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dicembre 31 2005
Massimo Riva
La Cina ci fa le scarpe
Il prossimo passo sarà il sorpasso anche nei confronti di Francia e Regno Unito con il balzo di Pechino al quarto posto nella classifica mondiale dei Pil
La notizia che, a conti rivisti per il 2004, la Cina ha scavalcato l'Italia, conquistando il sesto posto nella gerarchia delle potenze economiche mondiali è soltanto la certificazione di un evento ampiamente annunciato. Il prossimo passo, quando si tireranno le somme del 2005, sarà il sorpasso anche nei confronti di Francia e Regno Unito con il balzo di Pechino al quarto posto nella classifica mondiale dei Pil, a non grande distanza dalla Germania. Paese che, a sua volta, non sembra destinato a reggere a lungo sul terzo gradino del podio visto l'ampio divario fra i tassi di crescita della sua economia rispetto a quella dell'ex-celeste impero in aumento da un decennio a ritmi fra il 9 e il 10 per cento.
Naturalmente, le statistiche ufficiali non prendono in considerazione il contributo dell'economia sommersa alla reale stima del prodotto interno di ciascun paese. E, sotto questo profilo, un po' di più l'Italia e un poco meno Francia e Germania hanno di sicuro una riserva di ricchezza da far pesare in una classifica che tenesse pieno conto dei valori effettivi. Ma si tratta di una magra e soprattutto passeggera consolazione: quand'anche il sorpasso effettivo della Cina sui paesi europei dovesse realizzarsi in termini reali fra due o tre anni, cambierebbe assai poco.
Comunque, nel volgere di poco tempo, il vertice dell'economia mondiale sarà rappresentato dagli Stati Uniti e da due paesi asiatici, il Giappone e la Cina. Per avvicinare i quali forse potrà non bastare più nemmeno sommare tutti insieme i Pil dei dodici soci dell'euro ovvero dei venticinque dell'intera Unione. Cosicché finirebbe per concretizzarsi una situazione davvero stravagante perché quell'area europea, che oggi si presenta come il mercato a più alta intensità di ricchi consumatori, risulterebbe relegata in terza o quarta fila quanto a produzione di ricchezza. I paradossi in economia non hanno le gambe lunghe: quanto potrebbe reggere questo divario fra tenore dei consumi e valore della produzione?
Di fronte al nuovo panorama geoeconomico mondiale, ridisegnato dal 'boom' cinese, finora i paesi europei hanno trovato una fragile e parziale compattezza soltanto nelle battaglie di retroguardia in tema di dazi doganali. In positivo ciascuno si è mosso per suo conto: Londra e Parigi concordando con Pechino una cospicua fornitura di Airbus, ancora Parigi vendendo centrali nucleari e Berlino treni ad alta velocità. Recriminare sulla prevalenza di queste spinte alle intese bilaterali con la Cina è realisticamente tempo perso: allo stato dei fatti dell'Unione, è naturale che la pressione degli interessi nazionali continui a dominare il campo. Anzi, meno male per l'Europa tutta che almeno qualcuno si dia da fare per inserirsi profittevolmente su quel grande mercato in così veloce espansione.
E l'Italia, in questo quadro? I nostri maggiori sforzi per bilanciare l'interscambio con la Cina sono stati affidati a settori come il tessile, le calzature, l'abbigliamento nella presunzione di una certa superiorità stilistica in materia. Un altro segno delle nostre difficoltà strutturali: perché ce ne vogliono di paia di scarpe per pareggiare il conto con un solo Airbus. www.espressonline.it/
Il dovere della diversità Antonio Padellaro
da l'Unità - 31 dicembre 2005
Se la sinistra andrà al governo in cosa sarà diversa dalla destra? D'accordo, è una brutta domanda da farsi a poche ore dal 2006, mentre scoccano gli ultimi cento giorni di Berlusconi e finalmente si annuncia l'alba di un nuovo giorno, almeno così speriamo. Ma sono le cattive domande che spesso ci danno le risposte vere perché di verità abbiamo un enorme bisogno per tirarci fuori da questa pioggia acida di verbali, intercettazioni, tesori e tesoretti, zuppi d'incertezze e con la paura che diventi nubifragio. Colpito dalla vicenda Consorte scrive dunque a Repubblica, Andrea Monni di Vaiano (Potenza) e chiede conforto: ditemi che la sinistra è ancora diversa. Anche qui una lettera trafitta d'interrogativi. Davvero la discriminante fra destra e sinistra sono i soldi? Davvero non c'è nessuna differenza etica e morale fra destra e sinistra quando si devono affrontare scalate bancarie oppure far quadrare i bilanci? Davvero si può usufruire senza sentire nessun brivido di scudi fiscali o condoni? E poi la freccia che fa più male. Allora sono io assieme ad altri milioni di cittadini che in questi anni bui per il paese, per i diritti, per il lavoro, hanno difeso gli attacchi continui di chi mette sullo stesso piano destra e sinistra. Sono io, dice Monni, un povero pirla, sono io quello che sbaglia? Nella testa del lettore Andrea, che immaginiamo giovane e sentiamo animato da sana intransigenza, frullano gli stessi nostri, e forse gli stessi vostri cattivi pensieri. Ma non è detto che siano tutti pensieri giusti. Non staremo qui a impelagarci in discussioni spesso oziose sul diritto delle coop a scalare le banche o sulle cattive frequentazioni dei vertici Unipol.
O sulla sacrosanta prudenza che i leader ds avrebbero dovuto usare nel mescolare la politica agli affari. Sono i sermoncini del giorno dopo, attività che conta specialisti anche a sinistra, ma che nulla aggiungono alla sostanza del problema. Perché descrivere veri e propri colossi industriali e finanziari come venditori di piselli o di polizze ai compagni, è un modo macchiettistico per delegittimare un'operazione di mercato di valore strategico alla vigilia delle autorizzazioni di Bankitalia. Consorte ha sbagliato a fare combutta con i Fiorani e i Ricucci? Consorte si è dimesso a tempo di record. Si è reso colpevole di comportamenti illegittimi? Ne risponderà ai magistrati. Quanto alla distinzione tra i politici cattivi (che discorrono al telefono di opa), e quelli buoni che arrossirebbero solo a sentir proferire così volgari espressioni, via non prendiamoci in giro. In questo caso, verrebbe da dire, l'unica vera differenza è tra i politici intercettati e quelli no. Questo significa che quando si parla di soldi è inutile fare gli schizzinosi e che ha ragione il lettore Andrea quando teme che in fatto di etica pubblica sinistra e destra siano, in fondo, la stessa cosa? No che non è così. Cinque anni di governo Berlusconi basterebbero di per sé a spiegare quanto questa equivalenza sia impossibile. Il concetto di diversità che Enrico Berlinguer attribuì alla sinistra come depositaria di una visione morale ignota ai governi democristiani di allora, oggi va capovolto in negativo. Moralmente diversa è quella destra che ha fatto strame della legalità, concedendo al proprio leader tutti i salvacondotti di cui aveva bisogno per sottrarsi alle sentenze dei tribunali, prescrivendo la corruzione, depenalizzando i più gravi reati finanziari e accanendosi contro i ladri di polli. I banchieri alla Fiorani che derubano i propri correntisti fanno giustamente sensazione. Ma è un danno alla comunità non paragonabile alla catastrofe provocata dai crack Cirio e Parmalat sui risparmi di migliaia di famiglie, nel silenzio dei famosi salotti buoni e dei loro indignati portavoce. E non ha torto il ds Massimo Brutti quando fa notare i due pesi e le due misure adottati da molti giornali (non parliamo dei tg) nel valutare i comportamenti dei partiti. Le accuse a due sottosegretari, un ministro e un presidente di commissione del centrodestra di aver lavorato sottotraccia, da talpe e da spie, per l'ex presidente della Bpl, rapidamente scomparse dai notiziari. Per giorni titoloni sulla barca di D'Alema e relativo leasing. Nessun complotto, per carità. Anzi, questo genere di trattamento è la dimostrazione della grande responsabilità politica e morale che grava sull'Unione e sui ds che della coalizione sono la componente maggiore. Centrosinistra a cui dopo gli anni bui del berlusconismo e la dura opposizione condotta in Parlamento e sulle piazze non sarà, come è giusto, perdonato nulla. Neppure il sospetto, insomma, che si possa arrivare, per pigrizia, per accomodamenti o per inciuci a una sorta di berlusconismo senza Berlusconi. Spetta alla sinistra un obbligo della diversità difficile da garantire sempre e comunque dal momento che la sinistra stessa governa o partecipa al governo della maggior parte di regioni e province e di quasi tutte le grandi città. È il segno della fiducia che la grande maggioranza degli italiani ripone nel cambiamento. Ma è anche un obbligo a fare qualcosa di buono. A non deludere le aspettative dei tanti Andrea che il prossimo 9 aprile vogliono dare un senso al loro voto.
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Il bilancio Quel che rimane del 2005 Nicola Tranfaglia
Quando un anno sta per finire è costume tra amici augurarsi un nuovo anno migliore di quello che se ne sta andando. Ma, da un po’ di tempo a questa parte, si è diffuso un minore ottimismo sui destini futuri e sento sempre più spesso dire: speriamo che non sia peggiore di quello appena trascorso. Resta il fatto che, se dovessi indicare con poche parole il bilancio del duemilacinque, i sostantivi che mi vengono in mente prima di altri sono: «attentati», «proteste», «scandali», «grandi calamità naturali». Tra le proteste indicherei tre episodi che hanno colpito tutti gli osservatori, in Italia e in Europa: la ribellione dei quartieri popolari di Parigi nata dalla morte di due marocchini il 27 ottobre scorso e divenuta una grande rivendicazione di eguaglianza e partecipazione da parte di cittadini francesi che si sentivano esclusi dalla democrazia repubblicana di Chirac.
Sempre nel mese di ottobre, il 16, la consultazione per le primarie in Italia che hanno segnato nello stesso tempo il desiderio di partecipare alla scelta del leader dell’Unione e la forte volontà unitaria dell’elettorato di centro-sinistra che ha indicato Romano Prodi come il candidato alla presidenza del consiglio nelle prossime elezioni politiche; infine la forte protesta a Venaus contro l’alta velocità in Val Susa che ha messo insieme l’opposizione contro uno sviluppo poco sostenibile e la critica a un potere politico che a volte decide dall’alto piuttosto che dialogare e convincere con buone ragioni i governati. Tutti e tre gli episodi mostrano la debolezza e la necessità di rinnovamento della politica in Italia come in Europa. Gli anni Novanta hanno portato a riforme troppo mediate e parziali;si impone ora, e nei prossimi anni, la necessità di riforme radicali come ha già ricordato Prodi. Anche gli attentati terroristici hanno segnato la nostra vita nell’anno che si sta chiudendo. Da lontano, ma fino a un certo punto, quelli che hanno contraddistinto l’occupazione dei “volenterosi “ nell’Iraq e nell’Afghanistan piegati soprattutto dalla potenza angloamericana. Sono morti più di duemila soldati americani, centinaia di soldati alleati (anche venti italiani) e oltre trentamila iracheni. Una guerra sanguinosa per togliere di mezzo il tiranno e antico alleato degli americani Saddam ed esportare sul filo della spada una democrazia di tipo occidentale che tarda a impiantarsi in un Paese che ha proprie tradizioni politiche e tribali. Ma la “guerra santa”, il Jiad, dopo il terribile attentato dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York, è sbarcata già due volte sul continente europeo: l’anno scorso a Madrid e quest’anno il 7 e il 21 luglio a Londra dove sono morti inglesi e stranieri, lavoratori e turisti che vi si trovavano per caso. Gli attentati in Europa dimostrano che il terrorismo fondamentalista islamico è presente nei nostri Paesi e si alimenta ogni giorno di fronte alla politica di guerra preventiva che conducono gli Stati Uniti di Gorge W.Bush e dei suoi alleati Blair e Berlusconi. È difficile combatterlo e vincerlo se non si va alla radice delle sue origini, radici politiche ed economiche oltre che ideologiche e religiose. L’Europa in questo scontro è di fatto assente ed è un elemento negativo e preoccupante per i destini del mondo. Se il vecchio continente non procederà più speditamente verso la sua unificazione politica, oltre che economica, si sentiranno effetti sempre peggiori della guerra americana contro il terrorismo. Esiste una perdurante, estesa ingiustizia nei rapporti economici e finanziari tra l’Occidente e i Paesi sottosviluppati e non appare ancora nessun segno di un progetto che porti a un assetto più equo nel mondo attuale. L’altra parola che viene in mente è quella degli scandali che si registrano dovunque ma che in Italia quest’anno hanno avuto una declinazione particolare: quella delle banche e delle relative scalate. Mentre scriviamo questo provvisorio bilancio del 2005, quello che sembra emergere dai due episodi sulla scalata alla Banca Antonveneta da parte della Banca Popolare di Lodi e di quella alla Banca Nazionale del Lavoro da parte di Unipol è una grande spregiudicatezza da parte degli uomini di finanza implicati, un linguaggio a dir poco guerresco, una commistione di affari personali e di affari di gruppo o collettivi, una tendenza diffusa a cercare appoggi politici, la disponibilità ad aggirare leggi e regolamenti vigenti. Il tentativo di conquistare la Rcs è la prova di questo quadro assai torbido. Quel che appare evidente è una scarsa distanza tra la politica e gli affari che avevamo già constatato in questi anni in altre vicende ma che depone a favore di un ipertrofismo della finanza e di una persistente debolezza della politica. Non è un caso peraltro che, proprio in Italia, l’attuale presidente del Consiglio usi la sua ricchezza nel gioco politico essendo uno dei dieci uomini più ricchi del mondo. Molto negativa è stata la vicenda che ha riguardato l’ex governatore della Banca d’Italia Fazio che troppo ha tardato a dimettersi e che pare aver svolto una politica protezionistica contro le banche straniere: l’aveva concordata con il governo o decisa da solo? Propendiamo per la prima ipotesi ma ci vorrà tempo per approdare alla verità. Rassicura la nomina di un nuovo governatore e l’approvazione, pur tardiva, di una legge per la tutela del risparmio ma avremmo voluto l’inasprimento delle pene per il falso in bilancio che non è avvenuto per gli interessi imprenditoriali che Berlusconi vorrebbe, senza riuscirci, rappresentare. I nostri migliori imprenditori non hanno bisogno del falso in bilancio ma dispongono forse di una maggioranza non tanto estesa. Ultimo termine, le grandi calamità naturali: ricordo l’uragano Katrina che ha semidistrutto una città simbolo come New Orleans e ha mostrato al mondo che gli Stati Uniti di Bush alternano alla efficienza bellica una grande inefficienza civile. Ancora oggi non si conoscono le dimensioni precise del disastro, gli errori dei soccorritori, le responsabilità del governo. Una notizia, infine, non si può dimenticare: se ne è andato nell’aprile scorso uno dei pontefici che ha governato più a lungo e ha contribuito al crollo dell’Unione Sovietica ma ha anche suscitato speranze in ogni continente, Giovanni Paolo II. Gli è succeduto Benedetto XVI che sembra interessarsi, più di Giovanni Paolo II, della politica italiana: grande errore, a mio avviso.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Porcelli & parcelle Massimo Marnetto, L’orgasmo da scalata è una tempesta che incendia gli animi. Stimati professionisti disvelano la loro seconda natura di porcelli amanti del lusso estremo, dove per aumentare il piacere ci si lega in cordate. 0 Puoi un giorno arriva la magistratura – come la moglie che ha scordato le chiavi - e il Consorte preso in flagranza con il suo vice spende la più squallida delle versioni: non è come può sembrare… i miei soldi?.. solo parcelle per consulenze. Talmente ingenui, che sembrano Sposetti in viaggio di nozze. //www.ulivoselvatico.org
A leggerle tutte Vi raccontano di un'Italia col nuovo miracolo italiano, con un sacco di nuovi fantastici e strapagati posti di lavoro. Vi raccontano di una Germania al tracollo economico e con una disoccupazione alle stelle. Non vi dicono della situazione tremenda dell'import italiano, che sta portando alla rovina un quantità enorme di società. E non vi dicono che nel 2005, come l'anno precedente e malgrado l'Euro sempre super-forte, la Germania è di nuovo il primo paese esportatore del mondo. E non di poco. Un bene su dieci esportati nel mondo è tedesco. Contro l'8% degli USA (che hanno 4 volte la popolazione tedesca) e il 6,5% della Cina (che hanno 16 volte tanti abitanti). Se normalizzati con la popolazione attiva, la Germania esporta nel mondo 5 volte quello che fanno gli USA. Come si fa ad essere questo fenomeno di produttività? Ricerca, lavoro, concentrazione, metodo, servizi pubblici efficienti e molta molta molta fantasia. Pure in quella non teniamo il passo. http://carlettodarwin.blogspot.com/
CHI ACCENDERA' IL VENTILATORE? di Figaro
Curioso. Ancora nessuno ha cominciato a strepitare contro i giudici milanesi che indagano sui caso Fiorani e Consorte
Uno spettatore vagamente attento alle vicende bancario giudiziarie di questi giorni noterebbe subito due o tre circostanze.
La prima è che dal mondo della politica nessuno strepita contro i magistrati che conducono le inchieste sul banchiere Giampiero Fiorani (Banca Popolare di lodi) e sul suo collega e amico dell’Unipol Gianni Consorte (“Mi sento sangue del tuo sangue”, disse Fiorani a Consorte in uno slancio di passione intercettata dalle microspie, senza che gli facesse nemmeno un po’ schifo).
Eppure siamo ormai in campagna elettorale e al primo straccio che vola, secondo tradizione, dovrebbe scattare l’urlo di dolore della politica accerchiata dalle malvage procure della Repubblica, l’anatema contro il neogiustizialismo.
Invece, a parte qualche belato da sinistra (“è in corso una campagna contro i Ds”), nemmeno troppo convinto, tutti zitti.
La seconda circostanza da notare è molti commentatori di una certa autorevolezza si sono affannati negli ultimi giorni a spiegare sui giornali che non siamo di fronte a una nuova Tangentopoli.
Non si tratterebbe, dunque, di un patto scellerato tra partiti e imprenditori, bensì, come ha spiegato sulla Stampa di oggi 28 dicembre Carlo Federico Grosso, di uno scandalo più privato, più o meno chiuso in un circuito finanziario che ha dato origine a ambiziose manovre del capitalismo nazionale e a qualche arricchimento personale.
La terza cosa degna di attenzione è che il quotidiano di casa Berlusconi, Il Giornale, che tutti ricordiamo con i denti macchiati di sangue durante la storia Telekom Serbia, si comporta in questi giorni con stupefacente moderazione.
Le colossali balle di Igor Marini furono montate dal Giornale contro Prodi, Fassino e altri malcapitati, con furia leonina. Oggi che di mezzo c’è un finanziere della rossa Unipol come Consorte, il Giornale dà prova di inaspettato understatement. Che succede?
Insomma, gatta ci cova. Il silenzio della politica contro i magistrati al lavoro si può spiegare in due modi. Forse non si è ancora ben capito dove la procura della Repubblica di Milano sta andando a parare, sulla base delle deposizioni di Fiorani e, in queste ore, di Consorte.
Oppure, poiché è possibile che ce ne sia per tutti indistintamente, si cerca di tenere spento il ventilatore per evitare un bagno collettivo alla vigilia delle elezioni.
L’impressione è che, in virtù di un tacito patto di non eccessiva belligeranza, si sia deciso a tavolino di tenere basso il volume perché, se davvero si arrivasse a liberare tutta la potenza dell’amplificatore, questa volta l’onda d’urto che se ne sprigionerebbe finirebbe per travolgere tutti i grandi protagonisti dell’establishment italiano, politico ed economico.
Osservando in vitro la faccenda, si vede bene che gli ingredienti dell’intrigo comprendono tutti i fattori chiave della vita del Paese.
C’è la Banca d’Italia con il suo ex governatore Fazio, ci sono un paio di grandi banchieri, c’è il più importante giornale italiano, il Corriere della Sera, fatto segno a un tentativo di scalata, poi abortita, probabilmente per conto terzi, c’è Berlusconi che non poteva mancare, con le sue sospette esitazioni nei confronti del caso Fazio e con la sua pervasiva presenza nel mondo del denaro che conta, c’è sullo sfondo l’acquisizione del gruppo Telecom da parte della Pirelli di Tronchetti Provera, ci sono i Ds che vivono momenti di grave imbarazzo nel loro storico rapporto col movimento cooperativo e l’Unipol, c’è, come ha notato con intelligenza il Sole 24 Ore di oggi, la Deutsche Bank, che ha fornito munizioni finanziarie a quasi tutti gli attori della commedia.
Manca solo, ma arriverà di sicuro, qualche bella e disinvolta ragazza e il cast può considerarsi completo.
E ci sono, naturalmente, i soldi. Molti soldi. Di Giampiero Fiorani e di Giovanni Consorte sono emersi finora, a quanto pare, gli arricchimenti personali. Di Fiorani si dice che abbia messo al sicuro qualcosa come 200 milioni di euro.
Le scorte finanziarie personali di Giovanni Consorte oscillerebbero tra i 30 e i 50 milioni di euro, che sono un bel po’ di miliardi delle vecchie lire.
Posto che con buona probabilità era loro intenzione assicurare benessere alle proprie famiglie per qualche generazione, è davvero credibile che di una tale quantità di soldi nemmeno un euro sia scivolato nelle tasche di politici di riferimento? Sarebbero stati proprio due gran tirchi a tenere tutto per sé.
Non bisogna pensar male, si sa. E quindi, va bene, ci si può allineare all’umore corrente. Non è una nuova Tangentopoli.
Ma ci somiglia maledettamente. /www.ilbarbieredellasera.com
Figaro
Feste persiane La Teheran giovane e religiosa delle feste illegali: ballare senza imitare l’Occidente
scritto per noi da Paola Rivetti
La sfacciataggine delle ragazze iraniane avrebbe solleticato anche la navigata immaginazione del Marchese De Sade. Come nella Francia del ‘700 le donne nascondevano magie di seduzione sotto ampie gonne, nell’Iran di Ahmadi Nejad le ragazze, una volta libere dal pesante chador, mostrano stravaganze che paiono concepite in folli notti nelle capitali occidentali del divertimento. Sara sbatte le lunghissime ciglia nere per farsi aprire la porta di un negozio, in orario di pausa, da un giovane commesso sorridente ed imbarazzato. Entra e si avvicina allo specchio per indossare delle lenti ramate, che striano gli occhi di rosso fuoco. “Ora sono pronta”, dice, e lo stesso sembra suggerire lo sguardo compiaciuto del commesso. La casa della festa si trova sulle pendici dei monti Alborz, a nord di Teheran. E’ una casa su diversi piani, con la facciata bianca in stile coloniale. La musica è così alta che la si può sentire da fuori. Il giardiniere, indifferente, continua ad annaffiare le rose nel prato. Dentro la casa, invece, si sta consumando uno dei reati più spettacolarmente puniti nella Repubblica Islamica: quello “del far festa”.
E’ qui la festa? Nonostante in Iran anche un caffè con due amici venga considerato “una festa”, le riunioni illegali che si celebrano nelle case persiane hanno due caratteristiche principali: sono promiscue e vi sono gli alcolici. Ragioni sufficienti per non perdersene nemmeno una. Tuttavia, si tratta di violazioni intollerabili del codice morale e penale, punite in modi davvero singolari. Il grigio regime degli Ayatollah rivela in questo caso, una fantasia inaspettata: Siavash, 27 anni, racconta di essere stato messo nella piscina della casa dove la festa, scoperta dalla polizia, si stava celebrando. Dopo un’ora e mezza, le forze dell’ordine hanno chiamato i genitori di tutti i presenti, allora minorenni, perché li venissero a recuperare, bagnati ed umiliati. Per tutto quel tempo li avevano minacciati delle più atroci ripercussioni. Siavash ride moltissimo, in compagnia della sua famiglia, trasferitasi in Italia, quando ricorda l’episodio; purtroppo, però, le improvvise irruzioni della polizia provocano anche tragedie. Nell’aprile scorso, dei ragazzi travestiti da mullah si lanciarono dal balcone dell’appartamento dove stavano celebrando con degli amici un festa in maschera, rimanendo feriti. E pochi giorni fa, un’altra festa si è risolta in 20 arresti.
Quel labile confine. Il fenomeno delle feste è cresciuto negli ultimi anni, molti sostengono, grazie alla promozione delle libertà individuali da parte del governo riformista di Khatami. Tuttavia, “la stampa straniera presenta le feste in Iran come se fossero un tentativo di imitare l’occidente. L’ho letto sul sito della Bbc”, spiega Sara, “ma non è così. Io non vedo incoerenza tra ballare e credere in Dio e nella Repubblica Islamica. Tra il fumare una sigaretta ed amare il proprio presidente. Io non sono preoccupata per un ritorno ai tempi dell’oscurantismo a causa di Ahmadi Nejad. A dire che succederà questo è una certa parte politica. Io credo che i giovani abbiano bisogno di ricevere un’educazione. Ma allo stesso tempo, abbiamo bisogno di divertirci”, continua. Del resto, gli arresti di giovani festaioli vi erano anche durante gli anni del governo di Khatami, e lo stesso si può tristemente dire delle impiccagioni diegli omosessuali. “Il fatto che ci siano proibite molte cose, rende normali dei comportamenti che invece dovrebbero essere condannati”, dice Sara. “Ci sono feste dove le ragazze si concedono a più uomini, anche contemporaneamente, magari per il solo gusto di infrangere delle regole. E’ per questo che è considerato normale prostituirsi”. In Iran, a vendere il proprio corpo sono normalmente giovani ragazze di ottima famiglia, benestanti, ma soprattutto “con uno spirito rivoluzionario spiccato”, ironizzano in molti. Infatti, spesso le ragazze svolgono quest’attività proprio per manifestare il proprio dissenso. Di fonte a ciò, “il ballo e la musica sono finti problemi”, sostiene Sara. “Io credo fermamente nella moralità, e credo che questa vada rafforzata dalle autorità. Ma certe perversioni esistono proprio perché vengono criminalizzati comportamenti innocenti”. Sara fa parte della stessa Teheran delle “ragazze che si concedono ai matrimoni temporanei”, come vengono enfaticamente chiamate qui le prostitute. Benestante e con una casa dalla quale si può godere un panorama su tutta la città, Sara frequenta le migliori scuole di inglese e di francese, ma dice di voler scappare dall’Iran, di voler andare in Francia per essere libera e per non preoccuparsi più di trovare marito. Eppure, il fatto di essere stata rifiutata come segretaria presso un ufficio della presidenza della Repubblica l’ha affranta moltissimo. “Volevo lavorare col mio presidente”, dice. Nonostante si lanci in danze scatenate non appena le venga data la possibilità di farlo, Sara fa parte di una famiglia molto conservatrice e non si discosta da quelle idee.
Futuro incerto. Ad ogni nuova notizia di arresti, tuttavia, parte del Paese trema. Che si tratti di manifestanti o di giovani conservatori sorpresi durante una festa con una bottiglia di vino fatto in casa , gli iraniani vedono con preoccupazione il futuro. Che sorte avranno le libertà civili promosse da Khatami? “Khatami ha aiutato la società ad esprimersi, l’ha aiutata ad acquistare fiducia in sé stessa”, dice Sadegh, studente di ingegneria al politecnico “Amir Kabir”. “Ora non ci possono dire “via il presidente, via le libertà”. “Il presidente Ahmadi Nejad riporterà semplicemente la fede e la moralità. Ma è normale, io sono giovane ed amo il divertimento”: Sara risponde così a moltissime domande, risolvendo moltissime incongruenze. Con pace per chi, invece, molte questioni le continua a vivere con la tipica ansia di chi non ha nulla, se non un piede già fuori dal Paese. www.peacereporter.net
Guantanamo : aumentano detenuti in sciopero della fame di Rico Guillermo
Aumenta il numero dei detenuti di Guantanamo che partecipano ad uno sciopero della fame per rivendicare i propri diritti.
Da Natale essi sono divenuti 84, come reso noto dall'esercito amricano. Domenica scorsa si sono infatti aggiunti alla manifestazione di protesta che dura da cinque mesi. Il occasione dell'anniversario dell'11 settembre 2001 il numero totale di detenuti in sciopero raggiunse i 131.
Il detenuti, che secondo il Pentagono sono in totale circa cinquecento, sono i sospetti di terrorismo - per lo piu' musulmani - catturati catturati fin dal 2001 in Afghanistan ed in Iraq. Alcuni giacioni nella base americana in territorio cubao da anni.
Essi sono stati protagonisti di una decisione della Corte Suprema che riconosceva loro il diritto di appellarsi a qualsiasi tribunale degli Stati Uniti e di vedere un avvocato, e di polemiche per torture e presunte violazioni al Corano.
Ad oggi solo nove di essi sono stati formalmente accusati, ed infatti lo sciopero della fame mira a contestare le condizioni di detenzione e l'assenza di diritti che, sottolineano, viola le Convenzioni di Ginevra.
Un portavoce dell'esercito ha detto che la politica seguita e' quella di preservare la vita, quindi il personale medico nutre forzatamante 32 detenuti con sonde gastriche introdotte per via nasale.
www.osservatoriosullalegalita.org
L'inferno di Danis Tanovic Il regista bosniaco, vincitore dell'Oscar per No man's land, parla de L'inferno, il suo ultimo film, di cosa lo ha ispirato, del rapporto con la modernità ed i suoi paradossi. Senza dimenticare quelli della Bosnia Erzegovina. Nostra traduzione Di Ahmed Buric, DANI, 2 dicembre 2005 (tit. orig. Ne znam otkud ljudima u Bosni strpljenje da toliko vremena žive pod idiotskom vlašću)
Traduzione per Osservatorio sui Balcani: IvanaTelebak
Locandina del film Inferno Quando camminate lungo una qualsiasi via del centro di Parigi, da tutte le parti vi guardano i visi di Emmanuelle Beart, Carin Viard e Mairie Gillain, che nel film Pakao (L'enfer) sono tre sorelle dalle vite completamente distrutte. L'Inferno è completamente diverso da No man's land. E' un dramma classicistico che induce la critica ad amare senza riserve o a criticare Tanovic per non aver continuato lungo la via del genere del dramma d'azione grazie al quale ha ricevuto, forse, tutti i premi che poteva ricevere.
Lo stesso Danis non dà tanto significato all'enfasi creatasi per il film. La prima visione a Parigi si è tenuta al cinema MK2, lontano dai tappeti rossi e dal lussuoso Champs D'Ellysses. Danis è il registra che tutti gli attori durante le interviste portano alle stelle, e l'unica somiglianza fra il ragazzo che sognava il suo primo film e il co-produttore che dispone di un grosso budget per il suo progetto, è che in entrambi i casi si tratta di un uomo che sta coi piedi per terra. Tanovic non vuole prevedere la vita e il destino di questi film costato circa 6 milioni di euro, ma non nasconde il compiacimento per il complimento che qualche giorno fa ha ricevuto a Salonicco dal direttore della fotografia più importante del mondo, Vittorio Storar, collaboratore di Francis Ford Coppola, Bernardo Bertolucci, Martin Scorsese... Storaro era il presidente della giuria e dopo aver visto il film, si è avvicinato a Tanovic e gli ha detto: " In questo momento tu sei l'unico talento che vedo nell'orizzonte del film mondiale, questo film è ciò che una volta definivamo grande cinematografia!"
DANI: No man's land è un film in cui la regia serviva da "giustificazione" del testo, si potrebbe dire che in Inferno sia il contrario? Che il testo di Piasewitz e di Kieslowski sono stati messi a servizio della regia di Danis Tanovic?
TANOVIC: La storia detta sempre la regia. Sarebbe sbagliato accedere a qualsiasi testo nello stesso modo, e questo è qualcosa a cui non penso più, esiste un istinto che mi guida in quel senso. In questo film la regia è più presente che in No man's land ed è stato più difficile fare la regia perché dovevi fare qualcosa di interessante all'interno di quel dato spazio e situazione, e mi bacchettavo sempre sulle dita per cercare di non uscire dalla cornice di qualche "renaissance", per non andare in cerca dei dettagli. Nell'Inferno è stato completamente diverso, mi sono impegnato per mettere tutto in movimento. Si tratta di principi diversi. Quando cinque anni fa lessi Inferno, non mi aveva attirato, non avevo visto un possibile mio film in quel testo, ma poi ho cambiato idea e dopo la lettura sono rimasto sveglio tutta la notte. Ho pensato che la cosa più difficile nella natura umana è il peso che portiamo, non sapendo che è dentro di noi, fino al momento in cui non ci incontriamo con quel momento del passato. L'inferno lo creiamo noi stessi, finché non ci incontriamo veramente con quel momento.
DANI: Si tratta di una sceneggiatura scritta una ventina di anni fa, quanto bisogno c'era di lavorarci per adattarla ai tempi odierni?
TANOVIC: Il succo della storia, diciamo, è rimasto lo stesso, nonostante abbia fatto alcuni interventi. Una delle cose che ho cambiato è, per esempio la frase dove un personaggio dice: "Sono terribili questi attacchi terroristici." Nel film lui invece afferma: "E' strano questo, quando loro ammazzano i nostri civili, noi lo chiamiamo terrorismo, quando noi uccidiamo i loro, allora si tratta di effetti collaterali."
DANI: In questo film, prevalentemente francese, ci sono tante citazioni della nostra cultura - vengono nominate brani del romanzo La fortezza di Mesa Selimovic, viene citato anche Il divano orientale di Dzevad Karahasan. Il film, si potrebbe dire, è allo stesso tempo classico e una dedica al classicismo?
Danis Tanovic TANOVIC: Sì, e pare che sia un difetto quando si tratta di me. Ma, non bado a ciò. In qualche senso il modernismo mi ammazza, non posso identificarmi con la maggior parte dell'arte odierna, con il continuo sottolineare che niente ha più senso. Siccome la sceneggiatura inizia con la scena dove il personaggio legge una poesia, la cosa più logica era di scegliere quella di Mesa Selimovic da La fortezza, perché parla della vita nel modo in cui pensa il personaggio del film. E' logico che vado a pescare dove sento mi si è più vicini. Questo accade anche con Kieslowski, che viene dall'Est. Tutto ciò probabilmente mi è più vicino che non un Elliot o Whitman, per esempio. Spesso dico di aver imparato tanto da Karahasan, era il mio professore, ed è del tutto naturale fare un omaggio anche al suo lavoro. Il suo messaggio, che l'uomo non ha alcuna responsabilità finché non ha scritto la prima parola del suo testo, è una descrizione precisa del lavoro artistico, almeno per quel che mi riguarda. Ecco, tutta Parigi è coperta di locandine e vorrei che milioni di persone vedano questo film. Ma anche se dovessero venire in 50.000, non è molto importante. L'industria odierna dei film si potrebbe spiegare con un concetto che gli americani chiamano running numbers, e secondo questo parametro i film che non costano molto sono i film di più grande successo, e incassano un sacco di soldi. Ma nelle vesti di regista ciò non dovrebbe interessare. Noi ci occupiamo della sostanza delle cose e non di fare i soldi. Per quanto riguarda la citazione, non c'è nulla di male nel rendere popolare la nostra letteratura ed è un bene che io sia nella posizione di poterlo farle. La cosa più difficile è mettere se stessi in una qualche cornice reale ed essere soddisfatti della possibilità di poter fare ciò che più piace. Adesso ho speso più di cinque milioni di euro - e non 55 milioni come alcuni nostri media amano scrivere - per girare qualcosa che alla fine non sono che piccole foto su un nastro.
DANI: E' chiaro, noi bosniaci spesso siamo gente immodesta e irreale. In che modo Danis Tanovic oggi, 11 anni dopo essersene andato via, vede il paese dove è nato?
TANOVIC: Per me non è difficile, è difficile per chi vive a Kakanj o a Zenica, per chi va in miniera e scava. Oggi la Bosnia ha dei problemi per i quali non vedo soluzione. Ogni sabato mattina mi fa male lo stomaco dopo aver letto i nostri giornali. Dalle persone che guidano questo paese riceviamo solo delusioni, e il fatto che la gente abbia pazienza, la pazienza di vivere là a quelle condizioni, a me sembra già un fenomeno. Forse sono pazzo, ma ho la sensazione che se io dovessi vivere là, prenderei un fucile e andrei di office in office per accelerare un po' questi processi e per controllare cosa, in realtà, stanno facendo. Ho la sensazione che fanno di tutto per far scomparire le persone. Bisogna fare i conti con quella gentaglia, non credo che ci sia altro modo. Per quanto riguarda la comunità internazionale: loro non sono la causa del caos, ma sono dei catalizzatori. La maggior parte di questi idioti che a noi propongono soluzioni, nei loro paesi per le stesse cose finirebbero in carcere a tempo indeterminato. E se ci penso meglio, sempre più spesso giungo alla conclusione che loro non sono venuti qua per fermare la guerra, ma per aiutarci ad iniziare la guerra.
DANI: A Danis Tanovic manca Sarajevo?
TANOVIC: L'altro giorno passeggiavo per San Paolo, un viale dove non riconosco nulla, ma mi era piaciuta l'atmosfera, mentre l'ipod suonava "Sve ce to, o mila moja, prekriti ruzmarin, snjegovi i sas" ("tutto ciò mia cara coprirà il rosmarino la neve e il giunco di palude" - canzone dei Bijelo Dugme, ndt.). Una volta che non vivi più nella tua città, allora ti trovi bene dovunque, diventi cittadino del mondo e rimani legato alle persone, perché viviamo in un mondo dove tutto, e quindi anche le città, iniziano ad assomigliare, l'una all'altra. Dall'altra parte, ho una strana sensazione: quando vengo a Sarajevo, anche lì mi sento straniero, e sono straniero anche qua, ma sono a casa sia qua che là, è strano. Ma credo che per un artista questa dualità sia l'unica posizione possibile. L'artista deve avere un punto di vista che la gente intorno a lui non ha. La mia arte viene creata dal conflitto, dal problema, non mi interessa qualcosa dove questo non c'è e non la chiamo arte.
DANI: Nel film Inferno, fra altro, si parla del mondo senza Dio, del mondo dove è importante solo un'unica comparsa, del mondo che disprezza tutto tranne i valori materiali ...
TANOVIC: Non è vero che viviamo in un mondo senza Dio, nel nostro mondo, Dio invece di essere l'etica è il denaro. Quando mi chiedono perché non sono andato negli Stati Uniti, non ho più la forza nemmeno di rispondere. Mi ricordo la scena del film di Matthieu Kassowitz L'odio dove viene detto che ciò che fa male non è la caduta, ma la fine della caduta, l'atterraggio, l'urto contro la terra. Ho la sensazione che noi in Bosnia stiamo cadendo e che ciò duri in eterno, e dall'altra parte questo non dà più fastidio a nessuno. Di settimana in settimana si scrive che qualcuno ha rubato enormi quantità di denaro, e la gente alza le spalle. Noi stiamo partorendo da dieci anni, e non abbiamo combinato nulla, ho la sensazione che darei tutto alla persona che fosse in grado di fare un taglio cesareo, alla persona pronta a costruire l'autostrada per non dipendere più dai fenomeni naturali, nella misura in cui tutto ciò al resto del mondo suona profondamente ridicolo. Quelle persone che sono sedute là, nel Parlamento e nella Presidenza, e che pare debbano mettersi d'accordo, non possono mettersi d'accordo, perché non hanno gli stessi interessi. Mi piacerebbe vedere un uomo che ha una visione per tutti i cittadini della BiH, allora ci penserei a come aiutarlo, se dedicare parte del mio tempo a lui. Ma per mia fortuna, continuerò a fare film.
I disordini di Parigi
DANI: Alcune settimane fa sembrava che in Francia potesse iniziare uno scontro molto serio, le periferie si erano "accese" e mancava poco che tutto "bruciasse".
TANOVIC: Da una parte, qua c'è un gruppo di persone che ha completamente ragione, se in questo paese sei nero o sei arabo, non hai molte possibilità di riuscita. Dall'altra parte, queste persone ricevono un aiuto sociale non alto, ma nessuno di loro patisce la fame. Il mio problema con queste proteste è che alla base hanno un'ira che non ha alcuna articolazione, non è sorretta da nessuna idea. Quando nel 1968 bruciava Parigi, la gente aveva un'idea sul cambiamento, era consapevole di fare qualcosa di grande. Adesso non ha alcuna idea su dove andare. Viviamo in un mondo in cui il capitalismo liberista si presenta come l'unica soluzione, in un mondo in cui è possibile che un'azienda che realizza miliardi di profitto lasci duemila persone sulla strada. Come ho avuto modo di scrivere in uno sceneggiato che sto preparando, sembra che il muro di Berlino sia caduto dalla parte sbagliata. La globalizzazione è solo una buona scusa per rendere meno cara la produzione che dell'Occidente ed è difficile convincermi che vivo in una società ideale, specialmente se mi ricordo che una quindicina di anni fa avevo un passaporto con il quale si poteva andare ovunque. Non era quella la globalizzazione? www.osservatoriobalcani.org/
Sud Africa: l'apartheid sopravvive nelle baraccopoli degradate -
Mandando un segnale che qualcuno definisce sinistro ai dirigenti nazionali, le vaste baraccopoli del Sud Africa hanno iniziato a ribollire, talvolta in modo violento, per protesta contro l'incapacità del governo di offrire una vita migliore, come sembrava annunciare la fine dell'apartheid una dozzina d'anni fa. In una di queste baraccopoli sul fianco della collina di Durban chiamata Foreman Road, i poliziotti antisommossa hanno sparato proiettili di gomma a metà novembre per disperdere 2.000 abitanti che marciavano verso l'ufficio del sindaco in centro. Due manifestanti sono stati feriti, 45 arrestati. Gli altri hanno bruciato un'immagine del sindaco della città, Obed Mlaba.
L'accusa era senza troppi fronzoli: da quando sono spuntate le mille baracche di Foreman Road circa vent'anni fa, l'unico miglioramento tangibile nella vita degli abitanti sono un rubinetto dell'acqua e quattro gabinetti di legno compensato. Elettricità e gabinetti veri sono rimasti un sogno. Le promesse di nuove case, si dice, sono state cose effimere. ”Questa è la zona peggiore del paese” dice uno degli abitanti, un uomo di mezza età che si presenta semplicemente come Senior. “Non abbiamo tanto bisogno di acqua o elettricità. Abbiamo bisogno di terra e case. Devono trovare terreni e costruirci le nuove case”.
A Pretoria la stessa settimana, 500 abitanti di una baraccopoli hanno saccheggiato e messo a fuoco la casa e l'automobile di un consigliere comunale per protestare contro la limitazione degli accessi alle case pubbliche. Quindici giorni dopo, altri dimostranti hanno bruciato gli uffici municipali di Promosa dopo essere stati sgombrati dalle proprie baracche illegali. A fine settembre, gli abitanti della township di Botleng si sono rivoltati dopo che l'acqua potabile con infiltrazioni dalle fogne aveva causato 600 casi di tifo e forse 20 morti.
Solo giovedì scorso, i funzionari di Cape Town hanno avvertito i residenti di una vasta baraccopoli vicina all'aeroporto della città che potevano essere arrestati se avessero tentato di occupare un complesso di case popolari non finito.
Il ministro della sicurezza del Sud Africa ha dichiarato in ottobre che l'anno precedente ben 881 manifestazioni di protesta hanno scosso gli slums ; voci non ufficiali dicono che almeno 50 sono state violente. Non sono state tenute statistiche per gli anni ancora precedenti, ma l'analista David Hemson dello Human Sciences Research Council in Pretoria, stima che il dato ufficiale del ministro è almeno di cinque volte superiore a qualunque paragonabile periodo precedente.
”Credo sia uno degli sviluppi più importanti del periodo post-liberazione” dice Hemson, coordinatore di un progetto sullo sviluppo urbano e rurale per l'istituto. “Mostra che la gente comune ora sente che l'unico modo di andare avanti in qualche modo è scendere per strada e mobilitarsi: e si tratta dei segmenti più poveri della società. È una trasformazione radicale dall'atteggiamento, diciamo, del 1994, quando tutti si aspettavano grandi cambiamenti dall'alto”.
In realtà, il governo ha fatto molti cambiamenti. Dal 1994, il governo del Sud Africa ha costruito e in gran parte consegnato 1,8 milioni di abitazioni minime, di norma 6x8 m., spesso ad ex occupanti di baraccopoli. Più di 10 milioni di persone hanno avuto accesso all'acqua potabile, e un numero incalcolabile di altri sono stati collegati all'energia elettrica o a strutture igieniche di base.
Ma contemporaneamente, dicono i ricercatori, la povertà crescente ha causato a 2 milioni di altri la perdita della casa, e oltre 10 milioni hanno avuto tagliata l'acqua o la corrente per bollette non pagate. È anche aumentato il numero degli abitanti delle baraccopoli, sino al 50%, a 12,5 milioni di persone: più di uno su quattro sudafricani, molti ad un livello di squallore che lascerebbe senza parole la maggioranza degli osservatori del mondo sviluppato.
Per i neri sudafricani, la congiuntura attuale è minacciosamente vicina a quella sopportata sotto l'apartheid. Le prime baraccopoli nere sorsero sotto il dominio dei bianchi, risultato di una politica tesa a mantenere i non bianchi in povertà e privi di potere. Durante l'apartheid, dagli anni '40 agli ‘80, i governi sradicavano e spostavano milioni di neri, collocandone molti in campi provvisori che diventarono poi baraccopoli permanenti, mandandone altri nelle townships nere che rapidamente attirarono masse di abusivi. La povertà portò altri milioni di neri a migrare verso le città, dentro a vasti campi nelle fasce esterne di Cape Town, Johannesburg, Durban e altre città.
Sin dai primi giorni, il governo nero del Sud Africa si impegnò a rivolgersi alle miserie della vita nelle baracche. Il fatto che il problema in parte sia peggiorato, dicono ricercatori sociali, urbanisti e molti politici, è in parte il risultato di politiche fiscali che si sono concentrate ad alimentare l'economia da primo mondo che sotto l'apartheid, faceva del paese la nazione più ricca e avanzata d'Africa.
Il basso debito pubblico, la strategia dell'inflazione bassa, si sono costruite sulla premessa che un'economia stabile avrebbe attirato investimenti, e che il benessere si sarebbe esteso ai poveri. Ma mentre l'economia da primo mondo ha subito un boom , ha mancato di sollevare le masse di underclass fuori dalla loro miseria.
La disoccupazione, stimata al 26% nel 1994, è lievitata a circa il 40% come calcolano molti analisti; il governo, che non mette nel conto che ha smesso di cercare lavoro, dice che la disoccupazione è bassa. Le grandi imprese come le miniere e il tessile hanno licenziato i lavoratori manuali, e i settori di attività in crescita come quello bancario o il commercio non hanno riassorbito le eccedenze. Molti dei senza lavoro si sono spostati negli slums.
Sinora, i manifestanti delle baraccopoli si sono concentrati esclusivamente sulle amministrazioni locali, che ne hanno subito la furia. Ma anche se quasi tutti questi amministratori appartengono all'African National Congress di governo, di cui eseguono il mandato sociale e politico, “i poveri non hanno ancora collegato le due cose”, dice Adam Habib, altro ricercatore allo Human Sciences Research Institute che ha completato di recente uno studio dei movimenti sociali in Sud Africa.
Al contrario, il sostegno alla coalizione nazionale del presidente Thabo Mbeki sembra più grande che mai. E Mbeki ha visitato le baraccopoli e townships , promettendo di aumentare la spesa sociale e chiedendo ai propri ministri di migliorare i servizi per i poveri.
Per ora, quasi la metà dei 284 distretti municipali, che hanno l'onere della fornitura dei servizi, non può farlo, afferma il ministro per le amministrazioni locali. I problemi vanno da una base fiscale in diminuzione all'insufficienza degli stanziamenti nazionali, all'AIDS, che ha ridotto i ranghi degli amministratori istruiti.
Incompetenza e avidità sono diffuse. A Ehlanzeni, distretto con quasi un milione di abitanti nella provincia di Mpumalanga, 3 su 4 residenti non hanno servizio di raccolta rifiuti, 6 su 10 non hanno servizi igienici e 1 su 3 non ha l'acqua: il city manager ha uno stipendio superiore a quello del salario annuale da 180.000 dollari di Mbeki.
La frustrazione degli abitanti delle baraccopoli ha iniziato a ribollire a metà del 2004, quando gli abitanti di una zona vicino a Harrismith, circa 200 chilometri a sud-est di Johannesburg, sono entrati in rivolta e hanno bloccato un'autostrada per protesta contro le condizioni di vita. La polizia ha sparato, uccidendolo, su un contestatore diciassettenne. Da allora, le dimostrazioni si sono diffuse in tutti gli angoli del paese.
A Durban, il comune realizza circa 16.000 case minime ogni anno, ma la popolazione delle baraccopoli, ora circa 750.000 persone, continua a crescere oltre il 10% l'anno. Le 180.000 baracche della città, stipate sino all'inverosimile, sono una cosa da vedere. Sia isolate o con pareti in comune, ricoprono fianchi di colline fra lottizzazioni per i ceti medi, fanno capolino fra le rampe d'uscita della superstrada o si ammucchiano vicino alle discariche. Sono costruite con legname di recupero, metallo, lamiera ondulata, coperture di cellophane fissate con blocchi di cemento. All'interno spesso sono foderate con strati di confezioni per il latte o succo di frutta, vendute come carta da parati nei mercati agli incroci, per tener fuori il vento e gli sguardi dei curiosi dalle fessure delle tremolanti pareti.
Le più o meno 1.000 baracche sul fianco della collina a Foreman Road sono di questo tipo. Un tubo in cima provvede all'acqua, che si trasporta in secchi a ciascuna baracca per l'igiene personale e lavare i piatti. In basso, a circa 150 metri lungo un avvallamento, quattro latrine scavate a mano con un capanno di legno: oggi tutte incomprensibilmente chiuse con un lucchetto. Gli abitanti dicono di andare raramente giù fino ai gabinetti, svuotandosi invece dentro a sacchi di plastica o secchi che si possono periodicamente buttar via o svuotare.
Le baracche da una stanza offrono il tipo più rozzo di rifugio. Un letto di solito si prende metà dello spazio; una tavola ospita le cose per cucinare; i vestiti vanno in una piccola cesta. Non c'è elettricità, quindi nessuna televisione; il divertimento viene da qualche radiolina a pila. Gli abitanti usano stufe a cherosene e candele per cucinare e scaldarsi, con risultati prevedibili. Un anno fa, un incendio alimentato dal vento qui ha distrutto 288 baracche. Un altro incendio nella baraccopoli di Cape Town all'inizio del mese ha lasciato 4.000 persone senza casa.
Qualcuna delle baracche è verniciata con colori di lotta, o decorata con manifesti pubblicitari di latte o tabacco, oppure porta appesi cartelli strappati dai pali della luce, originariamente messi per avvertire che gli allacciamenti abusivi alla rete elettrica avevano lasciato cavi scoperti penzolanti per la strada.
Gli abitanti dicono che il sindaco Mlaba durante l'ultima campagna elettorale ha promesso di costruire nuove case al posto dello slum e su terreni liberi sull'altro lato della collina. Ma poi invece l'amministrazione ha proposto di trasferire gli abitanti in zone rurali lontane dalla fascia esterna di Durban: e lontane dai posti di lavoro da giardiniere, donna delle pulizie e altri lavori umili trovati nei sedici anni di esistenza a Foreman Road.
Senza automobili, soldi per il taxi e nemmeno biciclette per andare al lavoro, gli abitanti hanno marciato in protesta il 14 novembre, ignorando il mancato permesso per il corteo. La dimostrazione è rapidamente diventata violenta.
Più tardi, in un'intervista piuttosto breve, un sindaco Mlaba chiaramente esasperato ha sostenuto che la protesta è stata opera di agitatori, con lo scopo di metterlo in imbarazzo in vista delle elezioni locali del prossimo anno.
”Naturalmente c'è uno scopo politico” ha detto. “Improvvisamente, ci sono dei leaders . Non ce n'era nessuno, ieri. Ci saranno ancora nel 2006 o 2007, dopo le elezioni?”. Col medesimo sospetto riguardo agli agitatori, il governo del Sud Africa inizialmente ha reagito alle proteste delle baraccopoli ordinando ai servizi segreti di accertare se c'erano degli agenti esterni – una “terza forza” nel linguaggio dei movimenti di liberazione del paese – con l'obiettivo di indebolire il governo.
Gli abitanti scuotono il capo. “La terza forza” dice l'uomo che si fa chiamare Senior, “sono le condizioni in cui viviamo”.
In una baracca da due metri per tre, a un terzo circa dell'avvallamento di Foreman Road, vive Zamile Msane, 32 anni, con sua madre di 58 e tre figli di 12, 15 e 17 anni. La signora Msane non ha un lavoro. Una sorella ha dato alla famiglia dei vestiti usati, un vicino della farina di mais per mangiare. In sette anni, è scappata da tre incendi, nel 1998, 2000 e 2004, perdendo tutto tutte le volte.
E pure la signora Msane, arrivata qui dalla zona orientale del Capo otto anni fa, dice che non ritornerebbe alle campagne dove viveva, perché non c'è niente da mangiare. Dice che ha partecipato alla marcia del 14 novembre per un motivo.
”Condizioni migliori”dice. “Non va bene qui, perché non ci sono vere case. Fuori c'è fango. Viviamo nella paura degli incendi. D'inverno fa troppo freddo, d'estate fa troppo caldo. La vita è troppo difficile”.
di Michael Wines da www.eddyburg.it Traduzione per Megachip
dicembre 30 2005
«Impegni istituzionali». E saltò l'interrogatorio Inchiesta sui diritti tv, scambio di lettere tra premier e Procura. Il calcolo della prescrizione Con l'invito a comparire, consegnato il giorno dopo la votazione della ex Cirielli, si allunga al 2007 la «vita» dell'indagine per corruzione Luigi Ferrarella
dal Corriere - 30 dicembre 2005
MILANO — Formale nei toni, durissimo nella sostanza: un botta e risposta epistolare tra la difesa di Silvio Berlusconi e la Procura di Milano ha fatto seguito all'«invito a comparire», rimasto segreto per un mese e disertato il 3 dicembre dal premier, che i pm gli avevano inviato il 30 novembre per contestargli la corruzione del testimone David Mills e il concorso nella falsa testimonianza che l'avvocato londinese avrebbe reso il 20 novembre 1997 nel processo per le tangenti Fininvest alla Guardia di finanza e il 12 gennaio 1998 nel processo All Iberian. PLICO SIGILLATO A GHEDINI — Èil 30 novembre quando l'avvocato e deputato di Forza Italia, Niccolò Ghedini, presso il quale è domiciliato Silvio Berlusconi, riceve nel suo studio legale di Padova un ufficiale del Nucleo regionale della GdF di Milano, incaricato dalla Procura di consegnargli una busta sigillata, aprirla solo in sua presenza e verbalizzare l'operazione. CINQUE NOVITÀ — Ghedini vi legge l'entità della presunta tangente («non meno di 600 mila dollari»); l'individuazione dell'asserito intermediario (il manager Fininvest Carlo Bernasconi, morto nel 2001) «a seguito di disposizioni di Silvio Berlusconi e per favorirlo»; data (1997) e luogo (un conto alla Cim Banque di Ginevra) del pagamento; l'indicazione di quali sarebbero stati i processi (Gdf nel 1997 e All Iberian nel 1998) inquinati dalla falsa testimonianza; e i due fatti in ipotesi nascosti (la telefonata del 23 novembre 1995 tra Mills e Berlusconi sull'inchiesta All Iberian e l'effettiva proprietà in capo ai due figli di Berlusconi delle società offshore Universal One e Principal One). Esiti investigativi che, si intuisce, sono basati su nuovi testimoni (diversi da Mills stesso) e documenti (frutto di rogatorie all'estero). CONVERGENZE PARALLELE — Il presidente del Consiglio sceglie di non dar conto pubblicamente dell'atto che ha ricevuto da Milano. I pm De Pasquale e Robledo, dal canto loro, cercano evidentemente di bissare altri passaggi dell'inchiesta sui diritti tv Mediaset, nei quali in passato erano già riusciti a mantenere «blindata» per molti mesi l'iscrizione tra gli indagati di Berlusconi o dei suoi figli. «IMPEGNI ISTITUZIONALI» — Dall'avvocato Ghedini parte per la Procura una lettera che si duole della violazione degli obblighi di leale collaborazione istituzionale tra magistratura e politica additati a suo tempo dalla Consulta: Berlusconi, in sostanza, lamenta di aver ricevuto già bella e fissata la data della convocazione, mentre avrebbe voluto che i pm la concordassero prima con lui. E anche se il 3 dicembre è un sabato, la difesa di Berlusconi, allegando una nota del segretario Valentino Valentini, fa sapere che il premier non può perché impegnato in colloqui e incontri. Espressione che da sola non sembra integrare impegni di carattere istituzionale — risponde una missiva della Procura —: comunque, scelga pure il premier quale tra le date possibili egli ritenga disponibile. Da allora, fine delle trasmissioni. LEGGE EX CIRIELLI — L'invito a comparire ha anche un riflesso sul calcolo dei termini di prescrizione della corruzione giudiziaria. Prima della legge ex Cirielli, erano 15 anni e quindi nel caso Berlusconi-Mills sarebbero scaduti solo nel 2012; con le nuove norme, approvate dalla maggioranza di Berlusconi, sono stati accorciati a 8 anni (quindi già 2005). L'invito a comparire notificato il giorno dopo la votazione della ex Cirielli, però, ha fatto scattare l'aumento di un quarto dei termini di prescrizione (da 8 a 10 anni); e allungato dunque fino al 2007 la «vita» dell'inchiesta per corruzione che altrimenti già oggi sarebbe prescritta, come in ogni caso accadrà alla falsa testimonianza. lferrarella@corriere.it
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L'AVVOCATO «Di questi processi non ne posso più Un'altra indagine senza prospettive» Giuseppe Guastella
MILANO — Avvocato Niccolò Ghedini, quale difensore del premier, come giudica l'invito a comparire? «È una mossa politica e di propaganda perché una notizia vecchia viene rivitalizzata in concomitanza dei problemi seri che sta vivendo il centrosinistra con la vicenda Consorte. Mi ricorda la pubblicazione nel '94 dell'avviso di garanzia a Berlusconi, finito poi con un'assoluzione, che disgregò la maggioranza appena formatasi e duramente contestata dalla magistratura milanese. Sarebbe opportuno e doveroso interrogarsi su chi e perché ha fornito informazioni che interferiscono sulle indagini e incidono nella vita politica del Paese». Per la verità di novità ce ne sono: prima di tutto lo stesso invito a comparire, rimasto segreto per un mese. Poi l'indicazione di una cifra precisa, 600 mila dollari, di un intermediario e dei processi in cui Mills avrebbe testimoniato il falso. «Il Corriere della Sera, giornale prestigioso cui sono molto affezionato, nonostante tutto, mette in prima pagina una vicenda di cui si è già parlato molte volte». Non è che il premier venga convocato dai pm tutti i giorni. «Voglio dire che l'invito a comparire non è un'informazione di garanzia o la notizia dell'avvio di un procedimento. È solo un atto endoprocessuale che non reca novità. Se poi in nome di un asserito diritto di cronaca si viola la legge e si pubblica una notizia, vecchia di un mese, bisognerebbe dare spazio alle ragioni della difesa». Una notizia si pubblica quando c'è. «Non so quando l'avete avuta, non posso mica interrogarvi». Parliamo delle accuse. Pesanti. «È un'inchiesta senza prospettive. La sentenza All Iberian, che in primo grado pervenne a una richiesta di condanna per Berlusconi, si basava solo sulla testimonianza di David Mills. Pensare che Silvio Berlusconi, il quale da gennaio '94 non ricopriva cariche Fininvest, nel '97 avesse pagato per una testimonianza che poi gli ha comportato una richiesta di condanna, francamente mi sembra straordinario. C'è poi da aggiungere che, dopo aver dichiarato che la All Iberian era sua, al processo Mills disse che era una società del gruppo Fininvest». Cosa negata da Fininvest. «Che continua a sostenere che si trattava di una società giuridicamente terza, pur essendo stata finanziata indirettamente con il mandato 500 (un deposito fiduciario riferibile a Fininvest, ndr.). L'allora difesa di Berlusconi chiese a Mills di restituire i 10 miliardi che erano nelle casse invitando il tribunale a sentirlo come indagato, una veste attenuata per valenza processuale. La richiesta non fu accolta e Mills non restituì una lira. Ne nacque un contenzioso. Allora, mi chiedo: in presenza di un contenzioso per 10 miliardi gli si danno anche 600 mila dollari per una testimonianza che porta a una sentenza di condanna?». Come spiegate l'accusa? «Per quanto ne so, non esiste traccia o conto di quelli a noi noti dai quali sono usciti quei soldi. Il dottor Bernasconi purtroppo è morto e non può dare conferme o smentite, ma bisogna ricordare che è stato ascoltato più volte dai magistrati e, pur avendo offerto ampia collaborazione, non ha mai prospettato questa situazione. Evidentemente c'è un errore». Mills dichiarò di aver parlato con Berlusconi nel '95, ma non di All Iberian. Poi disse che ne avevano parlato. «Berlusconi riceve migliaia di persone l'anno e, per quanto mi consta, non esclude di aver incontrato o sentito l'avvocato, ma non ricorda neppure la sua faccia». Perché il premier non è andato all'interrogatorio? «Perché l'invito è stato notificato il 30 novembre, con soli tre giorni di anticipo. Il premier era impegnatissimo e io non sono riuscito a parlargli. La sua segreteria mi ha mandato un'attestazione, che ho trasmesso ai pm, che certificava che per il 3 dicembre c'erano riunioni e colloqui istituzionali prefissati». E non poteva rimandarli? «Non erano atti improcrastinabili, ma impegni importanti. Siamo rimasti d'accordo con la Procura che ci sentiremo dopo le feste per un'altra data. Nel frattempo tenterò di parlare con Berlusconi». Non l'ha fatto ancora? «No. Pur essendo un caro amico, non mi dà udienza per vicende di natura processuale». Come vive Berlusconi questa nuova indagine? «Benissimo. Se ne disinteressa. Come per gli altri processi ha la radicata convinzione di essere completamente estraneo alle accuse. La vivo malissimo io». Perché? «Non ne posso più di questi processi, anche perché Berlusconi è un amico e mi dispiace».
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Ds Milano - Rassegna stampa
Crisi del Comune di Cosenza : Il ritorno delle Politiche Clientelari
roberto32
Comune di Cosenza : la crisi del Giunta Comunale dovuta a manovre ‘ oscure ’ ed illegittime .
18 Consiglieri della maggioranza hanno chiesto le dimissioni del sindaco di Cosenza.
Ancora una volta nella martoria Calabria il comportamento di una parte della maggioranza ( trasversale in questo caso ) di centro sinistra crea un clima di sospetto .
Riportiamo la dichiarazione del sindaco di Cosenza professoressa Catione :
«Continuerò serenamente a lavorare — ha commentato — fino a quando in Consiglio non si aprirà un corretto dibattito politico su quanto è avvenuto in queste ultime settimane. Ho profondo rispetto per la funzione dei partiti, ma è alla sovranità del Consiglio che va rimessa la decisione sulla reversibilità o meno della situazione di crisi. Dirò in Consiglio che, votata dai cittadini, ho agito con i poteri che mi ha dato la legge e che non si può oggi rimproverarmi di aver scelto una Giunta in base a precise prerogative esercitate in nome dei cittadini e della legge. Dietro le motivazioni ufficiali, del resto, ben altro si intravvede e la città ne va messa al corrente. La città deve sapere se è vero che sono state fatte promesse, distribuiti incarichi e promozioni per farmi cadere». La Catizone si domanda perché «è caduto nel vuoto il mio appello a un confronto sereno tra le forze di maggioranza, come se ci fosse stata una precisa volontà di restare sordi. La prima cosa da porre con forza e senza indugi all'attenzione del Consiglio comunale è l'esistenza di una questione morale e dei cedimenti di quell'etica della rappresentanza che è la precondizione del buon governo. Oggi più che mai è, perciò, necessario fare chiarezza perché si sappia quanto è avvenuto in questi giorni. E resto al mio posto perché in tutta questa vicenda non ci sono vere ragioni politiche». «Mi si imputa — ha spiegato ancora il sindaco — una paralisi amministrativa e progettuale. Ma la mozione sembra scritta da qualcuno che non vive in questa città. La verità sotto gli occhi di tutti è che la nostra Amministrazione ha non solo completato quelle opere che erano state avviate dalla precedente amministrazione, ma ha arricchito il programma che è stato votato nel 2002 dai cittadini di Cosenza». «Mi si imputa — conclude il sindaco — una paralisi politica. Ebbene, io resto al mio posto perché questa è la crisi del dialogo tra forze politiche, non è la crisi del sindaco. È contraddittorio che nella mozione si faccia riferimento al voto dell'ultima seduta consiliare, quella cioè in cui 8 dei 18 firmatari della mozione hanno votato insieme a me, il 29 novembre scorso, l'assestamento di bilancio. Chi oggi parla di mancanza di numeri dovrebbe anche spiegare cosa è cambiato da allora. E correttamente riconoscere che la crisi è all'interno della maggioranza. È la crisi della politica, non del sindaco, ma sul sindaco si vogliono far ricadere colpe non sue e sulla città le gravi conseguenze di carenze che si trovano altrove».
In queste dichiarazioni si evince affermazioni importanti per esempio : . La città deve sapere se è vero che sono state fatte promesse, distribuiti incarichi e promozioni per farmi cadere». Un giornale a livello nazionale ha riportato presunti episodi di grave episodi clientelari che riguardano la Calabria e Cosenza , procedure contrastate dal sindaco di Cosenza . Episodi di ricatto simili si sono verificati nei confronti del presidente della regione Calabria. In sostanza siamo di fronte ad un tentativo di ceti deviati burocratici autoreferenziati e clientelari di ricattare le forze piu vive e vitali dell’Ulivo e dell’Unione.
A questo punto non rimane al prof. Prodi che nominare un esponente dell’Ulivo e dell’ Unione che sia al di sopra della politica clientelare e delle clientele e che abbia esperienze ‘ investigative ’ che possa relazionare a tutti e diciamo a tutti quello che sta succedendo a Cosenza e in Calabria .
Anche perché un assessore della Regione Calabria si è dimesso perché ha assunto la moglie ., qui per analogia speriamo che non si siano assunti anche i bisnonni garibaldini . http://www.ulivo.it/forums/read.php?forum_pk=3&topic_id=90150
Monti infestati da Draghi Malgrado una legge che piazza in uno dei posti chiavi della finanza nazionale una persona senza il placet del parlamento, bisogna togliersi il cappello di fronte ad una delle persone più intelligenti che l'Italia recente abbia sfornato: Mario Draghi. Genio e regolatezza, autore di molte privatizzazioni, ma soprattutto introdotto nel mondo politico tedesco come non pochi; è lui che vi ha fatto avere il marco, ops l'Euro, nel portafoglio. Lui, insieme a Ciampi, Amato e Prodi, si sono dati da fare come pochi. Ma Draghi entrava ed usciva dalla Buba col piattino in mano, mandato da Ciampi a presentare impresentabili piani di rientro del debito pubblico, purtroppo non mantenuti dal recente governo di nani e ballerine. Lui ci ha messo la faccia, nella speranza ultima che il passaggio all'Euro voglia dire, magari nel volgere di una generazione e appena i vari Ferrara, Mieli e Berlusconi si saranno fatti da parte per motivi bio-politici, dicevo voglia dire un nuovo modo di credere nel lavoro, nella ricerca, nel progresso, negli investimenti. Tassi di interesse bassi, moneta forte, investimenti del 5% del PIL per la ricerca e soprattutto pedalare pedalare pedalare. PS: una paura ce l'ho, e cioè che si preannunciano momenti tosti e che l'Italia si stia piazzando con due-tre persone in grado di proteggerla nei mercati finanziari. Oltre a Draghi, ci si aspetta Monti super ministro dell'economia in un governo Prodi e probabilmente un Ciampi-reloaded. Per evitare il collasso dovuto ai troppi anni di mancati investimenti, di condoni e di genialate sulla banconota da un Euro.http://carlettodarwin.blogspot.com/
Le censure “segrete” di Bush
Il presidente Bush ha convocato di recente gli editori dei giornali, cercando di prevenire la pubblicazione di notizie che egli considera dannose per la sicurezza nazionale. Lo sforzo è fallito, ma le insolite riunioni alla Casa Bianca con i direttori esecutivi del Washington Post e del New York Times sono un indice di quanto seriamente il presidente prenda i recenti articoli che hanno sollevato alcune domande sulle tattiche anti-terrorismo dell'amministrazione. Leonard Downie Jr, direttore esecutivo del Post, non conferma gli incontri con Bush prima che l'articolo della reporter Dana Priest del 2 novembre ha rivelato l'esistenza di prigioni segrete della Cia nell'Europa dell'Est, utilizzate per interrogare sospetti di terrorismo.
Bill Keller, direttore esecutivo del Times, non confermera che lui, il giornalista Arthur Sulzberger Jr e il capo del bureau di Washington, Philip Taubman hanno avuto un incontro allo Studio Ovale con il presidente il 5 dicembre, undici giorni prima che i reporter James Risen e Eric Lichtblau rivelassero che Bush aveva autorizzato intercettazioni su americani e stranieri all'interno degli Stati Uniti senza un mandato del tribunale.
Ma questi incontri sono stati confermati da fonti che ne sono state informate, ma che non sono autorizzate a fare commenti perché entrambe le parti hanno convenuto di tenere le riunioni in maniera ufficiosa. La Casa Bianca non ha commentato. “Quando gli alti funzionari dell'amministrazione hanno sollevato alcune obiezioni di sicurezza nazionale su alcuni dettagli nell'articolo di Dana, ci siamo incontrati con essi, su loro richiesta, in più di un'occasione – afferma Downie”. “Gli incontri non sono registrati perché in essi dovevamo discutere di questioni di sicurezza nazionale presenti nel pezzo”. Almeno uno degli incontri, hanno rivelato le fonti, ha coinvolto John Negroponte, il direttore del servizio segreto, e il direttore della Cia Porter Goss.
“Questa è stata una fonte di preoccupazione per i funzionari dell'intelligence, e volevano comunicare le loro perplessità”, ha detto un funzionario dei Servizi. Alcuni liberal hanno criticato il Post per aver tenuto segreta la collocazione delle prigioni su richiesta dell'amministrazione. Dopo il meeting di Bush con i responsabili del Times, di cui ha dato notizia per primo il giornalista di Newsweek Jonathan Alter, il presidente ha attaccato il pezzo del giornale sullo spionaggio interno, definendo la diffusione di notizie top segret “vergognosa”. Alcuni liberal, nel frattempo, hanno attaccato il giornale per aver tenuto nascosta la storia per più di un anno dopo i primi incontri con i funzionari dell'amministrazione.
“La decisione di non rivelare la storia l'anno scorso, è stata mia”, dice Keller. “La decisione di tirarla fuori la settimana scorsa è stata mia. Sono sereno su entrambe le scelte. Oltre a questo, non c'è modo di affrontare una discussione completa sulle contorte procedure interne che gli studiosi dei media trovano così affascinanti, senza parlare di ciò che sapevamo, dove e come - e questo non lo posso fare”. Alcuni membri dello staff del Times dicono che la storia è stata ripescata in parte per via del timore che, nel libro che Risen pubblicherà sulla Cia il mese prossimo, fossero incluse queste rivelazioni. Ma Keller ha detto al Los Angeles Times: “La pubblicazione non è stata sincronizzata sulle elezioni in Iraq, sul dibattitto sul Patriot Act o sul libro in uscita di Jim o su qualsiasi altro evento”.
di Howard Kurtz da The Washington Post Traduzione per Megachip di Federico Guerrini
La lezione aritmetica di Fallujah di Greg Palast (GregPalast.com) "Se a Fallujah sono stati feriti 275 soldati Usa e a 419 di loro, come si riferisce all'ospedale militare americano, è stato prestato soccorso ospedaliero, a quanti di loro è stato sparato allora nel corso del viaggio aereo verso la Germania?" New York Times, pagina 1:
"I comandanti dell'esercito americano riferiscono che nell'assalto alla città di Fallujah sono stati uccisi 38 dei propri uomini e ne sono stati feriti 275".
New York Times, pagina 11:
"All'ospedale militare Usa qui si dice di aver ricevuto 419 soldati americani feriti da quanto è iniziato l'assedio di Fallujah".
Domande per la classe:
1. Se a Fallujah sono stati feriti 275 soldati e a 419 è stato prestato soccorso ospedaliero, a quanti di loro è stato sparato nel corso del viaggio aereo verso la Germania?
2. Ci è stato detto che i feriti erano 275, ma 419 sono stati i militari curati; ci è stato detto inoltre che sono morti 38 soldati. Quindi quanti uomini verranno seppelliti?
3. Per quanto tempo questi giornalisti del Times sono stati "embedded" con l'esercito? Domanda di riserva: quando questi giornalisti smetteranno di andare a letto con i militari?
New Tork Times, pagina 1:
"I comandanti dell'esercito americano stimano che a Fallujah siano stati uccisi tra i 1.200 e i 1.600 ribelli".
New York Times, pagina 11:
"Non si trovano in nessun luogo: i resti dei ribelli che i tank Usa hanno annientato. ... L'assenza dei corpi dei ribelli a Fallujah è rimasto un mistero".
Ogni volta che sento le news
torno a provare quella vecchia sensazione;
Siamo immersi fino al collo nella Grande Melma
E il Grande Pazzo dice di andare avanti.
Pete Seeger, 1967
Buon anno nuovo.
Fonte: http://www.gregpalast.com/detail.cfm?artid=394&row=0 Tradotto da Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media
La crisi della scuola in Bulgaria Tanya Mangalakova Inadeguatezza dei sistemi educativi e gestionali delle strutture scolastiche, abbandono anticipato, sproporzione tra il numero degli insegnati e quello degli alunni. La società bulgara chiede riforme radicali per il sistema scolastico Sciopero della fame per un aumento del 15 percento in busta paga. Gli insegnati bulgari del sindacato confederale “Podkrepa” hanno incrociato le braccia dal 26 novembre al 15 dicembre, rivendicando una riforma del sistema scolastico ma soprattutto migliori condizioni salariali. Il 16 dicembre “Dnevnik” ha titolato “Congratulazioni, 7 + 5 leva!”, commentando così l’accordo raggiunto tra il governo e il sindacato, che prevede un aumento mensile equivalente a meno di 7 euro, da erogare gradualmente in due rate nel 2006. Il ministro della Pubblica Istruzione intanto dovrà prendere misure impopolari e licenziare migliaia di insegnanti per ottimizzare il sistema scolastico e rendere possibili maggiori livelli di retribuzione.
“Era questo l’obiettivo dello sciopero della fame?” si sono chiesti in molti sulle pagine dei quotidiani. Non c’è da stupirsi se dopo il magro successo ottenuto, parte degli insegnanti si sia voltato contro la dirigenza del sindacato, chiedendone le dimissioni. Gli scioperanti hanno avanzato le loro richieste in ritardo per poi intestardirsi sull’aumento del 15 percento invece di insistere sulla riforma e modernizzazione del sistema e su salari che rispondano a criteri di qualità nell’insegnamento. I leader del sindacato sono rimasti al tempo del socialismo reale, quando un aumento di 12 leva poteva essere sbandierato come un successo. Adesso la sconfitta è lampante e gli insegnanti se ne sono già accorti. Il 20 dicembre “Novinar” e “Standard” hanno duramente criticato Yanka Takeva segretario del sindacato, che spenderà quasi seimila dollari per una vacanza natalizia a Washington. La “donna di ferro” che faceva lo sciopero della fame passerà 28 giorni negli Usa, dove ha intenzione di incontrare i leader dei sindacati americani e quello della missione del FMI in Bulgaria. “Per far questo spenderà le entrate di un anno di una famiglia di insegnanti, ma poi tornerà a combattere per 60 leva (30 euro) di aumento”, ha commentato ironicamente “Novinar”.
Troppi insegnanti
Ci sono troppi insegnanti in Bulgaria. Dopo il fallimento dello sciopero è soprattutto di questo che si parla. Il quotidiano “Troud” ha riportato le parole di Hans Flickenshield, direttore della missione del Fondo Monetario Internazionale in Bulgaria: “Prima le riforme e poi gli aumenti salariali. In Bulgaria il numero degli studenti è calato drasticamente, ma non quello degli insegnanti. L’educazione in Bulgaria è in crisi e i bulgari rischiano di non essere più competitivi”. Nel frattempo Tatiana Kalkanova, vice presidente della commissione “Pubblica Istruzione” del parlamento bulgaro, ha dichiarato che bisogna licenziare 5000 insegnanti.
Al momento il salario medio di un’insegnante in Bulgaria è di 280 leva (144 euro), una vera elemosina. La professione di insegnante è al gradino più basso, l’ultimo stadio prima della disoccupazione in molte aree del paese. Il salario è appena più alto dei contributi di disoccupazione o della pensione minima. I soldi per l’istruzione ci sarebbero, ma devono essere distribuiti tra troppi dipendenti, a cui di fatto lo stato dà questa opportunità soprattutto per ridurre il tasso di disoccupazione.
In Bulgaria ci sono 5415 classi con meno di 10 studenti, soprattutto nei centri minori. Queste classi costano allo stato almeno 10 volte più del normale. In alcuni distretti l’80 percento degli scolari studia nelle cosiddette classi miste, dove sono concentrati alunni di diverse età. Sarebbe molto più conveniente trasportare ogni giorno gli studenti in “limousine” dal loro paese natale alle scuole nei centri più grandi, ma questo equivarrebbe a dire che ci sono 1500 insegnanti di troppo, secondo i calcolo di “24 Chassa”.
L’ultimo bastione del socialismo
Sul settimanale “Politika”, lo psicologo Ivan Igov ha definito le scuole in Bulgaria “l’ultimo bastione del socialismo”. Almeno un terzo delle risorse, infatti, vengono perse a causa della cattiva gestione, secondo quanto denunciato nel 2004 dall’ex ministro delle Finanze, Milen Velchev. I genitori ormai sono disposti a pagare 20 leva per una lezione privata, per preparare i propri figli agli esami di accesso alle migliori scuole superiori o all’università. Di fatto le disposizioni sulle pari opportunità nell’istruzione vengono continuamente disattese. Il 10 percento degli studenti ha accesso alle scuole d’elite, tutti gli altri devono arrangiarsi. Nelle regioni a forte presenza di minoranze etniche molti bambini entrano nel sistema scolastico conoscendo soltanto poche parole di bulgaro, e per molti bambini rom le scuole stesse rappresentano un universo culturale estraneo. Anche per questo nel 2004-2005 ben 19.193 bambini hanno abbandonato la scuola dell’obbligo. Tra un terzo e un quarto degli studenti non terminano le scuole superiori a causa di problemi sociali e familiari, e di un atteggiamento negativo verso la scuola.
Un’altra questione importante riguarda gli esami di ammissione alle scuole secondarie, avversati sia dai genitori che dalle istituzioni universitarie. Molti professori guadagnano somme ingenti dando ripetizioni private agli studenti che intendono sostenere l’esame di ammissione all’università. Se invece gli esami dovessero essere affrontati per entrare nelle superiori, avendo valore vincolante per le università, i docenti universitari vedrebbero scomparire questa ricca fonte di guadagni.
Riforma del sistema scolastico
Il ministero della Pubblica Istruzione ha adottato un programma per lo sviluppo dell’istruzione secondaria, nel periodo 2006 – 2015. Alcune misure sono volte a combattere l’abbandono scolastico, come la merenda gratuita per gli alunni delle elementari e testi gratis dalla prima alla quarta classe. L’educazione secondaria sarà divisa in due livelli: il primo fino alla decima classe (16 anni) e al compimento dell’istruzione obbligatoria, il secondo di ulteriori due anni con il diploma da conseguire dopo l’esame di maturità. La vera novità consiste nell’introduzione di una valutazione alla fine di ogni livello, al quarto, settimo, decimo e dodicesimo anno.
La società bulgara è fortemente convinta che sia tempo di riforme radicali per il sistema scolastico, ora che l’ingresso nell’Ue appare imminente, e che a pagarne il prezzo debba essere l’enorme esercito degli insegnanti, con la chiusura di centinaia di scuole e migliaia di pensionamenti anticipati.
www.osservatoriobalcani.org
Iraq : nel mirino ONU appalto Halliburton per 1.4 miliardi di dollari di Rico Guillermo
L'ONU e' preoccupato per un contratto di 1,4 miliardi di dollari appaltato dal governo di Baghdad alla Kellogg, Brown e Root, una sussidiaria Halliburton(la societa' petrolifera di cui il vicepresidente USA Dick Cheney era presidente), usando le entrate irachene per il petrolio.
Funzionari dell'agenzia di controllo internazionale (IAMB) che supervisiona la gestione del fondo di sviluppo per l'Iraq lo hanno fatto presente, chiedendo agli USA di intervenire. Il presidente Jean-Pierre Halbwachs, controllore dei conti in pensione dell'ONU, ha ricapitolato ieri ai giornalisti riuniti a New York le preoccupazioni principali della commissione, compresa l'assenza di alcuni dati tecnici, l'assenza di garanzie sulle transazioni e la mancanza di controlli sulle spese di alcuni ministeri iracheni e le offerte non competitive per alcuni contratti.
Halbwachs ha ricordato che la commissione aveva chiesto una verifica speciale di tutti i contratti del valore superiore a 5 milioni di euro ottenuti senza gara d'appalto dall'autorita' provvisoria a conduzione USA guidata da Bremer dopo la caduta del regime di Saddam Hussein.
L'agenzia contabile KPMG ha condotto una verifica dei conti ma non ha riesaminato le verifiche gia' condotte dulla copertura del contratto di 1.4 miliardi di dollari per il ripristino delle infrastrutture per il petrolio in Iraq per l'importo assegnato a Kellogg, Brown e Root. Il contratto e' stato allora rivisto dall'ispettore speciale per la ricostruzione dell'Iraq, il quale ha ritenuto ad un primo esame di doer rimettere in discussione solo 200 miliardi di dollari, anche perche' il DFI ha gia' speso il resto della somma prevista per quel contratto.
Per tale ragione la commissione ha invitato Washington a "cercare una soluzione" con il governo iracheno sul possibile uso improprio delle risorse. Lo IAMB ha inoltre suggerito un rimborso degli importi i cui costi non possono essere sostenuti.
Fayezul Choudhury, un membro della commissione per conto della Banca mondiale ha detto che non si mette in discussione la volonta' dei due governi di cooperare, ma ha aggiunto che varie difficolta' hanno comportato molti ritardi. Bert Keuppens del FMI ha detto che nella fase iniziale la commissione aveva notato che i soldi del DFI erano stati usati per pagare i soli contratti ad Halliburton.
La compagnia e' gia' nel mirino dei giornali USA e degli inquirenti federali per i prezzi esorbitanti dei servizi forniti all'esercito USA in Iraq, giudicati dall'FBI scandalosamente gonfiati.
www.osservatoriosullalegalita.org
dicembre 29 2005
La politica in rete come bene pubblico partecipato
Questo è un promemoria su ciò che potremmo fare nel cruciale 2006
Stefano Garuti mi chiede un parere su un suo post in tema di blog e politica.
Lui, consigliere comunale a Carpi traccia un bilancio sincero della sua comunicazione politica sul sito. Da quello che capisco è abbastanza sistematica e regolare, correttamente elaborata, nei limiti della sua attività.
Stefano scrive:
Un articolo di un settimanale locale mi ha criticato sostenendo che il mio blog è noioso e limitato alla mia attività. Non la considero una critica. Per quello che riguarda la noia è lo specchio della attività del Consiglio Comunale: spesso lenta, poco interessante per i cittadini, noiosa. Per quanto riguarda la centratura sulla mia attività è frutto di una scelta ben precisa, come credo di aver chiarito anche in questo post.
Il senso del suo post è: chi fa politica e amministrazione localmente è destinato alla noia, a un volare basso che necessariamente si riflette sui blog dei pochi local heros che nonostante tutto credono e lavorano a una comunicazione in rete bidirezionale e trasparente.
Ma la noia locale è proprio un destino ineluttabile? Mi chiedo.
E la politica in rete deve essere per forza soggetta alle limitazioni chiaramente emerse nella recente conversazione (interventi di Luca, Giuseppe, Paolo, ...), limiti ricorrenti tutte le volte che, a mia memoria, si affronta il tema?
Il copione è sempre lo stesso. Noi cittadini che usiamo strumenti digitali di comunicazione chiediamo ai politici (altro da noi) dei requisiti. Loro ci leggono (qualche volta), prendono atto o ci ignorano, raramente rispondono.
Al proposito mi sono fatto un paio di convinzioni:
1) il politico in rete è noioso, autoreferenziale, poco commentato perchè è isolato. Non esiste una comunità di politici capaci di dialogare tra i loro, di rimpallarsi esperienze, progetti e idee. Di usare la rete come sede della propria ricerca e sviluppo professionale. Di attrarre.
Di discutere di futuro, di scambiarsi esperienze, di misurarle. Come fanno normalmente medici, ricercatori, tecnici, scienziati, programmatori.....
Praticamente tutti i blog dei politici, anche i migliori, sono costruiti sul modello. Io politico verso Voi cittadini. Le conversazioni, quando (raramente, come conferma Stefano) avvengono, sono uno-molti. E basati su sporadici commenti. C'è pochissimo di bidirezionale. E quel poco che viene messo in mostra è prevalentemente finto.
Invece sui blog dei cittadini che si interessano di politica le conversazioni sono normalmente molti-molti, le persone si leggono e si ascoltano sul serio, con qualche intervento sporadico di politici e amministratori.
C'è una dissimmetria evidente.
Se invece si riuscisse a fare massa critica su conversazioni tra amministratori e politici capaci di attrarre cittadini credo che qualcosa cambierebbe. Avremmo luoghi di ricerca e sviluppo, magari bipartisan, ben più utili, interessanti e produttivi.
Questi luoghi di comunità professionale aperta richiedono però strutture, redazioni, moderatori...Non si improvvisano e non generano risultati elettorali personali a breve termine. Costano fatica, esperienza, tempo. Non basta mettere su tre ragazzi a contratto a editare un sito auto-referenziale o, al più, a cancellare i commenti pieni di parolacce
2) Un esempio che si è avvicinato un po' a questo obbiettivo è stata, a mio avviso, la fabbrica del programma lanciata da Romano Prodi. Un sito aperto alle idee di tutti, che ne ha raccolte, ma che oggi appare congelato.
L'idea era buona, anzi ottima. Quante però di quelle idee e spunti verranno effettivamente incorporate nel programma dell'Unione?
Quante di quelle idee hanno generato una conversazione, un approfondimento, una discussione?
La fabbrica del programma era, anche quando operativa, una sorta di imbuto, una bella e stutturata buca delle lettere. Il suo sito correlato, governareper , uno spazio su cui si parla solo per inviti. I commenti sono scrivibili, ma non vengono memmeno visualizzati. Non parliamo poi del blog di Romano Prodi: commentabilità pubblica zero.
Oggi Prodi lancia una comprensibile iniziativa. Il suo sito di meet-up ( incontriamoci.romanoprodi.it ) ottimamente funzionale alla sua campagna elettorale (Dean e Trippi docent) ma ancora, è autentica partecipazione?
Quante delle idee dei cittadini inserite sui tre siti prodiani troveranno attuazione?
Temo molto poche, dato il fatto che il programma dell'Unione è oggi stato demandato a una serie di tavoli partitici. Per le necessarie mediazioni, necessarie a un struttura dell'Unione frammentata, e ulteriormente peggiorata dalla riforma (si fa per dire) elettorale proporzionalista.
Risultato: la Fabbrica del programma e i siti correlati, per chi si occupa anche da dilettante di politica in rete, appare come un ennesimo fallimento, una ennesima illusione. Vi abbiamo fatto giocherellare un po', a modo nostro, ma ora tutti zitti che i partiti, i poteri veri, devono decidere.
Supponiamo invece che la Fabbrica del Programma fosse passata, qualche mese fa, dallo stadio Uno (raccolta di idee) allo stadio Due (sistematizzazione delle stesse) e allo stadio Tre (creazione di portavoce dei pezzi di programma dal basso) e avesse avuto voce propria ai tavoli. Riportandone, in modo trasparente, il dibattito sul sito.
L'iniziativa avrebbe avuto un capo e un coda. Una sua serietà, sostanza e rappresentatività. Che oggi non ha.
3) La rete per fare politica viene continuamente svilita da simili operazioni senza sbocco, facilmente concettualizzate dai cittadini come illusioni. Il messaggio è: spendi il tuo tempo e le tue idee, cittadino, ma poi resta poco o niente di concreto e reale. In realtà facciamo della propaganda mascherata da partecipazione. Ovvio: pochi commentano i siti dei politici, preferiscono la verve di Beppe Grillo.
In un gran calderone di commenti in cui c'è di tutto e di più.
Ma che almeno sulla Tav, e su Val di Susa, ha fatto informazione, discussione, dissenso e consenso come nessun sito di politici manco lontanamente si sogna.
Il local hero, così, continua a restare solo. E noioso. Con la sua politica isolata del giorno per giorno.
Questo mio piccolo esercizio critico di accountability della fabbrica del programma (forse, con le primarie, l'unica innovazione di rilievo annunciata e tentata in questo campo nel 2005) serve ad avanzare la mia tesi.
Il modello dei siti-vetrina dei politici e dei siti-diario è ormai provato ed esistente. Incisività reale: zero. Al più è marketing. Salvo rarissimi casi.
Quella che manca è una rete di conversazioni effettive, sulle idee concrete, sulle esperienze, sui domini di opportunità.
Per esempio. Supponiamo che il sito (e lo staff) della Fabbrica del Programma, constatato (realisticamente) il passaggio di testimone ai tavoli partitici del suo oggetto originario decidesse di reinventarsi in una sorta di sito collettivo di politici e amministratori, di aggregatore per blog che si occupano di politica, di workgroup per iniziative, non sarebbe utile? Non sarebbe comunque il suo un esito meno deludente dell'attuale?
Una Fabbrica del programma permanente. Come perno della conversazione sull'Italia 2.0.
Quando finalmente si farà questo benedetto Partito Democratico un perno di questo genere non verrà nemmeno più spiazzato dai tavoli di mediazione. Potrà evolvere verso una struttura via via più complessa (per esempio anche verso una sorta di Wikipedia e di motore di ricerca sulle esperienze e i progetti politici in corso, in Italia e non).
Insomma, in uno strumento nazionale per la politica partecipata professionale. Credo che un decente partito moderno (non autoreferenziale e di potere) farebbe bene a dotarsi di questo strumento (abbandonando magari inutili quotidiani di partito).
Tanti amministratori locali (e non) potrebbero collaborarvi, mettere a fattor comune progetti, informazioni, risultati, valutazioni e attingere idee. E tanti cittadini potrebbero venirne stimolati e coinvolti.
Magari soltanto perchè qualcuno qualificato gli risponda: caro signore la tua proposta ha dei lati interessanti, ma formulata così è debole qui e qui. In casi simili ha dato risultati perversi qui e parzialmente postivi qui. Insomma, una conversazione.
Oggi, invece, ci lavori, butti un'idea e ti risponde il silenzio. Ma qualcosa d'altro è possibile.
Magari solo per replicare l'approccio su tanti siti locali, come questo. Magari per far conoscere iniziative in apparenza piccole (come la public company e il referendum sull'eolico fatto a Specchia), magari per creare club di sperimentazione tra comuni, o persino consorzi operativi.
Notare la differenza: qui ho proposto un'altra idea, e almeno un po' di discussione è saltata fuori...
Insomma, è possibile già oggi sviluppare giochi politici a guadagno condiviso magari virali sull'intero territorio italiano. Anche e soprattutto bipartisan. Il fatto è che non si vuole fare politica usando la rete, si vuol fare del marketing, si vuol vendere un partito, un prodotto o un candidato e basta.
L'italia ha assoluto bisogno di una svolta nel 2006. E non è solo questione di governo centrale, anzi. E' un sistema di progetti partecipati che manca. Di investimenti, di rischi (controllati, bentineso). Di fuoriuscite da vecchi modi di pensare in base a valutazioni credibili. E qui sulla rete abbiamo ormai più di un italiano su tre in grado di leggere e partecipare a queste valutazioni, progetti, scelte.
In mancanza di questa dimensione di comunità politica operativa il politico e l'amministratore o fa vetrina, o fa diario o fa esposizione (trasparentemente noiosa) del suo lavoro. Nel terzo caso esprimendolo singolarmente anche con onestà.
A me non basta. Non so a Voi.
Butto là una proposta minimale: cominciamo a valutare i siti dei politici sulla cartina di tornasole dei commenti?
E una proposta massima: un Aggregatore-comunità-wiki come presenza centrale in rete per il futuro Partito Democratico?
Perchè ci deve lavorare un privato cittadino come Granieri e non uno staff come è quello di Prodi? www.caravita.biz
«Ha corrotto un teste», indagato Berlusconi Inchiesta sui diritti tv, i pm: 600 mila dollari all'avvocato Mills per mentire di LUIGI FERRARELLA
dal Corriere - 29 dicembre 2005
Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha ricevuto alla fine di novembre un «invito a comparire» nel quale la Procura di Milano gli contesta due ipotesi di reato: corruzione in atti giudiziari di un testimone e concorso in falsa testimonianza. Berlusconi è sospettato di aver fatto versare «nel '97 da Carlo Bernasconi», manager Fininvest, «non meno di 600 mila dollari» su conti svizzeri dell'avvocato inglese David Mills affinché costui, chiamato a testimoniare in inchieste italiane sulla Fininvest, «dichiarasse il falso, negasse il vero o tacesse in tutto o in parte fatti a sua conoscenza» in due sue deposizioni a Milano: nel processo per le tangenti Fininvest alla Finanza e in quello All Iberian.
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L'INDAGINE MEDIASET. GLI SVILUPPI Berlusconi, invito a comparire per corruzione Inchiesta sui diritti tv, l'accusa: 600 mila dollari nel '97 a un teste perché dichiarasse il falso Il premier, convocato per il 3 dicembre, non si è presentato. I rapporti con il legale inglese e il ruolo di Bernasconi
MILANO — «Non meno di 600 mila dollari», versati «nel 1997 da Carlo Bernasconi» (manager Fininvest morto nel 2001), «a seguito di disposizioni di Silvio Berlusconi e al fine di favorire Silvio Berlusconi», su conti svizzeri dell'avvocato inglese David Mills affinché costui, chiamato a testimoniare in inchieste italiane sulla Fininvest, «dichiarasse il falso, negasse il vero o tacesse in tutto o in parte fatti a sua conoscenza» in due sue deposizioni dinanzi al Tribunale di Milano: il 20 novembre 1997 nel processo per le tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza (dove Berlusconi rispondeva di corruzione), e il 12 dicembre 1988 nel processo All Iberian (che vedeva Berlusconi imputato di finanziamento illecito al Psi di Craxi e falso in bilancio). Con questo capo d'imputazione, il presidente del Consiglio e fondatore della Fininvest ha ricevuto un «invito a comparire» nel quale la Procura di Milano gli contesta due ipotesi di reato: la corruzione in atti giudiziari del teste (il testimone di un processo è equiparato a un pubblico ufficiale), e il concorso nella falsa testimonianza addebitata a Mills. Tanto l'entourage di Palazzo Chigi quanto l'ambiente della Procura sembrano aver calato la saracinesca su questa notizia che, in maniera peraltro imprecisa o incompleta, ha preso a circolare la settimana scorsa in ambienti politici della maggioranza: per quanto infatti possa apparire incredibile, l'invito a comparire è stato consegnato da ufficiali della Guardia di Finanza di Milano allo staff del premier alla fine di novembre, con annessa convocazione dei due indagati per il 3 dicembre, giorno nel quale né Berlusconi né Mills si sono però presentati per l'interrogatorio. Riguardano direttamente Berlusconi entrambe le circostanze su cui Mills (ideatore a cavallo degli anni '80/'90 dell'architettura all'estero della tesoreria «parallela» della Fininvest) è accusato di aver mentito. E incrociano i misteri custoditi da All Iberian, la società off-shore di cui a lungo la Fininvest negò la paternità; di cui Berlusconi ebbe a ironizzare «con il mio senso estetico non avrei mai accettato una società con quel nome»; e che (come però si sarebbe scoperto solo anni dopo), oltre a versare 21 miliardi di lire a Craxi, nel 1991 aveva bonificato a Cesare Previti i 434.404 dollari istantaneamente girati da Previti al capo dei giudici delle indagini preliminari romani Renato Squillante (soldi costati a entrambi la condanna sinora in Appello per corruzione, e valsi a Berlusconi la prescrizione del reato in Tribunale dopo concessione delle attenuanti generiche negate invece a Previti). Nel primo caso, cioè nell'aula del processo per le tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza, il 20 novembre 1997, Mills rispose di aver appreso solo dai giornali dell'avvio dell'inchiesta All Iberian, quando invece (come egli stesso ha nel 2004 ammesso in uno dei nuovi interrogatori ancora coperti però da numerosi omissis) la notte del 23 novembre 1995 aveva avuto sull'argomento un colloquio telefonico con Berlusconi. Nel secondo caso, ovvero nella deposizione invece del 12 gennaio 1998 proprio al processo All Iberian, Mills affermò di nulla poter dire sulla effettiva proprietà delle società offshore Century One e Universal One, quando invece (come si sarebbe scoperto solo di recente, anche qui con sua ammissione) «beneficiari economici» delle due società «erano Marina e Piersilvio Berlusconi sotto il controllo di Silvio Berlusconi». Con l'invito a comparire, adempimento che di solito arriva quasi alla fine di una inchiesta (qui i termini per la richiesta di rinvio a giudizio o di proscioglimento dovrebbero scadere tra meno di un mese, alla fine di gennaio), emerge di colpo l'iceberg giudiziario la cui punta era affiorata grazie a un omissis incompleto. Nel «coprire» gran parte del verbale di un Mills ancora titubante il 7 novembre 2004, infatti, nella primavera scorsa a pagina 9 era tuttavia sfuggito alla Procura questo passaggio, che aveva indirettamente svelato indagati e oggetto dell'inchiesta: «Mi auguro non si possa certo dire che io sia mai stato "comperato"». lferrarella@corriere.it Luigi Ferrarella
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IL PERSONAGGIO Mills, l'avvocato che inventò la «tesoreria» della Fininvest L. Fer.
MILANO — «Genio» delle architetture societarie offshore, consulente della Fininvest di Berlusconi, avvocato di vip come Flavio Briatore, marito di un ministro del governo Blair: l'avvocato londinese David Mills esiste sulla scena giudiziaria italiana ormai da un decennio, e tuttavia resta ancora un mistero. Di cui solo a tratti si diradano piccoli lembi di verità. Uno, avventurosamente recuperato soltanto nel corso dell'inchiesta nata nel 2001 sulla compravendita dei diritti tv Mediaset, è spuntato dalle righe di un «fax confidenziale» scritto da Mills il 27 novembre 1995. Mills, che nel processo Sme in trasferta a Londra nel 2003 aveva insistito a negare di aver mai parlato con Berlusconi della società All Iberian, sintetizza nel fax agli spaventati soci londinesi del suo studio legale un colloquio telefonico che afferma di aver avuto con Berlusconi due giorni prima. Colloquio nel quale, stando al fax del 1995 e alla lettura che lo stesso Mills ne darà poi quando gli sarà mostrato dai pm nel 2004, Berlusconi affrontò al telefono con Mills la questione dell'accusa di aver illecitamente finanziato Bettino Craxi nel 1991. In maniera ben diversa che in pubblico, ove negava qualunque legame tra Fininvest e All Iberian. «Quando ho parlato con Berlusconi giovedì notte - scrive dunque Mills il 27 novembre 1995 nel fax ai suoi partner londinesi - , lui ha insistito che le più recenti contestazioni erano motivate politicamente. Sono bombe politiche in Italia perché i giudici di Mani pulite di Milano sono ora in grado di sostenere che Berlusconi deve essere stato dietro questo pagamento a Craxi. Al tempo del pagamento, alla fine del 1991, Craxi non era primo ministro. Quindi l'unica accusa che può essere fatta è che ci fu un contributo a un partito politico che non fu dichiarato. Non c'è contestazione di corruzione perché Craxi non era in carica. Naturalmente in questo Paese non sarebbe assolutamente un reato, come Berlusconi ha insistito a indicarmi». E quando il 18 luglio 2004 i pm mostrano a Mills questo suo fax di 9 anni prima, l'avvocato abbandona la trincea («Non ho mai parlato con Berlusconi di All Iberian»), difesa dal 1995, per ammettere: «Ora ricordo una telefonata con Gironi. A un certo punto lui mi passò al telefono Silvio Berlusconi, che mi disse le cose che ho riportato». L'altra circostanza, che secondo i pm Alfredo Robledo e Fabio De Pasquale sarebbe stata oggetto della falsa testimonianza di Mills «comprata» per l'accusa da Berlusconi, verte su due società «che si voleva rimanessero riservate», per «destinare una parte del patrimonio privato di Silvio Berlusconi ai figli del suo primo matrimonio». Compito che Mills spiega di aver eseguito ideando le società Accent e Timor, poi divenute Century One e Universal One. Nel 2001 la posizione ufficiale della Fininvest era che «queste società non hanno mai fatto parte del gruppo». Ma Mills dall'anno scorso dice ai pm ben altro: «I beneficiari economici erano rispettivamente Marina e Pier Silvio Berlusconi» (agli atti ci sono peraltro le loro firme sulle contabili), pur se con operatività subordinata al «consenso di Gironi, Foscale e Confalonieri, che rappresentavano la volontà di Berlusconi».
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Ds Milano - Rassegna stampa
Poteri forse di Marco Travaglio
Dunque, a sentire la sua omelia natalizia, don Antonio Fazio non è più sgovernatore di Banditalia perché «ho toccato i poteri forti». Fino all'altro giorno, secondo Andreotti e cardinali assortiti, Fazio era finito sotto inchiesta «in quanto cattolico». Il che indusse subito l'ex sondaggista del Cavaliere, Luigi Crespi, ad annunciare da San Vittore che lui non può aver commesso reati «in quanto buddista». Poi, in attesa di notizie dagli avventisti del settimo giorno, tornò la vecchia geremiade sui «poteri forti» che da sempre ispirerebbero la Procura di Milano. Lo dice Berlusconi, difendendo financo Stefano Ricucci: «Lo attaccano perché dà fastidio ai poteri forti». E Cossiga confida a Libero che l'inchiesta su Consorte & C. non dipende dagli eventuali reati scoperti, ma da una «guerra fra poteri forti» in corso a sinistra perchè «i prodiani, attraverso banche e giornali, hanno accerchiato i Ds». Anche per James Bondi, dietro i pm c'è Prodi, «fotocopia sbiadita spedita al centrosinistra dal fax dei poteri forti». E dai Ds si levano molte voci che occhieggiano alla stessa tesi: se il Corrierone sta informando così compiutamente i suoi lettori sugli ultimi scandali non è perché i suoi cronisti (gli stessi che narrano da anni le malefatte di Berlusconi e Previti) sono bravi, ma perché sono imbeccati dai «poteri forti» che cospirerebbero con i pm contro la scalata Unipol-Bnl, già benedetta da Fazio. Come se un governatore a vita, intimo del Vaticano, dell'Opus Dei e di Palazzo Chigi, sponsor della finanza bianca, rossa e azzurra, capace di prendere a calci una banca spagnola e una olandese, contasse meno del presidente della Ferrari e della fu Fiat, e del temibile padrone della Tod's. I primi a evocare quel fantasma, agli albori di Mani Pulite, furono i ciellini, che nel '92 già invitavano l'agonizzante Prima Repubblica in un bel «governissimo» fra Dc e Pds contro «i poteri forti della grande finanza e dei mass media». Lo stesso cocktail - «poteri forti e grande stampa» - evocò Bettino Craxi nel '93, tentando di convincere la Camera a salvarlo dai processi. Intanto, al seguito, fioriva un'ampia e variopinta letteratura complottarda. Fino alla leggenda di una crociera sul Britannia dove la regina d'Inghilterra e i banchieri demoplutogiudaicomassonici si riunirono per scaricare i partiti italiani e, tramite Di Pietro & C., spartirsi l'argenteria del Belpaese. Il regista occulto attribuito al Pool era Enrico Cuccia. Poi i giallisti dovettero cambiare musica, anche perché finirono sotto inchiesta o in galera gli amici più intimi di Mediobanca, da Romiti e Ligresti. I quali, fra l'altro, foraggiavano allegramente proprio Craxi, sedicente nemico dei poteri forti. Poi in politica arrivò Berlusconi, potere forte quant'altri mai. Ma costui, amico di noti mafiosi, già membro della loggia P2, sponsorizzato dal Vaticano, proprietario di tre tv, già allora il politico più ricco del mondo e più potente d'Italia, cominciò subito a dipingersi come un potere debolissimo tuonando contro i «poteri forti», tutti -chissà mai perché- «schierati a sinistra». Nell'estate '94, dopo soli tre mesi, il suo governo era già cotto. E di chi era la colpa? Delle bizze di Bossi? Delle prime leggi ad personam, tipo decreto Salvaladri o condono edilizio? Macchè: dei poteri forti. In un'intervista alla Stampa, il vicepremier Pino Tatarella puntò il dito sugli «uomini invisibili» che remavano contro il governo. Nell'ordine: Corte costituzionale, Mediobanca, servizi segreti, massoneria, Csm, Opus Dei, Bankitalia, gruppi editoriali,industria privata. Tutti «strumentalizzati dalla sinistra». Ultimamente, all'elenco della Spektre Rossa, Bellachioma ha aggiunto di suo pugno «scuole superiori, università, televisioni, sindacati, patronati, magistrati, regioni, province, comuni, banche, Tar e Consiglio di Stato». Non male. Ma niente paura: «Faremo una campagna d'attacco per spiegare i pericoli di una sinistra pronta ad allearsi con i poteri forti». Una battaglia impari, perché lui - poveretto - non conta nulla. È solo il capo del governo con 100 voti di maggioranza, che ogni giorno si fa una norma su misura, si autoassolve per legge da quattro falsi in bilancio, possiede tv, banche, assicurazioni e un patrimonio di 20 miliardi di euro. Difficile, in queste ristrettezze, resistere a poteri forti come la lobby degli extracomunitari e dei tossici (ieri presente in forze alla Camera per l'amnistia). Sarà durissima. www.unita.it
Auguri per il 2006 bfaber Per intesa generale, anche se sappiamo che può non corrispondere alla realtà, per convenzione aggiungiamo agli auguri un segno favorevole, in modo che il periodo futuro assuma una caratteristica migliore di quello passato. Perciò aggiungo Buon Anno.
E’ un falso che sia una formula di cortesia rivolta al nostro prossimo, nel momento in cui lo scriviamo è solo per noi stessi. Infatti, cerchiamo di coinvolgere il prossimo con il solo proposito di migliorare la nostra condizione. Trasmettiamo il messaggio, tanto che c’impegniamo a scriverlo, perché si realizzi il nostro modello di futuro. Non a caso facciamo a gara per inviarne di più di quelli che riceviamo. Quest’anno non ascolterò il solito discorso augurale del Presidente Ciampi. Non mi farò coinvolgere nella realizzazione dei suoi propositi augurali per la semplice constatazione che quelli passati furono certamente e decisamente migliorativi solo per la parte più furba o fortunata di una ristretta minoranza di concittadini. Ascolterò invece, con impegno e attenzione, gli auguri più modesti ma pieni di speranza degli ultimi, ad incominciare da quelli rivolti ai nostri deputati riuniti in seduta straordinaria per tentare di varare una legge di amnistia che riporti la giustizia e la legalità nelle nostre carceri.
Ascolto il loro augurio e mi associo perché sono consapevole che giustizia e legalità riguarda in primo luogo il mio futuro individuale e che ne potrò godere, senza limiti ed esclusioni, solo se ne potranno usufruire prima proprio le persone più deboli e meno fortunate. Purtroppo, rilevo che nell’ultimo sondaggio di Repubblica il 54% non sono favorevoli all’amnistia. A costoro va il mio augurio di un 2006 con meno paura e più fiducia nella giustizia e nella legalità. /www.ulivoselvatico.org/
Eccesso di zelo Nuove rivelazioni: l'Fbi ha spiato decine di gruppi di protesta dopo l'11/9
Come regalo di Natale anticipato, migliaia di americani hanno scoperto di essere stati tenuti sotto controllo dall’Fbi come potenziali terroristi. Ambientalisti, attivisti per i diritti degli animali, comunità di vegetariani, sindacati, studenti contrari al reclutamento nelle scuole: tutti spiati dal Grande Fratello e finiti negli archivi del bureau di Washington. L’iniziale rivelazione dell’esistenza di questi documenti è venuta dall’emittente Nbc che ha dimostrato come almeno 1.500 manifestazioni siano state osservate in modo particolare dall’Fbi dall’estate 2004 a quella di quest’anno. Altre migliaia di pagine sono state poi ottenute dalla American Civil Liberties Union (Aclu), proprio nei giorni in cui il New York Times è uscito con la sua storia sulle intercettazioni telefoniche non autorizzate compiute dall’intelligence. E quasi a confermare che la paranoia dell’amministrazione Bush ha raggiunto limiti indifendibili agli occhi dell’opinione pubblica, nei giorni scorsi il Pentagono ha parzialmente ammesso di aver esagerato.
Maggiori poteri. L’estensione dei controlli dell’Fbi risale ai primi mesi successivi agli attentati dell’11 settembre 2001, quando l’allora ministro della Giustizia John Ashcroft tolse alcune restrizioni ai poteri investigativi del bureau. Nell’allargata concezione di “minaccia terroristica” sono finiti così anche gruppi di protesta ritenuti dall'amministrazione inclini ad azioni violente o comunque sospette. Ecco allora che nelle 2.300 pagine di rapporti ottenute dalla Aclu sono finiti il Comitato arabo-americano contro la discriminazione, Greenpeace, la Lega dei lavoratori cattolici, l’Associazione per il trattamento etico degli animali (Peta), i gruppi pacifisti dei quaccheri, il Fronte di liberazione della Terra. Quest’ultima associazione viene descritta dall’Fbi come un “gruppo estremistico” le cui cellule si rendono responsabili di azioni illegali e violente, il che rende il Fronte “una seria minaccia terroristica interna”. Anche l'organizzazione italiana Emergency, che da circa un anno sta costruendo con successo gruppi territoriali negli Usa, lo scorso marzo è stata protagonista di un episodio che si può ricollegare al clima. "Io e Gino Strada stavamo presentando l'attività di Emergency in una chiesa dell'Illinois - racconta Rossella Miccio, delle relazioni esterne - in un incontro organizzato da un'anziana coppia della comunità. Abbiamo lasciato la chiesa molto soddisfatti. Ma il mattino successivo Charlene, l'organizzatrice, ha ricevuto una telefonata da una persona che si è presentata come un agente dell'Fbi. Gli ha chiesto informazioni sull'incontro della sera precedente. La motivazione ufficiale? Una persona aveva chiamato l'Fbi per denunciare l'assistente del dottore (cioè, figuriamoci, io) che aveva secondo loro introdotto un'arma nella chiesa".
Le reazioni. Le critiche non hanno tardato ad arrivare. “E’ chiaro che questa amministrazione ha impegnato ogni possibile agenzia di intelligence per spiare gli americani”, dice Ann Beeson, direttore legale della Aclu. “Se negli archivi dell’Fbi un gruppo come la Lega dei lavoratori cattolici viene definito ‘di ideologia comunista’ pensi che siamo tornati ai tempi della minaccia sovietica. L’Fbi dovrebbe usare le sue risorse per indagare su minacce credibili, invece di sprecare tempo tenendo sott’occhio americani innocenti che criticano la politica del governo”. Anche gli animalisti del Peta, sul cui conto l’Fbi ha aperto un’inchiesta preliminare per attività terroristica, si sono fatti sentire. “E’ un abuso di potere scioccante, se gruppi come il nostro o Greenpeace sono in pratica puniti per il loro attivismo sociale”, attacca Jeff Kerr, consigliere generale del Peta. “Non bisognerebbe chiedersi, quando si va a una manifestazione, se sei sorvegliato dall’Fbi”. L’Fbi però minimizza. “Essere menzionato in un nostro rapporto non significa per forza essere oggetto di un’investigazione”, ha detto John Miller, un portavoce del bureau. “L’Fbi non indaga su individui o gruppi sulla base delle loro idee politiche. Tutto ciò che facciamo è dettato dalla legge, dalle linee guida del dipartimento della Giustizia e dalle regole interne dell’Fbi”.
La ritirata del Pentagono. Intanto, però, il Pentagono ha fatto parziale marcia indietro, ordinando una revisione del programma di raccolta informazioni. Non ha ammesso la sua colpa ma ci è andato vicino, facendo capire che molti dati in quei rapporti non ci dovevano finire. “Non c’è niente di più importante per l’esercito statunitense della fiducia dei cittadini americani. Il dipartimento della Difesa guarda con la massima preoccupazione ogni potenziale violazione delle sue severe disposizioni che regolano le attività di controterrorismo”, si legge nel comunicato emesso dal Pentagono. Le nuove disposizioni sono precise: qualunque informazione che non viene considerata una minaccia dovrà essere rimossa dal database entro 90 giorni. Niente continua a vietare però, che per tre mesi l’Fbi continui a conservare dati su chi preferisce. Dal giovane animalista ribelle alla nonnina pacifista. Alessandro Ursic www.peacereporter.net
La legittimità delle elezioni venezuelane di James Petras (Rebeliòn) Gli osservatori internazionali hanno dichiarato che le elezioni venezualane sono state democratiche e trasparenti, e costituiscono il riflesso fedele della volontà degli elettori Le elezioni venezuelane per il rinnovo del congresso del 4 Dicembre segnano un momento cruciale nella politica interna e nelle relazioni tra gli Stati Uniti ed il Venezuela. Il partito del presidente Chavez, il Movimento della Quinta Repubblica ha conquistato approssimativamente il 68% dei seggi, suddivisi fra tutti i partiti filogovernativi. La partecipazione alle elezioni senza una campagna presidenziale è stata del 25%. La percentuale a favore di Chavez sopravanza la maggioranza conquistata in elezioni del congresso precedenti nel 1998 (l'11,24%) e nel 2000 (il 17%). Se raffrontiamo la partecipazione dei votanti con le consultazioni più recenti, che inclusero l'opposizione (le municipali di Agosto del 2005), la campagna per l'astensione ha guadagnato soltanto un 6% ( 69% al 75%).
L'affermazione statunitense in merito al fatto che la bassa partecipazione è stata il risultato del boicottaggio dell'opposizione appoggiata dagli USA è chiaramente falsa. L'argomento secondo il quale questo livello di partecipazione esprime la misura della legittimità dell'elezione non è sostenibile, perché se si applicasse a una qualsiasi delle lezioni del congresso, municipale o per il governatore che hanno luogo negli Stati Uniti " al di fuori dell'anno elettorale", molte di queste perderebbero legittimità.
Uno degli aspetti più enfatizzati delle elezioni è stata la elevata polarizzazione dell'elettorato: nei quartieri dell'elite e della classe medio alta la partecipazione è stata più bassa del 10%, mentre nei numerosi quartieri popolari, la BBC ha riferito di lunghe code che aspettavano per esprimere il proprio voto. Con all'incirca la maggioranza dei poveri come votanti e il 90% a favore del partito di Chavez e una legislatura totalmente chavista, rimane aperta la via per una nuova e più progressista legislazione, senza le tattiche di ostruzionismo di un'opposizione virulenta. Il quadro politico attuale deve portare a misure che accelerino l'espropriazione dei latifondi e delle fabbriche fallite e chiuse, così come a nuove politiche sociali e infrastrutturali. Inoltre è possibile che un nuovo emendamento costituzionale permetta un terzo mandato al presidente Chavez.
Washington: la strategia del "tutto o nulla"
L'amministrazione Bush (con l'appoggio del congresso democratico) si è lanciata in una disperata politica di "casino" (nel testo NdT), in una strategia del tutto o nulla, invece di escogitare modalità atte ad incrementare gradualmente l'opposizione. Washington ha spinto la sua confederazione sindacal clientelare (CTV) (con appoggi finanziari e "sostegno" dell'AFL-CIO) ad uno sciopero generale nel 2001 che è fallito miseramente e che per converso ha portato alla formazione di una nuova confederazione, la quale ha ridotto la CTV ad un apparato impotente. Nell'Aprile del 2002, gli USA appoggiarono un golpe che fu respinto in 47 ore a causa di una sollevazione popolare di massa, appoggiato dagli ufficiali costituzionalisti, che ebbe come conseguenza il pensionamento forzato di centinaia di militari favorevoli agli USA. Dal Dicembre del 2002 al Febbraio del 2003, funzionari appoggiati dagli USA nella compagnia statale del petrolio,PDVS, organizzarono un blocco padronale della produzione e paralizzarono temporaneamente l'economia. Lavoratori ed ingegneri leali sostenuti dal governo, ruppero il blocco patronale e tutti i principali funzionari che erano implicati nello stesso furono licenziati, la cosa ebbe come conseguenza una ridistribuzione delle rendite del petrolio dalla classe alta ai poveri. Inoltre, gli USA hanno dirottato fiumi di denaro attraverso una ONG "Sùmate", per finanziare un referendum di revocazione di Chavez nel 2004. Il referendum fu sconfitto per 16 punti di margine (il 58% contro il 42%), portando ad una demoralizzazione, apatia e spoliticizzazione dei votanti della destra. Nella recente campagna per il congresso , dato che i pronostici prevedevano una sconfitta elettorale massiccia, Washington ha fatto pressione alle sua ONG e alle sue clientele politiche perchè si ritirassero dalle consultazioni politiche e facessero campagna per l'astensione, con il risultato che abbiamo visto: la perdita di qualsiasi sfera istituzionale di influenza, la marginalizzazione del suo elettorato e la necessità inevitabile per la classe imprenditoriale di negoziare direttamente con il congresso invece che attraverso l'opposizione politica.
In ogni confronto politico Washington ha bruciato un gruppo politico-sociale strategico a causa del suo affanno nella ricerca di scorciatoie per rivalersi sul potere statale. Washington ha rinunciato ad accumulare potere mediante una strategia gradualista dall'interno, a modificare le legislazioni per mezzo della negoziazione, a soppesare costi reali o immaginari ad addolcire la retorica demagogica che caratterizza la sua politica estera.
La politica che soggiace alle politiche fallimentari di Washington
La domanda è perchè Washington persiste nelle sue politiche fallimentari malgrado tutte le sconfitte riportate? Malgrado esista una continuità nelle politiche del tutto nulla, gli aspetti qualificanti di tale politica hanno subito variazioni a seconda del caso. Fra il 2001 ed il 2002, gli ideologi delle guerre multiple con l'espediente della lotta contro il terrorismo , al grido "O si sta con noi o si sta con i terroristi" (Bush, 23 Settembre del 2001), erano determinati a togliere di mezzo una volta per tutte il regime di Chavez. La ragione era che quello del presidente Chavez è stato uno dei pochissimi regimi non comunisti che si è opposto alla guerra statunitense contro l'Afganistan ed ha condannato il terrore statunitense (Chavez ha dichiarato: " non si può lottare contro nessun terrore con il terrore"). Dato che gli estremisti controllavano il potere a Washington, già nell’Ottobre del 2001, un funzionario del Dipartimento di Stato satunitense ( Grossman) minacciò Chavez dicendo che " lui e le generazioni future pagheranno" per essersi opposti all'aggressione statunitense. Insieme all'ambasciatore statunitense Charles Shapiro, i neoconservatori, soprattutto i cubano statunitensi nel Dipartimento di Stato che hanno disegnato le politiche per L'America Latina, hanno sovrastimato la loro influenza sull'esercito venezuelano e hanno esagerato il potere dei media e dell'elite imprenditoriale riguardo alla fattibilità del golpe militare. L'azione precipitosa è stata dovuta all'allora vicina invasione dell'Iraq e alla necessità ossessiva di imporre il silenzio all'opposizione dei governi stranieri, vista la massiccia opposizione negli USA ed in Europa ad una guerra all'Iraq. Il secondo fattore che ha influito nella cocciutaggine di Washington nel perseverare nella sua politica del tutto o nulla, nel momento del blocco padronale, è stata la futura crisi petrolifera con la guerra all'Iraq e i legami di Chavez con Iraq ed Iran per mezzo della direzione dell'OPEC.
Dopo aver giocato le sue carte militari ed avere perso, Washington si è giocata la carta del petrolio per indebolire o rompere l'OPEC e bloccare così qualsiasi salita del prezzo e assicurarsi un incremento del flusso del petrolio in Venezuela. Una delle misure imposte dai golpisti delle 48 ore sarebbe stata quella di ritirarsi dall'OPEC. L'esecutivo del blocco padronale petrolifero lo avrebbero reso effettivo se fossero riusciti a spodestare il governo Chavez.
La politica del "tutto o niente" di Washington è continuata inoltre a causa dell'appoggio crescente del Venezuela a Cuba. Il virulento gruppo di pressione anticubano ed i suoi rappresentanti nel Dipartimento di Stato, Otto Reich e Roger Noriega, hanno tentato in tutte le maniere di distruggere l'alleanza strategica di Cuba con il Venezuela, senza nessuna considerazione del rischio che avrebbero potuto correre i clienti statunitensi del Venezuela, allo stesso modo in cui i difensori di Israele al Pentagono , gli stessi che hanno premuto per la guerra all'Iraq, erano preparati ad offrire un appoggio yankee ad un attacco israeliano contro l'Iran qualsiasi fosse il costo per i clienti arabi del Medio Oriente appoggiati dagli USA.
Il terzo fattore che ha dato origine alla politica del tutto o niente è stata l'opposizione di Chavez all'area del libero commercio delle Americhe e il crescente appoggio che suscita in America Latina la proposta alternativa bolivariana per l'America (ALBA). Gli estremisti di Washington stimano che l'egemonia statunitense sia diminuita a causa del contagio causato da una serie di regimi di centrosinistra "comprati" o influenzati dalla offerta venezuelana di greggio e finanziamento petrolifero. Va detto che nessuno dei regimi in questione (Lula In Brasile, Kirschner in Argentina, Vazquez in Uruguay, etc) ha seguito in nessuna maniera le politiche di benessere di Chavez o la sua posizione critica nei confronti dell'imperialismo americano. Gli insuccessi statunitensi nel consolidare i governi in Iraq ed in Afaganistan e le sue sconfitte con l'ONU riguardo all'isolamento di Cuba, hanno indotto gli estremisti, disperati ad adottare la strategia del tutto o nulla in Venezuela, con sempre meno appoggio istituzionale e politico, in un gioco perverso che ogni volta tentava di rimediare alle sconfitte precedenti. Quanto più era debole la forza della sua clientela e più urlata era la sua retorica tanto meno era la sua risonanza in Venezuela, nell'America latina e persino nel Congresso Statunitense, grazie alla politica di offerta di petrolio sovvenzionato per consumatori di basso reddito in USA.
Il destino postelettorale della clientela politica statunitense: l’opposizione venezuelana
Che faranno i vecchi partiti che hanno boicottato le elezioni adesso che si sono autoesclusi dal Congresso? I due partiti maggiori, Acciòn Democratica (AD) e Social Cristiano (COPEI), basavano la loro forza nella influenza del partito e nei posti governativi in grado di assicurargli attivisti e votanti. Senza di questi,l'unica possibilità di sopravvivenza dell'apparato di partito sono le elemosine delle false ONG statunitensi (The democratic and Repubblican Institutes), ma senza lavoro e benefici extra i suoi militanti cercheranno in altre direzioni, magari tentando un aggancio a quelle formazioni più conservatrici favorevoli a Chavez o formando un nuovo partito o ritirandosi dalla politica attiva. Chavez aveva ragione quando disse che queste elezioni significavano il sotterramento dei partiti tradizionali come contendenti credibili per il potere elettorale. Alcuni , non la maggioranza dei sostenitori politici, non sono preparati ne sono attratti dall'idea di buttare bombe o di darsi alla guerriglia. Ciò nonostante , alcuni degli altri gruppi, come il psedopopulista Partido Primero Justicia e gli estremisti che ruotano attorno alla ONG Sùmate appoggiata da Bush e finanziata dal National Enowment for Democracy potrebbero dare inizio ad un qualche tipo di guerriglia urbana.
Non c'è alcun dubbio che la destra venezuelana sia incapace di riprodurre "la rivoluzione arancione" della CIA-Soros nel Caucaso, e questo per diverse ragione. In primo luogo, perchè il regime di Chavez ha una base popolare di massa, attiva e impegnata, che ha il predominio nell'intervento di piazza. Secondo, perchè non c'è nessuna grossa questione intorno alla quale la destra possa mobilitarsi e unificarsi in un movimento popolare. I vasti programmi di benessere sono popolari, l'economia sta crescendo, i livelli di vita stanno salendo, la corruzione non è fuori controllo e c'è libertà assoluta di riunione, di stampa e di parola.
Le associazioni imprenditoriali conservatrici stanno prosperando sempre di più con i contratti del governo e dipendono dai loro contatti con il partito vittorioso al potere per realizzare accordi. Non è probabile che si buttino a capofitto in una scommessa rischiosa con ONG sconfitte e con partiti con una storia di politica avventurista e del tutto fallimentare, poichè nell'attuale frangente è più facile per loro guadagnare soldi, e questo malgrado i loro pregiudizi contro "il negro" nei loro cocktails privati.
Nel complesso rimangono due sole alternative all’opposizione. I pragmatici , soprattutto fra l'elite imprenditoriale, probabilmente cercheranno di aprire un dialogo attraverso l'arcivescovo conservatore di Caracas con l'ala moderata del governo di Chavez (i ministri dell'economia e della finanza) e con il congresso per guadagnare una certa influenza e limitare i cambiamenti "dall'interno". La seconda opzione consiste nel dar vita ad azioni violente exraparlamentari ed al reclutamento di qualche astuto militare o funzionari, con senso di lealtà quantomeno ambiguo. Ci possiamo aspettare qualche attentato come quelli che ebbero luogo il giorno delle elezioni, la distruzione di un oleodotto e un candelotto di dinamite scagliato vicino ad una base militare. Nessun di questi ha avuto grosse ripercussioni. Un rafforzamento dei comitati di vigilanza comunitari e delle operazioni antiterrorismo sarebbero in grado di controllare questi estremisti, malgrado l'appoggio ovvio che ricevono della CIA.
Politica statunitense: dopo le elezioni
Chiaramente, la strategia del "tutto o nulla", ha portato alla sparizione,alla disintegrazione,al rifiuto ed all’isolamento degli appoggi più significativi che Washington possedeva nella società venezuelana. Ciò che rimane sono i mezzi privati di comunicazione che ancora sono in grado di montare una formidabile campagna antigovernativa di propaganda a favore degli USA. Gli Stati uniti possono rafforzare e forse radicalizzare il loro messaggio, giocando la carta del "tutto o nulla" una volta ancora, con la speranza di provocare misure repressive, nella logica del " tanto peggio tanto meglio". Thomas Shannon sottosegretario statunitense per i problemi dell'Emisfero Occidentale,ha già risposto alla schiacciante vittoria di Chavez qualificandola come "un passo avanti verso il totalitarismo" , un punto di vista rifiutata da ogni paese del Sud o del Nord America, dalle Nazioni Unite e da un esercito di osservatori dell’Unione Europea.
I propagandisti statunitensi, chiaramente, non hanno riconosciuto il fatto che è stato l'atteggiamento estremistico che li ha portati ad un isolamento totale, incluso fra la maggioranza della clientela politica fedele agli USA nella regione. Washington può fare pressione sulla Colombia e al suo presidente Uribe per creare conflitti di frontiera, ma questo non funzionerà. Il commercio fra Colombia e Venezuela sta crescendo rapidamente e quantità pari a tre milioni di dollari sono molto superiori a quelle totalizzate dall'interscambio Colombia-Stati Uniti. E ancora, Il Venezuela è il mercato più importante della Colombia per i prodotti manufatturieri ( il 25% del totale). Inoltre con una cifra importante di svariati miliardi di dollari in ballo per i gasdotti e gli oleodotti venezuelani che attraversano la Colombia, sarà difficile trovare rancheros, industriali e banchieri che sostengano un 'incursione colombiana in Venezuela appoggiata dagli USA.
Washington ha altri due appoggi: le ONG e i terroristi clandestini, che possono tentare di provocare il caos e la distruzione per fomentare un golpe o , perlomeno manifestazioni di piazza. Ci sono due problemi che minano l'efficacia di ONG come Sùmate:la dipendenza economica dagli USA e la mancanza di una posizione indipendente. La sua legittimità all'interno della classe medio bassa, commercianti, professionisti e settori conservatori di impiegati pubblici, si va progressivamente riducendo. Per giunta, le sue numerose campagne fallimentari e la perdita di potere istituzionale hanno demoralizzato coloro che organizzavano le manifestazioni. Tutta questa situazione lascia Washington in compagnia dei suoi colleghi del tutto o nulla, i terroristi armati clandestini che possiedono qualche appoggio dentro un settore ristretto dell'elite in grado disporre di case sicure, accesso ad armi e denaro. Senza sottovalutare completamente la sua capacità di mettere bombe, il terrorismo è come un boomerang che finisce per accrescere la domanda popolare di maggiore sicurezza, favorendo la "mano dura".
Questo lascia spazio per un possibile intervento diretto degli USA. Sebbene gli estremisti di Washington posseggano, almeno in teoria, tutta la capacità di attuare una risoluzione di questo tipo, in pratica gli mancano alleati regionali,le loro risorse politiche si trovano al livello più basso mai raggiunto e la debolezza interna della amministrazione Bush con un’ opinione pubblica statunitense sempre più contraria alla guerra (incluso alcuni settori del Congresso) sono in grado di scongiurare una nuova invasione. Non rimane che una guerra prolungata contro un governo appoggiato da milioni di suoi cittadini, con o senza armi. A ben guardare però, data la micidiale combinazione della logica del tutto o niente e dell'estremismo di Washington, nulla può essere del tutto escluso. Congresso indebolito, governo di Chavez indebolito
Con la sparizione dei partiti, il pluralismo , il dibattito e la competizione politica trovano la loro espressione in altre sedi. Ci sono numerosi partiti politici e tendenze che sono "pro-Chavez", incluso una dozzina di quelli che possono essere classificati come liberal-democratici, social-liberali, nazionalisti e una varietà di gruppi marxisti. Parimenti, nei settori agrari e industriali e all'interno dei movimenti sociali e sindacati vi sono divisioni e competizioni tra riformatori centristi e rivoluzionari. Dentro il Congresso e nei ministeri queste tendenze entrano nella dialettica politica attraverso , le varie posizioni vengono dibattute e difese, ognuna delle parti esprime proposte e modifiche da punti di vista diversi. Lo stesso Chavez ha un lato pragmatico ed uno rivoluzionario nei suoi discorsi e nei suoi comportamenti politici. In altre parole la democrazia pluralista sta bene e gode di buona salute. Le grandi questioni fra stato e mercato, proprietà pubblica e privata, fabbriche autogestite e monopoli privati , capitale straniero o nazionale si discuteranno e si risolveranno all'interno di una visione chavista multidimensionale.
L'ala moderata o conservatrice del chavismo si preoccupa per la legittimità malgrado le elezioni limpide e certificate. Probabilmente cercheranno di tendere la mano alla personalità meno estreme, a personalità della Chiesa e leaders del commercio perchè diano vita ad un'opposizione nuova e "ragionevole" alloscopo di neutralizzare il copione statunitense amplificato dai media locali, sulla deriva verso il totalitarismo. I pragmatici cercheranno di mantenere la disciplina fiscale e limiteranno i guasti sociali e promuoveranno l'associazione pubblico- privato. I gruppi e i partiti centristi cercheranno di consolidare il potere politico nelle istituzioni e nel proprio elettorato, promuovendo riforme graduali, aumenteranno i guasti sociali e distribuiranno contratti per le grandi infrastrutture alla borghesia progressista. I gruppi organizzati della sinistra organizzata, principalmente all’interno dei nuovi sindacati con orientamento di classe, nelle cooperative radicate nei quartieri e nelle comunità, nei movimenti sociali contadini e soprattutto, nelle imprese autogestite da lavoratori e movimenti, stanno facendo pressioni per una statalizzazione sempre più spinta e per trasformarsi in imprese produttive locali, con l'obiettivo di ridurre del 50% la popolazione attiva che rimane senza lavoro o sottoimpiegata. Allo stesso tempo, attaccano la selezione verticale dei candidati elettorali. E' probabile che sorgano conflitti fra gli attivisti di massa nei quartieri e i sindacati e certi opportunisti e funzionari municipali e provinciali corrotti, soprattutto nell'assegnazione dei fondi e nello stile della leadership.
Chavez sta con la sinistra e i movimenti di massa , ma non disdegna i pragmatici che decidono la politica macroeconomica nè ai centristi che stanno cercando di istituzionalizzare il potere politico.E' ancora Chavez che sintetizza le differenti posizioni, educa il pubblico e da la misura di una leadership carismatica che unifica e muove tutto il movimento. E' Chavez che denuncia l'imperialismo americano e si riunisce con i leader iraniani , è Chavez che firma accordi con il neoliberale Uribe ed elogia Lula da Silva del Brasile, il ragazzo del manifesto di Wall Street , macchiatosi di corruzione. Chavez vuole un ampio dibattito sulla sua visione del socialismo del XXI secolo, sulle vendite sovvenzionate a paesi e popolazioni (inclusi quelle degli USA) e approva nuovi contratti di sfruttamento del petrolio con i giganti multinazionali.
L'appoggio di Washington al sacrificio dell’opposizione venezuelana nel congresso venezuelano apre la porta a maggiori avanzamenti nella legislazione che favorisce il lavoro, proprietà pubblica, riforma agraria, legislazione del lavoro progressista e legami verso una maggiore integrazione latinoamericana. La perdita statunitense degli appoggi di potere rappresenta la migliore opportunità per i riformisti e i rivoluzionari per approfittare di questo momento storico e non solo per sconfiggere l'impero, ma per costruire una società socialista incorruttibile, democratica, unica ed egualitaria che sappia coinvolgere la gran massa della popolazione in un reale esercizio di democrazia e non soltanto nella scelta di quale politico votare per meglio difendere i propri interessi.
Epilogo
Il problema della legittimità delle elezioni non è una questione seria. Gli osservatori latinoamericani delle commissioni elettorali di numerosi paesi conservatori hanno dichiarato che le elezioni e i suoi risultati sono state democratiche, trasparenti e un riflesso fedele della volontà degli elettori. Gli osservatori della comunità europea hanno certificato che le elezioni sono state trasparenti. Riguardo alla partecipazione del 25% del censo e la campagna di astensione promossa dalla opposizione appoggiata dagli USA è possibile affermare in primo luogo che, molti di coloro che non hanno votato erano partigiani del presidente Chavez e non lo hanno fatto per varie ragioni:
a. Non hanno visto nessuna ragione per votare, supposto che la vittoria era certa; una elezione più competitiva avrebbe mobilitato molti di loro. b. Chavez non concorreva. La base di massa popolare è più pro Chavez che seguace dei partiti chavisti, incluso del suo Movimento per la Quinta repubblica. c. Molte reti favorevoli a Chavez si sono astenute perchè non è piaciuta loro la maniera nella quale i suoi candidati sono stati scelti(una maniera verticistica) o perché non gradivano le loro politiche e il loro stile politico(corruzione, nepotismo,mancanza di iniziativa nell'intraprendere le riforme). d. Molti dei beneficiari delle riforme di benessere pubblico sono passivi perchè sono abituati a ricevere aiuti dall'alto, in luogo di lottare dal basso. Il benessere distribuito in modo paternalistico non anima l'attività politica. In secondo luogo, molti dei votanti della opposizione non si sono disturbati a votare a causa dell'apatia e della demoralizzazione seguita ai recenti insuccessi elettorali (referendum, elezioni municipali) e le costose campagne autodistruttive che li hanno portati alla perdita del lavoro e dello stipendio (blocco padronale e golpe). Il gruppo di coloro che si sono astenuti dal voto include molti che , sebbene non simpatizzino per Chavez, beneficiano dei programmi economici e rifiutano la retorica estremista e la violenza perpetrata da settori dell'opposizione. Non c'è alcun dubbio che la partecipazione elettorale perlomeno si raddoppierà quando Chavez si ripresenterà alle elezioni , sebbene l'opposizione si astenga o presenti uno o più candidati.
Fonti: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=1673 http://www.rebelion.org/noticia.php?id=24533 Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Franco Cilli
Serbia : si stringe il cerchio intorno a Ratko Mladic di Gabriella Mira Marq
Sono state intensificate le ricerche dell'ex capo militare dei Serbi di Bosnia Ratko Mladic. Il ministro serbomontenegrino per i Dritti dell'uomo Rasim Ljajic ha dichiarato ieri all'agenzia di stampa Tanjug che le autorita' di Belgrado stanno stringendo il cerchio per arrivare all'arresto.
Mladic e' ricercato infatti dal Tribunale penale internazionale, ed il procuratore Carla Del Ponte ha sottolineato in piu' occasioni l'urgenza della sua cattura e il 31 dicembre scade l''ultimatum' da lei lanciato il 15 febbraio scorso sulla stampa francese di "rivelare documenti" sull'incapacita' della NATO ad arrestare Radovan Karadzic e Ratko Mladic se egli non sara' consegnato.
Il procuratore internazionale aveva affermato che le informazioni in suo possesso, qualora rivelate, potrebbero aiutare a comprendere questo fiasco del contingente NATO che resta nella zona proprio al fine di scovare i criminali della guerra dell'ex Jugoslavia.
Il procuratore aveva deplorato che i due ex leader serbi accusati dal 1995 di crimini contro l'umanita' per il genocidio di Srebrenica fossero ancora in liberta'. Le accuse del procuratore internazionale riguardavano anche Belgrado, piu' volte sollecitata a collaborare con il TPI per la consegna dei ricercati per crimini di guerra.
I servizi segreti serbi hanno smentito ieri le informazioni apparse su alcuni media secondo cui sarebbero in corso negoziati con il Tribunale per l'ex Jugoslavia.
Una rivista scandalistica serba aveva riportato infatti che Mladic stava esaminando una offerta per arrendersi il primo gennaio 2006, ma che era pronto al suicidio se i negoziati fossero falliti. Un altro giornale aveva scritto che inquirenti del TPI avevano interettato una conversazione telefonica di Mladic con uno dei suoi complici in cui si lamentava che il ritmo delle ricerche fosse stato accelerato.
Il procuratore speciale per i crimini di guerra della procura di Belgrado Vladimir Vukcevic aveva ammesso la settimana scorsa che persone che sono in comunicazione e forniscono sostegno logistico a Mladic e Karadzic sono state identificate.
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Destino d’immigrato Andrea parla sette lingue, fa il cameriere in uno dei migliori hotel di Naxos, considera la Grecia la sua seconda patria e gli piacerebbe trovare un lavoro a tempo pieno, ma se non dovesse riuscirci non esclude la possibilità di ritornare a casa. Sogni e racconti di un immigrato. Nostra traduzione Un'isola greca Di Didalia Papakonstantinou – Le Courrier des Balkans Traduzione a cura di Osservatorio sui Balcani
Poco importa quale fosse la loro vocazione nel paese natale, qui compiono il loro dovere in modo coscienzioso e senza lamentarsi. La maggior parte dei turisti stranieri non arriva nemmeno a sospettare che chi li sta servendo non è greco. L'assenza di tratti somatici differenti e spesso anche l'assenza di accento non svela l'origine straniera di questi lavoratori, a volte non se ne rendono conto neppure i turisti greci. Imparano velocemente e spesso bene la lingua e si adattano facilmente alla mentalità greca. Sbarcano sulle isole per lavorare. Quando la stagione si conclude, ripartono per trovare lavoro ad Atene, o in un'altra città, o in un altro Paese. Alcuni rimangono sulle isole, in attesa della stagione successiva. Ciascuno segue il proprio destino, ma sono tutti accomunati dall'essere immigrati per ragioni economiche.
Nel ristorante di uno dei migliori hotel di Naxos, il cameriere arriva senza far aspettare. E' alto, bello, ha gli occhi azzurri e circa 35 anni. Poco prima parlava italiano con dei clienti seduti al tavolo affianco. Verso di noi si rivolge in un buon francese, io rispondo in greco. "Ah, siete greca!", si stupisce. Parla in greco con me ed in francese con il mio amico. Ancora convinta che si tratti di un cameriere greco gli chiedo quante lingue parli. "Sette" mi risponde, e poi aggiunge: "Sono albanese". Dopo il pasto, gli chiedo in modo discreto se non gli dispiacerebbe di dedicarmi un po' del suo tempo libero per raccontarmi della sua vita di immigrato albanese in Grecia. Accetta volentieri ed il giorno dopo lo incontro durante la sua pausa pranzo tra un turno ed il successivo.
Diplomato in una scuola turistica in Albania Andrea ha un buon posto di lavoro in un Grand Hotel ed è soddisfatto della sua vita. Dopo la caduta del regime totalitario ha lasciato il proprio Paese con la prima ondata di emigrazione. Attraverso l'Italia è arrivato, nel 1991, in Grecia. Ha lavorato inizialmente in campo edilizio e poi ha trovato lavoro nella ristorazione. Da sette anni vive a Naxos e lavora come cameriere. Qui non occupa lo stesso posto che occuperebbe in Albania ma è contento di aver trovato lavoro. "Non si sputa nella minestra in cui si mangia", spiega. Come molti altri lavora solo l'estate. Gli inverni poi sono difficili perché occorre vivere esclusivamente di ciò che si è messo da parte. Considera la Grecia la sua seconda patria e gli piacerebbe trovare un lavoro a tempo pieno, ma se questo non gli dovesse riuscire, non esclude l'ipotesi di tornare "a casa mia", in Albania ed aprire una propria attività.
Precarietà e lavoro stagionale
Nonostante 15 anni passati da emigrato resta ancora legato al suo Paese natale. Se vi trovasse un'opportunità lavorativa lascerebbe volentieri la Grecia, anche se ne conserverà un buon ricordo. "Non so per gli altri, ma io ho passato dei bei momenti qui", afferma. L'unico problema è legato alla sua realizzazione professionale. Il lavoro stagionale che esercita non corrisponde alla sua qualifica e non gli permette di affrontare con tranquillità le sue spese quotidiane. "In Grecia non mi sono mai sentito come uno straniero ai margini della società. Non so se ho avuto solo fortuna o se questo dipende dal mio carattere espansivo, che mi rende bene accetto. Il mio unico problema è che non faccio il lavoro che vorrei e che ero abituato a fare in Albania".
I motivi alla base di questa situazione professionale sono complessi ma uno degli ostacoli principali è legato al fatto che, sino al 1998, la sua situazione di immigrato non era regolarizzata. Si sente ben integrato in Grecia, ma non vuole essere assimilato. "Sono albanese", ripete Andrea. Ciò che lo spingerà a rientrare nel proprio Paese sarà la ricostituzione di un chiaro quadro legale. Ritiene che la vita in Albania sia già in parte migliorata ed osserva con attenzione l'adeguamento delle leggi del Paese a quelle dell'UE. Il fatto che si tratti di un Paese piccolo permetterà ai cambiamenti di essere rapidi.
Un "buon" immigrato?
Andrea veicola le caratteristiche tipiche di un buon immigrato originario dell'est Europa. E' un lavoratore, ottimista, possiede una forte capacità d'adattamento all'ambiente in cui si trova. Sembra far parte di quella categoria di onesti ingegnosi che, al posto di sprecare le proprie energie per lamentarsi, assumono uno sguardo positivo sulla realtà, sguardo che non può che migliorare la loro situazione. Ieri ha abbandonato il proprio Paese per cercare del lavoro, oggi è felice di averne uno (anche se non è il lavoro ideale) in un Paese vicino. E domani?
Partirà forse per l'America per ragioni puramente economiche. "Amo molto la Grecia, è un Paese magnifico, ma per i turisti, non per noi", spiega in modo molto sincero, senza rancori né ironia, ma nemmeno senza recriminazioni. "Oggi la patria è dove si vive meglio" e poi aggiunge "la patria nel mio cuore è l'Albania, ma la mia seconda patria è la Grecia".
Essere albanese lo ha penalizzato nel relazionarsi con i greci? "All'inizio sì. Mi guardavano un po' di sbieco, anche perché alcuni miei compatrioti hanno fatto cose che non vanno. E' come se per lungo tempo si fosse rinchiuso un animale in una gabbia, quando la si apre morde. Quando sono state aperte le frontiere, alcuni albanesi, ma non certo tutti, a causa di mancanza d'educazione, hanno commesso dei crimini ed hanno dato un'immagine negativa della nostra comunità".
Andrea pensa che se la situazione economica in Albania dovesse migliorare, gli immigrati albanesi in Grecia rientreranno nel loro Paese. Pensa inoltre che chi vorrà rimanere in Grecia non avrà problemi ad integrarsi perché sono già stati accettati. Gli chiedo se gli immigrati possano portare qualcosa di positivo al Paese e lui mi porta esempi di immigrati pieni di talento, di alta scolarizzazione, le cui competenze sono una grossa opportunità per il Paese che li accoglie.
L'invito che Andrea fa a tutti i popoli dei Balcani è quello di essere uniti. "I Balcani sono una botte, facilmente infiammabile a causa delle minoranze", afferma. Crede nel sogno dell'Europa unita della quale faranno parte tutti i Paesi balcanici.
Il sogno di Andrea, come quello di milioni di altri immigrati dell'Europa dell'est, si realizzerà? Lo mostrerà il futuro. Per ora si tratta di gente sradicata che si batte per sopravvivere e prova ad adattarsi alla realtà dell'esilio, tanto quello imposto che quello volontario. Molti tra loro sperano che il proprio Paese entri presto a far parte dell'UE in modo da poter lavorare più facilmente all'estero. Altri, per contro, aspettano con impazienza il giorno in cui nel proprio Paese verrà adottata una normativa europea e di conseguenza standard europei in modo che possano ritornare. Sogni di emigranti …. /www.osservatoriobalcani.org
dicembre 28 2005
NUOVA FINANZA VECCHIA POLITICA ALBERTO STATERA
da Repubblica - 28 dicembre 2005
«NIENTE, niente Gianni, niente…». A Fassino è meglio non dire niente, raccomanda il tesoriere dei diesse Ugo Sposetti, nipote di uno dei caduti sessant´anni fa nell´eccidio di Montalto ed ex sindaco decisionista di Bassano in Teverina. Lo raccomanda a Gianni Consorte che gli annuncia il 6 luglio «la più bella operazione fatta in Italia negli ultimi 15 anni». È il "via libera" all´Opa Unipol su Bnl. Ma perché Fassino non deve sapere, o, al massimo, può sapere "senza dettagli"? Ecco nella conversazione di due "compagni" del secondo millennio la prova, registrata sui nastri delle intercettazioni telefoniche, della fatica, quasi del supplizio, di coniugare a sinistra finanza e politica, potere e denaro, etica e battaglie elettorali, interessi privati – che a quel che sembra Consorte non trascurava – e dedizione alla causa.
Nuova finanza e vecchia politica dietro i guai di Consorte
Perché Fassino deve sapere il meno possibile? Perché - ipotesi numero uno, ma da educande - è meglio che il segretario politico venga lasciato fuori dalle tecnicalità di un´operazione che muoverà miliardi di euro, che richiederà ancora spregiudicatezza, accordi trasversali, se occorre manipolazione di autorità preposte ai controlli, complicità con banchieri rampanti o felloni e con prestanome dalle origini incerte, quando non evidentemente fangose. Ma siccome a pensar bene si sbaglia quasi sempre, si può pensar male e - ipotesi numero due, ma altrettanto minimale - il segretario non deve sapere più di tanto perché la pratica spetta non a lui, ma, come dicono in molti, al presidente D´Alema, l´uomo che, quando fu a palazzo Chigi, s´impegnò con lucidità e determinazione alla ricerca di alternative credibili a un capitalismo decrepito, morente o già morto insieme ai suoi secolari esponenti. Sbagliò cavalli? Può darsi, anche se Colaninno, leader della madre di tutte le privatizzazioni, la Telecom, si fa onore un lustro dopo in attività produttive degne di tutto rispetto. O, se vogliamo, terza e più solida ipotesi. La politica conta sempre meno, la nuova finanza trasversale ha preso il controllo, ha il sopravvento. Non più laici, rossi o bianchi. Affaristi. Non c´è bisogno, al momento, che Fassino sappia tutto perché la filiera Banca d´Italia, banchiere di riferimento, immobiliaristi, "capitani coraggiosi" ed epigoni è ormai autoreferenziale. La politica è un utile apparato di sostegno, soprattutto quando non s´impiccia troppo. I politici sono sì indispensabili doganieri, ma doganieri che si comprano con un pezzo di pane. Non è forse stato così con la Lega? E´ bastato salvare dal crac con i due soldi messi da Fiorani la loro banchetta riciclatrice di denaro d´incerta provenienza e d´incerta destinazione, per farne fedelissimi lobbisti. E poi i Brancher, i Grillo, gli Ascierto, le decine di parlamentari di destra «a disposizione» per i progetti del nascente capitalismo straccione e, a stare ai fatti già noti, piuttosto truffaldino. Il profilo di Consorte è ormai affidato alle gesta di cui di giorno in giorno si ha notizia. Ma Sposetti, l´uomo delle finanze diessine, il risanatore delle disastrate casse del Bottegone? Com´è possibile che parli con Consorte come se il suo referente fosse il Bonaparte dell´Unipol e non il segretario del suo partito? Una volta gli scappò una frase del tipo «Noi dell´Unipol». Ma non si può inchiodare nessuno a una battuta. Il tosto marchigiano originario di Tolentino, che da sindaco ha risanato il borgo medievale di Bassano in Teverina, nel Viterbese, e ha fatto anche il sottosegretario alle Finanze, è di sicuro un benemerito del suo partito. Ma quanto deve a Consorte? I bilanci parlano chiaro, o almeno di questo siamo convinti. Il Bottegone aveva da ripianare qualcosa come mille miliardi di lire di debiti. Oggi, se non andiamo errati, il debito consolidato del Botteghino è di 160 milioni di euro o poco più, con un abbattimento di 400 milioni. La Beta Immobiliare è in utile per oltre 46 milioni e persino l´"Unità" produce qualcosa. Nell´opera finanziariamente ciclopica si sa che i diesse sono stati aiutati da Cesare Geronzi, gran capo di Capitalia e oggi nemico giurato di Fazio e della sua filiera di furbetti. Sposetti ha lavorato bene anche da solo con la campagna «Io ci credo», per finanziare le spese elettorali, con i contributi dei parlamentari, con gli sponsor alle feste dell´ "Unità". Ma basta? Lui ha preso sicurezza, ha spiegato che il problema dei soldi alla politica non è una questione di bottega, ma di democrazia, che persegue etica e umiltà nell´impegno, ma che per occuparsi di denaro, che non è più sterco del diavolo, ci vogliono persone "sempre più specializzate e professionali". Ha gonfiato la sua squadra, qualcuno pensa che rimpianga il Bottegone pesante rispetto al Botteghino leggero, ora che i conti vanno meglio, molto meglio. Al punto che si è messo a polemizzare direttamente col capo della sua coalizione. Quando i tesorieri di Prodi hanno protestato per gli scarsi contributi, lui ha latrato: «Prodi dica ai suoi cani di smettere di abbaiare». Prodi gli ha spedito uno stock di cani di cioccolata. Incidente chiuso, ma non tanto. Perché Rutelli - lamenta il tesoriere - lavora contro Consorte, ha chiesto anche a Marrazzo, presidente del Lazio, di schierarsi contro il benefattore delle cooperative. Folclore, scene da un matrimonio litigioso, nel quale Sposetti fa il ruolo del marito di braccio corto, un po´ tirchio, prudente rispetto alla rissa che sarà tra i partiti dell´Unione per le candidature alle politiche di aprile. Ma perché Fassino non deve sapere? «Niente, niente Gianni niente». Perché via Stalingrado conta ormai troppo sul Botteghino dai conti risanati? Perché il Cuccia di sinistra, che si faceva i suoi affari coi soldi di Fiorani, fa ormai il piccolo Napoleone cooperativo, il salvatore del partito "contiguo", di cui non è più lui "contiguo"? «Non ci faremo triturare», promette D´Alema. Sacrosanto. Non si faccia triturare, con determinazione, prontezza e trasparenza. Per non dover mai giustificare, come fece Craxi in un celebre discorso parlamentare, le «risorse aggiuntive» dei partiti.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Prezzi in libertà GALAPAGOS L'avevano giurato: le liberalizzazioni porteranno efficienza e benefici per i consumatori sotto forma di prezzi più bassi. Ma non è andata così: il Dipartimento del Tesoro del ministero dell'Economia ci ha fatto sapere che nel 2005 i prezzi nei settori liberalizzati sono cresciuti molto di più - il doppio abbondante - del tasso di inflazione misurato dall'Istat: il 5,1% contro poco più del 2%. Certo, sul 2005 ha pesato - tanto - il prezzo dei prodotti energetici, ma dare la colpa di tutto agli sceicchi è una semplificazione inaccettabile. Un solo esempio: nei primi 10 mesi del 2005 il costo dei biglietti aerei è aumentato del 19,1%. Colpa del caro carburante, spiegano le compagnie aeree che quasi quotidianamente aumentano i misteriosi supplementi imposti ai passeggeri. Ma i conti non tornano: nello stesso periodo il caro-petrolio ha fatto segnare un incremento di poco superiore al 14,5%, cinque punti in meno del costo dei biglietti. Certo, volare non è un bisogno primario, ma il problema è che aumenti mostruosi caratterizzano anche settori che più primari non si può.
Per le bollette della luce e del gas nel 2005 c'è stata una stangata che andrà avanti anche nel 2006. E poi, come considerare il prezzo dell'acqua potabile, quello degli affitti e perfino quello del latte? Ma c'è un di più, ancora più irritante: per la Rc auto, l'assicurazione obbligatoria sulle auto, nel 2005 le tariffe sono aumentate «solo» del 2,5%. Però, ci spiegano, tra il 1996 e il 2004 le compagnie hanno fatto il pieno con incrementi cumulati del 108,6%, mentre nel resto dell'Europa l'aumento medio è stato solo del 22,7%, con un minimo in Francia dell'8,6%. E qualcuno sa spiegarci perché negli stessi anni il costo dei pacchetti vacanze è aumentato in Italia di quasi il 36%, mentre nell'area dell'euro l'incremento è solo del 24,1%? Anche i pacchetti vacanza non sono un bene necessario. Ma l'istruzione secondaria (che con nostalgia seguitiamo a ritenere un diritto) sicuramente lo è. E il costo della scuola quest'anno è aumentato del 6,1% e dal 2000 l'aumento sfiora il 35%. C'è qualcosa che non va.
Non vanno, ad esempio, i bilanci di alcune società privatizzate - Eni e Enel o Autostrade, seguitano a macinare utili a danno dei consumatori. Altra cosa che non va è che in certi settori, il blocco dei trasferimenti da parte di Berlusconi e Tremonti ha obbligato gli enti locali ad aumentare le tariffe, anche quando gli utili, come nel caso della romana Acea, non giustificherebbero gli aumenti. Ma i Comuni di quei soldi hanno necessità, e quindi si comportano come se distribuissero non un bene necessario, ma prodotti di lusso.
Le statistiche diffuse ieri coprono solo una parte del paniere dei consumi. Per molti prodotti, alimentari e abbigliamento, i prezzi non crescono: è il segnale preoccupante di un ristagno dei consumi che fa il paio con la non crescita di salari e pensioni. E che a quattro anni di distanza penalizza anche quella moltitudine di bottegai che con la compiacenza di Tremonti hanno potuto manovrare a loro piacimento i prezzi con l'alibi dell'euro. /www.ilmanifesto.it
La televisione pubblica e il computer privato - di Antonio Ruggieri -
"Media Group" e "Personal Media" minano la funzione istituzionale della Tv. L' "io narrante" conosce un nuovo rinascimento con Internet; si nasconde con lo pseudonimo e con l'anonimato reinventando la scrittura con la posta elettronica.
"La morale pubblica si sviluppa in diretta, alla televisione". Questo ritiene Derrick de Kerckove sia accaduto al punto più significativo della rutilante rivoluzione elettrica ed elettronica, nel mezzo della quale ci troviamo. "I sistemi elettrici d'informazione sono ambienti vivi in senso pienamente organico. Alterano i nostri sentimenti e la nostra sensibilità, soprattutto quando agiscono inosservati", aveva ammonito il suo maestro e precursore Marshall McLuhan, argomentando che "il mezzo è il messaggio".
La televisione approfitta della nostra indolenzita distrazione e stabilisce un campo elettrico al quale il nostro corpo risponde di soppiatto, eludendo l'inconsapevole azione di sorveglianza del cervello. Essa gioca su un equivoco che ne disvela l'inquietante e delicatissima funzione. Viene percepita come neutrale e assimilata all'infinita gamma degli altri elettrodomestici.
Insieme a tosta-pane e forni a micro-onde, esposta in ossessione seriale per diverse dimensioni e prezzi, dissimula le sue strategie nei supermercati allontanando la civilissima idea che meriterebbe un reparto tutto suo, con tanto di licenza d'accesso e di protezione segnalata. Ma come si fa a non essere ottimisti (direbbe Tonino Guerra), nonostante Popper e la sua cattiva maestra? Quand'era già famoso, a Eduardo De Filippo una mattina squillò il telefono. Alzò la cornetta e chiese banalmente: "Chi è?". Al funzionario RAI che aveva chiamato parve normale rispondere: "È la televisione". Di rimando, con sapienza drammaturgica e gusto scenico, il grande uomo di teatro ribattè: "un momento che vi passo il frigorifero".
È vero che eravamo agli albori della "società dello spettacolo", prima della prima edizione del libro di Guy Debord. è vero che l'elettrodomestico neutro di Eduardo era ancora la proto-TV degli esordi che s'arrampicava sugli specchi della sua deficienza tecnica, a raccontare un mondo che aveva una sua realtà autonoma fuori di essa. Ma mano a mano che i canali si sono moltiplicati, che si sono moltiplicate le emittenti e che si è espanso il tempo di trasmissione, che dall'analogico si è passati al digitale e che nel palinsesto generalista si posizionavano canali tematici e preferibilmente a pagamento, che si passava in sostanza dalla Proto-TV degli esordi alla Neo-TV totalizzante, melliflua e pervasiva del nostro tempo, la comune percezione di neutralità della televisione ne è uscita arricchita e rafforzata. Una cosa è vera solo se la dice la televisione e nella decodifica si perde la percezione della elaborazione che della notizia è stata messa in opera prima della trasmissione. Basta ignorare un fatto o un'informazione per decretarne l'oblio. Basta dislocare con sagacia minima la sequenza delle opinioni su un avvenimento per ottenere che esso sia percepito a seconda delle intenzioni dell'emittente.
Lo sa bene Bush con la sua schiera sterminata di "Spin-Doctors" (dottori-effetto) che ne governano la proiezione dell'immagine pubblica e lo sa bene Berlusconi che cadenza campagne politiche e parole d'ordine sulle oscillazioni percentuali dei sondaggi. La televisione genera l'opinione pubblica, il sondaggio la registra e la rimanda "arricchita" alla televisione. In questa stolida dialettica quasi hegeliana consiste la pericolosa e ridanciana minaccia che la società dello spettacolo porta, sghignazzando, alla democrazia. La televisione rappresenta la nostra dimensione pubblica e ha ridotto all'obsolescenza l'impianto illuministico in equilibrio tripartito (legislativo, esecutivo e giudiziario) delle nostre istituzioni. La televisione è unidirezionale. Dall'emittente all'utente e senza ritorno, nonostante i tentativi d'interazione con altri mezzi (telefono, e-mail, sms). Il suo universo pubblico e monocratico è insidiato però con efficacia sempre maggiore e pervasiva dal computer. Quest'ultimo definisce la sua identità e dichiara la sua prospettiva nell'universo interattivo della rete. Se la televisione è pubblica, il computer è privato. Se la televisione rappresenta il "fuori" istituzionale della comunicazione, il computer ne costituisce un intimo"dentro". Dallo schermo della televisione a quello del terminale, lo sguardo del telespettatore slitta dal recepimento di comunicazioni planetarie a un protagonismo tutto nuovo. Niente più morale pubblica e istituzionale. Niente più opinione discussa e condivisa. Nella rete l' "io narrante" riemerge con forza e genera inedite opportunità di comunicazione.
Se la televisione propone una comunicazione "ready-made" nascondendo il lungo e meditato lavoro di elaborazione che l'ha prodotta, il computer si appella direttamente alla capacità di elaborazione dell'utente; all'allestimento del suo universo privato; alla sua partecipazione democratica. Il "mass-media" televisivo si fraziona nel "media-group" dei siti d'approdo del navigatore e nell'interlocuzione privilegiata della sua mailing list. E anche il "media-group", a ben guardare, si rivela un orizzonte troppo vasto per l'utente. La sua postazione, monitor e tastiera in connessione, muta radicalmente la fisionomia dei processi istituzionali di comunicazione e si fa finalmente "personal-media". La scrittura, obnubilata dalla televisione che si appellava alla vista e all'udito, viene d'un tratto riabilitata. L' "io narrante" martirizzato dalla visione tele/passiva, annuncia la sua individuale guerra d'indipendenza. Fiorisce lo scambio epistolare elettronico. L'e-mail genera una lingua tutta nuova, fatta di una grammatica e una sintassi a invenzione globale. Sui siti d'informazione si moltiplicano i "forum" ai quali si può partecipare senza limitazioni politiche, di razza e religione, ma soprattutto senza muoversi dalla propria postazione. Nascono i "blog" che danno vita a un'inedita ed effimera forma di letteratura, ancora al centro di un variegato universo laboratoriale.
Nell'ambito di questo recentissimo scenario l' "io narrante" celebra la sua rivincita. Si moltiplica nei"nick-names" e si nasconde negli pseudonimi, stabilendo un ambito metaforico o più propriamente virtuale, per concepire e riconcepire la comunicazione. Tutto questo, chat comprese, accade diffusamente nel privato.Il pubblico, quello istituzionale, sociale e politico, è ancora ambiguamente a portata di telecomando.
di Antonio Ruggieri www.megachip.info
Albania: Lubonja e la crisi dei socialisti Il duro commento di uno dei maggiori intellettuali albanesi alla elezione di Edi Rama a capo del Partito Socialista. La mancanza di una visione di sinistra e i rapporti pericolosi con i poteri mafiosi sono elementi costitutivi della crisi dei socialisti secondo Lubonja, che avverte: l'antiberishismo non basta. Nostra traduzione Di Fatos Lubonja, Klan, 15 novembre 2005
Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Mariola Rukaj
Fatos Lubonja Senza metafore, si può ben dire che il Partito Socialista nell’ultimo Congresso, vista l’incapacità di trovare una soluzione alla crisi, ha preferito porvi fine. E ciò è stato realizzato in un modo del tutto originale: è stato scelto un problema (cioè l’uomo più problematico secondo Nano, Majko, Koçi, in parte anche Meidani, e molti all’interno del partito) come soluzione della crisi. Ero e rimango dell’opinione che la crisi del Partito Socialista sia in realtà una crisi quadrupla:
1. Crisi d’identità, nel senso che il partito non è un partito di sinistra, non ha una formazione di sinistra, non ha una visione di sinistra e non ha delle aspirazioni di sinistra, ma solo l’anti-berishismo quale identità negativa.
2. Crisi di rappresentanza, poiché anche a causa della mancata visione di sinistra non è un partito rappresentante gli strati più deboli e più idealisti della società, come in genere sono i partiti di sinistra europei, bensì rappresenta gli interessi della mafia infiltratasi nelle istituzioni dello stato e particolarmente della mafia dell’edilizia, che è stato il business più potente in questo paese spesso concomitante con il business dei media.
3. Crisi morale, intendendo non solo la comune colpevolezza nella corruzione, ma anche la mancanza di ideali, di coerenza, di principi, di assenza di rapporti trasparenti tra i membri e i dirigenti che fa sì che il partito assomigli piuttosto a un’organizzazione mafiosa, divisa in fazioni rivali, capeggiata da un padrino che mira a controllare tutti.
4. Crisi di gestione, poiché la sconfitta ha provato che il Padrino Nano, colpito dalla sconfitta alle elezioni, non è in grado di gestire la sua organizzazione a fronte delle nuove condizioni createsi a causa sia del discredito del partito, sia del discredito personale.
Così che, confermando ancora una volta la persistenza della crisi, è stato scelto un problema come sua soluzione. Perché penso questo? Perché il problema del partito non è stato né il troppo bere o l’irresponsabilità, né lo sperpero illimitato di soldi e di potere da parte di Fatos Nano. Tutto ciò è stato solo l’aspetto più esteriore e più grottesco del fenomeno. Il problema del partito è la mancata Catarsi di Fatos Nano. Tutti sanno che il grande sostegno che ricevette ai tempi della Catarsi era un indizio del gran bisogno, sin da allora, di una depurazione del partito. Il problema è peggiorato perché, anche all’epoca, il paziente è stato aperto senza che gli venisse asportato il tumore, perché cosi convenne a Nano e agli sciacalli che gli stanno attorno, in virtù dei loro interessi meschini. Mentre Edi Rama all’epoca, ma anche adesso, era contrario alla Catarsi poiché il suo modello di governo si è intrinsecamente basato sul crimine e sull’economia informale, e non è certo d'accordo con la depurazione del partito e dei suoi rapporti con esso. L’unica differenza è che Rama lavorava sodo o almeno sapeva creare l’illusione, nei media da lui corrotti, che lui si dava da fare di più di Nano, ma non era di certo questa l’essenza. Anche Meta si dava da fare (realmente) più di Nano, ma inciampò proprio a causa della corruzione del partito.
Per cui penso che alle condizioni attuali, con l’ingresso di Rama, il partito sembra abbia risolto per ora solo una crisi, quella del padrino, ma potrà aggravarne altre. Aggraverà la crisi d’identità poiché rafforzerà l’identità negativa del partito, il suo anti-berishismo, aggravando anche la crisi politica del partito, accentuando la conflittualità che ne sarà la conseguenza. Intrinsecamente correlata alla crisi d’identità, aggraverà anche la crisi della rappresentanza, poiché Rama cova gli interessi degli sciacalli dei terreni edificabili e di altri, i quali sono sempre stati e continueranno ad essere contrari agli interessi di coloro che hanno bisogno di una vera sinistra. Di conseguenza si aggraverà anche la crisi morale che è stata palesemente aggravata anche in questo vergognoso congresso. /www.osservatoriobalcani.org
La democrazia che non piace a Washington di Delphine Minoui (Le Figaro) Il voto del 15 dicembre scorso ha segnato un passo in avanti nel processo politico iracheno. Ma ciò che è uscito dal nuovo scrutinio rivela tutta la fragilità del progetto di unità per l'Iraq che sognava George Bush Dopo la pubblicazione, questa settimana, dei risultati parziali dello scrutinio parlamentare in Iraq, George Bush si è affrettato a gridare vittoria reiterando "l'impegno dell'America a condurre il popolo iracheno verso la democrazia e ad aiutarlo a vincere i terroristi e i fedeli di Saddam Hussein".
Ma le elezioni che si sono appena svolte in Iraq traducono una realtà differente dallo scenario americano: quello di una nazione divisa, minata dall'integralismo, dove i fondamentalisti religiosi hanno preso il sopravvento e dove la laicità si trova in declino. "Penso che si dovrebbe dare agli americani il premio Nobel per la guerra. Per la loro stupidità!", commenta, con ironia, Ismaël Zayer, caporedattore del quotidiano iracheno Al-Sabah al-Jadid.
Il voto del 15 dicembre scorso ha segnato un passo in avanti nel processo politico del dopoguerra. Gli iracheni, che in gran numero si sono precipitati alle urne, hanno affermato la loro volontà di prendere in mano il loro destino. I sunniti, grandi assenti alle elezioni del gennaio scorso, hanno fatto la loro ricomparsa sulla scena politica. Ma il voto per comunità che è uscito dal nuovo scrutinio rivela la fragilità dell' unità irachena di cui sognava George Bush. La grande coalizione sciita ha conquistato una importante vittoria a Baghdad e nel sud del paese. La lista sunnita arriva in testa in quattro province dell'Ovest e del Nord, al Anbar, Ninive, Diyala e Salahedyne. I curdi, loro, sono i grandi vincitori a Erbil, Suleymaniya e Dohok, province in cui sono maggioritari.
Una collaborazione molto fragile
Quanto alla lista di Allawi, uno sciita nazionalista e laico, favorito degli americani, non supera mai il 14% dei voti. Il suo risultato arriva all'8% su scala nazionale. Ahmad Chalabi, un tempo coccolato da Washington, subisce la disfatta più umiliante. Con appena lo 0,5% dei voti, la sua lista non ha neanche di che assicurarsi un seggio al Parlamento Iracheno.
"È come se la gente avesse preferito votare per la loro identità etnica o religiosa", constatava l'ambasciatore americano, Zalmay Khalilzad, all'inizio della settimana. Aggiungendo: " Ma perché l'Iraq abbia successo, serve una collaborazione interetnica e interreligiosa".
Questa collaborazione si annuncia molto fragile. Dopo l'invasione americana e la caduta di Saddam, nell'aprile 2003, le relazioni tra le differenti comunità non hanno smesso di deteriorarsi. Gli esempi delle torture ai prigionieri sunniti da parte di poliziotti iracheni sciiti non mancano. I partiti politici sunniti accusano il ministro dell'Interno, Bayan Jaber, di agire al soldo del vicino Iran sciita. Al contrario, gli sciiti, regolarmente vittime di attentati, accusano indirettamente i sunniti di sostenere il terrorismo.
"Che siano sciiti o sunniti, noi siamo oggi dominati da gruppi politici religiosi, che rappresentano le due facce di una stessa medaglia", dice preoccupato Baher Butti, uno dei rappresentanti della minoranza cristiana, confessando che pensa d i lasciare l'Iraq, un paese storicamente laico. "I difensori della laicità non hanno più il loro posto qui", aggiunge.
Nel frattempo, i curdi del nord, conosciuti per le loro idee più secolari, continuano a sognare l'indipendenza. "Ci si dirige verso una divisione del paese", nota, pessimista, l'analista iracheno Human Shamaa. Questo perfetto francofono non è convinto della nuova Costituzione, redatta sotto l'egida dell'ambasciata americana, e approvata attraverso referendum l'ottobre scorso. "Secondo il testo", dice, "ciascuna regione può dirigere le proprie forze di sicurezza. È la porta aperta al controllo del sud da parte delle milizie sciite, e al controllo del nord da parte dei peshmerga curdi. E al centro, il campo resterà libero per i terroristi. Siamo a un passo dalla guerra civile", afferma con inquietudine.
In questo contesto di incertezza, alcuni analisti calcolano che una partenza precipitosa delle truppe americane rischierebbe, nei fatti, di rinforzare la violenza interna. "Se gli americani non avessero smantellato l'esercito iracheno alla caduta di Saddam, non saremmo a questo punto!. Oggi, le giovani reclute non hanno sufficiente esperienza per controllare il paese", si infuria Ismaël Zayer.
Il giorno in cui lasceranno l'Iraq, gli americani dovranno rassegnarsi all'ascesa di gruppi più o meno ostili a George Bush. Dal lato politico, il nuovo parlamento iracheno è dominato dai partiti sciiti, le cui idee sono talvolta più vicine a quelle di Teheran - inserito nell'asse del male dal presidente americano - che a quelle di Washington. E nell'arena pubblica, la guerriglia sunnita - strana mescolanza di ex baathisti e di islamisti fondamentalisti - non ha detto la sua ultima parola.
Secondo Movafaq al-Rubai, capo della sicurezza nazionale, essa avrebbe anche la tendenza a radicalizzarsi avvicinandosi alle idee del terrorista giordano Zarqawi. "Nessuno è disposto a morire per il baathismo. Oggi, i salafiti reclutano nelle moschee. In Iraq, la religione è diventata un'arma di distruzione di massa".
Fonti: http://www.osservatorioiraq.it/modules/wfsection/article.php?articleid=1797 http://www.lefigaro.fr/international/20051224.FIG0057.html Tradotto da Paola Mirenda per Osservatorio Iraq
Abu Omar : ecco i conti degli agenti CIA in hotel a Milano di Giulia Alliani
Nel giorno di Natale la Chicago Tribune ha deciso di pubblicare tre lunghi servizi dedicati ai comportamenti degli agenti CIA in Italia ai tempi della scomparsa dell'imam Abu Omar. I contribuenti americani sono particolarmente sensibili e poco inclini alla rassegnazione, quando si tratta del modo in cui vengono spesi i loro quattrini, e i dettagli forniti oggi, probabilmente, riattizzeranno il fuoco delle polemiche scoppiate quando comparvero le prime notizie sulle cosiddette "renditions".
A questo proposito, sara' bene ricordare che il 16 marzo scorso, con un voto bipartisan (420 si', 2 no), il Congresso americano approvo' un emendamento presentato dal deputato Edward J.Markey (D-MA), volto a impedire l'utilizzo di qualsiasi tipo di fondi per operazioni in contrasto con gli obblighi legali derivanti dalla Convenzione contro la Tortura, firmata dal presidente Reagan, e ratificata dal Senato nel 1994. Allora si parlo' di un primo passo per porre termine alla politica statunitense delle "renditions" conosciute anche come "torture in trasferta". Se ora accade che alle "torture in trasferta" vengano abbinate e giustificate anche le "dissipazioni in trasferta", non e' difficile prevedere una prossima nuova pioggia di critiche su amministrazione e agenzie governative Usa.
"I primi ad arrivare a Milano" racconta John Crewdson "furono gli agenti della squadra di vigilanza. Gli alberghi scelti furono fra i piu' lussuosi d'Europa. Particolarmente gettonato risulto' l'hotel Principe di Savoia, tutto ori e cristalli, con metri su metri di lucidissima boiserie e folti tappeti, dove una singola costa 588 dollari a notte, un sandwich 28.75, e una Diet Coke 9.35. Secondo i registri dell'albergo, ottenuti dalla Polizia di Milano nel corso delle indagini sulla scomparsa di Abu Omar, due agenti della CIA riuscirono a totalizzare piu' di 9.000 dollari soltanto per le spese extra. Il conto per sette persone ammontava a 39.995 dollari, esclusi i pasti, il parcheggio, e altri servizi". Un altro gruppo di sette persone riusci' ad arrivare a 40.098 dollari di spese extra, questa volta all'hotel Westin Palace, un cinque stelle che si trova in Piazza della Repubblica proprio di fronte al Principe, e dove il sandwich costa solo 20 dollari".
Secondo un ex-agente CIA i prezzi sono superiori allo standard previsto dall'agenzia, pero' non e' una cosa difficile evitare di attenervisi, con la scusa della necessita' di mantenere la propria copertura figurando come importanti uomini d'affari. Poi, magari, a giudicare dalle fotografie esibite sui passaporti e sulle patenti di guida, presentate come documenti dagli agenti, la versione "importante uomo d'affari" sarebbe stata difficilmente sostenibile, ma pazienza. "In totale, secondo i registri, la CIA, negli hotel milanesi, avrebbe pagato in spese extra almeno 158.000 dollari".
Secondo le indagini della polizia i presunti agenti erano 22. Tuttavia i cellulari in funzione erano almeno 59 e, anche supponendo che qualcuno potesse avere in uso due telefoni, i pm ritengono che parecchi agenti non siano ancora stati identificati. C'e' poi anche il problema del numero delle persone impegnate. "Piu' o meno regolare per quel tipo di operazione" a detta di un funzionario anziano dell'agenzia, "piuttosto insolito" per gli informatissimi giornalisti della Tribune, che lo confrontano con quelli di simili operazioni svoltesi in paesi meno accattivanti dal punto di vista turistico: in Svezia, per esempio, nel dicembre del 2001 (8 persone impegnate, secondo un documentario della tv svedese), o in Macedonia, nel gennaio 2004 (11 persone impegnate, secondo un rapporto della polizia spagnola).
"All'inizio di febbraio del 2003, tre settimane prima del presunto sequestro, 10 agenti lasciarono Milano per trascorrere il fine settimana in un albergo con vista sul Golfo di La Spezia. Secondo i registri dell'albergo alcuni agenti di sesso diverso occuparono le stesse stanze. Prima di tornare a Milano, in cinque decisero di fare una deviazione recandosi a Firenze, dove soggiornarono presso il famoso Hotel Baglioni".
Una volta scomparso Abu Omar, presumibilmente trasportato al Cairo, gli agenti si separarono in gruppi di due o tre per dirigersi verso prestigiosi alberghi sulle Alpi, in Toscana e a Venezia. I giornalisti americani hanno interpellato il solito funzionario anziano statunitense per sapere "se esisteva qualche ragione operativa o ufficiale che giustificasse gli alberghi costosi e le gite di contorno". "Lavorano duramente" pare sia stata la risposta. "Una spesa, pero', la Cia pare l'abbia risparmiata ai contribuenti americani: si tratta di una dozzina di multe inflitte dalla polizia alle macchine noleggiate dagli agenti, che viaggiavano nelle corsie preferenziali, riservate a bus e taxi. Siccome le macchine erano state noleggiate usando nomi ed indirizzi falsi, i 500 dollari di multa li hanno dovuti pagare le agenzie di noleggio".
Un'altra localita' risultata gradita ai presunti agenti Cia sarebbe l'isola di Palma de Mallorca dove, ufficialmente, gli aerei impiegati per le "renditions" si sarebbero fermati solo per fare il pieno di carburante. Secondo la Chicago Tribune, che cita rapporti della polizia spagnola, le soste degli aerei sarebbero durate un po' troppo a lungo per essere attribuite alla sola necessita' di riempire i serbatoi di benzina. Soste di cinque, di tre, di due giorni durante le quali i passeggeri si spostavano in alcuni degli alberghi piu' esclusivi dell'isola: il Mallorca Marriott (tariffe: junior suite $300 a notte, executive suite $325. Accesso al campo da golf dell'hotel: $65) e il Gran Melia Victoria (5 stelle, tariffa per una suite: $1,018). Non si sa se gli agenti abbiano pernottato nella suite ma, scrive la Tribune, secondo il giornale locale, il "Diario de Mallorca", i conti degli alberghi relativi ad alcune di quelle soste comprendevano spese per l'uso del green, massaggi, e bottiglie di vini pregiati.
I giornalisti americani, basandosi su documenti del tribunale, e sui rapporti della polizia italiana e di quella spagnola, sono stati capaci di identificare i nomi, e in alcuni casi le caselle postali, usati dai 67 presunti agenti Cia, specializzati in "renditions", che si sono registrati negli alberghi di Milano e Maiorca. Le caselle postali, a loro volta, portavano a decine di altri nomi che avevano in comune gli stessi indirizzi, la maggior parte dei quali e' riferibile ai sobborghi di Washington, D.C. La CIA ha chiesto alla Tribune di non pubblicare i nomi perche' alcuni sono in uso all'estero. Il direttore della CIA, Porter Goss, considerata la quantita' di informazioni sulla rete di copertura ormai acquisita dai giornalisti, secondo fonti governative che non desiderano essere rese note, avrebbe disposto una serie di cambiamenti radicali nel metodo seguito dall'agenzia nel creare le coperture.
I CONTI:
Operatives traced to some of Milan's finer hotels Italian police say CIA operatives involved in the 2003 abduction of Abu Omar, an Egyptian imam, racked up thousands of dollars in expenses at Milan hotels in the weeks leading up to the operation.
Number of operatives tracked: 20 Length of stay: From 5 to 42 days Total room charges: $158,096.56
WHERE POLICE SAY CIA OPERATIVES STAYED From Jan. 8-Feb. 19, 2003; amount spent at each for room charges*
Westin Palace $40,098.81 Principe di Savoia $39,995.36 Milan Hilton $21,266.67 Milan Marriott $17,089.29 Star Hotel Rosa $15,280.95 Excelsior Hotel Gallia $5,595.24 ATA Hotel Executive $4,951.19 Four Points Sheraton $4,928.57 Others $8,890.48
* Not including food and other services Source: Hotel records obtained by Milan police; ESRI; TeleAtlas
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NB: I CONTENUTI DEL SITO POSSONO ESSERE PRELEVATI CITANDO L'AUTORE E LINKANDO www.osservatoriosullalegalita.org
dicembre 27 2005
La rete invisibile che avvolge l´Europa stefano rodotà
da Repubblica - 27 dicembre 2005
Alziamo per un momento gli occhi dalle baruffe italiane, guardiamo verso quel che accade nel mondo e così capiremo meglio quali siano, alla fine del 2005, i destini delle nostre libertà e dello Stato costituzionale di diritto. Pochi giorni fa, il Parlamento europeo ha formalmente riconosciuto il diritto degli Stati di raccogliere e conservare i dati riguardanti tutte le comunicazioni elettroniche – telefonate, posta elettronica, accessi ad Internet. Questo vuol dire che nei venticinque Paesi dell´Unione si consolideranno, in maniera difficilmente reversibile, gigantesche banche dati contenenti migliaia di miliardi di informazioni. E´ un cambiamento d´epoca, quantitativo e qualitativo. Una rete invisibile e tenacissima già ci avvolge, e ci avvolgerà in modo sempre più stretto. Le società di persone libere si avviano a divenire "nazioni di sospetti". Per comprendere che cosa significhi tutto questo, può servire un confronto con la più nota e controversa materia delle intercettazioni telefoniche.
La rete invisibile che avvolge l´Europa
Di queste molti si preoccupano, e si propongono norme che le regolino in maniera più rigorosa. Ma quasi nessuno riflette sui pericoli della conservazione per anni delle tracce delle comunicazioni elettroniche. Ci si scandalizza del fatto che si sia arrivati a circa centomila intercettazioni l´anno. Nulla si dice di fronte ad una realtà che, solo in Italia, ogni anno produce la conservazione di non meno di ottocento miliardi di informazioni sulle persone che si scambiano comunicazioni elettroniche. Si osserva, però, che in queste banche dati, a differenza di quel che accade per le intercettazioni, non si conservano i contenuti delle comunicazioni. Ma questa può essere una garanzia solo apparente e divenire, invece, fonte di rischi ancora maggiori di quelli che oggi si corrono a causa delle intercettazioni. Se una mia conversazione con un personaggio indagato viene intercettata, posso sempre dimostrare che i suoi contenuti sono del tutto innocenti, nulla hanno a che fare con la materia dell´inchiesta, liberandomi così da ogni sospetto. Ma se di quella telefonata si conoscono soltanto data, durata e luogo, non potrò mai escludere in maniera definitiva che il mio fugace rapporto con quel personaggio non avesse nulla di censurabile o di illecito. Le intercettazioni, inoltre, devono essere autorizzate dal magistrato, riguardano persone determinate, sono limitate nel tempo. La conservazione dei dati delle comunicazioni elettroniche, invece, è prevista in via generale, riguarda tutti, ha tempi che possono essere lunghissimi. Diventa uno strumento che non serve soltanto ad accertare eventuali comportamenti illeciti, ma permette di ricostruire l´intera rete delle relazioni personali, sociali, economiche e gli spostamenti di ogni persona. Un cambiamento così profondo viene giustificato con la necessità di disporre di strumenti nuovi per la lotta al terrorismo ed alla grande criminalità. Ma nei sistemi democratici le limitazioni delle libertà fondamentali devono essere sempre accompagnate da adeguate garanzie, che ancora mancano. E si può davvero sostenere che le regole sulla conservazione vigenti in Italia rispettino l´articolo 15 della Costituzione dove si afferma che "la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili" e che "la loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell´autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge"?
Il Parlamento europeo ha fatto un tentativo di limitare i danni di una disciplina così pericolosa stabilendo, ad esempio, che i dati riguardanti le comunicazioni elettroniche possano essere conservati solo per un periodo variabile da sei mesi a due anni: e questa potrebbe apparire una garanzia significativa di fronte ad una realtà come quella italiana dove la conservazione dei dati già arriva fino a sei anni o di fronte alla pretesa polacca di conservarli per trent´anni. Ma questa garanzia rischia d´essere vanificata da un sistema di deroghe e di eccezioni che potrebbe avere un senso solo i poteri di controllo della Commissione europea fossero esercitati con un rigore finora del tutto assente. E la stessa possibilità di ricorso alla Corte europea di Giustizia, pur apprezzabile come apertura verso un controllo dei giudici, può rivelarsi faticosa e fragile. Altri gravi motivi di preoccupazione nascono dal fatto che già vi sono pressioni perché le informazioni conservate per la lotta al terrorismo possano essere utilizzate anche per fini diversi, come la scoperta di chi scarica illegalmente musica o film da Internet. Rischiano così di aprirsi brecce che possono in concreto portare ad una società che controlla ogni comportamento individuale, con l´argomento che può risultarne danneggiato un qualsiasi interesse economico. Inoltre, i costi elevati della conservazione di quei dati ricadono unicamente sulle società telefoniche e sugli Internet providers: questo può spingere a risparmiare sulla sicurezza di queste enormi banche dati, facendo crescere la vulnerabilità sociale, ed a trasferire i costi sugli utenti, anche con distorsioni della concorrenza a svantaggio degli operatori più piccoli. Tutto questo dovrebbe indurre a qualche riflessione politica e a qualche iniziativa volta a delineare un nuovo quadro di garanzie. Nessun segno è venuto finora, sì che rischia di nascere anche qui una pericolosa schizofrenia istituzionale. Ai cittadini viene promesso un futuro pieno di efficienza amministrativa e occultato un presente in cui si moltiplicano gli strumenti di un controllo sempre più invasivo e capillare. Sembra quasi che si stiano costruendo due mondi non comunicanti, e che l´e-government, l´amministrazione elettronica, possa evolversi senza tener conto della contemporanea compressione di diritti individuali e collettivi, motivata con esigenze di efficienza o di sicurezza.
ALLA radice di questo atteggiamento vi è un mutamento dell´idea stessa di Stato costituzionale di diritto, che viene ormai pubblicamente proclamata. La dottrina Bush-Cheney rivendica la legittimità politica dell´uso illegale di strumenti come le intercettazioni telefoniche e trova diversi emuli al di qua dell´Atlantico, fino al nostro Presidente del consiglio che conferma la sua singolare idea di legalità affermando che "non si combatte il terrorismo con il codice alla mano". L´argomento della lotta al terrorismo, già adoperato per cancellare libertà dei cittadini, viene ora pesantemente speso per ridimensionare il ruolo dei parlamenti e della magistratura. Per fortuna non tutti i parlamenti accettano questa logica. Il Congresso degli Stati Uniti è intervenuto nella materia della tortura e delle intercettazioni telefoniche, ha respinto la pretesa di Bush di ottenere una conferma senza condizioni del Patriot Act. La Camera dei comuni ha ridimensionato le richieste di Blair per le nuove norme antiterrorismo. Il vincolo di maggioranza non ha del tutto cancellato il ruolo dei parlamenti come guardiani delle libertà. Dalle nostre parti, silenzio. Pure, la decisione europea dovrebbe scuotere qualcuno, offrire un appiglio concreto per interrogare il Governo sui tempi di conservazione dei dati e, soprattutto, avviare una discussione sul nuovo quadro di garanzie, che riguarda le responsabilità dello stesso Parlamento, i poteri di controllo della magistratura, un ruolo più penetrante per il Garante per la privacy. Si dirà che questo Parlamento, ormai alla fine del suo mandato, non è in condizione di farlo. Ammettiamolo, a malincuore. Ma questo vuol dire che nell´agenda di lavoro delle prossime Camere il cambiamento d´epoca segnato dalla nuova condizione del cittadino elettronico dovrà trovare un posto rilevante. Per far questo, serve un Parlamento liberato dalle servitù che ne hanno mortificato l´azione, stringendolo tra voti di fiducia e blindature delle maggioranze. E il recupero del Parlamento alla sua alta funzione perduta esige una adeguata dignità dei suoi componenti, ma anche regole diverse che rendano impossibili la sua deliberata e continua mortificazione. Se ne parlerà nei programmi elettorali?
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Ds Milano - Rassegna stampa
Cdl, il nulla dopo le elezioni
Quel che colpisce di più, in questo crepuscolo del centrodestra, non sono le previsioni negative, l’approccio molto diverso dei vari leader alla campagna elettorale (con Casini che mette le mani avanti sulla scon- fitta), o i toni che Berlusconi torna a impiegare per svegliare il proprio elettorato dormiente o disilluso. Quel che salta agli occhi è che nessuno nella Casa delle libertà si sente più parte di una unica vicenda, condivisa nel bene o nel male. Nella conferenza di fine anno Berlusconi è tornato a parlare della prospettiva di un partito unico del centrodestra. Il silenzio di tomba ha accolto nella Cdl questa stanca ripetizione di un disegno che ha avuto un’ambizione ma semplicemente non esiste. Nell’inverno 2000-2001, alla vigilia di elezioni che venivano pure attese con pessimismo, il centrosinistra non perse né pezzi né soprattutto prospettiva. L’ulivismo della Margherita del candidato Rutelli implicava anzi un impegno alla ricostruzione post-voto. Dovunque si guardi, a cominciare dalla scelta del sistema elettorale fino ai casi singoli sul territorio (i tre candidati a Roma contro Veltroni), la Cdl dichiara solo l’intenzione di sciogliersi. Il centrosinistra teme molto l’instabilità, ma la frammentazione proporzionale colpirà duramente soprattutto i perdenti del 9 aprile. Ci sarà un’insidia per il governo dell’Unione nelle profferte di sostegno neocentrista (noi “scommettiamo” più sui leghisti), ma la premessa dovrà essere il rompete le righe a destra. Questo dovrà indurre a una ri- flessione sul blocco sociale che Berlusconi ha tenuto insieme per dieci anni. Come in Germania o in Gran Bretagna, una nuova destra e nuove facce tenteranno di colmare il vuoto. È presto per parlarne ora, ma l’occasione per disarticolare l’avversario e imporre una egemonia oltre i propri confini sarà il grande tema politico della legislatura. /www.europaquotidiano.it/
La finanza etica: un'alternativa alla corruzione bancaria -
Adesso che sono entrati nello scandalo Bankitalia anche I sottosegretari di AN e Forza Italia, è facile immaginare che la magistratura avrà qualche problema nel ricostruire anni di reati ed intrecci perversi. E questo mentre il governo depenalizza di fatto il falso in bilancio. Allora è giusto chiedersi cosa possono fare i risparmiatori per contribuire a risanare un mercato finanziario che sembra un far west ? L'idea nuova è che oggi si può fare politica con i propri risparmi. Ottenendone anche dei benefici, diretti e indiretti. La soluzione si chiama finanza etica. Ma cos'è davvero cosa vuol dire “ finanza etica”? L'immagine che meglio ne descrive le peculiarità, crediamo sia proprio quella di un circuito virtuoso che non solo produce valore e ricchezza, ma anche crea significativi sistemi di relazioni, promuove inclusione sociale e rispetta l'ambiente e l'uomo.
Chi di noi compra titoli (azioni, obbligazioni, etc.) quasi sempre non conosce le politiche delle società in cui investe, Tramite la finanza etica, abbiamo la certezza che i nostri soldi non andranno a finanziare operazioni come la compravendita di armi, il traffico di pellicce, la deforestazione amazzonica e/o quelle società che sfruttano lavoro minorile o tengono i lavoratori in condizioni quasi schiavistiche.
Allo stesso tempo, i nostri soldi potranno essere impiegati per i fini esattamente contrari. Ma attenzione. Non stiamo parlando di beneficenza. Ma di finanza e quindi di rendimenti e salvaguardia del proprio risparmio in maniera a volte più efficace dei metodi tradizionali.
Fino a qualche anno fa la finanza etica era prevalentemente una “nicchia” del mercato finanziario, che attraeva capitali alquanto limitati. Di conseguenza vi operano un numero ristretto di soggetti.
Oggi non è più così. La sfida dell'etica in campo finanziario è stata ormai raccolta dalle istituzioni creditizie più autorevoli ed essa interessa sempre più da vicino il mondo imprenditoriale profit e non profit.
Lo sviluppo di fondi di investimento ispirati a criteri di responsabilità sociale e ambientale, in grado di fornire una remunerazione del capitale paragonabile (se non superiore ) a quella di fondi tradizionali, è un aspetto di un più ampio fenomeno. Si tratta del superamento della rigida distinzione tra la sfera dell'economicamente conveniente e quella dell''eticamente corretto.
Il che vuol dire che i nostri soldi possono concorrere a migliorare il mondo Senza smettere di essere per noi una sicurezza economica.
Il fatto è che, a fronte di una mutata sensibilità dell'opinione pubblica e dei vari portatori di interesse, le imprese diventano sempre più consapevoli del fatto che mantenere un atteggiamento di indifferenza rispetto ai fattori socio-ambientali non solo risulta eticamente criticabile, ma compromette la possibilità di creare valore nel tempo per azionisti.
Negli Stati Uniti ogni otto dollari investiti in prodotti finanziari, uno finisce in prodotti etici. In Francia la crescita ha proporzioni straordinarie. I Fondi etici che a fine 1999 erano 19 a inizio 2001 erano già 37. Mentre la raccolta è passata nell'arco di due anni da meno di 600 milioni di euro agli871.7 di fine 2000.
Questi numeri dicono due cose: innanzitutto che è in grande crescita un tipo di investitore e risparmiatore socialmente responsabile, che quindi gestisce con oculatezza i propri soldi, non solo dal punto di vista del rendimento, ma anche della loro destinazione. In Secondo luogo che, anche tra chi non ha una simile coscienza, è maturo il giudizio secondo cui una società capace di rispettare buoni rapporti dentro e fuori dall'impresa con le comunità locali, abbia maggiori possibilità di buoni rendimenti anche a livello borsistico; cioè sia meno esposta agli alti e bassi del mercato.
Tutto ciò nella consapevolezza che il sottoscrittore ci guadagni due volte: con prodotti finanziari competitivi e che hanno una ricaduta positiva nella vita collettiva.
Come condurre oggi un'efficace lotta all'inquinamento e promuovere lo sviluppo eco-sostenibile? Non ci sono dubbi: attraverso la diffusione della finanza socialmente responsabile e, in particolare, dei fondi di investimento etici.
La finanza, è stato detto, è capace di mettere in moto meccanismi virtuosi tali da indurre le imprese a comportamenti eticamente corretti. Ciò, fondamentalmente, per due ragioni: innanzitutto, perché nei cittadini è enormemente cresciuta la sensibilità verso i temi del rispetto dell'ambiente e della persona e quindi essi sono sempre più portati a premiare i comportamenti socialmente responsabili delle imprese; l'altra ragione, strettamente collegata alla prima, è che i fondi etici oggi risultano in grado di garantire rendimenti quanto mai lusinghieri e, quindi, attraggono una massa crescente di investitori.
Principi di esclusione/inclusione nel portafoglio d'investimento legati all'impatto ambientale dell'azienda, alla qualità del lavoro dei collaboratori, alla trasparenza e qualità dei prodotti ed alla natura dei prodotti stessi (armi, alcool, tabacchi, nucleare, etc. ) oltre che alle politiche delle società del gruppo (capogruppo, collegate, controllate) generano un rating etico (grado d'eticità) che sarà discriminante nella scelta del titolo.
A conferma di ciò il 2001 negli Usa e non solo, è stato un anno “ethical”, come? Puntando decisamente su fondi d'investimento etici e titoli di aziende socialmente responsabili, i cui benchmark di riferimento (Domini social index e Dow Jones sustainability group index, tanto per citare i più importanti) già da un bel po' si posizionano costantemente su livelli superiori a quelli di borsa “tradizionali”. E così negli Usa, tra il '99 e il 2000, gli impieghi nel settore hanno superato il 13% del totale investito; il 35% degli investitori istituzionali ha offerto un'opzione di Social responsabile investing; i gestori ispirati ai principi nel socialmente responsabile hanno visto crescere la raccolta a fini previdenziali del 33% il patrimonio gestito ha raggiunto l'astronomica cifra di 4 milioni di miliardi di lire distribuiti tra più di 180 fondi etici.
Da qualche tempo, si può fare anche da noi.
L'Europa, partita con qualche ritardo sta recuperando il terreno perduto con una novità al giorno e ormai i suo fondi etici sono oltre 300. Nella sola Gran Bretagna, paese leader del vecchio continente, la massa investita nel settore supera il 6% del totale. Da ottobre, poi, è finalmente nato un benchmark etico tutto suo, l'Ethical euro index a dimostrazione di come le performance dei fondi socialmente responsabili sia da primato. Recentissimo anche il lancio a Bruxelles, da parte del network di imprese europee socialmente responsabili European business for social cohesion-Ebnsc, della “Campagna 2005 per uno sviluppo sostenibile ed il progresso umano”. Un'iniziativa che si propone di fare in cinque anni dell'Europa l'area economica più competitiva e coesa del mondo e che allo sviluppo ritaglia un ruolo di primo piano al coinvolgimento del settore finanziario affinchè si riveli sempre più in grado di rispondere alle richieste degli investitori orientati verso titoli di aziende eticamente corrette.
E in Italia la finanza etica a che punto è? Quali tendenze sono in atto? Che grado di consapevolezza diffusa vi è di questo compartp della finanza? I numeri dicono che siamo solo all'inizio: 0.8% sul totale investito. Autorevoli osservatori sostengono che la parte del mondo finanziario italiano attenta questi temi è deplorevolmente minima. Gli italiani che dichiarano di non essere per nulla informati sui fondi di investimento etici sono ancora troppi: 57.8%.
Investire etico conviene al portafoglio oltre che all'ambiente. Ma la notizia non è questa, attivisti e analisti illuminati lo ripetono da anni. Il vero scoop è che oggi possono provarlo, e nell'unica lingua che per la finanza abbia un senso: quella dei numeri.
Anzi, delle percentuali registrate nelle borse americane ed europee che dimostrano chiaramente la relazione di causa-effetto che lega le performance ambientali e finanziarie delle aziende: quelle leader nell'impatto ambientale possono aumentare il loro valore azionario di oltre il 5%. A sostenerlo è uno studio dell'Icf Kaiser Consulting Group, la più autorevole e severa società di rating sociale americana che per un anno ha monitorato le performance finanziarie di 327 delle 500 compagnie S. & P. concludendo che migliorando impatto ambientale ed eco-efficienza le aziende possono fare decollare il prezzo delle loro azioni del 5 %. In America, dove secondo il Financial Istitute for Global Sustainability l'offerta di fondi eco-efficienti è raddoppiata negli ultimi 18 mesi, ma anche nel Vecchio Continente che sta rivoluzionando il modo di proporre e intendere i fondi verdi: da investimenti etici in cui fino a poco fa si lasciava solo chi aveva già una buona disponibilità finanziaria, a occasioni di buon guadagno per tutti.
Come quelle messe a segno da chi, negli ultimi due anni, ha investito nello Storebrand Scudder Environmental Value Fund. Un fondo lanciato due anni fa con 10 milioni di dollari dalla compagnia di assicurazione norvegese Storebrand e dalla Scudder Kemper Investment – rispettivamente incaricate dello screaning ambientale e finanziario delle compagnie incluse in portafoglio tra cui anche Sony, Du Pont e 3 M – che dal 1998 ha guadagnato il 51% sorpassando il Morgan Stanley Capital International World Index di oltre 8 punti percentuali. E in Italia? Anche da noi è finalmente possibile stabilire una relazione tra le buone performance finanziare delle aziende e le loro politiche di impatto ambientale?
Certamente una correlazione c'è, anche se è più difficile determinarla in cifre perché il campione di fondi verdi è più ristretto che in altri paesi, lo provano per esempio i buoni risultati dei pochi fondi sottoscrivibili in Italia.
I tempi, insomma, sembrano maturi per trasformare l'Italia in un Paese eco-sostenibile anche dal punto di vista finanziario. Ne sono convinte anche le aziende che hanno fatto sostenibilità socio-ambientale un cavallo di battaglia. Procter&Gamble, recentemente nominata azienda leader per la sostenibilità dal Dow Jones Sustainability Group Index in testa: “Confermo: investire uomini, mezzi e risorse nella sostenibilità socio-ambientale conviene”, spiega il direttore Relazioni Estere della Procter, “anzi, oggi è un must e non una scelta. Le aziende non possono continuare a crescere in maniera irresponsabile”.
Le grandi multinazionali, ma anche gli Start up della new economy. Lo studio “The computer industry – hidden risks and value Potential for strategic investors” pubblicato a giugno dalla Innovest Group International, società di investimenti newyorchese, prova che il rapporto di causa effetto tra performance ambientali e finanziarie vale anche nel mondo di Internet: le aziende tecnologiche leader negli investimenti verdi hanno superato i risultati finanziari dei concorrenti del 25% dal 1998 a oggi. E le piccole e medie imprese italiane saranno le nuove protagoniste dello sviluppo sostenibile italiano?
Indietro anni luce rispetto alle multinazionali perché spesso non hanno le risorse umane e finanziarie per occuparsi di sostenibilità ambientale e perché in Italia mancano incentivi e agevolazioni che consentano alle piccole e medie imprese di investire davvero nella sostenibiltà ambientale.
Potrebbe essere questa l'occasione per una svolta; uno sviluppo sano delle aziende che può realizzare simultaneamente i sogni di tanti: rendimenti, ambiente, qualità della produzione e del lavoro saranno nella gestione del risparmio etico alleate e non antagoniste.
Finiamo con una domanda: secondo voi, tra andare in piazza a manifestare contro Berlusconi e togliere dal vostro fondo azionario i titoli di Mediaset, o Mediolanum, mettendo al loro posto un fondo etico, qual è la cosa che gli darà più fastidio ?
Perciò , se avete dei risparmi investiti, controllate il vostro portafoglio titoli.Se non c'è un fondo etico, allora è il momento di cominciare a pensarci. Ricordatevi che i movimenti di denaro indirizzano i modelli di società. Se i vostri soldi organizzano un immaginario corteo verso una società più giusta, i risultati si vedranno.
di Diego Gargia www.megachip.info/
dicembre 26 2005
I vantaggi dell’Italia nell’UE: la politica estera e di difesa comune di Carmine Pacente
Perché l’adesione all’Unione Europea ha rappresentato un importante vantaggio e una scelta necessaria per l’Italia è la domanda alla quale questo numero dell’osservatorio si è prefisso di rispondere. Per farlo si sono declinate una serie di materie cercando di dimostrare, per ciascuna di esse, le differenze tra il ruolo di un’Italia fuori dall’Europa e di un’Italia, al contrario, saldamente ancorata all’Unione. A prescindere da esempi già ampiamente conosciuti, sebbene superficialmente, dalla pubblica opinione (la moneta, la stabilità economica, l’apertura alla concorrenza, il rispetto di certe regole, la trasparenza…) questo articolo tenta di spiegare come anche in tema di politica estera e di difesa l’Italia possa giovare di grandi vantaggi all’interno della famiglia europea. Il nostro paese infatti può realmente aspirare a giocare un ruolo superiore al suo rango di “media potenza regionale(?)” grazie all’appartenenza alla famiglia europea con un protagonismo nello scacchiere internazionale ed una utilità su scala globale che non gli sarebbero certamente consentiti diversamente.
Procedendo sinteticamente e semplificando, ci sono almeno 3 questioni che vanno tenute presente nella premessa al ragionamento che si ha intenzione di sviluppare: 1- l’Italia, diversamente da quando si voglia a volte far credere, non ha né i mezzi militari, né le risorse economiche, né il peso politico sufficiente per competere alla pari con gli altri Grandi paesi europei che orientano, o spesso paralizzano, le scelte in seno all’Unione anche in politica estera e di difesa comune: Francia, Germania e Inghilterra. 2- L’Italia però, a differenza dei “tre Grandi”, ha una posizione geografica particolare che, in questo momento storico, potrebbe discriminarla positivamente soprattutto grazie ad una variabile esogena rilevantissima che è rappresentata dall’emergenza terroristica. 3- L’Europa, in crisi economica e, probabilmente, anche di identità, forse aggravata ancor più dal voto tedesco, rischia di regredire anche negli importanti traguardi faticosamente raggiunti negli anni nel processo di integrazione.
Per l’Italia, paradossalmente, questo quadro apre delle interessantissime opportunità almeno per i prossimi dieci anni e sarebbe davvero un peccato non approfittarne. Le condizioni geopolitiche che si sono determinate in questi ultimi anni infatti, potranno offrire al nostro paese l’esercizio di un ruolo molto più rilevante rispetto al suo rango.
In che modo? I “Grandi” paesi europei, a causa della loro rispettiva collocazione geografica, hanno naturalmente interessi divergenti ad orientare la politica dell’Unione verso differenti aree geografiche. Mentre per i tedeschi è ad esempio naturale considerare il Baltico e l’est Europa come territori dove esercitare la propria influenza e orientare i propri interessi, altrettanto naturale appare per l’Italia rivolgersi invece al bacino euromediterraneo.
In base alla proprie convenienze nazionali, i Grandi proveranno quindi anche ad orientare gli interessi e le politiche dell’Unione Europea. Orbene, in un quadro statico, l’influenza italiana, come sopra ricordato, sarebbe certamente impari rispetto a quella tedesca, francese e inglese in questo esercizio di orientamento delle politiche. Tuttavia però a rompere la staticità del quadro di riferimento e dei rapporti di forza, è intervenuta una variabile esogena estremamente rilevante: l’emergenza terroristica come già si ricordava.
Questa “emergenza planetaria”, che travalica quindi non solo i confini nazionali ma anche quelli continentali, non è una variabile di breve periodo ma, come sostengono molti analisti, si tratta di una variabile con la quale il mondo sarà costretto a confrontarsi certamente almeno per i prossimi dieci anni. Dieci anni rappresentano un lasso temporale di riferimento sicuramente sufficiente per tentare di orientare la politica estera e di difesa di un paese e di un soggetto sovrannazionale: nel caso specifico l’Italia e l’Unione Europea.
L’evidenza che il Mediterraneo, occidentale ed orientale, rappresenta l’area di riferimento per molti dei paesi dove, in genere, nascono e si sviluppano maggiormente i fenomeni terroristici, pone questo bacino sotto i riflettori globali attribuendo a questa particolare area del mondo la naturale “responsabilità” per lo sviluppo del dialogo interculturale e interreligioso.
L’Italia, avamposto europeo nel cuore del “mare nostrum”, forte di questa posizione geografica in questo momento privilegiata per l’emergenza terroristica, potrà e dovrà orientare gli interessi e le politiche dell’Unione verso questa grande area.
La sfida impari che il nostro paese sarebbe costretto a giocare con i “Grandi” d’Europa, in queste condizioni diviene una sfida non solo possibile ma anche necessaria nell’interesse dell’Italia, dei Grandi partner europei, dell’Europa ma anche del mondo intero.
Facendo un passo ulteriore, questo eventuale “protagonismo” italiano nel consesso europeo in tema di politica estera e di difesa comune, potrebbe rappresentare potenzialmente il nuovo collante di una rinnovata integrazione europea.
Molti commentatori, politici ed esperti, hanno infatti ribadito, a ragione, che il processo di integrazione europeo si sia rallentato, fermato o stia addirittura regredendo a causa della mancanza di un obiettivo, superiore e comune agli Stati membri, da perseguire. Si ripete, sempre a ragione, che la spinta propulsiva del secondo dopoguerra si stia esaurendo poiché le giovani generazioni sono meno sensibili dei loro padri e nonni, che la hanno vissuta, al rischio di minaccia di guerra fratricida tra i popoli europei che l’Unione ha completamente eliminato. Questa considerazione, se da un lato, rappresenta l’evidente raggiungimento dell’obiettivo primario per cui l’UE è nata, dall’altro pone in evidenza la dissoluzione di un interesse superiore e comune al cui raggiungimento gli stati europei hanno deciso di concorrere anche al (grande) costo di rinunciare ad una parte “rilevante” della propria sovranità.
Sebbene l’irruenza della globalizzazione indichi chiaramente la necessità di una Unione più forte e integrata per contrastarla, la stessa emergenza non è ancora percepita, e forse non lo sarà ancora per molto tempo, come il rischio della guerra fratricida. In altri termini, gli stati nazionali e le opinioni pubbliche, non sembrano essere ancora disposti ad immolare parte della loro sovranità per fronteggiare questo rischio come hanno invece fatto in passato per scongiurare una ulteriore guerra sul suolo europeo.
Attualmente forse c’è bisogno di uno shock più significativo, di una emergenza più percepita e soprattutto più “evidente” per i popoli europei, per rammentare agli Stati membri che l’Unica possibilità per fronteggiarla è quella di riprendere il faticoso ma necessario cammino della integrazione con forza e vigore.
A mio giudizio, questa emergenza potrà essere rappresentata proprio dalla sfida terroristica e, proprio la politica estera o, meglio, di difesa comune, potrà rappresentare il terreno fertile di questa rinnovata integrazione.
L’Italia, che ha davanti a sé una grande sfida ma anche una immensa opportunità, dovrà puntare, senza esitazione, alla leadership di questo processo. Renderebbe un grande servizio: 1- all’Italia; 2- all’Europa; 3- alla comunità internazionale.
1- All’Italia poiché acquisirebbe un rinnovato protagonismo su scala internazionale ed una ritrovata leadership europea, al fianco, questa volta, dei Grandi paesi strutturalmente più forti. 2- All’Europa poiché reinnescherebbe quel meccanismo necessario e perciò assolutamente virtuoso della integrazione continentale, agendo su una leva fondamentale che qualsiasi Stato o organismo sovrannazionale devono considerare come assoluta priorità: la politica estera e soprattutto di difesa comune. 3- Alla comunità internazionale poiché contribuirebbe, in maniera rilevante, alla “lotta antiterroristica”, tra i principali mali di questi e dei prossimi anni.
I benefici economici di un processo di questo tipo, sarebbe superfluo ricordarli. Una Unione che orienta la propria politica anche, non solo, fortemente nel Mediterraneo considerandolo come priorità assoluta, vorrebbe dire che lì sarebbe disposta a trasferire risorse, ad investire, anche infrastrutturalmente, per accompagnare gli Stati membri impegnati in prima linea nel difficile compito di costruire un “ponte” euromediterraneo. L’Italia, attingendo dalla sua naturale vocazione politica del dialogo con i paesi mediterranei, potrebbe “dirigere” questa grossa partita, intessendo e rafforzando relazioni molto privilegiate, culturali e politiche prima , economiche poi, con vecchi e nuovi partners.
Il Mediterraneo, e l’Italia con esso, in sintesi, potrebbero riacquisire la rilevanza un po’ andata dei tempi migliori negli scenari internazionali, non solo e non tanto, come canale privilegiato per gli scambi e i commerci con i giganti asiatici, ma prima ancora per motivi di sicurezza e difesa: in una parola per motivi di “sopravvivenza”.
A queste sensibilità ed a queste emergenze, le opinioni pubbliche sono immediatamente sensibili e potrebbero lasciar giocare all’Italia questo importante ruolo, poiché ritenuto e, ripeto, anche percepito immediatamente come necessità impellente: come emergenza appunto.
La Germania, la Francia o altri partners potrebbero opporre qualche resistenza in più ad una politica europea fortemente orientata anche nel Mediterraneo se “giustificata” solo come opportunità commerciale ed economica verso l’Asia (gli interessi di molti paesi risiedono anche altrove e le relazioni con la Cina e l’India le stanno già sviluppando anche in modi diversi). Resistenze minori potrebbero invece opporre ad un “investimento” europeo forte che miri anche a interrompere le bombe nelle capitali di mezza Europa che agli occhi delle pubbliche opinioni hanno un effetto emozionale ed emotivo incalcolabilmente superiore.
Questa è brevemente la linea che l’Italia dovrebbe assumere in materia di politica estera e di difesa comune all’interno dell’Unione Europea da oggi ai prossimi anni come ho già espresso anche in occasione delle giornate di “veDrò” poche settimane fà. Perché il nostro paese non potrebbe giocare questo ruolo al di fuori del consesso europeo? Questa è la domanda che alcuni potrebbero obiettare nel caso in cui avessero condiviso la parte precedente del ragionamento.
Bene, come più volte ripetuto, l’Italia da decenni esercita un ruolo nel consesso internazionale da “media potenza regionale(?)”. Attualmente inoltre anche questo ruolo è seriamente ridimensionato da una forte crisi economica interna e da scenari internazionali che stanno ridisegnando i rapporti di forza su scala globale: la globalizzazione, lo sviluppo inarrestabile (economico, politico e a volte anche militare) dei giganti asiatici, il ridimensionamento dell’Atlantico a favore del Pacifico… Neanche i Paesi europei storicamente più importanti dal punto di vista economico, politico e militare, Germania, Francia, e Inghilterra, riescono da soli a fronteggiare le nuove sfide globali, avvertendo crescente la propria inadeguatezza anche “infrastrutturale”: popolazioni, economie, risorse... Ciascuno comincia a comprendere la necessità di unire gli sforzi, di creare cooperazioni, sinergie, in ultima analisi di consorziarsi. E a volte alle intuizioni riescono a seguire anche i fatti: così è nato ad esempio il Consorzio Airbus, così è stato realizzato il Progetto ITER in campo energetico… dimostrazioni autentiche che quando l’Europa agisce “unita”, riesce anche ad ottenere risultati lusinghieri e a competere ai massimi livelli dettando, spesso, anche il passo ad americani ed asiatici.
Purtroppo gli esempi sono ancora pochi ma qualche risultato è già tangibile. L’Italia, che è già fuori da questi “consorzi”, non potrebbe minimamente immaginare di esercitare ruoli ed assumere funzioni “rilevanti” sul piano internazionale senza il supporto europeo alle spalle; senza, in altri termini, la massa critica, che in termini di risorse, mezzi, autorevolezza, peso politico e anche (un minimo) militare, soltanto il consesso europeo può essere in grado di garantirle. La strada è chiara: il nostro paese deve adoperarsi massimamente per il rafforzamento dell’Unione e della sua integrazione e specializzarsi, puntando ad esercitare la leadership europea nel settore (o nei settori) dove ha tradizionalmente e storicamente una vocazione più spiccata anche sulla base di variabili esogene che intervengono e che possono o potranno accompagnare e favorire certi processi. La via dell’”isolamento” o, più probabilmente, della “tiepidezza” verso l’assunzione di certe responsabilità nelle sfide che stiamo vivendo, potrebbero essere pagate a caro prezzo anche per i prossimi anni soprattutto in termini di opportunità per il rilancio toutcourt del nostro paese. E non credo che l’Italia possa permettersi questo lusso. http://www.ideura.it/comunicati/Pol.esteredifesa-CarminePacente.doc
dicembre 25 2005
L’inesorabile agonia della democrazia americana
Vi chiederete: Cosa c'entra la democrazia USA con la nostra? Ebbene, se la consolidata democrazia americana si ammala gravemente, come minimo rischiamo un raffreddore. Prevenire è meglio che curare.
di Alessandro Boggian
Recenti studi pubblicati nei mesi scorsi condotti da professori di statistica di alcuni atenei americani tra cui l’Università della California a Berkeley, hanno statisticamente dimostrato che anche le elezioni del 2004 furono oggetto di pesanti manipolazioni, tali da permettere l’elezione di Bush al posto del candidato democratico John Kerry. È ormai risaputo che nel 2000 furono scartate 175'000 schede in Florida, che avrebbero permesso all’allora candidato democratico Al Gore di diventare presidente al posto di Bush. La notizia della provata frode, pubblicata agli inizi del settembre 2001, rimase obliterata dall’attentato del 11 settembre alle torri gemelle. Ora però, lo stesso partito democratico non alza più la voce, cosciente del fatto che è meglio difendere una struttura politica assodata, per quanto marcia sia, piuttosto che rischiare di far crollare l’intero establishment politico americano basato sul bi-partitismo.
I fatti: In molti stati degli Stati Uniti l’elettore, per ottenere il diritto di voto, deve registrarsi presso la locale organizzazione di partito. Ebbene, in Florida nel 2004, stato governato dal fratello di Bush, in 47 contee su 67 i voti repubblicani erano fino al 300% superiori al numero di elettori repubblicani registrati. In Ohio, altro stato chiave nell’elezione di Bush, 147'400 schede provenienti da tutto lo stato che, per motivi tecnici, erano stati contati a mano sotto supervisione della magistratura, davano una netta vittoria a Kerry, contrariamente a quanto risultava dal voto elettronico. Una contea dell’Ohio ebbe addirittura 93'000 schede in più del numero di elettori registrati (da notare che in Ohio, seppur con enormi lungaggini – anche 6-7 ore di fila, che esclude molti dipendenti visto che senza il permesso dei datori di lavoro non si può andare votare – è permesso il voto anche a chi non si è registrato, altrimenti la frode sarebbe stata clamorosa). Questi dati, già sospetti di per se, sono suffragati da uno studio statistico condotto dal prof. Steve Freeman dell’Università della Pennsylvania. Gli exit polls alle elezioni del 2004 dettero la vittoria a Kerry. Ciò che però risulta statisticamente quasi impossibile – una probabilità su 250 milioni – è il fatto che gli exit polls si dimostrarono sbagliati soltanto in quei seggi in cui si votò elettronicamente senza la prova stampata dei voti emessi. Come se non bastasse, l’errore era sempre e soltanto in favore dell’attuale presidente per un totale di circa 260'000 voti in più per Bush nella sola Florida, dove il voto elettronico fu imposto dal fratello Jeb nelle contee più contese.
Nel marzo di quest’anno, alcuni hackers hanno dimostrato che il software delle macchine per il voto elettronico, usato da oltre 30 milioni di elettori, era facilmente manipolabile senza lasciare tracce. Già da oltre un secolo, le amministrazioni locali specie nel profondo Sud, erano inclini a fare uso di pesanti brogli, ma oggi, nell’era dell’informatica, le manipolazioni possono essere fatte centralmente, da pochi individui, senza che a livello locale ci si possa accorgere di niente. Tali alterazioni del voto possono pertanto assumere un carattere nazionale, tali da stravolgere qualsiasi verdetto elettorale. Indubbiamente i Democratici sono al corrente che, per ben due elezioni, sono stati defraudati del voto. D’altra parte, vi sono pochi membri del Congresso o media di peso che si lamentano. Essi sono ben consapevoli che è meglio mantenere lo status quo, piuttosto che mettere in discussione un sistema elettorale che gli assicura comunque una fetta di potere e di fondi da gestire. Poco importa se oltre 80 milioni di americani si rifiutano ad andare a votare, poco importa se Repubblicani e Democratici preferiscono mantenere in piedi una farsa nazionale in cui contano più i soldi della verità. Il fatto però è che gli Stati Uniti non sono lo Zimbabwe o l'Uzbekistan, ogni decisione presa dall’amministrazione americana ha pesanti ripercussioni sul nostro stile di vita, sulle nostre abitudini, sulle nostre scelte e, perché no, sulla nostra libertà.
Sarebbe ora di togliere la testa dalla sabbia e cominciare a guardare all’amministrazione Bush, in particolare, ma anche all’intero sistema politico americano per quello che è: una cancrena che, se non verrà curata presto, porterà l’attuale agonia della culla della democrazia ad un coma profondo di tutto il mondo libero.
Ulteriori informazioni su:
http://www.projectcensored.org/newsflash/voter_fraud.html... http://www.blackboxvoting.org/ http://www.commondreams.org/
http://verditicino.blogspirit.com/
Sulla strada della democrazia partecipativa Carla Pagani
Dove va la democrazia? Secondo Hilary Wainwright, che ha presentato a Roma il suo libro, Sulla strada della partecipazione. Dal Brasile alla Gran Bretagna, viaggio nelle esperienze di nuova democrazia (Ediesse), quella moderna deve essere una democrazia partecipativa in grado di aumentare il grado di coinvolgimento della cittadinanza nei processi decisionali. La pubblicazione in Italia di questo testo, “salutare diario di viaggio negli abissi della crisi della democrazia rappresentativa – come si legge nell’interessante prefazione di Alberto Magnaghi – è di grande utilità, in un paese in cui la crisi di quel modello ha i suoi prodromi nel divorzio tra sindacati e operai nei moti di piazza Statuto a Torino nel lontano 1961 arrivando fino ai forum sociali di Seattle, Genova e Firenze”.
Alla presentazione del libro della Wainwright, che si è tenuta all’Università degli Studi di Roma Tre il 14 dicembre, sono intervenuti Giovanni Allegretti, docente di Gestione Urbana all’Università di Firenze, Alessandro Giangrande, docente di Progettazione e Pianificazione sostenibile all’Università degli Studi di Roma Tre, Paolo Nerozzi, segretario confederale della Cgil, Massimiliano Smeriglio, Presidente del Municipio XI di Roma, e Tarcisio Tarquini, giornalista. Obiettivo della discussione, capire in che modo si misura la tensione tra politiche tecnocratiche e nuove forme partecipate di cittadinanza attiva.
Direttrice di Red Pepper e giornalista del Guardian, Hilary Wainwright riflette attorno a ciò che viene chiamato “potenziale creativo dormiente” ovvero la capacità di cambiamento di un gran numero di persone che opera costantemente mutamenti profondi nelle pratiche quotidiane. Secondo l’autrice, l’amministrazione di Vendola in Puglia dimostra chiaramente che esiste un modo per superare il clientelarismo del passato e che si può lavorare con i movimenti sociali e creare una base per poter con-dividere il potere: “l’organizzazione dei municipi a Bari costituisce indubbiamente una nuova strategia, vincente, un buon esempio di democrazia partecipativa. È per questo che l’Italia può essere considerata per molti versi la patria della democrazia partecipativa”.
L’esperienza del Regno Unito, di cui la Wainwright parla approfonditamente nel libro, conferma che la democrazia rappresentativa è in crisi perché gli eletti hanno sempre meno potere reale e riescono a incrociare sempre più raramente i bisogni della popolazione. “Allo stato attuale la conoscenza più importante è quella che detengono gli uomini politici che agiscono autonomamente secondo le proprie idee – prosegue l’autrice – Parlare di democrazia partecipativa significa, al contrario, parlare di una maggiore distribuzione della conoscenza e porre rimedio al forte scollamento tra i bisogni della cittadinanza e l’agire politico”.
Massimiliano Smeriglio individua nel rapporto tra trasformazioni urbanistiche e consenso della comunità uno degli elementi chiave del processo di costruzione della partecipazione: reti tra città, costruzione di un’etica del servizio pubblico, rottura dell’uguaglianza “pubblico uguale Stato” e costruzione di una nuova uguaglianza, “pubblico uguale cittadinanza locale”. “Oggi, di fatto – dice Smeriglio – la democrazia dei pochi viene addirittura teorizzata (la dottrina Bush ne è un chiaro esempio) e, proprio per questo, non può essere considerata una semplice patologia”. “La protesta della Val di Susa – prosegue Smeriglio – ci indica una strada differente. Piccole città e piccoli sindaci hanno intercettato una questione centrale: ripensare le forme di sviluppo e di democrazia. Il governo locale non deve essere più sponda dei movimenti né luogo neutrale ma soggetto attivo chiamato a intervenire sulle questioni primarie della contemporaneità”.
Ma secondo il Professor Giangrande l’autonomia del processo partecipativo dal governo è una condizione molto difficile da raggiungere: “La necessità di essere autonomi rispetto agli organismi delle democrazia rappresentativa – sostiene Giangrande – è giustificata dall’autoreferenzialità che caratterizza quasi invariabilmente i comportamenti di tutte le amministrazioni, statali e locali”. Siamo dunque di fronte a un problema di rappresentanza politica e un problema di rappresentanza sociale. Oggi, di fatto, assistiamo a una supremazia della rappresentanza politica, sebbene si professi spesso il contrario; bisogna invece riconoscere l’autonomia politica dei movimenti ridando spazio e forza alla rappresentanza sociale. Per farlo si devono mettere a punto strumenti efficaci, e quelli esistenti, spesso, non sono sufficienti, soprattutto quando non vengono rispettate le regole: “Anche le forme della partecipazione – conclude Paolo Nerozzi – hanno regole definite che devono essere controllate dai cittadini. Se ciò non accade si rischia di esaurire immediatamente la partecipazione dopo il soddisfacimento di certi bisogni. La partecipazione, al contrario, deve essere continuativa, prolungata, costante e controllata dalla cittadinanza”. www.caffeeuropa.it
Cile: la Bachelet non sfonda, tutto rimandato al ballottaggio
Come previsto, bisognerà attendere il ballottaggio per sapere chi tra Michelle Bachelet e Sebastián Piñera sarà il nuovo presidente della Repubblica. La Concertación vince le elezioni legislative ma il buon risultato della coalizione non permette alla candidata del PS di chiudere i conti al primo turno.
Lucio Severo
Equilibri.net (24 dicembre 2005)
Si tornerà alle urne il 15 gennaio 2006, così hanno deciso i cileni. Il primo turno delle presidenziali di dicembre ha sancito sì la vittoria di Michelle Bachelet, ma non sufficiente a renderla Presidente. Sarà necessario il secondo turno, in cui la candidata della Concertación (blocco PS-PPD-PRSD e PDC) dovrà vedersela con Sebastián Piñera, candidato di RN, che al primo turno l’ha spuntata su Lavin della UDI, l’altro candidato dell’Alianza por Chile (RN e UDI). La Bachelet ha ottenuto il 45,87% dei consensi, meno dei voti di Lagos nel ’99 (48%) in una fase congiunturale allora molto più complessa. Sull’altro versante, i due candidati dell’Alianza, hanno raccolto una percentuale maggiore rispetto a quella della Bachelet: Pinera il 25,4% e Lavin il 23,2%. Mentre Tomás Hirsch, candidato per l’alleanza di sinistra Juntos Podemos (Partido humanista e comunista), ha raggiunto il 5,37%. Tutti gli ultimi sondaggi (CERC, CEP, IPSOS) davano nettamente in testa Bachelet, però al di sotto della fatidica soglia del 50% e Pinera al secondo posto. E così è stato. Da Bachelet ci si aspettava qualcosa di più, soprattutto per la popolarità e il consenso che aveva raggiunto nei mesi passati ma che è andato declinando a poco a poco negli ultimi tempi. In poche parole, non sembra esserci stato il “fattore Bachelet”. I voti ottenuti dalla candidata della Concertación sono meno del 51,75% raccolto dalla coalizione nelle legislative, tenutesi lo stesso giorno. Indubbiamente, molti dei sondaggi che nei mesi passati la davano vicina o addirittura al di sopra del 50%, non erano attendibili, anche perché buona parte degli istituti demoscopici che li pubblicavano erano affiliati proprio alla Concertación. Ma nonostante questo, il calo di popolarità c’è stato. Bachelet non ha sfruttato a dovere la popolarità e il prestigio del presidente Lagos. È fuor di dubbio che 15 anni di governo della stessa coalizione “stancano” l’elettorato, ma Lagos è stato il Presidente più popolare negli anni della Concertación e ha condotto un mandato di alto profilo. La Bachelet ha cercato, invece, di valorizzare la propria persona presentandosi come un leader di svolta, pur nella continuità del governo della coalizione. Con i dovuti distinguo, un pò quel che cercò di fare Al Gore con l’immagine di Clinton nelle presidenziali americane del 2000. Senz’altro, lo stesso Lagos è sembrato un pò troppo defilato durante la campagna elettorale. Inoltre, la bandiera dei diritti umani, di cui Bachelet per la sua storia personale è degna sostenitrice, non è più così redditizia da un punto di vista elettorale, soprattutto quando l’avversario si chiama Piñera e non Lavin. Da ultimo, è chiaro che Bachelet patisce le turbolenze e l’inaffidabilità della Democracia Cristiana. E probabilmente quei voti della coalizione che mancano alla candidata del PS, sono di elettori democrisitiani che hanno optato per Piñera. Quanto a Tomás Hirsch, alcuni sondaggi lo accreditavano al 7% e molti a sinistra auspicavano che superasse il 10% delle preferenze, visti anche gli ottimi risultati dell’alleanza alle ultime elezioni municipali del 2004 (9,31%). Inoltre, le speranze del Juntos Podemos erano rafforzate dal “vento di sinistra” che sta attraversando l’America latina, ultimo esempio la vittoria del leader cocalero Evo Morales in Bolivia. Del resto un sentimento antimperialista era emerso anche in Cile, lo scorso anno in occasione della conferenza dei paesi dell’APEC. Molto raramente si erano viste manifestazioni di piazza tanto numerose dopo la transizione alla democrazia. Da ultimo, il fatto che si trattasse di un primo turno e che i cileni, come sostiene Carlos Huneeus, hanno perso il timore del secondo turno, avrebbe potuto favorire l’utilizzo del voto in modo strategico: un voto espressivo al primo turno (in questo caso per Hirsch) e uno utile al secondo (per Bachelet). Viste tutte queste aspettative e il contesto regionale, il risultato di Hirsch (5,31%) appare sorprendentemente basso. Quali le ragioni? Difficile dirlo; forse il Paese non è ancora maturo per una proposta innovativa e radicale come quella del Juntos Podemos; o più probabilmente Hirsch, che si è comunque dimostrato abile politico e ha saputo costruire una valida piattaforma programmatica, sconta un evidente deficit di immagine e la mancanza di un passato politico significativo. Insomma, un candidato capace ma debole, essenzialmente perché poco conosciuto. Se a questa constatazione si aggiunge che il Podemos, limitato dal sistema elettorale binominale, non è riuscito comunque ad eleggere nessun senatore o deputato, non è azzardato affermare che la coalizione manca di leadership e di figure di spicco nelle sue fila.
Una campagna elettorale lunga ed estenuante
Con queste elezioni si chiude la Presidenza di Ricardo Lagos. Partito in sordina, il Presidente è riuscito ad affermare il suo stile e a costruire un capitale politico e d’immagine notevole, come dimostrano gli alti indici di popolarità raggiunti alla fine del mandato. Ha certamente rafforzato il prestigio del paese a livello internazionale, aumentando il peso politico del Cile anche al di fuori della regione. Detto questo, Lagos si è dimostrato abbastanza fragile negli ultimi mesi della campagna elettorale, commettendo, a detta di alcuni commentatori, molti più errori di quanto non avesse fatto nei 4 anni precedenti di mandato. Come era ormai inevitabile, ha messo mano alla costituzione pinochettista del 1980, senza però intervenire su alcuni aspetti cruciali, come il sistema elettorale. Lagos si è rivelato debole anche sul problema centrale della disuguaglianza. Il paese cresce economicamente ma la disuguaglianza non diminuisce. Viste le gravi problematiche sociali ancora irrisolte, la campagna elettorale poteva e doveva essere l’occasione perché i candidati esprimessero chiaramente il proprio progetto per il Cile del futuro. Tuttavia, in questi mesi, i progetti e le idee sono rimasti in secondo piano, lasciando l’elettore cileno abbastanza disorientato. Alla Concertación non bastava più cavalcare il tema dei diritti umani e di Augusto Pinochet. Piñera, collabora con Amnesty International e non ha mai avuto parole tenere nei confronti del generale. La coalizione era chiamata quindi ad una svolta programmatica. I tempi erano maturi per presentare al paese un grande progetto di respiro socialdemocratico. Così non è stato. Non si è voluto avviare quella “seconda transizione” di cui, a detta di molti osservatori, il paese avrebbe bisogno. La Concertación è sembrata timida su temi scottanti come la redistribuzione del reddito, la disuguaglianza, le privatizzazioni, in particolare per quel che riguarda il sistema previdenziale. D’altra parte nemmeno l’Alianza è parsa in grado di presentare un progetto coerente ed efficace al paese. Piñera ha certamente il merito di aver “normalizzato” il polo di centro destra. Rappresenta una “destra democratica”, indifferente a qualsiasi forma di revanscismo autoritario. Ma non è su questo che si costruisce un progetto efficace di sviluppo. Come sottolinea il sociologo Manuel Antonio Garretón, il solo Tomás Hirsch ha presentato un progetto chiaro per la risoluzione dei problemi del paese, basato su un modello di stato social-democratico. Uno stato più interventista, un sistema elettorale proporzionale, riforma della legislazione del lavoro e la diffusione di metodi di democrazia partecipativa. Un programma che, a differenza del passato, presenta proposte concrete e realizzabili. Ma Garretón aggiunge anche che l’unica ad avere le risorse politiche per realizzare questo programma è la Concertación, che però non può adottare un linguaggio politico così radicale. La Concertación è costretta a moderare il suo discorso politico e a mantenere una sostanziale continuità con il passato. E questo vale anche per la sua candidata. La Bachelet è un prodotto della coalizione, nata politicamente con la Concertación. Tuttavia, se diventasse Presidente e nominasse, come ha promesso, un governo composto per metà da donne, si tratterebbe di una svolta per il Cile. E questo sarebbe il dato politico nuovo della sua presidenza.
Le elezioni parlamentari. Vince la Concertación
Alle legislative la Concertación si conferma chiaramente maggioranza, ottenendo il 51,75% dei consensi, con un aumento del 3,87% rispetto alle parlamentari del 2001. La coalizione avrà la maggioranza alla Camera ed anche al Senato. Dopo l’uscita di scena, a marzo, dei senatori vitalizi e designati, è la prima volta che l’alleanza di centro-sinistra ottiene la maggioranza assoluta al Senato. Nel Senato siederanno 20 senatori della Concertación, 17 dell’opposizione, l’Alianza, e un indipendente, sospeso tra DC e RN. Mentre alla camera dei deputati, la Concertación passa da 63 a 65 deputati e l’Alianza scende da 57 a 54 deputati. Nella vittoria della concertación spicca il risultato del blocco PS-PPD-PRSD. I socialisti passano da 5 a 8 senatori, da 11 a 15 deputati e il PPD sale di 3 punti percentuali. Nella sostanza, il blocco si rafforza all’interno della coalizione, ottenendo 14 senatori contro i 6 della DC e 44 deputati contro i 21 della DC. La UDI si conferma primo partito con il 22% dei consensi. Pur nella sconfitta di Lavin, il partito si dimostra ancora forte e radicato sul territorio. Tra le sue fila risultano nuovamente elette alcune personalità della destra più intransigente, come Pablo Longueira, che potrebbero limitare il processo di moderazione dell’Alianza, promosso da Piñera. RN (Renovación Nacional) sale dal 13,7% a 14%. Tuttavia, l’Alianza oggi è scesa al 38,97%. Un’ultima considerazione. Il sistema elettorale continua ad essere discriminante nei confronti delle minoranze e, in particolare, dell’estrema sinistra. Il Juntos Podemos non avrà rappresentanti in Parlamento nemmeno in questa legislatura. Se il sistema elettorale delle ultime elezioni fosse stato proporzionale, alla camera la Concertación avrebbe ottenuto 63 seggi, l’Alianza 47 e il Podemos ben 9; e l’estrema sinistra sarebbe stata rappresentata anche al Senato con 3 senatori.
La crisi della PDC (Democracia Cristiana)
La crisi della Democracia Cristiana merita un capitolo a parte. La PDC perde 6 dei 12 senatori e 3 dei suoi 24 deputati. Il partito mantiene un buon consenso elettorale, 20%, ma il crollo al Senato potrebbe aprire nuove spaccature e acuire una crisi in atto da tempo. Se così fosse, ne risentirebbe tutto il sistema partitico. Il centro politico fa gola a molti e ora che l’Alianza ha finalmente un leader più moderato di Lavin, il rischio di erosione dello spazio politico della DC si fa sempre più concreto. In una prospettiva di medio-lungo periodo le coalizioni potrebbero cambiare in modo significativo. Ad oggi la DC rimane prigioniera di conflitti interni che stanno lacerando il partito. Uno dei principali responsabili di questa crisi è Adolfo Zaldivar, presidente del partito e acerrimo rivale di Gutenberg Martinez, dirigente di spicco e marito di Soledad Alvear. L’ex ministro degli esteri ha vinto facilmente nella circoscrizione di Santiago Orientale ed è risultata la candidata più votata alle legislative. L’azione della Alvear è stata costantemente ostacolata proprio da Zaldivar, che, nel maggio scorso, l’aveva indotta a ritirarsi dalla corsa alla presidenza, nonostante l’assemblea nazionale della DC l’avesse indicata quale candidata del partito. E anche in queste settimane che precedono il ballottaggio, sono riemersi tali contrasti. Si è parlato di un ruolo di primissimo piano per la Alvear a fianco della Bachelet, visti i voti raccolti come candidata al Senato. Dalla direzione DC è però arrivato un nuovo veto. Sicuramente la Alvear avrebbe contribuito a limitare la fuga di voti dalla DC a Piñera.
Quali alleanze per il ballottaggio? A caccia dei voti DC e del Juntos Podemos
Visti i risultati del primo turno, la Bachelet ha già messo in atto cambiamenti nella sua campagna elettorale, a partire dalla sua squadra di collaboratori. Non è un’inversione di tendenza, ma un tentativo di dare nuova linfa alla sua propaganda. Del resto, il risultato del ballottaggio non è per nulla scontato e le strategie che i candidati adotteranno in questo periodo saranno fondamentali ai fini del risultato finale. Durante la campagna elettorale per il ballottaggio saranno due i punti cruciali su cui concentrarsi: in primo luogo, Bachelet dovrà cercare di convogliare su di sé i voti del Juntos Podemos; in secondo luogo, entrambi i candidati giocheranno una partita fondamentale al centro. La distribuzione del voto moderato, ossia del voto democristiano, sarà determinante per la vittoria finale. Così la Bachelet è costretta a muoversi su due fronti contrapposti, adottando una complessa ma inevitabile strategia di equilibrismo politico. Si tratta di pescare voti tra file del centro, la DC, e dell’estrema sinistra, del Juntos Podemos, come detto. A questo scopo, la candidata della Concertacion dovrà rassicurare la DC sulla continuità della politica moderata della coalizione, nonostante i numeri in congresso siano nettamente a favore del blocco PS-PPD-PRSD. Allo stesso tempo, dovrà includere nel suo programma alcune richieste del Juntos Podemos. Basti pensare che, alle ultime presidenziali, il voto della sinistra extraparlamentare divenne fondamentale per far vincere Lagos. Si trattava di un 4,14% ottenuto al primo turno da Gladys Marin; però, in quel caso, la leader comunista lasciò libertà di voto al ballottaggio. Oggi la situazione è più complessa. Il candidato alla Presidenza, Hirsch, dopo il primo turno ha confermato la sua intenzione di votare nullo al ballottaggio, ribadendo che la sua è una posizione personale. Pare essere in atto una spaccatura nel Juntos Podemos tra Hirsch e il suo partito, il PH (Partido Humanista) da una parte, e il partito comunista dall’altra. Francamente questa spaccatura lascia abbastanza sconcertati perché dimostra come l’alleanza di sinistra sia nettamente divisa su un tema basilare, come è quello dei rapporti con la Concertación. Il partito comunista è infatti possibilista su un’alleanza con Bachelet al ballottaggio. Ma l’appoggio è condizionato a 5 punti fondamentali che dovranno essere accolti dalla candidata: eliminazione del sistema elettorale binominale, modifica della legislazione del lavoro, garantendo negoziazione collettiva e diritto allo sciopero, innalzamento delle pensioni minime e lotta alla disoccupazione nelle aree depresse del paese, impegno concreto in materia ambientale e sulla questione indigena e, da ultimo, in tema di diritti umani, proseguire l’azione di verità, giustizia e risarcimento delle vittime. Hirsch e il partito umanista sembrano, invece, chiusi a qualsiasi tipo di negoziazione. La Bachelet utilizzerà queste settimane per polarizzare la elezioni, attaccando Piñera sul tema della governabilità, dato che è la concertación ad avere la maggioranza nel Congresso, e sulla difficile convivenza tra il moderato Piñera e un partito della destra intransigente, come la UDI. Dovrà scendere in campo anche il presidente Lagos e contrapporsi direttamente a Piñera. Da ultimo, Bachelet dovrà cercare di captare il voto popolare che al primo turno è andato a Lavin, evitando che questi voti passino al candidato di RN. Dal canto suo Piñera, sin dalla notte elettorale, ha fatto dello sconfitto Lavin il suo alleato principale, anche se non sarà facile attrarre su di sé i voti della UDI. Piñera si è dimostrato molto intelligente quando, in campagna elettorale, ha mantenuto in piedi la sua candidatura, nonostante Lavin non cedesse di un centimetro. Era chiaro che Lavin non avrebbe avuto possibilità di arrivare alla presidenza. Non è un leader moderato capace di raccogliere consensi al centro. Conferma però di avere un elettorato numeroso soprattutto negli strati più popolari. E proprio lo spostamento del suo elettorato sarà uno dei fattori fondamentali per il risultato di gennaio.
Conclusione
Difficile dire chi avrà la meglio il 15 gennaio. Michelle Bachelet pare in leggero vantaggio ma saranno determinanti le strategie che i due candidati adotteranno in queste ultime settimane prima del voto. Sul ballottaggio rimangono le incognite dei voti nulli e le schede bianche e, soprattutto, dell’indifferenza di buona parte della popolazione, anche perché si voterà in una domenica di piena estate.
dicembre 24 2005
Tim Adams, Essere John McEnroe, Oscar Mondadori, 2005, pagg. 127, € 8,40 Traduzione di Silvia Rota Sperti
Del tennis non mi è mai fregato niente, fatta eccezione per un breve periodo: gli anni dell'ingresso nell'adolescenza, l'inizio degli Ottanta (in realtà coda dei Settanta), l'era di John McEnroe. Età dorata e inizio della fine. L'ultima gloria delle racchette di legno (le Donnay che Borg "accordava" quasi fossero violini) sfumava nell'imporsi della grafite, materiale che avrebbe sconvolto il gioco, lo avrebbe reso più rozzo e anfetaminico, adatto al "nuovo corso", coerente con la frenesia yuppie e liberista. Oggi il tennis è "smitizzato", ha perso epos. Nel suo libro, Tim Adams (ex-direttore di Granta e giornalista dell'Observer) narra di un incontro, nel 2001, con il campione russo Marat Safin, persona di desolante vacuità, ricco da vomitare, privo di qualsiasi aggancio tanto con la realtà quanto col mito, se si capisce cosa intendo dire. Sarà banale, ma più soldi guadagnano i tennisti, meno sentimento mettono nel gioco, e "la gente" si disaffeziona. "Mac" tracimava sentimento (a tutt'oggi si impegna allo spasimo nei Senior, e ha appena annunciato il suo ritorno) ma, come fa notare Tim Adams, fu proprio lui a trasformare il tennis in un reality show, col suo rifiuto dell'etichetta, coi commenti a mezza o ad alta voce, sorta di "radiocronaca interiore" che ogni tanto esplodeva in cluster di insulti ad arbitri, pubblico e avversari. Il suo turpiloquio - sovente sanzionato dagli arbitri, che a Wimbledon erano tutti militari in pensione - anticipava i "porco dio" che sarebbero costati l'espulsione dal Grande fratello o La fattoria, per non dire dell'ultima parola-tabù del British English, quel cunt ("sorca", ma anche "idiota", stessa area semantica del francese con e del veneto mona) che John Lydon avrebbe proferito nella versione inglese de L'isola dei famosi (come, trent'anni prima, il fuck nello show di Bill Grundy). John Lydon, appunto. Figura che ha molto in comune con quella di McEnroe. Entrambi di origine irlandese. Salirono alla ribalta da adolescenti. Mandarono in mille pezzi ciascuno dei mille pezzi dell'infranto "sogno inglese" (e McEnroe lo fece da americano, sommo abominio!). Attraversarono in modo irridente il Giubileo elisabettiano del 1977. Vennero presi di mira dai tabloid, senza pietà. McEnroe era i Sex Pistols del tennis, e come loro fu un eroe ambiguo, si mosse lungo la cerniera tra due epoche. Il suo dominio coincise col tramonto del tennis aristocratico e sussiegoso, affettato, gioco di galantuomini un po' ancien régime (e di parvenus che aspiravano a quello status), quasi al livello delle corse di Ascot o della Henley Regatta. Quel mondo del tennis fu oggetto di una contestazione sacrosanta ("da sinistra", si potrebbe dire), ma su quella spinta si affermò un nuovo regime, la tirannia simbolica (o il simbolismo tirannico) dei campioni-logo, degli uomini-Nike, prima lo stesso McEnroe e poi Agassi e poi... "Mac" fu l'ultimo vero grande del tennis... e il primo dei grandi venduti, degli sputtanati, degli iper-sponsorizzati. Eppure è rimasto irriducibile al branding che gli confezionavano addosso, prova ne sia che, nel "club dei primi dieci", è uno dei pochi a non essersi "perduto" dopo il ritiro. Molti ex-campioni sono diventati mostri o depressi o cocainomani senza speranza (o mostri depressi cocainomani senza speranza), dilaniati dai loro demoni e/o dalla noia. Limitiamoci all'esempio più famoso: Bjorn Borg. Dopo il ritiro (misterioso più di quello di Di Pietro dalla magistratura), lo svedese simbolo di aplomb e maniacale autocontrollo è mutato in icona trash. Qui in Italia lo si ricorda quasi più per il matrimonio-incubo con Loredana Bertè che per le finali di Wimbledon. Boris Becker, dal canto suo, ha avuto una caterva di sfighe da film di Fantozzi (Tim Adams, nel libro, racconta la "notte degli imbrogli" che gli ha rovinato la vita). Altri sono scomparsi (in tutti i sensi). McEnroe, invece, si è reinventato, ne è stato capace. Ha attraversato il suo personale inferno (il matrimonio con Tatum O'Neal etc.) e ne è uscito, sereno senza perdere l'incazzatura, anche in questo un poco simile a John Lydon, unico Pistol a sapersi reinventare, da "Johnny Rotten" a leader dei PIL. Il ritorno di "Mac", va però detto, è molto più "stiloso" di quello dei Sex Pistols. McEnroe è cresciuto: è diventato un esperto d'arte, un commentatore sportivo, scrive libri, organizza eventi. Checché ne dicano certi scrittori "postmoderni" (delusi da Mac perché vorrebbero tout le monde imbambito dalla loro "sindrome di Peter Pan"), lo scopo della vita è crescere. Storie e miti aiutano a crescere, favole e fiabe aiutano a crescere. Capita, poi, che certe fiabe si "ribellino" a chi le racconta, prendano torsioni inattese, si rendano inenarrabili (in senso letterale). Anche la loro "rivolta" aiuta a crescere (cfr. Lucio Angelini, Grande, Grosso e Giuggiolone). La favola del "superbrat" - il McEnroe bizzoso e isterico, carne da macello per la gutter press, venduto al mercato sponsor dopo sponsor e infine gettato via come un calzino bucato - si è ribellata contro chi era pronto a sfruttarla. I cantastorie tonti se ne risentono, quelli intelligenti - come Tim Adams - se ne rallegrano, e attaccano una nuova strofa. Mentre leggevo questo libro mi tornavano alla mente i pomeriggi di quando il tennis era mito di massa. Semifinali e finali di Wimbledon o del Roland Garros, trasmesse dalla RAI e seguite da milioni di persone. Ricordo bene la finale degli Internazionali di Francia dell'84, McEnroe contro Ivan Lendl. Ricordo, quello stesso anno, la finale di Wimbledon, McEnroe contro Connors. Di qualche anno prima, ricordi più vaghi. Bjorn Borg. Della finale di Wimbledon '80 ricordo quel che se ne disse e se ne scrisse, più che la diretta. Un collega scrittore ha ricordi più nitidi, ricorda che la vide in tv mentre suo padre gli parlava del sequestro Taliercio. Sto parlando del mito, qui. Nel nostro immaginario quei match (come Ali-Foreman a Kinshasa, o Argentina-Inghilterra al Mundial messicano dell'86) valgono la gara di pugilato tra Polluce e il re dei Bebrici durante la spedizione degli Argonauti, o il combattimento tra Eracle e Alcioneo nei Campi Flegrei, durante lo scontro fra Dei e Giganti. Chiunque canti quelle imprese (al bar, a tavola, in pausa caffè, a teatro), ha in quel momento qualcosa in comune con Omero, con Virgilio, ci vuol tanto a capirlo? Raccontando di quelle tenzoni, ampliamo le possibilità del nostro immaginario, potenziamo il presente, allunghiamo il respiro del tempo. (WM1) www.wumingfoundation.com/
dicembre 23 2005
Il nostro patetico presidente Ciampi Il Ciampi firma la legge elettorale.c'ha 85 anni, ma che gli frega più? adesso è come un bimbo: gioca. scopre monumenti, appone medaglie ed onorificenze, va alla prima della scala, a pranzi e cene , sfilate con banda, lecca la suola di Razzinga e recita il rosario tutte le sere, mette le statuine nel presepe e le lucette sul'albero, slingua il sederino dei militari e quant'altro lo diverte cmq non è stato mai un coraggioso. solo parole parole parole. non è un presidente è un pres..enzialista. è ed è sempre stato un vecchio patetico abbagliato dai luccichii delle uniformi, delle vesti talari , dai doppiopetti e pellicce. mi si dice che non può andare oltre i suoi compiti. perché? che gli succede lo arrestano? non mi pare che a Scalfaro sia successo. si potrebbero fare mille esempi in cui non ha adempiuto al suo dovere. ne faccio uno, apparentemente banale. la festa della Repubblica. il 2 giugno insomma. la festa di TUTTI gli italiani. non solo dei militari et similia. avrebbe potuto dire: basta con questa farsa. le forze armate hanno già la loro festa, il 4 Novembre. questa è la festa della Cosa Pubblica. se s'ha da sfilare che sfilino tutti : agricoltori, impiegati , medici , infermieri , panettieri , commessi , geometri , ragionieri , insegnanti , casalinghe , anziani , bambini ecc.e ecc. invece NIENTE. lui lì in piedi , imperterrito ad applaudire MUSSOLINIAMENTE alle forze di terra di cielo e di mare. ma va' a cagare.deadmanlife.blogspot.com
LETTERA DI MARLOWE Il «25 luglio» del governatore della Banca d'Italia Gentilissimi direttori, perché il governatore di Bankitalia si è dimesso? Solo per il bene dell'Italia e per «l'amore» del suo Istituto, come recita il comunicato sulle dimissioni? Certo, era incombente il Consiglio dei ministri di martedì mattina, ma senza le dimissioni «spontanee» il governo avrebbe potuto fare poco: al massimo fissare un termine per il mandato, ma la Bce - lo aveva già fatto sapere - non avrebbe mai accettato che Fazio fosse rimosso d'autorità dal governo. La verità è un altra. Anche per il governatore c'è stato un «25 luglio». Una data storica: quella nella quale il Gran consiglio del fascismo estromise Mussolini. Nel caso di Antonio Fazio è stata usata più delicatezza, non c'è stato nessun voto contrario al governatore, ma i «congiurati», il Consiglio superiore della Banca d'Italia, erano pronti a sfiduciarlo.
Nelle ultime settimane c'erano stati continui contatti tra i 13 componenti del Consiglio superiore della Banca d'Italia che è un po' il governo della banca. Un governo un po' anomalo: questi distinti signori vengono nominati dallo stesso governatore e tra i loro compiti c'è (o meglio c'era, se passa l'emendamento del governo) quello di designare il governatore, accettare le sue dimissioni e dimissionarlo, cosa mai successa nella storia di Bankitalia. Molti di loro (personalità della società civile) non sono certo dei politici. E probabilmente - scusatemi l'inciso - neanche dei cuor di leone. D'altra parte, come si racconta, in occasione della nomina di Fazio fu un biglietto recapitato da un famoso uomo politico della Dc a porre fine alla contesa di chi non lo voleva governatore, preferendogli Lamberto Dini o l'eterno candidato Padoa Schioppa, appoggiato da Ciampi.
Dunque, vi stavo raccontando che nelle ultime settimane c'erano stati continui contatti tra i componenti del Consiglio che si sentivano strattonati per la giacchetta. Le dicevo che molti di loro se non amici, sono certamente riconoscenti a Fazio per la nomina, però la nuova situazione (l'iscrizione del governatore nel registro degli indagati) l'hanno vissuta male e si sono convinti che occorreva fare qualcosa. Il problema è che per dimissionarlo occorre una maggioranza qualificata: 9 su 13, per semplificare. Per settimane si sono incrociate telefonate con un interrogativo: «Tu che dici, tu che fai?». Alla fine dei contatti sembra che almeno 8 consiglieri erano favorevoli almeno al gesto di una autosospensione da parte del governatore.
Alla fine della scorsa fine settimana c'è stato un incontro tra Fazio, il consigliere anziano Paolo Emilio Ferreri, il consigliere Cesare Mirabelli e alcuni dirigenti della banca. Il tema, ovviamente, è l'autosospensione. Fazio tentenna, forse l'accetterebbe. Ma a suo favore interviene Angelo De Mattia (che dovreste conoscere in quanto in passato ha collaborato con il manifesto) che con improvviso ardore, «sbotta»: «Niente autosospensione, il governatore non è colpevole di niente».
I due consiglieri rimangono sbigottiti della sortita del segretario particolare del direttorio. Poi uno dei due trova il coraggio di replicare, bleffando: «Se non si autosospende lo sfiduciamo noi. Abbiamo i numeri». Cala il gelo, il governatore capisce che il «gran consiglio» può dargli l'ultima umiliazione. Poi ringrazia con un «datemi tempo per riflettere». Ma la riflessione lo porta a scegliere per le dimissioni. Un dubbio: dopo il 25 luglio ci fu il processo di Verona. Ora che succederà? (marlowe)www.ilmanifesto.it
Cdl sull'orlo del baratro. Per l'Unione è una morsa
E così – con Fiorani arrestato e Fazio e Consorte indagati – l'intero arco costituzionale italiano è col fiato sospeso e il cuore in gola, in attesa che Fiorani canti e faccia l'elenco degli uomini politici che, secondo il Gip di Milano Clementina Forleo, in qualche modo hanno avuto un ruolo in quella associazione a delinquere che faceva riferimento proprio all'ex amministratore delegato di Bpi.
Tutti stanno sulla difensiva, ma le ragioni della preoccupazione sono diverse.
Il centrosinistra si muove nella totale incertezza. La sua situazione è obiettivamente ben differente da quella del centrodestra: nessun esponente dell'Unione risulta ad oggi coinvolto in questa faccenda. Ci sono delle indagini in corso su Giovanni Consorte, presidente e amministratore delegato di Unipol. Consorte non è un parlamentare di centrosinistra, né risulta in nessun modo legato alla coalizione di Romano Prodi: è alla testa di una cooperativa che – sebbene si possa dire per sua stessa natura più vicina alla storia della sinistra che a quella del centrodestra – risulta un soggetto economico completamente autonomo che, se avrà commesso delle operazioni illecite, lo avrà fatto per ragioni economiche e non politiche.
Stando alle prove di adesso, qualsiasi cosa dovesse venir fuori ai danni di Consorte, non si potrebbe farne una colpa a Fassino o al centrosinistra.
Farlo sarebbe estremamente disonesto, perché – con le dovute proporzioni - vorrebbe dire incolpare Fini se un bancario che vota An ruba dalle casse della sua banca, vorrebbe dire incolpare Berlusconi se un elettore di Forza Italia commette un furto. Il centrosinistra italiano, e in particolare i Ds, non sono ad oggi in alcun modo responsabili di ciò che ha fatto e fa Giovanni Consorte e l'Unipol, così come – allo stesso modo – non sono responsabili di quel che fa la Cgil, altro esempio di corporazione vicina al centrosinistra ma completamente autonoma.
La situazione dell'Unione è però aggravata da quello che sta succedendo all'interno della Cdl.
Il centrodestra probabilmente ha già fatto un passo verso il baratro:
quello che presumibilmente verrà fuori dalle indagini (i primi nomi sono già pubblici) metterà in discussione l'operato di elementi interni alla maggioranza, interni ai partiti e quindi organici al governo stesso. Ecco perché qualcuno paventa già da adesso l'inizio di una nuova Tangentopoli, riproponendo un singolare teorema anni 90 secondo cui più grave dei reati commessi possano essere gli arresti correlati a questi reati. Sanno che questo probabilmente accadrà, e cercano in qualche modo di mettere le mani avanti. Inoltre – viste le indagini su Unipol – è certo che cercheranno di afferrare la giacca di Romano Prodi e tirarlo giù con loro insieme all'intera coalizione di
centrosinistra: mettere sullo stesso piano le vicende Antonveneta e Unipol è una semplificazione estremamente scorretta, ma è quello che certamente faranno gli esponenti del centrodestra e gran parte dei giornali italiani.
Per Romano Prodi e l'Unione non sarà facile spiegare agli elettori quello che realmente è responsabilità della politica e quello che non lo è, ed ora – con le manette che scattano in giro per l'Italia - è sicuramente troppo tardi per rilanciare quel dibattito interno sulla questione morale al quale la scorsa estate i vertici dei Ds dedicarono poca attenzione: lo fecero probabilmente in buona fede, ma – col senno di poi - sarebbe stato probabilmente più utile avere affrontato allora quel tema con l'elettorato in maniera forte e risoluta.
Farlo ora, peggiorerebbe le cose: suonerebbe come un mero tentativo di giustificazione. www.dintorniprodiani.it/
Berlusconi e la causa persa Una bizzarra euforia ha preso politici e comunicatori di centrosinistra dopo la performance di Berluscooni a Porta a Porta: Berlusconi tafazziano, è come Aiazzone, si fa del male da solo, mandiamolo in tv senza par condicio e via esultando. Non sono d'accordo. Intendiamoci: quando il Premier va in tv a dire che il governo ha fatto miracoli, che ha rispettato il contratto con gli italiani, che non ha fatto errori; quando dice che, in utlima analisi, tutto va bene difende una causa persa. Il messaggio è debole, e nei confronti dei suoi critici perfino controproducente. La mia impressione tuttavia è che non si tratti di un messaggio rivolto alla maggioranza degli elettori, ma a un target più specifico: gli elettori di centrodestra incerti o delusi dell'azione del Governo. Non pochi: stando a un sondaggio di Mannheimer pubblicato ieri dal Corriere più di un elettore berlusconiano su quattro. L'obiettivo della campagna "tutto va bene", che a noi pare più surreale che illusionista, è la riconquista di questi elettori di centrodestra scettici, magari scontando un ulteriore allontanamento dell'elettorato critico. Riuscirà questa campagna a raggiungere il proprio obiettivo? Non è facile, viste le condizioni concrete di esistenza di milioni di famiglie italiane. Ma potrebbe se non altro riuscire a "sporcare" il senso comune dominante circa il fallimento di Berlusconi e il mancato rispetto delle sue promesse. Il centrosinistra farebbe dunque bene a non sottovalutare il tentativo. Per anni abbiamo detto che non basta dire no a Berlusconi. Sacrosanto. Con l'avvicinarsi del voto dobbiamo però ricordare che una parte dell'elettorato si orienterà su una semplice domanda : stiamo meglio o peggio di 5 anni fa? Il racconto pubblico dei fallimenti di questo governo tornerà attuale nei prossimi tre mesi. Un racconto che scaturisce in primo luogo dai fatti, ma che la comunicazione del centrosinistra deve continuamente rinnovare. I fatti parlano da soli. Ma nell'era del dominio della tv questo principio non vale sempre e non vale per tutti.www.paologentiloni.it/
Per il Cavaliere Di Canio è un bravo ragazzo. Stampa straniera incredula REDAZIONE
Se il capo del Governo italiano afferma che un calciatore sorpreso a fare il saluto romano è un bravo ragazzo, in Italia non ne parla quasi nessuno. Sui media stranieri, invece, le parole del primo ministro vengono riprese e sottolineate quantomeno con stupore. Sulla stampa di tutto il mondo negli ultimi due giorni si è parlato a lungo delle recenti affermazioni di Silvio Berlusconi a proposito del gesto nostalgico di cui si è reso protagonista a più riprese negli ultimi tempi l'attaccante della Lazio Paolo Di Canio. Notizie sul caso si possono leggere sui periodici degli Stati Uniti e su quelli australiani, su quelli francesi e su quelli inglesi e persino su quelli di paesi come Malesia, Cina, India e Singapore. Il Cavaliere martedì ha ricevuto una delegazione di corrispondenti stranieri. Qualcuno gli ha domandato un commento sul gesto di Di Canio e chi si aspettava una ferma condanna è rimasto deluso. La critica più feroce uscita dalla bocca del premier è stata: "Di Canio è un po' esibizionista". Esibizionista dunque, ma secondo il leader di Forza Italia anche un bravo ragazzo. Parole che, come già detto, non sono sfuggite a giornali stranieri. Sul britannico "Times" viene anche raccontato che in seguito Berlusconi ha aggiunto "che il fascismo di Mussolini non fu una dottrina criminale". /www.centomovimenti.com
Barare non paga Le trivellazioni nel Parco nazionale artico non si faranno. Per ora
Orsi polari, caribù e le altre specie che vivono nel Parco nazionale artico possono tirare un sospiro di sollievo: le trivellazioni petrolifere in questo angolo incontaminato dell’Alaska non si faranno, almeno per ora. Ieri il Senato statunitense ha tolto il progetto dalla legge di spesa militare al quale era stato allegato – con una mossa spregiudicata – dal senatore repubblicano dell’Alaska Ted Stevens, che da 25 anni si batte affinché il piano di estrazione vada in porto. Per soli tre voti, la maggioranza repubblicana non è riuscita a superare la manovra ostruzionistica dei democratici, che hanno minacciato di bloccare i lavori parlamentari in caso di approvazione del provvedimento. Una prassi codificata dal Congresso, che per essere neutralizzata ha bisogno di 60 voti su 100: ma stavolta ce n’erano solo 57 disponibili. Di fatto, pur essendoci una maggioranza di senatori favorevoli alle trivellazioni nel Parco, il piano è stato respinto.
Una sconfitta personale. Per l’82enne Stevens, un barone locale da 37 anni di fila al Senato, “è stato il giorno peggiore della mia vita”. E’ dal 1980 che il senatore dall’Alaska lotta al Congresso per l’approvazione delle trivellazioni nel Parco: anche ieri, in aula, ha ribadito fino all’esasperazione che “l’area interessata dalle estrazioni è di soli duemila acri”, poco più di 8 chilometri quadrati. “Vale la pena fare una battaglia per questo?”, ha chiesto. Il senatore Stevens ha in realtà giocato al ribasso. La zona sulla quale sono stati condotti studi in vista delle estrazioni si estende sì su una piccola striscia costiera del Parco, ma rimane pur sempre di 6mila chilometri quadrati: un’area leggermente più grande della Liguria.
I motivi della bocciatura. A favorire il blocco del provvedimento al Senato è stato il risentimento di molti democratici (e di qualche repubblicano) per la spregiudicatezza mostrata da Stevens nel legare la questione a una legge di spesa militare. Un must-pass bill, ovvero un provvedimento che il Congresso di una nazione in guerra non può permettersi di bocciare. La legge tornerà ora alla Camera dei rappresentanti, ma spogliata della parte sull’Alaska: nelle intenzioni di Stevens, i futuri proventi delle trivellazioni avrebbero finanziato gli sforzi militari in Iraq e Afghanistan, nonché la ricostruzione delle aree colpite dagli uragani Katrina e Rita. Era chiaro a tutti che quello di Stevens era un sotterfugio per far approvare il controverso piano senza una vera e propria discussione sul merito. “Il nostro esercito in questo momento è ostaggio della questione delle trivellazioni nell’Artico”, ha tuonato in aula il leader democratico al Senato, Harry Reid. “Se cediamo a questa tattica, il prossimo anno ci sarà qualche altro progetto controverso allegato alla legge di spesa militare”, gli ha fatto eco il senatore Joseph Lieberman, candidato alla vicepresidenza nel 2000.
Questione rimandata. Per le lobby ambientaliste, il verdetto del Senato è indubbiamente una vittoria. Tutti sono però consapevoli che il successo è temporaneo e la questione delle trivellazioni è solo rimandata. “Mi aspetto che venga ritirata fuori il prossimo anno”, ha ammesso il senatore John Kerry, sfidante di Bush nel 2004 e da sempre un oppositore del piano. Quella piccola striscia del Parco nazionale artico è infatti ricca di oro nero, tanto che in alcuni punti le rocce trasudano letteralmente petrolio. Per quanta incertezza ci sia sull’effettiva quantità di greggio nel sottosuolo (le stime vanno da 5,6 a 16 miliardi di barili, ma la cifra più citata è di 10,4 miliardi di barili), sicuramente fa gola alle grandi compagnie americane e alla stessa amministrazione Bush, desiderosa più che mai di avere accesso a petrolio non controllabile dall’Opec, il cartello dei Paesi produttori. Nel 1995, quando il Congresso aveva dato il via all’apertura delle trivellazioni, fu il presidente Clinton a porre eccezionalmente il veto. Se il prossimo anno la questione si ripresenterà sul tavolo della Casa Bianca, insomma, il successore di Clinton non farà lo stesso. /www.peacereporter.net/ Alessandro Ursic
IL NUOVO DIVARIO FRA RICCHI E RICCHI
DI ROBERT REICH
Quasi 15 anni fa, ne “L’economia delle nazioni”, ho descritto un modello di forza lavoro a tre livelli presente nelle economie più avanzate. Al livello più basso c’erano i lavoratori che offrivano servizi ai privati, soprattutto vendita al dettaglio, ristoranti, alberghi e ospedali. Al livello intermedio i lavoratori impiegati in fabbriche e uffici, che svolgono un unico, ripetitivo compito. In cima c’erano poi gli “analisti simbolici”, come ingegneri e avvocati, i quali manipolano le informazioni per risolvere i problemi. Quasi tutti con un’istruzione universitaria, educati a pensare in modo critico, essi costituivano i “lavoratori della conoscenza” nella nuova economia. Allora predissi che il progresso tecnologico e la globalizzazione avrebbero amplificato il divario di reddito e di opportunità fra questi tre livelli. Purtroppo sono stato profetico.
Negli ultimi anni, un quinto dei lavoratori americani è entrato in possesso dell’85 per cento della ricchezza dell’intero paese. Ciò che non avevo previsto è che i tre livelli avrebbero cambiato aspetto in modo così drammatico.
Il livello più alto e quello più basso si stanno espandendo molto più rapidamente di quanto mi aspettassi, mentre quello intermedio si riduce. Nelle economie avanzate gli analisti simbolici ora costituiscono più di un quinto dell’intera forza lavoro, oltre il 15 per cento in più rispetto a 15 anni fa. Nei paesi in via di sviluppo i loro guadagni, rispetto agli altri lavoratori, hanno avuto un’impennata. In Cina, ad esempio, il 5 per cento della popolazione oggi controlla la metà di tutti i depositi bancari. In India gli analisti simbolici stanno diventando la nuova elite del paese.
Stanno emergendo due diversi gruppi di analisti simbolici: quelli nazionali e quelli globali. La maggior parte di essi lavorano ancora all’interno delle economie nazionali, manipolando svariati tipi di simboli con l’ausilio delle tecnologie informatiche; sono economisti, ingegneri, avvocati, giornalisti e altri professionisti con preparazione universitaria e costituiscono il cuore della classe media del loro paese.
Tuttavia sta prendendo il sopravvento un nuovo gruppo, costituito da amministratori delegati e direttori finanziari delle multinazionali, soci e dirigenti di grandi banche di investimento, consulenti e studi legali. A differenza della maggior parte degli analisti nazionali, questo gruppo di analisti globali svolge quasi tutto il loro lavoro in lingua inglese, condividendo così l’uno con l’altro una sempre più omologata cultura cosmopolita.
La maggior parte di essi hanno frequentato le stesse scuole d’elite – le università americane della “Ivy League”, Oxford, Cambridge, la London School of Economics of Berkeley - ,lavorano in contesti ambientali simili – in uffici di acciaio e vetro nei grattacieli delle metropoli, nei jet privati e nei grandi centri per convegni internazionali -, e si sentono perfettamente a loro agio a New York, Londra e Ginevra, così come a Hong Kong, Shanghai o Sydney. Nei rari momenti liberi, poichè tendono a lavorare molto, godono di ogni confort, si rilassano con il golf e dormono in lussuosi hotel. I loro redditi e le loro ricchezze superano di gran lunga quelli degli analisti simbolici nazionali.
"> (London School of Economics of Berkeley)
Esiste un’ottima ragione economica per spiegare l’avvento di questo tipo di analisti simbolici. Il commercio globale è giunto a delle proporzioni e ad un livello di complessità tali che nessun contratto commerciale può coprirlo e nessun singolo sistema giuridico può regolamentarlo, quindi gli affaristi globali devono affidarsi ad una rete sempre più estesa di persone di cui potersi fidare.
Questo tipo di società si basa sui rapporti personali, su un “capitale relazionale” che attinge ad una crescente benevolenza e alla certezza che chiunque all’interno di quella elite sia a sua volta in grado di coinvolgere altre persone ugualmente degne di fiducia. Gli analisti simbolici globali all’interno di questa cerchia condividono una sorta di marchio di fabbrica che apre loro tutte le porte, facilitando la conclusione degli affari. Essi trascorrono molto tempo davanti ad un computer o al telefono, ma altrettanto tempo lo dedicano ad incontri “face-to-face” in giro per il mondo.
Il crescente numero di analisti simbolici sta anche alimentando la crescita nel terzo livello, quello degli impiegati nei servizi ai privati: in questo settore, nelle economie avanzate, circa un terzo della forza lavoro era costituita da lavoratori di questo tipo; ora sono quasi la metà. Oggi ci sono molti più americani che lavorano nelle lavanderie o nelle tintorie che nelle acciaierie; molti più negli ospedali o nelle case di cura che in banca o nelle compagnie di assicurazione. Negli Wal-Mart (colossale catena di supermercati USA - NdT) lavorano molte più persone che nell’intera industria automobilistica statunitense. Ciò accade perché famiglie sempre più occupate preferiscono affidare ad altri il lavoro domestico, perché la popolazione nei paesi avanzati diventa sempre più vecchia, incrementando la richiesta di servizi per la terza età, ed infine perché i ricchi hanno una tale disponibilità di denaro da potersi permettere qualunque capriccio. Assumono preparatori, massaggiatori, autisti, giardinieri, cuochi e terapisti di ogni tipo. Inoltre, grazie ai flussi di nuovi immigrati e di lavoratori non più impiegati nelle fabbriche, l’offerta di servizi personali sta aumentando più velocemente della domanda. La logica conseguenza è che i compensi per questo tipo di lavoro diventano sempre più bassi.
Nel frattempo, il numero degli operai precipita, passando, negli ultimi 15 anni, da circa un terzo dell’intera forza lavoro ad un quarto. Gli analisti dell’”Alliance Capital Management” di New York, in uno studio sulle 20 maggiori economie mondiali, hanno rilevato che fra il 1995 e il 2002 più di 22 milioni di posti di lavoro nelle fabbriche sono svaniti, e gli Stati Uniti non sono nemmeno il paese che ha perso di più: in America si è perso l’11 per cento del lavoro manifatturiero, ma il Giappone ha perso il 16 per cento, e il Brasile addirittura il 20. Un dato ancor più sorprendente: la Cina, che sta rapidamente diventando la capitale mondiale della fabbricazione industriale, ha perso il 15 per cento dei suoi operai.
Cosa sta dunque succedendo? In tre parole, aumento della produttività. Le fabbriche, con l’impiego di nuovi macchinari e tecnologia, stanno diventando più efficienti, e in nazioni come la Cina le nuove riforme del mercato stanno sostituendo le vecchie direttive statali. Il risultato è che nonostante la Cina abbia la produzione industriale più alta di sempre, milioni di operai vengono lasciati a casa.
Il lavoro negli uffici sta scomparendo quasi rapidamente come il lavoro nelle fabbriche. Gran parte dei compiti di un ufficio, dal liquidare un indennizzo ad accendere un mutuo, può ormai essere svolta in modo più economico e preciso da software specializzati. I lavori che invece non possono essere trasformati in un software vengono, grazie ai progressi nel campo delle telecomunicazioni, delocalizzati in paesi in cui i salari sono più bassi. Non solo i call center, il supporto tecnico o il lavoro informatico di routine vengono dirottati oltre confine, ma anche lavori che hanno a che fare con brevetti, divorzi, e perfino alcuni settori della ricerca. Questa tendenza lascia presagire un crescente scontro fra gli interessi degli analisti simbolici globali e quelli degli analisti simbolici nazionali.
Nelle economie avanzate, molto del lavoro degli analisti nazionali, inclusi programmatori di software, ingegneri, designers e ricercatori, viene già da ora spostato in Cina, India e Sud Est asiatico, e allo stesso modo Siemens, Nokia e General Electric stanno trasferendo i loro settori di Ricerca e Sviluppo in Cina. La conseguenza è che tutti questi professionisti sono sempre più preoccupati per il futuro del loro lavoro, e sempre meno convinti del libero commercio e del mercato globale. Per contro, gli analisti globali incrementano la loro partecipazione alla globalizzazione, poichè il capitale relazionale di cui sono in possesso non è esportabile in Asia, dunque con il crescere della globalizzazione, cresce anche la domanda nei confronti delle loro capacità.
In realtà le paure degli analisti simbolici nazionali sono premature. Le loro capacità sono ancora richieste, e la domanda è in crescita nonostante la nuova concorrenza. Il reddito dei laureati negli Stati Uniti e nelle altre economie avanzate continua ad essere maggiore di quello di coloro che hanno il diploma superiore, e anche i guadagni di chi ha una qualifica professionale continuano rapidamente a crescere. Se davvero la richiesta di analisti simbolici fosse in calo, dovremmo aspettarci il contrario.
Così, a meno che i paesi più industrializzati non tornino ad investire maggiormente nella formazione e nel settore Ricerca e Sviluppo, essi in pochi decenni potrebbero perdere il loro ruolo di guida in campo scientifico, ingegneristico o nell’ambito dei prodotti ad alta tecnologia. Cina e India stanno laureando molti più ingegneri e informatici rispetto ad America ed Europa. Fatalmente, gli analisti di questi paesi inizieranno a perdere terreno, mentre parallelamente i loro omologhi globali continueranno a dominare il mercato mondiale. Il divario di guadagno e di ricchezza fra di loro diventerà una voragine, e si ritroveranno a vivere, letteralmente, in una cultura diversa.
Robert B. Reich docente di politica economica alla Goldman School of Public Policy dell’Università di Berkeley in California. Ha fatto parte di tre amministrazioni, ed è stato Ministro del Lavoro durante il primo mandato di Bill Clinton. Ha scritto dieci libri, fra cui “L’economia delle nazioni”, tradotto in 22 lingue, i best sellers “L’infelicità del successo” e Locked in the Cabinet, e l’ultimo, “Perché i liberal vinceranno ancora”. I suoi articoli sono apparsi su New Yorker, Atlantic Monthly, New York Times, Washington Post, e Wall Street Journal. Reich è anche co-fondatore e direttore della rivista “American Prospect”. Fonte: www.commondreams.org Link: http://www.commondreams.org/views05/1212-20.htm 12.12.05
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIUSEPPE SCHIAVONI
Crack in Italia e in America : sentenze e numeri a confronto di Marco Montanari*
I casi sono stati tutt'altro che isolati, ecco un parallelo quantitativo e qualitativo tra gli scandali in Italia ed in America dove sono quotate circa 10.000 societa' alcune anche in double listing, a fronte delle 500 circa in italia.
ITALIA
1.. Crack Federconsorzi ha coinvolto 17.000 lavoratori-creditori privilegiati e creditori chirografari per un totale di 2,32 miliardi di euro persi.
2.. Crack Cirio ha coinvolto 35.000 risparmiatori per un totale di 1,25 miliardi di euro persi.
3.. Crack Parmalat ha coinvolto 135.000 risparmiatori per un totale di 10 miliardi di euro persi.
4.. Crack Bipop ha coinvolto 73.500 risparmiatori per un totale di alcuni miliardi di euro persi.
5.. Bond Argentini ha coinvolto circa 300.000 risparmiatori italiani per un totale di 12,63 miliardi di euro persi pari al 15,6% degli 81 miliardi di dollari in default.
6.. Crack Giacomelli ha coinvolto 6.500 risparmiatori per 250 milioni di euro persi.
7.. Crack del Risparmio Gestito, particolarmente nel caso My Wai-For You ha coinvolto 100.000 risparmiatori per 1,35 miliardi persi.
8.. Crack Banca del Salento
9.. Crack Finmatica ha coinvolto 25.000 risparmiatori per 350 milioni di euro persi.
10.. CRACK FINPART
11.. CRACK CREDIEURONORD BARATTO BANKITALIA LEGA .
12.. SCANDALO BANKITALIA Bpi/Fazio/Concertisti_Antoveneta SCANDALO BANKITALIA Unipol/Fazio/Concertisti_Bnl.
13.. SCANDALO nella scalata alla Popolare di Crema
a.. IMI/SIR e LODO MONDADORI "Statute of Limitations Saves Berlusconi" cosi' testualmente riportava mi pare il NY Times il Fri Dec 10, 2004 02:49 PM ET - "Italian Prime Minister Silvio Berlusconi escaped conviction in a major corruption trial on Friday after a court invoked a statute of limitations that meant time had run out to sentence him for bribery".
b.. Mediaset: irregolarità nell' acquisto di diritti cinematografici.
I furfanti son tutti liberi e con barche e ville, tranne qualcuno.
Risparmiatori/creditori: Soddisfatto solo il 4,5% dei truffati per un totale di appena qualche centinaio di milione di euro a fronte delle decine di miliardi di euro di truffe perpetrate ai loro danni. Il 95,5% non ha più visto un quattrino. I risibili dati sulla soddisfazione dei risparmiatori negli scandali, Cirio e Parmalat in primis, sono anche dovuti alla sostanziale impunita' sistemica delle responsabilita' delle banche in via extragiudiziale, ed alla natura del sistema giudiziario italiano, sclerotizzato, non sempre trasparente nella gestione, e poco adatto a chi domanda giustizia finanziaria, inoltre privo del sitema della class action.
AMERICA: In America e' stata rapidissima e molto severa la nuova legge contro i crack; nel 2002 a pochi mesi dal primo grave crack della Enron, e' stata approvata la Sarbanes-Oxley Act La norma 'anti melemarce' , che ha istituito ferree regole antitruffa. Quella legge contiene un forte inasprimento delle pene per il falso in bilancio. Una su tutte: l'inasprimento della pena massima per il falso in bilancio, passata da 5 a 20 anni, il minimo è 12 anni di carcere contro un massimo in Italia di 3 anni per false comunicazioni.
Le pene non sono spauracchi virtuali agitati per placare l'opinione pubblica. La Commissione di controllo sulle aziende quotate varata in forza della norma 'anti mele marce' Sarbanes-Oxley ha approvato una proposta di legge destinata ad imporre ai revisori dei conti delle imprese scambiate sul mercato la certificazione della propria attività e la verifica del proprio operato con gli organi di controllo. Tutti gli amministratori delegati delle società vengono obbligati a "rifirmare" i bilanci delle loro imprese per garantirne la correttezza.
Può sembrare superfluo, in realtà questa nuova firma aggiunge un particolare peso di responsabilità personale alla luce della Sarbanes-Oxley. Dopo aver rifirmato nessuno può dire "non sapevo", nessun chief executive può tentare di sottrarsi alla sanzione penale e patrimoniale in caso di irregolarità nei conti. Oggi negli Stati Uniti un buco da un milione di dollari basta per far scattare dodici anni di carcere e si puo' arrivare a 20. La Sarbanes-Oxley è solo un anello nella catena di reazioni provocate dagli scandali finanziari.
La sequenza delle contromisure prese negli Stati Uniti è più lunga. E' fulmineo lo smantellamento e la scomparsa di Arthur Andersen, la società di certificazione dei bilanci che ha garantito i conti contribuendo a ingannare i mercati. Si crea una authority per esercitare il controllo sui revisori dei conti. Si proibisce a queste società di auditing di offrire consulenze. La stesura dei bilanci viene sottoposta a norme più stringenti, i margini "interpretazione" delle regole vengono ridotti. I tempi di comunicazione dei conti al mercato vengono accorciati di un terzo. I dirigenti delle società quotate devono rivelare più rapidamente le compravendite di azioni proprie.
L'etica degli affari fa la sua parte. Senza aspettare i verdetti dei tribunali le banche americane licenziano i tre più celebri analisti finanziari, le star di Wall Street che consigliavano i risparmiatori: Quattrone, Grubman, Blodget. Perde il posto il grande capo dell´autorità di vigilanza, il presidente della Sec Harvey Pitt, pur essendo stato un "protetto" di Bush. La stessa fine tocca al presidente del New York Stock Exchange, Richard Grasso.
Si scatena in parallelo l'azione della magistratura. In particolare si distingue il procuratore generale di New York, Elliot Spitzer. Incastra per conflitto d´interesse tutte le grandi banche americane - da Citigroup a Merrill Lynch - colpevoli di aver rifilato ai propri clienti titoli-bidone, e le colpisce con multe record da 1,8 miliardi di dollari.
Negli Stati Uniti non esiste la modica quantità nel falso in bilancio, cioè quell´attenuante inserita nella legge italiana sulla tutela del risparmio che introduce il reato veniale di "falsetto" (se i dati truccati rappresentano una piccola parte del fatturato aziendale). Non esistono negli Usa i fantasiosi indicatori della normativa italiana - il crac in percentuale del Pil, la quota di popolazione ingannata - per stabilire se ci sia danno grave per i risparmiatori. E la conseguenza della trasparenza americana in materia, e' stata che un certo numero di imprese europee quotate a New York ha provveduto al delisting, cioè di togliersi dal listino della Borsa newyorkese, o hanno rinunciato a quotarsi a Wall Street per non dover passare esami di trasparenza così severi.
Le nuove norme Sarbanes Oxley Act sono rigidissime. Qualcuno si è allarmato, perché questo "eccesso" di rigore può danneggiare la piazza finanziaria di New York a vantaggio di Borse straniere. L´America preferisce correre questo rischio, pur di ristabilire la fiducia dei suoi risparmiatori. Ed è entrata in vigore una nuova versione degli international accounting standard, ossia delle regole contabili internazionali. Inoltre, il procuratore generale di New York, Eliot Spitzer, spinto dalle preoccupazioni del pubblico ha indirizzato una attenzione particolare alle operazioni delle compagnie quotate a Wall Street con particolare interesse per il collocamento al pubblico di obbligazioni a tasso di interesse esageratamente elevato rispetto alle informazioni date sui rischi impliciti per i sottoscrittori di quei prodotti finanziari.
In America sono quotate circa 10.000 societa' alcune anche in double listing, a fronte delle 500 circa in italia; sono pochissimi, per quanto gravi, i crack verificatasi in proporzione all'immensita' del sistema: 1.. Enron, 2.. Worldcom, 3.. Adelphia Communications, 4.. Tyco, 5.. Cendant 6.. Qwest
Le societa' , i ceo, e le banche in uno con le societa' di revisione coinvolte hanno gia' pagato ,dopo circa 3 anni, risarcimenti per circa 15 miliardi di dollari complessivi, e diversi protagonisti di quella stagione di scandali finiscono già dietro le sbarre nel 2003-2004:
1.. Enron Andrew Fastow il direttore finanziario di Enron patteggia 10 anni di carcere dopo essere stato riconosciuto colpevole di aver provocato il dissesto finanziario della società, finita in bancarotta ACCORDO RISARCIMENTO DA 356 MLN DLR PER FONDI PENSIONE dunque, i risarcimenti previsti per gli ex dipendenti che hanno aderito ai piani pensionistici
2.. Adelphia Communications John Rigas, il fondatore, è stato condannato a 15 anni di reclusione, dopo essere stato riconosciuto colpevole di aver provocato il dissesto finanziario della società, finita in bancarotta e di recente rilevata per 17,6 miliardi di dollari da una cordata composta da Time Warner e Comcast. Condanna per frode, manipolazione dei bilanci e altri reati. Il giudice distrettuale Leonard Sand della Corte di Manhattan, nel pronunciare la condanna, ha osservato che Rigas, se non avesse avuto 80 anni e problemi di salute, avrebbe ricevuto "una punizione ben più grande". Adelphia, il quinto operatore via cavi degli Stati Uniti, è fallita a giugno del 2002 a causa, come accertato nel corso delle indagini, dal sistematico saccheggio delle casse della società da parte di John Rigas e di suo figlio Timothy, ex capo della finanza, con un ammanco stimato in 2,3 miliardi di dollari.
3.. Adelphia Communications Timothy Rigas, - condanna per frode, manipolazione dei bilanci e altri reati -condannato a 20 anni di reclusione per il ruolo di direttore finanziario ricoperto nella società, fondata dal padre, immigrato di origine greca, nel 1952 con una licenza di appena 300 dollari e diventata un colosso del settore dopo una nutrita serie di acquisizioni.
4.. Adelphia Communications, MICHAEL RIGAS COLPEVOLE SI AGGIUNGE A PADRE E FRATELLO, DECISIONE SU PENA IL 3 MARZO 2006 .
5.. Tyco Dennis Kozlowsky, l'ex amministratore delegato, e il suo braccio destro Mark Swartz, ex ad e direttore finanziario di Tyco, riconosciuti colpevoli di una frode ai danni della società di oltre 2 miliardi. Gli ex manager rischiano ora fino a 25 anni di carcere in base all'imputazione più pesante addebitata loro, quella di furto aggravato e appropriazione indebita. Sentenza di colpevolezza a giugno 2005. Settembre 2005 KOZLOWSKY VERRA' CONDANNATO 25 ANNI / E BRACCIO DESTRO SWARTZ 25 ANNI RISARCIRANNO 134 MILIONI.
Kozlowsky, 58 anni e Swartz, 44, erano già stati imprigionati a giugno scorso, dopo un processo durato quattro mesi su 22 capi d'accusa, tra cui furto aggravato, falsificazione dei bilanci e cospirazione. I due, protagonisti di spicco della stagione degli scandali finanziari Usa, sono stati riconosciuti colpevoli di aver sottratto 137 milioni di dollari come indebite compensazioni e di essersi intascati altri 410 milioni da vendite di azioni 'gonfiate' attraverso la manipolazione dei bilanci. I due top manager potranno riguadagnare la libertà per buona condotta, ma solo dopo aver scontato otto anni e quattro mesi di reclusione.
Oltre alla prigione Kozlowsky e Swartz dovranno tirare fuori a titolo di risarcimento circa 134 milioni di dollari. In più l'ex amministratore delegato dovrà sborsare 70 milioni di dollari, mentre l'ex direttore finanziario ne dovrà tirare fuori altri 35 milioni. Leader nella produzione di circuiti elettronici, Tyco produceva profitti ogni anno per 40 miliardi di dollari e contava 250 mila impiegati.
6.. WorldCom Bernard Ebbers Ceo 25 anni di carcere PAGA 5 MLN PER CHIUDERE CAUSA CIVILE MA TRASFERIRA' IN UN FONDO ASSET PER 25-40 MLN - Il 63enne professore di educazione fisica diventato manager di successo è stato riconosciuto colpevole a marzo di reati che variano dalla cospirazione alla frode fiscale fino alla truffa per il crac da 11 miliardi della WorldCom, il secondo operatore di telefonia sulla lunga distanza americano), rischiava fino a 85 anni di carcere. La società è andata in bancarotta, migliaia di piccoli investitori e dipendenti sono finiti sul lastrico, mentre adesdso si consolano con gli oltre 6 miliardi di dollari recuperati finora a vario titolo da tutti i soggetti coinvolti nella vicenda, dalle banche d'affari (Citigroup e JpMorgan in testa) fino alla società di revisione, ArthurAndersen, e agli ex manager. Dalle banche altri 1 miliardo e mezzo di dollari di risarcimento ai piccoli azionisti imposto a WorldCom. Falsificazioni che sarebbero state sollecitate dall'ex numero uno della compagnia a partire dal 2000. Il giudice Barbara Jones ha detto prima di leggere la sentenza : "Ebbers è stato l'istigatore della frode".
Bernard Ebbers, Il Telecom Cowboy - il soprannome di cui era orgoglioso negli anni ruggenti, ha accettato di chiudere una class action con il pagamento immediato di 5 milioni di dollari e il conferimento di tutti isuoi averi - circa 25-40 milioni - a un fondo un trust che provvederà a liquidare progressivamentele posizioni in sospeso degli investitori danneggiati dal cracWorldCom. La sentenza chiude nel peggiore dei modi l'avventura di Ebbers nella finanza mondiale, costata al professore di educazione fisica fattosi manager anche il ranch canadese - con tanto di lupi, orsi e alci liberi nei 200 mila metri quadrati del Douglas Lake - tra le vette della British Columbia, il più grande appezzamento di terra privato del Canada.
7.. WORLDCOM: SCOTT SULLIVAN CONDANNATO A 5 ANNI DI CARCERE - Scott Sullivan, ex direttore finanziario della ex Worldocm, è stato condannato oggi a 5 anni di reclusione per le responsabilità avute nella frode da 11 miliardi di dollari emersa nel 2002, si e' dichiarato colpevole ed ha ha ottenuto una riduzione della pena in cambio della testimonianza. Il manager, riconosciuto dalla corte come "l'architetto della frode", ha beneficiato "dell'ampia e costruttiva collaborazione" data nella complessa opera di ricostruzione deifatti e delle frodi contabili. Sullivan è stato soprattutto il grande accusatore dell'ex numero uno Bernard 'Bernie' Ebbers, condannato appena poche settimane fa a una pena di 25 anni carcere. Ha ottenuto una riduzione della pena in cambio della testimonianza.
8.. CENDANT, 10 ANNI CARCERE A EX VICEPRESIDENTE - Condanna a 10 anni di carcere per Kirk Shelton, l'ex vicepresidente di Cendant, riconosciuto colpevole di aver orchestrato insieme all'ex presidente Walter Forbes una delle maggiori truffe contabili della storia americana. Nel 2002 la società americana attiva nel settore immobiliare e turistico era finita nel mirino della Securities and Exchange Commission che aveva avviato una inchiesta per frode contabile mirata a gonfiare i ricavi. Shelton è stato anche condannato a sborsare 3,3 miliardi di dollari come risarcimento all'azienda che a suo tempo fu costretta a pagare 3,2 miliardi di dollari per chiudere il contenzioso legale con gli investitori. All'inizio del dicembre del 2002, il Grand Jury federale di Newark, nel New Jersey, aveva formalmente accusato Walter Forbes e Kirk Shelton per i reati di insider trading e frode destinata a gonfiare irregolarmente i profitti della società nel corso degli ultimi dieci anni.
9.. QWEST USA: EX AD QWEST A GIUDIZIO PER INSIDER TRADING JOE NACCHIO RISCHIA CARCERE A VITA E MULTA MILIONARIA 20 Dicembre 2005 21:15 WASHINGTON Rinvio a giudizio per insider trading nei confronti dell'ex numero uno di Qwest Communications Joe Nacchio, che dovrà difendersi da ben 42 capi d'accusa. Lo ha reso noto la procura di Denver, nel Colorado, alla conclusione di indagini partite circa tre anni fa. Nacchio, nel dettaglio, è ritenuto il responsabile di una cattiva e fraudolenta gestione della compagnia di Tlc, presente in 14 Stati, che nei primi anni Novanta ha gonfiato i bilanci societari per 3 miliardi di dollari in termini di ricavi.
Secondo le ricostruzioni, Nacchio avrebbe ceduto nel 2001 azioni di Qwest per 100,1 milioni di dollari ben sapendo che la società versava in cattive condizioni e che vantava risultati ben al di sotto di quelli comunicati agli investitori. Gli inquirenti puntano a recuperare 100 milioni di dollari,mentre l'ex manager 56enne rischia, in caso di condanna, il carcere a vita e ammende milionarie. Ogni imputazione può essere infatti sanzionata con 10 anni di carcere e con una multa di 1 milione di dollari.
10.. Si manda in carcere la star Martha Stewart, regina delle trasmissioni tv per casalinghe, condannata per insider trading: i magistrati teorizzano apertamente che la celebrità è un´aggravante. Nessuno contesta le loro sentenze.
11.. il procuratore generale di New York, Elliot Spitzer Incastra per conflitto d´interesse tutte le grandi banche americane - da Citigroup a Merrill Lynch - colpevoli di aver rifilato ai propri clienti titoli-bidone, e le colpisce con multe record da 2,0 miliardi di dollari.
* consulente finanziario indipendente.
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Economist. La lezione inglese (e l'effige di Lennon)
La copertina dell'Economist dello scorso 5 Novembre (l'uomo schiacciato dal peso del globo: emblema della globalizzazione che ha trascinato interi popoli verso povertà profonde a vantaggio del grande capitale) è a dir poco epocale sia per la grafica che per i contenuti ai quali indirizza. Anzi per essere chiari è epocale più per i secondi che per la prima. Ma perché l' “ Economist”, da molti definito illuminato, ha dedicato una delle sue copertine di fine d'anno a questo tema? La spiegazione è contenuta nell'editoriale nel quale si ricorda che un economista francese, già nel 1846, si espresse sulla necessità di togliere i vincoli alla libera circolazione dei capitali nell'Europa di quel tempo. Come a ribadire che l'idea della globalizzazione ha radici antiche e per giunta europee e che tale idea è stata portata avanti nel corso dei decenni fino ad essere amplificata, 125 anni dopo da un altro capitalista di spicco.
No, non Margaret Thatcher e nemmeno Ronald Reagan, cioè i massimi artefici del neoliberismo del XX secolo, com'era naturale aspettarsi. Per l'Economist il vero ispiratore della globalizzazione è John Lennon e la celebre canzone “Imagine” ne sarebbe la dimostrazione.
Ora anche i più sprovveduti sanno che il Beatle assassinato era l'immagine universalmente riconosciuta della contestazione. Nell'immaginario collettivo era l'artista che, forte del suo successo mondiale, denunciò gli abusi del potere che, promovendo la guerra, aveva sterminato e distrutto interi popoli e interi territori. Sicché, quando Lennon fu assassinato da uno dei suoi fan, molti pensarono che mandante dell'omicidio fosse stata la Cia, spaventata dai possibili effetti del messaggio che il celebre musicista rivolgeva al mondo. Questa tesi non ha argomentazioni giuridiche valide e sicuramente era dettata dall'emozione. Tuttavia è importante da un punto di vista analitico perché rivela come, nella percezione popolare, Lennon rappresentasse l'opposizione ai potenti e l'espressione delle istanze della gente. Ucciderlo significava soffocare quelle istanze, chi poteva avere interesse a farlo?
Su questo l'editoriale dell'Economist sorvola, impegnato com'è a sostenere che la globalizzazione è “cosa giusta” e comunque inevitabile. Per dimostrarlo affianca a John Lennon altri “fatti”. Come si ricorderà, al vertice dei 34 leader delle Americhe che si è svolto qualche settimana fa a Mar del Plata, decine di migliaia di manifestanti, capeggiati da Maradona, avevano contestato duramente la politica dell'amministrazione Bush, le posizioni statunitensi sul libero commercio. Una politica che, nonostante le apparenze, secondo il presidente venezuelano Hugo Chavez, promuove de facto il grande business. Anche un peronista come il presidente dell'Argentina Kirchner ha criticato, e con vigore, la politica della Banca Mondiale, e degli altri organismi finanziari internazionali.
Per l'Economist questi atteggiamenti critici sono sbagliati. Secondo il settimanale inglese, infatti, Maradona e Chavez sono tra i primi beneficiari della globalizzazione. Il primo ha potuto facilmente arricchirsi proprio perché le barriere economiche sono state abbattute. Chavez, presidente di un Paese che fonda la sua economia sui proventi della vendita del petrolio, ne ha tratto notevoli introiti, perché il prezzo dell'oro nero è lievitato più velocemente in un sistema privo di barriere economiche. E così, con la meticolosità che lo contraddistingue, l'Economist ha cercato di far quadrare il cerchio della globalizzazione.
Ma le sue conclusioni rimangono sorprendenti, anzi sconcertanti. Perchè non sono casuali e esprimono una strategia di lungo respiro. Il termine globalizzazione è impopolare? L'Economist inventa un nuovo termine: “openness”. Il settimanale spiega che openness significa trasparente ma la parola può anche esprimere il desiderio di apertura, oppure questo e quello insieme, a seconda delle preferenze. Poi spiega perché d'ora in avanti è meglio chiamarla openness piuttosto che globalizzazione. Ogni giorno – l'Economist lo sente e ne parla – si allarga la schiera degli oppositori della globalizzazione. A cominciare dagli europei, che vogliono difendere la propria agricoltura, per continuare con certi ambienti americani, che vogliono ostacolare l' espansione del commercio cinese, per arrivare al resto del mondo – Africa in testa – che vede nella globalizzazione la causa del proprio impoverimento. In tutti i casi si tratta, per l'Economist, di un'opposizione inutile, perché la globalizzazione è un processo irreversibile che è partito da lontano ed ha avuto un sostenitore al di sopra di ogni sospetto come John Lennon. A ben vedere, rincara il settimanale, molti traggono benefici dalla liberalizzazione economica. Insomma è inutile lottare contro la globalizzazione, al massimo – suggerisce il settimanale i nglese – le si può cambiare il nome. Puro stile british, non c'è che dire. I "gentlemen", per servire il potere, si permettono (senza … molto stile) di impartire lezioni al mondo.
Ma non si tratta solo di questo, ci sono ragioni meno evidenti e più insidiose.
I detentori del potere globale, per evitare i costi eccessivi del dopoguerra (vedi i conflitti in Iraq e in Afghanistan), non vogliono assumersi la responsabilità di governare il territorio altrui dopo averlo “liberato” con le bombe. Non è questo il target da raggiungere, piuttosto preferiscono aprire i mercati, permettere la libera circolazione di beni e di denaro. L' openness, a ben vedere, non vuol dire esportare la libertà e la democrazia, bensì incrementare le aeree dei consumi, creare i presupposti per fare buoni affari e quindi nuovi profitti. Le barriere ideologiche ed economiche non aiutano i buoni affari. Così l' Economist, coniugando critica e fascinazione del linguaggio giornalistico, fa capire al potere che solo abbattendo le barriere può assicurarsi il perpetuo dominio economico del globo. Come si vede, Il modello di nuovo colonialismo da Terzo millennio servito dall'Economist non fa una piega.
Naturalmente il mondo è pieno di fautori del modello che il settimanale esalta. Eccone alcuni. Il presidente Bush applica una violenza cosmica contro interi popoli e, mentre invia i prigionieri nelle carceri di paesi come Egitto, Libia, Arabia Saudita, Polonia, Romania, per applicare parametri inapplicabili secondo le leggi statunitensi, accusa gli altri Stati (Iran, Siria) di minacciare la democrazia e ignorare i diritti umani. Siccome il Signore gli parlato nelle orecchie, Bush sostiene di non pensare ad altro che all'estensione della libertà e democrazia (discorso del 6 Ottobre 2005) a tutto il pianeta. Tuttavia, continua a tenere in piedi il carcere di Guantanamo dove - secondo l' ex ministro inglese Robin Cook - “regna l'arbitrio e non esiste un codice giuridico specifico a difesa dei diritti umani”.
Tony Blair, definito a suo tempo bugiardo dall'Economist perché ha partecipato a una guerra neocoloniale (sic), perché ha imbavagliato la stampa e ha mentito alla Nazione (rapporto Buttler) sull'esistenza degli armi di distruzione di massa in Iraq, rimane implacabile al suo posto di premier anche quando caccia un ebreo veterano di guerra dal congresso del Labour Party solo perché ha contestato la guerra in Iraq. L'ebreo cacciato è Walter Wolfgan e da 57 anni è membro del partito dal quale si è dimesso (e sull'episodio The Observer scrive un articolo di Colin Macabe, vedi observer.guardian.co.uk/comment/story/0,6903,1582965,00.html).
Sharon continua a bombardare la striscia di Gaza che assomiglia sempre di più ad un carcere a cielo aperto. Nonostante tutti i suoi discorsi “distensivi”, continua a considerare gli arabi come dei subumani e pensa e lavora da anni per annientarli .
Ancora un altro esempio. Il Consiglio di Sicurezza si riunisce immediatamente per condannare il presidente iraniano Ahmadinejad quando invoca l'eliminazione d'Israele. Tuttavia, da anni, alti esponenti dello stato d'Israele parlano pubblicamente di bombardare la Repubblica Islamica degli ayatollah e il Consiglio di sicurezza non muove foglia. Ancora: il mondo condanna immediatamente le parole di Ahmadinejad, però continua a ignorare che i sostenitori di Ahmadinejad cioè gli ayatollah tradizionalisti applicano da oltre un quarto di secolo una repressione inaudita contro l'intero popolo iraniano.
Guardando il pianeta, dai sistemi dittatoriali e a quelli che chiamiamo democratici, guardando Cina, Russia, Pakistan, Egitto, Arabia Saudita ma anche l'Italia di Berlusconi, la Gran Bretagna di Blair, si vede dovunque che il potere e gli uomini del potere hanno due facce e usano l'una o l'altra a seconda delle circostanze. L'Economist, il giornale che è “illuminato”, dovrebbe saperlo. Infatti lo sa.
La teoria delle “due facce”, il settimanale l'aveva sviluppata in un articolo sull' Azerbaijan e sul suo presidente Aliev (" the two faces of Arzebaijan and its president" the Economist, nov.3rd 2005) . Secondo l'Economist, la “faccia buona” di Aliev è quella di assicurare le rotte petrolifere all'occidente, combattere l'integralismo e chiedere di entrare nella Nato. La “faccia cattiva” di Aliev, invece, il settimanale la vede quando usa la mano pesante contro l'opposizione (per altro, corrotta anch'essa) e quando organizza frodi elettorali; ma soprattutto quando impedisce la penetrazione più capillare del capitale planetario nel suo paese. Il mondo è pieno di facce buone e cattive: ma questo concetto è solo frutto della convenienza di chi adopera questa teoria.
E' proprio partendo dalla politica delle “due facce” che l'Economist vara le nuove regole comportamentali ad usum umanitatis per fronteggiare i problemi strategici di dimensione globale. Si conceda ai potenti la “libertà” di potersi scegliere la faccia altrui e quella propria a seconda delle convenienze pur di realizzare i propri interessi economici al meglio. Alla massa informe e incolore (a tutti noi, insomma) si consiglia invece di adeguarsi, senza porre ostacoli. Il che vuol dire supportare le politiche dei potenti, allinearsi compatti a sostegno delle loro decisioni. Perché, spiega il settimanale inglese, la critica funziona purché efficace a far accorgere il potere dei propri errori. Invece, ostinarsi contro la globalizzazione è inutile, e anzi il rischio è di essere annientati. Il consiglio è tacere e servire per poter vivere, anzi sopravvivere. Insomma, quel che sostiene l' Economist non è altro che la vecchia formula politica dell' agire secondo la convenienza, un sofismo storico che ha radici antiche. Lo ripropone, all'alba del XXI secolo senza nemmeno troppo fantasia: l'omino col sombrero e il globo addosso, che ricorda più il logo di una marca di caffè che la forza del manifesto. Ma lo evidenzia con molta perfidia fino a sfiorare la dissacrazione di un mito: John Lenon. Accostare il suo nome alla globalizzazione non è eccessivo?
Quel che irrita è che a proporre il modello del nuovo neocolonialismo, a sponsorizzare la politica delle due facce è un giornale che si definisce "illuminato", e che anche i riformisti indicano come tale, con rispetto e molto ossequio. Eppure non ci vuole molto a capire che se si avviano queste politiche la catastrofe prima di essere etica sarà materiale. Ci sono milioni di essere umani ai limiti della sopravivenza che vedranno aggravata la proprie condizione di vita. Inoltre, la diffusione della povertà sta creando contraddizioni socio-economiche talmente laceranti che potrebbero portare non solo alla guerra e al conseguente terrorismo, ma ad una catastrofe planetaria che coinvolgerebbe anche i detentori del potere, i quali possedendo di più, sarebbero dopo tutto i maggiori perdenti. Possibile che gli illuminati dell'Economist non ci abbiano riflettuto?
Beninteso, viviamo i tempi dell'inganno universale e oggi più di ieri “ dire la verità”, come diceva Orwell, “è un atto rivoluzionario”, ma possibile che non ci sia alcuno che voglia assumersi la responsabilità di fare il rivoluzionario? Qualcuno con risposte politiche, pur minime, chiare, sincere, ci deve pure essere. E andrebbe sostenuto con forza, con impegno, con coraggio perché la posta in gioco è la sopravvivenza dell'umanità.
di Mir Mad /www.megachip.info
Regno Unito: il nuovo corso dei Tories
Il 5 dicembre scorso il partito conservatore inglese ha scelto il suo nuovo leader, il giovane David Cameron, che ha superato l’ultimo rimasto degli altri quattro aspiranti alla carica di leader del partito, David Davies. Per il partito si apre adesso una nuova fase ed il neo leader è chiamato a ridar vita e forza ad un partito che nel corso degli ultimi anni non è mai riuscito ad apparire in grado di creare problemi a Tony Blair ed al suo governo.
Dario Cristiani
Equilibri.net L’elezioni di Cameron alla guida del partito
David Cameron è il nuovo leader dei conservatori inglesi. Il giovane trentanovenne che tanto ha fatto parlare di sé l’Inghilterra negli ultimi mesi anche per i pettegolezzi sul suo passato di cocainomane ha battuto il suo rivale nella corsa alla guida del partito, David Davies. Il leader neo eletto ha avuto circa 135.000 mila preferenze contro le 64.000 di Davies nella votazione postale alla quale hanno partecipato i membri del partito di tutto il paese per scegliere il nuovo capo che guiderà i Tories in occasione delle prossime elezioni inglesi. Egli avrà l’arduo compito di ridare vitalità ad un partito che viene da tre sconfitte elettorali consecutive e che era apparso completamente incapace di opporsi a Tony Blair ed al suo New Labour.
Il partito conservatore inglese, dopo gli anni dello splendore thatcheriano e quelli del governo Major, è stato travolto da una profonda crisi di immagine e di consensi, nella quale gli uomini chiamati di volta in volta alla sua guida si mostravano privi di quel carisma indispensabile ad attirare su di sé le simpatie degli elettori ed incapaci di proporre un progetto politico capace di opporsi a quello neo-laburista di Blair.
Il pescare a piene mani in settori politici tradizionalmente appannaggio dei Tories, come quelli relativi alla sicurezza e al mercato, fatto dai laburisti nel corso dell’ultimo decennio non ha fatto altro che aggravare e rendere sempre più evidente una crisi di progettualità politica che il partito si trascinava dagli ultimi anni di guida della Lady di Ferro e dagli anni del governo Major. Davies e Cameron sono coloro i quali sono riusciti ad arrivare fino in fondo nella sfida per la conquista della leadership dei Tories. In partenza i candidati erano cinque, ed oltre a loro vi erano Liam Fox, Kenneth Clarke e Sir Malcolm Rifkind.
I due contendenti hanno, oltre a piattaforme politiche sostanzialmente differenti, anche un profilo personale profondamente diverso. Il cursus honorum di David Cameron è quello di un perfetto conservatore: studi ad Eton e Oxford, marito della figlia di un baronetto, amante della caccia e dell’equitazione, cose che invece non ha Davies, per il quale addirittura qualche commentatore inglese, ironizzando sulla sua storia, lo vedrebbe meglio come candidato di un partito laburista vecchio stile o di un sindacato, poiché il padre era comunista ed anche perché la sua adolescenza non è stata segnata dall’agio. Nonostante ciò, però, è Cameron il rappresentante dell’ala di sinistra del partito, dei cosiddetti modernizzatori del gruppo di “Notting Hill”, legati all’ex candidato premier Michael Howard, contrapposti ai tradizionalisti alla Davies, che tra l’altro era considerato il principale favorito alla carica di leader del partito all’indomani della sconfitta di Michael Howard nelle elezioni dello scorso maggio.
Conservatorismo compassionevole e un’immagine da “nuovi Tories”
Per definire la piattaforma politica del neo-eletto leader dei Tories è stata ripresa da molti analisti un’espressione già utilizzata per definire la politica dell’attuale presidente degli Stati Uniti d’America, George W. Bush, quella del “conservatorismo compassionevole”: una politica moderata ma non legata inestricabilmente ai vecchi stilemi tipici del conservatorismo inglese. In questo progetto vi è un grande spazio per il volontariato e l’associazionismo, elementi considerati cardini dal giovane leader conservatore per garantire la giustizia sociale. Per ciò che riguarda la politica economica, essa viene vista nel solco della tradizione del partito, salvaguardando quindi il dettame caro al mondo conservatore di poche tasse e governo leggero, ma questa impostazione non deve essere dogmatica, poiché al primo posto per Cameron viene la qualità della vita e quindi l’osservanza dei precetti monetaristi e liberisti non è estrema e rigida, come invece fu nell’era d’oro del conservatorismo inglese negli anni ’80.
Il gettito fiscale verrebbe utilizzato per salvaguardare e sostenere la famiglia di stampo tradizionale che, nonostante le aperture dello stesso Cameron in tema di diritti delle coppie di fatto ed omosessuali, rimane una delle stelle polari della politica conservatrice. Per dare una patina di modernità al partito inoltre Cameron ha sottolineato come, nella sua gestione, verrà dato ampio spazio e responsabilità alle donne e ai rappresentanti di varie minoranze etniche. Nella sanità vi sarà un massiccio ingresso dei privati, mentre per ciò che concerne l’istruzione il neo leader del partito si è detto d’accordo con l’attuale politica del governo laburista, che offre un’ampia libertà di scelta e che non penalizza gli istituti privati.
Cameron ha inoltre, in più di un’occasione, sottolineato l’importanza di garantire la sicurezza interna ed esterna del paese, rimarcando in particolare la volontà di essere più rigido nei controlli sull’immigrazione, cosa in cui l’attuale governo, a suo giudizio, avrebbe sostanzialmente fallito. Per ciò che riguarda un altro tema di cruciale importanza per l’identità del partito conservatore inglese, cioè quello dell’integrazione europea, Cameron ha assunto delle posizioni alquanto altalenanti. Egli non è euroscettico come una larghissima parte dei suoi colleghi di partito ma inevitabilmente, per riuscire a divenire il loro capo, ha dovuto fare delle concessioni che in qualche modo attirassero verso di lui anche i voti di buona parte dell’ala destra del partito. Ad esempio Cameron si è detto favorevole ad un’uscita, nei prossimi anni, del partito dal Partito Popolare Europeo, ed inoltre ha rimarcato la sua avversione al trattato che sancisce la nascita della Costituzione Europea e all’adesione all’Euro.
Infine Cameron ha sottolineato in più di un’occasione che qualora dovesse essere d’accordo con le scelte dell’attuale governo non esiterebbe a dichiararlo. Un passaggio di questo genere serve a marcare un profilo da leader politico pragmatico e maturo, nonostante la giovane età, e non ideologizzato, elemento considerato utile per poter attirare su di sé il voto non ideologico dell’elettorato non legato a vincoli partitici.
Ma la sfida più interessante, e secondo molti osservatori l’elemento decisivo per spiegare la rapida ascesa di Cameron alla guida del partito, sta nella sua possibile capacità di svecchiare l’immagine del partito. I Tories attraversano una lunghissima crisi iniziata agli albori degli anni ’90, con il passaggio di consegne al governo tra Margaret Thatcher e John Major. Nonostante nel ’92 il partito riuscì a mantenere la guida del paese anche se con una maggioranza fortemente indebolita, nel ’97 invece non fu capace di invertire la rotta del declino, consegnando il governo del paese nelle mani di Blair. Da allora si sono alternati 3 diversi leader che hanno sempre perso e che non sono mai riusciti a ridare slancio e vigore al programma politico, che ricalcava formule oramai vetuste e usurate, e soprattutto con un’immagine priva di capacità attrattiva legata ad un partito incapace di rinnovarsi.
Questa nuova nomina va letta proprio alla luce di questo elemento: vi è la consapevolezza da parte dei membri del partito di avere in questo modo una leadership nuova, fresca, telegenica al punto giusto e capace di svecchiare e rendere molto più attraente l’immagine del partito, ciò di cui da più parti si chiedeva. Anche il fatto che Cameron sia il primo leader eletto alla guida del partito nella sua storia a provenire dalla sua ala sinistra serve in qualche modo a dimostrare che, se non si può parlare già di “nuovo partito”, si può certamente parlare di “nuovo corso”.
Questo elemento è anche quello sul quale Cameron ha ricevuto, e riceve tutt’ora, le critiche più feroci. Secondo i suoi detrattori egli in questo modo appare in realtà una copia sbiadita del primo Blair, quello del triennio 1994-1997, che sono gli anni in cui il l’attuale primo ministro inglese ha guidato il suo partito prima di arrivare al numero 10 di Downing Street. La formula ripresa in più di un’occasione da Cameron per definire ciò che dovrà essere la nuova anima del partito, che si dovrà sforzare di essere insieme moderno e radicale, intransigente sui valori ma aperto, senza rigidità ideologiche, nell’implementazione concreta delle politiche con il tutto accompagnato da una forte aggressività mediatica, ha fatto dire ad alcuni osservatori che questa è una litania che ricorda i movimenti politici e mediatici di Blair e che riprenderla in maniera così marcata potrebbe penalizzare fortemente la causa del partito, che apparirebbe così una caricatura del New Labour.
Il paragone tra Tony Blair e David Cameron è stata costantemente fatto in queste settimane sulla stampa britannica, tanto che addirittura il nuovo leader conservatore è stato ribattezzato “Tory Blair”. Le affinità vanno ricercate nella giovane età in cui entrambi sono diventati leader dei rispettivi partiti – Blair aveva 41 anni quando prese la guida del Labour – e nell’intenzione che li ha animati, una volta alla guida del partito, di modificarne radicalmente l’immagine e il programma politico. Blair, commentando l’elezione di Cameron alla guida dei Tories, ha detto che è troppo presto per esprimere un giudizio e che il nuovo leader dovrà essere giudicato per ciò che riuscirà a fare nei prossimi mesi, anche se in molti prevedono che la prossima sfida elettorale non sia tra Cameron e Blair, che sconta una certa crisi di consenso come dimostrato dalle ultime elezioni, con quest’ultimo che verrebbe sostituito da Gordon Brown, che coronerebbe così la sua volontà di correre per la carica di premier.
Conclusioni
La proposta politica di Cameron è orientata verso il graduale inserimento di tematiche lontane dal mondo conservatore su fondamenta invece profondamente ancorate alla tradizione del partito, come sono ad esempio la politica economica liberista, l’euroscetticismo, l’immigrazione controllata e la sanità privata. Obiettivo di queste scelte è riuscire ad avere un partito più aperto ed inclusivo, capace di guardare oltre il recinto del suo elettorato tradizionale per poter acquisire quella profondità, in termini di capacità di aggregare consenso, che è mancata ai Tories in questi anni e che invece ha contraddistinto l’esperienza del partito laburista sotto la guida di Blair. Ma l’aspetto saliente del nuovo leader è la sua immagine, giovane ed aggressiva, molto lontana da quella che invece aveva contraddistinto il partito negli ultimi anni. La fusione di questi elementi dovrebbero ridare nuovo slancio al partito conservatore inglese, che dovrebbe così essere messo in condizione di sfruttare a proprio vantaggio le prime crepe che il consenso del New Labour ha mostrato negli ultimi mesi. I sondaggi effettuati subito dopo l’elezione di Cameron dicono che il partito è in vantaggio di qualche punto percentuale nei confronti dei laburisti, anche se queste rilevazioni appaiono viziate dalla sovraesposizione mediatica del candidato dovuta all’appuntamento elettorale del partito e alla novità rappresentata da Cameron nella politica britannica. Cameron ha iniziato un processo di rinnovamento del partito che si annuncerà lungo e difficile e che, se dovesse andare a buon fine, potrebbe rimettere seriamente in gioco i conservatori per la conquista del n°10 di Downing Street, ma attualmente questa possibilità appare ancora lontana poiché, nonostante il calo di consensi, il Labour gode ancora di un sostegno diffuso nel paese.
Non è la tortura in sé di Naomi Klein (Guardian) Ciò che non ha precedenti non è la tortura in sé, ma il fatto che sia diventata pseudo-legale, che a fatica venga ripudiata. I presidenti Usa del passato mantenevano i loro buchi neri segreti. L’amministrazione Bush ha spezzato questo tacito accordo Era la “Mission Accomplished” del secondo mandato di George Bush, e un annuncio di quel genere avrebbe richiesto una locazione adeguata. Ma quale poteva essere il migliore sfondo per l’infame dichiarazione “noi non pratichiamo la tortura”? Con la sua caratteristica audacia, la squadra di Bush ha stabilito che quel luogo sarebbe stato Panama City.
Era certamente una scelta coraggiosa. Ad un’ora e mezza di strada dal luogo in cui Bush pronunciava il suo discorso, infatti, i militari Usa dal 1946 al 1984 hanno gestito la Scuola delle Americhe (SOA), una controversa istituzione che se avesse avuto un motto sarebbe certamente stato “Noi torturiamo”. È qui, a Panama, come sarà più tardi sarebbe stato nella sede di Fort Benning in Georgia, che possono essere rintracciate le radici degli attuali scandali sulla tortura.
Come descritto da alcuni manuali di addestramento, gli studenti del SOA – militari e ufficiali provenienti da tutto l’emisfero – venivano addestrati in molti di quegli “interrogatori coercitivi” che ora ritroviamo ad Abu Ghraib e a Guantanamo: cattura il mattino presto per massimizzare lo shock, immediato imbavagliamento e bendaggio, nudità imposta, deprivazione e sovraccarico sensoriale, manipolazione del sonno e del cibo, umiliazioni, temperature estreme, isolamento, posizioni di stress, e molto di peggio.
Nel 1996 l’Intelligence Oversight Board del Presidente Clinton ammise che le materie di insegnamento previste dagli Usa passavano sopra a “esecuzioni di guerriglia, abuso fisico, coercizione e falsi imprigionamenti”. Alcuni tra coloro che avevano fatto parte della scuola di Panama avrebbero commesso alcuni dei crimini di guerra più feroci del continente: gli assassini dell’arcivescovo Romero, e di sei preti gesuiti a El Salvador, il sistematico rapimento di bambini dei desaparecidos in Argentina, il massacro di 900 civili in El Mozote, El Salvador, e molti altri golpe militari la cui lista è troppo fitta per potere esser elencata in questa sede.
Tuttavia, nell’ambito delle analisi del discorso di Bush nessun singolo importante mezzo d’informazione ha menzionato questa triste storia. Come mai? Perché ciò avrebbe reso necessario menzionare qualcosa di totalmente assente dal dibattito: l’ammissione del fatto che la tortura viene utilizzata dai militari Usa sin dalla guerra del Vietnam.
È una storia ampiamente documentata in una valanga di libri, documenti desegretati, manuali di addestramento della CIA, registrazioni di dibattimenti nei tribunali e commissioni varie. Nel suo libro appena uscito, A Question of Torture, Alfred McCoy sintetizza questa evidenza, fornendo una sconcertante descrizione di come nel 1950 mostruosi esperimenti finanziati dalla CIA su pazienti affetti da problemi psichiatrici e prigionieri si siano trasformati in una cornice per quello che l’autore chiama “no touch torture”, sistemi di deprivazione sensoriale e dolore autoinflitto. McCoy mostra come questi metodi siano stati testati sul campo dagli agenti della CIA in Vietnam nell’ambito del programma Phoenix e come, successivamente, siano stati importati in America Latina sotto le sembianze di “police training”.
Non sono soltanto coloro che giustificano la tortura che ignorano questa storia quando parlano degli abusi come di “alcune mele marce”. Un sorprendente numero di eminenti oppositori della tortura continua a raccontarci che l’idea di torturare i prigionieri è apparsa per la prima volta tra gli ufficiali a partire dall’11 settembre 2001, quando sono usciti allo scoperto i dettagli dei metodi usati a Guantanamo dalle sadiche menti di Dick Cheney e Donald Rumsfeld. Fino a quel momento ci è stato detto: “L’America ha combattuto i suoi nemici mantenendo intatto il proprio rispetto per l’umanità”.
Il principale diffusore di questa storia (quella che Garry Wills ha definito “l’assenza di peccato originale”) è il senatore John McCain. Scrivendo su Newsweek della necessità di bandire la tortura, McCain dice che quando era un prigioniero di guerra ad Hanoi, arrivò presto alla conclusione che “noi eravamo diversi dai nostri nemici… noi, se i ruoli fossero stati invertiti, non avremmo disonorato noi stessi commettendo o approvando un trattamento così violento verso di loro”.
È una sconvolgente distorsione storica. Dai tempi in cui McCain venne preso prigioniero, la CIA ha lanciato il cosiddetto “programma Phoenix” e, come ha scritto McCoy, “i suoi agenti hanno operato in quaranta centri di interrogatori nel Sud del Vietnam che hanno ucciso più di 20.000 sospettati e ne hanno torturati molti di più”.
Per caso rende meno gravi gli orrori odierni ammettere il fatto che non è la prima volta che il governo americano utilizza la tortura, che ha utilizzato prigioni segrete già da molto tempo prima, che ha supportato attivamente regimi che cercavano di cancellare le dissidenze lanciando gli studenti dagli aeroplani? E che, più vicino a noi, fotografie di linciaggi e di torture venivano vendute e scambiate come trofei di guerra? Molti pensano di sì. L’8 Novembre, il democratico del Congresso Jim McDermott ha fatto lo sconvolgente annuncio alla Camera dei Rappresentanti che l’America non ha mai avuto problemi circa la sua integrità morale, fino ad oggi”.
Altre culture si rapportano con l’eredità della tortura dichiarando “Mai più!” Perché così tanti americani insistono nell’affrontare l’attuale crisi gridando “Mai prima”? Sospetto che ciò sia dovuto al sincero rifiuto di voler comunicare i crimini perpetrati dall’amministrazione nel passato. E oggi il ricorso così palese alla tortura non ha precedenti.
Ma bisogna avere le idee chiare su ciò che non ha precedenti: non la tortura in sé, ma la spudoratezza con cui se ne parla. I presidenti del passato mantenevano i loro buchi neri segreti; i crimini venivano commessi, ma nell’ombra, ufficialmente condannati e negati. L’amministrazione Bush ha spezzato questo tacito accordo: dopo l’11 settembre si chiedeva il diritto di torturare senza vergogna, grazie alla legittimazione di nuove definizioni e di nuove leggi. Nonostante tutti i discorsi fatti sulla tortura al di fuori dei confini Usa, l’innovazione reale è stata averla riportata tra le mura domestiche, con i prigionieri che subiscono abusi da cittadini americani in prigioni americane e vengono trasportati in nazioni terze attraverso aerei americani.
È questo affrancamento dall’etichetta di clandestinità che è così figlia di questa amministrazione politica e militare: Bush ha derubato tutti dell’imbarazzo di dover negare. Questa rottura ha un enorme significato. Quando la tortura viene praticata di nascosto ma ufficialmente e legalmente viene ripudiata, c’è ancora la speranza che, se le atrocità vengono esposte, la giustizia possa prevalere.
Quando invece la tortura diventa pseudo-legale e i responsabili negano che si tratti di tortura, quello che muore è ciò che Hanna Arendt chiamava “la persona giuridica nell’uomo”. Presto le vittime non si daranno più da fare per cercare giustizia, sicuri come sono dell’inutilità – e del pericolo – che caratterizza una richiesta del genere. È una visione molto più grande di quello che succede dentro le camere della tortura, quando ai prigionieri viene detto che possono gridare quanto vogliono tanto nessuno può sentirli e nessuno verrà a salvarli.
La terribile ironia antistorica che contraddistingue il dibattito odierno sulla tortura è che nel tentativo di sradicare i futuri abusi i crimini del passato vengono cancellati dalla memoria. Poiché gli Usa non hanno mai avuto commissioni che indaghino sulla verità, la memoria della loro complicità in crimini lontani è stata sempre fragile. Adesso queste memorie svaniscono ancora di più, e gli scomparsi scompaiono di nuovo.
Questa amnesia non va solo contro le vittime: si ripercuote anche su chi cerca di rimuovere la tortura dall’arsenale politico statunitense una volta per tutte. Ci sono ancora segnali del fatto che l’amministrazione Bush affronterà le proteste ritornando al paradigma della negazione. L’emendamento McCain “protegge ogni individuo che sia in custodia o sotto il controllo psichico degli Usa”; non dice niente dell’addestramento alla tortura o della compravendita di informazioni con l’emergente industria dei “mercenari” di interrogatori.
In Iraq il lavoro sporco è sempre stato lasciato nelle mani delle squadre della morte irachene, addestrate dagli Usa e supervisionate da comandanti come Jim Steele, che ha preparato a questo tipo di operazioni predisponendo unità simili a quelle di El Salvador. Il ruolo Usa nell’addestramento e nella supervisione del ministro degli interni iracheno è stato dimenticato, inoltre, quando 173 prigionieri sono stati recentemente scoperti in un luogo di prigionia del ministero, alcuni torturati così ferocemente che la loro pelle era letteralmente caduta. “Guardate, è una nazione sovrana. Il governo iracheno esiste”, ha detto Rumsfeld. L'affermazione ha ricordato quelle di William Colby, un uomo della CIA che in un congresso del 1971 di fronte alla domanda sulle migliaia di persone uccise sotto il programma Phoenix – programma che egli stesso aveva contribuito a promuovere – replicò che si trattava di “un’operazione sudvietnamita”.
Come dice McCoy, “se non si comprendono la storia e il fardello della complicità pubblica e istituzionale, allora non si può pensare di portare avanti riforme significative”. I legislatori risponderanno alle pressioni eliminando una porzione dell’apparato di tortura: ad esempio chiudendo una prigione, nascondendo un programma, persino arrivando a chiedere le dimissioni di una mela, oltre che marcia, veramente cattiva come Rumsfeld. Ma, avverte, “la prerogativa della tortura sarà mantenuta”.
Fonte: http://www.guardian.co.uk/usa/story/0,12271,1664174,00.html Tradotto da Alessandro Siclari per Nuovi Mondi Media
Bulgaria e Kosovo, la diplomazia del pendolo Tanya Mangalakova Un viaggio a Pristina e Belgrado del proprio Ministro degli Esteri e poi incontri di mediazione organizzati sul proprio territorio. La Bulgaria è particolarmente attiva sul fronte kosovaro. Non per interessi commerciali ma piuttosto di geopolitica: uno su tutti salvaguardare la stabilità della Macedonia Kosovo - Giuliano Matteucci Il tour balcanico di Kalfin
Il ministro degli Esteri e vice-premier bulgaro Ivaylo Kalfin ha visitato Pristina e Belgrado in un breve tour diplomatico, tenuto tra l'1 e il 2 dicembre. Nella tappa kossovara, Kalfin ha incontrato i principali attori politici dell'area, tra cui Ibrahim Rugova, il primo ministro del Kosovo Bajram Kosumi, il leader del PDK Hasim Taqhi e quello del movimento "ORA" Veton Surroj, insieme al ministro per i Rifugiati Slavisa Petkovic e ai rappresentanti dei serbi del Kosovo, Oliver Ivanovic e Ranjel Nojkic.
Kalfin ha discusso vari aspetti del processo negoziale sul futuro del Kosovo: ritorno dei rifugiati, possibilità di supporto finanziario, inclusione dei serbi kossovari nelle trattative e collaborazione economica tra Sofia e Pristina. I commenti a caldo sulla visita, da parte della stampa albanese kossovara, sono stati tutt'altro che entusiastici. "Kalfin non parla di indipendenza e chiede stabilità nella regione", ha titolato "Epoka e Re", mentre "Express" ha commentato laconicamente la posizione del ministro bulgaro "Non abbiamo alcun piano sullo status del Kosovo".
A Belgrado le cose sono andate in maniera diversa. Dopo gli incontri col premier Kostunica, il vice-premier Labus e il ministro degli Esteri Draskovic, Kalfin ha dichiarato "Dovremmo avere garanzie per la salvaguardia degli attuali confini, e questi non dovrebbero essere messi in discussione". Lo stesso giorno il quotidiano bulgaro "Troud" ha scritto "La Bulgaria supporta la Serbia sul futuro status del Kosovo", riportando anche la proposta avanzata da Kalfin che la Bulgaria possa offrire "buoni servigi in veste di mediatore".
Pochi giorni dopo, l'8 e 9 dicembre, la città bulgara di Veliko Tarnovo è diventata il campo neutro per l'incontro dei ministri della Cultura di Serbia e Kosovo. Ospiti del loro collega bulgaro Stefan Danailov, il ministro serbo Dragan Kojadinovic e quello kossovaro Astrit Haracia hanno portato avanti le discussioni, cominciate in estate a Belgrado, sulla protezione del patrimonio culturale della chiesa serbo-ortodossa in Kosovo.
Meglio lo status quo che cambiare i confini
Questa vitalità nell'attività diplomatica di Sofia non può essere spiegata dagli interessi commerciali bulgari in Kosovo. Se si escludono i canali del contrabbando, uno dei pochi investimenti riguarda la privatizzazione dell'industria metallurgica "Lamkos", a Vushtri/Vucitrn, realizzata da Valentin Zahariev, già direttore esecutivo e ora vice direttore del complesso siderurgico di "Kremikovtzi", alle porte della capitale bulgara.
La ragione di tanto interesse è geopolitica, e riguarda sia la stabilità della Macedonia che la piccola comunità dei "Gorani" in Kosovo. Uno degli incontri più significativi di Kalfin durante la sua permanenza a Pristina è stato proprio l'incontro i rappresentati della comunità gorana, attraverso l'Ong "Bulgari Mohamedani" (Bulgari Mussulmani), che ha sede nel villaggio di D. Lubinje, vicino a Prizren. Kalfin, primo ministro bulgaro ad incontrare l'associazione, ha preso visione dei progetti dell'Ong, diretti allo studio della lingua bulgara e a promuovere attività culturali in Kosovo.
Il presidente bulgaro Parvanov ha avuto modo di esternare gli interessi geopolitici bulgari durante la sua recente visita a Washington. Parvanov, nel suo intervento al "Center for Strategic and International Reserches", tenuto il 18 ottobre, ha dipinto un quadro a tinte fosche per i Balcani entro il 2015, se gli Usa e le potenze occidentali insistono nell'accelerare il processo di indipendenza del Kosovo.
"Una decisione affrettata può provocare un "effetto domino" sui territori dell'ex-Jugoslavia, destabilizzando la Macedonia e ritardando l'ingresso di Bulgaria e Romania nell'Ue, oltre ad incoraggiare gli estremisti e indebolire il processo democratico", ha dichiarato Parvanov all'auditorio, ricordando il proverbio bulgaro, "Misura due volte prima di tagliare".
La sinistra bulgara propende chiaramente per la conservazione dello status quo in Kosovo. Il 30 novembre si è tenuta nella residenza governativa di Boyana, alle porte di Sofia, una riunione dell' Internazionale Socialista sul futuro della regione. Al tavolo, insieme al segretario generale dell'Internazionale Luis Ayala, c'erano Serghei Stanishev, primo ministro bulgaro e segretario del Partito Socialista, George Papandreou, leader del PASOK greco, Adrian Nastase, presidente della camera dei deputati rumena, Vuk Jeremic, del partito democratico serbo, Hasim Taqhi del PDK kossovaro e Vlado Buchkovski, premier della Macedonia.
Secondo il comunicato stampa emesso dall'Internazionale Socialista, i leader della sinistra balcanica concordano sulla necessità "di evitare instabilità in Serbia e Montenegro e in Kosovo, di evitare una soluzione imposta che potrebbe portare a ulteriori conflitti se la definizione dello status finale e della futura costituzione non viene risolta fra le parti direttamente coinvolte, e di contrapporsi alla moltiplicazione delle secessioni e alla creazione di "grandi" nazioni".
Lobby americana
Alcuni politici di destra e Ong bulgare appoggiano invece la strategia americana per il Kosovo. Una delle più influenti voci in tal senso è quella del "Center for Liberal Strategies" (www.cls-sofia.org), il cui direttore, Ivan Krastev è divenuto anche il direttore esecutivo della "Commissione internazionale sui Balcani". Questa commissione, partita con obiettivi ambiziosi e finanziata da fondazioni americane del calibro della "German Marshall Fund" e della "Charles Stewart Mott", ha limitato poi di fatto la sua attività alla produzione di un report sui vari paesi dell'area balcanica, invocando la piena indipendenza per il Kosovo in un percorso in quattro stadi.
Gli esperti del "Center for Liberal Strategies" non hanno perso l'occasione, durante i numerosi dibattiti, forum e conferenze a cui hanno preso parte, di ribadire che l'indipendenza del Kosovo è una realtà inevitabile.
Tra i politici bulgari pro-indipendenza un posto speciale è riservato a Solomon Passy, parlamentare del Movimento Nazionale Simeone II, ex ministro degli Esteri e presidente del "Club atlantico in Bulgaria". Nell'agosto 1998 Passy scrisse un report, poi ripubblicato dal quotidiano "24 Chassa", nel quale prediceva la dissoluzione di quello che restava della Jugoslavia sotto il controllo di Milosevic, e la nascita di cinque nuovi stati, Montenegro, Kosovo, Voivodina, Sangiaccato e Serbia.
Durante il suo mandato di ministro degli Esteri, dal 2001 al 2005, Solomon Passy ha perseguito una politica attivamente pro-americana, soprattutto durante la guerra in Iraq. Nel 2003 poco prima che la guerra avesse inizio, Passy ha incoraggiato la partecipazione della Bulgaria nella "coalizione dei volenterosi", sostenendo che fosse il modo migliore per recuperare i crediti che l'Iraq ancora doveva restituire al paese, valutati intorno ai due miliardi di dollari. Oggi, divenuto il presidente della Commissione parlamentare sulla politica estera, non commenta le sue promesse, vuote di risultati, sull'Iraq. E nemmeno le sue passate dichiarazioni sul Kosovo.
Il nuovo governo, soprattutto nella sua componente socialista, ha cambiato la politica di Sofia riguardo alla questione dello status del Kosovo, difendendo lo status quo nella regione. Questo atteggiamento prudente riflette la consapevolezza che la stabilità in Kosovo è direttamente collegata all'ingresso della Bulgaria nell'Unione Europea. www.osservatoriobalcani.org
dicembre 22 2005
L'Italia punita dall'Europa dei "ragionieri"
Caro Direttore,
sono passati pochi giorni appena da quando il Consiglio europeo ha trovato un accordo sulle prospettive finanziarie dell’Unione europea per il periodo 2007 – 2013, ma le interpretazioni date all’accordo, soprattutto in Italia, sono tali da spingermi a sottolineare alcuni importanti aspetti.
Innanzitutto, non possiamo dimenticarci che il bilancio non è un fine in sé stesso ma è un mezzo. Per fare cosa? Per dotare l’Unione degli strumenti necessari ad affrontare le nuove sfide che noi europei abbiamo innanzi: le sfide della globalizzazione e della concorrenza mondiale, le sfide della competitività, della ricerca e dell’innovazione, le sfide dello sviluppo e della solidarietà in campo economico, sociale e ambientale, le sfide della democrazia e della partecipazione. Sfide ancora più importanti nella grande Europa a venticinque, che vuole estendere prosperità, stabilità e solidarietà a tutto il continente europeo ed ai paesi ad essa vicini e che vuole esser protagonista sulla scena globale.
Il bilancio è dunque lo strumento per attuare un progetto politico.
Così lo avevamo concepito, nel 2004, quando elaborammo la prima proposta per il futuro finanziamento dell’Unione. Una proposta che era stata preceduta e preparata da un’ampia consultazione, soprattutto per quanto concerne la solidarietà regionale, e che, pur rimanendo entro il tetto massimo fissato dall’Unione a quindici, voleva dare all’Unione a venticinque la possibilità di attuare in modo efficace e coerente le sue grandi strategie politiche, come ad esempio la strategia di Lisbona per la competitività e l’innovazione, la gestione positiva dell’allargamento a 10 nuovi paesi, la nuova politica di vicinato, le strategie nel campo dell’immigrazione, della sicurezza o della cittadinanza europea.
Un bilancio per la massima Europa possibile oggi e non per la minima Europa necessaria.
Un bilancio che, con 1022 miliardi di euro per 7 anni rispondeva ad una visione forte dell’Unione, e non a quella logica ragionieristica che ha caratterizzato l’intera gestione del negoziato in seno al Consiglio, sino al suo epilogo di due giorni fa.
Con un bilancio di 862 miliardi di euro, pari cioè all’1,045 del prodotto interno lordo europeo, è semplicemente impossibile per l’Unione raggiungere molti degli obiettivi che essa stessa si è prefissata, e che corrispondono alle forti aspettative degli Europei.
Rispetto alla nostra proposta, per citare solo alcuni esempi, i fondi destinati alle aree più povere (cioè la politica di coesione) sono stati tagliati di trenta miliardi di euro. Quelli destinati alla competitività,alla crescita e all’innovazione sono stati tagliati quasi del 50%, scendendo da121,7 miliardi di euro a 72 miliardi. Tutta la cosiddetta politica di Lisbona mirata a rilanciare l’Europa nei settori più avanzati delle tecnologie dell’Economia della conoscenza è stata praticamente annullata.
Questo,dunque , è un bilancio che non corrisponde al vero interesse nazionale dell’Italia che è quello di fare parte di un Europa capace di crescere,di innovare e di promuovere e mantenere la coesione tra i paesi che la compongono.
Questo, peraltro, è un bilancio che non riflette l’interesse nazionale dell’Italia nemmeno se si guarda al puro calcolo aritmetico del dare e dell’avere.
Anche da questo punto di vista il giudizio non può che essere negativo.
Per stabilire, infatti, se un beneficio sia reale o contabile, occorre chiarire la base da cui si parte. Se si parte da una base particolarmente sfavorevole all’Italia, emersa nel corso del negoziato, si puo’ parlare di beneficio. Ma se si parte dalla base reale, cioè dai fondi che l’Italia ha ricevuto nel periodo 2000 – 2006, o dalla proposta iniziale proposta dalla Commissione nel 2004, i vantaggi non esistono. Mentre in base alla nostra proposta l’Italia, nell’Unione a 25, con l’entrata di paesi molto più poveri di noi, manteneva sostanzialmente invariato il livello di finanziamento ricevuto nell’Unione a 15 (passando da 32,7 miliardi a 31,6), con l’accordo ottenuto da Blair l’Italia riceve 28,2 miliardi di euro. Perdiamo quindi circa 4,5 miliardi di euro, mentre altri paesi più ricchi mantengono sostanzialmente invariato il loro contributo (lo stesso “sconto britannico” comincerà a diminuire solo nelle ultime annualità).
Preoccupante, si potrebbe pensare? Certamente si, a mio parere. Certamente no, invece, per il nostro governo, che ci invita, al contrario, a considerare l’accordo come una vittoria.
Addirittura, l’Italia avrebbe guadagnato, infatti, circa 1, 9 miliardi rispetto all’ultimo proposta della Presidenza britannica. Questo è inconfutabile (è riportato nero su bianco al paragrafo 54quater del documento britannico), salvo osservare che il nostro contributo al bilancio è cresciuto contestualmente di circa 1 miliardo (per effetto della crescita globale del bilancio UE). Il beneficio si ridurrà quindi già a 1 solo miliardo. Se si considera poi che nei precedenti due pacchetti proposti da Blair l’Italia aveva peggiorato la sua situazione (sempre rispetto alla proposta lussemburghese) di circa 1,5 miliardi è facile calcolare che si tratta di un guadagno con segno negativo.
Una politica a cui va sommata la perdita iniziale accettata con la proposta lussemburghese (-4 miliardi).
Ciò al netto di una miriade di piccoli meccanismi a vantaggio di questo o quel paese le cui ripercussioni sui nostri interessi non è sempre agevole calcolare come il fondo tecnologico a favore della Spagna per ben 2 miliardi di euro, 100 milioni a favore della Corsica e della regione francese dell’Hainaut, 300 milioni per i Lander orientali della Germania, 100 per la Bavaria, riduzione del contributo annuo RNL per i Paesi bassi di 650 milioni di euro (per compensare la rinuncia ad un beneficio supplementare sui diritti di riscossione dei dazi doganali) e di 150 per la Svezia, sempre i Paesi bassi insieme alla Svezia, beneficeranno, inoltre, di un tasso di contribuzione della risorsa IVA ridotto rispetto agli altri Stati membri (10% invece del 30%), stesso trattamento per Austria e Germania che beneficeranno del 15%, mentre Austria, Finlandia, Lussemburgo, Irlanda, Francia e Svezia otterranno una preassegnazione di 3,57 miliardi sullo sviluppo rurale sottratti alle normali regole di divisione tra gli Stati membri). E per l’Italia?
Il risultato finale per il nostro Paese è che, con un saldo passivo pari allo 0,34 per cento, pur con un reddito molto inferiore, diverremo contributori netti pari alla Francia ( - 0,33) e alla Svezia ( - 0,39) e nettamente superiori alla Gran Bretagna (- 0,29), mentre la Spagna ( + 0,23) rimane un corposo beneficiario netto dei fondi europei.
Non molti, poi, sembrano ricordarsi che, al di là delle competenze giuridiche, l’accordo finale si avrà unicamente con l’approvazione politica dell’intero pacchetto da parte del Parlamento europeo, che sperava in una soluzione ben più ambiziosa di quella che oggi è invece chiamato ad esaminare.
Mi sembra difficile definire questo risultato “largamente positivo”: l’Europa ha bisogno di ben altro coraggio e di ben altre ambizioni.
Credo invece che i veri aspetti positivi di quanto accaduto al Consiglio europeo siano altri, e tra questi vi è senza dubbio il ruolo svolto da Angela Merkel. La volontà dimostrata dalla Germania di rilanciare il processo d’integrazione è di grandissima importanza. Non siamo ancora usciti dalla crisi, ma possiamo cominciare ad avviare un nuovo percorso, nel 2006 e nel 2007, per prendere nuove iniziative concrete, a cominciare dalla zona euro, e per riaprire la questione istituzionale, che resta un passaggio fondamentale per un’Unione più democratica, semplice ed efficiente. Sole24 ore
L'illecito programma di Berlusconi
Facciamo così. Collegatevi al sito web di Forza Italia, scaricate sul vostro computer il pdf di uno dei nuovi poster della campagna di Berlusconi e aprite la finestra "informazioni" (su Mac premete "mela-i") del file pdf appena scaricato e... sorpresa!
Ecco che sotto l'etichetta "creatore" appare il nome del programma QuarkXPress, con cui l'esecutivo della campagna è stato realizzato, seguito dalla lettera "[k]" che sta, notoriamente, ad indicare che il programma è stato abusivamente "crackato". Sì, avete capito bene. La campagna di Forza Italia che va sotto il titolo di Operazione verità, è stata realizzata con software illegalmente duplicato e quindi senza averne acquisita la regolare licenza d'uso!
Solo tre giorni fa è stato dato grande rilievo all'operazione della Guardia di Finanza di Roma che ha sequestrato oltre 400 copie di programmi illegali in particolare software illecitamente duplicato, o utilizzato al di fuori dei legittimi contratti di licenza, nelle forme dell'underlicensing (duplicazione del programma, di cui si è acquistata la licenza, su più postazioni) o della masterizzazione abusiva o del download da Internet di programmi "crackati". "È preoccupante scoprire che l'illegalità è così capillarmente diffusa, non solo fra privati cittadini e piccoli venditori di strada abusivi – diceva in merito all'operazione il Colonnello della Guardia di Finanza di Roma Giuseppe Zafarana – ma anche fra imprenditori e solidi professionisti".
Certo lo stesso Colonnello non si aspetterà di trovare tra gli utilizzatori del software pirata, ed in maniera così platealmente scoperta, gli estensori della campagna dello stesso Presidente del Consiglio. Una storia che assume contorni paradossali (se non ridicoli) pensando all'attività del Governo contro la duplicazione illegale del software e che ha portato anche ad imporre una iniqua gabella sui supporti vergini digitali e su cui aveva espresso dubbi addirittura la Business Software Alliance Italia (Bsa).
A proposito la Bsa, l'associazione che riunisce le maggiori aziende produttrici di software del mondo, e che ha come scopo (talvolta anche con metodi discutibili) proprio la tutela dalle copie illegali, non ha niente da dire sullo scivolone di Forza Italia?
(Ringraziamo per la segnalazione SB e FLT) socialdesignzine.aiap.it/sdz/archives/005969.php
Il finto ingenuo del quartierino Giuseppe Turani
da Repubblica - 22 dicembre 2005
L´attrice Anna Falchi, che lo ha sposato, con un certo coraggio, in comunione dei beni, sostiene che Stefano è un bravo ragazzo, molto onesto, e soltanto un po´ ingenuo. Questa della Rcs, aggiunge poi la signora è stata la sua prima operazione nel mondo dell´alta finanza, e qualcosa è andato storto. Adesso, conclude, lui vorrebbe vendere le azioni Rcs, ma perché nessuno gliele compra? Insomma, ingenuo lui, e ingenua anche lei. In verità Stefano Ricucci è tutto meno che un ingenuo. Nel giro di pochissimi anni, partendo da un pezzo di terreno che gli avevano lasciato i genitori in un paesino fuori Roma, ha messo insieme un patrimonio di varie centinaia di milioni di euro.
O, forse, un patrimonio di alcuni miliardi di euro (a sentire lui, quando era sulla cresta dell´onda). Come questi soldi sono stati fatti non è mai stato chiarito fino in fondo. Si sa che il grosso viene fuori da operazioni immobiliari, cioè dalla compravendita di immobili. Operazioni che, si sa, sono per la loro stessa natura sempre un po´ misteriose e un po´ discrezionali. E infatti abbiamo appena visto che una di queste operazioni ha creato un terremoto dentro la Confcommercio di proporzioni quasi bibliche, con un presidente, il Sergio Billè, indagato e perquisito come un malfattore qualsiasi, e con tutta l´organizzazione confusa e incerta. Attenti studiosi dei conti di Ricucci (per quel che si è riusciti a fare sino a oggi) hanno notato grandi movimenti di immobili all´interno della ragnatela di società dell´ex odontoiatra romano. Ingenuo, forse, ma certamente svelto, già agli inizi della carriera. Ma Ricucci, affari immobiliari a parte, tanto ingenuo non era. I suoi affari con il duo Fiorani-Gnutti risalgono a molto tempo fa e hanno i contorni, se non della truffa, certamente dell´ingegnosità. Con azioni e immobili che girano fra i tre come una trottola, e con i soldi che alla fine saltano fuori dall´unico posto possibile: e cioè dalla casse dell´allora Banca Popolare di Lodi, cioè dalle tasche dei correntisti della Lodi. Poi c´è quel suo abilissimo infilarsi dentro la scalata alla Bnl, un´operazione dalla quale esce con vari milioni di euro di plusvalenza. E´ vero che in quella stessa occasione Francesco Caltagirone (costruttore e padrone del Messaggero) non vuole avere niente da fare con lui e contesta persino che abbia diritto al titolo di immobiliarista. Insomma, il Ricucci mostra già nei suoi esordi due abilità: 1) Si muove con grande disinvoltura nel mondo degli immobiliaristi, un mondo di furbi e molto scivoloso. Per lungo tempo in questo mondo, dove tanti sono crollati dopo due operazioni, lui sta a galla e fa moltissimi milioni (tanti da ordinare un jet privato, poi restituito perché gli affari sono andati male, dopo la prima rata). 2) Ha un talento particolare nell´individuare quelli che poi lui stesso chiamerà «i furbetti del quartierino», cioè Fiorani e Gnutti. E da loro si fa subito accettare. Si fa accettare talmente bene da Fiorani che, alla fine, salterà fuori che a finanziare l´insensata scalata alla Rcs è stato proprio il banchiere di Lodi, con diverse centinaia di milioni di euro. Ma sarà proprio per eccesso di furbizia che Ricucci troverà la sua fine. Sarà la scalata alla Rcs. Nessuno ha ancora capito bene che cosa contava di fare. Probabilmente qualcuno gli aveva detto (Gnutti? Fiorani?) che il patto di sindacato della Rcs era vicino alla fine, che l´establishment era diviso e pronto a gettare la spugna. E lui aveva voluto prenotarsi un posto in prima fila per il day-after del "Corriere", con l´idea magari di rivendersene un po´ dopo, con qualche lauto guadagno. Oppure, si era convinto che tutto il vecchio capitalismo italiano stava franando e che il futuro sarebbe stato appunto dei furbetti. Quando avessero avuto in mano la Bnl, la Popolare di Lodi (già loro) e l´Antonveneta, con in più la protezione totale del Governatore Fazio (e l´amicizia della potente Unipol), chi avrebbe osato negare loro le chiavi di via Solferino? Ma niente è andato come pensava Ricucci. La scalata alla Rcs si è rivelata quasi subito come una stupidaggine (che alla fine costerà all´ex odontoiatra almeno 200 milioni di euro). Il patto di sindacato Rcs ha tenuto. I furbetti hanno fatto una seri di passi falsi e sono arrivati i magistrati e le guardie di finanza, con le loro micidiali microspie e le loro intercettazioni. Da quel momento il mondo dei furbetti e di Ricucci ha cominciato a rotolare verso l´abisso. Opa su Antoveneta saltata, Fiorani fuori dalla Lodi e in galera, plusvalenze congelate e sequestrate, conti bloccati. Con in più Fiorani e gli altri della Lodi (a San Vittore) che parlano, parlano e sembra che siano solo ansiosi di dire tutto, ma proprio tutto. Insomma, ormai non si tiene più niente, non esistono più trincee difensive, bugie astute e vie di fuga. E´ la fine, in una parola. Ricucci, per la verità, lo aveva capito già da qualche settimana, quando, una mattina, si era presentato nello studio dell´avvocato Vittorio Ripa di Meana, dicendogli: «Faccia lei quello che può». Il più sorpreso, quella mattina, era proprio l´avvocato. Ripa di Meana non è una persona qualsiasi, non è un avvocato pronto a nascondere, a omettere, a fare confusione per il suo cliente. In più è anche un personaggio con buoni agganci con tutto l´establishment italiano. Spiega a Ricucci che non ci saranno sconti. E Ricucci accetta. Perché? Perché al punto in cui sono arrivate le cose, l´unica strada è quella di presentarsi davanti ai magistrati e all´opinione pubblica con una faccia presentabile (quella di Meana) e con un´aria assolutamente dimessa, senza più nessuna arroganza. E infatti Meana manda tutti a casa, Ricucci e i suoi tirapiedi. E mette gente nuova al comando dell´impero un po´ confuso di Ricucci. Chiama i revisori dei conti. Insomma, mette il suo assistito sulla strada della verità o, almeno, della trasparenza dei conti e delle operazioni. E lascia anche capire che il patto di sindacato, per ora, ha assai poca intenzione di tirarlo fuori dai guai comprandogli le famose azioni Rcs rastrellate con i soldi di Fiorani in vista di chissà quale cataclisma capitalistico. Ricucci accetta tutto e accetta, soprattutto, di sparire dalla circolazione. Non rilascia più interviste, non dice più che arriverà al 30 per cento di Rcs, non dice più che lancerà un´Opa sul Corriere. La carriera di Ricucci, a essere sinceri, finisce proprio quella mattina, nello studio di Vittorio Ripa di Meana. Quella è la resa del più furbo dei furbetti. Poi, due giorni fa, l´ex odontoiatra comincia a sentire un tintinnio di manette. Lo sente lui perché lo sentono tutti. Dopo Fiorani e soci, a chi può toccare se non a lui? Il ragazzo, benché ingenuo (come sostiene la moglie) ne ha combinate tante e per tanto tempo. Ecco, allora, una replica della scena già fatta nello studio dell´avvocato Meana. Solo che quella l´ha già fatta. Adesso ci vuole una scena madre: e quindi si precipita dai magistrati. E dice: voglio parlare. E anche lui comincia a parlare, a parlare, a parlare. Probabilmente cercherà di mettere nei guai qualche altro furbetto, per allontanare qualche responsabilità da se stesso. Niente più scalate, niente più assalto alle roccaforti del capitalismo, niente più jet privati e alberghi di lusso. Ma un solo obiettivo: evitare la galera. A tutti i costi.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Dario schiaffeggia partiti e proni Sezione “copertina”
Il re è nudo: «I media hanno già deciso che Ferrante ha vinto queste primarie». Mentre il fu-prefetto Ferrante si atteggiava a Che Guevara, cercando di accreditarsi presso un elettorato che non conquistarà mai, Dario Fo ha preso a schiaffi la partitocrazia e l'informazione prona alla conferenza (ma senza domande, per carità) di presentazione dei candidati alle primarie milanesi. Non abbiamo potuto essere presenti a fischiare il teatrino partitocratico, ma una collega - che deve celarsi dietro uno pseudonimo per ragioni contrattuali - ci racconta com'è andata.
dalla nostra inviata al Circolo della Stampa di Milano Primarie politicamente corrette di "Occhio alieno"
Già la premessa è stata imbarazzante. Uno sputo in un occhio alla sala stracolma di giornalisti: «Non si possono fare domande». Un cronista ha formalmente protestato con Majorino e se n'è andato, ma all'apparenza nessun altro ha fatto una piega. Il primo incontro tra i candidati alle primarie dell'Unione è iniziato con il piede sbagliato: se le primarie sono una inno alla tanto declamata "partecipazione" certo oggi di partecipato c'era ben poco: l'incontro non era per gli elettori (per i quali al momento non è previsto alcun dibattito pubblico con tutti e 4 i candidati), ma per gli addetti ai lavori (ma senza domande). Una cafonata. E un rospo ingoiato. Andiamo avanti. Nel primo giro di interventi Dario Fo mette subito le cose in chiaro: ha un documento da leggere, e chiede a Franca Rame di leggerlo. E il re è già nudo. Sono quarant'anni che Dario Fo non ci delude mai quando si tratta di raccontare la verità, qualsiasi essa sia. E anche questa volta attacca, la sua verità colpisce duro: «le primarie sono un segno di democrazia, siamo tutti qui riuniti per convincervi di questo, che siamo in democrazia. Anche se in realtà - continua Fo - leggendo i giornali e guardando le televisioni in questi giorni sembre che le primarie siano già state fatte e che le abbia vinte l'ex prefetto. Gli altri tre candidati sono spariti dai media». L'attacco ai partiti è frontale: «mica pensiamo che i partiti si siano già messi d'accordo sul vincitore del primarie, no di certo! Per carità - continua il Nobel - non c'e' stata alcuna manovra, né il solito 'inciucio'. Ma scherziamo!» Con la sua incredibile lucidità, sempre tagliente ed efficace, ancora una volta Fo ha beccato nel segno, denunciando le primarie burla e i conseguenti rischi per il centrosinistra. Ma «noi non ci stiamo», ha detto. E ha concluso con un appello ai giornalisti: «per favore non fate sembrare che le primarie siano già state fatte». Alla fine della lettura del documento c'è stato un momento di gelo in sala. Ma subito, come se niente fosse, Parenzo di Telelombardia e Villa di Telecity - i due maestri di cerimonia accreditati - hanno ripreso a fare le domande ai candidati. Ferrante ha abilmente evitato di rispondere nel merito, limitandosi ad attaccare Letizia Moratti, nel tentativo di attestarsi così come suo principale rivale (un'astuzia politica da quattro soldi), cercando così di recuperare un po' sullo smacco clamoroso che aveva appena subìto da Dario Fo con il suo j'accuse. Nient'altro di veramente interessante da registrare sull'incontro al Circolo della Stampa. Per un attimo ho pensato, sperato forse, che Dario Fo andasse fino in fondo e ritirasse la sua candidatura chiedendo di fare altrettanto a Milly Moratti e Davide Corritore. Chi vorrà recepire il messaggio di Fo? Certo non i DS che rimbalzano le parole del Nobel minimizzandole. I giornalisti? Lo vedremo sulla stampa di domani. I milanesi con il loro voto, loro sì possono fare molto, a patto che riescano a informarsi su quanto davvero sta succedendo. www.onemoreblog.org
Il quartierino era di destra e i furbetti raccontano tutto Dai verbali degli interrogatori visite, favori e soldi. Per i politici della Cdl
I verbali degli interrogatori di Gianpiero Fiorani e dell’ex manager di Bpi, Donato Patrini, stanno tracciando il quadro degli intrecci fra politica e affari nella scalata ad Antonveneta. Dal mosaico, finora, emerge un preciso filo conduttore: tutti i politici “foraggiati” dal banchiere lodigiano appartengono al centrodestra: da An alla Lega, da Forza Italia all’Udc. Personaggio centrale è Aldo Brancher, l’anello di congiunzione fra il team di Fiorani e la maggioranza. Proprio ieri si è saputo che Patrini ha indicato ai giudici le modalità degli incontri con il sottosegretario forzista e l’entità del “corrispettivo”: Brancher si sarebbe accontentato di un affidamento di due milioni e mezzo di euro, spalmato in diversi incontri, alcuni avvenuti anche presso il ministero delle riforme. Destinatari di “fidi facili” anche il forzista Paolo Romani e gli ultrà fazisti, Luigi Grillo (Fi) e Ivo Tarolli (Udc). Dagli interrogatori emergerebbero poi anche le richieste poco ortodosse del ministro leghista Roberto Calderoli a Fiorani: 100-150 milioni di vecchie lire in contanti e un affidamento di 800mila euro. Infine anche An è coinvolta: il sottosegretario alla Giustizia Giuseppe Valentino è la talpa che ha riferito a Ricucci delle intercettazioni. Intanto è atteso per oggi il triplo voto di fiducia e il via libera della camera alla riforma del risparmio. L’opposizione critica l’emendamento del governo, ma è disponibile a trovare un accordo sulla nomina del successore a Fazio che sarà tema affrontato oggi dal consiglio dei ministri. In serata le accuse lanciate gratuitamente dal ministro Tremonti all’indirizzo del leader dell’Unione Prodi, definito «agente del commercio cinese in Europa e in Italia»,hanno minato le possibilità di un accordo bipartisan. www.europaquotidiano.it/
L’Unione presenta i quattro candidati Fo attacca Ferrante
dal Corriere - 22 dicembre 2005
Partono fra polemiche e spaccature le primarie del centrosinistra. Alla presentazione dei candidati che ieri hanno sottoscritto il programma dell’Unione, Dario Fo ha accusato mass media e Ds e Margherita di avere oscurato tre candidati (oltre a lui stesso, anche Milly Moratti e Davide Corritore), a favore di Bruno Ferrante. Scambio di accuse fra partiti: «Non sono parole da sindaco», sostengono i ds. «Forse qualcuno ha paura di perdere le primarie», replica Prc. SOGLIO
Unione, via alla corsa per la nomination. Sorteggiato l’ordine dei nomi sulla scheda. Volantini e cartelloni nelle strade. Contributo di 2 euro per il voto Fo: spazio solo a Ferrante, ci hanno cancellato Primarie, attacco del Nobel ad alleati, giornali e Tv. La replica: cerca pubblicità
Dario Fo gela tutti: «Abbiamo fatto una battaglia per la democrazia e poi si cancellano i corridori dalla corsa...». Sotto accusa ci sono i giornali, le tivù ma soprattutto Ds e Margherita, «colpevoli» di avere oscurato tre concorrenti delle primarie (lo stesso Fo, Davide Corritore e Milly Moratti) a favore di Bruno Ferrante. Il centrosinistra ha presentato ieri i quattro candidati per le consultazioni del prossimo 29 gennaio: da ieri dunque, firmato il documento programmatico dell’Unione, la campagna elettorale entra nel vivo. Ma, per ora, nel vivo c’è solo la polemica. Con Fo che incarica la moglie Franca Rame di leggere un messaggio sarcastico in cui si ventilano pressioni sui giornali per favorire Ferrante: «Ma non c’è nessun complotto. È stato un fatto del tutto occasionale, un incidente...». In sala, al Circolo della Stampa, tra i leader dei partiti dell’Unione cala il gelo. Dal pubblico qualcuno urla «buu» all’indirizzo di Fo, ma altri applaudono, fra cui i disobbedienti di Casarini che sostengono la candidatura di Dario Fo, con il quale si è schierato anche Beppe Grillo. Ferrante resta impassibile e cerca di farsi fotografare accanto al Premio Nobel: «Ognuno può dire quello che crede, ma pressioni non ce ne sono state». Moratti e Corritore si dissociano dall’iniziativa polemica, anche se entrambi ammettono che «ci sono stati problemi di par condicio», e invitano a «pensare piuttosto ad un confronto sui contenuti». Il pasticcio, ora, è tutto politico. Il segretario di Prc, Augusto Rocchi, schierato con Fo insinua: «Non vorrei che qualcuno avesse paura di perdere le primarie e di assistere al trionfo di Fo». A muso duro rispondono i ds: «Questa uscita - accusa Carlo Cerami - manifesta la debolezza di Fo. Ferrante lo ha ascoltato in silenzio e questo è il modo migliore per rispondere ai tentativi strumentali di aprire polemiche inutili e dannose». «Il ruolo di Fo -incalza il professor Stefano Draghi - è quello di chi cerca di far saltare il tavolo, dicendo fra l’altro cose scontate: Ds e Margherita hanno scelto Ferrante, mi pare ovvio che appoggiamo lui...». Per la Margherita, Onofrio Amoruso Battista taglia corto: «Fo sta facendo campagna elettorale e cerca il modo per avere spazio sui giornali». E il suo collega Roberto Caputo incalza: «I candidati devono avere ben presente che l’avversario da battere si chiama Letizia Moratti e serve anche un segnale da parte dei candidati di forte appartenenza all’Unione». Linea identica a quella sostenuta dai Verdi: «Ogni scontro interno fuori dalle righe è non solo sbagliato ma un vero e proprio autogol. Questo riguarda tutti, anche una persona straordinaria come Dario». Mentre Nando Vertemati della Rosa nel Pugno insiste: «Fo sta solo cercando di fare notizia. Ed è un atteggiamento tipico del personaggio». Il resto, è il via alle primarie. Il comitato ha già sorteggiato l’ordine dei nomi che andranno sulla scheda, ci saranno volantini e cartelloni in città e sui mezzi Atm e chi vorrà votare dovrà firmare l’adesione ai principi dell’Unione e versare un contributo simbolico di 2 euro (il doppio di quello previsto per le primarie nazionali di ottobre). L’obiettivo? Portare al voto più dei 101 mila milanesi che avevano votato alle primarie di Prodi. Elisabetta Soglio
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LA CURIOSITÀ E il sito per l’ex prefetto firmato dalla portavoce di Albertini
Chi ha preparato il sito del candidato sindaco Ferrante (www.brunoferrante.it)? Sorpresa. La firma è quella di Elena Schiaffino, portavoce di Gabriele Albertini dal ’99 al 2000 e partner, insieme al fratello, di Engitel spa, società milanese di sviluppo siti. E la scelta non è solo professionale: «Questo candidato mi ha convinto», spiega la Schiaffino, che vanta tra i suoi clienti Virgilio, Libero, Bancaintesa, Nestlè. Sarà contento Albertini...
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Ds Milano - Rassegna stampa
dicembre 21 2005
Aldo Brancher, la tripla vita di uno spretato Il sottosegretario sarebbe il Pony Express tra Fiorani e i politici. Dice: non sono il simbolo di Tangentopoli di Marco Travaglio
da l'Unità - 21 dicembre 2005
COLLEGAMENTO “Non sono il simbolo della nuova Tangentopoli”, dice Aldo Brancher, sottosegretario italoforzuto alle Riforme Istituzionali. E ha ragione: lui c’era anche nella vecchia. Mentre a Milano Fiorani fa un nome via l’altro e a Roma i politici di destra e di sini- stra si fanno coraggio dicendosi a vicenda che “non è una nuova Tangentopoli”, l’uomo che nel ’99 propiziò la pace fra Bossi e Bellachioma e nell’estate 2003 faceva la spola fra Arcore e la baita del Cadore dove i padri ricostituenti scrivevano la nuova Costituzione repubblicana fra canederli e grappini,implora i giornalisti: “Non rivanghiamo il passato”. Ma purtroppo c’è chi rivanga. E per esempio ricorda il suo arresto, il primo in casa Fininvest, il 18 giugno 1993, quando la polizia lo portò a San Vittore su richiesta del pool di Milano. Ci restò per tutti e tre i mesi previsti dalla legge, senza dire una parola, meritandosi l’appellativo di “Greganti del Biscione”. Era accusato di aver versato 300 milioni al Psi e altri 300 a Giovanni Marone, il segretario dell’ex ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, per poter piazzare sulle reti Fininvest gli spot della grande campagna pubblicitaria sulla prevenzione dell’Aids finanziata dal ministero. Anche allora, come oggi con Fiorani & C., il rischio per i politici era che l’arrestato parlasse. E, soprattutto, dicesse la verità. Non potendolo andare a trovare in cella per rammentargli la regola aurea del silenzio, il Cavaliere ricorse al paranormale. “Quando il nostro collaboratore Brancher era a San Vittore raccontò lui stesso io e Confalonieri giravamo intorno al carcere. Volevamo metterci in comunicazione con lui”. La telepatia funzionò e Brancher tenne la bocca chiusa. Come Greganti sulle tangenti rosse, disse di aver agito in proprio, per gli interessi di una sua società (la Promogolden): la Fininvest e i suoi capi, noti gigli di campo, non ne sapevano nulla. Era lui che prendeva iniziative individuali. Così, per le tangenti sugli spot anti-Aids, venne condannato in primo e secondo grado a 2 anni e 8 mesi per finanziamento illecito ai partiti e falso in bilancio. Poi, in Cassazione, il primo reato cadde in prescrizione, mentre il secondo fu amorevolmente depenalizzato dall’amico Silvio. Aldo intanto, nel 2001, s’era dato alla politica: la sua terza vita. La prima era tutta votata alla spiritualità. Veneto di Bardolino sul Garda, classe 1943, il giovane Aldo diventa prete paolino. Don Emilio Mammana, il sacerdote che a Milano ha aperto il primo ufficio pubblicità di “Famiglia Cristiana” strappando il settimanale cattolico dall’ambiente provinciale di Alba e dalle sacrestie per farne una delle riviste italiane piú ricche e più vendute, lo sceglie come suo braccio destro. Poi entra in conflitto con un prete serio come il direttore don Leonardo Zega. Ma è per una donna che lascia i paolini e la tonaca. La sua seconda vita è votata al Dio Quattrino. Mette su un’azienda in proprio, a Castelnuovo Scrivia, nell’Alessandrino. Produce cassette di plastica, ma finisce male. Allora, grazie all’esperienza maturata nel ramo pubblicità, entra in Publitalia, alla corte di Marcello Dell’Utri. Poi Fedele Confalonieri non lo chiama a sé per i “progetti speciali” della Fininvest Comunicazioni. Speciali in tutti i sensi: lo Spretato tiene i rapporti con i partiti per gli spot elettorali sulle reti Fininvest. Con tutti i partiti, di governo e di opposizione. Intanto ha fatto amicizia e affari con Primo Greganti, il Compagno G delle tangenti rosse. I due, nel ’93, finiscono insieme sul registro degl’indagati della Procura di Torino (e poi prosciolti) perché si occupano dell’ipermercato “Le Gru”, il più grande d’Europa, che sta sorgendo a Grugliasco, la “Stalingrado del Piemonte”. Opera faraonica costruita dalle coop rosse per conto della Standa (Fininvest) e del gruppo francese “Trema”, col contorno di tangenti a politici socialisti e a due sindaci comunisti. La coppia Brancher-Greganti è molto affiatata: lavora spalla a spalla, discute affari, conclude operazioni immobiliari. Brancher fornisce a Greganti anche un telefono cellulare. Racconta ai pm Mary Daniel Puhl, all’epoca collaboratrice e compagna dello Spretato: “Brancher mi disse che parte degli uffici romani della sua Promogolden dovevano essere messi a disposizione di Greganti, per cui successivamente firmai una delega indirizzata alla Sip di Roma per l’acquisto e l’uso di un telefono cellulare al Greganti stesso”. I due sono quasi soci. Greganti ammette di essersi interessato a reperire aree per centri commerciali in Piemonte da offrire al gruppo Fininvest, ma in proprio, attraverso la sua società Lubar, e non per conto del partito. Resta il fatto che le aree prescelte per gl’ipermercati Standa rientravano regolarmente in comuni amministrati da giunte rosse (da Casalecchio sul Reno a Grugliasco). Prosciolto a Torino, Brancher viene arrestato a Milano. Marone, segretario di De Lorenzo, lo inguaia: ”Brancher racconta ai giudici - venne da me a nome della Fininvest per raccomandarsi che le venisse riservata una maggiore fetta di pubblicità nella campagna anti-Aids. E quando questo privilegio fu certamente realizzato, ritornò per mostrarmi un segno significativo di riconoscenza pagando 300 milioni in due rate…”. Ora si ricomincia. Il pool di Milano ha appena trovato un conto alla Popolare di Lodi intestato alla moglie di Brancher, Luana, con un affidamento e una plusvalenza sicura di 300 mila euro in due anni. Pare che ultimemente, tra Forza Italia e Fiorani, lo Spretato svolgesse lo stesso ruolo già brillantemente sperimentato tra la Fininvest e i partiti della Prima Repubblica e poi, nella seconda, tra Forza Italia e la Lega: quello di pony express. No che non è una nuova Tangentopoli. Nella vecchia, Brancher stava a San Vittore e Berlusconi fuori in macchina. Nella nuova, Brancher sta al ministero delle Riforme e Berlusconi a Palazzo Chigi. E’ l’evoluzione della specie.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Fiorani: una talpa nel governo Dopo Fazio arriva la nuova legge: governatore in carica 6 anni
da Repubblica - 21 dicembre 2005
ROMA - Il governo ha varato la riforma della Banca d´Italia: sarà inserita nel ddl sul risparmio che l´esecutivo spera possa diventare legge già venerdì prossimo. La scelta del Governatore viene affidata al capo dello Stato e al governo. Subito dopo (entro i primi di gennaio) si procederà alla nomina del successore di Fazio: la rosa sarebbe ristretta a quattro candidati: Draghi, Padoa Schioppa, Monti e Grilli. Si è intanto venuto a sapere il nome della "spia" che nel governo avrebbe allertato Fiorani e i suoi amici sulle intercettazioni: Fiorani stesso ha indicato il sottosegretario alla Giustizia, Giuseppe Valentino, di An. Nuove rivelazioni anche sui prestiti di Bpi a esponenti della Lega. Ricucci indagato per false fatturazioni. I SERVIZI DA PAGINA 2 A PAGINA 9
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"È il sottosegretario Valentino la talpa dei telefoni controllati" Fiorani: rivelava a Ricucci i numeri intercettati Il raider di Zagarolo regalò al banchiere lodigiano un cellulare svizzero "sicuro" Sequestrato a Lodi un conto da 1,5 milioni Interrogato ieri Spinelli, oggi tocca a Boni
MARCO MENSURATI, FERRUCCIO SANSA
MILANO - Era nel Governo la spia estiva dei furbetti. La rivelazione è di Gianpiero Fiorani: ad informarci che i nostri telefonini erano sotto controllo, ha detto in sostanza, fu Stefano Ricucci; ad informare Ricucci, ha aggiunto, fu Giuseppe Valentino, sottosegretario alla Giustizia di Alleanza Nazionale. Dopo aver trascinato con sé, spingendolo definitivamente alle dimissioni, il numero uno di Bankitalia, Fiorani comincia dunque a raccontare chi c´era nella rete di protezione costruita negli anni sul cielo di Lodi, e dalle sue stesse parole appare finalmente chiaro cosa intendesse il giudice per le indagini preliminari Clementina Forleo quando, nel mandato di cattura spiccato una settimana fa, parlava di «protezioni interne ed esterne» alla banca, precisando subito dopo che queste erano «anche di altissimo livello». La vicenda della talpa è ormai piuttosto nota. In una delle intercettazioni telefoniche che hanno ingolfato l´estate della finanza italiana l´allora Governatore di Bankitalia Fazio informa sua moglie «di aver appreso che Fiorani era intercettato». Chi glielo aveva detto? Come aveva fatto a scoprirlo? Da subito finanzieri e magistrati hanno cercato di risolvere questi enigmi. Che si sono fatti ancora più oscuri dopo gli interrogatori di fine agosto, quando Fiorani ha sostenuto di «non aver mai avuto notizie certe sulle intercettazioni, ma solamente sospetti». Certo, aveva parzialmente ammesso, «Ricucci mi regalò un telefonino svizzero da usare solamente per le comunicazioni tra lui e me... Io del resto ero preoccupato per l´inchiesta romana, ma nessuno mi aveva informato... » La svolta arriva dopo l´arresto. Dopo poche ore di detenzione nel carcere di San Vittore Fiorani decide di ammettere anche questo aspetto. Poche parole, pesantissime: le notizie ce le aveva date Ricucci che era stato a sua volta informato da Giuseppe Valentino. Lo stesso sottosegretario che, nel corso dell´estate, si era fatto notare nella guerra all´uso delle intercettazioni da parte di Milano, uso che aveva definito «disinvolto»; sempre Valentino, nella stessa circostanza, propose di ricorrere a «soluzioni meno onerose» per queste attività investigative, che costerebbero ogni anno al ministero «750 miliardi di vecchie lire». Quel Valentino nei cui confronti la Procura distrettuale di Catanzaro nel novembre 2004 avrebbe compiuto indagini nell´ambito di un´inchiesta per presunti condizionamenti esercitati su magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Il reato ipotizzato era concorso in associazione per delinquere di tipo mafioso. Se Fiorani abbia detto la verità o meno, spetta adesso agli inquirenti stabilirlo. La procura di Milano, ora impegnata in altre attività investigative, sembra comunque intenzionata a vederci chiaro, in questa storia. Come del resto in tutte le altre raccontate nel corso degli interrogatori sostenuti durante il week end. Intanto i magistrati stanno raccogliendo riscontri alle dichiarazioni rilasciate da Gianpiero Fiorani in vista di nuovi interrogatori dell´ex numero uno di Lodi, di Gianfranco Boni e Fabio Massimo Conti, in carcere da martedì scorso. Ieri è stato ascoltato Silvano Spinelli, l´uomo che gestiva i conti vip. E i pm milanesi forse già oggi interrogheranno Gianfranco Boni, mentre potrebbero sentire Fiorani verso il week end. Per quanto riguarda Antonio Fazio che l´altro ieri si è dimesso, al momento indagato per insider trading, a quanto sembra la procura non ha urgenza di sentirlo. Intanto la Guardia di Finanza ha compiuto sequestri ieri a Lodi presso Popolare Italiana: un conto corrente su cui erano depositati un milione e mezzo di euro e che stava per essere svuotato. Il conto appartiene a un cliente privilegiato e indagato dagli inquirenti milanesi, Luigi Pacchiarini, che ha cercato di prelevare 1,3 milioni. In banca, però, si è trovato davanti gli uomini della Finanza.
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IL CASO Si stringe il cerchio sulle compravendite di Ricucci. La casa di via Lima non è sequestrata E ora l´immobiliarista romano è indagato anche per false fatture ELSA VINCI
ROMA - Gli immobili di Ricucci quando transitano da una società all´altra del gruppo Magiste cambiano valore e «le oscillazioni sono consistenti». Le fatture relative a questi passaggi non hanno convinto i pm Rodolfo Sabelli e Giuseppe Cascini, che hanno indagato l´immobiliarista pure per falso in bilancio e false fatturazioni. Si allunga la lista dei reati contestati dalla procura all´ex scalatore del gruppo Rcs, già accusato di aggiotaggio per la corsa al Corriere della Sera e di concorso in appropriazione indebita con Sergio Billè, per avere incassato un anticipo da 39 milioni dalla vendita «sospetta» di una palazzina ai Parioli, non finita sotto sequestro nella maxi operazione che ha consentito alla finanza di bloccare denaro, titoli, azioni per 75 milioni euro. L´anticipo per l´acquisto dell´edificio in via Lima è stato prelevato dal "fondo del presidente" che Billè non avrebbe dovuto toccare. In procura l´operazione viene considerata di «mascheramento». E non è la sola. Sono 14 le compravendite di immobili a Roma e a Milano fatte da Ricucci al vaglio dei magistrati. Sabelli e Cascini non hanno potuto non rilevare che le cifre indicate nei contratti di compravendita in alcuni casi non corrispondo a quelle registrate nei bilanci. È stata proprio la verifica sulle operazioni immobiliari del gruppo Magiste a travolgere Sergio Billè e i suoi più stretti collaboratori, accusati di appropriazione indebita per la gestione del cosiddetto "fondo del presidente", alimentato con i contributi dei dirigenti, gestito fuori bilancio, e creato per far fronte alle necessità straordinarie dell´associazione. Nell´ordinanza con cui ha disposto il sequestro di otto conti correnti, azioni, mobili d´antiquariato e oggetti d´arte, il gip Orlando Muntoni scrive: «Billè trasferiva a Confcommercio solo 3 milioni a fronte di finanziamenti per 17 milioni l´anno, usando le somme per fini esclusivamente personali». Molti gli acquisti dalla casa d´asta Sotheby´s. Insomma ingenti somme di denaro sarebbero state distratte. Ma non solo. L´attenzione dei magistrati si concentra sui compensi riservati ai vertici di Confcommercio e dell´Egap, ente che gestisce le attività promozionali dell´associazione e che - secondo l´accusa - è stato usato come contenitore per il denaro proveniente dal fondo vietato. Il gip sottolinea infatti come la paga «negli ultimi anni sia lievitata». E registra: «1.105.000 euro per Billè, 238.000 per il vice, 155.000 per consiglieri e presidente del collegio dei revisori, 11 mila euro per i revisori». «Tali importi, alcuni dei quali già esorbitanti - recita l´ordinanza - debbono essere maggiorati del 38%, percentuale prevista come indennità di fine rapporto e peraltro già ridistribuita due volte tra gli amministratori». Un filone di indagine riguarda le consulenze "allegre" conferite da Billè. L´ordinanza spiega che «sono in corso ulteriori indagini per verificare i rapporti tra i consulenti e gli indagati (13 in Confcommercio) e la natura dell´incarico conferito». C´è il sospetto di pagamenti di favore, di regalie. Il gip registra compensi «come contributi al programma di ristrutturazione di 361.519,83 di euro per Aldo Poli, responsabile economico della federazione, di 284.051,29 per i vicepresidenti Sangalli e Dardanello».
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Ds Milano - Rassegna stampa
La Cina "sorpassa" l´Italia parte l´assalto agli Stati Uniti Crescita del Pil, scalata tra i paesi industrializzati Pechino avrà maggiore influenza sul gruppo del G7, di cui ancora non fa parte Dieci anni di ascesa irresistibile, mentre qui si sconta una lunga stagnazione Il modello italiano è il più vulnerabile alla sfida cinese, dal tessile alle calzature. Ora sotto attacco anche design e automobili I calcoli della Banca mondiale indicano che anche Francia, Germania e Gran Bretagna sono state superate. Insidiato il Giappone DAL NOSTRO CORRISPONDENTE federico rampini
da Repubblica - 21 dicembre 2005
PECHINO - E´ un sorpasso che segna un´epoca. La Cina ha ufficialmente scavalcato l´Italia nella classifica delle nazioni industrializzate, relegandoci al settimo posto. L´exploit cinese è avvenuto un anno fa ma è stato rivelato solo ieri dalla revisione delle statistiche sul Prodotto interno lordo: l´equivalente dell´Istat di Pechino ha ritoccato a 1.930 miliardi di dollari il Pil cinese del 2004, contro i 1.670 miliardi dell´Italia. La Cina più di noi, quindi, dovrebbe avere voce nel G-7, il Gruppo dei sette grandi, di cui invece ancora non fa parte. Lo scossone nella classifica delle potenze industriali è il risultato di due fattori. Il primo è il divario tra una Cina in irresistibile ascesa e un´Italia inchiodata al suo declino: è da un decennio che Pechino mette a segno regolarmente una crescita del Pil del 9% all´anno, mentre nello stesso periodo l´Italia è affondata nella stagnazione. L´altra novità è la revisione delle statistiche di contabilità nazionale, con cui la Cina ha misurato più accuratamente le dimensioni della sua economia: in un colpo solo il suo Pil è cresciuto di 300 miliardi di dollari, +17%, grazie all´ultimo censimento economico nazionale che ha rilevato un´ampiezza inattesa del settore dei servizi. Si è anche scoperto che la crescita cinese non è solo trainata dalle esportazioni, perché i consumi interni sono più alti di quanto si credeva: un segnale positivo anche per chi guarda al gigante di 1,3 miliardi di abitanti come a un mercato. In realtà il ritocco al rialzo del Pil di Pechino dovrebbe essere molto superiore. Il peso reale dell´economia cinese è ancora più elevato di quanto non dica il sorpasso sull´Italia. Il valore di 1.930 miliardi di dollari infatti utilizza i prezzi correnti, e li converte usando la parità fra la moneta locale (renminbi o yuan) e il dollaro. E´ quindi un valore ancora inesatto per due ragioni: da un lato perché la moneta cinese è sottovalutata (gli americani sostengono che dovrebbe valere un 20-25% in più), d´altro lato perché il Pil nominale non tiene conto che il livello dei prezzi in Cina è molto inferiore. A parità di reddito il potere d´acquisto è molto più alto a Shanghai e Canton che a Roma e Milano (o New York). Il vero Pil è quello che viene misurato dalla Banca mondiale applicando il metodo della «parità di potere d´acquisto»: la ricchezza reale di ogni paese viene calcolata in proporzione al costo della vita locale. Secondo quel metodo la Cina non ha sorpassato solo l´Italia ma anche la Francia, l´Inghilterra e la Germania, e insidia il Giappone nel ruolo di seconda economia mondiale dietro gli Stati Uniti. E´ usando quello stesso metodo che la Cia, la centrale di intelligence di Washington, prevede che entro quarant´anni avverrà il sorpasso dei sorpassi: quello della Cina sugli Stati Uniti. Già la settimana scorsa gli americani hanno avuto un assaggio della sfida in atto. L´Ocse ha rivelato che il made in China ha rubato agli Stati Uniti il ruolo di leader nelle esportazioni di prodotti hi-tech. Dopo un decennio di crescita-record della sua industria elettronica la Cina ha superato per la prima volta l´America come maggiore fornitore mondiale di tutti i prodotti dell´Information Technology: l´insieme delle sue vendite di personal computer, laptop, telefonini e videocamere digitali ha raggiunto i 180 miliardi di dollari contro i 149 miliardi delle esportazioni americane. Il sorpasso sull´Italia, se è assai meno importante della sfida Cina-Usa, è però un segnale d´allarme per il nostro paese. Coincide con la notizia che nella classifica di Business Week delle 500 multinazionali più grandi del mondo sono scomparse due italiane e hanno fatto il loro ingresso 18 grandi imprese cinesi. L´Italia è il paese che soffre di più per l´irruzione del made in China sui mercati mondiali, perché il nostro modello di sviluppo è il più vulnerabile a questo tipo di sfida. Abbiamo coltivato specializzazioni in settori come il tessile-abbigliamento e il calzaturiero, dove la disponibilità di un immenso bacino di manodopera a buon mercato dà alla Cina un vantaggio competitivo inesauribile. Abbiamo tentato di spostarci su fasce a più alto valore aggiunto - puntando sulla qualità e il lusso - ma rapidamente si affacciano sulla scena dei designer asiatici che hanno l´ambizione di gareggiare anche a quei livelli. Si prepara lo sbarco delle auto cinesi in Europa, un altro choc nel settore delle utilitarie come lo fu l´arrivo delle giapponesi e poi delle coreane. Altri paesi industrializzati riescono a compensare almeno in parte gli squilibri commerciali grazie alle multinazionali e alla ricerca scientifica: i francesi vendono alla Cina centrali nucleari, i tedeschi treni ad alta velocità, gli americani i Boeing. Sono tutti settori dai quali l´industria italiana si è ritirata ormai da tempo.
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Pechino rivede al rialzo i dati sul Prodotto interno lordo del 2004 e annuncia: siamo la sesta potenza economica al mondo Il nuovo balzo della Cina: superata l'Italia Il Paese si scopre più ricco di 280 miliardi di dollari: ora vogliamo battere Londra e Parigi DAL NOSTRO CORRISPONDENTE Fabio Cavalera
dal Corriere - 21 dicembre 2005
PECHINO — La scala dei valori nell'economia globale è stata sovvertita ieri mattina quando la Cina ha annunciato di avere superato l'Italia e di essere diventata la sesta potenza al mondo. Un botto che era nell'aria e che non resterà isolato. Le sorprese non sono finite. Se il cammino proseguirà con la stessa intensità manifestata nell'ultimo decennio — proprio nulla per ora fa pensare a una brusca frenata — l'Impero di Mezzo insidierà presto Inghilterra e Francia. La classifica dell'economia internazionale viene terremotata grazie a una revisione delle statistiche del 2004 che assegnano alla Cina il 16,8 per cento in più nel volume complessivo del prodotto interno lordo. Il Pil si assesta su un cifra vicina ai duemila miliardi di dollari, 1.931 miliardi di valuta Usa anziché 1.653. Dati che erano comparsi nelle proiezioni delle maggiori istituzioni finanziarie occidentali e del Fondo monetario ma che adesso sono qualcosa di concreto. La nuova fotografia del Paese, alla quale hanno contribuito 13 milioni di rilevatori e di ricercatori, è fondata su numeri accurati e rende superate oltre che inadeguate alcune vecchie considerazioni. La Cina non è più soltanto «l'officina manifatturiera» del pianeta che sforna beni di basso costo e di bassa qualità ma è una economia nella quale i servizi e l'innovazione tecnologica, i cui finanziamenti pubblici sono raddoppiati, giocano da tre o quattro anni un ruolo di forte traino nel processo di formazione della ricchezza. Nei giorni scorsi l'Ocse aveva avvertito che la Repubblica popolare ha superato gli Stati Uniti nel primato delle esportazioni di hi-tech, 180 miliardi di dollari contro 149. Ora l'ufficio cinese delle statistiche rettifica la composizione del suo prodotto interno lordo e, suddividendola per settori, attribuisce al terziario (telecomunicazioni, trasporti, immobili e vendite all'ingrosso) l'accelerazione più importante. Esso contribuisce per il 40,7 per cento (e non più per il 31,9) alla crescita dell'economia. Calano invece le fette di Pil del settore secondario (l'industria di trasformazione) che passa dal 52,9 per cento al 46,2 e del settore primario (agricoltura) che copre il 13,1 per cento della torta. I dati sono importanti perché questa volta raccolti ed elaborati secondo una metodologia scientifica rigorosa ma hanno una chiave di lettura complessa che va ben oltre il loro impatto emozionale. Principalmente essi non devono essere scambiati per l'affermazione di un diffuso stato di benessere nella società cinese che, anzi, è ancora una meta lontana. Vanno presi piuttosto come l'indicazione che il miracolo si è consolidato e che dopo essersi avviato in condizioni di dumping sociale e ambientale — in assenza cioè di norme a tutela del lavoro e delle condizioni in cui si svolge così da abbattere i costi di produzione — tende ora ad uscire dalle aree tradizionali non protette dell'industria e ad affermarsi nelle aree a maggiore contenuto di capitale, di fantasia e di tecnologia. Un miracolo che, per tali motivi, stimola il club dei Paesi più ricchi sia alla sfida sulla innovazione sia alla cooperazione e allo scambio considerando le rispettive sfere di specializzazione e di convenienza. Le cifre che danno le dimensioni della sesta potenza economica mondiale nascondono due realtà in forte contrapposizione. La prima è quella che consegna l'immagine di un neo capitalismo forte e autoritario, già dominante in molti settori dei commerci internazionali. Un Paese che negli ultimi venti anni ha compiuto un balzo straordinario. Mai nella storia si era verificato un trend tanto veloce e sostenuto. Se prima del censimento la media di crescita del Pil era stata del 9 per cento dal 1994 al 2004, oggi è attestata nello stesso periodo fra il 9,7 e il 10,5 per cento su base annua. La seconda realtà è invece quella di un gigante che diventa più ricco ma che distribuisce questa sua modernizzazione in modo disomogeneo fra Est e Ovest, fra città e campagne, penalizzante per vaste aree di popolazione. La Cina ha fatto uscire dalla miseria 400 milioni di cittadini prima costretti a vivere con meno di un dollaro al giorno ma almeno altri 150 milioni (dato della Banca mondiale) sono tuttora in «acuta povertà». E altrettanti appena al di sopra della soglia minima. La sesta potenza economica è gonfia di sperequazioni e di diseguaglianze. Fonti di disagi e di conflitti diffusi che ne disturbano le prospettive di stabilità. Non è un caso che il governo stia prestando attenzione a misure in grado di elevare il reddito delle fasce marginali nelle campagne e nei centri urbani fermo a poco meno dell'equivalente di 80 euro al mese. Le statistiche pubblicate ieri raccontano una Cina più solida economicamente e più dinamica. La vera scommessa sul suo futuro è quella di riuscire a distribuire la ricchezza e a razionalizzare lo sviluppo. Diventare la sesta potenza economica non significa essere la sesta economia più ricca del mondo. Però il cammino è cominciato.
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Ds Milano - Rassegna stampa
La casa a chi è lombardo da 5 anni Il Comune dovrà rifare la graduatorie già pronte. Il Sunia: razzisti Gli inquilini faranno ricorso al Tar: "Sarà un caos" ANDREA MONTANARI
da Repubblica - 21 dicembre 2005
Da gennaio anche a Milano case popolari solo a chi risiede in Lombardia da almeno cinque anni, e graduatorie tutte da rifare. Sono le conseguenze di un emendamento fortemente voluto dalla Lega, ma anche da An, approvato ieri dal consiglio regionale al nuovo regolamento per l´assegnazione delle case popolari. Circa 60mila alloggi, se nel calcolo si tiene conto delle 40mila di proprietà dell´Aler, delle 23mila del Comune e delle circa novemila che fanno capo al demanio. Il risultato, secondo il Sunia, che preannuncia un ricorso al Tar, sarà il caos totale subito dopo Capodanno. «Si conferma la linea razzista della regione Lombardia - denuncia il numero uno del sindacato inquilini Carmela Rozza -. Questo nuovo provvedimento in pratica azzera le vecchie graduatorie. Con il risultato che da gennaio, ad esempio, molti autisti dell´Atm che sono arrivati da poco dal sud o tanti infermieri che lavorano negli ospedali lombardi pur non avendo la residenza da cinque anni, non potranno avere una casa». Attualmente sono circa 17.600 le domande di case giacenti. Di queste, mille sono di persone sotto sfratto e 10mila di cosiddetti sfrattati incombenti. I fatti stanno in questi termini. Ieri il Consiglio ha approvato la proroga dei vecchi regolamenti come chiesto da palazzo Marino. (Milano, infatti, tra i comuni con più di 100mila abitanti, era rimasta l´unica a non adeguarsi alle nuove norme). Con però una novità. Fino all´arrivo delle nuove commissioni di assegnazione, e in attesa dei nuovi bandi, varranno, sì, le vecchie graduatorie, ma le case verranno date già in base al nuovo criterio. Quello dei cinque anni minimi di residenza per chi lavora o vive in Lombardia. Esulta il capogruppo della Lega in Regione Massimo Zanello: «Finalmente giustizia è fatta. Siamo riusciti a raggiungere un importante traguardo a favore dei lombardi». D´accordo anche il consigliere di An Pietro Macconi: «Diventa una realtà la modifica della legge che avevamo approvato nella scorsa legislatura». Difendono il provvedimento frutto di un compromesso, dopo che ieri era saltato l´accordo faticosamente trovato nella Casa delle Libertà nei giorni scorsi in Commissione, l´assessore regionale alla Casa Gianpietro Borghini e l´assessore comunale ai Servizi Sociali Tiziana Maiolo. «Sono soddisfatto - ammette, con qualche imbarazzo il primo -. Ora il Comune non avrà più alibi per non aggiornare la graduatoria. È l´unico in Lombardia che non ha rispettato i tempi. Certo, avrei preferito concedere solo un´altra proroga». Piccata la giustificazione della Maiolo: «Borghini saprà che Milano non è un paesino». Poi ammette: «Sicuramente dovremo lavorare di più». E ancora: «Cinque anni di residenza per una casa sono troppi». Durissima l´opposizione di centrosinistra sia in Regione che a palazzo Marino. «Ancora una volta sarà una guerra tra poveri - spiega il consigliere diessino Marco Cipriano. Gli fa eco il capogruppo della Quercia in Comune Emanuele Fiano: «È una vera sconfitta del riformista Borghini, che ha dovuto ancora chinare la testa alla Lega».
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LA POLEMICA Cinque anni di residenza per avere le case Aler. Anche per i vecchi bandi M. Cre.
dal Corriere - 21 dicembre 2005
Cinque anni di residenza per ottenere una casa comunale a Milano. Dal marzo scorso, il provvedimento è legge: la prolungata residenza è prerequisito per poter chiedere l'assegnazione di un alloggio pubblico. Per An e il Carroccio, restava soltanto da sanare l'anomalia Milano: nel senso che il capoluogo lombardo ha ancora aperto un bando del 2002 da circa 17mila domande. Tutte presentate ben prima che la nuova legge sulla lunga residenza entrasse in vigore. L'occasione di metter mano alla materia è stata fornita dal Comune di Milano, che ha chiesto alla Regione una proroga: non ha fatto in tempo ad adeguare i suoi regolamenti alla nuova legge del Pirellone. E così, il consiglio regionale ieri ha dato il suo responso. In sostanza, la vecchia graduatoria è derubricata a elenco: da cui il Comune può sì prelevare i nomi dei nuovi assegnatari. Ma soltanto se rispettano la clausola dei cinque anni di residenza. In realtà, il provvedimento di ieri ha contenuto assai più politico che non pratico. Anche perché, molti di coloro che nel 2002 non raggiungevano la necessaria «anzianità», quasi quattro anni più tardi l'hanno certamente raggiunta. Insomma, Lega e An tenevano a ribadire il principio. E nel caso del Carroccio, anche a rinnovare la polemica con l'assessore alla Casa, il riformista Piero Borghini. E difatti il capogruppo padano Massimo Zanello spiega che «abbiamo riaffermato un principio così chiaro da essere stato inserito in legge. Purtroppo, l'assessore non ha ancora portato in giunta il regolamento attuativo». E dunque, conclude Zanello, il pronunciamento di ieri «è anche utile a evitare che qualcuno, nella carenza del regolamento, possa immaginare di assegnare gli alloggi ai senza requisiti». Dalla Quercia, il commento è di Marco Cipriano: «Il riformista Borghini ha dovuto subire l'ennesimo ricatto da parte delle frange estremiste del centrodestra, che lo hanno costretto a introdurre un criterio già bocciato una volta dal Tar e una volta dal Consiglio di Stato, perché si era addirittura introdotta una discriminazione tra disabili padani e disabili non padani per l'utilizzo delle tessere gratuite per il trasporto pubblico».
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Ds Milano - Rassegna stampa
Primarie, parte la sfida a quattro Oggi primo confronto tra i candidati sindaci dell´Unione
da Repubblica - 21 dicembre 2005
Ieri è scaduto il termine per presentare le firme, alle primarie dell´Unione il 29 gennaio si presenteranno quattro candidati sindaci: Bruno Ferrante, Dario Fo, Milly Moratti, Davide Corritore. Escluso dalla gara, invece, il verde Michele Sacerdoti: non è riuscito a raccogliere le firme necessarie (da 1.800 a 2.200) per partecipare alle primarie. Oggi pomeriggio i quattro candidati si presentano insieme al Circolo della Stampa per il loro primo confronto pubblico in vista dell´appuntamento di fine gennaio. I quattro candidati verranno sottoposti al rito incrociato delle domande di due giornalisti. A ciascuno di loro Repubblica ha chiesto di indicare cinque priorità per Milano. Dal traffico, allo smog, al problema della casa, al nuovo welfare al voto da concedere anche agli immigrati, alle agevolazioni alle giovani coppie per l´acquisto di una casa. Un confronto a trecentosessanta gradi sui maggiori problemi della città. Per fare proposte e lanciare progetti. Sono tutti d´accordo sul fatto che la città deve voltare pagina, ritrovare slancio e guardare verso il futuro. RODOLFO SALA A PAGINA III
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Al Circolo della Stampa primo dibattito pubblico per Ferrante, Fo, Milly Moratti e Corritore. Sacerdoti non raggiunge il quorum I quattro moschettieri dell´Unione Presentate le firme per i candidati, oggi via al confronto Un altro confronto collettivo si farà a fine gennaio. Il Cantiere ha definito il programma L´ex prefetto sostenuto da Ds e Margherita, il Nobel da Rifondazione Voto libero per i Verdi RODOLFO SALA
Adesso è ufficiale, sono quattro i candidati sindaci alle primarie dell´Unione che si terranno il 29 gennaio: Bruno Ferrante, Dario Fo, Milly Moratti e Davide Corritore. Ieri a mezzogiorno è scaduto il termine per presentare le firme raccolte a sostegno di ogni candidatura, da un minimo di 1.800 a un massimo di 2.200. L´ex prefetto, il Premio Nobel, la signora Inter, e l´economista indipendente non hanno avuto problemi. E sono stati ammessi alla gara. Non ce l´ha fatta, invece, un quinto candidato: il verde Michele Sacerdoti, partito in ritardo rispetto agli altri, si è fermato a poco più di mille firme. Sacerdoti ha chiesto una proroga per avere il tempo di raccoglierne altre e di arrivare a 1.800: richiesta respinta dal comitato elettorale dell´Unione. Lo stesso che oggi renderà noto l´ordine in cui i candidati compariranno sulla scheda (si procede a estrazione). E sempre oggi i quattro aspiranti sindaci del centrosinistra si presentano al Circolo della Stampa, inizio alle 15,30, per il loro primo confronto pubblico. Vengono intervistati da due giornalisti di emittenti tv locali, non c´è un argomento all´ordine del giorno: «Confronto a 360 gradi, ognuno potrà dire la sua su tutto», spiegano dalla sede di via Pergolesi gli stati maggiori dell´Unione. Un altro confronto a quattro «ufficiale» si farà a fine gennaio, nel frattempo Ferrante, Fo, Moratti e Corritore continueranno a incontrare i cittadini come hanno fatto finora. Cercando se possibile di intensificare le presenze comuni. Intanto, dopo tre mesi di lavoro, il Cantiere (partiti e associazioni) ha definito le linee guida della coalizione in vista delle elezioni comunali. È uno scheletro di programma - quello definitivo verrà presentato dal vincitore delle primarie - sul quale c´è l´accordo di tutti. Ai blocchi di partenza Ferrante si presenta con l´appoggio di Ds e Margherita; Dario Fo con quello di Rifondazione. I Verdi hanno lasciato libertà di coscienza ai loro iscritti e simpatizzanti. Corritore partecipa come indipendente, la Moratti chiede voti per una città «più aperta e solidale». Alle primarie nazionali, quelle del 16 ottobre, avevano partecipato oltre 100mila milanesi. «Si è trattato di un risultato straordinario», spiegano i rappresentanti dei partiti. L´obiettivo, non dichiarato, è bissarlo: «Sappiamo che è molto difficile - aggiungono - perché quelle primarie avevano un grande traino nazionale, ma non disperiamo».
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"Mai più tollerabile un allarme di così tanti giorni" Ferrante: contro lo smog lavorerò con Formigoni Sconti sull´Ici per chi affitta a bassi costi
Traffico. Fermare l´eccesso di traffico con interventi di lungo periodo concordati con le altre istituzioni, in primo luogo la Regione e i sindaci dell´hinterland: non deve più succedere che per 130 giorni si superi la soglia massima di smog senza che sia preso alcun provvedimento. Legalità. Massimo rigore nel far rispettare leggi vigenti, soprattutto per quello che riguarda gli immobili comunali. La sicurezza va garantita rendendo più vivi i quartieri e dev´essere sempre coniugata con il principio di solidarietà. Casa. Ici differenziata, con una doppia aliquota. Può aumentare quella sulle seconde case e sugli appartamenti tenuti sfitti dai proprietari. Sconti sull´Ici, invece, per chi affitta a canone agevolato. Aiuto alle giovani coppie per l´acquisto di alloggi a prezzi sostenibili. Ambiente e qualità urbana. L´urbanistica a Milano deve essere improntata alla massima attenzione all´equilibrio tra attività edilizie e spazi di verde pubblico. Immigrazione. Gli immigrati regolari sono cittadini a tutti gli effetti, titolari di diritti e doveri. Tra i loro diritti c´è anche quello al voto amministrativo. In questo modo si sentono maggiormente coinvolti nella comunità.
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"Farò chiudere il centro al traffico privato" Dario Fo: stop al cemento No ai progetti Fiera e Isola Al Comune energia, acqua e trasporti
Aria. Per affrontare l´emergenza smog che uccide ogni anno 1.300 persone, misure immediate come blocco del traffico e aumento del trasporto pubblico di superficie fino al rientro nei limiti consentiti. Sostituzione per ordinanza del gasolio per trazione con biocombustibili. Chiusura del centro al traffico privato. Decentramento. Favorire una rete di municipalità alle quali trasferire le funzioni degli assessorati, fare di ogni periferia il centro di una comunità. Casa e territorio. Nel centro storico ripristino e allargamento delle aree a edilizia convenzionata. Abbandono dei progetti come quelli della Fiera e dell´Isola, che prevedono milioni di metri cubi di cemento senza edilizia convenzionata. Difesa dei beni comuni. Le aziende di interesse collettivo devono rimanere o tornare sotto il controllo pubblico: acqua, energia, trasporti, farmacie. Bilancio partecipato. Valorizzare l´esperienza di comitati e associazioni che hanno costruito nel tempo un tessuto di soggetti che si organizzano sul territorio, mettere in rete queste risorse per rinnovare concretamente il rapporto tra politica e società, tra partiti e soggetti sociali. Il bilancio non deve essere scritto al chiuso di Palazzo Marino.
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"Gli uffici vuoti devono essere riconvertiti in case" Moratti: coppie e bambini al centro del nuovo welfare Un buono mobilità per l´uso del tram
Ritorno alle politiche pubbliche. Ricostruire il welfare cittadino che deve acquisire una nuova centralità in una Milano dove giovani coppie, anziani, bambini, immigrati sono esclusi dalle opportunità che la città offre. Casa. Monitoraggio costante della disponibilità abitativa, riconversione ad uso abitativo di stabili destinati ad uffici ora vuoti, di caserme non più in uso; esenzione dall´Ici a chi affitta a canone calmierato. Trasporti. potenziare i mezzi pubblici; ridistribuire il lavoro e le funzioni su un territorio più vasto, più vicino ai luoghi dove le persone abitano per evitare spostamenti troppo unghi; istituire un "buono mobilità" - simile ai buoni pasto aziendali - da sfruttare per l´utilizzo dei mezzi pubblici e dell´uso collettivo delle auto (car pooling); regolamentare il trasporto delle merci. Bambini. Istituzione di un Assessorato per i bambini che consenta di impiegare tutte le risorse finora non utilizzate per le politiche per l´infanzia. Urbanistica. Istituzione di un Ufficio per l´urbanistica partecipata che consulti i cittadini sin dalla fase iniziale della progettazione. Prestare grande attenzione ai Parchi della cintura cittadina.
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"Pedaggio per chi entra in città con l´auto" Corritore: case a riscatto per giovani sotto i 40 anni Internet gratis con la rete diffusa
Casa. Creazione di un fondo immobiliare istituito dal Comune dove confluiscano investimenti dei risparmiatori milanesi e di enti non profit, per realizzare un piano di edilizia pubblica che contempli la vendita di case a riscatto per giovani sotto i 40 anni con redditi inferiori a 18 milioni. Traffico. Pagamento di un pedaggio per chi usa l´auto privata all´interno del perimetro della 90-91. Gratta e circola al posto delle telecamere. Alla domenica pedonalizzazione del centro storico e delle vie dello shopping. Scuola. Coinvolgere le imprese nell´istituzione di un fondo da cui attingere per interventi contro il degrado nelle scuole elementari e medie. Internet per tutti. Rendere accessibile la rete in ogni casa e luogo di incontro: con la rete diffusa si moltiplicano anche le possibilità di creare nuove imprese e professioni. Immigrazione. Il Comune dà vita a una agenzia di servizi rivolta ai nuovi cittadini stranieri. Con due obiettivi: garantire a tutti, a cominciare dai bambini, l´insegnamento dell´italiano; lavorare su percorsi di formazione professionale che riguardino le professioni del futuro.
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CENTROSINISTRA Unione, in 4 alle primarie Oggi il faccia a faccia E.So.
dal Corriere - 21 dicembre 2005
Michele Sacerdoti non ce l'ha fatta e alle primarie del centrosinistra restano quattro candidati che ieri hanno depositato le firme e che oggi verranno ufficialmente presentati: Davide Corritore, Bruno Ferrante, Dario Fo, Milly Moratti. Il quinto candidato, che si era fatto avanti a campagna elettorale già avviata, ha depositato ieri 1077 firme, rispetto alle 1800 chieste dal regolamento. Sacerdoti, ambientalista che dal '91 al '99 è stato consigliere dei Verdi in zona 3, ha scritto ai partiti chiedendo una proroga: «Ho fatto notare — spiega — che ho ritirato i moduli una settimana dopo i miei concorrenti, il 3 dicembre, e che non avevo strutture di partito alle spalle. Mi risulta che anche per Dario Fo siano state necessarie 1500 firme raccolte da Rifondazione. Per Ferrante si sono mobilitati Ds e Margherita, mentre Milly Moratti e Davide Corritore hanno avuto tempo di organizzare loro reti con gli studenti e i volontari. Io mi sono affidato solo ai cittadini che ho incontrato personalmente percorrendo chilometri e chilometri in bicicletta. Credo che anche per rispetto a queste firme i partiti dovrebbero darmi altro tempo». L'alternativa, ha ribadito Sacerdoti, «è di togliere il vincolo che impedisce di firmare per due candidati, possibilità per la quale si erano già battuti a suo tempo Moratti e Corritore, senza peraltro ottenere risultati». Ieri sera si è poi riunito il comitato elettorale, che aveva fissato le norme per partecipare alle primarie: tra cui, appunto, quella delle 1800 firme minime necessarie per essere ammessi alla disfida del 29 gennaio prossimo. E la risposta è stata negativa. Quindi, a meno di colpi di scena strada facendo, i candidati sono Davide Corritore, Bruno Ferrante, Dario Fo, Milly Moratti. Questo pomeriggio, al Circolo della Stampa, ci sarà la presentazione ufficiale del quartetto per il primo confronto con un'intervista a quattro voci. E sarà l'occasione per mettere a confronto, per la prima volta, i programmi.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Giulietto Chiesa: l'Europa per me è una speranza di pace
Offriamo ai nostri lettori il testo di un'intervista di Giulietto Chiesa, rilasciata per la newsletter della capogruppo dei Verdi al Parlamento europeo, Monica Frassoni. I temi toccati sono quelli al centro dell'attenzione e del lavoro quotidiano di Megachip.
Al Parlamento europeo sei vice-presidente della commissione per il commercio internazionale. Hai partecipato al Vertice dell'Organizzazione Mondiale del Commercio ad Hong Kong. Quali prospettive per lo sviluppo sostenibile nell'ambito del commercio internazionale?
Risposta- Purtroppo assai scarse, per non dire nulle. Gli impegni dell'Occidente a sostegno dello sviluppo dei paesi poveri sono rimandate a data da destinarsi, cioè a quando l'Occidente (l'Europa è appena un pò meglio, ma non sempre) avrà capito che il tipo di sviluppo che caratterizza l'economia mondiale è catastrofico in tutti i sensi. Continuiamo a voler crescere, e ci rifiutiamo di prendere atto che da quarant'anni il prodotto interlo lordo mondiale cresce sempre di meno. A riprova, tra l'altro, che tutte le chiacchere sulla globalizzazione come motore dello sviluppo sono appunto chiacchere. In secondo luogo non vogliamo capire che la crescita è ormai insostenibile. Cioè che la stessa idea di sviluppo sostenibile rischia tra non molto di essere una contraddizione in termini.
Conosci bene la realtà russa essendo stato a lungo corrispondente da Mosca in qualità di giornalista. Come sono cambiate secondo te le relazioni UE-Russia in seguito all'allargamento del 1 maggio 2004 ai paesi dell'Europa centrale e orientale?
Risposta- Cambiate in peggio. Perchè l'ingresso dei paesi est-europei ha inasprito lo stato dei rapporti con la Russia. Di fatto ha diminuito la capacità dell'Europa di fare politica e diplomazia adeguate e ha spostato l'Europa su posizioni antirusse e filo-americane. Molto, molto male.
Libertà dell'informazione e pluralismo dei media sono temi che ti stanno particolarmente a cuore. Secondo te come viene percepita l'anomalia italiana in questi settori dai colleghi europarlamentari stranieri?
Risposta- Dell'Italia si ride in Europa, e giustamente dato il governo che abbiamo. Purtroppo la Commissione Europea ha però di questo problema una visione oltremodo industrial-concorrenziale-liberista, culturalmente molto "americana" e anche, per quanto possa apparire strano, molto "berlusconiana". Lo conferma l'intenzione, che io considero aberrante, della commissaria Reding di togliere i tetti alla quantità dei messaggi pubblicitari. L'importanza dei media come strumento di condizionamento dell'opinione pubblica viene completamente ignorata. E' una linea burocratico-autoritaria che intende aggravare lo stato di cose esistente e che, infatti, non fa nulla nemmeno nella sfera dove è abilitata ad agire, cioè in funzione antitrust. La prova provata è che le giustificate rimostranze e azioni legali di Europa 7, titolare di diritti violati, sono rimaste da anni senza alcun ascolto, e per giunta senza neanche spiegare le ragioni del silenzio. il che conferma che il problema dei media è il problema dei problemi, quello del potere.
Qual è il bilancio che potresti fare dopo il tuo primo anno e mezzo di mandato al Parlamento europeo? Quali sono i temi sui quali concentri e/o concentrerai la tua attività?
Risposta: per le ragioni di cui sopra intendo moltiplicare i miei sforzi per democratizzare i sistemi di comunicazionee informazione. In questo anno ho imparato moltissimo. In primo luogo ho capito che le idee che avevo dell'Europa, nel bene e nel male, erano molto, molto approssimative. Riassumo così: l'Europa è ancora meglio degli Stati Uniti secondo tutti i parametri fondamentali dei diritti, del sistema sociale, della cultura, perfino dell'efficienza. L'Europa è meglio dell'Italia su molti parametri, non su tutti. Quindi è bene che siamo in Europa anche perchè possiamo imparare qualche cosa. Ma la nostra Costituzione è di gran lunga più democratica di quella europea, sia di quella in vigore, che di quella che dovrebbe sostituirla. L'Europa è, per me, una speranza: che riesca a svolgere un'azione di freno verso gli Stati Uniti, che sono ormai da tempo il vero "disturbatore" della pace mondiale www.megachip.info
Cronache di una frontiera ineguale Luca Sebastiani
Un fiasco. O forse ancor peggio. Il summit euro-mediterraneo del 27/28 novembre scorso, a Barcellona, si è chiuso con la constatazione del niente di fatto, colla presa d’atto che dopo dieci anni dal lancio del partenariato Euromed passi non se ne sono fatti, in nessuna direzione. Il Mediterraneo resta la frontiera più ineguale del mondo. E lo resterà a lungo. Con tutti i suoi corollari.
Alla vigilia dell’incontro nessuno si era fatto illusioni. Dei capi di governo dei dieci paesi dell’altra sponda del bacino mediterraneo solo la Turchia e l’Autorità palestinese avevano confermato la loro partecipazione. Gli altri, Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Marocco, Siria e Tunisia, avevano già addotto scuse più o meno ricevibili per disertare il vertice; in verità tutti intenzionati a boicottarlo in virtù delle proprie posizioni critiche sui risultati economici e gli orientamenti politici del processo di Barcellona.
Alla fine neanche lo striminzito accordo su un “codice di condotta contro il terrorismo” uscito dai negoziati e brandito come un successo da Tony Blair, presidente di turno dell’Ue, è servito a coprire l’impasse della collaborazione tra le due rive del Mediterraneo.
Lanciato nella stessa capitale spagnola esattamente dieci anni fa, nel 1995, il partenariato prevedeva una cooperazione in tre punti tra Unione Europea (più Bulgaria, Romania e Croazia) e i confinanti del Sud: partenariato politico e di sicurezza; economico e finanziario; sociale e culturale. Per sostenerli l’Ue aveva stanziato 20 miliardi di euro, 9 direttamente dal proprio bilancio e 11 sotto forma di prestiti della Banca europea d’investimento.
Gli europei, che allora avevano già intrapreso l’allargamento a Est, leggevano nella difficile situazione economica del Sud e nella fecondità dei paesi arabo musulmani, un doppio pericolo per il futuro prossimo: lo sbarco sulle proprie sponde di masse di diseredati alla ricerca di lavoro e benessere e la diffusione sempre più massiccia dell’islamismo. Bisognava allora avviare una strategia che permettesse di costruire una vasta zona di libero scambio regionale tra le due rive mediterranee con l’accompagnamento di fondi strutturali per facilitare le riforme e gli aggiustamenti necessari. Il Sud aveva bisogno di creare 100 milioni di posti di lavoro entro il 2020 per rispondere alla disoccupazione interna e ad una curva demografica in progressione. Per farlo necessitava di una crescita di almeno il doppio, del 6 o 7%.
Dieci anni dopo, nel 2005, i due continenti sembrano sempre più alla deriva. Invece di diminuire le disuguaglianze si sono accentuate e se il reddito medio per abitante nella zona Euro è passato da 20mila a 30mila dollari, nei paesi del Sud è restato praticamente lo stesso, intorno ai 5mila.
Molte le cause del fallimento che implicano la responsabilità di entrambe le controparti. L’Unione ha ottenuto l’apertura dei mercati industriali, ma ha mantenuto chiuso a doppia mandata il proprio mercato agricolo, custodito da barriere sanitarie e ambientali invalicabili. Gli scambi – a parte il petrolio – sono rimasti asimmetrici, mentre i capitali diretti a Sud rimangono rari (un magro 1,5%) e continuano a preferire la strada dell’Est e dell’Estremo Oriente. Da parte loro, d’altronde, i paesi partner meridionali hanno fatto ben poco per attirarli. Le riforme giuridiche, istituzionali e scolastiche hanno fatto solo timidi passi, mentre la chiusura atavica e la diffidenza reciproca hanno impedito l’apertura l’un l’altro dei mercati nazionali.
Insomma, troppo poco o niente affatto è stato fatto affinché il progetto di Barcellona diventasse operativo e ora il dibattito sembra impigliato sull’amletica questione se debbano venire prima i progressi democratici-istituzionali – posizione dell’Ue – o quelli economici – posizione dei paesi del Sud che leggono le pressioni europee come inaccettabili ingerenze.
Il fatto è che dallo sviluppo della cooperazione e dalla sua riuscita dipende il futuro non solo dell’area, bensì la sopravvivenza stessa dell’Europa come potenza economico-politica in grado di incidere sui processi della mondializzazione.
Secondo uno studio recente dell’Istituto francese di relazioni internazionali (Ifri), a causa dell’invecchiamento della sua popolazione e dell’insufficienza della sua produttività, nei prossimi anni l’Europa uscirà di fatto dal discorso internazionale stretta tra la crescita asiatica (in particolar modo la Cina) e la tenuta statunitense. Se la tendenza attuale rimarrà immutata, la crescita media dell’Ue si attesterà sul 2,3% annuo fino al 2020 per precipitare all’1,1% tra il 2021 e il 2050. A quell’altezza il peso europeo nella produzione mondiale passerà al 12% contro il 23% del 2000.
È in questo scenario che il Mediterraneo diventa centrale. Solo aprendo le porte all’immigrazione e creando un’area di libero scambio e di valori che vada da Est (Russia) a Sud (il Mediterraneo), l’Europa può invertire il proprio declino e immaginare di potersi far largo tra Asia e America. Immaginare di diventare attrattiva e poter dire la sua.
Per ora, tra un’Unione in panne di prospettive politiche ed economiche con una Costituzione appena sepolta e un bilancio non ancora disegnato, e un ancoraggio a Sud non ancora neanche iniziato, il futuro non appare certo roseo. Ci vorrebbe un’Europa che esprima una volontà politica comune, che esprima una visione del mondo che sappia abbracciare il futuro e che sia condivisa dai suoi membri prima e dai suoi partner poi.
Barcellona ci segnala che siamo in alto mare. http://www.caffeeuropa.it/
La sfida che viene dal Sud di Richard Gott (Guardian) Il neo-presidente boliviano Evo Morales è entrato a far parte di quel crescente numero di governi di sinistra sudamericani critici verso le teorie economiche neoliberiste degli ultimi vent'anni. Gli Usa ora vengono sfidati dal loro fianco meridionale La larga votazione a favore di Evo Morales, il candidato socialista indigeno alle elezioni presidenziali della Bolivia, e l'attesa ratificazione del suo successo da parte del Congresso nazionale, evidenzia un nuovo e affascinante momento nello spiegamento delle forze politiche radicali in America Latina.
Morales è un personaggio carismatico che rappresenta due importanti componenti della tradizione politica boliviana. Leader indigeno aymara, egli è inoltre il portavoce del potente partito socialista del paese e della corrente nazionalista che, generazione dopo generazione, esce regolarmente allo scoperto.
Contrariamente al giudizio comune, l'alleanza tra queste tradizioni dovrebbe assicurare al governo del neo-presidente una certa stabilità nell'affrontare i conflitti politici che si trova di fronte. Considerando come Morales sia anche il massimo dirigente della Federazione dei coltivatori di coca, la materia prima di quella cocaina così cara ai cittadini americani, la Bolivia inevitabilmente si troverà ad essere condizionata dalle decisioni prese oltre i propri confini.
Sottostante la storia delle maggioranze indigene in Bolivia si trova la dura eredità di secoli di dominio coloniale spagnolo, come si trova il brullo retaggio dei governi indipendenti che si sono succeduti nel corso del XIX secolo. Questi vennnero instaurati dai coloni europei, ai quali vennero fornite terre e i quali reinstaurarono lo schiavismo e l'oppressione. Lo scontro tra coloni bianchi da una parte – oggi in particolare posizione di forza nella provincia orientale di santa Cruz – e popolo indigeno dell'altopiano delle Ande occidentali dall'altra ha costituito lo sfondo della politica boliviana degli ultimi due secoli.
La tradizione del nazionalismo boliviano di sinistra ha avuto origine a seguito della Guerra del Chaco, il conflitto scoppiato tra Bolivia e Paraguay negli anni trenta. Esso portò alla diffusione del nazionalismo del petrolio (la prima iniziativa del genere nella storia dell'America Latina), l'emersione di diverse dittature militari ed una vera e propria rivoluzione nel 1952. Questi eventi e quelli successivi spesso sono sfociati nella violenza e nelle repressioni più violente.
Tra gli eroi caduti di Morales e del suo partito, il Movimento al Socialismo (Mas), figura Gualberto Villaroel, l'ufficiale militare riformista che venne deposto e ucciso e il cui corpo fu appeso a un lampione nella piazza principale di La Paz nel 1946, il rivoluzionario cubano Che Guevara che venne fucilato nella Bolivia orientale nel 1967, come del resto Tupac Katari, il leader della rivolta contro la spagna del 1780.
Se un tempo i dibattiti politici riguardavano lo sfruttamento della classe operaia, oggi si concentrano sulla prooprietà e sullo sviluppo delle risorse naturali. Una grossa fetta dei sostenitori di Morales sono coloro che in questi anni si sono mobilitati per le "guerre dell'acqua", una serie di vittoriose battaglie tenutesi in diverse città contro la privatizzazione dei rifornimenti di acqua nel paese.
Morales, come noto, è il leader dei coltivatori di coca, un settore caratterizzato da una produzione a base di manodopera altamente intensiva fornisce occupazione per migliaia di indigeni rimossi dalle stagnanti miniere di Stato. Il neo-presidente intende interrompere la cooperazione con gli Stati Uniti nello sradicamento delle colture di coca, sostenendo come la questione delle tossicodipendenze negli Usa non sia un problema della Bolivia.
Nel frattempo, gli eredi dei coloni bianchi di Santa Cruz e di Tarija stanno tentando di non perdere il controllo dello sfruttamento dei ricchi depositi di petrolio e gas naturale che consentono il sostentamento dell'intera Bolivia. Essi temono l'instaurazione di un governo nazionale indigeno e minacciano di dichiarare la propria indipendenza se non verranno lasciati operare in autonomia.
Lo staff economico di Morales ha già programmato la rinazionalizzazione delle risorse energetiche del paese e nuove regole contrattuali con le società straniere. Seguendo l'esempio tratto dal nuovo libro sulle politiche per l'America Latina scritto da Hugo Chávez, Morales cercherà di prendere a modello la riforma energetica statale venezuelana, che è riuscita a garantire accordi vantaggiosi con le compagnie petrolifere straniere senza eccessivi clamori.
Sempre seguendo l'esempio del Venezuela, il leader indigeno concentrerà nel suo primo annno di mandato un'assemblea costituente e formulerà un trattato costituzionale che assicurerà il ruolo preponderante della popolazione indigena all'interno del governo. Le caratteristiche relativamente riformiste del suo programma dovrebbero tranquilizzare i timori dei coloni e degli Stati Uniti e rassicurare gli elettori indigeni, ansiosi di un immediato miglioramento delle loro condizioni di vita, sul fatto che un nuovo futuro per loro si profila all'orizzonte.
Il programma governativo di Morales – e la sua intenzione di portarlo a termine – ha già suscitato preoccupazioni per gli scenari più catastrofici. Alcuni prevedono che la provincia di Santa Cruz, ricca di petrolio, potrebbe secessionarsi dalla repubblica boliviana e unirsi al Brasile. Altri immaginanole truppe cilene ammassate sulla frontiera andina a dichiarare guerra come fecero nel 1879. Altri ancora parlano di un'ipotetica invasione degli Usa dalla loro base militare in Paraguay, evocando lo spettro di una nuova Guerra del Chaco.
Coloro che propongono tali drasticità tendono ad ignorare la difficoltà pratica di poter condurre una guerra nei territori delle Ande e del bacino delle Amazzoni. E inoltre non considerano che Morales non è da solo. Il neo-presidente boliviano è entrato a far parte di quel crescente numero di governi di sinistra sudamericani critici verso le teorie economiche neoliberiste degli ultimi vent'anni e profondamente ostili alle brame egemoniche degli Stati Uniti. Dietro di loro stanno i sempre più potenti movimenti indigeni dell'Ecuador e del Perù, che vantano una discreta influenza politica.
Gli Stati Uniti, già messi sotto tensione in altri continenti, si trovano ora ad affrontare la sfida proveniente dal loro fianco meridionale, che negli ultimi anni ha conosciuto una crescita e una diffusione senza precedenti.
Fonte: http://www.guardian.co.uk/comment/story/0,3604,1670949,00.html Tradotto da Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media
Georgia: tra l’allontanamento dalla Russia e l’avvicinamento all’UE
A due anni dalla rivoluzione delle rose, il governo di Tblisi ha compiuto e sta compiendo numerosi passi in avanti nel campo delle riforme economiche e sociali volte all’obiettivo di raggiungere una piena integrazione nella NATO e nell’Unione Europea. Si tratta di un processo di lungo periodo che potrebbe, però, far sentire i suoi effetti già nei prossimi anni. Restano però ancora irrisolti i nodi relativi alla situazione in Ossezia del sud e Abkhazia. Situazione ulteriormente complicata dall’ingombrante presenza di forze di peace-keeping russe nelle due repubbliche.
Felice Di Leo
Equilibri.net Il processo di avvicinamento alla NATO
Il primo ministro georgiano Zurab Noghaideli durante la sua visita ufficiale a Bruxelles lo scorso mese di novembre ha confermato la volontà del proprio esecutivo di proseguire nel processo riformatore che potrà consentire al suo paese di entrare a far parte in un primo tempo della NATO e successivamente, in un futuro non prossimo ma nemmeno molto remoto, entrare a far parte a pieno titolo dell’Unione Europea. Dalla sua visita il primo ministro ha ottenuto segnali incoraggianti relativamente ai programmi futuri del proprio governo. Il segretario generale della NATO, Jaap de Hoop Scheffer ha, infatti, confermato che le porte dell’organizzazione sono aperte per il paese caucasico e che nessun paese terzo potrà eventualmente porre veti. L’eventuale adesione di Tblisi viene a dipendere, quindi, esclusivamente dalla sua capacità di riformare il suo apparato di difesa e soprattutto dalla soluzione dei due conflitti in Ossezia del sud e Abkhazia che si protraggono oramai dal 1992.
Uno dei maggiori scogli ad una soluzione del conflitto è rappresentato, però, dall’azione del governo di Mosca. Contestualmente alla visita di Noghaideli a Bruxelles, infatti, il ministro della difesa georgiano Irakli Okruashvili ha diffuso un comunicato in cui indicava la presenza di forze militari russe nel paese come destabilizzanti riferendosi soprattutto alle forze di peace keeping di Mosca presenti in Ossetia del sud e Abkhazia, accusate di fomentare la guerriglia anti-georgiana e di favorire i traffici illeciti, la maggiore fonte di reddito delle forze secessioniste. Ma anche la presenza delle due basi militari situate sul territorio nazionale, eredità del periodo sovietico e viste come una minaccia all’indipendenza del paese. Le autorità moscovite hanno risposto alle accuse dichiarando che il loro compito è al contrario di quanto sostenuto da Tblisi di prevenire eventuali azioni anti-georgiane e che eventuali contrasti tra Mosca e il governo georgiano non farebbero altro che complicare ulteriormente la situazione in Ossetia del sud. Le accuse provenienti dal governo georgiano sono state definite strumentali e volte a distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi economici che affliggono il paese. Le autorità georgiane hanno, però, ignorato le minacce provenienti dalla Russia e hanno cercato di inserire nelle negoziazioni anche l’Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione Economica. La richiesta di una partecipazione attiva dell’organizzazione internazionale è stata formalizzata dal ministro degli esteri georgiano Gela Bezhuashvili alla conferenza annuale dell’OSCE tenutasi a Lubiana. Il ministro ha chiesto, inoltre, l’instaurazione di una forza di polizia internazionale nel distretto di Gali in Abkhazia al fine di proteggere una consistente minoranza georgiana soggetta a continue vessazioni. Difficilmente, però, le richieste di Tblisi verranno assecondate; Mosca ha, infatti, espresso la propria contrarietà all’intervento dell’organismo internazionale temendo di poter perdere la propria influenza, già duramente minacciata dalla presenza degli Stati Uniti nella regione. In risposta alle richieste dell’omologo georgiano il ministro degli esteri russo ha, infatti, fatto una controproposta chiedendo di dar vita ad una nuova sessione straordinaria dell’organismo di controllo congiunto per i rapporti tra la Georgia e l’Ossetia del sud. La commissione comprende la Georgia, la Russia, la repubblica sovietica dell’Ossetia del Nord e l’Ossetia del sud ed è stata istituita al fine di cercare una soluzione al conflitto nel 1993. Il governo georgiano ha, però, declinato l’offerta rifiutando ulteriori trattative che vedano la Russia come parte attiva.
Il cammino verso l’Unione Europea e il processo di riforma interno
Se per l’ingresso nella NATO i passi in avanti compiuti dal governo di Tblisi fanno pensare alla possibilità di un’adesione in un futuro non remoto, il processo di avvicinamento all’Unione Europea pur registrando dei significativi passi in avanti è ben lontano dall’essere definito. Una delle poche certezze per la Georgia è, infatti, l’essere molto vicina ad essere inclusa nella politica di vicinato dell’Unione. Il programma, però, non garantisce al paese la possibilità di entrare a far parte in futuro dell’Unione e anzi in molti casi viene utilizzato come un diversivo per allontanare il più possibile i negoziati per l’ingresso vero e proprio nell’Unione Europea. Allo stesso tempo, però, fornisce un sostegno ai paesi che ne entrano a far parte per portare avanti le riforme economiche e sociali richieste per un eventuale ingresso e contribuisce ad instaurare comunque stretti legami, sia politici che economici, con Bruxelles.
Durante la visita del primo ministro Noghaideli è stato, inoltre, fissato un incontro tra le autorità politiche georgiane e il presidente della Commissione europea Barroso, la commissaria responsabile per le relazioni esterne Benita Ferrero Waldner e il rappresentante della politica estera dell’Unione Javier Solana. L’incontro di cui, però, ancora non si conosce la data dovrebbe sancire i passi in avanti fatti da Tblisi nell’ambito delle riforme economiche e allo stesso tempo stabilire le ulteriori riforme necessarie per poter inserire ufficialmente la Georgia nel programma di vicinato dell’Unione.
Sul piano interno, però, il cammino delle riforme si presenta piuttosto lungo e pieno di insidie. Il nodo cruciale del processo resta, infatti, quello delle privatizzazioni. Il governo georgiano ha, infatti, lanciato un’ambiziosa campagna di privatizzazioni arrivando in alcuni casi addirittura a svendere alcune aziende che sono state messe sul mercato ad un valore pari al cinquanta per cento del loro prezzo di mercato. Ma, secondo l’opposizione, il danno maggiore di un tale processo è rappresentato dall’assoluta mancanza di regole. Difatti è addirittura possibile acquistare un’azienda dichiarando all’autorità competente che si pagherà un dollaro in più dell’offerta massima pervenuta.
La totale assenza di regole consente inoltre il fiorire di pratiche di corruzione e finisce con l’allontanare gli investitori esteri dal paese. Emblematica in tal caso la privatizzazione dell’azienda metallurgica Rustovi di cui tutt’ora non si conosce la sorte, essendo stata prima dichiarata fallita, poi posta sotto amministrazione controllata, infine venduta ad un’azienda italiana, la Metal Geo, ma una decisione della corte di giustizia georgiana ha dichiarato l’illegittimità dell’atto di vendita. Tutte condizioni che rendono difficile un afflusso di investimenti diretti esteri nel paese. Il governo si trova, inoltre, a dover affrontare le proteste della popolazione contro la riforma delle pensioni che sono state fortemente ridotte e che finirebbero, quindi, col peggiorare di molto le condizioni di vita della popolazione. Molto probabilmente, inoltre, il governo dovrà scontarsi con una forte opposizione anche quando porterà avanti gli altri piani di riforma dello stato sociale. L’opposizione ha, inoltre, pesantemente contestato una proposta di legge che consentirebbe agli attuali giudici della corte suprema, considerati come ostili al governo, di poter andare in pensione percependo una somma mensile pari al loro salario attuale. Così facendo il governo potrebbe assicurarsi l’abbandono da parte degli attuali membri e la nomina di giudici più vicini alla sua linea politica.
Prospettive future
A seguito della rivoluzione delle rose il governo di Tblisi ha intrapreso un processo di riforme che lo sta allontanando sempre di più dalla sfera di influenza russa e avvicinandolo all’Unione Europea. Il processo si presenta però tutt’altro che scontato e, infatti, come sostenuto dal segretario generale della NATO de Hoop Sheffer il cammino per l’integrazione della Georgia nei due organismi internazionali sarà oltre che difficile e tortuoso molto lungo. Il paese caucasico potrà contare sul sostegno della NATO e dell’Unione Europea, ma sarà soprattutto compito della sua leadership politica gestire il cambiamento e soprattutto farlo accettare alla popolazione.
Inoltre, le questioni relative all’Ossetia del sud ed all’Abkhazia rischiano di arrestare definitivamente il progetto di adesione alla NATO e in prospettiva all’Unione Europea. Nonostante la visita a sorpresa, nel mese di novembre, del segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan che ha garantito l’appoggio della sua organizzazione alle negoziazioni per una soluzioni pacifica del conflitto la situazione sembra, infatti, essere piombata in una fase di stallo. L’ostacolo più grande sembra essere rappresentato dal governo di Mosca che non vuole rinunciare al suo ruolo di parte attiva nei negoziati e che potrebbe rendere difficile una soluzione del conflitto al fine di tentare di ristabilire la propria influenza sul governo di Tblisi. Il rifiuto di far entrare l’OSCE come parte attiva al tavolo dei negoziati si inserisce appieno in questo disegno. Cruciale potrebbe rivelarsi, però, a tal fine l’ingresso nelle trattative del governo di Washington che sembra sempre più interessato a svolgere un ruolo attivo nell’area. Le incognite restano dunque molteplici e molto dipenderà anche dall’appoggio che la popolazione darà al progetto di riforme necessario al paese per raggiungere gli obiettivi economici prefissati e alla volontà degli abitanti di Ossetia e Abkhazia di voler accettare dei compromessi per raggiungere la stabilità nel paese.
Attacco alla Televisione croata Da Osijek, scrive Drago Hedl Il partito di governo, HDZ, in assenza del suo leader e premier croato, ha portato a termine un attacco mal riuscito contro la televisione pubblica, e in particolare contro un popolare talk show, con l'intento di controllarne la programmazione Denis Latin Una trasmissione della Televisione croata (HRT), trasmessa l'11 dicembre in occasione del sesto anniversario della morte di Franjo Tudjman, il primo Presidente croato, ha suscitato una campagna di attacchi senza precedenti contro la direzione della rete, contro il suo programma informativo e contro i suoi giornalisti. Per coincidenza - proprio in quel periodo - all'ordine del giorno del Sabor croato (parlamento, ndt.) si è trovato il rapporto finanziario e di programmazione del lavoro della Televisione croata, di cui il Parlamento, in qualità di fondatore della HRT, discute di routine una volta all'anno. Ma, quest'anno, la discussione si è trasformata nel tentativo del partito di governo - Comunità democratica croata (HDZ) - di usare una trasmissione TV e la discussione parlamentare sulla Televisione croata, per introdurre il controllo sull'organo di informazione più importante del Paese.
La trasmissione "Latinica", il popolare talk show del giornalista Denis Latin, che viene trasmesso sin dal 1993 e che - a causa dei temi provocatori trattati - durante il governo di Franjo Tudjman fu più volte vietata, è stata il motivo della discussione del parlamento per la durata di due giorni, con esplicita richiesta rivolta alla direzione della televisione di consegnare le dimissioni. La trasmissione, come affermano alcuni rappresentanti in parlamento, parlava in modo non adeguato di Tudjman, ma anche del ruolo della Croazia nella guerra in Bosnia ed Erzegovina. Ma, il più severo nella valutazione è stato Andrija Hebrang, fino a poco tempo fa vicepresidente del Governo nel gabinetto del premier Ivo Sanader, che non essendo pienamente soddisfatto dei duri attacchi alla HRT, ha persino dato una descrizione di come, a suo avviso, dovrebbe essere la televisione pubblica.
"Se un partito desidera la propria televisione, che la crei e che la finanzi" - ha detto il presidente della Repubblica Stjepan Mesic, stupito da quello che è successo per due giorni al parlamento. "Anche Hebrang può creare una propria televisione ed esserne il redattore, ma nessuno ha il diritto di chiedere che la televisione pubblica venga trasformata nella televisione di un partito" - ha detto Mesic, aggiungendo che il Parlamento non può "essere redattore di nessuna televisione e di nessun giornale del Paese".
Anche la missione dell'OSCE in Croazia ha espresso la sua preoccupazione per le pressioni sulla Televisione croata, e in modo simile ha reagito anche la Federazione internazionale dei giornalisti a Bruxelles. Stjepan Malovic, docente di giornalismo presso l'Università di Scienze politiche di Zagabria, ha affermato che le prossime elezioni (che si terranno in Croazia nell'autunno 2007) saranno incerte e che un ruolo fondamentale potrebbe essere giocato dai media. "Da qui il desiderio di conquistare la HRT", dice Malovic, "perché chi riuscirà ad influenzare la televisione potrebbe anche vincere le elezioni".
Anche l'Associazione dei giornalisti croati (HND) ha condannato l'attacco alla direzione della televisione e il tentativo di sostituirla velocemente. "Se dovessero continuare con queste pressioni nei confronti dell'indipendenza della politica redazionale, cioè dell'indipendenza della politica di redazione della HRT, la Croazia si allontanerà più che mai dalla UE", è stato detto nel comunicato. E il presidente della HND, Dragutin Lucic ha detto che - quando ha sentito su cosa e in che modo si è discusso in Parlamento sulla Televisione - gli sembrava di essersi svegliato e di essere tornato indietro di dieci anni, quando in Croazia tali discussioni erano consuete.
Durante il talk show 'Latinica' Altra benzina sul fuoco di questa discussione in Parlamento è stata versata dalla notizia che a Karlovac, città nella Croazia centrale, si è suicidato un veterano di guerra. Si è sparsa voce lo avesse fatto perché amareggiato da ciò che è stato detto nella trasmissione "Latinica" su Tudjman, sulla Guerra patriottica e sul ruolo della Croazia nella guerra in BiH. La vicenda ha suscitato una vera e propria valanga di reazioni di molte associazioni dei veterani di guerra, che hanno chiesto la punizione del conduttore e redattore di suddetta trasmissione, Denis Latin, e di sostituire la direzione della HRT. Lo stesso Latin, invece, dopo la trasmissione ha ricevuto serie minacce di morte, così che da quel momento la polizia lo sorveglia giorno e notte.
Tuttavia è poi emerso che il motivo del suicidio del veterano di guerra di Karkovac non è dovuto per niente alla trasmissione in questione. Sua figlia, amareggiata dal fatto che si voleva manipolare in questo modo la morte del padre, ha direttamente chiamato durante il notiziario principale per smentire le dicerie. "Mio padre non era un uomo stupido e non si sarebbe mai ucciso per una trasmissione televisiva. L'ha fatto per altre ragioni molto più serie", ha detto sua figlia Sladjana Bukvac.
Che l'attacco alla HRT fosse sincronizzato e ben preparato lo confermano altri due fatti. Il primo: subito dopo che il Parlamento, giovedì scorso, aveva rifiutato il rapporto finanziario e di programmazione della televisione croata, dal Ministero della finanze è giunto l'ordine alla HRT di pagare 70 milioni di kune (poco meno di 10 milioni di euro) di IVA.
Il direttore della HRT Mirko Galic, fra l'altro rispettabile giornalista, ha detto che questa decisione del Ministero delle finanze potrà influire drasticamente sul lavoro della rete.
Il secondo fatto che conferma che l'attacco alla televisione fosse ben programmato è confermato dal fatto che si è voluto fare tutto mentre il premier Ivo Sanader era in viaggio fuori dal Paese. Solo un giorno dopo il suo ritorno, la decisione del Ministero delle finanze è stata ritirata motivandone l'annullamento a causa "della scoperta di nuovi fatti". Di quali nuovi fatti si tratti è del tutto poco chiaro, dal momento che nella Legge sulla HRT c'è chiaramente scritto che per l'abbonamento, che in Croazia deve essere pagato da tutti quelli che possiedono l'apparecchio televisivo, non si paga l'IVA.
Sanader ha capito l'entità del danno arrecato alla Croazia con l'attacco della HRT, così subito dopo il rientro da Bruxelles, dove si trovava prima dell'inizio del summit dell'UE, ha detto: "Il Governo farà di tutto per stimolare la libertà dei media, perché senza di essa non c'è democrazia. Ma dovrà esserci anche una responsabilità per la parola pronunciata e scritta". Sanader ha espresso "dispiacere per le parole non adeguate che si sono sentite durante la discussione al parlamento", e ha spiegato di aver personalmente ordinato al ministro delle Finanze di ritirare la decisione di far pagare l'IVA alla Televisione croata e di esaminarla in un secondo tempo.
Tutto quello che negli ultimi giorni è accaduto in merito alla HRT - ricorda Luko Brailo, presidente dell'Associazione croata dei giornalisti - dimostra che la HDZ, con qualche eccezione, mantiene ancora il suo vecchio aspetto. Questo aspetto è espresso più di tutti da Andrija Hebrang, il quale crede ancora che la televisione, come un tempo, si possa dirigere dalla sede della HDZ.
Gli analisti politici sono d'accordo con questa posizione aggiungendo che il premier Ivo Sanader è ancora molto solo nel tentativo di trasformare la HDZ in un vero partito democratico, fedele ai principi fondamentali della democrazia e al governo dei diritti. Il tentativo di conquistare la Televisione, è una altra prova di questa tesi. www.osservatoriobalcani.org
Corte penale internazionale condanna Uganda per reati in Congo di Carla Amato
La Corte internazionale di giustizia ha stabilito che l'Uganda ha violato la sovranita' della Repubblica democratica del Congo e violato le leggi internazionali umanitarie e sulla protezione dei diritti umani.
L'Uganda, ha riconosciuto la Corte, ha ingaggiato attivita' militari in parte del territorio della RDC, occupando il distretto di Ituri, prelevando risorse naturali locali e fornendo supporto militare, logistico, economico e finanziario alle forze irregolari che avevano operato nel territorio della RDC. Pertanto ha anche violato il principio di non uso della forza nelle relazioni internazionali ed il principio di non intervento.
Inoltre le sue truppe hanno commesso omicidi, torture, e altre forme di trattamento disumano sulla popolazione civile congolese, distruggendo villaggi ed edifici civili senza fare distinzione fra obiettivi militari e civili e violato i diritti umani nel corso delle ostilita' fra le forze militari ugandesi e ruandesi a Kisangani. Inoltre l'Uganda ha costretto a divenire soldati dei bambini congolesi ed ha inciso sul conflitto etnico locale.
Nel 2002, un comitato di esperti dell'ONU aveva gia' pubblicato un rapporto in cui accusava ufficiali dell'esercito ugandese ed imprese dell'Uganda di asportare un gran volume di risorse naturali della RDC.
In base ai capi d'accusa di cui l'ha riconosciuta colpevole, la Corte de L'Aja ha ieri condannato l'Uganda a risarcire la RDC, considerando appropriata la richiesta di 10 miliardi di dollari chiesta dalle autorita' congolesi. La decisione dl tribunale dell'ONU non puo' essere appellata, anche se le autorita' ugndesi hanno protestato, sottolineando il gran debito estero del loro Paese.
L'ambasciatore ugandese all'ONU, Francis Butagira, ha accusato di recente il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di non agire contro "le forze negative" che amministrano la Repubblica congolese, che a suo dire si sarebbe trasformata in un coacervo di forze ribelli che combattono l'Uganda.
In settembre, l'Uganda ha detto che ribelli dell'LRA erano passati attraversato il Sudan nella RDC ed il presidente Museveni ha avvertito che li avrebbe stanati in territorio congolese, a meno che la missione ONU in Congo (MONUC) avesse agito contro di loro. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, ha in quell'occasione ammonito l'Uganda, dicendo che tale atto sarebbe stato una violazione di diritto internazionale.
Il capo dei ribelli ugandesi, Joseph Kony, e cinque suoi luogotenenti sono stati colpiti da mandato di cattura internazionale della Corte Criminale internazionale, con decine di capi d'accusa per crimini di guerra e contro l'umanita'. Il Sudan sta coadiuvando l'Uganda in conformita' alle promesse di collaborazione fatte da Khartoum, mentre la Repubblica Democratica del Congo si e' sempre mostrata restia alla collaborazione, dati gli attriti esistenti.
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dicembre 20 2005
«Siamo in ritardo di 15 anni » di Redazione di Roma
Il nostro sistema di welfare è in ritardo di almeno 15 anni, fa riferimento a un modello di famiglia arretrato, pre divorzio e pre coppie di fatto. Ed è particolarmente lacunoso dal punto di vista demografico», sostiene Enrico Letta, res p o n s a b i l e economico della Margherita. Le ragioni profonde del ritardo vanno ricercate nello scarso dinamismo italiano. «Noi abbiamo subìto il cambiamento della società, la fine del modello tradizionale di famiglia – aggiunge Letta – Il nostro è un sistema sociale in cui la famiglia fa ancora da paracadute, da ammortizzatore sociale, e risolve i problemi dei figli che escono tardi da casa, della natalità (dell'assistenza dei bambini che venivano gestiti da una comunità familiare) e del lavoro femminile». E quindi, implicitamente, la famiglia è una forza produttiva zavorrata. L'effetto traumatico è un sistema che spende le risorse sugli strumenti classici, ovvero assistenza, previdenza e sanità; ma in modo inadeguato rispetto alla nuova struttura familiare, della demografia, dell'emancipazione femminile, unito alla questione della maternità. «Non abbiamo adeguato il nostro sistema di welfare e abbiamo subìto contemporaneamente la tenaglia tra un fatto positivo come l'allungamento della speranza di vita dovuta al benessere, e uno negativo, come il crollo della natalità » spiega Letta. L'effetto di queste due dinamiche, una positiva e una negativa, pone l'Italia «davanti ai 15 anni più difficili della sua storia»; infatti crescerà in modo impressionante il rapporto tra over 65 e popolazione attiva. Le cifre dicono che il rapporto è la tenaglia vera del Paese: pari al 30% nel 2000, del 39% nel 2010 e del 48% nel 2020. «Questa è la via crucis del nostro Paese, la prova di politiche di welfare sbagliate» critica il responsabile economico della Margherita. Uno dei più robusti modelli di riferimento è quello scandinavo che «mostra una grande capacità di adattamento al nuovo. Loro hanno dedicato a questo tema una quantità di risorse che noi abbiamo dedicato ad altro e questo lo pagheremo pesantemente», afferma Letta. Al contrario le società, laiche, laiciste e libertarie, avrebbero dimostrato di saper interpretare e adattarsi al cambiamento della società " in modo equo, intelligente e soprattutto previdente». E dai Paesi nordici arriva anche la soluzione migliore per l'innovazione del welfare, che è l'altra faccia di un sistema economico flessibile e dinamico. «Servono nuovi modelli di dialogo. Bisogna spingere i sindacati e imprenditori, a fianco del governo nella fase di progettazione. Questo è il vero guaio: in Italia ci ricordiamo della necessità di dialogo solo quando siamo al Pronto soccorso. Gli interventi, in condizioni così critiche, rivelano situazioni già decotte. In Italia non si può replicare lo schema di dieci anni fa perché l'Italia non è più quella di dieci anni fa. Serve un dialogo tra Governo, sindacati e imprenditori». www.enricoletta.a4w.it/
Oltre ogni vergogna
Sapete che ho espresso in passato pesanti critiche all'operato del consiglio d'amministrazione di Cinecittà Holding. Su Media Quotidiano abbiamo denunciato le pastette di Ubaldo Livolsi e compagnia ma aveva almeno al suo interno nomi di livello: Francesco Alberoni, Marcello Veneziani.
Abbiamo raccontato poi delle dimissioni a orologeria, del fatto che il cda sarebbe scaduto dopo le elezioni e dunque gli attuali padroni avrebbero perso il potere di spadroneggiare. Così, ecco il blitz. Ieri sera, come i topi e come i vili, nella giornata del caos per le dimissioni di Fazio, dopo le otto in maniera che nessun tg potesse sognarsi di riprendere la notizia. Chi sono i nuovi membri del cda, nominati con il timbro del ministro Rocco Buttiglione? Eccovi l’elenco: Roberta Lubich, cioè la prima moglie del presidente della Camera, Pierferdinando Casini; Massimiliano Converti, già capo della segreteria del ministro Rocco Buttiglione; Claudio Sorrentino, consigliere personale del ministro Rocco Buttiglione in materia di cinema. Amministratore delegato designato: Massimo Condemi, i cui alti meriti nei confronti del cinema italiano sono racchiusi nell’aver fatto il capo di gabinetto dell’ormai ex ministro delle Comunicazioni, Maurizio Gasparri. Competenze nel settore cinematografico? Zero spaccato, ti premio perché mi sei stato fedele e fine dei giochi.
Ora, io capisco pure la lottizzazione. Ma l’occupazione di poltrone fatta in modo così screanzato è proprio troppo. Fatta poi in maniera così vigliacca, di sera tardi, oscurandola nella giornata della super-notizia delle dimissioni di Fazio, facendo in modo che i giornali non ne venissero a conoscenza o che chi ne veniva a conoscenza non ne scrivesse. Questo è un gesto vergognoso di chi si vergogna e ha ragione di vergognarsi. http://marioadinolfi.ilcannocchiale.it/
Orrore a Bankitalia: Fazio si è dimesso, sua moglie no! di Lia Celi A poche ore dall’addio dell’uomo di Alvito, emerge un’agghiacciante verità: non era lui il numero uno di via Nazionale. Sordo da anni, l'anziano travet era stato sostituito dall’ambiziosa e rapace moglie, che imitava perfettamente la sua voce al telefono e gli nascondeva l’apparecchio acustico durante i colloqui con Tremonti. Ritirato l’avviso di garanzia al boss di Unipol: “Si è sbagliato il fattorino – spiegano i magistrati –, gli avevamo detto di avvisare Fazio e consorte”. Ora, asserragliata nel bunker dell’istituto centrale, lady Cristina Poppea Imelda Antonietta Macbeth si prepara a una strenua resistenza: fra le sue richieste al governo, l’immediata liberazione del suo favorito Fiorani, la nomina del suo confessore a direttore generale, e una legge che impone al successore di Fazio di sposarla. “La moglie del Governatore di Bankitalia sono sempre io – ha dichiarato -. E poi quel Monti mi ha sempre attizzato, e anche Padoa Schioppa è uno strafico”. I cinque figli della dispotica signora verranno affidati a uno psicologo: "Sono traumatizzati, fin da piccoli lei li raccomandava a bacchetta". Dirottati sulla Banca d'Italia gli archeologi impegnati a salvare la Domus Aurea: “Quando l’avranno dissepolto dalla valanga di fango – spiega il sindaco Veltroni –, Palazzo Koch offrirà ai turisti le stesse sinistre suggestioni della reggia di Nerone”. http://www.liaceli.com/
L´ANOMALIA DI VIA NAZIONALE LUIGI SPAVENTA
da Repubblica - 20 dicembre 2005
CON le dimissioni di Antonio Fazio dalla carica di Governatore della Banca d´Italia si è finalmente risolto l´episodio di patologia acuta che ha afflitto il paese nei mesi scorsi, provocando danni non facilmente riparabili al funzionamento e alla credibilità delle istituzioni. Ma quelle dimissioni non chiudono la pratica. Il successore di Fazio non può essere nominato in vigenza delle vecchie norme.
Via nazionale e l´anomalia italiana Bisogna cambiare le norme per evitare di ripetere gli errori
E neppure ci si può accontentare delle modifiche cosmetiche contenute nell´emendamento che il Governo introdusse in Senato, a fine estate, al disegno di legge sul risparmio. Altrimenti saremmo da capo a dodici: si perpetuerebbero le condizioni che hanno reso possibile la degenerazione, e con esse l´anomalia della governance della nostra banca centrale. D´altra parte, sarebbe singolare nominare un nuovo governatore seguendo le vecchie regole, per poi cambiarle mentre egli è in carica. Le modifiche strettamente necessarie nell´immediato (lasciando alla prossima legislatura quelle sull´estensione e i modi dei poteri di vigilanza) sono: affidamento delle decisioni alla collegialità del direttorio, sottraendole al potere incondizionato del governatore; limite di mandato non solo per il governatore, ma anche per direttore generale e vicedirettori generali (membri del direttorio), come anche chiede la Banca Centrale Europea; modifica della procedure di nomina, eliminando l´obsoleto ruolo del Consiglio superiore. Quest´ultimo punto è forse il più delicato. Come avviene altrove, la nomina dei vertici della banca centrale deve toccare al governo: per sottrarla all´arbitrio dell´esecutivo, si preveda che essa sia subordinata a un parere vincolante, a maggioranza qualificata, di una commissione parlamentare; se poi si temono pratiche di lottizzazione, si stabilisca che i vicedirettori generali siano scelti fra funzionari di grado superiore dell´istituto (come suggerisce un documento di Astrid). Ben venga un´iniziativa del Governo che si muova lungo queste linee: se consistesse solo in un´accettabile riforma della Banca, essa meriterebbe il consenso dell´opposizione. Il disegno di legge sul risparmio potrebbe essere approvato rapidamente: nel testo del Senato per i 42 articoli che non riguardano la Banca d´Italia; nel nuovo testo per il solo che la riguarda. Né vi sarebbe bisogno di voto di fiducia: soluzione aberrante, perché richiederebbe di trasformare un provvedimento assai complesso e delicato nel solito maxi-emendamento di un articolo unico con centinaia di commi; e inutile, perché il concorso dell´opposizione impedirebbe colpi di mano al Senato da parte dei fedelissimi di Alvito (ammesso che questi abbiano ancora voglia di tentarli). Questa sarebbe una via ragionevole, che l´opposizione non potrebbe, responsabilmente, rifiutarsi di percorrere. Ma la condizione è che il Governo non approfitti dell´occasione per mettere mano ad altre modifiche della legge sul risparmio, che non c´entrano nulla con la Banca d´Italia. Una modifica siffatta, assai appetita da Governo e maggioranza, riguarda le sanzioni per il reato di false comunicazioni sociali (vulgo falso in bilancio). La "riforma" del 2002 aveva degradato il falso in bilancio a un peccatuccio qualsiasi, limitando la possibilità di perseguirlo (se ne ammetteva fra l´altro la liceità se commesso in "modica quantità) e riducendo le pene (e dunque anche i termini di prescrizione). La Camera aveva operato qualche aggiustamento, meno che modesto. Il Senato, meritoriamente, aveva restaurato un regime più serio di sanzioni. Si vorrebbe ora sopprimere il testo del Senato, tornando a quello della Camera. Difficilmente l´opposizione potrebbe accettare questa marcia indietro e votare un provvedimento che la contenesse: per ragioni di merito; e anche per ragioni di coerenza, perché nella prima lettura della Camera l´intesa bipartisan venne meno proprio sulla questione del falso in bilancio. Dopo che il governatore ha fatto, tardi e male, il passo indietro che gli si chiedeva, si sollecita ora l´opposizione a fare un passo avanti, consentendo alla riforma della Banca. Richiesta legittima: ma solo se Governo e maggioranza mostrano, essi, senso di responsabilità e rinunciano alle loro pretese.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Dimesso, ma la fine di Fazio non è la fine della corruzione del sistema delle tre scimmie: industria-finanza-politica
Il Governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio si è dimesso. Ma non c'è nulla da celebrare. Mai dimissioni sono risuonate di profilo tanto basso in un Paese democratico. Con lui, infatti, non si dimette lo spaventoso intreccio di interessi incestuosi tra finanza-politica-mafia. Questa uscita di scena davvero "dimessa", rappresenta solo uno dei vertici di un intero sistema che dovrebbe dimettersi. La politica non si redime per questo passo indietro del Suo Governatore. In ogni caso è bene sottolineare che, allo stesso modo di come avvenne ai tempi di Tangentopoli, anche oggi solo l'ultima parte sana della Repubblica democratica, la Magistratura, ha esercitato in pieno le sue funzioni opponendosi all'ennesima deviazione perversa del sistema dominante.
Quali conclusioni trarre? La Politica ha ancora una volta fallito, arrivando per ultima ancora una volta, perchè profondamente contaminata con Finanza e Industria. Delle tre scimmiette la muta, la cieca e la sorda che si sorreggono a vicenda come compari per reggere i destini del mondo non ne possiamo più. E dunque, in prossimità di elezioni volute da una maggioranza ademocratica con una Legge elettorale che impedisce totalmente ai Cittadini elettori di scegliere dal basso i propri candidati, vogliamo ancora di più ribadire con estrema forza il nostro diritto a scegliere almeno noi, nell' Unione, celebrando, in questo naufragare diffuso della Democrazia, Elezioni Primarie Aperte per ogni lista e per ogni circoscrizione. Almeno questo ci è dovuto. E se davvero il Centrosinistra crede siceramente nel ritorno al Maggioritario. Se davvero vuole essere vera Opposizione di valori a quelli distruttivi del Centrodestra allora si rivolaga al Paese reale dove non esistono scimmie. A quella Comunità di Cittadini e ai suoi Valori di Libertà, Democrazia, Giustizie e Legalità nella Solidarietà, a questi Valori il Centro Sinistra deve ritornare. Per la data dell' 8 marzo, Festa delle Donne, facciamo in modo che vengano tenute Primarie Aperte in tutte le Circoscrizioni elettorali!
Wallace www.liblab.it
Legge elettorale, firmarla non è obbligatorio
di ALESSANDRO PACE
In un articolo significativamente intitolato “Una legge elettorale con troppe incognite” apparso sul Messaggero di domenica il professor Francesco Paolo Casavola, già presidente della Corte costituzionale e insigne studioso di diritto romano, esprime, nella sua prima parte (ed anche oltre), forti e ben motivati dubbi sull’«opportunità» della legge elettorale di recente approvata dal senato (lo scarso rispetto della volontà popolare espressa nel referendum del 1993, il mancato coinvolgimento delle opposizioni nella riforma), che però l’autorevole studioso qualifica riduttivamente come «considerazioni d’ordine politico». Alle considerazioni giuridico-costituzionali il professor Casavola dedica solo la parte finale, limitandosi a dire che esse si risolvono nella valutazione del «fine che il mutamento legislativo vuole raggiungere», che egli – per la verità, ottimisticamente – identifica in «una migliore rappresentatività delle opinioni politiche, una più coerente struttura delle coalizioni con conseguente stabilità dell’esecutivo, un omogeneo rapporto quantitativo di maggioranza e di opposizione nelle due camere». Con riferimento a tale valutazione finalistica l’illustre studioso avverte però che se «le regole tecniche predisposte dalla legge non (fossero) compatibili con il fine dichiarato, si (potrebbe) dubitare della costituzionalità sotto il profilo della ragionevolezza. Ma il giudizio di ragionevolezza spetta alla Corte costituzionale, non al presidente della repubblica ». Ho fondati dubbi che le forti censure che il professor Casavola muove alla legge nella prima parte dell’articolo siano etichettabili esclusivamente sotto il profilo dell’opportunità. Andrea Manzella, che è anche un autorevole studioso di diritto parlamentare, ha infatti dimostrato su La Repubblica del 15 dicembre come l’adozione di tale legge contrasti tra l’altro con il Codice di buona condotta in materia elettorale approvato dall’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa il 30 gennaio 2003, alle cui norme il comitato dei ministri di quel Consiglio, in data 16 giugno 2004, ha invitato tutti gli stati membri a ispirarsi. Non è però su questa tesi dell’articolo del professor Casavola che intendo intrattenermi, ma sull’altra, secondo la quale il giudizio di ragionevolezza delle leggi spetterebbe alla sola Corte costituzionale. Una tesi, questa, in forza della quale il presidente della repubblica non potrebbe che doverosamente promulgare la recente legge elettorale, ancorché in essa il «cieco operare» del premio di maggioranza su base regionale potrebbe divaricare le possibili maggioranze di senato e camera (come hanno rilevato all’unisono Leopoldo Elia e Gustavo Zagrebelsky, anch’essi ex presidenti della Corte costituzionale). Per non parlare delle incongruenze della riforma per ciò che riguarda la Val d’Aosta, nelle elezioni per la camera, o della strana «svista», in conseguenza della quale, nelle elezioni per il senato, le liste minori guadagnano seggi soltanto se la coalizione a cui partecipano risulti perdente o comunque non conquisti il 55 per cento dei seggi su base regionale (come ho cercato di dimostrare su queste pagine il 1° novembre). La tesi del professor Casavola non convince sia per ragioni storiche, sia per ragioni di diritto positivo. Le prime risiedono in ciò che, come ha insegnato Max Weber, lo stato occidentale moderno presuppone la imprescindibile «razionalità» del suo ordinamento giuridico. Il che è dimostrato dal fatto che il giudizio di razionalità/ragionevolezza si è imposto in tutti gli ordinamenti degli stati costituzionali contemporanei ancorché esso non sia specificamente previsto in Costituzione. Le ragioni di diritto positivo risiedono invece nella constatazione che il giudizio costituzionale di razionalità/ragionevolezza, ancorché sorto nell’alveo dell’articolo 3 della Costituzione, si è venuto man mano emancipando dal giudizio alla luce del principio di eguaglianza in senso stretto, al punto che la nostra Corte costituzionale, nella sua giurisprudenza, ha ormai distinto l’uno dall’altro. Ma se il giudizio di razionalità/ragionevolezza rientra autonomamente, a pieno diritto, nello strumentario del sindacato di costituzionalità, non si comprende allora su quale base il capo dello stato dovrebbe risultarne privato. D’altra parte è assai discutibile pure la dottrina secondo la quale il presidente della repubblica potrebbe rinviare le leggi solo in presenza di incostituzionalità manifesta (una dottrina, la cui paternità, da alcuni commentatori, è stata fatta risalire a una isolata frase del presidente Ciampi). Tale dottrina non convince per almeno due ragioni. La prima è che promulgare leggi la cui legittimità costituzionale, ancorché non manifesta, sia però obiettivamente discutibile, è come buttare in mare delle mine vaganti; e quindi richiedere ex articolo 74 della Costituzione un ulteriore riflessione del legislatore sui punti controversi risponde a un principio costituzionale di «buona amministrazione presidenziale ». La seconda ragione, peculiare alla vicenda che ci occupa, è che, diversamente dal solito, la Corte costituzionale non potrebbe nella specie essere tempestivamente adita prima delle elezioni. Ne consegue che, ammesso pure – in via di mera ipotesi – che la legge elettorale in questione non fosse manifestamente incostituzionale, ma solo costituzionalmente assai assai discutibile, il presidente, nel promulgare la legge, si assumerebbe la responsabilità di far celebrare le elezioni con una normativa che non garantisce la governabilità, ma persegue tutt’altri fini contingenti (di conservazione del potere), laddove, per sgravarsi di questa responsabilità, basterebbe che egli facesse applicazione di quel principio costituzionale di «buona amministrazione presidenziale» che ho sopra ricordato. www.europaquotidiano.it/
Rapporto Censis sulla comunicazione, il declino del Quarto Potere -
Il dibattito sulla libertà di stampa in Italia finisce talvolta per assumere i connotati di un esercizio di retorica miope e fine a se stessa, soffermandosi selettivamente su singoli aspetti e su vicende simbolo, per lo più legate ai nomi di alcuni giornalisti, che per quanto importanti, poco riescono a raccontarci del disagio di un'intera categoria professionale; si percepisce a volte una difficoltà nel guardare con sufficiente lucidità e lungimiranza alla complessità del quadro d'insieme, cioè agli aspetti legati alla concreta quotidianità del lavoro giornalistico e alle molteplici forme di pressione cui sono sottoposti giornalisti e redazioni. L'incontro che si è tenuto il 15 dicembre presso la sede dell'Ordine Nazionale dei Giornalisti, prendendo le mosse dai dati di un'inchiesta realizzata dal Censis e pubblicata nel quarto rapporto sulla Comunicazione in Italia ha avuto però un segno decisamente diverso.
L'indagine coordinata da Mario Pastore, è stata condotta su un campione di 301 redattori ordinari di testate a stampa e radiotelevisive di tutta Italia. Dai dati emergono due trend particolarmente rilevanti: anzitutto la scarsa percezione della situazione critica della libertà di stampa, specialmente da parte delle leve più giovani, e il fatto che spesso le limitazioni provengono dall'interno stesso della redazione o, più indirettamente, dall'editore, manifestandosi nei termini di autocensura dei giornalisti. Si tratta di due fenomeni che si legano storicamente ad un modello di giornalismo sui generis, sin dagli esordi legato a doppio filo alla politica e all'economia – spesso in sinergia tra loro – che stenta a trovare quella dimensione di autonomia e quel ruolo di difesa degli interessi pubblici tipici del modello anglosassone. Il rischio, come fa notare lo storico Nicola Tranfaglia, è quello di una progressiva trasformazione dei nostri giornalisti in truppe “embedded” al servizio dei poteri forti. Fa pensare che l'intreccio tra politica ed economia si manifesti sempre più come il nodo nevralgico della libertà di stampa.
Casi come quelli di Ferruccio De Bortoli, “silurato per procura” dalla direzione del Corriere della Sera e rimasto nel limbo per quasi due anni prima di approdare al Sole 24 Ore rappresentano un monito: se ne colpisce uno per educarne cento, incoraggiando così l'autocensura, o utilizzando un'altra formula, facendo entrare il giornalismo nell'area del “tacitamente proibito”. Le recenti vicende dello scoop di RaiNews 24 sull'utilizzo da parte dell'esercito americano del fosforo bianco a Falluja e sulle battaglie del nostro contingente a Nassirya dimostrano come sia stato necessario un forte interesse da parte dei media internazionali per far uscire la notizia da questo embargo silente.
Queste preoccupazioni, emerse a più riprese nel dibattito, soprattutto negli interventi di Roberto Natale dell'UsigRai sono condivise anche da Ruben Razzante dell'ONG, che ha denunciato i “condizionamenti subdoli ed impercettibili nelle redazioni” che, in un contesto caratterizzato da una cultura dirigistica e da un mercato scarsamente funzionante, si pongono come limiti più che concreti all'esercizio degli interessi della collettività attraverso l'informazione. Natale ha peraltro insistito sulla preoccupazione nei confronti di un giornalismo “senza punti interrogativi” che va affermandosi specialmente nel servizio pubblico. Riflettendo sul ruolo dei giornalisti politici, ormai ridotti a raccogliere e mettere insieme collage di dichiarazioni di esponenti politici, Natale propone nell'immediato un intervento dell'Ordine sulle interviste senza domande, auspicando in una prospettiva di più lungo periodo un accordo dei due poli per modificare i criteri di nomina dei vertici della Rai.
Il Preside di Scienze della Comunicazione, Mario Morcellini, dopo aver insistito sulla necessità di incoraggiare la ricerca (anche ricorrendo a tecniche d'indagine diversificate) per ancorare ai dati il dibattito sulla professione, ha fatto notare come lo scoop di RaiNews24 abbia rappresentato l'ennesima occasione mancata per i nostri media informativi di rappresentare la realtà, segnalando anche la scarsa solidarietà dimostrata nei confronti della testata all news del servizio pubblico. L'intervento di Mario Morcellini ha inoltre toccato altri due temi chiave: la necessità, soprattutto da parte dei giovani giornalisti, di praticare un “ascetismo della relazioni” nei rapporti con il potere, e soprattutto una dura critica contro la flessibilizzazione del lavoro, che traducendosi di fatto nel precariato, ha finito per minare alla base i sistemi di garanzia, contribuendo nei fatti ad erodere l'autonomia dell'intera categoria professionale.
di Andrea Cerase da www.articolo21.info
La riscossa dell’Izquierda. La Bolivia ha un presidente indio Esteri. La vittoria netta alla presidenza di Evo Morales, leader indigeno del Mas. L’autonomismo di Santa Cruz e il ruolo del Brasile, le prime difficoltà all'orizzonte Carla Ronga
“Da oggi inizia la nuova storia della Bolivia per l’uguaglianza, l’equità e la giustizia sociale”. Dal suo quartiere generale di Cochabamba il leader indigeno del Mas ( Movimento al Socialismo), Evo Morales, ha commentato così domenica sera la sua vittoria netta nelle elezioni presidenziali che si sono svolte nel Paese. In attesa dei dati definitivi e ufficiali del Consiglio nazionale Elettorale (CNE), l’agenzia di sondaggi Apoyo ha assegnato a Morales il 50,6% e a Jorge Quiroga, candidato conservatore, il 31,5%. Se il leader indigeno otterrà la maggioranza più uno dei consensi non ci sarà bisogno del passaggio parlamentare per ratificare la sua nomina, come prevede la Costituzione boliviana in caso di maggioranza relativa. Nel suo primo discorso da presidente eletto (in attesa dell'ufficializzazione dei risultati), Morales ha lanciato la sua sfida alle multinazionali straniere (“ la guerra sporca ha fallito”) e ha teso la mano alla borghesia boliviana precisando che non si muoverà contro “gli imprenditori onesti che investono nel Paese”. Per la prima volta nella storia del Paese andino, dove più del 60 per cento della popolazione si definisce indigena, un indigeno può occupare il posto di Presidente. Ma non sarà una poltrona comoda. Il leader indio dovrà affrontare un panorama segnato dalla forza dei movimenti sociali che, dal 2000, continuano a mettere in scacco i presidenti che si sono succeduti, al punto che due di loro (Sanchez de Lozada e il suo successore Carlos Mesa) non sono riusciti a terminare i loro mandati. Morales - che ha vinto con la promessa di riformare le concessioni di estrazione del gas, rivedendo i molti contratti capestro che le multinazionali statunitensi ed europee hanno arraffato negli ultimi anni - ha ora il compito di placare le proteste degli abitanti di Los Alto, che non hanno né luce né acqua nelle loro case, senza spaventare i ricchi imprenditori di Santa Cruz (il centro più popolato della Bolivia), che in più di un’occasione avevano gridato alla secessione. La vittoria di un indio alla Presidenza non deve far illudere: lo Stato boliviano è uno Stato coloniale e razzista. Se il 60 per cento della popolazione è indio e parla aymara o quechua, solo i bianchi e i meticci castiglianizzati occupano la giustizia, i ministeri, il vertice delle forze armate, i principali incarichi dell’amministrazione pubblica e fino a poco tempo fa la quasi totalità dei seggi parlamentari (con le elezioni del 2002 sono entrati in parlamento una quantità significativa di rappresentanti indigeni: 35 deputati e senatori del Mas e del Movimento indigeno Pachakutik). Gli esclusi, per essere ascoltati hanno dovuto insorgere (basta pensare a tutte le marce e le rivolte che hanno scosso la Bolivia a partire dalla guerra dell’acqua a Cochabamba nel 2000), al prezzo di più di cento morti e migliaia di feriti. La potenza dei movimenti boliviani, oggi i più forti del continente, ha costretto le elite a fare marcia indietro e a tollerare un governo presieduto da un indigeno. Inoltre, sarebbe semplicistico paragonare l’esperienza del Mas con quella di altri partiti del continente, perché Morales è un leader indigeno in una società dove questi ultimi sono sempre stati esclusi. Il Movimiento al Socialismo non è un partito vero e proprio ma una coalizione di movimenti: non c’è struttura, c’è un capo e dei movimenti e in mezzo non c’è nulla, e questo rende il Mas dipendente dalla mobilitazione e dal temperamento del popolo. I dirigenti del Movimiento sono quindi consapevoli di muoversi con un ristretto margine di manovra: se decidono che lo Stato boliviano deve recuperare gli idrocarburi, dovranno affrontare le multinazionali e le grandi potenze, mondiali e regionali. Se non lo fanno, il popolo potrebbe tornare per le strade e destabilizzare il Paese. Morales, dunque, deve agire e in fretta. Due sono le principali difficoltà sulla sua strada. La prima è l’autonomismo di Santa Cruz, il dipartimento più ricco del paese, dove è concentrato un settore di proprietari terrieri collegati all’agrobusiness, che sentono la popolazione indigena come una minaccia per i propri interessi. Questo settore vorrebbe separarsi dal resto del paese ed esistono denunce sulla presenza di gruppi armati disposti a scontrarsi con i movimenti sociali. La seconda difficoltà viene dal Brasile, Paese che ha enormi interessi in Bolivia: Petrobras controlla il 25 per cento delle riserve di gas concentrate nel dipartimento di Tarija, controlla il gasdotto di esportazione verso il Brasile e le due raffinerie di petrolio che esistono nel Paese, e controlla circa il 40 per cento degli affari agroalimentari di Santa Cruz, una buona parte dei quali sono nelle mani di proprietari terrieri brasiliani. Che fare con Petrobras, cioè con il governo brasiliano? Compagno di cammino di Morales è il suo vicepresidente Alvaro Garcia Linera, matematico e sociologo che ha trascorso 5 anni chiuso nelle galere boliviane per via della sua partecipazione al gruppo guerrigliero Tupac Katari. In questa campagna elettorale Linera si è dimostrato capace di trasformarsi in mediatore tra il radicalismo del neo presidente e le richieste provenienti dal mondo economico. Ma la propensione alla mediazione fa sì che gli stessi movimenti che hanno permesso questa storica vittoria mantengano un atteggiamento critico verso il futuro governo. Oscar Olivera, della Coordinadora del agua di Cochabamba, è uno dei riferimenti più importati per chi guarda al giorno dopo le elezioni del 18 dicembre. E proprio Olivera ha espresso il timore che uno governo del Mas si possa limitare a gestire lo Stato, cercare una maggiore autonomia di fronte agli organismi finanziari internazionali e poco più. “Questo sarebbe fatale, perché i cittadini vogliono molto di più”, assicura. Il timore dei movimenti è, dunque, che il governo del Mas si limiterà “ad amministrare un apparato statale che non funziona, invece di appoggiare le richieste per le quali si lotta da cinque anni”. Il dibattito sulle opzioni di lungo periodo del governo e dei movimenti che lo hanno sostenuto non è di poca importanza. L’opzione politico-elettorale del Mas è stata quella di dare grande visibilità a Evo Morales, al costo di abbassare il profilo di tutti gli altri candidati, “dando poca attenzione ai prefetti (governatori) e ai deputati dei collegi uninominali, e questo errore è evidente in ogni angolo del Paese”, sostiene Mario Ronald Duran, ex dirigente universitario. L’esperienza regionale, in particolare per il Pt di Lula, mostra quali siano i rischi di arrivare al governo senza appoggi istituzionali solidi. Ma in Bolivia, questo è anche più grave, visto che a differenza di quello che è successo al Pt e al Frente Amplio in Uruguay (che sono arrivati alla Presidenza dopo aver governato importanti città e stati del Paese), il Mas non può contare su nessuna esperienza di gestione di questioni istituzionali, in uno Stato in cui i funzionari, espressione della destra, saranno capaci di neutralizzare qualsiasi decisione del potere esecutivo. Nel 2006, la Bolivia avrà anche un’Assemblea Costituente e questa sarà chiamata a sbrogliare la questione dello sfruttamento del sottosuolo. Anche in quell’occasione, Morales e il Mas dovranno dimostrarsi capaci di negoziare una soluzione che accontenti tutti e non scontenti nessuno. Un’impresa titanica. Ma il nuovo Presidente potrà contare su alcuni alleati regionali strategici: delle dittature degli anni Settanta e Ottanta, dove l’unica roccaforte comunista era Cuba con Fidel Castro è ora l’ “Izquierda” a dominare e le ultime elezioni hanno confermato questa tendenza. A parte la vittoria del “cocalero” ed ex sindacalista Morales, in Cile nel ballottaggio del 15 gennaio potrebbe affermarsi una presidente socialista, Michelle Bachelet, rappresentante della sinistra della coalizione della Concertacion. Non a caso nei giorni scorsi il presidente venezuelano Hugo Chavez, il più vicino a Castro nel continente, non ha nascosto di fare il tifo proprio per Morales e Bachelet per le due consultazioni elettorali. Castro, Chavez e Morales sono in questo momento i tre presidenti più a sinistra dell’America Latina. Lo spostamento dell’asse del continente è stato evidente al vertice di Mar del Plata che si è svolto a ottobre in Argentina, dove l’America è uscita sconfitta proprio sul tema dell’Alca per la compattezza del fronte della sinistra sudamericana, di cui hanno fatto parte Brasile e Argentina. Oltre al Venezuela, anche il Mercosur, l’alleanza economica tra Argentina, Barsile, Uruguay e Paraguay, si è opposta al progetto. In Uruguay è andato al potere quest’anno il primo presidente di sinistra della storia del Paese, il medico oncologo Tabaré Vazquez, che sta scavando nelle proprietà dell’esercito per trovare i resti dei desaparecidos della dittatura e consentire ai parenti una giusta sepoltura. In Argentina, invece, il presidente dell’ala peronista di sinistra, Nestor Kirchner, sta assumendo posizioni sempre più vicine al Venezuela e di rispettosa distanza dagli Usa e dalla Chiesa cattolica, con cui ha avuto peraltro numerosi attriti in questi mesi. Una delle poche roccaforti rimaste in mano al centrodestra nei grandi Paesi dell’America Latina è il Messico, con il presidente Vincente Fox. Ma anche qui la sinistra potrebbe andare ai vertici del Paese. Non è un caso, infatti,che la maggiore personalità di spicco in questo momento è il candidato del centrosinistra ed ex sindaco di Città del Messico Andres Manuel Lopez Obrador, detto Amlo, che punta alla presidenza nelle elezioni del prossimo anno. //www.aprileonline.info
2013, benvenuti nel passato Si rassegni chi guarda al futuro. L'accordo sul bilancio europeo dei prossimi anni, trovato nella notte del 17 dicembre a Bruxelles, ci riserva la solita Europa. Immobile e per nulla lungimirante. Tony Blair (Commissione Europea) Nel suo discorso di insediamento come Presidente di turno dell'Unione Europea il 23 giugno, il premier britannico Tony Blair espose davanti al Parlamento europeo il suo “j'accuse” contro un'Europa incapace di coniugare al tempo presente i propri ideali. All'epoca in molti sperarono che la leadership britannica avrebbe aperto un dialogo decisivo sul futuro dell'Ue.
I meriti di Blair
In un momento di estrema difficoltà per il progetto europeo, essere europei significava parlare chiaramente dei problemi di questa Europa, per fare in modo che dopo i No di francesi e olandesi alla Costituzione, i cittadini non percepissero più le istituzioni di “Bruxelles” come una parte dei loro problemi quotidiani. Ma come uno degli strumenti per risolverli. E per risolvere i problemi degli europei era necessario rispondere ad alcune domande che proprio la Presidenza di Tony Blair ha avuto il merito e l'onere di gettare sul tavolo. Serve davvero a migliorare la competitività europea un modello agricolo altamente sussidiato e protetto? È davvero lungimirante non scommettere appieno nello sviluppo dei paesi ex-comunisti dell'Ue per ripetere ad est il miracolo irlandese? È onesto parlare di società della conoscenza, come si fa nell'agenda di Lisbona, e limitare gli investimenti in ricerca ed innovazione? Si può continuare ad aumentare il budget di una Unione europea incapace di suscitare entusiasmo e consensi? A queste domande però né Blair, né gli altri leader europei sono stati capaci di rispondere in modo coraggioso nel corso del Consiglio Europeo del 16 e 17 dicembre scorsi. Perché il compromesso sul bilancio 2007-2013 (pari a 123 miliardi di euro annui, vale a dire all'1,045% della ricchezza europea) costringe l'Europa all'immobilismo. E così l'Ue dei prossimi 7-8 anni somiglierà tantissimo all'Ue degli ultimi 20 perché continuerà a riflettere un minimo comune denominatore tra interessi nazionali. E resterà incapace di restituire fiducia al progetto europeo.
Preparatevi, gente. Alla solita Europa
Il mondo in cui vivremo nei prossimi 7-8 anni sarà ancora un mondo in cui una vacca europea “guadagnerà” più di un contadino africano. Perché una Politica Agricola Comune ostinatamente protezionista non sarà toccata fino al 2013. Sarà ancora un mondo in cui i lavoratori-schiavi dei Laogai cinesi manderanno in cassa integrazione gli operai dei calzaturifici marchigiani. Perché nulla è previsto per la competitività della nostra economia. Sarà un mondo in cui i premi Nobel della fisica o della chimica saranno tutti americani, o al massimo indiani. Perché il bilancio approvato dai nostri leader nazionali non scommette sulla ricerca. Sarà un mondo in cui tutto filerà liscio come prima, con qualche milione di disoccupati in più e nuove barriere da costruire per proteggere le nostre frontiere.
Sarà il solito mondo. Il mondo di oggi e di ieri, non rivisto e non corretto. Il solito mondo al quale ci stiamo tutti abituando. Ed al quale i leader europei si sono rassegnati da tempo. Benvenuti, cittadini d'Europa, nel nostro futuro. www.cafebabel.com/it Nicola Dell'Arciprete - Bruxelles
Un accordo più simbolico che sostanziale di Stephen Castle (The Independent) Dopo giorni di intense trattative, sotto la pressione dei manifestanti, la Conferenza ministeriale di Hong Kong ha adottato una dichiarazione finale che intende rilanciare i negoziati per la liberalizzazione degli scambi commerciali mondiali. Ma le questioni più importanti sono rimaste irrisolte Al termine di sei giorni di negoziati in cui l'unico accordo raggiunto è stato quello della cancellazione dei sussidi agli esportatori agricoli europei entro il 2013, i ministri di diversi paesi di tutto il mondo hanno avvertito il collasso della sesta Conferenza ministeriale dell'Organizzazione mondiale del commercio.
Le nazioni in via di sviluppo sembra abbiano gradito l'accordo, raggiunto all'ultimo minuto dopo la serie di frenetiche consultazioni diplomatiche di Hong Kong, mentre tutti gli altri militanti politici e le altre organizzazioni sociali ieri hanno definito l'accordo "profondamente deludente", "più simbolico che sostanziale".
Peter Mandelson, il commissario UE per il commercio, ha dichiarato: "In una settimana di delusioni, questo non è un risultato da poco. Certo non è abbastanza per poter definire il summit un successo. Ma è abbastanza per salvarlo dal fallimento".
Parlando a nome del gruppo dei G20, il gruppo dei paesi in via di sviluppo, Celso Amorim, il ministro degli esteri brasiliano, ha descritto l'intesa come una "misura modesta ma non insignificante, che potrebbe realmente portare a tagliare i sussidi agricoli".
Il presidente francese Jacques Chirac ha sostenuto che le conclusioni raggiunte saranno importanti per la crescita economica e l'occupazione in Francia, in Europa e nel mondo. "Contribuirà allo sviluppo dei paesi più poveri e allo stesso tempo preserverà l'indispensabile potenziale del settore agricolo europeo", ha aggiunto.
Ma, nonostante i litigiosi dibattiti tra i ministri dei 149 paesi ieri un accordo è stato in qualche modo raggiunto, le questioni più importanti che caratterizzano oggi il commercio internazionale sono rimaste completamente irrisolte.
Il meeting del WTO è stato accompagnato da diffuse proteste dei manifestanti "no global". Negli scontri di strada 140 persone sono rimaste ferite e circa un migliaio sono tuttora sotto la custodia delle forze di polizia. In prossimità del lato portuale della sede della conferenza, la tensione è stata molto alta. L'anno scorso l'Unione Europea si è offerta di eliminare i sussidi destinati alle esportazioni agricole – valutati intorno ai 2,7 miliardi di euro ogni anno – ma si è rifiutata di definirne una scadenza temporale senza il consenso di alcuni altri paesi, tra cui gli Stati Uniti.
Nonostante le pressioni per un taglio entro il 2010, l'UE ha insistito sulla data del 2013, momento in cui nazioni emergenti come il Brasile è più probabile avranno l'opportunità di colmare il gap nei confronti degli europei.
I prodotti latticini figurano come prima categoria destinataria dei sussidi UE – per una cifra di 1.495 miliardi di euro nel 2004. Le esportazioni di zucchero costano ai contribuenti europei 988 milioni di euro, i cibi trattati 380 milioni, la carne di manzo 251 milioni e il vino 13 milioni di euro ogni anno.
L'Unione Europea dichiara che l'obiettivo del 2013 costituisce un impegno concreto, ma non richiederà ulteriori modifiche della Common Agricultural Policy rispetto a quelle già apportate. "Abbiamo usato la nostra riforma per costringere gli Usa a predisporre un provvedimento analogo", ha affermato Michael Mann, un portavoce della Commissione Europea. L'UE più volte ha fatto notare come almeno il 60% dei 2,6 miliardi di dollari del "food aid programme" Usa finisca nelle tasche delle grosse compagnie agricole statunitensi operanti nelle aree della logistica e del trasporto.
Tuttavia, l'agenzia cattolica per lo sviluppo, la Cafod (the Catholic Agency For Overseas Development), sostiene che, dato che i sussidi UE alle esportazioni sono già in declino, la concessione stabilita dall'accordo di Hong Kong costituisce una misura irrisoria venduta ai paesi in via di sviluppo ad un prezzo troppo alto". E ha aggiunto: "È una misura più simbolica che sostanziale. In realtà, l'impatto sugli effetti dannosi delle merci europee sottocosto sarà molto limitato".
L'accordo di ieri condurrà inoltre all'eliminazione dei sussidi alle esportazioni di cotone nel 2006 e velocizzerà il passo con cui Washington smantellerà i propri sussidi per i produttori del settore negli Usa. Le economie africane lamentano che questi sussidi governativi ancora in vigore stanno distruggendo le proprie fragili economie. Ma un elemento chiave del piano – l'esenzione da dazi, una quota di accesso gratuito per le importazioni di 49 dei paesi più poveri del mondo – è stato piuttosto diluito a causa delle riluttanze statunitense e giapponese ad accettare il libero commercio per categorie merceologiche come tessili e riso.
Alan Johnson, il segretario di Stato britannico per il commercio e l'industria, ha evidenziato come fosse "decisamente insoddisfacente" che il 3% dei beni provenienti dai paesi più poveri fossero stati dispensati dal provvedimento. Nell'ambito del commercio dei beni manifatturieri, l'accordo ha invece disatteso le speranze di Stati Uniti e Europa per un maggiore accesso ai mercati dei paesi poveri e di quelli in via di sviluppo.
Anche prima che l'incontro ministeriale di Hong Kong si tenesse, Pascal Lamy – il direttore generale della World Trade Organisation – aveva ridimensionato le aspettative: i protagonisti tra loro erano infatti troppo distanti. Lamy aveva fatto notare i modesti progressi fatti affermando nel corso di una conferenza stampa che, prima di Hong Kong, i negoziatori avevano concretizzato al 55% quanto era stato deciso nel vertice di Doha. Ora, dopo Hong Kong, secondo il direttore del WTO i ministri hanno completato il 60% dei lavori.
I ministri si trovano nella condizione di dover raggiungere un'intesa entro la fine del prossimo anno se vogliono trarre profitto dai poteri di risoluzione accelerata conferiti all'amministrazione Usa per portare a termine il raggiungimento di ogni accordo. Ciò significa che, affinchè le tecnicità necessarie per chiudere un accordo vengano rispettate, dovrà verificarsi una sostanziale svolta politica entro la prima metà del 2006. Il risultato di ieri, inoltre, propone la data del 30 aprile 2006 come termine ultimo per raggiungere gli obiettivi contenuti nel programma del vertice di Doha, un punto posto a sua volta anche dallo stesso vertice di Hong Kong.
L'istituzione benefica internazionale Oxfam ha dichiarato: "Questo testo [quello uscito da Hong Kong, NdT] è profondamente deludente, un tradimento delle promesse di sviluppo messo in atto dai paesi i cui interessi, ancora una volta, hanno prevalso".
L'accordo di Hong Kong
Sviluppo. Ai paesi in via di sviluppo verrà garantita l'esenzione da dazi, una quota di libero accesso pari al 97% delle proprie esportazioni a partire dal 2008, o dal raggiungimento di una qualsiasi intesa commerciale in materia. I paesi sviluppati hanno garantito che in tal senso le cosiddette "rules of origin" saranno "semplici e trasparenti".
Agricoltura. I sussidi alle esportazioni dei paesi ricchi saranno eliminati "progressivamente" entro il 2013. Includono i sussidi alle esportazioni dell'Unione Europeacome i sussidi erogati nell'ambito delle attività commerciali monopolistiche in Australia, Nuova Zelanda e Canada. Per quanto riguarda il cotone, i sussidi alle esportazioni verranno eliminati dai paesi sviluppati nel 2006. I sussidi distorsivi del commercio dovrebbero essere ridotti in maniera "più ambiziosa" rispetto alla formula dei tagli generici, e in un periodo di tempo più breve. Una disciplina sull'esportazione dei crediti, garanzie sull'esportazione dei crediti e programmi di assicurazione, imprese di commercio statali e sovvenzioni alimentari saranno raggiunti entro il 30 aprile del 2006.
Servizi. Gli Stati Uniti e l'Unione Europea hanno efficacemente resistito ai tentativi di alcuni paesi in via di sviluppo di indebolire i punti della bozza del testo negoziato a Ginevra. I paesi in via di sviluppo temono che ciò costringa loro a liberalizzare alcuni settori che vorrebbero continuare a proteggere. Le società UE e Usa temono che i negoziati sui servizi, già in ritardo rispetto ai programmi, potrebbero slittare ulteriormente se il testo verrà indebolito.
Manifatture. La cosiddetta formula svizzera sarà utilizzata per assicurare che le tariffe doganali più alte vengano per la maggior parte abbattute. Ma gli accordi nulla hanno detto riguardo ai coefficienti che dovranno a tal scopo essere impiegati.
Fonte: http://news.independent.co.uk/world/politics/article333999.ece Tradotto da Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media
Egitto: le elezioni parlamentari e l’affermazione della Fratellanza Musulmana
Nonostante siano ufficialmente esclusi dalla vita politica del paese, i Fratelli Musulmani sono riusciti a conquistare 88 dei 454 seggi del parlamento egiziano in palio nelle ultime elezioni legislative. Questo nonostante la forte ondata di repressione e di arresti che hanno colpito il gruppo nelle scorse settimane e dei brogli segnalati da più parti a favore del NDP, il partito legato a Mubarak. Questa affermazione, avutasi in un momento in cui il sistema politico egiziano vive una forte crisi di legittimità, apre più di un interrogativo sul futuro del paese e sulla sua stabilità.
Dario Cristiani
Equilibri.net Nelle tre tornate delle elezioni parlamentari tenutesi in Egitto nel corso delle scorse settimane i candidati legati ai Fratelli Musulmani, associazione considerata illegale in Egitto sin dal 1954, sono andati oltre le previsioni di molti osservatori, conquistando 88 seggi, risultato che tradotto in termini di percentuali elettorali significa che la Fratellanza Musulmana è riuscita a coagulare intorno a sé tra il 20 ed 25% dei voti espressi.
Questo risultato pone la Fratellanza Musulmana come la più importante tra le forze di opposizione del paese. Il dato elettorale deve essere certamente letto ed analizzato alla luce della scarsa affluenza alle urne, calcolata al 26%. Ciò significa indubbiamente che i Fratelli Musulmani hanno sì un importante seguito ed un forte radicamento nel paese, ma che essi non rappresentano quell’ondata islamista destinata a travolgere l’Egitto nei prossimi mesi, cosa che taluni osservatori avevano prospettato in seguito ai risultati delle prime due fasi delle elezioni.
Il lascito politico delle elezioni egiziane
Le elezioni legislative egiziane hanno rilevato l’esistenza di alcuni fattori di estrema rilevanza per comprendere l’attuale fase politica che vive il paese. Essi sono principalmente:
- La bassissima affluenza alle urne, che dimostra l’esistenza quantomeno di una sorta di apatia collettiva nei confronti del processo elettorale e più in generale di disaffezione nei confronti della politica.
- L’affermazione perentoria della Fratellanza Musulmana. Formalmente esclusa dal sistema politico egiziano, che vieta l’esistenza di partiti basati sulla religione, nonostante ciò questa formazione è risultata la vera vincitrice di queste elezioni egiziane. Nonostante la loro retorica democratica, sviluppatasi in particolare nel corso degli ultimi mesi in vista di queste elezioni, i Fratelli Musulmani sono considerati ancora oggi come i sostenitori di una re-islamizzazione profonda, radicale e dal basso della società egiziana, e sintetizzata nel loro slogan “l’Islam è la soluzione.” Nonostante la retorica liberale e democratica che ha caratterizzato i discorsi elettorali del gruppo dirigente di Al-Ikhwan al-Muslimiin negli ultimi mesi, si pone più di un dubbio sulla autenticità di queste posizioni moderate espresse dalla leadership dei Fratelli Musulmani, che vengono considerate in realtà un modo per edulcorare le proprie posizioni ideologiche radicali.
- L’impotenza e l’incapacità di mobilitazione e di riscuotere consenso delle forze liberali, riformiste e secolari del paese. I risultati di questo voto, che sostanzialmente hanno dimostrato come il sistema politico egiziano si sia polarizzato intorno ai due schieramenti rappresentati da Mubarak e dal suo partito e dalla Fratellanza Musulmana, hanno sottolineato la marginalità complessiva di questo blocco di forze, che non sono riuscite a far presa sull’elettorato del paese.
- La crisi del National Democratic Party, il partito politico legato al presidente egiziano Hosni Mubarak la cui presenza in parlamento, nonostante continui ad essere molto forte, è stata fortemente ridimensionata. Il dato risalta ancora di più qualora si sottolinei la circostanza per la qule fino ad oggi, di fatto, il NDP è stato l’unico partito del sistema egiziano ed il principale gestore del potere. Gestire il potere e per di più farlo in un sistema fino ad oggi fortemente bloccato e chiuso come quello egiziano significa creare una fittissima e sfuggente rete di clientele e di rapporti tramite l’elargizione di prebende e favori. Se, nonostante questi elementi, il partito legato a Mubarak è uscito fortemente ridimensionato dall’esito delle urne significa che questo sistema costruito sul potere mostra più di un segnale di forte crisi e di scoramento.
Questa pluralità di fattori, se legati insieme, dimostrano in maniera fortemente marcata che il sistema politico egiziano sta attraversando un’importante crisi di legittimità e si caratterizza per una forte instabilità, nella quale si assiste ad un processo di polarizzazione dello spettro politico nazionale, con l’avanzata delle forze radicali e la tenuta, anche alquanto debole, delle forze attualmente al potere. Essi divengono quindi i due principali poli di attrazione politica. In questo contesto si assiste altresì alla marginalizzazione progressiva degli elementi politici più laici e liberali del panorama politico del paese, che scontano la mancanza di radicamento nel tessuto sociale egiziano e che rappresentano solamente delle piccole avanguardie urbane incapaci di coagulare consenso nella società egiziana più profonda.
Le motivazioni dell’affermazione dei Fratelli Musulmani
Gli eletti formalmente indipendenti, ma che di fatto sono riconducibili ai Fratelli Musulmani, sono 88. La presenza del gruppo islamista in parlamento è così cresciuta in maniera considerevole rispetto ai 15 deputati avuti nella scorsa. L’affermazione della Fratellanza si deve innanzitutto al suo forte e capillare radicamento nel tessuto sociale egiziano. Essa, come fanno molti altri gruppi islamici presenti in Medio Oriente, come ad esempio Hamas nei territori palestinesi, offre non solo un rifugio identitario a molti giovani dei suburbi e delle campagne, ma funge anche da catalizzatore di consensi anche e soprattutto grazie ai sistemi di welfare locale e all’assistenza pratica che offre a molte famiglie, con l’elargizione di servizi scolastici, sanitari e di sussidi economici. Inoltre la Fratellanza Musulmana è molto attiva e presente nella vita associativa egiziana, in particolare nei vari ordini professionali, dove molti medici, avvocati e professionisti sono legati all’associazione, con molti di questi professionisti che fungono anche da sostegno finanziario al movimento. Nonostante il fatto che nell’ultimo decennio questa presenza è stata ridimensionata per volere del governo, la presenza di queste reti di relazioni consentono un profondo radicamento nella società da parte dei Fratelli Musulmani, che riescono così a farsi interpreti delle istanze più sentite da una buona fetta di popolazione. Questo radicamento è anche più profondo e capillare di quello che riesce ad avere il NDP di Mubarak, poiché ha sì costruito negli anni al potere un’importante rete clientelare nel paese, ma essa è diretta emanazione del potere ed inevitabilmente è una variabile ad esso legato. Qualora questo potere dovesse crollare, o quanto meno diminuire, anche questa capacità di condizionamento della società sarebbe fortemente compromessa, cosa che invece non accadrebbe alla capacità di creare consenso dei Fratelli Musulmani, che appaiono invece fortemente legati al sentire comune del paese profondo, non solo da un punto di vista dei bisogni materiali ma anche e soprattutto per ciò che concerne i bisogni spirituali e ideologici.
La capacità di coagulare consenso intorno al proprio progetto deriva inoltre dall’esistenza di un importante fattore sistemico legato inestricabilmente a questa capacità del gruppo di interpretare il paese profondo: l’importanza che nel corso di questi decenni ha assunto la religione nel dibattito politico egiziano. L’elemento religioso è stato visto dai tre Rais che si sono succeduti al potere nel corso degli ultimi cinquanta anni come un elemento di legittimazione e di consenso dell’élite al potere, nonostante Nasser, Sadat e Mubarak abbiano definito la loro identità politica in termici laico nazionalistici. Questo richiamarsi alla religione, strumentalizzandola ai fini dell’acquisizione del consenso e favorendo la diffusione di tematiche e dibatti a carattere religioso attraverso i media hanno portato alcuni autori a parlare di “istituzionalizzazione dell’attivismo islamico”, nonostante nel paese viga dal ’77 una legge che vieti la costituzione di partiti politici a base religiosa. La presenza del tema religioso nel dibattito pubblico non ha fatto altro che creare una sorta di humus adatto alla crescita e allo sviluppo della Fratellanza Musulmana come movimento di massa.
Inoltre la politica alcune volte schizofrenica attuata nel corso degli anni sia da Sadat sia da Mubarak nei confronti dei Fratelli Musulmani e più in generale dei movimenti di ispirazione islamica, che alternava fasi di tacita o addirittura dichiarata collaborazione a momenti di scontro e di fortissima repressione, non ha fatto altro che radicalizzare lo scontro tra il potere e questi gruppi, che sono stati e continuano a tutt’oggi ad essere una forte calamita per molte fasce sociali del popolo egiziano, dove tra l’altro la Fratellanza Musulmana viene percepita come un movimento onesto e solidale, modello contrapposto alla corruzione che regna nell’imponente apparato pubblico e nella politica egiziana.
Il loro programma: radicalismo ammantato di retorica democratica?
Nel periodo pre-elettorale i leader dei Fratelli Musulmani hanno sottolineato in più di un’occasione quali sono le loro priorità politiche: porre fine alla legge d’emergenza che vige nel paese in seguito all’assassinio di Sadat del 1981, liberalizzare i partiti politici, rilasciare i prigionieri politici, prevenire le torture, salvaguardare i diritti umani e di governare la società tramite la legge islamica ma declinata in un modo moderno e diverso, dove anche le minoranze non islamiche vengano salvaguardate nei loro diritti. Il carattere così fortemente democratico e liberale di questi proposte ha colto di sorpresa molti osservatori, poiché non sono propriamente questi i temi che nel passato nel passato le proposte politiche di un movimento che si rifà completamente all’Islam puro dei primordi e ad una visione della società governata dalla Sharia. Le possibili spiegazioni di questo atteggiamento possono essere due:
Rassicurare, tramite questa retorica, le minoranza del paese(si pensi ad esempio ai Copti Cristiani), i cittadini che non si riconoscono nel loro movimento e gli osservatori internazionali che guardano con malcelato sospetto ad una forte crescita del movimento, temendo una eventuale presa del potere da parte del gruppo
La consapevolezza che, per un movimento così radicato nella società, la democrazia può essere un bene, poiché darebbe loro la possibilità di avere più peso nel sistema politico egiziano, e come in qualche misura già queste elezioni, anche se lontane dai crismi democratici delle elezioni stampo occidentale, hanno dimostrato.
Più di un dubbio però rimane sulle reali volontà di questo movimento, poiché in più di un’occasione i leader del movimento sono stati vaghi nell’esplicitare come verrebbe implementata in concreto questa applicazione moderna della Sharia, quali sarebbero stati i diritti delle donne in un paese guidato da loro e quali sarebbero state le garanzie politiche sulla libertà politica e religiosa.
Conclusioni
Queste elezioni hanno mostrato, in maniera molto più marcata di quanto ci si potesse attendere, la forza della Fratellanza Musulmana. Il dato, come sottolineato in precedenza, va letto anche in relazione alla scarsa affluenza alle urne, ma questo non nasconde come essi siano gli unici, allo stato attuale delle cose, capaci di assurgere a principale forza di opposizione al Raìs Mubarak. In un sistema che attraversa una forte crisi di legittimità e caratterizzato da tenui aperture democratiche, provocate più da pressioni esterne che da un processo interno di maturazione del sistema, la forza e la capacità di creare consenso dei Fratelli Musulmani non va sottovalutata, soprattutto nell’ottica di una prossima transizione dal regime attuale guidato dal vecchio Mubarak ad uno di tipo diverso. La loro affermazione e il contemporaneo crollo verticale dell’opposizione di stampo laico e liberale dimostra altresì come, in un eventuale regime democratico rappresentativo, la loro capacità di sintonizzarsi sui bisogni reali del paese e le loro reti di relazioni nel mondo dell’associazionismo e delle professioni, essi abbiano tutte le carte in regola per divenire forza di governo.
Il loro radicalismo ideologico, malcelato da una rapida e quantomeno sospetta conversione agli ideali democratici, appare però come un possibile freno alle loro ambizioni politiche poiché, come dimostrato dal caso algerino negli anni ’90, molte delle grandi potenze internazionali non sono disposte a vedere gruppi radicali islamici al potere, in particolar modo in un paese fondamentale per l’intero Medio Oriente come l’Egitto, ed è quindi probabile che vi siano delle fortissime pressioni esterne affinché ciò non si realizzi. Su queste paure Hosni Mubarak cercherà di far leva per quantomeno ritardare il processo, in realtà attualmente molto labile, di democratizzazione reale del paese, proponendo egli stesso e i suoi uomini, all’esterno, come coloro capaci di arginare una possibile deriva islamista del potere egiziano.
Macedonia: bollette amare Risto Karajkov Nel 2001 la rete di telecomunicazioni macedone è stata venduta alla Deutsche Telekom. Da allora quest'ultima gode di un monopolio. Il che implica tariffe in costante aumento per i cittadini e profitti alle stelle. Ed il governo sembra non voler far niente Un cittadino di Skopje il mese scorso si è arrampicato su una cabina telefonica e ha tagliato il cavo. Un atto estremo dato da un amaro risentimento nei confronti del comportamento monopolistico della Telecom macedone, l'unico operatore di telefonia fissa nel Paese. Dopo averlo fatto infatti ha dichiarato che era un gesto dimostrativo nei confronti della compagnia che gli ha disconnesso la linea telefonica a fronte di due bollette insolute. Ha inoltre aggiunto che le istituzioni non fanno nulla di fronte ad atti unilaterali della Telecom.
Un gesto che fa emergere un risentimento diffuso dei cittadini nei confronti della condotta arrogante della Telecom negli ultimi 4 anni in Macedonia.
Nel 2001 il governo macedone ha venduto il 51% delle azioni della Telecom nazionale alla compagnia ungherese Matav, una sottoditta del colosso multinazionale Deutsche Telecom.
La Telecom controlla il 100% delle linee di comunicazione terrestri del paese, essendo l'unico fornitore di servizi, e attraverso la ditta Mobimak, dispone inoltre del 65% del mercato della telefonia mobile del paese. È la più ricca compagnia della Macedonia. E la più odiata.
Sin dall'acquisizione i prezzi dei servizi telefonici sono aumentati, con implacabile regolarità, di anno in anno. Oggi i cittadini macedoni pagano per il telefono quattro volte di più di quanto pagavano nel 2001. La gente sta disdicendo le proprie linee telefoniche. L'accesso a internet da casa è estremamente lento e in un'epoca in cui la tecnologia permette una drastica riduzione dei costi delle comunicazioni, i cittadini macedoni fanno esperienza di un paradossale incremento delle tariffe. Questo non contribuisce solo a all'impoverimento progressivo della gente, ma ha anche un costo nello sviluppo di lungo termine.
Il governo, coinvolto nella vicenda, conduce una lotta che sembra voler disperatamente perdere. Obietta il comportamento della Telecom, s'oppone all'aumento dei prezzi, ma allo stesso tempo raccoglie i dividendi col suo 47% di proprietà della compagnia. Lo scorso anno ha ricevuto 45 milioni di euro. Fa costantemente appello alla liberalizzazione del mercato anche se perde tempo nella formulazione della legislazione necessaria. Solo di recente è passata la necessaria regolamentazione che obbliga la Telecom a condividere la sua infrastruttura di network con altri potenziali operatori.
"Abbiamo approvato gli atti normativi essenziali che creano le pre-condizioni di base per l'apertura del mercato", ha affermato Kosta Trpokovski, direttore dell'Agenzia per le comunicazioni elettroniche. Il direttore si dice ottimista per via del fatto che, a suo avviso, entro il prossimo anno nuovi operatori saranno in grado di entrare nel mercato rompendo il monopolio della Telecom.
Se questo dovesse accadere a breve, sarebbe con un solo anno di ritardo, tenendo conto che nel 2004 la Telecom ha perduto la sua posizione privilegiata di unico fornitore di servizi - un vantaggio ottenuto con l'accordo di vendita del 2001. Un anno significa più di 100 milioni di euro di puro profitto per la compagnia. Il suo profitto stimato per i primi sei mesi del 2005 è di circa 75 milioni di euro. Il direttore della compagnia, Atila Sandrei, è stato recentemente lodato dai suoi responsabili per l'enorme profitto e per il riuscito taglio dei costi. La compagnia ha licenziato per tutto lo scorso anno e ha annunciato nuovi licenziamenti per il 2006.
Comprendendo lentamente il peso politico di essere "nello stesso letto" con la Telecom, e ciò che questo potrebbe significare per la propria immagine in vista delle elezioni politiche del 2006, il governo ha annunciato che venderà la sua quota di azioni. Ma il valore di quel 47% di azioni è ancora scoonsciuto dato che le azioni Telecom non sono sul mercato.
Gli esperti dicono che vendere in questo momento dal punto di vista economico sarebbe una totale follia.
"Il governo si comporta come se possedesse lo 0.1% e non il 47%. Deve decurtare la sua quota dal momento che i dividendi per il prossimo anno saranno potenzialmente enormi. Finché la compagnia avrà dei profitti così alti, il governo non deve vendere", commentano.
Bruxelles ha continuamente sottolineato come vi siano situazioni anomale nel settore delle comunicazioni macedoni facendo anche riferimento ai tentativi del tutto fallimentari di smantellare il monopolio.
L'ultimo rapporto della Commissione, col quale è stato raccomandato lo status di candidato per la Macedonia, comprendeva anche obiezioni sullo stato delle comunicazioni nel paese.
La Telecom ha reagito ad una recente dichiarazione di un diplomatico di Bruxelles, che affermava che in Macedonia non vi fosse "alcuna volontà politica di porre fine al monopolio", con una sorta di lamento dell'innocente: in una lettera indirizzata alla Commissione europea si affermava che in Macedonia legalmente non esiste monopolio. Così è. La legislazione recentemente approvata ha infatti come obiettivo la liberalizzazione del mercato.
Ma davanti ad affermazioni di questo tipo i cittadini macedoni, da qualche anno a questa parte, si sentono presi in giro.
Sono scese in campo anche le ONG che hanno promosso campagne pubbliche, ma senza reali effetti, almeno sino ad ora. Hanno inviato i cittadini a lasciare sollevata la cornetta del telefono, a non pagare le bollette, o a non pagare l'abbonamento, ecc. Forse alcune delle loro azioni legali in tribunale avranno qualche risultato nel medio termine.
Recentemente l'ombudsman si è schierato con le ONG e ha condiviso le loro accuse di condotta illecita da parte della Telecom.
Un recente rapporto commissionato dalla UE, col quale si analizza lo stato del settore delle comunicazioni nel Sud Est Europa, afferma che i paesi della regione sono ancora lontani dalla piena liberalizzazione dei loro mercati.
La Macedonia sta ora percorrendo la strada che ha dovuto seguire la Croazia qualche anno fa. La Croazia ha venduto la propria compagnia di telecomunicazioni alla Deutsche Telecom nel 2001 e ha avuto a che fare con la stessa indecente crescita dei prezzi e con i trucchi per minare la possibilità per eventuali concorrenti di entrare sul mercato. Ma il governo croato è stato più rapido ad affrontare la questione.
Il Montenegro sembra sarà il prossimo a trovarsi in questa situazione, visto che ha venduto la sua Telecom alla stessa multinazionale all'inizio di quest'anno. Praticamente, tutte i piccoli paesi della regione cadono preda di queste multinazionali leste ad infilarsi nel redditizio mercato delle telecomunicazioni.
La Macedonia non ha altra via che la graduale liberalizzazione. Il prezzo che i suoi cittadini hanno pagato e stanno ancora pagando è enorme. È ciò non è causato solo dal comportamento aggressivo di una grande multinazionale. È dovuto ad una misera e irresponsabile capacità di governare dei propri politici.
È sempre difficile dire cosa esattamente spinge i cittadini ad andare alle elezioni e votare. Nei Balcani la rabbia è uno dei motivi. E la Telecom ne ha provocata parecchia. Non da ultimo con la sua arroganza. www.osservatoriobalcani.org
Pena di morte in America : la Giustizia non c'entra nulla di Claudio Giusti
18/12/1865 - Gli USA aboliscono la schiavitù 18/12/1969 - l'Inghilterra abolisce la pena di morte
Negli Stati Uniti non c'è la pena di morte. Se ci fosse, e fosse applicata coerentemente, avremmo assistito all'esecuzione di almeno 100.000 condanne capitali. In realtà i 1.000 omicidi amministrativi che hanno funestato gli ultimi trent'anni non erano esecuzioni, ma sacrifici umani.
Sacrifici compiuti per rassicurare una società spaventata dalla sua stessa violenza e che vuole credere di avere trovato la panacea per tutti i suoi mali: l'assassinio rituale di qualche disgraziato nullatenente.
La giustizia americana seleziona un esiguo numero di presunti colpevoli fra le migliaia che hanno commesso crimini uguali o peggiori. Alcuni sono sacrificati, ma la stragrande maggioranza riceve pene detentive a volte incredibilmente lievi.
Le ragioni per cui pochi sono uccisi, mentre migliaia non lo sono, non va cercata nella gravità del delitto, ma nel razzismo e nel classismo americano. Inutilmente cerchereste gente ricca nel braccio della morte. Le persone da sacrificare sono scelte negli strati più bassi della società, fra quelli la cui vita vale poco e in America la vita dei bianchi vale più di quella dei neri.
Metà delle vittime degli omicidi è nera, ma l'80% dei 1.000 sacrificati aveva ucciso un bianco. Duecento neri hanno pagato con la vita il crimine di avere assassinato un bianco, ma non sono più di una dozzina i bianchi sacrificati per l'assassinio di un nero e il Texas non si è mai macchiato di un simile delitto.
In tutto questo la Giustizia non c'entra nulla.
www.osservatoriosullalegalita.org
dicembre 19 2005
Le imprese dell’on.Grillo trasformista e paciere
ALBERTO STATERA
Già titolare del "premio Attila" conferitogli anni fa per preclare benemerenze nella difesa dell'ambiente, il senatore Luigi Grillo, portavoce dei furbetti del quartierino e famiglio del governatore Antonio Fazio, meriterebbe ben altro. Se ci fosse, gli toccherebbe il "premio Capannelle", dal nome dell'indimenticabile personaggio del filmcult "I soliti ignoti". Preso con le mani nella marmellata, con un conto alla Banca popolare di Lodi sul quale risultano depositate plusvalenze anomale derivanti da trading su titoli scoperte dagli ispettori della Banca d'Italia e dalla procura della Repubblica, ha dato un'intervista a Claudio Gatti del "Sole24" che tocca vertici di inarrivabile comicità. Chiede l'intervistatore: ha ordinato lei le operazioni di vendita di opzioni ? Risponde pronto il senatore: «Guardi, io ho ricevuto un affidamento. Poi faceva tutto la Banca popolare di Lodi». Quindi le operazioni sui titoli era la Lodi a deciderle ? «Si, le faceva la Lodi». Salvo, nelle risposta successiva, scandire che la vendita di azioni Antonveneta l'ha decisa lui e soltanto lui. Ma questo è niente. Se si ripercorre tutta la storia del senatore di GenovaTigullio non si può non proporlo per il premio a una carriera tutta capriole. Democristiano della corrente di Base, eletto per la prima volta in Parlamento nel 1987, Grillo arriva al governo nel 1992 con Giuliano Amato, che lo nomina sottosegretario alle Finanze con ministro Franco Reviglio. Nel 1994 viene rieletto per i popolari di Mino Martinazzoli, ma è subito folgorato da Berlusconi, cui consegna il voto che consente al Centrodestra di avere la maggioranza al Senato. I popolari lo espellono, ma il Cavaliere lo premia con la poltrona di sottosegretario alle Aree urbane. Rieletto nel 1996 e nel 2001, nominato presidente della Commissione lavori pubblici e comunicazioni, è tutto un turbine di zelo berlusconiano. E relatore della legge Gasparri fatta su misura per il capo, presenta l'emendamento per scorporare dai tetti pubblicitari le televendite e quello al condono edilizio che cancella il divieto di costruzione nelle aree incendiate e che gli vale il "premio Attila". Ma la sua vera passione sono le banche. E' lui che aiuta Fiorani nelle prime scalate, come quella della Banca di Chiavari, è lui che difende le fondazioni bancarie da Giulio Tremonti. Poi il capolavoro. Il "patto dello Siacchetrà", che segna la pacificazione tra Berlusconi e Fazio. Venerdì 14 gennaio, cena a palazzo Grazioli tra il premier, il governatore, il ministro dell'Economia Domenico Siniscalco e Grillo, il quale offre ai commensali la bottiglia di vino delle Cinque Terre che battezzerà l'accordo per la difesa dell'"italianità delle banche". Un trasformista col botto? Il trasformismo non esiste, proclama all'unisono con Paolo Cirino Pomicino. Un affarista? Lo accerteranno i giudici, che indagano su quei conticini nella banca di Fiorani. Se scopriranno qualche reato, l'instancabile Grillo è atteso al varco dalla Commissione per le Autorizzazioni a procedere, presieduta dal senatore di Centrosinistra Giovanni Crema. Il quale, paradossalmente, farà di tutto per rallentare la procedura. Per evitare assoluzioni alla Previti, meglio consegnare mister Capriola alla nuova maggioranza parlamentare. a.statera@repubblica.it
Telefonate consortili Sezione “dossier l'Unità”
«La sinistra calce e martello, quella che una volta aveva i correntoni e adesso ha i conto correntoni. La Bresso nel 2000 diceva: "l'Alpentunnel avrà un impatto a dir poco devastante". Chiamparino dichiarava, a proposito di un sindaco suo amico: "Se Bernardi ha preso le tangenti, io sono un cretino”. Il giorno dopo Bernardi ha confessato. Siamo autorizzati a dire che Chiamparino fa rima con cretino».
Alla festa di Torino c'era anche Marco Travaglio, che ha infierito sulla sinistra anche più del solito con le parole riportate qui sopra (fonte l'Unità di ieri 18/12/2005). L'aggressività di Travaglio induce a dare un significato politico alla frase pronunciata da Piero Fassino il 15/12 nel corso della piuntata di Otto e mezzo su LA7: «Molto spesso (Travaglio) scrive cose inesatte».
Ora, è noto che da sempre, fin da prima della cacciata di Furio Colombo dalla direzione de l'Unità, la dirigenza DS preme, in sintonia con i riformaroli più feroci, per chiudere la collaborazione con Travaglio. In quest'ottica la frase del segretario può essere letta come segnale di tipo mafioso, con doppia chiave di letura. La seconda sarebbe: «la caccia a Travaglio è aperta».
Come sempre quando la preda è di quelle difficili da beccare, si mettono all'opera gli avvoltoi più feroci. Oggi sul Corsera c'era anche Claudio Velardi, anima nera di D'alema e nemico di Travaglio almeno quanto lo è Cuperlo. Velardi è stranamente presente sulla stampa in questi giorni, un segno che non lascia prevedere granché di buono. Da parte sua, Marco si difende con la grinta di sempre. Ecco una sua replica a Dagospia, che lo dà in prossima partenza da l'Unità:
Caro Dago, non so dire se davvero - come hai scritto - le mie "Bananas" sull'Unità "finiranno presto al macero". So soltanto che a chiamarmi a collaborare con l'Unità fu Antonio Padellaro che, insieme a Furio Colombo, mi ha sempre garantito la massima libertà. Pagando, per questo, prezzi piuttosto alti. Quanto al complimento che mi ha rivolto ieri sera, ovviamente in contumacia, Piero Fassino a "Otto e mezzo", resto in attesa di conoscere quando avrei "scritto cose inesatte", visto che non ho mai ricevuto rettifiche nè denunce da parte sua nè di suoi amici (che peraltro minacciavano querele). Comprendo il nervosismo di Fassino, con questi chiari di luna, e temo che non abbia gradito da me scritte su MicroMega e nel mio libro "Inciucio" sulle sue telefonate consortili e sui trascorsi giudiziari di alcuni suoi stretti collaboratori. Càpita nelle migliori famiglie che il problema non siano le cose inesatte scritte dai giornalisti. Ma quelle esatte /www.onemoreblog.org/
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Se la destra cancella il processo d´appello FRANCO CORDERO
da Repubblica - 19 dicembre 2005
OGNI legge votata dalla Cdl nelle materie penali aveva fini molto particolari: è quindi presumibile che ne abbia anche la proposta 13 gennaio 2004, firmata da un patrono dell´uomo d´Arcore, dove il cinismo negromantico tocca punte mai viste, che io sappia; e qualcosa so della storia giudiziaria. L´estate scorsa esce dal grembo dov´era incubata: Montecitorio la vota sine strepitu; domani voteranno gli yes men a Palazzo Madama, compatti come suol essere la Destra in casi simili; e la diavoleria diventa legge.
La destra e il processo d´appello
Da venti secoli esiste l´appello: «revisio prioris instantiae», lo chiamavano i dottori, ossia un rifacimento del giudizio, i cui temi capitali sono due; N ha commesso il fatto attribuitogli dall´accusa?; e nell´ipotesi affermativa, come valutarlo in chiave penale? L´appello romano era un «gravame», nome tecnico: il soccombente ha diritto al secondo giudizio; e l´affronta ex novo. Discendono dal ceppo germanico, invece, le domande con cui una parte chiede l´annullamento della decisione asserendola affetta dal tal vizio. Due modelli. Coniugati, generano le moderne impugnazioni. L´appello differisce poco dall´antico gravame: se glielo chiedono e ritiene utile un secondo lavoro istruttorio, il giudice vi provvede (ascolta nuovi testimoni o richiama i già escussi, nomina periti, inscena ricognizioni, dispone esperimenti, ecc.); indi conferma o riforma; nel secondo caso proscioglie o condanna. In parole povere, un bis del primo grado. La Cassazione, invece, lavora sui motivi addotti dal ricorrente, limitati al quadro legale dei «vitia in procedendo» o «errores in iudicando»: ad esempio, l´appello era inammissibile o ricorrono delle nullità; la norma penale correttamente applicabile non è A ma B. La Corte decide sulle carte, non vede l´imputato né acquisisce prove. Non che sia puro giudice del diritto: più o meno scopertamente interloquisce anche sul fatto ma vigono limiti insuperabili; a parte l´esclusione d´ogni supplemento istruttorio, la forma del giudizio vieta approcci diretti alle prove già acquisite. Non avviene mai che, letti i verbali dei testimoni, dica: «il tale merita fede, lo sento; quell´altro, no». Ecco cosa significa «libero convincimento». Diversa la res iudicanda, rispetto all´appello, diversi gli epiloghi: la Corte respinge il ricorso o annulla la sentenza, tout court, e il processo finisce lì qualora sia superfluo un séguito; o rinvia gli atti nella sede da cui venivano. Non emette mai condanne (proscioglimenti impliciti sì, mediante annullamento senza rinvio). L´appello, ripetiamolo, ha venti secoli. Cos´escogitano gl´innovatori? Lo storpiano abolendone metà. Nelle fonti romane era «remedium iniquitatis»: e sono due le possibili iniquitates, che l´innocente subisca una condanna o il reo esca impunito; l´attuale art. 593 c. p. p., c. 1, ripara entrambe; condanne e proscioglimenti sono appellabili dall´imputato e dal pubblico ministero. Ovvio, finché la parola «contraddittorio» abbia senso. Il processo serve a stabilire se un reato esista e come punirlo. Comunque finisca, qualcuno perde, a meno che fossero concordi (caso raro): soccombe il condannato o chi l´accusa, quando se lo veda assolto; appellando giocano una seconda chance. Martedì 20 dicembre i senatori d´osservanza berlusconiana aboliranno l´appello contro i proscioglimenti e siccome dalle loro parti non vigono tabù d´etica, gusto o logica, qualche spiritoso domanderà che male ci sia: se la sentenza proscioglie, nessuno dei due può appellare; le condanne, invece, sono appellabili da entrambi. Perfetta simmetria, no? Se ne accorgono anche gli scimuniti: l´assolto non sa che farsi dell´appello; l´accusatore soccombente perde l´unica arma. Che assurdo sia, lo vediamo nel caso della condanna, appellabile hinc inde. Supponiamo che il pubblico ministero avesse chiesto la pena x e la sentenza infligga x meno qualcosa; l´ipotetica ingiustizia, magari lievissima, è rimediabile con l´appello, la macroscopica (imputato assolto), no. Poco male, obiettano gl´impudenti, ricorra in Cassazione. Chi abbia letto sin qui capisce dove stia l´imbroglio. Causidici e legulei non hanno mai goduto buona fama: cattivi cristiani, li chiamava Lutero; ma nascondevano le turpitudini sotto maschere retoriche. Nell´epoca della volgarità al potere cade la maschera. Supponiamo che N sia imputato d´un grave delitto: gli pesano addosso argomenti induttivi da fiaccare i tori; gl´indizi lo inchiodano; e due testimoni servizievoli forniscono un alibi; sia stupido, suggestionabile o corrotto, come talvolta capita, stando alle cronache, il giudice li crede; o finge d´averli creduti; e lo racconta soffiando tante frasi fiorite. Il pubblico ministero schiuma: i due sono falsi come Giuda; bastava vederli nell´escussione incrociata; occhiate oblique, maniere untuose, discorso artefatto. Oggi lo scempio è rimediabile: nel dibattimento d´appello, giudici meno intronati o corrivi vedono i testimoni, li ascoltano, pesano le parole, ripuliscono la scena istruttoria, condannano l´imputato. Nel nuovo sistema sarà impossibile: la Corte non assume prove, giudica sulle carte; l´unico spiraglio sarebbe un difetto della motivazione (l´art. 606, c. 1, lett. e, riformulato dalle stesse mani, la presuppone «contraddittoria»), ma chi affattura una decisione non è così idiota da contraddirsi. Il capolavoro sta nel rendere irreparabili degli errori in fatto scaricandoli sulla Corte, impotente a rilevarli perché le mancano gli arnesi: non è giudice d´appello; e se lo diventasse attraverso norme ad hoc (contemplanti, ad esempio, dibattimenti rinnovati), sarebbe metamorfosi mostruosa con effetti distruttivi del sistema. La riforma appare due volte folle quando non vi sia stato il dibattimento: l´udienza preliminare è finita nel non luogo a procedere; e appare più che mai necessaria una piena cognizione del materiale istruttorio. Esiste una «Monstrorum historia» d´Ulisse Aldrovandi, edita postuma (Bologna, 1642), la cui iconografia sa d´incubo. Quando un teratologo del diritto compili l´equivalente, vi merita un capitolo illustrato l´insigne ddl 3600/S. Disinvoltura asinina, in primo luogo. Trinciano l´appello, ignorando storia e sintassi, come se dei portantini ubriachi, afferrato il bisturi, operassero allegramente in corpore vili nell´anfiteatro. Ma sotto i farfugliamenti corre il filo d´un piano coerente inteso al dissesto della giustizia penale. Spirano arie criminofile. Quest´assurda legge esibisce ancora due sintomi. L´art. 405, c. 1, vieta d´indagare ogniqualvolta la Cassazione, investita d´un ricorso contro provvedimenti cautelari, abbia escluso i «gravi indizi»: la Corte non li ha visti; il pubblico ministero quindi non li cerchi (con tanti saluti all´art. 112 Cost.: «ha l´obbligo d´esercitare l´azione penale»). L´art. 533, c. 1, ammette condanne solo «se l´imputato risulta colpevole al di là d´ogni ragionevole dubbio»: americanismo comico, degno d´«Un americano a Roma», dove Alberto Sordi interpreta l´americanofilo maniaco; ovvio che i dubbi ragionevoli ostino alla condanna; nell´onorevole lessico berlusconoide la formula suona come un pugno sul banco; mossa intimidatoria e invito ad allargare i confini del dubbio, incluse le fantasie stravaganti. I precedenti dicono quanto poco attecchiscano i ragionamenti seri. Qui ne vale uno elementare: va in fumo la «parità» dei contraddittori, postulata dall´art. 111 Cost., c. 2, se l´imputato soccombente può appellare e l´avversario no; prediche inutili; nella Cdl pullulano i dissensi, spesso maligni, ma dove comanda Sua Maestà, i chierici consorti, piccoli e grossi, votano disciplinatamente. Abbiamo sotto gli occhi l´esempio scolastico d´una legge da non promulgare, manifesta essendo l´incostituzionalità.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Le Pagine della Vergogna
Nando Dalla Chiesa
LA RELAZIONE della Commissione Antimafia
Giulio Andreotti? Perseguitato in un processo senza prove. Totò Cuffaro? Una Maria Teresa d’Austria rediviva, instancabile promotore di nuova cultura civile. La geografia di Cosa Nostra? Palermo più Trapani meno importanti della sola Agrigento, della sola Messina, della sola Caltanissetta. La mafia e la ’ndrangheta -e il riciclaggio dei loro capitali- in Lombardia? Praticamente inesistenti. È la sintesi brutale, semplificatrice, ma sincera della «Relazione conclusiva» della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia che la maggioranza vorrebbe approvare a rotta di collo per Natale. Millecinquecento pagine organizzate secondo criteri discutibili, ma di assoluta decenza. Un taglio narrativo eterogeneo, che va dalla copiatura del saggio sociologico alla arringa difensiva, dalla invettiva personalistica alla radiografia giudiziaria, con sprazzi prolungati di buona cultura istituzionale.
Ma nel complesso una vergogna. Anzi, una delle più grandi vergogne di questa legislatura. E una delle più grandi vergogne della storia dell'Antimafia. Conoscendo il presidente della Commissione, il senatore Roberto Centaro, faccio fatica a credere che questa sia tutta farina del suo sacco, come egli ha ovviamente rivendicato. Si sente puzza lontano un miglio di grande operazione politica; una di quelle operazioni volute dall'alto e che vorrebbero erigersi come spartiacque nella storia tormentata delle nostre istituzioni. Per cambiare torti e ragioni sfregiando la verità. Per trasformare le vittime in offensori e viceversa, secondo l'aureo motto del cardinal Mazarino che Giulio Andreotti amava citare quando era al culmine del proprio potere. E con l'obiettivo di farlo subito, il più presto possibile. Per gettare il peso della Relazione sulla campagna elettorale. Per portare sul banco degli imputati i magistrati scomodi e stabilire l'innocenza degli imputati (assolti, prescritti, condannati o in attesa di giudizio) nella sfera - perfino - della morale e della politica. Per impedire all'opposizione di avere il tempo necessario a produrre una Relazione di minoranza organica e completa. Millecinquecento pagine che rifiutano per principio quella sintesi, quella brevità che paradossalmente si contesta alla pubblica accusa palermitana di non avere praticato con l'effetto (questo il rimprovero) di confondere, annacquare, sovvertire la verità attraverso mille sparsi rilievi. Millecinquecento pagine di cui quattrocento incredibilmente dedicate ai processi Andreotti. E si dice «incredibilmente» non perché quei processi non siano in grado di illuminare la realtà dei rapporti tra mafia e politica. Eccome se li illuminano, solo che li si voglia leggere davvero, a partire dalla sentenza finale della Cassazione (i provati rapporti con Cosa Nostra almeno fino al 1980). Ma perché, semplicemente, la Commissione non si è mai, e si sottolinea il «mai», occupata di quei processi. E dunque non ha alcun titolo per dedicar loro quasi un terzo dell'intero volume. Da sempre, infatti, la Relazione della Commissione tira, come è ovvio, le somme del lavoro svolto, lo riorganizza, lo rielabora, lo porta a sintesi. Indica al parlamento e al Paese la verità trovata sul campo, nelle audizioni romane o nelle audizioni e nelle visite condotte in missione. Fa proposte legislative e valuta l'effetto della produzione legislativa già approvata in materia. Non affronta mai materie di cui non si è occupata. Per l'evidentissima ragione che su quello non ha proprio da fare alcuna «relazione». Perché dunque questa autentica ingiuria al profilo istituzionale di quella Commissione antimafia che venne voluta negli anni sessanta per combattere e non per coprire i rapporti di complicità tra mafia, amministrazione e politica, e davanti alla quale - proprio per questo e a dispetto di ogni ambiguità possibile - vennero per la prima volta esplicitamente indicati i rapporti tra le cosche e Vito Ciancimino e Salvo Lima, allora potentissimi capi della politica siciliana? La risposta si può trovare nella stessa Relazione. Ed è la seguente. Bisogna occuparsi di quei processi, ed esprimere su di essi l'opinione della maggioranza politica (attraverso un'arringa difensiva che non è stata scritta sicuramente da nessun tecnico o consulente della Commissione ma che ha tutta l'aria di venire diritta da qualche ambiente professionale assai vicino alla difesa) perché la lettura che ne viene data dei rapporti tra mafia e politica punta ad assolvere definitivamente il senatore Andreotti anche in sede di verità storico-parlamentare. Punta cioè ad aggiungere a una pretesa (ma inesistente) innocenza penale anche una innocenza politica. A colpi di maggioranza. Come se anche la verità storica potesse essere statuita riunendosi di corsa e facendo la conta delle mani disposte ad alzarsi. Disposte ad alzarsi, più precisamente, sotto il ricatto incombente delle candidature al parlamento. Da decidere entro trenta o quaranta giorni, sotto il più micidiale controllo che le segreterie di partito, grazie alla nuova legge, abbiano mai avuto. Bisognerà tornare e ritornare, scrivere e ancora scrivere e raccontare, su una Relazione che spiega come pochi altri documenti perché in Italia non si riesca a sconfiggere la mafia. Ma intanto va segnalato il modo in cui viene affrontato il maggiore scandalo attuale, quello del governatore della Sicilia Totò Cuffaro, in stretti rapporti d'amicizia e d'affari con il re delle cliniche siciliane Michele Aiello, a sua volta legato agli ambienti di Cosa Nostra più vicini (lo ricorda di sfuggita in altro passo anche la Relazione) a Bernardo Provenzano. Tanto da avere svolto la funzione di Supertalpa al servizio della combriccola, per avvertire che le talpe semplici impiegate in procura erano state scoperte. Ecco che cosa si dice del Governatore: "Anche l'attività svolta dalla Regione Siciliana è indice di un'accresciuta sensibilità nei confronti del fenomeno mafioso. L'on. Cuffaro, nella sua veste di Presidente della Regione, ha elencato una serie di iniziative amministrative (....) che vanno lette come momenti di impegno per la legalità e contro la presenza della mafia nell'economia, nelle istituzioni e nella società civile". Io veramente dell'audizione del Governatore siciliano, tenuta a Palermo alla fine di marzo del 2004, ho un altro ricordo, e ne trovo conferma nei miei appunti. Ho il ricordo di un signore che risponde affabile e diligente finché le domande non pretendono di sapere troppo, non fanno intravedere l'intenzione di qualcuno di rappresentare per davvero una "Commissione di inchiesta". E che poi cambia registro e fa capire senza giri di parole che se si sceglie la strada dell'inchiesta cruda e irriverente ce n'è per tutti. Per questo, colpito e allertato da quelle parole, scrissi subito un editoriale su queste pagine per chiedere che si stesse bene attenti alle candidature dell'Ulivo alle elezioni europee. Ora il governatore è andato perfino oltre il suo scopo di allora. Le sue vicende giudiziarie vengono svuotate di ogni significato politico con argomentazioni speciose, senza nemmeno che l'estensore venga sfiorato dal senso del ridicolo. Il fatto è che l'apoteosi di Totò Cuffaro fa parte integrante della grande operazione politica. E in essa, come nell'apoteosi di Andreotti, il rosario interminabile delle leggi della vergogna trova oggi la più coerente conclusione. La legge e la storia scritte entrambe senza pudore. Così da sconciare il senso del giusto e dell'ingiusto degli italiani. E questo, se si permette, è qualcosa di peggio della dittatura della maggioranza. Questa è abiezione delle coscienze. www.unita.it
Sudditi e cittadini Manuela
Scena I Commissariato di quartiere, XVII arrondissement, Parigi. Sulla porta un piantone. Dentro, un bancone da reception di legno, semicircolare; dietro al bancone, quattro poliziotti, due uomini bianchi, una donna bianca, un uomo di colore. Davanti al bancone, gente che avrà di sicuro buoni motivi per essere lì, come me. Sono arrabbiata per il furto subito, con il ladro e con me stessa; sono anche preoccupata, e intimorita. Temo di non sapermi spiegare a sufficienza, temo di non sapermi districare nella burocrazia di un paese straniero. Quando arriva il mio turno racconto al poliziotto di colore la mia disavventura. Mi ascolta, si complimenta per il mio francese, mi parla con sufficiente lentezza e si assicura che io abbia ben capito quel che mi dice. Mi indirizza al piano di sopra, per la formalizzazione della denuncia.
Scena II Divanetti, un po’ consunti, di una sala d’attesa su cui si aprono le porte di tre uffici, in ognuno dei quali si intravedono agenti a colloquio con altre persone. I giornali, nella sala d’attesa, sono vecchi e stazzonati, come da noi, nelle sale d’attesa dei medici. Mi chiama una poliziotta, alta e bionda, dall’aria glaciale. Racconto anche a lei la mia disavventura, che lei registra sul computer. Mi rilascia un documento di identità sostitutivo, la copia della denuncia, e un avviso, che io sono tenuta a firmare, che mi avverte delle salatissime sanzioni in caso di false dichiarazioni. Mi congeda dandomi la mano e scusandosi a nome della Francia tutta, che ha dato una così brutta immagine di sé. Il tutto ha richiesto mezz’ora di tempo.
Scena III Questura, Ravenna. Devo solo, sulla scorta della denuncia fatta in Francia, richiedere un permesso di guidare provvisorio. Non sono affatto preoccupata, parlo benissimo l’italiano, ho una buona lingua e sono a casa mia.
Un atrio immenso, vuoto. In fondo, porte di vetro, chiuse a chiave. Dietro alle porte una scalinata e nient’altro. Nessuno in vista. Solo, a sinistra, dietro un altro vetro, una poliziotta, alla quale ci si può rivolgere attraverso un microfono. Solo quando lei lo accende, però, e questo avviene solo dopo che lei ha finito di parlare con un collega. Le spiego perché sono lì. Mi dice che non c’è nessuno che possa ricevermi. Tento inutilmente di farmi spiegare perché. Ripete più volte, come un disco incantato, che non c’è nessuno e di ritornare più tardi. Quando? Non so. Riprovi. A mio rischio e pericolo. Me ne vado, con la coda tra le gambe. Non è servito a niente conoscere perfettamente la lingua ed essere nella mia città.
Misuro tutta la differenza fra un cittadino e un suddito. www.ulivoselvatico.org
Partiti, non si fidano più di voi Ci si preoccupa di quanti voti sposta la Tav ma non del rapporto con i cittadini
Durante i primi anni Novanta, il tramonto dei partiti storici causato dal post-Tangentopoli ha determinato, come ben ricordiamo, l'apertura di vasti spazi politici dove è venuta a mancare una adeguata offerta. In questi spazi, poco alla volta, si sono insediati due dei principali partiti nuovi che ancora oggi sono l'asse portante di una parte almeno dell'arena politica.
Prima la Lega nord e, successivamente, Forza Italia hanno coperto quell'area di diffuso malcontento proponendo linguaggi e pratiche inedite nel panorama della cosiddetta Prima repubblica. Suscitando consensi sempre più numerosi tra quei cittadini-elettori che si dichiaravano stanchi del "vecchio" modo di fare politica. Quelle parole nuove riuscirono a far presa in ambienti demarcati da una forte predominanza dell'anti-politica.
Quelle stesse parole d'ordine innovative riuscirono a modificare anche le logiche di cui fino ad allora si cibavano i partiti sopravvissuti alla catastrofe, in primo luogo al nuovo Pci-Pds-Ds. Portando li pure una ventata di rinnovamento, nel linguaggio, negli strumenti di analisi della realtà, nel rapporto anche mediatico con il proprio elettorato.
In una parola: riavvicinando i cittadini ad un modo nuovo di far politica, più semplice (o magari più semplicistico), più personalizzato, maggiormente basato su proposte concrete e meno su affiliazioni storicamente determinate. Gli effetti di questo processo sono stati in parte benefici. È stata un' epoca per certi versi piena di entusiasmo, di voglia di partecipazione, di volontà di poter contare di più, a livello locale e anche centrale. È stata l'epoca del maggioritario, dove si eleggevano direttamente sindaci, presidenti di provincia e di regione, i candidati del proprio collegio. Vissuta quasi come fosse il ritorno di una democrazia diretta e partecipata.
In quel periodo, anche la fiducia nei nuovi partiti, oltreché nei magistrati- simbolo del nuo vo corso, era tornata su livelli relativamente elevati: quasi il 40 per cento degli intervistati nei sondaggi dell'epoca formulava giudizi positivi sui partiti. E ancora di più sui governi locali.
Un momento di euforia politica che poco alla volta cominciò a scemare. Già nel 1996-97 i giudizi positivi scesero al 30 per cento, per arrivare al 20 per cento nel 2000 e toccare le sue vette più basse negli ultimi anni, intorno all'attuale 15-16 per cento.
Una china discendente che, quasi simbolicamente, viene codificata proprio oggi dalla ratifica della fine del maggioritario. La nuova legge elettorale di tipo proporzionale, approvata ieri anche al senato, ristabilisce il predominio dei partiti, che ritornano a dettare legge su tutto quanto attiene le scelte elettorali.
Oggi, spulciando gli ultimi sondaggi di Ipsos Ispo ed Swg, i partiti politici sono dunque l'orga nizzazione che ottiene i voti di fiducia più bassa da parte degli intervistati: la percentuale di voti sufficienti varia infatti tra il 15 per cento ed il 20 per cento, mentre il voto medio si aggira attorno al 4, superato in negativo soltanto dal voto dato agli zingari. Secondo Ipsos, imprenditori, commercianti e artigiani esprimono livelli di fiducia nei partiti particolarmente bassi, e costantemente al di sotto della media generale della popolazione; sono invece casalinghe, pensionati e, forse sorprendentemente, gli studenti a nutrire un livello di fiducia nei partiti leggermente sopra la media, che rimane comunque, anche tra questi settori più "favorevoli', il più basso rispetto a tutte le altre istituzioni testate, La fiducia nei confronti dei partiti politici varia poi notevolmente presso i diversi settori di elettorato: gli elettori di Ds e Margherita mantengono un livello di fiducia nei partiti decisamente più alto rispetto a tutti gli altri, arrivando a toccare un più 10 per cento sulla media generale. Al contrario, gli elettori di centrodestra nutrono scarsa fiducia nei partiti.
Ma il senso di efficacia politica dei nostri connazionali permane agli ultimi posti anche nei confronti europei: ci si fida sempre meno, si sente di contare sempre meno nella determinazione dello scenario. Ed è forse questo uno dei motivi dell'alta partecipazione alle primarie: il desiderio di incidere maggiormente. In una situazione come questa, i partiti sono paradossalmente più preoccupati del proprio consenso "immediato', quasi da cronaca quotidiana, che della formazione di un consenso duraturo. Ci si preoccupa allora di quanti voti sposta la Tav (qualcosa sotto lo 0,5 per cento), come se l'elettore cambiasse bandiera dopo ogni polemica su qualsiasi fatto quotidiano. E non ci si preoccupa per nulla di stabilire rapporti forti con i cittadini, con proposte di medio respiro, con coinvolgimenti di lunga durata.
In attesa che all'orizzonte, forse dopo una nuova Tangentopoli, si profili un nuovo Berlusconi, capace di coprire gli spazi lasciati scoperti dall' attuale offerta politica e, sapendo interpretare i disagi degli italiani, faccia l' en plein dei voti degli elettori sempre più sfiduciati.
PAOLO NATALE
Europa,
Bancopoli : che brividi , torna il tintinnar di manette ? di Gianni Ruotolo
Perché un governo tanto decisionista, capace di imporre le leggi-vergogna e salvaladri, di manomettere nel giro di una sola legislatura più di mezza Costituzione, l’ordinamento giudiziario, l’istruzione e l’università, le pensioni, e l’elenco si ferma qui per carità di patria, è stato così timido e assente di fronte agli scandali finanziari e all’imbarazzante questione Fazio? Perché centro destra e centro sinistra sembrano essere così in imbarazzo davanti alle vicende Bpi – Antonveneta e Unipol – Bnl?
Perché Peppino Caldarola si sente in dovere di andare a dire davanti al taccuino squadernato di Maria Teresa Meli del Corriere della Sera che: “intanto quelli hanno cominciato con gli arresti per far confessare la gente proprio come ai tempi di Mani pulite”? Non sarà che anche a sinistra qualcuno (ovviamente non mi riferisco a Caldarola) teme che il tintinnar di manette cominci a suonare anche per lui?
Perché nei Ds i nomi di Fiorani e soprattutto di Giovanni Consorte evocano pensieri non proprio natalizi? Perché Fassino sembra un’anima in pena, sempre più simile, nella polemica politica, a certi boss del garofano o della balena bianca ai primordi di tangentopoli?
Mentre nei due campi impazza il toto indagato, un altro deputato del centro–sinistra affida al Corrierone la sua teoria: «Gli arresti – ha detto, sempre a Maria Teresa Meli, Andrea Annunziata, deputato della Margherita e avvocato - vengono fatti apposta a Natale perché la gente vuole uscire subito dal carcere, non vuole rimanerci durante le vacanze e quindi confessa rapidamente”.
Sarà, ma se questo è vero vuol dire che in base al vecchio principio mors tua vita mea, qualcuno, magari qualche pesce più grosso della politica rischia di trovare non regali ma carbone molto amaro sotto l’albero anche perché Fiorani avrà pure detto qualche cosa nelle cinque ore passate davanti al gip Clementina Forleo e ai pm Francesco Greco, Eugenio Fusco e Giulia Perrotti.
È quel qualcosa che ha impedito a molti politici di imitare il principe di Condè che, secondo Manzoni, prima di una battaglia decisiva dormì come un sasso? Quanti innominati non stanno chiudendo occhio temendo di passare dalle pagine della politica e dell’economia a quelle della cronaca?
Ancora spigolando dall’articolo di Maria Teresa Meli non può non colpire come persone che non dovrebbero usare lo stesso linguaggio, parlo di Pierluigi Bersani (Ds) e Mimmo Contestabile (Fi) per una volta sono d’accordo: I pm non si devono occupare di banche, cosa che pensa anche il diffamatore professionista Lino Jannuzzi: tutta questa sintonia vorrà pure dire qualcosa.
Non è un mio delirio, basta leggere cosa scrive oggi Barbara Spinelli sulla Stampa in un pezzo il cui occhiello è “l’analfabetismo morale delle classi dirigenti”. “Tra le cose che più impressionano – scrive Spinelli – oggi è la somiglianza del linguaggio usato in materia da Berlusconi, D’Alema e uomini di Fazio. Tutti inveiscono contro I poteri forti, I salotti buoni” e poi: “Se Berlusconi parla di massacro mediatico, Fassino parla di «devastante polverone che una parte della stampa ha voluto sollevare»: dove quel devasta non sembrano essere le disonestà ma il dito puntato sulle disonestà e falsi riformisti di sinistra».
Non troppo diverso è il senso dell’editoriale di Stefano Folli sul Sole 24 Ore: “il peggio di tangentopoli – scrive l’ex direttore del Corriere della Sera – era proprio questa indifferenza morale “ oppure: “la lezione di tangentopoli è stata dimenticata nell’unico punto in cui avrebbe dovuto mantenersi viva: il richiamo alla funzione regolatrice della politica. Sembra incredibile che solo ora, forse, il disegno di legge sul risparmio stia per vedere la luce”.
Anche oggi proprio come ieri, il livore dei politici si scaglia contro giornali e magistrati che, come al solito hanno la colpa di essersi accorti che il re è di nuovo uscito di casa senza le braghe. E a chi delira sulla cosiddetta uscita da Mani Pulite (in genere costui intende che I magistrati non devono disturbare I potenti di turno) è necessario fare capire che, nonostante tutto in Tangentopoli, di cui Bancopoli non è che una frazione, non ci siamo ancora entrati.
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Europa e Usa, pareggio in economia E' sbagliato dare per scontata la maggiore efficienza del modello alericano: la maggiore crescita (che peraltro è un fenomeno recente) deriva essenzialmente dall'aumento di popolazione dovuto agli immigrati, mentre il pil per abitante è simile. Ma il Vecchio continente ha meno squilibri Nicola Cacace
E' falso che l'Europa sia economicamente meno dinamica dell'America, è vero invece che l'America batte l'Europa in crescita demografica ed innovazione tecnologica da spesa militare. Mentre l'Europa batte nettamente l'America in coesione sociale, anche se ha problemi per modernizzare il suo Welfare.
E' soprattutto la crescita della popolazione, in America 4 volte più grande che in Europa, a determinare la differenza nei tassi di crescita del Pil, ma non del Pil per abitante, la vera misura della ricchezza "materiale" di una nazione, che cresce allo stesso ritmo di qua e di là dell'Atlantico. Altrimenti il piccolo Lussemburgo sarebbe il paese più povero e non più ricco del mondo.
Performance economica Il Pil unitario dell'Europa (a 12) è cresciuto sino al 1993 molto più velocemente di quello americano portando il rapporto tra Pil unitario europeo ed americano dal 60% del 1950 all'80% del 1993. Dal 1994 al 2004 il Pil unitario è cresciuto quasi allo stesso ritmo in Europa ed in America. Anzi, scomputando dai conti la Germania, in crisi dopo l'unificazione, risulta che nell'ultimo decennio i Pil unitari sono cresciuti allo stesso ritmo di qua e di là dell'Atlantico, come può vedersi dalla tabella.
La maggioranza degli economisti che supportano le politiche del pensiero unico, amano fare confronti col Pil e non col Pil unitario, commettendo un marchiano errore economico e inquinando il dibattito politico.
L'Economist ha provato, tra gli altri, a demolire la falsa credenza del maggior dinamismo economico americano con uno Special Report (19/6/2004) da cui è tratta la tabella, poi ripresa anche dal Sole 24 Ore (26/6/2004). _______________________________________________________________ Europa e Usa a confronto Tassi di variazione annui nel decennio 1994-2004 _______________________________________________________________ Usa UE 12 UE 11 (senza Germania)
Pil 3,3 2,1 2,4
Popolazione 1,2 0,3 0,3
Pil/popolazione 2,1 1,8 2,1
Occupazione 1,3 1,0 1,3
Produttività (Pil / ore uomo) 2,0 1,7 2,0
_______________________________________________________________ Fonti: Imf, Ocse, Goldman Sachs
Nel decennio ultimo il Pil americano è cresciuto più di quello europeo solo grazie alla forte crescita della popolazione americana. Infatti il Pil unitario, la vera misura della prestazione economica, è cresciuto in America solo di poco più che in Europa, 2,1% contro l'1,8% e se si scomputa la Germania, la cui economia ha molto sofferto dalla riunificazione del 1990, l'Europa ha una crescita esattamente pari a quella americana, del 2,1% medio annuo. La Germania rappresenta circa un terzo dell'Europa ed è sorprendente che il principale fattore di crescita, la produttività oraria, sia cresciuta allo stesso ritmo in America e nell'Europa senza Germania. Se al posto della Germania si considerasse la Gran Bretagna, l'Europa risulterebbe addirittura più performante dell'America.
Performance sociale Se la produttività oraria dei lavoratori europei è quasi eguale a quella americana, perché il Pil unitario europeo, a parità di potere d'acquisto, è del 25% inferiore a quello americano? Olivier Blanchard del Mit di Boston ammette candidamente che il gap di reddito unitario non si è ridotto perché gli europei hanno usato parte degli aumenti di produttività per la qualità della vita: gli americani lavorano infatti il 40% più di francesi, tedeschi ed italiani nell'arco della vita; questi ultimi hanno infatti orari settimanali più corti, più ferie e pensionamenti più anticipati.
Dalla rivista Monthly Labor Review dell'US Department Of Labor si apprende infatti che nel 2001 le ferie dei lavoratori americani sono state mediamente di 9,5 giornate più un numero di festività annue di 11 giornate (queste come le nostre) e che le lavoratrici madri che hanno avuto pagata la Maternity Leave, il congedo di maternità, sono state appena il 2% del totale nell'industria privata. Che infine 40 milioni di americani sono senza alcuna assicurazione sanitaria, essendo le risorse dei due fondi pubblici di sanità, Medicaid e Medicare, sempre più ridotte.
Popolazione e debiti, le vere differenze Al di là delle bugie sulle superiorità del modello americano abilmente diffuse dai cultori del pensiero unico e stupidamente raccolte dagli incolti di casa nostra, bisogna riconoscere che il vero fattore che fa la differenza è la diversa crescita della popolazione, superiore in America rispetto all'Europa. Non è che gli americani facciano molti più figli di noi (ne fanno un po' di più) ma è che con una immigrazione netta di almeno 2 milioni di stranieri l'anno la forte crescita della popolazione è bella che assicurata. Due milioni di immigrati l'anno, tra legali ed illegali: è come se l'Italia avesse 450mila immigrati l'anno, invece degli attuali 200mila.
Naturalmente l'immigrazione è un "sollievo" sia per calmierare i salari verso il basso che per attrarre i migliori cervelli dai paesi più poveri (ma anche non poveri) del mondo. Va anche detto che, oltre alla spregiudicata politica di immigrazione, l'America ha delle peculiarità sue proprie, come la più alta spesa militare del mondo che è un grande traino per la ricerca e sviluppo e per l'innovazione, e che da 10 anni ha un forte e crescente passivo della bilancia commerciale consumando più di quel che produce e pagando con debiti: oggi il debito aggregato di famiglie, imprese e Stato è al livello astronomico del 300% del Pil. Il paese più ricco del mondo assorbe gran parte del risparmio dei paesi poveri e non poveri del mondo. Ogni tanto gli americani svalutano il dollaro ed aumentano l'export a danno ovviamente di tutti gli altri, Europa in prima fila.
Sino a quando durerà questa Bonanza nessuno è in grado di dirlo. Qualsiasi altro paese senza dollaro, moneta di riserva, sarebbe fallito da tempo. Sino a quando il resto del mondo consentirà all'America quest'andazzo e quali sono i rischi ? Giovanni Tamburi, uno dei nostri migliori banchieri d'affari, così rispondeva al quesito (La Repubblica del 29/11/04): "Vedo dei danni sicuri per noi (col dollaro svalutato) e dei rischi anche per loro. L'America non si è mai trovata nel corso della sua storia a dover fronteggiare un debito così ciclopico. Ci si muove su un terreno ignoto mai percorso da alcuna amministrazione… Con un'economia piena di debiti il rischio di qualche sbandata, di finire nel fosso, è purtroppo reale. E se sbanda l'America sono guai seri per tutti".
Absit iniura verbis, se quello americano è il modello da imitare, come taluno vorrebbe, va detto che è un modello fortemente arretrato nel sociale, che prospera in economia grazie ad una immigrazione senza controlli e soprattutto senza tutele e grazie ad un consumismo interno incontrollato che paga in debito assorbendo più di metà del risparmio del resto del mondo. Ma può durare all'infinito? www.eguaglianzaeliberta.it
Storie dal carcere Una vittima dell'in-giustizia afgana racconta i suoi compagni di cella. E il suo Paese
Scritto per noi da Tommaso Merlo*
La storia di Asif, 27 anni, è quella di tanti giovani vittime dell’Afghanistan moderno. Dopo un infanzia in Pakistan da rifugiato politico, Asif torna in patria una volta caduto il regime talebano. Ma di lavoro ce n’è poco, e come molti giovani è costretto a guadagnarsi da vivere come uomo delle pulizie presso le case degli stranieri. Una vita tranquilla fino a quel maledetto 13 agosto 2005. Quel giorno Asif era al lavoro quando una telefonata lo informa del suicidio della moglie. Destino drammatico di molte donne afgane che trovano nella morte l’unica via d’uscita ad una vita di sofferenze. Una vita priva perfino della libertà d’amare, in cui nemmeno il burqa riesce a coprire le ferite inflitte da secolari tradizioni.
Asif, condannato per non aver pagato. Asif non ha nemmeno il tempo di riprendersi dallo shock che si ritrova in galera accusato di omicidio. O meglio, la polizia lo informa che con 200 dollari tutto si sarebbe sistemato. I soldi sarebbero serviti per verificare che Asif non era nemmeno a Kabul il giorno della tragedia. Ma Asif si rifiuta di pagare e viene rinchiuso in una cella con altri 200 detenuti: la stanza è talmente affollata che i prigionieri sono costretti a dormire sul fianco per non infastidirsi. Molti preferiscono dormire di giorno, e di notte star seduti a raccontarsi le proprie disavventure come in una dramma surrealistico. Il dramma dell’Afghanistan di oggi.
Amid il parrucchiere, peccatore platonico. Un notte arriva Amid, un ragazzo accusato di aver avuto rapporti sessuali con una ragazza senza essere sposato. E’ rinchiuso nella cella dei ‘fucker’ in fondo al corridoio, piena di giovani che hanno ceduto alla tentazione maledetta. Il negozio di parrucchiere di Amid è nel centro di Kabul ed è rinomato per le sue acconciature alla moda. Tra le sue clienti c’era anche Leila, e si innamorano. Da lì a poco la polizia comincia a perseguitare Amid minacciandolo di arrestarlo se non interrompe quella relazione, peraltro platonica. Di fronte al rifiuto la polizia passa ai fatti e lo arresta portando la testimonianza di alcuni clienti che l’avrebbero visto seduto su un divano con Leila. “Era inconsolabile”, ricorda Asif.
Nasab, il giornalista blasfemo. Qualche notte dopo, Asif vede arrivare Ali Mohaqiq Nasab, direttore della rivista Hoquq-e Zan (Diritti delle Donne), arrestato per la pubblicazione di un articolo blasfemo e condannato a due anni di prigione. Ali racconta che in tribunale era pieno di giornalisti stranieri e telecamere, e che alcuni giudici avevano chiesto la sua condanna a morte o il carcere a vita. L’articolo incriminato sosteneva che i rapporti prematrimoniali non dovrebbero essere reato, scatenando le ire dei fondamentalisti che sostengono il governo. Asif ricorda che il giornalista ‘blasfemo’ si mise a piangere davanti a lui dopo avergli raccontato la sua storia.
Nepalesi, truffati e incarcerati. Un’altra sera nella cella calda e maleodorante, arrivano quattro ragazzi nepalesi accusati di aver infastidito un uomo illustre. I malcapitati raccontano che un signore afgano aveva aperto un ufficio nel loro villaggio tra le montagne nepalesi, e in cambio di mille dollari prometteva un posto di lavoro a Kabul. Una volta arrivati hanno però trovato solo scuse e minacce, fino all’arresto. Ad Asif hanno raccontato la loro disperazione e la paura di essere rimpatriati. Per questa avventura avevano infatti usato tutti i risparmi dalle loro famiglie con la promessa di restituirli grazie a quel fantomatico lavoro.
Nigeriani, trafficanti in proprio. Una sera tardi vengono portati nella cella di Asif quattro nigeriani sorpresi all’aeroporto con un chilo di eroina a testa mentre tentavano di lasciare l’Afghanistan. I malcapitati, di certo non innocenti, sembravano sbalorditi. Il commercio di eroina è infatti la principale industria del paese costituendo il 40 per cento del Pil afgano, e come tale è gestito e protetto dalle autorità, e dalla polizia in particolare. Un monopolio che evidentemente non gradisce intrusi.
Il giudice corrotto e i pirati raccomandati. Il giudice e quattro pirati raccomandati. Sono molte altre le storie e i personaggi che animano la disperata routine della cella di Asif. C’è un giudice che aveva chiesto alla moglie di un detenuto innocente una notte d’amore in cambio della libertà del marito. Nel carcere è un ospite trattato con riguardo e presto rilasciato in cambio del pagamento di una sostanziosa ‘cauzione’. Ci sono quattro giovani che hanno investito undici persone guidando ubriachi a tutta velocità per le strade di Kabul. Sono tornati in libertà dopo poche ore perché, a quanto pare, appartenevano a un potente clan familiare.
Giustizia a pagamento. Una storia dopo l’altra, Asif si rende conto dell’intreccio di miseria e corruzione che affligge l’Afghanistan di oggi. La polizia, costretta a vivere con 40 dollari al mese, è in realtà solo il braccio di istituzioni divorate dall’assenza di cultura democratica. Di fatto la giustizia in Afghanistan non esiste. I criminali che appartengono ai clan dei signori della guerra non devono rispondere a nessuno dei loro reati. Chi invece ha i soldi per pagare, può semplicemente ricomprarsi la libertà. Per questo le prigioni afgane sono piene di uomini innocenti e discretamente benestanti: polli da spennare.
Democrazia senza valori. Ed è in tale scenario di degrado che si riunirà in dicembre il primo parlamento eletto dell’Afghanistan. Parlamento voluto e finanziato dai governi stranieri e che ospiterà tutti i protagonisti della storia recente afgana, signori della guerra e criminali inclusi. Difficile quindi credere a un'imminente svolta democratica anche perché ciò che manca in Afghanistan sono proprio quei valori e princìpi che costituiscono le fondamenta di una democrazia. Valori che devono appartenere alle persone prima che alle istituzioni. E che solo i tanti Asif sparsi per l’Afghanistan potranno un giorno far valere in questo Paese. www.peacereporter.net
Tra illusione e utopia è morta Euromed Predrag Matvejevic con Daniele Castellani Perelli
Predrag Matvejevic vede nero. Dopo la “sconfitta totale” del recente vertice Euromed, le due sponde del Mediterraneo rimangono terribilmente lontane: “Il rapporto economico-finanziario, nonostante gli annunci, si è rivelato quasi inconsistente. La priorità dell’Ue, nell’ultimo decennio, è stato il rapporto con un’altra Europa, quella dei paesi orientali”. Studioso, poeta, saggista, Matvejevic una volta ha detto: “Le frontiere vere del Mediterraneo non sono statali, non sono neanche storiche. Le frontiere vere del Mediterraneo sono l’ulivo, il mandorlo, il fico, il melograno. Fin dove va il fico senza diventare selvaggio è il Mediterraneo. Fin dove va il melograno senza diventare acido è il Mediterraneo. Fin dove va l’ulivo e sull’altra sponda la palma. Dunque così si può vedere il Mediterraneo, fuori da queste contingenze storiche, da queste vicende conflittuali che stiamo vivendo”. La biografia di Matvejevic, autore tra l’altro di Breviario Mediterraneo, Epistolario dell’altra Europea e del recente Un’Europa maledetta, basta da sola a fare di quest’uomo un vero europeo, un grande europeo. Nato a Mostar nel 1932 da padre russo e madre croata della Bosnia-Erzegovina, è professore all’Università di Zagabria e poi alla Sorbona a Parigi, mentre oggi insegna letterature slave a La Sapienza di Roma. Ex consulente per il Mediterraneo per la Commissione europea di Romano Prodi, nel 2000 ha ricevuto un incarico dall’Alto Commissariato dell’Onu per i territori dell’ex-Jugoslavia, e oggi vive tra Parigi e Roma. “È utopistico pensare ad un processo di adesione per i paesi della sponda sud del mediterraneo – ci dice – ma la cosa peggiore sarebbe la politica del Ponzio Pilato”. Matvejevic loda Zapatero, rimprovera l’Italia di “non avere più una politica mediterranea”, e spiega sconsolato che, in questo momento in cui la politica sembra aver fallito, solo attraverso le fondazioni culturali può mantenersi vivo il dialogo euromediterraneo.
Il vertice Euromed, svoltosi a Barcellona a fine novembre, è stato definito “una grande occasione mancata del dialogo mediterraneo”. Le due sponde del “mare bianco” rimangono sempre lontane?
Io parlo da tempo del fallimento della conferenza di Barcellona del 1995, ma non riesco a convincere i miei amici spagnoli del fatto che quel processo non sta realizzando i suoi progetti. Durante la preparazione il vertice ero in Francia, e sono stato coinvolto dalla delegazione francese. Ci sono delle formulazioni che provengono anche dai miei testi, e per questo un po’ mi sento anche colpevole. Il pericolo su cui ho sempre richiamato l’attenzione è la mitizzazione del partenariato, che è una parola chiave del processo di Barcellona. Intendo dire che non tutti i partner sono uguali. Non si può usare la stessa parola per indicare il rapporto che l’Ue intrattiene con la Svizzera e con l’Algeria. Non si può usare la parola “partner” in assoluto, perché Svizzera e Algeria sono partner diversi per l’Ue. Ogni volta bisogna vedere se il partner può garantire la sua collaborazione, se può dimostrare una responsabilità verso l’Ue.
E quali sono i motivi per cui è fallito il processo di Barcellona?
Anzitutto il fallimento dell’integrazione commerciale Sud-Sud, che doveva assicurare quell’area di libero scambio prevista dalla conferenza di Barcellona. Poi le implosioni avvenute in certi paesi arabi come la stessa Algeria, paesi in cui i regimi continuano a non evolvere, a non fare passi in avanti. Poi l’11 settembre, che ha bloccato la possibilità di comunicazione: mi è capitato di invitare un collega di un’Università tunisina, e ha dovuto aspettare mesi e mesi prima di ottenere un visto, cosa che ovviamente non gli ha permesso di partecipare al convegno cui era stato invitato. Infine i problemi del terrorismo internazionale.
Una questione che in qualche modo coinvolge anche il dialogo tra le religioni…
E’ evidente. Negli ultimi anni il mondo islamico ha vissuto un momento molto difficile per quanto riguarda la comunicazione. Da tempo dico che l’Islam vive una fase che anche il cristianesimo ha vissuto nei secoli precedenti: il suo dilemma odierno, islamizzare la modernità o modernizzare l’Islam, è speculare a quello che si pose il cristianesimo a suo tempo. Non si può islamizzare la modernità, e neanche le nostre fedi o le nostre chiese sono mai riuscite a cristianizzare la modernità, perché hanno trovato sulla loro strada la laicità dell’illuminismo. E invece per vari motivi i paesi islamici, anche a causa del colonialismo, non hanno vissuto un vero illuminismo, che fosse capace di opporsi ad un’espansione della religione.
Qual è oggi, nel rapporto tra Ue e paesi della sponda sud del Mediterraneo, il problema che va risolto più urgentemente? L’immigrazione? La questione economico-finanziaria?
Il rapporto economico-finanziario, nonostante gli annunci, si è rivelato purtroppo quasi inconsistente. Erano poche cose, e non si sono fatte. La priorità dell’Ue, nell’ultimo decennio, è stato il rapporto con un’altra Europa, quella dei paesi orientali. Tra i dieci nuovi entrati solo due sono paesi del Mediterraneo, e sono Malta e Cipro, ma la prima è una piccola isola, e la seconda è entrata divisa. Senza giustificare con ciò le istituzioni europee, ma per spiegare il fallimento del dialogo euromediterraneo, va detto che l’allargamento ad Est è stato molto costoso, ha assorbito tutti i mezzi dell’Ue. E quello che rimaneva per il Mediterraneo era veramente poco.
Quali sono, oggi, le prospettive del rapporto economico-finanziario?
Io temo che, nei tempi che verranno, l’aiuto sarà ancora più ristretto, la pressione dell’immigrazione si farà sempre più forte, e temo anche che l’Europa non saprà aiutare i paesi della sponda sud del Mediterraneo a risolvere i problemi posti dalla nuova immigrazione proveniente dall’Africa subsahariana. Da soli questi paesi non possono farcela, e se non li aiutiamo creeranno anche a noi gravissimi problemi.
La politica ha bisogno di leader, di protagonisti, e a Barcellona il padrone di Casa era José Luis Zapatero. La posizione severa che ha tenuto sull’immigrazione clandestina, nelle vicende di Ceuta e Melilla, nuoce al suo prestigio o lo rende ancora più autorevole nel suo ruolo di mediatore del rapporto euromediterraneo?
Zapatero è un leader molto positivo e non ha abbastanza sostegno. Su questo tema la sua posizione in Spagna è molto forte, anche perché il partito popolare, all’opposizione, è una destra moderata. Zapatero fa passi avanti, ma con difficoltà. Sarebbe un grave danno se l’Europa perdesse un politico come lui.
L’Italia invece sembra aver perso tutto il suo storico prestigio, agli occhi del mondo arabo.
L’Italia non ha una politica mediterranea definita. Ogni tanto si assiste a un piccolo sforzo, ma invece di seguire la sua configurazione geopolitica, invece di diventare protagonista della politica dell’Europa nei confronti del Mediterraneo intero, l’Italia preferisce essere alla coda di alcuni piccoli progetti europei. Oltre a non avere una politica ben definita, al momento è molto preoccupata dai suoi problemi interni, è molto rivolta verso se stessa. E così il suo ruolo nel Mediterraneo finisce con l’essere passivo.
Cosa si può fare per rilanciare il dialogo tra le due sponde del Mediterraneo? Che ne pensa della possibilità di aprire un percorso, lungo ma concreto, che sia analogo a quello che l’Ue ha già sperimentato con i paesi dell’Est? Un percorso che porti prima o poi all’integrazione di alcuni paesi della sponda sud, un po’ come si sta già cercando di fare, dall’altro lato del Mediterraneo, con la Turchia.
Al momento, l’adesione all’Ue da parte dei paesi della sponda sud rimane un’utopia, a differenza di quanto sta accadendo con la Turchia. La cosa peggiore sarebbe la politica del Ponzio Pilato. Occorre una seria riflessione. Ci sono livelli in cui possono essere coinvolti rappresentanti del mondo arabo, e con un po’ di buona volontà ci sono delle cose concrete che si possono fare. Io sono stato nel gruppo di saggi istituito dall’allora presidente della Commissione europea Romano Prodi, e siamo riusciti a costruire una fondazione euromediterranea. Una fondazione che poteva avere sede in Italia, perché la maggior parte dei partecipanti erano favorevoli e l’Italia aveva allora la credibilità per prendersi questa responsabilità. Lungaggini ed esitazioni hanno fatto invece sì che la fondazione venisse stabilita a Alessandria d’Egitto. E’ collegata a piccole associazioni spagnole e italiane, come l’ottima e decennale fondazione Laboratorio Mediterraneo di Napoli, in cui sono io stesso presente con il ruolo di presidente del comitato scientifico. Questa rete di fondazioni potrebbe essere un modo per continuare a riflettere, a mantenere in qualche modo vivo il dialogo mediterraneo. Per evitare quella che, al momento, sembra una sconfitta totale. www.caffeeuropa.it
Iraq: scheda elettorale in una mano, Rpg nell'altra -
Si è votato in Iraq e sembra proprio che l'affluenza alle urne sia ampiamente superiore a quella del 30 Gennaio scorso, dal momento che i sunniti questa volta non hanno boicottato il voto e anche la gran parte dei gruppi guerriglieri non si è opposto alle elezioni. Qualche esplosione c'è stata ugualmente ma giusto per avvisare che la guerriglia è sempre presente e attiva. Emblematico di questa alta affluenza dei sunniti è stato il fatto che a Falluja in alcuni seggi erano esaurite le schede elettorali.
Il 30 Gennaio invece a Falluja non si era votato proprio, visto che solo qualche settimana prima era stata praticamente rasa al suolo dalla devastante offensiva Usa e si era fatto di tutto perché i sunniti non potessero votare il 30 Gennaio, costringendoli ovviamente al boicottaggio delle elezioni.
Il 30 Gennaio quindi erano state elezioni farsa che avevano prodotto un'Assemblea incapace di legiferare e un governo curdo-sciita incapace di governare ma efficiente nel farsi i propri interessi a scapito dell'intera popolazione e ben protetto dall'esercito Usa e dalle proprie milizie; questa volta forse non accadrà di nuovo, ma lo si capirà ben presto.
Tutto dipenderà dalla possibilità e volontà delle forze politiche del nuovo Parlamento, che ora resterà in carica per 4 anni, di formare un governo in grado di essere per la prima volta veramente sovrano, garante dell'unità territoriale dell'Iraq e finalmente ansioso di cominciare la ricostruzione del Paese.
Certamente i problemi che il nuovo governo dovrà affrontare sono immani: tasso di disoccupazione spaventoso, ricostruzione delle infrastrutture, ripresa di una produzione petrolifera degna di un Paese che galleggia sull'oro nero, distribuzione equa dei proventi del petrolio, sicurezza interna da garantire per favorire anche gli investimenti stranieri, decidere se privatizzare del tutto l'economia del Paese seguendo alla lettera le ordinanza di Bremer o farne carta straccia mantenendo in mani pubbliche il settore industriale o gran parte di esso.
Oltre a tutto ciò si aggiungono altre gravi questioni da affrontare: come emendare la Costituzione in maniera da salvaguardare l'unità territoriale del Paese e cosa dire alle truppe occupanti.
Un'ultima cosa, ma anch'essa fondamentale, sarà stabilire se l'Iraq dovrà essere un Paese islamista, alla stessa stregua dell'Iran con l'aggiunta però dell'influenza crescente dei religiosi sunniti che nelle settimane scorse hanno emesso delle fatwe per “ordinare” alla propria gente di recarsi alle urne, o mantenere un carattere fondamentalmente laico anche se rispettoso dei principi islamici.
Dubito molto sulla seconda ipotesi, dal momento che l'insieme dei partiti religiosi – sia sciiti che sunniti – ha già e avrà sempre di più un peso fondamentale nella vita politica irachena.
L'ultima avvisaglia di ciò sono stati i recenti incendi a Nassirya delle sedi del partito di Allawi, uno sciita laico, e di quello Comunista, alleato dello stesso Allawi. E solo qualche giorno prima a Najaf, Allawi era stato preso a scarpate in testa, rischiando di fare una brutta fine per mano dei seguaci di Moqtada al Sadr, le cui milizie armate controllano gran parte del sud iracheno e di Baghdad.
Quindi se finalmente - e si spera in tempi ragionevoli - nascerà un nuovo governo non più ad interim e con ministri sunniti di peso, la prima cosa che devono fare gli Usa, per far capire al mondo intero che questo processo politico iracheno è genuino e sostenuto da loro con forza, è di ritirarsi nelle basi desertiche, bloccare qualsiasi offensiva sia di terra che di aria, finire di pattugliare il territorio e rispondere solo se attaccati. E tutto ciò gli Usa devono farlo senza aspettare che glielo chieda il nuovo governo, presentando di propria iniziativa un calendario serio di ritiro delle truppe, ed eliminando qualsiasi sospetto di future basi permanenti sul territorio iracheno.
L'amministrazione Bush nel frattempo deve finirla di dire che le truppe se ne andranno solo quando gli iracheni sapranno garantirsi da soli la sicurezza perché ciò non avverrà mai se gli Usa stessi contemporaneamente continuano a bombardare città e villaggi, fare rastrellamenti casa per casa, uccidere innocenti civili ai posti di blocco ecc. ecc.
Ovviamente il ritiro nelle basi desertiche non comporterà automaticamente la fine di tutte le violenze, ma è comunque una strada obbligata da prendere affinché siano gli stessi iracheni a decidere se vogliono proseguire con la guerra civile, già in corso per altro da tempo, o rimboccarsi tutti insieme le maniche per ricostruire il Paese. Un altro passo in questo senso è quello di reintegrare quasi tutti i 400.000 membri dell'esercito licenziati da un giorno all'altro da Bremer nel 2003, ed anche tutte le varie milizie private dovranno far parte integrante del nuovo esercito iracheno. Solo così si potrà garantire quell'unità nazionale e concordia sociale fondamentali per isolare e liquidare i qaedisti.
Insomma, i primi a dimostrare che il processo politico in atto è concreto e lungimirante, e che la democrazia si sta radicando in Iraq devono essere proprio gli Usa, riconoscendo subito la sovranità e l'indipendenza del nuovo governo che sorgerà, facendo quelle cose elencate prima, ma soprattutto prendendone l'iniziativa. E lo stesso discorso vale poi per il secondo esercito straniero presente in Iraq, quello dei contractors armati che invece se ne deve andare immediatamente dal Paese.
Se queste cose avverranno nelle prossime settimane, il mondo intero e gli iracheni in primis avranno la conferma che tutti gli sforzi fatti finora per portare avanti un processo politico democratico erano reali e utili a dare veramente quella stabilità fondamentale per ricostruire socialmente ed economicamente l'Iraq.
Se tutto ciò invece non avverrà, allora saranno state solo chiacchiere e la mano con la scheda elettorale non sarà servita a nulla mentre quella con l'Rpg o l'Ied continuerà a colpire sempre più pesantemente e a tempo indeterminato. Un Iraq senza futuro.
di Enrico Sabatino www.megachip.info
Biondillo: sui giallisti "falsi letterati" di Gianni Biondillo [Gianni Biondillo, 37 anni, architetto milanese, autore di testi televisivi e cinematografici, ha pubblicato i noir Per cosa si uccide e Con la morte nel cuore (Guanda), incentrati sulla figura dell'ispettore di polizia Ferraro e ambientati a Milano]
Ho ricevuto un fax da una amica. È un articolo di Maurizio Cucchi sul Corriere della Seradi lunedì: Il trionfo dei giallisti, “falsi” letterati. Interessante, molto interessante. La prima cosa che fa Cucchi è mettere, come dire, le mani avanti: a lui Lucarelli in tivù gli sembra bravo e “persino” simpatico. Bene. E poi, en passant, ci confessa che con tutta la buona volontà, lui, Lucarelli non l’ha mai letto. Non ce l’ha con lo scrittore, è proprio che Cucchi non riesce ad appassionarsi ai cruciverba (?), ai rebus (?), e ai gialli (scusate, sono tonto: ma cosa c’entra?). Non riesce a leggere la leggendaria Settimana enigmistica, così come i noir o i thriller sono per lui “misteriosamente tabù”. Be’, uno potrebbe dire: “finiamola qui. Non li hai letti, non hai nulla da dire in merito”. No. Non è così. Non li ha letti, ma Cucchi ha un sacco di cose da dirci in merito.
La prima cosa è che “il genere domina”. Già. “La narrativa è fieramente occupata da giallisti e affini”. Per lui, che non riesce a leggere i gialli, deve essere proprio un problema. Poniamo che io non riesca a leggere poesie (fortunatamente non è così, fortunatamente io alla fonte di Cucchi mi sono assai abbeverato): deve essere una bella fatica per me entrare in una libreria e trovare solo libri di poesia. Già. Mi viene un dubbio. Su certe cose sono un tipo preciso fino al maniacale, controllo la classifica delle vendite di questa settimana: dei primi dieci libri di narrativa italiani in classifica solo due (ho detto 2 non 20 o 200) si potrebbero classificare come giallo-noir: Romanzo Criminale di De Cataldo, al sesto posto, e La luna di Carta di Camilleri, al decimo. Il primo è Baricco. No, no, è chiaro, Cucchi intendeva il dominio culturale, non quello delle vendite. Ora che mi ricordo, il suo romanzo era uno dei finalisti dello Strega di quest’anno. Il premio dei premi. L’avrà vinto il solito giallista, mi dico. Vado a controllare. Accidenti: non c’è neppure un giallista nella cinquina. E neppure nella selezione allargata ai primi 11 libri. Boh, non capisco. Rileggo l’articolo, magari sono io che sono proprio tonto. I giallisti, ci dice Cucchi, fanno “letteratura” in quanto, appartenendo ad un genere, “compiono un’operazione squisitamente letteraria”. “Ma” (ecco la frase illuminante) “lo sappiamo: la letteratura (senza virgolette) è un’altra cosa”. Così si chiude l’articolo. Ho capito tutto. Non ha senso, per ciò, che io ora gli spieghi che forse dovrebbe informarsi. Che “scoprire chi è l’assassino” come in una sciarada da Settimana enigmistica è una cosa completamente ininfluente nella letteratura noir (vedi, appunto, Romanzo Criminale). Che persino il morto può non esserci nel genere giallo (negli ultimi 3 racconti che ho scritto non c’è un morto neppure a pagarlo). È perfettamente tempo perso rammentargli che Sciascia di “gialli” ne aveva scritti sei, che La promessa di Durrenmatt è considerato un capolavoro del noir, che il Pasticciaccio brutto è un poliziesco a tutti gli effetti. Non è di questo che stiamo parlando. Vi dirò: non credo che Cucchi sia in malafede. Credo anzi che sia sincero. E neppure che stia dicendo una bugia. Cioè: penso che il suo assunto sia completamente indifferente sia al vero che al falso. In questo senso è perfettamente inutile che io gli ricordi che se parlassi della poesia contemporanea citando come unico referente D’Annunzio, per poi aggiungerci: “tutto questo andare a capo non lo capisco, mi indispettisce, è per questo che non leggo poesia, ma ho molto da dire in merito”. O, altrettanto, se per parlare di fisica teorica mi rifacessi ad Aristotele e poi aggiungessi che non sopporto gli ipse dixit, insomma che se facessi questo, quanto meno qualcuno potrebbe chiedersi se io non stia dando aria alla bocca. Quello che sta facendo Cucchi con il suo articolo è un’altra cosa. Sta dialogando, per sottintesi, con qualcuno. Lo rassicura. A quel “qualcuno” sta dicendo: “ehi, ci siamo capiti? Io lo so cos’è la letteratura, quella senza virgolette”. Non ha importanza se lo sa veramente o meno. E non mi soffermerei neppure sull'eventuale tono pretenzioso o snob. Quello che fa Cucchi, con quelle affermazioni, è dare una certa impressione di sé a un particolare auditorio. Ormai ci sono. Mi ha aiutato nell’analisi del testo cucchiano la lettura illuminante di alcune pagine di Harry G. Frankfurt, eminente filosofo morale docente all’università di Princeton. Le affermazioni di Cucchi sono sincere, insisto. E non sono, necessariamente false (“i valori di verità delle sue asserzioni non sono al centro del suo interesse” dice Frankfurt). Inoltre “non si cura di come stanno davvero le cose” (sempre Frankfurt). Infatti Cucchi ammette di non leggere Lucarelli e, la parte per il tutto, neppure tutti gli altri “giallisti”. E, come già detto, cerca di dare un’impressione di sé al suo auditorio. Tutte queste caratteristiche hanno una voce esatta nel dizionario filosofico di Frankfurt. Tutte le opinioni espresse da Cucchi nel suo articolo sono, a detta dell’esimio professore di Princeton, una cosa ben precisa: “stronzate”. Ovviamente, aggiungo, dato che le dice un poeta laureato sono, per me, emerite stronzate. //www.carmillaonline.com
Turchia , carceri e torture sotto la lente del Consiglio d'Europa di Gabriella Mira Marq
Una delegazione del Comitato per la prevenzione della tortura e dei trattamenti disumane e degradanti del Consiglio d'Europa ha completato questa settimana una visita in Turchia finalizzata alla verifica della situazione dei diritti umani nelle carceri dello Stato membro.
La delegazione ha messo a fuoco tre temi: la situazione attuale per quanto riguarda il trattamento delle persone sotto la custodia delle forze dell'ordine, gli sviluppi nelle prigioni ad alta sicurezza - in particolare riguardo alle attivita' per gli internati ed il regime applicato ai prigionieri condannati all'ergastolo - e le procedure per la gestione della terapia elettroconvulsiva nelle sezioni psichiatriche.
La delegazione ha visitato varie carceri con vari livelli di sicurezza e di isolamento, incontrando ed interrogando le persone che recentemente erano state nelle mani della polizia. Ha inoltre incontrato alcune associazioni per la difesa dei diritti dell'uomo.
Alla fine della visita, durante i colloqui a Ankara, la delegazione del Consiglio d'Europa ha fornito alle autorita' turche le sue osservazioni preliminari. Nell'occasione e' stato discusso anche lo stato di detenzione di Abdullah Ocalan.
www.osservatoriosullalegalita.org
dicembre 18 2005
PER FORTUNA LA GIUSTIZIA SEGUE IL SOLCO DI MANIPULITE EUGENIO SCALFARI
da Repubblica - 18 dicembre 2005
Dunque lo Scandalo. Lo scrivo con la maiuscola perché è grosso. Grave. Ma non si deve considerare come uno scandalo che riguarda le banche intese come sistema. Le più grandi ma anche le medie e le piccole ne sono fuori. E quindi tirarcele dentro è improprio e pericoloso. Riguarda invece due operazioni pubbliche di acquisto (Opa) tentate una su Antonveneta e l´altra su Banca Nazionale del Lavoro che ne sono state oggetti (passivi) e Banca Popolare di Lodi e Unipol che ne sono stati invece i soggetti (attivi). Ma ciò che lo rende grave, anzi gravissimo, deriva dal coinvolgimento evidente della Banca d´Italia, del governatore Fazio, del capo della Vigilanza e (per omissione) del Consiglio Superiore e del Direttorio dell´Istituto. E questo è il primo aspetto della questione. Il secondo aspetto da considerare è l´inesistenza del governo protrattasi per quasi sei mesi fino ad oggi. Il ministro dell´Economia, Giulio Tremonti, ci ha fatto sapere l´altro ieri che questa inspiegabile e colpevole inesistenza cesserà martedì prossimo quando si riunirà un Consiglio dei ministri straordinario, tutto dedicato all´argomento e finalizzato all´approvazione di una norma da inserire nella legge sul risparmio, che è rimasta insabbiata per due anni nelle aule parlamentari perché la maggioranza aveva altro da fare. Questa norma dovrebbe introdurre il mandato a termine del governatore per cinque anni e contenere anche un´appendice transitoria in forza della quale Fazio potrebbe essere licenziato istantaneamente dal governo unito per la prima volta del potere di nomina e di revoca sul governatore e sul Direttorio. Il terzo aspetto riguarda alcuni partiti, con diverse gradazioni di responsabilità. Nell´ordine: la Lega, il partito trasversale pro-Fazio, Forza Italia, i Ds. Ciascuno di questi aspetti merita un´analisi attenta che cercheremo di fare con la massima chiarezza e obiettività. Ma prima di addentrarci nel groviglio che si è creato è necessario cominciare da un preliminare che riguarda la magistratura. Su questo tema osservo una (sospetta) uniformità di giudizio da parte dei politici, sia quelli di governo a cominciare dal presidente del Consiglio sia gran parte di quelli dell´opposizione. Quasi tutti concordano nel sottolineare che la magistratura di oggi non è quella di tredici anni fa e aggiungono: per fortuna. Non è quella di Borrelli e di D´Ambrosio, di Di Pietro, di Colombo, della Bocassini.
Per fortuna la giustizia segue il solco di Mani pulite
Insomma non è quella di Mani pulite, con l´evidente sottinteso che non commetterà analoghi errori, non sarà analogamente faziosa e giustizialista, non farà tintinnare manette. Quella triste stagione (aggiungono) che fece tanto male all´Italia si è chiusa per sempre. Questo dicono i politici e ad essi fanno coro molti e importanti giornali, anch´essi "rinsaviti" rispetto ad allora. Ebbene, io penso onestamente che i magistrati oggi all´opera sullo scandalo delle Opa non facciano altro che muoversi sul tracciato di Mani pulite, che poi non fu altro che un più incisivo funzionamento delle Procure e della magistratura giudicante dopo anni di fin troppo evidente sonnolenza della giurisdizione nei confronti dei reati contro la corruzione pubblica elevata a sistema di governo. Errori e forzature furono certo commessi nelle inchieste di tredici anni fa e potranno esser commessi anche nello scandalo che abbiamo ora sott´occhi. Ma non tali da inficiare il risultato complessivo e finale. La magistratura di allora bonificò un terreno che la politica aveva lasciato imputridire per tutto il decennio degli anni Ottanta. Così oggi, perché anche oggi dobbiamo ai procuratori di Milano e di Roma e non certo alle forze politiche e al governo, se lo scandalo è emerso in tutti i suoi connotati e se il personaggio che ne è al centro si trova ormai in un angolo dal quale sarà assai difficile che possa uscire. La magistratura italiana dunque una volta ancora ha reso un servizio al paese il quale deve avere sempre più a cuore la difesa della sua indipendenza. E questa è la prima conclusione che lo scandalo ci suggerisce.
*** Sul primo aspetto, quello delle due Opa, esiste un tratto unificante e un altro che le fa invece radicalmente diverse una dall´altra. Il tratto unificante deriva dalla circostanza che le prime Opa sulle due prede furono lanciate da due banche europee non italiane: la Abn Amro (olandese) su Antonveneta, la Banca di Bilbao sulla Bnl. Ad entrambe si oppose il governatore Fazio con affannato moltiplicarsi di appelli, incontri, incoraggiamenti, affinché si formassero cordate e intervenissero "cavalieri bianchi" a difesa dell´italianità del sistema, passando allegramente sopra alle direttive europee in materia di Opa. In ossequio (interessato) alla difesa del tricolore bancario, nacquero due iniziative: si fece largo la Popolare di Lodi per Antonveneta e la Unipol per Bnl. Fazio fece tutto quanto gli era possibile fare per favorire sia l´una che l´altra, manipolando il calendario delle autorizzazioni e chiudendo tutt´e due gli occhi quando "l´italianità" gli suggeriva di chiuderli. Qui però finisce il tratto comune e cominciano le differenze tra le due operazioni. Quella promossa da Fiorani si è configurata fin dall´inizio come un´azione truffaldina di manipolazione del mercato, uso di fondi illeciti, ruberie vere e proprie a danno dei depositanti, uso di prestanome e di società offshore e di complici. Insomma, come si dice un po´ alla greve, un porcaio nel quale Fiorani e soci hanno inzuppato abbondantemente il pane a vantaggio di se stessi oltre che della banca di Lodi della quale da anni avevano fatto il centro delle loro malversazioni. Niente di paragonabile è accaduto nell´operazione Unipol. Se ne possono non condividere gli obiettivi e l´adeguatezza delle garanzie, ma sulla liceità dell´operazione nessuno finora ha avanzato dubbi. E del resto l´atteggiamento della Bilbao è stato molto diverso da quello della Abn Amro, penalizzata quest´ultima con ben altra durezza dalle scorrettezze del concorrente e dalla complicità della Banca d´Italia. Quando alcuni esponenti dei Ds difendono il diritto del movimento cooperativo a operare sul mercato alla pari con gli altri soggetti economici «nel rispetto delle regole», sostengono dunque una tesi perfettamente legittima, impugnabile solo per ragioni animate da faziosità politica. Diverso tuttavia è il caso personale dell´amministratore delegato di Unipol. Risulta dall´inchiesta giudiziaria in corso su di lui che Consorte abbia ottenuto favori personali da Fiorani e lucrato vantaggi illeciti e personali da tali favori. Siamo ancora ben lontani dal rinvio a giudizio e ancor più da un processo vero e proprio, ma queste prime risultanze dovrebbero indurre i dirigenti Ds alla massima cautela e lontananza dal soggetto incriminato. C´è di più. Già nello scorso agosto in un articolo sull´argomento avevo scritto che un dirigente politico deve osservare un rigoroso silenzio di fronte ad operazioni lanciate sul mercato e regolate da apposite norme, come è il caso di un´Opa. In questi casi la politica deve solo controllare che le norme in vigore siano rispettate e poi, come nelle gare di qualunque tipo, vinca il migliore scelto come tale dal mercato. Quando questo metodo non viene rigorosamente osservato ne derivano soltanto confusione e coinvolgimenti che, essi sì, costituiscono inframmettenze e recano danni di sostanza e di immagine. Ciò vale per tutti i politici, per tutti i partiti. Non capisco perché comportamenti così elementari siano troppe volte ignorati e contraddetti.
*** Sulla grave latitanza del governo durata oltre sei mesi non c´è altro da aggiungere. Fecero eccezione sia Tremonti sia Siniscalco, che chiesero per motivi diversi le dimissioni di Fazio. Ambedue ci rimisero il posto e questo dice già molto sull´intera questione. Ora si annuncia un provvedimento che dia al governo il potere di nominare e revocare il governatore, a cominciare da subito. E si profila in materia un accordo tra governo e opposizione, ovviamente senza che sia posta la questione di fiducia che renderebbe impraticabile quell´accordo. Tutto bene perché se c´è un tema bipartisan è quello che riguarda la Banca d´Italia e la sua credibilità scesa ai più bassi livelli, che dev´essere senza ulteriore indugio recuperata. Tuttavia un provvedimento che dia al governo poteri di nomina e revoca sulla più alta istituzione monetaria nazionale nel quadro, addirittura, della Banca centrale europea, investe una materia delicatissima sulla quale le forze politiche debbono osservare la massima attenzione. Finora la nomina del governatore è stata un atto "plurimo"; ha implicato infatti il concorso sostanziale di tre distinte autorità: il Consiglio superiore della Banca, il governo, il presidente della Repubblica la cui firma del decreto di nomina non è (ripeto non è) un atto burocraticamente dovuto. E´ buona l´idea che si individui nel governo anziché nel Consiglio superiore l´organo di iniziativa e di proposta. Buona anche l´idea di sottoporre la proposta all´approvazione delle Commissioni parlamentari competenti, le quali dovrebbero votare con maggioranza qualificata associando quindi alla nomina e alla revoca anche l´opposizione. Ma è evidente che dev´essere altresì mantenuto il peso specifico della firma del capo dello Stato, cioè della più alta autorità di garanzia esistente nel nostro ordinamento. Il capo dello Stato rappresenta il garante di tutte le altre autorità di garanzia; per quanto riguarda la Banca d´Italia il suo ruolo deve perciò restare determinante dal momento stesso in cui comincia a prender corpo la scelta da compiere.
* * * Concludo. A differenza di Tangentopoli, dove l´intero sistema pubblico era entrato in crisi deformando la struttura stessa della democrazia, lo scandalo di oggi poteva e doveva essere evitato. Bastava l´azione preventiva degli organi di controllo; invece è stata necessaria quella repressiva della magistratura. Auguriamoci che serva di lezione. A chi governa oggi e a chi governerà domani. Auguriamoci la sconfitta dei furbi e la vittoria degli intelligenti. Finora è troppo spesso accaduto il contrario. Il vero cambiamento che attendiamo è proprio questo e speriamo che avvenga.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Note sull'informazione Comunicazione per la Camera di Consultazione
Giulietto Chiesa
Occorre tra di noi, a sinistra, ma più generalmente nell’ampio ventaglio dello schieramento democratico, una discussione non diplomatizzata e un vero e proprio balzo culturale e intellettuale.
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Formulo queste note sotto forma di tesi per una discussione. Potranno apparire, volta a volta, scontate (per alcuni), provocatorie (per altri). Ma nascono dalla profonda convinzione che, data l’assoluta centralità della questione, occorre tra di noi, a sinistra, ma più generalmente nell’ ampio ventaglio dello schieramento democratico, una discussione non diplomatizzata e un vero e proprio balzo culturale e intellettuale.
Prima parte: brevi linee per l’interpretazione
1) Bisogna prendere atto che il movimento democratico continua a scontare un ritardo di comprensione impressionante verso i temi della informazione-comunicazione. Il problema concerne tutti i settori di questo movimento, sia quelli moderati che quelli di sinistra e di ultra sinistra. Per motivi diversi, anzi opposti, gli uni e gli altri considerano queste tematiche “non centrali”. I primi per una subalternità culturale ormai consolidata ai modelli imposti dall’attuale sviluppo economico-sociale; i secondi per una visione arcaica e dogmatica dello scontro sociale, che impedisce loro di cogliere le novità strutturali (sottolineo strutturali) prodotte dallo sviluppo delle tecnologie comunicativo informative e dal dominio sociale e culturale che esse hanno prodotto nel corso degli ultimi trenta-quaranta anni.
2) Sfugge, a tutto lo schieramento democratico, in misura variegata, che i nuovi parametri definiti dalla moderna informazione-comunicazione, hanno già modificato i criteri di formazione del consenso sociale; hanno sovvertito la stessa idea di egemonia culturale; hanno trasformato la politica e le istituzioni rappresentative. Quando un paese intero si raccoglie attorno a una trasmissione televisiva, dimenticando tutto il resto, dovrebbe essere evidente (a prescindere dal valore di essa) che si è di fronte a una situazione patologica. Ma il dibattito a sinistra – sebbene segnali di allarme siano emersi – che non si è ancora nemmeno cominciato a diagnosticare la natura della patologia e, meno che mai, sia stato posto il problema di come organizzare una cura all’altezza del male e in grado di contrastarlo.
3) L’Italia non è un’eccezione. E’ soltanto la caricatura di un mostro le cui proporzioni sono globali. Commettiamo un serio errore se pensiamo che, liquidato (eventualmente) Berlusconi, si possa tornare a un qualche stato di quiete in questo campo cruciale. Le praterie globali sono ormai dominate da un pugno di Leviathani mediatici che determinano praticamente il corso della lotta tra poveri e ricchi, tra uomo e natura, tra pace e guerra. Ancora di più: essi determinano l’andamento dell’economia globale (per un tempo definito e con esiti catastrofici, senza dubbio, ma lo determinano). L’economia globale è ormai un sistema che produce in modo preponderante merci inutili e dannose, che debbono essere smerciate a forza. Senza il sistema della comunicazione globale, l’intera macchina produttiva si fermerebbe. Per meglio dire: l’intera macchina riproduttiva di questo sistema è letteralmente impensabile senza il sistema oligopolistico mondiale della informazione comunicazione.
3) Non esiste più un discorso democratico (di difesa e sviluppo della democrazia, così come l’abbiamo ereditata dalla Resistenza) senza affrontare questi nodi. Ogni tentativo di reagire con i miseri mezzi comunicativi di cui si dispone alla gigantesca macchina manipolatrice in cui ci troviamo è destinato alla sconfitta. Una elementare analisi delle forze in campo lo dimostra. E senza questa analisi non c’è strategia che possa resistere un solo attimo alla violenza dei fatti. Questo vale per tutti i temi dello scontro sociale. Il sindacato è rimasto fermo al palo su questi temi. Non li solleva, non li vede, non li usa. Non si è ancora capito che la migliore piattaforma contrattuale non esiste se non viene trasmessa. Non ci si è resi conto che il lavoro, come tema, come notizia, come immagine, come concetto, è stato eliminato dal sistema della informazione comunicazione e, come effetto, ha cessato di esistere nella mente degli stessi lavoratori.
4) Stiamo assistendo alla morte del Quarto Potere, e continuiamo, in varia e composita illusione, a cullarci nella speranza che la nostra “controinformazione” possa costituire un rimedio. Senza renderci conto che essa ci condanna a un isolamento irrimediabile, “al di qua del crinale”, a parlare di noi e tra di noi, mentre le grandi masse popolari sono prigioniere dall’altra parte del crinale. Dove la nostra voce non arriva quasi mai, e comunque a tratti, flebile. Grida isolate che non possono modificare il “rumore di fondo”. Continuano a proliferare, a sinistra, gl’illusi di secondo grado, cioè al quadrato, che non si stancano di dirci che le nuove tecnologie offrono possibilità di liberazione future e inimmaginabili. Forse, in parte, è possibile. Ma in un pianeta in cui quasi metà della popolazione non ha mai fatto una telefonata e non ha mai visto un telefono o una lampadina elettrica, tutto ciò si sposta nel tempo a epoche nelle quali la partita, anzi la guerra, tra l’uomo e la natura, e tra l’uomoe l’uomo, darà già stata da tempo decisa.
5) La questione è che ormai informazione e comunicazione costituiscono il nuovo Potere. Esso va affrontato in combattimento all’altezza della sfida che impone. La lotta per la conquista e la democratizzazione del sistema dell’ informazione-comunicazione è il problema “centrale”. Non è dunque concepibile un programma di governo democratico di un paese che non rimetta in discussione il potere della informazione comunicazione. Questo vale per l’Italia, ma anche per l’Europa e per il mondo. La presenza o l’assenza di questo tema nei programmi, nei discorsi, nei comportamenti di partiti e leader decide della qualità della loro azione riformatrice e democratica.
Seconda parte: cenni per un programma di lotta
(si tratta qui di semplici esemplificazioni di un discorso vastissimo, in piena sperimentazione, ma in grande parte tutto da inventare. Se, come credo, le cinque tesi sopra elencate sono un discreto strumento di lavoro, allora occorre capire a fondo che abbiamo di fronte il compito di definire ex novo terreni di lotta e di organizzazione sociale che prima non esistevano)
a) Siamo di fronte a un compito estremamente complesso, oltre che inedito. Non esistono forme di battaglia politica di massa sul terreno della informazione-comunicazione. Abbiamo bisogno di una grande azione di risanamento morale e culturale. In termini gramsciani esiste la necessità impellente di operare una “grande riforma intellettuale e morale” del popolo italiano. Ma questo non si può fare con qualche manifestazione, con scioperi, con azioni puntuali e episodiche. Questa battaglia richiede una vasta, sistematica, profonda partecipazione di massa per essere efficace. Questa riforma non si può fare sul web. Il web è uno strumento decisivo per diffonderla e renderla capillare, ma non basta e non basterà per scalare la collina e andare “oltre il crinale”. La controinformazione è anch’essa importante, ma – come dice lo stesso termine – occupa solo una parte minima dei flussi comunicativi: appunto quello che concerne l’informazione. Il resto, cioè il 90% di ciò che milioni e milioni di persone vedono tutti i giorni, in tutti i canali televisivi, perfino su Internet, è rappresentato da intrattenimento e pubblicità. Contro questo 90 % non esiste alcun contraccettivo, non c’è “contro informazione dell’ intrattenimento”, non c’è “controinformazione della pubblicità”. E poiché la gran parte delle idee correnti non passa attraverso l’informazione (a sua volta essenzialmente bugiarda), ma attraverso il “resto”, noi siamo impossibilitati ad agire sul 90% del flusso comunicativo. Il rumore di fondo è nelle mani dell’avversario. Il che significa che l’egemonia nella formazione delle menti è sua e non nostra. Per tutte queste ragioni occorre, in primo luogo, che l’iniziativa sia politica e culturale al tempo stesso. In secondo luogo che coinvolga tutti gli operatori, i lavoratori, del settore della informazione-comunicazione (si tratta ormai di categorie molto numerose, socialmente rilevanti, ma non organizzate, atomizzate, quindi interamente dominate) . In terzo luogo che coinvolga i fruitori del sistema della informazione-comunicazione, cioè i “consumatori” del messaggio, che sono poi, a loro volta, la merce che i pubblicitari e gl’intrattenitori si scambiano, comprano e vendono.
b) La riforma democratica del sistema dell’informazione comunicazione è un processo lungo, che deve investire tutti i segmenti della produzione comunicativa. Giornalisti, autori, sceneggiatori, scrittori, pubblicitari, tecnici, operatori. Si tratta di una catena composta di molti anelli, ciascuno parte del processo produttivo del “rumore di fondo” , ma ciascuno scollegato dagli altri, privo della visione d’ insieme del flusso risultante. Una lotta per la democratizzazione del sistema d’informazione-comunicazione deve saperli coinvolgere tutti, ciascuno a partire dalla propria specificità. A mò di esempio: chi ha mai cercato di parlare con coloro che inventano la pubblicità? Cosa sappiamo di loro? Sono influenzabili da un discorso democratico? Eppure sono straordinariamente influenti e potenti, seppure ignorino spesso la valenza di ciò che fanno.
c) Un profondo cambio di marcia può essere realizzato coinvolgendo, nella critica del flusso informativo-comunicativo, insegnanti e genitori. Allarme e inquietudine, al riguardo, sono diffusi ormai, ma riguardano ancora una volta, minoranze culturalmente avvertite di insegnanti e genitori. Ma è un discorso che – come si può facilmente verificare – è comprensibile a larghe masse popolari. L’educazione dei figli è un valore molto sentito. Spiegare sistematicamente i guasti che questo sistema informativo-comunicativo produce sulle menti è possibile.
d)L’idea della alfabetizzazione di massa ai sistemi comunicativi è un altro di questi capisaldi. La televisione è un linguaggio, il linguaggio dell’immagine. Si può imparare come ogni altra lingua. Una volta che si sono imparati i rudimenti di questo linguaggio, si risulta vaccinati per sempre dalla maggior parte delle sue possibilità manipolatorie.
e) Questo linguaggio può essere insegnato nelle scuole, di ogni ordine e grado. E, cioè, è possibile, in linea di principio, che migliaia, milioni di persone vengano vaccinate fin dai primi anni di scuola. Diventando così, al tempo stesso, capaci di capire, cioè di difendersi, e capaci di agire sul terreno dell’informazione comunicazione, cioè diventare non solo consumatori dei messaggi ma produttori dei passeggi.
f) Un movimento di massa per la democrazia nell’ informazione-comunicazione deve investire tutti questi soggetti in una vasta e multilaterale azione trasformatrice. Gli stessi giornalisti – che oggi sono impossibilitati a garantire una decenza informativa minima – troverebbero all’ esterno delle macchine informative in cui sono rinchiusi una sponda, un appoggio critico decisivo. Senza questo appoggio esterno ogni idea di ristabilimento di una normale deontologia professionale è impensabile, prima ancora che impossibile. Da questi esempi emerge che una riforma dei sistemi d’insegnamento, educativi e formativi è parte integrante del processo di formazione di una cittadinanza democratica moderna.
Parte terza: note addizionali per il futuro
Come si sarà già notato dalle considerazioni precedenti, io considero la televisione il luogo primario in cui tutti questi momenti di analisi e di battaglia si concentrano. Oggi la televisione, domani quello che già i maggiori protagonisti mondiali della comunicazione chiamano “LO SCHERMO”, cioè quell’unico oggetto comunicativo, dotato appunto di schermo, che unificherà telefono, televisore, computer e che diventerà l’appendice dell’essere umano. E, poiché tutto questo avverrà in forma di trasmissione; e poiché tutto questo avverrà in termini di mercato; e poiché tutto questo determinerà l’intero assetto delle relazioni umane, sociali, economiche e culturali; e poiché non è né possibile, né auspicabile dare risposta a questi sviluppi in termini di censura, di limitazione delle libertà ecc., ne consegue che l’unico modo con cui la società nel suo complesso potrà proteggersi dall’invasione della comunicazione nelle decisioni politiche e sociali, ma anche nella sfera privata, nelle profondità della psiche, sarà quello di conservare in mani pubbliche, e in forme democratiche, il potere di concedere licenze per l’uso delle onde elettromagnetiche attraverso cui la trasmissione avviene e avverrà.
Inoltre la rilevanza di questi temi dovrebbe porli ad un livello di importanza superiore a quello attuale, che li regola mediante leggi ordinarie. Le necessità presenti, in Italia, sono già oltre il livello di guardia e l’articolo 21 della Costituzione – del resto concepito assai prima dell’ avvento della televisione – non rappresenta più un diga sufficiente. Si tratta dunque di cominciare a pensare a una modifica Costituzionale (l’unica che io ritengo ammissibile nella presente fase storica, di fronte a un attacco tendente a eliminare tutti i valori attualissimi della nostra Costituzione repubblicana) che ponga il tema della democrazia informativo-comunicativa al livello di una legge costituzionale.
Io ritengo inoltre che una leadership che voglia essere all ’altezza di questi problemi, e una società che non ne voglia diventare serva, in tutti i sensi, dovrebbero dotarsi di una ricerca scientifica, e di una capacità di previsione di questi sviluppi futuri, che incombono con rapidità esponenzialmente crescente. Manca la consapevolezza del fatto che noi ci troviamo agli albori dei una rivoluzione tecnologico-culturale che ha già sconvolto tutte le categorie e i parametri del vivere sociale del secolo scorso. Se il giorno si vede dal mattino possiamo immaginare cosa sta per accadere. E dobbiamo constatare che il livello di preparazione della società, e della politica, rispetto a questi temi, è sconsolatamente vicino allo zero.
Parte quarta: per una riforma del sistema radiotelevisivo
Aggiungo, a queste note il prodotto di un lavoro collettivo promosso da Tana de Zulueta e al quale ho preso parte. Si tratta di un progetto di legge - che nell’intenzione dei suoi estensori dovrebbe diventare d’iniziativa popolare - di riforma del sistema radiotelevisivo. Questo progetto, di cui esiste già una versione articolata in forma di disegno di legge, mi sembra contenere il meglio del dibattito sul tema che si è sviluppato in Italia negli ultimi anni, ma anche le esperienze avanzate di riforma della tv spagnola, e le migliori soluzioni delle tv pubbliche tedesca e inglese. Aggiungo quindi alle mie note questo contributo collettivo, nella forma della Relazione introduttiva che accompagna il progetto.
Relazione Introduttiva
In base alla Costituzione della Repubblica Italiana, ogni individuo ha il diritto a essere informato sugli eventi politici, sociali e culturali in modo libero, plurale e obiettivo.
Per garantire questo diritto occorre dunque tutelare la libertà di espressione e il pluralismo dei mezzi di comunicazione, nella consapevolezza che l’informazione e la comunicazione sono beni essenziali su cui si fonda lo spazio pubblico di ogni democrazia, e non possono pertanto essere lasciati né al mero gioco del mercato né al controllo diretto dei partiti politici.
La presente proposta di legge fissa nuove norme di disciplina che riguardano l’intero sistema della comunicazione radiotelevisiva, sia pubblica che privata, basandosi sul principio che ogni trasmissione al pubblico di contenuti audiovisivi assolve una missione di interesse generale.
Al fine di attuare questo principio, la presente proposta di legge prevede l’istituzione di un organismo, il Consiglio per le Comunicazioni Audiovisive, in cui sono rappresentate in modo paritetico le principali istanze politiche, sociali e culturali del paese.
Il Consiglio ha il compito di fornire gli indirizzi fondamentali all’intero sistema delle comunicazioni. In particolare, nell’ambito del servizio pubblico radiotelevisivo, che nel mondo delle comunicazioni è e rimane il punto di riferimento imprescindibile della collettività, il Consiglio nomina i vertici della concessionaria del servizio pubblico, selezionati mediante concorsi pubblici non in base ad appartenenze politiche, ma alla professionalità e all’indipendenza. I membri del Consiglio di Amministrazione eleggeranno al loro interno il Presidente della RAI e ne nomineranno il Direttore Generale. Il CdA diventerà in tal modo un organo tecnico e indipendente, con funzioni esclusivamente gestionali. Con le stesse procedure adottate per la nomina dei vertici della RAI, il Consiglio procederà a nominare i componenti dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, assicurando così anche in questo caso i criteri della selezione trasparente, dell’indipendenza e del massimo di qualificazione.
Le funzioni di indirizzo del Consiglio nei confronti della concessionaria pubblica si concretizzano nel contratto di servizio, che dovrà specificare gli obblighi a cui deve sottostare la RAI in attuazione dei principi generali che governano il servizio pubblico. La funzione di indirizzo viene però esercitata dal Consiglio con riferimento a tutto il sistema delle comunicazioni, quindi anche nei confronti dell’emittenza privata, mediante l’invio di raccomandazioni vincolanti che l’Autorità di garanzia e vigilanza dovrà poi rendere esecutive.
Tra gli strumenti introdotti dalla legge per tutelare il valore fondamentale del pluralismo dell’informazione, a prescindere dalle garanzie della concorrenzialità dei mercati, vi è, con riferimento ai programmi radiotelevisivi, il limite della quota di ascolto, fissato al 30%. Riguardo alla struttura e ai compiti della RAI, la proposta prevede una chiara distinzione fra la missione di servizio pubblico svolta dalla concessionaria e le sue attività commerciali. Le strutture dell’azienda destinate esclusivamente alla realizzazione della missione di servizio pubblico saranno finanziate principalmente dal canone e avranno un affollamento pubblicitario minore. Quelle invece a maggiore vocazione commerciale saranno finanziate esclusivamente dalla pubblicità e saranno soggette agli stessi indici di affollamento pubblicitario fissati per l’ emittenza privata.
La legge assegna alla RAI un ruolo guida nella transizione ai nuovi contenuti digitali, concentrandosi non tanto sullo sviluppo di costose infrastrutture, quanto piuttosto sull’ elaborazione di nuovi contenuti di qualità. A questo scopo, la RAI dovrà puntare su tutti i mezzi tecnici di distribuzione che consentano lo sviluppo dei contenuti più innovativi, per consentire ai cittadini un uso consapevole e attivo dei mezzi di comunicazione di massa. I nuovi servizi e contenuti dovranno essere resi disponibili a vantaggio della collettività, secondo modalità di accesso il più possibile ampie e universali.
Sul fronte della tecnologia, la legge mira a creare infrastrutture aperte e a promuovere solo i sistemi di accesso ai contenuti digitali che non abbiano l’effetto di legare l’utente finale a una determinata tecnologia né a un determinato operatore.
Per garantire il pluralismo complessivo del sistema delle comunicazioni, l’accesso al mercato da parte di qualunque fornitore di contenuti è regolato con procedura pubblica tramite l’assegnazione diretta di licenze individuali.
Z-Net.it
Myanmar (ex-Birmania)Aviaria, un altro mistero birmano In uno dei regimi più chiusi al mondo, la paura dell'influenza aviaria
In Myanmar, la Birmania di un tempo, le notizie che circolano sull’influenza aviaria sono poche e non rassicurano i suoi abitanti, in gran parte contadini che vivono a contatto di pollame e altri volatili. Lo dimostrano alcune testimonianze raccolte dall’agenzia France Presse nel Paese asiatico, dove comunque il virus H5N1 non è mai stato registrato: tutto sembra essere avvolto da paura e mistero qui, dove la giunta militare filtra ogni informazione interna o esterna attraverso uno dei sistemi di propaganda più potenti d'Asia.
Khin Maung Win, guardia notturna della riserva di uccelli di Moeyingyi, 70 chilometri a nord da Yangon, si è pentito di aver accettato questo lavoro. Adesso con l’arrivo dell’inverno e degli uccelli migratori, che a Moeyingyi vanno in cerca di cibo, pensa di essere più esposto al rischio di contagio. Dice quindi preoccupato: “E’ pericoloso mangiare pollo perché si potrebbe prendere l’influenza aviaria. Vedo molti volatili, ma non li tocco”. E’ chiaro che Win è confuso. Non sa che il virus non resiste nelle carni cotte ad almeno 70 gradi centigradi. Probabilmente perché la campagna di informazione su questa malattia è stata promossa assai in ritardo dalla giunta militare che guida il Myanmar e lo chiude da decenni al resto del mondo, in una sorta di Medio Evo.
I dittatori birmani assicurano che l’influenza aviaria non è mai comparsa in Myanmar, nonostante confini con Cina e Thailandia dove finora sono stati segnalati rispettivamente 5 e 22 casi di infezione umana. I vari ministri dell’agricoltura, dell’allevamento e della pesca dicono di stare tranquilli. Secondo loro i Paesi asiatici colpiti dal virus “sono lontani e ci sono alte montagne a proteggere il territorio birmano”. In chi vive vicino a Moeyingyi, tuttavia, la preoccupazione cresce: “Gli uccelli migratori arriveranno il mese prossimo. Alcuni potrebbero giungere dalla Cina o da altri paesi, diffondendo la malattia”, dichiara Aung, un falegname di 63 anni intento a lucidare una barca di legno nella riserva. L’uomo continua a mangiare pollo, ma non le parti più a rischio, come le interiora che in Myanmar sono considerate una prelibatezza.
Motivi di preoccupazione ci sono non solo per la popolazione, ma anche a parere di alcuni esperti, secondo i quali il sistema sanitario birmano è così debole e inefficiente da non essere in grado di individuare, monitorare ed eventualmente affrontare la malattia. Nell’ex Birmania in pochissimi hanno accesso a cure mediche e ricoveri ospedalieri. I malati delle campagne compiono lunghi viaggi per raggiungere gli ospedali in città dove, pur essendo poverissimi, devono pagare prestazioni mediche, medicinali, vitto e alloggio. Così si spiega un’età media di 55 anni e una mortalità infantile di 80 per mille nati (in Italia 6 per mille). Per l’influenza aviaria, un aiuto viene solo dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e da quella per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), che stanno monitorando la situazione.
Dal 2003 a oggi l’H5N1 ha ucciso almeno 70 persone, tutte nel continente asiatico. L’ultimo decesso registrato è stato quello di un indonesiano morto il mese scorso nei pressi di Giacarta, dopo essere venuto a contatto con del pollame. La nona vittima nel grande arcipelago. Il 7 dicembre, poi, è morto un bambino tailandese di cinque anni che aveva sviluppato i sintomi dell’influenza aviaria due settimane prima. Il contagio può avvenire se si viene a stretto contatto con animali malati, in particolare attraverso il sangue e gli escrementi. Ma si continua a temere che il virus possa mutare in modo da essere trasmesso da uomo a uomo e da causare una pandemia. www.peacereporter.net
Francesca Lancini
Soprattutto i rom soffrono Tra i sette e i nove milioni di rom vivono in Europa, la maggior parte nei nuovi Paesi membri e in quelli candidati all’ingresso nel "club Ue". Dimenticati dalle istituzioni e bistrattati dalla società, diamo un’occhiata alla loro storia. Un villaggio di rom in Slovacchia (vuvar1) Febbraio 2004, Slovacchia orientale: più di 2.000 soldati e poliziotti vengono spediti in una regione rom abitata soprattutto da rom, per combattere i saccheggi e i disordini della popolazione locale. Sotto il governo di Mikuláš Dzurindas, dal 1998 Presidente della Slovacchia, è cresciuto il malcontento negli accampamenti dei rom, e i benefici garantiti dalla sicurezza sociale sono consistentemente diminuiti. Le condizioni di vita per i rom nella Slovacchia dell’Est, in particolare nelle regioni di Košický e Trenčínský, sono molto dure. Ci sono a malapena i collegamenti con la rete elettrica e con quella stradale e come se non bastasse, il tasso di disoccupazione è notevole..
Datori di lavoro "freddolosi"
Secondo i calcoli della Banca mondiale, vivono in Europa tra i sette e i nove milioni di rom, più dell'80% nei nuovi Stati membri e nei paesi candidati all'Ue. I rom parlano una lingua tutta loro, il romanés, e provengono verosimilmente dall'India, dalla quale fuggirono, alla volta dell’Europa, intorno all’anno Mille. Ma non si sono mai lasciati "assimilare" dalle popolazioni europee. Non professano una sola religione né hanno un paese solo in cui vivere. Nella maggioranza dei paesi costituiscono una minoranza, i cui interessi vengono spesso ignorati. Nei confronti dei rom i governi dell'Europa orientale e meridionale partono da posizioni differenti. Rare sono le leggi contro la discriminazione e spesso sono le organizzazioni non governative ad occuparsi dell'integrazione di questa gente “nata zingara”. Anche la svolta politica del 1989 non ha migliorato la situazione. Lo scrittore ceco Andrej Giňa, un rom, evidenzia in un'intervista rilasciata alla rivista Literatura: «La condizione sociale di molti rom si è considerevolmente deteriorata. Ai tempi del comunismo c’era più sicurezza, la nostra gente aveva un lavoro ed uno stipendio regolare, una casa dalla quale nessuno veniva cacciato». Oggi è tutto diverso, aggiunge Giňa: «Oggi quando facciamo rispondiamo a degli annunci di lavoro, non è che otteniamo un colloquio con il datore di lavoro: è solo che quest’ultimo rimane interdetto e si “raffredda” non appena ci vede di persona».
I rom-clan
In Romania vive la più grande comunità rom d’Europa: circa due milioni di uomini, per lo più con un basso grado d’istruzione. E ancora più a Sud, nella penisola balcanica, la situazione non è migliore. Dopo la fine del conflitto in Kosovo nel 1999, circa cinquecentosessanta rom vivevano nel campo rifugiati di Zitkovac, nel Kosovo del Nord. Il campo era situato non lontano da un’ex miniera di piombo, per cui gli abitanti si sono progressivamente ammalati. Solo dopo sei anni la direzione della missione Onu in Kosovo si è decisa, sotto le pressione delle ong, a far trasferire il campo rifugiati. Nell’Europa orientale e meridionale si sentono centinaia di casi simili. La maggior parte delle discriminazioni vengono eserictate dalla popolazione del luogo, mentre le autorità se ne interessano appena. E ì la situazione dei rom continua a peggiorare, anche perchè non sono mai riusciti a creare dei gruppi rappresentativi a livello nazionale. Ogni organizzazione, oppure partito, rom, che rivendica il diritto di parlare in loro nome, viene presto o tardi screditata. Le élite dei rom,spesso lacerate al loro interno, hanno spesso preso le distanze rispetto ai loro compatrioti: il che è in gran parte dovuto alla loro struttura in clan. Con il risultato che i gruppi rom non sono in grado di formulare delle richieste unite e coerenti alle autorità. Le quali, a loro volta, ricevono la “legittimazione” per mettere il problema a tacere.
L'Ue tende la mano
I rom rumeni, slovacchi e degli altri paesi dell’ex Unione Sovietica spesso emigrano per cercare di fuggire dalla loro tragica. Le mete più gettonate sono Canada, Regno Unito e Germania. Ma spesso la fuga finisce nel disincanto, nello scoraggiamento, nell’alcolismo e in una vita senza alcun aiuto sociale. La Commisione Europea non può certo imporre ai Venticinque le politiche sociali da adottare con i rom. Tuttavia, in un’intervista del luglio 2005 al settimanale ceco Ekonom, Vladimír Špidla, Commissario europeo per l’occupazione, gli affari sociali e le pari opportunità, ha sottolineato che l’Unione Europea può, tramite il Fondo sociale europeo, dare una mano ai nuovi Paesi membri. I fondi rendono possibili progetti con i quali i rom potranno superare la loro esclusione sociale. Per Špidla comunque, quello che manca non è solo assenza di sussidi comunitari, ma soprattutto dei progetti dalla parte di comunità ed ong. www.cafebabel.com/it/ Filip Capanda - Praha -
Bush, retorica a chili -
Washington - Molta della retorica suonava famigliare. Ma nel suo discorso all'Accademia Navale degli Usa, il presidente Bush è parso accettare la dura realtà sul campo, sia in Iraq che politicamente negli Stati Uniti, invocando una forza americana più piccola. Dopo mesi di incombente mancanza di comunicazione fra la Casa Bianca e i capi dell'esercito, il commento di Bush all'accademia di Annapolis, è sembrato riportarlo in linea non solo con le forze armate americane, ma anche con gran parte della sua amministrazione . I capi delle forze armate, avevano fatto ripetutamente presente che soltanto un ritiro delle truppe statunitensi avrebbe permesso alle forze irachene di prendere il controllo della sicurezza della loro nazione. Bush è sembrato alla fine abbracciare la loro tesi. La missione, così rivisitata, vedrebbe ridotta l'esposizione delle truppe Usa agli attacchi nemici e al rischio di potenziali vittime americane.
Per molti aspetti, il suo è stato un discorso da equilibrista, in cui ha respinto con forza la richiesta di un immediato ritiro delle truppe da parte dei suoi critici – o di fissare almeno dei tempi in cui questo avverrà – e ha ripetuto i suoi cavalli di battaglia, cari ai suoi più fervidi sostenitori.
“ Non accetterò altro che la vittoria completa” ha detto a un certo punto.
“ Resteremo tanto quanto sarà necessario per completare la missione”.
Tuttavia leggendo fra le righe, la raggiante dichiarazione di Bush sul progresso delle forze irachene ha fornito una risposta a due dei suoi referenti politici più cruciali: i suoi sostenitori di sempre, che chiedevano disperatamente delle rassicurazioni sul fatto che esistesse un piano per ottenere la vittoria che così spesso aveva promesso, e il crescente numero di sostenitori divenuti scettici che ora chiedono una via di uscita praticabile. L'impatto delle osservazioni di Bush si è facilmente saldato alle precedenti dichiarazioni rese da due alti comandanti della regione, il generale dell'esercito John P. Abizaid, capo delle forze americane in Medio Oriente, e il generale George W. Casey, l'ufficiale di grado più elevato in Iraq.
Nella loro testimonianza al Senato di due mesi fa, i due generali avevano sostenuto come fosse necessaria una forza statunitense di minori dimensioni, dato che la sola presenza di americani faceva da carburante all'insurrezione e alimentava la dipendenza delle forze di sicurezza irachene da una continua presenza degli Usa.
“ Crediamo che a un certo punto, per rompere questa dipendenza dalla coalizione, l'unica cosa da fare sia fare un passo indietro e lasciare che gli iracheni ne facciano uno in avanti”, hanno detto lo scorso agosto ai giornalisti Abizaid e il generale Douglas Lute, direttore delle operazioni per il Medio Oriente.
In conversazioni ufficiose, i funzionari militari statunitensi hanno anche espresso la preoccupazione che cercare di mantenere il corrente ammontare di truppe in Iraq oltre l'anno che viene, potrebbe danneggiare irreparabilmente gli sforzi nel reclutamento e i livelli di ferma – la linfa vitale del servizio militare volontario americano.
Ad ogni modo, quelli che seguono l'evoluzione degli eventi in Iraq, mettono in discussione la vivace descrizione di Bush delle forze irachene e avvertono che piazzare così tanta posta politica su una grande performance da parte delle nascenti truppe irachene porta con sé alcuni rischi. Previsioni di questo genere sono state fatte anche in precedenza, e ogni volta le forze armate non hanno potuto fare a meno di recitare il proprio ruolo in prima linea per fronteggiare i ribelli iracheni.
Mentre una coalizione guidata dagli Usa si preparava a consegnare il potere politico a un governo iracheno ad interim, nel 2004, parecchi comandanti dissero di prevedere che le truppe Usa avrebbero potuto farsi da parte, mentre le truppe irachene si facevano avanti per difendere il Paese. All'inizio di quest'anno, quando il Pentagono incominciava a concentrare la propria missione sull'addestramento delle truppe irachene, l'esercito ripeté che prevedeva di non partecipare più alle maggiori operazioni contro la guerriglia. Tuttavia, in entrambe le occasioni, le truppe irachene si sono dimostrate impreparate e le forze Usa hanno dovuto di nuovo condurre pericolose missioni in sperduti villaggi iracheni e raid notturni per le strade di Bagdad. Mentre lo sviluppo della fragile democrazia irachena si rivelava incapace di sconfiggere l'insurrezione o di ridurre gli attacchi contro le forze Usa, i comandanti in capo in Iraq quest'anno hanno cominciato a diminuire pubblicamente le attese su quello che le forze armate avrebbero potuto ottenere prima di iniziare una graduale ritirata. Hanno smesso di indicare la sconfitta dell'insurrezione come obiettivo della loro missione e hanno iniziato a concentrarsi sul costruire un efficiente esercito iracheno che potesse affrontare i ribelli quando le truppe Usa avranno lasciato il Paese.
“ Il giorno dopo le elezioni (del Parlamento), gli insorti saranno ancora lì” ha detto un alto funzionario delle forze armate a Bagdad al Times in gennaio. “E la cosa andrà avanti per molti anni a venire”.
Ma i comandanti per parecchi mesi hanno continuato a citare i progressi delle truppe irachene, e durante la primavera e la prima estate Casey ha detto un sacco di volte che credeva che i miglioramenti avrebbero portato a una “sostanziale riduzione” delle forze Usa nel 2006 .
A giugno, il segretario della Difesa, Donald Rumsfeld ha iniziato ad sostenere la linea dei suoi comandanti. Per quanto a lungo fossero rimaste le truppe Usa in Iraq, i residui di una bene armata guerriglia avrebbero continuato a combatterle.
“ Se l'insurrezione andrà avanti per quattro, otto, 10, 12, 15 anni o quello che sia…sarà un problema del popolo iracheno”, ha detto Rumsfeld.
“ Dovranno fare i conti con l'insurrezione nel corso del tempo”.
Ma anche mentre i consiglieri anziani del presidente in materia militare e civile iniziavano a preparare il terreno, Bush restava fermo nell'insistere che la missione militare Usa non sarebbe stata completa finché l'insurrezione non fosse stata sconfitta.
Quando la missione di sconfiggere i terroristi in Iraq sarà completata, le nostre truppe torneranno a casa”, ha detto Bush nel suo ranch vicino a Crawford, in Texas, in agosto.
Ma, in mezzo a molta della stessa retorica, mercoledì Bush ha mostrato fino a dove la Casa Bianca si sia spinta nell'abbracciare una realtà che le forze armate e il resto dell'amministrazione avevano esposto mesi prima.
La missione delle forze armate, ha detto Bush, era quella di addestrare una forza irachena che potesse far fronte agli insorti una volta che le truppe Usa avessero lasciato il Paese.
“ Il nostro obiettivo è quello di addestrare forze irachene sufficienti a portare avanti la lotta”, ha detto Bush all'Accademia Navale.
di Tyler Marshall e Mark Mazzetti da Los Angeles Times traduzione per Megachip di Federico Guerrini
USA : Senato respinge proroga del Patriot Act voluta da Bush di Rico Guillermo
Il Senato dgli Stati Uniti ha respinto la proroga del Patriot Act, la discussa legge antiterrorismo, voluta da George W. Bush e criticata dai senatori per attentato alle liberta' civili di Americani innocenti.
Il rifiuto di approvare il prolungamento della legge - in scadenza il 31 dicembre - segue l'imposizione al presidente, da parte del Congresso, dell'emendamento sul divieto di tortura proposto da un senatore del suo stesso partito.
Un senatore democratico ha detto "possiamo dare al governo gli strumenti per combattere il terrorismo e proteggere i diritti e le liberta' dei cittadini innocenti", mentre un repubblicano libeale ha affermato che occorre "essere piu' vigili".
Qualche senatore ha citato Benjamin Franklin, uno dei firmaari della Costituzione degli Stati Uniti: "quelli che cederebbero le liberta' findamentali nell'inseguimento di una poca sicurezza provvisoria non meritano ne' la liberta' ne' la sicurezza".
Ma Bill Frist ha paragonato gli avversari della legge a coloro che "hanno chiesto una ritirata e una strategia di sconfitta in Iraq" ed ha paventato minacce terroristiche all'America che a suo dire senza questo strumento non potrebbero essere prevenute.
Il Patriot Act prevedeva fra l'altro la possibilita' per l'FBI di acquisire dati personali riservati senza preventiva autorizzazione di un magistrato e senza che il destinatario del provvedimento potesse avvertire alcuno. Era per questo stato considerato parzialmente incostituzionale da un magistrato, e ne erano state proposte parziali modifiche.
C'e' difformita' nel giudizio degli esperti se, cessando le norme del Patriot Act, le informazioni di cui le agenzie di intelligence sono venute in possesso tramite il Patriot Act su tutti i gruppi conosciuti quali Al-Qaida, Hamas, Hezbollah, Jihad islamica ed il gruppo di Al Zarqawi in Iraq potrebbero ancora essere usate.
Sullo sfondo del dibattito, la denuncia del New York Times sui controlli autorizzati dal presidente su Americni innocenti.
www.osservatoriosullalegalita.org
Infermiere bulgare in Libia, tragica odissea Continua la drammatica vicenda delle 5 infermiere bulgare condannate a morte in Libia. Riceviamo e volentieri pubblichiamo un punto della situazione realizzato da Antonia Ilinova dell'associazione Bulgaria-Italia, sul cui sito si può sottoscrivere un appello per la liberazione delle 5 donne Una fase del processo Di Antonia Ilinova, per Bulgaria-Italia, 8 dicembre 2005 (Tit. originale: Libia, infermiere bulgare, il punto della situazione)
Dopo quasi sette anni di prigione, torture e violenze, le cinque infermiere bulgare e il medico palestinese condannati a morte nel maggio del 2004, aspettano la decisione finale della corte suprema di Tripoli. Un'attesa straziante, che coinvolge le loro famiglie, colleghi e connazionali, associazioni e istituzioni internazionali come Amnesty International e l'Onu. Il 31 gennaio 2006 è la data in cui si dovrà conoscere la sorte dei detenuti accusati di aver infettato premeditatamente con il virus dell'Hiv oltre 400 bambini libici. In più di un modo è stata dimostrata la loro innocenza, ma le autorità libiche finora non hanno preso in considerazione i dati forniti dalla controparte.
Da molti anni professionisti della Bulgaria si recano in Libia, priva di sufficiente personale medico-sanitario. Gli stipendi sono molto più alti di quelli percepiti in gran parte dei paesi dell'Est. Durante i mandati, di solito biennali, è possibile guadagnare quasi interamente la somma necessaria per acquistare un appartamento in Bulgaria.
Il 9 febbraio 1999 a Bengasi vengono arrestati 23 cittadini bulgari. Infermieri e medici arrivati nel paese africano per motivi di lavoro. 17 vengono liberati non molto tempo dopo, ma per sei persone inizia un incubo destinato a durare.
Gli sfortunati sono il medico Zdravko Georgiev e le infermiere Cristiana Balcheva, Nasia Nenova, Valentina Siropulo, Valia Cherveniashka e Snezhana Dimitrova. Zdravko Georgiev è stato condannato a quattro anni di reclusione, pena per aver violato le norme valutarie del paese. Il medico ha trascorso cinque anni in prigione ed è stato liberato, ma non gli è tuttora consentito di lasciare il Paese. Secondo le autorità libiche le infermiere sono invece tutte colpevoli di aver infettato 426 bambini dell'ospedale pediatrico di Bengasi, circa cinquanta dei quali sono già morti. In Libia questo è un reato punibile con la pena capitale.
Sui motivi che starebbero dietro al cruente gesto, i libici hanno sostenuto diverse ipotesi, tutte caratterizzate dal medesimo filo conduttore: un complotto contro il popolo libico. Durante la conferenza mondiale sull'Aids dell'aprile 2001 è il leader Muammar Gheddafi a spiegare quale sarebbe stato il diabolico movente delle cinque infermiere. "E' stato chiesto loro di sperimentare gli effetti dell'Hiv sui bambini. E chi li ha incaricati di questo odioso compito? Alcuni dicono la Cia. Altri dicono il Mossad" (il servizio segreto israeliano).
Il processo ha inizio in modo più concreto solo il 2 giugno del 2001. L'accusa si basa su confessioni di colpevolezza ottenute sotto tortura, smentite in seguito dagli stessi detenuti. Si è parlato di contenitori con campioni di siero infetto trovati nelle abitazioni dei prigionieri, ma questi non sono mai stati messi a disposizione per un esame da parte della difesa. Come se non bastasse, fanno da contorno imputazioni meno gravi che vedono alcune delle donne colpevoli di relazioni sessuali illecite, di produzione e consumo in pubblico di alcool.
In occasione dell'udienza di luglio 2004, 20 giorni prima dell'incontro in aula, il governo libico fornisce alla difesa 218 pagine in lingua araba di motivazioni per la condanna. Ciò nonostante il 5 luglio gli avvocati sono pronti a sostenere e motivare l'innocenza delle proprie clienti. Le prove sono fornite dalle testimonianze di Luc Montagnier, uno degli scopritori del virus dell'Aids, e quelle del virologo italiano Vittorio Coalizzi. I due scienziati, incaricati dall'Unesco, esaminano il caso recandosi all'ospedale Al-Fatih di Bengasi nel 2002. Viene eseguito un esame genetico del virus, mettendo a confronto il sangue conservato di bambini infettati in anni diversi: nel 1997, nel 1998, nel 1999 e nel periodo successivo all'arrivo delle infermiere nell'ospedale di Bengasi. Le indagini dimostrano che i primi casi di infezione risalgono al 1996 - 1997, cioè molto prima che i processati giungessero in Libia. Il virus ha le medesime caratteristiche in ogni campione esaminato, caratteristiche tra l'altro tipiche dell'Africa centrale e occidentale. Non può essere stato importato da altre aree geografiche come sostengono invece le autorità libiche. Le cause del propagarsi dell'epidemia sono da ricercarsi, secondo i due scienziati, nelle scarse condizioni igieniche dell'ospedale. La relazione da loro stilata avrebbe dovuto sopprimere i sospetti che hanno trasformato la vicenda in una cospirazione, ma di queste prove finora i giudici libici non hanno tenuto conto. Anche altri scienziati hanno dato il loro contributo per la soluzione della delicata vicenda.
Dopo numerosi rinvii del processo, la corte di Tripoli delibera la sentenza: le infermiere saranno fucilate. Per fortuna questo non accade nella data prestabilita e ancora una volta si attende con il fiato sospeso la decisione finale, che forse arriverà il 31 gennaio 2006. La Libia ha cercato di risolvere la questione negoziando. In cambio dei sei prigionieri ha inizialmente voluto il rilascio dell'ufficiale libico condannato per l'attentato all'aereo americano Lockerbie. Poi ha deciso di chiedere il risarcimento da parte della Bulgaria per le famiglie dei bambini rimasti vittime dell'epidemia. Il governo bulgaro ha rifiutato ogni forma di baratto. "Le infermiere sono innocenti, - ha dichiarato il portavoce del ministro bulgaro degli affari esteri, Dimitar Tsantchev – accettare di pagare un indennizzo sarebbe come ammettere la loro colpevolezza e questo è inconcepibile".
L'eventuale esecuzione della condanna a morte rischia di compromettere fortemente l'immagine della Libia, che è alla ricerca di una migliore posizione sulla scena internazionale. Con l'abbandono delle armi di distruzione di massa e l'ammissione delle responsabilità per l'attentato di Lockerbie si è avviato un processo di avvicinamento della Libia all'Europa. L'esito dell'attuale vicenda avrebbe il potere di accorciare le distanze o di creare un divario insuperabile.
Il Governo libico deve fare i conti anche con i famigliari dei bambini che hanno manifestato la loro rabbia contro il rinvio al 2006 della fatidica decisione della corte. Hanno lanciato pietre contro il tribunale gridando "morte agli assassini", "impiccateli", "la vita dei nostri bambini vale più di quella di un bulgaro". Di tali reazioni sono in gran parte responsabili i media libici che da ormai troppo tempo sono strumento di divulgazione dell'odio contro gli ipotetici assassini dei bambini sieropositivi di Bengasi. Diversa la posizione del figlio di Gheddafi, Seif Al Islam: "Le autorità libiche devono ammettere la propria responsabilità relativamente al dilagare dell'epidemia. Io personalmente non credo nella colpevolezza delle infermiere".
Numerosissimi sono stati gli appelli, in ogni parte del mondo, di liberare lo staff medico arrestato. A Parigi si è tenuto un meeting per sollecitare l'annullamento delle condanne a morte. A capo dell'iniziativa ci sono le associazioni "Avvocati senza frontiere", "Insieme contro la pena di morte", nonché l'associazione degli studenti bulgari che abitano in Francia. Si raccolgono firme per la liberazione dei condannati. Ad oggi il numero delle persone che hanno firmato è superiore a 22.000. Nei giorni a ridosso della data in cui la Corte di Tripoli avrebbe dovuto pronunciarsi, nelle chiese e negli ospedali della Bulgaria sono state tantissime le azioni a sostegno delle infermiere rinchiuse. Non sono mancati mobilitazioni e appelli da parte dei governi di diversi stati, primo tra tutti l'America. Le speranze sono che una forte mobilitazione internazionale possa portare a una giusta decisione il prossimo 31 gennaio.
Nel frattempo l'Unione Europea, che segue con attenzione la vicenda, ha attivato il piano d'azione per gli aiuti umanitari. L'ospedale di Bengasi è stato munito di personale, apparecchiature moderne, medicinali e strumenti necessari per curare i malati di Aids. www.osservatoriobalcani.org/
La coca buona di Stella Spinelli (Peacereporter) Sbarca sul mercato colombiano la risposta fai da te alla Coca Cola, la Coca Sek. È l'immagine dello spirito dei popoli latinoamericani, lo stesso che gli indigeni colombiani vogliono diffondere partendo dalla divulgazione degli infiniti modi di usare in maniera sana e legale la foglia di coca Ha il colore del cedro, un gusto fra la limonata e il crodino, e un aroma fresco, di the speziato. È la Coca Sek, la Coca del Sole, una bevanda appena nata, inventata dagli indigeni Nasa o Paeces (come li chiamavano gli spagnoli), la cui ricetta custodiscono quale prezioso segreto. C'è solo una cosa che è dato sapere: la componente base è la foglia di coca, coltivazione secolare nelle terre ataviche indigene.
Dentro e fuori
E gli ideatori puntano davvero in alto. "È la risposta fai da te al colosso Coca Cola", precisano e non nascondono l'intenzione di arrivare a sfidare l'affollato mercato delle bevande, riuscendo pian piano a distribuirla e consumarla in tutte le maggiori città della Colombia.
E all'estero? Almeno per ora non si può andare. Fuori dai confini colombiani la foglia di coca crea scompiglio, è sulla lista nera degli Stati Uniti, che l'hanno dichiarata 'sostanza pericolosa', tanto da limitarne severamente il commercio estero. E la Coca-Cola allora? A questo proposito ogni addetto alle relazioni pubbliche intervistato sull'argomento è solito rispondere che la cocaina non è mai stata un ingrediente e si chiude dietro il segreto commerciale della formula se qualcuno insinua che vi siano quantomeno altri componenti rigorosamente estratti dalla foglia.
Ma gli indigeni non si spaventano certo per le restrizioni internazionali. Intanto puntano a conquistare i colombiani, poi valuteranno come invadere il mercato estero. "La gente associa la coca con la cocaina – spiegano – noi invece vogliamo convincerli che la coca non è la stessa cosa della droga che corrode i loro Paesi. È ben altro. E siamo orgogliosi di questa foglia".
Il loro progetto di farne un uso corretto, infatti, ha radici lontane ed è una vera e propria battaglia alla cocaina. Con le foglie di coca si fanno infusi, medicinali, bevande, che sono tutt'altro che una sostanza stupefacente. È solo l'un percento della hoja che, estratta e trattata chimicamente conduce alla famigerata polverina bianca. "Per noi è una coltivazione tradizionale, sulla quale si basa da sempre la nostra alimentazione. Per questo vorremmo che per tutti bere la Coca del Sole diventasse un gesto quotidiano. E poi è buona. La gente che l'ha assaggiata ne è rimasta affascinata".
Arte e pazienza
Un bambino raccoglie le piante. La Coca Sek, creata nella riserva indigena Calderas de Inzá, nella valle del Cauca, sarà imbottigliata nella vicina Popoyán. Come ogni prodotto che si rispetti, è stata testata da decine e decine di assaggiatori, che l'hanno definita un ottimo dissetante, specialmente "quando il dio Sole brilla in tutto il suo splendore". Per produrla viene usata esclusivamente la foglia di coca più pregiata, la più saporita, conosciuta come neogranadense, che cresce solo nelle terre del Cauca, bagnate dalle fresche acque montane.
Arrivare alla formula definitiva è costato fatica e tempo. Anni di prove, durante i quali i Nasa si sono impegnati a testare i gusti di indigeni e meticci, di bianchi e neri. "Non potevamo basarci solo su di noi, che siamo abituati al sapore della coca. Dovevamo indagare, studiare, aprirci al mondo esterno, perché il nostro intento è creare una bevanda universalmente buona".
E il risultato è una "simbiosi fra i vari mondi", senza zucchero aggiunto, tutto naturale, frutto della terra e della sapienza indigena, tanto che i paeces non intendono neppure depositare la formula: "Appartiene alla cultura dei popoli latinoamericani, non vale la pena registrarla".
Ed è proprio questa cultura che i nasa vogliono diffondere, partendo dalla divulgazione degli infiniti modi di usare in maniera sana e legale la foglia di coca. Oltre alla bibita, infatti, producono pan di coca, torte, vino e acqua aromatica, prodotti artigianali, un mercato interno che aiuta a far fronte alle dure regole del Trattato di libero commercio con gli Stati Uniti, rinnovato dal governo Uribe.
Lancio ufficiale
Domani [oggi, NdR], in occasione dei festeggiamenti di Inzá, la bibita sarà ufficialmente lanciata, un vero e proprio banco di prova. Saranno messe in vendita 3mila bottigliette che, almeno per ora, non avranno un aspetto particolare, com'è invece per le altre bibite, ma sarà con vuoto a rendere, "perché – sottolinea David Curtido, uno dei leader del progetto – il prezzo non deve assolutamente superare i mille pesos". Tutto il sapore del Sol, dunque, a 36 centesimi di euro.
Fonte: http://italy.peacelink.org/latina/articles/art_13997.html
dicembre 17 2005
Parliamo dell’elefante di Marco Travaglio
C’è un genere letterario sempre più avvincente: quello delle «reazioni politiche» alle inchieste giudiziarie sui potenti. Giornali e talk show di questi giorni tracimano di «reazioni politiche» alle indagini sulle tre scalate Bpl-Antonveneta, Ricucci-Rcs e Unipol-Bnl (una riedizione delle «convergenze parallele») benedette dallo sgovernatore Fazio. Chiunque abbia occhi per vedere e di cervello per ragionare, quando legge le cronache, capisce subito qual è il problema: l'eterna predisposizione quasi genetica delle classi dirigenti italiane a delinquere, a violare le leggi, le «loro» leggi visto che a ispirarle, a scriverle e ad approvarle sono le classi dirigenti stesse, non certo le classi subalterne (le lobby degli extracomunitari e dei disoccupati delle periferie metropolitane sono piuttosto debolucce, in Parlamento). Banchieri che rifilano a ignari risparmiatori carrettate di carta straccia spacciata per «bond» con rendimenti da favola. Banchieri che ingrassano correntisti «speciali» con l'insider trading mentre grassano i correntisti «normali» con spese bancarie gonfiate e derubano persino i morti, come quei becchini sorpresi anni fa a Torino a cavare i denti d'oro ai cadaveri prima di seppellirli. Banchieri che riempiono di soldi i politici per ottenere protezione e di costosi regali lo sgovernatore perché chiuda un occhio o possibilmente due. Il tutto senza incontrare mai alcun ostacolo, se non fosse per quel residuo baluardo di resistenza che è la Procura di Milano, che in trent'anni ci ha raccontato chi erano Sindona, Calvi, Gelli, Craxi, Forlani, Berlusconi, Previti, Squillante e i loro attuali epigoni. Ma appena si abbandona il mondo normale per entrare in quel mondo a parte che è la politica, il problema diventa un altro. Come ai bei tempi di Craxi: chi c'è dietro ai magistrati? E dietro ai giornali? I «poteri forti»? Perché arrestare Fiorani «proprio ora»? Berlusconi, proprietario di Mediolanum e appena entrato nel patto di sindacato di Capitalia, dice che «la sinistra controlla tutte le banche» e si domanda «perché dall'inchiesta escono solo i nomi dei nostri e non quelli della sinistra». Come se l'uscita dei nomi dei «suoi» che prendevano soldi da Fiorani fosse una cosa scontata e potesse essere «pareggiata» da qualche nome di sinistra (dev'essere la riforma della par condicio). Cicchitto si consola: «I nomi usciti sono quattro straccioni» (il ministro Calderoli, il sottosegretario Brancher, gli onorevoli Romani, Tarolli e Grillo saranno entusiasti della qualifica). La Russa si fa coraggio: «I nomi li so tutti e posso assicurare che non c'è nessuno di An». La qual cosa riempirà di gioia i correntisti della Lodi rapinati da Fiorani & C., dei quali ovviamente nessuno si occupa. Giorgio La Malfa, pregiudicato per la tangente Enimont, va dall'insetto a discettare di correttezza e legalità delle banche. Carlo Vizzini, prescritto per la stessa mazzetta, parla di «regalo di Natale dei giudici prima delle elezioni», come se quest'estate non fosse accaduto nulla, ma ora «bisogna vedere chi vogliono colpire veramente». E se volessero colpire semplicemente un'associazione a delinquere di stampo bancario? L'ipotesi viene esclusa a priori. Per meglio dare l'idea del mondo alla rovescia, il senatore Ds Franco Debenedetti sostiene che «non c'erano esigenze cautelari per arrestare Fiorani» (stava solo distruggendo le prove e portando 70 milioni di euro a Singapore). E chiede al governo di «intervenire sulla giudice Forleo» che nella sua ordinanza ha osato parlar male di Fazio. Tocca a un esponente di Forza Italia (fantastico!) rammentargli che «il governo non può intervenire sulla giudice perché la magistratura, in Italia, è indipendente». E vorrebbe tanto aggiungere «purtroppo». Tutti temono, invece di auspicarla, «una nuova Mani Pulite». Come se il problema fosse Mani Pulite, e non Tangentopoli. Grandioso il commento di Peppino Caldarola: «Quelli hanno cominciato con gli arresti per far confessare la gente proprio come ai tempi di Mani Pulite». Gli fa eco il margherito Andrea Annunziata: «Li arrestano apposta a Natale perché la gente vuole uscire subito e confessa». Ecco: se un rapinatore o un terrorista confessa e fa i nomi dei complici, sono tutti contenti. Ma se un banchiere confessa e fa i nomi dei complici, chissà perché, in Parlamento serpeggia il panico. Intanto, si parla d'altro. Come diceva Leo Longanesi, parliamo dell'elefante. www.unita.it
Romano Prodi
partito dei democratici è il nostro traguardo
Fa fede il testo pronunciato al convegno
“Un’idea, un concetto, un’idea, finché resta un’idea è soltanto un’astrazione. Se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione”… sono parole di una canzone di Giorgio Gaber di tanti anni fa che mi tornano in mente quando si tratta di parlare di argomenti come quelli al centro del nostro convegno di oggi.
Con questo non voglio invitarvi ad una visione, diciamo così, “gastronomica” del pensare politico, tuttavia vorrei richiamare – questo sì – tutti noi a mantenerci nel prosaico sentiero di quello che si può fare; a non perdere di vista quella felice massima che definisce la politica l’arte del possibile.
In buona sostanza, rivedendo la storia della nostra coalizione degli ultimi dieci anni, possiamo dire che a forza di strappi, di marce indietro e passi avanti, di brusche frenate e accelerazioni improvvise, da quando nel mezzo di una serata bolognese nacque quasi per gemmazione spontanea nella fervida mente di Arturo Parisi, con un qualche contributo del sottoscritto, l’Ulivo; se guardiamo a tutto questo…beh, possiamo dire che di strada se ne è fatta e tanta. Possiamo anche dire un’altra cosa, e non per fingerci modesti: l’Ulivo nacque perché ce ne era bisogno; l’Ulivo sarebbe nato anche se non ci fossimo stati noi.
Si sarebbe chiamato con altri nomi, lo avrebbero fondato Tizio o Caio, ma di un soggetto forte, coeso che mettesse insieme le forze riformatrici, che si lasciasse alle spalle le incomprensioni e le ostilità della guerra fredda si avvertiva forte il bisogno. Lo chiedeva un Paese che si stava rimettendo orgogliosamente in piedi dopo i traumi di tangentopoli e il conseguente crollo del sistema dei partiti, lo chiedeva una nuova legge elettorale che imponeva di fatto il bipolarismo, lo chiedeva un elettorato che si riconosceva nel pensiero cattolico riformista, nel pensiero liberale, nella corrente delle socialdemocrazie europee e che non trovava più nell’offerta politica uno schieramento in cui riconoscersi. Mentre la destra, dall’altra parte, si era scientificamente attrezzata per proporre, almeno in apparenza, una offerta unitaria e credibile.
I risultati elettorali, quello disastroso del ’94, il suo rovesciamento nel ’96, ci dimostrarono la correttezza di questa analisi.
Se di mancanze o di errori vogliamo parlare, il nostro errore dopo il ’96 è stato di non aprire un “cantiere permanente” con la finalità di creare quanto -attraverso il loro voto e attraverso tutti i mezzi che gli elettori hanno a disposizione per parlarci – essi ci chiedevano: un soggetto della politica riformatrice unico, solido e credibile.
Presi dall’onere degli impegni di governo ( e che impegni!) abbiamo spostato il progetto alla periferia delle nostre priorità, dibattendone sì, ma in modo accademico e, francamente, poco fattivo e, soprattutto, non comunicando con la nostra gente.
Secondo me è anche a questa promessa mancata ( non solo a questa, ovviamente, ma anche a questa), che si deve la sconfitta del 2001. I nostri elettori, che ci avevano mandato al governo nel ’96 ci avevano conferito, a mio avviso, un secondo mandato: quello di perfezionare, di rendere più forte e credibile, l’offerta che implicitamente avevamo fatto loro presentandoci uniti al maggioritario con la lista dell’Ulivo. Messaggio che, in ogni tornata elettorale, che fossero elezioni amministrative, suppletive o europee, gli elettori ci hanno voluto con tenacia e ostinazione ribadire: unità, unità, unità. E’ la loro richiesta.
Venendo ai giorni nostri, le primarie del 16 ottobre sono state, da questo punto di vista, un indicatore formidabile di questa richiesta di unità che ci viene rivolta.
Sta a noi trovare formule e percorsi tali da soddisfare questa esigenza conciliandola con le tradizioni, le culture le scuole di pensiero che possono e devono mantenere le loro diversità. Perché la diversità, quando non è fattore di polemica e di sterile divisione, è ricchezza.
Non è mai stata e non è tuttora nostra intenzione costruire un nuovo soggetto politico sulle macerie dei partiti politici.
Noi vogliamo – è questa la sfida – farlo crescere dalle nostre radici creando un processo di fertilizzazione incrociata delle diverse culture di cui ciascuno di noi è portatore, per creare un nuovo pensiero politico, una nuova cultura di governo.
Un pensiero politico e una cultura di governo che tengano il passo e sostengano il confronto con quelli presenti nelle grandi democrazie europee, nostri interlocutori e alleati naturali, nostri fratelli nell’esperienza europea, nostri partner obbligati in tante scelte di politica internazionale.
Anche essi ci chiedono di essere meno complessi e meno divisi. Molte, troppe volte ho colto nei colloqui con i leader europei la loro perplessità sulla nostra frammentazione.
E’ quindi necessario cogliere questa sfida, è inevitabile affrontarla. E’ la storia che ci chiede questi passi. E noi dobbiamo essere all’altezza del compito che ci è stato assegnato.
Una vecchia regola della comunicazione dice che fa notizia un uomo che morde un cane, mentre un cane che morde un uomo non è una notizia. Se così è, è inutile che ci lamentiamo quando i mezzi di comunicazione sottolineano le nostre differenze, più che le nostre tante occasioni di sintonia. Queste ultime sono date giustamente per scontate, mentre le prime stanno lì ad indicare che c’è ancora qualcosa da fare.
In questa chiave possiamo leggere i resoconti del nostro recente seminario sul programma.
Una esperienza straordinaria, a mio avviso, in cui si è pienamente dimostrata la correttezza del percorso che abbiamo intrapreso.
Una occasione in cui abbiamo messo il programma al centro della nostra azione politica e ci siamo proposti la sfida di costruire un programma condiviso da tutta la coalizione. Una occasione in cui il programma è diventato elemento concreto di costruzione di quella unità di cui stiamo parlando.
Ebbene, a San Martino in Campo abbiamo visto i diversi partiti della coalizione trovare straordinarie convergenze, ma a far premio dal punto di vista dell’informazione sono stati i tre o quattro nodi sui quali si è discusso e sui quali si deve ancora trovare l’accordo.
Va bene così. Pure condividendo l’amarezza di quanti hanno lavorato a tessere faticosamente la tela dell’unità, è giusto che il mondo dell’informazione ci indichi, sottolineandoli anche con esasperazione i punti di differenza e di dissenso.
Sta a noi dimostrare che siamo più maturi e più uniti di come ci dipingono.
Sta a noi prendere l’impegno di mantenere la rotta che ci siamo prefissati, discutendo, anche in modo acceso, ma non perdendo mai di vista l’obiettivo comune. E questo obiettivo è e rimane l’unità della nostra coalizione e la sua graduale trasformazione in qualcosa di nuovo. Non importa quanto tempo ci vorrà per raggiungerlo. L’importante è che si continui il cammino, che non ci si perda per strada, che si dia il segno e il messaggio che la nostra volontà non flette.
E’ per questo – per dare segni inequivocabili di questa volontà comune – che ho proposto, passate le prossime elezioni, di costituire gruppi parlamentari unici. Sarebbe questo un primo fortissimo messaggio di unità per i nostri elettori, ma anche per i nostri avversari che sulle nostre diversità si divertono anche troppo a speculare (come se da loro regnasse una monolitica armonia!).
E’ per questo che dobbiamo studiare molto bene le modalità di presentazione delle nostre liste alle prossime elezioni. Per rispondere da un lato nel modo più efficiente ed efficace alle trappole disseminate da una legge elettorale fatta apposta per soffocare le istanze unitarie e, allo stesso tempo per mantenere l’impegno che abbiamo irreversibilmente preso con noi stessi, con i nostri elettori, con la storia per la costruzione dell’unità del centrosinistra.
Sono convinto, a costo di passare per un sognatore, che anche in presenza di questa nuova legge elettorale; una legge che pretende spudoratamente di portare indietro le lancette dell’orologio della storia, premiando la frammentazione ancora più di quanto non accadesse con il sistema elettorale spazzato giustamente via dal referendum del ‘93; sono convinto che il paese voglia e chieda altro e che sia disposto a premiare chi, mostrando di possedere il coraggio della ragione, si dimostri disposto ad offrirgli quello che continuamente ci viene richiesto: una solida e rassicurante unità che dobbiamo realizzare con una risposta capace di contrastare la spinta forte ed evidente alla frammentazione contenuta nella nuova legge elettorale.
Andiamo quindi avanti nelle nostre discussioni, senza indugi e senza timori. Ma non dimentichiamo mai di mantenere un collegamento con la nostra quotidiana realtà. Facciamo in modo che occasioni come questo convegno rappresentino momenti di avanzamento del processo unitario e che da domani i nostri elettori i nostri interlocutori internazionali, il nostro paese possano comprendere che il centrosinistra è guidato da un gruppo di leader che hanno a cuore la realizzazione e il compimento di un grande progetto, un gruppo di persone disposte a sacrificare qualcosa per realizzare un progetto di portata storica che noi abbiamo in questi anni chiamato Ulivo. E questa è l’idea per fare la nostra rivoluzione, un cammino che ha come traguardo il partito dei democratici e che, ora, passa dalla costituzione del gruppo unico alla Camera. www.romanoprodi.it
Una notte in autostrada, Kirchoff e la svalutazione La scorsa notte, una volta attivato il cruise sulla macchina, l'ho passata a guardarmi il brennero, e poi via via l'A1; e mi sono tornate in mente le leggi di Kirchoff: ma come è possibile che i camion, ed era una fila enorme, viaggiavano solo in direzione sud? Tutti camion con targe straniere. Mi sarei aspettato anche un analogo flusso verso nord, visto che poi al weekend non possono circolare. E invece niente di niente. La corsia destra era una fila unica, tantopiù che le auto erano tutte in corsia di sorpasso. Poi ho letto questo articolo su Rep. e ho pensato di nuovo al crack argentino e alla svalutazione dell'Italia del '92. Abbiamo raggiunto un livello di deficit simile a quello dell'anno prima della svalutazione. L'economia, allora bloccata da una lira nella banda stretta, sta tirando fuori la mancanza di innovazione. E la sua bassa competitività. Comportamenti aggravati da un governo caciarone in materie economiche. A questo punto un desiderio mi nasce spontaneo: rivincano le elezioni e gestiscano la crisi valutaria prossima ventura. Sì perchè non è solo il centrosx a dare per scontata la vittoria. Il peron di arcore spera anche lui in cuor suo di non dover gestire la prossima fase. Ecco, io spero che vinca. Per una volta in vita sua, e senza l'aiuto di bettini e banche, dovrà risolvere il casino che lui ha creato. Per una volta.http://carlettodarwin.blogspot.com/
Fazio è indagato da quattro mesi Ma lui sfida tutti: «Non me ne vado»
Da qualche tempo, molti lettori de l’Unità si sentono come il Bobo disegnato ieri da Sergio Staino mentre, piuttosto sofferente, si misura la pressione. Spero che abbia saputo di Consorte, gli domanda il medico, altrimenti la ricovero per tachicardia e ipertensione gravissima. Siamo certi, tuttavia, che altrettanti lettori abbiano trovato del tutto aderenti alla realtà le osservazioni di Giancarlo Pasquini, pubblicate giovedì sul nostro giornale, là dove il senatore emiliano della Quercia osserva che si sta spacciando all’opinione pubblica l’idea che se Fiorani, Ricucci e Gnutti sono dei farabutti lo è anche Consorte. E per questo anche le cooperative. E per questo anche i Ds. Così, divisi tra ragione e sentimento osserviamo preoccupati l’onda montante degli arresti e degli avvisi di garanzia sperando che mai si abbatta sulle nostre appassionate speranze di cambiamento. Perché, sulle ultime vicende bancarie ci sentiamo di condividere il disorientamento di Romano Prodi, convinto che pochi abbiano capito il contenuto vero degli scandali di questi giorni e le violazioni di legge che ci possono essere state. Crediamo che il leader dell’Unione si riferisca alle indagini della procura romana sul presidente di Unipol, Giovanni Consorte e, magari, anche ai riflessi negativi di tali atti sull’opa Unipol-Bnl; visto che le ammissioni di Fiorani sulle operazioni illecite (a dir poco) quando era al vertice della Popolare di Lodi sono ormai sotto gli occhi di tutti.
La legge e il favore
Legittimo, dunque, non vederci chiaro in questa storia di scalate incrociate dove tutti vengono messi nello stesso mucchio, furbetti del quartierino e manager fin qui incensurati, come se fossero un’unica associazione per delinquere. Comprensibile nutrire sospetti davanti allo stillicidio di intercettazioni e fughe di notizie, amministrate, sostiene qualcuno, secondo un copione già scritto. Aberrante, come dice Pierluigi Bersani, aver già condannato Consorte mentre da 4 mesi, «record mondiale», Unipol attende il disco verde sull’opa. Ma tutto questo basterà a farci stare più tranquilli? O, forse, per guarire Bobo dalla sua tachicardia, e noi tutti dalla depressione, sarebbe necessaria una risposta più forte, più grande, più nuova da parte di chi si propone di governare nel prossimo futuro questo Paese? Crediamo che chi ha fatto l’opposizione in questi cinque lunghi anni, partiti e cittadini, abbia maturato un’esperienza incomparabile. Ha assistito alle peggiori violazioni della legalità. Ma nel subirle come una vera vergogna civile, ogni volta ha pensato: questo non deve accadere più. Lo ha detto davanti all’uso spudorato delle leggi ad personam per salvare Berlusconi e i suoi amici dalla galera. Lo ha detto davanti ai crack Cirio e Parmalat, alle rapine di migliaia di risparmiatori perpetrate spesso nel silenzio degli organi di vigilanza. Lo ha detto davanti all’incredibile comportamento del governatore Antonio Fazio, indagato, delegittimato, sfiduciato come mai era accaduto in una banca centrale e purtuttavia deciso a restare barricato al suo posto. È vero, in caso di vittoria del centrosinistra sono già pronte le contromisure. L’abolizione di tutte le leggi vergogna. Una nuova normativa di tutela dei risparmiatori. E, nel primo Consiglio dei ministri dell’Unione, una richiesta formale al Parlamento per l’immediato dimissionamento di Fazio. Ma senza un mutamento profondo della cultura stessa della legalità rischiano di essere provvedimenti utili ma di breve respiro. Purtroppo, infatti, il berlusconismo ha ingigantito, tra gli altri, un guasto che si può riassumere nel motto spagnolesco: ai nemici la legge agli amici il favore (e, se ci scappa, anche la mazzetta). Intendiamoci, si tratta di un antico vizio italico. Lo stesso che ha generato Tangentopoli ma che il cattivo esempio derivato dall’attuale premier ha reso dilagante. Nella logica dei due pesi e delle due misure non si guarda quasi mai all’interesse generale ma quasi sempre al proprio. Si mescolano gli impegni societari con gli affari personali. Ci sono le forze del bene (noi) e le forze del male (gli altri). Naturalmente, le nostre scalate sono giuste mentre le loro sono certamente un reato. E, ogni volta che qualcuno, che ne ha la potestà, sanziona il cavaliere bianco perché ha violato le regole del gioco, si tratta di un complotto. Nel programma dell’Unione si parla già di rafforzamento degli organi di controllo, di maggiore trasparenza nelle nomine, di rigore. Ma senza un cambio profondo di mentalità e, soprattutto, di comportamenti, rischiano di essere solo delle buone intenzioni. Insomma, sarebbe bello, il prossimo 10 di aprile, potere finalmente salutare un governo che adotta un solo peso e una sola misura: il rispetto della legge. apadellaro@unita.it
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Le banche, le scalate e gli amici degli amici Sergio Gambin*
Nel polverone che viene sollevato attorno al caso Fiorani ed alle due scalate bancarie estive, Antonveneta e Bnl, ci sono alcuni dati, facilmente riscontrabili, che parlano chiaro sui comportamenti politici assunti dai diversi schieramenti parlamentari per contrastare davvero il malaffare finanziario e tutelare i risparmiatori. Né valgono i ripensamenti dell'ultima ora sull'onda delle inchieste della magistratura, che anticipano un consiglio dei ministri straordinario pronto a cambiare una legge sul risparmio bloccata in Parlamento da quasi due anni. Anche perché, a stare a quelle anticipazioni, mentre si interviene su Bankitalia, si agisce anche ad allargare le maglie per il reato di falso in bilancio che tanto stanno strette al presidente del Consiglio. Un riassunto delle vicenda di questi mesi può essere utile. La legge sul risparmio dopo un lungo e travagliato iter alla Camera dei deputati, questa estate, mentre esplodeva lo scandalo Bpi, è approdata in aula al Senato. Sarebbe stato lecito attendersi un ulteriore rigore e la capacità di trovare risposte normative capaci di contrastare quei comportamenti che andavano emergendo dalle inchieste giudiziarie. Il testo approvato dalla Camera presentava già molte lacune, particolarmente nell'organizzazione moderna del sistema di vigilanza dei mercati. Ad esempio la vigilanza sulla concorrenza bancaria restava soggetta alla Banca d'Italia e e non all'Antitrust, come invece avviene in tutti gli altri paesi europei. Quel testo tuttavia, nella parte che disciplinava la «governance» delle società ed i conflitti di interesse, conteneva importanti novità. La maggioranza, senza alcuna distinzione tra «amici» di Fiorani e non, proprio in quelle giornate cruciali, ha deciso di demolire gran parte delle norme che erano state scritte con l'intento di fermare gli abusi a danno dei risparmiatori e del mercato. Lo ha fatto con precisione chirurgica, spianando la strada di ogni ostacolo. Si è iniziato attaccando il ruolo di controllo che le minoranze societarie possono esercitare nell'interesse di tutto il mercato. All'articolo 1 si è introdotto l'obbligo del voto segreto per la elezione degli organi societari. Questa modalità impedisce di riscontrare eventuali patti occulti. Una scelta compiuta mentre la Consob cercava di dimostrare l'ormai famoso «concerto» non dichiarato tra i partecipanti alla scalata di Antonveneta. All'articolo 3, mentre a Lodi si giocava la partita sulla convocazione delle assemblee dei soci, al Senato si introduceva un meccanismo che impedisce alle minoranze di integrare con nuovi argomenti l'ordine del giorno dell'assemblea. Le indagini della magistratura hanno messo in luce come uno dei meccanismi occulti attraverso i quali si è abusivamente costituita la cordata di controllo attorno alla Bpi è stato il trasferimento di titoli tra società correlate, ma l'articolo 7 che regolava le operazioni tra parti correlate e ne sanzionava gli abusi, è stato soppresso dal testo, rinviando ad una generica delega. All'articolo 8, invece, sono stati cancellati i limiti posti alle banche per la concessione di credito ai soci e soprattutto è stato eliminato il divieto di dare in pegno, per i crediti ricevuti, le partecipazioni bancarie acquisite con quei crediti. Erano norme che sembravano pensate apposta, e cosi infatti era stato alla Camera per iniziativa del gruppo Ds, per fermare i «furbetti del quartierino», ma la maggioranza ha preferito non vedere quanto nel frattempo veniva denunciato dai magistrati. All'articolo 10 gli emendamenti presentati alla Camera da Vincenzo Visco avevano introdotto il sistema delle cosiddette «muraglie cinesi» per evitare il conflitto di interessi a danno dei risparmiatori tra i diversi rami della banca universale, norme che sarebbe stato utile rafforzare di fronte alla nascita di un nuovo conglomerato bancario- assicurativo. Il centrodestra ha invece provveduto a demolire un pezzo decisivo di quelle «muraglie». Che dire delle notizie sul trattamento riservato dalla gestione Fiorani ai correntisti Bpi? Che le norme, peraltro insufficienti approvate dalla Camera sui depositi giacenti( articolo 14), avrebbero potuto rappresentare un ostacolo a pratiche scorrette ed ad abusi. Peccato che la maggioranza abbia soppresso l'articolo, rimandando ad un comma impreciso ed inapplicabile della finanziaria. Non proseguo nell'elenco che ovviamente comprende anche le modifiche introdotte per riportare in capo alla banca centrale i compiti di vigilanza in materia di emissione di valori immobiliari o di trasparenza delle condizioni contrattuali, che, sul modello europeo, erano stati giustamente trasferiti alla Consob. Insomma se nel polverone si vuole guardare davvero, si può vedere chi è stato amico di chi, almeno in Parlamento. Sulle diverse inchieste in corso la magistratura arriverà alle proprie conclusioni, spero soltanto lo faccia in fretta. Per quello che riguarda la politica i fatti parlano già oggi chiaro. Con la forza degli atti parlamentari: gli unici «amici» della nostra azione sono stati i risparmiatori e la trasparenza della finanza italiana. * capogruppo Ds Commissione Attività Produttive
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Antonveneta, Fazio indagato da quattro mesi L’accusa è insider trading. L’iniziativa dei giudici di Milano risale a fine agosto dopo l’interrogatorio di Fiorani. Il governatore: sono a disposizione dei giudici, ho rispettato la legge di Susanna Ripamonti / Milano
L’INAMOVIBILE governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio è indagato a Milano, per insider trading, dall’agosto scorso. Ovvero da quando tutti i giornali, ritenendo che l’obbligatorietà dell’azione penale non fosse un optional, avevano ipotizzato come inevitabile la sua iscrizione da parte della procura milanese, che aveva intercettato le sue telefonate con Gianpiero Fiorani. Il governatore che telefona al banchiere di Lodi, che gli anticipa l’ok alla sua opa, che si prende un commosso bacio in fronte, che manovra per aggirare le opposizioni interne dell’istituto che dirige, non poteva non essere indagato. Ma per quattro mesi la procura ha tenacemente smentito la notizia, lasciando intendere che non voleva sovrapporsi alle indagini romane che già si erano aperte su Fazio. Ora c’è da chiedersi questo: perchè una notizia vecchia, così gelosamente custodita in cassaforte per quattro mesi esce solo adesso? Un ottimo motivo potrebbe essere quello di incentivare le dimissioni del governatore, di rendere indifferibile, da parte del premier una netta dichiarazione di sfiducia di cui il Consiglio di Bankitalia dovrebbe finalmente tener conto. Ma le malelingue sussurrano che il siluro non sia diretto solo al governatore e che il bersaglio differito sia Unipol e l’opa per Bnl in attesa di autorizzazione: in una situazione oscurata da così tante ombre è ovvio che diventi sempre più impraticabile. Fazio per ora è accusato di insider trading per aver divulgato a Fiorani e c. informazioni riservate proprio nel corso della valutazione da parte di Bankitalia dell'Opa lanciata dalla Popolare di Lodi sull'Antonveneta. Dunque per la famosa telefonata. Gli inquirenti gli contestano una norma della legge 62 del 2005 in materia di abuso di informazioni privilegiate (riservate e sensibili per il mercato). La sua iscrizione risale al 31 agosto, subito dopo il primo interrogatorio di Fiorani. Gli inquirenti, da qualche settimana, avevano preso in esame la telefonata con la quale tra l'11 e il 12 luglio scorso il governatore di Bankitalia anticipava all'ex ad della Popolare di Lodi il via libera all'opa su Antonveneta che già in sè era sufficiente per aprire le indagini sul governatore. Ma i pm hanno atteso che fosse lo stesso Fiorani a confermare l’illecito. La decisione relativa all'iscrizione di Fazio è stata presa collegialmente dai pm Eugenio Fusco, Giulia Perrotti, dal procuratore aggiunto Francesco Greco e dal procuratore Manlio Minale. Si tratta ora di capire se i suggerimenti di Fazio si sono limitati alla vicenda Antonveneta o se il governatore ha avuto un ruolo anche nella attività parallela della popolare di Lodi: finanziamenti privilegiati agli amici, investimenti sicuri grazie all’insider trading e spartizione degli utili tra il team di Bpi, mentre le perdite venivano spalmate sui conti degli ignari risparmiatori. Per questo i vertici della banca lodigiana sono accusati di associazione per delinquere. Il caso di Antonveneta, - scrive il gip Clementina Forleo nella sua ordinanza - sarebbe uno di quelli in cui il gruppo coordinato da Fiorani avrebbe agito. E citando intercettazioni telefoniche note dall'estate, spiega che Fazio ha informato dell'autorizzazione dell'operazione di scalata della Bpi su Antonveneta Fiorani dicendo che poi avrebbe fatto partecipe della notizia il senatore di Forza Italia Luigi Grillo. Il governatore annuncia di essere a disposizione della magistratura e nei prossimi giorni potrebbe arrivare a Milano per essere interrogato. Dice di non aver ricevuto nessun avviso di garanzia e di aver appreso dai giornali la notizia della sua iscrizione sul registro degli indagati, oltre che a Roma anche a Milano. Ma ribadisce: «Sono assolutamente tranquillo con la coscienza. Ho sempre agito nel rispetto della legge». Oggi è previsto l’interrogatorio in carcere di Fiorani e del suo vice, Boni, mentre ieri nell’ufficio super-blindato del pm Francesco Greco sono stati sentiti due membri del cda di Bpi.
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Ds Milano - Rassegna stampa
RAPPORTO ANNUALE. SU GLI ITALIANI E LO STATO ITALIA 2005 - SÌ, SVOLTARE. MA DOVE ANDARE? Siamo un Paese a metà del guado. Non ci fidiamo di nulla, Ciampi escluso. C'è voglia di partecipare, ma disillusione nei confronti della politica. Giudichiamo male il governo in carica, ma abbiamo anche dubbi su quello che potrebbe sostituirlo. Fotografia di un Paese che, decisamente, non è di buonumore...
Il rapporto annuale. su Gli italiani e lo Stato, diretto da Ilvo Diamanti, è giunto alla ottva edizione. L'indagine è stata realizzata da Demos & Pi (con la collaborazione del LaPoliS -Laboratorio di Studi Politici e Sociali dell' Unìversita di Urbino), su incarico del Gruppo L'Espresso, L'indagine curata da Ilvo Diamanti, Fabio Bordìgnon e Luigi Ceccarini.
Monia Bordignon ha partecipato all'elaborazione dei dati.
La ricerca si basa su un sondaggio telefonico svolto, nel periodo 28 novembre - 3 dicembre 2005 dalla società Demetra di Venezia. Le interviste sono state condotte con il metodo Catì (Computer Assistevi Telephone interwing), con la supenvìsione dì Andrea Suisani.
I dati sono stati successivamente trattati e rielaborati in maniera del tutto anonima. Il campione, di 1400 persone, è rappresentativo cella popolazione ìtaliana di età superiore ai 15 anni, per genere, età e zona geopolitica. Le comparazioni con le precedenti edizioni del rapporto si basano, sino al 2001, su ricerche realizzate da Poster per il Sole 24 Ore.
Un Paese dai due volti. Tanto attivo, nella vita sociale, impegnato sul territorio. Tanto aperto, alla partecipazione locale. Quanto disincantato, rispetto alla politica. Tanto deluso, nei confronti dell'era Berlusconi - deciso a cambiare. Quanto scettico sull'effettiva possibilità del cambiamento. Sulla capacità della classe dirigente di voltare pagina. Un paese diviso. Per valori e orientamenti. E diffidente, intollerante, verso l'altra Italia politica. Così, anche i segnali di ripresa della fiducia nelle istituzioni, e nell'economia, sfumano. Invisibili. Questi i lineamenti più marcati del ritratto, in chiaroscuro, che emerge dall'ottavo Rapporto sugli italiani e lo Stato, condotto da Demos per la Repubblica.
Si conferma, anzitutto, la grande voglia di partecipare, messa in luce dalle precedenti edizioni del Rapporto. Nel volontariato sociale, nella realtà locale, nel territorio. Ma anche ìn ambito politico. Tendenze che, nell'ultimo anno, si sono ulteriormente rafforzate. Ne abbiamo avuto prova, da ultimo, in occasione delle primarie dello scorso ottobre. Un ponte fra società e politica, che molti cittadini hanno attraversato, di corsa. Quasi che non attendessero altro. D'altronde, il 70 per cento dei cittadini - segnala il rapporto - valuta positivamente le esperienze dì democrazia deliberativa (partecipatìva) a livello locale. Una persona su due si dice pronta, se ve ne fosse l'opportunità, a farsi coinvolgere, Certo, è probabile che, alla prova dei fatti, la risposta risulterebbe meno ampia. Tuttavia, negli ultimi anni, la mobilitazione sociale ha spesso sorpassato le attese degli osservatori. Come, appunto, nel caso delle primarìe.
L'indagine Demos-La Repubblica, inoltre, rileva una ripresa della fiducia nelle istituzioni. Anche questa inattesa e, ìn parte, non percepita, dagli stessi cittadini. Si coglie, cioè, una maggiore confidenza verso gli enti locali, ma anche verso lo Stato. E verso gli stessi riferimenti economici: gli imprenditori, la borsa, le banche. Si risollevano. Di poco. Ma interrompono la spirale negativa, in cui sembravano irrimediabilmente risucchiati. Anche la soddisfazione verso ì servizi - scuola, sanità e trasporti (ma non le ferrovie) - appare in lieve ripresa. E la domanda di «pubblico» continua a sovrastare il richiamo al «privato».
Insomma, la società italiana mostra numerosi segni di dinamismo. Disposta a cogliere ogni occasione per mobilitarsi, ogni spunto per aggregarsi, per «stare insieme», ha cambiato atteggiamento verso l'economia e lo Stato. Sembra aver spezzato il guscio della «sindrome del declino», dì cui era, da troppo tempo, prigioniera. Ma non pare accorgersene. Ci crede poco. Ha voglia di cambiare, ma non sembra convinta di riuscirci.
Principalmente, diremmo, per un profondo e diffuso sentimento di sfiducia nella politica. Unico sentimento, forse, condiviso da tutti. La fiducia nelle istituzioni coincide, infatti, con la sfiducia nei partiti e nel governo. Che cresce ancora, nel corso di questi ultimi mesi.
E un orientamento trasversale. Tanto più inquietante perché si ripropone alla vigilìa dì una stagione elettorale importante. Da cui molti si attendono, con opposti sentimenti, un cambiamento sostanziale. Una svolta. Tuttavia, rispetto al precedente passaggio elettorale del 2001, troppe cose sembrano immutate.
In tempi nei quali c'è grande enfasi sulla «mobilità» degli elettori moderati, sull'esigenza di spostare il voto degli incerti, questa indagine riproduce l'immagine di un Paese diviso. Profondamente. Da orientamenti, per molti versi, opposti. Ed estremi. Smoderati. Basta osservare il distinto e distante sentimento prodotto da parole di uso corrente, nel dibattito politico e nel linguaggio comune. Imprenditori, sindacati, Usa, Islam, devolution e federalismo, curo e comunismo. La destra, pardon, il centrodestra: americano, devoluto, anticomunista, antislamico. La sinistra (il centrosinistra): filosìndacale, europeista, antifascista. Ancora: il centrosinistra a favore dei magistrati, per la «legalità». Il centrodestra «contro il gìustizialismo dei giudici di sinistra».
I simboli, più dei «programmi sulle cose concrete», dividono ancora. Per cui si preparano, gli italiani, ad affrontare una competizione elettorale aspra. Impostata sulle parole, più che sui fatti. E sembrano convinti e determinati a cambiare pagina. Visto che, per due terzi, pensano che, negli ultimi cinque anni, la condizione di vita, in Italia, sia peggiorata. Anche per questo, il 64 per cento dei cittadini sanziona l'esperienza del «governo Berlusconi» attribuendogli un voto negativo. Ma il giudizio sull'operato dell'opposizione, nel corso della legislatura, non è migliore. Al contrario. La valuta negativamente il 70 per cento degli italiani. E il 50 per cento degli elettori di centrosinistra,
Ciò spiega la sensazione di declino che aleggia nel Paese. Nonostante i segnali dì ripresa che il Censis avverte, sottotraccia. Nonostante la vitalità sociale e la ripresa di fiducia nelle istituzioni, testimoniate da questa indagine. Il problema è nel rapporto con la politica. Soprattutto in ambito nazionale. Dopo oltre dieci anni di transizione, la nave della Repubblica è ancora in alto mare. E vagherà a lungo, visto che ha perso i suoi fari. Il maggioritario: neutralizzato. Il bipolarismo: frazionato. Il federalismo: ridotto a devolution. Per cui, gli italiani, appaiono disorientati. E vorrebbero cancellare l'esperienza dei governi della transizìone. Delusi da Berlusconì, non mostrano nostalgia dell'esperienza del governo Prodi. (Finito, peraltro, in modo burrascoso). Gli italiani bocciano il passato, e soprattutto quello più recente. Ma non riescono a immaginare il futuro. Vogliono cambiare. Ma temono il cambiamento. Visto che (solo) il 40 per cento dì loro ritiene che «chiunque vinca le prossime elezioni, non c'è pericolo per la democrazia e per il rispetto civile» (1'8 per cento in meno rispetto a 4 anni fa). Come dire che, per il 60 per cento degli italiani, questo pericolo, invece, incombe davvero. Che chiunque vinca le elezioni è percepito, dagli elettori della parte «sconfitta», come una minaccia.Il che rende più chiaro il significato del consenso, plebiscitario, riservato a Ciampi. Il quale ha sempre goduto di grande stima, presso gli italiani. Ma mai come oggi. E ottiene la fiducia da otto persone su dieci. Equamente distribuìte fra destra a sinistra. A differenza di cinque anni fa, quando da destra lo si guardava con qualche sospetto. Oggi, invece, appare un riferimento condiviso, nella nostra democrazia. Forse l'unico. Destinato a rimanere ancora per pochi mesi. Purtroppo.
La frustrazione di questo Paese diviso, infine, spiega l'attesa di «un uomo forte in politica», espressa dal 57 per cento degli italiani. L'8 per cento in più rispetto a un anno fa. Non segnala una sindrome autoritaria. Semmai, voglia di autorità. Di governo. Che Berlusconi non ha soddisfatto, nonostante le promesse e le attese. A cui i leader dell'opposizione, oltre a quelli della maggioranza, non sembrano in grado di rispondere. Almeno per ora. «Un uomo forte in politica». Mentre oggi tutto appare debole: la politica e i suoi uomini.
Questo Paese diviso. Questo Stato indeciso. Questa società che ha appreso (ripreso') ad arrangiarsi da sola. Si prepara a una nuova stagione di lotta politica. Senza entusiasmo.
Ilvo Diamanti
Due italiani su tre pensano di vivere in un paese peggiore di cinque anni fa di Luigi Ceccarini
Se gli italiani guardano indietro nel tempo, a cinque anni fa, restituiscono l'immagine di un Paese peggiore. Due su tre, infatti, affermano che in Italia oggi si vive peggio (53,1%) o molto peggio (10,8%). Se gli italiani guardano altrove, ad altri Paesi europei, il quadro appare meno negativo, ma comunque poco rassicurante: uno su cinque pensa che ìn Italia si viva in modo peggiore. E quasi quattro su dieci non scorgono differenze. Di fatto, coloro che ritengono di godere di condizioni migliori, rispetto al passato e rispetto agli altri cittadini europei, è solo una minoranza. Una minoranza caratterizzata anche dal punto di vista politico; le valutazioni positive sono espresse in misura maggiore dagli elettori dei centrodestra. Se poniamo attenzione all'agenda politica dei cittadini, cioè ai problemi ritenuti più gravi, troviamo al primo posto - stabile rispetto al 2002 - il tema della disoccupazione; una costante che preoccupa la sicurezza economica delle famiglie. Un altro tema economico che intreccia la vita familiare e si colloca nella seconda posizione delle priorità dei cittadini è il carovita; per il quale è anche cresciuta la preoccupazione (+5%). Quindi incontriamo questioni legate al tema della sicurezza delle persone, come la microcriminalità (+2,7%) o l'immigrazione (+3,1%). Poi troviamo la (bassa) qualità dei servizi sociosanitari, che viene indicata da quasi una persona su quattro. Vengono ritenuti meno gravi questioni come la viabilità e le problematiche ambientali. Ma questa fase pre-elettorale, segnata da incertezza nella vita quotidiana e familiare, mostra tensioni anche sul fronte della vita politica. I cittadini che ritengono che qualsiasi coalizione o forza politica vinca le prossime elezioni non vi sarà minaccia per la democrazia è scesa di circa 8 punti (dal 47,7%, al 39,5%) rispetto al 2001. Del resto, ii rapporto degli italiani con la politica appare piuttosto critico e segnato da forti divisioni tra gli elettorati. Così sia gli elettori di centrodestra che quelli di centrosinistra, nella misura di sette su dieci, ritengono, rispettivamente che il governo Berlusconi sia stato meglio di quello Prodi e viceversa. Ma la valutazione dell'operato complessivo, in questi anni, di governo e opposizione appare piuttosto negativo: la pagella politica riporta un voto insufficiente, rispettivamente, da parte del 64,3% e dei 70% degli italiani.
I diversi elettorati tendono, naturalmente, a esprimere giudizi più benevoli verso la propria parte politica. Tuttavia, se tra gli elettori del centrodestra un punteggio sufficiente o buono viene espresso dal 78,2%, più critico e meno compatto appare il rapporto tra quelli dell'Unione e l'opposizione di centrosinistra (49,1%).
Contiamo sulle istituzioni locali, molto meno sullo Stato. Ma ciampi ci mette d'accordo. Fabio Bordignon
E' cresciuta, nel 2005, la fiiducia degli italiani verso le istituzioni pubbliche e private. È cresciuta la fiducia nelle amministrazioni locali, ma anche (e soprattutto) nel presidente della Repubblica. Grazie a un rafforzamento della sua immagine bípartisan, l'inquilino dei Quirinale si propone come figura più apprezzata dai cittadini, Il progressivo peggioramento del quadro economico aveva portato con sé, a partire dal 2001, un marcato deterioramento del clima d'opinione nei confronti del principali soggetti dei mercato. Oggi, pur in presenza di qualche timido segnale di ripresa, gli attori dei «privato» continuano a stazionare in coda, nella graduatoria delle istituzioni. La Borsa ottiene il consenso dell'11,7% degli intervistati; di circa una persona su quattro le banche e le associazioni degli imprenditori. Mentre è un terzo del campione - o poco meno - a dirsi vicino ai sindacati. È possibile riscontrare una ripresa della fiducia anche spostando l'attenzione sulla dimensione «pubblica», dove il quadro si presenta, tuttavia, composito. I riferimenti di tipo politico rimangono in coda alla graduatoria: i partiti, appena all'8,7%, il Governo al 18%. Poco più su, nella scala della fiducia, troviamo il Parlamento (22,5%), mentre lo Stato, nel suo complesso, ottiene la fiducia del 37% della popolazione, con una crescita di circa 8 punti rispetto al 2001. Nel breve periodo, invece, sono le istituzioni locali a mostrare l'incremento più apprezzabile: Regioni e Comuni - (anche) in virtù della recente «ondata» di consultazioni amministrative - salgono di circa 7 punti rispetto al 2004, fermandosi, rispettivamente, al 41,4 e al 45,5%. Solo cinque, tra le istituzioni considerate, superano la soglia simbolica dei 50%. Appena sopra la «linea di galleggiamento» l'Unione Europea (52,4%), preceduta dalla scuola (59,8%). La Chiesa si conferma attorno al 60%, mentre le prime due posizioni sono occupate dalle forze dell'ordine (69,8%) e dal Capo dello Stato (80,1%) che propone il più deciso balzo in avanti: oltre 17 punti in più rispetto al 2001. Tale incremento è spiegato, in ampia misura, dall'ulteriore consolidamento del suo profilo super partes. La distanza tra elettori di centrodestra e centrosinistra, nelle valutazioni su Cìampi, è scesa, dalla fine della precedente legislatura, da 21 a 7,1 punti. Altri organismi istituzionali, per converso, mantengono una precisa caratterizzazione politica: sindacati, magistratura, Ue appaiono più «vicini» al centrosinistra; mentre a un orientamento politico di centrodestra si associa (non sorprendentemente) la fiducia nel governo, ma anche nello Stato, nella Chiesa, nelle associazioni imprenditoriali.
Gli indizi di una rinnovata «voglia di partecipazione hanno ìncontrato ulteriori conferme negli ultimi dodici mesi. II numero di persone impegnate in attività collettive si è mantenuto su livelli elevati. I cittadini si mostrano disponibili a sperimentare nuove forme di coinvolgimento e i repertori di azione politica si estendono «oltre» i canali tradizionali. In parallelo, l'inasprimento dei confronto tra destra e sinistra porta con sé una rivalutazione del momento elettorale. Più di 4 persone su 10 hanno preso parte, nel corso dei 2005, ad attività in associazioni culturali, sportive o ricreative. Quasi 3 su 10 hanno fatto del volontariato, in organizzazioni oppure in modo individuale. Pìù di un cittadino su 4 ha contribuito ad iniziative collegate a problemi del quartiere o della città, o a questioni di tipo ambientale. Peraltro, la mobilitazione associativa, specie quella legata al volontariato, è risultata in (lieve) espansione negli ultimi cinque anni. Ma anche il coinvolgimento politico, a partire dal 2001, è tornato a crescere, sulla spinta di fattori interni (la protesta contro alcune decisioni del governo) ed esterni (in particolare la guerra). Mantengono un'attrazione limitata i «luoghi» e gli «strumenti» tradizionali della politica, cui i cittadini tendono a preferire (o affiancare) modalità nuove di mobilitazione. «Solo» il 12,1% delle persone ha partecipato a manifestazioni politiche o di partito (comunque 2 punti in più rispetto al 2001). Mentre il 13,7% ha preso parte a manifestazioni di protesta, in alcuni casi (6,8%) spingendosi oltre i confini definiti dalla legge (occupando edifici, bloccando il traffico, etc.).1128,1%, inoltre, ha dedicato del tempo a progetti di tipo pacifista. Le persone, in altre parole, si mostrano disponibili all'impegno politico, con una particolare attenzione, però, alle sue forme più innovative. Anche quando siano promosse da attori tradizionali, come i partiti. Si pensi, in particolare, al recente successo delle primarie. Ma anche alle esperienze di democrazia partecípativa che sì vanno moltiplicando a livello locale: più dì 7 persone su 10 le valutano positivamente; quasi 6 su 10 si dicono disponibili a prendervi parte. Non va trascurato, infine, un ulteriore fattore di mobilitazione: la contrapposizione tra le «due italie» della politica. Molti indicatori dei rapporto ci restituiscono l'immagine di un Paese diviso: elettori dì centrosinistra e centrodestra esprimono orientamenti divergenti, mentre cresce la domanda di figure forti in politica. Alla vigilia del confronto elettorale del 2006, l'allargamento delle fratture tende ad attribuire importanza al momento del voto: la porzione dì opinione pubblica che considera legittima l'astensione, così, si riduce, rispetto al 2001, dal 44 al 34,5%. (f b.)
Il Venerdì di Repubblica
L'Europa discute a Bruxelles, ma Berlusconi è latitante REDAZIONE
I leader del Vecchio Continente sono riuniti in questi giorni a Bruxelles per trovare una soluzione al difficile negoziato sul bilancio europeo. Tra loro anche il nostro presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che però - dopo il suo arrivo in Belgio - ha disertato quasi tutti i lavori. L'europarlamentare Gianni Pittella non ha potuto fare a meno di chiedersi "di cosa si occupa" il capo del Governo mentre è in visita all'estero per conto dei cittadini italiani. "Risulta che, dopo aver mancato giovedì all'appuntamento con la foto ufficiale del Consiglio europeo, non abbia messo piede al summit dell'Ue per l'intera mattinata di oggi - ha fatto notare l'esponente del Pse - non solo: mentre tutti i capi di Stato e di Governo s'incontravano, Berlusconi se ne stava chiuso nella sua stanza d'albergo. E non si è presentato all'incontro bilaterale con il presidente Blair, mandandoci il ministro Fini. Poi, al momento del pranzo delle 13, si è finalmente fatto vivo. Successivamente, è rientrato in albergo". Insomma, Pittella è deciso ad andare fino in fondo, vuole sapere che "cos'ha di meglio da fare" Berlusconi durante i suoi viaggi internazionali.
/www.centomovimenti.com/
Scalata banche : Commissione UE avvia procedura per Italia di red
La Commissione europea ha avviato due giorni fa la procedura di infrazione nei confronti dell'Italia in merito alle acquisizioni di partecipazioni in banche italiane.
La Commissione ha deciso di chiedere formalmente all'Italia di presentare osservazioni sulle disposizioni della normativa italiana che disciplinano le decisioni delle autorità di vigilanza relative all'acquisizione di partecipazioni in banche italiane da parte di banche di altri Stati membri dell'Unione europea. La lettera di messa in mora costituisce la prima fase della procedura di infrazione prevista dal trattato CE.
Le disposizioni in questione sono la legge bancaria del 1993 e le istruzioni di vigilanza per le banche, che si basano sull'articolo 2359 del codice civile e su una deliberazione del competente comitato interministeriale. La Commissione teme che la regolamentazione consenta un esercizio della vigilanza prudenziale non trasparente nelle procedure e potenzialmente fonte di incertezza del diritto.
All'inizio del 2005, sottolinea la Commissione, vi sono stati due tentativi di scalata di banche italiane da parte di banche di altri Stati membri dell'UE: una alla Banca Nazionale del Lavoro (BNL) da parte di Banco Bilbao Vizcaya Argentaria (BBVA) e l'altra alla Banca Antonveneta da parte di ABN AMRO. Questi fatti hanno richiamato l'attenzione dell'opinione pubblica sulla condotta tenuta dalle autorità di vigilanza italiane nei casi di acquisizione di partecipazioni in banche italiane da parte di banche di altri Stati membri.
Una tale carenza potrebbe condurre a situazioni nelle quali le autorità di vigilanza potrebbero rifiutare l'autorizzazione per ragioni poco trasparenti, quali "la stabilità del governo societario". Ciò potrebbe scoraggiare gli investimenti nel settore bancario italiano da parte di operatori di altri Stati membri, in violazione delle norme del trattato CE sulla libera circolazione dei capitali.
Vi sono norme consolidate fissate dalla Corte di giustizia delle Comunità europee in materia di disposizioni legislative di disciplina delle procedure di autorizzazione ed elemento cardine di queste norme - ricorda la Commissione UE - è il principio secondo il quale gli investitori devono poter disporre di chiare indicazioni sulle specifiche condizioni oggettive alle quali l'autorizzazione preventiva verrà accordata o rifiutata.
Come sottolineato dalla Commissione, nel legiferare o nel creare o applicare prassi amministrative, gli Stati membri devono sia rispettare le libertà fondamentali garantite dal trattato CE, sia assicurare il rispetto delle disposizioni della direttiva in materia. Il caso in esame riguarda tuttavia il diritto primario (ossia le disposizioni del trattato) applicabile all'esercizio della vigilanza prudenziale, e non la direttiva bancaria.
www.osservatoriosullalegalita.org
Quando manca la libertà di parola di Elizabeth Davies (The Independent) Il caso di Orhan Pamuk ha portato di nuovo sulla scena internazionale il tema dei diritti civili in Turchia. "Non posso dire di essere sorpreso di essere stato messo sotto processo. Ma credo che l'accusa a mio carico sia piuttosto lieve: non credò finirò in prigione" Lo scrittore turco più stimato e apprezzato a livello internazionale finirà oggi sotto processo a Istanbul, accusato di aver insultato l'identità nazionale del suo paese. Il caso è visto come un test cruciale dell'impegno politico della Turchia verso il diritto alla libertà di parola.
Orhan Pamuk, autore di romanzi di successo come Il mio nome è rosso e Snow, dovrà affrontare tre anni di carcere se verrà ritenuto colpevole di aver rilasciato commenti atti a insidiare "lo spirito turco", un reato previsto dall'articolo 301 del nuovo codice penale turco.
Il processo, che ha per oggetto alcuni commenti rilasciati lo scorso febbraio da Pamuk sul rifiuto del proprio governo di affrontare la questione del massacro di un milione di armeni durante la Grande Guerra, non solo genera contrasti interni al paese, ma minaccia il buon esito dei negoziati tra Turchia ed UE in merito all'entrata del paese islamico in Europa.
Ollie Rehn, il commissario UE per l'allargamento, ha affermato chee il caso di Pamuk equivale ad una prova del nove della determinazione del governo turco ad agire secondo le proprie recenti riforme approvate grazie alle pressioni dell'Unione Europea, mirate a garantire la libertà d'espressione dei propri cittadini. "Il processo a uno scrittore di romanzi che ha espresso un'opinione non violenta getta un'ombra sullo sviluppo dei negoziati tra Turchia e ed Europa", ha dichiarato Rehn. "Domani [oggi, NdT] sarà la Turchia e non Orhan Pamuk a dover affrontare un processo".
L'Unione a 25 ha ufficialmente avviato i negoziati per l'ingresso della Turchia in Europa in ottobre, e ha sempre insistito sul fatto che per il governo turco il primo passo in tal senso è quello di rispettare le condizioni sui diritti umani. Nonostante le modifiche apportate quest'anno al codice penale a seguito delle pressioni di Bruxelles, il governo del primo ministro Recep Tayyip Erdogan ha mantenuto intatto lo status dell'articolo 301, che considera offesa criminale il denigrare il carattere nazionale e l'insultare il fondatore dello stato turco moderno, Kemal Ataturk.
Pamuk ha toccato un punto dolente della società turca quando lo scorso febbraio dichiarò a un quotidiano svizzero che "30.000 curdi e un milione di armeni vennero uccisi in queste terre [in Turchia, NdT], e nessuno tranne me osa parlarne".
L'uscita dello scrittore ha suscitato grandi proteste tra gli ambienti turchi più conservatori e tradizionalisti. I pubblici ministeri hanno così aperto la causa. Pamuk, in un articolo pubblicato questa settimana sulla rivista the New Yorker, ha dichiarato: "Non posso dire di essere sorpreso di essere stato messo sotto processo. Ma credo che l'accusa a mio carico sia piuttosto lieve: non credò finirò in prigione".
Una delegazione del parlamento europeo assisterà al processo. Rehn ha dichiarato: "La Commissione si aspetta che il governo turco chiarisca ai pubblici ministeri e ai giudici che... il nuovo codice penale deve essere interpretato in linea con la Convenzione Europea sui Diritti Umani".
Orhan Pamuk, 53 anni, è sempre stato una spina nel fianco per Ankara. I suoi libri, tradotti in più di trenta lingue diverse, dipingono il ritratto di una Turchia dissestata dallo scontro tra cultura orientale e cultura occidentale, tra conservatorismo e modernità, tra islamici e scuole di pensiero secolari. Pamuk si è spesso schierato contro il trattamento delle minoranze nel suo paese, accusando il governo di incoraggiare un nazionalismo "pazzo" e di violare i diritti umani.
Di quest'ultimo caso, che ha portato alla ribalta internazionale il tema della libertà di parola in Turchia, Pamuk dice essere una dimostrazione di come sia difficile conciliare la Turchia occidentale e moderna che Erdogan cerca di promuovere con il movimento conservatore nazionale che lo accusa per le sue esternazioni.
"La cosa più difficile è stata spiegare perchè un paese ufficialmente in procinto di entrare a far parte dell'Unione Europea vorrebbe imprigionare un autore i cui libri in Europa sono ben conosciuti", ha scritto Pamuk.
Decine di altri scrittori meno celebri e accademici stanno affrontando le stesse simili accuse sotto il codice penale revisionato.
Fonte: http://news.independent.co.uk/europe/article333475.ece Tradotto da Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media
Argentina: la svolta di Kirchner
A quattro anni dalla crisi finanziaria l’Argentina tenta di porre fine al periodo di transizione. Lo scorso 28 novembre il Presidente Néstor Kirchner, ha annunciato un rimpasto di governo nominando al Ministero dell’Economia Felisa Miceli al posto di Roberto Lavagna, l'artefice della crescita e Nilda Garré alla Difesa. La decisione sembra indicare la volontà di applicare politiche redistributive che attenuino la caduta dei salari reali avvenuta nel 2001.
Francesca Malvezzi
Equilibri.net (16 dicembre 2005)
Economia
Il Presidente della Banca Centrale Argentina Felisa Miceli è stata designata al Ministero dell’Economia. La sostituzione di Roberto Lavagna sembra dettata dal desiderio del Presidente Kirchner di dare nuovo impulso alle politiche sociali e di allontanarsi ulteriormente dal quelle neoliberiste , ritenute responsabili del tracollo del 2001. La gestione economica di Lavagna aveva garantito al paese una crescita annua intorno al 9% e aveva riportato il livello del PIL ai dati del 1998. Il tasso di inflazione era sceso al 10% e il potere di acquisto dei salari è aumentato del 3% nel 2004, tanto da determinare una ripresa della domanda . Le industrie nazionali di beni di consumo si sono dimostrate le più dinamiche, registrando un netto incremento della produzione sia per il mercato interno sia per il mercato internazionale, favorite dal vantaggioso cambio del pesos fissato dal Governo. In generale tutto il settore delle esportazioni è in crescita, sebbene difficilmente nel breve periodo riuscirà ad assicurare un surplus rispetto alle importazioni : gli investitori stranieri, infatti, dopo il crollo del 2001, si mostrano restii a finanziare progetti locali. Nonostante questi risultati positivi il costo della vita rimane troppo elevato in confronto al potere di acquisto della maggior parte dei cittadini. In marzo è stato varato il primo piano per combattere l’inflazione. Questo sostanzialmente prevedeva sanzioni o misure di boicottaggio nei confronti delle compagnie che avessero aumentato i prezzi. In questo contesto si inserisce, sempre in marzo, l’invito fatto da Kirchner alla popolazione di sabotare le imprese petrolifere straniere, come la Shell e la Esso, ree di aver incrementato il costo dei combustibili del 3%, aggravando il già rilevante problema dell’approvvigionamento energetico. La proposta Capo di Stato è stata accolta dalla popolazione che ha occupato numerose stazioni di servizio. Il fallimento di questa strategia ha però poi costretto il governo a cercare un accordo con i produttori e ad aprire negoziati che consentano di controllare il livello dei prezzi dei prodotti di base e di frenarne così l’aumento . Il nuovo piano anti-inflazione ,presentato il 10 novembre, comprende: la creazione di un organismo di controllo dei prezzi; la sospensione delle misure di sostegno per le esportazioni alimentari; i tagli al costo del lavoro; la riduzione del livello di liquidità del Paese attraverso un incremento dei tassi di interesse che sfavorisca gli investimenti a breve termine e sostenga il credito sul lungo periodo ; l’avvio di trattative settoriali sui prezzi. La battaglia dell’Esecutivo è rivolta soprattutto verso le due principali catene di supermarket del paese, accusate di creare un cartello per incrementare i propri profitti. Il costo dei prodotti in vendita presso la catena Coto, ad esempio, ha già raggiunto il livello di inflazione del 12% previsto per il 2006. Le misure prese, comunque, si dimostrano poco efficaci: la spesa per gli alimenti è cresciuto di un punto percentuale nel mese di novembre. Le critiche verso il settore produttivo non hanno, tuttavia, spinto gli imprenditori a un maggiore impegno a sostegno della ripresa. La maggior parte di questi, sempre nel mese di novembre, all’annuale conferenza dell’Istituto Argentino per lo Sviluppo Industriale ha espresso la volontà di mantenere o di ridurre sia gli investimenti che il livello di occupazione previsti per il 2006. Se tale prospettiva dovesse verificarsi il Governo sarebbe costretto ad attuare altre misure per abbassare il tasso di inflazione. L’Esecutivo tenta di conciliare il controllo dei prezzi e l’aumento delle tasse sull’esportazione con gli obiettivi macroeconomici in modo da attutire l’impatto sociale delle riforme strutturali. Proprio l’enfasi posta da Kirchner sul Welfare e su un più ampio intervento dello Spubblico nell’economia rende più difficile un accordo con il FMI. Per venire in parte incontro alle richieste dell’Istituto la moratoria sul debito decretata dal Gabinetto argentino è stata sospesa in marzo dopo che i creditori hanno accettato di perdere il 65,6% del credito. Il Fondo, poco persuaso dalle misure adottate dal Paese, chiede al governo di applicare politiche ortodosse (restrizione della spesa pubblica, aumento delle tariffe delle aziende di servizio privatizzate e non intervento dello Stato nell'economia) e di avviare quelle riforme, quali ad esempio un maggiore controllo delle spese federali, che consentano al Paese di ridurre il proprio deficit con l’ estero. Nonostante le differenti visioni , il Presidente continua a cercare con il Fondo un accordo entro il 2006 che gli consenta di rinegoziare il pagamento del debito e di mantenere buone relazioni sia con gli Stati Uniti e l’Europa sia con i partner del Mercosur.
Società
Il Governo ha dimostrato di prediligere il miglioramento delle condizioni sociali ai dettami del FMI, conquistando in tal modo la fiducia dell’elettorato. Nonostante Kirchner sembri l’uomo in grado di risolvere i gravi problemi del paese, la situazione sociale non mostra segni di miglioramento. I buoni risultati economici hanno attenuato solo in parte il disagio delle classi meno abbienti. La percentuale di popolazione al di sotto della soglia di povertà si aggira intorno al 44,3%. Con la crisi del 2001 il tasso di disoccupazione era del 21,5%, mentre attualmente è del 16%. Questo miglioramento tuttavia non trova un riscontro altrettanto forte per quanto concerne il potere di acquisto dei salari. Infatti, anche se nel 2004 il rapporto tra potere d’acquisto e Pil ha raggiunto un 23,87%, migliorando le performance dell’anno precedente, la perdita di due terzi del valore degli stipendi verificatasi con la svalutazione del 2002 non è stata recuperata. La difficile ripresa economica e l’inflazione elevata scatenano una nuova fase di lotte sindacali e manifestazioni popolari. Secondo il Country Reports on Human Rights Practices - 2004 pubblicato lo scorso 28 febbraio dal Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor il rispetto dei diritti umani non è garantito. La Polizia spesso agisce indipendentemente dal governo, è accusata di corruzione e di arrestare arbitrariamente i cittadini. Come ha denunciato Amnesty International, nelle carceri sovraffollate il trattamento brutale e le torture subiti dai detenuti ad opera delle guardie fomentano rivolte in tutto il paese. Secondo il Center for Legal and Social Studies (CELS), ad esempio, nei primi sei mesi del 2004 la polizia avrebbe ucciso senza apparente motivo 139 persone nella sola area metropolitana di Buenos Aires. Sebbene l’Esecutivo si sia impegnato nella rimozione dalle cariche degli agenti corrotti il problema dell’impunità continua a essere irrisolto. La violenza domestica e sessuale contro le donne rimane diffusa così come la prostituzione e il lavoro minorile. A dispetto di questo quadro parzialmente negativo, la Corte Suprema insiste nel perseguire gli autori delle violazioni dei diritti umani perpetrate durante la dittatura militare tra il 1976 e il 1983. Recentemente il Tribunale ha dichiarato i crimini contro l’umanità non soggetti a prescrizione, consentendo in tal modo ai processi relativi ai delitti commessi nell’ambito della cosiddetta ”Guerra Sucia” (guerra sporca) di andare avanti e smentendo di fatto l’amnistia concessa da Menem.
Conclusioni
Gli sforzi attuati da Kirchner per ridurre il deficit, stabilizzare l’economia e mantenere la crescita rischiano di risultare inadeguati di fronte all’aumentare dei problemi economici. Le misure varate per contenere l’inflazione non hanno avuto un effetto immediato, tanto che è previsto un tasso di inflazione del 12% per il 2006, né hanno stimolato un aumento degli investimenti. L’Argentina appare vittima di un circolo vizioso: proprio l’incapacità di controllare l’inflazione, che impone a sua volta di approvare altre misure, potrebbe determinare una crisi di credibilità sulla capacità di intervento del governo nella gestione economica, scoraggiando ulteriormente la possibilità di investimenti. Secondo il ministro uscente Roberto Lavagna la soluzione è rappresentata da una politica sostanzialmente contraria a quella attuata dal governo: riequilibrare la domanda, in crescita, con l’offerta, stagnante, puntando sull’agevolazione degli investimenti. Il piano proposto in novembre ha suscitato notevoli perplessità tra i diversi attori coinvolti. La Banca Centrale Argentina, guidata, al momento dell’annuncio del piano, dalla Miceli, ha accolto freddamente l’invito a elevare i tassi di interesse, manifestando una netta preferenza per politiche fiscali e salariali antinfalzionistiche. L’Istituto teme di non riuscire a mantenere i tassi di cambio competitivi ed i bassi tassi di interesse che hanno favorito la crescita del paese Le proposte di Lavagna di ridurre il costo del lavoro attraverso la diminuzione dell’indennità in caso di licenziamento senza giusta causa dall’80% al 50% e dell’indennità per infortunio nei momenti di recessione hanno suscitato notevoli resistenze tra la popolazione, già vittima del crollo del potere di acquiato. Il settore delle esportazioni, insofferente agli attacchi rivoltigli da Kirchner, rimane fortemente critico sull’ efficacia delle misure adottate che rischiano di avere effetti negativi sul settore agro-industriale ( uno tra i più dinamici della Nazione e che ha trainato la ripresa) mentre si dimostra favorevole a riforme che consentano una diminuzione dei costi Nello stesso tempo le divergenze con il FMI hanno spinto il Presidente argentino a dichiarare che se il Fondo non si dimostrerà più comprensivo verso le politiche sociali l’Argentina potrebbe lasciare l’Organizzazione. E l’uscita di scena di Lavagna sembra indicare la volontà di Kirchner di dedicare maggiore attenzione alla situazione interna del Paese e di stringere legami forti con i vicini sudamericani.
dicembre 16 2005
Umberto Eco
A passo di gambero
Sembra qu,asi che la storia si stia riavvoltolando su se stessa: da Marconi si torna a Meucci; dalla guerra fredda alle guerre calde. Torna l'antisemitismo con i suoi Protocolli; e il monarca da Basso Impero
Avviandoci alla fine del primo quinquennio del terzo millennio è d'obbligo fare una botta di conti. In una Bustina del millennio precedente osservavo che negli ultimi tempi si erano verificati degli sviluppi tecnologici che rappresentavano dei veri e propri passi all'indietro. La comunicazione pesante era entrata in crisi verso la fine degli anni Settanta, quando ancora il televisore ci sottometteva a una fruizione passiva ed emetteva suoni capaci di disturbare il vicinato. Il primo passo verso la comunicazione leggera era stato fatto con l'invenzione del telecomando con cui lo spettatore poteva azzerare l'audio e lavorare di zapping, entrando così in una fase di libertà creativa, detta 'fase di Blob'. La liberazione dalla televisione si era avuta col videoregistratore, con cui si realizzava l'evoluzione verso il cinematografo.
Quanto ai vecchi programmi televisivi - visto che le stesse emittenti avevano preso a fare scorrere didascalie scritte sotto le immagini - si potevano ormai progettare programmi in cui, mentre due si baciano in silenzio, si vede un riquadro con scritto 'Ti amo'. In tal modo la tecnologia leggera avrebbe finalmente inventato il film muto. In parte questa fase era anticipata da Internet, dove il fruitore poteva ricevere solo immagini immobili senza alcun bisogno del suono. D'altra parte Internet, con una comunicazione eminentemente alfabetica, già ci aveva riportato alla Galassia Gutenberg.
A questo punto si potevano eliminare addirittura le immagini, inventando una sorta di scatola che emettesse solo suoni, e che non richiedesse neppure il telecomando, dato che si sarebbe potuto eseguire lo zapping direttamente ruotando una manopola. Non si deve pensare che io allora fantasiosamente stessi inventando la radio: stavo solo vaticinando l'avvento dell'I-Pod.
Infine l'ultimo stadio era stato raggiunto quando alle trasmissioni via etere, con le pay-tv si era dato inizio alla nuova era della trasmissione via cavo telefonico, passando dalla telegrafia senza fili alla telefonia con i fili, superando Marconi e tornando a Meucci.
Che si stesse procedendo a ritroso era già apparso chiaro dopo la caduta del muro di Berlino, quando gli editori d'atlanti avevano dovuto mandare al macero tutte le loro scorte (rese obsolete dalla presenza di Unione Sovietica, Jugoslavia, Germania Est ed altre mostruosità del genere), ma fortunatamente avevano potuto riesumare gli atlanti pubblicati prima del 1914, con la loro Serbia, il loro Montenegro, i loro Stati baltici e così via.
Tuttavia la storia dei passi all'indietro non si arresta qui, e questo inizio del terzo millennio ne è stato prodigo. Dopo il cinquantennio di guerra fredda, abbiamo avuto con l'Afghanistan e l'Iraq il ritorno trionfale della guerra guerreggiata o guerra calda, addirittura riesumando memorabili attacchi degli 'astuti afgani' ottocenteschi al Kyber Pass, una nuova stagione delle Crociate con lo scontro tra Islam e Cristianità, compresi gli Assassini suicidi del Veglio della Montagna, tornando ai fasti di Lepanto (e alcuni fortunati libelli degli ultimi anni potrebbero essere riassunti col grido di 'mamma li turchi!').
Sono riapparsi i fondamentalismi cristiani che sembravano appartenere alla cronaca del XIX secolo, con la ripresa della polemica antidarwiniana, ed è risorto (sia pure in forma demografica ed economica) il fantasma del Pericolo Giallo. Da tempo le nostre famiglie ospitano di nuovo servi di colore, come in 'Via col vento', e sono riprese le grandi migrazioni di popoli barbari, come nei primi secoli dopo Cristo.
È tornato trionfante l'antisemitismo con i suoi Protocolli, e abbiamo i fascisti (per quanto molto post, ma alcuni sono ancora gli stessi) al governo. Si è riaperto il contenzioso post-cavouriano tra Chiesa e Stato e, per registrare anche ritorni quasi a giro di posta, sta tornando, in varie forme, la Dc. Inoltre pare che stiamo riavviandoci a prima della Resistenza. A parte che con la devoluzione leghista ci si sta approssimando a una Italia pre-Garibaldi. Sembra quasi che la storia, affannata per i balzi fatti nei due millenni precedenti, si stia riavvoltolando su se stessa, tornando ai fasti confortevoli della Tradizione.
Si potrebbe obiettare che qualcosa di nuovo, almeno nel nostro paese, è avvenuto, e cioè l'instaurazione di una forma di populismo di tipo terzomondista, perpetrato da un'impresa privata intesa al proprio privato interesse. Si tratta di fenomeno certamente nuovo, almeno sulla scena europea.
Se non fosse che, a confermare la tendenza retrograda degli eventi, è riapparsa la figura del monarca da Basso Impero, che si avvolge il capo con infule, s'imbelletta il viso e si unge la chioma, cantando con la sua lira su Roma che brucia. www.espressonline.it
L'Iran provoca ancora: "Il maggioritario in Italia? Un mito" Dopo le dichiarazioni sull'Olocausto continua l'opera di revisione del presidente iraniano Ahmadinejad. "Il doping alla Juve? Mai esistito. Il mio nome? Una parola inventata." Ma l'Occidente insorge: "Fuori l'Iran nazista dai Mondiali. E altri tre punti di penalizzazione al Genoa."
Teheran Non passa ormai giorno senza che il presidente iraniano non offra alle agenzie di stampa succosi argomenti per le aperture. Ieri è stato nuovamente il turno di Israele, la cui esistenza è stata messa in dubbio da Ahmaqualcosa: "Che se lo portino in Europa se proprio lo vogliono. Magari in Val di Susa."
Il presidente iraniano ha parlato con i giornalisti nel corso della seduta parlamentare nella quale è stato approvato il maxiemendamento alla finanziaria 2006 che ha introdotto importanti incentivi per le famiglie (burqa economici, lager nido per i piccoli dissidenti e pornotax sulle radiografie). Il governo di Teheran ha ribadito la propria intenzione di andare avanti con il nucleare: "Voi avete programmi come Affari Tuoi e noi non possiamo avere un programma atomico?"
Il Medio Oriente è pero attraversato in questi giorni da due grandi eventi che mettono in secondo piano le esternazioni di Ahmastaminkia: le elezioni in Iraq e, soprattutto, l'arresto di Ahmed Ibn Phiorah, l'ex amministratore delegato della Banca Popolare di Smirne protagonista dello scandalo finanziario che sta facendo tremare le istituzioni finanziarie della regione. Phiorah avrebbe, secondo le prime indiscrezioni di stampa, instaurato un complesso sistema bancario finalizzato alla raccolta di plusvalenze da distribuirsi tra politici sia della maggioranza (soprattutto della Lega Araba) che dell'opposizione (intervenendo tra l'altro sul tentativo di Opa delle cooperative dei mujahedin sul Libano).
Al proposito Bin Laden ha precisato con un comunicato stampa di non aver mai avuto rapporti con Phiorah. Anche se parrebbe il contrario: l'intercettazione di una telefonata notturna nella quale lo sceicco arabo dice "Non so come ringraziarti. Butto giù la sede di Capitalia?" sembra incastrare i due soci. www.giuda.it
Le ammissioni di Fiorani: "Sì, ho preso quei soldi" gli ispettori Un premio di 300mila euro accreditato alla moglie di Brancher è stato poi girato sul conto del marito per chiudere un debito LUCA FAZZO, MARCO MENSURATI
da Repubblica - 16 dicembre 2005 La confessione del banchiere lodigiano negli interrogatori prima dell´arresto: le mie dichiarazioni paiono inverosimili anche a me
MILANO - «L´associazione a delinquere è tuttora operante», «la rete di complici di Fiorani è ancora intatta». Sono queste le frasi principali delle motivazioni con cui la Procura di Milano, il 28 novembre scorso, ha chiesto al giudice per le indagini preliminari Clementina Forleo l´arresto di Gianpiero Fiorani e dei suoi quattro complici. È un documento, quello firmato dal procuratore aggiunto Francesco Greco e dai sostituti procuratori Eugenio Fusco e Giulia Perrotti, conciso e analitico che, a volte anche in maniera quasi brutale, approfondisce e spiega le parole utilizzate dal giudice nel mandato di cattura. Dentro c´è di tutto: le parole con cui lo stesso Fiorani ha spento la luce sulla sua carriera di banchiere di serie A, aprendosi da solo le porte di San Vittore, quelle degli ispettori di Bankitalia, un po´ increduli, un po´ indignati, un po´ spaesati e imbarazzati per via del ruolo, non certo marginale, ricoperto nelle varie malefatte, dall´Istituzione. Ma c´è anche dell´altro: ci sono i politici lobbysti, i clienti della banca truffati, i morti derubati. L´ORIGINE Tutto comincia con l´operazione Adamas, 1998. «Già prima dell´acquisto della banca Adamas - scrivono i pm - Fiorani aveva utilizzato la Svizzera per condurre operazioni riservate che avevano anche generato, per lui, ingenti profitti; tuttavia l´accordo illecito si consolida e diventa sistematico dal momento dell´acquisizione della banca elvetica, quando, nonostante, l´evidenza di enormi criticità ed illiceità nella precedente gestione, Fiorani, oltre a chiedere una "tangente", decide di lasciarne sostanzialmente il controllo a Conti e Marmont (due degli arrestati, ndr) e ai loro uomini, per poter più agevolmente realizzare affari illeciti nella "sua" banca e trasferire i profitti nella struttura messagli a disposizione dai soci italo-elvetici». LA RETE Dall´acquisizione di Adamas in poi è un escalation. Che porta alla situazione di oggi: «La consolidata rete di rapporti illeciti costruita nel tempo non è stata neppure scalfita dalle dimissioni di Fiorani e Boni, che possono ancora contare su consiglieri di amministrazione e sindaci, direttori centrali e dirigenti, che in tutti questi anni hanno collaborato e/o coperto le loro attività e che ora possono essere prontamente utilizzati per chiudere tutte le operazioni illecite ancora aperte. L´associazione a delinquere è tuttora operante, in quanto devono, da un lato, essere ancora spartiti gli utili e, dall´altro, protetti i sodali non individuati (si pensi al ruolo dei "concertisti" e alle protezioni di cui Fiorani ha goduto nel tempo così come agli impieghi della "cassa nera" la cui esistenza lo stesso Fiorani ha ammesso)». LE AMMISSIONI DI FIORANI «Le mie dichiarazioni appaiono inverosimili anche a me». Dal testo della richiesta di arresto si scopre che nel corso dei tre interrogatori cui è stato sottoposto prima di finire in carcere, Fiorani ha modificato progressivamente la sua versione dei fatti. Fino ad ammettere di avere creato con i fondi sottratti a Bpl una cassa "nera" utilizzata per arricchimento personale per distribuire quattrini a personaggi esterni alla banca. Un meccanismo che si riprometteva di replicare in grande - rastrellando, secondo la Procura, almeno duecento milioni di euro - anche in occasione della scalata Antonveneta. Ad incastrare Fiorani è la testimonianza del suo collaboratore Silvano Spinelli, finito ora agli arresti domiciliari. I pm chiedono a Spinelli: è vero che lei ha gestito le posizioni di alcuni clienti della Bpi i quali le retrocedevano parte dei guadagni conseguiti? «Sì è vero, con alcuni clienti mi ero accordato perché questi mi retrocedessero in contanti parte dei guadagni che Boni (direttore finanziario, arrestato, ndr) faceva conseguire investendo in titoli. In particolare tali clienti mi retrocedevano almeno il 40 per cento del guadagno, consegnandomi il denaro contante che spartivo con Fiorani e Boni. I clienti prelevavano il denaro contante e me lo consegnavano in ufficio. Era stato Fiorani a suggerire di sondare questi clienti per verificare se fossero disposti a dividere gli eventuali guadagni che noi potevamo fare avere loro. Posso dire solo che quello che noi abbiamo guadagnato era utilizzato per arricchimenti personali». A quel punto viene interrogato Fiorani che dichiara: «Prendo atto delle dichiarazioni rese da Spinelli e le confermo. Immagino che come era avvenuto in precedenza avremmo anche diviso eventuali plusvalenze relative all´operazione Antonveneta». Poi cerca di dare una spiegazione un po´ vaga dell´utilizzo dei quattrini: «Spinelli utilizzava questo denaro per sistemare alcune posizioni delicate di cui non ricordo l´entità né il nome». I pubblici ministeri incalzano, chiedono cosa Fiorani intenda dire, a quel punto il banchiere fa retromarcia: «Preciso che in effetti si trattava di un sistema per creare una sorte di cassa nera. Ho bisogno di riflettere per indicare le esatte utilizzazioni di questa cassa. Effettivamente quello che ho dichiarato fino adesso, che utilizzavamo questo nero per sistemare delle operazioni incagliate, come appare inverosimile alla Signoria Vostra appare inverosimile anche a me. Prendo atto che un teste ha riferito, che in occasione di un pagamento riservato a persona esterna alla banca, io lo abbia indirizzato da Spinelli per farsi dare del contante e dichiaro che la circostanza potrebbe essere verosimile. Tuttavia in questo momento non riesco, anche a causa della fatica di questo lungo interrogatorio, ad essere più preciso». La "cassa nera", dunque, veniva utilizzata anche per pagamenti a personaggi esterni alla banca di cui Fiorani dice di non ricordare nomi e dettagli. Ma ammette anche che molti dei quattrini erano destinati al suo arricchimento personale, e venivano investiti in business azionari e affari immobiliari, come le due ville faraoniche in Sardegna e in Francia. La villa di Cap Martin è intestata ad una società ombra, in realtà Fiorani ammette di esserne il proprietario: «La Liberty è una mia società con la quale ho proceduto all´acquisto della villa di Cap Martin. L´operazione è avvenuta nel seguente modo: avevo raggiunto un accordo con Gnutti perché lui mi retrocedesse una parte degli utili che avrebbe conseguito sui bond della Kamps che gli avevo fatto avere. Decidemmo di comune accordo la cifra in circa tre milioni di euro. Sono stato io a proporre a Gnutti l´operazione Kamps perché sapevo che lui era interessato all´acquisto di titoli particolarmente redditizi. Ovviamente l´operazione prevedeva un riconoscimento per me per averla costruita a quel modo». Stesso sistema per comprare la residenza in Sardegna: «Villa Alberta è mia. La società ha ottenuto un finanziamento di un milione e mezzo dalla Bpl del quale mi sono occupato personalmente. Il conto Gattuccio è stato utilizzato per pagare la parte in nero della villa in Sardegna, costata complessivamente 3,5 milioni di euro». E il conto Gattuccio fa parte della lunga serie di conti dove Fiorani e i suoi complici facevano approdare le regalie - ma forse bisognerebbe parlare di tangenti - che i clienti privilegiati della banca erano costretti a versare loro. «Sul conto Gattuccio - ammette Fiorani - le perdite le copriva Besozzi mentre i guadagni venivano divisi formalmente con Spinelli e sostanzialmente anche con me» I TESTIMONI D´ACCUSA Nella richiesta di arresto compaiono ampi stralci anche delle dichiarazioni dei due manager di Bpi divenuti testimoni a carico di Fiorani, Egidio Menclossi e Donato Patrini. Dice Patrini: «Su specifica richiesta di Gianpiero Fiorani sul finire del 2000 ho aperto presso la Pkb il conto Strozzi. Fiorani mi disse che non poteva avere in Svizzera conti a lui riconducibili in quanto c´erano in corso indagini sulla scalata alla Banca Popolare di Crema. Il Fiorani non mi disse immediatamente per quali operazioni sarebbe servito il conto ma si limitò a sostenere la necessità generica di avere un conto all´estero "coperto"». Interrogato sul punto, Fiorani ammette di avere realizzato un gigantesco insider trading: «Effettivamente il primo investimento è stato in azioni Kamps dove abbiamo approfittato della conoscenza che avevamo sulla futura Opa di Barilla che seguivamo come banca». Mentre Menclossi racconta tra l´altro della robusta stecca versata su ordine di un collaboratore di Fiorani, Attilio Savarè, in occasione dell´acquisizione della Banca Popolare di Forlì: «Savarè mi chiese di aprire un conto all´allora presidente di detta banca e di accreditarlo di 200mila franchi svizzeri». I SOLDI PER BRANCHER Nella richiesta di cattura ci sono anche le dichiarazioni degli ispettori di Banca d´Italia che analizzano ad una ad una le varie operazioni fatte nel tempo dai prestigiatori di Lodi. Ci sono quelle che riguardano l´onorevole Luigi Grillo e quelle che riguardano l´onorevole Ivo Tarolli, ma quella più precisa di tutte è quella che riguarda Aldo Brancher, parlamentare di Forza Italia, sottosegretario alle Riforme, e sua moglie Luana Maniezzo. A raccontarla è l´ispettore Ferdinando Cutino: «Tra la metà del 2002 e la fine del 2004, la Maniezzo ha ricevuto un premio di 300 mila euro derivante dalla vendita di un´opzione da parte della banca. Tale premio insieme con altri 100 mila euro di cui ora non ricordo la provenienza sono stati girocontati sul conto del marito Aldo Brancher per estinguere una posizione debitoria sorta a seguito della escussione di una garanzia da questi rilasciata a favore della Plastecopack. La Maniezzo ha ancora una posizione in Otc aperta. Non mi ricordo né il tipo né il sottostante ma mi riservo di comunicarlo. Su questa vicenda abbiamo chiesto al servizio di auditing interno della banca di redigere una relazione. Tale relazione, che descrive dettagliatamente quanto è avvenuto, è agli atti della banca».
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l´INCHIESTA Sottratti fino a 30 euro a conto per ripianare le perdite della banca Dopo gli arresti, via agli interrogatori, domani tocca a Fiorani. Il titolo Bpi crolla in Borsa Bpi, un milione i truffati Domani l´interrogatorio dell´ex ad di Lodi La frode: 30 euro per 1 milione di correntisti L´ammissione del direttore generale dell´istituto, Gronchi A Piazza Affari nuovo crollo delle quotazioni del titolo: -7,4%
MILANO - Un milione di clienti truffati. Sui conti di ciascuno di essi alla Banca Popolare Italiana, sono stati addebitati fino a 30 euro, sotto forma di spese straordinarie, per spalmare le perdite delle spericolate operazioni finanziarie della banda Fiorani. Lo ha ammesso il direttore generale della Bpi Divo Gronchi, che ha spiegato però che «già nel gennaio 2005 sono stati restituiti alla gran parte dei risparmiatori e comunque li restituiremo a quanti ne faranno richiesta». Ma l´associazione dei consumatori Altroconsumo sta valutando l´avvio di possibili cause legali contro la banca lodigiana. E segnala che secondo le indicazioni ricevute da alcuni correntisti, le spese ingiustificate in alcuni casi supererebbero i 30 euro. Viene quindi chiesto «il rimborso immediato di quanto indebitamente sottratto ai correntisti». Secondo Gronchi, l´addebito massimo di 30 euro caricato sui risparmiatori correntisti della Banca Popolare Italiana è stato reralizzato tra la fine del 2004 e inizio del 2005. Altra cosa, ha spiegato il direttore generale, sono le operazioni realizzate dagli allora vertici della banca sui conti dei cosiddetti clienti privilegiati attraverso i quali transitavano le operazioni illecite. «Alcuni clienti - ha spiegato - erano compiacenti e si prestavano a operazioni finanziarie, altri clienti che avevano un rendimento garantito del 6%, cifra fuori mercato, venivano utilizzati inconsapevolmente dalla direzione finanza d´allora per operazioni». Gronchi ha poi spiegato che il lavoro di verifica interna sta continuando ma che al momento non risulta la circostanza che siano stati sottratti fondi dai conti dei clienti deceduti. Intanto, sul fronte dell´inchiesta giudiziaria, dopo gli arresti, sta per scattare l´ora degli interrogatori. Si comincia oggi: il gip Clementina Forleo andrà a San Vittore per l´interrogatorio di garanzia di Fabio Massimo Conti, gestore del fondo Victoria Eagle. Ma la giornata che potrebbe segnare una svolta nell´inchiesta Antonveneta è domani: in mattinata Forleo tornerà a San Vittore per sentire l´ex direttore della banca lodigiana, Gianfranco Boni. Nel pomeriggio invece toccherà all´ex numero uno di Bpl, Gianpiero Fiorani. A quanto si è saputo agli interrogatori saranno presenti anche i pubblici ministeri Eugenio Fusco e Giulia Perrotti. Ieri, mentre a Piazza Affari crollavano le quotazioni della Banca Popolare Italiana (meno 7,41 per cento), in Procura due ispettori di Bankitalia sono stati ascoltati come persone informate sui fatti.
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Ds Milano - Rassegna stampa
I due maestri in gara per Napoli CONCITA DE GREGORIO
da Repubblica - 16 dicembre 2005
NAPOLI - Questa è la storia di due maestri, due maestri per Napoli. Il primo è un maestro di musica, un compositore insigne e ricercatore illustre a cui ci si rivolge con deferenza proprio così: buonasera Maestro. Si chiama Roberto De Simone. Il secondo è un maestro di strada, ha scritto un libro che s´intitola "Di mestiere faccio il maestro", lo ha premiato l´Unicef. Va dai ragazzi nei loro vicoli li sveglia se a mezzogiorno stanno ancora dormendo e gli offre un´altra opportunità: oggi leggiamo insieme questo libro, quando non capite ci si ferma, traduco. Si chiama Marco Rossi Doria. "Diamo una chance a Napoli" due Maestri per una poltrona De Simone e Rossi Doria candidati per il centrosinistra In corsa lo scrittore e guida dei ragazzi dei vicoli dei Quartieri Spagnoli, premiato dall´Unicef Il compositore e musicologo è stato indicato da Rifondazione: "Contro la corte di parassiti che divora la città" "Qui la gente sa resistere a ingiustizie e dolori, sono in tanti a dire no ai boss" "Non ho una passione per i derelitti. Io lavoro con le le istituzioni, nei ministeri" (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) CONCITA de gregorio
Mentre i partiti a Roma decidono cosa fare di Napoli i due maestri si sono candidati a sindaco. Se mai ci saranno le primarie, se Rosa Russo Jervolino non sarà stata convinta a ricandidarsi per opportunità politica, se davvero in città si riapriranno i giochi allora loro saranno lì. Nessuno dei due diventerà sindaco, probabilmente, ma ciascuno dei due porta con sé un pezzo di storia vera di questa città malata: ciascuno ha un´idea precisa di cosa serva a Napoli e sono sguardi talmente appassionati, così lontani dagli stereotipi della città di Lauro e di Eduardo che vale la pena di seguirli fino in fondo. Illuminano, insegnano. Roberto De Simone ha 72 anni, un cuore infartuato e un solo dente in bocca. Vive in affitto a due passi dal quartiere Sanità, dove le "famiglie" hanno ripreso da qualche tempo ad ammazzarsi per strada. Piano nobile del seicentesco palazzo appartenuto ai principi De Gregorio, trecento metri quadri senza riscaldamento, pavimenti di mosaico e buchi a terra coperti di cemento, alle pareti pitture barocche di santi decollati, vetrinette piene di statue di anime dannate tra le fiamme, arpe senza corde, un piano a coda coperto da un lenzuolo. Ha diretto il Conservatorio e il teatro San Carlo, ha scritto "La gatta cenerentola" e "La cantata dei pastori", ha fondato la "Nuova compagnia di canto popolare". È nelle enciclopedie. Vive solo, apre lui la porta dopo una congrua attesa: la casa è grande e il passo incerto. Porta una vestaglia di pile celeste sopra la camicia bianca inamidata e sulla giacca, sul tavolo ci sono i testi di Puskin che sta traducendo dal russo per l´anno mozartiano. Rifondazione comunista lo indica come candidato sindaco alle prossime primarie, se si faranno. Lui dice che se serve il suo nome per farne una bandiera contro «il moloch di privilegi la corte di parassiti che sta divorando la città» allora va bene, che lo usino. «La forza di questa città non è il fatalismo come tutti pensano, ma la sua capacità di resistere: alle ingiustizie, ai dolori». La capacità di "non smettere mai", nemmeno a settant´anni quando attorno non c´è più nessuno e fa così freddo dentro la vestaglia. Marco Rossi Doria ha 50 anni. Insegna nei vicoli dei Quartieri Spagnoli ai ragazzi che hanno lasciato la scuola. Ha raccolto le loro storie in un libro: s´intitola "Non smettete proprio mai". Nei quartieri ci vive, anche. Scende da casa, e lavora. Qui in cima alla salita dove da soli è meglio non entrare lo fermano ad ogni passo: la ragazza del forno, il gommista, la madre della sedicenne di nuovo incinta, l´adolescente in motorino, le giovani donne in pigiama sulla porta. Ciao Marco. Si passa dal vicolo dove il boss ha piantato in mezzo alla strada un albero di Natale alto fino al terzo piano, dicono che lo abbia rubato di notte in centro, che sia quello sparito il primo giorno dalla Galleria ma lui nega, certo: lo ha comprato. A cinquanta metri c´è una piazza sistemata coi fondi europei e inaugurata da Bassolino sindaco: l´albero sarebbe stato meglio lì ma la piazza è deserta, le panchine divelte, il centro sociale sottoterra una discarica di motorini rubati. «Allora vedi, non serve uno spazio se non lo progetti insieme a chi lo abita: è meglio investire in una piazza che resta vuota o andare nel vicolo addobbato con l´albero e concertare con chi ci abita qualcosa da fare per il quartiere? Certo, devi reprimere l´illegalità. Ma con l´altra mano devi offrire un´opportunità. Esserci sempre, per aiutare come per punire». Suo padre Manlio è stato un meridionalista insigne. Diceva che «il lotto è la tassa degli imbecilli» ma poi gli compare in sogno seduto in poltrona a dargli i numeri, il figlio ubbidiente li gioca. Marco ha fondato Chance, la scuola della "seconda occasione". Il gruppo è gemellato con una scuola delle banlieu parigine, è tornato ieri sera da lì. Dice che ha imparato un metodo, e che questo vuole offrire alla città con la sua candidatura: «Ho imparato ad ascoltare, a capire, a unire le persone. A lavorare con loro. Questa città è una riserva di energie, bisogna trovarle, incanalarle. I ragazzi che lavorano da Ikea hanno dato i migliori risultati in Europa. Sono duttili, pieni di risorse, hanno bisogno di un´occasione e di una guida». Dice che Rosa Russo ha lavorato bene, «io so quanto è difficile fare qualcosa a Napoli: se si ricandida mi ritiro e metto a disposizione quel che ho da dare. Se non si ricandida allora eccomi: se l´Unione cerca un candidato io ci sono». Anche Roberto De Simone dice che Rosa Russo «è persona perbene», come Bassolino sindaco lo fu. «Il cancro di Napoli sono piuttosto le corti, i salotti borghesi, le clientele: una società che si arrocca su privilegi acquisiti e che taglia fuori chi non è protetto». Spiega meglio: la borghesia vive di rendita e detiene il potere di trasmettere l´immagine della città. Ce ne sono di almeno quattro tipi: «La borghesia laurina, arricchita dalle guerre, imprenditoriale, di destra: legata alla canzone napoletana, a un mondo scarpettiano e piedigrottesco. La borghesia defilippiana ed eduardiana, minimalista, quella del ragù che faceva mammà de "na tazuliella ‘e caffè". La borghesia post-sessantottina, quella nata con la sinistra di Valenzi e legata a intellettuali che se ne andarono da Napoli a Roma ai tempi di Lauro. I Rosi, La Capria, i Napolitano: guardano la città dal salotto di Roma. Poi c´è la borghesia della sinistra bene dei giorni nostri, quella che si è fermata alla cultura anni Settanta, che ha il mito dell´arte contemporanea. Ma mi dica un po´: abbiamo due musei di arte contemporanea, a Napoli, e gioielli barocchi in rovina. C´è qui dietro a S. Onofrio a Capuana un conservatorio del ‘300, ci ha studiato Giovanni Paisiello, c´è passato Mozart. Ho detto: facciamoci una bottega di musica, ripristiniamolo, portiamoci i ragazzi a cantare. La cultura non si porta, come diceva Pasolini, la cultura è nei luoghi: cerchiamola dov´è. Mi hanno detto no, là ci va il nuovo commissariato di Forcella». Il fatto è che qui «se non "tieni una maniglia" in Germania devi andare. Via, fuori. Oppure restare disoccupato in mano alla camorra, e guardi che sono tanti quelli che resistono: quelli che dicono no al boss e si arrangiano con due lire, a loro sì che bisognerebbe dare la medaglia». Anche Rossi Doria dice che sono tanti quelli che resistono. Questo ragazzino in motorino senza casco, per esempio, su per la salitella. «Ciao Marco, mi hanno chiamato a Mantova». Ha fatto un corso per assistere i malati di Alzheimer, lo ha chiamato la Asl di Mantova, finisce la stagione a fare borse nel quartiere e poi parte. La figlia del fornaio che regala un tarallo: «Marco, dici che il mio fidanzato si può imbarcare?". Mandamelo che ci parlo. La madre della sedicenne incinta: è il secondo figlio, il primo ha tre anni. «Le madri sotto i 16 anni nei quartieri spagnoli sono il 4 per cento, quindicimila volte più che nel resto d´Italia. Bisogna dare forza a queste ragazze, non trattarle come reiette, non lasciare che siano le nonne ad appropriarsi dei loro figli. Seguirle, dare assistenza ai loro bambini». Al numero 29 di via Emanuele De Deo c´è Francesco Abbate, 82 anni, l´ultimo ricamatore della città: una volta per la prima del San Carlo lavorava un mese 20 ore al giorno, oggi è solo a bottega. «Lei crede di essere vestita? No, lei è coperta. Non c´è più stile, il mondo è finito, ci sono solo macchine». La figlia fa il medico, i ricami fatti coi coralli finiranno con lui. Ci sono i cinesi, ora. «Io non ho una passione per i derelitti», dice Rossi Doria, «non sono un fanatico dell´emarginazione. Sono un uomo che lavora con le istituzioni, che tratta per i finanziamenti, che viaggia nei ministeri. Sono uno che ha studiato il sistema scolastico: in Italia ogni giorno un bambino su tre è assente da scuola. Qui da noi centomila ragazzi ogni anno non finiscono le medie. Un paese moderno non può permettersi una zavorra così. Bisogna creare dei patti, fare come quel preside parigino che chiama l´immigrato del Mali e gli dice tu perché non mandi i tuoi otto figli a scuola, di cosa hai bisogno? Di un pasto. Bene, allora noi ti diamo il pasto e tu li mandi a scuola». Rossi Doria si allontana nei vicoli, De Simone chiude la porta di casa. Non corre pericoli, settantenne e solo nel suo museo di statue e dipinti barocchi. Il quartiere lo rispetta. «Vede, io sono nato a Pignasecca da una famiglia poverissima, mi sono sempre dato da solo quello di cui avevo bisogno. Non mi sono arreso, non ho guadagnato nella vita e non ho da perdere nulla. Credo di avere qualcosa da dare, alla fine: un´occasione a quelli che non ce l´hanno, un motivo di crederci». Un´altra chance, la seconda opportunità. Per Napoli, e se non la vuole pazienza.
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Ds Milano - Rassegna stampa
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