito: una folla di funzuinari, consiglieri, consulenti, presidenti di commissioni, assessori a livello comunale, provinciale, regionale che fa anche un doppio lavoro.
Questo vizio c’era anche prima. Ma credo che mai come oggi la competenza sia assolutamente sacrificata a vantaggio della appartenenza. Tanto è vero che questo problema è stato denunciato anche dalla direzione dei Ds, ma limitatamente a ciò che avviene in alcune regioni. Questa bizzarria del sistema politico è tanto più grave in quanto è veramente sotto gli occhi di tutti. Gli scontri fra partiti dell’Unione a livello locale toccano la vita dei singoli cittadini. L’ingiustizia si vede e si tocca con mano. La distribuzione di un potere ritenuto iniquo salta agli occhi di tutti.
Non c’è questione morale, a mio avviso, che non debba ricominciare dalla netta separazione fra pubblico e privato.
Non c’è politica del bene comune che parteggi per gli affari di una parte soltanto.
Non c’è consenso che si compri una volta e poi si “mantenga” coi soldi di tutti.
Non c’è rinnovamento della politica se prima i politici non faranno mostra di una disponibilità a lasciare la scena e il potere.
Non c’è fascino della politica se mancherà di credibilità e di autorevolezza.
Berlusconi ha convinto gli italiani che per vincere non basta controllare, influenzare gli strumenti della politica, bisogna “possederli”: giornali, Tv, deputati e senatori, giudici e tribunali.
Il centro sinistra deve mostrare la sua diversità. Che c’è, è nelle sue stesse radici. Se oscilla, o è poco trasparente rischia di deludere prima ancora che la gara vera sia iniziata. www.libertaegiustizia.it
SULLA CANDIDATURA DI SCALFAROTTO
arriva Scalfarotto
novello Lancillotto
succede un quarantotto
e il nuovo trionferà
quattromaggio
Riecco Quattromaggio
che torna all'arrembaggio
rispolvera il miraggio
che Prodi perderà.
Saluti,
montepino
Caro montepino,
vedrai che casino.
Gli altri in attesa,
presto verranno:
lancia ben tesa
sicuro il danno.
limerick
pensavo di arrivare in un forum di politica ... ma mi adeguo subito
Ciao,
eolo
+++++++++++++
un noto ammaestratore di otarie,
decise di candidarsi alle primarie.
per sbaragliare avversari e avventori
decise di gettar pesci agli elettori.
I dolci invece vi fan venire la carie,
disse quel bravo ammaestratore di otarie.
Poi si candido' anche un anglo-bancario,
che irruppe improvvisamente dal sipario.
La mia candidatura non è invana e vile,
perchè rappresento la società civile.
Ma male che vada, me ne torno nell'Ontario.
Poi si candido' un mago un po' imbranato,
disse: "posso mettere ordine nei conti dello stato"
Lui non è mica sicuro
di leggere il futuro,
ma, in compenso, sa leggere il passato.
Visto tutto questo parlo' infine un maestro di Todi.
Disse che le primarie gli parevan "roba da chiodi".
Un giovine studente
pensò timidamente:
"Forse è propio meglio votare ancora Prodi.
limerick
>pensavo di arrivare in un forum di politica ... ma mi adeguo subito <
Capisco e facciamo politica subito
ciao,
montepino
*******************
Il primo che si adegua
lo fa con il rimario
se c'è chi non dà tregua
al forum delle otarie
è proprio l'ipercritico
del Prodi alle primarie.
Non è sul re dei venti
che volgo le mie pale
è tra i bastian perdenti
che 'sto mulino vale
E d'energia pulita
tutto funzionerà
Ma arriba Scalfarotto
il prode gay pridotto
che ad ogni rischio rotto
senza fare altro motto
i preti azzittirà
quattromaggio www.ulivo.it/forums
I movimenti e le primarie in viaggio oltre le macerie
di Francesco Pardi
L’appello di alcuni intellettuali per una candidatura della società civile nelle primarie di ottobre ha avuto poche risposte dirette e Flores d'Arcais, uno dei firmatari, vi trova motivo per considerazioni molto pessimistiche sulla possibilità dei movimenti di incidere sulle scelte future del centrosinistra.
Per una volta non sono d'accordo con lui: c'è una sproporzione eccessiva tra il fatto e la deduzione che ne ricava. Eppure la proposta aveva un senso. Poteva far esprimere un'area di opinione pubblica critica - in parte incline, per insoddisfazione, all'astensionismo - con una candidatura che portasse a Prodi un appoggio segnato da una forte intenzione programmatica: difesa e attuazione della Costituzione, pulizia istituzionale, stato sociale, politica europea autonoma. E aveva anche una motivazione implicita: non è affatto vero che abbiamo già vinto le elezioni e quindi raccogliere il consenso di chi non si fida del centrosinistra attuale, e potrebbe invece impegnarsi a costruirne uno più convincente, è un compito prezioso.
Ma poteva un appello estivo mobilitare le energie collettive? Quanti l'hanno letto a luglio, quanti ne hanno discusso d'agosto? Ma soprattutto: con un semplice appello e pochissimi articoli si poteva pensare di aprire una fase di attivismo frenetico, necessario a raccogliere le firme in pochissimo tempo, in un mondo che da tempo si era raccolto nella pratica della partecipazione diffusa, nell'attesa e nel ripensamento?
Ammettiamolo: la percezione collettiva delle primarie è segnata da incertezza e disinteresse, e l'imprevisto successo di Vendola in Puglia non è sufficiente a renderle persuasive e a motivare la necessità di profondervi impegno. I movimenti non amano la personalizzazione della politica, temono l'aspetto presidenzialista delle primarie, molti dei loro esponenti sono inclini a disertare l'appuntamento, altri pensano che vada addirittura svuotato e che la pressione dal basso vada esercitata in altre occasioni e con altre intenzioni. Ritengo sia un errore: rinunciare a esprimere un parere sulla leadership può essere il primo passo per rinunciare dopo a contare nella scelta delle candidature di collegio. Ma l'ostilità, o la semplice inerzia, non si superano con un puro atto di volontà. Senza una discussione larga e approfondita, senza una dialettica tra punti di vista diversi, si poteva sperare di convincere moltissimi cittadini a dedicare una parte consistente della loro vacanza per far votare un candidato di cui nessuno aveva ancora fatto il nome?
Certo, se l'appello avesse scatenato il dibattito, oggi, dati i tempi stretti, non saremmo comunque sicuri di portare a compimento quella candidatura ma avremmo almeno rimesso in primo piano la vitalità, per molti sopita, dei movimenti. Ma il fallimento dell'appello non può essere considerato l'atto di morte della libera cittadinanza. Essa non avrà un suo rappresentante nelle primarie. Ma non avere un suo candidato non ne cancella l'esistenza. Il suo silenzio attuale non è detto che sia passività.
Anzi, se vogliamo accreditare il suo riserbo di una razionalità, si può senza grande fatica percepire un orientamento diffuso: che vinca intanto Prodi nel modo più chiaro perché non conviene a nessuno degli elettori un leader debole e senza presa sulla coalizione.
Ma se davvero in quel silenzio non c'è abulia e rinuncia, e invece un saggio realismo, la libera cittadinanza contrae con esso un nuovo obbligo: far capire che il suo appoggio a Prodi è legato all'efficacia riformistica della sua leadership. Non il riformismo esangue del Riformista, secondo il quale il centrosinistra deve in sostanza fare le cose che non ha fatto o ha fatto male il centrodestra.
Ma una politica che mostri subito la volontà di sgombrare tutte le macerie istituzionali, economiche, culturali con cui il centrodestra ha imbrattato l'Italia: in particolare garantisca libertà e pluralismo dell'informazione, indipendenza e autonomia della magistratura.
Si accinga a inventare qualcosa di utile per dare lavoro ai giovani, e ai meno giovani che l'hanno perduto, faccia pagare le tasse ai milioni che si sono abituati a non farlo, ricostruisca su quella base uno stato sociale adeguato al futuro, inneschi uno sviluppo che non si mangi l'ambiente, protegga i beni comuni, contribuisca a una politica europea contraria alle guerre preventive.
Ciò che poteva fare in modo simbolico con l'indicazione di un candidato all'altezza del compito, dovrà d'ora in poi farlo in modo pratico, istruendo proposte realistiche per i temi su cui la classe dirigente del centrosinistra ha sposato soluzioni sbagliate o non ha saputo o voluto individuare quelle adeguate. Come esempio delle prime si potrebbe indicare la proposta di legge popolare per la ripubblicizzazione dell'acqua promossa da esponenti del Social Forum in Toscana, e forse - ma per mio difetto lo ignoro - in altre regioni. Come esempio delle seconde si deve ricordare la mancanza di una seria legge sul conflitto d'interessi erga omnes.
Anche la cosiddetta nuova questione morale ne guadagnerebbe. I codici etici, proposti da più parti all'adozione delle forze politiche di centrosinistra, sono tutti degni d'attenzione, ma alla radice di tutti i nostri guai etici sta il fatto che in Italia tutti coloro che hanno un qualche potere politico, economico, amministrativo hanno la possibilità di mescolare nei modi più impropri interesse pubblico e vantaggi privati. La cronaca recente lo prova senza rimedio. Se non si taglia questa disponibilità alla radice e con la logica più cristallina, i codici etici avranno un prevalente effetto retorico. Perché a questo proposito un comitato di esperti non potrebbe istruire una proposta di legge popolare da far discutere all'intera società?
Restano aperti altri temi: la necessità di fronteggiare con lotte adeguate gli orrori di fine legislatura del centrodestra (la salvapreviti ne è il simbolo avvilente, ma la deformazione costituzionale è molto peggio), il bisogno di dare rappresentanza politica ai tanti che non si sentono rappresentati dai partiti attuali. Ma sono troppo pregnanti per affrontarli con qualche formula sbrigativa. www.unita.it
Esempi pratici di statista di sinistra: Felipe González
Non è detto che una debba essere d'accordo con tutto il lungo intevento di Felipe González pubblicato due giorni fa da El País.
Come ho già detto più volte, in questo momento la mia attenzione è attratta dal linguaggio politico usato in Italia, che trovo intriso di categorie valoriali, paternalista verso il grosso di una popolazione trattata da bambina e sprezzante verso chi non si identifica con il modello "morale" di cittadino buono e speranzoso in sé, a prescindere dai dati di realtà, imposto dai media.
Mi prendo la briga di tradurre e pubblicare questo intervento perché credo che esemplifichi un modello di rappresentante politico con cui si può anche non essere d'accordo ma di cui, almeno, non ci si deve vergognare sul piano concettuale.
Trovo che sia una cosa molto importante, non doversi vergognare della propria sinistra.
Gaza verso il cammino della pace?
Felipe González, ex presidente del Governo.
EL PAÍS, 19-08-2005
Questa domanda ha dominato l'incontro di Pilas (Siviglia) tra israeliani e palestinesi, meno di un mese fa. Sotto l'egida di Barenboim, la fondazione che porta il suo nome e quello di Said ci ha riunito per analizzare la situazione del conflitto. Adesso, in piena operazione di ritirata dopo quattro decenni di occupazione, le reazioni delle parti evidenziano la serietà delle preoccupazioni espresse durante il convegno di Pilas.
Partiamo dall'ipotesi per cui la ritirata da Gaza, pur con il carattere unilaterale della decisione del governo israeliano, potrebbe costituire un passo avanti nel cammino verso la pace, sebbene potrebbe anche trasformarsi in una nuova frustrazione per questo processo se non se ne verificassero le condizioni necessarie.
Secondo tutti i presenti, l'orizzonte successivo alla ritirata di Gaza si potrebbe aprire se si convocasse una conferenza internazionale, come quella prevista nella cosiddetta "Road Map", immediatamente dopo l'uscita dei coloni. Pesava il ricordo positivo della Conferenza di Madrid e, allo stesso tempo, la frustrazione per gli sviluppi dell'Accordo di Oslo.
La Conferenza di Barcellona, dieci anni dopo l'avvio di una politica per il Mediterraneo da parte dell'Unione Europea, potrebbe essere l'occasione propizia per vincolare le parti: il Quartetto, con l'appoggio dell'UE e della Lega Araba, costituirebbe lo scenario appropriato per chiamare le parti a un negoziato continuativo.
Questa è stata la conclusione più importante del colloquio. L'idea, suggerita da Moustafa Bargouti, ha immediatamente raccolto il consenso di tutti i presenti. Sulla sfondo, c'era la considerazione del rischio che incomberebbe sul processo se, dopo la ritirata da Gaza, il governo israeliano detenesse il compimento della "Road Map" affermando la propria presenza negli insediamenti in Cisgiordania e consolidando l'assedio a Gerusalemme.
Secondo tutti i presenti, un avanzamento deciso verso la formazione di uno Stato palestinese sarebbe il modo più efficace per fermare l'escalation di violenza in cui si tramuterebbe la frustrazione della popolazione palestinese nelle diverse località, che si sentirà stimolata dal ritiro da Gaza e mortificata dal diverso trattamento delle rispettive situazioni.
La felicità dei palestinesi di fronte al ritiro può avere un contraccolpo pericoloso se la legalità internazionale non viene rispettata nel resto dei Territori Occupati.
Dissipare le incertezze è una necessità urgente, in questo lungo conflitto, sia per chi ne è direttamente coinvolto - palestinesi e israeliani - che per la comunità internazionale. Nel primo caso, per la necessità di arrivare una buona volta a un accordo di pace, con due Stati dalle frontiere sicure e dalla sovranità piena. E, per quanto riguarda la Lega Araba, l'Unione Europea gli USA e la Russia, perché una soluzione di questo conflitto, epicentro di tutta la crisi dell'area del Medio Oriente, sarebbe un fattore decisivo per i rimanenti processi in corso. [...]
Ora il Governo Sharon si vedrà costretto ad elezioni anticipate e il suo margine di manovra per avanzare verso il riconoscimento di uno Stato palestinese coerente con la legalità internazionale sarà minore. L'Autorità Nazionale Palestinese è debole e non è in grado di rispondere alle sfide di un negoziato e alle esigenze di una popolazione che perde costantemente posizioni economiche e sociali. La polarizzazione con Hamas restringe i margini di azione.
La politica unilaterale sta giungendo al termine. Dopo la ritirata, Gaza dovrà affrontare problemi che richiedono un accordo tra tutti.
Senza aeroporto, senza porto e senza uscite via terra, la densa popolazione di Gaza può essere condannata a sopravvivere di aiuti internazionali come un immenso campo di rifugiati. L'allegria di oggi può trasformarsi domani in disperazione.
Per il resto dei Territori Occupati, assieme all'incidenza del "muro" di separazione si pone l'incognita della viabilità, anche in termini di comunicazione interna. Bisognerebbe quindi riprendere la risoluzione unanime dell'Unione Europea dell'anno scorso, affermando che le frontiere di un accordo possibile devono essere quelle precedenti al 1967 e che i cambiamenti da attuare saranno accettabili solo attraverso un accordo tra le parti.
E' difficile ampliare lo spazio della politica con maiuscola in entrambi gli schieramenti. Tanto difficile come è impossibile prevedere un accordo tra essi.
In Israele, le posizioni interne in termini di rapporti di forza si sposteranno poco, comunque vadano le elezioni.
In Cisgiordania e a Gaza la polarizzazione tra Hamas e l'OLP può essere evitata facilitando l'emergere di forze democratiche nuove che optino per la non-violenza nella lotta politica e che si centrino nell'amministrazione della cosa publica: salute, istruzione, sicurezza, lavoro, senza corruttele che creano ulteriore penuria e disincanto.
In questo contesto, Gaza può essere un'opportunità per una pace definitiva o una nuova frustrazione in grado di impantanare il coflitto per molti anni. Le parti direttamente implicate non potranno risolvere il dilemma da sole.
Per questo, la Comunità Internazionale deve agire tempestivamente per aiutare ad ottenere un avanzamento definitivo. A volte, le parti di un conflitto possono vedere una soluzione ma non avere margini di manovra per attuarla. "Imporre", tra virgolette, questa desiderata soluzione sarà l'unica via d'uscita.
Altrimenti andremo avanti con questo pareggio infinito, carico di sofferenza, in cui nessuno è in condizione né di vincere né di perdere.
Bene.
Ora, non è importante che io condivida del tutto, in parte o per niente questo discorso. Voglio solo paragonarlo a ciò che è uscito dalla bocca della sinistra di governo italiana in questi giorni e sperimentare il mal di mare che si può provare nel vedere di colpo un gigante accanto a un nano.
Voglio comparare la volontà oltre che la capacità di analisi di un politico all'altezza di guidare una nazione con la pochezza concettuale, in buona o cattiva fede che sia, di un segretario dei DS che si permette anche l'inaudita impudenza di parlare di "provincialismo della politica italiana" mentre si accontenta di mugolare ovvietà, di lanciare appelli per la "riabilitazione di Sharon" (come se il punto fosse quello, la persona del Capo) e di ingraziarsi il Corriere della Sera.
Voglio richiamare l'attenzione tra una sinistra di governo che parla di "imporsi" nel processo di pace e un'altra sinistra di governo, la nostra, che santifica il Leader di destra israeliano e propone, al massimo, di andarlo a trovare.
Voglio fare notare l'uso di un linguaggio umano e concreto al tempo stesso e che non concede nulla alla retorica, lontano mille miglia dal delirio valoriale dei nostri opinion makers, dalla nostra corsa nazionale verso la lavagna dei buoni e dei cattivi, come se fossimo bimbi deficienti delle elementari.
Voglio fare notare cos'è la "difesa dell'Europa" e del suo ruolo, delle sue prospettive politiche, quando è fatta da un Felipe González e quando è fatta dai nostri politici.
L'abisso tra un livello e l'altro, a prescindere da come la pensi io.
E perché ci tengo tanto, a farlo notare?
Perché siamo un paese intossicato da un clima e da un linguaggio che, oltre ad essere pericolosi per la salute culturale e psichica del nostro Paese, getta le basi per una strisciante criminalizzazione generale del dissenso che diventa, appunto, valoriale, personale, basata sull'adeguamento o meno di ognuno di noi al ritratto di "cittadino modello" costruito dai nostri media con la partecipazione attiva della sinistra.
Io posso dissentire dalla sinistra di governo a cui appartiene un Felipe González, ma so per certo che questa sinistra accoglie il mio diritto al dissenso e lo tutela.
Non lo ridicolizza come un Furio Colombo che va scrivendo: "C’è chi si preoccupa di ricordarti che Sharon non è un uomo buono, e che dunque sta facendo quello che sta facendo per necessità e non per principio.", facendo apparire come un bambino idiota chi si interroga sulla strategia di Sharon.
Non lo relega tra i "radicali", gli "irriducibili", come sprezzantemente fa Fassino.
Lo rispetta.
E, rispettandolo, tutela da un punto di vista culturale, oltre che concreto, la libertà di espressione nel suo Paese.
E non è cosa da poco. Non di questi tempi, non in questa situazione internazionale e nazionale.
Io ho visto una sinistra di governo completamente inadeguata e molto, molto vile, in quest'occasione.
Ne traggo la conclusione che il mio futuro di cittadina, diritti compresi, è in pessime mani.
Per vivere bene, in un Paese dotato di un siffatto governo e una siffatta opposizione, una può solo mettersi dei pesanti paraocchi da mulo e tirare dritto lungo la strada degli affari propri, con lo sguardo a terra.
Non vedo margini per fare altrimenti e la cosa mi addolora parecchio www.ilcircolo.net/lia/
Ricordatevi di Villa Grimaldi
I sopravvissuti di questo campo di concentramento hanno messo le basi per la creazione di un ‘Museo della Memoria’ cileno
di Rubén Chababo*
Santiago del Cile ha ospitato il 18 e 19 agosto passati un ‘Seminario internazionale della Memoria’, mirato a presentare punti di vista diversi da parte dei cultori della materia sulla costruzione di nuovi ‘Musei della Memoria’ nei Paesi del Cono Sur latinoamericano. Dopo l’esempio del primo, in Argentina, una sfida per gli esperti della materia, organizzata dalla ‘Corporacion Parque por la paz Villa Grimaldi’, (‘Società Parco della Pace Villa Grimaldi’) di Santiago.
Sobrevivientes. Nella società Villa Grimaldi si sono ritrovati essenzialmente i sopravissuti di questo campo di concentramento pinochetista, che si trova in un municipio autonomo a pochi minuti dal centro di Santiago, chiamato 'Comuna di Peñalolén': In questo luogo nei primi anni della dittatura militare del generale Augusto Pinochet furono vittima delle torture e degli omicidi mirati migliaia di prigionieri politici. (Pinochet prese il potere nel Paese australe con un golpe l’11 settembre 1973, uccidendo il premier legittimo cileno, il laburista Salvador Allende; durante la Guerra Sucìa cilena vennero uccisi, torturati o scomparirono oltre 35mila oppositori del regime e attivisti dei diritti umani, tra il 1973 e il 1990 ndr)
Quartier generale dei torturatori. Villa Grimaldi è stato il recinto segreto di detenzione e tortura più importante nella storia della Dina (la polizia segreta politica predisposta dal generale Manuel Contreras su mandato di Pinochet, espressamente per reprimere il dissenso politico interno, ndr Si calcola che a Villa Grimaldi siano scomparse più di 4mial persone, con oltre 500 uccisi). Il posto era conosciuto dagli agenti della Dina come ‘Cuartel Terranova’ (Caserma Terranova) ed era già funzionante dal 1974, in quanto sede della Brigata di Intelligence Metropolitana. Villa Grimaldi è circondato da un ampio terreno, con diversi edifici, al momento ancora diroccati, che vennero via via ingranditi per poter rispondere al meglio alle nuove funzioni che i militari escogitavano. Sembra che i primi detenuti vi vennero trasportati già a metà del 1974, sebbene iniziassero ad affluire regolarmente solo a partire della fine di quell’anno.
A Villa Grimaldi mantenevano il proprio quartier generale i nuclei operativi della repressione della Dina; era lì che venivano portati i prigionieri da sottoporre ai primi interrogatori, dopo i primi giorni di detenzione; era lì che si tenevano ambienti, stanze e strumenti particolarmente adatti a ogni tipo di tortura. Lì, venivano anche segregati i prigionieri che non erano destinati ad essere torturati, qualche volta magari anche per lunghi periodi, in attesa di nuovi, probabili, interrogatori, o di una qualunque decisione sulla loro sorte finale.
Primo passo verso il Museo della Memoria. Questo avvenimento è d'importanza fondamentale, se considerato nell’ottica storica: è una delle prime volte che si riuniscono in Cile esperti di fama riconosciuta della materia (violazioni dei Diritti Umani, in particolare persone torturate o scomparse), per trovare un linguaggio comune con il quale raccontare questo tratto di storia latinoamericana, così complesso. Sono intervenuti rappresentanti del ‘Museo della Memoria’ Argentino, del Museo ‘Anna Frank’ di Amsterdam, del Museo della Resistenza e della Deportazione’ di Lione in Francia, dell’Università ‘Notre Dame’ di Chicago, Usa, e della Commissione cilena per i Monumenti nazionali, oltre a rappresentanti della comunità episcopale cilena, la ‘Vicaria de la Solidaridad’ (organo della Curia che si è incaricato di assistere le vittime delle torture dei militari negli anni della dittatura, ndr). L’evento si è sviluppato in diverse tavole rotonde che hanno visto una partecipazione massiccia di cileni, che hanno posto diverse domande ad ogni singolo seminario. Il primo passo, fondamentale, per la realizzazione di un progetto essenziale nella ricostruzione della memoria collettiva di tutto il popolo cileno: un Museo della Memoria sugli anni bui della dittatura.
*Rubèn Chababo è assessore ai Diritti Umani della città di Rosario, Argentina, e direttore del primo Museo della Memoria finora esistente in America Latina, creato appunto in Rosario nel 1998, attivo dal 30 marzo 2001. Quando nella capitale Buenos Aires verrà realizzato il Museo promesso dal presidente Nestor Kirchner nel marzo 2003 nei locali della Esma (Scuola superiore di meccanica dell’Aeronautica, dove la polizia segreta condusse gli interrogatori dei desaparecidos), il Museo di Rosario diventerà lo spazio espositivo dove raccogliere le esperienze dei sopravvissuti alla repressione nelle province argentine.
Il presidente Ricardo Lagos aveva disposto nel novembre 2003 che si costituisse una Commissione nazionale per indagare sulle pratiche di tortura messe in atto dalla Dina nel corso della ‘Operazione Condor’, strategia ideata dai regimi dittatoriali sudamericani per reprimere le opposizioni politiche al loro interno tra gli anni ’70 e ’80. La Commisione guidata da Monsignor Sergio Valech, vescovo ausiliario emerito di Santiago del Cile e già coordinatore dell’organismo pastorale Vicaria de la Solidaridad preposto a difesa delle vittime dei militari, ha presentato in questo ultimo mese le sue conclusioni. La Commissione ha ascoltato esattamente 35.868 persone individuando nel dettaglio tre periodi di repressione: il primo, dal settembre al dicembre 1973, dove la tortura viene praticata dalle Forze Armate generando una prassi consolidata su scala nazionale; il secondo, dal gennaio 1974 ad agosto 1977, vede in azione della famigerata Dina (la polizia politica) nei confronti dei dirigenti dei partiti d'opposizione socialista e comunista; il terzo, dall’agosto 1977 al marzo 1990, evidenzia l'azione combinata di diversi organi dello Stato per contrastare l’opposizione armata e la ripresa dell’opposizione politica ricorrendo a nuove forme di detenzione e tortura. www.peacereporter.net/
DELIRIO ESTIVO
A PROPOSITO DI POLITICA…C’E’ QUALCOSA DA MANGIARE? (Totò)
Senza la pretesa di esporre concetti innovativi e decisivi, proviamo almeno a ragionare per orientarci nella nostra veste di cittadini che osservano, confusi e sbigottiti, il desolante quadro politico nazionale.
In verità il degrado etico investe tutta la società italiana in generale (per rendersene conto sarebbe sufficiente leggere la cronaca quotidiana, osservare gli spettacoli offerti dalla TV o semplicemente porre attenzione al linguaggio corrente); ma qui si vorrebbe di proposito limitare al campo politico la nostra attenzione sia perché lasciamo il resto ai sociologi sia perché siamo convinti del “primato della politica”.
Non si tratta di denunciare le responsabilità individuali dello sfascio attuale (molti nomi balzano alla mente), ma tentare di scandagliare nel profondo la nostra società alla ricerca delle cause originarie del malessere diffuso in ogni settore della vita civile.
Piero Ottone ha scritto senza mezzi termini di “tragica immaturità politica del popolo italiano”. Gli esempi, nella storia passata e presente, non mancano. Il regime fascista si è imposto con la violenza e la soprafazione giunte fino all’eliminazione fisica degli avversari, ha trascinato il paese da una guerra all’altra fino all’ultima disastrosa guerra mondiale, lasciando dietro di sé macerie morali e materiali, il suo capo ha tentato la fuga travestito da soldato tedesco (Hitler preferì un dignitoso suicidio); risultato: oggi la nipote del duce siede in Parlamento rivendicando l’eredità politica e storica del nonno (chiediamoci se ciò sarebbe possibile in Germania, non riguardo ad una minoranza di fanatici nostalgici della croce uncinata, ma proprio ad un discendente di Hitler deputato al Bundestag in rappresentanza del partito nazista). Altro esempio: il re Vittorio Emanuele III fu corresponsabile dell’avvento del fascismo, sottoscrisse le leggi razziali e fuggì vergognosamente (con la cassa naturalmente) e tuttavia in quella tragica sera dell’ otto settembre ’43 si preoccupò di chiedere “due dozzine di uova fresche per la regina”. Risultato: al referendum istituzionale del 2 giugno ’46 la metà degli italiani, e forse più, votò ancora per la monarchia. Un esempio recente: la prima repubblica aveva raggiunto livelli di corruzione insostenibili dal sistema economico ed il paese reagì affidando le proprie sorti al populismo affaristico berlusconiano e leghista, di cui ora scopriamo la rozzezza e il dilettantismo tanto che ormai risulta chiaro a molti, non a tutti purtroppo, che il rimedio è stato peggiore del male.
Si dice: la classe dirigente, in generale e quindi non solo politica, è la fedele espressione della società che rappresenta: cerchiamo dunque di capire perché il popolo italiano non è in grado di produrre rappresentanti decenti (salvo eccezioni naturalmente).
Intanto partiamo da un dato statistico allarmante: in Italia esistono quindici milioni di semianalfabeti o analfabeti di ritorno (alcune fonti aggiungono addirittura due milioni di analfabeti totali): costoro non hanno più preso in mano una penna o aperto un libro al termine dell’esperienza scolastica, sul livello della quale sarebbe opportuno un discorso a parte. Ciò significa, ad esempio, che quasi un terzo della popolazione è raggiunta solamente e casualmente dall’informazione televisiva e, tenuto conto del micidiale duopolio televisivo esistente, ognuno può immaginarsi le conseguenze.
In Italia pochi leggono i giornali, in gran parte sportivi, e pochissimi leggono libri: solamente il 40% legge almeno un libro all’anno ed il restante 60% si limita, talvolta, a leggere l’elenco telefonico. Quali le conseguenze di questo bassissimo livello culturale? Un individuo con scarsa attrezzatura intellettuale è fragile e facilmente preda di ogni abile imbonitore, che nel nostro paese non mancano, così da lasciare spazio ad ogni genere di manipolazione. Nel nostro paese si applaude ai funerali e circolano ragazzi che si chiamano Kevin e ragazze che si chiamano Suellen.
L’Italia è il paese delle madonnine che piangono (pare che, recentemente, si muovano anche) e dove il Vaticano continua tranquillamente a condizionare pesantemente la vita sociale e politica, fatti salvi ovviamente i benemeriti volontari di base che però, più o meno consapevolmente, costituiscono l’alibi per gli affari politici (con buona pace del Concordato) ed economici (vedi vicenda Calvi) delle alte gerarchie ecclesiastiche. A questo punto sento già la voce dei critici con l’accusa del solito logoro anticlericalismo. Invito costoro a meditare quanto l’etica cattolica, ben diversa da quella protestante (Max Weber) abbia inciso profondamente l’indole naturale del popolo italiano; pensiamo ad esempio alla politica dei condoni, con i suoi effetti devastanti sul tessuto sociale, che viene tranquillamente e universalmente accettata in nome di un perdonismo diffuso: reciti l’atto di dolore, fai una penitenza (lieve però: al massimo una piccola ammenda) e via a commettere nuove malefatte. Provate a pensarci e poi ditemi se il mio e solo volgare anticlericalismo.
Viviamo in un paese dove intere regioni sono controllate dalla criminalità organizzata: dal dopoguerra ad oggi si sono succedute ben otto commissioni parlamentari antimafia che non sono servite a nulla tranne che a far finire gettoni di presenza nelle tasche dei loro componenti. Anche un cieco ormai vede il perverso intreccio tra mafia, politica e affari e tuttavia candidati con collusioni mafiose, provate o sospette, continuano ad essere eletti. Un esempio per tutti: Giulio Andreotti, la cui contiguità mafiosa è stata provata in sentenza e assolto solo per intervenuta prescrizione, raccolse a suo tempo una larghissima messe di voti, è stato nominato, e continua ad essere, “senatore a vita” (con relativo lauto appannaggio) e viene accolto da entusiastica ovazione quando si presenta all’assemblea di Comunione e Liberazione.
La corruzione nel nostro paese è endemica, cioè fa parte del DNA dei cittadini, per fortuna non di tutti. Non c’è tangentopoli che tenga: il malcostume è riemerso tale e quale, se non peggiore, e i pochi che si oppongono, sono ostacolati in ogni modo e costretti, talvolta, ad abbandonare il campo.
Tra il cittadino (fino a poco tempo addietro, suddito) e lo Stato esiste un rapporto distorto: il cittadino non si fida dello Stato e lo Stato non si fida del cittadino. Questa diffidenza ha origini storiche fin da quando cioè il nostro paese è stato terra di conquista di eserciti stranieri e, più recentemente, quando il volto dello Stato era quello del carabiniere che portava la cartolina precetto perché vi era necessità di carne da cannone per qualche guerra o quello del gabelliere perché occorreva denaro per le casse esauste dell’erario. Conseguentemente siamo sempre stati abituati ad “arrangiarci” ad esempio tentando di non pagare le tasse: nei paesi civilmente sviluppati (gli Stati Uniti, tanto per citarne uno, che noi consideriamo un modello ma di cui copiamo solo gli Hamburger) l’evasore fiscale riceve l’esecrazione della pubblica opinione mentre da noi è oggetto di invidia “perché ce l’ha fatta”.
Da noi mancano il concetto di “interesse generale” e il sentimento di appartenenza ad una comunità nazionale (ben diverso dal becero nazionalismo quando vince la squadra di calcio); il cittadino che getta dal finestrino dell’auto il pacchetto vuoto delle sigarette o permette tranquillamente al proprio cane di lordare il suolo pubblico nutre verso la collettività la medesima indifferenza, se non addirittura il medesimo disprezzo, del personaggio di potere, non solo politico, che ruba, pecula, concute, corrompe e, insomma, si arricchisce. Nel nostro paese prevalgono l’individualismo e il familismo (con appendice mammista): tutto ciò che avviene oltre lo zerbino di casa non mi interessa, è res nullius e quindi oggetto di danneggiamento o di preda. Su questo argomento esiste una vasta letteratura e mi limito qui ad indicare quei pochi autori che conosco un po’: Guicciardini, Leopardi (discorso sugli Italiani), e, più recentemente, Antonio Gambo (Inventario italiano), Cesare Garbali (Ricordi tristi e civili).
Guardiamoci attorno.
Nello schieramento di centrodestra sono assenti le idee-guida, i pilastri della società democratica da Montesquieu ad oggi. Non si pretende che tutti abbiano letto De Toqueville ma che almeno i dirigenti conoscano e difendano i principi della separazione dei poteri, della legalità, dello stato di diritto, del conflitto di interessi: in quattro anni di governo si è badato alla pura e semplice occupazione del potere, senza nemmeno salvare le apparenze, come faceva la vecchia D.C., a vantaggio dell’interesse di pochi e a danno dell’intero paese, come ci ripetono continuamente autorevoli osservatori internazionali. Frange sempre più nutrite di elettori di centrodestra cominciano a rendersene conto per cui cominciamo ad assistere allo spettacolo indecoroso di eletti nel centrodestra che, in linea con l’eterno trasformismo italico, bussano sommessamente (Sgarbi, fragorosamente) alla porta del centrosinistra che, c’è da scommetterci, la spalancherà allegramente davanti a loro. Notiamo ancora, sorprendentemente, che militano in questo schieramento personaggi (in minoranza, però esistono) di formazione liberale e di sicura fede democratica che tuttavia, in nome di un ottuso anticomunismo (stranamente è finito il comunismo ma è rimasto l’anticomunismo) si sono turati e continuano a turarsi il naso di fronte alle peggiori nefandezze. Mi riferisco soprattutto ai piccoli rappresentanti o dirigenti di periferia, per i quali non esiste nemmeno il sospetto di un interesse personale (gli “onorevoli”, i senatori e i dirigenti nazionali sono ampiamente foraggiati). Comprendiamo la reazione alla degenerazione della prima repubblica: ma ora che senso ha la militanza nel centrodestra dopo che abbiamo tutti capito che è improprio parlare di seconda repubblica, risultata un ulteriore imbarbarimento della prima in perenne fase di transizione? Comprendiamo anche l’anticomunismo, ma ora, a sedici anni dalla caduta del muro di Berlino con il comunismo morto e sepolto in tutta Europa, chi ancora può nutrire timore nei confronti D’Alema o anche, perdonatemi, di Bertinotti?
Volgendo lo sguardo al centrosinistra il tratto più saliente che balza all’occhio è la litigiosità: attenzione però a non minimizzarla ad una semplice lite da pollaio.
Intanto esiste il perenne conflitto tra riformismo e radicalismo che affonda le sue radici nella storia e che è un problema molto serio: non è questa la sede per affrontarlo né io sono in grado di cimentarmi in un compito così arduo. Possiamo dire almeno, come spunto di discussione, che il governo Prodi del ’96 è quanto di più “a sinistra” ci si possa permettere in questo paese profondamente e geneticamente “moderato”? Tanto è vero che fu affossato dagli intrighi interni al medesimo centrosinistra e il governo D’Alema, succeduto a Prodi, si affrettò a sostituire i ministri Berlinguer (istruzione) e Bindi (sanità) che si erano messi in testa, poveretti, di riformare davvero il sistema.
Invece di parlare genericamente e impropriamente dell’esistenza di un virus autodistruttivo geneticamente impiantato nel corpo del centrosinistra, perché non diciamo la pura e semplice verità: si privilegia l’interesse della propria parte politica o addirittura quello individuale rispetto all’interesse generale del paese. Intanto si perseguono obbiettivi di “visibilità” che soddisfano l’ambizione, per altri versi legittima, di coloro che svolgono attività politica: ogni telespettatore può rendersi conto quotidianamente dell’apparire sul teleschermo di personaggi, titolari di infinitesima rappresentanza elettorale, che altrimenti sarebbero condannati all’anonimato. Esistono poi cospicui vantaggi economici (diciamoci tutta la verità): spartizione del finanziamento pubblico e compensi individuali legati alla cache ricoperte. E’ ormai noto a tutti che gli emolumenti dei nostri parlamentari (italiani ed europei) sono scandalosamente superiori a quelli degli altri paesi (sul loro livello e sui periodici adeguamenti si riscontra sempre una ferrea unanimità di tutto lo schieramento politico nazionale); se poi si aggiungono i numerosissimi privilegi connessi alla carica (viaggi, telefonino, ecc.) e gli incarichi collaterali (commissioni, ecc.) si può tranquillamente concludere che qualsiasi oscuro personaggio, privo di grandi talenti, ma fornito di facilità di parola, capacità di affrontare il pubblico e di una buona dose di improntitudine, in caso di elezione può ritenersi fortunato come colui che ha vinto un terno al lotto. Se poi il nostro è fornito anche di intelligenza, di scaltrezza e magari di un’etica un po’ elastica, al termine della carriera avrà accumulato una vera fortuna per sé ed il proprio nucleo famigliare. Vi è poi la sterminata moltitudine di incarichi nelle istituzioni locali (regioni, province, comuni) dove il compenso minimo è pari a quello di un qualsiasi dipendente privato o pubblico e se poi si sale anche di poco nella scala gerarchica i compensi sono facilmente raddoppiati o triplicati. Si aggiunga, per completezza, che con il discorso dell’arricchimento personale, ci riferiamo solo a quello lecito e autorizzato dalla legge, e può essere esteso a tutto il settore pubblico (anche quello privato non scherza se si pensa ai compensi dei grandi manager) dove, ad esempio, scopriamo in questi giorni che il governatore della banca d’Italia riceve un compenso dieci volte superiore a quello degli Stati Uniti…
Sarà utile precisare ancora una volta che non bisogna generalizzare e ricordare sempre che esiste una minoranza di personaggi politici validi per competenza e moralità che non annullano del tutto la nostra speranza di riscatto.
Per tentare di dare un minimo di completezza al nostro discorso bisogna anche aggiungere che l’Italia è un paese che possiede straordinarie bellezze naturali: la ricchezza e la varietà del paesaggio, dalle Alpi alla fonte Aretusa, lo rendono davvero unico al mondo e non sono stati sufficienti decenni di abusi edilizi e di scempi ambientali per distruggerlo; la ricchezza e la varietà della sua gastronomia (perché no?) non ha eguali; i suoi abitanti possiedono doti di umanità (pensiamo all’esercito dei volontari), di creatività e fantasia (nei secoli ha accumulato sul territorio il più importante patrimonio artistico del mondo); di laboriosità e genialità (sono innumerevoli gli esempi di nostri concittadini che, sul territorio nazionale o in giro per il mondo, eccellono nel campo della moda, della scienza, della tecnica, della cultura, dello sport): insomma il nostro è un paese in cui vale la pena vivere.
A questo punto, di fronte ad un quadro politico non proprio esaltante, chiediamoci: che fare? Come deve comportarsi quella minoranza di italiani che non si sente minimamente rappresentata ma che non si rassegna?
Il poeta ha cantato la storia del piccolo colibrì che, mentre tutti gli animali fuggivano di fronte all’incendio della foresta, volava in direzione opposta con una goccia d’acqua nel becco perché “voleva fare la sua parte” per spegnere le fiamme. Possiamo accontentarci dell’imperativo morale, avendo purtroppo chiara la consapevolezza della nostra impotenza perché anche molte gocce d’acqua non saranno sufficienti?
Rinunciamo ad una vita pubblica e ci rifugiamo nel “privato”? Impossibile: è una soluzione illusoria perché, prima o poi, la politica verrà a scovarti e ti scuoterà. Un esempio per tutti: l’introduzione della moneta unica, priva di controlli, ha scatenato gli appetiti speculativi di molti (negli altri paesi europei l’evento ha avuto conseguenze molto limitate sotto questo aspetto) con relativa lievitazione dei prezzi al consumo e difficoltà economiche di molti utenti.
Confidiamo nella Comunità Europea e attendiamo l’arrivo di un commissario europeo che organizzi una vita pubblica accettabile? Temo che anche questa sia un’illusione; sia perché ogni paese europeo è occupato a risolvere i propri problemi sia perché questo ipotetico plenipotenziario europeo sarebbe ben presto costretto alla resa. Lo stato di ingovernabilità del nostro paese ha cause antropologiche radicate nei cromosomi del nostro patrimonio genetico e la rimozione di tali cause non può avvenire né con forzature istituzionali né con l’educazione di un paio di generazioni.
Posto che i partiti politici, in una democrazia moderna, svolgono una funzione insostituibile di raccordo tra i cittadini e le istituzioni, in Italia, purtroppo, essi sono strutturalmente incapaci di svolgere tale funzione e quindi fin d’ora incombe il pericolo che, se si verificasse l’ipotesi di vittoria del centrosinistra alle prossime elezioni politiche, il povero Prodi, pur armato delle migliori intenzioni, sarà inevitabilmente logorato, fino allo sfinimento, da una estenuante, quotidiana opera di mediazione che gli impedirà, o comunque ridurrà in notevole misura, una incisiva azione di governo.
In tanti, specialmente quelli che come me provenivano dalla cocente delusione della militanza nel P.S.I., abbiamo salutato con entusiasmo la nascita dell’Ulivo, inteso fin dalle origini non solo come progetto politico, tanto meno come coalizione elettorale, ma soprattutto come prospettiva di rinnovamento del “modo di fare politica” nel nostro paese. Fin dall’inizio abbiamo partecipato ai Comitati Prodi, abbiamo venduto le piantine di Rutelli, abbiamo animato i Comitati dei Cittadini per l’Ulivo…Tutto inutile: l’esperienza ci ha insegnato che il messaggio dell’Ulivo è evidentemente troppo avanzato per essere recepito, e chissà quando lo sarà, da un sistema politico come il nostro, arretrato e obsoleto.
Ripeto dunque la domanda: che fare?
Qualcuno può rispondere a questo appello (quasi) disperato?
Paolo Merlo
www.cittadiniperlulivo.com
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Lo sgombero di Gaza? È solo l’inizio
Per il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmud Abbas, lo sgombero degli insediamenti israeliani da Gaza rappresenta l’opportunità di rafforzare la sua leadership sul terreno. Riuscirà però a concludere un accordo di pace con Israele?
La vita nei territori occupati (Justin McIntosh) Le manifestazioni dei coloni non hanno impedito al Primo Ministro israeliano Ariel Sharon di portare avanti il piano di ritiro unilaterale da Gaza. Le forze dell’ordine israeliane sono ormai arrivate al secondo giorno delle operazioni di sgombero degli insediamenti degli ultimi coloni recalcitranti. Ma cosa accadrà una volta che l’occupazione di Gaza sarà terminata?
Fronte interno
Mantenere la calma nella Striscia di Gaza è una delle sfide più dure che il neoeletto presidente palestinese Mahmud Abbas- più noto come Abu Mazen- dovrà affrontare. Mentre ottomila coloni ebrei sono pronti a lasciare gli insediamenti, viene naturale chiedersi come verranno mantenuti l’ordine e la pace a Gaza. Le forze di polizia dell’Autorità Palestinese e le forze di pace egiziane hanno già iniziato a sostituire le autorità israeliane nel controllo dell’area. Ma cosa ne sarà delle infrastrutture e degli insediamenti lasciati dagli ormai ex abitanti della Striscia? Israele aveva da subito decretato che venissero demoliti, in modo da evitare conflitti su chi avrebbe dovuto impadronirsene. Intanto alcuni coloni li hanno già distrutti per far sì che i palestinesi non li occupino.
La minaccia di Hamas
Ma i festeggiamenti palestinesi che seguiranno al ritiro degli israeliani non dureranno a lungo: Abbas dovrà presto mettersi al lavoro per organizzare le elezioni politiche palestinesi, che si terranno il prossimo inverno. Mentre l’Autorità Palestinese si concentra sulle elezioni, i politici locali stanno perdendo il consenso degli abitanti di Gaza, a tutto vantaggio di un’organizzazione terroristica come Hamas che resta estremamente popolare. Hamas ha di certo guadagnato terreno dall’inizio dell’Intifada, garantendo quei servizi sociali (educazione e salute) che l’Olp non era mai riuscita a fornire.
Appuntamento nel 2006
Le elezioni politiche, inizialmente previste per luglio, si svolgeranno nel gennaio 2006 e ad esse seguirà il primo parlamento palestinese eletto democraticamente. La principale ragione di questo ritardo è che Mahmud Abbas teme che Hamas possa avere la meglio sul suo partito, molto più moderato, il Fatah. Con il rischio di compromettere il processo di pace nella regione. L’organizzazione terroristica, che ambisce ancora a sradicare lo Stato ebraico, rivendica attentati quotidiani che hanno mietuto centinaia di vite innocenti. La sua vittoria comprometterebbe ogni possibilità di pace e costringerebbe Abbas ad attuare delle riforme istituzionali volte ad aumentare il più possibile i suoi poteri. Di conseguenza, il predominio di Abbas riuscirebbe ad arginare il ruolo politico significativo svolto da Hamas sia sul fronte interno che sulla scena internazionale. Appare chiaro, infatti, come non potrebbe instaurarsi un dialogo tra Israele e l’Autorità Palestinese se Hamas facesse parte dei negoziatori.
Ciononostante Hamas è solo una delle molte organizzazioni terroristiche presenti nella regione. Abbas deve adesso affrontare il difficile compito di convincerle dell’esistenza e della legittimità dello Stato di Israele. La Road Map per la pace potrebbe ritornare sulla giusta via, sebbene un nuovo piano debba ancora essere stabilito. Si tratta di tanto lavoro per Mahmud Abbas. Buona fortuna.
Akli Hadid - Paris www.cafebabel.com/it/
Iran : presidente Ahmadinejad attacca l' Occidente
di Mauro Giannini
Il neoeletto presidente iraniano, l'ultraconservatore Mahmoud Ahmadinejad, ha pronunciato oggi un discorso virulento contro l'Occidente, che - a suo dire - vorrebbe assoggettare il suo Paese, contro l'invasione culturale che minaccia le identita' iraniana e islamica e contro il liberalismo culturale che giustificherebe "tutte le deviazioni".
Ahmadinejad - che non ha per ora parlato di questione nucleare - ha detto che Stati Uniti ed Europa cercano di ingerirsi negli affari interni iraniani con "accuse senza fondamento e con differenti pretesti come i diritti dell'uomo". Le uccisioni e la persecuzione della liberta' di espressione sono infatti fonte di continue critiche a Teheran.
Il nuovo presidente iraniano ha mostrato indignazione per la disparita' della bilancia degli scambi commerciali fra Occidente e Iran, che vede quasi unico bene in uscita dall'Iran il petrolio, menre sono beni per "milioni di dollari" quelli importati nel Paese persiano - che ha in pochi decenni raddoppiato la sua popolazione - dall'Occidente.
Ahmadinejad aveva anche promesso - una volta formato il governo - di presentare una nuova proposta per risolvere il problema nucleare, che trova l'Iran opposto alla comunita' internazionale, ma probabilmente preferisce differire tale apertura e per il momento mosrarsi solo fiero difensore dell'ortodossia e della nazione contro le potenze straniere.
Il discorso e' infatti stato pronunciato in apertura di seduta per la fiducia sul nuovo governo, sulla cui composizione parte dei parlamentari - sebbene l'assemblea sia dominata da conservatori - hanno pero' delle perplessita'.
I maggiori dubbi sono proprio sugli assegnatari del ministero chiave del petrolio (Ali Saeedlou, attuale sindaco di Teheran) e dei dicasteri per l'Insegnamento e la Sanita'. Il dibattito potrebbe durare fino a domani, dato che i 290 deputati voteranno sul nome di ciascun ministro.
www.osservatoriosullalegalita.org
Iran: Ahmadinejad assume la presidenza chiudendo giornali e arrrestando giornali
di Ahmad Rafat*
Sabato 6 agosto, davanti al Parlamento, il nuovo presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, ha giurato fedeltà fedeltà alla Costituzione della Repubblica Islamica. L'ex sindaco di Teheran, con un passato da miliziano dei reparti speciali Al Quds dei Pasdaran, è il nono Presidente della Repubblica Islamica, nata 26 anni fa, nel febbraio del 1979, sulle ceneri di una monarchia con oltre 25 secoli di storia. Mahmoud Ahmadinejad, noto con il soprannome del 'presidente netturbino', in questi giorni più che pensare al proprio governo, sembra impegnato ad imbavagliare la stampa e ogni altra voce di dissenso. Proprio l'8 agosto, il giorno dedicato nella Repubblica Islamica alla figura del giornalista, un gruppo di agenti che non hanno voluto identificarsi a quale istituzione appartenevano, e senza esibire alcun mandato, sono entrati con la forza nella casa del giornalista Akbar Ganji, portando via computer, libri, dossier e ogni altro pezzo di carta scarabocchiato. Massoumeh Shafii, la moglie del giornalista più noto del paese che da quasi 5 anni si trova in carcere e da 59 giorni si rifiuta di nutrirsi per protestare contro la sua detenzione, è stata ammanettata al letto, perché si opponeva alla perquisizione illegale della propria abitazione.
Da questa mattina alla casa di Akbar Ganji, ormai ricoverato quasi in stato di coma nell'ospedale Milad di Teheran, è stata tolta anche la linea telefonica. Le linee non funzionano nemmeno nelle abitazioni adiacenti. Solo con i cellulari che amici e colleghi mettono a disposizione di Massoumeh Shafii è possibile contattare questa donna coraggiosa che si è fatta da settimane portavoce del marito, subendo ogni forma di violenza e umiliazione.
La 'guerra' di Mahmoud Ahmadinejad a giornali e giornalisti, è iniziata fin dalla chiusura delle urne. Subito dopo la vittoria, l'ex sindaco miliziano, accusato di aver partecipato ad azioni terroristiche e all'assassinio di dissidenti anche all'estero, precisamente in Austria, ha presentato denuncia contro il quotidiano Enghelab Eslami. In un articolo, il quotidiano del clero conservatore aveva accusato Ahmadinejad di non essere "a favore della libertà d'informazione" e di voler "imbavagliare la stampa". Alla vigilia del giuramento del nuovo presidente, ha rassegnato le proprie dimissioni anche Abdullah Naseri, direttore generale dell'agenzia di stampa governativo Irna. Ha annunciato quindi le proprie dimissioni anche il direttore dell'unità centrale di notizie, il dipartimento che gestisce i notiziari della radio e della televisione di Stato.
Se i dirigenti dei mezzi di comunicazione filogovernativi fanno le valige, i giornali dell'opposizione sono oggetti di nuova ondata repressiva. Qualche giorno fa, la rivista Ashti, pubblicata a Sanandaj nel Kurdistan iraniano, è stata costretta a sospendere le pubblicazioni. A darne notizia è stato il direttore della stessa rivista bilingue, Borhan Zarretan. Poche ore prima era stata arrestata Roya Tolooi, la coraggiosa direttrice del mensile curdo Rassan. Il giudice della sezione 1083 del Tribunale di Teheran, ha annunciato che sono ben 150 le richieste di sequestro di giornali e riviste in esame del suo ufficio.
"Quanto sta accadendo è estremamente pericoloso e non promette nulla di buono", dichiara Mashaollah Shamselvaezin, vice Presidente dell'Associazione Professionale dei Giornalisti Iraniani, il sindacato cge riunisce i giornalisti della stampa riformista e indipendente. "Certo non ci sorprende il fatto che l'assunzione di potere da parte del nuovo presidente, abbia inizio con la chiusura di giornali e arresti di giornalisti, ma ugualmente siamo preoccupati", aggiunge il noto giornalista che nel mese di giugno è stato a Roma dove ha avuto incontri anche con organi professionali dei giornalisti italiani.
"Fortunatamente- aggiunge Shamselvaezin- oggi le nuove tecnologie, rendono di fatto inutile la politica repressiva dei governi nei confronti dei media, perché internet garantisce ugualmente la circolazione dell'informazione". Portavoce dell'Associazione per la Libertà di Stampa in Iran, Ahamselvaezin si dice molto preoccupato per la sorte di Akbar Ganji. "Temo che presto ci consegneranno il corpo senza vita di Akbar Ganji", avverte Shamselvaezin. "Ci troviamo di fronte a una nuova tragedia - aggiunge- come quella della morte in carcere di Zahra Kazemi, la fotoreporter iraniana con passaporto canadese, morta durante l'interrogatorio nel carcere di Evin".
Ahmad Rafat
(Membro del Comitato di coordinamento di "Information Safety and Freedom- Isf") /www.reporterassociati.org/
agosto 21 2005
Passaporto biometrico, gli USA si arrendono
La fuga in avanti ad alta tecnologia si rivela un fallimento costoso. Tutto da rifare.
[ZEUS News - www.zeusnews.it -]
Electric news riferisce che gli USA stanno per abbandonare il progetto del passaporto biometrico in quanto la tecnologia è stata finalmente riconosciuta inaffidabile. Potremo quindi tenerci i nostri normali passaporti senza incorrere in schedature da Minority Report se vogliamo andare in vacanza in USA.
Secondo il programma Visa Waiver, sarebbe diventato più facile e veloce entrare negli Stati Uniti per chi avesse avuto un passaporto biometrico, contenente un chip con dati sulle impronte digitali e i reticoli retinici del titolare.
Concepito come misura antiterrorismo e subito criticato dagli esperti di settore, il passaporto biometrico doveva entrare in vigore entro ottobre 2004 per i 27 paesi (compresa l'Italia) che partecipano al Visa Waiver, ma il Dipartimento USA per la Sicurezza Nazionale ha poi disposto un rinvio di dodici mesi.
In sintesi, la biometria attualmente genera troppi "falsi positivi": ossia errori di riconoscimento, per cui rischia di segnalare erroneamente che chi esibisce il passaporto non è il vero titolare quando in realtà lo è. Lo confermano anche i test condotti su 10.000 volontari nel Regno Unito nel 2004, quando si tentò inutilmente di introdurre una carta d'identità high-tech: il tasso di fallimento è inaccettabilmente alto. Così alto da non offrire nessuna delle garanzie promesse.
Così gli USA ripiegano su un passaporto a "media tecnologia": potranno infatti continuare a partecipare al programma Visa Waiver i titolari di passaporto recante una fotografia digitale contenente appositi codici di autenticazione. Niente chip o impronte, insomma.
E' prevedibile quindi che il grande progetto di biometrizzare i passaporti italiani finisca quatto quatto nel dimenticatoio.
Va chiarito, comunque, che anche la biometria più affidabile del mondo non farebbe nulla contro il terrorismo: un passaporto biometrico si basa infatti su altri documenti non biometrici, che possono essere falsificati con le normali tecniche o essere autentici ma provenienti da paesi inaffidabili.
Se Osama bin Laden volesse un passaporto biometrico, non avrebbe problemi a procurarselo, insomma, e ci sarebbe anzi il rischio che i controllori si fidino ciecamente della biometria e quindi abbassino la guardia di fronte a chi esibisce il superpassaporto.
Ancora una volta, la predilezione per le soluzioni magiche basate sulla supertecnologia deve arrendersi di fronte alla realtà.
Paolo Attivissimo - Olimpo Informatico
Esempi pratici di rispetto per il cittadino: la grande stampa
Una prende una zattera e, avanzando a fatica tra i cavalloni di lacrime sollevati dagli italici media, approda sulla stampa spagnola. E lì, mentre riprende fiato, lascia che i panni impregnati di pianti e mocci si asciughino al sole di una prosa asciutta e sobria, di un linguaggio teso a comunicare e non a commuovere, di un modo di pensare razionale, di un argomentare che tratta il cittadino da adulto e che parte dall'osservazione dei fatti e non dal desiderio di happy end.
Una cosa così:
Quale Gaza?
Editoriale non firmato, EL PAÍS, 15-08-2005
Per storica che sia la prevista evacuazione israeliana da terre palestinesi occupate per generazioni, l'uscita da Gaza, protetta da decine di migliaia di soldati e filmata dalle televisioni di mezzo mondo, cambia di poco i dati del conflitto israeliano-palestinese.
E' vero che stabilisce un precedente e che Ariel Sharon, per attuarla, ha dovuto vincere la fiera resistenza dei politici conservatori più arrocati. E' anche vero che i palestinesi avranno, adesso, la responsabilità di base di un territorio sovrappopolato e misero da cui cominciare a progettare l'embrione di uno Stato possibile. Tuttavia, quando gli 8500 coloni israeliani avranno abbandonato la loro ultima zolla di terra, continueranno a sussistere gli elementi essenziali di uno dei conflitti più durevoli e più dolorosi del mondo.
Sharon, appoggiato dalla maggioranza dei suoi concittadini e dalla Casa Bianca, ha adottato una decisione intelligente. Per proteggere un pugno dei suoi in un territorio popolato da 1.300.000 nemici, Israele ha speso ingenti somme di denaro e di capitale politico ed emozionale.
Se la ritirata riesce biene, il primo ministro avrà compiuto un passo decisivo rispetto al suo rivale nel Likud, Netanyahu, in previsione delle elezioni del prossimo anno.
Se i palestinesi usano Gaza come piattaforma militare contro Israele, Sharon manderà di nuovo i suoi carroarmati ed elicotteri, stavolta senza il freno rappresentato dai coloni.
In ogni caso, mantiene l'asso del mazzo, la Cisgiordania, dove risiedono illegalmente quasi un quarto di milione di israeliani.
In Cisgiordania, la politica degli insediamenti ebraici continua ad essere granitica.
Nulla permette di supporre che il territorio, essenziale per la configurazione di uno Stato palestinese fattibile, arrivi ad essere oggetto di negoziati. E nemmeno Gerusalemme Est.
La sfida sarà, d'ora in poi, per Mahmud Abbas, il successore di Arafat. Il politicamente debole presidente palestinese deve imporsi ai fondamentalisti armati nel suo stesso schieramento - e con un'agenda propria, come Hamas - e controllare, inoltre, forze di sicurezza in preda al caos.
E, al di sopra di ogni altra cosa, Abbas deve andare incontro alle aspettative di una popolazione martirizzata e drammaticamente impoverita. La ritirata di Israele rappresenterà un passo verso la pace solo se i palestinesi percepiranno che il controllo di Gaza migliora le loro vite.
In questo campo, quello economico, il mondo esterno ha un ruolo cruciale da svolgere.
Dopo cinque anni di violenza inaudita, il Medio Oriente ha bisogno prima di tutto di una speranza e sarebbe impagabile che Gaza potesse svolgere questa funzione. La ritirata che sta iniziando, tuttavia, non è il risultato di un accordo tra nemici né rappresenta alcuna promessa verso l'agognato Stato proprio.
Il valore finale di questo gesto dipenderà da ciò che succederà nel territorio parzialmente liberato - Israele continuerà a controllare il flusso di persone e merci - e questa è un'incognita per entrambi i protagonisti della vicenda.
Scritto sei giorni fa.
Quando le lacrime dei coloni erano alle stelle ma, a quanto pare, non riuscivano ad offuscare la serena, persino banalissima, capacità di osservazione di un giornale normale.
Se compariamo un editoriale così all'editoriale medio apparso sulla nostra stampa negli stessi giorni e proviamo ad attribuire un'età ai rispettivi autori, quello italiano apparirà come un adolescente o un nonno paternalista.
Questo, come un adulto.
E, vorrei ribadirlo ancora una volta, il problema che mi preme sollevare in questo momento non è quello di ciò che succederà a Gaza, ma quello della nostra informazione. www.ilcircolo.net/
Prodi all’Unione: basta polemiche
la vera questione morale è Berlusconi
da l'Unità - 21 agosto 2005
«Le polemiche nel centrosinistra sulla questione morale? È ora di dire basta. Invito tutti gli esponenti dei partiti dell’Unione a chiudere questa discussione. Stiamo trasmettendo agli italiani un’immagine distorta della realtà. Come se, di fronte a problemi di commistione tra economia e politica che sono esplosi questa estate, centrodestra e centrosinistra fossero e siano uguali. Non è così». Romano Prodi parla quasi con sollievo. È dall’inizio di agosto che l’Unione sta sotto la nuvola nera della cosiddetta questione morale. All’inizio non è intervenuto pensando che la polemica si sarebbe sgonfiata. Poi la spirale di accuse e strumentalizzazioni per le telefonate (intercettate) di Fassino al presidente di Unipol Consorte hanno convinto il candidato premier che era il momento di parlare. E ha deciso di farlo con l’Unità.
segue a pagina 3
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«È fondamentale il ruolo delle cooperative»
Prodi all’Unione: basta con le polemiche inutili, con i processi alle intenzioni
«La correttezza dei Ds e l’integrità di Piero Fassino sono indiscutibili»
di Antonio Padellaro / Segue dalla prima
Presidente, del suo silenzio si è lamentato il coordinatore della segreteria della Quercia Vannino Chiti. Ha detto che da lei si aspettava una difesa più vigorosa di Fassino.
«Non ho bisogno di ripetere il riconoscimento che tutti, e giustamente, fanno dell’integrità personale e indiscutibile di Piero Fassino. Conosco troppo bene Fassino non solo per non avere dubbi ma per ritenere screanzata la polemica sulla sua persona, una polemica che non ha alcun motivo di esistere. Il mio silenzio? Un’attesa voluta. Aspettavo che dal gioco delle polemiche quotidiane si passasse all’analisi dei problemi reali del paese».
Però le polemiche sulla questione morale continuano. Fuori ma soprattutto dentro l’Unione.
«La nostra capacità di farci del male è davvero straordinaria. È la cosa che mi fa più arrabbiare. Dimentichiamo infatti che la vera gigantesca questione morale è quella di chi da quasi cinque anni governa questo paese: abbiamo un governo e una maggioranza nati sotto l’ombra del conflitto d’interessi del presidente del Consiglio. Un’ombra della quale non si sono potuti liberare e che li ha pesantemente condizionati per tutta la legislatura. Il ruolo di persone strettamente legate al presidente del Consiglio nel tentativo di scalata alla Rcs - oppure, per essere più precisi: il ruolo di suggeritore svolto nel tentativo di scalata alla Rcs da parte di un finanziere a suo tempo ideatore e responsabile della quotazione Mediaset e tuttora membro del consiglio di amministrazione della Fininvest - non è che l’ultimo lampante segno del perdurare e del peso di questo conflitto. Questa è la realtà. Una realtà che le nostre polemiche interne rischiano di rendere meno visibile e chiara».
Tuttavia Arturo Parisi, persona a lei politicamente vicina ha parlato espressamente di questione morale della sinistra. Parole che hanno lasciato il segno.
«Lasciamo stare Parisi che ha posto una questione di carattere generale. Ci sono stati certamente eccessi polemici e processi alle intenzioni che non andavano fatti. È chiaro che ciascuno si è trincerato nella difesa della propria posizione inserendo nel dibattito nostalgie, rimpianti e desideri ma finendo per trascurare l’analisi dei problemi reali. Quelli, per esempio, legati al presente e al futuro del nostro sistema bancario. La polemica sulla questione morale è nata in seguito alle decisioni, e ai comportamenti, del governatore della Banca d’Italia in due casi specifici: le scalate Antonveneta e Bnl. E in una fase molto delicata per l’economia italiana. Arriva infatti, ancora oggi, l’ammonimento del Fondo Monetario Internazionale che mette in dubbio le prospettive di crescita non solo dell’area dell’euro ma specialmente dell’Italia e richiama noi o chiunque governi il paese in futuro, a prendere decisioni drastiche».
L’operazione Unipol-Bnl è stata criticata soprattutto da chi sostiene che le cooperative non sono state create per scalare le banche. È così?
«Si ragiona come se il sistema cooperativo fosse un sistema con minore dignità mentre le cooperative hanno svolto e svolgono un ruolo di importanza fondamentale nell’economia italiana. Anche nel sistema creditizio. Unipol ha impostato una strategia di sviluppo molto vigorosa nel settore assicurativo prima di entrare nel settore bancario: una strategia banca-assicurazioni che io non posso e non voglio giudicare. Le valutazioni sul realismo e la redditività di questo disegno non spettano al politico. Ma certo nessuno può contestare che sia legittimo. Dappertutto in Europa vi sono leggi che tengono conto delle funzioni positive delle cooperative. È una legislazione che cerca di valorizzare la funzione positiva ed equilibratrice del sistema cooperativo. E non a caso in parallelo a questa crescita dell’Unipol assistiamo al fiorire delle Casse Rurali e Artigiane, che svolgono un ruolo di supporto ai piccolissimi operatori economici che è sempre più necessario. Ma in questo campo si può fare di più. Trovo sorprendente che la proposta avanzata, proprio in questi giorni di tensione, da Luigi Marino, presidente della Confcooperative, di ripensare a un rapporto più stretto fino a un’ipotetica fusione tra i movimenti cooperativi non sia stata analizzata con la dovuta attenzione. Il problema che ha oggi il mondo cooperativo è proprio quello della sua crescita e della sua modernizzazione conservando lo spirito originario di solidarietà. Questo è il tema che, penso, dovrebbe prima di tutto starci a cuore».
Lo scontro sulle due scalate ha posto un altro problema, quello dei rapporti, corretti, tra economia e politica. Qualcuno sostiene che anche nel centrosinistra tra
partiti e affari dovrebbero esserci meno contatti. È anche la sua opinione?
«Quando dico che, sul rapporto tra economia e politica, il centrosinistra è diverso dal centrodestra non dico parole vuote. Mi riferisco a posizioni concrete ed impegnative. Nel «Progetto per l'Italia» dell'Unione abbiamo scritto che il nostro paese ha bisogno allo stesso tempo di più mercato e di più politiche pubbliche. Più mercato, per liberare le energie soffocate dai monopoli, dai privilegi delle rendite, dalla mancanza di concorrenza. E più politiche pubbliche, perché allo Stato e alla politica spetta il dovere di assicurare i beni pubblici (sicurezza, giustizia, istruzione, infrastrutture) che il mercato non è in grado di offrire. In una intervista al "Sole-24 Ore" ho, pochi giorni fa, tradotto questa impostazione in una dettagliata proposta: così da dare certezza e trasparenza al governo dell'economia con un riordino sistematico e coerente di tutto il sistema delle autorità indipendenti, a partire dalla Banca d'Italia. Non è stato un esercizio solitario. Per elaborare la proposta mi sono documentato sui più recenti risultati della riflessione accademica, tanto in campo economico quanto in campo giuridico. E ho studiato con attenzione quanto i partiti, ed in particolare quelli del centrosinistra, avevano proposto in Parlamento. Quattro sole autorità indipendenti per vigilare sull'economia e sulla finanza: Banca d'Italia, Antitrust, Consob e un'autorità responsabile del controllo sulle reti (elettricità, gas, acqua, telecomunicazioni). Un sistema trasparente per le nomine, per garantire indipendenza e capacità dei prescelti. Regole severe per rendere impossibile nelle autorità la presenza di parlamentari e membri di governo e per impedire che, finito il loro mandato, i membri delle autorità si trasferiscano in società sino a poco prima sottoposte al loro controllo. Questi sono i pilastri della mia proposta. Perché diventi parte del nostro programma di governo, dovrà essere discussa in dettaglio con tutti i partiti dell'Unione ma ha già ricevuto un sostegno convinto e ampio. Ripeto: noi siamo davvero uniti quando si tratta di dare trasparenza e regole all'economia e, più in generale, alla società. Ma c'è un altro punto che mi preme mettere in risalto. A chiunque abbia dimestichezza con questi documenti non sarà sfuggito che la mia proposta di riforma della Banca d'Italia riprendeva in larghissima parte la proposta avanzata in Parlamento dai Ds e che aveva, come primo firmatario, Piero Fassino. Chi vuole mettere in dubbio la correttezza dei Ds, e il loro impegno per un'economia e di un mercato trasparenti e ordinati sulla base di regole chiare, ha qui la risposta più concreta, forte e convincente. Non ho biso\gno di ripetere il riconoscimento che tutti, e giustamente, fanno dell'integrità personale ed indiscutibile di Piero Fassino. Io vado molto più in là e mi riferisco agli impegni politici, alle proposte legislative dei Ds».
Ottimi propositi anche se al momento di questa trasparenza e correttezza non è che se ne veda moltissima in giro. La situazione della Banca d’Italia per esempio. Hanno accusato anche lei di non aver chiesto con adeguato vigore le dimissioni de governatore Fazio. Come risponde?
«Fazio? Il problema, l'ho detto e lo ripeto, non è un problema personale. La credibilità della Banca d'Italia, che certo è stata duramente scossa, la si ricostruisce solo con nuove regole che definiscano in modo trasparente e coerente non solo il ruolo del governatore, ma l'intero sistema di governo e la missione stessa della Banca. E questo, a sua volta, all'interno di un nuovo sistema per il governo dell'economia e della finanza. È la sfida che ci sta davanti. Una sfida che, se saremo chiamati a governare il paese, affronteremo senza perdere tempo perché ci arriveremo sulla base di una posizione comune. Una sfida alla quale saremmo già ora pronti a dare il nostro contributi se questo governo e questa maggioranza fossero disposti a metterla di fronte al Parlamento. Come Unione, se avremo la fiducia degli elettori e ci sarà dunque affidata la responsabilità di governare l'Italia, interverremo inoltre per sanare una situazione che vede oggi privilegiati gli investimenti finanziari a scapito di quelli industriali e produttivi. Queste sono le cose su cui ci dobbiamo concentrare, queste sono le cose di cui dobbiamo parlare agli elettori».
Insisto: e se Fazio non dovesse dimettersi?
«Certamente il paese sta subendo un danno oggettivo da questa indecisione».
Il nuovo assetto di vertice Rai dovrà gestire una campagna elettorale al calor bianco. Cambierà qualcosa nel servizio pubblico o Berlusconi continuerà a farla da padrone?.
«Come sempre la Rai avrà un ruolo determinante sulle decisioni del paese ma non sono affatto ottimista. La situazione è tale che nemmeno un direttore generale come Cattaneo, voluto proprio dal presidente del Consiglio per il suo noto allineamento, appena ha preso decisioni non in linea con i desiderata di Berlusconi è stato eliminato per essere sostituito da un direttore ancora più allineato e obbediente. Con le regole che ci daremo un caso Meocci non sarà più possibile. Questo è il grande impegno etico che il centrosinistra deve assumersi: nomine indipendenti, competenti, trasparenti».
È vero che non ha gradito la nomina di Petruccioli a presidente della Rai?
«Non ho mai messo in dubbio la persona di Petruccioli. Ho ricevuto però da tutta l’Unione l’incarico di dialogare con il Sottosegretario Gianni Letta sulla base di un’accoppiata presidente - direttore generale che garantisse l’equilibrio dell’informazione Rai. Il problema non era Petruccioli, la cui figura risponde ai requisiti richiesti. Il problema è il direttore».
Le primarie. Non c’è il rischio che una conflittualità troppo forte tra i candidati spacchi l’Unione?
«Le primarie sono fatte per mettersi in gara e quindi creano naturalmente momenti di competizione. Poi, come avviene in tutte le primarie, come è avvenuto anche nella primaria più sorprendente, quella delle Puglie, chiuso il dibattito tutti si uniscono intono al candidato prescelto per portarlo alla vittoria»
Non crede sia un errore parlare di implosione della Casa delle libertà, gridare vittoria troppo presto? Nell’Unione si avverte un clima di euforia un po’ insensato.
«Parlo dell’implosione delle Casa delle libertà solo per i danni che sta facendo al paese. Ciò non vuole affatto dire che noi abbiamo vinto. Berlusconi affronterà la campagna elettorale con una quantità di mezzi finanziari colossale, per orientare e disorientare gli elettori»
E l’Ulivo? Esiste ancora? Esisterà ancora?
«Le racconto un episodio. All’inizio di maggio ero in Cina a colloquio con il primo ministro. Abbiamo toccato tempi veramente importanti, diritti umani, religiosi e problemi della strategia economica e commerciale. Nel congedarmi il primo ministro cinese mi ha detto: tante congratulazioni per la grande vittoria elettorale dell’Ulivo e tanti auguri per il futuro dell’Ulivo. Uscendo i miei collaboratori mi hanno consegnato l’Ansa con cui si annunciava che le liste unitarie dell’Ulivo venivano messe da parte. Cosa penso? Penso che un Ulivo forte sia fondamentale per l’Unione. Ma che sia ancora più importante per stabilizzare il bipolarismo e per dare all’Italia un governo forte e autorevole. So però anche che questo non è un problema all’ordine del giorno oggi. Ma rimane la mia prospettiva per il futuro».
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Ds Milano - Rassegna stampa
L’invenzione del centro
Furio Colombo
da l'Unità - 21 agosto 2005
Ci sono dei periodi, nella storia di un Paese, in cui la decisione, sia personale che politica, è quella di stare da una parte o dall’altra, perché le strade del percorso comune si dividono e non c’è modo di sovrapporle in un punto benevolmente chiamato “centro”.
Per esempio, a un certo punto della nostra vita personale, l’Italia ha dovuto scegliere tra la monarchia e la Repubblica. Il problema non era se demonizzare il re o celebrare come sola salvezza la forma repubblicana dello Stato. Il problema era se continuare su una strada che aveva portato a risultati tragici, o se intraprendere una strada nuova. Molti onestamente erano incerti. Da ragazzino (e repubblicano) quale ero allora, ricordo che certi adulti preoccupati definivano la Repubblica “un salto nel buio”. Avrebbero voluto stroncare la discussione sul passato sostenendo che un’altra strada verso il futuro era troppo pericolosa.
Altri erano certi, e lo erano con passione, che una nuova Italia libera e democratica doveva per forza buttare dalla finestra, come in un simbolico 31 dicembre, le ingombranti masserizie della monarchia colpevole. Nessuno fingeva che ci fosse un più quieto e giudizioso rifugio a mezza strada. Certe volte il centro non esiste.
Vogliamo un esempio solo in apparenza meno drammatico? È il no di De Gasperi alla alleanza con i neofascisti per le elezioni comunali di Roma del 1946, voluta fermamente da Pio XII per timore che la “città santa” avesse un sindaco comunista. Quel no è stato lacerante e immensamente costoso per il leader centrista De Gasperi. La sua saggezza è stata di capire il senso devastante che avrebbe avuto, sull’Italia appena rinata alla libertà, una decisione che gli veniva raccomandata come “moderata” e protettrice del centro.
De Gasperi non sarebbe mai più stato ricevuto in udienza dal Papa. Non poteva cedere e non ha ceduto. Si è spostato, ha lasciato vuoto il mitico spazio “centro” e ha salvato il Paese. Certe volte il centro non esiste.
Prendiamo il non dimenticato 18 aprile, la clamorosa vittoria elettorale della Democrazia cristiana contro il Fronte popolare dei Comunisti dei Socialisti. In quel momento il mondo andava da una parte o dall’altra, ed era in gioco la dislocazione dell’Italia sull’orlo di quattro rischiosi decenni di guerra fredda. In quella campagna elettorale nessuno ha finto di fare il moderato. Sono stati messi in campo argomenti estremi perché non c’erano punti di sovrapposizione possibile fra una offerta politica e l’altra. Certe volte il centro non esiste.
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Quando esiste? Forse quando ci sono elezioni (e campagne elettorali e situazioni esistenziali e politiche) talmente noiose che è possibile immaginarle come la bilancia di un farmacista, sposti gli ingredienti un pochino di qua o un pochino di là e ottieni la giusta posizione. Se a quella posizione fosse stato aggiunto un pizzico in più di estremismo, sarebbe diventata veleno.
Nella vera vita io non ricordo situazioni simili, e non credo che sia a causa di una mia interpretazione drammatica degli eventi. Per farmi capire faccio ricorso alla esperienza americana. Tutte le campagne elettorali che ho vissuto in quel Paese sono state contrapposizioni dure, nette, senza mezze misure e sono avvenute anche al costo di spezzare all’interno l’una o l’altra o entrambe le parti politiche.
Si devono accettare i neri e proclamare uguali diritti civili di tutti nella società americana, o tenerli fuori per non fare “un salto nel buio” e rischiare “il meticciato” (era una delle accuse a John Kennedy)? Si deve fare o fermare la guerra nel Vietnam? Bob Kennedy e Johnson, Humphrey e Goldwater si sono giocati la loro vita fisica e politica. Si può tollerare che un presidente (Nixon) menta al Paese, consenta il furto con scasso a danno del partito avversario e violi la Costituzione?
L’America Latina con cui stabilire nuovi legami è quella del generale Videla e del generale Pinochet o è quella della “Alleanza per il progresso” di Carter, che restituisce ai panamensi il Canale di Panama? Volete l’America dei sindacati, del Welfare, delle cure mediche garantite o l’America dei potentati economici che diventano sempre più grandi, delle imprese gigantesche, delle immense bolle speculative, dei lavoratori e dei risparmiatori che devono proteggersi e arrangiarsi da soli nella speranza di diventare ricchi come i ricchi e di ritrovare i diritti perduti attraverso “il merito” dell’accumulo di denaro?
John Kennedy è stato combattuto con odio, al punto che poche ore prima del suo assassinio a Dallas, un ex generale (uno di quelli che avrebbe voluto sganciare la bomba atomica su Cuba) ha piantato davanti alla sua casa la bandiera confederale (quella degli schiavisti) rovesciata, segno di condanna capitale. Carter è stato accusato con disprezzo per non avere fatto la guerra all’Iran che aveva catturato e teneva in ostaggio 68 diplomatici e impiegati dell’ambasciata americana a Teheran. Clinton è stato perseguitato e accusato con decine di inchieste giudiziarie e parlamentari per avere progettato una riforma sanitaria che avrebbe tolto potere all’impero delle assicurazioni private. Nixon, Reagan e Bush figlio hanno diviso (i commentatori americani dicono spesso: “spaccato”) l’America a metà. Bush figlio ha vinto le ultime elezioni attraverso una violentissima campagna di accuse personali al suo avversario John Kerry che pure era un eroe pluridecorato del Vietnam. Non c’è stata in lui o nei suoi consiglieri la minima preoccupazione di smorzare i toni e cooptare un po’ di elettori democratici nell’area mitica del centro. La parola era “guerra”. Guerra in Iraq, come strumento di difesa dal terrorismo. E guerra alla figura, alla vita, alla reputazione del candidato avversario.
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Credo che i lettori capiscano che in questa riflessione non ha importanza il giudizio su George Bush figlio e sulla sua scelta di campagna elettorale. È solo l’esempio più recente che viene dal Paese del bipartitismo perfetto. Dimostra che vince l’estrema determinazione di mettere fuori gioco il contendente, di far capir forte e chiaro chi è il vero leader, chi ha il controllo del campo. C’era di tutto con Bush, comprese le retrovie del conservatorismo fondamentalista cristiano, politicamente estremista e impegnato in furibonde e antiche campagne contro chiunque non creda nell’insegnamento letterale di una Bibbia pietrificata. Eppure c’è chi ti spiega che ha vinto perché Bush “è moderno”. La modernità consisterebbe nella totale libertà lasciata alle imprese che galoppano indisturbate sopra il diritto di tutti puntando verso un paleocapitalismo privo di argini e diretto verso un mondo alla Dickens.
Questa presunta “modernità” giova a quanto pare al presidente più antico dell’America contemporanea, che viene percepito - nonostante la teoria estrema dell’unilateralismo in politica estera e della assenza di regole in politica economica - come “centrista”. In altre parole, “il centro” viene visto come l’occhio del tifone, un punto limitato e silenzioso dove non tira vento, mentre intorno le trombe d’aria spazzano il territorio.
È ciò che si legge in un interessante articolo di Michele Salvati, economista di valore, sul Corriere della Sera del 17 agosto. Per costruire “il centro” che, lui pensa, sarebbe salvifico in Italia, fa alla fotografia del centrosinistra italiano ciò che si fa in certe famiglie dopo brutte liti: si tagliano le figure degli zii, cugini e suoceri indesiderabili, in modo che i bambini non li vedano più nell’album di famiglia, nemmeno in immagine.
Nella fotografia del centrosinistra italiano che forma, tutto insieme, la coalizione guidata da Romano Prodi, Salvati taglia via i sindacati (dalla Cisl alla Cgil), taglia via un pezzo dei Ds («che si annidano nella pancia del partito ed esprimono le domande di protezione delle regioni rosse, del pubblico impiego, degli artigiani, delle cooperative, del sindacato»), taglia via i militanti «romantici e tradizionalisti della sinistra radicale che ostacolano un processo di riforma adeguato alla bisogna». Taglia via una buona metà della Margherita, taglia via tutta Rifondazione. E lui stesso, da intellettuale e da economista, sa quanta parte della cultura e della visione del mondo sta tagliando, da Paul Krugman ad Amartya Sen, da Alain Minc a Luciano Gallino.
Il metodo della fotografia tagliata è curioso perché svela il legame tra sogno del centro e sistema proporzionale, una vistosa nostalgia emergente. È un luogo di pace instabile e inesistente come l'occhio del tifone (adesso c’è ma poi all’improvviso si sposta) che si realizza solo con sistemi elettorali che ti inchiodano a un “prima” che ben pochi rimpiangono. L’unico pregio di Berlusconi è di averci fatto sbattere la faccia sul “dopo”. In quel dopo, come in tutti i momenti importanti della Storia, e in tutte le situazioni cruciali del sistema maggioritario, le strade si dividono. Con la legalità, con la Costituzione, con la legge uguale per tutti. Oppure con il mondo dei condoni, della grande evasione, dei conti falsi.
Certe volte il centro non esiste. E se esiste, fa bene ad allearsi con una grande coalizione decisa a vincere, senza tagliare le foto di famiglia.
furiocolombo@unita.it
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Ds Milano - Rassegna stampa
MEGLIO DIRE DECLINO
di ALBERTO RONCHEY
dal Corriere - 21 agosto 2005
Anche al di là delle più recenti e torbide vicende finanziarie, qual è lo stato delle cose in Italia? Il disordine, d'accordo, non è imputabile solo all'inefficacia e alla precarietà del governo in carica, frastornato da troppe discordie al pari dell'opposizione. Certo, assistiamo a una paradossale contesa tra debolezze più che forze politiche. Ma causa decisiva dell'ingovernabilità è il dissesto dei conti pubblici, che favorisce ogni fuga dalla realtà e «viene da lontano», come prova l'Intervista sul non-governo di Ugo La Malfa, pubblicata nel 1977. Egualmente, viene da lontano l'arretratezza di servizi come i trasporti pubblici e delle infrastrutture civili. Ora sullo scenario, oltre alle traversie dell'industria privata fallimentare da Cirio a Parmalat, gravano la generale perdita di produttività e competitività nel commercio estero, così come l'insufficienza della ricerca scientifica e dell'innovazione tecnologica. È insorto a questo punto il caso degli abusi o intrighi bancari, fino a investire la credibilità della stessa Banca d'Italia, che ripropongono una clamorosa «questione morale».
Ma non è tutto. Appare anche manifesto un «diffuso torpore», secondo la definizione del presidente Ciampi. Questa società disorientata, che oscilla tra spensierato fatalismo e rassegnato pessimismo, sembra ignorare che in troppe faccende l'indulgenza e l'autoindulgenza non sono più sostenibili. Mentre il prodotto interno è quasi fermo, il capo del governo forse come consolazione ha stimato che il 40 per cento dell'economia sarebbe «sommerso». E poi, ecco un esempio tra i tanti casi di costume sociale alla deriva. Lo Stato retribuisce gli 11.500 forestali assunti dalla regione Calabria, mentre in Lombardia ne bastano 450? Affiorano scarse obiezioni, come se l'occupazione artificiale fosse un ragionevole «ammortizzatore sociale» o un serio aiuto alla regione più povera. Non è un episodio isolato. Dinanzi alla casistica di simili assurdità maggiori o minori, con le quali è da raccogliere un'enciclopedia, non si può rispondere con generici appelli all'eticità dei comportamenti.
E fra le cause primarie d'ogni fragilità della società malandata, rimane l'indifferenza o l'indulgenza con la quale viene subìto il miserevole stato della scuola. Come sul Corriere ha denunciato Ernesto Galli della Loggia, questa società «ha lasciato andare in malora la scuola elementare e il liceo, che erano il fiore all'occhiello del suo sistema d'istruzione». Su Repubblica, Mario Pirani ha descritto i vizi d'indulgenza irresponsabile incline a trasformare persino lo scolaro delle classi elementari nel «cliente che ha sempre ragione». Anzi ora il già garantito «diritto allo studio» s'è trasformato nel «diritto al successo formativo», mentre l'insegnante vede imputare a una sua presunta incapacità ogni voto severo. Dunque, indulgenza e disimpegno. «Così va oggi la scuola, non così andrà però la vita». In quanto all'istruzione universitaria, fra corporativismi e nepotismi rimane il «valore legale del titolo di studio» per ogni laurea, oggi disponibile anche su materie inconsistenti. Ma nessuno, tra chi decide, alza il sopracciglio.
Tutto sommato, si può definire declino lo stato delle cose in Italia? L'espressione suona sgradita, ma potrebbe sferzare gli animi spensierati o intorpiditi. Dopo tutto, è d'origine classica. Cicerone usava la formula inclinata res publica. Adesso quella sola e inquietante parola, declino, sarebbe forse utile come richiamo severo al risveglio, dopo il prolungato lassismo. Cambiare indirizzo, anzitutto nella mentalità collettiva, sarebbe in ogni caso indispensabile.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Massimo Riva
Barile selvaggio
Sul caro-petrolio l'atteggiamento del governo è quello degli struzzi che nascondono la testa sotto la sabbia. Che cosa ci vorrà perché a Roma qualcuno si svegli?
Per spiegare l'incessante corsa del prezzo del petrolio, ormai giunto a sfiorare i 70 dollari a barile, si può elencare una lunga serie di fattori concomitanti. Come l'incertezza politica latente in alcuni paesi produttori (Venezuela, Nigeria, Arabia Saudita, Iran) ovvero la guerriglia in Iraq, che ha infranto l'obiettivo americano di mettere in vendita ingenti quantità di greggio di quel paese, e ancora le manovre di una speculazione finanziaria sempre pronta a cavalcare le fasi critiche del mercato. Ma tutte queste e altre concause ben poco potrebbero incidere sul vertiginoso rialzo, se al fondo della scalata dei prezzi non ci fosse un elemento strutturale e decisivo: una forte e crescente domanda internazionale di petrolio. Principalmente dovuta al boom economico in atto in alcuni paesi, come la Cina e perfino l'India, che fino a poco tempo fa avevano un ruolo modesto sul mercato del greggio.
Dunque, fino a quando queste grandi economie asiatiche manterranno tassi di crescita elevati, è scontato che i prezzi del barile continueranno a correre o comunque a tenersi su livelli preoccupanti. Ciò implica una deduzione logica non meno allarmante: solo una ventata di recessione generale può oggi agire da calmiere efficace in un mercato dove la domanda continua fare premio sull'offerta. In chiave italiana, questo significa che l'alternativa alla padella del caro-petrolio sarebbe solo la brace della caduta delle esportazioni. Per giunta, senza che noi si abbia neppure il potere di scegliere fra i due corni del dilemma dato che gli sviluppi della congiuntura internazionale sono comunque fuori del nostro controllo.
Questa situazione di palese impotenza dinanzi alle radici esterne del fenomeno può magari spiegare la passiva rassegnazione con la quale il governo Berlusconi segue l'evolversi della situazione, di fatto indifferente e immobile dinanzi ai picchi raggiunti dal prezzo della benzina e ai pesanti riflessi che questi rincari presto avranno sulle bollette energetiche e su un tasso d'inflazione ora di nuovo in netto aumento, mese dopo mese. Ma un conto è spiegare, tutt'altro sarebbe giustificare la sostanziale ignavia del governo su un fronte fondamentale per la tenuta dell'economia nazionale.
Giusto un anno fa, quando il prezzo del barile superò la quota dei 40 dollari, fra i ministri del gabinetto Berlusconi si aprì un gran dibattito sull'urgenza di interventi radicali per alleggerire la dipendenza energetica del paese e ci fu anche chi si spinse fino a chiedere di riaprire il capitolo delle centrali nucleari. Poi, in autunno, ci si accorse che l'impatto del caro-petrolio sul tasso d'inflazione risultava fortemente frenato dalla persistente caduta dei consumi interni. E così gli struzzi del governo sono tornati a nascondere la testa sotto la sabbia, senza prendere decisione alcuna. Neppure la più facile quale sarebbe, per esempio, la liberalizzazione effettiva di un mercato energetico nazionale rimasto soggetto al ruolo dominante dei monopoli storici. Nulla, assolutamente nulla è stato fatto, né in questa né in altre direzioni. Che cosa ci vorrà, forse quota 100 dollari a barile, perché a Roma qualcuno si svegli? www.espressonline.it
I FANTASMI DELL'OBITORIO DI BAGHDAD
DI ROBERT FISK
L’obitorio di Baghdad è un luogo atroce di caldo, fetore e dolore con le grida dei parenti che riecheggiano nella stretto, fetido corridoio alle spalle del Centro Medico di mattoni giallastri dove le autorità hanno l’archivio informatico. I cadaveri che giungono all’obitorio sono talmente tanti che i resti umani vengono accatastati gli uni sugli altri. I corpi non identificati debbono essere sepolti nel giro di qualche giorno per mancanza di spazio - ma il numero degli omicidi in città è tale che il Comune non è più in grado di fornire automezzi e personale per portare i resti nei locali cimiteri. Luglio è stato il mese più sanguinoso della storia moderna di Baghdad - in totale sono arrivati all’obitorio 1.100 cadaveri; per lo più giustiziati, sventrati, pugnalati, uccisi a randellate o torturati a morte. Ma il dato è segreto.
Non dovremmo sapere che il mese scorso il numero dei morti nella capitale irachena è stato di appena 700 unità inferiore al totale dei caduti americani in Iraq dall’aprile 2003. 963 erano uomini – molti con le mani legate, gli occhi bendati e i proiettili in testa – e 137 erano donne. I dati sono vergognosi quanto tragici. Si tratta infatti degli uomini e delle donne che saremmo venuti a ‘liberare’ - e del cui destino poco ci importa.
I dati relativi a questo mese, ovviamente, non sono ancora noti. Ma domenica scorsa sono giunti all’obitorio i cadaveri di 36 uomini e donne tutti morti di morte violenta. Alle otto di lunedì mattina erano giunti altri nove corpi. A mezzogiorno i cadaveri erano già 25. «La considero una giornata tranquilla», mi ha detto con voce calma uno dei funzionari dell’obitorio mentre stavamo in piedi accanto ai morti. Quindi nel giro di appena 36 ore - dall’alba di domenica a mezzogiorno di lunedì, sono stati uccisi 62 civili, abitanti di Baghdad. Nessun funzionario occidentale, nessun ministro del governo iracheno, nessun impiegato dello Stato, nessun comunicato stampa da parte delle autorità, nessun giornale ha parlato di questi tragici dati. I morti dell’Iraq - come accade dall’inizio della nostra invasione illegale - non figurano nel copione. Ufficialmente non esistono.
Di conseguenza nulla si è saputo del fatto che nel luglio 2003 - a tre mesi dall’invasione - 700 cadaveri sono stati portati all’obitorio di Baghdad. Nel luglio 2004 i morti sono stati 800. L’archivio dell’obitorio di Baghdad ha registrato nel mese di giugno di quest’anno 879 morti - 764 uomini e 115 donne. Degli uomini, 480 erano stati uccisi da colpi di arma da fuoco; la stessa sorte è toccata a 25 donne. Tra il 10 e il 20% dei corpi non vengono mai identificati - le autorità mediche dal mese di gennaio di quest’anno hanno dovuto seppellire 500 morti non identificati e non reclamati dai congiunti. In molti casi i resti sono stati resi irriconoscibili dalle esplosioni – spesso ad opera di attentatori suicidi – o perché deliberamene sfigurati dagli assassini. I funzionari dell’obitorio sono inorriditi dal livello di sadica crudeltà esercitata sui corpi che giungono in obitorio. «Molti sono stati ovviamente torturati, per lo più uomini», mi ha detto uno dei funzionari. «Hanno orribili bruciature sulle mani e sui piedi su altre parti del corpo. Molti hanno le mani dietro la schiena con le manette ai polsi e il nastro adesivo sugli occhi. I fori dei proiettili sono visibili sulla nuca, sul viso o sugli occhi. Sono esecuzioni». Mentre durante il regime di Saddam gli oppositori venivano giustiziati per mano del governo, il livello di anarchia che si riscontra attualmente a Baghdad, Mosul, Bassora è senza precedenti. «Il numero di morti del mese di luglio è il più alto della storia dell’Istituto Medico di Baghdad», ha dichiarato all’Independent un impiegato di alto livello della direzione. È chiaro – sia dalle statistiche che dai corpi che nei 50 gradi di temperatura di Baghdad sono già in via di putrefazione – che squadroni della morte battono le strade della città che dovrebbe essere controllata dai militari americani e dal governo eletto e appoggiato dagli americani di Ibrahim al-Jaafari. Nella storia recente non c’è mai stato un simile livello di anarchia a danno della popolazione civile di questa città – ma né le autorità occidentali né quelle irachene hanno interesse a farne conoscere i particolari. La stesura della nuova Costituzione irachena – o l’incapacità di completarla – assorbe il tempo e le attenzioni dei diplomatici e dei giornalisti occidentali.
Apparentemente i morti non contano. Ma dovrebbero contare. La maggior parte hanno una età compresa tra i 15 e i 44 anni – la gioventù irachena – e se consideriamo che a luglio i morti sono stati 1.100 nella sola Baghdad, in tutto il Paese debbono essere stati almeno 3.000, ma forse il numero reale sfiora i 4.000. Nell’arco di un anno si arriva ad una cifra di 36.000 morti, un dato questo che colloca in una prospettiva molto più realistica il controverso numero di 100.000 morti a far tempo dall’inizio dell’invasione.
Non è possibile distinguere le ragioni di queste migliaia di morti violente. Alcuni uomini e donne sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco ai posti di blocco americani, altri sono stati assassinati, senza dubbio, dagli insorti o dai ladri. Alcuni, morti a causa di «corpi contundenti», sono stati probabilmente vittima di incidenti stradali. Alcune donne sono state probabilmente vittima di «delitti d’onore» – perché sospettate dai parenti di avere una relazione con l’uomo sbagliato. Altri ancora sono stati assassinati perché considerati ‘collaboratori’ o massacrati perché sospettati di simpatizzare per gli insorti dai loro assassini filo-governativi.
Ai medici è stato detto che i cadaveri portati all’obitorio dalle forze armate americane non debbono essere sottoposti ad autopsia (con la strana scusa che l’autopsia è già stata effettuata dagli americani).
I civili che muoiono sono talmente tanti che l’obitorio di Baghdad ha dovuto affidarsi a numerosi volontari provenienti dalla città santa di Najaf per trasportare i cadaveri di musulmani sciiti non identificati nel grande cimitero situato al centro della città le cui tombe sono state donate da istituzioni religiose. «Su alcuni cadaveri troviamo proiettili americani», mi ha detto un dipendente dell’obitorio. «Ma potrebbero essere proiettili americani sparati da iracheni. Ignoriamo il nome delle vittime e quello degli assassini – non è compito nostro scoprire i colpevoli, resta il fatto che i civili si massacrano a vicenda. L’altro giorno c’era qui un cadavere e i parenti dicevano che era stato assassinato perché era stato membro del partito Baath nel vecchio regime. Poi hanno aggiunto che suo fratello era stato assassinato tre o quattro settimane prima perché membro del partito religioso sciita Dawa che era nemico di Saddam. Resta il fatto che la gente continua a morire. Non voglio morire sotto una nuova Costituzione. Voglio la sicurezza».
Uno dei problemi che rende difficile tenere il conto delle vittime giornaliere della violenza qui a Baghdad va individuato nel fatto che la stazione radio statale spesso non parla delle esplosioni che si verificano in città. Lunedì, ad esempio, non è stata fornita alcuna spiegazione ufficiale in merito al lontano rumore di una bomba scoppiata nel quartiere Karada. Solo ieri si è scoperto che un attentatore suicida era entrato nel popolare ristorante Emir e si era fatto saltare in aria uccidendo due poliziotti che stavano pranzando e causando 81 feriti. Un’altra esplosione, ufficialmente attribuita ad un mortaio, si è scoperto essere stata causata da una mina collocata sotto un mucchio di angurie mentre passava una pattuglia americana. L’attentato ha provocato la morte di un civile.
Anche in questo caso non ci sono state spiegazioni ufficiali. Queste morti non sono state registrate né dalle autorità irachene né dagli eserciti di occupazione né, ovviamente, dalla stampa occidentale. Come i cadaveri nell’obitorio di Baghdad, non esistono.
Robert Fisk
Fonte: http://www.onemoreblog.org/archives/007339.html
da l'Unità del 18 agosto 2005
Traduzione di Carlo Antonio Biscotto
Gli Usa e l'impunità Chi non firma paga
101 paesi hanno firmato i trattati bilaterali che garantiscono agli americanil'immunità dalla Corte penale internazionale. 53 hanno detto no e gli aiuti sono subito svaniti (anche quelli per la lotta all'Aids). Particolarmente colpita l'America latina. Ma a Lima Rumsfeld garantisce che «ognuno è libero di firmare o di non firmare».
MAURIZIO MATTEUZZI
La Colombia è uno dei 101 paesi che hanno finora firmato il trattato bilaterale imposto dagli Stati uniti che sottrae i cittadini nord-americani, ipoteticamente colpevoli di crimini contro l'umanità, alla giurisdizione della Corte penale internazionale. E' ovvio, anche se è quanto meno strano per il fatto che la Colombia risulta essere fra i paesi aderenti alla Cpi. Ma il Plan Colombia vale miliardi di dollari e il presidente Alvaro Uribe, uno che è più guerrafondaio di Bush, non potrebbe vivere senza gli amici di Washington. In Colombia in questi cinque anni in cui il Piano è stato in vigore sono ruotati almeno 8 mila soldati Usa, più un numero impreciato di agenti delle varie agenzie e, secondo i più moderni canoni della privatizzazione della guerra, di contractors. La Colombia ha già un trattato del 1974, pienamente in vigore, che dà ai soldati Usa l'immunità ma due anni fa Bush ha preteso e Uribe ha firmato un nuovo accordo bilaterale specificamente anti-Cpi. «Questo trattato dice che qualsiasi persona in Colombia deve rispettare la legge, indiani, cinesi, i colombiani... Qualsiasi persona eccetto gli statunitensi», ha detto il senatore Jimmy Chamorro a Bogotà. Come nel caso della Colombia citato dal senatore Chamorro, molti giuristi e politici ritengono che i trattati esistenti proteggano già a sufficienza i soldati americani sparsi sulla terra. Il valore aggiunto dei nuovi accordi bilaterali imposti consiste nel fatto che estendono quella impunità non solo ai militari ma anche ai semplici cittadini degli Stati uniti, ad esempio i turisti, e perfino ai mercenari non-americani contrattati da compagnie Usa.
Per questo molti dei 101 paesi che hanno dovuto (o, i più zelanti, voluto) abbassare la testa e hanno firmato gli accordi bilaterali (ieri il New York Times parlava di «circa i due terzi») si trovano ora in difficoltà a ottenerne la ratifica da parte dei rispettivi parlamenti che sollevano dubbi sulla loro legalità. E' il caso della Nigeria, dove il senato ha chiesto al governo di annullare l'accordo, o del Paraguay, che ha seri problemi a farlo approvare dalla Camera.
Se 101 paesi hanno firmato, 53 hanno finora detto no. Fra quelli del campo diciamo così occidentale in senso lato, i paesi dell'Unione europea o i principali paesi dell'America latina. Se per i fedelissimi Inghilterra, Australia e Giappone, come per la Germania, il rifiuto non ha comportato pene, agli altri è costato caro.
Il sito del Dipartimento di stato Usa riporta i nomi dei paesi che hanno sottoscritto l'accordo per «non consegnare persone alla Corte penale internazionale»: Afghanistan, Pakistan, Egitto, poi alla rinfusa e con tutto il rispetto Albania, Bosnia Erzegovina, Botswana, Gibuti, Figi, Timor est, Togo, Kiribati, Isole Marshall, Tonga, Malawi, Mautizius, Singapore, Uzbekistan, Seychelles, Sao Tomé e Principe, Palau, Emirati arabi, Brunei, Mozambico, Bangladesh, Micronesia, Mongolia Congo, Ciad, Maldive, Nepal, Liberia, Sierra Leone, Ciad, Ruanda, Tuvalu...
Per chi non ha firmato gli aiuti sono svaniti in tutto o in parte. Secondo il New York Times sono almeno «due dozzine» che si sono visti tagliare i fondi. Prima, con una legge Usa del 2003, sono stati tagliati gli aiuti nel campo militare e della sicurezza, poi una legge del dicembre scorso ha esteso la possibilità di taglio a tutti gli altri campi: programmi sociali e sanitari (perfino quelli sull'Aids), sull'educazione e sul peace-keeping.
La scure di Washington è stata particolarmente pesante in America latina, perché non si può concepire che il tradizionale cortile di casa non dica sempre e subito sì. Di latino-americani e caraibici, nella lista dei 101 paesi acquiescenti, in cui è la miserrima Africa a fare la parte del leone che bela, ci sono Haiti, Guyana, Grenada, Antigua e Barbuda, Belize, Honduras, Panama, il Nicaragua... La Dominica aveva detto no e aveva visto subito volatilizzarsi 400 mila dollari di aiuti: per due anni non ha potuto muovere la sua Guardia costiera, costituita da un'unica barca. Quindi ha firmato. Fra i renitenti i costi, dal 2003, sono stati pesanti: 1.3 milioni di dollari l'Uruguay, mezzo milione il Costa Rica, 1.5 milioni la Bolivia, l'Ecuador 15 milioni e altri 7 milioni quest'anno. In giugno il presidente Alfredo Palacio, subentrato a Lucio Gutierrez cacciato da una rivolta popolare, è andato in televisione a dire «che assolutamente nessuno mi farà piegare la testa». Ma forse è un pazzo. Tanto più che l'Ecuador «ospita» la base aero-navale di Manta, la più grande e strategica che gli Usa hanno nella regione.
All'inizio della settimana il segretario alla difesa Donald Rumsfeld ha fatto una puntata in Paraguay e Perù, due dei non molti paesi «amici» ma che titubano e finora non hanno firmato. Dopo aver incontrato il presidente paraguayano Nicanor Duarte ad Asuncion e Alejandro Toledo a Lima, tutti si sono sforzati a negare che ci siano state pressioni. «Ogni paese è libero di sottoscrivere o no l'accordo bilaterale con noi», ha garantito Rumsfeld mentre fuori gruppi di manifestanti gli urlavano «asesino, asesino» e gli sventolavano sul naso cartelli con le famose foto degli «abusi» di Abu Ghraib. Il Perù con le sue indecisioni ha già perso 4 milioni di dollari e prevede che quest'anno gli aiuti Usa alla lotta contro il narco-traffico scenderanno da 116 a 97 milioni di dollari.
Uno strano modo di combattere la guerra alla droga, di cui il Perù è uno degli epicentri mondiali, e al terrorismo, visto che il Paraguay è il paese della famosa Triplice frontiera con Argentina e Brasile dove si troverebbe uno dei retroterra del terrorismo islamico. L'ha detto anche il generale Bantz Craddock, davanti al senato Usa in marzo: senza più quegli aiuti dovrà essere tagliata «una generazione di militari» latino-americani che, come la storia insegna, vanno ad addestrarsi e indottrinarsi nel Comando sud degli Stati uniti e questo potrebbe aprire la strada ai narco-trafficanti, all'aggressività della Cina, «che sta cercando di stringere legami militari con l'America latina», e anche peggio: a quell'anti-americano fottuto di Hugo Chavez che usa il petrolio come arma. /www.ilmanifesto.it
“Il nostro tempo deve ancora venire”
Il Grande Paese, «liberale» da Washington a Clinton, subisce ora la controrivoluzione teocon. L’opinione di Edmondo Berselli e Furio Colombo, autore di “America e libertà”
di FEDERICO ORLANDO
«Dove potremmo trovare un motivo più alto di speranza, una lezione più straordinaria? Guardiamo all’America… » scriveva Alexis de Tocqueville nel 1848. Più di un secolo e mezzo dopo, senza volerlo, a Tocqueville ha risposto Carlo Azeglio Ciampi, qualche giorno fa: «L’Europa è il luogo eletto della speranza umana». E allora: America o Europa? La generazione di Ciampi aveva risolto il dilemma nel 1948 quando, calata la cortina di ferro dal Baltico a Trieste, scoprì che l’Atlantico era un lago interno fra due sponde, quella americana e quella europea: che si saldarono nel Patto Atlantico. Tocqueville aveva esortato cent’anni prima: «Guardiamo all’America non per tentare di fare una copia servile delle istituzioni che si è data, ma per avere una visione chiara di ciò che ha realizzato. Cerchiamo in essa non istituzioni da copiare, ma esempi a cui guardare: equilibrio dei poteri, vera libertà, rispetto profondo e sincero per il diritto degli individui».
Furio Colombo ha posto queste parole a distico del suo saggio America e libertà- Da Alexis de Tocqueville a George Bush, pubblicato in primavera da Baldini Castoldi Dalai editore, che noi scegliamo per ricordare i 200 anni dalla nascita del grande pensatore francese. «In queste pagine – avverte Colombo – mi domanderò se sia possibile che esista un’America immaginaria, un’America che ci siamo inventati per poter scaricare su di essa passioni, attese, speranze, odii, malintesi, accuse, leggende, per poterne dire tutto il male possibile e pensarla come origine di tutti i complotti del mondo. E, allo stesso tempo, vederla, descriverla, praticarla, frequentarla come il luogo nel quale si possono realizzare i sogni». Non si tratta di schizofrenia. Si tratta di contemplare l’abisso tra l’America liberal dei Federalist Papers e il medioevo teoconservatore in cui Bush e il suo movimento hanno precipitato il paese del sogno americano. «Il senso di questo libro – dice Colombo – è di togliere il sogno americano dalle mani di chi ne fa un totem di guerra da servire e a cui asservire, per restituirlo ad Alexander Hamilton, James Madison, John Jay, che scrivendo le Carte Federaliste nel 1786 hanno negato in anticipo la legittimità e la democraticità delle dottrine dei neoconservatori; e hanno visto subito da quali cattivi amici e pericolosi sostenitori del più vecchio reazionario spirito europeo la nuova America avrebbe dovuto stare lontana». Un libro che guarda non al passato ma al futuro, se è vero che, dopo la guerra d’indipendenza, la conquista della “frontiera mobile” (il West), la guerra civile, l’abolizione della schiavitù, le guerre in America e in Asia contro la Spagna e in Europa contro la Germania, l’integrazione razziale, i New Democrats di Clinton e prima di lui i diritti civili di Martin Luther King (e di John F.Kennedy e di suo fratello Robert, tutti e tre ammazzati dai conservatori), se è vero quel che oggi afferma Ted Kennedy: «Il nostro tempo deve ancora venire».
Quel tempo, che era stato scandito con sicurezza nell’arco di due secoli, da Washington, Jefferson, Lincoln, Roosevelt, Kennedy, Clinton, oggi è smarrito: un treno uscito dai binari. Sicché un economista- polemista come Paul Krugman definiva due anni fa Bush e il suo movimento teocon “un fatto rivoluzionario” rispetto all’ordine morale e politico americano, una controrivoluzione – diremmo noi – «che non accetta la legittimità del sistema americano vigente, fondato sulla Costituzione. La gente alza la testa e dice: non è possibile, non giungeranno mai a ridurre talmente le nostre libertà dicendo che devono combattere il terrorismo. Non giungeranno mai a ingannare il popolo americano con false prove. E invece accade, perché questo non è il governo normale delle nostre leggi, della nostra Costituzione».
È un governo che trova interlocutori in Europa nella schiuma del concretismo reazionario, nel fior fiore dei poststalinisti, dei postfascisti, dei postliberali, dei clericali e dei liberisti in servizio permanente effettivo.
«Leggo e apprezzo Krugman – con- fida Edmondo Berselli, direttore del Mulino, teorico di una democrazia fatta di regole e costruita dal basso attraverso procedure garantite, come quelle dettate agli americani nelle Carte Federaliste –. Lo leggo e lo apprezzo perché è un contestatore così vocale e sonoro del bushismo che è utile conoscerlo; ma non so dire se oggi l’America, con meno tasse ai ricchi e più Patriot Act per tutti, sia una democrazia meno democratica di prima. A parte l’evidente rafforzamento del solito complesso militare industriale, che fa pensare a un livello qualitativo inferiore di democrazia. Il punto però è che tutto il mondo occidentale è sottoposto a una sfida gravissima dal terrorismo nichilista islamico.
Apprezzo Tony Blair – dice pure Berselli – quando promette che i terroristi “non cambieranno il nostro stile di vita”, ma sappiamo anche che quello “stile” è il terreno in cui può prosperare l’aggressore.
E allora dovremo forse chiederci quanta libertà potremo cedere in cambio di quanta sicurezza».
Per ora il conflitto è dialettico, tra l’idea procedurale della liberaldemocrazia, cioè delle regole ad substantiam, e il sostanzialismo dei “concretisti”, appunto gli ex stalinisti, gli ex fascisti e tutti gli altri “reazionari”, come li chiamava John Dewey, che «usano il passato come ostacolo a vivere il presente e a immaginare il futuro»; sicché qualsiasi vascello di passaggio nelle acque stagnati della reazione viene da loro spacciato come il Mayflower dei Padri pellegrini, dai quali nacquero, affrancati dalla loro grettezza puritana, i veri Padri fondatori. «L’Occidente – insiste Berselli, rispondendo al suo stesso interrogativo libertà o sicurezza – l’Occidente è diventato l’Occidente perché ha saputo darsi regole, concependo il sistema dei poteri e dei contropoteri come garanzia dei singoli, mai escludendo alcuno ma provando a recuperare tutti. Prima di rinunciare a uno solo di questi principi, nel governo, nella legislazione, nella giustizia, nell’informazione, nella sicurezza, dobbiamo pensare molto. Possiamo rendere più stringenti i controlli (abbiamo fatto leggi emergenziali contro le Br) ma non rinunciare a pezzi del nostro sistema».
Dunque ha ragione Blair, che affermano «i terroristi non cambieranno il nostro stile di vita»; e così restituisce, sulla sponda europea dell’Atlantico, il loro significato alle parole americane uguaglianza, separazione e rispetto dei poteri, garanzia delle minoranze. Significato che hanno perduto, in parte, proprio sulla sponda americana. Al punto da far dire a Ted Kennedy : «Il nostro tempo deve ancora venire»: quando cioè avremo per noi “la democrazia tutta”, come rivendicava Martin Luther King, e non solo alcuni diritti inalienabili. Tocqueville aveva letto queste cose nella società americana e scritte ne La Democrazia in America. Proprio perché, a differenza dei Pellegrini che avevano creduto di poter costruire la terra di Dio, i Padri fondatori sapevano che avrebbero costruito un mondo imperfetto, vollero scrivere nella loro Costituzione princìpi altissimi; a cui – incalza Colombo – un secolo fa un altro grande americano, John Dewey, ispirò Democrazia ed Educazione, spiegando che solo nella scuola pubblica si possono affermare quei princìpi altissimi e così educare i futuri cittadini.
La scuola pubblica americana è stata distrutta dalla televisione; e attraverso i video si sono fatte strada le mille sette che oggi alimentano il partito teocon di Bush e la sua controrivoluzione reazionaria.
Motivo in più per fare dell’Europa, come dice Ciampi, il luogo d’elezione della speranza umana. Un luogo che potrà aiutare l’altra sponda dell’Atlantico a ritrovarsi. /www.europaquotidiano.it
Lula, visto da dentro
Carlyle Vilarinho, funzionario di Fome Zero e esponente del Pt racconta lo scandalo corruzione
I brasiliani che in massa votarono Lula alle elezioni presidenziali, permettendo per la prima volta a un operaio di salire al potere sono a dir poco sconcertati. Increduli, seguono lo scandalo appiccicati alle televisioni sempre accese e immancabili anche nelle più sperdute delle comunità, anche nella più remota delle baracche.
Per questo accusa e difesa si esprimono solo e soltanto di fronte alle telecamere. In ballo c’è la conquista dell’elettorato, che presto (un anno o poco più) sarà chiamato a votare nuovamente il timoniere del Paese.
Il simbolo. Al centro del fuoco incrociato delle accuse, che aumentano ogni giorno promettendono nuove sorprese, c’è Lula e tutto quello che ha sempre rappresentato. E non solo per i brasiliani. Ed è così che il Paese si divide tra innocentisti e colpevolisti. Anche la sinistra stessa è spaccata. Questa settimana infatti si sono susseguite manifestazioni nelle piazze e nelle strade brasiliane, sia pro che contro il presidente. In entrambi i casi hanno partecipato tra i 12 e i 15mila manifestanti. Comunque sia, almeno per ora, Lula non rischia l’impeachment perché l’opposizione, gli imprenditori, i banchieri e la stessa Chiesa sono convinti che senza di lui il Brasile rischierebbe una lunga fase di instabilità istituzionale ed economica. Chi è contro di lui, quindi, sta solo puntando a che non venga rieletto. C’è anche chi rincorre, a sinistra naturalmente, la tesi del complotto messo in piedi dalla destra per abbattere la terza via brasiliana e distruggerla per sempre.
Visto da dentro. A darci una lettura di quanto sta accadendo è Carlyle Vilarinho, braccio destro dell’ex ministro di Fome Zero, José Graziano da Silva, funzionario del progetto contro la fame e da sempre membro del Partito dei lavoratori.
“È un momento molto triste per noi brasiliani e in particolare per noi che lavoriamo da 25 anni alla costruzione del Partito dei lavoratori. Crediamo molto nella possibilità di governare il Brasile per farne un Paese migliore e più giusto, per la maggioranza della popolazione.
Personalmente mi sento malissimo, perché ho dato la mia parola a migliaia di persone, testimoniando la serietà del governo. Ripenso a tutte quelle persone, anche fuori dal Brasile, in Italia per esempio, alle quali ho parlato col cuore in mano di quanto importante fosse per l’intero paese che il Pt fosse finalmente al governo. Ecco, il solo pensiero mi rende veramente triste”.
Ora veniamo ai fatti. "È vero, nel modus operandi della macchina amministrativa brasiliana esiste tanta corruzione, tanta. Ed è altrettanto vero che il Pt ha partecipato direttamente a questo processo, a questo modus operandi corrotto. Non esiste alcun golpe della destra. La destra brasiliana non è mai stata tanto incompetente. È stato il Pt, ha fatto tutto da solo. È il nostro partito che ha creato la crisi".
Niente altro che la verità. "Innanzitutto la direzione del Partito ha usato il denaro della “cassa 2”, la cassa nera, per finanziare la campagna del presidente, di molti deputati e di qualche governatore. Dopo che il presidente Lula è arrivato al governo, il Pt ha corrotto deputati e senatori per avere la maggioranza nel Congresso e per farsi approvare le leggi che interessavano al governo.
Oggi esistono due Commissioni parlamentari di inchiesta che investigano sulla corruzione nel governo e nel Parlamento. Tutti i giorni si susseguono fatti nuovi e la gente non sa più dove si andrà a parare".
Doppio ciclone. "L'unica cosa certa è che sono due le crisi a cui stiamo assistendo: una nel Congresso, che ha perlomeno trenta parlamentari implicati nello scandalo e che quindi non si può ergere quale autorità morale che giudichi il governo e il grado di coinvolgimento del presidente. La seconda crisi, profonda, è all’interno del Partito dei lavoratori, dove la direzione ha imposto un’inchiesta interna sia per salvare il governo sia per salvaguardare lo stesso partito e tamponare lo scandalo del denaro preso da alcuni dirigenti".
In poche parole. “L’economia va bene e buona parte della società crede ancora nel presidente, crede che non abbia preso parte a queste sporche manovre e che quindi non sia immischiato. Crede che Lula non sia un corrotto. Così il presidente non rischia l’impeachment. L’opposizione, la destra, sa che non è possibile mettere fuori gioco il presidente. Il risultato è che il governo è debolissimo, ma dovrà andare avanti fino alla fine, che potrebbe perfino essere la rielezione stessa". /www.peacereporter.net
Sarebbero almeno una quarantina i villaggi colpiti dalle inondazioni provocate dalle piogge torrenziali abbattutesi negli ultimi giorni nelle zone meridionali della Sierra Leone, principalmente nel distretto di Pujehun sulle coste dell’Oceano Atlantico, 300 chilometri a sud della capitale Freetown. Fonti ufficiali hanno riferito che il bilancio, ancora approssimativo, è di almeno 20 morti e circa 15.000 senza-tetto, in larga parte ancora irraggiungibili a causa delle pessime condizioni delle strade e del crollo di alcuni ponti. Squadre di soccorso della Marina sierraleonese, supportate dalla Croce Rossa e dai ‘caschi blu’ della missione Unamsil, hanno allestito un ponte aereo riuscendo finora a trarre in salvo circa 600 persone. Alcune famiglie hanno abbandonato l’area a bordo di canoe, altre si sono rifugiate sui tetti delle case e sugli alberi. Secondo il coordinatore della Croce Rossa Vandy Sonnah la situazione rischia di peggiorare viste le alte probabilità di diffusione di alcune malattie, soprattutto il colera. [FB] www.misna.org/
Il coraggio di dire 'curdi'
Fabio Salomoni
Lo scorso 12 agosto |