ulivo velletri


novembre 30 2005

«In un anno ci saranno 20 mila detenuti in più»
Gli effetti della ex Cirielli. Castelli: più fondi Bipop, Mediaset e Parmalat, processi in bilico
Dino Martirano


dal Corriere - 30 novembre 2005

ROMA — Colletti bianchi incensurati che vedranno dimezzare i tempi di prescrizione, per esempio per i delitti tributari, e recidivi per reati predatori di strada che resteranno in cella invece di essere affidati ai servizi sociali. Gli effetti della legge ex Cirielli si manifesteranno anche su migliaia di processi in corso, per i quali non è ancora stato dichiarato aperto il dibattimento. Ma l'impatto più importante ci sarà alla fine del 2006, quando si prevede un vero boom degli ingressi in carcere: il prossimo anno la popolazione detenuta passerebbe da 61 mila a 80 mila presenze a fronte di una capienza di 40 mila posti. In altre parole, piccoli e medi delinquenti che entrano ed escono dalle patrie galere non avranno più accesso alle misure alternative previste dalla Gozzini e quindi, in caso di recidiva, resteranno in carcere. E il ministro Roberto Castelli ha già messo le mani avanti: «Servono più fondi, altrimenti il sistema collasserà sotto il peso di 67 mila detenuti ». Il ministro chiede «di non essere lasciato solo a gestire una situazione che potrebbe diventare problematica».
EFFETTI NEL 2006 Secondo Patrizio Gonnella, di Antigone, «in un anno ci saranno 20 mila detenuti in più perché questa legge ammazza la Gozzini e ci si ostina contro i soliti noti: immigrati, tossicodipendenti, piccoli criminali». La cifra record di 80 mila detenuti nel 2006 viene confermata da Fabrizio Rossetti della Cgil mentre Marco Mammucari della Cisl si appella al capo dello Stato: «Ciampi valuti l'impatto sulle carceri». Contro «questa legge involutiva che fa arretrare la civiltà giudiziaria», Ettore Randazzo, presidente delle Camere penali, annuncia che verrà sollevata una questione di legittimità costituzionale.
L'altra faccia della legge è il taglio della prescrizione per gli incensurati. La ex Cirielli senza la norma Salva Previti rischia di far saltare anche un procedimento per corruzione in atti giudiziari (perizia Imi-Sir) in cui la procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio proprio per l'onorevole Cesare Previti e per l'avvocato Attilio Pacifico: in questo caso la norma transitoria della legge farebbe scattare tempi dimezzati per la prescrizione.
PROCESSI IN BILICO A Milano traballano il primo processo Parmalat per aggiotaggio contro Calisto Tanzi che interessa migliaia di risparmiatori truffati e quello sui bilanci Mediaset (appropriazione indebita, falso in bilancio, frode fiscale) che coinvolge Silvio Berlusconi e Fedele Confalonieri. Insomma, se il dibattimento non è ancora stato dichiarato aperto, l'imputato può usufruire di tempi ridotti di prescrizione. «Prescrizione certa» anche per i 14 imputati per il crollo della vecchia Bipop- Carire, commenta la procura di Brescia dopo che il giudice Anna Di Martino ha disposto il trasferimento del processo a Milano. La vicenda riguarda 70 mila piccoli risparmiatori, 1.700 dei quali si sono costituiti parte civile.
Secondo l'associazione processualpenalisti guidata da Giorgio Marinucci, «sono destinati a morte prematura per prescrizione i processi per furto in abitazione, furto aggravato, corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio». E i reati di favoreggiamento della prostituzione e i delitti tributari: «Dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o di altri documenti per operazioni inesistenti, emissione di fatture per operazioni inesistenti».








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Ds Milano - Rassegna stampa



Tra condoni e governo privato è nato il diritto berlusconiano
E c´è chi ha messo in rima tutte le leggi ad personam
Dalla Cirielli alla Gasparri impossibile non perdersi nella legislazione della Cdl
Il premier ha legiferato su ogni aspetto personale, dalle rogatorie a villa La Certosa
Il risultato è un corpus di norme che ha trasformato la struttura dello Stato
Quella volta che fu sanato il mausoleo di Arcore, un deputato parlò di "ennesima norma ad personam, anzi, ad cadaverem"
Per i giuristi mai s´era verificato che un regime democratico accettasse un simile livello di commistione tra poteri
FILIPPO CECCARELLI


da Repubblica - 30 novembre 2005

Tra Cirami ed ex Cirielli, rogatorie e falso in bilancio, Gasparri e Lodo Schifani, Salva-Previti e Salva-Fede, conflitto d´interessi, sanatoria del mausoleo di Arcore, segretazione di villa «La Certosa», beato chi riesce ancora a non perdersi nell´abbondantissima legislazione ad personam. Un vero e proprio corpus su misura che offre gloria e vergogna, riparo e fulgore alla più compiuta privatizzazione berlusconiana della Norma.
E beato pure chi è capace di prenderla con serenità. Perché dagli e dagli, decreto dopo decreto, privilegio dopo privilegio, fa un altro bel salto in avanti quel processo che Franco Cordero ha qui definito: «Metamorfosi italiana da Stato a bottega personale».
Nel frattempo l´onorevole Cirielli - che di nome fa Edmondo e milita in An - si è perfino dissociato dalla legge che crudelmente seguita a portare il suo nome, ma è stata stravolta a beneficio del presidente del Consiglio e dei suoi amici. Il senatore dell´Udc Melchiorre Cirami, invece, non solo riconosce paternità alla sua incerta creatura, ma continua a spiegare in giro che si tratta di una normativa sul legittimo sospetto, sul serio, e non una ciambella di salvataggio lanciata, pure questa, al Cavaliere e compagnia bella per liquidare le pendenze milanesi e schivare la giustizia.
In compenso Maurizio Gasparri, che certamente alle Poste e Comunicazioni ha sistemato le faccende televisive di Berlusconi dando il proprio nome a un´altra legge assai controversa, non è più ministro - a riprova, per inciso, che la gratitudine non appartiene a questo mondo. Del resto il senatore Schifani, papà dell´omonimo lodo che garantiva l´intoccabilità del presidente del Consiglio (e di altri quattro potenti) nel corso del semestre europeo, ancora ricorda con orgoglio la stesura di quel suo dispositivo, il fervore giuridico che animava quel salvacondotto. Ma che poi - e a questo punto raccontano che il presidente dei senatori di Forza Italia sospiri alzando gli occhi al cielo - venne bocciato dalla Corte costituzionale.
E comunque: sono stati anni in cui un inedito e inconfessabile «diritto berlusconiano» si è imposto nel modo che gli era più congeniale: un misto di improntitudine e pecioneria. Con la debita collaborazione delle assemblee, e dei loro presidenti, il Parlamento ha legiferato con una speditezza perfino ammirevole. Due mesi appena per neutralizzare le rogatorie (con la Svizzera, naturalmente). Tre mesi per ammorbidire il falso in bilancio; poi virtualmente rinvigorito, dopo lo scandalo Parmalat, ma destinato a ulteriormente riammorbidirsi (ah, le indagini su Mediaset e sui giovani Berlusconi sopraggiunte nel frattempo!) in quella misteriosa e sofferta raccolta di articoli che sarebbe la legge sul Risparmio ancora da approvare.
«Codici riscritti ad divum berlusconem» secondo Cordero. «Sebbene qualcosa io sappia delle storie legali, inclusi gli aspetti meno edificanti - si legge ne "Le strane regole del signor B." (Garzanti, 2003) - non rammento atti così perversi, tanto vi straripa l´intento ad personam». «Non si era mai verificato che un regime democratico accettasse consensualmente un livello di commistione tra potere economico e potere politico analogo a quello raggiunto» a partire dal 2001, scrive il professor Fabio Armao in "Il governo Berlusconi. Le parole, i fatti, i rischi" (Laterza, 2002).
Sul «governo privato» del Cavaliere e sul «teatro giuridico» di Palazzo Grazioli si è venuta così ad accumulare una assai vasta letteratura. Interpretazioni satiriche, commedie leggere, aggressivi pamphlet, ma anche studi seri. Ce n´è talmente per tutti i gusti da non potersi omettere i due volumi - l´ultimo s´intitola «Qui finisce l´avventura», Nutrimenti, 2004 - in cui Carlo Cornaglia ricostruisce con scrupolosa allegria le vicissitudini delle varie leggi-vergogna in ottonari alla Sergio Tofano.
Si parte con il primissimo provvedimento sospetto, a pochi giorni dall´insediamento, sulle tasse di successione: «Donazioni detassate:/ chi sa mai che il gran magnate/ debba ai figli regalare/ Mediaset, le case al mare?». E via: da allora è un continuo di desideri, di impicci, di agguati in aula da parte dell´opposizione. Ecco la Gasparri: «Tutto è pronto per la legge/ che la Mediaset protegge./ E´ blindato il Parlamento/ perché un solo emendamento/ della Camera è votato/ la rimanderà al Senato/ con terribili apprensioni/ per il nostro Berlusconi». Ed ecco, dopo la mancata firma di Ciampi, anche il decreto legge Salva-Rete4: «Sarà Fede assunto in cielo/ perché tarda il digitale;/ dice che non è plurale... ».
Quindi la Salva-Previti, per la quale si dà un gran da fare uno degli avvocati di Berlusconi, Pecorella, che propone di forzare i tempi parlamentari convocando una sessione speciale in pieno agosto, e arriva a minacciare lo scioglimento delle Camere. In gioco è la sorte di alcuni imputati nei processi di Milano. Cornaglia la mette così: «Finché un giorno il buon Cirami/ incomincia a far proclami:/ "Non ho visto, se ho ben detto,/ il legittimo sospetto/ fra le tre-quattro ragioni/ che permettono ai campioni/ Metta, Previti e Squillante/ e al gruppetto edificante/ di rimettere il processo/ ad un più imparzial consesso./ Ecco il mio disegno legge!"/ Son veloci come schegge,/ ma la fretta non li aiuta/ e la legge si tramuta/ in ping pong tarantolato/ tra la Camera e il Senato».
La Cirami finisce comunque sulla Gazzetta Ufficiale. Come d´altra parte il conflitto d´interessi all´acqua di rose e il lodo Schifani: «Lodo fu: provvidenziale,/ ma ahimé incostituzionale,/ così disse la Consulta/ mentre mezza Italia esulta». Il punto è che in questo modo, nonostante le esultanze, i sorrisi, la rassegnazione e la rabbia, forse, pure di tanti che avevano votato Berlusconi, in ogni caso si stava affermando una nuova teoria istituzionale che prendeva atto della fine dei confini tra sfera pubblica e privata. Qualcosa che, scavalcando di slancio la democrazia in nome della logica aziendale, si richiamava a una concezione patrimonialistica e perfino al modello della «società di corte», ma con applicazioni politicamente moderne, anzi decisamente post-politiche.
Quando l´estate scorsa, dopo foto, proteste, iniziative della magistratura e sbertucciamenti vari contro gli abusi il governo emanò un decreto che metteva il Segreto di Stato non solo su villa «La Certosa», ma anche sulle altre private residenze berlusconiane, e su quelle dei suoi famigliari, e su quelle dei suoi diretti collaboratori, tutte così rendendole per legge sacre e inviolabili. E quando, a febbraio, nella discussione sulla nuova legge sui cimiteri, all´onorevole Severino Galante, Pdci, parve che in qualche modo si stesse approfittando dell´occasione per sanare il mausoleo di Arcore: e nel caso, disse, si sarebbe trattato «di un´ennesima norma ad personam, anzi, se posso usare un latino maccheronico, ad cadaverem». Ecco, rispetto a tutto questo c´era di che riflettere su quanto scritto dal professor Ormao: «Si ha la sensazione che il governo Berlusconi incarni una nuova tappa del processo evolutivo dello Stato moderno che prevede la riscoperta della distribuzione privatistica delle risorse».
Dal nuovo e arcaico sistema d´interessi e di norme che regolavano gli affari privati del signor Berlusconi resta fuori, in fondo, solo l´arcano, inesplicabile decreto sull´importazione di ragni e scorpioni cui il presidente del Consiglio aveva personalmente attribuito carattere «di necessità e urgenza». Fu comunque approvato in pochi giorni. Si disse, quasi con sollievo, che il Cavaliere era aracno-fobico. Un modo per dire che almeno quella volta non era per soldi, né per potere, né per tribunali.





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Ds Milano - Rassegna stampa



Uno sfregio inutile alla giustizia penale
I giudizi non diventeranno più veloci, ma saranno rallentati
di VITTORIO GREVI


dal Corriere - 30 novembre 2005

Ieri è stata una giornata triste per il nostro ordinamento. Nonostante i dubbi e le riserve di molti suoi esponenti, infatti, una maggioranza parlamentare prona alla forza degli slogan politici, ma ignara delle conseguenze delle sue scelte (anche perché chi doveva illuminarla, cioè il ministro della Giustizia, non ha saputo farlo), ha approvato una legge che, per molti versi, rischia di vanificare del tutto quel poco di efficienza che finora era sopravvissuto nella nostra giustizia penale. Ci si riferisce, ovviamente, al testo noto come ex Cirielli, che (accanto ad una serie di norme penali e penitenziarie eccessivamente repressive nei confronti dei condannati recidivi, al punto da mettere in pericolo i già precari equilibri esistenti nell'universo carcerario) introduce nel sistema una serie di nuovi meccanismi per il calcolo dei termini di prescrizione dei reati, tali da abbattere drasticamente i medesimi termini, in molti casi addirittura sino alla metà.
Che cosa possa avere ispirato una scelta politico- legislativa così insensata rispetto agli odierni tempi di concreta durata dei processi penali che non accennano a ridursi (anche perché nulla è stato fatto per ridurli), ed anzi semmai tendono ad allungarsi, a seguito delle più recenti riforme collegate al «giusto processo», è quesito al quale davvero non si saprebbe cosa rispondere. Anche perché, come si diceva — a testimonianza della approssimazione con cui si approvano anche leggi tanto delicate — nessun serio monitoraggio sui suoi effetti è stato predisposto dal ministero della Giustizia. Si tratta, dunque, di una legge approvata al buio, ad opera di parlamentari che, nella migliore delle ipotesi, letteralmente «non sanno quello che fanno».
Una valutazione così severa ed allarmata non viene meno per il fatto che sia stata modificata la poco decorosa disposizione transitoria, che avrebbe voluto applicare i nuovi e più brevi termini di prescrizione a tutti i processi già in corso, con l'evidente risultato di «salvare» molti imputati, magari già condannati in primo o perfino in secondo grado. Senza dubbio in questo modo è stata rimossa (o, meglio, è stata circoscritta a vantaggio dei soli imputati per i quali non si sia ancora pervenuti al dibattimento) una delle previsioni più aberranti della nuova legge. Ma ciò non toglie che quest'ultima rimanga inficiata da un gravissimo vizio di intrinseca irragionevolezza, destinato a minarne l'intero impianto anche «a regime».
Date queste premesse, è facile immaginare le ricadute dirompenti delle leggi in questione, anche sulla giustizia penale dei prossimi anni. Se i tempi di durata dei processi continueranno ad essere (come è inevitabile, in assenza di interventi legislativi) quelli di oggi, il sistema processuale non riuscirà a «reggere» i nuovi più angusti termini di prescrizione, e dovrà fatalmente registrare la anticipata estinzione di quei processi. Ciò significa, in sostanza, che per molti reati anche gravi sarà di fatto garantita l'impunità ai loro autori, nella impossibilità di concludere i relativi giudizi entro i suddetti termini così abbreviati. Anzi, lungi dal «velocizzare» i futuri processi, la nuova legge finirà di fatto per rallentarli, a causa delle prevedibili manovre dilatorie di molti imputati, ingolositi dal più ravvicinato obiettivo della prescrizione. E' questo quello che si voleva ottenere? E' tollerabile che la nostra giustizia penale debba subire uno sfregio così inutile, ma nel contempo anche così devastante?






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Ds Milano - Rassegna stampa



Il Cavaliere arruola Sanna, l'ex spin doctor di Soru
Il presidente del Consiglio avrebbe chiesto consigli a Karl Rove, uomo-chiave della rielezione di Bush



Silvio Berlusconi non aveva mai voluto uno spin doctor, «quando sono in difficoltà — diceva — mi rivolgo a Marcello Dell'Utri o a Gianni Letta». Tranne poi fare come sempre tutto da solo. Ora invece è alla ricerca di uno stratega dell'immagine per la campagna elettorale, ha bisogno di un nuovo format che gli consenta di mettersi di nuovo in sintonia con l'opinione pubblica e di rimontare lo svantaggio su Romano Prodi. Pur di trovare un esperto che soddisfi le sue ambizioni, si sarebbe spinto Oltreoceano e avrebbe addirittura chiesto i consigli e i servigi di Karl Rove, l'uomo chiave per la rielezione di George W. Bush alla Casa Bianca, «l'architetto della comunicazione», come il presidente degli Stati Uniti lo definisce, e che oggi vive una stagione difficile a causa del suo coinvolgimento nel Niger-gate. Più fonti autorevoli raccontano di un incontro riservato che si sarebbe svolto in Italia tra il premier e lo spin doctor americano. Durante il colloquio Rove avrebbe spiegato la strategia adottata l'anno scorso per battere John Kerry, la tecnica degli spot in cui dei testimonial si sostituivano a Bush: una soluzione che Berlusconi potrebbe adottare all'occorrenza.
Nella sua idea di costruire attorno a sé «una squadra di fuoriclasse», il Cavaliere ha chiesto anche la collaborazione di uno dei più famosi creativi italiani, Gavino Sanna, vincitore in carriera di sette Clio, l'Oscar mondiale della pubblicità. L'idea è venuta a Berlusconi, risale al mese scorso. Da allora i due si sono incontrati già tre volte, e quindici giorni fa l'uomo che lavorò alla campagna elettorale di Richard Nixon è stato a palazzo Grazioli, la residenza romana del premier. L'inventore della tv commerciale e il genio degli spot si conoscono da molto tempo, ed è famoso un libro di Sanna, il cui titolo ricorda proprio una battuta che gli fece il Cavaliere: «Se si taglia i capelli ci daremo del tu». Non accadde, ma decisero ugualmente di smettere il lei.
Un anno fa, quando Berlusconi seppe che Sanna avrebbe ideato la campagna di Renato Soru a governatore della Sardegna per l'Ulivo, tentò senza successo di dissuaderlo. Ma subito dopo le elezioni si complimentò con lui per quei manifesti «molto innovativi», per quel «Meglio Soru» che lo colpì. Berlusconi lo chiamò al telefono, «Soru invece mi inviò solo un sms». Tra il presidente della regione isolana e il creativo sassarese la rottura è stata clamorosa, al punto che Sanna ha scritto un ruvido pamphlet sul loro breve rapporto, su quel «signore che non vorrei avere per amico». In un'intervista concessa a Francesco Battistini sul Corriere parlò anche del premier, disse che per recuperare consensi gli sarebbero serviti «altri colpi di teatro».
Il Cavaliere ha approfondito il tema, e sebbene in Forza Italia ci siano delle resistenze, se Berlusconi si mette in testa una cosa non ci sono versi. Infatti due giorni fa un suo consigliere che si occupa della campagna elettorale ha invitato Sanna a sviluppare delle proposte da sottoporre poi al premier. Si tratterà di vedere se tempi e idee del creativo si combineranno con le esigenze di Berlusconi, e viceversa. È certo che il leader del Polo aspetta di sapere in che modo Sanna pensa di modificare la sua strategia comunicativa, specie ora che il proporzionale gli impone di cambiar registro, trasformandolo di fatto nel capo della sola Forza Italia.
L'annuncio di voler presentare un nuovo «contratto agli italiani», per esempio, fa parte di uno schema da maggioritario. Il Cavaliere lo sa, lo schema «a tre punte», la competizione con Fini e Casini, l'hanno già indotto a concentrare l'attenzione sul suo movimento, con l'arduo obiettivo di risalire la china. Perché è vero — come sostiene un dirigente azzurro — che «Forza Italia è l'unico partito ad avere una banda di oscillazione elettorale "fisiologica" di dieci punti, tra Amministrative e Politiche». Ma è anche vero che gli ultimi sondaggi riservati hanno lasciato l'amaro in bocca a Berlusconi.
Forse anche per questo ha deciso di aumentare la pressione pubblicitaria. Giorni fa ha rilevato gli spazi che una società aveva già acquisito per un lancio commerciale di tre mesi, e che poi ha disdetto all'ultimo momento. Da Giulio Tremonti attende con impazienza la prima bozza del programma elettorale. Per finanziare la campagna di partito ha in mente di servirsi sul territorio di veri e propri fund raiser, di professionisti che raccolgono contratti per fondi di investimento e pensioni integrative. «Dal modello Publitalia — come sussurra un esponente forzista — stiamo passando al modello Mediolanum». Basterà?
Corriere della Sera


Riflessioni sulle primarie in Sicilia

Nelle primarie ci deve essere battaglia, senza che ciò voglia dire spezzare l'unità dello schieramento - Il comportamento della Margherita siciliana risulta incomprensibile, come capita spesso alle cose politiche siciliane


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di Marco Vitale
Da non tecnico della materia, ma da cittadino qualunque abbastanza insoddisfatto dai commenti tecnici ad ora letti sulle primarie, vorrei sviluppare alcune considerazioni e auspici relativi alle stesse. Sino a poco fa nutrivo forti dubbi sulla possibilità di sviluppo, in modo utile, dell'istituto delle primarie in Italia. Ma mi sbagliavo ed i fatti recenti hanno fatto emergere persone ed energie che sembravano chiuse dai giochi fatti a livello dei partiti.

Le primarie dell'Unione del 16 ottobre, pur essendo di ratifica di un leader nazionale, hanno, per l'entità e la qualità della partecipazione, assunto un valore straordinario: hanno dato al candidato principale una legittimazione che è andata al di là di ogni attesa; hanno assunto, grazie alla presenza di Bertinotti e di altri generosi candidati, il carattere di primarie vere, anche se dall'esito scontato (ma non scontata era l'entità della vittoria). A Milano l'indicazione di Ferrante non è venuta dai partiti, ma dalla base cittadina ed i partiti l'hanno poi condivisa. Ferrante non è stato candidato. Si è candidato quando ha capito che sia nella base cittadina che nei partiti era maturato un buon consenso. E che sia pronto a sottoporsi al voto delle primarie è conferma ulteriore della validità dell'istituto. Saranno le primarie a trasformare Ferrante da ex prefetto a candidato pienamente legittimato alla carica di sindaco di Milano, non solo dalla sua esemplare storia personale così intrecciata con quella della città, ma anche dal voto democratico delle primarie (se questo sarà favorevole, come io spero).
C'è un filo rosso che unisce tutti questi casi. Attraverso le primarie e grazie alle stesse sono emerse persone ed energie che, attraverso la pura scelta dei partiti, non sarebbero emerse; leader già affermati hanno trovato una legittimazione e quindi una forza personale che, senza le primarie, non avrebbero avuto, e quindi sono meno dipendenti dai partiti stessi; e molti cittadini, sempre più staccati dalla vita pubblica e politica, hanno trovato nuove spinte e ragioni di partecipazione. Con ciò le nostre primarie, pur con tutte le evidenti differenze, si ricollegano al motivo di fondo che fece emergere le elezioni primarie negli Usa nel ventennio delle riforme (1896-1916). In quegli anni, la vita civile americana era soffocata dal sistema dei partiti e dalla corruzione che era, se possibile, ancora più elevata della nostra. Il sistema del "caucus" (riunioni riservate dei dirigenti di un partito per scegliere i candidati alle cariche pubbliche) e dei conseguenti "rings and hells" (organizzazioni di politicanti affaristi) dominava, rendendo difficile ogni prospettiva di reale vita democratica.

La ribellione dal basso, alimentata da una valorosa schiera di giornalisti (i muckrakers o ficcanaso), fu, prima a livello locale e poi a livello federale, capìta e fatta propria sia da già esperti che da giovanissimi uomini politici riformisti (da Weaver a Bryan, dal giovanissimo La Follette che invano la macchina del suo partito cercherà ripetutamente di fermare, a Theodore Roosevelt), con la partecipazione di filosofi, sociologi, economisti, letterati. La chiave unitaria dell'azione riformista fu la rottura del sistema del "caucus", delle cupole potremmo dire noi, e la sua graduale sostituzione con una radicalmente diversa organizzazione politica attraverso il referendum, l'iniziativa popolare, il suffragio femminile, le leggi contro le pratiche corrotte, il sistema del merito e, soprattutto, le elezioni dirette primarie, intese come alternativa al sistema del "caucus".

Molte altre cose fecero i riformisti in quegli anni, in materia sociale, del lavoro, economico, di protezione dell'ambiente. Ma il capitolo del rifacimento della macchina politica fu fondamentale ("l'attrezzatura politica venne smontata e ammodernata; i sistemi politici furono sottoposti a disamina e, se in contrasto con gli ideali della democrazia, respinti" Nevius e Commager, Storia degli Stati Uniti). è in quest'ottica ed in questa prospettiva che anche le nostre primarie, nonostante le differenze, vanno inquadrate, per capirne ed interiorizzarne la ragione del loro successo, per rafforzarle, generalizzarle, regolarle, ma non troppo. Il timore che, attraverso la regolamentazione, si cerchi di svuotarle, bloccarle, disinnescarle è elevata.

Gli esponenti tradizionali dei partiti tradizionali hanno un istinto sicuro nel capire i mutamenti che possono intaccare il sistema del "caucus" e del connesso potere. Per 20 anni hanno cercato di bloccare il movimento a favore dell'elezione diretta del sindaco, perché avevano capito che avrebbe sparigliato le carte. Anche le primarie possono sparigliare le carte e far migliorare la nostra democrazia. Per questo hanno cercato e cercano di svuotarne il significato, cercando di scegliere, a livello di partiti, i candidati da sottoporre, a mo' di ratifica, al voto degli elettori. Quello che sta avvenendo in Sicilia, per i candidati all'elezione regionale, è illuminante.

Una componente dell'Unione (Margherita) candida una persona rispettabile (il rettore dell'Università di Catania) che, però, sino a poco fa, era parte di Forza Italia e dunque sostenitore dell'attuale discusso presidente della Regione. Altre componenti dell'Unione sostengono una candidata (la signora Borsellino, sorella del compianto giudice assassinato dalla mafia) sia per il suo valore simbolico di opposizione alla mafia, sia perché da 13 anni la Borsellino è impegnata nel sociale e con i giovani e le scuole a favore di una Sicilia libera e democratica, sia perché ritengono che essa abbia molte più possibilità di battersi con successo contro il sistema clientelare e assistenziale che oggi governa la Sicilia. Si tratta di due candidati seri dell'Unione, che daranno vita a delle primarie reali nell'ambito delle quali ci sarà, ci deve essere, battaglia serrata nell'ambito dell'Unione. Le primarie vere postulano che nell'interno di uno schieramento ci siano diversità di opinioni e di candidati. Quanto più severa sarà la lotta interna, tanto più vere saranno le primarie. Poi fatta la scelta, l'unità dello schieramento si ricompone e tutte le componenti devono sostenere il candidato vincente alle primarie.

è dunque molto importante capire che nelle primarie ci deve essere battaglia, senza che ciò voglia dire spezzare l'unitarietà dello schieramento. Perciò, il comportamento della Margherita siciliana mi risulta incomprensibile, come capita spesso delle cose politiche siciliane. L'ex sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, esponente di spicco della Margherita, in coerenza con la sua storia, sostiene la Borsellino. Il partito lo censura e lo sanziona in nome di una pretesa disciplina di partito. Ma la disciplina di partito è la morte del significato più profondo e della funzione delle primarie. Deve esistere la coerenza di schieramento ma nell'ambito di questa, ognuno deve essere libero di sostenere e presentare questo o quel candidato. è in questo movimento, in questa libertà di contribuire che riposa l'essenza delle primarie. Auguriamoci che la Margherita siciliana si renda conto dell'errore che sta facendo. Altrimenti impegniamoci per isolare il contagio. www.qds.it



Legge elettorale, l'appello ai senatori
dsonline.it,
Gentile Senatrice, Gentile Senatore,



E’ in corso al Senato l’iter di approvazione del DDl A.S. 3633, recante Modifiche alle norme per l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, già approvato alla Camera dei Deputati nella seduta del 13 ottobre 2005.



Si tratta di un passaggio estremamente importante. La Camera Alta è chiamata a pronunziarsi su una legge che, ancorché ordinaria, occupa nell’ordinamento una posizione del tutto peculiare. Essa, infatti, determinando il modo di composizione della rappresentanza, condiziona strutturalmente la formazione dell’indirizzo politico e l’attività delle Camere. In un certo senso, si potrebbe dire che la legge elettorale è una “legge alla seconda potenza”, una “legge sulle leggi”.



La delicatezza di un intervento parlamentare sul sistema elettorale è evidente anche da un altro punto di vista. Le leggi elettorali sono praticamente sottratte al controllo di legittimità della Corte costituzionale. La disciplina dei modi di accesso al giudice delle leggi rende infatti assai remota, se non inverificabile, la possibilità che venga sollevata una questione di legittimità costituzionale o un conflitto di attribuzione su di essa.



Inoltre, atteso il momento della sua approvazione e considerati i limiti previsti dalla l. n. 352/1970, resi ancora più stringenti dalla nota giurisprudenza costituzionale, non è nemmeno tecnicamente possibile immaginare un ipotetico referendum abrogativo che si svolga prima della scadenza dell’attuale legislatura.



La legge elettorale in discussione, una volta entrata in vigore, sarà dunque praticamente insindacabile.



Ciò rende ancor più allarmanti i gravi vizi di costituzionalità dalla quale essa è affetta.



Vorremmo porre alla Sua cortese attenzione i seguenti:



1. Incostituzionalità nella disciplina del premio di maggioranza



Il ddl prevede, com’è noto, un premio di maggioranza, da attribuire alla coalizione di liste che abbia ottenuto il maggior numero di consensi (maggioranza relativa).



Tale premio ammonta al numero di seggi necessari per conseguire una maggioranza assoluta alla Camera ed una rappresentanza comunque ampia al Senato, anche se non è garantito il raggiungimento di una maggioranza assoluta.



La ratio che ispira tale soluzione è quella di assicurare la governabilità: la formazione di una maggioranza stabile e di legislatura. Confermano questa impostazione le norme che prevedono la presentazione alla Camera di un “programma di coalizione” e l’indicazione di un “Capo unico della coalizione” (art. 14-bis Dpr. 361/57 così come mod.). Proprio in base a tale finalità viene giustificata l’alterazione della rappresentanza e la sottrazione alla minoranza di un certo numero di seggi (cui essa avrebbe diritto in base ad un calcolo meramente proporzionale) i quali vengono attribuiti alla maggioranza.



Tale filosofia normativa è però del tutto irragionevolmente contraddetta dalla circostanza che la legge non prevede (né potrebbe prevedere) alcuna sanzione nel caso in cui – anche immediatamente dopo lo svolgimento delle elezioni - la coalizione beneficiaria del premio si sciolga ed ogni partito vada, in Parlamento, per la sua strada.



Come si può ben comprendere in tale circostanza il premio di maggioranza si trasformerebbe in un premio “senza maggioranza”. Esso si convertirebbe in un immotivato vantaggio a favore di alcuni partiti ed altererebbe così del tutto ingiustificatamente le condizione della competizione parlamentare. Si immagini quali potrebbero essere i rapporti di forza all’interno di un governo sostenuto da un partito beneficiario del premio ed un partito che all’epoca delle elezioni era in un’altra coalizione.



Né d’altra parte un vincolo di permanenza nella coalizione sarebbe ipotizzabile a Costituzione invariata. Una simile previsione violerebbe infatti l’art. 67 Cost. ed il divieto di mandato imperativo per i singoli parlamentari.



Si avrebbe insomma una disciplina elettorale analoga a quella in vigore per le Regioni dal 1995 al 2000 e che aveva determinato non pochi problemi (i cd. ribaltoni che hanno afflitto alcune Regioni), e sollevato non pochi interrogativi sulla costituzionalità della disciplina stessa, tanto da portare alla successiva riforma costituzionale che ha previsto la elezione diretta dei Presidenti delle Regioni e la introduzione della clausola “simul stabunt, simul cadent”.



Ciò rende la disciplina per l’elezione del Parlamento significativamente diversa da quella degli altri enti (Regioni, Province e Comuni) in cui vigono leggi elettorali con premio di maggioranza. Lì infatti sono previsti meccanismi di stabilizzazione delle coalizioni durante la legislatura (collegamento del premio all’elezione diretta del capo dell’esecutivo, scioglimento anticipato in caso di dimissioni di questi).



Invece la riforma in discussione è priva di una necessaria copertura costiuzionale.



Una copertura potrebbe forse venire dalla legge di revisione della II parte della Costituzione, recentemente approvata in seconda lettura dalla Camera, la quale effettivamente prevede il riconoscimento di un vincolo di coalizione sanzionabile.



Ma, per questo stesso motivo, risulta avvalorata la conclusione che la legge elettorale in discussione non potrebbe legittimamente entrare in vigore prima che le modifiche della Costituzione abbiano completato il proprio iter (approvazione del Senato ed eventuale referendum) ed acquistino efficacia.



La governabilità costituisce un valore fondamentale del nostro ordinamento costituzionale. Un’ingiustificata e contraddittoria alterazione di tale valore non sembra accettabile se non suffragata da ragioni costituzionalmente altrettanto fondate.



2. Incostituzionalità della disciplina del premio di maggioranza al Senato



Ancor meno giustificata appare la disciplina elettorale del Senato. Infatti, la previsione di ben 17 differenti “premi di coalizione” appare del tutto irragionevole e rischia di produrre esiti contrari all’esigenza per la quale l’istituto del premio di maggioranza dovrebbe giustificarsi: la governabilità.
L’irragionevolezza e la contraddittorietà della disciplina è del tutto evidente.



E’ infatti ancor più probabile che la sfida elettorale al Senato si riduca alla competizione tra aggregazioni non solo instabili, ma anche territorialmente disomogenee, all’unico fine di conquistare un vantaggio di seggi da distribuire tra i vincitori a danno della minoranza, senza che tale esito sia in alcun modo giustificato dal valore della stabilità.



Né, d’altra parte, apparirebbe legittima l’attribuzione del premio sul piano nazionale, in violazione della disposizione dell’art. 57 Cost., secondo il quale il Senato è eletto su base regionale.



3. Incostituzionalità della disciplina di differenziazione delle soglie di sbarramento



Le discipline elettorali di Camera e Senato, così come ridisegnate dalla legge in discussione, prevedono numerose soglie di sbarramento per l’accesso alla ripartizione dei seggi. Tali soglie sono variamente articolate a seconda della propensione a coalizzarsi e della consistenza elettorale dei singoli partiti.



Al di là della perplessità per la presenza di ben sei soglie di sbarramento, differenziate tra l’uno e l’altro ramo del Parlamento (e al Senato assai più alte che alla Camera) senza che sia chiaramente intellegibile la giustificazione di tale diseguaglianza, tale disciplina suscita alcuni ulteriori dubbi di legittimità.



La finalità perseguita è, verosimilmente, quella di favorire l’aggregazione e scongiurare la frammentazione. Ciò giustificherebbe ad esempio il fatto che liste non coalizzate o coalizioni con consenso limitato incontrino una soglia di sbarramento assai più alta di quella prevista per le liste coalizzate (al senato, ad es., l’8% anzichè il 3%).



La finalità è però ancora una volta irragionevolmente contraddetta dall’assenza di misure cogenti e di sanzioni per le coalizioni che, dopo aver evitato le più alte soglie di sbarramento, si disgreghino in corso o, addirittura, già all’inizio della legislatura.



4. Violazione dell’art. 51 Cost., in tema di pari opportunità, per omissione di un obbligo giuridico in capo al legislatore.



Com’è noto, l’art. 51 Cost., così come modificato nell’attuale legislatura, stabilisce, tra l’altro, che “tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge” e che “a tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini “. A tal proposito, la Corte costituzionale ha incontrovertibilmente affermato (sent. n. 49/2003) come sia “doverosa l’azione promozionale per la parità di accesso alle consultazioni”.



Appare, pertanto, una grave omissione dell’obbligo costituzionale cui è soggetto il Legislatore non aver previsto alcun tipo di misura, quand’anche minima, per promuovere la parità tra i sessi in occasione delle consultazioni elettorali. Tanto più che, quello in corso, è il primo intervento legislativo organico dopo l’approvazione della riforma costituzionale.



In conclusione, alla luce dei menzionati dubbi di costituzionalità e considerando gli inconvenienti pratici di un possibile sindacato o controllo successivo all’entrata in vigore delle legge, il Senato è chiamato, in questa circostanza, ad un’altissima responsabilità istituzionale.




Perché l'hai fatto, Dario?

«Perché l'hai fatto? Sei il commediografo vivente più rappresentato al mondo, dove oltre 400 compagnie portano in scena le tue opere. Hai anche preso il Nobel, goditi questa vecchiaia!» E' stato l'appello - accorato, sincero, credibile - che Franca Rame ha fatto lunedì sera a Dario Fo, il venerabile Giullare, l'eroe di tante battaglie che ha deciso di impegnarsi per la sua città, candidandosi alle primarie. Perché l'hai fatto, Dario?

E lui, il maestro di teatro, lo studioso dell'antica arte dei saltimbanchi, comincia a raccontare a modo suo, da supremo guitto, la sua scelta di candidarsi. Prima c'è una citazione di Gramsci, ("se non sappiamo da dove veniamo, è difficile capire dove andare"), «un personaggio fuori moda, soprattutto a sinistra». E poi indietro nel tempo, fino al 370 dopo Cristo, quando le donne di Milano sostennero la candidatura di Ambrogio a vescovo, se pure libertino e forse anche un ladro, «perché preferivano essere governate da un uomo che non si cura di mascherare le proprie passioni». La scelta di questo breve testo da è più politica che artistica, con Ambrogio a rappresentare l'uomo e artista Dario Fo che non riesce ad accettare l'idea del burocrate ingessato nel doppiopetto blu, circondato da burocrati, con un mezzo sorriso mummificato sulle labbra e gli occhi inespressivi.

Ma il teatro stasera dura poco e le risate si spengono assieme alle luci. Viene proiettata una puntata di Ballarò dedicata ai problemi della casa, famiglie di sei persone stipate in 30 metri quadrati, bambini che fanno la doccia col secchio. Muri fatiscenti si alternano alle immagini delle case popolari ristrutturate e lasciate sfitte, per essere messe in vendita con profitti elevatissimi. E' uno strazio, per chi ha una casa confortevole in cui tornare alla sera, osservare la vita della madre di una ragazzina autistica mentre scalda la stanzetta in cui vive abusivamente mettendo pentole sul fornello e la illumina con le candele, perché non ha la corrente.

Ma ecco, finalmente torna Ambrogio/Dario, indignato con le disparità, accanito con «I ricchi che pensano a rivestire le loro pareti spogliando gli uomini. Distruggono ogni bene gridando "è mio", senza ricordarsi che il proprietario di tutto è il Creatore».

E qui il testo medievale finisce definitivamente, perché il programma lascia spazio a una serie di tecnici e politici che raccontano al pubblico la catastrofe ecologica che la nostra città sta attraversando. A Milano i bambini di 10 anni hanno polmoni simili a quelli dei vecchi montanari di 70 anni. Si immatricolano 125 nuove auto all'anno solo per stangarle con contravvenzioni per 85 milioni di Euro l'anno. Si concede la massima libertà al traffico privato, incuranti della città che soffoca, limitandosi a suggerire ai genitori di non portare i bambini nel passeggino, ma in uno zaino, perché sta in alto. Si tenta di privatizzare l'acqua, si progettano enormi grattacieli da milioni di metri cubi senza verde intorno, si investono somme enorme di denaro per costruire box distruggendo i parchi. E' una sfilata di miserie, quella raccontata sul palco del teatro Smeraldo, che lascia senza fiato.

Ma la sfilata di miserie purtroppo sembra resta lì, un po' appesa insoluta, denuncia feroce, ma priva di proposte pragmatiche. Il limite del Dario Fo politico sembra evidente: straordinario commediografo, interprete eccezionale, campione di vitalità a dispetto dell'anagrafe, Dario non riesce a dare la sensazione di poter proporre un progetto credibile e una squadra all'altezza di rimettere in moto la città.

E non ci riesce fino all'ultimo istante, quando, proprio in chiusura, con uno dei suoi coupe de theatre a cui non ci si abitua mai, il progetto arriva. E' diverso, molto criptico, occultato all'interno di una frase magnifica, che lascia intendere poco, ma significa tutto e chiarisce a chi sa interpretarla le intenzioni del grande artista. Eccola: «Per aver ragione non basta la normalità. Ci vuole l'insolita follia e la passione».

Follia e passione, "nostra" forza e limite dei burocrati della politica, grigi e senza fantasia, che - coerentemente - hanno scelto un loro simile a rappresentarli. Se Davide e Milly sapranno resistere alla melassa della politica di palazzo, riflettere comprendere il messaggio di Dario, mettere "follia e passione" nelle loro azioni, non è detto che non si possa avverare il nuovo "miracolo a Milano". www.onemoreblog.org


Critica del giornalismo contemporaneo



[…] Oggi è diventato quasi banale dire che i mezzi d'informazione manipolano e distorcono, proprio perché ci si limita ad avvalorare l'affermazione portando come prova solo singoli casi circoscritti, i più eclatanti, che formano la punta dell'iceberg del problema, rilevando ad esempio che la tal testata ha censurato il tale fatto e che la talaltra ne ha spettacolarizzato un altro. Si può invece arrivare a fare considerazioni più efficaci collegando le coperture le une alle altre nel tentativo di avere una visione d'insieme, oppure mostrando il punto di vista altro , estraneo all'immaginario dominante, che ogni copertura informativa del giornalismo istituzionale tende sempre ad oscurare.

Infatti le cose cambiano parecchio se si evidenzia che la tal testata ha censurato l'elemento di una vicenda che un'altra copertura informativa, realizzata in un altro momento dalla medesima testata, aveva indotto a ritenere di grande importanza; oppure se si sottolinea che la tal altra testata, spettacolarizzando un determinato evento, ha lasciato del tutto all'oscuro elementi imprescindibilmente necessari a comprenderlo.

Di un giornalismo in fondo davvero convinto di essere tutto sommato imparziale e completo si riesce in tal modo a evidenziare la schizofrenia e l'incoerenza, potendo su questa strada arrivare, meno banalmente, a cogliere l'aspetto profondo del problema, ossia a capire che le manipolazioni e le distorsioni non sono (solo) semplici fatti tecnici né tanto meno dovuti (solo) alle volontà di qualche singolo editore o direttore di testata, ma risultano essere, in maniera ben più complessa, il riflesso della diffusione a tutti i livelli (anche al livello del pubblico) di un immaginario dominante che impedisce di pensare a un' altra realtà giornalistica e impone a quella cui dà vita le sue contraddizioni e i suoi autoinganni. […]


da Marco Niro, “Verità e informazione. Critica al giornalismo contemporaneo”, edizioni Dedalo, pp. 360, euro 18

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Quando parliamo dell'esigenza, per il grande pubblico, di conoscere i codici dei media per potersene difendere, pensiamo anche ad un libro come quello di Marco Niro, appena arrivato in libreria. Marco Niro è uno studioso dei mass media e, di recente, collaboratore di megachip.info.

Il bel libro che ci propone è indirizzato a chi si occupa già professionalmente di comunicazione, perché possa arrossire guardandosi nello specchio che Marco gli pone davanti agli occhi. E' indirizzato anche agli “utenti” della comunicazione perché passino dalla generica disapprovazione del sistema vigente ad una più consapevole interpretazione dei meccanismi distorsivi che lo caratterizzano, quasi strutturalmente.

Non è un pamphlet, ma una rigorosa indagine. Il metodo di Marco Niro è lineare, come evidenti e dichiarate sono le sue premesse teoriche. L'autore analizza alcune scelte redazionali compiute dai più seguiti media italiani: Corriere della sera e Repubblica, per la stampa scritta; Tg1 e Tg5, per l'informazione televisiva (se posso muovere una piccola obiezione, avrei aggiunto al pacchetto l'analisi di un quotidiano sportivo, scoprendo che anche là maturano potenti elementi che formano l'immaginario collettivo).

Il fine dell'autore è infatti quello di dimostrare, con esempi commentati, dove e quando la censura, la spettacolarizzazione e la sovrainformazione hanno prodotto danni ed in che modo il conformismo possa uccidere le singole “buone intenzioni”.


Salvatore Scaglione www.megachip.info


L'OPEC e la conquista economica dell'Iraq
di Greg Palast
Il mese scorso la squadra investigativa del giornalista statunitense Greg Palast ha ricevuto un riconoscimento Project Censored, "una sorta di premio Pulitzer", per aver scoperto i piani – antecedenti alla guerra – del dipartimento di Stato Usa per la conquista economica dell'Iraq
... Per mesi il dipartimento di Stato ha negato l'esistenza di questo documento di 323 pagine...
... Il mutamento verso una politica favorevole all'OPEC è stata condotto dallo stesso Dick Cheney. "La persona più influente alla guida della politica americana sull'energia è il vice Presidente", che, come ha detto un interno " crede che la sicurezza derivi dal... lasciare che i prezzi si seguano fin dove possibile".

Dopo due anni e mezzo e 202 miliardi di dollari per la guerra in Iraq, gli Stati Uniti hanno ora un nuovo assetto significativo da mostrare: appartenenza effettiva, attraverso il nostro controllo sulla politica energetica irachena, nella Organization of the Petroleum Exporting Countries (OPEC), il cartello petrolifero controllato dagli arabi. Proprio su cosa fare con questa delega, almeno sino all'inaugurazione del presidente Bush, è stata la causa di una battaglia campale tra neoconservatori al Pentagono da un lato, e il dipartimento di Stato e l'industria petrolifera dall'altro. La questione è se l'Iraq rimarrà un membro permanente dell'OPEC, sostenendo i limiti della produzione e quindi prezzi alti, o un guastatore ribelle in grado di rovesciare l'egemonia araba.

Secondo alcuni membri e visti i documenti ottenuti dal dipartimento di Stato, i neoconservatori, che prima erano in prima linea, ora si stanno tirando indietro completamente. Il sistema iracheno per la produzione petrolifera, dopo un anno di sperimentazione fallita di libero mercato, è stato riorganizzato quasi interamente come era ai tempi di Saddam Hussein. Sotto la pacata direzione dei dirigenti della compagnia petrolifera americana che lavora con il dipartimento di Stato, gli iracheni hanno scartato la visione neoconservatrice del laissez-faire, privatizzare la gestione del petrolio per ostacolare la regola delle quote da parte dell'OPEC, causa dell'aumento del 148% del prezzo del petrolio dall'inizio del 2002. E' stato estimato che questo aumento è costato all'economia americana l'1,5% del suo PIL, un terzo della crescita totale in questo arco di tempo.

Data questa spinta economica, e dato che gli stati membri dell'OPEC provvedono al 46% delle importazioni di petrolio in America, può sembrare strano che "il controllo " degli Stati Uniti sull'Iraq permetta ad una compagnia petrolifera nazionale di sostenere la rigatura dei prezzi dell'OPEC. E in effetti, lo schema originale per la ricostruzione, almeno quello auspicato dai neoconservatori, era di privatizzare totalmente il petrolio iracheno e quindi di minare il cartello petrolifero. Un padrino intellettuale di questa strategia è stato Ariel Cohen della Heritage Foundation, il quale, nel settembre 2002, ha pubblicato (con Gerald P. O'Driscoll, Jr.) un piano per il dopo-guerra, "The Road to Economic Prosperity for a Post-Saddam Iraq" (La via per la prosperità economica nell'Iraq dopo Saddam), che propone l'idea di usare l'Iraq per annientare l'OPEC. Cohen mi ha spiegato come sia possibile realizzare una prodezza geopolitica così straordinaria. L'OPEC mantiene alti i prezzi del petrolio tagliando la produzione tramite il sistema delle quote imposte, di fatto, ad ogni membro dall'Arabia Saudita, la quale predomina grazie alle sue oppressive limitazioni . I sauditi, per mantenere il loro controllo sul prezzo, devono porre un freno alla produzione degli altri membri, in particolar modo l'Iraq, dove si trovano le seconde migliori riserve.

Essendo padrone di tutte i pozzi, con Saddam Hussein, l'Iraq aderiva alla quota limite imposta dall'OPEC (storicamente fatta per eguagliare quella dell'Iran, ora 3,96 milioni di barili al giorno). Cohen pensa che se le zone petrolifere irachene fossero frazionate e svendute, una dozzina di operatori concorrenti avrebbero presto messo in moto la produzione dalle loro zone il più possibile, facendo salire repentinamente la produzione totale irachena sino a 6 milioni di barili al giorno. Questo greggio extra sarebbe affluito ai mercanti petroliferi mondiali, l'OPEC si sarebbe invischiato nella sovrapproduzione, il prezzo del petrolio sarebbe sceso di colpo, e l'Arabia Saudita sarebbe in ginocchio, sia economicamente che politicamente.

Dal febbraio 2003, l'analisi di Cohen è stata custodita gelosamente, come politica ufficiale per la nazione occupata, sotto forma di un progetto di cento pagine dal titolo "Trasformare l'economia irachena dalla ripresa alla crescita sostenibile"- un piano che incorpora in modo generale i fondamenti per un dopoguerra iracheno sostenuto dal ministro della Difesa Donald Rumsfeld, il vice ministro Paul Wolfowitz, e il personaggio dell'Iran-Contra Elliott Abrams, ora vice consigliere alla Sicurezza nazionale. Nominalmente scritto da un comitato di rappresentanti di Difesa, Stato, e Tesoro, il programma era di fatto il progetto di un plotone di una corporazione di lobbysti, tra cui spicca il fanatico della tassa sulla casa, Grover Norquist. Dalla revisione delle tasse alla modifica della legge sui diritti d'autore, il documento traccia un trasferimento radicale dell'Iraq come un libero mercato Xanadu- una sorta di Cile sul Tigri- includendo, a pagina 73, la svendita dei "gioielli della corona" della nazione: "privatizzazione... [del] petrolio e delle industrie accessorie".

Nel seguire la veloce avanzata dei militari americani verso Baghdad, gli scettici del piano neoconservatore sono stati sommariamente ignorati. Primeggia tra i reietti il generale Jay Garner, viceré dell'occupazione per breve tempo: arrivato in piena notte a Baghdad dal Kuwait ha ricevuto una chiamata da Rumsfeld che lo informava del suo congedo. Quando ho incontrato Garner lo scorso marzo negli uffici di Washington del L3 Corporations, gigante della sicurezza ausiliaria a cui è a capo ora, il generale mi ha detto che ha rifiutato di imporre all'Iraq il progetto di ordine di svendita, in particolar modo per il petrolio. "Non è proprio la battaglia da intraprendere adesso" ha detto. "Non vuoi trovarti a fine giornata con più nemici di quanto ne avevi all'inizio".

Nel complotto per distruggere l'OPEC, i neoconservatori hanno però sbagliato nel predire la resistenza violenta delle forze degli insorti: l'industria petrolifera americana stessa. Dall'inizio del piano per la guerra, i dirigenti petroliferi americani si sono accordati con i pragmatici al Dipartimento di Stato e al Consiglio nazionale della sicurezza. Entro poche settimane dall' inaugurazione, importanti esuli iracheni- molti legati alle industrie americane- sono stati invitati alle discussioni segrete dirette da Pamela Quanrud, un'esperta economica del Consiglio di sicurezza nazionale, che ora lavora allo Stato. "E' diventato presto un gruppo petrolifero", così mi ha detto Falah Aljibury, uno dei partecipanti. Aljibury, un consulente del commercio petrolifero della Amerada Hess e del colosso degli investimenti bancari Goldman Sachs, che una volta prestava servizio come intermediario tra gli Stati Uniti e l'Iraq ai tempi delle amministrazioni di Reagan e George H. W. Bush, ruppe i ponti con il regime di Hussein dopo l'invasione del Kuwait.

Le idee del gruppo di lavoro riguardo la guerra sono stare meno utopistiche rispetto a quelle dei neoconservatori. "L'industria petrolifera, chimica e bancaria speravano che l'Iraq avrebbe messo in atto una rivoluzione come in passato e che il governo fosse messo a tacere per due o tre giorni", questo mi ha raccontato Aljubury. "Avete la legge marziale. . . e dite che l'Iraq è stato liberato e tutti staranno al loro posto. . . Tutto come prima." Secondo questo piano, Hussein sarebbe stato semplicemente rimpiazzato da qualche ex generale del partito Baath. Un candidato era il generale Nizar Khazraji, un ex capo dell'esercito appartenente allo staff di Saddam, che al momento era agli arresti domiciliari in Danimarca accusato di crimini di guerra. (Khazraji è stato visto in Iraq un mese dopo l'invasione americana, ma è subito scomparso e di lui non si è più saputo nulla da allora).

Esattamente sei mesi prima dell'invasione, l'amministrazione Bush ha designato Philip Carroll a consigliare il ministero iracheno del petrolio una volta che i carri armati americani fossero entrati a Baghdad. Carroll è stato direttore generale sia della Fluor Corporation, ora uno dei maggiori contraenti in Iraq, e della divisione americana della Royal Dutch/Shell. Nel maggio 2003, un mese dopo il suo arrivo in Iraq, Carroll balzò in prima pagina quando disse al Washington Post che l'Iraq sarebbe potuto uscire dall'OPEC. "[Gli iracheni] a causa di interessi nazionali, hanno deciso di volta in volta di uscire dal sistema delle quote per seguire la propria strada. . . . Potranno decidere di fare la stessa cosa. Secondo me è una questione nazionale molto importante". Più avanti Carrol mi raccontò, però, che lui personalmente non avrebbe supportato la privatizzazione delle zone petrolifere. "Nessuno sano di mente può pensare di farlo", così ha detto.

Subito dopo le dimissioni di Carroll nel settembre 2003, il nuovo governo provvisorio ha designato un ministro del petrolio: Ibrahim Bahr al-Uloum. Uloum (a cui è stato procurato il lavoro da Ahmad Chalabi, il favorito dei neoconservatori) ha velocemente licenziato Muhammad al-Jiburi, il capo del Iraq's State Oil Marketing Organization [Organizzazione del mercato petrolifero nazionale iracheno, ndt.] e Thamer Ghadhban, l'esperto in carica delle zone petrolifere del sud; ambedue godevano della fiducia delle industrie petrolifere occidentali. La produzione oscillava da una misto di incompetenza, furto al commercio all'ingrosso (il petrolio iracheno non veniva misurato), sabotaggi e corruzione che un petroliere mi descrisse come "rampante" con "rendiconti diretti ai rappresentanti di governo dagli operatori commerciali".

Con le esplosioni quotidiane di oleodotti, l'idea di ricostruire l'industria petrolifera irachena è andata in fumo. Carroll è stato sostituito con un altro capo petrolifero di Houston, Rob McKee, un ex vice-presidente esecutivo della ConocoPhilips e attualmente -anche durante la sua carica a Baghdad- presidente della Enventure, una società per la fornitura di trivellatrici della Halliburton Corporation. McKee poco tollerava la minaccia dei neoconservatori di privatizzare i pozzi petroliferi. Un associato vicino a McKee e il consigliere esecutivo della Hess's trading arm, Ed Morse, mi ha riferito che "Rob era molto deciso a fare una compagnia petrolifera nazionale molto forte" anche se avrebbe dovuto scontrarsi con le obiezioni del Consiglio del governo iracheno. Morse, che ha raccontato di avere ricevuto più di sei telefonate al giorno dalla amministrazione Bush per discutere sull'Iraq, è uno degli uomini su cui Washington conta di ottenere la realizzazione del Big Oil. Come Carroll e McKee, Morse scherniva quella che lui chiamava "l'ossessione degli autori neo-conservatori sui modi di minare l'OPEC". Morse dice che gli iracheni sanno di produrre 6 milioni di barili al giorno, vale a dire 2 milioni in più rispetto alla quota prevista dall'OPEC, "distruggeranno il mercato petrolifero" e faranno crollare la loro stessa economia.

Nel novembre 2003, McKee ha disposto tranquillamente un nuovo piano per il petrolio iracheno. La bozza verrà supervisionata da un "consigliere anziano", Amy Jaffe, che ha lavorato per Morse quando egli deteneva il prestigioso titolo di presidente del consiglio delle relazioni estere- James Baker III Institute Joint Committee on Petroleum Security. Ora Jaffe lavora per Baker, l'ex segretario di Stato, la cui società legale si occupa di consulenza per la ExxonMobil e il ministero della Difesa dell'Arabia Saudita. Il piano, scritto nominalmente dal contraente del Dipartimento di Stato BearingPoint, fu condotto, a quanto riferisce Jaffe, da un gruppetto di consulenti e dirigenti dell'industria petrolifera.

Per mesi, il Dipartimento di Stato ha ufficialmente negato l'esistenza di questo piano di 323 pagine riguardante il petrolio iracheno, ma quando ho scoperto il titolo del documento dalle mie fonti e dopo le mie minacce di azioni legali, sono stato in grado di ottenere il documento completo, datato dicembre 2003 e intitolato "opzioni per sviluppare un'industria petrolifera irachena sostenibile a lungo". Il documento composto da più parti descrive sette modelli possibili per produrre petrolio in Iraq, ognuno dei quali elabora in modo differente una singola opzione: la creazione di una compagnia petrolifera statale. Le sette opzioni si allineano dal modello Saudi Aramco, nel quale l'intere operazioni dalla riserve agli oleodotti appartengono al governo, secondo il modello dell'Azerbaijan, nel quale i beni statali sono gestiti quasi del tutto dal "IOCs"(Compagnie petrolifere internazionali). Chi ha abbozzato il piano ha avuto un po' di riguardo per il sistema di "auto-finanziamento", come quello dell'Arabia Saudita, che esclude le IOCs dai pozzi, preferendo il modello del patto di condivisione della produzione (PSA) , sotto il quale lo stato mantiene il diritto ufficiale alle riserva mentre la gestione e il controllo è affidato alle compagnie petrolifere straniere. Queste compagnie dirigono, accumulano e forniscono le estrazioni del greggio in cambio di una percentuale sugli introiti delle vendite.

Mentre si promuoveva il controllo delle IOC sulle zone, gli autori [del piano ndt] si preoccupavano di avvisare il governo iracheno contro i tentativi di sottrarre i profitti delle IOC: "Le nazioni che non offrono tassi adeguati ai rischi di ritorno uguali o superiori alle altre nazioni difficilmente raggiungeranno significativi livelli di investimenti, senza considerare le loro ricchezze geologiche". In effetti, per fare un'offerta maggiore di quella delle altre nazioni per beneficio della Big Oil, bisognerà che l'Iraq ceda una larga fetta di profitti, soprattutto quando concorre contro le altre nazioni come l'Azerbaijan che da via alle vendite. Nel documento è riportato che il governo dell'Azerbaijan è stato "capace di superare il loro limite di rischio e di attirare miliardi di dollari di investimenti offrendo un bilancio contrattuale di interessi commerciali entro i rischi da contratto." Questo si riferisce al fatto che l'Azerbaijan, a dispetto della bassa qualità del suo petrolio e della povertà dell'ambiente, porta nelle IOCs grazie ad una scissione scandalosa di entrate permessa dal governo corrotto della nazione.

Data la facilità di adattare gli interessi dell'OPEC e quelli delle IOCs, è indubbiamente comprensibile la ragione per cui distruggere il cartello petrolifero non era per i petrolieri una buona idea. Nel 2004, con il petrolio vicino ai 50 dollari al barile durante tutto l'anno, le maggiori compagnie petrolifere americane hanno raggiunto il record, o quasi, dei loro profitti. ConocoPhilips, la compagnia di Rob McKee, ha raddoppiato questo febbraio il suo profitto trimestrali rispetto all'anno passato, che ha raggiunto anch'esso il record. L'ex azienda di Carroll, la Shell, ha registrato il nuovo record con 4.48 miliardi di dollari in quattro quarti di guadagni. L'anno scorso, ExxonMobil ha registrato il più grosso profitto di gestione in un anno nella storia delle corporazioni americane.

Quando ho parlato con Ariel Cohen all'Heritage sul suo sogno si distruggere l'OPEC, ha rimproverato il Dipartimento di Stato di aver assecondato i sauditi e i russi, che traggono anche essi i loro benefici dalla vendita del petrolio a costi elevati. Le politiche avvelenate erano influenzate, così egli dice, da "economisti arabi assunti dal Dipartimento di Stato che stanno sostenendo in pratica l'intruglio magico della famiglia reale saudita e del blocco sovietico. . . perché i sauditi sono interessati a massimizzare il loro mercato di condivisione e non sono interessati alla rapida crescita della produzione irachena.

Secondo Morsem , il mutamento verso una politica favorevole all'OPEC è stata condotto dallo stesso Dick Cheney. "La persona più influente alla guida della politica americana sull'energia è il vice Presidente", che, come ha detto un componente " crede che la sicurezza derivi dal. . . ... lasciare che i prezzi si seguano fin dove possibile". Ho chiesto se questi erano prezzi artificialmente alti imposti dall'OPEC. " L'ufficio del vice-presidente non [ha] seguito una politica in Iraq che avrebbe condotto ad una rapida apertura del settore energetico iracheno . . quindi non hanno fatto nulla, né con i produttori né con la politica energetica, che ci porterà a dire "Faremo pressione all'OPEC".

L'opposizione alla partecipazione dell'Iraq all'OPEC è stata fatta in un modo tale che avrebbe reso orgoglioso Saddam. Il 20 maggio del 2004, la polizia irachena ha fatto irruzione nella casa di Ahmad Chalabi a Baghdad ed ha portato via i suoi computers e i files. Chalabi è stato cacciato dal suo stesso governo: l'accusa era di spionaggio nientemeno che per l'Iran. Il Consiglio di governo di Chalabi è stato presto messo a tacere e, contemporaneamente, Bahr al-Uloum è stato strappato dal Ministero del Petrolio e sostituito proprio dagli uomini che aveva rimosso. Thamer Ghadhban prese il posto di al-Uloum al Ministero del Petrolio e il rivale di Chalabi, Muhammad al-Jiburi, è stato nominato ministro del Commercio.

Ma proprio quando i neoconservatori stavano per cantare vittoria, Ahmad Chalabi ricompare dopo otto mesi . Nel gennaio del 2005, Chalabi, rompe gli accordi con il padre del suo ex ministro del Petrolio al-Uloum, un broker sciita, e ordina che il voto etnico-religioso ritorni nell'ufficio. Chalabi si riserva il posto di secondo vice premier e, per di più, l'allentante titolo di ministro del Petrolio ad interim. Le indagini sullo spionaggio sono stata lasciate da parte; il re di Giordania si è offerto di perdonare Chalabi per i 72 milioni di dollari che mancano dalla ex banca di Chalabi; e Chalabi richiama il suo ministro del Petrolio al-Uloum, il figlio dello sceicco. Anche il texano favorevole all'OPEC, Ghadhban è stato nuovamente rimosso.

Ma Chalabi ha imparato la lezione: non intromettersi con il Texas o con il cartello favorito dai texani. Un Chalabi castigato sostiene ora la cooperazione dell'Iraq con la "rapina" dell'OPEC nel mondo dei consumatori di petrolio. E Dick Cheney, lontano da "fare pressioni sull'OPEC" ha di fatto permesso senza fiatare il cartello del monopolio petrolifero . Ma i prezzi stratosferici del greggio imposti dall'OPEC ha rovinato l'industria automobilistica americana e causato la bancarotta di mezza dozzina di compagnie aeree? Nel Bunker del vice-presidente l'eliminazione dei lavori dei membri dell'unione della Democratic-leaning è vista come un premio per le buone azioni rappresentate dall'incremento dei profitti dell'industria petrolifera lontana dallo strato di ozono.






Fonti: http://italy.peacelink.org/conflitti/articles/art_13335.html
http://www.gregpalast.com/detail.cfm?artid=471&row=0



Una mano lava l'altra
I soldati Usa che bruciarono due talebani? Lo fecero per motivi igienici





Quelle immagini, come gli incappucciati e gli abusi di Abu Ghraib, avevano fatto il giro del mondo, provocando l’ennesima frattura tra gli Stati Uniti e Islam: due corpi di talebani bruciati da alcuni soldati americani, ignorando il fatto che per un musulmano la cremazione è una pratica inconcepibile e altamente offensiva. Su quel fatto, ripreso da un giornalista australiano al seguito delle truppe, l’esercito Usa aprì subito un’inchiesta. Che ora è arrivata alla sua conclusione: i soldati non saranno incriminati per la profanazione, ma riceveranno soltanto una nota di biasimo. Perché quei corpi li bruciarono “per motivi igienici”, circostanza permessa dalla Convenzione di Ginevra e che quindi non rientra nella categoria dei crimini di guerra.

La profanazione. L’episodio risale ai primi di ottobre, quando la tv australiana Sbs mostrò il filmato del giornalista embedded Stephen Dupont realizzato tra le montagne intorno a Kandahar, dove le truppe americane devono ancora fronteggiare la resistenza dei talebani. Nel video, si vedeva come i corpi venissero bruciati come monito, mentre dagli altoparlanti dei soldati partiva musica occidentale sparata a tutto volume ed esortazioni rivolte ai talebani nascosti nei villaggi vicini, con la minaccia che se non si fossero consegnati, avrebbero subito la stessa fine dei loro compagni. Il problema è che il Corano vieta la cremazione dei cadaveri, e che chi viene bruciato (vivo o morto) non potrà disporre del suo corpo dopo il giorno del giudizio.

I risultati dell’indagine. Secondo quanto emerso dall’inchiesta, i soldati avrebbero bruciato i cadaveri perché dovevano rimanere a combattere su quell’altura per diversi giorni, la temperatura superava i trenta gradi e quindi restare vicino ai corpi in decomposizione dei nemici uccisi avrebbe costituito un problema. “Non c’era lo scopo di profanare i resti, ma solo quello di sbarazzarsene per motivi igienici”, ha spiegato il generale Jason Kamiya, comandante operativo della coalizione guidata dagli Usa in Afghanistan. I due soldati responsabili, ha aggiunto, riceveranno quindi una nota di biasimo per la mancanza di sensibilità culturale e religiosa, ma in quel momento non pensavano di fare niente di sbagliato. E piuttosto è il filmare i corpi bruciati, ha concluso Kamiya, a rappresentare una violazione delle norme militari.

Le reazioni in Afghanistan. Le conclusioni dell’indagine americana non sono piaciute al governo afghano di Hamid Karzai, che sta portando avanti per conto proprio un’altra indagine sulla vicenda. I più critici sono stati soprattutto i rappresentanti religiosi. “Quei soldati dovrebbero essere puniti severamente”, ha detto Khair Mohammed, un’eminente autorità religiosa di Kandahar. “I soldati stranieri in Afghanistan devono rispettare la nostra religione. Se continuano a fare così, ogni musulmano gli si rivolterà contro”. Per ora, pur essendo condannato duramente dalle autorità e dai media, l’episodio non ha scatenato violenze proteste popolari come quelle dello scorso maggio, quando il settimanale Newsweek rivelò (e poi negò) che nelle prigioni controllate dagli Usa il Corano finiva negli scarichi dei gabinetti. Forse perché, credono diversi osservatori, il filmato australiano non è mai stato mostrato sulle tv afghane. www.peacereporter.net
Alessandro Ursic

Siria: il rapporto Mehlis e le sue conseguenze interne

Il rapporto stilato per conto delle Nazioni Unite dal giudice tedesco Detlev Mehlis, che aveva il compito di far luce sulla morte dell’ex premier libanese Rafiq Hariri, sta provocando, oltre ad importanti ricadute in ambito internazionale per il regime siriano anche un acuirsi delle tensioni interne al blocco di potere che guida il paese, che rischia di divenire sempre più frammentato e debole, con serie conseguenze per la stabilità complessiva del regime di Bashar Assad.

Dario Cristiani

Equilibri.net

Le Nazioni Unite hanno reso noto, alla fine dello scorso mese di Ottobre, il dossier al quale ha lavorato il giudice tedesco Detlev Mehlis. In questo documento sono state ricostruire le fasi e le responsabilità delle pianificazione dell’attentato in cui perse la vita lo scorso 14 febbraio l’ex premier libanese Rafiq Hariri.

Il rapporto accusa personaggi di spicco dell’establishment siriano e libanese di aver pianificato l’assassinio dell’ex primo ministro del paese dei cedri, il sunnita Rafiq Hariri, protagonista indiscusso della vita politica libanese degli ultimi decenni. I nomi presenti nel rapporto originariamente pubblicato e che in seguito sono stati nascosti poiché, secondo il procuratore Mehlis, vige per gli accusati la presunzione di innocenza, sono quelli di molti dei principali esponenti dell’attuale leadership siriana e quindi, oltre al contraccolpo per il paese a livello diplomatico, la pubblicazione di questo dossier avrà inevitabilmente delle forti ripercussioni anche a livello interno e molto probabilmente sarà una delle armi, se non la più importante, con la quale verrà combattuta la battaglia politica nelle stanze del potere di Damasco.

Le personalità sotto accusa ed il loro profilo politico

I principali nomi fatti dal rapporto riguardanti le responsabilità siriane nella morte di Hariri sono quelli di Maher Assad, Asef Shawkat, Hasan Khalil, Bahjat Suleiman, Rustom Ghazali e Ghazi Kenaan. Quest’ultimo è morto, ufficialmente per suicidio, lo scorso 12 ottobre, anche se la sua morte ha suscitato e continua a suscitare più di una perplessità, dato che Kenaan è stato il responsabile dell’intelligence siriana in Libano per quasi 20 anni, dal 1982 al 2002, e che nel rapporto che sarebbe stato pubblicato di lì a poco viene considerato implicato nella morte di Hariri, anche se altri analisti indicano in Kenaan come colui il quale era più scettico, all’interno della leadership di Damasco, nel portare avanti questo piano.

I primi due nomi sono considerati degli strettissimi collaboratori e nel contempo rivali di Bashir Assad, sono gli uomini con cui egli condivide buona parte del potere ma da cui deve anche ben guardarsi in futuro. Inoltre i rapporti tra gli stessi Maher Assad e Shawkat non sono dei migliori, come dimostrato anche dal ferimento del secondo ad opera del primo nel 1999. Questo elemento aiuta a capire come nel blocco di potere che attualmente governa il paese la norma non sia la coesione ma la tensione e le rivalità e che la collaborazione vige solamente qualora è la contingenza politica del momento a consigliarla.

Il primo, Maher Assad, è il fratello più giovane dell’attuale rais siriano. Laureato in economia, negli anni immediatamente successivi alla morte del primo figlio di Hafez Assad e più serio candidato alla successione del padre, Basil, si parlò proprio di lui come del papabile a raccoglierne l’investitura di erede alla guida del paese, ma invece la scelta cadde poi su Bashir. Secondo alcuni osservatori della realtà siriana la vera causa del mancato approdo di Maher alla guida del paese è da ricercarsi nel suo carattere fortemente irruente ed instabile ed in molti per esempio riprendono, a suffragio di questa teoria, il ferimento a cui si accennava prima avvenuto nel 1999 di Shawkat ad opera di Maher. Attualmente Maher Assad ricopre il ruolo di capo della Guardia Repubblicana.

Il secondo invece, Asef Shawkat, è il cognato di Assad, marito della sorella maggiore, Bushra. Attualmente Shawkat è il capo dell’Intelligence militare siriana, che tra l’altro era l’agenzia di sicurezza siriana più coinvolta nel controllo del piccolo vicino libanese. Shawkat è considerato l’uomo più potente del regime dopo Bashar ed è sì un suo strettissimo collaboratore ma è anche dipinto come un politico molto ambizioso e spregiudicato.

Su di lui si annidano i maggiori sospetti del rapporto per ciò che concerne l’omicidio di Hariri e questo, secondo molti analisti, è uno dei massimi problemi che Bashar si troverà ad affrontare nei prossimi mesi. Qualora le verifiche e le indagini dovessero confermare la preminenza del ruolo svolto da Shawkat e Mahed Assad nella pianificazione dell’uccisione di Hariri, sarebbe difficile per Bashar continuare a sostenere l’estraneità sua e del suo intero blocco di potere nell’assassinio. In questo modo inevitabilmente andrebbe a rafforzarsi la pressione internazionale che attualmente grava sull’isolato regime siriano.

Inoltre, anche qualora il presidente, vedendosi senza altra scelta, volesse sacrificare il cognato e gli altri membri del regime più evidentemente coinvolti nell’assassinio di Hariri sull’altare della stabilità internazionale del paese, una tale decisione non sarebbe scevra da pericoli e conseguenze nefaste per la stabilità dell’attuale regime al potere.

In questo modo Bashar potrebbe avere l’occasione di eliminare dalla partita politica interna molti dei suoi potenziali rivali, ma le spaccature che si avrebbero nel gruppo che guida attualmente il paese potrebbero essere devastanti. Soffermandoci solamente sui due nomi più importanti fatti nel rapporto, quelli di Maher Assad e di Shawkat, questo rischio appare lampante.

Shawkat è uno dei massimi esponenti del regime, sia appunto per il rapporto che ha con Bashar, di cui è di fatto il numero due, sia per il ruolo estremamente delicato che ricopre, quello di capo del Mukhabarat da sempre considerato uno dei pilastri fondamentali del regime, mentre Maher è il capo del corpo di élite dell’esercito del paese. Appare così evidente che un loro eventuale allontanamento non sarebbe indolore. La storia recente della Siria è costellata da colpi di stato militari, lo stesso Hafez Assad era un generale e, con il suo “movimento correttivo” fu protagonista dell’ultimo colpo di Stato avvenuto nel paese che defenestrò Salah Jadid, di cui fino a poco prima proprio Hafez era stato il principale collaboratore.

L’interazione tra fattori interni ed esterni: il regime rischia?

Attualmente nella partita siriana interagiscono in maniera marcata sia fattori interni che esterni.
Il forte indebolimento del paese sul piano regionale e internazionale a causa della fine dell’egemonia politica sul Libano e del progressivo rafforzamento dell’isolamento diplomatico, il rischio di sanzioni dell’ONU qualora il regime mostrasse scarsa collaborazione nelle indagini future, come previsto dalla risoluzione, un leader in evidente difficoltà e che non si è mai mostrato forte e risoluto come il padre in questi cinque anni di governo, incapace di dar vita a quelle riforme che pur spesso nella sua retorica politica venivano menzionate, a capo di un gruppo segnato da guerre intestine e attraversato da forti tensioni, sia politiche che generazionali, tra la vecchia guardia legata ad Hafez Assad e i nuovi uomini vicini al presidente, sono tutti elementi che potrebbero quantomeno far pensare che l’acuirsi, nel corso dei prossimi mesi, di uno solo di questi fattori, potrebbe provocarne il crollo. Taluni analisti han prospettato per i prossimi mesi uno scenario in stile Iraq, con il paese invaso dalle truppe americane, con gli Stati Uniti che in questo modo darebbero la spallata decisiva a Bashar Assad per farlo crollare.

Questo scenario appare però di difficile realizzazione, oltre che per l’attuale difficoltà statunitense nel riuscire ad aprire un altro fronte di combattimento, tra l’altro con un paese dotato di buone forze convenzionali, ma anche e soprattutto per l’incapacità di prevedere chi possa prendere il potere nel paese dopo un eventuale caduta di Bashar. Ed è questa la carta che presumibilmente il presidente giocherà, tacitamente, per evitare che le pressioni, soprattutto esterne diventino insostenibile per il paese. Il rischio di un eventuale presa del potere da parte della Fratellanza Musulmana siriana, o più in generale l’avvento al potere di elementi provenienti dalla galassia del radicalismo islamico siriano, è considerata da Bashar una minaccia deterrente abbastanza forte, tale da indurre gli USA ed altri paesi ad evitare di indebolire troppo il paese.

Un epilogo di questo genere rischierebbe di aggiungere ulteriore instabilità al quadro regionale già gravato dalla difficile transizione irachena, soprattutto con un paese che, qualora cadesse in mano ad elementi oltranzisti, non aiuterebbe certamente la stabilizzazione del vicino iracheno, cosa che invece ora la comunità internazionale chiede a Damasco, ma che molto probabilmente fomenterebbe i gruppi e gli elementi più radicali che attualmente operano nel teatro iracheno.

Conclusioni

Il rebus siriano non appare di facile lettura, né tantomeno è possibile predire gli sviluppi futuri in maniera certa, a causa della molteplicità delle variabili che operano nel quadro politico siriano e della loro estrema complessità. A dinamiche politiche, interne ed internazionali, si mescolano forti rivalità personali, appartenenze confessionali e di clan, invidie e gelosie familiari. Gli sviluppi dell’inchiesta internazionale in atto contro quella parte di dirigenza del paese considerata responsabile della morte di Hariri potrebbero esacerbare le fratture che attualmente esistono e che sono una costante nella struttura del potere di Damasco degli ultimi anni, dato che è opinione diffusa che Bashar non abbia lo stesso carisma e la stessa forza del padre nel tenere insieme le turbolenti personalità che formano la dirigenza del paese. Appunto per questo ogni suo eventuale passo verso il possibile sacrificio, per ridurre la pressione internazionale sul paese, degli uomini più importanti del regime, come Maher Assad oppure Asef Shawkat, deve essere ponderato attentamente poiché potrebbe provocare l’erosione decisiva delle fondamenta dell’edifico del potere siriano provocandone la caduta, lasciando così spazio ad un’ampia varietà di scenari possibili.


Una Guantanamo nei Balcani
Secondo una rivelazione di Le Monde, nel 2002 il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Alvaro Gil Robles, fece visita alla base militare americana di Camp Bondsteel, in Kosovo. Ciò che vide fu una sorta di Guantanamo nel cuore dei Balcani. Nostra traduzione di due articoli del quotidiano francese
Di Natalie Nougayrède, Le Monde, 25 novembre 2005 (titolo originale: “Une ‘prison secrète’ américaine a existé dans un camp de l'OTAN au Kosovo”)

Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Carlo Dall'Asta

Camp Bondsteel Mentre in tutta Europa si moltiplicano le domande sull’eventuale esistenza, sul continente, di una rete di prigioni segrete gestite dalla CIA, il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Alvaro Gil Robles, descrive per la prima volta ciò che ha visto, un giorno di settembre 2002, in un sito fino ad ora poco citato nel dibattito sulle detenzioni extragiudiziali e la lotta contro Al-Qaida : la base militare americana di Camp Bondsteel, in Kosovo.

In questa imponente base, che ha ospitato fino a 6.000 soldati dell'esercito USA, e che si estende su 300 ettari vicino alla località di Ferizaj, a sud di Pristina, la "capitale" della regione amministrata dall’ONU, Robles ha visto una sorta di replica di Guantanamo. Sul territorio di Camp Bondsteel è stata allestita una prigione. Gestita interamente dall’esercito americano, costituisce il principale centro di detenzione di cui dispone la KFOR, la forza multinazionale della NATO stanziata in Kosovo dal giugno 1999.

"Vista dall’alto di una torretta, il posto sembrava una ricostruzione più in piccolo di Guantanamo", racconta Robles a Le Monde. "Delle piccole baracche di legno erano circondate da alte recinzioni di filo spinato. Ho visto da quindici a venti prigionieri, rinchiusi in queste casupole, vestiti di divise arancioni come quelle dei detenuti di Guantanamo". I detenuti da lui visti non erano incatenati. "Per la maggior parte stavano seduti, alcuni rinchiusi in celle d’isolamento. Tra di essi si vedevano dei barbuti. Alcuni leggevano il Corano. Tra le cellette erano ricavati dei corridoi per il passaggio delle ronde di guardia. Una donna soldato americana, che faceva parte del personale della prigione, mi ha spiegato che era appena giunta là, dopo avere prestato servizio alla base di Guantanamo", continua. Robles ha anche incontrato sul posto un rappresentante del dipartimento americano della giustizia.

"Scioccato" da ciò che aveva appena visto a Camp Bondsteel, Robles aveva domandato, all’indomani della sua visita, nel 2002, che i metodi del centro di detenzione cambiassero, e che le installazioni simili a quelle di Guantanamo fossero smantellate. Egli sostiene di aver ricevuto, nel corso dell’anno successivo, l’assicurazione che questo era stato fatto.

Ciò nonostante, sottolinea oggi Robles, numerose questioni restano in sospeso. La base di Camp Bondsteel è stata utilizzata nel quadro della "rotazione" dei prigionieri condotta da aerei della CIA tra l’Afghanistan, il medio oriente, l'Europa e Guantanamo? Ospita o ha ospitato dei luoghi segreti di detenzione? Da quale giurisdizione dipende la prigone della KFOR situata sul territorio di Camp Bondsteel, che continua a funzionare?

Nel 2002, a Camp Bondsteel come a Guantanamo, i detenuti non potevano contattare un avvocato. Non c’era alcun procedimento giudiziario a loro carico in corso, e le loro provenienza era circondata da un certo alone di segreto. L'incertezza giuridica regnante in Kosovo ha contribuito a questa situazione. La regione è posta sotto la tutela dell'ONU, in attesa di uno status definitivo, ma la forza multinazionale a guida NATO vi detiene delle importanti prerogative. La base di Camp Bondsteel sembra essere stata una zona di extralegalità. All’inizio della sua costruzione, nel 1999, era stata descritta come "la più grande base americana dopo la guerra in Vietnam".

"Siti neri"

Tra i detenuti intravisti da Robles, c’erano quattro uomini di origine nord-africana, mentre gli altri prigionieri erano apparentemente kossovari e serbi. Secondo la versione ufficiale, questi quattro erano stati arrestati dalla KFOR "nella regione, verso la frontiera macedone", e la loro detenzione rispondeva a imperativi di "sicurezza" del Kosovo. Ma sui documenti, il motivo della detenzione era formulato in un modo curioso: "risoluzione 1244", in riferimento alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU riguardante la situazione in Kosovo e i poteri della KFOR.

Alvaro-Gil Robles aveva chiesto di poter visitare la prigione di Camp Bondsteel, dopo aver appreso che la KFOR aveva compiuto degli arresti extragiudiziari in Kosovo. Era stato condotto alla base dal comandante della KFOR dell'epoca, il generale francese Marcel Valentin, che era visibilmente contrariato per la sorte riservata ai prigionieri.

L'utilizzazione ai fini di "lotta antiterrorista" di una base legata a una operazione NATO sotto egida ONU solleva inoltre la questione della trasparenza delle attività americane verso i loro alleati.

Questi fatti risalgono a più di tre anni fa. Il fatto che Robles scelga di preoccuparsene solo ora può stupire. Il rapporto che egli aveva pubblicato al ritorno dal suo viaggio non menzionava che in modo evasivo Camp Bondsteel. La priorità era all’epoca facilitare l’adesione della Serbia e Montenegro al Consiglio di Europa, avvenuta nel 2003.

È, spiega oggi Robles, il moltiplicarsi dei sospetti sull’esistenza di "siti neri" della CIA, e l’apparente gran numero dei trasferimenti, con aeroplani speciali, di prigionieri sospettati di legami con Al-Qaida che fa sì che egli si ricordi ora quell’episodio sotto una nuova luce.

"Io non posso stabilire dei legami tra queste informazioni e Camp Bondsteel, dato che non dispongo di elementi concreti al riguardo", commenta Robles. "Ma ritengo che si debbano esigere delle spiegazioni su questa base in Kosovo, come su altri siti su cui possono sorgere dei sospetti" in Europa.



Kosovo: Camp Bondsteel è sfuggito ai controlli civili

Di Natalie Nougayrède (e Christophe Châtelot, da Pristina), Le Monde, 26 novembre 2005 (titolo originale: “Kosovo: Camp Bondsteel a échappé à tout contrôle civil”)

Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Carlo Dall'Asta

Camp Bondsteel È possibile che la base militare americana Camp Bondsteel, in Kosovo, sia stata utilizzata dai servizi americani come sito di detenzione segreto nel quadro della lotta contro il terrorismo? All’indomani delle questioni sollevate al riguardo dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Alvaro Gil Robles, un alto osservatore incaricato di vigilare sul rispetto delle norme democratiche nella regione del Kosovo, amministrata dall’ONU, sottolinea che Camp Bondsteel e la prigione che esso ospita "sono sfuggiti per un lungo periodo a qualsiasi controllo civile".

Questa è la constatazione che fa Marik Antoni Nowicki, l’ombudsman del Kosovo, in un’intervista a Le Monde di sabato 26 novembre. Nowicki racconta di avere visitato la prigione di Camp Bondsteel nel 2001 e di avere avuto, come Alvaro Gil Robles, la sensazione che quelle installazioni assomigliassero a quelle di Guantanamo. "Da quanto ho visto, alla televisione, delle installazioni di Guantanamo, il modo di detenere le persone era simile" a Camp Bondsteel, afferma.

L'istituzione dell’ombudsman è stata creata dall’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa (OSCE) all’indomani dell'ingresso nel 1999 in Kosovo della forza d'intervento della NATO (KFOR). Nowicki sì è rammaricato di non aver potuto in passato accedere liberamente, senza un avviso preventivo, alla prigione di Camp Bondsteel. "Questa base non è mai stata posta sotto la mia giurisdizione", constata. La prigione di Camp Bondsteel formalmente dipende dalla KFOR. Le persone che vi sono state detenute, a parte qualche possibile eccezione, non sono mai state fatte oggetto di procedimenti giudiziari, precisa Nowicki, deplorando questo dato di fatto.

In quanto responsabile, sottolinea che "anche se si possono avanzare dei dubbi, nel momento in cui esiste un sito di detenzione di difficile controllo", egli non dispone di alcun elemento che permetta di affermare che la base militare americana abbia potuto ospitare uno dei presunti "siti neri" della CIA.
"Secondo le informazioni che mi sono state trasmesse dal comandante della KFOR", aggiunge Nowicki, la prigione di Camp Bondsteel non ha più accolto detenuti dopo gli ultimi disordini violenti in Kosovo, nella primavera del 2004. Un rapporto del Dipartimento di Stato americano, nel 2003, affermava che la KFOR aveva quell’anno "smantellato il suo centro di detenzione a Camp Bondsteel, precedentemente utilizzato per le persone accusate di crimini di guerra, di gravi delitti etnici e di forme di violenza politica, compreso l’estremismo armato, ma”, aggiungeva questo documento, “la capacita di detenere tali prigionieri era stata mantenuta”.

In totale, nel 2002, 179 persone sono state detenute a Camp Bondsteel, secondo il Dipartimento di Stato americano. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) ha avuto "pieno accesso" ai detenuti, secondo le autorità americane.

Ma Nowicki sottolinea che il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d'Europa non è mai riuscito, nonostante ne avesse fatto richiesta, ad ottenere l’accesso al centro di detenzione dislocato a Camp Bondsteel. L'ombudsman del Kosovo spiega che “i negoziati che si sono svolti in merito tra il Consiglio d’Europa e la NATO per trovare una soluzione a questo problema non hanno avuto alcun esito".

Nel 2004, nel suo rapporto annuale, il dipartimento di Stato americano constatava che "le pratiche di detenzione della KFOR non sempre sono state trasparenti".

Intervistato da Le Monde, Soren Jessen-Petersen, rappresentante speciale in Kosovo del segretario generale dell’ONU, ha dichiarato di non avere mai sentito parlare dell’eventualità di detenzioni segrete nel territorio di Camp Bondsteel. Ha aggiunto che l'UNMIK, la Missione delle Nazioni Unite in Kosovo, non controlla nessuna delle basi militari stanziate nella regione, siano esse delle forze armate americane, francesi o tedesche. "Esse sono sotto la responsabilità delle forze delle singole nazioni", ha detto.

Uno Stilelibero molto serio e arrabbiato
Rowena
Di questo parliamone. Forse quello che sto per fare sembrerà a qualcuno un ragionamento troppo ardito, un arziogogolo addirittura. Ma io sostengo che dell’ondata di stupri che sta inondando l’Italia più del maltempo, portano le maggiori responsabilità la politica e le gerarchie cattoliche. Rilassatevi, non penso che branchi di preti o di parlamentari travestiti da marocchini aspettino le donne in angoli bui per aggredirle. Non proprio.

Penso però che insistere sulla centralità della famiglia fondata sul matrimonio, a scapito di altre forme di convivenza, significhi mettere in discussione il valore della libertà individuale. Penso che considerare le donne come contenitori, comporti una scarsissima considerazione della autonomia e della dignità delle donne stesse. Penso perciò che vietare alle donne di scegliere con chi procreare, nel caso della fecondazione assistita; o scatenare un’offensiva contro l’aborto; o proporre di inserire i volontari del movimento per la vita nei consultori, significhi considerare la donna una minore bisognosa di tutela. Tutto questo non è certo lo stesso che predicare lo stupro. Ma, di fatto, tutto il dibattito di questi ultimi tempi tende a riportare le donne nell’ambito di una minorità che deve sottomettersi ad un’autorità superiore – Chiesa, Stato, Famiglia….; tende a renderle “oggetti” e non “soggetti” .Con una decisa inversione di tendenza rispetto al percorso degli ultimi 30 anni (e chi l’avrebbe detto, maledizione, che 30 anni dopo sarei stata costretta a scrivere parole come queste?).

Di un oggetto, ciascuno può fare ciò che vuole; se è uno sciagurato, anche romperlo. Da patologia individuale, lo stupro ritorna a diventare un problema sociale. Grazie anche, e insisto col mio arzigogolo, all’oscurantismo che sta stendendosi sull’Italia come un’ombra sinistra. Grazie alle gerarchie cattoliche. E ad una destra becera, che finge di non sapere che gli stupratori, contro cui invoca le ronde, nascono e proliferano dentro la quella stessa cultura maschilista e violenta di cui è portatrice.

E grazie ad una sinistra che non sa tenere la barra dei suoi “valori” (non sarebbe difficile, in fondo… ricordate Liberté, Egalité, Fraternité?), che cede e concede al conformismo più reazionario, che civetta ipocritamente con le gerarchie, cercando di usarle e venendone usata. E dimentica che c’è un solo modo per difendersi dagli stupratori: liberare le donne. /www.ulivoselvatico.org/

 


Iraq : aiuto di Powell accusa amministrazione Bush sulla guerra
di Rico Guillermo

L'ex capo dello staff del segretario di Stato Colin Powell ha criticato ieri pesantemente la gestione post intervento USA in Iraq, dicendo che il presidente Bush era "troppo distante dai particolari" della progettazione del dopoguerra, permettendo cosi' che i sottoposti prendessero decisioni sbagliate.

In un'intervista alla Associated Press, Lawrence Wilkerson ha detto anche che le idee nefaste sulla gestione dei detenuti stranieri dopo l'11 settembre sono il risultato dei suggerimenti dei consiglieri della Casa Bianca e del Pentagono che hanno sostenuto che "il presidente degli Stati Uniti e' onnipotente" e che le convenzioni di Ginevra erano irrilevanti.

Wilkerson ha attribuito questa responsabilita' al vicepresidente Dick Cheney, al segretario alla difesa Donald Rumsfeld ed altri consiglieri di alto livello. L'aiuto di Powell ha detto che Cheney deve essere convinto che l'Iraq potrebbe essere una terreno di coltura per gli attentati terroristici, perché "altrimenti dovrei definirlo... un idiota o un maledetto bastardo".

Wilkerson ha suggerito che dire che oggi George W. Bush non riesce a gestire il processo dovrebbe significare che il presidente e' in definitiva responsabile di tutto quanto accaduto. Il collaboratore dell'ex segretario di Stato ha detto che ora Powell crede che fosse una buona idea rimuovere Saddam Hussein dal potere, ma non puo' essere d'accordo con la tempistica della guerra e con le modalita' di esecuzione.

L'aiuto di Powell ha detto che il suo capo e' stato convinto dal direttore della CIA George Tenet ed altri della bonta' delle informazioni di intelligence. E' da tempo che Colin Powell mira a smarcarsi da George W. Bush ed attenuare il ricordo dell'opera di convinzione svolta presso l'ONU sull'opportunita' di invadere l'Iraq e l'intervista del suo collaboratore potrebbe avere anche questa funzione.

Pur essendo stato considerato una "colomba" dell'amminisrazione Bush, Powell ha infatti garantito a suo tempo alle Nazioni Unite che vi erano prove del possesso delle armi di ditruzione di massa da parte di Saddam Hussein, perorando la causa della guerra.

L'intervento di Wilkerson si inserisce peraltro nel dibattito sull'uscita delle truppe USA dall'Iraq, sulla manipolazione delle informazioni anteguerra e sulle torture nelle carceri americane all'estero e a Guantanamo.


www.osservatoriosullalegalita.org




novembre 29 2005

Intervista a Francesco Ramella
di Davide D'Alessandro



E’ ancora rosso il cuore dell’Italia di mezzo? Certo che sì, sembra rispondere l’ultimo verdetto delle elezioni Regionali. Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Marche hanno confermato, con percentuali molto alte le loro giunte di centrosinistra. Insomma, un “qui non si passa” che però andrebbe indagato con maggior cura, senza accontentarsi delle inevitabili semplificazioni giornalistiche, magari facendo ricorso ad uno studioso giovane (soltanto 42 anni) ma già solido per preparazione, capacità di ricerca e chiarezza espositiva.

E’ il caso di Francesco Ramella, professore associato di Sociologia economica all’Università di Urbino “Carlo Bo”, che con Cuore rosso? Viaggio politico nell’Italia di mezzo (Donzelli editore, pp.234, € 13,50), scritto e pubblicato prima del voto, tenta una opportuna ricognizione dell’area della subcultura rossa, demolendo certi luoghi comuni e fornendo analisi degne di riflessione.

Il libro è stato scritto dal di dentro, nel senso che Ramella vive a Firenze e ha già scritto sul territorio di cui si occupa. Insieme a Paul Ginsborg ha curato Un’Italia minore (Giunti, 1999), uno studio dedicato alla Valdelsa, ovvero ad una “zona particolarmente significativa della Toscana” sotto il profilo della subcultura rossa.

L’autore scrive di avere debiti di riconoscenza, oltre che nei confronti dello stesso Ginsborg, verso Carlo Trigilia:”Mi ha trasmesso la gran parte delle cose che so sulla subcultura rossa e su come si fa ricerca”, e Ilvo Diamanti:”Nelle nostre consuete cene a Urbino, mi ha aiutato a decifrare la politica italiana”, senza dimenticare Francesco Fratto “che ha raccolto una buona parte dei dati contenuti nel volume”, e Anna Bosco “che ha accompagnato i miei sforzi per portarlo a termine”.



Professor Ramella, quali sono stati i primi riscontri?

“Beh, le prime reazioni al libro, venute dai colleghi e dalle recensioni, sono state positive. Debbo dire che si fa fatica a penetrare nei canali della comunicazione pubblica e di quella politica, ma sono in buona compagnia se penso che ai libri pubblicati da amici più noti di me viene riservato uguale trattamento”.



Come possiamo definire il tipo di ricerca che ha ispirato il lavoro?

“L’approccio è quello della political economy comparata. Faccio riferimento ad un filone di studi, con delle buone tradizioni in Italia e nel mondo anglosassone, che analizza le influenze reciproche tra variabili politico-istituzionali ed economico-sociale. Per usare un’espressione utilizzata da Bagnasco, il libro tende ad analizzare le “basi sociali” della politica nel Centro Italia, nella convinzione che un approccio istituzionale, attento al ruolo degli attori, quale quello della political economy, consenta di gettare luce su alcuni snodi critici dello sviluppo di queste regioni. Questo, naturalmente, senza mai negare l’autonomia della politica. Potrei dire che alla base vi è una concezione che vede i fenomeni politici, così come quelli economici, radicati (embedded) nelle relazioni sociali dei territori, per cui le dinamiche che si manifestano all’interno di queste sfere d’azione vanno lette in stretta connessione tra loro. Sotto il profilo metodologico, si tratta di un modo di fare ricerca - spesso basato su studi di caso – che tiene insieme sia tecniche quantitative che qualitative.



Com’è nata l’idea del libro?

“La genesi è legata alle mie precedenti esperienze di studio. La motivazione principale che mi ha spinto a scriverlo è connessa alla mancanza di una riflessione organica su questa parte del nostro Paese. Durante gli anni Novanta, infatti, un’attenzione privilegiata è stata rivolta alla questione del Nord-Est, con il fenomeno emergente della Lega, e alla sempre dibattuta questione meridionale. Diciamo che la zona rossa, proprio perché stabilmente rossa per decenni, non aveva suscitato molto interesse tra gli studiosi”.



Poi, la caduta di Bologna nel 1999 fa scattare l’allarme ed il risveglio. La stabilità diventa instabile?

“L’effetto Bologna, con la vittoria di Guazzaloca, può paradossalmente essere considerato uno shock positivo per il centrosinistra. Rappresenta sicuramente un momento di svolta. Bologna ha prodotto il risveglio, il rimettersi all’ascolto di ceti importanti e trascurati, il ricominciare a fare politica in un rapporto nuovo e dialettico con la società civile, il non dare più niente per scontato. Va anche detto che quello che io chiamo lo “scongelamento” della subcultura rossa, ovvero il declino del voto di appartenenza e dell’incapsulamento organizzativo del voto, era iniziato da tempo. Ciò non significa che la storia di questi territori abbia esaurito la sua influenza sulla politica odierna. Non dimentichiamo che le tradizioni politiche, in questi luoghi, non sono scomparse. La predisposizione a votare per i governi di centrosinistra resta intatta, in un quadro però di maggiore apertura e di riduzione dell’egemonia dei partiti eredi del Pci. Perché, le distanze con il centrodestra sono ancora enormi ma è solo parzialmente vero che questa parte del nostro Paese è sottratta alla competizione politica. Fa una bella differenza, per il centrodestra, in un territorio ritenuto “impossibile”, conquistare alla camera 3 seggi (come è accaduto nel 1994 e nel 1996) oppure un numero superiore a 10 come era anche possibile che accadesse nel 2001 (solamente 6 collegi uninominali sono stati effettivamente conquistati dalla Casa delle Libertà, ma in altri 6 la distanza tra i candidati è risultata inferiore al 5% e in altri 7 ancora non oltrepassava il 10%). Sono numeri che possono anche cambiare il risultato nazionale”.



Quali sono i fattori che rendono ancora vincente il modello dell’Italia di mezzo?

“Gli elettori tendono innanzitutto a premiare una logica di buon governo che ancora sopravvive in queste regioni. Un numero piuttosto elevato di province dell’Italia di mezzo si colloca ai vertici nazionali del reddito procapite, della dotazione di infrastrutture collettive e della qualità della vita. I governi regionali e gli enti locali attuano politiche di concertazione con le organizzazioni di interesse e con le associazioni della società civile, coniugando sviluppo economico e protezione sociale. Poi, non trascuriamo la presenza di un ceto politico esperto che ha maturato buone competenze di governo. Quando il partito di massa è cominciato a venire meno, è stato il personale politico presente nelle istituzioni a raccoglierne l’eredità. I movimenti che sono nati negli ultimi anni non sempre tengono adeguatamente conto di questo aspetto. La partecipazione è importante, è positiva, ma le conoscenze di gestione della macchina burocratico-organizzativa non sono facilmente sostituibili. Ciò non significa che la crisi del partito di massa non abbia creato problemi. Ha lasciato un vuoto di rapporti e un deficit di comunicazione tra società civile e istituzioni che è pericoloso poiché, da un lato, rischia di rendere troppo auto-referenziale la sfera politico-istituzionale, dall’altro tende a generare forme di mobilitazione di tipo “reattivo” che possono alimentare anche fenomeni di stampo populista”.



Però, l’impulso dato ai partiti dai movimenti negli ultimi anni è risultato di notevole importanza. Anzi, talvolta c’è più del sospetto che i partiti ricorrano alle forme di mobilitazione partecipata solo nei momenti di difficoltà, quando bisogna rimotivare le piazze, per poi dimenticarsene una volta tornati alla guida del Paese…

“E’ vero, e questo sarebbe un grave errore. Il dato di novità emerso negli ultimi anni anche in queste regioni è la ri-nascita di fenomeni di partecipazione, di auto-organizzazione dal basso, che lasciano intravedere una “sfera pubblica locale” più autonoma dai partiti e dalle élite politiche. E’ auspicabile perciò che si mantenga una dialettica forte tra ciò che sta emergendo nella società e i governi locali, sempre però nel rispetto dei compiti reciproci. A Firenze, ad esempio, negli ultimi anni è maturato un clima di cambiamento che ha coinvolto non soltanto la società civile ma anche le istituzioni, portando verso impegni programmatici e progettuali, soprattutto sul versante delle infrastrutture, di fondamentale importanza per il futuro della città”.



Lei nel libro dedica attenzione al tema dei gruppi sociali marginali, terreno di coltura per la protesta poi raccolta brillantemente dal centrodestra, soprattutto nel 2001.

“Sì, tra il 1999 e il 2001, il centrodestra ha capitalizzato molto all’interno del lavoro autonomo e nelle aree territoriali che hanno avuto e continuano ad avere difficoltà di tipo economico. E’ uno scenario di cambiamento che tende a generare processi di “dislocazione politica”, cioè a mettere in movimento gli elettori. Pensiamo ai fenomeni causati dalla globalizzazione, a come è cambiato il mondo del lavoro con la terziarizzazione e la diffusione dei lavori atipici. Aspetti che rendono problematica la rappresentanza soprattutto da parte dei partiti del centrosinistra, abituati a forme di organizzazione collettiva legate al “mondo solido” dell’industria. Intercettare i bisogni di questi nuovi lavoratori è l’urgenza di oggi, di adesso, più che di domani”.



Come sta rispondendo il territorio dei distretti industriali alla grande competizione, al morso del gigante cinese…

“E’ in atto un processo di selezione molto forte, che investe soprattutto le imprese minori, il mondo dell’artigianato e della subfornitura. Non si deve però lasciare questo processo non governato, altrimenti si va incontro ad una selezione di tipo darwiniano. Chi non ce la fa da solo deve essere supportato, aiutato a riconvertirsi. L’esigenza è ri-creare nuove sinergie tra l’economia e il territorio, tra imprese private, organizzazioni collettive e istituzioni. L’attore pubblico deve essere presente in questo processo, fornendo beni collettivi utili per l’innovazione. Inoltre, la speranza ancora una volta è riposta nei giovani, nella loro capacità di impegno, di apertura verso il nuovo. Solo così possiamo guardare con fiducia ed in positivo a quella che oggi sembra essere percepita solo come una minaccia. Dalla sfida dobbiamo trarre lo stimolo per migliorare in termini qualitativi la nostra capacità di produrre e di competere nei nuovi scenari internazionali”.



Dopo Cuore rosso? bolle già qualcosa in pentola? Dove sarà orientata la prossima ricerca?

“In questo ultimo periodo mi sono occupato soprattutto di sviluppo locale e governance territoriale. Insieme a Carlo Trigilia sto portando a termine un libro, basato su casi di studio, sullo sviluppo dei settori dell’ICT. Nell’ambito di un progetto nazionale cofinanziato dal Miur, inoltre, stiamo continuando (insieme a Fortunata Piselli) a fare ricerca sui Patti territoriali. Infine c’è la questione dei governi locali. Di recente, con il centro studi LaPolis di Urbino, diretto da Ilvo Diamanti, ho svolto una ricerca sui governi comunali delle Marche (che verrà presto pubblicata dalla casa editrice Rubbettino). Con Trigilia e Piselli, sempre su questo tema, abbiamo in cantiere una ricerca nazionale, che mira a fare il punto sull’esperienza dei sindaci e della governance municipale ad oltre dieci anni dal varo della riforma del 1993”.
www.polena.net



IL PAPA RICEVUTO DA BERLUSCONI

Berlusconi ha ricevuto il Papa
E’ successo sabato mattina.
Per rispetto al Pontefice il nostro Presidente del Consiglio ha benevolmente disposto che la cerimonia si svolgesse in Vaticano.

Vabbe’ si scherza.
Ma quello che mi fa piu’ pensare e’ che tutti i capi di Stato che vanno dal Papa ci portano la moglie, Berlusconi ( e’ la seconda volta) ci va con Letta.
Che ci sia del tenero?



Berlusconi ha donato al Papa un crocifisso antico ma presentando l’opera d’arte al pontefice, da buon pataccaro che non riesce a levarsi il vizio, l’ha fatta diventare più antica di quanto non sia.




«Santità questo è un crocifisso del Settecento. E’ molto raro da trovare. E’ di avorio e di ebano».




Il Papa accoglie il dono ringraziando ma l’expertise che lo accompagna parla chiaro e recita: «Crocifisso dell’800 di provenienza francese d’ebano e d’avorio».




Vecchio sòla ( dicono a Roma) zeusnews.splinder.com


liberarsi dal liberismo(riflessioni sul seminario Foucault) bifo

A un anno di distanza dalle elezioni americane occorre dirlo: McSilvan
aveva ragione. La sua ipotesi, che la vittoria di Bush aprisse un
processo
di crisi precipitosa dell'egemonia americana era del tutto fondata. E'
quello che in effetti sta accadendo. Leggete l'Economist di questa
settimana. Insieme al certificato di morte per un paese che si chiamava
italia (requiescat in pace) ci sono due editoriali che si intitolano:
"Why
America must stay" e l'altro: "Not whether, but when to withdraw" che
dicono il cotnrario uno dell'altro, e questo non sarebbe grave, ma
sorpattutto manifestano il tilt, la paralisi decisionale in cui il
gigante
imperiale si è venuto a trovare grazie alla resistenza iraqena (occorre
pur
dirlo), ma soprattutto grazie al conflitto di interessi tra corporation
petrolifere-armifere e stato americano.

Noi fatichiamo sempre a vedere quel che si nasconde proprio dietro
l'angolo, ma forse dovremmo osare: dietro l'angolo ci sta il 1989
dell'occidente.
Dobbiamo allora cominciare a ragionare sull'utopia, sul programma
utopico.
Un po', se volete, perché siamo pazzoidi, ma soprattutto perché solo i
pazzoidipossono prevedere l'imprevedibile.

La chiave di volta dell'intero castello mondiale, il dogma centrale che
regola il suo funzionamento è il neoliberismo, l'ideologia che ha reso
possibile l'emergenza del capitalismo globalizzato reticolare.
Per quanto abbia scatenato disastri sociali e ambientali, negli ultimi
decenni il capitalismo ha suscitato immense energie produttive,
allargando
a dismisura il mercato del lavoro e la sua produttività. Da qui deriva
la
sua forza, la sua apparente invincibilità.
Ma occorre capire meglio quali sono i processi generativi del
dispositivo
neoliberista per poter capire se e come sia possibile una decostruzione
del
castello di automatismi che esso ha portato con sé. Per comprendere la
genealogia e l'evoluzione del neoliberismo non basta analizzare le
linee di
formazione di un modello economico, occorre considerare la mutazione
tecnologica epistemica e antropologica che esso implica.


UN LIBRO DI FOUCAULT
Nel seminario tenuto al College de France nellanno 1978/79, (ora
pubblicato
Seuil eGallimard col titolo Naissance de la biopolitique) Michel
Foucault
ricostruisce il senso storico del liberismo moderno e del suo
ripresentarsi
(proprio in quegli anni) in forma rinnovata.
Nel suo seminario, contemporaneo alla vittoria elettorale di Margareth
Thatcher in Gran Bretagna e di Ronald Reagan negli USA, quindi
anticipatore
di processi che erano solo accennati nella storia di quegli anni,
Foucault
allarga il suo sguardo genealogico e biopolitico alla sfera
delleconomia.

"Il tema è quello della biopoltica, scrive Foucault nella conclusione
del
seminario "in questo modo ho inteso la maniera in cui si è cercato di
razionalizzare dal diciottesimo secolo in poi i problemi posti alla
pratica
di governo dai fenomeni propri da un insieme di viventi costituiti in
popolazione: la sanità, l'igiene, la natalità la longevità, la razza.
Sappiamo quale posto sempre più importante questi problemi hanno
occupato
dopo il diciannovesimo secolo e quali questioni politiche ed economiche
hanno costituito fino a oggi" (pag.323).

Con la parola biopolitica Foucault introduce l'idea che la storia del
potere sia storia di una modellazione del corpo vivente da parte di
istituti e di pratiche profondamente mutagene, cioè capaci di
introdurre
dei comportamenti, delle attese, delle modificazioni stabili del
vivente.
Biopolitica è dunque una modellazione morfogenetica del vivente da
parte
dell'ambiente in cui il vivente si trova a interagire.

Il liberismo (o neo-liberismo, per intendere la variante
particolarmente
aggressiva del liberalismo che viene proposta nel corso dagli anni
Settanta
dalla Scuola di Chicago e ripresa poi dai governi britannico e
americano, e
infine trasformato dopo l'89 in dogma centrale della politica mondiale)
è
un programma politico di riduzione della presenza dello Stato
nell'economia, e di liberazione della dinamica economica da quei
vincoli di
ordine politico, sociale, etico, giuridico, sindacale ambientale, che
avevano contenuto quella dinamica nei decenni precedenti, per effetto
dell'azione normativa dello Stato, per effetto delle politiche di spesa
pubblica stimolate dalla riforma keynesiana, e per effetto della azione
organizzata dei lavoratori.

Ma soprattutto il liberismo è un progetto di performazione economica
del
corpo e della mente collettiva. Il liberismo ha da un lato puntato a
togliere di mezzo quelle norme legali o quelle regolazioni sociali che
avevano come effetto un'attenuazione della dinamica competitiva .
Dall'altro lato ha mirato a trasformare ogni ambito della vita sociale
(compresa la sanità, l'istruzione, la sessualità, l'affettività, la
cultura) in dominio economici nei quali vale unicamente la regola della
domanda e dell'offerta in condizioni di privatizzazione dei servizi.

In conclusione possiamo dire allora che il neoliberismo ha funzionato
come
un processo di deregolazione della società, e di eliminazione dei
vincoli
che proteggevano la società dalle dinamiche competitive dell'economia;
di
conseguenza esso ha provocato un effetto di marcamento biopolitico
profondo
del corpo-mente collettivo

"ciò vuol dire generalizzare la forma-impresa all'interno del corpo o
del
tessuto sociale; ciò vuol dire riprendere questo tessuto sociale e fare
in
modo che esso possa suddividersi, demoltiplicarsi secondo l'interesse
dell'impresa, non quello degli individui. Occorre che la vita
dell'individuo si iscriva nel quadro di una molteplicità di imprese
diverse
inscatolate e incastrate, e occorre che la vita dell'individuo, nel suo
rapporto con la proprietà, la famiglia, il matrimonio, la sicurezza, il
rapporto alla pensione ecc diventi come una specie di impresa
permanente e
multipla. Che funzione ha questa generalizzazione della forma impresa?
Da
una parte, certamente, lo scopo di demoltiplicare il modello economico,
il
modello offerta domanda, il modello investimento-costo-profitto, per
farne
un modello dei rapporti sociali, un modello dell'esistenza stessa, una
forma di rapporto dell'individuo con se stesso, con il tempo, con
l'ambiente, l'avvenire, il gruppo, la famiglia.. Il ritorno all'impresa
è
insieme una politica economica o una politica di economizzazione del
campo
sociale nella sua interezza, cioè di spostamento verso l'economia del
campo
sociale, ma è allo stesso tempo una politica che si presenta e si vuole
come una Vitalpolitik, che ha la funzione di compensare ciò che vi è
di
freddo, impassibile, calcolatore, razionale meccanico nel gioco della
concorrenza propriamente economica." (Foucault: op.cit. pag. 247-8)

Il predominio dell'impresa è al tempo stesso un processo politico di
de-regolazione e un processo epistemico di ri-segmentazione del tempo
di
vita e delle attese culturali. In questo senso è una Vitalpolitik, una
politica della vita, una biopolitica.
Sul piano politico, la vittoria del neo-liberismo porta alla creazione
di
quello che Foucault definisce "una sorta di tribunale economico
permanente
che pretende di sottoporre l'azione del governo in termini di stretta
economia di mercato. (op cit. pag. 253).

Ogni scelta di governo, ogni iniziativa sociale, ogni forma di cultura,
di
educazione, di innovazione, viene giudicata in base ad un unico
criterio,
quello della competitività economica, della redditività, del profitto.
Ogni
disciplina, ogni sapere, ogni sfumatura di sensibilità deve rispondere
a
quel criterio, fino all'inaridimento di ogni campo dell'agire umano.

Il neoliberismo costituisce il tentativo di costruzione dell'homo
oeconomicus: un modello antropologico incapace di distinguere tra il
proprio bene e l'interesse economico.
All'origine della visione liberista vi è una riduzione del bene umano
(del
bene estetico ed etico) all'interesse economico, e una riduzione
dell'idea
di ricchezza al possesso. L'idea di ricchezza viene separata dalla
gratuità, viene separata dal godimento, e ridotta ad accumulo di
valore.


IL RETICOLO DI AUTOMATISMI E IL DISPOSITIVO IDEOLOGICO
Si vien formando un tipo umano che non sa più ragionare in termini di
piacere, di godimento, di tempo, di libertà, di affettività, ma
soltanto in
termini di massimo profitto. Questo rappresenta una mutilazione
spaventosa
nella vita, nella cultura, nella socialità. Nell'arco di venticinque
anni
abbiamo visto che quella modellazione ha prodotto un effetto di
impoverimento incalcolabile nella qualità della vita, della cultura, e
nella stessa possibilità di provare piacere, di godere, di respirare.
Ma purtroppo abbiamo visto anche come quella modellazione ha creato dei
veri e propri automatismi che si sono iscritti profondamente non solo
nel
sistema economico, e nelle forme della governamentalità postmoderna, ma
soprattutto nel linguaggio, nella relazione, nello psichismo
individuale e
a maggior ragione nello psichismo collettivo.

Foucault inizia il suo ragionamento sottolineando il fatto che nel
XVIII
secolo la politica è l'assolutismo. Perciò il liberalismo avanza le
ragioni
dell'economia, ma anche le ragioni della libertà politica, perché le
une e
le altre sembrano essere una cosa sola.. Nella modernità poi il
liberalismo
sconfigge l'assolutismo, ma nel XX secolo il socialismo impugna le
ragioni
della politica e dello stato contro l'economia. Ma l'economia vince
ancora, con il neoliberismo.

In questo gioco a due (politica versus economia) l'economia finisce
sempre
per rompere le gabbie regolative della politica. La società si trova
presa in questa alternativa, contenuta e repressa dalla politica,
sussunta
e devastata dal predominio dell'economia. Si pone allora un problema di
autonomia della società. Negli anni Sessanta nacque una pratica
politica
che si definì autonomia operaia. Quell'esperienza di pensiero e di
pratica
non va confusa con la storia del movimento socialista in quanto ne
rifiuta
il regolazionismo statalista. Il movimento di autonomia rivendica
libertà
dalla regolazione politica e dalla regolazione economica. Negli anni
settanta l'autonomia incontrò due nemici: il primo era il
regolazionismo
politico (stato partiti, sindacati istituzioni, regolazioni e
conformismo
culturale) e l'altro era la competizione economica del liberismo, che
da
quel decennio inizia a smantellare le istituzioni e le strutture
prodotte
da un trentennio di keynesismo e di socialdemocrazia.

All'emergere di un'autonomia sociale diffusa, le forme
istituzionalizzate
della politica reagirono con rigidità, e finirono per spezzarsi. Iniziò
così la crisi del socialismo reale, della sua pretesa di contenimaneto
dell'innovazione tecno-sociale. A metà degli anni settanta un segno di
questa crisi fu l'esplosione del movimento autonomo creativo che
raggiunse
una particolare intensità nella città di Bologna, avamposto occidentale
del
socialismo reale. La stessa crisi dilagò poi in Polonia, e in tutto
l'est
europeo. Lo stato, la politica, le istituzioni rappresentative non
riuscirono a integrare la dinamica innovativa che proveniva dalla
società. L'economia reagì invece con assoluta flessibilità, assumendo
il
punto di vista della flessibilità, della precarietà, dell'innovazione
distruttrice. Questo movimento dell'economia liberista accolse e
assorbì la
richiesta di s-regolamento e trasgressione che proveniva dalla
società. Ciò produsse una vera e propria alleanza di capitale
de-regolato
e ceto del lavoro innovativo. Innovazione divenne la parola d'ordine
della
deregulation capitalista, e la nuova composizione del lavoro precario e
cognitivo per tutto il decennio Novanta crebbe in simbiosi con
l'economia
reticolare. Da quel momento la sinistra novecentesca perse (per sempre)
la
sua capacità di comprensione e di proposta.



POLITICA ECONOMICA SOCIETA'
Nel gioco a tre che vede politica (assolutista o regolativa) economia
(liberista e deregolante) e società (autonoma e poi sussunta,
subordinata e
sfruttata fino alla devastazione) si è svolto un processo che si può
così
sintetizzare:: la società usò la politica sovversiva per rompere i
limiti
della politica regolativa, ma accolse la normazione di tipo tecnologico
ed
economico che il neoliberismo aveva preparato: che era una normazione
non
regolativa, ma puramente linguistica (biopolitica).

L'economia aveva sconfitto la politica, e si preparava a divorare la
società. La società è stata risemiotizzata attraverso l'introduzione di
dispositivi di competizione in ogni nicchia della relazione.

L'autoregolazione è resa possibile da automatismi connettivi: nella
Rete si
collegano automatismi tecnici, linguistici, finanziari, relazionali,
psichici, comportamentali, e di conseguenza il movimento della
moltitudine
si trasforma in movimento privo di consapevolezza e di alternativa:
swarm,
sciame.

Se si trattasse di un gioco finito non ci sarebbe più via d'uscita. Se
il
processo sociale avesse carattere deterministico il futuro sarebbe
prevedibile: attraverso congegni di scambio linguistico, affettivo,
desiderante che sono dominati dalla variabile economica, il capitalismo
ha
costruito un dominio totalizzante.e risemiotizzato la società in
maniera
irreversibile.

Ma non si tratta di un gioco finito.

L'equilibrio dinamico, conflittuale del capitalismo neoliberista si
fonda
sul gioco di tre fattori: economia politica e società. Ma l'ambiente
fisico
del pianeta e l'ambiente psichico collettivo non sono considerati nel
quadro descrittivo del neoliberismo. E questi due fattori esterni al
sistema di automatismi economici a un certo punto entrano in
vibrazione.
L'ambiente fisico planetario tende a divenire inabitabile da parte
degli
organismi umani, l'aria irrespirabile, l'acqua imbevibile, il clima
imprevedibile la città impercorribile. La psicosfera tende a divenire
sempre più perturbata dall'accelerazione dei ritmi produttivi, dalla
competizione sempre più violenta, dall'inaridimento del campo
affettivo,
dalla violenza psicologica.

Da questi due campi ignorati dal neoliberismo provengono le catastrofi
che
mettono in questione il predominio della sfera economica.

All'inizio del nuovo millennio la natura del capitalismo liberista è
mutata
profondamente, trasformandosi in un sistema di produzione del terrore e
della guerra. Una dittatura psichica e militare segue alla
privatizzazione
generalizzata e alla precarizzazione dellesistenza.

Il diffondersi della rete ha creato le condizioni per un enorme
potenziamento del lavoro sociale, dell'intelligenza collettiva. La
composizione del lavoro postindustriale ha assunto le caratteristiche
di un
corpo intelligente capace di autonomia dal capitale. Cresciuta in
simbiosi
con il capitale finanziario ricombinante, la classe creativa che negli
anni
Novanta è divenuta forza produttiva globale, cominciava a maturare le
competenze, la coscienza e la forza organizzata per divenire classe
generale autonoma, e cominciava a impersonare l'autonomia della società
dal
capitale. Il capitalismo ha abbandonato a quel punto il modello
dell'alleanza reticolare, dell'innovazione e della globalizzazione, per
mutarsi in forza di devastazione pura. Dal capitalismo dinamico
conflittualmente innovativo siamo passati al capitalismo catastrofico.
Dal
predominio economico del ciclo dell'immateriale siamo passati al
predominio
del ciclo petrolifero e del ciclo militare.

La dinamica conflittuale socialmente innovativa è stata sostituita
dalla
guerra.

La rottamazione del general intellect è cominciata, e la accompagna un
ingigantirsi dell'ignoranza, dell'afasia, della violenza. Il terrore si
diffonde nei circuiti della mente collettiva, paralizzando il
desiderio.
Possiamo lasciarci prendere dal determinismo delle passioni tristi. Ma
proprio a questo punto la trama si lacera di nuovo. Il partito della
guerra
entra in una crisi logica ancor più che politica. Il gigante
impazzisce.
L'impero entra in guerra con se stessso.
E' il momento di ragionare sulla dissoluzione del dispositivo
ideologico
del neoliberismo, e soprattutto sulla decostruzione del reticolo di
automatismi del capitalismo globale.








-------------------------------------------[ RK ]
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«Immoral suasion
di Marco Travaglio
L’impunità del presidente del Consiglio non vale più soltanto per i suoi reati, grazie ad apposite leggi. Vale anche per le sue esternazioni, grazie a quella corte di terzisti, pompieri e paraculi indaffaratissimi a raccomandare toni bassi, moderazione, bon ton prudenza all'opposizione. A Bellachioma e alla sua fairy band, invece, lasciano dire di tutto. Eppure a nessun esponente del centrosinistra, ma nemmeno ai «disobbedienti», è mai saltato in mente di «eliminare, se non fisicamente, politicamente» il centrodestra. Al presidente del Consiglio in carica, anzi in scarica, sì: l'ha detto due giorni fa. Qualche terzista l'ha invitato a non demonizzare? Giammai. Forse la reazione asimmetrica dei commentatori «indipendenti» deriva dal fatto che ormai si tende a considerare il premier uno squilibrato irrecuperabile, da assecondare ancora per qualche mese. Ma così gli si regala un enorme vantaggio in campagna elettorale, dove le parole contano molto più dei fatti. Il «leader dei moderati» può mentire, minacciare, delirare, insultare indisturbato. I suoi oppositori, anche se dicono un millesimo di quel che dice lui, sono «estremisti», «radicali», «inaffidabili» e soprattutto «odiano». Basta che un pericoloso esperto ventili un ritiro dall'Iraq per far subito strillare alla "deriva zapaterista". Basta che un temerario proponga una legge antitrust per far gridare a «Piazzale Loreto». Col risultato che nell'Unione serpeggia il terrore di incorrere in quelle accuse, e si fa di tutto per tranquillizzare non gli elettori, ma gli avversari (Confalonieri, alle convention della Margherita, è più assiduo di Parisi). Intanto il leader del «partito dell'amore» si propone di «eliminare» gli avversari e nessuno trova nulla da ridire. Né gli chiama un'ambulanza. Ora quell'incredibile franchigia ad personam comincia a estendersi da Bellachioma alla sua corte. L'altro giorno il noto galantuomo Paolo Cirino Pomicino( condanna per finanziamento illecito, patteggiamento per corruzione) ha scritto sul Giornale un articolo contro Rita Borsellino. Nessuno pretende che l'andreottiano Pomicino la apprezzi: anzi, è comprensibile la sua diffidenza verso una donna che, a parte il cognome, non ha mai rubato né frequentato mafiosi. Se poi la signora si mette pure a parlare di legalità, è ovvio che Pomicino si senta minacciato. È stato lui a dichiarare che, appena intascò dai Ferruzzi una stecca di 5.5 miliardi, ne girò una parte a quell'altro gentiluomo di Salvo Lima. Dall'alto di quel pedigree, Pomicino accusa Rita di «usare i morti per accreditare una propria capacità politica,fuori da ogni canone democratico e forse anche morale». «Morale»:in bocca a un noto pregiudicato eletto al Parlamento europeo nel centrosinistra e poi tornato a destra, assume un significato tutto particolare. Un'austera lezione di etica alla Borsellino, che «usa il cadavere di un servitore dello Stato i cui orientamenti politici erano opposti a quelli praticati oggi dalla sorella del morto. Una brutta, bruttissima pagina si sta scrivendo in Sicilia». E via delirando di «tsunami autoritario», di «uso strumentale di un procedimento giudiziario per distruggere l'avversario (Cuffaro,ndr) prima che il popolo dica la sua parola».
Si potrebbe obiettare all'europregiudicato che Rita Borsellino non ha mai fatto cenno al fratello Paolo in campagna elettorale, e ha dimostrato di sapere cos'è la politica nel senso più nobile in dieci anni di battaglie di Libera. Si potrebbe informarlo del fatto che Cuffaro è stato indagato per mafia due anni e mezzo prima che Rita pensasse di candidarsi. Si potrebbe domandargli che direbbe oggi Borsellino -uomo della destra legalitaria come Ambrosoli- della destra dei Berlusconi, Dell'Utri, Previti, Cuffaro e, per non farci mancare nulla, Pomicino. Ma sarebbe inutile, perché gli argomenti pomiciniani sono irrazionali: nascono dalle viscere, dal sacro terrore della vecchia politica che ha spolpato l'Italia e ingrassato le mafie dinanzi alla prospettiva che anche in Sicilia, come in Puglia, l'antimafia vada per la prima volta al governo. Per Pomicino chi ha candidato Rita è reo di «complicità mafiosa» e «le notti di Rita Borsellino non potranno non essere insonni per la mole di rimorsi che si affastelleranno nella sua mente». Nel mondo alla rovescia che Cirino s'è creato intorno per non farsi troppo ribrezzo, è il galantuomo che deve provare rimorso per aver combattuto la mafia e non aver rubato, non viceversa. È l'«immoral suasion», dove chi ha commesso delitti tenta di rieducare chi non ne ha commessi. «Come i lettori sanno - conclude il maestro di etica - noi abbiamo un'idea della politica di tutt'altro segno». La conosciamo, purtroppo: è in banconote di piccolo taglio, possibilmente non segnate. »www.unita.it

L’illusione al potere
Antonio Padellaro



da l'Unità - 29 novembre 2005

Chissà cosa deve essere costato a Pierferdinando Casini correggere quella straordinaria frase sull’illusionismo. Il presidente della Camera si sveglia e trova sul vassoio, insieme al caffellatte e al pompelmo, il pacco dei giornali. Tutti scrivono nel titolone che l’illusionista di cui trattasi è Berlusconi. I cellulari di Pier (così lo chiamano gli amici più affettuosi) trillano espressioni di compiacimento. Bravo. Era ora. Non se ne poteva più. Persino l’Unità si complimenta per il gesto coraggioso di un avversario. Poi telefona Bondi. Poi Cicchitto. Poi Bonaiuti. Chiedono cosa diavolo sia saltato in mente a Pierfurby (così lo chiamano i nemici più affettuosi). Silvio è furibondo, avvertono. Devi ritrattare. O almeno puntualizzare. Casini si riunisce con il suo trust di cervelli. Ragazzi, trovatemi una precisazione che smentisca confermando. O che confermi smentendo. Insomma che dica e non dica. Una cosa che possa essere letta di dritto e di rovescio. Il trust lavora di lena ma Bondi, Cicchitto e Bonaiuti hanno ordini precisi: Silvio vuole che tu dica queste precise parole: non mi passava nemmeno per l’anticamera del cervello di riferirmi a Berlusconi. Ripeti. Perfetto, approva Casini che vorrebbe nascondersi in un armadio e restarci.
Oppure è andata così. Qualche giorno fa Berlusconi invita Casini e Fini a palazzo Grazioli e fa loro questo discorsetto. Ragazzi, con la nuova legge proporzionale dobbiamo sperimentare l’attacco a tre punte. L’ho già proposto per il Milan ma quel comunista di Ancelotti non vuole darmi retta. Per farla breve, ciascuno di noi deve raschiare il proprio barile fino all’ultimo voto. Dobbiamo cercare di stare sui giornali e in tv ogni momento.

Anche a costo di polemizzare tra noi. Di lanciarci gli insulti peggiori. Io dirò che Casini appartiene alla vecchia dc corrotta. Lui risponderà che gli italiani sono stufi di ascoltare le mie frottole. Fini ci attaccherà entrambi e noi diremo che lui resta un fascista. Dopo aver fatto fessi giornalisti ed elettori ci rimettiamo insieme, sommiamo i nostri voti e governiamo altri cinque anni.
C’è un’altra versione dei fatti. Come ogni bravo illusionista, Berlusconi ha realizzato le più sofisticate tecniche spettacolari volte a produrre fenomeni in stupefacente contrasto con le abitudini normali dell’esistenza e con le leggi della fisica. Cioé, ha creato Casini presidente della Camera e Pera presidente del Senato. Ma Casini che studia da apprendista illusionista prima ha creato la dichiarazione sul premier che ha illuso il paese. E poi, zac, l’ha fatta sparire.
apadellaro@unita.


Nel segno di Zoro




L’Italia s’è desta. Dopo la clamorosa protesta sul campo di Marc André Zoro, il giocatore originario della Costa D’Avorio in forza alla squadra di calcio del Messina, all’improvviso tutto il circo del pallone sembra essersi accorto che lo sport più amato dagli italiani è infestato da un manipolo di paranoici (chiamarli tifosi sarebbe inadeguato complimento), praticamente usciti dal grembo materno con la sciarpetta al collo, e che costituiscono lo zoccolo duro delle curve più frequentate negli stadi nazionali, dove detengono un incontrastato potere di controllo. C'è chi si scusa (Moratti), chi si indigna (alcuni per i cori razzisti, altri per la mancata interruzione della partita), chi coglie la palla al balzo per fare sociologia da quattro soldi. E non potevano mancare, né sono mancati, i cretini alla Di Canio (numero nove laziale ripreso più volte dai fotografi con il braccio destro teso) o alla Baldini, l'allenatore del Lecce, che siccome "tutto il mondo è paese", dato che queste cose succedono anche in Africa (verso i bianchi) o in Inghilterra e Spagna (verso i coloured), si meravigliano per le polemiche in casa nostra.
La scorsa domenica alcuni fedelissimi dell’Inter, talmente fedeli da impegnarsi in una trasferta non proprio agevole, hanno pensato bene di dare un senso al migliaio di chilometri percorsi insultando nel solito modo becero il “negro” di turno, tra l’altro con la propria squadra in vantaggio di due gol, mettendo così a repentaglio anche il risultato a loro favorevole, in base ai nuovi regolamenti Uefa in tema di razzismo. E qui ieri sono scesi in campo gli ipocriti, i ponzio pilato della Figc che con sprezzo del pericolo (e del ridicolo) hanno deciso che le prossime gare inizieranno con ben cinque - dicesi cinque - minuti di ritardo: per dare un deciso messaggio (a chi?) che il mondo del calcio è contro il razzismo!
Ma la mancata interruzione della partita (richiesta dall’atleta all’arbitro Trefoloni per ben tre volte), dovrebbe far riflettere sul come vanno le cose da noi. Interrompere lo spettacolo in questo modo, avrebbe difatti determinato una sequela tale di polemiche e complicazioni, da infliggere l’ennesima bordata mediatica a uno sport già parecchio inguaiato in fatto di credibilità; ironia della sorte, il tutto a discapito di una società, l’Internazionale, che deve il suo nome proprio alla volontà dei suoi fondatori, nel lontano 1908, di dare spazio anche a quei giocatori stranieri ritenuti adatti al nostro campionato. Un elemento costitutivo che pare essere rimasto intatto nel dna della squadra, dato che proprio la settimana passata, in occasione di un incontro di Champions League, l’Inter si è presentata schierando undici titolari non italiani, scatenando il giorno seguente le ire funeste e a nove colonne della “Padania”, che non esitava a titolare: “Questa è la Babele del calcio”, con tanto di foto di “Oba-Oba” Martins, attaccante neroazzurro. E nigeriano.
Chiunque abbia assistito a qualche partita di campionato dagli spalti più popolari di un impianto calcistico, non può non essersi accorto di questa inquietante incongruenza: dei diecimila spettatori che in media costituiscono quella fetta di pubblico correntemente chiamata “curva”, meno del dieci per cento di essi occupano lo spazio strategico adatto a ripetere ogni domenica l’identico rito, che si può sintetizzare nel cantare meccanicamente in coro le stesse cantilene per novanta minuti, e nel dettare l’orientamento dei gruppi più caldi e riconosciuti, soprattutto per quanto riguarda le tendenze ideologiche e la gestione dei rapporti con la società per cui “si fa il tifo”. Molte di destra, poche di sinistra, sempre ciecamente estreme, le uniche frange che dovrebbero essere estromesse dallo spettacolo-calcio, sono invece quelle che, dentro e fuori lo stadio, lo influenzano in maniera netta e inequivocabile, a discapito di una maggioranza silenziosa, tifosi veri e appassionati. Che oltre tutto da quest’anno, grazie alle cervellotiche misure di controllo sugli ingressi volute dal ministro Pisanu, non godono neanche della libertà di decidere all’ultimo momento, magari con il consenso del resto della famiglia, di comperare un biglietto e andare a vedere la propria squadra del cuore. I peggiori, invece, riescono a entrare sempre, anche a Messina, dove sono stati da poco installati sofisticatissimi strumenti di riconoscimento “ad personam”. Bah, o meglio: buh... /www.aprileonline.info


Messina come Grozny. Il voto segnato dai brogli
REDAZIONE

Mentre gli osservatori internazionali si preoccupano di denunciare le palesi irregolarità che stanno segnando le ennesime "elezioni-farsa" in Cecenia, a Messina i cittadini sono costretti a votare in un clima davvero anomalo per un paese occidentale. Sono stati infatti denunciati gravi brogli, che sono purtroppo diventanti i veri protagonisti di queste consultazioni Comunali.
Alcune schede sono state trovate già compilate, per la cronaca erano siglate con il simbolo di Alleanza Nazionale. Ma non è tutto: su molti altri tagliandi c'erano dei piccolissimi segni, per intenderci di quelli che servono a identificare chi ha espresso quel voto. In sostanza, l'elettore si reca alle urne sapendo di essere osservato, sapendo che qualcuno riuscirà a sapere che cosa voterà. Infine, numerosi presidenti di seggio sono stati sostituiti a votazione in corso perché si è scoperto che sono parenti stretti di alcuni candidati. La Digos è dovuta intervenire a più riprese. Nella scuola media Pirandello la tornata è stata sospesa per due ore. Migliaia di tagliandi sono stati sequestrati. Le forze di Polizia stanno blindando alcuni seggi. /www.centomovimenti.com


L'insurrezione della conoscenza soggiogata
di John Pilger
La costruzione di un eccellente complesso investigativo internazionale – presente unicamente sul web – sulle atrocità della guerra in Iraq, e sulla minimizzazione sistematica che ne che hanno operato i media mainstream, ha fatto arrossire i giornalisti ufficiali ben stipendiati
La scrittrice indiana Vandana Shiva aveva invocato un’”insurrezione della conoscenza soggiogata”. L’insurrezione è decisamente in corso. Cercando di comprendere la pericolosità del mondo attuale, milioni di persone oggi si stanno allontanando dalle tradizionali fonti di informazioni e notizie verso l’informatizzazione sul web globale, convinti che il giornalismo mainstream sia sempre più la voce del potere dilagante.

Lo scandalo dell’Iraq ha catalizzato questo processo. Negli Stati Uniti, diversi operatori del settore dei media hanno confessato che probabilmente se essi avessero fin da subito contestato le celebri menzogne sulle armi di distruzione di massa, invece di amplificarle e giustificarle, il dramma iracheno non si sarebbe consumato.

Tutto ciò in però deve ancora attraversare l’Atlantico. Sin da quando nel 1922 venne fondata, la BBC in Gran Bretagna ha sempre protetto ogni establishment durante i periodi di guerra e di agitazione sociale. “Noi” non abbiamo mai commesso grandi crimini. Quindi l’omissione della copertura degli eventi scioccanti – la distruzione delle città, il massacro di persone innocenti e la farsa di un governo marionetta – viene sistematicamente applicata.

Una ricerca condotta dalla Scuola di Giornalismo di Cardiff ha provato che il 90% delle notizie diffuse dalla BBC sul tema delle armi di distruzione di massa irachene suggerivano che Saddam le detenesse realmente e che “la ricezione dei governi britannico e statunitense di tale copertura mediatica aveva ottenuto un esito positivo”. La stessa ricezione ha assicurato che, finora, l’uso delle armi vietate dagli americani e dai britannici in Iraq non abbia trovato spazio come notizia.

Un’ammissione del Dipartimento di Stato Usa del 10 novembre sull’impiego di armi al fosforo bianco a Fallujah è stata seguita da “una serie di dicerie su internet”, secondo le news notturne della BBC. Non ci sono state dicerie. C’è stata la costruzione di un lavoro investigativo di prim’ordine che ha fatto arrossire i giornalisti ufficiali ben stipendiati. Mark Kraft di insomnia.livejournal.com ha mostrato l’evidenza della questione nel numero del marzo-aprile 2005 della rivista Field Artillery e in altre fonti. Nel suo lavoro è stato sostenuto dalla collaborazione del regista Gabriele Zamparini, fondatore di un eccellente sito web, thecatsdream.com.

Nel maggio scorso, David Ewards e David Cromwell di medialens.org hanno pubblicato un rivelante dibattito con Helen Boaden, il direttore dei notiziari della BBC. Le avevano chiesto perché la BBC avesse taciuto sulle note atrocità delle truppe Usa commesse a Fallujah. Lei replicò: “Il nostro corrispondente di allora (del periodo dell’assedio Usa alla città) da Fallujah, Paul Wood, non riportò di nessuna di quelle cose perché non vide alcuna di quelle cose”.

Una dichiarazione gustosa. Wood era ‘embedded’ con gli americani. Non intervistò nessuna delle vittime di tali atrocità né reporter non ‘embedded’. Non solo egli non riportò dell’uso del fosforo bianco – cosa che ora gli Usa hanno ammesso – ma non riportò nemmeno dell’impiego di un’altra sostanza vietata, il napalm. Pertanto, gli spettatori della BBC sono rimasti ignari delle raffinate dichiarazioni del colonnello James Alles, comandante del Marine Air Group II. “Abbiamo bombardato al napalm contro quei ponti”. “Sfortunatamente là c’erano alcune persone… si possono vedere in una ripresa video… Non è un gran bel modo di morire. I generali amano il napalm. Ha un enorme effetto psicologico”, commentava Alles.

Una volta che il non giustamente accreditato lavoro di Mark Kraft e di Gabriele Zamparini è apparso sul Guardian e sull’Independent e ha forzato gli americani a fare chiarezza sulla questione del fosforo bianco, Paul Wood sui notiziari notturni della BBC ha descritto l’ammissione del governo Usa come “un disastro di pubbliche relazioni per Washington”. Gli ha fatto eco Menzies Campbell dei liberal- democratici, probabilmente il politico britannico più quotato dai tempi di William Ewart Gladstone, che ha affermato: “Tecnicamente l’utilizzo di queste armi potrebbe anche essere legale, ma i loro effetti sono tali che finirebbero per sostenere la propaganda dei ribelli”.

La BBC e la maggior parte dell’establishment politico-mediatico britannico invariabilmente hanno definito tali orrori come un problema di disastro di pubbliche relazioni, minimizzando la distruzione di una città dalle proporzioni di Leeds, l’uccisione e la menomazione di uomini, donne e bambini, e la negazione di aiuti medici, di acqua e di cibo – un crimine di guerra persino più grave.

L’evidenza è mastodontica, testimoniata da rifugiati, medici, gruppi per i diritti umani e un grande numero di cittadini stranieri il cui lavoro appare solo su internet. Nell’aprile dello scorso anno, Jo Wilding, una giovane studente di legge britannica, collezionò una notevole serie di straordinari servizi dall’interno di Fallujah. I suoi pezzi sono così eccellenti che ne ho incluso uno in un’antologia sul miglior giornalismo investigativo – ‘Tell Me No Lies: Investigative Journalism and Its Triumphs’, Vintage. Il suo documentario, ‘Una lettera al Primo Ministro’, prodotto all’interno di Fallujah con Julia Guest, non è stato mandato in onda dalla TV britannica.

Dahr Jamail, un giornalista libanese-statunitense indipendente autore dei più bei servizi sul campo che abbia mai letto, ha descritto recentemente di “tutto ciò che la BBC 'non è riuscita' a vedere”. Le interviste di Jamail con medici, funzionari locali e famiglie sono sul web, assieme a quelle di coloro che hanno documentato le vicende sulle munizioni all’uranio impoverito – un’altra sostanza vietata – e sulle armi-giocattolo, che Campbell definirebbe “tecnicamente legali”.

Provate di dare un’occhiata a questi siti: dahrjamail.com, zmag.org, antiwar.com, truthout.com, indymedia.org.uk, internationalclearinghouse.info, counterpunch.org, voicesuk.org. Ce ne sono molti altri.

“Ogni parola”, scriveva Jean Paul Sartre, “ha un’eco. Come ce l’ha ogni silenzio”.






Fonte: http://www.truthout.org/docs_2005/112505I.shtml
Tradotto da Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media


veterani serbi in Iraq

Luoghi rischiosi come l'attuale Iraq attirano i cosiddetti "nuovi gastarbeiter", ex militari o poliziotti, gente con una ricercata esperienza di guerra, che diventano addetti alla sicurezza. Un lavoro che ha trovato ampia diffusione in tutto il mondo, e anche la Serbia non fa eccezione. Nostra traduzione di un'inchiesta del settimanale "Vreme"
Di Milos Vasic, 10 novembre 2005, Vreme (tit.orig. Ponuda i potraznja ratnog iskustva)

Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Ivana Telebak


La copertina di 'Vreme', 10 novembre 2005 Il dirigente e fondatore della ditta privata per le consultazioni Tactical Training Team (TTT) è, come dice lui stesso, l'istruttore e l'organizzatore dell'addestramento per gli addetti alla sicurezza, certificati a livello internazionale, che operano in territori critici. “Adesso è l'Iraq al primo posto, perché la richiesta e i soldi sono maggiori, ma anche l'Africa, per esempio, continua ad essere un mercato potenzialmente importante.” Questo uomo, ex poliziotto (pubblica sicurezza, SAJ, DB) con le più alte qualifiche e una carriera perfetta (all'inizio del 2000 se ne è andato dalla sicurezza statale perché da anni non andava d'accordo con la politica della casa) non vuole che venga fatto il suo nome; la ragione è semplice: eccessivo interessamento per gli attuali lavori della ditta. Nell'intervista esclusiva per “Vreme” (svolta in una località vicino a Belgrado, dove lavora) dice che negli ultimi giorni e settimane nell'opinione pubblica si è creata un'immagine completamente sbagliata sulla natura del lavoro di cui lui e altri ex colleghi si occupano: “Si tratta di un lavoro serio e non di fare la guerra. Occuparsi della sicurezza delle operazioni in corso delle grandi ditte e delle organizzazioni internazionali in territori pericolosi è diventato un mestiere riconosciuto a livello internazionale, per il quale sono state stabilite alcune norme e criteri. Negli ultimi anni è diventato un lavoro planetario, un nuovo mestiere per il quale si richiedono qualifiche particolari che non si ottengono così facilmente.”

Si tratta di studio, dice il nostro interlocutore: più le vostre qualifiche precedenti sono migliori, più facilmente accederete ai livelli più alti dell'istruzione. Dunque, la precedenza si dà agli ex (“sottolineo questo- ex”) membri delle unità speciali della polizia e militari, che hanno già raggiunto alcune necessarie conoscenze tattiche e tecniche e – ovviamente - non partono da zero. Ogni specialità affermata (paracadutismo, telecomunicazioni, esplosivi, corsi di antiterrorismo, sub, pilotaggio, operazioni tattiche complesse ecc.) aumentano il punteggio della biografia professionale del candidato; un punteggio maggiore significa una migliore posizione, una maggiore responsabilità e uno stipendio più alto una volta assunti da alcune di queste ditte riconosciute a livello mondiale, che concordano i lavori con i governi e le compagnie. “Per avere le condizioni per ottenere il lavoro ad un livello medio in queste ditte, bisogna svolgere l'addestramento, i corsi, investire da cinque a otto mila euro - si parla di una persona che parte da una posizione di partenza minima, dunque ex poliziotto di successo o militare, pronto fisicamente e psichicamente, con un buon addestramento di base e – cosa molto importante! - un passato ineccepibile. Le grandi e serie compagnie, per le quali lavora la TTT, non prenderanno nessuno che ha un dossier penale o che è stato condannato”, dice il nostro interlocutore. “Sono in gioco molti soldi e una grande responsabilità e nessuno vuole gli avventuristi, i criminali, i maniaci-Rambo. Le grandi compagnie si riservano il diritto di fare ulteriori accertamenti attraverso le ambasciate territoriali dei propri paesi presso gli organi competenti del potere.”

I nuovi gastarbeiter

Si tratta, come sembra, di una nuova forma di “lavoro temporaneo all'estero”, più esattamente – di un nuovo profilo professionale. Alcuni attenti spettatori televisivi si ricordano di un fenomeno precedente, simile solo per il profilo del lavoro: la guerra civile nello Zaire nel 1997. Allora, la squadra di artisti dello Stato maggiore dell'Esercito della Jugoslavia era arrivata alla conclusione di poter guadagnare alcuni soldi con l'ex dittatore Mobutu, e grazie a un discreto e – gli sembrava - privato aiuto militare. Così gli spettatori della CNN avevano l'occasione di vedere nelle giungle dello Zaire gli aerei jugoslavi Galeb G-1 con lo stemma dello Zaire dipinto in fretta (la mano con la fiaccola) sulla coda, le uniformi jugoslave, le armi, l'attrezzatura e – i mercenari. I piloti erano i quadri della famosa squadriglia 252, “I lupi dell'Usce (foce)”, i favoriti pokazuh di Milosevic, come li chiamano i russi. Poi venne fuori che lo Stato maggiore, cioè alcuni generali, per essere precisi, non resistettero alla tentazione di fare soldi facili, e tutto questo con la collaborazione fraterna dei servizi segreti francesi, i cui interessi in modo aperto e ufficiale erano rappresentati da niente meno che Jugoslav Petrusic (famosa anche come “Dominique Yougo”, legame di collaborazione della francese Udba DST), più tardi vittima di quell'affaire idiota di nome Pauk (ragno). Alcuni nostri mercenari hanno perso la testa in quello Zaire; alcuni sono stati feriti; le famiglie degli uni e degli altri hanno cercato di fare un processo contro lo stato; il risultato non è noto. Mobutu Sese Seko, nostro bravo collaboratore e padre del popolo fraterno dello Zaire, perdette la guerra in modo vergognoso, nonostante l'esercito serbo; qualcuno è sorpreso? Ma, la cosa importante è che i signori generali abbiano fatto muro, un bacio dal loro amico generale Galua... Questo episodio di fare la guerra in modo pomposo in Africa non era per niente necessario; era necessario per i signori generali, per poter prendere qualche dollaro dal fraterno e non allineato popolo dello Zaire.

Ciò che oggi sta succedendo riguardo l'Iraq e altri mercati potenzialmente interessanti per i servizi di sicurezza, è tutta un'altra storia. Qui si tratta di un'iniziativa privata e del libero movimento di forza lavoro specializzata, e non dei lavori statali. Il nostro interlocutore del Tactical Training Team spiega: “Le grandi compagnie per la sicurezza e il consulting di questo ambito sono diventate veramente grandi. Ditte del calibro della Blackwater americana e della Earnest britannica, per le quali noi lavoriamo come sub-negoziatori, sono molto più flessibili nei finanziamenti e nei quadri e reagiscono molto più velocemente dei grandi stati. Quando c'è bisogno di un servizio specifico - per esempio, una improvvisa sicurezza di un'operazione economica o umanitaria - lo stato, anche quello più ricco, dipende dai vicoli del budget; i loro soldi sono già programmati e dislocati, e la decisione viene rimandata per l'anno fiscale successivo. La grande ditta può reagire subito. Fra l'altro, le grandi ditte per la sicurezza sono in grado di pagare di più al personale di qualità: un marine americano o un membro delle forze speciali (ranger, paracadutista, poliziotto militare, 'berretti verdi') guadagna, diciamo, 50.000 dollari all'anno; nelle grandi ditte per la sicurezza, un uomo con siffatte qualifiche guadagnerà tre volte tanto... Così succede che sempre più membri delle unità d'élite americane non prolunghino i loro contratti professionali con gli USA, ma passino nelle ditte private.”

L'apprezzata esperienza bellica

C'è un altro aspetto: le grandi ditte per la sicurezza non si occupano di fare le guerre e nei loro lavori si muore molto meno, e la paga è più alta. “Circa 150 compagnie private hanno il permesso di lavorare in Iraq”, dice a “Vreme” l'interlocutore delle ditta TTT. “I loro contratti si riferiscono ad una gamma di lavoro che va dalla più semplice custodia del magazzino, all'accompagnamento dei convogli fino alla sicurezza di persone e oggetti di enorme importanza, ma anche progetti delle operazioni tattiche complesse e piani. Ciò include le richieste di un'alta istruzione negli ambiti della sicurezza, tattiche, telecomunicazioni, mezzi tecnici per la sorveglianza, computer, ecc. Perciò sono così importanti la professionalità, l'istruzione e la prontezza tecnica e psicologica del personale di tali compagnie.”

Il nostro interlocutore e la sua ditta si occupano esclusivamente dell'addestramento della persone che si qualificano per il lavoro in questi grandi compagnie. “La maggior parte di queste persone non sono nostri cittadini, ma ciò non è di disturbo. Ci sono croati, bosniaci, ecc.; ci sono persone dell'Europa dell'est, ma tutti soddisfano i criteri base. Sa, la nostra offerta di forza lavoro ha due vantaggi: siamo meno cari degli occidentali e – purtroppo - abbiamo l'esperienza bellica, una cosa che viene apprezzata. Il problema è che il nostro sistema di addestramento non è ancora riconosciuto, per non dire equivalente, negli ambiti competenti del mondo. Da noi ci sono dei ragazzi eccezionali, onesti, psichicamente stabili, esperti e bravi; ma, il certificato per questo lavoro viene fornito dai centri per l'addestramento, riconosciuti dalle grandi compagnie. Noi assicuriamo l'infrastruttura per l'addestramento, il terreno, i mezzi, la parte degli istruttori ecc. Momentaneamente là abbiamo 12 persone nostre, presto ci andranno altri otto. I loro contratti si fanno per periodi che vanno da due mesi fino a più anni; la ditta paga l'assicurazione sociale, quella sulla salute e sulla vita. La grande parte della paga va sul conto bancario che la persona decide e per il quale è autorizzato qualcuno della famiglia. Sul terreno le persone prendono una certa somma come paghetta, perché l'esperienza ha mostrato che con le tentazioni delle operazioni PX alle quali hanno diritto - difficilmente si resiste, specialmente se uno viene dai paesi dell'est Europa o dai Balcani. Sul territorio ci sono le squadre internazionali nelle quali è vietato qualsiasi messa in vista delle caratteristiche nazionali e insistere su di esse; queste persone devono salvarsi la testa reciprocamente, e ogni fastidio nel sistema è indesiderato e qui veramente non ci sono problemi. Specialmente se si bada all'equilibrio psicologico delle persone, perché la sindrome Rambo è definitivamente dannosa e nessuno che sia normale vuole fare un lavoro serio con dei maniaci.”



Israele: Amir Peretz ed il nuovo corso del partito laburista

Amir Peretz, nuovo segretario generale del partito laburista israeliano, non nasconde la sua soddisfazione, dopo che il comitato generale ha approvato a larga maggioranza la sua proposta di uscire dal governo, decretandone così la fine anticipata, prevista non prima di un anno.

Giulio Debbia

Equilibri.net

Inaspettato vincitore delle primarie del partito laburista, Peretz ha battuto giovedì scorso (10 novembre) con il 42,3 % dei voti Shimon Peres. Margine minimo, visto il 39,9% delle preferenze ottenute dal suo avversario, dato per favorito in tutti i sondaggi, ma che gli ha concesso di avere la meglio sullo storico leader laburista e vice-primo ministro dell’attuale esecutivo. Le profonde conseguenze di questo vero e proprio terremoto all’interno della politica israeliana sono diventate ancor più eclatanti con l’uscita dal Likud di Ariel Sharon, che ha annunciato la fondazione di un nuovo partito di centro, Ahrayut Leumit “Responsabilità nazionale”, decisione definita dalla stampa locale come l’evento politico più importante dal 1977, data di formazione dello stesso Likud.

Gli avvenimenti di questi giorni hanno infatti ridisegnato a fondo gli equilibri della scena politica dello stato ebraico: oltre al riposizionamento del partito laburista verso sinistra, più vicino alle rivendicazioni sociali delle classi più deboli, nasce infatti una nuova forza politica salutata da molti con entusiasmo, nella speranza che essa possa rappresentare al meglio le esigenze di un paese, che si trova da tempo in una grave situazione sociale ed economica, oggi aggravata dai contrasti interni a quello che sino ad oggi era il maggior partito del paese, il Likud. Il margine di iniziativa concesso ad Ariel Sharon ed al suo governo in realtà era piuttosto limitato già prima dell’elezione di Amir Peretz alla testa del partito laburista; la contestata scelta di Sharon di evacuare la striscia di Gaza, nonostante la forte opposizione da parte di alcune figure di spicco del suo partito, aveva infatti portato alla dimissione di vari ministri del Likud (fra cui Nethanyau) e ad una nuova maggioranza parlamentare, sostenuta dagli stessi laburisti. Questa rivoluzione politica appare dunque come una resa dei conti all’interno degli stessi partiti di maggioranza, accolta favorevolmente anche dalla opinione pubblica.

Amir Peretz

50 anni, nato in Marocco da una famiglia sefardita emigrata in Israele nel 1956, Amir Peretz è oggi il nuovo leader del partito laburista israeliano. Segretario generale di Histadruth, la più grande associazione sindacale del paese ed ex sindaco di Sderot, piccola cittadina del sud-est al confine con la striscia di Gaza, Peretz è deputato laburista alla Knesset dal 1988, nonostante la breve parentesi che lo ha visto allontanarsi per fondare nel ’99 un piccolo partito indipendente Am Ehad (Una nazione) che nelle elezioni dello stesso anno ha ottenuto 2 seggi parlamentari. Tornato nelle file del partito laburista lo scorso anno, Peretz ha continuato la sua ascesa ai vertici del partito sino allo scorso giovedì, quando, contro tutti i pronostici, ha ottenuto la maggioranza dei consensi alle elezioni primarie laburiste, a cui hanno partecipato circa 100 mila persone, con il 42,3 % delle preferenze pari a 27.098 voti, un esile vantaggio nei confronti del premio nobel per la pace ed attuale vice primo ministro, Shimon Peres (25.572), annunciato vincitore e candidato designato alle prossime elezioni politiche. Il grande sconfitto ha contestato la validità delle primarie, giudicandole “falsate da gravi irregolarità” e non ha partecipato alla riunione del comitato centrale del partito laburista, in occasione del “discorso di insediamento” del nuovo segretario generale. Secondo le ultime notizie, tuttavia, Peres non dovrebbe lasciare il partito per unirsi alla nuova formazione politica fondata da Ariel Sharon, nonostante le accuse e le critiche, non troppo velate, rivolte al suo rivale, definito “malato di protagonismo”.

Le prime immediate conseguenze della vittoria di Amir Peretz, sono state l’uscita del partito laburista dalla coalizione guidata da Sharon, che ha causato dapprima la caduta del governo e l’indizione di elezioni anticipate (previste per il prossimo marzo) e successivamente l’uscita dal Likud dello stesso premier. Se inizialmente l’ex generale aveva infatti cercato di prender tempo, rinviando l’incontro con il nuovo “segretario” laburista (dando vita a situazioni perlomeno comiche…), nell’ultimo consiglio dei ministri “lampo” (durato dieci minuti, in cui come qualcuno ha dichiarato “i due non avevano niente da dirsi”) si è formalizzata la crisi , ed i due partiti si sono accordati per le elezioni anticipate. La decisione di Peretz è stata votata quasi unanimemente nella riunione del comitato centrale del partito e condivisa da tutti gli otto ministri facenti parte dell’esecutivo, che hanno presentato le proprie dimissioni “su carta bianca”, come riporta la stampa israeliana, indicando la totale adesione alla politica del nuovo segretario.

Un nuovo, anzi vecchio partito laburista

Le linee guida della politica di Peretz, già note dai dibattiti che hanno preceduto le primarie, sono state ribadite dal nuovo segretario domenica scorso, in occasione della riunione del comitato generale del partito laburista. In un discorso di 40 minuti che ha messo in evidenza le sue notevoli dote oratorie, Peretz ha sostenuto con forza la priorità assoluta da lui accordata alle politiche sociali ed in particolare alla lotta contro la povertà e la sperequazione sociale. In un clima già da campagna elettorale, ha attaccato la politica del Likud e Sharon, colpevole in particolar modo di aver consentito la politica ultraliberista e responsabile dello smantellamento dello stato sociale, dell’ex ministro delle finanze Nethanyahu , per il quale ha avuto modi oltremodo critici, invitando gli elettori delle classi più deboli (negli ultimi anni serbatoio dei voti del Likud) ad unirsi al nuovo patto sociale.
Consapevole dell’importanza di una nuova politica sociale, punto su cui tutte le forze politiche punteranno nella prossima campagna elettorale, Peretz ha tuttavia messo in guardia gli elettori, avvertendoli della minaccia che in caso di un peggioramento del conflitto coi palestinesi, ciò si possa rivelare un pretesto valido per bloccare tutte le promesse riforme sociali.

Volendo collocare sé stesso in una posizione del tutto nuova rispetto alla recente politica della sinistra, ritenuta ormai obsoleta ed appiattita sulle stesse posizioni della destra, ha puntato su una associazione delle classi più deboli (disoccupati, pensionati ed operai ma anche minoranze) voti giovani, Shinui, Likud, Shas e partiti russi) a convergere all’interno del partito laburista.
Rivolgendosi alla classe imprenditoriale, non ha rifiutato l’economia di mercato ("Vogliamo creare un partito veramente socialdemocratico - ha esclamato fra gli applausi dei sostenitori -. Diciamo sì all'economia di mercato, ma no a un'economia che crea un mercato di schiavi" e sintetizzando la propria filosofia economica "L'economia deve essere al servizio dell'uomo, l'uomo deve essere al servizio della pace, la pace deve essere al servizio dell'economia. Questo è il ciclo della vita" ), e li ha invitati a diffidare da chi li incita contro di lui e la sua politica, auspicando uno spirito di cooperazione all’interno di un nuovo contesto socioeconomico, richiamandosi all’esempio dell’amministrazione Clinton.

Inoltre, attaccando duramente la destra nazionalista ed partiti religiosi ortodossi è stato probabilmente il primo leader politico israeliano ad affermare apertamente che “Israele non è solo uno stato ebraico e democratico ma anche lo stato di tutte le religioni che si trovano nel suo seno accanto a quella ebraica: di quella musulmana in tutte le sue diversità e di quella cristiana in tutte le sue diversità. La maggioranza - ha continuato - si giudica da come si comporta con la minoranza e se noi vogliamo una maggioranza ebraica dobbiamo dimostrare di essere capaci di avere cura della minoranza che abita con noi perché se non saremo capaci di farlo perderemo la giustificazione etica di essere la maggioranza nel paese”.
Il nuovo segretario laburista, infatti, oltre alla tutela delle classi economicamente più deboli, conta molto sull’elettorato delle c.d. minoranze, tradizionalmente raggruppate in piccole formazioni dell’opposizione, e le ha invitate a riunirsi ad un progetto comune in vista delle prossime elezioni.
Rivolgendosi ai cittadini arabo-israeliani, ad esempio, ha loro offerto la possibilità di stringere un patto sociale, non risparmiando tuttavia critiche a quei deputati che sinora hanno mostrato di privilegiare la lotta per i diritti dei palestinesi a scapito della difesa degli interessi dei loro elettori. Questi ultimi però hanno per il momento declinato l’invito del segretario laburista sulla base delle sue affermazioni riguardo Gerusalemme ed i rifugiati palestinesi.
In questo contesto, Peretz ha contestato la politica del Likud a favore di nuovi insediamenti nei territori occupati, affermando la necessità della pace per un più rapido, stabile ed efficace miglioramento della situazione sociale. Parlando della sicurezza interna, elemento fondamentale spesso decisivo nella politica israeliana, sulla quale è stato attaccato dai suoi avversari di scarsa competenza e di idee confuse, ha infatti dichiarato che la costituzione di uno stato palestinese è un interesse prima di tutto di Israele, ribadendo tuttavia la legittimità di una decisa lotta al terrorismo.
Rispondendo alle critiche di chi lo accusava di posizione arrendevoli e contro l’interesse di Israele, si è poi detto contrario al ritorno dei rifugiati palestinesi del ’48 in Israele e si è dichiarato a favore di una Gerusalemme unita e tuttavia capitale dello stato ebraico, prendendo le distanze dalle posizioni dell’estrema sinistra. Membro del movimento “peace now”, la sua posizione riguardo agli insediamenti è comunque conciliante, e la scorsa settimana ha presentato un documento che prevede la volontaria evacuazione di colonie isolate in Giudea e Samaria, nella zona nord della Cisgiordania, che incontrino il consenso del 60% dei coloni, alimentando così le speranze di alcuni alti esponenti dell’Autorità Palestinese, che hanno salutato l’elezione di Peretz con favore. Infine, chiudendo il proprio discorso, il nuovo segretario ha ringraziato Peres per il suo grande contributo in tutti questi anni, augurandosi che egli possa continuare a farlo altrettanto a lungo.

Peretz ha avuto il merito di presentarsi come il rappresentante di un nuovo partito laburista che si richiama ai vecchi ideali socialdemocratici e come l’unico in grado di portare un messaggio veramente nuovo agli elettori. Ciò gli ha valso l’elezione a segretario “plenipotenziario” del partito laburista (anche se molti di loro lo hanno votato in mancanza di alternative, per loro stessa ammissione) e le simpatie di una parte della stampa e dell’opinione pubblica. Resta da vedere, tuttavia quanti israeliani condividano il modello da lui proposto per il paese.

Conclusione

Alla luce degli avvenimenti in costante evoluzione di questi giorni è difficile stabilire quali saranno i risultati del nuovo corso inaugurato da Peretz.
Dopo la scissione del Likud , il partito laburista e la nuova entità politica guidata da Sharon si presentano sicuramente come le due forze principali della scena politica israeliana, ma nessuno dei due sembra oggi in grado di accaparrarsi la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari.
Decisiva risulterà dunque l’abilità di attirare l’elettorato più indeciso e la capacità di formare alleanze politiche coerenti e compatte.
Da questo punto di vista, il forte impegno laburista per una politica sociale più equa è un punto di forza, nell’attuale situazione di crisi economica, ma allo stesso tempo esso presta il fianco agli attacchi dei rivali che accusano il partito, come è già avvenuto, di “deriva comunista”.
I primi sondaggi sembrano confermare questa tendenza: “Responsabilità nazionale” “politicamente, economicamente e socialmente”schierata al centro e libera dalla severa politica economica di Nethanyahu, è infatti già in testa alle preferenze degli elettori.
Il rifiuto di Shimon Peres ad unirsi al nuovo partito di Ariel Sharon, tuttavia, è la prima significativa vittoria della campagna elettorale laburista, di cui un convincente piano di sicurezza nazionale e l’effettiva popolarità del programma di Peretz fra le classi meno privilegiate, saranno gli altri punti determinanti.

Ricordando, però, che i gruppi armati palestinesi potrebbero ancora una volta rivelarsi l’incognita più decisiva di questa confronto elettorale.


Eritrea Etiopia : incontro rinnova impegni di pace
di Carla Amato

In una riunione dei rappresentanti l'Etiopia ed Eritrea tenutasi in Kenia sotto il patrocinio delle Nazioni Unite e con la presenza del rappresentante dell'Unione Africana, le autorita' dei due Paesi confinanti si sono rinfacciate le responsabilita' delle tensioni alla froniera comune ma si sono impegnate a non intensificarle.

Lo ha annunciato sabato il presidente della riunione, il maggiore generale dell'ONU Rajender Singh, il quale ha detto alle parti in causa che la situazione militare all'interno della zona provvisoria di sicurezza (TSZ) e nelle zone adiacenti e' da tempo diventata e potenzialmente insicura.

Singh ha fatto appello ad entrambi i governi per aderire alla risoluzione recentemente adottata del Consiglio di sicurezza che minaccia azioni (e lascia presagire sanzioni) contro i due Paesi se essi non cesseranno i movimenti militari alla frontiera e se l'Eritrea non annulla subito il divieto di volo per gli elicotteri ONU nella zona di controllo.

Anche l'Unione Africana ha preoccupazione per la recente involuzione del processo di pace ed ha ripetuto la sua richiesta di cessazione dei movimenti militari da entrambe le parti, notando che la comunita' internazionale ha investito molto nel processo di pace.

L'Etiopia era d'accordo con la valutazione dell'UNMEE sulle tensioni ed ha ribadito il suo impegno per la pace, ma ha addossato la responsabilita' ai soldati dell'Eritrea, mentre quest'ultima ha negato, ed ha invece detto che le lamentele sulla ridotta possibilita' d'azione da pare della missione ONU erano esagerate e che non vi e' intenzione di bloccare la missione UNMEE nella zona smilitarizzata ne' pericolo per i suoi membri.

I toni dell'incontro sono tuttavia stati cordiali e tutte le parti hanno ribadito l'importanza del mantenimento degli impegni presi con l'accordo di Algeri.


www.osservatoriosullalegalita.org



La politica di vicinato salverà Euromed?
Da anni terrorismo e tensioni geopolitiche regionali hanno teso “l’arco della sicurezza” dell’area mediterranea. Saprà la nuova Politica europea di vicinato calmare il Mare Nostrum?
La moschea Hassan II (wikipedia) Alla vigilia del decimo anniversario del processo di Barcellona, oggi la questione dell’euromediterranismo sembra caratterizzata dalle ambiguità dell’Ue di fronte alla situazione dei diritti umani nei paesi il cui potere si rifà a quello dei mammamucchi della modernità. Eppure nel 1995, all’indomani della fine della Guerra Fredda, Euromed intendeva formulare una risposta innovativa alle sfide del Sud. Immigrazione, acqua, ascesa dell’Islam fondamentalista, conflitti regionali, il tutto incorniciato in un quadro multilaterale.
L’obiettivo era chiaro: creare una «zona di pace, prosperità e comprensione reciproca tra i popoli».

Dai conflitti alle concessioni

Tanta fatica per niente, dal momento che i conflitti nella Regione non sono cessati. In particolare, il conflitto israelo-palestinese ha continuato ad avvelenare le relazioni dei partner Euromed: all’inizio della seconda intifada nel settembre del 2000, i limiti del dialogo euromediterraneo sono apparsi più evidenti che mai. Le delegazioni siriane e libanesi hanno boicottato, e senza troppi dilemmi interiori, le Conferenze ministeriali di Marsiglia (2000) e di Valencia (2002), in segno di protesta contro l’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Come sottolinea Manuela Moschella, docente presso l’Università di Catania, gli unici accordi conclusi in questo periodo sono stati il risultato della leadership statunitense: Sharm el Sheikh e i negoziati di Taba, il Piano Mitchell… D’altra parte lo spinoso conflitto del Sahara occidentale continua a rendere difficile la coesione tra i Paesi del Maghreb, dal momento che le tensioni tra Rabat e Algeri in tal proposito permangono.
Altra questione assai difficile è il terrorismo. L’Ue ha adottato un Codice di condotta sulla lotta al terrorismo che presenterà ai suoi partner mediterranei nel corso del summit in occasione del decimo anniversario di Barcellona. Un codice attraverso il quale l’Ue intende responsabilizzare i Paesi mediterranei sul terrorismo.
Tuttavia la politica mediterranea dell’Ue è regolarmente e puntualmente screditata dai trade off diplomatici sui diritti umani in cambio di concessioni in materia di sicurezza. Perciò è inevitabile chiedersi: paesi come la Francia e la Spagna desiderano veramente vedere l’avvio di una transizione democratica, che sarebbe per loro fonte d’instabilità in termini di sicurezza e di flussi migratori?

Una riforma “sulla carta”

Di fronte a una tale mancanza di efficacia, l’Unione Europea ha intrapreso una riforma della sua strategia. Lanciata nel 2003, la nuova Politica europea di vicinato (Pev) intende gestire le nuove frontiere dell’Unione con un approccio che vuole essere complementare al processo di Barcellona. Parola chiave: ritorno al bilateralismo per meglio coordinare le relazioni con il “vicino straniero”. Il Mediterraneo si ritrova dunque al fianco degli Stati del Caucaso meridionale, così come alla Bielorussia, la Moldavia e l’Ucraina. Un insieme piuttosto variegato, dietro al quale si dissimula la volontà dell’Ue di assicurarsi un “circolo di amici”, evitando però qualsiasi promessa di adesione. Assicurarsi delle buone relazioni con il Mediterraneo passa così in primo luogo per il benchmarking, vale a dire i piani di azione negoziati con ogni paese, che stabiliscono una lista di compiti ben precisi.
In programma: un impegno reciproco in favore dei valori comuni, specialmente nel settore dello Stato di diritto, della buona governance e del rispetto dei diritti umani. La lotta contro il terrorismo e la proliferazione delle armi di distruzione di massa figurano ugualmente nell’agenda della nuova Politica di vicinato, che si basa inoltre sui principi dell’economia di mercato e dello sviluppo sostenibile. Belle prospettive, ma a condizione che la Pev non sia solamente un semplice placebo, che contribuisca ad esacerbare la sfiducia dei suoi partner del Sud, i cui prodotti e merci non hanno ancora il diritto di circolare liberamente nello spazio euromediterraneo.

Istruzione e dialogo

La Commissione ha anche lanciato dei nuovi obiettivi per “Barcellona +10”, per esempio nel settore dell’istruzione. Si prevede di aumentare del 50% la quota del budget destinato all’istruzione, utilizzando un approccio di «sicurezza umana», poiché è noto che più di un terzo della popolazione dei Paesi mediterranei ha meno di quindici anni. Un’ulteriore evoluzione riguarda il dialogo con i gruppi religiosi islamici. In passato il processo di Barcellona ha favorito il dialogo con le élite mediterranee autocratiche e una società civile laica. Ora, così come emerso durante il summit nel Lussemburgo del maggio 2005, gli Stati membri hanno ammesso che la diffusione dei valori democratici deve passare necessariamente per il coinvolgimento dei gruppi islamici moderati.

Ma queste belle dichiarazioni politiche devono essere accompagnate dai mezzi finanziari. Per il momento la Pev non dispone che di un budget di quindici milioni di euro per il periodo 2007-2013, vale a dire il 10% del budget Ue destinato alle azioni esterne. Inoltre l’Ue dovrà imparare a lasciare che i Paesi mediterranei partecipino di più alla definizione dell’agenda delle riforme. Un’agenda che per il momento viene decisa più a Bruxelles, che al Cairo, Damasco o Rabat. www.cafebabel.com/it/
Sarah Wolff - Paris


novembre 28 2005

Stipendi dei politici: perchè tanti timori e sensi di colpa
Si ricomincia a parlare dei costi della politica e dei politici eletti, confondendo a volte questo tema con un’altra questione assai calda, e a noi molto cara, come quella degli sprechi. Alcuni collegamenti esistono, ma i due temi andrebbero distinti perché la questione degli sprechi è ben più complessa e rilevante economicamente e sarebbe ingiusto e ingeneroso creare l’automatismo “spesa per la politica” uguale “spreco di denaro pubblico”.

I dati sui costi del solo funzionamento delle istituzioni sicuramente colpiscono. La Camera dei Deputati, rileva una recente indagine, spende ogni anno 1,46 miliardi di euro. I 630 deputati costano complessivamente 169 milioni di euro l’anno (più 2,27% rispetto al 2004), di cui 95,8 milioni per le indennità e 73,2 per il rimborso delle spese di viaggio, soggiorno e segreteria. Ogni deputato percepisce mensilmente uno stipendio netto di 5.941 euro; una diaria di soggiorno di 4.000 euro; 4.190 euro per la gestione dei rapporti con gli elettori. Vanno aggiunti un massimo di 3.098 euro annui di spese telefoniche e un elenco assai lungo di benefit comunque economicamente rilevanti. Ogni anno sul Bilancio della Camera pesano 122 milioni di euro che servono per pagare i vitalizi degli ex deputati ai quali spetta anche un rimborso delle spese di viaggio, inferiore ai deputati in carica, ma che permette loro di viaggiare gratis in autostrada e sui treni (bel colpo, ma perché, visto che non fanno più i parlamentari?).

Sono cifre impressionanti che però hanno un pregio: sono certe, note e ormai accessibili a tutti. La stessa cosa non può dirsi per ciò che accade a livello regionale. Ad esempio, come rivela un’altra indagine, molti consiglieri e assessori regionali del Lazio, intervistati, dichiarano di non sapere quanto percepiscano mensilmente, oppure si rifiutano di rispondere o dicono di doverlo chiedere alle proprie segreterie. In diverse regioni si sta polemizzando su presunte moltiplicazioni d’incarichi, consulenze, assistenti e portaborse e stipendi record per funzionari e dirigenti. In questo quadro, il problema principale da evitare è la demagogia. E’ giusto pagare bene chi è investito dell’onere di tutelare l’interesse generale. Così come è necessario ricordare che stipendi di rilievo, rimanendo però nei limiti della decenza (e l’Italia, stante ai dati europei, è proprio ai limiti), dovrebbero costituire anche un forte deterrente alla corruzione. Quei limiti appena citati non andrebbero però superati; andrebbero evitati, ad esempio, i frequenti ritocchi verso l’alto di stipendi e indennità nazionali e regionali, in anni assai duri per tantissimi cittadini alle prese con una perdita di acquisto forse senza precedenti negli ultimi 25-30 anni.

Altro problema centrale, quello della trasparenza e della rispondenza tra quanto si percepisce e quello che si fa e si “produce”. Sul piano della trasparenza, è assurdo che non si sappia pubblicamente ogni anno quanto percepisca un amministratore regionale (e locale), o un manager pubblico. Se si vuole dare un segnale concreto di innovazione, si inizi a pubblicare a gennaio di ogni anno il quadro delle “retribuzioni” degli amministratori regionali e locali e dei massimi dirigenti pubblici, superando paure, timori o sensi di colpa che non dovrebbero avere ragione di esistere. Sul piano della rispondenza tra retribuzione e “produttività”, sarebbe necessario sperimentare ed introdurre strumenti e metodi efficaci per consentire loro di rendere conto del proprio operato all’opinione pubblica periodicamente, e non solo tra una elezione e l’altra.

In nome della trasparenza, dovremmo sapere chi effettivamente lavora nelle istituzioni pubbliche (presenza in aula e commissioni); le sue attività di analisi e di proposta; il livello di ascolto e di confronto con cittadini, comunità locali e organizzazioni civiche; i risultati concreti conseguiti.

Il tema vero che si pone è, dunque, quello della valutazione degli amministratori e manager pubblici, sulla base di una sorta di carta degli indicatori di qualità delle funzioni pubbliche. La valutazione spetta ad una cittadinanza sempre più interessata, come accade per i soci di maggioranza, alla gestione della cosa pubblica, e sempre meno disponibile a subire un ceto politico e una élite di manager spesso drammaticamente lontani dai cuori, dalle menti, dalla vita concreta di un numero crescente di cittadini. /www.cittadinanzattiva.it

Giustino Trincia

Nuovi media e comunicazione politica.

Il dibattito sul rapporto tra nuovi media e comunicazione politica, da anni sotto la lente di ingrandimento dei policy makers, ha tratto, nei giorni passati, nuova linfa grazie a Current tv, la i-television (ri)lanciata da Al Gore, ex vicepresidente degli Stati Uniti.
All'esperimento va lasciato il tempo di crescere, ed eventualmente di fallire. Appare dunque prematura un'analisi critica dell'avventura di Al Gore, che ha tuttavia il pregio di ridestare l'attenzione sull'interrogativo di fondo, ovvero su quale sia la reale utilità politica dei nuovi mezzi di comunicazione, con particolare riguardo ad internet ed alla telefonia mobile.
Da anni protagoniste del marketing commerciale, le due reti sono destinate a recitare un ruolo di primo piano anche nella comunicazione pubblica. Ciò, essenzialmente, per due ragioni: perché, come rilevò Ostrogorsky già nel 1902, é dalla seconda metà dell'Ottocento che la comunicazione politica si serve dei mezzi e degli strumenti della pubblicità commerciale e soprattutto perché, in prospettiva futura, é attraverso le reti che si riuscirà a parlare alle (rectius: con le) nuove generazioni.
In attesa del semantic web, chimera che si propone di rivoluzionare l'intero sistema, la domanda é dunque "come" weblogs, newsletters, sms, wiki, direct mailing, videocomunicazione e via discorrendo possano essere utilizzati, in Italia, per la comunicazione politica.
Lasciamo così sullo sfondo l’esperienza statunitense, dove è ancora vivo il confronto tra quanti, come Joe Trippi, credono ciecamente nella rete come mezzo di rivoluzione della vita politica, e chi, come Zack Exley, pur rimanendo convinto assertore dell’importanza di internet e della blogosfera, ne sottolinea alcuni aspetti critici venuti alla luce durante l’esperienza di blogforamerica con Howard Dean.
Ad oggi, la situazione italiana è abbastanza statica. L’utilizzo degli strumenti della telefonia mobile da parte dei partiti politici è occasionale, mentre la rete viene per lo più utilizzata a scopo informativo dai pochi players politici italiani presenti in rete. Addirittura meno di una manciata, poi, i politici nazionali che hanno tentato un’avventura telematica più profonda, aprendo, almeno formalmente, un blog. Anche questi ultimi, tuttavia, prediligono finalità informative, lasciando poco spazio all’interazione personale.
Il panorama della rete è più dinamico se invece escludiamo i professionisti della politica. L’utilizzo di forme di marketing telematico cresce a un tasso superiore al 30% annuo. Sale la domanda di informazione. E allo stesso modo aumentano, giorno dopo giorno, i bloggers, conferendo sempre maggiore consistenza e credibilità alla blogosfera. Si afferma un blog di facciata come beppegrillo.it, sito di un comico che, per effetto delle straordinarie potenzialità della rete, è divenuto ormai un ibrido, a metà tra il predicatore carismatico e l’aspirante uomo politico.
In questo contesto, in cui i bloggers hanno già dimostrato una notevole capacità di informare e di influenzare l’agenda della vita pubblica (si pensi allo scambio tra foto pornografiche e fotografie di orrori di guerra, recentemente scoperto da un blogger italiano), la politica ha l’obbligo di non farsi trovare impreparata. Ha, in altre parole, l’obbligo di aggiornarsi, adeguandosi alle opportunità offerte dall’innovazione tecnologica. Ma come ?
Non con la via dei portali politici, sul modello di Voter.com e Polix.it, generosamente falliti, oltreoceano come in Italia. Non sopravvalutando le capacità della blogosfera in lingua italiana, ancora in larga misura autoreferenziale E nemmeno promettendo forme di democrazia a partecipazione diretta, che rischierebbero di rimanere tali soltanto sulla rete, deludendo prima ancora di coinvolgere.
La via è, da un lato, scommettere sulla comunicazione verticale on line, facendo un ampio uso dei canali di promo-communication, sms e direct mailing su tutti – che hanno il pregio di consentire un’azione mirata su singoli segmenti d’utenza, e di diversificare di volta in volta, sul target, il messaggio. Dall’altro lato, e mi riferisco in particolar modo ai politici, la via sta nella comunicazione orizzontale: nell’esserci, costantemente e, soprattutto, personalmente. Esserci per intercettare, possibilmente in anticipo, gli umori della collettività. Esserci per apprendere i nuovi linguaggi, che in rete sono ispirati ad un’informalità quasi sacrale. Esserci per annullare lo spazio verticale tra politico ed elettore, avvicinandolo. Esserci per farsi conoscere, accrescendo il credito personale e fidelizzando l’elettorato. Esserci per aggregare e coinvolgere. Esserci per interagire, rispondendo alla necessità delle nuove generazioni di essere non solo recettori ma anche sorgenti di informazioni. Esserci per individuare, nel tempo, gli attivisti del domani, e, perché no, la classe dirigente del futuro. Anche perché, come confermano gli studi più recenti, pressoché tutti i giovani utilizzano internet ed i “telefoni cellulari”; e soltanto poco più della metà vede la televisione. www.blogperlamargherita.com/


Prodi le canta alla politica milanese



Niente folla oceanica al Carcano di Milano pieno ma non troppo per l'incontro di Romano Prodi con "associazioni e cittadini". In realtà il pubblico era costituito essenzialmente dai simpatizzanti della ventina di associazioni organizzatrici (per la maggior parte emanazioni travestite da "società civile" di questo o quel maggiorente locale) e dalla solita parata di piccolo e medio cabotaggio politico. A far da cornice, allineati in prima fila, i quattro candidati alle primarie milanesi hanno ricevuto per la prima volta la paterna benedizione del futuro presidente del Consiglio. Nel corso della serata, sviluppata secondo la formula dell'intervista già utilizzata con successo alla Festa de l'Unità, il Professore ha dato a più riprese energiche scrollate a Milano - il cui ritorno a un ruolo-guida è la sua ossessione da tanto tempo - e vari scapaccioni - tosti, inaspettati, quindi ancora più efficaci - ai partiti, anche secondo lui responsabili dello scollamento tra politica e società.

Sul palco, a parlare con Prodi, Elisabetta Soglio per Corsera e Giorgio Lonardi per Repubblica. Dovremmo evitare i confronti, è noto che siamo di parte, ma non si possono omettere i complimenti a Elisabetta, una delle migliori professioniste di cui disponga la stampa locale e non solo. Sul palco si è superata, mettendo in ombra il collega per il valore delle domande (oltreché per fascino e simpatia, ma questo effettivamente esula). Quel che conta è che in modo semplice e chiaro, Soglio ha fatto il suo lavoro di portavoce dei lettori, chiedendo a Prodi quello che ogni elettore milanese di centrosinistra gli avrebbe chiesto se fosse stato sul palco. E Romano ha sempre risposto a tono, senza reticenze, senza ambiguità, senza traccheggi, dando ai presenti una lezione di coerenza e capacità politica (peccato per le assenze di spicco, soprattutto per chi in termini di coerenza avrebbe molto da imparare dal Professore).

La prima domanda è di quelle toste. «Cittadini e associazioni sono deluse dalla politica e dai partiti, eppure sono qui. Come si risponde a questa partecipazione e come si può recuperare il rapporto tra politica e società?» Nella sua prima risposta della serata, Prodi non le manda a dire: «E' noto che i partiti non lasciano spazio alla società, ma la società deve riprenderselo, per creare una massa critica sufficiente a muovere le cose. Le primarie sono un'occasione, ma devono essere uno scontro vero, deciso. A chi si è lamentato per gli scontri di questi giorni, dico che il confronto anche duro va bene, purché si rispettino due regole: la buona educazione e l'impegno per il giorno dopo le primarie: lavorare assieme e vincere le elezioni. Le primarie locali sono ancora più importanti di quelle nazionali, perché possono produrre le proposte indispensabili di cui Milano ha bisogno per riprendere il suo ruolo di città leader dell'innovazione».

La prima domanda di Lonardi non è altrettanto incisiva: «Il centrodestra lascia una città ferma, arretrata. Quanto sarà importante il rapporto del presidente del Consiglio con il nuovo sindaco per "riavviare" Milano?» A domanda scontata, risposta banale (ovviamente «sarà importantissimo»). Ma il Professore riesce comunque a dare sugo alla banalità di Lonardi insistendo su un aspetto specifico del tema "innovazione": la necessità di collegare meglio Malpensa per farne l'indispensabile hub aeroportuale che oggi manca alla pianura Padana.

La seconda domanda vera arriva da Elisabetta Soglio. «Lei dice che il confronto arricchisce, che dovranno essere primarie vere. Ma come spiega che tra i quattro candidati non c'è un solo uomo politico? E' disaffezione o inadeguatezza?» Ci siamo, è il momento del castigo: il Professore somministra ai maggiorenti locali una serie di schiaffoni di cui sentiranno il bruciore a lungo: «Evidentemente nessun politico si sentiva in grado di battere il centrodestra. Mi rendo conto che lo scollamento tra politica e società civile è preoccupante, lo si percepisce anche a livello nazionale, dove sto cercando di ricucire le ferite. E comunque, ben venga la società civile a riempire i vuoti lasciati dai partiti. E' colpa della politica se questi vuoti ci sono: gli studi sulla fiducia dei cittadini nella politica sono sconfortanti: i partiti - che condividono l'ultimo posto in classifica con le banche - hanno il dovere di recuperare questa fiducia, ma devono adeguarsi alle e cominciare a rispettare le regole di trasparenza prescritte dalla costituzione italiana»

Riprende il microfono Lonardi con una domanda sulla lista unitaria, che offre a Prodi l'occasione per dire tutto il male possibile sulla nuova legge elettorale, di cui «non esiste esempio nella storia dei paesi democratici: sono state trasformate le regole con logica diabolica, per minimizzare la sconfitta della destra, a danno della stabilità dei governi che verranno e della governabilità».

Sul tema che gli è più caro, quello del "Partito riformista" su cui lavora da un decennio (Soglio: «a Milano si stanno facendo i conti per le comunali, prende vita l'ipotesi di una lista unitaria. Come la vede?»), il Professore spiega l'importanza della nascita all'interno del centrosinistra di una grande forza che ne rappresenti le diverse tradizioni. «La gente vuole che andiamo assieme. Me lo sento ripetere ovunque: unità, non litigate. Unirsi comporterà delle difficoltà, soprattutto quando si dovranno fare delle riforme scomode (perché sarà indispensabile farle, sia chiaro che non si possono rimandare all'infinito interventi necessariamente radicali su traffico, inquinamento, ambiente), ma vale la pena di affrontarle per unirsi». La riflessione sul partito unico prosegue quando si parla di precariato, «che può essere combattuto solo in un modo: rendendo l'assunzione a tempo indeterminato più conveniente per le aziende. Ma attenzione! Quando faremo questi discorsi in fase elettorale, tutti si diranno d'accordo. Poi, al momento di fare le riforme, nasceranno le difficoltà, perché sarà necessario andare a toccare gli interessi delle corporazioni, che hanno un forte potere di ricatto nei confronti dei piccoli partiti. Solo un grande partito forte di riferimento ha la possibilità di compiere riforme radicali trascurando gli interessi parcellizzati».

Prodi è scatenato e dice la sua su tutto: città metropolitane (d«evono essere realmente tali per avere senso, comunque non si può inserire un ulteriore elemento d'autorità senza una riforma globale dell'organizzazione dell'autorità», un bel buffetto alle manie di grandezza di Penati), privatizzazioni («attenzione a non confondere liberalizzazione con privatizzazione. Se si deve privatizzare un monopolio pubblico per farne un monopolio privato, allora è meglio il monopolio pubblico»), competitività (occorrono due garanzie, che al momento l'Italia non può dare: legalità e interlocutore unico che si faccia garante nei confronti degli investitori del rispetto degli accordi). Chi si aspettava discorsi di circostanza, ha sbagliato serata.

Un passaggio forte sul "rischio Banlieues" per l'Italia strappa un applauso a una platea tutto sommato sonnacchiosa: «Sono stato il primo a lanciare l'allarme, me ne hanno detto di tutti i colori, poi il ministro degli Interni ha confermato. Nelle periferie italiane si vive male, servono soldi, risorse, reti, centri di aggregazione, non si devono creare ghetti. Soprattutto occorre togliere al ministero dell'interno la competenza sull'immigrazione affidandola alle amministrazioni locali, quelle che devono poi occuparsi di istruzione e inserimento. E tutto questo deve sfociare nella riorganizzazione delle regole sulla cittadinanza, che è l'unica soluzione vera ed efficace al problema dell'immigrazione».

Riassumendo: Romano Prodi conferma in ogni occasione la sua leadership e il suo carisma. Lontano anni luce da politichese e ambiguità (causa prima dello scollamento tra politica e società che anche lui ha stigmatizzato) sa sorprendere per la capacità di esporre concetti radicali digeribili dai moderati e viceversa. Coerente con se stesso da oltre un decennio, non ha paura di dire cose scomode, se le ritiene utili al ritorno dell'Italia al ruolo internazionale di cui il malgoverno Berlusconi l'ha privata. Un leader di valore che tutto il centrosinistra - per primi i partiti, ma anche gli elettori - dovrebbe incominciare a meritarsi. /www.onemoreblog.org





EVA, LA CAPRA ESPIATORIA
La Catizone travolta dalla controriforma politica al
Comune di Cosenza
di Stefano Covello
Il sistema dei partiti la sta per far fuori, ma lei,
Eva Catizone, sindaco di sinistra di Cosenza anche
quando in Calabria il centrodestra governava la
regione e tutti gli altri capoluoghi di provincia, non
ci sta: ha ancora un’ideale in cui credere, che la fa
resistere contro i vecchi amici che le si sono
rivoltati contro, cercando il capro espiatorio di un
gioco di potere, una controriforma vera e propria,
mascherata da un’improbabile crisi politica. Ma Eva fa
sapere che non si dimetterà, non vuole dare
soddisfazione, resterà al suo posto serena, perché le
scaramucce, così come i vecchi giochetti, non la
interessano e vuole rimanere al servizio della città,
continuando a pensare alle cose da fare. E non è un
problema che riguarda solo il Comune di Cosenza, bensì
un dato politico che è questione nazionale, prima
avvisaglia di una forte rissosità nel centrosinistra:
difendere oggi la Catizone significa difendere lo
spirito dell’Unione e di tutto l’Ulivo, oltre che
sostenere una donna coraggiosa nelle istituzioni che
non vuole accettare il dictat dei partiti. Ed il
motivo è semplice: gli attacchi nei suoi confronti
sono troppo improvvisi e violenti per essere maturati
da una riflessione politica non strumentale. Attaccata
da tutti, Eva Catizione rimane comunque forte, di
quella forza che solo poche settimane fa lei poneva a
difesa dei diritti delle donne in politica, dopo la
bocciatura delle quote rosa alla Camera, che lei
denunciava come una forma di ostilità preconcetta nei
confronti del cosiddetto pericolo rosa. E si affidava
al candidato premier Romano Prodi, certa che lui
sapesse ritagliare all’universo femminile il ruolo e
la visibilità che alle donne competono. Eva pensava
alle altre donne probabilmente, ma i suoi avversari
politici stavano già preparando la trappola per lei.
Ma anche mentre la sua maggioranza consiliare affilava
i coltelli, il sindaco Catizone continuava a volare
alto: pensava a difendere il Mezzogiorno, già
dimenticato dall’agenda politica nazionale, ma a
rischio di cancellazione con il modello di devolution
proposto dalla riforma della parte seconda della
Costituzione; criticava la legge costituzionale che
ancora una volta taglia fuori il Sud dal resto del
Paese e contribuisce a creare una smodata
frammentazione in alcuni settori nevralgici della vita
sociale, auspicando perciò per il referendum un
plebiscito di no, con tanta partecipazione popolare,
come per le primarie del centrosinistra. A chi le
chiedeva cosa salvasse della riforma costituzionale,
Eva indicava due cose: meno parlamentari, per ridurre
i costi della politica, ed abbassamento dell’età per
l’elettorato passivo, per un reale rinnovamento della
classe dirigente. E’ un po’ quello che lei, nel suo
piccolo, ha cercato di fare recentemente a Cosenza,
qualche giorno dopo la telefonata con cui Romano Prodi
l’aveva ringraziata per quanto stava facendo a
sostegno della battaglia per la legalità in Calabria:
il segnale che voleva dare ai calabresi era quello di
incrementare la cultura, il numero di teatri e di
luoghi d'arte, come armi più efficaci contro la mafia,
contro i preconcetti e le barriere, per una politica
che deve smetterla con i trasversalismi. Ha dato
seguito subito al suo impegno, nominando due settimane
fa quattro nuovi assessori, affidando loro deleghe
innovative, per la realizzazione di un Museo
all’aperto, per la valorizzazione dell’area urbana,
per la sicurezza, per i diritti di cittadinanza e
creando tre nuovi forum, per la famiglia, per i
disabili e per i giovani, con altrettanti
responsabili. La cosa non è piaciuta ai Ds, che hanno
espresso, all’indomani, con perfetto linguaggio
politichese, la propria preoccupazione per
l’accentuarsi di un processo di instabilità e paralisi
amministrativa che investirebbe il Comune di Cosenza.
Riuniti al gran completo, i Ds hanno decretato che le
nuove nomine del sindaco si pongono in contraddizione
con gli obiettivi di rilancio programmatico e di
rafforzamento amministrativo dell’intero
centrosinistra e si sono trascinati dietro tutti gli
altri, in una riunione interpartitica svoltasi due
settimane dopo, in cui l’orientamento quasi unanime
della coalizione di centrosinistra è stato quello di
considerare conclusa l’attuale esperienza
amministrativa a Palazzo dei Bruzi, accusando la
Catizone di continui strappi, incoerenze e
contraddizioni, tanto che trascinare la palude e
l’impazzimento della sua azione amministrativa
significherebbe, per tutto il centrosinistra, fare un
danno alle prospettive della città. Dopo questi
attacchi Eva Catizone, ha parlato direttamente con
Piero Fassino e Romano Prodi, nonché col presidente
della Regione Calabria, Agazio Loiero, visto che ormai
i Ds avevano avviato la raccolta delle firme per
sfiduciarla. E si è resa conto che il suo vero nemico,
in realtà, è stato creato dal nuovo rapporto tra i Ds
e le formazioni dell’Unità socialista, nel solco
proprio di quella tradizione da cui lei stessa
proviene, il Pse, una formazione politica legata alla
figura di Giacomo Mancini, deputato, ministro,
segretario nazionale del Psi e sindaco di Cosenza,
morto nel 2002 lasciando la guida della città alla
giovane sindaco. La Catizone, nella sua seconda
giunta, aveva preso atto delle novità del quadro
politico, dando grande peso ai Ds e scontentando il
Pse, ma ora, in questa terza giunta, ha allargato
molto alla Margherita e ad Italia dei Valori, restando
vittima dell’ira funesta dei diessini, che non le
perdonano di aver dimissionato un importante assessore
della loro area ed uno dei Comunisti italiani. In più
la Catizone si è permessa di nominare il nuovo
direttore generale del comune, il city manager, con il
voto contrario di altri due assessori diessini. Per
lei non c’è più perdono: se prevarranno i giochi di
forza la Catizone non ha scampo; i consiglieri di
centrosinistra sono 32 su 40, ma ne basterebbero 21.
Lei, il sindaco, ritiene invece di farcela, di avere
ancora qualcosa da dire e che i cittadini di Cosenza
capiranno: anzi, pensa che la sua nuova giunta parli
direttamente alla città e sia fatta da energie
riformiste, con l’entrata di giovani assessori al
governo della città.








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http://www.perlulivo.it/mailman/listinfo/gargonza


Prodi: lista unitaria anche a Milano
«Primarie, lo scontro non deve far paura. Questa città è la mia ossessione»


dal Corriere - 28 novembre 2005

Il leader dell'Unione Romano Prodi incontra al Teatro Carcano i rappresentanti di 20 associazioni e per la prima volta si trova davanti, in prima fila, i quattro candidati alle primarie del centrosinistra, ai quali ricorda che «le primarie sono anche uno scontro». «Sono ossessionato dal ruolo di Milano — afferma Prodi — Milano manca all'Italia e senza Milano che trascina, il Paese non va avanti». Poi aggiunge: «La lista unica anche a Milano». Ad ascoltarlo i candidati alle primarie del centrosinistra (Bruno Ferrante, Dario Fo, Milly Moratti e Davide Corritore). In mattinata la conclusione dei lavori al «Big Talk 2» della Margherita, dove l'ex prefetto aveva insistito sulla necessità di coniugare legalità e solidarietà.


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Chiusa la convention della Margherita. Il leader dell'Unione: «Milano ha il compito di trascinare l'intero Paese. Presentiamoci anche qui con un unico simbolo»
Prodi: partiti e società civile sono troppo distanti
«Nessun politico si è sentito in grado di vincere le primarie». Ferrante: una mia lista oltre il centrosinistra
Simona Ravizza, Rossella Verga

«Le primarie sono anche uno scontro». Parlando ai rappresentanti di 20 associazioni promotrici dell'incontro al Teatro Carcano, intervistato dalla giornalista del Corriere Elisabetta Soglio e da Giorgio Lonardi di Repubblica, il leader nazionale dell'Unione Romano Prodi incita la società civile a «dare il meglio di se stessa». «Non voglio dire che più casino fate meglio è, ma è necessario che voi tiriate fuori tutta l'energia perché Milano ne ha bisogno». «Sono ossessionato dal ruolo di Milano — continua Prodi, davanti a un teatro colmo —: Milano manca all'Italia e senza Milano che trascina, il Paese non va avanti». In un clima di grande ottimismo, ieri sera Prodi si è trovato a faccia a faccia con Bruno Ferrante, Dario Fo, Milly Moratti e Davide Corritore. E si è soffermato sulle primarie: «Vedo un po' di lamentele per le polemiche di questi giorni. La buona educazione è necessaria, però poi tutti assieme per la vittoria. Gli scontri nelle primarie ben vengano, sono fatte apposta».
Ma come mai, gli viene chiesto, in gara per la nomination per Palazzo Marino non vi sono politici? Il leader dell'Unione risponde che se nessun politico si è sentito in grado di vincere le primarie significa che lo scollamento tra partiti e società civile è preoccupante. «E non bisogna sottovalutare i vuoti della politica». E ancora, a proposito di lista unitaria, non usa mezzi termini: «Milano, come il resto d'Italia, ci vuole uniti».
Milano e le privatizzazioni. È d'accordo sulle ultime vendite del Comune? «È troppo comodo — attacca Prodi — confondere le liberalizzazioni con le privatizzazioni. Così si rischia di passare dal monopolio pubblico a quello privato e io, allora, preferisco quello pubblico». Altro tema caldo, quello delle periferie. «C'è un disagio elevatissimo — riflette il professore — nelle periferie milanesi come in tutta Italia, ma la situazione è diversa da quella francese. Bisogna però stare molto attenti a non ripetere gli stessi errori creando ghetti».
Parole arrivate al termine di una giornata fitta per la politica, cominciata al «Big Talk 2». «Non conosco solidarietà al di fuori delle regole, ma neanche legalità che non faccia solidarietà», aveva spiegato l'ex prefetto Bruno Ferrante all'appuntamento organizzato dalla Margherita, dove ha dibattuto di sicurezza accanto al sindaco di Bologna Sergio Cofferati.
Il candidato alle primarie dell'Unione torna anche agli attacchi del premio Nobel Dario Fo: «Le polemiche non devono esistere — dice —, fanno solo male. Tra di noi bisogna parlare, rispettarsi, ognuno si presenta con una sua storia agli elettori delle primarie, ma l'obiettivo è unico». Ferrante sottolinea inoltre di non aver ancora pensato al nome per la lista civica, ma ammette che potrebbe contenere il suo nome. «La mia idea comunque — aggiunge — è di andare al di là del centrosinistra, rivolgendo lo sguardo a un pubblico più vasto». L'obiettivo è di parlare «a tutti i cittadini e a quelle parti sociali che magari non si riconoscono nel centrosinistra, ma a cui può interessare una proposta di governo, un progetto di città delineato da Ferrante». Non entra, invece, nel dibattito sulla lista unitaria Ds-Margherita. «È un tema che lascio ai partiti, perché sono loro che devono elaborare decisioni. Io mi limito a osservare una convergenza fra tutti i partiti del centrosinistra con chi vincerà le primarie del 29 gennaio».
Se liste e polemiche trovano spazio ai margini del «Big Talk», l'intervento di Ferrante è invece centrato sulla sua idea di sicurezza e sulla ricetta per Milano. «La legalità è una precondizione, la sicurezza garantisce la libertà ma bisogna che tutto questo sia legato anche ai temi sociali». L'ex prefetto «definisce inoltre «sterile» la polemica sulla sua candidatura. «Sono sempre stato leale nei confronti delle istituzioni e del governo, ho le mie opinioni che certo da prefetto non esternavo, ma oggi lo posso fare». E da libero cittadino pensa che la sicurezza non sia solo affare da statistiche e telecamere o quella che «fa il poliziotto e il carabiniere». «Si fa anche garantendo copertura sociale nei quartieri, che preferisco non chiamare periferie». «Bisogna investire — rilancia — e dedicare attenzione. Penso alla necessità di fornire servizi pubblici efficienti, alla pulizia delle strade, al fatto che tutti possano vedere rispettati i propri diritti, a una maggiore illuminazione, al recupero degli spazi pubblici per viverli insieme lasciando da parte l'individualismo».
Da Cofferati incassa grandi complimenti, ma «nessun consiglio». «Ferrante è una persona di alto profilo — commenta il sindaco di Bologna —. Milano ha bisogno di un sindaco importante e lui ha tutte le caratteristiche per esserlo. La parte milanese della mia famiglia lo sosterrà».


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IL CANDIDATO
Corritore: lavorare insieme, no ai protagonismi
E. So.

«Ero stato il primo a parlare di orchestra. Ma tutti gli strumenti devono suonare insieme: se ognuno va per conto suo, su un proprio palcoscenico chiuso agli altri, non c'è più orchestra e non c'è più Unione». Davide Corritore, candidato alle primarie del centrosinistra, propone di uscire dalle polemiche definendo un calendario.
Qual è l'idea?
«Chiederò che i partiti del centrosinistra già durante l'incontro di mercoledì definiscano un calendario di appuntamenti durante i quali presentare tutti e quattro i candidati».
Ci vuole più pubblicità?
«Non è questo il senso. Ci vogliono momenti unitari: soltanto così si richiama molta gente, si mettono a confronto idee e progetti e si cresce come squadra e come coalizione».
Idee per il calendario?
«Sarebbe utile un primo momento di presentazione complessiva, seguito da nove incontri organizzati nelle nove zone, oltre ad un evento finale che, a pochi giorni dalle primarie, diventerebbe una grande festa per tutta la città».
Ha ascoltato qualche parola stonata durante questi giorni?
«Posso dire, più che altro, quello che non ho sentito. E cioè cenni sul programma: non mi pare che né Ferrante né Dario Fo ci abbiano parlato di progetti che porterebbero avanti qualora venissero eletti».
E lei, invece?
«Ho proposto che Internet diventi un bene pubblico, reso accessibile da Aem in ogni casa e a cui si possa accedere in banda larga senza fili da qualunque luogo esterno. E nei prossimi giorni annuncerò proposte molto drastiche e innovative su traffico e casa: l'obiettivo è attrarre i giovani e generare sviluppo economico non solo in centro».


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LA CANDIDATA
Moratti: programma comune contro le liti
E. So.

«Parliamo di programmi e non avremo problemi». Milly Moratti non è scandalizzata per i diverbi fra i candidati delle primarie: «In fondo — minimizza — se non ci fossero i giornali a fare la loro parte, tutto si sgonfierebbe molto prima».
Vuole dire che Fo e Ferrante non hanno punti di disaccordo?
«Ne hanno, come è naturale che sia visto che tutti e quattro noi candidati siamo diversi. L'importante è trovare i punti in comune: soltanto così invece di accentuare la differenza che divide, avremo la differenza che arricchisce la squadra. In fondo, perché abbiamo voluto le primarie?».
Già. Perché?
«Per superare lo scollamento fra cittadini e politica e per costruire un laboratorio di partecipazione democratica: all'interno di questo laboratorio dobbiamo costruire insieme il profilo del candidato e del programma».
Quali sono i punti in comune fra i quattro candidati?
«È la questione da definire insieme. Ognuno porti il proprio contributo e decidiamo quale modello di città vogliamo proporre».
Lei ha qualche idea in particolare?
«Io credo che si debba ascoltare la gente, ma che si debba cercare di spiegare a loro quali trasformazioni stanno avvenendo in città. Milano cambierà molto nei prossimi dieci anni, sarebbe utile che noi modellassimo questo cambiamento sulle richieste dei cittadini».
Fin qui ha ascoltato qualche parola stonata dei partiti o dei candidati?
«Non me ne vengono in mente. A me dà fastidio soltanto la protesta del cittadino, a cui magari non riusciamo a dare risposte».


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LA LETTERA
Grillo: scelgo Fo
E sul blog il Nobel attacca l'ex prefetto

Dopo Adriano Celentano, anche Beppe Grillo appoggia pubblicamente la candidatura di Dario Fo a sindaco di Milano per le elezioni del prossimo anno.
L'annuncio è arrivato direttamente sul blog di Grillo: «Io mi schiero con lui, un uomo onesto, intelligente e, anche se ha una certa età, con idee nuove sulla mobilità, sull'energia, sull'integrazione, sull'inquinamento.
Dario è un uomo che ci invidia tutto il mondo, per migliorare Milano è perfetto».
Grillo pubblica una lettera del premio Nobel molto dura verso Ferrante, accusato di non essersi presentato quando i cittadini dell'Isola, della Fiera e di via Lecco hanno chiamato. «Dov'è Ferrante? Bisogna protestare, muoversi.
Ferrante vieni anche tu? Ferranteeeee!
Non mi risponde...
Finisce che mi toccherà andarci da solo».
(e.so.)



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Ds Milano - Rassegna stampa



''Governeremo con competenza, equità ed etica''




«Mi sono convinto di una cosa: per voler bene all’Italia, per salvare il nostro paese serve un programma di riforme profonde, radicali. Non possiamo più permetterci una strategia elettorale o post elettorale fondata sulla convinzione che dobbiamo “accontentare qualcuno”.


Quel che l’Economist ha scritto a proposito del declino italiano purtroppo è vero. Il nostro paese è in declino. Ma ciò che non è condivisibile in quell’analisi, è che siamo di fronte a un tendenza “fatale”: il declino c’è ma noi lo possiamo invertire. Per farlo c’è bisogno di una solida alleanza riformista, di un nucleo forte: c’è bisogno dell’Ulivo. C’è bisogno dell’Ulivo e dell’Unione.


Il nostro paese ha bisogno di assicurarsi stabilità di governo. All’Italia serve un governo stabile, forte che duri 5 anni. E’ questo ciò che la Cdl tenta di impedire con la riforma elettorale. Penso che sia un’iniziativa moralmente deprecabile perchè è stata fatta contro l’Unione, contro di me, in quanto federatore, ma soprattutto contro il bene del paese. Questa riforma fa fare un passo indietro all’Italia per questo se vinceremo le elezioni la riscriveremo.


Berlusconi ha avuto 5 anni di tempo per cambiare il paese. Se non avesse avuto il problema dei propri interessi personali avrebbe potuto farlo. Oggi tenta di impedire, con la riforma elettorale, quella stabilità di governo della quale la sua maggioranza ha goduto. Per questo faremo una proposta forte sulla legge elettorale, all’inizio di legislatura a vantaggio del paese.


Noi dobbiamo dare una risposta all’altezza del paese. La gente non crede più alle promesse astratte: per questo dobbiamo dirgli come stanno le cose e quali saranno i futuri provvedimenti. Dobbiamo dare un messaggio politico all’Italia, un messaggio di fiducia: il paese dev’essere certo che noi opereremo con competenza, equità ed etica». www.romanoprodi.it



Dopo la caduta (di Furio Colombo)

Primo. Non circola alcun testo tradotto, in modo che non si abbia notizia delle dieci accuse e della tabella riassuntiva di processi e reati di Berlusconi.
Secondo. Omissione completa dello screditamento e della confutazione di ciascuna delle mosse difensive tentate fino ad ora da Berlusconi, dall'avere accusato l'euro di essere causa della crisi economica all'avere messo preventivamente in pericolo la stabilità di futuri governi imponendo l'approvazione di una bizzarra legge elettorale.
Terzo. L'enormità delle accuse rivolte contro Berlusconi e l'elenco dei gravi danni arrecati dal suo governo all'Italia (elenco che nessuna fonte mediatica italiana ha pubblicato) fa comprensibilmente dubitare gli autori del rapporto-denuncia sulla situazione del nostro Paese che persino Prodi e un possibile nuovo diverso governo possano porvi rimedio. La notizia è diventata che, secondo l'allarmato rapporto internazionale di cui stiamo parlando, Berlusconi e Prodi sono alla pari, accomunati nello stesso giudizio negativo. Si tratta di un falso clamoroso, però accreditato o assecondato o implicato da riferimenti o commenti sempre privi del testo originale.
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Basta leggere con pazienza, pena e attenzione le molte pagine e i molti argomenti dedicati da The Economist all'Italia di Berlusconi.
Basta leggerle per capire che l'immagine del nostro Paese non è mai stata tanto rovinata. Il settimanale finanziario inglese non si limita alle cifre e ai dati del disastro, che argomenta senza possibilità di contraddizione. Aggiunge due quadri. In uno si vede Berlusconi. Domina la domanda: la responsabilità è sua? Chi ha scritto gli articoli pazientemente registra attenuanti, gli accumuli di circostanze negative nel passato. Ma dal principio (l'Economist ricorda la sua copertina col titolo "Può Berlusconi governare l'Italia?") alla conclusione rafforzata dalla tabella degli imbarazzanti processi subiti da Berlusconi e dalle condanne toccate ai suoi due amici e collaboratori più stretti di tutta una vita, Previti e Dell'Utri, tutto il testo dell'inchiesta è un clamoroso e incondizionato giudizio negativo. «Avevamo ragione - dice The Economist - Berlusconi non può governare l'Italia». Gli solleva contro l'argomento di cui Berlusconi si vanta, la durata del suo governo. L'Economist lo vede come un danno in più toccato al Paese, come una malattia che rifiuta di andarsene, nonostante l'alto dosaggio di voti negativi ripetutamente ricevuto ad ogni consultazione democratica del Paese negli ultimi anni.
Nel secondo quadro si vede l'Italia. L'analisi che viene dedicata al nostro Paese è particolarmente umiliante perché concede al primo ministro, ritenuto primo responsabile di un governo rovinoso, tutte le ragioni che Berlusconi o un suo difensore (se ce ne fossero ancora) avrebbero potuto invocare. Riconosce che il debito italiano è enorme, che la storia della spesa pubblica italiana non è esemplare, accetta di considerare il problema del passaggio dalla lira all'euro come causa di temporaneo disordine dei prezzi. Ma anche perché, con l'ingresso dell'Italia nell'euro, la tradizionale scorciatoia di salvataggio che è stata tante volte usata, la svalutazione della lira, è venuta a mancare.
E giudica oggettivamente difficili le riforme in un Paese segnato da contrapposizioni dure, anche di natura corporativa e sindacale.
Il fatto è che la condanna di Berlusconi non viene da una visione sociale solidaristica e di sinistra, ma da un implacabile giudizio negativo del mondo a cui Berlusconi, e i suoi affiliati, sostengono di appartenere. Infatti il rapporto inglese sull'Italia smonta uno per uno ogni argomento "visto da destra", che viene di solito usato dalle reti unificate della propaganda berlusconiana per dare la colpa ai comunisti. Dei comunisti non c'è traccia nel rapporto dell'Economist. Ci sono invece, ben chiare, le impronte dei processi, della illegalità, delle leggi ad personam, della cascata di condoni, delle assoluzioni per "prescrizione", delle specifiche misure approvate per estrarre il primo ministro dai suoi personali guai giudiziari.
C'è anche un "profilo imprenditoriale" di Berlusconi che è tra i passaggi più duri della requisitoria: «un monopolista che si è sempre affermato al di fuori della concorrenza e all'interno di un sistema di protezioni» che, una volta passato dagli affari al governo, è stato un capo di governo a stretta immagine e somiglianza del capo di impresa: nessuna trasparenza e un cumulo di vantaggi e convenienze e protezioni speciali create solo per lui.
Non si pensi a una cascata di moralismo. Gli autori del rapporto sanno benissimo che il mondo della politica non è fatto di angeli e di altruisti. Ma analizzano il lavoro legislativo dell'epoca Berlusconi e concludono che si è trattato di un immenso spreco di risorse e di tempo perché il grosso del lavoro parlamentare riguarda modifiche che interessano la persona e gli affari del primo ministro e non il Paese.
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I punti fondamentali su cui l'analisi dell'Economist si fonda sono i seguenti. Il Paese Italia può precipitare in una recessione di tipo argentino. L'talia compare nella classifica della competizione mondiale in un "quarantasettesimo"posto subito sopra il Botswana. Il costo della vita ha subìto impennate che non hanno nulla a che fare con l'euro ma piuttosto con la responsabilità di un governo che, mentre governava attentamente i propri interessi giudiziari o privati, non ha badato alla corsa libera e arbitraria dei prezzi. Le infrastrutture sono tra le più fragili e invecchiate d'Europa, anzi, senza dubbio, le peggiori dell'Unione europea. Le Università italiane sono in una condizione penosa e al di sotto di ogni confronto internazionale. L'evasione fiscale è alle stelle. Soltanto il 57 per cento degli italiani è al lavoro, contro il 70 per cento dell'Inghilterra.
La coalizione di governo, di cui viene spesso vantata la compattezza, è una rete di interessi divergenti che si compongono solo con compromessi pesanti a carico del Paese. L'Economist non manca di notare che l'Italia aveva trovato un punto di arresto del rischio di frammentazione politica e di ricatto dei piccoli partiti con il sistema semi-maggioritario voluto dai cittadini con il referendum Segni. Ma adesso una nuova legge elettorale nega anche i modesti progressi di stabilità ottenuti con una pur imperfetta legge maggioritaria e torna a spingere l'Italia verso un sistema destinato a produrre frammentazione e ingovernabilità.
Il senso dell'articolo si riassume in questa domanda fondamentale: è possibile che un solo governo nelle mani di un solo uomo che controlla un solo sistema di informazioni e domina un apparato legislativo che non ha fatto che servirlo, possa provocare, da solo, un simile danno? La risposta è sì, e al settimanale finanziario inglese non resta che ricordare (insieme con la tabella di tutti i processi subiti e in corso, di Silvio Berlusconi) le 23 domande proposte al premier italiano nel 2003 e restate sempre senza risposta.
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Come si vede, nulla, nell'esame sullo stato dell'talia proposto dalla più autorevole pubblicazione economica del mondo, coincide con il sistema di notizie quotidianamente diffuso dalle reti mediatiche di Berlusconi. Non avete ascoltato una sola parola, nei media italiani, di ciò che gli economisti inglesi ci mandano a dire in questa documentatissima analisi. Ricorderete che quando Romano Prodi ha sollevato in passato questi argomenti e proposto le stesse accuse, e annunciato con allarme lo stesso rischio di esito disastroso, il sistema di regime mediatico ha sempre provveduto a mandare in onda e in pagina i volti o le voci di alcuni personaggi fissi il cui compito era di scuotere la testa con compatimento e di assicurare che, se c'era un problema, era quello di una deriva "zapaterista" di Prodi.
Potrà essere utile - per confermare che il nostro disastro economico si accompagna al disastro mediatico - che la maggior parte delle firme autorevoli del giornalismo italiano passa il tempo a interrogarsi con preoccupazione sul programma dell'Unione, l'armonia dei partiti di sinistra e la guida di Prodi, mentre gli analisti inglesi scrivono dell'Italia di Berlusconi quello che scrivono.
Mentre Berlusconi arruola il fascismo più schietto e privo di pentimenti per la sua prossima campagna elettorale, numerosi editorialisti continuano a chiedersi, ansiosi, se il pericolo comunista sia ancora in agguato. E discutono sul probabile "ricatto" di Bertinotti che, senza dubbio, tenterà di ridurre Prodi a una specie di Trotzkij. E ciò proprio nei giorni in cui Camera e Senato italiani, debitamente orchestrati, mandano alla firma del Presidente della Repubblica una squallida e pericolosa legge, frutto di un ricatto della parte inferiore della vita politica italiana (la Lega Nord) la legge detta "devolution" che spacca l'Italia, come ci ricorda il Presidente emerito della Repubblica Scalfaro.
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Ma attenzione. Questa inchiesta clamorosa che inchioda il Paese alla più grande umiliazione del dopoguerra e annuncia un pericolo grave ed imminente, viene volentieri rappresentata a rovescio. E' un trucco già messo in opera da giorni, da quando sono uscite le prime anticipazioni di questo pessimo ritratto internazionale dell'Italia governata da Silvio Berlusconi. The Economist propone il dubbio: in queste condizioni può farcela Romano Prodi, nel caso ormai probabile di una vittoria dell'Unione? La legittima perplessità del settimanale inglese è stata subito spiegata dai funzionari mediatici italiani in questo modo: il mondo economico anglosassone non vede alcuna differenza fra Prodi e Berlusconi. Non ha fiducia né nell'uno né nell'altro. Scorrete attentamente, argomento per argomento, le pagine da 13 a 15 del testo inglese e vi rendete conto che tale interpretazione è un falso. Un falso di regime, accreditato però in tanti modi, per esempio utilizzandolo per inquadrare i titoli, i commenti, le interviste.
Nella requisitoria davvero spietata contro Berlusconi e coloro che lo hanno servito, non c'è una frase, espressione o parola che esprima opinione negativa sulla persona di Romano Prodi o anche solo una sospensione di giudizio. I dubbi nei confronti dell'Unione e della sua eventuale vittoria (che lo stesso settimanale inglese sembra dare per scontata, dato che è difficile da immaginare un voto per Berlusconi) si dividono in due gruppi. Nel primo gruppo ci sono le tipiche riserve della visione rigorosamente di mercato dell'Economist.
La domanda è se la coalizione dell'Unione saprà essere liberista quanto basta per porre rimedio al disastro. Naturalmente - come dimostrano la situazione politica tedesca, quella francese e anche quella inglese (con il vivacissimo dibattito interno tra il laburismo storico del solidarismo sociale e il “nuovo laburismo” liberista di Tony Blair) - il rimedio esclusivo del mercato non è che una delle strade. E'naturale che stia a cuore all'Economist.
Ben più pesante è il secondo gruppo di dubbi. Indicano, senza mezzi termini, i pericoli italiani nella nuova legge elettorale fatta apposta per frantumare, nella totale mancanza di ricerca scientifica, nella difficoltà di fare accettare misure impopolari dopo il crollo di fiducia creato fra i cittadini dal governo delle leggi ad personam, dei condoni e degli omessi controlli fiscali. E'importante notare la seguente affermazione conclusiva, che purtroppo non è arrivata alla gran parte dei lettori e degli spettatori italiani: «Un'ultima eredità negativa del governo di Berlusconi è la svalutazione di ogni valore civico e morale. Quando un primo ministro attacca i magistrati del suo Paese come cospiratori comunisti, fa votare leggi a suo personale favore, e ignora ogni attività di controllo sulla situazione fiscale, manda un messaggio che dice: non ci sono regole, e non preoccupatevi di osservarle».
Ecco la lapide più tremenda sull'Italia in cui viviamo e sul governo di questa Italia. Certo, la sfida è pesante, tanto più che, dopo aver chiuso porte e finestre alla libertà d'informazione, Berlusconi si prepara a varare una nuova legge a sua protezione e contro i cittadini, quella che abolisce la "par condicio", ovvero il minimo di libertà che resta per confutare il suo regime mediatico e l'azione immensa di intimidazione esercitata anche su coloro che non lo servono ma sono indotti a tacere o a parlare d'altro.
Il pericolo è grande, al punto da far dubitare seri osservatori internazionali che la situazione, anche nelle mani di persone perbene, possa ritornare ad un livello normale di civiltà. Tocca ai cittadini, agli elettori italiani dare la risposta con il voto. Sarà anche una risposta di orgoglio nazionale. E' da quel momento che - per usare la frase preferita di Prodi - «potrà ripartire l'Italia».


da l'Unità

Uragano “Latrina”, Italia sotto un metro di merda
di Lia Celi
I climatologi concordano: dalla devolution al latte macchiato Nestlè passando per il bluff dell’aviaria al libro di Sandro Bondi, mai tante schifezze piovute tutte insieme sulla penisola nello spazio di un autunno. Il semestre bianco si tinge di marrone: l’ondata di piena si prevede verso febbraio, con l’infiammarsi della campagna elettorale. Le precipitazioni caccose sommergono il Centro: evacuate l’Udc e l’Udeur. Ai disagi di “Latrina” si sommano a quelli del maltempo: mentre la pioggia blocca la A14, grossissimi stronzi ostacolano il percorso della Ru486. Da Nord a Sud, merda a livelli record nelle città. A Bologna, finalmente un passante interviene contro uno stupro in strada: “Spostatevi, siete su un passo carrabile”. Torino, imminente il ritorno dagli Usa di Lapo Elkann: “Non posso mancare per le Olimpiadi della neve”. Tanto vale rivalutare gli acquazzoni veri, l’unico baluardo contro la deriva clericale: alla faccia dei meteo-con, venti centimetri di pioggia mettono in ginocchio il Paese più di un metro e mezzo di cardinal Ruini. www.liaceli.com/

Russia: autismo energetico?

Con grande sorpresa generale, la Russia annuncia una crescita del suo PIL per il settimo anno consecutivo. Con una crescita media che sfiora il 7%, tra il 1999 e il 2004, l’economia russa si avvicina a grandi passi al “miracolo cinese” e si lascia dietro di se le tante economie europee che ci provano. Tuttavia, con un’economia in gran parte focalizzata sulle performance del settore delle risorse naturali, in particolare il petrolio, si può facilmente dubitare sulla sua capacità di mantenere tale andatura in maniera solida.

Frederic Simard
Equilibri.net

Nel 1991 al momento del crollo dell’Unione sovietica, 150 milioni di russi furono catapultati nella totale incertezza. In verità, nessuno sapeva come un paese, che aveva vissuto per tre diverse generazioni sotto il comunismo, poteva trovare il suo cammino verso la prosperità promessa dal mondo capitalista. Nonostante la violenta caduta delle statistiche economiche e sociali, un’incontrollabile inflazione, una galoppante disoccupazione, una demografia deficitaria e un governo corrotto, dopo qualche anno, il paese ha iniziato a dare credito alla mano invisibile del liberalismo. Il livello di vita si è inizialmente stabilizzato, poi lentamente, è ritornato al livello del 1991 ed adesso aumenta e progredisce a passi considerevoli.

L’omni presenza del petrolio

Il « miracolo russo », in realtà, non potrebbe esistere senza l’energia. Questo settore ha giocato un ruolo di primo piano nella recente espansione russa. Mikhail Kodhorkovski, oggi in prigione, è stato uno dei primi a credere ed affermare che la Russia, per riprendere il suo controllo sull’economia, doveva sviluppare il settore energetico. A quell’epoca, circa dieci anni fa, egli aveva proposto di rendere Russia il principale fornitore d’energia degli Stati Uniti. La visione di Kodhorkovski, tuttavia, non è stata mai presa in considerazione dai mandarini del Cremlino. La Russia, nonostante questa negligenza, ha saputo capitalizzare proprio sul suo settore energetico. Una recente inchiesta pubblicata dall’OCDE, infatti, mostra che tra il 2001 e il 2004, il 70% della crescita russa proviene proprio dal settore delle risorse naturali ed il settore del petrolio rappresenta da solo il 45%. In altri termini, durante questo periodo più del terzo della crescita del PIL russo è derivato dalle sue risorse naturali, e giace in particolar modo sul petrolio che rappresenta quasi un quarto di tali risorse. Inoltre, un’analisi della Federal Reserve americana sottolinea che il petrolio e le altre risorse naturali rappresentano più del 72% delle esportazioni russe.
Un’economia che dipende, quasi interamente, dalle risorse naturali non può certamente essere esente da alcun danno e questo monopolio del settore energetico spiega, in gran parte, l’origine dei dubbi sulle eventuali prospettive di lungo termine concernente l’economia russa. Tenuto conto delle attuali strutture economiche, inoltre, la Russia potrebbe dipendere ancora a lungo dalle performance delle sue risorse naturali.
Recentemente, durante una riunione ministeriale in diretta televisiva, il Presidente Putin ha citato uno studio interessante ma alquanto falsato: un’economia russa diversificata e rinnovata sarebbe in grado di raggiungere, per il 2020, il livello tedesco. Il Presidente ha evitato, tuttavia, di rilevare che lo stesso rapporto, redatto dal Centro per gli studi Macroeconomici della Russia, aveva stabilito che la Russia non è assolutamente al riparo da eventuali risultati che potrebbero essere totalmente inversi. L’autore del rapporto, Mikhail Dmitrief, sostiene argutamente che la Russia potrebbe anche non riuscire a diversificare la propria economia e resterebbe, pertanto, soltanto un paese esportatore di risorse naturali alla tregua dei paesi sviluppati incapaci di strategie a lungo termine o di investimenti nell’educazione e nella scienza. L’autismo energetico potrebbe probabilmente permettere alla Russia di continuare un sostanziale sviluppo della sua economia, addirittura questo potrebbe prolungare la sua espansione, ma affinché ciò avvenga sarebbe auspicabile che questo settore continui a svilupparsi rapidamente e purtroppo i segnali lasciano presagire che la Russia non è, forse, all’altezza di questa nuova sfida.
Diversi di miliardi d’euro sarebbero necessari durante i prossimi anni per favorire lo sviluppo delle nuove infrastrutture e soprattutto per rinnovare degli apparecchi dell’era sovietica che non rispondono più ai bisogni attuali. Ancora più importante, per mantenere una crescita economica sostenuta, il paese dovrà assicurarsi uno stabile clima di investimenti, facendo rispettare lo Stato di diritto, il diritto di proprietà e dovrebbe perfino seguire degli orientamenti microeconomici giudiziosi, in particolar modo un’esemplare disciplina budgetaria.

Le riforme necessarie

La riforma più attesa resta, in ogni modo, quella del gas naturale. La Russia, infatti, per sostenere il suo sviluppo economico dovrebbe riformare tale industria. Il gas è senza dubbio il settore meno interessato dalle possibili riforme in Russia ed è anche uno dei settori meno retributivi. Negli ultimi anni, le sue performance sono state particolarmente mediocri. La produzione del gas, infatti, ha toccato appena un magro 1,5% della crescita annua contro il 6,7% del resto dell’industria. Lo sviluppo di questa branca è sempre stato ostacolato dalla dominante posizione del Gazprom, monopolio di Stato. Come fa notare l’analisi dell’OCDE, se altri produttori avessero un egualitario accesso ai canali dei gas-condotti e al mercato dell’esportazione, costoro potrebbero accrescere molto velocemente i loro investimenti e perfino le proprie produzioni. Inoltre, probabilmente, le performance dello stesso gruppo Gazprom ne sarebbero migliorate.

Il clima di investimenti è quindi prioritario affinché la Russia possa riuscire a diversificare la sua economia, in tal modo infatti, il paese non attirerebbe soltanto le economie in via di sviluppo quali la Cina o l’India per esempio, ma molte altre. Secondo l’inchiesta dell’OCDE, precedentemente citata, si stima che le autorità russe devono, per migliorare l’immagine del paese e capitalizzare pienamente il suo potenziale, privilegiare l’applicazione di una possibile regolamentazione della qualità, a detrimento dell’intervento diretto sui mercati e del controllo statale degli attivisti, essa deve rinforzare il primato del diritto, rispettare la proprietà, accrescere la trasparenza e la responsabilità delle istituzioni dello Stato e soprattutto lottare contro la corruzione.

Una fiscalità più efficiente stimulerebbe ugualmente l’investimento in quei settori diversi dalle risorse naturali, ed inoltre, eviterebbe anche il possibile ricorso agli interventi dello Stato, i quali tendono a corrompere il mercato. Tra il 2001 ed il 2003, la soppressione dell’importo sulle cifre d’affari gravante molto di più sulle industrie delle trasformazioni che non sui produttori di materie prime, è stata una tappa fondamentale. Più in generale, la diversificazione dell’economia russa può essere facilitata mantenendo una pressione fiscale debole grazie alle ricette generate proprio dal settore delle risorse naturali.

Un segnale confuso

In diverse occasioni, le autorità russe si sono impegnate pubblicamente a regolare tutti questi problemi e rendere l’economia molto più trasparente. Sembra, tuttavia, che ci sia una marcante discrepanza tra le parole e gli atti compiuti dal governo e ciò scaraventa le persone d’affari sia che vivano in Russia sia all’estero, in uno stato di completa confusione. Ciò nondimeno, se si constata, in generale, un miglioramento delle condizioni d’investimento, gli atti delle instanze governative sono, ancora troppo spesso, in contraddizione con gli obiettivi annunciati in materia di riforma. Si appura anche un certo abbandono delle autorità verso un comportamento più intervenzionista e meno rispettoso delle regole. L’epopea Ioukos, ormai conosciuta da tutti, è un esempio brillante di questa deviazione, ma non è il solo affare del genere, come potrebbero, invece, pensare gli osservatori stranieri delle condizioni economiche russe. Nel corso degli ultimi nove mesi del 2004, il servizio federale delle imposte ha recuperato più di 470 miliardi di rubli d’arretrato, contro 150 miliardi del 2003. Questo fenomeno riflette uno spettacolare aumento della propensione, dell’amministrazione fiscale, a riaprire il dossiers fiscale degli anni precedenti, penalizzando anche i contribuenti le cui pratiche erano state precedentemente approvate. Le regole del gioco, però, non sono sempre rispettate, e questo avviene non solo a livello nazionale o regionale, ma la stessa municipalità può creare ugualmente una moltitudine di problemi. L’anno scorso, ad esempio, il gruppo svizzero IKEA, che ha già investito in Russia delle somme di denaro abbastanza considerevoli, si è visto porre il bastone fra le ruote per il secondo progetto, il MEGA MALL (un centro commerciale) nella città di Mosca. Una disputa si è fomentata tra le autorità della città ed IKEA su un condotto energetico di gaz considerato dannoso e che, quindi, doveva essere trasferita a spese della città di Mosca ma, invece, i costi per tale intervento sono stati imposti al gruppo svedese.

Una lunga storia di sottosviluppo

Oggigiorno, le vestigia dell’Impero sovietico continuano a persistere in Russia ed il paese ha ancora un lungo cammino da percorrere prima di poter finalmente normalizzare le condizioni in cui riversa la sua economia. Un indice del Fraser Institue’s Economic Freedom of the World poneva, d’altronde, l’economia russa “liberalizzata” al 114° rango su una scala di 123 paesi studiati. Questo dato non deve sorprendere se si constata, per esempio, che sono necessari più di 25 giorni (ufficiali) per stabilire legalmente una nuova impresa in Russia, mentre negli Stati Uniti ne servono solo 5. Il fatto è che la liberalizzazione dell’economia russa è intimamente legata al destino politico del paese. Fin quando il Cremino rifiuta di liberalizzare completamente il sistema politico, non si deve attendere una grande diversificazione dell’economia russa. La Fondazione Heritage di Mosca ha recentemente messo la Russia sullo stesso piedistallo dell’Ucraina, della Romania, e della Bulgaria, ossia i tre paesi che affrontano delle serie difficoltà economiche, sicuramente maggiori di quelle russe, e li ha additati come mostly unfree, laddove, invece, dei paesi come la Polonia, la Repubblica Ceca e la Slovenia mostrano degli incoraggianti segni di sviluppo ed hanno ricevuto la nota di mostly free.

Non bisogna tuttavia essere sorpresi dalla difficoltà della Russia nel diversificare e liberalizzare la sua economia. Storicamente, la Russia ha sempre mostrato un considerevole ritardo del suo sviluppo, specie in rapporto all’Europa, inoltre, tale paese ha sempre, come d’altronde fa ancora oggi, contato principalmente sulle risorse naturali del suo immenso territorio. Il periodo sovietico fu semplicemente un’eccezione alla regola. L’URSS era forse un gigante politico ma, certamente era un nano economico.


Madri d'America
di Robert Fisk
Sue Niederer e Celeste Zappala, due madri di soldati Usa morti in Iraq, hanno fatto parte di quel piccolo gruppo di dimostranti contro la guerra posto soltanto in coda nella marcia del Veteran's Day. Nelle loro tragedie c'è spazio anche per l'umiliazione
Siedo in uno dei locali della 44ma strada, dubbioso su come avvicinare Sue Niederer e Celeste Zappala, temendo che le loro storie possano portare troppo facilmente alle lacrime, e il loro messaggio perdersi dopo la marcia del Veteran's Day. Erano state poste alla fine della parata di New York, umiliate, nel loro gruppetto di dimostranti contro la guerra e i loro ricordi di ragazzi che hanno lasciato giovani mogli per l'Iraq e sono tornati in una bara.

Più tardi siedo tra due donne e ricordo il sangue sulla strada a Khan Dan e l'82ma aerotrasportata che lava via la materia cerebrale dalla strada maestra nel centro di Falluja e il corpo che giace sotto un telo nel nord di Bagdad. Ho visto i cadaveri americani. Ora qui ci sono le madri americane.

Sue ha perso suo figlio Seth il 3 Febbraio dello scorso anno. Stava cercando "ordigni esplosivi improvvisati" nei pressi di Iskanderiya, a sud di Bagdad – le infami IEDs, bombe stradali che hanno ucciso centinaia di americani – quando una mina anti-uomo è esplosa accanto a lui

Le date sono importanti per Sue. Lei le rincorre continuamente, come se questo potesse in qualche modo aggiustare le cose, dare un senso all'immoralità della morte di suo figlio, forse – lo percepisco intensamente, ma non ne sono certo – riportarlo in vita, anche se solo per un istante. Seth si sposò il 26 agosto 2003, appena cinque prima di essere mandato in Iraq; la sua giovane moglie, Kelly, ebbe appena il tempo di conoscere suo marito. Lui venne in licenza il 1 gennaio 2004, partì il 17 gennaio, e fu ucciso solo tre settimane dopo.

La voce di Sue risuona di indignazione nella tavola calda newyorkese, arrabbiata e coraggiosa, più forte delle canzonature di due veterani all'altro capo del tavolo. "Mi ricordo molto bene le ultime parole di mio figlio prima di ripartire al termine delle sue due settimane di licenza. 'Non so chi sia il mio nemico', disse, 'è una guerra senza valore e senza significato, una guerra di religione. Non la vinceremo mai'. "Lui non è stato ucciso. È stato assassinato dall'amministrazione americana. Lui stava cercando IEDs. Ne trovò una, fermò il suo convoglio e saltò in aria. Io considero la sua una missione suicida".

Io conosco Iskanderiya, il posto dove Seth è morto. È una città cadente, musulmano-sunnita. a sud di Bagdad, un luogo violento dove gli insorgenti hanno loro propri checkpoint vicino a palmeti e canali. Viene da pensare al Vietnam. Le altre voci intorno al tavolo sono più basse ora. La cameriera fa girare pizze, pepsy e vino rosso. C'è una bandiera americana al centro del tavolo. Queste madri ed ex soldati parlano del proprio patriottismo, sebbene in questi giorni potrebbero essere d'accordo con l'infermiera Edith Cavell: che il patriottismo non basta.

Il figlio di Celeste, Sherwood, è stato ucciso il 26 aprile dell'anno scorso, la sua fine fu tragica come non necessaria. Stava proteggendo un gruppo di ispettori militari che davano la caccia alle mitiche armi di distruzione di massa di Bush quando una fabbrica di profumo che stavano perquisendo a Baghdad all'improvviso esplose.

"Stava uscendo dalla cabina del suo camion per aiutare i feriti quando dei detriti sono piovuti dal cielo colpendolo," dice Celeste. "Quando partirono per la loro missione dovevano avere un veicolo con loro con l'equipaggiamento che fa esplodere le bombe via radio prima di arrivare sul posto. Ma quel giorno il veicolo era guasto e un ufficiale britannico disse loro di partire senza di esso. Ricorderò sempre che mio figlio morì esattamente un mese dopo che George W. Bush fece quel video davanti alla stampa – quello in cui scherzava sulle armi di distruzioni di massa e facendo finta di cercarle sotto la sua scrivania. Stava divertendosi all'idea che non le avevano trovate – ma mio figlio è morto cercandole davvero, ed esse non esistevano".

Sherwood e la sua moglie ventottenne, Deborah, avevano un figlio. "Noi gli diciamo sempre che suo padre era un eroe," dice Celeste, "pensiamo sempre a lui in questi termini. Era un uomo nobile". Sherwood era entrato nella Guardia Nazionale nel 1997, credendo – come migliaia di altri militari americani in Iraq – di poter usare il denaro per pagare il mutuo del college. "Ci disse che sarebbe andato a fare i lavoro e che avrebbe riportato indietro tutti i suoi uomini sani e salvi. Ce n'erano 15, tutti dalla Pennsilvanya, e lui mantenne la sua parola. Tornarono tutti a casa sani e salvi – eccetto Sherwood".

All'altro capo del nostro tavolo, Alex Ryabov, che ha servito nella Batteria R, quinto Battaglione, decimo marines, nelle forze che invasero l'Iraq nel 2003, dice che era contrario alla guerra dall'inizio, rifiutando di credere che ci fossero armi di distruzione di massa. "Quando arrivai in Iraq, vidi ciò che le granate della nostra artiglieria facevano alla gente. Dovetti andare avanti per vedere dove cadevano le nostre granate e vidi intere città irachene in fiamme. C'erano iracheni morti ai lati della strada – non potrei dire se erano uomini o donne".

C'è allora da sorprendersi che questo piccolo gruppo di madri ed ex soldati erano state poste al traino della parata dei veterani di New York, o che rappresentando Military Families Speak Out e Veterani dell'Iraq contro la guerra, avrebbero dovuto unirsi ad uomini più anziani dell'associazione Veterani del Vietnam contro la guerra? Questi non sono le donne e gli uomini che George W. Bush vuole avere attorno quando attacca i parlamentari che lo accusano di aver falsato i rapporti dell'intelligence prima della guerra, quando dice a giovani soldati ancor più entusiasti che la guerra "prevarrà" in questa "guerra al terrore", e io posso vedere perché.

"Mio marito, Greg, era un repubblicano tutto d'un pezzo, persino dopo che mio figlio fu ucciso", dice Sue. "Ma poi andammo a vedere il film di Michael Moore Fahrenheit 9/11. E quando uscimmo, mio marito si scusò con me. Io dissi: "Di cosa ti scusi?" E lui disse "Mi dispiace – tutto quello che hai detto sulla guerra era giusto. Ti sostengo al cento per cento per tutto quello che dici e tutto quello che fai'".

Io saluto questo piccolo gruppo di americani coraggiosi, uomini e donne – gli ex soldati non hanno un lavoro, né un futuro, eccetto il loro entusiasmo per la loro campagna contro la guerra in Iraq – e lascio il tavolo con la sua triste, frangiata d'oro bandiera americana per dirigermi verso lo smog e il rumore di Times Square. In un maxi schermo, il vice Presidente Cheney – quello che mentì sui non esistenti legami tra Saddam e l'11 settembre ancora a lungo dopo l'invasione – sta solennemente inchinando la sua testa nel cimitero di Arlington. Oh si, sta onorando i caduti. E io mi chiedo se comprenderà mai di aver tradito gli uomini e le donne che ho lasciato sulla 44ma Strada.





Fonti: http://www.zmag.org/italy/fisk-madritradite.htm
http://www.zmag.org/content/showarticle.cfm?SectionID=15&ItemID=9150
Tradotto da Gianluca Bifolchi per ZNet


Torture : Allawi , Iraq di oggi come ai tempi di Saddam Hussein
di Rico Guillermo

Gli abusi sui diritti umani in Iraq sono oggi al livello della dittatura di Saddam Hussein. Lo afferma oggi al giornale britannico The Observer l'ex premier Iyad Allawi mettendo in guardia sul pericolo concreto che la situazione degeneri ulteriormente: "Queste sono le ragioni precise per cui combattemmo Saddam ed ora stiamo vedendo le stesse cose".

Le affermazioni di Allawi, gia' alleato degli USA, arrivano dopo le rivelazioni di meta' novembre sulle prigioni segrete scoperte dai soldati USA, con 173 detenuti che portavano i segni degli abusi. In quella occasione il ministro degli interni, Bayan Baqer Sulagh, aveva detto che si trattava dei "terroristi piu' pericolosi", molti dei quali provenienti dall' estero, ma il Partito islamico iracheno ha sollecitato un' inchiesta internazionale.

Allawi - che da Saddam fu perseguitato e che le ultime elezioni hanno estromesso dal potere - accusa gli Sciiti al governo di essere responsabili per gli squadroni e i centri segreti di tortura e dice che la brutalita' degli elementi delle nuove forze di sicurezza rivaleggia con quella della polizia segreta di Saddam: "Alcuni Iracheni vengono torturati e uccisi durante gli interrogatori. Si hanno anche testimonianze su tribunali della Sharia basati sulla legge islamica che stanno processando la gente e facendo esecuzioni".

Allawi ha precisato di non star accusando il ministro Bayan Jabr, ma ha affermato che il ministero dell'interno e' pieno di soggetti che perpetrano questi sistemi. Il Consiglio degli Ulema musulmani, tramite il responsabile per i diritti umani, Omar Jubury, ha rivelato che le torture vengono compiute in cinque centri di detenzione a Baghdad e nelle province di Babel e Kut ed ha stimato che piu' di 5.000 prigionieri sono detenuti nelle prigioni "delle brigate del ministero degli Interni".

Secondo Allawi, e' inconcepibile che ai piu' alti livelli delle forze multinazionali non si sappia cio' che sta veramente accadendo in Iraq e - in merito alla notizia secondo cui il presidente George W. Bush sta progettando ritirare fino a 40.000 soldati degli Stati Uniti dal Paese l'anno prossimo, quando le forze irachene saranno adeguatamente formate - l'ex premier iracheno afferma che al contrario "occorrerebbe una azione immediata per smantellare le milizie che continuano ad operare nell'impunita'".

Se questo non sara' fatto - mette in guardia Allawi, il quale ha definito "catastrofico" l'aver omesso di predisporre una 'exit strategy' dopo l'invasione dell'Iraq - la malattia che infetta il ministero dell'interno diverra' "contagiosa" e si diffondera' in tutti i Ministeri e strutture del governo, con effetti su tutto il Paese.

L'Iraq e' il cuore del Medio Oriente, ricorda l'ex premier , e se in esso non vi sara' stabilita' ne' Stati Uniti ne' Europa saranno al sicuro.


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L'autentico Sistema americano di economia politica contro il libero scambio

di Pierre Bonnefoy

Come ci si è potuti render conto ancora una volta con la sciagura provocata dall'uragano Katrina, «c'è qualcosa di marcio» nell'economia americana. La prima potenza mondiale ha in effetti potuto mantenere la sua posizione non solo saccheggiando risorse da altri paesi, ma anche dalla propria economia. Tuttavia, questa politica è l'opposto del vero Sistema americano di economia che fu elaborato durante la Rivoluzione americana e applicato spesso, ma non sempre, lungo la storia degli Stati Uniti.

Non è senza ragioni che molti fisici considerano che l'economia non sia una scienza «seria»: si tratta senza dubbio della disciplina dove il divario fra quello che è insegnato sotto questo nome da molti decenni e la scienza autentica è il più marcato. Colmo di ridicolo, il premio Nobel di economia è spesso stato concorde con eminenti professori che avrebbero a pieno trovato il loro posto nell'isola di Laputa dei viaggi di Gulliver. Fra questi professori figurano i responsabili della disfatta del fondo speculativo LTCM nel 1998 che, come si sa oggi, ha rischiato di provocare l'affondamento dell'insieme dell'economia mondiale; vi si troverebbe parimenti colui che ha concepito il sistema di deregolamentazione dell'elettricità in California, da cui lo Stato della costa occidentale non si è mai ripreso.
Malgrado il fatto che si onorano i cantori del monetarismo e si celebra la vittoria del mondo liberista, la realtà economica attuale fa andare in frantumi questa illusione. Ad oggi, sui cinquanta Stati statunitensi, quarantasei sono già praticamente falliti, il deficit del bilancio federale sta esplodendo, la bolla immobiliare è sul punto di scoppiare, le infrastrutture di base sono in uno stato di deterioramento totale e la miseria assume proporzioni allarmanti. Inoltre, se gli Stati Uniti sono potuti sopravvivere fino ad oggi, è praticando una politica imperiale di saccheggio sistematico delle risorse straniere attraverso l'espediente della «globalizzazione» e di istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale, ciò che ha reso questi paesi i più disprezzati e i più timorati nel mondo.
Così, liberisti e No Global sostengono uno stesso errato postulato, quello che consiste nel credere che gli Stati Uniti siano una superpotenza economica.
Tuttavia, essi ne sostengono un secondo, anch'esso errato, che consiste nel credere che il libero-scambio costituisca il sistema americano di economia. In effetti, esiste ciò che si chiama il «Sistema americano di economia politica», come ora andremo a mostrare, che ha costantemente difeso una volontaria politica di sviluppo dell'industria e della scienza, opposta alle teorie economiche distruttrici di Adam Smith.

Leibniz: il padre spirituale della rivoluzione americana

Si possono leggere nella Dichiarazione d'indipendenza del 4 luglio 1776, le seguenti righe:«Noi riteniamo che siano per se stesse evidenti le seguenti verità: che tutti gli uomini sono creati uguali; che essi sono dotati dal Creatore di certi inalienabili diritti; che fra questi diritti figurano la vita, la libertà e la ricerca della felicità.»
Per meglio misurare la portata di queste poche righe, bisogna comprendere quale era allora la veduta che l'Impero britannico aveva delle sue colonie. Alla fine del XVII secolo, l'amministrazione delle colonie americane fu conferita fra gli altri a John Locke (1632-1704), che è presentato oggi, a torto, come l'ispiratore delle idee repubblicane. Quest'ultimo stabilisce una vera dittatura economica sopra queste colonie, interdicendo loro dall'avere delle manifatture e dal confezionare dei prodotti finiti. La loro attività doveva essenzialmente limitarsi alla produzione di materie prime (destinate alle manifatture britanniche), nella fattispecie il cotone delle piantagioni del Sud. In questo spirito, egli redisse la Costituzione della colonia della Carolina del Sud, nella quale dichiara che l'obiettivo del governo è di difendere «la vita, la libertà e la proprietà» dei cittadini. Ben inteso, una delle componenti essenziali di questa «proprietà» non era altro che la popolazione di schiavi, una istituzione che Locke trovava completamente compatibile con il suo ideale di «tolleranza». Per Locke, la schiavitù e la nobiltà sono degli stati ereditari; uno schiavo non ha delle proprietà, dunque non è un cittadino.
Si dimentica generalmente che Locke aveva in Europa un accanito nemico - Gottfried Leibniz (1646-1716) - che al contrario pensava che l'economia di uno Stato doveva favorire la creazione d'invenzioni, di macchine e di manifatture, al fine di liberare l'uomo dal lavoro fisico alienante e di dare alla società più pensatori e più capacità. E' così che egli scrive un Piano di creazione di una società delle Arti e delle Scienze in Germania il cui primo obiettivo è di «produrre abbastanza nutrimento per la nazione al fine […] di migliorare le industrie, di facilitare la sorte della mano d'opera manuale […] attraverso il progresso tecnologico, di rendere sempre ad un prezzo abbordabile le macchine termiche, motore di base dell' azione meccanica, al fine che tutti possano costantemente sperimentare tutti i tipi di pensieri ed idee innovatrici, proprie a loro stessi e agli altri, senza perdere tempo prezioso». Rifiutando per di più un errore fondamentale di Marx, Leibniz considera che la schiavitù non migliora la produttività: è uno spreco perché la vera ricchezza risiede nelle capacità dei cittadini di inventare. Ne La Società e l'Economia, Leibniz aggiunge:«E perché tanta gente [i lavoratori] dovrebbe essere ridotta a tanta povertà per il bene di così pochi? La Società avrà dunque per scopo puntuale quello di liberare il lavoratore dalla sua miseria.» Nel suo saggio politico Sulla legge naturale, Leibniz spiega che la società più perfetta è quella il cui obiettivo è la felicità suprema e generale.
Se si confronta la Dichiarazione d'indipendenza alla società come Locke la concepiva, ci si rende conto che nella prima, il «perseguimento della felicità» ha preso il posto della «proprietà» della seconda.
Ciò è referente decisivo per comprendere che il vero ispiratore della repubblica non è Locke ma Leibniz. La controversia fra Leibniz e Locke non ha niente del dibattito accademico: si tratta di una lotta bella e buona fra due fazioni politiche inconciliabili. E' molto istruttivo interessarsi in particolare agli ultimi anni della vita di Leibniz da questo punto vista. Leibniz aveva molta influenza presso alcune corone, fino in Russia dove fu il consigliere di Pietro il Grande.
Verso il 1710, la questione della successione della regina Anna d'Inghilterra si mette in modo critico perché ella non aveva discendenti. Grazie alle ricerche genealogiche di Leibniz, fu allora consentito che la successione andasse alla casa di Hannover. Sofia di Hannover, amica di Leibniz, poteva ancora ritrovarsi regina d'Inghilterra. Una minaccia mortale per l'Impero britannico!
Tuttavia, Sofia era attempata e suo figlio, Giorgio, non era un illuminato e subiva l'influenza dell'oligarchia britannica. L'Impero fece appello ad uno dei servitori, posto a capo della Royal Society, per screditare l'influenza politica di Leibniz. Questo servitore non era altro che Isaac Newton (1642-1727), un discepolo di Locke, che organizzò un imbroglio dimostrando che Leibniz aveva rubato l'invenzione del calcolo differenziale - un calcolo che Newton non padroneggiava affatto! Grazie a Locke, Newton divenne un ricco azionista dell'Impero coloniale. Fu anche posto alla direzione della Zecca per una grande operazione di conio. Il futuro Giorgio I sostenne Newton contro Leibniz e quest'ultimo fu allontanato dalla famiglia reale. La strana morte della regina Anna, seguendo di poco quella di Sofia, lo fece salire al trono. L'Impero era salvo.
Tuttavia, come lo dimostra la sua enorme corrispondenza, Leibniz aveva tessuto una rete d'amicizie attraverso il mondo che sosteneva il medesimo ideale repubblicano. Si trova in questa rete un gran numero di sapienti come Denis Papin, l'inventore di una macchina a vapore che poteva navigare, ma anche dei veri repubblicani come Jonathan Swift, i cui scritti costituiscono degli sferzanti attacchi contro l'Impero britannico. E soprattutto, si trovano fra i corrispondenti di Leibniz dei dirigenti americani come William Penn, John Winthrop Jr., Cotton Mather Jr., ecc. E' William Penn che fondò la Pennsylvania, la cui capitale - Filadelfia - prese il nome da uno scritto di Leibniz intitolato Società Philadelphica. Dal 1630, gli Winthrop riuscirono a strappare al re d'Inghilterra Carlo I uno Statuto loro permettente di stabilire una colonia relativamente autonoma nel Massachusetts, che fu un vero laboratorio di prova per un governo repubblicano; nei decenni che seguirono, l'Impero non cessò di tentare di rimettere le mani sopra quello Statuto. Quanto a Cotton Mather, egli fu il mentore intellettuale del principale organizzatore della rivoluzione americana - Benjamin Franklin (1706-1790) - un autentico conoscitore di Leibniz.
Nel XVIII secolo, questi uomini erano arrivati alla conclusione che la prima repubblica della storia moderna non potesse essere creata in Europa perché l'oligarchia vi aveva troppa forza. Dunque, essendo questa oligarchia molto occupata a farsi la guerra da sola (in particolare la Francia contro l'Inghilterra), essi decisero di cominciare con l'America. L'interdizione fatta agli Americani di avere delle manifatture li convinse finalmente della necessità della rivoluzione. Questa rivoluzione fu un compromesso che riuniva più tendenze molto differenti, ciò che spiega perché gli Stati del Sud poterono mantenere la schiavitù durante ancora un secolo. Ciononostante, grazie a Benjamin Franklin che si può considerare come l'ispiratore della Dichiarazione d'indipendenza anche se essa fu formalmente redatta da Jefferson, il testo fondante degli Stati Uniti contiene il germe della società industriale e l'abolizione della schiavitù.

Alexander Hamilton e la prima Banca nazionale

Alexander Hamilton (1755-1804) fu l'aiuto di campo di George Washington (1732-1799) durante la guerra d'Indipendenza e il primo segretario al Tesoro degli Stati Uniti, dal 1789 al 1794. Sotto l'impulso di Benjamin Franklin, egli mise in opera il sistema economico preconizzato da Leibniz.
E' notoriamente lui che crea la prima Banca Nazionale degli Stati Uniti. Per opposizione al sistema delle banche centrali private, il sistema della Banca Nazionale dà allo Stato la capacità unica di emettere del credito e, di conseguenza, di dirigere questo credito verso un'attività necessaria all'interesse generale. Questo sistema non si oppone all'esistenza di banche private (esso si basa su queste ultime) ma inquadra la loro attività e limita il loro potere politico. Hamilton sapeva che il denaro non è che il mezzo per organizzare la produzione e il commercio. In un sistema dove l'emissione del credito è controllata dagli interessi strettamente privati, il denaro diventa esso stesso un oggetto di commercio; è d'altra parte ciò che avviene oggi dall'adozione dei tassi di cambio fluttuanti nel 1971. Il sistema delle banche centrali private è dunque intrinsecamente speculativo e distruttivo. Per uscire dalla crisi economica attuale, una delle prime misure che il Presidente americano dovrebbe prendere d'urgenza sarebbe precisamente la nazionalizzazione della Federal Reserve, l'attuale banca centrale americana, riferendosi alle concezioni di Hamilton.
Tuttavia, il più fondamentale aspetto dell'opera di Hamilton risiede nel suo lavoro d'educazione faccia a faccia col cittadino e con i suoi pari. A questo fine, egli redisse un certo numero di rapporti presentati al Congresso - Rapporto sul credito pubblico (1790), Rapporto sulla Banca nazionale (1790), Rapporto sul settore delle manifatture (1791), - destinati a presentare le sue concezioni economiche e a confutare quelle dell'Impero britannico.
Bisogna precisare che un impero non può estendere la sua dominazione in modo durevole accontentandosi di imporre la sua forza militare e di polizia. Esso dura perché dispone dei mezzi di propaganda volti a controllare lo spirito dei suoi sudditi. L'anno stesso della Dichiarazione d'indipendenza, nel 1776, un impiegato della Compagnia britannica delle Indie orientali, chiamato Adam Smith (1723-1790) scrisse la sua Ricchezza delle Nazioni, un attacco esplicito contro le volontà della repubblica americana nascente di dotarsi di manifatture e di mezzi di sviluppo. In questa opera, Smith raccomanda agli Stati di non intervenire nella vita economica e di lasciare giocare le leggi della concorrenza - la «mano invisibile» dei mercati -, non ignorando che le manifatture americane non avrebbero potuto, già dal loro avvio, fare concorrenza ai prodotti finiti dell'Inghilterra. Adottando un tale sistema, gli Stati Uniti non avrebbero avuto che la sola risorsa di produrre delle materie prime e lasciare la forza manifatturiera all'Impero britannico. Si trattava dunque per Smith di proporre all'America di restare in stato di dipendenza economica simile a quella che già conosceva prima della guerra; in altri termini, mantenere il colonialismo sotto un'apparenza repubblicana. A partire dal fatto che essa era la sola a controllare il potere tecnologico e che impediva al resto del mondo di avervi accesso, l'Inghilterra non rischiava di dipendere dalle materie prime americane poiché essa possedeva delle altre colonie nel mondo che potevano adempiere la stessa mansione.
Conviene qui sottolineare il legame di stretta parentela che esiste fra la dottrina economica di Smith e la fisica di Newton e degli empiristi, cioè dei nemici di Leibniz.
Per Smith, l'economia di una società umana si riduce alla somma algebrica degli interessi particolari contrari che vi si fanno concorrenza. Smith considera che la migliore qualità dell'essere umano, è il suo egoismo e non la sua capacità di collaborare con i suoi simili in un progetto comune. Tuttavia, la somma di questi egoismi crea un più grande bene per tutti. Perché? Perché grazie alla «mano invisibile», il mercato si autoregolamenta. Questo è tutto. Nessuno può spiegare cosa è questa divinità misteriosa, bisogna accontentarsi di crederci. Pure lo spazio fisico di Newton è arbitrario. E' composto di un grande vuoto nel quale delle particelle elementari passano il loro tempo a urtarsi, attirarsi e respingersi. L'universo è costituito dalla somma di queste particelle. Non vi è armonia d'insieme, solo la legge di gravitazione universale governa il comportamento di ogni entità di fronte ai suoi immediati vicini. Come può questo disordine iniziale creare delle strutture organizzate, della vita, dell'intelligenza? Di fronte a questa domanda indiscreta, Newton fa intervenire una divinità: il Grande Orologiaio che viene regolarmente a governare il mondo. Con ancor minor rigore intellettuale, i newtoniani attuali della fisica fanno intervenire il «dio caso» e spazzano il problema di un palmo di mano aggiungendo che, in ogni modo, il mondo va verso una morte calda o una morte fredda e che l'esistenza dell'uomo non è che un accidente statistico. Al caso dei fisici corrisponde dunque la mano invisibile degli economisti. Nei due casi, è richiesto all'individuo d'avere fede in alcuni assiomi arbitrari, e di non cercare troppo di intervenire negli affari del mondo.
Puntando su un'attitudine diametralmente opposta, Hamilton chiede nel suo Rapporto sul settore delle manifatture, che lo Stato metta in opera tutte le misure che consentano di favorire la capacità produttrice della società. Ciò implica, ben inteso, di favorire per un insieme di vantaggi e di premi la creazione di manifatture e l'utilizzo di nuove macchine, di promuovere l'immigrazione di mano d'opera straniera, di tassare l'importazione dei prodotti finiti stranieri, d'interdire l'esportazione di materie prime, di favorire le invenzioni e di costruire una rete nazionale di infrastrutture di trasporto. Tutti questi propositi sono fondamentalmente opposti al sistema di Adam Smith e dei suoi eredi di oggi.
Si possono dunque considerare i rapporti di Hamilton come una vera dichiarazione d'indipendenza economica degli Stati Uniti, cioè i riferimenti per quello che si chiama il «Sistema americano di economia politica»: essi rappresentano un rifiuto chiaro e sistematico dei dogmi di Adam Smith sul libero scambio. Sfortunatamente, non tutte le raccomandazioni di Hamilton hanno avuto seguito: il Rapporto sul settore delle manifatture non fu adottato dal Congresso. Tuttavia, le idee che esso contiene furono pienamente riprese dagli economisti americani che, al seguito di Hamilton, hanno sviluppato gli Stati Uniti nel corso del XIX secolo.

Alexander Hamilton e il Rapporto sulla banca nazionale

«Il Segretario riporta rispettosamente:
[…] Che una banca nazionale è uno strumento di prima importanza in vista di una amministrazione prospera delle finanze e sarebbe della più grande utilità per le attività collegate alla promozione del credito pubblico […]
Ecco qualcuno dei principali vantaggi di una tale banca:
L'aumento del capitale attivo o produttivo di un paese.
L'oro e l'argento, se sono utilizzati semplicemente come strumento di scambio e di vendita, sono stati denominati non senza ragione capitale morto [improduttivo, NdR]; ma se sono depositati in una banca, per divenire la base della circolazione della carta [moneta fiduciaria o scritturale, NdR], che assume il loro carattere e posto come referente o rappresentante del valore, allora acquisiscono vita o, in altri termini, una qualità attiva e produttrice […] va da sé, per esempio, che una moneta detenuta nel proprio forziere da un mercante che aspetta un'opportunità per impiegarla, non produce niente fino a quando l'opportunità non si presenta. Ma, se in luogo di nascondere il suo denaro in questo modo, egli lo deposita in banca o lo investe nel capitale di una banca, egli crea un profitto nel frattempo […]. Il suo denaro così depositato o investito costituisce un fondo, sulla base del quale egli stesso o altri possono prestare delle quantità ben più elevate. E' un fatto riconosciuto che le banche possono fare circolare una somma superiore alla quantità che esse detengono effettivamente in oro o in argento […].
Una delle proprietà delle banche è di accrescere il capitale attivo del paese […], il denar di un individuo, se depositato in sicurezza in banca o investito in azioni, è in grado di soddisfare i bisogni degli altri, senza pertanto essere sottratto al suo proprietario […]. Questo genera un profitto supplementare, venendo da ciò che è pagato da altri per l'uso del suo denaro, allora che egli stesso non è in grado di farne uso; la moneta è così in uno stato d'incessante attività.
[…] La facoltà della banca di prestare e di fare circolare una somma superiore al montante del suo attivo in pezzi metallici genera, al servizio del commercio e dell'industria, un aumento netto del capitale. Gli acquisti e le costituzioni d'impresa possono in generale essere realizzati da una somma data in deposito o a credito ,così efficacemente come con una equivalente somma di argento e oro. Così, contribuendo a finanziare la massa delle imprese industriali e commerciali, le banche divengono le nutrici della ricchezza nazionale […].
Ma che cosa è la ricchezza?
[…] La ricchezza intrinseca di una nazione non si misura attraverso l'abbondanza del metallo prezioso che essa cela, ma dalla quantità e dalle produzioni del suo lavoro e della sua industria […]. E' certo che lo stimolo dall'industria ad aiutare un sistema di credito adatto e ben regolato, è anche di compensare, ed oltre, la perdita di una parte di oro e di argento di una nazione […]. Una nazione che non ha delle miniere nel suo suolo deve ottenere il metallo prezioso da altri, generalmente in cambio dei prodotti del suo lavoro e della sua industria. La quantità che essa possederà sarà in principio determinata dal saldo, favorevole o sfavorevole, della sua bilancia commerciale; cioè secondo la proporzione fra la sua capacità di rispondere alla domanda straniera ed il suo bisogno di prodotti stranieri, ossia la differenza fra la somma delle sue importazioni e la somma delle sue esportazioni. Così, lo stato dell'agricoltura e delle sue manifatture, la quantità e la qualità della mano d'opera e dell'industria devono influenzare e determinare l'accrescimento o la riduzione della scorta di oro e di argento.
Se tutto ciò è vero […], delle banche ben costituite […] aumentano in modi differenti il capitale attivo del paese. E' precisamente questo che genera l'impiego, che anima e accresce il lavoro e l'industria. Tutta crescita che contribuisce a mettere in opera una più grande quantità dei due, tende a creare una più grande quantità dei prodotti dei due: e, fornendo più beni per l'esportazione, conduce a una bilancia commerciale più favorevole e in conseguenza all'introduzione di oro ed argento.
Perché una banca nazionale?
[Hamilton dà molte ragioni per le quali delle banche private esistenti non possano giocare il ruolo di banca nazionale e perché una nuova banca deve essere creata.]
L'ultima ragione […] è la necessità di proteggersi dall'influenza straniera che potrebbe infiltrarsi nella dirigenza di una banca. Una ragionevole prudenza impedisce a tutte le persone che non siano cittadini degli Stati Uniti di diventare il governatore della Banca nazionale, o che degli stranieri non residenti possano influenzare la designazione del governatore attraverso il voto dei propri rappresentanti […].
Si deve considerare che una tale banca non è di competenza della proprietà privata, è una macchina politica della più alta importanza per lo Stato.»

Il nemico interno

Per meglio comprendere la società americana di oggi, bisogna comprendere che, dagli inizi, l'ideale repubblicano che anima le concezioni economiche di Hamilton è stato violentemente combattuto dall'interno da una fazione i cui membri avevano pienamente adottato i costumi oligarchici dell'Impero britannico, per non dire che erano decisamente dei traditori.
Che essi posseggano delle piantagioni e degli schiavi nel Sud o che essi controllino la potenza finanziaria dell'establishment bancario privato della Costa dell'Est, questi oligarchi hanno un punto comune: essi sono tutti nemici del progresso scientifico e dello sviluppo industriale. Anche se certe di queste famiglie dirigono degli imperi industriali, il loro obiettivo non è lo sviluppo dell'industria in quanto tale ma l'utilizzo di quello per imporre il loro potere politico e finanziario (essi cercheranno, per esempio, di controllare un certo tipo d'industria opponendosi alle innovazioni che minaccerebbero questo controllo). L'idea che uno Stato sia al servizio di un progetto di sviluppo e metta in opera a questo fine degli strumenti come quelli di una banca nazionale, delle barriere protezionistiche o che egli organizzi la creazione d'infrastrutture, è loro semplicemente insopportabile.
Fra coloro che intrapresero un sabotaggio sistematico dell'opera di Hamilton, due meritano qui di essere segnalati. Il primo, Aaron Burr (1756-1836), fu denunciato da Hamilton per aver tentato di organizzare un colpo di Stato. Ciò gli costò la presidenza degli Stati Uniti che egli bramò nel 1800, ma egli divenne ugualmente vice-presidente del Presidente Jefferson fino all'11 luglio 1804, data nella quale egli uccise Hamilton nel corso di un duello. Esiliato, egli tenta di organizzare una secessione degli Stati del Nord - in altri termini, una dissoluzione degli Stati Uniti a più grande beneficio dell'Impero britannico. Graziato, egli torna a New York dove fonda la Banca di Manhattan, chiamata più tardi Chase Manhattan Bank. A cominciare da questa banca, egli specula ed organizza il traffico d'oppio in collaborazione con delle onorevoli istituzioni britanniche che lanciano due guerre dell'oppio in Cina .
Mentre Burr sopprimeva fisicamente Hamilton, Albert Gallatin (1761-1849) tentò di distruggere la sua opera economica. Gallatin fu segretario al Tesoro durante un lunghissimo periodo, dal 1801 al 1816, sotto le presidenze di Jefferson e di Madison. Egli è riconosciuto oggi come un punto di riferimento per molti economisti come Milton Friedman, perché la sua principale ossessione era di tagliare la spesa per ridurre il debito pubblico.
Allora la giovane repubblica doveva mobilitare le sue risorse per costruire una marina da guerra e proteggere il suo commercio di fronte a una minaccia contro la sua sicurezza nazionale. In effetti, la guerra d'Indipendenza era archiviata ma, sotto pretesto di guerra contro la Francia, l'Inghilterra attaccava sistematicamente i vascelli americani per appropriarsi del carico e arruolanre coattivamente l'equipaggio. La Francia finì per imitare l'esempio inglese. Hamilton sapeva che il problema del debito poteva attendere e sarebbe stato risolto con la creazione di ricchezze future ottenute aiutando le manifatture. Tuttavia, Gallatin considerava al contrario che bisognava prima di tutto «essere credibili» sul piano commerciale, cioè pagare il debito pubblico lasciato e praticare una politica di austerità che impediva all'America di difendersi. Gallatin riuscì a convincere Jefferson che l'Inghilterra avrebbe lasciato gli Stati Uniti relativamente tranquilli, se questi ultimi non la «provocavano» armandosi e se rispettavano le regole del gioco economico … britanniche. Gallatin finì la sua carriera alla National Bank of New York, da dove egli è divenuto uno dei capi fila fra i difensori del libero-scambio negli Stati Uniti. Egli ha anche contribuito a distruggere dall'interno il sistema della banca nazionale di Hamilton.

Il partito Whig e Friedrich List conducono la battaglia contro il libero-scambio

Di fronte al pericolo che le politiche economiche di Gallatin rappresentavano per l'esistenza stessa degli Stati Uniti, dei vecchi membri del «movimento giovanile» di Franklin, come l'economista Mathew Carey (1760-1839), il futuro presidente John Quincy Adams (1767-1848) e il futuro ministro degli Affari esteri Henry Clay (1777-1852), organizzarono la resistenza creando il Partito Whig. Essi forzarono letteralmente il presidente Madison a dichiarare la seconda guerra d'indipendenza dal 1812 al 1815 contro l'Inghilterra - una guerra che fu vinta grazie ad una mobilitazione economica che essi notoriamente organizzarono intorno alla costruzione di una flotta.
Essi ristabilirono anche delle barriere protezionistiche, lanciarono dei lavori infrastrutturali e attaccarono le dottrine del libero scambio di Adam Smith e dei suoi successori, Jean-Baptiste Say (1767-1832), David Ricardo (1772-1823) e Thomas Malthus (1766-1834). Ma un uomo ha giocato un ruolo capitale per aiutare il Partito Whig in questa impresa; si tratta dell'economista tedesco-americano Friedrich List (1789-1846). Quest'ultimo si è forse opposto più esplicitamente di Hamilton stesso al libero scambio. In Germania, List è il padre dello Zollverein, cioè l'unione doganale che ha gettato le basi dell'unità politica tedesca. Egli concepiva questa unione doganale come qualcosa che doveva essere accompagnato dalla creazione di una vasta rete d'infrastrutture, in particolare ferroviarie. Quando egli si trovò negli Stati Uniti dal 1825 al 1832, guidò la stessa battaglia economica fatta in Germania, dimostrandosi così patriota del suo paese e cittadino del mondo.
In una lettera indirizzata a Charles Ingersoll, vice-presidente della Società per la promozione delle manifatture e delle arti meccaniche della Pennsylvania, il 10 luglio 1827, List scrive:«Io limito i miei sforzi al rifiuto completo della teoria di Adam Smith e dei suoi discepoli, i cui errori fondamentali non sono stati compresi tanto chiaramente come dovrebbe essere. E' questa teoria che fornisce agli oppositori del Sistema americano i mezzi intellettuali della loro opposizione. E' l'alleanza fra questi pretesi teorici e quelli che credono aver interesse al libero-scambio, che dà una tale apparenza di forza al partito opposto. Vantandosi della loro superiorità immaginaria in materia di scienza e di conoscenza, i discepoli di Smith e di Say trattano ogni difensore del buon senso come un empirista i cui poteri mentali e le realizzazioni intellettuali non sono sufficientemente sviluppate per poter concepire la sublime dottrina dei loro maestri. Io credo che il dovere [della convenzione generale di Harrisburg, 1827] è di picchiare forte, dichiarando erroneo il sistema di Adam Smith e degli altri, dichiarandogli guerra nel nome del Sistema americano, invitando gli intellettuali a rivelare i suoi errori e a preparare dei corsi popolari sul Sistema americano - e infine, facendo in modo che il governo generale [degli Stati Uniti] sostenga lo studio del Sistema americano nei diversi collegi, università e istituzioni accademiche sotto i propri auspici.»
Il suo libro, intitolato Il sistema nazionale di economia politica e concepito essenzialmente a Parigi, circolò in tutto il mondo a partire dal 1841 e fornì le argomentazioni per tutti gli oppositori del libero scambio britannico. In questa opera, List mostra esplicitamente come il sistema di Adam Smith non sia altro che uno strumento per permettere il saccheggio dei paesi sottosviluppati. Esso resta, per questo fatto, di importanza capitale ai giorni nostri.
Più profondamente, List spiega perché il libero-scambio non ha niente di scientifico. Per Adam Smith, la ricchezza delle nazioni è basata sullo scambio di valore organizzato secondo un principio consistente nel «comprare a buon mercato per rivendere caro». Al contrario, List stima che una nazione che non produce che del valore di scambio può sembrare in un certo momento in una buona posizione economica (pensiamo alle economie «emergenti» di oggi in America Latina o nell'Asia del Sud-Est), ma essa non sarà mai sovrana, indipendente e realmente forte al livello industriale. Egli scrive che «la facoltà di produrrella ricchezza è più importante che la ricchezza stessa; essa assicura non solo il progresso e l'aumento di ciò che è stato guadagnato, ma anche la sostituzione di ciò che è stato perduto». Così, la vera fonte del valore è l'istruzione, il progresso culturale, lo sviluppo scientifico: «Lo stato attuale delle nazioni è il risultato di tutte le scoperte, invenzioni, miglioramenti, perfezionamenti e sforzi di tutte le generazioni che hanno vissuto prima di noi; queste formano il capitale mentale della specie umana di oggi e ogni nazione indipendente non è produttiva che nella misura in cui essa ha saputo come appropriarsi delle conquiste delle antiche generazioni e accrescerle attraverso le proprie conquiste. Il prodotto più importante delle nazioni, sono gli uomini.»
Questa ultima affermazione, tipicamente leibniziana, secondo la quale la ricchezza si trova nella capacità creatrice dell'individuo, è capitale non solo per rifiutare Smith che pone la ricchezza nel beneficio commerciale, ma anche Karl Marx per il quale la ricchezza si trova nel numero di ore di lavoro fisico effettuato dal lavoratore, o il numero di litri di sudore che egli ha traspirato. List mostra che Marx e Smith commettono il medesimo errore: sono dei materialisti, credono nelle nozioni fisse di ricchezza. Non è senza senso dell'umorismo che List rimarca che se si considera il semplice lavoro fisico come la causa della ricchezza, allora sarebbe difficile spiegare perché le nazioni moderne sono incomparabilmente più ricche, più popolose, più forti e più prospere che quelle dei tempi antichi. Proporzionalmente, queste ultime impiegano in effetti più ore di lavoro per abitante .

Friedrich List e il Sistema nazionale di economia politica

Secondo i liberoscambisti britannici, tutte le forme di protezionismo messe in opera da un paese per promuovere la crescita del suo settore agroindustriale sarebbero una violazione delle sacrosante leggi della concorrenza. Come List rimarca in modo particolarmente pertinente, l'Inghilterra, che rappresenta nella sua epoca la prima potenza mondiale, non ha mai praticato per sé stessa questa politica di libero-scambio che lei propugna per il resto del mondo. List offre l'esempio del commercio fra l'Inghilterra e le sue colonie:«Se essi [i ministri inglesi] avessero permesso in Inghilterra la libera importazione dei tessuti di cotone e di soia dall'India, le fabbriche inglesi di tessuti di cotone e di soia sarebbero immediatamente affondate. L'India aveva per sè non solo il basso costo della materia prima e della mano d'opera, ma anche una lunga pratica, una abilità tradizionale. Sotto il regime della concorrenza, il vantaggio gli era assicurato; ma l'Inghilterra non voleva fondare degli stabilimenti in Asia, per cadere sotto il giogo manifatturiero. Essa aspirava al dominio commerciale e comprendeva che, di due paesi che trafficano liberamente fra di loro, colui che vende dei prodotti manufatti domina, mentre colui che non può offrire che dei prodotti agricoli, obbedisce. Già a riguardo delle sue colonie d'America del Nord, l'Inghilterra non consentiva di lasciarvi fabbricare un chiodo, ancor meno di lasciar entrare in Inghilterra un chiodo che fosse stato fabbricato in queste colonie.»
L'Inghilterra «non voleva consumare un filo dell'India, ripugnava questi prodotti così belli e a buon mercato, preferiva servirsi dei tessuti cattivi e cari che aveva fabbricato da sé; vendeva a basso prezzo ai paesi del continente le stoffe ben superiori dell'Oriente; lasciava loro tutto il vantaggio di questo buon mercato; per sè stessa, non ne voleva. In questo, l'Inghilterra ha agito follemente? Sì, secondo Adam Smith e J.B. Say, secondo la teoria del valore. Perché in virtù di questa teoria, dovendo comprare delle mercanzie che le erano necessarie laddove li trovava a miglior mercato e di migliore qualità, essa senza senso li fabbricava lei stessa più costosamente che non avendo potuto acquistarli, facendo, per così dire, un regalo al continente.»
List mostra con perfetta lucidità che l'arretratezza economica imposta alle colonie è la vera causa della guerra d'indipendenza: «Le colonie dell'America del Nord furono tenute dalla metropoli, sotto il profilo delle arti industriali, in un completo asservimento, in quanto Londra, oltre la fabbricazione domestica e i mestieri abituali, non vi tollerava nessuno spazio per le fabbriche. Nel 1750, una fabbrica di cappelli stabilita nel Massachusetts provocò l'attenzione e la gelosia del Parlamento, che dichiarò tutte le fabbriche coloniali pregiudizievoli al paese [sorgenti inquinanti comuni], senza eccettuare le fucine, in una contrada che possedeva in abbondanza tutti gli elementi per la fabbricazione del ferro. […] Il monopolio dell'industria manifatturiera per la madre patria è una delle principali cause della rivoluzione americana; la tassa sul tè non fece che provocare l'esplosione.»

La marcia verso la guerra di Secessione

Il Partito Whig, aiutato da List, riuscì a fare degli Stati Uniti una potenza industriale, ma questa spinta decisiva fu stata di breve durata. Nel 1833, Andrew Jackson, l'eroe della seconda guerra d'indipendenza, divenne Presidente degli Stati Uniti dopo John Quincy Adams. Ufficialmente, Jackson pretendeva di sostenere il Sistema americano; nei fatti, egli tradì questo sistema e ingaggiò un braccio di ferro col Partito Whig, diretto dopo il Congresso da Henry Clay. Seguendo l'opera distruttrice di Albert Gallatin, Jackson ritiratò i fondi di dotazione della Banca Nazionale, privando il governo del principale strumento di politica economica che aveva voluto Hamilton.
Lasciando così la politica del credito nelle mani dei banchieri privati della Costa dell'Est (e dei loro soci britannici) ostili dall'inizio allo sviluppo, l'attività manifatturiera - il polmone dell'economia - si trovò asfissiato.
Ciò impedì l'emergere di un settore industriale negli Stati del Sud, non essendo gli imprenditori locali in grado d'ottenere il credito necessario per le loro attività. Sostenuti dall'Inghilterra di lord Palmerston, con la quale essi erano in relazioni commerciali, i coltivatori di cotone del Sud minacciarono allora di fare la secessione se non venisse adottato il sistema di libero scambio. Per evitare la dissoluzione della nazione, Clay fu dunque forzato ad accettare nel 1833 un compromesso che ha pose fine al sistema protezionistico. E'importante sottolineare qui che i banchieri di Boston e gli schiavisti del Sud avevano in comune i buoni rapporti con l'Impero britannico e la difesa del libero-scambio. Queste misure imposte da Jackson furono piene di conseguenze. Nel 1837, gli Stati Uniti si trovavano in depressione economica e conobbero delle carestie.
L'arresto dello sviluppo industriale del Sud diede nuovamente impulso al commercio del cotone e, allo stesso modo, alle pratiche della schiavitù che avevano cominciato a sparire. La questione della schiavitù fu utilizzata per gettare dell'olio sul fuoco. Franklin, Hamilton, John Quincy Adams, e dopo di loro Lincoln e Henry Carey, si erano esplicitamente opposti alla schiavitù. Come ciò dovrebbe essere chiaro da quanto precedentemente esposto, uno degli aspetti fondamentali della loro battaglia fu quello di creare deliberatamente le condizioni economiche che approdassero alla abolizione della schiavitù evitando una guerra civile che avrebbe indebolito la repubblica e l'avrebbe messa alla mercé dell'Impero. Quando i banchieri di Boston si opposero a questa politica economica, è particolarmente importante precisare che allo stesso tempo sostennero il movimento abolizionista violento. Il celebre abolizionista radicale William Lloyd Garrison, per esempio, era un direttore della banca di Albert Gallatin. Harriet Beecher Stowe, l'autrice de La capanna dello zio Tom, un'altra figura del movimento abolizionista radicale, era ugualmente legata agli stessi interessi finanziari. Questi abolizionisti radicali sostennero le azioni sanguinarie di John Brown, che si fregiò dei massacri di civili negli Stati del Sud e d'altre azioni spettacolari per «opporsi alla schiavitù». Naturalmente, ben lontano dal giovare alla causa dell'abolizionismo, tutto ciò non fece che terrorizzare la popolazione e facilitare lo scoppio della guerra civile. Questo movimento, lo si avrà compreso, fu suscitato per sabotare gli sforzi dei veri abolizionisti come Lincoln o Henry Carey .
Parallelamente a ciò, i banchieri presero il controllo del Partito democratico americano, con il quale essi diressero la politica americana fino alla guerra di Secessione quasi senza interruzione, con i presidenti Jackson (1829 e 1833), Van Buren (1837), Polk (1845), Pierce (1853) e Buchanan (1857). Tutti questi uomini proseguirono l'impresa di distruzione economica di Gallatin. In questo intervallo, furono eletti due presidenti Whig opposti al libero scambio: William Henry Harrison (1841) e Zachary Taylor (1849), ma tutti e due morirono poco dopo la loro elezione in circostanze sconcertanti.

Lincoln applica il programma economico di Henry Carey

Quando Abraham Lincoln (1809-1865), un erede dichiarato di Henry Clay, arriva alla Presidenza all'inizio del 1861, la situazione degli Stati Uniti è dunque praticamente disperata.
Sul piano economico, le politiche di Jackson e dei suoi successori hanno rovinato il paese. La popolazione americana è demoralizzata e corrotta. Sul piano strategico, due forze apparentemente antagoniste perseguono il medesimo scopo di fare saltare gli Stati Uniti come repubblica sovrana: al Nord, i banchieri e, al Sud, i coltivatori di cotone. Queste due forze sono sostenute simultaneamente dall'Impero britannico attraverso delle istituzioni bancarie come Rothschild e Baring. E' dunque impropriamente che si qualifica la guerra di Secessione come «guerra civile».
Sarebbe più esatto dire che, dalla Rivoluzione americana, la guerra irregolare condotta dall'Inghilterra (aiutata di volta in volta dalla Francia) contro il Sistema americano non è mai cessata. La guerra di Secessione è dunque una guerra internazionale non dichiarata.
Quando il conflitto scoppia, il governo ha un bisogno urgente di finanziamenti ma i Britannici organizzano contro di esso un boicottaggio del credito sul piano internazionale. L'amministrazione Lincoln si rivolge allora verso la New York Associated Banks e negozia un prestito di 150 milioni di dollari in oro. Su un falso pretesto, il direttore dell'Associated Banks che non è altro che James Gallatin, il figlio di Albert Gallatin, sospende il finanziamento al governo federale il 28 dicembre 1861. Ciò provoca una reazione a catena di mancati pagamenti che culmina con la sospensione, attraverso il Tesoro, del pagamento in oro di tutte le obbligazioni governative - nazionali ed internazionali - che ha per effetto di fare uscire gli Stati Uniti dal sistema dello standard aureo internazionale. In altri termini, il governo americano è fallito.
Agendo di concerto con i loro associati britannici, i banchieri di New York fanno pressione su Lincoln perché egli abbandoni la sovranità economica nazionale. Nel gennaio 1862, James Gallatin presenta al Tesoro l'ultimatum delle banche che si riassume in quattro punti:
o pagare lo sforzo di guerra attraverso un aumento massiccio di imposte dirette sulla popolazione;
o depositare tutto l'oro del governo nelle banche private di New York e dare a queste banche il monopolio sul commercio del debito governativo, che si presenta essenzialmente sotto forma di obbligazioni che i banchieri vogliono vendere sul mercato londinese;
o sospendere le leggi permettenti al governo di regolare l'attività delle banche;
o sopprimere tutta l'emissione di carta-moneta del governo, di modo che solo l'oro e i biglietti emessi dalle banche private possano circolare come moneta.
Tutte le rassomiglianze con le misure imposte attualmente dal Fondo Monetario Internazionale non sarebbero una coincidenza fortuita …
Accettare tali condizioni sarebbe significato firmare la morte degli Stati Uniti come nazione sovrana; Lincoln le rigettò. Al loro posto, egli mise in opera tutta una serie di misure economiche rivoluzionarie ispirate direttamente dal Sistema americano, che salvarono la nazione. In particolare, egli utilizzò i poteri sovrani dello Stato per fare emettere oltre 400 milioni di dollari sotto forma di carta-moneta (questi biglietti portavano il nome di «greenbacks») e il Tesoro americano vendette per 1,3 milioni di dollari obbligazioni governative 5:20 (riscattabili in 5 anni e con scadenza a 20 anni), non a dei banchieri stranieri ma direttamente alla popolazione americana. Il padre intellettuale dell'insieme del programma economico di Lincoln non è altro che l'economista Henry Carey (1793-1879), il figlio di Mathew Carey.
Alla richiesta di Lincoln, il Congresso votò in urgenza la legge autorizzante l'emissione dei greenbacks da parte del Tesoro - il Legal Tender Act. Tuttavia, gli alleati di Lincoln e Carey al Congresso non poterono impedire che fosse associato a questa legge un emendamento che fu carico di conseguenze in seguito. Secondo questo emendamento, da una parte, il corso legale dei greenbacks sarebbe stato limitato nel tempo; dall'altra parte, i greenbacks non sarebbero stati convertibili in oro; in particolare, essi non sarebbero potuti essere utilizzati per pagare gli interessi delle obbligazioni di guerra, anche se queste ultime fossero state acquistate in greenbacks.
Nondimeno, questo «denaro del popolo», come Carey lo chiamava, circolò e fu utilizzato su scala locale per finanziare gli agricoltori, le imprese e le manifatture. Il suo utilizzo, combinato con le altre politiche generatrici di credito da parte del governo di Lincoln, lanciò una delle più grandi espansioni industriali di tutta la storia dell'umanità. Fra le misure adottate dall'amministrazione Lincoln figurano le seguenti: tasse protezionistiche in favore dell'industria americana, emissione di moneta (greenbacks), un sistema di Banca Nazionale, creazione di un'Accademia Nazionale delle Scienze, creazione del Dipartimento dell'Agricoltura, costruzione della ferrovia Transcontinental, creazione della rete telegrafica, ecc. Tutte queste misure suggerite a suo tempo da Hamilton e List fecero degli Stati Uniti la prima potenza industriale del mondo. Mettendo in atto l'opera universale iniziata due secoli prima da Leibniz e i suoi soci, le politiche di Carey fecero molti emuli nel mondo, dalla Prussia alla Russia fino alla Cina e al Giappone passando per l'America Latina. In Italia, la svolta protezionistica del 1887 che diede il via all'ascesa industriale nazionale fu guidata dall'azione di un ammiratore e studioso di Carey, l'industriale e senatore vicentino Alessandro Rossi. Questa politica americana di sviluppo mirò a sradicare definitivamente il potere mondiale dell'Impero britannico.
Per meglio comprendere a quale punto il Sistema americano rappresentasse una minaccia per Londra, conviene qui dare qualche precisazione concernente il sistema britannico dello standard aureo (o campione aureo). Nel XIX secolo, i lingotti d'oro erano ancora riconosciuti come la sola forma legittima di ricchezza. Nel 1821, il governo britannico impose su piano internazionale lo standard aureo, con la lira sterlina come moneta di riferimento mondiale (lo stesso ruolo che gioca il dollaro oggi). Nel 1844, una legge votata al Parlamento britannico - le Peel Act - fissò il prezzo internazionale dell'oro a 3 libbre, 17 scellini e 9 pences per oncia. Sotto lo standard aureo internazionale, tutto il debito pubblico e privato come tutte le obbligazioni finanziarie, compresa la carta-moneta, erano riscattabili in contanti (cioè, nel linguaggio dell'epoca, in pezzi d'oro) alla richiesta. Nel corso del XIX secolo, la City di Londra ha potuto, attraverso questo sistema, controllare l'insieme degli affari monetari del mondo intero. Essa dominava direttamente la fornitura d'oro: nel 1873, le banche di Londra detenevano 120 milioni di libbre d'oro, contro i 40 milioni di quelle di New York, mentre le banche francesi e tedesche ne detenevano rispettivamente 13 e 8 milioni.
Dal 1840 al 1850, le principali banche di Londra erano i «prestatori di ultima istanza» per le grandi imprese e i governi. Gran parte dei debiti stranieri dei governi erano così detenuti da Londra. Attraverso il suo controllo su questo debito e la sua posizione dominante sul mercato dell'oro, Londra era dunque in grado di lanciare delle guerre economiche e finanziarie contro i suoi nemici, e in particolare gli Stati Uniti. E' precisamente ciò che le banche di New York alleate dei Britannici tentarono di fare nel 1861, interrompendo i loro versamenti al governo americano in modo che esso rinunciasse alla sovranità economica.
I greenbacks furono dunque non solo una misura d'urgenza per poter finanziare lo sforzo di guerra e salvare la nazione ma, più importante ancora, sfidarono il sistema dello standard aureo minacciando così direttamente l'Impero britannico. In effetti, con lo standard aureo, la quantità di moneta che circola è essenzialmente limitata dalla quantità di oro detenuta dalle banche chefunge da contropartita. Di conseguenza, il credito alle imprese è esso stesso limitato e lo sviluppo della nazione anche. Come Hamilton e Carey avevano perfettamente compreso, è possibile accrescere la massa monetaria in circolazione senza produrre inflazione: la contropartita di questa moneta non è più una quantità fissa di oro ma una anticipazione di ricchezze fisiche prodotte nell'avvenire dalle manifatture che beneficiano della facilitazione del credito. Questo sistema dinamico non funziona che nella misura in cui il governo, rappresentando il bene pubblico (il «general welfare» secondo i termini della Costituzione americana), orienta i crediti così generati verso una produzione che esso giudica utile per rispondere ai bisogni della società, e non verso delle attività speculative.


Il dopo Lincoln

Abraham Lincoln viene assassinato il 14 aprile 1865, nel momento in cui la guerra di Secessione termina. La guerra fra la Repubblica americana e l'Impero prosegue allora sotto nuove forme. Il democratico Andrew Johnson, vice-presidente di Lincoln, prende il suo posto e si oppone all'uguaglianza di diritti fra i Neri e i Bianchi. Egli nella fattispecie prova, invano, d'impedire al Congresso di votare il 14esimo emendamento della Costituzione interdicendo ogni limitazione dei diritti dei cittadini [bianchi]. Al Congresso, gli amici di Carey lanciano contro di lui una procedura d'impeachment (destituzione) per tradimento, alla quale egli non scappa che per un voto di maggioranza nel 1868. Nondimeno, qualche mese più tardi, la presidenza va a Ulysses Grant, del Partito repubblicano (il partito di Lincoln), l'eroe della guerra di Secessione. Sfortunatamente, Grant è influenzabile e la sua politica economica si rivela disastrosa. Henry Carey si ritrova dunque il capo del partito del Sistema americano.
L'offensiva economica dell'Impero comincia alla morte di Lincoln. Nel numero di aprile della rivista North American Review, Simone Newcomb, il capo dell'Associazione della scienza sociale di Boston, pubblica un articolo intitolato «Esame della nostra politica economica». In questo articolo, egli chiede che la nazione ritorni a dei «principi economici sani»; egli richiama a una «contrazione della moneta», cioè ristabilire senza dilazione la convertibilità aurea, abbandonare i greenbacks e mettere un termine al protezionismo. Un tradimento totale della rivoluzione di Lincoln! Qualche giorno più tardi, il segretario di Stato al Tesoro, Hugh McCulloch, membro della stessa associazione, lancia sul Chicago Tribune un attacco violento e personale contro Henry Carey, facendo l'eco alle esigenze politiche formulate nell'articolo di Newcomb. Nel dicembre 1865, McCulloch chiede, nel suo Primo rapporto annuale, l'autorizzazione a ritirare immediatamente i greenbacks dalla circolazione. Il 18 dicembre, la Camera dei rappresentanti decide con 144 voti contro 6 di cooperare con il Tesoro nella sua impresa di contrazione della moneta. Allora nel suo discorso inaugurale, Andrew Johnson annuncia senza ambiguità: «[…] Il libero scambio con tutti i mercati del mondo è la vera teoria di governo.»
L'ampiezza degli sforzi personali intrapresi da Carey per impedire questa politica è considerevole. Fra il gennaio 1866 e il marzo 1869 (data dell'insediamento di Grant), egli scrive migliaia di pagine sotto forma di articoli, di lettere aperte, di lavori teorici che sono pubblicati in milioni di esemplari in tutti gli Stati dell'Unione. Questi testi permettono di organizzare una resistenza nazionale e di frenare la distruzione del Sistema economico americano, salvando così l'impulso industriale dato durante la guerra. Fra questi testi figura una serie di lettere pubblicate in più della metà dei giornali americani. Nella quarta di queste lettere, Carey mostra che la contrazione monetaria sarebbe stata il tradimento del bene pubblico (general welfare), una nozione fondamentale della Costituzione americana che si trova al centro della politica di Lincoln. Nella settima lettera, Carey espone senza ambiguità la questione strategica sottostante a questo dibattito economico sulla contrazione:«La questione, mio caro Signore, sulla quale voi dovete pronunciarvi è, a mio avviso, la più importante che sia mai stata sottoposta ad un solo individuo. Noi veniamo dalla fine di una piccola difficoltà interna [la guerra civile]; lasciando fino ad oggi in sospeso la grande questione di sapere se il mondo dovrà essere, in avvenire, sottomesso al sistema britannico antinazionale che ha per obiettivo particolare di permettere ai banchieri e ai mediatori di ridurre in schiavitù i manifattori e gli agricoltori del mondo straniero […]. La contrazione, tramite la quale il prezzo della moneta si è così rapidamente elevato, passa attraverso la prima di queste direzioni e ha per risultato di dare la vittoria all'Inghilterra.»
In conseguenza di questo braccio di ferro tra Carey e McCulloch, il Congresso vota nell'aprile 1866 una legge di compromesso che autorizza il Tesoro a cominciare il ritiro dei greenbacks dalla circolazione, ma che limita questo ritiro a 10 milioni di dollari durante i primi 6 mesi e 4 milioni al mese per i successivi, cioè molto meno di quanto McCulloch aveva richiesto. Nondimeno, questa legislazione costituisce un'inversione di rotta per la nazione, tanto più che il ritiro dei greenbacks è accompagnato da altre misure di una politica generale di contrazione monetaria. In tutto, fra il 1865 e il 1877, la quantità di denaro in circolazione negli Stati Uniti passa da 2,1 miliardi di dollari a 606 milioni, ossia da 58 a 14,6 dollari per abitante, provocando un crollo dei prezzi delle derrate di base. Misurato in termini di paniere di beni (cioè in termini di economia fisica), il debito del paese raddoppia nel corso di questo periodo.
Alla convenzione repubblicana del 1868, Carey e i suoi alleati si ritrovano minoranza e il programma elettorale del Partito repubblicano adotta la politica di McCulloch: il partito di Lincoln ha perduto i suoi capisaldi. Due giorni dopo l'elezione del 3 novembre, Carey scrive una serie di lettere al nuovo presidente Grant intitolate «Avremo la pace?». Egli spiega che il solo modo di superare la crisi politica ed economica alla quale la nazione fa fronte, consiste nel lanciare uno sviluppo economico del Sud, combinato con un proseguimento delle politiche nazionali di sviluppo economico della presidenza Lincoln. Sfortunatamente, l'amministrazione Grant persegue la politica di contrazione e ne segue logicamente una gravissima crisi economica nel 1873. Il 18 settembre 1873, l'istituzione finanziaria Cooke è dichiarata fallita. Cooke, uno dei sostenitori principali della politica economica di Lincoln, affonda in seguito agli attacchi combinati di Wall Street e della City di Londra che fanno emergere la voce della sua insolvibilità. Questi rumori provocano una reazione delle banche britanniche che gli chiedono di restituire il denaro che gli avevano prestato per dei fondi destinati alla costruzione della linea ferroviaria North Pacific. Il fallimento di Cooke scatena la più grave depressione economica della storia del paese a quel tempo. I mercati azionari di New York si fermano per la prima volta della loro storia; in 24 ore, 37 banche e società di mediazione affondano. Quando l'anno 1873 si chiude, più di 5000 imprese commerciali hanno fatto altrettanto. Gli effetti di questa depressione si fanno sentire fino al 1890. Nell'aprile 1874, gli alleati di Carey al Congresso fanno passare una legge che autorizza un aumento dei greenbacks in circolazione, ma Grant vi oppone il veto. Per concludere, la Specie Resumption Act, legge con la quale è deciso il ritorno alla convertibilità in oro, è votata e ratificata nel gennaio 1875. La messa in applicazione di questa legge è tuttavia ritardata fino al 1879, anno della morte di Carey.
Nei decenni successivi si sviluppa una battaglia intensa sulla direzione degli Stati Uniti. Il gruppo di Carey lancia un'offensiva globale contro il sistema del liberismo britannico, i cui sostenitori a Wall Street lavorano per indebolire la potenza americana. Grazie al trampolino costituito dall'Esposizione Universale di Filadelfia del 1876, il Sistema Americano viene esportata nel mondo; Germania, Giappone e Russia sono alcuni dei paesi che adottano la prospettiva americana di crescita tecnologica ed industriale, dando impulso alla possibilità di una nuova alleanza anti-imperiale. Ma questo processo viene interrotto con l'assassinio nel 1901 del presidente William McKinley, un ardente difensore del protezionismo. Il suo successore Theodore Roosevelt inaugura la «relazione speciale» fra gli Stati Uniti e l'Inghilterra e accantona la politica di sviluppo economico globale, a favore di ciò che veniva chiamata la «politica delle cannoniere» o più semplicemente «l'imperialismo americano».
Sul piano economico, l'arrivo al potere di Theodore Roosevelt si traduce in un abbandono radicale del Sistema americano e dei grandi progetti infrastrutturali caratteristici dell'eredità di Lincoln e Carey, per l'adozione del libero-scambio britannico. Theodore Roosevelt adottò una politica di conservazione dello «spazio naturale» nel suo paese, arrestando dei grandi progetti infrastrutturali fra l'Est e l'Ovest degli Stati Uniti e mantenendo il Sud in un stato di arretratezza. Si comprende meglio così perché l'interno degli Stati Uniti è ancora un deserto umano un secolo più tardi.

L'eredità

Dopo la morte di Carey, gli Stati Uniti conoscono una cinquantina d'anni di declino economico e culturale, e il Paese finisce sotto la dominazione di un piccolo gruppo di cartelli finanziari diretti dalla banca JP Morgan. Questi interessi economici applicano una politica di saccheggio economico e di speculazione finanziaria. Essi creano la Federal Reserve sotto la presidenza Wilson, l'antitesi stessa di una Banca nazionale. Essi prendono il controllo delle infrastrutture di base e fanno dell'elettricità un prodotto raro e costoso, ad immagine delle pratiche recenti di Enron in California. Questa politica economica sbocca nella Grande Depressione.
E' in questo contesto disastroso che Franklin Delano Roosevelt diventa presidente degli Stati Uniti nel 1933. I circoli finanziari non diffidano troppo perché lo credono appartenere alla loro casta. In effetti, membro molto importante del Partito democratico, egli è il cugino di Theodore Roosevelt ed è stato il segretario di Stato alla Marina del Presidente Wilson. Tuttavia essi si sbagliano. Lontano dalla vita pubblica nel 1921 a causa di una crisi di poliomielite, Franklin Roosevelt decide di studiare le opere di un amico del suo bis-bis-nonno, Isaac Roosevelt, centocinquant'anni prima. Questo amico si chiamava Alexander Hamilton. La conclusione che egli trae dai suoi studi è riassunta da Roosevelt stesso, nel corso di una discussione con lord Halifax: «Io sono ben cosciente che gli esperti andranno probabilmente ad attaccare tali asserzioni con il più grande entusiasmo. Tuttavia, io sono giunto a capire che tutto quello che mi è stato insegnato all'università sotto il nome di economia da degli esperti in materia si è rivelato totalmente falso!»
Dal suo arrivo alla Casa Bianca, Roosevelt fa passare una serie di leggi antispeculative e, nello spazio di qualche sola settimana, egli infrange il potere delle banche e organizza una politica di crediti pubblici finanziando dei grandi progetti infrastrutturali in tutto il paese. Non avendo potuto eliminarlo, le banche sono obbligate a collaborare al suo New Deal. Per confutare una delle numerose idee false legate a questo «miracolo economico», bisogna precisare che lo sforzo di guerra non sarà ingaggiato che a partire dal secondo mandato di Roosevelt, cioè 1937-1941. In altre parole, non è la guerra che rimisein piedi l'economia americana, ma è la riuscita dell'impulso economico lanciato da Roosevelt, ispirato al sistema americano di economia politica, cha permise lo sforzo bellico, e da lì, la vittoria contro il nazismo! Come suo figlio, Elliot Roosevelt, indica nella biografia intitolata As he saw it (Come la vedeva lui), Roosevelt aveva intenzione di organizzare un New Deal mondiale, dopo la guerra, cioè una decolonizzazione del mondo e uno sviluppo economico generale. La sua morte prematura impedì che questo progetto si realizzasse.
Dalla morte di Roosevelt, e senza considerare la breve presidenza Kennedy, gli Stati Uniti conoscono un declino economico e culturale che fa risorgere lo spettro della Grande Depressione, solo che essa questa volta investe l'insieme del pianeta. Tuttavia, il progetto di sviluppo economico mondiale che sognava Roosevelt è ancora vivo. All'interno del Partito democratico, esiste una fazione fortemente ancorata nella tradizione rooseveltiana, guidata dall'economista Lyndon LaRouche. Per uscire dalla crisi attuale, ecco ciò che egli sostiene: «Nella sostanza, la mia filosofia economica si riassume come segue: gli Stati Uniti devono tornare al Sistema americano di economia politica, quello stabilito dal Presidente George Washington ed elaborato dal segretario al Tesoro Alexander Hamilton nei tre celebri rapporti al Congresso concernenti il credito nazionale, la banca nazionale e le manifatture. Ciò vuol dire la fine del “libero scambio”, della “deregulation” e del “monetarismo” cari ad Adam Smith. Ciò vuol dire la promozione degli investimenti ad alta intensità di capitale in vista di progressi tecnologici rapidi. Ciò vuol dire la disponibilità di credito a buon mercato per investire in questi settori e vantaggi fiscali generati dagli investimenti corrispondenti. Ciò vuol dire un vasto programma di rinnovamento e miglioramento delle infrastrutture della nazione e la rimessa in moto del sistema scolastico e di quello della sanità. […]”
Certuni, come direbbe Roosevelt, attaccano «tali asserzioni con il più grande entusiasmo». Nondimeno, le proposte di LaRouche di riorganizzare il sistema monetario internazionale - una nuova Bretton Woods - e di grandi progetti infrastrutturali - il Ponte terrestre eurasiatico - sono oggi discussi ai più alti livelli in paesi come la Russia, l'India, la Cina, la Turchia, l'Italia e molti altri. In Italia, per esempio, nell'aprile 2005 il Parlamento ha votato in grande maggioranza una mozione a favore di una nuova Bretton Woods, fedele ai contenuti della proposta larouchiana.
Tuttavia, la speranza di fare rivivere questa tradizione economica risiede principalmente in un movimento giovanile che LaRouche ha lanciato negli Stati Uniti e che si sta estendendo anche in Europa. La sua particolarità è di essere stato concepito come una «università ambulante», legando l'azione politica allo studio in profondità della storia, della scienza e dell'arte. Questi giovani, che saranno i leaders di domani, assomigliano molto ai giovani rivoluzionari americani che attorniavano un altro giovane di 80 anni - Benjamin Franklin.
- Articolo tratto da «Fusion» n. 97 - settembre - ottobre 2003


Bibliografia

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Anton Chaitkin, Treason in America, New Benjamin Franklin House, New York, 1984.
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Jacques Cheminade, Roosevelt-de Gaulle-Monnet, Reprendre leur combat, Solidarité et Progrès, 2000.
Friedriche List, Système national d'économie politique, Gallimard.
www.movisol.org

Novi Sad
L'organizzazione neonazista Nacionalni stroj (Fronte nazionale) ha attaccato un convegno antifascista alla Facoltà di Filosofia di Novi Sad. Incidenti simili si moltiplicano in Vojvodina. Il presidente del Parlamento regionale mette in guardia contro questa «epidemia di primitivismo», che riporta il Paese ai peggiori momenti degli anni ‘90
Di S. Stefanovic e R. Balac, Danas, 11 novembre 2005; traduzione di Jasna Andjelic (Le Courrier des Balkans) e Carlo Dall'Asta per Osservatorio sui Balcani

Un manifesto di Nacionalni Stroj per il boicottaggio di B92 La polizia municipale ha arrestato venerdì pomeriggio uno dei membri dell'organizzazione neonazista Nacionalni stroj che l'altro ieri hanno attaccato i partecipanti e i visitatori di un dibattito antifascista alla Facoltà di Novi Sad.

«L'impunito ripetersi di questi esempi di violenza a Novi Sad è vergognoso. Si riabilita l'ideologia nazista, si minacciano di sterminio non solo i membri delle altre etnìe, ma anche tutti coloro che condannano questa ideologia dal passato», denuncia Bojan Kostres, presidente del Parlamento della regione autonoma di Vojvodina, riferendosi all'incidente.

Una ventina di membri dell'organizzazione neonazista Nacionalni stroj hanno fatto irruzione la sera di mercoledì 9 novembre al convegno intitolato «La minaccia fascista», organizzato in occasione della Giornata mondiale di lotta contro il fascismo. I giovani dai capelli corti e in abiti neri hanno schiaffeggiato diversi dei presenti e minacciato gli organizzatori, in particolare il direttore del Dipartimento di filosofia Milenko Perovic. Dandogli del «maiale ustascia», i neonazisti hanno promesso al professore che lo avrebbero «aspettato di notte in qualche angolo», e hanno minacciato di aggredirne il figlio, che non era presente in sala.

«La Serbia ai Serbi »

I volantini lanciati tra il pubblico definivano i partecipanti e gli spettatori del dibattito come «veterocomunisti», che avrebbero dovuto «nascondersi nei buchi insieme ai topi» e contenevano l'esplicito messaggio «la Serbia ai Serbi». Gli aggressori se ne sono andati dopo una decina di minuti. La polizia è arrivata alla Facoltà di filosofia dopo la loro partenza per interrogare gli organizzatori del convegno.

Un po' più tardi, nel corso di una rissa durante un concerto rock antifascista nel club Gradilište, un giovane ha ricevuto una coltellata al cuore. Quattro persone sono state ferite leggermente dallo stesso aggressore ma, secondo le fonti ufficiali, questo incidente non sarebbe imputabile a Nacionalni stroj.

Il professor Perovic dice di provare «una profonda indignazione» dopo questo attacco, e che la sua famiglia e lui stesso si sentono insicuri «in questa società e in questa città a cui mi sono interamente consacrato in questi ultimi 30 anni». Secondo lui, Nacionalni stroj è un gruppo ben organizzato e pronto a tutto.

«Noi abbiamo dato alla polizia tutte le informazioni e abbiamo il diritto di aspettarci protezione in quanto cittadini e membri della comunità accademica. Se la reazione dello Stato, della magistratura e della polizia non sarà adeguata e tempestiva è facile immaginarsi che incidenti simili potranno ripetersi», spiega Milenko Perovic.

Il professor Perovic spiega che i membri di Nacionalni stroj hanno dapprima preso a schiaffi uno degli organizzatori, e poi hanno cercato di regolare i conti con il cameraman. Quando Milenko Perovic gli ha personalmente chiesto di cessare questi attacchi e di assistere al dibattito in modo decente «essi sono diventati aggressivi, come se avessero ricevuto un ordine».

«Hanno incominciato a minacciare me, come anche mio figlio che non era neppure presente, hanno lanciato il loro materiale propagandistico tra il pubblico e alcuni hanno alzato le braccia facendo il saluto fascista. Hanno poi detto che io avvelenavo la gioventù, che avrebbero regolato i conti con tutti noi, che dovevamo andarcene in America, ecc.», racconta Milenko Perovic.

Secondo lui è stata una coincidenza incredibile, fare un'esposizione teorica e filosofica sulla minaccia e sul pericolo che il fascismo rappresenta per qualsiasi società moderna, e subito dopo assistere alla dimostrazione pratica di questo comportamento.

Fascistizzazione della società

«L'obiettivo del convegno era mettere in guardia contro il pericolo latente della fascistizzazione della nostra società, il che è stato ben provato da quanto è successo in seguito. Nella mia esperienza gli incidenti sono sempre possibili, perché il dibattito sui problemi acuti della società attuale comporta sempre il confronto con una delle fonti del male», dice Milenko Perovic, sottolineando che il dibattito è proseguito normalmente.

L'attacco dei neonazisti è stato condannato dai più alti funzionari della regione e della città di Novi Sad, come pure dalla maggior parte dei partiti politici.

«La Vojvodina è una regione in cui coabitano diversi popoli, con sei lingue ufficiali, ma la destra radicale è al potere nel capoluogo, il che rende questi incidenti meno sorprendenti di quanto potevano sembrare a prima vista. Questa è l'ultima possibilità per tutte le persone di buona volontà, coscienti dell'importanza dello sviluppo della tolleranza nella regione, di prendere l'iniziativa per respingere questo estremismo», afferma il presidente della Giunta della Regione autonoma di Vojvodina, Bojan Pajtic.

Pajtic ricorda che l'idea principale dei nazisti era quella di fare sparire gli Ebrei e gli Slavi dal suolo europeo, e che avevano iniziato un programma di sterminio.

«Il comportamento di questa gente dimostra che non solo siamo contaminati dal virus dell'odio, in conseguenza delle guerre condotte alla fine del ventesimo secolo, ma anche che lo Stato non fa sufficienti sforzi per educare i giovani e punire quelli che non sono disposti ad accettare le differenze», continua Bojan Pajtic.

«Epidemia di primitivismo» a Novi Sad

Il sindaco di Novi Sad, Maja Gojkovic (del Partito radicale serbo, SRS), che è «in costante contatto con la polizia e insiste su un rapido arresto dei responsabili dell'incidente», condanna l'irruzione al convegno «La minaccia fascista». Ricorda che episodi simili non si erano mai verificati a Novi Sad e che bisogna renderli impossibili in futuro.

Essa esige inoltre che la polizia comunichi i risultati dell'inchiesta con la massima urgenza, dato che i funzionari di polizia di Novi Sad l'hanno informata telefonicamente di conoscere l'identità degli aggressori.

Secondo la valutazione di Bojan Kostres, «non è un caso che questo atto di violenza abbia avuto luogo in occasione della giornata internazionale di lotta contro il fascismo: questo rappresenta un messaggio chiaro e preciso che dimostra che lo sciovinismo non è ancora sparito dalla nostra regione».

«Il potere serbo ha dimostrato un eccessivo lassismo e la mancanza di una reale intenzione di intraprendere un'azione decisiva per mettere fine alla violenza. Noi siamo testimoni della quotidiana comparsa sui muri di scritte che incitano al crimine e al genocidio. I convegni e le riunioni neonaziste tenutesi a Novi Sad suscitano l'inquietudine e la paura dei cittadini. Si chiudono coscientemente gli occhi di fronte a un ritorno sempre più evidente delle tenebre degli anni '90, il periodo più vergognoso della storia serba, e tutto questo con l'obiettivo di guadagnare politicamente dei punti», sottolinea Bojan Kostres. Egli conclude che «la coalizione al potere nella municipalità di Novi Sad fa apposta ad ignorare questa epidemia di bestiale primitivismo, e questo per ragioni che restano ignote».

«Purtroppo, in attesa che il potere prenda delle misure concrete, tutti quelli che optano per una via normale, per la tolleranza interetnica, la democrazia e la libertà, la Serbia e l'Europa, sono in pericolo», conclude Bojan Kostres. /www.osservatoriobalcani.org/




novembre 26 2005

Demonizzazioni e stalinismi

Pierfrancesco Majorino: «Credo che i toni usati da Fo in questi giorni siano francamente eccessivi: si dedica troppo a segnare punti di differenza, a criticare e demonizzare Ferrante e i Ds. Noi invece dobbiamo proporre le nostre idee per il futuro della città e concentrarci sul nostro programma per Milano, visto che il nemico comune è il centrodestra».

Pier fa il suo mestiere, ma non la racconta giusta: Dario Fo non sta combattendo solo contro il centrodestra, sta anche resistendo come un leone (e con lui resistono Corritore e Milly) al potere arroccato dei partiti che - per palese incapacità - non hanno saputo evitare a Milano lustri di dominazione fascio-leghista firmati Formentini e Albertini. In queste aggregazioni di potere di basso profilo, nelle loro strategie egemoniche, nella loro incapacità di fare autocritica, nella loro inamovibilità, nella loro mediocrità intellettuale molti milanesi di centrosinistra non si riconoscono più. E sono solidali con i candidati indipendenti.

Pier sa perfettamente che la sfida in corso per le primarie è tutt'altro che «una grande festa per la partecipazione». Al contrario, è lotta politica all'ultimo sangue, senza esclusione di colpi.

Perché i partiti le hanno subite e non volute, queste primarie, anzi le hanno sempre derise e osteggiate. Anche se ora non lo ammettono.
Perché ora che le devono affrontare obtorto collo, hanno messo in campo, soprattutto i DS, le note strategie staliniste per schiacciare gli altri candidati.
Perché i partiti sono i primi a non giocare sportivamente, blindano il candidato, evitandogli confronti che potrebbero danneggiarne il consenso, visto che l'uomo apparirebbe per quello che è: un burocrate radicato nella cultura di destra.
Perché - last but not least - i DS hanno scelto la soluzione sicura della faccia nota, incuranti del fatto che quella faccia (su cui già sono legittimi i dubbi) ne porta con sé altre impresentabili (bastano due nomi: Carruba, Scalpelli, Tognoli).

E' probabile che l'ex poliziotto, ex-capo della sicurezza del governo, ex-prefetto Bruno Ferrante vinca le primarie e diventi sindaco di Milano. In questo caso ci sarà poco da festeggiare e molto da fare, per tenere d'occhio l'operato di un uomo che ha custodito le chiavi degli armadi degli scheletri per anni (e quindi dispone di un potere di pressione enorme sui partiti, come sta già dimostrando) e di una giunta che si preannuncia votata all'inciucio e al terzismo più spregiudicato.

Non è detto che si debba perdere. C'è ampio spazio per ribaltare un risultato che solo apparentemente è già scritto. Solo in questo caso - se Corritore, Fo o Milly riusciranno a superare il burocrate, se riusciranno a colpire l'immaginario dei cittadini destandoli dal torpore dell'informazione omologata, se troveranno impegno, lucidità, fantasia e indipendenza intellettuale per uscire dal tritatutto dei partiti - allora la festa sarà vera e grande. Ci permettiamo di sognarla, di batterci e sbatterci come matti perché si avveri. Con impegno e senza paura né vergogna per una probabile (ma non certa) sconfitta.
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Berlusconi riattacca il TgTre e chi non crede al "pericolo comunista"
di red

Berlusconi parla, alza la polvere alla vigilia del voto a Messina. Parla “a tutto campo” come piace a lui, per prendersela con la sinistra, i giornalisti di RaiTre e con l’Unità. Tutto al solito più qualche dettaglio.

Il primo è che lo ha già fatto pochi giorni fa, quindi la sua è una vera e propria campagna. (Con proseliti, visto che oggi Il Giornale attacca Fabio Fazio che stasera intervista Prodi)

Certo quanto a novità, la più grossa che ha sparato è stata all’inizio, quando ha detto: «Abbiamo catturato 200 terroristi internazionali». Una cifra che persino Enzo Bianco ha vergogna a commentare perché non sta in piedi. Berlusconi per altro sostiene di aver sconfitto le Brigate Rosse, non facendo distinzione tra le "vecchie" e le "nuove". E non citando neppure l'impegno della magistratura, che a lui dispiace in genere.

Berlusconi ha parlato sabato davanti ai 475 azzurri arrivati a Roma da tutti i collegi elettorali per fare il punto sull'organizzazione della prossima campagna per le politiche d’aprile. Ci sono in sala, al Palacongressi dell'Eur, anche amministratori locali, deputati e senatori, più i “quadri” locali di Forza Italia. C’è anche qualche come ministro, Pietro Lunardi, e il suo predecessore Mauro Ferri quello che propose per primo la dottrina del “110 all’ora” in autostrada. E Enrico La Loggia. Lui li chiama tutti quanti «il motore azzurro» e indica l’obiettivo: «Possiamo puntare al 30%», sprona indicando il traguardo delle politiche 2006.

Al «motore azzurro» ricorda la «rivoluzione arancione», quella che lui ha messo in moto nel 1994. Rivoluzione contro il pericolo comunista, che per lui esiste sempre, nonostante questa sua fissazione lo renda ormai ridicolo persino agli occhi di molti dei suoi, compresi gli ex fascisti e fascisti sempre del Il Secolo. Nonostante persino un vecchio stalinista come Armando Cossutta dica che potrebbe fare a meno pure lui a falce e martello.

«Ci va anche bene che gli altri lo dicano –sogghigna Berlusconi riguardo alla fine del pericolo “rosso” - perché quel 30% che ha gli occhi aperti vede il pericolo comunista voterà per noi». Naturalmente il “pericolo rosso”sono i Ds, che secondo lui tirano le fila di tutto mentre Prodi e Rutelli «non contano niente».

Del mago dei sondaggi non si fida più ma ne cita uno – ad uso interno, sconosciuto ai più – in base al quale Casa delle Libertà e Unione sarebbero alla pari e anzi il centrodestra distaccherebbe il centrosinistra di uno 0,1% (secondo un sondaggio Swg-Unità di una settimana fa il divario sarebbe di 7 punti ma a vantaggio dell’Unione). È convinto di aver la vittoria in pugno ma dice ai suoi: «Dobbiamo puntare sugli indecisi, sui giovani, donne e anziani: sono la falange italiana per vincere le elezioni».

Quindi snocciola i risultati da propagandare nei collegi, senza dimenticare quanto già dettol’altro ieri, cioè che dove c’è un parroco c’è un bacino di voti. «Siamo riusciti a diminuire fortemente le tasse, ma non nella misura in cui volevamo per le difficoltà di una congiuntura internazionale oggettivamente complicata». La sinistra al governo invece «introdurrà nuove tasse e ripristinerà quelle già cancellate». Anzi ha già fatto i conti: con il governo di sinistra le tasse aumenterebbero del 10%.

Un’importante realizzazione del suo governo sarebbe poi l’autostrada Palermo-Messina (lui ha inaugurato l'ultimo tratto di 5 chilometri, ma resta un'autostrada a una corsia per ogni senso di marcia, più quella d'emergenza).

E poi con questo governo ci sono un milione 538 mila posti di lavoro in più, dice lui. E tremila morti in meno e 50 mila incidenti in meno.

Se la prende con l’Unità – e con il suo direttore Antonio Padellaro – che ha parlato di un premier infuriato per lo sciopero generale, se la prende con RaiTre accusandola di compiacenza con la sinistra, e con le cooperative che hanno sgravi fiscali e poi «sono in grado di comprare una delle prime cinque banche italiane...».

Francesco Rutelli gli risponde a distanza dal big talk - più italianamente detta assemblea dei quadri - della Margherita a Milano. «Il governo ha buttato via cinque anni. Ha cominciato la legislatura con il braccio di ferro inutile sull'articolo 18 ed ha proseguito facendo scelte sbagliate senza affrontare i nodi strutturali dell'economia italiana».Spiega che Berlusconi sta rinviando la legge sul risparmio perché teme di dover reintrodurre il reato di falso in bilancio. La riforma appena varata del Tfr è una vergogna perché non risolve nessun problema ed è un’altra delle riforme-rinvio. E poi non è stato fatto nulla per l’innovazione, solo illusionismi. Ma il ciclo berlusconiano, iniziato 12 anni fa, si sta chiudendo. E Rutelli promette che Prodi governerà 5 anni con stabilità. E quanto al Partito democratico da costruire con i Ds, quello sì è una prospettiva che sposta nel futuro. Un futuro non prossimo. www.unita.it



200Km di democrazia?
Bfaber Dobbiamo invocare la presenza di osservatori internazionali?
Il Presidente Ciampi dovrà dar fondo a tutta la sua dignità per togliersi e toglierci dall'imbarazzo costituzionale quando la nuova legge elettorale giungerà sulla sua scrivania. La forte determinazione della maggioranza parlamentare che, tradotta in altri termini, si configura come un vero e proprio diktat è, prima di tutto, una prevaricazione nei confronti della maggioranza degli elettori.
Ma è mai possibile che nelle istituzioni della dignità dei cittadini nessuno si preoccupi e che per fare il conteggio dei voti per il sindaco di Messina gli scrutatori dovranno scorrere 200Km di schede?
E che cosa passerà per la mente dell'elettore quando per votare srotolerà i 97,5 centimetri di carta della scheda? Verrà alla mente Bossi?
Forse che ciascuna scheda non contiene una piccola parte del valore del Tricolore nazionale?
Se non là, dove? www.ulivoselvatico.org




Se i poveri si arrabbiano
Antonio Padellaro



da l'Unità - 26 novembre 2005

Silvio Berlusconi si è molto arrabbiato perché il Tg3 dell’altra sera, nella rubrica Primo Piano, ha intervistato il segretario della Cgil Guglielmo Epifani sullo sciopero generale (e chi se no?). Povero premier. Più lui si adopera per convincere gli italiani che tutto marcia per il meglio (presto le città saranno tappezzate di giganteschi 6x3 con l’annuncio, davvero straordinario, che il contratto con gli italiani è stato rispettato), e più questo popolo ingrato non fa che lamentarsi. Infatti, Epifani aveva appena finito di spiegare perché i tagli della Finanziaria alla spesa sociale avranno effetti micidiali sui ceti più deboli che subito i comunisti della Rai hanno mostrato un mercato nell’ora di chiusura con i pensionati a prendere quello che resta per risparmiare qualche centesimo di euro. Sicuramente, avrà pensato il cavaliere, gli stessi anziani prezzolati che la sinistra manda sui tram a sparlare del governo. C’è poco da scherzare e non tanto per una propaganda che, raccontando esattamente il contrario di ciò che i cittadini verificano ogni giorno nelle loro tasche, si ritorcerà contro il suo imprudente autore. La cosa grave è non rendersi conto, per malafede, cecità o tutte e due le cose, della miscela esplosiva che la questione sociale è per il nostro Paese.
Per esempio, il «Sole 24ore», giornale della Confindustria e non della Caritas, nel dedicare, proprio ieri, un allarmato articolo ai nuovi volti della povertà chiede «urgenti e adeguate politiche di sostegno». Giancarlo Rovati (Commissione nazionale sulla esclusione sociale) fornisce, tra gli altri, tre dati Istat degni del sottosviluppo e non della quinta o sesta potenza economica.

In Italia le famiglie a rischio povertà sono 2,7 milioni pari a 6,8 milioni di individui. Seicentomila sono le famiglie che hanno difficoltà quotidiane di alimentazione. 920mila euro è la spesa mensile di una famiglia di due persone sotto la quale si può parlare di povertà relativa. Persone che non riescono a pagare l’affitto, le bollette, i debiti accumulati; che non riescono a fare fronte a spese impreviste, all’acquisto di indumenti e, qualche volta non riescono neppure ad acquistare il cibo necessario per vivere.
Siamo sull’ultimo gradino della scala sociale ma chi sta immediatamente sopra non è che abbia problemi molto diversi. I più di sette milioni di anziani aggrappati a pensioni di fame vera (500 euro mensili): quelli che la tv impietosa ci ha mostrato mentre frugano alla ricerca di qualcosa di commestibile. E poi, qualche euro di reddito più avanti, la moltitudine di giovani che sopravvivono con lavori precari, salari precari, vite precarie. Quindi, il mare del ceto medio risucchiato dalla crisi: insegnanti, impiegati di Stato e parastato, terziario spaventato, tute blu dimenticate e cassintegrate. Tutti costretti nel triste girone dei soldi già finiti alla terza settimana, della natalità difficile perché i figli costano, del Tfr ritirato in anticipo per fare fronte alle spese dell’esistenza.
L’Italia che perde potere d’acquisto e vive male cammina con noi per le strade e riempie i mezzi pubblici ma si finge di non vederla. Sono i nostri fratelli sfortunati e invisibili. Per i tg sono una riga nel notiziario delle vertenze. Se non quando diventano un nuovo genere: il reality operaio. Radunati all’ingresso di una fabbrica in disarmo rendono meglio. Facce stanche e giacche a vento. E loro pazienti a rispondere che, sì, i turni sono massacranti, che non c’è tempo di stare in famiglia, che l’affitto si porta via metà del salario, che da tre anni aspettano inutilmente l’incremento contrattuale.
C’è chi proprio non li sopporta. Che pensa: zavorra, sfaticati. Convinta che lo sciopero sia un espediente per marinare la fabbrica. È l’Italia di Libero («Torna lo sciopero generale. Che palle...»). È Berlusconi che li valuta elettoralmente perduti. Dunque, nemici a cui nulla concedere e a cui molto togliere. Voci da non ascoltare e a cui gridare: è tutto inutile! Così poco rispetto nei confronti di così larga parte del Paese fa pensare a qualcosa di premeditato. Al tanto peggio tanto meglio per vedere l’effetto che fa. Se poi qualcosa comincia a esplodere, può essere non un guaio ma un’opportunità. Tipo periferie parigine. Si lasciano marcire le situazioni e quando la notte prende fuoco arriva il Sarkozy di turno. Legge, ordine e sondaggi alle stelle per il ministro dalla mascella dura. Perché un giorno o l’altro l’Italia che lavora e non conta niente potrebbe anche arrabbiarsi. La sinistra non se ne dimentichi.
apadellaro@unita.it



Modello scandinavo per il centrosinistra
LUIGI SPAVENTA


da Repubblica - 26 novembre 2005

In un fervore programmatico senza precedenti per intensità di partecipazione, organizzata e spontanea, si accumulano materiali per il programma elettorale della coalizione di Romano Prodi. Con riferimento a un primo documento presentato dal partito dei Democratici di Sinistra, c´è chi ha osservato che quelle elaborazioni sono a volte incoerenti; che in esse comunque c´è di tutto e di troppo e che non si capisce perciò che cosa venga prima e che cosa dopo.
L´osservazione è in parte fondata . Ma forse dai lavori fatti, si possono estrarre, per induzione e in non sempre agevole traduzione, alcune linee guida di politica economica che potrebbero ispirare il programma; dovendosi poi dimostrare che esse sono fra loro coerenti.

Provo a enunciarne tre, che mi sembrano di maggior rilievo: restituire certezze; migliorare l´efficienza del sistema, per dare uno stimolo alla crescita; assicurare maggiore equità.
Restituire certezze. Da troppi anni cittadini e imprese vivono in permanente emergenza di finanza pubblica. Si succedono provvedimenti correttivi e mezze riforme che rendono precarie le aspettative: dalla lotteria delle centinaia di commi può uscire un numero buono, ma ne possono uscire altri pessimi. Per offrire certezza, occorre rendere chiari gli obiettivi a medio termine circa il livello e la struttura del bilancio pubblico a cui gli interventi dovranno conformarsi. Un obiettivo vincolante è la continua riduzione del rapporto fra debito e prodotto, consentita da un adeguato livello dell´avanzo al netto degli interessi: non in ossequio ai dettati di Bruxelles, ma per alleviare l´onere del debito e liberare risorse per impieghi più produttivi. Le scelte strategiche riguardano il livello e la composizione delle entrate e della spesa. Già elaborate nel caso delle entrate, sono ancora vaghe nel caso della spesa: la constatazione che i tagli indiscriminati sono inefficaci e inefficienti deve indurre a decidere quali spese possano essere soppresse per non tagliarne altre.
Migliorare l´efficienza. Certo, questo obiettivo richiede imponenti riforme delle infrastrutture immateriali del paese. Ma sin da subito si può offrire un duplice stimolo al sistema. Il primo è una salutare doccia di liberalizzazioni a tutto campo, per favorire maggiore concorrenza, maggiore offerta e una riduzione di costi e prezzi, di cui i primi beneficiari sarebbero cittadini e imprese. E poi, come già si prevede, una riduzione del cuneo fra retribuzione e costo del lavoro, mirata forse ai livelli più bassi di retribuzione per dare incentivo a una maggiore occupazione.
Assicurare maggiore equità. Al di là delle disuguaglianze personali di reddito e di ricchezza, non vi è equità fra generazioni, fra generi e, al fondo, fra insider e outsider della società. Un´auspicabile flessibilità è spesso degenerata in precarietà, non per i già occupati, ma per i giovani che si affacciano al mondo del lavoro; non vi è sostegno dei redditi per i non occupati o, in molti settori, per chi perde l´occupazione; le donne non si possono permettere di lavorare e avere figli. Chi è dentro se la cava; chi è fuori non vede futuro. La nostra spesa sociale, non alta rispetto ad altri paesi, è pessima in composizione e qualità: per il sostegno dei redditi e per la famiglia assai meno della metà di quella europea, con conseguenze negative sulla mobilità, e perciò sull´efficienza, e sulla partecipazione alle forze di lavoro, e perciò sulla crescita. Un welfare dunque da riformare, pur nella ristrettezza delle risorse disponibili.
Ci si può chiedere se questi indirizzi – certezze di finanza pubblica, efficienza, equità – siano fra loro compatibili; se sia possibile coniugare il "modello sociale europeo", di cui tanto si parla, con un "modello anglosassone". Domanda mal posta. Non esiste un modello europeo, osserva André Sapir in un recente contributo: ne esiste uno mediterraneo, in cui l´Italia si colloca, che riesce ad essere al tempo stesso poco efficiente e poco equo; e, al suo opposto, uno scandinavo, che è sia efficiente sia equo. Come mostrano altre analisi, nei paesi scandinavi dell´Unione europea prodotto e produttività crescono più che altrove, il tasso di occupazione è più alto, è più intensa l´applicazione di nuove tecnologie, è ben maggiore il livello di istruzione della forza lavoro; la finanza pubblica è in ordine; è minore la regolazione nel mercato dei prodotti, ma è maggiore la protezione sociale, con sostegno ai redditi dei non occupati e delle famiglie. (Basta cambiare il segno di questi dati per descrivere la situazione italiana). Né si dica che si tratta del vecchio modello "welfaristico" dei paesi nordici, di cui un´antica sinistra favoleggiava. Quello andò in crisi agli inizi del decennio 1990. Questo nuovo è stato costruito ristrutturando, modernizzando, liberalizzando, introducendo flessibilità, riportando il bilancio in equilibrio; eliminando quanto vi era di obsoleto nel precedente, ma anche mantenendo ostinatamente tutto quanto vi era di buono in termini di equità e di protezione sociale, sia pure con alti livelli di imposizione e di spesa.
L´Italia non è la Scandinavia, d´accordo. Ma forse i materiali del programma possono essere ordinati per costruire l´inizio di una strada che conduca verso quella meta.



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Ds Milano - Rassegna stampa



Massimo Riva


Robin Hood alla rovescia


La spesa sanitaria costituisce in Italia una delle più copiose voci d'uscita nel bilancio dello Stato. Anche se concepita al primario fine di tutelare la salute dei cittadini, rappresenta dunque uno dei più potenti canali pubblici di sostegno all'economia del paese

La spesa sanitaria costituisce in Italia una delle più copiose voci d'uscita nel bilancio dello Stato. Dunque, seppure concepita al primario fine di tutelare la salute dei cittadini, essa rappresenta anche uno dei più potenti canali pubblici di sostegno all'economia del paese. Sotto quest'aspetto è logico che i capitali privati non restino indifferenti dinanzi al poderoso giro di denaro che si è accresciuto, anno dopo anno, dietro il servizio sanitario nazionale. Una speranza era che questo consistente volano finanziario potesse promuovere forti investimenti nei campi produttivi più direttamente connessi alle attività terapeutiche: dalla ricerca farmaceutica alle industrie delle apparecchiature bio-medicali tecnologicamente più avanzate. Viceversa, in quest'ambito, le multinazionali estere continuano a farla da padrone in casa nostra. Infatti, gran parte dei capitali privati nostrani impiegati nel settore ha preferito concentrarsi sulla fornitura di servizi ospedalieri (le case di cura) vuoi in alternativa vuoi in supplenza con quelli offerti direttamente dalla mano pubblica, che rimane comunque il pagatore di ultima istanza per una quantità non piccola di ricoveri. Cosicché quello delle cliniche private sta diventando uno dei business più ambiti da molti investitori.
Si sta replicando in questo settore qualcosa di assai simile a quanto accaduto nel campo delle telecomunicazioni, dove il capitale privato domestico ha puntato tutto sui servizi di rete, lasciando ad altri la produzione delle apparecchiature, soprattutto di quelle con contenuto tecnologico a maggior valore aggiunto. Tant'è che siamo in cima alla classifica internazionale per la diffusione di telefoni cellulari, come l'onorevole Berlusconi ama sovente ripetere, ma sempre evitando di ricordare che in circolazione non ce n'è nemmeno uno col marchio 'made in Italy'.
Tutto, quindi, occorrerebbe fare nel campo della sanità - dove Stato e Regioni tengono in mano i cordoni della borsa - fuorché incoraggiare la tendenza dei capitali privati a ritagliarsi comode posizioni di rendita, spesso favorite dalla cattiva gestione degli ospedali pubblici. Ma il centrodestra berlusconiano non la pensa così. Anzi, non pago di aver praticato una lottizzazione capillare nelle strutture sotto il suo controllo a scapito dell'efficienza dei servizi, ora ha infilato nella Finanziaria 2006 una norma che sembra costruita su misura degli interessi delle cliniche private, segnatamente del Mezzogiorno.
Con la norma in questione, infatti, si pone un freno potente al fenomeno della migrazione, da una regione all'altra del paese, dei malati alla ricerca degli ospedali più avanzati nella cura delle rispettive patologie. È dubbio che con questo espediente si arrivi a ridurre il monte globale della spesa sanitaria. È, invece, sicuro che, soprattutto nelle regioni meridionali, dove le strutture pubbliche sono spesso assai carenti, la brillante trovata servirà a garantire un robusto incremento della clientela per le case di cura private. Togliere ai poveri per dare ai ricchi: il Berlusconi-Robin Hood alla rovescia ha colpito ancora. www.espressonline.it/

I media italiani con il latte alle ginocchia
Le acrobazie giornalistiche per non «sparare» a zero contro un marchio dal nome pesante
La multinazione svizzera compra intere pagine dei giornali per dire come si è comportata bene e per rassicurare i consumatori. E la notizia del latte macchiato viene trattata con molto riguardo
LUCA FAZIO
MILANO
Per sbattere la Nestlé in prima pagina il giornalismo nostrano è costretto a fare i doppi salti mortali. Il problema è che in questi giorni non se ne può proprio fare a meno (per le pagine intere di pubblicità acquistate su quasi tutte le testate italiane invece non c'è problema). L'osso effettivamente è di quelli piuttosto duri, anche perché controlla la gran parte del mercato alimentare italiano e investe ogni anno centinaia di milioni di euro in pubblicità. Per restare alla comunicazione, stiamo parlando di una multinazionale che sa come addestrare i suoi top manager per affrontare al meglio qualunque tipo di problema. Comprese le emergenze. Si allenano anche a respingere l'assalto dei media quando le cose si mettono male, con veri giornalisti pagati per mettere alle corde l'azienda simulando i «disastri» più diversi. E la faccenda del latte inquinato dall'Itx, non fosse altro che per una questione di immagine - i milioni di euro persi sono nulla per Nestlé Italia - in fondo per loro è un «piccolo» disastro. Di fronte a tanta capacità e potenza di persuasione, provate però a opporre la stampa italiana e la frittata è fatta.

Nel giro di poche ore la «notizia» viene edulcorata, tenuta bassa, rivoltata come una calzino - dal latte per l'infanzia si è rapidamente passati alla querelle politica - e in alcuni casi addirittura fatta sparire. Attenzione: stiamo parlando di un «fatto» che riguarda uno dei più famosi marchi al mondo e l'alimentazione dei bambini appena più che neonati. Se consideriamo che fine ha fatto la sanissima carne di pollo, frollata per settimane intere dai media, si capisce quanto deve scottare il latte all'inchiostro versato con tanta cura sulle pagine.

Il Corriere della Sera, che quando il 10 dicembre 1998 scrisse con eccessiva enfasi dei due panettoni avvelenati dagli «eco-terroristi» nei giorni successivi produsse mirabili pezzi per dire tutto bene madama la marchesa, questa volta ha cercato di fare del suo meglio. Latte per bambini, sequestri in tutta Italia titolava mercoledì (la Nestlé solo nel sottotitolo: «Nessun rischio per la salute»). Ieri, il nome del colosso svizzero non compariva in prima pagina, ma in compenso a pagina 11 l'onore del titolone è toccato al latte della Milupa, una azienda concorrente (peccato che fosse noto da giorni che c'entrasse anche lei). Ma queste sono raffinatezze.

Sempre ieri, il giorno dopo lo «scoop» che ha fatto il giro del mondo, sui principali giornali on-line la faccenda era sparita: e dire che il ministro della salute aveva appena dichiarato di voler querelare l'amministratore delegato della multinazionale svizzera, che in Italia ha 4000 dipendenti e 7 stabilimenti.

Anche l'imbarazzo della televisione (è già tutto un pullulare di pediatri rassicuranti che cominciano al mattino presto da Maurizio Costanzo) è comprensibile: solo per il settore delle acque minerali, di cui Nestlé è leader assoluto, si spendono più di 300 milioni di euro in pubblicità all'anno.

E' vero anche che ognuno è libero di dare le notizie come gli pare. Per Il Sole 24 Ore ormai è un affare come gli altri, trafiletto invisibile in prima. Ma prendiamo l'Unità di ieri, per esempio. Per trovare una riga che parli del latte contaminato - magari anche per attaccare Storace - bisogna sfogliare fino a pagina 14: ma quella è una informazione pubblicitaria, una pagina intera pagata dalla Nestlé. Per saperne di più tocca fare il numero verde 800.253253. //www.ilmanifesto.it/








Berlusconi e il cantante bugiardo
Curiosità. Il premier racconta l'aneddoto di un personaggio famoso. Venditti e Vecchioni la rivendicano. Il tutto a quanto pare per vendere un disco in più
Lazzaro Pietragnoli


Durante un convegno del suo partito, per sottolineare il clima di odio e violenza che, secondo lui, la sinistra sta diffondendo nel paese, il primo ministro Berlusconi ha raccontato l’aneddoto di un “famoso cantante” il quale, in coda al seggio delle primarie, avrebbe espresso il suo compiacimento per “non avere vicino nessun elettore di Forza Italia”.
La frase in sé non ha nulla di violento o di aggressivo: lo stesso Berlusconi preferisce essere circondato da elettori di centro-destra piuttosto che da quelli che, ormai solo lui al mondo, si ostina a chiamare “i cattivi comunisti”. È tipico del suo stile di campagna elettorale organizzare comizi, cene, e addirittura crociere in nave, durante le quali un selezionato (e pagante) pubblico di fedelissimi può assistere alle sue strabilianti performance da cabarettista.
L’accusa di Berlusconi, quindi, sarebbe stata destinata a finire nel dimenticatoio, come una boutade elettorale, analoga a quella che “il governo non ha mai rubato”, “non ha mai insultato” e “non ha mai usato la televisione”, che lo stesso primo ministro ha declamato dal palco durante quel convegno (in un crescendo di applausi da parte degli astanti – come hanno sottolineato le cronache del giorno dopo – tra cui sicuramente non c’erano elettori dell’Unione).
Ma, come spesso accade, i giornalisti ci hanno messo lo zampino, e sono andati a cercare chi sia il colpevole, ovvero chi si nasconda dietro al “famoso cantante” citato da Berlusconi. E qui viene il bello, perché il giorno seguente sia Antonello Venditti (sul Corriere della Sera) sia Roberto Vecchioni (sulla Repubblica) si attribuiscono la paternità della frase incriminata.
Al di là dell’evidente menzogna da parte di uno dei due, da entrambe le interviste, però, emerge l’incapacità dei due cantautori di dare una risposta politica efficace all’insulto di Belusconi.
Vecchioni – la cui moglie, vale la pena ricordarlo, è una delle organizzatrici dei girotondi – cerca da prima di sminuire il significato della sua affermazione (“Si trattava di una battuta, un modo per dire che quelle elezioni non avremmo potuto perderle visto che eravamo solo noi a votare”) e poi, incalzato dall’intervistatore, si scaglia contro il primo ministro: “Essere attaccati da certa gente è una medaglia, forse è preoccupante se non ti attaccano”.
Tutt’altra la strategia di Venditti: anch’egli sminuisce la sua affermazione (“Quella mia era solo una battuta simpatica. Tutto qui. Ho detto che era bello, alle primarie, sapere di essere tra amici”) e poi cerca di togliersi di dosso la scomoda etichetta di cantante di sinistra: “Sono il cantante di tutta Italia, i miei fan non hanno colore politico … Io scrivo canzoni, non voglio fare politica”.
Due diverse strategie, aggressiva quella di Vecchioni, conciliante quella di Venditti, con un’unica finalità, promuovere le proprie canzoni, i cui titoli vengono citati da entrambi, così tanto per farceli entrare bene in mente, dato che Natale si avvicina.
Fa un po’ pena vedere due brave persone, due affermati professionisti, essere costretti a “inseguire Berlusconi” solo per vendere qualche disco in più. Fa invece arrossire un po’ che nessuno dei due, pur avendone avuto l’occasione, abbia provato a rispondere agli insulti del primo ministro, spiegando il senso della frase incriminata.
La gioia per “non avere vicino nessun elettore di Forza Italia” è un sentimento che molti di noi hanno provato quando sono andati a votare per le primarie, non certo per odio o disprezzo nei confronti degli elettori di Forza Italia, ma per la gioia di partecipare a un rito collettivo, di ritrovarsi assieme a persone che la pensano come noi, di riconoscersi, al di là delle sigle e delle formule che qualcuno cerca di imporre, come parte di un grande movimento politico.
Non essendo cantanti (e non avendo dischi da vendere), la maggior parte degli elettori delle primarie avrebbe probabilmente risposto così. www.aprileonline.info/



Democrazia imperiale



Nessuno, dotato del senso della dignità umana, può sentirsi tranquillo vedendo come gli iracheni saltano per aria, si uccidono fra loro, usano “martiri” per distruggere altre vite, il maggior numero possibile, in nome di una crociata liberatrice contro il Grande Satana nordamericano. Mi ripugna aver visto, oggi stesso, come sono morte in Iraq più di settanta persone a seguito di attentati, terroristici o della resistenza, non cambia niente. L'Iraq è un inferno. La teoria dell'impero democratico che gli ideologi di Bush avrebbero voluto imporre nel mondo è un fallimento. Neanche un paese, oggi, è più libero o più democratico grazie alla dottrina di Bush di usare la forza per liberare i popoli. È un disastro.

Concordiamo più con le tesi europee che hanno accolto dieci nuovi paesi in cui non c'era libertà e che oggi si preparano ad adottare un gran progetto che pratica la dottrina del potere leggero, di convinzione, di partecipazione dal basso, e non si conforma alle teorie neoconservatrici nordamericane di imporre la democrazia con gli eserciti.

Bisogna dire, ad onore della verità storica, che l'Europa ha potuto costruire questo formidabile spazio di libertà grazie all'intervento militare, politico ed economico degli Stati Uniti, che intervennero in Europa due volte per liberarci dai nostri fantasmi e dai nostri totalitarismi nati, sviluppatisi ed esercitati perversamente in e dall'Europa.

C'era una causa per la quale valeva la pena battersi. L'Europa ha imparato molto dagli Stati Uniti. Non il potere, ma la convinzione. Si può dire che l'Europa non usa la forza (Kagan dixit) perché non ne ha e perché si trova in caduta libera. È ricorsa ad essa così tante volte, con risultati talmente penosi, che non vale la pena ricordarlo.

Non siamo nelle condizioni di dare lezioni a nessuno. Ma possiamo dire, con i nostri errori alle spalle, che il cammino intrapreso dall'amministrazione Bush è sbagliato. E che, anzi, è controproducente.

Fino al punto che il presidente Bush non può uscire dagli Stati Uniti senza venire accolto dalle proteste dalla gente che incontra. Il grande errore della guerra in Iraq, costruita su una menzogna, lo perseguiterà fino alla fine del mandato. Dentro gli Stati Uniti, dove la sua popolarità è in calo, e anche fuori dall'Europa.

Bush ha intrapreso un viaggio di tre giorni in Cina. Anche il governatore della California, l'austriaco Arnold Schwarzenegger, sta per raggiungere l'Impero. Sarà accolto bene, come si addice ad una visita di stato. Ma anche i cinesi conoscono ciò che succede nel mondo e sanno che la strategia di Bush ha prodotto molta insicurezza. In Iraq, ad esempio, vengono perpetrate più azioni terroristiche adesso, che prima che la dittatura di Saddam venisse abbattuta.

Bagdad, lungi dal rappresentare un fulcro di libertà in Medio Oriente, è l'epicentro di una fabbrica di terroristi che esportano i loro massacri in paesi musulmani, come conferma quanto è successo ad Amman giorni fa. Bush ha optato per la forza e ha abbandonato la persuasione allontanandosi dalla tradizione liberale americana.

Prima di arrivare in Cina ha fatto un appello da Kyoto esortando i cinesi affinché conquistino la libertà, perché possano esprimersi liberamente, pregare senza essere puniti dallo Stato, stampare Bibbie e altri testi sacri senza paura. Tutto ciò va bene.

Ma i cinesi non lo considerano attendibile. E neanche gli americani. Il dibattito sul trattamento dei prigionieri, terroristi o no, invalida il suo discorso. Questi aerei che trasportano sospettati, con aeroplani della Cia, per essere interrogati non si sa dove, questi centri segreti dell'intelligence disseminati in mezza Europa, questi prigionieri di Guantánamo che non possono appellarsi alla Convenzione di Ginevra, le morti quotidiane di iracheni che si uccidono fra loro, i duemila soldati americani morti in una guerra inutile, pianificata sulla base di una menzogna… tutto ciò ha rappresentato un grosso errore che non può essere commesso dal leader della prima democrazia del mondo.

Ricordiamo l'appello disperato che Papa Giovanni Paolo II lanciò prima che venisse dichiarata la guerra: “coloro che appoggiano questa guerra dovranno fare i conti con la propria coscienza, con Dio e con la storia”. Anche noi la pensiamo così.


da La Vanguardia
traduzione per Megachip di Laura Nangano


La lunga marcia verso l’Ue
Sono passati dieci anni da quando la Bosnia Erzegovina, dilaniata dalla guerra, ha firmato il Dayton Peace agreement. Adesso l’Unione Europea ha dato il nullaosta per un dialogo che potrebbe portare ad una partnership.
La cattedrale di Mostar (Julian Nitzsche) «I bosniaci sono come il mostro di Frankenstein, sono stati riuniti con la forza»: così si esprime da un paio di mesi Senka Kurtovic, caporedattore del quotidiano bosniaco Oslobodjenje, in un’intervista al quotidiano tedesco Die Welt. L’amara diagnosi di Kurtovic si basa sulla realtà politica: dalla fine delle guerre bosniache nel 1995 i Balcani sono composti dalla Repubblica Serba e dalla Federazione bosniaco-croata. Entrambe hanno un governo e tutte le restanti istituzioni sono separate.

Una polizia multietnica

Un giorno l’Ue potrebbe consentire l’entrata di questo mostro. Lentamente procede l’avvicinamento della Bosnia Erzegovina verso l’Ue, anche se l’ingresso è ancor lontano. Così il Commissario europeo per l’allargamento Olli Rehn aveva reso noto lo scorso settembre – quando l’assemblea nazionale della Repubblica Serba espresse parere negativo di fronte ad un pacchetto di importanti riforme – che, a causa del rifiuto congiunto dei parlamenti di Bosnia Erzegovina alla riforma della polizia, la porta dell’euro-paradiso rimaneva chiusa. La posizione del premier Adnan Terzic è cambiata in seguito ad un incontro avuto a Bruxells, giacchè, al 18 ottobre, la da tanto attesa riforma della polizia non era ancora stata portata a termine. Questa unisce le unità di polizia della Repubblica Serba e della Federazione bosniaco-croata, finora divise, in una polizia multietnica. Così questa terra soddisfa una delle più importanti condizioni per far partire i negoziati di stabilizzazione e asssociazione, attraverso i quali i paesi dei Balcani occidentali potranno lentamente avanzare verso l’Ue. I negoziati dovrebbero cominciare «alla prima opportunità», dopo il semaforo verde accordato dai Ministri degli Esteri europei, lo scorso 21 novembre.

2014: She wants Ue

L’ idea che la Bosnia Erzegovina possa fare ingresso nell’Ue non è nuova. La prospettiva di ingresso nell’Ue fu posta la prima volta nel summit di Feira nel giugno 2000. Il summit sui Balcani tenuto nel porto greco di Karras nel 2003 ha trasmesso alla Bosnia Erzegovina il chiaro segnale di una membership europea, visti i «felici progressi» registrati in questo summit. Quest’anno è già stata formulata una data d’ingresso realistica, che Richard von Weizaecker, membro nel 2004 della Commissione internazionale sui Balcani, ha ipotizzato possibile nel 2014. Nonostante ciò ci sono ancora molti ostacoli che la Bosnia Erzegovina deve rimuovere dalla sua strada verso l’Ue: il Paese deve risolvere discutibili questioni costituzionali e deve combattere corruzione e malgoverno.
A dire il vero si registrano progressi in quattordici dei sedici punti stilati dalla Commissione Europea in quanto alle riforme dell’Ue. Il Commissario Europeo per l’allargamento sottolinea infatti la persistenza di due grossi problemi: la nuova legge sulla trasparenza delle trasmissioni radiotelevisive e il concreto compimento della riforma della polizia. A questo va aggiunto il lento consumarsi dei conflitti territoriali tra i diversi gruppi etnici: croati, serbi e musulmani nazionalisti. Questa è la ragione principale per cui il processo di riforma risulta sempre bloccato. Perciò l’inizio delle trattative di associazione potrebbero spingere ai margini il nazionalismo.

La bellezza si due miliardi di euro all’anno

Non è ancora chiaro in che modo l’Ue sorveglierà il futuro processo di riforma. Weizsaecker e la Commissione internazionale sui Balcani esigono un distaccamento del protettorato internazionale per mezzo dell’Ue. I cittadini di Bosnia Erzegovina non potrebbero essere amministrati ancora a lungo dal protettorato dell’Onu. Paddy Ashdown, l’Alto Rappresentante per la Bosnia Erzegovina va perfino un passo oltre. Ashdown crede che «è venuto il tempo in cui, passo dopo passo, si può concedere l’autorizzazione politica ala costruzione di un’istituzione autonoma». In ciò ha un interesse finanziario anche l’Ue, in quanto la pacificazione della regione costa all’Ue, secondo una stima di François Heisbourg , esperto francese sulla sicurezza, la bellezza di due miliardi di euro ogni anno. /www.cafebabel.com/it
Jan Prásil - Praha

Eritrea: uno spiraglio di luce sulla crescita economica

Dal 1993, anno dell’indipendenza dall’Etiopia, l’Eritrea si trova a fronteggiare i problemi economici di un paese piccolo e gravemente arretrato. Tuttavia, un’analisi sui dati economici degli ultimi anni lascia intravedere una lenta ma graduale ripresa dell’economia e degli scambi commerciali.

Gioia Pissetti

Equilibri.net

L’economia eritrea si fonda principalmente su attività agricole e pastorali, le quali coinvolgono circa l’80% della popolazione. Il paese dispone di discrete risorse naturali (energia geotermica, petrolio, oro, potassio, zinco, rame) le quali rimangono però sostanzialmente inutilizzate, anche a causa del decennale conflitto con l’Etiopia, che ha provocato la distruzione delle infrastrutture industriali e di quelle su cui si fondava il commercio costiero. A causa degli effetti congiunti della guerra e della siccità, la produzione agricola e pastorale ha subito un netto crollo, migliaia di persone vivono ancora nei campi per sfollati dove i servizi di base quali strutture abitative, servizi sanitari e servizi di rifornimento idrico sono seriamente danneggiati e insufficienti.

Gli anni del collasso economico

La guerra con l’Etiopia ha portato, negli anni, al collasso dell’economia eritrea. Ad aggravare la situazione economica contribuiscono i cicli di siccità cronica che creano una situazione di perenne insicurezza alimentare.
Nonostante i numeri siano difficili da stimare, fonti governative, delle Nazioni Unite o di varie Organizzazioni non governative (ONG) internazionali che lavorano sul terreno, hanno valutato che le persone sfollate a causa della guerra o stroncate dalla siccità sono state, negli anni, circa un milione e mezzo, che corrisponde a quasi il 40% della popolazione totale.
La quantità di kilocalorie per abitante al giorno è di circa 1845, cifra che si colloca tra le più basse al mondo, considerando che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) prevede come minimo normale di sussistenza circa 2650 kilocalorie giornaliere. In media, circa il 15% dei bambini sotto i 5 anni e il 40% delle donne sono affetti da malnutrizione acuta e il grave stato nutrizionale in cui versano incide negativamente sul loro complessivo stato di salute. Mentre la malaria e le malattie prevenibili tramite vaccinazione, come ad esempio il morbillo, sono state contenute grazie agli interventi sostenuti dall’UNICEF, l’incidenza di dissenteria e infezioni respiratorie acute è andata progressivamente aumentando nel corso degli ultimi 3 anni.
In base alla classificazione secondo l’indice di sviluppo umano redatta dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (PNUS), l’Eritrea è il 167° tra gli stati più poveri del mondo, con una rendita annuale di 900 dollari per abitante e un debito estero di 281 miliardi di dollari.
Questi problemi rendono l’Eritrea un Paese estremamente dipendente dagli aiuti umanitari internazionali, non solo nei periodi di calamità di naturale.

I principali problemi ancora irrisolti

I dati relativi alle condizioni di vita della popolazione rimangono piuttosto critici; si stima che la speranza di vita alla nascita sia di circa 53 anni, la mortalità infantile è di 89 bambini ogni 1000 nati, mentre il tasso di natalità è piuttosto elevato, circa 5,3 figli per donna.
L’accesso all’acqua potabile è reso possibile solo al 25% della popolazione e, in particolari periodi dell’anno che coincidono con il tempo delle piogge, molti pozzi vengono sommersi dalla sabbia e dal limo, per cui questa percentuale scende ulteriormente.
L’accesso al servizio sanitario è anch’esso riservato ad una minoranza della popolazione, le statistiche parlano del 32%. Dai calcoli risulta la presenza di un medico ogni 30 mila abitanti (la media dell’Africa sub-sahariana è di un medico ogni 24 mila).
La popolazione eritrea è piuttosto giovane, circa il 46% è al di sotto dei 15 anni; tuttavia, neppure la metà dei ragazzi in età scolare può andare a scuola e in generale meno di un quarto della popolazione sa leggere e scrivere. Quindi, quasi l’80% della popolazione è destinato a rimanere analfabeta, in quanto la guerra ha provocato il crollo della organizzazione del Ministero dell’Istruzione. Tra gli analfabeti la maggioranza sono donne, le quali per motivi economici, sociali e culturali non ricevono un’istruzione adeguata e sin da giovanissime formano il 75% della forza-lavoro locale, occupandosi della raccolta della legna, trasporto d’acqua, commercializzazione dei prodotti, mantenimento delle colture, cura degli animali, artigianato, tessitura e lavorazione di prodotti alimentari.

Rimane critica anche la situazione degli scambi commerciali con i paesi confinanti; la realtà economico-politica del Sudan, instabile e precaria, non consente di mantenere trattative commerciali, mentre il piccolo stato di Gibuti è inadatto per avviare rapporti economici redditizi. Il blocco dei rapporti commerciali con l’Etiopia, che prima della guerra utilizzava soprattutto i porti eritrei, lascia il Paese con un grande buco da riempire. L’avvenire dell’Eritrea rimane legato alla sua abilità di controllare i problemi sociali fondamentali come l’analfabetismo, la disoccupazione e la bassa professionalità dei lavoratori. Un altro fattore importante riguarda la conversione delle rimesse e delle competenze degli emigrati in crescita economica.

Una potenziale crescita economica futura

L’attività economica eritrea, una volta eliminati gli ostacoli di natura contingente (come l’instabilità politico-militare con l’Etiopia), presenterebbe significative potenzialità di crescita.
Secondo le rilevazioni delle Istituzioni Finanziarie Internazionali (IFIs), il tasso di crescita del PIL a prezzi costanti è stato del 3% nel 2003, del 2% nel 2004 e il 2005 potrebbe chiudersi con il 2,3%. Per quanto riguarda l’inflazione, la Banca Mondiale (BM) indica un tasso del 20,8% nel 2003, del 22,1% nel 2004 e per la chiusura del 2005 la stima è del 18,5%, in sostanziale diminuzione.
I principali partner commerciali dell’Eritrea sono l’Italia, la Malesia, l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti. La maggior parte delle importazioni eritree riguarda macchinari industriali, agricoli e veicoli in generale.
Per quanto riguarda le esportazioni eritree in Italia, l’Istat riporta che esse ammontavano a 2,9 milioni di euro nel 2002, nel 2003 sono drasticamente calate a 1,2 milioni di euro, mentre nel 2004 sono risalite a 2 milioni di euro. Anche le importazioni dall’Italia hanno seguito una tendenza discendente: nel 2002 ammontavano a 52,6 milioni di euro, nel 2003 a 36,9 milioni mentre nel 2004 si è avuta una leggera ripresa con 38,7 milioni di euro. La ripresa dell’interscambio commerciale con l’Italia sembra proseguire bene anche per il 2005, che potrebbe concludersi con un ammontare di circa 42 milioni di euro.
L’importazione di prodotti italiani di largo consumo riguarda solo una limitata fascia di popolazione ma potrebbe aumentare con il migliorare delle condizioni economiche del Paese.
Il governo eritreo ha manifestato recentemente forte interesse per gli investimenti italiani, alla luce
dei consolidati legami esistenti tra i due Paesi. Esponenti del governo locale si sono recati in visita in Italia contattando personalmente istituzioni economiche private e pubbliche al fine di promuovere investimenti in Eritrea. In tal modo essi intendono offrire una sorta di tutela informale all’investitore, capace di controbilanciare i costi derivanti dalle incertezze sulla prassi legislativa e burocratica. Tale ambiente favorevole ha attratto alcune compagnie italiane che hanno intrapreso investimenti, in alcuni casi anche consistenti. L’ Italcantieri si è impegnata per la costruzione di circa mille edifici residenziali, il gruppo industriale tessile Zambaiti ha rilevato uno storico stabilimento tessile ad Asmara con l’obiettivo, una volta rinnovati i macchinari, di avviare una produzione di indumenti di cotone capace di impiegare 2600 persone.
Tra le recenti iniziative commerciali vi è anche un accordo firmato tra il ministro eritreo per l’Energia e le Miniere Tesfai Ghebres e il governo pakistano; l’accordo prevede l’invio in Eritrea di strumentazioni e di tecnici per l’estrazione delle risorse naturali (petrolio, gas naturale, oro, rame). Questo accordo lascia intravedere un consolidamento dei rapporti commerciali tra i due Paesi.

Nonostante il pressante conflitto con l’Etiopia, l’Eritrea è riuscita a sviluppare proprie infrastrutture dei trasporti, ha asfaltato nuove strade, ha migliorato gli scali portuali e ha riparato strade e porti danneggiati. Queste iniziative contribuiscono a migliorare la qualità dei trasporti e di conseguenza delle attività commerciali eritree. Contribuiscono inoltre allo sviluppo del turismo, risorsa da cui l’Eritrea potrebbe trarre un buon profitto. Il Paese infatti presenta un buon grado di sicurezza interna, soprattutto nelle città come Asmara, Kheren e Massawa, possiede ambienti particolari e suggestivi, una natura ricca e poco contaminata dalla presenza umana e meravigliose spiagge affacciate sul Mar Rosso. Negli ultimi anni sono nati diversi tour operators, legati anche ad ONG, i quali propongono un tipo di turismo “responsabile” che mira a far conoscere l’Eritrea ma anche a sostenerla nel suo sviluppo futuro.

Conclusioni

Il cammino che il piccolo stato dell’Eritrea deve compiere per raggiungere un grado di sviluppo economico consistente è ancora lungo e difficile. Osservando i dati degli ultimi anni sembra ci sia stato un lento avviamento verso iniziative e rapporti commerciali abbastanza consistenti. I risultati di queste iniziative però, saranno visibili e porteranno ad un miglioramento concreto dell’economia
solo quando saranno attenuati i gravi problemi interni e gli squilibri che ancora affliggono il Paese.
Il compito delle Organizzazioni Internazionali e delle ONG presenti in Eritrea, dovrebbe essere quello di fornire un’educazione allo sviluppo che nel tempo potrebbe contribuire a rendere il Paese meno dipendente dagli aiuti umanitari, avviando così un processo di sviluppo almeno parzialmente autonomo.


“Dossier Ledeen”: iniziative parlamentari

Il 16 novembre il senatore Oskar Peterlini (STV) ha presentato un’interrogazione al Presidente del Consiglio Sivio Berlusconi e al ministro della Difesa Antonio Martino. Riprendendo una proposta diffusa dal presidente del Movimento Solidarietà Paolo Raimondi [http://www.movisol.org/ulse320.htm], Peterlini chiede che il Parlamento abbia facoltà di consultare il dossier su Ledeen raccolto dal SISMI, in particolare per quanto concerne la storia delle false informazioni sull’uranio del Niger ordinato da Saddam. Nell’interrogazione si sottolinea che l’iniziativa potrebbe contribuire al processo “di impeachment per Cheney” in corso negli USA.

L’11 novembre il deputato dei Verdi Mauro Bulgarelli ha presentato un’interrogazione al ministro della Difesa in cui, ricalcando la dichiarazione di Raimondi, chiede di sapere se “esiste effettivamente un dossier sulle attività di Michael Ledeen in Italia”. /www.movisol.org




Otto per mille ai partiti : problemi di privacy e trasparenza
di red

In merito alla proposta di Arturo Parisi (Margherita) di adottare l'8 per mille anche per i partiti, il presidente dell'Osservatorio sulla Legalità e sui Diritti Onlus, Rita Guma, sottolinea i possibili problemi di privacy determinati dalla dichiarazione ad un organismo dello Stato di un elemento sensibile quale la preferenza politica.

Il presidente dell'Osservatorio coglie l'occasione per ricordare che a tutt'oggi non esiste una legge che regolamenti la vita interna dei partiti, ne' un sistema terzo di controlli che garantisca l'iscritto e il cittadino elettore, mentre l'erogazione di fondi statali - siano essi finanziamenti elettorali o 8 per mille - richiederebbe un minimo di garanzia e trasparenza, come accade ad esempio per le ONLUS.
/www.osservatoriosullalegalita.org

Il Pakistan dimenticato
di Arifa Akbar e Terry Kirby
Il terremoto del Pakistan ha già causato morte ed enormi devastazioni. Ora, con l'avvicinarsi della stagione delle nevi, potrebbe fare ancora più danni. Serve urgentemente convertire le promesse di aiuto in contributi immediati
Sei settimane dopo il gigantesco terremoto che ha devastato il Pakistan, le Nazioni Unite e alcune agenzie di soccorso umanitario stanno sfidando il tempo per prevenire un’orrenda, ma evitabile, tragedia umana.

Mentre l’inverno si avvicina, le agenzie di soccorso temono che il fallimento internazionale nel reagire tempestivamente alle richieste d’aiuto renda un secondo disastro una prospettiva realizzabile. Circa 80.000 persone sono morte a causa del terremoto, e le agenzie credono che altrettante 80.000 potrebbero morire adesso.

Mentre le prime nevicate colpiscono le vallate pachistane colpite dal terremoto, i funzionari dell’ONU avvertono che più di 380.000 persone in queste aree avranno bisogno di aiuto nelle prossime due o tre settimane, circa il doppio delle stime avanzate in un primo tempo.

Allo stesso tempo, nonostante le promesse di soccorsi a lungo termine da parte della comunità internazionale, le operazioni stanno proseguendo molto lentamente, ad un millesimo della velocità che sarebbe necessaria. Secondo fonti ufficiali, soltanto 216 milioni di dollari sarebbero stati spesi – o solo promessi – di fronte alla richiesta ONU di 550 milioni di dollari – vale a dire meno del 40% della somma richiesta. Da notare che la richiesta per lo tsunami indiano, allo stesso punto in cui si trova quella attuale per il Pakistan, era stata soddisfatta al 90%.

Il Pakistan la settimana scorsa ha annunciato che la propria richiesta di 5,2 miliardi di dollari di aiuti fosse stata persino superata, con più di 5,4 miliardi offerti. Ma le agenzie di soccorso affermano che tali aiuti si riferiscono a soluzioni di lungo termine, e non ai soccorsi immediati. “Abbiamo bisogno di più soldi e ne abbiamo bisogno adesso”, ha riferito un portavoce dell’ufficio delle Nazioni Unite per la Coordinazione degli Affari Esteri a New York. “Siamo ancora nella fase in cui dobbiamo salvare vite umane, piuttosto pensare alla ricostruzione. Le nostre operazioni dipendono dal flusso di denaro che arriva”.

Andrew Macleod, direttore ONU delle operazioni in Pakistan, ha detto che i soldi sono arrivati “molto lentamente”. “Molto di quello che è stato promesso erano soldi per le attività di ricostruzione future, non per aiuti immediati.” E aggiunge: “Nelle prossime due settimane dobbiamo dare una casa a circa 350.000/380.000 persone che stanno vivendo in prossimità della linea delle nevi perenni o che lì giungeranno da zone ancora più in alto. Dopodiché abbiamo bisogno di mantenere costanti i rifornimenti di cibo e medicinali. Dobbiamo allestire tra gli ottocento e i mille rifugi di emergenza ogni giorno e 40.000 tende nei prossimi 15 giorni per proteggere la gente dal freddo”.

Un rapporto di Oxfam dice che gli avvertimenti diramati sulla possibilità che le ripercussioni successive al terremoto potessero uccidere almeno tante persone quante il disastro in sé sono realistiche.

“Tragicamente, con centinaia di migliaia di persone ancora incapaci di provvedere ai loro bisogni fondamentali e con il freddo invernale che arriva velocemente, questa possibilità non può essere esclusa completamente”, dice Oxfam. La Croce Rossa in Pakistan riferisce che si tratta di “una nuova corsa contro il tempo”. L’organizzazione è stata la prima a portare aiuti al villaggio di Chham, nella valle di Jhelum, dove circa 4.000 case sono diventate inaccessibili a causa delle frane, e presto, quando entro i prossimi quindici giorni la neve si fisserà, risulteranno inaccessibili persino con gli elicotteri. Le prime grosse nevicate – che possono arrivare fino a quattro metri e mezzo in villaggi come Rinja e Chittrian vicino Chham – sono già iniziate e molta gente si trova senza riparo contro il freddo.

In privato, alcuni funzionari dell’ONU esprimono profonda preoccupazione circa il lento sopraggiungere di aiuti. “Ero ad un meeting dei paesi donatori per lo tsunami: sembrava di essere a un’asta, ogni nazione proponeva di più dell’altra. A confronto, la conferenza dei donatori per il Pakistan ad ottobre era veramente di basso livello, con molti discorsi di consolazione e promesse di soldi, ma davvero pochi fatti. Tremendo”, ha commentato un funzionario di Ginevra.

Sia le Nazioni Unite che le agenzie di soccorso umanitario credono che la lentezza di aiuti sia dovuta ad una combinazione di mancanza di iniziale copertura mediatica – dovuta all’inaccessibilità delle aree colpite – e al fatto che, dopo un anno di tragedie del genere, le casse di molte nazioni sono ormai esauste.

Le allusioni al fatto che ciò possa essere dovuto a pregiudizi antimusulmani non sono provate, dice l’Oxfam, come dimostra il fatto che uno dei paesi più ricchi tra le nazioni islamiche, l’Arabia Saudita, abbia offerto finora soltanto 3,2 milioni di dollari, sebbene ne abbia promessi oltre 140 milioni. Gli Usa sono il paese che ha donato di più, con 102 milioni offerti e 53 promessi all’appello. Le Nazioni Unite dicono che la chiave di svolta sarebbe riconvertire le promesse di offerte in contributi immediati.

In Gran Bretagna oggi si attende che venga annunciato un ulteriore aumento sostanziale rispetto ai 33 milioni di sterline finora spese in aiuti a breve termine, dopo che Downing Street si è convinta della “seria crisi” della ragione, come ha detto un portavoce per il Dipartimento dello Sviluppo Internazionale. Inoltre, è stato offerto un aiuto a lungo termine di 70 milioni di dollari. Dal governo britannico ci si aspetta almeno che tiri fuori i 40 milioni di sterline di contributi pubblici che il Comitato di Emergenza per i Disastri dichiara avere già utilizzato per distribuire cibo, tende, medicine e rifornimenti.



Le statistiche

Vittime: 80.000 morti a causa degli effetti immediati del terremoto. Le agenzie di aiuto sostengono che 10.000 persone si trovano in una condizione molto precaria, a rischio di morte.
Abitazioni : 3,5 milioni di persone hanno perso le loro case e almeno altre 80.000 hanno bisogno urgentemente di una casa prima che arrivi la neve.
Errori negli aiuti: molte delle 370.000 tende distribuite non sono utilizzabili per l’inverno. Almeno 40.000 tende e 15.000 ripari devono essere distribuiti al più presto.
Fame: il World Food Program stima che circa 2,3 milioni di persone avranno urgente bisogno di cibo nel prossimo inverno.
Lo scarto negli aiuti: Le Nazioni Unite hanno chiesto 550 milioni di dollari ma solo 150 milioni sono stati spesi. 65 sono stati promessi.
Impegno britannico: il governo inglese ha contribuito con 33 milioni di sterline nel breve termine e ha offerto 70 milioni di sterline nel lungo termine. Le donazioni private hanno raggiunto 40 milioni di sterline.

Nota: Il governo italiano ha sinora inviato contributi di emergenza per 5,8 milioni di euro, di cui 3,5 da parte della Protezione Civile, 1,8 dalla Cooperazione e 0,5 dal Ministero della Difesa.

Per contribuire alle donazioni: www.unhcr.it





Fonte: http://news.independent.co.uk/uk/transport/article329232.ece
Tradotto da Alessandro Siclari per Nuovi Mondi Media



novembre 25 2005

Il fesso preventivo


Marco Travaglio

Nel celebre romanzo di Montanelli e nell'omonimo film di Rossellini, un piccolo truffatore detenuto a San Vittore si finge generale, il generale Della Rovere, e s'immedesima a tal punto nella parte da riscattarsi con una morte eroica sotto le fucilate dei nazisti. In fondo è quel che ipotizzavano Lamarck e Darwin per il regno animale: alla lunga «la funzione crea l'organo». Fa eccezione Roberto Castelli. Dal 2001 questo ingegnere del suono sposato da un druido è inopinatamente ministro della Giustizia. Nessuno pretendeva che in cinque anni imparasse una materia a lui del tutto sconosciuta. Ma al suo posto uno normale, per quanto duro di comprendonio, avrebbe imparato, orecchiato o annusato qualcosa, si sarebbe barcamenato con l'aiuto del Bignami e di qualcuno del ramo, come fanno gli studenti somari ma furbi, per arrivare a fine mandato senza fare troppi danni. Nel governo di Calderoli, Landolfi, Buttiglione e Nullardi, dove non sfigurerebbe nemmeno Forrest Gump, c'è speranza per tutti. Ma non per i somari fessi, e per giunta volonterosi. Che sono, come diceva Flaiano, la categoria più pericolosa. Perché il somaro furbo sa di non sapere e s'ingegna per rimediare. Il somaro pigro non s'ingegna ma nemmeno s'impegna, e fa poco danno. Il somaro fesso e volonteroso crede di sapere e tenta pure di imporre agli altri la propria ignoranza, credendola sapienza. Una jattura.
L'altro giorno il cosiddetto Guardasigilli annunciava giulivo alle Camere penali che «la giustizia va meglio»: poteva raccontarlo ai macellai, ai ciabattini, ai violinisti, invece è andato a dirlo proprio agli avvocati, che sanno bene come va la giustizia: infatti l'hanno accolto a pernacchie. Non contento, l'eventuale ministro vuole sabotare l'estradizione dei 12 spioni della Cia che sequestrarono un imam a Milano e lo fecero torturare in Egitto, in quanto il pm Spataro ha votato alle primarie dell'Unione, dunque è «un magistrato militante», ergo è affetto «antiamericanismo». Non lo sfiora l'idea che votare è un dovere, non un crimine; che, se chi vota a sinistra è militante, lo è anche chi vota a destra; e che, se Spataro votando a sinistra è antiamericano, votando a destra sarebbe filoamericano e dunque altrettanto prevenuto in un processo a carico di americani. Concetti troppo complessi per un cervello sottovuotospinto.
Ma ogni giorno ha il suo Castelli. Eccolo dunque all'assalto del gip di Brescia Roberto Spanò che ha scagionato dall'accusa di terrorismo due algerini arrestati a Napoli dal Ros. Spanò è lo stesso che aveva incriminato per terrorismo alcuni marocchini assolti dallo stesso reato dalla collega milanese Clementina Forleo ed era stato per questo molto elogiato dal governo e dal partito di Castelli, mentre la Forleo veniva iscritta d'ufficio ad Al Qaeda. Ora il sedicente ministro attacca pure Spanò e qualunque giudice non condanni su due piedi qualunque islamico gli capiti a tiro. Nel caso Forleo, aveva teorizzato un codice penale parallelo per immigrati: essi vanno giudicati non in base alla legge, ma al «comune sentire del popolo» (italiano o padano non si sa). Nel caso Napoli, si supera: «La magistratura è troppo garantista sulle minacce terroristiche: non s'accontenta delle intenzioni, vuole i fatti compiuti». Nasce così, dalla bocca del noto giureconsulto celtico, un nuovo modello di giudice. Chiamato ad «accertare la verità» non più sui reati già commessi, ma prim'ancora che accadano. Dopo la guerra preventiva, arriva il giudice preventivo. Quello che non ha bisogno di «fatti compiuti»: lui fa il processo alle intenzioni. Rastrella le periferie, magari scortato da guardie padane, e appena nota un marocchino con l'occhio vispo e le mani in tasca -tratti tipici dell'attentatore- lo spedisce all'ergastolo perché ha la faccia da Al Qaeda.
Se valesse per tutti, non vorremmo essere nei panni di Previti. Già Montanelli l'avrebbe arrestato solo per la faccia che porta. Ma contro di lui, a parte la faccia e le intenzioni, ci sono i fatti compiuti: il conto svizzero comunicante con quelli di alcuni giudici, le condanne in primo e secondo grado. Eppure lui resta un innocente perseguitato e siede comodamente a Montecitorio insieme a Castelli. Per ingabbiare un magrebino, invece, basta l'intenzione. E' la carcerazione preventiva al quadrato: non solo ti sbattono dentro prima del processo, ma addirittura prima del delitto. www.unita.it



BANANAS

Epifani: lavoratori beffati vince il conflitto d´interessi
"Chiederemo all´Unione di anticipare la legge"
gli industriali Avevo capito che gli industriali erano favorevoli: ora sembra che apprezzino uno scampato pericolo
la velocità Su altre leggi che non riguardano gli interessi dei cittadini il governo è stato velocissimo
lo sciopero Rafforzate le ragioni dello sciopero generale per lo sviluppo e contro la Finanziaria
la faccia Maroni salva la faccia e le assicurazioni hanno ancora tempo per modificare le norme che contestano
ROBERTO MANIA

da Repubblica - 25 novembre 2005

ROMA - «Non è affatto una buona soluzione quella del rinvio: è l´ennesima presa in giro che rafforza le ragioni dello sciopero generale per rilanciare lo sviluppo e contro la legge Finanziaria». Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, guarda con sconforto alla decisione del governo di far decollare la riforma del Tfr solo dal 2008. E lancia la sua sfida al centrosinistra, se dovesse vincere le prossime elezioni: «Anticipi l´entrata in vigore della riforma con pochi correttivi, perché per 8/10 quella è una buona legge». Poi il leader della Cgil attacca la Confindustria di Luca Cordero di Montezemolo che ha apprezzato la decisione dell´esecutivo: «Avevo capito che gli industriali erano favorevoli al decollo della previdenza integrativa. Ora sembra che apprezzino uno scampato pericolo. Incomprensibile».
Perché considera un errore lo slittamento al 2008?
«Perché, ripeto, è una vera presa in giro a danno dei lavoratori e in particolare di quelli più giovani. Dopo una lunga trattativa e anche difficili mediazioni tra interessi diversi, il governo, anziché far partire la riforma dal primo gennaio del 2006, cosa indispensabile per integrare le pensioni pubbliche, non ha trovato altro compromesso che quello del rinvio. Così che Maroni può formalmente salvare la faccia e le assicurazioni, dall´altra parte, possono sperare di utilizzare questi due anni per provare a far cambiare le parti del testo che hanno combattuto. Ma questo conferma anche che quando ci sono in gioco interessi di altra natura, e non quelli dei lavoratori o dei pensionati, questo governo sa decidere con straordinaria velocità. Pensi alla legge elettorale, a quella per la riforma costituzionale, alle norme per l´emittenza. Potrei continuare per molto, ma mi fermo. Constato che quando sono in gioco altri interessi, il governo diventa improvvisamente lentissimo».
Tuttavia, lei non può non riconoscere che finora l´adesione ai fondi integrativi da parte dei lavoratori non è stata affatto convinta. È una percentuale bassa quella che degli iscritti. Cosa cambia se la riforma slitta di due anni?
«In questi anni è stato difficilissimo far crescere l´adesione ai fondi complementari per le resistenze che sono arrivate in particolare dalle piccole imprese. In più il negativo andamento del mercato finanziario ha indotto l´impressione che fosse meglio conservare il Tfr. Per questo ci siamo battuti perché nel decreto ci fossero le compensazioni per le imprese che perdevano il Tfr per il proprio autofinanziamento, ma anche i vantaggi fiscali per i lavoratori. L´obiettivo era quello di creare un quadro di convenienze per stimolare gli investimenti nei fondi. Ora è stato congelato tutto. E questo penalizzerà soprattutto i lavoratori più giovani che andranno in pensione con il trattamento calcolato solo con il metodo contributivo».
Lei pensa che sia stato determinante il conflitto di interessi del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi?
«Sì, è stato determinante. Non ho dubbi. Altrimenti come si può spiegare che con 23 organizzazioni sociali a favore e solo una (quella delle assicurazioni) contraria, la riforma sia stata rinviata? È un esito del tutto opposto alla logica».
Comunque la battaglia della lobby delle assicurazioni è stata trasparente. È una delle prime volte che ciò accade.
«Sono d´accordo: in questa vicenda sono evidenti gli interessi e le responsabilità di ognuno».
Si aspettava il giudizio assolutamente positivo del leader della Confindustria Montezemolo sul rinvio al 2008?
«Confesso di fare fatica a capirlo. Già sulla Finanziaria avevo detto la stessa cosa, perché è vero che il costo del lavoro verrà ridotto di un punto percentuale (e noi siamo favorevoli) ma è anche vero che con la stretta sugli ammmortamenti per gli avviamenti, il governo si è ripreso 3/4 di quello che aveva dato alle imprese».
È del tutto evidente che per un imprenditore, soprattutto se piccolo, è meglio avere a disposizione per ancora due anni il Tfr piuttosto che chiedere i prestiti alle banche. Ciascuno deve guardare i propri interessi, non crede?
«Sì, ma è paradossale che non essendoci una soluzione apprezzabile per compensare le piccole imprese, questo si traduca in un giudizio positivo sul rinvio».
Se dovesse essere il centrosinistra a vincere le prossime elezioni, chiederete di confermare la riforma e, magari, di anticiparne l´entrata in vigore?
«Intanto voglio ricordare che il sindacato ha contestato la delega approvata dal governo. Abbiamo lavorato per modificare, con il decreto di Maroni, proprio gli errori contenuti nella delega iniziale. La parte riguardante le piccole imprese, e i rispettivi lavoratori, non va ancora bene. Chiederemo di aggiustarla, ma poi proporremo anche di anticipare l´entrata in vigore della riforma».
Ma secondo lei non è ragionevole, come hanno detto i ministri Tremonti e Maroni, far entrare in vigore contestualmente nel 2008 la riforma della previdenza obbligatoria e quella della previdenza complementare?
«Non c´è alcuna logica in quell´affermazione. D´altra parte la riforma delle pensioni obbligatorie si fonda su un´operazione furba messa in campo dal governo che scarica su una sola generazione di lavoratori il peso della riforma, con il noto "scalone" che in maniera iniqua innalza, da un anno all´altro, l´età per la pensione».
All´eventuale governo di centrosinistra, allora, chiederete di cambiare questa parte della legge?
«Sì, perché quella soluzione è inaccettabile. Ma poi resta ancora aperto il problema della tutela pensionistica di chi oggi ha contratti di collaborazione, di chi vive di lavoro precario, e che andrà in quiescenza tra 30 anni. Queste persone rischiano di avere una pensione troppo bassa senza i fondi integrativi. Ma sono tutti temi che questo governo ha pensato bene di depositare nel calderone della prossima legislatura».


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le reazioni
Rivolta di opposizione e sindacati
"Rubati due anni ai giovani"

ROMA - Per sindacati e opposizione lo slittamento al 2008 è un grave errore che, secondo l´ex presidente del Consiglio Giuliano Amato, «equivale a due anni di vita portati via ai giovani». Di segno opposto la reazione degli industriali, che, con il presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, parlano di risultato «assolutamente positivo». D´accordo col numero uno di Viale dell´Astronomia le imprese assicurative (molto critiche nei mesi scorsi). Anche a giudizio dell´Abi «l´approvazione è un fatto positivo - come ha spiegato il presidente Maurizio Sella - ma resta il rammarico per lo slittamento». Al fronte sindacale, però, non va giù il rinvio. «Il governo ha commesso un gravissimo errore», per il leader della Cisl Savino Pezzotta. Il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, ha invece sottolineato come il testo sia «buono», anche se «si perderanno altri due anni». Il governo: soddisfatti sia il premier, Silvio Berlusconi, sia il ministro della Funzione pubblica Mario Baccini il quale, solo due giorni fa, aveva chiesto una «pausa di riflessione». Nell´opposizione, invece, si parla di flop annunciato. Perché l´Italia, secondo il segretario dei Ds Piero Fassino, «è l´unico Paese al mondo in cui un governo che rinvia di due anni un provvedimento essenziale lo presenta come un grande successo». Ma è di Giuliano Amato l´attacco più duro: «Il rinvio rappresenta due anni di vita portati via ai giovani appena entrati nel mercato del lavoro».




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Ds Milano - Rassegna stampa



Niente election day. L'Unione: "In fumo 150 milioni di euro"
REDAZIONE

Questo pomeriggio la Casa delle Libertà ha affossato, in commissione Affari costituzionali della Camera, il progetto dell'Unione di istituire l'<election day> in occasione delle consultazioni dell'aprile del 2006. Si tratta di un decreto legge attraverso il quale si volevano accorpare le elezioni Politiche e quelle amministrative. La bocciatura del testo è stata contestata dagli esponenti del centrosinistra, per i quali in questo modo la maggioranza sta mandando in fumo ben 150 milioni di euro.

Poco più di un mese fa il leader dell'Unione Romano Prodi aveva chiesto al Governo di fissare in un solo giorno entrambe le consultazioni.
"Abbiamo deciso di chiedere l'accorpamento tramite decreto legge di tutte le elezioni al 9 aprile - aveva spiegato l'ex presidente della Commissione europea - sarebbe un segnale di serietà e controllo del deficit".
Una proposta, quella di Prodi, che era riuscita a dividere la Casa delle Libertà.
Il leader di Alleanza Nazionale Gianfranco Fini si era detto favorevole, mentre il capo del Governo Silvio Berlusconi aveva subito espresso la propria contrarietà.
Gli esponenti del centrodestra in commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati hanno sposato la linea indicata dal Cavaliere. /www.centomovimenti.com


Sciopero generale. Ecco perché non aderisco.







Domani sarà sciopero generale per protestare contro la finanziaria. Si tratta di uno sciopero che io non condivido e al quale non aderirò. Qualcuno potrà pensare che sia d’accordo con la finanziaria contro cui è stato organizzata la mobilitazione, ma in realtà non è così, e questo per una serie di ragioni.
Anzitutto parto dal concetto che bisognerebbe ricorrere ad uno sciopero politico solo in casi eccezionali e solo qualora ci sia la concreta possibilità che le proteste servano ad ottenere dei benefici. A questo punto, alla fine di novembre ciò che è stato deciso non verrà di certo modificato. I conti pubblici sono in una situazione difficile e purtroppo, dispiace ammetterlo con questa maggioranza ormai non c’è più niente da fare, ci hanno dimostrato per cinque anni di non saper governare; cosa ci si può aspettare? Niente, a parte forse qualche regalo preelettorale in qua e là.
Siamo a pochi mesi dalle elezioni e piuttosto che scioperare i sindacati a mio avviso dovrebbero preoccuparsi di fare in modo che in futuro i prossimi governi, specie se di segno opposto a quello attuale, diano vita ad un nuovo modo di fare politica, più attento ai lavoratori e alle fasce più deboli.
Spoliticizzare il sindacato non solo è un dovere morale per la politica e per i partiti di sinistra ma una priorità del sindacato stesso in quanto rappresentante di tutti i lavoratori, qualunque idea politica essi abbiano.
Dico tutto ciò non tanto da tesserato CGIL, quanto da convinto elettore dell’Ulivo; non mi sta bene che ci sia la mescolanza tra politica e sindacato, ognuno deve fare il proprio mestiere in modo serio, autorevole e indipendente.
A proposito di quanto appena detto, vorrei sottolineare un altro elemento che mi induce alla scelta di non aderire a questa protesta. Tempo fa mi sono reso conto che la proclamazione di questo sciopero generale è avvenuta ancor prima che fosse presentato in dettaglio il contenuto della legge finanziaria e ancor prima che fossero definiti certi provvedimenti.
Usando il gergo americano potremmo definirlo uno “sciopero preventivo”; ecco perché non mi è piaciuto e ho deciso da tempo di non scioperare.
Forse dicendo questo pare che sia un antisindacalista; non lo sono, anzi, il fatto di prendere questa decisione è semplicemente un monito nei confronti dei sindacati ad utilizzare certe forme di protesta con molta attenzione. Nemmeno io condivido l’impostazione che è stata data alla manovra finanziaria; neppure io sono d’accordo con i drastici tagli agli enti locali, ma da lì a pensare che il mio sciopero, così come quello di altri milioni di lavoratori possa far cambiare politica a Berlusconi è pura utopia.
Se davvero vogliamo un’inversione di rotta, la nostra protesta dovrà materializzarsi fra poco più di cinque mesi: il 9 di aprile 2006.
Allora saremo tutti chiamati a giudicare questi signori che dicono di aver fatto i nostri interessi e che invece hanno pensato solo ai propri sporchi affari economici e di giustizia.
Questa finanziaria non ci piace, non ci piace nemmeno la nuova legge elettorale, e nemmeno la distruzione della nostra gloriosa carta costituzionale. E allora? Se per ogni legge che non ci piace avessimo dovuto fare uno sciopero generale…. Poveri noi!
In realtà come profetizzava il grande Montanelli dovevamo “vaccinarci” a certe politiche, dovevamo renderci tutti conto di cosa significa il neo liberismo, il garantismo per i furbi e le leggi fatte su misura.
Ora però siamo alla fine della legislatura, il tempo è dalla nostra parte.
Protestare è un nostro diritto, ci mancherebbe! Non nego l’importanza dello sciopero in quanto tale, ma ripeto, ho seri dubbi sull’utilità di scioperi come questo.
Domattina non finirò nella “lista nera” dell’ufficio del personale, del nostro “grande fratello” che ci controlla e divide i “buoni” dai “cattivi”; sarò presente a lavoro ma non lo farò né per apparire tra i cosiddetti “buoni”, né per denaro. Ho già devoluto oggi 43 euro, quale corrispettivo delle ore di sciopero non fatto all’Associazione Don Bosco Onlus. Invito chi la pensa come me ad agire in questo modo. Rinunciare ad una piccola parte dello stipendio per una causa persa non vale la pena, donarla ai poveri è senz’altro più utile.
Mi rendo conto che la mia scelta possa apparire discutibile ma parto dal presupposto che le più grandi rivoluzioni siano quelle silenziose e pacifiche, le vere rivoluzioni non conoscono la parola sconfitta.


Alessandro

www.aleulivo.splinder.com

I 600mila iscritti e i 4 milioni e mezzo di votanti…
di Davide Silvestri, Apprendo dai giornali, che anche i DS,il partito-coalizione, quello che ha investito un’intero Congresso sull’Ulivo (lo stesso che poi ha riportato la dicitura di Partito del Socialismo Europeo, sotto la solida Quercia..) e’ stato attaccato da quell’insano morbo che per mesi ha sconvolto i cugini diellini: ovvero la ricerca (affannosa) della identita’ (si parla della nascita di una corrente socialista, rivendicando i 600.000 iscritti , nel PSE, secondi solo alla SPD!).
Quella della identita’, in effetti e’ davvero un’aspetto che crea enormi complicazioni nelle due maggiori forze dell’Unione (che dovrebbero dare vita alla lista dell’Ulivo, e poi, si spera, al Partito Democratico).
E diciamocelo, in modo piu rilevante nella forza maggiore: i DS. Partito che nasce dal travaglio del dopo-1989,dalla fine delle ideologie, di muri, e di illusione, e dal coraggio del vituperato Occhetto.
Da allora in poi, il PDS, prima, i DS poi sono stati fatti preda di continue “fascinazioni” estere: dalla infatuazione (perenne) del blairismo e del suo New Labour, al decisionismo di Shoreder, per passare poi, a Lula il presidente dei poveri (che ora lo vogliono mandare a casa), fino alle “rivoluzioni sociali” dello PSOE di Zapatero.
In tutta questa “sbornia di riferimenti esteri”, viene da domandarsi: “… E l’Italia?”, quale idea di paese, di societa’ questa sinistra riformista ha avanzato?
La risposta, (che vale sia per la sinistra riformista, quanto per la tradizione cattolico-liberaldemocratica della Margherita), e’ una ed e’ quella dell’ULIVO.
L’Ulivo, infatti, non e’ stato “solo” lo strumento che ha reso possibile l’alternanza democratica in questo Paese, (permettendo alla sinistra post-PCI di poter salire al governo), ma e’anche l’unica vera identita’ che questa seconda Repubblica ha creato.
Una identita’ che non esclude, ma che anzi, rende piu forti le tradizioni , le culture, le storie politiche. Una identita’ che oggi ci accomuna, e che accomuna le tradizioni politiche che hanno fatto la nostra Costituzione (non quella stravolta da questa destra indecente..), e che ora si ritrovano unite verso un processo che cammina piu veloce , purtroppo, delle classi dirigenti…
Se le leadership dei nostri partiti non comprendono questo, rischiano di non capire neanche quei quattro milioni e mezzo di cittadini.
Che hanno fatto ore di fila, con il sorriso e la speranza di vedere nascere qualcosa di nuovo, qualcosa che esiste, qualcosa, che c’e’, e che e’ piu forte i ogni stantia eredita’:
L’ULIVO e il suo patrimonio di idee.
Piu coraggio quindi, “il vino nuovo, non puo essere contenuto in otri vecchi..” //www.ulivisti.it/

Norberto Bobbio nella cultura politica della Spagna
Un pensiero *rabbiosamente attuale* - *Rileggetevi Bobbio* Zapatero dixit - Colloquio con Alfonso Guerra



La Stampa

Qualche giorno fa, rispondendo alla critica d'un deputato dell'opposizione, Zapatero, dal suo scranno di primo ministro, ha esclamato con meravigliato disappunto: «Ma cosa sta dicendo? Vada a rileggersi Bobbio, per favore». Un episodio emblematico per comprendere l'influenza esercitata dal filosofo italiano sulla cultura politica spagnola: pensiero fondamentale negli anni della transizione dalla dittatura alla democrazia, ma ancora «rabbiosamente attuale», come sostiene Alfonso Guerra, già vicepresidente del Consiglio con Felipe González, appena arrivato a Torino per partecipare al convegno «Norberto Bobbio e la Spagna».

Qual è, secondo lei, questa modernità così impetuosa?
«Penso soprattutto alle parole che il mio amico filosofo pronunciò riferendosi alla seconda guerra mondiale: "Possiamo dimenticare ciò che è accaduto, ma non dobbiamo scordare chi stava dalla parte giusta e chi da quella ingiusta. Di più: è necessario sapere che anche nella prima si commisero ingiustizie". Oggi nel mio Paese i giovani vogliono, devono sapere che cosa fu la guerra civile e la dittatura. Nel momento in cui c'è chi cerca di manipolare la storia, la frase di Norberto è, ancora una volta, fondamentale».

Sono passati 30 anni dalla morte di Franco e, ancora, la Spagna non s'è liberata dalla cosiddetta «amnesia della storia?».
«Si tenta di far passare il franchismo per un regime magari non totalmente democratico, ma, via, non poi così repressivo. C'è un settore dell'estrema destra che vuole insufflare l'idea secondo cui nella Guerra Civile gli uni e gli altri furono "cattivi" allo stesso modo. Eh, no: bisogna dire la verità. Parlare, ad esempio, delle esecuzioni capitali che continuarono sino al 1959. E ricordare che, per un omicidio di regime compiuto da Mussolini, Franco ne commise diecimila. In questi mesi mi sto occupando, come presidente della commissione parlamentare per la riforma della Costituzione, anche di questi temi. E le opere di Bobbio sono di grande utilità».

Oltre a quest'insegnamento morale che cosa resta del filosofo torinese, oggi, in Spagna?
«A mio avviso, di Bobbio ce ne sono almeno tre. Quello del diritto, quello della lotta per i diritti e un terzo: il filosofo politico che ispira grandemente la Costituzione spagnola del 1978. Nell'elaborazione della Carta la sua influenza fu enorme specialmente per uno dei redattori: io».

Forse non tutti sanno che egli stesso contribuì alla stesura e fu insignito da Juan Carlos, assieme a Nerio Nesi - attuale presidente dell'Associazione culturale Italia-Spagna - del prestigioso Ordine della Regina Isabella.
«Nella sua Autobiografia Norberto ricorda: "Sarebbe un po' esagerato sostenere che la mia opera abbia potuto incidere sulla Costituzione. È vero, però, che sono stati tradotti tutti i miei scritti sulla democrazia e che il mio pensiero, forse, ha avuto più importanza e influenza in Spagna che in Italia"».

Parlando del pensiero bobbiano possiamo andare ad anni ben più lontani, durante la dittatura, quando le sue idee circolavano clandestinamente grazie, soprattutto, alla rivista «Sistema», diretta da Elías Díaz.
«Sì, è vero. Lui non volle partecipare ad alcun congresso organizzato in Spagna negli anni del franchismo, ma noi lo conoscevamo e quando espatriavamo clandestinamente cercavamo e trovavamo il suo contatto. Per me fu particolarmente importante: avevo appreso da un altro pensatore italiano, Lelio Basso, il senso dell'impegno ideologico. Da Bobbio imparai l'impegno morale: è questa la grande eredità che mi ha lasciato».

Quali sono le opere del filosofo più conosciute in Spagna?
«Bisogna distinguere. C'è una corrente di docenti di filosofia del diritto che gli deve molto: penso a Gregorio Peces-Barba, Alfonso Ruiz Miguel, Virgilio Zapatero, Javier De Luca. E, poi, c'è l'estrema importanza che i suoi scritti politici hanno avuto nel pensiero della sinistra, in particolare tra i socialisti, quando parla della situazione politica internazionale, dell'evoluzione della sinistra nel mondo e delle sue carenze, oltre che del fallimento della filosofia della destra conservatrice».

«Successo» diventato anche editoriale, e che si replica in modo imponente nei Paesi sudamericani.
«Questa fortuna ha avuto inizio negli Anni Trenta quando un esiliato spagnolo, il socialista Luis Jimenez de Azua tenne una conferenza sull'analogia del diritto basata su un libro di questo giovane professore dell'Università di Torino. Il secondo fu ancora uno spagnolo, Manuel Garcia Pelayo, futuro presidente del tribunale costituzionale della Spagna democratica».

Una curiosità: lei, appena arrivato a Torino, ha chiesto di visitare il Museo del Cinema. La conosciamo come politico, drammaturgo, fine critico della poesia di Antonio Machado. Da dove viene questa cinefilia così prepotente?
(Ride) «Per me il cinema è sinonimo di libertà, ricordo d'evasione. Quand'ero ragazzino, a Siviglia, mi arrampicavo su un albero per sbirciare i film proiettati nelle sale all'aperto: era l'apertura su un mondo diverso. Questa sensazione m'è rimasta. Ecco perché vado con gioia in questo museo-gioiello».




Messico: le difficoltà del settore energetico

Il settore energetico in Messico continua a fronteggiare mancanze croniche, assenza di varianti alle obsolete infrastrutture e produzione insufficiente di gas naturale. Molti dei problemi sono radicati nelle leggi nazionali che non favoriscono la modifica dell’intero settore. Gli sparuti tentativi di riforma appaiono deboli, condizionati da giochi politici e interessi diplomatici.

Andrea Donofrio

Equilibri.net

In Messico, l'industria petrolifera è nelle mani dello Stato sin dagli anni 1930 ed il quadro giuridico attuale impedisce alla Petroleos Mexicanos (Pemex) di pianificare miglioramenti nella fase d'esplorazione e ricerca. Anche se l’elevato prezzo del petrolio ha accresciuto l’entrate della PEMEX, l'azienda continua a lottare per soddisfare le esigenze di base d’energia del Messico e per mantenere le proprie infrastrutture. Le prospettive future non appaiono favorevoli alle necessarie riforme per permetterle di associarsi al settore privato: secondo gli esperti, l'impossibilità della Pemex di generare collaborazioni con privati impedisce lo sfruttamento delle riserve di petrolio presenti nelle profondità nel golfo del Messico, che potrebbero migliorare di tre quarti la produzione.

PEMEX

Petroleos Mexicanos (PEMEX) è la nona impresa petrolifera e di gas naturale a livello mondiale, occupando una posizione strategica nell’economia nazionale. La PEMEX è una delle principali imprese produttrici di gas naturale, potendo contare su un’estesa rete di gasdotti attraverso i quali trasporta circa 4.000 mmpcd (= migliaia di milioni di piedi cubi al giorno) di gas naturale, distribuendolo in tutta il territorio delle Americhe.
"Secondo i dati pubblicati dall'impresa pubblica messicana, durante il periodo gennaio-settembre 2005, la Pemex ha venduto al mercato nazionale ed a Paesi terzi, prodotti petroliferi per 269.699 milioni di pesos (pari a 24.880 milioni di dollari statunitensi), registrando un aumento del 28% rispetto allo stesso lasso di tempo dell'anno precedente, con una vendita media di 1 milione 763mila barili al giorno di prodotti petroliferi. Le vendite interne di petrolio sono state superiori di quasi 60milioni di pesos (circa 5.535 milioni di dollari) rispetto ai 9 mesi dell'anno
precedente. Allo stesso modo, le vendite di gas liquido sono aumentate del 14% rispetto al 2004,
garantendo vendite pari a 307mila 800 barili al giorno ed entrate per un valore di 34.812 milioni di pesos. Infine le vendite alle industrie del Paese sono aumentate di circa il 23% rispetto al 2004,
raggiungendo un valore medio di 347mila 500 barili al giorno di combustibile".

Per gli analisti, l’entrate “addizionali” garantite dal petrolio non dovrebbero essere utilizzate per aumentare le spese del governo. Secondo l’economista Salvador Kalifa “sarebbe totalmente irresponsabile, anche perché non si conosce per quanto tempo potrebbero finanziare queste nuove spese”. Ma gli specialisti segnalano che la “tentazione”di utilizzare gli eccedenti petroliferi è molto grande in un anno elettorale, in cui ognuno vorrebbe “fregiarsi del merito di aver aumentato le spese pubbliche”.
Il 21 settembre, il presidente Vicente Fox ha trasmesso al Congresso un’iniziativa di riforma del settore energetico per concedere maggiore partecipazione del settore privato e permettere alle aziende di prenotare le riserve recentemente scoperte. Ciò rappresenta il tentativo di Fox di giocare un ruolo decisivo nelle strategie energetiche del Paese. Tuttavia, il congresso sta reagendo freddamente alle proposte. Anche i candidati alla prossime elezioni presidenziali, del luglio 2006, Andres Manuel Lopez Obrador del Partido de la Revolucion (PRD), del centro-sinistra e Roberto Madrazo del PRI, stanno assumendo una linea nazionalista in materia di politica energetica nella loro campagna elettorale.
Alla fine di ottobre, è stato approvato un nuovo regime fiscale per la PEMEX, nonostante sia avvertita da tutti l’esigenza di una riforma energetica integrale per il Paese. "Il nuovo regime fiscale,
approvato all'unanimità dal Senato, permetterà alla compagnia petrolifera di disporre di 23.228 milioni di pesos aggiuntivi per il 2006 da destinare allo sviluppo delle proprie infrastrutture e alla creazione di nuovi giacimenti". Luis Ramírez Corzo, direttore della PEMEX, ha sottolineato che ciò rappresenta un passo in avanti non ancora sufficiente per modernizzare l’impresa, che ha bisogno di maggiore autonomia di gestione.

La Pemex attualmente versa al governo più del 60% dei suoi guadagni sotto forma di tasse. Tale entrata rappresenta almeno un terzo del preventivo di budget del governo. Ciò limita severamente la capacità del Pemex di investire per migliorare le relative infrastrutture e aumentare l'esplorazioni. Mentre la maggior parte delle compagnie petrolifere hanno registrato l'anno scorso grandi profitti dovuti a prezzi globali più elevati, la Pemex ha concluso con delle perdite.
Le infrastrutture decadenti della compagnia, specialmente per quanto concerne le condutture, sono un tema inquietante: dal 2000, quando Fox è diventato Presidente, la Pemex ha registrato oltre 230 incidenti con conseguenti perdite di gas e petrolio, oltre al non trascurabile problema della sicurezza dei propri dipendenti. Nel 2005, il Governo ha previsto di destinare circa 330 milioni di dollari per migliorare gli impianti e per i costi di manutenzione. L’importo è giudicato insufficiente. La Pemex ha chiesto che il relativo preventivo sia aumentato di 12 miliardi di dollari in 3 anni. Tuttavia, i funzionari del ministero delle finanze sostengono che tale spesa non sia indispensabile.
Il governo questo mese ha annunciato il lancio di un progetto noto come Fenix, destinato a riattivare l’industria petrolchimica, e che dovrebbe garantire una produzione di 1 milione di tonnellate metriche l’anno d’etilene. Inoltre ha previsto piattaforme supplementari di polietilene, che assorbirebbero l'eccesso d’etilene. In tutto, Pemex ha valutato che Fenix richiederebbe per la sua attuazione un investimento di 2 miliardi di dollari. Le imprese interessate a tale progetto sono il gruppo chimico NOVA del Canada, il Gruppo Idesa ed Alfa del Messico.

Gas naturale

Come sostenuto dal Presidente Fox durante un incontro a La Paz, con il Presidente Carlos Mesa Gisbert, il Messico esporta energia e importa energia. Questo paradosso d’esportare ed importare gas naturale proseguirà finché non saranno investiti sufficienti fondi per aumentarne la produzione e raggiungere un equilibrio tra offerta e domanda di questo combustibile.
Secondo Leticia Armenta, direttrice della División de Negocios del Tecnológico de Monterrey, questo deficit di gas naturale nel Paese si è generato nel momento in cui il settore elettrico ha deciso di favorire la creazione di “impianti a ciclo combinato” (che usano cioè gas naturale e combustibile).
Il Paese paga circa 6 dollari per tonnellata metrica di gas naturale importato (dagli Stati Uniti) mentre produrre lo stesso volume costerebbe solo 2.5 dollari. Il ritmo delle importazioni e la domanda di combustibile sono cresciuti al di sopra del tasso di produzione nazionale. Per sopperire a tale deficienza, sarebbe opportuno destinare più fondi d’investimento all’esplorazione ed estrapolazione dai giacimenti di quest’idrocarburo non solo nella Cuenca de Burgos, ma anche nel sudest del Paese. Secondo Corzo è tragicamente paradossale che il Paese può contare su un gran potenziale di gas naturale e allo stesso tempo importa quest’idrocarburo. Secondo gli esperti, le riserve sotterranee di gas naturale non sono esplorate sufficientemente.

Economia

Dopo il rallentamento del 2001, il Prodotto Interno Lordo (PIL) appare in crescita e l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCDE) prevede che il 2006 sarà il terzo anno consecutivo in cui il PIL crescerà al di sopra del 4%. Durante il terzo trimestre del 2005, l’economia del Messico ha accelerato la sua espansione, per merito di un aumento significativo degli investimenti pubblici e della spesa sociale. L’entrate del settore pubblico sono aumentate del 4.6% in termini reali, e ciò soprattutto per le risorse provenienti dall’attività petrolifera.
Le entrate petrolifere sono cresciute del 7.2% in termini reali per l’aumento del prezzo del petrolio che ha influito positivamente sull’economia del Messico, anche se resta un’arma a doppio filo: da un lato rende molto vulnerabile l’economia locale, soggetta alle imprevedibili fluttuazioni del mercato dei prezzi; dall’altro non permette di poter fare progetti nel lungo periodo. In tale contesto, è stato proposta una nuova legge finanziaria in grado di prendere in considerazione bilanci pluriannuali. In tal modo verrebbe incluso un meccanismo per stabilire il prezzo annuale di referenza del petrolio in rapporto con gli avvenimenti presenti e le future proiezioni di mercato.
Il 12 settembre del 2005, l’OCDE ha pubblicato un rapporto sulla situazione economica del Messico, riguardante i dati relativi all’anno in corso e possibili proiezioni per il 2006. L’analisi di quest’organismo internazionale si è focalizzata su 5 tematiche: economia e settore energetico, educazione, industria ed investimenti, settore finanziario e settore pubblico. Per quanto concerne il primo settore, il PIL del Messico continua a crescere e l’OCDE stima che per il 2006 aumenterà del 4%, mentre l’inflazione continuerà a diminuire. L’energia in Messico resta molto cara, superando la media dei Paesi dell’OCDE, benché il servizio offerto non sia dei migliori. Nel rapporto si segnala la difficoltà di attrarre investimenti nel Paese, proprio in conseguenza di tali carenze e delle forti restrizioni imposte dalle leggi nazionali all’apertura di un esercizio commerciale nel paese. Nell’analisi del settore finanziario, la variabile discriminante è il petrolio; quando “l’oro nero”garantisce guadagni, una parte è destinata al pagamento del debito estero e parte viene investita in nuovi progetti. Il petrolio rappresenta un terzo dell’entrate del Messico ed è una variabile di instabilità, in quanto il suo prezzo è inevitabilmente relazionato al mercato mondiale. Questa problematica è strettamente connessa con la necessità di promuovere una riforma fiscale e con l’avvio di riforme strutturali di cui il Paese ha un gran bisogno, e la cui messa in moto è subordinata agli interessi di una classe politica, spesso corrotta o inadeguata. Tralasciando le entrate garantite del petrolio, il Messico è uno dei paesi che “spende di più” senza generare altre entrate in grado di bilanciare tali spese.

Accordi

Durante la IV Conferenza delle Americhe, tenutasi nei primi giorni di novembre, i Paesi del Centroamerica hanno firmato un accordo di cooperazione energetica con il Messico, che prevede un investimento di 7mila milioni di dollari. La notizia del progetto d’integrazione energetica è stata annunciata dal Presidente Fox e riguarderà 10 paesi. Fox ha dichiarato alla presenza dei Presidenti di Guatemala, Nicaragua, Costa Rica, El Salvador, Repubblica Dominicana e del Vicepresidente dell’Honduras, che l’accordo “renderà la regione abbondante d’energia e di conseguenza competitiva”, definendo l’atto un trampolino sulla via dello sviluppo”. Il progetto prevede la creazione di un gas-condotto da Puebla fino a Panama e successivamente fino alla Colombia, essendo il paese sudamericano interessato a partecipare all’integrazione energetica regionale. L’investimento più dispendioso sarà per la costruzione di una raffineria per processare il petrolio grezzo, che richiederà circa 3mila milioni di dollari e che sarà probabilmente ubicata in Guatemala o a Panama. La capacità di questa piattaforma industriale dovrebbe oscillare tra i 250mila e 400mila barili al giorno. Un secondo progetto prevede la costruzione di gasdotti e l’installazione d’attrezzature in grado di processare il gas in ogni suo stato. Il terzo progetto prevede lo stabilimento di generatori d’energia elettrica ed idroelettrica.
Durante l’incontro è stato proposto di modificare il “Patto di San Josè”, che dal 1990 permette a Messico e Venezuela, i due maggiori produttori di petrolio dell’area, di vendere petrolio solamente ai governi. Benché non sia trapelata nessuna voce ufficiale sulle possibili modifiche, fonti vicine al presidente Fox prospettano la possibilità di vendere petrolio anche ad imprese private. Nella riunione, i Presidenti hanno deciso di nominare una commissione che sarà coordinata dal Messico, per procedere, nella forma più breve, alla definizione completa dei progetti riguardanti la tematica energetica. Il successivo incontro è stato previsto per la prima settimana di dicembre, a Cancun, in Messico. A conclusione dell’incontro è stata decisa l’apertura di franchigie alla Pemex nelle zone interessate dal progetto. Inoltre si è profilata la possibilità di beneficiare di gas proveniente da Perù, Bolivia, Malesia e Indonesia, riducendo i costi della regione per produrre energia elettrica.

Conclusione

Il settore energetico necessita di una riforma che porti ad un sostanziale aumento degli investimenti per la manutenzione dell'infrastrutture e favorisca le esplorazioni. Senza riforme che riducano il carico fiscale del Pemex o che permettano all'azienda di collaborare con il settore privato, il Paese continuerà ad avere nella propria bilancia commerciale allo stesso tempo la voce importazione ed esportazione di gas naturali. Resta comunque difficile prevedere modifiche prima delle prossime elezioni, seppure resta auspicabile una controtendenza. Il cammino dell’integrazione regionale rappresenta una lieta notizia ed una via da percorrere: solo così potrà essere sfruttato al meglio il potenziale energetico nazionale.


La guerra in Iraq è nata sbagliata
di Norman Solomon
Una vera opposizione alla guerra deve sfidare l'ottusa forma di narcisismo per la quale la guerra diventa sbagliata soltanto nel momento si realizza che la si sta perdendo. La guerra in Iraq non è diventata sbagliata. Lo è sempre stata
Il principale problema dell’impegno militare statunitense consiste nel semplice fatto di esistere.

Questa settimana è iniziata con il New York Times che faceva notare che “tutto quello che succede a Washington viene fagocitato dal dibattito sulla conduzione della guerra in Iraq”.

Tale dibattito, che si protrae ormai da molto tempo, rimane un duro colpo per i fautori della guerra di Washington. Ciononostante, lo sforzo di guerra degli Usa continuerà per anni, a meno che l'intero movimento contro la guerra non troverà lo slancio e la forza necessari per fermarlo.

Esiste un proverbio che dice che la guerra è troppo importante per essere lasciata in mano ai generali. Questa affermazione assume un valore ancora più rilevante se viene capovolta: la pace è troppo vitale per essere lasciata ai santoni della guerra e ai membri del Congresso – gente che ha già perso, pesantemente, la possibilità di un ritiro in tempi brevi delle truppe Usa dall’Iraq.

Martedì scorso, una serie di dichiarazioni rilasciate al Congresso Usa da un militare di alto livello ha improvvisamente spezzato il clima di saggezza istituzionale secondo il quale un ritiro immediato sarebbe qualcosa di impensabile. “Il popolo americano ne ha abbastanza di noi”, ha dichiarato il repubblicano John Murtha, concludendo con parole sufficientemente forti da scioccare le élite politiche delle nazioni capitaliste: “I nostri militari hanno fatto tutto quello che è stato chiesto loro di fare. Non c’è niente che gli Usa possano ottenere di nuovo in Iraq con la forza militare. È ora di riportare le truppe a casa”.

La dichiarazione di Murtha ha spezzato un incantesimo. Ma il coniglio bianco del militarismo americano rimane un grosso ostacolo al ritiro di quelle truppe che per l'Iraq non sarebbero mai dovute partire.

Non vi è stata nessuna ripercussione negli uffici editoriali o a Capitol Hill. Fatali forme di opportunismo sono ancora all’ordine del giorno nell’ambito del clima politico e giornalistico creatosi a Washington. Il centro di gravità di questo opportunismo sarebbe potuto esplodere proprio in questi giorni, ma le voci più rilevanti dei media Usa sono ancora pesantemente imbevute della prospettiva enunciata dal presidente Bush domenica scorsa: “Un ritiro immediato delle nostre truppe dall’Iraq avrebbe l’effetto di rafforzare il terrorismo internazionale in tutto il mondo”.

“Il ritiro immediato” potrebbe risultare una definizione inappropriata: Murtha, mentre ne parlava, intendeva un ritiro completo entro sei mesi. Ma Murtha è stato comunque molto più diretto del senatore Russell Feingold, il quale la scorsa estate aveva iniziato ad incoraggiare il ritiro totale a partire dalla fine del 2006 – una posizione che aveva raccolto notevoli consensi nell’ala progressista ma che concretamente appoggiava un ulteriore sforzo delle truppe in Iraq per altri sedici mesi. La posizione di Feingold per un ritiro con scadenza sembra quasi una posizione a favore della guerra se confrontata con la proposta di Murtha.

A Capitol Hill e tra i vari santoni dell’establishment, l’idea è che il fallimento di Bush e della sua amministrazione nel mostrare il benché minimo progresso in Iraq abbia reso la guerra politicamente vulnerabile. Questa linea critica di fatto lascia alla Casa Bianca carta bianca per poter continuare ad affermare che le forze militari Usa e il governo iracheno stanno svoltando l’angolo e possono finalmente guardare “all’irachizzazione” della guerra. L’attuale politica di Washington è sempre più simile a quella “luce alla fine del tunnel” e al quel discorso sulla “vietnamizzazione” che si faceva 35 anni fa.

Se il Pentagono fosse stato capace di sottomettere realmente la popolazione irachena, pochi nel Congresso o nelle pagine dei quotidiani denuncerebbero questa guerra. Come per molti altri aspetti, questo è un altro motivo per il quale le dinamiche politiche statunitensi della guerra in Iraq somigliano sempre più a quelle emerse durante la guerra in Vietnam. Non venendo meno le fondamenta delle prerogative della guerra, una risposta prevedibile è che la guerra doveva essere combattuta con più forza.

Questo è il punto a cui si rifaceva il giornalista I.F. Stone quando, nel 1968, a pochi anni dall’inizio della guerra in Vietnam, scrisse: “È tempo di fermarsi e guardare dove stiamo andando. E osservare anche un po’ noi stessi. Al primo sguardo potremmo facilmente sovrastimare la nostra coscienza nazionale. Una parte della protesta contro la guerra emerge dal semplice fatto che la stiamo perdendo. Se non fosse per i costi esasperanti da sostenere, politici come i Kennedy (Robert e Edward) e organizzazioni come ADA ( i liberali americani per la democrazia diretta) sarebbero ancora a favore della guerra come lo erano pochi anni fa”.

Negli Usa, mentre le bugie della guerra in Iraq diventano sempre più ovvie e la vittoria sembra sempre più irraggiungibile, gran parte dell’opposizione alla guerra si è focalizzata sul tema della morte e del dolore attorno ai soldati caduti. Questa enfasi potrà possedere anche una notevole forza, ma allo stesso può trarci in inganno – il rischio è che la guerra venga definita sbagliata esclusivamente per le ripercussioni che sta portando con sè.

Un possibile rischio è che un ritiro delle truppe di terra possa essere seguito da un numero ancora maggiore di forze aeree che terrorizzano e uccidono con bombardamenti a tappeto (come è successo in Vietnam per parecchi anni, dopo che Nixon annunciò nel 1969 'la dottrina Guam' della vietnamizzazione). Un vero movimento contro la guerra deve sfidare questa ottusa forma di narcisismo che definisce la guerra un problema soltanto nel momento in cui i suoi effetti si ripercuotono sul popolo americano.

Innumerevoli strateghi e innumerevoli politici continuano a rimproverare l’amministrazione Bush del fallimento nell’aver dato vita in Iraq ad una strategia perdente. La guerra non è diventata sbagliata. Lo è sempre stata.

E il problema principale riguardo all’impegno militare statunitense è il semplice fatto che esiste.






Fonte: http://www.alternet.org/story/28570/
Tradotto da Alessandro Siclari per Nuovi Mondi Media


Lord of War -



E' uscito Lord of War, il film diretto da Andrew Niccol che vede tra gli interpreti Nicolas Cage e Donald Sutherland.

Basata su fatti reali, l'opera di Niccol esce a sostegno della campagna Control Arms voluta da Amnesty International, Oxfam e Iansa: sono infatti il mondo del traffico internazionale di armi ed un giudizio sociale energico i veri protagonisti di un film che può definirsi indipendente, anche in ragione delle difficoltà incontrate dal produttore Philippe Rousselet nel reperire finanziamenti una settimana prima dell'inizio della guerra in Iraq.

Il commercio non regolamentato d'armi da fuoco è una realtà che ne nasconde ed implica altre, soprattutto in alcuni dei cosiddetti paesi in via di sviluppo ove le principali risorse economiche nazionali – lungi dall'essere impiegate in necessari servizi sociali – vengono utilizzate come strumento di approvvigionamento per l'acquisto di nuove armi: il che crea inevitabilmente un circolo virtuoso, con eserciti sempre più armati e messi magari al controllo di risorse naturali dei paesi vicini (è il caso del Ruanda, per il quale l'Onu ha accertato lo sfruttamento perpetuato dall'esercito ruandese di una risorsa naturale come i diamanti della vicina Repubblica Democratica del Congo). Amnesty International stima in 22 miliardi di dollari la spesa in armi annuale dei paesi terzomondisti.

Il problema riguarda da vicino non solo i PVS. Perché i fornitori di armi possono essere anche essere, in un mondo che evidentemente non funziona, i cinque membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: la sola Gran Bretagna ha esportato in Indonesia qualcosa come 40 milioni di sterline nel 2002, una cifra venti volte superiore all'esportazione nello stesso paese di due anni prima.

I conflitti armati e l'armamento di eserciti o servizi di polizia, dunque, sarebbero la principale ragione dell'esistenza di un mercato così prolifico. Ma non gli unici, perché le armi da fuoco sono entrate prepotentemente anche nelle nostre case e nell'esigenza di sicurezza quotidiana hanno assunto perfino una inquietante normalità. A questo proposito il mini dossier pubblicato dal bravissimo Alberto Puliafito rende bene l'idea di una realtà fuori controllo: negli Stati Uniti in un solo anno si sono contati 30.242 morti da arma da fuoco, di questi 17.108 suicidi (56%), 11.829 omicidi (39%), 762 morti accidentali (3%), 300 uccisi in modo legale e 243 in modo dubbio (2%). Numeri che nascondono e non tengono conto anche di altre violenze, come stupri o rapine sempre più efferate.

Dispiace che un paese magnifico e fatto di gente altrettanto favolosa come il Brasile, abbia scelto nel recente referendum sulle armi di non vietarne il commercio (pur nella condivisa sfiducia nei confronti di una polizia corrotta).

A fronte di una simile realtà, sempre più inaccettabile, la campagna Control Arms è nata con lo scopo di spingere i governi a firmare il "Trattato mondiale sul commercio delle armi" in vista della conferenza dell'Onu (prevista nel luglio 2006) su "Programma d'azione per prevenire, combattere e sradicare il traffico illecito delle piccole armi e delle armi leggere in tutti i suoi aspetti".

L'obiettivo per sensibilizzare la comunità internazionale è di quelli grandiosi ma non irrealizzabili: un milione di volti-petizione in tutto il modo. E se l'Italia è il secondo paese per armi leggere esportate, con un giro d'affari da 298.7 milioni di dollari, qualcosa lo dobbiamo a questo piccolo e deperibile Mondo.


da webrebelde.it


Il Kosovo divide Belgrado
Belgrado, scrive Danijela Nenadić
Il parlamento serbo adotta una risoluzione come base di partenza per i negoziati sullo status del Kosovo, un testo che però non gode dell'unanimità dei parlamentari serbi. La Belgrado ufficiale si divide tra la posizione del premier e quella del presidente della repubblica
Vojislav Kostunica e Boris Tadic Sono iniziati i colloqui sulla determinazione dello status futuro del Kosovo e la Belgrado ufficiale, una della parti che dovrà negoziare, tre giorni fa ha fatto il primo passo verso la definizione della sua posizione adottando una risoluzione, base di partenza per le posizioni che ai negoziati verranno sostenute dalla parte serba, e soprattutto dal governo della Serbia.

Dopo una seduta durata sei ore, i deputati del parlamento serbo hanno adottato, con la maggioranza dei voti, il testo della risoluzione che aveva proposto il governo, e che il premier Kostunica ha esposto ai parlamentari. Tuttavia, benché ci si attendeva che la risoluzione venisse accolta all'unanimità, ossia che in questo modo venisse espressa un'unica posizione della Belgrado ufficiale, i deputati del Partito democratico (DS) hanno votato contro la proposta, adducendo che si dovrebbe prendere in considerazione anche la nuova proposta del presidente della Serbia Boris Tadic.

La seduta del parlamento serbo dedicata al Kosovo è stata aperta dal premier Kostunica, il quale ha informato i parlamentari del contenuto del testo della risoluzione. Nella sostanza quest'ultima parte dall'idea che la soluzione del futuro status del Kosovo deve essere trovata nell'ambito dei confini territoriali della Serbia, con l'attribuzione di un'ampia autonomia per la provincia. Kostunica ancora una volta ha ribadito che la Serbia insiste sui principi di sovranità e di integrità territoriale dello Stato, e poi che sarebbe pericoloso creare un precedente proclamando l'indipendenza del Kosovo, sia che si tratti di indipendenza condizionata o incondizionata.

Kostunica, come riporta il quotidiano "Vecernje Novosti", nell'introduzione ha affermato che la questione della soluzione dello status del Kosovo è una priorità, e che il Kosovo non è solo parte della storia serba, ma anche della sua attualità e del suo futuro, cioè che si tratta "di noi stessi e della nostra identità".

I principi proposti, contenuti nella risoluzione, si riferiscono all'idea che la soluzione dello status debba essere trovata all'interno di due importanti coordinate: la sovranità e l'integrità territoriale della Serbia e Montenegro da un lato e dell'autonomia sostanziale per il Kosovo dall'altro.

Parlando dell'autonomia del Kosovo, Kostunica ha detto che anche in questo caso si tratta di due processi paralleli, cioè della garanzia di un alto livello di autonomia per il Kosovo in riferimento alla Serbia, ma anche di un alto livello di autonomia per i rappresentanti delle comunità dei serbi e dei non albanesi in Kosovo. Il premier ha inoltre affermato che non si può parlare di autodeterminazione nel caso degli albanesi del Kosovo, perché questo principio vale solo quando si tratta di popoli. Riferendosi al diritto internazionale Kostunica ha affermato che il diritto all'autodeterminazione non è prerogativa delle minoranze, ma dei popoli, e che in questo caso gli albanesi sono i rappresentanti di una minoranza in seno alla Serbia, aggiungendo che la mancanza di rispetto di questo principio condurrebbe ad un grave stralcio delle norme del diritto internazionale.

Appellandosi alla inaccettabilità dell'indipendenza come soluzione futura, Kostunica ha sostenuto che una tale decisione avrebbe delle incalcolabili conseguenze sulla Serbia e Montenegro, che sarebbero scoraggianti per la sua strada verso l'integrazione europea, ma anche sulla regione perché passerebbe il messaggio che le frontiere si possono modificare unilateralmente, ed infine su tutta l'Europa perché si metterebbe in discussione il processo di stabilizzazione dei Balcani. Alla fine Kostunica ha dichiarato che nei negoziati si dovrà partire dalla Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, nella quale non si fa cenno all'indipendenza, e ha invitato entrambe le parti a realizzare uno storico accordo nell'ottica di una futura vita in comune.

Dopo l'esposizione del premier è seguita una burrascosa discussione, caratterizzata dalle polemiche, soprattutto tra i deputati del Partito democratico e quelli del Partito radicale (SRS).
Il capo gruppo parlamentare del DS, Dusan Petrovic, ha riferito che la Serbia in questo momento si confronta con una serie di questioni difficili delle quali la più importante è il livello di vita dei sette milioni di cittadini che vi abitano, e sul loro livello di vita futuro. Petrovic ha dichiarato che ai cittadini va chiaramente detto che l'indipendenza del Kosovo è una delle opzioni reali, e che la lotta per lo status del Kosovo sarà lunga e difficile.

La critica maggiore fatta dai deputati del DS al testo della risoluzione si basa sul fatto che il futuro status della provincia venga cercato nel quadro della Costituzione in vigore, cosa che per i democratici è inaccettabile. Sembra però che il DS sia preoccupato di più del fatto che la risoluzione abbia dovuto subire modifiche in seguito ad emendamenti proposti dal Partito radicale, i quali hanno ancora una volta ribadito l'insoddisfazione dello "status" di cui gode il presidente della Serbia nel processo di adozione della strategia. Dall'altra parte, Tomislav Nikolic, capogruppo parlamentare del SRS, ha affermato che i radicali hanno deciso di appoggiare la risoluzione perché mostrare l'unità su questa questione è un vitale interesse nazionale, dichiarando che i radicali faranno in modo che il Kosovo non ottenga l'indipendenza.

La Risoluzione sul Kosovo, dopo una discussione durata per molte ore, è stata adottata con la maggioranza dei voti, mentre i deputati del DS hanno votato contro, così come il deputato del SDP, Meho Omerovic. Natasa Micic, già facente funzione del presidente del parlamento, ha abbandonato la seduta non desiderando partecipare ad una discussione che tiene più in considerazione "gli aspetti riguardanti il territorio che quelli della gente che lo abita".

Che non esista una posizione unanime della Belgrado ufficiale è evidente anche dalla nuovissima proposta del presidente Tadic, il quale ha reso esplicita la sua strategia durante la recente visita in Russia e Germania, e che in questi giorni è stata ripetuta con insistenza nel Paese. Tadic, reagendo al testo della risoluzione, ha detto che tali iniziative non giovano alla Serbia, e che è chiaro che ancora non è stata raggiunta alcuna piattaforma per i negoziati. Tadic ha dichiarato che la proposta che ha annunciato è per ora la prima iniziativa veramente concreta e si basa sull'idea di creare due Entità in Kosovo, grazie alle quali l'Entità serba avrebbe delle relazioni speciali con la Serbia, mentre le due Entità lavorerebbero insieme alla creazione delle istituzioni kosovare. Come informa il quotidiano "Politika", Tadic ha dichiarato che la priorità della Serbia dovrebbe essere la gente che vive in quel territorio, poi le capacità produttive e statali della Serbia, e al terzo posto pure lo storico interesse statale della Serbia, e che il piano che si adotterà dovrà essere realistico e soddisfare tutte e tre le parti interessate.

Tadic e i rappresentanti del DS hanno invitato il governo e gli altri attori rilevanti a prendere posizione sulla possibilità che questa proposta possa essere la strategia iniziale di Belgrado, ma i rappresentanti del governo hanno risposto che al momento non sono informati su suddetta iniziativa e che quindi non possono prendere posizione.

Nel frattempo il parlamento serbo ha adottato, nella seduta del 24 novembre, la decisione sulla formazione del team negoziale. Alla guida del team per i negoziati si trovano Boris Tadic, Vojislav Ksotunica e il ministro degli esteri della Serbia e Montenegro Vuk Draskovic. Tadic e Kostunica avranno la funzione di co-presidenti.

Secondo quanto riportano i media belgradesi, i membri del team sono i consiglieri di Tadic, Dusan Batakovic e Leon Kojen, i consiglieri di Kostunica, Aleksandar Simic e Slobodan Samardzic, il capo del Centro di coordinamento per il Kosovo e Metohija Sanda Raskovic Ivic e i rappresentanti serbi del Kosovo, Marko Jaksic, membro del Partito democratico della Serbia (DSS) e Goran Bogdanovic, membro del Partito democratico (DS). Il team per i negoziati sarà composto da quattro gruppi di lavoro. www.osservatoriobalcani.org



Spagna : migranti di Ceuta e Melilla , tre erano proprio rifugiati
di Gabriella Mira Marq

Erano effettivamente rifugiati 3 dei 73 Subsahariani che la Spagna ha rimandato in Marocco durante la crisi del mese scorso a Ceuta e Melilla.

E' uno dei fatti emersi durante i lavori della commissione parlamentare d'inchiesta spagnola sulle vicende delle due enclavi spagnole in terra marocchina, dove i migranti irregolari furono respinti e fatti segno di spari di cui i due Paesi si rimbalzano la responsabilita'.

Sei dei migranti, quattro della Costa D'Avorio e due del Mali, hanno protestato di essere perseguitati nei propri Paesi e di vedersi impedito il diritto d'asilo in Spagna.

Accertamenti presso il Consiglio dei Rifugiati dell'ONU hanno permesso di verificare che tre di essi erano stati riconosciuti rifugiati dall'ufficio dell'altro rappresentante dell'ONU a Rabat. Il Marocco non vuole pero' responsabilita' in ordine ai tre, dato che essi volevano chiedere asilo alla Spagna.

Gli altri tre richiedenti asilo hanno una situazione piuttosto complessa e l'ufficio dell'ONU per i richiedenti asilo sta studiando i loro casi.

Secondo l'ufficio del "difensore del popolo" spagnolo, la "deficiente" assistenza fornita dalla Spagna ai migranti e' stata determinante in tale occasione per la mancata individuazione dei tre rifugiati e anche le procedure legali seguite per tutti i migranti respinti non sono state del tutto corrette.

L'occasione ha permesso la difensore di sottolineare al governo spagnolo la necessita' di porre maggiore attenzione al rispetto dei diritti umani, che per quanto riguarda il trattamento dei subsahariani in Marocco, desta preoccupazione anche nella UE.


www.osservatoriosullalegalita.org



Kreuzberger, la Berlino multietnica
Berlino, quartieri Kreuzberg e Neukoelln: sono in tanti gli immigrati disoccupati. Le rivolte di Parigi hanno forse influenzato i giovani di queste zone?


Antenne paraboliche a Neukoelln (Georg Slickers) Kreuzberg. Un bambino grida «1o Maggio! Revoluzione!»: questo il grido che ha interrotto l’idilliaco novembre nel < a href="http://www.familieklose.de/kindbhf%20goerli.html" onclick="window.open(this.href,'_blank'); return false;">kinderbauernhof, una fattoria per bambini, del Görlitzer Park di Kreuzberger. Questo bambino ha denti da latte, il suo ghigno è sfacciato ma non sgradevole: animato da un genuino sentimento di rivolta, ha le sembianze
di un battitore di baseball che rotea la mazza sopra la testa. Ma fortunatamente suo fratello non è lontano e perciò non avrà il tempo di passare dalle parole ai fatti.

Oltre a ciò si fa largo la domanda se, qui come in Francia, possano arrivare i vandalismi. Poiché Kreuzberg e l’adiacente Neukoelln domandano ad alta voce, per fronteggiare la difficile crisi sociale del 2004, un ammontare di aiuti che l’ufficio statistico nazionale di Berlino stima superiore di 13 punti percentuali rispetto al totale disponibile da destinare solo ai due quartieri cittadini.
«Da qualche parte brucia sempre qualcosa», dice Marina, lavoratrice socialmente utile, che descrive il suo lavoro in una parrocchia di Kreuzberger come «ragazza tappabuchi». Tra le altre cose si è occupata anche del caffé per i giovani. Mentre innaffiava i fiori sulle finestre dell’ufficio dell’amministrazione locale ci ha raccontato l’infanzia nel ghetto di Kreuzberger. «Naturalmente la rabbia bolle nei giovani. Si sentono ai margini della società e non hanno forti sensi di appartenenza». Quando Maria parla della violenza e della miseria a Kreuzberger posa l’annaffiatoio e inizia a gesticolare nel vuoto. È da tempo dell’opinione che Kreuzberger sia una polveriera pronta ad esplodere alle prime scintille.

«Tutti gli uomini hanno uguali diritti»

Sembra che accada anche a Neukoell. Davanti a un chiosco in una tranquilla area residenziale, fatta di grigie, monotone ma ben curate vecchie abitazioni, tre giovani perdigiorno fumano sopra una panca. Si fanno chiamare Aslan, Hamadi e Don Montana e non vogliono dire i loro veri nomi. È ancora tutto calmo, anche se Hamadi controlla con sguardo nervoso la situazione in strada. Solo più tardi arriveranno in questo punto d’incontro altri giovani, tutti insieme. Poi irromperanno nei negozi oppure assalteranno i residenti del luogo, che si difenderanno in ogni modo. La rivolta dei giovani francesi è pienamente giustificabile agli occhi dei tre del chiosco. «Tutti gli uomini hanno gli stessi diritti», dice Hamadi, «e in Francia i giovani delle periferie vengono trattati come se non ne avessero». Conoscendo molto bene questi sentimenti, Aslan profetizza per Neukoelln condizioni parigine e peggioramenti.
Aslan, Hamadi e Don Montana credono anche che molti altri come i giovani francesi non dovranno assolutamente perdere l’occasione per lottare per una vita migliore. Sono orgogliosi di essere di Neukoelln e sentono di dover partecipare agli eventi. Qui sono nati, cresciuti e hanno frequentato la scuola. Qui affondano le loro radici e perciò non vogliono andarsene. «Ma», spiega Alan, «a noi manca uno spazio dove incontrarci e passare del tempo insieme».

Café hippy e circoli maschili turchi

Nel cuore di Kreuzberg c’è anche un’area sulla Naunynstraße, la Naunynritze, un centro culturale e giovanile. È situato in un vecchio edificio in mattoni. Come prima cosa sorprende un curioso rapporto sui comportamenti dei giovani, chiamato «Noi abbiamo già detto tutto». Si legge: «No, a Kreuzberg non ci saranno vandalismi come in Francia». La gente è nervosa perchè ogni giorno i giornalisti passano facendo sempre le stesse domande. È eloquente l’ultima battuta di un giovane prima che se ne vada: «Troppe sciocchezze portano solo delle difficoltà».
Nei dintorni del centro sono riconoscibili i tratti tipici del quartiere: vecchie abitazioni ristrutturate si alternano a logori edifici nuovi dotati di numerose antenne satellitari. Café hippy e circoli maschili turchi stanno fianco a fianco e dietro le sbarre di cemento della Kottbusser Tor, un punto d’ incontro per tossici e alcolizzati, inizia la strada festosa del quartiere..Questo è il tipico miscuglio di Kreuzberg, diversi stili di vita e fasce di popolazione. Ciò fa sì, crede Michael Homberg, educatore presso il Kinderbauernhof, che «le differenze non siano così marcate come in Francia».
Kreuzberg e Neukoelln non sono ghetti che uno può incontrare alle porte di molte grandi città francesi. A Kreuzberg si vedono ancore scene come questa: dall’uscita della porta cittadina sbuca danzando una banda per matrimoni turca. Alcuni passanti con fare diffidente si fermano e osservano. Il finale? Un applauso.
Lena Meier - Berlin www.cafebabel.com/it

Entra nel vivo il processo di Cogne. Stasera le prime nomination
Il reality più amato dagli italiani vive oggi la sua giornata di fuoco. In aula verrà proiettato un video nel quale Samuele accusa la madre. Ma la Franzoni replica: "Sì, ho usato una torcia di ferro. Ma solo per illuminare la scena."

Torino
Per distogliere i giornalisti dalle proccupazioni per i ritardi olimpici e per la Fiat è partito a Torino il processo di appello per l'omicidio del piccolo Samuele Lorenzi. I lettori che siano appena usciti da un esperimento di crioconservazione si staranno chiedendo di cosa si tratti e per questo Giuda offre un breve riassunto delle puntate precedenti.

Annamaria Franzoni, simpatica ma lunatica mammina bolognese trapiantata in Val D'Aosta, una mattina impazzisce e uccide il figlio. L'amica psichiatra Ada Satragni accorre e, dopo aver visto un tale macello, diagnostica un probabile aneurisma attribuendo al caso la presenza di un'arma insanguinata sul letto. Poi aiuta la Franzoni, nell'ordine, a cambiarsi, a far sparire l'arma e, infine, a chiamare i soccorsi.

Per il povero Samuele purtroppo non c'è nulla da fare e muore durante il trasporto all'ospedale di Aosta, mentre nella villetta arriva un pullman di amici dei Franzoni che effettua riprese, fa sparire prove e pesticcia tutto. La Franzoni vede il marito e gli chiede di fare un altro figlio, prova secondo la Satragni che era perfettamente cosciente (del fatto che il figlio fosse ancora in garanzia).

Da quel momento è ressa mediatica attorno al caso di Cogne. Bruno Vespa, probabile complice della donna, realizzerà di lì in poi ventisette puntate normali e due speciali, ridando dignità umana a personaggi ormai obsoleti come il psicopedologo Crepet, il criminorso Bruno e la palombella Palombelli. Dal canto suo Maurizio Costanzo fa il colpaccio garantendosi la presenza al suo show della Franzoni, interpretata per le scene di pianto da una comparsa di Forum.

Arriva il processo e per la Franzoni è condanna. Ma probabilmente quella condanna non è sufficiente ad espiare la sua colpa se di lì a poco sceglierà come avvocato Taormina che, dopo aver difeso mafiosi e assassini, voleva provare il brivido della mammomicida. Taormina cambia strategia: abbandona la linea del precedente legale ("miriamo all'ergastolo con la tv a colori") e annuncia, uno dopo l'altro, una serie di assi nella manica. Taormina sa chi è l'assassino ma non lo dice per prenderlo di sorpresa, poi non sa più chi è, poi fa capire che comunque deve essere comunista, infine ammette che non ci capisce una mazza e chiede l'ergastolo con la tv a colori.

Da alcuni giorni il pubblico, in piena astinenza dalla conclusione dell'Isola e insoddisfatto dalla Talpa, si accalca alle porte del Tribunale di Torino per vedere da vicino le lacrime della Franzoni. "Ma la sentenza è già scritta", fa capire Taormina, "solo un colpo di scena può cambiare il panorama". E già circolano voci su un possibile ingresso di Costantino nel processo. www.giuda.it



novembre 24 2005




Per uno di quei giri strani che fa la vita a me è capitato, un paio di settimane fa, di ritrovarmi a cena con due guardie di finanza.

No, aspetta, fammi dire l'antefatto: mi avevano appena derubato.
Perché, sì, sono anche già riuscita a farmi derubare, a Milano, nel senso che sono salita sulla metropolitana con un borsellino e ne sono scesa senza.
Ho detto: "Ma porca miseria!" e sono andata dai controllori a dire: "Non ho più il borsellino!" e a sentirmi dire: "Poverina!" e poi ho imboccato l'uscita e ho detto: "Cribbio, l'ombrello!" e sono tornata dai controllori e ho detto: "Scusate, ho lasciato qui l'ombrello?" e loro mi hanno detto: "Sì, lo aveva in mano quando è venuta a dirci del borsellino e lo ha appoggiato, ce ne ricordiamo." e ci siamo guardati intorno e, no, l'ombrello non c'era più.
In tre minuti.
Mi avevano fregato pure quello.
E quindi ho di nuovo imboccato l'uscita, con le mani in tasca e sotto una pioggia scrosciante, e riflettevo sulle cose della vita: "Venti minuti fa avevo 150 euro, una carta di credito, un bancomat, il tesserino del tram e quello dell'università. E un ombrello."
Ed eccomi lì, venti minuti dopo, con le mani in tasca e la pioggia in testa, senza un euro.
In mezzo al paesaggio di Cascina Gobba.
Poi dice che una si deprime.

Telefono a un amico che vive nelle vicinanze. Lui ha ospiti in casa e ne manda uno a riscattarmi.
E mi arriva una guardia di finanza, appunto.
Madonna, che bello. Una 'ste cose le nota, che deve fare.
Ma bello, proprio: alto, figo, palestrato. Sventolone da paura.
E andiamo a casa di Giuanìn e ce n'è un altro, uguale. Bello pure lui. "E che gli danno da mangiare, alle guardie di finanza?" mi domando, ammirata.
"E che ci fanno tutte queste guardie di finanza da Giuanìn?" mi chiedo subito dopo.
Apprendo che, in realtà, vorrebbero entrambi darsi allo spettacolo.
Non me ne stupisco.
O, meglio: una parte del mio ipercritico cervello registra che le nostre forze dell'ordine devono essere piene di aspiranti Velini ma, che devo dire, il grosso della mia attenzione è rivolto al portafoglio mancante, quindi racconto ai due fustaccioni la mia disavventura.
"Ah, te lo avrà rubato un arabo!"
Ahem.
Dico: "No, io gli arabi li noto subito: appena ne vedo uno mi avvicino per sentirlo parlare e fare pratica linguistica. Non è stato un arabo, non ce n'erano."

Ed entriamo in argomento, per forza, ed ho modo di immaginare i due sventoloni alle prese con gli immigrati di Milano e mi accendo una sigaretta e poi un'altra e li guardo, così belli e così familiari, con gli occhi uguali ai miei e l'accento in cui sono cresciuta io, e tutti quei muscoli fatti in palestra che, fino a quando non saranno Velini, servono - forse - a picchiare gli stranieri che gli capitano tra le mani.
E' come osservare dei prototipi: le forze dell'ordine argentine, mi vengono in mente. Bei fascistelli duri e puri, brillantina, sorriso malandrino, quoziente intellettivo di un cespo di lattuga o giù di lì.
"Se ne devono andare!", ruggiscono.
"Al paese loro!", ringhiano.
Però ruggiscono e ringhiano in dialetto. Nel mio, per giunta.
A Milano, e a me viene un po' da ridere.
Guardali, i napoletani a Milano.
Che odiano gli immigrati.
Ma fantastico, dai.

Poi mi spiegano che scambiano le donne con i cammelli, gli arabi.
Io sono arrivata alla diciottesima sigaretta, sono semisdraiata sulla sedia eppure, lì per lì, penso a una metafora.
No, quale metafora.
Dicono davvero, e mi riscuoto.
Sono di fronte a un fenomeno che merita tutta la mia attenzione.
"Cammelli?", mormoro.
"Sì, guaglio', te lo ggiuro! E' successo a un amico mio a Sharm-al-Sheik! Steva 'lloco co'a mugliera e il negoziante gli ha chiesto quanti cammelli voleva pa' 'a mugliera! Ma veramente ti dico! Gli hanno offerto cammelli per la moglie!"
E sono indignati, sinceramente.
L'unico neurone che condividono in due sprizza sdegno, i muscoli guizzano e la voglia di menare immigrati si espande per la stanza. Da un certo punto di vista, riescono persino a tranquillizzare la donna delle caverne che è in me: finché rimango con 'sti due, nessuno potrà mai scambiarmi con dei cammelli.

Perché, certe volte, una rimpiange la donna semplice che non è.
A me non dispiacerebbe, nella prossima vita, nascere totalmente oca e perdermi per un animalone di questi.
Una ha le sue perversioni.
Se solo stessero zitti.

Poi, la prof che è in me prende la malinconica decisione di intervenire: "Guaglio', lo stavano prendendo per il culo, al tuo amico. I negozianti di Sharm lo dicono per scherzare, che ti danno il cammello in cambio della moglie. Sanno che ai turisti piace sentirselo dire. A dire il vero, credo che loro pensino che i turisti lo sappiano, che stanno scherzando."
E i due finanzieri mi guardano a bocca aperta, sconcertati.
E rincaro la dose: "Avete presente Napoli? Quante cazzate si dicono, da noi, ai turisti giapponesi, americani?"
Annuiscono.
Non ci avevano pensato.
Il neurone è stremato.

Ed io li guardo e sono certa, assolutamente certa che 'sti due le alzino, le mani sugli immigrati, se gli capita.
Convinti di menare gente che scambia le donne con i cammelli perché glielo ha detto l'amico che è andato a Sharm.

E, normalmente, una non ha idea dell'esistenza di questa gente: non capita di incontrarle, le persone così. Tanto meno di ascoltarle.
Non capita a me, non capita alla gente che conosco io.
Epperò esistono, questi esemplari umani, anche se a vederli (pettinati, bene alimentati, ben vestiti) non ne indovineresti mai il QI, e portano il neurone a spasso per la città, arrestano gli immigrati.
Pazzesco.

Qualcuno avvisi i negozianti di Sharm: è ora di cambiare battuta, gente.
Con urgenza.
Lasciate perdere gli scherzi sui cammelli: mettete nei guai i vostri connazionali che emigrano. /www.ilcircolo.net/lia/
Non tira aria, dico davvero.

Uno che ha capito, e bene....

Ogni tanto capita di leggere qualcosa di fortemente informativo e interessante anche sulle slides Powerpoint italiane destinate a un'audience professionale.

E' il caso di questa presentazione costruita da Edmondo Lucchi dell'Eurisko per l'ultimo convegno dello Iab Italia, il club dei pubblicitari internet in Italia.

E' forse la migliore analisi dell'internet italiana che ho letto da almeno tre anni a questa parte. Collima con le mie sensazioni quasi al 100%. Ma le fonda su un impianto statistico ben più solido. E le sistematizza in un quadro coerente e generale.

E' da leggere. Ve la raccomando. Si nota la qualità di un filo conduttore.

Dal 2004 l’utenza è entrata in una fase “trasformativa”: molto sta succedendo, forse ancora più di quel che pensiamo….

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Siamo in un “punto di svolta”: un clima decisamente positivo di relazione con la Rete, gli eventi accelerano e molti sono i segnali di cambiamento, il nuovo prende forma…. ….è un inizio o un compimento?

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Sempre più l’utenza valorizza consapevolmente internet come ambiente “completo”: si rivolge alla vita della persona nella sua totalità ,“trasversale”: sviluppa una potenzialità di relazione in tutti gli ambiti, in tutti gli orari, in tutti i ruoli della quotidianità.
Tra i mezzi di comunicazione “di massa” è l’unico che consente di “fare”, di “agire concretamente”. L’unico che esprime un valore strumentale, pragmatico, “propulsivo”, non solo “ricettivo”.

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La “capacità di risposta” dell’ambiente internet è cresciuta decisamente negli ultimi 24 mesi, grazie alla diffusione dell’Adsl.

L’accelerazione della navigazione si è tradotta in modo organico in un allargamento e approfondimento della user experience di internet.

E quindi anche il processo di integrazione fra i “progetti di vita”, e le valenze “mediali” e “di consumo” di internet sta entrando in una fase di “transizione generativa”.

Dal punto di vista psico-sociale è questa la vera “convergenza”.

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La concettualizzazione prevalente di internet: informazione + comunicazione

L’evoluzione delle modalità di relazione con internet, comincia a rendere questo approccio eccessivamente limitativo.

Si rischia infatti di concentrarsi troppo sugli “ingredienti materiali” della Rete, trascurando invece i processi, i vissuti, i significati che la animeranno sempre più in futuro.

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E’ sempre più necessario privilegiare una lettura meno “tecnica”, e più “psico-sociale” della vita on-line. L’utenza infatti sta transitando dalla fase dell’“informazione”a quella dell’“azione” e dell’“identificazione”. Un approccio integrato richiederà sempre più di pensare agli eventi e alle strategie di marketing on-line in termini di esperienze (e risultati) + scambio e partecipazione sociale.

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Internet insomma non è più solo un media per “informarsi” e “comunicare” ma “piattaforma” concreta (reale, NON virtuale):
per “fare”, conseguire risultati, sviluppare progetti, generare esperienze e significati in una prospettiva di intersoggettività, e quindi di costruzione condivisa delle identità e delle storie.

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E’ giunto il momento di recuperare (anche in modo critico, ma senza pregiudizi) molte della elaborazioni teoriche che hanno accompagnato gli “anni ruggenti” di internet.

A suo tempo si trattava di anticipazioni eccessive: erano quasi completamente scollegate dalle pratiche d’uso.

E le delusioni “post-bolla” hanno portato (correttamente) ad enfatizzare approcci più concreti e operativi nella riflessione intellettuale e di marketing sulla Rete.

Senza dimenticare la lezione di concretezza duramente appresa, è giunto però il momento di “rinfrescare” la consapevolezza della assoluta peculiarità dell’ambiente on-line.

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Ad esempio, focalizzando l’unicità di internet come media capace di:

percezione
elaborazione
memoria
espressione
comunicazione.

Si tratta di un panorama pressoché completo di “funzioni mentali”.

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Man mano che internet diventa un media “centrale” per l’utenza, inevitabilmente l’utente si “appropria” dei valori intrinseci che la Rete veicola.

Il processo è reciproco: internet diventa un’“estensione” della mente del consumatore e la mente del consumatore comincia ad “organizzarsi” seguendo le “regole” di internet.

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L’esperienza della propria centralità ambientale e –prima o poi -della padronanza ambientale, genera un campo emotivo unico nel sistema dei media: il senso di “autoefficacia”.

Il piacere, e l’esperienza di flusso, di “essere capace”, di riuscire, di conseguire i propri obiettivi.

E’ un’emozione di solito genuina, autoprodotta, non il frutto di un condizionamento o di una seduzione esterna.

Tra l’altro, questo “brivido del potere” può rappresentare anche un’opportunità nuova per la comunicazione pubblicitaria, una tonalità quasi inusitata.

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E’ da tale istanza che nasce il problema cruciale di internet: la “creazione di valore” in internet deve sempre passare attraverso la mobilitazione di una certa quota di fiducia.

On-line la capacità di mobilitare fiducia - cioè la credibilità/ affidabilità - è la risorsa più preziosa.

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E’ il campo emotivo associato ad una relazione solida.

Ogni risorsa ambientale di internet che sviluppa fiducia, genera questa sensazione di “benessere relazionale”.

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Inoltre, queste logiche/ regole non sono solo vincoli ambientali, ma possono diventare importanti opportunità di emozione, coinvolgimento e memorabilità.

Cioè costruzione di “significati” e di “senso” (meaning).

Chi crea “senso” crea “valore”.

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Ho citato estensivamente questa presentazione perchè collima, in modo quasi inatteso (non ho ancora il piacere di conoscere Edmondo Lucchi) con il mio stare, e da un po' di anni, sulla rete.

Personalmente ho sempre visto internet come:

un abilitatore di cittadinanza attiva (anche verso se stessi);

uno stimolo allo sviluppo di identità e di fiducia (in un universo mediatico e pubblicitario in buona parte deprimente);

un potente benchmark professionale, anche nelle sue asprezze;

un fatto trasformativo sociale liberatorio, a partire dai fondamenti psichici della sudditanza, della serialità, del dogmatismo, del non essere e non scegliere;

Trovare idee, analisi e suggestioni simili alle mie, ma incastonate e derivanti dalle cifre, mi ha davvero fatto piacere. Significa che la maggioranza degli italiani pensanti (ormai la rete coinvolge più di un italiano su tre) sta seguendo spontaneamente questo cammino di riappropriazione di se stessi e di un'esperienza di convergenza profonda, di benessere relazionale, di produzione di fiducia, di senso e quindi di valore (per usare le parole di Lucchi).

Leggendo questa presentazione il mio tasso di speranza sull'Italia è salita di qualche punto. L'avevo percepita, questa speranza pratica, prima sulla rete civica, poi su altre comunità e infine sui blog (che hanno uno straordinario vantaggio di pacatezza, di aggregabilità libera - a varie intensità- e benessere comunicativo personale, a mio avviso).

Ma ora ho una buona conferma in più.

Bravo Edmondo, meriti un post lungo da un vecchio idealista.

Peccato che la classe dirigente di questo Paese non legga presentazioni come le Tue e non le mediti a sufficienza. Molto a lungo.....sarebbe vera politica.

Quella che ci serve a vivere meglio, giorno dopo giorno. Anche con meno soldi. www.caravita.biz

 


Videomàfiami
di Marco Travaglio, Unità Proviamo a immaginare che negli Stati Uniti la Corte Suprema stabilisca definitivamente che l'ex presidente George Bush senior incontrava abitualmente Al Capone, Salvatore Anastasia, Sam Giancana, Lucky Luciano, Frank Coppola in arte «Tre Dita», Salvatore Gambino e John Gotti e ha commesso il reato di associazione per delinquere con Cosa Nostra almeno fino alla primavera del 1980. Che ne sarebbe di lui? Probabilmente soggiornerebbe nelle patrie galere, non esistendo negli Usa quel gentile omaggio chiamato prescrizione che in Italia viene riservato agl'imputati ricchi che riescono a tirare in lungo i loro processi: là la prescrizione si ferma al rinvio a giudizio.
Di certo Bush il Vecchio non farebbe il senatore a vita e nemmeno il testimonial degli spot tv. Anche perché i prodotti sponsorizzati da un ex mafioso non troverebbero acquirenti.

Ora, si da il caso che nessun ex presidente Usa sia stato giudicato mafioso. E' capitato invece a un ex premier italiano, Giulio Andreotti, ritenuto responsabile di associazione per delinquere fino al 1980 (reato commesso ma prescritto grazie alle attenuanti generiche) dalla Cassazione. Ma tutte le tv e quasi tutti i giornali hanno parlato di una sua inesistente assoluzione. Così l'ex premier continua a sedere in Parlamento come senatore a vita, da tutti riverito e omaggiato. E recentemente compare in tv anche in uno spot dei video-telefonini «Tre» in sostituzione di Vittorio Cecchi Gori, al fianco di Claudio Amendola e Valeria Marini. Legge il giornale seduto in aereo (forse in memoria dei viaggi compiuti in Sicilia per incontrare Stefano Bontate nel '79 e nell'80 per discutere del delitto Mattarella). E viene riconosciuto da Amendola e Marini i quali, tutti emozionati, non gli domandano se per caso stia tornano sul luogo del delitto. Gli chiedono che succede in Parlamento.
A quel punto l'anziano prescritto suggerisce loro di munirsi di Pupillo, che non è un 'espressione gergale della malavita per indicare il palo, ma un aggeggio che consente di vedere che accade intorno alla persona chiamata sul video-telefonino. Armati di Birillo, i due interlocutori potranno assistere in diretta alla scena quotidiana di un prescritto per mafia che spiega la lotta alla mafia agli altri senatori. A quel punto i due attori, con la voce rotta dall'emozione, commentano: «Ma lei sa proprio tutto, presidente!». In effetti ignora la sua prescrizione, ma per il resto sa proprio tutto. La Marini potrebbe domandargli quando si deciderà a confessarlo, quel tutto: a dirci se per caso sa qualcosa sul golpe Borghese, su Sindona, su Ambrosoli, su Mattarella, su Dalla Chiesa, su Gelli, su Moro. A quel punto Valeria potrebbe concludere: «Lei sa tutto presidente. Ma perché noi non sappiamo niente?». Invece lo spot finisce lì, sul più bello.
Domanda retorica: se sapessimo qualcosa, nessun 'azienda si sognerebbe di eleggere uno così a testimonial dei suoi prodotti. Perché nessuna azienda riuscirebbe a piazzare non dico un videofonino, ma nemmeno un lavandino sponsorizzato da un ex premier che aveva rapporti con la mafia. E magari, invece della Coca Cola, oggi qualcuno boicotterebbe i videofonini andreottiani.

Invece, dopo i videofonini, Andreotti s'appresta a sponsorizzare pure la Banca d'Italia (prodotto decisamente più consono alla sua figura, visto lo sgovernatore che ci ritroviamo). Ogni anno, a fine novembre, la banca centrale festeggia il «Trentennale» dei dipendenti che di volta in volta raggiungono quelV anzianità di servizio. A solennizzare l'evento interviene a turno un'alta carica dello Stato. Nel 2000 Ciampi, nel 2001 Pera, nel 2002 Casini, nel 2003 di nuovo Ciampi, nel 2004 il presidente della Consulta, Onida. Quest'anno, il 24 e 25 novembre, ci sarà Andreotti. Alcuni sindacalisti di Bankitalia hanno pensato di rammentare ai partecipanti che trentanni fa, mentre i dipendenti ora festeggiati entravano a Palazzo Koch, Andreotti incontrava l'avvocato di Sindona per salvare il bancarottiere piduista e mafioso dalla bancarotta, salvataggio contrastato dall'allora governatore Ciampi e dal liquidatore della Banca Privata Giorgio Ambrosoli. E hanno proposto di distribuire, all'ingresso della cerimonia, un volantino: «Trentennale con la condizionale»www.unita.it.

Ciao a tutti, eccomi qui!!! Come va? Quali news dall'Italia? Quante altre cazzate ha fatto il nostro presidente?
Qui le cose procedono come sempre: hanno ancora rinviato la data delle elezioni e i candidati sono diventati 35 (e noi ci lamentiamo della sinistra divisa..) e non trovano un accordo sulle modalità di iscrizione degli aventi diritto, né su come stampare le schede, tantomeno su cosa fare dei prigionieri "politici". Insomma credo che queste elezioni non ci saranno mai!
Intanto noi abbiamo ben 2 governi all'interno dell'ospedale: uno nella stanza delle trazioni, con presidente e ministri annessi e l'altro in quella della paresi, ma direi che qui è più una mafia che un governo democratico!
Questi ultimi due giorni sono stati all'insegna dei parti... Vi ricordo che noi abbiamo un centro di traumatologia e non una maternità. Il problema è che tutt, o quasi, le mogli dei pazienti sono incinte, anzi incintissime... così venerdì mattina alle 5.30 mi chiamano perché una delle mogli stava per partorire al centro di fisioterapia... il centro di fisioterapia lo chiamiamo "il castello" perché sembra veramente un castello: è enorme, e così, insieme al paziente, vi si trasferisce tutta la famiglia, e per tutto il tempo della fisioterapia tutta la famiglia viene adottata. Il problema è che sono tutte incinte! Spero che non si abituino all'idea di venire a partorire da noi, perché noi non siamo assolutamente attrezzati per questi piccoli mostricciattoli che piangono e fanno cacca e pipi. E il secondo oggi, giovane donna incinta di 7 mesi con frattura di bacino e dilatazione di 5 cm in seguito all'incidente; ma questo è stato più facile: un cesareo e il pupo e' uscito pimpante e strillante (per quanto può strillare un piccolo di 7 mesi).
Il piccolo Pier invece è ancora con noi, sempre un po' triste e sempre poco dinamico. Come dice il nostro chirurgo, con lui non abbiamo ancora vinto ma ci siamo vicino, aspettiamo! Sorride solo quando gli gonfiamo i palloncini che diventano veramente più grandi di lui.
Comincio comunque ad essere un po' stanca: due mesi senza un solo giorno lontano dall'ospedale e tutti che a turno vanno a farsi il week end al mare, e io non posso perche avrò la mia settimana di ferie in Italia... cosa non si fa per la vigilia Lodesani!! A proposito, iniziate a organizzare le cene varie perché come al solito sarà solo una settimana e vi voglio vedere tutti!
Infine per la gioia di Tambu, l'Ele e tutti gli altri scout, ieri ho ceduto e sono andata a incontrare il gruppo scout di Delma 19.... uno spettacolo! A fianco c'era la messa per un funerale, e qui le messe per i funerali sono piene di canti e pianti, quindi io parlavo ma nessuno mi sentiva! E non vi dico a cosa ho pensato quando il funerale è finito e il carro è partito e dopo 5 metri si è ritrovato dentro il fosso che scorre a fianco della strada.... nessun ferito, ma una situazione tragicomica da commedia all'italiana!!!
Bene, ora devo andare a fare la carbonara, perché se la lascio fare ai francesi la fanno con la panna!!
Un bacio a tutti
Claudia www.ulivoselvatico.org/

Milioni in Finanziaria per i precari di Messina Prodi: mossa elettorale
Il Professore in città: i voti della mafia puzzano
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI Felice Cavallaro


dal Corriere - 24 novembre 2005

MESSINA — Stavolta non ci sono arretrati da elargire pure a librai e ballerine brasiliane, come si tentò di fare in agosto a Catania stornando 18 milioni di euro dai fondi dell'8 per mille. Ma un emendamento, anzi, un sub-emendamento annunciato ieri dalla maggioranza sta per aprire i cordoni della Finanziaria, oltre che per la città dell'Etna, anche per stabilizzare i 600 precari del Comune di Messina.
LA VISITA — Miracoli di vigilia elettorale. Grandinata milionaria targata Casa delle libertà. Pubblicizzata proprio mentre Romano Prodi arrivava a Messina. Sconvolto alla vista dei baraccati di Fondo Fucile: «Sembra Gaza». Ironico davanti ai manifesti di Cuffaro sulla «mafia che fa schifo»: «Siamo noi a dire che i voti dei mafiosi puzzano, che non li vogliamo». Poi, l'affondo su «una città paralizzata da un sindaco che non poteva essere candidato» e «umiliata dall'arroganza del centrodestra che, dopo la salva Previti, ha fatto pure la salva Buzzanca». Infine, la bordata contro il contestatissimo emendamento dell'ultima ora: «Ha una sola chiave di lettura: la Cdl ha paura di perdere».
Sarà una coincidenza, ma guarda caso tutto accade a tre giorni dal voto per sindaco e nuovi inquilini di Palazzo Zanca, un municipio commissariato da due anni. Un modo per tendere una mano a 600 famiglie pronte così a mobilitarsi per ringraziare i potenti in sella.
Come sperano, incuranti delle accuse di clientelismo, il pupillo di Berlusconi in Sicilia, Angelino Alfano, e il capogruppo di An Domenico Nania, ieri sera fieri, con Domenico Sudano dell'Udc, di annunciare l'estensione dei benefici catanesi ai cosiddetti «Lsu», i lavoratori socialmente utili, di Messina. Il tutto grazie ad una intesa raggiunta al massimo livello. Si son messi d'accordo addirittura il vicepremier, Gianfranco Fini, e il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, per staccare un doppio assegno da 18 milioni tranquillizzando per un paio d'anni netturbini e bidelli, autisti, inservienti, fattorini.
Ma sembra che sarà Nania, da capogruppo di An in Senato, ad intervenire di suo pugno aggiornando quel discusso testo già confezionato per la città guidata da Umberto Scapagnini, il medico del Cavaliere deluso dal primo decreto strombazzato ad agosto e poi naufragato perché non convertito entro i 60 giorni.
L'EMENDAMENTO — Adesso che il decreto è diventato un emendamento- fotografia destinato ufficialmente «ai Comuni della zona Obiettivo Uno con più di 300 mila abitanti», cioè alla sola Catania perché Napoli, Palermo e Bari hanno già goduto di analoghi benefici, per mettere a segno il colpaccio parlamentare basterà ridurre quel tetto dei 300 mila. Come promette soddisfatto Nania, pronto ad inserire il sub-emendamento e correggere la cifra in «250 mila». Appunto, tanti quanti sono gli abitanti di Messina. Altro provvedimento- fotografia da stampare in 600 copie per i diretti interessati.
Una «manovra preelettorale» intercettata ieri sera da Prodi, mentre correva dal centro alle periferie di Messina accanto al candidato dell'Unione, Francantonio Genovese: «È una vicenda incredibile, prima escludono una città e a pochi giorni dalle elezioni la rimettono nella lista, come se i diritti di una comunità fossero solo dei diritti elettorali».
Polemiche roventi che scatenano lo stesso Nania, irritato soprattutto dal riferimento alla «salva Buzzanca», pronto a rinfacciare un'altra «verità» al leader dell'Unione: «L'unica legge ad personam approvata in Italia, datata 16 luglio 1997, fu opera del centrosinistra per salvare l'allora presidente del Consiglio Prodi dall'accusa di abuso d'ufficio nella vicenda Cirio». Insomma, a Messina volano pomodori.


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VERSO IL VOTO
Messina, l'Unione dei Gullotti: un ex dc mette d'accordo tutti
Genovese, nipote del potente Nino, piace anche a Rifondazione. «I miei affari sullo Stretto? Berlusconi mi contesti»
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI Gian Antonio Stella

MESSINA — Mister Magoo, vada come vada, il suo prodigio l'ha fatto. E chi mai avrebbe potuto immaginare che lui, che veste dimesso come i diccì di una volta e sussurra placido come i diccì di una volta e tende la mano smortina come i diccì di una volta sarebbe diventato il condottiero non solo dei reduci diccì di una volta ma dei diessini e dei verdi, dei rifondaroli e dei gobettiani, degli ammiratori di Chávez e degli alternativi pazzi per Lula? Vedere per credere. Bastava essere ieri sera alla Fiera di Messina. Dove il reuccio figlio di papà Luigi e nipote di zio Nino ed erede di mamma Angelina è stato incoronato da Romano Prodi in un delirio di applausi.
«Mea culpa, meamaxima culpa», dovrebbero battersi il petto i federali della destra messinese. Perché qui, comunque finisca alle Comunali di domenica che giorno dopo giorno diventano più importanti non solo perché sono l'ultimo grande test prima delle Politiche della prossima primavera, sta succedendo davvero qualcosa di anomalo per la storia di questa città destrorsa. Basti dire, spiegano gli intenditori, che per l'aspirante sindaco di sinistra si sbilanciano non solo i tifosi tradizionalmente di destra dell'«Uragano Cep» e dei «Lyons» e che perfino i «Fedelissimi» del Messina, che passano per essere i cugini neri delle Brigate Autonome Livornesi famose per il fanatismo-leninismo, fanno capire che sì, insomma, loro pure lasciano libertà di voto.
Per non dire, aggiungono gli esperti, del messaggio lanciato da Veronica Zimbaro, la fidanzata del portiere Marco Storari, idolo della curva, che per battere la destra si è perfino candidata. Boh... Vedremo.
Quel che è certo è che, pur di sbattere fuori la Casa delle Libertà che domina da anni incontrastata nel capoluogo sullo Stretto, il variegatissimo e litigiosissimo mondo della sinistra ha concesso a Francantonio Genovese quello che non ha mai concesso ad alcun candidato moderato da Vipiteno a Pantelleria. Avete presente le elezioni di pochi giorni fa a Bolzano? Perfino là, dove la destra aveva già mostrato a maggio di essere in grado di vincere (sia pur per sette voti) al ballottaggio, i Comunisti italiani e una parte dei Verdi e qualche altra scheggia della sinistra avevano respinto sdegnosi la sola idea di appoggiare («Puah! Che moderato!») l'uomo scelto dalla Unione.
Qui no: tutti insieme. Di più: a parte le punzecchiature di qualche sito Internet (come l'irriverente
imgpress.it che prima ha ribattezzato il nostro «Franzantonio» per calcare sul suo legame societario con la potentissima famiglia Franza e poi gli ha rinfacciato di aver parlato nel programma della defunta Cee invece che dell'Ue) anche la sinistra generalmente più schizzinosa, quella che ben che vada ci tiene a far sapere che si rassegna a votare Tizio o Caio ma tappandosi schifatissima il naso, qui canta in coro le lodi dell'unità, unità, unità.
E sì che in condizioni diverse Francantonio Genovese sarebbe stato forse massacrato. A torto, forse. Ma massacrato. Perché ha tutto ma proprio tutto per restare nel gozzo a una certa
gauche nostrana.
Certo, non pesa il suo essere piccolo, minuto, quasi calvo e portatore di una faccia da primino della classe assolutamente impossibili per gli stilisti della politica di oggi. Questo non solo glielo perdonano ma, in contrasto col neo zazzeruto Cavaliere, quei due ettari di pelle lucida che va dalle sopracciglia alla chierica sulla nuca possono strappar loro perfino un sorriso di simpatia. Ma il resto...
Per cominciare, è nipote di Nino Gullotti, indicato a lungo dai dc come uno dei padri degli anni d'oro di Messina dal forte rapporto coi ceti popolari e dagli avversari come un ras di provincia che si puntellava su una gestione clientelare del potere basata su un principio: se possibile, non dire mai di no a nessuno.
Poi è figlio di Luigi Genovese, per cinque volte senatore e della leggendaria Angelina Gullotti, che molti in città consideravano il vero cervello politico della famiglia. Non bastasse, non si vergogna di confidare (anzi, lo ammette con una certa dose di auto-ironia) che certo, non è ai livelli di Totò «Vasa Vasa» Cuffaro e se qualcuno allunga le labbra per baciargli la mano lui la tira indietro, ma non disdegna affatto di baciare lui pure sulle guance (destra e sinistra) un bel po' di elettori: «In Sicilia è così: siamo affettuosi».
Più ancora, però, pesa il suo essere ricchissimo. Lui allarga le braccia e sospira sorridendo: «È una colpa?». Certo ha tanti di quegli interessi da far urlare non solo agli avversari al conflitto: in società coi Franza ha quote della «Tourist Ferryboat», della «Caronte» (traghetti), della «Framon Hotels» (una ventina di alberghi sparsi per l'Italia tra cui i due più famosi di Messina), della «Imfra» (che gestisce un piccolo impero immobiliare), della «Genovese Finanziaria», della «Ge.Fin» e della «Entertainment Srl» che fa villaggi turistici. Lui abbozza: «Se avessi voluto curare gli affari sarei rimasto nell'ombra, non crede? Sarà tutto chiaro, nella gestione del comune: tutto trasparente». E sfida: «Voglio proprio vedere. Chi verrà a rinfacciarmi un conflitto d'interessi: Berlusconi?». «È ovvio che avrei preferito un metalmeccanico. Che discorsi!», sbuffa ridendo Rosario Rappa, il segretario regionale di Rifondazione, «Ma noi, qui a Messina, abbiamo meno del 2 per cento: dove andiamo? Genovese è un uomo perbene. Ha presentato un programma chiaro, a partire dal no al ponte, che ci sta bene. Se poi dovesse tradire le promesse...». «Noi, in certi quartieri disperati, non abbiamo alcun peso», confida amareggiato Pippo Trimarchi, segretario dei Ds, che nel 2003 ottennero insieme con tutta la sinistra poco più del 12%, «Colpa di tanti errori del passato. Con lui, Genovese, stiamo iniziando a ricostruire». «Ricominciamo a essere accolti nelle parrocchie», spiega Franco Provvidenti, sindaco anni fa dell'unica, breve stagione di centro-sinistra. E così anche Antonio Saitta, il liberale gobettiano che due anni fa era riuscito miracolosamente a inerpicarsi fino al 44% guadagnando dieci punti sulla coalizione, ha preferito farsi da parte, nonostante i sondaggi lo dessero vincente, accettando il ruolo di spalla: «Mi sono sacrificato? Forse. Ma va bene così. L'importante è che la destra vada a casa. Ha preso una città povera e ne ha fatto una città plebea. E poi mi piace questo modo messinese di stare tutti insieme». Non partì da Messina anche l'Armada?



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Ds Milano - Rassegna stampa



La mia politica energetica: più risparmio e sì al solare.


Cari amici, vi sono grato per il contributo importante state dando alla definizione della nuova politica energetica. Che oggi ha per noi un orizzonte nazionale ma che va ovviamente inserita nel contesto europeo e globale.

L’attuale sistema energetico mondiale ha bisogno di un cambiamento radicale e noi vogliamo esserne non solo partecipi, ma anche protagonisti e promotori.

Dobbiamo avviare subito il processo di transizione dalla produzione di energia dominata dal ricorso ai combustibili fossili ad una molto più rispettosa dell’ambiente e della indipendenza strategica basata su uno sforzo intenso , verso le energie rinnovabili di tutto il sistema paese.

E questo non solo perché le fonti fossili tradizionali sono destinate ad esaurirsi, ad essere comunque troppo costose e strategicamente poco affidabili, ma perché presto non avremo abbastanza aria, terra o mare dove scaricare le scorie solide liquide o gassose prodotte dal loro utilizzo.

Per quanto efficienti noi riusciamo a rendere le nostre centrali, le nostre industrie, i nostri trasporti, le nostre città e le nostre case, l’affacciarsi al livelli di consumo ‘occidentali’ di miliardi di persone dall’Asia, al Sud America e, speriamo, anche all’Africa, renderà l’attuale ricorso alle fonti ‘fossili’ assolutamente insostenibile per l’ambiente.

Il mondo deve avviare una vera e propria rivoluzione industriale e noi non solo vogliamo parteciparvi con un sistema energetico rinnovato, ma vogliamo anche che l’industria Italiana possa beneficiare di stimoli verso produzioni destinate al nascente mercato globale dell’energia.

È ovvio però che il paese deve avviare una fase di sviluppo nei tempi più brevi possibili, e perché ciò avvenga serve tanta energia a costi competitivi.

Il problema strategico della nuova politica energetica è quello di procedere in modo bilanciato tra obiettivi di crescita e di rispetto dell’ambiente che, pur convergendo nel lungo termine, possono apparire in conflitto nel breve medio termine.

In questo contesto è oramai in fase definitiva di elaborazione la proposta di politica energetica dell’Unione che ha visto un confronto serio e alla fine una convergenza sostanziale sui punti essenziali.

Il messaggio forte è quello di rispettare Kyoto fino in fondo, seriamente. E, per fare ciò, di porsi come obiettivo di breve termine quello di restare da subito nel consumo dei combustibili fossili nel loro complesso al di sotto della somma dei consumi di oggi. E di avere un trend di diminuzione concordato e predefinito.

Credo che tutti concordiamo sulla necessità di uscire dalla eccessiva dipendenza dalle fonti primarie fossili (ed in particolare, nei tempi più rapidi possibili, dalla dipendenza dal petrolio che ci vede in una situazione assolutamente ‘singolare’ tra i paesi avanzati).

Bisogna quindi fare un grande sforzo per:

Accelerare l’utilizzo delle energie rinnovabili sul fronte delle tecnologie esistenti e soprattutto promuovendo la ricerca e lo sviluppo di quelle nuove, che hanno prospettive di grandissimo interesse.
Avviare la transizione, nella produzione di energia elettrica, dai grandi impianti a quelli più piccoli distribuiti sul territorio con cogenerazione e teleriscaldamento per aumentare l’efficienza. Molto importante potrà essere qui il ruolo delle municipalizzate delle quali va favorita la aggregazione.
Promuovere la produzione di idrogeno nei vari modi possibili, senza la quale, comunque, tutto il sistema dei trasporti su strada resta comunque molto dipendente dalle fonti fossili.
Fare una campagna vigorosa per il risparmio energetico nelle case, nei mezzi di trasporto, nelle aziende. Vanno incentivate le ristrutturazioni necessarie in questo senso e va promossa la cultura del risparmio.


Le misure che prenderemo avranno un impatto molto rapido.

Tutto ciò richiede profonde revisioni dei meccanismi di formazione dei prezzi e del ruolo della Autorità.

Un messaggio forte per tutti, chi produce e trasporta energia, chi la consuma e chi installa impianti e sviluppa tecnologie nuove.

Man mano che queste condizioni si realizzeranno, l’obiettivo di promuovere la crescita economica e lo sviluppo industriale e quello di migliorare decisamente la qualità dell’ambiente e la necessità di diminuire l’effetto serra tenderanno a coincidere www.romanoprodi.it/



«Loro non si fermeranno»
La ginecologa Graziella Sacchetti:«Obiettivo, la scelta delle donne»
MANUELA CARTOSIO
MILANO
Umiliata, perché vogliono «mettere sotto processo» il lavoro che fa da trent'anni. Rabbiosa, perché l'attacco alla legge 194 è, come sempre, «il tentativo maschile di riprendere il controllo sul corpo delle donne». Preoccupatissima, perché teme che «non si fermeranno» alla pretesa di mandare nei consultori i volontari del Movimento per la vita. Si sente così, in questi giorni, Graziella Sacchetti, ginecologa all'ospedale San Paolo di Milano dove dirige il Centro salute e ascolto per le donne immigrate. Unici cinque minuti di (relativo) buon umore, il titolo del manifesto di ieri «L'osservatore romano».

Facciamo come ai tempi delle riunioni di autocoscienza, partiamo dal tuo vissuto.

Penso sia lo stesso di tante donne della generazione che si è battuta per i consultori e per togliere l'aborto dalla clandestinità. Con l'aggiunta che io faccio da sempre questo lavoro, è la mia vita. Quindi mi sento offesa anche come professionista della sanità pubblica. Sentirmi dire che qualcuno dall'esterno, per ragioni solo politiche, vuole controllare se il mio lavoro rispetta o no quanto previsto dalla legge 194 mi riempie di rabbia. E non parlo solo per me. Penso di interpretare il sentimento di tutti, persino degli obiettori di coscienza.

Da Storace a Ruini sostengono che sull'interruzione di gravidanza vi limitate a compilare moduli, a mettere timbri.

Non è così. Ogni interruzione di gravidanza è sempre un incontro con una persona. Se la donna motiva la scelta di abortire con ragioni meramente economiche viene indirizzata alle strutture pubbliche e private che possono offrire un sostegno, per quanto piccolo. Compresi i Centri di aiuto alla vita. Succede già così. Questo è uno dei tanti dati di realtà occultati dal polverone alzato dalla destra e dalla Chiesa.

Solo il 40% delle donne che decidono di interrompere la gravidanza passano dai consultori. Perché i paladini della vita si accaniscono tanto contro i consultori?

Perché, nonostante tagli di fondi e di personale, continuano a essere percepiti come uno spazio pubblico dell'autoderminazione delle donne. Screditare i consultori è un primo passo per dire che sul corpo delle donne decidono altri.

Al di là delle obiezioni di principio, cosa comporterebbe la presenza fisica nei consultori pubblici dei volontari del Movimento per la vita?

Per prima cosa andrebbe chiesto alla donna il consenso informato ai sensi della legge sulla privacy. Poi immagino che altre associazioni, invocando il pluralismo, vorrebbero presidiare i consultori. Una cosa aberrante: dopo il colloquio con l'assistente sociale e la visita con il ginecologo, la donna verrebbe contesa da volontari in concorrenza tra loro. E' una follia.

La modifica della 194 non è nell'agenda politica, sostengono ipocritamente le destre, però... Fin dove arriverà quel però?

Starei attenta a ridurre il tutto a una manovra solo elettoralistica. La storia dell'attacco alla 194 è lunga e il fantasma del potere delle donne non smette di spaventare i politici maschi, di ambo gli schieramente. Per questo temo che l'obiettivo vero sia di mettere sotto tutela anche gli aborti entro i primi tre mesi di gravidanza.

All'attacco alla 194 le donne oppongono il silenzio. Taciamo noi vecchiette. Le donne più giovani sono assenti. Le immigrate (un terzo degli aborti è fatto da donne straniere) non hanno un luogo pubblico per prendere la parola. Solo dopo due settimane di martellamento, a Milano un giro di mail amicali propone un'assemblea per martedì prossimo alla Camera del lavoro.

Le donne migranti, che non sono un unicum indifferenziato , meritano un'intervista a parte. Qui mi limito ad alcune osservazioni. La prima è che abortiscono più delle donne italiane, ma fanno anche più bambini di noi. La seconda è che ricorrono di più all'ivg le migranti che sono arrivate di recente Italia e sono qui da sole. Qui non hanno a disposizone i metodi anticoncezionali che usavano nel paese di provenienza. Questo fatto, sommato all'occasionalità dei rapporti sessuali, aumenta le gravidanze indesiderate. Per questo è importantissimo, attraverso le mediatrici culturali, costruire con le donne straniere un rapporto costante nel tempo. Serve per metterle al corrente sugli anticocezionali. Se ne raggiungi una, con il passa parola ne raggiungi altre dieci. E' un lavoro duro, ma spero che tra qualche anno ci sarà un'inversione di tendenza

Resta il nostro silenzio

Quello di noi ultracinquantenni penso derivi da una sensazione di sfinimento e di fallimento. Quanto alle ragazze, hanno ereditato una legge e danno per scontanto che sempre ci sarà. Bisognerebbe spiegar loro che nulla è acquisito una volta per sempre. www.ilmanifesto.it


Un metalmeccanico in Tv ogni 317 vescovi (e mezzo) -


Quarantasei ore e mezza. Ecco quanto tempo i politici di tutti i partiti italiani hanno parlato nei principali Tg della Rai, di Mediaset e de La7 dal 1 aprile al 1 novembre 2005. Negli stessi sette mesi, lo ricordiamo, ai metalmeccanici in lotta sono stati riservati poco più di 12 minuti. Come dire, politica batte lavoro 232 a 1. Ma in questa classifica c'è un outsider, tanto presente nel palcoscenico pubblico da diventare un'abitudine a cui magari non facciamo neanche più caso: il clero. Tra gennaio e maggio di quest'anno, ultima rilevazione effettuata dal Centro d'ascolto dell'informazione radiotelevisiva, gli esponenti del Vaticano sono apparsi in Tv per ben 63 ore e mezza. Sul Tg1 e Tg2 Navarro Valls et similia hanno superato Forza Italia, Ds e Margherita messi insieme (34, 76% contro il 32, 72% del tempo totale a disposizione); più grande ancora la forbice nel Tg2, dove il rapporto arriva a 41, 53% contro 33, 42%; mentre sul Tg3, sebbene restino i soggetti più presenti (23, 6% del totale), i prelati non riescono a battere i politici.

Si potrebbe pensare che questo paragone sia influenzato dal periodo di campagna elettorale per il referendum sulla fecondazione assistita, ma i dati del centro di ascolto fugano ogni dubbio: nello stesso periodo del 2004 il minutaggio era praticamente identico. Però in questa ottica c'è un dato curioso che merita di essere sottolineato: nella classifica dei cattolici presenti in Tv sono spariti personaggi come Carlo Maria Martini (il vescovo di Milano non proprio schiacciato sulle posizioni della Cei), all'83esimo posto con un minuto e mezzo di celebrità, o Angelo Scola, pro- fecondazione, che scivola al 34° posto.

Allora, ricapitolando: ogni 120 visioni di Berlusconi in Tv apparirà un metalmeccanico, che però poi deve aspettare che passino anche 232 altri politici e ben 317 vescovi e mezzo. Proprio vero, la pazienza è la virtù dei forti.

C'è poi un altro interlocutore dei giornalisti che interessa eccome ai metalmeccanici: il presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, contraltare dei sindacati (anche se non in prima persona) nella vertenza contrattuale. Sempre secondo i dati del centro d'ascolto - che dal 1994 effettua per conto del garante per l'editoria il monitoraggio sulle campagne elettorali e sul rispetto della par condicio - Montezemolo ha avuto diritto di parola nei Tg per poco meno di 27 minuti, più del doppio delle tute blu. Sarà quindi molto interessante vedere come si comporteranno i giornalisti televisivi, del servizio pubblico e non, nelle prossime settimane, quelle che, in teoria, dovrebbero mettere la parola fine alle trattative per il rinnovo del contratto. Lo hanno detto ieri sia il leader della Cisl, Savino Pezzotta, che il vice presidente di Confindustria, Alberto Bombassei: «Ci auguriamo di chiudere entro l'anno».

Comunque, continuando a scorrere le classifiche dei politici si possono trovare simpatici dettagli. Per esempio, gli Indipendenti, coloro cioè che parlano ma non appartengono a nessuno partito, hanno trovato asilo nel tubo catodico per 27 minuti, molto più delle tute blu. E alzi la mano chi sarebbe in grado di dire chi siano, tutti questi indipendenti. La graduatoria assoluta, come era prevedibile, la vince Forza Italia, fortissima nel Tg4 (dove nessun'altra forza può anche solo pensare di avvicinarsi alla sua ora e mezza scarsa) e nel Tg1 (un'ora e sei minuti). Il Tg2 invece se lo contendono quasi alla pari An, Forza Italia e i Ds, che invece stravincono nel Tg3 e anche, con un gap minore, nel Tg5. Rifondazione comunista infine, trova più spazio nel Tg3 (quasi 20 minuti), mentre per StudioAperto praticamente non esiste: solo 7 secondi in 7 mesi.

Questa è la routine televisiva dei telegiornali, poi ci sono tutte le altre trasmissioni di approfondimento. Ed è qui che Papa, vescovi e preti raggiungono il top. A Porta a Porta 74 vescovi contro 31 azzurri di Forza Italia, primo fra i partiti; a UnoMattina 131 presenze di ecclesiastici su 232 ospiti politici (più della metà quindi), a La Vita in Diretta, 62 cattolici su 77. E così via, a testimoniare l'invadenza dei cattolici, almeno fisicamente se non ideologicamente, nella grande piazza mediatica d'Italia.


di Andrea Milluzzi
da Liberazione


Giordania: lo sviluppo del processo democratico

Pur non minando la stabilità interna del paese e la sua politica di fermezza contro il terrorismo, i recenti attentati di Amman danneggiano in particolar modo il processo democratico in atto nel paese. Lo stato di emergenza, infatti, rallenta il dialogo con le opposizioni ed irrigidisce la posizione del governo, limitando le concessioni che egli è disposto a fare. Ad uno sguardo d’insieme, difatti, la Giordania mostra il persistere di alcune contraddizioni politiche e sociali, legate alla situazione interna e regionale che ne danno un’ immagine al chiaroscuro .

Giulio Debbia

Equilibri.net
I criminali attentati di Amman hanno attirato l’attenzione su un paese spesso lodato dalla Comunità Internazionale per l’apertura democratica favorita dal giovane re Abdallah, indicandolo quale modello da seguire nella regione mediorientale. Quest’immagine, tuttavia, minimizza le dinamiche ed i fermenti interni così come trascura i ritardi e le anomalie, che nonostante i progressi degli ultimi anni, sono ancora presenti all’interno della monarchia costituzionale giordana. Le grandi manifestazioni di piazza svoltesi nei giorni scorsi ad Amman, a condanna del terrorismo e che ribadivano la fedeltà popolare verso il re, non devono infatti oscurare l’impegno e la vitalità della società civile giordana per una più ampia e rapida realizzazione del processo democratico, in particolare a favore di una maggiore libertà delle opposizioni e della stampa ed una politica estera meno schierata a favore dell’alleato americano.

L’accordo di pace con Israele nel ’94, l’entrata nel WTO (nel 2000) e la stretta collaborazione con il fondo monetario internazionale per il proprio piano di sviluppo, la costante (seppur moderata) crescita economica degli ultimi anni ed infine l’appoggio (apparentemente incondizionato) agli Stati Uniti nella guerra contro l’Iraq nonché l’immagine pubblica promossa dal giovane re Abdullah e, più in generale, dalla famiglia reale, sono tutti elementi che hanno contribuito enormemente a favorire l’immagine di moderno stato islamico moderato presso la comunità internazionale e così necessaria alla strategia americana in Medioriente, quale partner diplomatico privilegiato del dialogo regionale.

I problemi sociali e politici, al contrario, legati al proprio ordinamento interno ed alla sua posizione geografica, di cui il paese ha sofferto dal secondo dopoguerra e che non sembrano aver trovato una definizione ed una soluzione chiara ed adeguata, benché negli ultimi anni (a differenza dei suoi vicini) si sia assistito ad un cauto processo di apertura politica, economica e sociale, stridono fortemente con l’immagine ufficiale che abbiamo descritto.
Gli innegabili progressi, inoltre, appaiono considerevoli se confrontati alla situazione di stasi in cui si trova la maggior parte dei regimi che circondano Amman, ma vengono ridimensionati in una valutazione complessiva della situazione interna del paese.

Un sistema politico chiuso

Come hanno fatto notare recentemente alcuni analisti del dipartimento di stato americano, insolitamente spazientiti nei confronti del loro maggior e più fedele alleato nella regione, “ad Amman si fa un gran parlare di riforme, ma se ne ha una ben piccola evidenza.” L’insediamento del nuovo governo, lo scorso luglio, infatti, ha solo in parte ripristinato il processo democratico interrotto in aprile, quando il re sciolse il parlamento. Alcune delle famigerate “leggi temporanee”, utilizzate nell’ultimo biennio ben 184 volte (che possono essere promulgate quando il parlamento è vacante e pongono il paese in stato di allerta; hanno riguardato, fra l’altro, una vasta gamma di restrizioni che vanno dalla richiesta di permessi speciali per le manifestazioni pubbliche alla ulteriore limitazione della libertà di stampa) infatti, rimangono tuttora in vigore mentre i controversi criteri con cui è avvenuto il recente ampliamento dei seggi elettorali (in occasione delle ultime elezioni, nell’ottobre 2003) ha favorito solamente alcuni distretti occidentali e meridionali, enclavi del governo, facendo scendere il rapporto seggi / abitanti a 1/ 6mila contro l’1/ 52 mila di Amman.
Anche il confronto con l’opposizione (riunita in una coalizione di 15 partiti) e la società civile (formata dalle associazioni professionali), le uniche debole voci critiche verso la politica del governo, si protrae da tempo senza giungere a risultati significativi. A questo proposito, appare indicativa la decisione del governo di limitare il diritto costituzionale a dimostrare pubblicamente, anche in situazioni potenzialmente innocue. Quando il mese scorso è stato indetto ad Amman un corteo per protestare contro l’ennesimo rialzo (del 22%) del prezzo del petrolio nel giro di poche settimane, il primo ministro in persona ha annullato la manifestazione nonostante il permesso già ottenuto dalle autorità.

La libertà di stampa è l’altro evidente segnale di come il processo democratico giordano corra su binari alterni. Anche se ultimamente, in un incontro con gli editori, il re ha proclamato l’abolizione, in un prossimo futuro, dei reati di opinione, rimangono ancora in vigore leggi che impongono pesanti restrizioni alla libertà di stampa, ed il governo continua, tramite periodici incontri settimanali, a stabilire la linea redazionale delle testate giornalistiche. Oltre al divieto di criticare il re, la famiglia reale e l’operato del governo, rimangono proibite le critiche a paesi “amici” e che intrattengono relazioni con la Giordania: il caso più eclatante ha riguardato la prima donna deputato eletta al parlamento giordano, Tujan Faisal, che nel 2002 è stata detenuta per 4 mesi per aver accusato il governo di corruzione, mentre anche recentemente alcuni giornalisti sono stati arrestati per critiche verso paesi stranieri. Anche la Televisione è soggetta a regolamentazioni analoghe e nonostante gli sforzi per attirare alcune tv satellitari commerciali arabe sul territorio giordano attraverso la creazione di zone franche, il progetto stenta a decollare.

Il punto cruciale che sembra avere la forza di unire tutti i partiti di opposizione, peraltro molto diversi fra loro, (dal popolare Fronte d’Azione islamico ai comunisti, passando per i partiti panarabi ed i nazionalisti) è la critica all’alleanza diplomatica con gli Stati Uniti (che è anche il primo partner commerciale della Giordania) ed il conseguente sostegno nella campagna irachena ed ai rapporti con Israele (con cui ha firmato un accordo di pace nel ’94).
Bisogna ricordare, infatti che la maggioranza della popolazione giordana (circa il 60%, inclusi i rifugiati), nonostante gli eccidi perpetrati negli anni ’70, è di origine palestinese e la collaborazione, seppur discreta, nella campagna irachena è stata grandemente impopolare fra la popolazione.
Una parte di essa non nasconde il suo aperto appoggio ai gruppi di guerriglieri combattenti in Iraq:
il caso più clamoroso si è verificato nella piccola città di Salt, dove la famiglia di un attentatore suicida ha mantenuto pubblicamente il lutto per tre giorni, provocando le proteste formali di Baghdad.
La questione, tuttavia, non è affatto una novità: si è a conoscenza di altri gruppi islamici radicali di provenienza giordana, e lo stesso ricercato numero uno, az-Zarqawi, ha passaporto giordano.

Un storica stabilità interna

Nonostante questi fermenti latenti all’interno della società civile giordana, il re Abdallah e la famiglia reale mantengono il pieno controllo dei pilastri chiave del regime, che includono l’esercito, i servizi di sicurezza e le comunità tribali della East Bank del Giordano, storicamente fedeli alla monarchia.
Gli alti settori militari, in particolare, si sono mostrati particolarmente sensibili alla minaccia rappresentata dai gruppi radicali sparsi nella regione che potrebbe danneggiare la stabilità del paese ed hanno promosso da tempo la tolleranza zero nei loro confronti, consapevoli della specifica situazione geopolitica della regione e dei suoi rischi.
Se la fedeltà ed il sostegno principale al regime proviene dalle sfere militari(nelle quali ha militato lo stesso Abdallah, ex comandante), la monarchia hashemita gode di prestigio e legittimità anche presso la maggior parte della popolazione.
Agli occhi dei propri sudditi, anche fra i più critici, il giovane sovrano rappresenta il nuovo rappresentante di una casa reale che ha avuto il merito, negli ultimi 50 anni, di assicurare pace e stabilità in una regione martoriata dai conflitti.
Inoltre, se dal punto di vista socioeconomico la Giordania non si differenzia sensibilmente dai propri vicini (povero di materie prime e fortemente dipendente dai partner stranieri, il reddito pro capite rimane molto basso e la popolazione che vive sotto la soglia della povertà è ancora alto) l’impegno sociale del governo, di cui si è fatta esponente la principessa Basma (sorella del re) è stata molto efficace, sia in ambito educativo, dove il tasso di scolarizzazione, primario e secondario, è fra i più alti del Medioriente, sia in campo sanitario, uno dei migliori sistemi della regione, elementi che hanno sicuramente contribuito ad alimentare il consenso popolare.
Alla luce degli ultimi attentati di Amman (e, meno recentemente, l’autobomba all’ambasciata giordana di Baghdad) rivendicati quali atti di ritorsione contro un governo accusato di collaborare “con i sionisti ed i crociati”, il consenso e la stabilità interna possono apparire fragili e compromessi, ma bisogna tuttavia sottolineare che essi non sembrano riconducibili all’opposizione interna ma ad una più ampia strategia di destabilizzazione dei governi locali, perpetrata da gruppi organizzati su scala regionale ed internazionale, come attestano gli analoghi atti terroristici negli altri paesi. Strategia, d’altronde controproducente, visto che si aliena il consenso popolare (già all’indomani degli attentati ampie fasce della società civile e degli schiarimenti politici si sono duramente scagliate contro “questi atti assassini che insultano l’Islam”) e favorisce il pugno di ferro del governo. Paradossalmente, dunque, questi atti sembrano alimentare i consensi a favore del regime, delegittimando l’opposizione politica più vicina ai gruppi islamisti, ottenendo così risultati opposti a quelli auspicati attraverso gli attentati.

Conclusioni

Detto questo, bisogna ricordare che la Giordania, benché goda di una salute migliore rispetto ai propri vicini, non è esente da altri problemi comuni, legati alla situazione contingente della regione.
La Giordania rimane l’unico paese confinante e l’unica frontiera aperta per i palestinesi della Cisgiordania mentre la sua economia rimane ancora profondamente legata agli aiuti ed ai mercati stranieri (al petrolio iracheno ed agli investimenti americani, in particolare).
La fedele alleanza con gli Stati Uniti e la conciliante posizione ufficiale del governo nei confronti di Israele, le ha sinora valso all’interno della lega araba ma soprattutto all’interno della opinione pubblica islamica, perlopiù critiche, proprio in un momento in cui, dopo lo sgombero dalla striscia di Gaza, alcuni paesi importanti vorrebbero ottenere altre concessioni da parte di Gerusalemme.
In questo contesto dunque, considerate anche le proprie piccole dimensioni, le scelte del governo si mostrano fortemente condizionate dalla situazione e dalle scelte altrui, impedendogli di sviluppare al meglio una politica interna ed estera, più coerente adeguata alle proprie esigenze, più vicina ai principi ed alle convinzioni dell’opinione pubblica giordana.
Sulla base di questi elementi,infine, i sostenitori di una maggiore libertà di stampa e del processo democratico nel paese appaiono i più penalizzati dalla attuale situazione.
Il governo, infatti, può ora giustificatamente portare avanti una politica di chiusura come effetto dei gravi avvenimenti in atto nel paese e nella regione, senza il rischio di venir accusato di ritardare il processo di riforme o di favorire, in maniera più o meno diretta, gli avvenimenti tragici di questi giorni.

La matrioska dei crimini di guerra
di George Monbiot
Ora sappiamo che nell'attacco a Fallujah – città dove potevano essere rimasti fino a 50.000 civili – le truppe Usa utilizzarono bombe FAE (fuel-air explosive), i cui effetti potrebbero essere paragonati a quelli di un ordigno nucleare di piccola potenza
I mezzi d’informazione non avrebbero potuto fare un caos maggiore di quello che hanno fatto con la questione del fosforo bianco. Quindi, prima di parlare delle nuove rivelazioni su Fallujah, vediamo di ricapitolare.

Non esiste una chiara dimostrazione del fatto che il fosforo bianco sia stato utilizzato contro i civili. La questione è stata avanzata in un documentario trasmesso da un’emittente televisiva italiana, RaiNews24, intitolato ‘Fallujah. La strage nascosta’. Si testimoniava di “evidenti strane ferite, di alcune bruciature profonde fino alle ossa, di brandelli di carne penzolanti… di volti completamenti disciolti, come altre parti dei corpi delle vittime. Stranamente, gli indumenti rimanevano però intatti”. Tali asserzioni venivano sostenute da un avvocato e difensore dei diritti umani il quale, si diceva, possedeva una “laurea in biologia”.

Bene, anch’io posseggo una laurea in biologia, anch’io sono in grado di determinare le cause di morte di qualcuno e di praticare chirurgia a cuore aperto. Quindi ho chiesto a Chris Milroy, professore di patologia forense all’università di Sheffield, di vedere il documentario. Milroy ha commentato: “Non c’è niente che fa capire come quei corpi siano stati bruciati”. Quei corpi sono diventati neri e hanno perso la loro pelle “attraverso la decomposizione”. Ma non sappiamo ancora realmente per cosa sono morte quelle persone.

Allo stesso tempo sappiamo che il fosforo bianco è stato impiegato contro i ribelli iracheni a Fallujah. Come rivelato martedì scorso su queste pagine [sul Guardian, NdT], alcuni ufficiali di fanteria dell’esercito Usa hanno confessato di averlo usato per far uscire allo scoperto gli uomini della guerriglia. Un portavoce del Pentagono ha dichiarato alla BBC che il fosforo bianco “è stato usato come arma incendiaria contro i combattenti nemici”. Ha fatto notare che “non si tratta di un’arma chimica. Non è illegale, non è stata messa fuori legge”. Queste affermazioni sono state riportate dalla maggior parte dei media ufficiali. Le convenzioni ONU, ha riportato il New York Times, “vietano l’uso di tali armi contro i civili ma non contro obiettivi militari”. Ma il termine ‘civili’ non compare nella convenzione sulle armi chimiche. Il ricorso alle proprietà tossiche delle sostanze chimiche come armi è illegale, qualsiasi sia l’obiettivo da colpire.

Il Pentagono sostiene che il fosforo bianco bruci le persone, invece che avvelenarle, ma che esso venga citato soltanto nel protocollo delle armi incendiarie, che gli Stati Uniti non hanno sottoscritto. Il fatto è che il fosforo bianco è sia incendiario che tossico. Il gas che produce attacca le membrane delle mucose, gli occhi e i polmoni. Peter Kaiser dell’OPCW (Organisation for the Prohibition of Chemical Weapons) ha dichiarato la settimana scorsa alla BBC: “Se… le proprietà tossiche del fosforo bianco, le proprietà corrosive, vengono scientemente usate come arma, ciò naturalmente è proibito, perché… ogni agente chimico utilizzato contro esseri umani o animali che possa causare danni fisici o morte attraverso le sue proprietà tossiche deve essere considerato un’arma chimica”.

L’esercito americano sa che utilizzare il fosforo bianco come arma è illegale. In un volume pubblicato dall’US Command and General Staff College a Fort Leavenworth, Kansas, il mio corrispondente David Traynier ha trovato la seguente frase: “È contro le leggi di guerra usare fosforo bianco contro obiettivi umani”.

Qualche notte fa il blogger Gabriele Zamparini ha trovato un documento desegretato del Dipartimento della Difesa Usa datato aprile 1991, e intitolato “Possibile uso di fosforo chimico”. “Durante la violenta repressione che seguì all’insurrezione curda”, riporta il documento, “le forze irachene fedeli al Presidente Saddam potrebbero aver utilizzato armi chimiche a base di fosforo bianco contro i ribelli e contro la popolazione di Erbil… e nella provincia di Dohuk, in Iraq. Il fosforo bianco è stato consegnato da militari di ronda e da elicotteri civetta… Questi report di possibili attacchi a base di fosforo bianco si diffondono velocemente… Centinaia di migliaia di curdi sono fuggiti da queste due aree”. In altre parole, il Pentagono non ha dubbi che il fosforo bianco sia un’arma chimica illegale.

I ribelli, naturalmente, sarebbero comunque morti anche se non fossero stati uccisi con armi chimiche. Quindi è rilevante considerare se tra le munizioni impiegate figurano o meno armi chimiche? Lo è. Chiunque abbia visto le foto di quei veterani di guerra nei servizi sulla prima guerra mondiale rimasti ciechi comprenderà certamente l’importanza delle norme del diritto internazionale, e il rischio derivante dal scavalcarlo.

Ma non dovremmo dimenticare che l’uso del fosforo bianco è stato un crimine di guerra dentro un crimine di guerra dentro un crimine di guerra. Sia l’invasione dell’Iraq che l’assalto a Fallujah sono stati atti di aggressione illegali. Prima dell’attacco a Fallujah, i marines impedirono agli uomini “in età da combattimento” di lasciare la città. In realtà, rimasero nella città anche molte donne e molti bambini: il corrispondente del Guardian ha stimato che vennero lasciati a Fallujah tra i 30.000 e i 50.000 civili. I marines trattarono Fallujah come se solo i suoi abitanti fossero i guerriglieri iracheni. Livellarono migliaia di edifici, illegalmente negarono l’accesso alla croce rossa irachena e, secondo un rapporto delle Nazioni Unite, “fecero della fame della gente e della carenza di acqua un’arma contro la popolazione civile”.

Ho letto diversi reportage dell’assalto a Fallujah sulla Marine Corps Gazette. Sembra che i soldati abbiano creduto a ogni cosa che il governo Usa ha raccontato loro. In un articolo si leggeva che “l’assenza di civili aveva consentito ai marines di sferrare attacchi con potenti esplosivi prima di entrare nelle abitazioni, che nel frattempo erano diventate dei colabrodo”. Un altro articolo riportava che “nella città erano rimasti meno di 500 civili”. “Le loro gesta eroiche (dei marines) saranno oggetto di molti articoli e libri a venire… La vera chiave di questa tattica vittoria sta nello spirito dei guerrieri che coraggiosamente hanno combattuto la propria battaglia. Si meritano tutte le lodi per aver liberato Fallujah”.

Gli aspetti nascosti di questa serie di sciocchezze costituiscono una grave rivelazione. Le armi d’assalto dei marines erano state caricate di testate costituite “per il 35% da un insolito esplosivo termobarico e per il 65% da esplosivo standard ad alto potenziale”. Tali munizioni erano state impiegate per “far crollare i tetti delle case al fine di seppellirvi i ribelli rifugiati all’interno”. Ed erano state usate ripetutamente: “Il dispendio di esplosivi contro le abitazioni fu enorme”.

Il corpo dei marines difficilmente può negare di sapere di che cosa sono in grado di provocare queste armi. Un articolo pubblicato nella Gazette del 2000 descriveva dettagliatamente gli effetti dell’impiego di tali armi da parte delle forze russe a Grozny. Gli esplosivi termobarici, o bombe FAE (fuel-air explosive), formano una nube di gas volatili i cui effetti potrebbero essere paragonati a quelli di un ordigno nucleare di piccola potenza.

“Questa nuvola prende fuoco e, consumando ossigeno, inaridisce l’area circostante. L’assenza di ossigeno crea una pressione enorme… Chi si trova in tale area viene letteralmente frantumato a morte. Al di fuori della nube, le onde esplosive si propagano ad una velocità di 3.000 metri al secondo… In definitiva, gli esplosivi FAE fungono da armi atomiche “tattiche”, nel senso che non lasciano residui radioattivi… Le persone direttamente colpite all’interno della nuvola muoiono o a causa delle fiamme o a causa dell’esplosione. Per coloro che si trovano all’esterno della nuvola le ferite possono essere molto gravi. Bruciature, ossa rotte, contusioni da macerie volanti e cecità sono alcune delle conseguenze. Inoltre, a causa dello sbalzo di pressione, possono verificarsi embolie nei vasi sanguigni, commozioni cerebrali, emorragie multiple al fegato e alla milza, collasso dei polmoni, rottura dei timpani e fuoriuscita degli occhi dalle proprie cavità”. È veramente dura immaginare come si siano potute usare tali armi a Fallujah senza provocare vittime civili.

Tutto ciò mi sembra una spiegazione convincente dei danni causati dall’attacco di Fallujah, una città in cui dai 30.000 ai 50.000 civili avrebbero potuto trovare rifugio prima dell’offensiva delle truppe. E questo potrebbe anche spiegare le ferite ai civili di cui testimoniava il documentario dell’emittente italiana.

A questo punto la domanda più spontanea diventa: c’è qualche crimine di guerra che le forze della coalizione non hanno commesso in Iraq?





Fonte: http://www.guardian.co.uk/Columnists/Column/0,,1647998,00.html
Tradotto da Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media


Non siamo di fronte a un’intifada europea»
Le rivolte in Francia hanno generato una sorta di isteria nei media europei: Riva Kastoryano, esperta di identità, etnicità e immigrazione, spiega a café babel la ragione di queste rivolte e il motivo per cui probabilmente non si diffonderanno.
Riva Kastoryano I prolungati disordini nei ghetti che fanno da corollario alle più importanti città francesi, provocati dai giovani francesi di famiglie immigrate, hanno spinto gli europei a domandarsi il motivo per cui sono sfociati, temendo che queste rivolte possano diffondersi altrove. Riva Kastoryano, docente all’Institut d'Etudes Politiques di Parigi ed esperta di identità europea spiega i motivi che hanno portato alla situazione odierna.

Quali sono le ragioni alla base dei disordini nelle periferie francesi?
Il problema principale è rappresentato dall’immobilità sociale e spaziale di quelle zone. I giovani coinvolti nelle rivolte, principalmente di origine nordafricana, vivono nelle stesse condizioni in cui vivevano i loro genitori quando emigrarono in Francia cinquant’anni fa. Un altro problema consiste nel fatto che questi giovani non hanno avuto la possibilità di crearsi una propria identità, a differenza di quanto avviene in Germania e in Gran Bretagna, dove la seconda e la terza generazione degli immigrati definiscono la loro identità in base alla propria nazionalità e fede. In Francia dicono a questi giovani che sono francesi a pieno titolo, ma non vengono trattati come tali. Tutto ciò porta a un misto d’insoddisfazione e frustrazione. L’epilogo naturale non può essere che la ribellione.

Ma perché questi disordini sono iniziati adesso e non prima?
La morte di due ragazzi nella periferia parigina, dopo essere stati presumibilmente inseguiti dalla polizia, ha concretizzato quel conflitto tra le forze dell’ordine e i giovani che andava avanti da ben venticinque anni. È stato questo particolare incidente ad infiammare le attuali rivolte, ma avrebbero potuto esplodere in qualunque momento. Piccole rivolte sono frequenti e, probabilmente, due o tre automobili vengono bruciate ogni notte nelle zone “difficili”. Il problema è che finora nessuno ci ha fatto caso. Inoltre le parole del Ministro degli Interni francese, Nicolas Sarkozy, ha reso le cose ancora più difficili. La sua dichiarazione di voler fare “piazza pulita” ha diffuso ancora di più il problema, rendendolo più spontaneo e violento.

Qual è la differenza tra la Francia e gli altri Paesi riguardo a questo problema?
La Francia, insieme alla Gran Bretagna e alla Germania, ospita il maggior numero di immigrati di tutta l’Europa. La principale differenza consiste nel fatto che la Francia è teoricamente a favore di un’uguaglianza repubblicana, il che significa “assimilazione” piuttosto che “integrazione”, e non gradisce invece l’idea di una società multiculturale. Tuttavia, guardando alla realtà politica, si può vedere come la Francia abbia dovuto accettare di essere una società multiculturale, riconoscendo ad esempio diverse organizzazioni culturali. In Gran Bretagna e in Germania queste contraddizioni non si sono verificate. In Gran Bretagna si può appartenere ad una comunità musulmana e allo stesso tempo essere accettati dallo Stato. Allo stesso modo in Germania un turco resta comunque un turco anche se ha ottenuto la cittadinanza tedesca. In Francia il problema nasce dal conflitto tra retorica tradizionale e realtà politica che crea molta confusione.

Pensa che questi giovani condividano una stessa cultura che possa quindi essere diffusa in altre parti d’Europa?
Durante le mie ricerche ho notato alcune somiglianze tra i giovani svantaggiati in tutta Europa: ascoltano lo stesso genere di musica, indossano lo stesso stile di vestiti, comunicano tramite i blog, guardano gli stessi film ed hanno le stesse aspirazioni. Tuttavia ciò non significa che domani daranno tutti avvio a una rivolta. In Belgio e in Germania, ad esempio, si sono verificati alcuni disordini in seguito a quelli parigini, ma si sono spenti subito. È possibile che comuni problemi sociali possano unirli, ma ogni comunità reagisce in modo differente e in modo locale alle proprie difficoltà.

Esiste un collegamento tra la situazione delle periferie e il terrorismo?
Assolutamente no. Probabilmente i media fanno queste affermazioni per rendere la storia più interessante, ma non ci troviamo di fronte a un’intifada europea. Fortunatamente la religione è stata tenuta fuori dal dibattito. Anzi, gli imam dei sobborghi stanno aiutando il governo a mediare con i rivoltosi. L’unico politico ad aver fatto un commento inopportuno, collegando le rivolte con l’Islam è stato il Primo Ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, il quale ha accusato della situazione la legge francese che vieta alle ragazze di indossare il velo islamico nelle scuole. Comunque sarebbe un enorme errore collegare queste rivolte con il terrorismo: in questo caso non si tratta di un conflitto religioso.

Crede che il rafforzamento della cittadinanza europea possa rappresentare una soluzione al problema?
Potrebbe essere d’aiuto, dal momento che avremmo europei di origine francese ed europei di origine nordafricana. Potremmo mettere da parte la prospettiva nazionale e creare una forma di cittadinanza europea più esclusiva. Ciò di cui si sente davvero bisogno è un cambiamento di mentalità e la volontà di accettare una società europea in piena evoluzione. www.cafebabel.com/it


James Fontanella - London

Prigioni segrete CIA : Marty parla di voli sospetti in Europa
di Gabriella Mira Marq

Il responsabile europeo dell'inchiesta sulle prigioni segrete della CIA in Europa orientale, Dick Marty, ha detto ieri di star controllando 31 aerei sospetti che sono atterrati in Europa negli ultimi anni e sta provando ad acquisire le immagini satellitari di alcuni luoghi in Romania ed in Polonia potenzialmente usati allo scopo.

In un rapporto presentato a Parigi martedi' al comitato di questioni giuridiche del Consiglio d'Europa, Marty ha detto che - oltre a quelli in Polonia e Romania - altri aeroporti che potrebbero essere usati da velivoli della CIA di una certa capienza sono Palma de Mallorca in Spagna, Larnaca a Cipro e Shannon in Irlanda. I velivoli risultano "appartenenti ad entita' con i collegamenti diretti o indiretti con la CIA. Si pensa che essi siano stati usati dalla CIA per trasportare i prigionieri".

Secondo il giornale americano Washington Post, che ha riportato le rivelazioni, le strutture di detenzione CIA sarebbero state in alcuni Paesi dell'Europa dell'est per diersi anni durante la guerra fredda e altre carceri CIA sarebbero state in Thailandia e Afghanistan, mentre un piccolo centro sarebbe interno alla base di Guantanamo.

Mentre il commissario alle liberta', giustizia e sicurezza della Commissione UE Franco Frattini - di fronte alle domande di un'inchiesta da parte di deputati spagnoli, britannici, italiani e francesi - ha demandato ai singoli Stati le indagini, il Consiglio d'Europa ha incaricato Marty di verificare la presunta violazione della sovranita' degli Stati membri e dei diritti dell'uomo ad opera dell'agenzia americana di intelligence.

Gia' in Germania e Spagna vi sono indagini piu' o meno in stato avanzato sulla questione degli scali di voli sospetti in aeroporti nazionali, mentre in Italia vi e' un'inchiesta giudiziaria sul rapimento dell'Imam Abu Omar a Milano ad opera di agenti CIA oggi incriminati, e sembra fondata la ricostruzione secondo cui fu usato l'aeroporto della base militare americana di Aviano per il volo che porto' il sospetto terrorista egiziano in Egitto, dove fu a sua detta torturato.

In una conferenza stampa, il senatore svizzero Dick Marty ha detto che il Consiglio di Europa ha "l'obbligo morale" di esaminare le denunce sul fatto che la CIA abbia installato prigioni segrete sul continente per detenervi e interrogarvi sospetti di Al-Qaida ed ha parlato di movimenti di aerei sospetti. Ma dati i poteri limitati del Consiglio d'Europa, le sue probabilita' di scoprire qualcosa sono limitate.

Qualora tuttavia Marty verificasse che le rivelazioni del Washington Post sono fondate, l'effetto potrebbe generare non solo imbarazzo per gli Stati Uniti, ma anche ripercussioni politiche di un certo peso. I Paesi in cui fossero trovate tracce dei centri segreti di detenzione potrebbero peraltro anche essere sospesi o espulsi dal Consiglio d'Europa.

Il governo USA non ha confermato ne' negato l'esistenza di tali strutture, ma ha avviato un'indagine per scoprire come sia potuta avvenire la fuga di notizie classificate sulla vicenda, in tal modo confermando la notizia.Un europarlamentare della Polonia ha precisato invece che Varsavia ha negato l'esistenza di carceri segrete, ma questo riguarda il presente, non il passato.

www.osservatoriosullalegalita.org



Lo status di Rambouillet

«La posizione degli Albanesi nei futuri negoziati sarà dura, e dietro ad essi vi sarà lo stesso gruppo di pressione di Rambouillet. La Serbia cercherà di proteggere le proprie frontiere, ma deve ancora definire la sua tecnica di negoziazione» spiega Predrag Simic, Ambasciatore di Serbia e Montenegro a Parigi, che nel 1999 aveva participato a Rambouillet
Di Dragan Bisenic, Danas, 5 novembre 2005; traduzione di Persa Aligrudic Le Courrier des Balkans e di Carlo Dall'Asta per Osservatorio sui Balcani

Rambouillet, il castello L’ambasciatore Predrag Simic, autore del libro La via di Rambouillet, ci parla dei negoziati paralleli del 1999 e dei prossimi dibattiti sullo status definitivo del Kosovo, della probabile soluzione e della sua natura, tra status «futuro» e status «definitivo», come anche della tattica di negoziazione di Belgrado.

«Si tratta di un grande gioco di nervi, in cui la pressione per l’indipendenza è enorme, ma la Serbia non deve in alcun modo sostenere la visione che insiste sull’urgenza e su una soluzione rapida, perché le differenze tra la Serbia del 1999 e quella del 2005 sono più che evidenti. Prima di tutto, la Serbia è attualmente un paese democratico e in questo momento non possiede assolutamente nessuno strumento di forza che potrebbe utilizzare in Kosovo, e che potrebbe servire da argomento a favore per offrire l’indipendenza al Kosovo», spiega Predrag Simic.

Qual’è la differenza tra la posizione della Serbia nel 1999 e quella del 2005?

Vojislav Kostunica è il primo Presidente democratico di Jugoslavia e premier serbo che ha ottenuto una piena credibilità sulla scena politica in nome della democrazia e del rispetto dello Stato di diritto, di modo che l’argomento di una Serbia non democratica e che priverebbe gli Albanesi della democrazia non regge assolutamente. Inoltre, la Serbia è disposta a cooperare. Essa desidera conservare la propria democrazia e sovranità e rispettare gli interessi degli Albanesi. Quelli che si schierano al fianco della rivendicazione degli Albanesi per l’indipendenza dicono che in questi cinque anni dopo che Milosevic se n’è andato è rimasto uno statu quo e nulla è cambiato, e di conseguenza gli argomenti degli Albanesi a sostegno dell’indipendenza del Kosovo non hanno perso valore. Secondo questa posizione la Serbia deve essere punita per quello che il regime di Milosevic ha fatto agli Albanesi, il che mette sullo stesso piano l’epoca di Milosevic e il dopo Milosevic. Ma siccome invece le due epoche non sono identiche, questo finirebbe col punire un regime democratico. Noi abbiamo di fronte un periodo di negoziati molto incerti e complicati perché, per Belgrado, non si tratta solamente di firmare o meno il riconoscimento dell’indipendenza. È certo che nessuno apporrà la firma su un simile documento. Quello che conta è invece sapere come evitare la trappola in cui è caduto il regime di Milosevic a causa della sua non cooperazione e dell’abbandono dei negoziati. Per il momento la più grande incertezza per Belgrado è quella di definire la tattica di negoziazione.

Ci sono diversi scenari possibili per la soluzione della questione del Kosovo. Sembra che la proposta della Commissione internazionale per i Balcani sia la piattaforma per regolamentare lo status del Kosovo...

Effettivamente, ma il problema principale è che una soluzione ottenuta troppo presto potrebbe avere certe conseguenze. Questo comporterebbe una epurazione etnica definitiva e la partenza degli ultimi serbi, la distruzione del patrimonio culturale serbo e l’omogeneità nazionale del Kosovo, che noi spesso dimentichiamo. Per la Serbia, la questione è sapere quale sarà la sua sorte, perché noi entriamo in una delicata fase di transizione, o di recessione temporanea, che hanno subito tutti i Paesi dell’Europa dell’est. La transizione efficace di questi ultimi due anni può essere distrutta da una rapida regolamentazione del problema kosovaro. Quello che noi dobbiamo all’influenza francese in questo rapporto, è la posizione che sostiene che non è ancora giunto il momento di definire lo status definitivo, bensì lo status «futuro» del Kosovo, e che la soluzione deve essere ricercata nel contesto dell’integrazione europea dell’Unione di Serbia e Montenegro [USM]. Lo status definitivo presuppone due fasi: la stabilizzazione del Kosovo, e che lo status finale sia messo all’ordine del giorno solo dopo che l’USM sia nella fase di adesione all’Unione Europea. È evidente che gli Albanesi vogliono liberarsi dell’UNMIK, che li ha liberati della presenza serba, al fine di raggiungere il loro scopo, che è l’indipendenza. Tutta la situazione è il risultato di una politica che dimentica la storia, e non sa più guardare al futuro in una prospettiva di ampio respiro. Altrettanto pericoloso è che certi nostri vicini sostengono questa posizione.

Cosa significa un «Kosovo indipendente senza sovranità», come tappa nella regolamentazione del problema kossovaro, così come viene scritto nei media francesi?

Per noi, è essenziale che la regolamentazione della questione kossovara non metta in pericolo la sovranità della Serbia e Montenegro. È difficile dire fin dove si estenda questa misura nel concetto di «indipendenza condizionale», perché si prevede che il Kosovo non avrà tutti gli attributi della sovranità, dato che resteranno le forze internazionali e un Alto Rappresentante, ma lo status si evolverà in una gamma di possibilità comprese tra la situazione attuale e quella esistente nella Bosnia di Dayton. Questo approccio sottostima in parte la forza del movimento nazionalista albanese, di modo che non è realista attendersi che l’indipendenza condizionale possa soddisfare le ambizioni di questo movimento. Il movimento nazionalista albanese, da vent’anni a questa parte, ha dimostrato una grande abilità ma anche la sua tenacia e la sua disponibilità ad accettare la guerra, se questa potesse servire ai suoi interessi. Mi sembra che nei Balcani si pongono dei problemi importanti, che potrebbero a un certo momento far comparire due bandiere albanesi davanti alla sede delle Nazioni Unite, e si sa come nel corso della storia sono stati risolti questi problemi.

Lei è certo che a Belgrado nessuno firmerà la separazione del Kosovo?

A Belgrado nessuno firmerà, soprattutto non firmerà il governo che dipende dagli attuali elettori. Un’eventuale indipendenza del Kosovo minaccia la transizione e l’ordine democratico in Serbia. La questione è sapere se si possono imporre delle soluzioni a un Paese democratico. Noi sappiamo che la sovranità e l’integrità territoriale dei Paesi membri dell’ONU sono i principali postulati della Carta delle Nazioni Unite, su cui si basa tutto il sistema internazionale. La dottrina americana dei rapporti internazionali parte dal principio che le soluzioni non possono essere imposte alle democrazie perché queste ultime possono arrivare ad una soluzione attraverso dei negoziati, precisamente come propone Belgrado attualmente.

Qual è la prevedibile tattica dei Kosovaro Albanesi?

La loro tattica sarà quella di insistere sull’indipendenza, al fine di cercare – come a Rambouillet – di imporre una soluzione nell’eventualità di un insuccesso dei negoziati. In questo momento in cui gli Albanesi non parlano d’altro che di indipendenza, è difficile aspettarsi altro che dei negoziati infruttuosi. Ciò nonostante, molto dipenderà anche dagli intermediari e dai negoziatori. Le possibilità della parte serba non sono più illimitate, perché dei cambiamenti nello status costituzionale del territorio della Serbia non possono essere accettate senza che il popolo si esprima.

Per rinunciare al Kosovo, si propone alla Serbia una «compensazione europea». È una prospettiva realistica?

Sperare che la Serbia entri a rapidità fulminea nell’Unione Europea non è realistico, prima di tutto perché la Serbia non è pronta. Se domani la nostra industria dovesse essere esposta alla concorrenza dell’UE, cesserebbe semplicemente di esistere. Ma l’essenziale è quello che accade nell’UE e il modo in cui viene proposta questa «compensazione europea». L’UE sarà molto più restìa riguardo agli allargamenti futuri, malgrado le recenti decisioni di aprire i negoziati con la Turchia, la Croazia e il nostro Paese. In Francia si prevede che ogni allargamento futuro non potrà più essere convalidato dal Parlamento ma attraverso un referendum. Tutto questo ricorda la dichiarazione di Richard Holbrooke, secondo cui la Serbia avrebbe dovuto rinunciare al Kosovo, oppure scordarsi l’UE. Questo aveva sempre creato confusione, perché come poteva Holbrooke, dall’America, promettere che l’Europa avrebbe potuto o non potuto fare qualcosa?

Il Consiglio di Sicurezza parla di status «futuro» del Kosovo, non di uno status «finale». Cosa significa questa scelta di parole?

Dietro questo c’è il desiderio d’impedire che la soluzione intesa come uno status finale generi un effetto domino sulla Serbia e su tutta la regione, il che sarebbe invitabile se si prendesse in questo momento una decisione sullo status finale. Anche negli ambienti americani si sottolinea che la capacità democratica in Kosovo deve essere un fattore essenziale. L’Istituto Americano per l’Impresa, che è il centro dell’ideologia di Bush, nota che un Kosovo indipendente, senza sorveglianza internazionale, diverrebbe un nuovo «Djubretistan», un Paese che non sarà mai capace di gestirsi da solo, constantemente in preda al caos, alla pressione sociale, dipendente dalla mafia, e non un Paese stabile in transizione. Perfino quelli che hanno una posizione indipendentista non sono certi che il Kosovo sia in grado di funzionare in quel modo.

Qual è la posizione francese sul Kosovo?

In Francia, come negli altri Paesi del Gruppo di contatto, c’è stato un cambiamento di politica. Al posto di esigere «gli standard prima dello status», si accetta la soluzione de «gli standard e lo status», che è la parola d’ordine dietro la quale si cela il sostegno all’indipendenza condizionale del Kosovo. Gli eventi verificatisi nell’asse Parigi-Berlino hanno diminuito l’influenza politica dell’Europa. Le azioni francesi saranno orientate verso la protezione di quello che resta della popolazione serba in Kosovo, del patrimonio culturale e storico ed eventualmente verso la creazione di condizioni per il ritorno. A mio avviso, la Francia cercherà di impedire che la definizione prematura dello status finale del Kosovo provochi l’effetto causato nel 1991 dalla decisione della Slovenia di uscire dalla Federazione jugoslava. Sarà un tentativo di guadagnare tempo, che rischia però di arenarsi perché le pressioni sono molto forti. La rapidità risponde in questo momento prima di tutto ai bisogni degli USA di lasciare la regione per impegnarsi altrove, e le pressioni vanno nel senso delle esigenze dell’amministrazione Bush. Si avverte nettamente l’assenza di Colin Powell che invocava la prudenza nella regolamentazione dei problemi balcanici. www.osservatoriobalcani.org/


Giuliana, dove eravamo rimasti???
Alessandro Chiappetta,Adesso ho capito perche’ c’era tanta gente in giro per Roma quel giorno di febbraio.
Perche’ Giuliana Sgrena ha proprio la stessa faccia delle persone che marciavano per lei. Si mischia talmente bene ai tanti che sono passati a trovarla che quasi viene voglia di alzarsi e chiederle se vuole sedersi, perche’ nessuno la noterebbe se stesse da questo lato della sala. La presentazione del suo libro piu’ che uno spot e’ un modo per riflettere e darle la possibilita’ di incontrare la gente, e denunciare, informare, spiegare tutto quello che e’ stata la sua vicenda.
Il suo libro, che si chiama Fuoco Amico, vuole sottolineare proprio gli spari americani che l’hanno colpita e allo stesso tempo il fuoco degli iracheni, di cui lei e’ stata in qualche modo alleata e sostenitrice, sempre con disponibile appoggio, continuo confronto, sincera sintonia. E che sapevano chi era, tanto da far pensare ad un rapimento a piu’ mani, pilotato, gestito anche dagli americani.
E’ da qui che si deve partire, anche per allargare il discorso. Ora che l’informazione dall’Iraq non vede piu’ i giornalisti sul campo per volonta’ alleata e per evidente pericolo. Ma che cosi’ facendo rischia di consegnare all’opinione pubblica internazionale soltanto una verita’ parziale. O peggio, quella di comodo.

Quando Giuliana arriva e si mischia alla folla non parte nessun applauso. Ed e’ bello che sia cosi’. Niente retorica, tanto per lei quanto che per Calipari, perche’ non vuole certo sentirsi eroina o martire di qualcosa. Vittima si’, ma coraggiosa e consapevole, pronta a raccontare e spiegare quello che le e’ successo, smaniosa di verita’, come in una seduta dallo psicologo in cui sfogarsi, capire, cercare se’ stessi dopo essersi persi. Luciana Castellina e Gabriele Polo raccontano dell’esperienza vissuta da qui, dal Manifesto, dell’impotenza politica mostrata da Berlusconi e soci e vista coi loro occhi negli istanti della confusione della liberazione in cui si mischiavano gioia e preoccupazione, angoscia e inquietudine. Certi passaggi dei loro racconti assumono contorni grotteschi, fino al punto in cui non ci si rende conto di quanto non si e’ fatto, di quanto alcune regole della guerra sono piu’ forti del potere politico.

Ci si chiede se etica e guerra possano andare d’accordo. O se invece non sia paradossale unire queste due parole in aperto contrasto. La vicenda del 4 marzo ha ancora molti lati oscuri, e la sua interpretazione forse puo’ ridursi ad un solo interrogativo chiave. Capire perche’ non giunse l’ordine di non sparare all’auto italiana, dal momento che i comandi americani sapevano. Negligenza, premeditazione, agguato. Perche’ gli americani godono di impunita’ ovunque siano e niente puo’ fermare la loro arroganza. Polo ha la faccia stanca di chi ripete sempre le stesse cose. Giuliana ha lo sguardo basso e annuisce, come sofferente.

E poi c’e’ l’informazione. Costretta soltanto in mano agli embedded cari al potere militare, imbavagliata da censure e autocensure che rendono una notizia di seconda fascia anche la stessa inchiesta di Rainews24 sul fosforo bianco usato a Falluja. I crimini di guerra che diventano routine, che non fanno notizia, che vengono nascosti per tacere qualcosa e far cader l’oblio sulle verita’ irachene. Basta vedere il volto acceso e slanciato della Sgrena quando si parla di Iraq, di Falluja, di guerra, di costituzione per capire che conosciamo meno della meta’ delle cose che si dovrebbero sapere. Che la stampa latita e anche la rete, ad un primo tempo in soccorso della libera informazione, sia stata costretta a fare qualche passo indietro. Giuliana riporta dettagli e e srotola aneddoti, con l’occhio di chi ha visto e l’intelligenza di chi sa raccontare tutto quello che ci nascondono, e le sue parole scivolano via finche’ non ci viene voglia di fermarla, come per non sentire troppo l’impotenza, come feriti dall’indignazione. Ci dice che meno del 4% della popolazione irachena e’ d’accordo con l’occupazione, che il suo rapimento non era fatto da sprovveduti, che la costituzione e’ stata votata con palesi brogli e che l’Iraq e’ gia’ stato diviso in tre zone che fanno capo al Kuwait, all’Egitto e alla Turchia, sotto l’egida americana che li controlla tutti.

C’e’ Sandro Curzi che fuma l’inseparabile pipa, Vauro gli altri del giornale messi di lato annuiscono silenziosi e con lo sguardo provano a coccolarsela, il suo compagno Pierre Scolari sembra contento di essere rientrato nell’ombra dopo la notorieta’ mediatica della quale avrebbe fatto volentieri a meno. Il silenzio sommesso che segue le sue parole e’ una forma di rispetto ma sopratutto di ammirazione, i libri con la sua foto in mano alla gente una specie di piccola testimonianza per capirci di piu’. Forse perche’ spaventano le verita’ che ci propone, i numeri cosi’ poveri degli iracheni che vogliono gli americani, la presenza inetta e talvolta solo ornamentale degli italiani a Nassyria, le bombe al fosforo di cui lei stessa aveva parlato anni fa, e che invece neanche i giornali vogliono approfondire.

Giuliana sembra disillusa, ferita nel profondo, si vede che ha perso entusiasmo, pur conservando lucidita’, coraggio, voglia di verita’. La signora di mezza eta’ che esce dalla Feltrinelli si mischia alla folla di Roma, come una qualunque donna che va a casa a prepararsi la cena. Scolari le mette una sciarpa attorno al collo e la sorveglia senza farsi vedere. Quando esce dalla Galleria Sordi e si trova di fronte Palazzo Chigi abbassa lo sguardo di colpo, come se fossero talmente tante le cose da dire e da chiedere che non ha voglia di pensare troppo a quanto ancora dovra’ aspettare prima di sapere, se mai la verita’ verra’ davvero fuori. www.politicaonline.it



novembre 23 2005

Un po' di refrigerio
di Marco Travaglio

Beppe Grillo e mille aficionados del suo blog si sono autotassati per 48 mila euro più Iva e ieri hanno acquistato una pagina dell'International Herald Tribune per informare il mondo di un fatto piuttosto singolare, almeno per i non italiani: la presenza nel nostro Paese di 23 pregiudicati (per via di condanne o patteggiamenti definitivi) fra il Parlamento italiano e quello europeo. Grillo & C. domandano se esista sulla terra un altro paese con usanze analoghe, in vista di un eventuale gemellaggio. Né l'Herald Tribune né alcun'altra testata ha voluto pubblicare i nomi dei Magnifici Ventitrè, forse pensando a una provocazione satirica. Invece è tutto vero. I nomi sono comunque reperibili su www.beppegrillo.it Eccoli, in ordine alfabetico: Berruti (FI), Biondi (FI), Bonsignore (Udc), Bossi (Lega Nord), Cantoni (FI), Carra (Margherita), Cirino Pomicino (Dc), Dell'Utri (FI), Del Pennino (FI), De Michelis (Psi), De Rigo (FI), Frigerio (FI), Galvagno (FI), Jannuzzi (FI), La Malfa (Pri), Maroni (Lega Nord), Rollandin (Union Valdotaine-Ds), Sgarbi (ex-FI, passato all'Unione), Sodano (Udc), Sterpa (FI), Tomassini (FI), Visco (Ds), Alfredo Vito (FI). I reati sono i più vari, dalle corruzioni di Pomicino e De Michelisi all’abuso edilizio di Visco. Nella fretta Grillo ha dimenticato Rocco Salini (ex FI, ora Udeur) e ha volutamente omesso i condannati non definitivi e i miracolati dalla prescrizione: nel qual caso si toccherebbe quota 100. Strano che se ne occupino solo i comici. Parafrasando una fortunata pubblicità progresso sui cassonetti di Milano: «Il Parlamento è anche tuo, aiutaci a tenerlo pulito».
Conosciamo l'obiezione. Nessuna legge impedisce a quei 23+1 di sedere in Parlamento. Né ai partiti di candidare pregiudicati (anche se non è ancora obbligatorio). Infatti la legge impone la sospensione dei pubblici amministratori imputati e la radiazione dei condannati, ma solo per Comuni, Province e Regioni, non per il Parlamento e nemmeno per il governo: forse perché la legge l'ha fatta il Parlamento. Càpita però ogni tanto che il condannato sia pure interdetto dai pubblici uffici e dal diritto di voto attivo e passivo. È il caso del leggendario Gianstefano Frigerio da Cernusco sul Naviglio, l'ex segretario della Dc lombarda condannato tre volte in via definitiva per svariate mazzette (pagate fra l'altro da Paolo Berlusconi), dunque candidato ed eletto alla Camera per Forza Italia nel 2001, dunque promosso responsabile dei Dipartimenti di FI, della commissione Difesa e della delegazione parlamentare presso la Nato, nonché editorialista del Giornale di Paolo Berlusconi.
Come rivela l'Espresso, Frigerio è interdetto dal diritto elettorale fino al 3 agosto 2009: non può nemmeno avvicinarsi a un seggio. Il che non gl'impedisce di votare ogni giorno alla Camera. Tutte le leggi vergogna degli ultimi anni sono passate anche con il suo contributo. Un caso unico al mondo: un deputato interdetto dal voto che decide sulle più importanti leggi dello Stato. L'ha scoperto a maggio il Comune di Cernusco quando, in vista dei referendum sulla fecondazione, ha chiesto al Tribunale di Milano lo stato di esecuzione pena dell'illustre concittadino. Risposta: Frigerio è stato condannato a 6 anni e 5 mesi per concussione, corruzione, ricettazione, finanziamento illecito. Interdetto per 5 anni, non può votare al referendum pro o contro la legge sulla fecondazione che peraltro aveva votato alla Camera.
La sua è una storia strappalacrime. Nel 2001, visto che i milanesi si ricordavano ancora di lui, si candidò in Puglia, e per camuffarsi meglio si cambiò pure il nome sulla scheda: Carlo invece di Gianstefano. Se ne accorse Di Pietro, passando da quelle parti. Ma lo pseudo-Carlo non riuscì nemmeno a metter piede a Montecitorio per la foto di rito: il 31 maggio, mentre Casini inaugurava la nuova Camera, i carabinieri andavano ad arrestarlo. Prima agli arresti ospedalieri, per un presunto malore agli occhi, poi ai domiciliari grazie a un ricalcolo della pena, nel 2002 Frigerio veniva affidato in prova ai servizi sociali. Il giudice gli chiese dove intendesse rieducarsi. Lui rispose: «In Parlamento». Ottenne così il permesso di recarsi alla Camera, ma solo 4 giorni al mese. Vista la compagnia, la sua devianza rischiava di accentuarsi. Intanto, sul sito della Camera, il riquadro riservato al suo volto restava desolatamente vuoto. Metterci la foto segnaletica o le impronte digitali pareva brutto. www.unita.it


Caso Berlusconi, il premier fuori controllo
Accusa: la sinistra paga i pensionati per denigrarmi

da l'Unità - 23 novembre 2005

Cosa succederebbe, in Inghilterra, se Tony Blair denunciasse pubblicamente l’esistenza di anziani mandati appositamente dai suoi avversari politici a denigrare il governo su tram e autobus? Sicuramente il giorno dopo, sulla stampa popolare britannica, le foto del premier sarebbero accompagnate da commenti del tipo: quest’uomo è fuori di testa.
E se a Parigi, De Villepin andasse in giro a lamentarsi perché gli esponenti dell’opposizione quando lo incontrano si girano dall’altra parte? I giornali francesi non avrebbero il diritto di avanzare seri dubbi sull’equilibrio mentale del primo ministro? E di ridergli appresso? Qui da noi, a parte qualche rara eccezione, sullo show psichedelico di Silvio Berlusconi all’hotel Marriott di Milano i quotidiani titolano con la placida normalità di chi registra nebbia in val Padana. Dei bei virgolettoni dentro cui spalmare a sette colonne l’affermazione: «Democrazia a rischio con la sinistra. Hanno i simboli del terrorismo e delle tirannia sovietica». Come se fosse la cosa più naturale del mondo accusare i leader dell’Unione di essere, di fatto, complici di Bin Laden e delle Br, oltre che eredi del torturatore Beria.
Che la stampa (non parliamo dei tg) non abbia neppure la forza di notare la palese assurdità e pericolosità delle cose che il presidente del Consiglio va dicendo in giro può dimostrare due cose. O lo stato catatonico in cui versa l’informazione in Italia. O quella sorta di rassegnazione che si prova di fronte alle escandescenze di chi è ormai considerato definitivamente fuori controllo.

Ma se di questo si tratta non dovrebbe essere motivo del più vivo allarme, nazionale e internazionale, visto che il personaggio in questione è alla guida di un Paese che sta per affrontare i sei mesi decisivi per il futuro della propria democrazia, con le elezioni e tutto il resto? Berlusconi non è uno squilibrato ma si comporta come tale da quando ha capito che il potere gli sta sfuggendo di mano. Credeva di essere ancora il più popolare fino a quando gli amati sondaggi (vedi Mannheimer sul «Corriere della sera» di ieri) non gli hanno rivelato la triste verità: solo Fini e Casini possono restituire linfa alla Cdl. Lui, invece, per la destra è diventato il problema, il rischio, la zavorra. Afflitto da un ego ossessivo il cavaliere non solo non prende atto del suo tramonto politico ma vuole credere di essere quello che non è più. Quando, approvata la disastrosa devolution, si mette a zompettare gridando «chi non salta comunista è» dà un’immagine del proprio declino a tal punto patetica che perfino i suoi alleati ne sono imbarazzati. Colui che ha creato dal nulla un partito e una maggioranza si ritrova dieci anni dopo a vendere le stesse trite e ritrite baggianate sulla sinistra tutta odio e gulag. Sarebbe solo propaganda stantia e destinata a non smuovere un voto se non fosse condita da strane fissazioni. L’idea che plotoni di pensionati si adoperino come untori manzoniani a diffondere, sui mezzi pubblici, calunnie sul suo conto non è certo un segno di grande lucidità. Quanto alla sensazione di essere guardato storto per strada è tipica delle sindromi da mania di persecuzione. Brutto segno se ne è affetto un signore in possesso di straordinari mezzi economici e disposto a tutto per di non schiodarsi da palazzo Chigi. Non ci aspettano certo giorni allegri.
apadellaro@unita.it


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Il solito Berlusconi
Si dà la carica con il comunismo
Parla Alessandro Amadori: ripete gli slogan con i quali vinse nel ’94
di Oreste Pivetta / Milano

IMMUTABILE «La libertà e la democrazia non sono ancora garantite in Italia... loro sventolano le bandiere con i simboli del terrorismo e i nomi della tirannia..», dice il Berlusconi. Lo diceva anche dodici anni fa, quando s’era messo in politica per vincere le elezioni del 1994, come se fossimo stati nel ‘48. S’è ripetuto infinite volte. Contro i comunisti. «Sempre Berlusconi, sempre lo stesso. Berlusconi è un sistema deterministico: lo si può anticipare in tutto. Berlusconi è prigioniero di se stesso, è un personaggio che guida una persona», commenta il professor Alessandro Amadori, direttore dell’istituto Coesis Research, che ha appena pubblicato con Scheiwiller un libro che è storia, cronaca, analisi di questa congiuntura elettorale, titolo: Avanti miei prodi! Il professore e il cavaliere verso la sfida finale. Duecento pagine, dodici euro e mezzo il prezzo.
Professor Amadori, avrà letto anche lei di un Berlusconi su di giri, caricatissimo, veemente e urlante contro comunisti e contro i pensionati che vanno in giro a parlar male di lui?
«Berlusconi è personaggio di mosse scontate. La sua psicologia è ovvia e immutabile. Lui crede nel principio della realtà immaginata: una cosa si realizza per la semplice ragione che lui la desidera. Anche la vittoria elettorale. C’è una disciplina che studia questi atteggiamenti e per lo più in termini negativi: nel senso che ciò che si desidera non si realizza mai e pensare il contrario come fa Berlusconi condurrebbe alla rovina. Ma c’è anche chi questi atteggiamenti li legge nel senso opposto, positivo: credere ciecamente nella profezia che si autoavvera è un’arma psicologica, è uno stimolo straordinario, crea insuperabile determinazione».
Non è detto però che l’elettore italiano sia altrettanto determinato nel dargli retta.
«Ma Berlusconi segue anche un’altra regola, quella della segmentazione, un principio di marketing. Si comporta esattamente come Bush che ha seguito i consigli di Carl Rowe: mobilitare minoranze coese piuttosto che rivolgersi a tutti e quindi dividere, scegliere il campo dello schieramento che è più vicino, abbandonare il resto. Berlusconi non si preoccupa del centro, ignorando le indicazioni dei suoi alleati. Si proeccupa dei suoi elettori, degli incerti del centro destra, questi vuole riconquistare. E siccome li aveva conquistati una volta nel 1994, ecco che per riprenderli usa stesso metodo, stessi slogan, stessa violenza. C’è qualcosa di scaramantico nella riproposizione del conflitto. Pensando al 2004, si dà la carica».
Si darà la carica, ma le previsioni lo danno senza speranze.
«La media tra tutti i sondaggi condotti da maggio a novembre dà il centrosinistra vincente con sette punti di vantaggio: cinquantuno a quarantaquattro. Il paese reale però esprimerebbe altri dati, pur confermando il vantaggio del centrosinistra. C’è una fascia di incerti, di persone che non sanno o che non vogliono dire, che sta tra il 26 e il 29 per cento dell’elettorato. Ha ragione Mannheimer a pensare che in questa fetta di torta, ci siano più elettori del centrodestra che del centro sinistra: sessanta contro quaranta. Se si rifanno i conti, nelle previsioni la differenza è meno marcata. Questo muove Berlusconi, che punta a contenere il danno. Soprattutto, siccome è un giocatore d’azzardo, non rinuncerebbe mai a presentarsi come un vincente».
Che cosa potrebbe mettere in campo Berlusconi?
«Due o tre proposte, magari paradossali, inapplicabili, le tira fuori fra un po’ e con queste è capace di polarizzare i discorsi. Qualcosa rimane nella testa delle gente. Al di là di quanto gli potrebbe garantire il governo. O al di là dei vantaggi che gli nascerebbero da una lieve ripresa economica».
Che cosa deve temere il centrosinistra?
«Se stesso. La comunicazione del centrosinistra è debole. Trecento pagine di un programma che nessuno mai leggerà non hanno la forza di alcune proposte concrete, precise, che indichino davvero i primi passi del nuovo governo. Il centrosinistra rischia per colpa del complesso di superiorità e della convinzione di vincere, che è deleteria, come insegna la finale di Champions league, per stare nel campo di Berlusconi... Il centrosinistra vincerà per la qualità umana dei suoi leader, per la sua cultura amministrativa, per la sua sostanza di legalità e probità, soprattutto perchè il paese è stanco di Berlusconi, ma non certo per aver saputo comunicare novità, iniziativa».
Non dirà che Berlusconi comunica innovazione?
«No. Berlusconi è il passato, è il populismo degli anni trenta, vestito di nuovo, di lustrini e di luci televisive. Ma anche il centrosinistra rappresenta un modo “passato” di intendere la politica, tra complessità e complicazioni, elaborazione permanente, piattaforme programmatiche e saggi che discutono. Attenzione: il centrosinistra elabora, mentre lui, Berlusconi, agisce. E proprio questo paese si è lasciato attrarre altre volte dal movimentismo».



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Ds Milano - Rassegna stampa



IL PREZZO DI UNA SVOLTA
di FRANCESCO GIAVAZZI



dal Corriere - 23 novembre 2005

E' ormai pressoché certo che la prossima settimana la Banca Centrale Europea alzerà i tassi di interesse. Non accadeva da 30 mesi, un lunghissimo periodo durante il quale i tassi europei sono rimasti fermi al 2 per cento. Per capire quali saranno le conseguenze è utile partire da ciò che sta accadendo negli Stati Uniti. L'aumento del prezzo del petrolio ha spinto l'inflazione americana dal 2 al 4,3 per cento. I successivi interventi della Fed, che ha iniziato ad alzare i tassi di interesse oltre un anno fa, hanno tuttavia impedito che l'aumento dei prezzi si trasferisse ai salari, i quali continuano a crescere al 2 per cento.
In altre parole, i salari reali orari negli Stati Uniti perdono un po' più del 2 per cento l'anno. Ma non i redditi delle famiglie: in quel Paese straordinario i lavoratori reagiscono al taglio nei salari orari semplicemente lavorando più ore, in modo da mantenere invariato il reddito totale della famiglia. Più ore a salari reali ridotti è il modo in cui gli americani pagano la «tassa del petrolio», cioè trasferiscono una parte del loro reddito agli sceicchi. E così la Fed riesce ad impedire che si inneschi una rincorsa tra salari e prezzi, senza che ciò comporti una riduzione dei consumi e quindi della crescita.
La Banca Centrale Europea si propone ora di ripetere quanto sta accadendo Oltreoceano. Il suo presidente, Jean-Claude Trichet, ha fatto capire che la Banca è disposta a consentire che, per effetto del petrolio, l'inflazione superi temporaneamente l'obiettivo del 2 per cento, a patto però che la crescita dei salari rimanga sotto quella soglia. Ma le analogie tra Europa e Stati Uniti si fermano qui.
Il mercato del lavoro europeo è diverso da quello americano: per indurre gli europei a lavorare di più a un salario reale ridotto saranno necessari un brusco rallentamento dell'economia e un ulteriore aumento della disoccupazione. Insomma, nonostante il tentativo di Trichet di rassicurare i governi europei, quello della prossima settimana sarà solo il primo di una serie di aumenti dei tassi. L'effetto probabile sarà un rapido rafforzamento dell'euro sul dollaro. Che il dollaro prima o poi si svaluti per chiudere l'enorme deficit estero degli Stati Uniti è inevitabile. La mossa della Bce avvicina quel momento, con buona pace dei timidi segni di ripresa dell'economia europea.
A Francoforte pensano che, di fronte a una politica monetaria rigorosa, ci convinceremo che è l'ora di cambiare le regole del nostro mercato del lavoro. Può darsi, ma secondo me è una scommessa rischiosa: ciò che temo accadrà sarà un euro molto più forte, meno esportazioni e meno crescita. E per l'Italia, che diversamente dal resto d'Europa si porta appresso una quantità straordinaria di debito pubblico, interessi più cari.
Si avvicinano le elezioni, ed è il momento dei programmi e delle proposte concrete. Comincio con due domande: 1) quale voce del bilancio dello Stato verrà modificata per pagare i maggiori interessi sul debito? Ricordo che con un rapporto tra debito e Pil del 106 per cento un aumento di un punto dei tassi costa allo Stato, dopo qualche anno, un punto di Pil. 2) Un anno fa, quando il cambio euro/dollaro toccò l'1,34, molte aziende dissero che avevano raggiunto il punto oltre il quale avrebbero cominciato a perdere e quindi sarebbero state costrette a chiudere. Di fronte ad un cambio euro/dollaro che potrebbe presto salire fino a 1,5 che prospettive offre alle imprese chi chiede voti per governare?



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Ds Milano - Rassegna stampa



La forza tranquilla
Nessuno mette più in dubbio il significato della primaria del 16 ottobre (desiderio degli elettori di uno schieramento compatto senza gehtti ideologici), ma i distinguo e le sottigliezze proseguono, come e più di prima, ognuno per proprio conto alla ricerca della visibilità.
Viene da pensare che l'uomo della strada sia più avanti dei partiti! In questo mese dal voto non si ritrova il clima dei seggi in cui non ci si chiedeva quale fosse l'appartenenza del vicino ma si respirava solo la gioia di essere insieme, tanti, e tutti dalla stessa parte.
Mentre gli avversari che sono divisi nel profondo, sui valori e sulle linee di azione, marciano compatti come un rullo compressore, cinici, a capofitto nelle peggiori nefandezze, i nostri, ricchi di comuni convincimenti, ogni giorno trovano modo di rinvenire argomenti per lacerarsi, per distinguersi, per apparire litigiosi, sprecando l'indicazione delle primarie.
Solo Prodi (aiutato da qualche segretario o rappresentante di partito) rimane pacifico, costante e prudente, simbolo di quell'ideale di "forza tranquilla" che incarna il comune sentire della maggior parte dei cittadini.
E allora rimettiamoci in marcia, con una fronda di ulivo in mano, con la potenza della partecipazione, con la simpatia della calma, riconoscendo e accogliendo tutti i compagni di cammino, per l'unico obiettivo vero: spazzare via questa classe di profittatori e restituire la "speranza " alla gente.
Impegnamoci a moltiplicare e non a dividere!www.laz.perlulivo.it

Grillo, pagina sull'Herald: «Pulizia in Parlamento»
Comprata un'inserzione: ecco i 23 onorevoli condannati
Mario Porqueddu



dal Corriere - 23 novembre 2005

MILANO — Ha scelto uno dei giornali in inglese più letti al mondo, l'International Herald Tribune. La trattativa per pubblicare l'inserzione a pagamento è durata un mese, perché Beppe Grillo voleva che comparissero i nomi di 23 parlamentari italiani che sono stati condannati (lui ha inserito anche chi ha patteggiato) e siedono alla Camera, al Senato o a Bruxelles. Tre giorni fa l'Herald
Tribune ha detto che non avrebbe messo i nomi. Ieri è uscita l'inserzione e Grillo ha rimandato al suo blog,
www.beppegrillo.it, per la lista dei 23.
È lì, su internet, che mesi fa è nata l'iniziativa «Parlamento pulito». Ieri il sito diceva: «Nessuna testata internazionale ha voluto pubblicare i nomi. La verità non passa più dai media convenzionali ma dalla Rete, e questo nostro blog è un esempio. Questa pagina sarà letta in tutto il mondo grazie a voi. Coraggio».
Il testo dell'inserzione: «Questa pagina è stata finanziata da migliaia di italiani per scoprire se c'è un altro Paese al mondo dove 23 membri del Parlamento sono stati condannati per crimini di vario genere e sono ancora autorizzati a sedere in Parlamento e rappresentare i cittadini. Se esiste, vorremmo proporre un gemellaggio...». E ancora: «Chiediamo a questi parlamentari, che lavorano come nostri impiegati, di autosospendersi». Firmato, Beppe Grillo e migliaia di cittadini italiani. Quelli che hanno pagato chi 5, chi 10 euro, magari di più, per finanziare l'acquisto di pagina 7 del Tribune. Costo: 48.275 euro, più il 19,60% di imposte. In tutto, oltre 57.000 euro.
Antonio Di Pietro sottoscrive: «Bella provocazione. Ora la politica deve fare chiarezza sulla questione, altrimenti un'iniziativa utile finirà solo per dare una pessima immagine del nostro Paese. Persone condannate per reati dolosi non possono essere candidate alle assemblee elettive. Anche se bisogna distinguere tra reato e reato». Gianni De Michelis, uno dei 23, replica: «Ero in condizione di ricandidarmi, la gente mi ha votato, sono stato rieletto, il parere di Grillo non mi interessa». Paolo Cirino Pomicino, altro condannato: «Grillo mi è simpatico e mi fa ridere, ma nello stato di diritto non sono ammesse comiche. Se qualcuno non è stato privato per legge dell'elettorato passivo, il solo giudice naturale sono gli elettori. Mi hanno votato in 45 mila». Enzo Carra: «La Corte non mi ha interdetto dai pubblici uffici, ho gli stessi diritti degli altri cittadini. Non riconosco Grillo come giuria».
Lui, Grillo, non accetta di passare per forcaiolo e soprattutto spiega che non è solo. «Questa è un'idea collettiva — dice — nata dal blog al quale ho dato il mio nome, dove scrivono migliaia di persone. Vogliamo segnalare il distacco, la distanza che c'è fra noi cittadini e questi politici che sono bolliti, e vivono solo sui giornali e nelle tv». Annuncia altre iniziative: «Potremmo comprare un minuto di spot in tv, o presentarci davanti al Parlamento, che è dei cittadini italiani, con un dischetto pesante pochi grammi e dentro le firme di qualche milione di persone per licenziare questi onorevoli che non sono onorevoli, sono nostri dipendenti, sono dei co.co.co».










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Ds Milano - Rassegna stampa



Così siamo diventati più poveri La Spagna prossima al sorpasso




Gli italiani sono diventati più poveri. Non è il solito slogan disfattista: è la cruda realtà dei numeri. In dieci anni, lo dimostrano le statistiche Istat ed Eurostat, il nostro reddito pro capite ha perso gradualmente ma costantemente terreno rispetto agli altri paesi europei e nel 2007 sfonderà una soglia tristissima: crollerà sotto la media europea. Fa impressione spulciare le tabelle Eurostat di dieci anni fa. Il nostro paese allora, parliamo del 1996, vantava un reddito per ogni abitante di 16.900 euro, in crescita di oltre duemila euro rispetto all’anno prima. La media europea allora si attestava a 16mila euro. Il 1996, ricordiamolo, è l’anno del secondo mandato di Clinton e della morte di Mastroianni, ed è anche il primo anno del governo Prodi. Se prendiamo 100 a parametro della media europea, l’Italia svetta in quell’anno a quota 114 del Pil pro capite. La Spagna, per dire, arranca a 87, ben ventisette punti dietro di noi. Addirittura la Gran Bretagna è dietro di noi, a quota 111.www.ilriformista.it/

Alitalia, una sopravvivenza politicamente garantita
Marco Ponti
Giorgio Ragazzi


L’aumento di capitale dell’Alitalia viene chiamato "privatizzazione". Ma il termine non è ovviamente appropriato: dopo questa operazione, un socio, lo Stato, avrà il 49 per cento, mentre il resto sarà sul mercato. Chi continuerà a comandare? Cambierà forse in alcun modo la logica di scambio tra sfera politica, manager e sindacati (molto frazionati e "sponsorizzati"), che è una delle cause all’origine del disastro Alitalia?

L’aumento di capitale

L’operazione in corso è un ennesimo intervento dello Stato per salvare la compagnia, ed è stata organizzata in modo da massimizzare l’esborso dello Stato, con l’unico vincolo di scendere appena sotto il 50 per cento, per soddisfare la condizione imposta dalla Commissione.
Ai soci vengono offerte nuove azioni, in rapporto di tredici ogni due vecchie, al prezzo di 0,8 euro. All’inizio di novembre, prima dello stacco del diritto, l’azione quotava 6,4 euro e la società capitalizzava circa 840 milioni. In teoria, dunque, la quota dello Stato (62,3 per cento) valeva oltre 500 milioni. La decisione di emettere le nuove azioni a un prezzo molto basso facilita il collocamento e riduce i rischi del consorzio di garanzia. Ma accresce potenzialmente la perdita dello Stato, che dovrà vendere diritti per 162,5 milioni di azioni (su 1,2 miliardi di nuove azioni emesse). Lo Stato verserà 489 milioni per scendere al 49 per cento, mentre il mercato, con i 517 milioni garantiti dalle banche, salirà al 51 per cento. In pratica, è come se il valore della partecipazione dello Stato prima dell’aumento fosse stato quasi azzerato, salvo per quanto potrà essere ricavato dalla cessione dei diritti.
Lo Stato ha poi sborsato altri 92 milioni per l’aumento di capitale di "AZ servizi", sottoscritto da Fintecna. Poiché "AZ servizi" è in sostanza una società "captive" che genera perdite, la prospettiva di collocare successivamente questa quota sul mercato sembra remota, e invero lascia perplessi il fatto che Bruxelles consenta quest’ulteriore "aiuto di Stato" senza obiettare.
Vi sono poi i costi per gli esuberi e per il decreto legge sui "requisiti di sistema", contestato dai concessionari aeroportuali e i cui benefici netti per Alitalia sono incerti.

La questione della liberalizzazione

L’Alitalia ha debiti netti per circa 1,7 miliardi; il rapporto debiti/mezzi propri non lascerà quindi molti spazi di manovra, neanche dopo la ricapitalizzazione, tanto più considerata l’urgente necessità di rinnovare la flotta che ha un’età media di più di dieci anni, con conseguenti costi di manutenzione e consumi elevati.
Con l’aumento di capitale, il problema Alitalia viene rinviato a dopo le elezioni. Ma sono in molti a dubitare che la società, con le sue incrostazioni di privilegi e inefficienze, possa ritrovare un suo equilibrio senza finire come Swissair o Sabena. È sintomatico che i dipendenti annuncino nuovi scioperi anche con l’aumento di capitale in corso.
Purtroppo, seppure l’operazione impedisse in qualche modo il fallimento di Alitalia, il persistere di una compagnia "di bandiera", con un controllo ancora essenzialmente pubblico e una situazione finanziaria pesantissima, implicherebbe ulteriori danni per gli utenti, sotto forma di freni politici alla liberalizzazione.
Non bisogna dimenticare infatti che il settore è molto meno liberalizzato di quanto si voglia far credere: non lo sono i servizi intercontinentali, sui quali, guarda caso, Alitalia sembra puntare. E non lo è l’allocazione della capacità aeroportuale: gli "slot" più redditizi, cioè il diritto di operare tra due aeroporti importanti nelle ore più utilizzate, sono appannaggio gratuito ed eterno delle compagnie che già li detengono ("granfather’s rights"), in gran parte le compagnie di bandiera.
Sui servizi intercontinentali sta per aprirsi a Washington il secondo tentativo di negoziare una graduale liberalizzazione tra Usa e Unione Europea. Se prevarranno una volta di più gli interessi delle compagnie di bandiera, non cambierà molto. Ma se sarà liberalizzazione vera, gli utenti ne avranno grandi benefici, e la posizione di Alitalia sarà giocoforza destinata a diventare ancora più precaria. Se nelle rotte di lungo raggio, infatti, la compagnia sembra aver recuperato almeno parte del traffico perduto nel periodo successivo agli attentati dell’11 settembre 2001, è su quelle nazionali e di medio raggio (cioè continentali) che continua a perdere. Non a caso, sono le rotte dove la pressione della concorrenza si è fatta sentire maggiormente: a partire dal 1993, su quelle continentali, da qualche anno sulle rotte nazionali. (1)
La vicenda dell’Alitalia è emblematica dei "tarli" che erodono e indeboliscono l’economia italiana.
Rispetto alle altre compagnie europee, molte delle quali in utile e con volumi di traffico multipli, la débacle non è dovuta a carenze tecnologiche né a insufficienza di capitali, ma piuttosto a protezioni clientelari, a una sindacalizzazione frazionata e corporativa, a scelte "improprie" negli investimenti, anche questi spesso sponsorizzati politicamente. Il danno per il paese è stato enorme, non solo per le risorse dello Stato bruciate nelle "ricapitalizzazioni" della compagnia, ma anche per la perdita di posti di lavoro qualificati e per i costi imposti all’economia e al turismo dai prezzi del servizio. Un vero campione nazionale, purtroppo in negativo.
Stupisce quindi che sindacati e alcuni politici critichino violentemente le condizioni di favore praticate a compagnie low cost, come nel caso dell’aeroporto di Alghero verso Ryanair.
Grazie al basso costo dei biglietti aerei si sono sviluppati enormi flussi di turismo dall’estero, che si sarebbero altrimenti diretti altrove. Per continuare a tutelare poche migliaia di dipendenti Alitalia, in generale molto ben pagati in relazione al loro carico di lavoro, vogliamo penalizzare le linee aeree low cost e con loro il nostro settore turistico, e le imprese più dinamiche, che trovano oggi nei voli a basso costo "point to point" una economia rilevante?

(1) Le quote di mercato di Alitalia, nel 2003 erano pari al 47 per cento sulle rotte nazionali, al 30 per cento su quelle intercontinentali e solo al 19 per cento su quelle infra-europee. Si veda Arrigo U., "Alitalia e il mercato europeo del trasporto aereo", Mercato concorrenza regole, n. 2, 2005, pp. 297-329.

www.lavoce.info/

Corritore, il ragazzo uscito da Internet
CINZIA SASSO


da Repubblica - 23 novembre 2005

Papà!!!! C´è una certa Ilaria al telefono». La vocina arriva da tre piani sotto - dal salotto coi divani bianchi, non dalla cucina col camino - c´è ancora una giornalista in casa, sarebbe ora di cena, ma siamo in campagna elettorale e anche Mattia lo sa. Il suo papà è Davide Corritore, 47 anni, quello che lavorava in Deutsche Bank, poi alla Swg, che per primo si è dato un gran da fare perché si scegliesse la via delle primarie e che poi si è candidato. Scusi, perché? «Perché voglio fare politica a Milano». Lo Scalfarotto del centrosinistra milanese? «No no, non mi sento affatto Scalfarotto. Ho apprezzato il suo coraggio, ma io ho una storia alle spalle con la mia città; la mia candidatura non è nata dal nulla e non è personalistica». Vuol fare politica e per cominciare si propone come sindaco? «Non è un inizio. Alle spalle ho un lungo allenamento: tra scuola e università ho fatto otto anni in Fgci; dal ‘94 ho partecipato alle riunioni del gruppo di persone vicine a D´Alema per i temi dell´economia; nel ‘96 ho fondato qui un comitato Prodi; nel ‘97 ho affiancato Aldo Fumagalli che correva contro Albertini; nel ‘98 sono entrato a palazzo Chigi come consigliere per la finanza e la multimedialità» (e ne è uscito sei mesi dopo perché, spiega, non condivideva l´operazione Telecom).
SEGUE A PAGINA III


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Ha 47 anni, lavorava alla Deutsche Bank e ora alla Swg ed è stato il primo a chiedere le primarie
Corritore, il ragazzo prodigio
che vuole regalare Internet a tutti
l´obiettivo Voglio semplicemente fare politica in questa città. Ho alle spalle un duro allenamento: dalla Fgci a consigliere di Prodi e D´Alema
il giudizio Dico no a Ferrante perché ci vuole aria nuova, gente che convinca per ciò che propone, non per quello che è stato
CINZIA SASSO
(segue dalla prima di cronaca)

Basta, allora, chiedere Corritore chi.
Piuttosto, Corritore come? Il genere è piacione: sorriso stampato, famiglia da Mulino Bianco, il sabato girocollo di cachemire su camicia botton down e gli altri giorni immancabile cravatta stile Deutsche Bank. Se non fosse di sinistra («diciamo che mi colloco in un´area socialista e liberale»), avrebbe del berlusconiano: "Internet per tutti", ha lanciato come slogan, e pare rievocare "case per tutti" o il più vecchio e mai mantenuto "meno tasse per tutti". Ma queste sono solo apparenze, impressioni superficiali; il ragazzo che sogna di essere un sindaco manager si vede diverso: «Detesto sembrare uno che gioca sull´immagine e non mi piace il marketing politico. Berlusconi è solo narcisista ed egocentrico, non ha passione né un´idea del Paese». Lui invece le idee per Milano e per il ruolo che deve avere il primo cittadino ce le ha chiare: deve riuscire a creare lo sviluppo economico, non basta che garantisca la sicurezza. E sviluppo vuol dire la diffusione della Rete: «La Rete è un bene pubblico, come l´aria; Aem la deve portare in ogni luogo, in ogni casa. L´hanno fatto a San Francisco, ci sono stato, ho visto, perché no a Milano?». Sogni da visionario? Può darsi, ma il vertice dell´Onu di Tunisi, a proposito dello sviluppo del mondo, è arrivato alle stesse conclusioni. Anni di lavoro a occuparsi di analisi politica, lo hanno convinto che questa sarà davvero la volta buona: «Non c´è dubbio: chi vince le primarie sarà il sindaco della città». Nessuno dall´altra parte, assicura, e nemmeno per sogno Letizia Moratti, potranno guadagnare Palazzo Marino.
E però Ferrante non va bene: «Ci vuole aria nuova, gente che convinca per quello che propone, non per quello che è stata». L´altra Moratti, per Corritore, è «l´amica Milly»; il premio Nobel Fo, «il caro Dario». Lui, per esempio, è stato un berchettiano, poi un bocconiano, poi un banchiere di successo che con le stock option degli anni d´oro è riuscito a raggiungere il benessere. Ma è anche rimasto orfano quando aveva dieci anni e a lavorare ha cominciato prima ancora di prendere la maturità. Se ne è andato a Londra e a New York in Citibank e poi con i tedeschi, dentro sempre quella passione, quella grande voglia di poter lasciare un giorno un segno: «Il valore è nelle cose che dici, fondamentale è partecipare. Io penso che comunque vada quello che dirò in campagna elettorale resterà, ho fiducia nella bontà delle mie idee. Se non dovessi diventare sindaco chiederò al candidato vincente di portare avanti i miei progetti, i miei contenuti. Ecco, il vero senso delle primarie per me è questo: far emergere progetti, idee di sviluppo, contributi liberi». Dal maggio scorso si è buttato a capofitto in quest´avventura: non ha mancato un dibattito, ha cercato ogni contatto. E si è arrabbiato quando dai partiti gli hanno detto «ma chi hai dietro di te?». Non ha tessere, ma crede nella politica: «Mi pare che siano i partiti, a non crederci più. Cercano il personaggio, la faccia nota, non un progetto. Se avessero creduto nel primato della politica avrebbero potuto candidare Daniela Benelli, una persona davvero di valore».
Lavora nel suo studio, con Gina il cane, Tommi il gatto, Mattia e Alice 10 e 12 anni, la moglie psicoterapeuta, sposata nell´88 e la suocera che girano per casa. L´ufficio casalingo è in cima alle scale, in una stanza piena di libri e fotografie. Adesso sta leggendo Francesco De Sanctis, «Un viaggio elettorale»; alla fine della campagna, così si sono fatti promettere gli amici che glielo hanno regalato, passerà a Paul Auster, «Mr Vertigo». Ma la maggior parte del suo tempo, ormai, lo passa in via Solari, là dove ha preso in affitto dei locali per farne il comitato elettorale. Intorno ha un gruppo di gente come lui: cani sciolti, età dai 23 ai 52, soprattutto esperti di web. Ed è il web il suo terreno di gioco preferito: Marco, già giovanissimo funzionario dei Ds romani, già impegnato per la campagna alle Comunali del ‘97 di Massimo D´Alema, gli fa le domande e Davide risponde. «Una pillola al giorno», hanno chiamato lo spazio, che è su www.milanopartecipa.org.
Anche sabato, i Corritore boys erano al lavoro. Solo al mattino, però. Il pomeriggio c´era un impegno irrinunciabile: Aspis contro Padre Monti e Mattia, centrocampista, a correre su e giù in maglia blu e gialla (per la cronaca, tratto da un sms: partita sofferta, e vittoria fuori casa per 4 a 3. È la prima volta che la parrocchia di piazza Wagner vince con quella di piazza Frattini. È stata una festa). Una boccata d´ossigeno per il tifoso: tessera di abbonamento all´Inter da 33 anni, per la prima volta in questa stagione ha desistito, meno male che ci sono i piccoli gialloblu.



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Ds Milano - Rassegna stampa



La mafia è bianca, intervista ad Alberto Nerazzini
PIERO RICCA

"Chi partecipa alle presentazioni de La mafia è bianca si arrabbia per ciò che vede, ma è contento di vedere una storia che appartiene alla realtà, quella strana cosa che sempre più raramente è raccontata dalla televisione". Alberto Nerazzini è in giro per l'Italia a presentare il film-documentario La mafia è bianca, un'inchiesta su mafia, politica e sanità in Sicilia, che ha realizzato insieme a Stefano Maria Bianchi. Entrambi hanno lavorato con Michele Santoro, alla redazione di Sciuscià. Il dvd (insieme a un libro) è edito da BURSenzaFiltro, è si può trovare nelle principali librerie.

Alberto, come nasce l'iniziativa di questo documentario?
Forse vale la pena di fare una breve premessa. Dopo la chiusura di Sciuscià, conseguenza dell’ordine bulgaro di Berlusconi, devi pensare a un gruppo di inviati che si è trovato improvvisamente sulla strada. Ognuno di noi ha reagito in modo diverso. Per quanto mi riguarda (e mettici pure il fatto che di quel gruppo ero il più giovane) ho sempre cercato, in maniera anche piuttosto cocciuta, gli spazi dove poter fare inchiesta, senza limiti né compromessi. Questo mi ha portato a lavorare fuori da Rai e Mediaset, a rincorrere fantomatiche produzioni, a realizzare piccoli documentari indipendenti. In due anni ho fatto di tutto, dalle collaborazioni con qualche testata, italiane e straniere, alla traduzione di libri.

E poi?
Poi, verso la fine del 2004, è nata l’idea di Senzafiltro, la nuova collana della Bur in accordo con l’Ambra Jovinelli di Valerio Terenzio. E quando la Rizzoli e Terenzio hanno espresso il desiderio di inaugurare anche un filone di giornalismo d’inchiesta, per due giornalisti come me e Stefano era un’opportunità da non lasciarsi sfuggire. Era quello spazio che, da tempo, andavamo cercando. Grazie all’aiuto di Michele Santoro abbiamo trovato altri finanziatori: una strepitosa (e coraggiosa) coppia di amici che vive in Australia ha partecipato al progetto, fondando una piccola società – la ALI productions – e mettendoci nelle condizioni di realizzare un lavoro come La mafia è bianca. In un certo senso volevamo riprendere da dove eravamo rimasti, dalle ultime e fortunate inchieste siciliane di Sciuscià, dalla mafia, argomento tabù, scomparso dalle televisioni e dai grandi mezzi di comunicazione.

Perché avete scelto come filo conduttore la sanità?
Ne La mafia è bianca si parla di ospedali e cliniche private perché la sanità in Sicilia è un affare di proporzioni immense e al tempo stesso un punto d’incontro devastante tra il potere politico e quello mafioso.

Quanto tempo avete impiegato e con quale impegno?
Domanda difficile, davvero, perché è difficile quantificare. La produzione a Palermo è iniziata il 23 maggio, nel giorno del tredicesimo anniversario della strage di Capaci, ed è proseguita senza interruzioni per circa cinque settimane. Ma prima ci sono state le settimane per preparare l’inchiesta e fare i sopralluoghi… Insomma, tutto incluso, con la postproduzione e la scrittura del libro che accompagna il film, diciamo sei mesi. L’impegno è stato totale, nel senso che non abbiamo fatto altro, non abbiamo fatto un giorno di vacanza (ricordo un desolato Ferragosto trascorso a scrivere…), spesso lavorando anche 18 ore al giorno. Ma ne valeva la pena.

Quali difficoltà avete incontrato a operare in Sicilia?
Alcuni momenti di tensione ma nessuna difficoltà particolare; a parte gli inevitabili ostacoli e gli intoppi prevedibili che accompagnano un’indagine giornalistica di questo tipo, un’inchiesta che si insinua nelle stanze che contano dei poteri politico ed economico di un territorio come quello della Sicilia, dove una mafia silenziosa da anni s’ingrassa nel disinteresse dell’informazione. La cosa più sorprendente resta la collaborazione appassionata di tanti siciliani che abbiamo potuto raccogliere lungo il nostro cammino.

Hai notato una vera volontà di cambiamento tra i siciliani?
L’aiuto, a volte anche la solidarietà ricevuti da persone diversissime tra loro si sorregge spesso su una voglia, più o meno espressa, di cambiamento. Sono sentimenti comunque che rischiano di finire soffocati se la politica si mostra cementata nelle ambiguità e nei fallimenti. Ecco anche perché il disincanto prospera.

Un disincanto che scivola a volte nella connivenza. Nel documentario date la parola anche a chi della mafia ha un'opinione positiva...
Ci vorrebbe più spazio per un discorso tutt’altro che banale, ma provo a rispondere con qualche domanda. Siamo sicuri che certi strati della società non ricevano assaggi di sussistenza e modernità più dalla mafia che dallo Stato? Siamo sicuri che sia così secondario il fatto che un politico (oggi sotto processo per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra) diventi presidente della Regione con ben il sessanta per cento dei voti dopo aver redatto e firmato – in perfetto stile berlusconiano – un contratto con i siciliani dove, tra i nove obiettivi di governo, non si faceva alcun riferimento al contrasto e alla lotta alla mafia o a qualsiasi forma di criminalità organizzata? Davvero chi afferma, in maniera forte e concreta, il proprio no alla mafia in Sicilia è destinato a essere un politico perdente?

Molti forse lo pensano, anche nel centrosinistra.
Sciascia, citando Pirandello, riconosceva ai siciliani, che si fanno "isola da sé", una spiccata predilezione al fatalismo. E chi meglio di Sciascia conosceva la Sicilia e i siciliani? Dico questo per risponderti sulla volontà di cambiamento, perché senza dubbio moltissimi siciliani non accettano il destino di essere amministrati da una classe politica ricoperta dalle ombre e dalle ambiguità. Ed ecco la cosa che forse, più di ogni altra, mi ha colpito: la spocchia, la protervia che caratterizzano molti dei personaggi del film, grandi e piccoli potenti in carne e ossa. Un senso di impunità che può renderli anche volgari e grotteschi.

Come sta andando il tour in Italia? Come reagisce il pubblico?
Le presentazioni in giro per l’Italia stanno andando benissimo.
In ogni città incontriamo platee e reazioni differenti. Ma dopo la proiezione del film tra il pubblico dominano la rabbia e l’entusiasmo. Chi partecipa alle presentazioni de La mafia è bianca si arrabbia per ciò che vede ma contemporaneamente è contento di vedere una storia che appartiene alla realtà, quella strana cosa che sempre più raramente è raccontata dalla televisione.

Avete nuove iniziative in cantiere?
Certo. La mafia è bianca è la prima di una serie di inchieste giornalistiche per la BURSenzafiltro. Io e Stefano stiamo già pensando ad altri due progetti.

Che idea ti sei fatto dell'intreccio mafia e politica? Nel film si vedono certe facce da Mani sulla città...
Non sei il primo a dirlo. Anche grazie a certe espressioni grottesche, di cui parlavamo poco fa, ci sono alcune scene che, in maniera involontaria e profondamente naturale, possono rimandare a film come il capolavoro di Rosi. Quello però era il grande cinema storico-politico, una stagione che purtroppo sembra sempre più lontana. Noi invece non abbiamo fatto altro che raccogliere una storia che, come tante altre, chiede semplicemente di essere raccontata. Il rapporto tra mafia e politica, la stessa questione morale della politica, da anni sono argomenti fondamentali, poco considerati sia da chi fa informazione sia da chi fa il politico.

Vedi possibilità di riscatto per l'informazione italiana?
La situazione è drammatica. Tuttavia si vedono i primi, fragili segnali di ripresa. Lo dimostrano i successi di alcuni ottimi reportage televisivi e l’interesse che anche il cinema mostra nei confronti del documentario di denuncia. E' ancora presto però per dire che l’informazione italiana, da sempre piena di anomalie, almeno da quando la frequento in prima persona, è destinata a una pronta guarigione.

A proposito, hai anche partecipato alla realizzazione di Viva Zapatero! Com'è andata?
Viva Zapatero! Ë stato un film faticoso e importante. Un film "necessario", e anche un film sul dopo Berlusconi. Quando Sabina Guzzanti mi propose di collaborare al suo progetto non ho avuto dubbi e ho accettato senza fare troppe domande. Per mesi siamo andati in giro in tre, io, Sabina e Paolo Santolini, in Italia e all’estero: anche in questo caso il potere si è mostrato arrogante e a tratti ridicolo di fronte a un tema fondamentale come quello della libertà di espressione. Sono felice di aver curato Viva Zapatero!, proprio perché Sabina è riuscita a fare un film bello e, ripeto, necessario, di cui si sentiva un gran bisogno. www.centomovimenti.com


STIGLITZ
«Difendete il welfare»
Il premio Nobel confronta l'Europa agli Usa
L'economista sfata i luoghi comuni. Il welfare non frena l'economia. E gli Usa? Hanno il primato delle diseguaglianze e dei detenuti
PAOLO ANDRUCCIOLI
Perché l'economia statunitense cresce di più di quella europea? E' colpa dei sistemi di welfare che la appesentiscono? E quale tipo di armonizzazione è possibile - e se è auspicabile - tra i due modelli? Sono queste alcune delle domande che ieri sono state poste al premio Nobel dell'economia Joseph Stiglitz invitato a Roma dalla Fondazione Di Vittorio della Cgil. Alle stesse domande poste da Laura Pennacchi, deputata Ds ed ex sottosegretario con il primo governo Prodi e dall'economista Marcello Messori, ha risposto anche il segretario generale, Guglielmo Epifani. Stiglitz ha spiazzato con il suo giudizio molto positivo sul modello sociale europeo, paragonato a quello del suo paese dove si battono invece record non certo invidiabili, come quello delle persone in carcere (10 volte superiore agli altri) o dell'aumento delle diseguaglianze sociali. Un paese, l'America, dove il Pil cresce, cosa che non significa però l'arricchimento di tutti. Anzi, se Bill Gates diventa sempre più ricco, c'è chi diventa sempre più povero. «Non ritengo - ha risposto lo studioso alla Pennacchi - che ci sia un'antinomia tra welfare e sviluppo». Esperienze come quelle del nord Europa, ma anche come quelle asiatiche dimostrano piuttosto il contrario. La verità è che dagli Usa continuano a provenirci miti infondati. Il reddito della fascia media della popolazione - ha detto Stiglitz - ha avuto un segno negativo con la perdita di 1500 dollari. Un paese, gli Usa, dove si sta verificando, per esempio, il fenomeno dell'aumento dei disabili: si tratta di disoccupati che non trovano lavoro e che preferiscono (sono obbligati) a trasformarsi in disabili per avere i sussidi.

Molto divertente l'analisi di Stiglitz della politica economica del governo Bush e di quello di Berlusconi. Secondo il premio Nobel i due governi sono stati i primi nella storia ad aumentare il defict senza però avere la capacità di rilanciare l'economia. La parte dell'economia statunitense che funziona - d'altra parte - è quella spinta dai finanziamenti del governo, dalla difesa a Internet, passando per le università. Bisogna quindi sfatare il luogo comune che circola da anni, come ha ricordato anche ieri il segretario Epifani, sul welfare come freno della crescita economica. I paesi scandinavi, ha detto Stiglitz, hanno un grande sviluppo pur avendo un livello di tassazione tra i più alti e una situazione di maggiore eguaglianza tra i redditi. Non è neppure vero che la Svezia ha ridotto le prestazioni del welfare, le ha solo aggiustate.

Guardando alle esperienze mondiali, ha detto Epifani, scopriamo che ci sono diverse vie e non un unico modello valido per tutti. Ma è chiaro che a una minore equità corrisponde uno sviluppo più scarso. Poi un monito al prossimo governo. Se il centrosinistra andrà al governo, ha detto Epifani, pensi prima allo sviluppo e solo un minuto dopo al rigore. La cosa essenziale, ora, è invertire la rotta del declino.

Joseph Siglitiz - che ha appena scritto un libro sulle virtù positive del commercio mondiale (non quello dell'attuale Wto) - ha consigliato dunque a noi italiani di non preoccuparci tanto della convergenza verso il modello americano. Se proprio si deve convergere verso qualcuno, allora sono meglio gli scandinavi. www.ilmanifesto.it



Incubi iracheni per Bush -

Al di là di come la Casa Bianca voglia rigirarla, il Senato degli Stati Uniti ha epresso un voto di sfudicia sulla guerra in Iraq, la settimana scorsa. Ed era tempo. Il contenuto effettivo della risoluzione, passata con 79 voti contro 19, non aveva alcuna importanza. Il Senato chiedeva al governo di fornire dei regolari rapporti sui progressi in Iraq, ed esprimeva il convincimento che l'anno prossimo ci dovrà essere “un periodo di significativa transizione ad una piena sovranità irachena”. È stato il disperato annuncio di legislatori vincolati alle elezioni per sganciarsi da un disastroso pantano militare. I leader repubblicani, che hanno sostenuto la proposta, hanno argomentato che questo voto ha avuto il valore di rigettare una mozione democratica volta a stabilire dei tempi limite per il ritiro delle truppe americane.

Ma la proposta non sarebbe mai stata sul tappeto se i membri del partito del presidente non avessero sentito l'esigenza di far registrare, in qualche modo, la loro insofferenza della situazione.

L'incubo iracheno più recente, che sembra ogni giorno farsi più vivo, è quello di una violenta frattura del Paese, con il nord curdo e il sud est arabo-sciita che si staccherebbero dal resto, lasciando l'occidente dominato dagli arabi sunniti che diventerebbe una terra di nessuno e un terreno di coltura per i terroristi internazionali. Le conseguenze di una tale scissione sarebbero una terribile guerra civile senza fine, la persecuzione delle minoranze nei nuovi stati, un'alleanza fra gli sciiti e l'Iran, e un completo collasso dell'influenza morale e militare americana nel Medio Oriente.

Nessuno vuole che ciò accada, ma gli americani si devono chiedere ogni giorno se le truppe che stanno rischiando le loro vite in Iraq non stiano facendo nient'altro che posporre l'inevitabile.

L'unica fragile speranza per un esito migliore sta nello sforzo in atto di creare un governo centrale democratico in Iraq. Ci incoraggia la alta partecipazione alle elezioni, compreso l'enorme incremento di votanti sunniti nell'ultimo ballottaggio, e la volontà dichiarata dai funzionari di vertice iracheni e dai capi delle sezioni di fare delle concessioni politiche per mantenere la nazione cucita insieme.

È molto probabile che la maggioranza dei votanti sta semplicemente riempiendo delle schede per garantire la supremazia della propria fazione etnica o religiosa, e che i funzionari stiano semplicemente portando avanti le mozioni con la speranza di soddisfare un minimo gli Stati Uniti, mentre si dedicano ai propri interessi particolari. Ma in questo momento, sia la gente che i suoi capi, stanno raggiungendo almeno il livello minimo di misurazione dei loro progressi. Un ritiro precipitoso a questo punto sarebbe controproducente.

E, se una scaletta è sicuramente da tenere in considerazione, chi davvero necessita dei tempi limite, sono gli iracheni. Il loro governo deve essere ammonito che gli Stati Uniti si aspettano che l'Iraq mostri un veloce, significativo progresso nel prendere garantire da solo la propria sicurezza, e deve dimostrare che non sta semplicemente temporeggiando quando si tratta di garantire la democrazia e i diritti umani.

La costituzione corrente è insoddisfacente, non considera in maniera adeguata la minoranza sunnita e tralascia di fornire alle donne irachene la garanzia di non ritrovarsi peggio sotto il nuovo governo rispetto a quando erano sotto Saddam Hussein. I leader iracheni hanno promesso di cambiarla dopo le elezioni del prossimo mese. Washington deve controllare con attenzione quanto pienamente onoreranno questa promessa.

Il governo dominato dagli sciiti darà una prima prova del suo impegno nel costruire una società giusta e inclusiva, col modo in cui risponderà alla terribile accusa di questa settimana, che i poliziotti membri della potente milizia scita abbiano portato via con la forza degli arabi sunniti e li abbiano torturati in una prigione segreta nel cuore di Bagdad.

Il presidente George W. Bush ha perso la fiducia del popolo americano e del suo stesso partito, sul tema della gestione dell'Iraq. Se la vuole recuperare, deve produrre delle linee guida molto chiare su quello che si aspetta, sia militarmente che politicamente, dal governo iracheno. Se gli iracheni non raggiungeranno questi obiettivi, deve mostrare chiaramente che il prezzo dello sbaglio è il ritiro americano.

Se il presidente mancherà di fare questo, l'opinione pubblica americana ha una propria scaletta. Le elezioni per la Camera e il Senato sono fra meno di un anno.


da The New York Times
traduzioneper Megachip di Federico Guerrini



Giro d’Europa delle periferie difficili
Disoccupazione, precarietà e senso di esclusione sono comuni alle periferie dimenticate e nascoste di tante metropoli europee. Dai recenti scontri di Birmingham al bronx milanese di Quarto Oggiaro.
Con le immagini delle rivolte nella periferia parigina ancora stampate negli occhi, sembrerebbe che la disoccupazione, la precarietà, l’urbanizzazione disordinata e incontrollata, e l’isolamento sociale siano patrimonio solo di questa città. In realtà, il fenomeno della banlieue parigina non è mero appannaggio francese: ha caratteristiche comuni a tante altre in Europa.

Birmingham: scontri interetnici

A fine ottobre il quartiere di Lozells nella zona ovest di Birmingham ha vissuto un fine settimana di scontri tra i membri della comunità nera e di quella asiatica: il bilancio è stato che un ragazzo di venti anni ha perso la vita. Il fattore scatenante è stata la presunta violenza carnale ad una donna di colore perpetrata da un asiatico. Con una percentuale di popolazione di origine straniera dell’82%, il tasso di disoccupazione di Lozells è alquanto elevato, essendo del 22,1%. Allo stesso tempo, quest’area è territorio conteso da un grande numero di bande criminali che si scontrano per il controllo del traffico di droga.

Barcellona: “sminando” La Mina

La rapida e disordinata creazione alla fine degli anni Sessanta del quartiere La Mina è stata il risultato di un piano di sradicamento delle baraccopoli che costellavano la periferia di Barcellona. Da allora la situazione sociale e urbanistica del quartiere condiziona la vita quotidiana dei suoi abitanti, un 30% dei quali è rappresentata da gitani. Un calo dell’istruzione del 40%, disoccupazione del 12% e un reddito familiare lordo di solo 3.626 euro sono i dati della realtà di un quartiere periferico isolato e tradizionalmente associato alla delinquenza. I diversi livelli istituzionali – dal locale al comunitario – hanno deciso di porre fine alla situazione mediante la creazione di un consorzio per la trasformazione de La Mina. Il primo passo è stata l’inaugurazione di un commissariato di polizia autonomo. Resta da vedere se questo progetto migliorerà realmente il precario contesto economico dei suoi cittadini.

Monaco: col ghetto in testa

Situato nella zona nord di Monaco, Hasenbergl è noto al resto della città come zona pericolosa. Costruito durante la rapida crescita economica degli anni Sessanta, conta circa 53.000 abitanti, il 26% sono stranieri. L’alto tasso di disoccupazione, la mancanza di prospettive di lavoro dei più giovani e la carenza di infrastrutture ed offerte culturali giustificano la sua inclusione nel programma statale Città Sociali, che cerca di migliorare il livello di vita di 331 città e quartieri “sensibili” tedeschi. Cambierà anche l’immagine di Hasenbergl nell’immaginario degli abitanti di Monaco?

Varsavia: la sponda cattiva

Sulla sponda destra della Vìstola, ecco Praga (da non confondere con la capitale ceca), una delle aree più arretrate della capitale polacca. Abbandonata al suo destino durante l’era comunista, la sua situazione non è migliorata molto dall’avvento della democrazia. Il passaggio al capitalismo e il collasso del settore industriale hanno lasciato centinaia di operai di Praga senza lavoro né speranze di futuro. Nei dintorni la situazione non migliora: una gran quantità di abitazioni sono in stato di rovina. L’incanto e la forte personalità di Praga, nonostante tutto, attraggono sempre più artisti. Arriverà ad essere Praga, un giorno, un quartiere alla moda di Varsavia?

Milano e il suo bronx all’italiana

Il candidato della sinistra alle prossime legislative italiane, Romano Prodi, ha affermato qualche giorno fa che la periferia di Milano era come o più pericolosa dell’infiammata banlieue parigina. Intrappolato in un intreccio di autostrade e reti ferroviarie, Quarto Oggiaro è uno dei quartieri più critici e degradati di Milano insieme a Stadera e Fulvio Testi. La microcriminalità e la tossicodipendenza sono il pane quotidiano di un’area caratterizzata da vecchi grattacieli degradati che furono costruiti con l’intenzione di accogliere le migliaia di immigrati del Sud Italia giunti a Milano negli anni Cinquanta e Sessanta. Nel resto della città e della regione lombarda, il quartiere era conosciuto come “il Bronx”, in riferimento al tristemente rinomato quartiere newyorchese. Nonostante ciò, i residenti non hanno accettato questa definizione dichiarando la loro volontà di cambiare Quarto Oggiaro, in nome di un futuro a colori..


Corrispondenti: da Barcellona Míriam Rodríguez; da Londra James Fontanella; da Parigi Ilaria La Commare e Tobias Troll, e da Varsavia Pawel Wieczorkiewicz.
Albert Salarich - Paris - www.cafebabel.com/it

La manipolazione della realtà
di Michael T. Klare
Tutti gli scenari di crisi creati ad arte dall'amministrazione Bush tramite inganni e illazioni, per promuovere il proprio programma politico e per distogliere l’attenzione pubblica dalle gravi difficoltà e dagli scandali interni
Nel film del 1998 Sesso e Potere (tit. orig. Wag the Dog), lo spin doctor della Casa Bianca Conrad Brean si “inventa” una finta crisi internazionale per cercare di deviare l’attenzione pubblica dallo scandalo su un presunto incontro sessuale all’interno della Casa Bianca tra il Presidente in carica e una minorenne scout. Con l’aiuto del celebre produttore hollywoodiano (interpretato da un Dustin Hoffmann ciarlatano ma divertente), Brean “diffonde” un falso rapporto secondo il quale l’Albania si sarebbe procurata delle bombe atomiche e starebbe cercando di farle sbarcare clandestinamente in suolo statunitense. Questa “minaccia esterna” giustifica, ovviamente, una rappresaglia militare contro l’Albania allo scopo di distogliere l’attenzione pubblica dall’accusa che ha colpito il Presidente. La stampa abbocca al falso documento (vi suona familiare?) e tutte le polemiche sul sexygate vengono messe a tacere o, come Brean avrebbe detto, la “coda” (che simboleggia la crisi costruita ad hoc) dimena il “cane” (ovvero, la politica nazionale).

Come nel film il personaggio di Brean spiega allo staff della Casa Bianca, i presidenti Usa tentano spesso di distogliere l’attenzione pubblica dai reali problemi politici interni, provocando e amplificando altrove una diversione bellica o una crisi. Ora che l’attuale occupante della Casa Bianca deve far fronte a scomodi scandali politici personali, non è da escludere che anch’egli, o il suo tormentato consigliere Karl Rove (per non parlare del suo assediato vice Dick Cheney) stiano già pensando di seguire queste linee di azione. Potrebbe Rove – versione attuale di Conrad Brean nella realtà – aver già inventato uno scenario alla “Wag the Dog”? Solo coloro che hanno accesso al ristrettissimo e riservato circolo di consiglieri della Casa Bianca di George Bush possono saperlo con certezza, ma, dato che l’hanno già fatto in passato, è comunque un’ipotesi plausibile.

È opportuno ribadire che questa amministrazione, più di qualsiasi altra negli ultimi tempi, si è servita di inganni e illazioni per influenzare l’opinione pubblica e promuovere il proprio programma politico. Lo stesso scandalo che ora vede coinvolta la Casa Bianca – l’aver svelato alla stampa l’identità di agente segreto di Valerie Plame, come vendetta politica contro il marito, la “spia” Joseph Wilson (il quale, ex ambasciatore in Africa, dopo aver indagato sulla vicenda, aveva dichiarato l’infondatezza del dossier sul presunto traffico di uranio tra Iraq e Niger - NdT) – parte, infatti, dalla necessità del Presidente di raccogliere consensi per invadere l’Iraq, fornendo intenzionalmente false notizie sulle risorse irachene di armamenti.

Per quale motivo allora Bush e i suoi consiglieri dovrebbero rifiutarsi di ingigantire o distorcere nuove informazioni su altre potenze nemiche, per poi utilizzare tali notizie manipolate per provocare una crisi internazionale?

A questo, si deve aggiungere un crescente livello di belligeranza già percepibile nelle dichiarazioni degli alti funzionari amministrativi nei confronti di potenziali avversari in Medio Oriente e in Asia. Tra queste dichiarazioni, la più sconvolgente è forse quella avanzata dal Segretario di Stato Usa Condoleezza Rice, la quale, il 19 ottobre, ha fatto la sua feroce comparizione davanti alla Commissione del Senato per le Relazioni Estere. Di fronte alle domande di senatori sia democratici che repubblicani, la Rice si è rifiutata di escludere l’utilizzo di forze militari contro la Siria o l’Iraq, e non ha nemmeno riconosciuto alcun obbligo presidenziale di consultare il Congresso prima di prendere parte ad un’azione di questo tipo. Quando il senatore Paul Sarbanes (Democratico del Maryland) le ha chiesto se l’amministrazione “stesse pianificando o meno un’azione militare contro la Siria o l’Iran” e se “possa impegnarsi a farlo senza ottenere un’autorizzazione dal Congresso”, la Rice ha risposto: “Ciò che ho detto è che il Presidente non esclude alcuna opzione e io non dirò nulla che limiti la sua autorità in qualità di Comandante in capo”. Se da una parte continuava a ribadire l’intento dell’amministrazione di utilizzare vie diplomatiche per risolvere le proprie divergenze con la Siria e l’Iran, dall’altra non ha lasciato alcun dubbio riguardo alla volontà (e al diritto) di Bush di impiegare l’uso della forza in qualsiasi momento o contro qualsiasi bersaglio di sua scelta.

Da più parti si sostiene che per ora Bush non potrebbe assolutamente contemplare la possibilità di un’azione militare contro Iran, Siria o qualsiasi altra potenza ostile: le truppe armate Usa sono già dispiegate oltre i limiti in Iraq, quindi mancherebbe la capacità di intraprendere una campagna significativa in un altro paese. Come minimo, questi analisti trascurano di considerare le enormi risorse aeree e navali americane difficilmente impiegate in Iraq e certamente utilizzabili altrove. Ma non è questo il punto. Come il film Sesso e potere suggerisce, la guerra stessa non è il solo modo per distrarre l’attenzione pubblica dai guai interni del Presidente. Creare un’atmosfera di crisi in cui si preannuncia l’arrivo di una guerra o i preparativi per un conflitto che facciano passare in secondo piano tutto il resto, può rivelarsi un espediente efficace. E i funzionari amministrativi non hanno bisogno di nuovi eserciti per realizzare tutto ciò, ma solo scenari verosimili che intensifichino gli attuali problemi interni di paesi stranieri, che purtroppo, non sono affatto difficili da rintracciare.

Quali sono allora gli scenari più promettenti a portata di mano per raggiungere un tale scopo? Molti di questi possono essere previsti, ma i più credibili – fatta eccezione di un nuovo grande attacco terroristico agli Stati Uniti – implicherebbero uno scontro militare con Siria, Iran e Corea del Nord.


Obiettivo Siria

La Siria sembra essere il candidato più probabile per creare un’immediata e turbolenta crisi di politica estera. Come prima cosa, è stata già ufficialmente definita uno “stato paria”, sia per il suo sospetto coinvolgimento nell’assassinio dell’ex Primo Ministro libanese Rafik Hariri, sia perché l’amministrazione Bush non fa altro che accusarla di facilitare il transito verso l’Iraq di jihadisti.

La questione del coinvolgimento siriano nella morte di Hariri è scaturita subito dopo l’esplosione dell’autobomba che il 14 febbraio scorso ha ucciso l’ex Primo Ministro (e altre 22 persone) nel centro di Beirut. Siccome Hariri aveva condotto una lunga campagna a favore del ritiro del contingente militare siriano di stanza in Libano, i suoi sostenitori hanno continuato a dichiarare il ruolo che Damasco deve aver giocato nell’esplosione. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno convinto il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad aprire un’inchiesta internazionale sull’attentato. Un rapporto preliminare redatto dalla commissione d’inchiesta e diffuso il 24 ottobre, suggerisce in maniera decisa il ruolo determinante degli alti ufficiali siriani nell’organizzazione dell’attacco. Washington e Londra, quindi, hanno fatto nuovamente ricorso al Consiglio di Sicurezza il 31 ottobre e hanno fatto approvare una risoluzione che chiede al governo siriano di cooperare appieno nell’inchiesta e di mettere a disposizione degli inquirenti tutti gli alti funzionari sospettati del coinvolgimento, che verranno poi sottoposti ad interrogatorio dalla stessa commissione d’inchiesta.

Questa risoluzione mette anche in guardia la Siria da “possibili ulteriori azioni” (un’ovvia minaccia di applicare sanzioni economiche) nel caso in cui il paese non ottemperi alle disposizioni. La posta in gioco è stata in seguito aggravata il 7 novembre, quando gli inquirenti dell’ONU hanno chiesto di interrogare sei alti funzionari siriani, tra cui il Generale Assef Shawkat, il potente cognato del Presidente siriano Bashar al-Assad.

Fin dall’inizio, la Casa Bianca ha approfittato degli sviluppi di questa vicenda per bollare la Siria come “stato fuorilegge” e preparare il terreno per un attacco diplomatico al regime di Assad. Condoleezza Rice è stata particolarmente dura. Dopo l’approvazione della risoluzione ONU il 31 ottobre, infatti, la Rice dichiara: “Con la decisione di oggi, abbiamo dimostriamo che la Siria si è isolata dalla comunità internazionale a causa delle sue false dichiarazioni, del suo sostegno a favore del terrorismo, della sua interferenza negli affari dei paesi confinanti, e del suo comportamento destabilizzante in Medio Oriente”, e formula, infine, l’argomento decisivo: “Il governo siriano deve ora prendere una decisione strategica per cambiare radicalmente il proprio modo di agire”.

Quali cambiamenti deve adottate il governo siriano? Quali saranno le conseguenze se si rifiuta di farlo? Non ci sono risposte chiare a queste domande, ed è probabile che non ne esistano proprio. L’intento, per quanto possa essere stabilito, non è quello di raggiungere una sorta di risoluzione pacifica del problema, ma piuttosto di tenere sul filo del rasoio Damasco, e il resto del mondo, nell’attesa di una nuova crisi da attuare in qualsiasi momento. Pare che questa strategia, conosciuta a Washington con l’espressione “rattling the cage”, sia stata scelta, stando a quel che si dice, da assistenti superiori del Presidente Bush il 1 ottobre durante un incontro alla Casa Bianca. Secondo il New York Times, tale strategia prevede il sottoporre il regime di Assad ad un’incessante pressione, forzandolo a fare concessioni umilianti a Washington (indebolendo, quindi, la Siria dall’interno) o ad affrontare rappresaglie sempre più violente da parte di Washington e dei suoi alleati.

La facciata pubblica di questo presunto attacco USA alla Siria è rappresentata dalla campagna diplomatica intrapresa da Condoleezza Rice e dai suoi associati del Dipartimento di Stato. Nel frattempo, il Dipartimento della Difesa è impegnato invece a condurre il lato oscuro e nascosto di questa iniziativa, attraverso una campagna militare segreta e di basso livello contro la Siria, comprese incursioni a sorpresa ad opera di commando da parte delle forze militari statunitensi con base in Iraq. Questi raid, riportati per la prima volta dal New York Times in ottobre, hanno l’apparente scopo di ostacolare i tentativi delle forze ribelli irachene o dei jihadisti stranieri di utilizzare la Siria come base logistica per incursioni su suolo iracheno. Essi fanno parte, invece, senza dubbio della strategia del “rattling the cage”, progettata per mantenere il regime di Assad in bilico, inducendolo a scontri con le milizie americane, e fornendo, in questo modo, agli Stati Uniti una giustificazione per successive intensificazioni degli attacchi.

È facile intravedere come questo possa trasformarsi in qualcosa che assomiglia di più ad un divampare di ostilità militari su vasta scala con la Siria o, più probabilmente, ad un’escalation di attacchi aerei e missilistici. L’analista militare William Arkin del Washington Post riferisce infatti che il Pentagono ha già avviato una pianificazione d’emergenza su vasta scala in vista di queste eventualità. Arkin ha recentemente osservato che: “Le agenzie di intelligence e i pianificatori militari statunitensi [hanno] ricevuto istruzioni di stilare liste aggiornate degli obiettivi per quanto riguarda la Siria e di incrementare le predisposizioni per potenziali operazioni militari contro Damasco”. Tali interventi bellici potrebbero includere “operazioni transfrontaliere per… distruggere rifugi segreti che ospitano ribelli iracheni” nonché “attacchi al regime del Presidente siriano Bashar al-Assad”.

Attacchi di questo tipo potrebbero essere organizzati in qualsiasi momento, e le probabilità aumenterebbero qualora Damasco si rifiutasse di sottostare agli obblighi previsti dalla risoluzione ONU, che prevede di poter interrogare alti esponenti siriani ritenuti colpevoli dell’attentato del 14 febbraio scorso, oppure se le condizioni in Iraq peggiorassero (come è probabile che succeda).

La situazione di stallo tra Stati Uniti e Siria ha già raggiunto livelli pericolosi e potrebbe aggravarsi ulteriormente nelle future settimane se Assad si rifiutasse di consegnare agli inquirenti dell’ONU suo cognato e altri alti ufficiali per l’interrogatorio (e il possibile arresto). In tali circostanze, sarebbe fin troppo facile per la Casa Bianca creare una situazione di guerra imminente, intensificando magari i raid di commando sul confine Iraq-Siria o minacciando di bombardare santuari terroristici in territorio siriano. Se attacchi del genere venissero anche soltanto accennati, l’ipotesi di una possibile guerra con la Siria monopolizzerebbe la copertura mediatica delle vicende riguardanti la Casa Bianca, deviando così l’attenzione pubblica dai problemi politici del Presidente.


Obiettivo Iran

Dopo la Siria, l’attuale imbroglio sulle attività nucleari dell’Iran rappresenta l’alternativa più promettente per creare uno scenario alla “Wag the Dog”. Questa controversia ha raggiunto momenti di grave tensione in precedenza, e si è smorzata solamente dopo concessioni da parte dell’uno o dell’altro dei due paesi, ma la crisi potrebbe certamente ripresentarsi. Al momento, comunque, sembra imminente un duro scontro tra Stati Uniti e Iran. Nonostante la prolungata gestazione, l’attuale situazione di stallo con l’Iran è stata ulteriormente ostacolata dal nuovo Presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, incline a pronunciare scioccanti affermazioni (si veda la sua recente dichiarazione nella quale annunciò che Israele “deve essere cancellata dalla carta geografica”). Tuttavia, la questione più importante sembra essere l’evidente determinazione dell’Iran di riprendere le proprie attività nucleari, decisione che agli occhi di Washington è vista come segno di una celata volontà di fabbricare armi atomiche. Arrivati a questo punto, è utile fare qualche passo indietro.

L’Iran è paese firmatario del Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp) e, in conformità a tale trattato, ha rivendicato il proprio diritto a costruire centrali nucleari e l’impianto necessario per l’“arricchimento” dell’uranio naturale, processo che consiste nell’aumentare la concentrazione dell’isotopo fissile U-235 da utilizzare nei propri reattori. Negli anni l’Iran ha violato le norme di non proliferazione costruendo impianti per l’arricchimento dell’uranio rompendo il dialogo con gli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Queste strutture comprendono una centrale per convertire il minerale di uranio in gas, il cosiddetto esafluoro di uranio (UF6), che può essere introdotto in centrifughe ad alta velocità che separano l’U-238 dal più leggero U-235, permettendo l’accumulo graduale di uranio “arricchito” – materiale grezzo che può essere utilizzato sia per i reattori nucleari sia (in forma altamente arricchita) per produrre armi atomiche. Gli iraniani ribadiscono la volontà di utilizzare il materiale arricchito esclusivamente per scopi pacifici e civili; tuttavia, il loro passato di occultamento delle attività nucleari porta a speculare che il loro fine ultimo sia quello di accumulare uranio altamente arricchito anche per altri scopi.

L’amministrazione Bush ha già preso una decisione sulla questione. Questa la dichiarazione avanzata il 17 agosto del 2004 dal Sottosegretario di Stato per il controllo degli armamenti e la sicurezza (ora Ambasciatore Usa alle Nazioni Unite) John R. Bolton: “Per oltre diciotto anni, l’Iran [ha] tenuto nascosto un programma di proliferazione nucleare segreto e su vasta scala”. Ha poi aggiunto che: “La costosa infrastruttura che permette di eseguire tutti questi processi [di arricchimento] oltrepassa di gran lunga i limiti di qualsiasi programma nucleare pacifico. Nessuna nazione ricca di petrolio paragonabile all’Iran ha mai preso parte, o prenderebbe parte, a questo genere di attività, né le porterebbe avanti per quasi due decenni dietro un’ombra di segretezza e bugie nei confronti degli ispettori dell’AIEA e della comunità internazionale, a meno che il suo scopo non sia quello di fabbricare armi atomiche”.

Nonostante affermazioni di questo genere da parte degli americani, l’AIEA e la comunità internazionale non hanno raggiunto un consenso unanime in merito alle intenzioni ultime dell’Iran. Tuttavia, l’AIEA ha ripetutamente affermato l’inadempienza dell’Iran ai propri obblighi di non proliferazione, che prevedono il rivelare interamente tutte le attività di tipo nucleare e l’astenersi da azioni che potrebbero portare alla fabbricazione di armi atomiche. Nel 2003, un ‘terzetto’ di nazioni dell’Unione Europea composto da Gran Bretagna, Francia e Germania (il cosiddetto ‘gruppo UE-3’ – NdT) aveva raggiunto un accordo con Teheran per la sospensione temporanea delle attività relative all’arricchimento dell’uranio, mentre erano in corso le negoziazioni per un’interruzione permanente in cambio di agevolazioni economiche da parte dell’UE. Tuttavia, né queste trattative né i ripetuti avvertimenti dell’AIEA hanno totalmente arrestato questi programmi di arricchimento nucleare. L’amministrazione Bush chiede ora una risoluzione dell’AIEA che provi la mancata ottemperanza da parte iraniana agli obblighi di non proliferazione e che denunci la questione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per eventuali azioni, compresa l’imposizione di sanzioni economiche e di altro tipo.

Durante un incontro tenutosi il 24 settembre, il Consiglio dei Governatori dell’AIEA ha formalmente riconosciuto la non conformità delle attività nucleari dell’Iran al Trattato di non proliferazione, ma il caso non è stato deferito subito al Consiglio di Sicurezza, presumibilmente per lasciare un più ampio spazio alle trattative. Il Presidente Ahmadinejad, comunque, ha respinto la risoluzione dell’AIEA, annunciando in seguito la ripresa della produzione di UF6 e criticando aspramente il gruppo UE-3. Nel frattempo, Washington ha intensificato i propri sforzi per cercare di convincere altri Stati della determinazione iraniana ad acquisire armi nucleari. È probabile che un confronto decisivo avvenga verso fine novembre o i primi di dicembre, quando il Consiglio dell’AIEA si riunirà di nuovo.

Se questa questione dovesse arrivare alle Nazioni Unite, è improbabile l’imposizione di dure sanzioni, poiché Russia e Cina, entrambe alleate dell’Iran, fanno parte del Consiglio di Sicurezza e possono esercitare il potere di veto sulle risoluzioni presentate. Cosa farebbe, quindi, la Casa Bianca se l’Iran annunciasse la ripresa su vasta scala delle attività di arricchimento nucleare? In circostanze del genere, un attacco militare contro gli impianti nucleari in Iran può essere considerata una reale possibilità. Dopotutto, il Presidente Bush ha già dichiarato che gli Stati Uniti non “tollereranno” l’acquisizione di armi atomiche da parte dell’Iran: una chiara manifestazione della volontà di Bush di impiegare la forza militare. Inoltre, già alla fine di gennaio, Seymour Hersh aveva riportato sul settimanale New Yorker che le unità di forze speciali statunitensi stavano già conducendo delle incursioni segrete in territorio iraniano per localizzare le installazioni nucleari nascoste, in preparazione di future decisioni di attacco.

Di nuovo, lo spunto esiste per scatenare una crisi internazionale su vasta scala. Sebbene il gruppo UE-3, assieme a Russia e Cina, sia fermamente deciso a evitare uno scontro militare con l’Iran, l’amministrazione Bush, in maniera palese, non si pone questi freni. Al contrario, ha già posto le fondamenta per attacchi aerei e missilistici su impianti nucleari iraniani e si è rifiutata, stando alle parole di Condoleezza Rice, di “scartare qualsiasi possibilità”. Persino la convinta allusione a un imminente attacco all’Iran farebbe probabilmente impennare i prezzi del petrolio greggio in maniera esponenziale e scatenerebbe sentimenti di rabbia e preoccupazione in tutto il mondo. Tuttavia, queste conseguenze potrebbero non essere sufficienti a dissuadere Bush e i suoi consiglieri dall’innescare una tale crisi qualora essi non vedessero altro modo per aumentare gli indici di gradimento del Presidente.


Obiettivo Corea del Nord

Sebbene meno invitante rispetto agli obiettivi Siria e Iran, uno scenario che preveda un possibile conflitto con la Corea del Nord è probabile che compaia nella lista dei futuri attacchi della Casa Bianca. Questo scenario appare meno allettante degli altri perché è risaputo che un conflitto ad oltranza con la Corea del Nord produrrebbe probabilmente un terribile bagno di sangue e causerebbe persino un tracollo economico, dell’Asia in primis e del mondo intero poi. Qualsiasi tentativo di condurre una crisi del genere a livelli pericolosi scatenerebbe anche un’agguerrita resistenza da parte di Cina, Russia, Corea del Sud e dell’intera comunità internazionale. Nel frattempo, però, la Corea del Nord è già stata etichettata come “stato fuorilegge” e le sue attività nucleari sono molto più avanzate rispetto a quelle dell’Iran. Il Dipartimento della Difesa Usa dispone anche di una massiccia presenza militare aerea, terrestre e navale nella regione, quindi, uno scontro nella penisola coreana non richiederebbe nemmeno la dislocazione delle forze armate americane dall’Iraq – come, invece, sarebbe presumibile in uno scenario di guerra che coinvolge la Siria o l’Iran.

Si ritiene che la Corea del Nord abbia sviluppato un programma di proliferazione nucleare segreto dopo il termine della Guerra di Corea. Tuttavia, con l’accordo del 1994, conosciuto come “Agreed Framework” (quadro di accordi tra Stati Uniti e Corea del Nord – NdT), si era impegnata a cessare tali attività in cambio di incentivi economici e politici da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Entrambe le parti hanno rispettato alcuni obblighi previsti dall’accordo ma hanno retrocesso di fronte ad altri. L’amministrazione Clinton era sul punto di risolvere queste incongruenze, ma George W. Bush, assunta la presidenza all’inizio del 2001, fece ripiombare tutto al punto di partenza.

Subito dopo essere salito al potere, infatti, Bush precluse qualsiasi serio legame diplomatico con i nordcoreani e bloccò molti degli obblighi americani previsti dall’“Agreed Framework”. Durante il discorso alla nazione del 2002, il Presidente Bush incluse la Corea del Nord nel suo famoso triangolo dell’“asse del male”. In risposta, i nordcoreani annunciarono il loro ritiro dall’”Agreed Framework” e ripresero la loro attività di proliferazione nucleare. Invece di trattare direttamente con Pyongyang sulla crisi nucleare, la Casa Bianca si ostinò a voler discutere qualsiasi futura trattativa in termini multilaterali. La Cina, quindi, organizzò successivamente una conferenza a sei (Stati Uniti, Giappone, Russia, le due Coree e se stessa) per negoziare sulla questione.

Durante un colloquio a sei nel mese di settembre, i nordcoreani hanno infine acconsentito ad abbandonare il loro programma nucleare ma solo a patto di ricevere in cambio significativi benefici economici dagli altri paesi e l’impegno di non aggressione da parte americana. In successive dichiarazioni, Pyongyang ha suggerito che qualsiasi passo compiuto verso il disarmo nucleare implicherebbe anche l’impegno da parte degli altri partecipanti al tavolo del negoziato di rifornire la Corea del Nord di un reattore nucleare ad acqua leggera (per generare energia elettrica a scopi pacifici). Gli Stati Uniti hanno ormai respinto qualsiasi obbligo di questo tipo, ma hanno dichiarato di essere disposti a fornire diversi incentivi alla Corea del Nord non appena dia inizio al completo smantellamento del proprio arsenale nucleare.

A questo punto, c’è ragione di credere che una risoluzione pacifica della controversia sia vicina. La Cina e la Corea del Sud si sono impegnate duramente per incoraggiare una posizione costruttiva nei confronti di Pyongyang, ma la situazione potrebbe precipitare da un momento all’altro. Come a voler sottolineare questa possibilità, gli Stati Uniti hanno recentemente rinforzato i propri potenziali militari nella zona, inviando alla Corea del Sud diciassette bombardieri F-117 “Stealth” (caccia invisibili ai radar – NdT) ed altre armi avanzate, e annunciando ulteriori sforzi per isolare la Corea del Nord.

L’amministrazione Bush dispone di molti punti di forza su cui far leva, qualora si decidesse di provocare un nuovo scontro con la Corea del Nord. Senza dubbio, un’iniziativa del genere si rivelerebbe impopolare agli occhi di Cina e Corea del Sud, come della maggior parte del resto del mondo, ma permetterebbe di creare un’atmosfera di crisi a Washington in modo tale da distrarre l’attenzione pubblica dai crescenti problemi presidenziali interni. Pertanto, non è da escludere come potenziale scenario alla “Wag the Dog”.

Senza un microfono (o una spia) nell’Ufficio Ovale, è impossibile per gli estranei determinare quali scenari per deviare l’attenzione pubblica il Presidente Bush, il suo vice, e i suoi più intimi consiglieri stiano discutendo al momento. Per certi versi, lo stato delle cose sarà anche determinato dalle azioni imprevedibili dei leader stranieri, soprattutto i capi e gli assistenti di Siria, Iran e Corea del Nord. Tuttavia, sulla base dei trascorsi della Casa Bianca, si può senz’altro supporre che gli uomini del Presidente stiano contemplando ogni possibilità per trasformare queste crisi di politica estera in qualche convincente diversivo che distragga l’attenzione pubblica dall’attuale malessere politico dell’amministrazione. Essi hanno già mostrato, attraverso le decisioni prese in Iraq, di essere disposti a versare fiumi di sangue per perseguire vantaggi politici; quindi, la possibilità che una crisi forzata con Siria, Iran e Corea del Nord possa trasformarsi in qualcosa di molto più grande – persino una vera e propria guerra o un crollo economico su vasta scala – potrebbe non impedire loro di attuare una manovra alla “Wag the Dog”.



Micheal T. Klare è docente all’Università di Hampshire, dove insegna Pace e Sicurezza Mondiale. È autore 'Blood and Oil: The Dangers and Consequences of America’s Growing Dependence on Imported Petroleum' (Owl Books) e 'Resources Wars, The New Landscape of Global Conflict'



Sulla questione dell''Asse del Male' Nuovi Mondi Media ha pubblicato 'INVENTARE L'ASSE DEL MALE. LA VERITA' SU IRAN, SIRIA E COREA DEL NORD' di Bruce Cumings, Ervand Abrahamian e Moshe Ma'Oz




Fonte: http://www.motherjones.com/commentary/columns/2005/11/wag_the_dog.html
Tradotto da Arianna Ghetti per Nuovi Mondi Media


Stati Uniti: CIA - gate, un giallo dal finale non scritto

Gli elementi di una spy-story ci sono tutti. Lo sfondo è quello del conflitto nella “mezzaluna fertile”. I personaggi sono: un’agente del servizio segreto più famoso del mondo, un sanguinoso dittatore iracheno, un Presidente americano determinato a muovergli guerra, un ambasciatore riottoso. Questi è oggetto di una ritorsione e la copertura di sua moglie, spia della Central Intelligence Agency viene “bruciata”. Un procuratore indaga e cerca le due “Gole Profonde” all’interno dell’establishment governativo.

Emanuele Salé

Equilibri.net (22 novembre 2005)

Cronologia

E’ possibile tentare una ricostruzione, certamente ancora parziale ed incompleta, dei fatti sulla base degli elementi attualmente a disposizione.
L’origine dello scandalo data il 15 ottobre 2001, giorno in cui sul tavolo del direttore della CIA, Tenet, giunge il rapporto di un servizio segreto straniero che attesta i contatti tra Saddam Hussein e lo Stato nigerino, volti a raggiungere un accordo per la fornitura di un’ingente quantità di uranio “yellowcake”al dittatore mediorientale. Trascorre del tempo tra conferme e smentite fino a che, nel febbraio 2002, il Vicepresidente Dick Cheney, vera eminenza grigia dell’amministrazione statunitense, fa pressioni sulla CIA affinché verifichi l’attendibilità della notizia. Viene inviato in Niger un ex ambasciatore, Joseph Wilson, il quale, in breve tempo, si convince dell’inesistenza di prove concrete a sostegno della tesi. Tornato a Washington riferisce all’Intelligence, la quale a sua volta provvede ad informare la Casa Bianca, nella persona del Vicepresidente. Tuttavia, il rapporto della CIA non viene tenuto in considerazione. Nell’agosto 2002, viene formato da Cheney e dai suoi stretti collaboratori il cosiddetto “Gruppo Iraq”, un organo incaricato di mostrare all’opinione pubblica l’evidenza delle prove della colpevolezza di Saddam e di propagandare la giustezza della guerra irachena. Inizia la campagna mediatica che addita il dittatore come un pericolo per la sicurezza mondiale. Nel gennaio del 2003, all’interno del “Discorso sullo Stato dell’Unione” al Congresso, il Presidente Bush afferma: “The British government has learned that Saddam Hussein recently sought significant quantities of Uranium from Africa” (Il Governo inglese ha saputo che Saddam Hussein di recente ha cercato di procurarsi sostanziali quantità di uranio in Africa). Quelle che diventeranno le celebri “16 parole”, rappresentano il primo di una serie di passi che portano allo scoppio del conflitto in Iraq, giustificato, tra l’altro, dalla minaccia nucleare. Il 19 marzo inizia la guerra, che George Bush conclude il 1° maggio successivo, con la laconica frase “mission accomplished”. Poco dopo, iniziano a comparire sui quotidiani notizie frammentarie sul viaggio, nel febbraio scorso, di un diplomatico statunitense in Africa per conto della CIA. Probabilmente è in questo frangente che l’amministrazione Bush, e soprattutto l’entourage del Vicepresidente, apprende nomi, cognomi e dettagli della missione da George Tenet, l’allora direttore dell’Intelligence americana. Presumibilmente, è nello stesso periodo che i funzionari del Governo, messi al corrente, rivelano alcuni particolari fondamentali della vicenda a tre giornalisti: Robert Novak (Washington Post), Matthew Cooper (Time) e Judith Miller (New York Times).
Il 6 luglio, Wilson, con un liberatorio coup de theatre, pubblica un open-editorial (articolo a tutta pagina) sul New York Times in cui rivela i fatti per come li ha vissuti: il viaggio in Africa, la constatazione dell’inconsistenza delle prove, il ritorno in patria ed il rapporto ai vertici della CIA. In questi giorni la Casa Bianca si informa certamente in maniera più dettagliata su Wilson e sul ruolo della moglie. Naturalmente, l’opinione pubblica è in rivolta verso il Presidente e i suoi consiglieri e Tenet si scusa pubblicamente per aver fatto inserire, nel messaggio sullo “Stato dell’Unione”, il richiamo al documento di cui era già stata scoperta la mendacità.
Il 14 luglio esplode lo scandalo Cia-gate (nella poco elegante espressione diffusa in Italia, la quale si richiama all’episodio del Watergate che mise in ginocchio il Presidente Nixon), dagli Americani conosciuto soprattutto come “CIA leak case”. Novak pubblica un articolo sul Washington Post in cui rivela l’identità della moglie di Wilson, che risponde al nome di Valerie Plame, nonché la sua appartenenza al servizio segreto degli Stati Uniti. La diffusione dell’identità di agenti federali o di informazioni top secret è considerato un grave reato, per cui la faccenda si spinge ben al di là del colpo giornalistico. La magistratura inizia ad indagare.
Tre giorni dopo, Cooper svela sulle pagine della propria rivista che due funzionari dell’amministrazione gli avevano rivelato il nome della spia ed i suoi rapporti con Wilson. Egli afferma che la Plame si occupa di controllare e riferire sul commercio di uranio nell’ambito africano, e che sarebbe stata proprio lei a suggerire ai suoi capi il nome del marito per la citata missione. Lo scandalo è enorme e si cominciano a cercare le fonti. L’Esecutivo promette giustizia e il Procuratore Patrick Fitzgerald viene posto a capo di un Grand Jury (una giuria popolare usata nel sistema giudiziario statunitense nella fase istruttoria del procedimento, da distinguersi dal “petit jury” durante il processo) per indagare.
Nel corso del 2004, fino all’estate del 2005, davanti al magistrato passano i vertici dello Stato (Bush, Cheney, Powell, il consigliere Rove, il capo di gabinetto del Vicepresidente, Libby) ed i giornalisti coinvolti (Novak e Cooper). Viene indagata Judith Miller, anche se non ha pubblicato niente in merito alla questione. Tuttavia, afferma di sapere i nomi dei funzionari, ha raccolto molto materiale in merito, è un’esperta di armi di distruzione di massa ed ha sostenuto, sul New York Times, la tesi secondo cui Saddam si stava dotando di armi atomiche. Inoltre sui suoi taccuini appare il nome di una spia “Valerie Flame”. Davanti alla Corte Suprema Cooper depone, la Miller resiste, mentre Novak passa in secondo piano. Il Grand Jury incrimina la giornalista per intralcio alla giustizia e, sotto gli occhi inorriditi della stampa statunitense, la fa incarcerare. Dopo 85 giorni capitola e rivela la tanto attesa identità della fonte: Lewis “Scooter” Libby.

Rove e Libby indiziati speciali

La confessione è avvenuta, dunque. Libby, il capo di Gabinetto del Vicepresidente Cheney è, suo malgrado, sotto le luci della ribalta. Il 28 ottobre è incriminato e si dimette. I capi d’accusa sono cinque, i più gravi sono ostruzione della giustizia, spergiuro e falsa testimonianza. Non è accusato, per ora, di aver rivelato il nome della Plame alla stampa, ma di aver mentito nei precedenti interrogatori. Le sue dimissioni sono state accompagnate da parole di encomio da parte del Presidente e tuttavia prontamente accettate. Il timore è quello che il Procuratore aggiunga nella lista dei sospetti altri membri dell’establishment. La logica sottesa è semplice ma ineccepibile: se Libby sa, qualcuno deve averglielo detto. Si cerca la “deep throat” originaria, anche perché alcuni dei giornalisti parlano di “due funzionari”. Indiscrezioni additano poco dopo Karl Rove, il “senior adviser” di Bush, uno degli uomini più importanti alla Casa Bianca.
Nel momento in cui questo articolo viene scritto, Rove non è stato incriminato. Fitzgerald sta cercando di raccogliere le prove necessarie all’accusa formale. Il consigliere, nelle quattro udienze di cui era stato protagonista, aveva dichiarato di non aver rivelato nulla, anzi di aver conosciuto il nome della spia nel corso di un colloquio con un giornalista. Invece pare che Cooper abbia affermato di aver appreso tutto proprio dalle labbra di Rove. Gli esperti rilevano come egli si stia allontanando a grandi passi dalla vita politica. E’ atteso un suo annuncio, a breve, in cui probabilmente dichiarerà di abbandonare il suo incarico. Questo servirebbe, almeno così si auspica, a salvare il Presidente dallo scandalo. C’è chi, anche tra le fila dei Repubblicani, è contrario. E’ il caso di Bill Kristol, incarnazione della dottrina neocon, che ha recentemente sostenuto la necessità per Bush di tenere al suo fianco il fidato consigliere, perché capace di convogliare il consenso per non dare l’impressione di essere in difficoltà.

Prospettive future e orme del passato

Il “CIA leak case” ha inferto un colpo molto forte alla già vacillante credibilità della Casa Bianca. Tra la fine dell’estate scorsa e l’inizio dell’autunno una serie di fatti hanno danneggiato in modo imprevedibile l’attuale amministrazione. Le forti polemiche che hanno accompagnato la nomina del giudice Miers, fino a condurla a rinunciare, l’incapacità dello Stato federale di affrontare l’emergenza dell’uragano Katrina, le crescenti critiche dell’opinione pubblica per l’andamento della guerra in Iraq, la recente contestazione al vertice di Mar della Plata e, naturalmente, il CIA-gate. Gli effetti di questo scandalo sono incerti, ma certo è il suo influsso negativo su Bush e sul suo Partito. In prospettiva delle elezioni di Mid Term del 2006, la destra sta vagliando il da farsi. Il dibattito interno è più vivo che mai. Alcuni, come Chuck Hagel chiedono al presidente di distaccarsi da chi è coinvolto, per poter presentare un candidato con un’immagine “pulita” alle elezioni del 2008. Altri, come il senatore John Mc Cain, invece, si sono mostrati meno fermi, soprattutto nei confronti di Rove (anche alcuni Neocon, come detto in precedenza). Infine, c’è chi contesta la possibilità ancora concessa al consigliere di Bush di accedere ad informazioni riservate.
Volendo compiere uno sforzo valutativo di più ampio respiro, è possibile individuare alcuni punti fondamentali per il futuro e la sopravvivenza dell’attuale amministrazione. Il CIA-gate coinvolge, direttamente o indirettamente il Presidente ed il suo Vice. Quest’ultimo, in particolare, appare fortemente compromesso. Libby era il suo braccio destro, la guerra in Iraq era ispirata soprattutto da lui. Se non fosse riscontrata alcuna responsabilità di carattere giuridico, politicamente la sua posizione appare traballante. Molti ritengono che il “mandante”, almeno morale, dell’omicidio mediatico di Valerie Plame sia proprio lui, assieme, naturalmente, al Capo dello Stato. Sono già tante le voci che si levano a favore di una sua rimozione, ma questa appare probabile solo in presenza di prove concrete a suo carico nell’ambito dell’inchiesta giudiziaria.
Lo scandalo travolge, inevitabilmente, anche l’essenza stessa del conflitto in Iraq. Con le indagini, le rivelazioni, le voci, la guerra ha perso la maggiore giustificazione che le fosse stata addotta dal Governo. Anzi, l’inchiesta ha evidenziato, finora, una probabile volontà bellica a prescindere dalla reale minaccia atomica di Saddam Hussein.

Conclusioni

Per molti aspetti, questo scandalo assomiglia al caso “Watergate” che costò la Presidenza a Richard Nixon. Stesso lessico, stesso giornale a dare il la, stesse dimissioni dei collaboratori dell’inquilino della Casa Bianca, il quale è della stessa parte politica, stessa indignazione popolare. Tuttavia, nella sostanza, le due vicende sono profondamente diverse e non è affatto detto che portino allo stesso risultato, anche perché Bush appare estraneo, perlomeno all’inchiesta giudiziaria.
Per un bizzarro ricorso storico un altro Presidente repubblicano si trova in difficoltà a causa di informazioni riservate, rivelate da “gole profonde” ad alcuni reporter. Tuttavia, nel primo caso queste soffiate costituirono il mezzo attraverso cui svelare lo scandalo, mentre in questo, esse sono lo scandalo.


Bulgaria: contro la febbre dell’oro
Sofia, scrive Tanya Mangalakova
Una miniera a cielo aperto per l'estrazione dell'oro. Con una tecnologia che utilizza il cianuro. E' quello che si prospetta per Ada Tepe, nei pressi della città di Krumovgrad, Monti Rodopi. Enti locali e ONG non ci stanno
"I Rodopi liberi dal cianuro!" è questo lo slogan che ha riunito organizzazioni non governative ed autorità locali in Bulgaria, in Grecia e Turchia che hanno intrapreso una campagna contro un progetto canadese per la costruzione di un impianto d'estrazione dell'oro a Ada Tepe, nei pressi della città di Krumovgrad (Rodopi orientali).

La preoccupazione è che quello che eventualmente diverrebbe il primo impianto di questo tipo in Bulgaria provochi un forte impatto ambientale su questa regione.

La campagna contro l'apertura della miniera è stata lanciata da una coalizione di numerose associazioni ambientaliste bulgare. Tra queste l'associazione "Per la Terra", il "Centro per l'informazione e l'educazone ambientale" (entrambi membri di "BankWatch"), la federazione delle associazioni ambientali "Balcani verdi", l'"Eco-Club 2000" ed il comitato di iniziative "Vita per Krumovgrad".

Poi è arrivato anche il sostegno di ONG dei Paesi confinanti. Tra questi quello della "Vigilanza ellenica sull'estrazione mineraria" ONG greca che sta combattendo da anni le estrazioni di tutti i generi di metallo in Grecia. Lo stesso è avvenuto con alcune associazioni turche.

L'azienda canadese "Dundee Precious Metals" tramite il suo ramo locale "Balkan Mineral and Mining" (BMM) ha in programma la creazione di una miniera a cielo aperto, che dovrebbe avere 5 o 6 anni di vita. Il tutto con tecnologia che prevede l'utilizzo del cianuro.

Le ONG ambientaliste e gli abitanti dell'area di Kurmovgrad contestano l'attivazione della miniera. Si è in particolare preoccupati del possibile inquinamento da cianuro del fiume Krumovitza, affluente del fiume greco Arda, che a sua volta si versa nel fiume Maritza, al confine greco-turco.

"La tecnologia che prevede l'utilizzo del cianuro è molto pericolosa, sia per le persone sia per la natura" affermano le ONG "un'eventuale inquinamento da cianuro rischierebbe di arrivare tramite i fiumi sino all'Egeo".

Nel marzo del 2005 la BMM è stata certificata dall'Agenzia Bulgara per gli Investimenti come investitore di primo grado (circa 52,155 milioni di euro su tre anni) per la costruzione della miniera d'oro a Ada Tepe.

La BMM si aspetta un reddito netto di 320 milioni e mezzo di dollari, dei quali 30 dovrebbero andare allo stato per le concessioni e per una tassa sul profitto.

"Oltre ai 30 milioni di dollari che la Bulgaria riceverà per la concessione e come tassa sul profitto lo stato e la collettività avrà dei vantaggi attraverso il pagamento dei contributi sociali, di quelli sanitari e per i salari che verranno distribuiti nella regione" ha scritto Laurence Marsland, direttore esecutivo della BMM in una lettera aperta ai mezzi d'informazione bulgari.

Secondo Marsland ci saranno benefici rilevanti anche per le autorità locali: 300 posti di lavoro durante la costruzione della miniera, 230 posti di lavoro durante l'estrazione per almeno 6 anni. Posti addizionali, all'incirca 920, saranno creati nel campo dell'indotto.

L'esecuzione del progetto della BMM comincerà subito dopo la concessione mineraria, e l'ottenimento delle autorizzazioni necessarie per la costruzione delle infrastrutture necessarie alle miniera.

Questo avverrà non prima che il Ministero dell'ambiente si sia pronunciato in merito allo studio di impatto ambientale.

Le proteste

Il 23 ottobre scorso circa 300 cittadini greci dalle città di Komotini, Sapes, Alexandroupolis e l'Orestiada si sono recati a Krumovgrad per protestare assieme ai cittadini locali contro la miniera d'oro in Ada Tepe.

L'intera città è stata riempita di poster: "No alle miniere d'oro mortali", scritto in greco, bulgaro e turco.

Poco più di un mese prima, il 17 settembre, il municipio di Evros, Grecia, aveva deciso di avviare ufficialmente una campagna contro la miniera d'oro a Krumovgrad, stanziando per quest'ultima 100.000 euro. Lo stesso giorno il consiglio di Krumovgrad votava all'unanimità la decisione di opporsi al progetto sull'estrazione dei metalli preziosi. In una lettera inviata alle più alte cariche della Bulgaria si sottolineava il diritto dei cittadini di Krumovgrad alla salute e ad un ambiente pulito, presupposto tra l'altro per una produzione agricola di qualità e per uno sviluppo sostenibile. L'invito rivolto al Ministero dell'ambiente è stato quello di non approvare il rapporto di valutazione sull'impatto ambientale.

Alle proteste si sono aggiunti anche i fax di 350 famiglie di Rosia Montana, Romania, area fortemente inquinata a causa dell'estrazione di oro con tecnologie simili a quelle che si vorrebbero applicare in Bulgaria.

"I rischi dell'inquinamento da cianuro sono collegati al fatto che l'inquinamento non decresce nel tempo ma perdura a lungo anche dopo la fine della produzione" chiariscono le ONG ambientaliste "tra l'altro Krumovgrad è un'area ad alta attività sismica e quindi è ridicolo affermare che si riesca a sigillare perfettamente i bacini di deposito per i materiali inquinati da cianuro". "Questa parte dei Rodopi è sottoposta a forti precipitazioni in inverno … si rischia ciò che è accaduto a Baia Mare, in Romania. Lo studio di impatto ambientale non fa una valutazione realistica in questo senso" hanno dichiarato ad Osservatorio gli attivisti di "Eco Club 2000".

Gli ambientalisti mettono inoltre in dubbio i vantaggi economici che lo Stato deriverebbe da operazioni di questo tipo: "In realtà si tratta di un meccanismo occulto di corruzione. Da 50 tonnellate di oro ci si aspetta lo stato ottenga circa 60 milioni di dollari mentre l'azienda ne guadagnerebbe 500. E' chiaro che si tratta di esportare ricchezza nazionale lasciando dietro a sè un disastro ecologico".

Viene inoltre criticato il fatto che la BMM abbia ascritto come propria scoperta (e da questo il diritto a sfruttarla dal punto di vista commerciale) ciò che era stato invece scoperto dal lavoro di generazioni di geologi bulgari e grazie al finanziamento dello Stato, e cioè che in questa specifica zona geografica era presente l'oro.

Un'ulteriore preoccupazione è che il progetto della miniera d'oro possa influire negativamente sulle due attività tradizionali dell'area: l'allevamento e la coltivazione del tabacco.

C'è chi ha comunque fiducia nel successo delle proteste. "A mio avviso siamo in grado di bloccare la Dundee ma dobbiamo essere consapevoli che ritorneranno" afferma Fidanka Bacheva, di "For Earth" "ritorneranno perché hanno già investito molto in questo progetto. Non siamo contro la Dundee ma contro l'estrazione d'oro con il cianuro nei Monti Rodopi. Dobbiamo fare in modo che l'area di Krumovgrad venga dichiarata parco nazionale, all'interno del network europeo Natura 2000. Solo così riusciremo a bloccare la Dundee e qualsiasi altra azienda volesse estrarre oro da questo territorio".

Piani d'azione

"I nostri oppositori rifiutano il dialogo. Agli incontri pubblici gli esperti in rappresentanza delle municipalità ed i rappresentanti delle ONG hanno dato il loro appoggio al progetto" afferma ad Osservatorio Ivailo Georgiev, della Orange, azienda di pubbliche relazioni che lavora per conto della BMM "il problema legato al cianuro è riemerso dopo l'incidente a Baia Mare, nel 2000, in Romania. Ma Krumovgrad non è Baia Mare. Il cianuro viene infatti smaltito e non ne rimane nei detriti della lavorazione che una media di 10 volte inferiore a quanto consentito dall'Unione europea. L'altra modalità per estrarre l'oro è utilizzare il mercurio. Ma è molto pericoloso…"

Ma perché non è stato ancora elaborato un piano d'azione nel caso di inquinamento da cianuro? "Impossibile farlo in questo momento di elaborazione del progetto" afferma Vera Djambazova, direttrice della Orange "la BMM è certamente in grado di farlo solo dopo che le verrà garantita la licenza. Occorre prima naturalmente elaborare un piano per la costruzione della miniera stessa. In base a questo seguirà tutto il resto". La direttrice ritiene che quella canadese sia un'azienda seria e che darà le garanzie per la conversione della miniera di Ada Tepe. "Quest'azienda resterà in ogni caso in Bulgaria, anche dopo la chiusura della miniera di Krumovgrad, perché svilupperà un altro impianto minerario".

Estrarre l'oro con la tecnologia tracia?

Le associazioni ambientaliste temono tra le altre cose che la miniera a cielo aperto rischi di danneggiare reperti archelogici e culturali presenti nella zona. Già nel 2001 una lettera aperta degli ecologisti aveva denunciato la distruzione di due santuari d'epoca tracia, demoliti durante le valutazioni geologiche sull'area.

"In realtà durante le ricerche geologiche questi due monumenti sono stati danneggiati solo parzialmente. Poca cosa rispetto ai danni causati dai tombaroli" afferma Georgi Nehrizov, archeologo dell'Istituto archeologico dell'Accademia bulgara delle scienze "stiamo collaborando bene con l'azienda canadese. E' tre anni che gli esperti del nostro istituto stanno facendo una ricerca a tutto campo nell'area di Ada Tepe. Ricerca finanziata dall'azienda canadese in rispetto della legge sulla protezione del nostro patrimonio culturale".

C'è chi, proprio rifacendosi al passato, propone un'altra strada per le miniere di Ada Tepe. "Si potrebbe estrarre l'oro secondo la tecnologia utilizzata nell'antica Tracia" afferma Petko Kovachev del Centro per l'informazione e l'educazione ambientale "questa sì che diverrebbe un'attrazione per i turisti ed un contributo allo sviluppo sostenibile per l'area di Krumovgrad. Non certo quanto proposto dalla BMM". www.osservatoriobalcani.org




novembre 22 2005

Primarie sì o no? Meglio se per finta




Le primarie non vanno fatte sempre. Anzi, bisogna farle quando il loro risultato è certo (un po' come è avvenuto per la scelta di Romano Prodi quale candidato premier dell'Unione). L'effetto primarie dello scorso 16 ottobre vale come indicazione per il futuro "partito democratico" (cioè pensavate di aver scelto un candidato, invece avete votato per la costituente di un nuovo partito) ma non come metodo da attuare ogni volta che se ne presenti l'occasione per risolvere la scelta dei candidati
Quello che abbiamo sintetizzato, con qualche licenza poetica, è l'ultimo pensiero di Francesco Rutelli esposto allo stato maggiore della Margherita, dove – pare – il professor Arturo Parisi (che tutti chiamano il Negus per la somiglianza con il primo e unico imperatore d'Etiopia) è andato su tutte le furie.
E' il caso Sicilia ad aver fatto cambiare idea a Rutelli, dal momento che Ferdinando Latteri (candidato della Margherita) ha ben poche chance di battere Rita Borsellino (candidata del resto dell'Unione) come capolista per la conquista della Regione Sicilia nelle primarie del prossimo 4 dicembre (già rinviate dalla prima data che doveva essere il 20 novembre e costate il siluramento di Leoluca Orlando, ex sindaco di Palermo, dalla direzione del partito).
Questo improvviso raffreddamento rutelliano rispetto alle primarie è avvenuto mentre Prodi, partecipando ai lavori del Congresso del Partito socialista francese assieme a Piero Fassino, dichiarava: "Le primarie sono state esempio di innovazione in Europa, in Francia sia la destra sia la sinistra le stanno studiando". (Speriamo che non studino pure le polemiche successive!)
"Le primarie fatte così non si possono più accettare. Non sempre ha senso farle", ha aggiunto Paolo Gentiloni per appoggiare Rutelli. La verità è che in Sicilia 130 circoli della Margherita sono con la Borsellino. Ecco perché Franco Marini, che aspira nella prossima legislatura a diventare presidente del Senato, ha rincarato la dose pro rutelliana dicendo: "Le primarie vanno regolamentate con urgenza, altrimenti le coalizioni si spaccano". Ciriaco De Mita è una volta tanto più chiaro, smentendo il suo periodare astratto per cui è diventato famoso: "Le primarie è meglio non farle mai, se non sono una investitura come nel caso di Prodi". "La personalizzazione è il cancro della politica – ha aggiunto l'ex leader democristiano e l'ex presidente del consiglio che tanto piaceva pure a Eugenio Scalfari – perché porta alla tirannide, al leader che si sente l’unto del Signore... Peggio di Berlusconi". Il giovane Dario Franceschini, che ha frequentato per fortuna solo la gioventù democristiana, si è affrettato a dichiarare che "non c’è alcun cambio di linea, perché ora deve uscire che siamo contrari alle primarie? non c’è nessuna volontà di sottrarsi, se abbiamo chiesto regole certe è solo perché da occasione di straordinaria partecipazione non diventino una minaccia da usare tra i partiti".
Vannino Chiti, coordinatore della segretaria Ds e della lista dell'Ulivo, sembra pensarla come Rutelli anche se parla come una volta parlava De Mita: "E' una posizione giusta e già acquisita. Perché esistono regole sul come farle, ma non sul quando. Non possono essere uno strumento per sanare le divisioni". E, allora, proprio nel caso siciliano, chi deciderà, se non gli elettori potenziali dell'Unione nelle primarie del 4 dicembre?
Questa nuova discussione, come quella sulla gestione dei rimborsi elettorali che pioveranno nelle casse della lista unitaria dell'Ulivo, non è uno spettacolo gradevole. C'è il sospetto che si agitino metodi e specchietti pro "partito democratico" solo quando conviene. E sullo sfondo c'è un gran discutere anche sull'ennesimo replay di Parisi-Negus che ha ripetuto al "Corriere della Sera" che bisognerebbe fare tabula rasa di tutti i partiti che sono ormai delle semplici oligarchie senza rapporti con la società.
Anche questa volta, dalle sponde diessine, la replica è toccata a Chiti, che si sta specializzando nell'opera del taglia e cuci come una sorta di inconsolabile Penelope: "Basta contrapposizioni tra partiti e società civile con la conseguenza che bisogna distruggerli il più rapidamente possibile. Si tratta, francamente, di un ragionamento inaccettabile". La replica è ovviamente indirizzata a Parisi, che questa volta è più lontano di Rutelli dai vertici della Quercia.
Se continua così, a un certo punto non ci capiranno più nulla neppure quelli che seguono la politica ogni giorno per ragioni professionali o giornalistiche. Immaginiamoci poi cosa potranno pensarne gli elettori. /www.aprileonline.info


Primarie? Si. Borsellino? Non vale!
di Francesco de NotarisIn Italia ed anche in Sicilia alla primarie per il leader della coalizione hanno votato Prodi. Bravi gli elettori dell'Ulivo.
In Puglia l'Unione ha scelto Vendola. Un po' meno bravi, perchè il nome non corrispondeva ad autorevoli "desiderata".Vendola ha vinto. Assoluzione da parte dei leaders nazionali.
Ora in Sicilia il 4 Dicembre si vota alle Primarie. Candidati: Latteri e Borsellino. I siciliani devono decidere. Lasciamo in pace i siciliani e lasciamoli scegliere. E comunque non è questa una concessione. E' un diritto popolare e poi...in Sicilia vige l'autonomia statuita in Costituzione!
Successivamente il vincitore delle primarie godrà dell'appoggio di tutta la coalizione.
Mi sembra che il procedimento sia elementare. Giudizio sui candidati ? Noi, del continente, ne sappiamo meno, però tutti ricordiamo il percorso degli aspiranti alla designazione. I due sono nomi noti anche a livello nazionale, per vari motivi. Il primo ha compiuto un comodo viaggio nei partiti e nelle diverse coalizioni. Sempre attivo, designatore del presidente Cuffaro in questa legislatura, si è trasferito nella Margherita puntando subito alla Presidenza della Regione. Il percorso di Canossa, il professore traumatologo della strada, lo ritiene inutile. La Borsellino, sempre impegnata tra i suoi
concittadini, nella sua strada ha camminato in Italia ed ha incontrato tanti cittadini sulla linea della legalità, che non è un'idea astratta. La legalità si attua amministrando in ogni settore e contribuendo a scrivere e ad attuare una legislazione favorevole ai veri interessi dei cittadini, a cominciare veramente da quanti chiedono giustizia ed equità.
Sarà capace, con le giuste collaborazioni, a governare la Sicilia.
Ora le Primarie rappresentano una novità e si pongono in un crocevia fondamentale. Appartengono ad un aspetto del processo democratico che non è mai compiuto e necessita di sperimentazioni e regole che, in certo modo, gli stessi cittadini si danno.
Le Primarie non sono un gioco, per cui, si possa agire come i bambini che ,quando stanno per perdere urlano : non vale! Le Primarie responsabilizzano ancor più i vertici dei Partiti che sono chiamati a proporre nomi validi, personalità capaci e stimate che incontrano consenso e che possono confrontarsi con altre personalità che si propongono da sole o che i cosi detti mondi vitali offrono per il confronto.Se non ci
fosse confronto, che primarie sarebbero ? Diventerebbero una farsa. Così è se vi pare, senza scomodare Pirandello.
Nessuno è tanto ingenuo da non capire che la competizione spinge a schierarsi, aggrega uomini ed interessi leciti e speranze condivisibili e topi che puntano al formaggio. In un territorio vive una complessa varietà di soggetti e non tutti hanno le stesse categorie mentali, le medesime aspirazioni, le storie personali pulite.
Lasciamo ai siciliani l'ovvio loro diritto e dovere di darsi gli amministratori che vogliono attraverso le regole esistenti che non possono essere modificate...in corsa.
Noi dell'Ulivo abbiamo urlato, dinanzi a lle stesse proposte sul sistema elettorale fatte dal governo di Berlusconi, che in gara non si cambiano le regole del gioco.
Ebbene non possiamo farlo noi. E che, il virus barlusconiano ci ha forse colpito?
E ciò vale anche per auspicabili primarie da svolgere in altre città italiane per la scelta dei sindaci e, dove possibile, si dovrebbero individuare regole e criteri per indicare i prossimi futuri parlamentari da mettere in lista, visto che quasi certamente non si voterà con il sistema maggioritario nè con le preferenze.
Ogni territorio conosce i problemi e gli uomini. Sarebbe un gran passo avanti se i Partiti a Roma favorissero scelte provenienti dalle considerazioni politiche fatte in periferia e cessassero un ruolo che va considerato di supplenza in un tempo di crisi della politica. E troppo spesso le indicazioni sui nomi rispondevano e rispondono ancora a criteri inventati per l'occasione o a logiche di potere personale di questo o quel personaggio.Certamente i Partiti nazionali non potranno limitarsi a ratifiche e basta. Devono determinare le grandi linee, i contenuti forti, le strategie e gli obiettivi prioritari.
Purtroppo in questo nostro Paese abbiamo difficoltà ad essere normali, a pensare in modo lineare, semplice. Suscitare, guidare, orientare, dirigere e governare non è mai dominare. La politica si svolge nel confronto, nel rapporto di forza delle idee ed anche dei numeri in giusto equilibrio, nel dialogo vivace che arricchisce, nello scoprire le ragioni anche dell'altro meno titolato, ma compagno di progetto e di strada.
E' difficile lavorare in democrazia.
Siamo esigenti e vogliamo che i leaders di Partito, cui va il rispetto dovuto, incarnino i grandi valori democratici da proporre costantemente al popolo.
La Sicilia è stata sempre un laboratorio politico. Sintesi più avanzate scaturiscono da momenti come questi.
Aspettiamo. A dopo il 4 Dicembre.www.ulivisti.it


Via di Trichet, i tassi saliranno Per l’Italia si spalanca l’abisso
Entro un mese la Bce alzerà di un quarto di punto. In estate i primi danni



Qualcuno, prima o poi, avrebbe dovuto accendere tutti i semafori prima di far ripartire i tassi di interesse sull’euromercato e decretare lo stato di dif- ficoltà per i paesi con debito eccessivo, in primo luogo l’Italia: lo ha fatto ieri il presidente della Banca centrale europea, Trichet. C’è attesa nella riunione del primo dicembre della Bce per un aumento di un quarto di punto degli eurotassi, che dovrebbero salire al 2,25%.
Con l’annuncio di un prossimo aumento dei tassi per l’area euro da parte della Bce, dopo oltre due anni e mezzo di tassi storicamente bassi, si prefigura per l’Italia un periodo sull’orlo di una crisi di nervi. Sebbene la vita del debito pubblico italiano si sia allungata e, quindi, i riflessi sui conti non si avvertiranno nell’immediato, già nel prossimo anno la spesa per il debito è destinata a salire rendendo più arduo il risanamento. Il totale azzeramento dell’avanzo primario (ovvero quello al netto della spesa per interessi che serviva a pagare eventuali rendimenti più alti) e l’aumento del debito, per la prima volta da dieci anni, complicano il quadro. Il futuro si presenta incerto per la finanza pubblica nel Belpaese, che finora si è potuto permettere una dissennata e personale conduzione della politica di bilancio da parte del governo Berlusconi grazie al fatto che con gli eurotassi la spesa per interessi non si era riavvitata in un circolo vizioso. Oggi il margine per questi giochetti è agli sgoccioli. La spada di Damocle di rialzi dei tassi, se unita ad un abbassamento del rating preannunciato dalle “solite Cassandre”, rischia anche di bloccare una ripresa economica che in Italia è ancora incerta e contrastata, provocando un’ulteriore perdita di competitività. www.europaquotidiano.it



«Dolce vita addio», requisitoria dell'Economist contro l'Italia
Federico Fubini

Dolce vita addio. L'Economist, il settimanale di Londra di cui il Financial Times ha il controllo congiunto, ha pronta la sua inchiesta speciale sull'Italia. Sarà su internet giovedì sera e nelle edicole l'indomani. Ma già da quel che filtra dalla titolazione si annuncia una requisitoria senza sconti: su quel che il Paese ha fatto negli ultimi anni, ma soprattutto per quanto promette nei prossimi e per i sacrifici che dovrebbe accettare per scongiurare il declino.
Autore è John Peet, il capo della sezione europea dell'Economist ed esperto di lungo corso delle peripezie italiane, se non altro per averle seguite da corrispondente a Bruxelles durante il varo dell'euro. Per il suo viaggio, Peet ha scelto con cura le guide alla crisi della seconda Repubblica. Che alla fine figurino apertamente o no, fra le interviste Peet ha così inanellato Romano Prodi e Francesco Rutelli nel centrosinistra, uomini di governo, eretici del centrodestra come Marco Follini e Domenico Siniscalco, Luca Cordero di Montezemolo e Alessandro Benetton fra gli imprenditori, uomini di finanza (fra loro Pierleone Ottolenghi e Giovanni Tamburi), gli economisti Giuseppe Bertola e Tito Boeri. Né mancano alcune delle voci più ascoltate dell'Italia nel mondo, dall'ambasciatore Sergio Romano a Mario Monti. Proprio il presidente della Bocconi presenterà giovedì a Milano l'inchiesta con Marco Tronchetti Provera, numero uno di Telecom, il banchiere Enrico Salza e lo stesso Peet.
Ed è qui che si annida il primo paradosso dell'inchiesta, per un'Italia sempre assetata di discipline imposte da fuori. Perché la requisitoria è sì composta a Londra, ma è anche la sintesi di una pletora di voci raccolte fra Roma e Milano. E il messaggio dell'Economist, corrosivo come sempre su Silvio Berlusconi e il suo governo, duro sulla diagnosi del ristagno dell'economia, aggiunge probabilmente un tassello. Perché Peet in Italia è sembrato anche scettico verso quella speciale corporazione che a lui appare la politica, decisa a resistere alla modernizzazione proprio come le altre che frenano la crescita.
Dunque niente ovvie schiarite per l'Economist in Italia, neanche dopo l'eventuale uscita di Berlusconi da Palazzo Chigi. Intanto però è il
Financial Times a tornare su di lui: «Passerà alla storia — si legge in un editoriale di ieri — come l'uomo che ha sprecato un'occasione irripetibile (di riformare l'economia,
ndr) per inseguire il suo egoistico programma».






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Ds Milano - Rassegna stampa



« SALVIAMO LA COSTITUZIONE »
Le nuove riforme? Ci porteranno alla paralisi
FRANCO BASSANINI LEOPOLDO ELIA


dal Corriere - 22 novembre 2005

Sul Corriere del 17 e del 18 novembre, Sergio Romano e Paolo Franchi hanno scritto, in tema di riforme istituzionali e orientamenti del centrosinistra, due editoriali che meritano attenzione e risposte. Sentiamo il dovere di darne qualcuna, nella nostra duplice veste di persone a vario titolo coinvolte, in questi anni, nella definizione delle scelte di politica istituzionale dei due maggiori partiti del centrosinistra, ma anche di esponenti del Coordinamento nazionale «Salviamo la Costituzione» citato da Franchi.
L'ambasciatore Romano rivolge alla devolution molte critiche che condividiamo. Sembra apprezzare invece le innovazioni in tema di forma di governo perché «il premier, d'ora in poi, assomiglierà al cancelliere tedesco e al primo ministro spagnolo». Purtroppo non è così: la soluzione adottata ha poco a che fare con quei modelli, che sono stati invece in questi anni invano riproposti (insieme al modello Westminster in uso in Gran Bretagna) dai disegni di legge e dagli emendamenti dell'opposizione di centrosinistra (e anche dell'Udc); e che erano alla base del progetto di riforma presentato dalla Commissione De Mita- Jotti nel 1993. La forma di governo proposta dalla riforma Bossi-Berlusconi è un inedito assoluto, salvo qualche modesta parentela con un esperimento israeliano durato una sola stagione: essa attribuisce al premier, grosso modo, i poteri di Bush più quelli di Blair, senza nessuno dei bilanciamenti e dei contrappesi che negli Usa e in Gran Bretagna costringono il capo dell'esecutivo a fare i conti con il Parlamento, e dunque impediscono un'eccessiva concentrazione di poteri in capo a un uomo solo. Né si può sottovalutare il rischio di paralisi della decisione legislativa derivante da una distribuzione di competenze fra Camera e Senato incerta, farraginosa e assolutamente ingestibile nel caso di leggi disciplinanti materie diverse tra loro interrelate (come la legge finanziaria). O il rischio di conflittualità derivante dagli incerti confini tra materie di competenza legislativa «esclusiva» dello Stato e materie di competenza «esclusiva» delle Regioni (dove finisce la tutela della salute, statale, e comincia «l'assistenza e l'organizzazione sanitaria», esclusivamente regionale?): in confronto, la conflittualità derivante dalle materie concorrenti (un modello in uso, in una forma o nell'altra, in quasi tutti gli Stati federali) finirà per essere ben poca cosa. Anche per ciò, pensiamo di poter dare a Franchi una rassicurante risposta positiva. Opporsi a questa sciagurata riforma non ha significato negli scorsi anni, e non significa ora, rinunciare a proporre e sostenere le innovazioni istituzionali necessarie. Lo stesso Coordinamento nazionale per il referendum ha un titolo emblematico: «Salviamo la Costituzione: aggiornarla, non demolirla». Esprime la convinzione che i princìpi e i valori della Costituzione repubblicana sono ancora vivi e vitali, e vanno difesi: ma che innovazioni istituzionali anche importanti sono necessarie, purché coerenti con quei princìpi e quei valori. La prima innovazione è del resto evocata dallo stesso Franchi. Se vogliamo ristabilire il principio della supremazia e della rigidità della Costituzione, se vogliamo dire basta alle riforme costituzionali fatte a colpi di maggioranza, occorrerà rivedere il procedimento per l'approvazione delle riforme costituzionali: il vigente articolo 138 bastava in un contesto nel quale tutte le forze politiche avevano insieme costruito e approvato la carta costituzionale, e si ritenevano vincolate a non apportarvi modifiche se non largamente condivise; per di più il sistema elettorale proporzionale, senza premi di maggioranza, rendeva difficile raggiungere la maggioranza assoluta su una riforma controversa. Nessuna delle due condizioni è oggi presente. Perciò occorre, come proponemmo già nel 1995, elevare il quorum per l'approvazione delle leggi di revisione costituzionale (portandolo a due terzi, come in Germania e in Usa, o a tre quinti), e riaprire su questa base un confronto sulle riforme realmente necessarie e perciò largamente condivise.
A questo confronto, Franchi ha ragione, il centrosinistra deve presentarsi con le sue idee e le sue proposte. Ne ha messe sul tavolo molte in questi anni: il cancellierato tedesco o il modello Westminster, per rafforzare l'esecutivo, ma insieme potenziare il ruolo di controllo del Parlamento e adeguare il sistema delle garanzie costituzionali alle logiche del bipolarismo; il sistema elettorale maggioritario uninominale a doppio turno (alla francese) o, in subordine, sistemi proporzionali ben congegnati e bipolarizzanti come quelli tedesco o spagnolo; un regionalismo forte o un federalismo cooperativo che garantiscano l'unità del Paese, l'uguaglianza dei diritti, l'autonomia regionale e locale, la responsabilità delle istituzioni territoriali anche sotto il profilo finanziario. Ai tavoli dell'Unione, le proposte del passato si arricchiscono, in questi giorni, di idee nuove. Insomma: la Costituzione deve dare a tutti la certezza che i diritti e le libertà dei cittadini e le regole democratiche sono intangibili, non sono in balìa dei vincitori di una elezione politica: dunque deve essere rigida. Ma l'attuazione in concreto dei diritti, la soluzione dei problemi dei cittadini dipendono dalla funzionalità di istituzioni capaci di prendere le decisioni giuste e di attuarle efficacemente, col consenso dei cittadini: le istituzioni vivono nel tempo e devono adattarsi alle esigenze nuove di un mondo che cambia.



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• Romano - Il paradosso della riforma federalista: quindici anni sprecati?

• Franchi - Costituzione: l'impossibilità di essere conservatori e riformisti









Ds Milano - Rassegna stampa



PENSIO
Massimo Marnetto 22 novembre 2005
E io che pensavo che la signora sul 490 fosse veramente esasperata perché Berlusconi non aveva impedito che i prezzi aumentassero!.. che quelli che le davano ragione, fossero stati anche loro danneggiati dalla politica dei più furbi voluta dal Cavaliere…
E invece, scopro oggi – grazie al nostro Presidente del Consiglio - che ogni mattina vado in ufficio con l'autobus pieno di PENSIO, i famigerati “Provocatori Esperti Nemici del Sistema Istituzionale Odierno”, simil-vecchietti pronti a tutto, pur di destabilizzare il pubblico ottimismo.
Basta, reagirò. Mai più cederò il posto ai subdoli canuti, né aiuterò le tremolanti vecchiette a far scendere il loro carrello dai gradini. I disfattisti avranno vita dura e se non hanno i soldi per godersi la vita, peggio per loro! Se ne stiano a casa. The smile must go on! www.ulivoselvatico.org/





Decadenza
Lodes
Di solito per dimostrare che l'Italia è sul piano inclinato del declino – o se si preferisce in una epoca di decadenza- si utilizzano dati, classifiche, ricerche: però a volte non ce n'è bisogno. La quotidianità si incarica di ricordarcelo. L'altro giorno facendo zapping ho visto la conferenza stampa della RAI con tanto di Presidente e Direttore Generale che anticipavano in pompa magna il possibile ritorno di Mike Buongiorno e del suo Lascia o Raddoppia. Ecco quei pochi secondi di televisione hanno dato la visione plastica della decadenza del paese. Dopo Pippo Baudo, che è tornato alla grande a “Domenica in”, avremo di nuovo Lascia o Raddoppia. Sarebbe troppo facile la battuta: è il nuovo che avanza! Purtroppo è una cosa seria. Questa RAI è la metafora del paese. Lottizzata, aggrappata ad un passato come solo i “vecchi” sanno fare.
Altro che pensare il futuro: fino a quando ci saranno i Baudo, i Buongiorno in prima serata sarà impossibile arrestare il declino. www.ulivoselvatico.org






novembre 21 2005

OLTRE IL GIARDINO

Mettere l’Italia in vendita prima che sia in bancarotta

di ALBERTO STATERA


Vecchio principe del diritto amministrativo, ex ministro delle Finanze, dell’Industria e delle Partecipazioni Statali, Giuseppe Guarino, doppiato il capo degli ottant’anni, ha colorito icasticamente il suo lessico giuridicoaccademico. Presi in mano seriamente i conti dello Stato alla fine del lustro berlusconiano, ne ha ricavato che l’Italia ha un preavviso citiamo testualmente di "bancarotta", il "default" è ormai prospettiva realistica , per cui occorre operare non a parole ma con i fatti "quam celerrime", perché "il nemico è alle porte", con un rapporto debito Pil che a fine 2005, invece di scendere, supererà quello del 2004 di quasi due punti. Per cui, se vogliamo salvarci, "bisogna spegnere l’incendio prima che si diffonda". Ma come? In uno studio in cui si è avvalso della collaborazione di Eduardo Reviglio e Livia Russo e che è sul tavolo di Tremonti e su quello di Prodi, il professore premette che "bisognerebbe disporre subito di almeno 630 miliardi di euro", cifra quasi impossibile, che ci è persino difficile tradurre in ex lire. Certo, con metodi autoritari sarebbe possibile raggranellarne una parte, stangando i contribuenti, i consumatori, i lavoratori dipendenti, le imprese. Ma i conflitti sociali sarebbero terribili e gli esiti per la democrazia incerti. Allora non resta che ricorrere ai "mezzi del diritto privato".
Su queste premesse è costruita una "exit strategy" dal debito che consentirebbe allo Stato di incassare non i 630 miliardi che occorrerebbero, ma almeno 430 miliardi, che farebbero scendere d’un colpo dal 106,6 al 70% il rapporto debitoPil e allontanando la prospettiva del "default".
La via obbligata è monetizzare tutti i beni monetizzabili dello Stato: partecipazioni quotate, partecipazioni non quotate, crediti fiscali e di altra natura, beni immobili impiegati dallo Stato per pubblica utilità, beni immobili di interesse storico e artistico, ex case Iacp e quant’altro. L’operazione è complessa, perché attualmente molti di questi beni sono sottratti al commercio e si tratta di far acquisire loro un valore di mercato fornendoli di un reddito, cominciando dall’abrogazione del vincolo dell’inalienabilità. Per fare un esempio, prendiamo il Quirinale. Trasferita la proprietà, lo Stato lo prende in affitto con contratto di lunga scadenza e un canone di locazione pari al 3% rivalutabile, con la possibilità dello Stato di chiederne il riscatto al termine del contratto.
Tutto il ben di dio censito dal professor Guarino, pari a due volte e mezzo quello di tutte le banche italiane messe insieme, viene conferito a una Spa di cui lo Stato detiene inizialmente tutte le azioni, con un capitale, per l’appunto, di 430 miliardi, da quotare nelle principali borse internazionali. Non è un fondo né immobiliare, né misto. E’ un’impresa con lo scopo di gestire il patrimonio per ricavarne un utile. Dispone di un reddito iniziale di 6 miliardi e 500 milioni di euro, di cui 2 quale ricavo dei dividendi delle partecipazioni e 4,5 per dividendi corrisposti dallo Stato. E’ indifferente che il controllo della società rimanga in mani nazionali, venga acquistato all’estero o che la partecipazione sia frazionata secondo il modello della "public company".
Il bello è, nella mente da amministrativista di Guarino, che questa soluzione non richiede sacrifici, non richiede nuove tasse, non richiede tagli delle spese, né la revoca di incentivi o investimenti già programmati. Con l’eliminazione del rapporto debitoPil potrebbe invece restituire 59 miliardi di euro all’anno, utilizzabili per il rilancio dell’economia. E’ vero che la commerciabilità dei beni viene costruita artificialmente e che nessuno può sapere come i mercati accoglierebbero la cosa. Ma si giustifica l’autore "purtroppo non c’è altro". E deve essere proprio vero, se il progetto di Guarino è stato preso molto sul serio sia al ministero dell’Economia che nello stato maggiore prodiano al lavoro sul programma dell’Unione.
Un sogno o un incubo ?
a.statera@repubblica.it


Sorpresa del Quirinale "Un gioco pericoloso"
massimo giannini


da Repubblica - 21 novembre 2005

Una pillola avvelenata. È difficile giudicare in un altro modo la sortita di Gianfranco Fini sulla possibile riconferma di Ciampi al Quirinale. Sul piano teorico, la proposta è inattaccabile. Chi può opporsi alla rielezione di un presidente della Repubblica che, senza mai scivolare nel gioco al massacro delle logiche di coalizione, è riuscito a diventare il solo simbolo condiviso dell´intera nazione?


IL RETROSCENA
"Non ci sto e non mi piace" ha ripetuto Ciampi ai collaboratori, "non alimentiamo questo dibattito"
L´amara sorpresa del Colle "È un gioco pericoloso"
Il vicepremier potrebbe essere mosso dall´ipotesi di un secondo mandato ma a metà, per far rientrare la Cdl nella gara del Quirinale
A voler essere benevoli, nella intemerata di Fini si può cogliere la disperazione di un gruppo dirigente che sente vicina la fine dell´impero
(SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
massimo giannini

Chi può dire di no alla prosecuzione dell´incarico di un capo dello Stato che, senza mai cedere ad un´irriducibile deriva emergenziale e "resistenziale", è riuscito a traghettare l´Italia ormai quasi al di là delle pericolose colonne d´Ercole del berlusconismo? Solo i descamisados della guardia anti-repubblicana di Bossi, ultimi rimasti a presidiare il borgo padano e a praticare il culto pagano del dio Po. Per il resto, quasi nessuno può contestare l´opportunità di un secondo mandato, per l´uomo che da sette anni ininterrotti gode del più alto e durevole indice di fiducia popolare.
Ma sul piano pratico, la proposta è discutibile. Perché viene formulata adesso, solo una settimana dopo l´inizio del semestre bianco, mentre è ancora in corso il braccio di ferro sulla data del prossimo voto politico? Perché tanta fretta di anticipare un confronto che, nella migliore delle ipotesi, potrà entrare nel vivo solo nella prossima primavera, e cioè a ridosso della scadenza del mandato presidenziale fissata al 13 maggio 2006? Di fronte a questi interrogativi, nessuno può criticare la legittimità del sospetto, vista la disinvoltura con la quale il vicepremier ha accettato il rischio di trascinare la più importante istituzione del Paese nel tritacarne di una campagna elettorale che si preannuncia lunga e livorosa.
«Per favore, non alimentiamo questo dibattito». Chi in queste ore ha avuto occasione di parlargli, descrive un Ciampi meravigliato.
Non si aspettava che nel centrodestra venisse sollevato un tema del genere, a freddo e in un momento così delicato della transizione politica. Meno che mai se lo aspettava da un politico di peso come Fini, generalmente misurato nei toni e dotato di senso dello Stato. Ma chi lo ha incontrato racconta soprattutto di un Ciampi infastidito. Che invoca sommessamente, ma fermamente, di non essere strumentalizzato. Che esige di non finire nella solita, indecorosa roulette russa del toto-Colle. Lo pretende dalla maggioranza. E lo chiede anche all´opposizione, pregando tutti i leader di non gettare benzina sul fuoco delle polemiche. Né in un senso (sì, è giusta la ricandidatura) né in un altro (no, è meglio cambiare concorrente). «È un gioco pericoloso, non ci sto e non mi piace», ha ripetuto il presidente ai suoi interlocutori.
Questo spiega la cautela con la quale non solo Prodi e Fassino, ma persino lo stesso Berlusconi ha reagito alle parole del ministro degli Esteri. Una volta tanto il Cavaliere, se si guarda all´apparenza, si è mostrato sensibile e responsabile: non può a sua volta non ritenere "possibile" la ricandidatura di Ciampi, e non può non aggiungere che «è presto per parlarne». Ma se si guarda alla sostanza, il sospetto rimane. È strano immaginare che Fini abbia toccato pubblicamente un nervo così sensibile e scoperto, senza prima informare il Cavaliere. O, quanto meno, senza prima averne discusso con lui e con gli altri dirigenti del Polo. La voce di un mandato-bis circolava già da qualche settimana lungo le linee dei telefoni che contano dentro la Cdl. Si può cogliere qualche traccia più o meno rivelatrice, di questo dibattito sotterraneo. All´inizio di novembre, era stato Fedele Confalonieri ad aprire un´anomala finestra sul Colle, addirittura con un´intervista all´Unità nella quale, alla domanda «secondo lei Berlusconi vuole fare il presidente della Repubblica», aveva risposto: «A Silvio piace lavorare, essere in pista tutti i giorni. Penso che preferisca fare il capo del governo, anche se, negli ultimi anni i presidenti della Repubblica come Scalfaro, Cossiga, Ciampi, sono stati abbastanza interventisti. Si vedrà».
Pochi giorni dopo era toccato a Pierferdinando Casini, che in un´intervista al Messaggero si era sbilanciato molto di più: «C´è chi ritiene che l´elezione di Ciampi sia stato un caso eccezionale e che abbia fatto venire meno la normalità. Io credo invece proprio l´opposto e se questa è stata un´eccezione va comunque mantenuta. Io lavorerò a che il capo dello Stato sia il frutto di una larga convergenza tra gli schieramenti».
Al di là di questi indizi, questo "lodo Fini" su Ciampi, oltre che irrituale e intempestivo, ha tutta l´aria di essere una pillola avvelenata. A voler essere malevoli, ci si può vedere l´ennesimo tentativo del centrodestra di esercitare comunque un´indebita forma di pressione sul presidente, in una fase nella quale è chiamato ad esercitare, in forza delle attribuzioni che gli conferiscono gli articoli 74 e 87, la sua più alta funzione di «magistrato della Costituzione». A giorni dovrà decidere se promulgare o meno la riforma della legge elettorale, sulla quale ha più volte espresso i suoi fondatissimi dubbi, e la legge ex Cirielli sulla prescrizione breve, sulla quale ha esercitato con qualche successo la sua moral suasion. Subito dopo, secondo il "bollettino di guerra" annunciato dallo stesso Berlusconi, potrebbe essere costretto a pronunciarsi anche sulla revisione della par condicio, che per il Cavaliere continua ad essere una legge "liberticida", e non una copertura minima ma irrinunciabile al principio costituzionalmente garantito del pluralismo politico.
Su questi temi Ciampi dovrà compiere valutazioni approfondite, e poi assumere decisioni complesse, nell´ultima fase del settennato e della legislatura. Tutto quello che viene detto sul futuro del Colle, in qualunque senso, può turbare questo processo valutativo e decisionale.
A voler essere benevoli, nell´intemerata del leader di An si può cogliere un segno diverso. Cioè la disperazione di un gruppo dirigente che sente vicina la fine dell´impero, e che cerca affidamenti o vie di fuga per il dopo. Sotto questo profilo, la proposta di Fini sulla riconferma di Ciampi ha una sua coerenza con l´ipotesi «accademica» formulata da Tremonti pochi giorni fa sulla Grande Coalizione. Sono due facce della stessa necessità, che la Cdl avverte alla vigilia della prossima legislatura, di evitare un´altra incerta e sfibrante "traversata nel deserto" dell´opposizione. Che ne sarà di questo centrodestra, in vista di una probabile sconfitta elettorale? È evidente, in questo caso, che una rielezione dell´attuale inquilino del Colle sarebbe il male minore. Per due ragioni. La prima è oggettiva: Ciampi è stato a tutti gli effetti il forte e credibile "presidente di garanzia" che aveva promesso. E questo, come ha confortato l´opposizione di oggi, può rassicurare quella di domani.
La seconda è soggettiva: Ciampi sta per compiere 85 anni, è lucido e in straordinaria forma, ma un altro settennato lo vedrebbe concludere il suo ciclo politico a 92 anni. Sono tanti. Forse potrebbe decidere di ritirarsi a metà del secondo mandato. E questo offrirebbe al Polo (e magari allo stesso Berlusconi) la possibilità di rientrare in partita e di riaprire in corsa la gara per il Quirinale. In tutti e due i casi, com´è chiaro, la mossa di Fini è politicamente impropria e umanamente indelicata. Ogni decisione su Ciampi, in termini di opzione istituzionale, appare prematura. Ogni decisione su Ciampi, in termini di scelta personale, deve venire da Ciampi. Tutto il resto sembrano solo tossine da campagna elettorale, e miasmi di una maggioranza in decomposizione.



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Ds Milano - Rassegna stampa



Carissimi amici, carissime amiche,

L’Europa ha bisogno di istituzioni solide e di una politica forte. Le sfide del presente lo chiedono: l’adattamento delle nostre economie alla competizione internazionale, la difesa della pace, l’impegno per lo sviluppo dei paesi meno avvantaggiati, l’integrazione nelle nostre società di quanti sono venuti a cercare una vita più dignitosa. Abbiamo bisogno di istituzioni solide e di una politica forte. Ne abbiamo bisogno all’interno dei nostri singoli paesi e sul piano europeo.

Per far fronte a queste sfide, non abbiamo bisogno soltanto di istituzioni politiche efficienti e programmi di governo rigorosi. Abbiamo bisogno di rinnovare la politica, di mettere in gioco le nostre identità, per costruire un più solido consenso intorno alle istituzioni democratiche e un sostegno più ampio intorno alle nostre idee.


Nella nostra Europa, libera e sicura, troppo spesso consideriamo la democrazia come un dato di fatto, come una conquista della quale non ci sia bisogno di preoccuparsi.

Le libertà politiche sono garantite dallo stato di diritto, sono iscritte nei nostri testi costituzionali. Ma questo non basta. Le libertà politiche non sono acquisite una volta per tutte. Esse richiedono, al contrario, di essere protette ed allargate, giorno dopo giorno, con cura e con impegno.

La democrazia è il fondamento sul quale si sviluppano le nostre politiche.

Il tempo in cui si poteva avere tutto e subito è passato. Il nostro è il tempo delle scelte. Se non riusciamo a garantire le condizioni per un dibattito ampio e partecipato non riusciremo a governare il cambiamento.


Se siamo onesti, se guardiamo con sincerità alle nostre società, vediamo e dobbiamo ammettere che nelle nostre democrazie non tutto funziona nel modo migliore, che ci sono aree vaste e crescenti di insoddisfazione, di delusione e di risentimento.

Il voto non è più visto come la scelta tra visioni alternative della società, tra chiare e contrapposte opzioni. La stessa possibilità di votare in libere elezioni non è più considerata come una condizione sufficiente per una cittadinanza attiva e consapevole.

Il calo nel numero dei votanti e negli iscritti ai partiti, l’emergere del populismo e di tendenze xenofobe, sono tutti indicatori evidenti che nei nostri sistemi politici qualcosa non sta funzionando.

Non c’è possibilità di affrontare in modo efficace i temi che oggi ci stanno di fronte – lo sviluppo economico, il benessere, l’ambiente, la riforma del welfare – se ci viene a mancare un consenso basato su solide basi democratiche.

Nelle nostre società c’è una crescente domanda per forme di partecipazione nuove. C’è bisogno di partecipazione più forte.

Ma, adesso, basta con la teoria.

Mi avete invitato, e ve ne sono grato, perché io vi raccontassi delle esperienze che abbiamo di recente realizzato in Italia. Ed è questo che voglio fare.


La prima cosa che abbiamo fatto è stato aprire una fabbrica.

Per preparare il programma di governo abbiamo sentito la necessità di ascoltare il nostro paese e abbiamo deciso che, per questa grande opera di costruzione, nessun luogo fosse più appropriato di una fabbrica.

Una fabbrica vera, un capannone industriale, né bello né brutto, alla periferia di Bologna, che abbiamo adattato alle nostre esigenze con poca spesa, materiali di poco prezzo, e tanta vernice di un bel colore giallo, caldo e luminoso.


Nella nostra fabbrica, che abbiamo chiamato la Fabbrica del Programma, abbiamo tenuto 15 incontri, di una intera giornata ciascuno, 3 li abbiamo tenuti in altre grandi città (Bari, Torino, Venezia), 2 in piccoli centri di provincia. Ciascun incontro è stato preparato coinvolgendo esperti, operatori e cittadini. Abbiamo avuto oltre mille interventi, in oltre cento densissime ore di lavoro a cui io ho sempre partecipato personalmente dall’inizio alla fine. Ogni volta hanno preso la parola non meno di cinquanta testimoni, salendo, uno alla volta, su due piattaforme poste in mezzo alla platea. Nessuno poteva parlare più di cinque minuti: un grande orologio, come quello che si usa per le partite di basket, scandiva il passaggio dei secondi e, alla fine del tempo prefissato, suonava una sirena.


Abbiamo incontrato famiglie e giovani che si trovano di fronte al problema di «mettere su casa». Abbiamo incontrato il mondo delle piccole e medie imprese. Con gli operatori della filiera agroalimentare abbiamo discusso della qualità e della sicurezza dei cibi, del rispetto dell’ambiente, della tenuta del nostro export. Abbiamo discusso con gli insegnanti della loro passione per la scuola, frustrata da risorse inadeguate e riforme irragionevoli. Abbiamo ragionato insieme agli operatori del settore turistico su come rendere le «vacanze italiane» più confortevoli e attraenti. Abbiamo discusso, con grande concretezza, di migrazioni e di migranti, delle sfide e delle opportunità del mercato cinese, di come riformare il nostro sistema di welfare.


Ma anche questo non ci è bastato e abbiamo deciso che l’ascolto dell’Italia non sarebbe stato completo se non fossimo usciti dai cancelli della nostra Fabbrica, se non avessimo incontrato, faccia a faccia, le donne e gli uomini del nostro paese.

Così, abbiamo letteralmente messo le ruote alla Fabbrica. Abbiamo affittato un grande camion, un TIR usato, lo abbiamo adattato per trasformarlo in un palcoscenico viaggiante, lo abbiamo arredato con lo stile della Fabbrica, lo abbiamo dipinto di giallo e siamo partiti.

E’ stato un lungo viaggio attraverso tutta l’Italia, dal Nord al Sud, dall’Ovest all’Est, per mettere alla prova, nel dialogo aperto con i cittadini, alcune delle idee prodotte in Fabbrica.

Oggi quelle idee, nel confronto con i vari partiti che compongono la coalizione, stanno diventando un articolato e compiuto programma. Il programma con cui governeremo l’Italia a partire dall’aprile del 2006.

Nei mesi appena trascorsi non abbiamo sperimentato solo un modo creativo e partecipato per elaborare il programma. Abbiamo anche deciso di dare ai cittadini che si riconoscono nel nostro progetto piena sovranità sulla scelta del leader della coalizione. Abbiamo dato così vita ad un evento di partecipazione politica di dimensioni assolutamente straordinarie: le primarie.


Ho parlato dei “cittadini che si riconoscono nel nostro progetto” perché la scelta che abbiamo fatto, fin dall’inizio e senza esitazione, è stata quella di coinvolgere nella scelta il numero più vasto possibile di persone. Non soltanto i nostri parlamentari o i nostri rappresentanti nei consigli delle amministrazioni locali e neppure soltanto gli iscritti ai nostri partiti, ma a tutti i nostri elettori.

Ma come definirli questi elettori di centro-sinistra? La strada che abbiamo preso è stata quella di ammettere al voto tutte e tutti coloro che firmassero una carta con la quale dichiaravano di condividere il “Progetto per l’Italia”, cioè la “carta dei valori” del centrosinistra, e di avere l’intenzione di votare, alle prossime elezioni, a favore di un partito del centrosinistra.

Si è trattato di una organizzazione complessa. Abbiamo allestito quasi diecimila seggi da un capo all’altro dell’Italia. Quasi diecimila, tanti quanto se ne preparano in Belgio per le elezioni politiche.

Insomma, noi da soli, basandoci sulle forze dei partiti e dei volontari, abbiamo eguagliato lo sforzo organizzativo di uno Stato, anche se per le elezioni politiche i seggi sono oltre 60 mila.

Alle nostre primarie ha preso parte una percentuale molto più alta di elettori rispetto a quella che partecipa alle primarie dei democratici o dei repubblicani per la nomination del candidato alla presidenza degli Stati Uniti. E questo in un giorno solo.

Alla fine, la partecipazione alle elezioni primarie del 16 ottobre ha superato anche le nostre più ottimistiche aspettative. Prima di mezzogiorno le schede erano finite e ne abbiamo dovuto far stampare altre, in molti casi ricorrendo alle fotocopiatrici. Alle dodici avevano votato un milione e trecentomila persone, più di quelle che ci saremmo aspettati di contare alla fine della giornata. Alla conta finale, erano 4.311.149. Le schede contestate sono state 48.

Nella mia regione, l’Emilia-Romagna, due elettori del centrosinistra su cinque hanno partecipato alle primarie. Ma anche nella regione in cui la partecipazione è stata più bassa ha votato alle primarie un elettore del centrosinistra su cinque. Nella media nazionale, un nostro elettore su tre.

Dei 4.311.149 elettori, il 74,1 per cento, pari a 3.182.686 persone, hanno votato a mio favore, con il resto dei voti che sono andati agli altri sei candidati. La sera delle primarie, tutti noi sette candidati abbiamo insieme festeggiato il risultato e abbiamo confermato la nostra volontà di lavorare insieme per vincere le prossime elezioni.

Il 16 ottobre, il giorno delle primarie, è stata davvero una bella domenica di sole per la democrazia italiana.

Quattro milioni e trecentomila cittadini italiani, in tutti i comuni del paese, si sono messi in fila davanti ai nostri seggi. Come ho già detto, hanno firmato pubblicamente l'adesione a un progetto comune, dichiarando esplicitamente di riconoscersi nella coalizione del centrosinistra. Si sono fatti riconoscere attraverso un documento di identità e la tessera elettorale. Avrebbero dovuto versare un contributo minimo di un euro per coprire le spese, ma in realtà ne hanno versati in media almeno tre. Hanno dato il loro consenso a che il loro nome e cognome venisse registrato e che la loro partecipazione alla primaria potesse essere resa pubblica a chiunque ne faccia richiesta. Hanno fatto insomma molto di più di quanto fa normalmente un elettore e più di quanto fa normalmente chi si iscrive a un partito politico. Essi saranno la nostra forza per sfidare alle elezioni politiche, il grande potere finanziario e mediatico dell’attuale Presidente del Consiglio.

Con le primarie del 16 ottobre non abbiamo solo deciso chi ha la responsabilità di guidare il governo in caso di vittoria del centrosinistra. Abbiamo assistito ad una grande prova di civismo, abbiamo ricevuto un segno tangibile del sostegno di cui gode il nostro progetto nella società italiana. Abbiamo ricevuto una spinta straordinaria per attrezzarci con ancora più forza e legittimazione alla sfida decisiva delle prossime elezioni. Abbiamo sentito un forte, pressante, sereno invito a lavorare per l’unità di tutte le forze democratiche, riformiste e progressiste italiane , premessa e condizione per un governo che lavori per una società più libera e più giusta in Italia e in Europa.

L’Europa è la nostra casa, è il nostro destino comune. In questa casa, al lavoro per questo destino so che voi e noi ci ritroveremo sempre insieme, gli uni accanto agli altri. /www.romanoprodi.it


Grazie.


Vieni a comprare le azioni dell’Unione Europea?
L’eurodeputato ungherese István Szent-Iványi in un'intervista rilasciata a café babel riflette sull’atteggiamento degli ungheresi nei confronti dell’entrata nell’Ue delle vicine Romania e Bulgaria.
L'eurodeputato ungherese István Szent-Iványi (Alliance of Free Democrats) Da “promessa all’Ue” nel 2004, l’Ungheria è diventata parte dell’“elité che conta”, quella che può esprimersi sull’adesione di nuovi Paesi al club Ue. Secondo István Szent-Iványi, ex sottosegretario al Ministero degli Affari Interni ungherese, i suoi connazionali non hanno nulla da temere dall’adesione della Romania e della Bulgaria.

Quali sono le preoccupazioni del popolo ungherese nei confronti dell’imminente allargamento dell’Ue?
A mio avviso la società ungherese, nella sua totalità, non teme l’entrata nell’Ue della Romania e della Bulgaria. È naturale che vi sia una qualche ansia, ad esempio la gente è preoccupata dell’avvento della manodopera rumena a basso costo. Il tutto è inoltre reso più difficile dal fatto che gli ungheresi hanno delle riserve nei confronti della Romania per ragioni storiche (in particolare il passaggio della Transilvania dalla dipendenza dall’Ungheria a quella dalla Romania nel 1920). Tuttavia l’entrata della Romania nell’Ue è di interesse sia politico che economico per l’Ungheria. Non solo per le multinazionali ungheresi che investono capitali in Romania, ma anche per le centinaia di imprese di piccola e media dimensione che sono riuscite a siglare stabili accordi di cooperazione con partner rumeni. Al di là di questi vantaggi economici, la membership della Romania significherà la possibilità di dare avvio a investimenti comuni nelle infrastrutture e di dare il via a progetti regionali.

E quali sono le preoccupazioni a livello politico?
Ci si preoccupa in quanto alla distribuzione dei fondi dell’Ue, dal momento che se aumenta il numero di Stati membri dell’Ue, si riducono di conseguenza i fondi destinati ai vari Stati. Sembra che gli Stati membri più importanti stiano diventando sempre più avari e che vogliano congelare il proprio contributo al budget dell’Ue intorno all’1% del proprio Pil. La gente è stanca di questa Ue da mercato delle vacche. Gli Stati che si trovano a dover mercanteggiare cifre basse hanno completamente dimenticato l’obiettivo comune: aumentare la competitività della Comunità. Bisognerebbe considerare l’Ue come un’impresa di cui siamo tutti azionisti. Ovviamente l’interesse degli azionisti è il successo dell’impresa in tutte le sue unità strategiche di affari.

Crede che la Romania e la Bulgaria siano pronte per l’ingresso nell’Ue?
I politici tendono a reagire in base ai timori della gente, ed è per questo che sono state emanate delle deroghe ai trattati di adesione all’Ue per postporre l’entrata della Romania e della Bulgaria al 2008. È importante notare che il rinvio della data di adesione non dipende dal livello di preparazione dei due Paesi: può piuttosto essere considerata una reazione ai recenti problemi dell’Unione Europea: in altre parole, si tratta di un segno per il popolo. Tutto sommato non considererei questo rinvio una tragedia. Certamente farà diminuire il prestigio dei due Paesi ma, a dire il vero, una membership nel 2007 sarebbe finanziariamente svantaggiosa per la Romania: riceve, infatti, molto più denaro con i fondi pre-adesione di quanto non ne avrebbe con le risorse dell’Ue dopo l’adesione.

Secondo lei, l’adesione della Romania e della Bulgaria danno maggiore peso ai Paesi Membri che sono entrati nell’Ue lo scorso maggio?
L’ultimo anno e mezzo ci ha fatto vedere come i nuovi Stati membri possono farcela solo se riescono ad attirare dalla loro parte almeno uno degli Stati membri più anziani. Nel Parlamento Europeo, anche se i dieci nuovi Stati membri votassero insieme, il numero totale dei loro voti non sarebbe sufficiente per decidere le sorti di una proposta. Se la Romania e la Bulgaria dovessero votare insieme agli altri nuovi Stati membri, i loro voti non sarebbero comunque sufficienti per raggiungere la maggioranza. Allo stesso tempo è ovvio che quando la Romania e la Bulgaria saranno entrate nell’Ue, crescerà il peso dei paesi di medie dimensioni, ossia quelli con un numero di abitanti che va dagli otto ai venti milioni. E inoltre, anche se i dieci nuovi Paesi membri hanno interessi comuni, non è detto che agiscano sempre tutti allo stesso modo.


István Szent-Iványi interverrà al dibattito Café Theraphy che si terrà a Budapest il 26 novembre 2005. www.cafebabel.com/it
Judit Járadi - Budapest

Navigare "Stanca": 82 milioni di Euro per due siti del governo Berlusconi

Mentre la nostra economia soffoca il bilancio di moltissime famiglie, mentre il Governo decide di tagliare fondi vitali per i servizi erogati dagli Enti Locali, mentre il bilancio pubblico affonda, ecco che Berlusconi - e il suo Ministro Stanca - inaugura le "grandi opere digitali". Due siti per la modica cifra di 82 milioni di Euro, circa qualche migliaio di volte il prezzo di mercato per lo sviluppo di portali internet.

Il primo gioiello è internetculturale.it: "Internet culturale è stato finanziato con 37,3 milioni di euro, di cui 7,1 milioni stanziati dal Comitato dei Ministri per la Società dell'Informazione e 30,2 dal Ministro per i Beni e le attività Culturali", si legge nel comunicato stampa del ministro Stanca, del 22 marzo 2005. Le Biblioteche, intanto, faticano a distribuire i libri, non fanno concorsi per assumere nuovo personale, si rivolgono a cooperative con collaboratori ovviamente a progetto per catalogare i fondi, antichi e moderni.

Il secondo "tesoro" del governo digitale italiano è italia.it: "Soffermandosi sul progetto, Stanca ha spiegato che "il Portale Nazionale del Turismo è coperto da un finanziamento complessivo di 45 milioni di €, di cui 20 milioni destinati allo sviluppo, gestione e alla creazione dei contenuti nei prossimi anni, e di 25 milioni di € di co-finanziamento delle Regioni per accrescere il loro impegno su questo fronte. In particolare, dei 20 milioni di € la parte preponderante, com'è caratteristica di queste iniziative, non è data da quella tecnologica, ma dall'aspetto redazionale, dalla traduzione linguistica in otto idiomi, dall'aggiornamento continuo dei contenuti e dalla compagna di promozione in tutto il mondo nei prossimi anni". (comunicato stampa Ministero Innovazione Tecnologica del 28 settembre 2005).
Il sito, che ha debuttato ad ottobre secondo il Ministero, oggi 20 novembre 2005 (ore 12.15) non si apre e quindi non possiamo guardare con meraviglia quale gioiello ci ha riservato il governo digitale della casa delle libertà. www.liblab.it


Falluja, una battaglia mediatica - di Maurizio Torrealta


Una notizia di Rainews24 diffusa un martedì mattina nello stretto spazio temporale tra le sette e le sette trenta del mattino, all’ interno di un documentario di 22 minuti , ha fatto il giro del mondo, e’ stata ripresa dalla stampa e dalle televisioni inglesi, da quelle arabe ed infine anche dalla stampa e dalle televisioni italiane. Eppure non si è trattato di una notizia nuova, era una notizia già uscita sugli articoli di alcuni giornali inglesi (The Indipendent) ed italiani ( Il Diario e Avvenimenti - Ndr) che riportavano la stessa informazione : durante la battaglia di Fallujah in Iraq e’ stato utilizzato il fosforo bianco come arma bellica .

Cosa ha fatto sì che le informazioni trasmesse da Rainews24 diventassero una notizia e facessero il giro del mondo? La risposta è la seguente: la notizia trasmessa da Rainews24 mostrava le immagini dei morti a causa del fosforo bianco.

Le immagini erano così orribili e nello stesso tempo così inspiegabili da contenere al proprio interno, come fossero fantasmi tornati tra gli esseri viventi, una implorazione ad essere spiegate. Il fosforo bianco, sostanza che reagisce con l’acqua, aveva aggredito in profondità solo certe aree del corpo bruciando la pelle, in particolare la mucosa attorno alla bocca e agli gli occhi, ma lasciando intatti i vestiti. I corpi risultavano modificati, trasformati in una composizione orribile,simile a quella del quadro di Picasso “Guernica” quadro che rappresenta le conseguenze provocate dall’uso del fosforo bianco sui cittadini della città spagnola di Guernica durante l’assedio della città.

L’oscenità delle foto dei morti di Fallujah si è diffusa utilizzando un veicolo diverso da quello della comunicazione televisiva analogica tradizionale. L’ oscenità delle immagini dei morti si è diffusa per contagio tramite internet. Le foto sono state poste sulle pagine web del sito di rainews24 con la possibilità di essere scaricate.

Anche i video ( in 3 diverse lingue) godevano di questa duplice possibilità, non solo quella di essere visti in “Streaming” ma anche quella di essere scaricabili su altri computer trasformandosi a loro volta in file riproducibili e riproduttivi e quindi a loro volta scaricabili e diffusibili.

Si è innescato un modello di diffusione più attinente alla teoria dei Memi di Richard Dawkins che alla tradizionale modalità comunicativa televisiva .La sinergia tra le 2 modalità di diffusione: quella di rete e quella televisiva, ha permesso di rafforzare le debolezze che le due modalità separatamente hanno , la rete non offre sufficiente autorevolezza per essere immediatamente ritenuta credibile, e questa funzione è stata svolta dalla certificazione di garanzia controllata offerta dal media televisivo di origine, mentre la televisione è sottoposta ai limiti della unidirezionalità del suo messaggio , la rete al contrario , con i suoi meccanismi di contaminazione riproduttiva, ha permesso una estensione ed una diffusione imprevista ed imprevedibile della efficacia comunicativa televisiva.

La diffusione via internet ha offerto un modello di contaminazione inizialmente lento ma poi esponenzialmente rapido e diffuso.

Non deve dunque stupire la notizia che l’ OPEN SOURCE CENTER , il centro di analisi di intelligence per lo studio di informazioni non riservate, creato da John Negroponte ex governatore militare dell Iraq ed ora zar dell’intelligence Usa, si sia immediatamente interessato al filmato della televisione italiana che ha creato tanto traffico in internet ( notizia del sito del New York Times).

Una ulteriore caratteristica che ha permesso a questo filmato-immagine-notizia di propagandarsi nella rete è stata la sua gratuità. Un filmato scaricabile a pagamento ovviamente non avrebbe avuto la stessa diffusione e la stessa rapidità ed avrebbe comportato limiti di copyright e di diffusione geografica che ne avrebbero limitato la visibilità.

L’effetto shock di questo filmato-immagine-notizia sulla Pubblica Opinione Internazionale è stato cosi forte che ha provocato una prima reazione violenta: un fuoco di sbarramento basato sulle smentite e sulla denigrazione del lavoro giornalistico che lo ha prodotto .

Il primo risultato paradossale che hanno avuto queste smentite autorevoli (prima smentita del Pentagono e primo comunicato della ambasciata Usa e Inglese) e’ stato quello di accreditare e diffondere ulteriormente il filmato-immagine-notizia , facendo sì che lo stesso Tg1 italiano che dopo 4 giorni non aveva ancora trasmesso la notizia contenuta nel documentario , comunicasse invece la smentita del Pentagono.

L’ effetto emulativo e competitivo che sta alla base del sistema informativo mondiale, ha permesso che un canale radio della BBC ottenesse una smentita del Pentagono che smentiva la smentita precedente dello stesso Pentagono, riconoscendo l’ uso del fosforo bianco in Iraq come arma da combattimento contro gli insorti.

Nello stesso tempo l’allargamento ulteriore del dibattito mediatico su questo argomento , faceva affiorare articoli su riviste militari settoriali nelle quali comparivano racconti dettagliati che comprovavano l’ uso di armi al fosforo bianco da parte dell’esercito americano in Iraq

Se analizziamo la massa delle informazioni prodotte e diffuse su questo argomento a livello mondiale sembrerebbe, a prima vista, che la battaglia per la diffusione della notizia sull’ uso del fosforo bianco da parte dei militari Usa che hanno combattuto a Fallujah, sia uscita vittoriosa.

L ‘ammissione del Pentagono e’ stata esplicita . Nello stesso tempo, la distinzione che il Pentagono ha fatto, ammettendo solo un uso limitato ad azioni contro insorgenti, si è dimostrata una notizia poco credibile da punto di vista operativo. Quale ufficiale militare avrebbe potuto governare il tragitto di una nuvola di fosforo permettendo che questa distinguesse tra insorti e popolazione civile?

Ma sarebbe un errore pensare che questa battaglia mediatica sia finita così. Sarebbe un errore pensare che non saranno messe in atto operazioni di discredito dei giornalisti che hanno realizzato questo servizio per limitare l’impatto che continua ad avere sulla pubblica opinione.

Viene anzi da pensare che l’ uso del fosforo nella battaglia di Falluja sia stato così massiccio da rendere preferibile per il Pentagono una mezza ammissione che potrebbe svolgere la funzione di pietra tombale del dibattito, piuttosto che una negazione che potrebbe invece fa proseguire la ricerca dei fatti e far affiorare le dimensioni vere della strage compiuta nella città irachena.

Ma questo non significa che non verranno messe in atto altre ondate di controffensiva mediatica prima che la durata di una notizia non raggiunga la sua morte naturale.

da www.articolo21.info

ONOREVOLE ZIO D'AMERICA

Faccia a faccia con i vecchi e nuovi emigranti che vivono negli States e ora vogliono fare politica. Tra le due sponde dell'Atlantico.



Sarà anche l’effetto della globalizzazione, ma le valigie di cartone non abitano più le comunità degli emigranti italiani. I quali di emigranti non vogliono più sentire parlare, ora che hanno imparato e vogliono essere "gli italiani nel mondo". Secondo il sociologo Giuseppe De Rita, anzi, «fanno internazionalizzazione reale del Paese più milioni di italiani nel mondo con la loro presenza diffusa che le migliaia di piccoli imprenditori che battono i mercati internazionali».

E sono tanti quelli che una volta erano chiamati "oriundi": forti, influenti, presenti in tutti i Parlamenti del mondo. E ora, grazie alle battaglie parlamentari di Mirko Tremaglia, l’ex repubblichino di Salò, ora ministro repubblicano con qualche compromesso "repubblicanino", conteranno anche nella madrepatria. L’anno prossimo, infatti, andranno alle urne gli elettori di nazionalità italiana sparsi nel mondo (e dunque non tutti i cinquantotto milioni di stranieri di origine italiana). Potranno eleggere dodici deputati e sette senatori. Non poco, se si pensa che la nuova legge elettorale in discussione in Parlamento assegna confini molto incerti a chi vincerà le prossime elezioni politiche.


Nei mesi scorsi sono spuntate in Italia molte perplessità sull’elezione di questi deputati. Molti partiti hanno paura di quella pattuglia di parlamentari che verrà, di quei volti sconosciuti e "stranieri" sparsi nei quattro continenti, dei quali pochissimi (o forse nessuno) sanno qualcosa. La fanfara dei bersaglieri, il giorno prima della grande parata del Columbus Day, giorno dell’orgoglio italiano, ritma l’allegria in un teatro stracolmo di italiani nel New Jersey, da dove abbiamo iniziato il nostro viaggio nelle comunità italiane nel mondo.

Nello Stato americano del New Jersey, come in quello di New York, stupisce (e ahimè quasi infastidisce) la commozione che brilla negli occhi delle donne e dei vecchi, i loro volti scolpiti, uguali a San Giovanni Vesuviano come qui nel modo di vestire, nel cibo e nei "pendant" delle signore che furono delle loro madri. È la vecchia immigrazione, quella della patria "secondo loro", calda e irreale.

Negli Usa i connazionali residenti (coloro che potranno esercitare il diritto di voto) sono circa 189 mila. Gli italo americani (intesi come cittadini Usa di origine italiana) sono quasi 25 milioni, le associazioni più di 700, i parlamentari federali di origine italiana sono 27 come pure il 25 per cento dei sindaci statunitensi. Sul palco del teatro, complice la visita di tanti politici italiani presenti al Columbus Day, si fanno luce gli aspiranti deputati del collegio estero. Hanno proprio l’aria della vecchia destra, quella dei vecchi miti e delle canzoni di Paolo Limiti che Rai International propina a colazione, merenda e pure a cena. Qualcuno ha persino il suono racchiuso nel nome, come il popolare Cianfaglione, presidente dei Comites di New York (i Comites sono organismi rappresentativi che fanno da filtro fra i nostri connazionali e i consolati).

Il più votato di loro nelle elezioni ai Comites è Angelo Vinciguerra che dice di sé: «Non sono dotto, sono buono». Vinciguerra ha cominciato a far politica il giorno che si è incavolato contro la Rai perché vendeva le partite del campionato italiano di calcio a gruppi privati, che a loro volta le trasmettevano a costi salati. «Ma se dobbiamo pagare pure le partite, che italiani siamo!», commenta Vinciguerra. «Così raccogliemmo 8.000 firme e da quel momento sono diventato "cosa loro"», dice indicando la folla che gremisce il teatro.

E se diventa deputato italiano, Angelo Vinciguerra detto "il buono" farà soprattutto una cosa: «Mi batterò per la lingua italiana: perché è inutile che facciamo i raduni degli italiani se poi i discorsi si fanno in inglese».



Anche Antonio Cardillo da Scauri, arrivato in America nel 1972, del quale si intuisce che è più a destra persino di Rauti, sarà candidato al Parlamento italiano. Cardillo è presidente Usa dei comitati tricolori; per lui vale la regola di Napoleone, per il quale la prima virtù è la devozione alla patria: «Nella vita, fra la mia gente, al lavoro qui a New York. Conobbi Tremaglia anni fa, mi colpì la sua passione per noi italiani all’estero, la sua voglia di darci voto e volto anche in patria. Chi pensa che gli italiani, soprattutto qui in Nord america, siano ormai ricchi signori senza bisogno di nulla, si sbaglia. Abbiamo bisogno di scambi culturali, insegnanti di lingua, professionalità da formare nei campi di eccellenza».

"Campi di eccellenza" spesso fanno rima con i ristoranti italiani: «Siamo le sentinelle dell’Italia all’estero», sorride Rossano Giannini, presidente della Federation Italian Chefs of America, «eppure spesso non riusciamo a capirci con la nostra patria. Quello che serve è tanto scambio con gli chef italiani, abbiamo bisogno di innovazione, mica possiamo restare alla lasagna! Ci dovrà essere pure qualche soldo in Italia per fare un po’ di scambi di uomini!».

A Detroit, patria dell’automobile sempre più in crisi, lo scambio di esperienze umane se lo pagano da soli. «L’emigrazione è cambiata», spiega Luigi Cutraro, ristoratore e animatore di una comunità ormai abbastanza raffinata e benestante, lontano dai deliri di New York, Broccolino e Little Italy, «la comunicazione ci ha avvicinato alla patria, ma anche al mondo. Ora abbiamo bisogno di qualità, soprattutto di mandare i nostri ragazzi in Italia e ospitare noi i ragazzi italiani neo laureati. In tre parole: professionalità, informazione e lingua. Poiché nessuno ci aiuta per adesso facciamo da noi raccogliendo fondi, con i quali finanziamo corsi di studio da e per l’Italia».

Paola Melara De Sandre, trevigiana di ottima famiglia, è arrivata a Detroit a 18 anni per studiare, poi il piacere del mondo nuovo e persino l’amore: «Per me l’America è stata un’opportunità, non un antidoto alla fame. Qui le occasioni da cogliere ci sono davvero e il contesto è affascinante. Sono vicepresidente di una clinica psicologica. Chissà, se in Italia anche questo tipo di professionalità si affermerà». Maria Stante invece a Detroit ci è arrivata con il marito dall’Abruzzo perché aveva voglia di levarsi la fame. C’è riuscita magnificamente, nonostante la morte del marito; la sua impresa di costruzioni va a gonfie vele anche sotto la sua guida. «Soprattutto la mia guida», corregge subito lei, «sa, io sono abruzzese, e quindi sono dura come le pietre».

Giovanni Lojacono invece ha un volto paffuto e morbido, incorniciato da capelli folti, tinti di nero color melanzana: «Per me è importante il rapporto con l’Italia. Torno spesso a Mazara del Vallo, e non solo lì, per studiare le novità, nuovi dolciumi. Io ho il compito di addolcire la vita».

«Bisogna fare attenzione», avverte don Giulio Schiavi, parroco della chiesa di San Francesco a Township, «gli italiani sono cambiati, sono benestanti e conservatori. Spero che questo rapporto con l’Italia, che si svilupperà anche grazie al voto per il Parlamento, faccia capire loro che la madrepatria non è solo un mondo di valori persi nel mito come la famiglia o la solidarietà. Molti si sono dimenticati di come eravamo quando arrivammo, sono diventati spesso ostili e chiusi alla carità».

Cosa nella quale eccelle invece Teresa Nascimbeni, presidente dei Comites di Detroit. L’angelo di Detroit, come la chiamano, che è anche presidente dell’Associazione delle famiglie degli emigranti, aiuta i bambini affetti da malattie degenerative della vista. Magari sarà candidata anche lei.

Luigi Sciortino ha lasciato Bagheria per Buffalo prima e Chicago poi nel 1963, sulle orme del papà che era un ottimo stilista. Luigi e il fratello Agostino hanno tirato fuori un’idea geniale, un bar con tutte le antenne televisive paraboliche disponibili sul mercato: «Chiunque vuole avere informazioni o vedere programmi televisivi dall’Italia viene da noi, perché riusciamo a captare anche la più sperduta emittente della più impensata provincia italiana. Sa, qui ci sono italiani di tutte le provenienze, che invece di sentirsi italiani si fanno il club della propria provincia e spesso del paesino». E che c’entra tutto questo con l’impegno politico nella comunità? «C’entra sì», spiega Sciortino, «mica mi sono messo a fare il politico! Diciamo che gli italiani di tutti i dialetti e provenienze vengono nel mio bar e, insomma..., è venuto naturale diventare la sintesi di tutti».

Luigi Serra, che alterna il toscano a un idioma che sembra la sintesi fra il toscano e l’americano con inflessioni tipiche del quartiere di San Frediano, in America c’è arrivato 39 anni fa, seguendo il profumo di una bella ragazza americana che studiava a Firenze. «L’America mi piace perché qui è tutto semplice, niente burocrazie, in tre secondi hai la patente, la macchina, non devi fare file. Magari i deputati che vi mandiamo porteranno aria nuova a Roma».

Salvatore Ferrigno dice chiaramente che lui è di Forza Italia. A Filadelfia, dove risiede, sta facendo la sua battaglia elettorale sul tema degli anziani perché forse gli hanno detto che in Italia il suo partito si occupa dei poveri e degli emarginati. «Ci sono tremila anziani senza assistenza sanitaria», spiega, «sono nostri parenti in Italia che vorremmo volentieri portare qui e assisterli se solo fosse possibile far valere qui come in Italia l’assistenza».

Il quartiere italiano dei mattoni rossi a ridosso del porto della democratica ed elegante Boston, ormai, è un posto chic. I primi emigranti sono upper class, come si dice qui; classe ricca. Ed è un piacere infinito trovare i nuovi nelle Università più famose del mondo: Mit e Harvard, i templi della scienza e dell’avanguardia.

Leonardo Angelone e Paolo Cassano, ad esempio, sono due ricercatori che fanno parte di un nuovo tipo di emigrante, il pendolare. «È buffo, ma la definizione calza», spiega Leonardo Angelone, «il concetto di partire o tornare non ha più senso. Può capitare che stiamo qui tre anni, poi si torna in Italia altri quattro a insegnare e poi di nuovo qui. Anche il concetto di "fuga di cervelli" è superata. Alcuni ricercatori correggono da qui le tesi di laurea degli studenti in Italia via Internet e completano gli esperimenti negli Usa». «Negli Usa», aggiunge Paolo Cassano, «perché qui c’è veramente la sicurezza di poter scegliere». «Oltre che la bella soddisfazione», aggiunge Angelone, «di scoprire che il lavoro che ho fatto con il mio professore è finito su Nature, la rivista che segnala le scoperte in campo medico e scientifico. Se ne è parlato in tutto il mondo. Il professore mi aveva scelto senza formalità, solo perché mi aveva visto lavorare. Bello, no?». www.famigliacristiana.it




Il puzzle del Dna
In Bosnia per ricostruire la verità, attraverso l'esame dei corpi dei morti ancora anonimi





scritto per noi da
Francesca Micheletti


Verità, giustizia, riconciliazione. Questi i tre passi verso la pace definitiva nei Balcani. In particolare in Bosnia Erzegovina, dove la verità, nella guerra di cifre che ancora divide la popolazione serba da quella musulmana, viene tuttora ricercata attraverso l’unico interlocutore rimasto credibile: la scienza. Con un minuzioso lavoro di esumazione, ricomposizione e identificazione genetica dei cadaveri degli scomparsi, si riesce a dare dei volti e dei nomi alla tragedia. E porre così fine allo scontro fra le opposte verità.

Un duro compito. Un lavoro che viene portato avanti quotidianamente dallo staff della Icmp, la Commissione internazionale per la ricerca delle persone scomparse. Questo organo è presente nella ex Jugoslavia dal 1996, impegnato nella ricerca e nella identificazione di coloro che sono venuti a mancare durante la guerra, rapiti e deportati o uccisi e seppelliti nelle fosse comuni. Il lavoro della Icmp si svolge in collaborazione con i governi delle entità federali in Bosnia, la Repubblica Srpska e la Federazione croato musulmana. In parallelo si svolge l’identificazione tramite il materiale genetico che coinvolge una serie di operatori sul campo, impegnati a raccogliere campioni di sangue dei parenti delle vittime, da abbinare poi a quelle degli scomparsi.
In questi anni, Icmp ha prelevato più di 5500 campioni di sangue, che vengono classificati e analizzati per ricavarne il Dna nel laboratorio centrale di Tuzla. Dove pervengono campioni dagli altri centri Icmp in Bosnia (Sarajevo e Banja Luka), Serbia e Montenegro (Belgrado) e Kosovo (Pristina). Si stima che sia stato raccolto l’80 percento dei campioni necessari ad una identificazione soddisfacente nella sola Bosnia.
Lo scopo principale della Icmp è la creazione di una lista unica degli scomparsi, che sia valida e inconfutabile per tutte e due le parti. “E’ impossibile dialogare finché non si è d’accordo nemmeno su che cosa sia successo” spiega Doune Porter, responsabile comunicazione di Icmp.
Un fattore intimo e privato come la scomparsa di una persona cara è infatti stata trattato e strumentalizzato negli anni successivi a Dayton come una questione politica. “I nazionalisti sfruttano molto le cifre per manipolare le emozioni della gente – spiega la Porter – attraverso il nostro lavoro stiamo cercando di fornire prove inconfutabili di quante persone sono morte effettivamente, sbarazzando il campo da ambiguità che possono essere sfruttate a fini politici”.

Il puzzle del Dna. Edin Jasaragic è il direttore della Divisione Identificativa della Icmp a Tuzla. Nato nella città bosniaca teatro di una delle stragi più cruente della guerra (una bomba all’università che nel maggio 1995 uccise 76 studenti), Edin ha sentito fin da subito come una missione quella di impegnarsi nella ricerca degli scomparsi.
“E’ un lavoro necessario che va terminato”, sostiene con forza. La stessa con cui si impegna, giorno dopo giorno, a contattare le famiglie, a parlare con loro. “Vado a casa di chi ha perso un parente, a spiegare come funziona la procedura del Dna. Trovo famiglie di rifugiati che hanno perso tutto e conservano solo fotografie. Spesso una fotografia unica, sulla quale sono incollati tutti i suoi membri, così da sembrare uniti. In realtà nella foto originaria non erano insieme, sono stati solo incollati insieme”. E’ difficile convincere le persone a farsi prelevare un campione per l’analisi del Dna? “All’inizio, nel 2000, si faceva fatica a spiegare la procedura alle persone – spiega Jasaragic - nessuno voleva credere che sarebbe servito a qualcosa. Adesso praticamente tutti conoscono questo metodo, anzi, tutti vogliono fare il test del Dna. Molte persone sono rifugiati, che tornano in Bosnia, per un viaggio, per cercare i loro cari, o per sempre. Il test d’altronde è semplice: basta qualche goccia di sangue, raccolta su carta assorbente”. Con che stato d’animo le persone vengono a farsi prelevare i campioni di sangue per l’identificazione? “Certo le persone che vengono qua hanno ancora una remota speranza di ritrovare vivi i loro cari. Ma la maggior parte sa che sono stati catturati e molto probabilmente uccisi. Vuole solo avere delle spoglie da sotterrare, una tomba su cui piangere. Mi viene in mente il caso di una madre che si è rivolta a noi perché le erano stati sottratti tre figli durante il conflitto e non sapeva che fine avessero fatto. Il suo desiderio era semplicemente poter dire: 'Ok, mio figlio riposa qui'”. Come funziona l’identificazione tramite il confronto del Dna? “La procedura di identificazione con il Dna, attiva dal 2001, è ormai una prassi consolidata e permette un riconoscimento con un tasso di certezza del 99, 95 percento. E’ sufficiente il sangue di uno o due parenti (figli o genitori) da confrontare con il Dna prelevato dai campioni di materiale organico rinvenuti nelle fosse comuni. Tutto è contenuto in un database elettronico, e se i dati coincidono, la probabilità che le spoglie siano effettivamente del parente è veramente molto alta”.

Storia di una fossa comune. Il lavoro di René Kosalka, canadese, biologa specializzata in antropologia forense, si svolge in parallelo a quello di Edin. René, che fa parte della divisione Esumazione e Analisi della Icmp, passa la sua giornata a seguire gli scavi in diverse località della Bosnia, che portano all’esumazione dei corpi gettati in tempo di guerra nelle fosse comuni. Negli ultimi mesi ha operato a Goradze, Liplje e Suha. Da agosto 2005 a oggi ha assistito alle esumazioni in 45 siti piccoli e 3 fosse di grandi dimensioni. Il suo compito è quello di interpretare il terreno e i resti che in esso si trovano. Ecco come si svolge il suo lavoro quotidiano.
“Il lavoro inizia con l’identificazione del terreno dove è probabile che sia presente una fossa comune. Lo si viene a sapere da testimoni locali, oppure, di recente - i testimoni col tempo diventano sempre di meno - attraverso immagini aeree e satellitari, oppure ancora studiando la conformazione del terreno, la morfologia, le caratteristiche geologiche”. Il linguaggio di René è freddo e scientifico. Cerca le tracce del passato, ricostruisce avvenimenti che solo i carnefici hanno visto, con una precisione lucida, senza abbandonarsi all’emotività. Nel suo passato ha scavato anche fra le macerie del World Trade Center e fra le vittime dello tsunami, in Indonesia. Parla di post mortem damage , danneggiamento post morte, in maniera distaccata, come vuole la sua professione. Dietro a quelle parole ci sono vere e proprie violenze compiute sui cadaveri delle vittime del genocidio, tra i quali più volte i carnefici hanno rovistato per cancellare le prove del genocidio. “Molte fosse sono secondarie o terziarie – spiega René – questo significa che i corpi sono stati rimossi dal luogo dove sono stati seppelliti la prima volta, per essere seppelliti una seconda o terza volta. Con l’effetto di smembrare e decomporre i corpi: spesso si trovano corpi senza bacino, o senza testa, o senza arti”. René è in grado di ricostruire con precisione anche come sono stati effettuati gli scavi. “Quasi tutte le maggiori fosse sono state scavate con dei front-end-loader truck, macchine escavatrici con la pala frontale, lo si vede dal segno dei dentelli sulle pareti delle fosse, e dalle impronte delle gomme, spesso visibili soprattutto su terreni argillosi”. La pala ha anche determinato lo smembramento dei corpi, spezzandoli in due o più parti. La profondità media di una fossa comune varia, ma in media è di 3-4 metri. Ci sono poi le eccezioni: “Ne abbiamo trovate alcune anche a 80 metri di profondità, dove i corpi sono stati gettati in cavità naturali, come pozzi o canyon o grotte. Più difficile ancora il lavoro su siti dove ci sono stati incendi – racconta l’antropologa - i corpi bruciati lasciano dietro di sé solo piccoli frammenti di ossa. E spesso è accaduto che i siti venissero manomessi durante la notte mentre eravamo all’opera su uno scavo”.

Ricostruire il futuro. Oggi la popolazione ha imparato a riconoscere i team dell’Icmp, e si mostra comprensiva e disposta ad aiutarli. “Spesso ora i residenti ci portano anche il caffè e il pranzo. Siamo infinitamente riconoscenti a loro per questi segnali di collaborazione” dice l’antropologa. Sul sito degli scavi d’altronde sono solitamente presenti anche i parenti delle vittime, membri delle varie associazioni dei familiari come le Madri di Srebrenica. Soprattutto negli anni passati, vi era sempre una presenza militare, oltre agli avvocati e ai legali che si occupano delle indagini, e i media. “A volte è difficile concentrarsi” ammette René. René è una professionista dell’investigazione mortuaria. Non vuole parlare delle proprie motivazioni profonde o dell’emotività che può scaturire facendo un lavoro del genere, che tra l’altro, ammette “Ai tempi dell’università mai mi sarei sognata di fare”. E’ il “valore umanitario” dell’impresa che la spinge, la sensazione di partecipare ad un processo che porterà alla giustizia e alla riconciliazione. Una cosa ha imparato, nella sua esperienza balcanica, e la condivide volentieri: “Nel mondo, soprattutto quello occidentale, siamo abituati a vedere tutto scorrere e cambiare velocemente. La riconciliazione invece è un processo lentissimo, che richiede molto, molto tempo”. www.peacereporter.net


Il "Momento alla LaRouche" del sen. Reid

Rivolgendosi a giornalisti e attivisti di partito, il 9 novembre, il presidente del partito repubblicano Ken Mehlman ha criticato le esternazioni del sen. Harry Reid nella conferenza stampa del giorno prima, in cui Cheney è stato additato come il centro della corruzione e dei disastri politici. Mehlman è arrivato ad accusare il sen. Reid di avere "un momento alla Lyndon LaRouche".
"Non è interessante?" ha commentato LaRouche. "Dopo la conferenza stampa tenuta dal sen. Reid martedì, la Casa Bianca e i suoi alleati nei mezzi d'informazione hanno fatto il possibile per eliminare ogni notizia sulle dichiarazioni del sen. Reid sul conto del vice presidente. Poi però sono arrivati i risultati delle elezioni di martedì, in cui il partito democratico ha raccolto vittorie decisamente incoraggianti. Dopo aver ricevuto le e-mail disperate sull'andamento del voto, mercoledì, il presidente della direzione repubblicana si è lasciato andare alle sue sciocche esternazioni.
"Suppongo", ha continuato LaRouche, "che, andando alla sostanza, i repubblicani sono così malconci, a motivo della batosta elettorale subita, che adesso temono la mia influenza politica. Hanno paura del ruolo che posso ricoprire, specialmente ora che il partito democratico sta passando in vantaggio, cosa certa se i repubblicani continueranno a comportarsi come hanno fatto alle elezioni di martedì.
"Ci sono alcuni repubblicani" ha concluso LaRouche "per i quali rappresento un'ossessione, da decenni, da quando ebbero modo di constatare, da vicino, la mia collaborazione con l'allora presidente Ronald Reagan nel mettere a punto ciò che diventò l'Iniziativa di Difesa Strategica. Per alcuni repubblicani - ed essi sanno chi sono quindi non faccio i nomi - da allora questa mia collaborazione con Reagan sulla SDI è un'ossessione completa".


Le perdite elettorali dei repubblicani
L'8 novembre si è votato in alcuni stati e in molti comuni degli Stati Uniti e i repubblicani hanno constatato come il presidente Bush stia portando il partito alla rovina. Anche se è vero che in molti casi i democratici sono riusciti a mobilitare la loro base elettorale, i repubblicani debbono le numerose sconfitte alla demoralizzazione che serpeggia nel loro elettorato tradizionale.
In particolare in Virginia e in California il movimento di LaRouche ha svolto un ruolo importante nelle vittorie democratiche e nella "terminazione" di Arnie Schwarzenegger, il quale ha perso i referendum da lui indetti per tagliare componenti essenziali dello stato sociale in California.
In Virginia Tim Kaine è stato eletto governatore con il 52% dei suffragi, contro il 46% del rivale repubblicano Jerry Kilgore, sebbene per questi si fosse mobilitato lo stesso presidente Bush. Un analista elettorale ha riconosciuto come la diffusione di materiale informativo dei giovani di LaRouche, dall'aeroporto alle principali zone della Virginia settentrionale, abbia "creato un clima anti Bush", che è riuscito a contagiare persino strati di repubblicani e fondamentalisti religiosi.
Nel New Jersey il senatore democratico John Corzine è stato eletto governatore con 1,2 milioni di voti: 53% contro il 43% del rivale Forrester. Si calcola che i democratici recatisi alle urne siano stati il 3% in più rispetto alle presidenziali, ottenendo una maggiore rappresentanza anche nel parlamento dello stato.
Nell'Ohio il segretario dello stato, il repubblcano Blackwell, ha riconosciuto che la base del suo partito ha in parte disertato le urne. Gli elettori hanno anche approvato un'autorizzazione affinché lo stato emetta 2 milioni di dollari di obbligazioni per finanziare importanti progetti infrastrutturali, chiamati "Jobs for Ohio". www.movisol.org





WSIS: LA MONTAGNA HA PARTORITO UN TOPOLINO



Un generico impegno,ma nessuno stanziamento concreto per colmare il gap digitale tra Nord e Sud del mondo. Mentre nessun passo avanti è stato fatto sul fronte di chi gestirà il futuro di Internet.

Questo l'esito del summit sulla "Società dell'informazione", che per 3 giorni ha visto a Tunisi delegati di 176 Paesi. Il vertice riafferma la validità dei punti delineati a Ginevra due anni fa, ma non mette in campo gli strumenti per ottenere i risultati auspicati.

Il Fondo di solidarietà volontario, destinato a finanziare progetti in Paesi emergenti, ha raccolto ad esempio solo 8 milioni di dollari.

Sul controllo di Internet, poi, la montagna partorisce un topolino: l' ONU decide di non decidere e la gestione della rete rimane sostanzialmente nelle mani degli Usa. L’unico punto su cui si è trovato un accordo è l’istituzione dell’Internet Governance Forum che l'anno prossimo, sotto l'egida dell’ONU, si riunirà per la prima volta. Si occuperà di tutti i fronti caldi delle nuove tecnologie: dal crimine informatico allo spam, dal digital divide alla sicurezza informatica. Sarà, però, un organismo internazionale a carattere consultivo, quindi privo di poteri decisionali.

È l’americana Icann la struttura unica che gestisce gli indirizzi e i domini. Senza di esso la Rete non potrebbe funzionare. Il rappresentante degli Usa al forum di Tunisi, il sottosegretario al commercio Michael Gallagher, sostiene che finora internet ha funzionato benissimo e “non ha senso affidare la guida di una locomotiva a cento macchinisti diversi”.

Il rischio paventato da Gallagher, è che, delegando all’ONU il controllo del Web, paesi come Cina e Iran (che “imprigionano chi esprime libere opinioni online”) abbiano lo stesso peso degli altri paesi democratici. Meglio, dunque, mantenere lo status quo.

“I governi non devono controllare la rete”. Questo è il pensiero che Lucio Stanca, Ministro dell’Innovazione e rappresentante del Governo italiano, aveva espresso alla vigilia del summit di Tunisi. È opportuno ricordare, invece, che l’Icann, pur essendo una società privata, è sotto il diretto controllo del Ministero del Commercio Usa e, quindi, del Governo.

Che l’Icann abbia un potere strategico è indubbio: l'International Herald Tribune ha ricordato che nel 2004 l’organismo ha bloccato per cinque giorni tutti i domini internet (e-mail incluse) con suffisso .ly, proveniente dalla Libia. E' bastato questo per isolare in modo consistente il paese dal resto del mondo commerciale e dell'informazione.

Quanto al digital divide, il Summit ha adottato una agenda (Agenda di Tunisi) che prevede una strategia per colmare il gap, ma nessun impegno hanno voluto prendere i ''ricchi'' a contribuire al Fondo di solidarieta' digitale lanciato a Ginevra nel 2003 in occasione della prima fase del summit dal presidente senegalese Abdoulaye Wade, il quale si e' comunque rallegrato che a Tunisi l'Africa abbia potuto ''prendere il treno'', affermando che ''anche se sul vagone di coda, e' meglio di niente''.

L'accesso ad Internet e alle tecnologie dell'informazione, e allo sviluppo sociale, economico e culturale che ne consegue, e' ancora un sogno per oltre l'80% della popolazione mondiale e Wade ha detto di riporre molte speranze nel pc a 100 dollari destinato ai bambini dei paesi in via di sviluppo inventato da Nicholas Negroponte, che lo ha presentato al Smsi assieme al segretario generale dell'Onu Kofi Annan. Ma la strada da fare e' ancora lunga per arrivare ad una riduzione dei costi delle Ict- che secondo Annan dipende solo dalla volonta' politica dei paesi industrializzati- perche' gli 800.000 villaggi che ancora mancano all'appello possano entrare a far parte del ''villaggio planetario dell'informazione'' entro il 2015 come auspica il segretario generale dell'Onu.

Il Wsis si è chiuso anche con una durissima presa di posizione di Amnesty international, che mette in dubbio la legittimità dell’ Onu come organizzatore del summit e secondo cui ''un vertice che ci svolge in queste condizioni non ha ragione di tenersi''

''Disinformazione, censura, repressione e indignazione sono le parole che mi sono rimaste in mente dopo aver partecipato come rappresentante della societa' civile al vertice'', ha dichiarato il capo della delegazione di Amnesty Javier Zuniga in una conferenza stampa.

''Un vertice che ci svolge in queste condizioni non ha ragione di tenersi'', ha dichiarato Zuniga all'indomani della chiusura del vertice.

Amnesty chiama in causa ''la legittimita' dell'Onu'' come organizzatore del vertice e chiede alle Nazioni Unite di ''organizzare un'inchiesta sulle restrizioni imposte alla societa' civile prima e durante il vertice e di pubblicarne i risultati''.

Zuniga ha insistito sulla necessita' di ''garantire in futuro la piena partecipazione e protezione dei militanti della societa' civile in vertici simili''.

(Gaetano Mancarella, ansa, afp) /www.lsdi.it



novembre 20 2005

Il caratteraccio (salvo) della rete

Scusate il post lungo, ma è bene che almeno il sottoscritto, come vecchio reporter italiano di Internet, ve la racconti tutta (quella che sa) sul vertice di Tunisi...

Disclaimer...

Dato che è stato pubblicato su Nòva di giovedì scorso (ormai è letteratura) ed è stato pure commentato qui sui blog mi pare giusto riprodurre qui l'articolo che ho scritto dal vertice di Tunisi. In modo che ognuno se ne possa fare un'idea, soprattutto per la partita politica, piuttosto rilevante, che vi si è giocata.

Credo sia importante che la rete italiana sia ben informata (per quanto posso contribuire) e possa discutere di questi temi. In appendice ai due articoli pubblicati dal Sole-24 Ore aggiungo alcune considerazioni, che spero siano utili a meglio focalizzare e completare l'intera questione. Comprese alcune implicazioni sul futuro che ritengo piuttosto importanti. E che non ho potuto spiegare, per ragioni di spazio, negli articoli sul Sole-24 Ore.

1.Introduzione: il pezzo su Nòva


Internet è un'adolescente sotto i vent'anni. Con tre caratteristiche importanti, forse tipiche della sua età. Primo: è un organismo vitale, come l'insieme di un miliardo di persone connesse e innumerevoli imprese innovative e associazioni. Secondo, ha un caratteraccio tutto suo. È nata libera, dai ricercatori, mette in discussione tutto, cerca la verità, condivide, non tollera barriere, catenacci o imposizioni. Se può, le scassìna o le aggira con ogni mezzo. Terzo, accetta solo forme di autogoverno partecipato e consensuale, al minimo necessario. Si è dedicata, dalla nascita, all'erosione sistematica dei suoi nemici giurati: la burocrazia e il segreto.

Però l'adolescente, come i suoi pari, è anche pieno di problemi. C'è disordine nella sua stanza affollata di computer. Spam, virus, pornografia, pirateria, transazioni truffaldine, siti camuffati, stati che limitano, filtrano o puniscono con la galera la libertà di parola. Ha bisogno di crescere, la Rete, fino a diventare creatura adulta. Ma a modo suo, in modo nuovo.

Non certo come sembravano mettersi le cose nel 2001 quando, dai burocrati di Bruxelles partì il primo segnale: Internet è un gigante planetario, non può continuare nell'anarchia originaria e nel controllo esercitato unilateralmente dagli Usa. Governo internazionale della Rete? Chi meglio dell'Onu? E chi, nell'Onu, meglio dell'Itu (International telecommunications union), l'organismo che prima fece parlare tra loro i telegrafi e poi i telefoni del pianeta? Ergo: affidiamo all'Itu il compito di organizzare un'assemblea mondiale della Rete per venirne a capo.

«Gli squali dell'Onu cominciano a nuotare intorno alla nostra Internet», commentò un blogger americano. Alla prima assemblea mondiale della Rete, tenutasi a Ginevra nel 2003, tra i 10mila convenuti gli statunitensi erano pochissimi. Il Wsis (World summit on information society) veniva vissuto quasi come un affronto a quel buongoverno della Rete esercitato dall'Icann, l'Internet corporation for assigned names and numbers, fondata sotto la presidenza Clinton e blandamente controllata dal dipartimento del Commercio Usa.

Con soli 47 dipendenti, un amministratore delegato australiano e un comitato consultivo composto da rappresentanti di 15 paesi, l'Icann finora ha presidiato l'unico punto centralizzato di un sistema, qual è l'Internet, altrimenti completamente distribuito e autoregolato. Ovvero il suo grande elenco telefonico, il sistema di dominii, di nomi e di indirizzi che consente a milioni di computer di trovarsi, riconoscersi, parlarsi.

Il Dns (Domain name system) è l'ordinamento urbanistico della grande città virtuale. Definisce i quartieri (quello commerciale è il .com, quello degli attivisti è il .org, quello italiano è il .it) e, tramite l'assegnazione dei numeri di rete, quante case si possono costruire. Il tutto tramite il testo sacro di Internet, il root.file, che poi si propaga sulla grande maglia dei router. Ma le cui chiavi le tiene solo l'Icann. E l'ultima parola spetta al suo azionista unico: Washington.

Uno status quo inaccettabile, per il Wsis, per l'Itu, per l'Europa, ma anche per Asia e America latina. Per questo l'Icann fu messa sotto accusa nel 2003 a Ginevra. E fu l'apertura di una controversia politica che, nei due anni successivi, andò silenziosamente crescendo di tono. Fino a far temere a molti il peggio: ovvero l'esplosione della Rete, in tanti Dns separati, tanti check-point per passare, per esempio, dall'Internet anglofona a quella cinese. E sul quel punto di passaggio avrebbero potuto comodamente istallarsi i 150mila poliziotti che oggi filtrano la libertà di parola politica in Cina. Oppure gli iraniani con i loro blogger in galera, o i cubani che la pattugliano in cerca di dissidenti.

Il peggio sembrò vicino questa estate quando, nei lavori preparatori alla seconda e finale grande assemblea, la tre giorni Wsis apertasi ieri a Tunisi con 23mila registrati, i nodi vennero al pettine. E furono proprio gli europei a fare la voce grossa con gli americani. I delegati di Bush risposero: l'Icann non è negoziabile.

Muro contro muro? Americani contro resto del mondo? Non è andata così, per fortuna. In realtà, dentro lo schieramento europeo due partiti si combattevano. Da un lato i tradizionalisti a favore di organismi intergovernativi, Onu o Itu. Dall'altro i "moderati". Quelli che, sì, accettavano che l'adolescente smettesse i blue jeans americani, ma secondo la sua cultura partecipata, conversativa, autogovernata. Violare questo, dissero italiani, inglesi, scandinavi, canadesi, significa rovinare il meglio che questa esperienza Internet sta offrendo all'evoluzione dell'umanità: la Rete bidirezionale aperta a tutti. Gli americani si ammorbidirono. E in Europa fu battaglia al consiglio dei ministri europei. Vinton Cerf, uno dei fondatori di Internet, mandò una email accalorata a Lucio Stanca, uno dei capofila del compromesso. Non mollare, vai avanti, stai facendo il bene della Rete. E il vento, anche a Bruxelles, cominciò a girare.

In pratica i moderati europei hanno raccolto qui a Tunisi la loro vittoria. Kofi Annan, poco prima del vertice, fece diffondere sui quotidiani mondiali un articolo che cancellava ogni ipotesi di governo della Rete in chiave Onu (o Itu). La mediazione prese quota. Su due assi. Costruire innanzitutto un grande forum di discussione aperto a tutti i soggetti della Rete per parlare di linee guida e risolvere i problemi della Rete adolescente. Cinque anni di durata, gestito dal palazzo di Vetro, con tre presidenti rappresentativi dell'Internet, dei cittadini, delle imprese,dei governi. Uno spazio aperto, non un organismo nominato dall'alto.

E, allo stesso tempo, una graduale internazionalizzazione dell'Icann. Fino a farla diventare un'autorithy sovranazionale, super partes. Nessuno, qui a Tunisi, se l'è sentita di far fallire il vertice, con il rischio di innescare la grande esplosione. L'adolescente ora può crescere. Ci vorrà tempo, ma almeno il suo caratteraccio è salvo.

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2.Sul Sole-24 Ore quotidiano dello stesso giorno:

TUNISI - Quale sarà il futuro del governo di Internet? La domanda se la pongono in molti dopo la svolta annunciata ieri dal segretario generale dell'Onu Kofi Annan, di fronte alla platea dei 23mila registrati al Summit mondiale sulla società dell'informazione. Stipati all'inverosimile sotto tendoni arroventati dal Sole tunisino e (soprattutto) dagli implacabili fari degli stand, i 23mila convenuti da ogni paese del pianeta da oggi sanno che Internet chiude una fase e ne apre una nuova.

Finisce l'era del la rete di reti governata informalmente, e al minimo indispensabile, dai tecnologi e dai ricercatori, ma allo stesso tempo non arrivano calati dall'alto i politici e i burocrati che qui hanno cesellato, in trentasei ore di estenuanti trattative, ogni parola della dichiarazione finale di Tunisi.

Internet non sarà preda di un comitato intergovernativo, come proponevano qualche mese fa i cinesi e persino qualche funzionario di Bruxelles. Piuttosto creerà il suo governo da sé, secondo il suo stile partecipato e pragmatico. E gli americani dell'Icann si adegueranno, fino ad abolire il loro monopolio di fatto sul governo della rete. Per ora, però, la diplomazia Usa può cantare vittoria. L'Icann, controllata da Washington, continuerà a gestire l'ordinamento degli indirizzi della rete. Ma entro due o tre anni le comunità di rete cominceranno ad andare oltre il solo indirizzario, si attaccheranno le distorsioni tuttora incontrollate: il fiume di spam che inonda le mailbox, le truffe e i virus, la pornografia troppo accessibile, le violazioni ai principi di libertà di parola. E saranno necessarie nuove soluzioni e quindi nuove task forces.

Il punto d'attacco, invece che in una frettolosa incastellatura burocratica, starà in un processo, che non si annuncia né breve né facile. Ovvero l'apertura di una grande discussione organizzata sul governo della rete, monitorata da Kofi Annan e lunga almeno cinque anni. Accoglierà i pareri e le proposte di tutti: tecnologi, governi, attivisti e persino singoli volontari di Internet.

La rete ha bisogno di diventare adulta, dice il ministro dell'Innovazione Lucio Stanca, e rivendica una leadership italiana su questo forum, la chiave che ha sbloccato la controversia tra Usa e resto del mondo. E intanto anticipa i tempi dell'Onu. Ieri ha subito lanciato l'idea di un primo forum pilota europeo, che la Commissione europea ha accettato. Come dire: partiamo dall'Europa per internazionalizzare le idee sul nuovo governo della rete. Ma in concreto? Oggi la gestione della struttura di Internet è fatto da meno di diecimila persone, tra i 47 dell'Icann, le cinque autorità continentali (Ripe), i 200 registri nazionali e di settore. L'intero sistema si autofinanzia con l'assegnazione di numeri e dominii. Una piramide piccola, agile per una rete di un miliardo di utenti.


L'Icann non dipende da nessuno per pagarsi le sue attività. «Autofinanziarsi significa indipendenza dai governi e dalle burocrazie - dice Stefano Trumpy, vicepresidente dell'organo consultivo multinazione dell'Icann, che ha trecento associati - se riuscissimo a trovare soluzioni altrettanto autonome, agili e efficaci anche per gli

altri problemi della rete sarebbe l'uovo di Colombo». «La partecipazione attiva è sempre stata lo stile della rete - afferma John Crain, responsabile tecnico dell'Icann - noi staremo dentro pienamente i forum e siamo pronti ad accettare qualsiasi critica, idea o proposta». Come quella di contrapporre allo spam un sistema mondiale di posta elettronica certificata, con tanto di bollino blu (remunerato, come oggi gli indirizzi) da parte di un'agenzia-network anti-spam? Oppure lo sviluppo di nuove soluzioni di sicurezza? La nascita di nuove entità di governo?

«L'Internet society , detta Isoc, è l'associazione dei padri fondatori di Internet - spiega Trumpy - ha avuto un ruolo storico ma era in cattive acque fino a quando l'Icann non le ha affidato la gestione dei dominii non profit, il .org. Oggi veleggia bene e con la sua autorevolezza potrebbe anche costruire e gestire concretamente, sulla Rete, i forum sulla governance. E poi andare anche oltre».

Un modello nuovo quindi potrebbe esserci. Costruire una network di entità differenziate, ciascuna attiva su una singola classe di problemi, ciascuna la più indipendente e autonoma possibile, perché fondata su un suo business model e sottoposta di continuo allo scrutinio del popolo della rete, di qualsiasi nazione esso sia.

«Tutto ciò non esclude ma anzi rende necessaria anche la grande azione politica - aggiunge Crain - per esempio sullo spam abbiamo bisogno di legislazioni uniformi a livello mondiale, con precise norme punitive e disincentivanti. Abbiamo bisogno di comunità legali attive in ogni paese, e anche dei politici».

Il Governo di una creatura complessa come è Internet, come si vede, è ancora tutto da costruire.

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Considerazioni aggiuntive:

3. Ovvero: come davvero l'ho capita.

1. Prima a Ginevra e poi a Tunisi si è giocata una grossa partita diplomatica, tra governi e lobbies, per il controllo politico dell'infrastruttura-speranza dell'umanità.

Nel 2001, quando è partita tutta l'operazione Wsis, George Bush era appena salito al potere. C'era stato l'11 settembre e iniziava la guerra infinita al terrorismo. Molti governi, e l'Unione europea in prima fila, erano fortemente preoccupati per il governo unilaterale di Internet, nelle mani di un'amministrazione Usa fortemente aggressiva (a torto o a ragione, i posteri giudicheranno...).

La tensione, esplicita, era verso una rapida internazionalizzazione del controllo della rete. In maniera da arginare o limitare possibili Patriot Act dentro internet, ovvero (de facto) il suo snaturamento.

Questa paura portava il campo non-Usa (sotto sotto Francia e Germania in prima fila, ovvero i paesi eur