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settembre 30 2005
BASTA!
Un governo delegittimato dai risultati delle elezioni degli ultimi 4 anni, che ha sommerso l'Italia di promesse fasulle e di legge vergognose, che ha sistemato gli affari e i processi del Berlusca e dei suoi amici, che ci ha fatto diventare lo zimbello internazionale, che diceva "se votate il centro sinistra potreste non votare più", oggi sta lavorando sulla penultima legge truffa, la legge elettorale proporzionale, che salverebbe la casa delle libertà da una sconfitta sicura. A parte il fatto che NESSUN ORGANO DI INFORMAZIONE ha riportato che nel 1992 c'è stato un referendum a favore del maggioritario verso il proporzionale, non ce la faccio più a sentire queste facce da c..o che ai TG, GR etc. ci spiegano l'importanza (per le loro poltrone) di questa truffa.
Vogliamo scommettere che l'ultima legge sarà la salva Previti http://caldozza.splinder.com/
Proporzionale Nicola Era stato previsto da tempo e il momento è arrivato. Il Berlusconi ferito da tornate elettorali e sondaggi cerca di disfarsi del sistema elettorale maggioritario, creando così uno scenario politico del tutto diverso da quello che lo ha doppiamente legittimato: come presidente del consiglio e come capo dell'opposizione. In questa maniera non solo cerca di ridurre la probabile emorragia di parlamentari, che il sistema maggioritario (come noi apprendemmo assai bene nel 2001) amplifica a dismisura, ma ottiene anche l'effetto di delegittimare la leadership di Prodi, che senza un partito alle spalle soffre di un terribile handicap alle proporzionali. Inoltre apre la prospettiva di cambiamenti di campo postelettorali, sia mai che gli possano venir utili. In questo Berlusconi ripropone la sua indubbia vitalità filibustiera e non lo si può rimproverare per essere coerente con se ciò che è. In questo tentativo c'è però un elemento di fragilità, anzi due. Il primo è che segmenti importanti della società italiana (penso a Confindustria, per esempio) non hanno probabilmente una gran nostalgia dell'ingovernabilità, soprattutto coi vincoli europei sul collo e l'economia che arranca. Il secondo è che l'opposizione questa volta non ha abboccato e non s'è lanciata all'inseguimento, neanche le sue parti più filo-proporzionali. C'è uno spazio aperto, dunque, per far appello ai cittadini, che in questi anni hanno imparato a usare il sistema elettorale vigente e a comprendere l'effetto del loro voto. Quello che rimane della componente movimentista dell'Ulivo non dovrebbe chiudersi in casa, in quest'occasione, ma partecipare al tentativo di bloccare la restaurazione del proporzionale in Italia. E' una battaglia importante, sia per i principi coinvolti che per l'effetto pratico che un'eventualità del genere potrebbe avere. Spero che negli anni passati dalle grandi manifestazioni uliviste e selvatiche noi non ci sia fissati nella critica impietosa alla coalizione a cui facciamo riferimento al punto di perdere di vista l'ordine delle priorità. www.ulivoselvatico.org
«Casini s’è accordato con Berlusconi» L’opposizione accusa: ormai il Presidente della Camera fa due parti in commedia non è arbitro imparziale. Lui s’inalbera: le intimidazioni non mi fermeranno di Vincenzo Vasile / Roma
da l'Unità - 30 settembre 2005
ASSONANZA O CACOFONIA, il gioco di parole in voga ieri al Transatlantico di Montecitorio era sul caso Casini. E il sito gossip «Dagospia» ci ha messo del suo per trasformarlo nel casino Casini, annunciando con un venefico condizionale che il presidente della Camera sotto attacco come regista del colpo di mano per il ritorno al proporzionale avrebbe potuto dimettersi… «Potrebbe accadere» alle 19,30 alla conferenza dei capigruppo; e non è accaduto. Al posto di un'improbabile suspense sulla sorte del presidente andava in scena una specie di psicodramma, con i (pochi) deputati del centrodestra in nevrotica attesa dell'arrivo di notizie. Riflettori sul palazzo accanto (il Consiglio dei ministri sulla Finanziaria) e sui gruppi parlamentari dove sono in corso grandi manovre per arginare i franchi tiratori (Fini spiegava ai riottosi: con la vecchia legge torneremmo qui non più di una trentina, fino a novanta con la nuova). In giro molte facce scure. La Fortezza del Deserto dei Tartari doveva essere così, fatte le debite proporzioni. E deserta era la parte dell'emiciclo riservata alla maggioranza mentre si alternavano, con i tempi contingentati, i 26 iscritti a parlare dell'Unione. Nel pomeriggio sulle agenzie di stampa gli affondi in sequenza di D'Alema e Prodi, severamente preoccupati per la scesa in campo dell'arbitro (ma Antonio Di Pietro aveva già bruciato la metafora evocando il famigerato Byron Moreno). La vera novità della giornata sta qui: la terza carica dello Stato è accusata di partigianeria nella calendarizzazione - si dice così - dei lavori sulla riforma della legge elettorale approdata a Montecitorio. Anzi è lui il «regista» del rappattumamento nel centrodestra, lo accusa D'Alema. Regista della rottura del bipolarismo, ex moderato che non modera più, ma promuove iniziative laceranti. «Si violenta la democrazia», rincara il Professore. In aula e fuori per la prima volta si ascoltano accenti che finora l'opposizione ha riservato semmai al presidente del Senato, Marcello Pera. Pier Luigi Castagnetti rivela: «Ho posto formalmente in conferenza dei capigruppo il problema di un presidente che sta giocando due parti in commedia, e non è in grado di gestire la funzione di arbitro». E per quel che ciò significa nella dialettica e nelle consuetudini parlamentari, lo «strappo di Casini» induce a prevedere anche a Montecitorio una coda avvelenatissima di fine legislatura. L'interessato è fuori per impegni. In aula si alternano sullo scranno più alto i vice Publio Fiori e Alfredo Biondi, che la butta in celia: «State nei tempi, cari colleghi, sennò finisce che rimproverano anche me…». Il Grande Rimproverato sta diffondendo una smentita che smentisce solo in parte uno scoop de La Stampa. Dietro la scesa in campo dell'arbitro, ci sarebbe - scrive Augusto Minzolini - il solito struscio di abiti talari: in viaggio a Beirut per un matrimonio il cardinale Camillo Ruini gli avrebbe consigliato come lui sa fare di smetterla di attaccare Berlusconi, scaricare Follini, e fare un accordo sulla legge elettorale. Il viaggio c'è stato, non quel tipo di colloquio: è la mezza rettifica; l'altra metà la conferma il giornalista. Sicché il buon Bruno Tabacci intervenendo in Aula sulla legge elettorale a nome dell'Udc, s'arrampica su quella che di primo acchito appare una brillante requisitoria contro la nuova legge e contro il sottostante accordo promosso da Casini: «…alla fine il leader non solo sceglie i candidati ma perfino i commessi, lasciando ogni scelta a ristrette oligarchie, finendo con il collegare tutti agli amici degli amici». Però - la conclusione lascia interdetti - questo testo è «un passo avanti». C'è chi chiede a Tabacci che cosa ne pensi Marco Follini. E lui rinvia a quel suo acrobatico intervento in aula: lì c'è «la chiave» per capire. Ma la chiave è la scabrosa allusione agli «amici degli amici», oppure la benevolenza per il «passo avanti»? vallo a capire. Segue un comunicato di Follini che mette per iscritto una gelida considerazione, geniale déjà-vu da Prima Repubblica: «L'aggressione a Casini di queste ore da parte dell'opposizione è tutta politica, niente affatto istituzionale». Ma qui si parla di regole: i deputati dell'Unione contestano, per esempio, a Casini di non aver rispettato il regolamento portando in aula la legge elettorale prima che siano passate 48 ore dal via libera al testo in commissione. E Marco Boato contesta i tempi risicati degli interventi. «Per una legge che cambia tutto il sistema elettorale non si può usare lo stesso contingentamento dei tempi valido per le altre proposte di legge: qui c'è chi sta facendo il gioco delle tre carte, come nelle stazioni della metropolitana». Più che un golpe elettorale, trucchetti da magliari? Un goal - ma di mano - in zona Cesarini, come si chiamava una volta l'ultimo sgocciolo di campionato di calcio. Se ne riparlerà dall'11 al 13 ottobre, quando si passerà all'esame degli articoli. Casini alla «capigruppo» non parla affatto di dimissioni: «Ho abbastanza esperienza politica per distinguere le opinioni, che rispetto sempre, dalle intimidazioni che mi lasciano indifferente». E decide così: prima c'è da fare la salva-Previti, poi la devolution, in mezzo la legge elettorale. Quando si dice: le urgenze del Paese.
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Piazza della salute pubblica Antonio Padellaro
Prodi e i leader dell’Unione dicono: opposizione con ogni mezzo a chi violenta lo spirito della democrazia e si aggiusta la legge elettorale a proprio uso e consumo. E annunciano una grande manifestazione contro il governo dei soprusi. Sono le stesse parole, gli stessi sentimenti di rivolta che ritroviamo nelle lettere indignate all’Unità, nelle parole drammatiche dei tanti costretti a soffrire le imposizioni di una (ex) maggioranza in agonia. I metalmeccanici senza contratto e, spesso, senza più una fabbrica. I ricercatori dell’università trasformati in precari a vita. I dipendenti degli enti locali messi in mobilità dai tagli della Finanziaria iniqua. I cittadini che avranno meno trasporti urbani, meno assistenza sanitaria, meno servizi mensa e meno scuolabus per i loro figli, meno illuminazione pubblica, meno buoni casa, meno attività culturali. Ecco allora che lo strappo berlusconiano sulle regole elettorali diventa il detonatore di una protesta di massa: ceti impoveriti, famiglie non aiutate, categorie dimenticate. Si diffonde come un senso collettivo di ingiustizia che l’opposizione parlamentare non può far altro che tradurre in un ostruzionismo intransigente ma frenato dai lacci regolamentari. L’aria si fa irrespirabile, tutto si decide tra quattro personaggi in quattro mura. Manifestare diventa dunque una questione di salute pubblica, un’esigenza della democrazia che i leader dell’Unione hanno ben compreso poiché c’è sempre un momento in cui bisogna uscire fuori per mescolarsi alla propria gente, ascoltarla, rassicurarla. In attesa c’è un popolo grande, appassionato che neppure una piazza potrebbe contenere tutto.
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Ds Milano - Rassegna stampa
.ELETTORALE/D`ALIMONTE:CON TESTO CDL 10-100-1.000 LISTE LOMBARDO [30/09/2005 0.48] - Autore: Apcom
"Nuove regole favoriscono centrodestra in modo assoluto"
Roma, 29 set. (Apcom) - La riforma della legge elettorale in discussione alla Camera "favorisce la Cdl nel modo più assoluto". Se alle Politiche del 2006 si votasse con il nuovo sistema proporzionale il premio di maggioranza che assegna alla coalizione vincente il 54% dei seggi "limiterebbe da un lato i danni per il centrodestra e dall`altro i guadagni per il centrosinistra". Non ha dubbi Roberto D`Alimonte, politologo esperto di sistemi elettorali dell`Università di Firenze: quella che la maggioranza si sta affrettando ad approvare è una riforma elettorale elaborata `ad hoc` per evitare la débacle alle prossime elezioni.
"Stando ai sondaggi che abbiamo a disposizione - spiega D`Alimonte - ed ai risultati delle ultime elezioni Regionali, l`Unione con l`attuale Mattarellum otterrebbe il 60% dei seggi, (378 seggi alla Camera, ndr). Con il sistema proporzionale che la Cdl pensa di introdurre, invece, alla coalizione vincente andrebbe solo il 54%, ovvero 340 seggi. Quindi il centrodestra limiterebbe i danni per sé e i guadagni per il centrosinistra".
Inoltre, "l`abolizione dei collegi uninominali - continua D`Alimonte - favorisce la Cdl perché storicamente i candidati comuni del centrodestra fanno fatica a raccogliere i voti di tutti gli elettori dei diversi partiti che compongono la coalizione: per fare un esempio un elettore della Lega fa fatica a consegnare il proprio voto ad un candidato comune proveniente per esempio dall`Udc. Questa difficoltà storica sarebbe ora aggravata perché più gravi sono le divisioni nel centrodestra oggi". E di questo il premier Silvio Berlusconi non ne ha mai fatto un mistero ribadendo in ogni occasione la necessità di andare alle elezioni con i simboli di tutti i partiti per non disperdere neanche un voto.
Altro prodotto possibile delle riforma in discussione è quello che D`Alimonte definisce "catanizzazione" del sistema politico. "La soglia di sbarramento prevista - sostiene il professore - è in realtà è un`assenza di soglia: per concorrere infatti alla ripartizione dei seggi proporzionali una coalizione deve superare il 10% e deve avere al suo interno una lista che superi almeno il 2%. Se sussistono entrambe le condizioni le altre liste della coalizione potranno avere anche meno dell`1%,i voti saranno comunque validi per la ripartizione". Questo meccanismo è "funzionale alla strategia della Cdl che ha bisogno di riportare a votare un elettorato tradizionalmente `disinteressato` e di coinvolgerlo con sigle e appelli non tradizionali".
Diffondendo per esempio la felice esperienza di Raffaele Lombardo che con la sua lista raccolse a sorpresa, alle elezioni comunali di Catania, il 20% dei voti. Secondo D`Alimonte col sistema che la Cdl intende approvare prolifereranno liste come `Forza Roma` o `Forza Juventus` pur di portare i cittadini alle urne. Insomma, conclude il professore, "avremo 10, 100, 1.000 Lombardo".
Le primarie «morbide» di Casini Contrasti interni Il presidente della camera è inviperito con Follini per le indiscrezioni fatte filtrare sulla riforma A. CO. Irapporti tra Pier Casini e Marco Follini sono al minimo storico, («gelidi» secondo un anonimo dirigente dell'Udc). Il presidente della camera è inviperito per le indiscrezioni sul contrasto di lunedì sera, fatte filtrare dallo stesso Follini, e per il momento le operazioni diplomatiche degli immancabili pontieri sono rimaste senza risultato. La pietra dello scandalo, si sa, è stata la proposta di riforma elettorale targata Cdl, ultima versione. Non ci sono più le preferenze, e non ci saranno nonostante l'emendamento di bandiera presentato ieri dai centristi. Il segretario avrebbe voluto non accettarla. Fini ha avuto gioco facile nel costringerlo perché al suo fianco c'era il presidente della camera.
Ma questo è solo un casus belli. I motivi di dissenso sono ben altri. Con o senza le preferenze, imporre la nuova legge elettorale comporta uno scontro frontale con l'Unione, equivale a bruciare molti ponti. Non è la strada che avrebbe voluto seguire Follini. Casini la ha imboccata, ci ha scommesso sopra moltissimo, forse il suo intero futuro politico, e a questo punto non può più tornare indietro.
Poi ci sono le primarie. Il listino di Montecitorio, ieri, le dava in caduta libera, anche se, proprio ieri, l'Udc ha ufficializzato la sua proposta, già illustrata il giorno precedente, che prevede una consultazione tra tutti gli elettori da fissarsi il 10-11 dicembre. Follini è determinato a inisstere per questa formula, quella che il premier detesta e intende a ogni costo evitare. Casini è infinitamente più morbido e duttile. Non esclude la possibilità di limitare il voto a quella «platea degli eletti» che per Berlusconi rappresenta almeno il male minore e per la quale insiste anche Fini. Secondo voci che salgono dall'area a lui più vicina nel partito, in cambio della riforma elettorale il presidente della camera sarebbe pronto a sacrificare le primarie in blocco, quelle vere e anche quelle «addomesticate».
Che Casini arrivi a una simile resa in realtà è difficile. Che invece accetti di giocare la partita nell'«assemblea degli eletti» è invece più che probabile. Anche perché se le primarie nel centrodestra fossero modellate su quelle dell'Unione, con tanto di campagna elettorale, gli sarebbe impossibile evitare le dimissioni. Se invece il voto si svolgesse in un'assemblea ristretta, senza campagna elettorale, Casini rinvierebbe le eventuali dimissioni a dopo il voto, e le rassegnerebbe solo nell'improbabile caso di una sua vittoria su Silvio Berlusconi.
Ma anche il sordo braccio di ferro sulle primarie è solo un riflesso della «contraddizione principale». Non è un mistero che Follini avrebbe voluto portare il conflitto col premier alle estreme conseguenze, uscire dalla coalizione di fronte alla conferma della candidatura del cavaliere. Casini lo ha spalleggiato sino a un certo punto, forse addirittura lo ha spinto. Poi ha sterzato bruscamente. Perché il presidente della camera è impegnato in una partita difficilissima, edeve giocarla senza disporre di un obiettivo preciso né di una strategia già definita. Non è ancora escluso che, all'ultimo momento, Berlusconi decida con un gesto plateale di passare la mano. In caso contrario, potrebbe essere conveniente attendere la prevista sconfitta della destra per poi puntare sulla costruzione di un terzo polo centrista, forse non maggioritario ma determinante, e sarebbe un'operazione resa assai più facile dalla riforma elettorale.
Tutto dipende da circostanze oggi non prevedibili. Casini deve dunque tenersi, se non tutte, molte strade aperte. Non può permettersi un pronunciamento secco come quello chiesto da Follini. Sempre che il segretario non decida di far saltare il gioco con la mossa più deflagrante, le dimissioni. www.ilmanifesto.it/
Dentro la legge / Effetti pericolosi Il paradosso: tre soglie per abolire ogni soglia La nuova versione del proporzionale dà spazio anche ai «micropartiti»: aumenta il rischio della frammentazione
La Cdl insiste sull'introduzione di un sistema proporzionale con premio di maggioranza. Ma il nuovo testo è molto diverso dal precedente. Innanzi tutto. è stata cancellata la norma che faceva sì che solo i partiti con più del 4% dei voti contribuivano a far scattare il premio di maggioranza. Era un chiaro vantaggio per la Cdl, i cui partiti sono generalmente sopra la soglia, e un danno certo per l'Unione, che è una coalizione molto più frammentata: è un bene che la Cdl su questo ci abbia ripensato. In compenso è stata introdotta un'altra "furbizia". Addirittura peggiore della precedente dal punto di vista dell'interesse del Paese. In un precedente commento sulla riforma elettorale della Cdl avevamo previsto che la soglia inizialmente prevista al 4%. per la ripartizione dei seggi proporzionali sarebbe stata abbassata al 2%. Ci siamo sbagliati. La soglia non è stata abbassata: è stata semplicemente abolita. Il meccanismo funziona cosa: per concorrere alla ripartizione dei seggi proporzionali e al premio eventuale una coalizione deve superare il 10% dei voti e deve avere al suo interno almeno una lista che superi il 2%. Se queste due condizioni sono soddisfatte gli altri partiti della coalizione possono avere tutti anche meno dell' 1% dei voti. Una formula del genere può piacere ai Verdi, Comunisti Italiani, alla Mussolini. Rauti . De Michelis: Di Pietro e così via. Soprattutto piacerà a Lombardo (il mago delle recenti elezioni catanesi) e a tutti quelli che troveranno in questa norma l'incentivo ad imitarlo. Assisteremo alla diffusione nazionale della "formula Catania". E in più avremo anche le liste 'Forza Roma' e simili. come abbiamo visto alle recenti elezioni regionali. in breve, si moltiplicheranno le reti per pescare voti e portarli nel gran calderone delle coalizioni "acchiappatutto". Sarà la balcanizzazione del sistema partitico. Invece dì incentivare la formazione di grandi partiti, quei grandi partiti che esistono in tutte le grandi democrazie. Facciamo esattamente il contrario. Eppure, se non fosse per il fatto che le elezioni sono alle porte, questa riforma potrebbe anche avere una qualche possibilità di successo. In fondo è fatta per piacere a tutti. Va bene ai partiti piccoli perché non hanno nulla da temere da una soglia che non esiste per chi è disposto a entrare in coalizione. Va bene ai grandi (si fa per dire) perché li libera dal fastidio del collegio uninominale e della spartizione dei seggi ad esso associato. Va bene a tutti, grandi e piccoli. perché contiene una terza soglia del 4% contro i partiti che non vogliono entrare in coalizione e quindi protegge i partiti coalizzati dalla concorrenza dei possibili esterni. E una riforma che soddisfa il "principio di Pareto" : nessuno ci perde e magari qualcuno ci guadagna. Però, ci sono le elezioni alle porte. E questo cambia tutto. Perché l'Unione sa che nelle attuali condizioni le conviene andare al voto con l'attuale sistema. E questo alla fine permetterà di evitare un'ulteriore caduta verso la frammentazione.
DI ROBERTO DALIMONTE
Il Sole 24 Ore
Ecco perché l'Udc ci tiene Una defezione del partito di Follini con l'attuale legge crea problemi all'intera Cdl
Un paio di settimane fa avevo analizzato in profondità quali sarebbero stati i vantaggi per la coalizione di governo con 1 introduzione della prima ipotesi di riforma della legge elettorale, capace di risolvere in un colpo solo i quattro principali problemi che la maggioranza ha a questo punto: la diminuita credibilità del leader della coalizione di governo; la scarsa fiducia nella capacità di governare del centrodestra; la scelta maggioritaria favorevole all'Unione a livello di collegio; infine, l'attuale maggiore propensione (anche) proporzionale nei confronti dei numerosi partiti dell'Unione.
Quella proposta di modifica della legge elettorale, si diceva, entra in maniera decisa nella riduzione di questi problemi, risolvendoli proprio secondo un ordine gerarchico evidenziato, a cominciare dal primo, il più grave, cioè la crisi di credibilità di Berlusconi. La nuova proposta cerca di eliminare un altro dei problemi che la Cdl potrebbe trovarsi dinanzi: il "fattore Udc". Vediamo in cosa consiste e come si risolverebbe.
Negli ultimi tempi, come si sa, il partito di Marco Follini si mostra alquanto insofferente nei confronti delle politiche della maggioranza ed è in costante clima di ri-negoziazione della propria (futura) permanenza nella coalizione guidata dall'attuale premier. Uno dei possibili scenari del prossimo appuntamento elettorale potrebbe dunque essere quello che vede l'Udc presentarsi solitario, all'esterno della coalizione di centrodestra.
Prendendosi, in quel caso, una serie di rischi, anche con l'attuale legge elettorale: non passare la soglia del 4 per cento al proporzionale, non vincere alcun collegio al maggioritario (dove in alcuni collegi potrebbe mettere in campo qualche accordo di coalizione), non trovare spazi e rappresentanti quindi nel prossimo parlamento. Ma con qualche vantaggio strategico: uscire "pulito' da un'esperienza di governo giudicata tutto sommato negativa (al meno negli ultimi mesi), presentarsi all'elettorato come una inedita forza moderata e centrista, capace di gettare le basi iniziali per un futuro consenso, in particolare nell'area cattolica, in vista di una radicale rivisitazione del polo di centrodestra.
Se esistono rischi per 1'Udc, con l'attuale legge elettorale ne esistono ancor di più per una Casa delle libertà senza Udc, prima di tutto quello di perdere nei numerosi collegi marginali tuttora presenti nei calcoli di entrambi gli schieramenti: pur se limitato, il consenso degli elettori dell'allora "Biancofiore" ha permesso nel 2001 alla coalizione di centrodestra di ribaltare a volte il risultato di collegio.
Oggi, con una situazione preventivata meno rosea, sono molto elevate le possibilità che la defezione dell'Udc incida pesantemente sul numero complessivo di collegi che la coalizione di governo potrebbe vincere. Ecco dunque che la possibile defezione deve essere evitata preventivamente, unitamente alla possibile costituzione di una nuova coalizione di centro guidata dal partito di Follini.
Con la nuova proposta di legge elettorale anche questo quinto problema che la Cdl deve affrontare sembra magicamente risolversi da solo. Lo sbarramento, inizialmente proposto al 4 per cento per tutti, dava la possibilità concreta all'Udc di presentarsi con relativo successo alle elezioni. Questa quota viene ora elevata al 10 per cento per le coalizioni, immaginando la possibilità appunto che si possa formare un embrione di raggruppamento, alternativo alla Casa delle libertà, che faccia capo all'Udc.
Per il resto, la nuova proposta non fa che ribadire quella precedentemente analizzata, con l'unica altra variante dell'indicazione del candidato di coalizione che però, a quanto sembra, non diviene automaticamente presidente del consiglio.
Si è detto che questo modello ricalca a grandi linee la legge elettorale vigente in Toscana. Nella realtà lo ricalca unicamente per quanto riguarda il voto proporzionale, mentre la logica di fondo è esattamente opposta (vince il candidato, non la somma dei partiti). Là è infatti previsto, come nella maggior parte delle leggi elettorali regionali, anche un voto diretto per il presidente di Regione, che viene eletto a maggioranza semplice e si avvale di un premio di maggioranza (di cui beneficiano i partiti che egli rappresenta). È inoltre prevista la possibilità di un voto disgiunto (è consentito cioè votare un partito ed il candidato di una coalizione diversa da quella del partito votato). Infine, le elezioni verrebbe rifatte in caso di sfiducia nel presidente eletto.
Nel nuovo progetto non si fa cenno alcuno all'elezione diretta del capo del governo né è ovviamente possibile il voto disgiunto. E' solamente un nuovo tentativo di portare a casa tutto il possibile, con un occhio di riguardo anche ai possibili "nemici" interni.
PAOLO NATALE
EUROPA
La riforma elettorale é pessima Per favore, lasciate stare la Toscana (di Stefano Ceccanti da www.ilriformista.it)
da www.ilriformista.it del 29 settembre 2005 PROGETTI. LA RIFORMA ELETTORALE È PESSIMA
Per favore, lasciate stare la Toscana DI STEFANO CECCANTI
Tutto si può dire del nuovo testo di riforma elettorale tranne che c'entri davvero qualcosa con la legge elettorale regionale toscana.
La prima differenza è di metodo: sia la legge elettorale sia lo Statuto (compresa la parte sulla forma di governo che contempla l'elezione diretta del Presidente) sono state in Toscana oggetto dall'inizio alla fine di un accordo con le minoranze.
Qui invece l'obiettivo è chiaramente di parte: eliminare il voto maggioritario perché su quello la maggioranza va tradizionalmente peggio; stabilire un premio basso in seggi (340 seggi alla Camera) per perdere di meno rispetto a quello che i sondaggi attuali attribuiscono al centrosinistra (che ad oggi arriverebbe a 380).
Non solo quindi la proposta è partita dal solo centrodestra, ma è talmente di parte che potrebbe, nel caso, essere approvata a forza solo da esso.
In secondo luogo c'è poi una serie di tre differenze che concernono il premio di maggioranza.
Anzitutto in Toscana non c'è un sistema bicamerale con fiducia di entrambe le Camere e quindi è legittimo pensare a un premio; sul piano nazionale le due Camere danno entrambe la fiducia e quindi, se si danno due premi distinti, c'è il rischio di darlo a due maggioranze opposte che si paralizzino a vicenda.
Per di più, essendo il Senato eletto a base regionale, lì il premio è anche incostituzionale perché l'attribuzione dei seggi nelle Regioni si fa dipendere da risultati nazionali.
Se poi si rinunciasse al premio al Senato e si tornasse dentro la Costituzione l'esito sarebbe comunque sbagliato: la Camera con premio e il Senato senza rischierebbero ancor più di divaricarsi.
Altra differenza: il premio in Toscana è dato sulla base del voto maggioritario per l'elezione diretta del presidente della Regione, che può essere anche diverso dal voto proporzionale.
Ci sono quindi due voti chiaramente distinti: con uno si stabilisce chi vince, con l'altro la rappresentanza.
Se invece si pretende di fare tutto con un unico voto, cumulando lì premio e sbarramento,si cade in due risultati entrambi inaccettabili.
Se si parte dallo sbarramento per arrivare al premio, non considerando i voti delle liste sotto lo sbarramento, come si faceva nella proposta precedente, si rischia di premiare chi ha perso in voti assoluti.
Se invece si parte dal premio alla coalizione che ha preso più voti, come nella proposta attuale, ma qualche partito rimane sotto lo sbarramento, si ha il paradosso che l'elettore vota per un singolo partito che può ritrovarsi senza seggi (esempio: io cittadino voto Udc perché ci tengo che pesi in quella coalizione, l'Udc non arriva allo sbarramento e quindi il voto a quel fine non vale, pesa solo per il premio e allora ottengo il risultato di rafforzare in seggi la Lega Nord che dentro la coalizione si oppone all'Udc) mentre serve per la coalizione.
Non si possono cumulare premio e sbarramento in unico voto senza avere effetti assurdi.
Infine, il premio nelle Regioni ha come contropartita che la caduta del Presidente porta al voto anticipato, sul piano nazionale ciò non può accadere a Costituzione vigente.
Anzi, di per sé, come dimostrato in varie Regioni tra il 1995 e il 2000 quando c'era solo il premio e non anche la norma antiribaltone, niente impedisce che proprio gli eletti col premio non organizzino ribaltoni (Calabria docet).
C'è una norma antiribaltone, scritta male, nella riforma in itinere, ma se a qualcuno piace dovrebbe comunque attendere l'entrata in vigore dopo il referendum (ammesso che lo superi) per cambiare la legge elettorale.
Terminati i problemi legati al premio ci sono poi serissime differenze sulla rappresentanza: non è paragonabile la lista bloccata che serva per eleggere un Consiglio regionale di poche decine di consiglieri a Camere nazionali di centinaia di membri; le piccole liste bloccate a livello provinciale della Toscana con 4- 5 nomi sono più vicine al collegio uninominale che non alle liste bloccate di decine di nomi che la riforma introdurrebbe.
Inoltre la Toscana ha inserito simultaneamente una legge sulle primarie che fanno intervenire gli elettori sulla scelta dei candidati, mentre qui ci sono solo le liste bloccate senza nessun meccanismo di quel tipo.
Certo, la reintroduzione della preferenza ci allontanerebbe ancor di più dalle grandi democrazie europee e ci riporterebbe a Tangentopoli.
Ma anche così, per gli altri gravissimi difetti, ci allontaniamo non solo dalla Toscana, ma anche da qualsiasi altra democrazia europea.
Speriamo che ostruzionismo, divisioni nella maggioranza e Quirinale ci salvino da un tale declino istituzionale.
Arrestato Luigi Crespi - Sondaggista
Avremmo dovuto intervistare Luigi Crespi la prossima settimana. Perché avremmo voluto raccontarvi la sua strana storia, la storia di un uomo un tempo vicino al potere e ora da quel potere allontanato, umiliato, dimenticato. Una storia che rappresenta l'altra faccia di un'estate corrotta dalle vicende finanziarie di un Paese, ormai in ostaggio dei finanzieri.
Ripercorrendo velocemente le tappe del curriculum di Crespi, ci si rende conto di come proprio il rapporto di odio e amore con quel potere, sia stato alla base di tutta la sua vita politica. Da giovane si distingue nelle lotte studentesche: il ragazzo promette bene e in breve diventa funzionario del PCI. Con lo svanire delle speranze rivoluzionarie si risveglia nella Milano da bere degli anni Ottanta, resta affascinato dal socialismo craxiano e si specializza nelle ricerche di mercato, creando una seppur timida alternativa all'Auditel nelle rilevazioni di ascolto delle TV locali. Poi sopraggiunge il ciclone Tangentopoli, che spazza via buona parte del corpo della Prima Repubblica. Non l'anima, però: con gli anni Novanta arrivano Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri.
Il progetto di Forza Italia appare a molti come la genesi di un nuovo modo di concepire gli affari e la politica. Crespi si dà ai sondaggi politici e, con il tramonto della Diakron di Gianni Pilo, la sua Datamedia riesce in breve a conquistarsi Berlusconi, la sua simpatia e forse qualcosa di più. I dubbi sulla provenienza del danaro che finanzia la sorprendente ascesa di Datamedia circolano nelle redazioni dei giornali, come nelle stanze istituzionali, insieme al sospetto sull'imparzialità dei suoi sondaggi. In molti ricordano la scena delle bandierine di Emilio Fede alle regionali del 1995.
Poi arriva il 2000. Parte la campagna elettorale per le politiche e cominciano a sparire anche i dubbi sui finanziatori di Datamedia, che nel frattempo diventa Hdc e si trasferisce in una prestigiosa sede nel centro di Milano. Efibanca, la banca d'affari della Popolare di Lodi, già legata in passato agli affari Fininvest, rileva nell'autunno 2001, l '11 per cento di Hdc, al prezzo di 11 miliardi di vecchie lire. Secondo l'Espresso del tempo si tratta di una valutazione quantomeno ottimistica, considerate le reali condizioni dell'affare.
Nel frattempo Crespi inventa il “Contratto con gli italiani” e i poster 6x3 “Meno tasse per tutti”. È un vero e proprio successo di comunicazione politica e a lui molti attribuiscono la vittoria dell'attuale maggioranza. Il rapporto con il Premier si fa sempre più intenso, tra paternalismo e idolatria. Crespi è il pupillo di Berlusconi e al centro di una serie di interessi, forse più grandi di lui. Decide di fare il colpaccio: acquista le principali società di sondaggio (dalla CIRM alla Directa), si affida ai consigli di Ubaldo Livolsi (Cda Fininvest), si prepara ad entrare in borsa. E si indebita.
La Banca Popolare di Lodi di Giampiero Fiorani decide di continuare a sostenerlo nella sua avventura. Crespi ha il favore di Berlusconi e delle banche. Si sente al sicuro. Il Presidente del Consiglio gli affida un altro compito importante: curare l'immagine del Ministro dell'Economia Giulio Tremonti. È un momento decisivo per le sorti del Paese perché scoppia il caso Cirio, che spacca in due con precisione manichea il potere politico ed economico. Tremonti accusa Fazio di non aver vigilato, di non aver fatto abbastanza per tutelare i risparmiatori. La storia di questi giorni ha ben chiarito quanto, già a quel tempo i rapporti tra i due fossero tesi. Con il governatore ci sono i poteri forti dell'Economia, ci sono Fiorani e Livolsi. Con Tremonti c'è solo una parte della sua maggioranza. Crespi è tra incudine e martello. E si fa male.
Secondo le rivelazioni della Stampa, il giorno dopo l'accusa, in Parlamento, di Tremonti a Fazio si tiene la riunione del Cda della Hdc, alla fine della quale la Banca di Fiorani chiede il rientro dei debiti, si ritira dalla società e decreta la fine di Luigi Crespi. “A gestire Hdc – si legge sul quotidiano di Torino - subentra Nicola Piepoli con una società cui partecipa Hopa. E a chi appartiene Hopa? A Emilio Gnutti”. E il cerchio si chiude.
A distanza di mesi da quei fatti Luigi Crespi è stato arrestato per bancarotta fraudolenta. Per bocca del suo legale ha dichiarato prima di entrare: ''Sono due anni che ricevo torti. Forse questo e' il meno grave tra tutti quelli subiti. Affronterò anche questo torto con serenità per dimostrare che sono una persona per bene, ne' un ladro ne' un criminale e che, anzi, in questa vicenda, io sono parte lesa”. Nella stessa inchiesta sono indagati anche Gianpiero Fiorani ed Enrico Fagioli, amministratore delegato di EfiBanca. Crespi li ha chiamati in causa denunciando la loro condivisione delle politiche di bilancio da lui adottate, per le quali adesso verrà giudicato.
Alle domande che avremmo voluto fare a Crespi se ne aggiungono altre, che difficilmente troveranno risposta: perché il sondaggista di Milano viene arrestato proprio ora, a fronte di responsabilità che potevano essere scoperte da tempo? Perché è stato scaricato dalla dirigenza politica ed economica di questo Paese? Si tratta di un problema politico da ascriversi nella perpetua lite tra il Governatore e il Ministro, oppure si tratta di una questione economica e riguarda il valore e il controllo di un giocattolino – Hdc – in grado di fruttare svariate decine di miliardi all'anno?E soprattutto quali forze sono realmente coinvolte in questa vicenda di potere, danaro e vendetta?
La sensazione è che le vicende di questa estate abbiano fatto esplodere un bubbone tipicamente italiano e che Crespi si sia scontrato con le stesse forze che ne avevano causato la fortuna.
Nel soffritto di interessi che ormai accomuna Banca d'Italia e Governo, immobiliaristi sconosciuti e cooperative rampanti, finanza cattolica e massoneria, il Paese sembra aver rinunciato alla separazione tra politica ed economia, tra stato e Chiesa, tra destra e sinistra. L'unica vera, drammatica, separazione è quella che divide il potere politico dalla società civile e che si sta allargando sempre più pericolosamente.
di Francesco De Carlo www.megachip.info
Protezioni dall'alto Il Tribunale internazionale dell’Aja accusa il Vaticano di ostacolare la cattura di un noto ricercato
Scritto per noi da Davide Scagni
La scorsa settimana Carla Del Ponte, procuratore capo presso il Tribunale dei crimini di guerra nella ex Jugoslavia, ha rilasciato un’intervista al quotidiano inglese Daily Telegraph accusando la Chiesa Cattolica croata di dare rifugio al generale latitante Ante Gotovina. Nell’intervista, la Del Ponte ha affermato che il generale si trova nascosto in un monastero francescano in Croazia e che il Vaticano si rifiuta di collaborare alla sua cattura. Lo scorso luglio la Del Ponte si era recata a Roma presso il Segretario di Stato vaticano, l’arcivescovo Giovanni Lajolo, per ottenere informazioni utili alle indagini, ma Lajolo le avrebbe risposto negando qualsiasi appoggio: il Vaticano non è uno stato nazionale, avrebbe detto l’arcivescovo, dunque non è tenuto ad aiutare le Nazioni Unite a perseguire criminali di guerra. Le dichiarazioni della Del Ponte hanno provocato l’immediata replica della Santa Sede che, in un comunicato-stampa redatto mercoledì dal portavoce Joaquin Navarro-Valls, ha precisato che la Segreteria di stato non è organizzata per collaborare con le Corti internazionali e che le informazioni fornite dall’Aja non sono state ritenute sufficienti a contattare “le autorità ecclesiastiche competenti”. Lo stesso giorno, la conferenza episcopale croata ha bollato le accuse della Del Ponte come espressioni di una mente frustrata dall’insuccesso. Qualunque sia la versione più corretta, la conclusione rimane la stessa: il Vaticano non intende collaborare alle indagini. Per trovare il generale scomparso, il tribunale dell’Aja deve cavarsela da solo.
La leggenda del generale. Che il generale Ante Gotovina, classe 1955, sia un uomo fortunato non è una novità. Arruolatosi appena maggiorenne nella Legione Straniera con il nome di Ivan Grabovac, nel ’79 Gotovina ottiene la cittadinanza francese e intraprende una serie di azioni poco chiare all’interno dell’agenzia di sicurezza “Ko international”. Quindi vola in America Latina, dove guida diverse formazioni paramilitari in Argentina, Guatemala e Colombia con il nome di Toni Moremante. Nel 1986 è condannato a cinque anni di prigione, ma viene prosciolto l’anno successivo. Nel 1990 torna nella sua terra natale, dove inizia una brillante carriera nell’esercito: dal 1992 al 1994 passa da brigadiere a generale; nel ’95 partecipa alla famigerata Operation Storm per espellere i Serbi dalla regione della Krajina, e nel 1996 diventa capo dell’Ispettorato dell’Esercito Croato, fino alle sue dimissioni nel 2000. L’11 aprile 2001, Gotovina ritira un passaporto all’ambasciata francese e fa perdere le sue tracce. Pochi giorni dopo infatti, il 21 maggio, il tribunale internazionale lo indica come responsabile di crimini contro l’umanità e di violazione delle regole militari durante la Operation Storm: l’accusa è di aver ucciso 150 serbi nel 1995, e di aver ordinato l’espulsione di più di 200mila persone dalla Krajina. Gli Usa mettono sulla sua testa una taglia di 2,8 milioni di dollari, ma a questo punto il generale è già entrato nella leggenda. Grandi cartelloni che raffigurano il suo volto vengono appesi sui muri di Zadar, la sua città natale. Molti suoi concittadini, veterani e simpatizzanti di estrema destra lo elevano a eroe, per le sue azioni di guerra e per aver evitato la cattura. Non stupisce che possa trovarsi ancora da quelle parti, protetto dentro le mura di qualche isolato monastero da sacerdoti accondiscendenti.
Chi è senza peccato. D’altra parte, non si tratta di un esempio isolato. C'è anche il caso di padre Athanase Seromba, parroco rwandese responsabile di un massacro di tutsi, fuggito nel ’99 in Italia sotto false spoglie e poi nascostosi per due anni nella sede arcivescovile di Firenze. Anche Seromba – ribattezzato don Atanasio Sumba Pura – seppe farsi benvolere dai suoi fedeli italiani, che nel 2002 aprirono persino un comitato in sua difesa. Eppure, come descrivono le accuse redatte a suo tempo proprio da Carla Del Ponte, Seromba nel ’94 accolse 2 mila tutsi nella sua parrocchia di Nynage, a Kibungo, solo per fare demolire la chiesa e seppellirceli dentro. Ora il suo caso, come quello di tanti altri religiosi cattolici coinvolti nel genocidio, è al vaglio del tribunale internazionale della Tanzania, e la Santa Sede attende imperturbabile il verdetto. La fuga di padre Seromba è stata scongiurata per puro caso, grazie a un'inchiesta del quotidiano inglese Sunday Times, ma non è certo solo il Vaticano a suscitare la rabbia del tribunale internazionale. Giovedì il tribunale dell’Aja ha annunciato di aver accolto la richiesta della Del Ponte di riunire in un unico maxi-processo gli otto militari serbo-bosniaci coinvolti nel massacro di Srebrenica che sono attualmente nelle mani della corte. Cinque di loro, Vujadin Popovic, Ljubisa Beara, Drago Nikolic, Ljubomir Borovcanin e Vinko Pandurevic, sono accusati di genocidio, oltre che di crimini di guerra e contro l’umanità; gli altri, Radivoje Miletic, Milan Gvero e Milorad Trbic, dovranno rispondere solo delle ultime due incriminazioni. Un nono imputato, Zdrasko Tolimir, è ancora latitante ma ha garantito una resa imminente. All’appello mancano però i due più importanti responsabili del massacro: Radovan Karadzic e Ratko Mladic, ricercati dalla polizia di tutto il mondo. Oltre, naturalmente, al generale protetto dall'alto Ante Gotovina. www.peacereporter.net/
L'America corre fuori tempo massimo di Paul Craig Roberts La guerra in Iraq ha avvantaggiato tre beneficiari: al-Qaeda, l’Iran, e le grandi imprese di ricostruzione che dall'accoppiata Bush e Cheney ricevono contratti milionari. Tutti gli altri hanno perso. E il tempo sfugge di mano George W. Bush passerà alla storia come il presidente che più di ogni altro ha perso tempo con cose inutili mentre il proprio paese ha perso il proprio status di superpotenza mondiale.
Bush si è servito delle armi dell’inganno e dell’isteria per condurre l’America in una guerra che la sta uccidendo economicamente, militarmente e diplomaticamente. Una guerra che si sta combattendo grazie a centinaia di miliardi di dollari presi in prestito all’estero. Una guerra che sta insanguinando le truppe militari. Una guerra che ha fatto perdere agli Usa la propria cosiddetta “leadership morale” e li ha esposti all’esercizio di un potere aggressivo e sconsiderato.
Intenta nella macchinazione della “guerra al terrorismo”, l’amministrazione Bush ha deviato le risorse economiche dalle dighe di New Orleans all’Iraq, con il risultato che adesso ci si ritrova con un fattura di ricostruzione di 100 miliardi di dollari in cima alla lista delle spese di guerra.
Gli Usa sono così a corto di truppe che i neoconservatori stanno sostenendo con forza l’ipotesi di affidarsi a mercenari stranieri, pagati dai cittadini statunitensi.
Gli sforzi degli Stati Uniti per isolare l’Iran sono stati vanificati da l’azione congiunta di Russia e Cina, due potenze nucleari verso le quali Bush non può permettersi di fare il prepotente.
La guerra in Iraq ha avvantaggiato tre beneficiari: al-Qaeda, l’Iran, l’industria bellica Usa e gli amici di Bush e di Cheney che ricevono contratti milionari.
Tutti gli altri hanno perso.
La guerra ha donato ad al-Qaeda nuove reclute, prestigio e un terreno di addestramento.
La guerra ha unito in alleanza l’Iran alla maggioranza sciita irachena.
La guerra ha incrementato i profitti del settore industriale militare e delle imprese di ricostruzione a spese di 20.000 tra morti e feriti nei soldati Usa e decine di migliaia di civili iracheni complessivamente colpiti.
Il partito repubblicano ha perso, perché il suo pregiudiziale sostegno al conflitto non è condiviso dall’opinione pubblica.
Il partito democratico ha perso perché, malgrado la contrarietà della maggior parte dei propri rappresentanti, nei confronti della guerra si dimostra codardamente acquiescente, rendendosi un’entità politica irrilevante.
Recenti sondaggi evidenziano che la maggioranza dei cittadini statunitensi crede che gli Usa non riusceranno a vincere la guerriglia irachena. La maggioranza è a favore del ritiro e al dirottamento delle spese belliche verso la ricostruzione di New Orleans. Nonostante l’evidenza della volontà popolare, i repubblicani continuano a sostenere una guerra sgradita.
Fatta eccezione per Cynthia McKinney e per John Conyers, i Democratici hanno completamente ignorato la manifestazione di Washington contro la guerra del 24 settembre scorso. Il partito democratico sembra essere legato agli stessi gruppi d’interesse che condizionano il partito repubblicano, e sta rifiutando l’opportunità offerta dalla maggioranza dei cittadini americani che chiedono di essere rappresentati da uno schieramento politico a favore del ritiro dall’Iraq.
L’amministrazione Bush sta sforando i propri bilanci per una cifra attorno ai mille miliardi di dollari all’anno. Il deficit federale si aggira sui 500 miliardi di dollari. Il deficit commerciale degli Usa sta raggiungendo i 700 milioni di dollari.
Il deficit di bilancio viene finanziato da governi stranieri, asiatici in particolare, che ora, semmai volessero decidere di fare uso del potere che George Bush ha conferito loro, vanterebbero sufficiente potere contrattuale verso gli Usa da influenzarne l’andamento dei tassi d’interesse e il valore del dollaro.
Il deficit commerciale viene finanziato trasferendo la proprietà Usa di determinati flussi di risorse attuali e futuri a soggetti stranieri, compromettendo il benessere sociale generale per la perdita di ricchezza accumulata.
È prevedibile che la Cina incrementerà la propria disponibilità di risorse Usa trasferite, impossessandosi dei mercati statunitensi, attraendo l’industria manifatturiera Usa grazie a fittizi tassi valutari e all’acquisizione della stessa tecnologia americana.
La strategia cinese consiste nel sopravvalutare il dollaro per incoraggiare il trasferimento delle risorse economiche dagli Stati Uniti alla Cina, una tecnica che comprime i tassi d’interesse Usa ad un livello artificialmente basso.
I valori degli stock e dei bond americani dipendono dal sostegno che le politiche economie dei paesi asiatici forniscono al dollaro e ai tassi Usa.
Nel momento in cui l’Asia realizzerà il proprio obiettivo in termini di primato manifatturiero, innovazione e ricerca&sviluppo, la strategia cambierà. Una volta che la Cina avrà completato la propria acquisizione di know-how statunitense, non avrà più ragione di sostenere la crescita del dollaro.
Quando il dollaro cadrà, costi, profitti, tassi d’interesse e, quindi, standard di vita, si modificheranno drammaticamente. I costi e i tassi d’interesse cresceranno; i profitti, gli standard di vita e di equità sociale precipiteranno.
Queste spiacevoli controindicazioni per attuarsi attendono solo la decisione dei giganti asiatici di tagliare il sostegno al risanamento dei bilanci Usa. Ciò accadrà solo quando questo sostegno non rientrerà più fra gli interessi degli stessi paesi asiatici.
Quando l’Asia affosserà il dollaro, il governo Usa comprenderà che la propria politica fiscale e la propria politica monetaria non forniranno rimedi per scampare alle drammatiche conseguenze.
Rispetto allo stato del budget degli Usa e al deficit commerciale, il terrorismo diventa un problema minore. Il pericolo incombente è che ora gli Stati Uniti potrebbero fronteggiare la perdita da parte del dollaro del proprio ruolo di valuta di riserva. Sarebbe una grave degenerazione, dalla quale il paese non si riprenderebbe.
Un governo intelligente realmente interessato alla sicurezza del proprio paese troverebbe un modo ragionevole di affrontare queste criticità economiche ed evitare che, prima o poi, il deficit degli Usa esploda. La difficoltà delle imprese statunitensi di esportare lavoro e allocare le produzioni all’estero rende ancora più critica la gestione di un budget sconvolto dalla guerra, dai disastri naturali, dall’impatto demografico sul sistema sanitario e sulla sicurezza interna.
Le dinamiche del mercato mondiale stanno rapidamente mettendo a rischio la stabilità politica degli Stati Uniti d’America. Una minaccia più seria di quella che potrebbe mai rappresentare qualsiasi Osama bin Laden di turno.
Per i Democratici e i Repubblicani il tempo per porre fine alla distrazione di una guerra insensata e tornare ad occuparsi dei veri problemi del paese sta sfuggendo di mano.
Fonte: http://www.counterpunch.org/roberts09262005.html Tradotto da Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media
Iraq : direttore Reuters , esercito USA blocca informazione di Mauro Giannini
L'accusa all'esercito USA di ostacolare i giornalisti e di provocare incidenti mortali agli operatori della stampa proviene questa volta non da un'associazione per la difesa della liberta' di espressione, ma dall'autorevole direttore di una delle maggiori agenzie di stampa del mondo, Reuters.
David Schlesinger, direttore della gestione globale Reuters, ha scritto al Senatore John Warner, presidente della Commissione delle forze armate del Senato statunitense, chiedendogli di veicolare al segretario della difesa Donald Rumsfeld la "grande e diffusa preoccupazione nel mondo dei media sul comportamento delle truppe USA" in Iraq, che e' "fuori controllo".
I soldati americani tentano infatti di impedire alla stampa di rendere noto cosa accade in Iraq e pertanto si verifica "una serie di incidenti di disturbo" in cui i giornalisti restano uccisi o sono arbitrariamente o illegalmente arrestati.
A giudizio di Schlesinger le uccisioni e gli arresti dei giornalisti costituiscono di fatto una pressione sugli operatori dei media che limita la liberta' di stampa impedendo la piena indipendenza e la completezza dell'informazione, limitando la liberta' "che gli USA dicono di volere".
Warner incontrera' oggi il capo del Pentagono e Schlesinger gli ha chiesto di domandare a Rumsfeld di risolvere questa questione "in modo che siano bilanciati i legittimi interessi di sucurezza delle forze armate USA in Iraq e gli egualmente legittimi iunteressi dei giornalisti in zona di conflitto sotto le leggi internazionali".
66 operatori dei media sono stati uccisi in Iraq dal marzo 2003. Molti di essi erano iracheni corrispondenti per testate occidentali. Le forze americane hanno ammesso di aver ucciso tre giornalisti della Reuters, fra cui di recente Waleed Khaled, sparato il 28 agosto a Baghdad, ma l'agenzia di stampa internazionale crede che anche un quarto giornalista, che e' stato ucciso lo scorso anno mentre lavorava a Ramadi, sia rimasto vittima del "fuoco amico".
Gli Americani hanno affermato di essere sempre stati nel giusto a sparare, e che le morti sono state accidentali, ma il direttore di Reuters ricorda che Washington ha rifiutato inchieste indipendenti e trasparenti sui fatti. Mai nessuno e' stato sanzionato per quelle morti, anche quando i soldati avevano ammesso di esserne gli autori, come nel caso dell'Hotel Palestine.
Di recente, poi, si sono avute diverse esecuzioni di giornalisti locali o stranieri con un colpo alla testa. In alcune occasioni, testimoni hanno affermato di aver visto uomini in divisa prelevare la vittima poche ore prima del ritrovamento del corpo.
Gli Stati Uniti hanno imposto l'evacuazione degli operatori della stampa - "per motivi di sicurezza", ma pena l'arresto o l'allontanamento con la forza - da molte zone calde, come l'assedio di Najaf.
Unica eccezione i giornalisti al seguito dell'esercito, i cosiddetti "embedded", che hanno accettato di seguire appositi regolamenti che li vincolano a girare sempre accompagnati dai soldati USA ed a non riportare cio' che potrebbe riguardare segreti militari o danneggiare l'immagine dell'esercito.
www.osservatoriosullalegalita.org
Belgrado capitale del basket europeo 29.09.2005 Da Belgrado, scrive Danijela Nenadić Il campionato europeo di basket è stato un evento di eccezionale rilevanza per la Serbia e Montenegro, che, nonostante l'uscita di scena precoce della propria rappresentativa, ha portato un'ondata di ottimismo tra la gente e un'immagine positiva del paese L'oro della Grecia Domenica 25 settembre si è concluso il campionato europeo di pallacanestro svoltosi in Serbia e Montenegro (SM). Sul gradino più alto del podio è salita la rappresentativa della Grecia, che ha portato a casa una medaglia d'oro a lungo attesa. La medaglia d'argento è andata alla rappresentativa della Germania, trascinata da Dirk Nowitzki, stella NBA, che si è conquistato le simpatie del pubblico belgradese. Il bronzo è andato alla Francia. La rappresentativa della Serbia e Montenegro, che giocava in casa, è uscita agli ottavi di finale, infliggendo così alla "nazione della pallacanestro" un'enorme delusione. Tutti si aspettavano infatti l'oro. Non sono mancate critiche e commenti negativi sul conto dei dirigenti e dei tecnici della nazionale di pallacanestro.
Il 34-esimo campionato europeo di basket si è tenuto dal 16 al 19 settembre in quattro città della Serbia e Montenegro: Vrsac, Novi Sad, Podgorica e Belgrado.
Per un piccolo paese, politicamente ed economicamente instabile quale è la SM, poter organizzare un campionato europeo ha avuto un forte significato, a prescindere dagli aspetti prettamente sportivi. Si tratta infatti della prima grande manifestazione la cui organizzazione è stata affidata interamente alla SM, e i preparativi per questo avvenimento sono durati anni. Le squadre locali, le quattro città, i rappresentanti dello stato federale e ciascuna repubblica, hanno fatto degli sforzi enormi per far sì che il campionato si svolgesse in totale tranquillità.
In questo senso il campionato europeo è stato vissuto come l'occasione chiave per promuovere il potenziale locale in termini culturali, economici e turistici. Un'occasione per mostrare un'immagine del paese diversa e positiva all'opinione pubblica mondiale ed europea.
A giudicare dai commenti più che positivi che in questi giorni stanno giungendo non soltanto dai rappresentanti della Federazione europea della pallacanestro, ma anche dai giornalisti stranieri che hanno seguito il campionato, dai membri di tutte le rappresentative, e dai tifosi che hanno soggiornato in SM, è evidente che è stato fatto un grande lavoro i cui gli effetti finali saranno però valutabili solo nel periodo a venire. Prima di tutto ci si riferisce al numero di turisti che in futuro visiteranno la SM, ma anche ai contatti realizzati che dovrebbero rafforzare la collaborazione e l'impegno degli investitori stranieri nel Paese.
Benché i dati ufficiali non siano ancora disponibili, i rappresentanti dell'Organizzazione turistica di Belgrado, hanno fornito un dato di massima, secondo il quale, per l'intera durata del campionato, la sola Belgrado è stata visitata da circa 20.000 persone, per lo più sloveni e greci. Un grande numero di sloveni ha soggiornato a Belgrado durante i primi dieci giorni di partite, e la loro presenza è stata vista con grande simpatia. Il pubblico locale "tifava" affinché gli sloveni passassero il turno così da dare una mano all'economia locale, essendo percepiti come grandi consumatori. I tifosi greci, per la finale, sono corsi a Belgrado dove, secondo le loro parole, si sentivano come a casa propria. Quasi tutta la popolazione della Serbia all'unisono tifava per la squadra greca, sottolineando per l'ennesima volta la vicinanza con i "fratelli greci ortodossi".
Le implicazioni politiche e l'isolamento decennale hanno lasciato delle tracce profonde nei cittadini, e la cosa si è potuta vedere anche durante il campionato. Sembra che delle comunità della ex Jugoslavia siano stati "perdonati" solo gli sloveni, percepiti come vicini ai serbi. Secondo le parole di un tifoso sloveno, ospite alla televisione statale, i due paesi sono simili in molti aspetti. In futuro ci si aspetta che la Serbia e Monteengro divenga meta stabile di turisti ed investitori sloveni.
Messaggi politici sono stati espressi in vari modi, e uno dei più evidenti è stato indirizzato alla rappresentativa della Croazia. Durante la partita Slovenia-Croazia, che si è giocata all'Arena di Belgrado, i tifosi sloveni e serbi insieme scandivano cori - anche molto offensivi - contro la Croazia. A Podgorica invece la squadra croata ha ricevuto il sostegno del pubblico. Un segnale chiaro delle difficoltà che sta incontrando l'Unione tra Serbia e Montenegro. Un'altro segnale in tal senso? Di fronte alla "Moraca", palasport della cpaitale montenegrina, sventolavano tutte le bandiere dei Paesi partecipanti tranne quella dell'Unione Serbia e Montenegro.
Slogan degli europei di basket La SM ha reso onore allo slogan con cui è stato promosso il campionato - "Benvenuti nel paese della pallacanestro", perché in due settimane, quanto è durato il campionato, ha dimostrato di essere un paese che ama lo sport e che desidera ospitare altre grandi manifestazioni. A differenza di alcuni campionati europei precedenti, tutte le partite hanno visto un'ottima affluenza di pubblico, e questo nonostante la rappresentativa locale sia uscita precocemente di scena. La finale ha battuto ogni record con 19.000 spettatori. Per ora è la finale più seguita nella storia dei campionati europei. Un altro risultato positivo è l'atmosfera fantastica creatasi durante la finale, dove in modo sportivo e leale sono state sostenute entrambe le squadre finaliste.
Ma è belgrado ad essere stata la più grande vincitrice di questa competizione internazionale. Tutti i servizi hanno svolto bene il loro lavoro, dall'organizzazione nelle sale sportive, all'alloggio, alla questione della sicurezza degli ospiti, alla ricca offerta culturale. L'organizzazione turistica di Belgrado ha preparato una serie di eventi tra i quali la "Noc muzeja", notte dei musei e poi concerti e spettacoli teatrali.
l'Arena di Belgrado Belgrado, così come le altre città che hanno ospitato le partite, negli ultimi due anni si sono preparate in modo intenso per il campionato europeo, lavorando prima di tutto sulle infrastrutture. L'investimento più importante è stata l'imponente "Arena" di Belgrado, una delle sale chiuse più grandi e più belle d'Europa, la cui costruzione è iniziata quindici anni fa ed è terminata l'anno scorso. "Arena" soddisfa tutti gli standard più moderni, con un'ampiezza di 48.000 m2 e una capacità di 20.000 persone. Si era iniziato a costruire l'"Arena" per il Campionato mondiale di pallacanestro del 1994, che avrebbe dovuto svolgersi nella allora Federazione di Jugoslavia, ma che per noti motivi politici fu spostato a Toronto. A causa di mancanza di fondi i lavori furono interrotti e ripresero solo dopo il cambio di governo nel 2000. L'intero fondo di investito per l'"Arena" è di 30 milioni di euro, e il principale investitore è il Segretariato per lo sport e per i giovani del Comune di Belgrado. Tuttavia, l'"Arena" non potrà sopravvivere economicamente soltanto con avvenimenti sportivi, pertanto è utilizzata anche per concerti, spettacoli del circo, fiere e congressi. La cosa più importante è che sia diventata membro dell'associazione europea delle grandi sale, la quale metterà l' "Arena" sulla mappa dei luoghi che verranno visitati da personaggi di fama mondiale. Si inizierà con il famoso illusionista David Copperfield, che speriamo non disveli questa ventata di "normalità" arrivata in Serbia e Montenegro assieme al pallone da basket. www.osservatoriobalcani.org/
Galloway: il “politico di sinistra” preferito dai Repubblicani USA? Francesca Garrisi Questi alcuni stralci del recente intervento del giornalista indipendente Greg Palast su alcune dichiarazioni del deputato inglese George Galloway. Anche in replica alle posizioni di quest’ultimo, nei giorni scorsi Greg Palast è intervenuto, insieme a Cindy Sheehan e altri, all’imponente manifestazione organizzata da Anti-War Network e United for Peace and Justice di fronte alla Casa Bianca di Washington, DC.
Durante la sua discussione con Salman Rushdie al recente Festival TV di Edimburgo, qualcuno ha chiesto a George Galloway se la televisione avrebbe trasmesso l’adattamento del romanzo di Rushdie “I versetti satanici”. Secondo Rushdie, Galloway avrebbe replicato, “Se non segui i dettami religiosi, devi pagarne le conseguenze”. Ciò rapprentava un indubbio assenso alla sentenza di morte della fatwa emessa a suo tempo contro Rushdie dall’Ayatollah Khomeini. Sommate questo alla conclamata opposizione di Galloway in Parlamento al diritto delle donne di abortire, ed avrete la versione inglese di Pat Robertson. Che succederà adesso? “Celebrerà” il coraggio, la forza e l’infaticabilità dei bombaroli delle cliniche che praticano l’aborto, così come ha fatto con Saddam?
L’Onorevole deputato della Camera dei Comuni Inglese è diventato oggetto dell’amore dei progressisti statunitensi per le sue accuse frontali circa la falsità del nostro governo a proposito dell’invio delle nostre truppe in Iraq. Io stesso ho menzionato Galloway con ammirazione.
Ma l’uomo che ha celebrato il “coraggio” di Saddam Hussein nel 1994, che oggi non può rispondere né lo farà per i milioni di dollari entrati e spesi, ricevuti come contributi di solidarietà per l’acquisto di medicine per i bambini iracheni, non è certo la scelta migliore come portavoce del fronte anti-guerra.
Da dove viene costui? Chi lo ha invitato qui? La risposta è: i senatori Repubblicani americani. Mentre Cindy Sheehan si guadagnava i favori dell’opinione pubblica come Mamma Gold Star contro le uccisioni in Iraq, il partito repubblicano decideva di importare un bersaglio più facile da colpire. Così hanno portato qui il pazzo fondamentalista religioso “Celebro-il-tuo-coraggio-Saddam”, che non ci sa dire dove sono andati a finire quei soldi.
E’ per questo che i Repubblicani lo hanno scelto per noi. Questo volgare personaggio da fumetto, la cui “caritàsi e arricchita con il bottino dei profitti dello scandalo Oil-for-Food, è l’immagine che loro preferiscono in TV a Cindy Sheehan, con la quale non osano confrontarsi.
Alcuni progressisti ben intenzionati hanno detto che quanto ho detto circa Galloway avrebbe fatto il gioco “dell’altra parte”, questa non è una gara della Coppa del Mondo con squadre contrapposte, è una Guerra Mondiale, che lascia sul terreno troppi corpi morti accatastati.
Galloway dice “Io ho dei principi religiosi e mi sforzo di vivere secondo questi. Ho combattuto tutta la mia vita contro l’aborto e l’eutanasia”.
Bene, signor Galloway, lei può vivere in base ai suoi valori religiosi—contro la libertà individuale, (in favore) delle fatwa, (celebrando il “coraggio”) di Saddam—ma in troppi stanno MORENDO per le sue convinzioni religiose.
Ammetto di essere stato imbrogliato da Galloway. Sono stato il primo giornalista in Gran Bretagna a correre in sua difesa in televisione quando è stato accusato di atti illeciti. Ho voluto credergli, ma i fatti lo condannano—e (condannano) noi, se non agiremo con onestà in base ai nostri imperativi morali.
Il signor Galloway ha detto all’Independent: “Non sono così a sinistra come potreste pensare”. E infatti non lo è. www.politicaonline.it
Il surreality show in cui ha vibrato il villaggio globale Culture Digitali Riceviamo e volentieri pubblichiamo, in due parti, questo intervento scritto a quattro mani da Derrick de Kerckhove, docente presso la Facoltà di Sociologia dell’Università Federico II di Napoli, e Vincenzo Susca, Mcluhan Fellow all’Università di Toronto e ricercatore presso l’ISIMM.
Toronto, 21 settembre 2005, ore 20:30. Dopo una lunga giornata di lavoro spesa nella Coach House del McLuhan Program in Culture and Technology dell’Università di Toronto – laddove il genio canadese profetizzava l’implosione in un abbraccio globale dell’umanità elettronicamente mediata – ci spostiamo a pochi metri in un pub di Bay Street per concludere in modo più disteso, con una birra e ali di pollo, la finestra del 21 settembre 2005. Una volta accomodati e nel tentativo – semplice e al tempo stesso un po’ forzato – di portare la conversazione verso spiagge più terrene, o quantomeno più leggere rispetto a quelle frequentate nelle ore di lavoro, improvvisamente cogliamo nell’atmosfera la presenza di un atteggiamento diverso dal solito da parte dei clienti del locale. La musica è assente e gli sguardi degli astanti sono proiettati verso gli schermi televisivi, come se in quel momento ciò che accadeva nel locale non fosse importante, come se il centro di gravità del mondo si fosse spostato sullo schermo, laddove scorrevano in diretta le immagini surreali dell’infortunato volo 292 Jet Blu con destinazione New York. La caratteristica propria del linguaggio televisivo fa sì che non sia semplice realizzare immediatamente l’effettiva “realtà” dell’evento trasmesso. Il flusso di immagini, infatti, forma e contenuto proprio della narrativa del piccolo schermo, è solito confondere lo spettacolo con l’attualità, la fiction con il racconto dei fatti, il sacro con il profano. La fantasmagoria televisiva ha la capacità precipua di “mischiare le carte” e di far confluire nello stesso istante eterno, in una dimensione surreale, l’immaginario e il reale. E’ stato il filosofo francese Jean Baudrillard, in effetti, a spiegare in maniera affascinante, seppure enigmatica e con sfumature tenebrose, la perdita di peso che sta subendo la dimensione propria del reale nell’epoca della video-sfera, la scomparsa del referente originario ad essa legata e l’avvento di una condizione esistenziale, quella postmoderna, segnata dall’invasione del simulacro.
Ci vuole un po’ di tempo, quindi, nonché la necessità di mettere in moto le proprie doti di discernimento, per capire che le immagini trasmesse dalla CNN con il solito tono eccitato sono in effetti testimonianze live – vive – di una possibile tragedia in corso d’opera. L’Air Bus 320 decollato da Los Angeles con 139 passeggeri a bordo e sei membri dell’equipaggio non è una creatura di Hollywood né un fantasma dell’industria culturale, ma sta “in effetti” attraversando i nostri cieli, al di là e al di qua di quel piccolo schermo in cui tutto il mondo si ritrova unito in una vibrazione collettiva. Supportato dal sospiro, dal fremito e dal tifo della platea globale quel carrello è in effetti fuori uso e il pilota – l’eroe – deve consumare il grosso del carburante a disposizione in modo tale da evitare un eventuale incendio nell’atterraggio più spinoso e compartecipato della storia dell’umanità. E’ tutto il mondo, sono tutte le identità proiettate in quell’abitacolo attraverso la finestra televisiva, a scongiurare il peggio, a incrociare le dita e a sentirsi, su qualsiasi sgabello, sedia o divano, parte in causa della posta in gioco. “E’ come se fossi lì”, esclama un vicino del nostro tavolo.
Ciò che accade ogni volta che una grande tragedia o festa collettiva si consuma sugli schermi dei media di massa è precisamente la cristallizzazione di un istante eterno in cui le dinamiche della vita quotidiana si sradicano dal loro habitat proprio e si e-stendono nel mondo, esperiscono una vibrazione collettiva, si confondono e condividono sensazioni lontane eppure così vicine. Si tratta precisamente dell’esperienza del villaggio globale, allorché, utilizzando le parole di Marshall McLuhan, tramite la mediazione delle tecnologie elettroniche “indossiamo l’intera umanità come una pelle”. Gli occhi delle persone sedute di fronte a noi lasciano trasparire scintille di terrore e preoccupazione; in quel momento non sono più lì con noi, ma proiettati nello schermo-aereo (qual è lo schermo e qual è l’aereo?) a soffrire con loro, come loro.
Le differenze culturali, le inconciliabili visioni del mondo, tutto ciò che separa i diversi “io” e “noi” della terra sono sintetizzati e proiettati nell’hic et nunc di quello schermo-abitacolo; non siamo più in grado di capire fino a che punto stiamo abitando la dimensione fantasmatica dello schermo o quella drammatica dell’abitacolo, ciò di cui siamo sicuri è che il pub è in quel momento un non-luogo, gli altri che ci circondano sono dei fantasmi perché noi non siamo lì e loro neppure. La mediazione tecnologica trasferisce il sentire collettivo al di là del tempo e del luogo in una dimensione in cui l’umanità esperisce se stessa, nella paura della morte, come un’entità compatta, un “corpo unico in pericolo”.
Ecco la straordinaria leva socio-culturale sulla quale si poggiano e plasmano le figure del sentire collettivo postmoderno; la dimensione della catastrofe, l’aspetto tragico dell’esistenza, insieme all’epifania delle grandi feste e cerimonie, sono i dati simbolici su cui si rifonda la socialità al di là della ragione astratta, degli imperativi categorici, delle barriere ideologiche e degli stati-nazionali che hanno forgiato la modernità occidentale. Proprio nel momento in cui la comunicazione dell’esperienza si avvale delle più robuste tecniche di ipermediazione tecnologica si realizza il massimo della trasparenza tra me e l’altro, in cui siamo fusi e confusi in un contatto che è più tattile che visuale, più spirituale che razionale. Effetto perverso della società dello spettacolo: le tecnologie elaborate e messe in forma dalle fucine scientifiche del positivismo occidentale vengono détournate esattamente per resuscitare una dimensione magica e sensibile dell’essere-insieme! Possiamo quindi comprendere appieno, tramite questi dettagli della vita quotidiana, cosa suggerisce Michel Maffesoli quando mette in luce l’emergenza di una “saggezza dionisiaca” che scorrerebbe nelle vene della cultura postmoderna.
Cosa succede nel frattempo nell’aereo? “Living in a paradox” è stato il suggestivo sottotitolo del Festival di Ars Electronica tenutosi a Linz nella prima metà di settembre. Il paradosso vuole che le nostre 145 vite-mondo in pericolo, che assorbono nei propri corpi e si fanno carico della proiezione-implosione di tutto il villaggio globale, riescano a percepire realmente l’entità e il rischio che stanno correndo solo tramite la mediazione tecnologica televisiva. Le caute informazioni distribuite dal comandante dell’aereo vengono presto smentite dall’invadenza dei piccoli schermi e dal tornado dell’informazione. Un altro paradosso, quindi: l’occhio televisivo, installato nel veicolo per distrarre il passeggero e rendere il suo viaggio più confortevole, diviene il meccanismo tramite il quale rivelare la possibile tragedia alla platea, annunciando alle persone a bordo che in quel momento la loro vita ha smesso di essere un affare privato ed è divenuta la “posta in gioco” di una grande esperienza collettiva. I viaggiaspettatori divengono consapevoli della realtà attraverso l’occhio delle telecamere della CNN, il quale rappresenta il binocolo e al tempo stesso la pelle del mondo che li guarda, li contiene e supporta – ma che, in modo più radicale, in quel momento è loro-con-loro. L’estensione nel dispositivo tecnologico consente di abbandonare la prospettiva separata e incompleta del punto di vista individuale per indossare quella del “punto d’essere totale”, laddove io non sono più “io” nel pub e loro non sono semplicemente “loro” stretti tra le cinture di sicurezza e avviluppati nell’incubo di un destino tragico. Per capire esattamente chi sono e cosa sto vivendo devo spogliarmi della mia identà, della mia posizione nel mondo e dei limiti del mio sguardo per sciogliermi nei flussi di quelli che Alberto Abruzzese definisce gli scenari dell’abitare contemporaneo: i mass media e i loro schermi-pelle sensibili.
Si tratta di qualcosa di ancora più raffinato della realtà virtuale perché mette in gioco un esodo dalla gabbia dell’identità separata del moderno verso una compartecipazione quasi orgiastica alla vita e al sentire comunitario che – portando al suo estremo la forza del paradosso – solo consente la piena comprensione della propria presenza al mondo. Capisco cosa sto vivendo in quel momento solo immergendomi nella prospettiva sinestesica dello schermo-mondo televisivo, laddove mi rendo conto che quel carrello è bloccato, che la mia-nostra vita è in pericolo, che accanto a me non ci sono solo 144 persone e che, in realtà, un’aura collettiva ammanta l’aereo in cui è a bordo il villaggio globale. La media-sfera corrode quindi le fragili barriere dell’informazione a metà fornita dal comandante e consente di esperire “totalmente” e persino in anticipo il proprio destino, assaggiando il brivido della morte quando le fiamme si propagano dal carrello e tirando il sospiro di sollievo più esteso e condiviso della storia quando l’aereo si adagia con un ultimo fremito fermo nella terra ferma.
“La Jet Blue è molto felice di potere annunciare che il volo 292 è atterrato senza incidente alle 18:19. Nessuno tra passeggeri e equipaggio è rimasto ferito”, comunica il portavoce di JetBlue, Brian Parrish.
A Toronto sono le 21:19, il sorriso-sospiro di sollievo seguito alla buona notizia è la leva-rito che serve a sciogliere l’incantesimo, a riportarci nel pub un’altra volta uno di fronte all’altro, dopo essere stati fusi indistintamente nel “tutto” del villaggio globale, confusi nel suo immaginario collettivo. Un’altra volta, come l’11 settembre anche se in una differente modulazione, nulla tornerà come prima perché un altro tassello di un nuovo modo di esperire la coscienza del me e dell’altro si è inscritto indelebilmente sulla nostra info-sensibilità, sulla nostra pelle mediatica sempre più elastica e connessa.
Il cameriere cinese si affaccia al nostro tavolo e sussulta con una battuta dal tono liberatorio: “ecco a voi le vostre ali di pollo, non preoccupatevi, il carrello lo abbiamo tolto noi!”. www.politicaonline.it/
settembre 29 2005
Che il nostro grido si senta
Di nuovo. La Casa delle Libertà sta nuovamente tentando il Colpo di Stato sulla legge elettorale. Stavolta in modo più astuto, più subdolo, più orrendo. Annunciato un accordo "politico" nella Casa delle Libertà su una legge elettorale con ben tre sbarramenti (al 2% per i piccoli partiti incorporati in coalizioni, al 4% per i piccoli partiti da soli, al 10% per le coalizioni) e il consueto escamotage truffaldino del premio di maggioranza. La legge in sé è il solito imbroglio per cercare di far sembrare oro il letame, per spremere voti e seggi laddove non ci sono. Ma è il modo che offende. Già la prima volta era uno scandalo. E molti, tra lo stesso centro destra, avevano parlato di truffa e di volere vincere le elezioni senza inganni (Bossi dixit). Ora rifanno la stessa cosa. E' una cosa indegna, un tentativo di logoramento delle resistenze, quasi che a forza di insistere gli oppositori siano indotti a fiaccarsi. Giammai! Mai e poi mai deve passare una legge truffa che più truffa non si può. Si pensi poi che si discuterà da oggi o domani in parlamento con i tempi contingentati per la chiusura del mese. Ciò significa che l'opposizione è stata privata dell'unico mezzo per opporsi a una maggioranza schiacciante e stupida al tempo stesso: l'ostruzionismo. Non solo; si intende far votare l'imbroglio con voti tutti palesi, al fine di evitare i franchi tiratori tra chi, nella maggioranza, teme di perdere il cadreghino con le nuove normative elettorali. Non c'è che dire: complimenti!
Qui non si può più tacere. Faccio appello a quei quattro fedeli che leggono questo blog: gridate la vostra indignazione! Non lasciate che il governo rubi anche l'ultimo baluardo di democrazia!
E poi, permettetemi uno sfogo: ma Ciampi è davvero un buon presidente? Lo sarà davvero se approverà anche quest'ultima legge farsa? Finora lo ritengo corresponsabile di tutte le leggi vergogna approvate da questa maggioranza. Nel nome del rispetto della Costituzione e delle regole del galateo ottocentesco, il buon Carlo Azeglio ha visto transitare, ed ha approvato, tutte le deturpazioni della vita politica, economica e sociale dell'Italia. Mi spiace per lui, ma in futuro il suo nome sarà indissolubilmente legato a questo periodo di disastri, e lui ne sarà responsabile al pari degli autori della catastrofe. Un conto è il rispetto delle regole, un altro l'incapacità di bloccarne la violazione, e la mancanza di forza nel farlo. Vero che senza di lui avrebbe grandinato, ma con lui ha piovuto forte, molto forte....www.bloggers.it/mistok/
Manifestazione dell'Unione. Prodi: «Ci opporremo con ogni mezzo» di red
«Ci opporremo con ogni mezzo alla riforma della legge elettorale che mvuole cambiare le regole del gioco a partita iniziata». Romano Prodi, al termine del vertice dell’Unione, alza il tiro. E annuncia opposizione a tutto campo, «con ogni mezzo e ogni iniziativa, in Parlamento e fuori».
La coalizione marcia compatta. E a dimostrarlo ci sarà anche una manifestazione unitaria, con tutti i leader, a meno di due settimane dalle Primarie. Si parla di un appuntamento fissato per il prossimo lunedì 3 ottobre in un cinema romano. Prodi, tuttavia, spiega che per scegliere la data definitiva bisogna ancora attendere: «Quando conosceremo il calendario dei lavori, si decideranno le azioni da compiere per far sapere al Paese le conseguenze di questa legge. E terremo presente anche il grande problema della legge finanziaria che verrà presentata».
E dal leader dell’Unione arriva anche un duro affondo al presidente della Camera Casini: «Siamo certamente preoccupati del ruolo degli arbitri che invece di esercitare la propria funzione, parteggiano per uno dei giocatori». www.unita.IT
´ARBITRO PARZIALE CURZIO MALTESE
da Repubblica - 29 settembre 2005
LA FARSA della legge elettorale ad personam, concepita per ridurre la probabile sconfitta del Cavaliere e attenuare la possibile vittoria dell´Ulivo, avanza e non sarà facile fermarla. Una maggioranza che si disinteressa dei conti pubblici fuori controllo, della recessione, degli allarmi del fondo monetario o dell´Ue e in definitiva del Paese che governa, ha deciso di concentrare l´ultimo scorcio di legislatura su un unico e miserabile obiettivo. Cambiare le regole del voto a sei mesi dalle elezioni. Cambiarle col solo concorso di una maggioranza che sa di diventare minoranza nelle urne, e dunque pensa di modificare le urne.
Quando l´arbitro è parziale
Procedendo senza nemmeno cercare il consenso dell´opposizione anzi modellando la regola elettorale contro l´opposizione e a suo preciso danno. La legge farsa, ritoccata nei dettagli, ha già superato l´ostacolo della commissione e arriverà ora in Parlamento. Dove godrà di uno sponsor decisivo, Pier Ferdinando Casini. Il presidente della Camera è uno dei padri del ritorno al proporzionale, ma finora aveva cercato di coniugarlo con il tanto sbandierato "moderatismo istituzionale". Oggi è proprio questa cultura centrista, esibita per tutta l´estate come baricentro di responsabilità del Paese, che va in frantumi. Il presidente super partes della Camera, garante di maggioranza e opposizione e soprattutto delle regole, è non il "notaio" (come continua a ripetere per nascondersi) ma il soggetto contraente attivo di una legge che cambia programmaticamente le regole del gioco a danno di una parte e a vantaggio dell´altra. Ecco perché i Ds ieri hanno chiesto a Casini di dimettersi dalla presidenza della Camera sostenendo che «chi è parte in causa non può svolgere il ruolo di arbitro». L´argomento è serio, Casini forse lo ha sottovalutato nella corsa al si salvi chi può. Ieri ha risposto alle critiche dicendo che rinuncerà ad appoggiare la legge se non sarà trovato l´accordo con il centrosinistra. Una promessa curiosa e un po´ tartufesca, dal momento che il centrosinistra ha già urlato ai quattro venti il suo rifiuto all´abolizione del maggioritario e anzi minaccia l´ostruzionismo totale sui lavori. E allora è il presidente della Camera che, come l´altro martire "centrista", Antonio Fazio, finge di non capire. I margini dell´opposizione per bloccare l´imbroglio sono assai limitati. Con l´avallo di Casini e la decisione di Berlusconi nel compiere il capolavoro delle leggi ad personam, la legge beffa rischia di passare a colpi di fiducia. Il sopravvenire di uno scrupolo morale negli alleati di governo è serenamente da escludere. Bossi l´aveva definita «un trucco» e Fini aveva raccolto le firme per il maggioritario puro ma entrambi sono uomini di mondo e si sono arresi ai numeri sciorinati da Berlusconi. Nell´Udc ci sarebbe l´ala moderata e frondista, fiera nei propositi ma sempre puntuale nei cinque anni di governo a chinare la schiena democristiana. Follini aveva escluso di «incendiare il finale di legislatura con un muro contro muro fra maggioranza e opposizione» ma oggi scopre che il suo leader ha il cerino in mano. È vero che il ritorno al proporzionale non piace al Quirinale ma lo stesso Ciampi può fare poco o nulla contro una legge ordinaria che non tocca i principi costituzionali. Rimane la vaga speranza che qualcuno in questo Paese si ricordi che sul sistema elettorale c´è stato un referendum risolto con un plebiscito popolare in favore del maggioritario. Sono passati appena dodici anni ma finora l´hanno ricordato soltanto i radicali, che almeno a questo servono ancora. Il resto è silenzio, a cominciare naturalmente dai telegiornali. Sarebbe l´occasione giusta per rilanciare la protesta, le manifestazioni, i girotondi. Ma l´opinione pubblica è abituata al tradimento della volontà referendaria e la cosiddetta società civile chissà dov´è finita. Forse si è rassegnata nel frattempo a convivere con l´inciviltà di certe leggi. Non rimane allora che rassegnarci tutti all´inevitabile mascalzonata finale, nella certezza che non sarà neppure l´ultima. All´appello manca la legge per salvare Previti. Dopo ci sarà ancora lo spettacolo di Berlusconi e Vespa, soprattutto Vespa, che cercano di convincere gli italiani d´aver rispettato il contratto firmato nel 2001. Infine si voterà, con il sistema migliore per Berlusconi, quindi il peggiore per l´Italia. Almeno in questo, per cinque anni abbiamo avuto un governo coerente.
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Ds Milano - Rassegna stampa
La scure sui sindaci massimo riva
da Repubblica - 29 settembre 2005
La vendetta è un piatto che va servito freddo. Memori di questa cinica massima, Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti la stanno ora mettendo in pratica con accorta determinazione. Gli italiani non hanno votato per il Cavaliere e soci in tutte le ultime tornate amministrative, consegnando al centrosinistra la guida di importanti città e regioni? Ebbene, ecco arrivato il momento per fargli pagare il conto della loro impertinente ribellione al mago di Arcore. Solo questa considerazione di basso interesse politico-elettorale, infatti, può spiegare la scelta di imporre il taglio più drastico e pesante ai bilanci degli enti locali. Che l´intera struttura amministrativa dello Stato, dal Brennero a Pantelleria passando per Roma, sia oggi in dovere di dare un sostanzioso contributo alla chiusura della falla aperta nei conti pubblici è un obiettivo fuori discussione.
La scure sui sindaci
Ma l´idea che dal centro dello Stato si decida di caricare il maggiore sforzo di aggiustamento sulle amministrazioni periferiche è un´iniquità economica e sociale, che può comprendersi soltanto in forza di motivazioni di convenienza politica. Certo, l´emergenza è tale che ormai non serve neppure attardarsi troppo a sottolineare quanto - ahinoi - quel buco sia effetto di una strategia finanziaria sbagliata e ingannevole concepita dagli stessi che ora sono chiamati a porvi rimedio. Per non perdere il controllo della finanza pubblica (e la faccia in Europa), l´Italia deve tagliare quest´anno il suo deficit di quasi un punto percentuale sul Pil, vale a dire di una somma fra gli 11 e i 12 miliardi di euro. E´ logico che tutti debbano fare la propria parte. Dunque, era immaginabile ed è francamente scontato che la cinghia debba essere stretta anche sui bilanci degli enti locali. Solo che un taglio in una misura che in pratica potrà sfiorare il 10 per cento non è una stretta: in molti casi, perfino nelle più grandi e ricche città o regioni, rischia di far saltare servizi pubblici essenziali e migliaia di posti di lavoro. Fra l´altro, con conseguenze pesanti, ma evidentemente sottovalutate, di depressione di una domanda interna già da tempo languente. Si sovrappongono poi in questa ipotesi dell´accoppiata Berlusconi - Tremonti elementi di ritorsione politica e di incapacità gestionale. Va notato, infatti, che l´ingiunzione di questo sacrificio ai bilanci degli enti locali viene dallo stesso governo che, per quanto riguarda le spese di sua stretta pertinenza, aveva varato il famoso decreto di taglio del due per cento alle uscite di tutti i ministeri. Una misura - si badi bene: pari ad appena un quinto di ciò che oggi si vorrebbe togliere a comuni, provincie e regioni - che si è rivelata un buco nell´acqua perché nessuno di coloro che siedono attorno al tavolo del Consiglio dei ministri l´ha rispettata o neppure tentato di farlo. Precedente che illumina di incredula comicità il reiterato impegno alla potatura delle spese ministeriali. In realtà, nell´impotenza a fare ordine nei propri conti ora il governo fa calare la ghigliottina su quelli altrui. Naturalmente, nessuno pensa che sia impresa facile - per giunta, in un paese ridotto alla crescita zero - reperire i soldi necessari per colmare i buchi che si sono lasciati aprire nel bilancio. Ma dove sta l´equilibrio di una manovra che propone la tosatura più forte mai immaginata per le casse degli enti periferici: sui quali - sia ricordato per inciso - gravano i maggiori costi per i servizi resi quotidianamente alla collettività? Dove sono tutti coloro che da anni ci stanno assordando con la retorica del federalismo? Dov´è la voce di Umberto Bossi e soci? Ovvero stavolta la famigerata «Roma ladrona» può fare quel che vuole nel silenzio assoluto dei sedicenti federalisti padani? E, per favore, non si venga a sbandierare come equo contrappasso il proposito di tagliare di un analogo dieci per cento anche le indennità dei parlamentari. Siamo seri: i costi della politica c´entrano assai poco con le indennità dei parlamentari, ma molto, molto di più con il numero dei medesimi, nonché dei consiglieri e assessori regionali, provinciali, comunali. Si vuole che anche gli enti locali facciano risparmi permanenti e strutturali? La via maestra è quella di ridurre la quantità di «professionisti» della politica, che in Italia raggiunge vette sconosciute in altre anche più solide e mature democrazie rappresentative. Ma chi ci pensa? Certo non coloro che oggi stanno impasticciando di gran fretta una riforma elettorale mirata solo a conservare più poltrone e più prebende per se e per i propri fedelissimi. Dulcis in fundo, va segnalato che sembrano aver fatto breccia nel governo i forti dubbi sulla possibilità di ricavare da tre a quattro miliardi di maggior gettito con la lotta all´evasione fiscale. Nel testo della Finanziaria non se ne farà cenno ma, come già accaduto, durante l´esame parlamentare spunterà a copertura l´ennesimo condono, che il governo farà finta di subire. Cosicché la pistola puntata alle tempie degli evasori sarà niente meno che la terrificante arma dell´amnistia tributaria. Un espediente in grado di squalificare da solo tanto la manovra quanto il governo che la sta allestendo. Purtroppo, anche l´Italia intera agli occhi dell´Europa.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Competitività: Italia dietro a tutti i Paesi occidentali redazione
Non sarà certo facile per Silvio Berlusconi additare come dei "catastrofisti bolscevichi" gli esperti del World Economic Forum che hanno oggi relegato l'Italia al 47° posto nella classifica mondiale sulla competitività. 47° su 117 (stessa posizione dello scorso anno), dietro a tutte le cosiddette "democrazie occidentali". Molto dietro alla Svezia (terza), agli Stati Uniti (secondi) e alla Finlandia (prima), ma dietro anche a nazioni come il Cile e la Tailandia.
Solo due settimane fa l'Italia di Berlusconi era stata umiliata da una classifica simile, stilata dalla Banca Mondiale. Secondo l'Istituto, infatti, fare impresa è più difficile da noi che non in Nicaragua, Tunisia, Botswana, Kenia, Emirati Arabi Uniti o Zambia. L'Italia anche in quel caso era ultima rispetto a tutte le nazioni dell'Europa occidentale e del nord-America. In sostanza, la Penisola era stata collocata al 70° posto su circa centocinquanta paesi monitorati. Colpa soprattutto di quella burocrazia alla quale la Casa delle Libertà in occasione della campagna elettorale della primavera 2001 aveva giurato di fare la guerra. Nel rapporto l'Italia veniva spesso citata come l'esempio da non seguire. www.centomovimenti.com
HDC/ ARRESTATO CRESPI, PM: DISTRATTI 15 MILIONI DI EURO Ex funzionario Pci poi sondaggista di Berlusconi
Lugi Crespi, ex funzionario del Pci prima diventare il sondaggista di Silvio Berlusocni e di inventare il contratto con gli italiani esibito dal Cavaliere in tv da Bruno Vespa nella trasmissione "Porta a porta", sta in una cella del carcere di San Vittore a Milano. La guardia di finanza lo ha arrestato questa mattina alle 9 nella sua casa di piazza Cadorna con l'accusa di bancarotta fraudolenta aggravata in relazione al crac Hdc, la società di sondaggi che Crespi aveva comprato da Nicola Piepoli. Nello specifico Crespi è sospettato di aver sottratto 15 milioni di euro dal fallimento di Hdc dirottandoli verso altre società.
L'arresto viene motivato con i rischi di reiterazione del reato e soprattutto di inquinamento delle prove. Crespi, secondo i pm, avrebbe cercato di cambiare le carte in tavola e di rivoltare la frittata dando notizie false ai giornalisti. Nel provvedimento vengono citati soprattutto i rapporti con i cronisti giudiziari di un quotidiano di opposizione.
Hdc era fallita un anno e mezzo fa con un buco che ammontava a circa 35 milioni di euro. La metà circa di questo denaro sarebbe sparito per diretta responsabilità di Luigi Crespi indagato per il crac insieme alla moglie Natascia e al fratello Ambrogio. Nell'inchiesta risponde di bancarotta anche il banchiere Giampiero Fiorani fino a poco tempo al vertice della Bpi. Fiorani ebbe rapporti con Crespi come presidente di Efibanca. Poi Crespi, da indagato, accusò a verbale Fiorani di essere all'origine dei suoi guai.
"Io non finisco mica in galera per tutelare una verità che nessuno vuole tutelare... omissis. A me hanno messo le manette sul tavolo. Questa è la situazione...". Sono le parole dette da Luigi Crespi in una telefonata intercettata il 3 giugno del 2004 tra lui e Deborah Bergamini ex assistente personale di Silvio Berlusconi.
"Il quadro indiziario appare connotato da particolare gravità e consente di rappresentare in termini di qualificata probabilità la colpevolezza dell'indagato" scrive il gip Marina Zelante che in 25 pagine spiega perché ha accolto la richiesta di arresto firmata dai pm Laura Pedìo e Roberto Pellicano. Nel provvedimento si parla inoltre di crediti che Crespi affermava di avere nei confronti del gruppo Mediaset. Viene riportata, a proposito della vicenda di un presunto credito da 229 mila euro, una conversazione tra Crespi e il manager di Mediaset Alfredo Messina. Crespi insiste per definire "la storia delle tv locali" e aggiunge: "Anche se questa cosa qui va in mano al peggiore dei giudici... Diciamoci la verità... non abbiamo nulla da nasconderci... è un fatto... ho fatto una prestazione di lavoro personale". Messina invitava l'interlocutore a smettere di parlare in quel modo esclamando: "Perché continua a insistere su questa cosa!".
Secondo gli inquirenti successivamente Crespi avrebbe incassato dopo il fallimento di Hdc una somma volta a soddisfare non già un credito proprio, ma un credito maturato dalla società fallita. Crespi avrebbe usato denaro di Hdc per transare il contenzioso con Antenna 3.
HDC/ CRESPI, DA INVENTORE CONTRATTO CON GLI ITALIANI AGLI ARRESTI Sondaggista di Holding della comunicazione bloccato stamane Milano, 28 set. (Apcom) - Nel 1995 era l'uomo delle bandierine sulle mappe delle elezioni regionali. Il sondaggista vicino a Silvio Berlusconi sulle cui indicazioni Emilio Fede piantava al Tg4 i vessilli di Forza Italia sullo stivale, lo stesso esperto di comunicazione che nel 2001 aveva inventato il 'contratto con gli italiani'. Ma Luigi Crespi è stato anche il detentore di un quinto del mercato dei sondaggi politici in Italia, dopo l'acquisizione, con la sua Holding della comunicazione (Hdc, fondata nel 2000), di altri istituti demoscopici come la Cirm di Nicola Piepoli e la Directa di Giorgio Calò oltre alla partecipazione in aziende di direct marketing, pubblicità, pubbliche relazioni, e dell'editoria.
Nel frattempo, con lo stesso gruppo aveva fatto in tempo ac acquisire da eBiscom il primo quotidiano on-line italiano, ilNuovo.it. Dopo il fallimento della sua Holding della comunicazione ad inizio 2004 con il fratello Ambrogio fa crescere la Crespi & Crespi, una nuova società di comunicazione con cui recentemente aveva cominciato a occuparsi della campagna elettorale di Ombretta Colli per le comunali milanesi del prossimo anno.
"Le ripeto di non dare nulla per scontato. Di prepararsi ai colpi di scena. È Silvio Berlusconi che ci ha insegnato i colpi di scena" aveva detto solo due giorni fa sul Corriere della Sera, in riferimento alle speranze della Colli come candidata sindaco. La sorpresa oggi è arrivata per lui con l'arresto disposto questa mattina dal Gip Zelante, deciso al fine di evitare il rischio di inquinamento delle prove oltre che di reiterazione del reato di bancarotta fraudolenta aggravata per cui è indagato in merito al crack da 35 miliardi di lire della sua Hdc.
Nell'inchiesta, condotta dai pm Laura Pedio e Roberto Pellicano, è indagato tra gli altri anche Gianpiero Fiorani, l'ex amministratore delegato di Banca popolare di Lodi (ora Bpi), con cui la società di Crespi aveva aperto un contenzioso. Secondo quanto sostenuto dal sondaggista, la Bpl di Fiorani, che deteneva dal 2001 l'11% del capitale di Hdc attraverso Efibanca, avrebbe ritirato il proprio appoggio finanziario al gruppo proprio mentre era in cantiere, per il 2004, il progetto di quotarsi in borsa. http://brunik.altervista.org/20050928205701.html
Come ai tempi del Vietnam Il racconto della manifestazione anti-guerra di sabato 24, da uno che ci è stato
scritto per noi da Thomas Simpson
Sabato 24 settembre, oltre 100mila persone sono scese nelle strade di Washington per manifestare contro la guerra in Iraq e in Afghanistan, chiedendo il ritiro immediato delle truppe americane. La protesta, organizzata da United for Peace and Justice, è stata la più grande degli ultimi anni, ed è stata interpretata da tutti come una conferma del risveglio del movimento contro la guerra negli Usa. Molti hanno osservato l’inusuale presenza di giovani. Thomas Simpson, un americano che ha partecipato anche alle manifestazioni contro la guerra del Vietnam, ha preso parte anche alla protesta di Washington. Ecco il suo racconto.
Sabato scorso ho partecipato alla grande manifestazione pacifista di Washington, C'era la sensazione che i due uragani, Katrina e Rita che colpiva la costa proprio in quel momento, avessero ridotto in parte il senso nazionale di un'energia crescente contro la guerra. Tutti erano d'accordo che da una parte la catastrofe di New Orleans aveva svelato il fallimento della politica Bush, ma dall'altra aveva distratto i media dall'onda crescente di rifiuto della guerra in Iraq. Si parlava di 100-150mila (200-300mila non credo davvero), ma senza Katrina sarebbero stati il doppio.
Sul Metro (che a Washington è ancora nuovo e mantenuto bene, si ha quasi la sensazione di viaggiare "con stile") c’era una bella combinazione di impiegati che andavano al lavoro (nonostante fosse sabato), turisti, e gente mista che andava alla manifestazione. Io stavo schiacciato nel mezzo di un gruppo di 14-15enni di famiglie perbene, tutti vestiti "alla peacenik anni 60" cioè magliette bianche con le firme degli amici e brevi scritte di solidarietà.
I turisti che affollano sempre il centro di Washington sembravano o stranieri oppure americani dagli stati centrali, per i quali venire a Washington è un'insolita esperienza urbana e quindi rischiosa. Sabato sembravano provocati, intimiditi però stimolati dalla presenza di tutti i manifestanti pericolosi di cui avevano tanto sentito parlare nei loro paesi, nelle chiese, e alla televisione. Si sentiva sulle labbra dei più pettoruti l'impulso di dire la solita frase, "Ma voi avete il diritto di protestare solo grazie a noi che abbiamo sacrificato i soldati in guerre lontane!", ma sono riusciti a frenarsi.
La folla riempiva tutto "The Ellipse", il grande parco fra la Casa Bianca e l'obelisco del Washington Monument. Atmosfera rilassata allegra, seduti per terra gruppetti di radicali organizzati che già s'incoraggiavano usando altoparlanti a pila gracchianti, anche quando erano solo in dieci. Una cosa notevole però della folla era che c'era tante gente non affiliata con nessuna organizzazione sindacale o partitica, moltissimi cartelli scritti a mano, relativamente pochi che sfilavano dietro bandieroni d'associazione, cioè molte famiglie, sia giovani che non c'erano all'epoca del Vietnam, sia molte facce di "pacifisti-da-sempre" che conoscevano le lotte contro "la guerra" (del Vietnam) e per i diritti civili, e sembravano molto felici di vedere la forza di questa nuova generazione. C'erano sì cartelli immensi con le scritte volgari (“Bush is a motherfucker”), qualche bandiera rossa, ma l'effetto più forte veniva dalle migliaia di cartelli piccoli che esprimevano pensieri individuali.
Sfilava fra la gente un lunghissimo filo bianco con attaccati dei fogli fotocopiati con le foto di tutti i soldati morti, la corda passava di mano in mano, non ho visto né l'inizio né la fine. C'era anche un piccolo cimitero con croci rosse, una per ogni soldato morto. La cosa importante, già notata altrove, è che in contrasto con le proteste contro la guerra del Vietnam, questa volta la gente sta dalla parte dei poveri soldati, percepiti come vittime del regime spietato di Bush-Cheney-Wolfowitz. L'effetto negativo è che può sembrare che per il popolo contino meno le vittime irachene, però questa politica a favore dei poveri soldati rappresenta una lezione imparata dal movimento contro la guerra del Vietnam ed evita che il regime Bush ci dichiari anti-americani. Il bello di Cindy Sheehan è che rifiuta di porsi come leader di un partito.
Ad un certo punto, mentre ancora continuavano gli interventi dal palco, la massa ha cominciato a muoversi in direzione della 15esima Strada e Constitution Avenue, dove sarebbe iniziato il corteo. Poi la folla ha cominciato a sfilare in direzione della Casa Bianca. Poche filastrocche organizzate in coro. Ho passato un gruppo di cinque uomini al lato del marciapiede che alzavano cartelli contro la manifestazione. Erano per lo più circondati da gente che gli urlava, faceva il verso, cercava di organizzare canti in coro di "Vergogna! Vergogna!", ecc. Sono riuscito ad avvicinare uno che teneva un cartello con lo scritto “Osama bin Laden vi ringrazia”, cercavo di spiegargli che Bush è stato il migliore amico di Osama e che la guerra in Iraq aveva prodotto migliaia di nuovi terroristi. Prima il tipo si è rifiutato di rispondermi. La sua espressione si è ammorbidita un po' quando ha capito che non volevo insultarlo e che lo prendevo sul serio, però dato tutto il chiasso attorno non era il momento per una discussione. Poi la folla mi ha tirato verso la Casa Bianca.
Abbiamo visto un gruppo di ragazzi della Repubblica Dominicana (la manifestazione era in gran parte bianca, ho visto un solo gruppo organizzato di una chiesa nera locale, e ovviamente facce di tanti colori erano sparse fra la folla). Quasi davanti alla Casa Bianca c'era il gruppo di clown che si chiamano "Miliardari per Bush" si vestono in lunghi abiti eleganti e smoking e cantano in coro filastrocche parodiando la politica dei super-ricchi.
Passata la Casa Bianca una prima volta, il corteo ha fatto un lungo giro del Lafayette Park. Ad un certo punto mi sono trovato fra un gruppo di No-Global che forse erano a Washington per contestare la riunione del Fondo Monetario Internazionale, che si teneva in quei giorni. Erano ben più organizzati e più militanti degli altri, in gran parte vestiti di nero, alcuni con i passamontagna alla Black Block, enormi cartelli fatti artisticamente e una specie di carro rotante con tanti tamburi sopra che faceva un fortissimo ritmo. Lì al centro di quel gruppo si stava proprio bene, sembravano più arrabbiati e feroci della manifestazione attorno, si battevano le mani, si saltava, c'era un'atmosfera un po' estatica e una sensazione di gente disposta a fare il prossimo passo. /www.peacereporter.net/
Il lupo Wolfowitz cambia il pelo?
In questo mese ci sono stati due incontri di leader mondiali per affrontare la questione delle terribili condizioni di povert à nel pianeta. In uno di questi incontri si è davvero riusciti a fare qualcosa.
Il vertice mondiale delle Nazioni Unite, a metà settembre, ha deluso quasi tutti i partecipanti. Si intendeva lanciare un'importante riforma delle stesse Nazioni Unite e costringere i paesi ricchi ad assumere impegni più precisi nella lotta alla povertà, ma ne sono risultate solo vaghe dichiarazioni e pochi cambiamenti nell'organizzazione delle Nazioni Unite.
C'era il pericolo che gli incontri della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale dello scorso fine settimana avrebbero fatto la stessa fine, ma non è stato così, grazie ad una forte leadership.
Deve essere dato credito al presidente della Banca Mondiale, Paul D. Wolfowitz, per aver contribuito ad indurre un senso di vergogna nei funzionari degli Stati Uniti e ad indurli perciò a firmare un accordo concreto sull'alleviamento del debito per alcuni dei paesi più poveri del mondo.
In luglio il G.8 (il gruppo dei maggiori paesi industriali) aveva concordato di cancellare il debito di almeno 18 paesi molto poveri, per circa 40 miliardi di dollari. Ma era una promessa vaga con pochi dettagli. Alcuni paesi europei temevano che le somme così perdute avrebbero indebolito istituzioni di credito internazionali come la Banca Mondiale, a meno che gli stessi paesi ricchi stabilissero di accollarsi tali debiti.
Wolfowitz ha rivolto a questi paesi ripetuti appelli perché facessero esattamente questo e la settimana scorsa gli Stati Uniti e gli altri paesi del G.8 hanno firmato una lettera che li impegna in tal senso. Questo dà gli ultimi ritocchi a ciò che potrebbe essere il passo più significativo, in questo decennio, nella lotta contro la povertà nel mondo.
I primi quasi quattro mesi della presidenza Wolfowitz della Banca Mondiale sono stati tranquilli; ciò che è sorprendente data la natura controversa della carica e del personaggio.
Di Wolfowitz, come uno dei promotori della guerra all'Iraq, nel suo ruolo di (ex) vice Segretario della Difesa, alcuni temevano che la sua ideologia conservatrice avrebbe ostacolato una efficace strategia di sviluppo della Banca Mondiale. Ma anche i critici di sinistra non trovano molto da ridire su di lui. Wolfowitz ha giustamente spostato l'attenzione della Banca verso l'Africa ed ha impiegato la maggior parte del proprio tempo a parlare con esperti e con funzionari africani, mentre ha anche studiato le operazioni fatte in precedenza dalla Banca per imparare dagli errori commessi.
Ma il miglior contributo di Wolfowitz finora può essere stato semplicemente quello di avere esortato all'ottimismo.
Operando in una istituzione e con un'opinione pubblica americana entrambe scettiche sul valore degli aiuti finanziari, Wolfowitz ha continuamente fatto presente che le cose in Africa stanno cambiando in meglio e che i contributi internazionali contribuiscono al miglioramento.
L'elenco dei fallimenti della Banca Mondiale è lungo e squallido: programmi che avrebbero dovuto stimolare le economie nazionali e giovare all'ambiente non sono riusciti né in quello né in questo – e hanno invece lasciato i “beneficiari” con enormi debiti.
Questo stato di cose, pensano alcuni, suggerisce che la Banca dovrebbe abbandonare del tutto le politiche di sviluppo. E' merito di Wolfowitz riconoscere che questa storia dimostra solo una cosa: che la Banca deve elaborare migliori politiche. L'alternativa - non fare nulla mentre milioni di persone muoiono di fame o di malattie curabili - è inaccettabile da ogni punto di vista morale, economico e strategico.
da Los Angeles Times
Traduzione per Megachip di Lucio Sponza
Il mito incrollabile di Norman Solomon La storia attuale dovrebbe averci insegnato a rimanere cauti rispetto all’ipotesi leggendaria di mezzi d'informazione sempre inclini a fronteggiare il militarismo È ragionevole stimare che più di 250.000 persone sabato scorso abbiano manifestato contro la guerra in Iraq a Washington, a Los Angeles, a San Francisco e in altre città degli Stati Uniti.
Il giorno successivo, il Washington Post in prima pagina correttamente riportava della “più grande dimostrazione contro la guerra avvenuta nella capitale del paese dall’inizio del conflitto in Iraq”. Ma poi i superficiali e trascurati articoli che seguivano erano gli stessi che si possono trovare oggi – ogni giorno – in qualsiasi quotidiano Usa. E, nel corso del week-end, la maggior parte delle trasmissioni televisive poco o nulla aveva dedicato all’argomento delle proteste di piazza.
L’uragano Rita è stato certamente una causa. Ma anche se il disastro naturale non fosse avvenuto, per l’ennesima volta i notiziari dei nostri media sarebbero comunque stati pronti a minimizzare le vicende sul conflitto in Iraq – e quindi del movimento contro la guerra – per una serie di ragioni.
La saggezza convenzionale tipica di Capitol Hill e delle sale stampa della capitale sta riuscendo a comprimere la copertura mediatica di un fenomeno crescente come quello delle manifestazioni contro la guerra. Il fatto è che il movimento non consentirà che il trattamento riservatogli dai mezzi d’informazione limiti il proprio slancio.
Se, come si dice, “il giornalismo è la prima bozza della storia”, il giornalismo dei media corporativi è solitamente la “visione-sveltina” della storia, raccontata da punti di vista di parte, lontani dalla realtà – sotto gli occhi di tutti – dei movimenti progressisti.
A parte gli stili e le tecnologie mediatiche, ciò a cui stiamo assistendo ora – in termini di copertura mediatica da parte dei maggiori network d’informazione Usa – non è molto distante a ciò che si era assistito durante la guerra del Vietnam.
Un mito incrollabile è quello secondo cui durante tale guerra i media Usa mainstream sarebbero stati duri verso l’amministrazione e avrebbero invece sostenuto i movimenti di protesta contro la guerra. E, in questi giorni – dopo un’estate in cui si è perso il conto degli infortuni in cui è caduto il presidente Bush e in cui così rilevante è stata la presenza sui media di Cindy Sheehan – sembra proprio che molta gente creda che la stampa del nostro paese si stia realmente scagliando contro i signori della guerra di Washintgon.
Ma la realtà è un’altra. La storia attuale dovrebbe averci insegnato a rimanere cauti rispetto all’ipotesi di media inclini a fronteggiare il militarismo.
Quella del Vietnam “fu la prima guerra in cui ai reporter venne concesso di accompagnare sul campo le forze militari e, allo stesso tempo, di poter raccontare i fatti senza il rischio della censura”, scrive l’esperto di media Daniel Hallin nell’eccellente libro ‘The “Uncensored War”: The Media and Vietnam’. Le autorità di Washington calcolarono di non potersi permettere dai corrispondenti di guerra troppe divagazioni nei contenuti delle notizie riportate: “L’integrazione dei media all’interno dell’establishment politico venne decisa per garantire all'opinione pubblica che anche l’ultima traccia del controllo governativo sui mezzi d’informazione – la censura in tempo di guerra – era stata cancellata”.
Diversi reporter attuarono una discreta forma di indipendenza. Hallin conclude: ”Questo fu il punto: nel 1963, quando la strategia politica Usa in Vietnam si frantumò, i media iniziarono a raccontare un quadro della situazione che contrastava nettamente con l’idea in merito che gli ufficiali del Governo stavano cercando di diffondere. Sarebbe accaduto molte altre volte ancora prima della fine della guerra. Quei reporter si erano trasferiti nel Sud-Est asiatico indottrinati da pratiche giornalistiche che prevedevano come le notizie riportate dovessero rispecchiare fedelmente, se non sempre i punti di vista di coloro che stavano ai massimi livelli della gerarchia politica statunitense, almeno la prospettiva della burocrazia degli Stati Uniti in generale”.
Nonostante tutto ciò che da allora è cambiato nel sistema dei mezzi d’informazione, un analogo processo d’infiltrazione rappresenta ancora un’attuale criticità.
Le pressioni economiche risultano a tal proposito tra le forti – e agiscono in piena collaborazione con i centri del potere per mantenere la piena conformità alla guerra. “Sebbene giornalisti, direttori ed editori non siano famosi per essere dei retorici superpatrioti, essi sanno che il dare di sé un’idea in un qualche modo non patriottistica contrasterebbe con l’interesse dei propri lettori, dei propri recensori e dei propri sponsor”, ha affermato l’esperto di media Michael X. Delli Carpini. “Il timore di perdere il pubblico e gli sponsor, specialmente nei periodi di guerra, costituisce un freno alla capacità critica della stampa e la mantiene incatenata al discernimento comunemente accettato”.
I giornalisti nelle sale stampa degli Usa non devono preoccuparsi di esserne – eventualmente – cacciati fuori: le questioni importanti di cui preoccuparsi sono e rimangono soltanto l’approvazione da parte dei colleghi, la sicurezza finanziaria e l’avanzamento professionale.
Intervistato agli inizi del novembre 2003 – con l’occupazione dell’Iraq in piena trasformazione verso una lotta su grande scala contro la guerriglia locale – Hallin ha confrontato la copertura mediatica delle due guerre da parte dei mezzi d’informazione, riscontrandone comportamenti analoghi.
“Quando si avverte la perdita di consensi, i media cominciano a fare più domande”. Nel caso dell’occupazione dell’Iraq, “i Democratici erano rimasti in silenzio per lungo tempo, poi, quando la situazione precipitò, iniziarono ad incalzare con i dubbi e le osservazioni critiche. Si rilevarono discrepanze nell’intesa all’interno dell’amministrazione Bush, e da quel momento i media ricoprirono un ruolo più indipendente”.
Sembra che i reporter debbano ogni volta attendere il via libera da parte dei politici e dei centri del potere prima di allargare i propri orizzonti intellettuali. “Hanno bisogno della certezza che l’argomento in questione rientri nelle ordinarie discussioni politiche del dibattito politico degli Stati Uniti”, ha commentato Hallin. “I giornalisti sono incatenati al contenuto delle loro fonti. I cronisti che si occupano di politica definiscono il valore delle notizie da dare unicamente in base alla possibilità che queste possano compromettere o meno l’esito del successivo appuntamento elettorale. Ma questo non vale soltanto per le discussioni politiche di alto livello. Certo, riguarda anche l’eventualità che le elezioni mostrino un elettorato diviso, o magari il fatto che nascano problematiche morali tra i soldati impegnati in Iraq. Ma la domanda a cui i giornalisti prestano attenzione è: ‘Di cosa stanno discutendo le elite della politica a Washington?’ Questo è realmente ciò che conta nell’agenda delle notizie”.
Quindi, in questo autunno del 2005, di cosa si sta dibattendo a Washington? A parte rare eccezioni, non fanno altro che discutere del come portare avanti l’occupazione dell’Iraq.
I Democratici di alto profilo, e anche qualche Repubblicano, in merito alla situazione irachena amano lamentarsi degli errori commessi, delle lacune programmatiche e dell’assenza di una exit strategy. La versione prevalente del dibattito politico sull’Iraq riguarda ancora la scelta su come decidere di procedere per garantire un futuro alla “missione”.
I politici di Washington non cambieranno idea. I giornalisti non cambieranno idea. Anzi, faranno loro da eco. Solo il movimento contro la guerra potrà far cambiare idea.
L’ultimo libro di Norman Solomon, ‘War Made Easy: How Presidents and Pundits Keep Spinning Us to Death’, è appena uscito. Nuovi Mondi Media ne ha pubblicato la versione italiana, ‘MediaWar’
Fonte: http://www.truthout.org/docs_2005/092605S.shtml Tradotto da Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media
Politica, polizia e crimini di guerra 28.09.2005 Forti polemiche tra l'Alto Rappresentante e i vertici della RS. Coinvolgono anche le indagini sui crimini di guerra commessi contro soldati e civili di nazionalità serba. Secondo il settimanale di Sarajevo DANI, un ulteriore esempio di ingerenza della politica nel lavoro della polizia e della magistratura Di Esad Hećimović, 23 settembre 2005, DANI (tit. orig. Šemsudin Mehmedović i Mustafa Cerovac pred Sudom BiH?!)
Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Ivana Telebak
Le divisioni nazionali e le influenze politiche all'interno della polizia continuano ad essere il maggiore impedimento allo svolgimento di indagini serie sui crimini di guerra. Un parziale riconoscimento di tali divisioni è giunto dall'OHR (Ufficio dell'Alto rappresentante, ndt), solo dopo che le trattative della scorsa settimana sulla riforma della polizia sono fallite e i colloqui per firmare l'Accordo di associazione e stabilizzazione con l'Unione europea, per quest'anno, sono stati rimandati.
Domenica 18 settembre 2005, l'OHR ha reso noto che durante la scorsa settimana è stata consegnata una lettera al ministro degli affari interni della Republika Srpska, Darko Matijasevic, nella quale Lawrence Bulter, il primo vice dell'Alto rappresentante, "preoccupato constata che il ministro ha mescolato pubblicamente la politica con il lavoro della polizia". Nella lettera si critica la direzione del MUP (Ministero degli interni, ndt.) della RS per avere organizzato la conferenza stampa del 9 settembre a Pale, durante la quale la polizia della Republika Srpska ha reso pubblici i dettagli dell'indagine su eventuali crimini di guerra commessi contro i serbi.
L'ambasciatore Butler ha affermato che con "la pubblicazione dei dati relativi alle indagini sui crimini di guerra, il ministro ha violato uno dei principi fondamentali del lavoro della polizia - la sicurezza della procedura d'indagine". Secondo Butler, "informazioni di questo genere dovevano essere passate in modo silenzioso e professionale ai procuratori competenti, per permettergli di svolgere il loro lavoro in un'atmosfera che avrebbe contribuito all'applicazione dei termini di legge". Il primo vice dell'Alto rappresentante ha ricordato al ministro Matijasevic che l'Alto rappresentante ha inviato lo stesso avviso al direttore della polizia più di tre mesi fa.
Dragan Andan allora si era impegnato a fare in modo che in futuro non ci sarebbero più stati episodi simili. "Il vostro ministero, invece, ha organizzato di nuovo la conferenza stampa e ha presentato informazioni fatte apposta per suscitare la preoccupazione dell'opinione pubblica della RS e della BiH, senza adeguate prove o valutazioni indipendenti del procuratore", ha detto l'ambasciatore Butler, affermando che ciò rappresenta l'intromissione della politica nel lavoro della polizia. "Organizzando questa conferenza stampa, il ministro degli affari interni della Republika srpska ha confermato di non essere in grado di rispettare il primo dei tre principi della Commissione europea per la riforma della polizia - l'eliminazione dell'ingerenza politica nel lavoro della polizia", ha sottolineato Butler, chiedendo al ministro Matijasevic di consegnargli entro mercoledì 21 settembre il rapporto col quale dovrebbe spiegare il comportamento del suo ministero.
Come ci si poteva anche aspettare, tale lettera a Banja Luka è stata recepita in modo sbagliato, come un divieto di presentare delle prove sui crimini di guerra commessi contro i serbi. Il presidente del Governo della RS Pero Bukejlovic il giorno dopo a Kozarska Dubica ha detto che "nessuno ci può negare il nostro diritto di esporre pubblicamente i crimini commessi contro il popolo serbo". "Noi continueremo le ricerche in tutti i territori dove sono stati commessi i crimini di guerra", ha promesso Bukejlovic, affermando che proprio Banja Luka "è stata la prima ed unica ad avviare l'accertamento della verità su Srebrenica".
Bukejlovic, facendolo di proposito o no, non vede la differenza fra queste due indagini. Nel caso di Srebrenica, i crimini sono stati commessi sul territorio che era sotto il controllo del governo della RS e con la partecipazione delle unità della polizia e dell'esercito della RS. In parole povere, il governo della RS era direttamente coinvolto in questi crimini.
I crimini dei quali adesso si parla nei rapporti del MUP della RS sono stati commessi sul territorio sotto il controllo del governo di un'altra entità. Durante la conferenza stampa in questione il 9 settembre è stato reso pubblico che una squadra speciale del MUP della RS e i centri della pubblica sicurezza di Banja Luka, Doboj, Trebinje, Bjeljina e Sarajevo orientale hanno consegnato all'inizio di settembre di quest'anno sette nuovi rapporti sui crimini di guerra compiuti contro i serbi nelle zone di Sarajevo, Mostar, Jablanica, Konjic, Bihac, Cazin, Tesanj, Kladanj, Teslic, Bosanski Petrovac, Drvar, Krupa sulla Una, Kljuc, Sanski Most, Mrkonjic-Grad e Sipovo.
Il MUP della RS afferma che in questi rapporti sono stati documentati 66 casi di omicidio, tre di ferimento, cinque casi di stupro e 1.136 arresti. Per questi casi sono state sospettate 555 persone identificate e parzialmente identificate. Sulla qualità dei rapporti e delle prove, naturalmente, il giudizio preliminare verrà dato dalle procure competenti (la procura statale di Sarajevo e le procure distrettuali della RS) ai quali il MUP della RS ha inviato questi rapporti. I nomi dei denunciati per ora non sono stati pubblicati.
Non è ancora chiaro quali casi saranno processati a livello statale e quali a livello cantonale nella Federazione, e a livello distrettuale nella RS. Finché ciò non accade, nonostante tutte le riforme, permane una completa divisione secondo la nazionalità della vittima.
I tribunali, solitamente, sono competenti per i processi relativi al luogo in cui è stato commesso l'atto penale, ma ciò non accade in BiH. Da noi, per esempio, per i crimini contro i bosgnacchi a Doboj (RS) il processo si tiene a Zenica (FBiH), e il processo per i crimini contro i serbi di Tesanj (FBiH) si tiene a Doboj (RS). Dunque, la competenza della polizia, della procura e dei tribunali dipende dalla nazionalità della vittima.
Insieme con la precedente indagine contro alti funzionari politici, militari e di polizia di nazionalità serba di Doboj, condotta a Zenica, la polizia adesso ha inviato alla procura di Doboj la denuncia per i crimini contro i serbi a Tesanj. Il Centro per la pubblica sicurezza di Doboj ha inviato, il 31. 8. 2005, alla Procura distrettuale di Doboj il rapporto sui crimini commessi da nove persone identificate o parzialmente identificate e altre persone non identificate, membri dell'Armija BiH e dei mujahedin, sulla base del sospetto che abbiano commesso crimini di guerra contro i prigionieri di guerra, assassinio e ferimento del nemico violando le regole di guerra, crimini di guerra contro la popolazione civile, organizzazione dei gruppi di persone e istigamento a commettere azioni criminali.
"Nella località di Crni vrh, nel territorio del comune di Tesanj e di Teslic, i membri dell'Armija BiH - i Gruppi operativi 7-Jug - hanno imprigionato un gruppo di sei membri dell'Esercito della Republika Srpska, che consegnavano il cibo con un carretto trainato da cavalli e siccome non conoscevano il territorio, si sono smarriti fino ad arrivare alle postazioni del nemico. Tre soldati sono riusciti a scappare, mentre sono stati arrestati Blagoje Blagojevic (1948), Nenad Petkovic (1971), e Branislav Djuric (1952), tutti i tre di Teslic. Dopodiché, sono stati uccisi in modo atroce dai membri dell'Armija BiH e dai mujahedin: gli è stata tagliata la testa. I loro corpi, e le fotografie in cui si vedono i membri dell'Armija BiH e i mujahedin che trionfano sopra le loro teste mozzate, sono stati trovati dai membri dell'Esercito della RS, dopo il contro attacco durante il quale hanno liberato le zone della località menzionata. E' stato accertato in modo sicuro che le teste di questi tre soldati sono state impalate per un mese presso la fortezza di Tesanj, dopo di che sono state sepolte in un posto sconosciuto e ancora non sono state trovate", si afferma nella denuncia della polizia della RS.
Si parla anche della eliminazione di altri prigionieri membri dell'Esercito della RS accaduta a luglio e agosto del 1993. Precedentemente, alla fine di giugno di quest'anno, il Centro per la pubblica sicurezza di Doboj aveva inviato alla Procura distrettuale di Doboj anche "il rapporto sugli atti penali commessi contro una persona identificata di Tesanj, sulla base dell'esistenza del sospetto che abbia commesso un atto penale ascrivibile al crimine contro l'umanità previsto dall'articolo 172 e crimini di guerra contro la popolazione civile previsto dall'articolo 173 del Codice penale sulla popolazione civile serba del comune di Tesanj". Nella sola Tesanj di solito a queste affermazioni rispondevano che si tratta "di propaganda serba" e che tali affermazioni sono o infondate o che si tratta di casi già processati.
Nella procura distrettuale a Doboj al giornalista di Dani il 14 settembre hanno confermato che "hanno registrato due rapporti sui crimini di guerra commessi scontro i serbi sul territorio di Tesanj e Teslic". Hanno precisato che un rapporto è stato avviato contro una persona che nel 1992 era a capo della Stazione della sicurezza pubblica: in tale periodo questo impiego era svolto dalla stessa persona che oggi è a capo dei deputati della SDA al Parlamento federale Semsudin Mehmedovic.
Nell'altro rapporto sono state denunciate nove persone per crimini di guerra commessi nel periodo che va dal 1992 al 1995 contro la popolazione civile, i prigionieri di guerra, e per assassinio e ferimento del nemico in violazione alle leggi di guerra. Fra i denunciati ci sono il comandante del Gruppo operativo 7- Jug dell'Armija BiH (Mustafa Cerovac), e i membri dell'Armija BiH che insieme ai mujahedin erano addestrati nella formazione militare mista che a Jablanica, vicino a Tesanj, aveva il campo di ritrovo e di addestramento.
"I rapporti registrati, così come i nuovi casi, in accordo con la raccomandazione della Procura della BiH e con le indicazioni della Procura della Repubblica della RS, sono stati messi a disposizione della Procura BiH", hanno risposto da Doboj. Nonostante questa risposta rimandi soltanto alla procedura stabilita fra i diversi livelli della procura, è ovvio che le stesse denunce non sono state respinte.
L'OHR rimprovera alla polizia della RS di aver pubblicato le informazioni sulle indagini prima della loro verifica, e non, ovviamente, per l'indagine in sé sui crimini di guerra contro i serbi. Ma, il dibattito fra l'OHR e i politici di Banja Luka ancora una volta ha messo in mostra che le riforme della magistratura e della polizia fatte fino ad ora non hanno toccato il problema della divisione nazionale e della politicizzazione delle questioni relative ai crimini di guerra.
Politici e poliziotti continuano a fare scontri internazionali su chi è colpevole, per che cosa e quanta colpa ha, e non si sono dedicati all'indagine e alla punizione degli effettivi crimini di guerra commessi sul territorio in cui loro rappresentano il potere. Perciò la notizia che alcune denunce per alcuni di questi crimini siano finalmente arrivate alle procure locali è un incoraggiamento importante, perché la loro storia finalmente passerà dalla propaganda ai tribunali. www.osservatoriobalcani.org/
Turchia : adesione , Strasburgo pretende garanzie di red
Il Parlamento europeo chiede che la Turchia riconosca Cipro ed il genocidio degli Armeni come "condizione preliminare all'adesione all'Unione europea". Il consesso di Strasburgo ha quindi rinviato nuovamente il voto sull'approvazione del protocollo che estende ai nuovi Stati membri l'Unione doganale con la Turchia (accordo di Ankara).
I voti favorevoli sono stati 311, 285 i contrari e 63 le astensioni. Votando una successiva risoluzione comune i deputati non hanno sollevato riserve sulla data del 3 ottobre per l'inizio dei negoziati. L'avvio dei negoziati, precisa la risoluzione, rappresentera' l'inizio "di un processo di lunga durata" che, per sua natura, "e' aperto, e non si traduce a priori e ipso facto nell'adesione".
Il Parlamento ha chiesto quindi di prevedere la sospensione dei negoziati di adesione ove la Turchia non rispettasse i principi fondamentali di liberta' e democrazia, il rispetto dei diritti dell'uomo, dei diritti delle minoranze e dello stato di diritto e non riconosca Cipro, punto che "non può assolutamente formare oggetto di trattative".
Il Parlamento invita il governo turco "a garantire la liberta' di pensiero e a riformare ulteriormente il codice penale", in particolare gli articoli che hanno ricaduta sulla liberta di pensiero, di religione e di associazione. Secondo iI deputati UE ogni tornata negoziale a livello ministeriale dovra' essere preceduta da una valutazione dei criteri politici anche nella pratica, "esercitando in tal modo una pressione costante sulle autorita' turche affinche' mantengano il ritmo delle riforme necessarie".
Il parlamento UE ricorda alla Turchia che, mantenendo le restrizioni nei confronti dele imbarcazioni e degli aeromobili ciprioti, viola l'Accordo di Ankara contravenendo al principio di libera circolazione delle merci. I deputati UE chiedono che l'attuazione dell'Unione doganale sia uno dei primi capitoli ad essere discussi nel quadro dei negoziati di adesione nel 2006.
La Presidenza britannica e' stata invitata a rinnovare gli sforzi per raggiungere un accordo sul pacchetto di aiuti finanziari e sulle disposizioni in materia di agevolazioni commerciali riguardanti la parte settentrionale di Cipro per porre fine alla emarginazione della comunita' turco-cipriota.
Il ministro britannico per l'Europa Douglas Alexander aprendo stamattina il dibattito sull'avvio dei negoziati con il governo turco previsto per lunedi' prossimo aveva precisato che Ankara deve applicare totalmente il protocollo e che nel 2006 sara' fatta una verifica per il riconoscimento di Cipro.
www.osservatoriosullalegalita.org
Divino outing Nicola E così Fassino ha fatto outing, buttando lì come per caso una dichiarazione di Fede, trattenuta fino a quel momento perché si trattava di questioni personali (ma ora non più?). La dichiarazione di Fassino segue la pubblica conversione di Rutelli, il consueto amletismo mediatico di Bertinotti in tema di religione, le giornate clericali del non credente D'Alema. A me piace più Amato che, da non credente, presta da anni attenzione ai temi cari ai cattolici e che al riguardo ha sviluppato pazientemente un pensiero che spesso non mi trova d'accordo, ma dietro a cui s'intravede la fatica di chi cerca di capire e dialogare. C'è certamente un che di politico, in tutti questi outing, un intelligente posizionarsi nella società. C'è anche, però, e questa è una cosa più seria, la fine delle grandi narrazioni laiche, cancellate in Occidente dalla fine del comunismo, dall'espansione dell'economia di mercato, dalla trasformazione, almeno nella cultura di massa, della scienza in tecnologia. E se individualmente il non credente può affidarsi a una qualche sorta di morale stoica, l'uomo politico, che non ha a che fare con pochi individui, ma con la complessità almeno di un collegio o di una circoscrizione, deve trovarsi una bussola di qualche tipo, al di là degli indicatori economici e sociali. /www.ulivoselvatico.org/
settembre 28 2005
Prodi: "Legge elettorale? Pronti a resistere" redazione
La Casa delle Libertà ha trovato un accordo sulla Riforma della Legge elettorale. Lo ha annunciato ieri sera il ministro Roberto Calderoli, secondo il quale l'Udc è riuscita a fare pace con il resto della coalizione su questa delicata questione. L'Italia tornerà dunque al vecchio proporzionale con l'aggiunta di tre soglie di sbarramento, il 10 per cento per le coalizioni, il 2 per cento per i partiti presenti all'interno di uno schieramento e il 4 per cento per quelli che si collocano al di fuori dei poli.
Ovviamente, l'intesa siglata in seno al centrodestra ha fatto insorgere l'Unione, che è tornata a minacciare l'ostruzionismo nei lavori parlamentari. "L'idea di cambiare la legge elettorale con un colpo di mano alla vigilia delle elezioni non può essere considerata uno strumento normale di democrazia - ha tuonato il numero uno del centrosinistra Romano Prodi - ribadisco la posizione di tutta l'Unione, che è contraria a questa sopraffazione. L'Unione, anche nei partiti che avrebbero interessi diversi, è concorde nel resistere a questa proposta". Ieri i deputati del centrosinistra hanno abbandonato per protesta la Commissione Affari costituzionali di Montecitorio e si sono recati dal presidente della Camera Pier Ferdinando Casini per esprimergli il proprio disappunto. www.centomovimenti.com
valori della ricerca JEAN-PAUL FITOUSSI
da Repubblica - 28 settembre 2005
Investire nella ricerca, nello sviluppo, nell´insegnamento superiore è diventato il leitmotiv di ogni discorso politico che si prefigga come obiettivo la crescita economica, in particolar modo in Europa. Si tratta di un bel programma, di cui non ci si può che rallegrare, visto che il sapere è auspicabile di per sé, ed essendo l´investimento nella conoscenza tale da accrescere il benessere degli esseri umani, indipendentemente dalle sue conseguenze economiche. È pertanto opportuno che alle parole seguano i fatti. Ma in che modo? Ispirandosi a quali principi? Una concezione troppo naif della ricerca, troppo utilitaristica ai fini di ottenerne rapidi risultati, potrebbe portare a escludere dalle fonti di finanziamento i progetti più fruttuosi, qualora essi dovessero apparire i più gratuiti, i meno suscettibili di applicazione pratica. Ebbene, si può affermare che è pressoché impossibile stabilire a priori una corrispondenza precisa tra una specifica innovazione e la ricerca particolare che l´ha resa possibile, tra le conseguenze economiche di un progetto e le motivazioni intellettuali dei ricercatori che l´hanno messo a punto, per lo meno per ciò che concerne le grandi innovazioni. La storia della "rivoluzione" delle tecnologie dell´informazione e della comunicazione fornisce un´eclatante dimostrazione di questa affermazione. In principio, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, ci fu un dibattito sui fondamenti metodologici, filosofici ed epistemologici della verità matematica, della natura dell´oggetto della ricerca matematica e del suo linguaggio. Il XIX secolo, periodo estremamente fecondo per lo sviluppo di questa dottrina, è considerato da alcuni come l´epoca della seconda genesi della matematica, avendo avuto luogo la prima nella Grecia antica. In particolare, tale seconda nascita fu caratterizzata da una fertilizzazione incrociata tra le diverse branche della disciplina – l´algebra, la geometria, la teoria dei numeri, l´analisi e la logica. In conseguenza di ciò l´ambito della matematica apparve molto più coeso di quello che si era pensato. Non sarà che i diversi aspetti di questa dottrina altro non sono che gli elementi di un tutto coerente? Proprio questo interrogativo avrebbe indotto i più grandi matematici dell´epoca a riflettere sui fondamenti stessi della loro scienza. Essi si misero alla ricerca di una metamatematica, di una lingua universale per mezzo della quale potesse trovare espressione l´insieme delle scienze matematiche. I tre volumi dei Principia Mathematica di Russell e Whitehead pubblicati tra il 1910 e il 1912 – opera considerevole, se non addirittura la migliore – avrebbero portato alla fondazione della scuola del logicismo, secondo la quale la matematica sarebbe una branca della logica, e quest´ultima costituirebbe il ricercato metalinguaggio. Ma questa riduzione della disciplina alla logica supponeva che le matematiche classiche fossero esenti da contraddizioni. Invece, nella teoria degli insiemi erano state scoperte numerose antinomie, tra le quali il celebre Paradosso di Russell – "l´insieme di tutti gli insiemi che non appartengono a se stessi come elementi". Ecco il motivo per il quale la scuola intuitiva fondata da Brouwer intorno al 1908, e per la quale Poincaré aveva grande simpatia, pensava che la matematica dovesse essere ricostruita ab initio. Al contrario della concezione platonica (implicita nei lavori della scuola logicista), secondo la quale gli oggetti astratti avrebbero un´esistenza indipendente dallo spirito umano, gli intuitivi sostenevano che gli oggetti matematici sarebbero creazioni autonome dello spirito. In quanto tali, essi dovrebbero essere costruiti – un po´ come un ingegnere costruisce un oggetto – senza riferimento alcuno all´infinito, all´indecidibile, alla metafisica. In aperta contrapposizione a questa concezione, che di fatto avrebbe condotto ad abbandonare la maggior parte dei risultati della matematica moderna, il grande matematico tedesco David Hilbert negli anni Venti enunciò un suo programma per i fondamenti della matematica, creando così la scuola del formalismo. La sua ambizione era quella di formalizzare l´insieme delle teorie matematiche allo scopo di dimostrare – in un numero preciso di passaggi, basandosi su un numero preciso di ipotesi – che la scienza matematica è completa, coerente e decidibile. La formalizzazione consiste nell´esprimere le teorie matematiche assiomatiche in un linguaggio "di prima qualità" pressoché universale, al punto che la si potrebbe definire matematica delle matematiche. Utilizzando codesto linguaggio, sarebbe pertanto possibile dimostrare che ogni teoria è completa, nel senso che qualsiasi enunciato può essere da essa dimostrato o confutato; coerente, nel senso che sarebbe impossibile provare che alcuni enunciati sono universalmente falsi; decidibile, nel senso che esiste una procedura "meccanica" definita, in grado di dimostrare o confutare qualsiasi enunciato. Ahimè, il matematico ceco Kurt Gödel avrebbe dimostrato in due celebri teoremi matematici – i Teoremi d´incompletezza – che il sistema formale delle matematiche classiche non poteva essere né completo né coerente. Egli dimostrò che esistono in questo sistema enunciati veri che non possono essere dimostrati (primo teorema) e inoltre stabilì che la coerenza di un sistema non può essere provata all´interno del sistema medesimo (secondo teorema). Sarebbe toccato ad Alan Turing, matematico inglese, dare un contenuto al concetto di "procedura meccanica finita", conosciuta oggi con il nome di algoritmo e, così facendo, dimostrare che il sistema formale della matematica è indecidibile (1937). Esistono dei problemi matematici che non possono essere risolti per mezzo di alcuna procedura meccanica formale. Per spiegare questo risultato egli immaginò un metodo assai semplice, che possiede tutte le proprietà fondamentali di un sistema informatico moderno e che più tardi sarà chiamato la Macchina di Turing, benché essa non disponesse di alcun supporto materiale. Essa tuttavia permetteva di dimostrare che si poteva far girare indefinitamente un "programma" senza con ciò pervenire ad alcuna soluzione. Esistono anche problemi indecidibili: le conclusioni di Gödel e di Turing hanno pertanto scavalcato le tre esigenze della scuola del formalismo (completezza, coerenza, decidibilità) costitutive del programma di Hilbert. Tuttavia, da questo scambio magnifico, libero, appassionato e disinteressato di idee e di teorie sarebbero nati i computer che noi tutti abbiamo sulle nostre scrivanie, materializzazione della macchina virtuale di Turing.
Così, quella che oggi noi consideriamo la seconda rivoluzione industriale, quella delle tecnologie dell´informazione e della comunicazione, è nata da un dibattito puramente concettuale, quasi metafisico e privo di qualsivoglia preoccupazione concreta. Come sottolinea Kumarawsami Velupillai (In Praise of Fostering Anarchy in Research), è la libertà della ricerca, incoraggiata da un´atmosfera che facilita la speculazione pura sulle questioni fondamentali, ad aver condotto ai risultati più geniali, quelli in grado di cambiare il destino degli esseri umani. Ciò che colpisce, nella fattispecie, è a che punto la ricerca pura fu non intenzionalmente produttiva, visto che l´unica motivazione di Turing era stata quella di rispondere alla domanda della decidibilità posta da Hilbert nel contesto di un programma destinato a fondare una metamatematica! Una storia analoga la si potrebbe raccontare per tutto ciò che concerne la maggior parte delle grandi innovazioni, in particolare la rivoluzione genetica. Quanto detto evidenzia, se mai ce ne fosse stato bisogno, tutta la complessità delle politiche di ricerca e sviluppo, del loro quadro istituzionale, dei criteri che esse utilizzano per finanziare i diversi progetti. Privilegiare le ricerche suscettibili di un´applicazione pratica o aventi scadenza più o meno breve è normale per politiche pubbliche che si preoccupino della loro efficienza sociale, ma è un sistema che comporta il rischio di scartare i progetti più fruttuosi. Ancor più discutibile è basare i criteri di eccellenza dei ricercatori sul solo numero delle loro pubblicazioni sulle riviste scientifiche di più alto livello. Una ricerca può richiedere parecchio tempo prima di dare frutto e la norma del "publish or perish" (pubblica o soccombi) conduce troppo spesso ad assecondare il conformismo, se non addirittura la superficialità. Poiché nell´attività di ricerca "il valore della gratuità" – prendendo in prestito la bella espressione coniata da Bertrand de Jouvenel – è significativo, occorre sapere investire altresì nella speculazione pura, in progetti apparentemente privi di rapporto con applicazioni concrete, in quelli la cui unica motivazione è la passione per la curiosità. In questo campo, in definitiva, un certo grado di anarchia è sommamente auspicabile. Traduzione di Anna Bissanti
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Ds Milano - Rassegna stampa
Come evitare l'imbroglio in diretta NORMA RANGERI Ieri il Tg1, nell'edizione di metà mattina, apriva il notiziario con il ferimento di un poliziotto e, subito dopo, con l'arresto di un attore di fiction per una storiaccia di cocaina. Poi, a seguire, tutto il resto. Ogni giorno, qualunque sia il telegiornale, l'informazione televisiva coltiva con cura e costanza l'ignoranza del popolo italiano, somministrando dosi massicce di cronaca nera mescolata con pastoncini di politica, quantitativamente dosati in modo tale da rispettare la finta equidistanza tra gli opposti schieramenti. Era così con i governi di centrosinistra, è così con quello di centrodestra. A intervalli regolari, i leader dell'Unione denunciano che Rai e Mediaset non sono imparziali, perché esagerano nel privilegiare le comparsate di Berlusconi, sottacendo importanti iniziative delle opposizioni. Pura verità. Ma la denuncia di eccessivo berlusconismo nasconde una trappola dalla quale non riescono a uscire. Che Romano Prodi lamenti la tendenziosità di un sondaggio (a suo parere non veritiero) pubblicizzato dal programma di Enrico Mentana, da un lato fa tenerezza, dall'altro desta qualche preoccupazione. Se quel sondaggio fosse stato, al contrario, a suo vantaggio, probabilmente non avrebbe avuto nulla da obiettare sull'andazzo dell'informazione televisiva.
Che la fortissima dipendenza delle principali emittenti da un unico committente (i partiti politici) sia un handicap nazionale, è
storia vecchia. Che dal 2001 il monopolio televisivo abbia gettato la maschera e sfidato la pubblica opinione indossando spavaldamente quella del conflitto di interessi per raccontare un paese che non c'è, è confutato solo da chi ha difficoltà a tenere la schiena dritta. Ma proprio per la fortissima evidenza dell'anomalia democratica, più che estemporanee uscite, dichiarazioni in libertà, polemiche di giornata, i leader dell'Unione dovrebbero dimostrare di voler tagliare il cordone ombelicale che li lega alla Rai. Non si può dire che lo abbiano fatto con le nomine di questo consiglio di amministrazione (per loro stessa ammissione il più lottizzato della storia). E ogni volta che vanno a sedersi nella caricatura della politica (il talk-show), animando il teatrino del dibattito, aiutano gli elettori ad allontanarsi dall'urna.
Ieri il segretario dei Democratici di sinistra, Piero Fassino, si è detto «diffidente» verso l'idea di privatizzare il servizio pubblico. E' un punto fermo anche per Romano Prodi, che ha già trattato il tema con proposte articolate. E' un buon punto di partenza, che prelude a una profonda riforma del sistema misto attuale (eliminando la commistione tra canone e pubblicità).
Ma perché non sia solo l'ennesima capriola per lasciare le cose come stanno, il centrosinistra deve cambiare il sistema delle fonti di nomina dei vertici aziendali e spezzare la cupola che sovraintende alla spartizione della torta pubblicitaria, due capisaldi della prima repubblica. Poi deve guardarsi in casa e cioè accendere la tv e assistere alle sue quotidiane, imbarazzanti, performance televisive. www.ilmanifesto.it
Il fine settimana particolare di Washington La capitale Usa ha assistito al flop della riunione di Banca mondiale e Fondo Monetario, oltre al corteo dei pacifisti
scritto per noi da Luca Manes *
Per Washington quello appena trascorso è stato un fine settimana molto particolare. La capitale americana è certo abituata ai grandi eventi, però ospitare contemporaneamente l’assemblea annuale di Banca mondiale e Fondo monetario internazionale insieme con la più grande manifestazione per la pace dai tempi del Vietnam non è cosa da tutti i giorni.
Il Flop dei banchieri. Mentre l’Italia seguiva le notizie sul teatrino di scontri diplomatici tra il Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, gli incontri delle istituzioni finanziarie internazionali si rivelavano un grosso flop. Le due istituzioni dovevano cancellare il debito dovuto nei loro confronti dai diciotto paesi più poveri del pianeta, così come era stato stabilito durante l’ultimo G8 a Glenaegles, Scozia. Ma i ‘boards’ delle due istituzioni non hanno voluto procedere al condono del debito senza una copertura economica da parte dei paesi ricchi. Copertura che è alla fine arrivata, anche se in maniera non ultimativa. Banca e Fondo avrebbero potuto fare a meno di questo ulteriore passaggio, che non fa che ritardare ancora di un anno la cancellazione del debito dei paesi più poveri, che intanto continueranno a pagare le somme dovute. Alla faccia della lotta alla povertà, come al solito sbandierata dai vertici della Banca mondiale, in questa occasione rappresentati per la prima volta dal neo-presidente Paul Wolfowitz. Sì, proprio lui, l’ex sottosegretario Usa agli Esteri, teorico della guerra preventiva e dell’intervento in Iraq…
Aiuti contro liberalizzazione. Intanto si fanno sempre più strada i meccanismi di aiuto allo sviluppo in cambio di maggiori liberalizzazioni commerciali. Anche in questo caso si tratta di misure non proprio ideali per le economie più arretrate. La Banca mondiale ed i governi dei paesi ricchi che la controllano hanno offerto “aid for trade”, ossia prestiti mirati a tasso agevolato che vadano a compensare gli eventuali effetti negativi delle ulteriori liberalizzazioni commerciali nei paesi più poveri. Effetti che la Banca reputa solamente di breve periodo, anche se i dati empirici non suffragano questa tesi. Con questa decisione la Banca ed il Fondo seguono la scia della Organizzazione Mondiale del Commercio, nello spirito di una auspicata convergenza fra le tre istituzioni. Ma così si dimentica come le Bm e Fmi almeno formalmente facciano parte del sistema delle Nazioni Unite, mentre la Omc è esterna. Oltretutto questa sovrapposizione crea molte difficoltà al corretto funzionamento delle agenzie delle Nazioni Unite, sempre più esautorate in materia commerciale e di sviluppo. Insomma, in vista della cruciale conferenza ministeriale della Omc che si terrà ad Hong Kong il prossimo dicembre e che decreterà l’avanzamento oppure la crisi definitiva dell’attuale “agenda negoziale di Doha” (stabilita durante l’incontro annuale Wto del 2004 nella capitale del Qatar), anche la Banca mondiale discuterà come contribuire alla riuscita del negoziato.
Meno male che ci sono i pacifisti… Molto bella invece la manifestazione di sabato mattina. Nei giorni che l’hanno preceduta si stimava la presenza di circa 100mila persone. Alla fine ne sono arrivate ben 150mila. Tutte fin troppo stanche della guerra in Iraq. E dell’”Uragano Bush”, come ha scritto sul suo cartello un manifestante, convinto che sia lui il “vero disastro”. Ma la parte più toccante della marcia è stato il passaggio vicino al cimitero messo su sull’enorme spianata del Mall, da cui partiva la manifestazione, a simboleggiare le vittime statunitensi in guerra. Circa 1.900 piccole croci bianche e stivali militari, tanti quanti sono stati finora i caduti statunitensi nella guerra in Iraq. Non stupisce allora che lo slogan principale della marcia di Washington fosse “riportiamo le truppe a casa”. Ma nella pacifica sfilata di giovanissimi, famigliole e veterani del Vietnam, c’era anche lo spazio per criticare la gestione della tragedia della Louisiana, presa come spunto per chiedere maggiore giustizia sociale, più investimenti in sanità ed istruzione e meno fondi sprecati negli armamenti. Bellissimo, in proposito, lo striscione “da New Orleans all’Iraq, stop alla guerra contro i poveri”. Chissà se Bush, in Colorado per il fine settimana, sarà stato a sentire. www.peacereporter.net
Il fine settimana particolare di Washington La capitale Usa ha assistito al flop della riunione di Banca mondiale e Fondo Monetario, oltre al corteo dei pacifisti
scritto per noi da Luca Manes *
Per Washington quello appena trascorso è stato un fine settimana molto particolare. La capitale americana è certo abituata ai grandi eventi, però ospitare contemporaneamente l’assemblea annuale di Banca mondiale e Fondo monetario internazionale insieme con la più grande manifestazione per la pace dai tempi del Vietnam non è cosa da tutti i giorni.
Il Flop dei banchieri. Mentre l’Italia seguiva le notizie sul teatrino di scontri diplomatici tra il Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, gli incontri delle istituzioni finanziarie internazionali si rivelavano un grosso flop. Le due istituzioni dovevano cancellare il debito dovuto nei loro confronti dai diciotto paesi più poveri del pianeta, così come era stato stabilito durante l’ultimo G8 a Glenaegles, Scozia. Ma i ‘boards’ delle due istituzioni non hanno voluto procedere al condono del debito senza una copertura economica da parte dei paesi ricchi. Copertura che è alla fine arrivata, anche se in maniera non ultimativa. Banca e Fondo avrebbero potuto fare a meno di questo ulteriore passaggio, che non fa che ritardare ancora di un anno la cancellazione del debito dei paesi più poveri, che intanto continueranno a pagare le somme dovute. Alla faccia della lotta alla povertà, come al solito sbandierata dai vertici della Banca mondiale, in questa occasione rappresentati per la prima volta dal neo-presidente Paul Wolfowitz. Sì, proprio lui, l’ex sottosegretario Usa agli Esteri, teorico della guerra preventiva e dell’intervento in Iraq…
Aiuti contro liberalizzazione. Intanto si fanno sempre più strada i meccanismi di aiuto allo sviluppo in cambio di maggiori liberalizzazioni commerciali. Anche in questo caso si tratta di misure non proprio ideali per le economie più arretrate. La Banca mondiale ed i governi dei paesi ricchi che la controllano hanno offerto “aid for trade”, ossia prestiti mirati a tasso agevolato che vadano a compensare gli eventuali effetti negativi delle ulteriori liberalizzazioni commerciali nei paesi più poveri. Effetti che la Banca reputa solamente di breve periodo, anche se i dati empirici non suffragano questa tesi. Con questa decisione la Banca ed il Fondo seguono la scia della Organizzazione Mondiale del Commercio, nello spirito di una auspicata convergenza fra le tre istituzioni. Ma così si dimentica come le Bm e Fmi almeno formalmente facciano parte del sistema delle Nazioni Unite, mentre la Omc è esterna. Oltretutto questa sovrapposizione crea molte difficoltà al corretto funzionamento delle agenzie delle Nazioni Unite, sempre più esautorate in materia commerciale e di sviluppo. Insomma, in vista della cruciale conferenza ministeriale della Omc che si terrà ad Hong Kong il prossimo dicembre e che decreterà l’avanzamento oppure la crisi definitiva dell’attuale “agenda negoziale di Doha” (stabilita durante l’incontro annuale Wto del 2004 nella capitale del Qatar), anche la Banca mondiale discuterà come contribuire alla riuscita del negoziato.
Meno male che ci sono i pacifisti… Molto bella invece la manifestazione di sabato mattina. Nei giorni che l’hanno preceduta si stimava la presenza di circa 100mila persone. Alla fine ne sono arrivate ben 150mila. Tutte fin troppo stanche della guerra in Iraq. E dell’”Uragano Bush”, come ha scritto sul suo cartello un manifestante, convinto che sia lui il “vero disastro”. Ma la parte più toccante della marcia è stato il passaggio vicino al cimitero messo su sull’enorme spianata del Mall, da cui partiva la manifestazione, a simboleggiare le vittime statunitensi in guerra. Circa 1.900 piccole croci bianche e stivali militari, tanti quanti sono stati finora i caduti statunitensi nella guerra in Iraq. Non stupisce allora che lo slogan principale della marcia di Washington fosse “riportiamo le truppe a casa”. Ma nella pacifica sfilata di giovanissimi, famigliole e veterani del Vietnam, c’era anche lo spazio per criticare la gestione della tragedia della Louisiana, presa come spunto per chiedere maggiore giustizia sociale, più investimenti in sanità ed istruzione e meno fondi sprecati negli armamenti. Bellissimo, in proposito, lo striscione “da New Orleans all’Iraq, stop alla guerra contro i poveri”. Chissà se Bush, in Colorado per il fine settimana, sarà stato a sentire. www.peacereporter.net
Quell'isola e' un paradiso... e Berlusconi vuole aiutarla di Giulia Alliani
Da un resoconto ufficiale del governo delle isole caraibiche di Antigua e Barbuda ( 1 ) si apprende che "il primo ministro italiano Silvio Berlusconi si e' offerto di aiutare Antigua e Barbuda a ridurre ulteriormente il loro debito nei confronti di altri Paesi del mondo".
Infatti "durante un incontro bilaterale con il primo ministro Spencer, nella sede delle Nazioni Unite, a New York, il primo ministro Berlusconi ha dichiarato che parlera' personalmente con altri capi di governo, compresi quelli di Paesi come Francia e altri stati europei, con i quali Antigua e Barbuda hanno impegni debitori, per convincerli a condonare il dovuto.
Ma come mai Antigua e Barbuda, sebbene un tempo elencate nelle liste nere dei paradisi fiscali, si trovano, economicamente, in cattive acque? Perche' hanno avuto bisogno di prestiti? Perche' ora questi prestiti dovrebbero essere condonati?
Secondo l'Economist del 2 dicembre 2004, "quando in marzo, ad Antigua, Baldwin Spencer vinse le elezioni con il suo UPP (United Progressive Party), trovo' le casse vuote non solo di denaro ma anche di tutti i documenti utili per rintracciarlo. Solo pochi giorni prima della consultazione elettorale l'ufficio del primo ministro fu spogliato dei files contenenti gli accordi sul debito e i contratti di spesa. Un 'calcio d'addio' da parte di Lester Bird, dell'Antigua Labour Party (partito 'familiare'), al governo dal 1951 salvo una breve parentesi".
Eppure un "paradiso fiscale" non dovrebbe avere particolari problemi economici se gli introiti, ottenuti grazie alla fuga dei contribuenti da paesi dotati di un fisco piu' esoso, servissero effettivamente a sostenere l'economia del paese e non prendessero altre strade. Tanta sollecitudine nei confronti di Antigua e Barbuda risulta un po' curiosa se si tiene conto che "al Summit del G8 a Gleneagles, il Governo italiano ha confermato che non e' in grado di assicurare le risorse per la lotta alla poverta' più volte promesse per tenere fede agli impegni internazionali" e che "oggi l'Italia investe meno di 10 centesimi al giorno per ogni cittadino nella lotta alla poverta' nel mondo.
Secondo i dati dell'Ocse-Dac, siamo l'ultimo tra i Paesi donatori, con lo 0,15% del PIL per il 2005, contro lo 0,33% che, secondo il DPEF 2003-2006, dovremmo raggiungere entro il 2006" (2). Ancora piu' curiosa risulta la generosita' italiana nei confronti delle isole dei Caraibi quando si legge che "il contributo per il 2004 di 100 milioni di euro al Fondo Globale per la lotta all'AIDS tubercolosi e Malaria é stato versato con oltre un anno di ritardo e per il 2005 risulta ridotto a 80 milioni, mentre non sono stati ancora quantificati i nuovi contributi per il 2006-2007"(2).
Sembra proprio strano dover correre in aiuto di un paradiso fiscale con prestiti e condoni, anche perche' non pare che finora Antigua e Barbuda abbiano perso del tutto le caratteristiche di un paradiso, nonostante gli sforzi dell'OCSE. A partire dal 1998 l'OCSE (OECD: Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ha individuato i "Key factors", cioe' dei fattori chiave, oggettivi, che definiscono un vero e proprio paradiso fiscale, stabilendo che la concorrenza fiscale dannosa si verifica quando uno Stato deliberatamente emana norme fiscali speciali la cui conseguenza e' quella di erodere la base imponibile di altri Stati.
Si tratta di giurisdizioni in cui: 1) c'è una tassazione nulla o puramente nominale, ma non effettiva 2) non c'è uno scambio effettivo di informazioni con altri Paesi 3) c'è mancanza di trasparenza nelle disposizioni legislative ed amministrative 4) per la concessione dei benefici fiscali non si richiede che l'attività svolta nel Paese abbia carattere sostanziale.
Negli anni successivi l'OCSE ha pubblicato una serie di rapporti allo scopo di contrastare gli effetti della concorrenza fiscale dannosa, e le sue conseguenze sulle basi imponibili nazionali, elencando in una "black list" i paesi identificati come "paradisi fiscali", che ufficialmente si chiamano "Centri finanziari internazionali offshore" (Offshore Financial Centres: OFCs). Siccome non tutti i regimi fiscali preferenziali sono dannosi, l'OCSE ha formato anche un altro elenco di Paesi con regimi fiscali considerati "potenzialmente" dannosi, in base a un criterio che combina un regime fiscale di esenzione, o particolarmente agevolato, con uno o più altri fattori chiave.
Scrive Marco Leofrigio, su Nigrizia del 29 giugno, che "se i paradisi fiscali sono nati per aiutare le societa' a eludere le tasse, negli ultimi venti anni il loro utilizzo ha avuto altri scopi e obiettivi: 'ripulire' e poi reinvestire in business assolutamente legali tutti gli enormi profitti derivanti dalle attività criminali e illecite". "La tecnica e' semplice" spiega Leofrigio "Si parte dal 'prelavaggio', fase nella quale il denaro entra, con i piu' svariati sistemi, nel circuito legale. Tra i metodi adottati, il piu' diffuso e' quello di frazionare i capitali in tante piccole somme - che destano meno sospetti - da versare in diversi conti bancari. Da essi, e questo e' il passaggio successivo, nasceranno altri conti bancari, aperti nei centri offshore. La tappa successiva e' il riciclaggio vero e proprio, con societa' di comodo, sempre costituite nei paradisi fiscali. Da quest'ultimi il denaro viene investito in attivita' legali: immobili, catene di ristorazione, shopping center, catene alberghiere, partecipazioni azionarie".
Oltre alla lotta al traffico di droga, e al riciclaggio di denaro sporco, si e' aggiunta, dopo l'11 settembre 2001, la necessita' di combattere il terrorismo, che ha imposto un atteggiamento piu' rigido nei confronti dei paradisi fiscali, bancari, e societari. I paesi delle isole dei Caraibi, che raccoglievano il 12% dei depositi "da paradiso", molto meno di Svizzera e Lussemburgo, sono stati sottoposti a pressioni, sia da parte di singoli paesi sia da parte dell'OCSE, perche' collaborino e siano piu' trasparenti. Molti di questi stati sostenevano di subire una censura ingiusta e di essere in grado di prevenire autonomamente eventuali abusi, grazie alla loro legislazione interna, ritenuta gia' adeguata. Ma continuare a sostenerlo era probabilmente difficile, dal momento che, tanto per fare un esempio, solo le Isole Cayman erano il quinto centro bancario del mondo, ospitando le sedi di circa 600 banche.
I paradisi fiscali, identificati sulla base dei criteri OCSE, nel Rapporto ("Progress in identifying and eliminating harmful tax pratices") del 2000 erano 35. Fra questi comparivano anche Antigua e Barbuda (3). Negli anni successivi l'OCSE ha continuato ad invitare i Paesi elencati a dimostrare la volonta' di collaborare per essere esclusi dalle future liste nere dei "paesi non cooperativi", ed evitare misure sanzionatorie coordinate, volte alla difesa dalla concorrenza fiscale dannosa.
Risale al 6 dicembre 2001 l'accordo firmato tra Stati Uniti e i governi delle Cayman e di Antigua e Barbuda per lo scambio di informazioni a fini fiscali. NEL 2002 il governo di Antigua e Barbuda si e' impegnato ( 4 ) a stabilire entro il dicembre 2005 forme di cooperazione con i paesi OCSE per quanto riguarda la trasparenza e l'effettivo scambio di informazioni in materia fiscale. Altri 11 Paesi hanno aderito all'impegno e tutti dovrebbero contribuire a determinare, in accordo con l'OCSE, alcuni standard di comportamento da rispettare. In seguito a questi impegni, sempre nel 2002, l'OCSE con un comunicato riduceva i paradisi fiscali da 35 a 7: (La lista nera del 2002 comprendeva: Andorra, Liberia, Liechtenstein, isole Marshall, Monaco, Nauru e Vanuatu). Nel 2003 anche Vanuatu ( 5 ) ha firmato un impegno a darsi delle regole entro il 31 dicembre 2005.
Tutto e' bene quel che finisce bene, sembrerebbe di poter dire, ma non e' proprio cosi'. Non e' raro in questi ultimi tempi leggere opinioni pessimistiche sul fatto che le manifestazioni di buona volonta' dei paesi-paradiso si traducano nei provvedimenti concreti promessi e previsti per la fine del 2005. Ed effettivamente una rapida visita ai siti internet che reclamizzano le operazioni possibili nei paradisi non induce a rosee previsioni: se, per esempio, cercate di sapere come regolarvi per i vostri investimenti esentasse ad Antigua e Barbuda, leggerete che le condizioni per ottenere la residenza sono "very relaxed", che il segreto bancario e' impenetrabile, e che i requisiti per istituire una IBC (International Business Company) sono davvero minimi. Degli impegni con l'OCSE, nessuna traccia.
In certi siti internet, dedicati ai possibili investitori, le informazioni fornite su Antigua sono ferme al 2000, come se nel frattempo non fosse accaduto nulla. E, se qualcosa si muove, si viene a sapere che "torna il fisco sulle isole di Antigua e Barbuda" ma "i primi a essere tassati saranno i contribuenti individuali", e non le IBC (notizia del 12 aprile 2005, Fisco Oggi - Notiziario Fiscale dell'Agenzia delle Entrate - articolo di Stefano Latini): "Il Parlamento della giurisdizione caraibica di Antigua e Barbuda, due isole una sola nazione, ha approvato recentemente una nuova legge in materia fiscale che reintroduce, in forma ordinaria, l'imposta sul reddito delle persone fisiche a partire dalla fine del 2005".
Ma, nota bene, "si tratta di un cambiamento epocale che interesserà, almeno nella fase iniziale, soltanto gli stipendi e i salari percepiti dagli oltre 70mila residenti regolarmente registrati all'interno del confine amministrativo del Paese che, soprattutto nell'ultimo decennio, ha rappresentato una delle mete più ambite da parte del turismo collegato all'offshore. In particolare, le due isole sono state scelte da contribuenti facoltosi in fuga dal fisco nazionale e da proprietari di yacht altrettanto danarosi e ansiosi di far rotta, con le proprie imbarcazioni, all'interno di quelle acque seducenti e fiscalmente generose... L'imposta sui redditi delle persone fisiche era stata abolita e, quindi, non pesava più sulle tasche dei contribuenti di Antigua e Barbuda fin dal lontano 1976, in pratica trent'anni or sono. Dunque, la decisione del Parlamento, sostenuta e sponsorizzata dall'attuale esecutivo, espressione dello United Progressive Party che è uscito vincitore dall'ultima tornata elettorale, costituisce una sorta di svolta storica nella gestione dell'economia e delle finanze della piccola giurisdizione caraibica. A questo punto, prevedendo il sì del Senato a fine aprile, la nuova imposta dovrebbe esordire a partire dalla fine dell'anno in corso. Secondo quanto dichiarato dal Primo ministro, Baldwin Spencer, all'origine della decisione dell'esecutivo di reintrodurre l'imposta sul reddito delle persone fisiche vi è la grave situazione in cui versano le finanze del Paese. Dopo un decennio di 'vacche grasse', ora il governo deve fare i conti con un debito pubblico da primato che ha, oramai, oltrepassato il limite di guardia posto a quota 100 miliardi di dollari e raggiunto la soglia ben più preoccupante di 111 miliardi. Al peso del disavanzo si aggiunge, poi, il fardello del settore pubblico che, su entrambe le isole, costituisce l'uscita annuale principale delle risorse a disposizione dell'erario. In questo scenario contabile, ha affermato Spencer, non c'è altra via che reintegrare all'interno della legislazione tributaria il prelievo ordinario, in forma d'imposta annuale, sui redditi delle persone fisiche. In alternativa, ha aggiunto il capo del Governo di Antigua e Barbuda, l'equilibrio dei conti può essere raggiunto tagliando le spese che garantiscono l'erogazione dei servizi sociali e congelando le risorse destinate ai programmi di ricerca e di sviluppo relativi, in particolare, al settore agricolo e a quello del turismo. Insomma, la scelta per riequilibrare i conti è tra: più fisco, oppure, meno welfare. In fondo è un dilemma affatto distante da quelli che interessano le maggiori economie del Pianeta".
Ecco: siccome il problema ce l'abbiamo anche in Italia, perche' facciamo prestiti e condoni ai paesi-paradiso? Se, come ha scritto l'Economist, il signor Spencer ha trovato le casse vuote, perche' non si rivolge a chi le ha vuotate? Che c'entriamo noi, che abbiamo gia' la nostra di corruzione, e un incredibile buco nei nostri conti pubblici?
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(2) vedi: RAPPORTO SULLA POLITICA ESTERA E DI DIFESA DELL'ITALIA Governo Berlusconi (2001 - 2005) consegnato dalla Tavola della Pace durante la sessione introduttiva (8 settembre 2005) della 6a assemblea dell'Onu dei popoli a Romani Prodi.
(3) I 35 Paesi individuati erano: Andorra, Anguilla, Antigua e Barbuda, Aruba, Bahamas, Bahrein, Barbados, Belize, isole Vergini britanniche, Guernesey, isole Cook, Dominica, Gibilterra, Grenada, l'isola di Man, Jersey, Liberia, Liechtenstein, Maldive, isole Marshall, Monaco, Montserrat, Nauru, Antille olandesi, Niue, Panama, Saint-Kitts e Nevis, Sainte-Lucie, Saint-Vincent e Grenadine, Samoa occidentali, Seychelles, Tonga, isole Turk e Caicos, isole Vergini americane, Vanuatu.
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''O me o i riciclati''. L'ultimatum di Di Pietro ''Transfughi come Rocco Salini (ex Fi) e Gianni De Michelis (Nuovo Psi) passano all'Unione? E, allora, io lascio''. Intervista al leader dell'Italia dei Valori, candidato alle primarie dell'Unione Angelo Notarnicola
Continua il trasferimento dal centrodestra al centrosinistra di esponenti politici. L’Udeur è il punto di approdo preferito per molti transfughi che, soprattutto da Forza Italia, si muovono con la speranza di un collegio sicuro. Siamo di fronte a un fenomeno di "riciclaggio" che potrebbe dare un altro colpo alla già scarsa fiducia che i cittadini nutrono nei confronti delle istituzioni democratiche? L’onorevole Giulio Santagata, tra i più stretti collaboratori di Romano Prodi, ha dichiarato a proposito: “Faremo prigionieri”, mentre lo stesso Professore ha detto: “Valuteremo caso per caso”. Ma c'è già chi, come Antonio Di Pietro, punta i piedi e fa sapere: "Se l'Unione candida politici già condannati dalla magistratura, io me ne vado dal centrosinistra".
Onorevole Di Pietro, numerosi esponenti del centrodestra stanno passando nel centrosinistra. Cosa pensa di questo fenomeno che sembra diventato inarrestabile? Sono contento che elettori del centrodestra abbiano avuto un ripensamento rispetto all’illusione di diventare ricchi votando Silvio Berlusconi. Ma sono anche molto preoccupato per i tanti riciclati che vanno da una parte all’altra solo per fini personali. E che - mi duole dirlo - stanno passando dalla nostra parte. Si tratta di personaggi davvero sgradevoli sul piano politico, umano e personale. L’ultimo caso che ho sentito mi fa ribollire dalla vergogna.
A chi si riferisce? L’ultima caso della giornata è un tale Rocco Salini, appena passato da Forza Italia all’Udeur. Adesso vi spiego chi è costui. Rocco Salini, ex consigliere regionale dell’Abruzzo, è stato arrestato e condannato con una sentenza penale passata in giudicato. Per questa ragione è stato allontanato dal Consiglio regionale. Ma, a quel punto, Berlusconi l’ha candidato al Senato per garantirgli l’immunità parlamentare. Quindi, invece di andare in galera, ha avuto come premio uno scranno da senatore. Dopo di che, nelle ultime elezioni regionali, Rocco Salini ha minacciato di presentare una sua lista elettorale fuori da Forza Italia. A quel punto, Berlusconi l’ha richiamato e l’ha nominato sottosegretario alla Sanità. Ma, quando le regionali sono andate male per il centrodestra, il presidente del Consiglio l’ha fatto fuori. Per questa ragione, Rocco Salini è uscito dal centrodestra e si è messo in vendita. Mastella l’ha raccolto a braccia aperte e molto probabilmente gli darà anche un collegio del centrosinistra alle prossime elezioni. E' una vergogna.
Ma, oltre a Rocco Salini, c’è un altro più illustre personaggio in transito dal centrodestra al centrosinistra, condannato per corruzione e finanziamenti illeciti, con sentenza passata in giudicato. E' Gianni De Michelis, il segretario del Nuovo Psi. Cosa ha da dire a riguardo? Mi sono riferito all'ultimo caso in ordine di tempo. Se me l’avesse chiesto prima, avrei detto peste e corna anche di De Michelis. Non vorrei assolutamente ritrovarli di nuovo in Parlamento, e per giunta dalla nostra parte. Ne ho contati fino a ventitre di attuali parlamentari condannati con sentenza penale passata in giudicato.
Quindi, cosa deve fare l'Unione? Mi sono candidato a queste primarie allegando al mio programma un "patto etico". Al primo posto c’è una norma: non candidare persone condannate con sentenza penale passata in giudicato. Chiedo ai cittadini di non farsi fuorviare, di non votare chiudendo gli occhi, di dare forza e coraggio a una candidatura come la mia. Perché, se avessi un grande risultato, avrei la forza di mettere in condizione l’Unione di non far entrare questi riciclati nelle sue liste. Se avessi invece un risultato negativo, questi personaggi sarebbero addirittura legittimati.
E se andasse proprio così? Se questi riciclati, come lei li definisce, entrassero in Parlamento con il centrosinistra, lei cosa farebbe? Me ne andrei dal centrosinistra. Me ne andrei a casa, perché io e i Rocco Salini siamo incompatibili da un punto di vista politico, etico e morale. Anzi, le dico di più: direi a tutti quelli dell’Italia dei Valori di andarcene dal nostro paese, perché - in tal caso - il nostro paese non ci meriterebbe. www.aprileonline.info
Museruola 27.09.2005 Da Koper, scrive Franco Juri Domenica scorsa in Slovenia, si è tenuto il referendum sulla nuova legge della radiotelevisione. Lo schieramento a favore della legge ha vinto con uno scarto minimo: 50,2% contro il 49%. Ma il 70% degli aventi diritto ha preferito rimanere a casa o - visto il bel tempo - andare a vendemmiare "La Slovenia vuole rinunciare alla democrazia? Sì, ma democraticamente! "E' una delle amare battute ispirate in questi giorni dalla contenuta delusione dei promotori del referendum contro la nuova legge sulla radiotelevisione slovena. Ma domenica scorsa in Slovenia ha vinto nuovamente la maggioranza silenziosa, quel 70 % di aventi diritto al voto che hanno preferito restarsene a casa o - visto la clemente meteorologia – hanno preferito vendemmiare, senza preoccuparsi troppo del futuro cui va incontro la libertà di stampa e di parola nel paese ex jugoslavo un tempo notoriamente il "più liberale" e ora membro dell'UE.
Del 30% o poco più di elettori che invece hanno deciso di esprimere alle urne la propria opinione sulla legge del governo Janša si sono confrontate due metà quasi uguali. Quasi. Per una manciata di voti, con il 50,2%, ha vinto quella filogovernativa. L'opposizione e la fetta di società civile che erano scese in campo per fermare una legge dalle forti venature autoritarie, che mette sotto controllo politico pressoché totale la radiotelevisione pubblica, ha ottenuto il 49% dei consensi.
La campagna referendaria si era fatta particolarmente incisiva trasformando nei fatti il confronto sui contenuti della nuova legge in un braccio di ferro politico tra governo e opposizione. La voce della società civile, rappresentata dall' "Iniziativa per una RTV pubblica" , che aveva cercato di togliere l'arnese propagandistico referendario dalle mani dei partiti contrapposti, spiegando che il "no" era rivolto a qualsiasi controllo partitico dei media pubblici, è rimasta relativamente emarginata anche se il suo impatto sull'opinione pubblica non è stato di poco conto.
Lo "scontro tra titani" si è risolto con una pirrica ma sufficiente vittoria della compagine di governo. Eloquente anche il profilo degli schieramenti contrapposti. Da una parte, compatta più che mai, la coalizione governativa di centrodestra, il partito ultranazionalista e xenofobo (SNS) di Zmago Jelinčič, il vertice della chiesa cattolica slovena, lo "Zbor za Republiko" (l' Assemblea per la Repubblica), un forum civile di aperto sostegno al governo, il giro della Nova Revija, con l' eccezione di Manca Košir, intellettuale e giornalista con simpatie per la destra ma in questo frangente schierata con le istanze della maggioranza dei giornalisti e persino l'Unione degli allevatori bovini sloveni, vicini al Partito popolare (SLS) dei fratelli Podobnik.
Persino i due deputati minoritari, l'italiano e l'ungherese, hanno mantenuto un profilo basso esibendo un timido e condizionato sostegno al governo senza guardare negli occhi il malcontento delle proprie comunità minoritarie. Il "Sì" è stato inoltre sostenuto a spada tratta anche da una minoranza di giornalisti tradizionalmente vicini a Janša e da una serie di popolari stelle della musica commerciale e "turbo-folk" slovena.
A sostenere dall'UE la causa del governo è intervenuto il capogruppo parlamentare del Partito Popolare Europeo Hans Poettering. Nell'altro fronte c'erano invece i due principali partiti di opposizione (i liberaldemocratici ed i socialdemocratici), promotori formali della consultazione, l' Associazione dei giornalisti sloveni, con l'eccezione di alcuni contestatori filogovernativi, l' indipendente Iniziativa per una RTV pubblica e moltissimi intellettuali, accademici, artisti e giornalisti indipendenti. Contro la legge si è schierato anche il Pen sloveno, da cui però ha preso le distanze il noto scrittore Drago Jančar, da sempre fedelissimo all'attuale premier e attivo sostenitore del "sì".
Ma l' intervento politico piu' significativo a favore della nuova legge è stato senz'altro quello della Conferenza episcopale slovena che, facendo appello ai fedeli affinchè si recassero alle urne per sostenere la legge, in un durissimo comunicato, firmato dai vescovi Janez Kramberger e Anton Stres, ha condannato il presunto laicismo critico dell'attuale giornalismo radiotelevisivo che - secondo loro - darebbe poco spazio ai temi della chiesa e in un'occasione si sarebbe permesso persino di dare del conservatore al papa.
E' stata questa l'interferenza politica della chiesa cattolica più diretta in quindici anni di transizione slovena. Dai circoli europei a sostenere il "no" sono stati gli esperti del Consiglio d' Europa, l' Unione internazionale dei giornalisti, gli esperti dell' EBU (l' unione europea delle RTV pubbliche) e il vertice del partito liberaldemocratico europeo. A sostegno dei giornalisti sloveni e del loro impegno contro la legge era venuto in visita a Lubiana anche il segretario del sindacato dei giornalisti RAI Roberto Natale per spiegare i pericoli dell'approccio "berlusconiano" proposto dal governo.
L' ispiratore della legge, il deputaton dell' SDS (il Partito democratico sloveno) Branko Grims, ha sistematicamente respinto le opinioni europee critiche tacciando l'analisi del Consiglio d'Europa di "inesattezza politologica" e affermando che la nuova legge sarebbe molto più "europea" di quella precedente. Nella sua campagna referendaria il governo ha comunque puntato soprattutto sulla promessa populista di programmi migliori e di un canone più basso, promessa recepita con maggior fiducia nella Slovenia rurale, mentre nei centri urbani ha prevalso il no.
La vittoria, seppur strettissima, dei "sì" permette e impone ora al governo di applicare, da novembre, la legge senza nuovi intoppi, modifiche o nuove richieste almeno per un anno. Verranno così radicalmente trasformati l'assetto e la gestione dell'ente. I poteri verranno centralizzati nella figura del direttore generale, i centri regionali saranno praticamente sciolti, mentre il nuovo statuto le strategie ed i programmi dell' ente radiotelevisivo verranno dettati da due organismi (il consiglio di programma e quello di controllo) i cui membri saranno in grandissima parte eletti dal governo e dal parlamento con maggioranza semplice.
Nel motivare la sua soddisfazione per l'esito del referendum il governo ha ribadito che una radiotelevisione così concepita sarà piu' consona agli sforzi per riformare il paese. Come dire, scandali dannosi all'immagine del governo come quello recentissimo della vendita sottoprezzo e senza bando di azioni pubbliche nella società Mercator alle imprese "amiche" (nel caso l' industria birraia Laško e l'Istrabenz) non ci saranno più. Il media pubblici, almeno, non ne parleranno www.osservatoriobalcani.org/
"Conosci qualche iracheno che vive negli Usa e che sa pilotare aerei?" di Tram Nguyen Nei quattro anni successivi all'11 settembre gli immigrati negli Usa – dagli iracheni ai salvadoregni – hanno conosciuto irruzioni notturne dell'FBI, costanti interrogatori, detenzioni e ed espulsioni ingiustificate sempre crescenti Nel marzo del 2003, alla vigilia dell’invasione statunitense dell’Iraq, i genitori di Ban Al-Wardi ricevettero una telefonata dalla polizia di Los Angeles. Il Dipartimento di Polizia di L.A. voleva organizzare un incontro tra la famiglia iracheno-americana di Al-Wardi e l’FBI. Qualche giorno dopo, senza preavviso, gli agenti si presentarono alla porta dell’abitazione della famiglia chiedendo del padre di Al-Wardi. La madre disse agli agenti di andare nell’ufficio dell’uomo, dove lavorava come medico privato. Quando si offrì di dare loro l’indirizzo gli agenti le risposero di non disturbarsi, perchè lo avevano già.
Al-Wardi si diresse all’ufficio del padre per fargli sapere che stava per ricevere una visita inaspettata, ma gli uomini erano già lì. Due uomini muniti di registratori si presentarono come agenti dell’FBI e dissero di essere sul posto in segno di aiuto. In tempo di guerra, dichiararono, alcuni gruppi sociali diventano inevitabilmente obiettivi sensibili. Volevano far sapere agli Al-Wardi che avrebbero potuto contare sull’FBI per un’eventuale richiesta di protezione.
“Poi fecero vedere questo file su mio padre. C’erano la sua foto e i suoi documenti di soggiorno”, ricorda Ban Al –Wardi. Gli agenti mostrarono pagine e pagine di ciò che risultava essere una lista di domande a raffica. Dove sei nato? Qual’è il nome di tuo padre? E il nome di tuo nonno? Possiedi delle armi? Possiedi delle armi di distruzione di massa? Come sostanze chimiche o gas letali? Conosci qualcuno che ha accesso a questo tipo di armi? Hai mai frequentato corsi di volo, hai mai pilotato un aereo? Conosci qualche iracheno-americano che vive negli Stati Uniti che adesso pilota aerei? Quand’è stata l’ultima volta che sei stato in Iraq? Consideri l’Iraq la tua patria? Qual’è per te la tua patria? Prenderesti in mano delle armi per combattere per questo paese?
Poi presero una cartina dell’Iraq e l’attaccarono al muro, chiedendo al padre di Al-Wardi di indicare le città in cui egli pensava fosse possibile che le armi di distruzione di massa fossero nascoste. L’incontro durò due ore.
“I miei genitori erano politicamente molto partecipativi, andavano a tutte le manifestazioni contro la guerra. Protestarono contro l’invasione dell’Afghanistan. Ma da quel momento mia madre non è più andata alle manifestazioni. Mio padre continua ad andarci ma non vuole attirare l’attenzione su di sé. Arriva persino a camuffarsi”, mi ha detto sorridendo. “Si mette un cappellino e gli occhiali da sole e si tira su il colletto. Non vuole che la gente gli faccia delle foto”.
Secondo il Comitato Anti-Discriminazione arabo-americano, l’FBI, da quando è iniziata la guerra in Iraq, avrebbe fatto visita fino a oggi a 11.000 iracheno-americani. Etichettate come “libere interviste”, esse costituiscono solo una parte di una più ampia serie di simili iniziative adottate a partire dal novembre del 2001. La prima fase si è concentrata su 5.000 cittadini di nazioni sospettate di ospitare membri di Al-Qaeda; la seconda fase è iniziata nel marzo del 2002 con interviste ad altri 3.000 uomini. Un anno più tardi l’Ufficio di Contabilità Generale Usa scoprì che nessuna delle informazioni ricavate da queste interviste erano state analizzate, mentre 20 persone tra quelle intervistate erano state arrestate per questioni legate l’immigrazione.
Come procuratore dell’immigrazione, Ban Al-Wardi non è rimasto estraneo all’azione di sorveglianza dell’FBI. Aveva rappresentato due leader musulmani della vasta comunità araba di Aneheim, e per questa azione venne dichiarato “colpevole di associazionismo”. Uno dei due leader era un noto chierico egiziano dell’Istituto Islamico di Orange County, l’Imam Wagdy Mohamed Ghoneim, arrestato nel novembre 2004 per non aver rispettato la data di scadenza del visto per i religiosi. Dopo aver accusato un infarto nella struttura detentiva di San Pedro, Ghoneim optò per l’espulsione.
Un altro caso riguarda Abdel-Jabbar Hamdan, il fondatore palestinese di una moschea Anaheim. Hamdan è stato arrestato nel luglio 2004 per associazione con la Fondazione Terra Santa. Aveva lavorato per raccogliere fondi a favore di un’istituzione benefica di Dallas, che fu la prima associazione ad essere abbattuta dal governo nel 2001 per i suoi presunti legami con Hamas. Nel 2002 Hamdan ha accettato di recarsi a Dallas su richiesta dell’FBI, per rispondere ad alcune domande in merito alla Fondazione. Subito dopo aver accettato, gli agenti bussarono puntuali alla sua porta, alle quattro di mattina. Venne trasferito sull’isola del San Pedro Terminal e lì trattenuto sulla base di un provvedimento del Patriot Act che prevede ipotesi di detenzione a tempo indeterminato se da parte del Governo viene dimostrata su “basi ragionevoli” la minaccia alla sicurezza nazionale.
“Hanno fermato due figure-chiave, due uomini molto amati dalla comunità locale, e li hanno umiliati”, afferma Al-Wardi. “Si è voluto lanciare un messaggio forte, e la gente lo ha ricevuto”.
Congiuntamente agli arresti di personaggi influenti, l’FBI stava pianificando una “via d’accesso meglio percorribile” – come l’ha definita Al-Wardi – per la raccolta di informazioni all’interno della comunità musulmana. Incontri regolari avevano luogo tra personalità legate all’FBI e organizzazioni musulmane, nel corso dei quali la sensibilità verso le altre culture veniva barattata in cambio di importanti informazioni. Come conseguenza di questa “sensibilità”, gli agenti dell’FBI iniziarono a portare con sé durante le visite mattutine alcuni veli in più per le donne della casa, per non far loro perdere tempo e poterle interrogare più in fretta.
Varie comunità musulmane, da San Diego a Chicago e a Minneapolis, si sentirono forzate a dover instaurare questo tipo di relazioni “precarie” con le autorità per il rispetto della legge. In tanti vennero obbligati a collaborare con le autorità secondo le misure preventive contro gli attacchi terroristici, e il risultato di questa “cooperazione” si fa ncora sentire.
“Quando contattiamo qualcuno, noi non diamo per scontato che si tratti di un terrorista, di un potenziale sostenitore del terrore o di un soggetto pronto ad esporre le proprie idee radicali”, riferì un ufficiale dell’FBI a San Diego. “Questo è ciò che dobbiamo scoprire, come dobbiamo cercare la loro collaborazione. Se poi dovessero nascere sospetti su eventuali coinvolgimenti in attività criminali, questa è un’altra storia”.
Nel 2003 – nell’ambito di un’azione anti-terrorismo – venne ordinato a tutti i supervisori di fare il conteggio di tutte le moschee esistenti e di tutti i musulmani nelle rispettive zone di competenza. Un provvedimento che di certo non faceva ben sperare. Grazie ad una notizia trapelata da un incontro congressuale, il New York Times rivelò che l’operazione del conteggio sarebbe stata utilizzata come riferimento per verificare quanti mandati per attività di investigazione e di intelligence una singola unità operativa avrebbe dovuto fornire.
“E’ diventato un test sulla cooperazione”, aveva detto Al-Wardi. “Secondo i gruppi comunitari l’impressione è che non abbiamo niente da nascondere; potremmo anche svolgere direttamente noi questa attività, agendo da zona cuscinetto. Noi faremmo le domande e noi riceveremmo le risposte.Magari questo allevierebbe gli assalti ai membri della nostra comunità… Sfortunatamente, ciò non è accaduto”.
Hamid Khan, direttore della californiana South Asian Network, ha dichiarato che la sua organizzazione era stata fin da subito prudente nel collaborare con gli agenti dell’FBI. “Basterebbe considerare la loro definizione di terrorista e il loro approccio all’anti-terrorismo per capire come farebbero volentieri di tutta l’erba un fascio, gettando l’ombra del sospetto sull’intera comunità”, ha detto. Invece di sedersi a un tavolo con i rappresentanti delle comunità, Khan e altri erano decisi ad avere un incontro con i funzionari regionali addetti al rispetto delle leggi sui costumi e sull’immigrazione pee “contestare a gran voce questa attuale politica che ci è così ostile”. Ma, per più di un anno, la loro richiesta è stata sempre respinta.
All’inizio del 2005, a Los Angeles, due particolari avvenimenti hanno riflesso i cambiamenti in corso sulla questione dell’immigrazione. Prima, il dipartimento dello sceriffo che avvia un programma pilota per i propri ufficiali volto a far rispettare la legge sull’immigrazione: il compito era determinare lo status legale degli immigrati detenuti nelle carceri. Lo sceriffo poi emanava i mandati di espulsione. Questo nuovo provvedimento, dicono i promotori, è un primo passo verso l’acquisizione da parte delle istituzioni locali dell’autorità federale sull’immigrazione. Un’innovazione che mette da parte la vecchia politica cittadina – conosciuta come 'Special Order 40' – di proibire agli ufficiali del Dipartimento di Polizia di Los Angeles di interrogare soggetti sullo status di immigrati. “Questa per noi è stata una vera sconfitta”, ha dichiarato Al-Wardi. “L’effetto sulle comunità è stato devastante.” Poi, lo scorso marzo, dopo mesi di dispute tra le forze dell’ordine e le autorità sull’immigrazione su come inasprire la lotta al traffico umano e allo spaccio di droga nel sudest, è nato un maxi giro di vite a livello nazionale. ‘Operation Community Shield’, una task force condotta congiuntamente dall’ l’FBI e il Dipartimento di Sicurezza Nazionale, è stata inaugurata il 14 marzo con l’arresto di 103 appartenenti ad alcune gang salvadoregne.
Il gruppo Mara Salvatrucha, meglio conosciuto come MS-13, nacque a Los Angeles durante gli anni ’80 e ora, a quanto si dice, dispone di migliaia di membri sparsi tra gli Stati Uniti e l’America centrale. Dopo anni di guerriglia urbana tra gang rivali e unità di polizia specializzate – oltre a violenti ritorni in patria – MS-13 è definita ora come “l’ultimo grande rischio per la sicurezza nazionale”.
A Los Angeles agenti federali hanno fatto uso dei database di MS-13 – prelevati dalla polizia locale – per arrestare 17 sospetti capibanda. L’operazione ha seguito la linea di un’azione precedente, portata avanti in occasione delle retate ai musulmani sospettati dopo l’11 settembre, e resasi protagonista di violazioni amministrative sull’immigrazione nel seguire le indagini. Negli ambienti dell’informazione sono circolate alcune voci di un collegamento tra Mara Salvatrucha e Al-Qaeda, nonostante gli ufficiali del Dipartimento di Sicurezza Nazionale ammettano di non avere prove a riguardo e, quindi, di non ritenere probabile una tale connessione.
“Una volta che paventata l’idea di un collegamento, il danno è già stato fatto”, ha detto Alex Sanchez, il responsabile di ‘Homies Unidos’, un programma volto a prevenire la formazione di bande criminali, con sede a Los Angeles e a San Salvador. Nel loro ufficio di Pico-Union, nelle stesse strade in cui nacque l’organizzazione Mara Salvatrucha, Sanchez ne discuteva allarmato solo pochi giorni dopo che venisse inaugurata la nuova serie di misure restrittive.
“Mara Salvatrucha è una gang composta per lo più da immigrati in serie difficoltà personali e sociali, che sfogano i loro problemi nella lotta contro altri analoghi gruppi . Non agiscono contro la comunità, contro i civili, ma combattono contro membri di altre gang. Il modo in cui questa gente viene ora descritta è decisamente non appropriato”.
Sanchez lo sa bene; è stato membro di Mara Salvatrucha durante la sua gioventù a Los Angeles. Nel 1994 è stato anche rispedito a San Salvador causa una condanna per furto d’auto, ma l’anno seguente riuscì a tornare per ricongiungersi alla sua famiglia. Il periodo passato a San Salvador gli ha aperto gli occhi sulla violenza, dopo decenni di squadre della morte e atrocità. “Laggiù, invece di colpire le persone con un bastone le stanno uccidendo”, ha detto. “Ciò che abbiamo subìto venendo espulsi come immigranti è stata una violenza mai vista prima. Impari a conoscere anche la differenza tra essere povero ed essere povero lì, che è una grande differenza. Mia zia aveva un negozio e io vedevo gente andare e venire per comprare un uovo, e quattro persone mangiare quell’unico uovo con quattro tortillas. Ciò che ho visto laggiù è la vera povertà”.
Secondo Sanchez, ritenere la MS-13 come una minaccia per la sicurezza nazionale maschera un problema diverso che niente ha a che fare con il terrorismo internazionale. Riguarda invece il disinvestimento urbano diffuso negli Stati Uniti e riguarda i decenni di violenze perpetrate in America centrale. I membri di MS-13 vengono da un mondo dove la legge colpisce tre volte. Vengono da un luogo in cui le squadre della morte sono pagate dal Governo salvadoregno per uccidere organizzatori di associazioni, guerriglieri e – più tardi – criminali deportati. Le gang di certo costituiscono un problema, ha detto Sanchez, ma la soluzione non sta nel dipingerli come “terroristi urbani”.
Quando la polizia adottò questa manovra correttiva, molti innocenti vennero spazzati via come se nulla fosse. La polizia volle catturare non solo i membri delle bande, ma anche i loro conoscenti, chi aveva relazioni con loro e chi violava le leggi sull’immigrazione, chi ha accuse inerenti gli stupefacenti o, semplicemente, chi sembrava sospetto.
“Credo che da questo scaturirà altra violenza. Credo che ci saranno persone costrette ad andarsene, altri bambini senza padre e madre, altre famiglie sotto assistenza sociale”, ha affermato Sanchez.
È comunque difficile riuscire a provare comprensione per le gang quando si pensa a come gli immigrati che rispettano la legge vanno incontro a misure repressive così sproporzionate. “Questa divisione è l’ostacolo maggiore” – sostiene Sanchez – per coloro che si oppongono alla diffusione di politiche repressive per il rispetto della legge. I membri delle gang, al di là di tutto, non sono altro che i figli dei rifugiati e degli immigrati sopravvissuti a difficili e brutali storie di violenza e di povertà.
“È tutto un circolo, si sa”, dice Sanchez. “Chi prenderanno di mira dopo? Se non contestualizziamo la questione, arriveremo al punto in cui il Governo strapperà la gente alle proprie case, durante la notte, all’alba, a qualsiasi ora del giorno, li strapperà dal loro lavoro, davanti ai loro bambini. Chi sarà il prossimo? Questo non è il cuore della criminalità, la criminalità sta da un’altra parte”.
Da un estratto abbreviato del libro di Tram Nguyen 'We Are All Suspects Now: Untold Stories From Immigrant Communities After 9/11' (Beacon Press, 2005)
Tram Nguyen è executive editor della rivista 'Color Line'
Fonte: http://www.alternet.org/rights/25502/ Tradotto da Beatrice De Sanctis per Nuovi Mondi Media
Gagio scemo Giuliano Mi si è rotto il disco fisso del pc: capita, mi direte. Sono d'accordo, e poi non ho perso quasi niente perché sono stato bravo e ho fatto tanti backup; però il mio hard disk non si è rotto in un giorno qualsiasi, ma esattamente tre anni dopo l'acquisto, cioè alla scadenza esatta della garanzia. Tre anni e una settimana, per la precisione. Una coincidenza? Può darsi, ne succedono tante: ma chissà perché mi è tornato subito in mente un film di Silvio Soldini, “Un'anima divisa in due”. E' un bel film, su un soggetto molto scabroso (perciò non aspettatevi di rivederlo sulle reti Rai e Mediaset): un uomo, interpretato da Fabrizio Bentivoglio, si innamora di una giovane zingara che ha sorpreso a rubare in un supermercato. Se ne innamora, e lei lo lascia fare: va a vivere con lei, prova la vita del nomade. L'incontro fra le due culture è spiazzante: l'uomo è scandalizzato quando la ragazza gli spiega, come se fosse la cosa più ovvia del mondo, che rubare è un'azione lecita. Anzi, non è nemmeno rubare: è che “gagio scemo ha lasciato qui la sua roba e io l'ho raccolta”. Gagio, per uno zingaro, siamo noi: noi “persone normali”, insomma. Per uno zingaro, chi non è zingaro è gagio. Il gagio scemo, che non prende le necessarie precauzioni, se abbandona qualcosa o si dimentica di proteggerla significa che non ne aveva più bisogno, e dunque la si può prendere. Bentivoglio, nel film, interpreta una guardia giurata: quindi è più che sconvolto da questo ragionamento, ma la ragazza non capisce perché se la prenda tanto. Per lei è assolutamente normale, che cosa vuole da lei quest'uomo? La reazione di Bentivoglio è la nostra reazione naturale, di noi che siamo cresciuti in una società civile dove l'onestà è un valore; e può far sorridere vedere questa situazione in un film. Almeno, così ragionavo nel 1993 quando uscì il film: oggi non sono più tanto sicuro di quel che succede, e mi sembra che questo ragionamento “da zingaro” abbia preso piede. Mi perdonino per la metafora gli zingari onesti, ma trovo che oggi “gagio scemo” siamo noi tutti, e che gli zingari abbiano preso il potere. Noi siamo tutti “gagi scemi”, cioè vacche da mungere, per le compagnie telefoniche, elettriche, assicurative, bancarie, eccetera, in questo mondo sempre più liberista, consumista e privatizzato dove c'è sempre una polizza da pagare, un abbonamento che scade, una gabella, una multa, un'offerta miracolosa con uno sconto allegato che saremmo stupidi a lasciar perdere, e dove non si può star tranquilli perché c'è sempre qualcuno che vuole mirare al tuo portafogli, e dove se non spendi non servi a nulla. www.ulivoselvatico.org
settembre 27 2005
Indiscrezioni primarie CONTRORDINE di ALESSANDRO ROBECCHI
L'importante è arrivarci preparati. Ed ecco qui: birre, patatine e salatini a volontà, il divano comodo e due pacchetti di kleenex per quando le lacrime, di pianto o di riso, ci coglieranno alla sprovvista. C'è tutto, siamo pronti per assistere alle primarie del centrodestra, il più grande spettacolo autosatirico mai inventato. La situazione è ancora in evoluzione, la discussione nel Polo è viva e vivace, ma già, grazie a numerose indiscrezioni raccolte in questi giorni, siamo in grado di anticipare le principali linee-guida della consultazione e i principali protagonisti.
Mariotto Segni - Il luogo comune secondo cui Mariotto porta sfiga va profondamente rivisto alla luce dei recenti avvenimenti. Partecipando alle primarie del centro destra, il grande leader ribalta quell'ingeneroso giudizio: non è Segni che porta sfiga, ma la sfiga che porta Segni. È l'unico sostenitore del maggioritario tra tanti sfidanti che si sono svegliati proporzionalisti ieri mattina. Previsione: 0,06 per cento, ben sopra la sua media abituale.
Pierferdy Casini - Leader cattolico. Divorziato, convivente con la nuova compagna, un figlio fuori dal matrimonio, si batterà con tutte le sue forze contro i Pacs. Il suo chiodo fisso è la difesa della famiglia, gli elettori delle primarie del centrodestra potranno scoprire quale con un simpatico gratta e vinci. Previsione: 8,5 per cento.
Gianfranco Fini - È la sua grande occasione: fare le elezioni solo nel centrodestra potrebbe dargli, per una volta, il brivido di vincerle. Arriverà secondo. Previsione 23 per cento.
Henry Desiré Landru - Serial killer francese degli inizi del `900, fece a pezzi e bruciò nel caminetto una decina di signore parigine. Potrebbe attrarre il voto maschile insofferente alle aperture progressiste di alcune donne del Polo. Se non si presentasse (c'è questo timore, è stato ghigliottinato nel `22) si può sempre chiamare Storace. Previsione: 1,2 per cento.
Alessandra Mussolini - Oltre al voto nelle primarie, propone il salto nel cerchio di fuoco, l'autarchia e la bonifica delle paludi Pontine. Nessun mistero sulle sue alleanze in caso di vittoria: tedeschi e giapponesi. Previsione: 2 per cento.
Renato Brunetta - Economista, consigliere di palazzo Chigi per gli affari economici, il che spiega in parte le attuali difficoltà del Paese. Ha scritto molti libri e va pure in giro a dirlo. Previsioni: 1,4 per cento.
Maldini e Costacurta - Anziani difensori del Milan. Si presentano alle primarie forti dei molti successi conseguiti, ma soprattutto vogliosi di trovare finalmente un lavoro adatto alla loro età. Previsionì: 3,5 per cento.
Silvio Berlusconi - Attempato possidente. Accetterà solo a denti stretti di competere con il resto dei candidati che non sono, come lui, emanazione divina. Però possiede tivù e giornali dai quali è pronto a far sparire tutti i concorrenti in nome di una vera competizione democratica. Alle primarie preferirebbe una convention, al voto preferirebbe un bell'applauso, a Follini preferirebbe una bronchite acuta. Previsione: 40 per cento.
Roberto Calderoli - Arrivare alle primarie lo inorgoglisce: dopo quarant'anni di scuola materna pensava di non riuscirci più. Condurrà la sua battaglia in nome del grande sogno di aprire finalmente una banca del Nord che non fallisca dopo sette minuti netti. Spigliato e apprezzato per il suo sguardo penetrante, baserà tutto sulla strenua difesa di Antonio Fazio, noto padano abruzzese. Previsioni: 4 per cento (3 per cento in caso di maltempo nel varesotto).
Rex - Cane poliziotto dell'omonimo telefilm. Anche lui, come Silvio Berlusconi, deve la sua popolarità alla tivù. Previsioni: 5,6 per cento.
È possibile che da qui all'avvio delle primarie del centrodestra si verifichi qualche assestamento, che si facciano avanti nuovi candidati e che si precisino nuove più solide alleanze. Del resto, come ha scritto Paolo Guzzanti su il Giornale, «Silvio Berlusconi esce benissimo (...) per la risposta fulminea sulla leadership che inietta linfa nel corpo elettorale della casa delle libertà». Quando si dice autosatira...www.ilmanifesto.it
voglio, voglio, voglio!
Parliamo di comunicazione, senza entrare nel merito politico. Una delle poche cose interessanti di queste primarie-psicodramma (per usare una definizione cara al blogger Stefano Massa) dell’Unione è la vivace campagna comunicativa lanciata da Bertinotti con l’agenzia Proforma che già aveva curato quella di Vendola in Puglia. Una campagna interessante ma che non mi convince appieno.
E’ una campagna che sembra avere come obiettivo principale uno “svecchiamento” del vetusto brand comunista e un coinvolgimento di alcuni precisi target che appaiono evidenti nei quattro 6x3 preparati e che bypassano l’ideologia. Un ricercatore, una studentessa (e fra i giovani RC raccoglie molti voti), una casalinga e un lavoratore dipendente (ma non il classico operaio). Nello svecchiamento del brand (già iniziato nella comunicazione di Vendola) la campagna sembra essere piuttosto efficace. Con un particolare interessante: che il simbolo del partito nelle pubblicità non c’è. Nei manifesti e nel sito di Bertinotti non appare mai il simbolo del partito della Rifondazione Comunista: basta il nome del candidato. Una deideologizzazione forte e necessaria, poichè risponde anche al bisogno di sfondare un bacino di voti asfittico, che nel centrosinistra può valere al massimo il 12-15%, troppo poco per poter rivendicare le primarie come un successo (Bertinotti punta, realisticamente, a un 20-25%).
I post-it, dei quali si è parlato tanto, non sono un’idea completamente nuova. Nel libro “Cofferati anch’io” si legge come una delle campagne, poi scartate, proposte al candidato sindaco di Bologna si intitolava “oppure Cofferati” e prevedeva, in linea teorica, la possibilità di una guerriglia semiologica attraverso adesivi “oppure Cofferati” da incollare in luoghi simbolo di ciò che non andava in città. Una forma di marketing virale particolarmente interessante in politica, un ambito nel quale si può far conto su un certo numero di “fedelissimi” motivati e su volontari (il sogno di qualsiasi azienda). I post-it “voglio” scelti per la campagna non usano, inoltre, vecchi termini o temi tipicamente comunisti, ma esprimono desideri comuni, banali, di buon senso, condivisibili da buona parte degli elettori di centrosinistra.
Curiosamente però tutti questi “voglio”, ricordano un po’le promesse iperboliche e un certo autoritarismo della famosa campagna di Berlusconi nel 2001. Si salvano in corner: con l’ironia, senza contare che sono le persone, non il politico a pronunciarle. E’ un progetto partecipato (l’interpellazione è emblematica), condiviso, in cui Bertinotti, che nei manifesti non è mai presente, si impegna idealmente ad ascoltare: i “voglio”, sono diretti a lui.
E qui arriva qualche nota dolente, che non si può verificare (sarebbe interessante condurre qualche focus group sull’argomento), ma che sospetto “a naso”: non è possibile che una parte dell’elettorato (non i giovani, per esempio) possa essere disilluso e scettico nei confronti di promesse eccessive o irreali? Com’è noto l’erba voglio…
E poi c'è la visibilità: la campagna non è stata finora particolarmente visibile (forse è partita troppo presto? Proforma sconta sicuramente un po’ d’inesperienza in ambito elettorale) e la diffusione dei post-it non è stata così capillare come forse ci si immaginava.
Infine una nota sulla realizzazione dei 6x3. Molto mal congegnati, a mio parere, nonostante una buona idea. Troppi elementi scritti e di difficile lettura in un tipo di manifesto solitamente affisso in luoghi in cui è visibile solo dall’auto o dal bus e posto molto in alto. I post-it rappresentati nel manifesto sono troppo piccoli e illeggibili così, scritti in corsivo, se non ci si sofferma. E sono lunghi, come nel caso di quello del ricercatore. Il tempo medio dedicato da un passante ai manifesti, in genere è di qualche secondo e di solito l'efficacia si basa anche su elementi che 'arrivano' anche senza un’attenzione prolungata (un volto, un simbolo conosciuti si percepiscono anche senza portarvi sopra lo sguardo).
Per il momento, però, la campagna per le primarie procede nella noia. zapping.splinder.com/
Il Cardinale e le Farfalle Rosse, un battito d'ali che ha fatto polemica Stato laico. In difesa della Costituzione e per i diritti. Ecco i motivi della contestazione a Ruini che ha turbato i ''nostri'' politici Alessandro Francesconi*
Negli ultimi giorni la domanda che ci è stata rivolta più frequentemente è stata: “Ma ve lo aspettavate tutto questo clamore?”. Diverse priorità hanno sempre imposto una risposta secca in cui si diceva che, al di fuori delle aspettative, ci amareggiava non poco vedere politici di entrambi gli schieramenti e cariche dello Stato che si affrettavano a difendere il cardinal Ruini, senza peraltro che ce ne fosse alcun bisogno (in primis perché non aveva subito nessuna aggressione, né verbale né fisica), anziché schierarsi in difesa della Costituzione che invece di bisogno ne ha molto. Finchè vengono aggrediti e ridotti al silenzio gli omosessuali, gli immigrati, i precari, i soggetti a cittadinanza limitata, nessuno muove un dito: chiusi nelle stanze del potere in un silenzio assordante i politicanti di turno non proferiscono parola. Se invece cento studenti, in maniera del tutto pacifica e nonviolenta, rifiutano il ruolo di spettatori impotenti che si cerca di imporgli si scatena il caos. Già, il caos. È proprio da detta teoria che un giorno sono nate le Farfalle Rosse, prima davanti ad un caffè caldo in un piccolo bar e poi, qualche giorno dopo, in un aula di un Istituto tecnico in cui tanti ragazzi e ragazze si sono scambiati idee, sensazioni, speranze e sentimenti. Il primo battito di ali è stato nella mattina del 16 settembre e sono stati in tanti a volare con noi. Gli studenti di Siena quella mattina sono entrati a scuola con gli zaini dentro ai sacchi della spazzatura, un modo come un altro per dire: “Buongiorno Moratti!”. Quel pomeriggio ci siamo presentati alla città con un comunicato all’inizio del quale si leggeva: “Si dice che il battito d’ali di una Farfalla in Amazonia possa provocare un tornado dall'altra parte del mondo. Noi saremo quelle farfalle, le nostre lotte saranno quel Tornado.” E come si è visto il Tornado c’è stato, una ventata di aria buona ha invaso la città, gli applausi al Cardinale viaggiavano con il vento, lo stesso che gonfiava i nostri striscioni: “Voglio fare un PACS avanti”, “Libero amore in libero stato” e “Siamo tutti omosessuali”. Ed ecco che la bufera è subito proseguita, spostandosi dalle strade ai giornali ed alle televisioni. Ora voglio dare una risposta diversa a quella domanda: il clamore che non ci aspettavamo e che comunque ci fa più piacere è quel fenomeno che si è attivato intorno alle Farfalle Rosse, perché abbiamo messo in campo un esperienza nuova, un soggetto reale che fa della partecipazione il suo agente catalizzante. Non ci sono leader, quelli servono ai media ma non a noi, non ci sono portavoce o referenti, ma solo tante anime che al nostro interno hanno pari potere e dignità e che lottano perché i loro diritti e quelli di tanti e tante come noi vengano garantiti e non solo sulla carta. Ogni decisione viene presa in sede assembleare e nonostante l’eterogeneità della nostra composizione c’è sempre un punto di incontro trovato senza che nessuno senta di esser sceso a compromessi ed è qualcosa di reale e concreto. Facciamo tesoro delle nostre diversità e una sensibilità diversa in assemblea è una ricchezza per tutti noi. Ci hanno chiesto quale è il nostro obiettivo: bene, rispondiamo allora che vogliamo far sì che questa dignità e questi metodi non rimangano chiusi dentro quattro mura, vogliamo svegliarci e scoprire che il razzismo, l’oppressione, la diffidenza e l’emarginazione del diverso sono stati solo un brutto sogno. Poi, come siamo venuti ce ne andremo, perché la vita di una farfalle è breve ma basterà per cambiare il mondo.
*Farfalle Rosse www.aprileonline.info
Le storie (nate o mai nate) dell'Ulivo. Bfaber E' un bel caso strano quello dell'Ulivo. Doveva esserci, c'è stato ed ora non c'è più. Giuro che ci fu, l'Ulivo, io c'ero nell'Ulivo insieme a voi. Tanto che, come tanti altri, ci siamo fatti anche un comitato, un sito. Proprio questo che usiamo ancora, anche se l'Ulivo non c'è più e come se dovesse esserci ancora. Non oggi, magari domani. E' un bel caso strano quello dell'incontro storico tra cattolici e socialisti/comunisti. Forse, essendo storico, riguardava il passato, appunto, e non il futuro. O forse a qualcuno non piaceva nemmeno quello passato... Ma a chi non piaceva quello futuro se eravamo in molti a credere che potesse ancora servire? Noi lo volevamo, Prodi lo voleva. Fassino ha consumato, per questo, i pochi grammi di grasso nascosti male, Boselli pure. Ma anche Rutelli, fino a un minuto prima del fuori tempo massimo, senza spiegare un'acca. E senza spiegare un'acca tutti insieme cancellano dieci anni di storia italiana senza dirci perché l'incontro non serva più nel futuro e senza dirci chi lo ha stabilito per loro e per noi. Proprio nel momento che al posto degli incontri si sviluppano degli scontri su cose e leggi già acquisite e digerite o altre del tutto pacifiche e scontate del vivere comune. Forse è meglio così. Forse non c'è stato nessun incontro storico ieri, né servirà domani. Sono solo tante storie nate male o mai nate. Ieri, oggi e domani serviva e serve solo un po' più di democrazia. E' quella che c'è mancata di più, anche quella diretta, anche per i cattolici, anche per i socialisti e per i comunisti. Come sempre. Meno eroi, meno santi e più votanti. Ma tra noi dell'Ulivo, possiamo dire che quello dell'Ulivo è un bel caso strano? /www.ulivoselvatico.org/
Salvare la pelle, distruggendo lo Stato eDUARDO RINA
La sentenza di ieri su All Iberian era scontata! Tutti sapevano che il motivo principe per il quale il Cavaliere era “disceso in campo” nel 1994 era quello di “salvarsi la pelle” avendo l’armadio pieno di scheletri per le assidue e interessate “amicizie” con Craxi e con il sistema politico-imprenditoriale delle relazioni e degli “affari” degli anni ‘80.
Nel 1996, con la vittoria di Romano Prodi e dell’Ulivo, il governo di centrosinistra invece di agire aprendo gli armadi della Prima Repubblica (facendo “pulizia” del “craxismo” e del “rampantismo imprenditoriale” che avevano prodotto il sistema di Tangentopoli) preferì mettere in piedi la “Bicamerale delle Riforme” interloquendo con il “Cavaliere”, maggiore depositario degli “scandali” di quel periodo infelice della democrazia italiana. La lucidità “tattica e strategica” di Berlusconi nel condurre un’opposizione intransigente ai governi di Prodi, D’Alema e Amato e l’inclinazione congenita all’inciucio degli epigoni del “riformismo trasformista all’italiana” consentirono la vittoria della cosiddetta Casa delle Libertà nel 2001. E questi quattro anni sono stati interamente spesi dal Cavaliere e dai suoi sodali per produrre, una dietro l’altra, tutte le vergognose Leggi ad personam, compresa la scandalosa depenalizzazione del “falso in bilancio”.
Oggi, nel momento di maggiore difficoltà e debolezza politica, Berlusconi e i suoi fedelissimi mass-media della Rai e di Mediaset stanno facendo passare per l’ennesima “assoluzione” la triste e penosa sentenza del Tribunale di Milano che sancisce la resa della Giustizia e dello Stato di Diritto... alla prepotenza e all’uso personalistico e privato del potere legislativo del Parlamento di una democrazia occidentale! Vorrei chiedere, polemicamente, ai “riformisti” del centrosinistra che avevano cancellato l’abuso d’ufficio (e che stanno intruppando in queste ore personaggi come De Michelis che hanno votato tutte le Leggi Vergogna) se, dopo questa ulteriore vergogna, ritengono ancora di considerare il Cavaliere un interlocutore democratico! Le dichiarazioni di queste ore dei massimi esponenti dell’Unione sono tutte improntate all’ottimismo di una futura vittoria elettorale che porterà al Governo una ferma e determinata volontà di cancellare le Leggi Vergogna. Intanto non si canti vittoria e, soprattutto, si passi dalle parole ai fatti. Sottoscrivendo un Patto etico per restituire dignità alle Istituzioni democratiche e fiducia ai cittadini. www.centomovimenti.com
Berlusconi assolto da Berlusconi All Iberian, il falso in bilancio non è più reato e quindi il premier è innocente Si chiude un processo andato avanti per 10 anni e risolto con una legge ad personam di Susanna Ripamonti / Milano
da l'Unità - 27 settembre 2005
PREMIER AUTO-ASSOLTO Silvio Berlusconi è stato assolto dall'accusa di falso in bilancio nel processo All Iberian che si è concluso ieri a Milano, grazie al fatto che il centrodestra ha cancellato il reato di cui era accusato il proprio leader. Per cui, sarebbe più corretto dire che il premier si è auto-assolto. Il dispositivo della sentenza emessa dalla seconda sezione del tribunale dice testualmente: «il tribunale assolve Berlusconi Silvio, Foscale Giancarlo, Livolsi Ubaldo e Zuccotti Alfredo, dai reati loro rispettivamente ascritti perchè il fatto non è più previsto dalla legge come reato». Il processo infinito, bloccato e ripartito da zero per ben quattro volte e durato 10 anni, avrebbe dovuto arrivare a sentenza nel marzo scorso, ma i giudici avevano rinviato il verdetto in attesa del pronunciamento della Corte di Giustizia europea sulla legge italiana sul falso in bilancio. La Corte del Lussemburgo, decise che la direttiva Ue sul diritto societario non poteva ribaltare la legge «ad personam» fatta dal parlamento italiano e l’accusa dovette così rassegnarsi a perdere la sua ultima battaglia. La sentenza di ieri era infatti prevedibile e scontata: cancellato il reato non poteva più esistere la pena. Riassunto delle puntate precedenti. All Iberian, società off-shore della Fininvest, era stata individuata già nel ‘95 dall’ex pm Antonio Di Pietro. Di lì, secondo l’accusa, erano usciti 22 miliardi destinati al Psi di Bettino Craxi. Il processo inizia nel novembre del 1996, con la duplice accusa di falso in bilancio e finanziamento illecito ai partiti. Tra gli imputati c’è anche Craxi. Nel giugno del 1998 si sdoppia per un clamoroso errore della procura: i legali della Fininvest contestano di non aver mai ricevuto alcuna comunicazione del procedimento in corso e di non essersi potuti così costituire parte civile. I lavori proseguono per il finanziamento illecito e arrivano a una condanna cancellata in appello per prescrizione. Per questa accusa infatti, Berlusconi era stato condannato a due anni e quattro mesi di reclusione e una multa da oltre dieci miliardi mentre Craxi a 4 anni. Secondo l'accusa il denaro da Fininvest era finito al Psi proprio attraverso la società off shore All Iberian. Ma nell'ottobre 1999 la Corte d'appello di Milano dichiara prescritto il reato di illecito di finanziamento ai partiti per Berlusconi e Craxi e nel novembre 2000 la Cassazione conferma la prescrizione. In parallelo era invece ripartito da zero lo stralcio per il falso in bilancio, All Iberian 2. Tornato in aula nell'ottobre del 1998 chiude i battenti per la seconda volta perchè le difese contestano l'indeterminatezza del decreto che dispone il giudizio. Valutazione accolta, tutto da rifare. Dopo altre attese inizia All Iberian 3 davanti al presidente Gabriella Manfrin, che già si era occupata del caso e per legge non può più esprimersi sulla stessa vicenda. Altro stop e per la quarta volta si riparte da zero, ma nel frattempo passa la legge sul falso in bilancio, si abbreviano i tempi di prescrizione e il reato diventa perseguibile solo su querela di parte, per cui in teoria avrebbe dovuto essere subito cancellato con una sentenza di proscioglimento. Ma l’accusa non demorde. Il 12 febbraio del 2003 i giudici accolgono la richiesta del pm Francesco Greco che sostiene che la legge italiana è in contrasto con la normativa europea. La palla passa alla Corte Europea, che nel maggio scorso però ha rigettato il ricorso dei giudici di Milano. Da qui la sentenza di ieri: il reato non esiste più. Ora c’è chi, come il ministro per le Tlc Mario Landolfi, ha il coraggio di affermare che finalmente «la verità si è fatta strada» ma Berlusconi e soci non sono stati assolti perché, con prove inattaccabili, hanno dimostrato che vaneggiava quel manager Fininvest, Giovanni Romagnoni, che tra il 23 e il 24 novembre del ‘95, davanti ai pm aveva messo a verbale che «All Iberian fu usata dal gruppo Fininvest» per operazioni illecite. L'accusa ha sostenuto che attraverso quella società partirono una pioggia di miliardi finiti sui conti svizzeri di Craxi. La difesa ha vinto, senza dimostrare il contrario.
E adesso la salva-Previti" a rischio migliaia di processi Il provvedimento potrebbe avere il via libero definitivo la prossima settimana Protesta dell´Unione e dei magistrati LIANA MILELLA
da Repubblica - 27 settembre 2005
ROMA - Le toghe e gli avvocati penalisti, per una volta uniti, stanno appena fuori il palazzo. Il presidente dell´Anm Ciro Riviezzo confabula con il leader delle Camere penali Ettore Randazzo quasi sulla soglia della Camera. Si scambiano un allarme profondo e condiviso: con la legge Cirielli, o ex Cirielli visto che il deputato aennino che ne fu l´originario padre l´ha poi ripudiata, o ennesima legge "salva Previti" come ormai la chiamano tutti, i parlamentari dell´Unione e gli stessi magistrati, sono destinate a saltare «decine di migliaia di processi». Il drastico taglio dei tempi di prescrizione, accorciati fino alla metà, sortiranno l´effetto di un colpo di spugna. Il vicesegretario dell´Anm Nello Rossi, giudice in Cassazione, azzarda anche una stima numerica, la prima dopo l´insopportabile dietro front del ministro della Giustizia Roberto Castelli che una settimana fa ha negato i prospetti e si è trincerato dietro una loro presunta parzialità. La stima di Rossi è pesante. «Sarebbero tra i 40 e i 70mila i procedimenti che rischiano di concludersi con la prescrizione in appello». Tanti, troppi, completamente al buio. Una «criptoamnistia permanente» come la chiama il docente di procedura penale Franco Cordero perfettamente inserita nella «filosofia dell´impunità» perseguita dal governo Berlusconi in un´intera legislatura. Ancora una volta, e i cinque anni stanno per concludersi, la storia si ripete, inesorabile ed uguale: chi protesta rimane fuori del palazzo, ma dentro al palazzo la legge Cirielli va avanti. E pure di corsa. Con la mossa, anche questa già sperimentata, di rinviare la discussione di una settimana, quando i tempi parlamentari saranno contingentati, quando alla pattuglia dell´opposizione non resterà che una manciata di minuti per rendere pubblico tutto il suo sconcerto. È sempre accaduto con tutte le leggi ad personam, le leggi sulla giustizia volute da Berlusconi per salvare se stesso e il suo ex avvocato di fiducia Previti. Sta accadendo di nuovo. Ecco che ieri, in un´aula deserta, s´avvia la discussione generale sulla Cirielli. Non è una sorpresa. Il presidente della Camera Casini l´aveva messa in calendario sin dall´inizio di settembre. Ed era previsto che se ne parlasse subito dopo aver liquidato e passato al Senato un´altra legge altrettanto discussa, quella proposta dall´azzurro Gaetano Pecorella che toglie al pubblico ministero la possibilità di presentare appello se ha perduto il processo e l´imputato è stato assolto. Il primo a fruirne sarà, guarda il caso, giusto Berlusconi per l´appello della Sme. Sistemato il capo, si passa al gregario. Tocca finalmente all´ex ministro della Difesa. L´opposizione lo denuncia con forza. Lo dicono in aula il diellino Giuseppe Fanfani e il diessino Francesco Bonito. «Sono dei villani, manca una ventina di sedute utili a chiudere la legislatura e si continua a discutere dei casi giudiziari di quei due». Del resto Previti è stato paziente. Una settimana fa ha pure detto pubblicamente che «la legge sull´appello non era per lui». E Fanfani lo sfida: «Vedremo se avrà il coraggio di dire lo stesso anche per la Cirielli». Che la prossima settimana tornerà in aula per essere definitivamente approvata nonostante la spada di Damocle dei processi che saltano. Al Quirinale sono in allarme da settimane. A fine luglio, subito dopo il voto al Senato, dal Colle è partito un messaggio informale per via Arenula. L´impatto sui processi è importante. L´opposizione, ancora Fanfani, lo ha chiesto sin dal 15 dicembre 2004 quando si svolse il primo dibattito alla Camera. Castelli disse subito che «era difficile». Ma promise che avrebbe poi chiesto gli elementi alle Corti di appello. Nel dossier del Quirinale è schedata la dura reprimenda della Cassazione che a stretto giro, con una nota piccata, spiegò come rischiavano di saltare tutti i processi per reati puniti con cinque e sei anni, mentre erano in bilico quelli da otto. Al Senato è toccato al sottosegretario azzurro Luigi Vitali dire che il ministero non era ancora pronto, che i dati non c´erano. Ma in pieno agosto, al Sole 24 Ore, il direttore dell´ufficio statistica Fausto De Santis rivela che i dati ci sono, sono stati inviati al ministro, dimostrano che «la Cirielli avrà un impatto molto, molto forte sui processi». A quel punto sui dati cade il black out. Negli atti della Camera sono registrate le parole che Bonito ha pronunciato ieri: «Vi sono motivi, elementi e fatti che ci consentono di affermare con la dovuta e necessaria certezza che il ministro ha mentito al Parlamento e questo costituisce fatto politico di rilevanza e gravità eccezionali». Di fronte alla platea dell´Anm il responsabile Giustizia dei Ds Massimo Brutti coinvolge pesantemente Casini: «Il presidente della Camera non ha nulla da dire di fronte al diniego verso il Parlamento?». Ma il sottosegretario Vitali reagisce all´insegna del più assoluto understatement con la singolare premessa che «il governo non ha un particolare interesse per questa legge». Poi aggiunge: «Mi preoccupo poco del nuovo impatto di una norma nel sistema complessivo del nostro Paese, ma sono molto interessato alla giustezza di quella norma. Anche il dato sull´impatto può essere importante ma non è sufficiente per giustificare l´abbandono di un´iniziativa legislativa parlamentare se questa ha un senso, una logica, un fondamento». Peccato che sul Colle non la pensino affatto così e si preparino a radiografare una legge che puzza di "irragionevolezza costituzionale".
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Ds Milano - Rassegna stampa
Ai TG italiani interessa più il gossip sui VIP dei bambini che muoiono di fame
"Da qualche mese in Niger e nei Paesi circostanti del Sahel si sta consumando una delle più gravi emergenze nutrizionali degli ultimi trent'anni: siccità cavallette e politiche di mercato miopi hanno esposto alla fame oltre 3 milioni di persone. Tra loro moltissimi dei più fragili cioè i bambini hanno già perso la vita.
La BBC inglese per prima ha iniziato a trasmettere immagini strazianti dei piccoli ridotti in fin di vita, seguita immediatamente dall'americana CNN e dai principali network di tutto il mondo.
Solo in Italia le televisioni hanno giudicato l'emergenza di scarso interesse. Uno studio dell' Osservatorio sulle Crisi Dimenticate a cura di Medici Senza Frontiere e dell'Osservatorio di Pavia mette in luce la sconcertante indifferenza dei TG italiani: nei mesi di Luglio e Agosto 2005 i notiziari di punta (pranzo e prima serata) di Rai, Mediaset e La7 nel loro insieme hanno dedicato appena lo 0,1% del tempo alla crisi nutrizionale in Niger. Vale a dire che su quasi 436 ore di notizie, appena 19 minuti sono stati dedicati alle migliaia di bambini vittime innocenti di una crisi evitabile.
Negli stessi mesi circa 10.000 bambini gravemente malnutriti sono stati curati da MSF . Ben altro risalto è stato dato, nello stesso periodo di tempo, ad altri temi evidentemente giudicati di maggior interesse per il pubblico italiano:
- Le notizie di gossip e sui VIP hanno conquistato ben 11 ore e 35 minuti - Al delitto di Brescia sono state dedicate 7 ore e 22 minuti - 2 ore e 15 minuti sono stati dedicati a servizi sugli animali domestici
Totalmente disinteressati i TG Mediaset ( un solo minuto è stato dedicato al Niger da Canale 5 mentre Italia 1 e Rete 4 non hanno speso nemmeno un secondo su questa crisi);
I 3 Tg Rai hanno dedicato all'emergenza appena 10 minuti (di cui ben 6 trasmessi dal TG3), il Tg de La7 si distingue per gli 8 minuti di servizi dedicati".
Così il comunicato stampa diffuso dalla sezione italiana di Medici Senza Frontiere.
Stefano Savi, direttore generale di MSF Italia, denuncia le priorità di un'agenda mediatica che condanna al silenzio le crisi umanitarie. "Non solo continueremo ad assistere le popolazioni in pericolo - commenta Savi - ma non smetteremo nemmeno di denunciare il silenzio colpevole dei media che uccide le vittime una seconda volta.
Le centinaia di migliaia di sostenitori che abbiamo in Italia ci dicono che non è vero che gli italiani sono interessati solo agli amori Vip e alla cronaca nera! Per questo MSF continuerà a collaborare con l'Osservatorio di Pavia nell'ambito dell'Osservatorio sulle Crisi Dimenticate."
di Luigi De Paoli www.megachip.info
La destra attacca Montalbano: "Trasuda comunismo" redazione
Romano Prodi si lamenta per una televisione a senso unico in favore del centrodestra? La Casa delle Libertà contrattacca e pone l'accento sul fatto che in Italia le emittenti private e quelle statali in realtà sono molto vicine alle opposizioni. Prova certa di questa tesi sarebbe il fatto che le fiction mandate in onda dalla tv di Stato sono tutte di sinistra e che il Commissario Montalbano - addirittura - "trasuda comunismo". Il ministro delle Comunicazioni Mario Landolfi non ha dubbi a tal proposito: "la televisione è appiattita su posizioni storiche antiche, molto schiacciata sulla sinistra". "C'è una pericolosa inclinazione verso i temi cari alla sinistra - ha assicurato - questo è sotto gli occhi di tutti. Ho ricevuto molte lettere di protesta. Mi sembra che onestà imponga di riconoscerlo anche a Prodi".
Il "Commissario Montalbano", scritto da Andrea Camilleri e interpretato sul piccolo schermo da Luca Zingaretti, era già finito nel mirino del centrodestra alcuni giorni fa, quando il quotidiano Il Giornale diretto da Maurizio Belpietro aveva scritto un articolo al vetriolo per denunciare il fatto che la fiction era ormai "politicizzata". "Che adesso il nostro amato commissario debba farci il sermoncino da poliziotto impegnato - si leggeva sul giornale - costrettovi dal velleitarismo sociopolitico di Andrea Camilleri che non si accontenta più di essere solo un giallista di successo, pare davvero una nota stonata".
"Montalbano comunista? - ha commentato il consigliere d'amministrazione della Rai Sandro Curzi (vicino a Rifondazione) - il giudizio del ministro delle Comunicazioni può essere accolto e seppellito con una risata". /www.centomovimenti.com
Bush arresta "mamma pace" davanti alla Casa Bianca di red
Tra non volerla ricevere e arrestarla, c’è passato solo un mese. Cindy Sheehan, la mamma del giovane soldato Casey morto in Iraq che da un estate protesta contro George W.Bush e contro la guerra, è stata arrestata lunedì davanti alla Casa Bianca a Washington. La Shehaan, insieme ad alcune centinaia di pacifisti, stava manifestando davanti alla residenza presidenziale.
La manifestazione era stata organizzata sulla scia del successo dell'evento organizzato sabato scorso nella capitale, quando circa 100 mila persone hanno dato vita alla più vasta protesta contro la guerra negli ultimi due anni. Lunedì si voleva continuare la mobilitazione, tra l’altro anche tentando di consegnare una lettera a Bush.
La mamma californiana, che ad agosto aveva iniziato un presidio fuori dal ranch di Bush in Texas, è stata arrestata per un gesto di disobbedienza. Durante una marcia di fronte alla Casa Bianca, insieme ad alcuni altri attivisti si è fermata a sedere su un marciapiede. Avvertita tre volte dalla polizia che stava violando le regole stabilite per la manifestazione, che non prevedevano soste, la Sheehan è stata alla fine ammanettata. Mentre veniva condotta su un furgone della polizia insieme ad altri manifestanti, i pacifisti hanno intonato cori: «L'intero mondo vi sta guardando».
Così, con un gesto di resistenza civile così semplice e personale, come sedersi in un luogo non consentito e non muoversi sono iniziate tutte le grandi contestazioni degli ultimi trent’anni in America, da quella per i diritti delle persone di colore, a quelle contro la guerra del Vietnam, alla contestazione studentesca di Berkeley .unita.it
Francia opera in Colombia per liberazione Ingrid Betancourt di red
La Francia ha dichiarato ieri di star collaborando con la Colombia per arrivare alla liberazione della deputata franco-colombiana Ingrid Betancourt, dopo che Bogota' aveva accusato Parigi di ingerenze.
Il ministro degli esteri francese Philippe Douste-Blazy ha detto alla radio che l'Eliseo sta lavorando con le autorita' colombiane e che l'azione intrapresa mira ad ottenere un accordo umanitario permettendo la liberazione degli ostaggi delle forze armate rivoluzionarie Farc, fra cui Ingrid Betancourt, tenuta in ostaggio dal 23 febbraio 2002.
Il governo colombiano aveva inviato venerdi' alla Francia una lettera ufficiale di protesta contro l'invio - senza consenso - di un emissario presso le Farc per negoziare la liberazione della Betancourt. Questi avrebbe incontrato due volte in luglio Raul Reyes, numero due della guerriglia, nelle vicinanze della frontiera con l'Equador.
Il ministro degli esteri francese non ha confermato la presenza dell'emissario, ma ha ribadito la ferma determinazione ad ottenere l'obiettivo ed ha soggiunto che "in tutte le vicende di ostaggi, la sola regola che conta e' la discrezione e l'efficacia".
Ingrid Betancourt, di nazionalita' colombiana, figlia di un'attivista politica e di un ex ministro colombiano esiliato a Parigi per la sua correttezza, abbandono' una vita lussuosa per lottare per anni contro la corruzione in una nazione devastata dal terrorismo e dai cartelli del narcotraffico.
Cio' le procuro' il riconoscimento della popolazione e le inimico' la criminalita' e molti potenti. Dopo vari attentati alla sua vita, si candidava quarantenne alla presidenza del Paese nel 2002, ma le Farc (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane), la rapivano durante la campagna elettorale.
www.osservatoriosullalegalita.org
Categorie umane: il Nonpuntuale [di Andromeda]
Tra le categorie umane ce n'è una curiosa, che fa parte a se , la categoria dei Nonpuntuali: categoria, purtoppo, non in via di estinzione , immunoresistente e adattabile a qualunque clima. I Nonpuntuali hanno un sistema nervoso particolare, a prova di bomba, evolutosi soprattutto in ambienti metropolitani, . Riescono, infatti, a rimanere calmi e ieratici, a fare con meticolosità le loro cose anche sapendo che c'è chi li aspetta da un pezzo. Bisogna essere infatti, dei campioni per non scomporsi all'idea che dall'altra parte c'è chi sbuffa, si scoccia, guarda ogni 5 minuti nervosamente l'orologio, si innervosidce all'idea di quella mezz'ora in più che avrebbe potuto spendere dormendo pacificamente , invece che aspettare senza uno scopo.
I Nonpuntuali sono fantasiosi nelle scuse e assolutamente impermeabili ad ogni tipo di preoccupazione verso la pazienza del prossimo e l'idea che chi attende può aver fatto salti mortali per essere puntuale è loro estranea come la possibilità di vita su Marte. I Nonpuntuali hanno un unico punto di vista: il loro. Se , infatti, prendessero in considerazione ,solo per due minuti, il punto di vista altrui e si calassero nei panni di coloro che, in buona fede, hanno considerato sacrosanta l'ora precisa di un appuntamento e sono poi costretti ad attese noiosissime , sicuramente non sopporterebbero l'idea di infliggere a d amici, parenti o conoscenti una tale ,tediosa, antipaticissima punizione. Ma una cosa distingue, soprattutto, il Nonpuntuale dal resto dell'Universo: l'arrivare in ritardo ,per loro, costituisce una misteriosa, insondabile necessità, quasi fisica. Io proporrei di mettere la Nonpuntualità tra le droghe pesanti: l'arrivare in ritardo provoca effetti collaterali sempre più gravi nel tempo, come perdere delle belle occasioni, fiaccare delle amicizie, grane sul lavoro...ma tant'è , la Nonpuntualità ,evidentemente, produce scariche endorfiniche notevoli o sintetizza, addirittura sostanze naturali stupefacenti, non si spiegherebbe infatti, la dipendenza dalla suddetta Nonpuntualità, di molti individui. Propongo una richiesa di fondi per un lavoro di ricerca atto trovare un antitodo a tale calamità. www.liblab.it/
Piepoli-Matrix/ Scoppia la polemica tra i sondaggisti Piepoli ad Affari: tutta la verità sul sondaggio delle polemiche
"E' stata una cosetta, un piccolo sondaggio d'opinione, e non politico, creato in tempo reale per Mentana quel pomeriggio. I miei numeri sui partiti danno risultati diversi e un buon distacco tra destra e sinistra. Nel proporzionale il vantaggio del Centrosinistra è di quattro punti. E sul maggioritario molti di più". Così Nicola Piepoli, intervistato da Affari dopo le polemiche scatenate da un suo sondaggio per la trasmissione Matrix che dava il Professore avanti di soli tre punti su Berlusconi. Ho fatto arrabbiare la moglie di Prodi? "Ma siamo amici, è una piacevole signora. Pazienza, durerà un giorno. Poi passerà tutto".
Il suo sondaggio per Mentana ha scatenato molte polemiche... "I sondaggi piazzati tra destra e sinistra stanno diventando una merce pericolosa. A questo punto penso di farne meno. Infatti sto andando da un cliente tipo Ferrero dove mi prendo un grosso budget, così vivo meglio".
E' riuscito perfino a far arrabbiare la moglie di Prodi... "Ma siamo amici, è una piacevole signora. Pazienza, durerà un giorno. Poi passerà tutto".
I suoi colleghi le contestano il tipo di domanda, perché non voteremo Prodi o Berlusconi ma Unione o Casa delle Libertà con un sistema elettorale al 75% maggioritario e al 25% proporzionale. Come risponde? "Infatti, la domanda che abbiamo fatto non è sulle quote di mercato ma è sui due protagonisti. Il quesito che abbiamo fatto è: se si presentassero queste due persone alle elezioni, lei chi preferirebbe? Non chi voterebbe. E questo ha poco a che fare con la politica".
Gli indecisi ha detto erano molti... in percentuale? "Il 35% circa".
L'altra critica che le hanno mosso è che tutti i numeri, compresi quelli dell'Istituto Piepoli, danno risultati molto diversi... "E' un'altra cosa. I miei numeri sui partiti danno un buon distacco tra destra e sinistra. Questa è stata una cosetta, un piccolo sondaggio creato in tempo reale per Mentana quel pomeriggio".
In base ai suoi numeri qual è il vantaggio dell'Unione sulla CdL? "Nel proporzionale il vantaggio del Centrosinistra è di quattro punti. E sul maggioritario molti di più".
Mentana ha detto che il sondaggio di Matrix verrà presto pubblicato sul sito del governo, ma ancora non c'è. Lo metterete? "L'abbiamo messo su Agcom in quanto non l'abbiamo considerato sondaggio politico. Se il cliente, cioè Mentana, ci dice che è un sondaggio politico allora lo pubblicheremo su sondaggielettorali.it. Ma non l'abbiamo interpretato così, bensì come sondaggio d'opinione".
Piepoli-Matrix/ Scoppia la polemica tra i sondaggisti Prodi ha un vantaggio di soli tre punti su Berlusconi. Esplode la bufera sui clamorosi numeri annunciati da Nicola Piepoli a Matrix. Numeri che hanno fatto addirittura infuriare la moglie di Prodi: "Quando l'ho visto gli ho subito telefonato". Ed è stata proprio questa la scintilla che ha scatenato la reazione del Professore contro Rai e Mediaset: sono imparziali, serve una campagna di verità. L'ex direttore del Tg5, però, conferma tutto: "Il sondaggio l'ha fatto l'istituto di Nicola Piepoli, una realtà collaudata e affidabile. Gli italiani dovevano dare il loro voto a Silvio Berlusconi oppure al suo oppositore. Prodi era ancora in vantaggio di tre punti percentuali, gli indecisi erano tanti". Mentana è certo che la rivelazione, come prevede la legge, verrà pubblicata sul sito della presidenza del Consiglio ("Sono convinto che sia in corso di pubblicazione"), ma alle 15 di oggi del sondaggio incriminato ancora non vi è traccia. A risolvere il giallo è lo stesso Piepoli, che ad Affari (box in alto a destra) svela: "L'abbiamo messo su Agcom in quanto non l'abbiamo considerato sondaggio politico. Se il cliente, cioè Mentana, ci dice che è un sondaggio politico allora lo pubblicheremo su sondaggielettorali.it. Ma non l'abbiamo interpretato così, bensì come sondaggio d'opinione".
POCHI SI' E MOLTI NO AI NUMERI DI PIEPOLI
Su Affari scoppia la polemica tra i sondaggisti. Renato Mannheimer non si sbilancia: "Dipende da come è fatta la domanda e non ho avuto documentazione precisa. Quindi, purtroppo, non lo so e non posso dare un giudizio". Il presidente di Ipsos, Nando Pagnoncelli, critica invece la metodologia del sondaggio di Piepoli: "Non voteremo Berlusconi o Prodi... Nel 2006 ci sarà una scheda maggioritaria e una proporzionale. Perciò non ho alcun tipo di confronto rispetto a quella domanda. Secondo i nostri dati, sul maggioritario il vantaggio dell'Unione è di nove punti, mentre sul proporzionale si attesta tra i quattro e i cinque punti". A bocciare senza appello il sondaggio trasmesso da Matrix è Luigi Crespi, che sottolinea: "Mi sembra un po' improbabile, comunque dipende che domanda ha fatto e quali erano committente e obiettivi. Ho in mano test e sondaggi di tutti gli istituti che, misurando i partiti e cercando di capire cosa succederà alle prossime elezioni, danno sempre risultati superiori. Non capisco di che cosa stiamo parlando. I numeri dati a Matrix sono contrari rispetto a quelli che Piepoli stesso aveva dato fino a poche ore prima. Il giorno precedente, infatti, partecipava a una trasmissione di Sky con me e Passigli e aveva dato numeri diversi. E' come misurare in metri l'acqua". Di parere opposto Alessandra Ghisleri di Euromedia Research, che dichiara: "I numeri di Piepoli? Ci possono stare. Sotto alcuni aspetti Prodi può essere davanti, sotto altri può essere dietro. Dipende da come viene posta la domanda". http://brunik.altervista.org/20050927055755.html
Il Governo Blair vuole "garanzie di mercato" di George Monbiot Le multinazionali britanniche sono pronte ad agire contro il riscaldamento globale ma il Governo di Tony Blair si rifiuta di concedere in materia regolamentazioni più rigide. In nome del mercato La negazione dell'esistenza del cambiamento climatico è passata attraverso quattro fasi.
Prima, i lobbisti del combustibile fossile ci dissero che il riscaldamento globale era una faccenda mitizzata. Poi ammisero che la questione si stava realmente concretizzando, ma insistettero che fosse una cosa buona: avremmo potuto coltivare viti nelle Pennines e trascorrere vacanze mediterranee a Skegness. Poi convennero che gli effetti negativi superavano quelli positivi, ma affermarono che sarebbe stato più costoso affrontare il cambiamento climatico che tollerarlo. Ora sono alla fase quattro. Riconoscono che sarebbe meno dispendioso cercare di porre rimedio al cambiamento climatico piuttosto che negarlo, ma sostengono che sia ormai troppo tardi. È questo è il loro argomento più convincente.
In questi giorni i climatologi presso dello Snow and Ice Data Centre in Colorado pubblicheranno i risultati dell'ultimo rilevamento satellitare sullo stato dei ghiacciai dell'Oceano Artico. Sembra che il campo di rilevazione questo mese toccherà il minimo mai registrato. L'Artico, avvertono, potrebbe già aver raggiunto il suo punto critico, il momento oltre al quale il riscaldamento diventa irreversibile. Quando il ghiaccio si scioglie, la superficie del mare diventa più scura, assorbendo più calore. Meno ghiaccio si forma, più il mare diventa scuro e così via.
Lo scorso mese, il New Scientist ha riportato che qualcosa di simile sta accadendo anche in Siberia. Per la prima volta nella storia è stato registrato che il permafrost della Siberia occidentale si sta sciogliendo. Sciogliendosi rilascia il metano conservato nella torba. Il metano ha un effetto serra 20 volte maggiore di quello dell'anidride carbonica. Più gas rilascia la torba, più il pianeta diventa caldo e più si scioglie il permafrost.
Due settimane fa, gli scienziati della Cranfield University hanno scoperto che i terreni della Gran Bretagna stanno rilasciando in massiccie quantità il carbonio che contengono; all'aumentare delle temperature si accelera la decomposizione del materiale organico che alimenta il riscaldamento, che a sua volta incrementa la decomposizione. Il suolo britannico ha già rilasciato abbastanza biossido di carbonio da neutralizzare i tagli di emissione che si sono effettuati a partire dal 1990.
Questi sono dimostrazioni di evidenti feedback, effetti di auto-rafforzamento che, una volta avviatisi, sono difficili da fermare. Si stanno verificando molto prima del previsto. La commissione intergovernativa per il cambiamento climatico, incaricata di prevedere di quanto aumenterà la temperatura globale, non ha ancora avuto modo di includere tali effetti indesiderati nei propri calcoli. La stima corrente, da 1,4C a 5,8C in questo secolo, è quasi sicuramente troppo bassa.
Una settimana fa personalmente avrei detto che se davvero fosse stato troppo tardi per intraprendere azioni correttive, la responsabilità andava ricondotta ad un unico fattore. Il controllo paralizzante delle grandi aziende sulla politica economica dei Governi nazionali: impedendo ai governi di intervenire effettivamente sul mercato, le multinazionali obbligano a rimanere immobili e guardare mentre il pianeta si riscalda. Ma mercoledì scorso ho scoperto che la questione non è affatto così semplice. A una conferenza organizzata dal Building Research Establishment, ho assistito a un fatto straordinario: le corporation che chiedevano regolamentazioni più rigide e il governo che si rifiutava di concederle.
Manager ambientalisti della BT e John Lewis (il proprietario della Waitrose) si lamentavano del fatto che, senza la predisposizione di standard più rigidi a cui tutti si devono conformare, le loro aziende si sarebbero trovate in una posizione di svantaggio se avessero provato a intraprendere politiche ambientaliste. "Tutto quello che conta", ha affermato un manager di John Lewis, "sono i costi, i costi e ancora i costi". Nel senso che se egli avesse acquistato un impianto di illuminazione eco-sostenibile e i suoi concorrenti no, ci avrebbe senz’altro rimesso. Di conseguenza, ha continuato, "Accolgo con piacere la direttiva UE sul rendimento energetico degli edifici, in quanto costringerà i rivenditori a prendere sul serio questi problemi". Sì, questo ha proprio dell'incredibile: il dirigente di un azienda che accoglie con piacere una direttiva europea.
E il Governo [britannico, NdT]? Niente. Elliot Morley, il ministro dell'ambiente di Tony Blair, si è chiamato fuori. I funzionari del Dipartimento del Commercio e dell'Industria hanno insistito sul fatto che le misure richieste da una parte della rappresentanza aziendale si sarebbero rivelate "un intervento privo di garanzie di mercato".
È stato indescrivibilmente frustrante. Gli uomini del business erano giunti all’incontro con l’idea di proporre tecnologie in grado di salvare realmente il pianeta dalle criticità ambientali. Gli architetti dell'Atelier Ten avevano progettato un sistema di raffreddamento basato su uno studio sulle gallerie di un nido di termiti. Installando un labirinto di cemento armato nelle fondamenta, questo progetto avrebbe potuto mantenere anche un grande edificio, come nel caso dell’Art Centre di Melbourne, a una temperatura costante senza ricorrere ad impianti di aria condizionata. L'unica energia di cui avevano bisogno era quella necessaria per alimentare le ventole che spingevano l'aria fredda verso l'alto, il 10% dell'elettricità impiegata per i normali sistemi di raffreddamento.
Un rappresentante di un'azienda chiamata PB Power ha spiegato come i quattro megawatt di rifiuti caloriferi versati nel Tamigi dalla centrale di riscaldamento a gas di Barking potevano essere sfruttati per riscaldare le case circostanti. Un altro gruppo, la XCO2, ha progettato una turbina a vento silenziosa, appesa a un asse verticale come uno stendino da bagno. La si può installare nel bel mezzo di una città senza disturbare nessuno.
Solo queste tre innovazioni tecnologiche potrebbero risparmiare l’atmosfera dai milioni di tonnellate di emissioni inquinanti senza nulla compromettere del nostro abituale stile di vita. Come centinaia di altre analoghe, queste innovazioni sono pronte per essere implementate, immediatamente e universalmente. Ma non verranno utilizzate diffusamente finché il Governo non agirà: per le aziende è naturalmente molto meno costoso installare le vecchie tecnologie. E il Governo non muoverà un dito, perché farlo significherebbe "intervenire senza garanzie di mercato".
Questa non è stata – lo scopro ora – la prima richiesta di regolamentazione da parte delle corporation. Lo scorso gennaio, l’amministratore delegato della Shell, Lord Oxburgh, aveva ribadito che "i governi nei paesi industrializzati devono introdurre tasse, regolamenti o piani... per regolare i costi dell'emissione di diossido di carbonio". Aveva elencato le innovazioni tecnologiche necessarie per sostituire i combustibili fossili e aveva sottolineato che "nessuna di queste verrà implementata se il mercato verrà lasciato a se stesso". In agosto, i responsabili di United Utilities, British Gas, Scottish Power e National Grid, insieme a Friends of the Earth e Greenpeace, hanno richiesto "regolamentazioni più severe per tutelare le politiche ambientali".
Troppo, evidentemente, senza considerare poi il costante monito dei comitati di esperti: "Il Governo la smetta di intervenire in questioni commerciali". Tutte le aziende che vogliono sviluppare nuove tecnologie chiedono regole nuove e rigide. Le regole che creano il mercato.
Allora perché il Governo britannico non si muoverà? Perché si sta schierando a favore delle aziende disoneste contro le aziende oneste. La deregolamentazione è diventata la prova della sua maturità: il segno di essersi gettato alle spalle i brutti vecchi tempi della pianificazione economica. Sir David Arculus, l'uomo incaricato da Tony Blair di gestire la Better Regulation Task Force governativa, è anche il presidente delegato della Confederation of British Industry, tra i più petulanti sostenitori della necessità di mettere il mercato davanti alla società. È difficile pensare a un conflitto di interessi più lampante.
Non credo che sia già troppo tardi per porre rimedio al cambiamento climatico. La maggior parte delle prove dimostrano che possiamo ancora fermare la distruzione dell'ecosistema. Ma solo riducendo le emissioni di gas serra del 80% prima del 2030. Sto lavorando a un libro che dimostra come ciò possa essere fatto, sia tecnicamente che politicamente. Ma adesso mi è diventato chiaro come l'ostacolo non sia rappresentato dal mondo del business ma dal Governo stesso, impegnato a sventolare una dissertazione obsoleta il cui punto centrale è l'argomento di un dibattito che il resto del mondo ha dimenticato.
Fonte: http://www.guardian.co.uk/comment/story/0,3604,1573772,00.html Tradotto da Tanja Tion per Nuovi Mondi Media
9 settembre, la Bulgaria divisa
Il 9 settembre ogni anno in Bulgaria si ricorda la vittoria sul nazi-fascismo. E' una data controversa. La sinistra la festeggia, la destra invece la ricorda come l'avvio del periodo comunista. Un reportage di Paolo Modesti, curatore del portale web www.bulgaria-italia.com 9 settembre 2005, la manifestazione Di Paolo Modesti – Bulgaria-Italia
Migliaia di bulgari hanno partecipato alle manifestazioni che si sono svolte nelle principali città del Paese per ricordare il 61-esimo anniversario del 9 settembre 1944, giorno della caduta del regime monarchico-fascista alleato della Germania nazista. All'inizio di settembre del 1944 mentre l'Armata Rossa entrava in Bulgaria attraversando la frontiera settentrionale e le truppe naziste in fuga dalla Grecia si ritiravano frettolosamente, i partigiani scendevano dalle montagne verso le città prendendone il controllo e liberando i prigionieri politici. Il nuovo governo del Fronte Patriottico, una coalizione di partiti antifascisti, si insediava a Sofia ristabilendo le libertà democratiche ed abolendo le leggi razziali antiebraiche in vigore dal 1941. La Bulgaria passava dalla parte degli Alleati, ed l'esercito bulgaro partecipava, assieme all'Armata Rossa e ai partigiani di Tito alla liberazione della Jugoslavia, dell'Ungheria e dell'Austria.
Dal 1990 il 9 settembre non è più festa nazionale, ma puntualmente il Partito Socialista Bulgaro (BSP) e l'Unione Antifascista Bulgara (BAS), organizzano manifestazioni che si tengono abitualmente nei luoghi dove sono stati eretti i monumenti a ricordo dei partigiani e dei soldati bulgari e sovietici che combatterono contro i nazifascisti.
Le dichiarazioni dei politici
Nello stesso giorno gli esponenti dei partiti della destra - Unione delle Forze Democratiche (SDS) e Democratiche per la Bulgaria Forte (DSB), oppositori del neo costituito governo BSP-NDSV-DPS - hanno colto l'occasione per ricordare le vittime del regime comunista.
Filip Dimitrov (SDS), già primo ministro nel periodo 1991-92, ha dichiarato in Parlamento che "durante il precedente regime sono stati uccise più di 30 mila persone, che alla gente è stata imposta con la forza la politica del Partito e sono state fatte prove di pulizia etnica".
Secondo Vesselin Metodiev (DSB) "il 9 settembre in maniera tremenda sono stati liquidati i politici bulgari e che fra di loro ci sono state persone che sedevano sugli stessi banchi dell'Assemblea Nazionale. Non dobbiamo cercare l'unità ad ogni costo, la medicina della democrazia si chiama opposizione".
Per la Coalizione per la Bulgaria, l'alleanza guidata dai socialisti, "il 9 settembre é invece cominciata una speranza. Gli annali della storia non hanno segnato solo la liberazione dei prigionieri politici ed i partigiani sorridenti, ma anche la gioia di un popolo che partecipava ad un cambiamento storico importante".
In un editoriale pubblicato sulla prima pagina di "Duma", il quotidiano vicino ai socialisti, Borislav Naumov, ha scritto che "un proverbio dell'est insegna che le persone senza passato sono come gli alberi senza radici e la persona intelligente si volge all'indietro per cercare la saggezza, mentre lo stupido corre finché ha fiato, perché il passato è come un'ombra che lo insegue." Nell'articolo si sostiene che nonostante anni fa l'allora sindaco di Sofia Janchulev (SDS, ndr) abbia fatto distruggere con le ruspe il viale che conduceva alla "Bratskata Mogila" (il monumento commemorativo della Resistenza, ndr), ogni 9 settembre questo viale rivive sotto i piedi della moltitudine che puntualmente lo percorre.
La manifestazione di Sofia: a colloquio con alcuni giovani partecipanti
A Sofia la manifestazione ha avuto luogo presso il citato monumento "Bratskata Mogila", dedicato alle vittime della lotta antifascista. Sono convenute alcune migliaia di persone, per la maggior parte anziane: tra di essi i superstiti della lotta partigiana e della guerra patriottica, come viene chiamata qui la partecipazione bulgara alla liberazione dell'Europa sud-orientale, avvenuta tra l'ottobre 1944 ed il maggio 1945.
Tra le molte teste grigie abbiamo notato alcuni gruppi di giovani, con i quali abbiamo conversato per conoscere la loro opinione sul 9 settembre, e su altri temi dell'attualità politica alla luce del ritorno della sinistra bulgara al governo.
Per Zvetomir, 20-enne, del movimento "23 settembre", un'organizzazione giovanile indipendente dai partiti che si autodefinisce "movimento di resistenza", "il 9 settembre rappresenta una data simbolo dell'unione della classe lavoratrice ed è il momento in cui il popolo ha preso coscienza del proprio ruolo e delle proprie possibilità." Durante il regime comunista "sono stati fatti degli errori ma non troppo eclatanti, poiché la gente aveva un buon livello di vita, a differenza di quello che accade oggi." Zvetomir come esempio, cita il caso delle "migliaia di ammalati di cancro che sono lasciati a se stessi, perché lo Stato non riesce a fornire loro gratuitamente le medicine indispensabili per curarsi."
"Ma perché la gente non reagisce, ed accetta questa situazione?" "Purtroppo " - ha proseguito - "i parlamentari passano da un gruppo all'altro pur di mantenere la loro poltrona, dove siedono per il proprio interesse e non per quello del popolo. Esiste un chiaro conflitto di interessi tra i politici che hanno interessi economici ed il loro ruolo istituzionale."
"Perché i bulgari non sono andati a votare in massa per cambiare le cose?" Secondo Zvetomir "sono profondamente delusi in quanto accaduto negli ultimi 15 anni, durante i quali hanno avuto la possibilità di governare tutte è tre i poli della politica bulgara, e nessuno di essi è riuscito ad ottenere la fiducia del popolo."
E' stata poi la volta di Nikolaj, 19 anni, membro della Gioventù Socialista Bulgara, l'organizzazione giovanile del BSP. Per lui il 9 settembre è stato "un grande giorno per la Bulgaria, che purtroppo negli ultimi 15 anni non è stato celebrato. I partigiani bulgari ed i soldati russi sono gli eroi a cui si deve la liberazione della Bulgaria dal nazifascismo." Secondo Nikolaj, che alla caduta del regime aveva appena 4 anni, il bilancio dell'amministrazione comunista del paese è stato complessivamente positivo.
Abbiamo chiesto come si organizzano i giovani della sinistra bulgara. "Dopo il 10 novembre 1989, il vecchio Komsomol è stato trasformato nella Gioventù Socialista Bulgara (BSM) che tutt'ora attiva. Ogni anno il 2 agosto si festeggia presso il monte Buzludzha, l'anniversario della fondazione del Partito Socialista Bulgaro, ad opera di Dimitar Blagoev e di altri esponenti che rappresentavano l'elite intellettuale della Bulgaria di quel periodo. Questo anno all'appuntamento si sono presentare circa 5.000 persone per festeggiare il 114-esimo anniversario."
Alla domanda se si sente fiducioso nel cambiamento con il nuovo governo guidato da Sergei Stanishev, Nicolaj ha risposto di essere "sicuro che i cambiamenti saranno positivi perché Sergej Stanishev è una persona giovane e ha delle buone idee." Abbiamo obiettato che il nuovo governo è una coalizione di tre partiti piuttosto eterogenei, e quindi questo potrebbe essere d'ostacolo alla realizzazione dei cambiamenti attesi. Nikolaj ci ha risposto di ritenere che "questo non potrà succedere perché il BSP ha la maggioranza e i suoi ministri sono posizionati nei posti strategici."
L'acquisto di un libretto con i testi delle canzoni partigiane, è stata l'occasione per dialogare con la ragazza che si occupava del banchetto con il materiale informativo e propagandistico. Le abbiamo chiesto come mai ci fossero così tanti anziani e solo pochi giovani. Ha esordito dicendo che "noi non siamo veterani", però ben presto ha ammesso che tra i giovani si conosce poco la storia. Parlando della situazione politica ha espresso la sua preoccupazione per il fenomeno "Ataka". A suo avviso la richiesta di chiusura della centrale atomica di Kozlodui, da parte della Unione Europea, alla quale "Ataka" si è fortemente opposta, ha portato via voti anche ai socialisti. Tuttavia il maggiore pericolo è l'odio etnico che Volen Siderov, il leader di "Ataka" fomenta contro i turchi e i rom. Quanto alla sua percezione della situazione economica, la ragazza ci ha spiegato che molti dei presenti si informavano dl prezzo di qualche pubblicazione (1 - 2 leva, pari a 0,50 - 1,00€) ma poi rinunciavano all'acquisto.
E questa è una chiave di lettura sul perché molti anziani hanno partecipato alla manifestazione. Non è solo il ricordo della lotta antifascista, ma anche la nostalgia per il sistema socialista che dal loro punto di vista garantiva un tenore di vita non elevato ma dignitoso, mentre le misere pensioni di oggi rendono beni e servizi di prima necessità difficilmente accessibili.
La rivoluzione continua
Nel frattempo dalla tribuna sono intervenuti i relatori. Il più giovane tra essi, Ivan Takov, 27 anni, dirigente del BSP di Sofia, ha detto: "Mi sento in imbarazzo quando devo parlare davanti a tante persone mature che molto hanno sofferto. Questo posto, dove oggi sono riunite più generazioni, è pieno di simboli storici. Su questo piccolo spazio sacro –Bratskata mogila – il passato, il presente e il futuro vivono insieme!"
"Laggiù, all'inizio del Parco della libertà, ci guardano i giovani e temerari rivoluzionari, quelli che hanno realizzato i propri ideali. Sono morti per la rivoluzione. I volti della rivoluzione, scolpiti dagli scultori, sono eternamente giovani. Sognatori!"
"Oggi vedo qui i superstiti, le persone che sono sopravvissute agli eventi di 61 anni fa. Sento imbarazzo, sento rispetto per le medaglie che ornano i vostri petti dignitosi… E penso, cosa è più terribile: morire per la rivoluzione o sopravvivere ad essa? Perché gli eroi – i superstiti, perché i vincitori oggi sono persone vestite poveramente, mentre le medaglie pendono in maniera triste e umiliante sui loro petti stanchi."
"Mi chiedo anche perché i vinti oggi si comportino da eroi. Addirittura ci governano. E si fanno beffe dei veri eroi. Perché il 9 settembre non è più festa nazionale? Perché il 9 settembre oggi non è una festa così solenne come la sognavano i volti giovani della rivoluzione che ha vinto, le cui ossa giacciono laggiù, all'inizio del sentiero che conduce verso la "mogila".
"Oggi, 61 anni dopo la rivoluzione, ci poniamo domande sempre più drammatiche, viviamo delle delusioni. Vi chiedo, – si sono avverati i sogni di questi giovani eroi delle sculture, che ci guardano con i loro saggi volti di pietra? Uno dopo altro, dalle nostre file se ne vanno via i veterani – come dice la canzone di Misho Belchev: "L'angelo viene e si porta lassù, nell'azzurro del cielo, uno a uno i veterani. Guardando da qui, dall'alto di questa tribuna, mi chiedo chi sono i vincitori e chi sono i vinti in questa rivoluzione."
"La mia famiglia," – ha proseguito – "i miei genitori hanno vissuto l'entusiasmo, ma anche il dramma della rivoluzione. Mio bisnonno Najden Kirov è stato fucilato nel 1925 a Russe. Mio nonno Peko Takov e mia nonna Valka Goranova hanno avuto in tutto 6 condanne a morte prima del 9 settembre 1944. [...] Oggi, nel 2005, io sono membro del BSP nonostante il dramma nella nostra famiglia, nonostante la vita turbolenta e tragica che ha avuto la mia famiglia. "
"Sono membro del BSP perché tuttora ho dei sogni. L'ideale supremo di giustizia nella società non è ancora realizzato. La rivoluzione non è ancora finita. La rivoluzione continua. Penso che noi, i giovani, dobbiamo continuare con la fede dei morti e con la tristezza dei superstiti. Ci siamo riuniti per questo, per dirci che c'è ancora del lavoro che dobbiamo finire. Guardate come ci osservano questi volti di pietra. Ci chiedono – come sta la Bulgaria, dove state andando? Che cosa possiamo risponderli, cari compagne e compagni, oggi, 61 anni dopo il 9 settembre… 61 anni dopo il sublime e tragico 9 settembre!"
"Vorrei rispondere loro: " ha concluso Takov. "Cari ragazze e cari ragazzi, eroi sacri della rivoluzione, immobili nei vostri volti di pietra – noi porteremo i vostri sogni per una vita più giusta anche nel secolo nuovo!"
Si ringrazia Sonia Domoustchieva per la traduzione del discorso di Ivan Takov //www.osservatoriobalcani.org
24 ore a Kabul La vita quotidiana di un’espatriata in Afghanistan, innamorata del Paese. Nonostante i proiettili e il divario culturale. Per comprendere meglio il lavoro degli “umanitari”. La vita colorata di Kabul (ISAF) Quattro e mezza di mattina: la sveglia è all’alba ed è per voce del mujadin. Ero partita per sei mesi di “avventure” nella capitale afghana per conto di una organizzazione non governativa francese, dopo scialbi studi in legge. Ma due anni dopo sono ancora là, innamorata del Paese. Un po’ meno al mattino presto però.Il programma della giornata prevede di visionare un progetto di microcredito nella campagna nei pressi di Kabul, vale a dire quattro ore di viaggio su una strada dissestata e l’impressione di dover affrontare un match di boxe contro l’automobile. Il mio aiutante ha deciso di omaggiarmi di un corso ad hoc sulla poesia afghana, seguito da un elenco dettagliato dei versi dal fronte degli ultimi vent’anni. Per questo certi funzionari internazionali trovano assolutamente normale dire che l’anno in cui vivono i musulmani – Naw Roz Tabrik, il 1384 – corrisponde al loro livello di sviluppo intellettuale e sociale… piuttosto eloquente, no?
Un compito pesante
Arrivata al villaggio, ricevo accoglienza in pompa magna dai colleghi afghani. Mi piego al rituale dei saluti, imperativo categorico di ogni incontro: «Come va? State bene? La salute? E il vostro umore? Tutto bene in famiglia? I bambini?…». E cominciamo il pranzo, su dei cuscini per terra. Il menu prevede: riso, una fetta di carne bagnata nell’olio, fagioli rossi e uva. È previsto un incontro con numerosi funzionari del luogo e le famiglie dei beneficiari del programma, al fine di valutare l’impatto del progetto di microfinanza che abbiamo realizzato. È piuttosto frequente sentire i nostri ospiti lamentarsi per ore del fatto che le ong non intraprendano abbastanza iniziative: «visto che concedete microcredito, non potreste anche costruirci un pozzo e comprarci un trattore?». Ci sono due modi di vedere le ong in Afghanistan: da un parte tutti si lamentano che la ricostruzione del Paese non avanzi abbastanza veloce, denunciano la corruzione di alcune organizzazioni (anche perché spesso delle ditte di costruzione assumono lo status di ong per ottenere più facilmente dei contratti di finanziamento e non pagare le tasse), ma tutto sommato apprezzano l’ong di turno che ha aggiustato il canale d’irrigazione. Dall’altro lato, però, ci sono i telebani e Al Quaeda che si interrogano sulla presenza della comunità internazionale in tutti i problemi afghani, e all’occasione non si risparmiano dall’uccidere degli membri delle ong. Nonostante tutto, però, certe lamentele sono legittime: l’arrivo massiccio di ong nel 2002 ha sollevato notevoli problemi di coordinamento; inoltre è difficile per un afghano che esce da venticinque anni di guerre e miseria vedere così tanti stranieri girare su auto di grossa cilindrata con l’aria di vivere felici. Senza però che questi siano capaci di rispondere alle aspettative della popolazione.
Le azioni umanitarie: un business come un altro
Alle tre del pomeriggio arriva il quindicesimo tè offerto della giornata, il quinto accettato. È difficile rifiutare l’ospitalità degli afghani. Le donne mi chiedono regolarmente se sono sposata e quando rispondo di no, mi promettono di pregare affinché trovi presto marito: «alla sua età – ventisette anni – è ora!». Quasi evidente, in un paese dove l’aspettativa di vita è sui quarantadue anni. Ci affrettiamo a rientrare a Kabul prima di sera per una cena con un finanziatore del nostro progetto. Obiettivo: essere sempre cordiale e d’accordo con lui. Ci sono poche alternative: se vengono meno i finanziamenti all’ong, si perde il lavoro. Quello umanitario è diventato un mercato: le ong devono essere competitive, redditizie e in costante crescita. Questa evoluzione, dovuta negli ultimi anni ai finanziatori e all’opera in generale, ha permesso di promuovere la professionalità del settore, che era ancora all’età della pietra. I volontari sono stati sostituiti da esperti che hanno fatto del soccorso e dello sviluppo il proprio mestiere, rendendo così l’azione umanitaria più efficace. Tutte le ong di medie dimensioni (cioè la maggior parte) devono o ingrandirsi e professionalizzarsi in modo radicale. O morire. I finanziatori, dal canto loro, chiedono loro di fare molto, mentre mettono a loro disposizione pochi mezzi.
Sicurezza, alcool e pallottole
Così per gli “umanitari” la vita non è più difficile che giusta, dopo la fine della guerra: le docce sono state sostituite da secchi d’acqua e c’è elettricità corrente. Quanto agli stranieri delle Nazioni Unite, i loro quartieri sembrano delle confortevoli isole occidentali nel bel mezzo di un paese in briciole. Si può addirittura andare al ristorante tutte le sere, infrangendo qualche regola di sicurezza. Ma le possibilità di svago restano limitate: una serata al cinema all’aperto con la gioventù internazionale di Kabul – che vive come a New York nonostante il velo e la cultura locale – è interrotta da spari. Tutti scappano nei bunker: si rischia più di morire di claustrofobia che di una pallottola vagante. E così ci si consacra completamente al lavoro. Oppure all’alcol.
Domani alle quattro e mezza la chiamata alla preghiera suonerà di nuovo. Perché resto? Per continuare a imparare questa cultura così complessa, contraddittoria. Ma così sorprendente. Per arrivare a “leggere” la fine di questo romanzo ricco di suspence che è la ricostruzione di questo Paese. Claire Boyer - Kaboul -www.caffeeuropa.it/
settembre 26 2005
Resoconto dell’incontro del 17 settembre 2005 a Roma del Comitato Promotore Nazionale per le Primarie (c/o saletta riunioni Residence Ripetta)
L’incontro si è svolto dopo l’interessante e stimolante convegno nazionale del Cantiere sulla questione morale e sul codice Zapatero. Diversi interventi hanno evidenziato la necessità di svolgere le primarie di collegio (Bordon, Travaglio, Pecoraio Scanio, De Zulueta, altri). Si ringrazia il Cantiere per la gentile ospitalità. Il Prof. Gianfranco Pasquino non ha potuto essere presente in quanto impegnato a Sestola (MO) per un dibattito pubblico, insieme ai partiti del Centro-Sinistra, sulle Primarie del 16 ottobre.
Sintesi dei lavori del Comitato Promotore Nazionale per le Primarie Dopo un giro di tavolo e al termine di un dibattito sulle Primarie per la scelta del candidato premier dell’Unione e sui tentativi di riforma elettorale dell’attuale Governo, si è emerso quanto segue: a) chiedere nuovamente un incontro con Romano Prodi, e poi anche con i segretari nazionali dell’Unione, al fine di svolgere le Primarie di Collegio (in almeno 100 collegi marginali, distribuiti sul territorio nazionale: è chiaro che l’obiettivo minimo è un collegio e l’obiettivo massimo sono tutti i collegi); b) cercare di intervenire affinché la trasmissione TV Ballarò di Rai 3 (o altre … se qualcuno ha dei contatti concreti li faccia presente) inviti il Prof. Gianfranco Pasquino, in qualità di presidente del Comitato Nazionale Promotore per le Primarie, in una puntata nell’arco della di ottobre (in questa sede si porrebbe all’attenzione della pubblica opinione la proposta di svolgere le primarie di collegio); c) proporre a tutte le associazioni, movimenti e cittadini del Centro-Sinistra, (ma anche ai partiti o parti di essi che ci vogliono stare) la sottoscrizione di un appello per lo svolgimento delle primarie di collegio in Italia (il testo si baserà su un concetto chiaro “selezione democratica e partecipata delle candidature di collegio). Se si riuscirà a raccogliere un certo numero di firme ed adesioni si potrà pensare di organizzare, dopo La Primaria 2005, un evento a Roma (autofinanziato dai sottoscrittori) in cui si presenterà la proposta politica delle Primarie di Collegio alla coalizione di Centro-Sinistra. Si invitano tutti i promotori fornire, fin da subito, idee e suggerimenti per la definizione di un testo idoneo a raccogliere i consensi preparare; d) su richiesta di alcuni promotori e dopo i vari scambi di opinione degli ultimi mesi, si pone la questione a tutto il Movimento per le Primarie (CPNP) di dotarsi di qualche forma organizzativa (ad esempio: Redazione del Sito, gruppi promotori territoriali, relazioni con la stampa, con i partiti, ecc.). Vengono consegnati ai presenti alcune proposte ed idee (elaborate da Ermanno Caccia e dai promotori di Bologna) per un’organizzazione leggera del Comitato Promotore Nazionale per le Primarie (fra cui una bozza di regolamento organizzativo che prevede la gestione del Comitato e dei gruppi di lavoro anche in via telematica); e) di preparare, a cura di Pino Cardente e Paolo Orioli, un documento da utilizzare (previo il parere dei promotori) per contrastare un’eventuale introduzione di una riforma elettorale in senso proporzionale (la discussione della proposta del Centro-Destra, salvo slittamenti, è prevista in Parlamento a partire dal 29-9 p.v.); f) l’idea emersa è quella di incontrarci subito dopo la Primaria 2005, quindi la data prevista è il 22 ottobre 2005, in luogo da definire (se ci sono proposte, diciamo in zone “baricentriche”, ogni promotore è invitato ad avanzarle fin da subito).
Resoconto redatto a cura dei promotori: Paolo Orioli, Massimo Marnetto e Stefano Con salvi
Roma, 17 settembre 2005
Murdoch si compra Cultnetwork e poi lo spegne
Massimiliano Fasoli è un po' sconcertato. Non tanto per essere stato inopinatamente sostituito dalla guida di Cultnetwork, unico canale satellitare italiano che programmava cultura 24 ore su 24. Ma perché, dopo si lui, anche il canale è stato licenziato. Nel senso che, da dicembre, sparirà dal panorama televisivo.
Per espressa volontà di Murdoch, che lo ha comprato sei mesi fa.
Ci faccia capire, Fasoli. Cos'è successo davvero ? Perché vi chiuderanno ?
E' quello che vorrei sapere anch'io. La prima motivazione, in questi casi, è economica. Ma Cultnetwork aveva dei costi di gestione limitatissimi. 9 persone di staff, in tutto. Con 7 milioni di euro all'anno riuscivamo a garantire l'intera stagione televisiva. Significa che le nostre produzioni costavano 11/12mila euro l'ora, di media. Questi costi erano ovviamente noti agli uomini di Murdoch, quando hanno trattato per comprare il canale. Tant'è che si pensava volessero rilanciarlo, investire in una nicchia di mercato che può dare ottimi frutti, con un'audience qualificata e prestigiosa. E invece prima hanno rimosso me. E questo si può capire. Arriva una nuova proprietà, vuole mettere i suoi uomini alla guida. Ma poi, proprio adesso, hanno deciso di licenziare tutti. Per cui, a dicembre, sulle frequenze di Cultnetwork non si sa quali programmi andranno. Insomma, io non so dirle i motivi veri, certamente non si tratta di una normale ristrutturazione aziendale.
Lei ha un'ipotesi ?
Posso solo immaginare: Murdoch ha una strategia globale, gioca a scacchi con le TV di tutto il mondo, può essere che questo marchio e queste frequenze satellitari gli servissero per un piano in cui i programmi culturali non sono previsti. Magari cambierà anche il marchio Cultnetwork.
Ma fino ad ora di chi era il canale ?
La proprietà era di una società di Filadelfia, il maggior azionista era Michael Kennedy, e gli affari principali li fa nel settore dei bicchieri di plastica. La TV era una sorta di lusso voluto dal fratello. Ma erano i padroni ideali. Una volta deciso il budget, non intervenivano mai. Anche perché dei problemi della cultura italiana davvero non gli interessava granché.
A Murdoch, invece sì, se vi ha comprato...
Così sembrava, in un primo tempo. Da gennaio di quest'anno fino a giugno hanno trattato. L'affare è stato definito e al mio posto è stato designato un colombiano, Diego Londono, un uomo di marketing. Si pensava a una figura transitoria, in attesa di un nome del settore, invece adesso si è capito che vogliono smantellare tutto.
Insomma, morale: la cultura in TV è come la principessa di Castiglia, tutti la vogliono ma nessuno se la piglia…
Apparentemente, invece, l'interesse è molto alto su questi temi, soprattutto nella stampa. E devo dire che i nostri risultati, 650mila spettatori a settimana secondo la ricerca Eurisko che ci rilevava, non sono affatto da buttare. Anche perché noi cultura in TV non significa fare pedagogia. Non dev'essere mai sinonimo di noia, noi non abbiamo fatto un canale educational. Abbiamo parlato di cultura e arte come cronaca del divenire della nostra esistenza, riportando i mutamenti dell'industria del consumo del immaginario, registrando i cambiamenti della percezione della dimensione di spazio/ tempo che la società dei media ci fa vivere. Insomma, siamo stati una specie di coscienza critica della società mediatica.
Ma questo non dovrebbe essere il compito di un servizio pubblico ?
Da cittadino, direi di sì. Da uomo di TV, l'abbiamo fatto noi perché non lo faceva ( o almeno non ha sufficienza ) nessun altro.
Qual è secondo lei il maggior ostacolo alla diffusione della cultura in TV ?
L'Auditel. Oggi in Italia le rilevazioni dell'ascolto sono strutturate in maniera tale da penalizzare innovazione e qualità dei programmi, e ancor di più dei contenuti. Se fosse abolito o riformato l'Auditel, finirebbe lo strapotere delle concessionarie pubblicitarie e si aprirebbero nuovi spazi per chi vuole fare un TV diversa.
di Giulio Gargia
da Avvenimenti
OLTRE IL GIARDINO
Livolsi cerca un cavaliere ma trova solo un ‘raider’
di ALBERTO STATERA
Pare proprio che Solferino stia per trasformarsi nella Beresina per Stefano Ricucci, il piccolo Napoleone di ZagaroloSan Cesareo che ancora poche settimane fa dal suo megayacht ancorato in Costa Smeralda lanciava avvertimenti a Giovanni Bazoli, a Cesare Geronzi e agli altri soci del patto Rcs. "Intanto sproloquiava nella raffica d'interviste in shorts sul ponte della nave io sono il più giovane degli azionisti, il prossimo 11 ottobre compirò 43 anni. Sono del segno della Bilancia con ascendente Toro e questa combinazione mi dà determinazione. Il caso poi ha voluto che mia moglie Anna fosse un Toro con ascendente Bilancia. Insomma, posso tranquillamente aspettare 45 anni". Passate quattro o cinque settimane, la corsa verso via Solferino dell'ex odontotecnico fattosi finanziere s'è già impantanata nella Beresina. Ne sa qualcosa Ubaldo Livolsi, il banchiere d'affari di Berlusconi e di Ricucci, che passerà alla storia per aver dato al giornale che stava cercando di scalare un'intervista sul giornale che stava cercando di scalare. Ha bussato a tutte le porte Livolsi, ma il possibile compratore di quella quota del 20,9 per cento in mano al suo cliente è come l'Araba Fenice. Vantando una miriade di possibili acquirenti in mezzo mondo, l'uomo che a metà degli anni Novanta inventò il marchio Mediaset, quotandolo in Borsa e salvando l'impero claudicante del Cavaliere, ebbe però un soprassalto di saggezza: "Ovviamente si cautelò se il patto che governa la Rcs con il 58 per cento dei voti vuole mantenere il controllo della società, tutto questo discorso finisce nel nulla". Ecco, per l'appunto, i soci che controllavano il 58 per cento si sono blindati a quasi il 61 e, salvo la quota di Romiti in vendita, non sembrano profilarsi defezioni. Per Ricucci cominciano perciò i guai seri. A fine settimana scorsa il titolo Rcs registrava una perdita del 25 per cento rispetto all'inizio di agosto, quando valeva 6,77 euro. Poiché Magiste ha investito circa 850 milioni di euro, pagando una media di 5,3 euro per azione, si deve presumere che la perdita secca dell'uomo Bilancia con ascendente Toro sia di 50 milioni di euro. Le banche che hanno a garanzia quasi l'intero pacchetto, tra cui la Popolare di Lodi, spaventate, hanno chiesto il reintegro delle garanzie per la discesa della quotazione. Ricucci, cui non fa difetto l'ottimismo, ha risposto che presto venderà ad Arnaud Lagardère, ma il finanziere francese l'ha subito smentito. Chi è disposto a comprare un pacchetto cospicuo di Rcs senza poter contare nulla nella società? Per cui lo scenario ricucciano è cupo come non mai e si profila la possibilità che le sue azioni si riversino sul mercato, perchè vendute da lui stesso o dalle banche che ne sono venute in possesso. O che Livolsi tenti la carta Romain Zaleski. Il finanziere francopolacco sbarcato in Italia nel 1984 per prendere le redini del gruppo siderurgico bresciano Carlo Tassara e specialista di scalate, con l'uscita da Italenergia bis e da Edison ha in mano qualcosa come 2,8 miliardi cash. Che cosa ne farà? In giugno ha già comprato l'1,3 per cento di Intesa per rafforzare il patto di sindacato, con soddisfazione di Giovanni Bazoli, che ha definitivamente archiviato qualche sgarbo subito nel 2001, ai tempi della scalata Montedison. Romain, che a 11 anni a Varsavia faceva la staffetta della resistenza polacca, è un tipo tosto, che odia sentirsi definire raider e ama invece definirsi fixer. Di sé dice che qualche volta può amareggiare gli amici, ma mai tradirli. Se Bazoli lo volesse nel patto Rcs, Ricucci e Livolsi potrebbero impetrare: San Zaleski, aiutaci tu. a.statera@repubblica.it
Fuga da Finantraz Tito Boeri
Credevamo che la Prima Repubblica avesse esaurito il campionario di sorprese negative. E’ la prima volta che a un Governatore viene tolta dal Governo la delega a partecipare ad una riunione della Banca Mondiale. È la prima volta che un ministro che controlla la spesa pubblica si dimette a dieci giorni dalla presentazione in Parlamento della legge di bilancio. Domenico Siniscalco non ha voluto firmare quella legge. La bozza presentata nelle scorse settimane doveva fissare i paletti per scoraggiare l’assalto alla diligenza. Ma era solo una confessione di impotenza, un resoconto dell’incapacità di attuare il pur eccezionalmente graduale aggiustamento concordato con Bruxelles trovando un consenso nella maggioranza.
Conti fuori controllo
La manovra doveva essere di 22 miliardi: 11,5 per rispettare gli impegni comunitari e 10,5 per coprire tagli dell’Irap, e spese aggiuntive per investimenti pubblici, piano La Malfa e interventi a favore delle famiglie. Ma bastano un paio di esempi per capire quando solide fossero queste coperture. Si prevedeva il 30 per cento di riduzione dei consumi intermedi rispetto al tendenziale (che incorpora il rispetto del tetto del 2 per cento): questo significa una riduzione nominale della spesa per il funzionamento della macchina amministrativa. Vi erano poi ulteriori 6 miliardi di tagli alle spese dei ministeri (che avevano tutti richiesto incrementi dell’ordine del 10-15 per cento rispetto al 2005), anche qui in aggiunta al tetto del 2 per cento, che sembra peraltro essere stato violato, e non di poco, nel 2005 . Per non parlare poi dei 2 miliardi recuperabili dall’immancabile "lotta all’evasione" e "manutenzione della base imponibile", nonchè di una costellazione di interventi improbabili sulla contrattazione di secondo livello nel pubblico impiego, di cui si è perso il controllo. Tra l'altro nel 2006 dovranno essere pagati gli arretrati dell’accordo sottoscritto a maggio (si sta procedendo a rilento nella stipula vera e propria dei contratti). Ipotizzando molto generosamente che il 50 per cento delle coperture fossero vere, si arrivava ad una manovra che non cambiava i saldi, il che significa, alla luce delle nuove previsioni di crescita del pil nel 2005 (+0,2%) e 2006 (+1,4%), esser destinati a circa il 5,4 per cento di disavanzo nel 2006. Non sorprenda allora il fatto che, dopo le dimissioni di Siniscalco, lo spread tra i Btp e i Bund non si sia mosso: la presenza o meno del ministro al Governo era ormai ritenuta un fatto irrilevante.
Tremonti e il ritiro dall’Irap
Ma questo non significa che un assalto incontrollato alla diligenza sarà privo di effetti. Non c’è gradualismo nella reazione dei mercati. Ci se ne accorge quando ormai è troppo tardi. Se non si vuole che lo spread si ampli, con un effetto a palla di neve sul nostro debito pubblico, bisognerà prendere impegni credibili sull’aggiustamento nel 2006. Giulio Tremonti è stato il ministro dei condoni. Bene che nei cinque giorni che ha a disposizione, non cada ancora in tentazione e non preveda coperture derivanti dal recupero di gettito nella lotta all’evasione. Non sarebbero credibili. Dovrà invece trovare vere coperture. Tremonti si è molto vantato in questi mesi di avere fatto una riforma strutturale delle pensioni. Adesso dovrà mostrare a tutti di averla fatta davvero, riducendo la spesa pensionistica prima del 2008. Dovrà anche prevedere misure che invertano la tendenza alla riduzione della base imponibile, così forte durante la sua permanenza in via XX Settembre, come la rivalutazione degli estimi catastali, oltre che presumibilmente inasprire la tassazione delle rendite finanziarie, prevedendo al contempo un ritiro molto graduale dall’Irap.
Le garanzie dell’opposizione
Gli investitori guardano con particolare attenzione anche al comportamento di chi oggi è accreditato di una maggioranza nelle intenzioni di voto (le motivazioni dell'ultima revisione al ribasso dell'outlook sull'Italia di Standard&Poor guardavano anche alle proposte dell’attuale opposizione). Sarebbe ingeneroso chiedere all’opposizione in questo momento di individuare le coperture della Finanziaria 2006 del Governo. Ma per rassicurare i mercati è essenziale che l’opposizione fin d’ora chiarisca come intende riguadagnare controllo della spesa pubblica. Il paradosso della XIV legislatura è stato quello di maggioranze solidissime in entrambi i rami del Parlamento, ministri dell’economia sulla carta potentissimi, ma incapaci di controllare i conti pubblici e di attuare riforme strutturali (se non quelle rimandate ai posteri). L’opposizione ha oggi il compito di affrontare le ragioni di questo paradosso e di cercare di porvi rimedio. Non è solo un problema di personale politico inadeguato, ma anche di istituzioni che hanno impedito a ministri non incompetenti, come lo stesso Siniscalco, di gestire la politica economica. È il problema di un bipolarismo imperfetto, che ci consegna maggioranze poco coese al loro interno, con troppe sigle che competono per gli stessi elettori, non avendo alcun incentivo a tenere in considerazione il vincolo di bilancio. È il problema di un federalismo a metà, che comporta sulla carta centri di spesa decentrati senza gli strumenti (e gli incentivi giusti) per gestirla, un federalismo negato nei fatti in questa legislatura dagli interventi d’imperio del centro. È il problema di una Banca d’Italia che interferisce troppo nella politica, diventando il killer dei ministri del Tesoro: la Banca d’Italia ha oggi troppi poteri ed è troppo impermeabile al controllo democratico per un paese che, facendo parte dell’unione monetaria, ha delegato la politica monetaria a Francoforte. È il problema di una Ragioneria dello Stato che non può operare in indipendenza, costretta a porre il bollino su coperture approssimative. È, infine, il problema dell’assenza di un centro di coordinamento e di controllo della finanza pubblica che non si limiti a fissare tetti finanziari alla spesa. Per riguadagnare il controllo dei conti pubblici non basterà allora cambiare le persone. Occorrerà anche, al più presto, affrontare tutti questi problemi, essenziali per la qualità delle nostre istituzioni. www.lavoce.info
IL CANALE UNICO GIOVANNI VALENTINI
da Repubblica - 26 settembre 2005
Rientrato in Italia dopo i cinque anni di onorata trasferta a Bruxelles e appena ripreso il contatto diretto con la politica nazionale, Romano Prodi s´è trovato subito a fare i conti con la "questione televisiva", quella maledizione biblica che grava sul nostro Paese e ne condiziona la vita quotidiana, i consumi e i costumi, gli umori, le tensioni, le ansie e le speranze.
Mentre inizia il suo giro elettorale in Tir per tutta la Penisola, cercando di restituire un po´ fiducia ai cittadini delusi e smarriti, il Professore non può fare a meno perciò di denunciare che «le televisioni non sono imparziali»: né quella pubblica che è controllata dal governo né tantomeno quella privata che appartiene al capo del medesimo governo. E se non sono imparziali, vuol dire che - a suo avviso - sono partigiane, cioè faziose, tanto per usare un termine abusato dal Cavaliere e dai suoi sodali nelle ricorrenti polemiche con i giornali. Il pluralismo dell´informazione televisiva, invocato dal presidente Ciampi nel messaggio alle Camere del luglio 2002, torna così all´ordine del giorno in vista di una campagna elettorale virtualmente già aperta. Si può anche discutere sulla maggiore o minore "faziosità" della stampa, di questo o quel giornale, dei rispettivi direttori e commentatori. Sta di fatto però che basta andare in edicola per trovare la scelta più ampia, da destra a sinistra; mentre davanti al televisore spesso l´unica alternativa è quella di spegnerlo, tale è ormai l´omologazione delle reti e dei programmi. Resta poi la considerazione fondamentale che la tv, sia quella di Stato sia quella di mercato, funziona in regime di concessione pubblica, utilizzando un bene collettivo come l´etere ed ha perciò obblighi d´imparzialità - appunto - che i singoli giornali non hanno, al di là ovviamente dei doveri di completezza e obiettività. A voler essere onesti fino in fondo, bisognerebbe anche replicare al centrosinistra che - come dice il proverbio popolare - "chi è causa del suo mal, pianga se stesso". Non solo l´Ulivo nella passata legislatura, quando aveva la maggioranza, non è riuscito a risolvere la "questione televisiva" né a varare la riforma della Rai, lasciando il compito al ministro Gasparri che l´ha assolto liquidando in pratica il servizio pubblico; ma poi, passato all´opposizione, è ricaduto nei vecchi vizi della lottizzazione e della spartizione politica, come dimostrano ampiamente le nomine al vertice di viale Mazzini dopo le alchimie sul cosiddetto "presidente di garanzia" e via discorrendo. Auguriamoci ora che la Commissione di Vigilanza, orfana del suo ex presidente passato alla guida della Rai, riesca quanto prima a eleggere il successore di Claudio Petruccioli, per ripristinare un minimo di controllo parlamentare sull´azienda. Non saranno comunque i sondaggi di Matrix, meno favorevoli al centrosinistra di altri, a pregiudicare l´esito della campagna elettorale. E non sarà neppure il tempo che i vari telegiornali dedicheranno a Prodi e agli altri leader dell´Unione, calcolato in minuti primi e secondi, a decidere le sorti del Professore. Più del cronometro, qui conta lo stile, la compostezza, la qualità dell´informazione. Ma ancor più dei Tg, vincolati alla gerarchia quotidiana delle notizie, saranno i confronti diretti, i programmi di approfondimento, i talk show (e riguardo a questi ultimi, conforta che il nuovo direttore generale della Rai, Alfredo Meocci, abbia riconosciuto che «è un genere che va ripensato») a influire sul comportamento degli indecisi. Cinque anni fa, il 6 per cento degli elettori votarono sotto l´influenza della televisione: poco meno di tre milioni di persone, contro i 628.876 voti di differenza fra la Casa delle libertà e l´Ulivo, senza contare la pattuglia di Antonio Di Pietro e Rifondazione comunista.
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Ds Milano - Rassegna stampa
IL DISASTRO ISTITUZIONALE MASSIMO RIVA
da Repubblica - 26 settembre 2005
La vicenda Fazio si è arricchita di un nuovo capitolo. Il governatore si è visto ieri costretto a fare le valigie e ad anticipare il rientro in Italia sotto gli occhi dell´intero gotha finanziario mondiale riunito a Washington. E ciò perché il suo principale antagonista istituzionale, Giulio Tremonti, gli ha sbattuto in faccia la revoca del mandato a rappresentare l´Italia nel Comitato per lo sviluppo della Banca mondiale. L´iniziativa di Tremonti – sia chiaro – è perfettamente legittima perché è lo statuto della Banca a prevedere che quell´incarico sia ricoperto da chi è designato dal rispettivo ministro dell´Economia. Non solo: essa è anche opportuna in quanto coerente con il giudizio manifestato dal premier sulla posizione di Antonio Fazio.
Non ha senso, infatti, che la permanenza di quest´ultimo in Banca d´Italia sia definita «incompatibile con la credibilità internazionale del Paese» se poi si lascia che la persona così pesantemente bollata rappresenti il medesimo Paese. La sceneggiata di Washington serve a misurare la situazione di penosa impotenza nella quale versa il governo Berlusconi. Per quanto legittimo e coerente con le parole del premier, il gesto di Tremonti appare come una puntura di spillo a un avversario che, comunque, ha già dimostrato la sua impermeabile insensibilità a qualunque sollecitazione di decoro comportamentale. La permanenza in carica del governatore ha danneggiato dapprima la sua personale autorevolezza e poi anche quella di una Banca d´Italia dai cui vertici non è mai giunta una voce di presa di distanza dai più che discutibili atteggiamenti del governatore. Ma, a questo punto, entra in gioco l´autorità stessa di un governo che, inconcepibilmente, non riesce a farsi obbedire da uno dei più alti servitori dello Stato. Il quale, anzi, si rifiuta perfino di rendere pubblica e trasparente la ragione della sua indifferenza all´atto di sfiducia del presidente del Consiglio. Peccato che Silvio Berlusconi debba soprattutto a se stesso il bel risultato di essersi cacciato in questa impasse: per settimane ha seguito la pavida politica dello struzzo. Ed è logico che un simile comportamento sia stato letto in Via Nazionale come un implicito invito a resistere sulle posizioni assunte. Un premier, che di fronte alle scandalose rivelazioni dei giornali, se la prende soprattutto con la pubblicazione delle telefonate intercettate dalla magistratura, lancia un messaggio inequivocabile di solidarietà al governatore. Berlusconi si è rassegnato a pronunciare la sua sentenza di sfiducia a Fazio solo quando la vicenda è diventata motivo di crisi all´interno del governo per le dimissioni del ministro Siniscalco. Pressato dall´urgenza di tappare la falla, il presidente del Consiglio ha levato finalmente la testa dalla sabbia e ha parlato. Ma non solo tardi, purtroppo anche ambiguamente perché ha lasciato senza repliche il fatto che altri esponenti del governo (non solo leghisti) sottolineassero come la sfiducia a Fazio fosse un atto personale del premier e non una scelta collegiale del Consiglio dei ministri. E non basta. Berlusconi ha chiamato in causa la Banca centrale europea, più volte indicandola come l´unico potere in grado di sciogliere il nodo Fazio. E tuttora il premier insiste a ripararsi dietro questo paravento, anche dopo che il presidente della Bce ha reiteratamente chiarito che la Banca di Francoforte può esprimere sì (e lo farà presto) un giudizio sull´operato di Fazio, ma in ogni caso non ha alcun potere di intervento in questioni che riguardano governi e parlamenti nazionali. Il punto è che Berlusconi non ha il coraggio di fare l´unica cosa che dovrebbe: portare il caso in Consiglio dei ministri e ottenere una pronuncia di sfiducia formale da parte del governo. Non ha questo coraggio perché sa che una parte della sua maggioranza (dalla Lega a qualche ministro dell´Udc) non intende seguirlo su questa strada e fa da sponda a Fazio fino a minacciare di far saltare il governo. Il ministro Tremonti ha un bel baloccarsi con battute da show televisivo e con i suoi dispetti al governatore sulla scena di Washington: il risultato non cambia. Ormai «incompatibile con la credibilità internazionale del Paese» non è più soltanto la permanenza del dottor Fazio a Via Nazionale, ma anche la presenza a Palazzo Chigi di un premier che fa anche lui il furbetto per nascondere la propria inadeguatezza.
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Ds Milano - Rassegna stampa
La lista Colli spaventa la Casa delle libertà
da Repubblica - 26 settembre 2005
Il giorno dopo l´annuncio di Ombretta Colli di volersi candidare a sindaco con una lista indipendente dai due poli, Forza Italia le chiede «un ripensamento». L´auspicio è che torni a quel partito per cui è ancora «una risorsa», a cui «ha dato molto ma da cui ha anche ricevuto tanto». Ignazio La Russa, An, dice: «spero che la Colli trovi un accordo con la Cdl». Matteo Salvini, Lega: «Berlusconi le dia un posto in Parlamento. Solo il sindaco Albertini liquida l´ex presidente della Provincia: «È una anziana signora che bisogna rispettare». PIANO A PAGINA II
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LE FACCE
Il centrodestra si interroga sulla candidatura a sindaco dell´ex presidente provinciale Forza Italia chiama la Colli "Ripensaci, torna con noi" Albertini: rispettiamo un´anziana signora Il centrosinistra attacca "È la conferma della crisi profondissima del berlusconismo" An: speriamo trovi un accordo con la Cdl Lega: a questo punto le diano un collegio GIUSEPPINA PIANO
L´effetto-Colli già scuote la Cdl milanese. Fa paura l´annuncio di una sua candidatura a sindaco, in corsa in solitaria contro il suo stesso ex partito. Gabriele Albertini la svillaneggia lapidario: «È un´anziana signora che bisogna rispettare». Forza Italia fa appello perché ci ripensi, non si candidi a sindaco ma torni «al partito per cui può essere ancora una risorsa». La Lega e An mostrano i muscoli, «prenderà voti da prefisso telefonico» per dirla con il segretario leghista Massimiliano Orsatti, ma già caldeggiano dai forzisti un´azione di recupero per stoppare la sua discesa in campo. Lei, l´ex presidente provinciale che ormai ha rotto con Berlusconi, ha detto di essere più che determinata a battersi. A candidarsi da sola con una sua lista. Replica di Maria Stella Gelmini, coordinatrice lombarda di Forza Italia: «Auspichiamo un ripensamento della Colli. Lei per il partito è una risorsa, ha dato molto a Forza Italia ma dal partito e dal presidente Berlusconi ha anche ricevuto tanto. Dice di volersi candidarsi per la gente, ma le risposte alle domande dei cittadini sono già dentro Forza Italia e non serve creare un´altra lista». Torna in Forza Italia, appunto. «Non abbiamo paura perché queste candidature a otto mesi delle elezioni si sa come finiscono», fa spallucce Ignazio La Russa di An. Ma aggiunge anche sibillino: «Spero che trovi un accordo con la Cdl. Ma escludo che faccia questo per un collegio o per ripicca perché non è entrata nel governo». Eppure quella del collegio sicuro in Parlamento, come contropartita per convincere Colli a non candidarsi alle Comunali, si racconta che da tempo sia un´ipotesi presente per Berlusconi. Tanto che il leghista Matteo Salvini butta là un «mi rammarico che per le beghe interne a Forza Italia ci siano questi problemi, seppure irrilevanti. Si chiariscano tra di loro, se c´è da darle un collegio». Dall´Unione, il segretario Ds Franco Mirabelli riassume che la Colli che si candida da sola «è la conferma della crisi profondissima che stanno vivendo il centrodestra e il berlusconismo nella nostra realtà». E Roberto Caputo della Margherita, ex forzista pure lui, aggiunge che «è una scelta coraggiosa, buona fortuna». Nella Cdl, invece, con quell´annuncio si fanno subito i conti. Il tema piomba ieri anche alla festa di An in corso alla Palazzina Liberty, dove l´ospite Gabriele Albertini consiglia al suo successore che «l´ambiente, la qualità della vita, dovranno essere la priorità». Quindi, dal palco, il sindaco si lancia in quella che definisce «una piccola malignità» di uno che con l´ex presidente provinciale ha litigato parecchio: «Io spero in un sindaco donna, ma non la Colli». Per finire con un «non voglio giudicare questa candidatura, come diceva un suo ex collaboratore la Colli è un´anziana signora che bisogna rispettare». Effetto-Colli, appunto. La domanda nel centrodestra è quanto potrà togliere voti. Per Albertini, «saranno i cittadini a decidere cosa premiare tra programmi e stranezze di qualche persona». Ma il vicesindaco Riccardo De Corato ammette che «sarebbe una lista di disturbo più a noi che alla sinistra. Ma possono succedere tante cose da qui alle elezioni».
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Ds Milano - Rassegna stampa
Supposta Supponiamo, così per fare un giochino di aritmetica, di avere una bella famigliola, con genitori (di sesso diverso, sennò Ruini si incaxxa), dei figli e una una situazione economica non nera, ma non rosea. Supponiamo cioè che la famiglia abbia fatto un grande passo alcuni anni fa (comprarsi una casa o mettere sù un'azienda) e che il debito sia vicino alla soglia di sostenibilità. Ipotesi uno: loro, a causa dei problemi economici, si separano, fanno mancare ai figli la presenza di entrambi i genitori; ipotesi due: si mettono sù a limare le spese, le paghette, il diritto dei figli a fare ginanstica e ad avere libri e cultura e si danno da fare con dei lavoretti aggiuntivi. Spostiamo ora l'esempio ad una dirigente d'industria. Un'industria che, alcuni anni addietro, ha accettato di fondersi con un'altra messa veramente male; e lo ha fatto per motivi sociali più che economici. Ipotesi uno: la capa si spacca in quattro, cerca nuovi finanziamenti e nel contempo nuovi sbocchi tecnologici, limita al minimo minimo i licenziamenti. Ipotesi due: taglio forte dei rami secchi, aumenti di stipendi per quelli che producono di più, mancanza assoluta di colloqui coi sindacati. Finiamo con l'ipotesi politica. Una nazione molto ricca alcuni anni fa si è fusa con una mal messa economicamente, e lo ha fatto per motivi di carattere storico; il tutto in un contesto internazionale estremamente dinamico. Ipotesi uno, il cancelliere si spacca in quattro per aumentare la produttività della parte del paese che produce e riduce per quanto possibile le spese. Ipotesi due, massivo taglio delle tasse per i ceti ricchi e via alla forbice sociale (chi c'è c'è). Ah, qui abbiamo anche un'ipotesi tre, cioè mantenimento dello stato sociale e mancanza di attenzione alla parte produttiva del paese. Il giochino di queste supposizioni consiste nell'individuare il comportamento di sinistra o di destra.carlettodarwin.blogspot.com/
Coraggio miei Prodi STEFANO SANTACHIARA
No ai volgagabbana, nessun collegio elettorale a chi ha ricoperto incarichi nel centrodestra. La prima porta in faccia, tardiva ma davvero sacrosanta, se la prende l'ex sottosegretario ai Beni Culturali e noto linciatore mediatico di magistrati e giornalisti Vittorio Sgarbi, a cui, povero, nulla son serviti i prostramenti delle scorse settimane. Bene dunque la timida inversione di rotta di Prodi, che (a giudicare dagli applausi ricevuti e dalle montagne di mail alle redazioni) segna anche una prima riconcilazione con l'elettorato disgustato, ma ora viene il difficile.
Spiazzati da cotanto atto di trasparenza (e di decenza) è iniziato a tempo di record il pressing dei "mediatori", degli "uomini di mondo", dei tanti Caronte della mutua. Ognuno coi propri distinguo, ognuno coi propri amichetti dell'altre parte tenuti in nota ben più degli elettori. I quali, in fondo, chi sono? Solo numeri che permettono loro la dorata presenza parlamentare. Aprioristicamente e acriticamente, son convinti gli "optimates". E allora che si godano le piroette e i distinguo, un vero spettacolo. Da chi come Diliberto e Fabris dell'Udeur fa già lo sforzo di accettare i transfughi "solo al proporzionale", ai soliti diessini che chiedono di "selezionare caso per caso", giù giù fino ai socialisti che gridano il loro amore a Moroni, De Michelis e Craxi, e ad Enzo Carra che sogna persino di regalare agli elettori incubi come Cossiga e Andreotti.
Non si faccia imbrigliare Romano Prodi, tenga il punto sulle porte chiuse ai voltagabbana e tiri dritto presentando un programma-progetto che rimetta al centro la Questione Morale. In un paese disastrato nell'Economia e nell'Etica, dove i costi esorbitanti della politica (stipendi e pensioncine dorate dei parlamentari ma anche Enti inutili, moltiplicazione di Assessorati, sottosegretariati, consiglieri, ex municipalizzate, consulenze esterne) sono impreziositi da pregiudicati in Parlamento, e i crack finanziari di noti falsificatori di bilanci sono le punte dell'immenso (non ancora ben percepito) iceberg dell'economia illegale e/o mafiosa, una seria inversione di rotta, oltre che morale, è vitale.
Come scrive in modo documentato e dettagliato nel suo ultimo libro ("Il topino intrappolato",Editori Riuniti) Elio Veltri, che mette in guardia il centrosinistra dal non ripetere i gravi errori e/o inciuci commessi nel quinquennio 96-2001, la Legalità conviene. Il lavoro sommerso in Italia è 400 miliardi di euro l'anno pari al 27% del Pil(fonte Ocse,2003), l'evasione fiscale ammonta a 200 miliardi (il giornale francese "Le Monde"), l'esportazione illecita di capitali si attesta sui 360miliardi di euro, i patrimoni della mafie (fonte Confcommercio) sono 1000 miliardi di euro, le regioni più infestate delle estorsioni Sicilia, Campania e Lombardia (rapporto Pisanu al governo, 2004) e gli affiliati alle mafie sono 1 milione 800 mila persone. Avete capito bene, 1 milione e 800 mila persone: tre intere regioni nelle mani della criminalità organizzata. Ai delinquenti certo va bene così, ma alla stragrande maggioranza di italiani onesti va data un' unica risposta: contrattacco.
Solo recuperando parte di questa legalità e ricchezza perduta, a parte gli indubitabili vantaggi in termini di effettiva democrazia e libertà (sociale ed economica) per i cittadini e le imprese, si avrebbe una tale vastità di introiti da poter rilanciare davvero la nostra depressa economia. Senza contare la possibilità di invertire la tendenza di crollo verticale degli investimenti esteri nel nostro paese, crollo aggravato anche da governanti e figure (più che altro figuracce) istituzionali al di sotto di ogni sospetto. Dunque Prodi vada avanti, come quando ha imposto ai pavidi o filo-blairiani alleati il ritiro dei soldati dall'Iraq, impantanati da mesi in una guerra d'occupazione sporca, illegale e alimenta-terrorismo. Una scelta che non dev'essere stata facile, tra spinte centripete riformiste e massima attenzione agli scenari internazionali, con Rutelli, Fassino, D'Alema e compagnia geneticamente schierati col detentore del potere mondiale e costretti ad estenuanti conteggi di paesi favorevoli e contrari. Un balletto indecente, quello del ritiro "si-no-forse" la cui unica costante, per chi non esprime mai una posizione chiara tantomeno se coraggiosa, è stata quella di proteggersi dietro un patetico: "se lo decide l'Onu per noi va bene". Cosa decide? E' un optional. Prodi invece ha già stabilito l'immediato ritiro delle truppe, proprio come promesso e mantenuto dal premier spagnolo Zapatero.
Lo stesso atto di coraggio, tanto avversato dalla Burocratja quanto apprezzato e premiato dall'opinione pubblica, sarebbe imporre regole di Etica e Trasparenza nel centrosinistra. Si sa che non è cosa facile, e quanti veti, ricatti, paletti il Prodi premier era stato costretto a subire, intrecciati alle pressanti richieste politiche e sociali, anche in buonafede, di alleati come Bertinotti. Ma soprattutto c'è stato un vero e proprio disegno strategico di alcune forze, che anche a Bicamerale terminata e inciucio smascherato, si sono tenute nel cassetto il progetto-Prodi facendo invece approvare il programma-Previti, quella sequela di leggi a basso tasso di legalità (dalla depenalizzazione dell'abuso d'ufficio non patrimoniale all'abolizione dei tabulati dopo 5 anni e delle intercettazioni indirette ai parlamentari, dalle dichiarazioni dei pentiti obbligatorie entro 180 giorni alle riduzione delle scorte ai giudici, dal giusto processo alle indagini preventive dei legali, dalla mancata ratifica con la Svizzera dell'accordo sulle rogatorie al patteggiamento allargato in Cassazione per evitare il carcere a Dell'Utri; il dettaglio approfondito di tutte le "perle" centrosinistre che hanno aperto il varco alle leggi-vergogna le trovate su "Il topino intrappolato" di Veltri e "Intoccabili" di Travaglio e Lodato) approvate dopo la caduta di Prodi, che evidentemente era l'ostacolo primario.
L'onorevole Luciano Violante nel 2003 dichiarò ufficialmente alla Camera dei deputati: "E' stata data garanzia piena a Berlusconi nel 1994 che non sarebbero state toccate le televisioni". A nome e per conto di chi, e in cambio di cosa? Ignorava Violante la sentenza della Corte Costituzionale che imponeva il passaggio di Mediaset da 3 a 2 reti? C'era questa "garanzia di non toccare le tv" nel programma dell'Ulivo, o perlomeno gli elettori ne furono avvisati? "Ma che siamo stati a fare alla Camera 5 anni a discutere sul conflitto d'interessi, siamo stati a fare i buffoni?" si chiede Elio Veltri, uno dei più combattivi ulivisti che da anni ricorda invano l'ineleggibilità di Berlusconi per legge Scelba del '57(norma che sancisce l'ineleggibilità per titolari di concessioni pubbliche, aggirata anche dalla Giunta per le elezioni del '96 a maggioranza centrosinistra con l'escamotage di considerare Berlusconi "mero proprietario" e ineleggibile il presidente Confalonieri) dando vita a vere e proprie battaglie, spesso in solitaria, come nella Commissione anti-corruzione proposta da Violante e lasciata morire dai partiti.
Partiti che passata a' nuttata di Manipulite, forti del crescendo rossiniano di leggi criminogene e linciaggi mediatici versus la magistratura si sono ripresi quell'autoreferenzialità che da sempre fa rima con impunità. Dunque ora benissimo il niet a Sgarbi e ribadire che saranno buttati nel pattume "condoni e leggi ad personam", ma non basta. Prodi si faccia una bella risata dei Caronte della mutua e dopo i valuteremo di prassi entri nel merito su tutto il resto: per esempio imponendo il divieto di candidatura per tutti i condannati (e gli imputati per gravi reati) come proposto da Di Pietro. Pazienza se qualcuno minaccia di incatenarsi a Montecitorio in caso di esclusione di pluripregiudicati doc alla De Michelis e alla Pomicino. E per realizzare una ulteriore e necessaria depurazione approvi il "Codice Etico" proposto dal Cantiere di Occhetto, Veltri, Sylos Labini, Chiesa e Novelli. Perché per amministrare la res publica, in quest'Italia, non è più possibile affidarsi alle belle parole, ma servono regole che selezionino politici al di sopra di ogni sospetto. www.centomovimenti.com
Blogger in libertà condizionata: benvenuti nel villaggio globale della paura
Il mondo dei blog ormai non viene più sottovalutato, sia da chi crede che essi siano un rivoluzionario strumento di informazione veloce, comunitaria e democratica, sia da chi li teme, proprio per queste caratteristiche. "Internet è uno dei vettori più solidi della libertà. Offre la verità a quelli che la vogliono intendere. Non c'è da stupirsi, dunque, che alcuni governi e organismi si lamentino di Internet e della sua capacità di far conoscere la verità". Queste le prime parole dell'introduzione che Vinton G. Cerf ha scritto al rapporto sugli intralci alla circolazione dell'informazione sulla rete, redatto tempo fa da Reporter Senza Frontiere. E proprio Rsf quest'anno ha dedicato al mondo dei blog l'istituzione di un premio, il "Freedom of expression blog award", per onorare chi a caro prezzo difende la libera espressione delle idee in tutto il mondo.
Si conoscono le storie di blogger arrestati per aver dato informazioni non gradite ai vari regimi: in Iran, in Nepal, in Cina, in Bahrein, a Singapore. La situazione dell'Iraq è a dir poco curiosa: si viene censurati anche da parte del governo americano. Il maggiore Michael Cohen, medico militare del 67esimo reggimento a Mosul, gestisce dal 2004 il sito 67cshdocs.com. Sul blog oggi rimane solo una scritta: "Superiori mi hanno ordinato, sì, proprio ordinato, di chiudere questo sito. Secondo loro le informazioni contenute in queste pagine violano diversi regolamenti dell'Esercito". Pochi giorni prima della chiusura, il dottor Cohen aveva descritto l'inferno dell'attacco alla base di Mosul del 21 dicembre: 22 morti e 60 feriti americani.
Ora i problemi per i blogger si fanno più complessi: si può venire incriminati anche per commenti pericolosi lasciati da altre persone sui propri blog. Il Wall Street Journal ha recentemente raccontato la storia del venticinquenne Aaron Wall, citato in giudizio dalla società Traffic-power.com perchè ritenuto responsabile dei commenti lasciati dai visitatori del suo blog, contenenti informazioni confidenziali appartenenti alla compagnia informatica. La notizia ha creato preoccupazione nel settore, soprattutto tra quei blogger che operano in paesi non così democratici come gli Stati Uniti. Naturale, quindi, la reazione di Raed Jarrar, blogger iracheno, fratello di Khalid Jarrar, arrestato e rilasciato dopo 15 giorni di interrogatori e maltrattamenti da parte del Mukhabarat (servizi segreti governativi del nuovo Iraq) a causa della sua attività sul web. Raed, l'8 settembre scorso, ha deciso di chiudere le porte ai commenti esterni, motivando la decisione con questo post :
"Dopo mesi in cui ho cercato di aprire le porte alla discussione, con decine di migliaia di commenti lasciati su Raed in the Middle, comunico oggi la fine dell'esperienza della sezione commenti. La mia decisione arriva dopo settimane in cui ho cercato di bloccare i commenti abusivi e di pattugliare la sezione con l'aiuto e il supporto di Niki e Sahir. Sahir ci ha mandato un link ad una notizia che apparentemente mette la parola fine alle discussioni della nostra sezione commenti... «Blogger citato in giudizio per i commenti postati dai lettori».
Se questa piccola società di servizi internet può citare in giudizio un blogger per i commenti lasciati da un suo visitatore matto, se il governo fantoccio "iracheno" può sequestrare mio fratello per due settimane per interrogarlo su alcuni commenti lasciati nei nostri blog, non voglio sapere cosa l'amministrazione Bush potrebbe fare se qualcuno lasciasse un commento sul mio blog che dice "il terrorismo scuote" o qualche affermazione a favore della violenza ... Mi rinchiuderebbe ad Abu-Ghraib o a Guantanamo? Non posso essere responsabile per tutte le centinaia di commenti che sono postate qui quotidianamente, e non voglio dedicare tutto il mio tempo a "pattugliare" la sezione dei commenti. Ringrazio tanto le migliaia di lettori che hanno lasciato i loro commenti ed hanno partecipato ai dibattiti sulla politica mondiale su Raed in the Middle e ringrazio tanto Niki e Sahir per il loro supporto e aiuto nel gestire la sezione dei commenti. L'amministrazione Bush ha distrutto la "repubblica del terrore" di Saddam, ma ne ha creata una globale. Benvenuti nel "villaggio globale della paura"».
La discussione a tal proposito è approdata anche tra i blogger italiani. Particolarmente sensibile all'argomento Pino Scaccia, inviato della Rai e gestore del blog La Torre di Babele. Il giornalista ha commentato così la decisione di Raed Jarrar: "L'episodio mi tocca anche personalmente da vicino perche' io stesso ho sfiorato la stessa fine. Chi mi segue da tempo sa che e' stato presentato un esposto contro la Torre per un link e alcuni commenti. La denuncia e' stata presentata all'ordine dei giornalisti ritenendomi responsabile di tutto quello che esce sul blog. La pratica, per fortuna, e' stata archiviata ma l'allarme resta. [...] Sono sicuramente responsabile di quello che scrivo, ma non sono certo responsabile di quello che scrivono gli altri perche', a differenza della carta stampata e dei telegiornali dove c'e' un controllo preventivo, sul blog puo' postare chiunque in qualsiasi momento. Certo, si puo' fare come in Iraq. Chiudere i commenti. Ma allora diventa un sito-vetrina, non piu' una palestra di opinioni".
di Pina Sozio
dal Mediawatch di Peacelink
Primarie : per Berlusconi hanno un costo enorme
Mentre il suo governo è gratis, dal 2001, una vera pacchia per chi ha un sacco di cosette ancora da sistemare per sé e per i suoi amici. “Maestà, ma il popolo non ha pane ! ..” potrebbe suggerirgli il fido Bonaiuti che lo vigila perennemente ovunque vada, anche a Reggio Calabria. Ma chissenefrega del popolo, il premier si è portato in Calabria la sua claque e due signore torinesi (ma che ci fanno lì?...) con vistoso distintivo di Forza Italia lo incitano a sbranare l’incauto Follini che si è voluto mettere di traverso. E il premier le rassicura, risponde alla folla in piazza, sale improvvisamente su una sedia (Bonaiuti inginocchiato..?) e la incita all’applauso, è radioso e felice, finalmente coccolato dai suoi. Certo che le primarie hanno un costo enorme. Per un imprenditore i costi non possono mai essere uguali o superiori ai benefici, ed una consultazione libera (che orrore…!)in questo momento di benefici personali non ne lascia intravedere nessuno. Ma allora questa casa delle libertà, che cosa vuol dire se il popolo non è lasciato libero di esprimere le sue opinioni su chi ha eletto e chi vorrebbe non rieleggere ? Perché il senso delle elezioni primarie è proprio questo, correggere il tiro prima di andare alle elezioni vere, far volare via gli stracci vecchi e la sporcizia prima della consacrazione degli eletti. E’ democrazia vera, sublimata al massimo grado.
Ma Berlusconi non ne vuol sapere proprio per questo motivo, e non vale la pena nemmeno chiedersene troppo il perché. Certo l’argomento lo imbarazza parecchio e forse anche per questo l’affare Ruini è diventato gigantesco, e se l’Unione desse l’ordine ai suoi di parlare d’altro ai microfoni dei giornalisti saremmo un pezzo avanti. Che si discuta di dove va l’Italia piuttosto, del costo – questo sì enorme, salatissimo – che è costretto a pagare l’intero paese ogni giorno di più a un governo di separati in casa, che a tutto pensano salvo che a governare.
Scusate se torno sull’argomento, ma in queste condizioni una spinta popolare ci vorrebbe. Sarebbe l’eutanasia contro l’accanimento terapeutico, sarebbe fermare il registro impazzito dei conti da pagare dopo, quando tutto sarà finito. E’ fin troppo chiaro che a Berlusconi e ai suoi del futuro prossimo del nostro paese non gliene frega più un fico secco, tanto hanno capito che non sarà compito loro riassestare i cocci. In quindici giorni si può – se si vuole – organizzare una manifestazione nazionale all’indomani delle primarie dell’Unione che rappresenti in modo indelebile il solco profondo fra l’uomo più ricco, più potente e antidemocratico d’Europa e il paese che cinque anni fa lo elesse presidente del consiglio. Un solco che il premier ha scavato con le sue stesse mani e che oggi non riesce a colmare perché non sa pensare – non lo ha mai saputo e non lo ha mai voluto – da uomo delle istituzioni. Per questo deve andarsene il più presto possibile.
E giusto che mi trovo, ne approfitto per ringraziare da questa pagina chi, con coraggio e ostinazione, a Roma, a Bologna e Milano, a Firenze e in giro per tutta l’Italia, ha seminato con umiltà in questi lunghi e tormentati anni l’idea delle elezioni primarie. Quelle che si terranno ad ottobre non sono ancora certo quelle che vorremmo, ma non importa, ci sarà tempo per migliorare, per convincere non il centrosinistra ma tutto il paese a dotarsi in modo legittimo e non estemporaneo di uno strumento prezioso di democrazia diretta. Da un banchetto e da un manifesto autoprodotto in un angolo di piazza san Giovanni a Roma partì, qualche anno fa, l’avventura – meglio dire il sogno – di poter conquistare da semplici cittadini, peones della politica, un diritto di scelta che il voto maggioritario aveva inesorabilmente eroso. Ora il traguardo è a un passo e occorre insistere, tornare a fare quadrato attorno ad un diritto fra tanti persi in questi anni che diventerà la chiave per riconquistarli tutti. Mantenendo la consapevolezza dell’indispensabile unità di una coalizione che sia formata però stavolta da uomini e donne scelti direttamente dai cittadini, anche fuori dalle indicazioni dei partiti se questi ultimi non sapranno cogliere l’esigenza di profondo rinnovamento che esprime il paese. Questa è la vera scommessa da vincere, e se ce la faremo potremo seppellire finalmente anche l’antiberlusconismo, perché non ci sarà più modo per nessuno come lui di raggiungere il potere. www.liblab.it/
Travaglio: se la sinistra cambiasse la Tv
«La sinistra non dovrebbe nemmeno porsi il problema se tenere i "propri" uomini alla Rai dopo la vittoria, anche quelli che hanno lavorato nell'era del centrodestra. I partiti dovrebbero uscire dalla Tv pubblica con le mani alzate. E lasciar fare al mercato», dice Marco Travaglio, «epurato Rai» secondo il centrosinistra, per il centrodestra solo un provocatore. A dicembre uscirà il suo libro Inciucio, scritto con Peter Gomez (Rizzoli-Bur). Dunque il personaggio ideale per discutere sul Prodi che non vuole "riciclati" nel futuro mondo dell'Unione. E per interrogarsi se tutto questo valga anche per chi ha partecipato a questa stagione Rai.
Cosa sarà della «sinistra televisiva» attiva in questi anni? Sarà bene utilizzarla anche nella nuova stagione, nel dopo-elezioni, se davvero l'Unione vincerà, oppure sarà meglio archiviarla? «L'espressione "sinistra televisiva" mi spaventa. Dovrebbero essere organismi super partes a decidere chi lavora in Rai. Ma non è così. E' un po' quello che avviene con i giornalisti e i politici. In un Paese normale sono i giornalisti a scegliere i politici da intervistare. Da noi è il contrario. Guardate il giubilo trasversale, da An alla sinistra, manifestato per l'ipotesi di un approdo di Pierluigi Diaco a Raidue con Anna La Rosa : bella idea, perché no, e poi è un giovane... Per me è invece il simbolo del giornalismo che va per la maggiore alla Rai. Quello che piace a tutti e non rompe le scatole a nessuno».
Ma il centrosinistra ha avuto i suoi uomini, in questi anni. Per esempio Raitre è rimasta nelle mani di Paolo Ruffini. «Ha chiuso Raiot senza colpo ferire. Il centrosinistra ha scelto per la Raitre di questa stagione una persona che non fosse troppo "sgradita" a destra. Nella migliore tradizione inciucista.... Una creatura politica che mette d'accordo un po' tutti»
Anche il Tg3 è rimasto in «area» con Antonio Di Bella. «Tra lui e Ruffini c'è una differenza abissale. Il Tg3 ha dato voce a tutti. Soprattutto lo ha fatto Primo piano. Non per niente è l'unico spazio che ha violato per un paio di volte il veto berlusconiano sul mio nome alla Rai».
Terrebbe Di Bella in una Rai del dopo-elezioni? «Certamente. Magari accanto a Ferrara, a Feltri, a tutti coloro che hanno qualcosa da dire veramente».
E che dire del Ballarò di Giovanni Floris? «Quando sento che non bisogna attaccarlo perché "è il meglio che c'è", come dicono, mi metto a piangere e penso: guarda come siamo ridotti. E' un programma a sovranità limitata. Mi chiedo che fine farebbe questa robina politicamente corretta e sterilizzata se ci fosse una Rai con Biagi, Santoro, Lerner, Zavoli, lo stesso Vespa. Sa chi sarebbe il vero "ricollocatore" di tanta gente della Rai dopo la vittoria del centrosinistra?»
No. Chi? «Il mercato. Lasciamo fare a lui, poi vediamo. Ma tanto si sa come andrà a finire. Il centrosinistra ha forse più educazione e meno volontà censoria. Ma non ha in mente di restituire la Rai al pubblico e di ritirarsi da viale Mazzini. A meno che non siano gli elettori a costringerlo».
L'attuale opposizione ha anche espresso due presidenti, Claudio Petruccioli e Lucia Annunziata. Che ne pensa? «Lucia Annunziata accettò la presidenza dopo il rifiuto di Paolo Mieli che chiese il reintegro di Enzo Biagi e Michele Santoro ottenendo un rifiuto. Chiunque con un minimo di dignità avrebbe posto le stesse condizioni. Lei no. Per me è un personaggio quasi mitologico, come il centauro. E' contemporaneamente di sinistra e di destra. Non mi stupisce che tra poco debutti con una nuova trasmissione. In quanto a Petruccioli, è un'altra incarnazione dell'uomo-inciucio. Prima ha "vigilato" sulla Rai, e sai quanto ha vigilato... Poi è diventato presidente della Rai dopo un rapido passaggio a palazzo Grazioli da Berlusconi. Insomma, la sinistra ha molte colpe...».
Oltre a queste, quali? «Non aver mai posto condizioni: cosa sarebbe accaduto a Vespa per cinque anni senza esponenti del centrosinistra a Porta a porta ? E poi l'aver messo le proprie facce in ogni posto senza curarsi del contesto. Penso alle feste di Anna La Rosa e alle sue trasmissioni tv. Adesso la vedo in prima serata e mi chiedo come sia possibile relegare di notte Giovanni Minoli: anche lui ha avuto i suoi sponsor politici, ma sa fare davvero molto bene la tv. E poi la colpa maggiore: non aver paralizzato il Parlamento sul diktat bulgaro. Per questo Silvio Berlusconi ha potuto tranquillamente cacciare Biagi, Santoro e Luttazzi. Perché sapeva che l'opposizione non sarebbe insorta davvero...».
di Paolo Conti
dal Corriere della sera
Riforme giustizia : legalita' frullata e assuefazione di Fabio Roia *
Stiamo vivendo un periodo di confusione istituzionale dove un pericoloso sentimento di rassegnazione ed adattamento sta aggredendo la magistratura ed il nostro quotidiano. E' una sorta di assuefazione alla legalità frullata -determinata da una probabile reazione di sopravvivenza- che le ultime recenti vicende ci stanno proponendo.
Le intercettazioni telefoniche sono uno strumento di ricerca di elementi di prova per vagliare la fondatezza di una notizia di reato già esistente. E' vero che in qualche caso vengono utilizzate come strumento di ricerca di altre notizie di reato -ed in queste situazioni si è in presenza di un deficit di legittimità degli atti che andrebbe opportunamente sanzionato- ma pensare alla loro limitazione, in un contesto storico dove la prova dichiarativa è dissacrata ed inquinata per tradizione e dove la prova critico-logica soffre di paure applicative determinate dal clima giudiziario, significa rinunciare ad indagare, e quindi a perseguire, fenomeni di criminalità articolata (economica, politica, organizzata) e reati di particolare allarme sociale (violenze sessuali, rapine).
L'iniziativa legislativa in materia -come al solito- non rientra in un piano organico di riforma del processo ma appare occasionata dalle vicende giudiziarie che riguardano banchieri, centri di finanza, pr ofili anche istituzionali. La divulgazione giornalistica (che è altra cosa rispetto allo strumento del processo) rischia di indurre il legislatore ad intervenire sul presupposto della notizia. Per non informare basta non indagare.
L'appello del Pubblico Ministero viene limitato e, ancora una volta, non si pensa ad un complessivo riordino di sistema (le impugnazioni) bensì ad un intervento incomprensibile che altera la fisiologia delle parti nel processo. Invero occorre dire che - sul tema- qualche torto la magistratura associata l'ha maturato, posto che alcune idee contrabbandate come intelligenza di tutti appartengono soltanto ad alcuni esponenti correntizi troppo lontani dalla viva realtà giudiziaria.
La riduzione dei termini di prescrizione dei reati ha finalità particolari ben note ma quello che dovrebbe far sussultare le coscienze giuridiche, politiche e civili - al di là della ricorrente carenza di etica legislativa- è che il provvedimento rischia di azzerare per prescrizione migliaia di processi riguardanti fatti di particolare gravità vanificando il lavoro di polizia giudiziaria e magistratura (con dispersione dei costi sopportati dall'Amministrazione) ma, soprattutto, costituendo un fattore di disincentivazione alla scelta di riti alternativi e, in qualche modo, di valenza criminogena (delinquo, sfido il processo, aspetto la prescrizione).
Pare inoltre che il Ministro della giustizia non sia in grado di monitorare statisticamente gli effetti perdonistici del provvedimento sui processi in corso. Si approva dunque una legge -che appare devastante sul piano della illegalità accertata- senza nemmeno saperne le conseguenze. Negli schemi dei decreti attuativi della riforma dell'ordinamento giudiziario appena emanati (e letti) si evidenziano subito i solchi di erosione dell'autonomia e indipendenza dei magistrati realizzata attraverso lo svuotamento dei compiti del Consiglio Superiore della Magistratura (al quale viene completamente tolta la materia della formazione).
Fra le altre disposizioni: - Il comitato di gestione della Scuola della Magistratura (nominato dal comitato direttivo del quale fanno parte, su sette componenti, soltanto due magistrati ordinari -che devono esercitare ovviamente funzioni di secondo grado da almeno tre anni in ossequio alla nuova struttura piramidale della giurisdizione- scelti dal CSM), al termine del corso si aggiornamento professionale, formula una valutazione finale che viene inserita nel fascicolo personale del magistrato. - Il consiglio giudiziario in composizione allargata (con la presenza di componenti designati dal consiglio regionale, di componenti avvocati e professori universitari, del componente rappresentante dei giudici di pace) esercita la vigilanza sull'andamento degli uffici giudiziari del distretto e, qualora rilevi l'esistenza di disfunzioni, le segnala al Ministro della giustizia.
In questo contesto la magistratura potrebbe scegliere, fra stanchezza e mancanza di carisma istituzionale la via del conformismo (perseguire l'illegalità del comune sentire) ed il singolo magistrato quella del riflusso privatistico (lavoro, titoli, tempo libero). Occorre invece vincere con fatica quel senso di assuefazione che sta intorpidendo l'agire e, forse, il sentire.
* Magistrato, Unicost, Milano
www.osservatoriosullalegalita.org
Una voce dall'esilio Adnan al Saigh, un poeta in esilio, una voce contro Saddam e l’occupazione Usa
Scritto per noi da Cristina Cerbara
Quando si pensa alla poesia irachena contemporanea non si possono evitare i riferimenti alla poesia dall'esilio. Secondo una stima realizzata dall’Associated Press è difficile quantificare il numero di poeti iracheni che vivono attualmente in esilio, tuttavia nel 1997 sono stati stimati in diverse centinaia. Nella produzione letteraria irachena la poesia ha sempre assunto un ruolo di primo piano. Si tratta di una tradizione che risale addirittura alle antiche civiltà mesopotamiche e, ad ogni modo, comune all’intera civiltà medio-orientale. Si parla ovviamente delle prime espressioni artistiche, non già patrimonio di una singola regione, ma dell’intera storia umana. L’epopea di Ghilgamesh, poema epico scritto in caratteri cuneiformi, ad esempio, racconta delle gesta del re Uruk e viene fatta risalire al III millennio a.C. Il racconto si dipana in vicende che attraverseranno e contamineranno intere civiltà, dai testi biblici alla mitologia greca fino a far giungere la propria eco alle suggestioni epiche wagneriane. Erede diretta di tale patrimonio artistico resta comunque l’odierna Mesopotamia dove si continua a scrivere copiosamente. Sono sempre stati e continuano ad essere numerosi gli Iracheni che si cimentano a comporre versi, specialmente durante l’adolescenza. Negli ultimi decenni diverse raccolte di poesie sono state regolarmente pubblicate a Baghdad dove molti giovani poeti e poetesse si sono serviti del verso, usato non di rado in forma ermetica o simbolica, per esprimere il proprio sentimento di volta in volta elegiaco, nostalgico, malinconico o, più spesso, di rivolta nei confronti di una realtà complessa e spesso avversa. Per difendere la preziosa libertà d'espressione un’altra schiera di poeti ha invece scelto, o è stata costretta a lasciare il Paese. La diaspora dei poeti iracheni nel corso degli ultimi 30 anni si è intensificata a tal punto da far temere un loro assorbimento in altri ambienti e di conseguenza una loro scomparsa. I poeti iracheni in esilio, tramite la loro personale esperienza, tramandano un racconto alternativo alla recente cronaca giornalistica riguardo le molteplici sofferenze che hanno martoriato l’Iraq negli ultimi anni. Costretti a lasciare la loro terra madre, molti si sono rifugiati nei diversi Paesi arabi; altri, probabilmente i più numerosi, hanno scelto l’Occidente: Stati Uniti, Australia, Europa e tra questi troviamo Adnān al-Ṣā’igh.
Adnān al-Ṣā’igh. Nato a Kufa, nel 1955 ha lasciato l’Iraq nell’estate del 1993 dopo che la sua posizione fu gravemente compromessa a causa di una sua opera teatrale tratta, a sua volta, dalla sua poesia Inno di Uruk (nushīdu ’urūk). Da allora si è spostato continuamente in diversi Paesi fino ad approdare definitivamente in Svezia. Con lui il rapporto tra poesia e politica diventa piuttosto articolato ed assume sfumature nuove, spesso estranee ai poeti delle precedenti generazioni. Come al-Ṣā’igh stesso ha affermato, la poesia politica rappresenta la morte del poeta. La poesia autentica, invece, è quella che rende quest’arte immortale. La poesia di al-Ṣā’igh è una poesia in prosa, una poesia moderna che accoglie la contaminazione di altri generi di scrittura. Le diverse guerre e tutte le vicende legate al periodo della repressione esercitata dal governo di Saddam Hussein hanno condizionato fortemente lo stile adottato dagli scrittori e poeti iracheni. In questo contesto la prosa è diventata un elemento fondamentale della scrittura creativa contemporanea ed è stata scelta dal poeta perché molto più adatta a comprendere le ramificazioni della vita. al-Ṣā’igh si è dichiarato tanto contro la dittatura quanto contro l’occupazione straniera, a favore invece di un Irāq che guarda alla libertà, alla bellezza e all’umanità, immaginandolo come una fenice che brucia e rinasce dalle proprie ceneri.
Le poesie selezionate di Adnān al-Ṣā’igh sono poesie di esilio, scritte negli anni ’90 in cui il poeta esprime il proprio risentimento e la propria frustrazione di vivere fisicamente separato dalla propria terra. Accenna ad una immagine sfuggente di un ritorno in Patria. Talvolta il poeta sembra travolto dal senso di rassegnazione al fatto che la sua terra non continui a vivere così come egli la conosceva, identificandola in una sorta di paradiso perduto (Iraq). Attinge al simbolismo e al panorama allusivo che ha caratterizzato la lunga storia dell’Iraq (sumera, assira, babilonese, arabo - islamica). Sembra prevedere la sorte del governo dittatoriale almeno dieci anni prima, descrivendo sorprendentemente i dettagli della fine di un tiranno, mediante una sequenza di immagini crude e violente (Inno di Uruk). Questi suoi componimenti sono pervasi da un tono di volta in volta nostalgico e rabbioso e comunque sempre venato di una malinconica resipiscenza (Traversata per l’esilio). al-Ṣā’igh, come molti altri poeti e scrittori oggi ancora in esilio, cerca di esprimere non solo il senso di smarrimento e l’angoscia personale ma anche, e in maniera molto più forte, le esperienze traumatizzanti e il trattamento inumano subiti dall’Irāq e dai suoi cittadini negli ultimi decenni. www.peacereporter.net/
Usa e Ue si guardano da lontano Beatrice Mani
Europa e America si guardano allo specchio, e dal Vecchio Continente occhiate diffidenti giungono oltreoceano. Questo ci dicono i dati di Transatlantic Trends, il sondaggio d’opinione condotto ogni anno in Europa e Stati Uniti dal German Marshall Fund e dalla Compagnia di San Paolo.
Svolta tra il 30 maggio e il 17 giugno, assai prima che l’uragano Katrina si abbattesse sulle vite americane e sulle politiche del presidente, la ricerca testimonia che se il 54% degli statunitensi vede con favore un rafforzamento dei rapporti tra Usa e Ue, per tutta risposta il 55% dei cittadini europei vorrebbe essere più indipendente dagli Stati Uniti, almeno per quanto riguarda le questioni diplomatiche e di sicurezza internazionale. E fra i vari paesi europei sono Francia (69%) e Italia (66%) quelli che maggiormente propendono verso l’indipendenza. Ma non è tutto. Infatti il 73% del popolo Usa vedrebbe positivamente una crescita della leadership europea, viceversa il 59% degli abitanti del Vecchio Continente è contrario all’egemonia americana.
Insomma, a sei mesi dall’inizio del secondo mandato, Bush, nonostante gli sforzi per rinsaldare i rapporti con l’Ue, non ha ottenuto tra l’opinione pubblica grandi risultati. Anzi, il 52% degli europei e il 50% degli americani dichiarano che nulla è cambiato, mentre italiani, olandesi e spagnoli avvertono addirittura una flessione negativa nei rapporti transatlantici. Tuttavia è giusto precisare che non è esploso quell’antiamericanismo che alcuni temevano. Il termometro delle simpatie verso gli Stati Uniti si assesta sui 50 gradi, contro i 51 del 2004 (scala di gradimento con parametri da 1 a 100). Ancora una volta è l’Italia, insieme alla Gran Bretagna, a registrare un peggioramento: nel primo caso la temperatura è scesa da 61 gradi a 57, nel secondo da 62 a 57.
Un elemento che può aiutare nella comprensione dei dati è la distinzione messa in atto dagli europei fra l’opinione del popolo americano e quella dell’attuale amministrazione. Il 72% dell’Ue disapprova la condotta di Bush in politica estera, benché all’ordine del giorno del presidente Usa vi sia un argomento largamente condiviso dai cittadini europei: la promozione della democrazia. “La sopravvivenza della libertà nel nostro Paese – ha dichiarato Bush – dipende dall’affermazione della libertà in altri Paesi”. E il 74% gli europei ha compreso e condiviso questo messaggio, affermando che è compito dell’Ue favorire l’avvento della democrazia. Stupisce invece che solo il 51% degli americani accolga questa idea (il 73% dei Repubblicani e solo il 43% dei Democratici). Riguardo a quali siano i metodi migliori per esportare la democrazia, il primato spetta all’impiego del soft power, ossia delle misure meno invadenti: il monitoraggio delle elezioni riscuote il consenso dell’83% degli europei e del 68% degli americani, e solo il 32% in Europa e il 39% in Usa si dice propenso all’intervento militare.
I Paesi al centro dell’interesse internazionale sono Cina e Iran. In Cina la promozione della democrazia si concretizzerebbe con la difesa dei diritti umani: per questo il 54% dell’Ue ed il 52% degli Stati Uniti è convinto che sia necessario limitare i rapporti economici con Pechino proprio a causa della violazione di tali diritti. Considerando l’Iran, l’Unione preferisce le pressioni diplomatiche (41%) agli incentivi economici (30%) o alle sanzioni commerciali (18%). Risulta comunque chiaro da entrambe le parti un rifiuto inequivocabile della soluzione militare, soltanto il 5% dei cittadini europei ed il 15% di quelli Usa sarebbero favorevoli ad un intervento di questo tipo.
E dopo aver osservato l’America, l’Europa scruta il proprio riflesso nello specchio e si scopre, nonostante il fallimento dei referendum sulla Costituzione in Francia e Olanda, ancora fiduciosa delle sue capacità, con il termometro che segna 66 gradi. I no alla Costituzione non sono attribuibili al timore dell’immigrazione o della crisi economica, ma nemmeno al problema dell’allargamento e dell’entrata della Turchia. Anche se su questo i pareri negativi sono aumentati del 9%, tamponati però da un’alta percentuale di indecisi (42%). Appassiona i Paesi dell’Unione il dibattito sulla riforma delle Nazioni Unite e meraviglia scoprire che il 60% dei francesi e il 64% dei tedeschi pensano che l’Unione debba avere un seggio permanente, anche se questo significasse perdere quelli di Francia e Gran Bretagna. Non meraviglia invece constatare che il 56% dei britannici non è d’accordo con questa ipotesi. E una gran parte dei cittadini comunitari (il 70%) sogna una superpotenza europea, anche se l’idea di che cosa possa significare non sembra chiara: il 44% degli intervistati pensa che valga la pena aumentare la spesa militare per realizzare questo obiettivo; il 26% crede che l’Europa si debba identificare in una “superpotenza civile”, senza aumentare il potere militare e puntando invece su quello economico; il 35% attribuisce la stessa importanza ai poteri economico e militare. Questi sono dati e percentuali che riflettono un’Europa intenta a confrontarsi, non soltanto con il mare che la separa dall’America, ma anche con le proprie divisioni interne. www.caffeeuropa.it
Capitalismo: 374 uomini possiedono 1,13 milioni di miliardi di dollari
Washington - Una cifra che fa rabbrividire in raffronto alla povertà dilagante sulla Terra: 1,13 milioni di miliardi di dollari. E' quanto possiedono collettivamente i 'Paperon de' Paperoni' americani, secondo la classifica dei piu' ricchi di Forbes. E ce ne sono sempre di piu' ricconi. La lista per il 2005 contiene 374 nomi, rispetto ai 313 nel 2004 e 262 nel 2003. La fortuna minima per entrare nella classifica e' 900 milioni di dollari. L'anno scorso per entrare in lista ci volevono "soli" 750 milioni di dollari.
Bill Gates resta in cima. Il padre della Microsoft ha addirittura aumentato il suo vantaggio sul numero due, Warren Buffett, che possiede 11 miliardi di dollari di meno. Alcuni nababbi della lista del 2004 non sono riusciti a qualificarsi. Tra questi il co-fondatore della DreamWorks Jeffrey Katzenberg, l'erede del Ketchup Teresa Heinz Kerry e i fondatori della catena di abbigliamento sportivo Gap, Donald e Doris Fisher. www.aprileonline.info
Lingue, tante ma tutte uguali? Il 26 settembre si celebra il 5° anniversario della Giornata europea delle lingue. Al di là della celebrazione della diversità linguistica, non si può nascondere che l’Ue dovrebbe rivalutare la sua politica linguistica. Logo della Giornata europea delle lingue Dall'allargamento del 2004, l'Unione Europea sta “funzionando” con venti lingue ufficiali cui, dal 2007, si aggiungerà anche l’irlandese. Mentre in molti sono d’accordo sul fatto che una pluralità di lingue sia una fonte di arricchimento, le istituzioni sono costrette ad affrontare dei seri problemi logistici dovuti alla molteplicità delle lingue di lavoro. Ma proprio quando l’Unione Europea dichiara che «tutte le lingue comunitarie sono uguali», cresce la consapevolezza che molte lingue stanno sparendo.
Genocidio culturale
All’inizio del mese il bretone Patrick le La, direttore del più importante canale francese, Tf1, accusa il Governo francese di «genocidio culturale» verso i bretoni. Come mai? La Francia ha adottato politiche linguistiche volte a sradicare il bretone e tutte le altre lingue del Paese in nome del tradizionale spirito d’égalité: che si traduce in un'eguaglianza di diritto solo se si parla francese. Come può accadere una cosa del genere nei giorni in cui proprio la diversità linguistica viene celebrata? Mentre alcune comunità linguistiche, nazioni senza Stato e regioni dimostrano di riconoscere e garantire sempre di più i diritti riguardanti le diversità linguistiche, altre non ne dimostrano affatto. E tutto questo si riflette a livello istituzionale, ove si riscontrano gran discrepanze in quanto all’uso delle lingue. In Spagna il basco, il catalano e il galiziano sono ormai lingue ufficiali al pari dello spagnolo; l’irlandese diventerà lingua ufficiale e di lavoro dell’Unione tra poco meno di un anno; il Regno Unito ha approvato dei Language Acts per reintegrare il gallese e il gaelico scozzese. Tuttavia ci sono lingue che non se la passano così bene: il sorbiano, appartenente al ramo delle lingue slave occidentali, sta riscontrando delle grosse difficoltà in Germania. E intanto le politiche di Francia e Grecia sono volte all’eradicazione di tutte le altre lingue presenti nei loro territori.
Lingua franca?
Nel complesso è di certo ammirevole lo sforzo dell'Ue che, animata dall’obiettivo di elevare il multilingusimo a pietra miliare della sua politica, ha sempre agito in modo da salvaguardare le diversità linguistiche. I critici si lamentano, sostenendo che il lavoro sarebbe molto più semplice con una sola lingua, ma sarebbe una soluzione alquanto ingiusta per i cittadini europei. Attualmente l'inglese - che è stata definita «lingua assassina» dall’accademico danese Tove Skutnabb Kangas in una recente intervista ad Eurolang - è di fatto la “lingua franca”: è infatti la seconda lingua più utilizzata dall’85% nelle sale istituzionali dell’Unione Europea. È evidente come la “protezione” della diversità linguistica ed un’adeguata politica linguistica richiedano dei ripensamenti. Ma come la si può realizzare nel rispetto di tutti i cittadini europei? Nel 1958 è stato adottato un metodo che è in uso ancora oggi e che non è certo ottimale: la maggior parte dei documenti vengono tradotti in tutte le lingue ufficiali. Cosa che può essere ideale per un’Unione Europea con sei Stati membri, ma non per un’Unione che ne ha venticinque... Per esempio è davvero utile avere che documenti che trovano applicabilità soltanto a Malta vengano tradotti in danese ed ungherese?
Eguaglianza linguistica
Una soluzione, proposta da coloro che parlavano irlandese negli anni Novanta e fatta rivivere da degli accademici catalani nel 2003, prende ispirazione proprio dalle comunità che parlano gli idiomi meno utilizzati. L'idea sarebbe quella di ufficializzare tutte le lingue comunitarie, e operare poi una selezione delle lingue di lavoro, da portare possibilmente al numero di quattro: inglese, francese, tedesco e possibilmente spagnolo. La ratio di questa proposta sta nel fatto che il risparmio fatto avendo meno lingue attive ridurrebbe di gran lunga i costi sostenuti per rendere tutte le lingue ufficiali. Questa proposta parte dall’assunto di un sistema fluido e flessibile, in cui le lingue meno parlate potrebbero essere utilizzate a livello di Unione Europea, mentre nell’ordinaria amministrazione quotidiana se ne parlerebbero tre o quattro, tenuto conto che nelle riunioni si parlano anche lingue meno utilizzate, tutto dipende da chi vi partecipa. I principi di rappresentatività democratica e di accessibilità al cittadino sono i cardini ispiratori della proposta sopracitata: volta a far fare all’Europa un passo avanti in direzione dei suoi cittadini.
Il Dottor Davyth Hicks sarà uno degli ospiti al dibattito organizzato da café babel che si terrà a Bruxelles il prossimo 26 settembre, Giornata europea delle lingue. Dr Davyth Hicks - Bruxelles www.cafebabel.com/it
settembre 25 2005
Umberto Eco
Dacci oggi il nostro delitto quotidiano
In tv ogni giorno pare che le cataratte del cielo si siano spalancate e piova come non mai. Il diluvio universale in confronto è solo un incidente idraulico
Ritengo, che se l'uragano che ha distrutto New Orleans non avesse trovato una terra scavata, livellata, dragata, disboscata, saccheggiata, i suoi effetti sarebbero stati meno nefasti. Credo che su questo siano tutti d'accordo. Dove invece inizia il dibattito è se un uragano qua e uno tsunami laggiù siano dovuti al surriscaldamento del pianeta. Metto subito in chiaro che, pur non essendo il detentore di un sapere scientifico in proposito, sono convinto che l'alterazione di molte condizioni ambientali provochi fenomeni che non sarebbero accaduti se avessimo avuto più a cuore il destino del pianeta, e quindi sono per il protocollo di Kyoto. Ma ritengo anche che di tornados, cicloni e tifoni ce ne siano sempre stati, altrimenti non avremmo avuto belle pagine di Conrad o film celeberrimi dedicati a questi disastri.
Azzardo pertanto che nei secoli passati ci siano stati cataclismi tremendi, che hanno ucciso decine di migliaia di persone, e magari sono accaduti alla stessa distanza di tempo (strettissima) intercorsa tra lo tsunami asiatico e il Katrina americano. Di alcuni di essi abbiamo sentito parlare, su pochi è nata persino una letteratura, come coi terremoti di Pompei e di Lisbona, di altri sono circolate notizie imprecise e terrificanti, come l'eruzione del Krakatoa, ma insomma credo sia lecito supporre che decine e centinaia di altri cataclismi abbiano falciato coste e popolazioni lontane mentre noi ci occupavamo di tutt'altro. Quindi succede che nel mondo globalizzato la rapidità dell'informazione fa sì che veniamo a conoscenza (immediata) di qualsiasi evento tragico accaduto anche nell'angolo più remoto del globo, e abbiamo l'impressione che ai giorni nostri ci siano molti più cataclismi di un tempo.
Per esempio, credo che uno spettatore medio della televisione si chieda per quale virus misterioso ci siano in giro tante mamme che ammazzano i loro bambini. E qui è difficile accusare il buco nell'ozono. Ci deve essere sotto qualcosa d'altro. In effetti qualcosa d'altro c'è, ma è sopra, ovvero non è né segreto né nascosto. È che l'infanticidio è sempre stato, nel corso dei secoli, uno sport abbastanza praticato e i greci già andavano a teatro a piangere su Medea che, come è noto, i figli li aveva ammazzati millenni fa, e solo per far dispetto al marito. Tuttavia, e questo ci sia di consolazione, su sei miliardi di abitanti del pianeta le mamme assassine sono sempre state in una percentuale da molti zeri davanti, e quindi cerchiamo di non guardare con sospetto tutte le signore che ci passano vicino con un passeggino.
Eppure chi vede un nostro telegiornale ha l'impressione che viviamo in un girone infernale dove non solo le mamme ammazzano un bambino al giorno, ma i quattordicenni sparano, gli extracomunitari rapinano, i pastori tagliano le orecchie, i padri stendono a fucilate tutta la famiglia, i sadici iniettano varechina nelle bottiglie di minerale, i nipoti affettuosi affettano gli zii. Naturalmente è tutto vero ma è tutto statisticamente normale, e nessuno naturalmente si ricorda degli anni felici e pacifici del dopoguerra quando la saponificatrice lessava i vicini di casa, Rina Fort spaccava a martellate le teste dei figlioletti dell'amante, e la contessa Bellentani disturbava le cene vip a colpi di rivoltella.
Ora, se è 'quasi' normale che ogni tanto una mamma ammazzi il proprio bambino, è meno normale che tanti americani e iracheni saltino ogni giorno in aria. Eppure dei bambini uccisi sappiamo tutto, ma del numero di morti adulti pochissimo. È che i giornali seri, prima dedicano alcune pagine ai problemi della politica, dell'economia, della cultura, altre al listino di Borsa, agli annunci economici e a quegli annunci funebri che costituivano la lettura appassionata delle nostre nonne e poi, tranne casi veramente enormi, dedicano alla cronaca nera solo alcune pagine interne. Anzi, una volta se ne occupavano più sommariamente di oggi, tanto che i lettori assetati di sangue dovevano acquistare pubblicazioni apposite come 'Crimen' - così come, ricordiamocene, lasciavano il pettegolezzo televisivo a rivistine illustrate che si trovavano dal parrucchiere. Ora invece i nostri telegiornali, dopo le giuste notizie su guerre, stragi, attacchi terroristici e simili, dopo alcune prudenti indiscrezioni sull'attualità politica, ma senza spaventare troppo gli spettatori, iniziano la sequela dei delitti, matri-sororo-uxoro-fratri-patri-infanti-cidi, svaligiamenti, rapimenti, sparatorie, e - per non fare mancare niente al telespettatore - ogni giorno pare che le cataratte del cielo si siano spalancate sulle nostre regioni e piova come non era piovuto mai, che al confronto il diluvio universale era stato un piccolo incidente idraulico. È qui che c'è sotto, ovvero sopra, qualcosa. È che non volendo compromettersi con notizie politicamente ed economicamente pericolose, i direttori dei nostri Tele Niagara hanno fatto la scelta-Crimen. Una bella sequenza di teste mozzate tiene buona la gente e non gli mette idee cattive per il capo. /www.espressonline.it
No agli aiuti dell'Onu La Corea del Nord rifiuta il sostegno alimentare, mentre milioni di persone sono senza cibo
La situazione umanitaria in Corea del Nord diventa sempre più grave e a farne le spese sono milioni di persone affamate. Dopo l’ultimo colpo di scena nelle trattative sul nucleare, il vice ministro degli Esteri Choe Su-Hon ha detto che il suo Paese non accetterà più gli aiuti alimentari delle Nazioni Unite: che fine faranno allora le migliaia di madri e bambini malnutrite? O i contadini colpiti dalle carestie degli ultimi anni? O ancora gli operai che hanno perso il lavoro a causa della privatizzazione delle aziende statali? La risposta poco credibile di Choe Su-hon è stata: “Adesso abbiamo abbastanza cibo grazie ai buoni raccolti”. Per questo “tutte le organizzazioni umanitarie straniere dovranno andarsene entro la fine di quest’anno”.
Piaga malnutrizione. Il portavoce del Programma alimentare mondiale (Pam), Gerard Bourke, non è affatto d’accordo: “Certo il raccolto è stato migliore rispetto agli anni scorsi – ha detto – ma la Corea del Nord continua a presentare un deficit sostanziale e cronico di cibo”. Il tasso di malnutrizione, infatti, secondo le stime del Pam, resta molto alto. Non molto tempo fa, nel novembre scorso, un rapporto compilato a due mani, dal Pam e dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), aveva denunciato che per il 2005 mancavano 500mila tonnellate di cibo e che un quarto della popolazione (6 milioni di persone) poteva dunque essere ridotta alla fame. L’unico modo di far fronte a questo deficit era ricorrere agli aiuti internazionali di alcuni Paesi donatori: Corea del Sud, Cina, Unione Europea, Russia e in misura inferiore Giappone e Stati Uniti.
Gli aiuti energetici. E proprio questi ultimi, esclusa l’Ue, sono coinvolti da tre anni nei colloqui sul nucleare. I cinque Paesi chiedono la sospensione dei programmi di arricchimento dell’uranio, offrendo in cambio aiuti energetici, visto che in diverse zone del Paese oltre al cibo manca anche l’elettricità. Ma con l’ultimissima richiesta di ieri, 23 settembre, il governo nord-coreano ha alzato la posta in gioco: rinuncerà al programma nucleare in cambio di rifornimenti di petrolio, elettricità e di sostegni per la costruzione di un reattore che costano ben 12,27 miliardi di Euro. Secondo il ministro sud-coreano della Riunificazione, Chung Dong-young, per soddisfare Pyongyang servirà un periodo complessivo di almeno 13 anni.
Giochi politici. La questione degli aiuti alimentari è tristemente intrecciata con quella del nucleare. Sempre il vice ministro nord-coreano, Choe Su-hon, ha dichiarato che gli Stati Uniti usano gli aiuti come un’arma di controllo politico. Un’accusa che Washington, però, ha subito respinto. Difficile dire se ci sia un fondo di verità nell’affermazione ostile di Choe Su-hon. Sembra più probabile, invece, secondo gli analisti, che il governo del dittatore Kim Jong Il abbia rifiutato il sostegno in cibo per non dare segni di debolezza e di dipendenza dal suo più acerrimo nemico che tempo fa lo ha collocato tra i regimi dell’”Asse del Male”. www.peacereporter.net
Il petrolio di Chàvez per il Nicaragua di Giorgio Trucchi In attesa che gli attori politici del Nicaragua si decidano ad affrontare seriamente la questione energetica, una momentanea soluzione alla crisi interna proviene ora dal petrolio a basso costo venezuelano E' ormai passato più di un anno da quando la crisi energetica ha investito in modo sempre più drammatico il Nicaragua e gran parte del Centroamerica. Il costante aumento della benzina e di tutti i prodotti legati al petrolio ha fatto aumentare i beni di prima necessità, i servizi basici (luce, acqua e telefonia), i trasporti, rendendo la vita impossibile alla maggior parte della popolazione (circa il 72%) che continua a sopravvivere con meno di due dollari al giorno.
Nello scorso mese di maggio, il tentativo da parte delle cooperative dei Trasporti di aumentare il costo dei trasporti pubblici aveva generato un feroce conflitto con gli studenti universitari conclusosi, dopo violenti scontri per le principali vie di Managua e delle altre principali città nicaraguensi, con degli accordi che avevano coinvolto il governo e le amministrazioni comunali e che per l'ennesima volta, avevano concesso sussidi milionari ai proprietari degli autobus. Nei successivi tre mesi si sarebbe dovuta formare una Commissione Interistituzionale per affrontare il grave problema energetico, analizzando le strutture di costo della benzina e del diesel (è risaputo che le grandi imprese multinazionali del petrolio presenti in Nicaragua - Texaco, Esso e Shell - stanno facendo affari d'oro con l'acquisto, la raffinazione e la vendita del prodotto finito), i guadagni delle imprese generatrici e distributrici di energia elettrica (per la maggior parte privatizzate) e cominciare ad esplorare nuove fonti di energia (eolica, idroelettrica e soprattutto geotermica) di cui il Nicaragua è ricco.
Nulla di tutto questo è stato fatto, per l'incapacità ed il disinteresse governativo nel cercare una soluzione a lungo termine al problema, per l'evidente legame che ha con le multinazionali nordamericane, ma soprattutto per il disastroso conflitto istituzionale tra governo e gli altri Poteri dello Stato che ha impedito di inserire all'interno del Dialogo Nazionale (in coma da tempo) la tematica della crisi energetica. La situazione è andata sempre più degenerando ed all'inizio di agosto, scaduti i tre mesi previsti dall'accordo e con il continuo aumento del prezzo del petrolio a livello internazionale (per farsi un'idea...prima della guerra in Irak il galón di benzina - circa 4 litri - costava 27 cordobas, mentre oggi ne vale 65), il settore trasporto ha chiesto un nuovo sussidio mentre, la distributrice di energia elettrica, la multinazionale spagnola Union Fenosa, chiedeva un considerevole aumento per poter pagare le imprese generatrici di energia con le quali, secondo l'impresa spagnola, aveva ormai contratto debiti per varie decine di milioni di dollari.
In mezzo a tutto questo è da rimarcare l'assenza dello Stato anche in termini di regolazione delle tariffe, dato che il conflitto istituzionale e le riforme costituzionali approvate dal Parlamento, ma mai accettate e riconosciute dal Presidente Bolaños, hanno lasciato nel limbo giuridico l'Ente pubblico predisposto a questo tipo di regolazione e generando quindi il caos più totale. Gli ultimi avvenimenti dell'uragano Katrina negli Stati Uniti hanno dato il colpo finale alla situazione. Il costo del petrolio ha superato tutte le previsioni e la totale impreparazione da parte del governo, molto più impegnato a combattere la battaglia interna contro gli altri Poteri dello Stato e a cercare di far approvare il Trattato di libero commercio con gli Stati Uniti (Cafta), ha portato il Nicaragua sull'orlo del baratro.
A partire dal 19 settembre è iniziato uno sciopero generale dei trasporti di Managua, che rischia però di diventare nazionale, e centinaia di migliaia di nicaraguensi hanno dovuto percorrere decine di chilometri a piedi per raggiungere i posti di lavoro o accettare gli alti prezzi imposti dai taxi o da chi ha fatto affari trasportando gente con camion, camionetas o auto. Parallelamente, Union Fenosa ha iniziato una serie di tagli del flusso elettrico lasciando l'intero paese al buio, cosa che ha innalzato vertiginosamente gli indici delittivi (soprattutto furti) ed ha messo in crisi tutte quelle attività di piccolo commercio a livello famigliare che hanno perso un'enorme quantità di prodotti deteriorabili come latte, carne, formaggi, gelati, pesce.
La mancanza di energia elettrica ha anche provocato la sospensione della somministrazione di acqua, cosa che sta provocando un veloce aumento delle malattie tenendo conto che siamo in pieno inverno e quindi in una stagione altamente a rischio di epidemie. La sospensione del flusso elettrico ha messo in seri problemi anche gli ospedali che, contando con generatori diesel obsoleti, hanno dovuto sospendere più di una volta le operazioni programmate, gli interventi di emergenza e ancor più grave, molta gente che sta sopravvivendo solo grazie a macchinari elettrici ha rischiato di morire.
Di fronte a tutto questo, il Governo e il Parlamento continuano a combattere la loro lotta, muro contro muro, senza che alla fine si raggiunga alcun tipo di accordo. La società civile e le organizzazioni che operano in difesa dei consumatori (con la Red de Defensa de los Consumidores in testa), hanno lanciato ogni sorta di appello ed hanno chiesto alla popolazione di reagire con dimostrazioni di piazza, rifiutandosi di pagare le alte tariffe dei trasporti e le bollette sempre più care e molto spesso alterate, di Union Fenosa.
Per ora la popolazione è però molto più intenta a come sopravvivere e a come non perdere il posto di lavoro, mentre è ormai certo che nelle Zone franche del paese la mancanza di fluido elettrico sta bloccando i lavori e questo si ripercuoterà sulle già misere buste paghe di fine mese. Per ora le uniche proposte del governo sono state quelle di iniettare fondi al settore energetico (in pratica vuol dire sussidiare con fondi pubblici le casse già gonfie delle multinazionali), aumentare le tariffe e le imposte statali agli idrocarburi per disincentivare il consumo e favorire il risparmio energetico. Il Ministro del Tesoro, Mario Arana, è arrivato anche a proporre un quantitativo massimo settimanale di benzina per chi possiede un auto.
In mezzo a questo disastro si è però affacciata una possibile soluzione che, anche se non potrà risolvere tutti i problemi, potrebbe lenire in parte i danni che sta provocando la crisi energetica e l'alto costo del petrolio, in attesa che i differenti attori politici del paese si decidano, una volta per tutte, ad affrontare in modo serio, pianificato, con visione per il futuro e soprattutto con l'obiettivo di sfruttare finalmente le ampie risorse energetiche alternative di cui il Nicaragua dispone, uscendo così dal monopolio energetico che, grazie alle tanto decantate misure neoliberiste di privatizzazione per attirare il capitale straniero, sta strangolando il paese.
Durante il minivertice svoltosi a Cuba tra alcuni paesi latinoamericani e dei Caraibi, il Segretario del Frente Sandinista, Daniel Ortega, ha iniziato un dialogo con il Presidente venezuelano, Hugo Chávez, per sondare la possibilità che, all'interno della Alternativa Bolivariana para las Americas (Alba), il Nicaragua potesse ricevere petrolio a basso costo. La notizia aveva creato un certo interesse nel paese, ma il Governo l'aveva subito scartata in quanto il Nicaragua non ha le strutture per raffinare e immagazzinare petrolio(è da rimarcare come la compagnia nazionale del petrolio, Petronic, sia stata affittata a una compagnia messicana che sta facendo affari d'oro e che continua a vendere nel paese).
Durante la giornata del 19 settembre, il sindaco di Managua, Dionisio Marenco, accompagnato da Daniel Ortega, dall'Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Miguel Gómez e da numerosi sindaci che fanno parte dell'Associazione dei Municipi del Nicaragua (Amunic), hanno indetto una conferenza stampa in cui hanno fatto conoscere l'ufficializzazione dell'accordo con il governo di Hugo Chávez. Daniel Ortega ha rimarcato come "durante il minivertice di alcune settimana fa, ho parlato con il presidente Chávez di un argomento molto importante come è l'integrazione latinoamericana come alternativa alla Area de Libre Comercio para las Americas (Alca).
Stiamo parlando di qualcosa che si pensava irrealizzabile nell'epoca di Bolívar, Martí e Sandino, ma che oggi grazie ai grandi cambiamenti che sono avvenuti in America del Sud si sta convertendo in una realtà. Come l'Europa ha dovuto unirsi per difendersi in un mondo globalizzato, l'America Latina e i Caraibi devono fare lo stesso. La proposta dell'Alba da parte del Venezuela si sta concretizzando e mette in evidenza lo spirito di solidarietà, di generosità del popolo bolivariano.
Venezuela è il primo paese produttore di petrolio che per la prima volta nella storia dice a tutti i paesi latinoamericani che il petrolio è a disposizione per contribuire al loro sviluppo. Stanno già nascendo vari progetti, tra cui Petrocaribe che coinvolge 14 stati dei Caraibi, dove il petrolio diventa uno strumento di solidarietà per favorire l'integrazione e lo sviluppo dei paesi latinoamericani e come alternativa ai trattati di libero commercio.
Mi chiedo, oggi, dove siano gli Stati Uniti. Dove sono i grandi amici del Presidente Bolaños per risolvere il problema dell'incremento del petrolio, per fermare i tagli al flusso dell'energia elettrica? Gli yankee che avevano centinaia di milioni di dollari da investire nella guerra durante gli anni 80 e che non hanno mai pagato i 17 mila milioni di dollari che la Corte della Aja li ha condannati a pagare per l'aggressione al Nicaragua, dove sono adesso che il Nicaragua ha bisogno? Dove sono? Dov'è Bush, a cui Bolaños in modo servile ha anche dato truppe nicaraguensi per andare in Irak? A loro interessa poco il benessere del Nicaragua e la nostra crisi energetica, ma sono solo interessati a far approvare un Trattato di libero commercio (Cafta) per esportare i loro prodotti e far fallire i nostri produttori. La proposta di Chávez si è quindi concretizzata.
Il sindaco Marenco è appena stato in Venezuela per definire i dettagli di questo accordo che verrà firmato nei prossimi giorni". Ha preso poi la parola l'Ambasciatore del Venezuela, Miguel Gómez. "Voglio annunciare il successo della visita del sindaco Marenco in Venezuela alla ricerca di una soluzione per il problema energetico che vive il Nicaragua. Si creerà un'impresa venezuelana-nicaraguense che si incaricherà di trasportare, immagazzinare e distribuire a tutti i nicaraguensi i prodotti derivati dal petrolio. Petrolio de Venezuela S.A (PVSA), impresa statale, sarà azionista di questa impresa che si creerà in Nicaragua. In alternativa all'Alca, come diceva il Comandante Ortega, il governo venezuelano sta promuovendo un altro tipo di processo attraverso il quale si sono già firmati vari accordi con paesi dei Caraibi e dell'America del Sud, nell'ottica di cercare un meccanismo di integrazione solidale, di cooperazione che non sia un'integrazione come quella che promuovono i Trattati di libero commercio che vedono l'altro come un cliente, un compratore o un consumatore finale delle loro eccedenze. Questa impresa entrerà a far parte di Petrocaribe e sarà conformata dai Comuni e da settori privati nicaraguensi e speriamo che possa estendersi poi ad altri paesi del Centroamerica. E' un'esperienza già in cammino. Con l'Argentina ed Uruguay, ad esempio, il pagamento del petrolio avviene con l'esportazione di carne e prodotti agricoli e la cosa interessante è che questa forma evita l'uscita di divisa straniera (dollari)".
Ha infine preso la parola il sindaco di Managua, Dionisio Marenco, presidente anche di Amunic. "Si costituirà un'impresa nazionale con capitale misto apportato dalla PVSA del Venezuela e da un'impresa municipale nicaraguense capeggiata dal Comune di Managua e in cui, progressivamente, s'integreranno tutti i Comuni che riceveranno l'approvazione del Consiglio municipale. Si costituirà quindi una corporazione petrolifera in Nicaragua. Alla fine, questa impresa che avrà una maggioranza di capitale venezuelano (circa il 70 per cento), potrà comparare prodotti finali, come benzina, diesel, gas liquido, benzina per aerei e asfalto. I mezzi e metodi di trasporto, i meccanismi di scarico verranno messi a disposizione dalla compagnia venezuelana. Ci siamo messi in contatto con la compagnia di petrolio nazionale, Petronic, per iniziare un processo di distribuzione e si utilizzerà qualsiasi altro tipo di canale. Attualmente il Nicaragua consuma 9,5 milioni di barili all'anno, di cui 4,5 in benzina e diesel, 3 milioni per generare energia elettrica e il resto in benzina da aviazione, gas e asfalto. Dal fondo del ricavato della vendita al pubblico, l'impresa venezuelana concederà un 40 per cento di sconto. Se per esempio il petrolio costa 60 dollari al barile sul mercato internazionale, noi ne pagheremmo solo 36. Questa differenza di prezzo, i vari comuni che faranno parte dell'impresa potranno utilizzarlo per interventi, come sussidiare il settore dei Trasporti pubblici, diminuire i costi di produzione di energia elettrica per poter mantenere le tariffe basse per la gente o rifare le strade dove c'è bisogno. Questo fondo avrà la forma di un credito che concederà il Venezuela con un termine di 40 anni ad interessi bassissimi in modo da poter far fronte a questa crisi. Questa non sarà il solo aiuto da parte del Venezuela, perché si stanno studiando altri progetti per lo sviluppo urbano, per il miglioramento della qualità di vita dei nicaraguensi. La firma dell'accordo avverrà nei prossimi giorni e contiamo che il governo sappia apprezzare questa sforzo e questa soluzione e che non metta in atto strategie di ostacolo con fini politici".
Fonte: http://italy.peacelink.org/latina/articles/art_12728.html
Torture USA in Iraq : nuova inchiesta e nuovo rapporto di Rico Guillermo
L'esercito USA ha annunciato l'inizio di una nuova indagine su torture ai prigionieri in Iraq. Un portavoce dell'esercito, Paul Boyce, ha detto che le autorita' stanno verificando le rivelazioni di un soldato - la cui identita' viene nascosta - il quale ha detto di essere stato testimone di maltrattamenti ai prigionieri mentre prestava servizio in una base militare in Iraq.
Il soldato si era rivolto ai superiori, che hanno trasferito il caso ad una unita' speciale di investigazione criminale. Il portavoce ha aggiunto che l'indagine e' iniziata da due settimane. Il soldato e' ora negli USA, a disposizione per relazionare gli inquirenti sul caso, ed eventualmente per essere audito al Congresso.
Nel frattempo, l'osservatorio internazionale sui diritti umani ha diffuso un rapporto - basato anche sulle testimonianze di alcuni soldati americani - che dettaglia i duri trattamenti cui furono sottoposti i detenuti sotto custodia della 82ª divisione aerotrasportata fra il 2003 e il 2004.
I detenuti furono aggrediti e torturati nella base Mercury, nella localita' irachena di Falluja. I soldati avrebbero agito in diverse occasioni con il permesso o per ordine dei propri superiori. Due sergenti ed un capitano hanno raccontato di duri trattamenti di routine e di atti "crudeli e inumani".
I soldati hanno parlato di sostanze chimiche versate sulla pelle e negli occhi dei detenuti. Anche in questo caso si operava con la privazione del sonno, l'obbligo a posizione scomode ed a temperature gelide o molto calde, secondo il rapporto. In un'occasione un militare colpi' un detenuto con una mazza da baseball. Alcuni detenuti furono costretti a tenere a braccia aperte contenitori da 18 litri d'acqua.
I soldati intervistati dall'organizzazione per i diritti umani hanno raccontato che i superiori volevano che la truppa estorcesse informazioni ai detenuti con qualsiasi mezzo, ma quando inevitabilmente venivano commessi abusi, i capi negavano ogni responsabilita', scaricandola sui sottoposti.
Human Right Watch ha percio' chiesto che le autorita' militari avviino un'indagine esaustiva degli abusi rivelati dal rapporto, senza limitarsi al personale di basso livello, come accaduto invece per altre inchieste, come quella sugli abusi di Abu Ghraib.
www.osservatoriosullalegalita.org
Queer a sud est: tra vacanze e discriminazioni Da Sofia, scrive Tanya Mangalakova La conclusione di una campagna di sensibilizzazione in Bulgaria da parte di associazioni queer doveva essere a Varna, Mar Nero. Alcuni giorni di seminari, beach volley e spiaggia. Ma il sindaco l'ha vietata, sotto le pressioni di chiesa ortodossa e politici locali Le prime "vacanze gay"
Per l'ultimo fine settimana d'agosto la comunità queer bulgara si era data appuntamento a Varna, sul Mar Nero. Punto di ritrovo il Mix Club Alexander, un locale che si definisce "gay friendly".
In programma per la "Prime vacanze nazionali gay" numerose iniziative. A partire dai concerti, tra i quali quello della cantante pop Maria Ilieva e poi spettacoli di spogliarello, seminari di psicologia, dibattiti sulla legislazione vigente e sui problemi per le coppie non eterosessuali, partite di beach volley ed un party nella discoteca Villa, proprietà del multimilionario Augustin Peychinov.
Ma l'iniziativa ha causato una levata di scudi della chiesa ortodossa che, tramite l'associazione "Valori ortodossi", creata direttamente dal vescovo Cyril, ha avviato azioni di protesta che hanno spinto il sindaco della città sul Mar Nero, Cyril Yordanov, a bloccare le iniziative. Vietati anche alcuni stand pubblici dove due associazioni, "Gemini" e "Nezavisnmost", si proponevano di distribuire materiale per sensibilizzare i passanti sul tema dell'omosessualità.
"Incontri pubblici di questo tipo non fanno altro che spingere i giovani verso l'immoralità ed uccidono i valori della chiesa ortodossa" hanno affermato senza mezzi termini i responsabili di Valori ortodossi "ci opponiamo in modo categorico ad iniziative che pubblicizzino le attività degli omosessuali, perché altrimenti i giovani bulgari possono pensare che quello stile di vita sia del tutto normale".
Nessuna reazione ufficiale invece da parte del Sacro Sinodo della chiesa ortodossa bulgara, maggiore istituzione collegiale che la rappresenta. Il suo portavoce, il vescovo Neophit, minimizza: "Può essere che se ne parlerà durante una delle nostre riunioni. Ma non vorrei si sollevasse un polverone in merito a cose come l'omosessualità per le quali, piuttosto, occorrerebbe vergognarsi".
La chiesa ortodossa non è nuova a posizioni del genere. In passato è arrivata anche a definire le saghe di Harry Potter "nocive" definendole un "manuale dell'occultismo".
Se a Varna l'intera élite politica è sembrata spalleggiare le invettive della chiesa ortodossa non è stato così sulla stampa nazionale. Il quotidiano "Novinar" ha infatti accusato, il 23 agosto scorso, gli alti prelati di immischiarsi in questioni secolari, che non riguardano la sfera religiosa.
Discriminazione o tirannia?
"La nostra associazione aveva solo in programma la distribuzione di materiale informativo lungo la spiaggia principale di Varna e l'organizzazione di un torneo di beach volley aperto a tutti", ha raccontato ad Osservatorio Desseslava Petrova, un'attivista di Gemini.
Le iniziative di Varna erano state promosse all'interno di una campagna che Gemini aveva lanciato il 16 agosto e che aveva già promosso in altre città della Bulgaria, Stara Zagora e Plovdiv. La conclusione della campagna sarebbe stata la "Vacanza nazionale gay" di Varna.
"A Stara Zagora non abbiamo riscontrato grande interese per la nostra iniziativa ma il tutto è avvenuto in un clima di tolleranza" continua Desseslava "lo stesso è poi accaduto a Plovdiv ed allora in molti si sono stupiti di quanto avvenuto a Varna".
Le associazioni gay hanno preso posizione contro le decisioni del sindaco di Varna che hanno definito illegittime perché sono in contrapposizione con la Legge nazionale contro le discriminazioni.
"Perché non hanno mai protestato per i numerosi spettacoli erotici che si tengono ogni estate a Varna?" si è chiesta Elsa Parisi, travestito, e star delle onde radio rumene "dal 9 al 13 agosto a Varna si è tenuto un festival dell'erotismo e nessuno della chiesa ortodossa bulgara ha avuto nulla da dire in merito".
In alcuni quotidiani sono stati pubblicati articoli profondamente omofobi. "Chi ci salverà dalla tirannia dei gay sui media? Le differenze non possono essere uno strumento per ottenere popolarità o privilegi", scrive un giornalista di Monitor, tra i principali quotidiani del paese. "Le loro sono organizzazioni supportate finanziariamente dall'estero, arrivano qui ad impiantare una moralità a noi aliena e straniera alle tradizioni ed alla cultura bulgara. Le cosiddette minoranze sessuali hanno tutti i diritti immaginabili ma non viene posto loro alcun obbligo al rispetto dei valori cristiani della maggioranza", continua l'autore.
"Monitor" poi riporta a galla un caso di discriminazione avvenuto presso l'Università "Kliment Ohridsky" di Sofia, nell'aprile 2005. A 4 ragazzi omosessuali venne vietato l'ingresso nella sauna del centro sportive universitario. Questi ultimi si rivolsero, tramite la Fondazione "Queer" Bulgaria, alla magistratura che condannò l'Università al pagamento di 1000 euro. "Ma la vittoria in tribunale non ha soddisfatto la Fondazione" scrive Monitor "si è voluto umiliare il rettore dell'Università chiedendone le dimissioni".
Da Scotty
Ho incontrato Dim Dukov, uno dei fondatori del movimento gay in Bulgaria, in una delle sale dello "Scotty's boutique" hotel, aperto qualche mese fa a Sofia. Quest'ultimo è un hotel "gay friendly" L'ambiente è molto ricercato. Ogni sala, ogni stanza, è dedicata a una città differente. Quella in cui eravamo a San Francisco, pareti color sabbia e pavimenti in legno. Siamo proprio in centro città, ad un minuto dal palazzo del governo.
"Una settimana prima che si svolgesse la vacanza gay vi è stato il ‘fine settimana porno' e tra l'altro è ben noto che a Varna, proprio davanti alla cattedrale ‘Sveta Bogoroditza' (Santa Vergine Maria, ndt), le prostitute vendono il loro corpo per soldi. Mi chiedo perché questo cosiddetto "comitato" su queste due questioni non si sia mai indignato ma ci ha invece attaccati per questa vacanza gay … tutti in Bulgaria devono capire che vi è una comunità gay nel paese. Che tipo di cristiani sono coloro i quali hanno promesso di organizzare a Varna una parata anti gay?".
Dim Dukov è convinto che anche se durante la legislatura scorsa in parlamento è stata adottata una legge contro le discriminazioni, la Bulgaria rimane un paese tradizionalista e con radicati pregiudizi nei confronti delle persone non eterosessuali. Ma confida che le cose possano cambiare. "Circa 500.000 elettori in Bulgaria sono gay" calcola lui "e nelle prossime elezioni per la città di Sofia ci sarà un candidato omosessuale. E' il primo test per verificare se in futuro anche Sofia potrà essere guidata da un gay, come è accaduto a Parigi e Berlino". www.osservatoriobalcani.org
Quel premio Nobel che lascia l'Italia Ricerca. Dopo il siluramento dall'Enea, Carlo Rubbia si occuperà di energia solare nella Spagna di Zapatero. E' un ulteriore impoverimento della scienza italiana Stefania Limiti
La scienza e la ricerca non hanno vita facile in Italia. Certo, trattare con un genio non sarà cosa semplice. Ma se un premio Nobel come Carlo Rubbia decide di andare in Spagna a tentare un nuovo impianto per sfruttare la fonte energetica del futuro, quella che lui chiama il "solare termodinamico", qualche problema c’è e pure grosso. Lo scorso luglio Rubbia, ancora nella sua qualità di presidente dell’Enea, in una lettera aperta, aveva rotto il silenzio sulla rottura insanabile tra lui e i Consiglieri di amministrazione: si trattava di una convivenza impossibile, perché allora l’area aziendalista dell’istituto aveva ostacolato l’entrata in scena di personalità sostenute da Rubbia. “Ogni mia azione concreta in favore dell'ente – scrisse in quell'occasione il Premio Nobel – viene osteggiata a priori con dimostrazione palese che oltre ai limiti scientifici si sono manifestati costantemente ragguardevoli limiti manageriali che hanno compromesso i programmi dell'Enea''. Era un vero e proprio j’accuse, anticipato sulle pagine di "Repubblica": ''La carenza di sapere scientifico dei consiglieri ha provocato un ulteriore deleterio effetto: il loro testardo compattamento in stile branco (con tutto il rispetto per le persone, ma il termine rende meglio l'idea), espressione di mediocre difesa con sommatoria dei deficit scientifici". Rubbia è una personalità scomoda: le sue convinzioni su tutta la partita del sito unico per i rifiuti atomici di Scanzano non le ha tenute nascoste. Poi quella decisione del governo è fallita, anche grazie alla sommossa popolare della Basilicata, dando ragione a ciò che aveva dichiarato il premio Nobel. Rubbia, dalla Conferenza sul futuro della scienza di Venezia, dove ha annunciato la sua scelta, ha parlato chiaro: le sfide planetarie come quelle dell'energia e del clima vanno affrontate nella prospettiva di una scala di tempo molto ampia. Le emissioni dell’Italia, ha detto ad esempio a proposito del Protocollo di Kyoto, hanno una traiettoria crescente che renderebbe “oggettivamente difficile, con le sole risorse interne, il rispetto degli impegni di riduzione assunti al momento della ratifica dell’accordo: è necessario invertire la tendenza, investendo in ricerca e sviluppo per poter ridurre l’uso di petrolio e carbone". Parole chiare, ma come conciliarle con le teorie in materia di un Marzano, ex ministro delle attività produttive, o l’attuale ministro Scajola, di fatto partecipi della lobby nuclearista e filo-petrolifera che ispira le scelte del governo Berlusconi? Rubbia, che pure da buon scienziato non si scandalizza di fronte alla ricerca sull’atomo, non c’è riuscito e il nuovo solare va a sperimentarlo non in Sicilia, come aveva proposto, ma nella calda Spagna del premier socialista Zapatero che di certo lo accoglierà a braccia aperte. E l’Italia, intanto, continuerà a comprare tecnologia per le fonti rinnovabili all’estero. www.aprileonline.info
Fundraising, una cosa che non mi piace del Wwf eugenio.orsi Ieri ho trovato in posta una busta speditami dal Wwf. L’ennesima. Eppure avevo sospeso l’iscrizione proprio perché a me interessava solo il loro mensile d’informazione e non mi piaceva il ritmo ossessivo con cui sprecavano carta mandandomi lettere e cataloghi che mi chiedevano di volta in volta di salvare foche, balene, panda ed ogni altra specie bandiera immaginabile. Ogni mese un nuovo animale aveva bisogno del mio aiuto. E il tono del discorso negli opuscoli lasciava spazio a pochi equivoci: evitare la donazione equivaleva grossomodo ad emettere una sentenza di morte per quelle povere creature.
Con tutto che io mi ero già iscritto, e che quindi la mia donazione annuale la stavo facendo. Ma al Wwf, evidentemente, la donazione annuale non è sufficiente: chi si iscrive deve partecipare alla sua spirale di donazioni, se non vuole marcire nei sensi di colpa. La busta pervenutami ieri mi ha costretto a constatare che sospendere l’iscrizione all’associazione non è bastato per uscire dal giro. “Voglio pensare che le ultime copie [del catalogo] siano andate perdute” - mi scrive il presidente Fulco Pratesi. E così oggi ho il nuovo catalogo autunno-inverno del “Panda Shop” che domani butterò via. Che poi qualche gadget ecologico lo comprerei pure, se non fosse che, incredibilmente, il catalogo propone poco o nulla in questo senso - e questo è l’aspetto che mi disturba di più. Le magliette sono al 100% in cotone, ma il cotone non è biologico. Tanti oggetti sono in legno, ma pochissimi in legno certificato ecologico. I capi in pile non provengono nemmeno dal riciclaggio della plastica. E poi ci sono ombrelli, cassette in polipropilene e mille altri oggetti di “eco” non hanno proprio nulla. Non mi sembra un gran modo per sostenere uno stile di vita nuovo e sostenibile. Insomma, caro Wwf, cambia fundraiser. www.ecoblog.it/
settembre 24 2005
La sorprendente lezione tedesca
L'annunciata vittoria dei conservatori non c'è stata perché i tedeschi, pur scontenti delle riforme di Schroeder, ancor meno volevano quelle annunciate dalla Merkel. Ora lo scenario è complicato e non si può escludere che sfoci in nuove elezioni
Antonio Lettieri
I risultati delle elezioni tedesche hanno creato turbamento e un'angosciata delusione nella stampa conservatrice europea. Il risultato doveva segnare una svolta non solo per la Germania, ma anche un esempio per tutta l'Europa con la fine dell'illusione socialdemocratica e la vittoria di un centrodestra votato a percorrere i sentieri rassicuranti del modello anglosassone. Ma i risultati hanno rovesciato tutti i pronostici.
Com'è potuto succedere? L'analisi dei comportamenti elettorali è spesso complessa e sfuggente. Ma, a ben guardare, non lo è in questo caso. La Germania era pronta a votare per l'opposizione e per un nuovo governo, come aveva dimostrato in tutte le elezioni regionali degli ultimi due anni che avevano visto un inesorabile arretramento della socialdemocrazia al governo. La vittoria per il centro-destra era a portata di mano. Ma con l'avanzare della compagna elettorale, Angela Merkel veniva annunciando un programma sempre più dissonante dalla tradizione tedesca e dalla stessa tradizione democristiana.
Tra gaffe e parziali marce indietro, la Merkel metteva in programma la riduzione delle imposte dirette fino all'adozione di un'imposta unica del 25 per cento, a vantaggio dei ceti più ricchi, e contemporaneamente l'aumento di due punti dell'Iva che grava sulle fasce più deboli; un'aliquota contributiva unica, sganciata dal salario, per il finanziamento della sanità; l'estensione della libertà di licenziamento senza giusta causa; la facoltà delle imprese di uscire dalla contrattazione collettiva settoriale…E, scusate, se è poco. Aggiungendovi, per buona misura, un capovolgimento dei rapporti con l'amministrazione Bush, come se la guerra in Iraq non si fosse rivelata un immane disastro, e il rifiuto di parteciparvi, la scelta più giusta di Schroeder e Fisher degli ultimi anni.
Come una politica di questo tipo avrebbe dovuto rilanciare l'economia tedesca e ridurre la disoccupazione non è stato spiegato, se non attraverso il prisma ideologico del miracolismo neoliberistico. Tutta la politica di Schroeder del secondo mandato era stata improntata a una linea di riforme - come si dice - strutturali. Le aliquote fiscali erano state ridotte. I salari contenuti, mentre si flessibilizzavano e allungavano gli orari di lavoro; le indennità di disoccupazione ridotte a un anno e condizionate all'accettazione di offerte di lavoro anche meno remunerate. Tutto ciò gli era valso un duro confronto interno alla SPD sfociato poi nella secessione guidata da Lafontaine, in combinazione con il PDS finora radicato solo nei lander dell'Est. Intanto aumentavano la produttività, i profitti e la competitività dell'industria tedesca, consentendo alla Germania di consolidare la sua posizione come prima potenza esportatrice del mondo.
Il problema continua a essere per la Germania quello di un'unificazione incompiuta, con all'est il 20 per cento di disoccupati. Mentre a questo si aggiunge una permanente stagnazione della domanda interna, che le esportazioni da sole non possono compensare. Se vi era un errore nella politica del governo rosso-verde non era nella rigidità del mercato del lavoro e dei salari, ma nella rigidità della politica macroeconomica: i tassi d'interesse reali della BCE stabilmente alti rispetto a un'inflazione vicino allo zero; un cambio sul dollaro intollerabilmente cresciuto, che costringeva a contenere i salari e ridurre l'occupazione; una politica di bilancio non manovrabile, salvo constatare ex post l'aumento del disavanzo, come inevitabile conseguenza della stagnazione economica.
In ogni caso, giuste o sbagliate che fossero le riforme, con cinque milioni di disoccupati e una lunga stagnazione alle spalle, Schroeder appariva destinato a un'irreparabile sconfitta. Ma ha avuto la fortuna di incontrare un centrodestra privo d'immaginazione, spudoratamente incline a sposare le ricette dei circoli finanziari e bancari. Angela Merkel, per la quale la destra europea auspicava un futuro alla Thatcher - o, come ha scritto ineffabilmente Dahrendorf, una Thatcher col volto di Blair - ha voluto strafare, avventurandosi su un terreno che non appartiene alla tradizione solidaristica tedesca, procurando alla CDU uno dei peggiori risultati elettorali dell'ultimo mezzo secolo.
E ora? In altri paesi europei, i partiti socialdemocratici non esitano ad allearsi con la sinistra radicale per formare una maggioranza di governo. In questo caso, un governo rosso-rosso- verde avrebbe una maggioranza più che confortevole. Ma le ferite della secessione e lo scontro tra le persone sono troppo recenti e profonde per consentire questa maggioranza. Rimane sulla scena la grande coalizione, un'esperienza che risale alla fine degli anni 60. Ma è del tutto improbabile vedere Schroeder, al culmine di una trionfale rimonta che lo ha portato a meno di un punto dalla CDU, dopo essere partito con 21 punti di distacco, cedere la cancelleria alla Merkel e ritirarsi dalla vita politica.
La grande coalizione potrebbe realizzarsi sotto la sua leadership. Ma per ragioni simmetricamente contrarie anche questa soluzione appare irrealistica.
Dopo un vano tentativo della Merkel, la crisi di governo potrebbe rivelarsi senza soluzione, la palla tornare nel campo di Schroeder, incaricato di gestire l'ordinaria amministrazione e preparare nuove elezioni. Sarebbe una sorta di secondo turno. Avremmo allora la prova del nove. Potrebbe essere definitivamente chiaro che il modello neoliberista non è fatto per la Germania, e in definitiva nemmeno per l'Unione europea, di cui la Germania rimane il motore centrale.
Certo, tutto questo agita le cancellerie di Londra e di Washington che puntavano su un ben altro risultato. Potrà non piacere, ma non si può dire che gli elettori tedeschi abbiano votato senza cognizione di causa. L'elettorato tedesco ha onorato al meglio la trasparenza democratica di un voto che fa riferimento ai programmi, e non agli impulsi emotivi. Con grande delusione della destra neofondamentalista, il "modello renano" non è stato mandato in soffitta dalle sirene neoliberiste. Anche questa è una lezione per l'Europa. //www.eguaglianzaeliberta.it/
LA DIVERSIONE DI VESPA (di Stefano Olivieri)
Il giornalaio di palazzo torna a occuparsi di Cogne in una delle nottate più convulse della seconda legislatura Berlusconi. Al momento di andare in onda per discutere per l’ennesima volta del caso Franzoni è più che probabile che Vespa già fosse al corrente delle intenzioni di Siniscalco, e comunque la giornata era comunque già stata caratterizzata dalla sfuriata di Berlusconi (…o con me, o fuori…) carica di significati che il paese avrebbe meritato di poter approfondire.
E come al solito, nei momenti di maggiore difficoltà per il premier, si utilizza la diversione di massa. Come un sommergibile in difficoltà, che per deviare i siluri nemici lancia in mare tutti gli stracci che ha a bordo, anche l’ineffabile Vespa ha ritirato fuori i suoi stracci, consunti da ore e ore di puntate di Porta a Porta. Abbiamo la legge finanziaria in scadenza fra otto giorni, abbiamo un ministro dimissionario e una convocazione imbarazzante domani a Bruxelles, ma non importa : gli italiani devono sapere che cosa si nasconde dentro in dna trovato dalle ultime analisi nella cantina della Franzoni, gli italiani devono farsi una bella flebo di chiacchiere e non pensare, non pensare, non pensare neanche un momento.
Se anche i giornalisti fossero sottoposti a un giuramento rigoroso come quello di Esculapio per i medici, Bruno Vespa avrebbe da anni perso il diritto di esercitare la sua professione. E da anni per altro è fuori dall’organico della Rai, dorato free lance a cui si concede più spazio televisivo di qualsiasi altro giornalista regolarmente retribuito, compresi quelli per i quali ancora vale l’ostracismo bulgaro del premier. In questi cinque anni di governo delle meraviglie il salotto di Vespa si è trasformato nella terza camera del parlamento soltanto quando conveniva al potere, per riconvertirsi bruscamente nel bar dello sport – come la bisca clandestina del film “La Stangata” all’arrivo della polizia – non appena sul governo Berlusconi si alzava anche la più lieve increspatura.
Dipendesse da noi, per un giornalista così sfacciatamente arruolato dal potere non ci sarebbe un domani nemmeno come gestore di un edicola di periferia. Ma siamo consapevoli di quanto siamo diversi da altri, e dunque probabilmente Porta a Porta riuscirà a traghettarsi anche nel 2006. Speriamo abbandonando per sempre il caso Cogne e similari, soprattutto quando c’è da discutere di cose ben più serie. Giusto per togliermi un sassolino dalla scarpa, mi piacerebbe vedere un Porta a Porta diretto da Marco Travaglio, con Bruno Vespa spettatore coatto in prima fila. Ma è un sogno, lo so, e i sogni belli non si realizzano mai.
www.liblab.it/
Le Primarie stanno facendo passi avanti, un pò in tutta Italia.
Ieri sera l'iniziativa di Bologna a cui tu fai riferimento ha visto la
partecipazione di centinaia di cittadini. Nell'ambito del convegno
organizzato da UNIRSI (Rete di oltre 40 Associazioni bolognesi legate al
Centro-Sinistra) esponenti dei Verdi, dei DS e della Margherita (erano
presenti il Sen. Vitali, Tana De Zulueta, La Forgia, oltre a Pasquino e
Barbera) si sono detti a favore delle Primarie come scelta strategia per
tutte le elezioni (dove ci siano almeno due candidati).
Si è proposto e poi anche chiesto la convocazione di Assemblee di collegio
per verificare l'operato dei rappresentanti del popolo, eletti nel 2001 (nel
1996 le tesi dell'Ulivo le chiamavano "Convenzioni di Collegio", ci ha
ricordato il Prof. Pasquino).
Tana De Zulueta (una promotrice romana) nel suo intervento ha toccato anche
l'opportunità (ricordando gli esempi di Spagna e Gran Bretagna) dell'impegno
delle donne in politica. Secondo lei quando ci saranno regole chiare e
democratiche le donne arriveranno in massa in politica! Personalmente
condivido in pieno questa valutazione, che è anche un aspicio.
Oggi a Bologna tutti i Comitati per le Primarie a favore di Prodi si
incontreranno. Il Comitato per le Primarie di Collegio e l'Ulivo chiederà la
convocazione di Primarie di Collegio, almeno in forma sperimentale in
cento/cento cinquanta collegi marginali.
A Bologna oggi si incontreranno, per dare il via alla campagna elettorale
alla Primaria 2005, anche tutti i Comitati per le Primarie a sostegno di
Scalfarotto. Questo candidato, come Pecoraro Scanio e Di Pietro, ha già
dichiarato che è a favore sempre e comunque delle Primarie.
Ma il Comitato Promotore Nazionale per le Primarie continua e continuerà ad
avere un ruolo più alto ancora e non si deve fermare al singolo candidato
più o meno favorevole: le nostre parole costitutive infatti sono PRIMA LE
PRIMARIE!
In questi giorni addirittura sembrava che il Centro-Destra volesse adottare
le Primarie per la scelta del candidato premier (?!).
Il lavoro è tanto, ma abbiamo imboccato la strada giusta.
Il lavoro di squadra è fondamentale per il successo delle Primarie, della
Partecipazione, della realizzazione dei Programmi e quindi della Politica al
servizio dei cittadini.
Il ruolo del Comitato Promotore Nazionale per le Primarie è questo: PRIMA LE
PRIMARIE: di conseguenza nell'immediato bisogna portare con convinzione i
cittadini al voto per la "Primaria 2005" dell'Unione del 16 ottobre 2005.
Un saluto a tutti e a presto,
Un promotore di Bologna
Paolo Orioli
PS Mi sono permesso di rispondere inviando per conoscenza a tutti i
promotori la presente e-mail. Entro breve vi arriverà il resoconto della
riunione del CPNP a Roma. Qualche regola vogliamo darcela anche noi, per
lavorare tutti e meglio ancora.
Allegato la carta costitutiva del Comitato Promotore Nazionale per le
Primarie
PRIMA LE PRIMARIE”
DICHIARAZIONE D’INTENTI
PRIMA LE PRIMARIE per contribuire a completare la transizione politica
italiana: i cambiamenti che hanno investito il nostro sistema politico e la
distanza tra i cittadini ed i loro rappresentanti nelle istituzioni chiedono
un cambiamento nel sistema della selezione delle candidature che valorizzi
la richiesta di partecipazione di tante cittadine e cittadini. Le primarie
completano questo aspetto della transizione italiana, quello della scelta
‘diretta’ da parte dei cittadini di chi li rappresenterà e governerà,
anticipando la partecipazione dei cittadini al momento della selezione dei
candidati.
PRIMA LE PRIMARIE perché aiutano a selezionare nuove rappresentanze
politiche: le primarie possono far emergere nuovi amministratori grazie
proprio alla ‘battaglia sul campo in cui si affrontano vecchi e nuovi
possibili candidati, senza certezze, con la possibilità di comunicare idee,
programmi, critiche a chi governa.
PRIMA LE PRIMARIE perché favoriscono l’alternanza: perché nelle primarie il
consenso degli elettori si concentra sui candidati che hanno maggiori
possibilità di sconfiggere i loro avversari appartenenti agli schieramenti
contrapposti.
PRIMA LE PRIMARIE perché accorciano la distanza tra i cittadini e la
politica: troppe volte abbiamo notato delusione o disinteresse tra i
cittadini a causa di candidature estranee al territorio, casuali, talvolta
addirittura osteggiate. Con l’introduzione delle primarie gli elettori
avranno a disposizione lo strumento per proporre e scegliere i candidati: la
politica si avvicina ai cittadini quando offre momenti per decidere, oltre
che per elaborare programmi, discutere idee, manifestare posizioni
politiche.
PRIMA LE PRIMARIE perché rafforzano i partiti politici e le coalizioni: da
un lato li costringono a presentare i loro uomini e donne migliori, legati
al territorio, e li sottraggono al gioco senza regole della selezione delle
candidature come lo conosciamo oggi. Dall’altro e’ un’occasione per tutte le
forze politiche di costruire un rapporto diretto con gli elettori,
coinvolgerli nella elaborazione dei programmi, raccogliere idee e adesioni.
PRIMA LE PRIMARIE perché sono uno strumento di verifica dell’operato degli
eletti e degli amministratori: con le primarie i cittadini potranno
sostituire i loro rappresentanti che non hanno rispettato gli impegni presi
con gli elettori.
PRIMA LE PRIMARIE perché danno spazio alla società civile: attraverso le
primarie potranno emergere candidature che siano espressione diretta di
movimenti e gruppi o semplicemente cittadini che hanno le idee e la capacità
di comunicarle per attrarre consenso all’interno del loro schieramento. Con
le primarie diminuiscono gli ostacoli e aumentano le opportunità di una
politica migliore.
la Finanza italiana spiegata a voi, idioti. (articolo di Antonio Tombolini)
Cosa sapete da TV e giornali? Che De Benedetti e Berlusconi, mettendo una pietra sopra ai loro dissapori, avevano deciso di creare una società insieme, per salvare un po' di aziende italiane in crisi. Volete che vi metta il link a qualche editoriale di economista-bipartisan entusiasta? Oppure il link a qualche editoriale di uomo-di-sinistra-per-bene desolato? No, non serve: tanto, quella roba lì, voi idioti, la leggete tutti avidamente.
Poi è successo che qualche vestale addolorata ha iniziato a stracciarsi le vesti: (intonazione e movenze stile Eleonora Duse) ah, Ingegnere, questa non ce la dovevi proprio fare! Tradire la causa per allearsi col nemico, ah, cielo, i sali...
Infine è successo che l'Ingegner De Benedetti, sinceramente addolorato, incompreso, mal interpretato, ha sentito il dovere di restare vicino ai suoi vecchi amici, di non tradire la causa, di dimostrare coi fatti che lui è un idealista, mica uno di questi che per due soldi vendono l'anima al diavolo: e il 6 agosto, nel suo giornale, la Repubblica, compare una sua compresissima lettera, in cui annuncia che per il maggior bene e la maggior gloria sua e del popolo di sinistra tutto unito nella lotta, rinuncia, sia pur ringraziando, sia pur a malincuore, a diventare socio di Berlusconi.
Applausi.
E voi, idioti, tutti qui adesso a chiedervi Ma che senso ha tutto ciò?
Siccome sono troppo buono, seguitemi che ve lo spiego. Prima però, fatemi una promessa: la prossima volta, ricordatevi di buttare un occhio anche nei newsgroup, e in qualche sito che si occupa di finanza, ma non di quelli ufficiali, quelli amatoriali. Allora, si va.
E' il 7 luglio, e le azioni CDB Web Tech segnano il minimo dell'anno, a 2,50 Euro.
E' il 9 luglio, meno di un mese fa, e solo due testate (indovinato quali? Proprio così, solo la Repubblica e l'Espresso) riprendono un lancio d'agenzia AGI: in un trafiletto in cui si parla d'altro (FIAT, per l'esattezza, e ci sarebbe da dire, ma sarà per un'altra volta...), si infila un inciso buttato lì, come se niente fosse. Un segnale, si direbbe, tanto per far sapere a chi deve sapere:
La visita in Mediobanca (dell'amministratore delegato FIAT Marchionne, ndr) ha fornito lo spunto per voci sul possibile ruolo che Piazzetta Ciuccia avrebbe insieme alla Lehman Brothers in un ipotizzato fondo salva-imprese che verrebbe creato da Carlo De Benedetti con l' adesione di Silvio Berlusconi e di altri imprenditori e istituzioni finanziarie. Fondo che avrebbe la Fiat tra i potenziali obiettivi.
La notizia non provoca titoloni. Viene ripresa qua e là nei giorni successivi, fino al 22 luglio. Poi cala di nuovo il silenzio.
Spiegazione: l'Ingegnere e il Cavaliere stanno dicendo agli amici, quelli che vogliono capire, e solo a loro: Ragazzi, si parte, si comincia, si fa sul serio, perciò regolatevi, e poi non dite che non vi avevo avvisato. Avete presente La Stangata? E' uguale: i due (Paul Ing. Newman e Robert Cav. Redford) si danno di gomito, e lanciano uno sguardo di intesa alla loro banda: è l'ora, il pollo è pronto.
Gli amici, quelli che vogliono capire, capiscono: sul titolo CDB Web Tech, controllato da De Benedetti, cominciano ad affluire gli acquisti, e le azioni scambiate tra il 14 e il 27 luglio sfondano più volte quota 1 milione al giorno, per la prima volta dopo mesi e mesi. Gli amici stanno facendo rifornimento, comprando a circa 3,20 Euro per azione.
Adesso tutto è pronto, si alza il sipario. E' la sera del 28 luglio: la notizia è ufficiale, è lo stesso Ingegnere a renderla nota, con tanto di dettagli e numeri. De Benedetti e Berlusconi saranno i soci principali (con 50 milioni di Euro ciascuno) di un nuovo fondo salva-imprese, cui prenderanno parte anche (un po' di maquillage non guasta, ovviamente) Della Valle e Montezemolo.
Stavolta la grancassa parte, e parte sul serio: giornali e telegiornali sparano i titoloni, destinati ad annunciare la notizia del secolo alle masse tutte. Inutile citare le testate: tutte, ma proprio tutte, cominciano a dedicare alla notizia titoli, cronache, interviste, editoriali, approfondimenti...
Nel frattempo... nel frattempo si scatena anche la Borsa. E' il 29 luglio, e il titolo dell'Ingegnere, CDB Web Tech, viene subissato di richieste d'acquisto: è il popolo-bue - siete voi idioti che leggete tutti i giornali e guardate tutti i tiggì - che corre verso l'Eldorado, comprando montagne di azioni CDB al modico prezzo di 4,00-4,80 Euro. Vengono scambiati (udite udite!) più di 15 milioni di azioni! E' venerdì, e si chiude. Ma giornali e televisioni, di sabato e di domenica, continuano a sparare la notizia. De Benedetti, e i suoi amici, fanno un po' di conti: in una settimana il titolo ha guadagnato il 40%; nella sola giornata di venerdì 29 luglio, il 30%. Decidono che sì, è andata come doveva andare, e lunedì si comincia a tirare il cappio.
Lunedì 1 agosto, sui giornali si discute ancora del perché e del percome della strana alleanza tra l'Ing. e il Cav., con dovizia di analisi politiche, etiche ed economiche. Tutte nell'ottica del bene del Paese.
Riapre la Borsa, è il grande giorno. Alle 10.59 la Reuters (storica agenzia specializzata in economia e finanza, mica vorrete metterne in dubbio le notizie, no?), nel comunicare che a seguito dell'entusiasmo dei mercati il titolo CDB viene sospeso al rialzo, fa notare che
alle 10,45 Cdb segna un prezzo teorico di 4,89 euro (ai massimi degli ultimi 4 anni)
e fa suo il commento di un trader (uno che se ne intende, mica idiota come voi):
"Già venerdì il titolo ha dato un segnale chiaro: al mercato è piaciuta moltissimo l'operazione, soprattutto per il compromesso storico tra Berlusconi e De Benedetti, due numeri uno del mercato", commenta un trader.
Il segnale, cari buoi, è chiaro: il mercato ama l'Ing. e ama il Cav., comprate, coraggio, comprate!
Ma qualcuno, proprio quella mattina, stranamente con lo stesso entusiasmo, ma in senso opposto, comincia a vendere, e a palate. Sono l'Ing. e tutti i suoi amici, lo si saprà il giorno dopo. Nella giornata passano di mano 10 milioni di azioni. Più di 1 milione di queste erano dell'Ing., che le vende (tanto crede nella sua idea imprenditoriale, cribbio!). Lo sappiamo perché, essendo il maggiore azionista della società, è obbligato a renderlo noto, sia pure il giorno dopo:
Cdb Web Tech ha comunicato che il presidente, Carlo De Benedetti, ha venduto ieri 1.040.000 azioni al prezzo unitario di 4,6973 euro, per un controvalore di oltre 4,88 milioni di euro. Sempre ieri De Benedetti ha acquistato 230.000 titoli a 4,33 euro per un controvalore di 995.900 euro. Nei giorni scorsi Cdb Web Tech ha annunciato la creazione di un fondo salva-imprese al quale partecipa anche Fininvest.
Vende 1 milione e rotti di azioni al prezzo di € 4,70, praticamente ai massimi, mettendo in tasca oltre 4,88 milioni di Euro. Niente male. Giornali e telegiornali non ve lo raccontano. Nei newsgroup (se solo voi idioti sapeste che esistono...) si parla già un altro linguaggio.
Nel frattempo la storiella del fondo De Benedetti-Berlusconi va avanti. E l'Ing. continua a fare un po' di trading, in perfetto stile instant trader: tra l'1 e il 4 agosto continua a comprare e rivendere, comprare e rivendere. Nei giornali e telegiornali, intanto, prosegue er dibbattito.
E' il 3 agosto: l'Ing. non è ancora sazio, e per arrotondare con un po' di spiccioli decide di tenere ancora un po' su la faccenda. Esce la sua intervista nientepopodimenoché al Financial Times, dove dice che l'accordo con Berlusconi si fa, ma solo su questo, ci mancherebbe altro, e - racconta la Repubblica - spiega di non vedere alcun motivo per rifiutare i soldi di Berlusconi in un progetto che vede impegnati investitori come Diego Della Valle, Luca di Montezemolo e il finanziere di Wall Street Peter Cohen. Gli amici continuano a dare una mano. Del resto non avranno di che lamentarsi.
Il Riformista, dal canto suo, si pèrita di offrire la copertura ideologica anche alle manovre speculative di De Benedetti (ormai così vaste da non poter essere del tutto nascoste, almeno ai più avvertiti), benedicendole in nome della grande visione economica e dei grandi benefici che il Paese ricaverà dal nuovo fondo De Benedetti-Berlusconi.
E' il 4 agosto, e l'Ingegnere compra ancora: 220 mila azioni, a 3,98 Euro. Il Paese ancora discute dell'accordo storico con Berlusconi, vede l'Ing. che compra, e corre a comprare di nuovo: i buoi portano di nuovo il titolo sopra i 4,20, e lì attorno lo mantengono per tutto venerdì 5, e l'Ingegnere ricomincia a vendere.
E' di nuovo sabato, il 6 agosto, la Borsa è chiusa. E anche la stangata volge all'epilogo: De Benedetti decide che non si può tirarla più di così. La Repubblica, il giornale di casa, pubblica la sua lettera: contrordine compagni, niente accordo con Berlusconi.
Cribbio. E tutti che ci avevano creduto. I buoi si accingono a passare un fine settimana di passione.
Il lunedì 8 agosto, si sono ripresentati in borsa, conoscendo già il destino a cui erano votati: il titolo avrebbe iniziato a scendere, inesorabilmente. No, niente crolli improvvisi, almeno per un po': noblesse oblige, e le truppe dell'Ing. faranno in modo di evitarli, per non dare troppo nell'occhio.
E ora? Il famoso fondo salva-aziende che fine ha fatto? L'Ingegnere l'aveva giurato: rinuncio ai soldi sporchi di Berlusconi, ma il progetto del fondo salva-aziende va avanti eccome, mica vorrete prendermi per uno spregiudicato speculatore!
Avete più sentito parlare di quel fondo? No, vero? Qualche notizia, molto nascosta (e non su Repubblica, no) in realtà circola:
De Benedetti sempre più solo nel progetto del nuovo fondo Management & Capitali, che dovrebbe nascere dalla scissione di Cdb Web Tech. Infatti dopo aver perso Berlusconi, Montezemolo e Merloni, anche Arnaldo Borghesi, numero uno della divisione italiana della banca d'affari Lazard, sarebbe vicino ad abbandonare il fondo.
Avevate visto qualche titolone sull'uscita dal fondo di Montezemolo e Merloni? Lo avevate sentito strillare da qualche titolo di TG? Io no. Strano.
E strana soprattutto quest'ultima defezione, visto che proprio alla Lazard l'Ingegnere aveva affidato (con Mediobanca) l'incarico di organizzare e coordinare il progetto del fondo, no?
Che dire?
Che negli USA, per fare cose del genere, occorre mettere in piedi un film, e ambientarlo nel mondo delle scommesse sui cavalli. In Italia lo si può fare legalmente, usando i media e la borsa.
A fare una cosa così, negli USA, l'Ing. sarebbe già in galera. Svegliatevi, idioti che non siete altro.
antonio.tombolini@gmail.com http://thefirstbottle.blogspot.com/2005/09/la-finanza-italiana-spiegata-voi.html
Reggetevi forte:
PRIMARIE anche nella CDL
Ah, ah, ah... è una risata continua, da due giorni a questa parte...
Sull'argomento, interessante (e rivelatore) articolo di Libero:
«E io contro quelli scateno le mie tv»
Vogliono misurare la mia popolarità? Sarà un plebiscito. Mobiliteremo le truppe cammellate, farò scendere in campo tutta l'organizzazione di Forza Italia. Stravincerò». E la botta finale: «Userò tutti i mezzi che ho a disposizione. Contro di loro scatenerò le mie televisioni». Ieri era furibondo contro Domenico Siniscalco, Silvio Berlusconi. Furibondo per quelle dimissioni «inopportune politicamente e istituzionalmente: la dimostrazione plateale di tutta la sua slealtà». Ma soprattutto, nella giornata più nera della sua vita da premier, il Cavaliere era furibondo con gli alleati. Quel Gianfranco Fini, quel Pier Ferdinando Casini e soprattutto quel Marco Follini che, in un susseguirsi di pranzi e di vertici, erano riusciti a strappargli la seguente, clamorosa, doppia concessione: sconfessione pubblica di Antonio Fazio e convocazione delle primarie nel centro destra. Chi ieri lo ha visto in faccia e ha ascoltato quello che aveva da dire a cuore aperto, riferisce di un Silvio Berlusconi letteralmente fuori di sé. Di prima mattina, più che la notizia delle dimissioni, quel che lo rende furioso è il modo in cui Siniscalco le ha comunicate al mondo: un colloquio in esclusiva con il quotidiano la Repubblica...
Siete irresistibili.
Avete cancellato dal video i migliori autori satirici, per poterne prendere il posto. Dite la verità (tutta la verità, nient'altro che la verità...)! http://baiadeiporci.splinder.com/post/5805964
Se paga Paperone
Qualcosa cresce Le famiglie con patrimonio superiore ai 500.000 euro sono 702 (più 8% rispetto all'anno scorso)
R. C.
Nello stesso giorno nel quale due giornali italiani annunciavano le dimissioni del ministro dell'economia per manifesta impossibilità di fare la legge finanziaria, un terzo giornale italiano - pur «bucando» come tutti gli altri la notizia dell'addio di Siniscalco - forniva un'informazione decisiva per fare la legge finanziaria. L'informazione campeggia sulla prima pagina del Sole 24 Ore di ieri, che ci informa: «In Italia crescono i paperoni, ma non amano la Borsa». Citando uno studio dell'Associazione Italiana Private Banking - quelli che gestiscono i patrimoni dei veri benestanti e che se siete sotto il mezzo milione (di euro) nel loro ufficio non vi fanno neanche entrare - il quotidiano economico ci informa che qualcosa che cresce in mezzo alla crisi italiana c'è. Le famiglie con patrimonio superiore ai 500.000 euro sono 702 (più 8% rispetto all'anno scorso) e la massa di ricchezza che hanno in mano cresce del 10% a 783 miliardi di euro.
Quelli che noi simpaticamente chiamiamo Paperoni e nel gergo della finanza si chiamano Hnwi (High Net Worth Individuals) vivono per lo più al Nord (il 25,9% in Lombardia, contro l'1,8% della Calabria) ma non disdegnano Roma (al Lazio va il 9,8%). I ricchi più ricchi, gli Hnwi più Hnwi, quelli che hanno più di 50 milioni di euro «in banca», sono lo 0,1% del totale e possiedono il 6% della ricchezza. E la messe di dati non finisce qui: tra le tante cose veniamo anche a sapere che i possessori di così ingenti patrimoni non amano il rischio, non vanno in borsa ma investono per lo più in obbligazioni.
Così, grazie al mondo del private banking - per il quale gli Hnwi sono il pane quotidiano, cioè il parco-clienti di riferimento - sappiamo quel che in altri paesi ci dicono uffici statistici pubblici come il Census Bureau: la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza in Italia è aumentata vertiginosamente. Grazie al quotidiano della Confindustria, presieduta da un Hnwi, sappiamo che «l'aumento delle famiglie ricche italiane è doppio rispetto alla media europea di crescita» e «in percentuale ci sono più ricchi in Italia che negli Stati uniti». Argomento che sarebbe da porre prepotentemente e immediatamente al centro della campagna elettorale infinita in cui siamo: chi vuole che le cose continuino così, e chi vuole cominciare a tassare un po' di più gli Hnwi?
Ma prima ancora delle elezioni, c'è la finanziaria. Siniscalco prima di dimettersi aveva buttato giù qualche ipotesi per far quadrare i conti ereditati dalla gestione Siniscalco degli anni precedenti: tagli alla sanità e anticipo della riforma delle pensioni, tanto per cambiare.
E se, tanto per cambiare, si pensasse a una qualche manovra straordinaria sul patrimonio degli Hnwi? L'economia non ne verrebbe sicuramente depressa, visto che sarebbe per quei livelli di ricchezza poco più che un solletico e che, come scrivono gli studiosi del private banking e riporta il quotidiano di Confindustria, quel patrimonio si tiene lontano dalla borsa e dagli investimenti produttivi. e allora, perché non provarci? Tanto per cambiare. www.ilmanifesto.it/
Cindy e i pacifisti: tutte le grane di Bush
Usa. La madre coraggio del soldato Casey gira in pullman l'America per dire ''no'' alla guerra. L'opposizione adesso non è solo di sinistra. Crollano i consensi del Presidente
Stefano Rizzo
Non è più fatto solo di studenti e di ex-soldati, non è soltanto di sinistra e non predica stili alternativi di vita. Ci sono naturalmente anche queste cose al suo interno, ma – e qui sta la differenza con la fine degli anni ’70 – questa volta ci sono le mamme dei soldati, c’è la gente comune, gli impiegati, i neri, i poveri, i professionisti. Non è neppure del tutto pacifista, nel senso di una radicale opposizione a qualunque guerra. E’ contro questa guerra e vuole che i soldati tornino a casa, ma non in una bara.
Parliamo del movimento contro la guerra in Iraq e in Afghanistan, che è venuto crescendo lentamente in questi due anni e mezzo di combattimenti e di morti.
Per un certo periodo, mentre la catasta di caduti aumentava giorno dopo giorno e le promesse di normalizzazione della situazione si dimostravano sempre più vuote, l’opinione pubblica è rimasta come anestetizzata. Pesava lo shock dell’11 settembre che aveva spinto il 90 per cento degli americani (e la quasi totalità del congresso) a fidarsi di Bush, a dargli carta bianca per condurre la guerra al terrorismo, per dare sicurezza all’America.
Nei mesi successivi all’invasione, di fronte ai primi insuccessi e alle prime bugie, i sondaggi erano andati su e giù; col passare del tempo le perplessità aumentarono, ma sempre una maggioranza sosteneva lo sforzo bellico. La rielezione a novembre del 2004, questa volta con un ampio margine, del presidente che aveva iniziato la guerra ne era la dimostrazione.
Ma, allo stesso tempo, l’opinione pubblica era confusa. Non erano tanto le centinaia di manifestazioni e di iniziative contro la guerra, né l’atteggiamento critico della grande stampa a renderla incerta, quanto i documenti ufficiali, le relazioni delle commissioni di inchiesta e le sentenze dei tribunali, che venivano via via pubblicati e che raccontavano una storia diversa: dicevano che non c’era mai stato un motivo valido per invadere l’Iraq, che l’amministrazione aveva mentito, aveva promulgato leggi liberticide, che uccideva civili e trattava i prigionieri di guerra in modo disumano e, infine, che stava portando alla morte i propri soldati senza una prospettiva, senza dire come e quando sarebbe finita.
Poi a fine luglio è arrivata Cindy Sheehan, la madre coraggio del soldato Casey, caduto un anno fa in combattimento, uno dei tanti. Con parole semplici, senza fanfara, si è accampata fuori del ranch di Crawford e ha chiesto di incontrare Bush per chiedergli perché suo figlio era morto. C’è rimasta 26 giorni, ma lui si è sempre rifiutato di vederla, pur dicendo che provava simpatia per lei, come per tutte le mamme. Ha continuato le sue vacanze tra barbecue e gite in bicicletta. All’opinione pubblica americana lo spettacolo non è piaciuto. Vi ha visto la l’arroganza del grande nei confronti del piccolo, il cinismo del potere nei confronti di una donna comune. Per la prima volta ha colto una nota falsa nel populismo del presidente. Ed è iniziato il crollo.
A fine agosto è arrivato Katrina. Anche in questo caso l’impreparazione del governo, la lentezza degli aiuti, l’indifferenza iniziale dello stesso Bush, sono stati sotto gli occhi di tutti. Si è generato nella gente un corto circuito: quelle case distrutte, quelle folle sbandate, affamate, straccione, quei morti per le strade non erano immagini che venivano da un paese lontano, ma dall’America, dal paese più ricco e più potente del mondo. Dov’era l’esercito? Perché non interveniva per aiutare i neri e i poveri rimasti intrappolati in quell’inferno per giorni e giorni? Dov’era il governo (e non importa se federale o locale)?
Di fronte all’entità del disastro, molti si sono resi conto che questa era un’altra guerra, perduta come forse lo era l’altra, e che in ogni caso gli Stati Uniti non potevano permettersi di fare due guerre allo stesso tempo: ricostruire New Orleans e “liberare” l’Iraq. E hanno pensato: forse se questo presidente e questo governo non sono stati in grado di prevedere e impedire la catastrofe di un uragano annunciato, allora non sono neppure in grado di fare quello che hanno promesso in Iraq. Questi morti e quei morti sono gli stessi: il risultato dell’incompetenza e dell’indifferenza.
A questo punto l’opinione pubblica è cambiata: la popolarità di Bush è precipitata sotto il 40 per cento (la più bassa di qualunque presidente da oltre un secolo), sei americani su dieci si sono convinti che imbarcarsi nell’avventura irachena è stato uno sbaglio, anche se ancora una esigua maggioranza ritiene che, al punto cui si è arrivati, non resta che insistere ed è contraria al ritiro immediato o per i prossimi due anni delle truppe.
E così Cindy Sheehan si è rimessa in marcia per convincere questa maggioranza che non ha più senso continuare in un’impresa destinata al fallimento. Negli ultimi 15 giorni ha girato in pullman quasi tutti gli stati per spiegarlo alla gente, visto che il presidente non ha voluto sentirla. Lei e le tante altre sigle e organizzazioni che si sono raccolte e rianimate intorno a lei hanno raccolto un milione di dollari con cui hanno comperato una doppia pagina sul “Washington Post” e su altri giornali. A sinistra ci sono le foto di Bush e del suo governo con la scritta “hanno mentito”; a destra i nomi dei quasi 2000 caduti con la scritta “sono morti”.
La sua ultima tappa è stata a New York dove ha cercato di parlare a Union Square, la piazza storica del dissenso e simbolo per i newyorkesi della libertà di parola; ma la polizia della Grande mela le ha strappato il microfono e l’ha allontana con la forza. Oggi (sabato) vi sarà a Washington una grande manifestazione di protesta; i manifestanti, forse più di centomila, marceranno davanti alla Casa bianca (ma Bush non potrà sentirli perché ha già annunciato che sarà fuori città); al corteo si uniranno i manifestanti no-global che si sono dati appuntamento per la riunione della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale e tutti insieme raggiungeranno il grande obelisco sulla Mall dove vi sarà un concerto di Joan Baez. Altre manifestazioni ci saranno a Los Angeles, San Francisco e Seattle.
Anche a Roma è prevista per sabato sera una manifestazione davanti all’ambasciata americana a via Veneto. Lunedì e martedì (come spiegato in dettaglio nella sezione “Appuntamenti” del giornale) vi sarà alla Casa delle culture di Roma una due giorni con proiezioni, mostre e dibattiti sotto il titolo generale di “Disarming Images / Immagini Disarmanti”. www.aprileonline.info
Nemico pubblico numero 1 e ½
Mashouq al Khaznawi era un nodo politico scomodo, le sue parole univano curdi e islamisti
Dal nostro inviato
Naoki Tomasini
Muhammad Murrshid è il figlio dello sceicco curdo Mashouq al Khaznawi, rapito a Damasco il 10 maggio 2005 e ucciso. Anche lui è uno sceicco, un capo religioso. Incontrarlo non è semplice per la cautela con cui si mostra in pubblico. Fissiamo l’incontro presso un’abitazione privata in un polveroso quartiere ai margini di Qamishly e lui si presenta sorridente e puntuale. Niente guardie del corpo, niente coda di fedelissimi come consuetudine per i politici e le autorità religiose di qui. Indossa una veste e un copricapo bianchi e la sua presenza fa calare tra i presenti un ossequioso silenzio. Il suo sguardo è aperto e calmo, i modi sono quelli di un oratore navigato.
Chi era suo padre, lo sceicco Mashouq al Khaznawi?
Mio padre era un predicatore islamico razionale. Era il capo del Centro Studi Islamici di Qamishly e insieme collaborava con il Christian Islamic Committee. Nelle sue ricerche sulla storia e dell’islam aveva scoperto che i musulmani hanno commesso molti errori, sia teorici che pratici. La sua battaglia era contro quello che lui chiamava l’islam politico, che storicamente ha portato i musulmani ad essere oppressori degli altri culti con il pretesto di agire in nome di dio. Il vero islam, sosteneva, è contro l’oppressione, di conseguenza non poteva fare a meno di prendere posizione anche sull’oppressione del governo siriano verso la comunità curda. Sosteneva la loro richiesta di diritti ed era contrario al terrorismo, tanto negli Stati Uniti quanto in Arabia Saudita. Era lo sceicco dei musulmani razionali e vogliosi di giustizia e non amava i superstiziosi che si inchinano a baciare mani.
Perché è stato ucciso?
Perché le sue posizioni progressiste lo avevano reso sgradito al regime che, come spesso accade, preferisce sostenere i predicatori tradizionalisti. Mashouq al Khaznawi sapeva che curdi e Fratelli Musulmani sono le sole opposizioni possibili al regime siriano e che lui, unico collegamento tra loro, stava diventando un personaggio sempre più scomodo. Inizialmente gli venne impedito di predicare nella propria moschea e di viaggiare. Poi gli venne confiscato un libro che aveva intenzione di pubblicare. Infine, quando invitò provocatoriamente alcune ambasciate straniere a visitare Qamishly, ebbe un contatto diretto con degli agenti del Muqabarat che gli fecero notare che con quel gesto aveva passato il limite del crimine. In quell’occasione venne da me e mi avvertì delle minacce di morte ricevute. Sapeva di essere in pericolo ma non cambiò atteggiamento. In occasione dell’anniversario della morte di Farhad, un attivista torturato e ucciso in detenzione, Mashouq al Khaznawi pronunciò un discorso pubblico durissimo in cui incitava i curdi a lottare per il riconoscimento dei loro diritti in quanto cittadini siriani. “riprendere con la forza quello che è stato trafugato con l’oppressione” diceva.
Il governo ha sempre negato di avere responsabilità nel rapimento e nell’uccisione di al Khaznawi?
L’ordine di sequestrarlo è partito direttamente da Maher, il fratello del presidente. Ma oltre al fatto che le autorità glie l’avevano promesso, la ricostruzione della vicenda non regge in molti punti. Ad esempio nella data del decesso: secondo le autorità mio padre sarebbe stato soffocato con un cuscino il 12 maggio 2005 ad Aleppo, e poi sepolto a Deir ez Zour. Il 1 giugno io e un mio fratello siamo stati sequestrati, ci hanno portato a Deir ez Zour, dove ci è stato mostrato i corpo. Aveva i denti spaccati e il corpo ricoperto di segni di tortura, contusioni e bruciature. Ma di sicuro era morto da pochi giorni. Il corpo era evidentemente ben conservato per essere stato tre settimane sotto settanta centimetri di terra nel deserto bollente di Der ez Zour. Poi ci è stato proibito di parlarne. Ci hanno detto di stare lontani dai media e dalla causa curda in particolare, ma non li abbiamo ascoltati. Dopo il rilascio abbiamo prodotto dei manifesti in cui abbiamo accusato pubblicamente le autorità di omicidio a scopo politico. Pochi giorni dopo, in occasione del primo sermone che dovevo tenere dopo la morte di mio padre, appena sceso dal palco ho ricevuto un Sms con scritto “Delivery failed”, veniva dal cellulare di mio padre. Da allora mi è stato impedito di predicare.
Che farete ora?
Dal punto di vista giuridico la nostra accusa contro lo stato non ha nessuna speranza di essere considerata. Le prove dell’omicidio di stato sono state comunicate ad Amnesty International e magari un giorno avranno un peso anche nei tribunali in Siria. Stiamo lavorando per pubblicare all’estero il libro che era stato sequestrato a mio padre. Sto raccogliendo i suoi scritti più significativi per far conoscere le sue idee sull’islam critico. Il suo detto preferito era la massima coranica secondo cui “non c’è nessun vero obbligo nella religione”. Insegnava il valore del dialogo tra civiltà e l’uguaglianza tra i sessi: insisteva spesso sul fatto che la discriminazione ai danni delle donne nella società musulmana è il frutto di una serie di tradizioni negative che non si riescono a estirpare perché sono state erroneamente rese sacre. Nella legge islamica ad esempio la testimonianza di un uomo vale quella di due donne, come si può sostenere ancora un’idea del genere? Se le donne sono meno intelligenti di un qualsiasi spazzino di Damasco perché quando Condoleeza Rice alza la voce tutti gli arabi tremano di paura? Mashouq al Khaznawi insegnava l’importanza di distinguere accuratamente, ad esempio tra cultura araba e civiltà islamica. E sulla stessa traccia, poteva chiamare fratelli gli ebrei, pur criticando duramente l’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi. www.peacereporter.net/
Il rispetto di ben Ali per i diritti umani
Tunisi il paese dei villaggi turistici: sole, mare, sabbia . Nell'immaginario dell'europeo proprio da Tunisi comincia il fascino del continente africano, ma anche del suo dramma .Tunisi, terra di bellezze ataviche stile Afef divenuta Tronchetti-Provera, del dramma degli ultimi anni di Craxi. Tunisi di ben Ammar, ex manager di M.Jackson e socio di Berlusconi in diversi affari. Tunisi di bin Ali che una bel giorno del 1987 in pieno stile di certi repubblicani arabo-africani prende il potere con un colpo di stato spodestando il vecchio e patetico Habib Burghiba. Un bin Ali che ogni tanto si vede sorridente sulle tv europee e viene definito un tecnocrate e addirittura certe volte un tecnocrate illuminato.
Nelle settimane scorse il potere giudiziario di Tunisi, celebre per la sua obbedienza piena al potere politico, ha vietato per decreto giudiziario lo svolgimento del sesto Congresso dell' Associazione per i Diritti Umani. Il decreto di condanna arriva dopo che erano stati denunciati alcuni membri della stessa associazione che nel contempo sono anche membri dell'Associazione Democratica fedele alla Costituzione (= ben Ali ). Queste persone che agiscono come soci del ladro e amico del derubato danno una parvenza di sostenitori dei diritti umani al potente golpista ben Ali. Anche cinque anni fa quando l'associazione voleva fare il proprio congresso dovette affrontare un'odissea e innumerevoli cavilli giudiziari.
In una Tunisi dove, sotto il potere del potente e temuto tecnocrate ben Ali, ogni allineamento che non sia pieno viene perseguitato, qualsiasi visione diversa in politica viene etichettata come “integralista” o “fondamentalista” di stampo ovviamente islamista. Un artificioche serve soltanto per avere la licenza di usare la mano pesante contro l'opposizione da parte dei vari sostenitori di qua e di là dell'Atlantico. A Tunisi ci sono migliaia di incarcerati, tutti accusati di essere membri del movimento islamista al-Nehdzah . E' ovvio che se la cultura laica è monopolizzata dal deciso e potente tecnocrate, per le masse diseredate prendere la via di posizioni a lui avverse è l'unica strada percorribile.
Nella terra del tecnocrate, dove svariati progressisti, attivisti per i diritti umani, giornalisti critici e semplice gente ignara dell'obbligo della piena obbedienza, sono perseguitati sistematicamente, l'assenza totale della libertà d'espressione è dimostrata non solo dal decreto che vieta lo svolgimento di un congresso ma dalla sistematicità dell'atteggiamento del potere giudiziario obbediente al potere politico golpista. Sempre nelle settimane scorse il solito potere ha vietato anche lo svolgimento del congresso annuale dell'associazione non ufficiale dei giornalisti - STJ – di Tunisi.
di Mir Mad www.megachip.info
Una vita spesa per la giustizia
di Tamara Traubman e Yossi Melman
Oggi in Israele i funerali di Simon Wiesenthal, colui che disse: “Quando la gente guarderà indietro, a quello che è successo, voglio che nessuno possa dire che i nazisti furono capaci di uccidere milioni di persone e restare impuniti"
I funerali di Simon Wiesenthal, il sopravvissuto dell’Olocausto che ha dedicato la propria vita a catturare i criminali di guerra nazisti, si terranno oggi nel primo pomeriggio nella città israeliana di Herzliya.
Wiesenthal è morto nel sonno martedì scorso nella sua casa di Vienna, all’età di 96 anni.
Mercoledì a Vienna in presenza del Cancelliere austriaco Wolfgang Schuessel si era tenuta una cerimonia in suo onore. Il corpo è giunto ieri in Israele, nella città di Herzliya, dove vivono la figlia e il nipote di Wiesenthal.
Il premier israeliano Ariel Sharon non presenzierà al funerale per questioni di sicurezza. L’ufficio del primo ministro ha riferito che un delegato del consiglio di gabinetto rappresenterà regolarmente il Governo alla cerimonia.
Due giorni fa Sharon in una dichiarazione ufficiale ha ricordato il “grande debito” che lo Stato d’Israele, il popolo ebreo e l’umanità intera devono riconoscere a Wiesenthal.
Nella deposizione è stata ribadita la tenacia con cui portò avanti il proprio impegno a far sì che le atrocità del passato non potessero ritornare e a garantire che i colpevoli non riuscissero a farla franca. “Tutti siamo e tutti saremo sempre riconoscenti alla sua grande impresa”, concludeva la deposizione.
Simon Wiesenthal è stata una figura istituzionale nell’anima e nel corpo e ha dedicato la sua esistenza ad un unico scopo: dare la caccia all’antisemitismo e combatterlo.
Ma il prezzo che ha pagato per tale scelta è stato alto: difficoltà finanziarie enormi, costanti minacce di morte, nel 1982 un attentato alla sua abitazione.
Wiesenthal nacque il 31 dicembre del 1908 da una famiglia di mercanti nella città di Buczacz, vicino a Lvov in Ucraina, un tempo parte dell’Impero Austro-Ungarico. Studiò a Varsavia e a Praga, e nel 1932 si laureò in architettura. Nel 1936 sposò Cyla Mueller e iniziò a lavorare in un studio di architettura a Lvov. Nel 1939, con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, la città di Lvov cadde sotto il controllo sovietico a seguito degli accordi previsti dal patto Molotov-Ribbentrop.
Nel 1941, dopo l’ “Operazione Barbarossa” e l’invasione nazista dell’Unione Sovietica, i nazisti presero il controllo di Lvov, e Wiesenthal in un primo momento si salvò grazie all’aiuto di un amico. Tuttavia venne poi catturato e inviato in un campo di concentramento vicino alla città, per essere spedito di volta in volta in lager di prigionia diversi.
Il 5 maggio del 1945 venne liberato a Matthausen, in Austria. Pesava 45 chilogrammi. Anche sua moglie riuscì a sopravvivere all’Olocausto.
Nel 1977, quando Rabbi Marvin Hier fondò il 'Centro Simon Wiesenthal' per non dimenticare la tragedia dell’antisemitismo durante la Seconda Guerra Mondiale, Wiesenthal disse:
“Quando la gente guarderà indietro, a quello che è successo, voglio che nessuno possa dire che i nazisti furono capaci di uccidere milioni di persone e restare impuniti".
Simon Wiseinthal, che nell’Olocausto perse 89 familiari, ha scelto di devolvere la propria esistenza alla ricerca della giustizia, perché, come egli più volte ha ricordato, “Non può esserci libertà senza giustizia”.
Senza mostrare i segni della vendetta, piuttosto quelli della testimonianza.
Grazie al duro lavoro di Simon Wiesenthal più di mille criminali nazisti sono stati assicurati alla giustizia. Il suo compito fu portato a termine nella primavera del 2003: "Se ci sono ancora criminali nazisti che non ho trovato, sono troppo vecchi e fragili per sostenere un processo. Il mio lavoro è fatto" [NdT]
Fonte: http://www.haaretz.com/hasen/spages/628492.html
Tradotto da Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media
Vendite meno 2 per cento. La crisi non governata trascina in basso i ceti medi
Gli italiani stringono la cinghia, non arrivano più a fine mese e tagliano i consumi anche quelli dei prodotti alimentari. È l’altra faccia, quella prevalente, di un’Italia con l’economia alla deriva.
Nella settimana in cui è emerso che il numero dei super-ricchi è aumentato e che il loro patrimonio è cresciuto in maniera proporzionale, i dati dell’Istat sulle vendite al consumo di luglio alzano il velo sulle difficili condizioni in cui le famiglie sono costrette a vivere. Le vendite al dettaglio sono crollate del 2,1% rispetto allo stesso anno. Il calo per il settore alimentare è stato in media del 2,1% nella grande distribuzione e del 2,6% nella piccola a fronte di una contrazione per le vendite di prodotti non alimentari del 3,7-3,8%.
Altro che il paese di Bengodi tratteggiato a più riprese dal presidente del consiglio. Preoccupata la Confcommercio che parla di pericolosa escalation, allarmata la Confesercenti che definisce i consumatori sfiduciati e costretti a destinare maggiori risorse per tariffe e benzina. Per Baretta della Cisl «quando anche i consumi alimentari scendono è chiaro che il paese sta attraversando una fase di recessione». Per gli economisti si tratta di un inevitabile riflesso di un quadro economico bloccato.
Di fronte ad una simile situazione, una Finanziaria elettorale e non strutturale rischia solo di svuotare ulteriormente i portafogli dei cittadini.
Un quadro scoraggiante nel quale hanno la peggio proprio quei ceti medi ai quali il centro destra aveva fatto molte promesse. www.europaquotidiano.it/
Iraq : costo della guerra altissimo , dice studio internazionale
di Rico Guillermo
Il costo umano, politico ed economico della guerra in Iraq e' elevatissimo, secondo l'Istituto internazionale di ricerche per la pace di Ginevra, che in uno studio avverte che il conflitto va prolungandosi e che sara' davvero difficile mettervi fine.
Dal 2003 la guerra e' costata 200 miliardi di dollari ed ha prodotto ufficialmente 2.000 vittime fra i soldati della coalizione e almeno 27.000 fra i civili iracheni, per quanto documentabile.
Ma il bilancio non tiene conto dei mercenari e paramilitari uccisi dal lato della coalizione, ne' dei i civili iracheni morti e seppelliti senza passare per l'ospedale (ne', probabilmente, dei detenuti morti sotto tortura e dei giornalisti uccisi, ndr).
Lo studio ritiene quindi credibili le stime della rivista medica britannica The Lancet, secondo cui 100.000 Iracheni sarebbero morti per cause collegate direttamente o indirettamente al conflitto.
Lo studio evidenzia che la guerra in Iraq ha destabilizzato l'area mediorientale circostante. Inoltre, per l'Istituto di Ginevra - che si avvale di importanti esperti in storia, medicina, politologia e diritto internazionale ed e' "garantito" da alcuni premi Nobel per la pace - la guerra era illegale e non in linea con il diritto internazionale perche' iniziata senza l'avallo dell'ONU.
Inoltre l'Iraq e' piombato nel caos, con istituzioni distrutte, ricadute economiche disastrose e "tribalizzazione" rampante (con gruppi paramilitari diffusi), e non sara' possibile uscirne per molto tempo ancora senza grandi sforzi internazionali.
"Se le gradi potenze non rispettano il diritto, e' difficile chiedere ad altri, come l'Iran, di farlo".
www.osservatoriosullalegalita.org
Serbia, minoranze sotto attacco
Belgrado, scrive Jelena Bjelica
Il recente attacco condotto sulle pagine di un giornale belgradese contro Sonja Biserko, direttrice del Comitato di Helsinki per i diritti umani di Belgrado, riporta in primo piano la questione del rispetto delle minoranze
Sonja Biserko Se la storia dovesse giudicare i serbi secondo il loro contributo alla cultura degli altri popoli, allora quel giudizio aprirebbe nei libri di storia un nuovo grande oscuro capitolo sul loro conto.
“Occorre essere realisti e chiedersi come sono gli standard in Serbia e se si possono assumere gli standard di sicurezza del Kosovo come condizione dello status del Kosovo. Ed inoltre se sono necessari tali standard anche per la Serbia”, ha detto Latinka Perovic, storica di professione, a seguito del recente attacco contro la direttrice dell’Helsinki Committee per i diritti umani in Serbia, Sonja Biserko, nonché una delle candidate per il Nobel per la pace nell’ambito del progetto 100 donne per la pace.
Lo scorso 8 settembre Sonja Biserko è stata definita dal giornale “Tabloid” una spia croata. Nonostante non sia niente di nuovo per quanto concerne la produzione di Milovan Brkic, caporedattore responsabile di suddetta pubblicazione, tra le oscure mezze frasi gettate nel testo, che preferiamo non riportare per ragioni di carattere etico, si trovano anche alcuni dati, che secondo l’avvocato che difende la Biserko, non rappresentano solo una violazione della privacy, ma anche una violazione dell’articolo 67 del Codice Penale serbo, riguardante la minaccia della sicurezza di una persona. “Tabloid” ha pubblicato l’indirizzo (via, numero e numero dell’appartamento) di Sonja Biserko che ripetute volte è stata insultata e attaccata fisicamente, proprio nel suo domicilio.
Secondo le parole del legale Nikola Baranovic, in base all’articolo 67 la procedura penale può essere condotta a seguito di una denuncia privata, ma può essere avanzata anche per dovere d’ufficio. Ossia, “chi commette un siffatto atto penale nei confronti di più persone, oppure ha suscitato l’irrequietezza dei cittadini, oppure ancora se ha prodotto gravi conseguenze”, può essere perseguito per dovere d’ufficio. Per questo tipo di reato è prevista una pena da sei mesi a cinque anni di reclusione.
Ad ogni modo la Biserko ha denunciato l’autore del testo e il caporedattore responsabile. “Io e la mia famiglia abbiamo esposto la denuncia per il testo pubblicato che, per quanto mi riguarda, è uno dei peggiori mai visti. Il titolo è il meno importante, ma si mettono sotto accusa i miei ‘lavori criminali’, ‘l’invio di serbi in Croazia’. E questo viene ascritto a tutta la mia famiglia”, ribadisce Biserko.
“Tutto ciò dimostra la loro debolezza e paura che si diffonda un punto di vista alternativo. È indicativa la loro intenzione di criminalizzarci, demonizzarci e deumanizzarci. Ci attendiamo delle reazioni da parte della magistratura, ma si sa che lo fanno quando la loro parte è nella situazione di doversi difendere dalle accuse che provengono dal nostro versante. Lo Stato è responsabile, perché non conduce una politica attiva nel combattere gli inviti al linciaggio e il linguaggio dell’odio. Quando solleviamo un’accusa, la procura e il potere giudiziario recalcitrano”, aggiunge Sonja Biserko.
Questo è solo uno della serie di inviti pubblici al linciaggio di un cittadino serbo di nazionalità croata. Nel dicembre dello scorso anno il giornale “Internacional” aveva pubblicato un testo dal titolo “Branka Prpa concede l’amnistia agli assassini della NATO” in cui si nominavano i cittadini serbi di nazionalità croata che ricoprono importanti funzioni pubbliche, tra i quali anche il ministro dell’agricoltura Ivana Dulic-Markovic. Il pubblico ministero non aveva avviato alcuna inchiesta contro i giornalisti e il caporedattore responsabile di “Internacional”. Branka Prpa dice che è stato confermato anche che il giornalista che aveva firmato l’articolo non è mai esistito.
Durante il regime di Milosevic, il leader dei radicali Vojislav Seselj aveva il primato per gli attacchi contro i cittadini serbi appartenenti alle comunità delle minoranze. Seselj sulla base delle accuse del Tribunale dell’Aia del 14 febbraio 2003 è imputato di crimini contro l’umanità e violazione delle leggi e dei costumi di guerra. L’accusa in 15 punti incolpa Seselj per azioni criminali commesse in Croazia, Bosnia Erzegovina e Vojvodina. La procura accusa Seselj di essere penalmente responsabile del “reclutamento, formazione, finanziamento, rifornimento, appoggio e orientamento dei volontari serbi che erano in relazione con il Partito radicale serbo, noti come Cetnici o Seseljevci”. Così come i suoi discorsi comparsi sui media, negli incontri pubblici e durante la visita ai volontari e alle altre unità serbe in Croazia e Bosnia Erzegovina hanno esortato queste formazioni a commettere crimini di guerra. Tra le varie accuse il tribunale dell’Aia incolpa Seselj anche di aver incoraggiato la creazione di una “grande Serbia”, e che dopo la sua ultima visita nella località multietnica di Hrtkovci, in Vojvodina, si è giunti all’espulsione degli abitanti di nazionalità croata. In questa ottica il recente attacco contro Sonja Biserko ricorda da vicino le azioni condotte dalle leve del regime di Milosevic.
“Credo che le minacce siano organizzate e che provengano da un unico centro che fa capo a vari servizi. Nel testo di ‘Tabloid’ si dice che siamo contrari al rientro dei profughi, ma il Comitato di Helsinki ha promosso l’iniziativa ‘Voglio andare a casa’, l’unica di questo genere. È probabile che questi attacchi siano intrecciati con una qualche lobby criminale di profughi” afferma Sonja Biserko.
La direttrice del Comitato di Helsinki serbo dice di essere preoccupata per la sua incolumità, ma non ha fatto nulla per far fronte a ciò, né può farlo. È stato sospeso, come afferma la stessa Biserko, il servizio di sicurezza della polizia davanti all’ingresso del suo appartamento, attivata lo scorso luglio, dopo che qualcuno si era introdotto nel suo appartamento.
“Questo è il tentativo di dimostrare che in Serbia non esiste nessun altro oltre a loro, che non ci sia un’altra opzione. Il governo, come al tempo di Milosevic, teme il sopravvento dei radicali di Seselj, e noi siamo l’altro versante radicale. Milosevic non ci temeva quanto ci teme oggi l’attuale governo. Questa è la loro debolezza. Per un tale modo di governare l’unico responsabile è il governo serbo”, conclude Biserko e aggiunge che i dati resi noti nel testo provengono dal dossier dei servizi di sicurezza o da qualche altro servizio che li ha a disposizione. La Biserko afferma di non aver letto il dossier che la riguarda quando era possibile.
“Non volevo appesantirmi, ma nemmeno i nostri amici più intimi sono a conoscenza dei dati pubblicati nel testo”, ribadisce Sonja Biserko. A seguito dell’attacco alla presidentessa, i collaboratori e il consiglio del Comitato di Helsinki per i diritti umani hanno inviato una lettera ai funzionari della Serbia. Nella lettera c’è scritto che il Consiglio e i collaboratori ritengono obbligatorio avvertire l’opinione pubblica che la campagna contro le organizzazioni non governative e i loro responsabili, iniziata già al tempo del regime di Milosevic, continua tuttora, persino con un’intensità superiore. Questa lettera è stata inoltrata anche alla Federazione internazionale di Helsinki, all’Ufficio del Consiglio d’Europa, alla Delegazione della Commissione europea, alla Missione dell’OSCE a Belgrado e alle ambasciate degli USA, della Germania e della Gran Bretagna.
Il caporedattore responsabile di ‘Tabloid’, Milovan Brkic, alcuni anni fa, era stato escluso dal NUNS (Associazione dei giornalisti indipendenti della Serbia) dopo aver recato ingenti danni alla associazione. Brkic lo aveva fatto a più riprese, motivo per cui si era chiesto al Giudice d’onore dell’Associazione di reagire, ma siccome lo stesso non aveva fatto nulla per risolvere la questione, il Comitato esecutivo del NUNS, in accordo con lo statuto dell’Associazione, aveva assunto la funzione del Giudice d’onore.
Tuttavia Brkic è solo un esempio, che innanzitutto viola gli standard professionali del suo lavoro. La questione piuttosto è cosa fare con le altre migliaia di persone che in Serbia ogni giorno nello scrivere sugli appartenenti delle minoranze, soprattutto albanesi, utilizzano il linguaggio dell’odio, proprio come se questo sentimento fosse la premessa dell’appartenenza etnica del loro pubblico e di loro stessi. www.osservatoriobalcani.org
settembre 23 2005
Addavenì tifone! Sfollata Washington: arrivano “Giulio” e “Tonino”
di Lia Celi
Agghiaccianti i bollettini meteorologici: dopo aver seminato morte e distruzione nella finanza italiana e aver sbriciolato la credibilità del nostro Paese, le due famigerate calamità puntano sulla capitale americana per partecipare all’assemblea annuale del Fmi. Perfino l’uragano Rita ha cambiato rotta per evitare di incontrarli. La Protezione civile raccomanda alla popolazione di evacuare i conti correnti e di rinforzare gli argini intorno alle banche: come Katrina, “Tonino” non tocca i ricchi e potenti ma si accanisce sui gruzzoletti dei poveracci. Impossibile fermare il ciclone, formatosi in Ciociaria e rafforzato dagli Opusdei, venti periodici che spirano dal Vaticano: se ne va solo quando pare a lui. Primi casi di saccheggio: con l’appoggio di “Tonino”, bande di spregiudicati raider di provincia mettono le mani su importanti istituti di credito Usa. Fa paura anche “Giulio”, la tromba d'aria fritta che vuol vende le spiagge e apre voragini nel bilancio. Città sfollate, rimangono solo I proprietari di case abusive e gli evasori fiscali: “Non abbiamo paura: con noi Giulio è sempre stato clemente, anzi, ha già in tasca un nuovo condono”. http://www.liaceli.com/
Caos di governo
di Antonio Padellaro
da l'Unità - 23 settembre 2005
Sabato scorso avevamo scritto di fare molta attenzione all’esercito di Berlusconi allo sbando. I gerarchi che scappano, armi e bagagli, sulla trincea opposta (in molte città a proposito di Forza Italia e An gira la battuta: l’ultimo che esce spenga la luce). Il sogno dell’arma segreta in grado di capovolgere una guerra persa (la legge proporzionale truffa). I colpi di coda irresponsabili (la Finanziaria che nessuno ancora ha scritto mentre il Fondo Monetario certifica un Paese che va a rotoli). L’ultimo assalto alle casse statali per distribuire quello che resta in regalìe elettorali. Le maschere e i pugnali delle congiure incrociate (Lega contro An, An contro Fazio, Udc contro tutti). Eravamo convinti che un clima di impazzimento generale avrebbe segnato gli ultimi giorni nel bunker di Silvio. Non potevamo però immaginare che la realtà avrebbe di lì a poco superato l’immaginazione più spericolata. Leggere per credere.
La fuga di Siniscalco. In un paese qualsiasi (Francia o Burundi) se per un qualsiasi motivo un ministro decide di togliere il disturbo lo fa con apposito comunicato ufficiale, pubblicato dai giornali e trasmesso da radio e tv. In Italia, l’uomo cardine del governo, il ministro dell’economia, aspetta la notte più profonda per rassegnare le dimissioni nelle mani di due giornali (Repubblica e Corriere della Sera), come se si trattasse di una questione privata da risolvere con gli amici.
Alle prime luci dell’alba Siniscalco scompare nel nulla lasciando una lettera con la quale dichiara al presidente del Consiglio di essere «in dissenso quasi su tutto», dalla questione Fazio alla Finanziaria. È vero che sul governatore della Banca d’Italia il ministro fuggitivo ha subito una sconfitta clamorosa avendone chiesto, invano, le dimissioni. Ma è sulla legge finanziaria che si è giocato la carriera. Una manovra che l’ex titolare del Tesoro aveva impostato su un minimo di rigore per limitare l’esplosione del debito pubblico così come chiesto urgentemente da tutte le istituzioni internazionali. Niente da fare: in vista delle elezioni si sono scatenati gli appetiti dei partiti della maggioranza desiderosi di affidare ciò che resta nelle casse statali non a un ministro dell’economia bensì a un ministro della spesa incontrollata. Chi meglio di Giulio Tremonti per una missione del genere?
Viene dunque riesumato l’uomo del buco. L’avevamo lasciato l’altra sera mentre con battute amene intratteneva il pubblico in un talk show televisivo. Un malinconico ripiego lavorativo per il commercialista di Sondrio artefice della finanza creativa e di un colossale dissesto di bilancio che lo ha reso celebre in tutto il mondo; e quindi licenziato due estati fa con esplicita richiesta di Gianfranco Fini ma su preciso mandato di Antonio Fazio. Ieri, però, colpo di scena: il leader di An si rimangia tutto e annuncia che Tremonti può tornare purché si licenzi Fazio. Quale sia il nesso tra i due provvedimenti è presto detto. Di nuovo in sella con un preciso mandato di spesa elettorale il ministro creativo vuole avere le mani libere. Cosa impossibile se a via Nazionale c’è ancora l’uomo che gli ha fatto la guerra. Il fatto è che il governatore pur contestato e accerchiato per non aver esercitato il ruolo di arbitro nella vicenda Antonveneta, resiste indomito potendo contare oltretutto sull’appoggio dei veri poteri forti italiani: il cardinal Ruini e la curia vaticana. La farsa si tinge di giallo quando, ieri sera, Berlusconi credendo ancora di essere un vero premier licenzia Fazio definendo non opportuna la sua permanenza al vertice di Bankitalia. Passano pochi minuti e il ministro Calderoli dichiara che non se ne parla neppure: la Lega vuole che Fazio resti dov’è. Da via Nazionale giunge un silenzio di tomba.
Il momento dei Casini. Dopo aver dichiarato per anni all’universo mondo che il candidato premier sarebbe stato lui e solo lui, ci mancherebbe altro, improvvisamente Berlusconi si autodegrada a candidato semplice in competizione con altri. L’Udc propone Casini. An si prepara a fare lo stesso con Fini. Un altro, al posto di Berlusconi, sarebbe già andato da Ciampi a dimettersi. Che l’ex presidente-padrone agisca sotto ricatto degli alleati è ormai evidente. Una fine davvero malinconica la sua.
Mentre il mondo ci osserva con stupore il regime crolla su se stesso. In un Paese normale a una simile emergenza si dovrebbe rispondere andando subito a elezioni anticipate per assicurare una guida credibile al Paese. Loro, invece, restano arroccati alle poltrone da veri irresponsabili. Intanto al vertice economico di Washington l’Italia è rappresentata da un governatore sfiduciato dal suo governo e da un ministro sfiduciato dai mercati internazionali. I due, tra l’altro, si detestano e forse neppure si parleranno. Guai agli eserciti in fuga.
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Ricatti padani, disastri italiani
Corrado Stajano
L’altro giorno mentre Berlusconi demonizzava i suoi alleati e con il suo civile linguaggio insultava Prodi, i leghisti soffrivano le pene dell’inferno perché la loro devolution veniva rimandata a ottobre dal presidente della Camera Casini, visto che sul federalismo si erano iscritti a parlare 274 deputati dell’Unione.
«Al primo posto c’è l’economia, commentava intanto Follini, c’è l’esigenza di dare risposte concrete ed efficaci alle famiglie che si arrabattano con il carovita». Un gran pasticcio. Il centrodestra è imploso tra insulti, accuse, contraccuse, ammicchi, violenze verbali, ricatti più o meno mascherati, leggi impugnate come clave, concessioni e veti che suscitano reazioni irate, dimissioni. La bussola va impazzita all’avventura, i grotteschi governanti si liberano dei travestimenti, Il Foglio ha stilato il necrologio: «Non è solo la stizza del monarca inascoltato, il combustibile che ieri ha spinto Berlusconi a lamentarsi delle metastasi democristiane che gli impediranno il fiabesco recupero degli elettori in fuga prima delle elezioni politiche. E a pronunciare quella minaccia di esplodere il suo “con me o contro di me”, se gli alleati non la pianteranno di aggredirlo giorno dopo giorno, non è più soltanto un premier estenuato da una mascherata che si ripete identica da almeno un paio d’anni. Dietro tutto questo, mentre sopraggiunge pure l’ibernazione del donchisciottesco partito unitario, si agita probabilmente nel Cav. la disperata e inammissibile consapevolezza della sconfitta».
La legge elettorale proporzionale pressoché fallita, l’idea del partito unico fallita anch’essa, la devolution in panne, il caso Fazio e i problemi urgenti di giornata, la Finanziaria, le dimissioni del ministro Siniscalco e la resurrezione di Tremonti che rispunta come un misirizzi, si aggrovigliano l’uno nell’altro come i pesi collocati su una vecchia bilancia che non riesce più a tenere in equilibrio i suoi piatti. La contesa per sostituire Berlusconi con un nuovo leader, Fini o Casini, capace come Gerhard Schröder di recuperare gli elettori che, secondo i sondaggi di opinione pubblica, stanno fuggendo dalla Casa delle libertà, fa da sfondo davvero impensabile per l’uomo di Arcore, il padrone di casa. Lo sfacelo di un governo e di un regime.
I più patetici sono i leghisti. La devolution è per loro il simbolo della lotta, il segno dell’orgoglio padano, il surrogato della secessione. Come sia possibile, con il 3,9 per cento dei voti raccolti alle elezioni del 2001, pensare di rappresentare il «popolo padano», è davvero un mistero. La megalopoli dell’Italia settentrionale non ha nulla in comune con l'inesistente Padania di Bossi. Non è un’entità storica e neppure geografica. Psicologicamente e socialmente è apertura al mondo, non chiusura ottusa. Conta sì al Nord il particolare, il localistico, ma il riferimento è all’Italia, all’Europa che la Lega, invece, considera nemica. Tende i suoi rami commerciali, industriali, terziari al Nord del Continente e può, anzi, deve, trovare i modi per tenderli anche verso il Sud mediterraneo.
La devolution, dunque. Dovrebbe far sorridere questa definizione scovata per mobilitarsi da chi dialettizza anche i nomi delle città lombarde e venete. Ma non è più il caso di inorridire o di ironizzare davanti alle invenzioni e ai riti della sottocultura leghista, il parlamento padano, l’ampolla riempita d’acqua alla sorgente del Po e ributtata nella laguna di Venezia, «acqua pura e cristallina, simbolo eterno della nostra libertà». In vent’anni di leghismo - i barbari che avrebbero dovuto sanare la nostra moribonda società politica e civile - ne abbiamo viste e sentite troppe.
Il problema arriverà dopo, se il centrosinistra riuscirà a vincere le elezioni politiche di primavera. Non saranno poche le leggi che dovrà gettare al macero in nome della democrazia e della dignità di un grande Paese come il nostro. La legge burla sul conflitto di interessi, le legge sull’ordinamento giudiziario, le leggi ad personam sulla giustizia, la legge Gasparri sull’emittenza televisiva, la legge 30 sull’occupazione, tra le altre. E il centrosinistra farebbe bene a dichiarare con onestà, nel suo programma, se intende cancellare o conservare in tutto o in parte quelle leggi.
Tra le altre il disegno di legge costituzionale n. 2544-B che cancella o stravolge 57 articoli della seconda parte della Costituzione entrata in vigore il primo gennaio 1948. In ottobre la legge verrà approvata dalla Camera, nonostante la resistenza e l’ostruzionismo dell’opposizione e poi, tre mesi dopo, potrà essere approvata in ultima lettura dal Senato. Ci sarà il tempo per preparare il referendum abrogativo prima delle elezioni?
La somma carta della Repubblica del tempo berlusconiano è stata rifatta a colpi di maggioranza, senza alcun rispetto per la minoranza che avrebbe dovuto essere coinvolta, politicamente, culturalmente, come accadde in modo unitario sessant’anni fa.
I legislatori di oggi hanno provveduto a difendere il più possibile la loro Costituzione bocciata anche dal severo giudizio dell’assoluta maggioranza della cultura giuridica italiana. L’articolo 138 sulla procedura di revisione è stato mutato nel profondo disprezzo all’attuale opposizione che, tra l’altro, domani potrà essere al governo. Un’assoluta inconciliabilità.
«La legge sottoposta a referendum - recita dunque l’articolo 138 della Costituzione del 1948 - non è promulgata se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi». Poche parole, nella nuova versione, rendono assai più difficile la cancellazione attraverso il referendum: si parla non più di maggioranza dei voti validi, infatti, ma di «maggioranza degli aventi diritto». E si capisce come non sarà agevole convincere i cittadini a votare, visto che non verranno di certo smontate le centrali che predicheranno l’astensione. Nel caso che il referendum abrogativo non abbia esito positivo sarà quindi necessario che la nuova maggioranza provveda a un’immediata abrogazione o a una profonda revisione di questa malaugurata controriforma.
Come è nato il potere-ricatto della Lega nei confronti di Berlusconi accusato da Bossi, nel corso degli anni, di ogni bassezza? Alle elezioni del 1996 la Lega non fece parte della coalizione berlusconiana. Nel 2001, invece, fu essenziale il suo apporto nei collegi «marginali» dove, in un sistema maggioritario, bastano pochi voti per conquistare maggioranza in un collegio. E la Lega possiede questi voti in non pochi collegi del Nord.
La devolution, «la potestà legislativa esclusiva» concessa alle Regioni nel campo della sanità, della scuola, della polizia locale, spezza principi di eguaglianza, rompe equilibri consolidati, crea spese incontrollabili, può aprire un’infinità di conflitti all’interno degli organi istituzionali. Non si comprende come mai la Lega attribuisca un valore assoluto a questa legge: solo perché frantuma l’unità nazionale? Perché la Lombardia e il Veneto, terre di conquista leghista, sono per ora governate da una maggioranza di centrodestra?
La controriforma della Costituzione del 1948 viene violata in punti nodali. Il presidente della Repubblica diviene una figura formale; il presidente del Consiglio diventa un superpremier titolare di un potere sovrabbondante e assolutistico: gli organi di garanzia come la Corte costituzionalmente perdono il loro ruolo naturale di far da freno e da contrappeso.
«È inaccettabile, ha scritto un’illustre costituzionalista che insegna all’Università di Padova, Lorenza Carlassare, lo spirito complessivo che lo anima (il testo), in radicale contrasto con il «costituzionalismo» e la democrazia di cui mette in gioco connotati essenziali e fondamentali principi».
Tiriamo la catena del cesso
Fonte: www.repubblica.it
"Fazio è quel mostro istituzionale, extra repubblicano, perché qualcuno gli permette di esserlo”.
No, questa cosa non l’ho detta io, anche se la sottoscrivo.
L’ha detta un Ministro della Repubblica, anzi un ex Ministro, Domenico Siniscalco, che ha rassegnato le dimissioni dal governo.
Siniscalco ha anche aggiunto:
“Nessuno è in condizione di dire che il governatore non ha più la fiducia del governo”.
Infatti ha la fiducia del portatore nano di sacrifici.
E’ il governo che non ha più la fiducia degli italiani.
L’ho già detto, e oggi lo ripeto, il governo deve dimettersi ora, subito, per non trascinarci in una catastrofe economica.
Tiriamo la catena del cesso.
Elezioni anticipate o governo tecnico di transizione.
Ma chi volete che investa in Italia con un ministro dell’economia dimissionario e un governatore come Fazio ancora lì?
In Italia soldi non ne entrano più e la collocazione dei titoli di stato all’estero, che servono a ridurre il nostro debito pubblico, sta diventando impossibile.
Ragazzi, Fazio ci fa diventare più poveri ogni giorno.
Mandiamolo in Vaticano, dove è stimato, insieme ai suoi amici Buttiglione e Andreotti che ne parlano tanto bene.
Oggi vorrei scrivere a quel galantuomo di Ciampi una lettera per chiedergli di intervenire.
Fatelo anche voi, inviategli una mail.
E’ sufficiente un messaggio: “Elezioni anticipate”. http://www.beppegrillo.it/
Il Governatore e la rete che lo protegge
ALBERTO STATERA
da Repubblica - 23 settembre 2005
Alle 14,38 il Falcon 2000 con a bordo il governatore della Banca d´Italia Antonio Fazio decollava dall´aeroporto di Ciampino per Washington, schivando un brutto temporale meteorologico, ma lasciandosi alle spalle un terremoto politico.
SEGUE A PAGINA 4
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IL RETROSCENA
Come funziona la gabbia protettiva che ha sottratto il governatore a ogni forma di controllo
Opus Dei, cardinali e affaristi qui è il suo blocco di potere
Tanto Siniscalco quanto Tremonti ne hanno sperimentato la forza a loro spese
Per ragioni diverse sia la Lega che un pezzo di opposizione lo hanno appoggiato
(SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
alberto statera
A Roma l´ormai ex ministro del Tesoro Domenico Siniscalco, raccolte le sue cose nel salone con camino del palazzone di via XX Settembre già calcato da Quintino Sella, si metteva in viaggio per Torino, dove da oggi tornerà a insegnare Economia Politica. Non sappiamo se, negli stessi minuti, Antonio Fazio a bordo del Falcon con i suoi cinque collaboratori fosse fiero di sé, unico banchiere centrale al mondo che nel giro di due anni ha creato una crisi istituzionale finita sotto i riflettori di tutta la comunità finanziaria internazionale e ha mandato a casa, in un gorgo di impotenza, due ministri dell´Economia. Sappiamo però che il professor Siniscalco, riempiendo le sue borse dopo tante incertezze, ha vissuto un momento di liberazione, non solo perché da mesi la moglie gli diceva «Lascia perdere, torna a Torino», ma soprattutto perché dal 24 marzo scorso, quando cominciò la diatriba sull´"italianità" delle banche, di fronte all´offensiva di Bbva e Abn Amro su Bnl e Antonveneta, ha visto crescere intorno all´inquilino di Palazzo Koch "qualcosa". «Che cosa? «Una cosa - diceva agli amici - che c´è, ma non so che cos´è».
Come le sbarre virtuali di una gabbia di protezione e di invulnerabilità più solida dei ministri, dei governi, delle istituzioni repubblicane. O comunque più forte di un governo, debole, guidato da un presidente del Consiglio impegnato, giorno dopo giorno, a nascondere la polvere, anzi alla fine la fanghiglia, sotto i tappeti di Palazzo Chigi, nell´insano sogno senile di passare alla storia come l´uomo che, nell´Italia dei governi a getto continuo, ha condotto a termine un´intera legislatura. Quando la politica decideva, quando il blocco di potere democristiano era ancora forte e vendicativo un grande governatore gentiluomo come Paolo Baffi fu rimosso in poche ore con un complotto organizzato dal fedele scudiero di Andreotti, Franco Evangelisti, non certo perché minasse la credibilità del paese, ciò di cui Fazio viene accusato per aver abdicato all´imparzialità che è la ragione di esistere di qualunque autorità di controllo nel mondo capitalista, ma perché, con Mario Sarcinelli, rifiutò il salvataggio del bancarottiere Michele Sindona e ordinò ispezioni all´Italcasse e al Banco Ambrosiano, feudi della politica dominante. Ai giorni nostri, invece, sembra che i malfattori, più che inseguiti, siano stati vezzeggiati, non solo Fiorani, il Fanfulla di Lodi di cui i magistrati stanno scoprendo il cospicuo «tesoretto», ma Tanzi e la Parmalat, Cragnotti e la Cirio, gli autori di grandi scandali a danno dei risparmiatori che la Banca d´Italia non disvelò in tempo, come avrebbe dovuto.
Cos´è allora la "cosa", percepita, ma non razionalizzata da Siniscalco, che ha eretto intorno a Fazio la gabbia d´invulnerabilità che ha imprigionato Berlusconi per mesi, impedendogli fino ad oggi di sfiduciare il governatore? Forse la stessa che costrinse alle dimissioni Giulio Tremonti, neo-bis ministro dell´Economia, il quale non nutre più molta stima per il suo ex direttore generale e suo successore (e adesso anche predecessore) Siniscalco, ma che, come lui, sentì il peso di un potere extrarepubblicano nella sua partita a scacchi con Fazio, che lo vide sconfitto. Il teorema tremontiano è questo: «Conosco bene Fazio, è un tipo che non cede. E´ un uomo che si è creato un sistema di potere abnorme sconfinante nella politica, un potere così forte che riesce a sopravvivere a qualunque ministro che provi ad attaccarlo».
Tremonti dimentica i suoi amici ministri leghisti che del governatore, dopo tanti anni di guerriglia, sono divenuti i pretoriani più affidabili. Ma ha ragione quando dice che il «caso Fazio» doveva forse nascere ben prima, quando il Fondo Pensioni, che è il braccio operativo della Banca d´Italia, comprava titoli Parmalat, secondo lui una sorta di aggiotaggio di Stato. La trasmutazione, il passaggio storico che porta alla degenerazione dell´istituzione che era la più solida, autonoma e prestigiosa del paese, secondo il neo bisministro del Tesoro, data a quando, perdendo la gestione della moneta, Bankitalia si trasforma in «paladina dell´economia nazionale» e come «ubi consistam» si dà il risiko delle banche.
Ma l´analisi di Tremonti ha qualche buco, per spiegare una vicenda nella quale s´impastano potere, politica, ideologia, fede e, forse, psicanalisi. Abbiamo chiesto perciò a chi conosce bene il governatore e ai suoi principali avversari di questi mesi quali sono i tre principali motivi per cui ha resistito così a lungo. E come questo sia stato possibile, al prezzo della fiera di ridicolo tutt´altro che commendevole di cui da oggi l´Italia è protagonista nel consesso del Fondo Monetario e che di sicuro non rispetta la massima di Donato Menichella continuamente citata da Fazio: «Fuge rumores». Ne abbiamo ricavato una serie di giudizi che, pur contrastanti tra loro, forniscono una bozza di fenomenologia di Antonio Fazio.
Punto primo: Fazio, ossessionato dalla volontà di definire a suo modo l´assetto del sistema bancario italiano, è convinto di avere ragione, di essersi sempre mosso nella correttezza giuridica e con l´eccellenza richiesta nelle cose terrene dall´Opus Dei, la prelatura di San Escrivà de Balaguer di cui è ufficialmente "amico". Non sappiamo come nel suo foro interiore giustifichi i favori a un signore come Chicco Gnutti, già condannato per insider trading, problema peraltro non soltanto della sua coscienza, ma della comunità nazionale e dei risparmiatori fregati. Del resto, anche Calvi, a suo tempo, pensava di essere un eroe per aver finanziato Solidarnosh e Sindona per avere assai concretamente appoggiato Fanfani nel referendum sul divorzio. Poi - ha sempre detto il governatore agli amici - non ci si dimette sotto la pressione di una «campagna mediatica» di un accanimento mai visto in Europa.
Una campagna che nasconde «interessi». Quali? Il piano è chiaro, secondo le confidenze del governatore: gli olandesi di Abn Amro si impossessano dell´Antonveneta, tra l´altro la banca di Padova, la città del Santo, essendo già grandi azionisti di Capitalia di Cesare Geronzi, con la quale si andrà a un´alleanza più stretta e forse a una fusione. A quel punto, i protestanti olandesi sferreranno l´attacco ai tre gioielli-cardine del capitalismo italiano, Generali, Mediobanca e Rizzoli - Corriere della Sera, e detteranno legge nel nostro paese.
Punto secondo: mai Fazio avrebbe potuto resistere così a lungo se Berlusconi non avesse chiuso entrambi gli occhi, dopo l´accordo dello «Sciacchetrà», dal nome del vino che servirono a Palazzo Chigi quando il governatore e il premier decisero la difesa dell´"italianità" delle banche. E se un bel pezzo di maggioranza e anche di opposizione non lo avessero sostenuto, per ragioni diverse. La maggioranza per gli agganci con molti dei «furbetti del quartierino», una parte dell´opposizione per non compromettere l´operazione Unipol-Bnl e anche per il timore di vedere al posto di Fazio «un Galliani», come ha paventato Massimo D´Alema. La Lega, con Maroni, Castelli e tutti i principali potenti padani, perché con «Gianpi» Fiorani, Fazio gli ha tolto dalle mani la patata del crac di Credieuronord, la banca di Bossi.
Gratitudine eterna a Fazio e al suo banchiere di riferimento, ricatto esplicito a Berlusconi sulle sorti della maggioranza in caso di rimozione dell´uomo di Palazzo Koch. Infine, il vero potere extrarepubblicano, il Vaticano, che già nel 1993 si spese con determinazione perché il successore di Ciampi fosse un cattolico assai fervente come Fazio - Lamberto Dini lo era un po´ poco - e non un laico. Ma, nonostante la fede così prepotentemente esibita, il tomismo quasi ossessivo, pare che negli ultimi giorni persino oltre il portone di bronzo le gesta del pio governatore abbiano suscitato qualche fastidio. Non ultima l´esibizione della figlia più giovane che prende i voti tra i flash dei reporter. Estremo aiuto del cardinal Ruini, la condanna delle intercettazioni telefoniche. Poi basta.
Nell´attesa dell´atterraggio del Falcon governatoriale, a Washington circolano soprattutto boutade sul governatore inchiodato, le dimissioni di Siniscalco, l´Italia che va a rotoli, mentre da mesi si perpetua il balletto «Fazio sì, Fazio no». La migliore che ci hanno riferita, che è anche la peggiore per l´Italia, dice: «Gli uomini passano, i debiti restano».
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Ds Milano - Rassegna stampa
Prodi: a Milano siamo obbligati a vincere
da Repubblica - 23 settembre 2005
L´ottimismo di Romano Prodi irrompe nella campagna elettorale per le elezioni comunali, virtualmente appena cominciata: «Per la prima volta da anni la vittoria a Milano è davvero alla nostra portata», ha detto il leader dell´Unione, protagonista di un dibattito organizzato al Teatro Carcano dall´associazione Libertà e Giustizia: «Il successo qui è di cruciale importanza per tutto il Paese, ma più che a livello nazionale la scelta del candidato sindaco si rivelerà determinante», ha aggiunto Prodi.
GIUSEPPINA PIANO A PAGINA IV
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Il leader dell´Unione a Libertà a Giustizia: il successo a Milano è di cruciale importanza per tutto il Paese
Comunali, la ricetta di Prodi
"Vittoria alla nostra portata, decisiva la scelta del candidato"
la fiducia Per la prima volta dopo tanti anni qui il successo è davvero vicino. E a differenza che a livello nazionale la personalità del leader farà la differenza
"Noi abbiamo inventato il low cost del pane"
GIUSEPPINA PIANO
«La vittoria a Milano è assolutamente possibile ed è cruciale anche per la gara nazionale», dice Romano Prodi. E la platea del Carcano si spella le mani. Applausi, ieri pomeriggio. Ripetuti quando il capo dell´Unione registra che «vedo per la prima volta che c´è la convinzione di vincere». La ricetta del professore avverte che «per il sindaco si vota una faccia, il candidato dunque sarà fondamentale». Ma resta deluso chi si aspetterebbe un´incoronazione di Umberto Veronesi a candidato sindaco o, in alternativa, un sostegno alle primarie anche per le Comunali: «Vi dovete arrangiare voi milanesi. Queste cose si gestiscono in loco».
Non vuole interferire, Prodi, con quelle trattative in corso a Milano nei partiti dell´Unione sulle elezioni comunali. Ma la milanesissima platea del Carcano, al dialogo pubblico organizzato dall´associazione Libertà e Giustizia, apprezza comunque quel riferimento alla «vittoria possibile». Applaude anche di più quando Prodi non parlando di Milano ma di tutta l´Italia intera, su sollecitazione di Umberto Eco, dice che non ci sarà posto nell´Unione per candidati che fino a ieri «avevano cariche dall´altra parte». E se qualcuno dal pubblico urla che «è troppo poco», il professore se la cava con una battuta: «Visto che l´altra volta le elezioni le abbiamo perse, bisognerà che qualcuno venga dalla nostra parte. Se devono essere calci nel sedere, devono essere selettivi».
A Milano si parla molto, nel frattempo, dei nuovi compagni di viaggio che potrebbero essere imbarcati nell´Unione per tentare la conquista di Palazzo Marino. Come i socialisti del Nuovo Psi, i Radicali, ma anche i cosiddetti terzisti o riformisti. Ma se nell´Unione Rifondazione storce il naso, ecco che dall´altra parte della barricata è già iniziata una chiamata alle armi concorrente. Il commissario milanese di Forza Italia, Maurizio Lupi, fa appello: «A Milano noi abbiamo il dovere di dialogare con l´area riformista e coinvolgerla. Con la candidatura di Letizia Moratti credo che ci dovrà essere una lista civica del sindaco con l´apporto di queste forze riformiste. Non si tratta di contendersi uomini, ma di offrire loro un nostro progetto politico». Pausa. Poi: «Non vedo come i socialisti possano stare nell´Unione con Di Pietro».
Se ci fosse a sinistra una lista civica di socialisti e riformisti, ci può e ci deve dunque essere anche a destra. Questo è il messaggio. Nel frattempo, nell´Unione, giusto ieri i Radicali hanno partecipato come «osservatori» alla prima assemblea del «Cantiere», per discutere tra partiti e società civile del programma per le Comunali. E «noi lavoriamo per una convergenza con i compagni dello Sdi», giura il segretario milanese dei Radicali Lorenzo Lipparini. Sia dai Ds che dai Verdi intanto si insiste per un´alleanza con Nuovo Psi e Radicali. Il segretario della Quercia, Pierfrancesco Majorino, dice che «noi siamo pronti ad allargare l´Unione e crediamo che non ci debbano essere pregiudiziali. Sono i benvenuti i Radicali, e sono i benvenuti i socialisti». Il coordinatore dei Verdi Carlo Monguzzi: «I radicali e i socialisti è naturale che stiano nell´Unione». E gli ex? «Non dobbiamo fare gli esami del sangue a chi vuole venire nel centrosinistra. Ma chiediamo sobrietà a chi è stato nel centrodestra fino a ieri».
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Ds Milano - Rassegna stampa
L’Unione, un gigante
Anche le primarie. Prima il partito unico, poi la federazione, adesso anche le primarie. Il centrodestra è un corridore scoppiato che cerca di reggere il passo del primo della corsa, senza riuscirci. Una consultazione democratica della propria base è la negazione stessa della natura della Casa delle libertà. Forza Italia procede come è noto per arruolamento di militanti stipendiati, per Berlusconi l’opinione pubblica sta in quello che lui può leggere nei sondaggi: potesse controllarli ancora (ma non può) af- fiderebbe a loro la brillante idea folliniana di una scelta “democratica” del leader della coalizione.
Non sappiamo se questa farsa delle primarie a destra durerà un giorno, una settimana o un mese, ma dice tutto sulla sudditanza psicologica che i capi del centrodestra accusano verso il centrosinistra. Se le faranno davvero, sarà l’ultimo bagno di sangue. Se non ne faranno niente (come scommettiamo), sarà l’ultimo inganno. Comunque Prodi, e l’Unione con la sua imperfetta democrazia interna, ne usciranno come giganti. www.europaquotidiano.it/
Prodi al Carcano
Appunti sparsi (scusate).
Tutti i segretari dell'Unione sono d'accordo. Andare a votare subito. Meglio un mese e mezzo di esercizio provvisorio che un crollo dell'Italia lungo nove mesi. Oggi mi dicono che Siniscalco verrà sostituito da Tremonti, l'uomo che ha creato questo disastro.
Noi continuiamo. Certo loro con un maggioranza di 120 seggi possono tirare fino alla fine della legislatura, possono anche fare una finanziaria elettorale disperata. Ma ai danni del Paese. Che ha urgente bisogno di una manovra di ben altro respiro.
Il programma: tassare le rendite finanziarie per mettere le risorse nella detassazione dell'ora lavorata. (Personalmente spero che sia una terapia d'urto di forza e impatto pari a una svalutazione della vecchia lira).
Generare sviluppo e poi risanare i conti pubblici. Viceversa il cammino è impossibile. La situazione delle finanze statali è ingovernabile, altrimenti. Specie dopo il pasticcio Tremonti.
Noi non faremo condoni. E lo diciamo in anticipo. La lotta all'evasione è parte della nostra concezione della legalità. Non si discute su questo.
Insieme alla manovra sui costi dell'industria puntare agli investimenti in futuro.
Sul medio periodo: reindustrializzare i distretti italiani con la ricerca e innovazione. Mettendo al loro centro istituti tecnici e universitari potenziati e strumenti finanziari per dare spazio, anche imprenditoriale, ai giovani.
Sud: attrarre investimenti dall'Asia. L'Italia deve essere il nuovo terreno di cooperazione con il gigante in crescita.
Sulla stabilità del governo di legislatura: il presidente del Consiglio deve avere la possibilità di licenziare i suoi ministri. Non è necessaria una riforma costituzionale per questo.
Sul welfare:
----Guardate, è successa una cosa fondamentale negli scorsi giorni. Ne abbiamo visto in Germania gli effetti, dove la Merkel poteva vantare 22 punti di vantaggio su Schroeder fino a luglio. E' passata invece con lo 0,5% in più. Che cosa è successo della sua vittoria annunciata? E' arrivata Katrina, la grande paura. La necessità fisica di proteggere il nostro welfare. E l'elettorato europeo si è subito riallineato. Il prossimo sarà quello statunitense, dove l'ultimo progetto di welfare è di Johnson, degli anni 60.-----
E' una svolta.
L'altro pilastro è proteggere il welfare e l'equità.
Stiamo devastando una generazione di giovani. Milioni di italiani di questo passo non avranno nemmeno una pensione. Ma siamo ammattiti? Di questo passo i nostri figli non faranno nemmeno i nostri nipoti, sotto questo far west.
Bisogna statuire il precariato come fatto temporaneo, solo per apprendere una professione. Poi bisogna creare un mercato del lavoro da esseri umani.
Tutte le leggi ad personam vanno abolite. In un colpo solo.
La riforma Moratti è pessima. Degrada gli istituti tecnici, che sono cruciali per i distretti produttivi. E mantiene in stato di povertà l'università e la ricerca. Persino la Spagna oggi destina più risorse al suo Cnr. Siamo al fondo della classifica.
L'unica legge da conservare è la patente a punti (ma anche questa è stata già condonata). Il resto va rivisto, e pesantemente.
Primarie? Sono un esperimento europeo, perchè per la prima volta aperte ai non iscritti ai partiti. In Francia e Germania ci prendono per pazzi. Facciamole funzionare. Se vanno bene (come credono molti anche in sala) poi le rifaremo nei collegi perdenti.
Il sottoscritto, solito matto, ha urlato per tre volte dal fondo della sala....
.....................per esempio a Milano
Insomma, parole valide, concetti credibili ma come al solito platea di capelli bianchi o grigi (compresi i miei). Per questo, al Carcano, ho capito ancora una volta perchè uno come Scalfarotto è importante, se non fa cacchiate.
Prodi mi va bene ma voglio anche il futuro. Ora e subito. Voglio capelli neri e biondi e combattivi in giro dalle mie parti.
ciao
il pessimo appuntatore... www.caravita.biz
Perdere le primarie per salvare il centrodestra
Si scrive Siniscalco, si legge Berlusconi. Della incredibile farsa che va da Tremonti a Tremonti, cioè da un ministro fatto fuori per salvare Fazio, sostituito da un nuovo ministro che salva Fazio, poi cambia idea e dice che se ne va se non se ne va Fazio, poi lasciato andare pur di salvare Fazio, fino a richiamare l’anti-Fazio per eccellenza con la clausola che prima però bisogna mandar via Fazio, ci occupiamo abbondantemente sul giornale di oggi. Qui basti un’avvertenza: non cercate più una logica in tutto ciò, la situazione è fuori controllo, il copione non c’è più, e ogni attore recita a soggetto, affidandosi esclusivamente al mestiere (poco) e all’istinto di sopravvivenza (tenace).
Ma dietro quella farsa, c’è una tragedia politica vera, che è l’agonia - o la metastasi, se preferite - del berlusconismo. La questione politica da due anni sul tappeto è molto semplice: può esistere in Italia un centrodestra senza Berlusconi premier, padre e padrone? Se non è possibile, il centrodestra sparirà e sarà sostituito da qualcosa d’altro non appena Berlusconi perderà le elezioni (cioè in una data a scelta tra la metà di novembre e gli inizi di aprile). Se invece è possibile che esista un centrodestra guidato da un politico e non da un padrone, dunque sostituibile e fungibile e seconda del consenso di cui gode, allora il centrodestra sopravviverà alla fine del berlusconismo, anche all’opposizione, e con esso sopravviverà il bipolarismo.
Follini ha posto posto ieri in maniera esplicita questa questione nel corso del vertice più drammatico della storia del governo: Berlusconi non è il candidato migliore. E ha aggiunto una subordinata: se non lo capisce, e non vuole cedere la leadership, consenta almeno che essa sia verificata in qualche forma democratica all’interno della Casa delle libertà. Tradotto, vuol dire primarie, a imitazione del centrosinistra. Berlusconi ha accettato questo esito perché, messo alle strette, ritiene ormai che per lui questo è il minore dei mali.
Restano ovviamente molti dubbi sulla serietà di una soluzione del genere. Nel centrosinistra le primarie, per quanto finte, servono almeno a rafforzare la candidatura di Prodi. Se invece nel centrodestra fossero vere, servirebbero solo a indebolire la leadership di Berlusconi, che non si troverà contro un Bertinotti o un Pecoraro, ma sfidanti veri, come Fini e Casini. E gli elettori del premier non sono militanti dei Ds, che non si perdono una festa dell’Unità, figurarsi se si perdono le primarie. Berlusconi ha elettori pigri, distratti, poco politicamente motivati. Fini ha truppe, Casini ha parrocchie, Berlusconi solo le tv. Che vanno bene per il grande pubblico, non per le primarie.
A questo punto il centrodestra ha dunque una sola speranza: che Berlusconi perda le primarie. Un altro leader, scelto nel calore di un’ordalia popolare, sarebbe ben diverso avversario per Prodi. Con il giovedì nero di Berlusconi, la scena politica italiana può cambiare radicalmente. www.ilriformista.it
Per le strade di Bassora
Un giornalista iracheno racconta la vita quotidiana in città
Il 20 settembre a Bassora, zona a maggioranza sciita nell'Iraq meridionale, l'esercito britannico ha dato l'assalto al carcere della città gestito dalla Guardia Nazionale irachena. I militari della Gran Bretagna non sono andati per il sottile, lanciando l'assalto alla prigione con dieci carri armati e la copertura aerea garantita da alcuni elicotteri d'assalto. Quando le mura del carcere hanno ceduto sotto i colpi dei tank britannici, la folla inferocita ha assaltato i blindati con bottiglie incendiarie e pietre. Alla fine i britannici si sono ritirati, lasciando sul terreno 4 dei loro mezzi blindati distrutti.
La battaglia di Bassora. Ma qual era lo scopo di questa operazione in grande stile? Le truppe britanniche hanno liberato due dei loro che erano stati arrestati poche ore prima dalla polizia irachena. Le ricostruzioni dell'arresto dei due militari britannici sono contrastanti. Secondo gli ufficiali di polizia iracheni i due inglesi, che viaggiavano in abiti civili, hanno rifiutato di farsi identificare a un posto di blocco. Secondo il deputato Fattah al-Sheikh, intervistato da al-Jazeera, i due militari inglesi erano travestiti da arabi e l’auto sulla quale viaggiavano era piena di esplosivo. John Reid, ministro della Difesa britannico, non ha commentato limitandosi a confermare l’arresto di due militari del contingente della Gran Bretagna in Iraq. Alla fine dell’attacco i due militari sono stati liberati, ma con loro sono scappati anche 150 detenuti iracheni che hanno approfittato della confusione per dileguarsi. Le immagini di ieri hanno colto di sorpresa l’opinione pubblica, abituata a sentire parlare di Bassora e di tutta la zona controllata dagli sciiti come di un’isola felice.
Nessuna sorpresa. Qusay, un giornalista iracheno free-lance che vive in città e collabora con tv e radio non la pensa così. “Se si guarda la situazione dal punto di vista del cibo e dell’acqua, Bassora è tranquilla”, racconta Qusay, “la gente non muore di fame e di sete, ma la situazione in città è molto pericolosa. Le truppe britanniche che hanno la responsabilità della zona vivono rintanate nelle loro basi, non escono mai. La città è in mano alle milizie armate. Nello specifico a Bassora il potere reale è nelle mani delle milizie del Mahdi, quelle fedeli a Moqtada al-Sadr per intenderci. I militari si limitano a controllare le strutture d’interesse strategico e commerciale, ma lasciano che per le strade della città viga la legge del taglione. Alle milizia del Mahdi si contrappongono infatti le milizie del Badr, i gruppi armati del partito Sciri, la principale formazione politica sciita in Iraq. A tutte e due queste formazioni sciite si oppongono i gruppi armati sunniti d’ispirazione salafita. Gli episodi di violenza sono all’ordine del giorno e, nelle rappresaglie che seguono un attacco, paga sempre la popolazione civile”. La situazione che racconta Qusay è molto pesante. Il giovane giornalista iracheno testimonia una vita quotidiana che, a tratti, ricorda la Kabul dei talebani. “Le milizie, armate fino ai denti e con i passamontagna, girano per le strade della città su pick-up”, racconta Qusay, “con la forza impongono la chiusura di tutte le attività che loro ritengono immorali: sotto i loro colpi cadono parrucchieri, negozi di alcolici e negozi di musica. Una ragazza di Bassora, che lavorava come interprete e giornalista, è stata assassinata e io stesso, in più di una occasione, sono stato minacciato di morte”. Gli episodi che Qusay racconta sono tanti, ma uno in particolare rende l’idea del clima irrespirabile di Bassora. “Un giorno alcuni studenti universitari avevano organizzato un pic-nic fuori città”, racconta il giornalista, “il gruppo era composto da ragazzi e ragazze che avevano solo voglia di divertirsi e di stare insieme. I miliziani del Mahdi, con la complicità della polizia, hanno circondato la zona e, per punire la promiscuità di quella innocente scampagnata tra amici, hanno bastonato tutti i presenti, distruggendo i loro cellulari e arrestando 8 ragazzi. Nessuno ha mosso un dito”.
Mancata pacificazione. Questo il clima che si respira a Bassora, ma l’esercito britannico avrebbe la responsabilità di quello che accade. “Come spiegavo i militari non fanno nulla”, racconta Qusay, “e quando lo fanno è anche peggio delle milizie. Un’operazione condotta in città per trovare armi è finita in un bagno di sangue: 10 morti. Tutti civili. Inoltre non sono mai cessati gli arresti arbitrari da parte dei militari britannici che, come accade anche in altre zone del Paese, detengono illegalmente centinaia di persone senza sottoporle a un processo, senza dare loro modo di vedere un avvocato e senza dare notizie alle famiglie. La loro presenza in città non ha per altro portato nessun beneficio lavorativo ai cittadini, com’è accaduto in altre parti dell’Iraq, perché tutta la manodopera civile che lavora nelle basi britanniche è composta da lavoratori che arrivano dall’estremo Oriente. Come può la gente avere un buon rapporto con loro?”, chiede Qusay. I fatti del carcere di Bassora dimostrano come la situazione sia fuori controllo, anche perché la popolazione civile si trova stretta tra la brutalità dei metodi dei militari del contingente britannico e le violenze delle milizie. “Comunque la tensione tra sciiti e sunniti non tocca la gente comune. Io ne sono un esempio pratico: mio padre è sciita e mia madre è sunnita. Sono i radicali di entrambe le parti che rendono la situazione molto pericolosa – conclude Qusay - Se i britannici non riescono a tenere la situazione sotto controllo, dovrebbero almeno evitare di rendere la situazione ancora più difficile”. //www.peacereporter.net/
Christian Elia
Ma quale democrazia! L’America è tiranna»
Gore Vidal non è tenero coi padri (e le madri) fondatori della sua «nazione». Nel suo ultimo libro, L’invenzione degli Stati Uniti, che ora esce in traduzione italiana presso Fazi (pagg. 184, euro 13,00), dissacra impietosamente, con pennellate d’autore e rigorose citazioni dai documenti, i primi tre presidenti, i più universalmente «riveriti»: George Washington, John Adams, Thomas Jefferson. Gli toglie il piedistallo, li umanizza, ne mette in evidenza i limiti, i difetti, i pregiudizi, le piccolezze, le manovre politiche meschine, gli abbagli, le antipatie e suscettibilità personali che li avrebbero portati a cercare di farsi le scarpe l’un l’altro. Eppure il succo che si ricava dalla lettura è l’opposto di quel che potrebbe sembrare a prima vista: che erano dei giganti rispetto ai loro successori.
Spiega Vidal, nelle ultime pagine del libro, che si tratta di un tentativo, durato 40 anni di riflessione, di rispondere all’interrogativo che John Kennedy - uno dei molti presidenti che ha frequentato e di cui era intimo, anche perché imparentato per via di Jackie - aveva sollevato in una conversazione: sul perché «una selvaggia contrada come questa, con appena tre milioni di abitanti, abbia potuto produrre geni come quelli», mentre «a me, in questo… ehm… lavoro… capita di incontrare molta gente potente e influente, dei quali la cosa che mi colpisce di più è quanto siano mediocri». Ne abbiamo parlato con l’autore, come al solito a ruota libera. Nell’albergo Majestic di Via Veneto giusto di fronte all’ambasciata americana in cui alloggia (e dove oggi, alle 21, presenterà il libro assieme a Furio Colombo).
È evidente che lei scrive delle vicende di oltre due secoli fa con in mente quelle dell’attualità immediata. E allora comincio a chiederle, cosa avrebbero fatto i Washington, Adams, Jefferson, di diverso da quello che ha fatto George W. Bush nella vicenda dell’uragano Katrina che si è abbattuto su New Orleans?
«Posso dirle quel che fece Lyndon B. Johnson, un altro presidente texano, così vicino ai petrolieri, un altro presidente “in guerra”, nel Vietnam, dopo l’uragano Betsy. Non erano passate 24 ore che volò sui luoghi del disastro. Era buio pesto. Non c’era corrente elettrica. Si fece prestare una torcia, in modo che i sopravvissuti potessero riconoscerlo. Il messaggio era: io sono il presidente e sono qui. Capiva che in politica un leader deve fare il leader».
Pare che Bush si stia ora riscattando, si è impegnato per la ricostruzione…
«Sì, ma perché qui ci sono i soldi… I suoi amici sono interessati ai contratti e agli appalti…»
Qualche commentatore ha evocato paragoni tra New Orleans e Baghdad, stessa leggerezza, stesso caos, stessa incompetenza…
«A Baghdad gli Stati Uniti non avrebbero mai dovuto andare. Chi siamo per decidere come devono essere governati gli altri, insegnare la democrazia agli altri? Gli Stati uniti non sono mai stati un esempio di democrazia, sono nati come una repubblica, ma snaturano le proprie origini se si comportano come un impero…»
Come dice? Come sarebbe che quella che viene vantata come modello di democrazia non sarebbe una democrazia?
«Sta nero su bianco. È stato scritto dai fondatori. C’è stata una lunga e appassionata discussione che l’amnesia nazionale tende a dimenticare. C’erano due cose che i fondatori degli Stati Uniti d’America non volevano. Non volevano un tiranno (per loro il tiranno era Giorgio d’Inghilterra); ma non volevano nemmeno la democrazia, il governo di tutti. La loro ossessione era che 3 milioni di persone cadessero in preda ad un demagogo. Per questo avevano concepito un sistema di equilibrio dei poteri, per cui nessuno potesse decidere da solo delle cose che contano: la guerra, i soldi…»
E non le pare che tutto sommato abbia funzionato?
«La cosa triste è che ad un certo punto ha smesso di funzionare. No, non dico solo da ora, da almeno 50 anni a questa parte. Quanti si ricordano che, secondo la nostra Costituzione, non è il presidente a dichiarare guerre, ma il Congresso? Dalla fine degli anni ’40 ci sono state 200 guerre, e a dichiararle sono state i presidenti. Adams, Jefferson, Hamilton litigavano come pazzi tra di loro, ma fecero di tutto per non impegolasi in guerre, malgrado un “partito” volesse portare gli Stati Uniti in guerra contro a fianco dell’Inghilterra, l’altro a fianco della Francia contro l’Inghilterra. Comprarono la Louisiana da Napoleone, più tardi l’Alaska dallo Zar. La tragedia è che l’esperimento sta fallendo. Quando un presidente dice che ha il diritto di dichiarare guerra a chiunque è la perversione completa di quello su cui si erano fondati gli Stati Uniti all’origine».
Ce l’ha con Bush?
«Non non si tratta solo della persona di Bush. È tutto il sistema che gli sta intorno, i militari, i media, la mania religiosa, il petrolio… La cosa che mi rattrista è più profonda: che due secoli e passa dopo, paia realizzarsi la fosca profezia di un altro dei “padri fondatori”, Benjamin Franklin, che prevedeva che la nuova nazione per un po’ sarebbe stata amministrata bene, ma rischiava di cadere preda del dispotismo “quando il popolo diverrà così corrotto da aver bisogno di un governo dispotico, divenendo incapace di tollerarne qualsiasi altro”».
Ma non le sembra di esagerare? Bush non è un despota, è stato eletto, e rieletto…
«Bisogna vedere come è stato eletto e rieletto. Con un broglio. Nel 2000 aveva vinto Al Gore, è andato alla Casa bianca solo perché un potere che avrebbe dovuto essere indipendente, la Corte suprema, gli ha dato ragione sui risultati della Florida. Nel 2004 i brogli sono stati ancora più sistematici. Un deputato autorevole, John Coniers, che è a capo della commissione giustizia del Congresso, ha appena scritto un libro dal titolo What happened in Ohio, dimostrando con dovizia di prove perché e come l’Ohio abbia dato la maggioranza dei grandi voti elettorali a Bush. Non si tratta di opinioni - sui giornali leggiamo ormai solo opinioni - ma di fatti. Ma nessun grande giornale ha segnalato l’inchiesta di Coniers… Tutti sono pagati dalle lobbies, che lavorano per le grandi corporation , dalle quali vengono i soldi di cui i politici hanno bisogno per comprarsi gli spazi in tv…»
Ma anche i suoi padri fondatori non erano da meno in fatto di manipolazione, manovre, interessi personali, il suo libro inizia ricordando come il grande Washington fosse ossessionato dal problema di come pagare le sue «spese»…
«Ma quelli almeno erano onesti, non farabutti. I colpi bassi facevano parte della normale battaglia politica…»
Litigarono con colpi bassi, ma alla fine concordarono su alcune questioni di fondo. Non pensa che sia possibile una soluzione una sintesi politica anche nell’attuale situazione che lei dipinge a tinte tanto fosche? La democrazia parlamentare europea aveva i suoi difetti, che vennero denunciati da generazioni di grandi scrittori. Ma era certo meglio di come i totalitarismi del secolo scorso pensavano di eliminare quei «difetti». Non teme che troppa denuncia possa sfociare in un populismo «redentore» molto più pericoloso?
«Magari».
Come «magari»? Non le sembra già molto che l’America non abbia avuto un suo Hitler o Stalin?
«Non sono ottimista. Temo che a questo punto sia difficile aggiustare un sistema politico che mette al potere le persone sbagliate. Ci pensi: quel che fa Bush è davvero molto meglio di quel che facevano Hitler e Stalin? Certo non nego che qualcosa si stia muovendo. Come dicono le leggi della fisica, ogni azione ha una sua reazione. E Bush siede su un barile di reazioni. La sua popolarità è scesa al 37%, credo nemmeno Nixon prima del Watergate. La gente è arrabbiata e confusa. Spero che abbia ragione lei, che qualcosa possa cambiare. Ma non ci conto troppo».
C’è chi l’ha definita «un patriota in guerra col proprio paese». Altri le danno del portavoce di un «angst aristocratico». Ho l’impressione che solo uno come lei che aveva un bisnonno che ha preso parte alle rivoluzione americana, un nonno senatore, e ha frequentato la Casa bianca sin da quando era in fasce, possa permettersi tanta foga.
«Qualcuno queste cose deve dirle. Io almeno scrivo libri. L’intellighenzia neo-cons che si dà tanto fare, e ha trovato il suo tornaconto nel predicare il rovesciamento del New Deal di Roosevelt e una nuova versione americana della “conquista del mondo’, scrive solo recensioni». wwww.unita.it
Un Kennedy per il Regno Unito
Esteri. Il partito liberaldemocratico inglese propone nuovi scenari internazionali. E si pone come alternativa politica a laburisti e conservatori
Lazzaro Pietragnoli, da Londra
Il leader del partito liberaldemocratico inglese, Charle Kennedy, ha concluso ieri la conferenza annuale del partito lanciando pesantissimi attacchi al governo laburista e alle sue politiche finalizzate a contrastare il terrorismo.
Dopo aver dichiarato che la “cosiddetta guerra al terrorismo di Bush e Blair” ha di fatto alimentato il terrorismo anzichè diminuirlo, Kennedy ha sottolineato che l’invasione dell’Iraq “è stata un terribile errore” che sta frammentando il paese, con il conseguente rischio di una vera e propria guerra civile.
I lib-dem sono stati l’unico partito inglese ad opporsi ufficialmente in Parlamento all’intervento armato in Iraq (anche se molti deputati laburisti a titolo pesonale si sono opposti con altrettanta fermezza), e questa posizione ha garantito loro un notevole aumento di voti alle ultime elezioni: il partito ha ottenuto il 22% dei consensi su scala nazionale, raggiungendo il suo migliore risultato elettorale dal 1920 a oggi. Per questo motivo, Kennedy ha voluto riservare la parte centrale della sua relazione proprio alla questione della guerra in Iraq, cui erano stati dedicati anche buona parte degli interventi durante il dibattito, e alle conseguenze che questa ha comportato per la Gran Bretagna: il leader lib-dem, infatti, ha definito “assurda la pretesa del governo che quello che sta accadendo in Iraq non abbia conseguenze al di furori dei confini di quel paese”, e ha invitato Blair a presentare una vera e propria strategia per il ritiro delle truppe inglesi.
“Il governo deve riconoscere il fatto –ha detto Kennedy tra gli applausi– che la presenza delle truppe americane e inglesi in Iraq è ormai parte del problema” evidenziando come “il cieco supporto di Blair alla politica di Geroge Bush continua a costare ogni giorno vite innocenti, di cittadini iracheni e di soldati stranieri”.
Ma gli attacchi più duri sono stati riservati alle proposte del governo per combattere il terrorismo, riferendosi in particolare alla proposta di estendere la carcerazione preventiva ad un periodo di tre mesi, e di introdurre il nuovo reato di apologia del terrorismo: “ci opporremo con forza alla perversa logica di rinunciare ai nostri diritti fondamentali per aumentare la sicurezza del paese”, ha annunciato dal palco Kennedy.
I lib-dem si candidano ad essere la vera forza politica alternativa nel Regno Unito, tanto ad un governo “che ormai è privo di ogni credibilità”, quanto ad un partito conservatore che “che non potrà mai vincere”, in quanto non è una vera opposizione a questo governo.
Nelle prossime settimane si svolgeranno le conferenze annuali dei Labour e dei Conservatori. Le risposte non si faranno attendere: per il momento Kennedy può cantare vittoria, visto che il ministro degli interni Charle Clarke ha dichiarato che cercherà l’intesa con l’opposizione prima di annunciare nuove misure anti-terrorismo, e che comunque le proposte fino a qui discusse potranno essere riviste. www.aprileonline.info
L’uragano prima o
poi arriverà in Iraq
Charles Kupchan
con Mauro Buonocore
Katrina farà sentire il suo peso anche sulla guerra in Iraq. Non a breve termine, ma nel lungo periodo inciderà anche in Medio Oriente il dispendio di credibilità e di leadership che Bush e i suoi stanno lasciando sulle rovine della Gulf Coast.
Il nesso tra New Orleans e Baghdad ce lo spiega Charles Kupchan, docente di International Affairs alla Georgetown University: “L’uragano Katrina, e soprattutto il modo con cui il governo vi ha reagito, ha indebolito molto Bush e ha assottigliato il suo capitale politico. Questa situazione, nel lungo periodo, potrebbe costringere il presidente americano a ridimensionare la sua politica in Iraq perché per sostenere la guerra c’è bisogno di spendere molto capitale politico”.
A New Orleans il governo americano ha perso molta della fiducia dei suoi elettori, che non sono più disposti ad appoggiare in pieno il presidente e le sue scelte. “Inoltre – continua Kupchan – gli americani si stanno chiedendo perché mai stiamo spendendo così tanti soldi e tempo in Iraq quando abbiamo cose molto importanti di cui occuparci qui, negli Stati Uniti. Io non vedo alcun impatto immediato di Katrina sulla politica di Bush, ma credo fortemente che, nel lungo periodo, le pressioni su problemi di politica interna indurranno Bush a ridurre la presenza americana in Iraq”.
Se l’eco politica dell’uragano può arrivare fino al Medio Oriente, Kupchan, che studia molto da vicino i rapporti tra Usa e Unione Europea, non vede ricadute particolari sui rapporti tra le due sponde atlantiche: “Il modo davvero scadente nel portare soccorsi e aiuti alle popolazioni colpite dall’uragano – ci dice – ha duramente colpito l’immagine di Bush nell’opinione pubblica americana, e allo stesso tempo ha causato all’estero una forte impressione negativa: come può una superpotenza reagire in maniera così inefficace a una tale sciagura? Ma io non credo che un ‘effetto Katrina’ possa avere conseguenze concrete sulle relazioni atlantiche; gli europei erano già, in linea generale, piuttosto scettici sull’amministrazione Bush, questi eventi non hanno fatto altro che rafforzare questo atteggiamento”.
Eppure qualcosa sta cambiando anche nel modo in cui gli europei vedono gli Stati Uniti. Secondo Transatlantic Trends, il sondaggio d’opinione annuale realizzato dalla German Marshall Fund, la percezione dimostrata dall’opinione pubblica europea verso gli Usa è sempre più negativa; in altre parole, anche prima dell’uragano (quando l’indagine è stata svolta) il giudizio del Vecchio Continente verso le politiche di Bush non era affatto positivo; in che direzione vanno i rapporti tra Usa e Ue?
“La cosa più inquietante nei sondaggi d’opinione – riprende Kupchan – è la valutazione negativa degli Stati Uniti da parte dei cittadini europei. Questo atteggiamento potrebbe rendere la vita davvero difficile a qualsiasi politico che voglia ricostruire solidi rapporti tra le due sponde atlantiche. Durante l’ultima campagna elettorale tedesca, ad esempio, Schroeder ha ancora una volta fatto ricorso alla sua opposizione alla guerra in Iraq per guadagnare popolarità. Se i politici europei dovessero conquistare la fiducia degli elettori e cariche di governo grazie all’opposizione a Washington, allora non c’è molta speranza per una salda alleanza atlantica”.
Insomma il quadro non sembra affatto confortante, soprattutto se a pronunciare queste parole è un americano che ha sempre creduto nella necessità di una Unione Europea che sia in grado di bilanciare il potere internazionale degli Usa. Nel suo libro The end of the American Era, Kupchan ha scritto che sarà proprio l’Ue a fare da contrappeso alla forza americana nello scenario globale. Il libro risale al 2002, dopo tre anni l’Unione europea ha dimostrato davvero di poter svolgere questo ruolo?
“Il rifiuto di Francia e Olanda di fronte alla costituzione europea ha rappresentato un momento molto deludente per l’Unione Europea,” risponde il politologo americano e continua: “Quando Bush ha iniziato il suo secondo mandato presidenziale sembrava riscoprire l’importanza di forti legami che tenessero gli Stati Uniti vicini all’Europa, e allo stesso tempo il presidente americano sembrava avvertire il bisogno, per gli Usa, di un’Europa forte. Ma proprio in quel momento l’Unione Europea ha vacillato e tutti gli sforzi per costruire un’Unione più concreta e salda sono tenuti adesso in sospeso”.
“Io spero vivamente – conclude Kupchan – che l’Ue riconquisti il proprio slancio nei prossimi mesi: un’Europa più unita e capace di far sentire la propria voce sarà un bene per l’Europa stessa, per le relazioni transatlantiche e per la stabilità internazionale". www.caffeeuropa.it/
Pianeta Zastava
Andrea Rossini
All'indomani dell'accordo firmato tra Fiat e Zastava, un reportage-inchiesta di Osservatorio sulla fabbrica simbolo dell'industrializzazione jugoslava e sulla sua città, Kragujevac. Economia, società e sviluppo locale nelle transizioni
Operai Zastava - di Gughi Fassino Martedì 20 settembre, a Torino e Belgrado, Fiat e Zastava hanno annunciato un accordo per il montaggio su licenza della Punto negli stabilimenti di Kragujevac.
L'accordo – di cui da tempo sui media serbi si discuteva apertamente - si sostanzia nella concessione da parte della Fiat alla Zastava di una licenza a produrre autovetture con componenti provenienti dagli stabilimenti di Mirafiori. La Fiat, dopo il lancio nei giorni scorsi della Grande Punto, continuerà a produrre vetture complete del modello precedente anche per tutto il 2006, prima di sospenderne la produzione. L'inizio dell'assemblaggio della "vecchia" Punto – con componenti sempre prodotti a Mirafiori – a Kragujevac, è previsto per il primo trimestre del 2007.
Un rappresentante dell'azienda torinese ha confermato ad Osservatorio nella giornata di ieri che la Fiat avvierà la formazione a Torino dei tecnici della Zastava a partire dai prossimi mesi. Negli stabilimenti di Kragujevac verranno nel frattempo effettuate le operazioni preparatorie per avviare l'assemblaggio delle nuove vetture. L'investimento previsto in tal senso dalla Zastava è di 15 milioni di euro, come precisato nel comunicato stampa congiunto emesso dalle due aziende automobilistiche.
Il volume della produzione della Punto – che avrà il marchio Zastava - a Kragujevac, sarà di circa 16.000 unità all'anno.
Le vetture saranno vendute attraverso la rete commerciale della casa automobilistica serba. Destinate principalmente al mercato di Serbia e Montenegro, verranno esportate anche in Macedonia, Croazia, Romania, Bosnia Erzegovina, Bulgaria e Albania.
Il primo contratto per la produzione su licenza di modelli Fiat a Kragujevac risale al 1953. L'azienda serba, nata un secolo prima come fabbrica di armi, aveva da poco mutato denominazione in "Crvena Zastava", Bandiera Rossa. Le maestranze, responsabili degli impianti secondo il cosiddetto sistema della autogestione, avevano deciso di avviare la produzione di automobili. Il rapporto tra Kragujevac e Torino per molti anni è stato di natura preferenziale. Dal 1953 al 1990, Zastava e Fiat hanno firmato e rinnovato una lunga serie di accordi. Alcuni modelli, in particolare la Fiat 600, prodotta a Kragujevac per un totale di quasi un milione di vetture, soprannominata dalla gente Fića, o "piccola Fiat", era diventata una vera e propria icona della modernizzazione e dello sviluppo della Jugoslavia degli anni '60 e '70. La disgregazione del Paese e l'inizio del decennio di guerre nei Balcani avevano poi segnato il crollo della produzione della Zastava e l'interruzione della collaborazione con la casa automobilistica italiana.
L'accordo di collaborazione industriale firmato martedì, che da un lato si inquadra nel piano di recupero dei crediti che Fiat vanta nei confronti dell'azienda serba, rompe d'altro canto un lungo isolamento, aprendo la strada a possibili collaborazioni tra aziende dell'indotto automotive italiane e della Serbia e Montenegro.
Cosa questo significherà in concreto per Kragujevac, e per la Zastava, resta da vedere. La città e la sua fabbrica hanno vissuto un rapporto di simbiosi durato decenni. L'espansione dell'industria automobilistica jugoslava, tra gli anni '50 e gli anni '90, era corrisposta all'espansione della città, meta di immigrazione di operai provenienti in particolare dal sud della Serbia e dal Kosovo. La fine della Jugoslavia aveva significato il drastico ridimensionamento della produzione automobilistica, e la Zastava era passata dalle 220.000 vetture del 1989 a produrre poco più di 10.000 vetture all'anno. Le conseguenze sul tessuto sociale della città possono solo essere immaginate. Dopo la guerra del 1999, Kragujevac aveva poi attirato migliaia di sfollati del Kosovo, richiamati dalle reti familiari che risalivano agli anni del boom della produzione, aggravando così un quadro locale già fragile.
L'accordo con la Fiat, per il momento, non consente grandi euforie. La Zastava farà assemblaggio, non produzione, di un numero di vetture – 16.000 all'anno – esiguo se paragonato alle dimensioni produttive degli anni '80. Eppure in Serbia la notizia è stata accolta con grande sollievo. I giornali di ieri mostravano il Ministro dell'Economia serbo, Predrag Bubalo, visibilmente soddisfatto, mentre versava champagne in occasione dello storico annuncio. Assemblare la Punto vuol dire pur sempre un gigantesco passo in avanti per i vetusti impianti della fabbrica di Kragujevac. L'industria automobilistica serba, colpita nel recente passato dai bombardamenti Nato, ha accumulato un ritardo industriale di anni. Guerra, sanzioni, embargo hanno infierito su di una creatura allevata con un orizzonte politico prima che economico, affetta da un gigantismo che prevedeva anche l'indotto all'interno della fabbrica. Ora, secondo alcuni, questo primo passo potrebbe rappresentare un'inversione di tendenza.
Da un punto di vista psicologico, per famiglie operaie che negli ultimi anni sono arrivate a fine mese solo grazie alla poderosa rete di adozioni solidali, partite soprattutto dall'Italia, si tratta di una grande iniezione di ottimismo. Di questi tempi non è poco.
Nei giorni scorsi siamo stati a Kragujevac per interrogarne gli abitanti, gli operai, i dirigenti della Zastava, rappresentanti del governo locale, esponenti politici, associazioni e piccoli imprenditori. Per cercare di capire qual è il futuro dello sviluppo a Kragujevac e in Sumadija, cartina di tornasole dello stato dell'economia in Serbia, e se questo futuro davvero comprende la grande fabbrica. Da oggi a puntate il nostro reportage. /www.osservatoriobalcani.org
SOS Giovani cervelli dell’est in fuga
Perché le giovani intellighenzie della “nuova Europa” sentono un’attrazione fatale per i Paesi della “vecchia Europa”, diventando così i protagonisti di un esodo sempre più visibile?
Fa schiuma? (Marcello) Fuggono verso le roccaforti occidentali di un know how culturale, scientifico e industriale. I nuovi Ulisse sono giovani e soprattutto polacchi, cechi, slovacchi, ungheresi: la diaspora è in corso, se ne vedono sempre di più gli effetti sui volti di società che cambiano connotati, idiomi e tasselli culturali. E pinte di birra in cambio di bicchieri di succo di mela e zubrowka.
Ma i nuovi Paesi membri non vorrebbero certo che i loro giovani istruiti abbandonassero le patrie, come mette in evidenza Mateusz Tomala del Partito Legge e Giustizia. Hanno paura delle forze centrifughe che stanno provocando un’emorragia di cervelli senza precedenti. Sono scettici sul fatto che davvero li spinga la voglia di apprendere i vecchi, consolidati modelli social-politico-economici occidentali per poi importarli. Insomma non credono in questo nuova forma di colonialismo opposta al tradizionale modello “dal più forte al più debole”. E se poi non tornano?
L’algoritmo della paura
Le paure della nuova Europa hanno algoritmi difficili. Café babel va alla ricerca di eziologie ed evoluzioni per prescrivere ricette efficaci. Che i cervelli in fuga si accomodino tra i tavolini virtuali di café babel: solo dialogando e conoscendo le storie, personali e dei loro popoli, si arriverà a delle soluzioni..
Prima domanda: perché tanta voglia di fuga nella vecchia Europa? In qualità di nuovi membri dovrebbero aver voglia di affermare un essere “giovani e forti” davanti agli altri. O no? «Giovani e forti? Vero a metà. La Repubblica Ceca è solo un piccolo Stato che può aiutare gli altri Paesi membri a risolvere i problemi, non a fare le regole» dice la studentessa ceca Andrea.
«Negli oltre quarant’anni di dittatura comunista, l’Europa occidentale è stata per noi cechi la “terra della possibilità”: lì non c’erano da fare due ore di fila per le arance. E si poteva diventare ricchi. Ma non potevamo lasciare il Paese, e abbiamo in parte fallito nell’imitare la democrazia occidentale guardandola da fuori. Noi giovani cechi vogliamo imparare, parliamo bene l’inglese, viaggiamo molto e sentiamo di essere il motore della rinascita del Paese: perciò dobbiamo tuffarci nella vera democrazia», dice tutto d’un fiato Filip, ventiquattro anni.
«Salari più alti, più possibilità, esperienze ed un ambiente internazionali: questo ci spinge verso la “vecchia Europa”», sintetizza Judit, ventitré anni, di Budapest.
AAA Bilingue minimo offronsi
Ewa e Magdalena, venticinque e ventisette anni e, da buone polacche, capelli biondi e occhi “azzurri d’un azzurro di stoviglia”, come direbbe Gozzano. Studiano letteratura generale e comparata alla Sorbona. Si accomodano nei tavolini di café babel e raccontano. «Voglia di fare studi all’estero per trovare più facilmente lavoro in Europa e non solo in Polonia, di una “vita culturale” grazie all’ambiente multiculturale. Si impara il savoir vivre in diverse lingue. Bilingue minimo». «In Polonia il futuro non è dipinto di rosa, le prospettive sono strette e tristi», ribadisce Magdalena, che continua: «abbiamo università polacche antiche, ma si sa che le università francesi o inglesi offrono più sbocchi interessanti». Anche per un periodo breve ma qualificante: «Studio lingue moderne e business alla Sorbona, ho ventidue anni, parlo bene inglese e francese e sono venuta a Londra tramite l’università, per uno stage in una grande azienda», dice Ewelina, polacca anche lei. Rincara la dose Piotr, polacco e analista finanziario nella City: «Londra offre moltissime opportunità per quelli che sono pronti a lavorare tanto. È difficile, ma se lavori duro qui puoi realizzare i tuoi sogni».
AAA Dentisti polacchi cercansi
Seconda domanda tra i tavolini di café babel: quali sono i settori più toccati in questi Paesi dalla fuga dei cervelli? La Polonia si vede protagonista di investimenti britannici: a Varsavia è stata creata una scuola di formazione professionale per i dentisti polacchi. Da "inviare" poi alla sanità inglese, ove c'è mancanza di dentisti, racconta ancora Magdalena. «È ormai risaputo che i polacchi sono dei gran lavoratori e sono competenti, perciò i soldi investiti nella loro formazione non sono buttati dalla finestra».
La Repubblica Ceca invece teme soprattutto per gli studenti: vanno in Erasmus e spesso non tornano più. “Non possiamo paragonare le nostre infrastrutture e i nostri investimenti nei settore dell’istruzione e scientifico con quello degli altri Paesi europei”, ci dice Andrea. Ma gli studenti di oggi potrebbero essere gli scienziati di domani. E allora ricchi premi per giovani scienziati offronsi: ne istituiscono la Academy of Sciences of the Czech Republic, The Learned Society of the Czech Republic e i riconoscimenti dedicati a Otto Wichterle, l’anno scorso andati a ventiquattro giovani scienziati.
Il settore ricerca e sviluppo è quello più critico anche in Ungheria, conferma Judit. Perciò molte grandi aziende operanti nel settore delle telecomunicazioni – come la Pannon Gsm, azienda leader nel settore della telefonia mobile – offrono borse di studio a giovani scienziati e dottorandi in materie scientifiche.
Café Therapy e passa la paura
E se poi non tornano? «Dopo tre anni tra Francia e Inghilterra non tornerò in Polonia. Dopo la Sorbona torno a Londra», dice sicura Ewelina. «Vista la situazione attuale in Polonia preferisco starmene qui e vedere cosa succede», sorride Piotr. «Tornerò, sì: quando ci saranno posti di lavoro che danno più soddisfazione personale e professionale», dichiara Ewa in tono di sfida. Le fa eco Magadalena, ma con toni più possibilisti: «Sì, se troverò un lavoro interessante e ben pagato posso tornare a casa; ma posso anche rimanere a Parigi oppure andare altrove in Europa».
Cala il sipario tra i tavolini di café babel: Andrea, Filip, Judit, Ewa, Magdalena, Piotr ed Ewelina si sono espressi in rappresentanza dei nuovi giovani Ulisse colonizzatori dell’est.
Appuntamento l’1 Ottobre a Varsavia: un ciclo di Café Therapy fa bene. Per una taumaturgia della paura.
Hanno collaborato a questo articolo i corrispondenti: da Praga, Andrea Fialková; da Budapest, Judit Járadi.
Ilaria La Commare - Pari /www.cafebabel.com/it/a
settembre 22 2005
Tremonti torna in Via XX Settembre. An e Udc ottengono la testa di Fazio e Berlusconi
redazione
Una giornata piena di scelte difficili quella del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che si è trovato improvvisamente ad un passo dal crollo del suo Governo. Tutto è cominciato nella tarda serata di ieri, quando il ministro dell'Economia Domenico Siniscalco ha rassegnato le proprie dimissioni. Poi, una lunga trattativa con gli alleati ha evitato una sfiducia all'Esecutivo che per qualche ora era apparsa vicina.
Il Cavaliere è riuscito a strappare ai partiti della Casa delle Libertà la promessa che la legislatura non sarà interrotta, ma il prezzo è stato altissimo. La Lega Nord si è accontentata di vedere il ritorno di Giulio Tremonti in Via XX Settembre, che si riappropria della poltrona che aveva lasciato a Siniscalco nel luglio del 2004.
Berlusconi si è trovato però costretto a mettere alla porta il Governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio, al quale fino ad oggi non aveva mai torto un capello: "La sua presenza non è più opportuna - ha affermato questa sera Berlusconi - non è compatibile con la credibilità nazionale".
Il "licenziamento" di Fazio è stata una delle principali richieste di Alleanza Nazionale, ma il partito di Gianfranco Fini è andato anche oltre. In accordo con l'Udc, il ministro degli Esteri ha chiesto nientemeno che la testa del Cavaliere. Si prospetta dunque la possibilità che Berlusconi rinunci a guidare la Casa delle Libertà in occasione delle elezioni Politiche del 2006: "Ho aderito - ha spiegato il numero uno di Forza Italia - alla proposta di Follini di giungere all'individuazione del miglior candidato possibile per le elezioni politiche". E, a questo proposito, il numero uno dei centristi ha le idee molto chiare: "C'è chi pensa che il miglior candidato per il 2006 sia Silvio Berlusconi - ha affermato - c'è chi non lo pensa, come me". E già si parla di elezioni Primarie. www.centomovimenti.com
Bella figura!
Siniscalco si è dimesso perchè il Governo non ha sfiduciato Fazio.
Fini, che qualche mese addietro aveva ottenuto la testa di Tremonti, il quale era in aperta polemica con Fazio, si è detto d'accordo con il ritorno di Tremonti al Tesoro qualora il Governo sfiduci Fazio.
Ancora una volta risulta dimostrata la proprietà commutativa: invertendo l'ordine dei fattori la merda non cambia. http://ilcampo.splinder.com/1127398259#5794896
Nuova Zelanda: il salvagente centrista soccorre il governo labur
Esteri. Winston Peters, leader del partito di centro New Zealand First garantisce l'appoggio alla coalizione di sinistra. Per il premier Helen Clark in dote sette preziose poltrone
C. R.
Ne ha copiato il modello elettorale, ma non subirà lo stesso impasse post-voto. La Nuova
Zelanda, che ha derivato il proprio sistema proporzionale misto dalla Germania, a differenza di quest’ultima sembra avviata verso una rapida formazione del nuovo governo.
A togliere la premier Helen Clark dalla graticola, dopo che (lo scorso 17 settembre) il suo governo laburista aveva vinto 50 poltrone contro le 49 del National party, è stato Winston Peters, leader del partito di centro New Zealand First, che ieri ha garantito il proprio appoggio alla coalizione di sinistra. Il partito di Peters porta in dote sette preziose poltrone.
Per governare la Clark ha bisogno di una coalizione con 62 seggi. Altri potenziali alleati sono i verdi, il partito Maori e United future. La premier ha tempo fino al primo di ottobre per
presentare il nuovo governo.
L’elezione neozelandese, passata quasi inosservata sui media italiani, è interessante se raffrontata con le tornate elettorali in Germania e Norvegia, avvenute quasi contemporaneamente. In Norvegia e Nuova Zelanda c’è stato un vincitore, la coalizione di centrosinistra, che però ha vinto per un pelo - il pelo che è mancato in Germania- e che tuttavia si trova di fronte a difficoltà di governo che non sono diverse da quelle di Berlino. E questo perché le coalizioni vincenti sono fortemente divise.
Negli ultimi anni, i neozelandesi hanno conosciuto un periodo molto favorevole sotto il profilo economico, con l’inflazione sotto controllo, il più basso livello di disoccupazione fra i paesi dell’Ocse, e un avanzo di bilancio record per il 2005. Ma non è bastato a far ottenere ai
laburisti una larga vittoria.
Così, in Nuova Zelanda, il partito Laburista (LP), al governo da due legislature (negli ultimi tre anni la signora Clark ha guidato un governo di minoranza formato da laburisti e progressisti, con
L’appoggio esterno di Verdi e United Future), si è dovuto difendere sia dall’ascesa del maggiore partito all’opposizione, il partito Nazionale (NP) guidato da un anno a questa parte dal carismatico D. Brash, sia dalla preoccupante emorragia di consensi, dovuta alle polemiche politiche riguardanti la minoranza Maori, un tempo alleata indiscussa e oggi in aperto contrasto per la diminuzione dei privilegi accordategli.
Per ovviare alla perdita di preferenze tra i Maori e più in generale nella società neozelandese, il governo di Wellington ha varato un aumento della spesa pubblica e del welfare a vantaggio dei nuclei famigliari a basso e medio reddito con figli a carico.
L’aumento della consistenza dei sussidi erogati alle famiglie non ha mancato di suscitare polemiche sia a destra che a sinistra. I dubbi sollevati in ambienti governativi riguardano la possibile disaffezione a fronte di questo provvedimento, di chi percepisce un basso salario, ma non ha figli. A destra D. Brash ha accusato i laburisti di sperperare fondi statali a scopi elettorali e di diffondere la cultura della dipendenza economica dallo stato.
In assenza di sorprese, dunque, la Clark riuscirà a mettere insieme un governo di 61 poltrone, riunendo nella coalizione di sinistra laburisti, conservatori, verdi e democratici.
Ma non mancano gli intoppi, con il partito di centro United Future (tre poltrone) che punta i piedi e non vuole entrare in una coalizione con i verdi (sei poltrone). www.aprileonline.info/
IL GOVERNO È FINITO
EZIO MAURO
da Repubblica - 22 settembre 2005
È l´ultimo atto di un´avventura politica che sta correndo verso la sua fine. Una fine che rischia di travolgere la credibilità del Paese, insieme con un governo che ormai la sua credibilità l´ha consumata da tempo.
Nello sfacelo della maggioranza, c´erano almeno quattro focolai di crisi, accesi tutti insieme: una finanziaria allo sbando, una legge elettorale ambigua, una devolution pericolosa e il caso Fazio a giganteggiare nella sua evidente anomalia, trasformata giorno dopo giorno in una prova concreta di impotenza della leadership berlusconiana, davanti al potere extra-repubblicano che teneva in piedi il Governatore oltre ogni decenza.
Per funzione, prima ancora che per convinzione, il ministro del Tesoro era stato l´unico (dopo Tremonti davanti allo scandalo Cirio e Parmalat) a insistere nel dire che il Governatore doveva andarsene, perché col discredito accumulato danneggiava gravemente l´Italia.
Il Capo del governo per più di un mese è stato incapace di assumersi la responsabilità che gli compete, pronunciando le parole necessarie e sufficienti per riportare alla normalità una crisi istituzionale gravissima: il Governatore non gode più della fiducia del governo.
Davanti all´ambiguità colpevole del Presidente del Consiglio, che rafforzava il potere immateriale di Fazio mentre indeboliva l´Italia, il ministro del Tesoro non poteva ormai fare altro che dimettersi. Lo ha fatto davanti ad un assalto elettorale alla Finanziaria da parte della maggioranza e, soprattutto, davanti alla conferma che Fazio sarà domani a Washington, a rappresentare la Banca d´Italia di fronte a un´istituzione che la mette sotto accusa clamorosamente. Fazio sarà al FMI perché il governo non ha avuto il coraggio di fare il suo dovere sfiduciandolo, e dunque ha implicitamente sfiduciato Siniscalco. Come Tremonti, anche il suo successore si dimette. Fazio, nel momento della sua maggiore debolezza, è dunque più forte di due ministri della Repubblica.
Ma proprio questo rivela la fragilità politica del governo, che in pochi mesi perde il secondo ministro dell´Economia, dopo aver avvicendato tre ministri degli Esteri e due ministri degli Interni. Deve essere chiaro a tutti gli italiani che la responsabilità di questa crisi è di Silvio Berlusconi, e della sua incapacità di reggere la responsabilità del governo. Anche se mancano pochi mesi alla fine della legislatura e solo otto giorni alla presentazione della Finanziaria, Berlusconi deve andarsene. Un passaggio tecnico garantisca l´approvazione della manovra. Poi si vada al voto, per salvare il salvabile e chiudere finalmente questa sciagurata avventura.
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IL COMMENTO
Un Paese senza rete
di FRANCESCO GIAVAZZI
dal Corriere - 22 settembre 2005
Un anno fa il Governatore Fazio e la lobby dei banchieri riuscirono a far licenziare Giulio Tremonti, reo di aver proposto (dopo i casi Cirio e Parmalat) una riforma radicale e intelligente delle norme poste a difesa del risparmio. Oggi dobbiamo registrare un'altra sconfitta dei risparmiatori. Da almeno due mesi Siniscalco ripeteva che non era possibile continuare a delegare la difesa del risparmio a un Governatore che non ha mai rinnegato la sua amicizia e la sua consuetudine con individui condannati (Gnutti) o indagati (Fiorani) per il reato di insider trading.
L'Italia ha il debito pubblico più elevato tra i Paesi industriali: la nostra stabilità finanziaria dipende dalla credibilità delle istituzioni a difesa del risparmio. Ma posto di fronte alla scelta Silvio Berlusconi ancora una volta ha dimostrato di non aver alcuna considerazione per i risparmiatori.
Il ministro Siniscalco esce a testa alta: a lui va il rispetto di tutte le persone perbene.
Ora i mercati si chiedono chi garantirà per la prossima legge finanziaria. Certo da oggi è una Finanziaria più difficile, sulla quale peserà, oltre ai rischi della finanza elettorale, il costo di un debito pubblico che la scelta irresponsabile di Berlusconi spingerà verso l'alto
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Ds Milano - Rassegna stampa
“Viva Zapatero” contro il quinto potere
proiezione dopo proiezione cresce l'indignazione dell'opinione pubblica contro il degrado del sistema radiotelevisivo del nostro Paese
Un moto d'indignazione collettivo sta attraversando l'Italia. La voglia di protestare e di dire “tutto questo non lo sopporterò più”. Qualcuno infatti ha già paragonato quanto sta accadendo alla scena del film “Quinto potere”, in cui l'anchorman impersonato da Peter Finch convince milioni di americani ad affacciarsi alla finestra e a gridare tutta la propria rabbia contro il sistema. Sta succedendo la stessa cosa in Italia, contro la censura che discende direttamente dal potere soffocante del Presidente del Consiglio e dal suo gigantesco conflitto d'interessi.
Sabina Guzzanti, con il film “Viva Zapatero!”, sta scuotendo la coscienza spesso in larga parte rassegnata e sopita degli spettatori che entrano nelle 34 sale italiane in cui è possibile vederla, e che stanno decretando il successo della pellicola: 144mila euro di incassi nell'ultimo weekend, secondo Cinetel. Tanto che la LuckyRed raddoppierà presto le copie in distribuzione.
Sabina si è scoperta circondata di amici, singoli e intere associazioni – tra cui Megachip – che in tutta Italia hanno deciso non solo di sostenere il suo film, ma anche di portare avanti la battaglia contro ogni forma di bavaglio imposto alla libera espressione del pensiero. Si sta cercando di creare una rete che mantenga in contatto e coordini verso un obiettivo preciso tutte le persone che “Viva Zapatero!” ha conquistato.
Un manipolo di volontari sta sottoponendo il documento “Dieci richieste al futuro governo italiano” agli spettatori del film, all'uscita delle sale cinematografiche, chiedendo di sottoscrivere. È un decalogo, elaborato da Sabina, che chiede a chiunque sarà chiamato a governare l'Italia nella prossima legislatura, di svincolare il servizio pubblico radiotelevisivo dal controllo dei partiti, ma senza privatizzarlo; di garantire ai cittadini di essere informati su pace, lavoro, giustizia, ambiente; di fare una seria legge sul conflitto d'interessi e di abolire la legge Gasparri; di tutelare i minori che guardano la tv, eliminando anche l'Auditel, che con la sua logica svilisce e involgarisce la produzione televisiva; di garantire nell'etere un reale pluralismo delle idee.
Fino a d'ora in tutta Italia sono più di 6500 le firme apposte dai cittadini. La gente si alza dalla poltrona appena iniziano i titoli di coda e raggiunge subito il banchetto della raccolta delle firme: vuole lasciare non solo una firma e una e-mail, ma anche il proprio numero di telefono, fa domande, vuole essere ricontattata. Qualcuno scrive addirittura il numero di un proprio documento, temendo che altrimenti la sua firma non abbia valore. Ma per fare rete contro la censura a Sabina le carte d'identità non servono.
L'Organizzazione di Megachip lavora fianco a fianco allo staff della regista per coordinare la raccolta in tutta Italia. Al momento solo a Padova e a Torino sono state raccolte 2000 firme; a Roma siamo a quota 1000. Anche il gruppo di Genova di Megachip e quello di Giustizia e Legalità di Firenze hanno fatto una notevole raccolta, e la situazione è altrettanto incoraggiante a Pisa e a Bari, dove i volontari sono molto attivi.
Il sito internet www.vivazapatero.org permette di sottoscrivere il decalogo anche on-line, e di offrire collaborazione per la raccolta delle firme nella propria città. C'è bisogno di aumentare il numero di volontari presenti alle proiezioni del film, soprattutto in vista del raddoppio delle copie in distribuzione: si può scrivere a antonio@vivazapatero.org o a organizzazione@megachip.info ..
Ha scritto l'autrice del film: “Quello che più mi affascinava nella realizzazione di questo progetto, era testimoniare in diretta la trasformazione della democrazia in qualcos'altro. Al di là delle ragioni storiche e politiche, raccontare in che modo la percezione degli avvenimenti cambi gradualmente agli occhi delle persone comuni”.
Firmare il decalogo significa allora smettere di illudersi di essere ancora persone libere, quando in realtà ci hanno tolto la libertà di dire ciò che vogliamo e soprattutto di ascoltarlo.
Il volto della povertà
Martina Toti
L’11 settembre 2001 il Presidente degli Stati Uniti sorvolava l’America sull’Air Force One perché rientrare nella Casa Bianca dopo gli attacchi alle Torri gemelle e al Pentagono era troppo pericoloso. La sera dell’11 settembre 2005 Bush era di nuovo in volo: destinazione New Orleans. Durante la commemorazione mattutina presso la chiesa episcopale di St. John, a Washington, George e Laura Bush avevano pregato ricordando la devastazione di Ground Zero e i volti, terrorizzati e bianchi di polvere, che riemergevano dalla Manhattan di quattro anni fa. Poche ore più tardi, Bush avrebbe affrontato altri volti e un’altra desolazione fatta di acqua putrida e miseria.
Accusato di aver trascurato la sicurezza interna nella corsa contro il terrorismo e il nemico invisibile e sospettato di essersi disinteressato dell’uragano Katrina perché le condizioni politiche e demografiche dell’area di New Orleans erano assai distanti da quelle dell’elettore repubblicano medio - l’11 settembre 2005, infatti, il presidente statunitense è volato a New Orleans per la terza volta in pochi giorni, con la speranza di recuperare qualche punto in credibilità e immagine.
Per Bush il momento non è dei migliori. I sondaggi danno la sua immagine in caduta: il suo operato godrebbe attualmente solo del consenso del 38% della popolazione americana (fonte: Newsweek ). Quattro anni fa, invece, davanti alle ceneri del World Trade Center, quasi tutti - repubblicani o democratici che fossero - si erano stretti attorno a lui. All'epoca il 90% circa degli intervistati si era dichiarato solidale con il presidente (fonte: Brookings Institution) e i media si erano schierati, pressoché compatti, a difesa della società statunitense. Oggi, sulle pagine dei giornali, su internet, nelle trasmissioni televisive, gli analisti si affrettano a elencare le falle nella gestione della catastrofe.
La mobilitazione è iniziata troppo tardi ed è stata aggravata dalla distruzione quasi completa del sistema delle infrastrutture che ha reso inutilizzabili trasporti, elettricità, reti di comunicazione e strutture sanitarie. Una burocrazia appesantita e le difficoltà di interazione tra le varie agenzie – in particolare, FEMA e DHS – e tra i diversi livelli dello Stato (federale, statale e locale) sembrerebbero aver rallentato l’arrivo dei soccorsi. Secondo Pietro Nivola, vice presidente e direttore del dipartimento per gli studi governativi della Brookings Institution, la crisi emersa a New Orleans è dipesa proprio dalle disfunzioni del sistema dei rapporti intergovernativi. Sono in molti, inoltre, a sostenere che l’impegno militare in Iraq e la lotta contro il terrorismo abbiano reso il Paese più impreparato davanti a catastrofi come quella di New Orleans e del Golfo del Messico.
Tuttavia, aldilà degli errori e delle incapacità organizzative, quello che nessuno riuscirà a cancellare dal ricordo degli americani sono i volti neri della New Orleans più misera. Volti di chi non aveva l’automobile per allontanarsi in tempo, facce di gente povera che viveva in quartieri al limite della segregazione sociale. Secondo Amy Liu, che nella Brookings Institution dirige il dipartimento di Hurban Studies, “la città di New Orleans è la quinta tra le cento metropoli più estese del Paese per grado di concentrazione di povertà. Ciò significa che un residente indigente su cinque vive in un quartiere estremamente povero. Situazione che si aggrava ancora di più per gli afro-americani (uno su tre). (…) Se si considera l’aspetto razziale, quasi il 70% della popolazione di New Orleans è afro-americana. Nel 1999 26mila famiglie vivevano al di sotto della soglia di povertà: il 95% di esse era di origine afro-americana”.
Questioni di razza e povertà. In un articolo pubblicato pochi giorni fa su The American Prospect Online, Terence Samuel si chiedeva se fosse davvero possibile che in America i più indigenti fossero stati lasciati affamati e senza casa, privi di speranze e prospettive. "Siamo noi?" domandava. "Yes, yes, and yes!" La vera tragedia in ciò che abbiamo visto - precisava l'autore - è che "la povertà impone svantaggi durissimi e può avere enormi conseguenze mortali e de-umanizzanti."
Gli Stati Uniti di Bush sono più poveri. Secondo i dati pubblicati dallo U.S. Census Bureau, negli anni del primo mandato presidenziale (2000-2004) il tasso di povertà è salito di oltre un punto e mezzo percentuale e i poveri sono diventati 6 milioni in più. Per la seconda volta la politica sociale di cons e neo-cons bushiani si dimostra fallimentare: i dati storici sulla povertà negli Stati Uniti evidenziano come anche nei quattro anni di presidenza Bush senior i numeri della povertà fossero cresciuti, i poveri passati da 32 a 40 milioni circa e il tasso di povertà dal 13 al 15%. Dopo Katrina si è aperta un'evidente distanza tra le priorità percepite dal popolo americano e i punti previsti dall'agenda neo-cons. L'America si è scoperta più povera e ancora vulnerabile.
Oltre a distruggere Big Easy, Katrina ha sfidato così l’agenda della politica sociale del presidente repubblicano. La scelta di rimpiazzare i vecchi programmi federali contro la povertà o di tagliare i fondi ad essi destinati, i rapporti difficili con le minoranze, la riduzione delle spese per il welfare sociale hanno dirottato l’occhio del ciclone dritto sulla politica economica perseguita dal governo Bush. Non è servito affermare che le persone colpite da Katrina “non sono rifugiati ma Americani”. E neppure assumersi le responsabilità per i ritardi federali. Le delicate questioni della povertà, della razza, della classe sociale hanno – almeno per il momento - risvegliato l’attenzione del pubblico americano e indebolito le basi del programma economico conservatore fatto di tagli e privatizzazioni. /www.caffeeuropa.it
Chi ha ucciso New Orleans ?
E' passato l'uragano Katrina e la citta' si e' trovata sommersa in un lago di acque putride e contaminate con i cadaveri
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centro della citta', su un tratto asciutto della Union Street, presso il distributore automatico della Omni Bank, di fronte ad un posteggio auto che fa offerte speciali: un corpo. I suoi piedi sporgono dal sacco blu, le sue ginocchia sollevate nel "rigor mortis". Sei soldati della Guardia Nazionale gli passano accanto, due di loro si fanno il segno di croce, ma poi proseguono nel loro compito: salvare la vita a qualcuna delle altre migliaia di vittime intrappolate nella citta' sommersa dalle acque. Questo accadeva il 7 settembre 2005 non in una cittadella qualunque del globo: accadeva in New Orleans. Cioe' la citta' piu' importante della Louisiana, una delle piu' note e caratteristiche di tutti gli Stati Uniti (e del mondo). Gli americani amano dare nomignoli caratteristici alle loro citta piu' importanti. New York e' "Big Apple": la grande mela; New Orleans era "Big Easy": la grande piacente, per il modo semplice, scanzonato, peccaminoso, colorato, musicale di vivere e di accogliere i turisti da tutto il mondo. Non lo sara' probabilmente mai piu'. E' passato l'uragano Katrina e la citta' si e' trovata sommersa in un lago di acque putride e contaminate con i cadaveri che per giorni (forse ancora oggi) galleggiavano per le strade inondate del suo centro storico. Tutti si chiedono come e' potuto accadere questo. In America? E si comincia a blaterare sulla terribile potenza distruttrice di un Uragano forza cinque. Eh gia', Katrina prima di colpire in pieno New Orleans aveva raggiunto forza quattro, quasi il massimo della forza che un uragano puo' raggiungere. Ma non e' stata la violenza dell'uragano a causare la tragedia. Molto piu' semplicemente e' stata una piu' elevata portata d'acqua lungo i corsi d'acqua che circondano New Orleans. Gli argini non hanno retto e l'acqua ha allagato la citta' “.Questo caratterista e volitivo presidente cade sempre nella solita banale scusa: - chi poteva sapere?">>. Mauren Dowd non ha dubbi su chi poteva e doveva sapere. D: Chi al mondo poteva sapere che Osama Bin Laden voleva attaccarci scagliando aerei contri gli edifici? R: Ogni ufficiale che si fosse preso la noia di leggere il dossier pre 9/11 dei servizi segreti. D: Chi al mondo poteva sapere che l'invasione americana in Iraq avrebbe generato una brutale insurrezione, un boom nel recrutamento dei terroristi e una possibile guerra civile? R: Ogni ufficiale che si fosse preso la briga di leggere i reports pre guerra della C.I.A. D: Chi al mondo poteva sapere che le flebili dighe di New Orleans erano a rischio con l'arrivo di un uragano? R: Chiunque si fosse interessato di leggere gli infiniti avvertimenti che da anni predicevano l' inquietante "pesca sportiva" nei vicoli della "Grande Piacente" (New Orleans). Si sapeva gia' da anni che il fragile sistema di dighe che proteggevano la citta dal fiume Mississippi e dal lago Pontchartrain non avrebbero retto ad una eccezionale portata d'acqua. Ma invece di rinforzare gli argini si e' pensato che fosse sufficiente dotarla di 37 grandi pompe idrovore. Infatti 34 pompe sono andate fuori uso quasi subito e le 3 rimanenti in funzione hanno svolto il ruolo del bambino che spera di svuotare l'oceano con un secchiello. Paradossalmente puo'essere stata proprio la diminuita intensita' dell'uragano nel giorno che ha colpito New Orleans a provocare il disastro. Infatti quasi chiunque sa, qua negli USA, che gli uragani quando perdono potenza e scendono a forza uno o due, diventano "tempeste tropicali" le quali vedono diminuire drasticamente la forza distruttrice dei venti, ma aumentano forse altrettanto drasticamente la portata delle piogge. Quindi e' falso in questo caso parlare della terribile forza distruttrice dell'uragano, e' stata solo un po' piu' di pioggia a cancellare dalla carta geografica New Orleans. Chi poteva sapere? Da quelle parti (lungo tutte le coste del Golfo del Messico) gli uragani in questa stagione (da meta' agosto fino a tutto settembre e oltre) sono di ordinaria amministrazione. Puo' formarsene anche piu' d'uno alla settimana. Proprio in questi giorni un altro Uragano (Ophelia) ha sfiorato le coste della Florida e andra' forse, da martedi a giovedi', a flagellare le coste del Nord Carolina. Pensiamo con orrore a cio' che sarebbe potuto accadere se avesse preso lo stesso percorso di Katrina. Chi avrebbe potuto soccorrere quei poveretti se gia' ora, col tempo clemente, non ci riescono? A cosa serve essere la nazione economicamente, tecnologicamente, militarmente piu potente del mondo se poi non si riesce a prevenire i disastri annunciati e nemmeno, per piu' di una settimana, a soccorrere decentemente le vittime?
Roberto Marchesi www.orizzontinuovi.org
L'Uzbekistan processa i "pericolosi terroristi"
di Andrew Osborn
Oltre a rifiutare un'inchiesta internazionale, oltre ad aver accusato la stampa occidentale e le organizzazioni di diritti umani, il regime di Karimov ha avviato ieri un processo per tentare di riabilitare la propria immagine
Il Governo autoritario dell’Uzbekistan ha deciso di mettere in piedi una decisa campagna di riabilitazione della propria, compromessa, immagine internazionale.
Proprio ieri, infatti, è stato avviato un processo volto a dimostrare che lo scorso maggio il Governo non massacrò circa 700 dei propri cittadini.
La strage di Andijan scosse il mondo intero e rivelò la crudezza del regime di Islam Karimov, che immediatamente – comunque tardivamente – divenne uno Stato emarginato dalla comunità internazionale.
Le Organizzazioni per i diritti umani dichiararono che quasi 700 civili inermi vennero indiscriminatamente assassinati dalle forze di sicurezza uzbeke, intente a soffocare una manifestazione anti-governativa che si era trasformata in una sommossa.
Islam Karimov ha sempre proposto una versione diversa dei fatti avvenuti. Disse che le uccisioni furono in realtà 187 e chiamò in causa l’islamismo estremista, accusandolo di voler ribaltare il Governo con l’obiettivo di instaurare un califfato nell’Asia centrale.
La maggior parte delle vittime dell’azione repressiva, aveva sostenuto Karimov, "erano terroristi eversivi decisi a prendere il potere grazie all’aiuto di estremisti stranieri e gruppi islamici radicali come Hizb ut-Tahrir – il Movimento Islamico dell’Uzbekistan – e il Movimento Islamico del Turkmenistan".
Ieri, nella capitale uzbeka Tashkent, si è inaugurato il processo per 15 degli uomini accusati di essere terroristi. Apparsi piuttosto inebetiti e depressi, gli imputati si sono dichiarati colpevoli.
I gruppi per i diritti umani sostengono che i 15 uomini abbiano subito intimidazioni e siano stati costretti a fare confessioni.
Nel corso del dibattimento agli imputati è stato contestato di aver presumibilmente giustiziato diversi ostaggi ed essersi serviti di civili inermi come scudi umani.
Mentre venivano accusati di omicidi, tumulti, disordini – e di appartenere a gruppi islamici fondamentalisti – i 15 sono sembrati completamente impassibili.
Un attivista per i diritti umani uzbeko, Surat Ikramov, ha messo in dubbio le dichiarazioni processuali affermando che, in ogni caso, gli accusati sono stati torturati. “Le autorità vogliono dimostrare ad ogni costo che il massacro di Andijan è stato un attentato terroristico, non una manifestazione di piazza”, ha dichiarato Ikramov.
Egli è sicuro che ai cittadini di Andijan sia stato intimato il silenzio. “Coloro che hanno sofferto la repressione non hanno potuto dire una parola, e non c’è nessun altro che possa testimoniare”.
I familiari degli imputati sono stati lasciati fuori dall’aula del tribunale, per evitare che si incontrassero con le famiglie dei poliziotti e dei pubblici ufficiali uccisi durante gli scontri.
Le testimonianze contro gli imputati si sono mostrate schiaccianti. Sotiboldi Jalolov, al cui figlio ventinovenne ufficiale di polizia i manifestanti spararono, ha detto di non capire “perché i terroristi hanno attaccato la nostra giovane Repubblica”. Bakhtiyor Muradov, un funzionario dell’amministrazione regionale ad Adijan, ha raccontato come sarebbe stato violentemente picchiato da uno dei dimostranti che lo aveva preso in ostaggio. “Torturarono e uccisero molti altri ostaggi, è stato orribile”, ha detto.
La pubblica accusa sostiene che i 15 uomini sarebbero stati addestrati nel vicino Kyrgyzistan e che avrebbero ricevuto finanziamenti dall’estero, in particolare dalle città russe Omsk e Ivanovo. L’accusa ha inoltre biasimato la stampa occidentale per aver enfatizzato il sostegno che i manifestanti hanno ricevuto e per aver parlato dell’azione dei rivoltosi come di una dimostrazione pacifica.
Il sostituto procuratore generale Anvar Nabiyev ha dichiarato alla corte che i gruppi estremisti “si sono serviti di queste cosiddette organizzazioni per i diritti umani e dei media stranieri al fine di screditare l’Uzbekistan e di diffamare l’operato del Governo uzbeko”.
Islam Karimov ha seccamente – e prevedibilmente – rifiutato le richieste di un’inchiesta internazionale che possa far luce sui fatti accaduti. Dopo il massacro di Andijan Karimov si sarebbe avvicinato a Russia e Cina ma avrebbe visto deteriorarsi il proprio legame, storicamente piuttosto saldo, con gli Stati Uniti.
Fonte: http://news.independent.co.uk/world/asia/article314017.ece
Tradotto da Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media
La polizia croata chiede più poteri
Da Osijek, scrive Drago Hedl
La Croazia sotto il peso di una criminalità sempre più diffusa potrebbe conferire ampi poteri alla polizia. L’impiego più frequente di armi da fuoco e misure drastiche nella resa dei conti col crimine sono gli strumenti annunciati dal neo ministro dell’interno. Non tutti sono d’accordo
In Croazia le 30 rapine alle banche nei primi otto mesi di quest’anno, oltre alle innumerevoli rapine alle pompe di benzina, alle ricevitorie o ai negozi, hanno creato la credenza tra l’opinione pubblica che la polizia croata non sia in grado di eliminare il crimine organizzato nel Paese.
Quando all’inizio di settembre, nel centro di Zagabria, in un modo fino ad ora sconosciuto in Croazia, è stato rapinato l’ufficio dell’Agenzia statale delle finanze (FINA), e i rapinatori, senza preavviso, hanno ucciso a sangue freddo i due sorveglianti, il ministro degli interni Ivica Kirin aveva annunciato un considerevole trattamento più decisivo da parte polizia, che comprendeva l’impiego di armi da fuoco senza le restrizioni tuttora in vigore.
“La polizia sparerà dopo un solo avvertimento” ha dichiarato il ministro, spiegando che durante l’arresto dei criminali non ci sarà alcuna pietà. “L’opinione pubblica si aspetta che mostriamo fermezza nella soluzione dei casi particolarmente gravi. Assassini, violentatori ed esecutori dei più gravi crimini penali possono aspettarsi un trattamento particolare da parte della polizia. Sono criminali e non possono far appello a tutti i diritti costituzionali. Non desidero introdurre una repressione poliziesca, ma desidero la sicurezza della polizia” ha detto il ministro degli interni al quotidiano Jutarnji list, dopo che l’insoddisfazione dell’opinione pubblica per l’operato della polizia era giunta al culmine.
Nonostante la rapina cruenta dell’Agenzia statale delle finanze, in cui sono stati uccisi i due sorveglianti, sia accaduta il 5 settembre, sia avvenuta nel centro di Zagabria, ed esistano le registrazioni della telecamera di sicurezza e numerosi testimoni, la polizia a due settimane dal furto di due milioni di kune (circa 267 mila euro) non è ancora riuscita a catturare i rapinatori. Il fatto che siano entrati nell’Agenzia statale per le finanze imbracciando i fucili e che senza avvertimento abbiano sparato ai sorveglianti, che i rapinatori abbiano usato diverse automobili, di cui una – per confondere le tracce – hanno cercato di incendiarla, testimonia che si è trattato di professionisti ben organizzati.
Che il crimine organizzato in Croazia sia incomparabilmente più efficace della polizia lo testimonia anche il dato che la maggior parte delle rapine alle banche effettuate quest’anno è rimasta irrisolta. La polizia non è riuscita a scovare i rapinatori, e il fatto che essi se la cavino senza condanna e in modo facile arrivino a grandi somme di denaro, rappresenta una forte motivazione per gli stessi criminali. In riferimento all’anno scorso, nei primi otto mesi di quest’anno, comparato con lo stesso periodo del 2004 , il numero delle banche rapinate è raddoppiato. Dal tempo in cui nel Paese le rapine si potevano vedere solo nei film, la Croazia oggi, come affermano i titoli della maggior parte dei media, è diventata la “terra dei criminali”.
“In Croazia vige una terribile regola che il crimine paghi” avverte l’ex ispettore di polizia, oggi detective privato Marijan Kraljevic. Egli afferma che, senza esagerare, si può parlare di un crollo morale della società che è la conseguenza delle rapine nella privatizzazione delle proprietà statali di un tempo, all’inizio degli anni ottanta.
Beni di grande valore, come le fabbriche, le banche, gli hotel o le catene commerciali, sono stati legalizzati con i furti, definiti “trasformazione e privatizzazione della proprietà sociale”, sono giunti nella mani dei beniamini delle élite politiche. Persone fino ad allora sconosciute, d’un tratto, grazie all’idea di Tudjman sulle 200 famiglie ricche che avrebbero governato la Croazia, sono diventati “imprenditori di successo”, il cui intento principale era rubare quei beni. A quel tempo molte fabbriche sono crollate, i lavoratori sono rimasti senza impiego, e di questo nessuno ha riposto. Si era creato un clima in cui le ruberie erano diventate legali, e quando si crea una tale atmosfera – avvertono gli esperti – è solo questione di tempo per far sì che le ruberie assumano la forma armata. Proprio ciò che ora accade in Croazia.
All’inizio dell’estate, insoddisfatto del comportamento della polizia, il premier Ivo Sanader ha destituito colui che fino ad allora era il ministro dell’interno Marijan Mlinaric. Medico di professione, che prima di arrivare alla funzione di ministro non aveva avuto alcuna esperienza nel lavoro della polizia, è stato sostituito dal geologo, Ivica Kirin un tempo sindaco di Virovitica, cittadina al nord della Croazia. Prima di giungere a capo del ministero degli interni anche Kirin non aveva avuto esperienza col lavoro della polizia, e nell’occasione della sua scelta, si era spiegato, era prevalsa la sua giovane età (nato nel 1970), la sua perseveranza, energia e decisione. Le misure che ora ha annunciato dovrebbero darne conferma.
Ma, Sime Lucin, ministro degli interni del governo socialista del premier Ivica racan dal 2000 alla fine del 2003, considera che Kirin con l’annuncio di un maggior potere alla polizia e un facile impiego delle armi “militarizza la polizia”. Lucin dice di essere rimasto spiacevolmente sorpreso dell’aperta dichiarazione dell’aumento della brutalità della polizia. “Temo che da ciò possano sortire degli effetti del tutto contrari a quelli desiderati”, dice Lucin.
Egli si è così unito a quegli analisti che avvertono che aumentare il potere della polizia, che comprende l’impiego di forze brutali, e l’uso più frequente di armi da fuoco rispetto a quello attuale, non porterà ai risultati desiderati. Gli esperti avvertono che la polizia non può da sola far fronte ad una vera e propria esplosione del crimine organizzato, piuttosto lo si può ridurre solo con un maggiore lavoro di prevenzione, ed anche con una giustizia più risoluta che con le blande condanne non fa altro che stimolare i rapinatori.
“Si tratta di un processo di lungo corso che non darà risultati immediati” - afferma una fonte della polizia che ha preferito rimanere anonima - “Nessuna polizia al mondo è mai riuscita da sola a reprimere la criminalità, e non lo farà nemmeno la Croazia. In particolare non in questo modo in cui c’è più facilità nell’uso le armi. La brutalità della polizia non spaventerà i criminali, ma susciterà la paura tra i normali cittadini”.
Il governo croato a breve dovrebbe discutere del conferimento di maggiori poteri alla polizia, e fra poco le modifiche di legge potrebbero arrivare in parlamento. Schiacciato dalle richieste dei cittadini desiderosi di far cessare la crescita galoppante della criminalità, il governo potrebbe dare alla polizia poteri molto più ampi di quelli di cui adesso dispone.
www.osservatoriobalcani.org/
settembre 21 2005
Previsioni sbagliate nelle elezioni tedesche: ma siamo così sicuri?
Ma i sondaggi e i sondaggisti hanno davvero fallito nel prevedere l'esito delle elezioni politiche in Germania? L'opinione di quasi tutti i miei autorevoli colleghi, a cominciare da Renato Mannhaimer sul Corriere della Sera per finire, last but not least come si dice, a Luigi Crespi è che sì, questa volta gli Istituti non sono stati in grado di prevedere il terremoto che sarebbe successo, ovvero l'insuccesso dei democratico cristiani e il successo dei socialisti.
Mi permetto di dissentire da questa analisi: chiunque abbia seguito la progressione dei sondaggi a partire dal primo confronto televisivo fra Angela Merkel e Gerhard Schroder ha potuto notare come, equalmente, i due principali Istituti avessero segnalato la rimonta del cancelliere uscente pour cause di alcuni errori evidentissimi della candidata cristiano democratica, a cominciare dallo scarso appeal televisivo.
Il cancelliere uscente, al contrario, il cui appeal televisivo è fortissimo ad onta di una figura tutt'altro che bellissima (e ciò conferma che i capelli non sono l'aspetto principale nell'agone politico), ha saputo convincere e vincere grazie ad una chiarezza assoluta; ha detto infatti ciò che "abbiamo fatto e ciò che faremo", rivendicando il lavoro degli anni precedenti e indicando una strada chiara per gli anni a venire.
La progressive rehabilition della Spd è stata segnalata, day by day, dai giornali e dalle tv tedesche: solo in Italia si è fatto finta di nulla, confondendo, come sempre "essere" ed "apparire".
I sondaggi, insomma, si sono dimostrati ancora una volta utilissimi non a vincere un'elezione - ecco l'errore attuale che a mio parere il Premier italiano commette in vista delle competizione ventura -, ma ad interpretare gli umori in progress della pubblica opinione, mai scontati, come il caso tedesco ha mostrato per l'ennesima volta.
I maestri americani ci hanno sempre insegnato che questo è il fine del sondaggio: segnalare, indicare, mostrare, non dimostrare.
Ecco perché il carissimo collega Mannhaimer non si cimenta mai con i sondaggi politici, se non quando sono lontano dalla fase elettorale calda: un conto sono - mi si consenta - le banalizzazioni del buon senso "portaportiano", un conto è il lavoro scientifico. http://brunik.altervista.org/20050921141841.html
Record mondiale di congedo da fermo
Massimo MarnettoSono anni che Follini se ne sta per andare, ma sta sempre là. Berlusconi ne ha abbastanza, ma continua a sacrificarsi. La Lega è pronta a lasciare, ma si trattiene nel nome della devolution; come AN, che non tollera, ma stringe la mascella con senso di responsabilità. Insomma, tutto come prima; tutto come sempre. Se non fosse per Bondi e Fede che animano un po' la scena, sarebbe da abbiocco fulminante. Ora però, neanche il collaudato affiatamento della compagnia di giro serve ad evitare la grana della finanziaria. Nessuno sa che pesci prendere. I numeri sono penosi, ma il capo vuole ottimismo. E allora Follini se ne sta per andare… www.ulivoselvatico.org
Pacs vobiscum! Ruini condanna Gesù: “Portava la gonna e conviveva con dodici uomini”
di Lia Celi
Non basta: portava i capelli lunghi, era stato concepito fuori dal matrimonio, con fecondazione eterologa, e soprattutto non si interessava di politica: roba da scandalizzare perfino la Spagna di Zapatero. “Invece di ispirarsi a quel debosciato anarchico – raccomanda il presidente della Cei -, il cattolico prenda esempio da Maometto, che era regolarmente sposato e padre”. In un intervento a tutto campo, il porporato condanna anche le intercettazioni telefoniche: “Sono un atto contro natura e procurano sordità”, Nell’imminenza della campagna elettorale, la Chiesa, assicura Ruini, non sceglierà nessuno dei due schieramenti: “Non ce n’è bisogno: entrambi fanno sempre ciò che vogliamo noi”. Mentre Berlusconi rivendica l’impegno del governo in favore delle famiglie dei miliardari lombardi pelati con due mogli e cinque figli, Romano Prodi mette a punto il suo programma sulle vere emergenze del paese: “Politica interna: sono contrario ai matrimoni gay. Economia: sono contrario ai matrimoni gay. Guerra in Iraq: sono contrario ai matrimoni gay. Ambiente: sono contrario ai matrimoni gay. Immigrazione: sono contrario ai matrimoni gay. Caro benzina: sono contrario…”
http://www.liaceli.com/
Cose da Terzo Mondo
Newsweek pubblica uno studio italiano e scopriamo che il nostro Sud d'Italia è il primo Paese del Terzo Mondo... (di Aldo Vincent)
Cose da Terzo Mondo
Siamo qui a criticare Bush per le condizioni di vita della gente di New Orleans,
facciamo aste e collette per migliorare le condizioni di vita degli Africani, ci preoccupiamo del dopo sunami, adottiamo a distanza, foraggiamo Ong, sottoscriviamo manifesti, insomma ci sbattiamo come pazzi per la fame del mondo, poi se ne esce un’inchiesta del settimanale Newsweek che riporta i risultati di uno studio del professor Bonati dell’Istituto Mario Negri di Milano nel quale si CERTIFICA che se il Sud d’Italia fosse uno stato indipendente (Forza Bossi) sarebbe la nazione più povera d’Europa.
Avete letto bene. Più povera della Grecia del Portogallo e l’Albania. Con risorse insufficienti per avere l’acqua corrente nelle case ( non parliamo dell’acqua calda) del cesso o del riscaldamento.
I bambini che alla nascita non sopravvivono per varie ragioni, nel Sud d’Italia
sono il 5,7% contro l’1,2 del resto d’Europa. Il 24 % dei bambini abbandona gli studi prima dei 14 anni, per non parlare di insufficienza alimentare, disturbi psichiatrici e altro. Come se i bambini non fossero nostri concittadini.
In compenso nella graduatoria dei paesi col più basso tasso di corruzione, mentre la primo posto si trovano paesi Scandinavi, noi siamo al 35° in compagnia di Nigeria, Grecia e Egitto.
E pensare che stiamo progettando il ponte sullo Stretto per un valore di 4.6
Miliardi di Euro ( molti dei quali andranno a finire in corruzione) e non c’è un piano nazionale maternità e infanzia da quando c’era Lui.
(Vuoi vedere che ce lo faranno, Dio non voglia, rimpiangere?)
Aldo Vincent
www.arcoiris.tv
UN GESTO DEL PREMIER
di Francesco Giavazzi
dal Corriere - 21 settembre 2005
Negli ultimi giorni la posizione del Governatore della Banca d'Italia si è, se possibile, ancor più aggravata. Le ipotesi di reato contestate a Fiorani dai magistrati di Milano, che hanno convinto l'ex banchiere di Lodi a dimettersi, pesano come un macigno sulla reputazione del Governatore. Il problema non è più solo l'evidente parzialità dimostrata durante l'offerta pubblica per Antonveneta, ma la mancanza di intuito, l'incapacità di valutare i segnali per tempo, qualità indispensabili per una persona che ha il compito di tutelare i nostri risparmi. Le ripetute dimostrazioni di affetto verso Gnutti e Fiorani, il primo già condannato per insider trading, reato ora contestato anche al secondo, hanno danneggiato irreparabilmente la reputazione del Governatore. Già nell'estate di due anni fa, a pochi mesi dal fallimento di Parmalat, il Governatore si era dimostrato incapace di valutare i sintomi per tempo. In una riunione del Comitato per il credito e il risparmio, l'allora ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, manifestò preoccupazione per gli indizi che gli giungevano sulla solidità finanziaria dell'azienda e ne chiese conto al Governatore. Ma questi si limitò a osservare che l'esposizione di Parmalat verso le banche italiane non destava preoccupazione, omettendo di domandarsi quale fosse l'esposizione verso le banche internazionali.
Questo fine settimana a Washington i ministri delle Finanze e i governatori delle banche centrali dei sette maggiori Paesi industriali parteciperanno alla riunione del G7 e all'assemblea del Fondo monetario internazionale. È quasi ironico che un capitolo del World Economic Outlook di quest'anno (il rapporto del Fondo sull'economia mondiale) sia dedicato alla qualità delle istituzioni e imperniato sul lavoro di tre economisti italiani, Alessandro Prati, Francesca Recanatini e Guido Tabellini. Osservano: «Le istituzioni sono buone là dove vi è concorrenza e le autorità sono soggette a checks and balances ». È una lettura che consiglio a quei parlamentari che da oltre un anno stanno discutendo la riforma delle norme sul risparmio senza riuscire a venirne a capo.
Tre settimane fa, alla vigilia della riunione dell'Ecofin di Manchester, il ministro dell'Economia, l'unico membro del governo ad aver chiesto formalmente le dimissioni del Governatore, compì un atto coraggioso. Disse al presidente del Consiglio che con Fazio a Manchester sarebbe andato un altro ministro dell'Economia, non lui. Il suo coraggio venne premiato: il Governatore non partì, di fatto autosospendendosi, anche se solo per alcuni giorni.
Oggi l'aria è cambiata. Molti sperano che il caso Fazio venga presto dimenticato: Berlusconi, che non vuole grane e ha abilmente spostato l'attenzione sulla legge elettorale; banchieri e imprenditori, che in fondo con Fazio convivono benissimo e molti anche nel centrosinistra perché temono un Governatore nominato da questo governo e sperano che Fazio duri fino alle elezioni. Ma, certo, non se ne sono dimenticati quegli investitori internazionali che posseggono metà del nostro debito pubblico né, io penso, la gran parte degli italiani.
Silvio Berlusconi, che finora è stato fin troppo silenzioso, eviti all'Italia una brutta figura e al suo ministro di presentarsi a Washington con un Governatore che non ha più la sua fiducia. Un suo gesto determinerebbe la soluzione di questa penosa vicenda. L'opinione pubblica (della quale Siniscalco avrà gran bisogno nelle prossime settimane, quando combatterà per difendere la Legge finanziaria dall'assalto della finanza elettorale) ne sarebbe grata al premier.
giavazzi-f@yahoo.com
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Ds Milano - Rassegna stampa
Nuova gaffe di Berlusconi: false le sue accuse a Rai Tre
redazione
Silvio Berlusconi si scatena contro una trasmissione della terza rete Rai, ma fa confusione e finisce con il cadere in una delle sue solite gaffe. Il Cavaliere ha infatti attaccato la puntata di sabato di "Blob" di Enrico Ghezzi, colpevole di aver mandato in onda uno spezzone nel quale viene preso in giro Umberto Bossi per la sua malattia.
"È ricominciata la campagna elettorale. Su Raitre, sul Blob dell'altra sera hanno mandato in onda tutti i pezzi peggiori, ma tutti i giorni c'è qualcosa, tra cui uno veramente indecente su Umberto Bossi - ha affermato il premier - mi riferisco ad un pezzo su quel che è capitato al leader della Lega, è una cosa che mi ha fatto veramente rivoltare lo stomaco perché questi signori della sinistra cambiano nomi e atteggiamenti ma sono sempre gli stessi. Come normale azione hanno quella di ribaltare la realtà delegittimando e ridicolizzando i loro avversari".
Ma Berlusconi si sbaglia due volte. Tanto per cominciare lo spezzone in questione è stato mandato in onda dalla trasmissione la "Superstoria" e non da Blob (come ha sottolineato Viale Mazzini con una nota). Ma l'errore più clamoroso è l'accusa di aver preso in giro Bossi per la sua malattia. Superstoria ha infatti trasmesso la replica dell'imitazione del leader della Lega eseguita nel 2001 per "L'ottavo nano" da Corrado Guzzanti. Vale a dire circa due anni prima del grave malore che ha messo ko il numero uno del Carroccio. Guzzanti non stava affatto imitando il Bossi colpito dalla malattia, ma un Bossi in versione "cannibale" (immobilizzato ad un lettino come il celebre "Hannibal Lecter" per evitare che potesse mordere - nel caso del Senatur con le parole - chi gli stava accanto). www.centomovimenti.com
Ma nella provincia italiana hanno vinto tutti
Legge elettorale, alleanze a sinistra, riscatto nel centrodestra: le acrobatiche analisi del voto tedesco
ANDREA FABOZZI
Il vincitore delle elezioni tedesche? L'errore sta nel cercarlo in Germania. Ecco perché non si trova. Il vincitore, anzi i vincitori perché sono tanti, sono qui da noi. Stanno tutti stipati nel länder italiano. Il presidente della camera della nostra provincia ha vinto le elezioni tedesche perché queste dimostrano come «se c'è determinazione e coraggio di cambiare anche le cause disperate possono essere ribaltate. Schröder è stato premiato per la sua discontinuità». Che è esattamente quello che lui, Casini, va dicendo a Berlusconi già da un po'. Sbagliato, risponde Sandro Bondi in vece di Berlusconi: Schröder era il cancelliere uscente - su questo non c'è dubbio - e quindi «ciò che conta è l'orgoglio di rivendicare quello che ha fatto il governo per promuovere le riforme e lo sviluppo». Proprio il contrario di quello che fa Casini. Ma anche dall'altra parte dello schieramento siedono i nostri provinciali vincitori. Perché le urne germaniche, l'avreste mai detto, alludono chiaramente alle sottili alchimie della nostra sinistra radicale. «L'unità paga - spiega Jacopo Venier del Pdci - l'accordo tra la Pds e Lafontaine ha consentito di superare le divisioni e ha mobilitato il popolo di sinistra, così si farà in Italia con la lista Arcobaleno ed è sempre più assurdo l'egoismo miope di Rifondazione che impedisce il pieno dispiegarsi di questo progetto». Risponde Antonello Falomi, ex Ds oggi impegnato a sostenere Bertinotti alle primarie: «Il voto tedesco dimostra che non servono confuse aggregazioni elettorali che eludano il tema della costruzione di una nuova sinistra europea». Uno a uno palla al centro.
Il centro appunto. Se per Casini ha vinto Schröder per il suo ex compagno di partito Rotondi ha vinto la Merkel: «Oggi è un giorno di festa per la Democrazia cristiana, esultiamo per la vittoria (?) della Merkel. Il voto in Germania dice a chiare lettere che dove la Dc è rimasta in vita torna a vincere». Rotondi è il segretario di un (piccolo) partito che si chiama Democrazia cristiana.
Ma è lo scontro sulla legge elettorale quello dove si conta il maggior numero di vincitori. Tutti col sostegno del risultato tedesco, va da sé. «Il modello proporzionale ha messo in evidenza i suoi limiti, non può più essere un sistema da imitare», dice Carrara di An rivolto agli alleati dell'Udc. «Le elezioni tedesche dimostrano la ragionevolezza della nostra proposta, proporzionale con premio di maggioranza», replica il ministro Baccini. Più prudente il collega centrista Volontè, che però resta proporzionalista: «In Germania è solo il secondo caso in 50 anni senza una maggioranza chiara». Tutto sommato. Un po' ha vinto anche il verde Pecoraro Scanio. Guida un partito sul 3% ma è soddisfatto perché «lo sbarramento al 5% si è rivelato una frana». Il prodiano Parisi invece ha vinto in pieno: «E' evidente che il modello tedesco che è stato il riferimento di tutti i nostalgici del proporzionale si è definitivamente dissolto». L'alleato Giordano di Rifondazione può guastargli il trionfo: «Il sistema tedesco a noi piace, ne parleremo dopo le elezioni». Per l'Udeur invece è uno solo il messaggio che arriva da Berlino: «Servono alleanze serie e programmi credibili, una lezione per quelli che ancora vagheggiano riforme alla Zapatero». Il primo ministro spagnolo evidentemente ha perso le elezioni tedesche, mentre Mastella deve averle vinte. E alla fine le ha vinte anche il presidente onorario dell'Arcigay Franco Grillini: «Il successo del partito liberale tedesco e del suo leader dimostra che essere gay dichiarato si può trasformare in un elemento di consenso popolare». E comunque vada, sicuramente sarà un successo. www.ilmanifesto.it
Germania, United colors of Bundestag
Anziché stabilizzare la situazione politica i risultati delle elezioni parlamentari del 18 settembre hanno aumentato la confusione. E rischiano di portare ad un governo instabile e debole.
Tutti i colori dei risultati Non si può certo dire che i tedeschi fossero soddisfatti del governo uscente di Gerhard Schroeder. Ma a quanto pare oggi non sono neanche sicuri di volere al suo posto Angela Merkel: colei che prometteva di sfoderare il suo arsenale di riforme sociali, se fosse divenuta “Cancelliera”. Anziché premiare una maggioranza parlamentare a tinta unica, i tedeschi hanno impugnato una tavolozza di colori. I "neri" Cristiano-democratici della Cdu hanno superato di un pugno di voti i "rossi" socialdemocratici del cancelliere uscente. A uscire vincitori sono i "gialli" liberali della Fdp – che raggiungono il 10% delle preferenze –, così come i “verdi” e i "rossoscuri" del Partito della Sinistra che possono ritenersi soddisfatti del loro 8% di preferenze ciascuno.
Coalizione tricolore o jamaicana? Tutto è possibile
Chi sarà il Cancelliere? Né i conservatori né il governo rosso-verde, incapace d'ottenere la maggioranza dei voti. I partiti devono concludere delle alleanze se vogliono governare. Le combinazioni di colore più incredibili sono ormai realtà: potrebbe uscire una coalizione rosso-nera (Spd e Cdu), oppure una coalizione tricolore (Spd, Verdi e Fdp). Allo stesso tempo, senza bisogno di assumere droghe leggere, possiamo immaginare un'alleanza "jamaicana", dai colori della coalizione che la formerebbe: nero per la Cdu, verde per i Verdi e giallo per l’Fdp. Una coalizione che disporrebbe di seggi a sufficienza per aggiudicarsi le redini del Bundestag, e quindi del Paese.
L'enigma rimane comunque irrisolto: chi sarà il prossimo Cancelliere? Angela Merkel, che ha ottenuto il 3% in meno di Edmund Stoiber, candidato della Cdu alle elezioni del 2002, è la grande perdente di queste elezioni. Gli uomini forti della Cdu (che sono stati eletti al governo delle regioni della Germania federale) potrebbero addirittura rimpiazzarla con un altro candidato al posto di Cancelliere. E nel caso della suddetta alleanza tricolore il nuovo Cancelliere altri non sarebbe che il vecchio Gerhard Schroeder.
La gioia di Ankara
Nessuno in Europa vuole rallegrarsi di queste elezioni incolore. Tony Blair contava su un governo tedesco di coalizione nero-gialla disposta ad appoggiare le sue aspirazioni in favore di un'Europa liberista. Cattive notizie anche per Nicolas Sarkozy, candidato alle presidenziali francesi del 2007. Il quale cercava, alla stregua della Merkel, di riparare alle "pecche dello Stato Sociale"; e dunque sperava in un’eclatante vittoria di quest'ultima. Invano. Solo Ankara può rallegrarsi della situazione. Anche se la Cdu riuscisse a piazzare un membro del suo partito alla Cancelleria, non riuscirebbe comunque ad ottenere voce in capitolo nell'imporre il suo punto di vista in materia di adesione della Turchia all’Ue.
Fiaccata dalla crisi, l'Unione Europea non potrà probabilmente puntare sulla dinamicità di uno degli Stati membri più potenti. La Germania si concentrerà sulla propria politica nazionale per qualche anno, e sarà pertanto incapace d’ispirare ai suoi partner lo slancio di cui hanno bisogno. Certo, nessuno dei partiti papabili per assumere il governo del Paese prevede un cambiamento radicale della politica comunitaria ed estera di Berlino. Ma un governo instabile, dotato di un Cancelliere debole non farà di sicuro miracoli per la costruzione comunitaria. Un passo falso per la Germania. E per l’Europa tutta.
Martin Schneider - Berlin - /www.cafebabel.com/it
La lotta di classe nella società dello spettacolo
Giocare con le regole dell'avversario. Solo questo si può fare in un mondo dominato pervasivamente dalla televisione, nel quale “anche l'ultimo degli imbecilli avrà i suoi dieci minuti di celebrità”. Lo sa bene il movimento contro la globalizzazione, che ha compreso l'importanza dello scontro simbolico con il potere, disvelando il patetismo in malafede delle lotte armate e delle violenze politiche di casa nostra.
Fase uno. Annuncio ad alzo zero che anche i movimenti presenteranno un loro candidato alle primarie del centro-sinistra.
Sarà un candidato con tante identità e perciò a volto coperto, dice la notizia, che rappresenterà gli operai col posto di lavoro minacciato, i giovani interinali e precari, i migranti segregati nei CTP e tutte le altre fasce deboli della popolazione.
La notizia rimbalza su tutti gli organi d'informazione come mai avrebbe potuto fare un comunicato stampa, facciamo conto dei Disobbedienti, e suscita inquietudini di varia natura.
Fase due. In zona Cesarini, sul filo di lana della presentazione delle diecimila firme necessarie per correre alle primarie, contornati da un nugolo di giornalisti e cineoperatori a cui non pare vero di movimentare la pappetta politichese con un colpo di teatro, si presentano con quindicimila firme gettate alla rinfusa in un carrello, di quelli per la spesa al supermercato.
Sono in due. Con un intelligente scambio simbolico, la candidata legale e registrata, Simona Panzino, dichiara di essere solo la prestanome del candidato effettivo che però ha il volto coperto da un passamontagna “simil Marcos”, iridato con i colori della bandiera della pace.
Un risultato mediatico travolgenmte con il minimo sforzo a dimostrazione di come, conoscendo il funzionamento della società dello spettacolo, con piccole e strategiche iniziative fatte in casa, si possa dar vita allo spettacolo della società, comunque e inevitabilmente alla televisione.
di Antonio Ruggieri /www.megachip.info
Storie dalla campagna bosniaca
Gli abitanti di Majetici, piccolo villaggio del comune di Cazin (Bosnia occidentale), hanno deciso di fare da soli. Con l'aiuto della diaspora hanno riparato le case distrutte dalla guerra, costruito un centro sociale e asfaltato le strade. E i vicini non capiscono come vi siano riusciti …
Di Kemal Coco, Oslobodjenje, 29 agosto 2005; traduzione dal bosniaco di Ursula Burger Oesch per Le Courrier des Balkans
Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Carlo Dall'Asta
Cos'è successo in questo piccolo villaggio, di cui solo sei anni fa la gente parlava come di un paesino dimenticato, in cui andava solo chi c'era proprio costretto, dato che l'unica via di accesso era una strada sterrata? Alcuni prevedevano che il fiume Una avrebbe dovuto scorrere ancora a lungo, prima che gli abitanti di Majetici «tornassero alla ragione», e ancora più a lungo prima che essi si riunissero intorno a un qualsiasi progetto.
Orgogliosi del loro Centro Sociale di villaggio
Beco Mesic, presidente del Consiglio per la costruzione del Centro Sociale racconta: «Per dirvelo francamente, io stesso non so come questo si sia prodotto. Quando ci siamo riuniti sul campo erboso dove oggi si situa il nostro Centro, e quando io sono stato eletto presidente del Consiglio per i lavori, pensavo che il nostro tentativo non avrebbe portato a nulla. Tra grandi ansietà ho organizzato la prima operazione, di scavo per le fondamenta. Credevo che ci sarebbero stati cinque, al massimo sei abitanti del villaggio. Non potevo credere ai miei occhi quando ho visto riuniti tutti gli abitanti, ovvero tutti gli uomini abili al lavoro. In una giornata abbiamo scavato le fondamenta e ci siamo accordati per il prosieguo dei lavori. Ora noi abbiamo il nostro «grattacielo» nel cuore del villaggio.
Si tratta del Centro Sociale (drustveni dom) in cui abbiamo dei locali per un ambulatorio medico, due appartamenti di tre stanze per il dottore e l'infermiera, una sala da riunioni per i giovani, i locali dell'amministrazione locale (mjesna zajednica). Inoltre, stiamo per cominciare la costruzione di un piccolo campo da calcio, nonché di un campo da pallavolo, da basket e per altri sport. Riceviamo sovente delle delegazioni che arrivano da quasi tutti i villaggi della Krajina per chiederci come siamo riusciti a costruire il nostro Centro. È vero, abbiamo ricevuto il prezioso aiuto dei nostri compaesani che vivono all'estero. Essi hanno garantito una somma di 170.000 marchi convertibili (circa 85.000 euro, NdT) per l'acquisto del materiale, mentre da parte nostra noi abbiamo fatto tutti i lavori necessari».
Beco Mesic cede poi la parola a Nurija Begic, presidente del Consiglio della mjesna zajednica di Majetici: «Da un paesino sperduto della Krajina bosniaca, noi siamo diventati un villaggio europeo in cui si ha piacere a vivere, perché noi abbiamo tutto quello che ha la gente delle grandi città. Abbiamo l'acqua in ogni momento, il telefono in quasi tutte le case. Abbiamo anche posato l'asfalto su una decina di chilometri della strada che ci collega alla strada nazionale Bihac-Cazin, abbiamo asfaltato tutte le nostre strade più importanti, rifatto l'edificio della scuola, come anche le dieci case danneggiate durante la guerra. Inoltre abbiamo costruito un trentina di case, che non sfigurerebbero nel centro stesso di Parigi. Semplicemente, il nostro villaggio è diventato irriconoscibile».
Nurija Begic aggiunge che a Majetici ci sono 340 case e un numero leggermente superiore di altre proprietà, che un centinaio di persone del villaggio lavorano in Germania e in Austria, e un uguale numero in Croazia e Slovenia, mentre il resto degli abitanti sono agricoltori.
«Per me il più grande successo è il fatto che noi siamo riusciti a fermare l'esodo dei giovani dal villaggio. Oggi ci sono pochi giovani che vogliono lasciare Majetici. La terra fertile ha attenuato la voglia di partire e in molti giovani si nota sempre più la voglia di dedicarsi all'agricoltura. Ora che abbiamo una strada asfaltata, tutto è vicino. Bihac, Cazin e ogni città d'Europa», racconta Nurija Begic, che ammette che la concordia che regna tra i suoi vicini lo incanta. Egli afferma che non esiste un solo problema a cui questa gente non troverebbe una soluzione.
«Noi abbiamo capito che uniti possiamo fare molto, e divisi molto poco. E siamo tutti uniti dal desiderio di rendere il nostro villaggio il più bello possibile, di avere tutto quello che ha la gente delle grandi città», afferma categorico Beco Mesic, che aggiunge che resta ancora un bel po' di lavoro da fare per la costruzione del Centro (l'ambulatorio medico è la sola parte del tutto finita), ma è convinto che ciò non rappresenti alcun problema e che quest'edificio sarà interamente completato da qui a fine anno.
Un magnifico esempio
Gale Beganovic, abitante di Miostrah, un villaggio vicino, che da vent'anni lavora in Germania, ha dimostrato che gli altri abitanti della Krajina bosniaca apprezzano e ammirano la gente che vive in concordia. Un giorno ha bussato alla porta dell'ufficio della mjesna zajednica e ha consegnato 10.000 marchi convertibili (circa 5000 euro, NdT) tra le mani del presidente del Consiglio: «Spero che la concordia che regna da voi, e la voglia di rendere i nostri villaggi più belli, "contagerà" anche i miei vicini di Miostrah, e che il nostro villaggio venga anch'esso collegato con una strada asfaltata. È vero, c'è stata la tentazione di seguire il vostro esempio, ma la discordia ha ucciso qualsiasi iniziativa. Voi avete fatto per noi la metà del lavoro, perché per accedere alla strada nazionale Bihac-Cazin, noi dobbiamo passare da Majetici…»
Un «villaggio europeo» nel mezzo della Krajina di Cazin (che corrisponde alle municipalità di Velika Kladusa, Buzim e Cazin), così la gente della Krajina descrive il villaggio di Majetici, sottolineando la grande concordia che regna tra gli abitanti di questo villaggio. www.osservatoriobalcani.org
Buonismi
A Berlino ci sono molti giovani che hanno pochi soldi e per strada ti fermano per chiedere qualche centesimo o una sigaretta. Non riesco a dir loro di no, ma la cosa diventa piuttosto costosa! Sono persone cortesi, e quando le aiuti si mostrano grate, sorridono un sacco e si fermano anche a parlarti in tedesco o inglese.
Ad Hackescher markt un ragazzo si avvicina pure con un euro e mi vuole comprare una sigaretta: ma prendila pure la sigaretta, ci mancherebbe che voglio dei soldi in cambio – siamo tutti più o meno sulla stessa barca.
Ieri sulla U-Bahn un signore ha chiesto qualche soldo e io mi sono, per l’appunto, mostrato indifferente. Poi questo si è seduto accanto a me, a spazzolarsi i capelli con cura: la sua pulizia, la sua faccia simpatica, la sua cortesia nel silenzio composto del vagone e la buffa situazione di uno che si spazzola i capelli sul treno mi hanno fatto pentire di questa indifferenza. In fondo aveva dei modi gentili e, se è vero che io sto risparmiando soldi per avere un pavimento a casa, non saranno quei pochi centesimi a impedirmi di avere questo lusso.
Succede così, e io inizio a pensare che questa casa è troppo grande e mi sento a disagio perché me la sono voluta permettere, quando tanti fanno fatica a spendere 150 euro al mese per un WG. Magari sono solo ragazzi che si sono lanciati come me alla volta di Berlino, ma gli è andata meno bene di quel che pensavano. A volte quasi mi vergogno di avere la bicicletta così bella, pensando che anche quella scassata poteva bastarmi, magari quella lì che ha la ruota sbilenca a darle quel carattere essenziale.
Chissà perché a Milano non pensavo così, e anzi avere una bicicletta elegante e da mostrare mi sembrava fosse cosa importante. Probabilmente ho frequentato la gente sbagliata, o probabilmente è difficile, a Milano, uscire da questo giro perverso della ricchezza ostentata. Ci sono ancora a Milano quelli che chiedono 5 euro per la benza del motorino? Quelli che ti chiedono soldi, eppure non te la contano giusta e vogliono farti fesso? A Milano non si inchinano in ampi sorrisi, né ti augurano shöne Abend o ti ringraziano con una pacca sulla spalla. Si prendono i soldi mesti, maleducati e scortesi: sono le vere incolpevoli vittime della città che vive nel denaro. http://de.bellavite.com/
OGNI LIMITE HA LA SUA PAZIENZA
Un presidente del consiglio esasperato parla di ''metastasi'' nella sua maggioranza e di pazienza alla fine.
E così, senza grandi clamori, il governo sta mettendosi in linea con il Paese: in recessione.
La riforma Moratti sugli istituti superiori viene rinviata di un anno, con buona pace e grande incertezza di tutti quegli studenti che dovranno decidere dell'indirizzo di studi da intraprendere dopo le medie.
La legge elettorale in senso proporzionale, orfana perfino di un qualsivoglia padre/estesore, rende perplesse le direzioni dei partiti della CdL e i singoli deputati del centrodestra temono di non essere più rieletti.
Il partito unico della destra è perseguito ancora dal presidente del Senato che, essendo negli USA, non si è consultato con Mr. B. il quale proprio oggi ha rinviato tutto a dopo le elezioni.
La riforma costituzionale, oggi all'attenzione della Camera, viene rinviata.
La legge finanziaria, basilare per tentare un rilancio della asfittica economia nazionale, è lontanissima da una definizione e si ha come l'impressione che il ministro dell'economia tema di presentarla per evitare l'assalto alla diligenza in funzione delle clientele elettorali da accontentare.
Dunque, avanti piano, quasi indietro.
Simona Giovannozzi
Le prime elezioni parlamentari
di Syed Saleem Shahzad
“Ma c’è qualcuno che vuole chiedere a questi candidati dove hanno preso i soldi per farsi i cartelloni elettorali e imbrattare tutta la città?", chiede un carrettiere di Kabul
Gli elettori hanno votato. Ora comincia l’arduo compito del conteggio dei voti delle prime elezioni parlamentari in oltre trent’anni di storia dell’Afghanistan, per verificare come le “schede del potere” si distribuiranno tra i 249 seggi dell’Assemblea Nazionale (la ‘Wolesi Jirga’) e tra i 32 consigli provinciali.
12.5 milioni di cittadini afgani hanno posseduto i requisiti per presentarsi alle urne. Le prime stime parlano di un tasso di partecipazione al voto che oscilla tra il 50% e il 65% del totale della popolazione, abbastanza distante dal 70% raggiunto l’anno scorso in occasione delle elezioni presidenziali che confermarono nel paese la posizione leader di Hamid Karzai.
I risultati definitivi non si conosceranno fino al prossimo mese.
“Volendo fare un confronto, l’affluenza alle urne in queste elezioni è decisamente minore rispetto a quella che aveva caratterizzato le presidenziali dello scorso anno”, dichiara ad Asia Times on Line Ahmed Nadri, presidente dell’organizzazione ‘Free and Fair Election Foundation of Afghanistan’ che ha inviato nel paese più di 5.000 osservatori internazionali per monitorare l’appuntamento elettorale.
“A parte le questioni di sicurezza, vi erano altri altri fattori – tra cui indiscutibili violazioni commesse dai candidati – che avrebbero potuto interferire con il corretto svolgimento delle elezioni”, sostiene Nadri.
Funzionari di pubblica sicurezza statunitensi e afgani hanno dichiarato che alcuni scontri con combattenti talebani avvenuti domenica, il giorno delle elezioni, hanno causato la morte di tre militanti e di due poliziotti nella provincia orientale di Khost.
Il Ministro della Difesa francese ha riferito che in un altro incidente avvenuto nella regione meridionale del paese il giorno precedente alle elezioni un soldato delle forze speciali francesi è stato assassinato.
A Kabul due missili sono caduti all’interno del centro operativo delle Nazioni Unite in Afghanistan poco dopo l’apertura dei seggi elettorali. Uno dei due missili è deflagrato e ha incendiato un magazzino, l’altro non è esploso.
Il servizio di sicurezza predisposto nei 6.200 seggi in tutto l’Afghanistan contava la presenza di 30.000 truppe complessive, tra cui 20.000 guidate dagli Usa e 10.000 dalla Nato.
Negli ultimi mesi prima delle elezioni sono morte più di 1.000 persone.
Le operazioni di voto sono iniziate alle 6.30 del mattino nelle moschee e nelle scuole: a metà mattina le strade di Kabul erano deserte, nonostante gli abitanti della capitale siano soliti essere piuttosto mattinieri.
L’unico grosso assembramento era quello formatosi attorno alla residenza dell’ex-ministro dell’interno dell’Afghanistan e leader del New Afghanistan Party (Hizb-e Afghanistan-e Nawin) Younus Qanooni, dove si erano radunati decine e decine di suoi sostenitori.
Qanooni, tagiko, guida il National Understanding Front. Lo scorso ottobre si candidò alle elezioni presidenziali contro Hamid Karzai e collezionò il maggior numero di voti dopo quello del Presidente.
L’amministrazione afgana si è duramente impegnata a motivare i propri cittadini in occasione dell’appuntamento elettorale.
La corrente elettrica a Kabul è disponibile solo per tre ore al giorno. Tuttavia domenica l’elettricità è stata assicurata per tutta la giornata in modo da permettere alla gente di assistere ai programmi della rete televisiva nazionale e sentirsi spronata ad andare a votare.
“Perché dovrei andare a votare?”, chiede Hameedullah, un autista di Kabul. “Ogni persona che conosco mi dice che non crede in queste elezioni”. “Quella gente saccheggia le finanze nazionali e le loro mani sono sporche del sangue dell’umanità”.
Circa 5.800 candidati – tra cui ex-uomini politici, mujahideen e persino rappresentanti talebani – non hanno riconosciuto la validità delle elezioni. Unicamente in virtù delle loro risorse, essi si sentono in diritto di padroneggiare nella composizione della nuova Assemblea Nazionale.
“Ma c’è qualcuno che vuole chiedere a persone come Younus Qanooni o come il professor Abdul Rab Rasolo Sayyaf (un leader Pashtun) dove hanno preso i soldi per farsi i propri cartelloni elettorali e imbrattare tutta la città? Oppure c’è qualcuno che vuole chiedere perché le nostre infrastrutture qui a Kabul sono così malmesse malgrado vengano spesi milioni di dollari in investimenti stranieri e come fanno tutti questi candidati a ostentare le loro auto nuove fiammanti?”, chiede Hameedullah.
Fonte: http://www.atimes.com/atimes/Central_Asia/GI20Ag01.html
Tradotto da Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media
Giochi Preziosi
Affari&Pallone. L’ex presidente del Como agli arresti domiciliari con l’accusa di bancarotta fraudolenta. E adesso spunta anche il nome di Luciano Moggi
Emiliano Sbaraglia
Dopo mesi di bagarre nelle aule di tribunale impegnate a emettere sentenze e valutare ricorsi, il grande circo pallonaro nazionale sembrava finalmente essere riuscito a dare avvio a questa stagione, lasciandosi dietro le spalle una estate arroventata più che dal caldo, per gli infiniti veleni e le stucchevoli polemiche. Ma un nuovo colpo di scena torna a distogliere l’attenzione degli sportivi dal rettangolo verde, per spostarla verso protagonisti e situazioni che con il calcio non dovrebbero aver niente a che fare, e di cui tutti faremmo volentieri a meno.
La notizia riguarda l’ex presidente del Como e tuttora presidente del Genoa Enrico Preziosi, al quale stavolta è stata notificata un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari, nell’ambito dell’inchiesta riguardante la bancarotta seguita al fallimento del “Calcio Como 1907 spa”, decretato dal tribunale di competenza il 22 dicembre scorso. Preziosi era stato iscritto sul registro degli indagati della procura di Como a maggio, e già allora un puntuale approfondimento giornalistico del settimanale l’Espresso, aveva ricostruito le torbide trame della vicenda.
I fatti contestati all’imprenditore si rivolgono alla gestione finanziaria del biennio 2002-2003, durante il quale il patrimonio della società lariana si sarebbe fortemente impoverito, soprattutto a causa di una serie di inspiegabili cessioni di numerosi giocatori, molti dei quali in pratica regalati al Genoa, all’epoca già nelle mani di Preziosi.
Nella stessa inchiesta, sono inoltre indagati anche Aleandro Dall’Oglio, successore di Preziosi alla presidenza del Como, e l’amministratore della società Massimo D’Alma, quest’ultimo accusato di bancarotta semplice. Ed è stato lo stesso Dall’Oglio a chiamare in causa la potente e spesso intoccabile figura del calcio (o meglio del calciomercato) italiano, il direttore generale della Juventus Luciano Moggi.
Secondo la sua versione dei fatti, nel 2003 Moggi e Preziosi firmarono una scrittura privata, nella quale si programmava il passaggio di due giocatori del Como (Pederzoli e Piccolo) alla società bianconera, che però si realizzò quando il contraente aveva già passato la mano al suo successore, il quale invece della cifra pattuita con la Juventus, circa 1.600.000 euro per entrambi gli atleti, si ritrovò con la somma di soli ventimila euro nelle casse, frutto del precedente accordo siglato. La difesa del dirigente juventino, raccolta dal pm il 30 luglio, si è debolmente riferita al semplice valore di opzione della scrittura privata in questione, che andava subordinata a una valutazione di mercato complessiva dei giocatori, che a fine stagione venne stabilita di 10000 euro ciascuno.
Facile immaginare, come accaduto molte volte nella triste storia delle partite del nostro calcio giocate fuori dagli stadi, che alla fine chi ha già contratto posizioni oramai legalmente indifendibili (il Genoa è drammaticamente passato da una promozione in massima serie alla retrocessione d’ufficio in serie C), proseguirà la sua meritata discesa agli inferi della giustizia sportiva, seppur colpevolmente in ritardo; mentre chi da quasi trent’anni riesce a sguazzare nel mare marcio degli affari sporchi, attraverso l’espediente di ventidue uomini che corrono dietro a un pallone, anche stavolta riuscirà a cavarsela con qualche piccola lesione all’immagine pubblica, presto rimarginata da zelanti cronisti e amici importanti. /www.aprileonline.info
settembre 20 2005
Il Polo apatico
ILVO DIAMANTI
da Repubblica - 20 settembre 2005
È RISCHIOSO dare per scontato l´esito di una consultazione che avverrà fra qualche mese. Molte cose possono avvenire, prima di allora. Senza dimenticare che, più dei voti, contano i seggi. E la conversione dei voti in seggi dipende da leggi elettorali che possono cambiare, come ci rammentano le iniziative politiche dell´ultima settimana. Tuttavia, le stime fornite dai sondaggi, realizzati da tutti i principali istituti demoscopici (per ultimo, l´Ispo di Renato Mannheimer) spingono gli osservatori, oltre ai protagonisti politici, a sbilanciarsi nelle previsioni.
Neanche il Polo crede alla rimonta
Credibilità di Berlusconi a picco: è questo l´handicap del centrodestra
La legge elettorale "su misura" è un altro segno di debolezza
Tanto chiaro e netto risulta il vantaggio a favore del centrosinistra.
Un dato confermato anche dall´indagine dell´Atlante politico di Repubblica, condotta da Demos-Eurisko nei giorni scorsi, che, nelle intenzioni di voto degli italiani, vede l´Unione prevalere del 7,5% nel proporzionale; di oltre il 9% nel maggioritario. Una misura ampia e pressoché stabile, negli ultimi mesi. Sottolinea che la maggioranza di governo oggi è minoranza fra i cittadini. Questa tendenza ha cause note.
Anzitutto, la delusione, diffusa nella società e nella stessa base elettorale del centrodestra. Un atteggiamento che viene da lontano. D´altronde, non è da ieri che il centrodestra, nelle stime di voto, è superato dal centrosinistra. Solo che, fino a un anno e mezzo fa, appariva in svantaggio soprattutto nel maggioritario, per la difficile coesistenza fra le diverse formazioni - e opinioni - politiche presenti nella Cdl. Nel proporzionale, invece, "teneva", anche se con crescente difficoltà. Non a caso, alle elezioni europee del 2004, dove si vota con il proporzionale, i due schieramenti si erano equivalsi (anche se il centrosinistra aveva, comunque, recuperato in modo significativo, rispetto al 1999). In seguito, però, i sondaggi hanno rilevato il progressivo calo dei consensi per il centrodestra anche nel proporzionale. Così, il centrosinistra è passato in vantaggio, stabilmente, sia nel maggioritario sia nel proporzionale. Una tendenza resa evidente non dai sondaggi, ma dal voto reale, alle elezioni regionali di aprile. Dove il centrodestra ha perduto sia nel calcolo dei presidenti eletti, sia conteggiando il voto ai partiti.
La prima causa di questo andamento, dal punto di vista dell´analisi elettorale, è costituita dal crollo di Forza Italia. Aveva sfiorato il 30% alle elezioni politiche del 2001 (e il 25% alle europee e alle regionali degli anni precedenti), è scivolata al 18%, secondo il sondaggio di Demos-Eurisko. Un dato inferiore a quello, mediocre, ottenuto alle regionali. Gli alleati (si fa per dire…) della Cdl, invece, confermano il risultato conseguito alle regionali. Alcuni migliorano (An e Udc), altri (Lega) scendono di poco. Senza, tuttavia, drenare le perdite della coalizione. La loro affermazione rende, anzi, più ardua la coabitazione. Perché, se la colla fornita da Fi diminuisce di consistenza, allora i pezzi del puzzle appaiono incapaci di stare insieme, incastonati nella stessa cornice. La debolezza del partito network, peraltro, rende difficile la comunicazione fra il governo e la società.
Alla base del calo dei consensi a Fi c´è la crisi di credibilità di cui soffre la sua principale, ormai unica, fonte di identità. Il Presidente; il premier Silvio Berlusconi. L´indagine dell´Atlante politico mostra, infatti, come, nei suoi confronti, esprima fiducia il 32% dei cittadini (intervistati). Si tratta del livello più basso, da un anno a questa parte. Fra i leader del centrodestra, lo superano, largamente, Fini e Casini, mentre Follini e perfino Bossi lo affiancano. Il fatto che anche Prodi, per grado di fiducia, fra gli elettori di centrosinistra sia superato da altri leader (Veltroni e Fassino), non ridimensiona il deficit di consenso del premier. Perché Prodi ottiene, comunque, un consenso personale superiore al presidente del consiglio. Perché, inoltre, contrariamente a Berlusconi, egli è, comunque, riconosciuto dagli elettori dell´Unione come candidato indiscusso, alla presidenza del consiglio. Perché, infine, Berlusconi non è un capo-condominio, ma il padrone di casa. Il proprietario. E mal sopporta, per questo, un sostegno dimezzato dai suoi elettori.
La crisi della leadership, di Fi e del centrodestra, tuttavia, richiamano, nell´insieme, quel clima di delusione, cui abbiamo fatto riferimento. Quel disincanto, che da sottile si è fatto via via più greve e pesante. Un malessere endemico. Una bruma grigia, che si è depositata nella società. E oscura ogni orizzonte: lontano e vicino. A livello economico, di sicurezza; in ambito nazionale e familiare. Non ci credono più, i cittadini, che qualcosa possa cambiare in meglio. Non credono più alla diminuzione delle tasse, alla ripresa dei mercati e del sistema produttivo. Neppure alla crescita degli occupati (o al calo dei disoccupati). Nonostante le statistiche registrino una - seppur timida - ripresa. Non se ne accorgono, gli italiani. Ascoltano, disattenti, i discorsi dei ministri e del premier. Raccolgono, diffidenti, le notizie che giungono dai mercati e dalle borse. Perché troppe volte Pierino ha gridato "Al lupo!". Adesso non gli credono più. Hanno perso la fiducia. E la fiducia, in politica, è tutto…
Per cui la maggioranza rischia di non ricavare i benefici attesi neppure da iniziative istituzionali estemporanee. Come il recente progetto di riforma elettorale, delineato dall´Udc. Un singolare caso di proporzionale-maggioritario, che dovrebbe garantire rappresentanza ai partiti, rispettandone l´autonomia e il peso reale, ma impone loro di allearsi preventivamente e ripropone il meccanismo, tipicamente maggioritario, del premio di maggioranza… Tuttavia, per quanto favorisca il centrodestra, non è detto che ne garantisca la vittoria. Non solo perché, se la riforma passasse, probabilmente i piccoli partiti del centrosinistra troverebbero un antidoto allo sbarramento del 4%. Aggregandosi fra loro, oppure con i partiti maggiori. Ma anche perché, se le tendenze elettorali dell´ultimo anno si confermassero, il centrodestra rischierebbe, comunque, di perdere. Come lascia intendere questa indagine.
Perché, infine, è passata fra la gente l´idea che si tratta di una legge "ad personam", costruita dalla Cdl su misura delle proprie specifiche esigenze. Come emerge dal sondaggio dell´Atlante politico (ma anche un recente sondaggio di Ipsos per Ap. Com). E, per questo, appare un ulteriore segno di vulnerabilità. Un´ammissione di debolezza. Un messaggio sconfortante e sconfortato.
Così, questa lunga vigilia che precede il voto del 2006 ricorda una gara di cui si conosce, con largo anticipo, il risultato. Vincitori e vinti. I quali, già oggi, si comportano come tali. Il centrosinistra: sicuro di vincere e - anche per questo - perfino un po´ "antipatico" (come suggerisce Luca Ricolfi, in un saggio pubblicato di recente da Longanesi). Il centrodestra: rassegnato; e "apatico". Ma la campagna elettorale è ancora lunga. E, dopo la lezione del voto tedesco, conviene coltivare la virtù della prudenza, al centrosinistra. Per vincere le elezioni, oltre ai sondaggi.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Non basterà cacciare Berlusconi
intervista con Sabina Guzzanti di Roberta Ronconi ( da Liberazione)
Ieri Sabina Guzzanti, assieme al produttore Valerio Terenzio, allo “sponsor” Francesco Maselli, alla giornalista francese Marcelle Padovani e al collega tedesco Udo Gumpel, oltre ai coraggiosi distributori della Lucky Red, hanno presentato Viva Zapatero alla stampa. Dopo l'exploit di Venezia, sono arrivati già con i primi risultati in mano: il film è stato acquistato in Spagna, Francia, Svizzera e invitato a partecipare al prossimo festival del cinema di San Sebastian. Viva Zapatero non è ancora uscito ma già ha cominciato a sollevare un bel po' di polvere.
Guzzanti, ci devono essere stati dei momenti difficili durante la realizzazione, ad esempio per recuperare alcuni materiali di archivio Rai. Non devono averteli dati facilmente.
Una volta bastava chiederli e poi comprarli, i materiali della videoteca. Da qualche
anno, soprattutto se sono di contenuto politico o berlusconiano, sono sotto una sorta di sequestro. Ho tentato persino di acquisirli sotto false spoglie, dichiarando che erano per un documentario su “Media e cristianità”, ma non ci hanno creduto.
Poi, durante l'interregno di Alessandro Curzi alla presidenza, ho provato a chiedergli aiuto e lui me l'ha dato.
La stampa spagnola prima che a Venezia si vedesse il film, pensava fosse un documento sul loro presidente ed erano molto eccitati. In realtà, tu hai scelto questo titolo perché...
Perché effettivamente volevo fare un omaggio a un politico che, una volta eletto, ha fatto alcune delle cose che aveva promesso in campagna elettorale. Da noi una cosa del genere non è mai successa. Forse è il caso di ereditare questa bella usanza dalla nuova Spagna. E poi, è un piccolo omaggio anche al film “Viva Zapata! ” e a Marlon Brando.
Dalle prime impressioni raccolte in sala, si evince una grande soddisfazione da parte del pubblico nel veder “dissacrati” sullo schermo, non solo i soliti uomini della destra, ma anche qualche intoccabile di sinistra. Tra tutti, Luciano Violante e Claudio Petruccioli. Hai avuto già qualche rimostranza dall'opposizione di governo?
Non ancora. Ma non è la prima prima volta che un certo tipo di obiezioni vengono mosse all'opposizione. In realtà la gente di sinistra è già molto tempo che esprime il suo disappunto. Il problema è che non ha i mezzi per mostrarlo e per parlarne.
Vorrei chiedere a Marcelle Padovani,che ha partecipato attivamente a questo progetto, se ne ha ricavato un'immagine dell'Italia ancora più disperante di quanto già non sapesse.
Al contrario, “Viva Zapatero” ci ha rassicurati. L'orologio italiano è fermo al 2001 e da allora tutte le nostre più fosche previsioni si sono avverate. Sabina è partita dal racconto del suo caso e dalla sua indignazione per poi allargare la visione e darci un quadro generale su ciò che è rimasto della libertà di espressione nel vostro paese. “Viva Zapatero” resterà l'unico atto serio e documentato sull'era del berlusconismo e sui guasti che ha prodotto.
Faccio la stessa domanda a Udo Gumpel.
Non è bello che un osservatore straniero si metta in cattedra e dica ad un altro popolo e ad un altro paese quella che secondo lui è la verità. Posso dire però che quello che si nota in modo abnorme è la differenza di libertà di espressione in tv tra l'Italia e gli altri paesi d'Europa. In Germania, ogni sera vengono trasmesse almeno almeno due ore di programmi di satira dove si sbeffeggiano pesantemente sia governanti che politici dell'opposizione.
Una cosa molto sana, che permette al pubblico di prendere la corretta distanza dalle enfatiche dichiarazioni dei politici.
Guzzanti, “Viva Zapatero” passerà in prima battuta per un film contro Berlusconi. In realtà i destinatari del messaggio sono altri, è molto più la sinistra e quello che sarà del dopo-Berlusconi.
E' così. Non basta mandare via Berlusconi e dire che così risolviamo tutto. No, prima devono dirci perché hanno permesso a questa persona di devastare il paese. Prima devono rispondere delle loro responsabilità, fare in modo che questo non si possa ripetere e devono ricostruire le fondamenta della nostra democrazia.
Cose non scontate. Guardiamo alla Rai... Prima che venisse eletto presidente Petruccioli, Fassino se non sbaglio aveva dichiarato che se si fosse trovato un accordo sulla presidenza, avrebbero lasciato quel Cda anche in caso di vittoria elettorale. Questo vuol dire che non hanno alcuna intenzione di operare dei cambiamenti veri. Il sistema a questo punto può cambiare solo se insistiamo noi, opinione pubblica.
Il resto è in mano a un'oligarchia, che non sono direttamente i partiti, ma alcune persone, sempre le stesse, quelle che scalano le banche. Tanto non c'è alcuna informazione in grado di controllarli. Controllarli e di contrastarli.
L'altra cosa che il tuo lavoro suggerisce con forza è che non basta delegare. Ma che è giunto il momento in cui ognuno di noi si deve prendere le proprie responsabilità è agire di conseguenza. Insomma, sembri rivolgere un messaggio chiaro di presa di coscienza proprio all'opinione pubblica di cui parlavamo.
Come scriveva il “New York Times” ai tempi delle grandi manifestazioni per la pace “l'opinione pubblica è l'unica altra grande superpotenza del pianeta”. E tra l'opinione pubblica, maggiore responsabilità ha chi può far sentire la propria voce, chi lavora nella stampa e nelle televisioni.
Voi giornalisti, per esempio.
Londra, Dublino, Stoccolma città aperte
Cosa accade nei tre paesi che hanno aperto le porte all’immigrazione dai nuovi Paesi membri?
Idee da vendere (Marcello) La fuga di cervelli dall’Est ha un colpevole. Anzi tre: Irlanda, Svezia e Gran Bretagna: gli unici Paesi membri della vecchia Europa ad aver aperto le porte all’immigrazione in provenienza dai 10 Stati che, dal 1° maggio 2004, sono membri dell’Ue.
Brain drain o semplice emigrazione?
Con quali risultati? Secondo un rapporto dello European Citizen Action Service pubblicato il 10 agosto scorso, dal 2004 l’aumento del flusso migratorio dall’Europa orientale assomiglia a un’invasione: 175.000 nuovi lavoratori immatricolati in Gran Bretagna, 85.000 nuovi numeri di sicurezza sociale rilasciati in Irlanda, quasi 22.000 permessi di soggiorno rilasciati in Svezia. Ma chi sono i nuovi “invasori”? L’identikit che traccia il rapporto è chiaro: giovani di età compresa tra i diciotto e i trentaquattro anni, soprattutto di sesso maschile. Ma, attraverso i dati Ecas, non è ancora possibile determinare se di “brain drain” si tratta: se cioè il nuovo flusso sia prevalentemente composto da una forza lavoro altamente specializzata. Quel che è certo è che dal 3 al 5% dei giovani del’Est che hanno conseguito un certificato d’istruzione di terzo livello lasciano il proprio Paese. L’entità di queste cifre è imputabile anche al fatto che gli altri Paesi d’Europa occidentale hanno preferito applicare un periodo di transizione nel quale le frontiere resteranno chiuse.
La razionalità degli economisti
Ma cosa spinge Paesi che non brillano per il loro euroentusiasmo ad aprirsi a chi, fino a pochi anni fa, viveva al di là della cortina di ferro? Il rapporto mette in rilievo come, già dal 1999, l’Irlanda impiegasse lavoratori provenienti dall’Europa orientale. Il gusto per una manodopera generalmente a basso prezzo non è quindi nuovo per il Paese della Guinness.
In Svezia, invece, un sondaggio effettuato nel 2004 da Eurobarometer rivelava il favore dell’opinione pubblica verso i nuovi arrivati: tanto da estendere anche a loro l’accesso ai sussidi sociali nazionali.
Quanto alla Gran Bretagna, poi, i dati dell’Home Office parlano chiaro. Londra apre le porte agli europei dell’Est a causa della carenza di offerta in certi settori del mercato del lavoro: camerieri, operai ma non solo. Tra i professionisti spopolano i dentisti.
Le paure della gente
a qual è la reazione della gente comune? Fino a che punto la razionalità (e la convenienza) economica dell’apertura delle frontiere è ben accetta, ad esempio, dalla popolazione britannica? 175.000 nuovi arrivati farebbero paura a chiunque: soprattutto a chi se ne aspettava soltanto 5-10.000, secondo le previsioni del governo inglese prima dell’allargamento.
In realtà, però, i nuovi “emigrati istruiti” non hanno intenzione di portar via il lavoro a nessuno: intendono semplicemente rimanere all’estero e formarsi per poi tornare a casa. Eszter, ungherese, assistente nell’area marketing di una società di scommesse online è approdata a Londra cinque settimane fa, con una laurea in business administration alla Budapest University of Economics and Public Administration. «Rimarrò qui ancora per uno o due anni e poi tornerò in Ungheria. Quest’esperienza farà molto effetto nel mio cv», spiega.
Le aspettative spesso non sono neanche tanto alte, come nel caso di Jozef e Silvia: sposati, slovacchi, una laurea in architettura d’interni lui, in marketing lei. Lavorano entrambi a Dublino: lui come architetto e designer di grafica tridimensionale, lei come agente nell’area vendite di una multinazionale. «Abbiamo un lavoro in linea con il loro grado d’istruzione, cosa che il nostro Paese non poteva garantirci», spiegano. «Ma vogliamo tornare in Slovacchia: spero che gli stipendi saranno migliori rispetto a quando siamo venuti in Irlanda», confida Jozef. Gli fa eco Silvia che, pur di tornare, si dichiara disposta anche a sacrificare parte del suo guadagno: purché sia «qualcosa di interessante».
E lo stesso dice Bernadett, di Budapest, laurea in economia, uno stage a Bruxelles, al Parlamento Europeo, ora a Lund, in Svezia, per un prestigioso master in economia ambientale. «Partirò alla fine del master per tornare in Ungheria. Voglio trovare a tutti i costi un lavoro che mi piace nel mio Paese».
Che britannici, irlandesi e svedesi facciano sogni tranquilli. L’immigrazione dall’Est sembra temporanea o “di passaggio”. Il bilancio dovrà esser fatto tra cinque-dieci anni. Quando i giovani cervelli dell’est potrebbero già aver ceduto il posto alle nuove leve dell’immigrazione. Giunte da chissà dove.
Monika Mura e Ilaria La Commare - London-Paris www.cafebabel.com/it/
*A proposito di primarie
Al dibattito sulle primarie, che ha alleviato le burrascose giornate di questa estate, è mancata una dimensione importante che attiene al "metodo democratico" previsto nei "rapporti politici" dall'articolo 47 della Costituzione.
L'attuale sistema che attua il diritto dei cittadini ad organizzarsi liberamente in partiti per concorrere a determinare la politica nazionale , compie l'atto essenziale della scelta delle candidature con metodo democratico? (Le parole in corsivo sono testo della Costituzione)
Nella giovane repubblica italiana degli anni quaranta, il sistema proporzionale era necessario e giusto, perché il paese era profondamente diviso dalle ideologie, i partiti erano nati da formazioni armate, il compromesso costituzionale era incerto e minato dalla guerra fredda e dalle tensioni internazionali, la guerra civile era un pericolo incombente. In questa situazione la norma, di per sé ineccepibile, "unicuique suum" era prudente e saggia. In tutti i paesi profondamente divisi la rappresentanza proporzionale aiuta a convivere.
Erano tempi in cui bastava che un colpo di pistola a Togliatti andasse a segno o che la pretesa dell'ambasciatore americano di mettere fuori legge il Partito Comunista come in Germania, fosse un poco più pressante, per scatenare una guerra civile e, forse, un conflitto mondiale.
Ma De Gasperi, nonostante la sua maggioranza assoluta, si accorse che, con la proporzionale, non si governa. Egli, firmata la pace ed ancorato il paese alla Nato, pensò che fosse giunto il momento di introdurre un premio di maggioranza per chi avesse già ottenuto la maggioranza. Sapeva già che la zattera provvidenziale della maggioranza assoluta alla D.C. non avrebbe retto a lungo.
Ma la cultura della perfezione proporzionalistica reagì rudemente ed, in quella situazione, a ragione. Non si poteva mantenere il sacro sistema proporzionale ed offenderlo nel suo risultato finale.
Sarebbe stato più giusto adottare il maggioritario con collegio uninominale, che è un principio diverso, ma coerente, di rappresentanza ( chi ha un voto in più, vince), come aveva proposto Luigi Sturzo in Senato.
Una discussione c'era già stata nella Costituente a proposito dell'articolo 47. L'articolo stabilisce che i partiti devono essere democratici. Ma la proposta originaria era che il sistema democratico dovesse presiedere alla scelta delle candidature e che fosse necessario questo "riconoscimento giuridico" per poter presentare le liste. Il Partito Comunista non poteva accettare questa formulazione, che era stata adoperata in Germania per metterlo fuori legge. E contropropose la proibizione della ricostituzione dal partito fascista , che è tutt'altro..
L'art. 47 restò monco e senza sanzioni. Ma ci si consolò, sapendo che con il sistema proporzionale, la scelta plurima dei partiti e la possibilità di esprimere diversi voti di preferenza, avrebbe garantito il metodo democratico richiesto. Ciononostante, di esclusioni feroci e faziose dalle liste ce ne furono ad ogni elezione.
La rappresentanza proporzionale (ed il suo scudiero Sancho Panza, il pragmatico Cencelli) divennero costume nazionale. Circolava una battuta. Riferivano a Donat Catin che i colonnelli avevano preso il potere e stavano per formare il Governo. Donat-Catin rispondeva :" Sia chiaro, a me ne spettano cinque!" (Talvolta sospetto che molti non vogliano affatto rifondare la DC, ma soltanto rifondare Donat Catin).
La costruzione culturale di Moro, la politica dell'attenzione, il confronto, le convergenze parallele avevano come dogma fondante l'unicuique suum, la proporzionale.
Quando apparve a tutti che non solo con la proporzionale non si governa, ma anche che con la proporzionale si trasferiva il potere democratico dalle istituzioni ai partiti, l'ondata dei referendum popolari impose il collegio uninominale, il sistema maggioritario, il bipartitismo. Del resto l'uccisione di Aldo Moro aveva di posto fine alla pax proportionalis.
Rimase insoluto un punto decisivo nel funzionamento democratico di questo nuovo sistema: chi designa legittimamente e democraticamente (secondo il dettato, ancorché monco, dell'articolo 47 della Costituzione) i candidati?
Gli ultimi sacerdoti di quel proporzionalismo, che aveva avuto il merito di aver salvato l'Italia dalla guerra civile, i coerenti morotei come il professor Leopoldo Elia e Sergio Mattarella , padre del mattarellum, aprirono in buonafede la strada alla possibilità di designare dall'alto, secondo una distribuzione proporzionale i candidati dei collegi uninominali, sulla base dei risultati, veri o presunti, della sopravvissuta quota proporzionale.
Ne sono derivati grandi mali. E' nato un bipartitismo di coalizione e non una dialettica fra due o tre grandi partiti. Le candidature sono graziosa concessione dei proprietari delle sigle che formano la coalizione. Il potere di veto delle minoranze marginali si è rafforzato come lamenta perfino Berlusconi dall'alto della sua maggioranza assoluta.( E come sperimentò Prodi con lo sgambetto di Bertinotti).
Non hanno tutti i torti i proporzionalisti a pretendere di tornare alla proporzionale. Questa mistura di maggioritario governato da regole proporzionalistiche è incoerente ed insensata.
Ma il danno più grave è che si è uccisa la rappresentanza territoriale. E' incredibile, ma vero. Il collegio uninominale che doveva radicare il parlamentare al suo territorio è diventato una abbazia commendataria , dove il papa manda i suoi nipoti non residenti a riscuotere il beneficio.
Ed il povero Sindaco che ha sulle spalle, per il modernissimo principio della sussidiarietà, tutto quello che lo Stato non fa, dai clandestini alle alluvioni, non ha più il suo deputato a cui ricorrere. E non ha neppure il vecchio Dirigente Provinciale degli Enti Locali del Partito, che era potentissimo presso i poteri centrali.
La solitudine del Sindaco! ( Pensate ai poveri Sindaci dei Castelli Romani che si vedono arrivare come candidato unico il, per altre misteriose vie, benemerito Zanda, che solo il venti per cento degli elettori è andato a votare. Che se ne fanno? Lo rivedranno mai più? )
Anche il Parlamento è privo di forza. E' umano che i parlamentari guardino con rispetto a coloro che rinnoveranno la loro candidature e non a coloro che li hanno eletti. Una delle mille lamentele del Presidente della Camera nei confronti di questo o di quel Ministro avrebbero causato subito la crisi in un Parlamento, forte della propria rappresentanza. Con un Parlamento debole ( e con un Presidente del Consiglio che, un giorno si ed uno no, minaccia: vi caccio dal collegio) la democrazia è in pericolo.
Orbene è in questo quadro che si pone il problema della primarie. Si tratta di stabilire chi è il legittimo padrone della designazione dei candidati, dal momento che la Costituzione, pur affermando che il metodo deve essere democratico, non dice il come.
In un contesto diverso , una grande democrazia, l'America, ha trovato una soluzione nelle primarie.
Ma anche in Italia chi non vuol recedere dal bipartitismo e non vuole tornare alla proporzionale deve introdurre un rimedio che restituisca la rappresentanza al territorio e renda forte il Parlamento.
Prodi ha capito che la sua designazione non poteva essere una intesa aristocratica da parte dei capi dei partiti della coalizione ed ha fatto bene, da buon dossettiano, a chiedere le primarie.( Dossetti, richiesto dal Cardinal Lercaro di candidarsi a Sindaco di Bologna nel 1956, accettò per obbedienza, ma pose la condizione che la sua candidatura fosse ratificata da elezioni primarie).
Forse Prodi avrebbe dovuto chiedere che le elezioni primarie si facessero in tutti i collegi uninominali. Ma siamo ancora in tempo.
E' troppo importante che anche i collegi siano assegnati con metodo democratico, come dice la Costituzione, non per una formale pignoleria, ma per restituirli alla potestà popolare.
E poi, per di più, se Prodi lo facesse, eviterebbe di arrivare esausto a venti giorni delle elezioni, impegnato ad una rissa infinita sui collegi, mentre Berlusconi impazza sui cartelloni di tutte le strade, come successe a Rutelli nel 2001.
Bartolo Ciccardini
Il primo medico contro la SARS
Lucia Bellaspiga, Ancora edizioni, 2005
Il 29 marzo 2003 un uomo moriva da solo in un reparto dell’ospedale di Bangkok, Thailandia. Era un medico ed era stato ricoverato in una stanza apposita, in isolamento. Nemmeno sua moglie, accorsa al capezzale dell’uomo in fin di vita da un altro Paese, era riuscita a stare al suo fianco nelle sue ultime 48 ore di vita; quell’uomo si chiamava Carlo Urbani e stava per diventare la prima vittima italiana della Sars, la sindrome da insufficienza respiratoria che solo nei sei mesi successivi alla prima manifestazione, contagiò quasi 8.500 persone, con più di 800 morti.
Sempre al capezzale dei malati. Era un medico, e per ironia della sorte era stato anche il primo esperto a diagnosticare a un malato questo virus fino a quel momento sconosciuto, un uomo d’affari di Hong Kong ricoverato nell’Ospedale francese di Hanoi, città dove Urbani era responsabile per la regione del Pacifico Occidentale per conto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Non sarebbe stato suo compito andare in un ospedale, ma quando i colleghi lo chiamarono a causa della sua esperienza in malattie infettive, non si tirò indietro: era un medico nato “per stare in corsia, in mezzo ai pazienti, non dietro una scrivania”, come amava ripetere agli amici nelle lettere. Specializzato in ‘Malattie infettive’, aveva dedicato tutta la sua carriera allo studio delle patologie parassitarie che uccidono milioni di persone nei Paesi in via di sviluppo e che sarebbero curabili con medicine dal bassissimo costo. Da dieci anni era consulente della ‘Oms’ per queste patologie ed aveva svolto diverse missioni per combattere malattie rare come la schistosomiasi, della quale era diventato un grande esperto; una malattia che colpisce gli apparati digerenti dei bambini di parecchi Paesi del Sud Est asiatico, portando alla morte per la rottura delle varici esofagee. La sua attività di operatore umanitario lo aveva fatto lavorare anche per ‘Medici senza frontiere’, tanto da arrivare a presiederne la sezione italiana nel 1999, ruolo nel quale farà parte della delegazione che nel novembre ’99 ritirerà a Oslo il premio Nobel per la Pace, conferito alla Ong francese. Dal 2000 si era trasferito in Indocina per conto della ‘Oms’, rinunciando alla carica di primario del reparto di ‘Malattie infettive’ nell’ospedale di Macerata.
Senza buonismo retorico. La giornalista Lucia Bellaspiga ha raccolto la storia di Carlo Urbani in un libro omonimo (‘Carlo Urbani. Il primo medico contro la Sars’) edito per i tipi di ‘Ancora’(174 pagine, 12 euro), con testimonianze di di chi è cresciuto al suo fianco e di chi lo ha conosciuto dal vivo nel corso degli anni della sua carriera professionale. Con scrupolo da cronista puntigliosa, Bellaspiga ha ricostruito gli anni dell’impegno umanitario del medico marchigiano, regalandoci un ritratto alieno da ogni retorica buonista, ma che rende il giusto merito alla personalità di chi rinuncia alla propria incolumità pur di non lasciare che una malattia sconosciuta venga isolata. Le ultime settimane di vita del dottore vengono ricostruite come un romanzo ricco di suspence, che suscitano l’interesse del lettore mentre la vicenda si dipana: dalla decisione di isolare i reparti dell’ospedale in cui era stato ricoverato il primo paziente, alle riunioni con il Governo vietnamita che Urbani cerca di convincere a varare un piano di emergenza nonostante gli svantaggi commerciali che ne verrebbero, ai sintomi della malattia che si manifestano in chi per primo la ha diagnosticata, fino alla estrema unzione impartita al cattolicissimo medico da un vescovo cattolico della curia thailandese. Un mese dopo la morte dell’unica vittima italiana, il Vietnam può affermare, primo Paese al mondo, di aver superato il rischio epidemia di Sars.
Così come era vissuto. In molte credenze orientali c’è il convincimento che la morte sia la naturale conseguenza della vita che uno ha vissuto. La maniera in cui la malattia ha consumato un uomo forte di 47 anni esemplifica il suo spirito di sacrificio, che lo portava fin da giovane specializzando ad organizzare spedizioni in Africa con i suoi colleghi nei mesi delle vacanze estive, per portare medicinali e cure alle popolazioni più isolate di Paesi come la Mauritania, da lui visitata più volte.
Con Le sue parole. Anche gli anni dell’impegno a‘Medécin sans Frontiéres’, che hanno segnato il lancio in grande stile di questa organizzazione umanitaria nel nostro Paese, con Urbani in prima fila nel denunciare il sistema perverso della ricerca farmaceutica e la scarsa attenzione delle grandi aziende per le sofferenze dei malati poveri. “Negli ultimi venti anni la ricerca ha sfornato 1.300 nuove molecole, ma solo 11 sono attive contro le malattie tropicali – sosteneva parlando del suo settore di specializzazione – solo lo 0,03 percento della ricerca farmaceutica è indirizzata verso le cinque principali cause di morte nel mondo”. Disse quando era da poco presidente di Msf Italia: “Il 90 percento del denaro investito in ricerca sui farmaci è per malattie che colpiscono il 10 percento della popolazione mondiale. Un paradosso su tutti: ogni anno le aziende farmaceutiche dedicano gran parte di fondi a patologie come obesità o impotenza, mentre malaria e tubercolosi, che da sole uccidono 5 milioni di persone l’anno nei Paesi in via di sviluppo, non attirano alcun finanziamento”. Il suo impegno è riflesso nel suo resoconto di una missione in Cambogia per conto della Oms, a combattere la schistosomiasi, che fa ingrossare le pance ai bimbi prima di ucciderli: “Girando nelle case, palafitte di legno o di bambù per i più poveri, incontriamo altri bambini, quelli che non hanno abbastanza forza per andare a schiamazzare al fiume. Sono seduti con lo sguardo più triste degli altri e la pancia ancor più grossa. L’ospedale più vicino è a due ore di piroga e poi bisognerebbe pagare le medicine, ma quassù soldi non ce ne sono. Non è facile avvicinare le persone, tutti sono diffidenti e un po’ spaventati. La strategia del terrore – dei khmer rossi di Pol Pot che uccisero due dei sette milioni di cambogiani – fa ancora sentire il suo alito; in questi villaggi è facile morire anche per molto meno: basta una diarrea o una polmonite”. Ai funerali di Urbani, nel suo paesino natale di Castelplanio, tremila anime, se ne radunano molte di più, tra di loro personalità importanti come il Segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan; tutta Italia aveva imparato a conoscerlo dopo la sua morte, che aveva richiamato l’attenzione dei media internazionali, facendo conoscere ai suoi concittadini un uomo che non ci aveva mai tenuto a stare in prima fila. Non conoscerlo adesso, non sfruttare l’occasione di apprendere dal suo esempio, sarebbe come perderlo un’altra volta.
Gianluca Ursini /www.peacereporter.net/
Prima l'accusa poi la difesa
di Norman Solomon
I media Usa mainstream non sono in grado di mettere in dubbio la legittimità dell’amministrazione Bush
In questo mese si è parlato a lungo dei giornalisti che hanno duramente criticato il Presidente Bush. Ed è vero che il giudizio negativo da parte di certi organi di stampa a seguito delle vicende relative a Katrina è stato piuttosto feroce.
Tuttavia, i media Usa mainstream non sono adatti a mettere in dubbio la legittimità dell’amministrazione Bush.
I maggiori mezzi d’informazione del paese riservano una notevole e incrollabile riverenza all’autorità presidenziale della Casa Bianca. Le grandi corporations dell’informazione Usa si sottomettono a tale autorità anche nel momento in cui si trovano a criticarla. Dopotutto, i mass media sono soliti frenare l’impeto delle proprie accuse nel momento in cui si ritiene che queste possano creare instabilità al sistema.
In un primo momento, quando il carattere letale della leadership di Bush divenne chiaro dopo i fatti di New Orleans, l’attenzione della stampa sulle responsabilità dell’amministrazione evitò di concentrarsi sul ruolo del Presidente.
Per diversi giorni, le vicende della politica nazionale sembrava chiamassero in causa per lo più il direttore della Federal Emergency Management Administration, Michael Brown, che, come si presagiva, sarebbe naturalmente stato al più presto rimosso dai ranghi dell’amministrazione.
Martedì scorso, il giorno successivo alle dimissioni di Brown, Bush ha modificato la linea evasiva in merito alle responsabilità per la gestione del disastro naturale. “Katrina ha portato alla luce serie difficoltà nella capacità di intervento a ogni livello di governo”, dichiarò alla Casa Bianca, “e rispetto alla tesi secondo cui il Governo federale non avrebbe adempiuto pienamente al proprio dovere, mi assumo ogni responsabilità”.
È stata una classica dichiarazione priva di alcun significato, studiata per sembrare importante e vacua allo stesso tempo. Mercoledì, in più di una dozzina di paragrafi all’interno di un articolo intitolato ‘Il Presidente si dichiara responsabile per le mancanze nel post-uragano’, il New York Times riportava: “Affermando di sentirsi responsabile per i fallimenti della risposta federale a seguito dell’uragano, Bush si è fermato a un passo dal riconoscere come egli stesso o altri avessero commesso realmente degli errori”.
Quindi, secondo il titolo del New York Times, Bush avrebbe dichiarato di “sentirsi responsabile per i passi falsi del post-uragano”, ma, leggendo poi l’articolo relativo, si capiva come Bush avesse aggiunto che “egli e nessun’altro avevano in realtà commesso errori”.
Ci avete capito qualcosa?
Tattiche evasive di questo tipo sono niente rispetto a quello che ci aspetta. Giovedì sera, in un enfatico discorso direttamente dalla Louisiana – seguito da una cerimonia alla National Cathedral di Washington la mattina seguente – Bush si è avvalso del ruolo presidenziale per porsi ancora una volta come un’icona fondamentale di patriottismo e di pietà.
Di certo, ci saranno altre grida di condanna da parte della nostra stampa. La copertura mediatica di molti dei media nazionali ha assunto toni imprevedibili se si considerano i trattamenti passati che i media avevano riservato all’amministrazione.
Tuttavia, si potrebbe leggere ogni giorno qualsiasi editoriale di qualsiasi quotidiano degli Stati Uniti e non trovare il minimo accenno ad accuse o a una richiesta di dimissioni per il mortale duo Bush-Cheney, sia per gli inganni sull’Iraq sia per l’incapacità di assistere le vittime dell’uragano Katrina.
Evitando accuratamente di menzionare che il Presidente Bush e il Vice Presidente Cheney dovrebbero lasciare le proprie cariche, i media mainstream limitano pericolosamente il dibattito pubblico e compromettono la possibilità di trovare rimedi possibili ad una tale criticità.
Nel frattempo, assistiamo a rassegnazioni di dimissioni ai bassi livelli, ad inchieste ufficiali, a fittizie commissioni purificatrici.
Quello che è successo a migliaia di persone a seguito di Katrina è il risultato della criminale negligenza che caratterizza l’attuale Governo degli Stati Uniti d’America.
È così strano suggerire ai nostri organi d’informazione di iniziare ad occuparsi di stabilire quale tipo di punizione potrà risultare realmente appropriata per i danni commessi?
L’ultimo libro di Norman Solomon, ‘War Made Easy: How Presidents and Pundits Keep Spinning Us to Death’, è appena uscito. Nuovi Mondi Media ne ha pubblicato la versione italiana, ‘MediaWar’
Fonte: http://www.commondreams.org/views05/0914-29.htm
Tradotto da Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media
Prima l'accusa poi la difesa
di Norman Solomon
I media Usa mainstream non sono in grado di mettere in dubbio la legittimità dell’amministrazione Bush
In questo mese si è parlato a lungo dei giornalisti che hanno duramente criticato il Presidente Bush. Ed è vero che il giudizio negativo da parte di certi organi di stampa a seguito delle vicende relative a Katrina è stato piuttosto feroce.
Tuttavia, i media Usa mainstream non sono adatti a mettere in dubbio la legittimità dell’amministrazione Bush.
I maggiori mezzi d’informazione del paese riservano una notevole e incrollabile riverenza all’autorità presidenziale della Casa Bianca. Le grandi corporations dell’informazione Usa si sottomettono a tale autorità anche nel momento in cui si trovano a criticarla. Dopotutto, i mass media sono soliti frenare l’impeto delle proprie accuse nel momento in cui si ritiene che queste possano creare instabilità al sistema.
In un primo momento, quando il carattere letale della leadership di Bush divenne chiaro dopo i fatti di New Orleans, l’attenzione della stampa sulle responsabilità dell’amministrazione evitò di concentrarsi sul ruolo del Presidente.
Per diversi giorni, le vicende della politica nazionale sembrava chiamassero in causa per lo più il direttore della Federal Emergency Management Administration, Michael Brown, che, come si presagiva, sarebbe naturalmente stato al più presto rimosso dai ranghi dell’amministrazione.
Martedì scorso, il giorno successivo alle dimissioni di Brown, Bush ha modificato la linea evasiva in merito alle responsabilità per la gestione del disastro naturale. “Katrina ha portato alla luce serie difficoltà nella capacità di intervento a ogni livello di governo”, dichiarò alla Casa Bianca, “e rispetto alla tesi secondo cui il Governo federale non avrebbe adempiuto pienamente al proprio dovere, mi assumo ogni responsabilità”.
È stata una classica dichiarazione priva di alcun significato, studiata per sembrare importante e vacua allo stesso tempo. Mercoledì, in più di una dozzina di paragrafi all’interno di un articolo intitolato ‘Il Presidente si dichiara responsabile per le mancanze nel post-uragano’, il New York Times riportava: “Affermando di sentirsi responsabile per i fallimenti della risposta federale a seguito dell’uragano, Bush si è fermato a un passo dal riconoscere come egli stesso o altri avessero commesso realmente degli errori”.
Quindi, secondo il titolo del New York Times, Bush avrebbe dichiarato di “sentirsi responsabile per i passi falsi del post-uragano”, ma, leggendo poi l’articolo relativo, si capiva come Bush avesse aggiunto che “egli e nessun’altro avevano in realtà commesso errori”.
Ci avete capito qualcosa?
Tattiche evasive di questo tipo sono niente rispetto a quello che ci aspetta. Giovedì sera, in un enfatico discorso direttamente dalla Louisiana – seguito da una cerimonia alla National Cathedral di Washington la mattina seguente – Bush si è avvalso del ruolo presidenziale per porsi ancora una volta come un’icona fondamentale di patriottismo e di pietà.
Di certo, ci saranno altre grida di condanna da parte della nostra stampa. La copertura mediatica di molti dei media nazionali ha assunto toni imprevedibili se si considerano i trattamenti passati che i media avevano riservato all’amministrazione.
Tuttavia, si potrebbe leggere ogni giorno qualsiasi editoriale di qualsiasi quotidiano degli Stati Uniti e non trovare il minimo accenno ad accuse o a una richiesta di dimissioni per il mortale duo Bush-Cheney, sia per gli inganni sull’Iraq sia per l’incapacità di assistere le vittime dell’uragano Katrina.
Evitando accuratamente di menzionare che il Presidente Bush e il Vice Presidente Cheney dovrebbero lasciare le proprie cariche, i media mainstream limitano pericolosamente il dibattito pubblico e compromettono la possibilità di trovare rimedi possibili ad una tale criticità.
Nel frattempo, assistiamo a rassegnazioni di dimissioni ai bassi livelli, ad inchieste ufficiali, a fittizie commissioni purificatrici.
Quello che è successo a migliaia di persone a seguito di Katrina è il risultato della criminale negligenza che caratterizza l’attuale Governo degli Stati Uniti d’America.
È così strano suggerire ai nostri organi d’informazione di iniziare ad occuparsi di stabilire quale tipo di punizione potrà risultare realmente appropriata per i danni commessi?
L’ultimo libro di Norman Solomon, ‘War Made Easy: How Presidents and Pundits Keep Spinning Us to Death’, è appena uscito. Nuovi Mondi Media ne ha pubblicato la versione italiana, ‘MediaWar’
Fonte: http://www.commondreams.org/views05/0914-29.htm
Tradotto da Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media
Darfur : ripresi colloqui pace ma prosperano signori della guerra
di red
Mentre ricominciano ad Abuja i colloqui di pace per il Darfur, la situazione nella regione sta peggiorando giorno dopo giorno. Al conflitto civile - che vede momenti di rispetto del cessate il fuoco e momenti in cui esso viene infranto - si sono aggiunti infatti gli attacchi da parte dei predoni ai convogli umanitari, ai villaggi ed alle comitive di nomadi.
Il portavoce della missione ONU in Sudan ha detto che a settembre gli attacchi sono aumentati e ci sono state 10 aggressioni ad operatori umanitari. La gigantesca regione sembra sempre piu' un territorio senza legge in preda ai signori della guerra e cio' rischia di compromettere in modo definitivo il cessate il fuoco.
L'ultimo scontro e' emerso martedi' scorso, con uno dei movimenti rielli principali, lo SLM/A, che accusa il governo sudanese dell'uccisione di 10 suoi militanti e 10 civili in un attacco ai suoi quartieri. Il governo ha negato, tuttavia, che le sue forze fossero implicate.
Secondo i rappresentanti della Croce Rossa internazionale nella regione, si rischia una cronicizzazione di un conflitto a bassa intensita' che causerebbe una definitiva instabilita'. Peraltro i colloqui di pace ripresi il 15 settembre ad Abuja, capitale della Nigeria, difficilmente approderanno - secondo gli osservatori - ad un accordo globale, anche per le notevoli divisioni fra i ribelli.
Il conflitto nel Darfur - macroregione ad ovest del Sudan - e' nato nel febbraio del 2003, quando una rivolta popolare e' stata sanguinosamente repressa dall'esercito di Khartoum, avvalsosi allora ed in seguito di miliziani arabi, i crudeli Janjaweed, assassini e stupratori, contro l'Armata di liberazione del Sudan ed il movimento per l'eguaglianza e la Giustizia JEM.
Il conflitto ha ucciso forse 70.000 persone e continua ad interessare quasi tre milioni di Sudanesi. Oltre un milione di essi e' fuggito in campi profughi interni o nel vicino Ciad. Le vittime muoiono negli scontri, ma anche per la fame, le malattie e gli stenti generati dalla situazione conflittuale.
www.osservatoriosullalegalita.org
Morti secondo necessità
Una delle questioni più controverse e dibattute delle guerre jugoslave degli anni novanta verte sul numero effettivo di vittime, scomparsi e profughi, quali dirette conseguenze dei conflitti. Un'analisi del settimanale belgradese “Vreme”
Di Marija Vidic, Jasmina Lazic, Vreme, 9 settembre 2005 (tit. orig. Mrtvi po potrebi)
Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Ivana Telebak
L'ex presidente della Croazia Franjo Tudjman ha calcolato 23.500 morti, 57.500 soldati e civili scomparsi in Bosnia ed Erzegovina, e 13.500 tra morti e scomparsi sul territorio della Croazia. Biljana Plavsic, l'ex presidentessa della Repubblica Srpska, oggi accusata dall'Aja, ha stimato in 120.000 il numero dei morti in BiH; il suo compaesano dall'altra parte del mirino, Haris Silajdzic: 200.000 morti. A differenza di tutti loro, Slobodan Milosevic e il suo regime non hanno mai cercato di comunicare i dati sul numero totale delle vittime. Forse perché la Serbia “non ha partecipato alla guerra”, e nemmeno la SR Jugoslavia. Dopo i bombardamenti della NATO nel 1999, l'unica guerra in cui la SR Jugoslavia ha partecipato ufficialmente, Milosevic comunica che sono morti 462 membri dell'esercito e 114 membri del MUP (Il Ministero degli affari interni, ndt.). I funzionari della Jugoslavia hanno arrotondato il numero complessivo dei morti - compresi quindi anche i civili - a 1.500 , e dei feriti a 5.000.
Di stabilire il numero dei morti, degli scomparsi e dei feriti se ne sono occupati, o tutt'oggi se ne occupano, numerose organizzazioni non governative (locali o straniere), commissioni degli stati della ex SFRJ (Jugoslavia, ndt.), ma anche istituzioni internazionali i cui i risultati spesso sono considerati come i più rilevanti. La licitazione del numero delle vittime della guerra, invece, continua a portare a una totale confusione.
Più o meno morti
Il direttore del Centro di Belgrado per i diritti umani, dottor Vojin Dimitrijevic, ritiene che i funzionari serbi non pubblicheranno mai la stima del numero complessivo delle vittime. “Viviamo in una società in cui l'influenza delle persone che hanno condotto la guerra e di quelle che continuano a glorificarla è ancora forte”, dice per “Vreme” Vojin Dimitrijevic. “lo si vede molto bene nel caso di Srebrenica. In Serbia esiste la tendenza a negare in qualche modo il numero dei morti constatato dalle Nazioni Unite, e di aumentare il numero dei serbi morti durante le irruzioni di Naser Oric.” Secondo Dimitrijevic, il numero delle vittime, secondo le necessità, diminuisce o aumenta: “Il numero aumenta per il bisogno di dimostrare che i serbi o qualche altro popolo ha perso di più. Tali dati hanno come scopo di dimostrare che i serbi hanno il diritto di vendicarsi perché hanno avuto così tante vittime. Tuttavia, c'è anche la tendenza di diminuire il numero delle vittime. Perché è naturale che chi ha fatto la guerra ha il bisogno di mostrare che tale guerra è stata “più economica” di quanto si creda.” Il nostro interlocutore porta come esempio il numero dei soldati morti durante i bombardamenti della NATO. Egli considera che tale numero evidentemente viene diminuito per mostrare che l'esercito della SRJ ha avuto poche vittime. Dall'altra parte, sottolinea, lo stesso calcolo non si può fare anche coi civili. Siccome i civili sono innocenti, per avere una propaganda di guerra più efficace il loro numero è proporzionale alla grandezza delle vittime nazionali. “La ragione per la diminuzione è dovuta anche al fatto che le vittime sono la conseguenza dell'avventura del regime di Milosevic. La guerra contro la più grande forza mondiale anche per un uomo comune è insensata, e tutte le vittime sono inutili”, dice Dimitrijevic.
Riguardo il numero complessivo dei soldati morti e degli scomparsi della Serbia negli scontri sul territorio della Slovenia, della Croazia e della BiH, in pubblico si fa il numero di 2.300. In esso sono comprese le reclute del JNA (Esercito della ex Jugoslavia, ndt.) e i membri delle unità dei volontari del Partito radicale serbo, della Guardia serba del Movimento serbo di rinnovamento, dei Beli orlovi (Aquile bianche, ndt.) di Dragoslav Bokan e della Guardia serba dei volontari di Arkan. La maggior parte di loro, quasi la metà, ha perso la vita sul fronte di Vukovar. La maggior parte degli esperti è d'accordo su questo dato.
Natasa Kandic, direttrice del Centro per il diritto umanitario, a dialogo con “Vreme” spiega le difficoltà nel determinare il numero delle vittime col fatto che la guerra non è stata fatta sul territorio della SRJ, e tutti i membri della JNA dopo il maggio del 1992 - quando la Slovenia, la Croazia e la BiH erano già riconosciute internazionalmente - erano obbligati a ritirasi dal territorio degli altri paesi. “Ciò che esiste negli organi statali - nell'esercito e nella polizia - sono dati che non saranno mai pubblicati perché contengono informazioni sulle persone che hanno commesso i crimini, e in gran parte si tratta di membri della polizia, dell'esercito e di diverse unità speciali ingaggiate dallo Stato. Purtroppo, non si sono impegnati neanche nel fornire i dati sulle vittime.”
Natasa Kandic afferma che il MUP possiede tali dati, ma che non li scambia con nessuno perché, come dice, al MUP non comprendono che il valore non sta nel cassetto, ma nella documentazione dei casi. Kandic dice che nel corso degli anni sono venuti alla luce il Libro nero, il Libro bianco e il Libro del terrore, ma tenendo presente la qualificazione politica in essi contenuta, l'autenticità dei dati deve essere controllata. La conferma dell'esistenza dei dati è spiegata da Natasa Kandic con ciò che si nota durante il processo di Slobodan Milosevic – con la buona organizzazione della sua squadra legale che, secondo l'opinione di Natasa Kandic, impiega l'esercito, la polizia, gli organi kosovari di sicurezza statale e delle stazioni della polizia per raccogliere i dati. La nostra interlocutrice rammenta anche la storia secondo la quale la documentazione militare è stata distrutta durante i bombardamenti della NATO; se fosse così, potrebbe essere stata distrutta volutamente, perché chiunque tenga conto di ciò sa quale può esserne lo scopo legittimo ed elimina tutta la documentazione che rappresenta la base del ricordo storico di una società.
La mappa della pulizia etnica
“Esistono cittadini che secondo le evidenze di uno Stato sono scomparsi, dopo di che sono stati dichiarati morti o emigrati, ma in realtà si trovavano in un altro Stato. Esiste anche un numero di emigrati che vive nel resto del mondo, sebbene non esista alcuna evidenza. I problemi nel determinare il numero delle vittime della guerra potevano essere risolti se il censimento in tutte le repubbliche dell'ex SFRJ fosse stato sincronizzato, ma ciò non è accaduto”, dice per “Vreme” l'ex direttore dell'Istituto federale per la statistica, ed oggi direttore dello Strategic markenting, Srdjan Bogosavljevic. In tutti i membri dell'ex SFRJ il censimento doveva essere fatto nel 2001. Invece, in Serbia e in Croazia sono stati fatti, in tempi diversi, nel 2002, in Macedonia e in Montenegro nel 2003, mentre in BiH e in Kosovo non hanno ancora fatto il censimento. Inoltre, in Kosovo non è stato fatto il censimento nemmeno nel 1991. Bogosavljevic ritiene che il meccanismo di formulazione dell'elenco delle vittime della guerra praticamente non esiste, e che eventualmente potrebbe essere fatto soltanto con un'ampia e comune azione di tutti gli stati che hanno partecipato alla guerra e che in tale caso dovrebbero stilare gli elenchi. “Esistono diverse organizzazioni che lavorano a ciò. In Bosnia, Serbia e in Croazia sono ben organizzate. Esistono i loro elenchi, ma, secondo la logica delle cose, essi mostrano un numero molto inferiore dell'effettivo numero delle vittime.”
Come ha spiegato Radivoje Simovic per “Vreme”, il presidente dell'Unione dell'associazione dei genitori e delle famiglie degli arrestati, degli imprigionati e delle persone scomparse, i dati sul numero degli scomparsi forniti dal Comitato internazionale della Croce rossa (MKCK), nonostante siano considerati come i più rilevanti, comunque non sono esatti. A motivo di ciò, spiega la regola del MKCK secondo la quale soltanto il parente più stretto può denunciare la scomparsa della persona, e durante la guerra ci sono stati tanti casi in cui l'intera famiglia è morta e in cui non c'è nessuno che possa denunciare la scomparsa.
Cosa dicono le statistiche
Srdjan Bogosavljevic spiega perché crede che alcuni dati sul numero delle vittime siano esagerati. “Se considerate che la guerra sia durata 1.000 giorni, allora dividete il numero complessivo dei morti per mille. Quando si parla di centinaia di migliaia di vittime della guerra, a prescindere dalla nazionalità - e si parla di cifre che vanno da 250.000 a 400.000 - vuol dire che morivano fra 250 e 450 persone al giorno. Persino a Srebrenica non sono morte così tante persone, ma circa 100 al giorno. I giorni di Srebrenica sono stati i peggiori per il numero delle vittime, e ogni volta in cui fossero morte così tante persone, tale giorno sarebbe stato ricordato. Mille giorni di questa guerra parlano di centinaia di migliaia di morti, ed è impossibile arrivare a qualche prova su un numero che superi 120.000.” Secondo i dati della Commissione della salute della BiH, durante gli scontri nel 1992-1995 sono morti o scomparsi 97.000 serbi, 28.00 croati e 140.800 musulmani; statisticamente viene fuori che giornalmente morivano 19 croati, 67 serbi e 97 musulmani - in totale 183.
“A un certo punto dalla Bosnia sono arrivati i dati sul numero dei morti e di profughi. Quando queste due cifre vengono incrociate con i dati, viene fuori che la BiH aveva 1.500.000 abitanti in più di quelli che in realtà aveva”, dice Srdjan Bogosavljevic. “Perché in Kosovo pare vivano 2.500.000 albanesi, mentre in realtà non possono essercene più di 1.700.000 o 1.800.000? Perché nel fare i calcoli si prende la dinamica della popolazione del 1971 e del 1981. E' il valore dell'incremento di quel periodo, ma che non esiste più. Inoltre, allo scopo di valutare il numero dei cittadini del Kosovo si prende come dato lo school enrolment rate - il numero dei bambini iscritti nelle scuole - in base a ciò si calcola quanto grande sia la famiglia. Sono tutte valutazioni limitate”, afferma Bogosavljevic, aggiungendo che sono possibili errori nei dati statistici anche in tempo di pace. “Se si prendesse il dato sul numero dei serbi in Kosovo del 1991, il numero attuale e il numero dei profughi, le cifre non si accorderanno in nessun modo.”
L'istituto per la statistica della Bosnia ed Erzegovina spesso pubblica i dati sul numero dei cittadini. Tuttavia, tali dati non possono essere presi come un parametro per poter calcolare la perdita fra la popolazione. Bogosavljevic dice che vengono fatte “col bastone e la corda”, constatando la situazione dell'ultimo censimento e incrociando col numero dei morti, dei nati e con i dati migratori. Il problema è che i cittadini non denunciano mai il loro trasferimento fuori dal paese. Proprio per questo, dice Bogosavljevic, né l'elenco per nome delle vittime né i dati statistici sulla base della valutazione del numero dei cittadini possono essere affidabili. Gli elenchi contengono un numero decisamente più basso di quello effettivo, perché dentro non vi sono conteggiate tutte le persone. Essi danno il limite inferiore, e le stime, di nuovo, superano di molto il limite superiore.
Il dottor Vojin Dimitrijevic crede che il problema del conteggio e della pubblicazione del numero delle vittime della guerra sia collegato al fatto che in Serbia tutto ciò non è la prima questione all'ordine del giorno, a causa di molte altre cose sconosciute e altri problemi. “Si tratta soltanto di un numero che bisognerebbe sapere in nome della verità e della storia, ma che non deve essere usato per la propaganda né da esso si può trarne qualche guadagno. Non si saprà mai la piena verità e ci sarà sempre un'esagerazione”, conclude Dimitrijevic. Una possibile, ma difficilmente realizzabile, soluzione sarebbe che ciascuna parte pubblicasse i propri dati sulle vittime, proprie e altrui. Il saldo di somma, incrocio e confronto andrebbe commisurato agli scopi delle guerre condotte su questi territori. Non c'è dubbio che si registrerebbe soltanto la perdita. www.osservatoriobalcani.org/
Medicina
Massimo Marnetto
Arrivo di corsa alla terrazza del Gianicolo e mi fermo come sempre. Un po' per godermi il panorama di Roma, ma soprattutto per riprendere fiato, far calmare il cuore per la salita che gli ho imposto.
“Tié, guarda lì – fa un anziano signore ad un suo amico indicando Luna Rossa esposta giù a Piazza del Popolo per la Notte Bianca – e poi dicono che i Comuni non hanno i soldi…” Ho ancora il fiatone, ma non riesco a starmene zitto. “Guardi – gli faccio - che la Notte Bianca è un investimento che rende 10 volte più di quanto costa” “Io quello che so è che co' sti soldi ce potevano comprà le medicine…” Sto per rispondergli, ma mi anticipa una ragazza seduta sul muretto: “La Notte Bianca è una medicina, contro la paura, la solitudine e l'angoscia”. L'anziano rimane in silenzio. Io riprendo a correre. /www.ulivoselvatico.org
settembre 19 2005
Economia di mercato solidale
In giro-si-sente-dire che le elezioni tedesche non hanno decretato alcun vincitore e che hanno portato la situazione ad uno stallo. Io non ci credo affatto e anzi penso che siano state tra le può nette della storia tedesca, con alcuni vincitori e altri sconfitti:
1. È vincitrice la democrazia come concetto: partecipazione al voto e alla campagna elettorale. Correttezza estrema (la CDU aveva annunciato forti piani di ristrutturazione delle tasse e del mercato del lavoro PRIMA e non con un contratto alla Vespa) e duelli televisivi. Che si venga a fare un giro in Germania la sedicente destra italiota. Qui la destra ha classe e serietà da vendere.
2. Perdono i sondaggisti alla Pilo. Tutti, tutti, ma proprio tutti gli organismi di analisi demoscopica, hanno cannato. Hanno cannato di percentuali superiori al 5%, tipico limite della gaussiana per queste ananlisi. Il che vuol dire che hanno scelto male il campione, non hanno preso in considerazione quanta gente si era dichiarata indecisa al telefono e non hanno avuto il coraggio di chiamare le elezioni too-close-to-call. Lo hanno fatto anche durante le proiezioni, che all'inizio davano distanze tra cdu e spd ben maggiori di quelle finali.
3. Il cancelliere uscente (e forse rientrante) è un vincente con la stoffa del grande comunicatore, ma di sinistra. Ad occhio e croce l'unico in Europa. Ha recuperato uno svantaggio enorme, facendo tesoro della contiguità dell'elettorato tedesco, come da queste parti si era già accennato.
4. Hanno perso i partiti che hanno guadagnato in percentuale (fdp e link) perchè portatori di istanze estreme, a destra come a sinistra. Che ora si dovranno confrontare con governi di coalizione, in cui queste istanze se le possono scordare. È un settarismo ben conosciuto dalle nostre parti dove, per raggiungere un improbabile regime lavorativo delle 35 ore, si fa cadere un governo, si mette alla berlina la sinistra, si fa vincere il nano e ci si ritrova con la legge Biagi. Mancanza di visione e Kompromissbereitschaft tipiche di chi guarda solo al proprio orticello.
Commento finale: la Germania, checchè ne scriva il Foglio o Panorama, è e rimane un'economia di mercato solidale. Non è nè un economia di mercato pura, ne una solidale pura. Se lo sparino nella capoccina un po' tutti. Sia a destra che a sinistra. Uno stato, visto come insieme di cittadini, che non tollera nè gli eccessi del liberismo (hire-and-fire, tassazioni ridotte per chi guadagna molto) ne quelli del socialismo (salari uguali per tutti, diritti ma non doveri, burocrazie eccessive). E che offre un sistema di vita bilanciato tra i due.
Questo sistema, volenti o nolenti, arriva a compromessi attivi tra lavoratori e classe dirigente. Basati sulla volgia di vivere e lavorare insieme. E sul parlarsi senza sparare cazzate ad effetto alla Bertinotti o alla Bossi.
Questo sistema è il primo esportatore di beni nel mondo, esporta in Cina e ha i redditi più alti del mondo. Ha centrali eoliche dappertutto e poca gente ad elemosinare per strada. Un sistema dove le persone normali si possono permettere casa e macchinone senza scendere a compromessi, ma solo lavorando onestamente.
I tedeschi tutte queste cose le sanno. E, in una fase economica di profonda trasformazione, hanno dato mandato a tutt'e due; alla CDU e alla SPD. Gli hanno detto: mettere a posto la situazione, ma mantenete un'economia di mercato (CDU) solidale (SPD).http://carlettodarwin.blogspot.com/2005/09/economia-di-mercato-solidale.html
Google lancia il motore per cercare nei blog
I blog si moltiplicano in Rete e il motore di ricerca più famoso di Internet non può astenersi dal soccorrere gli internauti alla ricerca del Web log desiderato.
Da Google arriva il Ricerca Blog (http://blogsearch.google.it), un nuovissimo motore di ricerca, già disponibile in 10 lingue, in grado di scovare qualunque blog pubblicato con un feed RSS o Atom, facente o meno capo ad un privato.
Molto semplice da utilizzare, a seconda delle parole chiavi inserite dall’utente, Ricerca Blog individua sia gli spazi Web che includono tali termini nel titolo, che tutti quelli che recano le medesime parole all’interno dei propri post.
Esattamente come nella versione classica di un normale search engine, mediante l’opzione "Ricerca avanzata Blog", al navigatore è poi data anche la possibilità di esercitare un maggiore controllo sui criteri di ricerca. Specificando ulteriori elementi, come per esempio l’autore, il titolo o la lingua, si è messi nella condizione di visualizzare una selezione di blog, notevolmente più ristretta rispetto alle decine e decine di pagine di risultati che vengono normalmente generate con l’utilizzo delle sole parole chiave. Il vantaggio per l’utente è ovvio: una ricerca più veloce e puntuale, con conseguente risparmio di tempo e lavoro necessari per lo screening.
Da notare che Ricerca Blog, oltre che nella versione ufficiale elaborata da Google, è stato integrato anche in Blogger (www.blogger.com). Cliccando sul link "Google Ricerca Blog", si viene rindirizzati all’url http://search.blogger.com/, da cui sarà possibile, non solo eseguire la ricerca di un determinato blog, ma anche utilizzare la feature "usa opzioni di ricerca", per restringere il campo d’indagine attraverso le opzioni avanzate più comuni.
Considerando l’innegabile utilità dei blog, sia come diari e forma d’espressione personale, che come voce libera per testimoniare la verità di guerre e calamità naturali, è indubbio che l’idea di Google di creare un search engine che permetta ai navigatori di districarsi in mezzo al loro proliferare, non può che essere la benvenuta.
L’unico neo riguarda forse i blogger che amano mantenere in Rete più blog, alcuni "pubblici" ed altri segreti. Utilizzando il medesimo nick name nei diversi spazi, infatti, da oggi per amici e colleghi diventa facilissimo farsi i post altrui. Basta una breve ricerca per alias e il gioco è fatto.
(Francesca Tarissi) /www.repubblica.it/supplementi/af/
L’improvvisa eclissi dei furbetti del quartierino
ALBERTO STATERA
Eclissi, forse permanente, per i "Furbetti del quartierino". Stefano Ricucci, rientrato dalla Sardegna con la sposa Anna Falchi e affidato il suo incerto destino al principe del Foro milanese Corso Bovio, se la vede con Arnaud Lagardère, che non si prende il suo 20 per cento di Rcs senza intesa preventiva col patto di sindacato. Il bel banchiere di Lodi Gianpiero Fiorani, che voleva creare un piccologrande impero bancario padano, offrendo i suoi servigi a Bobo Maroni e soci oltre che alla famiglia governatoriale, è pronto per i giardinetti o per lustrare le Ferrari nel garage di Chicco Gnutti. Ammesso che non gli capiti di peggio con i mastini della Procura di Milano, dopo la cessione della quota di Antonveneta agli olandesi.
Non sappiamo, per la verità, di don Luigi Ginami, il prete di famiglia dei Fazio, forse il Gigi delle intercettazioni o forse no, perché, a parte il senatore Luigi Grillo, di Gigi in questa vicenda ne circolano tanti, anche noti reduci di antiche vicende della prima repubblica.
Ma vi stupirete è la grande maschera da caratterista più presente e al tempo stesso più defilata di tutta la telenovela dell'estate che suscita la nostra insana curiosità. Si chiama Sergio Billè, è un pasticciere cinquantenne di Messina, da dieci anni presidente della Confcommercio, ruolo che, secondo le scientifiche idiozie degli analisti elettorali, gli consentirebbe di controllare qualcosa come 4 milioni di voti. Dell'ottusa presunzione sondaggistica, il simpatico pasticciere che anima con seggiola fissa le pasticcerie televisive un po' avariate di Anna La Rosa e del suo impari emulo Bruno Vespa, ha fatto un pilastro di potere cerchiobbottista: una volta di qua, una volta di là. E tutti a far finta di ascoltarlo come fosse la Sibilla cumana. Ma dopo dieci anni, recuperato il suo sano spirito mercantile, Billè, che quell'ormai insopportabile goliarda di Roberto D'Agostino chiama don Bignè, si è accorto che la politica non conta più tanto, che quel che conta nell'Italia berlusconiana sono i buoni affari. Così ha montato l'affare Enasarco con il suo amico Ricucci e con i "Furbetti del quartierino". L'Enasarco è un antico carrozzone previdenziale, da sempre lottizzato dai partiti, che amministra la previdenza degli agenti di commercio. E che possiede immobili per un valore dichiarato di 3,25 miliardi di euro. Che fare di questo patrimonio?
"Valorizzarlo" è la parola d'ordine di Billè e del suo luogotenente Donato Porreca, presidente dell'Enasarco in quota Alleanza Nazionale. Il business immobiliare del decennio. Così viene indetta una gara cui partecipano tutti i grandi gruppi, da Generali a Pirelli Re, dalla Cassa Depositi e Prestiti francese agli olandesi di Abn Amro, ma soprattutto Ricucci, con la Popolare di Lodi di Fiorani e Deutsche Bank di De Bustis, diciamo, per capirci, la cordata di "Furbetti del quartierino". La gara diventa un incubo: Ricucci non presenta proprio l'offerta, mentre le offerte di Carlo Puri Negri di Pirelli, e quella di Morley Fund Resource pare vengano consegnate con 1 e 11 minuti di ritardo. Ma loro negano risolutamente. Insomma un pasticciaccio del pasticciere e dei suoi scudieri, che si risolve solo con l'annullamento della gara. Ben triste esordio per la Confimmobiliare, l'associazione creata da Billè con dentro in ruoli preminenti l'ex odontotecnico di Zagarolo e Ubaldo Livolsi, suo alleato nella fallita scalata al "Corriere della Sera".
L'ultima comparsata di qualche pregio dello splendido caratterista Sergio Billè è registrata in luglio all'Argentario, in occasione del matrimonio dell'anno tra Stefano Ricucci e Anna Falchi. Il presidente si esibì con la sua gentile signora in un appassionato ballo sulle note di "Summertime". Svanita sulle note di "Summertime" anche la nuova gara sugli immobili Enasarco, con Ricucci e con i "Furbetti del quartierino".
a.statera@repubblica.it
Politica tedesca
Assisto ma non capisco. Questi vincono o perdono, e poi a seconda dei numeri decidono di mettersi insieme in una coalizione. Uno dice che la guiderà lui e l'altra che sarà aperta al dialogo - ma non con i Linke. Linke che poi non aiuteranno la sinistra a fare la grande coalizione, perché 'sto Linkspartei pare non abbia amici da nessuna parte, ma ha l'8 percento dei votanti. Boh. Almeno quando incontro orde di ciclisti alla Brandenburger Tor so che sono i Grüne e che vado in giro per Berlino con un palloncino verde attaccato al manubrio senza che ho capito bene come mai ce l'ho attaccato. Però tutti quei ciclisti con il palloncino verde erano simpatici.http://de.bellavite.com/2005/09/politica-tedesca.html
Il progetto del Polo moltiplica il potere dei partiti minori
Il sistema in discussione porta a un bipolarismo più debole e ugualmente frammentato
Esiste una ragione di fondo che divide Follini e Fini. E non è di poco conto perché investe la qualità della nostra democrazia. Quante volte abbiamo sentito ripetere in questi giorni che i sistemi elettorali si dividono in proporzionali e maggioritari? E' vero, ma non è tutto. Anzi la vera divisione che conviene fissare per capire le posizioni divergenti di Udc e An è un'altra: quella tra sistemi elettorali che costringono i partiti a scegliere i propri alleati prima delle elezioni e quelli che li lasciano liberi di decidere dopo. L'assetto bipolare della competizione elettorale, e quindi l'alternanza, è legato a questa caratteristica del sistema elettorale.
Alla prima categoria appartengono i sistemi maggioritari a un turno o a due turni, e i sistemi proporzionali con premio di maggioranza. Alla seconda i sistemi proporzionali più o meno puri. Sartori dice che esistono paesi bipolari pur in presenza di sistemi proporzionali. E vero, la Spagna e la Germania per esempio, ma questo si verifica quando il sistema proporzionale funziona all'intemo di un sistema partitico poco frammentato e soprattutto imperniato su almeno uno o due grandi partiti. In Italia i grandi partiti non esistono più. Oggi il più grande partito italiano può contare su poco più del 20% dei voti.
La somma dei voti dei primi due partiti non arriva oggi alla percentuale della Cdu tedesca. Per questo motivo il bipolarismo italiano ha bisogno di un diverso sistema elettorale per sopravvivere. Ha bisogno o di un sistema fondato sul collegio uninominale maggioritario o di un sistema proporzionale con premio di maggioranza. Il sistema elettorale attualmente in vigore è del primo tipo. quello proposto dalla Cdl è del secondo. Ma non sono la stessa cosa.
Certo, in entrambi i casi i partiti sono costretti ad allearsi prima delle elezioni per sperare di vincere. Infatti con il collegio uninominale se non ti allei con altri e non hai abbastanza voti per vincere il seggio da solo perdi. Con il premio di maggioranza se non ti allei con altri non riesci ad ottenere il premio e quindi la maggioranza assoluta dei seggi per governare. Quindi in un certo senso il premio di maggioranza che si vuole introdurre oggi a livello nazionale è l'equivalente funzionale del collegio uninominale. Ma fino ad un certo punto. Noi sappiamo oggi come funziona in Italia il bipolarismo col collegio uninominale. Ne conosciamo i pregi e i difetti.
Come funzionerà invece unbipolarismo col premio di maggioranza? La nostra ipotesi è che sarà un bipolarismo più debole dell'attuale. Ed è precisamente quello che teme Fini. La ragione sta nel fatto che il collegio utùnominale impone ai partiti un vincolo di coalizione molto più forte del premio di maggioranza.
Facciamo l'esempio dell'Udc, il partito più interessato alla riforma elettorale. Oggi questo partito non può star fuori dalla Cdl perché correndo da solo alle prossi• me elezioni non vincerebbe alcun seggio uninominale e tornerebbe in Parlamento con una dozzina di deputati e 6 o 7 senatori eletti in quota proporzionale. Certo, se decidesse di star fuori farebbe certamente perdere la Cd]. E qui sta il suo "potere di ricatto". Ma è un potere di ricatto che può esercitare solo "suicidandosi". Con un sistema elettorale come quello in discussione ora il suo potere di ricatto, e questo naturalmente vale per tutti i partiti e partitini presenti nel nostro sistema, aumenta non diminuisce. Infatti, la minaccia di star fuori dalla coalizione non è più una pistola scarica perché. data l'assegnazione di tutti i seggi con formula proporzionale. può comunque contare di avere una rappresentanza parlamentare pari al suo peso elettorale anche correndo da solo. E questo nel caso dell'Udc vuol dire tornare in Parlamento con una pattuglia di 30-40 deputati e una ventina di senatori. Una bella differenza rispetto alla situazione attuale! Quindi uno dei difetti che vengono addebitati all'attuale sistema elettorale. quello di favorire il potere di ricatto dei piccoli, non solo non viene eliminato ma viene addirittura aggravato dalla riforma in discussione! Ma c'è di più.
Il collegio uninominale ha un effetto neutro rispetto alle prospettive di successo dell'una o dell'altra coalizione. Mi spiego: con il collegio non fa nessuna differenza che un partito faccia parte di una coalizione destinata a vincere oppure no. Infatti, che si vinca o si perda. per avere seggi uninominali bisogna far parte di una coalizione. Punto e basta. Non è così con il premio di maggioranza. In questo caso la prospettiva di perdere indebolisce ancor più il vincolo di coalizione e aumenta ulteriormente il potere di ricatto dei partiti "ribelli". Infatti, visto che perdendo non si incassa il premio e non si va al governo, tanto vale star fuori e fare una campagna elettorale per conto proprio tenendosi le mani libere per il dopo. Da questo punto di vista un sistema proporzionale a premio di maggioranza funziona, per i presunti perdenti, né più né meno come un sistema proporzionale puro. Quindi. non solo il bipolarismo fondato sul premio di maggioranza è più debole di quello fondato sul collegio ma è anche asimmetrico perché funziona per la coalizione vincente ma molto meno per quella perdente.
Il risultato è di offuscare la distinzione che oggi è netta tra governo e opposizione. Qui sta l'asimmetria di un bipolarismo fondato su un sistema proporzionale con premio di maggioranza. Perché dunque cambiare? Per avere un bipolarisino più debole e ugualmente frammentato? E questo un vantaggio per il Paese? Qui sta il vero nodo della questione che divide Follini e Fini. Ed è una questione che non interessa solo loro. ma tutti noi. O così almeno dovrebbe essere.
IL SOLE 24 ORE
Scuola in Serbia: sindacati divisi
Da Belgrado, scrive Danijela Nenadić
Si spaccano i sindacati serbi sugli scioperi nelle scuole. Al centro delle proteste organizzate dall'Unione dei sindacati la riforma del sistema scolastico e gli stipendi degli insegnanti. Gli altri due sindacati serbi accusano l'Unione di non essere rappresentativa
Proteste degli insegnanti Lo sciopero di una parte degli insegnanti della Serbia, che ha contraddistinto anche i primi giorni di quest'anno scolastico, è continuato anche ieri, giorno nel quale era previsto un incontro tra governo e rappresentanti sindacali sul costo del lavoro nel 2006.
"Ci aspettiamo in quest'occasione che vengano rivisti gli stipendi degli insegnati ed i programmi di sostegno sociale" avevano affermato alla vigilia dei colloqui i rappresentanti dell'Unione dei sindacati degli insegnanti, promotori delle proteste.
Per il giorno stesso di inizio dei colloqui – giovedì 15 settembre – l'Unione aveva fissato anche un raduno dei suoi membri nel centro di Belgrado ed ha annunciato la pubblicazione di un documento che contiene le richieste per la soluzione di tutta una serie di questioni relative all'insegnamento in Serbia.
L'Unione aveva già trovato un accordo con il governo sugli stipendi agli insegnanti nel 2005 ma quest'ultimo è stato poi bloccato dal governo anche per il fatto che l'inflazione ha ormai oltrepassato il tasso previsto. Anche questo è all'origine dello sciopero indetto dall'Unione.
Miodrag Sokic, vicepresidente dell'Unione, anche in questi giorni è tornato a precisare quali leggi a suo avviso andrebbero modificate e quali sono le istituzioni relative all'educazione che non funzionano sufficientemente bene. Alla vigilia dei colloqui col governo ha rifiutato però di rispondere alla domanda se gli scioperanti continueranno ad insistere sull'aumento di stipendio nel 2005, affermando che "l'anno passa mentre noi discutiamo sulle paghe, paradossale". Sokic, inoltre, non ha risposto con esattezza se un eventuale accordo sugli stipendi del 2006 potrebbe "rendere disponibile" l'Unione a rinunciare alle richieste attuali. "Non possiamo dire niente finché non riceviamo una conferma dal governo" ha detto Sokic.
Dall'altra parte i rappresentanti del governo e gli altri due sindacati – Sindacato autonomo per l'educazione e Sindacato civico degli insegnati "Nezavisnost" – negli ultimi giorni hanno inasprito le critiche sul conto dell'Unione, contestandone la rappresentanza. Il governo dal canto suo già da qualche giorno ha invece annunciato che i professori che non faranno lezione saranno sanzionati disciplinarmente e allontanati dal luogo di lavoro.
Sono continuate inoltre a circolare informazioni antitetiche sul numero di scuole in sciopero. I numeri di Ministero da una parte e dell'Unione dall'altra non corrispondono. Anche perchè l'Unione a seguito dell'annuncio delle sanzioni sui docenti, non informa più sul numero di scuole che hanno cessato di scioperare, ma solo quelle che scioperano accorciando la durata delle lezioni da 45 a 30 minuti.
Così, secondo le informazioni di mercoledì 14 settembre, l'Unione afferma che su un totale di 1.750 scuole della Serbia 373 sono in sciopero, mentre il Ministero dell'educazione sostiene che a scioperare siano solo 107. Il ministero dice che hanno cessato di scioperare in tutto sette scuole, mentre l'Unione dice che hanno aderito allo sciopero totale "solo un piccolo numero di scuole, che non può essere definito con precisione".
Dopo lunghe trattative sul contratto collettivo del settore educativo, che sono terminate solo il giorno prima dell'inizio dell'anno scolastico, il 31 agosto, il governo e Sindacato autonomo per l'educazione e Sindacato civico degli insegnati "Nezavisnost" si sono trovati da un lato e l'Unione dall'altro. Le annose trattative sui contratti collettivi, che i sindacati conducono già dal 2002 e alle quali l'Unione ha partecipato come terzo sindacato in ordine di numero di docenti rappresentati, sono terminate quando i primi due sindacati hanno dato l'avvallo all'accordo. L'Unione ha invece rifiutato le trattative, affermando che non regolano in modo sufficientemente preciso il ruolo degli insegnanti in riferimento al datore di lavoro e non regolano abbastanza il programma sociale per gli impiegati nel settore educativo.
Gli altri due sindacati principali affermano invece di aver raggiunto un buon accordo col governo, e che una definizione così puntuale delle questioni sulle quali insiste tanto l'Unione, non è possibile raggiungerla in contratti collettivi. I contratti collettivi, uno per la scuola elementare-media e per le superiori, e uno per l'università, secondo le stime dei due sindacati - che hanno annunciato che li firmeranno forse già nei prossimi giorni - regoleranno tutti i diritti di base degli impiegati nella scuola, mentre altre questioni verranno definite nei prossimi mesi con una legge sugli stipendi e con altre fasi negoziali già previste negli accordi sui contratti collettivi.
"I sindacati secondo questi contratti, quando ritengono che sia cambiato qualcosa di importante nello status degli insegnanti, possono avviare delle trattative col governo per quanto riguarda gli stipendi, ossia sul costo del lavoro e sui coefficienti per la determinazione degli stipendi, oppure sul programma sociale, ossia sull'indennità di licenziamento degli insegnanti. Secondo il contratto collettivo, il governo è obbligato non più tardi di 10 giorni dall'avvio delle iniziative, ad iniziare le trattative coi sindacati, e l'accordo dovrebbe essere raggiunto nell'arco di un mese al massimo" ha affermato il presidente del Sindacato autonomo della scuola Branislav Pavlovic all'agenzia Beta.
Quest'ultimo, così come pure il presidente di "Nezavisnost" Zdravko Kovac, ritiene che l'Unione non abbia motivo di scioperare, che le sue richieste non siano formulate in modo chiaro, e che i rappresentanti di quel sindacato nelle loro dichiarazioni "mescolino intenzionalmente" varie richieste per migliorare la situazione della scuola, appoggiate anche dagli altri due sindacati, con le richieste che si riferiscono ai contratti collettivi, e l'Unione - sostiene ancora Pavlovic - fa apposta a presentarli in modo oscuro.
Nonostante fossero fino a poco tempo fa dalla stessa parte, quando si dovevano accordare col governo, questa volta il Sindacato autonomo e "Nezavisnost" si sono detti concordi col governo sul fatto che l'Unione non ha più il diritto di condurre negoziati su queste questioni, perché fino alla firma del contratto collettivo non ha mai dimostrato il suo rgado di rappresentatività, così come richiesto dalla legge sul lavoro. Il giorno prima dell'inizio delle trattative col governo, Pavlovic ha persino detto che l'Unione non avrebbe il diritto nemmeno di sotoscrivere contratti collettivi.
L'Unione dal canto suo rigetta come infondate le affermazioni che la accusano di non aver presentato al governo la documentazione sulla rappresentatività, perché non è in grado di dimostrare di avere un numero sufficiente di membri, e sostiene che, prima della fine dello sciopero, documenterà di avere il doppio dei membri del numero richiesto per legge – ossia 25.000 al posto dei necessari 12.000 impiegati nella scuola.
E con questo non terminano le reciproche accuse dei sindacalisti, nonostante negli ultimi anni sia emerso che si può migliorare la condizione degli insegnanti solo agendo in modo unitario, tenendo presente che nessuno sciopero organizzato in modo indipendente da un qualche sindacato ha mai avuto successo. A differenza di quelli di questi giorni, negli scioperi in cui i sindacati erano uniti spesso si è giunti a concessioni da parte del governo – dall'aumento degli stipendi all'adozione di alcune leggi che si sono dimostrate cruciali per la scuola.
Benché ancora manchi la soluzione definitiva a questa vicenda, la divisione tra i sindacalisti, secondo le valutazioni che arrivano da fonti interne ai sindacati stessi, danneggia l'organizzazione sindacale degli insegnanti. "Ovviamente la danneggia, perché se cessa lo sciopero, prima vengono danneggiati i lavoratori, e poi il sindacato che ha dichiarato lo sciopero. Tutto ciò non era per niente necessario", ha detto Pavlovic. /www.osservatoriobalcani.org/
Sinistra SPD per una coalizione rosso-giallo-verde
L’ala sinistra della SPD si è espressa a favore di una cosiddetta “Ampel-Koalition” (coalizione semaforo rosso-giallo-verde) tra SPD, Verdi e FDP.
Ecco quanto ha dichiarato Andrea Nahles, portavoce della Sinistra SPD, all’agenzia Reuters: “Noi della Sinistra SPD siamo convinti che la continuazione della coalizione rosso-verde assieme ai Liberali sia da preferire ad una Grosse Koalition”.
Anche l’ala conservatrice della SPD (rappresentata dal “Seeheimer Kreis”) ed alcuni giovani esponenti del “Netzwerk” hanno avallato una coalizione semaforo.
inserito da DS Germania alle 23:47 0 comments
Lafontaine non conquista il mandato diretto
L'ex segretario della SPD e candidato della Linkspartei Oskar Lafontaine ha conquistato nel proprio collegio elettorale solamente il terzo posto (26.1%), dietro alla candidata della SPD Elke Ferner (33.8%) ed a quella della CDU Annette Hübinger (29%).
Questo non significa che il Bundestag dovrà fare a meno di "Oskar il Rosso": egli, essendo capolista del proprio partito nel Saarland, otterrà il proprio mandato attraverso il voto di lista. http://elezionigermania.blogspot.com/
Il Cantiere: ovvero, lavori in corso – al seminario di sabato scorso a Roma – per preparare la Lista Arcobaleno per le prossime politiche oltre i verdi-rossi, ed offrire un approdo agli apolidi di sinistra
Occhetto ha messo in campo la sua autorevolezza e regia affinché tutto venisse percepito come la vigilia della svolta, che la sinistra non ha saputo compiere fino in fondo - nemmeno con Rifondazione – nel nome della Questione Morale.
Si è parlato delle recenti speculazioni, del “fazismo”, dei requisiti da introdurre per andare in parlamento, di parità di genere… e anche di primarie di collegio. Ma – per quest’ultime – con meno convinzione (Pecoraio Scanio) e non sempre chiamandole per nome, ma invocando piuttosto la necessità di un ricambio della classe dirigente politica (Bordon).
L’unico che ha richiamato con precisione le primarie di collegio è stato Travaglio (uno dei pochi rimasti fino alla fine), indicandole come uno dei correttivi che potrebbe evitare di veder eletti candidati con condanne passate in giudicato, come è avvenuto in questa legislatura per decine di deputati di destra e qualcuno di sinistra (ma ricordando che l’esiguità numerica di casi a sinistra non salva la coscienza, “perché sarebbe come quella mamma che volendo giustificare la figlia, diceva che era un po’ in cinta…”).
Pancho Pardi ha amesso che questo tema - tra quelli a cui stava lavorando il suo Laboratorio per la Democrazia - non è stato sviluppato con l'attenzione e l'urgenza che meritava (tradotto: non ho fatto i copmpiti per casa...), ma dopo l' "autocritica" si è detto disponibile ad impegnarsi senza riserve (si ripresenterà anche stavolta?...).
Il consuntivo? Piccole e agguerrite forze politiche che fanno della necessità degli apparentamenti nel proporzionale, la virtù di alzare la posta e raccogliere così la voglia diffusa di posizioni chiare, che gli equilibri precari dell’Unione ancora non intercetta.
Il riferimento a Zapatero è stato del tutto voluto (il suo codice era distribuito in fotocopia), ormai l’icona che sta assumendo proporzioni paragonabili solo al Che...
COMITATO PROMOTORE NAZIONALE per le PRIMARIE
A seguire, ci siamo riuniti in una saletta in pochi: oltre a Orioli (stretto collaboratore di Pasquino e unico fuorisede) eravamo non più di 8 persone, tra cui un petulante e attempato sedicente ”esperto” che Orioli ha invitato per un malinteso con Tana De Zulueta e che ci ricordava ogni qo minuti che lui aveva scritto 500 pagine sulle primarie già da 10 anni ed altre aminità.
Alla fine di ampia e democratica discussione, ho proposto e sono state accolte queste azioni:
1 – sollecitare Pasquino affinché incontri Prodi presto.
2 – valutare l'esito dell'incontro per concordare con Pasquino iniziative incisive
3 - coinvolgere associazioni di grandi dimensioni (Arci, Acli, Sindacati, ecc..) affinchè diano consistenza alla richiesta di sperimentazione delle primarie, per l'ovvio motivo che solo con i numeri riusciremo ad essere un problema per i partiti
4 – contattare la redazione di Ballarò per capire se/quando hanno il tema delle primarie in agenda e chiedere di abbinarlo a quelle di collegio (cercando di far partecipare alla trasmissione Pasquino).
Per finire, il prossimo venerdì Pasquino ha organizzato un incontro a Bologna sulle primarie di collegio in grande stile e forse riusciamo ad essere presenti (Enzo ti fschiano le orecchie?..)
Vi leggo.
Massimo
settembre 18 2005
«No alla destra, io sto con Schröder»
di Günter Grass
da l'Unità - 18 settembre 2005
LO SCRITTORE TEDESCO GÜNTER GRASS: «Ho abbandonato il mio leggìo per immischiarmi da cittadino e scrittore in questa campagna elettorale: voto per il governo rosso-verde perché ci ha salvato dalla guerra e ha dimostrato il coraggio di riforme difficili. Abbiamo un voto. Usiamolo!»
Viviamo in un tempo che non lesina crisi. Sia quelle veramente minacciose che quelle solo chiacchierate ci vengono proposte giornalmente o propinate come spauracchi. Alcuni cittadini hanno difficoltà a distinguere tra ciò che è veramente serio, e la notizia orripilante di un demagogo dotato, il quale pensa di poter racimolare voti per un partito che si dichiara di «sinistra» ma che in verità a destra pesca nel torbido.
Pesca nel torbido, mettendoci in guardia da una marea di «lavoratori stranieri» (citazione) dell’Europa dell’est.
Ed eccomi arrivato al tema, le elezioni anticipate per il Bundestag. Per dirla subito: per quanto possa essere difficile raggiungere questo obiettivo elettorale, io sono comunque per un proseguimento del lavoro governativo rosso-verde con il cancelliere Gerhard Schröder e il ministro degli Esteri Joschka Fischer. Entrambi hanno avuto il coraggio di fare riforme difficili; entrambi hanno dimostrato un’azione responsabile dinnanzi a crisi reali e non chiacchierate, sia adesso che in un passato recente.
Ricordiamoci: quattro anni fa, l'attacco terroristico alle Torri gemelle del World Trade Center ha sconvolto non solo l'America ma anche noi. Allora il cancelliere promise agli Stati Uniti piena solidarietà nella lotta al terrorismo. Ma preventivamente aggiunse che la Germania non si sarebbe fatta trascinare dentro alcuna avventura. Questo avvertimento era più che giustificato. Poco dopo, nelle parole del presidente americano, l'Iraq venne dichiarato stato canaglia numero uno. L'ex alleato degli Stati Uniti, il dittatore Saddam, divenne l'incarnazione del male. Con la motivazione labile già allora che in Iraq si stava preparando la produzione di armi nucleari, si chiamò ad una guerra che nella maniera terribile che tutti conosciamo fece tante vittime civili e che ancora non è terminata. Oggi sappiamo che allora gli Stati Uniti ingannarono i loro alleati con bugie e documenti falsificati; e alcuni alleati si sono fatti gabbare come volenterosi di guerra. Ma l'attuale governo tedesco, il cui predecessore era noto per una dipendenza cieca spesso dimostrata, ha avuto il coraggio di contraddire il presidente della Grande Potenza. Willy Brandt lo aveva chiamato «coraggio di fronte all'amico». La Cdu-Csu si è dichiarata sconcertata. Come era possibile essere tanto temerari da usare senza ritegno la propria sovranità? La partecipazione a questa guerra non doveva essere negata. Il cancelliere e il suo ministro degli Esteri non si sono fatti fuorviare. Fino ad oggi, entrambi sono rimasti fedeli a questo atteggiamento responsabile, dimostrandosi leali nei confronti delle Nazioni Unite. Se tre anni fa, e anche allora vi furono elezioni federali, avesse vinto il duo Stoiber-Merkel, soldati tedeschi sarebbero stati coinvolti, con tutte le conseguenze, in una guerra che la popolazione dell'Iraq e gli alleati «volenterosi» soffrono tuttora. La signora Merkel non ha capito e voluto correggere ancora la valutazione politicamente sbagliata di questa situazione tuttora ampiamente critica. Eleggere lei come cancelliere sarebbe colposo; una guerra tra «bene e male» alla quale saremmo costretti sarebbe micidiale. E chi dovrebbe prendersi la responsabilità per la politica estera? Quel tipo che si reputava tanto divertente di nome Westerwelle?
Ed eccoci arrivati a un partito che, a favore di coloro che guadagnano bene, si è sottomesso al dogma del neoliberismo. Con piani assurdi per una riduzione delle tasse, insieme alla Cdu, cerca di accattivarsi la benevolenza dell'associazione degli industriali. So che questo errore è stato fatto anche da altri. E perciò non voglio sminuire le passate valutazioni sbagliate del governo federale e del cancelliere. È evidente che troppo facilmente e per troppo tempo ci si è fidati delle promesse dei datori di lavoro. I guadagni sono stati incassati ma non sono stati investiti per creare nuova occupazione. Per se stessi, i consiglieri delle banche e della grande industria decretavano stipendi e liquidazioni astronomiche. Contemporaneamente, con mezzi ricattatori costringevano gli operai e gli impiegati a rinunce di stipendio. Con la minaccia costante della perdita di posti di lavoro, era possibile intimidire i sindacati e rendere arrendevole la popolazione lavoratrice.
Spesso, i socialdemocratici e i verdi hanno ceduto a questa pressione; dicevano di dover cedere assicurando la propria totale impotenza. Ma questa scusa non fa bene alla democrazia. Dove andremo a finire se lobby extraparlamentari influenzano le leggi mettendo in forse l'indipendenza dei rappresentanti eletti del popolo? E così i costi delle riforme necessarie sono stati addossati soprattutto ai lavoratori, ai disoccupati e ai pensionati. Tardi, il governo rosso-verde ha capito che le conseguenze finanziarie delle riforme inderogabili devono essere sopportate anche e in maniera giusta da quei cittadini che sono avvantaggiati da alti redditi e ricchezze. Io faccio parte di quella fascia di reddito che non si può lamentare. Da quando ho 30 anni, cioè da quasi cinquant'anni, con la pubblicazione dei miei libri in Germania e all'estero e grazie al favore dei lettori ho guadagnato bene. Giustamente, per decenni, ho dovuto pagare tasse del 53%. Ma per questo, né io né la mia famiglia ci siamo mai lamentati. E anche se il pagamento di tasse elevate non è piacevole, sono dell'opinione che questa quota per i redditi più alti andava mantenuta. Per ragioni di giustizia, se questa parola desueta ha ancora un suo peso. Ora però, per volere della Fdp, questa quota dovrebbe essere ridotta al 35%. E questo dovrebbe succedere a braccetto con la Cdu-Csu. Ma il bambino prodigio della signora Merkel, il professore Kirchhof, vuole andare oltre l'ingiustizia sociale della Fdp: la formula magica «25% per tutti» è il suo pezzo forte di neoliberismo. Si può solo sperare che molti cittadini riconoscano questo imbroglio prima che diventi governativo. Così andrebbe al potere l'ingiustizia totale.
Alcuni si chiederanno come mai uno scrittore, di età avanzata per giunta, si intrometta nella campagna elettorale. Molti giornali importanti consigliano agli autori, specie a quelli giovani, di non immischiarsi con la politica. Tanto si sa che la politica da sempre è un mestiere sporco che rovina lo stile. L'arte deve mantenersi pura. Bene, questa litania la conosco da decenni. Ma chi, come ho fatto io, si chiede le ragioni della caduta della Repubblica di Weimar e della presa di potere dei nazisti, sa che la democrazia resta vitale solo quando un numero sufficientemente grande di cittadini si erge a sua difesa. Cioè se sono pronti a immischiarsi e non lasciano la politica solo ai partiti e alle loro scaramucce studiate. Perciò vi parlo contemporaneamente da scrittore e da cittadino. E questo lo faccio instancabilmente dalla metà degli anni sessanta in poi.
La democrazia non dispone di diritto più grande del diritto insostituibile del libero voto. Farne uso dovrebbe essere ovvio. La storia tedesca lo dimostra. Quante lotte sono state necessarie prima che ai cittadini venisse concesso il diritto di voto. E come miserevolmente è andato perso. E sin dall'inizio di questa lotta, sono stati i socialdemocratici a battersi per questo diritto fondamentale, fino al diritto di voto per le donne. Questo mi fa stare dalla parte dei socialisti. Vorrei che i nostri socialdemocratici di adesso prendessero maggiore coscienza della storia di quasi 150 anni del loro partito. Li renderebbe più sicuri della vitalità della democrazia sociale, proprio perché è stata tante volte soppressa e dichiarata per morta. Chi ha letto l'autobiografia del grande segretario della Spd August Bebel «Della mia vita» sa che tutte le leggi sociali che oggi ci sembrano ovvie sono state conquistate con fatica strappandoli ai conservatori e alla reazione. Oggi queste leggi sono messe chiaramente in pericolo dalla destra. E non ci si dica che i grandi partiti sono tutti uguali, intercambiabili persino. Sinistra e destra non esisterebbero più. Queste sono chiacchiere che servono solo a confondere le idee sulle differenze. Sono i socialdemocratici e i verdi che difendono la tutela sui licenziamenti per operai e impiegati contro la mania di annullamento dei democristiani e della loro appendice liberale. Sono i socialdemocra |