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ottobre 31 2005
33 morti, un miliardo per la missione E ora dice che sull’Iraq si è sbagliato
da l'Unità - 31 ottobre 2005
OGGI BERLUSCONI DA BUSH È l’occasione buona per dire che la guerra in Iraq è stata un tragico errore e che bisognerebbe andarsene al più presto. Ma naturalmente il nostro premier non lo farà. È molto più facile «bluffare» in casa, tentando di far credere che lui - in fondo - questa guerra non l’ha mai voluta. L’Unione chiede chiarezza. Prodi: il presidente del Consiglio ora dimostri di essere conseguente con le sue parole. Minniti: «Questa vicenda è la dimostrazione del fallimento della politica estera italiana» Benini e R. Rossi a pagina 3
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Quando promise la «guerra duratura» Berlusconi dice che «non voleva» il conflitto in Iraq. Ma in due anni ha cercato in tutti i modi di assecondare Bush. Dopo averlo scaricato, cosa gli dirà oggi alla Casa Bianca? di Luana Benini/ Roma
«ERO CONTRO LA GUERRA IN IRAQ. Ho tentato invano di convincere Bush e Blair a non attaccare». La rivelazione di Berlusconi- che oggi sarà a Washington per incontrare «Dabliù» Bush azzoppato dall’uragano Libby- è una «balla spaziale» (titolo del «Ma- nifesto») oppure una non notizia ( Berlusconi, si affannano a dire nella Cdl, è sempre stato refrattario alla guerra)? A sostegno della seconda opzione arriva l’omnicomprensivo libro di Bruno Vespa «Il Cavaliere e il professore» che riporta alcune affermazioni di Berlusconi datate 2003: «Ho sempre temuto l’impresa militare in Iraq. In due successivi colloqui con il presidente Bush ho espresso queste riserve, cercando di convincerlo a non intraprendere l’azione militare. Gli avevo anche suggerito di subordinarla a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. A un certo punto, però, ho dovuto prendere atto che la decisione sulla guerra era già stata assunta e non era modificabile». Salvo che da quel momento in poi Berlusconi ha concordato in tutto e per tutto con l’amico americano, ne ha difeso le ragioni, esaltata la «missione», la guerra preventiva per esportare la democrazia, e ha partecipato alla costruzione e alla diffusione di bugie mediatiche sulla presenza in Iraq di armi di distruzioni di massa per avvalorare l’intervento armato. E allora la piroetta del premier nel momento del crollo di consensi a Bush e alla guerra in Iraq appare davvero pesante: finora hanno perso la vita in Iraq 26 militari italiani, 6 civili e il funzionario del Sismi Calipari. Ma leggiamo in sequenza le dichiarazioni di Berlusconi. 23 gennaio 2003: «Il presidente degli Stati Uniti Bush ha la certezza che ci saranno anche delle prove sulle armi di distruzione di massa. Sappiamo che ci sono ulteriori prove certe su cui siamo tenuti alla riservatezza». 3 febbraio 2003. «L’azione militare è l’ultima delle misure... Ma la comunità internazionale non si può sottrarre alla ricerca di risposte sull’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Non si può nascondere la testa sotto la sabbia». 9 febbraio 2003. «Dove sono andate le 6500 bombe chimiche, le 100mila tonnellate di agenti chimici, gli 8500 litri di antrace, i 146 missili a lungo raggio?». Adombra il fatto che le «armi biologiche o chimiche possano essere già state consegnate alle organizzazioni terroristiche». 27 febbraio 2003. In conferenza congiunta con Aznar ribadisce: «Non si può accettare che ci siano degli Stati con dei regimi non democratici che possono detenere, contro il parere delle Nazioni Unite, delle armi di distruzioni di massa». 17 marzo 2003. Bush ringrazia per lettera Berlusconi: «Dear Silvio mentre stiamo affrontando una minaccia senza pari, desidero esprimere la gratitudine del popolo americano per lo straordinario sostegno che tu e il tuo governo avete dato alla guerra globale contro il terrorismo. Ti sei schierato con noi e non lo dimenticheremo». 19 marzo 2003. Il premier spiega in Parlamento che «le condizioni per l’autorizzazione all’uso della forza si sono, oggi, legittimamente determinate»: «Il combinato delle varie risoluzioni autorizza il disarmo forzoso dell’Iraq...Il governo non metterà in discussione l’Alleanza atlantica come vorrebbe la sinistra cui manca il senso della realtà e della democrazia... È in gioco la chiara collocazione del nostro paese nei confronti degli alleati che hanno lanciato la sfida a un sanguinoso tiranno come Saddam Hussein...L’Italia non parteciperà direttamente alle azioni militari: non manderà in Iraq né uomini né mezzi ma concederà agli Usa...l’uso delle basi e dello spazio aereo». 21 luglio 2003. Dopo il colloquio fra Bush e Berlusconi in Texas, la conferenza stampa congiunta. Bush dice: «Sappiamo che difendere la libertà implica costi e sacrifici e gli Usa sono grati all’Italia per aver deciso di farsene carico insieme a noi...Dall’11 settembre 2001 l’Italia e gli Stati Uniti hanno fatto fronte comune contro la tirannia e il terrorismo globale... Le reti terroristiche mondiali rappresentano una minaccia per l’America, l’Italia e tutte le nazioni pacifiche. Noi le spezzeremo e le distruggeremo. Anche la proliferazione delle armi di distruzione di massa è una minaccia...non avremo tregua fino a quando questa minaccia non sarà cancellata». 20 aprile 2004. Dopo il ritiro delle truppe da parte di Zapatero: «Possiamo approfittare del fatto di essere considerati ora come l’alleato più vicino nell’Europa continentale agli Usa che sono la prima superpotenza del mondo». 11 maggio 2004. Dopo la rivelazione delle torture ad Abu Ghraib. Si dice «addolorato per le umiliazioni e sofferenze inflitte da alcuni soldati americani ad alcuni prigionieri iracheni». Guai però «se quanto avvenuto» oscurasse «la missione di pace e di libertà dei nostri soldati in Iraq» che lì devono restare. 19 maggio 2004. Colloquio alla Casa Bianca. «Dobbiamo seguire una strategia comune contro il terrorismo - afferma Berlusconi - se abbandonassimo l’Iraq prima che si affermasse una democrazia sarebbe la guerra civile con migliaia di morti in un Paese fondamentalista ed esportatore di terrorismo». Bush a sua volta: «È facile trattare con il mio amico Silvio...». 20 maggio 2004. In Senato Berlusconi promette «guerra duratura»: «Resteremo fino al ristabilimento della democrazia».
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Ds Milano - Rassegna stampa
33 morti, un miliardo per la missione E ora dice che sull’Iraq si è sbagliato
da l'Unità - 31 ottobre 2005
OGGI BERLUSCONI DA BUSH È l’occasione buona per dire che la guerra in Iraq è stata un tragico errore e che bisognerebbe andarsene al più presto. Ma naturalmente il nostro premier non lo farà. È molto più facile «bluffare» in casa, tentando di far credere che lui - in fondo - questa guerra non l’ha mai voluta. L’Unione chiede chiarezza. Prodi: il presidente del Consiglio ora dimostri di essere conseguente con le sue parole. Minniti: «Questa vicenda è la dimostrazione del fallimento della politica estera italiana» Benini e R. Rossi a pagina 3
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Quando promise la «guerra duratura» Berlusconi dice che «non voleva» il conflitto in Iraq. Ma in due anni ha cercato in tutti i modi di assecondare Bush. Dopo averlo scaricato, cosa gli dirà oggi alla Casa Bianca? di Luana Benini/ Roma
«ERO CONTRO LA GUERRA IN IRAQ. Ho tentato invano di convincere Bush e Blair a non attaccare». La rivelazione di Berlusconi- che oggi sarà a Washington per incontrare «Dabliù» Bush azzoppato dall’uragano Libby- è una «balla spaziale» (titolo del «Ma- nifesto») oppure una non notizia ( Berlusconi, si affannano a dire nella Cdl, è sempre stato refrattario alla guerra)? A sostegno della seconda opzione arriva l’omnicomprensivo libro di Bruno Vespa «Il Cavaliere e il professore» che riporta alcune affermazioni di Berlusconi datate 2003: «Ho sempre temuto l’impresa militare in Iraq. In due successivi colloqui con il presidente Bush ho espresso queste riserve, cercando di convincerlo a non intraprendere l’azione militare. Gli avevo anche suggerito di subordinarla a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. A un certo punto, però, ho dovuto prendere atto che la decisione sulla guerra era già stata assunta e non era modificabile». Salvo che da quel momento in poi Berlusconi ha concordato in tutto e per tutto con l’amico americano, ne ha difeso le ragioni, esaltata la «missione», la guerra preventiva per esportare la democrazia, e ha partecipato alla costruzione e alla diffusione di bugie mediatiche sulla presenza in Iraq di armi di distruzioni di massa per avvalorare l’intervento armato. E allora la piroetta del premier nel momento del crollo di consensi a Bush e alla guerra in Iraq appare davvero pesante: finora hanno perso la vita in Iraq 26 militari italiani, 6 civili e il funzionario del Sismi Calipari. Ma leggiamo in sequenza le dichiarazioni di Berlusconi. 23 gennaio 2003: «Il presidente degli Stati Uniti Bush ha la certezza che ci saranno anche delle prove sulle armi di distruzione di massa. Sappiamo che ci sono ulteriori prove certe su cui siamo tenuti alla riservatezza». 3 febbraio 2003. «L’azione militare è l’ultima delle misure... Ma la comunità internazionale non si può sottrarre alla ricerca di risposte sull’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Non si può nascondere la testa sotto la sabbia». 9 febbraio 2003. «Dove sono andate le 6500 bombe chimiche, le 100mila tonnellate di agenti chimici, gli 8500 litri di antrace, i 146 missili a lungo raggio?». Adombra il fatto che le «armi biologiche o chimiche possano essere già state consegnate alle organizzazioni terroristiche». 27 febbraio 2003. In conferenza congiunta con Aznar ribadisce: «Non si può accettare che ci siano degli Stati con dei regimi non democratici che possono detenere, contro il parere delle Nazioni Unite, delle armi di distruzioni di massa». 17 marzo 2003. Bush ringrazia per lettera Berlusconi: «Dear Silvio mentre stiamo affrontando una minaccia senza pari, desidero esprimere la gratitudine del popolo americano per lo straordinario sostegno che tu e il tuo governo avete dato alla guerra globale contro il terrorismo. Ti sei schierato con noi e non lo dimenticheremo». 19 marzo 2003. Il premier spiega in Parlamento che «le condizioni per l’autorizzazione all’uso della forza si sono, oggi, legittimamente determinate»: «Il combinato delle varie risoluzioni autorizza il disarmo forzoso dell’Iraq...Il governo non metterà in discussione l’Alleanza atlantica come vorrebbe la sinistra cui manca il senso della realtà e della democrazia... È in gioco la chiara collocazione del nostro paese nei confronti degli alleati che hanno lanciato la sfida a un sanguinoso tiranno come Saddam Hussein...L’Italia non parteciperà direttamente alle azioni militari: non manderà in Iraq né uomini né mezzi ma concederà agli Usa...l’uso delle basi e dello spazio aereo». 21 luglio 2003. Dopo il colloquio fra Bush e Berlusconi in Texas, la conferenza stampa congiunta. Bush dice: «Sappiamo che difendere la libertà implica costi e sacrifici e gli Usa sono grati all’Italia per aver deciso di farsene carico insieme a noi...Dall’11 settembre 2001 l’Italia e gli Stati Uniti hanno fatto fronte comune contro la tirannia e il terrorismo globale... Le reti terroristiche mondiali rappresentano una minaccia per l’America, l’Italia e tutte le nazioni pacifiche. Noi le spezzeremo e le distruggeremo. Anche la proliferazione delle armi di distruzione di massa è una minaccia...non avremo tregua fino a quando questa minaccia non sarà cancellata». 20 aprile 2004. Dopo il ritiro delle truppe da parte di Zapatero: «Possiamo approfittare del fatto di essere considerati ora come l’alleato più vicino nell’Europa continentale agli Usa che sono la prima superpotenza del mondo». 11 maggio 2004. Dopo la rivelazione delle torture ad Abu Ghraib. Si dice «addolorato per le umiliazioni e sofferenze inflitte da alcuni soldati americani ad alcuni prigionieri iracheni». Guai però «se quanto avvenuto» oscurasse «la missione di pace e di libertà dei nostri soldati in Iraq» che lì devono restare. 19 maggio 2004. Colloquio alla Casa Bianca. «Dobbiamo seguire una strategia comune contro il terrorismo - afferma Berlusconi - se abbandonassimo l’Iraq prima che si affermasse una democrazia sarebbe la guerra civile con migliaia di morti in un Paese fondamentalista ed esportatore di terrorismo». Bush a sua volta: «È facile trattare con il mio amico Silvio...». 20 maggio 2004. In Senato Berlusconi promette «guerra duratura»: «Resteremo fino al ristabilimento della democrazia».
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Ds Milano - Rassegna stampa
33 morti, un miliardo per la missione E ora dice che sull’Iraq si è sbagliato
da l'Unità - 31 ottobre 2005
OGGI BERLUSCONI DA BUSH È l’occasione buona per dire che la guerra in Iraq è stata un tragico errore e che bisognerebbe andarsene al più presto. Ma naturalmente il nostro premier non lo farà. È molto più facile «bluffare» in casa, tentando di far credere che lui - in fondo - questa guerra non l’ha mai voluta. L’Unione chiede chiarezza. Prodi: il presidente del Consiglio ora dimostri di essere conseguente con le sue parole. Minniti: «Questa vicenda è la dimostrazione del fallimento della politica estera italiana» Benini e R. Rossi a pagina 3
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Quando promise la «guerra duratura» Berlusconi dice che «non voleva» il conflitto in Iraq. Ma in due anni ha cercato in tutti i modi di assecondare Bush. Dopo averlo scaricato, cosa gli dirà oggi alla Casa Bianca? di Luana Benini/ Roma
«ERO CONTRO LA GUERRA IN IRAQ. Ho tentato invano di convincere Bush e Blair a non attaccare». La rivelazione di Berlusconi- che oggi sarà a Washington per incontrare «Dabliù» Bush azzoppato dall’uragano Libby- è una «balla spaziale» (titolo del «Ma- nifesto») oppure una non notizia ( Berlusconi, si affannano a dire nella Cdl, è sempre stato refrattario alla guerra)? A sostegno della seconda opzione arriva l’omnicomprensivo libro di Bruno Vespa «Il Cavaliere e il professore» che riporta alcune affermazioni di Berlusconi datate 2003: «Ho sempre temuto l’impresa militare in Iraq. In due successivi colloqui con il presidente Bush ho espresso queste riserve, cercando di convincerlo a non intraprendere l’azione militare. Gli avevo anche suggerito di subordinarla a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. A un certo punto, però, ho dovuto prendere atto che la decisione sulla guerra era già stata assunta e non era modificabile». Salvo che da quel momento in poi Berlusconi ha concordato in tutto e per tutto con l’amico americano, ne ha difeso le ragioni, esaltata la «missione», la guerra preventiva per esportare la democrazia, e ha partecipato alla costruzione e alla diffusione di bugie mediatiche sulla presenza in Iraq di armi di distruzioni di massa per avvalorare l’intervento armato. E allora la piroetta del premier nel momento del crollo di consensi a Bush e alla guerra in Iraq appare davvero pesante: finora hanno perso la vita in Iraq 26 militari italiani, 6 civili e il funzionario del Sismi Calipari. Ma leggiamo in sequenza le dichiarazioni di Berlusconi. 23 gennaio 2003: «Il presidente degli Stati Uniti Bush ha la certezza che ci saranno anche delle prove sulle armi di distruzione di massa. Sappiamo che ci sono ulteriori prove certe su cui siamo tenuti alla riservatezza». 3 febbraio 2003. «L’azione militare è l’ultima delle misure... Ma la comunità internazionale non si può sottrarre alla ricerca di risposte sull’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Non si può nascondere la testa sotto la sabbia». 9 febbraio 2003. «Dove sono andate le 6500 bombe chimiche, le 100mila tonnellate di agenti chimici, gli 8500 litri di antrace, i 146 missili a lungo raggio?». Adombra il fatto che le «armi biologiche o chimiche possano essere già state consegnate alle organizzazioni terroristiche». 27 febbraio 2003. In conferenza congiunta con Aznar ribadisce: «Non si può accettare che ci siano degli Stati con dei regimi non democratici che possono detenere, contro il parere delle Nazioni Unite, delle armi di distruzioni di massa». 17 marzo 2003. Bush ringrazia per lettera Berlusconi: «Dear Silvio mentre stiamo affrontando una minaccia senza pari, desidero esprimere la gratitudine del popolo americano per lo straordinario sostegno che tu e il tuo governo avete dato alla guerra globale contro il terrorismo. Ti sei schierato con noi e non lo dimenticheremo». 19 marzo 2003. Il premier spiega in Parlamento che «le condizioni per l’autorizzazione all’uso della forza si sono, oggi, legittimamente determinate»: «Il combinato delle varie risoluzioni autorizza il disarmo forzoso dell’Iraq...Il governo non metterà in discussione l’Alleanza atlantica come vorrebbe la sinistra cui manca il senso della realtà e della democrazia... È in gioco la chiara collocazione del nostro paese nei confronti degli alleati che hanno lanciato la sfida a un sanguinoso tiranno come Saddam Hussein...L’Italia non parteciperà direttamente alle azioni militari: non manderà in Iraq né uomini né mezzi ma concederà agli Usa...l’uso delle basi e dello spazio aereo». 21 luglio 2003. Dopo il colloquio fra Bush e Berlusconi in Texas, la conferenza stampa congiunta. Bush dice: «Sappiamo che difendere la libertà implica costi e sacrifici e gli Usa sono grati all’Italia per aver deciso di farsene carico insieme a noi...Dall’11 settembre 2001 l’Italia e gli Stati Uniti hanno fatto fronte comune contro la tirannia e il terrorismo globale... Le reti terroristiche mondiali rappresentano una minaccia per l’America, l’Italia e tutte le nazioni pacifiche. Noi le spezzeremo e le distruggeremo. Anche la proliferazione delle armi di distruzione di massa è una minaccia...non avremo tregua fino a quando questa minaccia non sarà cancellata». 20 aprile 2004. Dopo il ritiro delle truppe da parte di Zapatero: «Possiamo approfittare del fatto di essere considerati ora come l’alleato più vicino nell’Europa continentale agli Usa che sono la prima superpotenza del mondo». 11 maggio 2004. Dopo la rivelazione delle torture ad Abu Ghraib. Si dice «addolorato per le umiliazioni e sofferenze inflitte da alcuni soldati americani ad alcuni prigionieri iracheni». Guai però «se quanto avvenuto» oscurasse «la missione di pace e di libertà dei nostri soldati in Iraq» che lì devono restare. 19 maggio 2004. Colloquio alla Casa Bianca. «Dobbiamo seguire una strategia comune contro il terrorismo - afferma Berlusconi - se abbandonassimo l’Iraq prima che si affermasse una democrazia sarebbe la guerra civile con migliaia di morti in un Paese fondamentalista ed esportatore di terrorismo». Bush a sua volta: «È facile trattare con il mio amico Silvio...». 20 maggio 2004. In Senato Berlusconi promette «guerra duratura»: «Resteremo fino al ristabilimento della democrazia».
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Ds Milano - Rassegna stampa
33 morti, un miliardo per la missione E ora dice che sull’Iraq si è sbagliato
da l'Unità - 31 ottobre 2005
OGGI BERLUSCONI DA BUSH È l’occasione buona per dire che la guerra in Iraq è stata un tragico errore e che bisognerebbe andarsene al più presto. Ma naturalmente il nostro premier non lo farà. È molto più facile «bluffare» in casa, tentando di far credere che lui - in fondo - questa guerra non l’ha mai voluta. L’Unione chiede chiarezza. Prodi: il presidente del Consiglio ora dimostri di essere conseguente con le sue parole. Minniti: «Questa vicenda è la dimostrazione del fallimento della politica estera italiana» Benini e R. Rossi a pagina 3
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Quando promise la «guerra duratura» Berlusconi dice che «non voleva» il conflitto in Iraq. Ma in due anni ha cercato in tutti i modi di assecondare Bush. Dopo averlo scaricato, cosa gli dirà oggi alla Casa Bianca? di Luana Benini/ Roma
«ERO CONTRO LA GUERRA IN IRAQ. Ho tentato invano di convincere Bush e Blair a non attaccare». La rivelazione di Berlusconi- che oggi sarà a Washington per incontrare «Dabliù» Bush azzoppato dall’uragano Libby- è una «balla spaziale» (titolo del «Ma- nifesto») oppure una non notizia ( Berlusconi, si affannano a dire nella Cdl, è sempre stato refrattario alla guerra)? A sostegno della seconda opzione arriva l’omnicomprensivo libro di Bruno Vespa «Il Cavaliere e il professore» che riporta alcune affermazioni di Berlusconi datate 2003: «Ho sempre temuto l’impresa militare in Iraq. In due successivi colloqui con il presidente Bush ho espresso queste riserve, cercando di convincerlo a non intraprendere l’azione militare. Gli avevo anche suggerito di subordinarla a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. A un certo punto, però, ho dovuto prendere atto che la decisione sulla guerra era già stata assunta e non era modificabile». Salvo che da quel momento in poi Berlusconi ha concordato in tutto e per tutto con l’amico americano, ne ha difeso le ragioni, esaltata la «missione», la guerra preventiva per esportare la democrazia, e ha partecipato alla costruzione e alla diffusione di bugie mediatiche sulla presenza in Iraq di armi di distruzioni di massa per avvalorare l’intervento armato. E allora la piroetta del premier nel momento del crollo di consensi a Bush e alla guerra in Iraq appare davvero pesante: finora hanno perso la vita in Iraq 26 militari italiani, 6 civili e il funzionario del Sismi Calipari. Ma leggiamo in sequenza le dichiarazioni di Berlusconi. 23 gennaio 2003: «Il presidente degli Stati Uniti Bush ha la certezza che ci saranno anche delle prove sulle armi di distruzione di massa. Sappiamo che ci sono ulteriori prove certe su cui siamo tenuti alla riservatezza». 3 febbraio 2003. «L’azione militare è l’ultima delle misure... Ma la comunità internazionale non si può sottrarre alla ricerca di risposte sull’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Non si può nascondere la testa sotto la sabbia». 9 febbraio 2003. «Dove sono andate le 6500 bombe chimiche, le 100mila tonnellate di agenti chimici, gli 8500 litri di antrace, i 146 missili a lungo raggio?». Adombra il fatto che le «armi biologiche o chimiche possano essere già state consegnate alle organizzazioni terroristiche». 27 febbraio 2003. In conferenza congiunta con Aznar ribadisce: «Non si può accettare che ci siano degli Stati con dei regimi non democratici che possono detenere, contro il parere delle Nazioni Unite, delle armi di distruzioni di massa». 17 marzo 2003. Bush ringrazia per lettera Berlusconi: «Dear Silvio mentre stiamo affrontando una minaccia senza pari, desidero esprimere la gratitudine del popolo americano per lo straordinario sostegno che tu e il tuo governo avete dato alla guerra globale contro il terrorismo. Ti sei schierato con noi e non lo dimenticheremo». 19 marzo 2003. Il premier spiega in Parlamento che «le condizioni per l’autorizzazione all’uso della forza si sono, oggi, legittimamente determinate»: «Il combinato delle varie risoluzioni autorizza il disarmo forzoso dell’Iraq...Il governo non metterà in discussione l’Alleanza atlantica come vorrebbe la sinistra cui manca il senso della realtà e della democrazia... È in gioco la chiara collocazione del nostro paese nei confronti degli alleati che hanno lanciato la sfida a un sanguinoso tiranno come Saddam Hussein...L’Italia non parteciperà direttamente alle azioni militari: non manderà in Iraq né uomini né mezzi ma concederà agli Usa...l’uso delle basi e dello spazio aereo». 21 luglio 2003. Dopo il colloquio fra Bush e Berlusconi in Texas, la conferenza stampa congiunta. Bush dice: «Sappiamo che difendere la libertà implica costi e sacrifici e gli Usa sono grati all’Italia per aver deciso di farsene carico insieme a noi...Dall’11 settembre 2001 l’Italia e gli Stati Uniti hanno fatto fronte comune contro la tirannia e il terrorismo globale... Le reti terroristiche mondiali rappresentano una minaccia per l’America, l’Italia e tutte le nazioni pacifiche. Noi le spezzeremo e le distruggeremo. Anche la proliferazione delle armi di distruzione di massa è una minaccia...non avremo tregua fino a quando questa minaccia non sarà cancellata». 20 aprile 2004. Dopo il ritiro delle truppe da parte di Zapatero: «Possiamo approfittare del fatto di essere considerati ora come l’alleato più vicino nell’Europa continentale agli Usa che sono la prima superpotenza del mondo». 11 maggio 2004. Dopo la rivelazione delle torture ad Abu Ghraib. Si dice «addolorato per le umiliazioni e sofferenze inflitte da alcuni soldati americani ad alcuni prigionieri iracheni». Guai però «se quanto avvenuto» oscurasse «la missione di pace e di libertà dei nostri soldati in Iraq» che lì devono restare. 19 maggio 2004. Colloquio alla Casa Bianca. «Dobbiamo seguire una strategia comune contro il terrorismo - afferma Berlusconi - se abbandonassimo l’Iraq prima che si affermasse una democrazia sarebbe la guerra civile con migliaia di morti in un Paese fondamentalista ed esportatore di terrorismo». Bush a sua volta: «È facile trattare con il mio amico Silvio...». 20 maggio 2004. In Senato Berlusconi promette «guerra duratura»: «Resteremo fino al ristabilimento della democrazia».
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Ds Milano - Rassegna stampa
La diplomazia della paura Intervista a Bijan Zarmandili rispetto alle dichiarazioni del Presidente iraniano su Israele
“L'Iran non ha mai riconosciuto Israele. Le parole pronunciate da Ahmadinejad sono la rivisitazione di un vecchio slogan che risale alla rivoluzione islamica del 1979 e al suo promotore: l'ayatollah Khomeini. La novità, rispetto al passato, è che questo slogan torni a essere di Stato e che a pronunciarlo sia il capo dell'esecutivo. Questo pone molti interrogativi inquietanti”.
Un vespaio di polemiche. Bijan Zarmandili, giornalista iraniano che da oltre vent’anni si occupa del Medio Oriente per il gruppo editoriale Espresso-Repubblica, e quest'anno ha debuttato come scrittore con il suo primo romanzo La grande casa di Monirrieh, edito da Feltrinelli, commenta così le esternazioni del Presidente iraniano Ahmadinejad di mercoledì 26 ottobre scorso quando, di fronte a un'assemblea di studenti universitari, ha dichiarato che “Israele deve essere cancellato dalla carta geografica”. L’iperbole, si sa, caratterizza da sempre la politica, ma le parole del Presidente iraniano non potevano passare inosservate. Da un lato perché la situazione in Medio Oriente è esplosiva e dall'altro perchè da almeno un anno Teheran è nell'occhio del ciclone per lo sviluppo del suo programma nucleare. Quindi il Presidente di una 'quasi' potenza nucleare che sostiene il diritto di 'cancellare dalla faccia della Terra' una rinomata (per quanto mai in maniera ufficiale) potenza nucleare non può lasciare indifferenti. E così, a poche ore dalle dichiarazioni di Ahmadinejad, l'Unione Europea, gli Stati Uniti, la Russia, Israele e quasi tutti i leader mondiali hanno duramente condannato le esternazioni del Presidente iraniano. Condanne che non si sono attenuate dopo il chiarimento del governo di Teheran che ieri ha specificato di non aver mai voluto ventilare un attacco armato a Israele.
Giocare con il fuoco. “Le dichiarazioni di Ahmadinejad segnano un'inversione di tendenza rispetto agli ultimi 7 o 8 anni della politica iraniana verso Israele – spiega Zarmandili - Khatami, pur non mancando mai di sottolineare il sostegno dell'Iran alle rivendicazioni del popolo palestinese, aveva scelto toni meno aggressivi. Ahmadinejad sembra scegliere invece lo stile degli ambienti ultraconservatori. E' necessario leggere quelle dichiarazioni in relazione a quanto sta accadendo nella regione e all'interno dell'Iran. Ahmadinejad si è insediato da poco e non ha mai ricoperto prima un ruolo di primo piano sulla scena politica iraniana. Rispolverando un vecchio slogan, compatta la base elettorale e il regime stesso. Con uno slogan caro agli ambienti più conservatori: i militari, le fondazioni religiose che hanno in mano le leve del potere economiche del Paese e la destra populista. Ha scelto un giorno particolare. Infatti l'ultimo venerdì del Ramadan è storicamente chiamato la giornata di al-Quds, la giornata di Gerusalemme, carica di valori simbolici non a caso”.
Errore politico. Quello che lascia perplessi è che Ahmadinejad abbia scelto un momento politico delicato come questo per rilasciare dichiarazioni che avrebbero generato delle ovvie reazioni. “Sicuramente la scelta dei tempi è singolare”, risponde Zarmandili, “ma la nuova Costituzione irachena ha suscitato forti preoccupazioni in Iran. Un vicino così coinvolto con gli Stati Uniti preoccupa molto Teheran e la Siria, che per molti anni è stata l'unica sponda politica dell'Iran, attraversa una fase critica. La leadership precedente aveva deciso di aprirsi a nuovi interlocutori come la Russia, la Cina e l'Unione Europea. Le dichiarazioni di Ahmadinejad però ottengono l'effetto di allontanare questi nuovi partner che non possono che prendere le distanze dall'Iran. Sembra quindi che il nuovo corso iraniano preferisca una politica oltranzista e isolazionista. Ma questo apre scenari inquietanti”. Anche perchè i media occidentali hanno amplificato la portata delle dichiarazioni del Presidente dell'Iran, come era logico attendersi in un momento delicato rispetto all'adesione dell'Iran al Trattat di Non Proliferazione Nucleare. “Le sue parole sono diventate ovviamente un caso”, risponde il giornalista iraniano, “e non poteva essere diversamente. Difficile quindi capire dove vada a parare questo atteggiamento di Ahmadinejad, ma non credo che la situazione possa degenerare fino a uno scontro aperto con Israele o con gli Stati Uniti. La situazione internazionale sonsiglia l'uso della forza. Lo stesso dicasi per la società iraniana. Non bisogna farsi incantare dalle manifestazion di piazza di solidarietà al Presidente che hanno seguito le polemiche dopo le sue dichiarazioni. Per parlare di consenso popolare mancano tutta una serie di elementi che, in una società fluida com'è quella iraniana contemporanea, non sono per niente scontati”. www.peacereporter.net
Tutte le vittime del Washington Consensus Franco Motta
G. Chiesa, Cronache marxziane, a cura di M. Panarari, Roma, Fazi, 2005
In tempi di consenso mediatico di massa, vedere il mondo con gli occhi “perfidi” e disincantati di Giulietto Chiesa è un po’ come osservare da un disco volante il viluppo inestricabile di illusioni e di interessi che governa noi umani. Di qui la geniale copertina del volume, dalla quale Marx ci saluta con una manina verde da marziano sci-fi dall’abitacolo di un ufo atterrato in una landa desolata.
Marx, il dio Marte, i marziani. La critica della macchina capitalista, la guerra — perenne, omnipervasiva —, e lo sguardo alieno che, come nelle Lettres persanes di Montesquieu, svela con la distanza la smisurata irragionevolezza di quanto ci sembra normale. Non disdegna gli accenti profetici, Chiesa, nel descriverci in queste sue cronache lo stato dell’arte del governo mondiale delle risorse, degli uomini e delle informazioni: e lo fa, come un nuovo aruspice, cogliendo le tracce recondite del potere, interpretando indizi — così dobbiamo definire, oggi, le macroscopiche evidenze celate dagli organi “ufficiali” d’informazione — e fornendoci una prognosi impietosa del prossimo futuro. Il quale è già pienamente attuale: il 2017 è l’anno in cui, secondo il Project for the New American Century (il manifesto geopolitico dei neocon a stelle e strisce), la Cina sarà un competitor alla pari con gli Stati Uniti. Di qui ai prossimi due lustri si gioca la partita, e la scacchiera è grande quanto l’immensa distesa eurasiatica che da Minsk corre fino all’Oceano Pacifico.
Gli attori sulla scena: l’impero americano, consumatore inappagabile di beni e risorse, gravato da un colossale debito estero e da una crisi senza precedenti del proprio sistema democratico. La Cina, che si affretta a comprare gas e petrolio a prezzi sopravvalutati in previsione di quel nuovo Anno Mille che è il “picco di Hubbert”, il sempre più prossimo punto di flessione della curva di estrazione dei combustibili fossili. La Russia, avvilita e più che mai risentita verso gli “alleati” d’Occidente che spadroneggiano nel suo cortile di casa, dalle repubbliche centroasiatiche all’Ucraina. E poi l’Iran, Israele e, naturalmente, l’Unione Europea. E, sopra tutti, Madre Natura, con le sue grida di dolore che battono il tempo di questa folle gara all’autodistruzione.
Il conflitto tra uomo e natura, anzi tra capitale e natura è lo sfondo su cui Chiesa proietta la sua analisi: dove la natura è anche quella dell’uomo, vulnerato anzitutto nelle sue capacità psichiche da una macchina di produzione del consenso (la «Grande Fabbrica dei Sogni e della Menzogna») in piena attività nel creare una realtà parallela nella quale il soggetto-consumatore dell’emisfero nord vive e si muove entro gli assi cartesiani dell’ansia e del desiderio. Ma il discorso si snoda lungo una precisa traiettoria storica, quella che dall’edificazione del sistema imperiale statunitense durante l’età di Roosevelt (il primo imperatore americano, magnanimo e illuminato come un Augusto del ventesimo secolo) conduce sino all’apogeo dell’iperpotenza sotto il regno di Bush II.
Nella prospettiva d’analisi marxista di Chiesa, Baghdad è l’esito ultimo di quanto ebbe inizio a Pearl Harbour nel dicembre del 1941: è cioè di un processo in cui il capitale si incarica di dettare su scala globale l’agenda alla politica, di stabilire i modi e i tempi del sostegno pubblico alla produzione, di designare i mercati da aprire, anche con la guerra. In questo senso, per gli equilibri geopolitici mondiali non meno importante dell’implosione dell’Unione Sovietica è quello che succede pochi anni dopo, giusto a ridosso dell’elezione di Clinton, allorché le corporation impongono la rimozione di ogni ostacolo al free capital flow come obiettivo strategico della Casa Bianca (dialettica poi brillantemente superata giacché, oggi, per coincidenza di personale, le corporation semplicemente sono la Casa Bianca).
Economia, democrazia, diritti. In quale misura può essere considerato realmente democratico un sistema nel quale la rappresentanza non è che una funzione — e di certo non tra le più influenti — di un dispositivo i cui decisori ultimi sono sottratti alla scelta elettorale? Il «superclan», insomma, il cuore della tesi di Giulietto Chiesa: una classe composta di poche centinaia di migliaia di persone, sconosciute ai più; i grandi azionisti e i Ceo delle multinazionali, i detentori delle risorse strategiche, i proprietari dei maggiori network d’informazione. Provengono da tutto il mondo e incrociano i loro interessi nelle stanze del Washington Consensus, il triangolo compreso fra Wall Street, il Pentagono e il Fondo Monetario Internazionale. Occidente? Sì e no. Non l’Occidente del modello renano, dei diritti sociali, dell’Europa convertita al “culto di Venere” (ché Marte risiede ormai stabilmente oltreoceano: e su questo rinviamo al ponderoso Europa vs. America del blairiano convertito Will Hutton) dopo un bagno di sangue durato secoli. La divergenza fra vecchia Europa e Stati Uniti si avvia, impercettibile, con la nascita della politica imperiale americana sull’onda del New Deal, per allargarsi a forbice e presentarsi oggi come un’alternativa fra due “Occidenti”: quello teologico, bellicista e liberista dei Born again della Casa Bianca, tutto Bibbia e Wal-Mart, e quello di un’Europa in cerca di equilibrio fra tradizione illuminista, crisi economica e vocazione a una Realpolitik in prospettiva globale. Per inciso, le posizioni di Chiesa nella Sottocommissione Difesa e Sicurezza del Parlamento europeo, contrarie al riarmo dell’Unione nell’ottica di un pieno rilancio del suo ruolo diplomatico, la dicono lunga sulle ricadute fattuali della sua analisi.
Sarebbe sbagliato, tuttavia, considerare le Cronache marxziane come l’ennesima riproposizione della critica radical del modello liberista. Si parla di «impero», ma siamo lontani anni luce dall’apodittica summa theologiae di Michael Hardt e Toni Negri (“teorico di corte”, nel giudizio aspro di Chiesa). Nessun ésprit de système, da queste parti, solo genuino materialismo storico e impietosa analisi del reale: Marx e Gramsci, e, dall’altra parte, Fernand Braudel sono gli autori più citati. E poi l’antica coscienza civile degli Stati Uniti e del Bill of Rights che ritorna con i nomi di Gore Vidal, Michael Moore e Joseph Stieglitz.
Un libro che, prima di tutto, parla alla sinistra, a quella italiana in primis. Lo dobbiamo al curatore del volume, Massimiliano Panarari, sulla scena in qualità di intervistatore di Chiesa. Se non un libro a quattro mani in senso stretto, quantomeno il felice prodotto della dialettica fra due anime di quella sinistra che ancora vuole fare il suo mestiere: interrogarsi sulle ragioni dell’ingiustizia e porvi rimedio con le risorse della ragione. È Panarari, certo figlio più di John Rawls che di Antonio Gramsci, a incalzare Chiesa, a imporgli una più distesa scansione argomentativa, a chiedergli conto della natura implicitamente controfattuale di alcune sue conclusioni (vedi le pagine su Miloševic’ e l’«intervento umanitario» in Kosovo).
Quello che ne esce è una teoria critica della globalizzazione che nulla lascia alle pregiudiziali ideologiche della sinistra radicale. Un servizio reso a quest’ultima, in realtà: e dispiace, in questo senso, la miopia di Luciana Castellina quando si limita a liquidare Panarari come fastidioso «riformista», senza comprendere quanto il ruolo di quest’ultimo sia cruciale nell’imprimere al volume una peculiare apertura a una riflessione in grado di abbracciare critica sociale e primato dei diritti.
La sintesi, per la verità, è già tutta in Chiesa, brillantemente definito da Panarari un «hobbesiano di sinistra» (p. 207) per la cruda attenzione ai rapporti di forza come generatori della dinamiche sociali, economiche, politiche. «Io non ho mai abiurato le mie idee comuniste. Comunista italiano, figlio di Gramsci, ma anche di Marx, Freud e Einstein» (p. 193): così si identifica l’autore. Buona, anzi ottima novella, laddove si scopre che il suo comunismo è debitore degli ideali “borghesi” della Rivoluzione francese assai più che non di quelli dell’Ottobre: «Libertà, eguaglianza e fratellanza [...]. Giustizia sociale [...]. Stato di diritto. Spiritualità e senso della condivisione di una condizione e di un destino collettivi. [...] In una parola, umanesimo» (104-5). È proprio all’incrocio di queste direttrici che l’Occidente “europeo” deve trovare la propria forza motrice e la rotta da seguire per uscire dall’impasse di quel bellum omnium contra omnes in cui si è trasformata l’infausta finzione del New World Order. Su queste direttrici la sinistra laica e democratica e quella socialista possono convergere e recuperare la propria mancanza più grave, la mancanza di quegli strumenti cognitivi — propri delle élites gramsciane — in grado di interpretare il sistema-mondo.
L’alternativa, l’unica possibile, allo stato attuale, è quella della democrazia statunitense, con il suo modello iperindividualistico di società atomizzata e, in quanto tale, preda del capillare controllo delle coscienze esercitato dai media: «L’America è un paese libero senza democrazia. Libero nel senso che l’individuo ha l’idea di poter fare tutto quello che vuole, ma in realtà non può fare affidamento su nessuna delle cose che contano e che decidono dei destini e delle ricchezze. Non può, perché non dispone di forme di organizzazione politica collettiva, di luoghi dove i suoi interessi primari si possano organizzare ed esprimere» (30). Teoria politica a suo modo organicista, quella di Giulietto Chiesa, fondata sul primato della società civile fra gli istituti di democrazia. «La società civile è lo “spirito pubblico”, quello dove si esprime un certo grado di partecipazione collettiva alla cosa pubblica, una certa idea di “bene comune” sebbene comune non a tutti ma a un segmento della società di cui si è parte» (36). In assenza di questo fondamento del vivere comune, solo la progressiva corruzione delle coscienze operata dal sistema mediatico mondiale, che l’autore tratteggia con un cupo pessimismo antropologico.
Questo ci raccontano, in buona sostanza, le Cronache marxziane. Un libro che propone una chiave di interpretazione “forte”, e solidamente argomentata, dell’esistente. Un libro che ci impone l’urgenza di conoscere le cose, anche a costo di svelare il volto funestamente irreale della realtà. «Mi perdoni — chiede Panarari — non è una visione piuttosto dietrologica questa?». E Chiesa: «Certo che lo è. Tutto questo è assolutamente, totalmente dietrologico. Oppure lei pensa che la spiegazione sia limpida, chiara e senz’ombre, e che dobbiamo stare buoni a farcela raccontare come tutta questa ciurma di assassini vuole?» (p. 143). www.caffeuropa.it
Namibia: il primo bilancio dell’operato del nuovo governo
Il nuovo governo di Pohamba, a sette mesi dal suo inizio, si è trovato a dover fronteggiare il dilagare della corruzione all’interno dello stesso partito al potere, che ha portato a tensioni e divisioni all’interno del Parlamento. Nel frattempo la riforma agraria procede con la ridistribuzione delle terre, mentre l’economia sembra mantenersi stabile e le previsioni sono abbastanza positive.
Marta Cordini
Equilibri.net
Il problema della corruzione
Il partito di governo, la Swapo (South West Africa People’s Organisation), sta affrontando una forte crisi interna a causa di casi di corruzione e concussione emersi nei mesi scorsi. Il ministro del lavoro, dei trasporti e delle comunicazioni, Paulus Kapia è stato accusato di appropriazione indebita, insieme a Lazarus Kandara e ad Alan Rosenberg. Il ministro ha infatti investito 37 milioni di rand sudafricani (circa 4,7 milioni di euro) nella sua compagnia, la Avid Investment Corporation. Secondo le varie ricostruzioni effettuate, tali soldi derivavano in parte, 30 milioni di rand, dalla SSC (Social Security Commission), mentre i rimanenti 7 milioni erano di proprietà della Kalahari Holdings, braccio affaristico dello Swapo. I soldi passavano dalle mani di Lazars Kandara, CEO (Chief Executive Officer) dell’Avid Investment Corporation, a quelle di Nicolaas Josea, un altro manager, e infine a quelle di Alan Rosenberg, un operatore finanziario di Johannesburg. Tutte queste transazioni venivano rese possibili dai direttori dell’Avid, tra cui Kapia, in cambio di cospicue somme di denaro. Mentre Lazarus Kandara si è suicidato a causa dello scandalo, Kapia, sebbene il presidente Hifikepunye Pohamba e la maggioranza dei membri del partito abbiano più volte incoraggiato le sue dimissioni, ha invece continuato a sedere in Parlamento, ignorando le richieste del Politburo, costituito da Presidente, vicepresidente, segretario generale e suo vice. Il Segretario Generale della Swapo, Tjiriange, ha dichiarato che l’ultimo provvedimento rimasto da prendere è quello dell’espulsione dal partito. Davanti alla continua presenza di Kapia all’interno del Parlamento è insorto anche il NUNW (National Union of Namibian Workers), chiedendone l’espulsione. Intanto, qualche giorno fa, il ministro del lavoro e del Social Welfare, Alpheus G. !Naruseb, ha nominato i nuovi componenti della SSC, inserendo questo cambiamento nel processo di riconquista dell’immagine pubblica e della fiducia popolare. Questa vicenda ha causato forti tensioni e divisioni all’interno del partito, acuite inoltre dall’indifferenza alla lotta alla corruzione e a questi recenti avvenimenti, che sembra dimostrare l’ex presidente Sam Nujoma. Inoltre il vice-presidente del Congresso dei Democratici, Schimming-Chase, ha accusato il governo di non aver mantenuto le promesse e di aver distribuito le risorse a disposizione del governo senza rispettare le priorità che erano state indicate nel manifesto del partito. Infatti sono stati stanziati per la lotta alla corruzione solo 2,5 milioni, mentre sono stati destinati 90 milioni alla costruzione della nuova State House.
I risultati della riforma agraria
Il governo di Pohamba ha dato vita a una riforma agraria che puntava ad una più veloce ridistribuzione delle terre espropriate. A quasi sette mesi dall’esordio del nuovo governo, il bilancio dei risultati di questa riforma non è totalmente positivo. Secondo un’ analisi della Namibian Commercial Agricultural Land Reform Process, diffusa da un ONG locale, il LAC (Legal Assistence Centre), le famiglie, in tutto 5.890, che hanno ricevuto le terre espropriate spesso non sono a conoscenza delle tecniche di rotazione delle colture, di allevamento del bestiame e non hanno capacità di pianificazione finanziaria, così che continuano semplicemente ad attuare un’agricoltura di sussistenza sulle terre che gli vengono assegnate. Spesso inoltre, la confisca delle terre, non è accompagnata da nessun tipo di assistenza nei confronti degli ex-proprietari. Il ministro che si occupa delle ridistribuzione delle terre, Jerry Ekandjo, ha cercato di sensibilizzare gli altri ministeri e altri organismi governativi sulla necessità di stanziare capitali per aiutare i nuovi proprietari terrieri all’inizio della loro attività, in modo tale che la riforma serva veramente da trampolino di lancio per l’economia del paese. Lo stesso presidente infatti ha annunciato di voler fare in modo che l’agricoltura, insieme all’esportazione di diamanti e di carne, contribuisca al prodotto interno lordo del paese. A questo proposito è stato stanziato un prestito di 34 milioni di dollari da parte della Banca Africana di Sviluppo (BAS) da utilizzare in sistemi d’irrigazione e per la formazione dei nuovi agricoltori. In aggiunta alla riforma e al prestito della BAS, è stato stipulato un accordo in aiuto della Namibia tra quest’ultima, l’Olanda e l’Unione Europea, l’ Emergine Commercial Farmer’s Support. La Namibia ha buone opportunità di far funzionare questa riforma agraria , poiché ha una popolazione relativamente esigua, una solida cooperazione tra i proprietari bianchi e dispone di abbastanza mezzi e tempo per non soccombere alle pressioni politiche com’è successo invece in Zimbabwe. Un altro problema che grava sull’economia agricola namibiana è l’HIV, infatti il 21% degli adulti namibiani risultano essere sieropositivi e secondo la NEPRU (Namibian Economic Policy Research Unit) questa condizione influenzerebbe negativamente la produzione agricola, vale a dire che l’86,5% dei contadini non produrrebbe abbastanza derrate alimentari a causa delle proprie condizioni di salute. A questa situazione si aggiunge la tensione causata dalla costruzione del canale tra Ogongo e Oshakati. I lavori per questo canale infatti stanno privando d’acqua potabile le popolazioni delle quattro regioni del nord della Namibia.
Le previsioni economiche
Il ministro della Finanza, Kuugangelwa-Amadhila, ha comunicato previsioni piuttosto ottimiste per quanto concerne il futuro economico del paese, evidentemente derivate dal fatto che il prodotto interno lordo è passato da un aumento del 4% del 2003-2004 a un aumento del 7,5% quest’anno. Tra quest’anno e il 2008 ci si aspetta che le entrate del governo mantengano una crescita pari a quella degli anni passati, grazia a uno sviluppo economico che dovrebbe superare il 4% tra il 2005 e il 2007. Mentre, secondo il ministro, le entrate da parte del SACU (Southern African Costums Unions) sono destinate a calare nei prossimi tre anni, si prevedono altre entrate, che dovrebbero ammontare a 12,3 miliardi di dollari namibiani nel 2005-2006 (circa 1,5 miliardi di euro), a 13,4 miliardi nel 2006-2007 e a 13,3 miliardi nel 2007-2008. Per quanto riguarda invece le spese del governo, nel 2005 esse ammontano a circa 12,8 miliardi di dollari namibiani, mentre nel 2006-2007 dovrebbero raggiungere i 12.97 miliardi. Attualmente l’elemento di maggiore preoccupazione è il prezzo del petrolio, che, nel mese di settembre, ha superato, per ben due volte, il tetto di 5 dollari namibiani al litro, dando il via all’inflazione, sebbene in maniera lieve. Al momento 1 dollaro equivale a 6,35 dollari namibiani, ma secondo le previsioni, presto ne varrà 6,70.
La Namibia a livello internazionale
Per quanto riguarda le relazioni esterne, il nuovo governo ha più o meno mantenuto il medesimo atteggiamento di quello precedente, vale a dire dei rapporti amichevoli con l’Angola, Sud Africa e Zimbabwe e relazione piuttosto fredde e moderate con il Botswana, che non condivide l’atteggiamento di tolleranza della Namibia nei confronti di Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe, condannato e screditato a livello internazionale per presunti crimini contro l’umanità. Al di là delle relazioni con gli altri stati del continente, Pohamba, insieme al presidente della Tanzania, Mkapa, sta spingendo i propri colleghi africani ad attuare cambiamenti per fortificare la loro posizione a livello mondiale, con l’aspirazione di ottenere in futuro per l’Africa almeno due posti fissi e cinque non permanenti all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. I giudizi di quest’ultima istituzione non sono però così positivi per quanto riguarda la Namibia, che presto, secondo l’ONU, potrebbe essere colpita da una crisi umanitaria a causa dell’HIV, dall’ineguale distribuzione di cibo e dall’inefficienza dei servizi sociali.
Conclusione
La Namibia, dunque, dal punto di vista economico si trova in una fase relativamente stabile e positiva, grazie alla stabilità delle esportazioni di diamanti e di carne e alla nuova riforma agraria, che offre un’ opportunità di crescita all’economia namibiana e di ripresa al settore agricolo. Purtroppo le divisioni all’interno del partito e le tensioni causate dai casi di corruzione rischiano di rallentare lo sviluppo economico e di compromettere lo sviluppo futuro del Paese.
Guerra in Iraq : Fini e Berlusconi , eravamo contrari di red
"Resteremo in Iraq fino a quando ce lo chiederanno le autorita' irachene". Lo dichiara il ministro degli esteri Gianfranco Fini dopo le sollecitazioni dell'opposizione, che ha invitato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ad essere conseguente con le sue dichiarazioni di essere stato contrario alla guerra ed aver cercato di dissuadere George Bush.
"Ci muoveremo in piena intesa con i nostri alleati", ha aggiunto Fini relatiamente al ritiro delle nostre truppe. Anche Fini ha detto che "il governo italiano non ha mai ritenuto l'intervento militare i Iraq come l'unica soluzione praticabile. Lo abbiamo dimostrato non prendendo parte alla guerra contro Saddam e al vertice tenuto alle Azzorre da Bush, Blair e Aznar".
Invece, ha detto Fini, "siamo intervenuti dopo la caduta di Saddam per accompagnare il processo politico di rinnovamento iracheno... chi pensava che quel Paese non ce l'avrebbe fatta, oggi deve ricredersi".
Molti affermano pero' che la retromaricia del presidente del Consiglio sia collegata alla vicenda dell'Uraniogate, un caso riportato in auge da La Repubblica con nuove rivelazioni sul dossier sulle armi di distruzione di massa che i servizi segreti militari italiani avrebbero confezionato per il governo americano che avrebbe cosi' avuto il pretesto di attaccare Saddam Hussein.
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Quei cento metri di distanza dall’UE Mentre la Croazia si avvia verso l’UE, il parlamento croato adotta una legge sulla restrizione al diritto d’assemblea pacifica, limitando lo spazio delle manifestazioni a 100 metri dagli edifici delle maggiori istituzioni del paese. Una parte della popolazione denuncia l’incostituzionalità di questa misura. Riceviamo e volentieri pubblichiamo Da Zagabria, scrive Stefania Macchioni*
Membri dell'inziativa civica davanti al parlamento croato Giovedì scorso, 20 ottobre 2005, è iniziata per la Croazia la cosiddetta fase dello “screening”: per un anno i funzionari dell’Unione europea analizzeranno la legislazione croata per individuare le aree in cui è necessario concentrarsi, perché questa riesca a recepire la legislazione europea.
Il sì della Capo Procuratrice del Tribunale dell’Aia Carla Del Ponte e il sì della conferenza intergovernativa dei ministri degli esteri degli stati membri dell’Unione europea tenutasi in Lussemburgo il 3 ottobre, fa pensare che la Croazia abbia compiuto passi importanti in direzione dell’Unione europea, tali da fare iniziare i negoaziati di accesso.
Vi è, però, una parte della popolazione croata che, nonostante le parole a garanzia dei progressi compiuti spese da Sanader e dal suo governo, ritiene che la loro percezione del rispetto dei diritti umani contrasti con l’impegno dimostrato in questi anni dai partiti politici e da gran parte della società nello sviluppare una consapevolezza sui valori democratici.
Il 25 luglio scorso, infatti, il Parlamento croato ha approvato una legge (90/2005) che modifica la legge 128/1999 sul Diritto all’assemblea pacifica. Il nuovo testo di legge sancisce che le proteste pacifiche non potranno essere condotte “a meno di 100 metri dal luogo in cui sono situati il Parlamento croato, la Presidenza della Repubblica di Croazia, il Governo della Repubblica di Croazia e la Corte Costituzionale delle Repubblica di Croazia” (art. 6, comma 1), i cui palazzi circondano Piazza San Marco (Trg Svetog Marka). Inoltre, alle proteste che avvengano entro tale limite, non viene applicato il significato di proteste pubbliche enunciato all'art. 4, comma 1 della legge 128/1999, il quale afferma che per protesta pubblica si intende una riunione di un numero minimo di venti persone. In tal modo, anche una singola persona che protesti a meno di cento metri dai suddetti edifici può essere perseguita per avere violato tale legge.
Il governo croato ha fornito, quale spiegazione per una tale restrizione, ragioni di sicurezza globale. Infatti, dopo gli attentati che hanno colpito la città di Londra il 7 luglio scorso, ha ritenuto necessario attuare tali misure per prevenire attacchi terroristici, appellandosi all’art. 16, comma 1 della Costituzione della Repubblica di Croazia, che afferma che “le libertà e i diritti possono essere limitati dalla legge solo per proteggere le libertà e i diritti degli altri, l’ordine pubblico, la moralità pubblica e la salute”.
Una parte della popolazione croata, compresi l’autorevole Croatian Helsinki Committee for Human Rights e altre organizzazioni della società civile, invece, ha percepito queste restrizioni come una violazione dei diritti umani. Per questo motivo, il 2 agosto scorso, all’entrata in vigore della nuova legge, numerosi esponenti della società civile croata e alcuni esponenti politici hanno dato vita ad un’iniziativa civica dal nome “Matija Gubec”.
Una delle organizzatrici di tale iniziativa, la ricercatrice e attivista Marina Škrabalo, ha affermato che “oltre ad essere stata approvata senza la maggioranza dei parlamentari (76 invece di 77), questa legge viola completamente i diritti dei cittadini, in quanto, nonostante il comma 1 dell’art. 16 della Costituzione preveda che possano essere poste restrizioni alle libertà e ai diritti dei cittadini, al comma 2 viene anche detto che tali limitazioni debbano essere proporzionali alla natura della causa della restrizione, particolare non presente in Croazia, in quanto non sussiste alcun pericolo di attentati terroristici”.
I cittadini intervenuti all’iniziativa, infatti, percepiscono questa legge più come espressione della volontà del governo di limitare qualsiasi tipo di riunione pubblica laddove la scorsa primavera, per più di un mese, si è svolto lo sciopero dei dipendenti di una delle più importanti industrie alimentari croate, la Sljeme. Venduta dallo Stato alla Finagra a causa degli ingenti debiti contratti negli anni, tale compagnia aveva deciso di licenziare 360 lavoratori. Dal 27 aprile al 2 giugno gli scioperanti della Sljeme hanno occupato la Piazza San Marco, di giorno e di notte, dormendo, manifestando e, semplicemente, vivendo in questa piazza per tutto l’arco dello sciopero. “Per dire la verità, il governo ha elaborato questa legge perché non vuole esporre se stesso e la sua immagine quando i rappresentanti dell’UE sono qui in Croazia”, ha precisato Dražen Puljić, uno dei partecipanti all’iniziativa. Il governo croato, infatti, ha fatto in modo che tutti i 360 lavoratori ottenessero ciò che chiedevano, cosa che perciò ha posto fine allo sciopero, esattamente un giorno prima della visita della Capo Procuratrice del Tribunale dell’Aia Carla Del Ponte.
“Per giustificare questa legge il governo ha affermato che questa misura si è rivelata necessaria per prevenire attacchi terroristici dopo l’11 settembre del 2003!!! È così interessato alla Global Security che sbaglia addirittura nel riferirsi agli attentati negli Stati Uniti!”, ha sottolineato Marina Škrabalo.
Dopo la prima fase dell’iniziativa “Matija Gubec” in agosto, ne è seguita una seconda il 21 settembre, all’apertura dei lavori del Parlamento. “Con queste iniziative noi vogliamo forzare, stimolare e incoraggiare i partiti dell’opposizione politica a non dimenticare questa legge. Il governo, infatti, è stato molto furbo in questa occasione. Ha aspettato l’estate per emanare questa legge [ha presentato la bozza di legge il 12 luglio, tre giorni prima della chiusura della sessione del Parlamento, n.d.a.], così che la popolazione e i partiti politici non avessero la forza, ma nemmeno la voglia di reagire e che questa legge finisse nel dimenticatoio. Per questo motivo protesteremo ad ogni apertura delle sessioni del Parlamento, finchè non aboliranno questa legge, per fare in modo che nessuno dimentichi che in Croazia c’è una legge del genere in vigore. Per ora abbiamo ottenuto il sostegno dal Partito Social-democratico, dal Partito Popolare e dalla Dieta Democratica Istriana. Ciò che vorremmo dai partiti è che comincino un’attività di lobbying in Parlamento, che portino il dibattito parlamentare su questa questione”, ha continuato Marina Škrabalo.
Inoltre, ciò che i promotori di questa iniziativa civile intendono porre in risalto è che questa legge è un insulto a tutti coloro che in questi anni hanno organizzato manifestazioni in questa piazza, dai lavoratori della Sljeme e ai poliziotti, dalle organizzazioni di tutela dei diritti delle donne alle organizzazioni ambientaliste, fino ad arrivare alle organizzazioni di difesa dei veterani e delle famiglie di coloro che sono morti durante la guerra d’indipendenza. “Questa legge umilia tutta la Croazia, tutti i cittadini croati, perché li paragona tutti a dei terroristi. Questa legge contribuisce, inoltre, a creare una cultura della paura. Creando questo stato di cose il governo può utilizzare qualsiasi scusa per fare quello che vuole”, ha affermato Marina Škrabalo.
A livello simbolico questa piazza è ritenuta particolarmente importante, visto che “le principali proteste sono state organizzate da sempre in questa piazza”, come ha affermato Dražen Puljić. Tale piazza, oltretutto, è considerata il simbolo di tutte le proteste, in quanto, nel 1573, Matija Gubec, il leader delle proteste contro i feudatari, fu giustiziato a 30 metri da dove oggi si trova la sede del Parlamento.
Marina Škrabalo ha proseguito dicendo che non vi erano i motivi istituzionali per una tale restrizione al diritto d’assemblea pacifica, anche perché “nonostante il nostro paese sia una paese che sta ancora affrontando un dopo guerra, con tutte le problematiche che questa situazione comporta, tutte le proteste che si sono svolte in Croazia non hanno mai dato luogo ad episodi di violenza. È perciò imbarazzante avere una legge del genere, che dipinge i croati tutti come possibili terroristi e che abbia al suo interno esplicite violazioni dei diritti umani proprio alla vigilia dei negoziati con l’Unione europea”.
Dražen Puljić ha aggiunto, inoltre, che “tale legge, oltre ad essere assurda, è anche inefficiente. Avvicinarsi al Parlamento è proibito solo a coloro che protestano, non ai turisti, o presunti tali. I protestanti se osano avvicinarsi vengono fermati, mentre i turisti possono anche portare con sé una bomba di fronte al Parlamento, tanto non vengono controllati, nonostante, a livello ufficiale, questa legge sia il prodotto di una strategia di prevenzione del governo croato contro possibili attentati terroristici. Per la sicurezza questa legge non è affatto appropriata, perchè non parla di sicurezza durante i tempi normali, ma è solo una precauzione in caso di manifestazioni”.
Dražen Puljić, inoltre, ha sottolineato il fatto che, dopo che per anni i politici croati e soprattutto Sanader si “sono riempiti la bocca” di parole quali democrazia, diritti umani e libertà, è indicativo che gli attuali dirigenti dello stato non si siano nemmeno accorti che potevano usare queste proteste come un esempio di democrazia, come un esempio di libertà di protesta contro il governo e di attiva partecipazione del popolo croato alla vita politica. “Non hanno pensato al futuro”, in quanto questi elementi sono ritenuti di particolare importanza dall’Unione europea per valutare il livello di democrazia all’interno di uno stato.
In altri paesi sono state poste restrizioni dopo gli attentati terroristici di Londra, in quei paesi considerati a rischio attentati. Secondo i cittadini che hanno partecipato a quest’iniziativa, però, la Croazia non corre assolutamente il rischio di essere oggetto di attentati, anche perché non è coinvolta come paesi quali la Gran Bretagna e l’Italia in Iraq.
La Croazia, quindi, si presenta all’Unione europea con una legge che vieta, in sostanza, le proteste non solo nella piazza sede delle principali istituzioni croate, ma, effettivamente, date le dimensioni ridotte di tale luogo, in tutta la Città Alta (Gornji Grad) di Zagabria, la parte storica della capitale croata, il cuore della vita politica del paese candidato all’ingresso in Unione europea.
*Rappresentante ADL Sisak www.osservatoriobalcani.org/
media Usa e l'eredità di Reagan di Norman Solomon Parte dell’eredità di Reagan è ancora evidente nel rifiuto di tutto il corpo giornalistico Usa di spingersi a fare fino in fondo il proprio dovere professionale. Come al solito, il compito di chiedere giustizia e di influire positivamente sul corso della storia toccherà soltanto ai giornalisti indipendenti e agli attivisti Per uno strano colpo di scena del destino della storia politica, la scadenza del 28 ottobre perché il procuratore generale Patrick Fitzgerald intervenga sulla questione ‘Plamegate’ cade esattamente 25 anni dopo l’unico dibattito della corsa presidenziale tra Ronald Reagan e il presidente uscente di allora, Jimmy Carter.
Il modo in cui i principali mezzi d’informazione Usa sceglieranno di comportansi verso lo scandalo appena esploso avrà un enorme impatto sulla traiettoria della politica americana nei mesi a venire. Un quarto di secolo fa, i repubblicani conservatori conquistavano la Casa Bianca. Oggi, una reincarnazione ancora più estrema della destra GOP [Grand Old Party, NdT] esercita la propria influenza sul braccio esecutivo. Ciò non sarebbe stato possibile senza la sottile compiacenza da parte di una buona fetta della stampa Usa.
Tra le altre cose, la vittoria di Reagan su Carter fu un trionfo mediatico, a servizio dell’agenda della destra oltranzista. Quando quell’unico dibattito si tenne, il 28 ottobre del 1980 – una settimana prima delle elezioni – Carter ci arrivò rigido, Reagan sembrava perfettamente a suo agio. Più che ogni altra volta, il pensiero unico aveva accecato l’intero sistema dei mezzi d’informazione.
Per i successivi otto anni, infatti, la presidenza Usa era affiancata da organi di stampa che si scusavano a nome del capo esecutivo della nazione, che spesso scambiava stupide esclamazioni per asserzioni documentate. La maggioranza del partito democratico a Capitol Hill raramente osava sfidare Reagan, e gli organi di stampa di Washington strumentalizzavano la passività dei democratici per giustificare la loro. Come scrisse Walter Karp sulla rivista Harper pochi mesi dopo che Reagan aveva lasciato l’ufficio presidenziale, “durante l’amministrazione Reagan, la storia nascosta dietro ogni ‘non storia’ è stata rappresentata dalla tacita alleanza tra democratici e repubblicani”.
Tale alleanza prevedeva una certa indulgenza sull’operato di Reagan e su quello del suo vicepresidente, poi successore, George Bush – un’indulgenza mostrata anche nel caso dello scandalo ‘Iran-Contra’, che mostrò il ruolo ricoperto da quella presidenza repubblicana nella fornitura illegale di aiuti ai Contras del Nicaragua, un esercito appoggiato dalla CIA che intenzionalmente aveva ucciso civili nicaraguensi nel tentativo di rovesciare il governo sandinista avverso a Washington.
“Durante quegli otto anni”, scriveva ancora Krap nel 1989, “l’opposizione democratica proteggeva dal malcontento dell’opinione pubblica un presidente incapace e illegittimo, un presidente assetato di potere. Questa è la storia della presidenza Reagan, una storia i cui lati più oscuri la stampa Usa conosceva bene. Tuttavia, i giornalisti non ritennero mai che la politica collusiva del partito democratico fosse qualcosa di cui era necessario parlare”.
Oggi espressioni come “incapace” e “illegittimo” risultano deboli eufemismi se rivolti all‘attuale presidente degli Stati Uniti. Insensibilità, abitudine alla menzogna, spaventose priorità hanno portato a conseguenze drammatiche, da Baghdad fino a New Orleans. L’amministrazione Bush sembra continuamente sommersa dagli scandali. Tuttavia, i giornali e gli organi di informazione Usa – ancora una volta in buona compagnia dei leader democratici – stanno facendo di tutto per mantenere a galla il regime di Bush.
Come era prevedibile, il referendum del 15 ottobre sulla costituzione in Iraq ha fornito all’amministrazione Bush una nuova opportunità di rimettere in moto la macchina della propaganda. Un processo manipolativo, fatto passare sotto la costrizione dell’occupazione, ha condotto ad un voto favorevole gli iracheni che hanno scelto di partecipare. A prima vista, il referendum iracheno è stata una vittoria per la democrazia. Prestando più attenzione, si capisce come ne è stata soltanto una parodia.
Come vent’anni fa, l’assenza di una robusta leadership a Capitol Hill, unitamente alla presenza di organi di informazione eccessivamente timorosi – permettono alla Casa Bianca di esercitare un esteso potere politico. Mentre, quotidianamente, si contano i morti in Iraq, il giorno in cui si giudicherà la politica di Washington in Iraq sta per arrivare. E, allo stato attuale, molti anni passeranno prima che la necessità di un ritiro di tutte le truppe Usa dall’Iraq diventi una priorità incontrovertibile, nei media e nella politica americana.
Parte dell’eredità di Reagan è ancora evidente nel rifiuto di tutto il corpo giornalistico di spingersi a fare fino in fondo il proprio dovere. Sebbene dai sondaggi è chiaro come Bush e la sua politica in Iraq risultino sempre più impopolari tra i cittadini americani, i democratici del Congresso e i reporter sembrano ancora esitare. Le storie che i giornalisti Usa raccontano, i loro editoriali, eludono il problema, sono retorici e falsamente polemici.
Certo, come noto, niente è più pericoloso di una bestia selvaggia messa all’angolo. Se arriverà il giorno in cui la sua sopravvivenza politica verrà messa in discussione, l’amministrazione Bush passerà al contrattacco con estrema ferocia. A giudicare dagli episodi del passato, ci sono solide ragioni per dubitare che gli organi di stampa – e i leader di una opposizione accomodante – siano intenzionate a perseguire i punti chiave della frode architettata dalla Casa Bianca al punto di mettere davvero l’amministrazione all’angolo.
Come al solito, il compito di chiedere giustizia e di influire positivamente sul corso della storia toccherà soltanto ai giornalisti indipendenti e agli attivisti.
Fonte: http://www.alternet.org/columnists/story/27237/ Tradotto da Alessandro Siclari per Nuovi Mondi Media
ottobre 30 2005
Primarie in Sicilia, forza Rita - di Sandro Ruotolo
Questa di Rita Borsellino è una bellissima candidatura per le primarie dell'Unione in vista delle prossime elezioni regionali in Sicilia. Ho sempre rispettato la funzione e il ruolo dei partiti. Non sono mai stato d'accordo con quanti contrappongono la politica alla società civile organizzata o meno. Ma è indubbio, e le primarie che hanno incoronato Romano Prodi leader dell'Unione lo dimostrano, che c'è un elettorato che non si riconosce soltanto nei partiti e che vuole contare sempre di piu' nelle scelte che lo riguardano.
Certo, Rita Borsellino non è una professionista della politica ( ma perchè Piero Marrazzo, presidente della Regione Lazio, lo era?), è una straordinaria testimone della battaglia per la legalità. E' il punto di riferimento di Libera, l'associazione delle associazioni antimafia, fondata da Don Luigi Ciotti.
La sua candidatura è nata dalla società civile organizzata e sostenuta dai cosidetti "cespugli" del centro sinistra. In silenzio, lontana dai media, Rita Borsellino ha tessuto una straordinaria tela di legalità mentre i "professionisti" che hanno governato la Sicilia l'hanno governata male e certamente, aspettando le conclusioni delle inchieste giudiziarie sui rapporti tra politica e mafia, il giudizio morale su questa classe di governo non può che essere chiaro: "Hanno ridotto la politica a una cosa sporca e ad un affare privato", come sostiene la sorella del giudice assassinato da Cosa Nostra il 19 luglio del 1992 insieme ai suoi cinque agenti di scorta.
Rita Borsellino non sarà l'unica candidata. Al momento se la dovrà vedere con il rettore dell'Università di Catania, Ferdinando Latteri, proposto dalla Margherita. Un ex di Forza Italia condidato alle Europee con il centro sinistra che ha raccolto 151 mila voti di preferenze. I ds non sanno ancora se avanzare un proprio nome o appoggiare alla presidenza della regione siciliana la candidata della società civile.
In alcune aree del nostro Paese la battaglia per la legalità è prioritaria per chi si candida a governare. Viene spesso sottovalutata, fa fatica ad entrare nella cultura di governo. Quello che è successo in Calabria con l'omicidio del vice presidente del consiglio regionale Francesco Fortugno, quello che hanno sventato in Sicilia (l'attentato organizzato da cosa nostra contro il gip di Caltanissetta Ottavio Sferlazza) dimostrano che non è vero che le mafie non sono piu' stragiste, che il mezzogiorno d'Italia per vincere la sua battaglia deve sconfiggere le organizzazioni criminali.
da www.articolo21.info
L'OPINIONE DELLE IMPRESE DEL NORD-EST Nessun rimpianto per la lira Per il 68% dei titolari d'azienda i problemi sono di tipo strutturale
In questi ultimi mesi, contrassegnati da una congiuntura economica inferiore alle attese e dall'inesorabile aumento del prezzo del petrolio, la moneta unica è assurta agli occhi di parte dell'opinione pubblica quale primo (quando non l'unico) responsabile di una situazione di difficoltà che interessa il Sistema Paese pressoché nella sua totalità.
Il ceto imprenditoriale del Nord Est dissente in modo inequivocabile da questo assunto. La tentazione di abbandonarsi a una troppo facile eurofobia non trova posto nelle opinioni espresse da oltre 300 titolari d'impresa interpellati per una ricerca ad hoc realizzata dalla Fondazione Nord Est nel giugno scorso. Il 67,7% dei titolari d'impresa di quest'area, infatti, dichiara con forza la propria contrarietà a un'ipotesi dì ritorno al la lira, nella certezza che i problemi che oggi affliggono l'economia del nostro Paese non dipendano dalla moneta unica, quanto piuttosto da altri fattori di carattere strutturale.
Poco più di un terzo del campione (31,3%), poi, ritiene che l'euro abbia portato con sé pure qualche problema, ma non tale da rendere plausibile un suo abbandono in favore del ritorno alla valuta nazionale, ormai entrata a far parte a pieno titolo dell'album dei ricordi personali di ogni cittadino europeo. Infine, soltanto l' 1 % dei rispondenti plaude all'ipotesi di un ritorno alla lira e ritiene che l'euro sia stato essenzialmente un danno alla stabilità del nostro Paese sotto il profilo economico e finanziario.
In sostanza, gli imprenditori sono certi del fatto che l'Italia stia soffrendo più che per l'impossibilità di ricorrere agli antichi meccanismi di svalutazione della moneta, soprattutto perché alle prese con alcune questioni strutturali che ledono a monte la competitività delle sue imprese. I punti critici sono ormai noti a tutti: dalla ridotta dimensione media delle aziende, alla crescente concorrenza internazionale: dalla burocrazia, all'assenza di adeguate reti infrastrutturali, per non parlare della pressione fiscale e del costo della manodopera.
Ma torniamo all'euro e alle profonde trasformazioni che l'adesione all'Unione monetaria ha portato anche in materia di definizione delle politiche economiche promosse dai singoli Paesi membri. Poco più di due imprenditori su tre (69,7%) ritengono che l'adesione al trattato di Maastricht, una delle tappe fondamentali del percorso dì adesione all'euro, abbia assicurato al nostro Paese una migliore gestione della finanza pubbli;a. I limiti imposti in sede comunitaria, infatti, hanno permesso un contenimento del deficit e del debito pubblico in assoluta controtendenza rispetto al decennio precedente. L'opinione generale è che la necessità di soddisfare i parametri di Maastricht abbia stimolato una gestione meno "allegra" dell'erario, garantendo una sostanziale stabilità. quantomeno nel medio termine, alla nostra economia.
Quanto ai singoli parametri, la maggioranza degli interpellati (53,6%) crede che essi non siano troppo severi o stringenti, ma anzi proprio la loro - almeno per ora - immutabilità sia ulteriore elemento di garanzia e stabilità. Tale dato è degno di nota, dal momento che altri importanti partner europei, quali la Germania e la Francia, ne hanno mancato il conseguimento in più di un'occasione, innescando in tal modo un aspro dibattito circa l'opportunità di una revisione di limiti ritenuti troppo stringenti per economie in trasformazione quali sono quelle del Vecchio Continente.
L'Unione monetaria, quindi, è ben lungi dall'essere responsabile del rallentamento dell'economia nazionale. Troppo facile fare dell'euro il capro espiatorio in un momento di difficoltà generale; troppo facile pure lasciarsi andare alla nostalgia di un passato che non ritornerà più. L'introduzione della moneta unica è coincisa con una delle congiunture più difficili che si ricordino nel recente passato. C'è piuttosto da chiedersi che cosa sarebbe successo qualora l'Italia, già alle prese con l'esigenza di dare il via ad una profonda trasformazione del proprio apparato produttivo, si fosse pure trovati in balia degli scherzi legati alla fluttuazione della proprietà moneta sui mercati internazionali.
DI FEDERICO FERRARO,Ricercatore Fondazione Nord Est
Il Sole 24 Ore
Guerra in Iraq, finisce il grande inganno Berlusconi: ero contro la guerra Adesso lo vada a dire ai ragazzi morti a Nassiriya
da l'Unità - 30 ottobre 2005
HA MANDATO I SOLDATI IN IRAQ Ha trascinato l’Italia in un conflitto armato per ubbidire «all’amico George», giurava sulla pericolosità delle «armi di distruzione di massa» in mano a Saddam... Ma adesso davanti alle telecamere di una Tv (La 7) dice: ho sempre saputo che la guerra non è il sistema migliore per esportare la democrazia. Prodi: «Si è accorto finalmente che la guerra è sbagliata? L’ha detto anche a Bush? Vuol dire che non conta nulla, nulla» Benini a pagina 5
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Berlusconi: «Non volevo la guerra, ma Bush non mi ha ascoltato» Prodi: si accorge ora che il conflitto in Iraq era sbagliato L’ha detto al presidente Usa? Si vede che non conta nulla di Luana Benini/ Roma
Rivelazione clamorosa del premier (che però ieri sera non ha trovato cittadinanza nei titoli del Tg1) a meno di 48 ore dalla sua prossima visita alla Casa Bianca. Ebbene Berlusconi confessa di non essere mai stato convinto della guerra in Iraq e di aver cerca- to «a più riprese» di convincere Bush a non farla. «Io non sono mai stato convinto che la guerra fosse il sistema migliore per arrivare a rendere democratico un paese e a farlo uscire da una dittatura anche sanguinosa. Io ho tentato a più riprese di convincere il presidente americano a non fare la guerra». La rivelazione arriva nel corso di una lunga intervista realizzata da Rula Jebreal per La7 e che sarà trasmessa domani a «Omnibus». «Ho tentato di trovare altre vie e altre soluzioni - racconta il presidente del Consiglio - anche attraverso un’attività congiunta con il leader africano Gheddafi. Non ci siamo riusciti e c’è stata l’operazione militare. Ma io ritenevo che si sarebbe dovuta evitare un’azione militare». La rivelazione ha il tono di una «excusatio non petita» che potrebbe finire per diventare una «accusatio manifesta». «Cos’è successo?- ironizza Romano Prodi - S’è accorto finalmente che è una guerra sbagliata? Allora lo dica....L’ha detto anche a Bush? Allora vuol dire che non conta nulla, nulla, nulla...». Insomma, quella di Berlusconi appare, per dirla con il diellino Beppe Fioroni «una dichiarazione di impotenza che esprime una strana concezione della politica estera e dell’essere alleati, un rapporto singolare in cui è sempre il più forte a decidere». Ma forse c’è anche qualche cosa di più. Il verde Alfonso Pecoraro Scanio, ad esempio, fulmina così la giravolta: «Aggrava la sua posizione perché ha coinvolto l’Italia in un conflitto che lui stesso non considerava giusto legittimando nei fatti la supremazia degli Stati Uniti. In altri tempi il presidente del Consiglio sarebbe stato processato per alto tradimento...». Ma Berlusconi non è solo in questo amarcord. Anche Fini ieri, a ruota, si è ricordato si aver cercato «fino all’ultimo», insieme a Berlusconi, «di indurre Bush e Blair a non dare luogo all’attacco in Iraq». Insomma gli avventuristi restano gli americani e gli inglesi. I distinguo arrivano adesso che la credibilità di Bush e dei suoi collaboratori è minata dagli scandali e nessuna nuova offensiva retorica può servire a rilanciare il sostegno dell’opinione pubblica americana al conflitto in Iraq. Ci si costruisce una verginità nuova nuova dopo aver sostenuto Bush passo passo fin da quando mentiva sul legame fra il dittatore Saddam Hussein e il terrorismo internazionale e sulla presenza in Iraq delle armi di distruzione di massa. «Siamo ad un’ennesima trovata in vista delle elezioni politiche o magari ha preoccupazioni legate alla vicenda delle finte prove sulle armi di distruzioni di massa e a indagini che hanno colpito alti esponenti dell’amministrazione Bush?», commenta il diessino Vannino Chiti. Triste destino quello di Berlusconi «che agisce in modo opposto a quello che, a quanto si racconta, è il suo pensiero». Ma il suo pensiero Berlusconi lo ha espresso a più riprese in atti pubblici nel corso di questi anni. Nei mesi precedenti la guerra preventiva si vantava quasi quotidianamente di parlare con l’amico Bush. Nel settembre del 2002 ripeteva come una litania gli allarmi del presidente americano sulla presenza in Iraq delle armi di distruzioni di massa. C’erano e basta. Lo diceva Bush e lo ripeteva Berlusconi. «O le cose cambiano oppure sarà necessario agire concretamente con tutti i mezzi diplomatici o politici possibili e senza escludere l’opzione militare». La guerra preventiva? «Si può essere incauti per troppa fretta, ma anche se si passa all’azione troppo tardi» (lettera al «Foglio» del 10 settembre 2002). «È necessaria e indispensabile una risposta per salvaguardare la comunità internazionale dal pericolo costituito da un accumulo di armi di sterminio di massa» da parte dell’Iraq (13 settembre 2002, intervento alle Nazioni Unite). Il 23 gennaio del 2003 si dichiara certo che tra le prove delle ispezioni Onu ci saranno anche le armi di distruzione di massa: «Sappiamo che ci sono ulteriori prove certe». Il 9 febbraio 2003, reduce da un colloquio telefonico con Bush si lancia nel famoso elenco: «Dove sono andate le 6500 bombe chimiche, le 100mila tonnellate di agenti chimici, gli 8500 litri di antrace, i 146 missili a lungo raggio?». Adombra il fatto che «le armi biologiche o chimiche possano essere già state consegnate alle organizzazioni terroristiche». E dunque: «Per l’America si impone l’adozione di contromisure». Il 19 febbraio 2003 dichiara al Senato: «I no alla guerra senza se e senza ma non bastano di per sé a costruire la pace perché c’è il pericolo, quando si gioca con la preoccupazione della gente di fronte al rischio militare, di rendere più difficile la realizzazione di un obiettivo sacrosanto come disarmare l’Iraq».
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Il governo italiano Per non dire no all’«amico George» Toni Fontana
Più che il loro grado, contano i loro nomi: Massimo Bruno, Filippo Merlino, Horacio Majorana, Domenico Intravaia, Ivan Ghitti, Alfio Ragazzi, Emanuele Ferraro, Massimo Ficuciello, Alfonso Trincone, Alessandro Carrisi, Enzo Fregosi, Silvio Olla, Daniele Ghione, Andrea Filippa, Giovanni Cavallaro, Giuseppe Coletta, Pietro Petrucci, tutti carabinieri e militari, morti il 12 novembre del 2003 a Nassiriya assieme al regista Stefano Rolla e al funzionario della cooperazione Marco Beci.
Quando arrivarono i soccorsi trovarono corpi dilaniati, una palazzina traballante, i resti dei mezzi usati dai kamikaze. Oggi Berlusconi ci ha spiegato che non voleva mandarli a morire. Caro Cavaliere, sarebbe bastato dire no a Bush. Perchè non l’ha fatto quando era il momento? Ormai da due anni e mezzo si assiste a questa commedia che, spesso, si trasforma in tragedia. Nella primavera del 2003 hanno annunciato una «spedizione umanitaria», ma quest’illusione è durata pochi mesi. I kamikaze che hanno seminato la morte tra i carabinieri di Nassiriya hanno posto il paese di fronte alla guerra. Lo studioso fiorentino Riccardo Cappelli che ha compiuto una dettagliata ricostruzione delle «battaglie dei ponti» (aprile e maggio 2004) scrive tra l’altro, riferendosi alla prima, che «il bilancio dei morti potrebbe essere di 150-200 combattenti dell’esercito del Mahdi». L’analista spiega che, in quella occasione, i militari italiani «hanno sparato 30mila colpi». Descrivedo la battaglia nel corso della quale è stato ucciso il caporal maggiore Matteo Vanzan, Cappelli annota tra l’altro che «i militari italiani hanno sparato 5 o 6 missili Milan contro quattro postazioni nemiche» e che i ribelli sciiti hanno sparato «otto Rpg colpendo due Vcc (mezzi blindati Nrd) italiani». Guerra insomma e tanta ipocrisia. Quando i cronisti vanno a Nassiriya vengono avvicinati dai soldati che sussurrano: «Questa è guerra, ma quando si tratta di dare una decorazione ci danno quelle delle missioni di pace per non ammettere che qui stiamo per altri motivi». Così, con queste stesse motivazioni, il governo ha detto no ai parenti delle vittime della strage di Nassiriya. Chiedevano una medaglia d’oro al valor militare per i loro familiari, ma hanno risposto che questo riconoscimento è riservato a chi compie azioni in una guerra e che quella di Nassiriya è una missione di pace. Aureliano Amadei, giunto in Iraq per girare un film assieme a Rolla scrive nel suo libro («Venti sigarette a Nassiriya») appena uscito: «La prima cosa che ti arriva è un senso di leggerezza, è scomparso tutto in un istante: la jeep dei carabinieri, lo scintillio del sole sul cofano, i colpi di mitragliatrice che ti fischiano accanto, l’ultimo fotogramma della tua vita». Si salvò «con i piede destro che penzolava dalla tibia». Cappelli scrive che, per rispondere ai fuoco, le autoblindo Centauro hanno sparato 3-4 colpi da 105 «sbricolando una palazzina vicina al terzo ponte presidiata dai cecchini». E poi c’è l’inchiesta sull’ambulanza colpita sulla quale sta indagano la magistratura militare. Ma questa non è guerra, secondo il governo, costretto a mandare in Iraq gli elicotteri Mangusta solo dopo l’assurda morte del maresciallo Cola colpito mentre volava su un velivolo inadatto e privo di protezioni. Il ministro Fini, subito dopo la liberazione di Giuliana Sgrena e la morte di Nicola Calipari, stabilì che gli accampamenti di Nassiriya erano «off limits» per la stampa, ufficialmente per ragioni di sicurezza. Per mesi non si è più saputo nulla sulla missione. E da mesi nessun esponente del governo spiega che cosa stanno a fare i nostri in Iraq. Nel referendum del 15 ottobre la popolazione di Nassiriya si è espressa per il «si» alla Costituzione con percentuali che sfiorano il 100%, i partiti sciiti hanno consolidato il controllo delle amministrazioni ma il rischio di attentati kamikaze resta altissimo. L’Iraq, a più di due anni e mezzo, resta un paese in guerra. Li sono morti 26 italiani. Un no a Bush avrebbe risparmiato le loro vite.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Manovra, torna la "legge mancia" Dai marciapiedi alle opere pie: 222 milioni ai collegi elettorali LUCIO CILLIS
da Repubblica - 30 ottobre 2005
ROMA - Una pioggia di milioni su decine di città e piccoli comuni. La cosiddetta "legge mancia" è rientrata in gioco con un emendamento al decreto fiscale collegato alla Finanziaria, approvato dalla commissione Finanze del Senato giovedì scorso. Si tratta di un finanziamento a pioggia di circa 222 milioni (100 per il 2004 e 122 per il 2005), dal sapore pre-elettorale e aspramente criticato in diverse occasioni perché, in sostanza, concede laute mance ai collegi dei parlamentari. Diversi i tentativi di far passare questi stanziamenti a pochi mesi da importanti appuntamenti elettorali. Dopo le polemiche del novembre 2004, la norma era rientrata silenziosamente nel maxi-emendamento della scorsa Finanziaria (stanziati 548 milioni in tre anni da spendere in opere nei Comuni dei rispettivi collegi). Denaro impiegato per almeno 300 micro-interventi con uscite comprese tra i 10.000 euro e il milione. La "mancia" è stata poi rifinanziata altre due volte attraverso due emendamenti inseriti in altrettanti decreti, in marzo ed in maggio, con 101 milioni in entrambe le occasioni. In estate l´ennesimo tentativo (andato a vuoto): i deputati della Camera hanno dato il buon esempio cassando dal decreto omnibus - col solo voto contrario della Lega - fondi per circa 520 milioni di euro. Ma la corsa non finisce qui: solo alcune settimane fa alcuni parlamentari ci hanno riprovato col decreto infrastrutture (decaduto). Giovedì scorso, infine (a poche ore dal pesante taglio da 140 milioni di euro operato ai danni del Fondo per la famiglia) l´ultimo blitz in commissione Finanze del Senato. Questa volta riuscito. Per il relatore al decreto fiscale Roberto Pedrizzi però non si tratta di regalie: «Ma quale mancia - risponde - si tratta di finanziamenti "trasversali", equamente distribuiti in tutte le aree geografiche del Paese. Sono, in pratica, dei "rimborsi" agli enti locali per opere che sono già state portate a termine e che vanno onorate. In gran parte interventi su beni culturali e spese di vario genere. Sono quindi delle finalizzazioni individuate da almeno 3 anni». Il balletto di finanziamenti sembra già avere delle destinazioni, tutte da riconfermare nelle prossime settimane. Prendendo per buono l´accordo raggiunto alla Camera in estate, si possono prevedere anche stavolta circa 260 interventi diretti a restauri su beni culturali, lavori di manutenzione o costruzione di parrocchie, conventi, opere pie, diocesi, associazioni culturali e interventi stradali di varia entità, dai marciapiedi al rifacimento dell´asfalto stradale. Per coprire questi nuovi oneri si ricorrerà al taglio di 100 milioni del Fondo per le infrastrutture di interesse locale; i restanti 122 milioni verranno tolti al Fondo speciale per le spese in conto capitale del ministero dell´Economia, e in particolare utilizzando l´accantonamento di 117 milioni relativo al (già sofferente) ministero dei Beni culturali. Ora la parola passa all´aula del Senato, che da lunedì 7 novembre esaminerà il decreto fiscale.
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PARTITI E RISORSE Il borsellino per il voto c'è. Grazie a famiglie e Iraq Mario Sensini
dal Corriere - 30 ottobre 2005
ROMA — Cinquecentoventidue milioni di euro da destinare ai collegi dei deputati e dei senatori della maggioranza. Magari non sarà proprio una Finanziaria elettorale «classica», ma anche quest'anno, nonostante le vacche magre, i politici non potranno lamentarsi. L'accordo sulla Finanziaria stretto l'altro ieri tra il ministro dell'Economia e la maggioranza lascia ai deputati e ai senatori della CdL un bel gruzzolo da spendere: 522 milioni di euro, appunto. Sottratti in parte alle famiglie e in parte alle missioni di pace all'estero. Ci sono i 300 milioni di euro del vol au vent, come si chiama in gergo parlamentare il «borsellino» lasciato dal governo alla sua maggioranza in occasione di ogni legge finanziaria. Saranno divisi equamente tra Camera e Senato, 150 e 150. Serviranno a finanziare svincoli stradali, giardinetti e altri interessi di collegio, o qualche obiettivo più «nobile» sempre da sponsorizzare in chiave politica. Come An sta facendo con un pacchetto di misure a favore dell'Arma dei Carabinieri. I 300 milioni del vol au vent sono stati ritagliati in parte dal pacchetto famiglia, che originariamente era pari a 1.140 milioni di euro, e che è stato «arrotondato» a un miliardo. Altri 160 milioni verranno prelevati dallo stanziamento per le missioni di pace in Iraq, Afghanistan e nel resto del mondo. Prima ridotto da 1,2 a 1 miliardo, e ora a 860 milioni di euro. Nella Finanziaria, poi, sono rientrati anche i 222 milioni della «legge mancia». Soldi per migliaia di piccolissimi interventi locali che, dopo una resistenza durata mesi, il governo ha deciso finalmente di accogliere nella nuova Finanziaria. Con una formula bizzarra, per giunta, dovuta al fatto che gran parte di quelle opere era stata già realizzata: «finanziamento retroattivo». Mezzo miliardo per interventi nelle circoscrizioni. Sarà un «finanziamento retroattivo».
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Ds Milano - Rassegna stampa
Approvata la Riforma Moratti : tornano le punizioni corporali Definitivamente approvata la Riforma Moratti tra le proteste di studenti e docenti. Una svolta epocale, secondo il centrodestra. Infatti si torna al XVIII secolo...
Il centrodestra minimizza gli scontri tra polizia e studenti, La Russa afferma che è solo l’applicazione di uno degli aspetti della Riforma, che reintroduce le punizioni corporali agli studenti discoli : nerbate sul dorso delle mani, scudisciate sul fondoschiena, manganellate sulla testa.
Purtroppo, dice la Santanchè (che ieri ha cercato il dialogo con i manifestanti anche con il linguaggio dei gesti, ma il gesto di mostrare il suo elegante dito medio è stato frainteso dagli studenti), non sarà possibile mandare dietro la lavagna gli studenti asini come si faceva una volta, perchè a causa dei tagli della Finanziaria non sarà più possibile comprare lavagne.
Calderoli afferma che la Riforma Universitaria bloccherà la fuga dei cervelli, perchè i cervelli che sfornerà la nuova Università non li vorrà più nessuno : agli studenti italiani del terzo millennio verrà insegnato che Mussolini e Craxi sono stati i più grandi statisti del XX secolo, che Darwin era uno scienziato pazzo e che l’umanità discende senza ombra di dubbio da un mucchio di argilla e da una costola, che l’AIDS si trasmette limonando con la compagna di banco, che le mucche sono bianche e viola e producono cioccolata al latte e i Mulini sfornano biscotti, che i computer funzionano solo grazie ai programmi di Bill Gates, e che soprattutto il vero uomo di successo è uno speculatore finanziario sposato ad una bonazza bionda siliconata.
Con la Riforma Moratti un laureato che voglia affrontare la carriera universitaria dovrà aspettare fino a 41 anni prima di ottenere una cattedra, ma il lungimirante governo di centrodestra ha presentato un emendamento nella Finanziaria che alza a 25 anni l’età per usufruire dell’assegno per figli a carico, ed è pronta una proposta per spostare lo svezzamento a 12 anni e lo spuntare del primo dentino a 18 anni.
Il centrosinistra protesta compatto, tranne Fassino che è impegnato nella registrazione della prossima puntata di C’e’ posta per te, in cui incontrerà l’ostetrica che lo ha preso in braccio dopo il parto, che ricorderà come già allora quel bimbo le era parso tanto magro che lo rimpinzò subito di insalata russa, di cui poi divenne goloso come già ha ricordato la tata nella precedente puntata, cosa che indubbiamente ha segnato le scelte politiche del futuro leader dei DS. www.giuda.it
Il bluff di Berlusconi di Paolo Leon
Quest’anno non finisce mai: il Consiglio dei ministri ha appena approvato una nuova manovra di circa 6 miliardi di euro, perché è diventato evidente quel che si sapeva già, e cioè che il buco di bilancio era superiore alle stime del governo. È però interessante che la causa del maggior deficit sia attribuita alla difficoltà di vendere gli immobili di proprietà pubblica. Era prevedibile questa situazione? Non c’è dubbio. I prezzi dell’edilizia residenziale sono cresciuti per molti anni più di qualsiasi altro prezzo (eccetto il petrolio), e molti si sono da tempo posti la domanda sul quando sarebbero diminuiti, non sul se: nessuno dubitava, infatti, che anche questa bolla speculativa sarebbe scoppiata.
In altre parti del mondo, il mercato finanziario sta da mesi cercando di scontare anticipatamente la fine del boom immobiliare. In particolare, Wall Street è percorsa da una grande paura, perché la fine del ciclo positivo degli immobili, e la caduta dei prezzi, metterebbe a rischio il sistema bancario, che ha prestato sulla garanzia di alti valori immobiliari. Il boom degli immobili nasce dalla crisi delle Borse del 2000-2001, perché risparmiatori e finanzieri preferirono comprare e vendere immobili piuttosto che azioni. Quando le Borse hanno ricominciato a salire, la corsa agli immobili doveva ridursi: è successo, sia pure con qualche ritardo. Così, il buon andamento delle Borse, che porta alla fine del ciclo edilizio, rischia di andare a monte, proprio perché la fine di quello stesso ciclo mette in pericolo il sistema bancario. La Riserva Federale degli Usa teme questa situazione e deve continuamente verificare se gli aumenti nei tassi di interesse che effettua da tempo per battere l’inflazione non causino un crollo del settore immobiliare e, soprattutto, delle banche, e perciò un danno molto superiore al beneficio.
Che il ciclo edilizio abbia terminato la sua corsa è evidente anche in Italia.
Ho l’impressione che le recenti mancate scalate degli immobiliaristi, non siano solo dovute al ritiro delle banche da affari brutti quando non sospetti, ma anche ad una nuova, improvvisa prudenza di fronte al rallentamento del settore e al prossimo aumento dei tassi di interesse nell’area dell’euro.
Il problema non è, tuttavia, che il governo non abbia saputo prevedere quel che stava succedendo, e nemmeno che non voglia prevedere gli eventi che gli dispiacciono. Berlusconi, però, un certo fiuto per gli affari ce l’ha - e da tempo si è disfatto delle proprie imprese immobiliari, trasferendole ad altri, meno provvidi imprenditori. Il punto è proprio qui: Berlusconi sapeva da tempo che la bolla immobiliare non sarebbe durata ma il suo governo ha agito come se non lo sapesse. Come il contadino che sogna di vendere la ricottina al mercato, con il ricavo farne altre e venderla affinché diventa ricco, ma fa subito cadere la ricottina, così il governo immaginava la vendita degli immobili dello Stato: una lunga serie di entrate, capace di coprire ogni progetto, dalla chiusura del buco di bilancio al Ponte sullo Stretto, alla carità alle famiglie. Il governo - ma non Berlusconi - ignorava che la domanda di immobili potesse calare. Il governo - ma non Berlusconi - ignorava che le banche che avrebbero dovuto finanziare gli acquirenti di quegli immobili avrebbero potuto non farlo. Il governo - ma a Berlusconi la cosa non importava - non pensava che gli enti locali non avrebbero venduto volentieri i loro patrimoni, solo per permettere allo Stato di tagliar loro i trasferimenti. Così, l’anno si avvia alla fine con tre brutte notizie: una manovra che toglie ingenti risorse all’economia, la fine del ciclo espansivo dell’edilizia, un nuovo pericolo per il sistema bancario. Berlusconi non sa cosa stia succedendo all’economia e conosce solo gli affari che lo riguardano, ma è chiaro che il suo governo ne sa persino meno di lui. www.unita.it
Mostro Lindo! Scarcerato il Canaro: ma non stava al governo? di Lia Celi Da non credere: avremmo giurato di aver già la faccia di Pietro De Negri in un sacco di tiggì, inquadrato fra i portaborse di Storace, nello staff di Gasparri, fra i difensori di Previti o nella segreteria di Scajola: era quello con l’aria meno patibolare. Ma com’è possibile che il centrodestra abbia lasciato marcire per sedici anni in un manicomio criminale il profeta della devolution, che nel 1988 aveva già sperimentato su un essere umano tutto ciò che i governi Berlusconi avrebbero fatto anni dopo all’Italia? An si difende: “Non potevamo arruolare il massacratore della Magliana, fosse stato dei Parioli se ne poteva parlare”. Ora non è escluso che l’ex tosacani entri nelle file del centrosinistra, sponsorizzato dal suo sindaco, Walter Veltroni: “In Comune gli ho affidato l’Ufficio assistenza ai piccoli homeless: mi ha detto che la sua specialità erano i barboncini”. Ma dal suo primo summit con i leader dell’Unione il Canaro è uscito sdegnato: “Ahò, io me so’ magnato er cervello d’un cristiano, ma a berme er mio proprio gna faccio”. http://www.liaceli.com/
La notte della televisione Ninni Radicini
Le iniziative sugli assetti della televisione pubblica italiana riguardano sostanzialmente la ripartizione dei poteri. Sembra che tutto si risolva in un cambio di bandiera. Che differenza fa per i telespettatori se chi ha diritto all'ultima parola sia di destra, di sinistra, di centro? Davvero qualcuno pensa che la collocazione partitica sia per loro motivo di depressione o di entusiasmo?
Chi acquista un computer vuole che funzioni e operi nel miglior modo possibile. A meno di essere studiosi della materia, sapere come è costruito e come funzionano i circuiti importa relativamente poco. Così la maggioranza dei telespettatori è poco propensa a impantanarsi nei meccanismi di spartizione partitocratica della televisione pubblica. Importa invece la qualità dei programmi e la linea editoriale, sia sul versante della informazione sia su quello dell'intrattenimento.
I palinsesti della attuale televisione pubblica sono fondati su reality show, con personaggi in cerca di popolarità e di nuova gloria, film d'azione o sentimentali varie volte di serie B, rubriche e telecronache sportive in cui il cambio generazionale dei cronisti fa sentire gli effetti. Ci sono le eccezioni: sia tra le reti, sia tra i programmi. Ma si tratta di enclave mediatiche.
Così si assiste a scelte che risultano discutibili. Come quella di lunedì 17 ottobre, quando il film Ararat è stato trasmesso, in prima visione, alle due di notte su Rai Tre. Ararat, uno dei migliori film degli ultimi anni, diretto da Atom Egoyan, è incentrato sul genocidio del popolo armeno.
Tra il 1915 e il 1923 i turchi ottomani, nella fase di passaggio dal loro impero ormai decomposto allo stato guidato da Ataturk, uccisero un milione e cinquecentomila armeni, uomini e donne di tutte le età. E' stata la prima pulizia etnica del Novecento, seguita da una diaspora di cinquecentomila persone scampate al massacro. Il modo in cui le potenze occidentali trattarono la questione con la Turchia è stato oggetto di tante pubblicazioni.
La memoria di quella tragedia, il "Grande Male", soltanto un paio di decenni dopo era in oblio. La realpolitik, già allora aveva "consigliato" alle potenze occidentali di non tirare troppo la corda per non inimicarsi la Turchia, in funzione anti Urss. Basterà ricordare che Hitler, quando stava preparando la Shoah, a chi tra i gerarchi gli chiedeva come avrebbe reagito la comunità internazionale, rispondeva che non c'era nulla da temere perché "chi si ricorda del genocidio degli armeni?".
Il muro di opportunismo è ancora in piedi, anche se dal Secondo dopoguerra, e ancora più in questi ultimi anni, molti Stati, assemblee legislative e istituzioni hanno riconosciuto, con atti ufficiali, il Genocidio armeno. Lo ha fatto anche il Parlamento italiano nel novembre del 2000.
La qualità del film Ararat è nella sintesi tra la parte documentaristica e la narrazione. Un film su un film da realizzare e la scoperta di una storia personale e collettiva, attraverso una rappresentazione che non impone nulla allo spettatore, ma lo accompagna sollecitandone domande, prima di tutti a se stesso. Atom Egoyan lo ha definito "una riflessione sulla funzione spirituale dell'arte nella difficoltà di confrontarsi e redimersi dalle conseguenze del genocidio".
"Ararat" non si limita alla semplice esposizione di una parte, che lo avrebbe posto su un piano documentaristico, ma sviluppa un confronto tra due parti: il giovane armeno che torna in Canada, con pellicole e nastri digitali per un film da realizzare, e un funzionario della dogana, insospettito da quel materiale, perché ritiene che quel film sia già stato realizzato.
Un confronto che è anche generazionale, seppure molto più avanzato rispetto ai canoni abituali. Se in genere il giovane vuole liberarsi dal passato mentre chi è più maturo vi rimane legato, in Ararat troviamo un giovane che sta facendo riemergere la storia del suo popolo e l'adulto che si scopre aver creduto a qualcosa di infondato. Un intreccio tra il rapporto con l'altro e la introspezione che a tratti rimanda al teatro di Harold Pinter.
Un film con queste caratteristiche, che ha ottenuto numerosi riconoscimenti, meriterebbe di essere proiettato in prima serata o quantomeno ad un orario in cui possa essere visto da un'adeguata parte del pubblico televisivo.
Perché relegarlo in un orario insostenibile per la gran parte dei pubblico? Che sia stato per scelte commerciali, peraltro sempre più ipotetiche perché non realmente rispondenti alla realtà, oppure per altri motivi che nulla hanno a che fare con una valutazione di stretto ambito televisivo, rimane il dato della programmazione inadeguata di una pellicola che merita molto di più.
Non si sa se in futuro avremo una televisione pubblica in cui la qualità dei film da trasmettere sarà una scelta strategica. Se così fosse, ritrasmettere il film Ararat in prima serata sarebbe un segnale di avvenuta discontinuità con il passato. www.caffeeuropa.it/
Morte per dote In India ogni anno centinaia di spose rischiano la vita
Scritto per noi da Raffaella Rogora
L’assurdità del fenomeno delle morti per dote è stata inghiottita dal silenzio. Eppure proprio ora che state leggendo, con buona probabilità, una donna indiana sta morendo per mano del suo non troppo caro marito. Nel continente indiano, sono parecchie le donne tra i 18 e i 26 anni che vengono uccise dallo sposo perché la loro dote non si rivela abbastanza redditizia. Mentre le ragazze sono ai fornelli, prese a cucinare, vengono cosparse di kerosene e fatte bruciare come fossero streghe. Assurdità? Però succede, anche ora che non se ne parla quasi più. Si tratta di un fenomeno che si è consolidato nel silenzio e nell’impunità, anche se il codice penale indiano classifica la morte per dote come reato. Con una legge del 1961 infatti, la giurisprudenza ha vietato l’antica usanza della dote, ma questa norma, oltre ad essere sotterrata da strati di polvere, non viene nemmeno troppo presa in considerazione e nella vita pratica la dote al momento del matrimonio continua a essere parte di una tradizione ben radicata. Ciò che si è mutato negli anni, sono invece le pretese e l’avidità dei mariti. Un tempo la dote era un’usanza, un dono fatto di oro, argento, gioielli, che la madre passava alla figlia al momento del matrimonio e che nessun uomo, senza il consenso della sposa, avrebbe potuto toccare. Rappresentava una sorta di garanzia per la giovane donna che, al momento del matrimonio, doveva lasciare la sua famiglia d’origine per entrare in quella del marito. Oggi però le cose non sono più quelle di una volta e dell’antica tradizione indiana della dote non restano che poche briciole. Un vero business. La dote è diventata un machiavellico sistema con cui qualche marito tenta di arricchirsi. Comincia col chiedere un ventilatore, poi il frigorifero, poi la radio, la tv, l’automobile e avanti così, fino quando la moglie è letteralmente strangolata dall’ingordigia senza limiti del marito o della suocera, che spesso è complice del figlio e lo istiga: se non altro perché diventando più ricco lui, lo diventa anche lei, dal momento che sono i maschi a dover prendersi cura dei genitori quando questi si incamminano verso la vecchiaia. “Credete che le donne siano picchiate, stuprate e uccise solo in India? Anche in altri Paesi dove non esiste la tradizione della dote altrettante donne vengono torturate o ammazzate.” Questa è la risposta che alcune donne dettero quando fu chiesto loro cosa ne pensassero dell’assurda situazione indiana. Rassegnazione mista alla paura di reagire. Sembra che molte donne siano paralizzate nella loro folle situazione. Tacciono, subiscono e muoiono.
La corruzione. E’ difficile quantificare l’entità precisa del fenomeno, molte morti vengono frettolosamente catalogate come ‘incidenti domestici’, i media non trattano quasi più l’argomento, che evidentemente non rappresenta più una notizia. Ovviamente la corruzione e l’adorazione per il dio denaro fanno la loro parte. Non è un segreto che spesso dietro alla morte di qualche sciagurata ci sia la collaborazione di medici, polizia e giudici: una bustarella qua, una là, e l’affare è presto fatto e si va tutti a casa con il portafogli un po’ più gonfio. Il poliziotto chiude un occhio e finge di non vedere, il medico conferma la teoria dell’incidente domestico ai fornelli e il giudice trova il modo di dichiarare innocente l’assassino, che rischierebbe comunque non più di sette anni di carcere.
La speranza. Tuttavia la speranza che la situazioni migliori c’è e non deve spegnersi. Negli ultimi anni infatti sono aumentate le denunce delle donne vittime di abusi e umiliazioni per richieste di dote. Si tratta di un processo lento ma irreversibile, che vuole sradicare la radici di una tradizione antica in un paese dove un vecchio detto recita che: "La morte di una donna dà al marito la possibilità di accaparrarsi una seconda dote. La morte di un bufalo, invece, è un disastro economico per l’intera famiglia". www.peacereporter.net/
Cina: il potenziamento delle forze navali e la strategia del “Filo di Perle”
La Cina ammoderna e rinforza la sua flotta varando nuove unità navali e porta avanti l’ambizioso progetto delle “Filo di Perle”.
Claudio Gibertini
Equilibri.net
Il governo di Pechino potenzia la sua flotta navale aumentando notevolmente le capacità belliche ed operative della sua marina militare in alto mare. L'ammodernamento riguarda non solamente le unità di superficie ma anche le forze sottomarine. Questa strategia si va ad inserire anche in un disegno più ampio, quello delle difficili relazioni con Taiwan. Contemporaneamente prende corpo la strategia del “Filo di Perle”, cioè un programma di potenziamento delle relazioni commerciali e politiche con i paesi di tutta la fascia costiera asiatica che va dal Mar Rosso fino all’Indocina
L'ammodernamento della marina militare
Un numero rilevante di navi da guerra sarà reso operativo nei prossimi due anni. La Marina dell’Esercito di Liberazione del Popolo (PLAN) ha infatti iniziato un rilevante programma di ammodernamento delle proprie forze marittime, attualmente costituite da 64 grandi unità di superficie (21 cacciatorpediniere e 43 fregate) e da 57 unità sottomarine (51 sommergibili a propulsione diesel e 6 ad alimentazione nucleare. Per quello che riguarda le forze di superficie, Pechino ha in programma per il prossimo decennio di rimpiazzare le unità obsolete che per lungo tempo hanno ridotto la marina militare cinese ad una mera forza costiera. Per questa ragione la PLAN stata continuando a rendere operative cacciatorpediniere di classe Sovremenny, ed ha iniziato a costruire e ad impiegare cacciatorpediniere di classe Luyang Type 052B e 052C. Finora nei cantieri navali cinesi sono state costruite due unità 052B (Guangzhou e Wuhan) e due 052C (Lanzhou e Haikou), ma è probabile che saranno almeno 6 le navi che saranno varate ed impiegate nei tre principali gruppi operativi che rappresentano la spina dorsale della PLAN.
Il rafforzamento della flotta porterà un notevole miglioramento delle capacità operative della capacità cinese di operare in alto mare. Le navi da guerra di classe 052C sono equipaggiate con un sistema di difesa aereo basato su radar apparentemente simile all’americano AN/SPY-1 Aegis ed equipaggiate con una missili superficie-aria HQ-9 considerati a lungo raggio, cioè impiegabili su una distanza di 90 chilometri. Gli HQ-9 saranno istallati in 8 dispositivi di lancio verticale, ciascuno equipaggiato con 6 missili. I cacciatorpediniere di questa classe avranno la capacità di ingaggiare naviglio di superficie a lungo raggio utilizzando gli YJ-85, missili supersonici utilizzabili entro 200 chilometri, e, sebbene la difesa contraerea sarà il principale compito delle navi di classe 052C, la presenza su queste unità di dispositivi sonar fornirà una buona capacità anti-sommergibile.
Per quello che riguarda invece le forze sottomarine, con un decisivo aiuto della Russia, la PLAN sta modernizzando i sommergibili a propulsione diesel, così come è stata decisa l’acquisizione altre 8 unità di classe Kilo (armati con i missili antinave Klub-S dalla gittata di 300 km), oltre alle 4 unità di questa classe che erano state già acquisite durante gli anni ’90. Inoltre la PLAN sta procedendo alla costruzione di sommergibili di progettazione nazionale cinese, i Type 039 (Song) e 039A (Yuang); così come la costruzione di nuovi sommergibili Type 93 che sicuramente apporteranno un incremento delle capacità belliche della flotta sottomarina. Il Type 93 infatti ,dovrebbe avere capacità operative simili a quelle della classe Victor III sovietica, o addirittura della prima classe del Los Angeles statunitense. La produzione di nuove unità Type 094 di classe Xia, che dispone di missili balistici nucleari (SSBN), è stato invece rinunciato in seguito ai problemi riscontrati nella prima ed unica unità di questo tipo costruita.. Non sembra invece che abbia nessun tipo di priorità immediata la creazione di una forte ed efficiente aeronautica di marina. Per ora i vertici delle forze navali sembrano più interessati allo studio di varie portaerei non straniere per poi procedere, in un futuro non immediato e senza particolare fretta alla costruzione della prima unità di questo tipo.
L’ammodernamento navale e le relazioni con Taipei
Il programma di acquisizioni della Marina cinese, va ad inserirsi in una complessa strategia che la Cina sta portando avanti da alcuni anni. L’ammodernamento infatti si va ad inserire nella strategia di deterrenza verso Taiwan, vera spina nel fianco del governo di Pechino, che periodicamente minaccia una pesante ritorsione militare nel caso di secessione dell’isola. La Repubblica Popolare Cinese vede la riunificazione come una questione di tempo, cercando di convincere il governo di Taipei ad accettare il principio di “Una Cina”. Taiwan dovrebbe cioè accettare di essere parte integrande della Repubblica Popolare, e per ottenere questo scopo Pechino da un lato si dichiara disposta ad attuare la soluzione pacifica che si riassume nello slogan “Una nazione , due sistemi” ma sul versante opposto continua a non escludere l’uso della forza nel caso di una secessione ufficiale. Tale uso dello strumento militare è stato recentemente codificato nel marzo 2005 dal Congresso Nazionale del Popolo con la cosiddetta legge anti-secessione.
L'attuale approccio della Cina per prevenire l'indipendenza di Taiwan combina strumenti diplomatici, economici, legali, psicologici e, non da ultimi, militari. La strategia adottata è sostanzialmente quella di convincere il governo di Taipei che il prezzo di una dichiarazione d'indipendenza sarebbe troppo alto per l'isola. Al di là di quelle che sono state esibizioni di forza, la Cina sta utilizzando i suoi sempre crescenti legami economici con Taiwan per influenzare il comportamento politico del suo governo. Pechino cerca di attrarre quanti più possibili investimenti taiwanesi, la cui brusca cessazione in caso di crisi, non gioverebbe a nessuna delle due parti. Il governo cinese inoltre cerca con ogni mezzo di enfatizzare il legame storico, etnico e culturale dell’isola con la nazione continentale e persegue una via diplomatica parallela, sostenendo i taiwanesi favorevoli ad una riunificazione ed incoraggiandoli ad azioni di propaganda. Inoltre le autorità cinesi stanno intensificando la pressione sugli ultimi 26 Stati al mondo che riconoscono Taipei, ed inoltre stanno cercando di fare in modo che le relazioni di questi con Taiwan vengano ridotte il più possibile.
Sotto il punto di vista prettamente militare invece, il governo di Pechino cerca in ogni modo di dimostrare che Taiwan è una piccola isola all’ombra di una nazione gigantesca, e che in caso di conflitto armato si troverebbe sicuramente ad affrontare un’impari lotta. Il potenziamento della flotta cinese va proprio nella direzione di incrementare le capacità di intimidazione verso i governanti dell’isola e migliorare le capacità di intervento nel caso che si dovesse giungere ad una escalation con Taiwan. Pechino potrebbe allora adottare due tattiche alternative: una più moderata che consisterebbe sostanzialmente in un blocco navale dell’isola, l’altra sicuramente molto più drammatica potrebbe consistere in un’invasione anfibia dell’isola, ipotesi per il momento molto remota sia per le gravi perdite umane e materiali alle quali la Cina potrebbe andare incontro, sia per la crisi internazionale di portata mondiale che si scatenerebbe.
La strategia cinese della “Filo di Perle”
Il potenziamento navale si inserisce in una più ampia strategia geopolitica e geoeconomica di espansione cinese, che il Pentagono ha definito la strategia del “Filo di Perle” Questo piano riguarda l’incremento della sicurezza relativa all’approvvigionamento energetico. L’economia cinese infatti, che svetta a tassi di crescita del 7-9% annui, è divenuta sempre più dipendente del petrolio prodotto all’estero, e sempre più lo sarà negli anni che verranno. In questo scenario Pechino ha tutte la ragioni per incrementare la sicurezza delle rotte commerciali che attraversano gli stretti di Malacca, da dove passa l’80% del petrolio attualmente utilizzato in Cina e dove si registra il 40% degli atti di pirateria del mondo. Ma la strategia del “Filo di Perle” passa soprattutto attraverso il controllo di porti lungo le zone costiere che si estendono dal Medio Oriente al mar cinese meridionale.
L’opera più imponente di questo progetto, è stata finora la realizzazione del porto di Gwandar in Pakistan. La località per che oggi ospita questa enorme infrastruttura si trova nella provincia del Belucistan, a soli 72 chilometri dal confine iraniano. Il porto inaugurato dal Premier Wen Jiabao lo scorso marzo è un’opera immensa, costata più di un miliardo di dollari di cui 196 milioni forniti dalla Cina per la realizzazione degli attracchi per le navi, ed altri 200 milioni per la costruzione di un’autostrada che congiunge Gwandar con Karachi, la più grande città del Pakistan. A questa prima fase dei lavori, ne seguirà una seconda, che sarà finanziata in parte nuovamente dalla Cina, e vedrà l’implementazione di 9 altri attracchi, un canale di entrata e strutture per l’immagazzinamento. Pechino inoltre ha inviato in Pakistan 450 ingegneri e fornito l’assistenza tecnica all’intero progetto.
Il ritorno economico previsto per il Pakistan sarà massiccio, Gwadar oltre alla sua vicinanza con lo stretto di Hormuz potrà diventare un punto chiave di sbocco di strade e ferrovie provenienti dal resto del Pakistan, dall'Afghanistan e da tutta l'Asia Centrale. La realizzazione di questo porto rappresenta per la Cina un enorme vantaggio in quanto il 60% dell’energia prodotta proviene dal Medio Oriente sotto forma di petrolio, inoltre la presenza cinese a Gwadar consentirà una monitorizzazione del traffico marittimo anche statunitense nello stretto di Hormuz e nel Mare Arabico.
Conclusioni
La Cina, che si appresta a divenire il nuovo motore economico mondiale, rafforza quindi la sua potenza militare marittima con un programma di ammodernamento della flotta, così come porta avanti un ambizioso progetto di controllo di tutta la fascia costiera asiatica che va a dal Medio Oriente al Mar Cinese Meridionale. L'inaugurazione del porto di Gwadar in Pakistan rappresenterà per il futuro un grande vantaggio cinese per il controllo del petrolio, ed un importante scalo commerciale per i paesi di dell'Asia Centrale.
Carla Del Ponte: il ruolo della giustizia Ginevra, scrivono Andrea Rossini e Luka Zanoni Incontro a margine della conferenza di Ginevra con il procuratore capo del Tribunale Internazionale dell'Aja, Carla Del Ponte. Giustizia internazionale, processo d'integrazione europea e percorsi di riconciliazione alla luce degli ultimi eventi che hanno interessato la regione Carla del Ponte (Ginevra) Lei crede che oggi vi sia ancora interesse da parte della comunità internazionale verso la cattura dei latitanti?
E' difficile per me fare una valutazione perché non ho tutti gli elementi a disposizione, ne ho solo alcuni. Credo che in questo momento vi sia interesse, anche perché ci si vuole sbarazzare degli ostacoli che subentrano nel percorso politico degli Stati dei Balcani verso l'Unione Europea. Quindi io credo di sì, che adesso la comunità internazionale, finalmente direi, abbia raggiunto lo stadio in cui è inevitabile che questi latitanti siano arrestati. Naturalmente adesso la difficoltà è che in dieci anni si sono comunque costruiti un'esperienza tale per cui sanno come nascondersi, godono di protezioni ormai collaudate da dieci anni, e quindi tutto diventa più difficile.
L'apertura dell'Unione Europea nei confronti dei Paesi dei Balcani Occidentali dopo il 3 ottobre, in particolare nei confronti di Croazia e Serbia-Montenegro, non va considerata come un annacquamento delle condizioni poste rispetto all'arresto dei latitanti?
Assolutamente no, anzi secondo me è parte di una strategia. La Croazia sta avviando i negoziati per entrare nell'UE, si tratta di un momento importantissimo. Gotovina per loro diventa un vero ostacolo, noi stiamo collaborando in modo eccezionale con la Croazia e speriamo di avere successo presto. Per quanto riguarda la Serbia-Montenegro, e Belgrado, naturalmente i 16 accusati che ci sono stati trasferiti negli ultimi mesi hanno pesato sulla decisione positiva, e questo naturalmente è giusto. C'è un incentivo che consiste nel dire: "Vedete, la cooperazione con il Tribunale è fondamentale e se ne è tenuto conto nelle valutazioni".
In questi due giorni abbiamo parlato del ruolo della giustizia per portare ad una pace e riconciliazione duratura nei Balcani. Lei crede che la giustizia da sola possa raggiungere questo scopo?
No, non la giustizia da sola. Ma la giustizia dà sicuramente un apporto importantissimo. Perché riguarda direttamente le vittime, e se si considera quante sono le vittime ad esempio in Bosnia-Erzegovina, si può valutare appieno l'importanza dell'azione della giustizia. Quindi, non è sufficiente, non è tutto, ma è il primo passo importante, che purtroppo in dieci anni non abbiamo ancora fatto compiutamente. Siamo ancora a metà strada.
Lei ha fiducia, per il futuro, nel ruolo dei Tribunali locali?
Sì, ho molta fiducia nel ruolo dei Tribunali locali, soprattutto delle Corti Statali per i crimini di guerra che sono state costituite sia a Zagabria che a Belgrado e a Sarajevo, in quest'ultimo caso con la componente internazionale. La mia fiducia deriva proprio dal rapporto personale che ho con i procuratori, dalla loro professionalità. Quelli con cui mi sono confrontata hanno una fortissima volontà, sono capaci e chiedono il nostro aiuto per poter fare le inchieste e condurre i processi in modo equo. Il supporto politico è tuttavia estremamente importante affinché il risultato sia positivo, affinché vi sia un successo. Se il procuratore non ha il supporto politico e quello della polizia, che deve eseguire su ordine del magistrato le misure coercitive, perquisizioni e arresti, la sua azione diviene naturalmente difficile... L'importante è che ci sia supporto politico all'attività giudiziaria dei magistrati.
Come valuta la decisione del Consiglio del Tribunale di dare la libertà politica a Ramush Haradinaj?
Abbiamo fatto appello alla decisione. Io sono assolutamente scandalizzata. Sembra che tutti i detenuti possano tornare a fare politica nel loro Paese. Non dobbiamo fare discriminazioni, e soprattutto non dobbiamo fare in modo che chi è in attesa di giudizio, chi aspetta di andare in tribunale, possa addirittura avviare una carriera politica. Naturalmente io vedo le cose dalla parte di un procuratore, ma mi sembra che sia giusto che si aspetti il processo. Abbiamo comunque fatto appello, stiamo a vedere.
Lei si è opposta anche alla liberazione di Simatovic e Stanisic...
Certo... Dopo tutto il lavoro che facciamo per ottenere l'arresto ce li lasciano fuori, soprattutto in una fase politica delicata, ma comunque non commentiamo le decisioni dei giudici, cerchiamo di fare quello che ci è possibile.
Lei ha parlato del piano politico, questo servirà anche per spiegare a quella parte dell'opinione pubblica che considera per esempio Gotovina un eroe nazionale, che invece un processo potrà servire anche per fare ragionare sulle cose...
Il processo serve anche per quello, no? Per sapere la verità dei fatti. I processi hanno questa funzione anche alla luce della disinformazione avvenuta nei Balcani, in ex Jugoslavia. Non si tratta solo di portare i responsabili davanti alla giustizia, ma anche di stabilire la verità, i fatti. Questo è importante per le generazioni future, e fondamentale per la riconciliazione. www.osservatoriobalcani.org/
Italia e libertà di stampa : anche ONU , non solo Freedom House di Giulia Alliani
IN QUESTI GIORNI, DOPO LA PUBBLICITA' DATA AL RAPPORTO SULLA LIBERTA' DI STAMPA DI FREEDOM HOUSE NELLA TRASMISSIONE DI ADRIANO CELENTANO, IN MOLTI SI SONO AFFANNATI A SMINUIRNE, O A ENFATIZZARNE, LA PORTATA, CERCANDO DI ATTRIBUIRE LA COLLOCAZIONE DELL'ITALIA NELL'AMBITO DEI PAESI PARZIALMENTE LIBERI SOLTANTO ALLA CONDANNA SUBITA DAL GIORNALISTA LINO JANNUZZI. FIATO E INCHIOSTRO SPRECATI PERCHE', SE NON BASTASSE IL RAPPORTO DI FREEDOM HOUSE, CHE CI COLLOCAVA FRA I PARZIALMENTE LIBERI GIA' PRIMA DELLA VICENDA JANUZZI, A SEGNALARE LE ANOMALIE DELLA SITUAZIONE ITALIANA, C'E' ANCHE IL RAPPORTO PRESENTATO A GINEVRA ALLA COMMISSIONE DELL'ONU SUI DIRITTI UMANI DAL RELATORE SPECIALE SULLA LIBERTA' D'OPINIONE AMEBYI LIGABO, CHE RIBADISCE LE OSSERVAZIONI DI FREEDOM HOUSE E RINCARA LA DOSE:
ANSA 4 aprile 2003 /NORME/ Jannuzzi, Biagi e Santoro in rapporto Onu. I casi Jannuzzi, Biagi e Santoro sono menzionati in un rapporto presentato a Ginevra alla Commissione dell'Onu sui diritti umani dal relatore speciale sulla libertà d'opinione e d'espressione Ambeyi Ligabo. In un addendum di 197 pagine al rapporto generale, quasi due pagine sono dedicate all'Italia per descrivere i casi dei tre giornalisti e le risposte ricevute dal relatore da parte delle autorità italiane. Per Jannuzzi, il relatore afferma di essere ancora "in attesa di ricevere informazioni". (Ansa, ore 17.51)
ANSA 7 aprile 2003 /NORME/ Sul caso Jannuzzi una nota dell'Italia all'Onu. In una nota al relatore dell'Onu sulla libertà d'opinione e d'espressione Ambeyi Ligabo, l'Italia ha fornito una risposta sul caso Jannuzzi e sulla libertà d'espressione nel Paese in generale. Sul caso Jannuzzi, "condannato dal Tribunale di Napoli a due anni e mezzo di prigione", l'Italia risponde che "le autorità competenti ritengono che non si può ragionevolmente parlare di delitti d'opinione, che sono ben diversi dall'oltraggio non giustificato e non giustificabile all'altrui reputazione". Quindi, la pena inflitta al giornalista e senatore è "il risultato di un accumulo di tre sentenze di condanna diverse, per fatti diversi e, in un caso, per un delitto nei confronti di un altro giornalista". (Ansa, ore 17.07)
CIVIL AND POLITICAL RIGHTS, INCLUDING THE QUESTION OF FREEDOM OF EXPRESSION Report of the Special Rapporteur on the promotion and protection of the right to freedom of opinion and expression, Ambeyi Ligabo Addendum MISSION TO ITALY:
"Questo rapporto presenta le conclusioni dell'inviato speciale per la promozione e la difesa del diritto alla liberta' di opinione ed espressione, Ambeyi Ligabo, dopo la sua missione in Italia effettuata dal 20 al 29 ottobre 2004. Lo scopo che si proponeva l'inviato speciale nella sua visita era quello di verificare se la concentrazione dei media, unita al conflitto di interessi, avesse avuto un impatto sul godimento del diritto alla liberta' di opinione ed espressione, e anche quello di condurre un'indagine sulle accuse a riguardo del deterioramento dell'ambiente di lavoro dei professionisti dell'informazione in Italia". "Il rapporto affronta i seguenti argomenti: l'insieme di leggi e istituzioni riguardanti il diritto alla liberta' di opinione ed espressione, i piu' importanti motivi di preoccupazione, e una serie di problemi di carattere piu' specifico".
QUESTI I 4 PUNTI IN CUI SI ARTICOLA LA RELAZIONE: A. Il sistema della "lottizzazione" nella tv pubblica B. La concentrazione dei media e il conflitto di interessi C. Il deterioaramento della situazione dei professionisti dell'informazione D. Altri argomenti. Il rapporto si conclude con alcune raccomandazioni.
ALCUNI STRALCI: DAL CAPITOLO DEDICATO ALLA LOTTIZZAZIONE: "Secondo le informazioni giunte all'inviato speciale, la rete televisiva pubblica Rai e' stata fortemente politicizzata fin dalla sua istituzione nel 1954. Allora, e fino agli importanti cambiamenti politici avvenuti alla fine degli anni'80, la tv pubblica italiana era controllata dal partito politico al governo, la Democrazia Cristiana. All'inizio degli anni '90, il controllo della Rai e' passato dai Democristiani al cosiddetto sistema di "lottizzazione", per cui ad ognuno dei maggiori partiti politici venne attribuito il controllo di uno dei tre canali televisivi pubblici".
"L'inviato speciale ritiene che un sistema simile, collegando direttamente ai partiti politici i dirigenti dei tre canali pubblici, e influenzando quindi i giornalisti che lavorano nella rete pubblica, non consente la piena indipendenza della Rai. E' inoltre degno di nota il fatto che un sistema simile potrebbe portare alla marginalizzazione di quei gruppi politici che non hanno responsabilita' dirette nella gestione della Rai. Di conseguenza il sistema della lottizzazione ha un fortissimo impatto sul pieno godimento del diritto alla liberta' di espressione, come anche sul diritto dei cittadini a ricevere un'informazione adeguata".
DAL CAPITOLO DEDICATO A CONCENTRAZIONE DEI MEDIA E CONFLITTO DI INTERESSI: APPRESE LE NOTIZIE RIGUARDANTI LA HOLDING FININVEST, IL GRUPPO MEDIASET, LA SOCIETA' PUBLITALIA, IL METODO PER LE NOMINE DEI DIRIGENTI RAI, LA LEGGE GASPARRI E I MECCANISMI DELLA LEGGE SUL CONFLITTO DI INTERESSI, "tenendo presente che in Italia la televisione rappresenta la piu' importante fonte d'informazione, l'inviato speciale richiama le autorita' competenti ad assicurarsi che tutti gli interessati abbiano accesso a tale mezzo di comunicazione e al mercato, per assicurare pluralismo e democrazia".
INOLTRE, SUL PUNTO DEL CONFLITTO DI INTERESSI "l'inviato speciale ritiene che, soprattutto per quanto riguarda il presidente del Consiglio dei ministri, esso non sia ancora stato affrontato dal Governo con provvedimenti adeguati"
DAL CAPITOLO DEDICATO AL DETERIORAMENTO DELLA SITUAZIONE DEI PROFESSIONISTI DELL'INFORMAZIONE "Secondo notizie raccolte dall'inviato speciale, la concentrazione del controllo dell'informazione nelle mani del presidente del Consiglio ha intaccato gravemente la liberta' di opinione e di espressione in Italia, come dimostrano parecchi casi, verificatisi da quando e' in carica l'attuale governo, in cui i giornalisti sono stati licenziati o rimossi. Anche se le decisioni di cancellare i programmi e di licenziare i giornalisti non sono state prese direttamente dal presidente del Consiglio, ma dal suo Governo, l'inviato speciale e' stato informato del fatto che esse sono state il risultato di una pressione diretta da parte sua.
IL RAPPORTO RICORDA POI IN DETTAGLIO L'EPISODIO DI SOFIA E DEDICA SPAZIO A OGNUNO DEI PERSONAGGI COINVOLTI: MICHELE SANTORO, ENZO BIAGI, E DANIELE LUTTAZZI. VIENE RICORDATO ANCHE L'EPISODIO DELLE CRITICHE A LILLI GRUBER PER I SERVIZI DALL'IRAK. UN LUNGO PARAGRAFO E' INFINE DEDICATO ALLA CANCELLAZIONE DI "RAIOT" DALLA PROGRAMMAZIONE, E ALLE QUERELE DI MEDIASET NEI CONFRONTI DELLA RAI, DELL'ATTRICE SABINA GUZZANTI E DEL GIORNALISTA MARCO TRAVAGLIO, AUTORI DELLA SCENEGGIATURA.
INFINE, SECONDO IL RAPPORTO, "L'inviato speciale e' preoccupato che la concentrazione dei media privati nelle mani del presidente del Consiglio, e la sua influenza su quelli pubblici, porti ad un clima di intimidazione, in cui gli amministratori pubblici potrebbero esercitare la censura, limitando gravemente la liberta' di opinione ed espressione nel paese. L'inviato speciale porta all'attenzione delle autorita' italiane il fatto che un simile clima potrebbe indurre una situazione di autocensura, in cui le persone, e in particolar modo i giornalisti, si asterrebbero "volontariamente" da affermazioni che potessero essere interpretate come critiche nei confronti delle autorita'. E' quindi necessario creare nel settore dei media un ambiente di professionalita' e indipendenza, in cui i giornalisti possano lavorare senza l'indebita influenza dello Stato.
IN CODA AL RAPPORTO L'INVIATO SPECIALE DICHIARA DI VOLER RIVOLGERE ALCUNE RACCOMANDAZIONI. FRA QUESTE IL FORTE AUSPICIO "che il Governo riveda le sue leggi allo scopo di assicurare una pluralita' di partecipanti nel settore televisivo", "che l'assegnazione delle frequenze avvenga sulla base di criteri di oggettivita' e trasparenza, che non portino a discriminazioni", "che le autorita' adottino le misure necessarie a depoliticizzare il settore dei media", "che il problema del conflitto di interessi del presidente del Consiglio venga ulteriormente analizzato in modo da ridurre l'influenza della politica sui media"
INOLTRE L'INVIATO SPECIALE "desidera far presente al Governo che la difesa dell'attivita' dei giornalisti da ogni pressione indebita e' un elemento chiave in una democrazia. Di conseguenza raccomanda ai rappresentanti del Governo di astenersi dal fare dichiarazioni che potrebbero avere effetti sull'indipendenza dei giornalisti e degli altri professionisti dell'informazione. Inoltre sollecita il Governo ad intraprendere tutti i passi necessari ad impedire l'allontanamento e/o l'emarginazione di giornalisti, in seguito alla manifestazione di opinioni critiche.
Per i casi che si sono gia' verificati, l'inviato chiede che il Governo adotti le misure appropriate per il reintegro delle persone interessate. L'inviato speciale, nell'accogliere con favore l'adozione della nuova legge sulla depenalizzazione della diffamazione, desidera portare all'attenzione dei professionisti dell'informazione l'articolo 19 della Convenzione sui Diritti Civili e Politici, che stabilisce che l'esercizio del diritto alla liberta' di opinione ed espressione comporta doveri e responsabilita' speciali, in particolare a riguardo del rispetto dovuto ai diritti e alla reputazione altrui".
QUEST'ULTIMA RACCOMANDAZIONE DELL'INVIATO DELL'ONU SEMBRA CUCITA SU MISURA PER IL CASO DEL GIORNALISTA LINO JANNUZZI, CITATO FREQUENTEMENTE IN QUESTI GIORNI A PROPOSITO DEL RAPPORTO FREEDOM HOUSE 2005. DA NOTARE IL FATTO CHE FRA I CRITERI CHE HANNO GUIDATO LA REALIZZAZIONE DEL RAPPORTO DI FREEDOM HOUSE E' STATO VOLUTAMENTE IGNORATO QUELLO CHE RIGUARDA IL SENSO DI RESPONSABILITA' E I PRINCIPI ETICI DEI GIORNALISTI:
"Questo rapporto [SI TRATTA DEL RAPPORTO DI FREEDOM HOUSE, ndt] non valuta il grado in cui la stampa di ciascun Paese lavora in modo responsabile, secondo un alto standard dal punto di vista etico. Il problema della "responsabilita' della stampa" spesso viene evocato a difesa del controllo esercitato dal governo sulla stampa. Non c'e' dubbio che una stampa veramente irresponsabile non rende un servizio, ma un disservizio al pubblico, e abbassa il proprio livello di credibilita', ma il tentativo da parte di un governo di mettere le briglie alla stampa, con il pretesto di renderla "responsabile", nella maggior parte dei casi, produce dei risultati di gran lunga peggiori".
Da: IUSTITIA - SETTIMANALE DI INFORMAZIONE ON LINE 4 luglio 2005/ anno XII numero 25:
Jannuzzi inventa notizie, i giornali pagano i danni NON C'È STATO nessun incontro svizzero tra il pm di Milano Ilda Boccassini, il magistrato elvetico Carla Del Ponte, l'ex giudice Elena Paciotti e il magistrato spagnolo Carlos Castresana. Non c'è stato un "gioco dei quattro congiurati" con "un summit a Lugano per pm italiano, svizzero e spagnolo con l'obiettivo di incastrare Berlusconi". Lo ha stabilito un tribunale della Repubblica italiana.
In calce alle diciotto pagine della sentenza c'è la firma del giudice Carlo Montella, presidente della prima sezione civile del tribunale di Napoli, che ha ritenuto diffamatori gli articoli del senatore di Forza Italia Lino Jannuzzi, pubblicati dal settimanale Panorama (in edicola il 13 dicembre 2001 con data di copertina 20 dicembre), edito dalla Mondadori, società presieduta da Marina Berlusconi; dal quotidiano il Giornale (il 14 dicembre 2001), di proprietà di Paolo Berlusconi; dal Velino (il 13 e 14 dicembre 2001), agenzia di stampa fondata dallo stesso Jannuzzi nel novembre del '98.
Negli articoli, esplosi, con tecnica da attentato terroristico, in maniera pressoché contemporanea dalle ammiraglie della carta stampata della galassia Berlusconi e dall'agenzia il Velino, si racconta di "strategie in toga" riferendo che, "allo scopo di trovare il modo per arrestare Berlusconi", "in un albergo di Lugano si erano riuniti quattro personaggi di punta".
"La settimana scorsa - scrive Jannuzzi nella rubrica settimanale 'Tazebao', su Panorama del 13 dicembre 2001 - sono stati visti riuniti discretamente in un albergo di Lugano quattro personaggi di punta: Elena Paciotti, già presidente dell'Associazione magistrati e ora parlamentare europeo dei Democratici di sinistra, principale fautrice e fattrice del mandato di cattura europeo; Ilda Boccassini, il pm che sostiene l'accusa nei processi contro Cesare Previti e Silvio Berlusconi; Carla Del Ponte, la procuratrice europea che sta processando Slobodan Milosevic e che è stata a lungo la corrispondente svizzera in rogatorie del pool di Milano; e Carlos Castresana, il capo della procura anti corruzione di Madrid".
Una tesi che Jannuzzi ha sostenuto su Panorama anche dopo lo 'scoop'. Sette giorni dopo il primo articolo, il giornalista, "pur ammettendo, - è scritto nella sentenza - a seguito delle smentite dei diretti interessati, che la notizia del summit era falsa, insinuava che comunque esisteva una lobby giudiziaria che lavorava in Italia per incastrare Berlusconi". Nella decisione di Montella viene anche ricordato che su Panorama veniva pubblicato un altro articolo di Jannuzzi che, "lungi dallo smentire le precedenti false notizie, affermava che avrebbe in futuro dimostrato che l'incontro di Lugano era effettivamente avvenuto".
Le tre magistrate si sono sentite diffamate dagli articoli di Jannuzzi e, assistite dagli avvocati milanesi Salvatore e Nicola Morvillo e dal professore Valerio Tozzi del foro di Napoli, hanno presentato una richiesta di risarcimento danni al tribunale partenopeo, sede competente perché il senatore di Forza Italia ha a Napoli la sua residenza. Contro Panorama e il Giornale, Carla Del Ponte e Elena Paciotti, difese dall'avvocato Salvatore Morvillo, si sono rivolte al tribunale civile di Milano. Il rito ambrosiano, si sa, è molto più veloce di quello partenopeo e le sentenze sono state depositate da tempo. Stesso giudice, Stefano Bonaretti della prima sezione, ma giudizi distinti contro l'editore del Giornale, la Società europea di edizioni, e il direttore responsabile Maurizio Belpietro, assistiti dagli avvocati Francesco Gatti e Alessandro Munari.
Nel giudizio promosso dalla Paciotti, il 25 gennaio 2005 Bonaretti ha condannato la See e il direttore responsabile a pagare un risarcimento di 35mila euro (oltre gli interessi), e più di diecimila euro per le spese legali, e a pubblicare a proprie spese il dispositivo della sentenza sul Giornale e sul Corriere della sera "'su due colonne e a caratteri doppi del normale". Anche la sentenza relativa a Carla Del Ponte è stata emessa il 25 gennaio 2005, con la condanna per editore e direttore a pagare un risarcimento di 48mila euro e oltre diecimila euro di spese legali, con la pubblicazione del dispositivo, "su due colonne a caratteri doppi del normale", sul Giornale, sul Corriere della sera e sul Corriere del Ticino.
Processo unico invece contro il direttore Carlo Rossella e la Mondadori affidato al giudice Stefano Rosa, della prima sezione del tribunale di Milano. Il 22 gennaio 2004 Rosa ha condannato la casa editrice e il direttore responsabile a risarcire il danno della diffamazione con centomila euro a favore della Paciotti e 150mila euro alla Del Ponte, oltre gli interessi, e a pagare più di ottomila euro di spese legali a ciascuna delle parti. In tutti i giudizi (anche in quello partenopeo), i magistrati hanno stralciato la posizione di Jannuzzi in attesa delle decisioni della giunta per le autorizzazioni del Senato. Tutt?altra musica a Napoli, nelle stanze di Castelcapuano.
Con una decisione sorprendente il giudice Montella, che aveva ereditato i fascicoli dall'ex presidente Gaetano Annunziata passato in corte d'appello, ha deciso di accorpare le cinque richieste di risarcimento danni: tre presentate dalla Boccassini contro Panorama, il Giornale e il Velino; una a testa dalla Del Ponte e dalla Paciotti contro il Velino. "Si tratta di una decisione sorprendente - commenta un civilista napoletano esperto in diffamazioni - perché Montella non ha differenziato le posizioni delle parti offese, dei media utilizzati per diffamare, del loro peso, della loro diffusione".
"Il senatore Jannuzzi - riconosce Montella nella sentenza - (a prescindere da ogni valutazione di competenza del Senato della Repubblica, circa la perseguibilità per le opinioni da lui espresse), autore di vari articoli, ha sempre usato toni sconvenienti e particolarmente suggestivi, ha riferito fatti non veritieri, così come in sostanza riconosciuto da tutti i convenuti, ha usato espressioni offensive e denigratorie. È ovvio quindi che il discredito ingenerato nelle attrici, costituisce fatto illecito". Poi, con coerenza, da premesse sorprendenti arriva a conclusioni ancora più sorprendenti.
Il 31 maggio Carlo Montella, napoletano, sessantacinque anni, da quaranta in magistratura, ha emesso la sentenza (depositata il 20 giugno) con la quale condanna per diffamazione la Mondadori, editore di Panorama, e il direttore Carlo Rossella (difesi dagli avvocati Giovanni Ciappa, Antonello Martinez e Claudio Novebaci); la Società Europea Edizioni, che pubblica il Giornale, e il direttore Maurizio Belpietro (assistiti dai legali Eliana Marfoglio, Alessandro Munari e Francesco Gatti); il legale rappresentante del Velino srl e il direttore Roberto Chiodi (difesi dagli avvocati Mario Monticelli e Giuseppe Cosentino). Giudizio unificato, condanne unificate e unificate anche le liquidazioni per le spese legali, con somme lontanissime da quelle decise dai giudici milanesi: per ogni giudizio il risarcimento è stato fissato in dodicimila euro, con 3200 euro di spese legali e la pubblicazione per estratto della sentenza su ognuno dei giornali "nelle pagine di cronaca".
"Anche i dettagli - commenta il già citato avvocato civilista - rinnovano la sorpresa; basti pensare che secondo la sentenza l'estratto deve essere pubblicato nelle pagine di cronaca, mentre l'aggressione alla Boccassini, alla Del Ponte e alla Paciotti, con la notizia falsa dell'incontro di Lugano, il 14 dicembre 2001 era stata collocata dal Giornale in apertura di prima pagina. Senza contare che l'importo per il risarcimento del danno è stato fissato in diecimila euro, ai quali vengono aggiunti duemila euro per "la comminazione - scrive Montella - della pena pecuniaria prevista dall'articolo 12 della legge numero 47 del 1948, in proporzione alla gravità dell'offesa e alla diffusione della pubblicazione".
Dal momento che la gravità dell'offesa viene ritenuta uguale per i tre organi d'informazione, se ne deduce che è ritenuta uguale anche la capacità di penetrazione e diffusione della notizia presso l'opinione pubblica di due media molto diversi: da una parte un'agenzia di stampa conosciuta da un ristrettissimo gruppo di addetti ai lavori della cronaca parlamentare, dall'altra il primo newsmagazine italiano con una tiratura settimanale media nel 2001 superiore alle 750mila copie?
Aggiungerei una considerazione monetaria: per i cinque articoli diffamatori di cui si è occupato il giudice partenopeo l'importo complessivo, tra risarcimento e spese legali, ammonta a 76mila euro, largamente meno della metà dei 158mila euro liquidati, tra risarcimento e spese legali, dal giudice Stefano Rosa a Carla Del Ponte per il solo articolo di Panorama. Eppure la Boccassini è, con tutta evidenza, il principale obiettivo del fuoco di articoli del dicembre 2001, come risulta dalle sue foto poste sempre a corredo dei servizi di Panorama e del Giornale?
Nel maggio scorso il quotidiano di Paolo Berlusconi è stato assolto in sede penale dall'accusa di diffamazione per gli articoli che aveva dedicato a Sharifa, la mamma somala finita sotto inchiesta con l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Le indagini su Sharifa erano state coordinate dalla Boccassini, che aveva poi presentato querela per gli articoli del quotidiano milanese. Il 10 maggio 2005 l'esito del processo è finito sulla prima pagina del Giornale: "Caso Sharifa / Il Giornale assolto / Boccassini sconfitta".
Sarà ora interessante vedere la collocazione in pagina che il direttore Maurizio Belpietro assegnerà alla sentenza napoletana. Altrettanto istruttivo sarà seguire le scelte del vertice di Panorama dopo la condanna partenopea, anche perché il periodico nel diffamare la Boccassini è recidivo. Nel maggio del 2000 il settimanale della Mondadori aveva già dedicato grande attenzione a 'Ilda la rossa', con ampie anticipazioni del libro 'Strettamente riservato', edito da Mondadori e firmato da Paolo Cirino Pomicino con lo pseudonimo di Geronimo. Nel giugno del 2003 il giudice Giuseppe De Tullio, della prima sezione civile del tribunale di Napoli, ha condannato 'in solido' Pomicino, l'allora direttore di Panorama Roberto Briglia e la Mondadori a un risarcimento di 40mila euro, oltre cinquemila euro di spese per gli avvocati.
Sul 'summit di Lugano', inventato dal senatore di Forza Italia, all'interno del settimanale milanese ci sono già state polemiche aspre. Dieci mesi dopo la pubblicazione degli articoli di Jannuzzi l'allora comitato di redazione di Panorama (composto da Manuela Grassi, Francesca Oldrini e Bianca Stancanelli) indirizzò una lettera al direttore Carlo Rossella, scrivendo tra l'altro: "I fiduciari avvertono l'esigenza di ricordare che dal dicembre 2001 i giornalisti e, soprattutto, i lettori di questo giornale attendono che il senatore Lino Jannuzzi rechi le prove dell'asserito incontro svizzero fra magistrati descritti come ostili a Silvio Berlusconi. Il differimento di questo impegno, riconosciuto come inderogabile dalla stessa direzione in un fondo sulla vicenda, indebolisce l'immagine di Panorama".
Pronta e breve la risposta di Rossella: "Il caso Jannuzzi è aperto e resta valido l'impegno a dare chiarimenti non appena ve ne sarà la possibilità". Ora bisogna attendere le mosse, se ce ne saranno, di Pietro Calabrese, che nel novembre scorso ha raccolto l'eredità di Rossella passato alla guida del Tg5, e del cdr di Panorama, formato da Gianni Colussi, Francesca Oldrini e Antonio Padalino.
www.osservatoriosullalegalita.org
Fassino, Maria de FiIlippi e la ''gente
Cara Megachip,
[la lettera ha una risposta di Giulietto Chiesa]
la dichiarazione di Giulietto Chiesa del 21 ottobre è sbagliata.
È chiarissimo che lei, Chiesa, non ha spesso, o forse mai, a che fare direttamente con la gente semplice d'Italia, non sa mettersi nei loro panni né sulla loro lunghezza d'onda.
In prospettiva, a lunghissimo termine, condivido la necessità di elevare il livello culturale, sociale, morale del paese (cominciando, ovviamente, da me stesso). Per questo voto per persone come lei e, ad esempio, Cofferati (se mai questo centrosinistra avrà il coraggio di candidarlo non localmente).
Ma intanto la vita è quella che è, e le assicuro che tantissime persone, che non hanno avuto l'opportunità di ricevere un'istruzione come la sua, mi creda, eppure dimostrano ogni giorno un atteggiamento, un comportamento e scelte intelligenti e generose, che dovremmo tutti prendere ad esempio, si appassionano, cosa a questo punto per lei incomprensibile, a "C'è posta per te". È un fatto. Forse hanno capito, e dovreste capirlo anche voi dal vostro scranno, che nella vita non sono importanti solo le questioni cosmiche dibattute a Ballarò, su Raitre o da Woody Allen ma anche e soprattutto le cose di tutti i giorni, quelle su cui anche le persone poco importanti possono influire direttamente: i rapporti umani, i sentimenti, le storie minime o massime della vita che bene o male sono rappresentate da quella che voi insistete a chiamare Tv spazzatura. E Fassino non mi è sembrato affatto volgare, anzi ha rivelato il lato di sé "persona normale", quello degli affetti. Sì, purtroppo ha dovuto mescolarsi alla gente comune, scendere al suo livello. Ma non mi sembra affatto che si sia sporcato o infettato, non si preoccupi, anche lì lavano i piatti con la lavastoviglie. Anche se gli piace di più ballare che leggere (non ne sarebbero in grado) Chomsky o Amartya Sen.
O forse l'accusa di volgarità è su un altro piano: non capite, nonostante dovreste essere degli esperti con Megachip, che è nato un nuovo genere. Siete simili a chi disprezzava il romanzo ai suoi albori, perché volgare rispetto al teatro, perché parlava di gente semplice, di carne e fango e cani invece che di castelli e cavalli.
Ma se non scendete da lì, se non scendiamo da lì (anche a me fanno un po' senso i reality show), siamo condannati a non essere capiti. Ma SOPRATTUTTO, A NON CAPIRE, e a disprezzare le persone reali in nome della democrazia.
Luigi Antonini
Caro Antonini,
mi creda, io la "gente semplice" la frequento costantemente, perchè per fortuna non ho messo casa dentro le stanze del potere e continuo a vivere come vivevo prima di diventare parlamentare europeo.
Il problema è quella che lei chiama la loro "lunghezza d'onda".
Lei sembra ritenere che la lunghezza d'onda dove si trova la "gente semplice" sia un fatto naturale, intrinseco alla "gente semplice". Poverini, lei dice, sono così, che ci possiamo fare? L'unico modo per parlarci assieme è quello di andare dove va la "gente semplice". Col che, seguendo la sua logica, dovremmo concludere che gentaglia, come la signora De Filippi, e come la grande parata di nani e ballerine che riproducono tutti i giorni la spazzatura che io e lei consideriamo tale (se non sbaglio) sono in realtà dei benefattori.
Anzi, meglio, sono gli unici che sanno interpretare meglio di tutti i sentimenti "semplici" della "gente semplice".
Le risulta che Maria De Filippi sia una che frequenta la "gente semplice"? Le risulta che l'Insetto frequenti la "gente semplice"? Non le viene il sospetto, guardando la tv, che questa gente parli solo di se stessa, a tutte le ore del giorno, tutti i giorni, da tutti i canali? E che costringa la gente a parlare di loro, come se loro fossero il centro del mondo, cioè nascondendo loro il mondo e presentandoglielo come se fosse un film in cui gli attori sono loro.
Dunque dove prendono questi nani e ballerine, in tutti i sensi, questa straordinaria capacità di rappresentare i sentimenti della gente semplice?
Hanno un'intuito davvero formidabile? O, più semplicemente, sanno usare lo strumento di cui dispongono per "dirottare" dove fa loro comodo, i sentimenti semplici della gente semplice?
Inoltre, poichè la pubblicità riesce a far comprare alla gente semplice una quantità incredibile di cose inutili, dovremmo concludere che ha ragione la gente semplice, frastornata dalla pubblicità, e quindi che dovremmo inchinarci di fronte alla reclame come una fonte di verità?
Io la penso diversamente, anche perchè, accettando la sua logica, sarei costretto ad accettare per buona tutta la televisione spazzatura con la quale questi nani e ballerine ammorbano l'aria del nostro paese.
"La vita è quello che è", lei dice, e ci invita tutti ad accettarla, sebbene lei riconosca che quella gente si appassiona a "C'è posta per te', perchè non ha avuto l'istruzione che io e lei abbiamo avuto.
Ma allora sono io che non la capisco. Dobbiamo considerare tutto ciò non solo come normale, ma anche come "giusto"? Che sia normale lo so perfettamente: a questo siamo giunti. Ma normale , in Europa, solo per l'Italia, perchè altrove, in Francia e in Germania per esempio, il parossismo televisivo non c'è o è ben lontano dal nostro. Cosa dovremmo dedurne? Che la "gente semplice" in quei paesi è meno semplice che in Italia? E non le viene il sospetto che in quei paesi le cose siano diverse proprio perchè da vent'anni e oltre i loro pubblici non sono stati intossicati come il nostro?
Perchè se fosse come pensiamo noi di Megachip, vorrebbe dire che un'altra televisione "produce" un altro pubblico.
Che è esattamente il contrario di quello che pensa lei, è cioè che è il pubblico che pruduce la televisione. Che è poi la tesi di tutti i manipolatori.
La nostra Costituzione scrive che lo Stato ha il dovere di creare le condizioni perchè tutti abbiano pari opportunità, e non "prende atto", ma impegna i pubblici poteri a mutare lo stato di ineguaglianza esistente. E quando io critico Pieno Fassino perchè partecipa all'inganno collettivo, lo critico perchè invece di esercitare un ruolo critico, educatore, della "gente semplice", si presta a ingannarla ulteriormente.
Caro Antonini, voglio raccontarle, a lei e a quelli che ci leggono, un dato. Nella città di Barcellona, le biblioteche cittadine hanno adesso circa 5 milioni di frequentatori all'anno. Dopo che il governo locale ha intrapreso una decisa azione per promuovere la lettura. Prima, cioè due anni fa (soltanto!) erano meno di due milioni all'anno. E l'assessore alla cultura mi ha detto, pochi giorno fa: "Vede, noi stiamo sprimentando la possibilità concreta di invertire il rapporto tra televisione e libro, e stiamo verificando che, stimolando nel modo giusto i giovani, stiamo superando la dipendenza dalla televisione e il ritorno alla lettura".
Anche quella di Barcellona è "gente semplice", ma si può essere "semplici" anche conoscendo Balzac e Dostoevksij. Probabilmente è una semplicità migliore di quella che si sperimenta guardando la De Filippi e fassino mntre si commuovono per una tata riesumata artificialmente dal passato di un "personaggio famoso".
Lei dice che la "gente semplice" spesso è capace di grandi slanci, e di grandi passioni. Anch'io lo penso, anzi lo so, perchè giro l'Italia, da anni, incontrando pubblici di "gente semplice" di ogni tipo: operai, impiegati, casalinghe, mamme, papà.
Credo di avere parlato, guardandoli negli occhi, con più di un milione di persone negli ultimi tre anni. E scopro che hanno un sacco di domande da soddisfare. E' proprio necessario che la loro intelligenza, la loro passione, i loro gusti, siano imbrigliati in contenitori così avvilenti che invece di esaltare le personalità, le avviliscono al punto più basso della loro ignoranza; dove si umilia chi partecipa abbassandolo al livello della pura istintività; lo si abbaglia con la "fortuna", con la ricchezza facile, con mille trucchi capaci di far sgorgare lacrime e di impedire la riflessione critica.
Io, noi, non disprezziamo la "gente semplice". Piuttosto pensiamo che ci sono milioni di cittadini che vengono raggirati da maghe, fattucchiere e truffatori, che sono cioè vittime dell'inganno.
In questo non c'è disprezzo alcuno. Piuttosto c'è solidarietà. E io penso ai nostri figli, che potrebbero crescere intelligenti e coscienti, e invece vengono allevati pensando che l'imbecillità è la regola, l'esibizione è una virtù e che non bisogna fare altro che imitare i "tronisti".
Lei se la sente di accettare che suo figlio, se ne ha uno, diventi una copia conforme di questa sporcizia morale e intellettuale? Noi ci battiamo, come possiamo, per aiutare i nostri figli a non entrarci per niente, in questa sporcizia. Piero Fassino dimostra di non avere capito. O, peggio, di tenere bordone.
Cordiali saluti.
Giulietto Chiesa
L'Iran verso la resa dei conti di Safa Haeri L'ultima performance del presidente iraniano Ahamadinejad (“Israele è una nazione che dovrebbe essere cancellata dalle carte geografiche”) ha posizionato definitivamente l’Iran sulla linea dello scontro aperto con la comunità internazionale Le dichiarazioni del presidente iraniano Mahmud Ahamadinejad di mercoledì [27 ottobre, NdT] riguardo allo Stato d’Israele (“una nazione che dovrebbe essere cancellata dalle carte geografiche”) hanno ricevuto immediata condanna. Israele ha risposto che l’Iran dovrebbe essere espulso dalle Nazioni Unite, altri paesi hanno fatto sapere che la Repubblica Islamica dovrebbe essere definitivamente isolata prima del Consiglio di Sicurezza dell’ONU in merito alla sua attività nucleare.
L’esplosione di Ahamadinejad ha provocato profonde spaccature tra la sua amministrazione e l’esponente del clero ultraconservatore iraniano Ali Khamenei che, con la sua elite clericale, in definitiva, detiene il potere in Iran.
Il populista Ahmadinejad, un veterano della linea dura della Guardia Rivoluzionaria Iraniana, si è insediato alla presidenza lo scorso agosto dopo l’inaspettata vittoria alle elezioni presidenziali di giugno, nel corso delle quali era stato sostenuto da Khamenei a spese dell’ex presidente dell’Iran, il moderato Hashemi Rafsanjani.
Tuttavia, contrariamente a quanto era stato predetto, la vittoria di Ahmadinejad, successiva alle elezioni legislative del febbraio precedente, non ha portato ad una omogeneizzazione del potere in Iran.
Ne è stata prova l’atteggiamento del paese islamico nei confronti della comunità internazionale in merito al proprio programma nucleare, con posizioni fortemente oscillanti tra duri scontri e riconciliazioni. Recentemente, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) ha dichiarato l’Iran un paese “non conforme” al Trattato di Non-Proliferazione Nucleare, e il prossimo mese deciderà se comunicare formalmente tale decisione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per decidere in merito ad eventuali sanzioni.
Mercoledì la performance di Ahamadinejad ha posizionato definitivamente l’Iran sulla linea dello scontro aperto con la comunità internazionale.
“Essere guidati da un uomo di stato così radicale (Ahmadinejad) è un grave rischio: l’intreccio della radicalità religiosa con la questione nucleare creerà una miscela esplosiva che scoppierà in faccia al popolo iraniano”, ha dichiarato un analista iraniano all’Asia Times Online, aggiungendo che l’uscita di Ahmadinejad rafforzerà il giudizio negativo internazionale contro l’Iran. “È proprio per questa ragione che Khamenei, riconoscendo di aver commesso un errore nell’aver appoggiato Ahamadinejad, ha affiancato al presidente l’esperto e pragmatico Hashemi Rafsanjani per riparare alla sua inesperienza”, ha aggiunto.
L’analista si è riferito alla recente decisione del leader religioso Khamenei di trasferire parte del proprio immenso potere all’Assemblea per la Valutazione degli Interessi di Stato (Assembly of Discerning the Interest of the State, ADIS), presieduta da Rafsanjani. Secondo questa iniziativa, la ADIS avrà la facoltà di supervisionare le macro-politiche e i progetti a lungo termine del governo, una facoltà che prima apparteneva esclusivamente a Khamenei. Ciò significa che i tre poteri teocratici del regime – legislativo, giudiziario ed esecutivo – devono sottostare alle direttive dei 32 membri dell’Assemblea prima di approvarne i relativi provvedimenti.
Fino a questo cambiamento, il ruolo principale della AGIS era quello fungere da intermediario tra il Consiglio dei Guardiani (Council of the Guardians, CG) e il parlamento iraniano (Majli). Il Consiglio dei Guardiani – un corpo non eletto di 12 esponenti del clero musulmano sciita e di giuristi religiosi – ha il potere di controllo sui candidati alle elezioni e assicura che le misure legislative approvate dal parlamento siano conformi alla legge coranica, la Sharia.
L’incremento dei poteri della AGIS sono stati interpretati come un chiaro avvertimento a Ahmadinejad e alle Guardie Rivoluzionarie che gli assicurato milioni di voti durante le elezioni, e un monito contro il tentativo di compromettere l’autorità dell’establishment religioso.
L’avvertimento è passato però inosservato all’ex sindaco di Teheran Ahmadinejad, perfettamente cosciente della reazione – e delle relative conseguenze – internazionale che avrebbe provocato il suo attacco verbale ad Israele: se gli Stati Uniti avessero mai avuto necessità di ulteriori motivi per scagliarsi contro l’Iran, il presidente iraniano li ha accontentati.
Il portavoce della Casa Bianca Scott McClellan ha dichiarato che le affermazioni di Ahmadinejad “non fanno altro che confermare ciò che si era già detto sul regime iraniano. Sottolineano le preoccupazioni che avevamo – e che abbiamo – sulle attività nucleari dell’Iran”.
Mercoledì scorso, presiedendo una conferenza a Teheran intitolata “Il Mondo senza il Sionismo”, Mahmud Ahamadinejad ha detto: “Per coloro che ancora hanno dei dubbi, per coloro che ancora si chiedono se possa essere possibile, dico che un mondo senza gli Stati Uniti e senza Israele è un mondo possibile e desiderabile”.
Al pubblico che lo acclamava e che gridava “morte all’America, morte ad Israele, morte alla Gran Bretagna!”, Ahamadinejad ha ribadito: “Una volta, sua Santità (Ruhollah Khomeini, il leader della rivoluzione islamica del 1979) disse che il regime illegale dei Pahlavis doveva cadere, e fu così. Disse che il regime sovietico doveva crollare, e così accadde. Poi disse che il malvagio Saddam doveva essere punito, e ora lo vediamo sotto processo. Sua Santità disse inoltre che il regime d’occupazione dei Qods (Israele) doveva essere cancellato dalle mappe mondiali, e ora, con l’aiuto dell’Onnipotente [Allah, NdT], conosceremo presto un mondo senza l’America e senza il Sionismo, e faremo ricredere coloro che ancora hanno dei dubbi”.
Israele vede nell’Iran la sua principale minaccia. Il ministro della difesa Shaul Mofaz ha dichiarato che l’Iran è in grado di sviluppare un’arma nucleare entro pochi mesi, e che bisogna assolutamente fare in modo ciò non accada.
Secondo le ultime notizie dall’Iran – tra cui quelle dell’agenzia ufficiale iraniana IRNA e quelle dell’agenzia semi-indipendente degli studenti, la ISNA – “all’incontro di mercoledì hanno partecipato migliaia di membri delle associazioni islamiche degli studenti, ma anche rappresentanti palestinesi di Hamas e della ‘Jihad Islamica per la Palestina’, un’organizzazione sostenuta dall’Iran, gli Hezbollah libanesi, membri dell’ ’Associazione per la Difesa della Palestina’, veterani clericali e funzionari”.
In un intervento precedente a quello del presidente iraniano, Ali Akbari – un rappresentante personale del Leader Supremo iraniano all’Assoziazione Islamica degli Studenti, nonché assistente di Ahmadinejad – ha affermato che “i giovani iraniani sono pronti a cancellare la bandiera di Israele dal mondo”.
Durante l’intervento, la Jihad Islamica per la Palestina ha rivendicato un attacco suicida nella città israeliana di Hadera, in cui sono rimaste uccise almeno cinque persone.
Ahmadinejad ha chiaramente oltrepassato ogni limite: non solo nei confronti della comunità internazionale, ma – probabilmente cosa ancora più grave – anche verso il suo stesso paese.
Safa Haeri è un giornalista iraniano di Parigi. Si occupa di Medioriente e di Asia centrale
Fonte: http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/GJ28Ak03.html Tradotto da Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media
ALTRO CHE REGALI, QUESTA È SPAZZATURA
Natura ed Ambiente, Standard
Ogni mese 500 container carichi di vecchi computer, telefonini e televisori rotti approdano al porto di Lagos, in nome della lotta al ‘digital divide’; ma il 75% di questo materiale – che in teoria dovrebbe essere tutto riparabile e riciclabile – finisce nelle discariche abusive, abbandonato ai cigli delle strade o dato alle fiamme in grandi roghi, con seri rischi per la salute e per l’ambiente. Lo denuncia l’Organizzazione non governativa statunitense Ban (Basel Action Network) secondo la quale gran parte del materiale di scarto arriva proprio dagli Usa e dall’Europa. “Il riciclaggio è una buona cosa, anche ridurre il ‘digital divide’ è una buona cosa, ma esportare questi carichi di spazzatura tecnologica in nome di nobili ideali e invece danneggiare seriamente l’ambiente e la salute della povera gente nei paesi in via di sviluppo è un’azione criminale” ha detto senza mezzi termini Jim Puckett del Ban intervistato dalla rete informativa dell’Onu ‘Irin’. Il movimento internazionale di rifiuti tossici è regolamentato dalla convenzione internazionale di Basilea del 1989 a cui Washington (insieme solo a Haiti e Afganistan) non ha dato alcuna forma di adesione, ma l’accordo non viene regolarmente applicato anche da molti altri governi, aggiunge Puckett. Secondo la convenzione, il materiale elettronico dovrebbe essere certificato come effettivamente riutilizzabile, prima dell’imbarco, ma ciò non viene sempre fatto. Di fatto la presunta generosità del nord verso il sud si rivela un’altra convenienza per i più ricchi a scapito dei poveri. I computer, tv ed altri strumenti elettronici che non possono essere riparati dai tecnici nigeriani o da cui non si riesce a ricavarne pezzi riciclabili– per un mercato interno che pure esiste – si trasformano in tonnellate di spazzatura con residui di piombo, berillio e mercurio. Puckett non indica a ‘cui prodest’ questo commercio in Nigeria, ma incoraggia il governo locale a rafforzare le sue normative contro l’importazione di questo materiale potenzialmente pericoloso. http://www.misna.org/
ottobre 29 2005
IL BALLETTO DEI CONTI MASSIMO RIVA
da Repubblica - 29 ottobre 2005
Già una prima manovra correttiva, spuntata all´improvviso appena due settimane dopo la presentazione della Finanziaria, era suonata come un inquietante segnale di pericolo. Ora un secondo intervento a soli quindici giorni dal primo fa scattare l´allarme rosso. E, soprattutto, fa sorgere due interrogativi. Il primo economico: quale è la reale condizione del bilancio dello Stato?
Il balletto dei conti
Il secondo politico: in che mani si trova oggi la finanza pubblica? Il ministro Tremonti ha un bel dire che non c´è ragione di allarmarsi perché questa affannosa rincorsa di interventi obbedisce in realtà ad una precisa strategia che lui avrebbe ben chiara in testa. Quel che, viceversa, gli italiani cominciano ad avere sempre più chiaro nelle loro teste è che questo governo: 1) alterna impettite rassicurazioni sul pieno controllo della situazione con provvedimenti che smentiscono nei fatti tanta sicumera; 2) continua a far balenare cifre che danzano nell´aria affastellandosi l´una sull´altra in una sorta di incomprensibile balletto; 3) in ogni caso tutto è disposto a fare, fuorché dire la verità sullo stato effettivo dei conti pubblici. Cosicché furbesche manipolazioni e dolosa reticenza si sommano fra loro offrendo un penoso spettacolo di marasma tecnico, forse prima ancora che politico. A questo punto diventa perfino lecito pensare che la verità sulla finanza pubblica non venga taciuta soltanto per mascherare la lunga catena di errori all´origine dei buchi che emergono ormai con cadenza quindicinale. Si è autorizzati a temere di peggio: cioè, che non si vogliano alzare i veli sui saldi del bilancio per la semplice - ma tremenda - ragione che si sia perso il controllo della cassa e non si sia in grado neppure di fare il punto della situazione. Ecco perché, in fondo, i due interrogativi iniziali si saldano insieme: non si riesce a sapere lo stato effettivo della finanza pubblica perché chi la gestisce sta facendo finta di padroneggiare un bilancio che, in realtà, gli è scappato di mano. Per carità l´esperienza insegna che di interventi correttivi è stata costellata la strada accidentata di numerose Finanziarie del passato. Ma mai, davvero mai, s´era assistito allo spettacolo di due manovre autunnali sovrapposte l´una all´altra, mentre il Parlamento è già impegnato nella sessione di bilancio per l´anno a venire. Né può dirsi che in questi ultimi mesi o settimane si siano verificati eventi tali da alterare significativamente il quadro complessivo dell´economia nazionale. Anzi, semmai, è accaduto l´opposto: nel senso che la congiuntura produttiva ha dato qualche primo, seppur timido, segnale di ripresa tale da allontanare il timore che il 2005 si debba chiudere con una crescita negativa, come si aveva ragione di ritenere ancora poche settimane fa. Insomma, non c´è spiegazione «tecnica» plausibile per questo angoscioso inseguimento ai saldi del bilancio pubblico se non quella che il pilota ha perso la rotta e naviga ormai a vista da un giorno all´altro. In questa situazione c´è da augurarsi che il ministro Tremonti non voglia rifugiarsi nel facile alibi dello scaricare ogni colpa sull´eredità lasciatagli dal suo predecessore nell´incarico. Anche se il dicastero dell´Economia è ripassato di mano da appena un mese, il Consiglio dei ministri e il suo Presidente sono sempre quelli di prima: gli stessi che hanno approvato, sostenuto e avallato le stime e le previsioni di Domenico Siniscalco sul bilancio 2005. Dunque, gli eventuali errori di quest´ultimo sono stati condivisi dall´intero governo: fra gli altri, dal vice - presidente Tremonti oltre che dal presidente del Consiglio. Quel Silvio Berlusconi che ha ostinatamente negato, fino all´ultimo istante, la necessità di una correzione dei conti, lasciando così degenerare una situazione che ora sta imponendo interventi improvvisati sotto il segno dell´emergenza. Quello stesso Berlusconi che anche oggi, dopo che il castello delle bugie contabili è rovinosamente crollato, insiste nel far credere di avere in pugno un bilancio di cui viceversa ha mostrato di ignorare l´andamento reale e di sottovalutare rischi e pericoli, sempre predicando quella favola del miracolo economico dietro l´angolo che ora sta rivelando la sua vera natura. Quella di un irresponsabile inganno agli occhi e, soprattutto, per la borsa degli italiani. Inganno che, perversamente, anche Tremonti ha ora deciso di scimmiottare accompagnando la seconda manovra correttiva con il borioso annuncio: «Ancora una volta non mettiamo le mani in tasca ai cittadini». Parole che sono l´esatto contrario della verità, perché non c´è bisogno d´aver studiato ragioneria per sapere che gli aumenti del deficit e del debito pubblici in atto da tempo altro non sono che cambiali tratte a valere - guarda un po´ - proprio sulle tasche dei contribuenti. E il fatto che con questi slogan demagogici si tenti di mascherare e anestetizzare la tosatura del gregge serve soltanto a rendere più odiosa l´operazione.
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Ds Milano - Rassegna stampa
VINCENZO VISCO Il ministro dell’Economia è un miserabile che scarica la sua responsabilità sempre sugli altri Il responsabile di questa tragedia è Tremonti / Roma
da l'Unità - 29 ottobre 2005
«A questo punto voglio vedere se Luca di Montezemolo continua a dire che la Finanziaria va bene». E Tremonti? «Tremonti è un miserabile. Scarica tutto su Siniscalco o sul centro-sinistra: la responsabilità è sempre di qualcun altro. Ma la verità è che lui governa da cinque anni e che Siniscalco lo ha chiamato lui a fare il direttore generale del Tesoro. E non solo: Siniscalco non è stato altro che il prosieguo del tremontismo. Le tragedie attuali sono tutte di diretta responsabilità di Tremonti». L’ex ministro Vincenzo Visco è un fiume in piena. La versione fornita dall’attuale ministro su quei 6 miliardi «nascosti», denunciati dal Nens già a luglio scorso, non gli va proprio giù. Tremonti dice che lui è responsabile solo della Finanziaria, della manovra correttiva e di quest’ultimo intervento. Basta. «Lui ha nascosto la verità in Parlamento. Gli abbiamo fatto una domanda precisa su questo punto ed ha parlato di altro. Anche i sindacati gli hanno chiesto questo e lui ha fatto finta di non capire. La verità è che volevano imbrogliare ma non ci sono riusciti». Nella manovra un miliardo resta di cessioni immobiliari. Ma non dovevano scomparire le una tantum? «Un miliardo non è molto: questo non è il punto. Il problema vero è quello che è successo in questi giorni. Ci sono stati sia gli spettori dell’Fmi, sia quelli della Commissione Ue. Sono loro che hanno chiesto chiarimenti: è emerso che avevano imbrogliato i conti, abbassando artificialmente il deficit». Chi paga questa manovra? «Tutti gli italiani, chi vuole che paghi?» Non sono le imprese e la Banca d’Italia? «I cittadini e le imprese sono cose diverse secondo lei? A meno che Tremonti non sia in grado di dimostrare che queste tasse le pagano gli stranieri, è certo che a pagare sono gli italiani. Confindustria comunque non sarà contenta». Tremonti parla di erosione della base imponibile... «L’erosione deriva dal fatto che lui ha messo la “participation exemption” (Pex, ndr) e quindi le imprese si sono messe a trasformare i dividendi in partecipazioni da cedere senza pagare le tasse, attivando un classico meccanismo elusivo. Ma questo meccanismo è stato creato dal ministro: e non l’ha fatto mica a caso... Adesso stringono su tutto. È vero che riguarda le imprese, ma alla fine tutto ricade su tutti». Con questa manovra i conti tornano a posto? «C’è una correzione di mezzo punto. Se si rinviano tutti i contratti al 2006, ci sarà sempre uno sfondamento: si chiuderà a 4,7%». E la parte sui tagli? «Il governo ha già spinto l’Anas a indebitarsi per circa un miliardo e mezzo. Se l’Anas non viene messa fuori dalla Pubblica amministrazione, torneranno indietro come ulteriore buco. Inoltre l’ente si è indebitato a tassi più elevati da quelli normalmente ottenuti dal tesoro, quindi ci sarebbe anche un danno erariale». b. di g.
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Tornano i furbetti dei conti pubblici Il governo corre al riparo con un’altra manovra d’emergenza dopo aver manipolato il deficit con 6 miliardi di cessioni d’immobili. È il buco già denunciato dalla sinistra di Bianca Di Giovanni / Roma
FURBETTI Alla fine la verità è venuta a galla inesorabile sotto i colpi di Fmi e Commissione Ue: il deficit del 2006 è stato «manipolato» con 6 miliardi di cessioni immobiliari «nascoste». L’opposizione lo denuncia da mesi, Giulio Tremonti lo ha ammesso ieri scari- cando la colpa sul suo predecessore. Davanti alla stampa il ministro regge il colpo. «Sono responsabile solo di Finanziaria, correzione dei conti del 2005 e questa ultima manovra sul tendenziale 2006, che sarà inserita in un emendamento al collegato», spiega, aggiungendo che la strategia in tre fasi era decisa da tempo. Nessun allarme. Intanto nelle stanze di Via Venti settembre si consuma una guerra furibonda tra Ragioneria e Tesoro con accuse incrociate. Secondo i bene informati sarebbe stato l’ex Ragioniere generale Vittorio Grilli a suggerire (ma solo a voce) l’escamotage al suo successore Mario Canzio. Quando la «patata» è diventata bollente, Grilli avrebbe negato qualsiasi responsabilità. Intanto pare che tutta la prima linea dei funzionari della Ragioneria sia sul piede di guerra per l’uso disinvolto della finanza pubblica. Sta di fatto che quei 6 miliardi verranno reperiti con altre misure. Un miliardo resterà di immobili. «Una cifra ragionevole - spiega Tremonti - Nel 2001 ho trovato 8mila miliardi di vecchie lire da cessioni che a giugno non erano ancora state fatte. Mi è stato detto che era difficile vendere, eppure lo avevano scritto a bilancio». «Era tanto difficile che poi loro hanno venduto in 5 minuti», replica in serata Vincenzo Visco. La correzione per altri cinque miliardi alza la manovra netta per il 2006 a 16,5 miliardi dagli 11,5 annunciati finora. «Così posso assicurare che il 2005 chiuderà alla cifra conosciuta (4,3% di deficit, ndr) - dichiara Tremonti - e il 2006 al 3,8% del Pil, come concordato con l’Ue». I cinque miliardi saranno reperiti per un miliardo da dividendi che non erano stati previsti nel tendenziale. Si tratta in particolare di quelli della Cassa depositi e prestiti (anche se appare strano che lo Stato incassi dividendi che la Cassa - fuori dal perimetro della pubblica amministrazione - riceve da altre società). Inoltre 1,5 miliardi saranno reperiti con un taglio ai trasferimenti al capitale di Anas e Ferrovie «senza alcun impatto sulle opere in corso», spiega ancora Tremonti. Resta poi un «pacchetto» di misure fiscali di «revisione della base imponibile e riduzione delle forme di erosione ed elusione» (così la spiega Tremonti, tradotto vuol dire più tasse) del valore di 2,5 miliardi. Tra le misure, compare una drastica riduzione del «dividend washing», cioè si restringe la possibilità di dedurre le minusvalenze sui dividendi non tassati (norma che rafforza l’articolo 41 della Finanziaria). Inoltre compare l’allungamento da 10 a 20 anni dell’ammortamento sull’avviamento delle imprese. Si allunga anche la durata dei contratti di leasing (da 8 a 15 anni) che possono essere dedotti dalla base imponibile. L’ultima misura riguarda la deducibilità fiscale di Banca d’Italia, che viene dimezzata. In quest’ultimo caso si tratta di un vero «tradimento» di un accordo fatto con Banca d’Italia all’epoca dello «swap» varato nel 2003. La manovra presentata ieri dovrebbe emendare il decreto fiscale varato l’altro ieri dalla commissione Fianze del Senato. Stando a dichiarazioni di senatori della maggioranza, il governo dovrebbe porre la fiducia sul provvedimento l’8 novembre. Il ministro del Tesoro ha confermato che la Finanziaria uscirà dal senato l’11 novembre. Anche se gli enti locali aspettano ancora risposte sui 500 milioni per il fondo sociale: da Silvio Berlusconi ieri è giunto un altro rinvio.
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Ds Milano - Rassegna stampa
No alla riforma». Occupata la Statale dopo 10 anni Gli studenti: dormiremo nelle aule. Decleva: sono preoccupato, stiano lì purché non facciano danni Annachiara Sacchi
dal Corriere - 29 ottobre 2005
L'assemblea si riunisce nel primo pomeriggio in via Festa del Perdono. All'ordine del giorno, la riforma universitaria, il diritto allo studio, il destino delle facoltà. La discussione dura a lungo, poi gli studenti decidono: si occupa la Statale. La prima volta dopo oltre dieci anni. È partita ieri sera l'occupazione dell'Università degli Studi. Dopo un lungo dibattito sulla «fine annunciata dei ricercatori», sul «tre più due», sulla «didattica universitaria trasformata in catena montaggio», sull'«istituzionalizzazione del precariato a vita», il comitato unisurfer, le matricole, i giovani dei collettivi hanno fatto partire la protesta: si rimane in università anche di notte e si va avanti così fino alla fine del ponte di Ognissanti. Una protesta iniziata quasi in sordina, con l'incontro fra studenti, liceali, ricercatori e professori che si svolgeva mentre nelle altre aule continuavano le lezioni e al piano di sopra si tenevano le sessioni di laurea. Ecco allora il programma: dibattiti, approfondimenti sulla riforma della statuto giuridico dei docenti, lezioni alternative, interventi di ospiti (si attende in Statale il premio Nobel Dario Fo), concerti, proiezioni. Con il calendario degli eventi che si decide giorno per giorno. È finita così, con gli studenti (circa duecento) che si sono presi il piano terra dell'Università degli Studi, con la richiesta (accordata) di farsi aprire qualche aula in più e con la performance della banda degli ottoni, una giornata cominciata con il dissenso alla riforma della scuola e dell'università. Allarga le braccia il rettore dell'ateneo, Enrico Decleva: «No, non ho chiamato la polizia — dice —, anche se sono preoccupato. Per quel che mi riguarda stiano lì, purché non facciano danni». Ma poi la rassegnazione diventa sospetto: «Certo — continua il rettore, non senza una vena di ironia — che si tratta di un'occupazione di nuova generazione. Questi ragazzi protestano quando l'università è vuota. Mah, speriamo bene: i giovani che ho visto muoversi nelle aule non sembravano pericolosi, ma chissà chi entra nella notte». Rispondono immediatamente i rappresentanti degli studenti: «Abbiamo deciso di proseguire la protesta almeno fino a mercoledì dopo esserci trovati in Bocconi, ieri mattina, per manifestare contro il ministro Letizia Moratti. La scelta di prenderci la Statale nei giorni di festa — proseguono — è nata dal desiderio di non intralciare troppo il lavoro dei ricercatori e dei professori dai quali è partito il dissenso contro questa assurda riforma».
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IN PIAZZA Il Nobel Fo: con il buono scuola danno i soldi a chi già ne ha tanti A. Sac.
Erano circa duemila in piazza. Con gli striscioni e i palloncini colorati, con i cori, gli slogan e la musica. Studenti davanti alla Bocconi per manifestare contro la riforma della scuola e dell'università. Per contestare il ministro dell'Istruzione Letizia Moratti, atteso fino all'ultimo nonostante la sua presenza all'inaugurazione dell'anno accademico fosse stata smentita. Sono arrivati dai licei del centro e dall'hinterland. Con loro, un sostenitore d'eccezione: il premio Nobel Dario Fo. «Sono solidale con la lotta dei ragazzi. È indegno che una città come Milano sia divisa tra coloro che hanno il diritto di studiare e gli scartati di terzo e quarto ordine che non hanno nessuna garanzia per il futuro». Poi via alla campagna contro il buono scuola («Si danno soldi a chi già ce li ha») e ai consigli per i più giovani: «Ragazzi, informatevi, tenete sempre alta la curiosità, non fate in modo che vi anestetizzino». E a chi gli fa domande sul suo non essere troppo gradito al centrosinistra come candidato sindaco, Dario Fo risponde: «Stanno facendo di tutto per convincermi a mollare. Il motivo? Non sono abbastanza moderato per loro. Ma non si può stare con tutti, e io voglio stare con i diseredati, gli emarginati, con i ragazzi e con gli operai. Sinceramente questo mondo di moderati mi fa un po' schifo». Boato dei ragazzi: «Dariosindaco, Dario-sindaco». Mezz'ora di intervento, strette di mano e la solidarietà degli studenti. Poi il corteo è continuato attorno all'ateneo di via Sarfatti per dirigersi, infine, alla Statale.
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ANNO ACCADEMICO La Bocconi: sui docenti abbiamo anticipato la legge A. Sac.
Il centoquattresimo anno accademico dell'università Bocconi si apre con il messaggio inviato dal ministro Letizia Moratti, letto dal rettore dell'ateneo, Angelo Provasoli: «La convocazione del Consiglio dei ministri mi ha trattenuta a Roma, impedendomi di essere a Milano. Sono davvero dispiaciuta, ma voglio ugualmente far pervenire il mio augurio affinché l'anno che si apre possa portare a ognuno nuovi frutti, nella tradizione di un prestigioso ateneo apprezzato in tutto il mondo, che rappresenta motivo di orgoglio per il nostro Paese». Poi spazio agli interventi davanti a una platea gremita di ospiti illustri, fra cui il sindaco Gabriele Albertini, il prefetto Bruno Ferrante, il questore Paolo Scarpis, Marco Tronchetti Provera, Livia Pomodoro, i rettori Enrico Decleva e Giulio Ballio. Primo a prendere la parola il presidente della Bocconi Mario Monti, che ha parlato delle sfide del sistema universitario italiano: «Bisogna fare ulteriori sforzi per sviluppare i meccanismi meritocratici e di concorrenza. Siamo ancora ben lungi dal ritenere di avere raggiunto simili obiettivi». È stato il rettore, invece, a illustrare le novità dell'ateneo che punta su contratti di assistant professor, corsi di laurea in inglese, percorsi didattici che garantiscano una solida formazione per proseguire con percorsi più flessibili. «Quello che il sistema universitario italiano non farà più dal 2013, ossia i concorsi per ricercatori a tempo indeterminato — ha spiegato Provasoli — la Bocconi già non lo fa dal 2002, quando si è svolto l'ultimo concorso. L'assistant professor ci permette di investire su giovani che si legano all'ateneo con contratti a tempo determinato, il cui rinnovo è vincolato al raggiungimento di obiettivi di ricerca e di didattica. Si tratta di una formula innovativa, che anticipa quanto di buono c'è nella riforma recentemente approvata». Ed è proprio a questo punto che si è inserito un inaspettato fuori programma. Dopo la relazione del rettore, ha preso parola un'universitaria, non bocconiana, che ha contestato la riforma preparata dal governo. La giovane, Clara, è entrata nell'Aula magna «per portare la voce dei ragazzi: siamo in tanti fuori, migliaia, per "demorattizzare" quest'area». Un momento di subbuglio, poi il ritorno alla scaletta ufficiale con l'intervento di Tommaso Padoa Schioppa, consigliere dell'Istituto affari internazionali. L'economista ha affrontato il tema della «malinconia» degli abitanti del Vecchio continente: «La depressione degli europei è causa ed effetto del non aver fatto abbastanza per l'Europa. Questa cattiva coscienza alimenta la nostra malinconia che ci impedisce di portare a termine l'opera e di andare avanti. Dalla malinconia si esce guardando in alto e dentro di sé».
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Ds Milano - Rassegna stampa
Maitresse à penser Mizar Alcor Sandra Bonsanti, presidente dell'Associazione Libertà & Giustizia, che annovera tra i suoi membri alcuni tra i più significativi intellettuali italiani, coglie la novità rappresentata dal grande numero di elettori che hanno votato alle primarie, ed elabora una sua proposta. Eccola, in sintesi: 1) I leader politici del centro sinistra scelgano i candidati che a loro avviso hanno possibilità di successo e poi capacità di governo della cosa pubblica. 2) Essi sottopongano subito dopo o contemporaneamente l'indicazione emersa a una rappresentanza di forze sociali e intellettuali che localmente siano indicative della società in cui operano. 3) Si passa alle primarie. Esse servono soprattutto a questo punto a giudicare il grado di apprezzamento per l'indicazione compiuta, a rafforzare il candidato unitario, a giudicare anche la rappresentatività di altri eventuali partecipanti
Dunque il cittadino è chiamato ad "apprezzare" il lavoro fatto, nonché a "rafforzare" la scelta delle segreterie e del comitato di intellettuali. Nel caso poi si presentasse un candidato non "scelto" dai partiti, le primarie servono a "giudicarne" la rappresentatività. Evidentemente la Bonsanti è perfettamente allineata con quelli che - da destra o da sinistra - considerano gli elettori una sottospecie di ragazzini intellettualmente deprivati, bisognosi di tutela: prima da parte della "società politica", i partiti dunque, poi da parte della sedicente "società civile" intesa come casta di illuminati. Ai cittadini, agli elettori, non resta che confermare ed apprezzare, grati per l'opportunità che la Bonsanti, bontà sua, offre loro di banchettare con il fumo che si alza dalla pentola del potere. Raramente si è letta un proposta che rende così bene il concetto di "società bloccata" che viene spesso applicato al nostro paese. Una società divisa non tanto in classi, ma in caste, in cui il passaggio dall'una all'altra è ostacolato e frenato e, quando avviene, avviene secondo percorsi non trasparenti (chissà come si fa a passare dalla casta dei generici elettori confermativi a quella degli intellettuali consultivi a quella dei politici proponenti.. E a chi bisogna chiedere raccomandazioni.. ). Raramente si è letta una proposta che dà così bene il segno di come si possa stravolgere il concetto di democrazia, sostituendolo con un'oligarchia di "maggiori" - buoni e giusti, ça va sans dire - a tutela e a protezione di una massa di minori - impulsivi e capricciosi (tipo quelli che hanno fatto vincere Vendola, insomma, o magari quelli che hanno votato Scalfarotto, reo di lesa maestà, essendosi presentato senza chiedere la benedizione dell'establishment dei movimenti). Al di là dell'ironia, non c'è da stupirsi che i migliori cervelli del nostro paese preferiscano vivere e lavorare all'estero: chi vorrebbe vivere nello stesso paese in cui la Bonsanti si atteggia a maitre à penser? www.ulivoselvatico.org/
ottobre 28 2005
FabioGreggio
Washington Post: "BERLUSCONI AFFOSSA MANI PULITE
Traduzione - a cura di Mario Zanotti - dell'articolo a firma "Daniel Williams" pubblicato lunedì 24 ottobre 2005 dal Washington Post.
http://www.politikon.it/modules/news/article.php?storyid=911
Berlusconi riesce ad affossare la rivoluzione
I critici del premier italiano temono un ritorno della corruzione e dell’inefficienza
ROMA – È stata chiamata la "rivoluzione italiana". Nei primi anni Novanta, dozzine di uomini politici e di imprenditori conniventi furono spediti in carcere dalle operazioni anti-corruzione dei procuratori.
I partiti che avevano sostenuto per un cinquantennio governi traballanti e morticini scomparvero dalla scena. Gli elettori chiesero ed ottennero una riforma elettorale per aver governi più stabili.
Meno di quindici anni sono passati da allora, e la rivoluzione è finita. L’assillante contrattacco condotto dal ricco e molto determinato presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha vanificato molte delle leggi che resero possibile l’azione delle Procure.
Questo mese, con un'ultima manovra parlamentare, la coalizione di Berlusconi ha cancellato le regole elettorali prodotto del movimento di opinione degli anni Novanta, che molti elettori avevano sperato potessero essere il rimedio alla debolezza e infingardaggine dell’esecutivo.
Gli avversari di Berlusconi scorgono segnali di rinascita di una stato corrotto e inefficiente nella recrudescenza del crimine organizzato e negli scandali che hanno colpito la dirigenza aziendale del paese.
In questi anni di mutamenti per Berlusconi le cose sono andate comunque bene. Aveva dichiarato che entrava in politica per difendere le sue aziende da manovre anti-trust e se stesso da procedimenti giudiziari in corso per l’accusa di corruzione. Una volta ebbe a dire:[i] “Se io, prendendomi cura degli interessi di tutti, faccio nello stesso tempo i miei propri, non potete parlare di conflitto di interessi”.
[img]http://www.politikon.it/images/library/wa.jpg[/img]“Certo fa pensare il fatto che, nel preoccuparsi dei suoi interessi, Berlusconi ha ottenuto l’effetto di stravolgere l’intera ‘rivoluzione’ degli anni Novanta”,[/i] ha affermato Erik Jones, che insegna European studies al Johns Hopkins University Bologna Center.
[i]“Dà l’impressione di essere disposto a gettare nella spazzatura acquisizioni di grande importanza per le ragioni più meschine”. [/i] Giovanni Sartori, costituzionalista e critico del governo Berlusconi, aggiunge: “Berlusconi ha governato in base a una rigorosa analisi costi/benefici di come avrebbe potuto avvantaggiare se stesso. Da questo punto di vista, ha avuto successo”. L’opposizione denuncia la riforma elettorale come un esempio da manuale di come un capo di governo confeziona le leggi su misura del proprio utile. Non c’è alcuna diffusa richiesta di una simile inversione di rotta; si tratta di un’iniziativa del tutto personale di Berlusconi, cavata dal cappello a sei mesi dalle urne.
[i]“Non è questione di riforma”, sottolinea Sartori, “è questione di convenienza”.[/i]
La nuova legge riporta l’Italia a un sistema proporzionale nel quale i partiti si vedono assegnati i seggi in rapporto alla percentuale di voti conquistata su base nazionale. Gli elettori avevano rifiutato questo sistema con il referendum del 1993, dopo un lungo periodo durante il quale i governi si erano alternati in media più di una volta all’anno.
Berlusconi vinse due volte le elezioni con il nuovo sistema, nel 1994 e nel 2001. Nel mezzo una coalizione di comunisti, ex comunisti, democratico-cristiani e altri ha governato per un quinquennio.
Stando alle analisi, Berlusconi perderà le prossime elezioni, ma grazie al proporzionale ridurrà le dimensioni della sconfitta.
Al momento del varo della legge elettorale volute da Berlusconi Mario Segni, promotore del referendum del 1993, ha predetto: [i]“Se passa questa misura, significa che la volontà degli italiani non conta nulla. Riavremo presto governi instabili. Ogni partito si sentirà autorizzato a fare e disfare sopra le teste degli elettori”.[/i]
Il motivo dell’attuale momento di impopolarità di Berlusconi è da cercare, secondo gli analisti, nel penoso stato dell’economia italiana, che è stata in recessione per quasi tutti i 12 mesi appena trascorsi. L’inflazione ha ridotto il potere d’acquisto e soffocato i consumi. La competizione internazionale nella produzione industriale ha fatto della Cina il capro espiatorio per i problemi del paese.
L’elettorato non si è sentito turbato dal conflitto di interessi di un presidente del Consiglio che controlla tre network televisivi, la raccolta pubblicitaria, il grande consumo e un’importante squadra di calcio. Un esempio: quando il governo approvò una legge intesa a ridurre la pressione fiscale sulle società calcistiche (messe alle strette dai compensi sempre crescenti delle stelle e dai magri ricavi televisivi), l’AC Milan, la squadra di Berlusconi, ne ha tratto subito vantaggio.
L’opinione pubblica non ha nemmeno badato più di tanto alle pubbliche eccentricità di Berlusconi. Tra le altre: ha paragonato un deputato europeo tedesco a un nazista; ha invitato gli investitori USA in Italia, cantando le lodi delle belle segretarie di cui il paese è ricco; ha esibito un gesto osceno in un ritratto fotografico con leader stranieri.
Chirurgia plastica e tricotrapianti l’hanno per un breve momento riavvicinato a un paese ossessionato dalla forma e dalla bella apparenza.... Tuttavia, negli ultimi due anni è andata piuttosto male per la coalizione berlusconiana tanto nelle elezioni europee che in quelle regionali.[i] “Gli italiani cominciano a credere che Berlusconi abbia fatto il suo tempo”, [/i] è il commento di Sartori.
Ma la riforma elettorale è solo la più recente mossa “controrivoluzionaria”. L’alleanza di centro-destra in Parlamento ha approvato un decreto volto a decriminalizzare il falso in bilancio. A settembre una corte ha stabilito che Berlusconi non è più perseguibile per le manipolazioni contabili accertabili fino al 1989. Fu accusato di trasferire denaro a Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio, attraverso un conto estero. Il legale di Berlusconi, Gaetano Pecorella, a proposito dell’archiviazione del caso ha detto che si trattava del “responso che ci si attendeva.
La corte ha applicato la nuova legislazione, secondo la quale una contabilità falsificata, ma che non provoca danni economici, non dev’essere punita”. Il governo di Berlusconi ha poi reso per legge più difficile investigare su transazioni finanziarie effettuate all’estero. E molti dei suoi affari hanno tentacoli che si estendono ben al di là dei confini italiani.
L’accusa di corruzione di un magistrato allo scopo di ottenere il controllo di un gruppo alimentare, i cui fatti risalgono agli anni Ottanta, è caduta per prescrizione, ma un compare di lunga data, l’ex ministro della Difesa Cesare Previti, è stato condannato. Il caso è ora in appello. Berlusconi intende ora far passare un’altra legge per ridurre i termini di prescrizione per il reato in questione e salvare così Previti da una condanna a 11 anni di carcere. La discussione del provvedimento è fissata entro l’autunno. Uno studio condotto sulle maggiori Corti d’Appello stima che l’88% dei procedimenti per corruzione e truffa decadranno se la legge passa. Berlusconi ha accusato i magistrati di perseguire Previti per ragioni politiche.
[i]“Il loro obiettivo non è ristabilire la giustizia, ma di abbattere chi ha ricevuto un mandato popolare per governare l’Italia”, [/i] così disse Berlusconi nel 2003 dopo la sentenza di condanna a Previti.
Venerdì scorso, egli ha negato questa serie di leggi siano state fatte nel suo interesse. [i]“Non solo si tratta di leggi perfettamente legittime, ma anche se non lo fossero ammontano comunque a tre o quattro tra più di 400, cioè meno dell’1%”, ha spiegato alla stampa.
Berlusconi non rinuncerà al suo grezzo e acerbo stile politico.
“Io mi sforzo di non essere politicamente corretto, altrimenti finisco come tutti gli altri”, ha affermato.
http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2005/10/23/AR2005102301090
Aria nuova a Milano
Le code di 4,3 milioni di italiani ai seggi sono colte anche dal mondo (pardon) "riformista" come espressione della crescente voglia di partecipazione, alimentata dall'esasperazione per le malefatte di Berlusconi. Le primarie di investitura sono state un evento nazional-popolare che - se ha detto nulla di nuovo dal punto di vista politico - ha comunque avviato un positivo processo di risveglio. Si percepisce ovunque una gran voglia di chiudere un lungo capitolo buio e rimettere il nostro futuro in mani più degne. Le "forze" politiche hanno dato una salutare rinfrescata alle loro uscite pubbliche anche a Milano, dove il fermento per la sfida ormai prossima per riconquistare la città è percepibile un po' ovunque.
I cittadini che da sempre rivendicano il proprio ruolo attivo nelle scelte politiche stanno avendo notevoli soddisfazioni: alla faccia di qualche residuo tentativo di scippo da parte degli irriducibili, si sentono e leggono affermazioni impensabili solo un mese fa.
Tra queste, un articolo pubblicato mercoledì 26 su Repubblica a firma del segretario cittadino dei DS, Pier Majorino, il quale scrive: «scegliere insieme agli elettori il candidato sindaco significa contrapporre alla conservazione dall´alto che si è materializzata con l´investitura di Letizia Moratti da parte del Cavaliere il suo esatto contrario. L´innovazione dal basso». Sorprendente, se si pensa che solo 90 giorni fa aveva bocciato come «una proposta bizzarra» la richiesta di primarie comunali da parte di Davide Corritore.
Nonostante un marginale scivolone (Pier non rinuncia a riaccendere un focherello polemico sulla vicenda Veronesi, dove i DS di Milano hanno commesso una serie di errori politici da lasciare basiti anche i loro più accaniti sostenitori), Pier dice una serie di cose sensate: «dovranno essere primarie "vere", a cui possano partecipare esponenti dei partiti come personalità autonome della società milanese, "per" un´altra idea di Milano».
Tutto giusto, ovviamente. Ci permettiamo però - da citt adini sempre critici nei confronti del mondo politico, ma altrettanto attenti e partecipi - di manifestare qualche nostro sogno ai partiti:
1 - Tra i valori dell'iniziativa, secondo Majorino, sta il fatto che «si insisterà e positivamente su forme di dialogo diretto tra partiti ed elettori sfuggendo alle inutili contrapposizioni tra "rappresentanza politica" e "società civile" a cui ci si spesso tristemente abituati». Benissimo. Possiamo quindi aspettarci che la "rappresentanza politica" compia il primo passo, dando un drastico taglio ai suoi maneggi di retrobottega, alle frasi ambigue, alle sue piccole e grandi arroganze? Sognamo che - magari senza ammetterlo apertamente - queste persone abbiano capito che il senso vero del grido dei 4,3 milioni non era poi tanto diverso dal grido di piazza Navona.
2 - Majorino sottolinea che gli aspiranti candidati «dovranno sottoporsi alle «regole» che il Cantiere individuerà in termini di firme raccolte, condivisione dei lineamenti programmatici attualmente in elaborazione e così via». Molti dei rappresentanti delle associazioni impegnati al "cantiere" lamentano la mancanza di potere decisionale, che sarebbe monopolizzato dalle rappresentanze diessine, le quali coordinano l'iniziativa e sovraintendono alle (poche) scelte compiute. Sognamo che anche in questo luogo di elaborazione - che ha grandi potenzialità - la politica si decida alla sospirata Perestroika, dando finalmente alle tante persone impegnate l'autonomia sufficiente a trasformarle da trompe l'oeil in soggetto produttivo.
3 - Come dice Corritore, uno dei più accaniti sostenitori delle primarie, «l'idea di democrazia partecipata deve entrare nel Dna civico», per uscire dall'attuale condizione di «democrazia vigilata». Sognamo che le forze politiche si impegnino a istituzionalizzarle, perché il futuro non ci riservi altre situazioni "autolesioniste" (e qui rimandiam l'accusa al mittente) come la vicenda veronesi.
Siamo certi che sarà sufficiente un solo gesto di buona volontà, anche simbolico, per dare a tante persone di buona volontà una ragione per accantonare amarezze, frustrazioni e delusioni nei confronti della politica e ricominciare a lavorare insieme per rimbalzare Letizia al mittente, con contorno di pernacchie. Sarebbe una gioia incommensurabile. www.onemoreblog.org/
Il Professore: "Se vinciamo niente stangate, ma riforme e liberalizzazioni per piegare le lobby" "Un governo irresponsabile il risanamento lo faremo noi" Appello di Prodi agli alleati: ora il partito unico par condicio Eliminarla oggi significa creare una situazione di disparità: faremo una lotta durissima legalità Sto con Cofferati Bologna dimostra che il centrosinistra riformista non è in ostaggio alle piazze gruppi unici subito Dopo la lista unitaria, gruppi unici in Parlamento e poi partito democratico La collocazione in Europa? Ognuno si sieda dove vuole conti e moneta unica Il premier dovrebbe ringraziarci per l´euro Creeremo un organo indipendente di auditing dei conti pubblici la costituzione Non vogliamo tirare Ciampi per la giacca, ma sono preoccupato quando le leggi stravolgono in un colpo solo 50 articoli MASSIMO GIANNINI
da Repubblica - 28 ottobre 2005
ROMA - Professor Prodi, Berlusconi attacca l´euro, dice che non c´è nessuna preoccupazione sui conti pubblici italiani e dichiara che il tetto del 3% fissato dalla Ue nel rapporto deficit/Pil non ha più senso. Lei che ne pensa? «Berlusconi e il suo ministro dell´Economia sono stati protagonisti della riscrittura del Patto di stabilità. Che ora ne rimettano in discussione il fondamento è un gesto di somma irresponsabilità. Quanto alla preoccupazione sui conti pubblici italiani, purtroppo essa è comune e diffusa in tutti gli ambienti internazionali». C´è chi le contesta un eccesso di catastrofismo. «Io catastrofista? Io sto ai fatti e ai numeri. Mesi fa ho detto che speravo nella ripresa tedesca. Adesso che gli indicatori migliorano in Germania, anche noi avvertiamo qualche lievissimo segnale di risveglio. Ma appunto, stiamo parlando di indizi modestissimi. Se andrà bene, l´anno prossimo cresceremo dell´1%. Restiamo gli ultimi della classe. Per questo, quando torneremo al governo, la prima cosa su cui ci impegneremo sarà creare le condizioni per una ripresa vigorosa, per un recupero delle nostre quote di mercato all´estero, per un rilancio della produttività. E non lavoreremo solo sull´industria, ma anche sul terziario. Faremo riforme radicali, nel commercio, nelle professioni e nei servizi prestati dalla Pubblica Amministrazione. In molti casi procederemo con le privatizzazioni, in tutti i casi con iniezioni di liberalizzazione dei mercati. Servirà coraggio per scardinare le difese corporative delle lobby che finora hanno ingessato l´economia. Ma dovremo far presto, se vogliamo che il Paese abbia energie sufficienti per trasformare in vera ripresa le opportunità offerte dalla congiuntura internazionale». Professore, la questione è un´altra: con tutte le critiche che muovete alla Finanziaria di Tremonti, se mai tornerete al governo la prima cosa che dovrete fare sarà una bella stangata. Non è così? «Niente stangate. Sono partito dalla ripresa proprio perché se non si creano le condizioni perché l´economia ricominci a crescere il risanamento dei conti pubblici non lo raggiungeremo mai. Certo, i dati di bilancio sono allarmanti. E anche in questo caso non c´entra il presunto "disfattismo di Prodi". Parlano i numeri: sei mesi fa nella trimestrale di cassa si parlava di un deficit al 3% del Pil, oggi non c´è una sola istituzione che lo preveda al di sotto del 5%. Questo ha ridotto al minimo la credibilità del nostro Paese sui mercati internazionali. E a dispetto di quello che dice a sproposito Berlusconi, lei pensi dove staremmo se non avessimo avuto il miracoloso paracadute dell´euro! Dovrebbe ringraziarci, invece di contestare la moneta unica». Come se ne esce, se non con le solite «lacrime e sangue»? «La prima cosa che faremo, inserendola nel programma elettorale, è l´istituzione di un organismo indipendente di monitoraggio che svolgerà un auditing rigoroso sui nostri conti pubblici. Di lì partiremo per avere un quadro certo della situazione, e per impostare una manovra seria, credibile e progressiva, cioè spalmata sull´intero corso della legislatura. Noi vogliamo far ripartire l´economia, non ucciderla. Ma su questo mi faccia sottolineare un aspetto, che è strettamente collegato: la sicurezza». Che c´entra la sicurezza? «Quello che è successo in Calabria, l´assassinio di Fortugno, non è più tollerabile. Noi non ci riprenderemo mai finchè non ristabiliremo l´ordine e le condizioni di sicurezza in tutte le aree del Paese. Non saremo mai credibili, finchè non ci libereremo dalla criminalità organizzata. Su questa priorità mobiliteremo tutte le energie nazionali. Finchè l´Economist scriverà che nel mondo si uccide nei seggi elettorali solo a Bagdad e in Italia, il Paese subirà una ferita mortale. Purtroppo, in questi ultimi anni questa ferita si è incancrenita. Abbiamo fatto gravissimi passi indietro. Dal falso in bilancio in poi molte leggi sulla giustizia, approvate da questo governo con altri obiettivi, sono diventate un assist formidabile per le attività illecite». Dalla Cirami alla Salva-Previti: se governerete farete piazza pulita di tutte le leggi varate dal Polo? «Delle leggi ad hoc non salveremo nulla. Toglieremo tutti gli hoc. Perché la legge è uguale per tutti: c´è scritto in tutti i tribunali d´Italia». Ma a parte la giustizia, ci sono altre leggi che preoccupano, se Ciampi invita «tutte le magistrature a difendere la Costituzione». «Noi non abbiamo mai tirato la giacca al Capo dello Stato, e non vogliamo certo farlo ora. Ma Ciampi ha detto con precisione e nettezza ciò che è da sempre radicato nel nostro animo e nella nostra cultura. Io stesso, a Piazza del Popolo, ho voluto parlare senza alcuna retorica della nostra "bella Costituzione", che va preservata e difesa. Può anche necessitare di qualche aggiustamento. Ma nei suoi principi di fondo rimane la base insostituibile sulla quale si regge il nostro sistema democratico. E quando vedo che certe leggi ne stravolgono in un colpo solo, e a colpi di maggioranza, più di 50 articoli, non posso non essere preoccupato». Lei si riferisce alla devolution. Ma poi c´è anche la modifica della legge elettorale. È davvero così eversiva? «Abbiamo denunciato la profonda scorrettezza istituzionale e le diffuse incongruenze costituzionali del testo presentato dal Polo. E non siamo soli: numerosi e prestigiosi costituzionalisti hanno sollevato dubbi, che noi condividiamo e che non possono essere sottaciuti. Parliamoci chiaro: questa presunta "riforma" proporzionale è fatta per evitare una clamorosa sconfitta del Polo e per rendere il Paese meno governabile per chi vincerà le elezioni». Quindi, nonostante gli appelli di Fassino al dialogo, lei conferma che anche al Senato non ci sarà nessun confronto con la maggioranza? «Per dialogare bisogna essere in due. Visto che la maggioranza conferma che sul testo approvato alla Camera non cambierà la sua linea, non si vede proprio perché ora debba cambiarla l´opposizione. E su questo, mi creda, nel centrosinistra siamo tutti d´accordo». E che succede se il Cavaliere apre anche il fronte della par condicio, eliminandola prima del voto del 9 aprile? «Lo dice la parola stessa: eliminare la par condicio, oggi, significa creare una situazione di disparità. Purtroppo è una minaccia reale. Ma noi la fronteggeremo in modo durissimo. Io non sono un fanatico della par condicio in sé. Ma non potrei mai accettare un sistema che, abbattendo quel paletto, ci costringerebbe ad accumulare risorse da versare nelle casse della famiglia del presidente del Consiglio, per poi consentirgli di picchiarci più forte con i suoi spot durante la campagna elettorale. Ecco perché siamo pronti a mobilitarci, per impedire l´ennesimo, gravissimo strappo delle regole». Lei ha parlato di sicurezza. La legalità è l´altra faccia della sicurezza. Sul caso Bologna non siete stati troppo timidi, nel sostegno a Cofferati contro le derive della sinistra radicale e protestataria? «Sul rispetto della legge non prendiamo lezioni da nessuno. Premesso che Bologna non può diventare il paradigma di tutto, ci identifichiamo senza imbarazzi né timidezze nelle scelte fatte da Cofferati. E questo dimostra l´esatto contrario di ciò che alcuni leader della destra vorrebbero far credere agli italiani: esiste un centrosinistra riformista, che ha cultura di governo e non si fa condizionare. Detto questo, aggiungo che quello che succede nelle piazze non può e non deve lasciarci indifferenti. Noi ci batteremo sempre per il rispetto delle leggi, ma saremo sempre pronti ad offrire tutta la nostra capacità di ascolto e di inclusione verso i deboli e gli immigrati. Legalità e solidarietà, per il centrosinistra che vogliamo, sono e resteranno un binomio inscindibile». Lei parla del «centrosinistra che vogliamo». Ma nel Paese non è ancora chiarissimo cos´è, questo centrosinistra. «Il risultato delle primarie ci ha fornito un´indicazione straordinaria su ciò che i nostri elettori vogliono da noi. La lista unitaria alla Camera è un passo avanti enorme verso l´aggregazione tra le forze riformiste del centrosinistra». Il passaggio successivo può essere davvero il partito democratico, anche se Rutelli dice che c´è ancora tantissima strada da fare? «In prospettiva sì, lo sbocco è quello. Ma dobbiamo fare un passo alla volta. Con la lista unitaria si corona un progetto che inseguivo ormai da due anni. La tappa successiva, e coerente con il risultato delle primarie, dovrà essere quella di una presenza parlamentare unitaria». Quindi lei dice sì alla creazione dei gruppi unici tra Ds e Margherita? «Sì, serve una struttura che consenta al futuro governo di appoggiarsi in Parlamento a una forza di riferimento unitaria, coesa, robusta. Se vinciamo le elezioni, avremo cinque anni di sperimentazione e di lavoro comune, e test importanti sui quali metterci alla prova: dalla politica economica e il sostegno della crescita alla politica estera e le scelte sull´Iraq». Lei parla di cinque anni di sperimentazione. Ma non sarà ora di fissare un termine? In fondo il suo sogno di unire ex comunisti ed ex democristiani, risale già a 10 anni fa. «È vero. Quel sogno oggi è più vicino. Ma dobbiamo procedere con realismo e pragmatismo». La sensazione è che Rutelli abbia rilanciato il partito democratico per mettere in difficoltà i Ds, ai quali chiede di uscire dal Pse, e che per questo Fassino cominci a frenare. Ma le primarie non hanno dimostrato che l´unità dei riformisti è già matura tra l´elettorato, e non si realizza solo per la resistenza del ceto politico? «Io capisco e giustifico la prudenza, ed anche una certa resistenza. Ci sono in campo identità culturali radicate ed equilibri organizzativi consolidati. Ma questo è il momento in cui servono una grande generosità e una grande lungimiranza. Di fronte a noi c´è un grande obiettivo, che quegli oltre 4 milioni 300 mila elettori, andati spontaneamente a votare le primarie, ci hanno riproposto con una forza e una chiarezza eccezionali. Ci chiedono unità. Non possiamo e non dobbiamo deluderli». Verso il traguardo del partito unitario resta un solo ostacolo: a quale famiglia politica europea finiscono per aderire Ds e Margherita. Ma è davvero così insormontabile? «No, non lo è. In questa fase storica nessuno può pensare che i Ds debbano uscire dal Pse o la Margherita debba lasciare il gruppo dei liberaldemocratici. In Europa ognuno si sieda dove vuole. Ma questo non vuol dire che in Italia non ci si possa unire. Le convergenze si fanno sulle politiche, non sugli schieramenti. Non si pretende mai che la realtà politica europea si adatti a quella dei singoli Paesi. E questa vale anche per noi». L´ultimo sospetto, Professore. Non sta nascendo di nuovo un «ulivismo» che si muove al di fuori o contro i partiti? «Assolutamente no. Questo, dopo il voto di due domeniche fa, non lo si può proprio più dire. Le primarie non sarebbero state possibili senza i partiti. E non sono state un referendum, ma un matrimonio che ha riconciliato una volta per tutte gli elettori con la politica. Anche per questo sono state un bene prezioso, per la nostra democrazia e per i partiti stessi. Ora sta a noi farlo fruttare».
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Ds Milano - Rassegna stampa
Il Professore: "Se vinciamo niente stangate, ma riforme e liberalizzazioni per piegare le lobby" "Un governo irresponsabile il risanamento lo faremo noi" Appello di Prodi agli alleati: ora il partito unico par condicio Eliminarla oggi significa creare una situazione di disparità: faremo una lotta durissima legalità Sto con Cofferati Bologna dimostra che il centrosinistra riformista non è in ostaggio alle piazze gruppi unici subito Dopo la lista unitaria, gruppi unici in Parlamento e poi partito democratico La collocazione in Europa? Ognuno si sieda dove vuole conti e moneta unica Il premier dovrebbe ringraziarci per l´euro Creeremo un organo indipendente di auditing dei conti pubblici la costituzione Non vogliamo tirare Ciampi per la giacca, ma sono preoccupato quando le leggi stravolgono in un colpo solo 50 articoli MASSIMO GIANNINI
da Repubblica - 28 ottobre 2005
ROMA - Professor Prodi, Berlusconi attacca l´euro, dice che non c´è nessuna preoccupazione sui conti pubblici italiani e dichiara che il tetto del 3% fissato dalla Ue nel rapporto deficit/Pil non ha più senso. Lei che ne pensa? «Berlusconi e il suo ministro dell´Economia sono stati protagonisti della riscrittura del Patto di stabilità. Che ora ne rimettano in discussione il fondamento è un gesto di somma irresponsabilità. Quanto alla preoccupazione sui conti pubblici italiani, purtroppo essa è comune e diffusa in tutti gli ambienti internazionali». C´è chi le contesta un eccesso di catastrofismo. «Io catastrofista? Io sto ai fatti e ai numeri. Mesi fa ho detto che speravo nella ripresa tedesca. Adesso che gli indicatori migliorano in Germania, anche noi avvertiamo qualche lievissimo segnale di risveglio. Ma appunto, stiamo parlando di indizi modestissimi. Se andrà bene, l´anno prossimo cresceremo dell´1%. Restiamo gli ultimi della classe. Per questo, quando torneremo al governo, la prima cosa su cui ci impegneremo sarà creare le condizioni per una ripresa vigorosa, per un recupero delle nostre quote di mercato all´estero, per un rilancio della produttività. E non lavoreremo solo sull´industria, ma anche sul terziario. Faremo riforme radicali, nel commercio, nelle professioni e nei servizi prestati dalla Pubblica Amministrazione. In molti casi procederemo con le privatizzazioni, in tutti i casi con iniezioni di liberalizzazione dei mercati. Servirà coraggio per scardinare le difese corporative delle lobby che finora hanno ingessato l´economia. Ma dovremo far presto, se vogliamo che il Paese abbia energie sufficienti per trasformare in vera ripresa le opportunità offerte dalla congiuntura internazionale». Professore, la questione è un´altra: con tutte le critiche che muovete alla Finanziaria di Tremonti, se mai tornerete al governo la prima cosa che dovrete fare sarà una bella stangata. Non è così? «Niente stangate. Sono partito dalla ripresa proprio perché se non si creano le condizioni perché l´economia ricominci a crescere il risanamento dei conti pubblici non lo raggiungeremo mai. Certo, i dati di bilancio sono allarmanti. E anche in questo caso non c´entra il presunto "disfattismo di Prodi". Parlano i numeri: sei mesi fa nella trimestrale di cassa si parlava di un deficit al 3% del Pil, oggi non c´è una sola istituzione che lo preveda al di sotto del 5%. Questo ha ridotto al minimo la credibilità del nostro Paese sui mercati internazionali. E a dispetto di quello che dice a sproposito Berlusconi, lei pensi dove staremmo se non avessimo avuto il miracoloso paracadute dell´euro! Dovrebbe ringraziarci, invece di contestare la moneta unica». Come se ne esce, se non con le solite «lacrime e sangue»? «La prima cosa che faremo, inserendola nel programma elettorale, è l´istituzione di un organismo indipendente di monitoraggio che svolgerà un auditing rigoroso sui nostri conti pubblici. Di lì partiremo per avere un quadro certo della situazione, e per impostare una manovra seria, credibile e progressiva, cioè spalmata sull´intero corso della legislatura. Noi vogliamo far ripartire l´economia, non ucciderla. Ma su questo mi faccia sottolineare un aspetto, che è strettamente collegato: la sicurezza». Che c´entra la sicurezza? «Quello che è successo in Calabria, l´assassinio di Fortugno, non è più tollerabile. Noi non ci riprenderemo mai finchè non ristabiliremo l´ordine e le condizioni di sicurezza in tutte le aree del Paese. Non saremo mai credibili, finchè non ci libereremo dalla criminalità organizzata. Su questa priorità mobiliteremo tutte le energie nazionali. Finchè l´Economist scriverà che nel mondo si uccide nei seggi elettorali solo a Bagdad e in Italia, il Paese subirà una ferita mortale. Purtroppo, in questi ultimi anni questa ferita si è incancrenita. Abbiamo fatto gravissimi passi indietro. Dal falso in bilancio in poi molte leggi sulla giustizia, approvate da questo governo con altri obiettivi, sono diventate un assist formidabile per le attività illecite». Dalla Cirami alla Salva-Previti: se governerete farete piazza pulita di tutte le leggi varate dal Polo? «Delle leggi ad hoc non salveremo nulla. Toglieremo tutti gli hoc. Perché la legge è uguale per tutti: c´è scritto in tutti i tribunali d´Italia». Ma a parte la giustizia, ci sono altre leggi che preoccupano, se Ciampi invita «tutte le magistrature a difendere la Costituzione». «Noi non abbiamo mai tirato la giacca al Capo dello Stato, e non vogliamo certo farlo ora. Ma Ciampi ha detto con precisione e nettezza ciò che è da sempre radicato nel nostro animo e nella nostra cultura. Io stesso, a Piazza del Popolo, ho voluto parlare senza alcuna retorica della nostra "bella Costituzione", che va preservata e difesa. Può anche necessitare di qualche aggiustamento. Ma nei suoi principi di fondo rimane la base insostituibile sulla quale si regge il nostro sistema democratico. E quando vedo che certe leggi ne stravolgono in un colpo solo, e a colpi di maggioranza, più di 50 articoli, non posso non essere preoccupato». Lei si riferisce alla devolution. Ma poi c´è anche la modifica della legge elettorale. È davvero così eversiva? «Abbiamo denunciato la profonda scorrettezza istituzionale e le diffuse incongruenze costituzionali del testo presentato dal Polo. E non siamo soli: numerosi e prestigiosi costituzionalisti hanno sollevato dubbi, che noi condividiamo e che non possono essere sottaciuti. Parliamoci chiaro: questa presunta "riforma" proporzionale è fatta per evitare una clamorosa sconfitta del Polo e per rendere il Paese meno governabile per chi vincerà le elezioni». Quindi, nonostante gli appelli di Fassino al dialogo, lei conferma che anche al Senato non ci sarà nessun confronto con la maggioranza? «Per dialogare bisogna essere in due. Visto che la maggioranza conferma che sul testo approvato alla Camera non cambierà la sua linea, non si vede proprio perché ora debba cambiarla l´opposizione. E su questo, mi creda, nel centrosinistra siamo tutti d´accordo». E che succede se il Cavaliere apre anche il fronte della par condicio, eliminandola prima del voto del 9 aprile? «Lo dice la parola stessa: eliminare la par condicio, oggi, significa creare una situazione di disparità. Purtroppo è una minaccia reale. Ma noi la fronteggeremo in modo durissimo. Io non sono un fanatico della par condicio in sé. Ma non potrei mai accettare un sistema che, abbattendo quel paletto, ci costringerebbe ad accumulare risorse da versare nelle casse della famiglia del presidente del Consiglio, per poi consentirgli di picchiarci più forte con i suoi spot durante la campagna elettorale. Ecco perché siamo pronti a mobilitarci, per impedire l´ennesimo, gravissimo strappo delle regole». Lei ha parlato di sicurezza. La legalità è l´altra faccia della sicurezza. Sul caso Bologna non siete stati troppo timidi, nel sostegno a Cofferati contro le derive della sinistra radicale e protestataria? «Sul rispetto della legge non prendiamo lezioni da nessuno. Premesso che Bologna non può diventare il paradigma di tutto, ci identifichiamo senza imbarazzi né timidezze nelle scelte fatte da Cofferati. E questo dimostra l´esatto contrario di ciò che alcuni leader della destra vorrebbero far credere agli italiani: esiste un centrosinistra riformista, che ha cultura di governo e non si fa condizionare. Detto questo, aggiungo che quello che succede nelle piazze non può e non deve lasciarci indifferenti. Noi ci batteremo sempre per il rispetto delle leggi, ma saremo sempre pronti ad offrire tutta la nostra capacità di ascolto e di inclusione verso i deboli e gli immigrati. Legalità e solidarietà, per il centrosinistra che vogliamo, sono e resteranno un binomio inscindibile». Lei parla del «centrosinistra che vogliamo». Ma nel Paese non è ancora chiarissimo cos´è, questo centrosinistra. «Il risultato delle primarie ci ha fornito un´indicazione straordinaria su ciò che i nostri elettori vogliono da noi. La lista unitaria alla Camera è un passo avanti enorme verso l´aggregazione tra le forze riformiste del centrosinistra». Il passaggio successivo può essere davvero il partito democratico, anche se Rutelli dice che c´è ancora tantissima strada da fare? «In prospettiva sì, lo sbocco è quello. Ma dobbiamo fare un passo alla volta. Con la lista unitaria si corona un progetto che inseguivo ormai da due anni. La tappa successiva, e coerente con il risultato delle primarie, dovrà essere quella di una presenza parlamentare unitaria». Quindi lei dice sì alla creazione dei gruppi unici tra Ds e Margherita? «Sì, serve una struttura che consenta al futuro governo di appoggiarsi in Parlamento a una forza di riferimento unitaria, coesa, robusta. Se vinciamo le elezioni, avremo cinque anni di sperimentazione e di lavoro comune, e test importanti sui quali metterci alla prova: dalla politica economica e il sostegno della crescita alla politica estera e le scelte sull´Iraq». Lei parla di cinque anni di sperimentazione. Ma non sarà ora di fissare un termine? In fondo il suo sogno di unire ex comunisti ed ex democristiani, risale già a 10 anni fa. «È vero. Quel sogno oggi è più vicino. Ma dobbiamo procedere con realismo e pragmatismo». La sensazione è che Rutelli abbia rilanciato il partito democratico per mettere in difficoltà i Ds, ai quali chiede di uscire dal Pse, e che per questo Fassino cominci a frenare. Ma le primarie non hanno dimostrato che l´unità dei riformisti è già matura tra l´elettorato, e non si realizza solo per la resistenza del ceto politico? «Io capisco e giustifico la prudenza, ed anche una certa resistenza. Ci sono in campo identità culturali radicate ed equilibri organizzativi consolidati. Ma questo è il momento in cui servono una grande generosità e una grande lungimiranza. Di fronte a noi c´è un grande obiettivo, che quegli oltre 4 milioni 300 mila elettori, andati spontaneamente a votare le primarie, ci hanno riproposto con una forza e una chiarezza eccezionali. Ci chiedono unità. Non possiamo e non dobbiamo deluderli». Verso il traguardo del partito unitario resta un solo ostacolo: a quale famiglia politica europea finiscono per aderire Ds e Margherita. Ma è davvero così insormontabile? «No, non lo è. In questa fase storica nessuno può pensare che i Ds debbano uscire dal Pse o la Margherita debba lasciare il gruppo dei liberaldemocratici. In Europa ognuno si sieda dove vuole. Ma questo non vuol dire che in Italia non ci si possa unire. Le convergenze si fanno sulle politiche, non sugli schieramenti. Non si pretende mai che la realtà politica europea si adatti a quella dei singoli Paesi. E questa vale anche per noi». L´ultimo sospetto, Professore. Non sta nascendo di nuovo un «ulivismo» che si muove al di fuori o contro i partiti? «Assolutamente no. Questo, dopo il voto di due domeniche fa, non lo si può proprio più dire. Le primarie non sarebbero state possibili senza i partiti. E non sono state un referendum, ma un matrimonio che ha riconciliato una volta per tutte gli elettori con la politica. Anche per questo sono state un bene prezioso, per la nostra democrazia e per i partiti stessi. Ora sta a noi farlo fruttare».
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Ds Milano - Rassegna stampa
Primarie, più fedeli a Prodi gli elettori della Quercia Dai dl voti anche a Mastella G. G. V.
dal Corriere - 28 ottobre 2005
MILANO — In generale, Prodi va benone dove la società civile è più vivace. In particolare, può fidarsi più degli elettori dei Ds che di quelli della Margherita: fedeli i primi, un poco ondivaghi i secondi. Quanto agli antagonisti, meglio Bertinotti di Mastella, visto che il segretario di Rifondazione ha guadagnato i suoi consensi senza nulla togliere al Professore («hanno viaggiato su due strade perfettamente parallele») mentre invece il leader dell'Udeur si è dato un gran daffare — a Matera, Enna e Benevento si registra un tasso di partecipazione sorprendente — e ha pescato giusto nelle acque prodiane, intercettando proprio i consensi del partito di Rutelli. Regolarità, irregolarità, stranezze. Il professor Salvatore Vassallo, docente di Politica comparata a Bologna e vicepresidente dell'Istituto Cattaneo, ha elaborato i dati delle primarie dell'Unione, li ha comparati provincia per provincia con i risultati delle ultime Europee e, alla fine di una complessa analisi statistica, ne ha ricavato una serie di indicazioni che vanno al di là delle «valutazioni politiche». Questione di numeri, tanto più affidabili se si considera la quantità di gente che ha votato, 4 milioni e 300 mila persone (gli iscritti ai partiti del centrosinistra sono un milione), il che significa che «atteggiamenti e comportamenti degli elettori non possono essere stati influenzati, se non in casi eccezionali», dagli apparati dei partiti. E così una cosa è certa: «Dove i Ds sono più forti, Prodi è più forte e viceversa». Tecnicamente si chiama «coefficiente di correlazione», questione di regolarità. Quella che non c'è se si passa al partito di Rutelli, «il voto a Prodi è poco correlato con la forza elettorale della Margherita»: dipende dalle province, e in ogni caso la fedeltà cala. Nelle parole della ricerca, «è stato territorialmente più omogeneo il contributo che è venuto alla partecipazione e a Prodi degli elettori Ds rispetto a quello venuto dagli elettori della Margherita». Allo stesso modo, lo studio dell'Istituto Cattaneo mostra che il Professore ottiene consensi in base al «grado di civismo» della zona, calcolato in una ricerca precedente e fondato su parametri come «il tasso di partecipazione medio alle elezioni, la diffusione della pratica di donare sangue, la lettura dei quotidiani, la tendenza alla partecipazione» e così via. In questo caso il rapporto è ancora più evidente di quello con l'elettorato Ds: «Prodi va decisamente meglio nelle province in cui la partecipazione politica è solitamente forte ed esiste una società civile vivace, rispetto alle province, nelle quelli prevale una relazione di tipo individualistico-strumentale tra gli elettori e la politica».
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Ds Milano - Rassegna stampa
IL COMICO E IL POTERE CURZIO MALTESE
da Repubblica - 28 ottobre 2005
Grazie a un Roberto Benigni in forma splendida, mezza Italia televisiva ha assistito anche ieri alla seconda puntata dell´imprevedibile e clamoroso duello fra Adriano Celentano e Silvio Berlusconi. Il buffone contro il re o viceversa, con la corte intorno pronta a chiedere anche stavolta la testa di Yorick. E´ un duello fra il ridicolo e l´affascinante, con un populista in disarmo e un populista in esercizio permanente. Uno, il presidente, che ha perso il polso del pubblico. L´altro, lo showman, che non l´ha mai avuto tanto. Perché Celentano ovviamente non è diventato "comunista" in una settimana e nemmeno di sinistra.
Il comico e il potere
Ha soltanto capito che oggi mettere in ridicolo Berlusconi, oltre a essere "rock", è molto, molto popolare e benedetto da oceanica audience. Berlusconi reagisce male, da populista ormai svaporato. Stila liste, lancia la stampa servile all´attacco di Celentano. Perfino Bruno Vespa ieri sera si è mobilitato in un istantaneo e un po´ biscardiano processo alla puntata di Rockpolitik. E´ la reazione di un populismo piombato nella fatale "seconda fase", quella in cui le forze un tempo evocate fanno soltanto paura. Il popolo, le elezioni, i bagni di folla, la piazza reale e soprattutto la piazza mediatica, la televisione e l´uso politico degli show. Tutti questi, elementi sognanti del berlusconismo nascente, si sono rovesciati in altrettanti incubi. Il Cavaliere rampante era sempre dalla parte del senso comune, questo lo sfida in maniera goffa, ridicola, insensata. Il Berlusconi che si dipingeva come vittima delle toghe rosse era un manipolatore ma rispondeva a un sentimento generale, poteva essere creduto dai suoi elettori. Quello che si proclama «vittima delle televisioni» e del «rosso» Celentano invece fa sorridere anche la proverbiale casalinga di Voghera. E´ una sciocchezza fra l´altro regalare un mito popolare come Celentano all´avversario. Creare la figura da barzelletta del compagno Che Lentan, come canta Crozza. Ed è il tipo di sciocchezza che una volta avrebbe commesso la sinistra a favore di Berlusconi. E´ una colossale sciocchezza compilare liste di proscrizione a sei mesi dal voto. Non solo perché è Berlusconi a emanare l´editto, unico fra i premier democratici a usare questi tristi metodi. Ma soprattutto perché l´elenco è davvero misero. Soltanto cinque o sei hanno avuto il coraggio in questi anni di far satira sul presidente del Consiglio. Chirac potrebbe citarne un centinaio di artisti, Blair e Bush il doppio. Andreotti forse sarebbe arrivato al triplo, se soltanto avesse perso il suo tempo a contarli. Secondo i parametri berlusconiani invece il complotto scatta a sei, compreso Bertolino che non è esattamente come dire Altan o quelli de Il Male. Il dato è ancora più avvilente del settantasettesimo posto nelle classifiche della libertà d´informazione. Per queste ragioni, il duello fra Berlusconi e Celentano, nonostante tutto il potere e l´arroganza del primo, avrà un esito scontato. Celentano è un populista di lungo corso, per nulla svaporato. Il suo fiuto degli umori popolari è assai più attendibile dei sondaggi di Piepoli. Un Berlusconi ancora reattivo si sarebbe posto la domanda giusta e cioè come mai perfino a uno come il Molleggiato viene in mente di prenderlo per i fondelli di questi tempi. Per inciso, con grande efficacia. Il silenzio ironico di Celentano nel numero alla Totò della lettera di scuse era quasi più pesante delle parole di Roberto Benigni. La risposta semplice è che il senso comune, quello di Celentano, di milioni d´italiani, delle platee del giovedì sera, ormai è contro il premier. A Berlusconi è rimasto il senso di Bondi, Adornato, Cicchitto e gli altri, seppure ne hanno uno. Al posto degli avversari, la cosa migliore è lasciarlo fare, sbraitare, lagnarsi, minacciare. E´ stato il primo a maneggiare presentatori, comici e ballerine nei proclami politici. Chi ha dimenticato le dichiarazioni di voto di Mike Buongiorno, Raimondo Vianello, Ambra, Iva Zanicchi nel bel mezzo di un quiz, di una domenica sportiva, a tradimento? Celentano almeno è stato onesto, l´ha annunciato agli spettatori fin dal titolo. E´ una piccola nemesi di un berlusconismo condannato a vivere oggi la stagione dell´amaro contrappasso.
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FELICITÀ Lieve come un angelo, forte come un giullare, l’attore si è fatto beffe del potere dicendo che non lo avrà mai. E ha recitato in nome di tutti i comici finiti nel mirino del premier Allegri, fratelli e compagni: è tornato il Benigni più grande, quello che fa ridere gli dei Toni Jop
da l'Unità - 28 ottobre 2005
Benigni è tornato. Allegri fratelli e compagni, Benigni è tornato, grande come non era da anni, sereno come non era da tempo, travolgente come quando faceva il critico letterario, come quando camminava tutto solo nei campi della periferia d’Italia bestemmiando come solo lui sa bestemmiare facendo ridere gli dei, facendo sorridere i fili d’erba che si piegano sotto i suoi passi. Lieve come un angelo, forte come un giullare che ha spostato il potere dalle mani di chi se ne gloria per riporlo in quelle di un dio che solo lui è riuscito a creare. Benigni ha detto: nessun padrone mi avrà dalla sua parte. Ha recitato, a nome di tutti gli italiani di buona volontà ma soprattutto a nome di tutti i comici e gli autori di satira finiti nel mirino del presidente del Consiglio, il credo di un’arte antica che sta per sua natura in quella che Roberto ha rinominato con astuzia diabolica «la casa delle libertà». Vieni sul palco, ha detto a Silviuccio, qui sì potrai liberarti e dire tutto quello che avresti voluto dire a Prodi. Ma prima dimettiti. Irrefrenabile, incalzante, più che ispirato, in preda a un «daimon» benevolo, lucido, tremendo. Ci siamo chiesti cosa sia successo. Benigni è sempre Benigni, ma questo Benigni è una benedizione, va oltre, oscura le sue più recenti performance, cancella quel velo di ritualità che le aveva progressivamente ingrigite, riporta in vita quella frenesia argentina, inafferrabile, incontenibile e genuina che la sua carriera di regista non ha saputo - Roberto perdonaci ma diciamo la verità - trattenere in prima linea. Tutto in una serata magica, in cui il sermone di Celentano sembrava più faticoso di quello pronunciato nel corso della prima puntata. Con una magnifica eccezione che non ci è sfuggita: Celentano ha detto: ho sbagliato, quando ho scritto quella canzone sui ragazzi con i capelli lunghi, i capelloni che non si lavano eccetera. Ho sbagliato, ha insistito, perché non avevo capito che quella gente cercava una vita diversa, non corrotta dalla corsa verso il possesso. Ho sbagliato, ha concluso, perché ero meno ignorante di adesso. Bravo Adriano e grazie: non capita spesso di assistere a un autodafé così clamoroso e così sincero, così non opportunistico. Lo sappiamo: ne ha dette di tutti colori, dal nostro punto di vista, sgangherando sulla storia edilizia di questa Italia e sulle responsabilitò politiche nel dissesto dell’ambiente urbano e ambientale, ma chi ascolta Celentano sa come stanno le cose. Sa quanto la sinistra, il Pci, quelli che lui chiama comunisti, abbiano lottato duramente per impedire il sacco dell’Italia. Ma va bene lo stesso. Basta avere la pazienza di aspettare ancora: perché su un fatto si può contare, quando si ha a che fare con Celentano, e cioè che prima o poi, appena sarà diventato più ignorante di quanto sia ora, ci dirà dove e come ha sbagliato. Celentano vince perché è onesto: lo sa anche Benigni che accetta di giocare con Adriano uno dei duetti più irresistibili della storia della cultura televisiva italiana. Dopo un ingresso che liquida mica tanto bonariamente il sandwich di dispense morali a fatica ingrassate dalla litania di ciò che è rock e ciò che è lento. «Non ho capito niente», scarica Benigni, di tutto quel rock e lento. Celentano stava fermo, trattenuto dalla mano di Benigni mentre quel pazzo di Roberto gli girava attorno come una trottola, vomitando parole e gesti nella tessitura di una ragnatela di genio che ancora non si sapeva dove avrebbe portato. Ci ha portati in un luogo bellissimo di cui abbiamo sempre, e sempre più spesso nostalgia, un luogo in cui le cose tornano vere, le parole hanno un senso, i gesti sono sinceri. Bello, vero e affascinante come Dylan in «Like a Rolling Stone». E feroce, come un giullare che troppo a lungo ha sopportato, per gli altri, per quelli che non hanno parola, l’arroganza della stupidità.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Le primarie dei milanesi per una città migliore I muri saranno tappezzati non da manifesti ma da persone reali disponibili a fare una squadra MILLY MORATTI
da Repubblica - 28 ottobre 2005
Milano città del benessere o dello stare bene? Forse né l´una né l´altra. E´ sempre più grande il divario tra la città delle eccellenze e la scarsa qualità di vita dei suoi abitanti, sempre più difficile da colmare è la distanza. Dal dopoguerra in poi, Milano è passata dalle fabbriche e dall´artigianato e dal commercio al terziario più o meno avanzato, sempre alla ricerca di una vocazione stabilizzante per i suoi molti abitanti. Tutto questo è passato velocemente sulla testa dei milanesi, sempre pronti a costruirsi un nuovo mestiere, in un alternarsi convulso di nuove povertà e nuove ricchezze. La fiducia nella delega a chi, amministrando il bene pubblico, si occupava del loro presente e del loro futuro, li ha tenuti sempre tiepidamente lontani dalle cose della politica; finchè in famiglia si arrivava senza angoscia alla fine del mese, si pensava che qualche sacrificio in termini di star bene si poteva anche fare: a testa bassa a lavorare, sognando magari una vacanza liberatoria. Forse è da quando non si arriva alla quarta settimana del mese, da quando le giovani coppie non possono più permettersi di abitare in città e i cinquantenni sono disperatamente esclusi dall´ambiente di lavoro, da quando tutti si sono accorti che stanno male, che qualcosa è successo. Prima erano piccoli segnali, scollegati tra loro: qualcuno levava la voce contro il taglio di un albero, altri contro uno svincolo stradale in costruzione che arrivava davanti alle finestre di casa, altri difendevano un giardino, altri si interrogavano sull´utilità di un ulteriore parcheggio. E´ qui, credo, che si è compiuto il salto: superati i punti di vista particolari, a fronte di una qualità di vita comunque insoddisfacente, si dichiarano disponibili a fare sacrifici solo in modo più consapevole, partecipando alle scelte strategiche con la loro esperienza quotidiana. Questa è un´occasione grandissima, che non va perduta da nessuna forza politica: le primarie cittadine indette dall´Unione confermano la sua vocazione democratica, e non devono spaventare nessuno. La città sarà tappezzata non da manifesti, ma da un insieme di persone reali che si rendono disponibili a proporsi non solo come sindaco, ma anche come squadra di lavoro. Portando ognuno un progetto di città, ma soprattutto costruendolo insieme ai milanesi. Nella mia esperienza di consigliere comunale ho notato questo cambiamento: mentre prima si rivolgevano a me chiedendo aiuto per risolvere una situazione, da un po´ di tempo la richiesta è di essere portavoce del loro modo di vedere la città. Questo è proprio il momento di dare continuità e dignità di metodo a questo comportamento. Solo così le primarie non si ridurranno ad una scadenza elettorale, ma diventeranno un´occasione meravigliosa per fare emergere tante realtà civiche che, sono sicura, in questi mesi ricomporranno la città vera delle persone, per troppo tempo oscurata dalla città delle funzioni. *consigliere comunale lista dell´Arancia
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Ds Milano - Rassegna stampa
Intervista a Il Messaggero «Un'assemblea voterà il programma»
di Virman Cusenza e Fabrizio Rizzi, Professor Prodi, Parisi e Amato invitano il centrrosinistra a partire dalle primarie per rilanciare il Partito democratico. Lei, a questo progetto, comincerà a lavorarci dal giorno dopo le elezioni?
«Una formazione unitaria, come quella del Partito democratico, è, ovviamente, sempre stata un mio punto di riferimento, ma, come ho detto, si tratta di un disegno di lungo periodo. Nel breve il mio obiettivo è costruire un Ulivo forte. Tutti insieme abbiamo scelto questo simbolo per le prossime elezioni alla Camera. E' chiaro che bisogna fare un passo dopo l'altro. Quello successivo è evidentemente l'aggregazione dei gruppi parlamentari».
Insomma, il Partito democratico è il suo sogno...
«La parola sogno non mi piace. La risposta seria è che condivido quanto Parisi e Amato hanno scritto: il cammino va proseguito. Una tappa è stata raggiunta, ora bisogna continuare».
Se lei avrà la possibilità dì andare al governo, pensa che sarebbe utile introdurre una legge sulle primarie, come negli Usa?
«Tutti i grandi fenomeni politici devono essere regolamentati. Ricordo qui che la nostra storia repubblicana non è stata certo solerte ad affrontare questi problemi. Non abbiamo ancora dato esecuzione all'articolo 49 della Costituzione che prevede la disciplina dei partiti e dei sindacati! Tuttavia, i risultati di domenica scorsa dimostrano che le primarie sono entrate nel cuore degli italiani come strumento di partecipazione democratica. Di questo bisogna tener conto».
Il programma dell'Unione: lei ritiene che debba essere fatto attraverso una mediazione oppure rifletterà la gerarchla determinata dagli elettori con le primarie?
«Le ricordo che già dal luglio scorso al programma lavorano 12 commissioni, ciascuna delle quali è incaricata di preparare un capitolo. Il lavoro sarà complesso. Vi partecipano tutti i rappresentanti dei partiti. Terrà conto del contributo di tutti. Inoltre sono già in corso consultazioni con le rappresentanze economiche e sociali del Paese. Non sarà un programma calato dall'alto. Sarà mio compito trarre, alla fine, la sintesi, seguendo gli obiettivi che già avevo indicato nel mio programma per le primarie. La sintesi sarà proposta per l'approvazione a una grande assemblea che si terrà nell'ultima decade di gennaio».
Che tipo di assemblea sarà, degli eletti?
«No, sarà un'assemblea molto vasta, rappresentativa della società civile. Una Fabbrica allargata, insomma, in cui partiti e società civile sono chiamati a cooperare».
La sua responsabilità sul programma è stata agevolata dal successo nelle primarie?
«Certo, il mio compito è ora più chiaro. E le mie responsabilità sono anche maggiori. So benissimo, però, che una coalizione è collegialità. Sarò coerente con questa affermazione. Non faticherò ad applicarla perché è sempre stata il mio stile e il mio principio di governo».
Sul caso Bologna lei ritiene sia una questione locale oppure si tratta di una prova generale del governo dell'Unione?
«Il caso è locale. E' chiaro, però, che solleva problemi sui quali riflettere. Penso al rispetto della legge e all'inclusione nella società degli immigrati, sono problemi che riguardano tutto il Paese, penso che il rispetto della legge ma anche la chiara coscienza che questo è lo strumento per proteggere i più deboli, siano indispensabili. Penso anche che questo rispetto vada accompagnato da un grande sforzo di inclusione sociale. Questo è patrimonio comune di tutta l'Unione. Certamente, è inutile parlare di inclusione sociale se poi non c'è un euro per le case, vengono tagliati i fondi per l'assistenza agli anziani e per tutto il Welfare. Allora, che inclusione è?».
Ma il bolognese Prodi con chi sta, con Cofferati o con Bertinotti?
«Innanzitutto, Bertinotti è a Roma e Cofferati a Bologna. Questa non è una lotta politica tra Cofferati e Bertinotti. Questo è un problema di contenuti che stanno alla base di questa vicenda. Ripeto: che una città debba vivere tranquilla e nella legalità è un concetto che condivido in pieno. Però, se noi non vogliamo che il problema diventi esplosivo in ogni città, dobbiamo usare risorse e dialogo».
Scusi, ma cosi non mettete l'elettore moderato in fuga di fronte agli assalti di un'ala oltranzista?
«Vorrei andare oltre. Perché si ragiona ancora sull'immigrazione e sull'inserimento in termini di percezione che appartengono al passato? Oggi gli italiani sono più maturi. Alcuni punti sono acquisiti: sarà per l'arrivo delle badanti, sarà per il fatto che gli imprenditori hanno bisogno di manodopera, ma ormai il discorso sulle politiche di inserimento sta diventando, anche per nostro merito, un patrimonio comune. Quindi la politica rassicurante non è di avere strumenti di inserimento per persone necessarie al futuro della nostra società. Senza di loro non sapremmo come raccogliere l'uva, fare i turni di notte nelle fabbriche. custodire i nostri anziani. Io non inseguo l'elettore dicendogli che se l'immigrato viene a casa mia lo picchio sulla testa. Lo conquisto icendo che tutti dobbiamo rispettare la legge, ma ' occorre fare un percorso di inserimento tino a concedere la cittadinanza all'immigrato che lo desidera dopo un serio percorso che comprende diritti e doveri. Una politica che va su due gambe precise: legge e ordine da un lato e dall'altro, politica di uguaglianza e opportunità».
Sulla politica del Welfare, il premier inglese Blair chiede il modello scandinavo. E' questa la strada?
«Credo fermamente che la fase del liberismo acuto e intollerante (dell'ognuno si arrangi), sia finita perché i cittadini ne hanno capito i limiti e i pericoli. In Blair abbiamo due fasi: la prima in cui ha progressivamente diminuito la presenza dello Stato sociale e la seconda che è arrivata quando ha cominciato a vederne le conseguenze nella società britannica e le reazioni negative dei suoi elettori. A questo punto si è radicalmente corretto, per questo dico che abbiamo un Blair 1 e un Blair 2. Mi fa molto piacere che sia arrivato il Blair 2. che è la via che percorriamo nel programma dell'Unione. La globalizzazione implica profonde riforme nella costruzione dello Stato sociale. Tuttavia, l'idea che i Paesi che crescono di più sono quelli a basso livello di imposizione e a basso livello di servizi pubblici è tramontata».
Se lei andrà a Palazzo Chigi, ha già pensato a un «ticket» di nomi? Ha pensato a un vice-presidente?
«Non esiste alcun caso europeo in cui si faccia il governo prima delle elezioni. La composizione del governo dovrà tener conto del risultato elettorale, altrimenti perché si va a votare? Io di idee ne ho tante in testa. In questi giorni ho letto tante ipotesi di fantasia sui giornali. Tutto questo appartiene ai giochi che fanno altri. Non solo non faccio la squadra prima delle elezioni, ma non ho dato al riguardo affidamento ad alcuno».
Chiamerà i segretari dei partiti nel governo?
«Come le ho già detto prima le decisioni saranno prese al momento opportuno. Vi sono situazioni in cui il governo esce rafforzato dalla presenza dei segretari dei partiti al proprio intemo e vi sono altre situazioni in cui questo non è opportuno».
Vorrebbe Fassino e Rutelli nel governo?
«Come persone nulla da dire. Ma sono decisioni che si prenderanno più in là, in cosiderazione delle valutazioni che faranno i singoli partiti».
Lei ha rapporti personali con i leader, qual è quello con cui dialoga più volentieri?
«Il dialogo è diventato così continuo che ormai i miei incontri con D'Alema, Fassino, Rutelli e tutti gli altri non finiscono più sui giornali. Se questo avviene è perché ormai ci si vede e ci si sente tutti i giorni. E si sta bene insieme. Ciò vuoi dire che la squadra comincia a funzionare».
In caso di vittoria alle elezioni, proprorrà che all'opposizione vengano assegnate cariche istituzionali?
«Ho sempre pensato che alcune cariche dovessero andare all'opposizione. Nel '96 ho anche tentato di farlo e non ci sono riuscito. Negli ullimi tempi il dibattito si è avvelenato misura tale che questo obiettivo non è diventato certo più facile e non ci sono segnali che facciano sperare in un miglioramento dei clima politico».
Sulla Rai, che cosa vorrebbe correggere?
«La Rai va proprio cambiata. Le esperienze britanniche e spagnole ci indicano come farlo, con grandi strutture di garanzia indipendenti. di professionalità e trasparenza».
Andrebbe privatizzata?
«Non subito, certamente. Quando dico che va distinta la tv che vive sul canone da quella sul commerciale e già una precisa indicazione».
Scusi, ma Celentano l'ha invitata a «Rockpolitik»? Lei ci andrebbe?
«No, non sono stato invitato. E credo che Celentano abbia con ciò dimostrato la sua intelligenza. Non ho visto la sua trasmissione perché impegnato a una conferenza sull'Europa a Reggio Emilia. Soltanto oggi ho potuto ascoltare la canzone di Crozza, che mi è piaciuta da morire. Mi sono fatto matte risate. Ha due o tre passaggi spassosissimi...».
Il modello Celentano non è forse la punta di un sistema anomalo, malato?
«L'unico cosa che posso dire e che ormai nelle trasmissioni televisive si parla solo di altre trasmissioni. E per uno come me che è stato per tanto tempo fuori dall'Italia è diventato qualcosa di incomprensibile. Perfino nello sport si discute sulle discussioni fatte in altre trasmissioni sportive».
Quale è la trasmissione che le piace di più?
«Non sono un grande giudice perche il tempo che trascorro davanti allo schermo lo impiego a vedere i tg oppure programmi di approfondimento che avvengono a ore improbabili. Per giudicare la tv bisognerebbe seguirla dalla mattimi alla sera e comunque nelle ore di massimo ascolto».
Ma da Celentano e tentato di andare?
«Celentano e stato intelligente a non avermi invitato».
GLI ITALIANI HANNO PAURA. MA DEL FUTURO Il bisogno d'ordine, considerato di destra, oggi non sembra una priorità
Che cos'è di destra e cos'è di sinistra?, cantava Giorgio Gaber qualche anno fa. Come si ricorderà il grande cantautore scomparso da non molto associava ad esempio la doccia alla sinistra, il bagno alla destra. Il bisogno d'ordine e di sicurezza è invece da sempre uno dei cavalli di battaglia legati alla destra.
Mentre alla sinistra è spesso attribuito il sentimento della tolleranza e dell'egualitarismo. Uno dei famosi poster di Berlusconi, nel corso della campagna elettorale del 2001, citava appunto lo slogan "città più sicure" come la promessa da mantenere nel corso della successiva legislatura di centrodestra.
Il caso Cofferati, a Bologna, sembra quindi in qualche modo dipingere un governo di sinistra con tinte non propriamente consone a quella parte politica. Tanto che sono molti i commentatori che attribuiscono il nuovo corso del sindaco di Bologna ad un deciso mutamento di riferimenti politico-ideologici. Gli attacchi arrivano allora, contemporaneamente, sia da ambienti di sinistra che da ambienti cattolici. Sembra quasi di veder riprodotti gli antichi schemi dell' Italia di Peppone e don Camillo quando le sub-culture cattoliche e socialiste ribadivano il loro pensiero, legato a comuni tendenze all'universalismo e all'egualitarismo: di nuovo uniti - per una volta-per salvaguardare i bisogni degli oppressi e dei diseredati, di chi non ha nulla, contro la bella borghesia bolognese, desiderosa di ordine e sicurezza per godersi in pace la propria ricchezza.
Ma quanto è importante oggi, nella cosiddetta agenda setting degli italiani, il tema della sicurezza ed il bisogno d'ordine?
Come si è detto, alcuni anni fa queste issues sembravano essere in cima ai pensieri degli elettori, tanto che al momento del voto tidea di veder realizzato un mutamento cosìì grande, quello di avere finalmente città più tranquille e sicure, poteva forse "fare la differenza", si argomentava, in particolare tra i cittadini più distaccati dalla politica. Ed effettivamente, anche grazie alla cassa di risonanza esercitata dai media televisivi e della carta stampata, pareva a volte di trovarsi a vivere, a cavallo del secolo, in un territorio funestato da bande di predoni e di schiere di barbari venute daltoriente, vicino e lontano. Desiderosi di appropriarsi dei nostri benie delle nostre donne.
Come sappiamo, quella visione apocalittica di medioevo prossimo venturo era a volte enfatizzato a bella posta, al fine di far crescere l' angoscia dei cittadini italiani, ed il conseguente bisogno di una decisa svolta contro il lassismo della sinistra di governo, indifferente ai veri problemi della "gente'. É pur vero, d'altra parte, che anche i sondaggi rilevavano spesso il tema della sicurezza, declinata in associazione alla presenza degli extra-comunitari, come uno dei problemi che gli italiani si aspettavano venissero risolti al più presto, anche attraverso il mitico poliziotto di quartiere. Benché anche allora non fosse certo questo il tema maggiormente sentito.
Le odierne rilevazioni demoscopiche paiono fornirci d' altra parte indicazioni decisamente differenti da quelle di un tempo. Alcuni recenti sondaggi (effettuati da Ipsos e da Ispo) sottolineano in particolare le richieste legate al miglioramento delle condizioni economiche di vita, alla paura della disoccupazione, della precarietà sempre crescente, per sé e soprattutto per i propri figli.
Le indagini di Ipsos indicano come il tema della criminalità sia oggi relegato solamente al nono posto, nella gerarchia dei problemi più urgenti da risolvere in Italia (citato da circa il 5 per cento degli intervistati), mentre quello dell' immigrazione compare addirittura in undicesima posizione (con il 3 per cento delle citazioni). E' pur vero, peraltro, che il dato relativo alla criminalità tende a risultare leggermente più sentito passando dal macro al micro, ai problemi cioè da risolvere nella propria zona di residenza, arrivando al 9 per cento delle citazioni, e ancor di più quello legato alla immigrazione clandestina (che giunge a preoccupare almeno il 10 per cento degli intervistati). Si tratta comunque di quote minoritarie della popolazione, molto più sensibile anche a livello locale alle tematiche economiche (il problema della disoccupazione e della chiusura delle attività commerciali e industriali) e al crescente costo della vita.
La richiesta, da parte degli elettori, va quindi verso interventi che tendano ad incrementare il benessere familiare e la copertura sociale ed assistenziale, più che verso il bisogno d'ordine e di sicurezza. Che non sembrano poter diventare, né tra gli elettori di centrosinistra né tra quelli di centrodestra, temi di essenziale importanza nella prossima campagna elettorale. Ovviamente, a patto che vengano mantenuti adeguati livelli di convivenza civile.
Paolo Natale
EUROPA
Il terrore dopo la tempesta A Nalchik, duemila arresti in due settimane e torture per estorcere false confessioni
A due settimane dai sanguinosi fatti di Nalchik, capitale della repubblica russo-caucasica della Cabardino-Balcaria attaccata il 13 ottobre da un gruppo di guerriglieri islamici, arrivano le prime drammatiche denunce di quello che molti temevano: su ordine di Mosca le autorità locali hanno scatenato una durissima repressione poliziesca con arresti di massa (oltre duemila finora) e sistematico ricorso alla tortura per estorcere false confessioni di colpevolezza. A darne notizia una fonte non sospetta: un locale attivista politico del partito del presidente russo Putin, Russia Unita, che è stato arrestato e ha visto con i propri occhi quello che sta succedendo dentro le prigioni di Nalchik
“Berrai il sangue dei tuoi amici”. Ramazan Tembotov, in un’intervista a Gazeta.ru, ha raccontato che domenica 23 ottobre stava camminando per Nalchik quando è stato arrestato senza motivo. “Agenti con il passamontagna si sono avvicinati a me e mi hanno immobilizzato a terra senza darmi spiegazioni e coprendomi di insulti. Per fortuna sono riuscito a chiamare un mio amico ai servizi segreti, che evidentemente si è mosso per tirarmi fuori dai guai. Mi hanno portato in prigione, mi hanno maltrattato ma dopo avermi riconosciuto non è stata usata violenza nei miei confronti. Ho avuto comunque modo di vedere quello che succedeva nelle stanze e nelle celle agli altri detenuti: venivano torturati come nemmeno la Gestapo faceva! Nessun avvocato presente, nessun interrogatorio, solo torture. Torture che duravano fino a quando il detenuto non diceva di essere colpevole e non faceva i nomi di altre persone. Sono rimasto in quell’inferno per 24 ore. Quando ho chiesto da bere perché avevo sete, un poliziotto mi ha risposto: ‘Niente acqua, ma potrai dissetarti con il sangue dei tuoi amici”.
Duemila arresti in due settimane. “Dal 13 ottobre in poi – continua a raccontare Tembotov – sono state arrestate almeno duemila persone a Nalchik, stando al numero delle denunce sporte delle madri dei ragazzi prelevati dalla polizia durante i rastrellamenti o fermati per la strada. Denunce che nessuno qui, nel governo locale, sembra minimamente intenzionato a prendere in considerazione. Le forze dell’ordine locali arrestano tutti i praticanti musulmani locali, tutti quelli che frequentano le moschee, tutti quelli che in passato hanno criticato il governo e chiunque abbia anche una minima macchia sulla propria fedina penale. E se non bastano, arrestano gente a caso. Il loro obiettivo è raggiungere il numero di arresti e di confessioni di ‘terrorismo’ prefissate da Mosca. E pur di farlo, non esitano a ricorrere alla tortura per ottenere false confessioni”.
Trasformare detenuti comuni in terroristi. La clamorosa denuncia di Tembotov era stata preceduta la scorsa settimana da una notizia riportata dal sito islamico russo Islam.ru in cui si leggeva che, proprio per raggiungere la quota prefissata di confessioni di terrorismo, anche i detenuti comuni che già stavano scontando una pena prima dei fatti del 13 ottobre, ora vengono torturati per convincerli a confessare la loro appartenenza a gruppi estremisti islamici. Una pratica che, a quanto pare, è stata autorizzata dall’amministrazione repubblicana della Cabardino-Balcaria. I fatti si riferiscono alla colonia penale di Kamenka e sono stati denunciati dall’avvocato Valery Khatazhukov, il quale ha raccolto le denunce dei familiari di alcuni di questi detenuti. I loro nomi sono Alexey Zaharov, Denis Kosenko, Atmir Karatsukov, Alim Khubiyev, Rustam Khaynazarov e Rajj Bulatov. “Azioni illegali che non contribuiscono in alcun modo alla stabilizzazione della situazione”, ha commentato l’avvocato Khatazhukov.
Musulmani arrestati e torturati anche in Adigezia. Questo provocatorio atteggiamento persecutorio delle autorità russe verso le comunità islamiche locali non fa che radicalizzare la conflittualità latente in queste regioni. E la cosa più grave è che questo avviene non solo là dove si sono già verificati scontri armati e attacchi terroristici, ma anche in quelle poche aree del Caucaso russo che sono rimaste, almeno per ora, immuni dal ‘contagio ceceno’, vale a dire la repubblica della Karachievo-Circassia e la regione del Krasnodar. Il 22 ottobre la polizia ha arrestato l’imam e i fedeli che uscivano dalla moschea di Maikop, capoluogo dell’Adigezia, provincia circassa nel cuore del Krasnodar. I detenuti sono stati portati in prigione, costretti a spogliarsi, picchiati e torturati per tutta la notte per far sì che confessassero di appartenere a ‘gruppi estremisti’. L’accusa con cui sono stati arrestati è che portavano tutti la barba lunga. Poi sono stati anche incriminati per ‘teppismo’. La locale comunità islamica ha dichiarato che questa azione è stata condotta su ordine di Mosca in relazione ai fatti di Nalchik. Fatti che, così, rischiano fortemente di ripetersi. Enrico Piovesana www.peacereporter.net/
Il terrore dopo la tempesta A Nalchik, duemila arresti in due settimane e torture per estorcere false confessioni
A due settimane dai sanguinosi fatti di Nalchik, capitale della repubblica russo-caucasica della Cabardino-Balcaria attaccata il 13 ottobre da un gruppo di guerriglieri islamici, arrivano le prime drammatiche denunce di quello che molti temevano: su ordine di Mosca le autorità locali hanno scatenato una durissima repressione poliziesca con arresti di massa (oltre duemila finora) e sistematico ricorso alla tortura per estorcere false confessioni di colpevolezza. A darne notizia una fonte non sospetta: un locale attivista politico del partito del presidente russo Putin, Russia Unita, che è stato arrestato e ha visto con i propri occhi quello che sta succedendo dentro le prigioni di Nalchik
“Berrai il sangue dei tuoi amici”. Ramazan Tembotov, in un’intervista a Gazeta.ru, ha raccontato che domenica 23 ottobre stava camminando per Nalchik quando è stato arrestato senza motivo. “Agenti con il passamontagna si sono avvicinati a me e mi hanno immobilizzato a terra senza darmi spiegazioni e coprendomi di insulti. Per fortuna sono riuscito a chiamare un mio amico ai servizi segreti, che evidentemente si è mosso per tirarmi fuori dai guai. Mi hanno portato in prigione, mi hanno maltrattato ma dopo avermi riconosciuto non è stata usata violenza nei miei confronti. Ho avuto comunque modo di vedere quello che succedeva nelle stanze e nelle celle agli altri detenuti: venivano torturati come nemmeno la Gestapo faceva! Nessun avvocato presente, nessun interrogatorio, solo torture. Torture che duravano fino a quando il detenuto non diceva di essere colpevole e non faceva i nomi di altre persone. Sono rimasto in quell’inferno per 24 ore. Quando ho chiesto da bere perché avevo sete, un poliziotto mi ha risposto: ‘Niente acqua, ma potrai dissetarti con il sangue dei tuoi amici”.
Duemila arresti in due settimane. “Dal 13 ottobre in poi – continua a raccontare Tembotov – sono state arrestate almeno duemila persone a Nalchik, stando al numero delle denunce sporte delle madri dei ragazzi prelevati dalla polizia durante i rastrellamenti o fermati per la strada. Denunce che nessuno qui, nel governo locale, sembra minimamente intenzionato a prendere in considerazione. Le forze dell’ordine locali arrestano tutti i praticanti musulmani locali, tutti quelli che frequentano le moschee, tutti quelli che in passato hanno criticato il governo e chiunque abbia anche una minima macchia sulla propria fedina penale. E se non bastano, arrestano gente a caso. Il loro obiettivo è raggiungere il numero di arresti e di confessioni di ‘terrorismo’ prefissate da Mosca. E pur di farlo, non esitano a ricorrere alla tortura per ottenere false confessioni”.
Trasformare detenuti comuni in terroristi. La clamorosa denuncia di Tembotov era stata preceduta la scorsa settimana da una notizia riportata dal sito islamico russo Islam.ru in cui si leggeva che, proprio per raggiungere la quota prefissata di confessioni di terrorismo, anche i detenuti comuni che già stavano scontando una pena prima dei fatti del 13 ottobre, ora vengono torturati per convincerli a confessare la loro appartenenza a gruppi estremisti islamici. Una pratica che, a quanto pare, è stata autorizzata dall’amministrazione repubblicana della Cabardino-Balcaria. I fatti si riferiscono alla colonia penale di Kamenka e sono stati denunciati dall’avvocato Valery Khatazhukov, il quale ha raccolto le denunce dei familiari di alcuni di questi detenuti. I loro nomi sono Alexey Zaharov, Denis Kosenko, Atmir Karatsukov, Alim Khubiyev, Rustam Khaynazarov e Rajj Bulatov. “Azioni illegali che non contribuiscono in alcun modo alla stabilizzazione della situazione”, ha commentato l’avvocato Khatazhukov.
Musulmani arrestati e torturati anche in Adigezia. Questo provocatorio atteggiamento persecutorio delle autorità russe verso le comunità islamiche locali non fa che radicalizzare la conflittualità latente in queste regioni. E la cosa più grave è che questo avviene non solo là dove si sono già verificati scontri armati e attacchi terroristici, ma anche in quelle poche aree del Caucaso russo che sono rimaste, almeno per ora, immuni dal ‘contagio ceceno’, vale a dire la repubblica della Karachievo-Circassia e la regione del Krasnodar. Il 22 ottobre la polizia ha arrestato l’imam e i fedeli che uscivano dalla moschea di Maikop, capoluogo dell’Adigezia, provincia circassa nel cuore del Krasnodar. I detenuti sono stati portati in prigione, costretti a spogliarsi, picchiati e torturati per tutta la notte per far sì che confessassero di appartenere a ‘gruppi estremisti’. L’accusa con cui sono stati arrestati è che portavano tutti la barba lunga. Poi sono stati anche incriminati per ‘teppismo’. La locale comunità islamica ha dichiarato che questa azione è stata condotta su ordine di Mosca in relazione ai fatti di Nalchik. Fatti che, così, rischiano fortemente di ripetersi. Enrico Piovesana www.peacereporter.net/
Lettera di Giuliano Giuliani a Megachip.
Caro Direttore,
ti mando, con preghiera di pubblicazione su Megachip. la lettera che ho inviato a un gruppo di amici e compagni genovesi sulla questione di una televisione da fare, quella che Giulietto Chiesa ha definito “Una televisione per un anno”. Vi chiedo di aprire un dibattito sul tema di una “televisione alternativa”, anzi di riaprirlo.
Parto dalla banale considerazione che la tv è uno strumento immensamente più potente della stampa per fare (dis)informazione: batte la stampa 10 a 1, ma occorre considerare (solo per stare al peggio) che nella stampa ci sono anche i fogliacci del cavaliere e dintorni, il riformista e via sporcandosi le mani.
Giulietto Chiesa sostiene che sia possibile fare per un anno un esperimento di questo genere: una tv satellitare, che si raccordi anche con una serie di televisioni locali e possa quindi ritrasmettere, in ricaduta o in registrato su quasi tutto il territorio nazionale. Pezzo forte del palinsesto quotidiano: un riassunto delle balle raccontate dai vari telegiornali di Mimun, Rossella e compari e offerta simultanea della notizia vera.
Possibile target valutato realisticamente, in fase consolidata, di un milione di telespettatori. Costo: un milione e mezzo di euro. Ho fatto due conti: anche se molti non arrivano più alla fine del mese, non sono pochi quelli che possono, diciamo con sufficiente tranquillità, privarsi una tantum di 100 euro. Bastano quindi quindicimila persone, in tutta Italia. In proporzione, a Genova ne basterebbero 200, diciamo anche 300 per aiutare le zone più povere o meno sensibili. Ma questo numero potrebbe essere minore, se lo sforzo di qualcuno arrivasse a 200 euro, cifra comunque non terrificante. E’ un obiettivo impossibile? Mi pare di no.
Due garanzie essenziali: la platea vasta di sottoscrittori (se uno versasse da solo mezzo milione di euro, poi vorrebbe inevitabilmente comandare e decidere programmi e minuti di sua presenza in video); l’assoluta libertà di informazione affidata a un gruppo di professionisti liberi da ogni forma di censura.
Ancora un attimo prima di partire con la raccolta? Potrebbe essere utile sapere da voi tutti se l’idea e le considerazioni sono una testimonianza di pazzia precoce o se vi sembra che abbiano un fondamento. In tal caso discutiamone senza perdere altro tempo. Per un programma decente di governo necessario a battere davvero questa destra cialtrona e pericolosa del partito unico, un minimo strumento informativo è assolutamente necessario.
Almeno proviamoci
Giuliano Giuliani
P.S. Ho sottoposto questa idea alle persone del mio indirizzario personale (circa 120 nominativi). Mi pare utile segnalare che nel giro di pochi giorni ho ricevuto 18 adesioni entusiastiche, e pareri positivi da altri che, per pigrizia, non hanno risposto alla e-mail.
Come inizio non mi sembra male.
....se vuoi dire la tua: contattaci@megachip.info
UE : premio Sakharov a dissidenti , libera stampa e difesa diritti umani di red
Il premio del parlamento UE per la liberta' di espressione intitolato a Sakharov e' stato assegnato per il 2005 al movimento femminile di opposizione cubano "Damas de Blanco", all'avvocato nigeriano per i diritti umani Hauwa Ibrahim ed all'organizzazione internazionale per la liberta' di stampa Reporter senza frontiere.
La conferenza dei presidenti dei gruppi del parlamento europeo ha deciso infatti ieri di insignire del riconoscimento contemporaneamente i tre candidati.
Le "donne in bianco" manifestano pacificamente ogni domenica contro la detenzione dei loro mariti e figli in prigione a L'Havana per ragioni politiche.
Hauwa Ibrahim e' un legale che opera nei tribunali dove vige la legge della sharia e difende i diritti delle donne condannate a morte per lapidazione per adulterio e quelli dei minori a rischio di amputazione per effetto della legge islamica.
Reporter senza frontiere opera con campagne di sensibilizzazione e denuncia sulla liberta' di stampa nel mondo.
Il premio e' stato vinto, nelle precedenti edizioni, fra gli altri da Nelson Mandela, Aung San Suu Kyi, le madri di Plaza de Mayo, Taslima Nasreen, Leyla Zana, Kofi Annan e, lo scorso anno, dall'associazione bielorussa di protezione della liberta' di stampa.
www.osservatoriosullalegalita.org
Il lascito di Rosa di J.L. Chestnut, Jr. Rosa Parks, il simbolo della battaglia dei neri d'America, colei che si rifiutò di lasciare il posto su un autobus a un bianco negli anni cinquanta, questa settimana se ne è andata. Chi oggi negli Usa ne può ereditare l'immenso patrimonio morale e culturale? Rosa Parks se ne è andata il 24 ottobre del 2005.
È stata una donna modesta ed eccezionale, è stata il simbolo della battaglia dei neri in questo paese [gli Usa, NdT]: rifiutandosi di cedere il proprio posto sull’autobus a un nero, questa umile ma straordinaria donna ha insegnato ai neri d’America come stare in piedi. Rosa Parks ha dato nascita al movimento che ha cambiato gli Stati Uniti d’America. L’ho incontrata molte volte, ma non posso dire di averla conosciuta.
La morte di Rosa Parks questa settimana mi ha fatto pensare ancora una volta alla leadership dei neri, quella di oggi e quella di domani.
Come giovane e militante avvocato a Selma e a Birmingham [due tra i principali centri dell’Alabama, NdT] durante i turbolenti e pericolosi anni sessanta, arrivai a conoscere personalmente Martin Luther King, Malcom X, Thurgood Marshall, Fred Shuttlesworth, John Lewis, Bernard Lafayette, James Foreman e molti altri leader neri di quel periodo. Uomini che lottavano per ciò in cui credevano, uomini coraggiosi. Nella vita privata, alcuni di essi avevano idee politiche contrastanti tra loro, altri non si apprezzavano reciprocamente sul piano personale, ma solitamente si complimentavano a vicenda soltanto per il piacere della provocazione. Nessuno di loro era una persona perfetta, ognuno di loro aveva tanti difetti.
Questi erano i veri leader neri. Diversi non sono sopravvissuti ai terribili anni sessanta, e per questo sono stati mitizzati dai leader “mainstream”. È stata una rivelazione aver studiato il trattamento che l’America ha riservato ai propri leader neri, mentre erano vivi e dopo la loro morte. Né Martin Luther King né Malcom X erano ben visti da molti bianchi: dopo quarant’anni dal suo assassinio Martin Luther King è citato (e spesso mal interpretato) da leader bianchi quasi ogni giorno. È stata inoltre una rivelazione aver compreso come quell’America non temesse in realtà King in persona, ma temesse quelli che erano considerati i suoi irraggiungibili obiettivi.
D’altra parte, gli Stati Uniti hanno sempre demonizzato i leader neri come Malcom X che, dopo tutti questi anni dal suo omicidio, continuano tuttora a essere così temuti dall’America “ufficiale”. Il giovane Malcom X è stato uno dei primi a divenire una completa icona mediatica e ad elevare astutamente il linguaggio e la musica dei neri al livello di una forma d’arte. Le sue armi principali erano la provocazione e il ricorso ad acute immagini televisive per “promuovere la paura” nell’America bianca.
Malcom non ha mai sferrato un cazzotto a nessuno, bianco o nero che fosse, e, per quanto io possa dire, non è mai stato una persona violenta, come del resto non lo era Martin Luther King; ciononostante, egli ha accuratamente sfruttato l’attenzione dei media per costruirsi l’immagine della personificazione del nero combattente e virile che avrebbe colpito la colpevole America dei bianchi.
Oggi mi viene da sorridere ogni volta che un afro-americano “hiphoppeggiante” mostra il suo poster preferito: Malcom X che appare minacciosamente da dietro le tende come l’apostolo della resistenza armata, pronto a fare piazza pulita dei cattivi con il suo fucile a canne mozze.
Molti degli amanti dell’hip hop e molti nostalgici considerano Malcom e King come degli irriducibili reciproci avversari, ma i due leader si sono indirettamente aiutati l’un l’altro nel cambiare gli Usa. King nella legge, Malcom nella nostra coscienza. Le minacce mediatiche di Malcom hanno aiutato King nell’ottenere le proprie vittorie.
Nel 1965, su sua richiesta, riuscii a far incontrare segretamente Malcom con King e Abernathy nel carcere di Selma (un fatto ignorato ancora oggi dai famosi nostalgici sebbene ne abbia dettagliatamente narrato nella mia autobiografia del 1990). King e Malcom realizzarono di apprezzarsi a vicenda, e Malcom lo dichiarò durante l’unico giorno che nel 1965 trascorse a Selma per tenere un comizio.
Il successore di Malcom X, Louis Farrakhan, ha gli stessi problemi che aveva il giovane Malcom: bianchi potenti possono riuscire a piegare la forza dei neri.
Ai tempi di Malcom, tuttavia, non c’era nessuna arrendevolezza, e gli uomini politici neri opportunisti agivano da cuscinetto tra i leader bianchi e l’America nera. Malcom, King e la NAACP [National Association for the Advancement of Colored People, NdT] avevano quasi campo libero. La condizione di Farrakhan è diversa, ma per certi aspetti analoga.
Come Malcom, Farrakhan è arguto, scaltro, e, naturalmente, non dice altro che la verità riguardo al razzismo, negli Usa e ovunque nel mondo. Dunque, i conduttori televisivi, che si considerano più intelligenti di qualsiasi (altro) nero, non perdono occasione per tentare di far apparire Farrakhan come scandaloso e irresponsabile. Ci provano continuamente.
Di fronte alle telecamere, questi ben pagati e celebri personaggi attaccano Farrakhan con veemenza razzista, ma falliscono: Farrakhan non si lascia intimidire – anzi, rappresenta proprio il modello che queste persone hanno sempre sognato di diventare – e fa di loro quello che vuole. Ogni personaggio della TV bianco cerca di sedurre altri neri a contestare Farrakhan. Negli ultimi anni non so quante volte mi sia stato chiesto: “Hai sentito cos’ha detto ieri Farrakhan? Non hai niente da dire a riguardo?”
Se una persona di colore negli Usa tra le cento cose positive che dice di Farrakhan ne aggiunge una negativa, lo spezzone televisivo che ne esce sarà intitolato: ”I neri d’America parlano male di Louis Farrakhan”.
Allo stesso modo, Jesse Jackson [il leader nero ex candidato alla Casa Bianca, NdT] verrà rifiutato per sempre per aver definito New York come “la città dei rabbini”. Le scuse di Jesse sono state completamente ignorate. Pochi giorni dopo l’incidente, gli consigliai di lasciar perdere la linea difensiva e di iniziare a contrattaccare. Non voler perdonare un nero senza alcuna autorità che inciampa in un infortunio del genere quando sistematicamente si evita di far caso alle reiterate ingiurie razziste dei nostri funzionari di governo, questo sì che è razzista. Ronald Reagan lanciò la sua campagna elettorale con un affondo razzista in un discorso pubblico a Filadelfia. La stampa non ci fece nemmeno caso.
I neri che insistono sul fatto che certi bianchi non vogliano sentire ragioni vengono costantemente demonizzati. I neri che dicono quello che i bianchi vogliono sentirsi dire vengono promossi. Nel 1991, il presidente Bush nominò un nero, Clarence Thomas, come membro della Corte Suprema, parlando di lui come “della persona meglio qualificata per quella posizione”. Data la modesta carriera accademica di Thomas, data la sua giovane età, la sua totale mancanza di esperienza in controversie legali e il suo trascurabile curriculum, la nomina non fu altro che il risultato di tutte le cose che Thomas disse in quegli anni a favore delle tendenze razziste nel paese.
Il quadro potrebbe essere completato da molti altri esempi. Thomas Sowell, Walter Williams, Shelby Steel e Gleen Loury (prima di ricredersi) e un gruppo di cosiddetti altri intellettuali di colore hanno ottenuto immediata celebrità a livello nazionale unicamente per aver minimizzato in questi anni la portata di diversi comportamenti razzisti negli Usa.
Questa gente non può essere citata assieme a Rosa Parks.
Troppo spesso, in questo 2005, questi opportunismi privi di alcun senso vengono apostrofati come “leadership dei neri”. Che Dio ci aiuti.
J.L. Chestnut, Jr. è un avvocato statunitense residente a Selma, Alabama, che da sempre si occupa di diritti civili. È il fondatore di ‘Chestnut, Sanders and Sanders’, il più importante studio legale gestito da neri dell’Alabama. Nato a Selma, si è laureato alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Harward e nel 1958 ha iniziato la pratica legale a Selma. Quando iniziò, era l’unico avvocato di colore della città, e fu costretto a sfidare l’establishment di allora. Il suo studio è ora proprietario di due emittenti radiofoniche di Selma e Chestnut ospita il programma radiofonico più popolare dell’Alabama sud-occidentale. È autore con Julia Class di ‘Black in Selma’ (Farrar, Straus and Giroux, 1989)
Fonte: http://www.counterpunch.org/ Tradotto da Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media
“Flexicurity”, la pozione magica Il modello della “flexicurity”, di origine danese, spopola tra la classe politica europea, che lo considera il rimedio alla crisi del modello sociale. Che pensare del "miracolo danese"? Flessibilità + sicurezza = Flexicurity, la strategia politica che mira a rendere il mercato del lavoro flessibile, assicurando al contempo una forte protezione sociale, soprattutto per i lavoratori più precari. Un’idea di successo, se è vero che il bilancio macroeconomico della Danimarca è proprio dovuto all’averla scelta come dottrina sociale di riferimento. Non solo. L’Austria, che assumerà la Presidenza dell’Unione Europea nel gennaio 2006, l’ha posta tra le priorità della sua agenda politica. Immaginatevi un tasso di disoccupazione del 6%, un tasso di occupazione femminile e giovanile straordinariamente elevato e soltanto l’1,2% della popolazione che soffre di una disoccupazione di lunga durata. Il tutto guarnito con un Pil di 34.700 euro pro capite. Aggiungeteci un pizzico di politiche redistributive, investimento nel settore dell’istruzione pari all’8,5% del Pil, fondi che si riflettono nella buona riuscita degli studenti. E infine infornate il tutto in uno dei contesti sociali che riscuotono più successo in assoluto in quanto a consenso... Et voilà il “miracolo danese”.
Gli ingredienti della “flexicurity”: flessibilità, sicurezza e attività
La flessibilità la si riscontra tanto nella mobilità dei lavoratori – tra i 600.000 e i 700.000 danesi cambiano lavoro ogni anno – quanto nella facilità con cui si può licenziare. Un lavoratore di un’impresa di lavori pubblici può essere licenziato con un preavviso di tre giorni e senza che l’azienda debba direttamente sborsare nessuna indennità: situazione, questa, che scatenerebbe scioperi generali in diversi paesi. In Danimarca, tuttavia, le parti sociali vanno piuttosto d’accordo, per la semplice ragione che sono loro che fissano le regole nel mercato del lavoro. I danesi, d’altro canto, possono contare su sussidi di disoccupazione abbastanza generosi. Ricevono fino al 90% del loro salario, per un massimo di quattro anni. Politica che sarebbe inefficace se non fosse accompagnata dalle famose “politiche di attivazione”. Che sono basate sulle nozioni di diritto e dovere così care ai danesi, il cui scopo è di spingere i lavoratori a trovare rapidamente un nuovo impiego. Il disoccupato deve seguire un “piano individuale di attivazione”, che gli permette di seguire dei corsi professionali e, grazie alla “rotazione del lavoro”, di sostituire i lavoratori in congedo o in formazione.
Il consenso prima di tutto
Ai nostri politici, impazienti di applicare questa pozione magica capace di dinamizzare la politica economica e sociale, dispiacerà sapere che il successo danese è il frutto di un processo a lungo termine che ha portato a questi frutti solo nel 1994, sotto la guida dei socialdemocratici. Quando furono create le prime politiche di attivazione, queste avevano lo scopo di dare lavoro a un gran numero di persone, riducendo allo stesso tempo i periodi in cui era possibile percepire sussidi di disoccupazione. Questa politica è stata condotta da governi di destra come di sinistra, grazie a un consenso sociale esemplare che risale al 1899, l’anno del “compromesso di settembre”. Da oltre un secolo la cultura corporativa si è radicata in una società nella quale l’80% dei cittadini è iscritta ad un sindacato. Tale intesa è anche politica, visto che l’elezione di governi di minoranza ha costretto a governare con l’appoggio dell’opposizione. Si tratta, quindi, di un elemento centrale del “miracolo danese”, che rende impossibile la sua esportazione in altri paesi.
Durerà il sistema danese?
Dal 2001 la coalizione liberal-conservatrice guidata da Føgh Rasmussen ha accentuato il lato “flessibilità”, concentrandosi su concetti quali la responsabilità individuale e il risanamento morale del popolo danese. Il celebre programma “Flere i Arbetje” (“Più persone al lavoro”) intende mettere al lavoro il maggior numero di persone, non esitando a decrementare i sussidi sociali e a gelare le imposte. Due misure che mettono in pericolo il sottile equilibro della “flexicurity”, quindi. Invecchiamento della popolazione e immigrazione rimettono ugualmente in questione la durata di questo modello. Da qui al 2040, almeno 1,2 milioni di persone – rispetto allo 0,8 di oggi – avranno più di sessantacinque anni. La soluzione prospettata, al momento, è di persuadere i lavoratori ad andare in pensione sempre più tardi e di spingere i giovani a entrare nel mercato del lavoro sempre prima. Questi provvedimenti sono stati presi in considerazione anche in altri paesi. Ma come fare poi in modo che il consenso sopravviva di fronte a un’immigrazione esclusa da questo “miracolo danese”? Nutrendo la popolazione di discorsi xenofobi, il Primo Ministro ha ridotto i benefici sociali degli immigrati dal 30 al 40% nei primi sette anni di permanenza in Danimarca, con lo scopo di incoraggiarli a trovare un impiego. Il miracolo non è certo facilmente divisibile…
Per un nuovo contratto sociale europeo
È tempo di proporre un nuovo contratto sociale ai cittadini europei, centrato su un tasso di occupazione femminile elevato, investimenti nei giovani, flessibilità del lavoro combinata ad un sistema di protezione sociale elevata e servizi pubblici di qualità. Un programma di Lisbona, accompagnato da una reale volontà politica. Soltanto allora, forse, altri miracoli si produrranno altrove in Europa… www.cafebabel.com/it/ Sarah Wolff - Brussels
La svolta dei socialisti albanesi Indrit Maraku La leadership del Partito socialista albanese cambia volto. Dopo quindici anni esce di scena l’ex leader Fatos Nano. La nuova guida sarà il sindaco di Tirana Edi Rama, mentre il segretario generale del partito sarà l’ex ministro della difesa Pandeli Majko Edi Rama Quindici anni dopo la sua nascita, il Partito Socialista albanese (Ps) ha un nuovo leader: Edi Rama, il giovane sindaco di Tirana, ha vinto la dura battaglia con l’ex presidente della Repubblica, Rexhep Meidani, aggiudicandosi 297 voti a favore (146 in più del suo rivale) al congresso straordinario del partito tenutosi nei primi giorni d’ottobre.
Al posto di segretario generale è stato scelto l’ex ministro della Difesa, Pandeli Majko, anch’egli d’età giovane, ma sostenitore dell’ala conservatrice all’interno dei socialisti albanesi. Una scelta che sembra essere un vero e proprio compromesso e che ha scansato il pericolo di una nuova scissione nel Ps, creatosi dopo la bocciatura di una piattaforma piena di riforme radicali presentata da Rama il primo giorno dei lavori. Un motivo, questo, che ha spinto molti critici a definire quella di Edi Rama “una vittoria immorale”. Ma si tratta anche di una svolta storica nella vita dei socialisti albanesi: sia Majko che Rama appartengono alla nuova generazione di politici, entrambi dichiaratamente anti-comunisti.
Strana vittoria
Ha perso la sua causa, quella di far approvare al congresso una piattaforma pensata per una riforma radicale del Ps, ma alla fine è riuscito a farsi eleggere a larga maggioranza a capo del partito. Decisamente una vittoria paradossale, quella di Edi Rama, prodotto del compromesso tra le due correnti all’interno dei socialisti. Una vittoria immorale, secondo Andi Bejtja, una delle firme più prestigiose del giornalismo albanese, poiché dopo la bocciatura del suo programma Rama non doveva far altro che dimettersi. Una responsabilità che si è preso invece l’ormai ex segretario generale del partito, Gramoz Ruci, scansando il rischio di una nuova scissione.
Pandeli Majko Così, a 15 anni dalla sua creazione cambia anche il numero due del partito: il ruolo del segretario generale è stato affidato all’ex ministro della Difesa, nonché ex Primo ministro, Pandeli Majko, appartenente alla corrente conservatrice all’interno del partito che fa capo a Fatos Nano.
Una svolta storica
“Come sarà la convivenza tra Rama e Majko?”, si chiedono in molti in Albania. Già, perché fino al giorno prima del congresso i due non facevano altro che lanciarsi critiche a distanza: il sindaco di Tirana appartiene all’ala riformista del Ps, Majko a quella conservatrice. Ma i primi giorni di vita del nuovo “duo” sembrano aver tranquillizzato tutti: “Rexhep Meidani, Petro Koci, Pandeli Majko, non saranno miei avversari, ma i miei più stretti collaboratori nella strada del Ps verso la vittoria”, ha detto Rama. Frasi di riavvicinamento anche da parte di Majko che ha detto di “apprezzare i valori di Edi Rama” senza però negare quelli che ha definiti come i “vecchi valori del Ps” come Nano, Gramoz Ruci e Servet Pellumbi “con i quali continuerò a consultarmi”.
Ma nonostante queste incongruenze, secondo gli analisti, Rama e Majko hanno molto più punti in comune di quello che può sembrare. Entrambi hanno dimostrato di saper lavorare bene senza perdersi in chiacchiere: le opere di Rama come sindaco di Tirana sono tangibili per tutti, come del resto gli Albanesi ricordano ancora la buona gestione di Majko della crisi kosovara nella primavera del 1999, quando centinaia di profughi assaltarono il confine tra i due Paesi cercando di mettersi al riparo dalla guerra.
Entrambi, poi, sono di età giovane, appartenenti alla nuova generazione di politici che non ha nessun legame con il passato: Rama ha 41 anni, Majko 39. Creatosi nel 1991 dalle ceneri del disciolto Partito del Lavoro del dittatore comunista Enver Hoxha, per la prima volta nella sua storia il Partito socialista ha nel suo vertice due anti-comunisti dichiarati: un evento storico, com’è stato largamente definito.
Una conferma in questo senso è arrivata nei giorni successivi al congresso con il rinnovo degli organi dirigenti del partito dove i nomi di molti ex deputati ed ex ministri sono stati rimpiazzati da figure nuove. Ma il segno più tangibile è stato dato da Rama e Majko nella città di Scutari, capoluogo del nord Albania ritenuto da sempre roccaforte dei democratici. Davanti all’elettorato di sinistra, i due hanno pubblicamente chiesto scusa per la mal gestione del governo di Nano di molti problemi che toccano la città.
La metà mancante di Berisha
Che fine ha fatto Nano? “Continua a fare la politica albanese via telefono”, dicono, ma in realtà l’assenza dello storico leader dei socialisti e aspro rivale di Sali Berisha, ha lasciato un vuoto ancora da colmare. Per 15 anni l’opinione pubblica si era abituata agli scontri dei due al punto da pensare che “nessuno poteva fare a meno dell’altro”.
Ma sono loro stessi ad ammetterlo: Nano ha definito Berisha “un regalo di Dio”, aggiungendo che “per quanto lui rimarrà in politica, i socialisti rimarranno al governo”; dal canto suo Berisha ha svelato in una recente intervista di aver addirittura aiutato Nano in uno dei suoi scontri in Parlamento con gli scissionisti di Ilir Meta quando quest’ultimi facevano ancora parte del Ps.
Secondo alcuni analisti, per Berisha sarà molto più difficile governare senza Nano alla guida dell’opposizione. Il nuovo Premier dovrà ora confrontarsi con Edi Rama, una figura che coglie favori anche tra l’elettorato di destra. “Le accuse di Berisha nei confronti di Rama sono poche per farlo sentire sicuro a capo della maggioranza – scrive Altin Kreka, vice capo redattore di ‘Gazeta Shqiptare’, in un suo editoriale – Berisha stesso sa che anche tra l’elettorato di destra c’è chi guarda Rama con ammirazione. Per essi, l’unico male di Rama è il colore rosso della sua tessera, ma questo si dimentica facilmente quando pensi ai cambiamenti che egli porta ovunque con l’immagine che ha creato attorno a sé”.
Di sicuro per ora c’è la nostalgia che Berisha nutrirà nei confronti del suo storico rivale… almeno fino a quando non riuscirà a trovare un altro da accusare di corruzione, criminalità organizzata e povertà. Accuse che non reggono nei confronti di Rama, ma con questa filosofia Berisha e Nano hanno intrapreso molte campagne e vinte molte battaglie. www.osservatoriobalcani.org/
Norvegia: nasce il nuovo governo
Le elezioni dello scorso 12 settembre hanno come previsto sancito la sconfitta della coalizione di centrodestra e dato il via alla creazione di un governo rosso-verde formato da tre partiti, il socialista, il laburista, e quello di centro. Nelle scorse settimane la nuova squadra ha messo a punto un programma di governo preciso e altamente condiviso. Tasse e rapporti con NATO e UE sono i punti su cui si gioca la vita politica norvegese.
Mauro Botti
Equilibri.net Una nuova squadra per la Norvegia
Lunedì 17 ottobre il sovrano di Norvegia Harold V ha ricevuto dalle mani di Jens Stoltenberg la lista dei componenti del nuovo gabinetto che governerà lo stato scandinavo per i prossimi quattro anni. La composizione della squadra di governo riflette in maniera precisa tanto il risultato delle elezioni avvenute ormai più di un mese orsono quanto le due settimane di consultazioni tra i partiti desiderosi di formare una coalizione. Ha così termine una fase di velata incertezza iniziata ben prima della chiamata alle urne, quando ormai era chiaro agli osservatori interni e internazionali, alla classe politica e agli stessi elettori che non ci sarebbe stato un nuovo mandato per la coalizione di centrodestra capeggiata da Bondevik. Il fatto che anche nel 2005 le Nazioni Unite abbiano identificato (quinto anno consecutivo) la Norvegia come il miglior luogo al mondo dove vivere, rende particolarmente complicato comprendere il motivo per cui così tanti norvegesi volessero voltare pagina. E’ possibile tuttavia che due elementi su tutti abbiano influito in questo ultimo anno. Il primo è la scelta, condotta durante tutti gli anni della legislatura, da parte del governo di centrodestra, di ridurre sensibilmente e costantemente la pressione fiscale, primario carburante del welfare system norvegese. Questa politica, che mirava a garantire una maggiore capacità d’acquisto e una decisiva spinta verso la flessibilità degli stipendi in un paese dove le differenze nelle retribuzioni di mestieri anche diametralmente opposti sono poco consistenti, tuttavia, è stata con ogni probabilità percepita come un pericolo per un sistema che fornisce assistenza gratuita dalla culla alla tomba. Un’ulteriore elemento è stato sicuramente il rapporto privilegiato con la NATO e con l’Unione Europea perorato da Bondevik e dai suoi uomini nei quattro anni di governo: la Norvegia ha ampiamente dimostrato di non essere ancora pronta a vedere intensificati i legami con i più importanti organismi internazionali operanti in occidente senza farsi prendere dalla paura della perdita di sovranità nazionale.
Le trattative
Non a caso queste due questioni sono state al centro delle trattative tra i tre partiti usciti vincitori dalle elezioni del 12 settembre scorso. Il grande successo del partito laburista (Arbeiderpartiet) ha sicuramente reso evidente che la coalizione sarebbe dipesa principalmente sul programma laburista, ma le due pugnaci leader degli altri due partiti decisi ad entrare nella coalizione non erano certamente disposte a scendere a patti sui punti cardine del loro programma. Il 26 settembre, due settimane dopo le elezioni, quindi, il segretario del partito laburista Jens Stoltenberg, Kristin Halvorsen, leader del partito socialista (Sosialistisk Venstreparti), e Aslaug Haga, a capo del partito rurale di centro (Senterpartiet), si sono dati appuntamento a Soria Moria, hotel e centro per conferenze sulle colline sovrastanti Oslo, per mettere a punto un programma comune e formare una coalizione di governo. I punti di contrasto tra i tre partiti non mancano e il protrarsi dei lavori ha fatto in alcuni momenti temere che la Norvegia potesse entrare in una crisi istituzionale senza precedenti, priva ormai di un governo delegittimato dal voto e non ancora certa di averne un altro a breve. Dopo tre settimane di fitti dialoghi, come, detto, Stoltenberg è riuscito a formare un nuovo gabinetto, frutto di una coalizione formata da un partito, quello socialista, che per la prima volta si affaccia al governo del paese, e da uno, quello laburista, che quando nel passato si è trovato al governo è sempre stato da solo. Nella conferenza stampa che sanciva la fine dei dialoghi tra i partiti, il futuro premier Stoltenberg ha tenuto a precisare che l’incontro aveva visto “tre vincitori e nessuno sconfitto”, volendo con questa espressione sottolineare come un progetto unico fosse stato raggiunto. Uno dei punti centrali delle discussioni è stato certamente l’ambiente, in vista di un accordo sia per quanto riguarda la costruzione di nuovi impianti d’estrazione di petrolio o la ricerca di giacimenti nuovi nel mar di Barent (la Norvegia è il terzo paese produttore al mondo, preceduto solo da Arabia Saudita e Russia), sia per la politica da adottare per il ripopolamento di lupi nelle montagne centrali o contro il decisivo aumento dei livelli di diossido di carbonio nell’aria. E’ stato inoltre trovato un accordo per maggiori investimenti da dedicare alle istituzioni regionali e locali, un aumento rispetto a quest’anno di circa 5,4 miliardi di corone (832 milioni di dollari), e una maggiore attenzione alle politiche sull’infanzia e sulla terza età, con investimenti la cui entità sarà nota al momento della pubblicazione del documento di programmazione finanziaria a cui già da ora il neonato gabinetto sta lavorando. Tutte queste politiche hanno spinto gli osservatori a notare che con ogni probabilità la pressione fiscale sarà destinata non solo a non diminuire, ma a crescere rispetto ai livelli del 2004 e 2005 per poter affrontare questi investimenti. Di questo non c’è da stupirsi, dal momento che è stata proprio la paura di rischiare di perdere i privilegi del welfare norvegese finanziati dalle tasse che ha spinto gli elettori a cambiare pagina.
La politica estera
Decisamente più complicate sono state le trattative sulla politica estera e i rapporti con organizzazioni internazionali come NATO e UE. Mentre tutti e tre i partiti erano concordi nell’intensificare la già massiccia e preziosissima presenza internazionale in campo umanitario e di assistenza della Norvegia, l’eventuale ingresso nella UE e il desiderio (manifestato dai socialisti e da diversi membri degli altri due partiti) di uscire dalla NATO, rappresentavano argomenti spinosi nonché la principale ragione della lunghezza dei colloqui. Il primo, come per gli altri paesi dell’area scandinava, è un argomento particolarmente delicato, che fa sorgere nelle menti degli elettori timori difficilmente controllabili e soprattutto difficilmente situabili politicamente. Consci di ciò, i tre leader hanno iniziato i dialoghi precisando di “essere d’accordo di non essere d’accordo” e di proseguire una politica di attesa, rinviando il dibattito. Accanto infatti all’europeismo, chiaro seppur delicato, del partito laburista convive un vivo spirito antieuropeo del partito socialista ma soprattutto del partito di centro, legato all’ambiente rurale e alle zone più esterne del paese, il cui leader Haga è stata l’anima della protesta degli allevatori e dei contadini contro ogni intrusione esterna, segnatamente del WTO, riguardo le tariffe sia sul mercato interno che su quello estero. Diverso invece il caso della presenza della Norvegia nella NATO. Nelle settimane precedenti le elezioni Stoltenberg aveva più volte reso nota la posizione del suo partito, che era quella di ritirare le truppe dall’Iraq, anche quelle sotto l’egida della NATO. Questa visione, accompagnata alla ormai famosa e consolidata posizione del partito socialista favorevole addirittura all’uscita della Norvegia dalla NATO, ha senza dubbio portato alla creazione di una atmosfera talmente tesa nei quartieri generali atlantici che sia Bush, nel comunicato di congratulazioni per la vittoria delle elezioni, sia il sovrano, in una lettera al presidente statunitense, hanno sentito il bisogno di ricordare ufficialmente i rapporti di stretta amicizia che intercorrono tra USA e Norvegia fin dal termine della Seconda Guerra Mondiale. Al termine delle trattative tra i tre partiti, c’era quindi grande attesa per la lettura del comunicato affidato ad Haga: esso recitava che il governo proporrà sì al parlamento di ritirare le truppe dall’Iraq, ma non tutte. La Norvegia infatti ha tre tipi di truppe in Iraq: quelle impegnate nella stessa missione delle truppe italiane, gruppi di ufficiali impegnati in esercitazioni della NATO e ufficiali direttamente sotto il comando NATO. Solo le ultime unità rimarranno in loco, mentre le altre verranno richiamate in patria non appena possibile.
Svolta a sinistra?
Leggere attentamente i risultati delle elezioni norvegesi tuttavia può aiutarci a non commettere un grave errore. Nonostante il governo venga formato da una coalizione di centrosinistra che potrà godere di 87 seggi su un totale di 169, infatti, la bilancia politica norvegese non pende assolutamente verso sinistra. Il partito socialista, infatti, per la prima volta al governo, ha però ottenuto uno dei peggiori risultati della sua storia, perdendo quasi 4 punti percentuale rispetto alle elezioni del 2001, mentre il partito che è cresciuto di più non è il laburista, che pure ottiene uno schiacciante 32,8 % e 60 seggi, bensì il Partito del Progresso (Fremskrittspartiet), partito della destra populista che non prese parte alla coalizione governativa capeggiata da Bondevik, antieuropeo e protezionistico. Risulta quindi evidente che gli elettori più che virare a sinistra hanno bocciato i due principali partiti di governo (il liberale, anch’esso nella coalizione ma in posizione defilata a causa dei soli 2 seggi, guadagna addirittura 2 punti percentuale), il Cristiano-democratico (Kristelig Folkeparti) del premier Bondevik, e soprattutto il conservatore (Hoyre), reo di non essere stato in grado di fronteggiare il predominio dell’ex premier e per la prima volta non più il primo partito del centrodestra. Questo è evidente anche dalla scelta dei 19 ministri che andranno a giurare davanti al re al più presto. Accanto ai leader dei due partiti minori della coalizione, che andranno ad occupare i due ministeri cardine, quello delle finanze (Halvorsen) e del governo locale (Haga), la scelta dei nomi è stata su tecnici o comunque su personaggi defilati rispetto alla politica parlamentare: in particolare, è importante notare che il ministero degli esteri spetta all’ex direttore della Croce Rossa Norvegese (stimata da molti seconda solo a quella italiana) Jonas Gahr Store, mentre quello dell’ambiente ad uno dei più influenti ministri della Chiesa di stato norvegese, Helen Bjornoy, fino al mese scorso autorevole candidata a vescovo di Oslo. Da segnalare anche che 9 ministri su 19 sono donne, a dimostrazione di un’altra contraddizione di un paese che da una parte risulta essere all’avanguardia per quanto riguarda le pari opportunità, dall’altra conserva una norma costituzionale che obbliga il parlamento ad avere almeno 85 seggi occupati da membri appartenenti alla Chiesa di stato (a capo della quale è il re e della quale fanno parte diversi membri del gabinetto, tra cui Halvorsen e Haga). Questa e altre incongruenze saranno destinate ad affiorare nei prossimi anni, specialmente se gli introiti provenenti dal petrolio dovessero calare, come annunciato da molti già da tempo.
La lettera di Amato e Parisi Bfaber Che sorpresa! Dopo dieci giorni dall'evento, Amato e Parisi sentono la necessità d'inviare una lettera al direttore della Repubblica sulle primarie che, come ovvio, la pubblica con rilievo in prima pagina con un titolo paradossale ed evocativo, ma sostanzialmente fedele al contenuto. E' paradossale conclamare ai partner europei la nascita di questa forza politica, come se le primarie non avessero, invece, messo in evidenza la sola intenzionalità degli elettori, espressa a prescindere dagli originali intendimenti dei partiti, ben lontani da simili propositi. E' evocativo, purtroppo, il richiamo all'Ulivo, come se questo fosse una nuova idea progettuale in luogo di una proposta politica più volte vagliata dai partiti ed infine abbandonata dagli stessi promotori. Patetico, infine, il pensiero che gli elettori, quelli delle primarie, possano offrire la loro partecipazione alle assemblee dei partiti, appena questi la richiedano, se è già difficile e carente quella degli iscritti. Illusoria, per chiudere, l'evenienza di reale cooperazione tra i partiti, prima e dopo le elezioni, ammesso ma non concesso che questa sia la strada da percorrere per gestire la più grande forza politica d'Europa. Ma perché e per chi hanno scritto questa lunga lettera? www.ulivoselvatico.org/
ottobre 27 2005
ER CAGHETTA: FINI CANDIDATO PREMIER di Gian Antonio Stella
da: http://www.politikon.it/modules/news/article.php?storyid=361
[i]«Un giorno si avvicina a un gruppo di giapponesi e coi suoi modi sussiegosi li ricopre di insulti, sicuro che quelli non lo avrebbero capito: “Pidocchiosi, teste di cazzo, coglioni”. Così per ridere. Anche loro ridevano...» [/i]
Chissà se Francesco Storace si lascerebbe andare anche oggi in confidenze come quella fatta pochi anni fa al «Giornale» sull’idea eccentrica di svago del Signor Vicepresidente del Consiglio del «Berlusconi secondo» onorevole dottor Gianfranco Fini.
Chissà se riderebbero ancora, i giapponesi vittime della cameratesca goliardata. E chissà se riderebbe lui, il vatusso bolognese che tiene assai all’immagine che si è dato nel tempo di asciutto statista.
Certo è che, come persona, appare un po’ più complesso di quanto lasci pensare la sua figura di freddo e distaccato professionista della politica. Basti ricordare cosa rispose il giorno in cui gli chiesero se «sinceramente» non stesse pensando di scaricare il suo amico Silvio, che passava giorni di grande difficoltà. Rispose: [i]«Sinceramente non me lo può chiedere. Io non sono sincero quando parlo di queste cose. Anzi, sono reticente». [/i]
Francesco Cossiga, che pure non ha mancato di dargli qualche scappellotto («Se non la smette di dire che D’Alema è comunista tornerò a chiamare lui fascista»), è arrivato a definirlo «un Tony Blair di destra» e a donargli un giudizio apparentemente lusinghiero: [i]«È il migliore. Porta avanti il suo gioco politico con una buona lucidità.
Ma è privo dei supporti dottrinari. Non so se legga qualche libro. So che mischia un po’ tutto: Evola e il liberismo, la conservazione e il libertarismo». [/i]
Traduzione dal cossighese: un grande tattico esperto di pura tattica. Senza tante ideologie. E senza spessore. «Cuore» gli dedicò un titolone folgorante: Voto Rutelli.
Questi fascisti mi fanno paura. Il sommario diceva: [i]«Mi sento anche un po’ extracomunitario, ebreo e comunista, per non parlare delle mie nuove tendenze omosessuali."[/i] Sconcerto tra i suoi sostenitori: d’accordo capo, basta col fascismo, ma possiamo almeno rimanere nazisti?».
Una forzatura di quella canaglia di Michele Serra. Il quale coglieva, però, un punto chiave dell’uomo che sarebbe diventato vicepresidente del Consiglio: il pragmatismo assoluto.
Un impasto di ambizione, disponibilità a liberarsi di ogni zavorra simbolica, capacità di adattare la linea agli eventi, indifferenza alle accuse di incoerenza. [i]«Faina in forcing.»[/i]
Così lo ha ribattezzato, con l’anagramma del nome, Stefano Bartezzaghi.
Faina sì, il resto meno. Dopo aver tentato spesso di smarcarsi dal ruolo di spalla ed esser stato via via fermato da una tranvata elettorale, l’ossuto Fini decise infatti di giocare non più in forcing, ma in surplace.
Accettando fino in fondo il ruolo di numero due, anche con la vicepresidenza del Consiglio senza delega, alla larga da ogni responsabilità diretta e quindi da ogni grana, ogni polemica, ogni attacco, salvo quelli che lui stesso decide di andarsi a cercare. Come quando volle prima mostrare personalmente i muscoli a Genova nei giorni del G8, e poi si schierò a spada tratta nella difesa acritica di tutti i poliziotti e tutti i carabinieri «sottoposti a un linciaggio» dalla sinistra, indifferente agli inquietanti retroscena che sarebbero emersi e alle accuse che sarebbero arrivate dai governi stranieri.
Deciso a restare defilato e insieme vestire i panni dell’Uomo Forte anche in dissonanza con le prudenze berlusconiane.
Esattamente il ruolo in cui Mario Segni lo aveva immaginato anni fa: [i]«Con la sua fredda astuzia sembra il duca Valentino dei Borgia, che aspetta il logoramento del Cavaliere per proporsi come il vero leader della destra». [/i]
Nipote di un nonno comunista (paterno: Alfredo) e di uno fascista (materno: Antonio, partecipante alla Marcia su Roma), figlio di un funzionario della gulf socialdemocratico, studente disastroso al ginnasio [b](5 in italiano, 5 in latino, 4 in greco, 4 in francese: bocciato), [/b]buono alle magistrali, laureato in pedagogia a Roma con una tesi sui decreti delegati, racconta a tutti di essere diventato missino dopo che i rossi gli avevano impedito di assistere al film Berretti verdi con John Wayne.
Meglio: più che missino, fascista.
Lo dice lui. Smentendo lo stesso amico Silvio che s’affanna a sdrammatizzare: [i]«Macché fascista: se è nato nel ’52!». No: «Sono un postfascista, ma sarebbe meglio dire un fascista nato nel dopoguerra».[/i]
Lo diceva nel 1988, mentre stava per essere eletto segretario nazionale del MSI. Al ballottaggio, ma con voti reali. La prima volta non era andata così. Alle elezioni per la carica di capo del Fronte della Gioventù, nel ’77, era arrivato quinto su sette candidati. I camerati, più fanatici e maneschi di lui, lo consideravano infatti troppo moderato.
[i] «Per noi era un vile» [/i]avrebbe spiegato anni dopo Valerio Fioravanti, che a quei tempi stava slittando con la futura moglie Francesca Mambro verso la scellerata scelta della lotta armata. Uno che preferiva la parola al manganello, il dibattito allo scontro fisico.
Onore al merito, per noi. Non per i suoi camerati, che nelle sezioni caldissime di Acca Larentia o di via Sommacampagna lo chiamavano[b][i] «er Caghetta». [/b][/i] E lo accusavano, secondo le testimonianze raccolte da Goffredo Locatelli e Daniele Martini, autori d’una biografia del leader destrorso, di cose inimmaginabili nell’ottica dei balilla:
[b][i]«Veniva ai cortei in giacca e impermeabile. Così al primo pericolo si infilava nei negozi e si spacciava per poliziotto».[/i][/b]
Figurarsi se lo avrebbero fatto capo dei giovani missini.
Almirante non aveva, però, voluto sentir ragioni: dal quinto l’aveva cooptato d’autorità al primo posto. A riprova di quanto «Faina» avrebbe spiegato anni dopo. E cioè d’aver appreso «i valori della democrazia» proprio dentro il msi. Seccato dalla fama di debolezza muscolare, dirà: «Ne ho date e ne ho prese, credo d’esser finito in pareggio». L’unico pestaggio di cui si abbia notizia, tuttavia, non glielo impartirono i rossi ma i camerati amici del marito di quella che, in seconde nozze, sarebbe diventata sua moglie, Daniela Di Sotto: «Sospettavano di me e di lui». Un passo indietro. Daniela, che oggi si veste con minigonne e spacchi da sventola e ha un fisico da palestra coi bicipiti luccicanti ma allora era una cicciona di settantacinque chili che lavorava come tastierista al «Secolo d’Italia» dove Gianfranco faceva il giornalista, si era sposata molto giovane con Sergio Mariani, che tutti chiamavano «Folgorino» perché era stato nella Folgore, un manesco così manesco da essere spedito per un anno in soggiorno obbligato in Sardegna. Cosa fosse successo, in quell’anno di provvisoria vedovanza, tra Daniela e il futuro presidente di An non si sa.
Niente, dicono loro. Certo è che quando il marito rientrò, lei scoprì che non ci poteva più vivere insieme. Anni più tardi avrebbe raccontato: [i]«Dopo mesi di totale estraneità, un giorno gli dissi: “Sto uscendo, vado dall’avvocato”. Lui mi rispose: “Se ci vai mi sparo”. Chiusi la porta, uscii sul pianerottolo, chiamai l’ascensore. Sentii un colpo di pistola. Sergio si era sparato alla pancia. Chiamai l’ambulanza, avvertii il partito. Fu operato subito e per fortuna si salvò. Ma da quel momento io per tutti diventai il carnefice e lui la vittima. Io la donnaccia senza cuore che non prova pietà, lui il poverino che per causa mia aveva rischiato addirittura la vita. Furono mesi, anni terribili. Tutti gli amici, il partito, si schierarono contro di me; nessuno, vent’anni fa, ammetteva che una donna, di destra per giunta, potesse scegliere di vivere la propria vita, di alzare la testa, di tornare a sorridere dimenticando l’infelicità». [/i]
Per capire il clima, bastino due dettagli. Il primo: per separarsi legalmente, la donna fu costretta a rivolgersi a un avvocato comunista.
Il secondo: quando nacque la bambina, Giuliana, venne momentaneamente registrata all’anagrafe come «nata da Fini Gianfranco e donna che non vuole essere nominata». Tutte cose che, con ogni probabilità, avrebbero contribuito a indurire il carattere di colui che, al momento dell’elezione a segretario del msi, il «Corriere» ribattezzò come il «Tenentino».
E avrebbero cementato un rapporto che, a sentire lei, che balla come una pazza nelle discoteche e schiamazza come un camallo allo stadio quando gioca la Lazio, tutto pare essere stato meno che impetuoso: [i]«In questo stato d’animo crebbe e divenne a mano a mano più profonda la mia amicizia con Gianfranco ... Mi sentii come un cagnolino abbandonato per strada: quando trova uno che gli fa una carezza gli scondinzola dietro ... Provavo e provo una grandissima stima e tantissimo affetto nei suoi confronti...». [/i]
Ma torniamo dove stavamo. Eletto segretario nazionale dopo un duello con Pino Rauti (al quale avrebbe ceduto poi la poltrona per pochi mesi, giusto il tempo di prendere un paio di batoste elettorali), Fini attacca mostrando i bicipiti. Manca una manciata d’anni alla svolta di Fiuggi quando mena manganellate retoriche, raccolte nel libro "Il fascista del Duemila" di Corrado De Cesare, di ogni tipo. Spiega: «Sono convinto che l’intuizione mussoliniana di una terza via alternativa al comunismo e al capitalismo sia ancora oggi attualissima.
Il nostro compito è di attualizzare, in una società postindustriale alle soglie del 2000, gli insegnamenti del fascismo che con la Carta del lavoro del 1927, l’Umanesimo del lavoro di Gentile e i 18 punti di Verona della Rsi, ha lasciato un testamento spirituale, dal contenuto profondamente sociale, dal quale non possiamo prescindere».
Dice che il duce è stato [b]«il più grande statista del secolo» e «un esempio di amore per la propria terra e la propria gente». [/b]
Che un giorno l’Italia lo dovrà riabilitare e «insieme a Cavour, Mazzini e Garibaldi, anche a lui saranno intitolate piazze e monumenti». Che tutti devono interrogarsi «sul fascino che le nostre idee conservano tra le nuove generazioni a cinquant’anni dalla caduta del fascismo». Che «l’identità che il MSI orgogliosamente rivendica non è tesa a restaurare il regime fascista, bensì a rilanciare i valori che quel regime teneva ben presenti ed elevò alla massima dignità». La sua stella polare è Jean Marie Le Pen: [i]«È più avanti di dieci anni. È un uomo sanguigno, generoso, innamorato della vita. A Nizza si tuffò nel mare mentre dal cielo nuvoloso piovevano paracadutisti...». [/i]
È stregato da quel tuffo. Gli ricorda i versi dannunziani: «Ei tuffa il capo al sibilo dei dardi / ma sempre ha in pugno il libro delle gesta / immune sopra i flutti e sopra i fati!». Vorrebbe tuffarsi anche lui. Dirà anni dopo, all’assemblea di Verona: «An non ha alcuna intenzione di utilizzare la storia e le tragedie del secolo che si chiude come arma».
Ci credo. Tutti possono rinfacciare a D’Alema d’aver parlato negli anni Cinquanta davanti a Togliatti nelle vesti di pioniere comunista o a Occhetto di aver urlato a metà degli anni Sessanta «siamo il partito di Ho Chi Min e di Giap, il partito della rivoluzione italiana». Tutti, meno lui. Nel ’91 scriveva: [i]«Non occorre impostare un rilancio del msi su una operazione di ridefinizione ideologica. Tutti quanti diciamo che siamo i fascisti, gli eredi del fascismo, i postfascisti o il fascismo del Duemila»,[/i] e spiegava: [i]«Per essere di nuovo determinante il msi deve saper essere anche figlio di puttana». [/i]
Nel ’92 gridava: [i]«È più che mai attuale il “Boia chi molla” di Ciccio Franco».[/i]
Nel ’93 rivendicava:[i] «A cinquant’anni dalla fine della guerra nessuno può pretendere che il msi faccia in qualche modo un’abiura di ciò che è stato. Non dobbiamo sconfessare un bel niente». [/i]
Nel ’94 confermava: [i]«Mussolini è stato il più grande statista del secolo ... Ci sono fasi in cui la libertà non è tra i valori preminenti».
«Berlusconi può eguagliarlo?» [/i]chiedeva Alberto Statera della «Stampa». Risposta:
[i]«Berlusconi dovrà pedalare per dimostrare di appartenere alla storia come Mussolini». [/i]
Silvio un po’ se la prese, ma non troppo: in tutte quelle sparate trovò infatti la conferma che cercava: Gianfranco era davvero «un leader moderato». Moderatissimo... Mai al mondo un vecchio partito fascistoide ha subito una sterzata rapida e radicale come quella impressa da «Faina». Neanche il tempo di cambiarsi la cravatta (ne ha cinquecento, dice Daniela) e già spiegava che nessuno era autorizzato ad avere perplessità sulla sua svolta: «an ha fatto una netta rottura col fascismo, scegliendo la democrazia: il fascismo non era una democrazia, era una dittatura».
«Siamo tutti figli della democrazia. Come può un giovane, oggi, non essere democratico?» E per essere ancora più esplicito, a un incontro con gli studenti dell’istituto San Gabriele di Roma, attaccava «gli imbecilli e criminali che coi capelli lunghi o rasati a zero, in nome di fraintesi ideali di destra, professano il razzismo e la xenofobia. Essere di destra non è predicare la superiorità della razza o altre coglionate di questo tipo».
«C’è in giro un tasso di trasformismo disgustoso» si lamentò un giorno. Guardati allo specchio, gli ha risposto il musicologo parafascista Piero Buscaroli.
E gli ha inviato, mandandola per conoscenza allo «Stato», una letteraccia: «Sei proprio un maiale e via della Scrofa è l’indirizzo più adatto per te ... Ti maledico a nome dei morti e dei vivi ... Ti aspetto seduto sulla riva, ti aspetto a ogni passaggio, di vergogna in vergogna...».
«Fini ha eliminato il fascismo come fosse un calcolo renale» scrisse dopo la rifondazione di Fiuggi Marcello Veneziani, tremando all’idea che «quella di an diventasse una classe dirigente craxiana al servizio di una nuova dc...».
E spiegava: «Ho trovato molto povero il dibattito culturale da cui è nata la svolta. Svolta rapida e opportuna, ma senza alcun travaglio culturale. In realtà il dibattito sul superamento del fascismo è in corso da dieci anni ... ma è stato tutto esterno al msi e guardato con grande diffidenza dalla nomenklatura del partito, la stessa che oggi guida An».
Può dunque fare il permaloso, il «Tenentino», se restano perplessità sulla sua strambata? Se per anni Bettino Craxi ha continuato a descriverlo come «un vuoto incartato» e Romano Prodi come «l’ultimo vero esponente della politique politicienne: non l’ho mai sentito parlare di qualcosa che non fosse formula, schema, parola allo stato puro»?
Se lo stesso Silvio Berlusconi ci ha riso su dicendo che «si è candeggiato: prima di me era il cavaliere nero sul cavallo nero, adesso è il cavaliere bianco sul cavallo bianco»? La facilità con cui in questi anni, con l’accento di chi ogni volta declama una sentenza inappellabile, definitiva ed eterna, ha detto tutto e il contrario di tutto è testimoniata da chili di ritagli di giornale. Prendete l’uninominale. «L’uninominale è un sistema elettorale voluto dalla dc, dal psi e dal pds, dalla cupola della Confindustria e dal potere sindacale per salvare il regime partitocratico e riciclare i partiti sepolti da Tangentopoli. Il risultato, se vinceranno i sì al referendum-truffa, sarà la fine dell’unità nazionale e l’Italia spaccata in tre: un Nord leghista, un Centro di sinistra e un Meridione democristiano e mafioso» dice il 15 marzo del ’93.
Un anno dopo, il 16 maggio ’94, contrordine: «Noi siamo per l’uninominale pura a turno secco, all’inglese». O il giudizio su Umberto da Giussano: «Occhetto è l’avversario, Bossi il nemico. Non accetteremo mai nessun accordo tecnico con la Lega» assicura nel febbraio del 1994.
Due mesi dopo ci va al governo insieme. «È un criminale. Un ubriaco. Un animale.
Con lui non prenderò mai più neppure un caffè» dice dopo il ribaltone. Caffè no, champagne sì: in Quirinale, al giuramento insieme nel «Berlusconi secondo». E la finanziaria ’95 di Dini? «an è cosciente che la manovra va certamente approvata» dichiara il 16 febbraio. «La manovra noi non la votiamo e basta» taglia corto il 4 marzo. E il federalismo?
«Se quello che vuole la Lega è quello di Miglio, con i quattro cantoni o le tre macroregioni, non ci sono margini di trattativa» spiega il 6 aprile del ’94. Sei mesi dopo, è in prima fila al lancio della costituzione migliana con le quattro macroregioni:
«Molto interessante». Non basta. Nel 2003 fa una legge con il Senatùr contro l’immigrazione clandestina. Rende difficile la permanenza agli emigrati in Italia e ne ostacola la integrazione, in puro stile neofascista. Qualche mese dopo, clamorosamente, pèropone una legge per il voto agli immigrati, roba da comunisti insomma. La Lega insorge e metà del suo partito resta di gesso.
Il bacino di voti degli immigrati è troppo ghiotto per lasciarlo tutto alla sinistra. Ed eccolo sfilare per le vie di Milano ai primi del novembre 2003 con a fianco un negretto, o meglio “facetta nera” a cui, pur essendo un cittadino di serie B, qualcosa verrà elargito.
Il fronte sul quale si è esibito al meglio con l’avanti e ’ndrè è però quello del giustizialismo. «Borrelli vive uno sfrenato protagonismo, Davigo è sopra le righe, questi pensano di essere una casta sacerdotale di aristocratici» spiega nella primavera del ’97. «Dobbiamo liberarci della malattia infantile del giustizialismo» sentenzia tre mesi dopo.
«Si continua a fare un uso politico della giustizia per eliminare dalla scena gli avversari politici» dice alla fine del ’99. E vota contro le autorizzazioni a procedere o all’arresto richieste non solo per Cesare Previti, Marcello Dell’Utri, Gaspare Giudice o Amedeo Matacena ma perfino per l’Umberto Bossi che era accusato di aver urlato davanti a migliaia di leghisti: «Col tricolore io mi pulisco il culo».
Un garantista a quattro ruote motrici. Fermo nelle sue convinzioni come un paracarro. Così come era fermissimo pochi anni prima. «Basta con il garantismo, basta con questa larva di Stato impotente, basta con la legge che premia i delinquenti e abbandona i cittadini onesti!» «I capi mafiosi vanno passati per le armi, bisogna ripulire il Paese dal cancro della malavita.» «Dalla questione morale non si esce se i magistrati non andranno fino in fondo e chi parla di congiure e complotti ha invece il dovere di rinunciare all’immunità parlamentare!» «La questione morale deve diventare l’Algeria della Repubblica italiana nata dalla Resistenza!» Immortale resterà, per retorica e indignazione, la lettera inviata a Francesco Saverio Borrelli il giorno dopo che il Parlamento aveva votato no all’autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino: «Lo sdegno e l’amarezza che pervadono la Nazione di fronte allo scandaloso verdetto di autoassoluzione che il regime si è confezionato con il voto dell’aula di Montecitorio sul caso Craxi sono da noi interamente condivisi.
La nostra forza politica chiede l’immediato scioglimento delle Camere e nuove elezioni proprio per consentire alla giustizia di procedere nel suo corso senza intollerabili franchigie e pretestuosi ostacoli. Che sia il popolo sovrano, nel nome del quale la giustizia si esercita, a superare l’inammissibile scudo della immunità parlamentare e a consentire ai giudici italiani di svolgere sino in fondo la loro irrinunciabile funzione. Con i più cordiali, deferenti saluti». Infine il capolavoro: La legge sulle droghe. Ribaltando il concetto che chi usa la droga è meno colpevole di chi la spaccia, la legge Fini propone pari punibilità e non fa più distinzione fra droghe leggere e droghe pesanti. Per assurdo la cannabis, o spinello, diventa più perseguibile della cocaina.
Infatti il provvedimento si basa essenzialmente sulla assenza di tolleranza verso ogni tipo di stupefacenti e inserisce la modica quantità fino ad adesso discrezionale. Oltre a punire lo spaccio saranno puniti anche i semplici consumatori se trovati con più di: · 50 milligrammi di anfetamina · 150 per cannabis e derivati · 200 per l'eroina · 300 per le droghe sintetiche · 500 per la cocaina che rimane comunque la meno penalizzata (approssimativamente con 500 ml si possono fare tre 'dosi' di cocaina, per quanto riguarda la cannabis ne servono 300 per farne una)
Da ciò si evince che la cocaina è la droga dei ricchi. Poteva il governo Berlusconi non tenerne conto, dal momento che fior fiore di sottosegretari ai ministeri come l’On Miccichè di Forza Italia ne ha ammesso l’uso e l’acquisto addirittura in sede ministeriale? Con questo proivvedimento Miccichè potrà continuare a “sniffare” la neve mentre ci governa. Il governo della “coca”…
Sotto queste quantità ci sarà una pena amministrativa, sopra ci sarà l'obbligo a seguire un programma di riabilitazione, la sospensione dei documenti, l'obbligo di presentarsi con scadenze costanti da polizia o carabinieri, l'obbligo di rientro nella propria abitazione a un'ora precisa, il divieto di frequentare alcuni locali pubblici o di lasciare il comune di residenza.
Con questo disegno Fini sfrutta la sensibilità della fetta di elettori più ampia, gli over 50, allontanando in modo netto i giovani dalla politica, invece di educare si punisce. Chi pensi di metterlo in difficoltà ricordandogli questi valzer o dicendo, come Vittorio Sgarbi, che Gianfranco «nelle retromarce esprime se stesso», però, se lo scordi.
«Faina», come scrive Pietrangelo Buttafuoco sul «Foglio», ha profondamente innovato lo slogan del duce: «Se il motto spavaldo dei vecchi fascisti era “me ne frego”, quello del neghittoso Fini è peggiore: “Me ne fotto”». D'Altronde il suo partito è anche il partito di Storace, Governatore del Lazio. Quello che ad un Congresso alla domanda dal pubblico " Storace dicci qualche cosa di Destra", parafrasando Moretti, Lui rispose:
"FROCIO!". Pare che ora stia trattando con frange di destra del movimento gay.
E' proprio il caso di dire "felici di prenderlo".
Tratto dal libro Tribù di Gian Antonio Stella http://tecalibri.altervista.org/S/STELLA-GA_tribuC.htm
Acquisti off-shore: il tesoro di Mediaset Giustizia. Salta fuori la prova del legame tra il Premier e Agrama. I legali della società del Cavaliere gridano all'intrigo e si dichiarano parte civile all'udienza preliminare Stefania Limiti
Un tesoro alla fine è spuntato e, secondo gli inquirenti, potrebbe essere quello dell’inchiesta Mediaset sulla compravendita dalle mejors USA di diritti cine-Tv da parte dell’azienda di Silvio Berlusconi nel 1988. Secondo i magistrati milanesi che indagano sulle operazioni di acquisti di diritti operate da Mediaset, c'è una lettera che proverebbe che Silvio Berlusconi era socio "occulto" di Farouk Agrama in una società che creava fondi neri proprio attraverso l'acquisto di diritti tv e cinematografici. La lettera è datata 12 aprile del 1988 scritta su carta intestata Harmony Goldi, cioè una delle società riconducibili, secondo l'accusa, allo stesso Agrama, indagato a Milano sia nell'inchiesta principale ormai prossima all'udienza preliminare fissata per il 28 ottobre, che in un nuovo filone avviato da poco. Nella missiva, indirizzata a Bruce Gordon, manager della Paramount, e firmata da Agrama si annuncia che "Rete Europa/Berlusconi sta per diventare azionista di maggioranza di Harmony Gold". Questo documento, ottenuto da una rogatoria con gli Usa, è stato inoltre sottoposto all'attenzione di un altro dirigente della Paramount, Peter Cary, già sentito per rogatoria dal pm Fabio De Pasquale che con Alfredo Robledo conduce le indagini milanesi. Nel corso dell'interrogatorio Peter Cary non ha avuto dubbi: "Agrama era effettivamente un agente di Silvio Berlusconi con sede a Los Angeles", per lui era "assolutamente" chiaro che fosse Berlusconi il vero cliente, nonostante trattasse per la compravendita dei film sia con Agrama che con Daniele Lorenzano, responsabile unico degli acquisti dei diritti sul mercato Usa per il gruppo Fininvest dagli anni '90. Secondo gli inquirenti milenesi lettera e testimonianza sono un 'passo' importante per dimostrare in un futuro processo la responsabilità del premier che, con altri 15 indagati, compare nella richiesta di rinvio a giudizio con accuse che vanno dal falso in bilancio all'appropriazione indebita alla frode fiscale. Per l'accusa, infatti, il gruppo di Berlusconi "ttraverso società maltesi e off shore" ha acquisito prodotti Paramount "non direttamente ma per il tramite di Harmony Gold, Wiltshire Trading e Melchers di Agrama". Il denaro sarebbe conservato non tanto lontano dall’Italia ma in cinque conti correnti della svizzera UBS: un bel lavoro da fare per gli avvocati del premier che intanto, cominciano a prendersela con i giornali citanto per diffamazione il Corriere della Sera che ieri titolava: "nchiesta Mediaset: ecco il tesoro" Secondo i legali dell’azienda, infatti, Mediaset in tutta la vicenda Agrama è “parte lesa"tanto che all'udienza preliminare fissata per il 28 ottobre si costituirà parte civile, perché ribadiscono i fedelissimi di Silvio Berlusconi "non esiste alcun 'tesoro' riconducibile direttamente o indirettamente alla società". http://www.aprileonline.info/
24 mila morti, forse 70 mila. Ecco i colpevoli La Comision por la verdad y la reconciliatiòn fu istituita nel giugno del 2001 dal presidente provvisorio del Perù Valentin Paniagua per accertare quanto avvenuto tra 1980 e il 2000 nel «conflitto armato interno» tra il Partido Comunista Peruano-Sendero Luminoso (ed anche l'Mrta, Movimiento Revolucionario Tupac Amaru) e la polizia e le forze armate. Inoltre, doveva proporre raccomandazioni in vista di una riconciliazione nazionale. Presieduta da Salomon Lerner, rettore dell'Università cattolica di Lima era costituita da dodici personalità indipendenti. Il Rapporto conclusivo (Informe final) è stato diffuso il 28 agosto 2003. Le conclusioni generali sono costituite da 171 punti che non solo descrivono i fatti ma fanno anche un'analisi storico-critica della storia peruviana di venti anni con giudizi molto precisi, con i nomi dei responsabili. 23.969 sono i peruviani morti o scomparsi di cui sono stati accertati i nomi e i cognomi ma la Commissione ha calcolato che essi siano stati quasi settantamila. Un numero impressionante, anche perché sono state tutte vittime di armi da fuoco leggere ed in gran parte civili (soprattutto contadini poveri della Sierra che parlavano il quechua, donne e bambini ma anche militari e senderisti). La responsabilità «immediata e fondamentale» è attribuita dalla Commissione a Sendero Luminoso, una formazione che si ispirava al maoismo (conquistare il potere dalle campagne, cioè dalla Sierra) e che, a posteriori, ha dimostrato di avere una pratica polpottista. Anche l'Mrta (protagonista dell'occupazione dell'ambasciata giapponese nel 1996) viene accusato di violenze, uccisioni e violazione dei diritti umani ma in misura ben minore (1,8% dei casi accertati, contro il 53,68 di Sendero) . Ma Commissione accusa anche pesantemente la polizia e le forze armate il cui comportamento, per lunghi periodi e nelle aree più povere del paese (Ayacucho), ha violato qualsiasi regola di comportamento di un'azione antisovversiva rendendisi responsabili di massacri, violenze sessuali, detenzioni arbitrarie, a spese soprattutto dei campesinos stretti tra le due fazioni in lotta. La Commissione non risparmia giudizi severi su tutti. Si salvano le organizzazioni per la tutela dei diritti umani e le chiese e la chiesa cattolica, in particolare l'area che faceva capo alla teologia della liberazione e a vescovi come Luis Bambarén. Ma la Commissione è pesante nei confronti dell'allora arcivescovo di Ayacucho Luis Cipriani (ora Cardinale di Lima, dell'Opus dei) «che ostacolò le attività delle organizzazioni della Chiesa impegnate sui diritti umani», mentre «negava l'esistenza della loro violazione nella sua giurisdizione».
La Commissione aveva solo compiti di ricerca della verità e di proposta. Nelle raccomandazioni finali ha proposto riforme istituzionali per fare del Perù un vero stato di diritto, riparazioni integrali alle vittime, un piano nazionale di accertamento delle fosse comuni, chiamata in giudizio dei responsabili, comunque provvedimenti amministrativi nei confronti dei colpevoli, tutela dei testimoni e amnistie e indulti solo negli stretti limiti stabiliti dalla Corte interamericana dei diritti umani. (v.b) www.ilmanifesto.it
I NERVI SCOPERTI DEL CAVALIERE MASSIMO GIANNINI
da Repubblica - 26 ottobre 2005
Per la seconda volta nel corso degli ultimi due mesi, Ciampi sollecita il governo ad agire secondo le priorità autentiche del Paese reale. Per l´ennesima volta nel corso di questi ultimi cinque anni, Berlusconi risponde secondo le verità oniriche di una sua Italia virtuale: «Abbiamo fatto più riforme di tutti i governi della Repubblica». Detta proprio nel giorno in cui si rimangia in Finanziaria una bella fetta di aiuti alle famiglie, sembra solo un´altra bugia. Ma la reazione nervosa del Cavaliere nasconde il duello istituzionale che segnerà questo delicato finale di legislatura. Proporzionale, salva-Previti, par condicio. A queste tre leggi Berlusconi affida le sue residue possibilità di invertire il risultato delle elezioni del 9 aprile. Ma ognuna di queste tre leggi deve passare per la cruna dell´ago del Quirinale. E il passaggio non sarà indolore.
I nervi scoperti del Cavaliere
La legge elettorale è la questione più aperta. Sul piano giuridico, come ha scritto con assoluta chiarezza Gustavo Zagrebelsky, la riforma del Polo viola la Costituzione. Al di là della pasticciata formula che trasforma un sistema maggioritario con una modesta quota proporzionale in un proporzionale con un cospicuo premio di maggioranza, quel testo è palesemente «irrazionale». Al Senato questo premio sarebbe frammentato per Regioni. Ma proiettato sul piano nazionale darebbe il risultato di una maggioranza del tutto casuale. «Non sta in piedi», hanno confermato in coro tutti i costituzionalisti italiani riuniti a Catania due settimane fa per il Congresso annuale. Se dalle urne uscissero tre coalizioni si potrebbe verificare il paradosso che chi raggiunge il 30% dei voti ottiene il 54% dei seggi. Un risultato che contraddice il principio sul quale si basa la nostra democrazia rappresentativa: quello dell´uguaglianza del voto. Ciampi confida ancora nell´opera di moral suasion, che in questi giorni non si è interrotta. E spera che nel corso del dibattito al Senato questa antinomia possa essere sanata. O per lo meno attenuata. Almeno fino al punto da non costringerlo a rifiutare la promulgazione della legge "per manifesta incostituzionalità". Anche perché, in questo caso, se il Capo dello Stato desse via libera sarebbe comunque impossibile immaginare un ulteriore "sindacato di legittimità" sulla riforma. La Consulta non avrebbe margini per intervenire prima delle elezioni. La nuova legge potrebbe essere impugnata solo dopo la sua prima applicazione. Ma questo non è un provvedimento qualsiasi. È una legge elettorale. Quindi la sua prima applicazione sono le elezioni. Come ha scritto ancora Zagrebelsky, in nessun regime parlamentare si è mai vista una Corte costituzionale che annulla il risultato di un voto politico per l´incostituzionalità delle norme che lo disciplinano. La Salva-Previti non dà luogo a dubbi. È una legge ad personam, e questa sì già di per sé "palesemente incostituzionale". Come hanno dimostrato i dati forniti da procure e tribunali, i nuovi termini di prescrizione producono effetti devastanti sui processi in corso, prefigurando un gigantesco colpo di spugna anche su quelli più importanti. Su questa ennesima lesione allo Stato di diritto, al Quirinale non ci sono perplessità. Qui non c´è moral suasion che tenga, perché se il testo cambiasse non realizzerebbe l´unico risultato che sta a cuore al governo (la soluzione dei guai giudiziari di Cesare Previti). Quindi sarà approvato così com´è. Per questo la legge, quasi certamente, non sarà promulgata e sarà rinviata alle Camere. Il fatto nuovo di queste ultime ore è che una analoga sorte potrebbe toccare ad una eventuale, nuova legge sulla par condicio, riveduta e corretta secondo i sogni e i bisogni del Cavaliere. Ciampi (che non a caso proprio ieri ha ricevuto Romano Prodi) teme che si possa aprire anche questo fronte. Lo inquieta la determinazione con la quale il premier vuole procedere, per "liberalizzare" a proprio vantaggio gli spot elettorali. Lo preoccupano l´immediata disponibilità dimostrata da An e Lega e la cedevole resistenza millantata dall´Udc. Se la Cdl, ormai libera dall´impaccio Follini, tentasse il blitz anche sulla par condicio, Ciampi si ritroverebbe sulla scrivania anche questa spinosissima "pratica". Sono in gioco i principi del pluralismo. Proprio quelli che lui stesso aveva riaffermato con forza nell´unico messaggio alle Camere di questo settennato, e che il Polo ha ridotto in carta straccia con la legge Gasparri. Di fronte a una modifica della par condicio ad esclusivo vantaggio del padre-padrone di Forza Italia, è improbabile che il Capo dello Stato consentirebbe un altro sfregio a quei principi. Sulla carta, lo scenario di fine legislatura potrebbe tradursi nella Waterloo di Berlusconi. Il presidente della Repubblica, attraverso l´uso legittimo dei poteri previsti dall´articolo 74 della Costituzione, potrebbe rifiutarsi di firmare in sequenza queste ultime tre leggi-vergogna, che per il premier sono diventate leggi-speranza. Le premesse di diritto ci sarebbero tutte. Restano da valutare i presupposti di fatto. L´ipotesi estrema di una triplice bocciatura innescherebbe una reazione dagli esiti imprevedibili, e aprirebbe uno scontro dagli effetti imponderabili. Ciampi, com´è ovvio per la funzione che ricopre, non decide in base alle opportunità politiche, ma secondo le compatibilità repubblicane. La Costituzione è la sua Bibbia. Anche stavolta, saprà custodirla nel migliore dei modi dalle aggressioni del Polo. Speriamo siano le ultime. Ma temiamo siano le più pericolose.
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Ds Milano - Rassegna stampa
La politica non è uno show Il rock si esaurisce in tre minuti. La politica è un'opera di lunga lena che porta lontano: in maniera lenta e sana. Il rock si esaurisce in tre minuti... E invece noi abbiamo bisogno di andar lontano Gianfranco Pasquino
da l'Unità - 27 ottobre 2005
In un paese dove è complessivamente scarso il senso civico e dove è, invece, grande la propensione all’antipolitica può accadere che un impresario televisivo diventi capo del governo e che, di converso, un cantante rock assurga a coscienza critica. Non vanno bene né l’uno né l’altro esito. Per quanto il cantante rock abbia buon gioco e molto spazio anche per dire, in maniera più o meno accattivante, delle facili verità, ma spesso restando lui stesso sul terreno già frequentato dell’antipolitica, il dibattito politico, che non è né rock né lento, abbisogna di altri protagonisti e di altre «letture». Il rischio grosso, che la sinistra ha spesso corso, più o meno consapevolmente, in questi lunghi anni di una transizione tormentata, consiste nell'affidare parte delle proprie fortune politiche a operatori dello spettacolo. Adesso, Santoro, certamente non l'unico giornalista insoddisfatto della politica, ha abbandonato il Parlamento europeo.
La politica non è uno show
Ma è di poche settimane fa il tentativo del centro-sinistra di reclutare un presentatore quasi settantenne, Pippo Baudo, per tentare di strappare la regione Sicilia al centro-destra. Immagino che, secondo modalità molto simili, Santoro e Baudo dovessero servire agli occhi dei dirigenti del centro-sinistra per operazioni congiunturali mirate: portare molti voti, vincere una carica monocratica. Per l'appunto, però, si tratta di operazioni congiunturali legate alle persone che possono certamente anche vincere, ma che, poi, non rappresentano in maniera adeguata oppure governano, inevitabilmente, senza la necessaria competenza. Per di più, è sicuro che non contribuiscono in nessun modo, e neppure si potrebbe chiederlo loro, a fare cambiare l'idea di politica che molti italiani continuano ad intrattenere. Se la politica può essere fatta da uomini (e donne) di spettacolo, per di più corteggiati, reclutati, selezionati, promossi casualmente dai politici di professione, allora questo è certamente il riconoscimento che non esiste differenza apprezzabile fra, da un lato, chi fa il giornalista, la presentatrice, il cantante rock e, dall'altro, un politico di professione. Allora, è giusto pensare e sostenere che anche un impresario televisivo ha tutti i titoli in regola per diventare il capo del governo. Anzi, la sua incursione in politica viene legittimata a posteriori proprio dai comportamenti concreti dei dirigenti del centro-sinistra. Poco importa che altrove, vale a dire in nessuna democrazia occidentale, non esista fra spettacolo e politica una osmosi tanto estesa e tanto sregolata come nel contesto italiano. È vero che il teatrino della politica lo hanno inventato i politici, ma non è il caso di osannare gli uomini di spettacolo/teatro quando si esibiscono con toni e accenti che, in definitiva, sono di disprezzo della politica. Nella congiuntura è naturale che qualcuno, a sinistra, possa rallegrarsi e applaudire. Se lo spettacolo è buono risulta doveroso riconoscerlo; se è divertente appare giusto ridere; se è graffiante diventa corretto applaudire. È, invece, sicuramente sbagliato pensare che uno spettacolo, più o meno rock, possa redimere una politica, più o meno lenta. Se vogliamo cambiare la politica e ridurre il tasso di antipolitica degli italiani, facendo crescere il loro interesse per la politica, le loro conoscenze politiche e il loro senso civico, allora dovremmo sapere che questo è un compito pedagogico che possono svolgere quasi esclusivamente i politici con i loro comportamenti e con il loro stile. L'uomo di spettacolo incide per il tempo che dura il suo show, ma non può trasformare né la cultura né la struttura politica. Finché dura la transizione lo show può continuare («must go on», nella famosa frase), ma se vogliamo che la transizione giunga ad un compimento positivo per quel che riguarda sia le istituzioni che i partiti, allora i politici debbono prendere nelle loro mani la ricostruzione di un'idea di politica che non è spettacolo congiunturale, ma trasformazione strutturale e progettazione. In un quadro politico nel quale partiti e dirigenti, magari con l'aiuto possente dei cittadini che vogliono partecipare e grazie, per esempio, alle primarie, riescono a segnalare in maniera incisiva le loro preferenze, ci sarà posto anche per l'impresario televisivo, ma non al governo, e per il cantante, ma non come ideologo (nazional-popolare?). Cosicché, oltre ad applaudire, moderatamente, Celentano, è forse il caso di ricominciare la costruzione di una politica dignitosa con una visione di lungo termine.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Chi frena il partito delle primarie GAD LERNER
da Repubblica - 26 ottobre 2005
Caro direttore, vorrei inserirmi sulla scia dell´importante contributo d´analisi di Giuliano Amato e Arturo Parisi sulle primarie ospitato ieri da Repubblica (lo condivido parola per parola) proponendo alcune questioni di natura venale ma, temo, ineludibili. Se proviamo infatti a metterci nei panni dei dirigenti dei due principali partiti del centro-sinistra, ci rendiamo conto di come tocchi loro fronteggiare, in seguito all´imprevista accelerazione del processo di integrazione politica, una serie di dilemmi assai concreti.
Il partito delle primarie
"La riapertura del cantiere dell´Ulivo nella duratura prospettiva di un Partito che unisca al suo interno tutti i democratici" (Amato e Parisi) non è faccenda che possa risolversi solo ricominciando un dibattito di natura ideologica sull´incontro fra socialisti, liberal e post-popolari. Se vogliamo evitare le fumosità, meglio esaminare subito con trasparenza il contesto pratico in cui tale incontro dovrebbe realizzarsi. Dove si materializzano seri ostacoli sottaciuti in quanto considerati - chissà perché - "poco presentabili". Il punto di partenza ormai acquisito è la decisione di presentare una lista dell´Ulivo guidata da Romano Prodi alla Camera dei deputati. È senz´altro un fatto politico di enorme rilevanza che non si sarebbe mai realizzato se la partecipazione dei cittadini alle primarie del 16 ottobre non avesse doppiato le più rosee previsioni, giungendo a coinvolgere addirittura il 29% dell´elettorato che nelle ultime consultazioni nazionali (le europee del 2004) aveva votato per l´Unione. A Francesco Rutelli sono bastate ventiquattro ore per captare il segnale e riconoscere la necessità di una lista dell´Ulivo nel luogo decisivo della sfida politica italiana: la convergenza di tre quarti degli elettori sul nome di Prodi ha infatti evidenziato come il processo di integrazione delle componenti riformiste dell´Ulivo fosse giunto a maturazione nella base popolare del centro-sinistra e nella società. Così Romano Prodi potrebbe tornare a svolgere la funzione del federatore, se non addirittura del fondatore di un nuovo soggetto politico, emancipandosi dalla mera funzione "tecnica" di candidato premier senza partito. Fin qui tutto bene, anzi, benissimo. Ma non è certo un caso se a questo punto - realizzato da Rutelli il decisivo passo in avanti della riesumazione elettorale dell´Ulivo - sono tornati a occupare la scena altri politici con i piedi per terra, in veste di frenatori. Fra loro, in particolare, gli stessi esponenti dei Ds che potevano in precedenza farsi comodamente scudo del "no" di Rutelli all´Ulivo per dissimulare le loro perplessità. Naturalmente gli argomenti dei frenatori sono ragionevoli: un partito non s´inventa dall´oggi al domani; scardinare l´assetto attuale può produrre scissioni anziché unità; le minoranze hanno diritto a una rappresentanza; non potete chiederci di lasciare il Partito socialista europeo; col nuovo sistema proporzionale si corre il rischio di disperdere voti… Non a caso le perplessità si sono concentrate su un dettaglio in apparenza secondario, cioè la proposta di Prodi che gli eletti della lista dell´Ulivo diano vita alla Camera a un gruppo parlamentare unitario guidato - com´è ovvio - da un solo capogruppo. È evidente che nel gruppo parlamentare unitario si esprimerebbe il nucleo fondativo del nuovo soggetto politico. Molto meglio, si sente obiettare da più parti, procedere per tappe. Accontentiamoci della lista unitaria, che è già un grosso risultato. Dopo di che i deputati ulivisti si separino, ciascuno nel suo partito, dando vita a gruppi parlamentari distinti ma tra loro federati. Può darsi che sia saggio accontentarsi del grande passo in avanti già conseguito. Purché arriviamo a dirci fra noi il vero perché.
Non occorrerà qui dilungarsi sull´ovvio: i partiti rappresentano l´unica ossatura possibile della democrazia parlamentare. Dunque impegnarsi a stringere i tempi della nascita di un nuovo soggetto politico - Ulivo o Partito Democratico che dir si voglia - non ha niente a che vedere con la retorica "anti-partito" di una società civile contrapposta alle forze oggi già consolidate. Nessuno nega la funzione insostituibile, benché provvisoria, delle attuali formazioni politiche. Ma sarà pure lecita, in questo passaggio, una serena riflessione sulla conformazione sociologica dei due principali partiti del centro-sinistra italiano così come essa viene determinata sia dalla loro vicenda storica, sia dalla legislazione vigente. Al di là dei valori, degli interessi, della rappresentanza sociale e territoriale, i nostri partiti sono fatti di una imprescindibile costituzione materiale sedimentata. In poche parole, i partiti sono anche comunità di uomini e di donne, un intreccio di destini personali, contengono storie di dedizione e hanno il dovere di garantire un futuro gratificante a chi gli ha dedicato la vita. Guai a scandalizzarsene. Il problema esiste e va affrontato senza facili moralismi qualunquistici sugli "apparati". Certo, è accaduto che un richiamo pretestuoso all´inconciliabilità delle tradizioni e delle identità mascherasse tendenze alla lottizzazione, sempre incoraggiate dall´assetto particolare dei poteri italiani. Mario Pirani lo ha deprecato più volte su Repubblica: riposta nel cassetto l´idea dell´Ulivo, i partiti si sono affrettati a dislocare come sempre i "loro" uomini nelle Authority, alla Rai, e giù per li rami fin nelle aziende sanitarie. La nascita di un grande partito unitario dei riformisti servirebbe anche a salvaguardare la rappresentanza politica da eccessi di condizionamento economico e finanziario, diluendo legami purtroppo abituali in questa nostra patria del conflitto d´interessi. Mi fermo qui, anche se l´analisi della costituzione materiale dei partiti andrebbe approfondita con ben altro rigore. Forse questi pochi cenni basteranno a spiegare le cause di tanta diffusa contrarietà all´ipotesi prodiana di gruppi parlamentari dell´Ulivo. L´esigenza di mantenere in vita gruppi parlamentari separati - sia pure federati - deriva dalla volontà (necessità?) di conservare a ciascun partito il proprio autonomo approvvigionamento finanziario. Ciò spiega del resto perché anche nelle regioni in cui nell´aprile scorso si presentò la lista unitaria dell´Ulivo, subito dopo gli eletti hanno dato vita a gruppi consiliari separati.
Per com´è stata sapientemente concepita la legislazione vigente in materia di finanziamento ai partiti (ma anche le normative sulla costituzione e il funzionamento dei gruppi parlamentari e consiliari), gli architetti del futuro Partito Democratico sanno benissimo di dover fronteggiare meccanismi che incentivano semmai la separazione, non certo l´unificazione tra soggetti limitrofi. Unirsi, nella politica italiana, non è mai conveniente sul piano materiale. La legge 156 intitolata "Disposizioni in materia di rimborsi elettorali", approvata con un blitz in sede legislativa (cioè senza passare attraverso un dibattito in aula) il 26 luglio 2002, ha garantito un cospicuo finanziamento pubblico ai partiti, risultando assai vantaggiosa sia per quelli più grandi che per le forze cosiddette minori. Non è questa la sede per rievocare le modalità frettolose con cui si pervenne a un compromesso vantaggioso per tutti. Fatto sta che oggi in Italia i bilanci dei partiti derivano per il 70% da contributi statali. Tra rimborsi elettorali, stipendi degli eletti e emolumenti destinati ai loro collaboratori, i partiti hanno trasferito in larga misura sulla collettività l´onere del sostentamento dei loro attivisti, per un totale calcolato di circa 470 milioni di euro in cinque anni. Ciò non significa che nuotino nell´oro, ma è un fatto che sono circa 350 mila le persone che in Italia vivono di politica. Molte. Anzi, moltissime a paragone di quanto avviene negli altri paesi europei. Qualsiasi semplificazione del sistema politico dovrà fare i conti realisticamente con questi dati. Nessuno può pensare che la stagione del Partito Democratico s´inauguri come una pagina bianca, nell´ingenua convinzione che tanto "l´intendenza seguirà". Ma certo da qualche parte bisogna pur cominciare. Se il progetto di ricambio di classe dirigente per il governo del paese dell´Unione prevede anche una riforma della partecipazione politica, come le primarie del 16 ottobre sembrano felicemente anticipare, allora bisognerà dare il buon esempio. Con gradualità, ma si attribuiscano al nuovo soggetto politico dell´Ulivo le risorse per camminare sulle sue gambe. E lo si faccia nella massima trasparenza, evitando che la paura dell´ignoto freni sul nascere il necessario consolidamento del nuovo soggetto politico. Del resto l´esperienza della felice domenica d´ottobre evocata da Amato e Parisi ci dimostra che può trattarsi di un ottimo investimento. Non solo politico.
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• Amato e Parisi - Dalle primarie è nata la più grande forza politica d'Europa
Ds Milano - Rassegna stampa
Portogallo: il test delle elezioni amministrative
Otto mesi dopo le elezioni legislative, il Portogallo si è presentato all’appuntamento elettorale delle amministrative del 9 ottobre scorso insoddisfatto e poco convinto dalle linee politiche finora seguite dal partito di governo. Il Partito Socialista, così, è uscito da questa tornata elettorale come il grande sconfitto; l’amministrazione delle principali città portoghesi è andata al centro-destra, con la vittoria del Partito dei Socialdemocratici. Il risultato tanto netto di queste elezioni può essere considerato un chiaro messaggio di disapprovazione dell’operato del governo. La presentazione della bozza del budget per il 2006 influirà ulteriormente sull’immagine del Partito Socialista e le sue scelte politico-economiche saranno decisive per quanto riguarda le elezioni presidenziali di gennaio.
Claudia Cultraro
Equilibri.net (26 ottobre 2005)
Le elezioni amministrative
Il 9 ottobre l’elettorato portoghese si è espresso sulla scelta di sindaco e consiglieri comunali in 308 municipalità. A conferma dei sondaggi pre-elettorali il risultato delle elezioni è stato la sconfitta dell’attuale partito di governo, che alle elezioni di febbraio aveva conquistato la maggioranza dei seggi in Parlamento. Il Partito Socialista mirava ad almeno una delle tre città più importanti e popolose della nazione; ma Lisbona, Porto e Sintra sono rimaste in mano al centro destra, con la vittoria del partito dei Socialdemocratici, che ha, inoltre, conquistato i consigli municipali di Coimbra, Leiria, Aveiro, Cascais e l’isola di Madeira. Delle province maggiori, il Partito Socialista ha vinto soltanto nella città di Faro. Il quadro post-elezioni si presenta dunque con il Partito dei Socialdemocratici che ha assunto il controllo di 138 consigli municipali, ben 29 in più rispetto a quelli conquistati dal Partito Socialista. Analisti e politici vedono in questo risultato una ripetizione di ciò che era accaduto nel 2001 e nonostante alle municipali le tematiche influiscano di più sulla scelta rispetto agli schieramenti, questo risultato lascia intravedere una diffusa perdita di credibilità del partito al governo. La politica di austerità, intrapresa per far fronte al livello di deficit del 6,2% (più del doppio rispetto ai limiti previsti dall’Unione) si è scontrata con le promesse pre-elettorali di lotta alla disoccupazione e di grandi investimenti nell’istruzione. Inoltre, l’incapacità di mantenere accordi elettorali con gli altri due partiti di sinistra, il CDU costituito dal Partito Comunista e dai Verdi e il BE, detto Blocco delle Sinistre, ha provocato la disaffezione dell’elettorato portoghese nei confronti del centro moderato e un conseguente spostamento verso le sinistre, considerate la terza alternativa di fronte a due opzioni già conosciute e non apprezzate: socialisti e socialdemocratici. Il BE ha mantenuto le municipalità che aveva vinto nel 2001. Le maggiori vittorie sono, però, per il CDU che ha riconquistato trentadue municipalità tra cui: Barreiro, Sesimbra e Marinha Grande; ribaltando una tendenza negativa che aveva contraddistinto il partito negli ultimi anni. Tuttavia questi risultati, per quanto incisivi, non possono essere considerati in maniera assoluta; e probabilmente se si fosse trattato delle legislative il PSD non avrebbe ricevuto tanto consenso, soprattutto dopo il triennio di governo 2002-2005. L’incremento di popolarità delle sinistre e la loro attenzione alle tematiche del lavoro e della società civile, rimangono comunque un’alternativa valida a cui assegnare nuovi spazi per sollevare questioni sociali importanti, spesso dimenticate dai partiti di governo. La mancanza di attenzione nei confronti delle tematiche di maggiore interesse pubblico, quali il lavoro, la sanità, l’istruzione, le pensioni e in particolare la loro gestione in secondo piano rispetto agli interessi governativi di ordine economico sono stati causa di proteste e manifestazioni che si ripromettono di persistere se il governo proseguirà su questa strada. A livello locale, queste rivendicazioni di ordine sociale, sono ancora più influenti e la presenza di candidati che hanno dimostrato sensibilità riguardo queste tematiche è stato decisivo per la scelta elettorale, probabilmente molto di più degli scontri tra partiti. Personalità dei candidati e attenzione alle questioni di interesse pubblico-sociale sono stati due indici incisivi. All’interno di questo quadro, però, acquista un rilievo particolare la presenza di diversi candidati alle amministrative accusati di corruzione e abuso di potere, e ancora più contraddittoria risulta la loro vittoria. I candidati in questione, espulsi dai propri partiti, in seguito alle accuse, hanno concorso alla sfida elettorale come indipendenti e la loro vittoria può essere considerata un segnale della diffidenza dell’elettorato nei confronti del sistema politico e dei partiti a favore di una concentrazione di interesse esclusivamente sulle tematiche locali e le personalità. I candidati accusati di corruzione si sono ripresentati alle elezioni dopo diversi anni di candidatura in cui hanno, nella maggioranza dei casi, incrementato lo sviluppo locale delle municipalità, con la costruzione di infrastrutture e aumento delle possibilità di impiego. Quindi, nonostante la pubblicità negativa per il coinvolgimento in azioni legali (processi), tre dei quattro candidati accusati hanno riconquistato la carica di sindaco. Isaltino Morais, sindaco di Oeiras per ben 16 anni, fino alle sue dimissioni in favore della carica di Ministro dell’Ambiente per l’ex governo Barroso, sotto inchiesta per la presunta gestione economica illegale della scorsa campagna elettorale, è nuovamente sindaco. Valentim Loureiro, a capo della Lega Calcio Professionale Portoghese, sotto inchiesta per il coinvolgimento in partite di calcio truccate, è stato riconfermato primo cittadino della città di Gondomar. Fàtima Felgueiras, sindaco di Felgueiras per otto anni fino all’arresto del 2003 per le accuse di corruzione e abuso di potere, è stata rieletta per la seconda volta. Alla garanzia di immunità durante la campagna elettorale e il periodo di elezioni seguiranno i processi di questi sindaci, che avranno un peso notevole sui municipi coinvolti. I casi di corruzione hanno, naturalmente, rappresentato un’importante tematica del dibattito elettorale, talvolta allontanando l’attenzione dalle questioni di interesse locale. Media e opinionisti hanno sfruttato abbondantemente i casi giudiziari per rilanciare il dibattito sulle elezioni e potrebbero aver rappresentato un’ulteriore causa della reazione tanto netta e decisa dell’elettorato portoghese.
Le possibili conseguenze del budget 2006
Una settimana dopo l’esito delle elezioni amministrative il governo ha presentato la bozza del bilancio per il 2006. Alimentando il dibattito parlamentare e i timori degli impiegati statali, per i quali i tagli alla spesa pubblica avranno un peso non indifferente sugli stipendi. Nei mesi a seguire, probabilmente si ripeteranno movimenti di protesta e manifestazioni, che andranno a sommarsi alla perdita di prestigio del governo socialista già messo a dura prova dai risultati delle amministrative. Qualcosa non sta andando come dovrebbe, o meglio, il governo ha rispettato poco le promesse elettorali. Così, disoccupazione crescente, salari e pensioni basse con poche possibilità di aumento sono i risultati di questi primi otto mesi di governo. C’è da tenere in considerazione, però, il debito ereditato dal precedente governo di centro-destra e la necessità di raggiungere e mantenere i livelli previsti dall’Unione Europea. L’obiettivo del governo portoghese è di diminuire il deficit previsto per la fine dall’anno su un valore del 6.2% a un valore inferiore al 3%, imposto dall’Unione Europea alle 12 nazioni che hanno adottato l’euro. A luglio le istituzioni comunitarie hanno dato al Portogallo la possibilità di portare il deficit al livello previsto entro il 2008, viste le difficoltà di bilancio. La prospettiva del budget 2006 è,quindi, volta alla realizzazione di un decremento del 4.8% del deficit che implicherà tagli alle spese pubbliche per due miliardi di euro. La riduzione del peso delle spese statali sul bilancio portoghese e la lotta contro l’evasione fiscale e la frode sono stati illustrati dal Ministro delle Finanze come fondamentali per l’indicazione di un budget realistico che non faccia ricorso a espedienti o misure straordinarie. La sfida del governo è di assicurare, comunque, una crescita economica al paese ben superiore rispetto all’indice preso in considerazione per quest’anno, che si attesta sullo 0.5%. Si dimostrerà necessario affidarsi alle privatizzazioni e dal bilancio per il 2006 appare già chiara la volontà di muoversi su questo versante per quanto riguarda il settore energetico, senza tradire la strategia governativa di mantenimento della competizione tra le aziende di fornitura di gas ed elettricità. La proposta del budget 2006 sarà discussa e votata a fine novembre e nonostante la maggioranza assoluta di seggi in parlamento per il Partito Socialista, c’è da tenere in considerazione l’eco che questa presentazione avrà a livello sociale, in che modo potranno accordarsi con le organizzazioni sindacali e come la situazione verrà sfruttata dalle correnti di opposizione. Il dato della diminuzione dello stipendio del 13.8% nei prossimi tre anni per gli impiegati statali è motivo di preoccupazione e potrebbe essere una possibile causa di instabilità politico-sociale sul lungo periodo.
Conclusioni
Le promesse elettorali del giovane governo socialista non hanno trovato fondamento nell’operato di questi mesi e hanno alimentato i disaccordi con gli altri partiti di sinistra. In vista di ciò, le elezioni amministrative hanno rappresentato un test per il Partito Socialista e i dati confermano che non è stato superato. Le imminenti elezioni presidenziali (gennaio 2006) potrebbero essere considerate come un’ulteriore sfida da affrontare per i socialisti, anche se le previsioni danno al possibile candidato di centro-destra Aníbal Cavaco Silva un più ampio margine di vittoria.
ottobre 26 2005
«Inchiesta Mediaset, scoperto il tesoro» Luigi Ferrarella Corriere della Sera MILANO - Oltre 140 milioni di franchi svizzeri. Non più solo scie afferrate a ritroso dalle carte d’indagine, ma stavolta moneta tintinnante. Il «tesoro» dell’inchiesta Mediaset (sulla compravendita dalle majors Usa di diritti cine-tv da parte di Fininvest/Mediaset nel 1988-1999) adesso c’è. Non alle esotiche Bahamas o nell’impenetrabile Hong Kong, ma ad appena 15 chilometri dal confine tra Svizzera e Italia, nel paesino di Manno vicino a Lugano.
In cinque conti correnti. Localizzati dalle rogatorie presso la locale agenzia dell’Ubs. E che, aperti da anni, a tutt’oggi custodiscono l’equivalente di quasi 100 milioni di euro (circa 200 miliardi di lire). E’ il più grande sequestro di denaro mai eseguito all’estero per un’indagine italiana, denaro che formalmente giace su conti (personali o delle società offshore Wiltshire Trading e Harmony Gold) del 75enne produttore cinematografico californiano di origine egiziana Farouk «Frank» Agrama. E adesso si tratta «solo» di capire (ma il nodo è proprio qui) se il «tesoro» appartenga ad Agrama in quanto «socio occulto» di Silvio Berlusconi, come ipotizza la Procura di Milano che di entrambi in marzo ha chiesto il processo per appropriazione indebita di almeno 170 milioni di dollari, «pompati» (secondo l’accusa) dalle casse del Biscione a forza di ricarichi nelle fittizie compravendite di diritti tv intermediate da Agrama; oppure se il «tesoro» appartenga come patrimonio personale ad Agrama in quanto artefice di una colossale «cresta» ai danni proprio delle casse del Biscione, ma in questo caso con la necessaria complicità di alti dirigenti Fininvest/Mediaset e con il rischio collaterale di fare di Agrama un maxievasore agli occhi del poco indulgente fisco americano.
«O il reato c’è per tutti e due o non c’è per nessuno», riassume pragmatico l’avvocato italiano di Agrama, il professor Astolfo Di Amato, il cui eufemismo quantifica «non irrilevante» l’entità del sequestro disposto dalla Procura federale elvetica «su richiesta - spiega - della Procura di Milano». Sulle prime, la circostanza produce un equivoco con il già noto sequestro, il 3 ottobre, di 7 conti svizzeri (dai pittoreschi nomi di «Trattino», «Teleologico», «Litoraneo», «Sorsio», «Clock», «Leonardo» e «Pache/Pace») sui quali dal 2000 al 2002 risultano affluiti soldi frutto delle appropriazioni indebite contestate dai pm milanesi ad Agrama «in concorso con persone da identificare all’interno del gruppo Mediaset»: blocco meno ingente e di iniziativa svizzera in una indagine per riciclaggio.
Quest’altro sequestro è invece «successivo» ed è chiesto dall’Italia alla Svizzera, come aiuta a chiarire l’avvocato di Agrama prima di richiamarsi alla riservatezza cara a Berna. Ma almeno una prima risposta, la difesa di Agrama già la offre: i soldi congelati? «Sono disponibilità personali, sue e di sue società: Agrama "socio occulto" di Berlusconi? L’accusa lo presenta quasi fosse un fantoccio, ma non è così: siamo tranquilli, quello che Agrama ha guadagnato se l’è messo in tasca». Incuriosisce, tuttavia, che questa montagna di soldi, in cerca d’autore e di padrone, sia scovata in un angolo italosvizzero dove in passato strutture Fininvest hanno avuto trascorsi già alle cronache giudiziarie, mentre Agrama non risulta aver mai avuto in Svizzera alcun interesse economico ma solo a Los Angeles e Hong Kong: «Il fatto che queste disponibilità di Agrama non fossero pubbliche non toglie che Agrama sia un imprenditore importante che svolge attività da lungo tempo e in modo proficuo», replica Di Amato, «i guadagni legittimamente conseguiti non sono illeciti».
«Un nuovo sequestro? Lo ignoro», commenta l’avvocato di Berlusconi, Niccolò Ghedini, che 7 giorni fa, nel ribadirne l’estraneità, aveva aggiunto un «casomai»: «Agrama non è mai stato socio di Berlusconi, né mai gli ha retrocesso denaro. Casomai, se fosse vero l’assunto accusatorio nei confronti di Agrama, proprio Fininvest, Mediaset e Berlusconi sarebbero i danneggiati da manovre finanziarie a loro totale insaputa».
Il mio Ulivo rifiorito intervista ad ARTURO PARISI di Marco Damilano, l'Espresso - 21 Ottobre 2005 Per lei questi giorni assomigliano alla fine di un incubo cominciato il 20 maggio con il no di Rutelli all’Ulivo. Che fase si apre? «La fase dello scongelamento. Lo dicemmo subito: l’Ulivo sarà scongelato dagli elettori con il calore della passione. Ce lo siamo ripetuti in questi mesi mettendo avanti la speranza. Le primarie erano state indette in un modo che non ci piaceva, raccontate come uno scambio con il congelamento dell’Ulivo. Io stesso avevo difficoltà a riconoscermi in quella che poteva apparire una tardiva concessione. E tuttavia sapevo che le primarie, per il loro solo svolgersi, avevano nel loro dna l’Ulivo: il coinvolgimento degli elettori, la scelta del candidato, la messa tra parentesi delle appartenenze di partito».
Cosa significano questi quattro milioni e 300mila di elettori per la democrazia italiana? «Una rivoluzione. Che cambierà i termini dell’azione politica. Abbiamo visto con i nostri occhi i cittadini mescolati tra loro e non portati dai pullman e altri mezzi di locomozione collettiva. Quattro milioni di persone hanno dichiarato di appartenere all’Unione, mai nessun partito ha potuto far conto su una forza di queste dimensioni. Persone reali, non anime morte. Come faranno i partiti che registrano nel loro momento più alto 350mila iscritti a non misurarsi con questo termine di confronto? Come faranno a immaginare altre defatiganti discussioni per scegliere i candidati alla regione Sicilia o al comune di Milano, in tavoli segreti in tutto fuorché nei litigi, senza che a qualcuno venga in mente di chiamare in causa gli elettori siciliani o milanesi?»
La rivoluzione arriva mentre tutto il sistema sembrava andare nella direzione opposta. La proporzionale era già tornata nella testa dei capi partito: basta vedere la lottizzazione in Rai. E ora? «Le primarie sono una risposta. È come se Berlusconi che aveva cavalcato il maggioritario ora avesse visto passare il cavallo della proporzionale e volesse montarci in groppa. Ci aveva visto segnati e tentati dalla proporzionale e ha detto: “amen, così sia”. Ma si è sbagliato: nonostante tutto la cultura della partecipazione ha messo radici profonde. Anche se purtroppo più tra la gente che nel ceto politico».
Che succede ora nel centrosinistra? «Succede che nessuno può far finta di non aver visto. Tutti sono costretti a vedere, anche quelli che non volevano. Nell’impossibilità di dare vita al partito unico del centro-sinistra all'insegna dell'Unione è tornato in campo l’Ulivo che è nell’Unione la forma di unità più intensa e più estesa».
Si torna al passato? Alla vecchia lista Uniti nell’Ulivo? Non era stata un’esperienza facile e ha avuto una fine ingloriosa, con il ritiro della Margherita. «Non possiamo dare la stessa risposta che avevamo dato nelle elezioni precedenti, alle europee e alle regionali, quando avevamo ridotto il progetto ad un passaggio elettorale. Questa volta abbiamo bisogno di ben altra convinzione politica. Si dice che non c’è due senza tre, ma anche passi pure due, ma tre è troppo».
Traduzione: non possiamo fare di nuovo l’Ulivo e poi dividerci il giorno dopo le elezioni. «Di tutto abbiamo bisogno tranne che di un altro tram dal quale scendere un minuto dopo le elezioni. La domanda dei cittadini deve avere una risposta strategica, di tempo lungo e non tattica, una risposta politica e non tecnica».
Rutelli a maggio ha lavorato per mesi a una Margherita autonoma, ora chiede il partito Democratico con i Ds. È una svolta reale? «C’è un cambiamento radicale. Un’inversione di marcia. Ci eravamo opposti più alla motivazione che alla decisione: proporre una Margherita definita da una vocazione particolare, un partito collocato sul lato destro della coalizione e interessato in modo qualificante, se non esclusivo, a intercettare i flussi di voto provenienti da destra, ospitando intanto gli esponenti che arrivavano da quella sponda. Non riconoscevo in questa scelta la Margherita per l’Ulivo che avevo partecipato a fondare».
È stata una scommessa azzeccata? «In questi mesi, anzi in questi giorni, Berlusconi ha interrotto il deflusso da destra con la legge elettorale, con un contrattacco della cui potenza non ci siamo ancora resi conto. E nella Margherita sono riprese a circolare idee depositate nel suo dna: il partito Democratico non è un’invenzione estemporanea. Nel partito in cui io e Rutelli abbiamo militato, i Democratici, questo era la ragione sociale e il traguardo strategico. La Margherita è nata in nome di questo progetto. Sento la riproposizione di un sogno comune. Torno a vedere un segretario che considera il suo partito come tappa e non come approdo, come mezzo e non come fine».
Tra poco dirà che non è Parisi che vuole sciogliere la Margherita, è Rutelli... «Ha posto da segretario il superamento del proprio partito, un fatto enorme, così grande che deve trasformarsi in una scelta solenne del partito. Come non considerare con soddisfazione che il segretario del mio partito ripropone l’obiettivo che è stato nostro per anni?».
Per rendere credibile l’operazione Rutelli dovrebbe dire: “ho sbagliato”? «Ho un atteggiamento di rispetto e di attenzione per le ragioni degli altri. La cosa più importante è che ognuno dica solo le cose in cui crede e creda nelle cose che dice. Lo dico anche a me stesso. Preferisco riconoscere un dissenso piuttosto che far conto su un consenso che non ha fondamento».
E i Ds? Cosa dovrebbero mettere in gioco? «I Ds si mettano insieme a noi in ascolto della gente che ha fatto la fila. Più di noi devono dismettere le tentazioni dell’orgoglio e dell’organizzazione che costituiscono un ostacolo non indifferente per raggiungere quella mescolanza sul piano culturale e politico che è necessaria a questa operazione. Tornino ancora una volta a mettersi in cammino, in ricerca, come hanno fatto tante volte in questi sedici anni a partire dalla Bolognina».
Basta stampare di nuovo l’Ulivo sulla scheda per recuperare le divisioni tra Ds e Margherita degli ultimi mesi? «Dobbiamo lavorare sodo: rilanciare la lista dell’Ulivo in Parlamento con questo respiro politico. Per evitare le esperienze frustranti delle due occasioni precedenti dobbiamo assicurarci che l’Ulivo viva non solo per il tempo delle elezioni ma continui a vivere in Parlamento. Lo direi comunque, a maggior ragione in un sistema proporzionale. Il cammino verso la divisione prima era un piano inclinato, ora può degenerare in un precipizio: basta una timidezza perché sia subito sera».
Perché dovete fare questa fatica con la legge proporzionale? Non sarebbe più semplice che ognuno facesse la sua lista? «Dobbiamo scegliere tra la qualità della proposta o la quantità delle proposte. O raccogliamo grazie alla nostra unità consensi superiori a quelli che Berlusconi raccoglie grazie alle sue divisioni oppure tanto vale affidarci alla quantità delle proposte: raccogliere ognuno i suoi e metterli insieme per fare un totale superiore a Berlusconi».
Alla fine della storia, se tutto va come dice lei nel 2006 sulle schede elettorali ci sarà per la terza elezione nazionale consecutiva il simbolo dell’Ulivo invece di Ds e Margherita. E dopo: nascerà il partito dell’Ulivo? «Stiamo per compiere un ulteriore passo avanti in questa direzione. Ma è un passo che può essere fatto solo da chi condivide questa prospettiva. Chi non la condivide è meglio che tessa la sua tela per conto proprio, dentro la grande famiglia dell’Unione piuttosto che procedere senza convinzione in un cammino in cui non crede. Spesso mi hanno accusato di procedere per strappi successivi, ma questo dipende dal fatto che mentre noi ci sentiamo in cammino, taluni nostri compagni di strada pensano ad ogni tappa di fermarsi. Devono cambiare le regole di ingaggio; possiamo rallentare il passo, ma non ci consentito di fermarci. Mai».
Negli ultimi mesi Prodi è rimasto senza Ulivo. E ora? «Milioni di persone votando il suo nome hanno voluto manifestare una domanda di governo. Prodi è riconosciuto, giustamente, come l’uomo che grazie alla sua esperienza ha più capacità di rispondere a questa domanda portando fuori il Paese dal disastro in cui è stato condotto. Il progetto dell’Ulivo è risposta ad una domanda politica di lunga durata che supera il tempo del governo e della legislatura. Le primarie hanno riaperto la prospettiva perché le due domande, politica e di governo, si rafforzino l’una con l’altra».
Domanda e..... risposta
Italia 2.0...forza ragazzi
P.s. Ieri la materia del contendere, quella vera, era. Il futuro di una generazione. Possibilmente credibile.
Il Ddl Moratti è in sè una legge confusa e priva di logica e strategia. Al 2012 mette in esaurimento la figura dei ricercatori (oggi il 50% dei docenti reali nelle università pubbliche) e li trasforma a tempo determinato (precario). Dopo la fallimentare esperienza dei concorsi locali istituisce di nuovo un concorso nazionale per docenti annuale (a cui non crede nessuno e senza regole efficaci di selezione).
Insomma, un altro messaggio: governiamo male e confuso, non sappiamo bene che fare ma solo su una cosa siamo certi: che vi precarizzeremo. Non contateci sulla ricerca nell'Università.....
Chiuderanno quindi lo spazio pubblico dei ricercatori, ma, in cambio, quali spazi reali la Moratti e questo governicchio hanno aperto? Leggi sotto...
Il Ddl Moratti, almeno per ora, non avrà effetti apprezzabili. Istituisce soltanto un ulteriore orizzonte di confusione e di instabilità nelle aspettative dei giovani.
Proposta: i soldi buttati del ponte sullo stretto di Messina in un fondo per nuove imprese innovative; una flat a 5 euro al mese per la musica in rete liberamente in condivisione con ricavi agli autori e per un terzo ad alimentare un fondo per la creatività digitale.....
Un esempio:
Questa è una impresa autofinanziata creata dentro a una università pubblica. Vive di progetti, di collaborazioni con enti, di iniziative....(non so per quanto) www.caravita.biz
Università, la riforma del Gattopardo Franco Donzelli
Il disegno di legge sull’università, approvato il 29 settembre dal Senato con voto di fiducia, ha suscitato e continua a suscitare forti reazioni nel mondo accademico: Conferenza dei rettori, senati accademici, consigli di facoltà, rappresentanze, associazioni, sindacati hanno levato vibrate proteste, sia per il merito del provvedimento sia per il metodo seguito nell’approvarlo. Ma l’ondata di indignazione ha lasciato sostanzialmente indifferente la maggior parte dei professori, dei ricercatori e persino dei giovani precari, presumibilmente rassicurati dall’ampia tutela garantita dal Ddl alle rispettive esigenze corporative; non ha neppure sfiorato l’opinione pubblica, che in Italia si disinteressa da sempre delle questioni universitarie, giudicate lontane ed esoteriche; ha provocato solo qualche flebile segnale di attenzione nel mondo politico e nella stampa.
Tanto rumore per nulla
Vi è qualcosa di paradossale in ciò che sta accadendo. Il disegno di legge è una confusa accozzaglia di norme contraddittorie e inapplicabili, che non fa onore alla capacità di legiferare del nostro Parlamento. Ma proprio per questa ragione, i suoi paventati effetti, qualora fosse approvato dalla Camera nello stesso testo uscito dal Senato, non si realizzerebbero se non in minima misura. Con un articolo unico e venticinque commi, infatti, il Governo si impegna strenuamente a vanificare gli obiettivi che pur proclama di voler perseguire. Pertanto, mentre le pubbliche proteste degli organi istituzionali e delle rappresentanze accademiche appaiono per certi aspetti surreali, dato che stigmatizzano qualcosa che non c’è, il sostanziale silenzio dei professori, dei partiti politici, dell’opinione pubblica e della stampa rivela una situazione di passiva rassegnazione e di incapacità propositiva. Il Ddl non dovrebbe essere criticato per ciò che dice di voler fare, e non fa. Ma piuttosto per il fatto che non apporta alcun contributo alla soluzione di serissimi e annosi problemi che, ormai marciti nell’inutile attesa di una soluzione, stanno rapidamente trasformando il sistema universitario italiano in uno dei peggiori del mondo. I punti principali toccati dal disegno di legge sono a mio avviso tre: il primo, sul quale si è concentrata la maggior parte dell’attenzione, ha a che vedere con la messa a esaurimento (vulgo, la "soppressione") del ruolo dei ricercatori; il secondo riguarda lo stato giuridico dei professori; il terzo concerne le procedure di reclutamento dei professori stessi. Qui mi occuperò dei primi due punti. Il terzo è discusso nell’articolo pubblicato qui a fianco.
La questione del ruolo dei ricercatori
Il ruolo dei ricercatori, che a mia conoscenza non ha equivalente in alcun altro sistema universitario al mondo, nasce nel 1980 con caratteristiche ibride. Non è inizialmente un ruolo docente, giacché ai ricercatori non è conferita alcuna vera autonomia didattica (e neppure di ricerca, a dire il vero), ma viene progressivamente trasformato (con l’articolo 12 della legge 341 del 1990 e le successive estensioni, che il Ddl si propone ora di abrogare) in una specie di fratello minore, soggetto a tutela e a limitazioni di ogni tipo, del vero ruolo docente, che resta quello dei professori. Peraltro, nonostante questo stato di umiliante minorità, nel ruolo si entra solo in tarda età: ancor oggi, nonostante le migliaia di nuove immissioni che si sono verificate negli ultimi cinque anni, l’età media d’ingresso supera i trentacinque anni. Negli altri paesi, più civili del nostro, a questa età si gode già da anni di una piena autonomia didattica, di ricerca e di gestione di fondi, oltre che, naturalmente, di livelli stipendiali ben diversi da quelli italiani. Ma, com’è ovvio, anche i doveri sono ben diversi. La "soppressione" di un simile ruolo non potrebbe dunque che far bene all’università italiana. E proprio questo è uno degli obiettivi dichiarati del disegno di legge. Poi, però, per ragioni inconfessate, ma facilmente intuibili, il comma 7 del Ddl dilaziona al 30 settembre 2013 l’effettiva "soppressione" del ruolo dei ricercatori, con un periodo di transizione dal vecchio al nuovo regime di ben otto anni. In questo lasso di tempo incredibilmente lungo, potranno essere banditi posti di ricercatore secondo le procedure oggi in vigore. Si tenga conto, inoltre, che il Ddl prevede il blocco immediato dei bandi per professore ordinario e associato secondo le procedure vigenti (comma 6), mentre le nuove procedure del loro reclutamento non potranno essere attuate in un periodo breve, forse mai del tutto. Questo significa che, per un periodo forse molto lungo, i fondi a disposizione delle università per il reclutamento di nuovo personale docente (in qualche senso) potrebbero essere utilizzati solo per l’assunzione di ricercatori. Il presumibile risultato di tutto ciò sarebbe quello di ritrovarci nel 2013 con un numero di ricercatori molto più elevato, diciamo il doppio, di quello attuale. A quel punto, con 40mila ricercatori, di cui 20mila neo-assunti, il ruolo dei ricercatori diverrebbe politicamente insopprimibile, vanificando gli obiettivi espliciti del disegno di legge.
Lo stato giuridico
Per quanto riguarda lo stato giuridico dei professori, i fini apparentemente perseguiti dal Ddl mi paiono meritevoli: chi non potrebbe apprezzare il tentativo di rendere più flessibili le norme che lo regolano, oggi irrigidite da burocratici automatismi e piatte uniformità? In particolare, chi potrebbe ragionevolmente obiettare all’introduzione di un sistema di incentivi, anche monetari, che scardinino l’attuale rigidità di progressioni stipendiali basate esclusivamente sull’anzianità di ruolo? Potrebbe sembrare che il disegno di legge si muova decisamente in questa direzione. Infatti, al comma 8, si legge testualmente: "La delibera di chiamata [dei professori ordinari e associati] definisce le fondamentali condizioni del rapporto, tenuto conto di quanto disposto dal comma 16, prevedendo il trattamento economico iniziale attribuito ai professori di ruolo a tempo pieno ovvero a tempo definito della corrispondente fascia […]". Questa formulazione sembrerebbe aprire la strada a un’utile differenziazione dei rapporti di lavoro fra diverse università, che potrebbero all’apparenza definire "le fondamentali condizioni del rapporto" sulla base delle esigenze e delle possibilità locali. Inoltre, l’ancoraggio della parte fissa della retribuzione al "trattamento economico iniziale attribuito ai professori di ruolo a tempo pieno ovvero a tempo definito della corrispondente fascia", notoriamente molto basso, sembrerebbe liberare una grande quantità di risorse che potrebbe essere impiegata per la parte variabile della retribuzione, consentendo finalmente di attuare un’indispensabile politica di incentivazione dei meriti, delle competenze e dei risultati conseguiti dai singoli. Tuttavia, il riferimento incidentale al comma 16 può suscitare qualche sospetto. Per dissiparlo, non resta che consultare il comma, dove si può leggere testualmente: "Resta fermo, secondo l’attuale struttura retributiva, il trattamento economico dei professori universitari articolato secondo il regime prescelto a tempo pieno ovvero a tempo definito". Dunque, nulla cambia, rispetto alla situazione attuale, per quanto riguarda la parte fissa della retribuzione. Ma le progressioni legate all’anzianità di ruolo assorbono oggi una parte enorme della massa stipendiale dei professori. Riconfermare l’attuale struttura retributiva significa non lasciare nulla per la parte incentivante, sicché diviene pienamente comprensibile l’involontaria ironia di una successiva frase del medesimo comma: "Ai professori a tempo pieno è attribuita una eventuale retribuzione aggiuntiva nei limiti delle disponibilità di bilancio […]" (corsivo aggiunto). Poiché le disponibilità di bilancio sarebbero completamente esaurite dalle progressioni stipendiali automatiche per anzianità, la "retribuzione aggiuntiva" incentivante non potrebbe che restare per sempre "eventuale". Nello stesso comma si può trovare anche la disposizione che impegna i professori a tempo pieno a svolgere "non meno di 350 ore annue di didattica, di cui 120 di didattica frontale". (1) Questa misura, a mio avviso positiva, moderata e in linea con gli standard internazionali (2), ha suscitato vivaci opposizioni da parte di moltissimi professori, inclusi alcuni fra i rari (ma assai ben rappresentati sulla stampa quotidiana e periodica) sostenitori del Ddl. Poteva forse il Governo trascurare cotanta ostilità, che rischiava di incrinare persino il debole fronte dei propri simpatizzanti? Certamente no. E infatti, subito dopo la frase riportata, il testo prosegue così: "Le ore di didattica frontale possono variare […] sulla base di parametri definiti con decreto del ministro dell’Istruzione, dell’università e della ricerca". È questo un caso interessante di deroga preventiva: l’eccezione precede l’effettiva introduzione della norma. Inoltre, si può facilmente immaginare a quali pressioni sarebbe sottoposto il ministro, nel caso in cui questa disposizione fosse realmente adottata, da parte di gruppi di professori interessati a illustrare le evidenti "specificità" e le ovvie "diversità" dei propri settori scientifico-disciplinari, da cui dipende il possibile sconto (ministeriale, ben s’intenda) sulle ore di didattica frontale. Ora, il comma 19 dispone che i professori che si trovano "in servizio alla data di entrata in vigore della presente legge", e che non optano per il nuovo regime, conservino "lo stato giuridico e il trattamento economico in godimento […]". Ci si può chiedere se sia probabile o meno che qualche professore in servizio eserciti la possibile opzione per il nuovo regime. In realtà, la risposta è scontata: a queste condizioni, senza alcuna plausibile speranza di compensi aggiuntivi e con il rischio di dover svolgere qualche ora in più di didattica frontale non remunerata, nessun professore potrebbe avere alcun incentivo a esercitare l’opzione. Se quindi il disegno di legge entrasse realmente in vigore, ci si dovrebbe aspettare che la totalità dei professori in servizio (circa trentacinquemila persone) continui a mantenere lo stato giuridico preesistente, fino a quando ciò è possibile: fino al pensionamento per gli ordinari, e fino al pensionamento o all’eventuale passaggio di fascia, per gli associati. Non sembra certamente una buona premessa per rinnovare l’università.
(1) Per i professori a tempo definito, invece, le ore annue di didattica previste sono 250, di cui 80 di didattica frontale.
(2) In Francia, ad esempio, le ore di didattica frontale sono 128 per tutti i professori universitari. www.lavoce.info/
Iraq, guerra, perché Furio Colombo
da l'Unità - 26 ottobre 2005
La prima domanda è se George Bush sia il giocatore o il giocato. La seconda domanda è come mai le bugie abbiano una tale forza vendicativa di inseguire, attraverso gli anni, i mentitori, benché essi siano autorevoli, potenti e ben nascosti. La terza domanda è quella fondamentale, che ormai tormenta e ossessiona l’America e cresce di intensità ogni giorno, invece di cadere nella noia del fatto compiuto: perché la guerra in Iraq? Ne è una prova ciò che dice Richard Haas a un giornalista del New York Times: «Facevo parte del gruppo che ha preparato la guerra. Andrò alla tomba senza poter rispondere alla sua domanda». Ne è una prova ciò che ha detto il colonnello Lawrence Wilkerson, capo dello staff di Colin Powell, Segretario di Stato quando la guerra è iniziata: «Posso dire che è stata tutta una cabala, manovrata da Cheney e da Rumsfeld (rispettivamente vice presidente e ministro della Difesa Usa, ndr) che hanno agito in un mare di disfunzione e di disordine».
Iraq, guerra, perché
Ne è una prova un articolo dell'ex Consigliere per la sicurezza di Bush padre, il generale Brent Scowcroft, che sta per essere pubblicato e nel quale si legge: "si è trattato dell'inseguimento di una pericolosa utopia da parte dei neoconservatori, che si erano messi in testa di esportare la democrazia. Ma è Cheney la vera anomalia di tutta questa storia. E' un amico, lo conosco da tanto. Ma non lo riconosco. Non capisco il senso di ciò che sta facendo." Ne è una prova il fatto che il procuratore speciale Patrick Fitzgerald, che sta investigando su un uomo chiave di George Bush (Karl Rove) e su un uomo chiave di Dick Cheney (Lewis Libby), ha annunciato di avere creato un sito nel quale renderà pubbliche le sue decisioni. "Vuol dire che qualcosa di grave sta per succedere ", commenta lunedì mattina il New York Times, in un Paese in cui nessuno potrebbe permettersi di dire che la stampa libera o la magistratura perseguitano George Bush e i suoi uomini. Ecco infatti i protagonisti di questa strana storia esemplare. Sono il governo più potente del mondo, l'opinione pubblica di un Paese libero (ricordate il detto americano "si può mentire a qualcuno per tutto il tempo o a tutti per poco tempo, ma non a tutti per tutto il tempo"?) e un sistema di giustizia indipendente e coraggioso. C'è un ruolo anche per la stampa libera che, anche se si presenta con qualche caduto e alcuni errori sulla scena di questa vicenda, è però decisa a rivendicare il suo onore. E c'è una cosa che vale la pena di notare se non altro come lezione della vita: la verità, a volte, si nasconde nei dettagli. O meglio, frammenti di verità aiutano a intravedere la portata dell'intrigo. Forse Richard Hass andrà alla tomba senza la risposta che cercava sul lavoro di guerra a cui ha partecipato. Ma il procuratore Fitzgerald insiste nel tirare un filo che potrebbe smagliare una intera rete di bugie. Si tenga conto che, mentre tutta l'attenzione americana si concentra con il fiato sospeso su questa parte della vicenda (chi, quando, perché, alla Casa Bianca, ha mentito?), si accendono luci su altri palchetti laterali della vita pubblica degli Stati Uniti. Una luce si accende sul leader della maggioranza repubblicana alla Camera, il potente politico Delay, detto "il martello di Bush", indagato e arrestato per riciclaggio e fondi elettorali illegali. Un'altra luce punta al dottor Frist, brillante medico diventato senatore, diventato quasi subito capo della maggioranza repubblicana al senato, sotto inchiesta per la strana vendita delle azioni di una sua supervalutata azienda farmaceutica. Il giorno dopo la tempestiva vendita, da parte di Frist, le azioni sono cadute a picco, mostrando una situazione di gravi buchi contabili dell'azienda di famiglia. Ma la ricchezza del fortunato medico, diventato campione dei tagli alla assistenza sanitaria dei cittadini, ormai era al sicuro. E dunque un procuratore indaga. Notiamo questa ragione di orgoglio americano, e torniamo alle domande iniziali che stanno occupando Media, dibattito e attenzione di tutti in quel Paese. Il lettore avrà notato che tutte le voci che abbiamo citato in apertura di questo articolo sono voci di destra, di persone vicine a Bush o al padre di Bush. Ma sanno riconoscere i fatti e si rendono conto di non doverli negare. * * *
Tutto nasce da una vicenda apparentemente laterale, una «side story», direbbero gli sceneggiatori di Hollywood. Siamo vicinissimi all'annuncio dell'invasione dell'Iraq, ma ci sono ancora finzioni - o speranze - di attesa, ingiunzioni agli Ispettori delle Nazioni Unite (viene ripetuta ancora e ancora la frase: «il tempo sta per scadere»), discorsi severi in cui si ammonisce che «la guerra è l'ultima risorsa». Nessuno in quel momento teorizza l'esportazione della democrazia o la «liberazione» dell'Iraq. Il tema è unicamente il pericolo. Gli esperti notano oggi che è stato Dick Cheney il primo ad argomentare, ogni giorno e con forza, i due temi: l'Iraq è la casa del terrorismo e il grande sostenitore di Osama Bin Laden. L’Iraq sta preparando armi di distruzione di massa, ed è quasi pronto. La frase chiave è «distruggere la pistola fumante prima che prenda la forma di un fungo atomico». In quei giorni un ambasciatore di carriera, poco noto nel Paese, Joseph Wilson, viene mandato in missione nel Niger. Le carte affidate all'ambasciatore, (carte di provenienza italiana, carte false, ma questa parte della storia sta appena venendo alla luce) indicano una intensa attività di Saddam Hussein per procurare uranio al suo Paese, dunque una evidente intenzione di costruire al più presto un'arma atomica. La pista falsa porta in Africa, alla capitale del Niger. Wilson si considera un dipendente leale del Segretario di Stato. Non ha - o almeno non ha mai mostrato di avere - una sua opinione politica. Quando torna dal Niger, dove non ha trovato neppure la minima prova di ciò che sostenevano le carte italiane, Wilson, da buon funzionario, consegna un rapporto netto, privo di ambiguità, rassicurante: niente pericolo atomico. Con quel rapporto, chiuso in una cartellina, brandito, senza citarlo, nelle conferenze stampa e alla Tv, il vice presidente Cheney dichiara che «il tempo è scaduto», e che è inevitabile affrontare subito il più pericoloso nemico che l'America abbia mai avuto. Subito dopo il presidente degli Stati Uniti, sostenuto da Tony Blair, che brandisce altri documenti, falsi o incerti o discussi (fino al suicidio di uno scienziato, fino alle dimissioni del numero uno della BBC) annuncia la guerra, spiega che non si poteva aspettare un minuto di più, afferma che l’Iraq era pronto a distruggere l’Occidente in 45 minuti. Joseph Wilson non parla e non smentisce, è un servitore dello Stato. Ma quando diventa evidente che in tutto l'Iraq occupato non si trovano armi di distruzione di massa, quando i giornalisti insistono con lui per sapere che cosa aveva scritto nel suo rapporto l'ambasciatore Wilson segue il percorso del buon senso: «Le armi non si trovano perché non ci sono, e io lo avevo detto nel rapporto dal Niger». Si noti che, persino in questo caso, che lo porta ad un raro momento di notorietà, Wilson non prende posizione, non elabora teorie, non giudica la guerra iniziata sulla base di carte false e di affermazioni risultate non vere del presidente Bush e del Primo ministro Blair. Bush e Blair adesso sono impegnati nel cambiare discorso, nel presentare quella guerra infinita come «liberazione», «esportazione della democrazia« e «nuovo corso nel Medio Oriente». Ma a quanto pare la «fabbrica», come viene chiamato il giro di collaboratori e consulenti intorno a Cheney e intorno a Bush, non si da pace. Non conta la mitezza e la mancanza di militantismo politico di Joseph Wilson. Conta che abbia sollevato, sia pure di striscio, il problema della carte false, sventolate come se fossero vere per fare la guerra. Conta che abbia riproposto fatalmente l'enigma: perché questa guerra, così immensamente costosa in vite umane, e così disastrosa per l'economia americana, al punto che lo stesso governo impegnato a sostenere la guerra che non finisce, non può difendere la popolazione americana dal ciclone Katrina? Wilson deve essere punito. Come in un thriller o in un serial televisivo, per colpire Wilson si colpisce la moglie. La moglie è Valerie Plame, agente segreto della Cia con «copertura profonda». Vuol dire che nessuno deve sapere, salvo il cerchio interno del Presidente degli Stati Uniti. Svelare l'identità di una «copertura profonda» è reato perché mette a rischio una vita. Lewis Libby, la persona più vicina al vice presidente Cheney, e Karl Rove, la persona più vicina al presidente Bush (e indicato come l'architetto della vittoria elettorale di Bush) si assumono l'incarico di svelare l'identità di Valerie Plame, per punire il marito, l'ambasciatore Wilson, che ha commesso l’errore di dichiarare pubblicamente: «In Niger non ho trovato alcuna evidenza, alcuna ragione o prova per fare la guerra». Questa, almeno, è l'accusa del procuratore speciale Patrick Fitzgerald. L'accusa è formulata così: Karl Rove e Lewis Libby hanno lasciato cadere deliberatamente il nome di Valerie Plame e la sua qualifica rigorosamente segreta in conversazioni con i giornalisti. I giornalisti hanno prontamente pubblicato la pericolosa informazione perché due fonti come Rove e Libby non si possono ignorare. Ma, dal punto di vista della legge, Rove e Libby hanno commesso un crimine. La tradizione americana vuole che i giornalisti non rivelino le loro fonti. La esigenza di accertamento della verità dei tribunali impone che i giudici insistano, anche a costo di arrestare i giornalisti. Due di essi (o meglio, i loro direttori) hanno parlato, ma dando al procuratore che indaga indicazioni generiche, tipo: «Forse il giornalista ha sentito voci, forse lo ha detto qualcuno dei collaboratori di Rove o di Libby durante conversazioni occasionali». Una giornalista, Judith Miller del New York Times, ha taciuto. Judith Miller era nota per due ragioni: essere il canale preferito per far passare al grande giornale liberal le tesi della Casa Bianca sulle ragioni di fare la guerra. E per essere una reporter che ha sempre fonti sicure. Il giornale ha sostenuto la Miller nel suo tacere, mentre altri quotidiani e televisioni moltiplicavano notizie e dettagli sulla probabile responsabilità di Rove e di Libby, cioè di due uomini di vertice del governo. Improvvisamente Libby, forse perché l'inchiesta di Fitzgerald si stava stringendo intorno a lui, ha parlato. Ha ammesso di avere detto a Judith Miller che Valerie Plame era un agente «coperto». Fare attenzione a un particolare. Judith Miller non aveva scritto una parola sulle sue conversazioni alla Casa Bianca e su Valerie Plame. L'ipotesi che fanno adesso il suo direttore e i colleghi, è che la Miller non abbia scritto per non scoprire il suo ruolo di vera fonte delle notizie politiche della Casa Bianca. Hanno constatato che, articolo dopo articolo, Judith Miller ha sempre rappresentato scrupolosamente la versione «armi di distruzione di massa». In un articolo intitolato «Donna di distruzione di massa» la celebre columnist del giornale di New York Maureen Dowd la presenta come quinta colonna di Bush dentro il giornale. In questa storia la stampa libera, con tutto il suo orgoglio di sapere sempre tener testa al potere, appare, nello stesso tempo, come eroe e come complice, come protagonista positivo e negativo. Judith Miller ora è libera (dopo 84 giorni di carcere) perché il suo contatto altissimo alla Casa Bianca si è deciso a parlare. E - parlando - ha svelato i rapporti stretti e confidenziali che non avrebbero dovuto esistere con una giornalista che ha sempre sostenuto le buone ragioni della Casa Bianca. O meglio, le ragioni avute da Libby, a nome di Cheney, che hanno contribuito a persuadere molti americani della necessità della guerra. Judith Miller non è ritornata al suo giornale, e il suo giornale non ha ancora deciso. Ma niente è restato al coperto o non detto, e questo certo fa onore al giornale, che continua a pubblicare tutte le sue confusioni e incertezze su un caso certo più grave di quello, recente, del reporter Jason Blair che inventava le storie e che ha provocato la caduta di un direttore. Succederà di nuovo, a pochi mesi di distanza? L'opinione americana tiene per il giornale e contro la Miller. Ma segue soprattutto il lavoro instancabile di Patrick Fitzgerald. Il procuratore non potrà rispondere alla grande domanda: perché la guerra? Ma tenterà di indicare all'opinione americana alcuni che hanno certamente mentito. Perché altrimenti avrebbero dovuto vendicarsi di Wilson, che ha negato la ragione chiave della guerra, in modo così arrischiato e pericoloso? Il procuratore speciale sta puntando all'uomo più vicino al presidente e all'uomo più vicino al vice presidente degli Stati Uniti. Gli americani sanno che la risposta alla domanda grande comincia dal percorso di questa indagine e delle incriminazioni che seguiranno. E tutto ciò fa onore all'America. furiocolombo@unita.it
Un fiume contro la Moratti. An provoca, tensioni dentro e fuori Montecitorio di Valentina Petrini
Il giorno più lungo per il ministro Moratti è un giorno di scontri, di migliana e migliaia di studenti in piazza contro le sue riforme, di tensione in Parlamento e di manganellate sotto Montecitorio. Il ddl 4735-b che rivede i criteri di reclutamento dei professori universitari arriva alla Camera per essere approvato in terza battuta. Per il governo è l’ennesimo tentativo estremo di far passare una riforma prima della fine della legislatura. Per gli studenti e i ricercatori universitari che questa riforma non la vogliono proprio, un giorno di mobilitazione nazionale a Roma.
Solo in serata alla Camera il ministro Moratti decide di prendere la parola dopo che la protesta fuori Montecitorio da semplice corteo –gli organizzatori parlano di 150mila presenze - si è trasformata in presidio, un sit in sotto le finestre del Parlamento.
«Mi meraviglio dei colleghi dell’opposizione –dice la ministra più contestata del governo Berlusconi che affermano cose non vere. La Conferenza dei Rettori Riuniti in passato mi ha sottoposto 14 richieste: 13 sono state accolte». Il ministro stenta a tenere la voce ferma. Poi all’applauso della maggioranza si rincuora e prende fiato.
Ma martedì mattina in piazza ci sono proprio tutti a dire che la Moratti mente: ricercatori, studenti, docenti, sindacati. C’è anche il rettore dell’università La Sapienza, Guarini. «Sono qui perché è un dovere essere chiari e trasparenti. Il mio appoggio alla protesta è incondizionato». Il rettore Guarini spiega che questa riforma creerà più problemi al futuro della formazione nel nostro Paese che al presente, «saranno le giovani generazioni a pagare il prezzo di queste scelte politiche». Perché? Il problema principale resta la precarietà, consolidata e non combattuta dal ddl Moratti. «Prima dell’estate sembrava che il governo avesse accolto il nostro punto di vista –spiega Guarini.- Poi dopo, con un colpo di mano, hanno presentato questo maxi emendamento per arrivare in fretta alle votazioni e delle nostre istanze non si è interessato più nessuno».
Tre i cortei che in mattinata si muovono per le vie di Roma contro il ddl. Pullman e treni arrivano da tutta Italia. A Montecitorio c’è il presidio di docenti e ricercatori. Poi verso le 14 anche gli altri cortei confluiscono davanti alla Camera. Dentro l’aula si vota il ddl Moratti, ormai al termine del suo iter parlamentare.
Escono due deputati di An, Ignazio La Russa e Mario Landolfi. Guardano oltre le transenne dove migliaia di manifestanti da martedì mattina stanno seguendo le votazioni. «Buffoni, andatevene…», dicono gli esponenti di Alleanza nazionale. La reazione della piazza è immediata. Urla, insulti, slogan contro la Moratti e tutta la maggioranza. Il clima si surrriscalda ancor più quando oltre a La Russa e Landolfi escono altri esponenti del centrodestra a istigare i manifestanti.
«Che responsabilità è questa, che bisogno c’è di istigare questi ragazzi. Stanno manifestando. Credo che uomini di istituzione non debbano compiere errori così gravi». Alba Sasso, ds, corre in piazza a dare il suo sostegno a chi martedì è in sciopero. Con lei arrivano numerosi esponenti del centrosinistra. Il vicepresidente della Camera Fabio Mussi fa arrivare bottigliette d’acqua a agenti in assetto antisommossa e manifestanti, per calmare gli animi.
Da via degli Uffici del Vicario, accanto a Montecitorio, un gruppo di studenti con il volto coperto cerca di arrivare davanti alla Camera. La polizia circonda e blocca tutte le vie d’accesso alla zona. Qualche lancio di fumogeni. Poi il gruppo si disperde per cercare di fare il giro dall’altra parte. Intanto dietro le transenne aumenta il numero dei manifestanti. In principio i cortei erano tre. Uno che partiva da piazza Esedra, uno da piazzale Aldo Moro, davanti all’università La Sapienza e l’altro era un presidio permanente davanti alla Camera per seguire le fasi del voto.
Il resto della cronaca è un botta e risposta tra la piazza e il centrodestra. Esce Gustavo Selva di An. Vuole passare ad ogni costo da via degli Uffici del vicario, occupata dagli studenti. «E’ un mio diritto, fatemi passare». Loro, in risposta, gli comprano un gelato al cioccolato e glielo consegnano.
Esce Daniela Santanchè, sempre An, che molto elegantemente si volta verso i manifestanti e mostra il dito medio (nella foto). Una giornata di provocazioni.
Dentro la discussione politica continua. Il presidente della Camera Casini è costretto più volte a richiamare maggioranza e opposizione all’ordine. La tensione è già molto alta quando, ad un tratto, arriva la notizia di una carica in via del Corso in seguito alla quale sarebbero rimasti feriti tre studenti, tra cui una ragazza e cinque persone sarebbero state identificate. La Questura nega di aver ordinato una carica. E in effetti gli agenti che hanno inseguito a suon di manganellate un gruppo di studenti bolognesi e padovani fin dentro la Galleria Colonna vengono fermati da altri agenti e carabinieri. Casini comunque, sollecitato da Rifondazione, telefona al Viminale per sapere cosa è successo. Ma non sospende la seduta.
Dalle finestre si percepiscono forti e chiari gli slogan del sit in.Il governo decide di inviare Valentina Aprea, sottosegretario alla Cultura, a parlare con studenti e docenti. «Il ministro è disposto ad incontrare una delegazione»…Non riesce neanche a finire di parlare. «Ormai è tardi, - risponde la folla- nessuna delegazione. Sospendete i lavori L’Italia non vuole questa riforma».
In aula si va avanti, fino a sera. Mentre gli studenti defluiscono, alcune migliaia in corteo si dirigono verso l’università La Sapienza. E passando, con gli animi esacerbati, se la prendono anche con i giornalisti: con una cronista di Sky, con la sede del Messaggero. Solo qualche decina di loro è deciso a passare la notte lì, davanti a Palazzo Chigi. Tutto inutile dato che in tarda serata la "controriforma" Moratti viene definitivamente approvata dalla Camera: 259 voti favorevoli. L'opposizione non ha partecipato al voto finale mentre la Cdl ha votato compatta per il sì.
Intanto alla Bocconi, il “tempio del sapere economico” a Milano, si fa sapere che c’è già in programma un nuovo presidio per venerdì 28. Aspettano la Moratti, all’inaugurazione dell’anno accademico. www.unita.it
ha collaborato Davide Sfragano
Lucia Annunziata : Berlusconi e la RAI , la regina del pollaio di Giulia Alliani
"The Independent" di oggi racconta che Berlusconi, come la regina Vittoria, e' "unamused", non si diverte. Al presidente del Consiglio italiano non piace la satira televisiva che si prende gioco di lui.
Prodi - scrive il quotidiano - vuole abolire il sistema per cui la Rai e' controllata dai partiti per sostituirlo con un sistema piu' imparziale, simile a quello spagnolo e a quello inglese. A questo proposito il giornale britannico ha chiesto un parere alla "giornalista di sinistra" Lucia Annunziata, ex-presidente della Rai.
"E' impossibile sbarazzarsi del sistema - risponde l'Annunziata - possono anche parlarne, ma non lo faranno. La Rai e' la piu' grossa gallina dalle uova d'oro della politica italiana, e' una macchina pubblicitaria gratuita per tutti i partiti politici. E' una rete d'informazione profondamente ideologizzata, ed e' sempre stata cosi'. La colpa non e' di Berlusconi, la colpa e' dei Democristiani".
La giornalista ha poi aggiunto: "L'improvvisa uscita di Berlusconi e' stata una tipica manovra: ha permesso che lo spettacolo [Rockpolitic, ndt] andasse in onda, per poi attaccarlo nei giorni successivi. E' il suo modo di fare pressione per indurre gli alleati della coalizione a votare la legge [la legge che permette di mandare in onda spot di propaganda politica prima delle elezioni, ndt]".
www.osservatoriosullalegalita.org
Giappone: gli effetti politico-economici della privatizzazione postale
Dopo un lungo e tortuoso iter parlamentare, seguito dalle dimissioni e dalla rielezione del Primo Ministro Junichiro Koizumi, è stata approvata la legge che prevede la privatizzazione delle poste nipponiche, riforma graduale che si concluderà entro il prossimo decennio. Le opinioni sul rapporto costo-benefici sono divergenti mentre si attende l’effettivo impatto sull’economia, nazionale ed estera, del Sol Levante.
Marianna Capasso
Equilibri.net
La privatizzazione delle Poste è stato uno dei principali obiettivi della politica economica del rieletto premier Junichiro Koizumi, nonché cardine nei progetti di riforme strutturali. Lo scorso 8 agosto, una votazione parlamentare contraria alla riforma delle Poste giapponesi, che ne prevedeva la privatizzazione, è stato il motivo principale delle dimissioni del Premier.
L’iter parlamentare
Il Primo Ministro aveva annunciato che, se il Parlamento del Sol Levante avesse bocciato il suo ambizioso progetto di riforma, avrebbe dato le dimissioni. Il 5 luglio infatti il disegno di legge era stato approvato dalla Camera bassa giapponese: successivamente il testo, passato al vaglio della Camera alta, il Senato, non era stato accolto. La disapprovazione del Senato aveva convinto il Premier a sciogliere la camera bassa e a convocare elezioni anticipate, poi vinte a grandissima maggioranza l’11 settembre, in una sorta di referendum popolare sul suo programma riformista. L'elettorato infatti ha premiato il Primo Ministro consegnando al Partito Liberal Democratico (PLD) una schiacciante maggioranza di 296 seggi su 480. Forte del sostegno popolare, Koizumi ha rimesso immediatamente in marcia il piano di privatizzazione: grazie alla nuova maggioranza uscita dalla consultazione popolare, il Primo Ministro ha potuto ripresentare il provvedimento, che è stato approvato, dalla Camera bassa, l’11 ottobre, esattamente un mese dopo le elezioni di settembre, con duecento voti di scarto (338 sì e 138 no). Anche il Senato ha approvato il pacchetto di leggi: il verdetto inappellabile del voto di settembre ha infatti convinto la maggior parte dei 22 senatori precedentemente contrari, molti dei quali hanno accettato le riforme in quanto espressione della volontà popolare. Koizumi, al potere dall'aprile 2001, ha annunciato di voler attuare un rimpasto di Governo, previsto attorno al primo novembre, riservando incarichi di rilievo a nomi già noti dell’ambiente, tutti suoi possibili successori. Fra questi Shinzo Abe, ex segretario generale del PLD, Yasuo Fukuda, ex portavoce ufficiale di Koizumi e, anche se meno probabilmente, il Ministro dell'Economia Heizo Takenaka, artefice indiscusso delle riforme strutturali di Koizumi. Il premier avrebbe, infatti, intenzione di tener fede alla promessa, ripetutamente ribadita, di lasciare la guida del Paese nel settembre 2006, alla scadenza del suo mandato, a capo del Partito Liberal Democratico.
La riforma
Secondo il progetto del Partito Liberal Democratico del Primo Ministro, il sistema postale sarà trasformato in un’impresa privata. La riforma prevede la graduale privatizzazione, fra il 2007 e 2017, del sistema postale, di cui fa parte anche la più grande cassa di risparmio mondiale. Entro il 2007 dovrebbe essere attuata la scissione della gigantesca istituzione nipponica in quattro entità, più precisamente quattro società per azioni: una per il servizio di distribuzione postale, la seconda per i conti di risparmio, la terza per le assicurazioni sulla vita, la quarta per la gestione degli uffici postali. I quattro rami dovrebbero essere controllati da una holding, il cui capitale dovrebbe passare ai privati in modo progressivo. È inoltre prevista la creazione di un fondo di 2.000 miliardi di yen per garantire l'armonizzazione dei servizi di risparmio postale e di assicurazioni sulla vita in tutto il paese. La riforma dovrebbe entrare pienamente a regime nel 2017: si tratta di una misura che da tempo Koizumi giudicava vitale per rendere più efficiente l'economia nipponica. Questa holding infatti dovrebbe vendere al settore privato la totalità delle azioni della società per la gestione del risparmio e di quella per le assicurazioni. Le stesse azioni saranno messe in vendita: tuttavia lo Stato dovrebbe conservarne almeno un terzo. I sostenitori della privatizzazione si attendono che un’enorme massa di liquidità, ora investita quasi per intero in Buoni del Tesoro a garanzia del debito pubblico, venga dirottata nel settore privato per rilanciare l'economia: queste enormi somme dovrebbero essere in parte reinvestite nel settore produttivo, attraverso azioni o obbligazioni del settore privato. L’85 % della popolazione giapponese utilizza i servizi bancari della Posta, considerata il più grande istituto finanziario del mondo. Secondo la maggior parte dell’opinione pubblica giapponese la divisione in quattro rami nonché l'obiettivo di rendere tutto il servizio più efficiente sono apparsi come un pretesto: il vero obiettivo, o meglio il vero oggetto del desiderio del Governo Koizumi, è la gestione del risparmio dei giapponesi. La privatizzazione non risulta eccessivamente popolare fra i giapponesi, che spesso preferiscono la Posta per investire i propri risparmi, avendo l'istituzione un rapporto diretto e capillare. Le Poste giapponesi gestiscono una banca commerciale dal valore di circa 3 mila miliardi di dollari americani, possiedono oltre 25 mila uffici dando lavoro ad oltre 260 mila impiegati. Si tratta quindi di un vero colosso mondiale, tenendo conto che il gigante finanziario Mitsubishi Uf, da poco presente sul mercato nipponico, gestisce un patrimonio di 1500 miliardi di euro in depositi. E se si considera la sola sezione di “direct mail”, le poste hanno un giro d’affari che si aggira sui 4,3 miliardi di euro ogni anno. Creata oltre 130 anni fa, la Posta giapponese gestisce 355.000 miliardi di yen (2.640 miliardi di euro) in conti di risparmio e assicurazioni sulla vita. Durante la seconda guerra mondiale la Posta fu utilizzata come macchina di raccolta di fondi per le operazioni militari giapponesi. Oggigiorno il risparmio postale è per lo più investito in buoni del Tesoro a basso rendimento, e serve quindi a finanziare comodamente il deficit dell’abissale bilancio del Giappone. La riforma di Koizumi ha però un doppio obiettivo: dal punto di vista economico si dovrebbe trattare di un affare gigantesco, una vera e propria miniera d'oro di risparmio che si sarebbe spostata dalla gestione statale al privato. Dal punto di vista politico la riforma, vista come "modernizzazione" permetterà al Premier di avere la meglio sull'ala più “conservatrice” del partito Liberal Democratico, a seguito degli scontri d’opinione dello scorso agosto.
Costi e benefici
I costi sociali della privatizzazione, in termini di possibili licenziamenti e razionalizzazione logistica degli uffici sul territorio, non sono ancora noti. Si prospetta solo che, offrendone la gestione a privati intraprendenti, il denaro potrebbe essere utilizzato in maniera più efficiente diminuendo enormemente le spese. Tuttavia non si riesce ancora a chiarire bene quali reali benefici trarrà il giapponese medio, da questa vasta operazione. Durante la campagna elettorale, il Primo Ministro Koizumi ha evidenziato la sua volontà di ridurre il numero d’impiegati governativi, considerando questa mossa un’importante riforma strutturale, e prendendo di mira i 260.000 impiegati postali. In realtà gli stipendi di questi sono pagati dalle entrate dei servizi postali, non dalle tasse: la riduzione del personale non dovrebbe far quindi diminuire il deficit del Paese. Secondo Teikoku Databank, società di consulenza e ricerca, il 64,1% di 10.566 imprese sostiene che la privatizzazione postale porterà vantaggi all'economia. Ma alcuni esperti mettono in discussione o persino negano la possibilità che ciò avvenga. Molte aziende giapponesi hanno movimenti di cassa ricchi e non hanno bisogno di prestiti. Se le Poste giapponesi inizieranno ad elargire prestiti probabilmente si creerà una situazione di eccessiva liquidità, indebolendo ulterioriormente le istituzioni finanziarie del settore privato. La riallocazione dei beni delle istituzioni finanziarie postali potrebbe portare pochi benefici. Le Banche private detengono molti depositi e sono in grado di prestare soldi non essendo la richiesta eccessiva. Ci si chiede quindi quale potrà essere la destinazione finale della moneta “postale” se gran parte dei contanti sono erogati dal settore privato. Inoltre si può ipotizzare che le Poste continuino ad avere legami col Governo, che ne continuerà a detenere il 30%: potrebbe quindi crearsi una congiuntura tale da far confluire nelle società di capitali una vasta quantità di fondi monetari, aumentando l’enorme debito pubblico. Un'altra possibilità sarebbe quella di investire in prodotti finanziari più vantaggiosi, nazionali e stranieri. Se quest’ultima ipotesi dovesse realizzarsi sicuramente l’economia ne potrebbe trarre un concreto vantaggio: da sempre il sistema economico del Sol Levante ha cercato una stabilità rispetto a quello degli USA e la privatizzazione potrebbe offrire opportunità supplementari di finanziare il deficit estero, ultimamente cresciuto molto più velocemente del previsto. In realtà gli investimenti in paesi stranieri, anche se protetti, sono sempre esposti ai cambiamenti nei tassi di cambio, che potrebbero insidiare seriamente il valore dei soldi investiti all’estero.
Conclusioni
L’esito delle elezioni per il rinnovo della Camera Bassa ha, in tutti i casi, favorito un generalizzato miglioramento del clima di fiducia sia tra le imprese, sia tra i consumatori. In realtà il rallentamento economico della Cina, dell’India e degli altri paesi asiatici emergenti, provocato dall’aumento del prezzo del greggio, probabilmente frenerà la domanda di questi paesi, causando una perdita di dinamismo delle esportazioni nipponiche, con un aumento del PIL che si aggirerà solo intorno al 2%, sia per il 2005 che per il 2006
Wolfgang Petritsch: la Bosnia dalla dipendenza alla sovranità Andrea Rossini Ex Alto Rappresentante, attuale Ambasciatore dell’Austria alle Nazioni Unite, Wolfgang Petritsch presiede il Comitato Scientifico dell’Associazione BiH 2005. Una conversazione sul futuro della Bosnia in occasione della conferenza di Ginevra su “Dieci anni da Dayton e oltre” Trascrizione e traduzione: Carlo Dall'Asta
Wolfgang Petritsch interviene alla conferenza di Ginevra Osservatorio sui Balcani - Diverse analisi sui dieci anni di Dayton sembrano concordare sul fatto che l’assenza di una piena sovranità della Bosnia Erzegovina è parte del problema, e che ridurre gradualmente o abolire i poteri di Bonn potrebbe essere parte della soluzione. Qualcuno qui a Ginevra ha anche proposto di intervenire sul testo degli Accordi di Pace, in particolare per scrivere una nuova Costituzione. Chi, secondo lei, dovrebbe gestire questi cambiamenti?
Wolfgang Petritsch - C’è un ampio consenso sul fatto che le cose dovrebbero essere prese in mano dai Bosniaci in prima persona. Questa è precisamente l’idea che sta alla base di questa conferenza. Come sappiamo, non è facile perché c’è una enorme sindrome da dipendenza a causa del massiccio intervento della comunità internazionale. Il che era necessario nell’immediato dopoguerra, per porre fine al conflitto e per aiutare a costruire le istituzioni statali di base, indispensabili ad ogni moderno Paese europeo; ma ora bisogna attuare il trasferimento dei poteri e delle responsabilità, altro tema centrale di questa conferenza. Come farlo? Dare una risposta è molto difficile. Qui a Ginevra ci sono moltissime organizzazioni della società civile, che può svolgere un grande ruolo, mobilitare l’opinione pubblica, creare una nuova coscienza della necessità di riforme e di cambiamento. Non credo sia possibile per un Paese spendere il 70% del proprio bilancio nell’apparato burocratico, nel mantenere il complesso assetto di Dayton. Allo stesso tempo non credo che la prima priorità sia quella di scrivere una nuova Costituzione. Bisogna prima individuare quelle aree dove i cambiamenti sono necessari. Per esempio, c’è bisogno di uno Stato efficiente, in grado di negoziare con l’Unione Europea. Tenendo sempre presente, tuttavia, che questa è ancora una società postbellica, che esce da un conflitto, e che bisogna tenere in considerazione le paure delle tre comunità etniche.
A dieci anni dalla fine della guerra, lei credo che oggi i cittadini bosniaci provino una maggiore identificazione con lo Stato, o ognuno si sente parte solo della propria comunità etnica?
C’è ancora un diffuso sentimento che definirei “tribale”, ma si tratta di un qualcosa che sta cambiando, in ragione anche di un’istanza generazionale. I Bosniaci più giovani accettano lo Stato di Bosnia-Erzegovina, perché sono nati dopo la guerra oppure sono riusciti a superarne il trauma. Il punto dolente però è questo: “Perché dovrei vivere in un Paese come la Bosnia, se non mi garantisce un lavoro, un’istruzione migliore, un futuro migliore?” Io credo che il punto chiave sia l’economia, la necessità di migliorare le prestazioni economiche del Paese, e questo è possibile solo se si possiede una struttura istituzionale positivamente orientata agli investimenti, al mercato. Bisogna affrontare questioni cruciali come la costruzione delle istituzioni e la riforma economica per poter allo stesso tempo costruire un sentimento di appartenenza.
L’opinione pubblica europea sembra lontana, negli anni ’90 come oggi, dal riconoscere l’importanza della Bosnia-Erzegovina, in generale della regione balcanica, sia sotto il profilo culturale e politico che per la stabilità e il futuro del continente. Perché secondo lei?
Penso che sia perché l’Europa, dopo la guerra, era soprattutto l’Europa Occidentale. Vede, queste nazioni, la Gran Bretagna, la Francia, in un certo modo anche la Germania, certamente l’Olanda, erano davvero lontane dai Balcani. Dovettero ricordarsi che i Balcani erano in Europa solo quando la guerra ebbe inizio. In effetti esse non hanno nessuna conoscenza o interesse per i Balcani, oppure ne hanno una immagine e una percezione negativa. Questo può cambiare solo migliorando la situazione complessiva, a partire da quella economica e della sicurezza, combattendo ad esempio la corruzione e il crimine organizzato, che dai Balcani arriva a toccare direttamente anche i nostri Paesi. Questo aiuterà a migliorare l’immagine positiva della Bosnia come anche di tutte le altre nazioni della regione. Spazi come quello creato da questa conferenza possono servire anche per presentare a gente che viene dagli Stati Uniti, dalla Francia, dalla Gran Bretagna, da nazioni ancora più lontane, voci nuove, per dirgli: “Bene, qui c’è una nuova generazione, sono Europei come voi, diamogli una mano”.
Gli unici due anni nei quali la Bosnia del dopoguerra fu governata da partiti di orientamento non nazionalista coincisero con il suo mandato di Alto Rappresentante. Lei pensa che alle prossime elezioni dell’ottobre 2006 ci potrebbe essere nuovamente un cambiamento?
Dipenderà soprattutto da cosa avranno da offrire i partiti non-nazionalisti. Vede, io penso che in definitiva sia la debolezza dei partiti non-nazionalisti a fare il gioco di quelli nazionalisti. La società civile, i partiti europeisti, moderni nel senso di partiti europei, di sinistra o di destra, devono agire con coesione, dimostrare buone leadership, programmi, prendere seriamente le preoccupazioni della gente, solo allora avranno la possibilità di essere rieletti al governo. Questo è essenzialmente quello che è successo negli anni 1999-2000, e noi – io, in quanto Alto Rappresentante – non ho prodotto un miracolo. Ho solo dato il mio supporto a queste forze, non ero interessato a quali partiti fossero, ma ai programmi, alle persone, alle idee. Se ci sono delle buone idee, e se un partito le sostiene, allora indirettamente avrà il sostegno della comunità internazionale. All’epoca ha funzionato bene. Sfortunatamente allora c’era una delle regole di Dayton che prevedeva di tenere elezioni ogni due anni. Nessun governo in due anni può davvero dimostrare di essere migliore del precedente. Ci vogliono almeno quattro anni. Questo era il problema maggiore. Oltre naturalmente alla difficoltà di tenere unita una coalizione di 9 o 10 partiti. Ma fu importante simbolicamente che la Bosnia potesse dimostrare di essere in grado di formare un governo normale, un governo “europeo” si potrebbe dire. Quindi speriamo di vedere, alla fine del prossimo anno, un riemergere di quelle forze che sono orientate verso l’Europa e che sono dei partiti nel senso moderno. E’ indubbio poi che i partiti nazionalisti siano diversi da quelli di dieci anni fa. Si tratta anche di un cambiamento generazionale, oltre al fatto che i partiti nazionalisti si sono resi conto di non potere sopravvivere ancora a lungo. Più la Bosnia si avvia verso la normalità, meno rilevante diventerà basare il proprio programma politico solo sull’identità etnica. È un concetto superato, del diciannovesimo secolo, e alla fine si esaurirà anche in Bosnia. Naturalmente, in una situazione fortemente marcata etnicamente, il fattore etnico rimane importante. Ma non può dominare ogni cosa. Questo è il punto decisivo. Io non ho nulla contro piccoli partiti di orientamento etnico, ma essi non devono essere le forze dominanti, in nessun Paese europeo. /www.osservatoriobalcani.org
Quando i repubblicani non erano neocon - 25-10-05
di Marcello Villari
[a seguire, un'intervista a Henry Kissinger di Der Spiegel tradotta per Megachip da Giulia Sandri]
La "realpolitik" è stata la linea di comportamento a cui Henry Kissinger si è sempre ispirato, fin dall'epoca in cui era Segretario di Stato. Non si è mai discostato da quell'approccio alle grandi questioni planetarie nemmeno nei tempi più recenti, in cui, lontano da incarichi importanti, ha esercitato il ben remunerato mestiere di consulente. In questa intervista a "Spigel", l'ex capo della diplomazia americana dei tempi di Nixon, al quale dell'esportazione della democrazia tanto cara ai Neocon non gliene importa niente, dice - con molto realismo appunto - alcune cose importanti,che possiamo riassumere così:
GUERRA ALL'IRAQ. Il messaggio che Kissinger rivolge agli europei, francesi e tedeschi in particolare, che, a differenza dell'attuale Amministrazione di Washington, ritiene alleati strategici per gli Usa, è dettato da una presa d'atto della situazione: volete, dice, che in Iraq vincano gli integralisti islamici? Se così fosse le conseguenze si sentirebbero non solo in tutto il Medio oriente, ma anche nel Sud est asiatico, fino in India. Dunque è interesse di tutti,anche degli europei, stabilizzare la situazione e trovare soluzioni positive. Naturalmente Kissinger non arriva a dire che questo pericolo è la conseguenza più devastante della guerra di Bush, che anzi giustifica, ma solo con parole di circostanza. Si capisce che lui quella guerra non l'avrebbe fatta.
ESPORTAZIONE DELLA DEMOCRAZIA. Qui la sua critica è radicale: il concetto occidentale di democrazia, dice, non garantisce nulla in società divise da etnie diverse, clan e gruppi religiosi. Senza un bilanciamento fra i vari gruppi, nessuno si sentirebbe garantito, dal momento che un qualunque governo, "democraticamente" eletto,è sempre espressione di uno dei gruppi in campo, quello più numeroso. In altre parole, elezioni all'occidentale in questi paesi non significano niente, mettono in pericolo le minoranze etniche o religiose e non garantiscono la sicurezza.
LA CINA. Kissinger è stato sempre un vecchio sostenitore della Cina, ieri in funzione antisovietica, oggi antirussa. I tempi sono cambiati, ma soviet o zar, per lui, Mosca resta il vero pericolo per gli Stati Uniti. Dei cinesi ha sempre apprezzato il pragmatismo per cui, pur non chiudendo gli occhi sul significato dell'emergere della Cina come grande potenza mondiale invita l'amministrazione americana a non trattare Pechino come un possibile nuovo antagonista geopolitico, ma di affrontare il problema per quello che è: una grande sfida economica.
Kissinger parla a un giornale tedesco, ma spera che i suoi "consigli" vengano ascoltati anche a Washington, dai suoi amici repubblicani che siedono alla Casa Bianca. Consigli di un realista, non certo dettati da grandi aspirazioni ideali o fumisterie del tipo "il nostro modo di vivere", l'"american way" e così via: non voleva esportare niente quando, su sua iniziativa, l'amico amerikano, tal Pinochet, faceva fuori Salvador Allende, ma solo mantenere il controllo degli Stati Uniti su quella parte del mondo. Ecco perchè non ha mai sentito il bisogno di giustificarsi.
Kissinger: Meglio non avere paura
di Georg Mascolo e Gerhard Spörl da Der Spiegel traduzione per Megachip di Giulia Sandri
L'ex Segretario di Stato degli Stati Uniti, Henry Kissinger, 82anni, parla dei rischi della guerra in Iraq, dei contrasti con l'Europa e del ruolo futuro della Cina nel sistema politico internazionale.
SPIEGEL: Signor Segretario, l'Iraq è diventato un grande problema per la potenza mondiale americana. Cosa dovrebbe accadere, secondo lei, affinché l'Iraq possa raggiungere la stabilità e rimanere unito?
Kissinger: L'Iraq non è più un problema solo per l'America. Qualsiasi cosa la gente possa pensare riguardo alle decisioni precedenti, nel caso in cui gli islamici radicali dovessero vincere, gli effetti verrebbero sentiti da ogni nazione con una vasta popolazione musulmana. Nelle regioni come il Sud Est Asiatico, perfino in India, questo fatto verrebbe visto come una vittoria degli jihadisti su quel mondo tecnicamente superiore a cui avevano dichiarato guerra. In Iraq stanno per tenersi le elezioni proprio adesso. In seguito, dovremmo riunirci con i nostri alleati, così come con tutte le altre nazioni implicate, e studiare come la situazione politica possa essere stabilizzata. Il riconoscimento internazionale è una parte importante di tale stabilità
SPIEGEL: Però sembra che l'America abbia esaurito il suo ottimismo. La maggioranza dei suoi cittadini pensa che l'intervento militare sia stato un errore. Forse la guerra è stata persa in patria, in America?
Kissinger: Possiedo un'esperienza speciale in tale ambito a causa della guerra del Vietnam. E' da questa prospettiva che ora sto osservando la guerra in Iraq. Il governo Nixon, a cui ho preso parte come Consigliere per la Sicurezza Nazionale, ereditò una guerra che non aveva cominciato. I principali membri dell'amministrazione che aveva iniziato la guerra avevano in seguito raggiunto le file del movimento pacifista. Il nostro più grande desiderio era di mettere fine alla guerra. E volevamo concluderla in modo tale da non compromettere la stabilità internazionale. Noi volevamo anche evitare di danneggiare il ruolo che l'America aveva giocato nella difesa dei suoi alleati.
SPIEGEL: Come è possibile raggiungere entrambi questi obiettivi nel caso dell'Iraq?
Kissinger: Certamente, non si può comparare ogni singolo aspetto della situazione in Iraq con quella in Vietnam. Ma per portare la guerra irachena ad una conclusione, abbiamo bisogno di un dialogo adeguato in America e della buona volontà di tutti gli attori coinvolti. Non ha nessun senso, adesso, definire un calendario per il ritiro delle truppe dall'Iraq. E' possibile che l'Iraq venga distrutto come conseguenza della nostra situazione politica interna? Ho già avuto esperienza di qualcosa di questo genere. Ognuno dovrebbe fare del suo meglio per metter fine alla guerra in modo responsabile, secondo delle modalità con cui sia noi che il resto del mondo possa convivere.
SPIEGEL: Lei ha criticato gli europei perchè non avevano fornito aiuto sufficiente in Iraq. Cosa dovrebbero fare adesso?
Kissinger: Dovremmo riparlarne dopo lo svolgimento delle elezioni in Iraq e dopo la formazione del nuovo governo in Germania. Guardando in primo luogo alla situazione in America, i neo-conservatori hanno sviluppato un forte sfiducia nei confronti dell'Europa. Nel passato, tali punti di vista contrastanti venivano chiariti parlandosi gli uni con gli altri. Tuttavia, le elezioni tedesche del 2002 hanno ulteriormente esacerbato il problema. Il Cancelliere Schröder ha fatto dell'Iraq, e di un certo tipo di antiamericanismo, i punti forti della sua campagna. Di conseguenza, la politica estera tedesca ha perso del tutto flessibilità nelle sue relazioni con l'America.
SPIEGEL: Tuttavia la Francia ha catalizzato il risentimento dell'America molto più che la Germania.
Kissinger: Dal mio punto di vista, questo fatto era più legato ad un conflitto personale tra i leaders delle due nazioni che aveva escluso qualsiasi forma di compromesso. Originariamente i nostri funzionari di Washington erano convinti che, alla fine, nel corso delle discussioni al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Francia avrebbe dato il suo accordo esattamente come aveva fatto durante la Guerra del Golfo nel 1991. Con la possibilità, però, di imporre alcune condizioni aggiuntive. Dopo tutto, una portaerei francese era già in rotta verso il Mar Rosso. Tuttavia, dopo che la Germania decise di arroccarsi sulla sua posizione, la Francia fu costretta a decidere se lasciare o meno i suoi vicini isolati in mezzo al continente - cosa che avrebbe significato che il ruolo di leader europeo contrario all'unilateralismo americano sarebbe passato alla Germania. Non sono interessato a criticare nessuno qui, sto solamente analizzando come il comportamento della Germania, della Francia e dell'America abbia condotto a questa crisi.
SPIEGEL: Quali sono state le cause profonde di questo grave litigio?
Kissinger: Il nucleo duro dell'Europa è cambiato drasticamente. Dopotutto, lo stato nazione ha le sue radici in Europa. Lo stato vedeva nel sacrificio dei suoi cittadini una strumento legittimo per raggiungere un obbiettivo di politica estera mondiale. Nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, c'erano ancora dei leaders in Europa che rappresentavano nazioni deboli, ma che possedevano un senso profondo della politica estera mondiale. Oggigiorno, d'altro canto, ci sono politici che rappresentano nazioni piuttosto potenti, i cui cittadini, tuttavia, non sono preparati a sacrificare se stessi per lo stato. L'Europa sta permettendo che lo stato-nazione classico venga sacrificato senza avere una comunità politica sufficientemente organizzata logisticamente ed emozionalmente, diciamo una forma di Stati Uniti d'Europa, che ne possa prendere il posto. D'altra parte, l'America è ancora uno stato nazione tradizionale.
SPIEGEL: In Europa c'è una scuola di pensiero che vorrebbe vedere il vecchio continente come un contrappeso per l'America.
Kissinger: Sì, questa tendenza esiste. Ho letto numerose osservazioni sullo Spiegel che indicavano che la politica estera della Germania mira ad affrontare di petto l'America. Questo potrebbe rivelarsi necessario in certe situazioni, ma il confronto diretto con l'America non dovrebbe costituire un fattore determinante della politica estera tedesca.
SPIEGEL: Nel 1989, Bush padre disse generosamente che la Germania era un "partner nella leadership."
Kissinger: Per la mia generazione, le relazioni con l'Europa costituivano il punto centrale della politica estera americana. Anche durante il periodo che ho passato al governo ci sono stati dei disaccordi, alcune volte molto forti. Ma erano tutti dei litigi all'interno di una famiglia. Noi sapevamo quanto fu dolorosa la decisione negli anni ‘50 e ‘60 di accettare la divisione della Germania, perché una metà potesse rimanere in Occidente. Era lo stesso modo in cui ha pensato George Bush padre. Era la ragione per cui era facile per l'America approvare l'unificazione della Germania. Non sono sicuro che l'attuale generazione, che non ha avuto queste stesse esperienze, abbia la stessa visione delle cose.
SPIEGEL: Molte persone in Germania pensano che la situazione caotica in Iraq sia una chiara prova che la Guerra è stata un errore.
Kissinger: La Germania è riuscita a rimanere al di fuori della fase militare della guerra. E' assolutamente giusto che il governo americano chieda quale avrebbe potuto essere l'alternativa. Dopo l'11 settembre era difficile immaginare che il regime di Saddam potesse rimanere intatto. L'Onu ha confermato numerose violazioni dell'accordo di cessate il fuoco del 1991. Saddam possedeva il petrolio, aveva l'esercito più grande di tutta la regione e c'era la ben fondata preoccupazione che potesse detenere armi di distruzione di massa. La decisione di agire era basata su delle buone ragioni. Se questo si possa dire ancora oggi, è un'altra questione. Ma ho anche pensato, sin dall'inizio, che fosse sbagliato credere che l'occupazione dell'Iraq potesse essere priva di problemi come fu per la Germania ed il Giappone.
SPIEGEL: L'instaurazione della democrazia in Iraq ed in Medio Oriente può essere la soluzione del problema?
Kissinger: Il concetto occidentale di democrazia è basato sull'idea che chi perde un'elezione avrà la possibilità di vincere la prossima volta. Ma nel caso di una nazione divisa etnicamente e religiosamente, nella quale le minoranze non riescono a convivere in pace, questo equilibrio indispensabile non può essere garantito adeguatamente dalla democrazia. Quando ogni gruppo etnico è armato, non sorprende che l'esercito del nuovo stato sia visto da una parte della popolazione come una milizia ideologica.
SPIEGEL: Lei è conosciuto come il più importante difensore della scuola di pensiero realistica, la quale imputa una grande importanza alla stabilità nelle relazioni internazionali. Lei è anche scettico nei confronti dei grandi cambiamenti, come quello che i neo-conservatori hanno in mente per il Medio Oriente. I politici come lei stanno forse godendo di un ritorno in auge?
Kissinger: Per me il realismo in politica estera significa un'attenta considerazione di tutti gli aspetti pertinenti alla questione prima di prendere una decisione. Questo è l'unico modo in cui ci si può muovere da un punto verso un altro. I realisti non sono così tanto concentrati sul potere come alla gente piace credere. Il realismo è costituito da una chiara serie di valori, poiché le decisioni in politica estera sono spesso decise con la più piccola delle maggioranze. Senza nessun senso di quello che è giusto o sbagliato, si annegherebbe in una marea di decisioni difficili e pragmatiche. Anche Bismarck credeva che la cosa migliore che un politico possa fare sia “assicurarsi di vedere il Signore marciare attraverso la storia mondiale e poi saltare e attaccarsi alle sue falde, in modo da essere trasportato il più lontano possibile”.
SPIEGEL: In questo momento Lei sta scrivendo un libro nel quale mira a descrivere le differenze di base tra gli statisti ed i profeti.
Kissinger: Sì, gli statisti pensano in termini di storia e vedono la società come un organismo. I profeti sono differenti poiché credono che i fini assoluti possano essere raggiunti nel futuro immediato. Sono state uccise più persone dai crociati che dagli statisti.
SPIEGEL: Uno dei profeti è stato Mao che, in un nuovo libro che ha attirato molta attenzione, è stato descritto come l'assassino di massa del ventesimo secolo.
Kissinger: E' vero che egli ha causato alla sua gente un'incredibile quantità di sofferenze ed è un esempio di profeti di cui scrivo. Quando Richard Nixon incontrò Mao nel 1972 gli disse che i suoi insegnamenti avevano trasformato la civiltà e la cultura cinese. Mao gli rispose: “Tutto quello che ho cambiato è Pechino ed alcune periferie”. Era un incubo per lui il fatto che, dopo vent'anni di lotta e dopo tutti quegli sforzi per fondare una società comunista, egli avesse raggiunto così poco in termini di valori duraturi. Questo è ciò che lo ha condotto a sacrificare sempre più vite per completare il suo lavoro prima della sua morte. Egli credeva che altrimenti la sua eredità morale sarebbe stata distrutta.
SPIEGEL: L'ironia della storia è che alla fine i profeti causano il loro proprio fallimento.
Kissinger: Nel tentativo di prevenire il loro fallimento essi si rifugiano sempre più nella violenza ed in questo modo, se tutto va bene, causano la propria rovina.
SPIEGEL: Quale statista lei ammira di più – Bismarck, Churchill?
Kissinger: Ho grande rispetto anche per Charles de Gaulle. Rispetto Bismarck, ma con alcune condizioni. Egli realizzò l'unità tedesca, cosa in cui nessuno dei suoi processori era riuscito. Tuttavia, egli lasciò a coloro che vennero dopo di lui un compito che era al di là dei loro mezzi. Per Bismarck la politica estera era basata principalmente sull'equilibrio di potere. Coloro che vennero dopo di lui mancavano della moderazione che lui possedeva.
SPIEGEL : Tornando ai leaders di oggi: la politica estera americana estera americana è cambiata molto negli ultimi mesi. Un membro dell' “asse del male”, la Corea del Nord, adesso dovrebbe ricevere degli aiuti del valore di miliardi di dollari in cambio dell'interruzione del suo programma nucleare a fini militari. E nel caso dell'Iran, nonostante tutti i contrattempi, l'amministrazione Bush sta ricorrendo alla diplomazia. Questo cambio di direzione è il risultato di una convinzione o di pura necessità?
Kissinger: Per quello che posso vedere il governo non si sente così tanto sotto pressione come invece riportano i media. E inoltre le politiche americane sono normalmente il risultato di un risultato pragmatico e non filosofico. Nessuno a Washington ha detto che ora preferiamo il multilateralismo. Nel caso della Corea del Nord, sono ottimista. Questo non è un problema americano. La diffusione delle armi di distruzione di massa è una questione che riguarda tutti. Né il Giappone, né la Cina, né la Russia vogliono vedere un'altra potenza atomica in Asia. Tali sforzi congiunti condurranno ad un risultato. Ci sarà un po' più di andirivieni per quanto riguarda i dettagli, ma le decisioni di base sono state prese.
SPIEGEL: lei è altrettanto ottimista per quanto riguarda la situazione in Iran?
Kissinger: Ad un certo punto a Washington la decisione più importante dovrà essere presa. La questione è chi avrà il sopravvento: coloro che credono al cambio di regime o coloro che sono a favore delle negoziazioni? Ma mi faccia sottolineare un fatto: sono stato coinvolto nei processi decisionali quando c'erano due superpotenze. A quell'epoca si poteva essere piuttosto sicuri che entrambe le parti avrebbero esercitato la stessa moderazione prima di cominciare una guerra atomica. E, al vertice di tutto ciò, immagini solo quanto complicati fossero divenuti i processi decisionali nel tentativo di prevedere il possibile comportamento dell'avversario. L'intero sistema delle relazioni internazionali deve essere cambiato. Dobbiamo tenerlo bene a mente quando guardiamo all'Iran. Le nazioni democratiche devono tenere d'occhio le conseguenze della diffusione delle armi nucleari e devono chiedersi cosa avrebbero fatto se le bombe di Madrid fossero state nucleari. Oppure se i terroristi di New York avessero usato armi nucleari, oppure se 50000 persone fossero morte a New Orleans in un attacco nucleare. Il mondo sarebbe molto differente da come è adesso. Dobbiamo quindi chiedere a noi stessi quanta energia vogliamo mettere nella lotta al problema dell'ulteriore proliferazione delle armi nucleari.
SPIEGEL: A che punto il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe cominciare ad occuparsi del programma atomico dell'Iran?
Kissinger: Dovremmo evitare un nuovo confronto diretto nel Consiglio di Sicurezza finché non sapremo esattamente cosa vogliamo e cosa siamo in grado di realizzare. L'Iran è più importante della Corea del Nord.. E' una nazione più significativa e ci sono più opzioni.
SPIEGEL: C'è una opzione militare?
Kissinger: A livello tattico sarebbe imprudente escludere un'opzione militare. Ma ogni volta che qualcuno afferma che l'America dovrebbe considerare questa opzione, si scatena un putiferio.
E' importante che tutti siano d'accordo sui pericoli della proliferazione. E con questo non intendo solamente l'organizzare un altro vertice dei ministri degli affari esteri. Dovremmo considerare quali pressioni ed incentivi abbiamo a disposizione. Ma l'Iran deve anche capire che facciamo sul serio. Naturalmente, nessuno vuole un'altra crisi in quella regione.
SPIEGEL: Nel Medio Oriente tutto gira sempre intorno agli interessi strategici ed al petrolio. Lei una volta ha scritto: “l'accesso alle risorse naturali può diventare una questione di sopravvivenza per molti stati. Sarebbe un'ironia della storia se il petrolio diventasse l'equivalente moderno della disputa sulle colonie durante il diciannovesimo secolo”. La grande sfida è già cominciata?
Kissinger: Sì, è cominciata, ma solo fino ad un certo punto. Oggi l'accesso all'energia non è solo un problema puramente economico ma anche politico. Finché le risorse sono limitate e la domanda è sempre in crescita, le nazioni consumiste dovrebbero giungere ad un accordo prima che la competizione porti a tensioni molto serie.
SPIEGEL: Tale conflitto è causato dal bisogno energetico della Cina?
Kissinger: Rispetto ad altre nazioni, la Cina possiede davvero una concezione razionale della politica estera. La Cina stimola il bisogno di svilupparsi economicamente. In cambio, la globalizzazione creerà nuove nazioni industrializzate. Questo condurrà ad una maggiore competizione per le risorse.
SPIEGEL: In America c'è una fazione politica che vorrebbe comportarsi con la Cina in modo altrettanto spietato di come aveva fatto con l'Unione Sovietica. Potrebbe essere questa una buona idea?
Kissinger: La sfida è costituita dal fatto che la Cina è un paese con una popolazione enorme che sta lavorando sistematicamente al proprio sviluppo economico e che sta mirando a tassi di crescita senza pari. Questo significa che il centro di gravità della politica mondiale si sta spostando dall'Atlantico al Pacifico. Ma questa non è una sfida che può essere affrontata con un confronto militare o ideologico.
SPIEGEL: La Cina ha imparato dalla caduta dell'Unione Sovietica che deve svilupparsi economicamente e divenire stabile senza abbandonare la sua dottrina comunista.
Kissinger: La Cina è uno stato a partito unico e tale partito si considera comunista. Ma il sistema non è basato sulla pianificazione centralizzata. Ciò significa che le persone possono svilupparsi in una maniera che non è mai stata possibile nell'Unione Sovietica. Il sistema sovietico è sempre stato stalinista, anche durante le fasi di riforma. Tuttavia, prima o poi la Cina arriverà al punto in cui le nuove classi sociali, che saranno emerse grazie allo sviluppo economico, dovranno essere integrate nel sistema politico. Non vi è nessuna garanzia che tale processo funzionerà in modo scorrevole.
SPIEGEL: Il nazionalismo come ideologia di sostituzione è una tentazione di massa per la Cina?
Kissinger: Sono contrario alla descrizione della Cina come il debole della comunità politica mondiale. La Cina ha afferrato più rapidamente rispetto agli altri paesi quello che la globalizzazione significa e quello che comporta. Questa nazione ha imparato come usare le innovazioni altrui a proprio beneficio. L'India, a proposito, non è molto lontana dalla Cina in questo processo. Entrambe non sono nazioni nell'accezione europea del termine, ma piuttosto comunità culturali dotate di enormi mercati. La sfida del futuro è di trovare il modo per affrontare tutto questo.
SPIEGEL: In America la gente spera di essere in grado di sorvegliare l'ascesa cinese e perciò di controllarla in qualche maniera.
Kissinger: Ho detto spesso che il desiderio di dare lezioni alla Cina su come dovrebbe comportarsi nel mondo è sbagliato. La Cina esisteva migliaia di anni prima che l'America venisse scoperta. Potrebbe anche accadere che la potenza crescente della Cina permetta a se stessa di essere rallentata. Tuttavia, finché questo immenso impero non cadrà in pezzi, esso diventerà un fattore molto importante della politica mondiale.
SPIEGEL: Quando Lei parla della Cina, è evidente che ha molto rispetto per questa nazione.
Kissinger: Ho osservato la Cina per più di trent'anni e sono impressionato dal modo logico e saggio con cui affronta i suoi problemi. Ovviamente il sistema internazionale può venire sbilanciato dalla potenza crescente della Cina – se non ci prepariamo per la nuova situazione di competizione, intendo. Ma si tratta di una sfida economica, non di un'aggressione militare al livello di Hitler.
SPIEGEL: Trova che il mondo sia più pacifico oggi, oppure che lo fosse all'epoca della Guerra Fredda?
Kissinger: Oh, vede, la gente sta cominciando solamente ora a spiegare la Guerra Fredda. Anche durante le crisi dell'epoca era in gioco la sopravvivenza di milioni di persone. E noi dovevamo minacciare la superpotenza avversaria di rappresaglie per evitare che essa facesse qualcosa di male a noi. No, quelli non erano tempi felici. Noi eravamo fortunati poiché l'Unione Sovietica era più debole di quello che pensavamo. Oggi viviamo in un mondo nel quale molte cose sono in un flusso. Questo fatto genera molta paura. Ma questa è anche un'epoca di grandi opportunità. Ed io vorrei chiedere agli statisti di oggi di non permettere ai loro pensieri di essere guidati dalla paura.
SPIEGEL: Signor Segretario, grazie per averci concesso questa intervista.
"Disponibilità di armi non significa più sicurezza" di Telma Marotto Il popolo brasiliano, nel primo referendum al quale è stato chiamato, si è schierato contro il divieto di vendere armi e munizioni. "E' comunque una vittoria della democrazia: ciascuno ha potuto esprimere direttamente la propria scelta", ha commentato il presidente Lula, che aveva votato per il 'sì' Il presidente del Brasile Luiz Inacio Lula da Silva ha dichiarato che il voto dei brasiliani a favore del commercio delle armi non assicurerà loro maggiore sicurezza.
Nel referendum di domenica [il primo referendum al quale è stata chiamata la popolazione brasiliana e il maggior referendum con voto elettronico mai realizzato al mondo, NdT] il 64% dei brasiliani, come l’authority per le elezioni nazionali ha dichiarato sul proprio sito internet, ha rifiutato la proposta del divieto di vendita al dettaglio di armi e munizioni. Secondo Amnesty International, il voto brasiliano ha rappresentato la prima consultazione elettorale in merito a un provvedimento di controllo del commercio delle armi.
“Il fatto che i cittadini potranno disporre di armi da fuoco non garantirà maggiore sicurezza”, ha affermato il presidente Lula dopo aver votato a favore del divieto, come ha riportato il quotidiano brasiliano O Estado de S. Paulo.
“Il rifiuto della proibizione della vendita e della distribuzione di armi è una dimostrazione del malcontento del popolo brasiliano verso l’amministrazione di Lula e rappresenta una prova del fallimento del governo nel fermare la crescente ondata di crimini e violenze diffusa nel paese”, ha dichiarato il parlamentare brasiliano Raul Jungmann, uno dei leader della coalizione socialista e uno dei principali legislatori sostenitori del “sì” al referendum.
Il Brasile detiene il primato mondiale per le morti da armi da fuoco: i centri urbani del paese, tra cui il lungomare di Rio de Janeiro, sono tra i posti più violenti al mondo. Secondo un’indagine condotta dalla United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization, pubblicata nel giugno del 2005, il tasso annuale di decessi per arma da fuoco in Brasile è balzato al 21,7%, secondo solo al Venezuela in una lista di 57 nazioni. Il tasso registrato per gli Usa è del 10,3%.
Gli oppositori del referendum, tra cui i proprietari agricoli e diversi legislatori con esperienza militare o nelle forze dell’ordine, sostengono che il divieto avrebbe lasciato i cittadini senza la disponibilità di armi da fuoco per l’autodifesa e sarebbe stato uno stimolo alla diffusione del mercato nero, dove i criminali avrebbero potuto procurarsi le armi.
“Il voto ha riaffermato il diritto costituzionale del popolo brasiliano alla propria legittima difesa”, ha pubblicato il maggior produttore di armi brasiliano Forjas Taurus SA sul suo sito web.I sostenitori di Lula Il divieto di commercializzazione delle armi, provocando la chiusura dei rivenditori e costringendo i produttori a licenziare personale, avrebbe compromesso 90.000 posti di lavoro diretti e indiretti, ha fatto sapere Viva Brasil, un gruppo a favore del “no”. Attualmente in Brasile ci sono 523 negozi di armi autorizzati, nel 2003, secondo Taurus, erano 1.200.
Il referendum di domenica è stato parte integrante di un progetto di legge approvato nel 2003 che ha rafforzato le pene per violazioni inerenti le armi da fuoco e, tra gli altri provvedimenti, ha istituito l’offerta di corrispettivi in denaro in cambio di armi possedute illegalmente.
Secondo una fonte del ministero della salute brasiliano, il prossimo anno le morti per armi da fuoco in Brasile diminuiranno dell’8,2% – il primo calo da tredici anni a questa parte. Sempre secondo il ministero, dal 1992 al 2004 i decessi in questione si sarebbero più che duplicati.
Lula ha trovato il consenso di attori e musicisti favorevoli alla proibizione per pubblicare, in un quotidiano di opinione nazionale, un articolo in cui si affermava che il progetto di legge contro il commercio delle armi in Brasile nel 2003 ha già dato buoni risultati.
Tra le personalità internazionali che si sono pronunciate a favore del progetto del presidente brasiliano ci sono dieci vincitori del Premio Nobel per la Pace: Desmond Tutu [premio Nobel per la pace nel 1984 per la sua lotta contro l'apartheid, NdT] aveva firmato una dichiarazione per una mobilitazione di massa del popolo brasiliano a favore della proibizione.
Fonte: http://www.bloomberg.com/apps/news?pid=71000001&refer=latin_america&sid=aFv.gvNwUiAU Tradotto da Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media
ottobre 25 2005
Prodi: «Se non vinco io l'Italia è finita». «Il premier farà una campagna elettorale senza precedenti: spenderà 250 milioni di euro». Il leader dell'opposizione alla stampa estera: «Immediato calendario di ritiro dall'Iraq. La Chiesa? Importante ma decido io»
dal Corriere di Francesco Alberti
ROMA — Gli chiedono se, vista la situazione dei conti pubblici italiani, davvero conviene al centrosinistra provare a vincere le prossime elezioni. Risponde senza esitazione: «Sì, è meglio che vinca io, altrimenti l'Italia è finita». Lo incalzano sulla potenza di fuoco economica di Berlusconi. E lui, che da mesi va in giro dicendo che «la campagna elettorale del Cavaliere sarà senza precedenti in Europa quanto a dispendio di denaro», snocciola per la prima volta cifre, facendo capire di aver fatto i conti in tasca al suo avversario: «Da ciò che risulta, e che non è stato mai smentito, Berlusconi è pronto a spendere di tasca propria un minimo di 250 milioni di euro per iniziative a favore di Forza Italia». INTERVISTA A 5 — Incassata l'intera posta alle primarie, Romano Prodi gioca ora la sua partita fuori dall'Italia. Ieri, nel suo ufficio romano di piazza Santi Apostoli, c'erano i corrispondenti italiani di cinque testate straniere: The Guardian (Inghilterra), El Mundo (Spagna), Frankfurter Allemaigne Zeitung (Germania), Le Monde (Francia), Ta Nea (Grecia). Tutt'altro che casuale la scelta del momento: l'intervista era stata chiesta tempo fa, ma il leader dell'Unione l'ha concessa solo ieri, non prima di aver trascorso gli ultimi sei giorni tra la City di Londra e la Catalogna di Zapatero. Chiara la strategia: rafforzata la sua leadership in Italia e ottenuto il Listone alla Camera, il Professore ritiene sia giunto il momento di far sentire la sua voce anche nelle principali capitali europee. SFIDA — È un Prodi in forma elettorale quello che emerge dall'intervista. «L'ho trovato cambiato: sicuro di sé e preciso» ha commentato il corrispondente del Guardian, John Hooper. Un Prodi consapevole di partire in pole position, ma preoccupato per la forza economica del Cavaliere. Ricordati «i 2300 milioni incassati da Berlusconi dalla vendita parziale di Mediaset», il Professore ha quantificato in «un milione di euro» la somma che il premier dirotterà «nei collegi marginali», dove l'esito elettorale è più incerto. Poi le tv, altro fantasma prodiano: «Nelle elezioni del '96, il numero dei voti da me ottenuti è stato inversamente proporzionale al numero delle ore passate in tv». E ha aggiunto: «Nella fascia di donne tra i 35 e i 45 anni, ho un vantaggio dell'11% tra quelle che lavorano fuori rispetto alle casalinghe: ciò dipende dal potere delle tv». Ribadito che in caso di vittoria scatterà «un immediato calendario di ritiro dall'Iraq», Prodi ha infine riconosciuto «l'importanza del ruolo della Chiesa», rivendicando però il diritto «a prendere le decisioni che si devono prendere».
Dalle Primarie all'Ulivo: il riscatto di Arturo, il politologo che vorrebbe sciogliere i partiti di Giorgio Gazzotti, Il Resto del Carlino - "Ben scavato vecchia talpa". Se Parisi fosse marxista potrebbe congratularsi così con sè stesso. Perché, mentre in tanti buttavano palate di terra per seppellire maggioritario e Ulivo, lui continuava ostinato a scavare.
Convinto che prima o poi le sue idee avrebbero rivisto la luce. E che luce! Nel giro di 48 ore, da giapponese che rifiutava di arrendersi e uscire dalla giungla dei suoi sogni di politologo, si è ritrovato vincitore. Primarie, Ulivo e persino il Partito democratico rispolverato da Rutelli. Un trionfo.
Strano destino quello di Arturo Parisi l’americano. Ha inciso più lui sulla politica italiana della maggior parte dei suoi colleghi (sua fra l’altro l’idea del referendum sulla preferenza unica). Eppure da molti è sempre stato bollato come un minoritario, un sognatore, un politologo che non sa fare politica.
Secondo Baget Bozzo, non capisce la volontà degli elettori. Certo Parisi è uno spigoloso e non ama i compromessi. Lui pensa in grande. Negli anni Novanta decise che si doveva fare come in America, un partito democratico. E siccome i voti li avevano i Ds, chiese loro di sciogliersi. Sciogliere i partiti, è sempre stata la sua idea fissa. Qualcuno lo soprannominò «Alì il chimico».
Al fianco di Prodi, e con l’Ulivo del ’96, pensò: ci siamo. Poi ci fu quel singolo voto che fece cadere Prodi e gli dissero che non sapeva neppure fare i conti. Ma lui ricominciò a scavare. Nel 2004 sembrava fatta, era tornato Prodi ed era tornato l’Ulivo. Poi il no di Rutelli e Marini. Di nuovo minoranza.
Arturo il testardo tirò fuori allora un’altra idea americana: le primarie. Molti dissero no, Fassino in testa. Altri fecero la solita ironia sulle pensate del politologo. Le primarie si son fatte ed è andata come si è visto. Il politologo sognatore aveva capito bene cosa volevano gli elettori.
Il girotondo dei vecchi precari Bfaber Sconosciuti alle statistiche ufficiali sul lavoro flessibile incomincia emergere la nuova categoria, fin'ora sommersa, dei precari di lusso impiegati nel settore meno produttivo del paese: quelli impiegati nel mondo ufficiale della politica e nel suo sottobosco. E' un vasto sommerso, ben nascosti, qualsiasi stima è a rischio, la più probabile e credibile potrebbe avvicinarsi a quella elaborata dai partiti per la recente primaria. Ben'inteso, la stima previsionale secondo quanto avevano congegnato per fare la loro primaria, non quella cifra consuntiva realizzata con la partecipazione degli elettori. A occhio e croce diverse centinaio di migliaia di persone per schieramento politico. Il sistema maggioritario ha messo in crisi la loro stabilità ultra decennale, progressivamente il calore provocato dall'alternanza politica a creato un effetto destabilizzante quanto il passaggio critico di una massa liquida allo stato gassoso. Una pressione forte, difficilmente contenibile, peggiorata con la flessibilità conseguita, non quella popolare di Treu, dal timido avvio dello spoil system nella scorsa legislatura e accelerato con nuovo impeto sin dall'inizio di quella attuale. Il recente cambio di maggioranza politica nelle regioni ha drammaticamente messo in luce di questa nuova popolazione di precari. Il passa parola viaggia veloce tra i due schieramenti, per comodità storica, non è previsto l'accerchiamento esterno del Palazzo. Il girotondo si fa nel Parlamento con lo slogan di “vota il sistema proporzionale”. Molti “moderati”, specie quelli antistatalisti di cultura liberale, rigettano con disprezzo questi metodi sessantottini e usano quelli tradizionali. Esemplare il caso dell'ex ministro Marzano che, veloce e senza tanti clamori, come da suo pari, s'è conquistato la presidenza del CNEL. La consulenza noblesse - istituzionale dello Stato. Un posto precario come tanti altri, però non a contratto trimestrale o a progetto, ma con un buon contratto a tempo determinato che di questi tempi va già di lusso. Agli altri la bella canzone di Gaber... www.ulivoselvatico.org
Una riforma del voto irrazionale e incostituzionale GUSTAVO ZAGREBELSKY
da Repubblica - 25 ottobre 2005
Di questa riforma elettorale monarchico-partitocratica, presentata come ritorno alla proporzionale, si è detto di tutto, perfino cose che, se fossimo in una situazione politica normale, sarebbero impensabili. Se fossimo in una situazione politica normale, all´accusa rivolta alla maggioranza di aver imposto unilateralmente una riforma da essa sola voluta e per i suoi soli interessi, si sarebbe dovuto poter dire semplicemente: ascoltate qualcosa del dibattito parlamentare e toccherete con mano l´attenzione, l´approfondimento dei problemi e l´apertura agli argomenti dell´opposizione. E invece? Invece, la maggioranza è stata silente per tutto il tempo dei lavori (salve le dichiarazioni finali), limitandosi a imporre, votazione dopo votazione, come per mandato imperativo ricevuto, la mera forza del numero, in uno spettacolo perfino imbarazzante per l´istituzione parlamentare. Se fossimo in una situazione politica normale, alla denuncia di una legge che in extremis, avvicinandosi le elezioni, modifica le "regole del gioco", si sarebbe dovuto poter rispondere: è vero, la stabilità e la certezza, in materia elettorale soprattutto, sono valori istituzionali da preservare, ma particolari superiori ragioni hanno richiesto, eccezionalmente, ciò che, altrimenti, sarebbe stata una forzatura. E invece? Invece, si è risposto che questi sono semplici rilievi di opportunità e che la maggioranza aveva "sue" buone ragioni di opportunità. Se fossimo in una situazione politica normale, ai timori molto seri che la riforma possa aumentare i pericoli di destabilizzazione istituzionale e di ingovernabilità del Paese, si sarebbero contrapposte ragioni specifiche, motivate sui meccanismi propri della legge che si andava ad approvare. E invece? Invece, si è risposto che, comunque, anche la legge attuale non è esente da rischi di questo genere, come se ciò fosse una giustificazione appropriata. Ora, al di là di tutto ciò e proprio sul punto della stabilità e della governabilità, la riforma contiene un´enormità tecnica, potenzialmente foriera di conseguenze politiche deleterie, su cui occorre insistere nel richiamare con forza l´attenzione.
La riforma irrazionale
E´ necessario scendere in ostici dettagli. Si tratta dell´elezione del Senato. Sono ammesse alla competizione, regione per regione, le liste singole di candidati e le coalizioni di liste. All´esito del voto, si possono presentare queste due eventualità. (a) Se una lista o una coalizione di liste ha ottenuto il 55 % dei voti validi, nulla quaestio: si procede alla ripartizione dei seggi in modo proporzionale (col sistema del quoziente elettorale e dei maggiori resti), con clausole di sbarramento (fissate al 20% per le coalizioni, salvo che contengano liste singole che conseguano l´8%; al 3% per le liste coalizzate e all´8% per le liste non coalizzate). (b) Se il 55% dei voti validi non è raggiunto da alcuno, viene assegnato un premio regionale alla lista o alla coalizione che ha ottenuto più voti delle altre, purché raggiungano il 20% del totale. Il premio consiste in un numero di seggi ulteriore, sottratto alle altre liste o coalizioni, tale da raggiungere la quota del 55% dei seggi assegnati alla regione. All´interno della coalizione, la distribuzione del premio di maggioranza avviene, di nuovo, secondo il criterio proporzionale. Dunque, il Senato, nel suo insieme, risulta dalla somma di tante quote di eletti regione per regione, secondo il criterio proporzionale. Ma, nelle regioni ove non esistono partiti o coalizioni di partiti abbastanza forti da raggiungere il 55% dei voti, si corregge il risultato, premiando la lista o la coalizione relativamente più forte, portandola, nell´ipotesi di massima correzione, addirittura dal 20% al 55%. Anche su questo passaggio della nuova legge si è avanzato il sospetto che gli attuali partiti di maggioranza abbiano voluto fare una legge a loro uso e consumo. Si è notato, ad esempio, che, col meccanismo descritto, la coalizione di centrosinistra, in alcune regioni del centro-Italia regolarmente ben al di là del 55%, non si avvantaggerebbe del premio. Viceversa, in altre regioni, il centrodestra - che non è prevedibilmente maggioranza schiacciante in quasi nessun luogo - prevalendo anche di poco, ne approfitterebbe. Lasciamo da parte i sospetti e limitiamoci a guardare la legge nella sua nuda realtà. Su quale logica si basa questa composizione del Senato? Innanzitutto sulla logica proporzionale. Ognuno (lista o coalizione) ottiene (percentualmente) in seggi quanto ha ottenuto in voti. In questa corrispondenza sta il suo principio di giustizia elettorale. E´ una logica, però, se così si può dire, sminuzzata regione per regione. Sul piano complessivo, possono determinarsi risultati incongrui, che contraddicono l´idea di proporzione e chi ha raggiunto la maggioranza nella regione può poi trovarsi in minoranza al Senato. Questa, comunque, è la conseguenza di un sistema elettorale che, a differenza di quello per la Camera, non è a base nazionale. Un difetto, dunque, intrinseco alla divisione per regioni contro il quale, a meno di correttivi che tengano conto dei dati generali, non c´è niente da fare.
Su questa primaria configurazione del sistema elettorale si inserisce l´alterazione del premio di maggioranza, pensato per tener conto dell´esigenza di stabilità e di governabilità, esigenza riferita naturalmente all´assemblea nel suo complesso, cioè al Senato. Il premio non ha altra ragione. E´ una ragione incontestabilmente forte, accettabile però alla duplice, ovvia, condizione che il premio non sia contraddittorio con la sua natura e che serva allo scopo. Entrambe le condizioni, invece, non sono assicurate nel nostro caso. Innanzitutto, esso, da premio di maggioranza - cioè da incremento di seggi a favore della forza prevalente nell´elezione - può trasformarsi in premio alla minoranza. L´assegnazione del premio avviene nelle regioni, secondo i risultati regionali, pur consistendo la sua ragione d´essere nel rafforzamento non della maggioranza della componente senatoriale regionale, ma nel rafforzamento della maggioranza del Senato. Questo effetto è però del tutto casuale. Può accadere che forze politiche che si affermano con scarti minimi nelle regioni, e perciò sono largamente beneficate dal premio, prevalgano, nella rappresentanza complessiva al Senato, su altre che invece si affermano nelle regioni con le loro sole forze. E´ ipotesi tutt´altro che irrealistica che partiti e coalizioni che hanno ottenuto globalmente più voti e che, in applicazione del solo sistema proporzionale senza premi, si troverebbero in maggioranza al Senato, si trovino invece a essere minoranza. E questo, non come conseguenza "naturale" del sistema elettorale a base regionale (ciò per cui, in mancanza di correttivi, non ci sarebbe niente da fare) ma precisamente proprio in virtù di un premio che si dice essere "di maggioranza" e che, invece, nella sede che sola interessa - il Senato - diventa "premio di minoranza"! Un risultato contro natura. In secondo luogo, i diversi premi di maggioranza distribuiti nelle regioni, confluendo nel Senato, non garantiscono affatto stabilità e governabilità: potrebbero avere tanto l´effetto di rafforzare un successo ottenuto nell´insieme dei collegi regionali, quanto quello perverso di impedire il raggiungimento della maggioranza di seggi che spetterebbe per effetto della sola distribuzione proporzionale; oppure i diversi "premi" potrebbero annullarsi reciprocamente, non servendo così a nulla. In ogni caso, questo cieco operare del premio di maggioranza potrebbe divaricare le maggioranze possibili al Senato e alla Camera dei deputati, dove il premio di maggioranza, che è previsto, opera diversamente, cioè su base nazionale. Dunque, effetti del tutto imprevedibili, in ipotesi non solo ininfluenti ma addirittura controproducenti rispetto allo scopo dichiarato di buon governo delle istituzioni.
Si dirà: la soluzione prescelta era obbligata dalla "base regionale" su cui il Senato deve essere eletto. Non è così. Altre soluzioni avrebbero potuto essere escogitate. E, comunque, in mancanza, meglio sarebbe stato addirittura lasciar cadere il premio. L´esito di tutta questa storia è un esempio preclaro di legge irrazionale. L´irrazionalità è un vizio di costituzionalità delle leggi. Si possono scegliere discrezionalmente gli obbiettivi legislativi ma si deve essere conseguenti. Per giurisprudenza di tutte le Corti costituzionali di questo mondo, il legislatore dissociato è incostituzionale perché le leggi bizzarre e contraddittorie non sono leggi. Il Cavallo di Caligola, nello Stato costituzionale di diritto, è e resta un cavallo e non diventa un senatore né, tanto meno, un legislatore; meno che mai, un riformatore delle istituzioni. Il rimedio, ormai, può essere trovato solo nei successivi passaggi che il testo di legge affronterà prima della pubblicazione e dell´entrata in vigore. In questo caso non si può fare affidamento su altre garanzie; non si potrà dire, come in altre circostanze: non importa; ci penserà poi la Corte costituzionale. In Italia, le leggi possono essere giudicate dalla Corte solo dopo che hanno avuto applicazione: le leggi elettorali, dopo le elezioni delle nuove Camere. Ma il danno, allora, sarà irrimediabile. Annullare la legge già applicata e provocare la decadenza del Parlamento sarebbe inimmaginabile. Infatti, non è mai accaduto né da noi né altrove. La responsabilità dei soggetti chiamati a esercitare le loro funzioni prima dell´entrata in vigore di questa legge è dunque massima. Non la potrebbero dirottare su altri. Si è detto all´inizio più volte: "se fossimo in una situazione normale". In un caso almeno, lo siamo stati in effetti, quando si è rigettata la norma a favore della rappresentanza femminile. Culture e interessi normali, abituali, si sono coalizzati per ribadire la posizione minoritaria delle donne in politica ed evitare quello che ai più deve essere sembrato un avventato salto nel buio. Ma l´art. 51, primo comma, della Costituzione, dice che la Repubblica promuove, tra uomini e donne, la pari opportunità di accesso alle cariche elettive. A meno di sostenere che tutto va bene lo stesso perché la Costituzione si è sbagliata dicendo "promuove", invece di "può promuovere, a piacimento", anche a questo proposito occorre un rimedio. Per la stessa ragione di prima, la responsabilità ricade solo su coloro che ancora possono intervenire nel procedimento legislativo in corso.
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Ds Milano - Rassegna stampa
''Caso Previti, lotta contro il tempo tra giudici e governo'' Interviste. Il pm del processo Sme chiede sette anni di reclusione per l'onorevole di Fi, ma intanto il Parlamento potrebbe approvare la ''salva Previti''. Parla l'onorevole Giuliano Pisapia Emiliano Sbaraglia
La richiesta del Pubblico ministero di Milano, Piero De Petris, di sette anni di reclusione per Cesare Previti al processo d’appello per il caso Sme ha clamorosamente riaperto una vicenda che vede tra i maggiori imputati proprio il deputato di Forza Italia, in attesa di una legge che lo salverebbe da una eventuale condanna e lo metterebbe al riparo anche per quella già ricevuta nel corso del processo Imi-Sir. Sulla vicenda abbiamo rivolto qualche domanda a Giuliano Pisapia, deputato di Rifondazione comunista, legale di parte civile del gruppo Cir-De Benedetti che vide annullato dal giudice Filippo Verde il suo accordo con l’allora presidente dell’Iri Romano Prodi per la cessione di una quota del gruppo alimentare Sme.
Avvocato, un passo in avanti verso la giustizia? Diciamo che rispetto alle richieste della parte civile, che non ha ritenuto completa né soddisfacente la parte della sentenza di primo grado che assolveva gli imputati pur ritenendo ci fossero stati interventi corruttivi da parte degli stessi, direi che un passo avanti è stato decisamente fatto, visto che ora la Procura generale riconosce la colpevolezza di Previti, Squillante e Pacifico anche per quel passaggio fondamentale della precedente sentenza.
Quali effetti potrebbe avere la cosiddetta “salva-Previti” sull’esito di questo nuovo processo? Chiaramente, quegli effetti sono determinanti. Per quanto riguarda questo processo, oltre che per la condanna subita nel procedimento detto Imi-Sir, anche in appello si azzererebbe l’eventuale riconoscimento di colpevolezza da parte del Tribunale. In pratica, qualsiasi forma di reato ipotizzabile nei confronti degli imputati, con l’approvazione della legge verrebbe automaticamente estinto.
Come giudica il ruolo di Pacifico e Squillante nella vicenda? Naturalmente non mi permetto di dare giudizi di carattere morale, ma soltanto tecnici. Da quanto emerge dalle mie ricerche e dalle conseguenti valutazioni, Squillante era registrato sul libro-paga dell’azienda Fininvest, mentre Pacifico svolgeva il ruolo di intermediario tra l’avvocato Previti e alcuni magistrati, con i quali tra l’altro aveva rapporti d’amicizia e illeciti già prima delle sentenze, gestendo i loro conti correnti esteri in un periodo in cui, per un conto tenuto all’estero illecitamente, la legge prevedeva sei anni di reclusione. Dunque, ben più che per il reato di corruzione.
Crede che il caso Sme possa passare alla storia come uno dei passaggi cruciali dell’era post-craxiana, inaugurata dalle elezioni del marzo 1994? Tornerei a ben prima del 1994, e identificherei questa vicenda come l’emblema di quelle operazioni che hanno dimostrato l’effettivo potere di manovra di Bettino Craxi ben oltre il normale coinvolgimento politico, ma anche nel campo economico, e dunque editoriale. Se Berlusconi, come lui stesso ha dichiarato, in quegli anni si è sempre comportato così nei suoi rapporti con Craxi, avendo come contropartita la legalizzazione e legittimazione dei suoi mezzi d’informazione nel panorama editoriale nazionale, è chiaro che questa vicenda ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo politico-economico del paese negli ultimi 15-20 anni. E infatti, se si guarda indietro, non si potrà non notare la perfetta coincidenza tra i tempi dell’emanazione di queste leggi e le irregolarità contestate nel corso dei processi. www.aprileonline.info/
Di proprio pugno Mentre è in corso il processo per il massacro di Andjan, alcuni accusati confessano. Forse non troppo spontaneamente
scritto per noi da Gianluca Ursini
Sabato scorso le autorità uzbeche hanno arrestato il leader di un movimento d'opposizione, 'Arcobaleno Uzbekistan' secondo quanto riportato da 'Radio Free Europe', sito di informazione sulle violazioni dei diritti civili, legato al magnate americano George Soros. Sanjar Umanov è stato arrestato il 22 ottobre nella capitale Tashkent, accusato di delitti di matrice economica. Dalla sua detenzione, altri quattro membri del gruppo sono poi stati arrestati. La coordinatrice del gruppo d'opposizione, Nodira Hidoyatova, ha detto che la polizia avrebbe anche perquisito la sede dell'associazione. 'Arcobaleno Uzbekistan' chiedeva apertamente la cacciata del premier Islam Karimov, dopo il massacro del 13 maggio scorso a seguito della rivolta nella città di Andijan, valle Fergana. Intanto prosegue nella capitale il processo a 15 uomini d'affari appartenenti alla setta islamica 'Akramiya' e accusati d'aver istigato la rivolta, poi costata la vita a circa un migliaio di persone secondo le organizzazioni di difesa dei diritti umani. Secondo l'organizzazione Amnesty International, “Il Governo uzbeco sta cercando di mettere sotto assedio la verità su quanto accadde durante i fatti di Andijan”; un monito pesante verso un esecutivo che riconosce solo 187 vittime ufficiali del fuoco dell’esercito; una confessione raccolta da PeaceReporter parlava di oltre 4mila morti quel giorno.
Processo all'Akramya. Adesso ai parenti dei 15 processati per quei fatti non viene concesso l’ingresso in aula; sono invece presenti e numerosi, i parenti delle vittime nelle fila dell’esercito, che chiedono a gran voce la pena di morte per i processati. Il procuratore statale uzbeco Anvar Nabiev ha accusato media stranieri, Ong e attivisti dei diritti umani di aver costruito una falsa campagna di informazione per incolpare il governo di Tashkent della strage. A capo della repubblica ex membro dell’Unione Sovietica, siede dal 1989 lo stesso uomo, Islam Karimov, confermato fino al 2007 da elezioni farsa alle quali non partecipa la vera opposizione. Karimov ha finora negato ogni richiesta di una commissione internazionale d’inchiesta sui fatti di Andijan, avanzata anche dalla Segretario di stato Usa Condoleeza Rice il passato mese di giugno.
Strage di Stato. Per il rapporto di Amnesty International, sulla base di diverse testimonianze di uzbechi presenti alla manifestazione, i soldati governativi hanno volutamente perpetrato una strage, su istigazione dei loro superiori. Le forze militari avrebbero deliberatamente aperto il fuoco a casaccio contro una folla inerme di migliaia di persone, che festeggiava la liberazione con la forza dalle carceri cittadine di 23 affiliati alla setta, benvoluti per le loro attività di beneficenza. Dopo la strage gli arresti sarebbero stati migliaia, seguiti da interrogatori basati sulla tortura, per intimidire i testimoni oculari e ottenere confessioni ed accuse montate ad arte. “Abbiamo centinaia di testimoni per provare le nostre accuse – ha detto la portavoce di 'Amnesty' – come quando riferiamo di diversi familiari a cui i funzionari della magistratura chiedevano di portare i documenti d'identità degli scomparsi. Per loro sarebbe stato molto difficile così dimostrare l’esistenza di qualcuno che non esisteva più”. Mentre gli oppositori venivano massacrati, l’accesso alla città veniva interdetto ai liberi giornalisti, così come i siti che riferivano sul massacro versioni non gradite al governo venivano chiusi. “Abbiamo seguito con dolore le violazioni dei diritti umani perpetrate in Asia centrale – ha detto il responsabile dell’area per la Ong ‘Human Rights Watch’, Holly Cartner – ma non avevamo mai visto una pianificazione così massiccia di atti contro l’umanità, come in occasione della repressione antiislamica dopo Andijan. Invece di cercare tra i militari i veri responsabili, il governo cerca di mettere a tacere i testimoni e di sviare da sé le accuse sulla strage”.
Confessioni sospette... Già dalla prima settimana del processo, c'erano state alcune confessioni. L’uomo accusato dai governativi di essere la mente dietro la strage avrebbe ammesso le proprie colpe: Muidin Sobirov ha parlato per quasi due ore, secondo quanto riferito dai giornalisti presenti in aula. In 120 minuti non ha quasi mai preso una pausa, ripetendo rapidamente le parole, per poi interrompersi e guardare il soffitto pensosamente, come una persona che stia ripassando una lezione mandata a memoria.. Ogni suo particolare della strage coincide minuziosamente con la versione fornita dalla procura il 5 settembre e ampiamente pubblicata dai media progovernativi. Sobirov ha poi risposto alle domande che gli venivano poste da giudici e pubblica accusa, ma non è stato chiesto nessun supplemento di prova per verificare le sue dichiarazioni, né la versione fornita dalla procura dello Stato è supportata da una minima prova. Il suo legale d’uffici non ha accennato nessuna tattica di difesa, nessuna richiesta alla corte, niente. Sobirov, come già fatto dai media statali, ha accusato i giornalisti stranieri di aver spinto i membri della fratellanza islamica ‘Akramiya’ a organizzare la protesta per i 23 uomini d’affari incarcerati.
..Estorte a suon di minacce. Secondo associazioni umanitarie come ‘Human Rights Watch’ (Hrw) di New York, questo tipo di confessioni vengono estorte con la forza o la minaccia di violenze e stupri ai danni delle mogli o di altri familiari. Questo processo sarebbe secondo la Ong un tentativo per sviare l’attenzione dalle colpe governative in una strage che ha visto i militari sparare sui civili inermi. ‘Hrw’ ha chiesto a Unione europea e Stati Uniti un bando totale alla vendita di armi a Tashkent e altre sanzioni economiche. Rimangono 14 accusati che non hanno alzato bandiera bianca. Chissà quanto dovremo aspettare per le loro confessioni. www.peacereporter.net
Londra : attacchi 7 luglio , due novita' di red
Gli agenti di Scotland Yard hanno arrestato ieri nello Yorshire un uomo di 27 anni in relazione agli attentati del 7 luglio a Londra. L'uomo, che non e' stato identificato, e' sospettato di aver commesso, preparato o istigato gli attentati ed e' stato interrogato.
Un portavoce dell'unita' agenti antiterrorismo della polizia metropolitana di Londra ha detto che gli agenti avevano cercato due indirizzi nella zona di Dewsbury, che era la casa del sospetto attentatore suicida Mohammed Sidique Khan.
Provenivano infatti dalla stessa zona del Regno Unito tre dei quattro autori degli attentati nella metro e sui bus londinesi che hanno provocato 52 morti, tra cui l'italiana Benedetta Ciaccia, oltre ai quattro terroristi suicidi.
Nel frattempo 'News of the world' ha detto che un certo Imran Patel - musulmano britannico - aveva dichiarato che Khan gli chiese di unirsi agli attentatori.
Patel ha detto di aver deciso di non farlo dopo che era stata avanzata l'ipotesi di un attacco ad una scuola, ma si e' detto disponibile per attaccare eventuali obiettivi fuori dalla Gran Bretagna. Patel ha detto di aver acconsentito a parlare con la stampa per far capire alle persone che la jihad (la guerra santa) e' valida.
Il materiale in possesso del giornale e' stato passato alla polizia antiterrorismo, che lo sta esaminando.
www.osservatoriosullalegalita.org
Nazionalismo e conversioni Tanya Mangalakova Vi è una comunità musulmana in Bulgaria. Sono i pomachi e vivono sui Monti Rodopi. Alcune controverse figure stanno premendo per una loro conversione alla chiesa ortodossa. Tra queste la discussa figura di Padre Saraev. La nostra corrispondente l'ha incontrato Contadina dei Monti Rodopi Da 14 anni nella catena montuosa dei Monti Rodopi è in corso un processo di conversione. Sono molti gli appartenenti alla comunità dei pomachi, musulmana, che si converte alla fede ortodossa.
Protagonista è Boyan Saraev, 49 anni, sacerdote dal passato oscuro, personaggio contraddittorio ma estremamente efficace dal punto di vista mediatico. Quest'ultimo è nato nel villaggio di Zhaltichel, località situata nei monti Rodopi. Anche lui un pomaco, convertitosi al cristianesimo. Parecchi anni dopo la caduta del comunismo in Bulgaria, è diventato prete ortodosso.
Molti lo considerano un missionario che ha riportato i pomachi, dei monti Rodopi, in seno alla chiesa ortodossa. Nel 1990 Saraev ha creato il "Movimento per il Cristianesimo ed il Progresso Sveti Joan Predtecha", puntando sulla conversione dei musulmani locali al dogma orientale della Cristianità.
Padre Saraev visita in continuazione i villaggi di questa zona della Bulgaria, battezzando molti musulmani, insistendo sul fatto che sono discendenti di bulgari forzosamente convertiti ai tempi del "giogo turco".
Non sono pochi però ad avere seri dubbi sulle finalità del padre ortodosso. Vi è chi ne critica anche il cerimoniale adottato, definendolo esibizionista e commercialmente vantaggioso. Per altri Saraev starebbe abusando della sensibilità dei pomachi già sottoposti a varie discriminazioni: i loro nomi ad esempio sono stati più volte cambiati dallo Stato dopo il 1912 al tempo di quella che veniva chiamata la "reintegrazione bulgara dei Rodopi".
I critici di Padre Saraev sostengono inoltre che quest'ultimo era membro dei servizi segreti durante il regime comunista e che sotto la tunica nasconda "una pistola e la tessera del partito comunista". Ciò che Saraev non nasconde è di essersi diplomato nel 1985, nella Scuola di Simeonovo, specifica per gli ufficiali, impiegati del Ministero dell'Interno, e per quelli che poi sarebbero entrati nei servizi segreti.
Kardjali, la chiesa di padre Boyan Saraev
Ho incontrato padre Saraev nella chiesa "Uspenie Bogorodichno", dove officia il proprio rito, nel quartiere di Gledka a Kardjali (città nei Rodopi orientali). Qui vi è anche il nuovo monastero che sta costruendo dal 2003 anche grazie al sostegno di molte aziende bulgare che lo stanno sostenendo finanziariamente. Quello dove officia Saraev è un complesso abbastanza ricco, che attrae molti turisti dall'intera Bulgaria.
Non vi è chiarezza sul numero di conversioni da attribuire a padre Saraev. Secondo quest'ultimo il dato importante è però che "vi è un processo in corso, che va seguito, diretto ed incoraggiato". Perché? Secondo padre Saraev per contrastare un processo esattamente contrario, quello promosso dal Movimento per i Diritti e le Libertà (MRF, partito che rappresenta la comunità turca in Bulgaria) che "cerca di assimilare i bulgari maomettani (così padre Saraev chiama la comunità pomaka, ndr) e turchificarli, cioè farli diventare turchi."
Fobia islamizzazione
"Ci sono delle fondazioni islamiche che operano nell'intera catena dei Rodopi" insiste Saraev "sostengono attività illecite, anti-bulgare e anti-cristiane e tentano di turchificarle. Tutto questo è possibile perché in Bulgaria vige il disordine ed il caos legale e ciascuno può fare ciò che vuole".
Padre Saraev cavalca contemporaneamente due questioni care all'opinione pubblica bulgara. Da una parte i timori nei confronti dell'Islam (e gli è facile nel contesto della "guerra al terrore") e poi gioca sulla xenofobia nei confronti delle minoranze, in questo caso quella turca. L'utilizzare il termine "turchificare" come sinonimo di "islamizzare" è sintomatico di questo.
"Vi è il rischio che i Rodopi vengano completamente islamizzati, e che la regione divenga autonoma. Una condizione che aprirebbe la strada al ritorno della sovranità turca su quest'area geografica", continua Saraev enunciando una visione sulla geopolitica tutta strumentale al successo del suo messaggio "il partito turco (MFR) ed il suo leader Ahmed Dogan sono la quinta colonna dello stato turco".
Padre Saraev si sente inoltre portatore di progresso. "Chi tenta di innovare liberandosi dalla rigida sfera della religione islamica incontra opposizione e ostilità" afferma "la gente è obbligata a sottostare alla pressione degli Imam, dei rappresentanti del partito turco, e dei "mufti" dei Rodopi. Nei villaggi che si presume stiano per rompere con la tradizione islamica si concentrano i finanziamenti per attrarre i giovani ed i bambini nelle moschee".
Integrazione europea? Attraverso le conversioni
Secondo Saraev abbracciare i valori europei significa anche abbracciare il cristianesimo. E per questo il processo di integrazione con l'UE dovrebbe andare di pari passo con le conversioni. Saraev poi afferma che l'ortodossia è "la natura dei Bulgari" e che per questo dovrebbe essere adottata dallo Stato come religione ufficiale, trattata in modo differenziato dalle altre religioni e lo Stato dovrebbe intervenire anche finanziariamente a favore delle scuole ortodosse. Un'ultima cosa: la religione ortodossa dovrebbe divenire materia d'insegnamento obbligatorio presso le scuole statali.
Zlatograd, ci sono convertiti?
Zlatograd è una città nella parte meridionale della regione dei Monti Rodopi. 14.000 abitanti appartenenti alla comunità turca, pomaca e bulgara. Zaro Pehlivanov (55 anni, ex insegnante di storia), è proprietario di un piccolo café nel centro di Zlatograd. È un pomaco e tra le prime cose che sottolinea è che la sua famiglia ha subito più volte, dal 1912 il cambiamento dei nomi "12 volte hanno provato, dal 1912, a cambiare il nostro nome. E' un insulto nei confronti della comunità musulmana della Bulgaria".
Secondo Zaro Zlatograd ha una buona tradizione di convivenza tra le varie comunità che la abitano. "Vi sono solo 4 o 5 famiglie nazionaliste, ma lo fanno perché sono dei perdenti e quindi vogliono approfittare dal punto di vista politico di un eventuale contrasto religioso".
"Ma qui in città" continua Zaro "vi è un livello culturale abbastanza elevato. Molti membri della comunità musulmana sono professionisti tra cui figurano giudici e procuratori. Non facili da manipolare. Diverso è in altre cittadine o nei villaggi". Poi Zaro si spiega meglio: "Ad esempio a Madan (cittadina a 26 km, ndt) vi sono 28 mahala (villaggi di 5-10 case, ndt) i cui abitanti si mettono in contatto con altre zone solo il venerdì quando scendono in città per gli acquisti. Queste persone hanno un livello di istruzione molto bassa e sono quindi più facilmente manipolabili. Secondo me le conversioni, soprattutto tra i giovani, sono un modo per contrapporsi alla comunità d'appartenenza, è una sorta di esibizionismo".
Entrando nella chiesa di "Uspenie na Presveta Bogoroditza", costruita nel 1834 durante la dominazione ottomana, il prete, anche lui un pomaco che ha convertito molti musulmani del posto, ci dà il benvenuto. Una cosa colpisce immediatamente. La maggior parte dei presenti sono donne. Tra loro anche qualche "convertita". Emilia originariamente si chiamava Meriam "Mi sono convertita al Cristianesimo 12 anni fa. Mio marito era musulmano. L'Islam è una religione asciutta. Non capisco l'adorazione nelle moschee, la mia dedizione all'islam era vuota di significati. Quando ho capito le parole del prete, ho deciso di convertirmi al Cristianesimo con tutto il mio cuore", afferma. Accanto a lei, un'altra "convertita: "Noi vogliamo essere cristiani in Europa" racconta "mi sono convertita per essere più moderna e meglio integrata socialmente". www.osservatoriobalcani.org
Špidla: «La liberalizzazione dei servizi è un diritto» Vladimír Špidla è Commissario europeo per l’occupazione, gli affari sociali e delle pari opportunità. In un’intervista esclusiva rilasciata a café babel contempla l’avvenire dell’Europa sociale, spaziando dall’Agenda sociale 2005-2010 alla liberalizzazione dei servizi. Il Commissario europeo Špidla (CE) Vladimír Špidla è membro della Commissione Barroso dallo scorso novembre. Emblema dell’élite politica della “nuova Europa”, Špidla afferma, senza peli sulla lingua, la necessità di riformare, senza tuttavia tradirla, l’identità sociale del continente. Analizza in questa intervista il successo della strategia di Lisbona, che vuole fare dell’Europa la macroarea economica e culturale più competitiva entro il 2010. E parla anche della direttiva Bolkestein per la liberalizzazione dei servizi.
A cinque anni dalla firma dell’agenda di Lisbona, i cosidetti obiettivi 2010 si possono dire raggiunti? Il bilancio dei primi cinque anni della strategia di Lisbona è modesto, ma dovrebbe venire valutato alla luce dell’attuale situazione economica, in generale poco favorevole. A titolo d’esempio, il nostro tasso annuo di crescita economica si è praticamente dimezzato, passando da quasi il 3% degli anni tra il 1998 e il 2000, a un valore medio dell’1,5% registratosi dal 2001 in poi. Questi risultati negativi sono in parte dovuti ad una serie di eventi esterni che hanno colpito a livello mondiale, ma anche a ragioni interne. In particolare, alla debolezza della domanda interna in numerosi paesi dell’Unione Europea, alla quale si aggiunge l’incapacità di promuovere e mettere in atto riforme che portino a una crescita e a una maggiore occupazione. Nonostante la crescita dell’occupazione sia rimasta di segno leggermente positivo, e il tasso di occupazione – specialmente quello riferito alle donne e ai lavoratori più anziani – abbia continuato ad aumentare, gli obiettivi fissati per il 2010 sono ancora ben lontani. Inoltre l’intervento è reso tanto più urgente dall’accelerazione dei mutamenti economici e dall’invecchiamento demografico.
Come contate di agire per far sì che l’Agenda sociale 2005-2010, stabilita la scorsa primavera per rilanciare la strategia di Lisbona, dia rapidamente i suoi frutti? È necessario uscire dal circolo vizioso nel quale crescita rallentata e riforme strutturali inattuate frenano il raggiungimento degli obiettivi dell’Unione Europea. Bisogna quindi sfruttare al massimo le sinergie, soprattutto nel campo dell’innovazione e delle politiche occupazionali. Parimenti si deve fissare una rotta e rafforzare la fiducia dei protagonisti dell’economia. La seconda condizione consiste nell’appropriarsi meglio della strategia di Lisbona. Per ottenere esito positivo si rende necessaria una nuova cooperazione a tutti i livelli, in particolare tra l’Unione Europea e gli Stati membri. La strategia precedente, senza dubbio, ha sofferto a causa dell’eccessiva confusione sui ruoli e sulle competenze di ogni livello di governance. Dobbiamo definire chiaramente le responsabilità di ciascuno. Gli Stati membri si sono impegnati a presentare questo autunno dei programmi nazionali di riforme, rispondenti alle linee guida per favorire la crescita e l’occupazione. Dal canto suo, la Commissione ha presentato un programma comunitario di Lisbona, che fornisce una lista di iniziative suggerite a livello europeo nel campo dell’occupazione, degli affari sociali e delle pari opportunità.
Cosa ne pensa della famosa direttiva Bolkestein che è stata oggetto di vivaci critiche e ha rappresentato una delle principali argomentazioni di cui si sono serviti i sostenitori del No al referendum francese sulla Costituzione europea? La liberalizzazione dei servizi non è che la diretta conseguenza della libera circolazione dei lavoratori, che noi ci stiamo impegnando a promuovere in tutta Europa. Non soltanto questa liberalizzazione contribuirà all’obiettivo europeo di un aumento dei posti di lavoro e della loro qualità, ma è essa stessa un diritto. Rappresenta una delle libertà fondamentali dell’Unione Europea. Sfortunatamente, il voto del Parlamento europeo sulla rinviato all’anno prossimo. Mi auguro che questo periodo di attesa permetta alle parti di giungere a un accordo per quanto concerne la forma che la direttiva potrà assumere, sì che tutti i nostri concittadini ne possano beneficiare, sia in qualità di consumatori che di lavoratori.
Alla fine di ottobre la presidenza britannica terrà un summit informale per riflettere sullla “durevolezza del modello sociale europeo”. Ma questo modello sociale europeo esiste? Il “modello sociale europeo” non è una norma generale da imitare ed è evidente che l’Unione Europea non possa rivestire il ruolo di uno Stato Sociale nazionale. Il dibattito dovrebbe dunque prendere le mosse dai valori che tutti condividiamo, a cominciare dalla preoccupazione degli europei di conciliare rendimento economica e giustizia sociale. Si tratta di un progetto per il futuro. Il nostro obiettivo consiste nel fare tutto il possibile per preservare questa comune identità, anche attuando profonde riforme delle nostre politiche e delle nostre istituzioni. Non ci devono essere tabù.
Pensa che, al termine di questa riflessione sul modello sociale europeo, l’Unione Europea e gli Stati membri saranno in grado di proporre un nuovo contratto sociale ai loro cittadini? Oggi l’Europa deve accettare delle sfide importanti: aumentare la propria capacità, ora scarsa, di creare crescita e occupazione; affrontare l’accresciuta diversità, dovuta all’allargamento dei suoi confini; e, infine, sviluppare la disponibilità ad adattarsi a mutamenti di grande entità. Il summit dovrà dare risposta a tre questioni chiave per l’avvenire del cosidetto modello sociale europeo. Le nostre economie e le nostre società hanno bisogno di maggiore flessibilità. E qui è l’esperienza nordica a far scuola: si tratta, infatti, di paesi che hanno saputo “reinventare” la loro specializzazione, la loro protezione sociale, le loro politiche sociali e l’amministrazione pubblica grazie a una nuova sicurezza politica. I paesi più competitivi sono quelli che, tra l’altro, hanno portato avanti, a pari passo, riforme economiche e riforme sociali. Questo approccio globale verso un modello europeo che assicuri, al contempo, rendimento economico e solidarietà, dovrà essere un messaggio forte proveniente dal vertice. Infine, si dovrà insistere sulla qualità della governance. I protagonosti sociali dovranno sentirsi coinvolti e assumersi le proprie responsabilità, mentre la pubblica amministrazione dovrà essere efficace quanto incisiva. Sarah Wolff - Bruxelles www.cafebabel.com/it/
Germania: le incognite della Grosse Koalition
La tornata elettorale del 18 settembre non ha prodotto una maggioranza certa e costretto le compagini rivali della SPD e della CDU /CSU ad allearsi. I due “elefanti” si sono alleati per poter dar vita ad un governo capace di portare avanti le riforme economiche considerate prioritarie per rilanciare l’economia del paese. Il cammino del governo sarà, però, tutt’altro che semplice. Angela Merkel, la prima Kanzlerin del paese, si troverà, infatti, a guidare una compagine governativa consapevole dell’urgenza delle riforme economiche ma che sull’entità delle stesse difficilmente potrà trovare un punto d’incontro.
Felice Di Leo
Equilibri.net
Le elezioni tenutesi nel mese di settembre che alla vigilia sembravano destinate a sancire la schiacciante vittoria della CDU /CSU guidata da Angela Merkel assieme ai liberali di Guido Westerwelle non hanno, però, garantito a questi ultimi i numeri per poter governare la Germania. Lasciando il paese che già versava nell’incertezza economica anche nell’incertezza politica. Nonostante le pittoresche ipotesi paventate dai giornali relativamente alla cosiddetta coalizione semaforo tra la SPD, i Verdi e i Liberali o ad una “coalizione Giamaica” tra CDU /CSU, Verdi e Liberali sin dai primi giorni post elezioni è emersa come unica alternativa possibile ad una nuova consultazione elettorale una Grosse Koalition. Vale a dire un governo di unità nazionale tra i due maggiori partiti del paese.
La Grosse Koalition
Sin dalle prime consultazioni avvenute tra i vari partiti politici allo scopo di trovare il futuro cancelliere, infatti, i due maggiori partiti hanno cercato di trovare un accordo sull’eventuale programma e sulla composizione della compagine governativa escludendo quindi i loro alleati storici, i Liberali e i Verdi. Il primo scoglio da superare è stato la scelta del futuro cancelliere. Nonostante la maggioranza relativa dei seggi parlamentari ottenuta dalla CDU/CSU che avrebbe dovuto garantire alla Merkel la nomina; la SPD sembrava intenzionata a riconfermare come cancelliere Gerhard Schroeder. I socialdemocratici si consideravano, infatti, i vincitori della tornata elettorale a seguito di un’esemplare campagna elettorale che aveva trasformato una sconfitta certa in una “quasi” vittoria. Lo stesso Schroeder aveva, infatti, dichiarato di considerarsi come il cancelliere preferito dalla maggioranza dei tedeschi. I due partiti hanno risolto la loro disputa martedì 11 ottobre nominando Angela Merkel Kanzlerin (Cancelliere). L’accordo per la sua nomina prevede che sette ministri siano nominati dal partito socialdemocratico. La SPD nominerà, tra gli altri, il ministero degli esteri, la seconda carica per importanza nel governo.
La cancelleria di Angela Merkel scriverà una pagina importante nella storia tedesca. Si tratterà, infatti, della prima donna che guiderà il governo di Berlino. Se poi la Merkel entrerà nella storia del proprio paese per aver guidato un governo capace di dare al proprio popolo quelle certezze e quelle riforme necessarie in un periodo di crisi economica molto dipenderà dal suo carisma e dalla sua capacità di governo. La Merkel dovrà, infatti, riuscire ad attrarre i consensi non solo dei membri della SPD ma, soprattutto, degli esponenti del suo partito, la fiducia di cui aveva goduto fino ad ora sembra, infatti, vacillare. La costituzione tedesca stabilisce che è il cancelliere a determinate l’indirizzo della politica governativa ma sono stati numerosi i distinguo a tale norma arrivati sia dalle file dei socialdemocratici che dagli esponenti della CDU/ CSU. Il primo ad esprimere il proprio dissenso nel tentativo di ridurre la possibilità di azione della Merkel è stato, infatti, Edmund Stoiber leader della CDU, nonostante CDU e CSU si presentino come un partito unico ognuno di essi conserva un certo grado di autonomia nell’organizzazione interna. Il futuro ministro dell’economia ha, infatti, sostenuto il bisogno di collegialità nelle decisioni che verranno prese dal futuro governo e sottolineato la necessità per la Merkel di ricorrere al consiglio dei ministri al momento di prendere le decisioni più importanti. L’attacco di Stoiber, già sfidante di Schroeder nel 2002, è visto come un tentativo di sminuire l’autorità e il prestigio della Merkel non solo all’interno del governo ma anche all’interno del partito stesso. La futura Kanzlerin ha, infatti, perso la fiducia dei leader del proprio partito a seguito della campagna elettorale che grazie ai suoi errori si è trasformata da vittoria certa in quasi sconfitta. La Kanzlerin è stata, inoltre, accusata di mancanza di carisma e di visione strategica durante le consultazioni con la SPD volte alla formazione del nuovo governo. La nomina della compagine ministeriale della CDU/ CSU conferma, infatti, questa direzione. Al ministero per l’agricoltura e la difesa del consumatore è stato nominato Horst Seehofer che l’anno scorso si era opposto alla proposta della Merkel di istituire una tassa forfettaria sulla salute dimettendosi dalla carica di vice presidente del gruppo parlamentare della CDU/ CSU. Alla difesa è stato, invece, nominato Michael Glos uomo di fiducia di Stoiber e attuale capo dei deputati della CSU al parlamento. L’emblema della debolezza della Merkel all’interno del proprio partito è stata però la nomina di Wolfgang Schaeuble al ministero dell’educazione che torna al governo dopo quindici anni. La sua incriminazione nell’inchiesta sui fondi neri ricevuti dalla CDU/ CSU aveva, infatti, spianato alla Merkel la strada per i vertici del partito. La stessa Kanzlerin ne aveva, inoltre, bloccato la nomina a presidente della repubblica preferendogli Horst Koehler.
Le prospettive per il nuovo governo
Se la nomina dei ministri in quota CDU/ CSU ridimensiona fortemente il ruolo della Merkel e mette in luce i forti contrasti interni al partito, nella SPD, orfana di Schroeder che ha scelto di non partecipare al governo di unità nazionale, le nomine dei ministri sembrano aver eliminato tutti i contrasti della vigilia. Nell’effettuare le nomine i maggiorenti del partito si sono trovati a decidere se puntare su ministri affermatisi durante i precedenti governi o puntare su nomi nuovi, alla fine si è optato per una soluzione intermedia. All’ex segretario della SPD, futuro ministro per gli affari sociali e il lavoro nonchè vice – cancelliere Muentefering toccherà il ruolo di riorganizzare la dirigenza del proprio partito e di aprire la strada alla nuova leadership. Al ministero della Salute e a quello della giustizia sono state confermate le uscenti Ulla Schmidt e Brigitte Zypries e alle finanze è stato nomianto Peer Steinbrueck che dovrebbe rappresentare la continuità rispetto al ministro uscente Eichel. La poltrona più importante da assegnare era quella del ministero degli esteri che secondo la tradizione parlamentare funge anche da vice-cancelliere e di solito è espressione del partito minoritario della coalizione. Rompendo con il passato la SPD ha deciso di separare le due cariche nominado sulla poltrona degli esteri un politico poco noto ma molto legato all’ex cancelliere, Franz Walter Steinmeier. La nomina agli esteri di un uomo vicino a Schroeder vuole indicare, probabilmente, una sorta di continuità nell’eredità politica del leader. Probabilmente sarà, infatti, l’uomo di fiducia di Schroeder a dover raccogliere il testimone della vecchia leadership e a guidare il nuovo corso del partito socialdemocratico.
Prospettive di governo
Il nuovo esecutivo si troverà a governare un paese in piena crisi economica che nonostante i timidi segnali di ripresa registrati all’inizio di quest’anno necessità di urgenti riforme economiche. Il futuro governo dovrebbe dare una continuità al pacchetto di riforme promosso da Gerhard Schroeder, il cosiddetto Hartz IV, affinché nei prossimi anni se ne possano avvertire gli effetti. In realtà questo è uno dei campi in cui si percepirà maggiormente la differente visione dei due partiti al governo. Una delle cause principali della perdita di consensi della compagine della Merkel è stata, infatti, l’aver presentato come ministro delle finanze del suo eventuale governo l’economista Kirchhof fautore della proposta di istituzione di un’unica aliquota fiscale. Un altro cavallo di battaglia della Merkel in campo economico è stata la proposta di aumentare l’IVA dal 16 al 18%. Un aumento delle imposte indirette che a detta della SPD finirebbe col frenare ulteriormente la ripresa economica del paese comprimendo ulteriormente la domanda interna.
La politica estera potrebbe rappresentare l’ennesima oggetto di scontro tra i due partiti. Se la SPD si era, infatti, allontanata dal governo degli Stati Uniti a seguito della guerra in Iraq la CDU ha da sempre indicato Washington quale partner fondamentale per il proprio paese. Il partito della Merkel ha, inoltre, pesantemente criticato la politica europea di Schroeder che ha preferito rafforzare i legami con la Francia a scapito delle relazioni con i paesi dell’est europeo, nuovi membri dell’Unione Europea e importanti partner commerciali. Il problema maggiore nell’elaborazione di una politica estera comune verrà, però, dalla posizione da tenere relativamente all’ingresso o meno di Ankara all’interno dell’UE. Per l’ex governo rosso-verde l’ingresso della Turchia nell’Unione veniva visto come uno dei principali obiettivi di politica estera nei prossimi anni. Una decisione scaturita dalla forte presenza di immigrati turchi nel paese e dalla necessità di avere nel governo di Ankara un partner affidabile nella lotta al terrorismo. La CDU è orientata, invece, verso la soluzione di una cooperazione rafforzata con il governo turco e ha manifestato la sua assoluta contrarietà all’ingresso del popoloso paese mussulmana nell’UE. I rappresentanti dei due partiti dovranno, inoltre, confrontarsi sul risanamento del bilancio statale, sulla riforma del federalismo e sui problemi dell’energia anche alla luce della rinuncia nal nucleare decisa dal governo rosso verde.
La capacità del governo di portare avanti riforme economiche valide e di essere credibile a livello internazionale dipenderà dalla capacità di sintesi tra le due visioni e dal carisma della Merkel. Di certo il paese necessità di una guida stabile in un periodo di crisi come quello attuale. Difficilmente il governo riuscirà, però, a portare avanti una politica del genere se i due partiti non troveranno un accordo in grado di reggere quattro anni.
Le elezioni del 18 settembre hanno, inoltre, allontanato dalla vita politica due dei leader più carismatici che il paese abbia avuto negli ultimi anni, Gerhard Schroeder e Joshka Fischer. L’abbandono dei fautori del ritorno dei socialdemocratici al potere ha segnato la fine di un ciclo nella politica tedesca e aumentato se possibile le incognite che aleggiano sul prossimo governo. La SPD si trova, infatti, priva del leader che ne aveva guidato la rinascita nel momento in cui dovrà gettare le basi per il rinnovo della propria classe dirigente. L’abbandono di Fischer ha, inoltre, privato il paese del politico espressione vivente della politica estera di Berlino.
ottobre 24 2005
Sul web l’altra guerra di Al Qaeda»
Gli attentati che seminano la morte nella metropolitana di Londra o negli affollati locali di Bali rappresentano la manifestazione più visibile e tragica del terrorismo diretto da Bin Laden e dai colonnelli di Al Qaeda. Ma, secondo Gilles Kepel, uno dei massimi studiosi mondiali dell’Islam e del fenomeno terroristico, i vertici della rete stanno conducendo un’altra campagna meno visibile e dunque conosciuta, «non rivolta alle masse, ma ai simpatizzanti», il cui obiettivo è affermare «l’egemonia sul senso dell’Islam». La sede di questa campagna «molto importante», è il Web, un universo navigabile nel «quale gli autori non hanno volto», prescelto dal terrorismo nel tentativo di imporre all’Islam la propria visione strategica fondata sulla jihad.
I ricercatori dell’Istituto di studi politici di Parigi, dove Kepel lavora, hanno compiuto un lavoro certosino, durato anni, per realizzare un «progetto collettivo», cioè la prima raccolta sistematica e commentata dei materiali di Al Qaeda apparsi sul Web, prima e dopo l’11 settembre. Apparso in Francia nel mese di settembre con il titolo «Al Qaeda dans les textes» il libro verrà pubblicato in Italia da Laterza e, fin dalla sua apparizione, ha attirato la frenetica attenzione dei quotidiani e delle televisioni arabe internazionali, aprendo accesi dibattiti e scatenando polemiche.
Nei giorni scorsi il professor Kepel ha anticipato a Roma, ospite dell’Istituto per l’Oriente C.A. Nallino, i contenuti del libro che, anche nella traduzione italiana, sarà suddiviso in due parti: i testi di Al Qaeda da un lato, le note dei ricercatori dall’altro. I materiali raccolti e analizzati sono attribuiti a quattro personaggi, tre dei quali molto noti: Bin Laden, Al Zawahri, Al Zarqawi. Il quarto «protagonista» del libro è meno conosciuto dei primi, ma non per questo è stato (venne ucciso in circostanze misteriose) meno influente nella genesi del terrorismo. La figura di Abdallah Azzam, assassinato nel novembre del 1989, non è infatti inquadrabile nella dirigenza di Al Qaeda, ma nel suo albero genealogico. Palestinese vicino ai Fratelli musulmani, studia a Damasco, in Egitto, Giordania e Arabia Saudita e nel 1980 si reca a Peshawar in Pakistan dove assume un «importante ruolo strategico» nella jihad in Afghanistan. Teorizza il «rinnovamento» della guerra santa «obbligo individuale» per ciascun credente e «strumento di difesa». Azzam ritiene necessario combattere contro i russi a Kabul solamente per «ragioni di opportunità» giacché, nel suo lavoro di revisione, allarga l’orizzonte dei jihadisti «al mondo intero, ed in special modo alla Palestina, alle Filippine, alla Spagna..». Azzam - ha spiegato Kepel - «è morto da Fratello musulmano, in circostanze non chiare, forse per opera di Al Zawahri». Quest’ultimo, medico egiziano proveniente da una famiglia benestante, è - secondo lo studioso francese - «il vero pilastro dottrinale di Al Qaeda, un personaggio più importante di Bin Laden, il “Lenin” della rete terroristica».
Kepel ha ricordato che, tre mesi dopo gli attentati di New York e Washington, un quotidiano in lingua araba edito a Londra pubblicò un testo di Al Zawahri che, dopo aver inneggiato «ai cavalieri» che hanno agito «sotto la bandiera del Profeta», spiega la nuova strategia che parte anche da una riflessione sul «fallimento delle avanguardie e della mobilitazione delle masse» registrato in Afghanistan e si proietta nella guerra «contro il nemico lontano, gli Usa ed Israele». Ma ancor prima dell’attacco contro l’America, il medico egiziano aveva diffuso un video (7 ottobre 2001) che inaugurava la «strategia del martirio» poi sperimentata poco più che un mese dopo.
Progettando e attuando gli attentati dell’11 settembre, Al Qaeda hanno voluto prima di tutto a «creare immagini parlando uno stile di Hollywood» allo scopo di «aumentare all’infinito le paure». Kapel, nell’incontro avvenuto all’Istituto per l’Oriente C.A. Nallino, ha dedicato poco spazio ad Al Zarqawi ed anche a Bin Laden ricordando tuttavia che quest’ultimo ha diffuso sul Web prevalentemente «dichiarazioni superficiali, e anche poesie, sue e di altri». Kepel, interrogato dai presenti all’incontro, ha detto di essere consapevole del rischio che la sua opera che «rappresenta la prima ricostruzione sistematica dei testi più importanti» possa essere strumentalizzata per «uno uso militante».
Ma a questa obiezione ha risposto ricordando che «su Internet tutto si vede» e la raccolta commentata dei documenti dei terroristi rappresenta «un disincanto», cioè una presa d’atto su ciò che dicono, pensano e progettano di fare. Uscito da poche settimane «Al Qaeda dans les textes» ha già fatto il giro del mondo, in particolare di quello arabo. unita.it
La tv sotto tiro Come al solito, il premier è vittimistico e caricaturale Ma ancora una volta ecco la sua lista nera: circondato dai suoi maggiordomi, ha messo all’indice un intero palinsesto Vittorio Emiliani
da l'Unità - 24 ottobre 2005
Dobbiamo indignarci o dobbiamo ridere, sia pure amaramente, di fronte alle ultimissime esternazioni di Berlusconi al fido Vespa? La sostanza della sua tirata accusatoria contro i palinsesti Rai, contro la stampa in generale e persino contro alcuni programmi e Tg delle sue reti è così palesemente grottesca (dall'accusa di anti-berlusconismo pregiudiziale si salva il solo Fede) che la prima reazione è una sonora risata.
Sembra infatti di ascoltare un personaggio caricaturale, il vittimistico Cornacchione di RockPolitik, per il quale «tutti ce l'hanno con Silvio». Se però si ripensa a quanto è accaduto in questi tre anni e mezzo, dall'editto di Sofia col quale il presidente-proprietario cacciò, in prima persona, dalla Tv pubblica Biagi, Santoro e Luttazzi, dopo aver imposto un vertice e un direttore generale di sua stretta fiducia, si provano sentimenti di sdegno, rabbia, dolore. Mai nella storia repubblicana il diritto alla libertà di espressione era stato attaccato così frontalmente, in modo altrettanto totalizzante. Sotto il tiro di Berlusconi finisce l'intero palinsesto di Raitre, va quanto resta della informazione ancora problematica, finisce tutta la satira residua, anche la più garbata e surreale. «Per non parlare», afferma apodittico il presidente-proprietario, «della stampa quotidiana», di cui egli si considera una sorta di vittima giornaliera. Probabilmente è vero che, circondato di yes-men, di maggiordomi ossequienti, non veda più la realtà, non legga un titolo dei giornali di tutto il mondo, di quelli americani più autorevoli che spesso attaccano a fondo Bush, che non abbia mai visto neppure una mezza puntata del David Letterman Show dove gli uomini più potenti degli Usa sono fatti a peperini. Probabilmente sogna un Paese come la Russia dell'«amico Putin», e anche peggio. Il detonatore della nuova esternazione accusatoria del premier resta tuttavia il programma di Adriano Celentano, RockPolitik. E pensare che il «molleggiato» è stato accusato, da qualche snob di sinistra, di essere un qualunquista. Eppure ha lanciato due messaggi molto nitidi: l'Italia vive da alcuni anni in un regime di libertà limitata, vigilata, censurata; le nostre città, le nostre periferie fanno sempre più schifo, grazie al disordine e all'abusivismo, e il Bel Paese rischia di scomparire nella bruttezza e nel cemento. Quei tre tavoli e quelle tre sedie vuote al centro delle luci di un bellissimo studio ci hanno ricordato ad ogni istante l'informazione dimezzata, la satira quasi cancellata (ma a Berlusconi ancora non basta), preparando a Michele Santoro un ingresso, positivo, di grande effetto, e riproponendo il tema lacerante della epurazione Rai seguita all'Editto di Sofia per tre personaggi di diversa età e collocazione. A loro è stato impedito l'accesso ad una Tv che pure, per oltre metà dei propri introiti, è ancora pagata da tutti noi. Non c'è emittente radiotelevisiva pubblica della civile Europa in cui sia successo qualcosa di lontanamente paragonabile. E c'è chi, nel centrosinistra, si balocca a spaccare il capello in quattro: se giovi davvero all'Unione questa forte denuncia, se essa non sia qualunquistica, se non rappresenti una trappola per l'Unione. Che, dice qualcuno, perse le elezioni del 2001 a causa dell'eccesso di satira e di denuncia da parte della Rai di allora. Ma vogliamo scherzare? Il Berlusconi-pensiero, diffuso ieri tramite Vespa, fornisce da solo una risposta inequivocabile. La sua bulimia televisiva non conosce limiti di sorta. Persino Clemente J. Mimun e Mauro Mazza gli sembrano soltanto «abbastanza equilibrati», e non totalmente. Come lo stesso Carlo Rossella In questo clima censorio Berlusconi insiste, con l'opposizione di Casini (ma durerà?) ma con l'appoggio di Fini, per travolgere le regole della stessa par condicio pre-elettorale. Dopo di che potrà inondare di suoi spot tutte le reti televisive, locali e nazionali, pubbliche e private. Il contante non gli fa davvero difetto. La prima trasmissione di Adriano Celentano ha rotto il monopolio e i suoi schemi, ha sparigliato, facendo un pieno incredibile di ascolti. Essa, tuttavia, rappresenta una eccezione: solo Celentano può citare o addirittura far comparire i censurati e gli epurati. Di ciò, comunque, va dato atto ad una Rai-Tv, che, quanto meno, non appare più «commissariata». Ha un presidente che prospetta apertamente il ritorno di Santoro. Ha un CdA non più monocolore. Ha un direttore generale che evidentemente discute e si assume certe responsabilità. Vedremo ora quali effetti produrrà il nuovo Editto di Berlusconi, su RockPolitik e sul resto. Intanto il ministro delle Comunicazioni, Mario Landolfi, ribadisce di non voler aumentare (per il secondo anno consecutivo) il canone Rai. Nemmeno di un piccolo euro. Una chiara intimidazione. Evidentemente si vuole soffocare il servizio pubblico: in due anni quell'euro negato di aumento avrebbe dato una trentina di milioni di euro alle casse della Rai. Mentre l'inflazione comunque sale ed erode il valore reale del canone, quindi la stessa autonomia dell'emittenza pubblica nei confronti del governo, della politica in genere. Va ricordato anche il secondo messaggio lanciato da Adriano Celentano: la disastrosa cementificazione dell'Italia, dalla Milano di Albertini (la Milano della via Gluck) alla Valle dei Templi. Certo, il suo è un messaggio molto generale che esige specificazioni. Adriano ha, in sostanza, proposto una sorta di «demolition Day» nel quale abbattere le tante, troppe brutture stratificatesi sull'ex Bel Paese. Proposta di forte presa e utilità. Che avrà parecchio irritato il presidente immobiliarista, il presidente dei condoni. In questi anni l'edilizia pubblica è come scomparsa dall'agenda politica. Non ce n'è più per i ceti deboli o indeboliti; non ce n'è ancora per gli immigrati. In compenso, si continuano a costruire quartieri di speculazione, si continua a far avanzare cemento&asfalto, «mangiando» ogni anno dai 50 ai 100 mila ettari di terra a coltivo, a bosco, a pascolo. Una vera follia. È qualunquismo denunciare tutto ciò? E che cos'è allora tacerlo nel momento in cui si porta avanti in Parlamento una legge urbanistica (firmata dal forzista Lupi) che cancella, di fatto, la pianificazione in nome dell'interesse generale e la sostituisce con una contrattazione fra i detentori di aree e l'ente pubblico? Non è forse omertà questa, non è aperta connivenza?
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Confronti No, non è la Bbc Duilio Giammaria
Quando si parla di televisione, un po’ come avviene nel calcio, tutti si sentono legittimamente autorizzati a esprimere giudizi e pareri. Fa parte del gioco. Il dibattito si fa più complesso quando si cerca di definire cosa debba fare una televisione finanziata con danaro pubblico. La moltitudine di fattori di cui tenere conto impongono analisi e ricerca. Questioni che solo marginalmente entrano nell'agenda dei «decision makers» della televisione.
No, questa Rai non è la Bbc
È come se non si riconoscesse alla televisione la dignità di un'analisi specifica e altamente professionale. Il dibattito politico di solito è dedicato a reciproche accuse di occupazione della televisione e, quando intervengono le lobby industriali, si trasforma in un micidiale impasto in cui servizio pubblico, mercato, tecnologia, scenari futuri, vengono posti senza gerarchia sullo stesso piano, rendendolo inestricabile persino agli addetti ai lavori. Sin dall'inizio l'incontro con Caroline Thomson della BBC, venuta a Roma su invito di Eurovisioni per presentare a un pubblico di politici e addetti ai lavori italiani la riforma della BBC, ha dato l'idea che altrove le cose sono diverse. Nel breve spazio di una mattinata due mondi televisivi si sono affrontati con due velocità sideralmente diverse. Si sa, i confronti tra paesi giocano effetti di prospettiva che possono provocare distorsione tipo «l'erba del vicino è sempre più verde...», ma è bastato cogliere il senso delle parole con cui la BBC lavora alla sua autoriforma per realizzare la distanza con il nostro paese: «qualità, valore sociale, concorrenza creativa, diritto di cittadinanza, servizio pubblico universale». La BBC in pratica è stata invitata alla riforma dal Libro Verde che - sebbene sia stato scritto dal governo - afferma che il suo scopo è «configurare una forte BBC, indipendente dal governo, capace di standard di elevata qualità». In buona sostanza il Green Paper ha evidenziato una serie di punti critici tra i quali la perdita di qualità dei programmi. Per arrivare ad una definizione «socialmente» condivisa dei suoi obiettivi dopo il libro verde il governo ha lanciato un'ampia pubblica consultazione, le cui conclusioni formeranno la base della Nuova Charter, il contratto di servizio, di una durata di dieci anni. Ai cittadini di sua maestà, sono state rivolte domande del tipo: «Quali sono i programmi che considerate più importanti? Come pensate dovremmo gestire l'evoluzione tecnologica e quella culturale? Che valore attribuite ai vari servizi che vi offre il servizio pubblico? E via dicendo, sino ad arrivare a chi deve controllare che i soldi dei cittadini (fee payers) siano spesi con efficienza e perseguendo gli obbiettivi del bene collettivo. L'interessante lettura, altamente consigliata ai nostri policy makers, rivela che il pluralismo non è in discussione (quello è dato per scontato e pratica consolidata of course). Non si parla di reality ma di factual documentary. Non si parla di consumo televisivo ma di diritto di cittadinanza. Non si parla di format importati dall'estero ma di fornire contenuti di elevata qualità a tutti i cittadini anche grazie al digitale. La BBC, secondo la Thomson, sta rispondendo con determinazione alla necessità di produrre e distribuire programmi di qualità. Per definire la tv di qualità la BBC si rivolge a uno studio di mercato che la identifica così: «la tv di qualità è fatta di idee innovative, con programmi che fanno riflettere, con alti standard di gusto e decenza (ah che parole desuete per la televisione italiana..) e con un'elevata percentuale di programmi originali» . Un altro punto forte del ragionamento della BBC è come massimizzare il valore dei suoi programmi: un sofisticato ragionamento che anche qui serve gli interessi generali del paese. Ad esempio, oltre a una quota di programmi commissionati alla produzione indipendente, la BBC propone di istituire un'altra quota del 25% per la quale la produzione interna e quella esterna concorrono per realizzare i migliori progetti. Un sistema che ha per obiettivo di creare opportunità per tutta l'industria televisiva. Per dimostrare quanto prenda sul serio il suo compito di servizio pubblico universale la BBC rivela il costo medio delle sue produzioni: un'ora di fiction su BBC 1 costa 780.000 euro. Un'ora di documentari specialistici (per intenderci quelle meravigliose produzioni come I dinosauri, Il cervello umano) costano oltre 500.000 euro l'ora, con una resa economica molto elevata perché vengono esportati in tutto il mondo. Ma, tenetevi forte, le differenze si fanno vertiginose quando si apre il capitolo della governance. Sino ad oggi c'era un Board of Governors (specie di CdA) a cui però il Libro Verde imputa un conflitto di interessi perché gestiva e controllava allo stesso tempo. Si propone dunque la creazione di un Trust indipendente dal management che misuri ogni anno i risultati ottenuti e si chiarisce ancora meglio il ruolo «competitivo» dell'Autorita esterna di Controllo (Ofcom). «It's not rocket science» ha concluso la Thomson: un modo anglosassone di dire che definire gli scopi della televisione di servizio pubblico, quando si parte con una chiara idea dei prodotti da offrire, non è particolarmente difficile. L'impressione che si è sparsa in sala a conclusione della relazione era un diffuso senso di imbarazzo: agli occhi stanchi di relatori di innumerevoli convegni sulla televisione dove si dice una cosa e poi se ne fa un'altra, la relazione della Thomson deve essere sembrato un vero e proprio missile. Al neo presidente dell'Authority italiana è dunque toccato spiegare perché il nostro vecchio aereo RAI non sembra aver più una direzione. I programmi della nostra televisione sono ripetitivi e diseducativi (tranne le solite debite eccezioni), ha ammesso Calabrò. Ma allora se non è l'Authority, chi sorveglia questo aereo dirottato che è ormai la nostra televisione pubblica? La Commissione Parlamentare di Vigilanza? Il CdA RAI? C'è un pilota a bordo dell'aereo e in che direzione lo sta conducendo? Intanto cari telespettatori, in attesa che qualcuno chieda la vostra opinioni, buon volo. Duilio Giammaria Inviato RAI
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Ds Milano - Rassegna stampa
Madrid Telephone Conversation
Dice: "Be', sì, fossi in Italia mi sa che voterei per Prodi: su Cadena Ser dicevano che gli manca solo di proibire il voto, a Berlusconi!"
Dico: "Be', allora vota!"
Dice: "Oh, ma non posso! Io sono spagnola, voto in Spagna, non ho più neanche la carta d'identità italiana."
Dico: "Ma figurati! Tu sei mia figlia, quindi sei italiana. Ti presenti in ambasciata, ti iscrivi nel registro degli italiani residenti all'estero e voti."
Dice: "Ma no, mamma! Io non sono un'italiana residente all'estero, sono una spagnola rientrata in patria. Non credo nemmeno che sia legale, non lo accetterebbero."
Dico: "Pupi, ti assicuro: tu sei italiana, credimi. Ti ho fatto io. Pure i tuoi figli saranno italiani. Puoi votare alle elezioni quanto ti pare."
Dice: "Senti, mamma, non si può votare in due paesi diversi. Io sento la responsabilità di ciò che accade in Spagna, quindi voto in Spagna. In Italia ci devi votare tu. Poi io sono spagnola, insisto, e non sai che fastidio provo quando qualcuno, qui, mi chiede di dove sono per via dell'accento! E spiego pazientemente che ho vissuto diversi anni in Italia, ma è una cosa davvero seccante doverli convincere che sono spagnola quanto loro."
Dico: "Ma infatti, tu non sei affatto spagnola quanto loro! L'italianità si trasmette per sangue, tanto per cominciare, quindi piantala di fare la gnorri. Poi tu ci sei cresciuta, in Italia, che non è lo stesso che viverci qualche anno. Anzi: tu ci sei cresciuta, in Italia. Io no. Tra noi due, quella che è cresciuta italiana sei tu, non io. Quindi non si capisce perché io dovrei sentire più obblighi elettorali di te. Semmai è il contrario."
Dice: "Ma se non ho più neanche i documenti italiani, ti dico! E nemmeno li voglio, a che mi servono? La mia vita è qui, qui sarà la mia famiglia, qui pagherò le tasse, che c'entro io col governo italiano? Ma poi, senti: per votare in Italia, uno deve sempre sentirsi rassegnato. E' quello, il sentimento con cui vi preparate sempre alle elezioni, voi. E non c'è sentimento che io detesti più della rassegnazione: mi fa proprio orrore, guarda! Mi spiace, ma non posso. Brr."
Dico: "Eh, dimmi: ma davvero da voi si vota volentieri? Cioè: uno va a votare e si sente bene mentre lo fa?"
Dice: "Ma sì, che domande. Guarda: pure il PSOE ha avuto un periodo in cui era diventato abbastanza orribile. E, infatti, ha perso. Allora si è rinnovato e, infatti, ha vinto. Qui funziona così."
Dico: "Aspe', ma ho sentito dire che Zapatero va sparando agli immigrati di Ceuta."
Ruggisce: "Cosa?? Calunnia! Chi dice questo? E' stato il Marocco e, anzi, Zapatero ha dovuto fare autentici miracoli diplomatici, dopo 'sto casino. Ma che diavolo dite, voi in Italia?"
Dico: "Boh, è un periodo che seguo poco, leggiucchio qua e là. Ma poi non è stato condannato quel giornalista di Al Jazeera?"
Dice: "Mamma, senti: questo è un paese democratico e, di conseguenza, qui la magistratura è indipendente. Non so come siete abituati voi ma qui, ti assicuro, se un giudice condanna qualcuno non ce la si può prendere con il governo."
Mugugno. E intanto immagino la bambina che va a dormire con la Costituzione spagnola tra le braccia, come un tempo si faceva col peluche. Mi è diventata patriottica, beata lei. "Perché noi qua, noi là, la nostra economia va bene, gli immigrati sono percepiti come una risorsa, sto studiando le agevolazioni per comprare casa, il problema grosso è la faccenda dello statuto catalano perché là Zetapé rischia, te ne parlerò."
Lei lo chiama Zetapé, Zapatero. Mezza Spagna lo chiama Zetapé. ZP, sarebbe. Che il cielo lo mantenga all'altezza di tanta serenità da parte dei suoi compatrioti.
Oggi mi è giustappunto capitato di vedere Viva Zapatero al cinema, finalmente. E c'era Petruccioli, come ben sa chi ha visto il film. Uno esce che sta male.
A un certo punto, c'è una frase della Guzzanti che recita più o meno così: "Libertà non può essere solo avere la possibilità di votare periodicamente contro se stessi."
Pensavo alla memoria e al fatto che qui siamo sempre nel Grande Presente, nella periodica emergenza sempre uguale. Vedevo le date delle varie performance di Berlusconi, nel film, e ricordavo cosa facevo io allora. 1995: "Ah, allora fu quando ci mettemmo disperatamente a fondare il PDS nel feudo berlusconiano!" 2002: "Uh, lì è stato quando abbiamo iniziato a preparare l'espatrio!" 2005: "Ancora, gessù."
E Petruccioli. Ma l'avete visto, Petruccioli? E dove lo candideranno, i DS, in che collegio? Così, per sapere.
Aggiornamento: Webmaster al telefono, appena rientrato a Bolzano: "Santo cielo, quel Petruccioli. Indecente. Raccapricciante. E quello era il presidente della commissione di vigilanza della RAI, ma ti rendi conto??" E quindi gli chiedo: "Ma allora, dimmi: se ti presentassero Petruccioli a Bolzano, alle elezioni, tu che faresti?" Silenzio. Ancora silenzio. E poi, dalla cornetta, emerge la voce di uno che deve decidere se amputarsi una gamba, più o meno: "Guarda, io rimango della mia idea. Credo che Berlusconi vada fermato. Quindi, voterei Petruccioli. Voto Petruccioli."
Un popolo di eroi. Penso confusamente che questo patibolo elettorale abbia pochi equivalenti, al mondo, e che meriterebbe di essere studiato all'estero. E' una particolare variante di democrazia bloccata anche questa, mi pare. Che roba pazzesca, senti. /www.ilcircolo.net/
Le leggen dei 135 anni Alla sinistra italiana viene spesso torto additata di una certa lentezza nel capire alcuni processi. Tipicamente lo si fa prendendo in considerazione una tematica sola di quelle che alcuni anni fa erano al centro della polica. Chessoio, si sceglie la scala mobile solo. E ci si dimentica delle posizioni sulla questione morale, della qualità delle amministrazioni locali, dello strappo da Mosca o dell'ombrello della NATO. Adesso lo faccio anch'io questo gioco: a tutti quelli che drizzano le penne per le dichiarazioni di papa Ratzi sui diritti umani, vorrei far notare che la frase "I diritti fondamentali non vengono creati dal legislatore, ma sono iscritti nella natura stessa della persona umana, e sono pertanto rinviabili ultimamente al creatore" in realtà nasconde una enorme disfatta per la Chiesa; altro che un velato indirizzo neo-temporalista. Datosi infatti che la Chesa stessa infatti si è fregiata del potere temporale per secoli, si aprono le seguenti opzioni: 1. All'epoca del Papa-Re, la Chiesa sapeva di quanto detto dal papa oggi e, malgrado l'occasione unica di riunire potere legislativo e verità religiosa, non si è mai degnata di mettere i diritti umani nelle leggi dello stato pontificio. Disprezzo del popolino? Gestione aristocratica? Menefreghismo romano? Fate voi. 2. La Chiesa non sapeva di quanto detto dal papa; non sapeva cioè che i diritti umani sono un dono di Dio. E qui non continuo. 3. La Chiesa sapeva dei diritti umani ma non sapeva della loro separazione dalla legislazione. Opzione che non sta in piedi, visto che di diritti umani non se ne vede traccia nelle leggi papaline. Per conoscenza del mondo romano, a mio parere rimane in piedi solo la prima opzione. E la dichiarazione del Papa (Santo Subito!) vuol dire implicitamente: noi siamo consapevoli della centralità dei diritti umani; ma non capiamo niente di potere legislativo, visto che per quasi duemila anni non li abbiamo scritti nelle leggi della monarchia assoluta che governavamo. Scusateci, ma di potere temporale non siamo proprio esperti. Lasciateci alle cose della morale.Le leggen dei 135 anni Alla sinistra italiana viene spesso torto additata di una certa lentezza nel capire alcuni processi. Tipicamente lo si fa prendendo in considerazione una tematica sola di quelle che alcuni anni fa erano al centro della polica. Chessoio, si sceglie la scala mobile solo. E ci si dimentica delle posizioni sulla questione morale, della qualità delle amministrazioni locali, dello strappo da Mosca o dell'ombrello della NATO. Adesso lo faccio anch'io questo gioco: a tutti quelli che drizzano le penne per le dichiarazioni di papa Ratzi sui diritti umani, vorrei far notare che la frase "I diritti fondamentali non vengono creati dal legislatore, ma sono iscritti nella natura stessa della persona umana, e sono pertanto rinviabili ultimamente al creatore" in realtà nasconde una enorme disfatta per la Chiesa; altro che un velato indirizzo neo-temporalista. Datosi infatti che la Chesa stessa infatti si è fregiata del potere temporale per secoli, si aprono le seguenti opzioni: 1. All'epoca del Papa-Re, la Chiesa sapeva di quanto detto dal papa oggi e, malgrado l'occasione unica di riunire potere legislativo e verità religiosa, non si è mai degnata di mettere i diritti umani nelle leggi dello stato pontificio. Disprezzo del popolino? Gestione aristocratica? Menefreghismo romano? Fate voi. 2. La Chiesa non sapeva di quanto detto dal papa; non sapeva cioè che i diritti umani sono un dono di Dio. E qui non continuo. 3. La Chiesa sapeva dei diritti umani ma non sapeva della loro separazione dalla legislazione. Opzione che non sta in piedi, visto che di diritti umani non se ne vede traccia nelle leggi papaline. Per conoscenza del mondo romano, a mio parere rimane in piedi solo la prima opzione. E la dichiarazione del Papa (Santo Subito!) vuol dire implicitamente: noi siamo consapevoli della centralità dei diritti umani; ma non capiamo niente di potere legislativo, visto che per quasi duemila anni non li abbiamo scritti nelle leggi della monarchia assoluta che governavamo. Scusateci, ma di potere temporale non siamo proprio esperti. Lasciateci alle cose della morale.http://carlettodarwin.blogspot.com/
Democratico, americano o europeo? IDA DOMINIJANNI Per quanto forte sia la scossa di terremoto provocata nei Ds e nell'intero centrosinistra dall'accelerazione di Rutelli sulla costruzione del partito democratico, non è solo in Italia che si decideranno le sorti dell'ultima versione della «casa comune dei riformisti e dei democratici». E per quanto di ripetitivo sappia l'ennesima replica dell'annoso dibattito sull'alternativa fra partito democratico e partito socialista europeo, è proprio il contesto internazionale a modificarne oggi i termini rispetto a quindici o dieci o cinque anni fa, e potrebbero essere le ricadute di quell'alternativa sul profilo del futuro partito in politica estera a diventare decisive. Certo, sul piano interno sono state le primarie a far partire l'acceleratore. La prospettiva del partito democratico sembra - almeno a tavolino - la più adatta a far quadrare il cerchio di un leader forte senza partito disegnato dal risultato di domenica scorsa; ad attrezzarsi di fronte alla nuova legge elettorale incardinata più sui partiti che sulle coalizioni; a imprimere alla «casa comune» il segno di un'egemonia non diessina ma diellina. Va da sé che appena dal tavolino ci si sposta nella politica reale il cerchio non quadra più: per quanta enfasi venga posta sul «meticciato culturale» che fra la Quercia e la Margherita si sarebbe in questi prodotto, sono sotto gli occhi di tutti i conflitti che le separano soprattutto in materie cruciali attinenti alle libertà e alla laicità. Ma se dalla scena politica italiana ci si sporge oltreconfine, le cose si complicano ulteriormente.
Walter Veltroni, cui va dato almeno il merito della coerenza nell'aver sostenuto il progetto del partito democratico fin dalla svolta del Pci nell'89, non a caso l'aveva riproposto qualche settimana fa all'interno di una «Internazionale democratica» guidata da Bill Clinton; e nell'intervista (Repubblica di giovedì) di adesione alla svolta rutelliana di oggi, torna a sottolineare il «ruolo organico» del partito democratico americano in un campo internazionale di centrosinistra. Giuliano Amato è d'accordo con lui e liquida come «organismo non particolarmente vitale» quel Pse di cui un anno fa era candidato presidente. Fassino tiene insieme socialisti e kennediani. Ma Rutelli era stato esplicito nel chiedere ai Ds, come condizione per la costruzione del nuovo partito, l'uscita dalla famiglia del socialismo europeo. E Massimo D'Alema è altrettanto esplicito nel frenare, non solo perché i partiti nuovi non nascono in tre giorni ma anche perché il nuovo partito, se sarà, sarà «un partito italiano, europeo, più probabilmente europeo che americano».
La querelle non è riducibile, come sostengono i fautori del nuovo partito, al il tasso di affezione alla famiglia socialdemocratica novecentesca: riguarda il futuro del modello sociale europeo, e la politica estera del nuovo partito non dopo l'89, ma dopo l'11 settembre e la guerra in Iraq. E a mettere meglioa fuoco queste poste in gioco, aiutano alcune reazioni internazionali, europee e americane, al progetto del partito democratico. Intervistato dal Corsera di ieri, il politologo democratico americano Charles Kupchan mette i piedi nel piatto e divide il campo così: democratico è chi guarda avanti, crede nel mercato sia pure regolato e in tempi di terrorismo tiene a portata di mano l'uso della forza, socialdemocratico chi vuole conservare il welfare, «detrsta» la globalizzazione e considera l'uso della forza «solo un'eventualità remota»: in sintesi, «qualcosa che è stato spazzato via dalla realtà». E non diversamente da lui due consiglieri di Clinton, Will Marshall e Sydney Blumenthal, intervistati da Europa e dal Riformista, pongono esplicitamente l'addio al socialismo e al modello sociale europeo come condizione per indossare l'abito democratico.
Ma la contesa non è a due. Al vertice europeo convocato per giovedì prossimo a Londra su giustizia sociale e competitività nel contesto della globalizzazione, Tony Blair sembra deciso a lanciare, contro le «resistenze all'innovazione» delle sinistre francesi, tedesche e italiane, non il modello americano né quello inglese ma - chi si rivede - quello scandinavo, in grado di rilanciare la crescita riformando le garanzie sociali e investendo sul capitale umano in formazione e ricerca. Tony Giddens anticiperà il succo della proposta oggi, in un seminario della fondazione Italianieuropei. Che ovviamente non resterà estraneo alla discussione sul futuro partito italiano. Anzi, «italiano ed europeo, e più europeo che americano». E per il quale, se Prodi può rappresentare la garanzia di una politica estera europeista e capace di fronteggiare l'aggressività americana, Rutelli e Veltroni potrebbero invece rappresentare un tandem troppo in corsa bverso l'altra sponda dell'oceano, sul modello sociale come sulla politica internazionale.
www.ilmanifesto.it
Pansa, Mentana e la rappresentazione berlusconiana dell'Emilia di Giuseppe Caliceti
C'è questo nuovo libro di Ganpaolo Pansa che si intitola Sconosciuto 1945. Continua a stupirsi di cosa accade in un dopoguerra. Ne ha parlato recentemente anche in tv in studio da Mentana. Parlando dell'Emilia di ieri e di oggi. Pansa. Mentana. Alcune sere fa parlavano di comunisti e fascisti sopravvissuti. Di come in Emilia ci sia stata questa affluenza record alle primarie. L’Emilia è stata descritta terra conservatrice, conformista, quasi bolscevica, ammaliata dal mito sovietico, nostalgica di Stalin. Diciamo la verità: non se ne può più di questo brodo riscaldato.
Una “sintesi secolare di tortelli e kolkhoz, di fosse comuni nascoste nella Bassa e di don Camilli attaccati alla sottana, quasi che alle nostre latitudini il tempo si fosse fermato alla retorica post-resistenziale”. Mah. Noi non siamo così e l’Emilia di oggi non è così. L’Emilia è stata per esempio la culla dell’Ulivo di ieri e dell’Unione di oggi, cioè una sorta di laboratorio/provetta politico-economico-sociale che spesso ha rappresentato importanti indicazioni e soluzioni esportate poi anche su scala nazionale e nel governo migliore del Paese. Come modello indiscusso. E questo non solo negli ultimo due o dieci anni.
Ma il tema del giorno non sono i furbetti libri di Pansa, la vera domanda è: a chi giova questa rappresentazione falsa dell’Emilia? Provo qualche risposta. Certo a un governo di centrodestra ormai alle corde che presumibilmente avrà come suo cavallo di battaglia questo tipo di rappresentazione dell’Italia, non solo dell’Emilia: non ha sempre fatto così Berlusconi? Senz’altro giova anche alle vendite del prossimo libro di Pansa: lui stesso, in una recente intervista, ha detto abbastanza chiaramente che la polemica aiuta a vender copie e quella è la cosa per lui principale; questo parlare di libri solo in termini di copie vendute alla lunga mi pare un po' becero. Detto questo, Pansa e chiunque altro è libero di scrivere i libri che vuole. Così come Mentana è libero di rappresentare l’Emilia come vuole. Ciò che indigna tanti non è quello che scrive Pansa o mostra Mentana su una rete come Canale 5 (tutti sappiamo la storia di quella rete e dei suoi proprietari…), ma proprio il fatto che, più o meno inconsapevolmente, - pur aspirando lodevolmente a una verità storica sempre più vera - col tipo di promozione dei suoi libri, (non parlo meppure dei contenuti,) impostata sempre su una polemica retrodatata e riscaldata per cui l’Emilia di oggi sembrerebbe abbastanza similare a quella del ‘45, fomenta una visione dell’Emilia vecchia, sorpassata, reazionaria, berlusconiana. Soprattutto: non vera. In realtà ci sono tanti valenti scrittori e scrittori-giornalisti di ieri e di oggi, oltre al geniale Guareschi di Don Camillo a cui sembra rifarsi sempre Pansa insieme a tanti giornalisti-scrittori non emiliani , - che hanno scritto e scrivono libri (e li promuovono), cercando di restituire una maggior complessità e ricchezza di sfaccetature al nostro territorio e alla nostra gente – oltre naturalmente a una maggior verità. E senza fomentare rappresentazioni inesatte, macchiettistiche, ambigue, banali, strumentali, confuse, funzionali al qui e ora berlusconiano che sta finendo. Ora, io, lo confesso, - insieme ad altri, proprio perchè abbiamo letto e spesso apprezzato, soprattutto in passato, articoli di Pansa, e sappiamo che non è né uno sprovveduto né un ingenuo, - io, lo dico chiaramente, non credo nell’ingenuità di Pansa. E non credo sia un caso che nel 60° della Liberazione dall'occupazione nazifascista e dalla dittatura fascista, esca un libro come questo.www.carmillaonline.com
Ripartiamo dal fumetto Alessandro Lanni
Le élite, quelle vere, da anni hanno abbandonato la Costa Smeralda. Meglio Pantelleria o Filicudi, meglio un "dammuso" per investire. Ormai il paradiso puzza di olio abbronzante, è diventato una succursale estiva di studi televisivi e di campi da calcio. La Sardegna nell'immaginario di noi "continentali" è purtroppo sempre più solo questo, ritrovo mediatico per il popolo degli spettatori invernali che finalmente possono sbirciare dal vivo, col binocolo e a caro prezzo, le loro fantasie catodiche. Costa Smeralda per l'isola intera, una sineddoche del tutto ingiustificata. L'Agneta, la snobbissma vela ruggine dell'Avvocato non scivola più in queste acque. È tempo di moto d'acqua sgommanti, ora. Hai voglia a trasformare la spiaggia sperduta e splendida di Piscinas nella Capalbio dell'isola – come qualche settimanale ha pure provato a fare lo scorso agosto – la Sardegna ha imboccato la via televisiva. La patria dei pastori, dei rapimenti e delle miniere in lotta è diventata oggi quella delle veline more, come ha scritto Marcello Fois qualche tempo fa. Certo ci sono le battaglie per la smilitarizzazione di Capo Teulada o della Maddalena, certo c'è la speranza Soru ma questo non sembra sufficiente a trasformare l'immagine collettiva che un po' tutti, volenti o nolenti, abbiamo dell'isola. Eppure, ci sono stati personaggi isolani che non sono venuti a patti con questa realtà. Che sono stati in grado di pensare e raccontare l'isola senza cadere in piagnistei retrò per il tempo che fu, ma testimoniando un legame e un amore unici per la propria terra attraverso le mille facce sconosciute della Sardegna attuale. Uno di questi è stato Sergio Atzeni.
Atzeni è morto dieci anni fa nelle acque dell'isola di San Pietro, quella di Carloforte e della tonnara. A leggere la bibliografia, la mole di articoli che ha prodotto nella sua vita, non ci si capacita che fosse ancora un uomo giovane di 43 anni. Ora, una piccola ma molto meritoria casa editrice sarda, Il Maestrale, pubblica in contemporanea una antologia di "racconti cagliaritani", I sogni della città bianca (pagg. 339, euro 10), e una monumentale raccolta di scritti giornalistici pubblicati tra il 1966 e il 1995 dell'autore nato a Capoterra. Si tratta non solo di un doveroso omaggio a un figlio della terra sarda, ma anche uno di strumento utilissimo per comprendere chi fosse in realtà l'autore tra l'altro de Il figlio di Bakunìn e Bellas mariposas, per apprezzare al meglio i registri di scrittura differenti, i mille interessi, l'impegno politico e culturale, il disincanto, la passione senza nostalgia per la Sardegna.
«Chi scrive è personalmente convinto che Antonio Gramsci, se vivesse oggi, invece di dare l'indicazione di "partire dal melodramma" darebbe quella di "partire dal poliziesco", o dalla fantascienza, o dal fumetto». In questa battuta di Atzeni si riassume molto di quel corto circuito culturale che furono gli anni Settanta in Italia. La sinistra, anzi il Pci era preso in mezzo tra un'ideologia coi paraocchi e una nuova cultura figlia del '68, della tv, del post moderno. La critica alla cultura per compartimenti stagni metteva in crisi i riferimenti delle vecchie generazioni progressiste. E gli Scritti giornalistici (in totale 1020 pagine) di Atzeni, egregiamente curati da Gigliola Sulis, mettono proprio il dito in quella frattura culturale ben rappresentata dall'Eco di Apocalittici e integrati e da un certo francofortismo. Articoli che trattano di economia, politica, società, musica, fumetti, sport, di libri, di tantissimi libri recensiti e che mostrano gli interessi più disparati del giornalista-scrittore. In Italia si scopre il valore della fantascienza e della letteratura gialla o di quella gotica. I modelli dell'allora giovane cronista sono Gianni Brera che ha saputo scrivere di calcio con lingua letteraria e Oreste Del Buono che con la rivista Linus restituisce dignità a un genere come il fumetto, disprezzato dall'ortodossia culturale tanto conservatrice quanto comunista. Come scrive Giuseppe Greco nell'Appendice ai racconti, Atzeni sperimenta "fusioni" tra letteratura e musica, letteratura e scultura e tra i vari sottogeneri letterari e l'apologo morale.
Atzeni si definisce cittadino sardo, italiano ed europeo al tempo stesso. Ma più che altro tiene al riconoscimento della sua terra come parte del continente. Cagliari è un filo rosso che attraversa la sua opera, in particolare quella di scrittore. Città simbolo della Sardegna, dalla quale Atzeni non riuscirà mai a separarsi malgrado le sue peregrinazioni attraverso l'Europa. «Devo dire la verità: raccontare Cagliari è stato uno dei motivi che mi ha spinto a cercare di scrivere racconti». Fin dai primi interventi saltuari sulla stampa di sinistra ("Rinascita sarda" e la pagina locale dell'"Unità" a cavallo del 1970), l'obiettivo di Atzeni è stato quello di uscire dalla rappresentazione spesso troppo antimoderna della Sardegna e del suo capoluogo. In seguito, scriverà addirittura un breve testo – Raccontar fole (Sellerio 1999) – nel quale si dedicherà a smontare le favole che per secoli scrittori e viaggiatori italiani ed europei hanno inventato sulla sua terra. Un atto ironico d'amore e di verità contro gli stereotipi di ieri e di oggi, contro l'immagine di una terra di selvaggi e quella di un villaggio turistico.
Questa esigenza di autenticità c'è anche ne I sogni della città bianca, raccolta di racconti pubblicati per la prima volta in questi giorni ma che risalgono alla prima metà degli anni Ottanta. Cagliari è un luogo da esplorare, da ritrarre, da criticare con la passione di chi ci sta dentro fino in fondo. Come accadrà nei romanzi successivi, Atzeni fa a fette un mondo, quello cagliaritano, sezionandolo con la crudezza gentile di chi ci tiene a far vedere come le cose stanno in realtà. La realtà di una città «tanto lontana dal cuore dell'impero. Attardata su se stessa, decaduta e dolente» come scrive in Un duello, l'ultimo racconto della raccolta. www.caffeeuropa.it/
Quello che c'è da fare oltre Celentano -
Cementano. I dati sugli ascolti, da prendere con le pinze, dicono 15 milioni all'incirca.
Non importa se è stato bello, interessante, o una porcata immonda. Conta che tutto il dibattito politico ne è stato, più che interessato, travolto. Mentre la Costituzione – come qualcuno ha scritto – finiva nel cestino, tutto il ceto politico (e non occorre Auditel per capirlo) si specchiava, si misurava nello schermo del televisore.
Vogliamo trarne qualche conclusione, senza perderci in chiacchere? Megachip è nata per denunciare, con grande anticipo, che tutto il paese stava precipitando in questa voragine virtuale, nella quale sguazzano solo i demolitori del Bene Comune.
La sinistra in questo non è stata capace di essere diversa dalla destra. La politica – come scrive Edmondo Berselli – è ormai “un nucleo sociale, un ceto professionale concentrato su se stesso, e sul riflesso di sé che ne dà la televisione”. Una parte grande del paese gli va dietro. Con buona pace di tutti gl'imbecilli che ancora continuano a ripetere che la tv non influenza le opinioni e i sentimenti della gente. Con buona pace anche di quelli che continuano a parlare di controinformazione, e anche a farla, con l'idea che in quel modo si possa opporre un ostacolo al dilagare del Moloch. O che aspettano i tempi in cui la tv generalista morirà sepolta nella propria spazzatura e sgominata dalle legioni che visitano Internet. .
Purtroppo non c'è in natura un contro-intrattenimento, una contro-pubblicità. Così, fino a che non avremo capito in molti che continuando in questo modo faremo la fine che prediceva Mc Luhan: di vermi sdraiati sui binari che sperano di fermare l'espresso per Tipperary.
Se non vogliamo affidarci a Celentano, o a Santoro, o alla De Filippi, in coppia con Fassino, dobbiamo organizzarci per dare battaglia, cambiare la tv, democratizzare l'informazione.
di Giulietto Chiesa www.megachip.info
Uniti nella fede Potrebbe nascere in Egitto un partito religioso che unisce islamici e cristiani
Un partito islamico potrebbe essere, entro la fine del 2005, il primo schieramento politico d’ispirazione religiosa della storia in Egitto. E non sarà quello dei Fratelli Musulmani, come pensavano in molti, ma quello di al-Wasat (che in arabo significa il ‘centro’), nato da un gruppo di dissidenti della fratellanza. La nascita di un movimento politico confessionale passa in secondo piano rispetto a quello che potrebbe segnare una svolta nel mondo islamico: al-Wasat chiederebbe alla minoranza dei cristiani copti di appoggiare il partito.
Shock culturale. E’ facile immaginare cosa rappresenti questa sorta di alleanza in un Paese come l’Egitto dove la Costituzione vieta in modo esplicito l’eventualità che un cristiano possa diventare Presidente della Repubblica, nonostante gli egiziani di confessione cristiana copta rappresentino una parte tra il 5 e il 10 percento della popolazione. Ma il numero non fa la forza e i cristiani in Egitto vivono una situazione difficile. Da sempre vittime di discriminazioni e marginalizzati dalla società egiziana, sono stati spesso oggetto di atti di violenza a sfondo religioso. Vivono nella paura, tollerati dallo Stato. Lo statuto di al-Wasat specifica che, anche in un Paese a maggioranza musulmana, un cristiano può diventare capo dello Stato. Al-Wasat promette di concedere loro il pieno godimento dei diritti e il rispetto della loro cultura e della loro identità e, in più, nel comitato centrale del partito verrà inclusa una personalità copta, il dottor Rafiq Habib, figlio del presidente della comunità anglicana d'Egitto. Questo segnerebbe una rottura storica con il radicalismo religioso, ma lo statuto è all’esame del Comitato Parlamentare, organo controllato dal partito del Presidente Mubarak con il potere di concedere o meno una sorta di licenza che permette di costituire un partito, in base a una legge del 1977 che vieta la nascita di partiti con un programma a sfondo religioso. Al-Wasat ci prova da 10 anni a ottenere questa licenza, quando un gruppo di dieci persone ha presentato il suo programma.
Un gruppo di riformisti. Al-Wasat nasce da una polemica interna ai Fratelli Musulmani. Un gruppo di militanti, tutti attorno ai quaranta anni, nel 1996 ha deciso di rompere con la linea della classe dirigente della fratellanza, un gruppo di settantenni. A guidarli Abu al-Ala Madi. “Io e i miei compagni”, dichiarò all’epoca Madi, , “abbiamo ritenuto intollerabile appartenere a una organizzazione priva di un programma e di uno statuto, i cui responsabili non fossero eletti. I dirigenti dei Fratelli Musulmani, malgrado le loro dichiarazioni, temono la legalizzazione del movimento: l'inevitabile democratizzazione che ne conseguirebbe, farebbe perdere loro il potere assoluto che detengono”. Oltre a una più forte democrazia interna, il gruppo di Madi ha una visione molto più progressista dell’Islam. “Nessuna maggioranza ha il diritto d’imporre il suo credo a una minoranza o di non rispettarne i diritti”, sostiene da sempre Madi, “il problema è quello di riuscire a superare le diffidenze. Io ho tanti amici cristiani che condividono le mie stesse idee politiche, ma hanno paura della vita religiosa nel Paese. Ma sono anche tanti i musulmani impauriti dall’idea di dar vita a un partito assieme ai cristiani. Insomma abbiamo problemi da ambo le parti. Il nostro compito è quello di convincere tutti che il vero Islam è moderato ed è per il dialogo interreligioso. La nostra visione dell’Islam è modernista, radicata nelle conquiste del passato, ma centrata sulle sfide del ventunesimo secolo”. Il 13 maggio 1996 le autorità dichiarano inammissibile la richiesta di legalizzare il partito presentata quattro mesi prima. Due giorni dopo questo rifiuto tre dei principali fondatori del partito, fra i quali Abu al-Ala Madi, sono arrestati e deferiti alla Corte militare suprema con l'imputazione di "complotto per rovesciare il regime con la forza".
Un programma differente. I principi-guida di al-Wasat sono enunciati nella prefazione del programma. Scelgono di battezzare il partito ‘il centro’ per simbolizzare la loro visione dell’Islam. Privilegiano la moderazione, sia per quanto riguarda gli obiettivi che per quanto riguarda i mezzi (legali e pacifici) per conseguirli. Per questo il gruppo è a favore di un sistema di governo che comporti il rispetto di tutte le libertà collettive e individuali, elezioni pluraliste e l'adozione del principio dell'alternanza e del primato della legge. Chiedono l’applicazione della sharia, la legge islamica, ma questa dovrebbe essere la "principale" fonte di ispirazione della legislazione e non "l'unica", come invece esige l'ala radicale degli islamisti. Al-Wasat si impegna dunque in modo esplicito nel suo programma a rispettare la costituzione egiziana. L’ultima volta che il partito ha chiesto la licenza per operare nel Paese, il Comitato ha stabilito che quest’ultimo non ha la legittimità per svolgere il suo ruolo. I fondatori del movimento, tornati in libertà qualche anno fa, hanno presentato appello e il Comitato ha chiesto un mese di tempo per analizzare il documento. Per Madi la scelta non è casuale, perché secondo lui “vogliono impedirci di prendere parte alle elezioni legislative di novembre”. Il pericolo per Mubarak è evidente. Questa forza potrebbe davvero rappresentare una svolta: larga parte della società egiziana è religiosa praticante e, unendo in un unico programma, cristiani e musulmani, si ipotizzerebbe un fronte capace di raccogliere milioni di voti. Ma i copti frenano. Youssef Seidhoum, l’editore del giornale dei Copti Watani, accoglie con enorme soddisfazione la concessione dei pieni diritti, ma è preoccupato dalla possibilità di vivere con la sharia come religione di Stato. “Noi accogliamo con enorme interesse l’offerta di al-Wasat, ma l’idea che a governare il Paese possa essere la legge islamica ci preoccupa. Perché potrebbe essere, per esempio, usata da qualcuno per dire che i cristiani devono essere cacciati dall’Egitto. Comunque valutiamo positivamente la possibilità che una formazione islamica moderata entri in politica”. www.peacereporter.net Christian Elia
Caso DeLay : quelle toghe rosse al di la' dell'oceano di Giulia Alliani
Il capo dimissionario della maggioranza repubblicana alla Camera, Tom DeLay, incriminato per riciclaggio di denaro, e per associazione a delinquere in un piano di finanziamento elettorale illegale, e' comparso venerdi' in tribunale, a Austin nel Texas, ma l'udienza, appena iniziata, e' stata sospesa.
Bob Perkins, il giudice designato, ha dichiarato la sospensione provvisoria dell'udienza, motivandola con la richiesta di astensione pervenutagli da parte della difesa, in quanto Perkins stesso e' un Democratico che, anche di recente, ha offerto contributi al Partito Democratico e a candidati Democratici. L'istanza degli avvocati verra' portata di fronte al giudice Schraub, Repubblicano, che nel giro di un paio di settimane fissera' un'udienza per decidere se il giudice Perkins debba astenersi o no.
DeLay proclama la propria innocenza, sostiene che verra' certamente scagionato, perche' le accuse sono infondate, e accusa il procuratore distrettuale Ronnie Earle, un Democratico, di aver condotto l'inchiesta per motivi politici, e di aver architettato una vendetta.
DeLay e' libero dietro pagamento di una cauzione di 10.000 dollari, fissata mercoledi' a Houston, nell'ufficio dello Sceriffo, dove gli sono state prese le impronte digitali e scattate le foto segnaletiche. Venerdi' le foto segnaletiche di DeLay, allegro e sorridente, dominavano sulle prime pagine di tutti i giornali del Texas.
Ronnie Earle e' procuratore distrettuale della stessa contea da quasi trent'anni, durante i quali ha perseguito uomini politici di diversa appartenenza, ma soprattutto Democratici. Dopo l'udienza ha dichiarato che ritiene assurdo che il giudice Perkins debba astenersi dal caso.
"Che cosa penso di questa istanza? Per fare un caso limite" ha detto Earle "sarebbe come dire che un giudice che ha offerto un contributo all'associazione 'Fermiamo il Crimine', non puo' occuparsi di un caso di rapina. E poi - ha aggiunto - questo giudice ha fama di essere assolutamente imparziale nei confronti di chiunque sia sottoposto al suo giudizio. Non e' l'appartenenza ad un partito politico a determinare la qualita' della giustizia".
Il giudice Perkins gode di grande considerazione fra i penalisti texani, sia Repubblicani che Democratici, compresi gli avvocati di altri personaggi coinvolti nel caso DeLay. All'udienza di venerdi' Dick DeGuerin, l'avvocato di DeLay, ha fatto rispettosamente notare che il giudice Perkins, fra le altre, aveva fatto un'offerta anche all'associazione di ispirazione liberal 'MoveOn' che, sempre a detta di DeGuerin, aveva "messo in vendita delle magliette con la foto segnaletica di deLay".
Il giudice Perkins ha risposto: "N.1: prima di tutto, lasciatemi dire che io questa maglietta non l'ho neanche vista. N.2: io non l'ho comprata. N.3: che io sappia, l'ultima volta che ho dato un contributo a 'MoveOn' e' stato prima delle elezioni di novembre dell'anno scorso, quando l'associazione era soprattutto impegnata a sostenere il senatore Kerry".
Anche da parte di 'MoveOn' c'e' stata un'immediata smentita: "I casi sono due: o l'avvocato DeGuerin e' male informato o ha mentito in tribunale - ha detto Tom Matzzie, responsabile dell'associazione a Washington - Gli americani sono stufi della corruzione al Congresso, e pensano che il posto, senza DeLay, ci guadagnera'".
Questa settimana l'avvocato DeGuerin ha depositato agli atti del processo un elenco con dozzine di contributi del giudice Perkins a cause o persone che vanno annoverate fra quelle avverse a Tom DeLlay. Fra queste: 1175 dollari al Senatore John Kerry del Massachusetts, candidato l'anno scorso alle elezioni presidenziali, 400 dollari al Democratic National Committee, e 200 dollari a MoveOn.
www.osservatoriosullalegalita.org
Olli Rehn: una road map per i Balcani Ginevra, scrivono Andrea Rossini e Luka Zanoni Dopo l’annuncio del parere positivo della Commissione Europea all’apertura di negoziati per un Accordo con la Bosnia Erzegovina, il Commissario all’Allargamento Olli Rehn illustra la road map per i Balcani occidentali, e le possibili conseguenze di mutamenti istituzionali in Kosovo e Montenegro. Nostra intervista Olli Rehn Trascrizione e traduzione: Carlo Dall'Asta
Osservatorio sui Balcani - Commissario Rehn, lei ha lavorato e sta lavorando all’allargamento in un contesto mutato rispetto all’esperienza della Commissione Prodi, soprattutto a seguito dei referendum in Francia e Olanda sulla Costituzione Europea. Il cambiamento di clima politico in Europa ha influenzato il suo lavoro?
Olli Rehn - È certamente vero che si avverte un certo affaticamento nel processo di allargamento, o un certo ripensamento, ma io credo che all’origine dei problemi ci siano il malcontento sociale e un diffuso senso di insicurezza tra i cittadini europei, che derivano da un alto livello di disoccupazione e in generale da problematiche di tipo sociale.
Dobbiamo prima di tutto affrontare questi problemi con politiche appropriate centrate sulla crescita economica e sulla creazione di posti di lavoro, e non fare dell’allargamento un capro espiatorio di problemi interni. E’ certamente importante tenere nella giusta considerazione il consenso dei cittadini, affrontando i problemi economici con misure di politica economica, ma per quanto riguarda ad esempio i Balcani occidentali ottemperare ai nostri impegni, il che significa lavorare per la stabilità e la sicurezza nell’interesse dell’Europa.
Il 3 ottobre e i giorni successivi hanno segnato una data storica per il percorso europeo dei Paesi balcanici, in particolare Croazia e Serbia-Montenegro. Con Gotovina e Mladic ancora latitanti, non c’è tuttavia il rischio che l’Unione Europea abbia annacquato i criteri di adesione, in particolare sul tema dei crimini di guerra?
La piena cooperazione col Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia è sempre stata e rimarrà una condizione fondamentale per procedere nel percorso di integrazione europea. Per quanto riguarda la Croazia, la sua piena cooperazione è stata riconosciuta in ottobre, e questo ha permesso l’apertura dei negoziati. È necessario che questa piena cooperazione sia mantenuta, finché i latitanti rimasti, in particolare Ante Gotovina per quanto riguarda la Croazia, Ratko Mladic e Radovan Karadzic per quanto riguarda Serbia-Montenegro e Bosnia Erzegovina, siano catturati e consegnati alla giustizia. Ma il criterio cruciale è che il Paese deve fare la sua parte al meglio, fare tutto ciò che è nelle sue possibilità per cooperare col Tribunale al fine di localizzare e consegnare tutti i criminali. E questo è stato il caso della Croazia.
Lei ha fatto riferimento ad una sorta di ‘affaticamento’ sul tema dell’allargamento. Al termine di una eventuale nuova tornata di accessi, l’Europa non rischia di diventare un soggetto politicamente più debole, anche se economicamente più forte?
Abbiamo bisogno tanto di un’Europa politicamente forte quanto di un’Europa economicamente dominante. Ed entrambi questi fattori sono legati a quanto sta avvenendo sotto il profilo dello sviluppo economico nell’Unione Europea. In altre parole, attualmente noi abbiamo problemi così grandi, in termini di disoccupazione e di cittadini insicuri su ogni aspetto del proprio futuro, che dobbiamo focalizzarci sulla crescita economica e sulla creazione di posti di lavoro, sia negli Stati membri che a livello dell’Unione. Una volta che avremo fatto progressi nella crescita economica e nella creazione di posti di lavoro, sono sicuro che il pubblico in Europa avrà più fiducia nei suoi leader, il che faciliterà questi ultimi a prendere decisioni in un clima migliore, in condizioni migliori, anche sul piano dell’allargamento.
Tre anni fa l’Unione Europea era fortemente a favore dell’unione tra Serbia e Montenegro. È ancora così? Quanto un referendum in Montenegro influirebbe sui colloqui per l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione tra Bruxelles e l’Unione S-M?
Io sono molto felice del fatto che siamo recentemente riusciti ad aprire i negoziati sull’Accordo di Stabilizzazione e Associazione con la Serbia e Montenegro. Questo è il risultato delle riforme nel Paese, riforme coraggiose, e della cooperazione significativamente migliorata col Tribunale dell’Aja. Ora ci sono altre questioni aperte, e certamente la questione del referendum in Montenegro è una di queste. Noi ci auguriamo che tutti considerino molto attentamente l’opportunità e i tempi di un possibile referendum, nella prospettiva di avere i migliori risultati possibili nei negoziati con l’Unione Europea.
Noi stiamo procedendo con un doppio binario, negoziamo con l’Unione sui temi che ricadono nelle sue competenze – come ad esempio la politica estera – mentre discutiamo con le due Repubbliche, di Serbia e di Montenegro, i temi che ricadono nelle loro competenze, ad esempio le politiche commerciali, che sono una parte molto importante di questo Accordo. Possiamo fare progressi in ogni caso, ma certo una eventuale separazione tra le due Repubbliche ci obbligherebbe come Commissione a chiedere al Consiglio un nuovo mandato per i negoziati, il che avrebbe come effetto quello di ritardare l’intero processo.
La definizione dello status del Kosovo faciliterebbe il procedere dei negoziati sull’Accordo di Stabilizzazione e Associazione con Serbia-Montenegro?
Il processo di definizione degli standard sta progredendo. Per supportarlo ulteriormente, e in generale per sostenere lo sviluppo economico in Kosovo, è importante che ci sia chiarezza sul futuro status. In altre parole, dobbiamo sia lavorare per migliorare gli standard, in particolare di protezione delle minoranze, che procedere nei colloqui sul futuro status del Kosovo. La mia opinione è che sia nell’interesse di tutti una chiarezza sul futuro status, da conseguire attraverso un dialogo costruttivo tra Pristina e Belgrado, come anche all’interno della comunità internazionale.
Quindi la soluzione della questione del Kosovo potrebbe essere d’aiuto anche per l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione tra Unione di Serbia and Montenegro e Unione Europea?
È importante raggiungere una soluzione alla questione del Kosovo, lavorare sugli standard e risolvere la questione dello status, e noi ci aspettiamo che la Serbia e Montenegro contribuirà in modo costruttivo a questo processo. Da parte nostra, siamo pronti a fornire una credibile e concreta prospettiva europea per la Serbia-Montenegro. Una delle condizioni è che questo Paese abbia un approccio costruttivo sui colloqui per il Kosovo, come anche in generale dei buoni rapporti di vicinato nel contesto regionale.
Possiamo fare una previsione sulla possibile data di ingresso di Serbia-Montenegro e Bosnia e Erzegovina nell’Unione Europea?
Non credo sia molto utile indicare date se non ci sono risultati concreti, senza solide basi. Ora è più importante concentrare tutta l’energia sui negoziati e sulle riforme economiche e legislative di cui c’è bisogno, e seguire la road map che già abbiamo per arrivare alla firma degli Accordi di Stabilizzazione e Associazione. Dopo questo, speriamo, iniziare i negoziati per l’accesso e infine, una volta che tutti gli impegni saranno stati soddisfatti, ci sarà l’ingresso a pieno titolo nell’Unione. http://www.osservatoriobalcani.org/
ottobre 23 2005
Prodi: basta lottizzazioni in Rai «Niente vendette, ma nuove regole per decidere le nomine. I modelli di Bbc e Spagna» Caso Celentano, Buttiglione: il direttore generale Meocci resti. An: giudizio severo
dal Corriere - 23 ottobre 2005
Romano Prodi all’attacco su Rai e nuova legge elettorale. Sulla tv pubblica, ha detto il leader dell’Unione, niente vendette ma va superata «la lottizzazione delle reti» scegliendo i vertici sulla base di «professionalità e autonomia» sul modello della Bbc britannica o della televisione spagnola. Quanto al «proporzionale», Prodi conferma di avere «tanti dubbi sulla costituzionalità della legge», anche se evita di fare pressing sul capo dello Stato («Nessuna previsione sulla firma, vedremo»). Sul caso Celentano-RockPolitik si accende nel Polo lo scontro intorno alla figura del direttore generale Alfredo Meocci. Il ministro Rocco Buttiglione vuole che rimanga al suo posto, ma An attacca: «Il nostro giudizio resta severo». Alle pagine 2 e 3 Alberti, Breda, Conti, Galluzzo, L. Salvia
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Regole tv e legge elettorale, Prodi all’attacco «Basta con la lottizzazione delle reti Rai». E sul proporzionale: Ciampi firmerà? Vedremo DAL NOSTRO INVIATO
POBLET (Tarragona) - Sarà anche vero, come dice l’abate Josep Alegre, che Romano Prodi, «credente convinto», è uno che «apprezza la vita monastica». E infatti al leader dell’Unione brillano gli occhi di fronte alle millenarie atmosfere del monastero cistercense di Poblet, cuore della Catalogna, 37 religiosi e una predicazione imbevuta di europeismo. Quanto, però, alla «vita monastica», sarà per un’altra volta. Il Prodi postprimarie riempie di politica nostrana questo weekend nella terra di Zapatero. Attacca a testa bassa la riforma elettorale del centrodestra. Evita di entrare in pressing sul capo dello Stato («Nessuna previsione sulla firma, vedremo...»), ma intanto si getta a corpo morto nella mischia, dando voce «ai tanti dubbi sull’incostituzionalità della legge». Una durezza che diventa muro alla sola idea (sempre più concreta) che la Cdl metta mano alla par condicio: Prodi esclude a priori «margini di trattativa o mediazione», ripete che la legge «non va cambiata e basta», ribadisce che di «questa maggioranza non ci si può fidare» e definisce «un paradosso» il fatto che «per fare campagna elettorale l’Unione sia costretta a finanziare Berlusconi», nel senso di pagare spot sulle sue tv. Quello che ufficialmente non dice, è che molto dovrà cambiare, in caso di vittoria, nel pianeta Rai. Non sogna «vendette», Prodi, «ma nuove regole», questo sì. A partire dal superamento della «lottizzazione delle reti», vizietto che riguarda da sempre Destra, Sinistra e Centro. E poi «professionalità e autonomia» nelle scelte dei vertici. Sul tipo, per capirci, del «modello Bbc o di quello spagnolo». Il leader dell’Unione dice di non aver visto lo show di Celentano, ma il suo commento suona come una sorta di manifesto per il futuro: «Vorrei che non si debba essere un Celentano per parlare di libertà». Fantasmi italiani in questo sabato iberico. Prodi aveva messo in conto la controffensiva berlusconiana. Nel novembre 2004, appena rientrato da Bruxelles, il suo primo gesto fu quello di esprimere al presidente Ciampi i timori sulla possibilità che la maggioranza cambiasse regole del voto e par condicio prima delle Politiche. Ora che ciò sta avvenendo, l’Unione scopre di essere armata solo di denuncia e mobilitazione. Prodi lo ammette, in vista della conta al Senato sul proporzionale: «Daremo battaglia, ma il voto è palese, rischia di essere inutile, anche se c’è sempre una Provvidenza...». E sulla par condicio non va oltre proclami: «Berlusconi faccia pure tutte le trasmissioni che vuole, ma non gli porteranno 4 milioni e mezzo di elettori!». Si dovrebbe parlare d’Europa tra le mura di questo monastero costruito nel 1098. Prodi apre la giornata di studio sulle istituzioni Ue. Poi viene trascinato nei gorghi romani. Si rasserena alla parola Ulivo: «Com’era nelle mie speranze si è deciso di presentare la Lista unitaria alla Camera: problema superato...». Pausa. «Insomma, non sono disoccupato». Traduzione: «l’uomo senza partito», come si autodefinisce, un ruolo ora ce l’ha: «Quello del federatore, così mi vedono gli alleati». Il Partito unico? Frenata: «Calma, un passo alla volta». Il primo è creare «un gruppo parlamentare comune». Il secondo è «imbullonare l’auto prima di lanciarla a 200 all’ora». Anche perché, fa capire il Professore, in molti cercheranno di strangolare nella culla il ritrovato Ulivo. Resta il problema di come presentarsi elettoralmente al Senato: «Siccome il sistema è di tipo regionale - spiega su «La Vanguardia», giornale catalano - le nostre liste saranno differenti da regione a regione nell’interesse della coalizione». E comunque «c’è il rischio di finire alla pari» a Palazzo Madama. La stampa iberica cerca di capire quanto di Zapatero si nasconda in questo signore dall’aria professorale. Lui svicola: «Nessun modello, ogni Paese ha le sue diversità». Esempio: «In Italia non si arriverà a decisioni come quelle spagnole su matrimoni e adozioni gay». Gli è piaciuto, sì, il film «Viva Zapatero!». Perché parla di tv, «e ci fa capire come il massacro mediatico faccia calare la vigilanza dell’anima, rendendo accettabili cose inaccettabili: è ciò che avviene in Italia». Ultime legnate per devolution e riforma costituzionale: la prima «spacca l’Italia», la seconda «la rende ingovernabile». Francesco Alberti
Le telefonate della ´ndrangheta al Viminale DAI NOSTRI INVIATI ATTILIO BOLZONI e CARLO BONINI
da Repubblica - 23 ottobre 2005
REGGIO CALABRIA - NELL´INCHIESTA sull´omicidio di Francesco Fortugno ci sono cinque proiettili calibro 9 x 21 marca Luger e una consulenza tecnica che ha rovesciato tanta polvere sul morto. Ci sono tanti, troppi contatti, diretti e indiretti, che in questa storia portano al Viminale. È il giallo delle telefonate, quelle che apparentemente sono al centro della scena investigativa, quelle che erano state intercettate tra il vice presidente del parlamento calabrese ucciso domenica al seggio e il medico Giuseppe Pansera, al tempo solo il genero incensurato del boss Giuseppe Morabito detto "Tiradritto" e poi schedato come boss. SEGUE A PAGINA 2
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Così la 'ndrangheta telefonava al Viminale Caso Fortugno, spuntano chiamate a numeri segreti Le carte inviate a Reggio dai pm di Milano che indagavano su un giro di droga Un funzionario del ministero contattato da un personaggio legato al medico boss Pansera All´epoca l´uomo era già latitante, pochi mesi prima era sfuggito alla cattura Si scava nei tabulati sul traffico telefonico tra il 1997 e il 2003
(SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) dai nostri inviati Attilio bolzoni, carlo bonini
Siamo andati a vederla quella perizia, abbiamo sfogliato centinaia di pagine di tabulati, abbiamo trovato un groviglio di numeri che raccontano alcuni fatti. Il primo fatto: in tre anni, dal 1997 al 2000, Francesco Fortugno e Giuseppe Pansera si sono parlati al telefono solo 12 volte e sempre per una manciata di secondi. Il secondo fatto: su 464 utenze portate all´attenzione della magistratura dal consulente tecnico, quelle 12 tracce telefoniche non sono state né trascritte né presentate al pubblico ministero di Milano perché «assolutamente ininfluenti per le indagini». Il terzo fatto: tra centinaia di cellulari sospetti il consulente ne ha individuato due intestati al «Ministero degli Interni Dipartimento di Pubblica Sicurezza» e poi ne ha scoperti almeno altri 18 senza codici, cellulari «blindati», senza numero e senza identificativo. Il quarto e ultimo fatto: Giuseppe Pansera, quando era già latitante per un traffico di stupefacenti, telefonava a un personaggio che a sua volta era in contatto con un´utenza del ministero degli Interni. Cosa si potevano mai dire un ricercato della ‘ndrangheta e uomini collegati al Viminale? A una settimana dall´uccisione dell´uomo politico calabrese il Racis di Messina (il reparto delle investigazioni scientifiche dei carabinieri) sta completando il rapporto sulla scena del delitto. Di certo, al momento, ci sono il calibro e la marca delle pallottole che hanno ucciso Francesco Fortugno. E più di un dubbio sulle testimonianze che parlano «di un killer che si è allontanato con un complice su una A112». Gli investigatori sono molto perplessi: «Fare un omicidio di questo tipo utilizzando un´A112, vuol dire farsi trovare: in Italia di quelle macchine non ne girano ormai più di cento». E sospettano anche che i killer non siano della Locride ma siano venuti da Reggio o da lì vicino. Naturalmente con un nulla osta di una o di più ‘ndrine locali. Ma torniamo al giallo del tabulato. E cominciamo a ricostruire tutti i «collegamenti» telefonici tra Fortugno e il suo collega Pansera in 36 mesi, sfogliando pagina per pagina la consulenza tecnica. Bisogna precisare subito che il nome di Francesco Fortugno neanche compare in quel documento che si chiama «Elaborazione analitico-relazionale dei dati di traffico di utenze radiomobili e di telefonia di base», la perizia che il consulente Gioacchino Genchi ha consegnato al sostituto procuratore della repubblica di Milano Laura Barbaini, la titolare di un´inchiesta su mafia e coca nella Locride con agganci in Lombardia. Il nome di Francesco Fortugno - al contrario di altri 464 tra i quali professionisti calabresi, trafficanti, professori universitari di Messina, farmacisti della Locride, tanti imprenditori, qualche avvocato - era stato relegato in una specie di «cestino» con tanti altri uomini e donne individuati attraverso l´esame dei tabulati. Ripescando il nome di Francesco Fortugno da quel contenitore e verificando a una a una tutte le tracce telefoniche si scopre che le conversazione tra lui e il futuro boss non sono 31 né 26, ma solo 12. Alcune sono state rivelate da due ponti radio diversi e così, una telefonata fatta nello stesso momento risulta come due telefonate. È il caso di una conversazione tra i due - chiama Giuseppe Pansera dall´ospedale di Melito Porto San Salvo in località Acquedotto (la perizia indica sempre il luogo preciso delle chiamate) - alle 9, 55 minuti e 7 secondi del 29 novembre 2000. Nel tabulato è riportata due volte da due diversi ponti radio. Qualche mese prima, siamo nel novembre del 1999 - esattamente il giorno 22 - Pansera chiamava ancora Fortugno. Risultano due conversazioni di 34 secondi l´una. La prima inizia alle 11,22,06, ma nella perizia si certifica che quattro secondi dopo - cioè contemporaneamente - Fortugno e Pansera hanno un´altra conversazione. Così si arriva prima a 26 telefonate tra i due e poi a 31. Capita anche il 18 gennaio del 2000 alle 11,55,02. E capita il 22 gennaio altre tre volte, tra le 9,01,36 e le 11,23,19. La perizia è molto precisa, asettica, svela ogni contatto, ogni numero che chiama e riceve, la località da dove partono le chiamate e la località dove arrivano. Basta leggerla per scoprire quanto hanno parlato in quei 3 anni, il medico ucciso e il medico che oggi è in carcere con una condanna a sedici anni per traffico internazionale di droga. Nella consulenza poi c´è un ultimo particolare: tutte le telefonate «rintracciate» sono state fatte o ricevute dagli ospedali di Locri e da quello di Melito Porto Salvo, nel primo lavorava Fortugno e nel secondo Pansera. Dodici conversazioni: la più lunga è di 181 secondi. Fin qui le strisce dei tabulati che riguardano l´uomo politico ammazzato dalla ‘ndrangheta. Uscendo da quel «cestino» dove era finito Fortugno si entra invece nel vivo di quell´inchiesta su mafia e droga. E analizzando - anche qui uno dopo l´altro - quelle 464 utenze intercettate nei contatti dalla perizia, si trovano tracce che gli investigatori avevano ritenuti «spunti interessanti». Soprattutto due: quei numeri di telefono intestati al Ministero degli Interni Dipartimento di Pubblica sicurezza. I numeri si trovano nel quarto foglio delle 464 utenze «attenzionate». Il primo è un 33559879.. che è stato monitorato dal 6 febbraio del 1999 al 3 gennaio del 2002. Il secondo è un 33559878.. monitorato dal 25 febbraio 1999 al 31 dicembre 2001. La sorpresa è al primo numero. Viene chiamato due volte - la prima dalla Puglia e la seconda dalla Campania - da un uomo che è in stretto contatto con Giuseppe Pansera quando il medico è già latitante. Due conversazioni. Una alle 21,50,52 dell´8 dicembre del 2000, l´altra alle 12,13,45 del primo gennaio 2001. In quei giorni Pansera era ricercato. Qualche mese prima era sfuggito alla cattura della polizia mentre viaggiava sulla costa jonica, scortato da cinque auto cariche di picciotti. Qualche mese dopo sarà catturato dai carabinieri. A chi appartenevano quei numeri che il consulente tecnico ha individuato come intestati al Viminale? Abbiamo chiamato, prima uno e poi l´altro. Sono ancora attivi. Al primo ci ha risposto la voce giovane di una ragazza: «Non so niente della Calabria, non conoscono il signor Pansera o il signor Fortugno, ha acquistato tre anni fa questo telefono usato». Al secondo cellulare intestato al Ministero ci ha risposto un uomo: «Sono un funzionario del ministero e non autorizzato a rivelare la mia identità, posso solo dirvi che questo è un telefono di servizio che ho in uso da tre anni». Ma nel tabulato dei contatti telefonici c´è altra materia per le indagini. Una miriade di nomi stranieri e una miriade di telefonate fatte in tutti gli angoli del mondo: in Spagna, tante in Bulgaria, a Sao Tome, in Svizzera, in Francia, in Germania. E poi ci sono 18 utenze non identificate. Diciotto numeri chiamati da personaggi in qualche modo sotto indagine o sfiorati dalle indagini sul traffico di droga che non sono stati individuati. Il consulente non è riuscito a risalire né al numero né al codice di quei telefoni. Telefoni fissi o radiomobili assolutamente «bui». Nel secondo foglio del tabulato sono stati registrati 13 numeri top secret con un movimento telefonico dal 1 luglio 2001 al 28 ottobre 2001, dal 4 gennaio 2000 al 28 marzo 2001, dal 14 maggio 2001 al 15 maggio 2002. Nel terzo foglio del tabulato altri 5 telefoni senza codice identificativo. Con un´altra marea di contatti telefonici: dal 19 febbraio 2002 al 18 gennaio 2003, dal 11 giugno 2002 al 14 gennaio 2003. A chi sono intestati questi telefoni «blindati»? Sono telefoni e numeri e codici mandati al macero? Sono numeri «inaccessibili» perché in uso a uomini di apparati riservati? E perché tutti quei contatti - di mesi, di anni - in quel contesto d´indagine sui traffici di droga della ‘ndrangheta? La consulenza tecnica nel procedimento numero 3308/03 del registro generale della Procura della Repubblica di Milano naturalmente non lo spiega e non lo può spiegare. Una perizia è solo una perizia. Cerca dati, sforna numeri, li incrocia, li confronta.
Un senato su misura per la Cdl
Nei confronti dei mutamenti introdotti dalla nuova legge elettorale, in discussione in parlamen to, quasi tutti i commentatori si sono a lungo soffermati sui possibili risultati riguardanti h camera de deputati. Pochi hanno cercato di elaborare gli scena ri futuri in riferimento al senato.
In questo ramo del parlamento, come noto, la riforma prevede importanti differenziazioni rispetto alla camera. Cercherà qui dunque di analizzare quale potrebbe essere la configurazione del futuro senato, sulla base dei più recenti sondaggi di voto, utilizzando in particolare quelli di Ipsos, che si ririgraziasper averli messi a disposizione.
Vediamo innanzitutto di riassumere i termini della proposta di legge per quanto concerne il senato, fatti salvi i cambiamenti che potrebbero essere annullati dalla corte costituzionale.
Le differenze con la legge alla camera riguardano soprattutto tre elementi: le regioni a statuto speciale, le soglie di sbarramento ed il premio di maggioranza. Per quanto riguarda Valle d'Aosta e Trentino Alto Adige, permane in queste regioni la precedente modalità di voto, basato sui collegi (che è peraltro unico in Val d'Aosta, mentre sono sei in Trentino A.A., più uno di recupero proporzionale).
Per quanto concerne le soglie, esse sono più o meno raddoppiate rispetto alla camera: sono escluse infatti dalla rappresentanza al senato le coalizioni che non superano il 20 per cento dei voti validi (contro il 10 per cento della camera), i partiti "coalizzati" che restano al di sue del 3 per cento (contro il 2 per cento) e i partiti non coalizzati che non superano 1`8 per cento (contro il 4 per cento).
Veniamo infine all'elemento che più differisce dalla proposta della camera, vale a dire il premio di maggioranza, che al senato non si calcola a livello nazionale, ma a livello regionale. Il che significa che, in ogni regione, viene attribuito un premio ai partiti facenti parte della coalizione vincente in quella regione, fino a portare la coalizione ad avere almeno il 55 per cento dei seggi spettanti in quell'ambito territoriale. '
Se dunque, ad esempio, in Lombardia devono venir attribuiti 46 seggi, ai partiti della coalizione vincente ne spetteranno un minimo di 26, mentre ai partiti delle altre coalizioni che hanno superato lo sbarramento ne spetteranno i restanti venti. Questa clausola, evidentemente, potrebbe provocare una situazione in cui le diverso maggioranze regionali non portano ad ottenere una significativa maggioranza a livello nazionale.
Nella simulazione presentata nella tabella, basata come detto, sui più recenti orientamenti di voto per regione, la configurazione del senato si avvicina proprio alla situazione di sostanziale pareggio qui ipotizzata. Il centrodestra, pur vincendo in sole sette regioni (che sono peraltro tra le più popolose) si troverebbe in una condizione di "quasi pareggio" con il centrosinistra.
Anche attribuendo all'Unione il Lazio, dove regna un forte equilibrio, il divario tra le due coalizioni sarebbe limitato a otto seggi, che diventerebbero sedici se l'Unione vincesse anche in Puglia. Come appare chiaro, una legge presentata per permettere il massimo della stabilità governativa, produrrebbe al senato una condizione particolarmente favorevole a costanti tentativi di "compravendita" dei senatori eletti. In particolare, perché verrebbe meno, in maniera ancor più evidente, il vincolo di appartenenza coalizionale, che sarebbe limitato al contesto regionale e non nazionale.
Come già argomentavo giovedì scorso, la proposta di legge per il senato sembra essere costruita appositamente per avvantaggiare la Cdl: essendo l'attuale opposizione da molto tempo più forte al senato che alla camera, sarebbe infatti relativamente più facile, per il centrosinistra, il premio di maggioranza, in caso di computo nazionale. Il centrodestra limita in questo modo i danni complessivi, potendo comunque contare su un certo numero di regioni molto popolose dove, come si è visto, è più probabile la loro vittoria (Lombardia, Veneto, Sicilia e, forse, Lazio e Puglia).
La simulazione qui presentata ne è la prova più evidente.
Paolo Natale
EUROPA
Intervista a Marco Travaglio -
All'interno dell'Italia berlusconiana, lei come si inserisce a livello politico? Si definisce un anti-berlusconiano o si schiera dalla parte della sinistra? La prima che hai detto, senza mischiarmi. Io faccio un altro mestiere. Non posso essere pregiudizialmente con questi o con quegli altri. Mi sembra naturale che chi fa il giornalista non possa stare con chi da quattro anni cerca di, ed è riuscito a massacrare la libertà d'informazione. Di certo non posso stare con questi soggetti, ma non è una questione di stare quindi con gli altri, è una questione di stare proprio fuori da queste logiche. È una difesa non solo del mio proprio mestiere ma anche, in quanto cittadino, di tutto ciò che è in pericolo: la costituzione, la legalità, la morale, la dignità nostra. Sono tutti patrimoni non di destra e non di sinistra, sono patrimoni che dovrebbero essere cari a tutti quanti. Tutti quanti dovrebbero essere anti-berlusconiani, tutti… soprattutto quelli di destra!
Come ha ottenuto tutte le sue ricchezze Berlusconi? Anche a me piacerebbe saperlo… Siamo molto curiosi che ce lo spieghi ma lui non ce lo spiega mai. Sappiamo che non si sa. Sappiamo che quando glielo chiedono, lui non ce lo dice. Nel suo libro, un fotoromanzo, “La storia Italiana”, che ha venduto milioni di copie nell'ultima campagna elettorale del 2001, lui dice che tutto nacque dalla liquidazione di suo padre, 70 milioni di lire. Però il vice-direttore della Banca d'Italia, incaricato dalla Procura, ha scoperto che oltre i 70 milioni, Berlusconi ha poi trovato sotto un tavolo 113 miliardi di lire tra il ‘78 e l'‘83. Fermo restando i 70 milioni, sarebbe interessante sapere da dove arrivano i 113 miliardi. Ma lui sui 113 miliardi non si pronuncia. Quando al tribunale gli hanno chiesto delle spiegazioni, lui si è avvalso della facoltà di non rispondere. Gliel'hanno chiesto tutti, gliel'ha chiesto anche l'Economist, ma lui non risponde. A lui basterebbe dire che li ha trovati nelle patatine, nel Dixan, sotto la porta una mattina oppure che gliel'ha portati la cicogna. Se non lo dice, vuol dire che non può dirlo…
Come si è concluso il processo-Andreotti? Il processo-Andreotti si è concluso con la dichiarazione di colpevolezza dell'imputato fino alla primavera del 1980. È stato riconosciuto dalla corte d'appello di Palermo colpevole di associazione a delinquere con la mafia fino alla primavera del 1980, reato che si era prescritto un anno prima. Quindi, se il processo fosse durato un anno di meno, lui sarebbe stato condannato per associazione a delinquere con la mafia. Tra l'altro è un bel periodo per uno che ha cominciato nel ‘45: trentacinque anni non sono male dopo tutto. A noi popolo semplice hanno fatto credere che era stato assolto anche in appello, ma lui se ne deve essere accorto che non era vero, visto che ha fatto ricorso in cassazione chiedendo l'annullamento della prescrizione, chiedendo l'assoluzione. Si vede che non l'aveva avuta l'assoluzione! Altrimenti non si è mai visto uno assolto che ricorre in cassazione contro la propria assoluzione… un suicida. Il suo problema è che anche la cassazione ha confermato la sentenza di appello e lo ha condannato a pagare le spese processuali. Il limite della data del 1980 non è un'idea balzana dei giudici, ma è la data dell'ultimo incontro che Andreotti ha avuto con Bontade. Il primo l'ha avuto prima del delitto-Mattarella. In quell'incontro Bontade preannunciò ad Andreotti il progetto del delitto, ma dato che Andreotti non aveva avvertito Mattarella del pericolo incombente, questo fu ammazzato. In seguito Andreotti scese di nuovo in Sicilia a incontrare Bontade per chiedere informazioni sul delitto e Bontade gli rispose “l'avevamo avvertita”. Questo è l'ultimo incontro che i giudici ritengono accertato. Poi ci sono altri incontri successivi con mafiosi, ma non si ritiene che siano sufficienti a stabilire che Andreotti era ancora organicamente legato alla mafia dopo l'‘80, anche perché poi Bontade venne ucciso dai corleonesi e perché cambiarono tutti gli equilibri. Così ora tutti sappiamo – o meglio non sappiamo – che siamo stati governati da un mafioso fino all'‘80.
Ci dia due motivi per cui ritenere Berlusconi un criminale Termine appropriato. Basta leggere le sentenze, ci sono delle sentenze che lo riconoscono responsabile di gravi reati. La prima è dell'‘89: lui era colpevole di falsa testimonianza sulla sua iscrizione alla P2, reato commesso ma coperto dall'amnistia che nel frattempo era stata fatta. E questa è una sentenza di Venezia, definitiva. Poi c'è la sentenza all'Iberian: condannato in primo grado, prescritto in appello, prescritto in cassazione: 21 miliardi di tangenti a Craxi. Esito del processo: colpevoli sia Berlusconi che Craxi in maniera definitiva. Il processo è finito in prescrizione, ma il reato è stato commesso. D'altronde quello che a noi interessa è se Berlusconi l'aveva o non l'aveva commesso, non se va in galera o non va in galera. Certo, se andasse in galera sarebbe anche meglio, ma non si può avere tutto dalla vita. Anche questo è un reato accertato. Altri reati accertati sono una serie di falsi in bilancio e fondi neri dalla parte dei vari processi per il falso in bilancio, come quello dei 1500 miliardi delle sue società off-shore, che erano 64. Ci sono altri processi del genere, ma sono tutti finiti in prescrizione, visto che ha cambiato la legge sul falso in bilancio. Quelli citati sono tutti reati commessi, accertati e documentati. Poi ci sono addirittura reati fiscali che lui ha accusato di aver commesso da politico, nel periodo che va dal ‘94 al '99, ma quella è un'altra storia.
È vero che Berlusconi era in contatto con i mafiosi che hanno organizzato le stragi di Via D'Amelio e di Capaci? Questo non lo sappiamo, però sappiamo che ha avuto rapporti con i mafiosi. Uno se l'è pure tenuto in casa per due anni, Vittorio Mangano. Era Dell'Utri che gli gestiva i rapporti con la mafia. Infatti, che Dell'Utri abbia conosciuto, incontrato e frequentato una dozzina di mafiosi è sicuro, proprio perché risulta da quello che dice lui stesso, poi accertato con documentazioni, testimonianze, intercettazioni, filmati, documenti scritti, agende, tabulati, eccetera. Che Berlusconi si sia messo d'accordo per le stragi, questa era l'ipotesi che avevano formulato separatamente la procura di Caltanissetta per le stragi di Falcone e Borsellino e la procura di Firenze per le stragi di Roma e Firenze. Ma poi le indagini sia a Berlusconi, sia a Dell'Utri sono state archiviate e noi dobbiamo rispettare l'archiviazione. L'archiviazione non significa però che i due indagati fossero innocenti, ma significa che non c'erano elementi sufficienti per poter sostenere un'accusa contro di loro in un eventuale processo, anche se dalle pur insufficienti indagini sono emersi degli elementi che fanno rilevare che l'ipotesi fosse tutt'altro che infondata. Bisognerebbe continuare a lavorarci, sui mandanti esterni, ma da quando non c'è più Caselli alla Procura di Palermo, da quando non c'è più Scaroni alla Procura di Caltanissetta e da quando Grasso ha estromesso tutti quelli che si stavano occupando dei mandanti esterni, di fatto non si sa molto su chi essi siano.
Ha mai ricevuto delle minacce? No, a meno che non siano da ritenersi minacce tutte le denunce che fanno o il fatto che non posso più mettere il naso in televisione. Ma delle minacce dirette no. Quelli non minacciano: quando colpiscono, lo fanno senza avvertire. Ma non credo che ritengano pericoloso uno come me. Certo, se non ci fossi sarebbe meglio. Però, sai, un conto è se io fossi in televisione a parlare di queste cose a milioni di persone, mentre invece ci sono loro, e un conto è che io scriva dei libri e parli con qualche decina di migliaia di persone. Sono piccoli numeri questi…
Nelle mani di quale uomo, non necessariamente politico, metterebbe l'Italia? A me piacerebbe metterla nelle mani del professor (Giovanni) Sartori, oppure in quelle di Cordero… Ma ci sono anche nell'ambito politico persone che lottano seriamente per la legalità, anche lì in Sicilia. Da voi conosco il sindaco di Gela, Crocetta, un personaggio fantastico; conosco Claudio Fava, Nando dalla Chiesa. Ma non necessariamente gente di sinistra, appunto dicevo Sartori. Ci vorrebbero un po' di persone serie e per bene che non abbiano rapporti con la stagione dei compromessi, che non siano ricattate né ricattabili, che non abbiano cambiali da incassare o da fare incassare, e che quindi possano ripartire da zero, come ha fatto Zapatero, che non deve rendere conto a nessuno e fa solo quello che ritiene giusto – anche se non è per forza tutto giusto quel che fa –, confrontandosi solo con i suoi elettori.
Come reagirebbe lei a una rielezione di Berlusconi? Maluccio, direi. Reagirei male perché mi porrei delle domande. Mi porrei la domanda se non sia davvero il presidente ideale per l'Italia. Quando l'Economist si poneva questa domanda, io so cosa volevano dire: volevano dire che è incapace di governare l'Italia. E avevano ragione. Ma che non sia l'uomo adatto, questo non lo so. Se lo mandiamo a casa, probabilmente vorrà dire che gli italiani sono maturati. Come diceva Montanelli, dopo cinque anni che se lo bevono avranno maturato il vaccino. Se dovesse rivincere vorrebbe dire che proprio ce lo meritiamo, anche perché abbiamo un'opposizione che francamente ti fa cadere le palle. E questa sarebbe un'ulteriore dimostrazione che questa opposizione si merita Berlusconi. Però non voglio neanche pensarci, anche perché non credo che nessun Paese, nemmeno un Paese che ne ha viste tante come l'Italia, potrebbe sopravvivere davvero ad altri cinque anni di questa banda qua.
Quale potrebbe essere, secondo lei, un Paese modello per l'Italia? Paesi modello non ce ne sono, nel senso che noi potremmo essere modelli a noi stessi in certe stagioni. Noi abbiamo vissuto tra il ‘92 e il ‘93, poi di nuovo tra il 2002 e il 2003, delle stagioni da un lato dolorose, perché da un lato c'erano le bombe e dall'altro lato c'era Berlusconi, però delle stagioni in cui la società civile ha partecipato e ha reso possibile delle grandi cose. Abbiamo visto processare i potenti, tra il ‘92 e il ‘93, abbiamo visto scendere in piazza la gente per difendere una categoria da sempre guardata con sospetto, come la magistratura. Ci si è affezionati alla legalità, alla polizia, alla lotta alla mafia. Si sono ottenuti grandi risultati su tutti i fronti. Quindi, possiamo benissimo imparare da noi stessi, possiamo imparare dalle stagioni migliori della nostra storia, senza inseguire modelli stranieri che sono impraticabili, perché noi siamo abbastanza unici. Bisognerebbe cercare di riprodurre le condizioni che hanno reso possibili quelle importantissime parentesi. Quando l'informazione fa il suo dovere senza condizionamenti, la magistratura idem, la società civile parteggia per le guardie anziché per i ladri, tutto questo rende possibili dei miracoli, anche in Italia. Bisogna cercare di ripetere quelle condizioni ancestrali, rendendole più stabili e normali.
Reputa credibile il programma della sinistra oppure votare la sinistra è diventato un modo per non votare Berlusconi? Intanto il programma della sinistra ti dirò se sarà credibile quando lo faranno, perché per il momento non se ne vede traccia. Ci sono circa dodici programmi della sinistra, quanti sono i partiti. Anzi ci sono partiti che ne hanno anche due o tre, perciò si arriva a circa diciotto programmi della sinistra. Ne aspetterei uno, anche perché leggere il programma di Mastella mi sembra eccessivo… Vediamo che cosa fanno. Credo che Prodi abbia un progetto in testa e che stiano lavorando per impedirgli di realizzarlo, i suoi cosiddetti alleati. Però mi fido abbastanza di lui. Penso che un buon periodo sia stato il suo governo, infatti poi l'hanno segato. Per quanto riguarda il diritto di voto, io ho sempre votato contro qualcuno. Io quando c'era il Comunismo votavo Scalfaro o dei liberali di cui mi fidavo. Non ho mai votato con entusiasmo a favore di qualcuno. Quando è caduto il Comunismo, mi sono occupato dei nuovi pericoli. Berlusconi era sicuramente “il” pericolo. Quindi ho cominciato a votare contro di lui, anche se mi toccava votare per questo Centro Sinistra che, all'epoca, ancora non avevo visto all'opera. Poi quando l'ho visto all'opera, ho capito che aveva un unico merito, quello di non essere Berlusconi. Ma è un po' poco. Ora come ora credo che il problema sia ancora quello. Che loro non sono Berlusconi e quindi che bisogna votarli. Ma non vedo altri motivi per votarli. Poi magari ci stupiscono tutti con effetti speciali e con un programma miracoloso e mirabolante, spero. Spero che lo realizzino soprattutto, perché il programma era bello anche quello del ‘96, poi hanno approvato quello di Previti, che le elezioni le aveva perse, e quello di Confalonieri, che le elezioni non le aveva nemmeno fatte. Quindi mi auguro non solo che il programma sia bello, ma che poi si ricordino di applicarlo. Per il momento, è già un miracolo se andiamo a votare. Quindi teniamoci stretto il voto, il voto può essere anche utile per votare contro. D'altronde è abbastanza divertente anche tifare contro il Milan. Non necessariamente fare una cosa “contro” è male. Io mi diverto molto anche quando il Milan perde col Liverpool 3 a 0. Votare contro in questo momento, penso possa essere abbastanza doloroso…
a cura di Fabrizio Li Vigni, Marco Miceli, Federica Lazzaro e Tommaso Mazzara da www.disinformazione.it
Armenia: alle prese con l’instabilità interna e l’incertezza dei confini nazionali
L’Armenia sta muovendo i primi passi verso un difficile assestamento del paese incalzato dai piani di politica di vicinato dell’UE (ENP). La riforma costituzionale ne è un esempio. Ma sono la situazione economica di basso profilo e gli antichi rancori con i vicini, ad arenare le spinte più decisive per un rilancio vero e proprio. La piccola regione nel grande Caucaso è pure oggetto delle attenzioni più che interessate delle grandi potenze internazionali.
Michele Campana Rovito
Equilibri.net Politica interna
Tra le prossime sfide che l’ex repubblica sovietica dovrà affrontare, c’è il referendum popolare sulla nuova costituzione indetto per fine novembre. Un evento destinato ad avere una risonanza internazionale ma che vedrà soprattutto l’Europa particolarmente attenta ai risultati della consultazione popolare. Difatti, nell’ambito della Politica di vicinato europea (ENP), l’UE ha stilato un piano d’azione con l’Armenia che prevede il raggiungimento di obiettivi in linea con gli standard europei affinché, in futuro, possa sedere al tavolo del Consiglio d’Europa. I risvolti economici per Yerevan sarebbero evidenti e, anche politicamente, potrebbe contare sul ruolo diplomatico di Bruxelles per dirimere le due questioni di confine ancora aperte. La riforma costituzionale, tuttavia, non ha trovato all’interno del paese la piena convergenza delle forze politiche; l’opposizione si è infatti scagliata contro la riforma accusando il principale autore del progetto, il presidente Robert Kocharian, di voler solo rafforzare il proprio potere istituzionale senza curarsi dello sviluppo democratico del paese. Il primo settembre scorso, l’assemblea nazionale armena riunitasi in seduta straordinaria, ha votato in seconda lettura la proposta di modifica presentata dal governo dando così il via al referendum che si terrà a novembre. Quello presentato dal governo è il progetto di riforma corretto, giacché a maggio era stato bocciato dalla Commissione Europea per la Democrazia attraverso il Diritto – organismo del Consiglio d’Europa per le riforme costituzionali meglio noto come Commissione di Venezia dal nome della città in cui si riunisce – perché considerato insoddisfacente sotto il profilo dei poteri affidati al presidente. La nuova bozza è stata invece approvata, oltre che dalla Commissione, anche dall’OCSE, Gran Bretagna e USA. L’ambasciatore del Regno Unito a Yerevan, in una recente intervista, si è affrettato a rigettare l’ipotesi di una nuova “rivoluzione colorata”, parlandone più come di una evoluzione piuttosto che di una rivoluzione; concezione che, sempre secondo l’ambasciatore Thorda Abbot-Watt, risponde molto di più alla politica dell’attuale presidenza UE (inglese).
Non sono pochi gli sforzi che il governo armeno dovrà compiere per allestire l’atteso referendum, a cominciare dal riordino delle liste elettorali, dal contrastare la diffusa apatia dell’opinione pubblica, dal rendere pubblico il testo della nuova costituzione, dal riportare il tono istituzionale a livelli accettabili dopo le risse scoppiate in parlamento e diffuse dai media. Per il momento, il nuovo testo è stato diffuso solamente sul sito internet dell’Assemblea Nazionale, ma solo il 10% degli armeni ha accesso alla rete. Il presidente Kocharian per centrare il suo obiettivo, non intende trascurare niente che possa inquinare il parere sulla votazione da parte dell’OCSE, sinonimo di rispondenza agli standard internazionali di voto libero ed equo. Tuttavia, nonostante gli sforzi compiuti sinora, il governo non è certo del “si” al referendum, e per questo, alcuni suoi esponenti, tra cui il ministro della difesa Sergei Sargsian tra i più quotati alle prossime presidenziali, ha sottolineato come un “no” non equivarrebbe ad un voto di sfiducia nei confronti dell’attuale coalizione di governo. Restano comunque altri nodi da sciogliere tra quelli evidenziati nella raccomandazione messa a punto dalla Commissione di Venezia e rivolta a Yerevan. Primo fra tutti, la nomina di un organismo nazionale per la difesa dei diritti umani e, a seguire, la nomina dei membri della commissione di controllo per la radio e la tv nazionali. Sono già esecutive invece le dimissioni del presidente Kocharian dal consiglio di giustizia, organo demandato alla nomina dei giudici. Vale la pena ricordare che questi punti, insieme ad altri, rientrano anche tra quelli elencati dal piano d’azione messo a punto dalla Commissione per le relazioni esterne e la politica di vicinato europea presieduta da Benita Ferrero-Waldner.
L’opposizione interna contesta la volontà del governo di lavorare seriamente nella direzione indicata dall’UE, sottolineando, tra l’altro, la mancata legiferazione sull’elezione diretta del sindaco della capitale. Parte dell’opposizione, guidata dal National Unity, conferma il “no” al voto referendario di novembre se prima non si giungerà al rinnovo del parlamento e del presidente. È sorprendente rilevare che l’opposizione ha boicottato le sedute parlamentari per più di un anno e mezzo; ne ha ripreso parte in occasione della seduta straordinaria del primo settembre scorso ma ha abbandonato l’aula prima del voto che ha dato il via libera alla nuova costituzione. Intanto, il 30 settembre scorso, il presidente Kocharian ha promosso una conferenza internazionale a Yerevan sulla riforma costituzionale. È stata la sede più appropriata per assicurare alla platea – composta da rappresentanti della politica, della società civile nonché da 25 esperti di altrettanti nazioni – il raggiungimento degli obiettivi di Bruxelles con la nuova costituzione. “I principi di democrazia e di libertà sono i pilastri portanti della nuova carta e legge e diritto rappresenteranno gli assi della nuova società” ha affermato il presidente. La nuova costituzione, secondo il presidente Kocharian, costituisce l’equilibrio democratico ottimale tra i poteri del presidente e quelli del parlamento. Assicura inoltre la protezione dei diritti umani nonché il rispetto dell’indipendenza della magistratura.
Conflitti esteri e quadro politico-diplomatico
Lo stato armeno attuale solo in parte coincide con l’area ben più vasta in cui si collocava la regione storica dell’Armenia, e per tale motivo gli armeni sono residenti anche in altri stati limitrofi. A cavallo tra Ottocento e Novecento ha subito pesanti repressioni divenute col tempo tratti identitari della società armena. Il massacro compiuto dai turchi nel 1915-1918, da molti definito un genocidio, è un ricordo ancora vivissimo nell’opinione pubblica armena e che torna alla ribalta ogni qual volta si parla di ingresso della Turchia nell’UE. È proprio di questi giorni la pregiudiziale posta dall’Austria all’avvio dei negoziati di adesione della Turchia fissati per il 3 ottobre. E tra le perplessità nutrite da Vienna (oltre a ragioni politiche che vorrebbero una sorta di “scambio” tra un paese cattolico, la Croazia, con uno musulmano, la Turchia appunto) vi è anche il mancato riconoscimento da parte di Istanbul del massacro armeno. Scaturito dalle mai sopite rivalità religiose tra musulmani curdo-ottomani e la minoranza cristiana armena, il conflitto si è sommato ad altri attriti e ha condotto alla chiusura delle frontiere da parte della Turchia. Storicamente, la chiusura del confine con l’Armenia è stata la risposta che Istanbul ha voluto dare in segno di solidarietà all’Azerbaijan in seguito all’invasione armena del Nagorno-Karabakh (ma anche in questo caso vi è uno specifico interesse turco a sostenere la repubblica azera contro l’influenza della Russia). Un gesto politico che ha avuto effetti negativi sulla crescita economica dell’Armenia negli anni ’90. Recentemente, uno studio compiuto da una società di ricerca armena, l’Aeplac, ha evidenziato come la riapertura del confine avrebbe un impatto assai più ridotto rispetto a quello che diffusamente si tende a credere. La società di ricerca, finanziata dall’UE, afferma che l’economia beneficerebbe di soli 20-30 mln di dollari Usa in più se la Turchia revocasse l’embargo che dura da 12 anni. Il PIL, cresciuto del 9% nel 2004, registrerebbe nei prossimi 5 anni un incremento del 2,7% rispetto al dato del 2004. Il guadagno deriverebbe dal risparmio sui costi di trasporto delle merci in seguito alla riattivazione della tratta ferroviaria Kars-Gyumri che collega i due paesi. Attualmente, invece, è solo tramite la Georgia che l’Armenia può piazzare i propri prodotti sui mercati esteri ma a prezzi relativamente alti. Sempre secondo lo studio condotto dall’Aeplac, i costi di trasporto gravano per il 25-30% sui profitti del commercio armeno. Di fronte a questi risultati non sono mancate le reazioni soprattutto perché, nel 2000, un’indagine condotta dalla banca mondiale aveva stimato nel 30% la crescita del PIL in caso di ritiro degli embarghi di Turchia e Azerbaijan. In Armenia la politica di palazzo non si è mai espressa chiaramente sulla necessità di riaprire il confine turco, facendosi peraltro interprete di un sentire comune nell’opinione pubblica d’inopportunità nel riallacciare i rapporti con l’antico nemico. Il ministro degli Esteri Oskanian, ha messo in chiaro che Yerevan non è disposta a fare alcuna concessione alla Turchia in cambio dell’eventuale ritiro dell’embargo. Posizioni dunque che si avvicinano più ai risultati della società di ricerca armena che non a quelli della banca mondiale, con la quale, invece, si sono schierati alcuni economisti molto famosi nel paese. Essi accusano il governo di voler conservare il sistema economico oligarchico dell’Armenia quando invece, l’apertura del confine, si tradurrebbe nel rilancio di quelle industrie che erano fiorenti durante l’era sovietica quando il medio oriente e l’India erano i maggiori mercati. I ricercatori dell’Aeplac hanno replicato affermando che la produzione armena non possederebbe le risorse necessarie per fronteggiare la domanda dei mercati dell’est e della Turchia (per esempio di elettricità e cemento). Il governo, per fugare ogni dubbio sulla faziosità della ricerca che ha commissionato all’Aeplac, si è premurato di criticare, per bocca del suo ministro per lo sviluppo economico e il commercio Karen Chshmaritian, quella parte dello studio che non terrebbe conto dei benefici derivanti dagli scambi di capitali tra i due paesi (attualmente Istanbul ostacola gli investimenti esteri verso l’Armenia). Entro la fine dell’anno il governo produrrà in ogni caso una sua ricerca autonoma sull’impatto economico dell’apertura del confine turco.
La questione del confine orientale con la Turchia si riallaccia direttamente al conflitto per il Nagorno-Karabakh, enclave a maggioranza armena in territorio azero. All’inizio del terzo millennio, nonostante i legami che le tre repubbliche indipendenti di Armenia, Georgia e Azerbaijan mantenevano formalmente con la Russia attraverso l’adesione al CIS, le forze disgregatrici finivano col prevalere su quelle di integrazione, cosicché ogni paese perseguiva un suo equilibrio socio-economico indipendente. Proprio nella ricerca di questo equilibrio, l’Armenia si muoveva per assicurarsi la sovranità della zona a maggioranza armena a scapito dei paesi confinanti. Dal 1992 la situazione è congelata con un “cessate il fuoco” mai tradottosi in pace vera e propria. In Armenia del resto, la questione del Nagorno-Karabakh è tenuta in gran considerazione, vi è quasi un “culto del Karabakh” ed è quindi ovvio che la tensione sia sempre molto alta. Nel 1997 il presidente Levon Ter-Petrossian scelse come primo ministro proprio Robert Kocharian (allora presidente dell’autoproclamata repubblica del Karabakh) con lo scopo di tentare una soluzione realistica della vicenda. Convinto assertore del dialogo nell’ambito del cosiddetto “gruppo di Minsk”, una commissione internazionale incaricata di trovare una soluzione durevole al problema, il presidente assunse una posizione giudicata troppo morbida che gli valse infatti le dimissioni nel febbraio 1998. Oggi gli analisti osservano come quelle dimissioni imposte dai poteri forti del paese, furono inutili, giacché ne scaturì un quadro pressoché immutato, con la bellicosa popolazione della provincia del Nagorno-Karabakh sempre impegnata a far rispettare la propria autonomia proclamata nel 1991 con un referendum popolare (a cui seguirono una serie di scontri armati sia con le forze militari dell’Azerbaijan sia con la minoranza azera che vive sul territorio). Un accordo sottoscritto nel 1993 a Mosca, non fermò del tutto l’offensiva degli armeni diretta anche a rafforzare il controllo della striscia di terra di Lachin, che consente il collegamento tra il Nagorno-Karabakh e la repubblica armena, senza peraltro puntare all’unificazione politica con l’Armenia. Nel 1997, infine, un accordo triangolare ha permesso al Nagorno-Karabakh di conseguire lo statuto di provincia autonoma (concessione fatta dall’Azerbaijan a patto che il Nagorno-Karabakh non chieda l’annessione all’Armenia). L’OCSE è intervenuta nella disputa cercando di mediare tra le diverse richieste che provenivano dai paesi coinvolti. Fonti della CIA riferiscono che ben 800.000 azeri furono guidati fuori della zona di conflitto e dall’Armenia, mentre 230.000 sono stati gli armeni fatti rientrare dall’Azerbaijan verso l’Armenia. Tra i focolai ancora accesi, resta quello per il controllo della strada che attraverso l’Armenia, collega la repubblica autonoma di Naxcivan (formalmente appartenente all’Azerbaijan) con Baku. Sulla regione del Caucaso sono molto forti e contraddittorie le spinte delle grandi superpotenze. Il controllo delle fonti petrolifere e degli oleodotti, presenti e futuri, in una zona per di più a ridosso delle aree calde del medio oriente, spiega l’attenzione internazionale per una regione in cui si giocano competizioni esterne a quelle specifiche dell’area. Gli Stati Uniti si fanno mediatori con Mosca per la dismissione delle basi russe nella regione, mentre il Cremlino, attraverso gli incontri del CIS – l’ultimo dei quali si è tenuto proprio a Yerevan il 30 settembre scorso – nonché forte del legame economico soprattutto in ambito energetico che ancora detiene con Yerevan, conta di avere l’ultima parola sul conflitto, rafforzando la propria posizione egemonica. Con l’avvio della cooperazione con l’Europa, il problema ha assunto una valenza comunitaria di prim’ordine. Gli equilibri precari della regione sono una serie minaccia per la cooperazione regionale, la sicurezza nonché per gli interessi petroliferi dell’occidente. Lo scorso 29 settembre, Heikki Talvite, il rappresentante speciale dell’UE per il Caucaso del sud, ha fatto visita al presidente Kocharian discutendo anche della questione del Nagorno-Karabakh. Il presidente e il suo ministro degli esteri si sono dichiarati ottimisti sulla rapida conclusione della vicenda. Secondo i due esponenti del governo, entrambi i paesi devono saper cogliere gli sforzi compiuti dalla mediazione europea. E, a suo dire, una svolta potrebbe esserci con le elezioni che si terranno a breve in Azerbaijan. Tuttavia non è ancora stata fissata una data in cui le parti possano discutere della questione.
Conclusioni
All’instabilità interna dell’Armenia ha fatto da corrispettivo l’incerta collocazione internazionale in bilico tra influenza russa e apertura all’Occidente, considerata necessaria anche per fruire di aiuti economici fondamentali in un paese privato delle forniture di petrolio azero, povero di risorse e demograficamente depauperato dalla massiccia emigrazione dei giovani verso la Russia. Le speranze di un rilancio del paese ci sono, ma è l’intera regione, sconvolta più di recente dalle “rivoluzioni colorate”, che deve prima trovare un equilibrio sullo scenario internazionale, fronteggiando innanzitutto le pretese dei contendenti più grossi.
IL PARADISO E I POVERI
Confine con Argentina e Paraguay: la gente che ammira il salto d’acqua più grande del mondo non vede la miseria e i traffici, anche di esseri umani. Difesi da un prete italiano.
Foz do Iguaçú (Brasile)
I turisti fin qui non arrivano. Si fermano davanti al muro d’acqua più imponente del mondo, 275 cascate, dove l’acqua si sbriciola e rotola da un muro di pietra lungo tre chilometri. Si fermano a fotografare il cippo della Tripla Frontera, un triangolo di dolore e di morte, protetto dall’Unesco.
Nell’acqua si incuneano tre confini, Brasile, Argentina e Paraguay, e nella selva attorno s’intreccia un marasma di problemi: traffici di donne e bambini, di droga e di armi, e una fila di morti ammazzati, che supera sempre i giorni dell’anno e all’anagrafe, fa paura, perché di solito sono ragazzi adolescenti.
Visto da qui il referendum del 23 ottobre contro la vendita di armi, culmine della campagna del presidente brasiliano Lula per il disarmo volontario della popolazione civile, assume un significato importante, ma solo se andrà al passo con una strategia che mette al centro lo sviluppo e i problemi sociali. Il Brasile è il Paese con il maggior numero di omicidi al mondo, uno ogni 12 minuti, 45.000 all’anno. «Ma non si capisce nulla se non si ragiona anche su un altro dato: il 20 per cento della popolazione più ricca guadagna in media 30 volte di più del 20 per cento più povero».
L’osservazione è di padre Giuliano Inzis, missionario italiano, sardo di Cuglieri, che cinque anni fa è andato a ficcarsi nel cuneo della Tripla Frontera e adesso mostra le favela che i turisti non vedono e racconta dei sacoleiros, i contrabbandieri disperati, ragazzini di 14 anni che muoiono per 50 dollari, bambine comprate e vendute sotto le cascate del sogno e infilate nei letti negli alberghi del paradiso di Iguaçú. Ecco perché un referendum non basta.
Padre Giuliano, missionario dei Figli dell’Immacolata Concezione, insieme alle suore italiane di Maria Consolatrice gestisce scuole materne e un poliambulatorio, sostenuto anche dai contributi della Cei, che visita 200 persone al mese e offre consulenza specialistica in pediatria, ginecologia, ostetricia e dermatologia. Con le suore ha costituito un’associazione non governativa, Socie-dade civil Nossa Senhora Aparecida, che organizza attività sportive e scolastiche per oltre 300 bambini.
È un lavoro ad alto rischio, perché da queste parti sparano. L’anno scorso a Foz do Iguaçú sono state ammazzate 321 persone, l’80 per cento aveva meno di 14 anni. Di qui transita una buona quota dei traffici illegali di tutto il Brasile. Spiega padre Inzis: «Se uno guarda la cartina vede tre Stati. In realtà è come se la frontiera separasse tre quartieri della stessa città. La frontiera è fonte di guadagno per tutti».
Fino al 1970 gli abitanti erano poco meno di 30.000. Poi la costruzione della diga di Itaipu, la più grande del mondo, attirò migliaia di lavoratori. Finita la costruzione si è passati al contrabbando, principalmente tra Foz do Iguaçú e Ciudad del Este, in Paraguay, unite dal Puente de la Amistad. Poi c’è il Puente Tancredo Neves che unisce Foz e Puerto Iguaçú, in Argentina.
Si calcola che almeno 14.000 sacoleiros attraversano il ponte tra Brasile e Paraguay fino a cinque o sei volte al giorno. In Paraguay si produce di tutto, naturalmente tutto contraffatto, dagli orologi di marca ai telefonini, al software per i computer, ma transitano anche droghe e armi. A Ciudad del Este si è insediata la più grande comunità cinese dell’America latina, ma qui vive pure una notevole comunità araba, e nella parte brasiliana della frontiera è stata costruita la seconda moschea più grande del Sudamerica, dopo quella di Rio.
Gli Stati Uniti sono convinti che la zona possa essere una base del terrorismo internazionale e nel 2002 hanno creato il gruppo "3+1", con Argentina, Brasile e Paraguay, per rafforzare la sicurezza nella regione. Per ora non ci sono riscontri alle preoccupazioni americane, ma i maggiori controlli hanno in parte migliorato la situazione.
Dice padre Giuliano: «È diminuito soprattutto il commercio di armi leggere, che rifornisce da qui molte città brasiliane. Ma, con la riduzione dei traffici, è aumentata la violenza ed è salito il numero dei minori che attraversano la frontiera come sacoleiros e poi finiscono sul mercato del sesso». Secondo i missionari, sono circa 3.500 i bambini e le bambine sfruttati lungo la Tripla Frontera.
Per le suore e per don Giuliano è un lavoro difficilissimo: «Riusciamo ad avere informazioni dai tassisti. Ci presentiamo negli alberghi e comperiamo i bambini. Con l’aiuto di enti governativi e internazionali troviamo per loro una sistemazione. È molto difficile, tuttavia, convincere le famiglie che il mercato del sesso non è la soluzione alla povertà».
Gli affari del riciclaggio
Tra Brasile e Paraguay si calcola che ogni giorno transitino circa 40.000 persone, anche 60.000 nei fine settimana, e oltre 20.000 veicoli. Meno del 10 per cento della merce viene controllata e meno ancora sequestrata. Per avere un’idea del volume del contrabbando, basta il dato dei sequestri del solo mese di gennaio 2005: 12 milioni di dollari di controvalore. Questo spiega anche il numero dei morti ammazzati.
Poi c’è il capitolo del riciclaggio del denaro. Secondo una stima americana, nelle banche di Ciudad del Este si riciclano circa 6 miliardi di dollari l’anno, pari a un quinto del Prodotto interno lordo del Paraguay. Diversi rapporti di intelligence hanno messo in relazione queste operazioni finanziarie al terrorismo internazionale. Eppure l’elemento chiave dell’interesse di molti Stati e di altrettanti gruppi criminali alla Tripla Frontera potrebbe essere un altro.
Questa regione si trova nel bacino acquifero del Guaraní, una delle riserve di acqua potabile più colossale del mondo. I turisti non sanno che qui sotto ci sono 55.000 chilometri cubici d’acqua potabile, che ogni chilometro equivale a un miliardo di litri, e che con 40 chilometri si può dare da bere ogni anno a 360 milioni di persone. Annota padre Giuliano: «È l’oro blu la vera ricchezza del bacino di Iguaçú, insieme alla posizione geopolitica strategica. Se gli Stati riuscissero a recuperare la legalità bloccando i traffici, l’acqua potrebbe diventare volano per lo sviluppo, intrecciando in modo virtuoso turismo e industria, senza lasciare i poveri ai margini». www.famigliacristiana.it
Alberto Bobbio
Caro Belpietro , e questa e' la verità sulla libertà di stampa da Marco Montanari
Ecco perche' la liberta' di stampa non c'e'. Il direttore del Giornale (Maurizio Belpietro) come molti altri giornalisti, ne e' una prova emblematica. Dopo i dati sulla disoccupazione ora manipola le cause sui dati resi noti da Celentano sulla Liberta' di Stampa.
Dice Belpietro, nel sito del suo giornale: " Durante la trasmissione è stato mostrato un dossier, pieno di bugie, sulla libertà di stampa: l'Italia è al 77° posto nel mondo". E Belpietro ci da' questa spiegazione: "l'Italia è al 77° posto nel mondo per aver condannato Jannuzzi, senatore Fi, al carcere".
Caro Belpietro, la tua mistificazione e dilettantismo nel fare giornalismo asservito al potere, fa ridere, ormai in rete tutti possono verificare l'attendibilita' di certe notizie manipolate dai giornalisti, come anche in questo caso da te, ed essere cosi' sbugiardati; infatti the RSF spiega a chiare note nei link che sotto riporto, il perche' l'Italia è oggi al 42° nel mondo (e non al 77°), motivazioni che non sono ovviamente le false motivazioni da te riportate ("per aver condannato Jannuzzi, senatore Fi, al carcere") ma esattamente per queste ragioni:
"BERLUSCONI'S CONFLICT OF INTEREST IN THE MEDIA is the only European prime minister who also heads a media empire.... Silvio Berlusconi owns Mondadori, and Mediaset. EXTENSIVE INTERFERENCE Silvio Berlusconi is also in a position to strongly influence the state-owned TV station RAI.... GASPARRI LAW IS THE MOST FLAGRANT AND SHOCKING EXAMPLE OF BERLUSCONI'S CONFLICT OF INTEREST " (leggi tutto).
L'unica cosa di errato nella trasmissione di Celentano e' stata quella di riportare l'Italia al 77°, mentre la verita' e' che l'Italia e' al 42° nel 2005, era al 39° nel 2004, e al 53° nel 2003.
Al Press Freedom Index 2005 di Reporters Without Borders quasi tutti gli altri fanno poi comunque riferimento, compreso The Freedom House , e considero maggiormente attendibile il ranking mondiale del primo, ancorato ad una serie infinita e concreta di parametri, seppur nel grandissimo rispetto di quello della Freedom House, che nella sostanza si rifa' comunque alle medesime motivazione nel loro complesso (e non a quella riportata come primaria da Belpietro sul senatore che fra l'altro ha vissuto in alberghi a Parigi durante la seppur disdicevole condanna):
"Concerns about the concentration of media ownership have been an issue since the election in 2001 of Silvio Berlusconi, a media magnate and Italy’s wealthiest individual, as prime minister. The print media, which consist of eight national newspapers, two of which are controlled by the Berlusconi family, continue to provide diverse political opinions, including those critical of the government. However, Berlusconi controls or influences six of the seven national broadcast channels....." (leggi tutto).
www.osservatoriosullalegalita.org
Cercasi Storia disperatamente Giovani di origine polacca, ucraina, tedesca, turca e curda in viaggio verso la Repubblica Ceca. Sulle tracce della storia e della responsabilità comune di fronte al domani. Delle giovani europee parlano con Maria Kalibová, una dei sopravvissuti al massacro di Lidice (Ali Sirin) «Lo scambio reciproco di esperienze diverse e di diversi modi di porsi di fronte alla storia del regime nazista è per me importante», spiega Markus Heer, organizzatore del viaggio multiculturale della memoria verso la Repubblica Ceca. A sessant'anni dalla fine del Terzo Reich, i crimini del nazismo sembrano appartenere ad un passato ormai remoto. Eppure quei fatti segnano ancora oggi l'Europa. È quello che hanno capito in prima persona i giovani partecipanti del viaggio di studio organizzato dal Forum multiculturale di Lünen. A Theresienstadt, Lidice e Praga il gruppo di giovani d’origine polacca, ucraina, tedesca, turca e curda si è messo sulla tracce della storia.
Sorridere dopo Auschwitz
«La nostra vita quotidiana era segnata dalla fame, dal freddo, dalla malattia e dell’umiliazione piena di odio inflittaci dai nazisti. La vita nei campi di concentramento era disumana», racconta Lisa Mikova, sopravvisuta alla strage. Nonostante le esperienze vissute, l'ottantaquattrenne signora riesce a far comparire quasi per magia un sorriso sul volto, e questo la rende ancora più simpatica. Sopravvisuta ad anni di tortura e di umiliazione nei campi di Theresienstadt, Auschwitz e Mathausen, la donna affronta le domande dei giovani visitatori a Praga, sua città natale. Ma è solo da un paio d’anni che riesce a parlarne. Alcuni dei giovani del gruppo non riescono a soffocare le lacrime, altri sprofondano nel loro silenzio e pensano assorti. Più tardi discutono di come loro si sarebbero comportati in quelle circostanze. I giovani curdi e turchi non possono esimersi dal discutere sulla storia della Turchia, dal ruolo della religione al conflitto curdo, passando per il genocidio armeno. Ma anche il tema della globalizzazione è oggetto di controversie. L'Europa non dovrebbe forse farsi più carico dei paesi più poveri? L'ingiustizia ha molte facce: su questo sono tutti concordi.
Un ingannevole idillio
Da Praga, verso Theresienstadt e Lidice. Un sole splendente e paesaggi ameni conferiscono a quei luoghi, in passato palcoscenico della furiosa barbarie nazista, un’ingannevole aura idilliaca, «come se dovesse esser ridata loro l'innocenza di un tempo», riflette il ventiduenne Sezer Icli. A sessant’anni di distanza, questo viaggio rappresenta per questi giovani una delle ultime occasioni di ascoltare la storia di quelle crudeltà dalla viva voce di sopravvissuti. «Dopo di noi, nessuno potrà più rispondere alle vostre domande. Dopo di noi, ci saranno solo libri e videocassette», afferma Lisa Mikova, a motivazione del suo duro impegno in qualità di testimone di quel tempo. Il campo di concentramento di Theresienstadt faceva parte della sistematica rete di sterminio nazista. Acquisì dubbia fama come “ghetto modello” occasionalmente presentato alla Croce rossa internazionale, per smentire le notizie di atrocità commesse nei campi di concentramento. Il ghetto di Theresienstadt, antica città di presidio, rappresentava comunque, per la maggior parte dei prigionieri, solo una stazione di transito verso i campi della Polonia. Nella stessa superficie, una volta abitata da 7.000 abitanti cechi, vissero di stenti fino a 60.000 ebrei. Il cibo era scarso e oltre 32.000 persone morirono di fame. Il solo sapere che in quelle piccole celle i prigionieri venissero letteralmente stipati rende increduli i giovani partecipanti. Proprio come ad Auschwitz, sul lager troneggia il cinico motto Arbeit macht frei: il lavoro rende liberi.
La vendetta di Lidice
Nel viaggio di ritorno verso Praga, il colorito gruppo visita il piccolo paese di Lidice, o meglio ciò che del paese resta da vedere. Maria Kalibova, con i suoi ottantadue anni è una delle poche sopravvisute rimaste, guida i giovani visitatori per le distese delle campagne e mostra loro ciò che avvenne nel giugno del 1942. Il villaggio fu raso al suolo, come rappresaglia per l’attentato contro il funzionario nazista Reinhard Heydrich, che un anno prima aveva disposto la costruzione del lager di Theresienstadt. Quasi tutti i 503 abitanti furono uccisi o deportati. «La storia del nazismo non riguarda solo i tedeschi», afferma Marcus Heer, e continua «per i giovani il confronto con il passato è altrettanto importante, al di là della loro origine». Selda Ilter vive invece questo viaggio come un percorso verso la comprensione dell’identità europea: «lo sterminio sistematico degli ebrei, degli zingari e di tutti gli altri prigionieri di guerra è parte della memoria non solo tedesca, ma europea. Per questo motivo abbiamo voluto confrontarci con il passato».
Per Alexej Ryshkin, d’origine ucraina, i diversi punti di vista sulla storia permettono un processo d'apprendimento comune. «Nonostante le nostre diverse radici abbiamo qualcosa in comune: la responsabilità, nei confronti della democrazia e dei valori umani». www.cafebabel.com/i Ali Sirin - Lünen -
Myanmar, nessun cambio di regime di Larry Jagan Nell'ex Birmania, la nuova generazione di capi militari è perfino più restia dei propri predecessori a cedere il potere. A questo punto, le possibilità di attuare le importanti riforme politiche di cui il paese necessita per superare la crisi economica rimangono una remota speranza Secondo diplomatici e attenti analisti del sud est asiatico, nelle prossime settimane i capi militari del Myanmar metteranno a punto una massiccia riorganizzazione interna dell’esercito e del governo. Al momento sembra che il dittatore militare Than Shwe abbia intenzione di ritirarsi dando il via al passaggio di potere alla nuova generazione di generali.
Tali riforme sono tese a preparare l’esercito a condurre il paese verso alcune importanti riforme politiche e verso l’introduzione di una amministrazione civile. Una convenzione nazionale si sta già occupando di stilare una bozza della nuova costituzione prima della fine dell’anno e di presentarla di fronte ad un referendum, con elezioni da tenere entro i prossimi 12 mesi.
I cambiamenti previsti nel governo e nell’esercito sono i più significativi da quando i militari presero il potere nell’ex Birmania 17 anni fa. Sembrerebbe che il generale capo possa cedere almeno uno dei ruoli chiave che ricopre – presidente dello State Peace and Development Council, supremo comandante in armi, ministro della difesa.
“Ci aspettiamo che Than Shwe rinunci, nell’imminente riorganizzazione, alla sua posizione di ministro della difesa”, ha detto un anziano diplomatico del Sud Est asiatico che ha contatti regolari con il regime. Than Shwe ha recentemente comunicato al capo supremo dell’esercito thailandese, il generale Chaisit Shinawatra, che si ritirerà presto e che il generale Thura Shwe Mann rileverà il suo posto alla guida della nazione.
Intanto le preoccupazioni sulla salute di Than Shwe crescono. Sei mesi fa è stato colpito da un attacco di cuore, dal quale si è ripreso presto. A detta di persone vicine alla famiglia, il dottore Kwyu Myint, ministro della salute nonché medico personale di Than Shwe, visita il generale capo ogni giorno. Secondo alcuni diplomatici che hanno avuto modo di incontrarlo recentemente sembra proprio che il tempo stia per cogliere il vecchio militare settantacinquenne. Nell’incontro con il ministro della Malesia Syed Hamid Albar, nei primi di ottobre, il generale non è riuscito a dire che qualche parola prima di iniziare ad avere difficoltà di respirazione e crisi di asma.
E’ risaputo che Than Shwe soffra di ipertensione e di diabete. “È soggetto a frequenti crisi di diabete, i suoi livelli di zucchero vanno spesso fuori controllo”, ha riferito un dottore dell’esercito all’Inter Press Service. Ciò potrebbe avere spinto l’anziano leader ad assumere per il momento un posto di secondo piano, ma, sebbene è possibile che si ritiri da presidente del SPDC, è molto più difficile invece che ceda il posto di supremo comandante dell’esercito.
“Se anche Than Shwe ufficialmente si ritirasse, questo non significherebbe che giungerà a cedere il suo potere. Piuttosto rimarrà il vuoto dietro il suo trono, come nel caso del leader cinese Deng Xiaoping negli ultimi anni precedenti alla sua morte”, ha detto l’analista indipendente di Myanmar Win Min, che oggi vive a Chiang Mai, in Thailandia.
Il capo di stato maggiore Shwe Mann è sul punto di rimpiazzare il generale Maung Aye nel ruolo di comandante in capo dell’esercito, cosa che preparerà la strada alla sua presa del potere il prossimo anno e gli permetterà di esercitare il pieno controllo della nuova generazione di ufficiali dell’esercito. Thura Shwe Mann ha recentemente condotto una delegazione di alto livello in visita in Bangladesh. Sarà lui a condurre il nuovo triumvirato di capi militari, supportato dal primo ministro, General Soe Win, e dal segretario generale Thein Sein.
“Questa è la nuova generazione di capi militari che sono stati formati alla presa del potere”, ha riferito un anziano diplomatico indiano che si occupa di ciò che avviene a Yangon. Ma, avverte, “questo gruppo di generali è carente delle capacità e dell’intelligenza dei suoi predecessori”. “Questi uomini sono rozzi e ignoranti, sanno soltanto dare ordini”, ha aggiunto.
Nelle ultime settimane il secondo generale più potente del Myanmar, Maung Aye, è stato spesso sulle prime pagine dei giornali – controllati dal governo – mentre Than Shwe è apparso sempre meno. “La faccia di Maung Aye è dappertutto nei media birmani – un chiaro segno che egli ha rinforzato la sua influenza e il suo controllo all’interno della giunta”, secondo il parere di un diplomatico occidentale di base a Yangon. Ma altri analisti e diplomatici credono che quella di Than Shwe sia solo una tattica in attesa di riprendere il controllo centrale e di diventare il primo presidente della nazione sotto la nuova costituzione, che verrà adottata l’anno prossimo.
“Than Shwe sta consegnando a Maung Aye soltanto sufficiente corda perché si possa impiccare”, ha fatto notareun diplomatico del sud est asiatico che segue da vicino ciò che avviene a Yangon.
A Maung Aye viene permesso di gestire la situazione unicamente per renderlo il capro espiatorio di ogni futuro disordine. Secondo l’intelligence militare thailandese, a quel punto Than Shwe riemergerà dall’ombra. È evidente che l’economia della nazione è in gravi condizioni. L’inflazione sta andando pericolosamente fuori controllo. Una grave carenza di gasolio nelle passate settimane ha spinto i prezzi verso un vertiginoso aumento, in particolare i costi dei beni di consumo di importazione. “I prezzi nei supermercati sono raddoppiati dall’inizio del mese”, si lamenta una casalinga di Yangon, Cho Cho, con l’IPS.
Gli osservatori credono, ciononostante, che la nuova generazione di capi militari sia perfino più restia dei suoi predecessori a cedere il potere. A questo punto, le possibilità di attuare le riforme politiche significative, e per la liberare il leader a favore della democrazia Aung San Suu Kyi, rimangono una remota speranza.
Fonte: http://www.atimes.com/atimes/Southeast_Asia/GJ21Ae03.html Tradotto da Alessandro Siclari per Nuovi Mondi Media
ottobre 22 2005
Quello schifo di Tv. Lo dice anche Soros di Lsdi
Uno studio dell’ Open Society Institute (Fondazione Soros) – Ridotto al minimo il giornalismo d’ inchiesta - Rai: spezzare il cordone che lega il servizio pubblico al governo e ai partiti politici. No alla privatizzazione
I paesi europei sono di fronte a una concentrazione del settore audiovisivo che ‘’minaccia la diversità, il pluralismo e l’ indipendenza editoriale’’.
Lo afferma un ampio studio sul settore televisivo in Europa pubblicato in questi giorni dall’ Open Society Institute (Osi), che fa capo alla Fondazione Geoges Soros.
Il Rapporto - dal titolo ''Televisione attraverso l'Europa: regolamentazione, politica e indipendenza'', condotto in 20 paesi, tra stati membri dell'Unione europea e candidati - denuncia poi la bassa qualita' dei programmi televisivi - ''dai quali sembra scomparso o essere ridotto al minimo il giornalismo d'inchiesta'' – e la collusione con la politica.
I grandi gruppi
L’ ultimo decennio ha visto le televisioni private cadere ‘’nelle mani di pochi grandi gruppi’’ mentre ormai la maggior parte dell’ emittenza nazionale (fino all’ 80% in Bulgaria, Croazia e Repubblica Ceca) ‘’si concentra in un numero limitato di catene, in generale non più di tre’’.
Vivendi e Bertelsmann/RTL (che è forse il maggior gruppo pan-regionale) sono diventati i due maggiori gruppi europei nell’ emittenza commerciale. Seguono il gruppo americano Company central european Media Enterprises (CME) - che raggiunge quasi 80 milioni di telespettatori attraverso nove catene tv in Slovacchia, Romania, Slovenia, Polonia e Ucraina -; lo svedese Modern Times Group (MTG), radicato nei paesi baltici, in Ungheria e presto nella Repubblica ceca; la News Corporation di Rupert Murdoch(che possiede la più grande catena bulgara) e il gruppo europeo SBS Broadcasting, presente in Ungheria e che sta investendo in Romania.
Troppa opacità
In generale gli investimenti, le acquisizioni e i raggruppamenti dell’ ultimo decennio sono avvenuti spesso all’ insegna di una forte opacità visto che i gruppi sono spesso nascosti dietro società off-shore, rileva il Rapporto, invitando i governi a imporre una maggiore trasparenza.
Spesso, inoltre, la concentrazione supera il solo settore audiovisivo per estendersi ad altri media, come in Slovacchia, dove il magnate locale Ivan Kmotrik possiede in parte tre catene televisive ed è nella maggiore società di distribuzione dei giornali del paese.
In diversi ex paesi comunisti, poi, il paesaggio audiovisivo attuale sconta una ‘’trasformazione caotica’’ legata all’ assenza di una politica chiara e di un quadro legale, come in Polonia dove si contavano all’ inizio degli anni ‘90 più di 57 emittenti illegali.
Bassa qualità
Per quanto riguarda i contenuti, lo sviluppo delle televisioni commerciali ha condotto, dovunque in Europa – dove i tempi di ascolto continuano ad aumentare (ora la media europea è stimata in tre ore al giorno) -, a un loro forte impoverimento.
La maggior parte delle emittenti private – nota l’ Osi - si affidano soprattutto a divertissement di basso livello e su ‘trasmissioni sensazionalistiche’’ per allargare l’ audience, mentre alcuni investitori privati utilizzano le televisioni che controllano per difendere i propri interessi commerciali, specialmente in Romania, Albania, Serbia e Macedonia.
L’ anomalia italiana
In Europa occidentale la situazione non è certo migliore, mette in guardia l’ Osi citando in particolare il caso del primo ministro italiano Silvio Berlusconi, ‘’che coniuga un potere senza precedenti slle televisioni private e pubbliche’’.
Riferendosi a quella che definisce l'''anomalia italiana'', lo studio segnala le preoccupazioni per la liberta' del sistema informativo ''in un paese caratterizzato dal duopolio pubblico-privato, da una forte dipendenza del sistema pubblico dal mondo politico e ''dalla presenza di un capo del governo che, nello stesso tempo, e' il proprietario del maggior gruppo privato''.
Secondo l'analisi dell'Osi, lo stesso passaggio dall' analogico al digitale, che dovrebbe permettere l'ingresso nel mercato di un numero maggiore di operatori, non dovrebbe rivelarsi molto efficace visto che ''i due maggiori network hanno praticamente monopolizzato le nuove frequenze, perpetuando la loro predominanza''.
Che fare
Nello studio non mancano esortazioni e appelli diretti ai parlamenti, all'Unione europea, al Consiglio d'Europa ed all'Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza in Europa (Osce), affinche' tutelino la liberta' e la pluralita' dell' informazione.
Per quanto concerne la Francia, per esempio, sono segnalati problemi nella distribuzione della pubblicita' e limitazioni di carattere tecnologico che impediscono agli utenti di accedere a determinati canali, limitandone di fatto certe liberta'.
Alla Gran Bretagna viene chiesto di proteggere la neutralita' dalla Bbc dalla concorrenza delle tv private e di non abbassare la guardia sulla concentrazione dei media.
Anche alla Germania si propone di non far venire meno il sostegno al servizio pubblico, di tener sotto controllo il processo di concentrazione e di proteggere e rafforzare la trasparenza.
Bloccare il processo
di privatizzazione della Rai
Per l'Italia il suggerimento e' quello di favorire lo sviluppo delle reti locali a fronte di quelle nazionali, emendare la legge sul conflitto di interesse, introducendo un' esplicita incompatibilita' tra il possesso di media e la candidatura al governo del paese e bloccare l'attuale processo di privatizzazione della Rai.
Per quanto riguarda il servizio pubblico, gli analisti propongono di dividere la Rai in due aziende, una di pubblico servizio di proprieta' dello stato e l'altra con un profilo piu' commerciale, privatizzata e allocata sul mercato e, soprattutto, di spezzare il cordone che lega il servizio pubblico al governo e ai partiti politici, promuovendo la totale indipendenza della Rai i cui consiglieri dovrebbero essere eletti con una maggioranza qualificata, con un mandato a termine sfalsato rispetto a quello del governo e incompatibile con cariche politiche o il possesso di mezzi di comunicazione.
Il testo dell’ intero Rapporto è su http://www.soros.org/initiatives/media/articles_publications/publications/eurotv_20051011
La sezione riguardante l’ Italia è curata da due docenti milanesi, Gianpietro Mazzoleni (facoltà di Scienze Politiche della Statale) e Giulio Enea Vigevano (facoltà di Giurisprudenza della Cattolica) ed è consultabile alle pagine 864-954 www.ilbarbieredellasera.com Una scheda sulla Open Society è qui: http://www.radioradicale.it/neocons-soros/soros/osi.html
Il nome e la cosa di Michele Ciliberto
Quello che colpisce maggiormente nel voto di domenica scorsa è la sorpresa sia dei giornali che di molti esponenti politici: un risultato importante, inatteso, addirittura straordinario ma, almeno in questa forma, imprevedibile. I rappresentanti della destra sono stati, letteralmente, incapaci di parlare per ore. Prima hanno biascicato di inganni e brogli, poi hanno cominciato a dire che bisogna rispettare il popolo quando vota, infine hanno iniziato a parlare, anche loro, di primarie: ma non sul leader, questo no, perché già c’è.
a sul programma che va sottoposto, questo sì, al giudizio del popolo. Lo stesso popolo al quale, con la legge elettorale votata alla Camera, è stato tolto perfino il diritto di scegliere i candidati, restaurando il potere totale e incontrollato dei partiti. Ci sarebbe da trasecolare di fronte a tanta spudoratezza, se non fosse in gioco il destino del nostro paese, oggi e nei prossimi anni. Un dato è apparso chiaro nell'afflusso elettorale di domenica, ed è la volontà netta e consapevole di partecipare e di decidere, accogliendo in massa l'invito a esprimersi su chi debba essere il leader della coalizione di centrosinistra. Domenica gli elettori, in larghissima maggioranza, sono stati più fermi e più fiduciosi di quei dirigenti politici del centrosinistra che, dopo l'approvazione della nuova legge elettorale alla Camera, hanno parlato dell'esaurimento di un ciclo politico - di quello apertosi con l'89 - e di una inarrestabile deriva verso un proporzionalismo spurio, incapace di garantire la governabilità del paese. Hanno detto, gli elettori, che a questo non ci stanno e che non accettano che le regole del «vivere civile» della Nazione possano essere stravolte in tre giorni, ad opera di una maggioranza divisa su punti fondamentali, ma pronta ad unirsi come una falange di fronte al pericolo di perdere il potere.
Di fronte a questa protervia - e a questa cecità - giustamente sono venute in mente le parole del tragico latino - «colui che il Dio vuol perdere, gli toglie il senno» - se il problema non fosse più grave e non riguardasse anche il centrosinistra: l'Italia è un paese che sta cambiando, che vuole cambiare. E tanto più lo vuole perché è mal governato, mal guidato, mal trattato. Ci sono movimenti profondi che scuotono il paese, e che il centrosinistra deve saper decifrare e interpretare sia sul piano politico che su quello del governo. Nel Mezzogiorno come in Lombardia, nelle aree della cosiddetta «arretratezza» come in quelle dello «sviluppo» questo paese chiede di essere governato, dopo quasi cinque anni di una gestione totalmente «privatistica» della «cosa pubblica»; vuole essere guidato verso una seria e rigorosa «modernizzazione», capace di fare i conti con i punti deboli della nostra storia nazionale, attraverso una politica di sviluppo e al tempo stesso di solidarietà verso le zone più povere del paese. Se si pensa che l'attuale maggioranza sta invece preparandosi all'approvazione della devolution e della ex Cirielli, si capisce quanto Berlusconi e i suoi amici siano lontani dall'ethos del paese, dai suoi sentimenti profondi. Fanno sistematicamente l'opposto di quello che richiede l'interesse generale dell'Italia, pensano - in ogni passaggio e in ogni momento - solo al loro «particulare», secondo un marchio tipico della nostra storia nazionale nei suoi momenti peggiori (e dico questo senza alcuna allusione a quella grande figura tragica che è stato Francesco Guicciardini).
Gli elettori di domenica si sono alzati in piedi e hanno detto no a tutto questo, ma hanno espresso alcuni sì, dei quali le forze del centrosinistra devono tener conto. Hanno individuato un leader, hanno manifestato con questa scelta, in larghissima parte, una netta preferenza per il sistema bipolare, spazzando via ogni idea di restaurazione del centro, anche quella coltivata nel campo del centrosinistra. È un punto centrale, sul quale vale la pena di fermarsi, tenendo conto di quello che sta avvenendo, per contrasto, nel centrodestra, a cominciare da due dati essenziali: la caduta di Follini; la progressiva dissoluzione ad opera del suo stesso Presidente, Gianfranco Fini, di Alleanza Nazionale. È, quest'ultima, una novità di grande rilievo: la destra politica organizzata quale l'abbiamo conosciuta negli ultimi sessant'anni è in via di decomposizione. Al tempo stesso, giorno dopo giorno, si rafforzano il centro, la tendenza al centro, la scelta del centro come punto archimedeo della politica italiana. Questo è il senso della legge elettorale approvata alla Camera: definire, certo, le basi per limitare una sconfitta, ma, soprattutto, attrezzarsi al dopo, scompaginando le forze quali attualmente sono, attraendole, una dopo l'altra, nella morsa di un «nuovo» centro. Di questo si sta discutendo da molti mesi, ad opera di forze politiche, sociali, economiche e anche culturali. Approvata in tre giorni, la nuova legge elettorale è frutto di un lungo lavorio, orientato alla ridefinizione di un nuovo centro nella politica italiana. Ed è un'operazione da non sottovalutare, non per la qualità degli uomini politici che l'hanno promossa, ma per la complessità delle forze che sono in essa coinvolte. Le dichiarazioni del Presidente di Confindustria sulla legge elettorale da un lato; sulla legge finanziaria dall'altro, vanno lette in parallelo. C'è un progetto per il governo (lo «sgoverno», direbbe Ugo La Malfa) dell'Italia nei prossimi anni che bisogna contrastare su tutti i piani, misurandosi con la scomposizione in atto degli assetti politici tradizionale del centrodestra italiano.
Se si tiene conto di tutto questo, si intendono meglio, credo, i problemi che il centrosinistra ha davanti. Gli elettori di domenica, votando Prodi - cioè uno dei massimi sostenitori, nel nostro paese, del sistema maggioritario - hanno anche manifestato la loro netta preferenza per un sistema elettorale preciso. Concordo perciò con chi, subito dopo l'approvazione della nuova legge elettorale alla Camera, ha sostenuto che uno dei compiti prinicipali del centrosinistra, se vince le elezioni, dovrebbe essere quello di battersi per la restaurazione del sistema maggioritario. Ma il maggioritario non è solo una scelta di carattere tecnico, istituzionale.
Contrastare il proporzionale in Italia - e battersi per il bipolarismo ed il maggioritario - significa infatti intaccare una delle sorgenti vitali delle politiche di «centro». E questo è un dato strettamente politico, per il motivo che nel nostro paese, è organico il nesso tra «centro» e «trasformismo»: «simul stabunt, simul cadent» si potrebbe dire, con qualche forzatura. Ma se questo è l'obiettivo - politico e istituzionale, al tempo stesso - sul quale bisogna concentrarsi, per conseguirlo bisogna dotarsi di tutti gli strumenti necessari sul piano culturale, su quello economico-sociale e istituzionale. E anche sul piano della organizzazione dei partiti che sono, e restano, un pilastro della democrazia nelle società moderne.
Ora, su questo punto, che è cruciale, il popolo del centrosinistra domenica ha detto qualcosa di estremamente preciso: vuole una riorganizzazione in chiave unitaria delle proprie forze politiche. Il popolo del centrosinistra chiede unità. Questo è il punto politico di fondo. Ma per adempiere a un simile compito è necessario sgombrare il campo da un equivoco. In politica, come nella vita, le parole sono importanti. Ma è deleterio, e fatale, impigliarsi in contrasti, e dispute, di carattere terminologico. In altre parole: credo sia sbagliato continuare a dividersi in questo momento, come è accaduto a lungo, fra sostenitori del partito «democratico» da un lato e difensori della tradizione «socialista» dall'altro. Non è di questo che il nostro paese e il centrosinistra hanno oggi bisogno. Lo so bene: quelle parole esprimono sentimenti, opzioni, scelte anche di vita assai importanti. E so bene che, in politica, le tradizioni contano. Ma non è su questo che dobbiamo fermarci, definendo recinti entro cui altri non possono entrare, come si è già cominciato a fare in questi giorni. Al contrario: bisogna fare, tutti insieme, il massimo sforzo di apertura, di comprensione, di generosità, di condivisione, anche per contrastare i processi di scomposizione e di ricomposizione in atto nella destra. E per far questo - e trovare una sorta di «religione civile» su cui innestare la nostra idea dell'Italia e le nostre proposte politiche - dobbiamo concentrarci sui nostri valori programmatici, sui contenuti, sulle cose che vogliamo fare sul piano sociale, sul piano istituzionale e anche su quello culturale, che oggi è decisivo da ogni punto di vista.
Il problema politico che abbiamo di fronte è precisamente quello di trovare «punti di unione» tra le varie culture e politiche riformiste che sono la ricchezza del centrosinistra, e va fatto nei punti nevralgici della società italiana - nella sanità, nella scuola, nell'economia... I tempi della politica contemporanea sono veloci, velocissimi: le elezioni di domenica esigono di aumentare la velocità dei nostri mutamenti, di mettere in relazione i mutamenti delle sensibilità, dei modi d'essere, dei comportamenti, dei bisogni della «società civile» con i mutamenti della «società politica» (volendo usare una vecchia formula). Questo chiedono oggi, credo, gli elettori del centro-sinistra: procedere verso l'unità politica senza cancellare differenze e diversità che sono la straordinaria ricchezza del «riformismo» italiano nelle sue varie ramificazioni. Si può farlo in un solo modo: facendo pernio sui «contenuti» avviando senza indugio, subito, tutte le forme possibili di unità, alla Camera, al Senato, nel paese.
Se potessi esprimermi con una battuta direi che i leader del centrosinistra oggi dovrebbero andare a rileggersi Gaetano Salvemini e le sue polemiche contro il pensare astratto, formulistico... Abbiamo di fronte una grande sfida: con la legge elettorale approvata alla Camera, con le dimissioni di Follini e l'avvio a dissoluzione di Alleanza Nazionale, con le primarie di domenica è tutto il sistema politico italiano che è entrato in movimento a destra e a sinistra, con la scomposizione di vecchi schieramenti e la ricerca di nuovi equilibri. Ed è con questa crisi sistemica che occorre confrontarsi in tempi rapidi, rinunciando a vecchie certezze e a paralizzanti dispute terminologiche. Se riusciremo a farlo, concentrandoci sui valori e sui contenuti programmatici, forse nascerà finalmente quel partito «riformatore» di cui l'Italia ha avuto sempre bisogno e che le elezioni di domenica hanno messo all'ordine del giorno del centrosinistra e, in generale, della vita politica italiana.
Il «nome» è importante; ma, come dicevano i latini, il «nome» seguirà la «cosa»: rem tene, verba sequentur. unita.it
Sulla Bolkestein ha ragio ne Prodi o i Ds?
Io credo che abbia ragione Prodi, anche se i punti espressi nel documento dei DS sono sostanzialmente condivisibili. Il dibattito sulla Bolkenstein e' a mio avviso molto importante, ma attualmente centrato solo su un aspetto di carattere generale, molto "ideologico" (la supposta liberalizzazione selvaggia che la direttiva introdurrebbe) ma che ne tralascia un altro ugualmente importante, quella dell'incapacita' del sistema Italia di trarre adeguatamente profitto delle riforme messe in atto a livello europeo a causa di inerzie / resistenze interne.
Non a caso e' in Italia ed in Francia, entrambi paesi "poco riformabili" anche se per cause in parte diverse, che le resistenze nei confronti del completamento del mercato unico dei servizi e' maggiore. Almeno i francesi posono usufruire di validi servizi pubblici, cosa non sempre vera in Italia, dove difendiamo spesso l'indefendibile perche' vediamo solo gli aspetti legati all'eventuale perdita di posti di lavoro e mai quella degli eventuali vantaggi per i cittadini.
Perche' trascuriamo questo secondo aspetto? Semplicemente perche' il sistema Italia (pubblico e privato) si e' specializzato nel sequestrare i benefici delle riforme per il pubblico: pensiamo ai cartelli assicurativi, alle restrizioni esistenti alla liberta' di commercio, uniche in Europa, ai costi scandalosi del nostro sistema bancario, che pure ci si ostina a difendere nella sua "italianita'", od all'incapacita' italiana di evitare un'escalation dei prezzi in Euro: una certa inflazione da Euro si e' verificata in tutta Europa, ma l'Italia e' stata maestra, non mettendo in atto alcuna misura di controllo amministrativo di facile applicazione nei primi mesi di moneta unica.
La difesa d'interessi corporativi e settoriali sembra essere il leit motiv dell'Italia: appena si vuole introdurre qualche elemento di modernita', un paracarro trasversale che parte da destra per arrivare a sinistra getta l'olio sul fuoco, denunciando la perdita di posti di lavoro come unica prospettiva.
Certo, se il nostro settore commerciale non e' flessibile e non ripassa almeno in parte ai consumatori i benefici di scala dell'Euro, gli italiani si rendono poco conto di tali benefici (anche se tutti gli italiani che stanno pagando un mutuo e tutte le aziende indebitate, se fate i conti quasi tutti gli italiani, hanno ricavato enormi benefici dalla riduzione del costo del denaro dovuta all'Euro: altro che aumento dei prezzi al dettaglio, se oggi ci fosse la lira si pagherebbero 10 punti in piu' d'interessi passivi e sai che botta..).
La Bolkenstein persegue quindi un fine che gli italiani piu' d'ogni altri dovrebebro anelare: quello della liberalizzazione, una volte per tutte, dei servizi, a loro beneficio.
Chiaro che il principio dell'applicazione della legislazione del paese d'origine e' una degenerazione da evitare, chiaro che bisogna trovare il modo di tutelare gli standards sociali che hanno contraddistinto il modello europeo, ma vero anche che gli europei (e specie gli italiani) avrebbero molto da guadagnare dall'esistenza di una competizione reale nel mercato dei servizi.
Chi di voi, pagando il dentista o l'idraulico crede davvero di stare pagando il prezzo giusto? Sicuri che il famoso idraulico polacco non sarebbe una buona idea, se puo' fare lo stesso lavoro a miglior prezzo rispetto all'esosissimo conterraneo nostro? Sicuri che l'Italia abbia conosciuto abbastanza libero mercato da poterlo sdegnosamente rispedire al mittente? Io credo che il libero mercato non l'abbiamo conosciuto proprio mai...
Per quanto riguarda la ventilata liberalizzazione di acqua, scuola, sanita', prigioni etc., ben vengano i chiarimento richiesti dai DS, perche' si verra' a dimostrare una volta di piu' che il modello europeo non e' quello americano, e che non esiste affatto tale prospetiiva (ma non esiste neanche nella direttiva).
Cosi' come nei negoziati GATS l'UE non sta affatto richiedendo la liberalizzazione sine qua non dei servizi nei paesi in via di sviluppo, come invece numerose ONG continuano a dichiarare con sorprendente approssimazione.
Giusto quindi rivedere la Bolkenstein, giusto porre dei paletti alle liberalizzazioni, ma senza cadere nel vizio italico d'impedire ogni riforma.
L'Europa e l'Italia hanno bisogno di piu' concorrenza, piu' libero mercato, piu' rispetto delle regole. Una vera battaglia di sinistra del XXI secolo sarebbe quella tesa ad assicurare l'universalizzazione dei benefici delle riforme, non impedire a spada tratta ogni cambiamento dell'esistente a scapito dei cittadini (ed a favore degli oligopolisti).
Nessuno, e neanche la Bolkenstein pretende liberalizzazioni selvagge: si tratta invece di liberalizzare la' dove utile e profittevole (ai cittadini ed in subordine alle imprese), mantenendo in mano pubblica quei servizi d'interesse generale che per loro natura non pososno essere gestiti meglio da privati.
Sicuri che in Italia siamo gia' giunti al nirvana economico? Ricordiamoci che il mondo avanza a passo accelleratissimo, e vincere certe battaglie autoreferenziali a livello europeo, potrebbe significare perderle a livello globale. E', infatti, quello che sta succedendo, all'Europa ed all'Italia.
Lieto di dibatterne con chi vorra', anche se nei prossimi tre giorni saro' out.
Cordiali saluti.
Stefano Gatto
Gargonza mailing list Gargonza@perlulivo.it http://www.perlulivo.it/mailman/listinfo/gargonza
milioni di ragioni per tornare! Mizar Alcor - Alcor!!!! Per mille galassie! Dove sei finita? E' tanto che ti cerco...
- Non strillare così Mizar, sveglierai tutta la galassia! Che ci sarà mai di tanto urgente da chiamarmi nel mezzo di una seduta dal parrucchiere!
- E' successo!!!!
- Cosa è successo? Senti, riprendi fiato e comincia dall'inizio.
- Adesso ti racconto per bene......Accidenti però, tutte le volte che ti chiamo sei dal parrucchiere.......Vuoi sempre essere in tiro tu......non ti sarai imbarcata per caso con uno di quegli snob di Cassiopea? ih! ih! ih!
- E a te che importa con chi passo le mie serate? A me piace essere in ordine, ecco tutto.... non come quella sciacquetta di Sirio IV con cui ho ti visto tubare la settimana scorsa al Trocadero di Betelgeuse.
- Vabbè! Non sto a discutere dei tuoi gusti.......tanto lo so che ti piacciono i bulli.......ma veniamo alle novità....è successo!
- Insomma, non tenermi sulle spine…
- Dunque quando sei partita c'era calma piatta. I nostri eroi sempre più convinti di avere la vittoria in tasca si apprestavano a tranquille ferie per poi affrontare il fastidio delle primarie che il Professore ostinatamente aveva voluto dopo il pane e cicoria; intanto il Cavaliere sembrava definitivamente cotto e incapace ti tenere assieme l'alleanza. I giorni sembravano tutti uguali, e io ne ho approfittato per divertirmi un po'...ehm ..ho conosciuto anche una biondina niente male..altro che sciacquette...ma torniamo a noi.
Il primo segnale che stava per succedere qualcosa è stato quando Scalfarotto....
- Chi?
- Lasciami raccontare.. quando Scalfarotto, cioè un ragazzo sconosciuto, si è presentato all'Unione e ha detto di voler partecipare alle primarie: l'hanno guardato come se fosse matto! In ogni modo questo ragazzo di 35 anni, che vive a Londra, gay, si mette a parlare di laicità dello stato, di una società bloccata che penalizza i migliori, di meritocrazia, di opportunità per i giovani, di rinnovamento generazionale, di nuova partecipazione. Il tutto con un linguaggio fresco, semplice ed efficace. In poco più di un mese, senza mezzi e senza una organizzazione su cui contare, riesce a raccogliere 15.000 firme a sostegno della sua candidatura e a conquistarsi un minimo di visibilità sulla scena politica.
Nel frattempo il Cavaliere che ne pensa sempre una più del diavolo, ha sparigliato le carte mettendo in fila la sua maggioranza - e in difficoltà i nostri eroi - con la presentazione di una riforma proporzionale della legge elettorale.
Ovviamente tutto il castello dell'Unione si è incrinato. Ma allora con chi si presenta Prodi? Tutti i proporzionalisti dell'Unione a gridare al golpe, pensando però che l'incubo del maggioritario stava per finire.
Insomma un bel ritorno al..passato! In questo clima arrivano le primarie per il premier. E ..sorpresa.. 4.311.149 elettori si recano alle urne. Capisci Alcor? Quattro volte tanto il numero degli iscritti ai partiti dell'Unione. I più ottimisti parlavano di un milione di votanti, nessuno si aspettava questa affluenza. Ovviamente i nostri eroi tutti a magnificare la grande prova di democrazia. Ma il giorno dopo sono iniziate le discussioni. Si torna a parlare di partito democratico, riformista, ecc. Insomma sono tutti i fibrillazione.
Ma non è questo che mi interessa, mi interessa appunto quello che è successo, il fatto che sta scardinando questo sistema politico. Sarò ottimista, ma penso che ormai lor signori siano su un piano inclinato e che non riusciranno a frenare la loro caduta. Troppe sono le contraddizioni, troppa è la non credibilità dei personaggi: pensa per esempio a Ciccio Bello, che solo due mesi fa ha mandato a casa l'Ulivo, e ora è costretto a rimangiarsi tutto. La dignità imporrebbe un gesto, le dimissioni. E invece sono sempre le stesse persone che discutono oggi come ieri sul che fare.
Però, come ti dicevo, ormai non riescono a controllare più nulla e uno Scalfarotto, che stavolta non ha avuto un risultato in termini di voti, fiorirà. Insomma, l'elettorato ha le idee chiare e quasi con monotonia le va esprimendo da oltre dieci anni e lor signori continuano a cincischiare: "non bisogna fare forzature", "le accelerazioni non servono" e via frenando.
Cara Alcor, serve anche la tua presenza per capire se ho preso un abbaglio o se veramente questo paese è pronto per esprimere delle novità..come Scalfarotto, appunto.
- Aspetta, aspetta Mizar. Se ho ben capito sono successe un po' di cose mentre io mi sollaz.... ehm.... mi prendevo una pausa di riflessione.
Dunque, innanzi tutto, si presenta questo Scalfacomesichiama. Un perfetto sconosciuto che fa parlare di sé e si presenta alle primarie. Si, in effetti, è una novità. Ma temo che la sua sconfitta - se ho ben capito quello che hai detto, è stato sconfitto pesantemente alle primarie, no? - non possa significare altro che nel bel paese non c'è scampo per chi vuole fare politica: o passa per i sentieri ben delimitati del funzionariato partitico, o fa già parte (chissà poi per quale merito... per nascita? per cooptazione?) dell'establishment. Ma poiché costui non apparteneva a nessuno di questi gruppi, è stato regolarmente sconfitto. Come novità non c'è male.... gli elettori hanno votato per quelli che gli han detto di votare... o no? La seconda cosa, mi pare, è che più di 4 milioni di persone si sono mosse da casa per votare un leader che era già tale. Non mi sembra che nemmeno questa sia una gran novità. O forse la novità sta nel numero? Mi piacerebbe che discutessimo poi sul "perché" queste persone sono andate a votare. Ma direi di rimandare questo argomento. Infine, mi pare che la vera novità sia la rinascita dell'Ulivo. Solo una domanda Mizar.... giusto perché sono un po' arrugginita con le cose del belpaese. Chi dovrebbe costruire, adesso, l'Ulivo, e persino il Partito Democratico? Sempre gli stessi che dal '98 in qua si sono costantemente impegnati a distruggerlo? E perché mai adesso dovrebbero cambiare idea? Perché 4 milioni di persone sono andati a votare alle primarie? Scusa Mizar.... sarai anche un tombeur de femmes, ma in queste cose mi sembri un po'... ingenuo...
- Per mille galassie..va bene, va bene. C'è bisogno di una bella discussione, adesso però devo andare, ho un appuntamento… intanto tu vedi di decidere se tornare o continuare a gozzovigliare per le galassie. Ciao Alcor.
- Torno, torno.... Se non altro per tenere sotto controllo i tuoi entusiasmi. Sentiamoci presto, Mizar. www.ulivoselvatico.org/
Rileggendo Il Gattopardo Manuela, Questi sono giorni in cui, coloro che hanno sempre creduto alle primarie, sorridono quieti fra sè e sè, ma non si nascondono che la strada è ancora lunga... e quelli che alle primarie si sono sempre opposti fanno a gara ad appuntarsi sul petto immeritate medaglie e a strillare alla grande prova di democrazia!
Cosa è successo? E cosa, invece, non è successo? e non succede?
E’ successo che le primarie sono “vere” per definizione. Anche se il risultato appariva scontato, e i partiti le hanno prese più come una specie di elezione proporzionale interna, in cui pesarsi per avere più potere contrattuale all’interno dell’Unione. Ma, adesso che sono sfuggite di mano a tutti, le primarie dimostrano di poter esprimere una “verità” che non è altro che la forza di una decisione democratica. Votare è rivoluzionario, poiché può mettere in discussione rapporti di forza, e disegnare nuovi assetti politici. E’ una banalità. Ma vediamo di ricordare questa banalità alle oligarchie che tenteranno con ogni mezzo – con una strenua, per quanto inutile, battaglia – di chiudere questa pagina e di riprendere in mano tutto il potere decisionale (e di ricordarlo anche ai loro servi sciocchi, che sicuramente non mancheranno).
E’ anche successo che mi sono sbagliata, quando scrivevo: “La mia battaglia, quella che ha segnato la mia vita politica, l’ho persa: ed era quella dell’Ulivo”. Forse. Pare che la stragrande maggioranza di quei 4 milioni di cittadini che hanno votato, non abbia accettato di aver perso questa battaglia e abbia ribadito una grande domanda di Ulivo. Nelle sue più svariate forme, intendiamoci: da una generica “unità”, come quella che si urla nelle piazze ad una classe dirigente litigiosa ma non in discussione, a quella più elaborata di chi chiede una vera contaminazione di culture politiche; da chi pensa che sia sufficiente “andar d’accordo” a chi crede che il Partito Democratico sia uno sbocco inevitabile, necessario ed auspicabile. br> Quali che siano state le sue mosse più recenti, nell’immaginario collettivo Prodi incarna questa generica idea di unità-Ulivo, in tutte le sue sfumature. E, giustamente, a Prodi è stata affidata una formidabile arma per attuare il suo progetto. br> Adesso però succede che la palla passa ancora una volta a Prodi e ad una classe dirigente che personalmente ritengo del tutto inadeguata a dare, a questi milioni di persone, le necessarie risposte. Leggendo i giornali si ricava nettissima l’impressione di una classe dirigente decisamente arretrata rispetto al livello di maturità dei cittadini, una classe dirigente che è al traino e non alla guida della sinistra, tutta ripiegata nella ricerca di trucchetti per fare in modo che, cambiando tutto, non cambi nulla.
Forse, dopotutto, non è successo niente. Dopo questo grande, entusiasmante movimento di popolo, avremo forse una lista unitaria in un ramo del Parlamento, l’Ulivo – con quello che comporta, ricordate quante volte ne abbiamo parlato? iscrizione diretta, organismi dirigenti unici, decisioni prese a maggioranza, ecc.ecc. – sarà rimandato più in là, il Partito Democratico resterà uno scenario di cartone davanti al quale sfilerannno, quando gli converrà, gli stessi dirigenti che non ci penseranno un attimo a ripudiarlo appena girato l’angolo. Per la consapevolezza della necessità di un ricambio radicale ho votato Scalfarotto e, per lo spettacolo di questi giorni, pure annegato nella retorica, continuo a pensare che uno Scalfarotto sia necessario. Almeno quanto è necessario l’Ulivo. E’ necessario, per quanto prefigura di una nuova classe dirigente, con più stile, con più spessore, con più cultura e competenza; così come è necessario l’Ulivo, per quanto prefigura del Partito Democratico.
Ma succede che non è ancora venuto il tempo di uno Scalfarotto. Quando verrà, probabilmente lui sarà troppo vecchio, e molti di noi saranno morti.
www.ulivoselvatico.org
Tsunami Romano
L'onda anomala di oltre 4 milioni di italiani travolge tattiche e piccoli cabotaggi della politica. Manda in soffitta le tentazioni centriste. E spinge verso l'alto Prodi e il suo progetto dell'Ulivo
di Edmondo Berselli
È la storia, bellezze. L'onda anomala di 4 milioni e 300 mila volonterosi che fa piazza pulita dei cincischiatori, dei prudentini, dei sostenitori mascherati del proporzionale, dei fautori della defezione in nome dell'interesse comune. Con la ciliegina di 7 mila votanti che hanno impegnato una domenica, hanno fatto la fila, versato un euro per poi depositare nell'urna una scheda bianca, fenomenale esempio di adesione allo schieramento e di scetticismo per le scelte. Per questo il leader dimezzato, il candidato senza partito, l'amministratore del condominio (copyright Ilvo Diamanti), insomma il professor Romano Prodi, adesso può contemplare con soddisfazione il panorama tutto inedito che si è formato dopo lo tsunami politico di domenica 16 ottobre.
Intere strategie sono finite nel retrobottega, roba vecchia. Sarà che il popolo dell'Unione ha continuato a ragionare con il modulo maggioritario anche nella prospettiva della proporzionale, dopo il colpo di mano della maggioranza di centro-destra: "E si sa che il popolo è un'entità ostinata", dice Arturo Parisi, massimo guru delle primarie, piccolo grande cerimoniere del riassemblaggio politico nel centro-sinistra. Difatti è bastata una sola domenica di sole, un'ottobrata mite e famigliare, per spalancare di nuovo il sole sui destini dell'Ulivo.
Con risultati impressionanti. Perché l'onda anomala, la cui cresta era stata percepita nei giorni precedenti ma non rivelata dai sondaggisti nel timore di sbagliare grossolanamente le previsioni, ha spazzato via una serie amplissima di illusionismi. Non erano inutili, le primarie? Non servivano soltanto come rito per incoronare un candidato già scelto, e magari accettato a malincuore? Non c'erano i rischi di inquinamento pro-bertinottiano o pro-mastelliano da parte della destra più fantasiosa? E in fondo: ma visto che la voce grossa contro il ritorno alla legge proporzionale non era servita a niente, e il centro-destra si era ricompattato, e l'intellettuale Marco Follini aveva dovuto cedere il campo ai suoi soci più sbrigativi, non si era capito che l'esimio professor Prodi, il tecnocrate europeo, l'uomo senza partito, non serviva più a niente, se non come bandierina sfilacciata, più un consulente di governo che un protagonista della lotta politica?
E invece, invece. La prima conseguenza era che l'orologio politico del centro-sinistra si rimetteva a zero. Archiviato il durissimo confronto apertosi con l'iniziativa di Francesco Rutelli, che si era concluso con l'abbandono della lista unitaria, e che ai prodiani più radicali aveva fatto pensare a un'eccessiva arrendevolezza di Prodi. Derubricati tutti i progetti neocentristi, cioè gli esercizi politicanti di questi ultimi mesi: eppure agli occhi dei più sospettosi il nuovo sistema proporzionale era stato costruito proprio per rendere possibile il raggruppamento al centro.
In un sistema che assegna il premio di maggioranza alla coalizione maggiore, si può benissimo programmare un raggruppamento centrista. Ne aveva parlato a caldo Giuliano Amato, individuando i rischi di un sistema tripolare, con un Centro in grado di praticare la vecchia e funzionalissima politica dei due forni: funzionalissima ai fini della eternità dell'occupazione del potere, e di alternanze gestite eventualmente per via oligarchica. Ma si intravedeva addirittura la possibilità di un polo centrista autonomo, capace di tagliare le ali e di governare da solo per sempre, naturalmente dopo avere fatto saltare il confine bipolare. Una prospettiva entusiasmante per tutti coloro che con la denuncia delle insufficienze del sistema maggioritario intendevano favorire il grande rimescolamento.
Tutto finito. Battuta sul campo l'idea che un giorno non troppo lontano sarebbe arrivato il Cavaliere bianco, sotto le spoglie di Luca Cordero di Montezemolo, e attraverso le mediazioni sapientissime di Pier Ferdinando Casini, per costituire un governo adeguato alla modernità, in grado di fare le riforme che "il sistema bipolare non riesce a fare", o almeno di assicurare una continuità post-dorotea molto rassicurante per i poteri forti. Dissolta anche la sottile strategia diplomatica del cardinale Ruini, intesa a trovare radicamenti e sintonie nel centro in via di rinascita, in attesa di una scintilla soprannaturale che ridesse vita a una nuova casa comune dei cattolici. Dimenticate improvvisamente tutte le differenziazioni, gli strappi, gli scazzi degli ultimi mesi: il colpo di Rutelli sulla bioetica, subito prima del referendum sulla fecondazione assistita; il 'no' ai Pacs, dopo che Prodi si era esposto in modo estemporaneo con la lettera a Franco Grillini. E archiviato anche il "gran recupero" del centro-destra, avvenuto non tanto nell'opinione pubblica quanto nel clima euforico della tenuta parlamentare sul campo potenzialmente minato della riforma proporzionale.
Il punto è che una buona parte dell'opinione pubblica di centro-sinistra ha voluto esprimersi direttamente, e dire la sua su ciò che stava avvenendo. I giudizi dell'elettorato non sono mai un distillato di purezza, dato che insieme alla riflessione puntuale convogliano sentimenti irriflessi. Ma uno di questi sentimenti, forse quello prevalente, suonava così: attenzione, qui è all'opera una cupola che sta tentando l'esproprio. Cioè il furto con destrezza del risultato elettorale. Ma non solo: ci siamo dimenticati che i cittadini avevano liquidato il proporzionale e si erano presi il maggioritario attraverso due referendum? E allora, per tornare alle sottigliezze della scoppoliana 'Repubblica dei partiti', al sistema delle elezioni basate sullo zero virgola, era sufficiente un pronunciamento di una fazione parlamentare, all'improvviso solidale nel tentare il furto con destrezza ai danni del popolo, e del popolo di centro-sinistra in particolare?
Dopo di che, è ovvio che il centro-sinistra ridiventerà un cantiere. Lista unitaria, partito riformista, partito democratico. Ma non perché abbia cambiato idea il popolo: piuttosto perché anche le strutture politiche non possono restare indifferenti al pronunciamento popolare. "Domenica scorsa è avvenuto un miracolo", dice uno dei prodiani più ostinati, il braccio destro Giulio Santagata, "e adesso bisogna tornare nella normalità". Purché si sappia che la normalità è quella rilevata ancora prima delle elezioni europee, e quindi dell'esperienza del Listone, dalle indagini dell'Istituto Cattaneo: e cioè che esiste un'Italia che si sente davvero di centro-sinistra, senza troppe sfumature, e che resta indifferente rispetto alle identità di partito.
"Evidentemente", dice Prodi, "qualcuno si era dimenticato che l'Ulivo aveva messo radici nella società italiana". Anzi, secondo ricerche sociologiche ulteriori esistono fasce di elettorato per le quali la semplificazione dei partiti e dei simboli costituisce un fattore di attrazione. Tanto che adesso i prodiani, a partire da Parisi, restano su posizioni oltranziste: è sufficiente il varo della nuova lista unitaria fra la Margherita e Ds? Subito dopo la carica dei Quattro milioni, il segretario della Quercia, Piero Fassino, ha detto: "È un primo passo". Ma ha anche aggiunto: "È chiaro che non può trattarsi soltanto di un espediente tecnico. In un panorama proporzionale, che privilegia le differenze, un'esperienza politica unitaria si qualifica in base al suo contenuto politico". Vale a dire che occorre un valore aggiunto di credibilità programmatica.
D'altronde, Prodi lo dice e lo ripete: "Noi il programma l'abbiamo presentato. Non è stato letto, ma le priorità sono indicate con chiarezza. E ci sono dodici commissioni al lavoro". Nel frattempo i vecchi 'pontieri', come Enrico Letta e Pier Luigi Castagnetti, sono tornati a far sentire la loro voce. Dario Franceschini ha riscoperto la sua vena ulivista. L'orologio della politica si risincronizza con il momento in cui il simbolo dell'Ulivo sembrava poter fondere culture storico-politiche diverse e in passato contrapposte. Sette anni fa, nell''ottobre nero' di Prodi, il primo governo dell'Ulivo veniva abbattuto. Nell'ottobre rosa del 2005, la storia sembra ricominciare da capo: e tutto perché la piccola borghesia moderata, il popolo della sinistra, certi banchieri invisi a Berlusconi, qualche suora, diversi preti, hanno deciso che valeva la pena di sacrificare una domenica e santificare l'Unione. www.espressonline.it
Un nuovo Ulivo in una grande Unione Contributo al dibattito del Coordinamento provinciale dei CpU di Torino
A seggi ancora aperti, ma quando si aveva già chiara l'ampiezza della partecipazione popolare alla Primaria 05, Romano Prodi indicava nella costruzione di un nuovo Ulivo la risposta che i dirigenti politici del centrosinistra dovevano dare a quella domanda di unità e partecipazione che saliva dalla folla di cittadine e cittadini felicemente in coda davanti ai seggi.
Non possiamo che complimentarci con il nostro candidato premier per aver così lucidamente interpretato il pensiero del popolo del centrosinistra.
Quei cittadini in coda, spuntati dalla normalità, non se li aspettava nessuno.
Se davvero queste elezioni primarie erano un voto per la democrazia come aveva sostenuto Romano Prodi,nel suo appello alla vigilia, oggi si può dire che ha vinto la democrazia.
Oltre quattro milioni di italiani hanno votato e si sono resi protagonisti di un evento che senza alcuna retorica non ha precedenti nella storia repubblicana.
Non eravamo in molti, anche solo qualche mese fa, a sostenere la necessità di sottoporre alla partecipazione popolare la scelta del premier ( ma anche di deputati, senatori, sindaci, presidenti di provincia e di regione). Oggi non possiamo che registrare con grande soddisfazione che tutti i dirigenti politici del centrosinistra hanno finalmente compreso l'importanza di dare la parola ai cittadini! Naturalmente attendiamo pazienti che si convincano che lo strumento può, e deve, essere allargato anche ad altri momenti decisionali.
Ma anche noi siamo stati travolti da quella folla pacifica e gioiosa. Quando pensavamo all'Albo degli elettori e delle elettrici immaginavamo un elenco di un milione di persone che chiedevano di essere iscritti e in seguito consultate. Ma vi immaginate una base di consultazione di quattro milioni di persone? Ci vorrà un supercalcolatore per poter gestire questa banca dati ma soprattutto è indispensabile un gruppo dirigente capace di cogliere le potenzialità di questa partecipazione. Siamo pronti a trasformare questo avvenimento da un fatto occasionale in una pratica consolidata?
Per la prima volta il leader della coalizione viene investito dalla sovranità degli elettori e dove tutto sembrava scontato e senza storia invece è stata impressa alla politica del centrosinistra una svolta imprevista.
Come spesso succede quando i processi sociali sfuggono al controllo dei gruppi dirigenti al punto di non vedere la realtà che hanno sotto gli occhi.
Questo è successo per queste primarie ( annunciate e annullate più volte, guardate da molti con scetticismo,trattate con una campagna non all'altezza dell'appuntamento): di essere state prese sul serio dai cittadini.
La possibilità di esprimersi con il voto di domenica è stata usata per esprimere il proprio dissenso verso le politiche del governo, in materia economica e istituzionale. Contro la legge elettorale proporzionale percepita come un espediente per limitare il successo dell'Unione alle prossime politiche. Ma ancor di più per comunicare un'insofferenza verso le logiche e leadership dei partiti del centrosinistra.
Per mettere in discussione le tentazioni oligarchiche e le chiusure culturali e politiche nei confronti della società e di ciò che questa è capace di esprimere.
La chiusura, anche nella campagna elettorale, dimostrata dai partiti verso i movimenti e i comitati formati da cittadini e associazioni è stata uno dei fatti più incresciosi di questa avventura delle primarie che ha negato la possibilità di vivere Prodi come il candidato di Tutti e non solo dei partiti dell'ex-federazione ulivista.
Ma nonostante che la foto di gruppo alla partenza del tour del tir giallo vedesse unicamente l'establishment dei partiti la gente ha capito che l'appuntamento era troppo importante e che se qualcuno, anche malvolentieri, pensava di dargli la parola non si sarebbero lasciati scappare questa opportunità.
La vittoria di Prodi ha significato la affermazione di una certa idea di politica che in questo lungo quinquennio di traversata nel deserto berlusconiano ha finito per valicare i confini delle sedi di partito, ed è finita nelle nostre piazze, nelle nostre manifestazioni contro la politica della destra,ma anche contro chi voleva metterci a dieta con la cicoria : l'idea della politica dei movimenti e della società impegnata, la nostra idea.
L'idea della politica che non può esistere senza società, senza territorio,senza organizzazione:senza il confronto tra culture e formazioni diverse.
I numeri dicono che Prodi ha accumulato un capitale alimentato sì dai partiti, ma di fatto da quell' ulivismo diffuso che dal '96 a vicende alterne resiste ed esiste al di sopra e al dilà dei partiti medesimi. A cui sino ad oggi abbiamo continuato a credere alimentandone la fiammella. La soglia del successo per le primarie indicato dagli studi fatti dall'Istituto Cattaneo indicava un valore di 350 mila votanti(calcolato in base alle precedenti partecipazioni degli iscritti ai partiti in occasione di elezioni dirette dei segretari): la boa è stata raggiunta e girata ben più di 10 volte, e il numero dei votanti è superiore a quello degli iscritti ai partiti di almeno quattro volte.
Le primarie, quindi, restituiscono una grande legittimazione al leader dell'Ulivo e candidato del centrosinistra. In contrasto con coloro che nel centrosinistra concepivano un passaggio dall'Ulivo all'Unione come lo slittamento da una casa comune ad un condominio.
Riservando a Prodi al massimo il ruolo di amministratore.
Oggi, Prodi è il leader di una comunità politica e non di un cartello di sigle. L'ampiezza di richiesta di Ulivo e di unità è un sentimento che l'Unione da sola non sa soddisfare.
Adesso, non si può prescindere da una riflessione sui "contenitori" e sulle forme politiche del centrosinistra. Prodi non può fare a meno di investire in quel capitale accumulato e conservato dai cittadini e dagli elettori di domenica. E quell'investimento non può non essere che l'Ulivo. Senza se e senza ma.
L'Ulivo, idea alta, intesa come contaminazione tra le culture, rappresentate attraverso diverse forme di partecipazione alla vita democratica (partiti, associazioni, comitati, movimenti) che insieme con una felice intuizione volevano dare uno sbocco credibile alla fragile transizione italiana. E in questa ottica con altri noi CPU abbiamo lavorato per la Costituente.
Bloccata sul nascere, così come congelati tutti gli altri tentativi di percorso unitario dalla strenua resitenza autoconservativa di Rutelli, si arrivava, dopo il successo delle regionali, allo strappo di questa estate.
Le primarie sono state l'estrema ratio di Prodi a cercare altrove il sigillo alla sua leadership:non in un progetto al servizio di ricomposizione dei partiti storici, ma in un plebiscito popolare che a quel punto li trascendesse.
Quel percorso deve ripartire e il nuovo Ulivo può muovere i propri passi dalla fase costituente. Ricordate il progetto e le regole dettate dalla Commissione Scoppola in cui non solo i partiti ma anche i movimenti ulivisti concorrevano a costruire il percorso.
I protagonisti di quella fase non sono più gli stessi, è vero. I socialisti dello SDI stanno per dare vita ad un nuovo soggetto con i Radicali.
Dobbiamo salutare questo come un avvenimento importante per la coalizione tutta perchè si compie un'azione politica di valore democratico strategico di una qual certa portata che va a recuperare una tradizione e una cultura laica che viene a completare sinergicamente il quadro già composito dell'Unione.
Quello di cui dobbiamo preoccuparci ed essere certi è che all'interno del nuovo Ulivo non manchino le culture come la cultura socialdemocratica, così come quella cattolica, laica, ambientalista.
Quello che chiediamo a Prodi è di far ripartire l'Ulivo e la sua costituente, con gli attori che vogliono essere in scena, cercando di non far lasciare fuori nessuno, includendoli in un progetto politico. La domanda non è "dove si candida Prodi" ma "qual'è il progetto politico capace di guidare oggi l'opposizione e domani il governo del Paese"?
Noi cittadini che ci siamo organizzati per l'Ulivo sappiamo cosa rispondere e da dove ripartire: dalla Costituente dell'Ulivo.
Il percorso non è da scoprire: è da riaprire. Non stiamo chiedendo un artificio elettorale, un opzione personalistica, ma come Prodi crediamo praticabile una opzione politica da cui potrà forse nascere un partito riformista o democratico ma comunque un soggetto che dall'interno dell'Unione sia in grado di chiudere con le eredità del passato secolo e con i contenitori inadeguati del centrosinistra che hanno, anche in occasione delle primarie, dimostrato i propri limiti e i propri egoismi.
Ancora una volta abbiamo apprezzato le dichiarazioni di Romano Prodi:" ma quale corsa al Senato un candidato premier si candida alla Camera!"
Naturalmente non possiamo che valutare positivamente la proposta di Rutelli per la presentazione di una lista unitaria alla Camera ma pensiamo che molto più impegnativa è la scommessa che abbiamo di fronte.
Noi CpU e, più in generale, le associazioni e i movimenti ulivisti si pongono l'obiettivo di costruire un nuovo soggetto politico federato che sappia coinvolgere e interagire tra di loro fino a contaminarsi quelle culture politiche popolari, socialdemocratiche, laiche, libertarie, ambientaliste che il secolo passato ha visto contrapposte ma che le contraddizioni del nuovo millennio impongono la loro interazione. E' un progetto ambizioso e una sfida al modo attuale di partecipare alle scelte politiche, un progetto che impone un diverso approccio ai temi della rappresentanza e dell'appartenenza. Una sfida che noi CpU vogliamo cogliere perché è la ragione sociale della nostra presenza sulla scena politica.
E' forviante e limitativo porsi il problema di dove si candida Prodi quando lo stesso ha dichiarato che non ha bisogno di una casa, di una lista o di un partito perché il suo progetto è la costruzione dell'Ulivo che sarà la casa di tutti gli ulivisti e che sarà in grado di partecipare in modo unitario alle competizioni elettorali.
Vogliamo impegnarci alla costruzione del soggetto politico federato e, quando saremo riusciti nell'intento, sapremo come presentarci alle elezioni comunali, provinciali,regionali, alla Camera e al Senato.
La nostra assise nazionale avrà al centro del proprio dibattito questi temi per questo proponiamo che sia titolata:UN NUOVO ULIVO IN UNA GRANDE UNIONE"
Coordinamento provinciale CpU Torino
Senza regole In attesa del risultato, una testimonianza da Mosul sul referendum iracheno
Sabato 15 ottobre, in Iraq, si è votato per l’approvazione della nuova Costituzione. Il referendum è stato salutato come un successo della nuova ‘democrazia’. Ci hanno raccontato di come quasi 10 milioni di persone hanno sfidato le autobombe e i kamikaze per recarsi alle urne. Ma non ci hanno detto di come le operazioni di voto si siano davvero svolte. Come ad esempio a Mosul.
Mosul, vittoria non scontata. Ibhraim è un medico che, quando è cominciata la guerra nel marzo 2003, ha fondato con alcuni colleghi una piccola organizzazione non governativa a Mosul, la sua città. Si occupano di assistenza sanitaria e, per il loro lavoro, sono abbastanza liberi di girare per la città. Mosul è una delle città più pericolose dell’Iraq di oggi, perché è ricca di giacimenti petroliferi ed è contesa tra i curdi e gli arabi sunniti che la popolano. Una vittoria del referendum qui non è per nulla scontata e i curdi, che vogliono a tutti i costi che venga approvata la nuova Costituzione, hanno fatto in modo di dare una ‘spinta’decisiva alle operazioni di voto.
Di tutti i colori. “Parte delle informazioni le ho raccolte da solo, girando per i seggi, altre testimonianze le ha invece raccolte il giudice Fatehmi Khalaf, un giudice anziano della Corte di Mosul che collabora con noi”, racconta Ibhraim, “Khalaf vive nel villaggio di Faifell, alle porte di Mosul. Ha raccontato che il seggio per il referendum nel suo villaggio non è stato neanche aperto, costringendo la popolazione a raggiungere il villaggio di Talkeef per votare. Solo che il villaggio è lontano 20 chilometri, da fare a piedi, visto che era vietata la circolazione delle autovetture per il timore di attentati. La conclusione è immaginabile: dei 500 abitanti del suo villaggio non ha votato neanche una persona. Questo tipo di problema si è presentato in molti seggi e, in alcuni piccoli centri, si è votato nelle case private, con alcune famiglie che hanno offerto come seggio elettorale il salotto di casa. A volte non si è votato per motivi di sicurezza. Alcuni abitanti del quartiere di al-Oure a Mosul non hanno votato perché avrebbero dovuto raggiungere il quartiere di al-Zuhoor e, senza macchina, diventava troppo rischioso. In alcuni distretti di Rabia e di Talkeef non sono neanche arrivate in tempo le urne e altra gente è rimasta esclusa. Il giudice Khalaf ha anche raccontato di come ad Amir Bite, un villaggio nei pressi della cittadina di Wana, la maggioranza della popolazione avesse votato 'no' al referendum. Qualcuno ha avvisato il referente locale del partito curdo di Talabani (l’attuale Presidente dell’Iraq ndr). Pochi minuti dopo, nel seggio di Amir Bite, sono arrivati gli uomini del partito che hanno, con la scusa di un controllo, prelevato le urne. Sono tornati un'ora dopo e hanno riconsegnato i contenitori, ma nessuno sa cosa sia accaduto in quell'ora. La stessa situazione si è ripetuta ad al-Jadida e al-Majmoa, due quartieri di Mosul. Solo che questa volta il prelievo delle urne lo hanno fatto gli statunitensi. Loro sono spariti due ore con le scatole. Per altro è stata l’unica occasione nella quale si sono visti in giro i marines”.
Mancato controllo. Ma com’è possibile che i militari Usa non presidiassero i seggi? Ibhraim risponde laconico.”I soldati degli Stati Uniti si muovono solo in totale sicurezza e, quando non è strettamente necessario, non si fanno vedere in città. Lasciano il controllo delle strade alle milizie armate curde, loro alleate. I marines, se sono proprio costretti, si muovono solo in colonne che, protette dai tank, attraversano la città a tutta velocità per evitare agguati. E se c’è traffico passano sopra le macchine. Non è un modo di dire: in un paio di occasioni hanno evitato di restare imbottigliati uscendo a forza dalle code, passando anche sulle vetture. Ricordo ancora una famiglia che è rimasta uccisa in un taxi in una situazione del genere”. I curdi dunque erano a salvaguardare la correttezza delle operazioni di voto. Ma i curdi avevano un interesse vitale nella vittoria del 'sì'. “Attorno al seggio del quartiere di Mosul chiamato al-Yarmmok, le milizie curde giravano attorno al seggio elettorale sparando in aria e terrorizzando la popolazione”, racconta il medico di Mosul, “mentre ad al-Thoubat, altro quartiere di Mosul, è stato comunicato il nome della scuola sbagliata come seggio elettorale. La gente in coda si è trovata di fronte un portone chiuso ed è tornata a casa. Secondo altre testimonianze, nel quartiere di al-Wahda, il presidente del seggio accompagnava i votanti nel seggio e 'consigliava' di votare 'sì' per il bene della sua famiglia. A quelli che votavano 'no' era chiesto di tornare e di portare con sé la famiglia che, mentre l'elettore votava, veniva trattenuta da uomini armati. Un miliziano curdo ha picchiato un uomo che aveva votato ‘no’ e costringeva tutti quelli che votavano ad aprire le schede prima che le infilassero nella fessura. In molti casi si permetteva a un'unica persona di registrare se stessa e tutta la sua famiglia, ma pare che in alcuni casi sia stato consentito anche di votare al capofamiglia per tutti, così rischiava solo uno.Tanti, infine sono stati i casi di analfabeti o di ciechi accompagnati nel seggio e 'aiutati' a votare”.
Democrazia. “Molti mi hanno detto di aver votato 'no' perché non hanno avuto neanche modo di leggere il testo della Costituzione”, conclude Ibhraim, “altri ancora hanno detto di aver votato 'no' perché questo documento è troppo legato alle divisioni settarie e religiose e rischia di spaccare in modo irrecuperabile il Paese. Molte le donne che hanno votato 'no' perché non si riconoscono in una Costituzione che mette la sharia al primo posto delle fonti della legge creando una società che penalizza le donne. Altri ancora hanno detto che la Costituzione, elaborata sotto occupazione militare, per loro non ha alcun valore. L'organizzazione del referendum è stata pessima, ma l’aspetto più grave è che troppe persone non hanno capito bene neanche quello che votavano. Bell’esempio di democrazia”. /www.peacereporter.net
Austria: elezioni regionali, preludio alle nazionali 2006
Potremmo definire l’autunno 2005 austriaco come un mese di passione, soprattutto per uomini politici che attendono conferme dai tre appuntamenti elettivi nella regione della Stiria, del Burgenland e nella città di Vienna, dove si eleggono le assemblee regionali. Tali elezioni, infatti, assumono una valenza del tutto particolare se li si proietta sullo sfondo più ampio delle elezioni nazionali che avranno luogo nel 2006. Le preferenze degli elettori, secondo gli esiti pervenutici, sono orientati verso la Sinistra, sancendo così una progressiva perdita di seggi per i partiti che, fino al momento del confronto elettorale, erano in forte maggioranza.
Giusy Perrella
Equilibri.net Elezione in Stiria
Il 2 ottobre la Stiria è stata chiamata alle urne. Il terremoto politico che ne è risultato era nell’aria fin dalla vigilia. In questa regione, roccaforte delle forze conservatrici, i popolari del cancelliere Wolfgang Schüssel (ÖVP), che dal 1949 erano la forza maggiore nel governo federale, hanno perso rovinosamente voti, registrando solo un 38,7%, con una calo altissimo di 8,6 punti percentuali. Si è assistito ad un enorme flusso di elettori che sono passati dall’ÖVP al SPÖ e al KPÖ. Impressionanti sono i numeri: il partito dei popolari ha perso circa 66.000 voti che sono confluiti nelle urne dei Socialdemocratici. Il pensiero del partito tutto può sicuramente essere sintetizzato con le sole parole del segretario generale dell’ÖVP, Reinhold Lopatka, che definisce l’esito delle elezioni come “un’amara e dolorosa sconfitta”. Al contrario si è assistito ad un ampio sorpasso dei socialdemocratici (SPÖ) con il 41,7% (+9,3). Un numero di preferenze, questo, che ha permesso loro di divenire la prima forza politica della regione e di guadagnare, in questo modo, 25 mandati, cioè 5 seggi in più di quelli già in possesso. Franz Voves, candidato di punta dell’SPÖ, parla di una “giornata storica per la Socialdemocrazia stiriana”; molto più critica la dichiarazione di Doris Bures, amministratrice federale dell’SPÖ: “ è una grande giornata per la Stiria ed un chiaro voto per una politica di rinnovamento della regione” e prosegue dicendo che “ la politica di smembramento dello stato sociale, operata da Wolfgang Schüssel, ed il mancato adempimento delle promesse elettorali non hanno giovato al Partito popolare”. Una forte e importante rimonta si è avuta dai Comunisti austriaci (KPÖ), che raccolgono il 6,3% di voti: una cifra sorprendente se si considera che, solo nelle ultime elezioni regionali del 2000, la percentuale dei voti accumulati non superava l’1%. I comunisti tornano trionfalmente, dopo 35 anni di assenza, ad occupare cariche politiche in un Parlamento regionale austriaco. Il capolista, Ernst Kaltenegger, ha dichiarato che il loro obiettivo era molto più modesto di quello che realmente è stato raggiunto. I membri del partito sognavano di ottenere al massimo 3 mandati, ma il risultato ha superato le aspettative: i mandati ricevuti sono addirittura quattro. Ernst Kaltenegger spiega che la ragione fondamentale per cui la scelta degli elettori si è indirizzata verso il KPÖ è stata dovuta alla grande attenzione dimostrata dal partito ai problemi sociali del popolo austriaco, un argomento totalmente trascurato dai partiti maggiori. Vittime di un naufragio in piena regola sono i Liberalnazionali (FPÖ), che hanno ottenuto un misero 4,6%, contro il 12,4% delle elezioni regionali precedenti, e principalmente il BZÖ di Jörg Haider, che ha dovuto incassare un drammatico 1,7%, percentuale che ha decretato la sua definitiva esclusione dal Parlamento regionale. Fino all’aprile scorso Haider era l’indiscutibile leader del FPÖ, sebbene avesse rinunciato all’incarico ufficiale dopo le sanzioni imposte nel 2000 dall’Europa al governo di centro destra, costituito dalla coalizione ÖVP e FPÖ. Ma proprio ad aprile il leader della Carinzia ha deciso di lasciare il suo vecchio Partito per fondarne un nuovo. Proprio in occasione delle regionali egli ha presentato la sua neonata creatura, “La lega per il futuro dell’Austria”(BZÖ), il cosiddetto partito “arancione”, con il quale sperava di poter dare un nuovo futuro all’Austria e soprattutto a se stesso. Ma, sfortunatamente, né i numeri, né il consenso popolare gli hanno dato ragione. Dopo questa dura batosta, per Haider è tempo di bilanci. Il BZÖ ha deluso le aspettative degli addetti ai lavori e, per questo motivo, anche un coinvolgimento dello stesso, alle future elezioni del 2006, appare al momento remota. Tuttavia, il leader della Carinzia sembra non voler abbandonare il campo: il suo prossimo obiettivo è quello di creare una “neue Sammelbewegung”, vale a dire un nuovo movimento politico capace di riunire sotto la stessa bandiera il BZÖ e l’FPÖ, due forze che singolarmente hanno dimostrato la loro debolezza ed inefficacia, ma che unite potranno riguadagnare la fiducia degli elettori. La “neue Sammelbewegung” sarà per gli austriaci un’alternativa ai due partiti maggiori e che, come ama dire l’artefice di questa iniziativa, offrirà “una patria politica ai senza patria”. Questo è un estremo tentativo con il quale Haider tenta di contrastare l’importante sterzata a sinistra delle preferenze elettive che sta coinvolgendo l’Austria, operando un processo di ricompattazione di tutte le forze non socialiste. Anche il FPÖ lecca le sue ferite dopo il disastro della Stiria e lo fa a Rosenburg, al primo ritiro del partito, dopo la spaccatura avvenuta ad aprile. L’atmosfera non è delle migliori. Si discute ufficialmente dei punti chiave del loro programma, ma il fondamentale argomento di conversazione è proprio questo: la possibile riconciliazione tra FPÖ e BZÖ. Le voci contrarie per una riunione delle due forze sono la maggioranza. I membri dell’FPÖ considerano il loro partito come il vero rappresentante degli schieramenti liberali, giacché esso è riuscito a consolidarsi in modo assoluto dopo la grave frattura; al contrario, il BZÖ non è stato in grado di conquistare credibilità presso gli elettori. Herbert Scheibner, capo del partito, ha più volte ribadito che una riunificazione in questo momento sarebbe insensata.
Elezioni in Burgenland
Il 9 ottobre è stata la volta delle elezioni regionali nel Burgenland. Ciò che ne è risultato conferma l’esito delle elezioni in Stiria: vittoria schiacciante delle forze di sinistra. L’SPÖ ha riportato una maggioranza assoluta, accumulando il 52,2% dei voti e ha registrando un aumento del 5,7%, rispetto alle regionali del 2000. Grande gioia nei palazzi del partito e per Hans Niessl, capo dell’SPÖ del Burgenland e capitano della regione, annuncia che è sua intenzione intrattenere un dialogo ed un confronto con tutti i partiti, come promesso durante la campagna elettorale, affinché si possa raggiungere un’intesa, allo scopo di lavorare per il benessere della regione. I popolari (ÖVP), usciti battuti da questa tornata elettorale (36,3%, ma hanno ottenuto un incremento dell’1% rispetto al 2000), definiscono la loro sconfitta come “una grande vittoria”, dato che essi sono riusciti a raggiungere uno degli obiettivi che si erano prefissati: per la prima volta dal 1956, hanno guadagnato sia in voti e sia in punti percentuali. Il capolista dell’ÖVP, Franz Steindl rimpiange solo il fatto, di cui si sente responsabile nei confronti degli altri partiti, di non essere stato in grado di ostacolare il conseguimento della maggioranza assoluta dell’SPÖ. Grande assente a questa sessione elettiva è stato Haider con i suoi “arancioni”, ma più volte presente nei i discorsi e nelle dichiarazioni della sua vecchia famiglia: essa vede nella frattura da lui operata, la causa principale di una massiccia perdita di voti. Nonostante ciò, i membri dell’FPÖ si ritengono soddisfatti dei risultati raggiunti, il 5,8% dei voti, visto che dopo la spaccatura del partito, hanno dovuto ripartire da zero. Heinz-Christian Strache, presidente dell’ FPÖ, è contento che essi rappresentino la terza forza più forte della regione e di essere sulla strada di riappropriarsi della fiducia degli elettori. Dalle imminenti elezioni di Vienna, essi nutrono grandi aspettative: conquistare il secondo posto come forza della regione.
Conclusioni
Per tracciare un quadro completo delle elezioni regionali austriache bisognerà attendere il 23 ottobre, giorno in cui anche i viennesi esprimeranno le loro preferenze politiche. Vienna, Comune e regione, è un tradizionale baluardo della sinistra. Secondo i sondaggi, il partito favorito, che gode già di una maggioranza assoluta, è il SPÖ, quindi in questo caso assisteremmo solo ad una riconferma. La posizione dei popolari di Wolfgang Schüssel appare molto più problematica, dato che essi potrebbero arrivare solo terzi, addirittura subendo il sorpasso dei Verdi. Catastrofica, è il caso di dirlo, la situazione dei Liberali del FPÖ e BZÖ che rischierebbero probabilmente di sparire, in quanto quotati al di sotto del 3%. Se le elezioni viennesi proporranno tali risultati stimati, vi sarà una ulteriore dimostrazione della volontà di cambiamento che aleggia presso l’elettorato austriaco ed una manifestazione del crescente bisogno di una politica che tuteli gli interessi dei ceti socialmente più disagiati. Quindi, la progressiva apertura verso sinistra, a cui si sta assistendo principalmente in questo mese di ottobre in Austria, ma processo già in atto dal 2003, quando in occasione delle elezioni comunali di Graz le preferenze per il partito comunista avevano raggiunto il 20%, non è altro che l’espressione di un desiderio di prediligere partiti come l’SPÖ e il KPÖ, che offrono un’alternativa alle politiche neoliberaliste e antisociali praticate, fino a questo momento, dai governi di destra. Tale terremoto elettorale non potrà non avere delle ripercussioni anche sulla politica nazionale. Le forze della maggioranza (ÖVP e FPÖ), che attualmente governano il Paese, non godono effettivamente di un reale consenso degli elettori, quindi si avrà un governo minoritario che falsamente governerà l’Austria. I successivi, saranno mesi incandescenti per il cancelliere Wolfgang Schüssel, che oltre a guidare un Paese che non condivide più la sua politica, dovrà misurarsi con un’opposizione che gli darà filo da torcere e per di più il prossimo anno sarà proprio lui ad occupare la poltrona della presidenza del consiglio europeo. Con queste premesse, anche le elezioni nazionali, che avranno luogo il prossimo anno, saranno caratterizzate probabilmente da un sovvertimento delle forze politiche al governo, che cambieranno radicalmente il volto tradizionale di un’Austria nazionalista e intollerante che vive ancora nell’immaginario comune.
La spartizione dell'Iraq porterà ad una ridefinizione del Medioriente di David Hirst In Iraq l'adozione di una debole costituzione federale potrebbe favorire una crisi etnica e settaria nell'intera regione già martoriata Nella grande riorganizzazione geopolitica successiva alla Prima Guerra Mondiale e al collasso dell'impero ottomano, uno dei più numerosi gruppi etnici del Medioriente, quello dei curdi, risultò il principale sconfitto. Al popolo curdo era stato promesso uno stato proprio, ma, a causa della ribellione nazionalista di Mustafa Kemal Ataturk [generale e uomo politico turco, primo presidente della Repubblica turca (1923-1938), NdT] e dell'abbandono del progetto da parte delle potenze occidentali, esso divenne una minoranza repressa all'interno delle quattro nazioni - Iran, Iraq, Turchia e Siria – nei quali il vasto territorio del Kurdistan è stato diviso.
Oggigiorno sembra proprio che i curdi diventeranno i più grossi beneficiari di qualsiasi nuovo assetto emerga dall'intervento occidentale nelle questioni mediorientali. Il recente intervento, l'ingerenza occidentale in Iraq, non ha raggiunto la scala di quello susseguente alla Prima Guerra Mondiale, ma gli si sta avvicinando nella sua espansione e nelle sue – impreviste – diversificazioni. Dopotutto, gli "architetti" di tale intervento – l'amministrazione filo-israeliana di Bush, i falchi neoconservatori e le loro grandiose idee di "caos creativo" e di "regime change" – hanno sempre visto l'Iraq come una pedana di lancio. Alla luce di ciò, essi risultano in perfetta sintonia con gli stessi abitanti del Medioriente, per i quali è virtualmente assiomatico che la crisi irachena colpisca anche le regioni circostanti.
Attraverso le varie fasi del dramma iracheno, i politici e gli esperti arabi hanno dovuto confrontarsi con queste ulteriori implicazioni. E lo stanno facendo anche adesso, in occasione della nuova costituzione irachena che sembra verrà approvata dopo il referendum di domani (sabato, NdT). È probabilmente questa la fase più importante dell'attuale "federazione" – per i cittadini iracheni un concetto di cittadinanza e di identità totalmente nuovo.
L'accordo Sykes-Picot del 1916 – l'intesa segreta anglo-francese che definì l'ordine geopolitico internazionale successivo alla Grande Guerra – tracciò frontiere arbitrarie in perfetto stile coloniale su preesistenti legami etnici, tribali, settari, commerciali, e si rivelò uno smacco nei confronti dell'emergente patriottismo panarabo – essenzialmente a guida sunnita – e nei confronti delle aspirazioni unitarie che emersero dopo la caduta dell'impero ottomano. Ottant'anni dopo, in Iraq si presagisce ancora una volta che nuove divisioni, meglio percepite, soppianteranno quelle preesistenti.
Nella nuova costituzione, i curdi iracheni non raggiungeranno le aspirazioni che il 98% di essi, secondo un recente referendum, pretende, ma otterranno comunque risultati importanti – vasti poteri legislativi, controllo delle proprie milizie e autorità sulle riserve di petrolio. Ciò consacrerà lo stato di pseudo-indipendenza di cui il popolo curdo iracheno aveva usufruito fin dall'intervento "umanitario" occidentale della guerra del Golfo nel 1991.
Si dice che la repubblica irachena sarà "indipendente, sovrana, federale, democratica, parlamentare". Ma non sarà più "araba". E questo, come sostiene il presidente curdo Jalala Talabani, equivale a negare il diritto dei cittadini curdi di coltivare il sogno della loro grande nazione.
Ancora più problematico, e potenzialmente ancora più lacerante, è il nuovo separatismo diffuso tra i diversi gruppi islamici religiosi. Non soltanto gli sciiti, per la prima volta da secoli, hanno stabilito una discendenza politica in una singola nazione araba, ma lo stanno facendo – come lo stanno facendo i curdi – nel contesto di una autonomia costituzionale prescritta; se è vero quel che dicono i leader sciiti come Abdul Aziz Hakim, un tale progetto incorporerebbe l'Iraq centrale e quello meridionale, ovvero più di metà dell'intera nazione, incluso il centro delle risorse naturali del paese.
L'adozione della formula federale è vista dal mondo arabo come un'attenuante della divisione intrinseca dell'Iraq, ma, in condizioni di tensione come quella attuale, è vista contemporaneamente come uno stimolo a ulteriori lacerazioni. Il principe Saud al Faisal, storico ministro degli esteri dei sauditi e voce dell'establishment degli arabi sunniti, ha riferito agli Usa: "Esiste una pulsione dinamica che spinge gli iracheni lontani gli uni dagli altri. Se permettete questo, ovvero che scoppi una guerra civile tra sunniti e sciiti, l'Iraq può dichiararsi finito per sempre. E il paese verrà completamente smantellato".
Ciò che rende questo avvertimento ancor più credibile è che, diversamente dai curdi, gli sciiti iracheni godono del sostegno di un potente vicino: con un nuovo presidente, in contesto che ricorda un revival neokhomeinista, l'Iran infatti sta accumulando tutte le risorse geopolitiche sciite che può, dall'Iraq al Libano meridionale, in preparazione della grande resa dei conti che si minaccia tra la repubblica islamica e gli Stati Uniti.
In Medioriente da sempre avverte il rischio di una possibile "libanizzazione" dell'Iraq, consapevole del fatto che nel mondo arabo ogni Stato "creato" dall'occidente ha sempre portato con sè tensioni che hanno rappresentato l'archetipo della guerra civile islamica. Sebbene il focolaio libanese sia stato spento prima che si diffondesse, le possibilità di riuscire a raggiungere risultati analoghi nel caos della violenza irachena sono estremamente deboli. Il sistema arabo – e la sua istituzione principale, la Lega Araba – è stato incapace di azioni concrete contro quelle che, anche in Iraq, vengono percepite come minacce alla "nazione" araba. La minaccia attuale per il mondo arabo nel suo complesso consiste però nella diffusione dell'ideologia islamica estremista, nei combattenti della jihad e nei kamikaze, e dalle relative solidarietà etniche locali che minacciano di farlo a pezzi.
La Siria, un tempo il fulcro della spartizione di Sykes-Picot è, ancora una volta, tra gli stati musulmani quello più esposto al contagio iracheno nelle proprie componenti sciite e curde. Grazie all'improvvisa debolezza della gestione ba'athista dell'Iraq, furono i curdi iracheni che, nel 1991, ottennero il più grande successo verso la battaglia curda per l'autoaffermazione. I curdi siriani avvertono ora la stessa debolezza nel loro profondamente turbato regime Ba'athista. Se il regime dovesse collassare, molti premerebbero per una secessione finalizzata alla riconcilazione con i loro fratelli nord-iracheni.
Sul fronte sciita, se le identità fanatiche costituiranno il principio organizzatore delle politiche arabe, la Siria potrebbe diventare il paese più vulnerabile alle convulsioni che ne deriverebbero. Il caso della piccola minoranza, quella degli alawiti, che ha guidato la nazione siriana per più di quarant'anni è a tal proposito emblematico. Una restaurazione della maggioranza sunnita sarebbe inevitabile se, con il definitivo smantellamento dell'Iraq, i sunniti, senza più alcun potere, tornassero in Siria.
Nella prossima regione vulnerabile, quella del Golfo, che sulla scia dei loro compari fanatici iracheni storicamente ha perseguitato la minoranza sciita, gli sciiti potrebbero rivendicare i propri diritti con nuovo vigore. Ma gli irrequieti regimi sunniti sarebbero restii a cedere oltre misura: di certo non soccomberebbero in Arabia Saudita dove, come il loro alter ego terrorista in Iraq, il leader di al-Qaeda Musab al-Zarqawi, i più ottusi tra i religiosi Wahhabi potrebbero trattare i musulmani sciiti alla stregua di un gruppo di eretici.
David Hirst è stato corrispondente dal Medioriente per il Guardian dal 1963 al 2001. È autore, fra gli altri, di 'The Gun and the Olive Branch': Nuovi Mondi Media ne ha pubblicato l'edizione in italiano, 'Senza Pace. Un secolo di conflitti in Medio Oriente'
Fonte: http://www.guardian.co.uk/comment/story/0,3604,1594437,00.html Tradotto da Alessandro Siclari per Nuovi Mondi Media
Raffaele Ciriello: un caso da riaprire, molti misteri da chiarire -
Le inedite, drammatiche, immagini del carro armato israeliano che ha ucciso il fotoreporter italiano Raffaele Ciriello, tutti i documenti e gli atti giudiziari raccolti dalla Procura della Repubblica di Milano in merito all'inchiesta aperta subito dopo l'omicidio.
Raffaele Ciriello fu ucciso a Ramallah, in Cisgiordania il 13 marzo 2002 da una raffica di proiettili partita da un tank israeliano. Nelle immagini inedite in nostro possesso e che riproducono la visione “soggettiva” del visore con “mirino” installato all'interno del carro armato israeliano - si può vedere con una certa nitidezza il mitragliere del tank "seguire" la sagoma di una persona che sporge da un angolo di strada per poi inquadrarla e infine, una volta "centrata" nel mirino, far fuoco'.
Ma anche quì i dubbi sono molti e ad oggi non risolti.
Jamal Jadallah, direttore dell'Ufficio italiano dell'Agenzia stampa palestinese Wafa – collaboratore di “Reporter Associati International” – conosce molto bene Ramallah, essendo nato e avendo vissuto per lunghissimi anni nella città cisgiordana. Jamal Jadallah afferma con sicurezza che le immagini inviate dalle autorità israeliane alla magistratura italiana non corrispondono in alcun modo alle immagini che - da diversa angolazione - vennereo riprese dalla troupe del TgUno e che furono diffuse da tutti i Tg. Le immagini non corrispondono al luogo dove venne ucciso Raffele Ciriello. Un luogo riconosciuto con certezza da Jamal Jadallah e che si trova agrande distanza dal luogo dove Ciriello venne colpito a morte.
Dai documenti, inoltre, emerge l'impossibilità dei PM di Milano (che archiviarono la loro indagine in gran fretta) di proseguire il lavoro investigativo prendendo atto della totale mancanza di collaborazione da parte delle autorità israeliane prima e da quelle italiane poi, nonché le contraddizioni e le bugie scritte nei documenti inviati alla magistratura italiana dal ministero della Difesa israeliano.
L'intera documentazione è stata presentata durante la Rassegna "Raffaele Ciriello, il mestiere del giornalismo di guerra", organizzata nell'ambito del Lucania Film Festival (Matera, 22-23-24 luglio2005) e curata dal direttore e dalla redazione di "Reporter Associati International".
Ora è il momento di tornare a parlare della vicenda di raffaele Ciriello: un caso da riaprire, molti misteri da chiarire. Molte iniziative verranno prese per diffondere la documentazione e portare alla riapertura del caso per chiarire tutti i dubbi sulla morte di Raffaele Ciriello, prima che questi dubbi diventino dei nuovi “misteri”.
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Mettiamo a disposizione di tutti – liberamente - i documenti che compongono, in versione integrale, l'inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Milano, fino alla richiesta di archiviazione, e che contengono l'intero scambio di informazioni e documenti tra le autorità israeliane e quelle italiane.
Verbale di deposizione di Paola Navilli, moglie di Raffaele Ciriello http://www.lucaniafilmfestival.it/Ciriello_AG_LFF2005/_0719090714_001.pdf
Verbale di deposizione di Amedeo Ricucci, giornalista http://www.lucaniafilmfestival.it/Ciriello_AG_LFF2005/_0719090825_001.pdf
Relazione del consulente balistico http://www.lucaniafilmfestival.it/Ciriello_AG_LFF2005/_0719090937_001.pdf
Risultati e conclusioni dell'indagine del ministero degli Esteri dello Stato d'Israele http://www.lucaniafilmfestival.it/Ciriello_AG_LFF2005/_0719091156_001.pdf
Trascrizione delle ultime registrazioni effettuate da Ciriello http://www.lucaniafilmfestival.it/Ciriello_AG_LFF2005/_0719091302_001.pdf
Richiesta di archiviazione della procura di Milano e contestuale denuncia ai fini dell'instaurazione di procedimento penale all'estero http://www.lucaniafilmfestival.it/Ciriello_AG_LFF2005/_0719091353_001.pdf
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"Information Safety and Freedom" http://www.italian.it/isf Mail: direttore.isf@libero.it
"Reporter Associati International" http://www.reporterassociatiinternational.org Mail: direttore@reporterassociatiinternational.org
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da italy.indimedia.org
Croazia-UE: non solo Ante
Perché si è scelto di vincolare il cammino europeo della Croazia esclusivamente alla consegna del generale Ante Gotovina e non al rispetto dei diritti delle minoranze che vivono o che vogliono rientrare nel paese? Se lo chiede Jacopo Giorgi, in questo suo editoriale Gotovina, ricercato per crimini di guerra: per l'estrema destra è un eroe Di Jacopo Giorgi*
Al di là delle speculazioni su di un possibile, quanto inaspettato, accordo sulla consegna del Generale Gotovina, è francamente difficile comprendere come l'inizio dei negoziati della Repubblica Croata con l'Unione Europea sia stato esclusivamente condizionato ad una positiva valutazione del livello di cooperazione tra lo stato candidato ed un'instituzione penale internazionale, nella fattispecie l'ICTY.
Senza voler sminuire il ruolo giocato dal Tribunale dell'Aja in una sfida all'impunità internazionale per crimini di guerra, l'attenzione di Bruxelles si sarebbe dovuta preferibilmente spostare su questioni ben più urgenti ed immediate e che nella realtà quotidiana croata continuano a costituire un ostacolo alla piena riabilitazione del paese.
Il ritorno e l'effettiva integrazione delle minoranze (in particolar modo quella Serba) è infatti tutt'oggi grandemente impedito in Croazia da una legislazione nazionale preclusiva e da un atteggiamento da parte delle autorità locali che altro non si può definire se non fortemente ostruzionistico.
Crimini minori compiuti nel periodo 1991-1995 e, talora, la semplice partecipazione alle attività militari dell'Esercito della Republika Srpska Krajna continuano ad essere bollate dalle autorità croate come "criminalità di guerra". A questo riguardo, arresti strategici compiuti in occasione del ritorno, o della semplice visita alle proprietà occupate in Croazia, continuano ad avere un effetto deterrente nel processo di ritorno dei Serbi di Croazia.
La legislazione proprietaria in vigore nella Croazia post-guerra non riconosce i 'tenancy-rights' risalenti al periodo Jugoslavo, che vengono sostanzialmente declassati ad interessi legittimi di ben poco conto rispetto alla piena parificazione ad un diritto proprietario. La questione è tanto più grave se si pensa che membri di minoranze Serbe di Croazia rifugiate in Republika Srpska sono stati invece costretti, da una legislazione di stampo ben diverso e da un monitoraggio ben più attento da parte delle istituzioni internazionali, ad abbandonare le case che avevano occupato a favore dei titolari di diritti di abitazione Croati e Musulmani.
Il riconoscimento di diritti di cittadinanza rimane poi una mera chimera per molti rifugiati Serbi. L'ottenimento o il riconoscimento della cittadinanza Croata per i Serbi di Croazia si perde infatti nei meandri di una legislazione costruita ad hoc per impedirne un'effettiva riabilitazione.
Le suddette questioni hanno oggi un impatto immediato sul vivere di larghe porzioni della popolazione della Croazia pre-guerra, sicuramente ben maggiore dell'eventuale consegna di un criminale internazionale e, come dicevo, avrebbero meritato maggiore attenzione da parte di Bruxelles nel processo che sta portando alla determinazione dell'eleggibilità della Croazia quale futuro stato dell'Unione. In altri termini, pare che la valutazione prescinda da una corretta interpretazione dell'atteggiamento, sicuramente discriminatorio, dello Stato croato nei confronti delle minoranze presenti sul proprio territorio.
Sfortunatamente pare che tali considerazioni siano state invece sottovalutate sin dall'inizio del dialogo Zagabria-Bruxelles a favore invece di una valutazione rapporto di collaborazione con una struttura giudiziale, per altro ultimamente ricopertosi delle tinte fosche di un accordo politico.
*Jacopo Giorgi vive e lavora in Bosnia Erzegovina e si occupa di progetti di solidarietà internazionale /www.osservatoriobalcani.org
Violenze G8 : il processo a teatro e il teatro alla Camera di Rita Guma
Il processo per il G8 si svolgera' in teatro. Lo ha detto il ministro per i rapporti con il parlamento Carlo Giovanardi, chiarendo che non e' possibile fare diversamente per ottemperare alla legge - che richiede la dovuta pubblicita' al processo - ed alle necessita' pratiche determinate dalla carenza di aule di Tribunale adeguate.
Il ministro ha spiegato che "la corte d'appello di Genova non dispone di alcuna struttura dotata dei requisiti necessari per un'aula di massima sicurezza" e l'aula magna della Corte e' inagibile fino al gennaio 2006 per lavori di ristrutturazione. Il Tribunale deve assicurare pero' lo volgimento di tre processi caratterizzati dalla presenza di numerosissimi imputati e parti lese: "il primo, a carico dei no global; il secondo, a carico di appartenenti alle forze dell'ordine per i fatti avvenuti presso la scuola Diaz; il terzo, per i fatti verificatisi nella caserma della polizia di Genova Bolzaneto".
Ecco perche' il procuratore aggiunto Morisani "ha segnalato, fra le varie possibilita', quella di richiedere al comune di Genova la messa a disposizione di un teatro". Giovanardi ha ricordato che il codice di procedura penale "prevede, all'articolo 471, la pubblicità dell'udienza a pena di nullità ma, nel contempo, consente al presidente di disporre, per ragioni di ordine, in casi eccezionali... che l'ammissione nell'aula di udienza sia limitata a un determinato numero di persone".
Pertanto il ministro dei rapporti con il parlamento ha confidato che "il presidente del tribunale vorrà regolare la presenza in aula del pubblico, ovunque si svolgeranno le udienze, in maniera tale da non spettacolarizzare il dibattimento a vantaggio di chi intenda strumentalizzare l'udienza per fini politici di parte".
Ma questo non basta al deputato Santori (FI), il presentatore dell'interrogazione sulla questione. Questi esorta il ministro ad agire comunque e, poiche' ha l'ultima parola in Aula, attacca una filippica cercando di vanificare l'effetto di quanto detto dal ministro, visto che il tutto va in diretta: "questa richiesta, a mio avviso, è oltraggiosa e offensiva per le forze dell'ordine. La magistratura, lo ripeto ancora una volta, signor ministro, ha il compito di giudicare, non di realizzare le premesse per un processo di piazza ed essere fautrice dello stesso furore dei facinorosi e dei delinquenti".
A questo punto piccola bordata preelettorale e un pezzo di teatro alla Camera: "Sappiamo da quale parte quest'ultimi provengano. Costoro hanno messo Genova a ferro e fuoco, compiendo ovunque inconfutabili reati ed atti di violenza, mettendo a repentaglio non solo la sicurezza dei cittadini, ma anche la stessa sicurezza dei rappresentanti delle forze dell'ordine".
Per fortuna Santori (FI) afferma che "i fatti incriminati, come è giusto, debbono esser giudicati equamente e non preventivamente" - a differenza di quelli attribuiti ai no-global, par di capire, visti toni e dichiarazioni del deputato - che subito dopo scivola in un "credo che nella mente di tanti italiani sia rimasto impresso quanto accaduto in occasione del vertice dei G8. Credo quindi che non possiamo e non dobbiamo spettacolarizzare questo evento, perché ritengo sarebbe un affronto nei confronti delle Forze dell'ordine".
In primo luogo ricordiamo che non sono imputate le Forze dell'ordine, ma - fatta salva la presunzione di innocenza - solo alcuni agenti e ufficiali. La dignita' del tessuto sano della Polizia e dei Carabinieri si preserva - anche in questa occasione - facendo chiarezza, non con indebite pressioni, ne' con demagogiche e strumentali dichiarazioni, ne' con porti delle nebbie che creerebbero, questi si', confusione fra i buoni e i cattivi e sfiducia dei cittadini, tranne quelli, ovviamente, sensibili solo a slogan e TG censurati.
In secondo luogo, il giudizio affrontera' quanto accaduto alla scuola Diaz la notte del 21 luglio del 2001, con imputazioni di falso, calunnia e concorso in lesioni gravi, per i pestaggi, per l'episodio del falso ritrovamento in loco di bottiglie incendiarie e per quello dell'accoltellamento di un agente, non di normale contenimento dell'ordine pubblico, che sarebbe perfettamente legittimo. Ma evidentemente Santori voleva paventare una rivolta di piazza per il fatto che il processo sarebbe troppo visibile.
Inoltre, se "nella mente di tanti italiani e' rimasto impresso quanto accaduto in occasione del vertice dei G8" e' perche' la televisione trasmise solo quello che si voleva far vedere, che era un fatto, ma solo una parte dei fatti. Il filmato girato da un giornalista della RAI che mostrava i gesti di violenza di taluni agenti su gruppi di manifestanti non fu tramesso dal TG. Il presidente Ciampi, che vide la cassetta, premio' il giornalista, Bruno Luvera', con il riconoscimento Sant Vincent. Il giornalista non ha fatto carriera, ovviamente, ma fu anche grazie a quel filmato se e' possibile celebrare oggi quei processi.
Sarebbe anzi una buona occasione, ove si scoprisse la fondatezza della responsabilita' di alcuni degli imputati, completare la cronaca sbattuta in TV dei manifestanti cattivi che le hanno date anche quella dei manifestanti inermi che le hanno prese. Con un monito per chi volesse riprovarci, che siano no global o agenti, e con l'onore salvo per tutto il resto delle forze dell'ordine, che peraltro hanno partecipato alle indagini.
www.osservatoriosullalegalita.org
ottobre 21 2005
La Spagna, l'Italia, e l'orgoglio che non c'è Gli spagnoli li batteremo forse ancora a calcio, ma per il resto è ormai da lunghi anni che ci stanno impartendo lezioni ben più severe e importanti su tutti i fronti.
Indipendentemente da quello che ciascuno pensi sul "terrorismo islamico", bisogna riconoscere che nel momento stesso in cui si sentirono presi in giro - dal poco astuto Aznàr, che aveva tentato di contrabbandare le bombe di Atocha per un gesto dell'ETA - mandarono sonoramente al diavolo lui e il suo governo, e diedero il semaforo verde alla squadra di Zapatero.
Noi invece sappiamo benissimo di esser presi in giro - perchè saremo cinici finchè vuoi, ma stupidi non lo siamo mai stati - ma evidentemente a noi va bene così. Evidentemente a noi va bene essere cittadini di una nazione schiava degli Stati Uniti, che permette ai loro agenti segreti di agire indisturbati sul nostro territorio, fino ad essere arrivati ad infiltrare …
… le stesse Brigate Rosse (non lo dico io, naturalmente, lo disse qualche tempo fa l'onorevole Galloni, ai tempi presidente del CSM). A noi va bene che i loro piloti giochino a fare le acrobazie sotto i cavi delle funivie, e se poi per caso si portano via nostro fratello o nostra madre, non diciamo niente anche se gli autori della strage restano impuniti. Noi non diciamo niente se ci ammazzano un Nicola Calipari a sangue freddo, e poi ci pigliano in giro davanti al mondo raccontandoci che non l'hanno fatto apposta.
Gli spagnoli invece non ci stanno. Due anni fa un tank americano sparò dritto contro l'Hotel Palestine di Baghdad - dove risiedevano tutti i giornalisti internazionali - e ammazzò in loro Jose Couso, reporter di Telecìnco. La cannonata ebbe naturalmente l'effetto voluto, e mise istantaneamente fine alla presenza a Baghdad dei giornalisti non "embedded" (che significa "intessuti", ma si può tranquillamente tradurre con "imbavagliati").
Ebbene, il giudice spagnolo Santiago Pedraz aveva citato in giudizio, presso il tribunale internazionale, il sergente Shawn Gibson, il capitano Philip Wolford e il tenente colonnello Philip de Camp, responsabili del tiro al bersaglio sul Palestine. E visto che la autorità USA, naturalmente, non hanno nemmeno risposto, ha emesso oggi un ordine di arresto internazionale per i tre militari americani.
Non servirà a niente, naturalmente, ma se voi vi chiamaste Ilaria Alpi, morta in Somalia in circostanze mai chiarite, o Raffaele Ciriello, morto in Israele in circostanze fin troppo chiare, non preferireste esser morti nel tentativo di informare una nazione che poi vi onora pubblicamente, facendo tutto il possibile per fare giustizia sulle cause della vostra morte?
Massimo Mazzucco www.luogocomune.net
Come l'abbiamo capita noi
Sezione “milano”
«Sarebbe folle non rispondere alla voglia di partecipazione emersa dopo le primarie nazionali di domenica. Un desiderio che peraltro abbiamo misurato anche durante i lavori del Cantiere. Noi pensiamo possa svolgersi a gennaio, utilizzando i prossimi mesi per completare il programma insieme al Cantiere. Sia chiaro che per noi le primarie devono servire a rendere visibile l'unità del centrosinistra. E non certo per dividere. Credo che l'impegno di tutti sarà quello di arrivare a gennaio chiedendo agli elettori l'investitura per un candidato da cui tutti ci sentiremo rappresentati». Cosa sta dicendo Franco Mirabelli? Proviamo a tradurre dal politichese.
Come abbiamo capito noi queste parole lette su Corsera del 20 ottobre: «Non ci rassegnamo ad accettare l'idea che le primarie nazionali siano state un'investitura data a Prodi dagli elettori per renderlo più forte nei confronti delle trame che lo circondano. Anche al Cantiere vogliono le primarie, e qui ci stiamo impegnando per dare un contentino agli elettori senza cedere un millimetro del nostro controllo sulle leve del potere, soprattutto ora che si potrebbe vincere e il potere potrebbe diventare quello vero. Ergo, abbiamo individuato la strada da percorrere: (1) primarie prima possibile (noi le avremmo fatte anche il 25 dicembre) così da togliere tempo ai candidati alternativi (che non dispongono di una macchina per creare consenso, né di soldi veri, quindi hanno bisogno di tempo per farsi vedere). (2) Candidato unico per i principali partiti, così da chiudere all'angolo gli outsider. delle belle primarie con un candidatone cghe trionfa e qualche sparring partner che resta al palo sono l'ideale per poter organizzare un festeggiamento, millantare la partecipazione attiva, ripetere la farloccata che "questo risultato va letto come una richiesta di ritorno alla poolitica"». A questo punto, la preoccupazione del povero cittadino che non regge più il berlusconismo, cresce. Da un lato c'è la dirigenza nazionale che diventa Kennediana, dall'altro c'è quella locale che insiste con discorsi da ubriaco. Ma non è che ci troveremo con delle primarie così farlocche da avere la metà dei votanti, seguite dalla vittoria della destra, seguita dalla morte delle primare, a cui i "riformisti" si affretterebbero ad attribuire tutte le colpe per non doverci pensare più?
(NDR questo succede anche in altri posti ,vedi velletri la nostra città, con tanti folgorati dalle primarie che aspettano per depotenziarle)www.onemoreblog.org/
Oltre il ceto medio riflessivo. Nicola, Se i girotondi e piazza S. Giovanni avevano dato la sveglia al centrosinistra dopo la doccia fredda delle elezioni, le primarie di Prodi e per Prodi lo hanno terremotato. Non provo neanche a delineare futuri scenari che non posso immaginare, ma cerco di rintracciare il filo che va dal movimentismo dei "ceti riflessivi" a oggi e di capire se e quando quel filo sia mutato o si sia addirittura fruttuosamente spezzato.
L'"ulivismo selvatico" ha avuto due meriti essenziali. Innanzitutto, obbligare la nomenclatura di centrosinistra a parlare con chiarezza al proprio elettorato, nel momento in cui parte di questo elettorato (il "ceto medio riflessivo") aveva iniziato a esprimere nelle piazze un modo di sentire comune a buona parte del popolo di sinistra. In secondo luogo, ha portato al centro dell'attenzione una terna di temi: Ulivo con Prodi leader, primarie, unità della coalizione. Il movimento ha poi fallito, e non poteva essere altrimenti, il suo ingresso in politica:
per l'assenza di una leadership qualificata; per la sua natura egualitaria e maoisticamente orizzontale (da cui i sospetti di carrierismo rivolti a chiunque cercasse di trovare una qualche sintesi politica o forma organizzativa); per il sospetto tremendo e giustificato che l'ingresso in politica del movimento avrebbe prodotto, nel nome dell'unità, ulteriore divisione a sinistra; per la natura capricciosa e intermittente dell'impegno movimentista, tantopiù che questo non era portatore di interessi suoi propri. L'unica occasione di suerare di slancio i problemi (1), (2) e (4) fu quando si arrivò quasi alla saldatura tra ulivo selvatico e CGIL sotto Cofferati. Personalmente, sono grato a Cofferati, che doveva sognarsi il problema (3) tutte le notti, di aver desistito, anche se l'effetto immediato fu decisamente deprimente.
Dopo l'abbandono di Cofferati il movimento s'avvitò su sestesso e sostanzialmente sparì, lasciando dietro di sè alcune schegge (tra cui noi di Suez) e un frammentario succedersi di iniziative senza sviluppo. Alcune di queste però, per via di testardaggine, poca fantasia o geniale intuizione, hanno costituito un rivoletto carsico che ha attraversato la politica degli ultimi anni, tenendo in vita alcune parole e alcuni concetti: primarie, unità, partito del centrosinistra. Questi concetti non sono esclusivi dell'ulivo selvatico; quello centrale, in particolare, è un sentimento diffusissimo. L'ulivo selvatico ha continuato però a mantenerli attuali. Per esempio, se Pasquino ha continuato a parlare di primarie sui gornali è anche per i suoi contatti con ciò che resta del movimento (Sartori, che frequenta i vertici, preferisce il doppio turno: bello in teoria, ma irrealizzabile se non per legge). Noi di Suez, ricordate?, andammo a S. Giovanni proprio con lo striscione "primarie", e questo è diventato un nostro piccolo logo.
Le primarie di domenica, a cui si è arrivati con percorso tortuoso e pieno di vicoli ciechi, hanno mostrato quanto -parte per congiuntura, parte per onda lunga- la gente di centrosinistra sia sensibile ai temi che motivarono il nostro impegno. Domenica, però, non è stato il giorno dei ceti medi riflessivi (che possono al più reclamare un vecchio copyright), nè dei partiti (che pure hanno mobilitato le loro organizzazioni, un pò credendoci e un pò no), ma di Prodi e di un più vasto popolo di centrosinistra: anziani, operai, famiglie, giovani, impiegati. Queste persone, che hanno chiesto partecipazione, unità e Prodi primo ministro, hanno appreso solo domenica sera di essere un vasto "popolo politico". Lo hanno appreso anche i partiti, e hanno reagito con sorprendente prontezza, anche se non possiamo sapere gli sviluppi futuri.
Ciò che ha senso fare ora, per noi ultimi rappresentanti dell'ulivo selvatico, è scioglierci nel soggetto che verrà fuori dal dopo-primarie e che affronterà il suo primo e fondamentale test nelle elezioni del 9 aprile. Aderire come volontari, più che militanti, alla campagna elettorale, come tanti di noi hanno fatto in qualità di scrutatori durante queste primarie. Continuare, facendo ciò, a mantenere una rete informale di contatti tra noi, di cui il nostro sito è un piccolo, ma tenace esempio. Portare sempre un'idea un pò più avanzata rispetto a quelle precotte dai partiti nei loro conciliaboli, ma sempre costruttivamente e all'ombra della fondante leadership prodiana. Mantenere, col nostro sito, un "diario del movimento", come abbiamo sempre fatto, anche in questa fase in cui il movimento deve necessariamente diventare parte di un aggregato ben più vasto e importante. www.ulivoselvatico.org
TRE FERITE ALLE ISTITUZIONI ANDREA MANZELLA
da Repubblica - 21 ottobre 2005
ORA, manca solo lo «scivolo» al Senato: e la devolution sarà pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale. Non però come una legge effettiva di revisione costituzionale. Ma come un progetto approvato sotto condizione. La condizione della conferma da parte di un referendum popolare. Che certamente ci sarà: e certamente l´affonderà. E tuttavia questo progetto, benché abbia il destino segnato, suscita un malessere che va oltre il normale dissenso giuridico e politico. Non tanto perché sarà usato come bandiera elettorale, sia pure di carta, da un partito di ristretti confini territoriali e di ancor più angusta cultura storica. Ma perché è stato approvato con la copertura politica e la connivenza parlamentare di partiti che nella loro ditta recano scritte come «Italia» e «nazionale».
Dalla devolution al proporzionale tutte le ferite alle istituzioni
Questo uso adulterato di posizioni che si richiamano al profondo senso unitario del Paese impone non solo una grave questione costituzionale ma una ancor più grave, se possibile, questione di coscienza. Una questione che rischia di dividere, con durature conseguenze, al di là dei cicli elettorali, coloro che a questo stravolgimento costituzionale si oppongono e coloro che concorrono ad attuarlo. Nessuno può dunque illudersi che si tratti di frattura marginale da ridurre prima con un´approvazione provvisoria «per finta», fatta per far contento qualcuno, e poi con un referendum liquidatorio. L´attentato alla Costituzione vale (e pesa) quanto la sua violazione. C´era una volta l´idea di «arco costituzionale» Non se ne parla più, ma non è tramontata. Essa rinasce infatti tutte le volte che vi è negazione delle ragioni fondative della nostra Costituzione, come espressione dell´unità politica della comunità nazionale. In questi momenti o si è dentro o si è fuori. Certe scelte di verità non consentono vie di mezzo. I nostri costituzionalisti, di ogni tendenza, hanno scritto contro questo progetto. Alcuni denunciando le rotture di equilibri e di garanzie tra governo e parlamento, tra Stato e regioni, tra la parte valoriale della Costituzione (i diritti e i principi) e la sua parte strumentale (i meccanismi istituzionali). Altri puntando sugli aspetti funzionali: gli effetti paralizzanti di certi congegni improvvisati (come per la relazione tra Camera e Senato). Questo complessivo giudizio negativo risulta però ora aggravato, per il sopravvenire di un progetto elettorale, radicalmente diverso da quello attuale. Il ritorno, addirittura, dal sistema maggioritario al sistema proporzionale. La legge elettorale, anche se adottata nella flessibile forma della legislazione ordinaria, non può considerarsi infatti separatamente dagli istituti costituzionali e dal loro funzionamento. Essa ne è, semplicemente, il telaio portante. A questo punto, un ordinario buon senso, al sopraggiungere di una proposta elettorale – che ha imboccato, per prepotere di maggioranza, una rapida corsia di scorrimento – avrebbe consigliato di fermarsi. Per «incrociare» il già maturo progetto costituzionale con il progetto elettorale: per farne una lettura comparata, per verificarne le coerenze, per eliminarne le contraddizioni. Niente. Si prosegue su piani separati come se una intima logica di rappresentanza e di governo non obbligasse a legare i due progetti. Si dice che a nulla varrebbe questa pausa di controllo. Perché i regolamenti della Camera e del Senato non consentono varianti e neppure la votazione dei singoli articoli. è una fase, appunto, di «scivolo». In questo modo si svela però la sostanziale irragionevolezza e la illegittimità costituzionale di quelle norme regolamentari. Irragionevolezza, perché nel trascorrere dovuto del tempo tra una deliberazione e l´altra possono sorgere, come in que |