ulivo velletri


gennaio 31 2006

Lettera aperta ai miei compagni (Michele Salvati su Il Riformista) Cari Ds, ascoltate uno di voi Subito il partito democratico - Una grande socialdemocrazia non nascerà in questo paese anormale Sono iscritto al Pds-Ds sin dall'origine di questo partito, dal congresso di Rimini del 1991. Con Salvatore Veca, ho contribuito a... indovinarne il nome (Partito democratico della sinistra), anche se poi esso fu adottato per motivi contingenti e sbagliati. Se si va a rileggere il nostro appello dell'estate dell'89 (pubblicato su uno degli ultimi numeri della vecchia Rinascita, con un titolo che potrebbe essere riutilizzato ora per il partito democratico: Se non ora, quando?), si vede però che noi non avevamo nulla contro il socialismo - anzi, dicevamo chiaramente che il socialismo democratico aveva vinto la sua sfida contro il comunismo - e non ci interessava molto la polemica contro i socialisti italiani. Quella polemica fu invece determinante nell'adozione del nome che avevamo proposto, che non conteneva, ma per tutt'altre ragioni, gli allora esecrati termini «socialismo» o «socialdemocratico». Gli argomenti principali di quell'appello sono gli stessi che muovono me ora (e credo anche Veca) a sostenere un'ulteriore trasformazione, quella finale, la confluenza entro un grande partito democratico. Nel Pds e poi nei Ds ho militato - il termine mi piace poco, ma è quello che si usa - lealmente sempre e spesso appassionatamente in questi quindici anni. Insieme a un piccolo gruppo di compagni, in esso ho condotto la mia battaglia politica per il partito democratico, testimoniata dagli scritti raccolti nel libro omonimo (Mulino, fine 2003). Ho fatto parte dei suoi organi direttivi e sono stato suo parlamentare durante la legislatura in cui il centro- sinistra ha avuto responsabilità di governo. Ho imparato ad apprezzare l'eredità di passione, impegno e onestà che il nuovo partito riceveva, insieme ad altri lasciti che mi piacevano meno, dal partito comunista. Insomma, anche se per temperamento sono assai poco partigiano, i Ds sono stati sinora la mia casa politica. Perché questi riferimenti personali, che non mi sono consueti e che qualcuno potrebbe giudicare un poco fastidiosi? Perché vorrei si capisse bene che questo è un appello rivolto ai Ds e che viene dall'interno e da lontano. E' la proposta di un iscritto al partito, sia pure in attesa di traslocare al partito democratico. Ed esprime la meraviglia che i suoi dirigenti non si rendano conto della necessità e dell'urgenza del compito che sta loro innanzi. Altri, in altri partiti riformisti, conducano la loro battaglia in casa propria: in Margherita c'è un bel gruppo che si impegna nella scia di Nino Andreatta. E altri ancora conducano la battaglia esterna, nei comitati per l'Ulivo, nelle associazioni per il partito democratico che stanno spuntando un po' ovunque. A me, e ai sostenitori del partito democratico iscritti ai Ds, compete anzitutto cercare di convincere il nostro partito. Un controfattuale Necessità e urgenza, dicevo. Urgenza anche elettorale, perché ha perfettamente ragione Ilvo Diamanti (Repubblica, 22/01/06) a sostenere che gli elettori non ci capiscono niente in una lista unitaria alla Camera e liste di partito al Senato: o ci si presenta uniti sempre - e allora il partito democratico è un esito scontato - o ci si presenta sempre divisi, per sfruttare al meglio le caratteristiche della nuova legge elettorale. Uniti sempre non ci si voleva presentare: forse non era neppure conveniente, bisognava prima contarsi, ...e poi dov'è questa fretta? Ma divisi, per i partiti, sarebbe stato ancor peggio, perché allora la presentazione di una lista Prodi sarebbe stata inevitabile, e questo era fumo negli occhi per i Ds ma soprattutto per la Margherita. Questo punto, anche se contingente, va un poco sviluppato perché è un esempio «controfattuale» molto efficace per capire le logiche di comportamento dei nostri partiti. Il momento magico è subito dopo le primarie. Il 17 ottobre, appena noti i risultati, Prodi poteva convocare i partiti e far loro questo ragionamento: «E' vero, il risultato di ieri dimostra solo che nel nostro popolo c'è una gran voglia di unità, una gran voglia di partecipazione, una gran voglia di defenestrare Berlusconi, e che io gli vado bene come candidato premier. Non è ancora una domanda esplicita di partito democratico. Ma la costruzione di questo partito, per natura sua, è un esercizio di arte politica. E' profittare delle occasioni per costruire qualcosa che ancora non c'è, per soddisfare una domanda che è ancora latente in gran parte del nostro popolo; è una proposta egemonica che compete a noi, leader del centro-sinistra, se siamo veri leader. E allora facciamo così. Diciamo con chiarezza che subito dopo le elezioni faremo il partito democratico. E che però, per profittare al meglio di questa sciagurata legge elettorale, ci presentiamo divisi, io con la mia lista Prodi, voi con le vostre liste di partito. Tutti d'accordo, però, senza conflitti, e facendo mostra di grande unità». Potete immaginare le reazioni a questo discorso, se fosse stato fatto? La lista Prodi avrebbe ottenuto una buona fetta dei voti del centro-sinistra, in parte ottenuti da coloro che non vogliono votare i partiti, ma in parte strappati ai partiti stessi: la Margherita, in particolare, si sarebbe dissanguata, soprattutto al Nord. E forse non sono estranei a questo possibile esito sia la fretta con la quale Rutelli ha accettato di fare una cosa che aveva sino a quel momento escluso, la lista unitaria, sia lo zelo con il quale si è messo a predicare le magnifiche sorti e progressive del partito democratico. Facendo la lista unitaria forniva una casa a Prodi e giurando sul partito democratico poteva indurlo a recedere dalla tentazione di farsi una lista propria. Ma anche i Ds non sarebbero stati molto contenti, diciamo così, perché a nessun partito fa piacere perdere voti. Insomma, basta costruire bene il nostro esempio controfattuale per rendersi conto del suo scarso realismo: Prodi avrebbe potuto forzare per ottenere qualcosa di più di una lista unica alla Camera e di vaghe promesse sul futuro, ma forzando avrebbe creato un vespaio, non un consenso entusiasta sull'operazione. E se è vero che la nuova legge avvantaggia uno schieramento a più punte, è anche probabile che tale vantaggio sarebbe stato perduto se le punte del centro-sinistra si fossero messe a litigare. A litigare proprio subito dopo che il popolo di centro-sinistra aveva loro mandato un messaggio di unità e di concordia. Perso il momento magico, la minaccia della «bomba atomica», della lista Prodi, diventa sempre meno credibile mano a mano che ci si avvicina alle elezioni. Se i partiti non l'accettano con entusiasmo e non ne spiegano il significato alla luce del futuro partito democratico, sono sempre più esili i suoi vantaggi ed evidenti gli svantaggi: a credere nella sua possibilità e utilità per il centro-sinistra oggi sembrano essere rimasti solo Giovanni Sartori e Paolo Flores. Il bluff di Prodi, con le sue dichiarazioni e la sua lettera aperta del 15 gennaio scorso, è durato lo spazio di un mattino: i partiti hanno scrollato le spalle con fastidio e la cosa è finita lì. Insomma, sui partiti e le loro logiche gli eventi di quest'anno non mi inducono a mutare di una virgola la lunga e scettica analisi che ho svolto su questo giornale più di un anno fa («Romano Prodi e il messaggio per l'Italia», sul Riformista dell'11 dicembre 2004): se non sono guidati da leader innovatori, i partiti seguono logiche di minore resistenza, di trascinamento, di path dependence, guidate da puri interessi organizzativi. E non facciamoci ingannare dall'abilità dei leader: oggi Rutelli sembra il trascinatore del progetto, e i Ds sembrano relegati al ruolo di chi punta i piedi. Ma i timori della Margherita di essere fagocitati dai Ds nel caso il partito democratico si faccia «troppo» presto, e qualche ambizioncella egemonica all'interno dei Ds e della loro leadership di ex-Fgci, sono presenti oggi come lo erano un anno fa. Gli elettori non conosceranno le sottigliezze della rational choice, ma questa non è necessaria a capire che i due grandi partiti del centro-sinistra di voglia di fare, sul serio e in fretta, un partito democratico ne hanno pochina. E questo espone il centro-sinistra - che già ha i suoi guai col lato sinistro del proprio schieramento - alla sgradevole ambiguità che denunciava Diamanti e che ne colpisce proprio il motore riformista. Ma veniamo ai Ds. Le resistenze nei Ds e l'alternativa al partito democratico Capisco le resistenze della sinistra interna, del «correntino». Da un lato esse sono alimentate da reali differenze di analisi economica, sociale e politica e da seri conflitti di orientamento ideologico e culturale. Dall'altro esse sono il frutto di una valutazione strategica realistica circa il ruolo che una sinistra classista si troverebbe a giocare in un partito in cui il predominio di una sinistra individualistica e liberale diverrebbe ancor più schiacciante: si ritroverebbe come i residui dell'Old Labour nel New Labour di Blair e Brown, o come Lafontaine e i suoi seguaci all'interno di una Spd dominata dalla Neue Mitte di Schroeder. E i suoi leader sarebbero esposti alla sgradevole scelta se star dentro e soffrire o rompere decisamente, come ha fatto Lafontaine. Quanto più comodo è annidarsi nel vecchio partito, dove si viene tutti dalla stessa storia, dove è dominante è il mito dell'unità, dove sanno benissimo che Fassino è disposto a svenarsi pur di evitare una scissione! Non capisco invece le resistenze dei riformisti. Non capisco Peppino Caldarola. Biagio de Giovanni, Emanuele Macaluso, Massimo Salvadori, per citare persone che stimo, le cui concezioni politiche e valoriali faccio fatica a distinguere dalle mie, e che recentemente si sono spesi contro l'ipotesi del partito democratico mediante scritti di un certo impegno. O meglio, capisco i loro ragionamenti, ma credo che siano sbagliati, che sottolineino controindicazioni effettive senza vedere il problema nel suo insieme, e quindi le ancor maggiori controindicazioni di una scelta diversa. Nella sostanza, mi sembra, questi compagni riformisti hanno sempre in mente l'idea di riportare, finalmente e stabilmente, gli ex-comunisti Ds nella loro casa madre, il glorioso partito socialista, e come socialisti radicarsi a pieno titolo nel partito socialista europeo. Insomma, è la vecchia idea di D'Alema, quella di un paese «normale», in cui ci sono conservatori e socialisti e non Ulivi, Margherite ed altre specie del mondo vegetale. Da leader politico, D'Alema si poneva però, e giustamente, un problema di egemonia: il suo partito socialdemocratico fatto di ex-comunisti doveva diventare un partito potenzialmente maggioritario e i partiti vegetali dovevano sparire o ridursi fortemente. Sappiamo come sono andate le cose: i Ds non sono riusciti a raccogliere tanti ex-socialisti (o anche ex- repubblicani, liberali, democristiani di sinistra...) da attenuare l'imprinting comunista del partito; i partiti vegetali vivono e prosperano; la vocazione maggioritaria è ben lontana, perché, se va bene, i Ds sfiorano il 22%. Insomma, l'asse riformista del centro- sinistra continua a essere composto da due partiti principali e D'Alema è stato rapido nel riconoscere (nei fatti, perché un'autocritica esplicita non l'ha mai fatta) l'errore commesso: oggi, mi sembra, si proclama un leale sostenitore dell'Ulivo e ...in prospettiva, del partito democratico. Perché questo è il punto: se si vuole un partito riformista con vocazione maggioritaria, capace di sfondare il muro del 30% e andare parecchio oltre, non si può pretendere che questo partito sia un partito socialista fatto ...da ex-comunisti. Tutta la nostra storia «anormale», da Porta Pia e la conseguente costruzione di un mondo cattolico estraneo alla politica parlamentare e però fortemente organizzato, con importanti componenti riformistiche, alla prevalenza nel dopoguerra dei comunisti sui socialisti, alla necessità storica per quarant'anni di un partito né-di-destra, né-di-sinistra come la Democrazia cristiana al fine di arginare i comunisti, a Tangentopoli, tutta questa storia ci impedisce di essere un paese «normale», se normali sono quei paesi (non molti a dire il vero) in cui la sinistra è rappresentata da un grosso partito socialista riformista. Insomma, o si vuole continuare nel tentativo di trasformare l'ex-Pci in un partito socialdemocratico (comprensibile, perché si tratta del modello ideologico più vicino, della casa madre), ma allora si rinuncia alla vocazione maggioritaria e ci si rassegna a un centro-sinistra riformista fatto di due partiti, senza contare i piccoli. Oppure si vuole arrivare a un partito riformista a vocazione maggioritaria, capace di sfondare il muro del 30/35%, ma allora bisogna fondere questi partiti, accettare che l'identità socialista si mischi con le altre culture riformiste del nostro anormale paese, e soprattutto con quella di provenienza democristiana. D'Alema s'era illuso di tagliare l'intricato nodo gordiano della nostra storia colla spada della sua spregiudicatezza politica e delle sue capacità di leadership. Non c'è riuscito e, da buon politico, abbozza. Ma il problema di egemonia l'aveva ben visto: possibile che i Macaluso, i Caldarola, i Salvadori non lo vedono? Come rispondono all'alternativa che abbiamo appena presentato? Nei loro scritti, e in quelli di altri che la pensano come loro, non l'ho mai vista identificata con chiarezza. Dall'apprezzamento che essi esprimono per la socialdemocrazia, dalle critiche che muovono a una possibile mescolanza delle diverse culture politiche riformistiche, dalla ostilità che manifestano per una fusione «affrettata» di Ds, Margherita e Sdi, si può pensare che una scelta l'abbiano fatta: preferiscono la purezza all'efficacia, un'identità socialista minoritaria a un grande partito riformista che tutto socialista non potrebbe essere. Sperano forse che col tempo e con la paglia, come per le nespole, possa anche maturare una capacità egemonica sul segmento riformista del centro-sinistra di un partito ex- comunista trasformato in socialista? Il correntino, quanto meno, ha le idee chiare: smettano i Ds di rincorrere a destra la Margherita, riconoscano di essere una forza di «vera» sinistra, si alleino con Rifondazione, e poi il centro faccia il centro e la sinistra la sinistra. Se, in un contesto che è ritornato proporzionale (e di questo sono contentissimi), il centro vorrà allearsi con loro, esso dovrà accogliere nel programma di governo almeno alcune delle loro richieste di vera sinistra. Se non vorrà farlo e si allea con la destra, ormai sdoganata, faccia pure: gli verrà fatta opposizione in parlamento e sulle piazze. Quali sono le idee strategiche dei riformisti: continuare il litigioso condominio riformistico con la Margherita? La possibilità del partito democratico e i suoi vantaggi Caldarola & Co. non hanno torto quando sottolineano le difficoltà di mettere insieme tradizioni culturali e ceti politici così diversi come sono quelli dei Ds e Margherita. Sarebbe più facile intendersi con i socialisti che però, pochi e deboli come sono oggi, non hanno alcuna intenzione di farsi fagocitare dai Ds: quando l'estate scorsa la Margherita si sfilò dalla lista unica di cui lo Sdi era il più convinto dei sostenitori, pur di non restare solo con gli ex-comunisti questo partito si è alleato con i radicali. Ma, come spesso avviene quando non ci piace una cosa, si sopravvalutano le difficoltà e i danni che comporterebbe il partito democratico, si sottovalutano gli eventuali vantaggi e, soprattutto, non si considerano i costi che conseguirebbero al non farlo. I costi del non-partito-democratico sono la più importante ragione per farlo: ne abbiamo appena fatto cenno (il «litigioso condominio» con la Margherita) e ci torneremo. Qui ci limitiamo a una breve rassegna delle difficoltà sopravvalutate e dei vantaggi sottovalutati: ne ho trattato ampiamente nel libro e gli argomenti sono sempre gli stessi. Dunque, solo i «titoli» dei principali. Il primo riguarda il socialismo: qual è, oggi, l'ideologia delle correnti dominanti nei maggiori partiti social-democratici europei, nel Labour, nella Spd, nello stesso Psoe, con buona pace di coloro che credono Zapatero un pericoloso sovversivo? Se non la si vuole identificare con la Terza via di Giddens, ci si va molto vicino: nella sostanza è una delle innumerevoli varianti (una delle varianti di sinistra) nell'universo dominante delle ideologie liberali. Lo è, al fondo, per la sua scelta decisa dell'individuo come standard di giudizio delle scelte sociali. Lo è per la scelta del mercato: un mercato regolato in modo da controllarne le conseguenze più ingiuste (sempre secondo standard liberali) sugli individui da cui la società è composta, ma sempre di mercato e di capitalismo si tratta. Ne segue che un terreno comune, un punto d'incontro, con diverse tradizioni riformistiche è facile da trovare: oltretutto anche gli ex- democristiani di sinistra non provengono dalla koiné liberale e qualche passo in questa direzione devono farlo pure loro. C'è naturalmente il problema che non si può chiedere ai Ds di rinunciare alla partecipazione al partito socialista europeo e non si può imporre ai Dl di parteciparvi. Questo dipende più dal tradizionalismo e dal nominalismo del Pse che dalle effettive policies dei suoi principali partiti, del tutto simili, colla parziale eccezione del Ps francese, a quelle dei Ds italiani: ma finché il nominalismo perdura il problema esiste ed è abbastanza serio. Non così serio, però, da rendere impossibile una qualche soluzione provvisoria e da sacrificare ad esso un processo unitario che è giustificato da motivi assai più seri. E c'è poi il problema che non tutti i Ds sono disposti a giurare su On Liberty di John Stuart Mill, che c'è il correntino, e anche questo è un problema serio per un partito ossessionato dall'unità, dall'idea di tirarsi dietro tutti. Ne abbiamo fatto cenno prima e ci torneremo subito appresso, accennando alle singole policies. Io penso che una minoranza non-liberale, combattiva, sia un ingrediente importante in un partito democratico, e che le minacce di scissione siano più comprensibili alla luce delle incertezze della maggioranza - i nostri Salvi, Mussi & Co. sanno bene che gli stessi riformisti sono esitanti - che non di una reale intenzione di uscire nel caso il partito democratico si faccia. E poi dove andrebbero? Dopo essere stati in un grande partito, andrebbero con i comunisti italiani o con Rifondazione? E questi li vorrebbero? I volonterosi federatori dell'estrema sinistra incontrano difficoltà ancor maggiori di noi riformisti, come abbiamo visto dai risultati di chi ci ha tentato seriamente. Insomma, come per il caso del Pse, una leadership decisa e convinta non si fa frenare da queste preoccupazioni. Data la koiné liberale cui i due partiti sono approdati, non genera sorpresa che le politiche economiche e sociali proposte dai Ds e Margherita siano molto simili, e simili a quelle delle correnti riformistiche moderate dei grandi partiti socialisti europei: Bersani e Letta la pensano allo stesso modo sulla politica economica, sulle pensioni, sull'assistenza, sulla scuola, sulla sanità e, se ci sono occasionali differenze, queste sono spazzate via dalla discussione, perché non dipendono da divergenze analitiche o ideologiche profonde. Lo stesso, ed è più sorprendente, avviene per l'Europa e per i grandi temi della politica estera: per entrambe le aree di policy le vere differenze sono interne ai due partiti, notevoli nei Ds tra i riformisti e il correntino, ma non assenti neppure nella Margherita. Le differenze tra i due partiti sembrerebbero più serie per quanto riguarda una terza grande area di policy, quella relativa ai temi della bioetica, della famiglia e soprattutto dei rapporti colla Chiesa cattolica. Questi temi, insieme a quelli dell'immigrazione e del multiculturalismo, diventeranno sempre più importanti nella politica del futuro, ma non bisogna farsi impressionare troppo dalle polemiche del presente, dalla scelta impolitica (facile dirlo col senno di poi) del referendum sulla procreazione assistita, dalle scelte divergenti dei Ds e Margherita in proposito. Se la koiné liberale tiene, non c'è possibilità di divaricazione profonda tra i due partiti: le posizioni così eloquentemente motivate dai nostri Tonini e Ceccanti facilmente possono diventare posizioni condivise dall'intero partito democratico e la spiegazione delle forti divergenze che si sono manifestate in proposito si capiscono assai di più alla luce di un conflitto di organizzazioni che non di un vero e profondo contrasto di idee. Mi spiego meglio. Con una gerarchia ecclesiastica che, in mancanza di un partito stabile di riferimento, fa attivamente lobbying presso i diversi partiti, e implicitamente promette vantaggi per quelli che sostengono policies più vicine alle proprie posizioni, si è generata una concorrenza tra partiti a schierarsi colla Chiesa. Per tradizione, nell'ambito del centro-sinistra, è la Margherita che poteva meglio profittare della situazione e la concorrenza con i Ds spiega l'estremizzazione del contrasto. E dunque si è calcata la mano su differenze ideali (in parte esistenti, ma in buona misura esagerate) perché esisteva concorrenza tra organizzazioni, una convenienza ad esasperarle. Ma faccio fatica a vedere nella Margherita un partito meno laico, meno attento alla distinzione tra Cesare e Dio, di quanto non fosse la vecchia Democrazia cristiana. Insomma, cari Caldarola & Co., voi avete ragione a segnalare i problemi che ho passato in rassegna, ma credo di aver ragione io a ritenere che non siano insormontabili, che non possano essere questi i motivi per i quali ci si oppone al partito democratico. Così come non può esserlo la comprensibile irritazione per le battute infelici, e offensive per la tradizione socialista, che provengono dai vari Prodi e Rutelli oltre che dallo specialista in proposito, Arturo Parisi. Se si crede nella utilità sistemica di un grande partito democratico, nella possibilità reale, per la prima volta nella nostra storia, di creare un partito riformista a vocazione maggioritaria, i problemi che ho ricordato e le irritazioni dovute al conflitto tra le forze divise di oggi, possono essere superati di slancio e la fusione tra queste diverse forze può diventare un processo entusiasmante. Cos'è in gioco, au fond? In gioco è la rimarginazione di ferite antichissime, che risalgono allo stesso nostro State and Nation Building, al non expedit, al fascismo, alla prevalenza dei comunisti sui socialisti nel dopoguerra. Il muro di Berlino ha distrutto il comunismo internazionale, ma Tangentopoli, la Lega, i comunisti e non ultimi i socialisti stessi hanno distrutto il socialismo italiano, lasciando gli ex-comunisti al posto loro. La Democrazia cristiana si è dissolta perché ne è venuto meno il ruolo storico, ma ha lasciato in vita corpose correnti di riformismo cattolico, mentre il grosso dei suoi effettivi andava, com'era naturale che andasse, nel centro-destra improvvisato genialmente da Berlusconi. Costruire un paese e un sistema partitico «normali», in Italia, non vuol dire costruire sul lato di centro-sinistra dello spettro politico un partito socialdemocratico potenzialmente maggioritario, operazione impossibile data la nostra storia. Vuol dire costruire un partito riformista-non-soltanto-socialdemocratico, questo sì potenzialmente maggioritario, utilizzando i materiali che la nostra storia ci fornisce. Dunque, il partito democratico. Se i capitani coraggiosi saltano fuori, se credono nell'impresa, questa è un'operazione entusiasmante, che può radicare nel nostro paese quella cultura liberal- solidarista-socialista che finora è stata appannaggio di sparute élite. Questo può essere il soffio vitale del nuovo partito. Che può coinvolgere, se si creano strutture di partecipazione e di democrazia adatte, oltre che i militanti dei vecchi partiti anche molte persone per ora estranee alla politica. Non è vero che il riformismo, anche la moderazione se è necessaria, sono poco entusiasmanti; non è vero che per mobilitare i giovani bisogna chiedere l'impossibile. Il possibile basta e avanza. Il partito democratico: è ancora possibile? Facciamo l'ipotesi (questa sì controfattuale) che io sia riuscito a convincere i miei amici Caldarola & Co., e tutto il gruppo dirigente riformista dei Ds, che il partito democratico sarebbe un'ottima cosa. Verrebbero meno, per questo, le esitazioni e le cautele che adesso sembrano predominare? Siccome i nostri capitani, oltre ad essere coraggiosi, devono anche essere prudenti, prima di imbarcarsi in una avventura così impegnativa, prima di sciogliere gli ormeggi di un porto modesto ma sicuro, prima di lasciare la casa in cui sono nati, che ha subito tante traversie ma è ancora in piedi, devono valutare con il massimo di realismo se l'avventura ha serie probabilità di buon esito, se l'impresa è fattibile. Se così fanno, oggi, devono riconoscere che le probabilità di buon esito - si vincano o no le elezioni - sono diminuite rispetto al passato e non sono molto alte. E che quindi occorre una dose di ottimismo e un impegno di volontà politica maggiori di quelli che sarebbero bastati in passato. Ciò perché, fino a pochissimo tempo fa, le motivazioni che sostenevano il partito democratico non erano solo quelle di contenuto cui ho fatto cenno prima, non era solo la grandezza storica del disegno, ma erano anche più modeste - ma molto potenti - considerazioni di convenienza politica ed elettorale. Si trattava, fino al mutamento in senso proporzionalistico della legge elettorale, dell'opportunità di sfruttare appieno il sistema maggioritario in vigore per creare un solido e credibile «dirimpettaio» di Berlusconi, un equivalente di centro-sinistra rispetto a Forza Italia. Si trattava di creare una architettura del centro-sinistra simmetrica rispetto al centro-destra, con un partito dominante spostato verso il centro e i partiti più piccoli e più radicali spostati più a sinistra. Inoltre, in un sistema uninominale che rendeva necessario identificare candidati comuni nei singoli collegi, il coordinamento stava nelle cose stesse: valeva per l'intero centro-sinistra, ma a maggior ragione per i partiti più grandi. Insomma, si poteva sperare che un sistema maggioritario uninominale avesse in se stesso una logica che spingeva oltre il semplice bipolarismo, verso un vero e proprio bipartitismo. Di questa logica, è vero, non si vedevano ancora i frutti. Ma sarebbero bastate piccole modifiche al Mattarellum (ma anche ai regolamenti parlamentari e alla legge sul finanziamento dei partiti) per controllare le spinte alla frammentazione che questi ancora inducevano: e a tali modifiche sembrava dovesse limitarsi la nuova legge elettorale. Quel che è avvenuto è invece una vera e propria restaurazione proporzionalistica. Il premio di maggioranza e le soglie di sbarramento più basse per i partiti che partecipano a una coalizione ancora sospingono verso il bipolarismo, verso un confronto tra grandi coalizioni opposte, ma il contesto è profondamente mutato: le coalizioni sono indebolite, i singoli partiti sono tornati i padroni della situazione, si fanno liberamente concorrenza e possono giocare a tutto campo. La «lista unica» che Ds e Margherita presentano alla Camera (e non al Senato) è un grazioso atto volontario - che poteva non esserci e infatti non ci sarebbe stato senza lo straordinario risultato delle primarie - non una necessità politica come la presentazione di candidati unici dell'Ulivo nel precedente sistema: resisterà questo stato di grazia nelle prove elettorali successive? La restaurazione proporzionalistica, oltretutto, avviene in un contesto costituzionale e politico che ne accentua le proprietà disgregatrici. La riforma costituzionale approvata dal parlamento è pessima, ma contiene norme che stabilizzano le coalizioni, che ostacolano la disgregazione della coalizione vincente: entrerà mai in vigore? La risposta negativa è scontata, perché la probabilità che essa sia respinta dal referendum è ancor più grande della probabilità di sconfitta del centro-destra nelle prossime elezioni politiche: in tal caso la partita si giocherà nel vecchio assetto costituzionale, ritagliato addosso a un sistema elettorale proporzionale. Ed è proprio la probabile sconfitta elettorale del centro-destra la terza grande spinta a disgregare le coalizioni: Berlusconi è stato il grande aggregatore, che non solo è riuscito a tenere insieme la sua armata Brancaleone, ma ha dato anche un contributo decisivo a consolidare la nostra. Che cosa faremo senza Berlusconi, senza il «grande nemico»? Che cosa avverrà del «polo» che egli aveva costruito? Questi recenti sviluppi modificano seriamente, e in peggio, il quadro degli incentivi cui sono esposte le forze politiche che dovrebbero dar vita al partito democratico. Lascio da parte lo Sdi: se i socialisti non sono costretti a restare da soli con gli ex-comunisti, se la Margherita partecipa con decisione e in condizioni di forza alla costruzione del partito democratico, non ho dubbi che lo Sdi ritornerebbe all'ovile, che la rosa prevarrebbe sul pugno: di fronte al disegno di un grande partito riformista l'attrattiva di un piccolo partito laicista si ridurrebbe sino a scomparire. E' sulla Margherita che il nuovo quadro di incentivi opererebbe con pieno vigore, e qui non mi resta che riprendere e accentuare l'analisi che ho fatto un anno fa nel saggio su questo giornale che ho già citato. La nuova situazione apre alla Margherita un ventaglio di scelte molto ampio. Vediamo le due principali. Anche se, per convinzione profonda dei suoi leader, i Dl volessero veramente dar vita a un grosso partito di centro-sinistra, il proporzionale e la probabile disgregazione del fronte berlusconiano potrebbero indurli a una posizione di attesa: il loro obiettivo - non solo comprensibile, ma perfettamente legittimo - è di arrivare a una fusione con i Ds in condizioni di massima forza relativa ed è evidente che la loro capacità di attrazione sui frammenti (?) che potrebbero staccarsi dalla galassia berlusconiana è molto maggiore se si presentano come un partito di puro centro, non come un partito che si è già fuso con i Ds, in cui il bianco è già diventato rosa. Dunque - potrebbero pensare - tiriamo i freni e stiamo a vedere. Ma poi, seconda possibile scelta, quanto resisterebbe il desiderio di fondersi con i Ds nelle condizioni che ho appena descritte? Non riemergerebbe la speranza, mai abbandonata da alcuni dei più vecchi esponenti del partito popolare, di ridar vita a un partito di centro di notevoli proporzioni, un partito che potrebbe diventare l'asse della vita politica italiana? Certo, è un partito che dovrebbe coalizzarsi, perché anche questo sistema elettorale premia le grandi coalizioni. Ma adesso la teoria dei due forni potrebbe veramente attuarsi: sdoganati ex-fascisti ed ex-comunisti, chi potrebbe obiettare se un partito di centro, permanentemente al potere, si allea or con gli uni ed or con gli altri? Dunque, non soltanto tiriamo i freni, ma teniamoli sempre tirati: addio, partito democratico. Io non ho il minimo dubbio, si badi bene, sulla sincerità di Rutelli e del suo impegno recente per il partito democratico. Ma la sincerità di un leader, il cui fine ultimo è quasi sempre il rafforzamento del suo partito, è una sincerità «date le circostanze», una sincerità sub condicione: se le circostanze cambiano, un'altra scelta può essere conveniente. Quasi sempre, dicevo: solo grandissimi leader riescono sia ad approfittare delle circostanze che a perseguire finalità più grandi dell'interesse immediato del loro partito, ad essere sia realisti che idealisti. Beato il paese che non ha bisogno di grandissimi leader: il nostro, purtroppo, ne ha bisogno. E i Ds? I Ds (come An sull'altro fronte) sono penalizzati dal nuovo quadro di incentivi che si venuto a creare: questo allarga le opzioni per Margherita, ma le restringe per i Ds e An. L'unica opzione conveniente per i riformisti Ds è veramente il Partito democratico: solo questa (nelle circostanze italiane, in cui un partito socialdemocratico non è potenzialmente maggioritario) dà loro la possibilità di essere stabile forza di governo e non alleato occasionale e in condizioni permanentemente minoritarie rispetto ai centristi puri. Questa è la via d'uscita cui si sono preparati accentuando - non abbastanza, ma molto rispetto alle condizioni di partenza - i loro tratti riformistici e liberali. Se questa via d'uscita è sbarrata, la loro identità è sbiadita e le condizioni competitive in cui si svolge il gioco politico in un sistema proporzionale - in particolare la necessità di polemizzare con i centristi - inevitabilmente li sospingono nelle braccia delle loro frange più di sinistra, braccia ben felici di accoglierli: Bersani sarebbe costretto a polemizzare con Letta, Morando con Treu, ...rendo l'idea? Il partito democratico, e un sistema veramente maggioritario, non soltanto sono un bene per il paese; sono la condizione necessaria di sopravvivenza e sviluppo per la corrente riformista dei Ds. L'appello per i dirigenti Ds... ...segue dall'analisi che ho appena svolto. I dirigenti riformisti dei Ds si trovano nella circostanza in cui il loro interesse come ceto politico, come gruppo che vuole contare nelle scelte di governo, coincide con l'interesse del paese. L'interesse del paese - e qui non ho modo di sviluppare un'analisi che tanti, quorum ego, hanno svolto altrove - è quello di correggere le storture della seconda repubblica senza ricadere nei difetti della prima. (Non è forse sorprendente che nessuno abbia messo in rilievo con la dovuta enfasi che la nuova legge elettorale rovescia i risultati di un referendum che aveva coinvolto l'80% degli italiani? Non è forse questo silenzio un segno dei tempi, della rassegnazione di alcuni e della soddisfazione di tanti?) L'interesse del paese è di avere un sistema di alternanza civile, tra ceti politici diversi, e non la permanenza al potere dello stesso ceto: la democrazia ha delle difficoltà ovunque, è vero, ma è meglio una democrazia che consente agli elettori di sbarazzarsi di un ceto politico che non li ha soddisfatti che una democrazia che non lo consente. Un sistema maggioritario ben congegnato permette di raggiungere questo scopo assai meglio di un sistema proporzionale con premio di maggioranza come quello che il centro-destra è riuscito a imporre, vera polpetta avvelenata che già troppi hanno addentato. In un sistema maggioritario, poi, la costruzione di un grosso partito riformista, lo si chiami come si vuole, è fortemente incentivata, e non disincentivata come è in un sistema proporzionale. Tutto questo è un vantaggio per il paese e per la sua democrazia. Ma è anche un grosso vantaggio per la maggioranza riformista dei Ds: al di fuori di un sistema maggioritario e di un grosso partito riformista - dunque del partito democratico - essi incontrerebbero tutte le difficoltà che ho indicato prima. Di qui l'appello (a) si impegnino i Ds a imporre subito nell'agenda del governo una legge elettorale maggioritaria: meglio una a doppio turno di collegio, ma potrebbe anche andare una a turno unico e senza quota proporzionale, come voleva un referendum fallito per un soffio e per il quale, diciamo così, gli stessi Ds non si erano spesi all'estremo. (b) si impegnino i Ds a trovare un accordo con Margherita su un processo costituente del nuovo partito da svolgersi entro la prima parte della legislatura. Anche pagando prezzi organizzativi alti, non giustificati dai rapporti di forza attuali: Margherita ha potenzialmente opzioni maggiori e queste vanno remunerate. Non so se l'impegno dei Ds possa bastare per raggiungere questi risultati. Ma se i Ds non si impegnano, è sicuro che non saranno raggiunti.

Promozione elettorale a spese del contribuente La discussione sulla par condicio e sull’occupazione della televisione per spot elettorali in compagnia dei nuovi nani e delle nuove ballerine da parte del centro destra e del suo esponente di maggiore o minore spicco (fate voi), ci sta distraendo dallo spreco di risorse pubbliche utilizzate per propaganda elettorale. Una pubblicità sgangherata e mendace fatta sottraendo soldi alle famiglie italiane. Faccio tre esempi: - lo spot televisivo sulle Grandi Opere, quelle che non servono a nulla (ma servono, e come, a qualcuno) e che nessuno vuole, come il Ponte sullo Stretto, il Mose a Venezia e il TAC (Treni ad Alta Capacità, non TAV, l’alta velocità non c’entra nulla) in Val di Susa - l’opuscolo che il Ministero dell’Innovazione manderà per posta a 16 milioni di famiglie illustrando l’operato del Governo e l’avvento dell’era digitale (costo: più di settemilioni di euro) - la lettera che sarà inviata a tutti i bambini nati nel 2005 con “un grosso bacio” per informarli che hanno diritto a 1000 euro. In Internet questo modo di operare si chiama “spamming” ed è punito dalla legge, per il Governo si chiama informare, per il sottoscritto si chiama propaganda elettorale alle spalle dei cittadini.www.antoniodipietro.com

Inciucio a Milano «Il comportamento dei partiti ha generato un alto rischio di esplosione dell antipolitica che dovrebbe allarmare dirigenti politici. Ma nessuno sembra farci caso». Questa frase di Gad Lerner riassume i contenuti della serata di ieri alla camera del lavoro di corso di Porta Vittoria a Milano, dove Salvatore Bragantini, Gad lerner, Paolo Mieli hanno presentato Inciucio, ultimo libro di Peter Gomez e Marco Travaglio, in libreria da qualche tempo e già venduto in oltre 80mila copie. La serata non comincia granché bene: Salvatore Bragantini di Corsera - invitato all'ultimo momento a sostituire Ferruccio De Bortoli - pur denunciando malaffare e corruttele, pur ricordando l'importanza di seguire le regole, usa un tono piatto e monocorde e un tale eccesso di parole da risultare soporifero. Molto meglio fa Gad Lerner, più deciso, sintetico e prodiano. Si chiama fuori dal folto gruppo di colleghi iscritti alla loggia trasversale degli "inciucio boys", ma al contempo rinuncia a giudicarsi migliore di loro. Rifiuta la logica del "tanto sono tutti uguali", la sensazione diffusa che i leader si somiglino tutti, rivendicando una differenza netta e sostanziale tra destra e sinistra. Paolo Mieli si occupa di trasversalisti, che giudica più pericolosi dei corrotti. Ma nonostante gli sforzi, nonostante il riconoscimento del rifiuto della più alta e retribuita poltrona in RAI, non può che essere iscritto d'ufficio alla categoria. Non è un caso se nel secondo giro di brevi interventi, non sa che rispondere né alla domanda di Piero Ricca (*«che c'entrava il pregiudicato e colluso mafioso Andreotti con la rievocazione di Indro Montanelli»*) né a un altro spettatore che chiede conto del silenzio stampa - a cui il Corriere partecipa - sulla raccolta di firme contro lo scempio della Costituzione. Peter Gomez fa osservare come Mani Pulite abbia fatto passare in secondo piano il problema più grave, la partitocrazia. Negli anni '80 - ricorda Peter - i partiti (principalmente DC e PCI) certo occupavano ogni minimo spazio di potere e controllo, ma avevano almeno dietro di loro una forza popolare viva e pulsante, capace di dare impulso alla società. Oggi questa forza si è ridotta drammaticamente, i partiti rappresentano sempre meno gli elettori e sempre più se stessi. Di fatto sono tutti guidati da perdenti di professione, personaggi che in Francia o Germania si sarebbero ritirati, ma che in Italia continuano a detenere il potere pur privi di reale consenso popolare. Questa situazione si rivela in modo eclatante nello scandalo della nuova legge elettorale, che tra pochi giorni porterà un gruppetto di 15-20 persone a decidere chi saranno i 900 parlamentari della prossima legislatura. Marco Travaglio, dopo una breve introduzione sui rapporti tra Velardi e Saccà, con la nota fiction televisiva da 1milione a puntata e i grandi guadagni piovuti addosso all'amico di D'Alema dopo la breve presenza a Palazzo Chigi, si aggancia alle tesi di Lerner: ammette che a sinistra mancano le facce patibolari che infestano la destra, ma fa osservare che ciò che è simile è la concezione del potere. naturalmente si parla di Petruccioli e della sua visita a casa Berlusconi e di Bruno Vespa (*se quello è un giornalista, allora io faccio altro*). Travagli torna anche sulle intercettazioni Unipol (*«Consorte dice a Fassino che ha superato il 51%, ovvero di aver commesso un'illegalità visto che in Italia la legge impone l'OPA sopra il 30%, ma Fassino non fa una piega»*) e sulle polemiche per la sovraesposizione mediatica di Berlusconi in questi giorni (*«Il problema non è la presenza di berlusconi o Giovanardi, che si danneggiano da soli esibendosi, ma del fatto che da anni la RAI ha abolito le notizie dai propri telegiornali»*). Sala gremita e coda per le firme. Un pubblico affettuoso riconosce a Gomez e Travaglio il merito di insistere a fare i giornalisti, nonostante tutto. www.onemoreblog.org

Imparare da Berlusconi di Marco Travaglio L’altra sera, come ogni domenica, al posto della rassegna stampa il Tg3 ha mandato in onda il cosiddetto «editoriale» di Klaus Davi, al secolo Sergio Mariotti. Il wurstel dal volto umano discettava sul comprensibile stupore con cui la stampa di tutto il mondo segue la maratona televisiva di Bellachioma, visto che in nessuna parte del mondo s'è mai visto nulla di simile. Qualcosa però stonava, nell'analisi del Negronetto della massmediologia: il fatto che da anni costui si affatica a spiegarci che la tv non conta, non sposta voti, anzi è addirittura controproducente per chi ne usa e ne abusa. È quel che han sempre detto Lucia Annunziata, Francesco Merlo, Pigi Cerchiobattista e altri. Tutti a ripetere che Berlusconi non vince per le tv, ma perché interpreta al meglio l'Italia e gli italiani. L'idea che molti italiani siano stati plasmati per vent'anni dalle tv di Berlusconi non ha mai sfiorato questi geni della comunicazione. Essi, anzi, si affannano dal 2001 a spiegare all'Ulivo che «demonizzare l'avversario» è un boomerang (Davi ha addirittura pubblicato un libro dal titolo «Dì qualcosa di sinistra. Come vincere le elezioni senza parlar male di Berlusconi»). E il bello è che il centrosinistra ci ha creduto. Quando, due mesi fa, l'Annunziata invitò sulla Stampa a tenere lontani dal video gli epurati, i «radicali», i «Michael Moore italiani», per non «spaventare le classi medie» e non «far perdere le elezioni al centrosinistra», trovò immediata udienza: infatti, anche dopo la nota rivoluzione copernicana seguita all'ascesa di Petruccioli in Viale Mazzini, nessun epurato ha potuto metter naso in tv. La qual cosa non ha suscitato alcuna reazione apprezzabile. Naturalmente Bellachioma, che almeno di tv ci capisce e dunque non si circonda di Davi o di Annunziate, sa benissimo che demonizzare l'avversario paga. Non trovando un Berlusconi, un Previti, un Dell'Utri, un Cuffaro nell'Unione, è costretto a demonizzare con accuse false (Telekom Serbia, Mitrokhin, pressioni Ds sulle Generali per Unipol, comunismo-miseria-terrore-e-morte, Prodi amnistiato da leggi ad personam, Prodi complice delle Br nel caso Moro, Prodi svenditore della Sme e così via). Lo fa a reti unificate, 24 ore su 24, e recupera. Mentre chi potrebbe demonizzare con accuse vere, cioè informare correttamente i cittadini sentenze e dati alla mano, ha rinunciato a farlo dai tempi della Bicamerale. E ora è tardi. Bellachioma ha capito tutto, i suoi avversari poco o niente. Infatti continuano a concentrarsi su un aspetto marginale, collaterale, sostanzialmente ininfluente dell'offensiva del premier: il numero delle presenze in tv. Col risultato che un Vespa qualsiasi può metterli a posto pubblicando la classifica dei politici più invitati a Porta a Porta: nell'ultima legislatura, Bertinotti 43 volte, Pecoraro Scanio 40, Fassino 33, Mastella 32, Rutelli 31, Boselli 25, Fini 22, Follini 20, D'Alema e Berlusconi 10. E un Mimun qualunque può esibire il sostanziale rispetto della regola dei tre terzi (un terzo al governo, uno all'opposizione, uno alla maggioranza). Lo stesso calcolo demenziale che fa dire a Petruccioli che «fino a dicembre 2005 la Rai ha sostanzialmente rispettato l'equilibrio fra le parti» e che gli fa rispondere all'ultimo, drammatico messaggio di Ciampi con un imbarazzante comunicato congiunto, scritto a quattro mani con l'incompatibile Meocci. A nessuno di questi insigni studiosi viene in mente che, mentre perdono tempo al bilancino e al pallottoliere per calcolare quanto hanno parlato Pecoraro Scanio e Schifani, senza domandarsi di che cosa hanno parlato, da cinque anni la Rai (per non parlare di Mediaset) ha abolito le notizie. L'ha capito il cardinale Tettamanzi, che ha denunciato «la tv delle parole e delle opinioni, senza più i fatti». Vox clamans in deserto. Infatti la sinistra continua a protestare a colpi di cronometro, mentre la destra insorge come il sol nano per i contenuti, le rare volte in cui qualche programma, per sbaglio, svicola dall'«agenda unica» imposta da Bellachioma e sfiora qualche tema scomodo (la mafia a Report e a Blu notte, la censura e il conflitto d'interessi da Celentano, i delirii di mamma Rosa a Quelli che il calcio, la sospensione della parodia di Fassino a Parla con me, la minaccia del ritorno di Santoro). Bisognerebbe imparare almeno questa lezione, da Berlusconi. Invece, purtroppo, si sono imparate tutte le altre. www.unita.it

Prodi: da Berlusconi cinque anni di intimidazioni sui media L’analisi del Professore in «Ci sarà un’Italia», scritto con Furio Colombo. Ecco alcuni brani da l'Unità - 31 gennaio 2006 (...) COLOMBO Fatalmente le cose che hai detto ci portano a Berlusconi. È il vissuto italiano, come direbbe uno psicologo. È un leader autoritario e debole che ha fatto sbandare il veicolo Italia in un modo pauroso. Dunque dobbiamo parlarne. Come è potuto ac- cadere? PRODI Quello di Berlusconi è stato un caso di creazione prevalentemente mediatica della leadership, in cui non c’è stato gioco di squadra. Tale leadership non può per sua natura prendere alcuna decisione capace di riformare in modo profondo ed esteso il paese. Essa trova le energie per prendere solo le decisioni che riguardano direttamente i leader interessati. Questa non è perciò vera leadership, è esercizio di un ruolo personale – ma che non può essere in grado di coinvolgere tutto il paese. (...) A una coalizione riluttante è stata imposta la scelta personale del capo. Il prezzo pagato è quello di non fare scelte per il paese, perché quando imponi nella leadership un interesse personale paghi il prezzo di una paralisi generale delle azioni di governo. O perché non ha mai avuto una linea di governo, o perché ha pagato il prezzo dei suoi interessi, non c’è una riforma che sia in rapporto con l’interesse generale del paese. La scelta della Lega come alleato d’eccellenza di questa battaglia politica non è una scelta casuale ma naturale: è l’unico alleato che può piegarsi benissimo agli interessi personali, una volta ottenuto il proprio particolare obiettivo, una volta incassato il prezzo del proprio appoggio politico. La Lega non ha interesse al quadro d’assieme, non si cura dell’interesse generale, non ha né moralità né idee che non siano quelle della difesa del suo “particulare”. La necessità di durare, garantendo così i parlamentari fino alla fine della legislatura, ha reso possibili decisioni non condivise. Ma questa non è leadership. Può anche esserci una leadership che sfrutta la necessità di sopravvivenza e riesce a portarla fino in fondo ma a costo di non potere mai affrontare riforme di carattere generale. Per fare queste riforme bisogna sensibilizzare, motivare e coinvolgere un numero di persone che il governo ha sempre preferito tenere in un angolo. (...) COLOMBO Come spieghi, io me lo domando da giornalista, che i media e i suoi rappresentanti abbiano ceduto così presto, su un fronte così vasto, alle intimidazioni di Berlusconi? Come spieghi che in tanti abbiano accettato una limitazione clamorosa alla libertà d’informazione? PRODI Non lo so. Io in questi anni non ho fatto che incontrare persone che tacevano in pubblico, o partecipavano al gioco, e mi incoraggiavano a “tenere duro” in privato. L’unica risposta che ti do è che la condizione umana è fragile, che tutti abbiamo una famiglia, e che l’intimidazione di Berlusconi sui media è stata potente e prepotente. Non trovo altre spiegazioni, come non mi spiego come mai tante persone non c’erano e, se c’erano, dormivano. Non potrò mai dimenticare la toscana brutalità di Montanelli, che conosceva Berlusconi; ricordo che mi parlò a lungo degli atteggiamenti padronali che aveva avuto al “Giornale”, del modo esplicito con cui si occupava esclusivamente dei propri interessi. La sua conclusione, con un misto di intelligenza e scetticismo, fu: “Caro professore, bisogna provarlo”. Lui era anche certo che avrei perduto nel 1996 contro la grande forza di uno che prometteva tutto e sembrava rappresentare una novità. La prossima campagna elettorale si giocherà su mille problemi, ma il grande fatto nuovo è l’esperienza di Berlusconi che tutti gli italiani hanno provato. Berlusconi è stato “provato”, e il risultato è che ha fatto il suo interesse e che il paese sta molto peggio. (...) COLOMBO Tu dicevi che la natura umana è fragile, ed è vero. Inoltre la storia italiana dimostra la debolezza della nostra opinione pubblica, repressa e scoraggiata. Eppure un bel po’ di cittadini, come dimostra il fenomeno dei cosiddetti “girotondi”, oppure il milione di piazza San Giovanni, sembra aver capito molto prima la verità, indipendentemente da come ha votato. Forse anche molti di loro hanno visto in lui una novità ma sembrano essersi svegliati prima di tanti illustri commentatori. PRODI Negli ultimi mesi ho incontrato migliaia di persone. È chiaro che non sono rappresentativi del paese, perché sono nostri simpatizzanti. Mi vengono a salutare e a parlare, ma il loro stesso linguaggio è cambiato. Sono molto più seri e coerenti di molti commentatori. D’altra parte il mestiere di molti editorialisti è anche quello di tirare una polemica in lungo, meglio se una polemica vuota o finta. Da un aggettivo si riescono a fare dieci-quindici giorni di polemica, che è un bel modo per non occuparsi della realtà. Ciò che mi colpisce è la scarsità delle inchieste nei giornali: mancano le inchieste profonde sui temi più importanti, sulla criminalità o sugli andamenti delle economie regionali. Mancano le analisi su come stiano veramente le cose. Ora tocca andare a cercare in altro modo queste informazioni: la conoscenza del paese c’è meno nei media che tra la gente. (...) COLOMBO Ricordi quando a New York Berlusconi esortava gli investitori a venire in Italia dove – diceva – ci sono belle segretarie? PRODI Quello fu un errore di grossolano provincialismo. Qualcuno diceva che lo faceva per scherzo; ma quanti “scherzi” malriusciti si possono citare! Per esempio lo show al Parlamento europeo contro il capogruppo socialista. Ho, in quella occasione, avvertito un profondo senso di vergogna come tutti gli italiani presenti. Fini attraversò l’emiciclo e mi venne vicino, sussurrandomi di non infierire. Io l’ho rassicurato: “Ho senso patrio. Non infierisco”. Ma c’era poco da infierire. C’era il senso di uno scollamento totale del nostro paese rispetto agli altri. Sarà una bella fatica per un nuovo governo riacquistare la fiducia e il rispetto. Ma il secondo e più grave problema a lungo termine creato da questo governo è la politica economica nei confronti del resto del mondo. Non abbiamo seguito con la rapidità necessaria i cambiamenti, abbiamo perso contatto con i paesi del Mediterraneo. Abbiamo perso rapporti economici e penetrazione commerciale nei paesi dell’euro. I dati dell’export verso Germania, Francia e altri paesi dell’euro sono pesantemente negativi. Questi sono danni permanenti, nel senso che non sono rimediabili da un giorno all’altro. Soprattutto c’è l’idea di un’Italia non credibile, inaffidabile, che cambia bizzarramente la propria politica e le proprie alleanze. Questo è il maggiore elemento di preoccupazione. Poi c’è anche un problema che va al di là delle colpe di Berlusconi. Il nostro è un paese diventato meno interessante, in cui la discussione, il dibattito e l’innovazione intellettuale languono. Questo è un fatto difficilissimo da ricostruire, ma che ha un’importanza fondamentale. Sarà possibile far tornare l’Italia a essere un punto di riferimento di intellettuali, di giovani? Non tutto il danno è avvenuto negli ultimi cinque anni, ma il peggioramento durante questo periodo è innegabile. Il nostro viene visto come un paese disorganizzato e costoso. D’accordo, abbiamo San Pietro e gli Uffizi. Ma, come stiamo constatando, non basta. COLOMBO Questo porta al problema, che a volte viene trattato solo come polemica politica, ma che ha molta importanza per un futuro governo. Che fare con il lascito legislativo di questo governo e di questa sua maggioranza che non è stata una maggioranza ma uno schieramento succubo, agli ordini dell’esecutivo, al punto da approvare misure particolarmente importanti o particolarmente ver- 68 gognose senza alcuna discussione con l’espediente del voto di fiducia? PRODI Il primo impulso è quello di dire rifacciamo tutto, anche perché il paese vuole rifare quello che va rifatto. Tutte le leggi ad personam si cancellano subito. Ma non possiamo pensare che si possa semplicemente fare e disfare in ogni momento le cose. Bisognerà avere un atteggiamento saggio e problematico. Si devono cambiare aspetti importantissimi della legislazione passata, ma guai a farlo con la logica del pezzo per pezzo, o con la logica vendicativa. Il problema è avere un disegno riformistico complessivo, sempre dalla parte della rinascita del paese, del risveglio dell’economia, del rispetto della legge, della solidarietà, della diminuzione delle differenze esasperate fra gruppi e fasce sociali che si sono avute negli ultimi anni. C’è da seguire un binario di ripresa, di innovazione, ma anche di equità e sicurezza. Cambiare per cambiare non è il nostro progetto. Ma cambiare lungo linee precise di riorganizzazione e legalità questo sì, perché è così che si dà un grande impulso al paese. E da qui deriva la grande scelta degli investimenti produttivi rispetto a quelli finanziari. (...) -------------------------------------------------------------------------------- IL LIBRO Prodi riporterà democrazia, dignità, sicurezza Oggi il governo è chiuso in un ascensore bloccato L’ Italia sarà civile e libera una volta chiuso il talk show dell’odio e degli affari... L’Italia del potere e del peggior governo è ferma in un ascensore bloccato fra il non fatto e il non fattibile. Dentro ci sono ingiurie e sospetti, tradimenti e abbandoni, saluti sgarbati e bruschi ritorni, in una piattaforma immobile. La discussione politica è concitata e cieca, promette proditorie leggi elettorali e poi le ritira, nasconde sondaggi disastrosi per chi governa. È patetica e violenta. È un febbrile furto di poltrone, un rinfacciarsi di demeriti, un auto-attribuirsi di meriti che non hanno alcun rapporto con l’esito di una legislatura rovinosa per il Paese. I cittadini guardano tra condanna e sorpresa. Condannano perché coloro che governano hanno fatto così male, così poco, persino al di sotto della loro stessa moralità e immagine. Sono sorpresi perché nessuno, neppure gli avversari, si aspettavano una così accanita e rabbiosa autodistruzione. Mentre nell’ascensore bloccato del potere ci si dilania, sulle scale del malandato edificio Italia sale uno che porta con sé, e con chi lavora con lui, l’impegno di cancellare il peggio, ricostruire l’immagine del Paese e proseguire il cammino. Ha le persone adatte per farlo, integre e competenti. Vuol far tornare a vivere il condominio Italia. Qualcuno ha parlato con un po’ di sarcasmo del «condominio». Eppure è proprio questo che c’è da fare, con tenacia e saggezza: ogni abitazione, ogni vita, ogni attività e lavoro, in un contesto civile e ordinato, la strada bene illuminata che porta dignità, sicurezza e futuro. In questo libro Romano Prodi, giustamente orgoglioso delle cose che ha fatto, prima in Italia, poi in Europa, esamina i crolli, i vandalismi, le spaccature, i rischi. E dice ciò che si dovrà fare. Che mondo è, che mondo sarà? Che mondo è quello in cui non si possono soccorrere e assistere tutti i cittadini dopo un uragano nel Paese più ricco del mondo, dove i più poveri hanno atteso due settimane senza cure, senza cibo né acqua negli ospedali di New Orleans pieni di morti? Che mondo sarà se modernità è tagliare ogni spesa sociale, se solidarietà è una parola elettoralmente dannosa, se ti dicono che per governare bene devi abbandonare le coppie di fatto al loro destino e i Paesi poveri alla loro iniziativa privata, se la marcia dell’umanità ci deve condurre al centro, cioè da dove eravamo partiti? Che mondo è senza Nazioni Unite? E noi? In Italia, nell’Italia di questo governo, le leggi sono contro le leggi, contro i cittadini e a favore di una sola persona. Ti dicono con allegro entusiasmo di non pagare le tasse. La legge per le comunicazioni serve a bloccare le comunicazioni. La legge sulla giustizia ha il solo scopo di far tacere i giudici. La legge sull’istruzione taglia la scuola pubblica e separa gli studenti - chi lavora da chi continua a studiare - mentre sono ancora bambini. Le modifiche alla Costituzione sono contro la Costituzione. E un ministro raccomanda ai cittadini di non far storie e di imparare a convivere con la mafia. È un’Italia dove c’è chi sta al governo ma scardina l’armonia del Paese, brucia i giacigli degli immigrati, distrugge le abitazioni di lavoratori legali, dichiara la guerra santa, versa orina di porco sulla terra in cui doveva sorgere una Moschea, abbatte - come ha fatto il sindaco Gentilini a Treviso - le povere abitazioni di lavoratori stranieri e legali mentre sono al lavoro e le loro donne e i bambini devono cercare rifugio nella Cattedrale come nel Medioevo. È un’Italia dell’odio che attacca, offende, esclude, perseguita e poi si proclama civiltà superiore profittando del fatto che tutto quello che accade in questo Paese allo sbando non si è visto in televisione. È un’Italia in cui chi è al potere, quando è sicuro di perdere, tenta di cambiare in modo prepotente e bizzarro la legge elettorale, sperando di tenere a bada lo schiamazzo nell’ascensore fermo fra due piani, bloccato dal cumulo di promesse mancate, fatte in tutte le televisioni e nei manifesti giganti sei metri per tre, una lunga fila di cose impossibili perché inventate nell’entusiasmo allegro e bugiardo dei talk show, solo per fare spettacolo. In queste pagine Romano Prodi racconta, ricorda, risponde, preannuncia e parla dell’Italia che propone di governare. È lo stesso Romano Prodi che aveva governato con integrità e buon lavoro come Primo Ministro portando - con sorpresa di tanti - una Italia affannata tra i Paesi fondatori della moneta unica. È lo stesso Prodi che andava poco in televisione, non faceva false promesse e ogni volta manteneva con esattezza la parola data ai cittadini. È lo stesso Prodi che la gente, dalle finestre, ha applaudito a lungo quando ha lasciato Palazzo Chigi, e che i deputati europei hanno applaudito a lungo a Strasburgo quando ha concluso il suo compito in Europa. Finisce lo spettacolo, costato troppo all’Italia in ricchezza e reputazione, mentre dietro le quinte aumentano vantaggi personali e si accumulano leggi private per qualcuno. Finisce il silenzio stampa imposto da un governatore controllore-uomo d’affari-proprietario che era in grado di far tacere chi voleva, quando voleva, e di fare apparire sullo schermo solo chi lo rappresentava. Comincia la strada per tornare dalla finzione del talk show alla democrazia del Paese, quella in cui il dialogo non è fra televisione e televisione o tra proprietà private del padrone-premier, ma quello normale di tutti i Paesi liberi, fra cittadini e governo. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

L'elettore incanalato Valentino Larcinese Si torna a discutere di televisioni e della legge sulla par condicio, che ha come obiettivo la "tutela del pluralismo, dell’imparzialità, dell’indipendenza" dei mezzi di informazione in periodo di campagna elettorale. Una discussione razionale di questi temi non può fare a meno di chiedersi quale influenza abbiano le televisioni sulle scelte di voto degli italiani. Una televisione influente Sembra di poter dire che i politici e i loro consiglieri pensano che la tv, di influenza, ne abbia molta, almeno a giudicare dall’importanza che attribuiscono a questo tema e da quanta energia dedicano a commentare le trasmissioni televisive. E forse qui potremmo fermarci perché, si dirà, loro ne sanno certamente più di noi. In realtà, gli studi che riguardano gli effetti dei media sul comportamento elettorale danno risultati tutt’altro che univoci. Occorre inoltre distinguere fra vari tipi e modalità di effetto (conversione, mobilitazione, agenda setting eccetera). (1) In breve, non pochi sono i problemi che si deve porre chi voglia identificare tali effetti e discuterne seriamente. Nel caso italiano vale però la pena di discutere anche di un altro fenomeno: "l’incanalamento" dell’elettore. Analizzando l’indagine campionaria dell’istituto Cattaneo condotta dopo le elezioni del 2001, si scopre che, fra coloro che hanno dichiarato di guardare i telegiornali prevalentemente sui canali Mediaset, il 56 per cento ha votato per la Casa delle Libertà, il 15 per cento ha votato per l’Ulivo e il rimanente ha votato per altri partiti o non ha votato. Fra coloro che hanno seguito le news prevalentemente sulla Rai, il 43 per cento ha votato per l’Ulivo e il 25 per cento per la Cdl. Nel 1996 le proporzioni non furono significativamente differenti, sebbene ovviamente più favorevoli all’Ulivo, che ottenne più voti e vinse le elezioni. La stessa sostanziale polarizzazione si riscontra nella quota proporzionale: nel 2001, tre voti su quattro per Forza Italia, e solo uno su cinque per l’Ulivo, vennero da ascoltatori dei telegiornali Mediaset. Questi dati non implicano che gli elettori siano stati influenzati nelle loro scelte dai telegiornali. È anzi probabile che buona parte di questa correlazione sia dovuta all’effetto contrario: ossia, elettori che erano già favorevolmente predisposti verso la Casa delle Libertà abbiano preferito i canali Mediaset, mentre i sostenitori dell’Ulivo sceglievano i canali Rai. Ci sono molti motivi per cui questo può accadere: diversi studi, ad esempio, sembrano indicare che gli elettori sono alla ricerca di informazioni che confermino piuttosto che contraddicano quello che pensano (confirmatory bias). È addirittura possibile che, quando un telegiornale (o un quotidiano) contraddice le nostre opinioni, si arrivi a considerarlo di cattiva qualità, quindi evitando di guardarlo ancora in futuro. No, non è la Bbc Questo fenomeno di esposizione selettiva è molto comune, anche in democrazie che hanno una tradizione tutto sommato più consolidata della nostra. Dai dati del British Election Study, ad esempio, si evince che, nelle elezioni del 2001 in Gran Bretagna, circa il 60 per cento dei lettori del Guardian, tradizionalmente schierato a sinistra, votò per il partito laburista, rispetto al 17 per cento dei lettori del Daily Telegraph, vicino ai conservatori. Se però l’esposizione (politicamente) selettiva è piuttosto normale per i quotidiani, rimane un fenomeno molto più raro nel mondo delle televisioni. In buona parte delle democrazie avanzate, e con qualche rara eccezione (ad esempio Fox News negli ultimi anni negli Stati Uniti), le televisioni, proprio per il fatto di rivolgersi a un pubblico ampio piuttosto che di nicchia, tendono ad assumere posizioni politicamente sfumate e dunque di solito non polarizzano l’opinione pubblica. Questo è un dato importante perché la televisione raggiunge molte più persone, spesso con opinioni meno definite, ed è quindi un mezzo elettoralmente molto più potente dei quotidiani. Tornando al Regno Unito e provando a vedere come si dividono elettoralmente i telespettatori della Bbc (o anche di altri canali), ci si accorge di fatto che le variazioni rispetto al risultato elettorale complessivo sono minime. In altri termini, il telespettatore medio della Bbc corrisponde anche alle caratteristiche dell’elettore medio. I dati italiani mostrano invece una correlazione molto robusta fra scelte televisive e scelte di voto: il telespettatore medio delle reti Mediaset corrisponde maggiormente all’identità dell’elettore medio di centrodestra. Dunque, o gli elettori sono in qualche modo influenzati dalle televisioni o, altrimenti, selezionano i canali in modo partigiano, percependone una chiara scelta di campo. Si noti che tale percezione non è infondata, visto che i dati dell’Osservatorio di Pavia confermano in pieno il diverso comportamento di Mediaset e Rai, almeno finché il centrosinistra è stato al governo. (2) A scavare ulteriormente nei dati si scopre infine che la forte polarizzazione delle abitudini televisive degli italiani alle ultime elezioni politiche ha qualcosa a che fare con le predisposizioni di tipo ideologico o con opinioni su problemi specifici. E, tuttavia, ha molto di più a che fare con la valutazione che si dà della persona e dell’operato di Silvio Berlusconi, al tempo stesso candidato di una delle coalizioni e proprietario di uno degli "schieramenti" mediatici. Elettori che esprimono un giudizio favorevole su Berlusconi non solo sono, come è ovvio, più propensi a votarlo, ma esprimono anche una valutazione molto più positiva delle reti Mediaset e dunque sono più propensi a esserne ascoltatori. Qui ovviamente si entra nel campo dei possibili effetti di lungo periodo, troppo difficili da identificare perché se ne possa parlare concretamente e, ciononostante, potenzialmente non meno importanti. Le conseguenze sul dibattito politico Al di là delle possibili conseguenze in termini di voti, resta dunque da chiedersi quali siano le implicazioni di questa simbiosi fra canali televisivi e partiti per il nostro dibattito politico. Un elemento che emerge dai dati è che ciascuna fonte di notizie appare poco credibile a una parte non trascurabile dell’elettorato. Di conseguenza, molti elettori non si espongono a opinioni contrastanti, ma, nella migliore delle ipotesi, restano "incanalati" nella propria area di influenza. Per concludere, è difficile negare l’importanza della "deliberation", del dibattito che precede la presa di decisioni collettive, nella vita e nella crescita di una democrazia. Attraverso la discussione razionale, pur nella diversità di opinioni, tutti possono crescere e farsi idee più precise e consistenti su quali siani i problemi più urgenti e su come risolverli. L’anomalia mediatica italiana sembra purtroppo avere, al di là delle sue implicazioni elettorali, anche la conseguenza di non favorire il dibattito e il confronto di idee. (3) (1) Per una rassegna si veda il saggio di Mauro Barisione "Gli effetti delle comunicazioni politiche di massa sul voto: un panorama delle ricerche" in G. Sani (a cura di), Mass media ed elezioni, Bologna, Il Mulino (2001). (2) Si veda al riguardo l’interessante saggio di Sani e Legnante "La politica in televisione (1997-99)", in G. Sani (a cura di) "Mass media ed elezioni", Bologna, Il Mulino (2001). (3) Ulteriori dettagli sono disponibili in un paper in inglese scaricabile dalla seguente Url: http://personal.lse.ac/ www.lavoce.info

Il finto proporzionale con il pallottoliere Elezioni. Con la formazione delle liste si evidenziano le contraddizioni della nuova legge elettorale. Ora colpiscono il centrosinistra, ma presto colpiranno pure il centrodestra Franco Astengo Il giudizio di partenza è stato pressoché unanime: la nuova legge elettorale era stata elaborata dalla nuova maggioranza di governo per ragioni di mero opportunismo tattico, allo scopo di limitare numericamente una sconfitta che già qualche mese fa appariva annunciata. Una legge i cui meccanismi applicativi non sono stati certo pensati in chiave sistemica per corrispondere ad esigenze di miglioramento della rappresentanza politica e della formazione dei criteri di governabilità. Tanto è vero che, oggi, in fase di formazione delle liste in previsione delle elezioni del prossimo 9 aprile, emergono già insostenibili contraddizioni. Almeno tre elementi, che corrispondono in misura decisiva al rapporto tra strumenti e obiettivi, risultano tra di loro in evidente contrasto: la competizione tra le liste (la cosiddetta “proporzionale” che, nella fattispecie, come dimostreremo meglio in seguito, proporzionale proprio non è), le diverse soglie di sbarramento, il bipolarismo. E' il centrosinistra a trovarsi, in questo momento, nelle difficoltà maggiori ma toccherà, presto, anche al centrodestra, allorquando anche questo schieramento entrerà più direttamente nel merito della formazione degli assetti sui quali basare la propria presenza alle prossime elezioni legislative. L'attuale difficoltà del centrosinistra deriva dall'esigenza di adempiere a uno degli obblighi che, sul piano politico-elettorale, presenta una competizione che si vuol intendere come bipolare: l'espressione del massimo di capacità coalizionale. Proprio per garantire il massimo d'esercizio di questa potenzialità, il centrosinistra ha preteso che tutte le forze politiche collegate all'interno di una coalizione, al di là del superamento della soglia di sbarramento, concorrano con i loro voti alla formazione della percentuale di coalizione e, quindi, all'eventuale conseguimento del premio di maggioranza (su scala nazionale per la Camera, a livello regionale per il Senato). In questo senso, anche una lista dell'1% può avere un peso decisivo nella determinazione degli equilibri complessivi. A questo punto, però, sorge la difficoltà di cui si faceva cenno all'inizio: il centrosinistra è composto da una molteplicità di forze politiche, comprese alcune che si situano più o meno al di sotto dalla possibilità di raggiungere la soglia del 2% (Udeur, Italia dei Valori, fors'anche il PdcI). Queste forze chiedono che, a fianco delle loro liste (da presentarsi necessariamente, proprio per via di quel discorso di coalizione che abbiamo esposto poc'anzi) ci sia la possibilità di avere una sicura rappresentanza parlamentare, attraverso la presenza di loro candidati anche all'interno delle liste sicure di conseguire un elevato numero di seggi (la questione riguarda in particolare la lista dell'Ulivo, imperniata su Ds e Margherita ma che, in partenza, dovrebbe comprendere anche Repubblicani europei, l'eventuale Lista civica nazionale e il collegamento con i candidati della Svp). Insomma, nelle liste dell'Ulivo, dovrebbero esserci anche candidati di Udeur, Italia dei Valori e forse PdcI e, a fianco di queste candidature, le liste concorrenti degli stessi partiti. Verrebbe da dire: una contraddizioni in termini che toccherà vivere, ripetiamo, anche al centrodestra quando si tratterà di discutere della collocazione di Alternativa sociale, Fiamma tricolore ed altri. In realtà il punto focale di questo meccanismo, quello che ha provocato la possibilità di far emergere tale evidente distorsione, risiede proprio nella possibilità da parte di partiti che non dovessero raggiungere la soglia di sbarramento a concorrere alla formazione del "premio" ( premio “di minoranza” vorrei ricordare, perché non prevede, per essere conseguito, il raggiungimento di alcuna soglia: contrariamente, ad esempio, alla famosa “legge truffa” del 1953, che prevedeva per gli apparentati il superamento del 50% dei voti validi). Emergono, poi, altre macroscopiche contraddizioni: un partito dell'8%, se posto in coalizione con un solo altro partito dell'1,5% (complessivamente il 9,5%) resterebbe escluso dalla ripartizione dei seggi per la Camera, e altro ancora. Tralasciamo, in questa sede, il giudizio (totalmente negativo) sulle liste bloccate che consegnano ai partiti, nel momento stesso della loro massima debolezza sociale, l'apice storico nella detenzione del potere di nomina, e concludiamo invece ricordando che questa legge può essere definita in molti modi ma non certo come "proporzionale" (certamente, alle fine, non contribuirà a ridurre la frammentazione, incentivando aggregazioni soltanto in via strumentale). Deve essere sottolineata con forza, infine, la necessità di provvedere, con la massima urgenza fin dall'avvio della prossima legislatura, a una radicale correzione di rotta. Correzione da intendersi nel senso di una ricerca per migliorare la rappresentatività reale dei consessi elettivi. www.aprileonline.info/

Berlusconi sta vincendo - La conclusione è che si finisce col parlare soltanto di lui. Per inneggiarlo o vilipendiarlo, questo non importa. Lui questo vuole: che il suo corpo sia al centro del dibattito e al massimo della visibilità”. Eugenio Scalfari, La Repubblica, domenica 29 gennaio 2006. Finalmente qualcuno comincia a capirlo, e a scriverlo. Da alcuni mesi Berlusconi sta conducendo una campagna mediatica precisa, insistente e ben costruita, ma nessuno (tranne Ciampi) sembra veramente preoccuparsene e soprattutto reagire. Il suo scopo, perfettamente raggiunto, è di dettare direttamente l'agenda mediatica. E di essere sempre e comunque lui al centro del dibattito, in quanto promotore (caso Unipol) oppure in quanto oggetto (eccessiva presenza televisiva). Da alcuni mesi ogni giorno quotidiani e televisioni, senza eccezioni, riportano gli argomenti decisi e voluti da Berlusconi. Nelle ultime settimane l'argomento è la sua presenza nei media. Molti dei commenti politici e molte analisi che si leggono sui quotidiani interpretano questo ossessivo protagonismo come un segno di debolezza. Ricordano i sondaggi che sono sfavorevoli al Cavaliere nonostante la sua offensiva mediatica. Minimizzano gli esiti (il voto è lontano) oppure li ridimensionano: “occorre evitare la tentazione di sovrapporre media e realtà. Non si vota – ancora – con il telecomando. E i risultati elettorali non li dà auditel” (Ilvo Diamanti, Repubblica di oggi domenica 29/01). Non sono affatto d'accordo. Quando leggo questi articoli, quando vedo i titoli dei giornali, ultimamente (soffocando una consistente rabbia) mi chiedo: esiste qualcuno in questo Paese in grado di CAPIRE qualcosa di comunicazione mediatica, e delle sue elementari regole, oltre a Berlusconi e al suo entourage? Mi pare proprio di no. Provo a spiegarmi con qualche considerazione ed esempio. Punto1. Nella comunicazione televisiva il contenuto verbale incide per una percentuale che va dal 8% al 15%. Tutto il resto (dall'85% a oltre il 90%) dipende da quello che comunica l'immagine (comunicazione non verbale). Qualsiasi studente di scienze della comunicazione al primo anno lo impara. Questo significa che l'intervistato (B.) che ieri sera io ho visto al programma L'Incudine su Italia 1 è prima di tutto una persona elegante, competente, sorridente e affidabile. Perché è QUESTO quello che passa prima di tutto. Quello che Berlusconi ha DETTO (solite litanie contro la magistratura, contro la sinistra incapace, contro l'euro) conta molto ma molto meno, a livello comunicativo. Questo Berlusconi lo sa benissimo: per questo può permettersi di giocare nelle trasmissioni, e lo fa con una abilità assoluta: spolvera la giacca a Rutelli, da regali a Bertinotti, risponde ad ogni domanda scomoda dicendo esattamente quello che vuole, attinente o no. Perché sa (ed è l'unico a saperlo bene in uno studio televisivo) che conta molto di più sorridere e sembrare competenti di qualsiasi altra cosa. E lui in questo è un vero maestro. Gli altri, che vorrebbero sinceramente fare una discussione, non hanno capito che la televisione non serve a discutere seriamente, ma solo a fare spettacolo. Questo è il punto: solo lui lo sa. Per questo ieri sera durante il programma condotto da Martelli, ad un certo punto della trasmissione in modo evidente i direttori dei quotidiani hanno iniziato ad avere espressioni rassegnate. Volevano ragionare e discutere, ma era impossibile. Non hanno ancora capito che in televisione non serve ragionare, ma invece serve molto essere fluidi nel discorso, dare una parvenza di competenza e soprattutto sorridere sempre. L'unico che lo sa è Berlusconi. E' l'unico veramente a suo agio, consapevole di avere davanti solo comparse (non interlocutori) che gli danno l'occasione di dire quello che vuole. E' contento e ha ragione di esserlo. Per essere molto chiari: nessuno qui sta dicendo che le persone non ascoltano quello che viene detto e non ragionano. Ma attenzione alle caratteristiche strutturali del mezzo televisivo: non è quello che si dice alla tv che pesa, ma COME SI E'. Con buona pace dei commentatori del giorno dopo che discettano sui contenuti, e non si accorgono che il vero messaggio che passa è la competenza e l'affidabilità del protagonista. Punto 2. Duelli televisivi. Per lo stesso principio appena enunciato Berlusconi cerca e vuole incontrarsi in questo periodo con chiunque in tv e ovviamente ci riesce (una domanda: negli ultimi due mesi qualcuno mi indica per favore una cosa importante che B. voleva fare e che non è riuscito a portare a compimento? Oggi se non ricordo male doveva essere il giorno dello scioglimento delle camere, ma mi pare che nonostante Ciampi le camere resteranno aperte per altri 10 giorni). Il motivo della ricerca dei duelli è molto semplice: il nostro Presidente-presenzialista nei sondaggi è evidentemente sotto nelle preferenze, e deve rivolgersi non tanto al suo elettorato deluso – che lo rivota di sicuro – ma agli indecisi. L'operazione più semplice è eliminare le distanze con gli avversari, in modo che a parità di possibilità il voto vada a lui. E quello che serve è semplicemente proporsi come gli avversari, anzi più affidabile (inoltre è sicuramente più efficiente e non ha bisogno di dimostrarlo). Ed ecco la trasmissione con Bertinotti da Vespa (11 Gennaio): negli articoli di giornale del giorno successivo tutti scrivevano che nello scontro Bertinotti “aveva vinto ai punti”. E giù a confrontare gli argomenti. Provo a dire quello che ho visto io, nei 40 miniti di trasmissione: due distinti signori, eleganti e composti, a proprio agio, in uno studio amichevole, che si scambiavano regali e cortesie e complimenti a vicenda. Che si sorridevano compiaciuti di loro stessi. La differenza tra i due: inesistente. E questo è il punto. Certo, si sono detti di non avere le stese idee su tutto (meno male, almeno questo) ma non era questo essenziale. L'essenziale era l'impatto, sopra descritto, e un altro elemento su cui non ho trovato una riga di commento in nessun giornale: il titolo. “Il comunista e il liberale”. A tutto sfondo. Ecco: chi ha accettato di sedersi in quello studio con quel titolo, ha accettato questa suddivisione, dichiarando implicitamente che Berlusconi è un grandissimo liberale. Bertinotti, prima e sopra ogni altra cosa ha detto questo, a tutti i telespettatori. Vivissimi complimenti. Altro che vittoria ai punti. Berlusconi ha vinto alla grande. Sta vincendo alla grande. Tutti i duelli televisivi, se condotti con questa inconsapevolezza, avranno un solo vincitore: lui. Punto 3. Sondaggi. Tutti i sondaggi riferiscono che l'Unione è in vantaggio, e che queste continue presenze in tv non hanno avuto l'esito sperato. Faccio notare che verificare a una settimana di distanza l'effetto di queste apparizioni televisive fa ridere. Il lavoro che sta facendo Berlusconi è di quelli che si vedranno nel momento giusto (quando gli elementi di decisione saranno non tanto e non solo quelli razionali). Parentesi obbligatoria: perché qualcuno che capisce qualcosa di comunicazione e media non fa una breve lezione ai responsabili della sinistra? Io sono uno studioso della materia, mi offro gratuitamente. Vi prego, fate qualcosa. Ecco dunque alcuni motivi a causa dei quali secondo me Berlusconi sta vincendo. Sta utilizzando in maniera spregiudicata e consapevole (ed è l'unico) i media e soprattutto la tv, e ha una strategia precisa e chiara. Esattamente quello che manca alla sinistra. Nè vedo una consapevolezza delle potenzialità dei media e della pericolosità della situazione. Questo è molto grave, perché comunicazione e democrazia sono legate a doppio filo (motivo della nascita e dell'esistenza di Megachip). Ricordo ai responsabili della sinistra che i media hanno le loro regole e che possono e devono essere uno strumento da utilizzare in maniera attiva. Bisogna svegliarsi e utilizzarli, i media, invece di continuare a subirli (qualche modesto consiglio, in calce). Infine non è una tentazione, ma un dato di fatto, che media e realtà si confondano. La confusione tra realtà e rappresentazione è uno dei principali problemi anche a livello educativo. E in Italia, caro Diamanti, si vota soprattutto con il telecomando. Per quale altro motivo Berlusconi è al governo, e rischia di restarci? Marco Grollo Responsabile Settore Scuola e Formazione Segreteria Nazionale Megachip PS: Brevi proposte a margine a. Definire una strategia comune di comunicazione Finchè sarà Berlusconi a decidere temi e argomenti, sarà lui il vincente. Ma anche se dispone di un enorme potere mediatico, il potere di iniziativa ce l'ha anche l'opposizione. Occorre usarlo consapevolmente, e costringere l'avversario su un campo di gioco diverso. Anzi, diciamo che è l'unico modo per poter vincere. Io (e qualche milione di Italiani) vorrei vedere ogni tanto qualche titolo di giornale con scritto: “PRODI: La casa delle libertà non ha né un programma né un leader” “PRODI: L'Unione farà la riforma della RAI” “PRODI: Chi falsifica i bilanci è un ladro, danneggia l'economia: rifaremo la legge subito” “PRODI:. Chi non sopporta le critiche non è democratico, tende al dittatoriale” “PRODI: Faremo una vera legge sul conflitto di interessi” etc. Credo che non servano molti suggerimenti, in fondo. Ci può essere un titolo per ogni giorno da qui al giorno delle elezioni. A questo proposito segnalo due piccole cose su cui personalmente aprirei i fuochi: su Repubblica di venerdì 27 si dice che è in atto una manovra per “sistemare” 600 portaborse e segretari particolari e farli diventare dipendenti pubblici (a fine legislatura ognuno dovrebbe tornare a fare il suo lavoro). Per un governo che dice di voler snellire lo stato non mi sembra male. Vogliamo metterlo in prima pagina questo articolo? Perché questi devono diventare dipendenti pubblici senza un concorso? Secondo: direttore di Repubblica, perché pubblichi l'assoluzione di Luttazzi e Travaglio in una noticina a pag 14 (Repubblica di Sabato 27 Gennaio) invece che in prima pagina? Sono queste le notizie su cui aprire i dibattiti. “La critica è stata esercitata secondo i canoni dell'interesse pubblico, dell'attendibilità, della verifica delle fonti e della correttezza della forma.” Questo è un tema centrale: Mediaset (e Berlusconi) ha perso la causa, e il criminale non è Luttazzi ma chi lo ha fatto tacere. Su questo e sulla libertà di espressione in questo Paese si deve aprire un confronto. Oppure no? b. Rompere gli schemi Per esempio, rifiutare di andare ad una trasmissione televisiva motivando (la lettera di Emma Bonino a Vespa di oggi, in prima pagina su Repubblica, è un ottimo esempio). Meglio ancora andare in trasmissione, leggerla a tutti e salutare cordialmente. Un altro suggerimento potrebbe essere bloccare la par condicio, per sollevare la questione informazione e democrazia. Come forma di protesta per i primi 10 giorni di par condicio nessuno della sinistra va ne ai dibattiti, ne rilascia dichiarazioni. Non solo, ma annuncia denunce per tutti i programmi che si faranno senza un contradditorio. Tg compresi. Questo metterebbe in crisi il sistema (e renderebbe evidente lo stato di occupazione sia della tv pubblica che gli orientamenti di mediaset). Sarebbe una protesta senza precedenti. Proporzionata all'occupazione della televisione, che è senza precedenti. Ovviamente occorrerebbe una coesione totale all'interno dei partiti del centrosinistra e una preparazioni di comunicati congiunti quotidiana. Avrebbe un impatto fortissimo. c. Assumere qualcuno che ci capisca qualcosa di comunicazione politica e media. Da quello che si vede, questo è un investimento che non c'è e se c'è non è adeguato. Il centrosinistra dovrebbe non solo vincere, ma avere dei margini molto alti, dopo questi 5 anni di governo. Prodi, se ci sei fai mente locale. Velocemente, grazie.

Rispetto per la scelta democratica palestinese
di Jonathan Steele (Guardian)
Se l’Europa vuole aspirare ad un ruolo indipendente dall'approccio Usa in Medio Oriente, è vitale che continui a finanziare l’Autorità palestinese nonostante la presenza nel governo di Hamas. Hamas deve essere incoraggiata ad aspirare ad essere più onesta dei suoi predecessori
Il trionfo di Hamas nelle elezioni palestinesi di giovedì è la migliore notizia che arriva dal Medio Oriente da molto tempo a questa parte. Il voto ha rappresentato un’impressionante manifestazione di democrazia maggiore che in ogni altra regione, superando il voto dell’anno scorso in Libano e in Iraq sia in quanto a dimensioni che per quanto riguarda la differenza di prospettive che i candidati rappresentavano.

Mentre in Iraq i partiti che si opponevano all’occupazione dovevano mitigare o persino oscurare le loro vedute, i sostenitori palestinesi della resistenza armata alle strategie espansioniste di Israele hanno potuto venir fuori liberamente. E’ vero che i candidati di Hamas non hanno fatto delle loro relazioni con Israele la colonna portante della loro campagna. Piuttosto si sono concentrati sulla riforma dell’Autorità Palestinese. Ciononostante, pochi erano gli elettori inconsapevoli dell’ostilità senza compromessi di Hamas all’occupazione, e del suo obiettivo di combatterla.

Le elezioni di giovedì sono importanti anche perché non devono nulla agli sforzi (selettivi) di Washington di promuovere la democrazia nel mondo arabo. Al contrario, è stata un’ulteriore prova che la società civile in Palestina è più viva che in qualsiasi altra zona della regione mediorientale e che i politici palestinesi hanno delle loro proprie dinamiche, dettate non da pressioni esterne ma dalle richieste economiche e sociali di gente ordinaria comune che si trova in condizioni disagiate. Dopo tutto, la democrazia altro non è che il fornire un forum dove esprimere liberamente speranze e paure, dibattere le politiche e cercare soluzioni concordate.

Come era prevedibile, ad Israele e a Washington le reazioni di fronte alla vittoria di Hamas sono state negative. I governi europei dovrebbero essere in grado di essere più sensibili. La prima parola d’ordine è la cautela. Applaudire il processo ma non prendere posizione sul risultato. In questo periodo in cui si chiariscono le cose e Hamas definisce le sue priorità di governo, gli europei dovrebbero chiedersi perché Hamas abbia tutto questo sostegno.

Tra i vari leader di Hamas che ho incontrato a Gaza la scorsa estate, Mahmoud Zahar, uno dei fondatori, ancora vivi, lasciava trasparire il più chiaro senso di profonda lucidità. Formatosi come dottore a El Cairo, è adesso una piccola figura di mezza età con capelli grigi pettinati alti, che mi ha suscitato varie impressioni.

Non ci troviamo di fronte a un rivoluzionario guidato da Mosca o ad un ricco combattente della jihad come Osama Bin Laden, motivato dall’ideologia o dal desiderio di avventura. Come altri abitanti di Gaza, ha vissuto l’occupazione sulla sua pelle. Sua moglie è rimasta paralizzata e il suo figlio più grande è stato ucciso da un attacco israeliano a base di F16 nella sua casa nel 2003. Zahar era nel proprio giardino ed è stato fortunato ad essere sopravvissuto. Nonostante ciò, ha preso la guida lo scorso anno persuadendo i suoi colleghi che Hamas doveva dichiarare una tregua o un periodo di “calma” con Israele. Per 11 mesi nessun membro di Hamas ha condotto un attentato suicida. Questa è senza dubbio una conquista, una conquista che i diplomatici stranieri raramente prendono in considerazione.

Le ragioni di Zahar non erano solo tattiche – il desiderio di negare a Sharon il pretesto per abbandonare il suo ritiro da Gaza. La sua strategia è di ridurre il confronto con Israele per un periodo sufficientemente lungo, in modo che la società palestinese possa ritrovare la sua unità, rivitalizzare la sua forza morale e ripulire le proprie istituzioni. Sente che i governi occidentali forniscono aiuto e utilizzano le negoziazioni con Israele solo per definire condizioni e per esercitare pressioni, e non negli interessi della giustizia.

Così vuole che i Palestinesi vengano rappresentati da una larga coalizione governativa che guardi al mondo arabo e a quello islamico come partners economici e come fornitori di supporto diplomatico. Una sorta di “unilateralismo parallelo”, che si addice a un clima in cui il mero campo di pace ha chiaramente perso ogni reale capacità. “Il comportamento di Israele mostra che non vi è nessuna intenzione di firmare accordi. Faranno molti passi unilaterali”, mi ha detto Zahar. “In questa situazione mal bilanciata e con l’interferenza dei paesi occidentali negli affari interni di ogni nazione araba, specialmente Siria e Libano, noi possiamo vivere senza firmare nessun accordo e avere un periodo di calma per molto tempo. Siamo a favore di un tregua di lungo termine senza il riconoscimento di Israele, anche chi sostituirà Sharon è anche in cerca di una tregua. Tutto cambierà in dieci o vent’anni”.

Zahar mi ha anche lasciato con pochi dubbi sull’incombenza della questione del potere. Ha sottolineato che Mahmoud Abbas rimarrà presidente per altri tre anni, come a dire che egli può rappresentare un fronte conveniente per gli inevitabili poco produttivi dibattiti con Washington e Israele, mentre Hamas agirà come cane da guardia sulle questioni essenziali. “Non ci saranno contraddizioni tra consiglio legislativo palestinese e presidente”, ha detto. “Noi saremo guardie della sicurezza, e la valvola di sicurezza contro ogni tradimento”.

Insieme alla necessaria cautela nella reazione alla vittoria di Hamas, la seconda priorità dell’Unione europea dovrebbe essere quella di operare all'insegna della continuità. Qualsiasi taglio negli aiuti europei sarebbe solo un regalo alla linea dura israeliana. L’Europa è il maggiore donatore internazionale all’Autorità palestinese e Javier Solana, il responsabile della politica estera europea, ha preso una grossa cantonata lo scorso mese, quando ha dichiarato in una conferenza stampa a Gaza che “sembra davvero improbabile che i soldi e gli aiuti destinati all’Autorità palestinese continuino a fluire” nel caso vinca Hamas.

Le dichiarazioni di Bruxelles di giovedì scorso erano state più misurate. Se l’Europa, per quanto debole possa essere il suo potere, vuole avere un ruolo indipendente in Medio Oriente, chiaramente differente dall’approccio statunitense, è vitale che continui a finanziare l’autorità palestinese nonostante la presenza nel governo di Hamas. L’UE non dovrebbe neanche indietreggiare nella cinica speranza che Hamas sia corrotta come al Fatah, così da perderne il sostegno. Non si possono utilizzare le tasse europee per rafforzare le istituzioni palestinesi mentre privatamente si vuole che le riforme falliscano. Hamas dovrebbe essere incoraggiata ad aspirare ad essere più onesta dei suoi predecessori.

Soprattutto, l’Europa non dovrebbe premere sulle questioni sbagliate, come la resistenza armata e la “guerra al terrore”.Uccidere un politico palestinese attraverso un attacco di larga scala, destinato anche ad uccidere civili innocenti, non è migliore, legalmente e moralmente, di una bomba suicida in un bus. Il rifiuto di Hamas di dare riconoscimento formale al diritto di esistere di Israele non dovrebbe essere visto dall’Europa come un problema urgente. La storia e la politica internazionale non camminano con passi simultanei e certi. Per decenni Israele si è rifiutata persino di riconoscere l’esistenza del popolo palestinese, proprio come la Turchia non ha riconosciuto i curdi. Fino a 15 anni fa i palestinesi erano costretti a spacciarsi, ai summit internazionali, come parte della delegazione della Giordania.

È possibile che Hamas possa alla fine disarmarsi e riconoscere Israele. Quel momento rappresenterà la fine di un processo che cerca di stabilire un giusto modus vivendi per i palestinesi e gli israeliani nel Medio Oriente. Ma non può essere il primo passo. La priorità di oggi è quella di accettare che i palestinesi abbiano parlato liberamente. E per questo meritano rispetto e sostegno.







Fonte: http://www.guardian.co.uk/Columnists/Column/0,,1696159,00.html
Tradotto da Alessandro Siclari per nuovi Mondi Media


Nel campo da tennis del bene e del male
(appunti su Match Point)

Allen-Moravia
Qualcuno sicuramente avrà già provato a paragonarli. Entrambi stacanovisti (un libro all'anno – un film all'anno), stuccano il pubblico tornando ossessivamente sugli stessi temi.
Entrambi, visti in prospettiva, sgomentano. Dunque è possibile passare un'esistenza intera a descrivere lo stesso problema senza risolverlo mai. Sì, è possibile, anzi è questo il lavoro quotidiano dello scrittore o del cineasta. Per le soluzioni, rivolgersi all'autorità trascendente. Allen è noioso e inconcludente, Moravia è noioso e inconcludente, la vita è noiosa e inconcludente.
Consigli ai giovani scrittori? cambiare mestiere. Anche ammesso di arrivare, dopo un lungo apprendistato, a una completa padronanza dei propri strumenti, il rischio è trovarsi davanti a un impiego più noioso del brokeraggio finanziario. Una pagina al giorno. Un film all'anno. Sempre i soliti problemi. Al limite, c'è il tennis.

L'Europa è sopra le righe
Allen è un regista americano che fa film per il mercato europeo. E (se ho ben capito come va a finire Hollywood ending) è il primo a meravigliarsene. Non che lui non conosca e non ami il cinema europeo. Ma i suoi interpreti?
Gli attori americani sono felici di lavorare con Allen (sottocosto), perché le probabilità di conseguire una nomination all'Oscar sono curiosamente alte. Capita spesso, però, di vederli recitare sopra le righe. Ansia di strafare? O fraintendimento culturale? È come se l'americano, sapendo di lavorare a un prodotto d'esportazione, si sentisse obbligato a fare qualcosa di diverso. Mossettine, ammiccamenti… "Ho bevuto troppo", dice la Johansson al futuro cognato. Sembra effettivamente a un passo dal delirium tremens. In realtà noi europei preferiamo una recitazione più sobria, al limite legnosa, proprio come ce la passa Hollywood – ma questo è il punto: forse a Hollywood non lo sanno. Hanno una loro idea di Europa, smorfie e mossettine. Teatrale, in una parola. L'Europa è il continente dove si va a teatro.

Contemporaneo
Se non si evolve mai (e da un pezzo ha smesso di arrischiare esperimenti), almeno Allen invecchia. Con molta onestà, va detto.
Negli anni Novanta il suo protagonista preferito era il vegliardo svitato (su tutti, Deconstructing Harry). Un Dormiglione sempre più anziano e disperato. Dopo qualche tentativo disperato di rianimarlo, facendogli indossare panni di gangster o detective, da qualche anno a questa parte il vecchietto ha definitivamente ceduto lo spazio a una nuova generazione – alla quale non ha nulla da insegnare, come è stato messo in chiaro in Anything Else. Si tratta semplicemente di un passaggio di consegne: i nuovi arrivati vivranno, stanno già vivendo, i problemi che tormentavano il vecchietto (esiste il Bene e il Male, perché mi piace la ragazza del mio amico, eccetera). Ma naturalmente li vivranno a modo loro.
Per esempio: in Match Point non c'è un minimo accenno alla psicoanalisi. Niente. Negli anni Novanta i lettini erano ancora onnipresenti nelle sceneggiature alleniane. Stavano sullo sfondo, immarcescibili elementi di una natura eterna, come il ponte di Brooklyn e Central Park. I suoi personaggi andavano a consultarsi dall'analista come gli eroi omerici visitavano l'Ade: periodicamente, per informarsi sui propri problemi. Tanto che il lettino era qualche volta intercambiabile con lo studio di una maga (Brodway Danny Rose, Celebrity) e il risultato non cambiava. Ma adesso basta, l'analisi non c'è più. Usanza di una generazione andata. Il divano di Match Point si apre e contiene un letto: il trampolino di lancio dell'arrampicatore sociale. Per confidarsi basta una panchina in un parco e un amico tennista. Allen è un vecchio onesto, che continua a descrivere gli stessi problemi, ma almeno non ci annoia con le liturgie del passato. Vecchio, ma nostro contemporaneo. E dici poco.

La fine del perdente
In Crimini e Misfatti un uomo di successo deve far fuori l'amante chiacchierona. Qual è la differenza con Match Point? Che nel frattempo Allen si è chiamato fuori.
Nei suoi film l'istanza morale è sempre affidata al buffone, al clown, al perdente (non dico una novità). È una tradizione che viene da lontano. Ma nel corso degli anni l'immagine del clown si precisa sempre di più. Spesso è un artista (di scarso successo), e un fallimento con le donne.
In quel periodo Allen continuava ad accostare criminali 'naturali', che non si pongono problemi di coscienza (oppure smettono di porseli, come in Crimini e Misfatti, perché nessuna giustizia interviene a punirli) a simpatici perdenti che continuano a credere nel bene e nel male, ma che alla fine sono troppo deboli sia per l'uno che per l'altro. Quel che è peggio, è che non sono nemmeno grandi artisti, perché l'artista autentico per Allen è proprio il criminale naturale: il gangster di Pallottole su Broadway o il chitarrista di Accordi e Disaccordi (anche l'Harry-a-pezzi in fondo appartiene a questa famiglia di carogne istintive). Insomma, sul crepuscolo della sua produzione, Allen sembra aver concluso che il vero intoppo è lui. E si è cancellato. Ora la storia fila molto più liscia: non c'è più nessun intellettualoide a filosofeggiare di bene e di male e a consigliare libri e film.
La storia fila talmente liscia che fa paura: la cultura non serve più a stimolare le coscienze (che non esistono). È puro entertainment, lusso e pacchianeria, senza soluzioni di continuità. La "Super-Traviata", la biblioteca di libri antichi, la Tate Modern (solo quadri brutti, sarà voluto?), i Diari della Motocicletta, Lloyd Webber. Non c'è niente che dia da pensare. Fa tutto parte della vita e "la vita è meravigliosa", dice la moglie di Chris, "voglio goderne ogni momento". Mi ha fatto venire in mente quel che diceva Diane Keaton nel Dormiglione: Il mondo è pieno di cose meravigliose. Perché deve esserci qualcosa che vien fuori a guastare tutto? C'è il globo, c'è il teleschermo e c'è l'orgasmatic!. Siamo già nel 2173. E ci annoiamo parecchio (da questa parte dello schermo, almeno). Cavalli, tiro al piattello, libri pregiati, Lloyd Webber, brutti quadri… Perché deve esserci qualcosa che vien fuori a guastare tutto?

L'arrampicatore
Perché Chris Wilton legge Dostoevskij? Solo per allenarsi inconsciamente ad ammazzare una vecchietta? Ma Wilton non è Raskolnikov. Non si fa nessuna illusione sulla moralità del proprio agire. Il suo vero romanzo è il Rosso e il Nero. Wilton si fa broker finanziario come Julien Sorel si fa prete – e ha lo stesso problema: le donne. Desidera quelle sbagliate. E siccome non riesce a zittirle (specie oggi con tutta questa telefonia), deve ucciderle.
Come Julien, Chris non è un ipocrita. È un arrampicatore autentico: chi ne ha conosciuti saprà cosa s'intende qui. Non fingono di provare interesse per l'opera o per Dostoevskij: ci credono davvero. Provano un rispetto sincero per ogni gradino che salgono e per ogni cosa che trovano lungo la salita. Per un'ora buona è impossibile capire se Wilton finga o sia sincero – se legga Dostoevskij perché gli piace o perché gli servirà a fare buona impressione sul padre della ragazza (per motivi analoghi Sorel leggeva Plutarco e ne discuteva coi suoi superiori). Sono vere entrambe le cose. Chris realizza il suo destino senza possedere una vera e propria coscienza, finché non commette l'irreparabile con la donna sbagliata. Da lì in poi avrà una coscienza. Cattiva (che è meglio di niente?)

Nel campo da tennis del bene e del male
Se l'Allen-attore non appesantisce più i dialoghi coi suoi dubbi e i suoi riferimenti, l'Allen-regista si attiene più che mai al suo tema preferito: il Dilemma Morale. Devo dire che questo è uno degli aspetti che capisco di meno.
È che non abbiamo la stessa idea di Male. Per me il Male è qualcosa di corpuscolare, tenace, corrosivo: dovessi evocarlo, penserei alla polvere, o alla ruggine. Non è qualcosa che si sceglie, è un tarlo che s'insinua. Per Allen, invece, il Male è l'alternativa secca al Bene, e viceversa. Forse non c'era immagine migliore del gioco del tennis per descriverlo. Ogni giocata di una partita da tennis può andare a segno per te o contro di te. Non esistono terze possibilità, zone grigie. Lungo il film assistiamo a una serie di episodi in cui Chris può decidere se agire Bene o Male. In quei momenti l'esitazione è fatale, l'istinto è subdolo, e il pronunciamento è decisivo: da ogni bivio imbucato non si può tornare indietro.

(7-6) (7-6)
Dunque il film consiste in due set. Nel primo (un po' lento) è in gioco l'anima di Chris. È un uomo di umili natali e di talento, gentile e sincero, combattuto tra due donne che ama? O è una schifosa canaglia, disposta a mentire al mondo e a uccidere se necessario? Impossibile capirlo. In realtà è entrambe le cose, fino all'ultimo punto.
Quando la moglie gli comunica che la vacanza in Grecia è saltata, Chris chiama Nola, poi mette giù. Di bugie ne ha già dette tante, ma questa è la decisiva. Da quel momento Chris non sarà più sincero con nessuno. Gioco, Partita.
Il secondo set (molto più divertente, secondo me) riguarda il destino di Chris. Andrà in galera o la farà franca? La trovata del film è mostrarci subito il punto decisivo (l'anello che non cade nel Tamigi), senza spiegarci da che parte è caduta davvero la pallina: è un punto per Chris, o per la Giustizia? Andate a vedere il film. Ma se conoscete Allen, l'esito è scontato.

La banalità del male (non in quel senso)
Secondo Allen la differenza tra il Bene e il Male è nitida: unico intoppo, il Bene non sarà premiato e il Male non sarà punito. Dio, che evidentemente ha creato il campo da tennis, ha dato buca la premiazione. Tutto avviene dunque per caso nel migliore dei mondi qualsiasi.
Ma cos'è, in pratica, il Male, per lui? Gira che ti gira, molto spesso si riduce al prurito di far sesso con la donna di qualcun altro (e in seguito alla necessità di farla fuori). Che sia Dostoevskij o Stendhal, comunque è Ottocento puro: adulteri e omicidi, omicidi e adulteri.
Questo è un altro aspetto che fatico a mandar giù. Ho la sensazione che esistano in commercio forme di Male non solo più corpuscolari, ma anche più interessanti e seducenti. Cito a casaccio: la corruzione, l'inquinamento, la dipendenza (i personaggi di Match Point dicono Droga con la "D", come se fosse una voce enciclopedica), la speculazione… Sono cose alla portata di sceneggiatori anche molto meno dotati.
Ieri per esempio ho visto In good company (ancora un po' e la Johansson mi darà la nausea, coraggio). Come film non mi è sembrato un granché: un'occasione mancatissima. Ma c'è comunque un'idea di Male molto più convincente e realistica del solito adulterio: l'incompetenza mascherata da marketing, la prevaricazione mascherata da sinergia, la svalutazione dell'etica del lavoro, la globalizzazione che si boicotta da sola… tutte idee che sono moneta comune, anche presso il pubblico tipico di un film di Allen, ma che Allen non ha mai messo in un film. Insomma, è probabile che esercitando la sua 'naturale' professione di broker, Chris si destreggi tra crimini e devastazioni molto più subdole di un semplice adulterio. Ma per il regista l'unico modo di raffigurare il Male è fargli ammazzare una vecchia e un'amante incinta con un fucile a canne mozze. Roba da Agatha Christie, in fin dei conti. E se Allen fosse, dopotutto, un autore reazionario?http://leonardo.blogspot.com/

Non c’è Europa senza media
Il giornalista Jacek Zakowski, co-fondatore di Gazeta Wyborcza, riflette sul ruolo dei media nello sviluppo di un’opinione pubblica europea. Mentre café babel si appresta a lanciare un’edizione polacca.

La mia giornata lavorativa di solito inizia con un caffè e l'International Herald Tribune – proprio come quella di molti altri giornalisti, uomini d'affari, politici, e di tutti gli altri espatriati in giro per l'Europa. Quando ci incontriamo per conferenze e convegni sull'Europa, molti di noi si riferiscono all'International Herald Tribune come al nostro riferimento mediatico comune, nello stesso modo in cui si parla del Frankfurter Allgemeine Zeitung in Germania, di Gazeta Wyborcza in Polonia, o del New York Times negli Stati Uniti. Ci irritiamo per il suo declino, lodiamo qualche articolo, ne critichiamo altri, ne discutiamo. Sembrerebbe tutto piuttosto normale, se non per undettaglio: l'unico giornale che di fatto è pan-europeo, rimane americano, o meglio newyorchese visto che è ormai detenuto dal New York Times.

Problemi di lingua

Il ruolo dell'International Herald Tribune poteva avere una sua ragion d'essere negli anni Cinquanta, quando l'Europa continentale doveva creare nuove abitudini democratiche e concepire nuovamente le istituzioni che il caos degli anni Trenta e la guerra che ne è seguita avevano devastato. Ma oggi? Ripensandoci, è davvero assurdo: la più importante comunità transnazionale del mondo, interconnessa attraverso una rete di legami politici, istituzionali, economici, culturali e sociali, non ha un proprio quotidiano.
La mancanza di una lingua comune può essere una sorta di spiegazione, ma, per l’appunto, solo "una sorta". Gli americani possono pubblicare un quotidiano che è quasi universalmente letto dall'elite europea: dunque, perché gli europei non possono fare lo stesso? È perchè ogni Paese, ogni nazione e ogni comunità linguistica ha sempre il proprio giornale? La mancanza di un’omologazione linguistica è la spiegazione cui si ricorre più di frequente, ma essa è troppo ovvia per essere soddisfacente. Tutti noi diamo grande importanza alla salvaguardia della nostra lingua, non solo da un punto di vista intellettuale (giacché riconosciamo il valore dell'identità nazionale), ma anche emotivo, perchè siamo legati ad essa.

Alla ricerca d’un interesse comunitario

Ne consegue che, anche la nuova generazione europea, che nei contatti internazionali parla e scrive in inglese senza alcun problema, nella
vita quotidiana preferisce leggere e scrivere nella sua lingua nazionale. Sembra che non ci sia niente di male in questo, ma non è tutto: quando leggiamo nella nostra lingua, vogliamo leggere notizie riguardo all'area in cui essa è dominante: questa tendenza è facilmente verificabile nei media polacchi. Nella maggior parte dei quotidiani, le notizie riguardanti l'Unione Europea fanno ancora parte della sezione esteri. L'Europa non ci è più del tutto estranea, ma non è neppure ancora divenuta la nostra patria. Non c'è una società europea, e in effetti nemmeno un'opinione pubblica europea. Possiamo veramente continuare a costruire un'identità e una comunità europee, senza un'opinione pubblica europea? Io penso di no: c'è stato un tempo in cui si potevano costruire Paesi e nazioni partendo dall'alto, dal governo fino alle comunità e ai singoli individui; oggi questo non è più possibile, com'è stato dimostrato dal no alla Costituzione Europea. Evento, quest’ultimo, che ha ha provocato un arresto nello sviluppo di una nuova identità politica europea: l'opinione pubblica europea non è stata coinvolta nel processo della sua formulazione; e non poteva esserlo, dal momento che essa non è mai esistita. Certo l'elite politica europea ha raggiunto un accordo, ma i suoi membri hanno poi dovuto illustrarne il contenuto alle istituzioni, all'opinione pubblica e ai media nazionali, che,
inevitabilmente, hanno letto la costituzione dal loro punto di vista. Ora, considerata da una prospettiva locale, la Costituzione, nata per difendere l'interesse comunitario, non poteva non essere considerata carente nel salvaguardare gli interessi delle singole nazioni. Il documento avrebbe sempre peccato per qualcosa per l’opinione pubblica locale, e qualcosa sarebbe stato sempre di troppo. La Costituzione è stata rifiutata solo in due Paesi, ma avrebbe potuto essere rifiutata in molti altri, se i processi di ratificazione non fossero stati bloccati.

Ciò mostra che, in assenza di una coscienza comune, la semplice somma degli interessi nazionali non può essere tradotta in un interesse comunitario. In altre parole: l’Unione Europea non può crescere più velocemente della la coscienza e dell'identità europee. L'Europa ha sempre individuato la causa delle proprie disgrazie nei politici, ma se anche questi fossero angeli dotati di saggezza divina, dovrebbero comunque venire a patti col problema dell'assenza di un'opinione pubblica comunitaria. Una vera Europa non può esistere, senza l'esistenza effettiva di un'opinione pubblica europea.
Jacek Żakowski - Warszawa www.cafebabel.com/it/

Africa: sport e politica, quando solo i talenti non bastano

Lo sport, soprattutto il calcio sembra uno dei campi nella globalizzazione in cui l'Africa potrebbe competere con le potenze occidentali a pari livello, e forse anche prendere il sopravvento. Purtroppo, la presenza di talenti inestimabili nel continente è guastata da una gestione inadeguata fatta d'improvvisazione, clientelismo, corruzione, incompetenza tecnica e una strumentalizzazione delle vittorie per fini politici che non aiuta il progresso dello sport, che insieme alla religione, al cinema ed alla musica stanno diventando gli ultimi ambasciatori della cultura popolare e della creatività africana nel mondo globalizzato.

Fonju Ndemesah Fausta

Equilibri.net

Il 20 gennaio è iniziato uno dei più importanti raduni del calcio africano: la 25° Coppa d'Africa delle Nazioni (CAN). Milioni di osservatori, giornalisti e amanti del calcio si sono rivolti verso l'Egitto (Paese organizzatore) per scoprire il prossimo talento che uscirà da questo torneo, dopo vecchie glorie del passato come Roger Milla, George Weah, che attraverso le loro performance hanno messo la loro firma nel libro d'oro dello sport mondiale, o atletii come Eto'ò Fils, Didier Drogba, Micheal Essien che, insieme a Ronaldinho e Lampard, stanno adesso all'apice del calcio mondiale.

Insomma la Coppa d'Africa, fin dalla sua prima edizione tenutasi in Sudan nel 1957, è diventata il più grande meeting del continente per molte ragioni: la mobilitazione delle masse, la presenza di grandi risorse finanziarie, le sponsorizzazioni promosse dalle multinazionali (ad esempio Mobile Telephone Network - MTN) e l'interesse mostrato all'evento da molte stazioni televisive del mondo come Eurosport, Supersport e molti altri. Questa grande attenzione, oltre alla presenza di grandi flussi finanziari, ha reso il limite fra sports (soprattutto il calcio) e politica molto labile. Più che il Festival del Cinema (Fespaco), eventi sportivi come la Coppa d'Africa, la Coppa del Mondo di calcio oppure i giochi olimpici, sono caratterizzati da grandi dibattiti che, più che cercare di guardare al futuro dello sport che ha dato e continua a dare una grande visibilità positiva al continente, cercano invece di strumentalizzare le vittorie per fini politici. È per questo che nei dibattiti si parla solo delle squadre nazionali e delle loro vittorie, mentre si dice molto poco sulla formazione alla base. È questa strumentalizzazione delle vittorie delle squadre nazionali per fini elettorali che ha spinto ad esempio il professor Scoglio, ex allenatore di Messina, Genova e della Tunisia, a dire che "Non c'è Paese africano in cui il calcio non sia acclamazione di regime…".

Sport e società

Lo sport, soprattutto il calcio, in molti Paesi africani è diventato una religione. Quando gli Elefanti della Costa d'Avorio (soprannome della nazionale ivoriana) sono in campo, tutti sono uniti intorno ai loro campioni. Si dimenticano per un attimo le divisioni e instabilità che minano la società per portare gli “Elefanti” alla vittoria. Lo sport è un gran fattore d'unione in molti Paesi africani, dove la democrazia tribale o la lotta per il potere continuano a creare instabilità e guerra. È solo con le vittorie sportive che l'unione e il patriottismo di alcuni Paesi, spaccati da divisioni interne, sono esaltati. La qualificazione della nazionale ivoriana di calcio alla prossima Coppa del mondo è stata festeggiata da tutto il Paese. Sebbene circa metà del Paese fosse nelle mani delle forze ribelli di Guillaume Soro, la qualificazione degli Elefanti fu festeggiata come una vittoria di tutti i cittadini della Costa d'Avorio. Con la squadra nazionale, temi razzisti come "Ivoirité", "allogènes" o "Ivoirien de soche" non hanno più importanza. Questo può essere dimostrato con la presenza di molti giocatori che sono figli d'ivoriani di vecchia migrazione. Per lo sport l'appartenenza etnica non conta; quello che è importante è la bravura dell'atleta. Lo sport rompe molte barriere sociali e politiche, e spezza anche le barriere tribali. Quando i “Leoni Indomabili” (nome della nazionale camerunese) sono in campo, c'è un gran senso di patriottismo. Tutti si sentono camerunesi e non più membri di singoli gruppi etnici: bassa, douala, beti, bangwa o bamileke, come capita invece quando i dittatori post coloniali strumentalizzano la diversità etnica per rafforzare il proprio potere all'infinito. Quando Ndiefi Pius (bomber della nazionale camerunese) segna un goal non si parla di goal fatto da un anglofono, date le origini socio-linguistiche del giocatore. In questo caso, i problemi politici come "la questione anglofona" e le divisioni tribali sono relegate al secondo rango per portare la nazionale alla vittoria finale.

Sport e politica

Questo fattore d'unione portato dallo sport, soprattutto dal calcio, in molti Paesi africani, ha spinto la politica ad invadere il suo campo. Molti presidenti, ad esempio, sfruttano le vittorie sportive per fare propaganda dei loro governi. Quest'invasione politica dello sport ha spinto alcuni capi di stato a fare scelte tecniche al posto degli allenatori. Si pensa al Presidente Camerunese Paul Biya che ha forzato la selezione di due giocatori esclusi dal commissario tecnico da un torneo. Un altro esempio di strumentalizzazione delle vittorie sportive può essere visto nella maniera con la quale la medaglia d'oro di Françoise Mango, nel salto triplo ai giochi olimpici, sia stata usata per glorificare il governo. Sebbene molti osservatori abbiano fatto vedere come tutto il merito di questa vittoria fosse da attribuire alla bravura dell'atleta, vista l'assenza d'ogni sostegno da parte della Federazione Camerunese d'Atletica, che fino alle ultime settimane prima dell'inizio dei giochi non sapeva neanche se la campionessa si sarebbe presentata, tale successo a carattere individuale veniva dunque usato dal governo per nascondere il dilettantismo e la mancanza d'infrastrutture nella quale vive lo sport camerunese. Sempre in Camerun, nella Coppa d'Africa che si sta volgendo in Egitto, il giocatore dell'Internazionale di Milano (Inter), Pièrre Wome Nlend è stato tolto dai dirigenti dalla lista dell'allenatore per ragioni extra-calcistiche. Quest'occupazione del campo da parte della politica, d'altro canto, non aiuta sembra portare a miglioramenti oncreti nelle condizioni degli atleti, costruendo ad esempio infrastrutture adeguate per praticare le varie attività sportive. L'invasione ha spesso solo intento di “addormentare” la popolazione con le vittorie, e di usare queste ultime per nascondere i fallimenti dei vari governi davanti ai cittadini e agli occhi degli osservatori internazionali. Ormai le vittorie sportive entrano a pieno titolo nella propaganda politica di molti governi. I dirigenti hanno trasformato ogni vittoria in festa nazionale. Il Presidente Camerunese non esita a regalare uno o due giorni di festa nazionali quando la nazionale di calcio ritorna con un trofeo, malgrado la situazione d'instabilità economica nella quale si trova il paese da anni. Succede per esempio che il Presidente del Ruanda, Paul Kagame si precipita all'aeroporto alle tre di notte per accogliere le "Vespe" (soprannome della nazionale rwandese), che s'è appena qualificata per la Coppa d'Africa. Basta però una sconfitta per scatenare l'ira di alcuni degli stessi presidenti. Sempre in Camerun negli anni più duri dell'opposizione al governo, chi criticava la nazionale di calcio era considerato oppositore del governo. Addirittura, è bastata un'eliminazione precoce della nazionale ivoriana dalla Coppa d'Africa nel 2000, per spingere l'allora presidente, Robert Guei, a spedire i giocatori in galera per qualche giorno per mancanza di patriottismo.

L'uso politico dello sport non ha aiutato la crescita di quest'ultimo che ha dato, e sta ancora procurando, unapositiva visibilità all'immagine del continente africano nel mondo. L'uso delle vittorie per fini propagandistici ha spesso contribuito a limitare :


- lo sviluppo della cultura sportiva nelle scuole e la formazione dei settori giovanili, molto importante per assicurare il futuro.


- la costruzione d'infrastrutture sportive come stadi, sedi polisportive e palestre per rendere la pratica dello sport accessibile a tutti, non solo ai professionisti o ad alcuni privilegiati.

Nonostante la crescita e il rispetto che stanno guadagnando molte discipline sportive africane, soprattutto il calcio grazie ai suoi talenti, la maggior parte dei Paesi africani, tranne la Tunisia e il Sud Africa, mancano di infrastrutture degne della loro fama. Un esempio rappresentativo nel calcio è il Camerun. Paese che dal 1982 siede fra i grandi del calcio mondiale, con quattro partecipazioni alla Coppa del mondo, con il quinto posto raggiunto nell'edizione di Italia '90, con quattro Coppa d'Africa e una Medaglia Olimpica. Il Paese non ha neanche uno stadio che risponde alle norme internazionali. Nonostante la sua fama nel calcio mondiale, il dilettantismo, l'improvvisazione, la corruzione e il disordine sono le caratteristiche del calcio nel Paese di Roger Milla e Mbappe Leppe. Quello che rimane impresso a molti amanti del calcio della gestione di questo sport in Camerun è la confusione di ruolo fra il Ministero dello Sport e la Federazione Camerunese Gioco Calcio alla vigilia d'ogni grande evento calcistico, come la Coppa d'Africa o la Coppa del Mondo, oppure i Giochi Olimpici. Conflitti che non lasciano scampo alla preparazione di questi tornei. Le vittorie di molti Paesi africani sono dunque dovute al puro caso oppure al genio individuale di alcuni dei loro campioni come accaduto con Roger Milla per il Camerun, George Weah per la Liberia, Didier Drogba per la Costa d'Avorio oppure per Samuel Eto'ò con il Barcellona e con la nazionale camerunese. Il genio di questi fuoriclasse ha per decenni nascosto l'“amatorialità”, l'improvvisazione e la mancanza d'infrastrutture che caratterizzano lo sport nella maggior parte dei Paesi africani.

Per molti osservatori, questa cattiva gestione dello sport e la strumentalizzazione delle vittorie per fini propagandistici sono ciò che induce a continuare da decenni a definire “calcio emergente” questo sport, malgrado la presenza di talenti inestimabili. Secondo questi critici, è lo stesso motivo di cui sopra che fa sì che, fino ad oggi, nessuna squadra africana sia riuscita a vincere un mondiale. Per molti opinionisti africani ed internazionali, si deve fare ancora molto per dare allo sport, soprattutto al calcio, la posizione che merita nel panorama agonistico mondiale.


- Prima di tutto, i governi dovrebbero sviluppare una politica sportiva che si occupi dello sport dalla base, a partire dalle scuole, dove esso è anche uno strumento pedagogico per inculcare ai giovani una cultura sportiva ed un modo di vivere in società. Nei quartieri, soprattutto quelli più poveri e disagiati, dovrebbero essere costruiti centri sportivi per rendere la pratica dello sport facilmente accessibile a tutti.


- Il dilettantismo e l'improvvisazione devono dare spazio al professionismo. Gli atleti devono essere capaci di vivere grazie alla loro arte, come si vede in molti altri continenti quali l’Europa, l’Asia, o l’America, senza che i più meritevoli e capaci debbano abbandonare i loro paesi, privandoli dei lori talenti. L’obiettivo dovrebbe essere quello di rendere l'emigrazione dei talenti non una costrizione (alla ricerca di un posto dove potranno vivere dalla loro arte), com'è il caso attuale, ma una volontà. Questo aiuterebbe a non perdere molti giovani, che lasciano l'Africa per l'estero prima della maturità e spesso senza un'adeguata istruzione, e che alla fine non riescono ad ambientarsi nei Paesi ospiti, finendo talvolta nelle strade delle grandi città europee.


- I dirigenti sportivi ed i politici devono collaborare nel creare infrastrutture adeguate: stadi, polisportive, palestre. Devono sviluppare molte attività che fanno parte dell'economia dello sport come i servizi di ristrutturazione dei campi e di marketing sportivo per promuovere gli atleti e lo sport africano nel mondo. Questo potrebbe aiutare a dare un'altra immagine, una visione africana allo sport, soprattutto per il calcio ma non solo, . Occorre creare condizioni per favorire la pratica dello sport e strutture agevoli per la pratica delle attività. Ciò aiuterà ad individuare futuri campioni e permetterà anche di superare il cliché folcloristico del calciatore africano, che ha imparato il suo mestiere sulla strada.

Se i Paesi africani vogliono giocare un ruolo significativo nello sport mondiale, e soprattutto se vogliono ottenere grandi risultati nella prima Coppa del Mondo di Calcio che sarà organizzata nel continente nel 2010 in Sud Africa, i dirigenti devono dimenticare le cerimonie, qualche volta inutili, che accompagnano la partecipazione delle loro squadre nazionali a tornei importanti. La benedizione degli antenati, le visite incessanti dei dirigenti ai giocatori, giornate di preghiere, confusione e problemi interminabili devono dare spazio ad una preparazione tecnica razionale e metodica, necessaria per vincere nelle competizioni sportive a livello internazionale. I Mondiali di Calcio che si giocheranno fra quattro mesi in Germania, vedranno la partecipazione di nuovi Paesi nel panorama del calcio africano e mondiale come il Togo, l'Angola, la Costa d'Avorio e il Ghana insieme alla veterana Tunisia. Questa competizione sarà un bel test del progresso nell’organizzazione che avrà fatto il calcio africano.

Conclusioni

Lo sport, il calcio in particolare, è un'attività che porta molta visibilità positiva a tanti Paesi del continente africano. Malgrado questo ruolo d'ambasciatore della cultura e della creatività popolare, lo sport africano soffre anch’esso di molti mali che minano il progresso del continente nero: la mancanza d'infrastrutture, la corruzione, la strumentalizzazione delle vittorie per fini politici, che non giova certo al progresso dello sport, il quale vanta invece la presenza di talenti inestimabili, nel calcio come in altre discipline, come: Michael Essien, Eto'ò Fils, Didier Drogba, J.J Okocha, Hicham El-Guerrouj, Maria Mutola, per citarne solo alcuni.


Rugova, una vita

Un commento per Osservatorio sui Balcani sulla scomparsa del Presidente del Kosovo. Scrive Roberto Morozzo della Rocca, a lungo impegnato con la Comunità di Sant'Egidio nella mediazione tra Belgrado e Pristina e che in questa veste ha conosciuto personalmente Rugova
Funerali - B92 Di Roberto Morozzo della Rocca

La scomparsa di Ibrahim Rugova è una grave perdita per gli albanesi del Kosovo. S'è discusso per anni delle caratteristiche politiche di Rugova. Alcuni vedevano in lui il politico raffinato, al di sopra delle beghe materiali e delle polemiche del momento. Altri negavano che fosse un autentico politico, facendo notare la rarità delle sue apparizioni pubbliche, l'apparente passività nel governo, l'assenza di decisionismo, l'estenuante attendismo. Ma la centralità di Rugova non veniva da una speciale abilità politica tecnica, né dall'essere un intellettuale onesto e puro prestato alla politica. Se di Rugova si sentirà la mancanza è perché era riuscito a divenire un simbolo. Rappresentava l'unità del suo popolo.

Come s'era creata questa identificazione tra Rugova e il suo popolo? Grazie all'origine familiare, blasonata non solo dalla rispettabilità sociale degli avi ma anche dai lutti per mano comunista-serba alla fine della seconda guerra mondiale. Grazie alla fermezza del suo discorso – quel ripetere all'infinito il ritornello dell'indipendenza, senza sfumature ma anche senza estremismi e senza minacce, ciò che lo rendeva affidabile agli occhi della società albanese kosovara nazionalista ma anche rurale e conservatrice, e lo rendeva altresì interlocutore gradito all'Occidente. Grazie alla sua geologica pazienza nel cercare udienze presso i Grandi del mondo, le cui serie fotografiche venivano poi riprodotte in abbondanza, raccontando la sua amicizia con Clinton o Giovanni Paolo II non soltanto dai muri della sua abitazione privata o della fortunosa sede di cui la LDK dispose a Pristina fino al 1999. Grazie all'aureola di uomo superiore che si smarcava dalla rissosa arena politica kosovara, non raccoglieva provocazioni, si manteneva super partes, aveva un naturale atteggiamento presidenziale. Nel distacco dalla mischia, Rugova innovava lo stile politico balcanico e questo lo rendeva diverso, unico, presidenziale per l'appunto.

Finché aveva avuto accanto a sé l'anziano Fehmi Agani, suo intelligente braccio politico, era riuscito a evitare molti scogli delegando a quest'ultimo. Ucciso Agani nel 1999, aveva dovuto addossarsi maggiori responsabilità politiche dirette: in questo senso il Rugova del dopoguerra era diverso, se non nello stile, quantomeno nel coinvolgimento in fatti, problemi, decisioni. La sua "diversità" aveva perso smalto, non consenso perché la sua fermezza sul tema dell'indipendenza era rimasta intatta e non aveva abusato del potere a fini personali come altri protagonisti della politica kosovara del dopoguerra, che a differenza di lui erano dei parvenu. E la gente comune gli era rimasta grata per la scelta di dieci anni prima, quando gli albanesi non avevano ancora appoggi internazionali per combattere i serbi: la scelta di organizzare una resistenza e un'alternativa pacifica al dominio serbo che evitasse lutti e distruzioni.

Ora la morte di Rugova apre un vuoto. Non necessariamente per quella diplomazia internazionale che spesso e volentieri criticava la pretesa passività e l'attendismo di Rugova. Il vuoto si apre per il popolo albanese kosovaro che perde il simbolo della sua unità. Questo era l'apporto maggiore di Rugova ai suoi. Non il Leitmotiv dell'indipendenza che del resto ogni albanese della regione sa cantare da solo, ma il saper fare unità. Gli avversari politici figliati dall'UCK, finite le ostilità nel giugno 1999, non si capacitavano di come fosse possibile che Rugova, non avendo combattuto, li sopravanzasse di tanto nei consensi popolari. Non avevano capito quanto Rugova simboleggiava l'unità nazionale, né che la nonviolenza aveva goduto di larghi consensi popolari.

Si tentò di screditare Rugova con la famosa stretta di mano a Milosević. Non era la prima volta di un simile incontro: Rugova aveva già incontrato Milosević un anno prima, forzatovi dalla diplomazia americana. Da sempre Rugova ripeteva che avrebbe potuto incontrare Milosević a condizione che prima avvenissero sostanziali progressi nel trattamento riservato da Belgrado agli albanesi in Kosovo. Gli americani lo forzarono all'incontro, salvo ritenerlo, poco dopo, inabile per la loro politica di accelerato scontro con la Serbia, e sostituirlo nelle loro preferenze con Thaçi e l'UCK. Rugova, pur appena plebiscitariamente rieletto presidente nelle elezioni semiclandestine albanesi, accettò il declassamento di Rambouillet per amor di patria, comportandosi da aristocratico. E rientrò in patria da Rambouillet nei giorni successivi al fallimento definitivo delle trattative, pur sapendo ciò che sarebbe accaduto in capo a poche ore. Non chiamò fuori la famiglia a raggiungerlo al sicuro ma scelse di rischiare la vita accanto al suo popolo. Cadute le prime bombe, la sua casa venne occupata dalla polizia serba e si ritrovò prigioniero. Certamente la stretta di mano a Milosević avrebbe potuto oscurare la sua reputazione, come gli uomini dell'UCK volevano. Non si sapeva che Rugova era in ostaggio. Lo salvò, nell'opinione pubblica albanese, la presenza casuale a casa sua di una giornalista tedesca al momento dell'irruzione serba. Questa giornalista condivise per settimane la prigionia e poi la raccontò a "Der Spiegel", spiegando tra l'altro le circostanze dell'incontro con il presidente serbo.

Il Rugova di quei mesi appariva un uomo finito a chi non conosceva il seguito che aveva nel popolo albanese kosovaro. La sua liberazione era un contrattempo per gli americani e, in generale, per i governi della NATO che accreditavano l'UCK e temevano da Rugova proposte di pace che sarebbero state d'ostacolo alla condotta della guerra. Rugova fu accolto in Italia. Appariva un esule isolato e sconfitto, benché dal comportamento integro: Milosević lo aveva lasciato andare perché s'era reso conto di non poterlo strumentalizzare.

Rugova non fece proposte di pace. Si astenne dal condannare la guerra in corso. Pur nell'apprensione per la sorte del suo popolo profugo, era contento che i serbi venissero attaccati dalla NATO, vista come forza liberatrice. In questo la pensava esattamente come i suoi connazionali. Dopo la guerra avrà un chiarimento con Madeleine Albright, recupererà il rapporto con gli USA, diventerà manifestamente filoamericano anche nei segni esteriori del comportamento. L'antica francofilia dell'allievo di Barthes, honoris causa alla Sorbona a metà anni Novanta, che affidava i suoi libri patriottici ai tipi di Fayard, avrebbe lasciato il campo ad una marcata devozione per la potenza americana. Non lo avesse fatto, la sua popolarità ne avrebbe risentito. Ma non si trattava di opportunismo: era sinceramente riconoscente agli USA.

Del resto il "Gandhi dei Balcani", come lo si è impropriamente definito, non aveva elaborato una filosofia articolata della nonviolenza. Aveva invece sapientemente rappresentato la pacifica società parallela albanese kosovara dei primi anni Novanta. Se gli si chiedeva il motivo dell'astensione albanese dalla violenza, sorprendente per un popolo che ha sempre avuto caro il fucile, spiegava confidenzialmente che essendo il Kosovo una terra di molta pianura e poco bosco le forze armate serbe avrebbero schiacciato cruentemente qualsiasi opposizione armata. Motivi pratici obbligavano alla scelta della società parallela e sconsigliavano la ribellione aperta.

A lungo Rugova negò l'esistenza dell'UCK. Contro ogni evidenza, fino al 1998 sostenne che non c'era in Kosovo pallottola che non fosse serba. Se serbi venivano uccisi o rapiti, come avveniva dal 1996, erano provocazioni degli stessi serbi ai danni degli albanesi. Non voleva e forse non poteva ammettere. La sua grandezza non era nell'autocritica, sebbene nella conversazione tra amici, una volta fuoriusciti dai temi politici, si rivelasse un umanista ironico e amabile. Era, la sua grandezza, piuttosto nella maniera ferma - a rischio dell'incolumità visto che abitava all'interno dal Kosovo - con cui difendeva i diritti e la vita del suo popolo. E nel fatto di esserne diventato il simbolo di unità, riconosciuto sia internamente sia internazionalmente.

Guardando ai negoziati sullo status del Kosovo, che iniziano nei prossimi giorni, è difficile non restare scoraggiati dall'assenza, nella politica albanese come in quella serba, di personalità di prestigio che facciano unità e che osino confliggere con gli assiomi nazionalisti. A fronte di una trattativa che forse richiederà rinunce a entrambe le parti, nessun politico al vertice, sia albanese sia serbo, avrà il coraggio di imporre qualcosa alle rispettive opinioni pubbliche nazionaliste, per non passare da traditore o disfattista. Rugova, per l'unità che simboleggiava, rappresentava una garanzia di possibili compromessi e scelte coraggiose, come aveva dimostrato nel settembre 1996 siglando con Milosević l'accordo sulle scuole e l'università che aveva suscitato riserve tra gli intellettuali e però tra la gente comune aveva acceso grandi speranze (la parte serba avrebbe poi applicato l'accordo con stolida lentezza). Non si vede sulla scena politica belgradese – scena di una certa confusione - chi abbia il prestigio di rappresentare nella sua persona l'unità nazionale e sappia discutere seriamente dei sacrifici storici richiesti alla nazione. Si spera che gli albanesi, privi di Rugova, non precipitino nella stessa confusione e disunione politica, di cui potrebbero solo profittare gli estremismi.

www.osservatoriobalcani.org/

Saddam Hussein : caos al processo , avvocati espulsi
di red

Apertasi con un nuovo giudice, la sessione del processo di Saddam Hussein e' presto piombata nel caos, con l'ordine di espulsione dall'aula di due legali. L'intera squadra della difesa ha lasciato per protesta e Saddam e' stato scortato fuori dopo un infuocato match in cui aveva urlato "abbasso l'America!".

Malgrado l'agitazione, il presidente, il giudice curdo Raouf Rasheed Abdel-Rahman ha continuato, sostituendo gli avvocati della difesa con avvocati d'ufficio e sentendo tre testimoni prima di rimandare a nuova seduta in altra data di questa settimana.

L'ex General Ramsey Clark, l'avvocato statunitense di Saddam, non ha assistito alla sessione di domenica, denunciando la corte come "senza legge", e - parlando da New York - ha ripetuto la richiesta di spostamento dall'Iraq del processo. Secondo l'avvocato, fra il nuovo presidente ed il suo predecessore c'e' poca differenz e cio' e' risultato evidente alle prime battute.

Anche la prima sessione, il 22 dicembre, era degenerata nel caos.


www.osservatoriosullalegalita.org



disinformatori antilatinoamericani di professione -

Ogni giorno la stampa italiana ospita affermazioni false e tendenziose contro i governi progressisti latinoamericani. E' solo un caso o è in corso una campagna di delegittimazione contro quello che per Donald Rumsfeld è l' "asse del male latinoamericano da colpire"? E' quasi un appello: sul sito http://www.gennarocarotenuto.it si tenta di star dietro e di confutare le affermazioni false e tendenziose fatte quotidianamente contro i governi progressisti latinoamericani. Oggi per la Bonino che sul Corriere della Sera afferma che "in Venezuela non esistono istituzioni democratiche". Ieri sul GR3 il neocon Pipes paragona Salvador Allende ad Adolf Hitler. L'altro ieri si fa affermare a Vargas Llosa l'astrusa teoria per la quale Evo Morales sarebbe un razzista. La settimana scorsa una macchinazione ha fatto il giro del mondo per presentare Hugo Chávez addirittura come antisemita.

Nel mezzo si magnifica come novità l'elezione di Michelle Bachelet (la sua coalizioneè al quarto mandato consecutivo) e si fa passare quasi sotto silenzio quella di Evo Morales (una svolta in tutti i sensi). La Repubblica si preoccupa per la sorte degli assassini di Ernesto Guevara: "processarli sarebbe una ritorsione" e Massimo d'Alema, quello stesso che difendeva Fernando de la Rúa quando questi fece sparare sulla folla a Buenos Aires, lancia accuse contro Nestor Kirchner o Hugo Chávez. Ma forse la perla di questo inizio d'anno è quella offerta dal settimanale L'Espresso.

Il settimanale storico della sinistra progressista italiana, nel numero del 19 gennaio 2006, commissiona l'articolo di apertura di uno speciale sull'America Latina a tale Moises Naim presentandolo SOLO come direttore del periodico statunitense "Foreign Policy". Al lettore sarebbe piaciuto conoscere il perché un settimanale italiano commissionasse un importante articolo sull'America Latina né a un giornalista italiano esperto di temi latinoamericani né ad un latinoamericano. Ebbene, anche se il lettore dell'Espresso non è stato messo in condizione di saperlo, non solo Naim non è statunitense, ma mascherato come direttore della prestigiosa (sic!) rivista "Foreign Policy", viene celato (nascosto al lettore) che Naim non è un latinoamericano qualsiasi.

Naim è stato ministro dell'Industria in Venezuela negli anni '90 al tempo delle più selvagge privatizzazioni, quando fiumi di denari da tangenti finivano nei paradisi fiscali delle Bahamas, quando la grande maggioranza dei venezuelani si impoveriva come mai nella storia, quando il governo massacrava migliaia di persone con il Caracazo (da 2.000 a 10.000 morti in un solo giorno nel 1992). Né l'Espresso né Naim, sentono il pudore di spiegare che Naim stesso non è un osservatore neutrale, ma un membro di quella classe politica corrotta spazzata via dal Movimento Bolivariano. E' come se l'Espresso avesse commissionato a Pinochet un articolo su Allende, a Ménem un articolo su Kirchner o a Collor de Mello un articolo su Lula, dimenticando di spiegare chi furono Pinochet, Ménem o Collor de Mello ed anzi spacciandoli come osservatori neutrali.

L'Espresso fa così passare per analisi politica insulti come "pericoloso buffone populista Chavez" (chissà perché scritto sempre senz'accento) facendo credere al proprio lettore che siano prodotto di un prestigioso osservatore neutrale e non di un rancoroso esponente di una delle classi politiche più corrotte della storia. E' così ingenua la direzione dell'Espresso da non capire che questa è una pessima maniera di fare giornalismo?

Tutto ciò in pochi giorni in questo inizio di 2006 e chissà quante ne abbiamo perse o ci sono sfuggite, come la perla pubblicata dal supplemento Donna di Repubblica a firma Alessandro Oppes che, sotto il titolo "Chávez visto da vicino", intervista da lontano solo ed esclusivamente oppositori particolarmente avvelenati e poco lucidi.

E' in corso un'operazione decisa e sistematica che vuole distaccare l'opinione pubblica occidentale dalle sorti dei governi progressisti latinoamericani, presentarli come velleitari, autoritari, pericolosi, non democratici, per potere domani mettere in atto la minaccia del ministro della difesa statunitense che minaccia l' "asse del male latinoamericano da colpire".

E' necessario dunque un lavoro di denuncia ed informazione che va ben oltre le possibilità del sito e che tuttavia è necessario ed urgente se non vogliamo trovarci con un'opinione pubblica cucinata a puntino nel caso non remoto che le attuali campagne di calunnie sfocino in qualcosa di peggiore. Non si può dire, "Kirchner non ci piace", "Morales è razzista", "in Venezuela non esistono istituzioni democratiche", senza spiegare mai con competenza e proprietà la sostanza di affermazioni così gravi. E' quello che sta avvenendo. E' una goccia di bile quotidiana di disinformazione che sta avvelenando i pozzi dell'informazione in senso antilatinoamericano. E' la stessa goccia quotidiana di veleno che spargeva menzogne su Salvador Allende fino a far credere che il colpo di stato voluto dagli Stati Uniti fosse la soluzione migliore per terminare un caos che non esisteva o che se esisteva era stato creato ad arte.


di Gennaro Carotenuto
da http://www.gennarocarotenuto.it



gennaio 30 2006

OLTRE IL GIARDINO

Vecchie glorie in campo per salvare lo Stato dal crac

di ALBERTO STATERA


Piccola folla di vecchie glorie in campo intorno alla bancarotta dello Stato ormai imminente, mentre la campagna elettorale impazza sul nulla televisivo, tra nani, ballerine, Bonolis, cerone e parrucchini.
Dopo Giuseppe Guarino, principe del diritto amministrativo, ex ministro delle Finanze, dell’Industria e delle Partecipazioni Statali, che ha presentato un progetto da applicare «quam celerrime» per tentare di evitare il «default» della Repubblica italiana, è la volta di Franco Reviglio.
L’economista torinese, ex ministro delle Finanze ed ex presidente dell’Eni, ha licenziato per Lehman Brothers un paper, già nelle mani di Romano Prodi, che, pur lasciando indifferente il premier ancora in carica, impegnato a pubblicizzare le doti intellettuali della figlia minore e lo «sturm und drung» di sua mamma Rosa, fa tremare il sangue nelle vene del suo successore in pectore.
La premessa di Reviglio è identica a quella di Guarino.
L’indebitamento, 1300 miliardi di euro o giù di lì, una cifra per noi impronunciabile in ex lire, è in crescita dal 2001 rispetto al Pil. Nel biennio 20062007 l’aumento è previsto nel 4,7 per cento, il che significa che, senza interventi ciclopici, il rapporto debitoPil arriverà al 111 per cento nel 2008, ciò che ci esclude dall’area dell’euro, dove siamo rimasti sino ad oggi soltanto grazie alla finanza straordinaria, scudi, condoni, concordati, cartolarizzazioni. Ciò che ci espone a una prospettiva sudamericana. Salvo che non si riesca ad abbattere drasticamente il debito. Obiettivo per il quale i pannicelli caldi non bastano più, se si pensa che al netto di ricavi di privatizzazioni per 160 miliardi nell’ultimo decennio o poco più, sono stati spesi 800 miliardi per pagare interessi sul debito, mentre il rapporto debitoPil continuava a crescere. Dicesi: fallimento.
E allora? Non resta che affannarsi intorno al patrimonio dello Stato, di cui finalmente esiste una parvenza di censimento. Settecentotrentadue miliardi, la metà del Pil e del debito, divisi tra Stato (232 miliardi) e Regioni (500 miliardi). Si tratta di partecipazioni societarie quotate e non quotate, di immobili, di edilizia residenziale pubblica, di infrastrutture, di risorse naturali, di frequenze, di crediti fiscali e non fiscali. Cedendo buona parte di questo patrimonio si potrebbe abbattere fino al 47 per cento il debito complessivo e forse bloccare la deriva sudamericana, se qualcuno finalmente penserà che ne valga la pena.
Sulla falsariga di Guarino, Reviglio stima che i beni più facilmente appetibili valgano 225 miliardi. Questi beni, con crediti fiscali e non fiscali, andrebbero conferiti a una new company con capitale iniziale di 300 miliardi, trasformando così il patrimonio mobile e immobile dello Stato in patrimonio mobiliare di pari valore.
Che l’operazione non sia proprio una passeggiata è piuttosto evidente: lo Stato, per creare un valore di mercato, dovrebbe procurare un reddito ai beni che trasferisce con un contratto di locazione, dovrebbe assumersi le spese di gestione e, una volta costituita, la nuova società (o le nuove società) dovrebbe indurre i risparmiatori a investire sulle proprie azioni offrendo rendimenti superiori a quelli dei Bot.
Una «grande operazione complessiva» di questa natura appare comunque a Reviglio l’unica «exit strategy» dal debito, l’unica strada per evitare l’espulsione dall’Europa e il «default» della Repubblica italiana.
E’ veramente percorribile? Sarebbe interessante saperlo, se la campagna elettorale non ruotasse sui frizzi e lazzi del presidente del Consiglio uscente, sui perfidi comunisti che infestano il paese, e, peggio, sull’album di famiglia e sulle abitudini di casa Berlusconi.
a. statera@repubblica. it


Parisi: con i partiti da soli non saremmo arrivati fin qui
PIETRE MILIARI
Le primarie sono pietre miliari. Vince la coalizione, è la conferma che gli elettori vogliono superare le divisioni
PROPORZIONALE
La legge elettorale proporzionale è l'ostacolo più grande. Sarà molto difficile cambiarla, ma non possiamo arrenderci


dal Corriere - 30 gennaio 2006

ROMA — Quando ha visto il bollettino di guerra provocato venerdì scorso dalla neve, Arturo Parisi stava per alzare bandiera bianca: «Mi è presa l'ansia. Ho pensato: non possiamo aspettarci un esito delle primarie nemmeno lontanamente paragonabile a quello di quella splendida domenica di sole che è stata il 16 ottobre», data dell'incoronazione di Romano Prodi da parte di oltre quattro milioni di italiani. Ma l'accurato monitoraggio delle immagini dei Tg, ieri, via via che passavano le ore, lo ha rassicurato: «C'era quella partecipazione tranquilla che avevo visto ad ottobre e mi sono sorpreso anch'io: le primarie si confermano come la risposta ad una domanda che è stabile, profonda e condivisa nell'elettorato di sinistra», spiega l'ideatore di questa forma nuova di partecipazione alla vita politica.
Vista la conferma di ieri, forse si poteva essere più coraggiosi sul Partito democratico? Parisi si prende la vittoria e concede l'onore delle armi a quanti nella coalizione sono contrari: «La connessione tra le primarie e gli assetti elettorali non è così immediata. Abbiamo la certezza che esiste una domanda di unità che coinvolge tutta l'Unione e non solo la sua locomotiva, l'Ulivo. I voti di ieri sono lì a dimostrare la disponibilità dei cittadini a superare le divisioni che vengono dal passato: vince la coalizione sulle identità di partito. Le primarie sono pietre miliari che ci segnalano dove stiamo andando: i partiti da soli non sarebbero stati in grado di fare questo cammino».
In questo anno di vita in realtà le primarie hanno avuto vicende alterne: in Puglia, nel gennaio dell'anno scorso, rischiarono di mettere a soqquadro l'intera coalizione, «per un risultato imprevisto anche da Vendola». Poi quelle di ottobre: un successo. A dicembre la Sicilia: «Nei mesi più di una voce preoccupata nella coalizione chiedeva che si considerassero come un'eccezione e non come una regola». Nella Margherita soprattutto: «Ma non solo. In Sicilia ci furono poi dei problemi specifici, si temeva che fossero lo strumento per far emergere proposte radicali, che incrociassero una concezione movimentista, ostile alla concezione che riconosce ai partiti il ruolo che gli va riconosciuto».
E adesso Milano, Cagliari, Grosseto, Gorizia. Su quelle milanesi in particolare grava ancora un'incognita: hanno indicato, dopo più di vent'anni, un candidato vincente per il centrosinistra? Ma intanto stanno diventando la norma, «anche se - spiega Parisi - ci saranno delle eccezioni: penso a Roma, lì non si faranno visto che c'è un sindaco uscente».
L'ostacolo più grande alle primarie è la legge elettorale proporzionale appena approvata: «Sarà molto difficile cambiarla, ma non possiamo arrenderci. In qualche modo dovremo portare a sintesi la rappresentazione delle distinzioni e il riferimento comune al governo, che altrimenti non è stabile».
Gianna Fregonara







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Ds Milano - Rassegna stampa



Il campionato più bello del mondo
Su Panorama si sperticano per portare un po' di argomenti seri alla campagna elettorale del nano. Ecco quindi l'articolo super-smart in cui il giornalista si affanna a leggere le statistiche sull'Italia con occhio penetrante:
Oltre il 75% degli intervistati, infatti, si è detto soddisfatto di vivere in Italia, e il 67,6% sostiene che vivere in questo Paese e "una fortuna". Il piacere di vivere nel Belpaese, però, diminuisce con l'aumentare del livello di istruzione, e infatti il 71,9% dei cittadini felici è in possesso della sola licenza elementare.
Non so voi, ma questi argomenti io li ho sentiti decine di volte: quant'è bella l'Italia, come si vive da noi non si vive da nessuna parte, come si mangia da noi, sì però in Italia, vorrei metterli su un Jumbo, etc etc.
Ecco, per amore di statistica, mi piacerebbe veramente che queste analisi venissero fatte su campioni significativi, intendendo come tali quelli che hanno vissuto un periodo significativo in almeno un altro paese; insomma, che senso ha statisticamente affermare che preferisci una determinata cosa quando non viene riportato se ne hai provata almeno un'altra? Ovviamente non si intendono qui periodi di vacanze, ma periodi di vita normale, i.e. studio oppure lavoro oppure alla-pari. Ecco, da loro mi piacerebbe sentire un giudizio. Sarebbe carino dare un'occhiata alla generazione Erasmus, a quelli emigrati negli anni 50 e 60, ai cervelli in fuga. Di queste persone mi piacerebbe avere statistica. Io butto là una scommessa, ma secondo me i dati percentuali risulterebbero invertiti.http://carlettodarwin.blogspot.com/

LA BORSA PETROLIFERA IRANIANA E' UNA MINACCIA DIRETTA CONTRO IL DOLLARO


DI MIKE WHITNEY

L’amministrazione Bush non permetterà mai che il governo iraniano apra una borsa petrolifera iraniana basata sull’euro. Se ciò dovesse accadere centinaia di miliardi di dollari rifluirebbero negli Stati Uniti con l’effetto di schiacciare il biglietto verde e affondare l’economia. Ecco perchè Bush & Co, vogliono fare la guerra all’Iran. Si tratta puramente e semplicemente di difendere l’attuale sistema mondiale e la sua moneta di riserva: il dollaro.
L’accusa che l’Iran si stia preparando a sviluppare armi atomiche è un semplice pretesto. Secondo la NIE (National Intelligence Estimate) l’Iran avrà bisogno ancora di una decina d’anni per poter sviluppare qualche forma di armamento atomico. Il direttore della IAEA, Mohammed ElBaradei ha ripetuto continuamente che la propria agenzia di controllo non ha trovato “nessuna prova” che esista un programma nucleare militare.


Non esiste infatti nessun piano nucleare di armamenti, né tantomeno nessun armamento nucleare, in realtà sono i progetti economici iraniani che costituiscono una minaccia mortale per l’economia americana, e la minaccia non può essere ignorata lasciando che sia l’inesorabile funzionamento delle leggi del libero mercato a regolare le cose.

Fatto sta che l’America ha il monopolio sul mercato del petrolio. Il petrolio viene venduto esclusivamente in dollari presso le borse di New York (NYMEX) o di Londra (IPE), ambedue in mani americane. Questo comporta che le banche centrali mondiali sono costrette a mantenere grosse riserve di dollari anche con un biglietto verde appesantito da un debito di 8 mila miliardi di dollari e con l’amministrazione Bush che ha dichiarato di continuare nella sua politica di indebitamento rendendo permanenti i tagli alle tasse.

Il monopolio americano, come valuta mondiale di riserva, segue perfettamente lo schema piramidale di una catena di Sant’Antonio. Dal momento che le altre nazioni sono obbligate a comprare dollari per potersi approvvigionare di petrolio, gli USA possono continuare nella loro politica sfrenata di indebitamento senza pagare pegno. (Attualmente il dollaro rappresenta il 68% dell’ammontare complessivo delle riserve mondiali, contro il 51% di appena una decina di anni fa.) L’unica minaccia a questa strategia è la prospettiva di una concorrenza rappresentata da una terza borsa mondiale indipendente, che costringerebbe il già pericolante dollaro a confrontarsi faccia a faccia con una valuta di riserva più stabile (e senza grossi debiti) come l’euro. Questa situazione consentirebbe alle banche centrali di diversificare le loro riserve rimandando in America miliardi di dollari con l’effetto di provocare un devastante ciclo di iperinflazione.

Gli sforzi di mantenere lontano dai titoli di prima pagina l’apertura della borsa petrolifera iraniana sono stati coronati da un grande successo. Una ricerca con Google ci dimostra che NESSUNO dei maggiori giornali o reti TV ha parlato dell’imminente borsa iraniana. L’avversione dei mezzi di informazione principali a riferire su temi controversi di interesse del pubblico si è manifestata in modo evidente in molti altri casi, come per esempio le elezioni fraudolente del 2004, i resoconti stenografici di Downing Street e la distruzione di Falluja. I grandi mezzi di comunicazione invece di informare il pubblico hanno fatto da grancassa ai disegni del governo, manipolando così l’opinione pubblica ripetendo in continuazione i temi demagogici di Bush. Il risultato è che pochi sono a conoscenza della gravità della situazione che minaccia l’economia americana.

La controversia non è quindi tra “liberali contro conservatori”. Tutti quelli che hanno analizzato il problema sono giunti alla medesima conclusione, se la borsa iraniana avrà successo il dollaro precipiterò con gravi conseguenze per l’economia americana.

Ecco che cosa riferisce Krassimir Petrov, laureato in economia, in un suo recente articolo dal titolo: La proposta borsa petrolifera iraniana:

“Da un punto di vista puramente economico se la borsa iraniana avrà successo verrà presto preferita dalle maggiori forze economiche mondiali accelerando l’abbandono del dollaro. La caduta del dollaro aumenterà in modo drammatico l’inflazione americana facendo salire verso l’alto gli interessi americani a lungo termine. A questo punto la Fed si troverà a fronteggiare una difficile scelta… deflazione o iperinflazione, quindi o farà ricorso alla “medicina classica” dello schema deflativo, con l’aumento dei tassi di interesse, che, a loro volta causeranno una depressione economica grave, con la caduta del mercato immobiliare, l’implosione delle azioni, dei bonds e dei mercati dei derivati, insomma un collasso finanziario totale, oppure, in alternativa, scegliere la strada di Weimar dell’inflazione….

Senza alcun dubbio il Comandante in Capo Ben Bernanke, un applaudito studioso della Grande Depressione…, sceglierà l’inflazione… il Maestro gli ha insegnato che la panacea di ogni problema finanziario è quella inflativa, accada quello che accada… per evitare la deflazione si farà ricorso alle rotative tipografiche del Tesoro, …e, se necessario, si monetizzerà tutto quello che c’è da monetizzare. Il risultato finale sarà la distruzione della valuta americana per mezzo delle iperinflazione…”

Così, o si aumentano i tassi di interesse e si provoca un “crollo finanziario totale” oppure si sceglie “la strada di Weimar” e si ottiene la “distruzione dell’economia americana a causa della iperinflazione.”

Le prospettive non sono buone, alle stesse conclusioni pervengono anche gli analisti di destra. L’articolo di Alan Peter, “La minaccia dei Mullah non è infondata”, pubblicato su FrontPageMagazine.com, presenta le stesse preoccupanti conclusioni a riguardo dei pericoli di una borsa petrolifera iraniana:

“Un monte di dollari in possesso delle Banche Centrali e dei leader asiatici, in aggiunta ai ridotti tassi di interesse offerti agli investitori da parte degli USA ha messo il dollaro in pericolo… un dito nervoso sul grilletto del mercato dei cambi può colpire e abbattere il dollaro anche senza nessuna cattiva intenzione. Le stime più diffuse ritengono che il dollaro possa scendere a livelli terra-terra con una rapida perdita di almeno il 50%, tenuto conto della sua supervalutazione attuale del 40%.

L’erosione di valore del biglietto verde era stata prevista dall’ex direttore della Fed Paul Volcker il quale aveva detto che “vi è il 75% di probabilità che il dollaro crolli entro i prossimi cinque anni”.

Questo crollo comporterebbe l’innalzamento dei tassi di interesse, una iperinflazione, un impennata stratosferica dei costi energetici, una diffusione massiccia della disoccupazione e, forse, una depressione. Questo è il preoccupante scenario che si apre di fronte alla prospettiva della borsa iraniana che può far cadere il dollaro dal suo traballante trespolo. Ecco perché la guerra contro l’Iran, anche nucleare, è molto probabile.

L’articolo continua così: “Con le economie mondiali strettamente interconnesse e interdipendenti una depressione mondiale, non solo americana, avrebbe un effetto domino che provocherà la povertà in tutto il mondo. I mercati necessari alle merci americane, ora disponibili a costi bassissimi, non si potrebbero più materializzare. Il risultato, secondo stime dello SME, potrebbe essere la disoccupazione di 200 milioni di americani con la gente che muore di fame per le strade mentre niente e nessuno li può aiutare, a differenza della Grande Depressione del 1920/30 quando venivano fornite minestre calde e aiuti ai poveri.”

Liberali o conservatori, le analisi coincidono. Se l’America non riesce a fronteggiare il potenziale catastrofico della borsa iraniana gli americani si possono aspettare le peggiori conseguenze.

Adesso si può comprendere perché i media americani si sono preoccupati di non fare nessun accenno alla borsa petrolifera iraniana. Si tratta di un segreto che i padroni del vapore vogliono mantenere per se stessi. E’ più facile convincere il pubblico ad accettare una nuova guerra per via dei fanatici islamici o della paura nucleare che non per le vere ragioni della difesa di un dollaro piuttosto anemico. Cionondimeno quello che stiamo facendo in Irak e che, presumibilmente, faremo nel prossimo futuro in Iran, è nient’altro che la difesa del dollaro. (Saddam si era convertito all’euro nel 2000, nel 2001 sono incominciati i bombardamenti.) (In preparazione dell’invasione nel 2003. NdT)

Il dilemma può essere risolto in maniera pacifica, ma ciò non è possibile se Bush insiste a nascondersi dietro lo stupido inganno del terrorismo e degli armamenti nucleari immaginari. Bush dovrebbe essere chiaro con gli elettori per quanto riguarda la vera natura della crisi energetica globale e smetterla di invocare Bin Laden le armi di distruzione di massa per giustificare le aggressioni americane. C’è bisogno di una strategia energetica omnicomprensiva (che comprenda il finanziamento governativo per progetti di conservazione, per la ricerca di fonti alternative e per lo sviluppo di una nuova linea di veicoli ibridi “made in America”, negoziati in buona fede con l’Iran per regolamentare le quantità di petrolio che potranno mettere sul mercato in valuta euro (permettendo così al dollaro di trovare una via di uscita con calma) e un approccio collettivo “internazionale” per il consumo e la distribuzione dell’energia (sotto gli auspici di una Assemblea Generale dell’ONU).

Bisognerebbe incoraggiare una maggiore parità fra le valute per rafforzare le democrazie e rinvigorire i mercati. Se si consentono nuovi modelli di sviluppo politico si può infondere nuova vitalità ai mercati senza il timore di essere schiacciati dal prototipo capitalista. L’attuale predominio del biglietto verde ha creato un impero mondiale che, per mantenere la propria supremazia, deve fare ricorso, in larga misura, all’indebitamento, alla tortura, e alla guerra.

La borsa petrolifera iraniana rappresenta oggi una delle più grandi sfide al dollaro e ai suoi difensori della Federal Riserve. Se Bush va avanti per la sua strada e risponde con attacchi “nucleari” preventivi contro siti nucleari presunti allora gli alleati si allontaneranno ancora di più mentre altri paesi saranno costretti a reagire. Come dice il dottor Petrov: “I paesi con le maggiori riserve in dollari possono decidere tranquillamente di reagire inondando il mercato con montagne di dollari, impedendo così agli USA di finanziare le proprie ambizioni militari.”

E’ sempre più probabile che il più grande campione dell’attuale sistema sia anche quello che ne avrà provocato la caduta.



Mike Whitney
Fonte:www.dissidentvoice.org
Link:: http://www.dissidentvoice.org/Jan06/Whitney24.htm
23.01.06



Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da VICHI

Mano tesa delle madri di Plaza de Mayo al presidente Kirchner
Argentina. Dopo venticinque anni di mobilitazione per sapere che fine hanno fatto i loro figli ''desaparecidos'', viene sospesa la marcia annuale. Ma la richiesta di giustizia continua
Marzia Bonacci


Da venticinque anni il grido è sempre stato lo stesso: “Donde están?”. E a pronunciarlo erano sempre loro: le madri di Plaza de Mayo. Consegnate alla storia della lotta per la giustizia e per la verità, questo gruppo di donne ha manifestato con costanza e determinazione per venticinque anni. 1500 giovedì di protesta – uno alla settimana – e ben 25 manifestazioni annuali sono state da loro promosse allo scopo di sapere che fine avessero fatto mariti, figlie e figli rapiti negli anni della dittatura militare argentina.
Da giovedì scorso, però, la loro giusta battaglia sembra aver imboccato la via della pacificazione formale e istituzionale. Le madri di Plaza de mayo, infatti, hanno preso atto che per fortuna l’Argentina degli ultimi anni – quella del presidente Nestor Kirchner – si è avviata verso una piena democratizzazione. Per questo, hanno deciso di interrompere il tradizionale appuntamento annuale e hanno fatto sapere che la manifestazione di giovedì scorso conclude il lungo ventennale di protesta. “Abbiamo sempre marciato contro il potere, contro coloro che ci hanno ingannato. Oggi il presidente Kirchner è un nostro amico. Sta facendo molte cose che non ci aspettavamo di vedere. La decisione di sospendere la marcia è dovuta al cambiamento dello scenario politico, non solo in Argentina ma in tutta l’America Latina”, ha dichiarato a “radio Mitre” la presidentessa dell’Associazione Hebe de Bonafini.
Certamente il mandato presidenziale di Kirchner, iniziato nel maggio del 2003, ha segnato una svolta nella storia dell’intero paese e un inizio del processo di riconoscimento dell’attività delle madri argentine. Un cammino che inizia con il suo primo discorso alle Nazioni Unite, dove ha dichiarato di essere “figlio delle Madri di Plaza de Mayo”, che prosegue con l’abrogazione delle cosiddette “leggi perdono” per i militari colpevoli di lesa umanità e che si conclude con la trasformazione dell’Esma (Scuola di Meccanica della Marina Argentina), tradizionale carcere per la tortura e la detenzione degli oppositori alla dittatura, in Museo del ricordo.
La lotta di queste madri ha inizio il 30 aprile del 1977, quando quattordici di loro si riuniscono davanti alla Casa Rosada, sede della presidenza e del governo, chiedendo pubblicamente notizia dei propri cari “desaparecidos”, scomparsi dopo l’arresto da parte delle forze militari. E’ appena trascorso un anno dal fatidico 24 marzo 1976, giorno in cui si consuma il drammatico golpe militare di Jorge Videla che asfissierà la società argentina fino al 1983. Così, con i loro tradizionali foulard bianchi e sotto la pressione militare della polizia, le madri iniziano a camminare sulla piazza antistante il palazzo: Plaza de Mayo (da cui prenderanno il nome). Quello stesso anno, il 1977, segna anche il lutto della neonata organizzazione. Tra l’8 e il 10 dicembre tre madri di Plaza de Mayo vengono infatti rapite e uccise dopo essere stata condotte all’Esma. Esther Careaga, Maria Eugenia Bianco e Azucena Villaflor subiscono così la stessa sorte dei loro figli. Ma il movimento va avanti.
Dal 1981 l’appuntamento è ufficiale e costante: ogni giovedì per mezz’ora e una volta l’anno per 24 ore, tutte insieme camminano e sfilano intorno al piazzale facendo sentire la loro sete di verità. Nel 1982, il governo nega loro la piazza. Non è un problema, si spostano in quella attigua e portano comunque a termine la mobilitazione in ricordo dei loro parenti scomparsi. Il 20 dicembre 2001, ormai settantenni, prendono parte alla rivolta argentina contro la crisi dell'economia, facendo propria anche la causa di una democratizzazione economica, e fronteggiano la polizia schierata nella piazza. “Non un passo indietro” è il loro motto.
Così, fino allo scorso giovedì, le madri dei "desaparecidos" non hanno mai tagliato il cordone ombelicale con gli anni della dittatura e con i loro figli scomparsi. E non lo faranno nemmeno adesso perché, nonostante la scelta di porre termine alla manifestazione annuale, hanno comunque deciso di continuare la battaglia contro le ingiustizie sociali e politiche, vedendo in essa l’unica risposta al lutto vissuto. “Le proteste del giovedì andranno avanti – fanno sapere attraverso la loro presidentessa – perché restano da ottenere ancora molte cose. Non tutto è perfetto in questo paese”. Rispetto a questa decisione, grande preoccupazione è stata espressa da Estela Carlotto, presidente delle “Nonne di Plaza de Mayo", che ha infatti insistito sulla necessità di continuare l’impegno iniziato più di vent’anni fa.
Un impegno che ha cercato di rompere il muro di silenzio durato decenni intorno a questa triste pagina dell’Argentina, il cui bilancio è ancora irrisolto: 30 mila scomparsi, 1 milione e mezzo di esiliati, 9 mila prigionieri politici e 15 mila fucilati nelle strade. Una lotta che ha visto momenti bui, come durante gli anni dell’approvazione delle leggi che favorivano l’impunità dei militari e di cui è simbolo la legge del “Punto finale”, approvata dal socialdemocratico Raul Alfonsin che sperava di rispondere all’appello delle madri attraverso la redazione di una lista dei morti (il provvedimento venne duramente contestato dall’organizzazione femminile).
E pensare che le chiamavano sprezzantemente “las locas” (le pazze). Ma come hanno sempre sostenuto loro: “Noi sapevamo di essere pazze d’amore, pazze dal desiderio di ritrovare i nostri figli…A volte sono proprio i pazzi, insieme ai bambini, quelli che dicono la verità”. www.aprileonline.info


Schedatura neuropsichiatrica a scuola?
di Margherita Pellegrino
[Più volte Carmilla ha segnalato rischi e problemi di una precoce psicofarmacologizzazione nell'infanzia e nell'età scolare soprattutto. Ci scrive una professoressa che, dalla stampa, ha còlto un ulteriore rischio: quello di una schedatura neuropsichiatrica per giovani allievi. Pubblichiamo la lettera che la professoressa Pellegrino ci ha inviato, promettendo di seguire gli sviluppi del caso. gg]

Ho letto con stupore ed indignazione che al Senato è in discussione un disegno di legge che prevede di "considerare la dislessia causa di difficoltà specifica di apprendimento". In realtà la difficoltà nella lettura ridefinita da neuropsichiatri infantili e psicologi, dislessia, abbraccia secondo loro, un pacchetto che comprende anche la disgrafia (la scrittura poco chiara e non allineata), la discalculia (lentezza nel fare i calcoli, non conosce bene le tabelline); questi, che fino ad oggi vengono considerati dagli insegnanti errori , se questa legge viene approvata, saranno: “disturbi di apprendimento” e gli alunni che ne sarebbero affetti verrebbero diagnosticati ed etichettati dislessici da neuropsichiatri infantili.

"Il disegno di legge prevede un’attività diagnostica precoce da parte di specialisti….(i quali) sostengono che i risultati migliori, si avranno se si riuscirà a individuare il problema già dal primo anno della scuola dell'infanzia" (dal Sole 24ore, 13-26 gennaio 2006, pag.17).
Se noi andiamo indietro alla nostra esperienza scolastica, quando eravamo in seconda e anche in terza elementare (7/8 anni), non sapevamo leggere e scrivere perfettamente e magari non rispondevamo in 60/10 di secondo alla domanda quanto fa 6 per 7, perché ora dovremmo pretendere che i nostri bambini di tre anni, invece, sappiano fare queste cose e magari sappiano anche suonare la nona di Beethoven?
Gli psichiatri sostengono che la dislessia è una disfunzione biologica di origine ereditaria , ma in base ad asserzioni dei loro stessi specialisti, prove di laboratorio tra cui TAC e RM (risonanza magnetica), non hanno evidenziato alcuna differenza tra il cervello di un cosiddetto "dislessico" ed uno "normale". Così come non si sa quale sarebbe il fantomatico cromosoma responsabile della trasmissione a livello ereditario (vedi Che cos'è la dislessia: Basi biologiche, Luisa Lopez).
In Italia la psichiatria non è riuscita a far passare una legge che porti ad etichettare i bambini italiani come affetti da ADHD e così entrare nelle nostre scuole, ci stanno provando con la dislessia?
Da quando nel 1991 il Dipartimento dell'Istruzione Statunitense diede istruzioni a tutti i funzionari scolastici di istituire procedure per effettuare la selezione e l'identificazione dei bambini con disturbi dell'apprendimento, fornendo loro degli speciali servizi educativi, psicologici e costringendo per legge i genitori a "CURARLI", si sono ritrovati sei milioni di bambini etichettati Iperattivi , curati con un pesante psicofarmaco i cui effetti sono simili alla cocaina e di questi alcuni sono morti per gli effetti collaterali.
I disturbi di apprendimento non sono una recente scoperta ma sono presi dal Manuale di Statistica Diagnostico (DSM IV), la dislessia è riesumata da questo stesso manuale, come l’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività). Non è che anche la dislessia al pari dell’ADHD, faccia parte di un astuto piano di marketing per monitorare i nostri alunni e avere ulteriori finanziamenti?
Dai dati attuali stimano che il 5% dei bambini sono dislessici, che il 4% sono affetti da ADHD, a questi aggiungiamo quelli depressi, ecc... Vogliamo far diventare le nostre scuole l’anticamera del reparto di neuropsichiatria infantile della nostra città? Si sta rischiando di medicalizzare l'istruzione.
Come si può fare affidamento sui risultati di indagini in questo campo quando l'ultima scoperta, resa nota in questi giorni da ricercatori dell'istituto di psichiatria di Harvard è stata che i "bambini che nascono in inverno sono più intelligenti di quelli che nascono in estate?
Come insegnante, alla luce della mia esperienza, posso dire che le difficoltà di apprendimento sono dovute a carenze nella didattica, alla mancanza di una metodologia di studio e di tecniche efficaci nella trasmissione della conoscenza. Esistono scuole in Italia e all'estero dove metodi di studio e tecniche di insegnamento efficaci hanno risolto le difficoltà di apprendimento degli alunni.
Come cittadina mi aspetto che prima che i parlamentari italiani votino e finanzino, con i soldi delle tasse pagate da noi, questa legge, si informino accuratamente su come stanno realmente le cose.
/www.carmillaonline.com

C’era una volta la scandalosa Marina
Milano, scrive Giulia Mirandola
Un racconto fatto di carne e tante ossa. E' quello dell'artista Marina Abramović che a Milano, all'Hangar Bicocca, ha inaugurato lo scorso 19 gennaio Balkan Epic, un ciclo di video installazioni. Scrive Giulia Mirandola
L'Hangar Bicocca-spazio d'arte contemporanea è un ex capannone industriale di 15.000 metri quadri sulla strada che da Milano porta a Cinisello, dentro al complesso di quelli che furono gli stabilimenti Ansaldo. Accanto all'ennesimo village dei consumi, non distante dal nuovissimo polo universitario e dal Teatro degli Arcimboldi, l'Hangar è diventato da un anno circa un'area progettuale espositiva e produttiva dedicata all'arte contemporanea e casa dei Sette palazzi celesti del tedesco Anselm Kiefer. Accanto alle sette torri, monumentali, irraggiungibili, implacabilmente tragiche, è in corso ora Balkan Epic (dal 20 gennaio al 23 aprile 2006), un ciclo di video installazioni, reperti del corpo e soprattutto della memoria, di una protagonista della body e video art: Marina Abramović. La mostra, ideata da Art for The World, a cura di Adelina von Fürstenberg, raccoglie lavori che vanno dal 1997 al 2003, fino al più recente Balkan Erotic Epic realizzato a Belgrado nel 2005, che presta in forma contratta il titolo a mostra e catalogo (Skira, Ginevra-Milano 2006, € 29, 00).

Marina Abramović, diva di se stessa, dea del proprio mito, è bellona e ingombrante. È nel suo furore di corpo che si sprigiona questo racconto balcanico, fatto di tanta carne e tante ossa; la cronaca o romanzo familiare si alterna ai temi della saga, magici, ancestrali e affatto scandalosi, in un divertito quanto sofferto gioco delle parti a cui la Abramović si predispone fisicamente. Diventa difficile isolare il carattere balcanico di un ciclo che si concentra piuttosto sull'uomo come essere bestiale e primordiale che, ora fatalmente, ora eroicamente, si trova immesso nel corso della Storia. Così avviene per la dissoluzione dell'ex Jugoslavia, allusa con tanto di spiegazione scientifica, metodo e risultato nella Storia del Ratto-Lupo raccontata da una dottoressa sospetta in Balkan Baroque, proiettata in dimensioni naturali tra due primi piani dei genitori della Abramović – entrambi partigiani nella guerra di liberazione (1941-1945) e iscritti al partito comunista –, inseriti in quella cattedrale di morte o montagna sacra di ossa bovine che, rosse e maleodoranti, si presentarono nel 1997 alla XLVII Biennale di Venezia: di quel rito e sacrificio, in cui l'artista spazzolava con fatica i pezzi uno ad uno, cercando di pulire ogni traccia di sangue e accompagnandosi per ore con canti popolari e d'infanzia, resiste qui una citazione proiettata su un piccolo schermo, posto in mezzo a una catasta di ossa bianche e due lavandini e una vasca di rame, penalizzati, nell'installazione dell'Hangar, da un buio davvero pesto che quasi non le fa notare.

Il secondo omaggio familiare è datato 2001, The Hero, dedicato al padre, sintesi romantica e fiera, dell'incontro tra i due genitori della performer: la madre cade ferita e il padre la porta in salvo in groppa al suo cavallo bianco, lui come vero eroe, lei come vera principessa, sequenza di novel cavalleresco in piena seconda guerra mondiale; mentre qui, la figlia è sola, in groppa al bianco destriero, immobile come un bronzo equestre, amazzone nera, per una volta vestita, che reggendo bandiera bianca intona l'inno jugoslavo.

Dopo il 1975, anno in cui l'artista serba lascia Belgrado, i ritorni in patria sono rari e si concentrano tra la fine degli anni novanta e i primi anni duemila, sempre finalizzati al compimento di progetti performativi. Nel 2003 Marina Abramović è impegnata in Count on Us, sviluppando un motivo presente fin dagli esordi, quello della stella a cinque punte della bandiera jugoslava. La ragazza distesa che, nel 1974, sviene per mancanza di ossigeno giacendo all'interno di una stella lignea in fiamme è solo un ricordo. Oggi la Abramović gioca alla morte in altro modo, impalcando un concerto di ringraziamento all'ONU per le promesse non mantenute, affidando l'esecuzione dell'inno delle Nazioni Unite al coro della scuola "Nazioni Unite" di Belgrado (proprio così!), sotto il piglio maestro di uno scheletro che, guarda a caso, è lei stessa. Macabra beffa delle parti, lo scheletro non abbandona il palco e torna disteso sopra il corpo nudo della Abramović in Nude with Skeleton (2003): talamo d'amore o letto di morte? L'atto che si consuma tra questa carne e queste ossa, il contrasto tra due nudi impossibili (chi dei due lo è o lo è di più?), fanno pensare a una natura morta contemporanea, fitta, se si vuole, di allusioni mitologiche e letterarie, oppure, semplicemente, messinscena del piacere di morte insito in ogni conflitto, perdita di senso, puro godimento.

Il trionfo del corpo scocca sotto la pioggia battente. Balkan Erotic Epic è un'opera doppia costituita da un'installazione video multischermo e da un film di dodici minuti prodotto dalla società cinematografica Destricted, che qui non vediamo perché tuttora in fase di lavorazione. Sul prato si scatenano donne di ogni età, fradice, forzute o secche, quasi troppo belle per essere vere popolane. Tornano in mente le parole che introducono il video, in cui si afferma che la Abramović si è rifatta ad antichi manoscritti e alla tradizione popolare, racconti leggendari in cui gli organi sessuali maschili e femminili servono per scacciare malattie, sfortuna e malanni di ogni specie. Meno potente il tappeto di piccoli uomini supini che, concentratissimi, eiaculano dentro buchi di terra, forza della natura!, o la schiera di maschi in costume nazionale con pene in erezione, come se anch'esso facesse parte, con il vestiario, del corpo serbo doc, esibito davanti al ritratto solenne di Olivera Katarina che invoca perdono per i peccati di guerra.

"Per far innamorare un uomo, la donna prendeva un pesciolino, lo inseriva nella vagina e ve lo lasciava per una notte. Il mattino dopo lo estraeva, lo faceva seccare e poi lo macinava riducendolo in polvere. Si credeva che mescolando un pizzico di questa polvere nel caffè dell'amato, questi non l'avrebbe lasciata mai più". Si torna più creduloni ad inseguire le mosse di queste femmine bagnate, le vagine volanti, le ripetute offerte di tetta: lì, un pesciolino dev'esserci. www.osservatoriobalcani.org

Furbocrazia
Massimo,
Se fai scorte di spinelli, ti fai anni di galera; se fai scorte di soldi con un bel falso in bilancio, pene ridotte. Siamo uomini di mondo, e che diamine… www.ulivoselvatico.org/



gennaio 29 2006

Berlusconi sempre il TV e la par condicio : All'estero dicono ...
di Rita Guma

"Berlusconi occupa tutti gli schermi televisivi per lanciare la sua campagna elettorale". Cosi' titolava il quotidiano francese Le Monde qualche giorno fa.

"Il capo del governo - scriveva infatti Jean-Jacques Bozonnet - ha partecipato alla maggior parte delle trasmissioni di dibattito delle reti pubbliche e private, ma anche ai vari programmi di varietà e di sport. Quando non è invitato, si autoinvita. Una volta telefonando come un semplice telespettatore, oppure spingendo all'improvviso la porta di un studio amico".

Il quotidiano francese parla della lunga intervista al programma di Giuliano Ferrara - che, osserva Le Monde "era il portavoce del primo governo di Berlusconi nel 1994" - ma ("insoddisfatto", commenta Le Monde), il Cavaliere ha partecipato al Processo di Biscardi, ad Uno Mattina, ed e' "persino emerso nei programmi di una rete specializzata sull'automobile"...

Secondo L'Herand Tribune e il New York Times "Ora e' ufficialmente impossible evitare la faccia sicura, sorridente e chirurgicamente lisciata di Silvio Berlusconi. Quasi ogni sera, ultimamente, e' comparso in televisione, parlando di sua madre, della sua morale, dei suoi nemici, del suo giardino... Il primo ministro italiano Silvio Berlusconi.... sta usando un blitz sui media per corteggiare gli elettori, che mostrano i segni di stanchezza nei suoi confronti".

Secondo uno studio, Berlusconi sarebbe apparso in tv, nelle scorse due settimane, per tre ore complessive, mentre Prodi solo 8 minuti. Il quotidiano spagnolo "Terra"cosi' commentava: "Nonostante nelle ultime due settimane abbia partecipato e concesso interviste a piu' di una decina di programmi della televisione, Berlusconi ha insistito che 'la odia'".

Il giornale riportava anche l'invito rivolto dal presidente Carlo Azeglio Ciampi con una lettera al presidente della Commissione di vigilanza RAI Paolo Gentiloni di far rispettare fin da subito la par condicio nei programmi, senza attendere lo scioglimento delle Camere, previsto per l'11 febbraio.

"Cosa devo dire: sulla par condicio rispetteremo la legge - ha risposto il premier - Quello che dice la legge quello sara'". "Alcuni elettori centro-di destra hanno perso parte del loro interesse per Forza Italia e Berlusconi deve far leva sull'entusiasmo della gente che gli ha dato il voto nel 2001". Spiegava il prof. Carlo Pelanda al New York Times. Secondo le agenzie, per Silvio Berlusconi ''La 'par condicio' e' una legge bavaglio''.

L'azzurro Cicchitto ha precisato che "secondo legge, la par condicio decorre dalla data d'indizione dei comizi". Totale adesione all'invito del presidente della Repubblica hanno espresso invece il leader dell'Unione Romano Prodi, i verdi Cento e Pecoraro Scanio, il comunista Marco Rizzo, il leader dell'Udeur Mastella e Willer Bordon, della Margherita. Piero Fassino ha parlato di "emergenza".

Nella lettera, il Capo dello Stato aveva scritto che e' "compito precipuo della Commissione quello di garantire la concreta applicazione, da parte delle Rai, in ogni momento, indipendentemente dalla data di scioglimento delle Camere, e in tutte le trasmissioni radiotelevisive, del principio di equita' e di sostanziale parita' di accesso a tutte le forze politiche, nonche' quello di assicurare il puntuale e scrupoloso rispetto delle norme che regolano la campagna elettorale".

Ma l'invito di Ciampi, nonostante la risposta gentile e piena di buone intenzioni del presidente Gentiloni restera' probabilmente lettera morta, e non si annuncia nemmeno una tenzone. L'ultima "battaglia" e' stata quella sulla data dello scioglimento delle Camere, per la quale il New York Times parla di "vittoria" di Berlusconi. 


www.osservatoriosullalegalita.org



L'aggregatore del diavolo

Ricapitolando: basta parlare male del centrosinistra. Non è il momento. Se ho tollerato dieci anni di D'Alema, posso ancora sopportare cinquanta giorni. Dopo potrò sfogarmi; ma ora no, ora non ha senso.
Che altro posso fare? Predicare ai convertiti? Tempo perso.

Forse che dovrei anch'io puntare il mio umile cannoncino sul centro moderato? Mi basterebbe conquistare anche un solo incerto, anche solo un voto, e potrei dire di aver fatto il mio dovere… ma è impossibile, andiamo. Quella chimera che chiamano centro moderato non esiste, è il parto di una congiura di statistici buontemponi. Credere in Berlusconi, oggi, è come credere nello Jahvé di Freud: per farlo occorre un investimento psichico ingente e quotidiano. Bisogna avere fede nelle sue parole, chiudere gli occhi davanti alle sue gaffes, allenarsi a ridere alle sue battute, fingere di sfrecciare in un autostrada a quattro corsie mentre si è in coda al Cantiere-Grandi-Opere. Chi riesce a fare tutto questo (e sono tanti) non è certo un indeciso: la sua fede è costruita sulla dura roccia, e non sarò certo io a scalfirla, con due battutine o un link. E allora?

La verità è che le elezioni non si vincono al centro, ma si perdono ai fianchi. Nel 2001 non abbiamo perso perché Berlusconi ha conquistato il centro, ma perché il fianco sinistro, disilluso e stanco, votò Bertinotti - o nemmeno andò a votare. Nel 2006 dovrebbe accadere la stessa cosa sul fianco destro. Tutti quelli che hanno creduto in Berlusconi inutilmente, "ci hai detto vi alzerò la pensione e non ce l'hai alzata"; "vi calerò le tasse e non ce le hai calate", ecc.; tutti costoro non rinnegheranno mai pubblicamente il loro uomo. Vorrebbe dire ammettere di essere stati presi in giro, e questo, nel Paese dei bar sport, non si fa. È possibile però che quella benedetta domenica 9 aprile non si sentano molto motivati ad andare alle urne. Specie se non piove (è quasi imbattibile, Berlusconi sul bagnato).

Quello che mi preoccupa sono i blog di centrodestra. Negli ultimi tempi ne sono nati tanti. Sono giovani e pieni di entusiasmo. Ecco qualcosa che mi spaventa: la gioventù e l'entusiasmo. Loro sì che rischiano di cambiare le cose. Potrebbero fare cartello tutti assieme, e infondere fiducia in quel fianco elettorale che l'ha un po' persa. Una prospettiva, dal mio punto di vista, terrorizzante.

Forse… non so, sto pensando a voce alta… quel che dovrei fare davvero è sabotarli. Senza tanto fairplay: qui si fa l'Italia o si va a puttane. Basta con questa personalità buonista e politicorrect! Dovrei passare alla clandestinità, infiltrarmi. Presentarmi come un pirla qualunque – è un ruolo che mi riesce bene.

Si sa come funziona: ti spertichi di lodi su di loro nei commenti, lasci un tuo link in bella vista… e loro per forza prima o poi ricambiano, è una questione di gentilezza, di cameratismo (forse che non funziona così anche da noi?)
Gradualmente, passerei a gettare sabbia dialettica nelle loro ben oliate macchine da guerra. Impercettibilmente, ma inesorabilmente, devierei le loro intelligenze in questioni oziose… argomenti scemi, tipo la seduta spiritica di Prodi, o la "cosiddetta-superiorità-morale-della-sinistra" (ma non era antropologica? Fa l'istess). E tutti questi tormentoni che fan perdere tempo e neuroni. Potrei anche iniziare a fare bollini e patacche e a distribuirle. Cosa c'è di meno credibile di un blog pieno di patacchini e gif animate? Loro sono giovani, magari ci cascano, si mettono a giocare agli adesivi e mollano il caso Unipol...

Ma forse dovrei osare di più: organizzare… un aggregatore, ecco. Mi costerebbe fatica, e forse denaro, ma pur di veder Berlusconi sconfitto… la cosa però andrebbe preparata seriamente. Per esempio: si organizza un convegno sui blog e la politica e bla bla bla, magari chiamo anche Gg, capace che viene. E così intanto raccolgo un centinaio di mail.
Nei giorni successivi inizio a cinghiarli con catene di forward: stiamo organizzando un prestigioso aggregatore di centrodestra, hanno già aderito il celebre Tizio e il rinomato Caio, daaaaaai, vieni anche tu! Siamo già in duecento! Trecento! Trecentoventisei!
Quelli sono giovani, sono entusiasti, ma in fin dei conti sono bloggatori. Io lo so come sono fatti i bloggatori. Quale parente venderebbero per un picco di accessi? Quale parte del corpo, per un rank più commisurato alle loro ambizioni? Ed ecco che io mi presento e faccio loro balenare in mente l'idea di duecento, trecento, 326 link in più al loro sito! In termini di ranking, è come passare da un monolocale in periferia a una villetta nel quartiere-bene. Figurati se si pongono subito il problema dei contenuti! Loro sono entusiasti, pensano positivo, e poi ha aderito anche il celebre Tizio, una garanzia.

A quel punto, capite, li tengo in pugno. Posso scremare i loro contenuti, gettare il bambino e tenermi l'acqua sporca, schiaffare le scemenze più invereconde in prima pagina mentre la qualità scivola sul fondo. È una faticaccia, ma posso sempre iniziare a delegare ai più pazzoidi del mucchio. È chiaro che col tempo si creerà una gerarchia: dovrò sorvegliare affinché i più dotati di raziocinio restino in fondo alla catena alimentare.
E se qualcuno protesta? Ma è proprio quello che mi serve! Una grande rissa, una bella caciara, chilometrici flame su polemiche di condominio. Finché nessuno si ricorderà più di Consorte e Sposetti: tutti a litigare per uno strapuntino in homepage. Metto fin d'ora in cantiere scissioni e purghe. Gli uomini sono fatti così – i blogger, perlomeno. Perché a destra dovrebbero essere meglio che a sinistra?

Sarà faticoso, lo so, ma alla fine della fiera avrò screditato completamente tutto il bloggismo di centrodestra. Come il pifferaio della favola, li guiderò dalla città delle libere opinioni alla fossa della fuffa. Questo dovrei fare. Sennonché.
Sennonché, è già stato fatto.

E anche molto bene.

Per cui, capite, non c'è altro che io possa fare – a parte inchinarmi di fronte a tanta diabolica crudeltà concepita e messa in atto. Sciapò. http://leonardo.blogspot.com/

Un boomerang di nome Arancio
Multinazionali Usa dovranno risarcire i coreani vittime della diossina





Scritto per noi da
Simona Tratzi

Il 26 gennaio la giustizia coreana ha condannato le industrie chimiche Dow Chemical e Monsanto a risarcire 6.800 veterani sud-coreani della guerra del Vietnam. Le produttrici del famigerato Agente Arancio dovranno pagare un indennizzo pari a 65,2 milioni di dollari. Questa è la prima volta che la Corea del Sud condanna due dei giganti dell’industria chimica statunitense per aver fornito il diserbante Tcdd, più comunemente noto come Agente Arancio, all’esercito Usa per stanare i vietcong nella foresta tropicale durante il conflitto. Tra il 1965 e il 1973 la Corea del Sud, all'epoca retta da un regime totalitario, inviò in Vietnam circa 300.000 soldati per aiutare l'esercito Usa nella guerra. La causa è stata intentata da oltre 20.000 ex-combattenti dell’esercito sud-coreano, vittime del diserbante, e dai loro familiari. La corte ha stabilito che le compagnie americane hanno prodotto il Tcdd in eccesso rispetto al livello consentito dalla legge.

I precedenti. La Dow Chemical e la Monsanto sono già state coinvolte in un'azione legale. Nel 2004 tre vietnamiti, due donne e un uomo gravemente malati, hanno fatto causa a una decina di industrie chimiche statunitensi, tra le quali comparivano anche le due società. Davanti al tribunale della Corte federale di New York le vittime hanno chiesto alle produttrici dell'erbicida tossico un risarcimento per i danni subiti. Un anno più tardi però il tribunale ha respinto le loro richieste. Le multinazionali si difesero affermando che loro erano responsabili della produzione del diserbante Tcdd, ma non dell'uso che ne veniva fatto dal governo statunitense. Gli effetti dell'Agente Arancio sono arrivati anche negli Stati Uniti, dove molti reduci della guerra del Vietnam, ammalati di cancro in seguito all’esposizione all’agente chimico, citarono per la prima volta nel 1984 la Dow Chemical, la Monsanto e altre società produttrici dell'Agente Arancio. In questo caso ben sette società decisero di accordarsi con i veterani per un risarcimento pari a 180 milioni di dollari.

L'Agente Arancio. L'Agente Arancio è un diserbante chimico composto da diossina, una sostanza che può provocare tumori, disfunzioni degli organi e malformazioni fetali. Si stima che durante la guerra del Vietnam (1961-1975) sulle foreste e sui villaggi del paese asiatico siano stati gettati decine di milioni di litri di erbicida. Gli effetti di queste operazioni militari portarono alla distruzione di oltre tre milioni di ettari di terra e di vegetazione tropicale, mentre migliaia di uomini cominciarono a morire e ad ammalarsi. Solo a partire dal 2002 Stati Uniti e Vietnam si sono impegnati a condurre ricerche sugli effetti del diserbante. Il governo statunitense fino all'anno scorso ha sostenuto che non esistono prove certe sulle terribili conseguenze dell'erbicida.

Vittime dimenticate. Le tracce della diossina sono evidenti ancora oggi nel cibo, poiché gli agenti chimici del diserbante si sono raccolti nella catena alimentare e nel latte materno, provocando tumori, malformazioni congenite e paralisi nella popolazione vietnamita a più di trent'anni di distanza dalla fine del conflitto. Alcuni bambini nascono senza occhi, braccia o organi interni. Le organizzazioni umanitarie, tra cui l’Unicef, riferiscono che sono state circa tre milioni le persone esposte all'Agente Arancio durante la guerra e ad oggi un terzo di loro soffre di gravi problemi di salute. Ma nessun vietnamita è stato finora risarcito dai governi responsabili di questa tragedia. www.peacereporter.net



Riporto per intero l'analisi di Michelguglielmo Torri.
La trovo ineccepibile.

Cari amici,
così Hamas ha vinto le elezioni legislative in Palestina. I nostri media si strappano i capelli e ci propongono interviste illuminanti. Ho appena sentito il giornale radio delle 8,45: sono stati intervistati un giornalista di Ha'aretz e il noto ideologo neocon Daniel Pipes. Evidentemente, il ventaglio delle possibili interpretazioni passa fra una sinistra, rappresentata da un giornalista israeliano, e una destra, rappresentata da un neoconservatore americano.

Quest'ultimo ha fatto un'affermazione rivelatrice (di cui, però, solo la prima parte è stata riportata dai giornali, almeno nella lettura che ne è stata data a "prima pagina" di oggi). "La vittoria di Hamas alle elezioni in Palestina - ha detto Pipes - sono come quelle di Hitler in Germania nel 1933 o come quelle di Salvador Allende in Cile nel 1970". Naturalmente è la parte in corsivo che non viene riportata. Dopo tutto, se la leggessero, molti di noi "rizzerebbero le orecchie". Allende era un Hitler? O era un democratico che voleva sottrarre il suo paese all'egemonia politica ed economica americana? Allora, la vittoria di Hamas è come quella di Hitler o è come quella di Allende? Spero che converrete con me che la differenza non è poca.

Ciò detto, dato che tutti "riflettono" sulla vittoria di Hamas e che tutti dicono la loro, che ne abbiano titolo o meno, lasciate che anch'io dica la mia. Come storico incomincerei con una riflessione storica. Le trattative di Camp David del 2000 fallirono perché gli israeliani, sostenuti dagli americani, non erano disposti ad accettare il minimo richiesto da Arafat. Cioè la costituzione di uno stato palestinese sui territori di Gaza e della Cisgiordania occupati da Israele nel 1967. Arafat era disponibile a scambi di territorio su basi paritarie, a lasciare a Israele i quartieri ebraici di Gerusalemme Est (illegalmente costruiti dopo il 1967), a cedere il quartiere ebraico e, probabilmente, anche quello armeno della città vecchia e, infine, a cedere il muro del pianto a Israele. Inoltre, Arafat chiedeva un'accettazione di responsabilità da parte di Israele per il ruolo nel determinare la creazione del problema dei profughi nel 1947/49 e nel 1967, una richiesta a cui si accompagnava una sostanziale elasticità sulla questione concreta del ritorno di tali profughi in Israele.

Arafat, nel prendere queste posizioni, aveva già esplicitamente riconosciuto che il 78% della Palestina mandataria, compresa Gerusalemme Ovest, era ormai parte integrante dello stato di Israele. Voleva quindi avere il restante 22%. Gli Israeliani e gli americani, invece, impostarono Camp David sull'idea che l'argomento del contendere fosse come spartire quel 22% della Palestina mandataria che formava i territori occupati nel 1967. Un'impostazione che faceva a pugni con il diritto internazionale (che, evidentemente, non vale né per gli americani, né per gli israeliani). In base a questa peculiare impostazione, le condizioni capestro di Barak (che, fra l'altro, comportavano, per riconoscimento dello stesso Barak, una Cisgiordania palestinese priva di continuità territoriale) poterono venir presentate come la "generosa offerta" che solo l'irragionevolezza di Arafat poteva rifiutare.

Il risultato di questo modo di procedere è stato che il nazionalismo laico palestinese è stato umiliato e sconfitto. Ci sono state, è vero, alcune voci isolate che, anche in Israele, ricordavano che, se non ci si accordava con il nazionalista laico Arafat, il risultato sarebbe stato che al suo posto, ci si sarebbe trovati come controparte gli islamisti di Hamas. Ma, naturalmente, nessuno ha mai dato retta a tali voci. Si è preferito, invece, demonizzare Arafat e delegittimare al-Fatah. Secondo l'illustre storico Benny Morris, di fatto non c'è mai stata alcuna differenza fra Arafat e al-Fatah da un lato e gli islamisti di Hamas e del Jihad islamico dall'altra: entrambi hanno sempre voluto distruggere israele.

Insomma, i palestinesi hanno a suo tempo tentato una trattativa partendo da posizioni di ovvia ragionevolezza. La risposta è stata, come si è appena ricordato, la demonizzazione e l'emarginazione del leader che incarnava quell'ovvia ragionevolezza e, subito dopo, la guerra ad oltranza condotta da Sharon contro i palestinesi.

Ora, i palestinesi, hanno deciso di cambiare cavallo. Hanno votato per Hamas, che non riconosce lo stato di Israele. Fallita, cioè, la via della moderazione perseguita da al-Fatah, la risposta dei palestinesi è stata di passare la mano ai massimalisti di Hamas. Ma, al di là delle posizioni teoriche, Hamas ha sempre dimostrato un alto grado di pragmatismo (in caso contrario non sarebbe ora dove si trova). Hamas, quindi, tratterà con Israele. Ma lo farà partendo da zero, non con la concessione a priori del 78% della Palestina. Personalmente non ho alcun dubbio che l'obbiettivo reale che Hamas si pone sia lo stesso di Arafat: uno stato palestinese sui territori occupati da Israele nel 1967. Ma sarà una trattativa in cui nulla sarà dato per scontato. A quel punto, forse, l'irragionevolezza della posizione degli israeliani, che si ostinano a mantenere 440.000 coloni nei territori occupati, che rivendicano la parte araba di Gerusalemme, che vogliono rosicchiare parti ulteriori di quel misero 22% di Palestina che i palestinesi rivendicano come loro, che si rifiutano di accettare le loro responsabilità per la pulizia etnica del 1947/48 risulteranno essere ciò che sono: non posizioni di grande generosità, bensì posizioni irragionevolmente e meschinamente estremiste.

Nella situazione che è oggi venuta in essere in Palestina, quali alternative vi sono? Schiacciare Hamas con strumenti militari? Sharon ha certamente cercato di farlo negli ultimi cinque anni. Con il risultato che ora si è visto. L'unica via all'eliminazione di Hamas sarebbe l'eliminazione del popolo palestinese. Il che, però, allo stato attuale delle cose, sembra ancora un obiettivo un po' difficile da raggiungere (ma, chissà?, forse col tempo ci si arriverà). Quindi, al momento, rimangono solo due possibilità: la continuazione della guerra all'infinito (o fino al genocidio dei palestinesi) o la pace con Hamas. Sia gli israeliani, sia i loro amici americani e europei, che con il loro incondizionato appoggio politico e economico sono corresponsabili dell'avventurismo israeliano, farebbero bene a rendersene conto e a trarne le conclusioni logiche.
Che poi non si tratti con i "terroristi" era un'obiezione che venne fatta anche a De Gaulle al tempo della guerra d'Algeria. Il nazionalista francese De Gaulle rispose: "Si tratta con chi ci combatte"; e non solo accettò l'indipendenza dell'Algeria, ma liberò la Francia dall'incubo di un'atroce guerra coloniale.

Cordialmente.
Michelguglielmo Torri

P.S. I grassetti sono miei. www.ilcircolo.net/lia/

Usa: solo 43% americani soddisfatto di operato di Bush
E' il minimo storico nei sondaggi del Los Angeles Times
Pieffe


Manca una settimana al discorso di George
W. Bush sullo Stato della nazione e il consenso attorno al
presidente americano tocca i minimi storici. Secondo un sondaggio
effettuato per il Los Angeles Times e per Bloomberg solo il 43%
degli americani è soddisfatto del lavoro di Bush. I voti sono
ancora più bassi per quanto riguarda i risultati della sua
politica economica, sanitaria e per l'Iraq. Le donne sono più
severe nel loro giudizio su Bush (solo il 36% lo approva)
rispetto agli uomini (50%).

Un americano su due ritiene che l'America abbia bisogno di un
cambio della guida, ma allo stesso tempo la maggioranza degli
americani ritiene che Bush abbia reso più sicuri gli Stati uniti
e auspica ulteriori passi in difesa del terrorismo. Fra questi vi
sono anche le limitazioni alle libertà individuali e un
intervento militare contro l'Iran se questo dovesse continuare a
sviluppare il suo programma nucleare. /www.aprileonline.info



Il Kosovo nell’Ue?
Mentre la provincia balcanica piange la morte del Presidente Rugova, la questione della sua indipendenza da Belgrado resta sul tavolo dei negoziati Onu di febbraio. Intanto a Bruxelles già si pensa al futuro...

La recente morte per cancro di Ibrahim Rugova, Presidente del Kosovo dal 2002, ha acceso i riflettori su questa provincia autonoma dei Balcani ancora parte della Serbia-Montenegro. Non solo perché con Rugova scompare un leader politico di peso e noto a molti come il “Gandhi dei Balcani” per la nonviolenza tipica del suo indipendentismo. Ma anche perché proprio questa settimana si sarebbe dovuto aprire a Vienna, sotto l’egida dell’Onu, il primo incontro sul futuro del Kosovo tra i rappresentanti della provincia autonoma a maggioranza albanese e il governo centrale di Belgrado. Incontro che, intanto, è stato rimandato a febbraio.

Autonomia o indipendenza?

Allora si riproporrà una contrapposizione ormai classica. Da un lato la maggioranza albanese al potere in Kosovo preme per l’indipendenza da Belgrado e, a termine, per l’affrancamento dall’attuale protettorato esercitato dall’Onu in virtù della una risoluzione 1244. Dall’altro, invece, il presidente serbo Boris Tadic e il premier Vojislav Kostunica propongono «qualcosa in più dell’autonomia e qualcosa in meno dell’indipendenza». Difficile capire cosa intendano: è probabile che i due cerchino di intavolare trattative per lasciare ai kosovari un’ampia libertà amministrativa, senza però pregiudicare i diritti di quel 10% circa di serbi che ancora vivono in Kosovo.

Comunità internazionale divisa

La questione non può essere risolta senza il semaforo verde da parte della comunità internazionale. Ma mai come ora il concetto stesso di “comunità internazionale” risulta vacuo e fuorviante. Gli Usa, per esempio, paiono caldeggiare velatamente l’indipendenza. L’Onu tentenna perché sa che una scelta di questo tipo incontrerebbe il veto di Russia e Cina: Paesi già di per sé allergici agli indipendentismi (leggi Cecenia o Tibet) e che, per giunta, non hanno mai amato gli smembramenti nell’area. Non solo. Una risoluzione del genere, presa senza l’Onu, sancirebbe un ulteriore scacco di quest’ultima nell’ambito della diplomazia e del diritto internazionale.
L’Unione Europea, che dal ’99 ha erogato 1,6 miliardi di euro di aiuti per il Kosovo, è a sua volta divisa sull’indipendenza. Un’opzione che circola a Bruxelles è quella dell’indipendenza condizionale: una piena autonomia per il governo kosovaro, ma sotto il diretto controllo della comunità internazionale, che potrebbe bloccarne le eventuali involuzioni autoritarie e violente. Una sorta di “modello Bosnia”, insomma, ove vige la possibilità di intervento sui governi locali in caso di violazione degli Accordi di Dayton. Ci si chiede se questo modello possa essere applicato a una realtà così diversa, oppure sia solo il volo pindarico di una diplomazia messa all’angolo.

Intanto il Commissario europeo all’Allargamento, il finlandese Olli Rehn ha parlato di «eventuale integrazione nell’Unione Europea» come «prospettiva» da offrire ai Balcani Occidentali. Resta da sapere se il Kosovo vi entrerà come provincia della Serbia-Montenegro o come Stato indipendente.


La minoranza serba a rischio

Massacrati dalla polizia e dalla minoranza serbo-ortodossa, gli albanesi di religione musulmana che compongono il 90% della popolazione del Kosovo furono “salvati” dall’intervento armato della Nato nel 1999. Da allora la pulizia etnica iniziata dal sanguinario presidente serbo Milosevic si è arrestata, mentre si sono moltiplicati gli episodi di violenza contro la minoranza serba. Basti pensare ai 28 morti del 2004. Ora i serbi vivono in aree protette dalla comunità internazionale, specie di ghetti da cui non si esce senza rischiare la vita. www.cafebabel.com/it
Lorenzo Erroi

Piccole banlieu
Nicola,

Quest'estate, a St. Louis, la città s'è resa conto di avere un quartiere musulmano bosniaco. L'immigrazione dalla bosnia iniziò durante la guerra civile, poi, come succede in questi casi, un immigrato ha attirato un amico, poi la famiglia, i cugini, e s'è arrivati a trentamila e passa, concentrati in un'area a ridosso della comunità vietnamita, figlia di altre guerre e altri disastri. Un giorno ci ho fatto un giro in bicicletta. Negozi con insegne in slavo, bar densi di fumo e vapore d'alcol, donne bionde e uomini grassi e felici, serbocroato la lingua d'uso. I sanluigini sono unanimi, una volta tanto: la comunità bosniaca sta ridando qualche valore e speranza alla city degradata.
Un aspetto curioso dell'immigrazione in Italia è che non ha ancora creato grandi quartieri etnici, a parte qualche chinatown, come a Milano (e tutti si lamentano). Anche le periferie si popolano d'immigrato stranieri come s'erano popolate un tempo di immigrati italiani. Uno nucleo quì e uno lì, piccoli gruppi di diversa provenienza in emulsione tra loro e in mezzo a noi. Da noi la banlieu non ha ancora messo piede.
Incontro tanti immigrati alla fermata dell'autobus. La linea più internazionale è quella per la lontana Monghidoro, sul crinale che divide Emilia e Toscana. Il paesello, come altri, s'è rempito di stranieri che lavorano a Bologna e che si fanno tutti i giorni un quattro ore di autobus da e per casa. Ho visto la stessa cosa in Lombardia e in Piemonte. Peselli morenti in cui gli immigrati, seguendo l'affitto meno caro, si trasferiscono e da cui pendolano per lontane destinazioni urbane. Alcuni paesuncoli sono così risorti. In altri i paesani mugugnano. Gli immigrati iniziano ad aprire le loro imprese edili e i loro negozi.
Il primo ad accorgersi che qualcosa stava cambiando nel paesaggio italiano fu Fellini, che nella Voce della Luna inserì una scena notturna in un frutteto, con grasse e allegre donne africane vestite come in Via col Vento. E fu forse quel frammento di film a preparare il mio stupore quando, nella bassa modenese, incontrai dei Sikh inturbantati che biciclettavano al lavoro.
E per passare dal prepolitico al premoderno, mi piace ricordare che le terre delle centuriazioni romagnole furono concesse dal senato di Roma ai veterani delle legioni, che venivano da ogni dove nel mediterraneo. E mi par d'aver letto da qualche parte che un blocco di parcelle fu concesso agli arcieri siriani e alle loro famiglie, da cui discendono un pò dei romagnoli di oggi. www.ulivoselvatico.org/


Russia : scandalo , soldato amputato alle gambe per nonnismo
di osservatoriosullalegalita.org

Qualche centinaio di persone ha manifestato a Mosca per chiedere le dimissioni del ministro della difesa Ivanov e in qualche caso anche di Putin.

I manifestanti protestavano per l'amputazione delle gambe e dei genitali subita da un giovane soldato che era stato malmenato per tre ore dal suo superiore e da altri soldati la notte di Capodanno, restando poi per tre giorni senza cure nonostante la comparsa della cancrena.

Altre persone hanno manifestato ad Ekaterimburg, negli Urali. La manifestazione era autorizzata, ma e' stata dispersa dalla polizia, come riportato da Radio Eco di Mosca. Nella capitale invece sembra che i poliziotti abbiano assistito in silenzio.

I partecipanti che si sono riuniti davanti al ministero della difesa hanno sottoscritto una petizione che chiedeva le dimissioni del ministro. Sui manifesti si leggevano slogan come "boicottaggio della leva", "Vergogna ad Ivanov", "Dimissioni di Putin e Ivanov".

Il ministro della difesa - che ha appreso di quanto occorso al soldato solo il 26 gennaio - non ha fatto commenti o preso misure dopo l'episodio. Finalmente il comandante dell'unita' di servizio di Andreï Sytchev e' stato rimosso dalle funzioni e otto soldati , fra cui tre ufficiali, sono in stato d'arresto.

La situazione dei giovani che fanno il servizio militare in Russia e' da tempo fonte di preoccupazione, per i frequenti episodi di nonnismo (dedovshchina) sui quali ci si scontra con un muro di gomma nonostante le denunce delle madri dei soldati.

www.osservatoriosullalegalita.org





L’importanza del primo passo
Da Sarajevo, scrive Massimo Moratti
Il sindaco serbo del villaggio di Knezevo/Skender Vakuf propone di edificare un monumento per ricordare l’eccidio di 252 bosgnacchi lì avvenuto nel 1992. “Vogliamo prendere le distanze da quel crimine e mandare un messaggio alle generazioni future”. Segnali di vita
Di Massimo Moratti, per ICHR, Newsletter n.5, gennaio 2006, (Titolo originale: “The importance of the first step”)

Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Carlo Dall'Asta


Era il 21 agosto 1992 quando due autobus che deportavano dei bosgnacchi dai famigerati campi [di concentramento] di Prijedor si fermarono a Koricanske Stijene, una località vicina a un’altura nella municipalità di Knezevo/Skender Vakuf.

Knezevo/Skender Vakuf è una piccola municipalità rurale della Republika Srpska, sul monte Vlasic, non lontano da Banja Luka. La squadra d’intervento della polizia di Prijedor fece scendere a forza i bosgnacchi dall’autobus, li fece inginocchiare sul dirupo e aprì il fuoco. 252 persone persero la vita, sia per i colpi dei fucili sia gettandosi nel vuoto. Più tardi i corpi furono rimossi o bruciati, al punto che si poterono ritrovare pochissimi resti umani.

Per questo massacro Dado Mrdja, uno dei funzionari di polizia all’epoca responsabili, fu condannato in primo grado dal Tribunale Internazionale dell’Aja (ICTY) a 17 anni di prigione per aver partecipato al massacro. Per quanto ne sappiamo nessun altro colpevole è stato portato in tribunale.

Sette anni dopo, nel 1999, Zeljko Kopanja, capo redattore del giornale Nezavisne Novine di Banja Luka, pubblicò una serie di articoli sul massacro, infrangendo in Republika Srpska il tabù sui crimini commessi dalle forze serbo bosniache. Il fatto diede l’avvio nella Republika Srpska a un dibattito sorprendentemente vivace sui crimini di guerra. La speranza era che altri esempi simili sarebbero seguiti.

Purtroppo il dibattito fu costretto al silenzio da un tentativo di uccidere lo stesso Zeljko Kopanja, nell’ottobre 1999. Kopanja perse entrambe le gambe nell’esplosione di un ordigno collocato sotto la sua automobile. Gli autori del tentato omicidio non sono mai stati scoperti.

In molti casi i crimini in Bosnia Erzegovina furono commessi alla luce del sole, davanti a molti testimoni. Le recenti scoperte della commissione su Srebrenica mostrano con chiarezza che migliaia di persone furono coinvolte nei crimini.

Di solito però un muro di omertà circonda i crimini. Gli abitanti delle località in cui furono commessi i crimini tendono a negare questi eventi, o a parlarne solo dietro porte ben chiuse. Un insieme di paura di ritorsioni, senso di colpa e riluttanza a farsi avanti sono probabilmente i fattori principali che impediscono alla gente di parlare e allo stesso tempo di riconoscere le sofferenze delle vittime.

Ma l’episodio di Koricani sembra fare eccezione. Poche settimane fa il sindaco serbo di Knezevo/Skender Vakuf, Bore Skeljic dell’SNSD (Partito socialdemocratico indipendente serbo, ndc), ha avuto il coraggio di fare il primo passo. Ha scritto al membro bosgnacco della Presidenza bosniaca, Sulejman Tihic, e gli ha proposto di costruire un monumento in memoria dei bosgnacchi uccisi a Koricani.

«Mi sentivo in dovere di farlo, per le vittime di quell’episodio. Knezevo non ha mai avuto nulla a che fare con il crimine e da parte nostra noi vogliamo prendere le distanze dall’accaduto. È anche un messaggio per le generazioni future, che non si ripeta mai più niente di simile. Non capisco perché qualcuno dovrebbe esserne sorpreso».

Il sindaco Skeljic parla apertamente di questa iniziativa e di quanto accadde allora a Koricani. Ha scritto alla Presidenza della Bosnia Erzegovina e ha preso contatto col sindaco di Travnik, con l’intento di cooperare alla realizzazione del progetto. Nel corso della realizzazione essi si terranno in contatto coi parenti delle vittime provenienti da Prijedor.

Il sindaco Skeljic ritiene che in maggioranza i suoi concittadini lo appoggeranno, e che finora semplicemente nessuno di loro ha avuto il coraggio di fare il primo passo. Naturalmente, dice, ci sono quelli che ancora tentano di negare che ci sia mai stato un crimine, e a loro tutto questo non piace, ma «noi speriamo che le loro idee presto verranno archiviate».

Se le cose vanno secondo i piani, il memoriale dovrebbe essere finito per l’estate del 2006, esattamente nel mezzo della campagna elettorale in cui i partiti si contenderanno altri quattro anni di mandato. In quell’occasione la maggior parte di loro si appellerà ai sentimenti nazionalisti per conquistare l’appoggio degli elettori, ma il sindaco Skeljic è determinato a respingere ogni interferenza politica. «Non permetteremo che questo progetto diventi parte della campagna elettorale», dice con fermezza.

L’iniziativa di Bore Skeljic è un piccolo passo nel processo di riconciliazione in BiH. Senza pressioni esterne, nella sua piccola municipalità, Bore Skeljic sta affrontando il passato e rendendo giustizia alla vittime. È anche un modo per distinguersi, egli stesso e la sua comunità, dagli autori del crimine e per respingere quella colpa collettiva che da tanti anni incombe su Knezevo/Skender Vakuf.

Un piccolo ma positivo e concreto esempio di come si possa arrivare alla riconciliazione attraverso iniziative locali. www.osservatoriobalcani.org




gennaio 28 2006

Calderoli attacca l'Eurispes: "Sputtanano il paese"
REDAZIONE

"E' una vergogna, stanno dando i numeri". Il ministro per le Riforme Istituzionali Roberto Calderoli è furioso per i contenuti dell'ultimo rapporto dell'Eurispes sull'Italia. L'Istituto ha parlato dello Stivale come di un Paese in declino (anzi, "già declinato") che perde competitività e nel quale aumentano le famiglie povere.
"Si tratta di una nazione potente, una tra le prime dieci economie mondiali - si legge nel documento - ma è un Paese che non riesce a trasformare la propria potenza in energia. Un Paese dalle grandi risorse e dalle grandi potenzialità che non riesce ad esprimere e ad affermare un progetto di crescita e di sviluppo".


Eurispes si sofferma in particolare sul calo di produttività del lavoro, sullo scarso aumento del Pil, sull'erosione del potere d'acquisto delle famiglie. Gli italiani, inoltre, secondo l'Istituto sono un popolo che ha una scarsa fiducia nelle Istituzioni. Solo il 38% dei cittadini - infatti - ha fiducia nella Magistratura, il 25% scarso si fida del Parlamento, il 23% del Governo di Silvio Berlusconi, mentre il tasso di popolarità del capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi è crollato dall'80% al 65%.
"L'Istituto sembra aver assunto il ruolo di agenzia per lo sputtanamento del paese - ha tuonato Calderoli - più che di statistiche, mi sembra che oggi l'Eurispes si stia occupando della campagna elettorale di Prodi. Questo Eurispes è una vergogna
www.centomovimenti.com/

Iran: prima del baratro -

Il progetto del nucleare iraniano è partito sin dal vecchio regime monarchico negli anni 70 con iniziativa americana. Le varie amministrazioni Usa, invece di spingere l'alleato ad intraprendere la via delle riforme per estendere i diritti, hanno spinto lo Scià verso il riarmo per poter vendere impianti ed equipaggiamenti e sfruttare le strutture ai fini della propria politica globale. Perciò il progetto nucleare iraniano è un'invenzione americana sin dagli inizi. Il progetto è stato portato avanti anche dopo la caduta della monarchia Pahlavi. Questa volta visto che le società euroamericane non si sono fatte avanti per la costruzione degli impianti, il progetto è stato affidato ai russi. Il progetto, che andava avanti lentamente e silenziosamente, ha trovato una fase di accelerazione verso il 1997 quando è stato eletto il riformista Khatami.

Soltanto dopo il 2000 con l'acuirsi dei contrasti tra Washington e Teheran e l'incremento delle attività spionistiche Usa e di alcune fazioni ostili al nuovo ordinamento, ma sopratutto alla luce di una certa libertà di stampa promossa dal governo riformista di Khatami, il progetto ha incontrato l'attenzione del pubblico. Già nel 2000 con l'elezione del parlamento a maggioranza riformista (sesto Majlis) la stampa ne ha cominciato a parlare. I riformisti, sostenendo il progetto, si domandavano se esso fosse in pieno accordo con i trattati internazionali e ne rispettasse gli obblighi giuridici e se godesse di necessaria trasparenza. Proprio in questa fase , ed esattamente dopo il 2003, mentre i riformisti cercavano di condurlo verso una piena trasparenza, gli Usa hanno cominciato ad aumentare la pressione per demonizzare un progetto dichiaratamente legato all'uso pacifico del nucleare.

In quella fase, nell'ambito del “dialogo tra le civiltà”, il presidente Khatami ha proposto il dialogo tra i due popoli, ma Washington ha continuato ad ostacolare l'ingresso di studenti, artisti, sportivi in America. Dopo l‘11 Settembre 2001 e con l'ulteriore ascesa e affermarsi dei neocon e dopo la campagna afghana, com' è noto l'Iran del riformista Khatami fu inserito tra i paesi dell'”asse del male”. Le continue pressioni Usa contro il governo e il parlamento hanno contribuito all'affermarsi delle linee radicali all'interno del paese. L'ascesa dei conservatori radicali difatti è stata una diretta conseguenza delle pressioni Usa contro il riformismo in Iran. Gli Usa, sotto l'amministrazione Bush, mentre minacciano l'intervento armato, continuano a premere per deferire il caso al Consiglio di Sicurezza per le sanzioni. Mentre la stragrande maggioranza della popolazione, pur nei ristrettissimi limiti previsti dalla legge, cerca di contrastare il progetto dei conservatori, e nello stesso tempo sostiene il progetto nucleare come elemento di orgoglio nazionale.

I conservatori che sono saliti al potere a seguito delle costanti pressioni e continue minacce dell'amministrazione Bush, attualmente controllano tutti gli organi di potere compreso il progetto del nucleare e usano ogni pretesto per limitare i già esigui margini del movimento riformista e le istanze di democrazia della società civile. Ulteriori pressioni e un eventuale attacco militare non farà altro che rafforzare il blocco conservatore ai danni della società civile. Un blocco conservatore che, vista la sua natura, non esiterebbe ad uscire dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare annullando l'impegno per ratificare i protocolli addizionali.

È noto che il progetto del nucleare, essendo strettamente legato all'orgoglio nazionale di una delle più antiche nazioni del mondo, esclude a priori che qualsiasi governo iraniano, a prescindere dall'indirizzo politico, possa porre fine al progetto. Un progetto che nel suo ciclo, compreso il pieno arricchimento dell'uranio, è previsto dai Tnp nell'ambito di Aiea braccio operativo delle Nazioni Unite per l'energia nucleare.

Le sanzioni economiche radicalizzerebbero il contrasto e l'eventuale attacco militare trascinerebbe tutta la regione petrolifera e il mondo intero in una crisi dalle conseguenze imprevedibili. I persiani almeno su un piano ideale hanno un rimedio per ambedue le opzioni. Nel caso di un attacco militare le forze motivazioni ideologico - religiose porterebbero all'esaltazione del martirio e nel caso di sanzioni il digiuno sarà prolungato a tutto l'arco dell'anno.

Un rimedio possibile consiste nel fatto che l'Unione Europea, insieme all'America, opti per una via che abbia anche il sostegno della società civile. Premere sulla questione nucleare per bloccare il controverso progetto non porterà a nessuna soluzione che possa giovare alla pace mondiale e all'equilibrio geopolitico. La soluzione possibile invece è lavorare – come sostiene Atriyanfar l'ascoltato consigliere di Rafsanjani - nel quadro di un comune impegno sulla questione dei diritti umani coinvolgendo la stessa società civile iraniana. Qualsiasi soluzione può e deve esclusivamente partire dall'interno, altrimenti l'Iran e insieme ad essa l'intera area dell'Asia Sud Occidentale e le rispettive risorse energetiche fondamentali si sposteranno definitivamente verso l'asse asiatico. L'Ue tuttora intrattiene intensi rapporti e interscambi commerciali con l'Iran diretto dal blocco conservatore che sostiene Amadinejad. Gli attuali governanti conservatori di Teheran, a differenza di quel che sembra, sono molto sensibili alle critiche esterne. Intanto l'Ue dovrebbe accompagnare gli interscambi commerciali con precise richieste in materia di diritti umani. Ed in particolare:

1-Chiedere all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite o al Consiglio di Sicurezza una commissione permanente per monitorare costantemente i diritti umani nei loro vari aspetti per presentare trimestralmente un rapporto e nel caso di peggioramento portare il caso all'attenzione della comunità internazionale.

2- Visto che l'Iran ha ampi rapporti commerciali con Ue e ne vorrebbe avere anche con gli Usa, la Banca Mondiale dovrebbe intanto fermare i prestiti e iniziare a collaborare con i settori privati e le ong. Promuovendo i diritti umani in Iran i paesi Ue devono impegnarsi a sostenere le battaglie della società civile iraniana ed i suoi attivisti.

3- Se il blocco conservatore continuasse a violare i diritti umani, la Ue insieme agli Usa devono ridurre i rapporti diplomatici.

4- L'Ue deve dichiarare in modo chiaro e senza equivoci che i nuovi investimenti saranno promossi solo quando in Iran sarà instaurato un reale sistema democratico.

La soluzione cosidetta russa cioè trasferire alcune delicate fasi dell'arricchimento dell'uranio sul territorio russo è da escludere in quanto nega un inalienabile diritto di un stato sovrano. Un diritto riconosciuto dallo stesso Trattato di Non Proliferazione.

L'Iran deve poter usufruire, come è previsto dai Trattati di Non Proliferazione, dell'assistenza di altri paesi nella ricerca del pieno ciclo compresa la produzione dell'uranio arricchito sul proprio territorio, in quella misura che serva per il nucleare ad uso pacifico sotto il monitoraggio tecnico e non politico di tutti i livelli di ricerca. Infine, come abbiamo detto precedentemente, è necessario che gli Usa, come massima potenza mondiale, e l'Iran come il paese più importante del Medio Oriente comincino trattative dirette nel comune interesse e per garantire pace mondiale.

Come scrive il premio Nobel Shirin Ebadi su International Herald Tribune del 20 Gen 2006 : “ la democrazia potrebbe essere l'ultima salvaguardia, dal momento che un governo veramente democratico in Iran sostenuto dalla stragrande maggioranza degli iraniani potrebbe sentirsi ben sicuro a non perseguire le pericolose avventure nucleari”.


di Mir Mad www.megachip.info


Homocaust : ignoranza nella tragedia gay sotto il nazismo
di Teresio Zaninetti*

"Homocaust" - che porta debitamente scritto, come sottotitolo, "il nazismo e la persecuzione degli omosessuali" - è il libro con cui l'autore, Massimo Consoli, attivista e fondatore del movimento gay in Italia, con un'indagine accurata e documenti di prim'ordine, quanto mai precisi anche nei minimi dettagli, mette finalmente a fuoco ciò che è stato per troppi anni volutamente ignorato, eclissato, o anche soltanto mantenuto a debita distanza (in modo, forse, da non alterare i già compromessi equilibri del dopo-tragedia) su quanto sia stato enorme il ruolo dell'ignoranza - ma soprattutto quanto abbia potuto influire e pesare il pregiudizio a favore dell'ipocrisia- in merito alle tendenze omosessuali di Hitler e di quasi tutta la più alta gerarchia nazista.

Ignoranza, pregiudizio, ipocrisia - pilastri, appunto, che hanno permesso ai nazisti di ascendere in una parabola pressoché unica nella storia -, i quali hanno infatti reso possibile lo sterminio non soltanto nel popolo ebreo, nei campi di concentramento appositamente creati allo scopo di punire o "rieducare" il diverso, ma anche da una grande massa di gay, cioè di centinaia di migliaia di "triangoli rosa" perseguitati e spogliati d'ogni forza psicologica e fisica fino alla morte esiziale - quando non venivano prima castrati, in rispetto delle cosiddette "cure" rieducative himmleriane - nei vari lager che furono addirittura l'orgoglio della coatta quanto stupida ferocia nazista.

Consoli costruisce in effetti il suo libro passando, punto per punto, i momenti essenziali dell'ascesa del Terzo Reich con il dito puntato sugli eventi cruciali, i quali si susseguirono senza sosta in un drammatico incalzare degno d'un thrilling né totalmente classico, né totalmente kitsch. I quindici capitoli del volume che è suddiviso in tre parti e contiene una notevole appendice fotografica (da pag. 225 a pag. 275, con le foto di von Schirach, Ernst Röhm, Karl Ernst, Hitler, Göring, Hedmund Heines, Albert Forster, Gerhard Rossbach, Erich Ludendoff, il poeta omosessuale Stefan George, Heinrich Müller, Werner von Fritsch, Rudolph Hess e quella, fra le altre, del monumento di Berlino alle vittime omosessuali del nazismo) si snodano secondo un itinerario che si avverte preordinato con puntigliosa e anche scrupolosa attenzione.

I titoli dei capitoli sono emblematici e, in un certo senso, didascalici, di modo che nulla possa essere abbandonato al caso ma, anzi, venga costantemente sottolineato e collocato in una ideale quanto esatta posizione cronologica: "Dagli zar ai bolscevichi", "La "Sturm Abteilungen", "Uccelli Migratori", "La gaiezza hitleriana' "L'iniziale tolleranza", "L'acqua Santa e il Diavolo", per la prima parte; "L'Articolo 175", "Omosessualità come arma di lotta politica", "Il Macellaio di Hannover", "L'ondata repressiva", "Il caso von Fritsch ", "La 'Notte dei Cristalli", per la seconda parte. Sostanziosa e nutrita, in particolare, la parte bibliografica, anch'essa testimonianza evidente di una ricerca fondamentalmente precisa e rigorosa.

Cio' che tuttavia emerge con maggiore spessore, prendendo corpo man mano che si procede nella lettura e nella conoscenza dei fatti specifici, è proprio, come s'era accennato, il valore che il ruolo dell'ignoranza, dell'ipocrisia e del pregiudizio ha avuto nel formarsi e nel trascinarsi del destino tragico e brutale del Terzo Reich. (...)

In secondo luogo - si ha modo di vederlo con chiarezza, questo, nel capitolo quattordicesimo, che ha inizio a pagina 171 - le stesse cosiddette "cure" himmleriane per guarire gli omosessuali, effettuate da vari medici in vari campi di concentramento, oltre che rivelarsi del tutto inefficienti allo scopo, hanno avuto effetti disastrosi e quasi tutti mortali: segno che la strada era non solo sbagliata, ma addirittura assurda se non, più propriamente ridicola. Ma tant'è. Con ostinazione e pervicacia, Himmler proseguiva: "...non è solo la loro vita privata: il dominio sessuale può essere sinonimo di vita o di morte per un popolo, di egemonia mondiale o di riduzione della nostra importanza ai livelli della Svizzera".

D'altra parte Hitler stesso non si preoccupava che in misura irrilevante, e solo se necessario, di questo aspetto sociale, preso com'era dai suoi disegni di egemonia mondiale del nazismo. Himmler, imperterrito, conduce la propria battaglia senza tentennamenti, ben sicuro che una cosa può avvenire soltanto debellando l'altra, oppure portandosi appresso e la stessa cancrena e lo stesso problema irrisolto. E quindi ancora, e quindi ancora maggiormente esemplificativo della fermentante ipocrisia di cui egli si fa massimo interprete, accusa: "Il consigliere ministeriale "X" è omosessuale e cerca tra i suoi assessori un consigliere governativo. Però lui non segue il principio del rendimento. Non sceglierà il miglior giurista. Non dirà nemmeno: "L'assessore tal dei tali non è certamente il giurista migliore però ha buone votazioni, ha pratica e, quello che più conta, sembra essere di buona razza e avere una giusta concezione del mondo". No. Non sceglie un assessore qualificato, né di bella presenza. Sceglie quello che é anche omosessuale. (...)

L'ignoranza di Himmler, che è similare a quella stessa della gerarchia nazista, viene fuori tutta intera proprio da questo suo esemplare discorso, anche là dove, per fare un paio di esempi, il suo riferimento all'"Urningo" risulta storicamente inesatto e là dove all'omosessuale contrappone il "puro" animale - sappiamo ormai che persino il moscerino ha rapporti omosessuali e che tutta la specie animale ne ha. Né appare pedagogicamente, né psicologicamente adeguato ciò che egli viene quindi affermando a proposito dei metodi di "cura" dell'omosessualità. "Non ci dobbiamo illudere - egli afferma - Trascinare gli omosessuali davanti a un tribunale e farli internare, non risolve il problema.

Quando esce dal carcere, l'omosessuale è tanto omosessuale quanto lo era prima. Quindi il problema rimane invariato. E' risolto, invece, nella misura in cui questo vizio viene stigmatizzato, mentre prima non lo era. Prima, durante e dopo la guerra, c'erano delle leggi su questo fatto, ma non succedeva niente". Egli viene perciò elaborando, e mettendo e facendo mettere in pratica un modo alquanto perverso e degenere, in grado, anziché di debellarlo, di far pervertire e degenerare, attraverso la fobia e la persecuzione - un metodo che ricorda, fra l'altro, il celebre caso Schreber -, ciò che è in realtà un istinto innato e perciò naturale. (...)

Paradossale appare anche quest'altra successiva affermazione: "Conosco molto bene la storia del Cristianesimo a Roma, e ciò mi permette di giustificare la mia opinione. Sono convinto che gli imperatori romani, che hanno sterminato i primi cristiani, hanno agito esattamente come noi con i comunisti. A quell'epoca - egli prosegue - i cristiani erano la peggior feccia delle grandi città, i peggiori ebrei, i peggiori bolscevichi che vi possiate immaginare".

Appare del tutto scontato che, di questo passo e di conseguenza, la donna e il matrimonio non fossero, per essi, nient'altro che un "mezzo per sfuggire alla fornicazione", mentre i bambini non erano altro che un "male necessario". Una concezione davvero assai... aperta, cioè, nei riguardi della problematica sessuale, della mascolinizzazione o della femminilizzazione di cui lui stesso si lamenta e, infine, a proposito dell'etica riguardante gli aspetti più esistenziali del vivere. Le teorie di Himmler rimangono comunque, nella propria logica perversa, un caposaldo con la propria assurda, quanto stupida "concezione del mondo".

Si è ritenuto opportuno indugiare sul discorso di Himmler proprio perché in esso ci sembra sia contenuto il meglio della concezione nazista sul mondo e sul modo di governare e dirigere un popolo. In Himmler - che è, in effetti, una figura-prototipo del potere nazista- convergono e si assommano insieme tutte le degenerazioni, le incongruenze, le falsità, le ipocrisie e le ferocie che, con l'ignoranza, ne costituiscono l'ossatura portante.

Il libro di Consoli - "Homocaust" - ci mette al corrente di questi piccoli-grandi fatti, che erano per cosi dire all'ordine del giorno, attraverso capitoli esaustivi ed inoppugnabili, tanto vengono a rivelarsi densi di documentazioni e di oculatezza critica anche nel porgere i fatti che sembrerebbero di minor rilievo. La disamina di Massimo Consoli si basa, sostanzialmente, proprio sulla vastissima mole di documenti che egli si ritrova, disponibili fra le mani - Consoli , non si dimentichi, oltre ad essere giornalista e scrittore, ha organizzato il, più "esteso e prestigioso archivio di storia dell'omosessualità".

La premessa, l'introduzione, la parte propriamente cronologica che permette di assimilare i singoli fatti con l'evolversi del potere nazista - "Adolf Hitler e il Terzo Reich" è, appunto, un ulteriore introduzione che precede la prima parte di "Homocaust" -, il concatenato succedersi dei successivi capitoli dimostrano la coordinazione di una struttura saggistica di tutto rispetto. Tesa a far parlare i fatti anche attraverso le cifre e le tabelle e, più in particolare, attraverso gli stessi personaggi che li costellano in qualità di protagonisti, maggiori o minori che siano, in una delle pagine più roventi della storia di tutti i tempi.

Homocaust
il nazismo e la persecuzione degli omosessuali
di Massimo Consoli
Ed. Kaos, Milano 1991,
pp. 280

*da Jeronimus, Fuori del Sole Nero - Logos, N° 7, Maggio-Agosto 1996


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L'Indonesia accusata di crimini contro l'umanità
di Philippe Bolopion (Le Monde)
Il rapporto della Commissione per l’Accertamento della Verità e per la Riconciliazione di Timor Est (CAVR) recentemente presentato all'ONU accusa l’esercito indonesiano di aver attuato sistematiche strategie di tortura e di violenza contro la popolazione di Timor Est
Il rapporto della 'Commissione per la verità e la riconciliazione di Timor Est' (CAVR) consegnato venerdi 20 gennaio al Segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, accusa l’esercito indonesiano di avere sistematicamente ucciso, stuprato, torturato e affamato la popolazione di Timor Est. In un quarto di secolo, l’occupazione avrebbe causato tra i 100.000 e i 180.000 morti, un terzo della popolazione originaria. Secondo il documento di 2.000 pagine, frutto di tre anni di inchiesta minuziosa da parte di alcune organizzazioni a difesa dei diritti umani, le infrazioni commesse nell’antica colonia portoghese costituiscono sia “crimini di guerra” che “crimini contro l’umanità”.

La grande maggioranza delle vittime sono morte di malattia e di fame orchestrata dall’esercito indonesiano che, dall’invasione del 1975, “ha bruciato e avvelenato i raccolti e ucciso il bestiame”, strumentalizzando la fame come “un'arma da guerra, rendendola parte integrante di una strategia di distruzione della resistenza”.

Il rapporto, di cui Le Monde si è procurato una copia, fornisce i macabri dettagli delle tecniche di tortura, utilizzate regolarmente, per sottomettere il popolo di Timor: "Bruciare gli organi genitali, tagliare le orecchie, trascinare una vittima legata ad un'auto, in certi casi fino alla sua morte, strappare le dita, costringere a bere l’urina dei soldati..." .

I soldati indonesiani avrebbero inoltre “sistematicamente stuprato migliaia di donne” di Timor, indica il testo. “Gli stupri di gruppo erano ricorrenti”. Alcune madri, diverse stuprate di fronte ai bambini, si recavano quotidianamente nelle caserme per essere violentate, sotto la minaccia di rappresaglie contro i loro paesi. Altre venivano usate come schiave sessuali e domestiche. Gli stupri “aumentavano in modo esponenziale durante le operazioni militari”, precisa il rapporto.


Armi chimiche

L’esercito avrebbe tra l’altro massacrato migliaia di civili. Le punizioni collettive erano “componenti centrali e sistematiche” della strategia per sconfiggere la resistenza e Giacarta avrebbe fatto ricorso ad armi chimiche e al napalm. Questi crimini sono cessati nel 1999, quando l’Indonesia ha dovuto ritirarsi dopo un'ultima esplosione di violenza orchestrata, secondo il documento, ai più alti livelli del governo (il generale Wiranto, ministro della difesa dell’epoca, viene esplicitamente nominato) con l’aiuto delle milizie.

L’attuale ministro della difesa indonesiano, Juwono Sudarono, ha protestato venerdi contro "un rapporto che parla di cose che non sono mai avvenute”. La CAVR, costituita dall’Onu nel 2001 (ma da essa indipendente), ha fino ad oggi ascoltato 7.000 vittime nel corso dell’inchiesta più dettagliata mai realizzata sull’occupazione indonesiana di questa porzione di isola indipendente dal 2002. Il rapporto preme perché vengano giudicati gli autori di queste atrocità, alcuni dei quali sono stati promossi nell’esercito indonesiano.

Ma nel rilasciare il documento all’Onu, il presidente di Timor Est, José Alezandre Banana Gsmao, ha scartato la possibilità di una “giustizia punitiva”. L’importante è a suo avviso “stabilire la verità, per ricavarne delle lezioni”. “Fare pressioni per avere un tribunale internazionale distruggerebbe la nostra relazione con l’Indonensia e renderebbe più fragili le nostre nascente democrazie”, spiega Jose Ramos Horta, il ministro degli affari esteri di Timor. “E a breve termine nessun leader indonesiano sarà abbastanza forte da far giudicare responsabili militari di alto livello”, aggiunge.

Il rapporto si sofferma anche sui crimini – di gravità minore – commessi dalle forze di indipendenza timoresi, soprattutto negli anni settanta. Il documento accusa le grandi potenze e ricorda che gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia, che hanno sostenuto militarmente il governo indonesiano tra il 1974 e il 1999 […] contribuiscano al risarcimento delle vittime” per aver“posto i loro interessi economici e strategici al di sopra dei principi delle Nazioni Unite”.







Fonte: http://www.lemonde.fr/web/article/0,1-0@2-3216,36-733187@51-722970,0.html
Tradotto da Alessandro Siclari per Nuovi Mondi Media


Romania: un cammino ancora lungo verso l’Europa

L’economia rumena è in crescita: l’incremento del PIL si attesta su un 4,5% annuo grazie alla capacità del governo di attrarre capitali stranieri. Il paese, però, ha bisogno di forti riforme strutturali soprattutto nelle zone rurali le più povere del paese dove la disoccupazione è tre volte più alta che nel resto della Romania. Inoltre, è troppo vulnerabile di fronte alle periodiche crisi politico-economico russe poiché è totalmente dipendente da Mosca per il suo approvvigionamento metanifero.

Chiara Andreini

Equilibri.net


Nel 2007 la Romania dovrebbe entrare a far parte dell’Unione Europea e in questo modo concludere il cammino di ammodernamento delle strutture economiche del paese. Gli standard europei sono molto lontani dall’essere raggiunti come dimostra l’incidente avvenuto il 14 gennaio in cui sono rimasti coinvolti alcuni minatori dell’impianto di Anina. Sette minatori sono morti ed altri sono rimasti feriti a causa di un’esplosione che ha fatto crollare una parte dell’impianto. In Romania non è la prima volta che succedono incidenti del genere a causa delle scarse condizioni di sicurezza in cui sono costretti a lavorare i minatori. Il Governo non ha mai stanziato i fondi per gli interventi di manutenzione poiché molti degli impianti a rischio dovranno essere smantellati nei prossimi anni e non è produttivo finanziare miglioramenti in vista di una sicura chiusura. Dal 1997 sono stati 180.000 gli addetti del settore che hanno perso il lavoro mentre i sussidi, negli ultimi 15 anni, sono passati da un miliardo a 99 milioni di dollari. Invece di mettere gli impianti in sicurezza si è preferito procedere con il loro smantellamento ciò ha provocato l’impoverimento di intere zone del paese nelle quali il lavoro in miniera era l’unica fonte di reddito e per molti minatori l’unica scelta possibile è stata o l’emigrazione o il trasferimento verso Bucarest. Si calcola che più di tre milioni di rumeni, negli ultimi anni, abbiano scelto di trasferirsi all’estero per cercare un lavoro e che siano quasi il doppio le famiglie che sopravvivono grazie alle rimesse dei congiunti. L’emigrazione interessa soprattutto le zone rurali del paese nelle quali le condizioni di vita sono più dure e gli interventi governativi scarseggiano. Per gli apparati governativi l’emigrazione è la principale valvola di sfogo per la disoccupazione che nel paese si attesta al 10%, ma che nelle zone più depresse arriva al 20% della forza lavoro.

La disoccupazione è preoccupante soprattutto nelle zone agricole che non rappresentano più il motore dell’economia rumena. Infatti, l’agricoltura, fino agli anni ’90, è stata il settore economico più importante fornendo circa un terzo del PIL, questo dato si è andato nel tempo ridimensionando e nel 2004 ha toccato il suo punto più basso appena il 13,3%. Il settore agricolo rimane, comunque, quello che conta il maggior numero di addetti il 41,2% della forza lavoro, anche se prima del 1990 circa il 60% dei lavoratori rumeni erano impiegati nelle cooperative agricole. Il compartimento che è andato rafforzandosi è quello dei servizi, che ha raggiunto quota 48,8% del PIL e conta circa il 30% della forza lavoro del paese a fronte di una macchina statale sempre più complessa e delle privatizzazioni iniziate con la fine del comunismo.

Gli occupati nell’industria sono il 27,3% del totale ed il settore ha subito forti ristrutturazioni per rendere competitive le poche aziende del paese nel mercato europeo e globale. Il passaggio dall’economia di stato a quella di mercato ha portato alla chiusura di impianti obsoleti e il Governo ha preferito ricercare capitali stranieri piuttosto che investire direttamente nella costruzione di industrie più moderne. Grazie alla politica dello Stato di incentivare l’insediamento di industrie straniere, la Romania negli ultimi anni ha attratto importanti investimenti soprattutto nel settore del legname, di cui Bucarest è uno dei maggiori esportatori europei, e del tessile, dove la manodopera ha un costo molto più basso rispetto agli standard dell’Unione. Sicuramente il Governo continuerà a perseguire questa strada anche nel prossimo futuro perché grazie alla sua politica è riuscito a far crescere il PIL mediamente del 4,5%, un dato veramente molto alto se confrontato con quelli dei suoi maggiori partner europei. Tutto questo non deve, però, trarre in inganno perché la Romania rimane un paese sostanzialmente povero dove un terzo della popolazione vive al limite della soglia di povertà, dove le rimesse dall’estero sono un sostentamento per intere famiglie, dove la sicurezza nel lavoro è compromessa dalla obsolescenza degli impianti e dove infine l’intera rete stradale, a parte alcuni snodi importanti, andrebbe ristrutturata completamente.

Il problema delle forniture di gas e il rapporto con Mosca e Washington

La disputa dei primi di gennaio tra Ucraina e Russia sull’erogazione del gas ha avuto ripercussioni negative anche sulla Romania che importa il 40% del suo fabbisogno annuo da Mosca.
Questi due grandi paesi vogliono ricordare all’Europa quanto sono importanti: la Russia perché possiede i maggiori giacimenti metaniferi d’Europa e l’Ucraina perché lo trasporta tramite le condotte che attraversano il suo territorio. Alla pretesa di Mosca di aumentare di circa quattro volte il prezzo unitario del gas per ogni mille metri cubi, l’Ucraina si è formalmente opposta e questo ha portato il Cremlino a chiudere il rubinetto verso Kiev, assicurando però l’arrivo del gas negli altri paesi,cosa che non si è propriamente verificata:: infatti in Romania il 2 gennaio il flusso importato è sceso del 25%, contribuendo a scoprire uno dei punti nevralgici dell’economia rumena che dipende completamente da Mosca per l’approvvigionamento del gas. L’episodio in questione ha dimostrato come, anche a fronte di accordi scritti, Bucarest possa essere vulnerabile al mutare delle politiche russe. La chiusura del rubinetto russo provoca a cascata situazioni che potrebbero trasformarsi in vere e proprie crisi energetiche europee visto che la UE dipende per un quarto del suo fabbisogno da Mosca. Anche se la crisi è in parte rientrata (ma ora se n’è aperta un’altra causata dalle terribili condizioni atmosferiche che costringono la Russia ad un massiccio consumo del suo metano riducendone l’esportazione) concludendo paesi come la Romania possono essere sempre tenuti sotto scacco dalla Russia perché non hanno il potere contrattuale dei vicini partner europei ed in politica estera il governo di Bucarest non ha mai celato di guardare con favore all’alleanza con gli USA piuttosto che ad un avvicinamento al grande ex alleato. Questo potrebbe portare Mosca ad un trattamento, se non proprio ricattatorio, sicuramente non di favore nei confronti di Bucarest, come è già avvenuto durante la disputa con l’Ucraina, visto che l’ambizione russa è quella di attestarsi come leader regionale dei paesi ex suoi satelliti. In realtà la posizione rumena in politica estera è chiaramente filo-americana come dimostra il parternariato strategico Bucarest-Washington (varato nel 1997), l’appoggio alla guerra al terrorismo ed infine la visita del Segretario di Stato Rice in Romania al termine della quale è stato sottoscritto un accordo per la costruzione di basi militari USA in territorio rumeno. Il documento firmato a Bucarest dalla Rice e dal Ministro degli Esteri Razvan Ungureanu pone le basi per una collaborazione in campo militare, logistico, giuridico e finanziario. L’intesa permette l’utilizzo del territorio rumeno per l’addestramento dei militari ed il deposito di equipaggiamenti ed armamenti pesanti. Questo accordo ha suggellato quell’amicizia che il Presidente Basescu ha definito di volta in volta personale e fraterna, che lega la Romania alla politica americana in Kosovo, Afghanistan ed infine Iraq. La mancanza di idee del governo in politica estera si traduce nella più ovvia scelta di campo, quello americano, per proteggere, ma soprattutto per accedere ai benefici economici e di credito finanziario che Washington concede agli alleati. Fin da ora si potranno vedere alcuni importanti vantaggi economici per quei distretti che ospiteranno le basi come è avvenuto in altre zone, infatti, cresceranno le infrastrutture e si creerà una nuova economia legata ai bisogni della base che impiegherà anche molta manodopera del luogo.

La crescita dei consumi

Nel 2004 nella capitale erano presenti 4 centri commerciali oggi ce ne sono 10 ed altri potrebbero essere costruiti. La Romania sta diventando in pochi anni un polo di attrazione per la grande distribuzione occidentale in quanto con i suoi 22 milioni di potenziali acquirenti è uno dei bacini di consumatori più grandi dell’est europeo. Anche se lo stipendio medio di un lavoratore si attesta sui 224 euro mensili, le statistiche evidenziano come quasi l’80% del reddito percepito dal rumeno medio venga impiegato per l’acquisto di beni di consumo. Il 33% della popolazione cittadina preferisce fare la spesa nei grandi ipermercati piuttosto che nei negozi e catene come Metro, Cash and Carry e Carrefour vedono crescere i loro introiti di un 7% a trimestre. Questo fa pensare che ci sia ancora spazio per altri investitori ed infatti presto arriveranno nel paese anche i britannici della Tesco e gli americani di Wal-Mart. Una delle ragioni di questo vero e proprio boom risiede nella vendita a credito o rateale pubblicizzata dai grandi distributori che riesce ad attrarre anche i piccoli risparmiatori; questo fatto, secondo i più pessimisti, potrebbe portare ad un forte indebitamento della popolazione poiché i salari fluttuano e non c’è certezza del lavoro. Gli analisti pensano che i consumi sono destinati a crescere soprattutto per la presenza in città di molti rumeni impiegati nelle aziende estere i quali in percentuale percepiscono uno stipendio più alto. Rispetto a dieci anni fa’ la Romania sembra sempre più un paese europeo: grandi ipermercati, firme, nuove autostrade, ma l’apparenza cela una realtà amara quella delle campagne dove il Governo ha investito poco e male. Per essere veramente un paese moderno Basescu dovrà trovare la strada per emancipare milioni di cittadini dal degrado o l’Europa sarà soltanto una cornice senza contenuti.


Croazia, il doloroso confronto con l’Olocausto
Osijek, scrive Drago Hedl
27 gennaio, giorno della memoria. Le istituzioni croate si interrogano su come tramandare il ricordo di quanto avvenuto durante il regime di Pavelic. Presto un nuovo museo presso l'area memoriale di Jasenovac, ma alle manifestazioni pro Gotovina c’erano anche giovani con i berretti ustascia. Dal nostro corrispondente
Il 27 gennaio – giorno della liberazione del lager nazista di Auschwitz – gli studenti di tutte le scuole elementari, medie e superiori della Croazia parleranno per un’ora dell’Olocausto, e di come sia possibile trasmettere tolleranza e responsabilità, per il passato ed il futuro. Il Ministro dell’Educazione della Croazia, Dragan Primorac, si è rivolto in questo modo la settimana scorsa all’Ambasciatore israeliano Shmuel Meirom, sul luogo del lager di morte ustascia di Jasenovac, dove entrambi hanno partecipato alla presentazione del museo di prossima realizzazione.

Il presidente croato Stjepan Mesic ha recentemente lamentato il fatto che le giovani generazioni conoscono troppo poco l’Olocausto e quanto è accaduto nella storia recente della Croazia quando, durante la seconda guerra mondiale, sotto il regime ustascia di Ante Pavelic, nel paese furono sterminati in massa ebrei, serbi e rom.

“Se i giovani studiassero a scuola che cosa è stato il regime assassino e massacratore di Pavelic e della NDH [Stato Indipendente di Croazia, ndt], non si metterebbero in testa il copricapo ustascia”, ha dichiarato recentemente Mesic commentando il fatto che alcuni studenti delle superiori a Zara, durante la manifestazione di sostegno ad Ante Gotovina, nel dicembre scorso, si sono messi in testa il berretto ustascia.

Visitando Jasenovac nel marzo 2004, il premier croato Ivo Sanader aveva dichiarato che quel lager rappresenta uno dei più terribili luoghi di sofferenza della storia croata e che “per questo motivo non dobbiamo nè vogliamo tacere, così come non permetteremo che i crimini commessi a Jasenovac e altrove, al tempo del regime ustascia della NDH, vengano dimenticati”.

“Una buona parte dell’opinione pubblica croata sa molto poco dei crimini commessi a Jasenovac, oppure ne ha un’immagine assolutamente distorta”, ha sottolineato Slavko Goldstein, noto intellettuale ebreo e storico, persona che, durante la seconda guerra mondiale in Croazia, proprio nel lager di Jasenovac ha perso diversi membri della propria famiglia.

Goldstein ricorda che Jasenovac è stato il luogo di due tragedie. La prima è quella che si è verificata in quel lager ustascia dal 1941 al 1945, quando quello era il luogo della sofferenza e della morte. La seconda tragedia di Jasenovac, sostiene Goldstein, è stata la politicizzazione, manipolazione e messa all’asta del numero delle vittime e della storia.

La manipolazione del numero delle vittime ha oscillato fino alle 700.000, con le quali si voleva implicare il genocidio da parte dei Croati, afferma Goldstein, richiamandosi ad alcune fonti serbe che moltiplicano il numero reale delle vittime con l’obiettivo di mostrare l’intero popolo croato come genocida. Goldstein cita però anche l’esempio contrario, e cioè quando una commissione del Parlamento croato, ai tempi del regime di Franjo Tudjman, aveva minimizzato il numero delle persone uccise in quel lager ustascia, riducendole a 2.386.

L’Istituto statistico della ex Jugoslavia, già nel 1964 aveva condotto un’ampia inchiesta sui morti della Seconda guerra mondiale. Allora si era giunti al numero di 59.188 vittime del lager di Jasenovac. Nel corso di ulteriori verifiche, poi, si era accertato che a quel numero bisognava aggiungere una cifra variabile tra il 40 e il 60%, per ottenere il numero definitivo delle persone morte nel lager. Il demografo e esperto di statistica dell’Unesco, dr Bogoljub Kocovic, nel 1987 era giunto ad una cifra molto simile, mentre il demografo delle Nazioni Unite Vladimir Zerjavic, un anno dopo, al termine di un imponente lavoro d’inchiesta, aveva accertato il numero di 83.000 vittime. La maggior parte degli storici, oggi, fissa il numero approssimativo delle vittime di Jasenovac intorno alle 77.000.

In base a questi dati la maggior parte delle vittime, tra le 48 e le 52 mila, erano serbe; tra i 17 e i 18 mila sono stati invece gli ebrei uccisi a Jasenovac; circa diecimila vittime erano rom, mentre dodicimila circa erano croati antifascisti.

Anche la Croazia si è avvicinata a stabilire la verità sul numero delle vittime, e oggi l’elenco è così fissato intorno alle 70.000. Il loro vero numero, sostiene Goldstein, è piuttosto intorno alle 80.000, e questo è il dato oggi adottato anche dal Museo dell’Olocausto di Washington e dal Centro Simon Wiesenthal.

“Vogliamo che le vittime cessino di essere solo dei numeri, vogliamo che abbiano dei nomi”, afferma Natasa Jovicic, direttrice dell’area-monumento di Jasenovac, nella quale prossimamente verranno iscritti, su 260 grandi lastre di vetro, i 70.000 nomi per ora riconosciuti delle vittime del campo di concentramento fascista di Jasenovac. Nel museo verranno esposti anche i documenti personali e gli oggetti appartenuti alle vittime, testimonianze dei loro destini individuali.

La scuola internazionale Yad Vashem, di Gerusalemme, ha recentemente inviato una lettera proponendo che l’ente che gestisce l’area-monumento di Jasenovac si faccia promotore della costituzione di una rete delle aree-monumento originali in Europa, per gli studi sull’Olocausto. Anche l’ambasciatore israeliano Meirom appoggia fortemente quest’idea; Meirom ricorda come la visita del presidente croato Mesic in Israele e al Memoriale di Yad Vashem, a Gerusalemme, nel 2001 e nel 2005, abbia dato un importante impulso ai rapporti tra i due paesi.

La Croazia, a causa della risvegliata simpatia nei confronti del regime ustascia di Ante Pavelic durante il potere di Franjo Tudjman (1990-1999), aveva rapporti molto freddi con Israele. Tudjman avrebbe voluto visitare Israele, ma non vi fu mai invitato. Proprio per questo aveva cambiato alcune parti del proprio libro, “Bespuca povijesne zbiljnosti”, nel quale, secondo le recensioni, tentava addirittura di negare l’Olocausto.

Quando, meno di due anni dopo la morte di Tudjman, il presidente croato Stjepan Mesic si è recato a Gerusalemme, parlando alla Knesset di fronte ai parlamentari israeliani, si è scusato per i crimini commessi contro gli ebrei croati al tempo dello Stato Indipendente di Croazia (NDH) di Pavelic (1941-1945).

“Come presidente della Croazia voglio esprimere il profondo e sincero rammarico per i crimini commessi contro gli ebrei durante la seconda guerra mondiale nel territorio dell’entità collaborazionista denominata Stato Indipendente di Croazia, che non era né indipendente né croata”, aveva affermato in quell’occasione Mesic al parlamento.

Sulla strada verso l’Unione Europea, l’odierna Croazia ufficiale riconosce i principi fondamentali del mondo civilizzato, che si basano sull’antifascismo e la condanna dell’Olocausto. Eppure, nella vita quotidiana, forse per l’eredità dei tempi di Tudjman, o per il fatto che nelle scuole non si studiano a sufficienza quelle pagine oscure della storia dell’umanità, alle quali durante la seconda guerra mondiale ha preso parte anche un numero consistente di croati, ci sono ancora persone che ritengono che a Jasenovac non sia accaduto nulla di terribile. www.osservatoriobalcani.org



Perchè ACQUALATINA, che divide, diventi ACQUAPONTINA, un ponte che unisce


Sabato 28 gennaio 2006 con avvio alle ore 9.30 si svolgerà a Latina, a cura dei locali comitati, una manifestazione per dare il via ad un processo di "sprivatizzazione" del servizio idrico dell'ATO4 Lazio."Sprivatizzazione", cioè richiesta di interrompere o revisionare la concessione in atto, perchè a Latina, come ad Arezzo, il modello del PPP, compartecipazione pubblico/privato, è sperimentato ormai da tre anni e le conseguenze si stanno dimostrando devastanti per l'intera comunità della provincia. Ecco in sintesi la situazione denunciata dai comitati locali.

Latina , SABATO 28 GENNAIO 2006

ACQUA DIRITTO , NON MERCE

BOLLETTE TRIPLICATE - dal 2001ovvero dall'inizio della gestione di Acqualatina in gran parte del territorio pontino il costo dell'acqua è triplicato a fronte di una qualità sempre più scadente della stessa; a maggio 2005, per esempio , si sono riscontrati tassi di
arsenico a Cisterna di oltre 200 microgrammi/l
SCARSA EFFICIENZA - Oltre il 70% dei acqua si disperde o non arriva a fatturazione - non è mai stata recapitata a nessuno dei contriuenti la "carta dei servizi" della società, prevista dalla vigente convenzione di gestione dell'ATO4
ZERO INVESTIMENTI o quasi - quei pochi si sono svolti unicamente nela zona di influenza di politici referenti preferenziali della società
STIPENDI MILIONARI PER DIRIGENTI,POLITICI E CONSULENTI - una fetta sostanziosa del
debito è maturata attraverso i compensi elargiti a Presidente (oltre 90.000 Euro l'anno) e ai 7 politici presenti nel Consiglio d'Amministrazione della SpA scelti (senza alcuna competenza in merito), solo in base ad un meccanismo caro all'On. Cencelli.
RICORSO A LAVORO PRECARIO,DEFICIT DI 15 MILIONI DI EURO accumulati in 3 anni di gestione - gran parte del debito di acqualatina ovvero circa 9 milioni di Euro sono stati devoluti dall'SPA in appalti milionari offerti da acqualatina a imprese collegate come SIBA e Veolia Water Italia Srl senza uno straccio di gara pubblica, nonostante la legge Merloni
preveda un massimo di spesa di 300 mila Euro "in casi eccezionali "
PROFITTO PRIVATI E DEBITI che ora si chiede di RISANARE AL PUBBLICO ovvero
all'AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE (... d'accordo!) - comprando quote di Acqualatina (e quindi il suo debito) la batosta, da quel momento , ricadrà ancora di più e interamente sulla fiscalità di tutti i contribuenti della provincia.


QUESTA è ACQUALATINA

E' ORA DI DIRE BASTA ALLA PRIVATIZZAZIONE DELL'ACQUA

SABATO 28 GENNAIO 2006

MANIFESTAZIONE PUBBLICA E CORTEO

concentramento a Latina in Piazzale Prampolini ore 9.30

ADESIONI :
Comitato Provinciale Difesa Acqua Pubblica di Latina, Comitato Cittadino Acqua Pubblica Amaseno,Comitato Cittadino Acqua Pubblica Aprilia,Comitato Cittadino Acqua Pubblica Formia,Comitato Cittadino Acqua Pubblica Fondi ,Comitato Cittadino Acqua Pubblica Latina,CGIL Provincia Latina , UIL Provincia Latina, ADOC-UIL, ADICOMSUN-CISL, Federconsumatori,Rappresentanza di Base, Legambiente(Circoli di Latina,Sabaudia,Monti Lepini), MICROmacro(Latina), Ass. Murales - Arci Fondi, Ass. La Temerice e Forum del terzo Settore di Anzio, Associazione Saman Bassa Soglia, Sud Pontino Social Forum, Sinistra Ecologista, Partito Rifondazione Comunista(Fed. provinciale e Gruppo Consiliare Regionale), Verdi(Fed.Provinciale e Gruppo Consiliare Regionale), Comunisti Italiani(Fed.Provinciale), La Margherita (Fed. Provinciale), Democratici di Sinistra, Sindaco Comune di Bassiano, Comune di Bassiano, Sindaco Comune di Formia, Comune di Formia , Sindaco Comune di Giuliano di Roma,Comune di Giuliano di Roma,Sindaco di Amaseno,Comune di Amaseno,Socialisti Democratici Italiani (SDI) e la "Rosa nel Pugno" Laici- Socialisti-Liberali- Radicali , SinCOBAS, Comitato di Lotta Spontanea di Formia, Libera Associazione CittaVerde, WWF Terracina, G.A.N.E.M.P, Coordinamento dei Genitori Democratici di Latina, A.R.C.I. Comitato Provinciale di LATINA .


INFO : LEO TIMPONE tel. 3206163081
e-mail lestel@libero.it


GENNARO VARRIALE tel. 3286193211
e-mail gennarovarriale71@tiscali.it


FABRIZIO CONSALVI tel. 3394968454
e-mail fconsalvi@gmail.com




gennaio 27 2006

Travaglio: ha copiato tre battute mie e di Luttazzi
di Angela Frenda

«Io un'idea ce l'avrei». Ah sì, quale? «A Berlusconi propongo un patto d'affari: perché non mi prende come ghost writer, invece di rubarmi le battute?».
Marco Travaglio se la ride, mentre si sposta in taxi da un capo all'altro di Roma. Se la ride, e racconta di quella che per lui è l'ultima trovata del premier, che a Skytg24 Pomeriggio ha fatto la battuta sui «furbetti del Botteghino». Commentando: «Non è male, vero? Mi è venuta adesso».
«Roba da pazzi — racconta Travaglio —. È esattamente il titolo del mio pezzo apparso sul numero di ottobre 2005 di MicroMega.
O il premier mi legge appassionatamente e non riesce a dimenticarsi di me, o mente spudoratamente. La verità, a parte gli scherzi, è che lui da un po' si appropria di battute mie e di Daniele Luttazzi. Dei suoi acerrimi nemici. Di quelli che ha cacciato dalla tv di Stato».
Per Marco Travaglio, infatti, non è la prima volta che il presidente del Consiglio si ispira alle loro battute. «Ne ha prese in prestito ben due da Daniele Luttazzi. Che ogni tanto mi telefona la mattina, tutto arrabbiato, e mi fa: hai visto, me ne ha fregata un'altra».
La prima, Silvio Berlusconi l'ha raccontata a una riunione di forzisti: «Sapete come è morto il nonno di Fini ad Auschwitz? Beh, è caduto dalla torretta di guardia». «Questa — aggiunge Travaglio — l'ha copiata dallo spettacolo teatrale di Daniele, Satyricon. Come anche un'altra battuta, che racconta spesso in situazioni pubbliche. E riguarda la sua infanzia: "Sapete, anni fa chiedevo a mio figlio Pier Silvio: quanti anni hai? E lui rispondeva: cinque. Allora io lo riprendevo subito: vergogna, quando avevo la tua età ne avevo già sei!"».
Per Marco Travaglio la cosa più grave è che «Berlusconi non dice mai di chi sono queste frasi: le racconta come proprie. Ma quello che io e Daniele ci chiediamo è come le avrà sapute, visto che sono state pronunciate solo in teatro. O ci è andato di nascosto, o qualcuno le ha sentite e poi gliele ha raccontate».
Questo sarebbe un modo come un altro, spiega Travaglio, pure per rinverdire il suo repertorio di barzellette: «Che era davvero usurato. Come quella che ha raccontato mille volte: "Anche se camminassi sulle acque la sinistra direbbe che non so nuotare...". Ci deve essere qualcuno che ora gliene passa di nuove. O è lui che le copia».
Per quanto riguarda Travaglio, già Il Foglio, martedì scorso, ha detto che Berlusconi si sarebbe ispirato al suo libro
Mani Pulite per tirar fuori l'accusa della legge salva Prodi: «Ma ha capito male — commenta il giornalista —. Come quando ha detto da Anna La Rosa che L'Unità lo aveva definito "mascalzone bavoso", riferendosi a un titolo della mia rubrica
Bananas. Solo che non aveva letto il pezzo, dove parlavo di Paolo Guzzanti che aveva dato a Prodi, appunto, del mascalzone bavoso. Insomma, si ispira, ma copia male». da Corsera


Dario, il lottatore
"Cambierò la sinistra"
FABIO ZANCHI


da Repubblica - 27 gennaio 2006

Franca non lo molla un attimo: «Non uscire, Dario. Nevica troppo forte». «Diglielo, che ti sei candidato contro l´ex vicecapo della polizia». Dario la bacia: «Frena, Franca. Frena». In realtà il Nobel sa benissimo cosa dire e come dirlo. Lo ha già fatto con tutta la stampa internazionale: con il Times, con i tedeschi, con gli spagnoli, con i francesi, con i greci, con gli svizzeri e i russi e gli americani. Sì, perché in milanese si dice primarie. Ma all´estero hanno capito che domenica succederà qualcosa di straordinario. Alle urne si andrà per decidere se Dario Fo, premio Nobel, sarà il candidato della sinistra per Palazzo Marino. Un candidato che dice: «Sarò un sindaco che non farà mediazioni. E rifonderò la sinistra».
SEGUE A PAGINA V


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Dario, Nobel di sfondamento
"Vedrete, cambierò la sinistra"
"Questi lasciano una città bombardata. Qui sono arrivati i pirati e hanno dato Milano in mano ai gangster a mano armata"
"Bisogna mettere un blocco, perché venga su una città diversa da quella che hanno in mente la destra e una dirigenza Ds troppo accomodante"
FABIO ZANCHI
(segue dalla prima di cronaca)

«Sa cosa le dico?».
Quello che vuole, Dario Fo. È lei il Nobel, e non capita tutti i giorni di avere a che fare con un Nobel disposto a fare il sindaco.
«Dico che non si può arrangiare sempre la realtà. Bisogna distruggere. Occorre una ripulitura completa. Oppure mettere un blocco, perché venga su una città diversa da quella che hanno in mente la destra e una sinistra troppo disposta ad accomodare».
Con chi ce l´ha?
«Con chi è disponibile ai compromessi».
Cioè con la sinistra. Ma con che sinistra?
«Con la dirigenza dei Ds».
E perché?
«Perché ha messo in campo una persona che non ha fatto le lotte, che non conosce la gente, che non ha un passato al fianco dei lavoratori».
Dunque, i Ds e Ferrante. Il suo bersaglio preferito.
«Ma guardi che io non ce l´ho con Ferrante personalmente».
E meno male. Però non le piace tanto.
«Il fatto è che noialtri tre concorrenti, io, la Milly, Corritore, abbiamo firmato un documento contro la Gronda Nord. E lui no. Ci siamo espressi contro i grattacieli, e lui no. Abbiamo sottolineato il pericolo di creare aree inabitabili. E lui no. Ma siamo impazziti? Quelli vogliono costruire grattacieli con milioni di metri cubi. Sa cosa vuol dire?».
Posso immaginare, ma dica lei.
«Vuol dire che quei mostri per tutta la giornata proietteranno la propria ombra sulle case lì intorno. Ma ha idea di cosa vuol dire avere mostri di 230 metri di altezza?».
È la preoccupazione per la Milano che verrà che l´ha convinta a mobilitarsi alla sua bella età?
«Io mi sono indignato quando ho visto che la sinistra barcollava».
Ancora la sinistra.
«Sì, purtroppo. Oddio, ho detto, stanno cercando un uomo che piace alla destra. E già allora si parlava di Ferrante».
E però eravamo agli inizi. Il problema era trovare il candidato giusto.
«Il fatto è che Milano ha sempre avuto una sinistra che si metteva al livello dei socialisti e dei socialdemocratici».
Ma quella sinistra ha governato la città per anni.
«Sì. E si ricorda? Un giorno Tognoli mi ha dato le chiavi della palazzina Liberty, per andare a fare un sopralluogo. Ci andai, c´erano gli scantinati allagati. Prima ancora che uscissi, alcuni socialisti andarono contro Tognoli perché mi aveva dato le chiavi. Altri gridarono allo scandalo. E il Pci traccheggiava. Fu allora che decisi: io di qui non esco. Ecco, la sinistra è così, incapace di prendere una posizione netta. Troppo moderata. E lo stesso sta succedendo adesso».
Senta, Fo, con tutto il rispetto: le sembra davvero che il problema numero uno sia la sinistra?
«Sì. Questi non si espongono sui problemi gravi della città. E invece bisogna buttare tutto all´aria. Il problema è proprio la dirigenza dei Ds. Hanno imparato a strisciare, perché così non si inciampa... ma se scarliga su la merda».
Ma non avevate fatto la pace, dopo le polemiche dell´inizio?
«Ma guardi che anche il mio amico Ferrante rischia grosso. Lui è troppo morbido. Questi lasciano una città bombardata. Qui sono arrivati i pirati. Hanno lasciato Milano in mano ai gangster a mano armata».
Ma lei si vede davvero come sindaco?
«Io per queste primarie e per le elezioni ho studiato come per un esame di laurea. Guardi qua. Questo è un cartellone che ho disegnato sulla base delle indicazioni della gente che ho incontrato. Ieri sera ero in zona 3 e mi hanno parlato di una clinica cresciuta in dispregio di tutte le norme di sicurezza. Mi hanno detto che accumulano le bombole di ossigeno, di azoto e di elio nei sotterranei, dove ci sono gli ambulatori e dove portano gli ammalati. Una cosa incredibile».
Ebbene?
«Ebbene, mi chiedo come si fa. Che razza di Comune è questo, che mette a rischio la vita dei cittadini?».
Ma se la sente di fare il sindaco?
«Guardi, io non ho niente da perdere, ma tutto da guadagnare. Io sono l´unico che può promettere che non si piegherà a nessun compromesso».








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Ds Milano - Rassegna stampa



La paura di Berlusconi deve far paura a noi

Renzo Butazzi


La protervia (fino al limite del ricatto) con la quale Silvio Berlusconi ha chiesto una proroga della data di scioglimento delle Camere, più che l’ambizione di essere rieletto denuncia la terribile paura di non riuscirci. Si direbbe che, senza lo scudo della carica e di una maggioranza al suo servizio, tema che possano uscire dall’armadio altri scheletri o che quelli sepolti tornino a mostrare qualche osso.
Tanta paura è allarmante se pensiamo alle iniziative che potrebbe intraprendere per sfruttare la proroga e i mesi successivi nel modo più proficuo.

Oltre a far approvare la legge sull’inappellabilità, la modifica della par condicio e le altre leggi di maggiore interesse per i suoi cobelligeranti (non hanno mai avuto il rango di veri alleati) il premier potrebbe, per esempio, sfruttare meglio i servizi di intelligence. Dal suo punto di vista questi potrebbero essere accusati d’inefficienza, non avendo scoperto niente di penalmente rilevante nel comportamento dei DS.
Il fatto che ciò sia avvenuto perché magari i DS sono davvero “gente perbene”, non “scagiona” i servizi: tra i loro compiti tradizionali, infatti, c’è anche quello di inventare i fatti da scoprire.

Parlando di servizi che un capo del governo spregiudicato, terrorizzato e molto ricco potrebbe usare a suo beneficio, intendo riferirmi anche alle agenzie investigative e di sicurezza più o meno private, preesistenti o create per l’occasione con l’aiuto di ex-funzionari e agenti andati in pensione a tale scopo. Forse qualcuno ricorda il caso emblematico dell’ufficio Rei del Sifar e del suo ex-capo Renzo Rocca, che nel 1968 fece un certo scalpore.
Per rendere la situazione più losca va tenuto presente che il governo può sfruttare ancor meglio il lavoro delle barbe finte e dei servizi segreti “deviati” con le sue reti televisive e una Rai sulla quale ha ancora una forte influenza. In un momento così delicato l’uso dei due strumenti, accompagnato da una maggioranza sempre agli ordini, può mettere in seria difficoltà il processo democratico. Il presidente della Repubblica, per quanto si impegni, non è in grado di garantirne da solo il funzionamento corretto. Bisogna esserne consapevoli e stare molto attenti.

Non credo che dovremo temere iniziative cruente, ma piuttosto il proliferare di previsioni di attentati, sospetti, fughe di notizie, accuse e ricatti nascosti .Ogni dichiarazione e iniziativa del governo e dei suoi uomini in parlamento, anche se apparentemente ragionevole, dovrà essere valutata con grande diffidenza. Non dobbiamo temere di essere accusati di faziosità, allarmismo, dietrologia, perché il tempo a disposizione è poco. Accorgersi dopo che avevamo ragione non serve a niente. //www.aprileonline.info/


Il contropiede di Berlusconi -

La miglior difesa è l'attacco recita un vecchio adagio; non si dica che il presidente Berlusconi non sia coerente. Ha sempre predicato ad Ancellotti la formazione d'attacco, quella con due punte, e non ha esitato a lanciarsi all'attacco in prima persona, con un formidabile contropiede, nato sfruttando un errore di Bertinotti a Porta a Porta. Parlando del caso Unipol il leader di Rifondazione Comunista, rivolgendosi a Berlusconi, si è lasciato scappare di bocca una frase tipo “se ha qualcosa da dire, vada dai giudici”. Detto fatto. Berlusconi ci è andato davvero. Cappello, signori. Mossa a sorpresa e d'effetto. Non mi interessa adesso analizzare se l'errore di Bertinotti sia proprio quella frase o più in generale il fatto di andarci a “porta a porta”; il gioco d'anticipo del presidente del consiglio dimostra una grande padronanza tecnica del funzionamento dei media, e la consapevolezza di sapere come manipolarli.

Non voglio ironizzare sul fatto che sia anche il proprietario di quasi tutti i media, questo non c'entra. E' proprietario anche del Milan, ma non per questo è Pirlo o Shevchenko. Il fatto da non sottovalutare, invece, è che Berlusconi ci sa davvero fare in TV e questa sua ultima mossa sarà anche giuridicamente innocua ma televisivamente è ottima.

Atteniamoci ai fatti: il fatto che il presidente del consiglio si presenti ai giudici con delle accuse è una notizia. Ed i media vivono di notizie.

Ed ecco il primo risultato. L'iniziativa di Berlusconi ha “messo nell'agenda dei media” l'accusa ai Ds, e di questo si è parlato per giorni nell'apertura di tutti i TG. Certo la notizia sarebbe potuta essere anche “Berlusconi va dai giudici ma non ha niente da dire”, in fondo corrisponde al vero e qualcuno lo ha anche detto, ma comunque anche chi ha sottolineato questo fatto ha dovuto farlo parlando del coinvolgimento dei dirigenti DS con la Unipol.

C'era anche il rischio (calcolato) che i media facessero dell'ironia, tematizzando la notizia sul rapporto “difficile” fra Berlusconi ed i tribunali, ricordando come è sempre stato difficile farcelo entrare quando vi era convocato….

Ma il premier ha avuto buon gioco (di nuovo d'anticipo) nel suggerire lui stesso la tematizzazione di questa notizia, affermando che i politici sono tutti uguali, centrodestra e sinistra, e che quindi non c'è nessuna questione morale.

Geniale. Essendo indifendibile la sua posizione non prova nemmeno a farlo, ma trascina i suoi rivali nella stessa situazione. Ma quando si è mai visto un politico “attaccare” un rivale affermando di essere nella sua stessa barca? In genere si dice proprio il contrario….. che gli altri sono peggiori, mentre noi siamo corretti, più bravi etc…

Grazie all'intervento berlusconiano il caso Unipol, per qualche giorno, si è quasi trasformato nel caso DS, complice in questo anche il linguaggio tecnicamente un po' ostico dei servizi sulle scalate bancarie, che risultano più difficili da seguire rispetto a quelli sulle accuse di Berlusconi ai DS, che invece sono molto più semplici.

Il presidente del consiglio dimostra un ottimo tempismo anche nel dosare il suo linguaggio. Dapprima afferma che “non c'è nessuna questione morale”, regalando inevitabilmente anche i titoli ai Tg, e dopo qualche giorno, mentre i media iniziavano a saturare la notizia… ha rilancato dichiarando che c'è un grosso conflitto d'interessi fra sinistra e cooperative, ed ha ottenuto una nuova pioggia di titoli.

Insomma, a pochi giorni dalle elezioni, Berlusconi ritorce contro la sinistra due temi e due termini cari ai suoi avversari: “la questione morale”, ed il “conflitto d'interessi”. Lo fa con un calcolo spregiudicato e quasi improvvisato, ma ben ragionato, perché si basa su due fatti certi: il pubblico ha la memoria corta; il livello di attenzione che la massa presta alle notizie è basso. E risponde perfettamente anche alle regole del “news management” di Michael Deaver, che negli anni 80 fu il grande organizzatore della gestione dei media del presidente Reagan. In particolare ai punti che affermano: “rimanere in posizione offensiva”, “parlare e far parlare dell'argomento di cui si vuol far parlare”. A costo di andare dai giudici, in questo caso.

Ma se è vero che il pubblico è disattento ed ha poca memoria, si potrebbe obbiettare, allora a che pro tutto questo?

Attenzione: ricordiamoci che è basso il livello di attenzione dato al contenuto di ogni singola notizia, ma il rumore di fondo, lo sentiamo e come, volenti o nolenti…. E Berlusconi ha creato questo rumore sulla moralità dei DS; proprio a specifico utilizzo dei più distratti, cioè delle tante persone che non si interessano molto di politica, ma che andranno comunque a votare. Ed ha fatto sentire loro chiaramente una cosa: anche quelli del centrosinistra (la distinzione fra i DS e gli altri sparirà presto dalla memoria) fanno imbrogli, i politici sono tutti uguali, altro che accusare me, dovrebbero pensare a loro stessi…..

Berlusconi tuona contro i DS dai telegiornali, ma nel primo vero round elettorale, il faccia a faccia con Rutelli a Matrix, è lui stesso a minimizzare, a far passare la sua testimonianza di fronte ai giudici quasi come una chiaccherata informale fra amici. In un programma di approfondimento, di fronte ad un pubblico probabilmente più attento, e con più tempo a disposizione per chiarire i concetti e non potendosi affidare solo ad una frase o poco più come nei tg, Berlusconi fa mezza marcia indietro; non sui DS, sia chiaro, ma sulla sua decisione di andare in tribunale a parlarne.

Se i DS avessero iniziato a difendersi sarebbero apparsi ancor più colpevoli. Fassino ha intelligentemente rinunciato alla polemica, chiedendo di “abbassare i toni”, ma in questo modo appare inevitabilmente dimesso.

Berlusconi quindi ha avuto buon gioco nel creare un po' di confusione e mettere in dubbio la credibilità della sinistra, ed ha anche ottenuto una difesa preventiva spuntando due possibili armi della campagna elettorale del centrosinistra. Risulterà più difficile adesso, per loro, parlare di conflitto d'interessi e questione morale. Sarebbe troppo rischioso.

Speriamo se ne convincano, perché questo potrebbe trasformarsi in un vantaggio per il centrosinistra, potrebbe essere l'occasione per fare finalmente una campagna elettorale in favore dei loro programmi invece che contro Berlusconi. E chissà mai che facendolo non riescano ad impedire che venga fatta della facile ironia sul termine “unione” con cui si sono autodefiniti. Ad oggi sarebbe fin troppo facile farla. Del resto sarebbe anche facile ironizzare sulla tattica da trottola di Berlusconi pre “periodo di par condicio”. Cioè quella di apparire quanto più possibile in televisione. Ad uno mattina, due mattina tre mattina, quattro mattina come ha ben detto Rutelli. Tattica peraltro già utilizzata da Jovanotti, che la utilizzò qualche anno fa per lanciare un suo disco. L'Hit di quel cd era, ironia della sorte, “salvami”, ma non fu un grande successo per Lorenzo. Se è vero che la storia è destinata a ripetersi non dovrebbe salvarsi nemmeno Silvio, ma raccomando la massima attenzione a chi parla di ultimi colpi di coda e di elezioni già vinte dal centrosinistra.

Berlusconi ha dimostrato di avere più padronanza della televisione e maggiori capacità d'improvvisazione. Sottovalutarlo sarebbe un errore imperdonabile. Anche perché la Tv sarà certamente una “cattiva maestra”, ma sono proprio le sue lezioni ad essere le più frequentate.


di Riccardo Toniolo //www.megachip.info


Benvenuti al ''Berlusconi Show'' -


Intervista con Beppe Giulietti

"Onorevole Giulietti,Berlusconi vuole rinviare la data di inizio dei comizi per ritardare l'entrata in vigore della par condicio. Che ne pensa?"
«Berlusconi ha chiesto 10 o 15 giorni in più per avere mano libera senza par condicio, né regole. Ha un piano studiato a tavolino da tempo: andare in tv da solo in tutte le reti, a nome di tutta la destra. Articolo 21 -associazione di cui è portavoce Giulietti, capogruppo Ds in Commissione di Vigilanza (ndr.) - già sei mesi denunciò che Berlusconi era interessato ai contenitori familiari in tv. E alla Rai alcuni basisti gli hanno aperto i cancelli, altro che RaiTre di sinistra...».

"Lei sa cosa prevede questo piano mediatico?"
«Comparire dove meno ci si aspetta: da Cucuzza su RaiUno il pomeriggio, poi a Domenica In; delle incursioni telefoniche nei programmi sportivi, dalla Ventura ai canali privati. I suoi, Poi almeno un altro passaggio da Vespa, a Ballarò in studio; sembra sia indeciso se andare o no da Fabio Fazio su RaiTre. Su Mediaset meglio a Buona Domenica che nei programmi del mattino».

"Insomma, dieci giorni in più per il suo palinsesto?"
«Già, lo scopo è mostrare Berlusconi Superman che chiede aiuto al suo elettorato: compattatevi contro l'invasione dei comunisti. Non è detto che non spunti nelle tv locali dove c'è un elettorato di destra da risvegliare: in Piemonte e Friuli, Lazio e Puglia. Lo vedremo su Telenorba? È un vero "broglio mediatico", una violazione clamorosa delle pari opportunità invocate dal presidente Ciampi».

"Ora Berlusconi sconfina anche nelle sue tv..."
«Le reti Mediaset sembrano "extra legem" ma non sono neutrali come dice Confalonieri. Sono mesi che Studio Aperto e il Tg4 di Emilio Fede fanno campagna elettorale per Berlusconi. E lui ha messo in campo i suoi uomini. Belpietro condurrà una striscia su Rete4, È il direttore del quotidiano che ha pubblicato le intercettazioni di Fassino, il giornale che sembra aver rapporti con qualche politico potente che controlla i media e, forse, i servizi. Poi c'è Piero Vigorelli per Canale5».

"È possibile fermare questa tele-invasione ?"
«Io faccio appello all'Autorità per le Telecomunicazioni, alle autorità istituzionali, perché facciano la loro parte. Ma il disegno del premier è uno: perdere tempo, travolgere tutti, anche i presidenti delle Camere».

"E bloccare il regolamento sulla par condicio in Rai?"
«Noi dell'Unione in Vigilanza lo abbiamo detto al presidente Gentiloni: siamo pronti a votare a oltranza anche la domenica. Bonaiuti ha dato ordine ai membri di FI di perdere tempo. Ma, oltre all'Udc, molti in An mal sopportano la "bulimia" mediatica del premier, come la chiamano. Noi chiediamo almeno due faccia a faccia tra leader delle coalizioni, Prodi contro Berlusconi».

"La bulimia giova al premier?"
«Non sono d'accordo con chi dice: parli il più possibile così perderà. Qui l'allarme è grande, lo dico anche a Prodi e Fassino, bisogna promuovere grandi iniziative, o magari contraddire in diretta tv...
Trovo agghiacciante, inoltre, l'aggressione contro l'Unità, i suoi giornalisti e Colombo. Ma come, c'è chi fa pestaggi mediatici contro il segretario Ds; si discute sul Papa o su Ciampi e poi si mette all'indice chi critica Vespa e il Tg1? C'è proprio qualcosa che non va».


di Natalia Lombardo
da www.unita.it





Il Cav e i voti raccolti in tv
Da quando il premier è tornato in video, occupa in permanenza tutte le testate



Tutti a chiedersi: quanto contano le millanta apparizioni televisive dell'ultimo Silvio Berlusconi? Su chi incidono? Spostano? Fidelizzano? O diventano infine un po' seccanti e noiose?

Qualche commentatore, esperto di comunicazione politica, sottolinea quanto la sovraesposizione mediatica possa essere interpretata come un segnale di debolezza: l'iper-attivismo non giova a chi, come il nostro premier, si è sempre appoggiato ad una immagine empirea di sovrana lontananza dalla bassa fucina televisiva o radiofonica. Se sta troppo sui media radio-televisivi, si argomenta, rischia di snaturare questa sua immagine distaccata, irraggiungibile. E pare affannato, sempre sopra le righe, desideroso di dire l' indicibile, di raccontare un' Italia che non c'è. O c'è soltanto nei suoi sogni.

Dall'altra parte, alcuni evidenziano il suo obiettivo ultimo, quello di far rientrare all' ovile i (suoi) potenziali astensionisti, a scapito anche di frange di elettori di centrodestra che, oggi, preferirebbero forse le altre due punte della coalizione: Fini o Casini.

Ed esserci, apparire come l'unico interlocutore possibile all'interno della Casa delle Libertà, tende a sottodímensionare il surplus di appeal che caratterizza il giudizio degli elettori sugli altri due leader, di gran lunga superiori a Berlusconi per quanto riguarda la fiducia complessiva degli italiani.

E dunque, qual è il motivo vero di questa sua strategia? E sarà alla fine quella migliore da adottare per vincere o almeno avvicinarsi all'avversario? A me personalmente sembra che questa strategia abbia delle frecce al proprio arco.

Vediamone le principali.

L'immagine. Da quando il capo del governo è tornato prepotentemente in tv e su tutti i tipi di trasmissioni radiofoniche, la sua figura occupa in permanenza tutte le testate, che hanno messo in secondo piano gli altri possibili protagonisti della campagna elettorale. Si parla soltanto di Berlusconi, dei suoi pronunciamenti, dei suoi anatemi.

Nel bene o nel male, è tornato come nel 2001 l'unico centro di gravità permanente della politica italiana.

I temi. A discapito delle incessanti richieste da parte di giornalisti ed elettori di discutere infine di temi e programmi, loro stessi non riescono a far altro che subire l'agenda dettata dal leader della Casa delle Libertà. Che ha come evidente fine quello di ridurre, preventivamente, qualsiasi campagna elettorale (futura) da parte dei partiti di opposizione ad una lunga serie di menzogne o di proposte poco credibili.

Con un semplice assioma: se gli appunti che l'Unione muove a questi cinque anni di governo sono del tutto o in gran parte falsi, sarà falso e menzognero anche l'intero programma di governo avanzato dalle sinistre, che si camuffano da coalizione moderata per sferrare un attacco deciso alle istituzioni democratiche attraverso la testa di ponte comunista. Con il popolo comunista che già ha invaso il nostro paese, senza che noi ce ne rendiamo pienamente conto.

I sondaggi elettorali. Le rilevazioni demoscopiche di quasi lutti i più accreditati istituti di ricerca ribadiscono l'attuale vantaggio dei partiti di centro sinistra. Occorre quindi sottolineare costantemente come anche quelle rilevazioni siano menzognere, siano unicamente al servizio della possibile nuova futura maggioranza di governo, facendo quotidiano riferimento all'unica società che afferma il contrario. Distruggere oggi l' idea che il governo sia in difficoltà, nell'immaginario collettivo, è uno dei passi necessari per far credere agli indecisi, o agli scontenti, in un possibile successo.

Non è detto, come ho sottolineato più volte, che l'attuale vantaggio competitivo del centrosinistra resti immutato nel corso dei prossimi due mesi. Se qualcosa si muove, se si riattivano passate suggestioni, se la sinistra sta a guardare, non tutto è perduto por il recente divo televisivo.

Come per i protagonisti de L'isola dei famosi, chi sta molto tempo sugli schermi diventa il punto di riferimento mediatico maggiormente convincente, anche quando non dice nulla di particolarmente rilevante.

PAOLO NATALE

EUROPA


BIOTERRORISMO - CI SI PREPARA A COMBATTERE LA PROSSIMA GUERRA

DI DAVID A. RELMAN, M.D.
(Traduzione di Bettio Curzio di Soccorso Popolare di Padova)

Gli Stati Uniti sono preoccupati per la minaccia di bioterrorismo – per la potenzialità dell’avvelenamento delle forniture di latte con tossine botuliniche, per la ipotetica disseminazione di vaiolo da parte di terroristi auto-contagiatisi, per la possibilità di diffusione massiccia di spore di antrace attraverso aerosol nelle metropolitane, ed anche per la rievocazione dello spettro di un uso malefico del virus ricombinato dell’influenza del 1918.
Queste preoccupazioni hanno avuto conseguenze importanti per i programmi della ricerca biomedica e per gli ambienti normativi, dando priorità ai finanziamenti delle ricerche di biodifesa.

Nell’anno fiscale 2003, era stato assegnato un miliardo e mezzo di dollari per la ricerca sulla biodifesa agli Istituti Nazionali di Sanità (NIH). Questi denari per la nuova ricerca, che sono stati riassegnati annualmente, ora corrispondono approssimativamente per un terzo del budget assegnato all’Istituto Nazionale per le Allergie e le Malattie Infettive (NIAID) dei NIH. Sebbene una parte di questi fondi siano destinati allo studio di malattie infettive emergenti, è stata posta un’attenzione senza precedenti ai patogeni che generalmente producono morbi non comuni. Per esempio, l’entità di fondi assegnati ai NIH per i lavori sulla Francisella tularensis è accresciuta da 4 milioni nel 2001 a 71 milioni di dollari nel 2003, sebbene negli Stati Uniti vi siano solo dai 100 ai 150 casi di tularemia all’anno; nell’ottobre 2005 venivano assegnati al NIAID 60 milioni di dollari per il lavoro su nuovi vaccini per la tularemia.(Tularemia: malattia infettiva diffusa fra i roditori, conigli, ratti, scoiattoli, ecc. e trasmissibile per morso all’uomo, che provoca forti febbri e tumefazioni dei linfonodi.)

Inoltre, la preoccupazione del governo per il bioterrorismo ha portato a nuove limitazioni federali sulla manipolazione degli agenti patogeni infettivi; queste normative hanno ostacolato sia la possibilità dei ricercatori USA a partecipare a collaborazioni internazionali, sia gli sforzi per la preparazione in questo paese di scienziati stranieri. Tutti questi cambiamenti riflettono un radicale spostamento nel clima politico e sociale, uno spostamento evidenziato nel 2004 dalla carcerazione nelle prigioni federali, con l’accusa di manipolazione illecita di Yersinia pestis, del Dr. Thomas Butler, capo del reparto malattie infettive alla Texas Tech University ed un esperto in peste.

Questa accresciuta preoccupazione per il bioterrorismo risulta ben fondata? Se questa è giustificata, come possiamo destinare nel modo migliore le nostre risorse intellettuali, tecniche e finanziarie, dati gli imminenti pericoli derivati dall’influenza aviaria e da altre minacce naturali? Su quali principi dobbiamo basarci per costruire una strategia di biodifesa?

Gli artefici della politica, che valutano la probabilità e i pericoli di bioterrorismo, tendono a cercare indicazioni da un passato di estesi programmi di armi biologiche sponsorizzati dallo stato, che usavano processi a scala industriale, accentuavano il controllo di qualità e basavano le loro proiezioni di utilizzo su una dottrina militare tradizionale. I fautori di questi programmi, che consideravano allora gli agenti biologici come credibili armi strategiche, pensavano che solo alcuni agenti particolari avessero il più grande potenziale per l’uso e vedevano la tecnologia per la preparazione e la diffusione di questi agenti come una componente essenziale di un programma di armamenti.

Ma noi non possiamo accettare che la logica del passato, che sottendeva i programmi di guerra biologica, informi a futuri usi distorti le scienze della vita. Invece, gli insegnamenti di questa storia possono essere pericolosamente fuorvianti. Primo, la teoria che solo alcuni agenti particolari costituiscano una plausibile minaccia è ampiamente un artefatto di programmi di armamenti pre-datati rispetto alle nostre attuali conoscenze di biologia molecolare, e che avevano scelto gli agenti sulla base delle loro proprietà naturali e delle limitate informazioni tecniche allora disponibili dagli esperti. Fra gli agenti che rimangono oggi sull’elenco delle minacce biologiche, l’antrace e il vaiolo costituiscono ancora armi particolarmente di tutto rilievo, ma, dato il progresso nell’ambito scientifico e tecnologico, il numero di agenti preoccupanti è grandemente in espansione.





Inoltre, processi industriali di larga scala non sono necessari per lo sviluppo di potenti armi biologiche. I mezzi per la diffusione di agenti patogeni sotto controllate condizioni diventano sempre più accessibili a chiunque. Anche i nostri tradizionali concetti di loro “utilizzazione come arma” sono fuorvianti: la natura fornisce i meccanismi per l’immagazzinamento e la conservazione di molti agenti infettivi che possono essere manipolati attraverso l’ingegneria biologica e genetica, ad esempio intensificando la virulenza di organismi che naturalmente si riproducono per spore. Le scienze dei materiali e delle nanodimensioni, — in progresso è la tecnologia dell’incapsulamento — forniranno nuovi modi di raccolta e conservazione di tali agenti. E gli agenti che si possono auto-riprodurre, e che risultano altamente trasmissibili da uomo a uomo, come i virus del vaiolo e dell’influenza, necessitano di piccole o addirittura di nessuna alterazione per essere disseminati in modo efficiente da terroristi.

Nemmeno dovremmo presumere, sulla base della storia, che quando vengono usati deliberatamente e con premeditazione agenti biologici, questi siano in grado di procurare solamente danni relativamente limitati. I vasti programmi sulle armi biologiche dell’ultimo XX secolo non si sono mai appieno sviluppati. E le utilizzazioni di tali armi da parte di gruppi modesti, come quello del culto di Aum Shinrikyo ,sono state abbastanza non sofisticate, ben lontane dall’esempio di quello che possono fare, pur con moderazione, oggi gruppi ben informati. Le conseguenze potrebbero essere molto più terribili, ad esempio, di quelle che si sono avute con le spore di antrace messe in circolazione nel 2001 negli USA tramite servizio postale, se queste venissero messe in diffusione attraverso vie più efficaci. La tecnologia e la scienza di domani presenteranno un nuovo panorama con caratteristiche che sono sia preoccupanti che rassicuranti: i metodi e i reagenti usati per la ricombinazione di un nuovo virus, ad esempio, possono anche essere usati per la produzione di un vaccino contro di esso.

Rapidamente stanno venendo alla luce nuove intuizioni sui sistemi biologici, e nuovi strumenti per la manipolazione di questi sistemi continuano ad essere sviluppati.(1,2) Attualmente, l’informazione viene diffusa globalmente, molte importanti procedure richiedono tanto minori risorse rispetto ad un tempo, e molta tecnologia delle scienze biologiche è stata miniaturizzata. Oggi, ognuno dotato di istruzione medio alta può usare protocolli ampiamente disponibili e kits preconfezionati per modificare la sequenza di un gene o sostituire geni all’interno di un microrganismo; uno può anche acquistare dei bioreattori piccoli, di facile uso, autosufficienti per la riproduzione di virus e di microrganismi. Questi progressi continuano ad abbassare le barriere allo sviluppo di armi biologiche.( 3,4)

Finora, la natura è stata il più efficace bioterrorista. Comunque, in futuro, le capacità degli sperimentatori di creare diversità genetiche o molecolari non presenti nel mondo naturale, ad esempio con l’uso di tecnologie di riproduzione molecolare, e di selezionare tratti distintivi associati alla virulenza, possono dare come risultato nuovi agenti biologici con potenzialità precedentemente sconosciute. Sebbene questi agenti non possano sopravvivere a lungo nell’ambiente naturale e vengano, da un punto di vista evolutivo, rigettati come competitori scarsamente idonei, possono risultare estremamente distruttivi durante il loro tempo di vita.

Per progettare una robusta strategia biodifensiva, la sfida chiave sarà quella di definire l’equilibrio ottimale fra difese fisse e flessibili. La Linea Maginot, costruita dai Francesi negli anni Trenta del secolo scorso, risulta utile come simbolo di difese statiche designate a proteggere contro minacce conosciute. Sebbene queste elaborate fortificazioni abbiano concesso qualche tempo ai Francesi, l’esercito Tedesco in avanzata le ha superate con una manovra avvolgente. Allo stesso modo, la creazione di difese statiche può essere giustificata per minacce biologiche palesi, imminenti e potenzialmente catastrofiche, come il virus dell’influenza aviaria e importanti batteri farmaco-resistenti, del tipo Staphylococcus aureus, o come l’antrace e il vaiolo.
Comunque, per la vasta gamma delle altre potenziali minacce, noi dobbiamo investire ancor più in difese flessibili, dinamiche, che dipenderanno dall’integrazione scientifica, da nuove intuizioni sui sistemi biologici e dal progresso tecnologico. Noi abbiamo bisogno di metodi e tecnologie che possono produrre diagnostiche, terapie e profilassi efficaci contro agenti infettivi nuovi o mutanti, nello spazio di giorni o, al massimo, settimane dalla loro caratterizzazione.

Gli elenchi degli agenti specifici e l’esame critico degli avvenimenti del passato possono inibire il pensiero creativo su strumenti generali e generici approcci per un mondo dinamico. Un piano robusto di biodifesa deve essere anticipatore, flessibile, e in grado di fornire una pronta risposta. Dovrebbe utilizzare tecnologie trasversali e concetti scientifici interdisciplinari, e usare piattaforme e metodi di estesa applicazione, di sostanziale larga scala. Esempi comprendono l’uso di tecnologie "lab-on-a-chip" (laboratorio su micro-circuiti integrati), basate su progressi nella microfluidica, per una diagnostica rapida, sensibile, allo scopo di pronta cura; di approcci computazionali per prevedere interazioni farmaco-leganti; di strumenti genomici come microdisposizioni e selezione ampia di genomi per antigeni di protezione; sistemi automatizzati di robotica per un rapido screening di farmaci ad elevata produttività e per l’aumento progressivo della produzione di vaccini. Gli sforzi per comprendere la virulenza microbica dovrebbero enfatizzare gli studi dei meccanismi e delle strutture che sono condivisi da una varietà di agenti.

Data l’importanza di un pronto intervento, dovrebbe essere posta una maggiore attenzione sugli approcci ad una diagnostica delle affezioni immediata e specifica. Abbiamo bisogno ora di tali strumenti per le malattie naturalmente causate da microrganismi, anche solo per ridurre l’uso inappropriato di antibiotici. Ad esempio, analisi di un gran numero di risposte alle infezioni, in cui venga usata la spettroscopia di massa avanzata o la tecnologia microsequenziale del DNA per valutare campioni ad abbondanza proteica o modelli genomici di trascrizione, possono portare a nuove possibilità diagnostiche di affezioni presintomatiche e di prevedere conseguenze cliniche o risposte alle terapie. I NIH, i Centri per il Controllo sulle Malattie e la Prevenzione, il Dipartimento della Sicurezza Interna, in risposta al piano strategico federale per la difesa contro le armi biologiche sottolineato dalla Direttiva Presidenziale 10 sulla Sicurezza Interna, ed altre agenzie hanno discusso queste necessità, (5) ma gli investimenti per queste larghe prese di posizione sono stati insufficienti. Questi impegni richiederanno rafforzamenti delle nostre infrastrutture di sanità pubblica, specialmente in termini di personale, di comunicazioni e di capacità di balzi in avanti. Scienziati e clinici dovranno giocare un ruolo maggiore nella pianificazione delle biodifese, nell’articolazione delle necessità, nella formulazione delle politiche e nella valutazione delle future minacce.

Spesso si dice che le forze militari vengano addestrate per combattere l’ultima guerra, non la prossima guerra. Lo stesso può essere vero per i funzionari della sanità pubblica e per gli scienziati che lavorano per rafforzare le infrastrutture di sanità pubblica. Ma data la velocità dei cambiamenti nelle scienze biologiche, non possiamo essere costretti da vincoli del passato, nemmeno da difficoltà incrementali, a breve termine. Recenti investimenti nella difesa biologica offrono vantaggi potenzialmente immensi, se guidati da prospettive creative, orientate verso il futuro. Ora è giunto il tempo di dare inizio alla messa in opera di investimenti seri, sostenuti nel campo scientifico e tecnologico, attraverso cui possiamo costruire difese agili contro uno spettro sempre in evoluzione di minaccia biologica.

David A. Relman, M.D.
Fonte: http://content.nejm.org
Link: http://content.nejm.org/cgi/content/full/354/2/113?query=TOC

New England Journal of Medecine Volume 354:113-115 12 gennaio 2006 Number 2
12.01.06

Traduzione a cura di Bettio Curzio di Soccorso Popolare di Padova

Fonte informativa

Il Dr.Relman è professore associato presso i Dipartimenti di Medicina e Microbiologia ed Immunologia dell’Università di Stanford University, Stanford, California, direttore del reparto malattie infettive del Sistema di Cure per la Salute di Palo Alto in relazione ai Veterani, Palo Alto, California, e membro del Direttivo Nazionale di Consulenza Scientifica sulla Biosicurezza. Un’intervista con il Dr. Relman a www.nejm.org.

Riferimenti

1) Segal E, Friedman N, Kaminski N, Regev A, Koller D. From signatures to models: understanding cancer using microarrays. Nat Genet 2005;37:Suppl:S38-S45. [CrossRef][ISI][Medline]
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Uruguay: una nuova sfida per i sogni progressisti della sinistra sud-americana

Nel vivace quadro regionale, l’Uruguay affronta istanze sociali ed economiche simili a quelle che stanno impegnando governi affini ideologicamente: nella ricerca di una soluzione originale la sinistra uruguagia potrà utilmente avvalersi di queste esperienze pregresse, al fine di riparare alle tragiche conseguenze della dittatura.

Paolo Liut

Equilibri.net

Un evento memorabile della storia recente dell’Uruguay fu lo scontro navale, noto con il nome di battaglia del River Plate, tra i soldati tedeschi e la Reale Marina Britannica, svoltosi a poca distanza dalla foce del grande fiume che attraversa la capitale Montevideo. Però durante la guerra, pur dichiarando ostilità ai nazi-fascisti, nessun esercito uruguagio affrontò i campi di battaglia.
Cruenta è stata la scena politica a partire dagli anni ’60: il movimento di estrema sinistra noto come Tupamaros, si rese protagonista di una guerriglia che solo l’intervento delle Forze Armate, nel giugno ’73, è riuscito a debellare con un colpo di stato che ha dato inizio ad oltre un decennio di dittatura. Così terrore e repressione sono diventati gli strumenti di dominio del mondo militare su quello civile, allo scopo di trasformare il Paese in un “laboratorio neo-liberista”.

La memoria dei crimini della dittatura

Il neo-Presidente di estrazione socialista Tabarè Vazquez, alla testa di una grande coalizione denominata Fronte Ampio, ha posto tra i fondamentali impegni dell’agenda politica il recupero della giustizia e della verità relativa a quegli anni ”bui” nella tradizione democratica delle istituzioni uruguayane. Ha quindi ordinato ai comandanti delle Forze Armate di rivelare cosa è accaduto a molti uomini e donne dissidenti scomparsi durante il regime militare. Questo è un passo fondamentale nell’opera politica di ricostruzione della dignità politica e morale dello Stato, necessario per comprendere l’esperienza autoritaria.
Una realtà rimasta sepolta per anni, grazie ad una legge di prescrizione dei reati di Stato (Ley de la Caducidad), approvata nel 1989, che assicurava un’immunità quasi assoluta ai responsabili delle torture e dei crimini di vario genere compiuti durante la dittatura. Però la memoria è ancora viva e la paura della reazione dell’Esercito è scemata.
Nelle scorse settimane sono stati recuperati, durante scavi appositamente eseguiti in base a segnalazioni anonime, i resti di due persone ritenute essere state vittime del regime. Complessivamente si ritiene che siano tra i 160 e i 180e e i morti durante i 12 anni di dominio militare (la Commissione per la Pace e la Giustizia, Serpaj, riporta che al 2004 le vittime siano circa 240, tra morti e desaparecidos). Questo macabro periodo di ritrovamenti arriva quando il Parlamento ha iniziato le discussioni su una norma che potrebbe permettere un ulteriore progresso nel settore della giustizia.

La transizione alla democrazia

Tranne questo infelice periodo, l’Uruguay dovrebbe essere considerato tra i Paesi del Sud-America con il passato democratico migliore. Un basso livello di corruzione e un alto senso civico hanno reso competitivo ed affidabile nel tempo il suo sistema di ”welfare” e molti cittadini godono di un buon grado di istruzione; inoltre, leggi liberali regolano questioni sociali, come il divorzio.
La scorsa tornata elettorale ha rivelato le contraddizioni dell’ultimo mezzo secolo: ora, con la vittoria delle forze progressiste, l’Uruguay potrebbe essere capace di compiere un reale cambiamento, che significherebbe la rottura dell’infinita alternanza governativa tra le due tradizionali formazioni, il liberale Partito Colorato e i bianchi del conservatore Partito Nazionale.
La sinistra ha una complessa architettura politica da sfruttare ed un valido programma comune. È riuscita a mantenere per varie legislature il governo della Capitale, che ha costituito un vero e proprio banco di prova per la coalizione: i principali dirigenti hanno imparato a ricorrere alla riflessione e all’autocritica, come quelli di poche altre formazioni nel continente, temprati dai difficili anni della guerriglia Tupamaros e dalla tragedia della dittatura.

La linea politica del nuovo governo

In seguito alla profonda crisi economica del 2002, gli aiuti del FMI (Fondo Monetario Internazionale) e attente manovre di politica economica aiutarono a promuovere una debole ripresa ed a ridurre lo stato di indigenza di molti uruguayani.
Il Presidente Vazquez ha affermato di voler perseguire, comunque, una strategia politica moderata, vista la situazione delicata delle finanze del Paese, dando però enfasi al problema della diminuzione della povertà: ha annunciato così un piano di emergenza con una spesa iniziale di 100 milioni di dollari. La vita in Uruguay non è facile: l’emigrazione di giovani in cerca di lavoro è un dato costante; l’industria nazionale è pressoché inesistente e le risorse naturali ed energetiche scarse. L’economia si basa in buona part sul turismo e su agricoltura e allevamento. Tuttavia, una risorsa di eccezione valore, anche in prospettiva futura, incoraggia un certo ottimismo: l’acqua. In Uruguay si trova la più grande riserva idrica sotterranea del mondo, oggetto, nel 2004, di un referendum popolare che ha stabilito a livello costituzionale il principio per cui, essendo un bene pubblico, l’acqua non può essere privatizzata.
Nel dicembre 2003, con una maggioranza del 62,2% era stato bocciato anche l’ingresso di imprese e capitali esteri nella nazionale Ancap, una società di produzione, distribuzione e raffinazione di prodotti petroliferi, alcolici e cementiti. Questa formula dell’associazione era pensata per eludere la resistenza alla privatizzazione delle aziende pubbliche. In effetti il rischio per il patrimonio statale e per i lavoratori era consistente, considerando che l’accordo prevedeva che il socio straniero avrebbe avuto diritto, con il 49% delle azioni, a una percentuale equivalente di voti in Consiglio di Amministrazione, mentre allo Stato, con il 51% dell quote, ne sarebbe spettato solo il 48%, in base allo statuto che prevede che il 3% dei partecipanti alla quota pubblica si astenga. Con 2400 dipendenti, l’Ancap è l’ industria più importante della Nazione. La mobilitazione del movimento sociale che ha consentito la consultazione, con la necessaria raccolta di firme e la capillare attività di informazione, ha inoltre accentuato l’isolamento del Presidente Battle, precedendo gli eventi che hanno portato la sinistra al successo nelle elezioni politiche seguenti. In questo cambio al Governo ha giocato anche il timore di una nuova deriva autoritaria e reazionaria, probabilmente avvertito dai cittadini, colpiti duramente da una recessione paragonabile alla crisi di borsa del 1929. Tra gli aiuti di emergenza ottenuti dalla Comunità Internazionale quello dell’Unione Europea è stato particolarmente importante. Ma è stata soprattutto la solidarietà degli stessi abitanti che ha permesso di salvare la quasi totalità delle persone in difficoltà. È un segnale chiaro della popolazione, che vuole un paese democratico e partecipe ai processi in corso nella regione.

I recenti contrasti con l’Argentina

Durante le ultime festività natalizie è riemerso un clamoroso scontro di posizioni con la vicina Argentina: un gruppo di manifestanti ha bloccato per due giorni una strada di confine tra i due Paesi, impedendo così il passaggio di migliaia di visitatori. Le proteste hanno per oggetto la costruzione di due fabbriche di cellulosa sul lato uruguayano, finanziate da investimenti della spagnola Ence e della finlandese Botnia. Abitanti, autorità provinciali e gruppi ambientalisti sostengono che le cartiere inquinano e sono una minaccia per il turismo e la pesca nella zona ed hanno quindi ripreso le manifestazioni, cominciate già a giugno del 2005, in occasione dell’annucio del progetto. Queste dimostrazioni hanno, ovviamente, coinvolto anche i due Governi. Un dirigente del Ministero degli Esteri argentino, Raul Estrada Oyuela, ha dichiarato di recente all'Agenzia Ips: «Non dubito del governo uruguayano, ma temo che le industrie ci stiano nascondendo qualcosa». L’Esecutivo uruguayano ha respinto l'accusa: per Montevideo quei due impianti di cellulosa (un settore nuovo per il Paese) sono un investimento chiave. Un po' tutto il Cono Sud dell'America latina ha impiegato molte risorse nella catena che sta a monte delle cartiere, ossia le piantagioni di alberi a crescita rapida da cui è tratta la polpa di cellulosa per la carta. Le piantagioni di pini ed eucalipti in Argentina, Brasile, Cile e Uruguay oggi rappresentano circa il 40% dei 10 milioni di ettari presenti al mondo. Per l'Uruguay dunque si tratta di chiudere il ciclo: non solo gli alberi ma anche la loro trasformazione. Gli stabilimenti, in cui Ence e Botnia stanno investendo un totale di 1,8 miliardi di dollari, produrranno insieme 1,5 milioni di cellulosa per l'industria cartaria all'anno. Le due aziende sostengono che non sono impianti così inquinanti, perché useranno la tecnica sbiancante nota come Ecf, «Elemental Chlorine Free». Dalla sponda argentina ribattono che sebbene meno nociva delle precedenti tecnologie, anche la Ecf è dannosa per l’ambiente ,in quanto viene comunque utilizzato diossido di cloro. Questo comporta emissioni di diossine e furani, sostanze tossiche che minacciano la salute umana, si diffondono su grandi distanze e persistono nell'aria per decenni; esistono procedimenti riconosciuti come completamente «puliti», noti come «Totally Chlorine Free» o Tcf, ma, secondo gli industriali, non producono carta di qualità sufficientemente elevata.
Così, Buenos Aires continua a esigere ulteriori e più approfondite ricerche sull'impatto ambientale dell'impresa. Il comitato binazionale, infatti, ha studiato la questione per almeno sei mesi, senza trovare un compromesso. Il Governo argentino chiede che il lavoro agli impianti sia sospeso e si scelgano altri siti, lontani da centri abitati. L'Argentina minaccia di rivolgersi alla Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja, accusando Montevideo di aver intrapreso un progetto industriale senza consultare la Commissione Amministrativa del Rio Uruguay, come previsto dalle norme internazionali per la gestione di fiumi frontalieri. D'altra parte, Vazquez minaccia di denunciare i blocchi stradali al Mercosur, il Mercato Comune del Cono Sud, perché violano la libera circolazione. Si parla di una mediazione, magari da parte del Brasile. Per il momento però la tensione cresce, sebbene entrambi i Capi di Stato si siano affrettati a dichiarare che “la disputa riguarda un tema ambientale e non compromette i rapporti reciproci”.

Conclusioni

Ora il Paese si trova a un punto di partenza che potrebbe aprire le porte ad una esperienza insolita e densa di trasformazioni strutturali parallele a quelle che sono in corso nel resto del Sud-America: dovrebbe essere così possibile la necessaria cooperazione con gli altri Stati vicini, favorita attualmente da governanti con la stessa estrazione culturale e che affrontano situazioni politiche, economiche e sociali profondamente simili.


Il Montenegro dopo il disastro ferroviario
Podgorica, scrive Jadranka Gilić
La Serbia e Montenegro è in lutto dopo il grave disastro ferroviario, nel quale hanno perso la vita almeno 44 persone. In corso l’indagine sulle responsabilità della tragedia. Punti interrogativi anche sullo stato delle infrastrutture del Paese
Uno dei vagoni del treno deragliato Il bilancio della tragedia che il 23 gennaio scorso ha colpito il Montenegro, quando un treno locale sulla tratta Bijelo Polje – Bar, attraverso la capitale Podgorica, è scivolato dalle rotaie, con oltre 200 passeggeri a bordo, nell’abisso profondo alcune decine di metri, non può essere ancora accertato con sicurezza. Per ora si sa che 44 persone hanno perso la vita e quasi 200 sono rimaste ferrite.

È il più grave incidente ferroviario nella storia del Paese, e in Serbia e Montenegro sono stati proclamati tre giorni di lutto nazionale.

Il treno di quattro carrozze, partito da Bijelo Polje, piccola città nelle impervie regioni interne del Montenegro, è deragliato in circostanze in via di accertamento. Sembra confermata la versione iniziale di un problema ai freni, che tuttavia non sarebbe l’unica causa. Il treno era partito da Bijelo Polje, ma a poca distanza dalla stazione di partenza i macchinisti ne hanno perso il controllo, per un guasto ai freni. Stando all’ultima ricostruzione, pare che un macchinista fosse riuscito infatti a rallentare il convoglio in extremis, ma abbia poi commesso un errore di manovra non inserendo il freno di stazionamento e lasciando le carrozze alla mercé della forza d’inerzia su un ripido tratto in discesa. Le carrozze sono deragliate proprio all’altezza del canyon sul fiume Moraca e si sono ribaltate più volte prima di concludere il loro volo al fondo di un ripido precipizio.

Un superstite ha raccontato che si trovava a bordo di un vagone che non è deragliato e si è fermato all’interno di una galleria. “Siamo stati fortunati per via del tunnel. Ero nell’ultimo vagone, per quelli avanti è stata dura”, ha detto Ivan Stanic alle tv locali.

Tragedia nella tragedia la presenza a bordo di numerosi giovani e giovanissimi, reduci da una settimana bianca sui campi di sci di Kolasin, la più nota stazione invernale del paese, e attesi nella città di origine Bar per la ripresa delle scuole.

I soccorsi sono stati abbastanza rapidi, ma la natura del terreno, estremamente accidentata, ha ostacolato le squadre dei vigili del fuoco, assistiti da polizia, reparti dell’esercito e volontari. Dall’alto sono intervenuti anche alcuni elicotteri, ma per le operazioni di salvataggio è stato necessario l’uso di rampini e cavi. Molti superstiti, feriti compresi, sono stati imbarcati uno per volta, mentre calava rapidamente il buio e un vento gelido sferzava la zona dell’incidente.

Il luogo della tragedia Sul luogo del disastro è subito giunto per seguire personalmente gli interventi di soccorso il presidente montenegrino, Filip Vujanovic, assieme al primo ministro, Milo Djukanovic, e ad altre autorità. Da Belgrado sono arrivati i rappresentanti del Ministero della difesa dell’Unione statale, con a capo il ministro Zoran Stankovic. Rivolgendosi ai giornalisti, il presidente del governo montenegrino, Milo Djukanovic, ha detto che questa è una delle più grandi tragedie che ha colpito il Montenegro, rilevando che tutti i servizi, le istituzioni e gli organi statali hanno dimostrato l’efficacia nel prestare aiuto ai sopravvissuti.

Il governo montenegrino, durante la seduta straordinaria convocata nella serata del 23 gennaio, ha incaricato il ministero competente di indagare sulle cause dell’incidente in modo responsabile e professionale, nel più breve tempo possibile, e di informare il governo e l’opinione pubblica sui risultati dell’inchiesta. Inoltre, sono state confermate le dimissioni del ministro dei trasporti montenegrino, Andrija Lompar, e del direttore delle Ferrovia del Montenegro, Ranko Medenica, per responsabilità oggettiva.

In questo grave incidente è stata dimostrata ancora una volta una grande solidarietà umana, perché, oltre ai cittadini e alle istituzioni del Montenegro e della Serbia, l’aiuto è stato offerto anche da tutti i paesi circostanti e il premier montenegrino, Milo Djukanovic, ha espresso la gratitudine ai paesi che hanno offerto il loro aiuto.

Il giorno seguente all’incidente, subito dopo la seduta straordinaria del governo serbo, sono partiti per Podgorica anche il presidente e il premier della Serbia, Boris Tadic e Vojislav Kostunica. Hanno visitato i feriti nel policlinico di Podgorica assieme al presidente dell’Unione statale Serbia e Montenegro, Svetozar Marovic, ai quali hanno promesso l’aiuto dei rispettivi organi dello Stato.

Il macchinista, anch’egli tra i feriti, è stato sottoposto a un provvedimento di fermo per strage colposa ed è ora piantonato in ospedale.

Dalle Ferrovie del Montenegro hanno comunicato che il treno, era stato regolarmente controllato nel 2005 ed aveva fatto soltanto il 10% dei chilometri necessari per il prossimo controllo.

Il vice presidente del governo montenegrino, Miroslav Ivanisevic, ha dichiarato il 25 gennaio, alla tv nazionale, che il Governo investe in continuazione nella infrastruttura ferroviaria.

Dall’altra parte l’emittente B92 (24 gennaio) riporta i dati sul bilancio degli incidenti avvenuti nel 2005 sulle ferrovie statali nella tratta Belgrado – Bar. Nel giugno del 2005 il treno sulla tratta Zlatibor – Jablanica con 140 bambini di Novi Sad a bordo è deragliato e la strage è stata evitata solo perché l’incidente è accaduto dentro una galleria. Soltanto un mese dopo, nel luglio del 2005 sulla tratta Kosijerici – Pozega si sono scontrate le nuove macchine per la costruzione dei binari, del valore di 60 milioni di euro, dopo di che sono state trasportate in Germania per la riparazione, ma non sono mai ritornate sulle ferrovie della Serbia e Montenegro. Nel periodo gennaio – febbraio del 2005 sono avvenute 18 frane intorno a Uzice, dopo di che un gruppo di macchinisti si è lamentato presso l’amministrazione delle ferrovie, e sono stati allontanati dal lavoro e licenziati.

Secondo quanto riporta B92 ci sono dei vagoni, popolarmente chiamati i “russi”, che hanno dei problemi cronici con i freni, e questo sarebbe il segreto di pulcinella tra i macchinisti, perché oramai sono anni che non si usano i ricambi originali dall'Istituto di Riga (Lettonia), ma si usano quelli prodotti nel Paese.

Gli esperti per le situazioni straordinarie della Ferrovia del Montenegro ed il gruppo di esperti dalla Serbia assieme al giudice continuano le indagini sull’incidente ferroviario. Al Paese non rimane che aspettare i risultati dell’inchiesta e piangere le vittime della strage. www.osservatoriobalcani.org/



La battaglia sulla nomina di Alito

La mobilitazione indetta da Lyndon LaRouche affinché sia respinta la nomina del giudice Samuel Alito alla Corte Suprema è entrata in una nuova fase il 19 gennaio, con alcune prese di posizione dei democratici, che hanno criticato il candidato perché si rifà al giurista nazista Carl Schmitt e per la sua appartenenza alla Federalist Society, organizzazione che promuove le teorie dello stesso Schmitt. Questi nuovi sviluppi si collocano sulla scia della trasmissione su internet dell'11 gennaio in cui LaRouche aveva lanciato la campagna per affondare la candidatura di Alito.
Dopo la riunione dei senatori democratici tenutasi il 18 gennaio, alcuni di essi (il capogruppo Reid, Richard Durbin, Patrick Leahy e Edward Kennedy) hanno preso posizione pubblicamente contro la nomina di Alito attaccando specificamente le questioni dell'”esecutivo unitario” e della Federalist Society messe a fuoco nei giorni precedenti da LaRouche. L'iniziativa dei senatori è stata affiancata da quella di parlamentari democratici degli stati.
Il comitato LaRouchePAC ha mandato in onda il 23 gennaio una serie di spot radiofonici in cui LaRouche afferma: “Sam Alito è uno che mente. E' membro della Federalist Society, che controlla quattro giudici della Corte Suprema - e con lui sarebbero cinque.
“Carl Schmitt è resuscitato e ha influenzato la costituzione della Federalist Society. Carl Schmitt forgiò l'amministrazione di Adolf Hitler e adesso avremo cinque giudici su nove, nella Corte Suprema, pronti a sostenere un governo fascista negli Stati Uniti. Occorre che i Senatori abbiano più coraggio di fronte a questa realtà.
“Portare Adolf Hitler e la sua influenza nel governo degli Stati Uniti non è una questione da dibattere onestamente”.

I democratici voteranno contro

Il sen. Patrick Leahy, che guida i democratici nella Commissione Giustizia, ha pronunciato un discorso al Law Center della Georgetown University, il 19 gennaio, in cui ha soprattutto criticato la manovra dell'amministrazione Bush per arrogarsi incostituzionalmente poteri esecutivi illimitati, e le responsabilità di Alito nella formulazione della teoria dell'”esecutivo unitario”. Leahy ha quindi reso nota la sua determinazione a votare contro la conferma di Alito.
Leahy ha definito il discorso pronunciato da Alito nel novembre 2000 alla Federalist Society, come un provino dell'amministrazione Bush, che era allora in fase di costituzione. Ha spiegato che quel discorso condusse nel 2001 ad una sua convocazione alla Casa Bianca e ad incontri successivi per discutere la possibilità di una nomina alla Corte Suprema in caso che un posto restasse vacante. Il più importante di questi incontri si verificò nel maggio 2005 e vi parteciparono Dick Cheney, Scooter Libby, Karl Rove ed altri. Secondo Leahy, Alito “deve aver ottenuto questa nomina importante a motivo della sua deferenza verso i poteri del governo, la sua aderenza alla dottrina dell'esecutivo unitario e i suoi giudizi favorevoli alle intrusioni del governo. Tutto ciò che egli ha detto in quegli incontri ha convinto la Casa Bianca di avere un voto sicuro contro le sfide ai poteri presidenziali”.
Leahy ha sottolineato il ruolo di Alito nel formulare la teoria sulle dichiarazioni del presidente Bush all'atto della ratifica delle leggi - I “signing statements” -- usate per aggirare le leggi approvate dal Congresso, come il recente emendamento di McCain contro le torture, o conferire loro un'interpretazione di parte. Bush avrebbe potuto opporre il suo veto, ma non l'ha fatto ben sapendo che sarebbe stato respinto da un'ampia maggioranza parlamentare. Egli “ha piuttosto detto che può scegliere di ignorare la legge a propria discrezione, sulla scorta della propria idea dei poteri”, ha spiegato Leahy. “Questo non è check and balance (il sistema costituzionale dei controlli e dei contrappesi). Non è la nostra Costituzione”.
Leahy ha concluso affermando che la Corte Suprema “dev'essere un'istituzione in cui la Carta dei Diritti e la dignità umana sono onorate, promosse e protette. E in un momento in cui il Presidente si sta impadronendo del potere, la Corte Suprema ha bisogno di essere un check and balance. Non credo affatto che il giudice Alito rappresenterà questo check and balance. Quindi, in tutta coscienza ... non posso sostenere questa nomina”.
Il sen. Ted Kennedy ha criticato Alito sulla questione dell'“esecutivo unitario” e per le sue prese di posizione sui diritti civili in un discorso al Center for American Progress, il 19 gennaio. Kennedy si è impegnato a votare contro Alito e ha detto di sperare che gli altri senatori facciano altrettanto. “Il giudice Alito sostiene da molto tempo l'ampliamento dei poteri esecutivi, persino ai danni della libertà individuale”, ha dichiarato Kennedy, il quale ha fatto anche qualche riferimento in tono minore alla Federalist Society.
Nel rendere nota la decisione di votare contro Alito, il sen. Durbin ha detto che il candidato non rispetterebbe l'equilibrio dei poteri e delle responsabilità definito dalla Costituzione, aggiungendo che non ha nemmeno dimostrato di avere a cuore i diritti alla privacy dei cittadini. Secondo il Chicago Tribune il sen. Durbin avrebbe anche detto che i democratici stanno dibattendo l'opportunità di una filibuster, l'ostruzionismo parlamentare a cui la minoranza ricorre in circostanze particolarmente gravi.
Il sen. Ken Salazar si è detto contrario alla nomina perché Alito conferirebbe troppi poteri al presidente a scapito del sistema dei checks e balances sancito dalla Costituzione.
Juanita Head Walton, parlamentare del Missouri, ha rivolto un appello al senato affinché respinga, se occorre anche con la filibuster, la nomina di Alito alla Corte Suprema. Nell'appello la Walton afferma che “le sue idee su questioni razziali e sulla condizione della donna sono agli antipodi dei valori più alti di questa nazione e delle decisioni prese in passato dalla Corte Suprema, che garantiscono i diritti costituzionali basilari a questo proposito”. Ha inoltre ricordato che l'appartenenza del candidato alla Federalist Society lo squalificano in partenza, giacché quell'associazione “fu costituita vent'anni fa sotto l'influenza diretta delle idee di Carl Schmitt, il giurista della corona del regime nazista, che fu riabilitato in alcuni ambienti dopo la seconda guerra mondiale”. Walton ha concluso dichiarando di collaborare con “LaRouche ed altri che denunciano questa politica e Mr. Alito”.
La sua dichiarazione è stata sottoscritta anche da altri parlamentari degli stati: gli on. John Bowman, Lamar Lemmons III, Catherine Barrett, Thomas Jackson--Thomasville, Esther Haywood e il sen. Carlos Cisneros.
Menzionando la possibilità di una filibuster il sen. Durbin ha detto il 19 gennaio: “Una settimana fa dissi che non era cosa probabile, ma adesso non posso escluderla. Sono rimasto sorpreso dai sentimenti forti di alcuni colleghi. Ora occorrono i numeri. Abbiamo 45 democratici, se contiamo Jim Jeffords” che ha lasciato i repubblicani ed è indipendente. “Possiamo farcela con una filibuster se ci sono 41 senatori ... disposti a farsi avanti e combattere.
“Noi chiediamo ai senatori di prendere posizione. Se arriveranno a cinque i senatori che si schiereranno contro la filibuster, la questione è fuori discussione. Non se ne farà niente. Ma se non si arriverà a quel punto, allora dovremmo sederci per discuterne”.


Apologia di spionaggio illecito

L'amministrazione Bush ha pubblicato, in data 19 gennaio, una “opinione legale” in cui difende il diritto a spiare illecitamente gli americani, come ha fatto la National Security Agency (NSA). Inoltrato dal dipartimento di Giustizia di Alberto Gonzales ai capigruppo del senato Bill Frist e Harry Reid, il documento afferma che in qualità di “comandante in capo” il presidente ha l'autorità di prendere iniziative che vanno “oltre la capacità di regolamentazione del Congresso” e “attribuisce al Presidente, come minimo, i poteri discrezionali di avvalersi di aspetti tradizionali del ricorso alla forza militare” che comprende l'intera gamma dei mezzi della NSA di condurre spionaggio interno.
Lo stesso giorno il vice presidente Cheney era a New York per parlare all'Institute for Policy Research, collegato alla Mont Pelerin. Ha difeso a spada tratta le intercettazioni effettuate dalla NSA mentendo. “Le attività svolte sotto tale autorizzazione - ha dichiarato Cheney - sono servite a individuare e prevenire attacchi terroristici contro la popolazione americana. Si tratta dunque di un programma di importanza critica per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti ... Queste iniziative rientrano sotto l'autorità del presidente e la responsabilità della Costituzione e delle leggi, e si tratta di azioni vitali per la nostra sicurezza”.
Questa è una delle iniziative della Casa Bianca a sostegno della nomina di Alito che comprendono, tra l'altro, una visita di Bush alla NSA, e vari discorsi del gen. Michael Hayden, ex direttore della NSA diventato vice direttore della National Intelligence di John Negroponte, e del ministro della Giustizia Alberto Gonzales.


Il col. Wilkerson sull'“Amministrazione giacobina”

Il colonnello Larry Wilkerson, ex capo dello staff di Colin Powell, ha recentemente acquisito notorietà denunciando Cheney e Rumsfeld come una “cricca” che gestisce segretamente la politica nazionale. Il 19 gennaio è tornato alla carica rilasciando dichiarazioni al Washington Post:
* “Questa non è, a mio avviso, un'amministrazione repubblicana. E' un'amministrazione radicale”
* A proposito del trattamento dei detenuti, tra cui i morti sarebbero almeno 100: “L'assassinio è tortura. Non è tortura light”.
* “Come insegnante che ha esaminato ogni amministrazione dal 1945 in poi ritengo che questa rappresenti l'inettitudine peggiore nel modo di governare, di decidere e di dirigere da cinquant'anni a questa parte ... E questo comprende la Baia dei Porci, e, oddio, anche il Vietnam. Comprende l'Iran-contra e il Watergate”.
* I degni compari dei neo-con sono Lenin e i bolscevichi, e i giacobini della Rivoluzione Francese: utopisti che non si fecero scrupoli di mettere la ghigliottina al servizio dei loro ideali.
* Dopo il fallimento dell'intelligence e il prossimo fallimento militare dell'amministrazione Bush in Iraq: “Come trasformare improvvisamente tutto questo? Beh, diventi tu stesso un giacobino, improvvisamente vuoi questa diffusione messianica della libertà e della democrazia nel mondo ... Ti sbarazzi di John Quincy Adams, il quale disse che siamo amici della libertà ovunque, e custodi solo della nostra. E dici improvvisamente: «Sono il custode della libertà del mondo intero, e in nome di Dio se non ti rendi conto che te la sto portando, e se occorre quindi che te la porto sulla punta della spada, dovrò portartela così».” /www.movisol.org/


gennaio 26 2006

Berlusconi "socialista" e la Nuova Destra in Italia
di Valerio Evangelisti

(Relazione pronunciata a Siviglia, il 27 ottobre 2005, al convegno
Nueva
derecha: ideas y medios para la contrarrevolución, organizzato dalla
rivista
Archipiélago e dalla 'Università Internazionale dell'Andalusia -
Sezione
Arteypensamiento.)


La versione italiana del fenomeno mondiale chiamato "nuova
destra", e
comprendente aspetti disparati ma coerenti come il neoconservatorismo
statunitense, il fondamentalismo cristiano, il revisionismo storico, in
Italia
ha un nome e un cognome: Silvio Berlusconi. Non perché questo
monopolista
industriale passato alla politica sia individualmente all'origine
del
fenomeno,
ma perché ha saputo farsene il catalizzatore nella penisola, e
radunarne in
un'unica compagine - almeno per un certo tempo - le diverse
espressioni. Ciò
malgrado l'assenza di un pensiero univoco e di una cultura
unificante,
sostituiti da tutta una gamma di atteggiamenti e di prese di posizione
contingenti, a brevissimo respiro.

Ora che il governo Berlusconi sembra volgere al fine, è il momento di
interrogarsi con pacatezza e lucidità su ciò che ha rappresentato in
Italia.
Esiste tutta una letteratura che si è concentrata sul personaggio, per
sottolinearne le caratteristiche sgradevoli o equivoche, e che ne ha
interpretato l'opera, quale presidente del consiglio, in chiave di
instaurazione
di un regime semi-totalitario.
Chi fa propria questa interpretazione di solito non dispone di
strumenti critici
storico-economici capaci di raggiungere il livello strutturale dei
fenomeni; e
ciò in quanto per lo più professa un'ideologia liberale o
neoliberale -
vale a
dire la stessa ideologia di cui Berlusconi è alfiere, sia pure in una
variante
estremistica e tinta di populismo. Se si condividono le coordinate
ideologiche,
diventa difficile situare con precisione sotto il profilo storico o
delle idee
l'oggetto studiato, perché le strutture contestuali appariranno
date e
non
discutibili. Ci si arresterà quindi all'epifenomeno - specie se
un'analisi più
approfondita approderebbe al riconoscimento di una responsabilità
propria, per
non dire di una corresponsabilità.
Chi adotta il taglio epifenomenico, tra l'altro, finge di
dimenticare
che
Berlusconi è stato regolarmente eletto, e che i provvedimenti che lui e
i suoi
alleati di governo hanno adottato, inclusi i decreti e le leggi più
aberranti,
sono passati non in virtù di presunti "colpi di mano", bensì
con un uso
totalmente legale della maggioranza schiacciante offerta loro dal
sistema
elettorale maggioritario. Chi si è battuto per quest'ultimo ha pochi
titoli per
denunciare il "regime" di Berlusconi, visto che ha approntato
o
approvato gli
strumenti di cui l'avversario si è poi servito.
Dovrebbe piuttosto chiedersi perché gli elettori abbiano votato un
personaggio
simile, dotato di un programma teso solo a soddisfare egoismi propri e
altrui.
L' "offerta Berlusconi" non si sarebbe affermata se non
avesse trovato
nella
società una domanda corrispondente, essenzialmente suscitata da altri.

Di norma, chi critica il Berlusconi "autocrate" e
instauratore di un
regime è
consapevole del fatto che il personaggio gode delle simpatie di una
parte
consistente dell'elettorato, in alcuni momenti maggioritaria. Tende
ad
attribuire un consenso così largo al monopolio sui mezzi di
comunicazione, e
soprattutto sulla televisione (i canali Mediaset, poi, dopo l'ascesa
alla
presidenza del consiglio, anche quelli Rai). Lo stesso Berlusconi ha
d'altra
parte dimostrato di attribuire al controllo dei media un valore
strategico, e il
recente abbandono di ogni parvenza di par condicio in tema di
interventi
elettorali basta a dimostrarlo.
Tuttavia, se l'egemonia sui media costituisce condizione necessaria
per
creare
consenso, non è condizione sufficiente. L'Italia non è l'unico
paese
occidentale
in cui, nel campo della comunicazione, esistono condizioni di monopolio
pieno,
parziale o di fatto. E' stata l'Unione Europea, e non già il
governo
italiano, a
esigere che le trasmissioni satellitari avessero in Rupert Murdoch
(Sky) un
gestore unico.
D'altro lato, si è visto ripetutamente come l'unanimità dei
media non
sempre
riesca a condizionare la società, quanto meno di fronte a scelte di
fondo. Ne è
esempio recente il rifiuto francese della costituzione neoliberale
europea,
malgrado infinite pressioni mediatiche. E che dire, quanto
all'Italia,
della
ripulsa popolare della guerra all'Iraq, fino a obbligare
un'opposizione
reticente a farla propria, seppure tra mille ambiguità? Di converso,
quando un
presunto opinion leader come Giuliano Ferrara, con l'appoggio di
quasi
tutte le
forze politiche e di quasi tutti i media, ha indetto una manifestazione
a
sostegno di Israele, è riuscito a radunare solo una manciata di
simpatizzanti.
Non basta il potere mediatico a dare ragione delle fortune di
Berlusconi, così
come non bastano le troppo facili tesi cospiratorie. Bisogna andare più
a fondo,
il che significa partire da più addietro nel tempo.

Silvio Berlusconi non ha mai nascosto il proprio debito verso Bettino
Craxi, per
i molti favori ricevuti dal defunto leader socialista. Il debito
andrebbe però
esteso ad altri lasciti di natura immateriale. L'epoca dei governi
di
centrosinistra guidati da Craxi fu quella in cui le classi medie
italiane
presero coscienza di se stesse e rivendicarono il ruolo propulsivo che,
fino
agli anni Ottanta, era sembrato appartenere agli operai, usciti
vincitori dal
lungo autunno caldo '69-'70.
Il segnale era venuto dalla marcia dei 40.000 quadri intermedi della
Fiat contro
l'occupazione della fabbrica, nel 1980. Craxi completò l'opera
sfidando
direttamente i sindacati sul tema della scala mobile e riportando una
vittoria
schiacciante. Nello stesso tempo, a partire dal laboratorio di Milano,
incoraggiò in ogni maniera l'ascesa di ceti di derivazione medio
borghese e
impiegatizia, spinti a investire in ambiti non direttamente legati alla
produzione, come l'edilizia, le attività di servizio, la borsa;
campi
nei quali
anche capitali modesti, se bene impiegati, potevano condurre a un
rapido
arricchimento.
Craxi, malgrado l'ideologia apparentemente diversa, fu
l'equivalente
italiano di
Margaret Thatcher. Come lei indebolì fortemente le organizzazioni
operaie,
spingendole a politiche di conciliazione con il padronato; come lei
agevolò la
nascita di una borghesia di nuovo tipo, arrogante, intraprendente,
sicura ormai
di costituire il cuore della società. Si passò dalla timidezza dei ceti
medi
inferiori e dall'aristocratica distanza di quelli superiori a
esibizioni
sguaiate, in una corsa alla ricchezza che attribuiva ogni virtù al
vincitore e
ogni colpa al vinto. Se non si approdò a un vero e proprio
"reaganismo"
fu solo
perché lo stato sociale non fu manomesso che marginalmente. Solo, si
cominciò a
metterne in discussione, se non la legittimità, quanto meno
l'utilità.

Simili tendenze rimasero operanti anche dopo che Craxi fu costretto
all'esilio e
i maggiori partiti politici italiani furono travolti e distrutti dai
processi
per corruzione. La prima repubblica, a ben vedere, andava stretta
proprio ai
nuovi ceti medi rampanti, infastiditi da un'intelaiatura
istituzionale
che,
ancora modellata su basi ideologiche "storiche", non
coincideva con la
loro
spregiudicatezza.
Nella seconda repubblica fu proprio a quei ceti che si rivolse
l'attenzione
ossessiva delle forze politiche obbligate a ristrutturarsi. Sinistra e
destra
abbandonarono connotazioni classiste e retaggi ideali per fare delle
classi
medie l'unico referente, mentre, sul piano delle scelte
internazionali,
sopravviveva quale solo orizzonte un Occidente mitizzato, a sua volta
visto come
paradiso dei ceti medi.
I governi di centrosinistra della fase post-craxiana fecero ogni sforzo
per
spostare il risparmio dei cittadini dai tradizionali titoli di Stato al
mercato
azionario, mentre cercavano di abbellire la nozione di
"flessibilità"
per
renderla appetibile a ciò che rimaneva della classe operaia - e
spingerla così
al suicidio definitivo. Questo, certo, in obbedienza ai dettami
dell'economia
mondiale dopo la caduta del muro di Berlino; ma anche quale scelta
ideologica
propria, conseguente all'opzione per i ceti medi quale primario
referente
sociale.
Sotto il profilo culturale, cominciarono rapidamente a essere messi in
discussione tutti i parametri su cui la prima repubblica era stata
edificata, a
iniziare da quello fondante: l'antifascismo. Già Craxi aveva
promosso
lo
"sdoganamento" degli ex fascisti, invitati a partecipare
attivamente
alla vita
politica dopo che avevano, a loro volta, eletto i ceti medi a referente
e
rinunciato alle asperità della loro ideologia (tipo il discorso
antidemocratico,
sostituito da un blando autoritarismo di tipo presidenzialista, o
l'antisemitismo). Durante i governi di centrosinistra del dopo
Craxi si
moltiplicarono le rivelazioni di "crimini" antifascisti, a
opera di
comunisti
pentiti, e si fece strada la tesi di una pari dignità di chi, nel
1943-45, aveva
combattuto su fronti opposti. Tesi che trovò cordiale accoglienza in
ambito
accademico e nella pubblicistica corrente.
Ovviamente, non era nell'interesse di nessuno - nemmeno dei
post-fascisti - una
piena rivalutazione di Mussolini. Era invece nell'interesse di tutti
sommare +1
(antifascismo) a -1 (fascismo), per avere come risultato 0. Bisognava
insomma
azzerare ogni ideologia, per crearne una nuova, priva di addentellati
storici,
corrispondente alla richiesta dei nuovi ceti medi. Inclini per natura,
come è
ovvio, al puro pragmatismo.

E' in questo contesto che Berlusconi poté affermarsi quale uomo
politico di
largo seguito e, nel 1994, accedere una prima volta al governo. Molti
rimasero
stupiti di come fosse stato capace di costituire il proprio partito
praticamente
da un giorno all'altro, e attribuirono l'evento al solo potere
su
televisioni e
giornali (questi ultimi peraltro di scarso prestigio, almeno nel caso
dei
quotidiani). In realtà, Berlusconi intuì meglio di ogni altro che, nel
vuoto e
nella confusione lasciati dalla prima repubblica, ogni avventura
politica era
possibile, inclusa la costituzione di un partito fondato su palesi
schemi
aziendali.
I quadri che raccolse, oltre che cooptati dal suo stesso impero
economico,
provenivano proprio da quella classe media "d'assalto"
che si era
coagulata nei
due decenni precedenti e che avvertiva la mancanza di forme di
rappresentanza
adeguate - rimpolpati da figure secondarie di professionisti della
politica
sopravvissuti all'ecatombe di "mani pulite".
Ciò, come era avvenuto con Margaret Thatcher, provocò il disgusto dei
conservatori tradizionali (ben rappresentati, in Italia, dal
giornalista Indro
Montanelli), che preferirono trarsi in disparte. Non erano più i ceti
medi o
medio alti a cui si riferivano a esercitare un'egemonia sociale. Era
invece una
piccola e media borghesia, spesso giovanile, di recente estrazione
plebea, priva
di solida cultura, dagli appetiti famelici, incline alla volgarità e
allo
strepito, edonista, spudorata nell'esibire il proprio cinismo.
Che di "egemonia" si trattasse lo rivelarono i risultati
elettorali, in
cui si
vide che la nuova classe era capace di mobilitare le altre, sia
superiori che
inferiori, anche contro i loro interessi immediati. Quanto al tessuto
ideologico, esso era quanto mai confuso e cangiante. I nemici erano
chiari: la
"sinistra" (Berlusconi sembra non avere mai annoverato in tale
schieramento il
suo padre putativo, il socialista Bettino Craxi) e il suo equivalente
semantico,
"i comunisti". Dove per "comunisti" devono
intendersi anche i più
timidi
keynesiani, i riformisti all'acqua di rose e persino i liberali e i
conservatori
di vecchio stampo.
Quanto alla pars construens, essa era molto meno definita. Si trattava,
almeno
in origine, di accentuare il liberismo già operante in economia,
riducendo
ulteriormente le remore poste dallo Stato all'azione
imprenditoriale,
soprattutto sul piano delle normative e della fiscalità. A ciò, in
politica,
corrispondeva solo in parte il liberalismo, visto che esso era
temperato, da un
lato, da una vistosa tendenza al bonapartismo e, dall'altro, da
influenze
clericali per ciò che atteneva ai diritti civili. La politica estera,
per sua
parte, era interamente delegata agli Stati Uniti, di cui l'Italia
ambiva a
essere una sorta di rappresentante in Europa, anche a scapito dei
rapporti con
gli altri paesi dell'Unione.
Se vogliamo cercare analogie, le troviamo, bizzarramente, fuori dal
vecchio
continente, nelle politiche del presidente messicano Vicente Fox. Ma si
tratta
di un esercizio sterile. In realtà il "modello Berlusconi",
se tale si
può
definire, non ha base ideologica dai contorni netti. In certi momenti
diverrà
catalizzatore di ogni tipo di tendenza reazionaria; in altri si
colorirà di
populismo. Unica costante, la base sociale di cui dicevo, blandita in
tutte le
maniere, e un perenne pragmatismo, nemico dei progetti di troppo lunga
portata.
Le nuove classi medie, giunte al governo dopo avere schiacciato le
vecchie, e
con esse tutte le altre classi, adottarono dunque - nel leader
carismatico
prescelto - il punto di vista dettato dalla loro nascita recente.
Insofferenza
per le costrizioni istituzionali; ricerca dell'impunità;
soddisfazione
degli
interessi immediati a scapito della nozione di "bene comune";
visione
incapace
di spingersi nel futuro. Ciò che viene di solito attribuito a
Berlusconi,
appartiene invece ai ceti di cui questi era ed è espressione.
Più di recente, alcuni intellettuali di modesta levatura hanno cercato
di
strutturare questo coacervo di impulsi e di cercare vincoli col
pensiero neocon
statunitense. Tempo perso. La base che sostiene Berlusconi è
irriducibile a un
sistema ideologico qualsiasi, e costituisce una specie di "destra
apolitica". In
questo senso, e solo in questo, si può parlare di una "nuova
destra" in
Italia.

Sotto il profilo culturale, continuò ovviamente la voga revisionista,
in
sintonia del resto con tendenze restauratrici operanti su scala
mondiale. La
complicità di parte del mondo universitario fu in questo senso
determinante,
dato che è nelle università che si elaborano le tesi destinate poi a
essere
riprese, se in sintonia col clima politico, dagli editorialisti dei
media più
influenti.
In Italia ciò assunse le forme - tuttora operanti - di una vera e
propria
offensiva tesa a ribaltare giudizi consolidati, su momenti storici in
cui erano
in gioco rapporti di forza. Ancora oggi, nelle università italiane,
opera una
minoranza molto agguerrita di docenti che riabilita l'Inquisizione
contro il
libero pensiero, il colonialismo contro le idee di autodeterminazione,
i moti
reazionari plebei contro i riflessi in Italia della Rivoluzione
francese, il
franchismo contro la "repubblica dei senza Dio", ecc. Tesi
prontamente
riprese e
divulgate dai quotidiani, non sempre e solo di destra, e dai (pochi)
programmi
"culturali" televisivi.
Naturalmente, cuore di ogni revisione resta il giudizio
sull'antifascismo, e
cioè sulle idee fondanti della repubblica italiana. Qui si è
manifestato con
maggior vigore uno dei fenomeni che hanno accompagnato le fortune di
Silvio
Berlusconi: il "pentitismo" di non pochi esponenti, veri o
presunti,
della
sinistra. Tra i sostenitori del premier si contano a dozzine gli ex
comunisti,
gli ex antifascisti, gli ex militanti dell'estrema sinistra. Nel
campo
del
revisionismo storico, sono stati costoro a giocare un ruolo
fondamentale.
Un caso tipico è quello del giornalista Giampaolo Pansa. Con un passato
di
antifascista, collaboratore del settimanale di sinistra (più un tempo
che oggi)
L'Espresso, si è specializzato in volumi, partoriti a getto
continuo,
sui
"crimini" della Resistenza. La documentazione è dubbia o
lacunosa, le
imprecisioni sono innumerevoli, ogni episodio è isolato dal contesto.
Ma ciò non
conta, rispetto allo scopo; che non è rivalutare il fascismo, quanto
fare tabula
rasa di ogni sistema di valori e di ogni valutazione autenticamente
storica,
sostituita da una sorta di cronaca nera a posteriori.
Un sistema già adottato, da parte della sinistra moderata, nei
confronti dei
sommovimenti sociali degli anni '70, letti solo in base al concetto
di
legalità,
strappati al quadro temporale, ridotti a fatti di interesse solamente
giudiziario - fino ad approdare, nei casi peggiori, alle teorie
cospirative che
sono il surrogato, in ambito neoliberale, della filosofia della storia.
E' triste dirlo, ma la "nuova destra" italiana non
sarebbe mai sorta
senza il
concorso attivo della sinistra.

Malgrado uno scenario estremamente favorevole, il progetto di Silvio
Berlusconi
ha raccolto in ambito culturale risultati miserabili. Sono
intellettuali di
levatura secondaria quelli accorsi al suo appello, commentatori
giornalistici e
televisivi, divulgatori senza peso che non sia epidermico, spesso
strappati agli
alleati di destra o agli avversari di sinistra. Appaiono con frequenza
ossessiva
nei talk show, nelle trasmissioni sportive, nei programmi di varietà.
E' chiaro
che la dimensione mediatica è la più confacente a chi è portatore di un
pensiero
la cui unica base, liberismo economico a parte, è la guerra contro la
memoria e
contro ogni forma di profondità.
Ancora peggio è andata a Berlusconi e ai suoi seguaci in ambito
letterario. Non
vi è in Italia alcuno scrittore di rilievo che si dica
"berlusconiano",
a parte
il manipolo di ignoti che si ritrova sulle pagine della rivista Il
Domenicale,
stampata in migliaia di copie che regolarmente rimangono invendute
(completamente diverso sarebbe il discorso su chi invece si colloca più
a destra
di Berlusconi e rifiuta il centrodestra in nome della destra pura).
Se il calibro mediocre degli intellettuali è sintomatico della
non-ideologia di
Berlusconi, l'assenza di scrittori alla mensa del premier indica
molto
di più.
Vuole dire che la colonizzazione dell'immaginario degli italiani
non è
stata
totale, visto che non ha coinvolto quanto meno un segmento dei
fabbricanti di
immaginario. E il discorso potrebbe essere esteso, con differenti
articolazioni,
a cinema, teatro, arti figurative ecc. Strumenti comunicativi meno
immediati
della televisione o dei quotidiani, ma capaci di lasciare
un'impronta
più
profonda.
L'essere "estranei" a Berlusconi, naturalmente, non
significa essere
"contro",
né avere colto la sostanza ideologica e sociale del suo sistema. Sta di
fatto
che il mancato controllo dell'ambito letterario e culturale
tradizionale,
malgrado il possesso di alcune delle principali case editrici (che
pubblicano
autori ostili al massimo azionista sia per indipendenza propria, sia
perché sono
i soli richiesti dal mercato), costituisce un fattore di debolezza. A
esso
Berlusconi non può porre rimedio, perché la cultura "di lunga
durata",
con le
sue dinamiche, è ignota a lui e alla maggior parte dei suoi
collaboratori.
L'ostilità del mondo culturale e letterario può essere valutata, in
tutta la sua
pericolosità, solo da chi con essa abbia dimestichezza.

Silvio Berlusconi è in crisi e la sua caduta, al momento, appare
ineluttabile.
Non che i nuovi ceti medi che ha saputo rappresentare per alcuni anni
siano
scomparsi; tutt'altro, la loro egemonia perdura. Solo che, in una
fase
in cui le
possibilità di arricchimento rapido si restringono, manifestano la
necessità di
qualcosa di più solido di una forma di governo fatta di nulla, priva di
programma, di ideologia, di proposte che non siano contingenti, di
visioni
ampie. Sicuramente quei ceti, all'allievo di Craxi, preferirebbero
oggi
un nuovo
Craxi. In mancanza di meglio, si volgono al centrosinistra.
Un giorno bisognerà riconoscere che Berlusconi è stato, a suo modo, un
"rivoluzionario". Ha sovvertito la vita politica, la
comunicazione, lo
Stato,
ogni istituzione che ha potuto sovvertire. Ma il suo ruolo ricorda
quello che
gli agitatori giocano agli inizi di una rivoluzione, salvo essere messi
in
disparte pochi anni dopo da chi possiede un progetto più duraturo.
La "nuova destra" italiana, il neoliberalismo, non sono
morti, ma certo
non
hanno più in Berlusconi il loro esponente di punta. Se anche, per
miracolo,
vincesse nuovamente le elezioni, sarebbe comunque già morto. Ha eretto
un
sistema fondato sulla finzione, operazione di sicuro successo nel paese
che ha
dato i natali alla commedia dell'arte e ha un culto per i
Pulcinella.
Ha
reinventato i comunisti per avere un nemico identificabile, ha simulato
basi
ideologiche per giustificare il proprio empirismo, ha evocato mete
chiaramente
irraggiungibili credendo di farle concrete attraverso la reiterazione
del
rituale evocativo, ha spacciato sogni suoi nel tentativo di renderli
collettivi.
In simultanea - ed è tratto caratteristico - modificava se stesso
attraverso
ripetuti interventi di chirurgia plastica, nello sforzo (in parte
riuscito) di
far dimenticare la propria identità di settantenne.
Di Berlusconi e della sua "insurrezione" neoliberale, dopo
l'abbandono
da parte
dei ceti medi, rimarrà una maschera. Ma con lui non sparirà la
"nuova
destra"
italiana. Al contrario. La destra vera deve ancora venire.

(Relazione pronunciata a Siviglia, il 27 ottobre 2005, al convegno
Nueva
derecha: ideas y medios para la contrarrevolución, organizzato dalla
rivista
Archipiélago e dalla 'Università Internazionale dell'Andalusia -
Sezione
Arteypensamiento.)

www.carmillaonline.com - Articolo pubblicato 26 Gennaio 2006

--
Può uno Stato il cui leader controlla tutte le tv sedere nel club delle
democrazie? (L.A.Times)

Se hai votato Silvio, pentiti e visita subito questi siti... se non lo
hai votato, perfeziona il tuo spirito visitando...
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Triste barzelletta
Antonio Padellaro


da l'Unità - 26 gennaio 2006

Un giorno, ha raccontato a Sky, l’Unità ha scritto che sono peggio di Saddam e la sera stessa qualcuno ha cercato di farmi fuori. Dopo averci propinato le più vecchie e insipide battute di questo mondo Berlusconi ha inventato un nuovo genere: la barzelletta triste. La storiella consiste nel fatto che nessuno su questo giornale lo ha mai paragonato all’ex dittatore iracheno, personaggio infame e sanguinario ma non privo di una sua tragica dignità. Sotto questo aspetto verrebbe da dire: via cavaliere, non si monti la testa. Ma se mai un raffronto del genere ci fosse stato, pensate all’assurdo di un qualcuno che legge l’Unità e subito organizza l’attentato al premier come se dovesse programmare il cinema. Triste, e anche umiliante essere costretti a replicare a questa nuova buffonata. Che l’uomo sia del tutto incapace di articolare concetti seri, valutazioni argomentate, rilievi fondati, lo hanno capito tutti. Così come è diventato un fastidioso rumore di fondo quel suo straparlare televisivo, mai interrotto, in cui mescola i simpatici quadretti familiari ai cento milioni di morti nei gulag staliniani (dei quali ci ha indicato come complici). Noi, però, non faremo l’errore di sottovalutare l’uomo delle barzellette perché sappiamo che dietro le ripetute provocazioni e le incredibili sparate c’è del metodo. Se ci ha preso di mira denunciandoci per gravi reati, accusandoci di oscure manovre (con il rischio che qualche sconsiderato gli dia retta) a qualcosa d’altro sta sicuramente pensando. L’uomo è potentissimo, si sta giocando la partita decisiva ed è capace di tutto. Perciò, stiamo con gli occhi aperti.


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«L’Unità scrive, poi qualcuno cerca di farmi fuori»
Gravissima accusa di Berlusconi contro il nostro giornale in televisione a Sky tg 24
A Palazzo Chigi non sanno a cosa si riferisca.
di Enrico Fierro / Roma

IL MANDANTE? L’UNITÀ, ovviamente. Qualcuno voleva «far fuori» il Presidente del Consiglio e dove aveva trovato ispirazione? Ma nel giornale fondato da Antonio Gramsci, va senza dire. Nei suoi scritti. Negli articoli. Dentro gli editoriali e i reportage. Dovunque. Colate di
piombo spese per denigrare, offendere, vilipendere il Cavaliere e, peggio ancora, concorrere ad attentare alla sua vita.
L’ennesimo attacco al nostro giornale arriva nella mattinata di ieri. Berlusconi è appena agli inizi del suo quotidiano tour mediatico. Ospite di Maria Latella a «Sky Tg 24» rivela: «L'Unità una volta ha scritto che sono peggio di Saddam Hussein, che sono un dittatore e la sera stessa qualcuno ha cercato di farmi fuori». La voce del Cavaliere non tradisce emozione, ma gli mancano le parole per raccontare altro. A quale articolo si riferiva? Uscito quando? Quale era il suo contenuto? Così forte, così violento, così grondante sangue da riuscire ad armare la mano di «qualcuno» che voleva farlo fuori. E in poche ore. Un detto fatto criminale: la mattina esce l’articolo, l’attentatore lo legge, si ispira, si organizza e parte all’assalto. Berlusconi non chiarisce, né nella trasmissione ci sono domande che lo aiutino a ricordare. No il capo del governo lancia la pesante accusa e passa ad altro. Il solito altro: le presenze tv che ormai lo hanno stufato, Mamma Rosa, Apicella, i comunisti, l’euro, l’Unipol e Consorte, champagne e belle donne...La sfiancante marmellata tv di questo lunghissimo reality elettorale.
Questa volta il premier ci ha risparmiato la minaccia di ricorrere alla Avvocatura dello Stato, e noi abbiamo cercato di approfondire. Chiamando i diretti interessati: la Presidenza del Consiglio. Più precisamente il sottosegretario Paolo Bonaiuti. Una impresa ardua. Perché per tutto il giorno Bonaiuti è risultato non rintracciabile dai suoi più stretti collaboratoti. «Il sottosegretario è dal presidente». Ore di attesa interminabili. «Ci lasci il numero, richiameremo», la cortese risposta. E non richiamavano mai. E allora altre telefonate. Perché questo vuole la correttezza: il Presidente del Consiglio ha citato (malamente) un episodio grave, noi chiediamo dettagli più precisi prima di replicare. Zero. Nessuna risposta. «Il sottosegretario - è la litania che ci viene propinata da Palazzo Chigi - è a colloquio col Presidente». E allora noi immaginiamo summit, affannate riunioni per tranquillizzare gli italiani che stanno tremando dal freddo, oppure per spiegargli che la prossima stangata sulle bollette del gas è solo una invenzione del Kgb. No, il lungo vertice serve ad altro: a preparare una comparsata del premier ad una radio privata. Per fare il dj e lanciare un disco del menestrello Apicella, e per parlare del suo desiderio più grande: «Mi piacerebbe essere più bello, non so magari come Cary Grant o Gary Cooper». Una barzelletta che «come al solito non fa ridere». Così giudica l'ennesimo attacco all’Unità il direttore Antonio Padellaro. «Se Berlusconi continua a raccontare le barzellette tristi su l'Unità, qualcuno che non ha il senso dello spirito potrebbe prendere sul serio le cose che dice e magari pensare di vendicarlo.... Bisognerebbe stare attenti a dire queste cose. Anche se sono barzellette, ci sono persone che non hanno il senso dell'ironia come Berlusconi. Ho visto che sorrideva mentre lo diceva e mi sono subito rassicurato...».



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Ds Milano - Rassegna stampa



L´AUTOGOL DEL CAVALIERE
EUGENIO SCALFARI


da Repubblica - 26 gennaio 2006

Finalmente, con eccessivo ritardo rispetto alla rilevanza dell´episodio, la Procura di Roma ha dato notizia di aver chiesto l´archiviazione della pratica "Berlusconi-Unipol" apertasi con le dichiarazioni del presidente del Consiglio dinanzi alla stessa Procura. Va ricordato che il presidente del Consiglio si era presentato di sua iniziativa qualificandosi come «persona a conoscenza dei fatti» e premettendo che le notizie in suo possesso non avevano rilevanza giudiziaria ma grande rilevanza politica.

L´autogol del Cavaliere

Uscito dagli uffici della Procura, Berlusconi aveva poi dichiarato in tutte le sedi che, dopo l´interrogatorio disposto dal procuratore del presidente delle Generali, Bernheim, era stata confermata la verità delle sue asserzioni e cioè che Bernheim aveva effettivamente incontrato Prodi, D´Alema, Veltroni, Rutelli e che l´oggetto degli incontri era stato la scalata dell´Unipol alla Bnl e la possibile vendita all´Unipol delle azioni della Bnl possedute dalle Generali nella misura dell´8 per cento del capitale.
Sull´asserita verità delle dichiarazioni di Berlusconi si è molto discusso nei giorni scorsi poiché gli interrogatori di Bernheim e di Tarak Ben Ammar (socio in affari di Berlusconi) sembravano non collimare affatto con quelle del presidente del Consiglio. Il comunicato emesso ieri dalla Procura chiude questa discussione affermando sì, che quei quattro incontri ci furono (insieme a parecchi altri da parte di Bernheim) ma in nessuno di essi si parlò della questione Unipol, delle azioni in possesso delle Generali e della loro possibile destinazione. Sicché (concludiamo noi) le dichiarazioni della «persona informata dei fatti» non avevano né rilevanza giudiziaria né rilevanza politica e contenevano invece forzatura e falsità.
A nostro avviso esisterebbero tutti gli estremi del reato di calunnia, che invece la Procura non ravvisa. Ma il testo del suo comunicato fornisce comunque senza ombra di dubbio la prova che da parte del presidente del Consiglio c´è stata diffamazione aggravata, compiuta a mezzo della stampa, delle televisioni e – circostanza di assoluta novità – anche a mezzo della Procura di Roma, strumento sicuramente inconsapevole della diffusione di una campagna di denigrazione politica basata su un presupposto rivelatosi inesistente.






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Ds Milano - Rassegna stampa



Santoro censurato prima ancora di andare in onda
REDAZIONE

E' stato censurato per l'ennesima volta, ma questa volta è un vero record. La Commissione parlamentare di Vigilanza Rai è infatti riuscita a tappare la bocca a Michele Santoro prima ancora che questi potesse andare in onda.
Ma andiamo con ordine: a gennaio sembrava la fine di un incubo: la Commissione di Vigilanza - la stessa che oggi lo imbavaglia - dava il via libera al ritorno in tv del giornalista, assente dal piccolo schermo dal 2002 perché accusato dal premier Silvio Berlusconi di aver fatto un "uso criminoso della tv". Alla decisione della Commissione, seguiva l'annuncio che il primo appuntamento era previsto per febbraio, con una trasmissione di approfondimento (in tutto tre serate) sulla terza rete pubblica.


Ma - improvvisamente - la Vigilanza ha fatto marcia indietro. Confermate le conduzioni previste per il periodo successivo alle elezioni, ma fino a quel giorno Michele Santoro non potrà lavorare. Il tutto a causa di un documento - approvato oggi con i voti degli esponenti della Casa delle Libertà - che vieta la conduzione di programmi tv a coloro "che hanno ricoperto un ruolo politico nell'ultimo anno" (e dunque anche Santoro, che ha ricoperto fino a qualche mese fa la carica di deputato europeo). Un provvedimento che secondo molti osservatori è stato varato apposta per Santoro, al solo scopo di tenerlo lontano dal piccolo schermo fino al giorno delle elezioni. /www.centomovimenti.com/


Discorso per l'assegnazione dell'Oscar della politica
Sono un riformista radicale


Mercoledì 25 Gennaio 2006

Care amiche, cari amici,



l’Oscar della politica 2005 che stasera mi assegnate è un riconoscimento a me molto gradito. Vi ringrazio per l’onore che mi avete riservato ma voglio dirvi che senza il contributo di tanti, a cominciare dalla mobilitazione dei partiti, il successo delle primarie, che sta alla base di questo riconoscimento, non sarebbe stato possibile. Certamente non avrebbe avuto le dimensioni che ha avuto. Il mio merito è stato quello di avere creduto nelle primarie e di averle, insieme ad Arturo Parisi, fortemente volute. Le ho vissute, giorno dopo giorno, nella fatica di un impegno che mi ha portato un po’ dovunque nelle regioni italiane e che mi ha fatto incontrare migliaia di persone. Tutte desiderose di avere finalmente un luogo in cui esprimersi, di denunciare il disagio di cinque anni che hanno visto accresciuta la ricchezza di pochi e peggiorato la condizione di tanti. Tutte desiderose di essere ascoltate e di farci sapere che da noi si attendono molto. Tutte a dirci che dalla politica esigono soluzioni nuove, decisioni concrete e coerenza tra il nostro dire e il fare.

Noi sappiamo che le loro domande sono giuste. Perchè chi crede nel riformismo sa che la politica non è il governo dell’esistente ma è lo strumento per realizzare ciò che un tempo si chiamava “pursuit of happiness”. Sa che la politica deve essere utile alle persone e soprattutto a quelle più deboli. Sa che la globalizzazione porta con sé potenziali benefici ma comporta gravi rischi se non la si governa.

Chi crede nel riformismo ha la consapevolezza che la storia è una sfida e che a questa sfida si deve rispondere. Riformismo non è un punto geometrico a metà strada tra destra e sinistra. Riformista è chi, come noi, sa che il mercato lasciato a se stesso non basta a regolamentare alcunché. Chi è riformista sa che la comunità politica nasce dalla costruzione quotidiana di una risposta alla domanda dei suoi membri. Una grande trasformazione ha investito il mondo. Per questo, oggi, c’è bisogno più che mai di riformismo, c’è bisogno di raccogliere la sfida della modernizzazione ridiscutendo le nostre regole, trovando nuove sintesi culturali che si traducano in spinte morali e in energie realizzatrici.

Questa serata riporta molti di noi, per qualche momento almeno, all’entusiasmo della domenica delle primarie. Ci riporta al 16 ottobre quando, accogliendo il nostro invito a partecipare in modo diretto e attivo alla vita politica del centrosinistra, oltre quattro milioni di italiani ci hanno risposto con generosità e divertimento. Con il loro voto ci hanno detto che non accettano la riforma elettorale (e lo dovremo ricordare anche in futuro). E, ancora, ci hanno detto che “l’Ulivo ha messo radici” e che non si può tornare indietro rispetto al necessario disegno di mettere assieme le grandi forze riformiste del Paese. Perchè l’Ulivo porta con sé l’affermazione dei valori che noi rappresentiamo: la democrazia strettamente connessa con la difesa e l’estensione dei diritti dell’uomo, l’eguaglianza di opportunità, la coesione sociale, la pace, il rispetto dell’ambiente, la convivenza delle culture, la tolleranza, l’accoglienza degli altri e, soprattutto, il rispetto delle regole etiche e istituzionali.

Nel loro voto c’era anche un messaggio specifico per me. Esso a che fare con l’unità e con la fiducia. Gli elettori mi hanno esortato ad essere il “federatore” e a mettere a servizio dell’Italia quanto ho imparato nel corso delle mie precedenti esperienze. Prima negli studi, poi nella ristrutturazione di una grande impresa pubblica, quindi nel risanamento dei conti pubblici e, infine, alla guida della Commissione Europea.

Tutte queste esperienze debbono essere utilizzate per aiutare il Paese ad uscire dal più lungo periodo di crisi e di demoralizzazione di tutto il dopoguerra.

Ed è chiaro che oggi questa lunga esperienza riformista deve essere completata ed arricchita da una forte dose di radicalismo.

Il Paese ormai marcia verso uno squilibrio non più correggibile senza profonde riforme.

Al mio impegno riformista debbo perciò aggiungere l’aggettivo “radicale”

Le primarie, così come è stato per la nascita dell’Ulivo, hanno rappresentato anche una risposta alla sfida dell’innovazione politica necessaria perché il riformismo sia efficace. Come Norberto Bobbio ci ha insegnato, la democrazia è “un “insieme di regole di procedura per la” “formazione di decisioni collettive in” “cui è prevista e facilitata la” “partecipazione più ampia possibile” “degli interessati”. Le primarie sono state una risposta riformista alla sfida della modernizzazione richiesta dal sistema politico e partitico chiamato a innovarsi sul fronte della partecipazione popolare. E la lista unitaria dell’Ulivo alla Camera va nella stessa direzione di innovare la “natura” del centrosinistra.

Primarie, Ulivo, Gruppi Parlamentari unici sono risultati importanti.

A volte raggiunti in modo naturale, a volte con passaggi che possono essere sembrati ruvidi.

E, come in tutti i cammini democratici, i passi in avanti si sono alternati con momenti di sosta e di arretramento.

Tuttavia, è certo che nei dieci anni della mia vita politica non ho mai cambiato la direzione della marcia.



Questa strategia non è costruita per mettere in riga gli alleati, come talvolta il Riformista scrive. Serve invece a rendere praticabile la realizzazione di un programma di governo finalizzato alla rinascita del Paese e a garantire la stabilità dell’esecutivo.

Insomma serve a darci un governo duraturo e forte senza il quale la radicalità delle misure che dovremo assumere non sarà possibile.

Lo strumento in grado di governare il Paese lo abbiamo costruito. Con una rapidità che l’attuale maggioranza forse non si aspettava, lo abbiamo anche adattato alle perversioni della nuova legge elettorale.

Nello stesso tempo si è proceduto con il lungo lavoro programmatico, lavoro che è stato di importanza fondamentale per armonizzare la coalizione e renderla capace di decisioni rapide ed immediate in caso di vittoria.

Le duecento e passa pagine del programma possono anche essere oggetto di ironia, ma senza questo lungo lavoro non saremmo mai stati in grado di enucleare in modo condiviso la proposta fondamentale con cui ci presenteremo agli elettori.

Leggo che mi chiedete di elencare queste “proposte fondamentali” e mi chiedete anche “gli slogan” con cui accompagnarle e mi chiedete perfino di cominciare già da adesso lo “sprint”.

Se lo facessi tradirei la mia indole di maratoneta.

Mancano due mesi e mezzo al 9 Aprile e so che è a quel traguardo che bisogna arrivare primi. www.romanoprodi.it




Gelata sul governo, stiamo al freddo e pagheremo di più
Margherita e Ds passano all’attacco dei colpevoli della crisi energetica



Il colpevole ritardo con il quale il governo ha affrontato l’emergenza gas avrà più di una ripercussione sugli italiani: in primo luogo saranno intaccate quasi del tutto le riserve strategiche, in seconda battuta il ministro Scajola è entrato nelle case e negli uffici chiedendo sacrifici che potevano essere spalmati su più mesi, infine gli effetti dei provvedimenti governativi sulle bollette si avvertiranno.
Se infatti l’Authority per l’energia non avanza stime ma conferma che vi saranno ripercussioni sulle tariffe, c’è chi parla di rincari fino a 500 euro l’anno a famiglia. E se al momento l’Eni non vede rischi di forniture di gas per le famiglie l’amministratore delegato Scaroni avverte: in caso di necessità i tagli riguarderanno i clienti industriali.
A puntare il dito contro un’inerzia dell’esecutivo nei confronti di un’emergenza gas, solo acuita dalla crisi russa, sono stati ieri Margherita e Ds. In particolare la Margherita, nel corso della terza conferenza nazionale sulle politiche energetiche, ha riunito operatori ed esperti del settore per attivare un serrato confronto su temi che per anni sono scomparsi dalla politica di Berlusconi. «Il nostro paese, purtroppo, ha perso cinque anni di tempo – ha ammonito il leader della Margherita Francesco Rutelli – per questo è necessario che il prossimo esecutivo convochi una conferenza bipartisan sull’energia che individui obiettivi ed impegni per i prossimi dieci anni». Enrico Letta e Pierluigi Bersani hanno ricordato come i governi di centrosinistra avevano avviato la prima fase delle liberalizzazioni e poi si è persa la direzione di marcia. Per il futuro occorre realizzare 5 rigassificatori, investire nello sbottigliamento delle reti, diversificare le fonti di approvvigionamento. www.europaquotidiano.it



di Rodolfo Roselli*

Ogni competizione elettorale, come tutte le competizioni pubbliche, può vantare di svolgersi in modo corretto se a tutti i partecipanti è data, in eguale misura, la possibilità di gareggiare. Sarebbe inaccettabile che in una gara di corsa il campione dell'anno precedente partisse avanti agli altri o che all'ultimo classificato fosse addirittura negato di partecipare.

Invece, nella politica italiana, la competizione elettorale non è lontanamente paragonabile ad una onesta competizione, e si tende a danneggiare tutti coloro che presentandosi come nuovi competitori, potrebbero infastidire il successo del precedente establishment. E' evidente che si enuncia la tutela della democrazia ma, nei fatti, ci si guarda bene dal farlo e, infatti, la prima sensazione che si avverte è l'aria di supponenza che i precedenti eletti hanno verso i potenziali nuovi candidati che osassero mettere in discussione i futuri seggi che, prima ancora di andare a votare, sono stati già assegnati con tanto di nome e cognome. Purtroppo questa non è solo una sensazione, ma è una realtà consolidata e provata. Nelle ultime elezioni regionali la norma di non richiedere firme ai candidati dei partiti e chiederne una montagna a chi non lo era, è la più evidente farsa della democrazia.

Che i partiti "detti democratici" della democrazia interna e verso gli elettori non sappiano che farsene, ne è un esempio il regolamento che si intende applicare nel partito della Quercia , in occasione delle prossime elezioni. E' stata avanzata la proposta di escludere tutti i candidati che siano già stati eletti in almeno due legislature (tre nella Margherita, ndr). Un principio da condividere, se in democrazia vale il principio della rotazione e del rinnovamento della classe dirigente, come del resto già avviene nelle altre nazioni europee. Ma, applicando questo principio, gli stessi proponenti si sono accorti che sarebbero dovuti andare a casa quasi tutti, e allora è cominciato lo stillicidio delle valutazioni caso per caso delle eccezioni. Così, la stessa norma, non varrebbe per chi è stato Presidente di commissioni, per chi ha ricoperto incarichi di governo, per i presidenti di regione e province e così via, fino ad accertare che sarebbero stati esclusi solo ….i soliti quattro gatti.

La cosa più esilarante è che certe esclusioni sono state giustificate dal fatto che il personaggio era talmente bravo ed esperto, che la nazione non avrebbe più potuto farne a meno. Credevamo che esistesse solo un secondo Papa, come Fazio, ma vediamo che i concorrenti sono numerosi. Ma come si permettono, certi individui, di autodefinirsi dei superuomini, infallibili e insostituibili ? Ma credono davvero che in Italia non esistano persone esperte quanto loro, anzi sicuramente esperte più di loro, considerando che le loro attività governative hanno portato al completo sfacelo la nazione? Superbia, arroganza, supponenza, imbroglio queste sono le doti delle quali si possono vantare, le altre neanche le nominino! A questa dirigenza così infetta, sono infatti arrivate le voci di protesta sempre crescenti provenienti dalla base elettorale sull'impossibilità di attuare una rotazione di candidati nelle liste elettorali per permettere a tutti di competere. Queste voci, considerate fastidiose e impertinenti, dovevano essere tacitate e allora la segreteria ha stabilito queste nuove regole. Che, come d'uso, sono delle prese in giro.

Ma anche la legge, comunemente chiamata "par condicio", la cui denominazione dimostra la fantasia goliardica dei nostri legislatori (legge 22 febbraio 2000, n.28), è un esempio luminoso di come le attuali forze politiche mal tollererebbero intrusioni dei non addetti ai lavori. All'art.1 le intenzioni sono lodevoli, si dice che si vuole garantire parità di trattamento e imparzialità "a tutti i soggetti politici". Attenzione non dice "ai soggetti politici già presenti in Parlamento", però poi i garanti del tutto sono la Commissione Parlamentare per la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, nella quale sono presenti solo i soggetti politici presenti in Parlamento e l'Autorità per le garanzie per le comunicazioni, notoriamente nominata dal governo, cioè da una maggioranza.

Poi all'art.3 della stessa legge, sono trasmissibili messaggi politici autogestiti sia gratuiti sia a pagamento. Introdurre il concetto del pagamento, è come dire che in una corsa podistica chi si può comperare una bicicletta, pedala e gli altri corrono a piedi. Anzi, in funzione del denaro disponibile chi è povero sta zitto, chi paga parla di più o di meno, a tassametro.
Ma non basta, perché al comma 2 del medesimo art.3, si legge che la trasmissione dei messaggi è facoltativa per le emittenti private, mentre è obbligatoria per quelle pubbliche. Immagino l'esultanza di Berlusconi nel concedere le sue reti ai comunisti, etc. e viceversa l'esultanza di Pannella nel concedere radio radicale agli antiabortisti. Da notare che coloro che concederebbero a pagamento la trasmissione dei messaggi politici, secondo la stessa legge, avrebbero diritto ad un rimborso da parte dello Stato, cioè da parte di tutti noi, che nella prima formulazione della legge (art.12) ammonta a 20 miliardi di lire (naturalmente per ora).

Allora comincio a non capire perché mai le emittenti private dovrebbero farsi pagare, se è già previsto un rimborso di noi cittadini per gli spazi che concederebbero ai candidati. A mio parere o vale l'una o vale l'altra alternativa, tutte e due mi sembra che ….tanto paga Pantalone. L'ultima chicca di questo capolavoro legislativo riguarda la ripartizione degli spazi che, a parte la competenza sia della Commissione che della Authority, gia dimostrate "indipendenti", vengono riservati solo ai soggetti politici già presenti nelle assemblee da rinnovare, dalla data di convocazione dei comizi alla data di presentazione delle candidature, e invece a tutti,ma dopo,dalla data di presentazione delle candidature alla data di chiusura della campagna elettorale. Il che vuol dire che l'establishment deve avere più spazio e tempo degli altri. Siccome non siamo imbecilli, non facciamo commenti.

Tutto questo pastrocchio, così mal concepito, tradisce semplicemente la motivazione vera della sua nascita. Ostacolare il potere televisivo di Silvio Berlusconi, facendo finta di diventare improvvisamente democratici, ma stando bene attenti che i poteri già acquisiti dai partiti, non vengano messi in discussione da quegli imbecilli che pensano di applicare la democrazia, anche alla partecipazione all'elezione nelle cariche istituzionali. E' evidente che l'accesso ai mezzi di comunicazione è condizionato anche dai conflitti d'interesse, ed ho usato volutamente il plurale, perché tutti ne sono toccati. E' vero che non esiste, in questo caso, solo l'anomalia del Silvio, ma invece i nostri legislatori si sono esibiti in una legislazione ad personam, assolutamente inutile, esistendo già norme sufficienti che, se modificate e ben applicate al nuovo scenario, avrebbero evitato questa ulteriore sudorazione della fronte dei legislatori.

Infatti, nel nostro Codice Civile all'art.2373, si prevede che l'amministratore di una società si deve astenere dal voto quando è in gioco un suo interesse personale. Non ci vuole la mente di un superuomo per capire che questo principio può essere esteso all'ambito pubblico proprio quando una parte in causa usa il potere che rappresenta per favorire se stesso. Il conflitto d'interessi in ambito pubblico è anche già previsto come reato denominato "interesse privato in atti di ufficio". E non vi sono dubbi che i detentori di concessioni statati per la radio e telediffusione possono facilmente, a causa dei loro comportamenti, incorrere in questo reato.
Quindi la norma di base esiste, un suo aggiornamento sarebbe agevole, ed è perfettamente inutile ricorrere al "blind trust" o ad altre baggianate del genere, per ingannare gli sciocchi. E questi sciocchi, nel caso Berlusconi e "blind trust" sono proprio le sinistre (ma sono veramente sciocchi?) che non hanno nemmeno capito che la formula "blind trust" si applica a patrimoni finanziari ma non è applicabile a patrimoni industriali, ove l'interessato, anche senza entrare nel merito di documentazioni di dettaglio, è sempre in condizione di capire quali sono le strategie per tutelare i suoi interessi industriali.

Ultima ancora di salvezza, per salvaguardare le democrazia, potrebbe essere quella adottata da molte nazioni europee e non europee, e cioè il principio di ineleggibilità. Una incompatibilità è un principio generale del diritto, talmente generale da poter essere applicato sempre, ovunque e subito. Per esempio chi fa il giudice non può fare contestualmente l'avvocato dell'imputato sottoposto a giudizio. Le due cose sono incompatibili e si escludono a vicenda. Ma questa ineleggibilità parlamentare, per motivi d'incompatibilità, non toccherebbe solo Berlusconi, ma moltissimi politici attuali e del passato, perché è esiste nel nostro ordinamento da più di 40 anni, e quindi non si può dire che voglia colpire una persona.
In particolare l'articolo 10 del D.P.R. del 30 marzo 1957, n. 361, stabilisce la ineleggibilità di chi gode di concessioni statali, ma anche in generale per altri casi diversi, questa norma è stata sempre disattesa, anzi aggirata, da una cavillosa interpretazione legalistica della giunta delle elezioni della Camera (e il cavillo non poteva venire, guarda caso, che da chi è parte in causa), che ritiene di far valere questa norma soltanto nei confronti del titolare legale di una concessione, e non del vero proprietario. Insomma si legalizza il trionfo del prestanome. Ma tutto questo dimostra la parzialità e la mala fede del Parlamento,che nulla dice per altri casi e, in tal modo da 40 anni, questo Parlamento viola spudoratamente e vergognosamente il principio della incompatibilità, perché altrimenti non meno della metà dei parlamentari di oggi sarebbe stata da tempo ineleggibile.

La conclusione è che si hanno valide ragioni per affermare che proprio il nostro attuale Parlamento desidera una democrazia malata, che proprio lui protegge l'illegalità per evitare una sana concorrenza anche nel campo dei cittadini eleggibili, che avrebbero tutte le carte in regola per esserlo. A questo Parlamento non piace una democrazia competitiva, e allora non ci rompano le tasche con i falsi scandalismi su situazioni d'incompatibilità per chi si trova oggi all'opposizione, perché di questo stupido moralismo francamente non sappiamo che farcene.

* intervento su Radio Gamma5 del 25 gennaio 2006


www.osservatoriosullalegalita.org


No al Far West a senso unico:
vogliamo sparare ai ladri,
ma anche picchiare gli stilisti!
MILANO. Per molti sarà una bella soddisfazione poter sparare al ladruncolo sorpreso a rubare l’argenteria. Ma per altrettanti cittadini farsi giustizia da sé significa assestare un calcio nel sedere a Roberto Cavalli o sbattere l’una contro l’altra le teste di Dolce e Gabbana. Ad aprire gli occhi al ministro dell’Interno sarà il Cfp (Comitato Forcaioli Progressisti), nato per dare voce a tutti iI cittadini che non amano essere derubati in casa da un rapinatore, ma nemmeno in una boutique di Gucci da un commesso sorridente. Il Cfp dice no all’abbandono del centro milanese alle bande rivali di Krizia e Prada, e considerano I prezzi dell’Emporio Armani una forma autorizzata di borseggio...


"Non ne possiamo più - lamenta un ex commerciante di via della Spiga -. I tossici ti portavano via l'ncasso, ma almeno ti lasciavano il negozio. Gli stilisti mi hanno costretto a vendergli la mia bottega di ferramenta per trasformarla in uno show-room. Una volta mia moglie ci è entrata per farsi dire il prezzo di una borsetta, e quasi è morta d'infarto. Io sono contro il possesso di armi da fuoco, ma in certi casi voglio almeno la licenza di sberla". Altri aumentano l'abnorme proliferazione di modelle in zona Brera. "Poverette, lo so che anche loro devono guadagnarsi da vivere - riconosce una residente, appena iscritta al Cfp -. Del resto non dànno fastidio, anzi, a me fanno pena queste povere ragazze dell'Est, così magre e ossute. Il guaio è che dove ci sono loro, arrivano branchi di porci coi macchinoni che vogliono rimorchiarle. E poi finisce che molestano anche mia figlia che ha quindici anni e studia dai Salesiani". Nelle file del Cfp ci sono anche molti pensionati e disoccupati. "Gli stilisti prendono a schiaffi la miseria tutti i giorni - sostengono -, sarebbe ora che la miseria gliene restituisse qualcuno".
www.liaceli.com/


MALI Bamakò/ Social Forum mondiale africano/ L'Europa è nuda! (di Raffaella Chiodo)

Cari tutti,
oggi qui a Bamako si é molto parlato del senso della cooperazione e della necessita' di ristabilire relazioni di riconoscimento della dignita'dei popoli africani per decidere se ed eventualmente cosa e dove fare cooperazione...qualcosa di intonato al tema che abbiamo scelto di mettere in discussione con l'iniziativa dell'11 marzo verso gli stati generali a Roma.
Son convinta che tutti torneranno da Bamako con piu' sensibilita'e disponibilità a capire cosa vorremmo discutere, mettendo i piedi nel piatto del significato stesso di solidarietà e della necessità di rivedere e ridefinire cio' che di nuovo vorremo costruire.
Un abbraccio a tutti e a presto!
Raffaella


L'Europa e' nuda!
Si, l'Europa e' nuda , qui a Bamako'. Nessuno infatti puo' mentire o millantare credito, senza rinnegare quasi tutti i contenuti del "biglietto da visita" che l'UE oggi offre.


L'Europa, gli europei, e i suoi movimenti qui sono chiamati a rispondere di cio' che a casa propria fanno per cambiare lo stato delle cose e prima di tutto, come dice una canzone di un cantautore locale, fa si' che "ogni giorno migliaia di africani s'imbarcano... Destinazione: l'ignoto" e spesso perdono la vita prima di arrivare o respinti non hanno piu' una casa dove tornare.

Non ci sono scorciatoie. Ogni tentativo di presentare al meglio le proprie iniziative, ad uno dei partecipanti locali se non accompagnate da un approccio politico generale che scomponga il quadro strutturale esistente, assume subito l'aspetto di una mezza verita', di qualcosa che nella migliore delle ipotesi viene gentilmente salutato come buon gesto..fine a se stesso. Anche il miglior ghiaccio si scioglie al sole...E gli africani, si sa, sono molto pazienti, ma da tempo si sono stufati anche loro delle nostre promesse.
Per questo le inesauribili energie e idee che vengono dal continente africano sono una concreta speranza per tutti. Per lo meno hanno tutte le potenzialita' per rappresentare una speranza, sta a noi movimenti saperla raccogliere.


Forse questo il messaggio che la manifestazione inaugurale del Forum di Bamako'ha lanciato come una sfida a tutti,ivi compreso il movimento dei movimenti che fin'ora ha visto ancora troppo da lontano l'Africa.
Il bagno salutare che si verifico' al Forum Sociale Mondiale del 2004 quando si fece "travolgere" dal fiume di Mumbai, sono certa, si rivivra' l'anno prossimo a Nairobi quando li'si svolgera' il Forum Mondiale. Questa di Bamako' e' solo un anticipo, e' una tappa di un lungo percorso, in parte ancora da costruire, per coinvolgere quante piu' istanze attive nei vari paesi e regioni di questo vasto e variegatissimo continente.


Molti fra coloro che da tempo lavorano a contatto con l'Africa, si erano accorti che qui e' in forte crescita l'esigenza di andare al di la di vecchi e superati concetti sul mondo e su come questo attualmente funziona. Ma ancora di piu', che per costruire un altro mondo possibile bisogna partire dal basso e avere il coraggio di mettere in discussione molti dei principi e degli approcci che fin'ora hanno regolato le relazioni internazionali anche fra le societa' civili attive a nord come a sud.

Tra i concetti ormai irreversibilmente messi in discussione ci sono anche il concetto di solidarieta' e cooperazione internazionale.
La domanda e': solidarieta' o responsabilita'comune cioe' co- solidarieta'? Cooperazione tra pari che insieme vogliono radicalmente cambiare il mondo, a nord come a sud, a partire dalle cause dell'ingiustizia alla base della poverta' espressa dalle politiche vigenti del mondo ricco che ancora oggi determinano i mali strutturali dei paesi impoveriti come Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale,WTO oppure una cooperazione che pur nelle sue migliori espressioni non e' altro che una faccia complementare di meccanismi
che garantiscono lo stato attuale delle cose?
Per questo la cancellazione del debito, la cooperazione, i finanzamenti per lo sviluppo, cosi' come le politiche commerciali ed economiche non possono marciare ed essere giudicate separatamente e devono avere al centro l'obiettivo di seguire nuovi principi a favore di uno sviluppo diverso per tutti perche' di tutti.


No grazie, anche alla migliore carita' e alle paternalistiche politiche di "aiuto".

Qui non c'e' piu' la semplice, seppure importante, testimonianza dei segni della poverta' che cresce ogni giorno di piu' in barba agli impegni siglati ed annunciati dalla comunita' internazionale con Obiettivi di Sviluppo del Millennio, ma ci sono gruppi e organizzazioni che direttamente vogliono mettere "i piedi nel piatto" delle nostre politiche europee quotidiane.

Oggi, nella sessione dedicata alla questione del Debito, forse per la prima volta dopo tanto tempo, si e' vista e sentita una piu' forte lingua comune che aiuta a fare chiarezza anche fra le diverse campagne che su questo tema si mobilitano.
Si e' detto che "tutto il debito dei paesi poveri e' di fatto odioso, illegittimo e immorale. Va cancellato tutto, incondizionatamente e subito." Questo deve essere l'obiettivo politico strategico di fondo comune a tutte
le campagne. Gli strumenti e le forme che poi singolarmente queste propongono e utilizzano sono altra cosa.
Il monitoraggio, lo studio e l'analisi sulle inziative perseguite dai singoli stati cosi' come dai li servono a supportare l'opera essenziale di smascheramento e la denuncia delle contraddizioni e dei limiti delle
iniziative che singoli stati o G8 e quant'altro, che svolgono le campagne sul debito in ogni lato del pianeta.
Gli oratori della sessione in particolare quelli in rappresentanza delle campagne sul debito di Mali, Mauritania e Gambia hanno ricordato come la definizione del debito quale, illegittimo, odioso e immorale, sia ormai
posizione sostenuta anche dai livelli istituzionali regionali fino al livello piu' alto dell'Unione Africana sottolineando come il peso dell'azione e la mobilitazione dell'opinione pubblica locale abbia influito
sulla radicalizzazione di questi ultimi in risposta a alle iniziative di cancellazione del (presunte epocali) quali quella dell'ultimo G8 proposta di Gordon Brown.


Nessuno qui si fa illusioni, ma esprime ed esige, la necessita' dare una sferzata tutta politica che evidenzi come la cancellazione del debito altro non e' che una questione di pura giustizia. Non e' e non puo' essere una "buona azione" del G8 di turno o di qualcuche singolo stato che magari contestualmente alla cancellazione del debito propone la cancellazione della cooperazione allo sviluppo cosi' come politiche economiche e commerciali che sono causa diretta di processi di ulteriore indebitamento e impoverimento
nei paesi impoveriti.
L'Italia e' l'esempio piu' lampante di questo genere di politica ipocrita. Con una mano cancella il debito (solo in parte e calcolando le quote di cancellazione del debito tra i finanziamenti per lo sviluppo e con l'altra
fomenta processi di impoverimento tagliando i fondi per la cooperazione e sostenendo politiche commerciali ed economiche ingiuste tra cui non ultimi quelle dei sussidi all'agricoltura visibilmente dannose in Mali e in tutta la regione. Non a caso il nostro paese si e' guadagnato l'ultimo posto in classifica nel perseguimento dei gia' minimi Obiettivi di Sviluppo del Millennio.


Raffaella Chiodo
Bamako', 20 gennaio 2006


Nota della redazione sulla foto.
La foto in giallo e verde rappresenta la Mappa della vegetazione dell’Europa e dell’Africa nei mesi di luglio e gennaio. Il verde acceso indica una crescita vigorosa e il marrone una crescita zero. Confrontate con le mappe relative alla temperatura e alle precipitazioni per i mesi di luglio e gennaio sull’atlante.


cfr: www.eduspace.esa.int/.../ subtopic/images/061.gif

Verso un'era senza precedenti
di Gareth Doutch (Countercurrents.org)
Stiamo oltrepassando la linea di confine che ci separa da un’era senza precedenti nella storia dell’umanità. Dobbiamo coordinare le azioni e le partecipazioni per rendere effettivi quei cambiamenti che vorremmo vedere attuati nel mondo
Non appena le persone si renderanno realmente conto dei problemi della sopravvivenza (soprattutto del “Peak Oil”) cominceranno a ridurre la loro dipendenza dal carburante fossile, impareranno a coltivare autonomamente il proprio cibo, a creare reti di previdenza, ecc. Altri ancora saranno artefici dell’incremento della propria consapevolezza, per conoscere appieno quali saranno le vere conseguenze di tali problemi.

Nonostante il buon lavoro già compiuto dalla collettività sociale, non si può prescindere dal fatto che l’azione di governo deve essere portata avanti a livelli nazionali e, ancora più importante, a livelli globali. Alcuni dei principali attivisti impegnati nella battaglia del Peak Oil vivono in piccole comunità autosufficienti, e lo stesso vale per l’Oil Depletion Protocol (1).

Tuttavia, quando si fa pressione sull’argomento, la risposta standard dei politici sembra essere una fiducia quasi dogmatica che il mercato risponderà agli elevati costi energetici aumentando lo sviluppo, esplorando nuove riserve di petrolio e gas, e poi recupero, carburanti alternativi, misure energetiche efficaci (2). Questa incapacità di comprendere (o almeno di affrontare) il problema è ancora più grave se ci si rende conto che, anche se il tema è limpido come l’acqua, nessun governo vorrà agire in modo sensato, perché così facendo danneggerebbe la redditività dei propri affari: di riflesso, ciò porterebbe a uno spostamento all’estero di capitale e impiego o al licenziamento di personale. Una conferma in tal senso è arrivata in tempi recenti quando Tony Blair ha detto durante una conferenza stampa: “La nuda verità relativa alle politiche sui cambiamenti di clima è che nessun paese vuole sacrificare la propria economia per affrontare una sfida simile” (3).

Ancor più recentemente è stata evidenziata l’influenza corporativa sui governi quando il Primo Ministro Blair non è riuscito a muoversi abbastanza rapidamente da rispondere alle chiamate del gruppo degli industriali britannici, la Confederation of British Industry (CBI), per aprire un dibattito su un nuovo lotto di centrali nucleari. Poiché la Gran Bretagna si trova alle prese con un rapido declino della produzione di gas naturale, e con un inverno che promette di essere uno dei più freddi della storia più recente (6), la CBI ha espressamente richiesto cambiamenti nelle regolamentazioni ambientali del paese per permettere di utilizzare carburanti alternativi in caso di scarsità, anche se ciò implicherebbe un innalzamento dei livelli di inquinamento (4). Il direttore generale della CBI, Sir Digby Jones, ha affermato in un’intervista: “Sono contento che finalmente il governo abbia fatto qualcosa. Perché arrivare a cinque minuti dalla mezzanotte perché questo avvenga?” (7).

Mentre in apparenza il governo lascia il mercato a cavarsela da solo, e gli uomini d’affari a loro volta fanno pressione affinchè il governo intraprenda azioni concrete – ossia qualcosa di più che continuare i propri affari come al solito con un aumento della dipendenza da energia fossile – sembra che l’unica iniziativa sensata potrebbe essere quella proposta dagli attivisti grass roots. Davvero siamo lasciati a noi stessi? Dobbiamo aspettare la crisi prima che un numero sufficiente di persone chiedano che si faccia qualcosa di sensato? La gente comune come può convincere i propri governanti a implementare le politiche come quelle dell’Oil Depletion Protocol?

La Simultaneous Policy (SP) internazionale aspira a superare questa barriera rimuovendo la minaccia di “sacrificare l’economia”; anche i politici che firmano l’impegno SP sono concordi nell’implementare l’SP congiuntamente ad altri governi, dato che tutti – o quasi – gli Stati si sono accordati sulla stessa linea. I cittadini che sostengono l’SP si impegnano a incoraggiare il partito o il politico a firmare l’impegno SP oppure, se non hanno una preferenza di partito, a votare in futuro per un determinato politico o partito (nei limiti della ragionevolezza) che firma l’impegno SP. Questa procedura crea una situazione di rischio zero per i politici che dichiarano la loro intenzione a risolvere i problemi globali; non farlo può aumentare il rischio di perdere le elezioni.

Inoltre, il programma politico è curato dai cittadini, non dai politici o dai gruppi industriali. La proposta della politica attuale comprende misure con cui affrontare i cambiamenti climatici, la protezione dei diritti sull’acqua, il commercio equo e il debito del terzo mondo, le responsabilità delle multinazionali, l’abolizione delle armi di distruzione di massa e la riduzione degli arsenali convenzionali, e la riforma monetaria (8).

L’inchiesta della Gallup International “Voice of the people 2005” ha rivelato che quasi due terzi della popolazione mondiale ha la sensazione che il proprio paese non sia governato dalla volontà dei cittadini. Lo si può notare un po’ ovunque, considerando come un numero sempre maggiore di persone sta decidendo di non partecipare alle votazioni. Tuttavia, otto persone su dieci tra quelle intervistate credono ancora che, nonostante i suoi limiti, la democrazia sia senz’altro la migliore forma di governo (9). La SP dà a quella grande fetta di astenuti un motivo per tornare alle urne: il blocco che voterà la SP potrebbe diventare il fattore critico nel decidere i risultati delle elezioni.

Non solo le recenti elezioni in Gran Bretagna hanno dimostrato quanto significativo possa essere il “metodo” SP (dove un numero relativamente piccolo di persone sono state decisive per convincere i candidati a firmare l’impegno SP, con il risultato che la rappresentanza SP ha ottenuto nel Parlamento britannico 10 seggi trasversali a tutti i maggiori schieramenti politici (10)), ma la sua politica, ad ampio spettro, raggruppa una grande varietà di organizzazioni sociali e ambientali in tutto il mondo, e ha il potenziale per diventare un movimento di massa (11).

A prima vista potrebbe sembrare che sia necessario essere sotto elezioni per convincere i candidati a firmare l’impegno. Ma non è detto che sia così. La cosa più importante è avere un numero crescente di persone coinvolte: i politici verranno poi. L’unico costo è un po’ del vostro tempo. Se conoscete qualcuno che si preoccupa di come sta il mondo parlategli di SP, e ditegli di passare parola. Senza dimenticare che SP è naturalmente una strategia parallela e non un’alternativa per promuovere un’azione nel breve periodo. SP ha tuttavia il potenziale per promuovere le politiche di cui abbiamo bisogno, non solo quelle che tollerano i potenti interessi acquisiti.

Stiamo oltrepassando la soglia verso un’era senza precedenti nella storia dell’umanità e dobbiamo coordinare le azioni e i voti per rendere effettivo quel tipo di cambiamenti che vorremmo vedere nel mondo. Dopo tutto c’è già un senatore repubblicano in America che chiede un programma rivoluzionario per l’energia rinnovabile (12), non dovrebbero essercene di più?




Per maggiori informazioni e ricerche, e per diventare sostenitore, potete visitare il sito: www.simpol.org


Riferimenti


1 L’Oil Depletion Protocol come proposto dall’ for the Study of Peak Oil and Gas (ASPO), vedere:
www.peakoil.ie/protocol
The Oil Depletion Protocol as proposed by the Association for the Study of Peak Oil and Gas (ASPO), see:
www.peakoil.ie/protocol
2 Sebbene non sia sempre questo il caso, questa è la tipica risposta da parte di funzionari pubblici quando si chiede dello sfruttamento intensive del petrolio. Per capire perché questa soluzione non è ottimale vedere: Hirsch, R.L, Bezdek, R.H, Wendling, R.M. “Peaking of World Oil Production: Impacts, Mitigation and Risk Management.” United States Department of Energy (DOE) National Energy Technology Laboratory (NETL). February 2005.
www.netl.doe.gov/otiic/World_Oil_Issues/Oil_Peaking_NETL.pdf
3 BBC. “Blair makes climate summit call”. 1 November 2005.
news.bbc.co.uk/2/hi/uk_news/politics/4397930.stm
4 Confederation of British Industry (CBI). “Powering the future - Enabling the UK energy market to deliver”. 21st November 2005.
www.cbi.org.uk/pdf/energybriefnov05.pdf
5 Simon Freeman. “Blair says time has come to go nuclear.” The Times (UK). November 22, 2005.
www.timesonline.co.uk/article/0,,2-1883179,00.html
6 Per un’analisi sulla produzione del gas in GB e sul tema dell’inverno freddo vedere: www.vitaltrivia.co.uk
7 Larry Elliott and Mark Milner. “Labour 'has mortgaged Britain's future'”. The Guardian (UK). November 25th 2005.
business.guardian.co.uk/story/0,16781,1650354,00.html
8 Gallup International. “Voice of the People 2005. Trends in democracy. Global Summary.” 19th September 2005.
www.gallup-international.com
9 Versione completa della proposta della Simultaneous Policy su:
www.simpol.org/dossiers/dossier-UK/html-UK/policy_proposal-UK.html
10 John Bunzl. “The UK General Election 2005: A Proving Ground for SP’s Novel Voting Strategy.” The Simultaneous Policy News Summer 2005.
www.simpol.org.uk/pdfs/simpolsummer05.pdf
11 Denis Robb. “Simpol’s Appeal to the Broad Public.” The Simultaneous Policy News Autumn 2005.
www.simpol.org.uk/pdfs/simpolautumn05.pdf
12 Roscoe Bartlett. “Peak Oil resolution in U.S. House of Representatives.” October 24, 2005.
www.globalpublicmedia.com/articles/572





Fonte: http://www.countercurrents.org/pa-doutch070106.htm
Tradotto da Elena Mereghetti per Nuovi Mondi Media


Santiago tra Seattle e Pretoria -


E' Michelle il migliore dei mondi possibile? Gli sciatti inviati della stampa italiana descrivono una campagna elettorale dai toni entusiastici che non esiste. La campagna (si legga Ivonne Trías) è al contrario noiosa e continuista. Non solo non ci sono utopie ma neanche speranze. I vecchi militanti, quelli che sono sopravissuti all'ora dei forni, ti spiegano che votano per Michelle Bachelet perché è il meno peggio o ti mostrano l'esistente del disastro sociale cileno per giustificare con pudore la scelta dell'astensione. Alcuni intellettuali molto pubblicati e letti in Europa, Skarmeta, Sepulveda, rilucidano un po' la realtà per il pubblico europeo. E' bello pensare che una donna che giunge alla presidenza della Repubblica rappresenti un cambio per tutta la società, che fotografi una crescita che tanto più è macroeconomica tanto meno rappresenta progresso sociale.

Non bisogna avercela con Michelle Bachelet ma neanche santificarla come con l'insensata Bacheletmania che puntualmente sta contagiando i centrosinistra europei e la loro stampa. Se non bisogna avercela con Michelle bisogna avercela con la grande mistificazione che la Concertazione rappresenta e che si appresta a governare il Cile per il quarto mandato consecutivo nel totale continuismo.

Le cronache distratte degli inviati ci raccontano di donne mobilitate per eleggere Michelle, ma scordano colpevolemente di ricordare che tre giovani su quattro (donne ed uomini) con meno di 40 anni non sono iscritti alle liste elettorali. Allora quali donne sono coinvolte? E in quale processo sociale?

Le donne cilene devono essere orgogliose che Michelle Bachelet giunga alla Moneda. Ma quali donne cilene? Quelle con i natali giusti, quelle che hanno ricevuto un'educazione privata e si sono affrancate anche socialmente fino ad ottenere la follia (per la società cilena) del divorzio durante il mandato di Don Ricardo Lagos?

O quelle che lavorano come domestiche nelle case borghesi dalla mattina alla sera per pochi spiccioli? In nessun paese come il Cile ho mai avuto la sensazione così forte che fossi di fronte a due razze distinte e inconciliabili. Non solo in Cile esistono differenze e ingiustizie, ma solo in Cile avverti la precisa sensazione che nessuna ascensione sociale sia possibile, che la società sia stata scientificamente divisa in due. E' così dai tempi di Pedro de Valdivia e solo Don Salvador rappresentò una speranza di cambio.

Il Cile continua ad essere il paese più ingiusto del mondo, o uno dei più ingiusti come puntualmente rilevano le statistiche dello stesso Banco Mondiale. Solo la Concertazione (ripresa beotamente dall'Internazionale Socialista) può vendere la favola di un paese più solidale. Solo penne scadenti possono vendere quello concertazionista come un modello "di sinistra", più efficiente e alternativo a quello atlantico che osa criticare il Fondo Monetario Internazionale. Don Ricardo Lagos (si veda il mio bilancio sul suo mandato sul n. 93 di Latinoamerica in fase di stampa) magnifica il Cile "piattaforma esportatrice", ma dimentica di dire che solo il 2% della mano d'opera è coinvolta nell'export.

Non solo i redditi sono maldistribuiti come in nessun'altro posto al mondo, ma nel mezzo c'è un buco nero incolmabile. Nessuno guadagna 1000 Euro al mese in Cile. O guadagni molto di più o guadagni infinitamente di meno.

Non sono a Santiago per questo ballottaggio, ma parlo tutti i giorni con Santiago. E conosco Santiago e per un periodo importante della mia vita ho rischiato di rimanerci per sempre. Non lo rimpiango, nel personale e nel sociale. Amo la mia Santiago, ma non mi piace questa Santiago tutta facciata che nello skyline sembra Seattle e nel cuore è la Pretoria dell'apartheid.

In questa calda estate australe mi sembra di vedere ogni fermata d'autobus. Centinaia di tossicosi autobus gialli (cinque o dieci volte quanti sarebbero necessari se non fossero stati privatizzati e sottoposti a un nefasto ed inquinante regime di concorrenza) sono assaltati ad ogni fermata da un esercito di venditori di ghiaccioli. Sono più dei passeggeri, dieci, venti venditori di ghiaccioli ad ogni fermata in centro, un po' meno in periferia e un ghiacciolo non costa nulla, 10-20 centesimi di Euro. Quanti ghiaccioli devono vendere per vivere? Quanto gli resta dei miei spiccioli? Quanti ghiaccioli al giorno dovrebbe mangiare un passeggero d'autobus?

Il vecchio demente non governa più da tre lustri. Ma la Concertazione non ha spostato di un millimetro l'impalcatura socio-economica pinochetista.
Oggi Michelle Bachelet avrebbe davanti a sé un'occasione storica, ma non ha nessuna possibilità di concretare il cambio necessario. Per la crescita abnorme della richiesta cinese, il prezzo del rame, che fino a due anni fa era precipitato per la scelleratezza dei governi concertazionisti (si veda: G. Carotenuto, «Cile - El cobre che fu nostro», Latinoamerica, Anno XXIV, n. 85, ottobre-dicembre 2003), oggi è alle stelle. Per motivi simili in Venezuela si sta costruendo da zero uno stato sociale che semplicemente non esisteva. Sarebbe possibile spostare una parte significativa del PIL sullo stato sociale, magari sottraendola a quel pozzo nero che sono le forze armate più costose del continente.

Michelle è animata da molta buona volontà ma non ha e non avrà il potere di cambiare lo stato delle cose e ricostruire ciò che fino al 1973 c'era e rappresentava una speranza concreta d'inclusione sociale e ora non c'è più non solo per colpa di Pinochet ma anche per colpa del suo partito, quello socialista, che governa dal 1989 con la DC. Il rame è del tutto privatizzato e lo stato non riesce neanche a farsi pagare dalle multinazionali le aliquote fiscali più generose al mondo.

17 anni di dittatura e 15 anni di democrazia fondomenetarista hanno blindato il neoliberismo, come afferma il mio amico Yuri Gahona, uno degli intellettuali giovani più importanti del paese: "qui c'è gente che pensa che il neoliberismo sia stato inventato dal padreterno insieme ad Adamo ed Eva. C'è gente che non sa più che un tempo il rame è stato nazionalizzato". Il neoliberismo è nelle leggi, nella costituzione, ma ancora di più nella testa delle persone.

Quello che è possibile nel resto del continente dunque non appare possibile in Cile. I dati macroeconomici nascondono una realtà nefasta che prepara un futuro grigio per un paese che sta rapidamente dilapitando le proprie materie prime non rinnovabili. E Michelle, auguri comunque presidenta, non ci può fare nulla, neanche volendo.


P.S. Il quotidiano berlusconiano "Il Giornale", molto contento della Bachelet, manipola la biografia di questa. Non sta bene parlar bene di qualcuno che durante la dittatura si è esiliata nella Repubblica democratica tedesca e allora l'esilio della Bachelet viene spostato ad Ovest, nella Germania Federale. Sarà un lapsus?

Il quotidiano La Repubblica, nella foga di magnificare la via cilena al neoliberismo e venderla come di sinistra, scrive che Michelle Bachelet sarà la prima donna latinoamericana presidente della Repubblica. Mi sono arrovellato a lungo sul perché di un errore così marchiano da parte di un giornalista esperto come Omero Ciai.
Perché mai La Repubblica dimentica Violeta Chamorro e Mireya Moscoso? Perché non ha scritto sudamericana o meglio ancora americana, già che anche la patria della democrazia non ha mai avuto un presidente donna? Ma non si può citare Mireya Moscoso senza citare un nome scomodo come quello del terrorista Luís Posada Carriles. Un nome sul quale il quotidiano La Repubblica è particolarmente prudente. I miei retropensieri sono tutti andreottiani. A pensar male si fa peccato...


di Gennaro Carotenuto
da www.gennarocarotenuto.it


Voli e prigioni CIA : Dick Marty cita prove e caso Italia
di Rita Guma

L'inquirente del Consiglio d'Europa sulla vicenda dei voli e delle prigioni CIA, l'ex magistrato Dick Marty, ha preso ad esempio il caso italiano per illustrare la questione delle 'extraordinary rendition' in Europa, ha lodato la procura di Milano e insinuato dubbi sul fatto che le autorita' italiane ignorassero del tutto il rapimento di Abu Omar.

Per quella indagine il ministro Castelli ha di recente firmato le rogatorie, ma non i mandati d'arresto internazionali richiesti dalla procura di Milano, sospettando di 'antiamericanismo' il PM italiano Armando Spataro che ha indagato sul rapimento dell'imam egiziano. Ma e' proprio la vicenda di Abu Omar che Marty ha preso ad esempio per illustrare il metodo seguito dalla CIA in Europa.

Nel racconto di Marty - che ha presentato il suo rapporto sull'investigazione eseguita negli Stati membri del Consiglio - non c'e' traccia di dubbio per la buonafede del collega italiano, anzi commenta che "grazie alla eccezionale e tenace investigazione della Procura di Milano e dei servizi della DIGOS, quello di Abu Omar e' indubbiamente il piu' noto e meglio documentato caso di 'extraordinary rendition' ".

Marty racconta che "a mezzogiorno del 17 giugno 2003 il cittadino egiziano Hassam Osama Mustafa Nasr, noto come Abu Omar, fu rapito nel centro di Milano" e continua narrando che "tramite le basi aeree di Aviano (Italia) e di Ramstein (Germania) Abu Omar fu portato in volo in Egitto, dove fu torturato prima di essere rilasciato e riarrestato". "Per quanto io ne sappia - aggiunge il parlamentare - nessun processo e' stato condotto contro Omar in Egitto".

Marty parla dei risultati delle indagini condotte dal team milanese ed evidenzia che la CIA "non ha negato affatto". Nell'operazione, come ricorda Marty, sono coinvolti 25 agenti, per 22 dei quali la Procura milanese ha emesso mandati d'arresto internazionali. Anche Marty si pone una domanda che la stampa italiana ha piu' volte posto al governo Berlusconi: "e' possibile che un'operazione di questa portata, che coinvolgeva risorse su vasta scala in un Paese amico e alleato (essendo un membro della coalizione in Iraq), sia stata condotta all'insaputa delle autorita' nazionali?".

Marty ricorda che il governo ha negato, ma il dubbio cresce nell'ex magistrato svizzero considerando che il rifugiato politico era gia' sotto la sorveglianza della polizia, essendo un sospetto terrorista e che se le autorita' italiane non ne fossero state a conoscenza si sarebbe verificato "se non un incidente diplomatico, almeno una risposta decisa dalle autorita' nazionali". Marty gira il coltello nella piaga, sottolineando che il ministro della Giustizia italiano, Roberto Castelli, non ha dato seguito alle richieste di estradizione della Procura di Milano.

Il caso del rapimento di Abu Omar e' la "perfetta illustrazione", secondo Dick Marty, della 'extraordinary rendition'. "E' una chiara indicazione che il metodo esiste, insieme con il complesso supporto logistico in varie parti d'Europa e con un considerevole impiego di personale" - conclude Marty - "ed esso pone dubbi e sollecita la questione del coinvolgimento delle autorita' nazionali ad uno o piu' livelli".

Il rapporto cita anche il caso della Svizzera, dove la rivista SonntagsBlick dell'8 gennaio ha pubblicato dati classificati sull'intercettazione da parte dei servizi segreti elvetici di un fax dal ministero degli esteri egiziano alla propria ambasciata a Londra, dal quale si evincevano conferme sulla vicenda dei voli e delle prigioni CIA in Europa. Il fax era stato trasmesso con collegamento satellite il 15 novembre 2005 e avrebbe contenuto le prove attestanti che 23 Iracheni ed Afghani sarebbero stati interrogati in una base americana in Romania.

A seguito delle rivelazioni il parlamento rumeno ha varato una commissione d'inchiesta, ma i procuratori federali e militari svizzeri hanno iniziato un'indagine sulla pubblicazione dei dati segreti. Marty ha ricevuto ieri informazioni dettagliate dall'agenzia di traffico aereo dell'Europa e le immagini satellitari dal centro satellitare dell'UE, compresi luoghi situati in territorio rumeno.

Il rapporto parla della Spagna, dove e' in atto un'inchiesta giudiziaria come in Germania. La Polonia avrebbe poi trovato dei riscontri sulla presenza di centri CIA nel Paese, che non sono ancora noti in dettaglio ma che Marty ha chiesto di acquisire. Il rapporto cita la situazione della Gran Bretagna, che sembra confidare troppo, vi si dice, nelle rassicurazioni del segretario di Stato USA Condoleezza Rice durante la sua visita in Europa. L'inchiesta belga non ha evidenziato soste in aeroporti militari nel Paese. Indizi sono emersi invece in Finlandia e in Norvegia, e tali Paesi sono in attesa di chiarimenti da Washington. Ma molti altri Paesi del Consiglio d'Europa stanno investigando e si trovano in varie fasi delle indagini.

In definitiva, secondo le conclusioni del rapporto, e' altamente improbabile che i governi europei, o almeno i loro servizi di intelligence, siano stati ignari del fenomeno, che avrebbe interessato piu' di cento persone prelevate dalla CIA in Europa. Citando le dichiarazioni americane, Marty ha detto esservi "moltissime prove" che indicano l'esistenza di un sistema di 'extraordinary rendition' "diretto verso la tortura". Secondo il rapporto, "e' stato dimostrato - ed in effetti non e' stato mai negato che gli individui siano stati rapiti, siano stati privati della loro liberta' e siano stati trasportati ... in Europa, per essere consegnati a Paesi in cui hanno sofferto... la tortura".


www.osservatoriosullalegalita.org



Cuba: tra immobilismo e rivoluzione

Mentre Castro rimane al potere mettendo a rischio la sopravvivenza del modello cubano, il dissenso tra le fasce giovanili della popolazione cresce. Nonostante l’economia sia in ripresa e le relazioni con i paesi del Sud America siano buone, solo l’unanime condanna degli attacchi statunitensi a Cuba mantengono unito il fronte interno.

Francesca Malvezzi

Equilibri.net 

Politica e società

Il Partido Comunista de Cuba (PCC) continua a rimanere saldamente al potere. Tuttavia la permanenza di Castro a capo dello Stato rischia di compromettere la stabilità del regime. La decisione di non coinvolgere un eventuale successore nella gestione del potere potrebbe sfociare, nel caso della morte del Lider Maximo, in una lotta tra la fazione conservatrice e quella riformista del Pcc e favorire le organizzazioni di profughi cubani appoggiate dagli Stati Uniti nel loro intento di eliminare il regime castrista.
Castro sembra sempre più deciso a rimanere il protagonista assoluto della vita cubana. Lo scorso 18 novembre in occasione di una visita all’Università dell’Avana ha lanciato la versione locale della rivoluzione culturale cinese. Il Presidente ha chiesto ai giovani di aiutare il governo a combattere la corruzione e gli errori nati durante il periodo speciale seguito alla caduta dell’impero sovietico. E tra gli errori da cancellare il più grave rimane la moderata apertura alle imprese private, resasi necessaria per sopperire alla fine degli aiuti sovietici, che ha ampliato le diseguaglianze favorendo la nascita di una nuova classe agiata. La riduzione delle imprese private colpirà anche le attività commerciali famigliari. L’intento di Castro è di rilanciare il fervore rivoluzionario per creare una società fondata sulla cultura e la conoscenza e salvare così la stessa rivoluzione cubana dalle minacce interne.
Il malcontento, infatti, tra larghe fasce della popolazione aumenta. La prima inchiesta indipendente e riservata, svolta sull’isola dal 1959 e condotta dall’Ong spagnola "Solidariedad con Cuba" nell’autunno del 2005, ha evidenziato come oltre l’80% dei giovani fra i 18 e i 29 anni sia a favore di un regime politico democratico e il 50% ritenga la situazione cubana negativa. Tra i maggiori problemi segnalati dal campione intervistato vi sono la disoccupazione, la fame e la mancanza di libertà d’espressione.
Le violazioni dei diritti umani sono costantemente segnalate dalle organizzazioni internazionali. La Commissione Interamericana per i Diritti Umani rileva come a dispetto delle qualità del sistema sanitario, delle alte aspettative di vita della popolazione, dell’alto tasso di alfabetismo e del rispetto dei diritti delle donne permangano gravi violazioni dei diritti dei detenuti, che sono spesso soggetti ad abusi sessuali e fisici, dei lavoratori, che non possono creare sindacati indipendenti dal governo e vengono perseguitati dal regime in quanto controrivoluzionari, e dei dissenzienti. Gli arresti arbitrari sono pratica comune nel paese. La Commissione ha, inoltre, criticato Cuba per le continue persecuzioni subite dai giornalisti, che sono sottoposti a censura preventiva e incarcerazione. La mancanza di libertà di espressione, che come precedentemente indicato discosta ulteriormente le fasce giovanili dal regime, si riflette sia nella proibizione di acquistare privatamente il collegamento a internet sia nello scarso rispetto della libertà religiosa. Come rilevato nel Rapporto internazionale sulla libertà religiosa del 2005 preparato dal Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor, sebbene la costituzione cubana preveda il diritto a professare qualsiasi credenza religiosa in pratica il governo continua a imporre pesanti restrizioni. In generale i gruppi religiosi soffrono di varie forme di repressione quali, come nel caso dei Testimoni di Geova, discriminazione sul posto di lavoro o nell’accesso all’istruzione, controllo delle pubblicazioni religiose. Notevoli tensioni si hanno spesso con la Chiesa Cattolica definita nel 2002 dal Ministero degli interni strumento di difesa del neocolonialismo.
Lo stato cubano continua a rifiutare, inoltre, di riconoscere il diritto di lasciare liberamente il paese da parte dei cittadini. In particolare l’immigrazione illegale verso gli Stati Uniti rappresenta il principale problema. Come segnala Human Rights Watch le restrizioni imposte sia da parte americana che cubana alla libertà di viaggiare nei rispettivi paesi provocano la divisione forzata di numerose famiglie cubane e costringono molto spesso i genitori ad abbandonare i figli, nonostante il diritto internazionale proibisca la separazione dei famigliari contro la propria volontà. Il regime cubano gioca proprio sul timore generalizzato di una separazione forzosa delle famiglie per punire i disertori e i critici.
L’embargo imposto dagli Stati Uniti, inoltre, alimenta la frustrazione nel paese e la tensione tra governo e dissenzienti. Se da una parte il sostegno statunitense ai gruppi di opposizione ha permesso ai movimenti anticastristi di aver voce nel paese, dall’altra proprio questi aiuti permettono a Castro di rafforzare la propria posizione e di isolare le opposizioni interne dal resto della popolazione fortemente nazionalista. Castro cerca di mantenere alto il livello di tensione con gli Stati Uniti anche sul piano internazionale. In ottobre, in occasione del vertice delle Americhe, il governo cubano ha sostenuto le posizioni dei paesi del Mercosur contrari alla proposta di creare un’Area di libero commercio delle Americhe, ricevendo in cambio una netta presa di posizione contro la politica statunitense nei confronti di Cuba, e in dicembre ha continuato l’opera di mediazione tra governo colombiano e l’ Ejército de Liberación Nacional (ELN). Nello stesso tempo Castro ha rafforzato la propria posizione grazie all’approvazione in seno all’Assemblea dell’Onu della risoluzione che sollecita gli Stati Uniti a revocare l’embargo in vigore da 47 anni contro Cuba. Solo quattro paesi hanno votato contro tale risoluzione: Usa, Israele, Palau e Isole Marshall. Gli Stati Uniti hanno criticato l’interferenza dell’Onu sostenendo che l’embargo è una questione bilaterale. Tuttavia i paesi membri dell’Onu sono poco propensi a sostenere le tesi americane dopo che l’interferenza statunitense nelle attività commerciali di Cuba con i paesi terzi si è estesa in seguito all’approvazione nel 1996 dell’emendamento Helms-Burton.

Economia

Le frequenti piogge di settembre e ottobre hanno alleviato la siccità nella parte orientale dell’isola anche se le devastazioni provocate dagli uragani hanno distrutto le infrastrutture e aggravato le condizioni degli abitanti della zone ovest del paese. Lo scorso 7 dicembre il governo cubano ha annunciato che i danni provocati dall’uragano Wilma, che ha colpito duramente nel mese di novembre i paesi del golfo del Messico, ammontano a circa 700 milioni di dollari. L’uragano ha danneggiato oltre 7000 case e imposto l’evacuazione di 760.000 persone nelle aree a rischio. Nonostante gli ingenti danni provocati il ministro dell’Economia, José Luis Rodríguez, ha confermato la previsione fatta da Castro di una crescita del Pil intorno al 9%. Secondo la Cepal in realtà si registrerà una crescita intorno al 5% grazie all’entrate date dal settore turistico, dalle rimesse degli immigrati e dai finanziamenti erogati dai maggiori partner commerciali, Venezuela e Cina. La crescita dei servizi professionali e le entrate date dalle imposte consentiranno di finanziare nuovi investimenti pubblici, come i programmi edilizi. Il programma di costruzione di alloggi annunciato da Castro in luglio è stato confermato in settembre dal vice-presidente Carlos Lage. Il piano prevede la costruzione di oltre 150.000 case entro la fine del 2006. Il regime cerca di alleviare le dure condizioni di vita che hanno provocato negli ultimi quindici anni un aumento del tasso di suicidi e dell’emigrazione clandestina. Gli investimenti pubblici hanno tratto risorse anche dal riorientamento della politica fiscale che ha privilegiato l’espansione alla stabilità. Questo orientamento ha, tuttavia, provocato un aumento dei prezzi e del tasso di cambio, contenuto solo grazie a un rigido controllo dell’espansione monetaria e dell’allocazione delle risorse finanziarie nel settore pubblico
Nuovi investimenti stranieri, erogati principalmente da Cina e Venezuela, si sono concentrati nella produzione di petrolio e di nichel e nel settore del turismo, compensando le difficoltà imposte dall’embargo statunitense alla produzione agricola.
Le difficoltà economiche permangono e rischiano di compromettere ulteriormente il benessere della popolazione e di strozzare l’efficiente settore delle esportatzioni alimentando l’inefficiente settore interno.
Il deficit rimane al 4,5%. Nel 2005 si è registrato un aumento delle spese per l’importazione sia per beni di capitale sia per i beni di consumo che rischia di ampliare ulteriormente il deficit della bilancia commerciale.
La continua crisi della produzione di zucchero impone un ripensamento delle strategie nel settore agricolo specialmente dopo i danni provocati dalla siccità e dagli uragani. La produzione di zucchero, nonostante il processo di ristrutturazione del settore, continua a essere poco efficiente. Ciò impone una progressiva riduzione dell’area dedicata alla coltivazione della canna da zucchero e dei lavoratori. Tuttavia le scarse possibilità di ricollocarsi sul mercato del lavoro hanno determinato nelle comunità di lavoratori agricoli un aumento della criminalità.
La politica di de-dolarizzazione dell’economia interna avviata da due anni se da una parte sta riportando il mercato cubano verso l’utilizzo di una sola divisa e di un unico tasso di cambio dall’altra crea distorsioni nel mercato del lavoro e ostacola l’integrazione tra mercato interno e internazionale. Il governo non riesce a controllare la spinta inflattiva causata dall’utilizzo anche nel mercato nero del peso cubano e del peso convertibile. Se, infatti, le autorità possono controllare i prezzi e regolare il limitato settore di libero mercato non possono, tuttavia, imporre prezzi fissi ai piccoli commercianti soggetti alle fluttuazioni della domanda.

Conclusioni

Castro cerca di stringere forti legami con il Venezuela, la Cina e il Canada allentando ulteriormente il peso economico delle relazioni con gli Stati Uniti. Libera di rifiutare le condizioni politiche imposte dagli Stati Uniti, Cuba può coltivare relazioni più strette con i paesi della regione latinoamericana e caraibica, indipendentemente dalle periodiche critiche internazionali alle violazioni dei diritti umani perpetrate dal governo cubano.
I buoni rapporti con il Canada, che rappresenta la principale fonte di finanziamenti e di turisti per Cuba, compensano l’accresciuta tensione con gli Usa. Nell’area latinoamericana l’amicizia stretta con il Venezuela rappresenta il cambiamento più significativo. In settembre i due paesi hanno firmato contratti commerciali per circa quaranta milioni di dollari. L’intesa cubano-venezuelana ha permesso a Cuba in occasione del vertice dell’Americhe di ottenere solidarietà regionale contro l’embargo statunitense.
In politica interna questa generale contrapposizione da parte dei paesi sudamericani contro le politiche statunitensi permette a Castro di tacitare le opposizioni attraverso intimidazioni e incarcerazioni arbitrarie. I dissenzienti, che ricevono costante appoggio dai cubani residenti negli Stati Uniti, non riesco a ottenere un buon supporto dalla maggioranza della popolazione cubana, che a dispetto delle pecche del regime castrista ne approva gli accenti nazionalisti e i programmi di assistenza sociale. Castro rimane l’eroe nazionale che difende Cuba dal dominio imperialista. La popolazione ha, inoltre, apprezzato l’efficienza dimostrata dal governo nel fornire soccorso alle aree colpite dagli uragani e nel redigere i piani di ricostruzione.
Dopo anni di crisi l’economia cubana sta iniziando a crescere. Gli investimenti soprattutto nella produzione di materie prime sono in aumento. Tuttavia, se l’economia cubana può trarre vantaggio dall’esportazione di petrolio, la pesante dipendenza dalle esportazioni di nichel e dal settore del turismo mette a rischio la crescita, così come la nuova dipendenza dal Venezuela lega le sorti della ripresa cubana alle vittorie politiche di Hugo Chavez Frias.


Le strade di Al Qaeda in Bosnia Erzegovina
25.01.2006
Alcuni documenti rinvenuti durante una perquisizione condotta dalla polizia bosniaca a Sarajevo e Zenica nel 2002, a lungo ignorati ma ora pubblicati nel libro "Osama Bin Laden I Know", di Peter Bergen, rivelano la nascita di Al Qaeda. La strada di quest'organizzazione, secondo il settimanale Dani, è passata dalla Bosnia
Di Esad Hecimovic e Emir Suljagic, Dani, 21 gennaio 2006 (tit. orig. Al-Ka'idini putevi vode kroz BiH)

Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Ivana Telebak


Osama Bin Laden Peter Bergen, nel mondo occidentale ritenuto uno dei migliori esperti di Al-Qaeda e di Osama bin Laden, ha pubblicato la settimana scorsa il libro Osama bin Laden I Know: An Oral History of Al Qaeda's Leader. Il libro, nel quale la Bosnia ed Erzegovina viene nominata un paio di volte e che per il resto non meriterebbe l'attenzione del pubblico locale, descrive, per bocca dei suoi più intimi conoscenti ed amici, in che modo Bin Laden da eroe nella lotta contro contro l'Unione Sovietica è diventato il terrorista più ricercato al mondo.

La scoperta più importante di questo libro sono tuttavia i documenti che Bergen dice essere stati trovati durante l'indagine della polizia bosniaca, più esattamente della polizia della Federazione, FBiH, contro l'organizzazione umanitaria BIF (Bosanska Idealna Futura), usati durante il processo contro il suo direttore Enaam Arnaout davanti al tribunale di Chicago. Il documento più importante, della serie di documenti salvati in uno dei computer negli uffici della BIF, è il verbale della riunione di fondazione di Al-Qaeda, tenutosi nell'agosto del lontano 1988!

Un mistero locale

Su richiesta delle agenzie governative americane e in base all'ordine della Corte suprema della Federazione BiH, in collaborazione con l'agenzia americana FBI e il MUP Federale (Ministero degli affari interni, ndt.), a Sarajevo e Zenica il 18 marzo 2002 sono stati perquisiti alcuni locali e appartamenti degli impiegati dell'organizzazione non governativa BIF, il cui direttore era Munib Zahiragic, ex imam ed ex agente dell'AID (i servizi segreti musulmani, ndt.). Questa organizzazione era l'erede legale dell'organizzazione con lo stesso acronimo BIF, ma con un altro significato: Benevolence International Foundation, il cui direttore era Enaam Arnaout, conosciuto con il sopranome di Abu Mahmud Sirijac. Questa organizzazione aveva sede a Chicago, ma era la continuazione dell'organizzazione umanitaria saudita Lajnat al Birr, il cui fondatore era Adil Batarjee...

L'opinione pubblica locale non ha mai saputo in che ambito d'indagine la Corte suprema della BiH avesse ordinato questa perquisizione. Il governo locale o non sapeva che in queste perquisizioni erano stati scoperti dei documenti molti importanti oppure in modo consapevole lo ha nascosto all'opinione pubblica. Tutti i precedenti tentativi di mettere in condizione l'opinione pubblica locale di vedere questi documenti sono falliti, perché la polizia, la procura e il tribunale hanno ignorato le richieste dei giornalisti.

Ma, il nascondere agli occhi del pubblico locale la documentazione trovata non ha impedito i numerosi impieghi internazionali di questi documenti, e addirittura grandi dibattiti internazionali e discussioni sul loro significato e sulla loro autenticità.

Il documento più importante trovato durante la perquisizione a Sarajevo, scoperto nell'ufficio della BIF in via Salko Lagumdzija numero 12, è la cosiddetta “catena d'oro dei donatori”. Su di esso sono stati scritti a mano i nomi dei supposti donatori più importanti di Al-Qaeda, ma già il solo nominare in pubblico le persone di questo elenco ha sollevato denunce e processi giudiziari in Gran Bretagna.

A Sarajevo l'accesso alla documentazione lo avevano, secondo quel che si dice, previo permesso della Corte suprema della Federazione della BiH, i ricercatori della squadra di avvocati che rappresentano le famiglie delle vittime dell'attacco terroristico di New York e Washington. Il loro scopo era di usare la documentazione nel processo contro le persone sospettate per il finanziamento del terrorismo internazionale.

I cigni neri

Inoltre, il governo americano ha presentato alcune di queste prove, scoperte a Sarajevo, nel processo contro Enam Arnaout, il direttore della BIF. Generalmente, le prove scoperte affermano che Lajnat al Birr e BIF, e Arnaout e Batarjee, in quanto fondatori di queste organizzazioni alla fine degli anni ottanta e all'inizio degli anni novanta, erano in contatto con i leader di Al-Qaeda. Si tratta, in pratica, di una raccolta storica di documenti sulla nascita e sull'attività di Al-Qaeda e della BIF.

Nonostante siano state scoperte in Bosnia, queste prove non sono necessariamente legate con le loro attività nella stessa Bosnia. Esse si riferiscono anche ad altri territori sui quali operavano sia la BIF che Al-Qaeda, dal Sudan all'Afghanistan. Comunque, nemmeno durante il processo contro Arnaout si è discusso di queste prove, il procuratore americano si è limitato a presentarle. Arnaout alla fine è stato condannato solo per truffa nei confronti dei donatori, i cui mezzi sono stati utilizzati invece che per scopi umanitari anche per sostenere unità militari, come per esempio i Cigni neri in BiH.

Arnaout è stato condannato a 11 anni di reclusione, ma all'inizio del dicembre 2005 il tribunale federale americano ha abolito la sentenza e ha ordinato un nuovo processo. Continua a non essere chiaro se la nuova sentenza sarà più o meno severa di quella precedente, perché dopo questa decisione del tribunale di ricorrere in appello sono emerse diverse spiegazioni secondo le quali sono possibili entrambi gli esiti.

I documenti scoperti a Sarajevo vengono citati ampiamente nel capitolo del libro intitolato Birth of Al Qaeda (La nascita di Al Qaeda), nel quale Bergen, oltre a tracciare i primi giorni di Al Qaeda, contesta anche le affermazioni che si tratti di un'organizzazione debole, le cui parti agiscono in modo indipendente l'una dall'altra. Al contrario, crede Bergen, si tratta di una organizzazione saldamente organizzata, della quale Bin Laden non è solo il finanziatore ma anche la forza motrice. Bergen cita il documento stilato durante un week end di agosto del 1988 in Afghanistan, cioè il verbale della riunione di fondazione dell'organizzazione. “I partecipanti della riunione, incluso Bin Laden, erano Abu Ubaidah, il comandante militare di Al Qaeda e Abu Hajir, il consigliere religioso, e loro hanno creato il Consiglio consultivo, la lista delle condizioni per poter diventare membri e il giuramento che dovranno fare i nuovi membri”, dice Bergen.

La storia di Al-Qaeda

E poi cita interamente uno del gruppo di documenti chiamati Tareekh Osama (La storia di Osama): “In nome di Dio, Misericordioso, Pietoso, i fratelli nominati erano nella casa dello sceicco (di Bin Laden). La maggior parte delle conversazioni erano sulla scelta del Consiglio consultivo. Inoltre c'è il riassunto di ciò che è accaduto a Makhtab al Khadamat (Ufficio per i servizi). La riunione è durata due giorni di seguito, e l'Organo consultivo si è unito il venerdì, alla presenza dei seguenti fratelli: 1. Sejh Osama; 2. Abu Ubaidah al Banjshiri; 3. Abu Burhan; 4. Sejh Tameem; 5. Abu Hajir; 6. Abu Anas; 7. Abu al Hasan al Madani; 8. Abu Al Hasan al Maki; 9. Abu Ibrahim.

Lo sceicco ha riassunto la riunione in due punti: le lamentele e la cattiva amministrazione di Makhtab al Khadamat. Lo sceicco ha deciso di includere il Consiglio nei cambiamenti. La riunione è durata dal tramonto fino alle due del mattino. Il sabato mattina, 20 agosto 1988, i fratelli sopra nominati sono arrivati ed è iniziata la riunione e il lavoro militare doveva essere diviso in due parti: 1. di durata limitata: loro andranno sul campo Sada, saranno addestrati e dislocati sul fronte afgano, sotto la sorveglianza del comandante militare; 2. di durata illimitata: loro andranno sul campo per essere testati e i fratelli migliori saranno scelti e diventeranno membri di Al-Qaeda al Askariya.

Al-Qaeda, in sostanza è una frazione islamica organizzata: il suo scopo è di risollevare la parola di Dio e fare in modo che la sua fede sia vittoriosa. Condizioni per far parte di Al-Qaeda: esserne membri a tempo illimitato; ubbidienza; buone maniere; essere raccomandati da qualcuno di fiducia.

Il giuramento: 'Giuro su Dio e sui suoi libri di essere ubbidiente e di ascoltare i miei comandanti, che fanno questo lavoro in modo energico, sia quando è facile che quando è difficile, in modo che la parola di Dio sia la più alta. E la sua fede trionfante.'

La riunione è finita la sera di sabato 20 agosto. Il lavoro di Al Qaeda è iniziato il dieci settembre, con un gruppo di quindici fratelli, inclusi anche nove fratelli dell'amministrazione.”

Le prove

Alcuni degli altri documenti ai quali si riferisce Bergen (inclusa la lettera di Bin Laden dall'Eritrea nella quale gli si chiede il denaro per comprare la fotocopiatrice e le videocamere) non sono così importanti, ma da essi si vede nel migliore dei modi quale fosse la reputazione di Bin Laden fra le persone che la pensavano nello stesso modo.

Dall'altra parte, l'accesso a questi documenti così importanti non lo poteva avere nessun altro, tranne qualcuno abbastanza di fiducia e abbastanza vicino ai vertici di Al Qaeda. Questo documento va ad aggiungersi alla serie di prove che le strade dei pezzi grossi del terrorismo internazionale, prima o poi, passano attraverso il nostro paese. www.osservatoriobalcani.org

Legittima difesa
Nicola

Baton Rouge, Louisiana, Halloween 1997. Uno studente giapponese in visita a un'università locale si travestì e si recò a una festa in casa d'amici di amici. Lo studente aveva poca dimistichezza con la città, con i costumi e con la lingua: manchevolezze che gli sarebbero state fatali.
Il ragazzo sbagliò casa: i quartieri di casette in legno sono uniformi, e i giapponesi non hanno il nostro sistema di identificazione delle case in base a via e numero civico. Attraversò il piccolo prato e bussò alla porta. Il padrone di casa, che non aspettava nessuno, andò a vedere di chi si trattasse, scostò la tendina, vide uno sconosciuto in costume e gli intimò di andarsene. Lo studente giapponese non capì, girò la maniglia (le case americane sono sempre aperte, o chiuse con deboli catenelle di ferro) ed entrò. Il padrone di casa puntò la sua pistola contro il violatore di domicilio ("trespasser") e gli intimò "Freeze!" Il ragazzo non capì, fece un altro passo in avanti alzando il braccio minaccioso (o "to shake hands"?, per stringere la mano) e finì fulminato da una pallottola in piena faccia.
L'uccisore fu arrestato, rilasciato su cauzione e processato. La famiglia dello studente si recò a Baton Rouge per il processo. Con aplomb molto giapponese, la madre rilasciò un'intevista. Non cerchiamo vendetta, vogliamo solo giustizia. Amiamo l'America e gli americani. Abbiamo capito che chi ha ucciso nostro figlio aveva paura, non s'è trattato di omicidio volontario.
Misurati i fatti contro una legge simile a quella appena approvata in Italia, probabilmente pesando la nazionalità dell'omicida contro quella della vittima, la corte decise, come già avvenuto in passato, che si può sparare in situazioni di pericolo e che la valutazione del pericolo è del tutta soggettiva. Il fatto non costituisce quindi reato, e buona notte a tutti. La madre, inseguita dai cronisti, riuscì solo a dire "Non riesco proprio a capire questo paese", o qualcosa di simile.
Appresi così, leggendo il New York Times, che "freeze" ("gela") significa "stai immobile, subito!". L'informazione mi fu utile qualche mese dopo, quando un poliziotto mi fermò perchè, mi disse dopo, stavo camminando di notte con un soprabito nero, in una zona dove di notte a piedi non va nessuno. Cercò di fermarmi con una frase per me troppo elaborata, che non capii, e stavo proseguendo per la mia strada quando mi sentii alle spalle "Freeze!", e mi bloccai come una candela nel calendiere. Il poliziotto aveva la pistola spianata e una faccia che, più che ostilità, pareva esibire la paura di trovarsi da solo, di fronte a me, in un quartiere tutt'altro che raccomandabile. www.ulivoselvatico.org/



gennaio 25 2006

IL SOTTOSCALA DEL POTERE


da Repubblica - 25 gennaio 2006
È IN quel grattacielo della Magliana, nell´inferno trafelato di Fiumicino, nella cattedrale padana della Malpensa che la metafora della politica italiana si materializza. Sono lì i crocicchi tra prima e (presunta) seconda Repubblica. È lì che si saldano gli snodi tra la Democrazia cristiana dei boiardi di Stato, dei conti a piè di lista, degli oneri impropri, delle corporazioni, dei favori, dei privilegi e la destra oggi ancora governante, affamata da decenni di posti di potere a lungo agognati e infine conquistati, di conti a piè di lista, di favori, e privilegi.
SEGUE A PAGINA 11


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IL RETROSCENA
I veti incrociati di An, Lega e Forza Italia hanno impedito la svolta della compagnia. E ora per Cimoli è difficile far tornare i conti
Così il sottogoverno piegò i manager
Gli scontri di potere tra partiti e correnti fermano il risanamento
L´equazione impossibile: più vola più perde Meno vola, meno incassa
I dirigenti sponsorizzati dalla politica, per errore, per dolo o per liberare poltrone
(SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
alberto statera

Canto funerario per l´Alitalia, la «Compagnia di Bandiera» che diede lustro all´Italietta della Vespa e della Fiat 600. Canto funerario per la politica che, come in un totale cupio dissolvi, ha impiegato l´ultimo quinquennio a far di tutto per portare al «default», dopo sessant´anni di vita, uno dei simboli dell´identità nazionale, della nostra piccola «grandeur».
Silvio Berlusconi non interverrà «manu militari» perché a Fiumicino, alla Magliana e a Malpensa non ci sono camionisti cileni, ci sono i suoi, c´è il campo di battaglia degli scontri di potere tra i partiti e le correnti della sua maggioranza, dei suoi pretoriani, cui ha assistito impotente e complice, perpetuando al peggio ciò che era capitato nel decennio precedente, fino a far materializzare lo spettro della Parmalat.
Dopo tre lustri di disastri, oggi il saldo finale dell´Alitalia va tutto sul conto di Berlusconi, di Fini, di Bossi, della succursale di sottogoverno che hanno impiantato, o perpetuato, nel palazzo della Magliana per favorire amici, parenti, portaborse, in un miope disegno elettorale e di potere, che oggi, inevitabilmente, si ritorce contro di loro.
Era il 21 maggio 1979, sembra un secolo fa, quando Giovanni Paolo II raccolse in pompa magna per una particolare «Benedizione Apostolica» i dirigenti della Compagnia di bandiera, capitanati dal presidente Umberto Nordio, un genovese distinto giocatore di golf, che poi fu cacciato per incompatibilità di carattere dal ciclista Romano Prodi, allora presidente dell´Iri. Vi meritate - disse il Papa - «la consuetudine con gli spazi sconfinati del cielo e la possibilità di prendere le distanze dall´aiuola che ci fa tanto feroci». Il cielo si oscurò e venne l´«aiuola» dantesca che, di lì a poco, produsse un intreccio politico - corporativo e un disastro economico nel quale forse nessun manager, neppure dio in terra, avrebbe potuto districare i fili o far quadrare i saldi.
Verri, Bisignani, Riverso, Schisano, Cempella, Mengozzi, Cereti, Bonomi, Zanichelli, Cimoli... Chi ricorda più i nomi dei presidenti e degli amministratori delegati che si sono succeduti negli ultimi anni? Più facile mandare a memoria la lista dei passeggeri del volo 600 e qualcosa dell´Alitalia che oggi non partirà per New York. Tutti manager sponsorizzati fortemente dalla politica, per errore, per dolo o per liberare più confortevoli poltrone precedentemente occupate, come si dice sia capitato nell´ultimo caso di ricambio Ferrovie-Alitalia, un bel ticket di efficienza e produttività nei trasporti.
Ma qualcuno dei sopracitati è francamente indimenticabile. Prendete il caso di Giuseppe Bonomi, ex deputato leghista, sponsorizzato dal ministro Bobo Maroni, che oggi sull´Alitalia crede di possedere il verbo, e che nell´aiuola dantesca rimase poco. Si segnalò per la sponsorizzazione del mondiale di equitazione indoor salto a ostacoli ad Assago, Milano, con la sua personale partecipazione in sella a un baio. E, naturalmente, per il sostegno all´equazione impossibile Fiumicino-Malpensa, cioè la difesa dell´aeroporto «padano» contro l´«ostruzionismo romano». All´estero non ci credono, a Francoforte e a Parigi sghignazzano, ma se l´Alitalia dovrà portare i libri in tribunale, cosa che già sarebbe dovuta avvenire da tempo, la decennale rissa politica tra Milano Malpensa e Roma Fiumicino sarà una delle cause. Dal potere democristiano al potere padano, di male in peggio.
Archiviato Bonomi e soci, compreso quel Zanichelli, prodiano di ferro che si mise al servizio di Fini, andò in scena la rissa Fini-Tremonti. Il ministro dell´Economia ordinò: «Giù le mani dall´Alitalia». E aggiunse: «Bambole, non c´è una lira». Ma senza successo. Il vicepremier, tutto preso allora dalle crisi aziendali, rispose: «Me ne occupo io». Tremonti si mise sulla riva del fiume.
Nessuno se ne occupò seriamente, salirono soltanto gli alti lai del ministro Gianni Alemanno, ala sociale e filosindacale, di Francesco Storace e di Walter Veltroni, uniti a difendere le sorti dell´azienda che ha nel Lazio molte migliaia di dipendenti.
Adesso il paziente è lì che galleggia, la mitica «Compagnia di bandiera» del conte Nicolò Carandini, che portava la coda tricolore nel mondo, già non esiste più da un pezzo perché le tratte le coprono gli altri. E´ tecnicamente fallita. Berlusconi giogioneggia con gli interventi militari, ma si capisce che non sa bene di cosa parla. Le sigle sindacali impazzano. I piloti, quando ci stanno, stanno alla cloche due terzi del tempo dei loro colleghi di mezzo mondo. E il povero Giancarlo Cimoli, che il governo, dopo la teoria di fallimenti targati Lega e An, aveva presentato come l´uomo della provvidenza, annaspa tra corporazioni arroganti e imbufalite, nel clima preelettorale da ultimo giorno di Pompei che il premier sta imponendo al paese. E´ alle prese con un´altra equazione impossibile: più Alitalia vola più perde. Meno vola, meno incassa. Per l´eccesso di personale, per lo strapotere delle corporazioni. Ma non solo, anche per piani industriali di un´azienda in cui il ricavo per aereo non copre i costi, che non riesce a commisurare con rapidità offerta e capacità ai costi fissi.
Un manager normale in un paese normale se ne sarebbe già andato sbattendo la porta in faccia ai suoi sponsor politici, magari spiegando che chiudere è meglio per tutti. Che quasi tutte le compagnie aeree in Europa si sono salvate, anche con l´aiuto della politica, ma non in un´infinita mediazione con un esecutivo inaffidabile e litigioso, che sul caso Alitalia intreccia dieci posizioni diverse e contrastanti. Si è salvata l´Iberia, si è salvata l´Aer Lingus. Sono fallite, ma poi sono state risanate, Sabena e Swissair.
Così capita qualche volta alle aziende. Ma l´Alitalia, sottoscala del potere, non è mai stata una vera azienda.







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Ds Milano - Rassegna stampa



STRATEGIE MEDIATICHE
Berlusconi, l'uomo qualsiasi
CARLO FRECCERO
Nell'epoca dei sondaggi si può avere, prima delle elezioni, una proiezione delle intenzioni di voto dell'elettorato. A differenza delle precedenti elezioni, e dopo i risultati deludenti delle regionali, Berlusconi si presenta oggi alle elezioni con un handicap di circa sei punti nei confronti del centro-sinistra. Ma, rispetto alle elezioni precedenti, c'è un'ulteriore differenza. Il fenomeno Berlusconi è stato portatore nel bene e nel male di un nuovo progetto e di un nuovo immaginario; oggi quel progetto è fallito e la sinistra rischia di vincere solo per gli errori dell'avversario, senza essere portatrice di un progetto proprio e alternativo. Inoltre, in questo periodo, la sinistra è sotto attacco mediatico: Berlusconi rivolge contro la sinistra, deturpandolo, il tema del conflitto di interessi. «Nel mio caso - dice - le mie proprietà sono sotto gli occhi dei tutti e non posso che operare rettamente. La sinistra finge di non avere interessi personali, ma è uguale alla destra e anche peggiore, dal momento che i suoi interessi vengono occultati». Pur avendo sempre sostenuto la politicizzazione della magistratura, accusato i giudici di comunismo e proclamato il suo garantismo, non ha esitato a recarsi dai magistrati per una testimonianza-denuncia, che non ha avuto conseguenze per la sinistra. Questa strategia non sembra, fino a oggi, aver prodotto danni rilevanti per la sinistra nei sondaggi, ma non si escludono colpi di scena. Inoltre il cambiamento della legge elettorale, dal maggioritario al proporzionale, suggerirebbe una campagna più basata sui programmi di partito che sul culto della personalità. Per questo gli alleati più forti di Berlusconi hanno auspicato una fine «dell'avanspettacolo». Ma inaspettatamente Berlusconi sembra voler fortemente personalizzare questa campagna elettorale.

Quando la sua immagine era vincente nell'immaginario collettivo, Berlusconi ha molto dosato le apparizioni televisive o meglio, ha trasformato le sue apparizioni in evento o in comizi privi di interlocutore. Per i duelli politici ha sempre delegato uomini di fiducia, come Bondi, Schifani, Vito che con il loro ossequioso rispetto aumentavano l'aura di credibilità del leader. Oggi Berlusconi porta avanti una campagna di esasperato presenzialismo e affronta in prima persona i dibattiti con l'opposizione. Recentemente ha anche dichiarato di voler rimandare lo scioglimento delle camere per allontanare nel tempo l'attuazione dell'odiata par condicio, la legge elettorale che disciplina l'uso del mezzo televisivo da parte dei rappresentanti dei partiti. Quale strategia si propone Berlusconi? Nella campagna precedente c'è stata l'idea del contratto sottoscritto in diretta con gli italiani. Veniva elencata e sottoscritta una serie di impegni. Gli elettori l'avrebbero a loro volta controfirmata con il voto. Berlusconi si impegnava a non ricandidarsi, se il programma fosse fallito. Dopo gli esiti poco brillanti del suo governo, Berlusconi non può più puntare su un programma a effetto. Spende quindi a piene mani l'ultima carta in suo possesso: la sua popolarità. O meglio, la sua riconoscibilità e visibilità. Anche se sempre meno amato dall'elettorato, Berlusconi rappresenta un brand di forte impatto sul mercato. Basti dire che una signora che aveva smarrito la memoria su se stessa e la famiglia è stata in grado di riconoscere un'unica persona: Berlusconi. Oggi Berlusconi sta occupando tutti gli spazi mediatici disponibili. Rischia di saturare l'elettorato. La sua strategia di oggi corrisponde alla campagna di affissioni con cui ha cercato di aggirare nelle scorse elezioni la par-condicio televisiva. In questo modo riprende lo stadio più basso della campagna elettorale: il volantinaggio che ci fa conoscere il nome e l'immagine del candidato. Non conta il programma o lo scenario simbolico che si vuole evocare. Siamo su un piano di pura ripetizione, ridondanza, ipervisibilità. Destinatario è quell'elettorato indeciso, poco politicizzato e poco acculturato, che non ha idee precise, ma sceglie per istinto il candidato più familiare e premiato dai media.

Una campagna come questa richiede costanza e tempi lunghi. Anche nei reality la personalità dei personaggi emerge puntata dopo puntata. Dopo essere stato carismatico, Berlusconi tende a farsi familiare e rassicurante. I suoi sfoghi in diretta ci confermano che è una vittima dei comunisti. ww.ilmanifesto.it


AGENDA SETTING
Leader dell’Unione parlate di gas




Si discute molto in questi giorni nel centrosinistra del cosiddetto agenda setting: come infilarsi tra un Berlusconi e un altro? come smettere di occuparsi solo delle polemiche da lui sollevate? come evitare di rispondere sempre e mai domandare? come imporre temi per lui ostici (l’economia, per esempio) invece di rincorrerlo sui suoi diversivi (Unipol, per esempio)? E’ vero, non è facile. Ma se si perdono le occasioni più clamorose, vuol dire che non ci si prova nemmeno.
Un esempio: la crisi energetica. Il paese potrebbe intaccare tra qualche giorno le riserve strategiche; gli italiani dovranno abbassare il termostato dei loro caloriferi; ogni giorno di più dipendiamo dall’«amico Putin», la cui amicizia evidentemente non ci è di grande aiuto. Ora, a parte qualche battuta qua e là nei talk show, non si è levata una voce dai leader del centrosinistra per accusare il governo di ciò di cui può correttamente essere accusato: di imperizia, incuria, impreparazione. E’ evidente che la dipendenza energetica dell’Italia è un problema antico, come tutti i problemi italiani. Ma è altrettanto evidente che il governo ha sottovalutato il pericolo e ha agito tardi e male.
Se fossimo gli spin doctor dei leader del centrosinistra suggeriremmo loro di farne un grande tema da campagna elettorale. Subito dopo lo statement sulla data di scioglimento delle Camere, tema certamente importante ma di nessun interesse per il grande pubblico, Prodi avrebbe potuto fare uno statement sull’emergenza energetica, assumendo sul campo le funzioni di primo ministro in pectore, dicendo che cosa farà appena insediato. Berlusconi avrebbe dovuto rispondere, e finalmente rincorrere. Se fossimo gli spin doctor del centrosinistra avremmo organizzato un girotondo di gente incappottata e infreddolita intorno a palazzo Chigi. Ci saremmo fatti fare una photo opportunity mentre spengevamo il riscaldamento di casa. Avremmo sfilato insieme alle organizzazioni dei consumatori, che in questi giorni stanno facendo il lavoro che spetterebbe all’opposizione. Avremmo dato alle stampe migliaia di manifesti: «Meno gas per tutti, firmato l’amico di Putin». Insomma, saremmo usciti per un paio d’ore dall’ennesimo vertice e avremmo parlato al paese. Dite che tutto ciò è un po’ demagogico? No, se si accompagna a un piano per l’autonomia energetica del paese, ubicazione dei regassificatori compresa. E poi, dove sta scritto che la demagogia, in campagna elettorale, può usarla solo Berlusconi? www.ilriformista.it

In ginocchio da Condoleeza
Il ministro Fini si reca in visita negli Stati Uniti ma ''dimentica'' di inserire in agenda due questioni rimaste in sospeso: l'uccisione di Nicola Calipari e il rapimento di Abu Omar
Stefano Rizzo






E’ curioso. Ci sono due questioni di non comune importanza in sospeso nei rapporti tra Italia e Stati Uniti – l’uccisione di Nicola Calipari (medaglia d’oro al valore) a Baghdad e il rapimento dell’imam egiziano Osama Moustafa Hassan Nasr (altrimenti detto Abu Omar) a Milano – e, come riferiscono i resoconti, le due questioni non erano nell’agenda della visita del ministro degli esteri Fini alla segretaria di Stato americana Condoleeza Rice. In entrambi i casi la magistratura italiana ha identificato i possibili colpevoli, soldati americani nel primo caso e agenti della CIA nel secondo, e ha chiesto di poterli interrogare. Le prove nei confronti dei rapitori di Abu Omar sono così schiaccianti che i giudici milanesi hanno anche chiesto l’arresto e l’estradizione del capo della stazione della CIA Robert Seldon Lady. Di più, dopo avere a lungo tenuto i dossier sulla sua scrivania il ministro della giustizia Castelli li ha inoltrati alle autorità americane, concedendo la richiesta di rogatoria e negando quella di estradizione.
E tuttavia, nonostante la loro importanza, le due questioni non erano in agenda e non sono state affrontate nella conferenza stampa tra i due ministri degli esteri. Lì si è parlato del grande accordo tra i due Paesi: dell’Iraq, sul quale il ministro Fini non ha avuto una parola di più se non di totale adesione alla politica degli Stati Uniti, dell’Iran, a proposito del quale ha appoggiato la pressante richiesta americana di deferirlo al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Fini si è limitato a segnalare che, essendo l’Italia il principale partner commerciale europeo dell’Iran, l’applicazione di eventuali sanzioni economiche “creerebbe qualche difficoltà” e occorre prudenza. La segretaria Rice gli ha risposto che comunque “nessuna opzione è esclusa” (leggi: intervento armato). Allo stesso tempo, il nostro ministro degli esteri non ha perso l’occasione per indispettire gli alleati europei - Francia, Germania e Regno Unito - la troika incaricata di condurre le trattative con il governo di Teheran, dichiarando la loro missione “ormai superata”. Il riflesso condizionato, evidentemente, è che quando si va in America ci si dimentica di essere europei.
Ricordiamo che nella vicenda del nucleare iraniano il ruolo della troika europea non è affatto superato, dal momento che la scorsa settimana il presidente iraniano Ahmadinejad, facendo una parziale retromarcia, ha chiesto di riprendere i colloqui, e che il ruolo dell’Europa sarà ancora una volta determinante per impedire che gli Stati Uniti si imbarchino in qualche avventura militare senza ritorno mettendo a rischio anche la sicurezza degli alleati europei.

Ma sulle due vicende di Nicola Calipari e di Abu Omar, vicende che coinvolgono la dignità e la sovranità del nostro Paese, a che gioco sta giocando il nostro ministro degli esteri? Chi conosce il linguaggio diplomatico sa che affermare che “il governo italiano non può non appoggiare le richieste della magistratura” perché “piena luce sia fatta”, significa che il governo non condivide quelle richieste e non alzerà le barricate se piena luce non verrà fatta. Ben altro comportamento ha tenuto il cancelliere tedesco Angela Merkel che – non sappiamo se la questione fosse in agenda o meno – nel corso della sua recente visita ha parlato con molta fermezza davanti al presidente Bush in conferenza stampa del rapimento del cittadino tedesco Khaled al-Masri e ha chiesto che questi comportamenti illegali cessino.

La reticenza di Fini si spiega non solo con l’usuale piaggeria dei governanti italiani usi a venire a Washington con il cappello in mano, ma anche con l’esigenza di non infastidire il presidente Bush, il quale ha regalato al suo amico Berlusconi uno straordinario spot in piena campagna elettorale consentendogli di parlare di fronte al congresso riunito (privilegio raro) in occasione della sua prossima visita a Washington a febbraio. In cambio, evidentemente, Berlusconi si è impegnato a non farla troppo lunga sulla violazione della sovranità italiana.

Ma c’è un’altra ragione che spiega il comportamento “diplomatico” del ministro degli esteri e che non è stata riportata dalla stampa. La scorsa settimana si è conclusa la prima fase dell’inchiesta condotta per conto del Consiglio d’Europa (organizzazione che raccoglie gli stati dell’Unione più altri dell’ex blocco sovietico) dal parlamentare svizzero Dick Marty sulla questione dei rapimenti illegali e delle carceri segrete gestite dagli Stati Uniti in Europa. La relazione di Marty è molto chiara sull’argomento. Pur non avendo prove incontrovertibili dell’esistenza di tali carceri in Polonia e in Ucraina, come denunciato da Human Rights Watch, conclude che “esiste una grande quantità di prove coerenti e convergenti che dimostrano l’esistenza di un sistema di ‘rilocalizzazione’ e ‘outsourcing’ della tortura”. E aggiunge: “E’ molto improbabile che i governi europei, o almeno i loro servizi di intelligence, non ne fossero consapevoli”.
Ecco la ragione della prudenza del governo italiano. E’ molto “improbabile” che, almeno i nostri servizi, non fossero al corrente di un’operazione condotta in pieno giorno nel centro di Milano da 22 agenti della CIA che hanno beffato la polizia e la magistratura italiane sottraendogli un sospetto estremista su cui stavano indagando. In conclusione, la magistratura cerchi pure la verità. Se poi non si trova non sarà gran cosa; anzi, sarà meglio perché altrimenti come farà la settimana prossima Berlusconi ha ringraziare gli Stati Uniti per averci liberato dal fascismo e dal comunismo? Le esigenze della propaganda non consentono l’intrusione di realtà spiacevoli.
Quanto al povero Calipari, è stato ammazzato da un soldato americano e i soldati americani non si processano. Il caso è chiuso. www.aprileonline.info

Tira aria da Far West
In Italia passa la nuova legge che amplia la legittima difesa. E negli Usa...





La miglior difesa è l’attacco, dice una vecchia regola non scritta. Da oggi, in Italia, questa norma è diventata legge: per legittima difesa si può sparare a un ladro che entra in casa o in un negozio, e non si rischia il carcere neanche se si uccide l’intruso. La Camera ha approvato in tarda mattinata – negli ultimi giorni prima dello scioglimento – il testo definitivo del provvedimento, parcheggiato da tre anni in Parlamento. Cambia così l’articolo 52 del codice penale e la Lega Nord esulta: il Carroccio aveva fortemente voluto questa legge, cara al suo elettorato, fatto soprattutto di piccoli imprenditori. I presupposti della legge sono la violazione di domicilio (esteso ai luoghi dove si svolgono attività commerciali e imprenditoriali), il pericolo d’aggressione e la mancata desistenza del malvivente. Sparisce il concetto di proporzione tra difesa e offesa: chi spara all’intruso o lo colpisce con un coltello, se sussistono queste tre condizioni, non sarà più punibile.

Negli Usa. La questione della legittima difesa è di attualità anche oltreoceano, sia pure partendo da presupposti diversi: in linea di massima, negli Usa la legge già tutela l’aggredito in casa più o meno come la nuova legge italiana. L’interpretazione della legittima difesa è quindi più permissiva verso la vittima di quanto sia generalmente in Europa. Ma ora, dopo che lo scorso ottobre in Florida è entrata in vigore una legge denominata “shoot first” (spara per primo) dai detrattori e “stand your ground” (mantieni la posizione) dai sostenitori, il limite si sta spostando ancora più in là. Mentre altri 12 Stati stanno considerando misure simili, nelle scorse settimane Mississippi e Georgia hanno già approvato leggi del genere. Il provvedimento del Mississippi autorizza addirittura l’uso della forza letale anche contro chi ruba nell’automobile altrui.

Grilletto facile. In Florida, per dire, è meglio evitare di litigare con la gente del posto, o gironzolare con fare sospetto intorno a un’auto parcheggiata. Men che meno simulare una rapina. Tutte queste cose potrebbero costare una palla in fronte e chi ha sparato verrebbe probabilmente assolto. Casi estremi, certo. Ma tecnicamente possibili. Prima della shoot first, le cose in Florida funzionavano più o meno come nel resto degli States. E cioè: il diritto di proprietà è sacro, se un ladro entra in casa e il padrone spara, il più delle volte in sede giudiziale gli verrà data ragione. Ma in luogo pubblico no: l’uso delle armi in tal caso era concesso solo come risorsa estrema, se tutte le altre possibilità (scappare, per esempio) non erano possibili. Con la shoot first law queste distinzioni cadono. Anche per strada, chiunque si senta minacciato mortalmente o voglia impedire un crimine può sparare per uccidere. “Se prima il caso sarebbe comunque finito davanti al giudice”, spiega Zach Ragbourn della Brady Campaign to Prevent Gun Violence, un gruppo contro l’uso delle armi, “con la nuova legge la vittima che ha sparato perché credeva di essere in pericolo non comparirebbe neanche davanti al giudice”.

I casi dubbi. E’ come il Far West, chi spara per primo sopravvive? Alcuni la pensano così, altri – come la National Rifle Association, l’associazione pro-armi più famosa d’America – invece gongolano perché la nuova legge tutela le vittime più di prima. Di sicuro, da quando è entrata in vigore, per ogni episodio violento uno si domanda: prima della legge, nella stessa circostanza quel tale avrebbe sparato? Due sono in particolare i casi dubbi. Uno è avvenuto a Tampa: un ragazzo a cui era stata rimossa la macchina mentre lui era al pub è andato al deposito, si è ripreso di forza l’auto imprecando contro il gestore e se ne stava andando, quando il gestore gli ha sparato al petto uccidendolo. In un altro episodio, a Sarasota, un uomo ha sparato – ferendolo a una gamba – al giovane che credeva avesse tagliato con un coltello i pneumatici dell’auto della sorella. In entrambi i casi le versioni delle liti sono diverse: chi ha sparato sostiene che l’altro stava venendo verso di lui alla guida dell’auto, per esempio. Ma il padre dell’accusato di Sarasota ha ammesso: “Se non fosse stato per la nuova legge, non credo che mio figlio avrebbe sparato così facilmente”. Al primo caso dubbio in Italia, forse qualcuno potrà dire la stessa cosa.
Alessandro Ursic /www.peacereporter.net

rapimento silenzioso di Jill Carroll -

“Non ci attendiamo la soluzione di questo caso nel prossimo futuro”, ha da poco dichiarato un portavoce della Casa Bianca. Jill Carroll, la ventottenne collaboratrice da Baghdad del quotidiano di Boston The Christian Science Monitor, è stata sequestrata il 7 gennaio nella capitale irachena. Queste ore potrebbero essere decisive per lei, poiché è scaduto l'ultimatum posto dai suoi sequestratori. Ce ne siamo occupati più volte in questi giorni (http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=1337 e http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=1349) per due ordini di ragioni. Si tratta di una delle poche giornaliste non embedded ancora presenti in Iraq.

Si tratta di una giornalista il cui rapimento ha sollecitato reazioni anomale nel circuito informativo. Anomalie non del tutto chiarite dopo tanti giorni.

Fino alla notte di lunedì 9, quando c'è stato un flash di Bbc News e poi di Cnn, del rapimento si avevano solo frammenti di notizie. Mentre la stampa europea le ha riprese e riproposte, negli Usa paese d'origine di Jill Carroll, nessun organo di informazione ne parlava. Il suo stesso giornale taceva. Si dava dunque la vicenda paradossale che proprio negli Stati uniti non si parlava di una rapita statunitense.

Si è poi saputo che il silenzio era stato chiesto proprio da The Christian Science Monitor, su suggerimento delle autorità statunitensi, nella prospettiva di non danneggiare l'ostaggio. Ed anzi l'autocensura aveva aperto, in alcuni siti web, un singolare dibattito se fosse opportuno tacere un fatto in presenza di un rischio temuto.

“ Singolare” perché il maggiore quotidiano del mondo, il New York Times, ha di recente candidamente confessato di avere accettato passivamente le versioni della Casa Bianca in alcune occasioni importanti, come la vicenda delle armi di struzione di massa nell'Iraq di Saddam Hussein. A volte con (supposta) ingenuità, altre volte con (sicura) condiscendenza.

C'è dunque un'ingerenza evidente della Casa Bianca nella gestione dell'informazione la cui gravità appare a tutti, proprio per il ruolo che i media statunitensi hanno nell'incidere sui media mondiali.

Non vorremo essere iscritti fra gli ingenui: questo è sempre avvenuto. Ma, vuoi il caso vuoi gli interessi in contrasto vuoi alcune capacità professionali, hanno spesso gettato la sabbia necessaria in questi ingranaggi per farli, almeno in parte, inceppare.

L'ingerenza della Casa Bianca è dunque la questione generale. Quella specifica, che riguarda Jill Carroll, ci ricorda come gli Usa si dichiarino ostili ad ogni forma di trattativa. Come sperare di sottrarre Jill ai suoi sequestratori senza che nessuno tratti con loro? Con la persuasione degli esponenti religiosi che hanno chiesto la sua libertà? E' abbastanza improbabile.

Dunque, con qualcuno che tratti “al posto di” chi dice di non volerlo fare. E' di queste ore la notizia che otto donne arabe in prigione a Baghdad saranno liberate. Sarebbe la risposta alla condizione che la stessa Jill ha comunicato in un video trasmesso da al-Jazeera.

Lo stesso Monitor ha cambiato strategia e rotto il silenzio: il silenzio non serve. Sulle tecniche migliori per ottenere risultati c'è poco da dire: quali siano quelle efficaci si sa solo a risultati ottenuti. Quella che vorremmo evidenziare è però la vicenda di una giornalista, non vicina al potere, che al potere non sembra piacere molto, che lavorava alla ricerca di notizie. Una “ovvietà” sempre più rara, al cui lavoro terremmo ancora.


di Salvatore Scaglione www.megachip.info


Cercasi Europa disperatamente
Con l’arrivo dell’influenza aviaria in Turchia, appare sempre più importante il ruolo guida dell’Unione Europea. La cui efficacia è indubbiamente superiore a quella di una singola nazione.

Se, da un lato, i detrattori saranno ben lieti di addurre anche questo pretesto a sfavore dell’ingresso della Turchia nell’Ue, dall’altro, la decisione di estendere la durata del programma contro l’influenza aviaria fino a tutto il 2006 dedicando alla ricerca un fondo aggiuntivo pari a 2 milioni di dollari, dovrebbe convincere i più sull’importanza che riveste l’Ue nel tutelare gli stati membri con legislazioni e azioni dirette. Non sarebbe la prima volta, però: da oltre dieci anni l’Ue promuove la sicurezza alimentare tramite normative che non troverebbero altrimenti applicazione a livello puramente nazionale.

Influenza aviaria, ogm e mucca pazza: è tempo di riforme

La tutela alimentare è da sempre una priorità dell’Unione Europea. Grazie ad un approccio operativo più integrato, gli alimenti sono attualmente monitorati durante tutte le fasi della catena alimentare, dall’allevamento fino alle nostre tavole, garantendo così un’elevata qualità finale del prodotto. È vero che la sicurezza alimentare costituisce una parte fondamentale dei compiti dell’Ue, ma è altrettanto vero che l’entità di tali operazioni e le relative informazioni al pubblico sono aumentate in seguito alle grandi paure alimentari degli anni Novanta, quando mucca pazza, ogm e contaminazioni da diossina riempivano le prime pagine di tutti i giornali.
Così, nonostante l’esistenza di una normativa alimentare, è solo con il dilagare della grande paura alimentare che il conflittuale mosaico legislativo viene sostituito da un approccio complessivo, noto come Legislazione alimentare generale (introdotta gradualmente dal 2002 al 2005).
Tale sorta di legge-quadro non solo apre la strada alle linee-guida sulla tutela alimentare, ma introduce anche il concetto di “reperibilità del prodotto”. In altre parole, ogni azienda è tenuta a reperire, lungo la catena alimentare, gli ingredienti costitutivi del prodotto stesso, così da conoscerne fornitori e distributori.
Per monitorare ogni fase della catena alimentare nei vari Stati membri, a tale legislazione viene affiancata l’operatività dell’European Food Safety Authority (Efsa), cui fanno capo i vari comitati scientifici.

Paura alimentare: a chi rivolgersi?

L’importanza di un “superstato”, che vigili sulla nuova catena alimentare europea, è chiaramente amplificata dall’urgenza del rischio. In questo momento c’è bisogno di un ente soprannazionale, che superi i limiti transfrontalieri, impegnandosi con azioni integrate e dirette. La Commissione Europea lavora a stretto contatto con i governi nazionali per potenziare un sistema di allerta che informi tempestivamente i vari paesi sulle potenzialità del rischio.
La paura dell’influenza aviaria è, però, per certi aspetti, unica, poiché si ricollega ad un virus difficilmente prevenibile. Le altre paure alimentari evidenziano il rischio di contaminazione tramite l’assunzione di certi tipi d’alimenti. I mangimi animali sono quindi rigorosamente analizzati tanto quanto lo sono gli animali stessi, e l’eventuale responsabilità ricade chiaramente sul produttore. Per questo le politiche europee pongono un’enfasi particolare sulla tutela sanitaria sia umana sia animale. Si controllano i mangimi, così come vengono ispezionati i prodotti finali al supermercato: ciò dimostra la costante presenza della normativa europea in ogni fase della catena alimentare. Si potrebbe estendere tale principio anche al benessere dell’animale, che richiede linee guida precise a garanzia della salute dell’animale stesso, in modo da prevenire focolai di infezione, febbre suina e influenza aviaria.

Alimenti sicuri da tutto il mondo

L’Unione Europea è il più grande importatore alimentare del mondo, nonché il maggior mercato da esportazione per i paesi in via di sviluppo. Aziende agricole e produttori extraeuropei devono rispettare i principi di sicurezza, così come i produttori interni. Per prevenire l’ingresso di alimenti non sicuri, vengono effettuati controlli alle frontiere esterne. Anche se l’Unione Europea è spesso accusata di far leva sulla severità di tali normative per arginare le importazioni, è pur vero che il rigore del monitoraggio resta l’unico strumento atto a garantire qualità e sicurezza dei prodotti entranti.
Se l’Ue rappresenta dunque una piattaforma comune per tutelare i consumatori contro la paura alimentare, è proprio tramite l’armonizzazione sistematica delle normative europee che potrà essere garantito un elevato livello qualitativo, dall’allevamento alle nostre tavole.
Simon Borkin - Bruxelles www.cafebabel.com/it

La Bosnia al 17%
Le autorità salutano l’introduzione dell’IVA come segno dell’integrazione della Bosnia in Europa, ma per la maggior parte della popolazione questo significa solo un ulteriore aumento dei prezzi. Impoverimento, disoccupazione e debito estero sono l'emergenza in un paese senza vere politiche di sviluppo
Di Nidzara Ahmetasevic*, Sarajevo, per BIRN, 20 gennaio 2006 (Titolo originale: “Vat adds to burden on Bosnia’s poor”)

Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Carlo Dall'Asta

Sarajevo I Bosniaci si sono svegliati la mattina di capodanno scoprendo che l’IVA era entrata a far parte della loro vita. La tassa sul valore aggiunto è stata introdotta il primo gennaio per rimpinguare le casse dello Stato, disperatamente povere, ma l’aliquota unica inevitabilmente andrà a colpire con maggiore asprezza i cittadini meno abbienti.

La Bosnia Erzegovina è stata l’ultimo Paese della regione ad introdurre una imposta sul valore aggiunto, e il solo a stabilire un’aliquota unica del 17 per cento.

A dispetto delle pressioni pubbliche per mantenere i prodotti essenziali del tutto esenti da IVA, o per scalare le aliquote della tassa a seconda dei prodotti, il governo ha optato per un’aliquota unica.

L’Ufficio dell’Alto Rappresentante, che ha dato il suo sostegno al provvedimento, ha addolcito la pillola descrivendo l’introduzione dell’IVA come “un prerequisito essenziale per l’ulteriore integrazione della Bosnia Erzegovina nel sistema europeo".

Ma i più si accorgono solo che la loro spesa settimanale costa più che in dicembre.

Gli economisti hanno criticato l’introduzione dell’IVA come un’iniziativa affrettata, sostenendo che non è stata fatta nessuna preparazione per attutire il colpo sulle fasce meno abbienti.

Anche i sindacalisti sono contrariati. Edhem Biber, leader del Sindacato Indipendente dei Lavoratori, dice che la tassa andrà a erodere gravemente il tenore di vita di almeno un milione di persone.

Anche se il governo ha rifiutato di cedere sull’aliquota unica dell’imposta, ha tentato di mitigarne gli effetti ponendo dei limiti ai margini di profitto nella vendita di quattro prodotti – farina, pane, olio e latte.

Ispettori hanno controllato i negozi per assicurarsi che i rivenditori non approfittassero della confusione creata dalla nuova tassa per alzare ulteriormente i prezzi. Questa misura, però, non ha impedito ai negozianti di aumentare i prezzi.

Il governo ha anche introdotto un numero verde. Il responsabile del servizio, Dragan Tomic, ha detto che esso è mirato a fornire informazioni e a rilevare irregolarità riguardanti l’aumento dei prezzi.

"Ci chiamano soprattutto pensionati, che segnalano prezzi troppo alti degli alimentari e dei prodotti per l’igiene personale", dice Tomic. "Da quanto sentiamo, alcuni negozianti hanno approfittato dell’IVA per aumentare enormemente i prezzi".

Secondo gli esperti si sarebbe potuta evitare gran parte della confusione sugli aumenti dei prezzi informando meglio consumatori e rivenditori.

Il professor Dragomir Stojanov, della Facoltà di Economia dell’Università di Sarajevo, ha detto che c’è stata un’informazione insufficiente su molti aspetti del problema e sulle possibili scappatoie dalla legge, come la pratica di aprire ditte fittizie in altri Paesi, che permette ai proprietari di recuperare l’IVA.

"Io non so neppure se sono state previste delle soluzioni per questi problemi, o se l’introduzione dell’IVA è stata una decisione affrettata, intesa a riempire le casse dello Stato", ha detto.

Il professor Stojanov ha affermato che un altro errore è stato stabilire un’aliquota uniforme, dato che ciò colpisce soprattutto i più poveri.

"L’argomentazione secondo cui questo è il modo più semplice per raccogliere le tasse non è soddisfacente", ha continuato. "Il nuovo sistema spinge tutti al limite della soglia di povertà, o appena al di sopra".

In Bosnia Erzegovina la povertà è diffusa su vasta scala. La Banca Mondiale stima che quasi il 20 per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà di 150 marchi (circa 75 euro) al mese. Un altro 30 per cento vive poco al di sopra di quel livello.

La povertà è aggravata dalla massiccia disoccupazione, che è arrivata ormai a quota 510.000, stando ai sindacati – un dato sbalorditivo in un Paese di quattro milioni di abitanti, e non molto inferiore a quello delle 640.000 persone ufficialmente occupate.

Il Paese rimane intrappolato in un ciclo di bassa crescita, mentre i soldi che entrano vengono impiegati principalmente per mantenere le istituzioni statali anziché per creare posti di lavoro attraverso lo sviluppo economico.

Il governo sostiene che uno speciale programma sociale mitigherà l’impatto dell’IVA sui meno abbienti.

Radovan Vignjevic, ministro per le politiche economiche e sociali della Federazione, una delle due entità del Paese, dice di aver riservato per tali programmi 25 milioni di marchi, quasi 12 milioni di euro.

Il progetto è quello di andare a sostenere quei 150.000 che, nella sola Federazione, vivono di un reddito mensile inferiore ai 200 marchi (100 euro).

Questi programmi però non sono stati ancora ratificati, dato che il bilancio della Federazione per il 2006 non è ancora stato approvato dal Parlamento.

La Republika Srpska, l’altra entità della Bosnia Erzegovina, progetta di implementare programmi simili, anche se neanche il suo bilancio è ancora stato approvato.

Le autorità ritengono che il nuovo sistema dell’IVA porterà a benefici nel lungo termine.

Secondo Kemal Kozaric, governatore della Banca Centrale di Bosnia Erzegovina, l’atteggiamento negativo dell’opinione pubblica è dovuto alla scarsa opera di informazione condotta al riguardo.

"Non sono stati sufficientemente enfatizzati gli aspetti positivi dell’IVA", ha detto. "Invece, le autorità fanno costantemente riferimento agli aspetti sociali della questione, tentando di convincere la gente che i programmi sociali – che non sono ancora stati implementati – risolveranno i problemi".

Secondo Kozaric si è trascurato di sottolineare la potenziale capacità della nuova tassa di unificare lo spazio economico della Bosnia Erzegovina.

"Prima, le tasse variavano nelle due entità, il che voleva dire che le imprese impegnate in attività commerciali che operavano nell’intero Paese erano costrette a tenere contabilità separate", ha aggiunto.

Il governatore della Banca ha detto che l’IVA diminuirà il mercato nero, che rappresenta il 30 per cento di tutta l’attività economica, e incrementerà le esportazioni. "Questo è per noi molto importante, dato che il disavanzo della nostra bilancia commerciale è stato nel 2005 superiore ai 7 miliardi di marchi", ha detto Kozaric.

Secondo la Banca Mondiale, l’entità del divario tra importazioni ed esportazioni è un grande problema per l’economia bosniaca.

Se le autorità non riusciranno a risolvere tre basilari problemi economici – il grande deficit nel commercio con l’estero, l’elevata disoccupazione e il settore pubblico, che necessita di riforme che devono essere finanziate a scapito dello sviluppo - ciò potrebbe nel lungo periodo mettere in pericolo la stabilità della Bosnia Erzegovina.

Il più importante test per il nuovo sistema arriverà alla fine dell’anno fiscale, quando le imprese chiederanno al governo il rimborso dell’IVA.

Se questo non dovesse avvenire regolarmente, l’intero progetto potrebbe incepparsi e avviarsi a un fallimento certo.

Il professor Stojanov resta scettico sull’opportunità di introdurre l’IVA in Bosnia, ribadendo che è come imparare a correre prima di saper camminare.

"Noi non abbiamo banche d’investimento per lo sviluppo, né politiche monetarie o sui tassi di cambio. Non proteggiamo la produzione interna... La sola cosa che abbiamo è una forte politica fiscale e l’IVA", ha detto.

"È difficile gestire lo sviluppo in un Paese che ancora non ha nessuno degli strumenti che servono a tale scopo, né una vera politica di sviluppo".

La maggior parte della popolazione condivide i suoi timori. Un recente sondaggio dell’agenzia di rilevamento statistico Gallup ha messo la Bosnia Erzegovina al primo posto tra 60 nazioni in quanto a malcontento, con circa il 60 per cento degli intervistati che sostenevano di essere pessimisti riguardo al futuro. Fino ad ora, l’avvento dell’IVA non è servito a risollevargli il morale.

*Nidzara Ahmetasevic è corrispondente da Sarajevo per Balkan Insight www.osservatoriobalcani.org



Bush vara campagna di consenso a programma spionaggio
di Rico Guillermo

Il presidente USA Bush ha iniziato una campagna a sostegno della sua scelta di spiare Americani innocenti, in vista dell'audizione del Congresso ed a seguito dei sondaggi che hanno rivelato dissenso dei cittadini americani sul punto.

I critici hanno detto che il presidente ha infranto la legge autorizzando a spiare di nascosto gli Americani senza approvazione del giudice e senza una chiara approvazione del congresso. Un sondaggio AP-Ipsos ha rilevato di recente che il 56% degli Americani ritiene che l'amministrazione Bush dovrebbe essere tenuta ad ottenere una autorizzazione prima di varare programmi di controllo delle comunicazioni elettroniche fra i cittadini americani ed i terroristi ritenuti sospetti. Gli intervistati hanno detto che le intrusioni nella privacy li preoccupano, anche se si rendono conto che la lotta al terrore e' una priorita'.

Il 6 febbraio il Congresso ha stabilito un'audizione sulla vicenda, quindi George Bush ha intensificato le pubbliche relazioni per supportare le sue scelte sul programma portato avanti dalla NSA (l'agenzia nazionale di sicurezza). Ha fra l'altro dato un nuovo nome all'operazione, chiamandola programma di sorveglianza dei terroristi, quando in realta' di tratta di Americani innocenti i cui contatti mail e telefonici all'estero coinvolgono persone sospettate di essere terroristi. Un incontro organizzato ieri in uno stadio con 9.000 persone faceva parte di questa operazione d'opinione.

"Sono conscio delle vostre liberta' civili", ha detto il presidente USA rivolgendosi al pubblico. Bush ha detto di essersi assicurato che stava muovendosi all'interno della legge prima dell'autorizzazione del programma che i suoi collaboratori gli avevano suggerito, aggiungendo di aver fatto verificare ai suoi legali il procedimento. Ha aggiunto che il programma di spionaggio era destinato alle comunicazioni fra cittadini degli Stati Uniti e membri di Al Qaida oltreoceano.

Bush ha respinto le critiche sul fatto che egli avrebbe infranto la legge, dicendo che egli era consapevole che il Congresso lo aveva autorizzato a proteggere gli Americani da attacchi terroristici. Ha detto che la Casa Bianca comunico' il programma ai vertici del Congresso ma non a tutti i membri dei comitati di intelligence ed ha fatto riferimento ad una risoluzione congressuale passata dopo l'11 settembre 2001 che lo autorizzava ad usare la forza nella lotta contro terrorismo, dicendo che questa gli permetteva di fatto l'adozione del programma.

Il presidente USA ha ricevuto ovazioni, tuttavia il luogo scelto per l'evento di ieri era in territorio amichevole per Bush, in Texas, e nonostante cio' vi erano alcune centinaia di pacifisti che contestavano fuori dall'edificio dove si svolgeva il comizio. L'ostacolo maggiore sara' invece il Congresso, dove il tema vede dissenso anche fra i membri del partito di Bush. Se un parlamentare democratico aveva commentato l'abuso di potere dicendo che si tratta del presidente, non di Re George Bush, un senatore repubblicano ha di recente ipotizzato un impeachment per il presidente.


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HAITI


Port au Prince, Ciao a tutti amici vicini e lontani come state?
Eccomi qui nella prima domenica un po' tranquilla del nuovo anno, pronta a scrivere una lunga lunghissima mail per aggiornamenti e commenti.
Il ritorno ad Haiti dopo la pausa natalizia è stato durissimo.
Al mio arrivo ho trovato l'équipe in piena crisi isterica, tutti arrabbiati con tutti, stressati, offesi, chiusi in un mutismo cosmico... e la colpa, indovinate un po'... il nuovo chirurgo!!!
Devo ammettere che fino ad ora ero stata viziata da una serie di 3 chirurghi veramente simpatici, professionali e per niente viziati come solo i chirurghi sanno essere. Così ci eravamo tutti abituati a un clima di collaborazione e di sereno duro lavoro, in cui tutti si aiutavano, e arrivava a attimi sublimi in cui il chirurgo preparava il pranzo da mandare all'ospedale per l'anestesista o in cui l'anestesista aiutava il chirurgo mentre faceva delle medicazioni difficili. Insomma un vero spirito d'équipe e un équipe con cui alla sera ci si riusciva a rilassare giocando a carte o facendo il gioco dei mimi (lo so che cosa pensate, ma vi ricordo che qui dopo le 18 non possiamo più uscire di casa se non per andare all'ospedale... quindi alla sera dobbiamo pur inventare qualcosa, se no si parla sempre delle stesse cose: sesso droga e ... compa, la musica locale). Quindi sono partita con il cuore leggero e Nicola, l'ultimo chirurgo della serie positiva, è partito 2 giorni dopo di me... lasciando il posto a un chirurgo del Lussemburgo di circa 70 anni...
In 2 giorni è riuscito a fare incazzare tutti e a rompere l'atmosfera in casa. Che dire a un uomo che non ha neppure la sensibilità di non fumare il sigaro alle 7 del mattino mentre tutti facciamo colazione? O che dice di essere qui come turista perché tanto lui fa parte del KKK?
Insomma al mio ritorno l'équipe aveva i capelli dritti e ho passato giorni a parlare con uno e con l'altro in attesa della sua partenza, perché tanto provare a parlare con un uomo di 70 anna che di fuma il sigaro in faccia e ti considera meno che una cacchina non ne vale la pena, mi spiace solo per l'équipe locale che vede il peggio di noi occidentali!! Le infermiere della sala operatoria mi hanno pregato di non mandare più dei vecchi che gli toccano il culo!!
Bene, ora è partito ed è arrivato un nuovo chirurgo di 75 anni che fuma la pipa.... ho deciso che non prolungherò mai questa missione, neppure se mi pagano 10 master!! Rimango sempre più della mia idea: sono dei bambini viziati!!
Ma il peggio è quando mi ha fatto una crisi isterica perche nel centro di riabilitazione ci sono solo paraplegici, tetraplegici e casi sociali e questo non è il suo lavoro...

In effetti in questo mese mi sono innamorata ben 3 volte, ma come si fa a resistere... c'è un altro piccolo ragnetto che è tetraplegico perché mentre giocava con suo fratello sono caduti e ha una frattura vertebrale cervicale; ora sta recuperando e comincia a muovere le braccia e a parlare, anzi non sta mai zitto, ha 3 anni e una grande pancia e ieri continuava a ripetere "pantaloni" perché era tutto nudo, così ho sfoderato i vestitini made in Italy et voila, vestito a nuovo con la mamma che lo guardava meravigliata e lui che rideva come un matto. E' troppo simpatico, ma credo che i suoi vicini di letto prima o poi lo mangeranno se continua a parlare ininterrottamente!
Poi c'e un'altra principessa: Shila. Non bella come Tamara, ma un altro sorriso che conquista... da 2 mesi all'ospedale non ha mai ricevuto una visita eppure ha una madre e un patrigno... si lava i vestiti da sola tutti i giorni e ha cominciato a venire in ufficio a colorare, si siede in silenzio e passa delle ore con noi a colorare i disegni che le prepariamo. Lei non è mai andata a scuola e a 8 anni non sa disegnare perché non l'ha mai fatto. Ma ieri il nostro simpaticissimo capo missione le ha detto che non può restare con noi perché è un ufficio e dobbiamo dare una certa immagine... stronzate!!
E per finire il piccolo Mougli, un bambino di strada con un ritardo mentale: è stato trovato per strada dopo che una macchina gli era passata sopra. Ora sta bene deve solo fare le medicazioni; non parla, quindi non sappiamo il suo nome, così un'infermiera ha optato per Mougli. In effetti è un po' difficile da gestire: cammina a gattoni per il centro di riabilitazione anche se sa camminare benissimo, canta in continuazione (oddio canta è una parola grossa..), e la maggior parte del tempo lo passa a lottare con le infermiere che gli mettono i calzoncini e lui se li toglie... ma che fare? Ieri ho beccato la moglie del suo vicino di letto che lo stava picchiando con una barra di ferro... immaginatevi un po' la mia reazione. Credo che le infermiere, che mi dicono sempre che con me riescono a parlare perché sono calma e riflessiva, abbiano cambiato idea !!! Accidenti qualche volta mi sembra di essere la polizia.

Questa settimana abbiamo fatto una conferenza stampa, le 3 sezioni dell'organizzazione che lavorano qui ad Haiti, per denunciare l'aumento della violenza urbana e il fatto che il 50% dei feriti da arma da fuoco sono donne e bambini. Hanno girato delle immagini che sono state mandate a tutte le TV nazionali dei paesi dove l'organizzazione ha un ufficio. Credo che qualcuno di voi avrà visto Rai2. Io ho ben negoziato per non apparire sulle immagini anche se non sono riuscita a evitare la conferenza stampa.
Continuo ad essere l'unica dell'équipe ad andare nei quartieri popolari, in un certo senso sono fortunata: sono l'unica a vedele la situazione delle baraccopoli e le condizioni di vita di quasi 1 milione di persone in questa capitale caraibica.. più parlo con i capi dei gruppi armati e più mi convinco che non c'è via d'uscita. Qui capisci veramente il significato del detto "spirale di violenza"... a volte è così triste quando esco dai quartieri popolari, un nugolo di bambini che ti guarda incuriosito e tu sai che potrebbero tirare appena di allontani e ti chiedi chi di loro rincontrerai all'ospedale. Non c'è un vero motivo, non c'è una guerra, c'è solo un'anarchia cronica e un volere, da tutte le parti, mantenere questo stato di cose. I gruppi armati sono violenti, imprevedibili, vendicativi (in nome del Che) esattamente come la polizia e i Caschi Blu. L'ultima moda di uno dei gruppi armati più forte a Cité Soleil è di mettere la tecno a tutto volume in modo che tutto il quartiere balla per un'ora e poi attaccare i Caschi Blu che sono asseragliati in mezzo alla Cité.
E poi c'è Bel Air.. un quartiere popolare un tempo violento e chiuso come la Cité. E' il quartiere dei Rasta, dove tutto è verde e giallo e dove tutti ascoltano Bob Marley.
Bel Air è diverso: i capi, tutti rigorosamente rasta, hanno deciso che è ora di fermare la violenza e l'hanno fatto veramente. A Bel Air c'è una speranza, e secondo me è nostra responsabilita coltivare questa speranza. Così sto contrattando con il mio capo per provare a fare qualcosa in questo quartiere colorato, ma per ora lui non vuole, ma io insisto e ci riprovo. Per ora sono riuscita a fare 3 giornate con i giovani del quartiere per parlare di violenza sessuali, e se tutto va bene iniziamo delle cure a domicilio... ma possiamo, e secondo me dobbiamo, fare di più. Ma la indole troppo italiana non piace molto al mio capo troppo francese, quindi non sono sicura di riuscire a convincerlo.

Beh direi che per oggi è tutto, forse troppo.
Ho saputo degli ultimi arrivi. Siete quasi più prolifici delle donne haitiane!!! /www.ulivoselvatico.org/

Cambogia: il declino della democrazia

Mentre il Governo cambogiano non registra successi nella risoluzione delle problematiche che hanno caratterizzato lo scenario recente del paese, cresce il risentimento della comunità internazionale per una gestione poco efficace degli aiuti economici accordati a Phnom Penh e monta l’insofferenza sociale per le fragili linee democratiche disegnate dall’esecutivo. Sullo sfondo permangono e si accentuano le dure persecuzioni politiche dell’amministrazione Hun Sen ai danni dei principali leader dell’opposizione.

Francesco Nonni

Equilibri.net

Il quadro politico cambogiano non conosce da tempo sostanziali evoluzioni in senso democratico: negli ultimi mesi le condanne giudiziarie e gli arresti che hanno colpito gli esponenti delle opposizioni politiche forniscono un’ulteriore testimonianza della volontà dell’esecutivo di chiudere la strada al dialogo con le parti sociali. L’atteggiamento adottato dal Governo rischia di compromettere gli ingenti aiuti internazionali elargiti periodicamente alla Cambogia, che le organizzazioni hanno subordinato alla condizione della riforma democratica dell’assetto delle istituzioni del Paese. Di contro il Partito popolare cambogiano (CPP) che guida il Governo e il Premier Hun Sen rilanciano la propaganda politica della solidarietà nazionale e della lotta alla corruzione e alla povertà, sottolineando contemporaneamente i progressi registrati dall’economia nazionale, secondo i dati governativi. Ma il Paese è ancora davanti ai suoi problemi endemici che sembrano non trovare soluzione.


Hun Sen stringe la morsa

Le ultime strategie governative per sedare le voci di dissenso in seno al Paese hanno portato gli analisti a posizionare la Cambogia in fondo alla classifica degli Stati democratici. Brad Adams, direttore dell’area asiatica di Human Right Watch, organizzazione per la tutela dei diritti umani, ha messo in evidenza le strette analogie nelle tecniche interne di difesa del potere tra il modello cambogiano e quello birmano, contraddistinto da un intransigente autoritarismo oligarchico della giunta militare che non lascia spazio a contradditori. Ed in effetti, nonostante la presenza di un sistema politico che ammette formalmente il multi-partitismo nelle istituzioni, le attuali vicende della Cambogia sembrano essere determinate esclusivamente dalle decisioni di un unico partito, che si esplicano in modo assoluto nella volontà del primo ministro. “È un momento di trasformazione del paese in uno Stato controllato da un solo partito e da un solo individuo. Il risultato è il ritorno del clima di paura per il popolo che ha già vissuto e sopportato momenti duri negli anni ‘70”, ha dichiarato Basil Fernando, capo della Commissione indipendente per i diritti umani dell’Asia.
Il premier Hun Sen, che guida il Paese dal 1985 e può contare sull’appoggio incondizionato degli apparati militari, ha alzato il livello dello scontro politico a partire dal 2003, anno in cui si sono tenute le ultime elezioni nel Paese.
Le persecuzioni del Governo, che sono di antiche origini, hanno riguardato varie categorie di oppositori, in primis quelli politici. Sam Rainsy, il leader del principale partito liberale all’opposizione, il Sam Rainsy Party (SRP), a più riprese ha denunciato la sistematica violazione dei diritti umani e l’abuso di potere del Premier, ipotizzando collegamenti tra i vertici governativi e gli atti di terrorismo che nel passato hanno colpito le opposizioni. In seguito alle denunce per diffamazione ai danni del primo ministro e alla perdita dell’immunità parlamentare, Rainsy ha abbandonato la Cambogia e si è rifugiato in Francia in una sorta di esilio volontario: dopo essere stato condannato a 18 mesi di reclusione lo scorso dicembre, dall’estero ha messo in discussione l’indipendenza della magistratura cambogiana definendo “una farsa” il processo che lo ha riguardato. Anche il parlamentare Cheam Channy, altro esponente di rilievo del SRP, è stato condannato a 7 anni di reclusione con l’accusa di attività sovversive interpretate dal Governo come preludio ad un possibile colpo di stato, tuttavia le imputazioni rimangono poco credibili secondo gli osservatori interni.
La stretta autoritaria di Hun Sen si è manifestata anche sulle organizzazioni internazionali e sui mezzi di informazione che hanno tentato di evidenziare la scarsa propensione dell’amministrazione alla democrazia. I detenuti anti-governativi si sono moltiplicati in breve tempo negli ultimi mesi del 2005. Kem Sokha, presidente del Centro cambogiano per i diritti umani (CCHR) e conduttore del programma radiofonico “La voce della democrazia”, è stato arrestato con l’accusa di diffamazione.
Pa Nguon Teang, vice responsabile del CCHR, è stato imprigionato “per ordine del ministro dell’Interno”, secondo la spiegazione della polizia di Stato. Mom Sonando, giornalista indipendente e direttore della seguita radio locale “Beehive Radio FM 105”, è stato bloccato e incriminato per avere diffuso un’intervista fatta a Sean Peags, esperto di confini del Paese: l’analista accusava il Governo di avere “svenduto” territori cambogiani al Vietnam nei recenti trattati di confine stipulati tra Hun Sen e le autorità vietnamite, riportando alla luce il vecchio tema della corruzione governativa. Il clima di terrore è alimentato dal fatto che la legge dello Stato, particolarmente rigida nei confronti dei capi d’accusa riguardanti la diffamazione, non consente margini di difesa per i detenuti. Così sono sempre più frequenti i casi dei leader dell’opposizione, degli attivisti delle associazioni a tutela dei diritti umani e dei professionisti dell’informazione indipendente che scelgono di abbandonare il paese per sottrarsi ai provvedimenti governativi.

Lo sviluppo rimane lontano

Le persecuzioni politiche costituiscono solo un aspetto delle molteplici problematiche legate alla gestione del potere da parte degli apparati governativi. L’assenza di fatto del sistema della separazione dei poteri nega alla Cambogia le garanzie proprie di uno Stato di diritto. Le inefficienze della burocrazia paralizzano lo sviluppo dello Stato e la corruzione si mantiene viva ad ogni livello amministrativo: tale quadro scoraggia le imprese e gli investitori privati, alle prese con un sistema che non assicura la fluidità degli scambi commerciali e la correttezza delle operazioni economiche. Mentre il Governo crea cariche nuove che vengono occupate secondo modalità non trasparenti, il Premier rilancia i propositi della “lotta alla corruzione” e dello sviluppo del paese per non perdere la fiducia e gli aiuti della comunità internazionale. Keat Chon, il ministro dell’Economia, illustra previsioni ottimistiche per il futuro. In base alle stime del Ministero la percentuale di crescita dell’economia si attesterebbe intorno al 6% nel periodo compreso tra il 2005 e il 2008, con forti incrementi nel settore industriale e dei servizi. Ma i dati positivi interesserebbero molte altre aree: le esportazioni, il turismo, la produzione agricola. Il progresso economico sarebbe un risultato della cosiddetta “strategia rettangolare”, un programma di governo che punta ad avere risultati congiunti nello sviluppo dell’agricoltura, delle infrastrutture, delle politiche di occupazione e dei settori privati. Tuttavia ben poco negli anni è stato fatto in questa direzione; di contro l’alto grado di povertà della popolazione rimane il dato riassuntivo che sintetizza lo stato di salute del paese.
L’economia cambogiana dipende ancora in gran parte dagli aiuti provenienti dalla comunità internazionale, che rappresentano circa la metà del budget economico totale a disposizione del Governo. Dal 1993 ad oggi, nel tentativo di guidare lo Stato verso la strada della democrazia dopo le sanguinose vicende che hanno sconvolto il paese a partire dai crimini commessi dai Khmer rossi e dal regime di Pol Pot, la Cambogia ha potuto usufruire di aiuti economici pari a circa 2 miliardi di dollari. La cifra non è servita a risollevare la popolazione, prostrata dalle vicende inumane che hanno dominato lo scenario del Paese. Le opposizioni e le parti sociali hanno ravvisato responsabilità governative nell’utilizzo non adeguato allo scopo degli aiuti: i fondi non circolerebbero a tutti i livelli della società civile, fermandosi ai vertici della gerarchia politica, negli ambienti della classe dirigente e della burocrazia.

Gli aiuti come strumento per le riforme

Sul bilancio statale pesano i gravi debiti che la Cambogia ha accumulato in questi anni nei confronti dei suoi creditori. Il Fondo Monetario Internazionale (IMF) ha garantito al Governo la cancellazione integrale della cifra (82 milioni di dollari) che il paese deve all’organismo relativamente al periodo antecedente al 2005. Questa importante concessione non solleva però la Stato dagli altri permanenti oneri nei confronti di altri istituzioni: la Cambogia è paese debitore per ingenti somme della Banca Mondiale (WB) e della Banca per lo Sviluppo Asiatico (ADB).
In aggiunta sono notevoli i disavanzi economici verso altre nazioni (su tutte gli Stati Uniti e la Russia) e verso compagnie private. Il Governo riscontra notevoli difficoltà nel reperire entrate da destinare alle riparazioni e la strategia per sanare il deficit con l’esterno è uno dei problemi che pesa sulla spesa pubblica, assieme all’individuazione della migliore articolazione per la distribuzione interna delle risorse. In effetti, il budget presentato dal Ministero dell’Economia per il 2006 ha sollevato voci critiche: Keo Remy, parlamentare dell’opposizione, ha ravvisato gravi lacune nel programma ufficiale di spesa, che andrebbe a gravare ancora una volta sui ceti più poveri, non essendo in grado di reperire entrate dalle classi sociali più abbienti. Inoltre per l’opposizione il Governo avrebbe trascurato nella legge finanziaria il settore agricolo, che pure è quello dove risulta essere impiegata la maggioranza della popolazione. Le imprese del Paese non appaiono competitive, al pari dei servizi e tutta l’economia risente del clima politico avvelenato degli ultimi mesi: l’instabilità che ne deriva è stata ravvisata di recente dalla stessa Banca Mondiale. Per questo le organizzazioni internazionali tentano di effettuare pressioni sul Governo collegando gli aiuti economici alla salvaguardia e allo sviluppo della fragile democrazia attuale. Secondo alcuni analisti, le uniche speranze per riformare realmente le istituzioni vengono dalle condizioni perentorie di lotta alla corruzione e alla violazione dei diritti umani che le organizzazioni e le nazioni donatrici devono porre a Phnom Penh come clausola per la ricezione degli aiuti: solo concepiti in questa maniera tali strumenti diventerebbero funzionali al raggiungimento effettivo di uno Stato di diritto.

Conclusioni

Mentre vengono aperti i tribunali per i processi ai leader dei Kmher Rossi, nel tentativo di restituire giustizia e dignità ad una popolazione che ha subito uno dei più terribili genocidi della storia dell’umanità, la fase che è seguita alla occupazione vietnamita del paese, dominata dalla figura di Hun Sen, non sembra essere riuscita ad inaugurare un periodo di stabilità nella regione. Le riforme politiche ed economiche sono ancora interamente da realizzare, ma ancora prima rimane da edificare una mentalità governativa che porti linfa nuova nella considerazione di tutte le parti della società civile cambogiana. La comunità internazionale deve giocare un ruolo di primo piano in questo processo assumendosi una buona parte delle responsabilità dell’esito finale. Sok Sam Oeun, che guida l’organizzazione indipendente “Cambodia Defenders Project”, ha sostenuto che la Cambogia non può permettersi di perdere di nuovo la sua libertà, come successe sotto l’epoca di Pol Pot.



gennaio 24 2006

Berlusconi, strategia tutta sbagliata
Mario Morcellini boccia il Cavaliere, promuove Rutelli e bacchetta Mentana: «Non sia cerimoniere»



Chi ha vinto? «Nettamente Rutelli». Alla domanda a bruciapelo sull'esito del faccia a faccia pluritrasmesso da Mediaset tra il leader della Margherita e Berlusconi in casa Mentana risponde senza esitazioni Mario Morcellini, grande esperto di "telepolitica". «Rutelli ha prevalso perché ha una discreta capacità di gestire l'ansia. Ma forse è così forte proprio perché non è il candidato dell'Unione. Essere il leader introduce un elemento psicologico di maggiore stress». L'analisi del preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione dell'Università degli Studi di Roma è una spietata critica delle strategie berlusconiane.
Cosa ha pensato guardando Matrix l'altra sera?
Mi stupisce molto che Berlusconi stia sparando gran parte delle sue cartucce in una fase così lontana dal voto. L'obiettivo forse è quello di rinsaldare il suo elettorato, ma certo con questi toni è difficile acchiappare il centro, che è la preda più pregiata.
Si aspettava questo assalto all'arma bianca agli spazi televisivi?
Colpisce che tutt'e due i contendenti, anche se Prodi sembra più avveduto, puntino così tanto sulla televisione. Ora: che la tv sia rilevante non è una novità, ma la vicenda della campagna delle primarie dell'Unione ha dimostrato che si possono avere risultati salienti non solo senza la televisone, ma addirittura paradossalmente contro, perché quei quattro milioni di italiani che sono andati a votare certamente non si può dire che abbiano avuto incoraggiamento dalla tv.
C'è chi dice che questo "prezzemolare" possa finire per danneggiare Berlusconi...
Gli esperti hanno coniato un termine adatto: sovraesposizione. Ed è un rischio reale, perché c'è un momento in cui l'ipertrofia di "telepolitica" senza il clima di campagna elettorale intorno può determinare risultati aberranti, cioè può fare apparire quasi caricaturale e grottesco l'eccesso di comunicazione. La telepolitica funziona a condizione che non sia illimitata e solo se è ridotta nel tempo. L'attenzione si sviluppa, quando va bene, quaranta giorni prima del voto, poi va sempre aumentando fino agli ultimi dieci giorni: non ci sono precedenti di una campagna elettorale così lunga. E' vero che in Italia si parla sempre di campagna elettorale permanente, ma non di cento giorni di telepolitica. E' un errore strategico.
Mentana è apparso timido e ha preferito mettersi in un angolo. Ha fatto bene?
Guardi, io rimprovero a Vespa di essere poco giornalista e un po' troppo cerimoniere quando riceve i grandi protagonisti della politica. Se un giornalista di sicuro talento come Mentana sta in disparte come se dovesse assecondare i politici che parlano, sembra confermare l'idea che i giornalisti che toccano i politici prendono la scossa, e cioè che sia troppo rischioso. Io lo trovo un risultato spaventoso per tutti.
Mentana, però, ha dato seguito all'auspicio di Gentiloni, che aveva proposto provocatoriamente di far moderare i faccia a faccia da un robot!
Non condivido minimamente la proposta del presidente della commissione Vigilanza. Sarebbe la dichiarazione di prova che il giornalismo italiano non solo non è obiettivo, ma che non si pone neanche questo trend nei suoi comportamenti, che non è il mediatore giusto tra potere e società. Io ho interesse che il giornalismo sia un elemento di difesa dell'opinione pubblica. Almeno mi piacerebbe che ci provasse.
Gentiloni ha abbozzato un regolamento in cui i faccia a faccia siano movimentati non dal moderatore, ma dalle domande di un gruppo di giornalisti.
Per me sarebbe interessante avere due giornalisti giudicati simmetrici dalla pubblica opinione, perché nel gioco dei ruoli si potrebbero compensare. E' un esperimento già tentato con successo, anche se con un personaggio che non ammette molti coprotagonisti come Ferrara. Floris e Vespa? Sarebbe stupendo, ma anche giovani come Diaco. Le preoccupazioni di Gentiloni, però, sono diverse dalle mie. Lui deve garantirsi che non ci siano incidenti, io paradossalmente ho interesse che ci siano, e cioè che che l'informazione politica dia luogo a un po' di "game", che sia avvincente, altrimenti è puro notariato. Non credo che la televisione sia un contenitore neutro di quello che la politica vuole dire alla società.
Ultima curiosità. Come giudica la strategia di Prodi, che, tra una gaffe anti-romana e l'altra, si fa vedere pochissimo?
Mi domando se la strategia "astensionistica" di Prodi non sia voluta e se non sia saggia. E' uno che non ha grande passione per la tv, che vede la comunicazione come un "male necessario" e tutto sommato non è ingiustificato che non la frequenti troppo. Da questo punto di vista capisco la sua battuta. Quando pensa ai salotti romani pensa alla televisione, e ha ragione: quei salotti vanno centellinati con rigore, altrimenti alla fine credi che la realtà sia quella che ti raccontano lì.
Francesco Lener


24/01/2006

Quel Matrix raddoppiato per raggiungere il pubblico giovane


E Matrix fa il bis. Venerdì gli uomini del palinsesto Mediaset sbagliano gli orari per il confronto Rutelli-Berlusconi, trascinando la partenza del faccia a faccia a pochi minuti prima di mezzanotte. Ma l'interesse per il duello politico li ha costretti ad una replica?Questa almeno è la versione per la insolita replica di Matrix il sabato in prima serata su Italia1. Attenzione: si tratta di un programma politico in replica, messo in onda di sabato (serata dell'intrattenimento leggero) sul canale dedicato ai giovani. Esattamente l'opposto della programmazione consueta? Ma l'obiettivo era un altro: cercare di raggiungere il maggior pubblico possibile e "diversificare il portafoglio d'investimento" che il Premier ha costruito con le sue apparizioni tv sparse per tutto il palinsesto delle reti nazionali. Così, come un bravo promotore finanziario ha inserito nel suo bouquet una quota di Ballarò (prima serata con telefonata a metà trasmissione) su Rai Tre, una quota del brevissimo ma stravisto Dopo Tg1, un'altra a Porta a Porta (dibattito con Bertinotti) in seconda serata, una mezzoretta ad Uno Mattina (per cogliere anche quelli che la sera vanno a letto presto?) e, dulcis in fundo, un fetta di pubblico con il duello vs Rutelli su Canale5 in seconda serata, e poi su Italia1 in prima serata: due reti che hanno un pubblico molto più giovane e interessante (i nuovi votanti!). Il risultato è un composto ben bilanciato di pubblici diversi. Ma vediamo in particolare quello che ci ha stuzzicato di più: la replica dello stesso prodotto in orari e reti differenti. Che risultati ha avuto? Intanto un aumento degli ascoltatori medi. 2 milioni e 600mila per il Prime time, 1 milione e 900mila per la seconda serata. Studiando la composizione del pubblico nelle due emissioni, si denota che è più maschile il pubblico di Italia1, composto al 54,7% da uomini (rispetto al 52% di Canale5), e molto più giovane, basti pensare che il pubblico 15-24anni era in media 161mila, mentre in seconda serata di 140mila. Così anche la popolazione in età attiva (i 25-54enni) erano il 50,6% del pubblico della trasmissione su Italia1 mentre rappresentavano il 46,3% in seconda serata. Classi socio-economiche meno elevate in prime time, per il pubblico di Matrix. E i punti di attenzione sono stati gli stessi? Curiosamente lo share si è sempre alzato (su entrambi i canali) quando il Cav. faceva il pedissequo elenco delle cose realizzate dal Governo, o con le sue statistiche. Altrettanto è accaduto nei due punti in cui Rutelli ha incalzato Berlusconi sulla questione delle tasse, su entrambe le reti lo share è salito. Il Premier li ha toccati tutti i tasti del suo flauto, riuscirà ancora per lungo tempo a fare il pifferaio magico?
Remo De Vincenzo


L’ultima porcata
di Marco Travaglio
No, non è per allontanare di qualche settimana la par condicio che Bellachioma chiede di prolungare la legislatura. Con i suoi uomini sistemati in ogni anfratto della Rai, per non dire di Mediaset, continuerà a fare il bello e il cattivo tempo anche dopo. Il movente della richiesta di proroga al Quirinale è lo stesso della discesa in campo di 12 anni fa: salvarsi dai processi. Uno, in particolare: quello che sta per iniziare alla Corte d'appello di Milano per corruzione del giudice Renato Squillante. Mentre accusa Prodi di aver beneficiato di un'amnistia (quella di cui beneficiò lui nel 1990) e di una legge ad personam (quella del '97 sull'abuso d'ufficio, chiesta e votata da Forza Italia insieme al sempre generoso Ulivo), Bellachioma stringe i tempi per abolire il suo processo con l'ultima legge ad personam che ha l'effetto di un'amnistia. Ed è curioso, per usare un eufemismo, che anche stavolta trovi sponde nell'Unione, con l'on.avv. Vincenzo Siniscalchi dei Ds e l'on.avv. Giuseppe Fanfani della Margherita che dicono di condividere il principio ispiratore della legge Pecorella che abolisce l'appello del pm appena bocciata da Ciampi, anche se poi distinguono sulla formulazione pratica (un altro ottimo motivo per l'Unione di tener lontani dai posti-chiave della politica giudiziaria gli esponenti del partito trasversale degli avvocati). Come se fosse una sottile questione giuridica.
In realtà è tutto molto più semplice. Quel processo si fonda su una prova documentale e inoppugnabile: il sogno di qualunque pm. Un triplice bonifico bancario avvenuto il 6 marzo 1991. La stessa cifra - 434.404 dollari, pari a 500 milioni di lire tondi tondi - passò dal conto Ferrido al conto Mercier al conto Rowena. Il conto Ferrido, aperto per la All Iberian dal capo della tesoreria Fininnvest Giuseppino Scabini presso il Credito Szvizzero di Chiasso, era alimentato - per ammissione dei legali del premier al processo d'appello All Iberian - dal «patrimonio personale di Silvio Berlusconi». Il conto Mercier presso la Darier Hentsch di Ginevra è intestato a Cesare Previti. Il conto Rowena, presso la Società Bancaria Ticinese di Bellinzona, fa capo a Squillante.
Dunque nello stesso giorno la stessa somma (mezzo miliardo di lire di 15 anni fa) passa da un conto di Berlusconi a uno di Previti a uno di Squillante. È la «prova regina» del fatto che Squillante era - come ha raccontato Stefania Ariosto, come ha sostenuto la Procura di Milano, come hanno confermato due sentenze di tribunale (Imi-Sir, Sme-Previti, Sme-Berlusconi) e due di appello (Imi-Sir e Sme-Previti), «sul libro paga» del gruppo dell'attuale presidente del Consiglio.
In base a quella prova regina, che invano la maggioranza tentò di cestinare con la legge-vergogna sulle rogatorie, Previti è stato condannato in primo e secondo grado a 5 anni di reclusione per corruzione: i fatti sono talmente gravi - hanno stabilito i giudici - da rendere impossibile la concessione delle attenuanti generiche, dunque il reato si prescrive in 15 anni e non in 7 e mezzo. In base alla stessa prova regina, il mandante di quel versamento corruttivo, cioè Berlusconi, è stato processato separatamente dopo lo stralcio deciso dal Tribunale nel maggio 2003, quando il premier faceva saltare le udienze accampando fantasiosi «impedimenti istituzionali» in Italia e all'estero (compresa la finalissima di Champions League a Manchester fra Milan e Juventus). Poi calò la mannaia del Lodo Maccanico-Schifani, che abolì il processo finchè, nel gennaio 2004, la Consulta dichiarò la norma incostituzionale.
Il processo ripartì dinanzi a un nuovo collegio, visto che l'altro presieduto da Maria Luisa Ponti aveva già sentenziato su Previti, Pacifico e Squillante. Il nuovo, presieduto da Francesco Castellano, l'11 dicembre 2004 giudicò Berlusconi responsabile della corruzione di Squillante, ma gli concesse le attenuanti generiche e dunque la prescrizione abbreviata: per lo stesso fatto che aveva portato l'altro collegio a negare le generiche e la prescrizione a Previti. La Procura fece appello, mettendo in risalto quell'incredibile disparità di trattamento fra mandante ed esecutori materiali della corruzione. Ora, grazie alle telefonate con Consorte, indagato a Perugia per favoreggiamento e rivelazione di segreti, si comincia a capire chi è Castellano. C'è dunque il pericolo, per il premier imputato, che la Corte d'appello decida di prenderne le distanze, dando a Silvio ciò che è di Cesare: la condanna senz'attenuanti. La sentenza in ogni caso arriverebbe dopo le elezioni e difficilmente un governo di centrosinistra gliela abolirebbe per legge. O così almeno teme Bellachioma, uomo di poca fede.www.unita.it

Sulla lista civica 2006 al Comune di Roma e nei Municipi.




scottwalker


Quello che sta accadendo a Roma intorno all'ipotesi di una nuova lista civica per Veltroni è preoccupante, grottesco, ridicolo, emblematico del clima di confusione che regna attorno e dentro l'ulivo di Roma.
Monica Cirinnà, eletta per ben due volte con la lista dei Verdi (per puro caso compagna del senatore ds Montino ex assessore nelle giunte Rutelli) si presenterebbe nella lista civica per paura di non essere eletta coi verdi, che accoglierebbe anche certo signor Antonio Saccone, ancora oggi presidente del Municipio Roma 2 (Parioli, Trieste) in quota Polo, accoglierebbe altri transfughi che non possono entrare nella Margherita, perchè giustamente noi iscritti da sempre al partito di Rutelli (fin dall'esperienza di Centocittà) ci siamo opposti e ci opponiamo con tutte le forze a questi ribaltoni vergognosi di personaggi a cui serve solo il potere.
Non solo.
L'Udeur di Roma sta diventando la cloaca presso la quale parcheggiano le loro natiche personaggi provenienti da destra: in primis Verzaschi per 5 anni assessore con Storace alla Regione Lazio che viene premiato con l'inserimento come capolista Udeur alla Camera appresso a Mastella!!!
A Roma i soldatini di Verzaschi in Comune e nei Municipi sono in imbarazzo, non sanno se presentarsi con Udeur o con la lista Civica perchè rischiano il posto di consigliere comunale e con Veltroni reciteranno la parte degli utili idioti.
Spero proprio che l'Udeur nel congresso straordinario del fine settimana (27/1) decida di ripassare con il polo, così tutta 'sta ggente che sperava di essere eletta appresso a Veltroni si attacca al tram e tira forte.
Di fronte a tutto questo spero in una precisa presa di posizione della Margherita di Roma: liste separate ds e margherita e niente lista civica.
Il bravo Alagna (civico per Veltroni al comune di Roma e poi civico per Marrazzo alla regione), che mi ha scritto ultimamente rimproverandomi, ha da dire qualcosa in proposito o pensa solo alla lista civica nazionale per fare il gran salto alla Camera non essendoci riuscito col Psi di Bettino Craxi ? http://www.ulivo.it/forums/read.php?forum_pk=3&topic_id=90734
Scott

Affari azzurri
di Marco Travaglio

Il Cavalier Bellachioma ha ordinato ai suoi discepoli sparsi su tutto l'orbe terracqueo di "trovare informazioni sui rapporti fra le cooperative rosse, le pubbliche amministrazioni e i partiti", per raccoglierle in un dossier e "picchiare duro" in campagna elettorale. La meritoria iniziativa merita il massimo sostegno e anche noi, nel nostro piccolo, vorremmo fornire un contributo. La nostra è un'opera di volontariato a titolo assolutamente gratuito, nei confronti di questo anziano signore sottoposto a dosi eccessive di stress e fatica che rischiano seriamente di comprometterne la salute fisica e soprattutto mentale. Una riedizione ad personam della campagna "Adotta un nonno", che ci pare doverosa dopo i sintomi di cedimento strutturale riscontrati alla conferenza stampa di fine anno(cambio repentino del colore dei capelli, dal rosso tramonto al nero catrame), a Otto e mezzo (palpebra dell'occhio destro sbarrata), da Biscardi (confusione fra il Processo del lunedì e i processi di Milano), a Porta a Porta (annuncio di denuncia di notizie penalmente rilevanti), da Anna La Rosa (nessuna denuncia, notizie penalmente irrilevanti, per giunta false), da Fiorello (confusione fra se stesso e Apicella), a Isoradio (confusione fra cinture di sicurezza e camicia di forza), a Matrix (calo improvviso della voce e altri disturbi collaterali). Ma soprattutto la nostra assistenza mira a informare il premier sulle attività svolte negli ultimi 13 anni dal suo gruppo, visto che Confalonieri, Marina, Piersilvio e persino Paolo lo tengono all'oscuro di tutto.
Ricapitolando. Che Paolo facesse i decoder, ormai dovrebbe averlo capito. Che Mediaset sia socia di Gnutti nella Hopa, a sua volta socia di Unipol, anche. L'altra sera, poi, Rutelli gli ha rivelato che Tarak Ben Ammar era suo socio e lui, colto alla sprovvista, è caduto dalle nuvole: garantiamo noi, è tutto vero. Casomai gli fosse sfuggito, aggiungiamo che lui è pure socio di Mediolanum (alleata di Fiorani nella scalata all'Antonveneta), proprietario del Milan, membro del patto di sindacato di Capitalia e titolare di tre reti televisive in Italia e una in Spagna.
E adesso si tenga forte e si metta comodo: lo sa, Cavaliere, che ha un processo a Madrid e quattro a Milano? Fino all'altroieri erano scesi a tre, grazie a una legge fatta dal suo avvocato, ma Ciampi l'ha bocciata e sono risaliti a quattro. E veniamo alle coop. Cioè a quello che lei giustamente definisce "l'intreccio inaccettabile tra politica e affari, tra giunte rosse e mondo delle cooperative che ha sempre lucrato contratti da parte degli esponenti di cui è organico e che ha prodotto utili assolti dall'obbligo di versare le imposte, che sono poi andati a foraggiare il proprio partito di riferimento". Dia un'occhiata al sito della Manutencoop di Bologna, oltre 6.600 dipendenti, roba grossa. Scoprirà che controlla una subholding, la Manutencoop Facility Management Spa, "specializzata nella gestione ed erogazione di servizi integrati agli immobili e al territorio", nonché nell'"attività di cleaning, gestione del verde" e "manutenzione di beni di terzi". Ecco, la Mfm Spa è partecipata per il 6,17% da Giada Equity Fund, una merchant bank diretta da Alessandro Benetton che a sua volta fa capo a due società: la "21 Investimenti" e la Banca Popolare di Vicenza. Lo sa di chi è la 21 Investimenti? Citiamo da una fonte insospettabile: il sito di Mediaset. Il 16 dicembre '99 annuncia trionfalmente: "Fininvest entra in 21 Investimenti": "Fininvest Spa e 21 Investimenti hanno siglato una lettera d'intenti in base alla quale Fininvest acquisirà il 10% della società che opera negli investimenti industriali diversificati. Marina Berlusconi, vicepresidente di Fininvest, rappresenterà il nuovo socio nel Consiglio della 21 Investimenti. L'operazione, realizzata tramite un aumento di capitale riservato che Fininvest sottoscriverà per 47,8 miliardi di lire, consentirà ai due partner di cogliere insieme nuove e interessanti opportunità di business in settori innovativi, come quello delle nuove tecnologie, del commercio elettronico, dei new media e di Internet". Siamo in grado di rivelare all'ignaro Cavaliere che la Marina Berlusconi che da sei anni rappresenta Fininvest in 21Investimenti, socia di Giada Equity Found e dunque della rossa Manutencoop nella rossa Bologna non è un'omonima di sua figlia. E' proprio sua figlia. Conoscendo la ritrosia del papà a occuparsi delle sue aziende, è assolutamente certo che la ragazza non l'abbia mai informato della cosa. Abbiamo provveduto noi, credendo di far cosa gradita.

www.unita.it

Romano Prodi: "Non accetto le menzogne di Berlusconi"
Ansa - 23 Gennaio 2006
''Dopo cinque anni di leggi ad personam fatte dalla sua maggioranza, ora Berlusconi vuol far credere al Paese che questo e' un male comune e che anche io, quando ero al governo, mi sono comportato con la stessa leggerezza e lo stesso disprezzo della legge. Non posso accettare che questa menzogna continui e non accetto questo paragone''. Lo dice Romano Prodi, durante una conferenza stampa in piazza Santi Apostoli.

Prima dell'inizio della conferenza stampa di Romano Prodi, l'ufficio stampa del leader dell'Unione diffonde delle note informative sull'oggetto dell'incontro del Professore con i cronisti.

''Berlusconi - si legge nella nota - insiste nel definire la riforma dell'abuso di ufficio come una legge nata per favorire Romano Prodi. Non e' vero. Crediamo che sia utile per tutti fare chiarezza, una volta per tutte, su tale provvedimento per allontanare definitivamente qualsiasi sospetto che le parole del presidente del Consiglio possano fare sorgere nella coscienza dei cittadini italiani. La riforma dell'abuso d'ufficio era prevista nei programmi di tutte le forze politiche presentate alle elezioni del '96. Il lavoro su questo argomento era infatti gia' stato avviato da diversi gruppi parlamentari e dal governo in carica fino alle elezioni dell'aprile '96 (governo Dini). Il provvedimento nasceva quindi non per iniziativa governativa ma per iniziativa parlamentare''.

La nota informativa ricorda dunque che la discussione avvenne sulla base di 16 disegni di legge (presentati tra Camera e Senato e 7 dei quali proposti dall'opposizione, due anteriori alla nomina del governo Prodi) firmati da 62 parlamentari. 29 dei quali dell'opposizione. La riforma, precisa ancora la nota, fu, fino dal maggio del '96, oggetto di un approfondito confronto con i sindaci di tutti gli orientamenti politici che sollecitavano provvedimenti tesi a far superare difficolta', resistenze e ostacoli che appesantivano il lavoro delle amministrazioni locali.

''L'abuso di ufficio - si legge ancora - cosi' come era allora configurato, conferiva ai giudici un ampio potere discrezionale di giudizio nei confronti delle scelte degli amministratori locali, determinando sovente rallentamenti se non paralisi delle attivita' delle amministrazioni. La necessita' di provvedere a questa riforma raccoglieva quindi il consenso unanime degli amministratori locali sia di centrodestra sia di centrosinistra. L'iter per l'approvazione di questi provvedimenti fu di conseguenza rapidissimo, proprio in ragione dell'ampio consenso parlamentare che essi riscuotevano anche nel centrodestra, che voto' la legge compattamente. Il governo, nel corso di questa discussione, si mantenne neutrale, non interferendo minimamente con l'attivita' parlamentare''.

''Per quanto riguarda l'accusa specifica rivolta ancora questa mattina da Berlusconi nei confronti di Romano Prodi - conclude la nota - facciamo semplicemente notare che quest'ultimo e' stato prosciolto con formula piena 'perche' il fatto non sussiste'. E' ovvio e corretto che il giudice nel pronunciare la sua sentenza abbia richiamato gli articoli del codice che riguardavano le accuse mosse a Prodi. E' altrettanto palese che la sentenza di assoluzione con formula piena sgombera il campo da qualsiasi sospetto. A prescindere infatti dalla modifica della norma sull'abuso d'ufficio, il giudice dell'udienza preliminare e il collegio dei periti nominati dal giudice pervennero alla conclusione che la vendita della Cbd era stata effettuata nel pieno rispetto delle disposizioni in materia e ad un prezzo assolutamente congruo e, conseguentemente, non poteva neppure astrattamente ipotizzarsi un danno per l'amministrazione''.


Slovenia: la volontà di proiettarsi nel futuro e dare un taglio netto al passato

Il 23 dicembre la Slovenia ha festeggiato il quindicesimo anniversario del referendum con cui il 95% dei votanti si dichiarò a favore dell’indipendenza dalla Yugoslavia, innescando la serie di reazioni a catena che portarono alla disintegrazione della nazione degli “slavi del sud” con conseguenze sugli equilibri politici europei che si fanno sentire ancora oggi ad esempio in Kossovo.

Pier Francesco Galgani

Equilibri.net
La situazione economica, l’ingresso nell’euro, lo smantellamento del welfare, il malumore popolare

Grazie al suo tradizionale attivismo economico, favorito anche da risorse naturali come il carbone, negli anni successivi all’indipendenza, la Slovenia procedette alla graduale liberalizzazione dell’economia con l’adozione di riforme che permisero il passaggio dalla struttura di stampo comunista a quella di tipo capitalista senza le difficoltà macroeconomiche affrontate da altri paesi facenti parte della stessa area geografica. Tra le nazioni interessate all’ultimo processo di allargamento dell’Unione Europea, la Slovenia è risultata essere una delle più prospere, con un prodotto interno lordo più alto di quello greco, vicino a quello portoghese e con tassi di disoccupazione più bassi di quelli tedeschi e francesi. Dati rilevanti per il rispetto del patto di stabilità europeo e importante punto di partenza per soddisfare i criteri di convergenza previsti da Bruxelles per l’ingresso nella moneta unica sin dal 2007. Secondo stime della Commissione, nel corso del 2005, il deficit pubblico sloveno non ha superato il 2,2% del Pil (si pensi che nello stesso periodo la performance dell’economia italiana è stata ben peggiore) mentre nel 2006 dovrebbe assestarsi al 2,1%. L’unico dei parametri di Maastricht per l’ammissione nell’Unione Monetaria che creava qualche problema alle autorità slovene era quello relativo all’inflazione. Alla fine del 2004 il valore dei prezzi al consumo superava ancora il 3,6% ed è stato soltanto nel novembre scorso, come recentemente dichiarato in una intervista al giornale Dnevnik dal governatore della Banca Centrale slovena Gaspari, che il paese è riuscito a centrare il limite del 1,5%. Tuttavia la possibilità di ulteriori incrementi del prezzo delle materie prime e il possibile peggioramento delle prospettive economiche, hanno condotto il governo sloveno ad adottare ulteriori riforme per rafforzare la stabilità del paese e garantire le condizioni migliori per la transizione all’euro.
Protagonista di tali scelte è stata la coalizione di centro destra (peraltro preceduta sulla stessa strada dal precedente governo di centro sinistra anche se con accenti diversi) guidata dal primo ministro Janez Jansa, al vertice dell’esecutivo dall’ottobre del 2004. Le forze di governo possono contare su una maggioranza di 49 seggi su un totale di 90 e sono riuscite a conquistare il potere in seguito alla reazione degli elettori agli scandali di corruzione che la precedente coalizione di centro sinistra non era riuscita a fronteggiare. Le riforme sono state presentate dall’esecutivo nell’ottobre scorso sotto la denominazione di “Nuovo modello di sviluppo” incontrando il consenso delle altre formazioni della coalizione e delle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro. I sindacati dei lavoratori le hanno invece criticate definendole un tentativo di smantellamento sistematico delle tutele sociali in nome di uno sfrenato neoliberismo. L’obiettivo del gruppo di economisti che hanno suggerito al governo l’adozione di tali modifiche è l’incremento dell’export sloveno attraverso un generale arretramento dell’iniziativa economica pubblica a favore delle forze di mercato compresi i settori della scuola, della sanità e dei diritti sindacali per favorire una maggiore flessibilità (che per molti significa maggiore precarietà) dei rapporti di lavoro in vista di una riduzione dei costi e un aumento dei profitti. Una deregulation quasi senza limiti che rappresenterebbe un’ulteriore spinta verso il superamento del passato comunista e l’approdo della Slovenia ad una dimensione di modernità e avvicinamento alle realtà europee viste come modello più adatto alle caratteristiche della nazione.
Tra le varie proposte quella con le maggiori conseguenze sulle condizioni delle classi meno abbienti sarà l’eliminazione della progressività delle imposte e la sua sostituzione con una sola aliquota (la c.d. flat tax). Una misura destinata ad aumentare le differenze sociali e che colpirà i ceti più deboli.
La reazione non si è fatta attendere e lo scorso 26 novembre decine di migliaia di persone sono scese in piazza a Lubiana per protestare contro le riforme economiche del governo. Secondo varie fonti tale manifestazione sindacale è stata la più imponente presa di posizione popolare dai tempi dell’indipendenza. Davanti ai palazzi del governo sono sfilati insieme lavoratori, studenti, impiegati, insegnanti e intellettuali in un insieme variegato ad indicare la contrarietà diffusa della società slovena alle iniziative riformistiche del governo. Un’azione tanto più sorprendente se si pensa che quando Jansa giunse al potere era stato dipinto come uno dei più fieri difensori delle conquiste dello stato sociale.
La conseguenza più evidente è stato un generale calo di popolarità della coalizione di governo che se a maggio 2005 era ancora al 61%, a dicembre era precipitata a valori inferiori al 39%. Secondo un sondaggio condotto dall’Eurobarometer, gli sloveni, posti di fronte alla reale attuazione delle riforme economiche del governo e al possibile peggioramento degli scenari economici europei a causa del caro-greggio, sono apparsi convinti, con una percentuale del 45%, di un peggioramento della situazione economica nel corso del 2006, contro una netta minoranza del 15% che spera in prospettive economiche più rosee. Un risultato non molto lusinghiero per il governo Jansa poiché rappresenterebbe la prima seria battuta d’arresto delle speranze di un futuro migliore nutrite dagli sloveni dai tempi dell’indipendenza.

Il contrasto con la Croazia e l’invio di soldati in Iraq

Per contrastare il pessimismo e mettere in sordina le proteste popolari, l’esecutivo ha tentato di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi interni battendo sul tasto del contenzioso di frontiera con la Croazia che si trascina ormai da oltre 15 anni. Dopo la legge votata ad ottobre con cui il Parlamento di Lubiana ha deciso l’annessione di fatto di una fascia di mare che la Croazia considera di propria giurisdizione, agli inizi di gennaio il governo sloveno ha emanato un decreto che rende operativo e concreto il contenuto della suddetta legge. Una provocazione diplomatica a cui il governo di Zagabria ha risposto con la richiesta di un arbitrato internazionale subito rigettato da Lubiana. Una disputa che non appare destinata ad una rapida soluzione tenendo conto che nel 2008 la Slovenia sarà titolare della presidenza di turno della UE. Considerando le aspirazioni all’ingresso nell’Unione da parte della Croazia, il governo di Lubiana continuerà probabilmente a tenere aperta la questione sfruttando la propria rendita di posizione europea nei confronti degli ex “fratelli” balcanici.
Ulteriore testimonianza della volontà di superare il passato e tentare di trascendere la propria posizione geografica appare anche la recente decisione del governo di mandare militari in Iraq. Non sarà un invio in forze, solo quattro ufficiali che affiancheranno gli istruttori americani a Baghdad, ma certamente rappresenta un importante passo avanti da parte dell’attuale classe politica slovena in direzione di una strategia geopolitica “tous azimouts” con cui superare la ristretta realtà balcanica. Non a caso, il simbolico contingente sloveno in Iraq si affianca a ben più vaste missioni su mandato UE, ONU, Nato in Bosnia, Kossovo, Afghanistan e Giordania.
Medesime considerazioni vanno fatte per il recente appello a favore di un intervento internazionale per la pace in Darfur assunta dal presidente della repubblica Janez Drnovsek dopo un colloquio con Kofi Annan lo scorso 18 gennaio.

La vergogna dei “cancellati”

Se le iniziative militari e diplomatiche in Iraq e per il Darfur testimoniano un notevole attivismo internazionale dell’attuale classe politica slovena determinata a svolgere un ruolo di rilievo sulla scena politica mondiale lasciandosi alle spalle il proprio passato, la vicenda relativamente recente dei “cancellati” rappresenta il lato oscuro di questo spinta verso il futuro della Slovenia attuale. Dopo il referendum del 1990 che sancì l’indipendenza, il governo di allora votò una legge che prometteva alle minoranze italiane, ungheresi e di altre repubbliche della ex Yugoslavia residenti sul territorio sloveno di mantenere i loro diritti di cittadinanza e civili se entro sei mesi dall’entrata in vigore della stessa legge avessero presentato richiesta formale di acquisire la nazionalità slovena. Non tutti gli interessati lo fecero, per ignoranza della legge o per altri motivi e quando nel febbraio del 1992 con una operazione segreta ai più il ministero degli interni sloveno decise la cancellazione (izbris) dai registri di residenza di tutti quei cittadini che non avevano fatto richiesta di nazionalità slovena o non fossero riusciti ad ottenerla, questi (circa 18 mila persone) si trovarono da un giorno all’altro privi di qualsiasi diritto civile e politico. Di fronte ad una realtà così grottesca qualcuno si è spinto a definire la posizione dei c.d. “izbrisani” una vera e propria pulizia etnica amministrativa. Finora, di fronte alle proteste di Amnesty International, l’attuale governo, di cui fa parte anche il Partito nazionale sloveno dell’ultranazionalista Zmago Jelincic non ha fatto molto per chiudere definitivamente una vicenda che contrasta con le aspirazioni di nazione realmente moderna, civile ed europea della Slovenia di oggi.


Pagare per lavare la nostra coscienza
di George Monbiot (Guardian)
L’effetto più distruttivo della compensazione del carbonio è il fatto che ci convince che possiamo continuare a inquinare finché possiamo comprarci la nostra assoluzione dando qualche soldo a qualcuno che ripopoli le foreste. Ma come si quantifica il lavarsi la coscienza?
A volte invidio la capacità di auto persuasione dell’opinionista del Daily Mail Melanie Phillips. Quando Andrew Wakefield, un ricercatore del Royal Free Hospital, ha ipotizzato che ci potesse essere un legame tra autismo e il vaccino trivalente (morbillo, parotite e rosolia), la Phillips ha deciso che egli aveva ragione e ha tenuto duro nonostante il fatto che studi successivi non abbiano trovato alcuna evidenza in questo senso, che i suoi stessi collaboratori abbiano preso le distanze dalle sue posizioni e che la classe medica, quasi senza eccezioni, sia convinta della non validità dell’affermazione. Secondo la signora Phillips gli epidemiologi sono responsabili della “confusione nella categoria”, i revisori scientifici creano “disorientamento”, chi la critica vende “ignoranza, travisamento e diffamazione”.

Ed è altrettanto sicura di aver ragione anche sui cambiamenti climatici prodotti dall’uomo, tanto che l’anno scorso alla BBC ha affermato che si tratta di “un colossale imbroglio basato su simulazioni al computer viziate, su mancanza di scientificità e ideologia anti-occidentale… un mucchio di bugie e propaganda”. Non molto tempo dopo la Royal Society ha pubblicato una “guida su ciò che è vero e ciò che è falso in relazione ai cambiamenti climatici”, allo scopo di prendere di mira le argomentazioni portate avanti da gente come la Phillips, smontando tutte le sue affermazioni. Pochi mesi dopo, quando ben tre studi hanno dimostrato che i dati dei satelliti che suggerivano come l'atmosfera si fosse raffreddata erano viziati, anche l’ultima argomentazione di chi nega i cambiamenti è venuta a cadere. Il New Scientist ha riportato che “questo mette fine alla possibilità di resuscitare la questione”.

Ma Melanie Phillips non si lascia intimorire così facilmente. La settimana scorsa ha rilanciato l’attacco, sostenendo che i cambiamenti climatici prodotti dall’uomo sono “una delle bufale più grandi dell’era moderna”, “un prodotto d’ideologia, irrazionalità e di trascuratezza pseudoscientifica”, e che “la velocità del riscaldamento nel secolo scorso ha registrato valori in linea coi dati storici". Abbiamo anche appreso che "la maggior parte [dell'atmosfera] è costituita da vapore acqueo". I climatologi devono aver mentito anche su questo.

Come al solito gli scienziati non capiscono niente di scienza, lasciando la Phillips, professoressa autodidatta di epidemiologia, gastroenterologia, meteorologia e fisica dell’atmosfera, a risolvere tutti i problemi. Come ci riesce? Come può essere così convinta delle proprie ragioni da non permettere né all’evidenza stessa, né alla Royal Society, né all’autorevolezza delle più accreditate riviste scientifiche di spostarla di una virgola dalle proprie posizioni? Forse sa di possedere fin dalla nascita capacità profetiche, per cui tutto quello in cui crede è e sarà per sempre vero? O si tratta di qualcosa di indotto dall’esperienza? In questo caso, di quale esperienza si tratterebbe?

L’occasione che ha generato la sua uscita più recente è stato lo studio pubblicato su Nature della settimana scorsa, che mostrava, con grande sorpresa di tutti, che le piante producono metano, un gas serra. Phillips ha usato questa scoperta per suggerire che tutta la scienza del global warming è stata confutata e che non esiste alcuna necessità di preoccuparsi della biosfera. Nature, invece, è giunta alla conclusione opposta, stabilendo che ogni cambiamento climatico ne creerà altri, dato che le emissioni di metano delle piante aumentano con l’aumentare della temperatura.

Va detto che se anche questo studio non mette in discussione la teoria sul global warming, lancia comunque una sfida, mettendo in crisi una delle nostre soluzioni preferite per affrontare il problema: pagare gli altri per rimediare ai nostri danni.

Sia attraverso il mercato del carbonio che per mezzo di un provvedimento del protocollo di Kyoto chiamato “meccanismo dello sviluppo pulito”, aziende, nazioni e persone possono affermare di poter ridurre le emissioni investendo in progetti da portare avanti nei paesi poveri a favore dell’ambiente. Tra le altre possibilità c’è quella di guadagnare crediti di carbonio pagando qualcuno per piantare alberi. Gli alberi, crescendo, dovrebbero assorbire il carbonio che liberiamo bruciando combustibili fossili.

Nonostante le nuove scoperte, sembra pur sempre giusto affermare che le foreste sono serbatoi di carbonio, dal momento che assorbono più gas serra di quanti ne liberino. Se vengono abbattute, è ipotizzabile che il carbonio degli alberi e del terreno su cui crescono entri nell'atmosfera: quindi, per questa e altre ragioni, proteggerle rimane una buona idea, anche se il nuovo studio fornisce prova ulteriore che la contabilità dietro molti dei progetti di compensazione del carbonio manca di validità.

Anche se esiste un’idea abbastanza precisa di quanto carbonio liberino fabbriche, aerei e macchine, non c’è altrettanta certezza su quanto ne venga assorbito dagli alberi che vengono piantati. Quando si bonifica o si pulisce il terreno per le nuove piante, ad esempio, è probabile che si liberi del carbonio, ma è difficile dire in quali quantità. Inoltre piantare alberi in un luogo può arrestarne la crescita altrove, ad esempio prosciugando un fiume che alimentava una foresta più a valle; oppure, proteggere una determinata foresta dai boscaioli può significare spingerli a distruggerne un’altra. Mentre le temperature globali si alzano, gli alberi in molte aree cominceranno ad avvizzire, liberando il carbonio che contengono. Gli incendi nelle foreste li potrebbero spazzar via completamente. Anche l’aspetto temporale è critico: le emissioni evitate oggi hanno un valore molto maggiore, in termini di riduzione dei cambiamenti climatici, di quelle che saranno evitate tra dieci anni, poiché le nuove piante inizieranno ad assorbire carbonio molto tempo dopo che le fabbriche lo avranno rilasciato. Tutto questo ha reso i calcoli ipotetici, ma le nuove scoperte, con i margini d’incertezza che le contraddistingue (le piante, dicono i ricercatori, producono tra il 10 e il 30% del metano del pianeta), rendono impossibile una conclusione veritiera.

In altre parole, non si può affermare ragionevolmente di aver scambiato il carbonio contenuto nel petrolio o nel carbone con quello assorbito dagli alberi. Il carbonio minerale, fino a quando rimane nel terreno, è stabile e quantificabile. Il carbonio organico è labile e instabile.

Aggiunge confusione anche il fatto che per poter dimostrare che ripopolando o proteggendo le foreste si riduce realmente il carbonio contenuto nell’atmosfera, bisogna provare che se non si fosse agito così sarebbe successo qualcos’altro. Oltre a essere arduo da realizzare, ciò costituisce un invito per paesi e aziende a minacciare di aumentare le emissioni permettendo loro di presentare l’alternativa in questione come un miglioramento dei loro piani distruttivi, e, strumentalmente, rivendicare la differenza come una riduzione di carbonio.

In Brasile ne esiste un buon esempio. Esiste un’azienda nello Stato di Minas Gerias che gestisce una grossa piantagione di eucalipti, che utilizza per produrre carbone di legna destinato a fondere la ghisa. Molti abitanti del luogo la odiano perché li ha privati della terra e ha sostituito la foresta e la savana diversificate che li sostenevano con una monocultura. Questa compagnia ora afferma che le nazioni ricche dovrebbero mantenere le sue piantagioni, perché in caso contrario i suoi clienti passerebbero al carbone. Gli abitanti del luogo asseriscono che l’azienda non aveva alcuna intenzione di abbandonare gli alberi fino a quando non ha intravisto le potenzialità del mercato del carbonio e aggiungono che sarà ricompensata per avere tenuto i legittimi proprietari lontano dalla loro terra.

Ma forse l’effetto più distruttivo della compensazione del carbonio è che il fatto che ci convince che possiamo continuare a inquinare, che i governi possono proseguire nel costruire strade e aeroporti, e che noi possiamo passare le nostre vacanze in Thailandia, finché possiamo comprarci la nostra assoluzione dando qualche soldo a qualcuno che ripopoli le foreste. Come si quantifica il lavarsi la coscienza? Come si può essere sicuri che il comportamento indotto da questo commercio non neutralizzi i benefici che crea?

In altre parole, penso che sia onesto ammettere l’esistenza di un imbroglio in atto, ma non del tipo che lamenta Melanie Phillips. Sappiamo che i cambiamenti climatici impoveriscono molte persone. Adesso sappiamo anche che ne arricchiranno altre, ma i loro piani per accumulare denaro hanno davvero molto poco a che vedere con la salvezza del pianeta.







Fonte: http://www.guardian.co.uk/climatechange/story/0,,1687979,00.html
Tradotto da Antonella Melegari per Nuovi Mondi Media


Rugova, la forza e la debolezza
Mauro Cereghini
Leader dalle forti ambivalenze, ha avuto il merito di scegliere la nonviolenza in un contesto regionale e internazionale basato sulla forza delle armi, senza però avere la volontà o capacità di opporsi all'evoluzione violenta del conflitto. Il commento di Mauro Cereghini, direttore di Osservatorio sui Balcani
Ibrahim Rugova era l'ultimo leader nei Balcani rimasto al potere senza interruzioni dall'inizio degli anni '90. Ma a differenza dei vari Tudjman, Izetbegovic, Milosevic o Gligorov, presidenti veri oltre che leader dei loro paesi, il suo è stato un potere essenzialmente debole. Prima perché eletto in semi-clandestinità nel 1992 presidente di un'auto-proclamata Repubblica del Kossovo, che non ha mai avuto il pieno riconoscimento internazionale. Poi, dopo i bombardamenti Nato del 1999 e gli accordi di pace di Kumanovo, perché divenuto presidente ufficiale di un'entità che nessuno sa dire cosa sia, e che nei fatti è un protettorato a guida ONU.

Debole, dunque. Ma in questo forse anche la sua forza. La forza di chi è divenuto leader anzitutto per il riconoscimento della sua gente, e per la statura morale riconosciutagli all'estero. Certo, l'immagine di "Gandhi dei Balcani" è impropria ed esagerata. Rugova non è mai stato una figura carismatica, né ha guidato apertamente manifestazioni o lotte popolari. Il suo gesto più estremo, quello che gli è valso poi il riconoscimento popolare, è stato firmare nel 1989 un appello di intellettuali contro l'abolizione dell'autonomia speciale della provincia attuato dal leader serbo Milosevic. Lui, scrittore che proveniva dall'apparato comunista, non ha mai avuto l'appeal di un Adem Demaci, incarcerato per decenni in nome dell'indipendenza albanese. Né la fantasia provocatoria di un Veton Surroi, che insieme ad altri attivisti guidò le proteste di piazza del 1990-91 e ideò il "funerale della violenza" del giugno 1991, quando migliaia di persone per le strade di Pristina seppellirono una bara vuota in nome dell'autonomia da riconquistare senza armi.

Rugova al contrario ha sempre temuto le piazze e le manifestazioni, una debolezza che però è stata anche una sua forza. Solo così infatti ha saputo trattenere, almeno fino al 1998, gli albanesi del Kossovo dall'accendere un nuovo focolaio di violenza nei Balcani. E' stato una voce di pace e un leader riconosciuto. Sicuramente la sua è stata una nonviolenza strumentale e di ripiego, un po' per paura e un po' per mancanza di alternative reali, cioè di armi e appoggi esterni. Questi infatti arrivano solo dal 1996-97, visto che prima le rotte internazionali delle mafie miravano altrove e l'Albania era troppo impegnata dai suoi problemi interni. Però è stata comunque una nonviolenza eccezionale nel contesto balcanico, dominato da nazionalisti intransigenti e signori della guerra. Una nonviolenza che ha impegnato per anni gran parte della popolazione – compresa la diaspora – nella resistenza passiva e nella costruzione di un governo parallelo, così diffuso che il controllo formale serbo sulla provincia era del tutto svuotato di efficacia.

La morte di Rugova sui quotidiani del Kosovo Ma questa forza debole di Rugova non è stata colta dalla comunità internazionale, che gli ha sempre concesso lodi e complimenti ma senza considerarne seriamente le richieste. Ricordo quel diplomatico che lo paragonò allegramente a Bossi... "Forse aspettano che prendiamo anche noi le armi per ascoltarci", fu la battuta di un suo collaboratore quando incontrai Rugova nel 1996. Ed in effetti è stato, tristemente, così. La strategia della LDK, il partito di raccolta albanese guidato appunto da Rugova, era quella di congelare la situazione interna alla provincia e trovare una soluzione internazionale alla crisi con Belgrado. Addirittura proponeva una formula – indipendenza sotto l'egida dell'ONU, senza esercito e con frontiere aperte verso Serbia e Albania – poco realistica ma molto indicativa di una volontà non estremista. E invece l'internazionalizzazione del conflitto viene rifiutata. Nel 1995 a Dayton, quando si ridefiniscono gli assetti complessivi dell'area dopo gli sconquassi della guerra in Bosnia, il tema Kossovo viene tolto dal tavolo della discussione per assecondare Milosevic. La strategia di Rugova va in frantumi.

Nei mesi seguenti la LDK prova comunque ad aprire trattative dirette con Belgrado, grazie alla mediazione privata della Comunità di Sant'Egidio. Rugova e Milosevic firmano anche un accordo parziale, sul rientro delle scuole parallele albanesi negli edifici pubblici. Ma si tratta di una via troppo ardua e troppo lenta, viste le distanze e le resistenze ormai createsi nelle due comunità. Rugova è debole e non capisce – o non vuole ammettere – lo smottamento della realtà albanese sotto ai suoi piedi. Quando si affacciano le prime operazioni da parte di gruppi armati albanesi, le bolla come provocazioni della polizia segreta di Belgrado e persevera con una politica ormai solo passiva. Rifiuta perfino di convocare nuove elezioni parallele, che pure a rigore di costituzione auto-proclamata dovrebbero tenersi a quattro anni dalle prime.

Forza e debolezza: non è lui a puntare sulla via armata all'indipendenza, ma nemmeno è in grado di opporsi. Di nuovo la comunità internazionale – e in primis gli Stati Uniti, che pure si erano mostrati i più attenti alla vicenda kossovara tanto da aprire un loro ufficio informazioni a Pristina – peggiora le cose. Nel giro di pochi giorni cambia parere sull'UCK, non più "gruppo terrorista" ma "legittima resistenza". E' il giugno 1998, ed è scattato il count down verso l'intervento armato. All'inizio del 1999 ci sono i negoziati-farsa di Rambouillet: Rugova è ancora nominalmente capo-delegazione per gli albanesi, ma deve subire al suo fianco il leader della guerriglia Hasim Thaci. Seduti vicini, ma lontanissimi per personalità e stile.

Il fallimento dei negoziati apre la strada ai bombardamenti Nato. Ne esce un Kossovo indipendente sulla carta, ma stravolto socialmente e occupato militarmente. Rugova nella guerra perde la sua vera mente politica, Fehmi Agani, e subisce l'onta dell'esilio dopo un'apparizione televisiva con Milosevic che ne indebolisce ulteriormente l'immagine. La LDK viene affiancata da altri partiti influenti, e soprattutto entrano in gioco pesanti interessi economico-mafiosi legati alla ricostruzione, agli aiuti e ai traffici neri che lo status incerto della provincia favorisce. Nel 2002 Rugova viene eletto ancora presidente, ma il suo ruolo politico è stretto tra politici ormai autonomi dal suo controllo e funzionari internazionali che governano di fatto la provincia.

Così gli ultimi anni di vita li spende ancora con l'immagine di moderato, ma incapace di compiere alcuna azione significativa nemmeno dal punto di vista simbolico. Di nuovo, sarà semmai l'antico rivale Surroi a colpire per alcune uscite pubbliche contro la degenerazione albanese e le violenze inflitte ai serbi. Rugova è debole, ma forte nel continuare a chiedere una soluzione internazionale alla crisi kossovara. Come dieci anni prima, e ancora inascoltato.

Ricordo nel suo studio la fotografia dell'incontro con Papa Giovanni Paolo II, lui leader di una comunità a maggioranza musulmana. "Sua Santità ha ascoltato molto", ci disse Rugova. Mi chiedo ora se fosse un segno di forza. O di debolezza, perché altri invece non l'avevano fatto… www.osservatoriobalcani.org/

Unione Africana valuta presidenza Sudan e situazioni di crisi
di Carla Amato

Si apre oggi a Khartoum il sesto vertice dell'Unione Africana (UA), che sara' incentrato su alcuni temi scottanti del 'continente nero'. Il presidente in carica dell'UA, il nigeriano Olusegun Obasanjo, presiede la sessione del summit che vede riuniti i massimi livelli dei 53 Stati membri, ed il messaggio di benvenuto e' letto dal presidente del Sudan, Omar el-Béchir.

Fra i capi di Stato e di governo presenti, il sudafricano Thabo Mbeki, il libico colonnello Gheddafi ed il congolese Denis Sassou Nguesso, probabile candidato alla presidenza. Assenti l'algerino Abdelaziz Bouteflika, l'ivoriano Laurent Gbagbo e l'egiziano Hosni Mubarak.

Al vaglio la candidatura del Sudan - Paese ospitante - alla presidenza dell'organizzazione, scelta molto controversa, data la sua situazione divisa e instabile. Dopo una riunione ieri sera, diversi Paesi fra cui Botswana, Etiopia, Niger e Algeria avrebbero chiesto al presidente Béchir di ritirare la sua candidatura.

Secondo il portavoce del presidente Obasanjo, sara' discussa nell'assemblea anche la sorte dell'ex presidente del Ciad Hissene Habré, in esilio in Senegal, e per il quale il Belgio ha chiesto l'estradizione per gravi violazioni dei diritti dell'uomo.

Altri temi scottanti, la crisi fra il Sudan e il Ciad ed il collegato conflitto nel Darfur - che ha visto la recente proposta di Kofi Annan di un intervento dell'ONU al cessare della missione di pace dell'UA - e la situazione della Costa D'Avorio, appena uscita da una crisi dovuta al ritiro delle forze governative dal processo di pace, al punto da determinare anche un intervento del papa.

Proprio il conflitto nel Darfur mette in dubbio l'ascesa del Sudan alla testa dell'Unione Africana. Annan ha detto di recente che il numero di profughi dalla regione e' aumentato a 3 milioni, mentre i morti per le violenze o i conseguenti stenti si stimano fra i 180.000 e i 300.000.

Il rappresentante del segretario generale dell'ONU in Sudan, Jan Pronk, si e' appellato ieri ai belligeranti, chiedendo che sia l'UA a fissare una nuova data per concludere finalmente un accordo di pace nel Darfur.

Per piu' di un anno il Consiglio di sicurezza dell'ONU ha cercato di concludere la guerra civile, disarmare la milizia araba dei Janjaweed, fermare l'impunita' e trovare una soluzione politica. Il Consiglio ha imposto un embargo sulle armi, il congelamento dei beni ed un divieto di viaggio ai belligeranti del Darfur, deferendo la situazione alla Corte criminale internazionale.

Il governo del Sudan si era appellato all'Unione Africana e alla Lega Araba asserendo di essere in buona fede e di non volere truppe occidentali nel Paese, per cui e' stata inviata una missione di pace dell'Unione Africana che pero' dovrebbe concludere in primavera il suo mandato.


www.osservatoriosullalegalita.org




gennaio 23 2006

L’indimenticabile Ricucci visto dai salotti buoni


di ALBERTO STATERA


Oddio, quanto ci manca Stefano Ricucci da quelle torride e splendide giornate dell'estate scorsa, quando, delizioso piccino del nuovo capitalismo dal basso, ammoniva i parrucconi dei salotti: "Quando uno deve seguì `na strada maestra, p'annà a Napoli tocca pijà l'autostrada del Sole, RomaNapoli, non è che tocca annà sulla Casilina, no?"
Parole sante, di cui qualunque Consorte, salvo Anna Falchi, sarebbe incapace. Ma si sa, il destino è imperscrutabile e Stefano il saggio, impiombato di Rcs, ha sbagliato svincolo e s'è imbottigliato sulla Casilina, oscurato, cancellato, sparito, ectoplasmato, privandoci degli attimi di intima gioia che solo un gioiello di purezza come lui era capace di regalarci.
Perciò, questa settimana, i lettori di Oltre il Giardino, volenti o nolenti, si beccheranno un "Dissero di lui" che, amorevolmente e faticosamente, abbiamo ricostruito per non dimenticarlo e non dimenticare.
UBALDO LIVOLSI, banchiere d'affari berlusconiano, scalatore del Corriere della Sera disvelatosi in un'intervista al Corriere della Sera: «Ricucci l'abbiamo sdoganato perché non fosse cooptato dal centrosinistra e in particolare dal presidente di Banca Intesa Giovanni Bazoli, magari attraverso il finanziere Roman Zaleski».
NICOLA ROSSI, economista, ex consigliere di Massimo D'Alema a Palazzo Chigi, parlamentare Ds: «Ricucci afferma che nel medio periodo ha intenzione di approdare in Borsa. Sarebbe il caso di affrettare questo passo: quotarsi sarebbe un segnale importante, il vero sdoganamento che gli consentirebbe di offrire la massima trasparenza e partecipare quindi a pieno titolo a qualsiasi operazione di mercato».
DIEGO DELLA VALLE, industriale calzaturiero: «Ragazzotto».
FABIO CERCHIAI, presidente dell'Ania: «Non trovo fondati i pregiudizi e non capisco considerazioni come quelle espresse da qualche importante industriale. Credo che si debba guardare, fino a prova contraria, con rispetto tutti, trovando sempre sbagliata la cultura del sospetto a priori».
DIEGO DELLA VALLE (lo stesso): «Ragazzotto presuntuoso».
GIANCARLO ELIA VALORI, presidente della Confindustria del Lazio: «E' interessante che si affaccino sul mercato figure come Ricucci, che immettono liquidità».
CARLO CALLIERI, ex vicepresidente della Confindustria: «J.P. Morgan, all'inizio della sua carriera, veniva considerato un mezzo bandito. Il capitalismo è fatto così: all'inizio sei un buzzurro, se segui le regole ti ingentilisci. Capiterà anche con Ricucci».
FRANCESCO MICHELI, finanziere: «Il signor Stefano Ricucci, poco più che quarantenne, avrà finito di pagare quando compirà cento anni».
VITTORO MERLONI, industriale: «Dove li ha presi i soldi Ricucci, li ha vinti al Lotto?».
GIORGIO FOSSA, ex presidente della Confindustria: «Attaccare Ricucci a priori è sbagliato. Io non lo conosco, ma mi è quasi simpatico. L'attacco ai salotti buoni? I salotti buoni non hanno più nemmeno gli occhi per piangere».
DIEGO DELLA VALLE, lo stesso: «Ragazzotto».
STEFANO RICUCCI, immobiliarista(?), finanziere(?), segno della Bilancia ascendente Toro, con la consorte Toro ascendente Bilancia (Corriere della Sera del 6 agosto) su sé stesso, in una riunione con giuristi e banchieri: «Aoh! Ma che volete fa' i froci col culo degli altri?»
a.statera@repubblica.it


Le intercettazioni fanno dimenticare il "caso Italia"

il punto

GIUSEPPE TURANI


In un recentissimo report di Barclays Capital c'è una tabellina intorno alla quale, volendo, si potrebbe far girare la prossima campagna elettorale (che, invece, temo, girerà intorno alle intercettazioni telefoniche di questo o di quel politico). La tabellina prende in esame la crescita dei paesi dell'area euro dal 2003 al 2005 e poi avanza delle previsioni per i due anni successivi, 2006 e 2007. E il tutto è molto sconfortante. Si vede che nel 2003 solo Portogallo e Olanda sono andati peggio di noi, hanno avuto cioè una crescita più bassa. Ma l'anno dopo, nel 2004, tanto il Portogallo quanto l'Olanda si erano già ripresi e ci erano passati davanti. Poi, però, si è subito stabilita quella che potremmo definire come una sorta di "normalità europea": l'Italia in fondo alla classifica con dietro di sé solo il Portogallo. Tutti gli altri ben avanti, qualcuno addirittura in misura quasi oltraggiosa: quest'anno la Spagna crescerà del 3,4 per cento contro il nostro risicato 1,4 per cento (e contro una media europea del 2,2, secondo Barclays Capital). Ma in questa sede contano poco i numeri in sé (che potranno anche essere diversi a consuntivo). Quello che conta è appunto la maledizione della "normalità europea": con l'Italia al penultimo posto, sempre e comunque, e solo il Portogallo a chiudere la fila.
Questo dato significa due cose:
1 Dice che esiste un "caso Italia", visto che non si riesce mai a andare avanti di qualche posto (che so? Terz'ultimi), e che forse sarebbe ora di occuparsene. Cominciano magari con il non negare più (come fa la maggioranza) che qui abbiamo un problema.
2 Ma questo dato dice anche che nelle nostre disavventure c'entrano poco il buon o cattivo andamento della congiuntura. Una volta si diceva (e era vero) che l'Italia era rapida nell'imbarcare l'inflazione proveniente da fuori e lenta nello sbarcarla. Adesso si può dire che siamo lenti nel cogliere la buona congiuntura internazionale e troppo lesti nell'abbandonarla.
Siamo cioè un paese dai riflessi lenti, intorpiditi. Siamo un paese che sembra muoversi a disagio nel mondo veloce e globalizzato di oggi. Un po' frastornato. Tutto questo, naturalmente, ha a che fare con la struttura del sistema produttivo e dell'apparato burocratico, non con la psicologia. E i politici di questo dovrebbero occuparsi. Sarebbe bello se nella campagna elettorale che è già cominciata ci spiegassero che cosa intendono fare per riportare l'Italia, se non ai primi posti in Europa, almeno a metà classifica. Ma penso che resteremo delusi. Meglio scannarsi sulle intercettazioni. www.repubblica.it/supplementi/af/


«Andate avanti così, vi attacca perché date fastidio»
di Maria Novella Oppo / Milano



da l'Unità - 23 gennaio 2006

Pomeriggio domenicale: Enzo Biagi legge i giornali e si scandalizza per certe enormità. Prima ancora che riusciamo a fargli qualche domanda, commenta l'immagine da prima pagina di Berlusconi che mostra la maglietta con la scritta «Meno tasse, più lavoro»: «Te l'immagini De Gasperi, oppure Amendola, per dire due che ho conosciuto bene, che si fanno fotografare con le magliette?».
Veramente in altre foto agita anche l'Unita come fosse la prova del reato...
Per me l'Unità è una lettura quotidiana, è un giornale che rispetto, come rispetto i suoi redattori, che considero miei colleghi. Se lui ha qualcosa da ridire, vada in tribunale....
Ci ha provato e mi pare che non gli sia andata troppo bene. Ma lei aveva mai visto un capo di governo che porta in tribunale l'opposizione?
Non era mai successo. E' l'ultima novità della casa, ma c'è da aspettarsene altre. I politici che ho conosciuto io e parlo ancora di De Gasperi, Amendola, Nenni o La Pira, erano gente di altro tipo, non avevano affari da proteggere; l'unica cosa era un programma politico. Quando dico queste cose mi dicono che sono comunista e io non smentisco. Perché da partigiano ho conosciuto comunisti, socialisti, ma liberali non ne ho mai visti. Sarò stato sfortunato, però dalle mie parti non ce n'erano.
Tornando alla campagna elettorale, come giudica il clima creato da Berlusconi?
Molto basso. Mai visto un Paese in balia di uno scontro così miserabile. E anche la parola scontro è impropria perché Berlusconi che attacca Prodi...diciamo che non c'è parità.
Non c'è par condicio.
E' uno spettacolo penoso e vorrei stabilire una mia convinzione, un mio principio: Prodi è un galantuomo e gode di grande rispetto internazionale. Quando leggo che sarebbe stato salvato dall'amnistia....mi sento anche personalmente offeso. Non mi fa velo l'amicizia, perché posso testimoniare che Prodi è una persona integra e sfido Berlusconi e chiunque a dimostrare il contrario.
Perché secondo lei Berlusconi alza tanto i toni? Ha perfino cambiato espressione: prima sorrideva sempre e ora fa la faccia cattiva.
E' un segno di crisi, di potere minacciato.
Attacca soprattutto i Ds, forse perché mira al bersaglio grosso.
Mi pare di sì. E continua ad usare un armamentario che non ha più senso. La storia dei comunisti, che tanta importanza ha avuto nella lotta antifascista e nella democrazia italiana, lui la usa come fosse un'offesa. Tira fuori Stalin e poi dice che Mussolini mandava in vacanza gli antifascisti. Io ero amico di Pertini, uno di quegli antifascisti, e vorrei ricordare che dalla prigione scrisse a sua madre per proibirle di chiedere la grazia.
Tra i nuovi argomenti di Berlusconi c'è anche Gramsci. Parla delle casematte del potere come se fosse una teoria criminale e dimentica che questo grande uomo, i cui libri sono tradotti in tutto il mondo, è stato assassinato dal fascismo proprio per le sue idee.
Credo che Berlusconi abbia un'idea vaga di Gramsci, come di papà Cervi. Bisogna fargli sapere che si tratta di persone scomparse, che si possono andare a trovare solo al cimitero. Del resto, è uno che parla di Romolo e di suo fratello Remolo... e sua cugina Biancaneve.
Ha un consiglio da dare a noi dell'Unità in questo momento?
Dovete continuare a fare il vostro giornale, che fra l'altro è fatto bene e io ci trovo sempre qualcosa in più rispetto agli altri.
Ma come si deve rispondere ad accuse sempre più violente, alzando anche noi il livello dello scontro?
No, bisogna distinguersi sempre, certo dimostrando l'inconsistenza delle accuse a forza di documenti. Tutti possono insultare, ma viene il momento di dimostrare le accuse. Anche se, a volte, viene la voglia di rispondere: ma dica quello che vuole, tanto ormai è diventato una macchietta. Non dico che la sinistra non faccia i suoi sbagli, appartiene al genere umano, però è un'altra cosa. Nenni una volta mi disse che il socialismo secondo lui significava portare avanti quelli che sono più indietro. Una definizione che mi pare funzioni ancora. Io non sono mai stato iscritto al Partito socialista, sono un ex del Partito d'azione, che, come dicevo, ha conosciuto tanti socialisti e comunisti in montagna.
Si sentirebbe di fare una previsione per questo difficile 2006?
Posso citare una massima americana: si può ingannare qualcuno una volta, non tutti per sempre. E promettere è più facile che mantenere.


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Lettera aperta ai colleghi giornalisti

Cari colleghi,
l’inquietante episodio di Firenze, con il presidente del Consiglio a brandire davanti a una folla plaudente il giornale l’Unità indicandolo come un nemico da combattere e da perseguire, è soltanto l’ultimo sconcertante attacco a questo giornale e alla professionalità di chi vi lavora.

Sempre sabato a Firenze una persona che aveva accesso alla sala stampa identificata la collega Marcella Ciarnelli come inviata dell’Unità l’ha così apostrofata: «Non mi siedo accanto ad una persona che lavora all’Unità...». Frase che ha stupito enormemente una giornalista austriaca presente.
Questo è il punto a cui siamo arrivati. La colpa dell’Unità e dei giornalisti che vi lavorano è di aver fatto in questi anni fino in fondo il proprio mestiere esercitando il diritto di critica e di cronaca, così come previsto dall’articolo 21 della Costituzione. Ma contro questo collettivo sono state mosse ripetutamente delle accuse dal presidente del Consiglio solo per il fatto di esserci occupati di lui. A fronte di ciò riteniamo non ci sia stata tutela adeguata da parte degli organismi della categoria. Così come non c’è stato nulla quando in una trasmissione televisiva Giuliano Ferrara ha definito l’Unità un giornale tecnicamente omicida; così come non c’è stata un’azione a tutela degli organismi di categoria quando l’inviata Marcella Ciarnelli ha dovuto fronteggiare accuse durissime del presidente del consiglio, in diretta tv, nella conferenza stampa a fine 2005.
Ma l’ordine dei giornalisti ha, al contrario, deciso di convocare rapidamente Natalia Lombardo e Furio Colombo «rei» di aver fatto cronaca e critica nei confronti di Clemente Mimun e Bruno Vespa. Con una sproporzione inaudita tra l’inerzia mostrata negli episodi in cui giornalisti dell’Unità sono stati vittime di attacchi e la solerzia mostrata quando sono altri a lamentarsi.
Ci rivolgiamo ai colleghi perché sentiamo intorno a noi un assordante silenzio, tanto più inquietante quando l’attacco alla libertà d’informazione viene da una delle più alte cariche dello stato.
Il Cdr dell’Unità



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Ds Milano - Rassegna stampa




Nella prestigiosa cornice del Teatro delle Muse di Ancona, grazie all’organizzazione dell’ANSO – Associazione Nazionale Stampa Online, oggi si è svolto il seminario “Scrivere per il Web” tenuto da Luca De Biase. A pochi minuti dalla fine dell’incontro, vi proponiamo la cronaca dell’evento svoltosi nella mattinata.

Il noto giornalista ha incominciato il proprio intervento occupandosi di cosa stia succedendo recentemente nel mondo di Internet, considerando l’evoluzione dell’online nell’ultimo decennio anche in base alla propria esperienza personale. Per molti il World Wide Web è ormai parte integrante della quotidianità, esattamente come potere usufruire del telefono o dell’acqua calda nelle proprie case. Internet è divenuto negli anni lo spazio dove, con un’incredibile facilità, ognuno può sentirsi chiamato a dire la sua, ad esempio con un blog personale o di informazione. Si evidenzia come non si possa più targettizzare il pubblico in base ai diversi interessi, ma, piuttosto, come sia più utile e realistico distinguere tra un pubblico passivo, che aspetta di ricevere le notizie, ed uno decisamente attivo, che cerca le informazioni, le commenta e ne aiuta la veicolazione. Il giornalista online si rivolge principalmente a questo pubblico come proprio interlocutore, un insieme di menti critiche che richiedono un servizio da parte di chi si occupa di informazione in modo professionale. Da un rapporto di tipo gerarchico con i lettori si è passati al dialogo, una vasta conversazione che coinvolge attivamente giornalisti e utenti, in uno scambio di punti di vista e visioni che non può che arricchire tutte le parti in gioco. Chi vuole fare informazione, di fatto, non può che divenire un vero e proprio artigiano, che, di volta in volta, deve prendere in considerazione i nuovi strumenti tecnologici e le possibilità aperte ed offerte dall’uso di questi.


Luca De Biase si è trovato per la prima volta ad intuire le enormi potenzialità del World Wide Web nel 1993, quando ebbe la necessità di reperire un documento dell’ONU, praticamente introvabile altrimenti. Un amico, in una specie di scantinato, gli aprì le porte a quello che oggi si può davvero definire un nuovo mondo. Da allora il suo è stato un ricco percorso alla scoperta di uno strumento che ha sempre considerato rivoluzionario. Tra il ’93 e il ’95 imparò ad usare l’HTML e aprì un sito. In seguito gli venne chiesto di occuparsi della costruzione del Website di Panorama, in un’epoca in cui per un settimanale essere online significava una scommessa tecnologica dai toni decisamente futuristici. Erano gli anni in cui c’erano circa 150 mila persone connesse a una velocità di circa 2 Kb, un pubblico di utenti per cui ogni foto da caricare era quasi un dispetto. Si trattava però anche di quel periodo in cui il mondo finanziario agevolò quelle grandi speculazioni che portarono alla famosa bolla della fine degli anni ’90. La vera nascita di Internet, la rete che conosciamo oggi, è stata possibile quando è venuto meno il criterio di giudizio per cui il Web era da ritenersi interessante perché rendeva soldi. Oggi si scopre che il pubblico è proprio lì, nel World Wide Web. Sei milioni di Italiani si informano su Internet e il numero di persone che si informano online è pari a quello di chi legge regolarmente i giornali. Decisamente la storia è cambiata: non si lavora più in rete per andare in borsa, bensì per il pubblico e le sue necessità di informazione. Abbiamo vissuto un decennio di clamorosi cambiamenti: dieci anni fa molto di ciò che oggi consideriamo di uso quotidiano semplicemente non c’era, come nel caso dei telefoni cellulari. Per molti si tratta di un contesto di vero e proprio declino, De Biase piuttosto crede che si tratti di una trasformazione sociale e culturale profonda, che necessariamente porta vantaggi per alcuni e svantaggi per altri. Si tratta di una fase di passaggio, un’epoca in cui ci sono strumenti che rendono possibile ciò che solo dieci anni fa era a mala pena ipotizzabile. Gli strumenti stessi non sono neanche più messi in discussione: pubblicare il proprio pensiero online oggi è di una semplicità quasi banale e ciò ha facilitato il grande boom del fenomeno dei blog. La questione di reale interesse non è più sugli strumenti, bensì sul contenuto. Cosa distingue un giornalista da chiunque decida di fare comunicazione? Di certo la differenziazione non è legata, né può esserlo, al possesso o meno del tesserino, senza volere entrare nel merito del dibattito in proposito. Chi fa comunicazione è fedele alla fonte del messaggio da veicolare, chi, invece, fa informazione è fedele al pubblico: i giornalisti sono nella testa del pubblico, al servizio degli utenti a cui si rivolgono e nei confronti dei quali si prendono le proprie responsabilità. Lavorano per un pubblico che oggi in rete ha dimostrato e dimostra quotidianamente un modo di porsi decisamente attivo. Non si aspetta l’informazione, la si richiede, la si va a cercare e la pubblica, magari in un blog, strumento che aggrega tutti gli interessati in una vera e propria conversazione, un dialogo aperto sul mondo di link in link, di commento in commento. Si tratta di un’interazione che si è man mano andata a sostituire con il vecchio modello gerarchico di potere, che poneva su piani chiaramente distanziati chi faceva informazione e chi ne usufruiva. La relazione di potere online è completamente diversa, perché le risorse sono a portata di tutti, o quasi. Ad esempio, Google ha una rilevanza di gran lunga superiore al sito di una qualunque persona, ma, se in rete non ci fossero milioni di piccoli Website, Google non avrebbe nemmeno motivo di esistere. Sappiamo che il blog di Beppe Grillo ha un numero di visitatori maggiore rispetto al Sole 24 Ore: è la dimostrazione pratica che ciò che conta è il servizio offerto e quanto questo sia dalla parte del pubblico. Il giornalista diviene l’artigiano che, con i moderni strumenti a sua disposizione, ha la responsabilità di scrivere per il pubblico, di mettersi a disposizione di tutti coloro che sono interessati a reperire informazioni in modo attivo. Cresce quotidianamente l’importanza dell’uso del Podcast e la necessità di completare l’attività online con i dovuti link di qualità, anche se questi portano i lettori a navigare su altri siti. Il pubblico non può che riconoscere la lealtà di chi lavora in sua funzione. http://pennedigitali.blogosfere.it

Cosa pensano gli studenti italiani?
Uno dei temi più scottanti per gli studenti universitari italiani è il valore delle tasse universitarie. Come si sa, sono di molto inferiori ai costi delle università straniere. Se si cercasse di aumentarne il valore, per avere più risorse e migliorare i servizi, si assisterebbe ad una protesta veemente e trasversale (sia a destra sia a sinistra).

D’altro canto, gli studenti si lamentano della qualità dei servizi offerti dagli atenei. Per cui ci sono decine di migliaia di studenti che si rivolgono a strutture come il CEPU, che in questi anni ha visto crescere il proprio fatturato fino a raggiungere le centinaia di milioni di euro.

Ma come? Gli studenti si lamentano del servizio ma non vogliono pagare più tasse. E poi danno centinaia di milioni di euro a strutture che nulla hanno a che fare con la formazione universitaria?

Possibile che in Italia siamo maestri nel creare situazioni che non hanno capo e coda? www.alfonsofuggetta.org

Agenda setting e punta unica
Una lettura superficiale del sondaggio pubblicato oggi da Repubblica e commentato da Ilvo Diamanti potrebbe far pensare che, in fondo, il forcing televisivo del Presidente del Consiglio sia inutile (per alcuni, anzi, sarebbe controproducente).
I dati dei vari sondaggi, in effetti, confermano il vantaggio netto e stabile dei partiti di centrosinistra su quelli del centrodestra.
Tanto rumore per nulla? Non direi.
Alzando continuamente il livello dello scontro polemico con l'opposizione (ieri a Firenze ha toccato un nuovo apice), Berlusconi si propone con ogni probabilità due obiettivi. Primo, imporre un'agenda alla campagna elettorale non incentrata sullo stato del paese e sul suo operato ma dominata da uno scontro aspro, confuso e interminabile capace -nelle sue intenzioni- di riportare al voto i delusi del suo schieramento. Secondo obiettivo: polarizzare su se stesso e su Forza Italia questo scontro, mettendo in ombra le altre due punte Fini e Casini.
Questo tentativo, che pure non va sottovalutato visto che in Italia le elezioni si vincono con margini ristretti, non mi pare destinato al successo. In pochi giorni non si cambia il giudizio sul fallimento, sopattutto economico, di cinque anni di governo. Tanto meno lo si fa in un paese con sempre nuovi problemi che si affacciano (da ultimo il disastro del trasporto ferroviario ed aereo).
Mia conclusione. Una volta fissate le regole per la campagna elettorale con la delibera che la Vigilanza approverà la prossima settimana (e che cercherà di far rispettare, d'intesa con l'Autorità per le Comunicazioni), nelle prossime dieci settimane il centrosinistra dovrà controbattere colpo su colpo alla propaganda della destra (guai a chi dice"lasciamo solo Berlusconi in tv") spostando continuamente l'attenzione dalle risse politiche ai problemi dei cittadini.http://www.paologentiloni.it/

“L’Ue guidi il
processo di pace”
Sami Adwan con
Daniele Castellani Perelli






L’uscita di scena di Ariel Sharon divide il mondo palestinese. I leader politici si rammaricano per la perdita dell’uomo del clamoroso ritiro da Gaza, il popolo festeggia nelle strade. “Non possiamo dimenticare il suo passato, è responsabile del massacro del villaggio di Qibya e di Sabra e Chatila, e dell’uccisione dei prigionieri di guerra egiziani negli anni Sessanta”, ci dice Sami Adwan, professore dell’Università di Betlemme che, insieme al collega israeliano Dan Bar-On dirige a Beit Jalah il Peace Research Institute in the Middle East (un centro che, finanziato dal Peace Research Institute di Francoforte, intende proporre alle scuole israeliane e palestinesi un’unica versione della loro storia comune, affinché essa non sia più un’arma del conflitto). L’intellettuale palestinese, che proprio in Italia è stato insignito di un premio di pace per questo suo progetto (che ha attirato l’attenzione anche della stampa americana), al telefono da Betlemme sottovaluta il dispiacere con cui la dirigenza palestinese ha accolto la malattia di Sharon (“È solo dovuto a ragioni umane”) e pensa che il lascito politico del premier israeliano non sarà così memorabile (“La politica israeliana rimarrà la stessa, rimarrà una politica d’occupazione dei nostri territori: continuerà la costruzione del muro, l’assedio e la chiusura dei territori”). Per Adwan, che spera in un successo laburista alle prossime elezioni israeliane, contano tuttavia “più le pressioni internazionali che i singoli leader israeliani”, e per il futuro spera che sia l’Unione Europea a “prendere in mano il processo di pace”.
Quanto ad Hamas, che potrebbe vincere le elezioni palestinesi del 25 gennaio, “va incoraggiata a prendere parte alla nostra democrazia. Solo così abbandonerà la violenza e una piattaforma politica ideologica”.

Come si vive nei territori palestinesi la malattia di Sharon?

Il dibattito è anzitutto dominato, da noi, dalle elezioni palestinesi del 25 gennaio. Ma ci chiediamo anche, ovviamente, quali saranno le conseguenze della malattia di Sharon. Io credo che la politica israeliana rimarrà la stessa, rimarrà una politica d’occupazione dei nostri territori: continuerà la costruzione del muro, l’assedio e la chiusura dei territori. Noi palestinesi speriamo che Sharon possa sopravvivere e possa contribuire a far cambiare ai dirigenti israeliani la loro ideologia, come è già successo grazie al ritiro da Gaza. Noi speriamo in nuovi accordi di pace, ma non sappiamo se il successore di Sharon sarà disponibile al dialogo.

Oggi come giudicano i palestinesi Sharon? Anche per loro è un leader della grandezza di Yitzhak Rabin?

In questo momento Sharon è un uomo che combatte contro la morte, e noi proviamo pietà e solidarietà umana per le sue condizioni di salute. Tuttavia noi palestinesi non possiamo dimenticare la sua storia, non possiamo dimenticare che è stato un assassino. E’ responsabile del massacro di Qibya e di Sabra e Chatila, e dell’uccisione dei prigionieri di guerra egiziani negli anni sessanta. Negli ultimi anni ha cambiato idea e ha praticato un’altra politica, ma noi non possiamo dimenticare, e noi palestinesi temiamo che i progressi da lui compiuti negli ultimi anni non siano tali da far sperare, oggi, in un futuro migliore.

Però la leadership palestinese ha usato parole diverse verso Sharon. Il presidente Abu Mazen si è subito preoccupato delle condizioni del leader palestinese.

Come le ho detto, oggi i giudizi sono molto condizionati dal suo stato di salute. È solo una espressione di simpatia umana.

In campo israeliano, in vista delle prossime elezioni del 28 marzo, chi potrebbe avvantaggiarsi dell’uscita di scena del premier? I laburisti o i conservatori del Likud, l’ex partito di Sharon oggi guidato dal “falco” Benjamin Netanyahu?

Credo che il Labour potrebbe trarre vantaggio della situazione, ma temo che non potrà ottenere la maggioranza. Il Likud ha sofferto terribilmente l’uscita di Sharon e di quanti sono confluiti nel nuovo partito Kadìma, che, nonostante tutto, risulterà il partito di maggioranza relativa alla Knesset (parlamento israeliano, ndr).

Quindi lei crede che il processo di pace ha più speranze di successo se, da parte israeliana, sarà guidato dai laburisti di Amir Peretz?

Credo che dipenda molto di più dalle condizioni politiche internazionali. Le pressioni internazionali da parte di Usa e Europa sono più decisive dei singoli che si trovano ad occupare i vertici politici israeliani.

Una delle prime decisioni prese dal premier israeliano ad interim, Ehud Olmert, è stata quella di accettare che anche i cittadini arabi di Gerusalemme Est partecipino alle elezioni palestinesi. Lo considera un atto dovuto?

Più che un atto dovuto, è una decisione presa grazie alle pressioni del governo statunitense.

Veniamo al campo palestinese. Hamas minaccia la guerra civile nel caso in cui il governo, guidato dai rivali di al-Fatah, decidesse il rinvio delle elezioni.

Confermare le elezioni per il 25 gennaio sarebbe positivo per tutti i palestinesi, non solo per Hamas. Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha già promesso che le elezioni si terranno nella data prevista. Quanto a Hamas, è probabile che, dopo la vittoria alle amministrative di dicembre, possa conseguire un ottimo risultato anche alle elezioni parlamentari. Credo che avrà tra i 35 e i 40 seggi (su 134, ndr). La strategia di Hamas è quella di entrare nel mondo politico, costruirsi un’agenda politica. Se i suoi dirigenti sono intelligenti, ne approfitteranno per prendere parte al processo di pace. Se invece non abbandoneranno l’uso della forza, allora perderanno il sostegno dei propri elettori.

Pensa che il dialogo israeliano-palestinese sarebbe aiutato da una presenza più decisa dell’Unione Europea?

Gli europei sono molto più vicini alla regione di quanto lo siano gli americani, e sono molto più rispettati di loro, specialmente da parte dei palestinesi. Noi speriamo e ci aspettiamo che gli europei sappiano sviluppare sempre più un ruolo autonomo, che non si limitino ad essere l’ombra degli Stati Uniti. Per motivi storici e geografici, gli europei hanno una comprensione migliore del Medio Oriente, e specialmente i paesi meridionali come l’Italia, sono in grado di contribuire attivamente al processo politico. L’Unione Europea ora è più forte, e dovrebbe prendere in mano il processo di pace. Credo che possa farcela.

Però l’Europa, negli ultimi anni, ha preso una posizione molto dura nei confronti di Hamas...

Hamas va incoraggiata a prendere parte alla nostra democrazia. Solo così abbandonerà la violenza e una piattaforma politica ideologica. Hamas guadagnerà diversi seggi a queste elezioni, e spero che l’Europa capisca che non possiamo essere puniti due volte per questo. Noi palestinesi dovremo già assumerci il peso, delicato, dell’ingresso di Hamas nella nostra vita democratica. Non sarebbe facile dover subire anche sanzioni economiche e politiche internazionali.








caffeeuropa.it



Un calcio alla crisi
La Guinea esordisce in Coppa d’Africa. Per sognare il titolo e scordare i problemi





Il grande momento è finalmente arrivato: oggi alle 18, allo stadio Harras El-Hedoud di Alessandria d’Egitto, la nazionale Syli (“elefante” in lingua Soussou) esordirà in Coppa d’Africa contro il Sudafrica. Un evento eccezionale per la Guinea, che farà dimenticare per qualche settimana i problemi in cui si dibatte uno dei Paesi africani più disastrati. Dove la successione al presidente Lansana Conte rischia di far scoppiare la prossima guerra civile.

Sogni nel cassetto. La nazionale guineana è arrivata alla fase finale della Coppa d’Africa in sordina, giungendo terza nel girone di qualificazione dietro ai mostri sacri Marocco e Tunisia. Le stelle della squadra non si chiamano Eto’o, Drogba o Essien, e proprio per questo le speranze passano attraverso il gioco di squadra e l’aggressività di un gruppo arricchito da giocatori di medio livello: come Pascal Feindouno, capitano della squadra e discreto centrocampista del Saint-Etienne, Dianbobo Balde, difensore in forza al Celtic Glasgow e Sambegou Bangoura, attaccante che milita in Belgio, nello Standard Liegi. La Guinea, alla sua nona partecipazione alla fase finale della Coppa, ha qualche possibilità di passare il turno: dietro alla Tunisia, probabile mattatrice del girone, dovrà contendersi il secondo posto utile per i quarti di finale con lo Zambia e i decaduti (ma pur sempre temibili) Bafana Bafana del Sudafrica. Il sogno nel cassetto è quello di ripetere l’exploit del 1976 in Etiopia, quando la nazionale guineana si laureò vice campione alle spalle del Marocco. Da allora, i Syli non sono mai riusciti a superare il girone iniziale.

Economia disastrata. Per dare la benedizione alla squadra prima della partenza per l’Egitto si è scomodato addirittura Conte, che il 17 gennaio ha ricevuto i giocatori nel palazzo presidenziale Sèkoutouréya consegnando loro la bandiera nazionale. Il regime del presidente spera fortemente in un risultato positivo, anche per far dimenticare alla popolazione i gravi problemi interni del Paese: diventata indipendente nel 1958, la Guinea paga ancora oggi le conseguenze del regime comunista di Sekou Touré, durato fino al 1984, che con la collettivizzazione forzata dell’economia (conseguenza dell’amicizia stretta con l’Urss) ha ridotto il paese in ginocchio. L’era Conte, cominciata pochi mesi dopo la morte di Touré, ha se non altro eliminato parte delle storture del periodo precedente e introdotto (con molta lentezza) il multipartitismo, oltre a garantire alcune libertà basilari prima inesistenti. L’economia del Paese non ha però conosciuto miglioramenti sostanziali: almeno il 40 percento della popolazione vive sotto la soglia di povertà, il reddito pro capite è di appena 430 dollari l’anno e l’accesso a acqua e luce non è garantito neanche nella capitale Conakry. La situazione economica è talmente disperata che la Guinea è riuscita nella difficile impresa di perdere un terzo del prodotto interno lordo in appena sei anni, mentre negli ultimi cinque l’inflazione ha superato il 100 percento.

Un regime allo sbando. Le imprese della nazionale dovranno riuscire a far dimenticare anche le lotte di potere che si consumano alle spalle di Conte, i cui problemi di salute lo costringono da anni a lunghi periodi di riposo. Le redini del potere sono tenute dal premier Celou Diallo ma i vertici militari, saliti al potere assieme a Conte, si stanno già organizzando per la successione. Non è un caso che poco meno di un anno fa il presidente sia sfuggito a un golpe i cui mandanti non sono mai stati scoperti, e che a novembre abbia epurato i vertici delle Forze Armate congedando un gran numero di ufficiali. E il fatto che l’entourage di Conte sia composto solo da membri della comunità Soussou e che i Peul e i Malinké siano esautorati dal potere ha creato le condizioni per una possibile guerra civile, favorita dalla presenza di mercenari attivi lungo la frontiera colabrodo con Liberia e Costa d’Avorio. La popolazione è esasperata, e lo scorso novembre uno sciopero generale ha paralizzato per giorni il Paese. Basterà la Coppa d’Africa a coprire le nudità di un regime ormai allo sbando?
Matteo Fagotto www.peacereporter.net



Sul nucleare dell'Iran

Putin ha tentato di convincere il governo di Teheran a rinunciare all'arricchimento dell'uranio (cioè al processo di estrazione di quel 2,7% di isotopo 235, necessario alla fissione nucleare, da una certa massa di uranio naturale che contiene invece il 97% di isotopo 238, del tutto inutile a questo utilizzo), arricchimento che si sarebbe svolto in Russia con l'erogazione all'Iran dei quantitativi strettamente necessari ad un piano di sviluppo di centrali elettro-nucleari, senza che quantitativi incontrollati potessero finire a stock per un possibile uso bellico. Il governo iraniano ha rifiutato questa possibilità, ritenendo di avere le conoscenze necessarie alla realizzazione di impianti per l'arricchimento dell'uranio ed ha riaperto, alla presenza di ispettori dell'AIEA (Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica), il suo unico laboratorio sperimentale, che aveva spontaneamente sigillato nel settembre 2004.

Per Putin si tratta di un' indubbia battuta d'arresto (credo temporanea) nel suo ruolo di "global player" energetico, ma l'indegna gazzarra scatenata dagli USA, immediatamente seguita dagli europei occidentali, ed amplificata ogni limite ragionevole dai grandi media italiani (TV di Stato compresa) intorno alla "sfida nucleare iraniana alla comunità internazionale", con relativa minaccia di gravi sanzioni economiche da parte del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, è totalmente ingiustificata, inquadrandosi in una delle tante operazioni di manipolazione e distorsione dell'informazione vòlte ad ingannarree l'opinione pubblica occidentale.

Mai infatti il governo iraniano, pur sempre un governo intollerante ed autoritario, ha esternato tante rassicurazioni, ha dimostrato tanta prudenza e tanta disponibilità temporale come nelle lunghe trattative che si sono svolte con la troika europea (Francia, Germania, Inghilterra) riguardo all'uso pacifico che intende fare della propria energia nucleare.

La troika europea, che per quasi due anni ha "trattato" con i negoziatori iraniani, non ha mai avuto però l'intenzione di arrivare ad un compromesso che consentisse, magari con controlli aggiuntivi a quelli dell'AIEA, l'arricchimento dell'uranio in Iran; il suo unico scopo era quello di convincere quel governo semplicemente a rinunciare a tale progetto, sostenendo che l'Iran, come Paese esportatore di petrolio, non aveva alcun bisogno delle centrali elettro-nicleari per sviluppare l'economia e promettendo in cambio linee di credito da banche e governi occidentali.

La dimostrazione dell'impossibilità di raggiungere un accordo serio si è palesata nell'autunno scorso quando, per rassicurare gli europei sulle intenzioni pacifiche di Teheran, i negoziatori iraniani hanno proposto agli europei la creazioni di "joint ventures" industiali paritetiche sia per la creazione di centrali elettro-nucleari che di stabilimenti per l'arricchimento dell'uranio necessario al loro funzionamento, in modo da creare un controllo congiunto (Iran - Europa) sulle quantità e sull'uso del combustibile fissile.

La risposta degli europei è stata un "niet" senza compromessi, dimostrando così che essi, in realtà, non negoziavano come entità geopolitica indipendente, bensì erano, more solito, pilotati dagli USA e ne rappresentavano gli interessi egemoni.

Inutile dire che la cosiddetta "Europa" ha perso un'altra ottima occasione per dimostrarsi indipendente e protoagonista sulla scena mondiale.

D'altra parte, mi chiedo, poteva esserci risultato diverso, dato che della troika faceva parte integrante l'Ingjilterra di Blair?

Occorre comunque mettere bene in chiaro (contrariamente a quanto fatto dai media italiani) che in base al Trattato di non proliferazione nucleare, sottoscritto a suo tempo da Teheran, i Paesi che intendano costruire centrali elettro-nucleari hanno tutto il diritto a sviluppare una tecnologia autonoma di arricchimento dell'uranio sotto la supervisione ed il controllo dell'AIEA.

Gli iraniani, sino ad ora, non hanno mai rifiutato tali controlli, tuttora operanti, tant'è vero che l'AIEA non ha mai preso posizioni ufficialmente sanzionatorie verso l'Iran, proprio perché non ve n'erano gli estremi. Moltissimi sono stati in passato i tentativi di USA ed Israele di indurre l'AIEA a richiedere sanzioni verso l'Iran, sempre bloccate dal suo presidente, Al Baradei, che, per fortuna, non è a libro paga di Bush, come invece càpita per molti ispettori internazionali.

Per quale motivo, quindi, il Consiglio di Sicurezza dovrebbe prendere provvedimenti sanzionatori verso il governo di Teheran, visto che questo ha finora rispettato a pieno le regole dei Trattati?

Lo spazio di manovra di Bush in Consiglio di Sicurezza sembrerebbe quindi praticamente nullo, ma non è così! I suoi rappresentanti, infatti, giocheranno la carta del "rafforzamento" dei controlli, cioè a dire cercheranno il voto favorevole per imporre controlli inaccettabili da qualsiasi governo che abbia un minimo di dignità. Potrebbero, ad esempio, chiedere che i controlli siano senza preavviso e diretti, oltre che ai siti prestabiliti, anche nei palazzi del potere, addirittura nelle moschee e nelle residenze private dei massimi esponenti del regime iraniano, sostenendo che anche in un luogo di culto o sotto al letto di Ahmadi Nejad si sospetta venga arricchito l'uranio e, di fronte ad un rifiuto da parte del governo di Teheran, stracciarsi le vesti (subito seguiti, come pecoroni, dagli europei) per "la mancata collaborazione" iraniana e chiedere così pesanti sanzioni economiche.

La medesima tecnica usata, insomma, per le armi mai trovate di Saddam Hussein, tecnica vòlta a far perdere il controllo di nervi al regime, piuttosto che a raggiungere una ragionevole sicurezza sull'uso pacifico dell'energia nucleare.

Saranno così deboli e sciocche Russia e Cina a prestarsi a questo gioco da manigoldi? Sarà, in particolare, Putin disposto a fare il servo di scena dell'arroganza egemone americana in sede di Consiglio di Sicurezza e ad inimicarsi definitivamente un Paese altamente strategico, come l'Iran, a cavallo tra il medioriente e l'Asia centrale? Staremo a vedere, ma non credo proprio...

Resterebbe (ed uso intenzionalmente il condizionale), per gli americani, l'opzione militare; ma quale opzione?

Un'invasione classica, come già osservato da tutti i commentatori, è assolutamente impraticabile. La durissima lezione che Bush ed il suo esercito di mercenari stanno subendo in Iraq sarebbe, infatti, ben poca cosa in confronto alla reazione del popolo iraniano, essendo questo Paese molto più grande, molto più armato, molto più popoloso e, soprattutto, etnicamente e religiosamente monolitico, al contrario dell'Iraq dove gli americani stanno tentando una divisione in tre parti del Paese, basate sulle diverse etnie curda, sunnita e sciita

Resterebbe, data l'assoluta supremazia nel controllo dei cieli degli americani e la conseguente loro impunità, l'opzione di bombardamenti "mirati" o "chirurgici", come li definisce la stampa collaborazionista italiana; cioè a dire il tentativo di dissanguare lentamente il Paese (come fecero con la Serbia) per indurlo alla resa, ma dubito che tale tattica taggiungerebbe lo scopo, anzi, provocherebbe una pericolosa destabilizzazione dell'intera regione, dando fiato a quell'integralismo religioso che sostiene che con gli "infedeli" occidentali non vi può essere alcun accordo, ma solo scontro mortale.

In tutti i casi sarebbe altamente desiderabile che l'Europa continentale separasse i propri destini da quelli dei criminali di guerra "occidentali", ma le dinamiche in atto nello scenario internazionale non consentono speranze soverchie.


di Giancarlo Caprino //www.megachip.info


ALL'OMBRA DI HAMAS

Il movimento integralista islamico potrebbe superare il partito del presidente Abu Mazen. Mettendo a rischio l’intero processo di pace.



Il 25 gennaio, alle prime elezioni politiche palestinesi, si sottoporranno al giudizio delle urne formazioni storiche, come Al-Fatah e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina, ma anche (novità assoluta) Hamas, che detiene il record mondiale di attentati suicidi e che nel suo Statuto ha una norma che lo impegna a non cessare la lotta fino a quando lo Stato di Israele avrà smesso di esistere.

L’esortazione del Congresso Usa all’Autorità palestinese di non concedere l’autorizzazione a partecipare alle elezioni a chi nega il diritto di Israele all’esistenza e mantiene legami con le milizie che praticano il terrorismo non è stata accolta, per una semplice ragione: è irrealistico pensare che la maggior formazione politica palestinese, che alterna la politica dello scontro armato continuo contro Israele al sostegno umanitario alla popolazione palestinese, potesse essere esclusa. Il Governo israeliano ha deciso di non opporsi eccessivamente alla partecipazione di Hamas alle elezioni palestinesi, per non mettere ulteriormente in difficoltà il premier Abu Mazen.



Il leader in carcere

Nell’arena palestinese il più temibile avversario degli israeliani resta Marwan Barghuti, leader dell’Olp, detenuto in Israele dove deve scontare 5 ergastoli. Agli occhi di molti palestinesi è lui il successore naturale di Arafat, nonché il principale rivale di Abu Mazen. Dopo l’inizio della seconda Intifada nel settembre 2000, Barghuti ha sempre contestato i negoziati tra Israele e palestinesi, guadagnandosi ampi consensi. Riconosciuto colpevole di quattro attentati, dall’agosto 2003 è rinchiuso in un carcere di massima sicurezza, eppure il suo carisma non si è mai appannato.

Tra gli analisti palestinesi, non pochi parlano di "declino" di Al-Fatah, a vantaggio del movimento islamico Hamas. Altri, invece, sono persuasi che dal confronto tra vecchia guardia (legata ad Arafat e ora vicina ad Abu Mazen) e nuova generazione (che fa capo a Barghuti) il movimento potrebbe uscire più forte nel fronteggiare Hamas.

«Siamo di fronte alle conseguenze della scomparsa di Arafat», dice Mustafa Barghuti (nessuna parentela con Marwan), leader della lista Palestina indipendente, «che era riuscito a tenere insieme un movimento politico composto da troppe correnti. Ora le differenze stanno emergendo in modo drammatico. Da questa crisi Al-Fatah potrebbe uscire così indebolita da rischiare di perdere la supremazia».

Il test effettuato, nel quadro della quarta serie delle elezioni amministrative, in quattro importanti città della Cisgiordania – Ramallah, El Bireh, Nablus, Jenin – ha offerto uno spaccato di quanto si potrebbe verificare il 25 gennaio su scala ben più ampia. Hamas ha ottenuto lusinghieri riconoscimenti, Al-Fatah e "vecchia guardia" hanno tenuto le posizioni, le coalizioni minori si sono confermate come ago della bilancia.

Tra la guerra e la miseria totale

L’inquietudine sulle prospettive del processo di pace proietta lunghe ombre sulle elezioni palestinesi. Se i tatticismi della politica rendono apparentemente credibili i proclami di tutti i candidati, il realismo impone considerazioni diverse. Abu Mazen si è dimostrato incapace di controllare i movimenti integralisti e di fermare gli attacchi terroristici, al punto che i risultati che emergeranno dalle urne, soprattutto se sbilanciati in favore di Hamas, potrebbero indurlo ad abbandonare ogni incarico. Sul fronte della corruzione, la leadership palestinese ha dimostrato altrettanta incapacità di quella che imperava alla "corte" di Arafat. La popolazione palestinese, stretta tra la guerra e la miseria totale, ha visto crescere una dirigenza opulenta, grazie al dirottamento sui conti personali dei generosi aiuti internazionali. Hamas e gli altri movimenti minori della galassia islamica palestinese hanno riscosso consensi fornendo aiuti umanitari alla popolazione, ma non hanno mai offerto un futuro.

L’incubo peggiore per Abu Mazen è tratteggiato dall’Istituto di ricerca palestinese, un’istituzione privata ritenuta affidabile. Secondo i suoi ultimi rilevamenti, Hamas è pronto a conquistare oltre il 40 per cento dei voti, mentre Al-Fatah sprofonderebbe sotto il 20 per cento. L’unica possibilità è la capacità di tenuta dell’alleanza Abu Mazen-Barghuti, che consentirebbe al partito del presidente di contrastare la concorrenza fondamentalista e di rilanciare il processo di pace. Tutto il resto è notte fonda.



Guglielmo Sasinini www.famigliacristiana.it

La bolla dei derivati è sempre più gonfia


Negli Stati Uniti ci si aspetta che le aziende, attraverso i piani pensionistici, e altre istituzioni, “investiranno” qualcosa come 300 miliardi di dollari da qui al 2008 in hedge funds, i fondi speculativi che operano principalmente in derivati; un salto niente male rispetto ai 5 miliardi investiti da queste entità nei dieci anni passati, secondo uno studio della Bank of New York e della Casey, Quirk & Associates.

Alcuni fondi pensione sostengono di investire in derivati allo scopo di aumentare le entrate, a fronte delle fluttuazioni di mercato.

Poiché la legge USA prevede che, se il 25% o più dei capitali gestiti da un'istituzione finanziaria sono fondi previdenziali, essa rientra tra i fondi pensionisti, e dovrà quindi attenersi alle relative misure prudenziali nelle scelte d'investimento, al parlamento americano sono stati presentati disegni di legge che intendono innalzare tale soglia al 50%, applicando tale norma esclusivamente ai fondi pensione aziendali.

Allo stesso tempo però, ci sono anche proposte legislative di senso opposto, come quella presentata dal sen. Ted Kennedy volta a creare protezione per le pensioni.

Al 30 settembre 2005, secondo le statistiche ufficiali USA, le banche commerciali americane deterrebbero qualcosa come 99,6 trilioni di dollari in contratti derivati, con un aumento del 17% su base annua.

Di questo passo si stima che le banche commerciali USA, per la fine del 2005, hanno accumulato forse 100 trilioni di dollari in derivati.

In questo contesto può apparire significativa la recente notizia apparsa sul sito della Federal Reserve che annuncia che la banca centrale USA non pubblicherà più le statistiche periodiche sulla consistenza della massa monetaria aggregata M3 (che comprende anche gli aggregati finanziari). Evidentemente Ben Bernanke, nuovo designato governatore delle FED, fanatico sostenitore del monetarismo alla Friedman e dei suoi “elicotteri” da cui gettare contante in caso di crisi (metafora usata per “inondare il mercato di liquidità”), si è già messo a lavoro, come hanno detto alcuni esponenti bancari tedeschi di alto livello alla rivista americana EIR. /www.movisol.org



gennaio 22 2006

Marco Travaglio

Con la verità si vince meglio

Caro Antonio,
ho letto il tuo commento «Primo, non farsi del male» e alcune lettere che mi invitano a «non fare il gioco di Berlusconi». E provo a rispondere a cuore aperto. Partendo da quel che è accaduto nella bellissima serata dell’Ambra Jovinelli, dove con Peter, Furio, Flores, Beha e Sabina abbiamo presentato «Inciucio». Di serate così, per fortuna, ce ne capitano quasi ogni giorno in giro per l’Italia. E puoi ben immaginare da chi è composto il pubblico: elettori del centrosinistra ed ex del centrodestra che non ne possono più di Berlusconi, del suo monopolio incostituzionale, dell’illegalità legalizzata, della volgarità full time, insomma del regime. Cittadini molto diversi per estrazione politico-culturale, perché almeno un miracolo il Cavaliere l’ha fatto: riunire i nostalgici di Montanelli e di Berlinguer, molti no global e i difensori della Costituzione al seguito di Scalfaro. Li ritrovi alle presentazioni dei nostri libri, alle feste dell’Unità, agl’incontri con Santoro e Massimo Fini, sul blog di Grillo, agli spettacoli di Sabina, Luttazzi, Paolo Rossi, Marco Paolini, nelle edicole a comprare la Repubblica, l’Espresso, l’Unità, Micromega, il Diario, o il Corriere per Biagi, Sartori e Stella. Li rivedi alle primarie, eroicamente in fila per ore al gelo, nonostante i minuetti sulla guerra, le riabilitazioni di Craxi, le astensioni sulla controriforma costituzionale, il «dialogo sulla giustizia», le avances ai vari Lombardo, le porte aperte ai riciclati e agli imputati, gli inciuci sulla Rai. Finchè “di là” c’è Berlusconi, voteranno tutti centrosinistra: chi turandosi il naso, chi tagliandoselo, chi trovandosi a suo agio con questo o quel partito, chi sognando una lista Prodi che raccolga un po’ di società civile fuori dalla partitocrazia. Ma voteranno. Non ne conosco nemmeno uno che dallo scandalo Unipol e dagli altri mille inciuci concluda che «tanto vale tenersi Berlusconi» e, non sapendo quali fili tagliare per disinnescare la bomba, si astenga o voti Berlusconi perchè «sono tutti uguali». Anche perché, per quanti sforzi si facciano, è impossibile eguagliare Berlusconi. Nel nostro mondo tutti, ma proprio tutti, sanno esattamente quale filo tagliare: quello azzurro del regime. «Tra il bordello e il manganello, scelgo il bordello», diceva Montanelli nel 2001, «il manganello mi fa paura, il bordello no».
Detto questo, c’è un grosso “ma”: lo scandalo Unipol è una spada nel costato di ciascuna di queste persone. Che sanno benissimo chi è Berlusconi, come ha fatto i soldi, chi sono i suoi compari, quant’è incapace di governare. Per questo, qualunque cosa faccia, non si meravigliano di nulla e non hanno nulla da chiedergli, se non di levarsi dai piedi al più presto. Ma con i propri rappresentanti sono molto esigenti. Non s’accontentano di una generica “diversità”. Pretendono il massimo, almeno in quel campo che non è mai trattabile sul tavolo degl’inevitabili compromessi della politica: la questione morale. Che Berlusconi sia invischiato in tutt’e tre le scalate estive (Antonveneta, Rcs e Bnl), lo si dà per scontato ancor prima di saperlo. Ma si resta allibiti quando i vertici di un partito sponsorizzano una scalata con pessime compagnie. Ecco quel che si domanda e mi domanda la gente che incontro ogni giorno. Era proprio necessario difendere gli “immobiliaristi” alla Ricucci & Coppola? Prendere le parti di Gnutti (già condannato per insider trading)? Magnificare Consorte (imputato da due anni con Gnutti per un altro insider su obbligazioni Unipol)? Balbettare su Fazio? Prendersela con i giornalisti che avevano svelato quelle liaisons dangereuses un anno fa, avendo l’unico torto di avere ragione? Potrei continuare, ma mi fermo qui per non gettare altro sale su ferite che purtroppo restano aperte.
Tu scrivi che a sinistra c’è una rincorsa a farsi del male. Ma che deve fare tutta la brava gente che ha già deciso di votare Prodi e lo farà qualunque cosa accada? Deve pure chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie, spegnere la tv, disertare edicole, teatri, librerie e blog per non incappare in qualche giornalista o comico che gli dica la verità? Siamo sicuri che a «farci del male» non sia chi fa scandalo, ma chi lo racconta? Te l’ho detto, Antonio: credo di conoscerla un po’ questa gente. Non è come gli elettori di Berlusconi, che certe cose non vogliono neppure sentirle. Sono cittadini maturi che vogliono sapere e capire tutto di tutti. Di Berlusconi gli abbiamo raccontato (e continuiamo a raccontargli) tutto, mentre i grandi strateghi del centrosinistra ci raccomandavano di «abbassare i toni». Ma ora questi cittadini maturi vogliono sapere anche degli altri, «dei nostri». Non per rivangare gli inciuci del passato, esercizio che sarebbe inutile e anzi dannoso se esistesse una discontinuità fra l’ieri e il domani. Ma per sapere che accadrà stavolta se, come tutti speriamo, la fairy band perderà le elezioni. Quel giorno si ripeterà esattamente la situazione del ’96: Prodi al governo, Berlusconi all’opposizione. Entrambi con 5 anni in più, Berlusconi con qualche miliardo e capello in più e qualche processo in meno. Tutti rimpiangono la buona amministrazione del governo Prodi-Ciampi che ci portò in Europa. Ma tutti ricordano che in due sole materie l’Ulivo, in Parlamento, fece disastri: la giustizia e la libertà d’informazione, proprio quelle che stanno a cuore a Berlusconi. Quei problemi restano, incancreniti da cinque anni di regime. E a risolverli dovrebbero essere quanti che l’altra volta non lo fecero, non perché se ne scordarono, ma perché non vollero. Ecco: la nostra gente, proprio perché sa che non sono tutti uguali, s’indigna quando vede gli inciuci fra i diseguali. E, proprio perché andrà a votare contro Berlusconi, vuol sapere adesso cos’accadrà dopo su giustizia e informazione. Riusciranno i nostri eroi a liberare la Rai dall’occupazione abusiva dei partiti? Riusciranno a varare un antitrust che tolga al monopolista due reti su tre, come da programma dell’Ulivo’96? Riusciranno a dichiarare incompatibile con la politica chiunque possegga azioni di aziende di comunicazione? Riusciranno a radere al suolo tutte le leggi vergogna (anche quelle votate nel 1996-2001 da destra e sinistra a braccetto)? Riusciranno a far funzionare la giustizia anche per i potenti, magari abolendo la prescrizione durante il processo, come in America? Riusciranno a non candidare i condannati, gli imputati e i prescritti? Questo chiede chi si sente bruciato dall’esperienza della volta scorsa: impegni chiari prima di votare, per controllare dopo, giorno per giorno, che vengano mantenuti. La novità è questa: niente più deleghe in bianco. Prima si vota, poi si vigila. Per evitare che Berlusconi vinca anche se perde. Hai presente gli “apoti” di Prezzolini? Ecco, non la beviamo più. /www.articolo21.info


MASANIELLO E JAMES BOND A PALAZZO CHIGI
EUGENIO SCALFARI


da Repubblica - 22 gennaio 2006

Fin da quando fu chiaro che il disincanto dell´opinione pubblica nei confronti del governo Berlusconi aveva assunto caratteristiche di massa il maggior timore che agitò il mondo politico e istituzionale derivò dalle reazioni che quel disincanto avrebbe potuto provocare nell´anima e nei comportamenti del presidente del Consiglio e della "falange" dei suoi più stretti collaboratori. Si disse: farà il possibile e l´impossibile per conservare il potere, supererà i limiti del buon gusto, forzerà l´interpretazione oltre che la lettera del diritto pubblico e se tutto questo non basterà adotterà pratiche di manipolazione del consenso deformando le istituzioni, il costume e l´etica democratica.
Questi erano i timori, specie dopo la schiacciante vittoria del centrosinistra nelle elezioni regionali e questo si è ampiamente verificato dal 2004 ad oggi. Restano ancora una dozzina di settimane al 9 aprile, giorno fissato per le elezioni. Una "via crucis" abbastanza lunga che richiederà molta attenzione affinché i continui colpi di scena ai quali stiamo assistendo non si trasformino in eversione strisciante di cui si hanno già i primi e assai preoccupanti segnali.

IL primo segnale si è avuto con l´invasione quotidiana delle trasmissioni radiofoniche e televisive al ritmo di almeno due o tre volte al giorno. Trasmissioni le più diverse, da quelle di dibattito politico a quelle d´intrattenimento, dai monologhi di fronte a conduttori conniventi o ammutoliti ai contraddittori con esponenti politici, da apparizioni concordate con i dirigenti di Rai e di Mediaset a sortite inattese e non previste.
È accaduto di tutto e ancora accadrà. Assisteremo anzi ad un crescendo del fenomeno di sconvolgimento e scompiglio dei palinsesti, nonostante gli appelli reiterati del presidente della Repubblica che continua a invocare il pluralismo, la moderazione dei toni e il conflitto civile delle opinioni.
Avendo capito che una legge per abolire la par condicio non è tecnicamente e politicamente possibile, ora il governo pensa di prorogare di due settimane o almeno di una la vita del Parlamento. Lo scioglimento delle Camere, secondo le dichiarate intenzioni di Palazzo Chigi, dovrebbe cioè avvenire a metà febbraio anziché, come concordato con Ciampi appena tre settimane fa, il 29 gennaio. La motivazione reale è chiara: continuare l´occupazione dei video e dei microfoni e restringere l´applicazione della par condicio agli ultimi trenta giorni anziché a quarantacinque.

Masaniello e James Bond a Palazzo Chigi

È possibile che l´effetto di questa inflazione televisiva sia un rigetto dell´occupante e delle tesi da lui sostenute, ma resta il fatto che non si era mai visto un simile fenomeno di prevaricazione sfrontata e di passiva rassegnazione da parte dei dirigenti e dei conduttori delle varie trasmissioni, fino all´assurdo dell´Isoradio che fornisce all´utenza le informazioni sul traffico automobilistico, anch´essa rallegrata dall´impetuosa e improvvisa partecipazione del presidente del Consiglio.

MA l´aspetto di gran lunga più preoccupante di questa campagna para-eversiva riguarda l´aggressione in atto da molti giorni contro i Ds sulla vicenda Unipol. Si fa strada l´ipotesi (di cui non mancano seri indizi) che vi siano coinvolti addirittura uomini dei vari servizi di sicurezza. Ipotesi molto circostanziate, relative alla fuga di notizie e di intercettazioni telefoniche disposte dalla Procura ma utilizzate a sua insaputa da pubblici ufficiali infedeli alle norme che presiedono al loro delicato lavoro.
Si tratta, finora, di inchieste giornalistiche ricche tuttavia di riscontri documentati e di induzioni assai solide. Se ne trova ampio riferimento negli articoli pubblicati da Repubblica ma non soltanto. Del resto le deduzioni logiche sono difficilmente controvertibili. La Procura di Milano ha già dimostrato che la fuga di notizie e documenti non può essere avvenuta dai suoi uffici. È dunque evidente che sia avvenuta da uno o più operatori in ascolto delle conversazioni intercettate. Tali operatori sono militari della Guardia di Finanza.
I testi registrati e trasmessi al Giornale (di proprietà della famiglia Berlusconi) a cominciare dall´ormai famosa conversazione Consorte-Fassino, provengono dunque da quelle fonti alle quali non dovrebbe esser difficile dare un nome poiché si conoscono le date e l´ora delle intercettazioni dalle quali è automatico risalire al nome degli operatori.
Si tratta come è evidente di ipotesi molto gravi alle quali tuttavia non c´è alternativa poiché solo da lì quei documenti possono essere usciti. Il presidente del Consiglio sta giocando dunque col fuoco e potrebbe bruciarsi non solo le dita ma la mano intera.

UN altro segnale anch´esso molto preoccupante proviene dall´insolita visita di Berlusconi alla Procura di Roma. Ne avevamo già parlato la settimana scorsa ma ancora non si conosceva l´esito di quella sua «deposizione» e i problemi che ora stanno dinanzi ai magistrati che l´hanno raccolta. «Non aveva alcun contenuto giudiziariamente rilevante» ha detto più volte lui e ha confermato l´avvocato che l´aveva accompagnato. «Non era una denuncia» ha aggiunto ancora il presidente del Consiglio e il suo avvocato ha confermato.
Tuttavia il procuratore capo della Repubblica e i suoi sostituti incaricati dell´inchiesta Unipol hanno dato seguito a quella "non denuncia" che faceva tuttavia i nomi di terze persone; per la precisione di Prodi, Rutelli, Veltroni, D´Alema, Bernehim e Tarak Ben Ammar, quest´ultimo socio in affari di Berlusconi e da lui indicato come sua fonte d´informazione.
Evidentemente i procuratori di Roma hanno trovato che nella deposizione del presidente del Consiglio qualche cosa di giudiziariamente rilevante c´era, altrimenti perché avrebbero indicato a comparire dinanzi a loro alcune di quelle persone sopra indicate? Perché li avrebbero sottoposti a interrogatorio? Berlusconi ha anche aggiunto che le informazioni da lui trasmesse ai magistrati avevano però un rilievo politico. Se ne deve per caso dedurre che i procuratori di Roma fossero interessati al rilievo politico? E quindi si prestassero all´uso politico e non giudiziario della deposizione del premier? Sarebbe gravissimo se così fossero andate le cose, ma tutto ci porta a escluderlo.
Resta comunque acclarato che i magistrati dettero seguito alla deposizione del premier trasformando così la non denuncia in una denuncia vera e propria. Che cosa hanno accertato? Che gli incontri sono avvenuti. Che furono promossi da Bernehim. Che oltre a quelle persone Bernehim incontrò anche Berlusconi, dopo Prodi e dopo D´Alema e prima di Rutelli e di Veltroni. Che non avevano affatto parlato di Unipol, salvo che con Berlusconi medesimo. Il tutto è stato confermato da Tarak Ben Ammar, parola per parola, con una mezza smentita al suo socio sulla questione Unipol.
Tutto chiaro. «La questione per noi è chiusa» hanno detto i procuratori. Chiusa? Non direi. Il procuratore capo ed i suoi sostituti hanno compiuto atti giudiziari rilevanti sulla base di una non denuncia che si trasforma in denuncia da parte del presidente del Consiglio. Non trovano niente di penalmente rilevante, cioè in altre parole la denuncia risulta sballata. Ma resta che era calunniosa.
Politicamente calunniosa, su questo non c´è dubbio, ma anche tecnicamente calunniosa. Quando si attiva il magistrato, cioè la giurisdizione, ipotizzando che un reato sia stato compiuto e risulta invece che il reato non ci sia, si configura tecnicamente una calunnia che i magistrati debbono perseguire d´ufficio.
Perciò mi permetto di chiedere al procuratore della Repubblica: è stato compiuto un reato di calunnia dal presidente del Consiglio? Se così fosse, lei dovrebbe iscriverlo nel registro degli indagati. Oppure lei – inconsapevolmente certo – si è prestato all´uso politico di una non denuncia, come si può vedere dai giornali e dalle televisioni che hanno aperto per molti giorni le prime pagine su questa faccenda. Una risposta sarebbe non solo gradita ma indispensabile.

NELLA conferenza stampa di Tarak Ben Ammar dopo il suo interrogatorio in Procura si dice anche che lui, Tarak, non era la sola fonte e che sulla vicenda Unipol «il presidente Berlusconi ha anche altre fonti» del resto Berlusconi non lo nega affatto anzi lo dichiara con orgoglio. Ha detto ai suoi collaboratori: «Bisogna continuare su Unipol, tra poco spero di saperne molto di più».
Ernesto Galli della Loggia ha scritto sul «Corriere della Sera» che il presidente del Consiglio sta reincarnando una versione moderna e mediatica di Masaniello e il giornale l´ha messo anche nel titolo di quell´articolo.
Masaniello. Un populista e demagogo che sollevò il popolo napoletano contro il potere e poi si mise d´accordo col potere stesso. Poi finì male.
Il paragone con Masaniello deriva dalla demagogia e mi sembra perfettamente appropriato, ma ora si deve aggiungere un altro paragone altrettanto appropriato, quello con l´indimenticabile James Bond. È evidente che James Bond più Masaniello costituiscono una miscela esplosiva, per di più quando queste due figure beneficiano dei poteri e delle prerogative del capo del potere esecutivo.
Voi capite che i timori che derivano da questa situazione sono pienamente giustificati.



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Ds Milano - Rassegna stampa


"Con questi leader non vinceremo mai". D'Alema non dimentica e attacca Moretti
REDAZIONE

"Con questi dirigenti, non vinceremo mai". Queste le parole pronunciate a piazza Navona da Nanni Moretti il 2 febbraio del 2002. Il centrosinistra viveva uno dei momenti più neri della sua storia, e il regista si scagliò contro i leader usciti pochi mesi prima sconfitti da Silvio Berlusconi alle urne.
Da quel giorno sono passati quasi quattro anni e alcuni di quei politici chiamati in causa a piazza Navona - su tutti il presidente dei Ds Massimo D'Alema - sono ancora infuriati con il regista.


L'ex presidente del Consiglio - forte dei sondaggi che danno l'Unione in netto vantaggio sulla Casa delle Libertà (certo, bisognerebbe vedere se il merito è della sinistra oppure se è demerito di Berlusconi) - attacca Moretti, sottolineando che oggi deve "ammettere che con quei dirigenti si poteva vincere".
"I partiti servono, se non ci fossimo stati noi chi avrebbe organizzato la resistenza in questi anni, chi avrebbe organizzato il contrattacco? - ha affermato l'ex premier - Piero Fassino ha aperto il dialogo con la cosiddetta società civile, io sarei stato più spigoloso". /www.centomovimenti.com


Grassi finanziamenti e tanti segreti per le aziende-partito
di Rodolfo Roselli*

E' sufficiente rileggere gli art. 18, 49, e 51 della Costituzione per accorgersi quanto distante sia la teoria dalla pratica, per quanto riguarda la costituzionalità dei partiti italiani, e quanto sia stata mistificata la funzione loro assegnata al servizio della democrazia.

I partiti dovrebbero essere libere associazioni di cittadini. I soci dovrebbero osservare, e ne avrebbero diritto, una rigida applicazione del metodo democratico, e invece le strutture interne si formano e di sciolgono spesso senza regole, senza controlli, senza congressi legittimi, senza votazioni certificate. Tutti i cittadini avrebbero diritto a presentarsi come candidati per accedere alle cariche elettive, e invece le liste elettorali sono monopolio delle scelte dei partiti, le firme vengono truccate, si creano collegi maggioritari blindati ove non soltanto valgono solo le preferenze delle segreteria, ma ove il vincitore cancella qualsiasi tipo d'opposizione interna ed esterna.

Da notare che la Costituzione afferma anche che i cittadini devono concorrere alla definizione delle scelte di politica nazionale, ma anche questa illusione chiaramente non esiste. Ma tutto questo ignobile circo equestre, non solo offende profondamente la libertà di tutti, ma vive, come un parassita, con i soldi dei cittadini, emarginati dalla vita politica. Poiché i partiti sono in realtà strutture che devono gestire le convenienze personali di limitati gruppi di prediletti, è ovvio che non possono essere libere associazioni, ma aziende commerciali ove esistono delle entrate, delle uscite, dei profitti, dei "dividendi", dei dipendenti.

Ma sono aziende particolari, quindi nessuno certifica gli utili, nessuno certifica i dividendi, nessuno paga i contributi ai funzionari e i rapporti di lavoro non obbediscono nemmeno alle più elementari norme sindacali (ad es. l'art.18 sui licenziamenti non vale), e molte altre cose che sono tenute accuratamente celate. I 'lavoratori' interessati non osano ribellarsi neanche con scioperi, perché conoscono bene le eventuali rappresaglie, ma anche perché sperano prima o poi che "per anzianità" venga loro donata una qualche carica pubblica in modo tale che stipendi, contributi e pensioni li paghino i cittadini attraverso lo Stato.

Aziende di questo tipo obbediscono ad un solo padrone, scortato dai "bravi di don Rodrigo" e quindi la gestione somiglia, in peggio, al " padrone delle ferriere". Ma queste non somigliano molto a delle associazioni segrete? E allora, l'art.18 della Costituzione le vieta, per cui oggi queste aziende sono totalmente incostituzionali. Chi lascia correre queste assurdità democratiche, non solo ne è complice consapevole, ma non può poi lamentarsi che, dietro le quinte di queste associazioni segrete, avvenga tutto quello che sono le tipiche attività di queste, e che si stabiliscano rapporti con individui riconosciuti ufficialmente dai tribunali marci moralmente. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei! Di conseguenza anche la nascita, la morte e la trasformazione di questi partiti, nulla ha a che fare con le attese popolari, ma semplicemente a necessità personali.

Il 26 Gennaio 1994, Silvio Berlusconi fiabeggia, a reti unificate, che ha deciso di bere l'amaro calice di scendere in politica, solo perché ama l'Italia. La realtà, a sentire i suoi amici Marcello dell'Utri, Fedele Gonfalonieri e Giuliano Ferrara è leggermente diversa. A quel tempo la Fininvest era gravata di 5000 miliardi di debiti, si rischiava, secondo Franco Tatò, amministratore delegato del gruppo, di portare i libri in tribunale, Berlusconi rischiava di fare la stessa fine di Angelo Rizzoli che, con l'inchiesta della P2 andò in carcere e perse l'azienda. Questa situazione economica andava sanata per due ragioni, perché l'azienda Finivest aveva bisogno di fondi, perché anche il nuovo partito andava finanziato. E allora obbligando gli industriali amici a spostare i loro budget pubblicitari verso Berlusconi, che avrebbe detenuto il potere, il duplice obiettivo veniva raggiunto.

Questo lo ha raccontato Calisto Tanzi, il famigerato patron di Parmalat, che in occasione della fondazione di Forza Italia, fu chiamato ad Arcore per utilizzare occultamente il canale finanziario della pubblicità per finanziare il nuovo partito. In sostanza Tanzi spostò il suo budget pubblicitario dalla Rai a Publitalia e con sopra anche un sovrapprezzo di almeno il 5%, in previsione di futuri favori alla Parmalat. Questa verità è nei numeri. Secondo la guardia di Finanza, Parmalat investi verso Publitalia il 54% del suo budget nel 1993, mentre nel 1994 ,arrivò stranamente al 68,5% e nel 2003 addirittura al 74,7%, in concomitanza con la campagna elettorale di Forza Italia.

Attenzione, quando un amministratore di una società per azioni sceglie di spendere i soldi degli azionisti non sulla base di un conveniente rapporto costo/prodotto, ma costo/vantaggi personali o aiuti agli amici, questo non solo è finanziamento scorretto ma è anche furto, e chi ne trae profitto è anch'esso complice di questo furto. Questa tecnica del finanziamento dei partiti per avere privilegi governativi è ormai una legge non scritta, che serve per ogni imprenditore a fare un doppio affare, ingraziarsi il capo del governo e scegliere un mezzo efficace per una sua posizione di monopolio. E infatti dopo la seconda rielezione schiacciante di Berlusconi, gli investimenti pubblicitari scapparono dalla RAI verso Mediaset. Nel 2001 Telecom tolse alla RAI 77,5 miliardi di lire di pubblicità, la Nestlè 20, la Fiat 9, 53 (su 82) quotidiani hanno spostato la pubblicità verso Publitalia (circa 100 milioni di euro), stessa cosa circa è avvenuta per i periodici.

Ma non basta, perché anche la pubblicità istituzionale, cioè quella promossa dai ministeri con denaro pubblico, è andata a finanziare Forza Italia .Questa pubblicità per legge è gratuitita sulla RAI, e invece solo dal gennaio al marzo 2005 il governo ha speso 5,3 milioni di euro di soldi pubblici, dei quali il 96,2% verso le tv di Mediaset. Tutto questo anche alla faccia della legge Gaspari che impone di destinare il 60% delle campagne istituzionali alla carta stampata. Quanto sopra per dimostrare come queste associazioni segrete usano finanziarsi, Berlusconi lo fa in un modo, gli altri lo fanno in altro modo e tutti sappiamo quanto sono state recentemente implicate banche, finanziarie, assicurazioni e cooperative su sponde diverse. Ma ovviamente nulla hanno mai fatto, fanno e faranno i partiti per eliminare questo sconcio, perché altrimenti come fanno ad arricchirsi i vari responsabili?

E infatti, la questione del finanziamento dei partiti è dannosissima e mai risolta. Già nel 1958, don Luigi Sturzo propose una legge che poneva limite alle spese elettorali e obbligava i partiti a portare i bilanci in tribunale. Inutile dirlo che la legge nacque morta. Le prime richieste di finanziamento le fece nel 1961 Nenni, nel 1963 la Democrazia Cristiana, nel 1971 fu ammesso il finanziamento privato, occulto e quindi illecito. Successivamente fu ammesso un finanziamento pubblico che, però, servì da paravento per continuare con maggiore forza il finanziamento privato, continuando a non rendere conto a nessuno dei bilanci che restarono rigorosamente segreti. Nel 1998 il problema del finanziamento dei partiti è stato aggravato dal referendum del 1993 che aboliva con un travolgente maggioranza del 90,3%, il finanziamento pubblico. Una punizione di popolo che i partiti si erano largamente meritati. Ma la vendetta dei partiti sui cittadini, che avevano osato contraddire le loro voglie, non mancò di verificarsi, con l'inganno dell'aggiramento della norma abrogata.

E così oggi i partiti fruiscono di due finanziamenti, formalmente noti. Il primo, tramite un rimborso per le spese elettorali, notate bene che qui si gioca sulle parole, in italiano rimborso significa prima paghi e poi ti rimborso, inoltre rimborsare una spesa significa, al mio paese, sapere quanto prima hai dimostrato di aver speso. Bene tutte queste semplici considerazioni con i partiti non valgono perché la legge 369/96 all'art.1 dice che "hanno titolo a chiedere l'anticipazione …", quindi è un anticipo su ciò che non risulta. Ma non basta perché la legge non chiederà mai quanto risulta la spesa, in quanto all'art.2 il contributo (notate ora lo si chiama contributo), sarà costituito dalla metà di quanto già erogato nelle precedenti elezioni, moltiplicato per il totale dei voti conseguiti. Una pseudo regola aritmetica che nulla a che fare con un rimborso spese.

Quindi un rimborso delle spese elettorali, che rimborso non è, che non riguarda alcuna spesa, che non sarà mai verificato se quanto è stato erogato sia di più (mai di meno) di quello dovuto. Dulcis in fundo, il contributo viene erogato annualmente. Ma non era un rimborso spese per le elezioni ? Come mai ora è divenuto un importo fisso annuo? Stranamente somiglia molto ad un finanziamento, non vi pare? Ha tutta la configurazione della solita legge per prendere i cittadini per i fondelli. Sapete voi questo scherzetto al momento quanto ci costa? Queste aziende-partito-società segrete, si stima abbiano incassato, secondo la legge del 2002, 986 milioni di euro per i rimborsi elettorali per le elezioni politiche, le regionali e le europee dell'intera legislatura. Pagati da tutti, votanti e astenuti.

Il secondo esborso verso i partiti è attuato con un finanziamento per la stampa di partito, ampiamente abusato. Si pensi che doveva essere riservato ai soli organi ufficiali dei gruppi parlamentari presenti in Parlamento. Invece i finanziamenti vanno a più di 200 testate di giornali e periodici, spuntati come i funghi da ogni parte. I soldi erogati ogni anno, almeno per il 2003, non sono pochi, e sono stati stanziati anche nella finanziaria attuale. Qualche esempio, circa 7 milioni di euro all'Unità, 3 milioni al Secolo d'Italia, 4 milioni alla Padania, 6 milioni a Libero, 6 milioni ad Avvenire, 3, 5 milioni al Foglio che non appartiene ufficialmente a nessun gruppo parlamentare.

Ma non basta perché a tutte queste somme si deve aggiungere il valore del tesseramento di tutti i partiti, cumulato in cinque anni di legislatura di 75 milioni di euro. E inoltre il totale dei finanziamenti privati, ufficialmente denunciati, nello stesso periodo, ammontano a 150 milioni di euro. Ma la sorpresa è che queste aziende segrete, non solo rendono bene, ma avendo utili, non avrebbero alcun bisogno di cercare altri soldi sporchi, secondo quanto risulta da una inchiesta fatta da Panorama il 25 marzo 2004 dalla quale risulta quanto segue, che dimostra che sui rimborsi elettorali ci fanno pure... la cresta:
Forza Italia ha avuto entrate per 90 milioni di euro e spese per 35 milioni.
Democratici di Sinistra, entrate 35 milioni, spese 24
Margherita entrate 91 milioni, spese 34 milioni
Alleanza Nazionale entrate 14 milioni, spese 10 milioni
Rifondazione Comunista, entrate 7 milioni, spese 5 milioni
Lega, entrate 9 milioni, spese 8 milioni.
Queste differenze non dipendono dalla capacità di spendere di più o di meno, ma dalla abilità degli amministratori dei partiti di gonfiare i presunti rimborsi elettorali.

Quindi i rimborsi superano ufficialmente le spese, e il resto se lo dividono. Questo non lo dico io, ma il senatore Renato Cambursano che ha amministrato l'Italia dei Valori, i Democratici di Prodi e la Margherita, nella quale attualmente milita, e che ha dichiarato testualmente «Chiunque sia in buona fede ammetterà che i circa 400 miliardi di vecchie lire che ogni anno arrivano ai partiti siano eccessivi e servano a nutrire apparati centrali che stanno tornando ad essere imponenti» (La Stampa, 13 Agosto 2005, ndr).

Signori, a questo punto il pranzo - e che pranzo - è servito!

* intervento su Radio Gamma5 del 18 gennaio 2006


www.osservatoriosullalegalita.org


piazzista di Saxa Rubra

Non c'è da stupirsi se l'onorevole Berlusconi ricopre in queste settimane alla Rai il ruolo in cui è veramente insuperabile: il piazzista.

Da Porta a Porta a Isoradio, da Biscardi a Uno mattina (e presto lo troveremo a dirci l'ora esatta) è un diluvio di comunicazione di aria fritta. Però è proprio quella che serve ad aggiustare un po' le previsioni elettorali a suo favore. Qualche altro errore del centro-sinistra (attività in cui la formazione eccelle) e qualche aiutino di rivelazioni giudiziarie dell'ultima ora (l' intelligence deve pure occuparsi di qualcosa in questo paese) potrebbero fare il miracolo d'aprile.

Berlusconi, dunque, fa quello che sa fare meglio. Ma i suoi alleati?

L'improbabile Casini – quello che usa le posate a tavola ed è dunque apprezzato a sinistra – dice: “Lui va avanti come se gli alleati non ci fossero”. Traduzione: non ci piace quello che fa ed al suo posto non lo faremmo. Ma continua: “D'altra parte ha capito come funziona la campagna elettorale col sistema proporzionale, faremo così anche noi”. Traduzione: migliora le nostre posizioni, speriamo che continui.

E l'onorevole Fini – quello che ci tiene sempre a sottolineare l'autonomia del suo partito: “se Berlusconi dice certe cose avrà le sue buone ragioni”.

C'è dunque una combinazione di cinismo, ipocrisia e arroganza in quella che si presenta come la peggiore campagna elettorale del dopoguerra.

Ormai si ricordano le elezioni del 18 aprile 1948 solo per averne letto sui libri. Fu la campagna elettorale del grande scontro fra Fronte popolare delle sinistre e Democrazia cristiana sostenuta apertamente dalla Chiesa cattolica, quando le iniziative di Pio XII e del cardinale Siri erano ancora più clamorose di quelle del cardinale Ruini. Nella propaganda della Dc si leggevano manifesti che dipingevano le mamme italiane mentre strappavano i figli dalle fauci del lupo comunista, e uno Stalin gigantesco calpestava il monumento al milite ignoto.

Non meno violenta la campagna del Fronte: i suoi manifesti dipingono i capi Dc mentre si affannano con i forchettoni su un piatto immenso di spaghetti dove è distesa la penisola. O uno scarpone chiodato che scalcia il sedere di De Gasperi.

Una scambio di raffinatezze in cui vinse la Dc e la storia d'Italia cambiò direzione immergendosi convintamente nel clima della guerra fredda.

Col senno di poi, però, quelle elezioni non ebbero l'importanza che gli si attribuì a lungo. C'era ormai una Costituzione in cui si riconosceva tutta l'Italia politica. Con tutte le differenze che quel contesto storico suggerisce, c'erano frammenti di idee condivise sul senso e il valore della convivenza civile in uno stato che voleva essere moderno.

Perché le elezioni del 2006 rischiano di essere peggiori e più equivoche, anche di quelle dell'aprile '48, pur non essendo le prime in cui la propaganda elettorale è equivoca e fuorviante ?

Intanto perché quella condivisione di regole non c'è più. Non solo in molta parte dell'Italia politica, ma anche in strati diffusi della popolazione. Poi perché la comunicazione elettorale non si fa con manifesti e discorsi nelle piazze, ma con i media più insidiosi che conosciamo. Perché – infine – il capo dell'attuale maggioranza di governo è uno dei più ricchi uomini del mondo e non conosce la democrazia, mentre conosce benissimo quei media.

Anche se ci dicono da tempo che non bisogna considerare le elezioni come un referendum fra bene e male (ed è giusto, perché non si saprebbe a chi attribuire la titolarità di queste imbarazzanti definizioni), saranno un referendum fra la democrazia imperfettissima che abbiamo conosciuto fino al 1994 e l'equivoco populista degli anni successivi. (La stessa parentesi 1996-2001, governi di centrosinistra, si iscrive all'interno di uno scontro politico asimmetrico).

I contenuti degli interventi dell'onorevole Berlusconi – come è noto – sono indifferenti. Vero e falso si equivalgono. Chiedergli, come fa il presidente della repubblica Ciampi, di rientrare nelle regole, è giusto quanto superfluo. L'unico freno alla sua libido comunicativa può arrivare solo da sondaggi che dovessero avvertirlo che lo danneggia. Se continua è un pessimo segnale: non lo danneggia affatto.

Se però non si può chiedere a Berlusconi di rientrare nelle regole, si può chiedere alla Rai di rientrarci lei. Alla scadenza del pagamento di un canone sempre più ingiustificato, è giusto chiedere al servizio pubblico, nelle persone del suo presidente, dei consiglieri d'amministrazione, del direttore generale (che, se non ricordiamo male, dovrebbero essere “di garanzia”, approvati dal centro sinistra) di controllare cosa fanno i dipendenti del tycoon al governo, provvisoriamente in servizio come giornalisti. O temono di insidiarne la professionalità? www.megachip.info


di Salvatore Scaglione


Tu non sei un amministratore

 

 

Un PalaMazda così gremito per la politica non si vedeva dai tempi in cui si chiamava PalaVobis, nel febbraio 2002, quando nacque il "popolo del PalaVobis". Oggi quel popolo era di nuovo tutto qui, riunito ad ascoltare una proposta che scaturisce dalle emozioni di quel febbraio di quattro anni fa. Dario Fo, giullare e premio Nobel, ha riunito una fetta enorme di quella che Pancho Pardi ha definito "la parte di società civile che ancora aspetta di essere rappresentata".

La manifestazione è stata perfetta e coinvolgente, la regia dell'evento è migliorata tantissimo rispetto alla serata dello Smeraldo. Tempi azzeccati, poche chiacchiere, poca politica, tanta musica (cantata - si fa per dire, è un happening il suo cantare - da Dario assieme a uno Jannacci in gran forma) e tanto magnifico teatro. Già, perché Dario riesce a fare del grande teatro anche quando racconta le imprese di Gabriele Albertini.

La serata si è aperta con la performance di Canto antico, gruppo salentino amatissimo da Dario (per la qualità della musica e forse anche un po' per la abbagliante bellezza solare di Francesca Di Ieso, che suona tamburi a cornice e danza, a cui è dedicata l'immagine), il "candidato della fantasia" ha alternato i suoi monologhi agli interventi di alcuni ospiti.

Dario ha toccato tutti i suoi temi classici, oggi riassunti nel programma che è stato distribuito in sala, organizzato con competenza (lo zampino di Oliviero Toscani è evidente) e illustrato con i suoi disegni magici. Albertini - con al sua supposta capacità amministrativa - è stato oggetto di grande attenzione da parte di Fo, che ha raccontato la serie di disastri che Gabriele lascerà in eredità a Milano (un'ATM non al servizio dei cittadini, traffico congestionato, inquinamento alle stelle, edilizia finalizzata all'interesse privato). Si è parlato anche del progetto Fiera, di Ligresti, della decadenza dell'offerta artistica e civile della città. Il tutto mescolando leggerezza, verve e una giusta dose di ferocia. Fo - per fortuna della città e delle primarie - non è un moderato. E non riuscirà mai, qualora venga eletto, a essere «un amministratore come Albertini».

Ospiti. Ha aperto la serie Basilio Rizzo (bella la sua immagine delle aziende municipali viste come «l'argenteria di casa» che Albertini «ruba» quando le svende) e Paolo Cento (con un discorso davvero "verde", a sottolineare l'insensato appoggio dei verdirosa milanesi a Ferrante).

Terzo ospite è stato il mitico Ken "Red Ken" Livingstone, l'uomo che sta dimostrando al mondo che il sindaco di Londra può girare per la sua città in metropolitana e senza scorta, che è possibile togliere l'autista ai funzionari del comune, che i cittadini pagano senza proteste la tassa di ingresso in città se anche i membri del parlamento la devono pagare. Dario e Ken hanno raccontato le innovazioni introdotte a Londra: piste ciclabile, nuovi mezzi pubblici, tassa d'ingresso per le auto. «Se ti dicono che sei troppo idealista, non crederci» ha detto Ken a Dario. E poi, rivolto al pubblico: «Dario rappresenta per Milano quello che io rappresento per Londra, un giusto insieme di socialismo tradizionale e attenzione per l'ambiente. Se eleggerete dario Fo, tutto il mondo parlerà di Milano».

Quarto ospite Pancho Pardi, che ha proposto un'ottima e articolata riflessione sul doppio impegno che la società civile deve assumere: il primo è mandare a casa il «campione della volgarità italiana che parla di sé in terza persona, per restaurare la supremazia dell'interesse pubblico sull'interesse privato». Il secondo è «superare il veto oligarchico da parte dei partiti nei confronti della rappresentanza diretta della cittadinanza, con uno scatto di energia come quello di dario, con cui la società civile imponga le proprie candidature alla società politica».

Ultimo ospite Giovanni Occhi, di Rifondazione, che ha letto un messaggio di Fausto Bertinotti, assente semigiustificato, che si è detto soprattutto dispiaciuto di perdersi lo spettacolo.

Canzoni immortali, cantate con la follia sgangherata del menestrello, accompagnato dal sorriso affettuoso di Enzo Jannacci e dalla straordinario gruppo di jannacci Junior, pianista e arrangiatore sopraffino: Uei son chi, Tutta brava gente (scritta 50 anni fa e ancora attualissima), La vita l'è bela, Vincenzina e la fabbrica, Ti te se no e l'ultima, trionfale, Ho visto un re.

In conclusione. Dario Fo stasera si è accreditato come candidato vero e credibile, circondato da una squadra di tecnici in grado di sviluppare progetti di reale cambiamento per la città. Riteniamo che la sua proposta e quella più giovane, pragmatica e innovativa di Davide Corritore, rappresentino un'opportunità importante. Sono due personaggi diversi e complementari, accomunati da un amore sincero per la città, che li ha spinti a impegnarsi in prima persona per un cambiamento profondo dei meccanismi di rappresentanza prima, di gestione della cosa pubblica poi.

Un'opportunità che non possiamo lasciarci scappare. www.onemoreblog.org/


Lo strano ritorno di Osama



Toh, chi si rivede, anzi si risente: Osama bin Ladin.
Dopo un digiuno mediatico che durava dal dicembre del 2004, e che aveva lasciato spazio ad ogni ipotesi, il capo di al Qaida è tornato a far sentire la sua voce attraverso una registrazione trasmessa ieri dalla televisione del Qatar al Jazira.

Il contenuto del messaggio è stato però ambiguo. Inizialmente il miliardario saudita ha minacciato di attaccare gli Stati Uniti, affermando che “operazioni sono in corso di preparazione sul loro territorio”, ma poi, con voce pacata, ha proposto al popolo americano una tregua “di lungo termine”, anche se a determinate condizioni. Bin Ladin ha ciesto “condizioni giuste a favore della sicurezza in Iraq e Afghanistan”.
Finora tutte le apparizioni del saudita sono state in qualche modo strumentalmente utili agli Usa, anche il suo silenzio in fondo è servito agli americani per alimentare nell’opinione pubblica mondiale la convinzione che “i buoni” stavano vincendo la guerra contro il terrorismo internazionale.

Cosa vorrà mai dire questo inaspettato ritorno sulla scena?
Le minacce (“E’ meglio lottare contro di loro sul loro territorio”, ha detto bin Ladin riferendosi agli Usa, piuttosto che in terra musulmana) potrebbero servire a Bush per ricompattare la sua pubblica opinione, ormai stanca di una guerra lunga e sanguinosa, ma allora perché l’offerta, seppur condizionata, di pace?

Ecco quindi un’ipotesi: gli Usa concedono qualcosa in Iraq e Afghanistan, roba di poco conto, ma tanto basta al capo di al Qaida per accontentarsi e accettare “la pace”. Questa notizia, nella speranza di Washington, potrebbe indebolire la determinazione dei resistenti afghani e iracheni.
Se così fosse verrebbe dimostrata la condizione di difficoltà degli invasori, sempre più incalzati dalle forze di liberazione. Questo dimostrerebbe poi la scarsa comprensione della realtà da parte degli americani.

Osama bin Ladin può andar bene per l’opinione pubblica occidentale, pronta a digerire ogni notizia “embedded” e pronta a considerare il saudita come un vero grande capo dell’islam, ma in Iraq la guerra di liberazione è guidata dal partito Ba’ath (laico e socialista) e ai patrioti iracheni poco o nulla interessano le esternazioni di Osama, di pace o di guerra che siano.
L’ombra di al Qaida si identifica però sempre con i misteri dell’11 settembre (prima di quella data nessuno conosceva “la base”) e proprio l’11 settembre fu il pretesto per scatenare le guerre da tempo pianificate dal Pentagono.

In questo senso la riapparizione di Osama può essere intesa come un lugubre presagio di nuove guerre americane, soprattutto in un tempo in cui campeggia una “crisi iraniana”.

Decio Siluro
Fonte: www.rinascita.info
Link: http://www.rinascita.info/cogit_content/rq_mondo/LostranoritornodiOsama.shtml

LA CINA HA LE MANI SULLA GOLA DEL DOLLARO
DI MIKE WHITNEY

“E’ un colpo mortale per il dollaro,” è stato il commento di Peter Grandich, editore della Grandich Letter.

Giovedì scorso, la Repubblica Popolare cinese ha sparato la prima salva in quella che può diventare una Apocalisse economica. Ha annunciato che inizierà a diversificare le proprie riserve monetarie in dollari.
Gulp!
Oggi la Cina ha in riserva 769 miliardi di dollari, che costituiscono la maggior parte delle proprie riserve. E’ una cifra esorbitante, qualunque criterio di misura si voglia adottare, e corrisponde al 30% circa del PIL cinese. Purtroppo le spese pazze dell’amministrazione Bush hanno reso il dollaro un cattivo investimento a lungo termine, per questo motivo la Cina deve scegliere fra cambiare strategia o sostenere grosse perdite. Si tratta di una questione spinosa che la Cina deve trattare con la dovuta delicatezza in quanto un comportamento troppo aggressivo può scatenare una corsa alla vendita del dollaro con conseguente svalutazione.



E’ improbabile che la Cina si comporti avventatamente ma il solo annuncio del suo cambiamento di strategia ha messo in subbuglio i mercati finanziari.

I futuri sull’oro sono già aumentati del 4% in una settimana dal momento che i grandi acquirenti istituzionali hanno riconosciuto che il dollaro è destinato a finire nella spazzatura. Dalla nomina di Bush l’oro è passato da 200 dollari a 540 dollari, segno sicuro che gli investitori hanno perso la speranza che Washington sia in grado di controllare la spesa.

Anche se la Cina non si mette a vendere i propri dollari c’è da aspettarsi una considerevole volatilità nei mercati di lunedì.

La Federal Reserve ha anticipato l’azione della Cina. Ecco perché il comitato dei direttori della Federal Reserve ha annunciato, all’inizio dell’anno, che non renderanno più pubblichi gli aggregati monetari M3 (che comprendono i seguenti componenti: depositi a lunga scadenza, accordi di riacquisto, e eurodollari). In questo modo la Fed può stampare una quantità di carta moneta tale da assorbire le onde d’urto derivanti da improvvise grosse vendite di dollari, senza che il pubblico venga a conoscenza di cosa stia accadendo. Si tratta di un bel trucchetto capace di espropriare gli americani dei loro sudati risparmi mentre il dollaro continua a scavare la propria tomba.

Greenspan sapeva che questo giorno sarebbe arrivato, ecco perché, probabilmente, è andato in pensione in anticipo; godendosela alle Barbados mentre il peggio sta per arrivare. Ecco che cosa ha riferito in aprile al comitato senatoriale del bilancio:

“Il bilancio federale si trova in un sentiero insostenibile, perché i grossi deficit provocano un aumento dei tassi di sconto i quali, a loro volta, provocano un aumento dei pagamenti per gli interessi, che provocano ancora più grossi deficit. Se non si cambia strada tutti questi deficit provocheranno il blocco o peggio dell’economia.”

“Un sentiero insostenibile”?!?

E’ stato proprio Greenspan e Bush che si sono incamminati sul “sentiero insostenibile”. E’ stato lui a sostenere con entusiasmo il taglio delle tasse del presidente, 450 miliardi annui, andati a favore dell’1% della popolazione che dovrebbe rappresentare. Il taglio delle tasse, da solo, ha messo il paese sulla strada della catastrofe. Con l’azione congiunta di Greenspan e Bush il debito pubblico ha raggiunto l’incredibile cifra di 3 mila miliardi di dollari. Sempre lui ha favorito pratiche finanziarie dubbie (mutui a tasso variabile, ratei a tasso zero, prestiti con solo gli interessi) che hanno gonfiato la bolla immobiliare con una un onda di acquisti speculativi senza precedenti. Mentre la Fed continua ad aumentare i tassi e a stringere i cordoni dei prestiti, la bolla si sta lentamente avviando verso l’abisso portandosi con sé il futuro economico dell’America.

Greenspan ha anestetizzato il paese con la politica dei tassi a basso interesse mentre Bush e Co. hanno fatto ricorso al massimo del credito possibile caricando la nave con tutto quello che vi era nelle casse pubbliche. Intanto l’economia ha cominciato ad arrancare proprio mentre Greenspan teneva nascosti gli effetti a lungo termine dei grossi deficit dietro una montagna di denaro a basso costo. Adesso il pozzo è asciutto e l’America si troverà di fronte a interessi sempre crescenti, a una economia stagnante e a un dollaro in caduta.

La mossa della Cina ci segnala che stiamo entrando in un periodo di instabilità economica, nel quale il futuro dell’America si troverà alla mercè dei suoi creditori. I tassi di interesse sui mutui americani verranno stabiliti dalla politica economica della Cina.

Benvenuto nel nuovo mondo, compagno.

La Fed pensa di poter gestire la cosa manipolando l’offerta di denaro di nascosto della pubblica opinione.

Si vedrà.

L’ultima volta che Greenspan ha messo in atto questo trucco ha diminuito i tassi di 12 volte in un anno e mezzo mentre la pressione della borsa diminuiva lasciando l’economia col salvagente.

Greenspan sa che gli interessi bassi (“soldi facili”) non possono prevenire sempre il disastro. Se la Cina comincia a vendere i suoi dollari è la fine per il biglietto verde. Anche il Giappone sarà costretto a vendere, con a poca distanza anche la Germania. Le nazioni minori si accoderanno alla frenesia di vendita, seguiti dai fondi pensione e altro. Si tratterà di una passeggiata nella Repubblica di Weimar degli anni 30.

E allora?

Lunedì la Fed inietterà “preventivamente” miliardi di miliardi nel sistema per far aumentare la liquidità e soffocare sul nascere una possibile corsa al dollaro. In questo modo si può far finta di una apparente normalità mentre quel poco di ricchezza che è rimasta ancora alla classe media verrà deviata nelle tasche di flanella dei banchieri centrali grazie all’inflazione. Questo spingerà l’economia americana verso una traiettoria discendente con alla fine una penuria da terzo mondo.

L’America è sulla strada di una iperinflazione; che farà a pezzi la classe media, minerà i programmi popolari sociali, schiaccerà i sindacati, privatizzando tutte le aree del governo federale, si “pareggeranno” i posti di lavoro (per usare la terminologia di un guru della globalizzazione, Tom Friedman) e gli americani saranno costretti a competere con i lavoratori meno pagati del mondo.

Gli effetti dei grossi deficit sono ben noti. Alla fine le galline torneranno nel pollaio mentre i poveri e la classe media soffriranno terribilmente. Stavolta non sarà diverso.

Mike Whitney
Fonte:www.informationclearinghouse.info
Link: http://www.informationclearinghouse.info/article11533.htm
9.01.06



Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da VICHI

Novità e incertezze
sulla Knesset che sarà
Gadi Luzzatto Voghera






Alla vigilia delle elezioni legislative palestinesi di fine gennaio, con un panorama politico dai contorni ancora incerti e indeterminati per l’uscita di scena di Ariel Sharon e in vista di una campagna elettorale particolarmente carica di incognite, Israele si confronta con scenari inediti e particolarmente complessi.
Le analisi di molti commentatori sono accomunate dall’attenzione dedicata al nuovo anno e a come questo determinerà una svolta radicale nello scenario mediorientale, ma non si può non rilevare che la riduzione di tale svolta alle sole conseguenze geo-politiche dell’incerto cambio della guardia al governo d’Israele appare piuttosto miope.

Si accavallano in queste settimane sulla vita politica, sulla società israeliana e sulle dinamiche diplomatiche mediorientali, molti elementi che vanno compresi e analizzati nel loro complesso: ognuno di essi ha un peso significativo e determinerà le scelte future; far finta di non vederli può solo condurre a errori di valutazione e ad analisi semplicistiche. Rientrano nel numero di questi elementi di novità e di incertezza l’esito delle prossime elezioni legislative palestinesi, lo strutturarsi di una nuova leadership politica israeliana, l’evolversi della crisi internazionale legata ai piani nucleari di Ahmadinejad in Iran, l’evolversi della crisi di potere in Libano e in Siria. Già questi pochi elementi ci parlano di un quadro straordinariamente complesso. Tuttavia peseranno, e molto, anche elementi che sembrano apparentemente più marginali, e che invece ci paiono sostanziali. In particolare, dando uno sguardo alla realtà israeliana, vale la pena di riflettere da un lato su quella che potremmo definire una nuova questione sociale e dall’altro sul grande attivismo dei gruppi di fondamentalisti che operano nei territori occupati.

La “questione sociale” costituisce – a mio giudizio – la vera novità politica da tenere sotto osservazione. Si tratta di un elemento troppo spesso sottovalutato, ma che giocherà un peso significativo nel prossimo futuro. La società israeliana si trova oggi ad affrontare una crisi economica che non ha precedenti: anni di intifada (e quindi di guerra), che vanno ad assommarsi alla tendenziale recessione dell’economia mondiale seguita all’11/09 e alla recente speculazione sul prezzo del petrolio, hanno aumentato fortemente le tensioni sociali in Israele. Una percentuale che si avvicina rapidamente a un quarto della popolazione ebraica del paese vive oggi sotto la soglia di povertà. La classe media e – in generale – la classe di lavoratori a reddito fisso ha conosciuto negli ultimi anni un deciso peggioramento del proprio potere d’acquisto e (in maniera non dissimile da quel che avviene in Italia) vive sempre più l’angoscia di perdere il benessere acquisito nei decenni precedenti e di non riuscire più né a risparmiare, né a mantenere gli standard di vita a cui si era abituata. Per fronteggiare la crisi economica, la cosiddetta ricetta-Netanyahu – il liberismo thatcheriano con cui l’ex-ministro delle finanze (oggi a capo di quel che resta del Likud) aveva pensato di fronteggiare la crisi – se da un lato aveva assicurato al paese una buona crescita economica, dall’altro aveva esasperato le tensioni e le sperequazioni sociali andando a colpire il welfare che per decenni era stato uno degli elementi caratteristici del sistema economico israeliano. Non è un caso che a capo dei laburisti sia stato eletto un sindacalista come Amir Peretz. Il messaggio è forte e ineludibile: la questione sociale giocherà un ruolo centrale nelle prossime elezioni, e i cittadini israeliani chiederanno al prossimo governo sia una garanzia di sicurezza, sia una svolta nella politica economica e sociale. Lo ha capito molto bene Ehud Olmert che, assunto ad interim l’incarico di ministro delle finanze, ha subito tentato di ammorbidire alcune delle soluzioni proposte da Netanyahu.

Il secondo elemento di rilievo e parzialmente inedito che si impone nel dibattito politico odierno in Israele è il “fondamentalismo ebraico”. L’uscita da Gaza, con l’evacuazione delle colonie salutata giustamente da molti commentatori come un’operazione modello sul piano dell’efficienza organizzativa e militare, ha lasciato una ferita aperta nei rapporti fra destra israeliana (Sharon e i suoi eredi) e gruppi organizzati di coloni guidati da un’ideologia apertamente fondamentalista ebraica. Questi gruppi, piuttosto minoritari ma ben organizzati, hanno avuto in passato (si vedano le manifestazioni “arancioni” contro il ritiro da Gaza) e hanno oggi la capacità di mobilitare grandi masse di simpatizzanti attorno a parole d’ordine appartenute un tempo al movimento sionista nel suo insieme e oggi strumentalizzate ad uso e consumo di un disegno politico estremistico e potenzialmente destabilizzante. Abituati dalla compiacenza dello Sharon pre-Gaza a dettare l’agenda politica interna accendendo ad arte le tensioni con la popolazione palestinese (si ricordi la strage di Hebron perpetrata dal dottore-kamikaze Baruch Goldstein nel febbraio 1994), questi gruppi oggi si sentono “traditi” e tentano in ogni modo di sabotare con azioni unilaterali qualsiasi germe di dialogo fra Israele e l’Anp. Nell’attuale circostanza elettorale palestinese sono impegnati a favorire le liste che si oppongono al dialogo provocando di continuo la popolazione palestinese. Si passa dal taglio notturno di ulivi (migliaia) nei campi di proprietà palestinese, alle sassaiole contro abitazioni civili a Hebron, alle provocazioni nei mercati arabi. Si tratta di gruppi che si sono cullati per decenni nell’illusione di essere i veri e unici rappresentanti di un neo-sionismo fortemente religioso, ampiamente finanziati dalla destra per ragioni politiche: questi gruppi si sono resi conto, dopo Gaza, che la democrazia israeliana (anche a destra) è disposta ad ampia maggioranza a rinunciare almeno a parte dei territori occupati nel nome di una maggior sicurezza e di una pace duratura. La questione che si trovano a fronteggiare è quindi importante e centrale, soprattutto in un’area come il medioriente: la democrazia è o no superiore, come valore e come concreto agire politico, a quella che costoro ritengono essere la volontà divina?
Non si creda che il dibattito all’interno di questi gruppi non sia vivace: è certo, tuttavia, che numerosi gruppi organizzati ritengono la democrazia solo uno strumento provvisorio, e non esitano a usare la violenza per affermare i propri convincimenti sia contro la popolazione palestinese, sia contro le forze di sicurezza israeliane. Si tratta di capire se e in che misura la nuova leadeship israeliana – priva del carisma e del passato di condottiero di Ariel Sharon – troverà la forza e la capacità di imporsi e di trattare questi gruppi (che apertamente sfidano il potere dello Stato d’Israele per condurlo sul loro terreno) come una minaccia per la sicurezza dello Stato non dissimile da quella dei gruppi terroristi palestinesi.








caffeeuropa.it



Il giudice Samuel Alito e il “Führerprinzip”

Il Wall Street Journal del 5 gennaio 2006 identificava Samuel Alito, il giudice nominato da Bush a sostituire Sandra Day O’Connor alla Corte Suprema USA, come uno dei principali sostenitori della dottrina dell’“esecutivo unitario”. Questa dottrina è il pilastro della Federalist Society, a cui Alito appartiene. Essa ripropone, con questo nuovo nome, la sostanza vecchia del Führerprinzip di Carl Schmitt adottato dai regimi dittatoriali: da quello di Hitler in Germania a quello del gen. Francisco Franco in Spagna, a quello di Augusto Pinochet in Cile a quello di Bush e Cheney negli USA di oggi.
Il Wall Steet Journal cita un discorso pronunciato da Samuel Alito al Congresso della Federalist Society nel novembre 2000. La Costituzione, disse Alito, “fa del presidente il capo della branca esecutiva, ma fa anche di più. Il presidente non ha soltanto alcuni poteri esecutivi, ma tutti i poteri esecutivi — tutt’insieme”.
Ricordando il periodo in cui lavorò nell’ufficio legale del dipartimento di Giustizia, negli anni Ottanta, Alito affermò: “Allora pensavo, come faccio ancora oggi, che questa teoria rappresenta nel modo migliore il significato del testo e della struttura della Costituzione”, ed aggiunse che i suoi estensori “vedevano nell’esecutivo unitario il contrappeso necessario agli enormi poteri del legislativo e delle fazioni che in esso potrebbero prendere controllo”.
Commentando l’articolo, Lyndon LaRouche ha affermato: “Se è vero che il giudice Alito aderisce alle idee riferite dal Wall Street Journal non gli si dovrebbe consentire di avvicinarsi a qualsiasi tribunale — tanto meno alla Corte Suprema — se non come imputato”. LaRouche ha esortato il Senato a respingere energicamente una tale nomina, altrimenti la Corte Superma cadrà irrimediabilmente nelle mani di una coventicola di “schmittleriani”, guidata da Antonin Scalia, Clarence Thomas, John Roberts, e Alito, tutti esponenti della Federalist Society, il faro della “rivoluzione conservatrice”.
Alla dottrina del Füherprinzip fatta propria dagli adepti della Federalist Society con il nome di esecutivo unitario, LaRouche ha contrapposto i principi del sistema americano invocati dal presidente Franklin D. Roosevelt quando dovette preparare gli Stati Uniti per la guerra mondiale. L’8 settembre 1939, nella conferenza stampa indetta dopo la proclamazione della “Emergenza limitata” di fronte allo scoppio della guerra in Europa, Roosevelt disse agli americani: “Non c’è né l’intenzione né il bisogno di fare ciò che si potrebbe fare ... Non c’è alcuna intenzione di sorta di mettere la nazione, le sue difese e la sua economia, in uno stato di guerra. Questo noi lo vogliamo evitare. Manterremo la nazione in una situazione di pace, in accordanza con i poteri decisionali consentiti in tempo di pace”.

Le udienze

Le udienze per la conferma di Alito alla Corte Suprema sono iniziate al Senato il 10 gennaio. Il candidato ha mostrato subito di essersi ben esercitato in equilibrismi linguistici, per evitare di rispondere a tono. Ad esempio, il sen. Arlen Spectre, che presiede l’apposita commissione, ha interrogato Alito sulla legalità delle intercettazioni della NSA, ma il candidato ha evitato di rispondere. Gli è stato rinfacciato un suo promemoria del 1986 in cui sosteneva la pratica dei “signing statements”, ovvero delle dichiarazioni interpretative che il presidente emette al momento della ratifica di una legge in cui afferma come lui, l’esecutivo, intende quella legge. Alito ha risposto che si trattava di “un primo grezzo tentativo” di affrontare difficili “questioni teoriche”. Gli è stato chiesto che cosa ne pensa di una tale “interpretazione presidenziale” dell’emendament McCain contro le torture ed ha risposto che si tratta di “questioni teoriche da approfondire e risolvere”.
Dopo una giornata persa a cercare di stringere la pallina di mercurio tra le dita il sen. Scharles Chumer ha commentato, in conferenza stampa: “Ha parlato di cose tanto generali, ha detto cose con cui tutti converrebbero, ma non ha detto nulla di ciò che pensa”. Il sen. Ted Kennedy ha aggiunto: “Il giudice Alito ha un concetto molto bizzarro della presidenza, della presidenza unitaria, crede nella firma di documenti che determinino l’intenzione del presidente sul conto delle leggi ... E’ un concetto nuovo, decisamente bizzarro ... Ci crede ferventemente. Ne ha parlato nei suoi discorsi alla Federalist Society. Subito dopo la rielezione di Bush ha usato questo termine sei o sette volte in quel discorso”.
Il sen. Patrick Leahy: “Si tratta di quel modo di pensare che consente al presidente Bush di dire: ‘firmerò una legge contro le torture, che però non vale per me o per quelli che sono ai miei ordini; ratificherò una legge, il Patriot Act, su come fare le intercettazioni, ma non vale per me, perché posso fare a meno dei tribunali”.

Emerito giurista paragona Alito a Carl Schmitt

Robert Gordon, professore di Legge a Yale e presidente della American Legal History Society, ha pubblicato un ampio documento [http://www.balkin.blogspot.com/] sulla teoria dell’”esecutivo unitario” abbracciata da Alito. Il ricorso di Bush ai poteri d’emergenza è paragonato da Gordon “alla vecchia dottrina dell’assolutismo monarchico che fu sviluppata dai giuristi nazisti come Carl Schmitt in una dottrina dei poteri d’emergenza dell’esecutivo — la dottrina secondo cui l’esecutivo che protegge la sicurezza della nazione si colloca al di sopra della legge”.
“I senatori dovrebbero chiedere ad Alito che cosa ne pensa dei limiti di questa dottrina dei poteri d’emergenza dell’esecutivo, e in primo luogo se ve ne sono” scrive Gordon. “Non gli si può permettere di evitare le domande dicendo che sono questioni in cui si decide caso per caso. Ciò che Bush e i suoi avvocati come John Yoo pretendono per i poteri esecutivi è categorico: il presidente dovrebbe avere cioè la facoltà di eludere persino delle leggi specifiche che limitano o regolano i suoi poteri. E’ stato così aperto un dibattito generale su queste questioni e le audizioni di Alito rappresentano l’occasione ideale e più appropriata per svolgerlo”. /www.movisol.org/

Abu Omar : la CIA avvertì i suoi agenti di stare fuori dall'Italia
di Giulia Alliani

"Secondo un messaggio e-mail, recuperato dal disco fisso del computer del principale sospettato, la Cia avverti' i suoi agenti di starsene alla larga dall'Italia appena seppe che i pm italiani che indagavano sul caso dell'Imam rapito avevano intenzione di emettere dei mandati d'arresto". Lo scrive oggi John Crewdson sulla Chicago Tribune.

"Un'impiegata della Cia, che ricevette il messaggio, scrisse poi all'ex capo della Cia di Milano, Robert Seldon Lady, di sentirsi "estremamente sollevata" nel sapere che Lady era riuscito a passare il confine svizzero e si trovasse, invece che "in una camera di sicurezza, in Italia", "a Ginevra finche' tutta la cosa non si sgonfiava".

"L'impiegata, che ora si trova in Virginia, scrisse che era rimasta sbigottita quando "all'improvviso, nella casella di posta dell'ufficio, aveva ricevuto un messaggio intitolato 'Italy, don't go there'. Contattata al telefono, l'impiegata ha detto di non avere il permesso di parlare del messaggio a Lady, datato 24 dicembre 2004.

Il messaggio "don't go there", descritto come "uno stringato elenco delle intenzioni dei magistrati di Milano", arrivo' dopo la pubblicazione del primo servizio del Corriere della Sera (1), in cui si scriveva che i pm stavano indagando sul rapimento dell'Imam per presunto sequestro di persona, e "una possibile violazione della sovranita' nazionale".

Lady e' uno dei 22 agenti Cia accusati per il sequestro di persona di Abu Omar. Nessuno e' stato arrestato nonostante l'inoltro dei mandati in tutta Europa. Oltre a rappresentare un'ammissione implicita, da parte della Cia, delle responsabilita' dei suoi agenti nel rapimento, i pm italiani hanno dichiarato che il fatto di suggerire di stare in luoghi al di fuori della competenza dell'autorita' giudiziaria di Milano rappresenta un possibile intralcio al corso della giustizia.

"L'unico intralcio non era alle indagini, ma all'arresto" ha detto il capo dei pm anti-terrorismo Armando Spataro in una e-mail alla Tribune "Se fossero in Italia, potremmo arrestarli". Spataro ha detto che pensa di chiedere alle autorita' statunitensi - in base al Trattato di reciproca assistenza giudiziaria - il permesso di interrogare la donna che ha scritto a Lady. "Secondo il nostro Codice Penale chi aiuta un'altra persona a fuggire, quando c'e' o e' in previsione un mandato d'arresto, commette un reato" ha aggiunto il pm.

I pm non hanno potuto identificare l'autore del messaggio "don't go there", o determinare dove si trovi, sebbene i database accessibili alla Tribune dimostrino che e' una donna che vive a Washington, D.C. L'autrice che, come la destinataria, e' un'impiegata della direzione operativa della Cia, non ha potuto subito essere raggiunta per fornire un suo commento. I nomi delle due donne non sono stati pubblicati su richiesta della Cia, secondo cui entrambe stanno ancora lavorando sotto copertura.

L'impiegata della Cia che scrisse a Lady compare negli elenchi del governo italiano, come impiegata al consolato Usa di Milano, dal giugno 2001 al giugno 2003, quattro mesi dopo che Abu Omar era stato rapito. L'autrice del messaggio con il memo "don't go there" non compariva nell'elenco diplomatico Usa. Una terza donna che, secondo documenti del Tribunale di Milano, era conosciuta alla polizia come "un agente Cia operante presso il Consolato Americano a Milano", viene menzionata nell'e-mail dell'impiegata della Cia diretta a Lady. Questa terza donna avrebbe avvertito altri componenti della Cia che "non potevano recarsi in Italia" a causa delle indagini dei magistrati. Anche di questa terza donna, la Cia ha chiesto di non pubblicare il nome, in quanto ancora "attiva".

I funzionari del dipartimento di Giustizia a Washington non hanno voluto anticipare le mosse che potrebbero decidere se i mandati saranno loro trasmessi direttamente, o indirettamente, attraverso l'Interpol. Tuttavia uno di loro ha detto che, a suo parere, e' poco probabile che vengano sguinzagliati degli agenti dell'Fbi per arrestare funzionari della Cia attualmente residenti negli Stati Uniti".

Si ritiene che Lady sia in Florida. Il suo avvocato italiano, Daria Pesce, sostiene che il suo cliente non ha nulla a che vedere con il rapimento di Abu Omar. Il 23 giugno, quando vennero emessi i mandati d'arresto, la polizia perquisi' la villa in cui Lady viveva con la moglie, dopo essere andato in pensione alla fine del 2003. "La polizia riusci' a recuperare, dall'hard disk di uno dei suoi computer, il messaggio e-mail, che qualcuno aveva tentato di cancellare, e altri documenti che, secondo i poliziotti, lo indicano chiaramente come l'organizzatore del rapimento".

Solo questo mese, un alto funzionario del ministero dell'Interno egiziano ha confermato per la prima volta che Abu Omar e' in Egitto ed e' ancora "detenuto per motivi di sicurezza". Il funzionario, Generale Ahmed Omar, ha sostenuto, sul giornale Al Ahram, che Abu Omar, che viveva in Italia protetto dalle garanzie dell'asilo politico, era venuto in Egitto "di sua iniziativa" perche' "era stufo dopo tanti anni di continuo fuggire".

"Nei colloqui avuti in carcere con le sue due mogli e con altri parenti, Abu Omar, che quand'era giovane apparteneva a un gruppo di militanti islamici, ha detto di essere stato torturato al punto che ora cammina a fatica, e' quasi sordo, ed e' diventato incontinente".

(1) dal Corriere della Sera del 2 dicembre 2004:
"Ma a sorpresa, nel maggio 2003, la polizia egiziana lo scarcera. Sul caso la Procura di Milano indaga per «sequestro di persona».
E l'inchiesta deve accertare anche lo strano comportamento attribuito agli agenti egiziani: perché rapire un sospettato e poi permettergli di rivelare questo intrigo internazionale? Un'ipotesi è che forse al Cairo non tutti sono d'accordo con il sistema delle «consegne speciali».
Di certo Abu Omar ha potuto registrare dati significativi. E intanto l'indagine ha segnato un'altra svolta: l'imam è stato riarrestato in Egitto. La Procura continua a indagare e il caso ha risvolti delicatissimi, perché è in gioco una possibile violazione della sovranità nazionale.
In risposta a una interrogazione dei deputati Giordano e Deiana (Rifondazione), ieri il ministro Giovanardi ha sostenuto che al governo e ai servizi italiani «non risulta» che presunti terroristi siano stati prelevati in Italia e trasferiti all'estero".

www.osservatoriosullalegalita.org

In attesa del dialogo
Le ultime tensioni complicano il lavoro di ricostruzione del dopo-tsunami






Le ultime tensioni nel nord e nell’est dello Sri Lanka hanno complicato e rallentato il lavoro delle organizzazioni che si occupano della ricostruzione nel dopo-tsunami. Si aspetta non senza preoccupazione che le parti in conflitto - governo e Tigri per la liberazione della patria tamil (Ltte, Liberation Tigers of Tamil Eelam) - e mediatori di pace ricomincino a dialogare per impedire il ritorno alla guerra civile. Tra queste persone in attesa, abbiamo contattato a Negombo, cittadina sulla costa ovest a nord di Colombo, Giovanna Fortuni del Volontariato internazionale per lo sviluppo (Vis): “A est, nella città di Trincomalee colpita dalle violenze, abbiamo alcuni espatriati, ma al momento si trovano tutti qui nel nostro ufficio centrale a causa dell’escalation di violenze”. A Trincomalee dopo diverse uccisioni all’inizio di gennaio di uomini della marina cingalese e di cinque giovani tamil, solo giovedì per un attacco di presunti ribelli sono morti due civili e rimasti feriti 12 marinai.

“Aspettiamo – continua Fortuni – l’evolversi degli eventi. La prossima settimana l’inviato di pace norvegese, Eric Solheim, il governo e i ribelli si incontreranno: speriamo che si torni alla calma e che i nostri operatori possano rientrare a Trincomalee in condizioni di sicurezza”. Da giugno a oggi, inoltre, sono stati proclamati sia dai cingalesi sia dai tamil diversi hartal, scioperi generali che paralizzano ogni attività e durante i quali non è possibile circolare. La responsabile del Vis spiega: “Non è la prima volta che subiamo un hartal (l’ultimo è finito domenica 15 gennaio), ma questa in cui ci troviamo è sicuramente la situazione peggiore dall’inizio dell’anno”.

Susanna Rebershak che di solito lavora a Trincomalee, sempre per il Vis, aggiunge: “L’hartal è quasi un coprifuoco, nessuna Ong durante lo sciopero può lavorare come dovrebbe. Bisogna restare chiusi negli uffici. Noi abbiamo dovuto interrompere temporaneamente la costruzione di un nuovo padiglione dell’ospedale di Nilaveli, a mezz’ora di auto da Trincomalee. E anche se adesso l’hartal è finito, ci sono state bombe e sparizioni in città”.

Il nord e l’est dello Sri Lanka sono a maggioranza tamil, in un Paese per il 75 per cento abitato da cingalesi, e teatro dai primi anni Ottanta di una guerra che ha causato oltre 60mila morti. Il cessate il fuoco proclamato nel febbraio 2002 ha ridotto gli scontri, ma non è mai stato rispettato del tutto. Anche i colloqui di pace, mediati dalla Norvegia, sono in stallo dall’aprile 2003. L’ultima ondata di violenze è partita dopo l’elezione del nuovo presidente Mahinda Rajapakse che dice di voler rispettare il cessate il fuoco, ma che continua ad accusare i ribelli del peggioramento della situazione.
Dal dicembre scorso sono morte almeno 140 persone: un’ottantina fra soldati e marinai a causa di attacchi di presunti guerriglieri e una quarantina fra tamil. Anche lo Stato potrebbe avere una responsabilità nelle ultime violenze, dato che i sostenitori delle Tigri ritengono che le vittime tamil siano state uccise dalle forze di sicurezza. Intanto gli osservatori della missione di pace che monitora il cessate il fuoco nel Paese sono tornati al lavoro, dopo essere stati attaccati a Batticaloa, sempre sulla costa orientale. E si spera trovino presto una mediazione con le parti in lotta.


Francesca Lancini //www.peacereporter.net

Noi non torturiamo, disse Bush


Noi non torturiamo, ha detto W. Bush a Panama. Certo. A parte le foto di Abu Graib e per non lasciare dubbi, ha minacciato di applicare il primo veto dei suoi due mandati a un emendamento che proibisce i trattamenti “crudeli, inumani o degradanti” a coloro che sono detenuti per la cosiddetta guerra antiterrorista (The New York Times, 13-11-05). L'emendamento, presentato dal repubblicano John McCain, è stato approvato dal Senato con 90 voti a favore contro 9 e la Casa Bianca preme sul Congresso affinché l'annulli. Il vicepresidente Dick Cheney vuole che almeno la Cia - già coinvolta, per quello che si sa, nella morte per tortura di quattro prigionieri - sia esentata dalla proibizione.

Da parte sua, Donald Rumsfeld non dà il permesso a una missione delle Nazioni Unite di intervistare i 540 prigionieri di Guantanamo per verificare le denuncie sulle sevizie varie che sono state formulate da diverse organizzazioni per i diritti umani. Il capo del Pentagono ha definito lo sciopero della fame di una buona metà dei rinchiusi lì dentro - sempre senza processo - come una “dieta” per attrarre l'attenzione dei media. Manfred Novak, relatore speciale sulla tortura delle Nazioni Unite, ha dichiarato al Washington Post “Dicono che non hanno niente da nascondere. Se non hanno niente da nascondere, perché ci impediscono di parlare in privato coi detenuti?”. Un rapporto del Centro Diritti Costituzionali (Ccr è l'acronimo inglese) sembra aver risposto a questa domanda: i carcerati alimentano a forza gli scioperanti introducendo loro nella narice dei “tubi spessi quanto un dito” che gli arrivano nello stomaco “senza anestesia né sedativi”.

I tubi vengono reinseriti senza soluzione di continuità e “i detenuti potevano vedere su di essi i resti del sangue e della bile degli altri prigionieri” ( http://www.ccr-ny.org/v2/home.asp ). E cresce lo scandalo sulle attività della Cia nei paesi europei. Fra le altre, la costruzione di una rete di prigioni clandestine deve sono “desaparecidi” già alcuni sospettati di terrorismo.

Diversi governi europei hanno iniziato a verificare se centinaia di voli della flottiglia della Cia con scala in aereoporti o basi militari locali non siano serviti per trasportare segretamente dei detenuti in altri paesi, in manifesta violazione dei trattati internazionali. È risaputo che l'Italia ha chiesto l'estradizione di 22 agenti della Cia che hanno sequestrato nel 2003 un religioso arabo a Milano e l'hanno trasportato in Egitto, dove è stato torturato. Un procuratore della repubblica Tedesca ha iniziato mercoledì un procedimento penale per stabilire se il religioso sia stato portato alla base aerea di Ramstein prima di spedirlo al Cairo.

Un altro procuratore tedesco sta indagando sul sequestro, avvenuto nel 2004, di un compatriota che si trovava in vacanza in Macedonia: agenti americani lo tennero prigioniero per tre mesi in Afghanistan per delle azioni terroristiche che non aveva mai compiuto. La Spagna, l'Irlanda e la Danimarca pure stanno investigando se gli aerei della Cia abbiano fatto scalo negli aereoporti locali trasportando prigionieri a Guantanamo o ad altre carceri clandestine sparse per il mondo (The Washington Post, 17-11-05). Per esempio, quelle impiantate in Romania e Polonia, come ha precisato Human Rights Watch. In tutte, è chiaro, non si tralascerà di applicare quelle che alcuni chiamano “pressioni illegalI”. Il papa Innocenzo IV fu meno elegante nella sua bolla Ad Exstirpanda del 1252: usò direttamente la parola tortura quando autorizzò che fosse applicata agli ebrei, ai marrani, ai catari e ad altri eretici.

La libertà e la democrazia che Washington ha impiantato in Iraq non escludono l'esercizio di libertà peculiari: la Rai italiana ha fatto conoscere un video che documenta l'uso di bombe al fosforo bianco che hanno incenerito centinaia di civili iracheni quando le truppe statunitensi hanno attaccato Falluja un anno fa. Nel Vietnam usarono il napalm e non sembra un caso che la temperatura dell'opinione pubblica nordamericana si avvicini a quelle vissute dalla generazione precedente, malgrado le non poche differenze che esistono fra le due avventure belliche: l'invasione e l'occupazione dell'Iraq dura da meno di tre anni, il conflitto in Vietnam si prolungò il doppio; le perdite statunitensi si avvicinano a 2100 uomini nel primo caso, furono più di 50.000 nel secondo; non si vedono oggi le grandi manifestazioni contro la guerra che contraddistinsero gli Usa negli anni '60 e '70. Malgrado ciò, una inchiesta di Usa Today/Cnn/Gallup, effettuata dal 11 al 13 novembre dello scorso anno rivela che il 52 per cento degli interpellati desidera la ritirata immediata dall'Iraq o nel giro di 12 mesi al massimo; nel 1970 una percentuale simile chiedeva il ritiro dal Vietnam. Il 54 per cento ritiene che inviare truppe in Iraq sia stato un errore, nel 1970 il 56% credeva che fosse stato un errore inviarle in Vietnam (Usa Today, 15-11-05).

La Casa Bianca e il Pentagono sono sull'orlo di un attacco di nervi: i dati dell'inchiesta citata indicano che il 60 per cento disapprova il comportamento complessivo di W. come presidente, 20 punti in più del febbraio dello scorso anno; il 63 per cento gli rimprovera la situazione in Iraq, contro il 48% di febbraio; il 61 per cento critica la gestione dell'economia del Paese, contro il 47 di febbraio; il 52 per cento afferma che non è onesto né sincero (Usa Today, 14-11-05). Una recente inchiesta di Hart/McInturff pubblicata dal Wall Street Journal mostra che il 57% degli intervistati assicura che W. Bush “ingannò deliberatamente il popolo” con le argomentazioni addotte per invadere l'Iraq, 16 punti in più del marzo scorso ( www.angus.reid.com/polls , 14-11-05).

Il “menti, menti, menti, che qualcosa resterà” di Joseph Goebbels sbiadisce a poco a poco nella coscienza civica nordamericana. W. Bush non legge in generale né gli scritti di Abraham Lincoln in particolare. Se lo facesse vedrebbe che il presidente ucciso sapeva che si può ingannare tutto il popolo per un certo tempo, una parte del popolo per tutto il tempo, ma non si può ingannare tutto un popolo per sempre.


di Juan Gelman
Poeta argentino
da www. guide.supereva.com
Traduzione di Federico Guerrini


Bosnia Erzegovina: le prime nozze gay

Sarajevo, notte di Capodanno, all'Associazione Q è tutto pronto per celebrare la cerimonia di nozze. Davanti ai testimoni due ragazze si tengono per mano, Vesna, abito e cravatta e Azra, vestito da nozze nero e fiori
Di Belma Becirbasic, DANI, 13 gennaio 2006 (tit. orig. Ja, Vesna, uzimam Azru za svoju životnu saputnicu

Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Ivana Telebak

Dani, 13 gennaio 2006 Sabato, 31 dicembre. Era di sicuro una notte folle, la città festeggiava l'arrivo dell'anno nuovo, il 2006, e tutto era possibile: noi, oltre a questo, festeggiavamo un'altra cosa - il primo matrimonio gay in Bosnia ed Erzegovina.

“Come è possibile? Ma, da noi non è vietata una cosa del genere?”, ha chiesto mia mamma prima che mi dirigessi verso la sede dell'Associazione Q, dove si teneva la cerimonia. Guardo la sua faccia confusa e cerco di scoprire se si tratta di un'incomprensione per i matrimoni dello stesso sesso. Non entro nelle finezze della legge e non offro una spiegazione sul perché la nostra legge famigliare ignori completamente questo tipo di comunità, ma le rispondo: non è l'atto di matrimonio prima di tutto un rituale d'amore, e solo dopo una licenza di un'unione socialmente legittima?

Naturalmente, questo matrimonio non avrà né dei privilegi economici né delle convenienze del matrimonio come istituzione, ma... Perciò, forse, si trattava di nozze diverse da tutte le altre: c'era qualcosa di infinitamente mistico nell'andare ad un matrimonio al di fuori della benedizione del comune e del timbro che vi permettono di contrarre il matrimonio solo dopo che vi siete impegnati a rispettare questo e quell'articolo della legge.

Fra l'altro loro, Vesna e Azra, avevano un proprio ufficiale di stato civile. Cioè una ufficiale. Poco prima di mezzanotte, Slobodanka Dekic davanti a una ventina di persone del corteo nuziale, per lo più i membri della locale comunità queer, ha detto: “Care amiche e cari amici, sono contenta che questa sera vi siate uniti/e per partecipare a questo momento così importante della vita comune di Vesna e Azra. Oggi siamo testimoni del loro amore e dell'inizio di un comune futuro felice”.

Davanti a lei, tenendosi per mano, stavano in piedi due spose: una, Vesna, che portava la cravatta e l'abito, e l'altra, Azra, che portava un abito da sposa nero e dei fiori.

Solo un anno fa ciascuna di loro aveva la propria vita. In quel periodo Vesna, trentun anni, ormai stanca di relazioni finite male, se la godeva in solitudine. Le ragazze la lasciavano spesso, generalmente perché insicure del proprio orientamento sessuale, e sentiva il bisogno di fare una pausa. Un giorno, con dei conoscenti, decide di sabotare un girl party per fare un dispetto ad un altro gruppo di ragazze.

Azra, dieci anni più giovane di lei, era un'ottima esca: Vesna aveva deciso di prenderla per far ingelosire le “avversarie”. Aveva cercato di baciarla, ma Azra si era scostata. “Mi disse di avere qualcuno... Mi piacque subito, la sua fedeltà... Le sussurrai all'orecchio che avrei pianto... Allora lei si intenerì. Comunque il mio motto era 'non mostrare mai a una ragazza di essere interessata', così non volevo farle vedere di essere attirata da lei. Invece, ci vedemmo poco dopo, di nuovo a un party. La sera stessa, venne da me. Continuavo a fingere di non essere interessata e cercavo di dormire... Durò per un po', finché i nostri corpi non si avvicinarono l'uno all'altro. Tre giorni dopo, Azra venne a vivere con me”, ci racconta Vesna.

Hanno pensato a lungo se, pur non dicendo i veri nomi, avrebbero permesso a Dani di scrivere del loro matrimonio. E quando hanno accettato, appena prima del matrimonio, ci sono state delle complicazioni: qualcuno del loro ambiente ha messo in giro la voce, e al telegiornale NTV 99 è stata data notizia del “primo matrimonio gay non ufficiale... che probabilmente susciterà degli incidenti”.

“Allora abbiamo temuto che i nostri nomi potessero uscire in pubblico. Per le persone che amo, per il lavoro... Non voglio che la mia vita privata possa compromettere qualcuno. La mia famiglia ha sofferto molto dopo che gli ho detto di amare Vesna. Adesso si sono abituati in qualche modo, ma non devono sapere del matrimonio”, dice Azra.

A differenza di Azra, Vesna ha detto alla madre di voler sposare Azra. “Ha sopportato la mia identità, ma questa storia l'ha messa da parte. Mi ha solo chiesto: 'A cosa ti serve questo, figlia mia?'. Credo che lei intimamente possa comprenderlo, ma non voglio imporle la responsabilità sociale e la pressione per come sono io. Per questo mi sono spaventata quando hanno iniziato a parlare del matrimonio”, dice Vesna.

Azra e Vesna alla fine hanno accettato un compromesso: la nostra équipe va alla cerimonia di nozze, un po' più come ospiti e meno come giornalisti.

“Non mi interessa che questa cosa venga seguita. Perché devo dire chi sono? Perché interessa alla gente chi bacio, con chi mi sveglio... Non mi interessa di espormi. Il mio cuore l'ha voluto, nonostante non fosse riconosciuto davanti alla legge. Non ha importanza la carta, ma quello che è nei nostri cuori. Non mi interessa che qualcun altro non lo consideri legale. Avevamo bisogno di unirci in questo modo. Questo matrimonio era solo il coronamento dei nostri sentimenti”, dice Vesna.

Azra la pensa diversamente: si aprirebbe completamente verso l'opinione pubblica se riuscisse a risolvere i problemi dell'esistenza. Lei desidera che la gente sappia del loro patto d'amore. È stata sua l'idea di collegare questo con il capodanno: “Perché questo è un nuovo inizio. Lasciamo le vecchie cose dietro di noi, troviamo quelle nuove... Tra l'altro, entrambe amiamo l'insolito... Ho voluto io che Vesna si mettesse l'abito, e io il vestito. Ciò non c'entra nulla con le divisioni sessuali, quanto con il modo in cui amiamo comunque vestirci”.

“Vi prego, giratevi l'una verso l'altra e prendetevi per mano. Le parole che oggi direte l'una all'altra rappresentano la base per una vita comune di fortuna e d'amore”, ha detto Slobodanka entrando così nella storia come primo ufficiale di stato civile ad aver unito in matrimonio due persone dello stesso sesso in BiH.

“Vesna, prendi tu Azra come tua partner e tua compagna di vita, per amarla e rispettarla?"

“Sì! Io, Vesna, prendo Azra come mio angelo, mia ombra, come mio senso della vita”.

“Io, Azra, prendo Vesna come mia stella che splende solo per me”.

“L'anello è il simbolo e sigillo dell'amore che state dando l'una all'altra e che vi unisce”, ha continuato Slobodanka, mentre Vesna metteva l'anello sulla mano della sua sposa.

“Azra, ti do questo anello come simbolo del mio amore e della mia attenzione”.

Si sono scambiate gli anelli e poi i testimoni, Svetlana Djurkovic, presidentessa dell'Associazione Q, e un amico di Azra, hanno fatto le congratulazioni: “Vesna e Azra, che la vostra unione si basi sull'amore che state dando l'una all'altra. Che la vostra vita sia piena di gioia, di serenità e di amore. Che davanti a voi ci sia un futuro sano e felice. Adesso potete baciarvi”.

Poi Azra ha buttato il bouquet fra i convitati. L'ha preso Sasa, un bellissimo ventiduenne di Mostar. A dire il vero... una ragazza che si esprime nel sesso maschile. Poi è andato/a verso la sua ragazza... Quella sera, tutti si sentivano liberi. Quella che per il pubblico era una notte segreta, per gli invitati era una notte pubblica, nell'Associazione potevano essere ciò che sono, potevano tenersi per mano, potevano ballare, potevano baciarsi... Una copia di omosessuali quella sera ha deciso di fidanzarsi. C'era anche Minja, una prostituta travestita che recentemente, dopo essere tornata dalla Germania, ha saputo dell'Associazione Q...

Tutti però guardavano Vesna e Azra... Per loro due questo era solo uno dei simboli della loro relazione, di un percorso che va lontano: Azra un giorno partorirà un bambino.

“Non so come, ma tutto è possibile. Forse prenderò il mio ovulo - zigota, forse si tratterà di inseminazione artificiale grazie a degli spermatozoi prestati... chi lo sa. Io la amo così tanto da non dover avere per forza una partecipazione biologica, voglio solo che sia del suo sangue... che abbia i suoi occhi, che sia sano...”, ha detto Vesna.

Slobodanka Deklic e Svetlana Djurkovic

Il primo matrimonio queer in BiH è stato organizzato dall'Associazione Q, l'unica organizzazione locale che raduna le persone LGBTIQ (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, intersessuali e queer) del nostro paese.

“Loro hanno voluto sposarsi e sono venute da noi, perché volevano che Q fosse inclusa e che in qualche modo lo organizzasse. Io ero molto felice per questo, non pensavo alle conseguenze, l'unica cosa che avevo per la testa era che bisognava sostenerlo. Naturalmente ci sono state delle pressioni e teorie di cospirazione, e non c'è niente di strano, spesso fra le persone si scatena il panico per queste cose, ma non c'è stato alcun problema”, dice Svetlana Djurkovic, presidentessa dell'Associazione Q.

Lei e Slobodanka Dekic, che ha anche sposato Vesna e Azra, sono quasi le uniche persone dell'Associazione che si esibiscono pubblicamente. Per Slobodanka è stata la prima volta che sposava una copia dello stesso sesso.

“Loro mi hanno chiesto di sposarle e io naturalmente ho accettato. All'inizio ero stupita, ho chiesto come si fa, cosa devo dire, avevo la tremarella, ma tutto è andato in modo fantastico”, dice Slobadanka, aggiungendo scherzando che “pensa di continuare con la carriera”.

“Credo che questa sarà una forma di diversità per molte altre persone, probabilmente molti hanno il desiderio di contrarre in modo simbolico il matrimonio e questo è anche un modo per far uscire dall'oscurità molte persone. Allo stesso tempo, benché sia ancora presto parlare di questo, anche nel nostro paese credo che si parlerà sempre di più della legislazione sui matrimoni dello stesso sesso. Non dobbiamo farlo solo perché questa questione viene imposta impone dall'avvicinarsi agli standard europei, ma perché la gente ne ha bisogno. E questo matrimonio ha dimostrato che fra la popolazione queer esiste questo bisogno”, dice Slobodanka.

L'Associazione Q non ha ancora avviato pubblicamente una campagna per la modifica della Legge di famiglia riguardo i matrimoni gay: “Per noi la cosa più importante era offire un sostegno, non abbiamo guardato ad altri interessi e a fare lobbying. Ma credo che in futuro ci lavoreremo. Nonostante si sia trattato di una cosa simbolica, si tratta comunque di un grande passo, dimostra un grande coraggio, nonostante il fatto che non ci siano dei privilegi dati dalla legge, dei vantaggi per le tasse, l'assicurazione sulla salute ed altro. Riguardo la comunità queer, tutto questo mostra che è viva, sana e allegra e mostra a tutte le persone che hanno difficoltà ad essere quello che sono di non essere da sole. Allo stesso tempo sono contenta, perché credo che da quando l'Associazione Q è stata fondata l'anno scorso sia stato fatto un grande passo in avanti, e che la comunità sia diventata più forte. L'effetto del lavoro della nostra associazione è che la gente fa delle amicizie e si sostiene a vicenda”, conclude Svetlana. www.osservatoriobalcani.org/




gennaio 21 2006

Lasciar parlare un sofista

 
Il sofist-detector funziona così: lasciate parlare una persona, e vedrete le contraddizioni enormi appena analizzate il discorso prendendo punti un po' distanti dello stesso.
Leggetevi questo editoriale del Foglio, di quelli che il nano è un fantastico statista mondiale e prendete questa frase:
Gli Stati Uniti non interferiscono negli affari interni di paesi sovrani, per di più se fedeli alleati.
e quest'altra:
Così Pentagono e dipartimento di stato hanno dato il via libera alla scelta italiana di annunciare il ritiro dei soldati entro il 2006, concordando tutti i dettagli militari con il ministro Antonio Martino e con Palazzo Chigi.
Decidete voi la soluzione della contraddizione:
1. La politica estera non viene gestita dal parlamento, e quindi non è un affare interno di un paese sovrano.
2. La politica estera viene gestita dal parlamento ma ratificata dal presidente americano.
3. Non è vero che il Pentagono ha dato l'ok al ritiro; è la solita frase del Foglio per far vedere che siamo pappa e ciccia con Bush.http://carlettodarwin.blogspot.com/

Margherita di Mantova: In nome delle primarie … Ruggeri passa con 8 voti a 5.
Imponente ... partecipazione allargata ( ! ) per la designazione della carica più alta della Margherita di Mantova. - Lanciata la candidatura di Ruggeri con 8 voti su 38 !!



Imponente ... partecipazione allargata ( ! ) per la designazione della carica più alta della Margherita di Mantova.
Hai ragione Prof Prodi, dove è finito lo spirito delle primarie??
La direzione provinciale con l’assenza di molti e l’astensione di altri lancia con 8 voti su 38 di cui è composto l'organismo, per la terza volta l’On. Ruggeri come candidato alla Camera.
Con un documento che alleghiamo, gli Ulivisti avevano chiesto una rosa allargata di candidati da sottoporre alle primarie o alla più ampia consultazione possibile.
La rosa, che si proponeva tra l'altro di prendere in considerazione personalità locali, doveva dare il segno del rinnovamento, inserendo nominativi qualificati anche di semplici iscritti o simpatizzanti, magari realizzando una corsia preferenziale per le donne e i giovani.
Il segretario provinciale Caramaschi dopo aver declassato con una inammissibile forzatura questa rosa allargata ad un tris oligarchico dei soli vertici del Partito (lui stesso, l’On. Ruggeri e il presidente del partito, Sig.ra Zaccagni), ha posto in votazione l’ipotesi di questo "tris d’assi" in alternativa alla sola, secca e singola indicazione di Ruggeri.
In tal modo non si è voluto ascoltare nè accogliere alcun altro allargamento verso la base del partito e verso i cittadini. Nonostante tutti gli interventi avessero toccato il tema del necessario rinnovamento della politica in vista del futuro Partito Democratico (Ruggeri a Maggio 2005 aveva votato per la cancellazione dell'Ulivo' dalle schede elettroli ) e della memorabile partecipazione di cittadini alle primarie, è passata a maggioranza l’indicazione del nome secco di Ruggeri ( 8 voti ), contro la pur sfrondata e declassata proposta del "tris d'assi" ( 5 voti ). Il resto dei partecipanti - una decina di persone - si è astenuto o è uscito dalla riunione al momento della decisione, scegliendo così di non scegliere per non contraddire con il voto quanto magari si va affermando da tempo ma solo a parole.
Un imbarazzante comportamento della direzione dovuto forse alla povertà delle opzioni od una irresistibile voglia di ritorno al passato?
Qualche giorno dopo l'On. Ruggeri dichiara al giornale locale «Accetto solo perché lo vuole il territorio»
Hai ragione Prof. Prodi, dove è finito lo spirito delle primarie??

Ulivisti Mantova

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l documento presentato dagli Ulivisti della Margherita di Mantova

Metodi e obbiettivi delle prossime elezioni politiche

Le prossime consultazioni elettorali si svolgeranno con un sistema elettorale del tutto nuovo, dalla Margherita fortemente avversato anche perché accentra notevolmente a Roma la scelta delle candidature per la Camera ed il Senato. Per questo è richiesto a tutti i partiti e quindi anche alla Margherita che si definiscano criteri atti a rendere il più possibile trasparente e lineare l'individuazione dei candidati nello spirito di rinnovamento in linea con il progetto del Partito Democratico.
Al fine di garantire una giusta rappresentanza locale è indispensabile che venga individuata della Margherita di Mantova una rosa di candidature tanto per le elezioni alla Camera dei deputati, quanto per quelle al Senato. L’argomento che la rosa al contrario di un nome secco indebolisca una ipotetica presenza mantovana nella lista non è corretta in quanto una rosa permetterebbe ai selezionatori del centro di armonizzare inevitabili esigenze nazionali con varie e molteplici disponibilità e competenze/caratteristiche locali ( uomo o donna , ecc).
Non v'è dubbio che il modo più democratico ed efficace per l'individuazione dei candidati sia sottoporre la rosa individuata alle primarie che hanno di recente dimostrato di essere gradite dall’ elettorato e di stabilire un saldo rapporto tra politica e cittadinanza. Soltanto se realmente impossibilitati a svolgere le primarie la scelta del candidato dalla rosa non potrà che risultare tramite una consultazione la più ampia possibile certamente non limitata alla sola direzione provinciale del partito.
In questo modo anche a Mantova si possono creare le premesse per la formazione del Partito Democratico che la lista unitaria dell'Ulivo prefigura con grande decisione. Una formazione politica é vitale e capace di proiettarsi nel futuro solo in quanto sia capace di rinnovare la propria classe dirigente.
Questo processo è necessario e può essere attuato, come già avvenuto in altre realtà locali ma anche in altri partiti, limitando a non più di due i mandati istituzionali che possono essere consecutivamente assunti avendo attenzione al fatto che le eccezioni per personalità politiche di rilevanza nazionale non stravolgono la regola del rinnovamento.
Il fondamentale obiettivo delle prossime elezioni politiche anche alla luce della grande aspettativa del Partito Democratico richiede l'impegno di tutti ed il coraggio di scelte innovative e non scontate.




Manovra criminale
Antonio Padellaro


da l'Unità - 21 gennaio 2006

Che razza di paese è quello nel quale qualcuno, su preciso ordine di qualcun’altro trafuga tranquillamente da un armadio le registrazioni di 1942 (millenovecentoquarantadue) telefonate, intercettate dalla Guardia di Finanza ma considerate ininfluenti dalle procure ai fini delle indagini; conversazioni appositamente trascritte in un dischetto messo a disposizione di chi sicuramente saprà farne uso adeguato. In un paese del genere può avvenire (è già avvenuto) che il dialogo privato di un segretario dell’opposizione venga sottratto dal solito armadio appositamente incustodito e pubblicato sul giornale di proprietà del leader della maggioranza. Tutto questo a poche settimane dalle elezioni, con gli effetti che tutti conoscono. Che in circolazione ci fossero altre intercettazioni avvelenate era abbastanza scontato. Ma che la massa di cianuro a disposizione di una parte politica per appestare il fronte politico avverso fosse stata prodotta in dosi così letali e massicce (come ha detto a l’Unità Guido Calvi avvocato e senatore dei ds) è notizia gravissima tale da richiedere l’immediato intervento oltre che della magistratura delle più alte istituzioni dello Stato.
Se svelare l’identità di chi ha materialmente in mano quel cd non si può (anche se qualcuno viene in mente), non è poi così difficile stabilire contro chi quelle trascrizioni potrebbero essere usate. Basta rileggersi i giornali degli ultimi giorni. Prima, la telefonata Fassino-Consorte, data alle stampe per colpire i Ds. Poi, il presidente del Consiglio che accusa i ds di avere esercitato pressioni sul mondo della finanza per portare a buon fine la scalata Unipol-Bnl, onde ricavarne i conseguenti benefici.

Affermazioni rivelatesi false su tutta la linea ma che per un paio di giorni hanno nutrito ampiamente giornali e tv. Quindi, sempre il premier che ordina ai suoi di preparare dossier contro i ds per segnalare le «complicità tra sinistra e le coop». Una strategia ben congegnata e articolata al servizio di un obiettivo preciso: spiare e calunniare il maggior partito delle opposizione per dividerlo, squassarlo e, possibilmente, annientarlo; e comunque per togliergli credibilità agli occhi degli elettori. Si dirà: ma se le telefonate, ancorché diffuse in modo illegittimo, contengono notizie compromettenti per i ds, non è bene che essi ne paghino il giusto prezzo politico? La risposta è sempre la stessa: se quei colloqui avessero avuto anche la più minima rilevanza penale sarebbero stati allegati all’inchiesta. Invece, quel materiale è stato attentamente vagliato, scartato e accantonato da quegli stessi inquirenti che, non più tardi di ieri, al palazzo di Giustizia di Milano confermavano ai giornalisti l’inesistenza di inchieste sui vertici della Quercia.
Che cosa possano contenere, allora, di così compromettente quelle 1942 telefonate, è abbastanza intuibile. Nulla di penalmente rilevante è la formula che con ipocrisia un po’ laida viene adoperata per coprire quegli aspetti poco dignitosi che un dialogo telefonico a ruota libera può manifestare nel momento in cui viene divulgato. Espressioni poco urbane, maldicenze, giudizi su terzi non particolarmente favorevoli in 1942 telefonate ce ne possono essere in quantità industriale. Senza contare le eventuali manipolazioni e falsificazioni che si possono facilmente apportare su nastri sottratti, come si capisce bene, a qualsiasi controllo.
Ma questa spazzatura immessa nelle vene di una politica da cinque anni moralmente massacrata sappiamo da chi, può davvero fare danni incalcolabili. Gli ottanta giorni che mancano al 9 aprile, scanditi dalla cronache minuziose di ciò che tizio andava dicendo a caio su sempronio, avrebbero un effetto mediatico tale da cancellare qualsiasi altro argomento della campagna elettorale. A cominciare dai programmi di cui, infatti, già nessuno parla più. La maggioranza perché impegnata a costruire dossier. L’opposizione perché costretta sulla difensiva e quindi con la testa altrove.
Mentre in Italia, con la benedizione del governo si spia, si intercetta e si confezionano fascicoli contro l’opposizione, avviene che importanti giornalisti Rai, che nel governo hanno un riferimento costante, chiedano l’avvio di azioni disciplinari contro altri giornalisti colpevoli di non apprezzare il loro modo di fare servizio pubblico. Dei procedimenti avviati dall’Ordine dei giornalisti contro Furio Colombo e Natalia Lombardo, su richiesta di Bruno Vespa e di Clemente Mimun potete leggere su queste pagine. Ciò che sorprende non è la richiesta di sanzioni contro il nostro giornale, a cui possiamo dire di essere abituati e che neppure adesso ci spaventano per la loro palese infondatezza e strumentalità. Sbalorditivo è invece che in questa razza di paese mentre, nel silenzio generale è in atto un attività illegale, e forse anche criminale finalizzata a distruggere l’opposizione, gli unici di cui si chiede l’incriminazione affinchè nei loro confronti si proceda con castighi esemplari sono due giornalisti dell’Unità.
apadellaro@unita.it







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Ds Milano - Rassegna stampa



Antimafia, in parlamento la relazione dei silenzi
Votate solo dal centrodestra, le conclusioni della commissione parlano di Andreotti ma non di Dell'Utri. E assolvono Cuffaro
Sospetti sui magistrati di Palermo: hanno condizionato i pentiti. Massoneria e `ndrangheta? Solo un «possibile pericolo». Il centrosinistra presenta una contro relazione
ANDREA FABOZZI
ROMA
Si legge nella sterminata relazione finale della commissione parlamentare antimafia - oltre 1.700 pagine, votate a maggioranza nella notte tra mercoledì e giovedì - che «più che la predicazione antimafia impiegata per la demonizzazione dell'avversario politico, occorre realizzare la sinergia delle forze sane del paese che sappiano resistere, sostenendosi l'un l'altra se necessario, alle intimidazioni e alle lusinghe della criminalità organizzata». Un chiaro invito alla politica perché faccia blocco. Sarà per questo che un paio di vicende niente affatto trascurabili sul versante dei rapporti tra mafia e potere come la condanna di Marcello Dell'Utri nel 2004 a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, e il rinvio a giudizio di Salvatore Cuffaro per favoreggiamento a Cosa nostra, sono trattate come episodi minori. Ignorato del tutto il primo, per quanto si tratti della figura centrale del principale partito di governo. Liquidato in poche battute assolutorie il secondo, presidente della regione Sicilia. Perché, si legge nella relazione «è importante notare che l'on. Cuffaro ha fornito risposte esaurienti a tutte le domande che gli sono state poste e comunque ha tenuto a sottolineare di essere ben consapevole dei pericoli derivanti dall'influenza della mafia sugli apparati dell'amministrazione e della politica». Cuffaro è consapevole. Forse è altrettanto importante ricordare, visto che questo la relazione non lo dice, che Cuffaro è accusato di aver incontrato Angelo Siino, ex ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra, ed è sotto processo per i rapporti con altri due medici come lui, uno condannato per aver falsificato la cartella medica di Giovanni Brusca (il killer di Giovanni Falcone), l'altro accusato di aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano. Nella relazione finale c'è invece ampio spazio (le ultime 400 pagine) per un processo ai processi di Palermo e di Perugia a Giulio Andreotti. Questione, sottolinea l'opposizione, che «non è masi stata oggetto dei lavori della Commissione». Ciò che non impedisce di leggere nella testo reso pubblico ieri una lunga serie di attacchi ai magistrati dell'accusa. Passaggi forse più adatti a una polemica da comizio elettorale come: «L'invasione di campo operata nei processi ideologicamente o politicamente connotati dà conto della tentazione di alcuni magistrati di ergersi a giudici della società, della morale, della politica e non dei singoli fatti». O vere e proprie accuse come: «La lettura delle due sentenze del tribunale e della Corte d'appello di Palermo toglie ogni credibilità alla prospettata e suggestiva ricostruzione del fatto ma non manca anche di suggerire un profilo preoccupante sulle ragioni che avevano spinto diversi collaboranti a fornire false dichiarazioni, talune delle quali evidentemente pianificate in base alla conoscenza di quanto altri sodali avevano propalato precedentemente e al desiderio di ritagliarsi un ruolo meritorio poi foriero di benefici processuali sul piano personale. Ciò, a non voler ipotizzare condizionamenti o pressioni al fine di orientare le loro dichiarazioni». Pressioni, si intende, della procura di Palermo.

Come in un gioco delle parti, la replica è nella relazione di minoranza sotto forma di una difesa di Giancarlo Caselli, il principale protagonista dell'accusa al senatore Andreotti. «Un magistrato - secondo l'Unione - cui questo paese deve solo riconoscenza e che è stato sottoposto a un vero linciaggio». Il riferimento in questo caso è anche alla norma ad personam che lo ha escluso dalla procura nazionale antimafia. Versante quello delle leggi del centrodestra che la relazione di maggioranza non tocca per nulla e che invece quella di minoranza ritiene decisivo perché, dopo cinque anni di governo della Casa delle libertà, «i confini tra legalità e illegalità sono diventati sempre più labili». L'elenco delle leggi è il solito e sta lì a testimoniarlo: falso in bilancio, rogatorie, rientro dei capitali dall'estero.

Ma la principale critica che il centrosinistra fa alla relazione che non ha votato è che manca una seria analisi della mafia come fenomeno politico almeno quanto criminale. Il presidente della commissione Roberto Centaro, Forza Italia, replica che di mafia e politica si parla nei capitoli dedicati alla Sicilia e al caso Andreotti, e abbiamo visto come (Centaro spiega di esserci andato cauto «per non interferire in procedimenti in corso»), ma anche a proposito di Campania e Calabria. Sulla Campania effettivamente si insiste molto, è la regione dove c'è stato il maggior numero di consigli comunali sciolti per infiltrazioni della criminalità organizzata, ma il centrosinistra allunga il sospetto che tanto zelo dipenda in realtà dall'intenzione di colpire una regione da anni a guida di centrosinistra.

Quanto alla Calabria, la relazione di maggioranza vi dedica proprio le prime pagine, in omaggio all'attenzione che la `ndrangheta si è tardivamente conquistata dopo l'omicidio Fortugno. Ma alla fine preferisce concentrarsi sull'elenco delle misure di emergenza prese dal governo Berlusconi per contrastare le 'ndrine. Nulla di particolarmente efficace, purtroppo, visto che gli omicidi continuano proprio nella locride, l'ultimo ieri sera a Siderno. E il capitolo centrale dei rapporti tra `ndrangheta e massoneria deviata è liquidato dalla commissione con una doppia eventualità: si tratterebbe di un «possibile pericolo». www.ilmanifesto.it


Lo scandalo Abramoff-DeLay e la crisi dei ''baby-cons''
Stati Uniti. Storia esemplare di un cinquantenne senza scrupoli che ha potuto scorazzare nella giungla delle lobbies
Stefano Rizzo


Cos’hanno in comune le Isole Marianne, la tribù degli indiani Saginaw Chippewa e un re del petrolio russo? Fino a pochi mesi fa sarebbe stato impossibile dare una risposta, che invece oggi è su tutti i giornali: Tom DeLay l’ex potente capogruppo repubblicano della camera dei rappresentanti.
Nella sua attività di legislatore, Tom DeLay si è occupato delle aziende tessili delle isole Marianne, favorendone le esportazioni; delle tribù indiane, proteggendone le sale da gioco; dei petrolieri russi, appoggiando l’erogazione di una linea di credito al governo di Mosca. E perché mai, tra le molte cose che deve fare un legislatore, si è occupato proprio di queste? Semplice: perché glielo ha chiesto il suo amico Jack Abramoff, il quale ha accompagnato ogni richiesta con una serie di doni in denaro e in natura per svariati milioni di dollari. Se poi questi soldi, destinati alle campagne elettorali dell’amico Tom, sono finiti anche in conti segreti personali, questa è faccenda che riguarda soltanto lui.

Sta tutta qui, in estrema sintesi, e in molti altri gustosi episodi la parte criminale dello scandalo Abramoff-DeLay, che ha coinvolto fin qui una dozzina di parlamentari repubblicani e sta mettendo a serio rischio di sconfitta il partito alle prossime elezioni di novembre. La sintesi non sarebbe accettabile però se non accennassimo alla qualità dei personaggi coinvolti.
A parte la carica istituzionale, DeLay è un esponente di spicco del Partito repubblicano da almeno una diecina d’anni, da quando nel 1994 arrivò a Washington dal Texas contribuendo così alla conquista del congresso da parte dei repubblicani (che l’hanno controllato da allora). Esperto nelle tecniche di arm-twisting (piegare il braccio dell’interlocutore fino a fargli male), si è reso indispensabile alla amministrazione Bush con la sua capacità di persuadere alleati e oppositori e portare avanti i provvedimenti di legge cari al presidente. Per questi stessi motivi connessi alla sua spregiudicatezza negli affari, istituzionali o meno, è stato redarguito più volte dallo “ethics committee” della Camera e invitato ad emendarsi.
Ma lui non ha dato ascolto a quei bacchettoni e ipocriti dei suoi colleghi. Ha al contrario continuato per la sua strada, con i suoi metodi, acquisendo al contempo nuovi meriti presso il suo partito. Ad esempio, con pressioni varie, per le quali è sotto processo penale nello stato del Texas, è riuscito a fare approvare una riforma dei collegi elettorali di quello stato che ha fruttato al partito repubblicano cinque nuovi seggi alla camera. Il suo ufficio, secondo la testimonianza di un ex collaboratore, era un porto di mare, una via di mezzo tra un’agenzia di viaggi, un’agenzia immobiliare e una società di servizi finanziari – il tutto al servizio dei colleghi e degli amici. Per tutto ciò è attualmente indagato per finanziamento illecito, truffa e corruzione.

Jack Abramoff è, come è stato detto, un grande. Il più famoso dei lobbisti di Washington, cioè di quelle circa 27.000 persone che stanno con il fiato sul collo dei parlamentari (435 rappresentanti e 100 senatori) per convincerli a votare provvedimenti che a loro (cioè ai loro clienti) interessano. Molti lobbisti sono persone oneste (la loro è peraltro un’attività garantita dalla costituzione), che rappresentano interessi legittimi alla luce del sole; ma molti non lo sono e le loro attività, prevalentemente nell’ombra, rasentano - quando non lo superano - il confine con il criminale.
Abramoff sicuramente quel confine l’ha passato. Solo negli ultimi anni ha incassato per se e per la Greenber Traurig, la società di lobby che rappresentava, centinaia di milioni di dollari, che in piccola parte ha dispensato ai parlamentari più influenti sotto forma di viaggi premio, di cene nei locali più esclusivi e, naturalmente, di tangenti fatte girare vorticosamente sui conti di società fantasma, così da nasconderne l’origine.
Ma non solo. Jack Abramoff è stato anche il tramite tra il mondo economico-finanziario, il potere politico e gli interessi più specificamente criminali. Come testimonia il suo gusto di imitare Marlon Brando nel "Padrino": “Si può fare. Ma mi devi rispetto”, era solito dire scuotendo l’indice verso l’interlocutore. La prova sta nell’acquisto di alcune navi per il gioco d’azzardo offshore (i Sun Cruz Casinos), nel quale la mafia della Florida gli ha dato una mano sopprimendo un personaggio, Kostantinos Boulis, che si opponeva alla vendita. Per tutto questo, per avere imbrogliato le tribù indiane che si erano rivolte a lui perché proteggesse i loro casinò, truffandole di circa 60 milioni di dollari, è stato inquisito ed era sotto processo sia in Florida che a Washington. Ai primi di gennaio, dopo che il suo socio Michael Scanlon ha confessato, Abramoff, temendo il peggio, si è pentito, ha patteggiato una pena relativamente mite (dieci anni) e ha promesso di vuotare il sacco.
Ecco perché la Washington che conta, soprattutto quella repubblicana, trema. DeLay si è dimesso, Bob Ney, il presidente della commissione che amministra la camera, si è dimesso, un altro repubblicano, Conrad Burns, sta per dimettersi. Molti altri, repubblicani e democratici, sono corsi a vedere i conti delle proprie Pac (Political action committee: i comitati elettorali) e hanno restituito o donato in beneficenza i soldi ricevuti direttamente da Abramoff o per suo tramite. Lo stesso Bush ha rimandato al mittente 1800 dollari riconducibile a lui.
Ma se fosse tutto qui sarebbe solo l’ennesimo scandalo per soldi, una questione criminale, di mazzette e di favori, forse più grande del solito, ma non qualitativamente diversa da tante altre che l’hanno preceduta. Quello che rende la vicenda particolare è la dimensione politica e una comune appartenenza generazionale.
Perché i cinquantenni Jack Abramoff e Tom DeLay, così come i loro amici e soci Michael Scanlon, Ralph Reed, Grover Norquist, David Safavian provengono tutti dallo stesso ambiente da cui sono usciti i potenti consiglieri del principe, Karl Rove e Lewis Libby (quest’ultimo anche lui agli arresti ma per lo scandalo del Niger-gate): quello dei giovani repubblicani, che tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80 iniziarono la scalata al cielo della politica. Dapprima nei gruppi repubblicani universitari, poi nell’associazione giovanile nazionale del partito, poi facendosi le ossa organizzando campagne elettorali locali, infine, per alcuni di loro, arrivando perfino a lavorare alla Casa bianca di Ronald Reagan e di George Bush padre. Giovani repubblicani, figli ideologici dei più maturi neo-cons (Perle, Rumsfeld, Cheney, Wolfowitz), che da loro hanno imparato ad agitare con spregiudicatezza i temi del conservatorismo radicale (politiche “pro-vita”, liberismo estremo, riduzione delle tasse), inserendosi al contempo in tutti i gangli decisionali del partito, rendendosi prima utili e poi indispensabili ai potenti.

Il crollo della coppia Abramoff-DeLay è anche il crollo di una generazione di persone legate tra di loro in qualche modo anche intorno ad un progetto politico, o politico-criminale: quello della conquista del potere fine a se stesso, dell’influenza e dell’arricchimento personale. Cambiando continuamente casacca, passando dagli incarichi governativi a quelli parlamentari, a quelli nelle società di lobby – questo gruppo garantiva a se stesso una sorta di immortalità politica, di superiorità che prescindeva e (nelle parole dei protagonisti) disprezzava il banale processo democratico.
Stavano sulla cima della piramide, giravano il mondo su jet privati, trattavano alla pari con i potenti. Pensavano di essere loro a fare girare le ruote della storia e invece non erano altro che mosche cocchiere o, peggio, stercorarie. E tuttavia la caduta di quelli che potremmo chiamare i “baby-cons”, in contrasto ai “neo-cons” che li hanno allevati, apre un vuoto nella leadership del partito repubblicano che mette pericolosamente in crisi l’intero sistema. www.aprileonline.info


Polonia: una crescita economica modesta ma costante

Il bilancio economico del 2005 si è chiuso in maniera sostanzialmente positiva. Nonostante, infatti, le statistiche mostrino una crescita economica piuttosto debole rispetto all’anno precedente, la Polonia ha raggiunto buoni risultati in diversi settori produttivi. I miglioramenti registrati sul fronte occupazionale, la normalizzazione dell’inflazione monetaria e la crescita delle esportazioni fanno, inoltre, sperare in un futuro economico più forte e solido.

Cristina Columpsi

Equilibri.net

Al forte e accelerato sviluppo che ha caratterizzato l’economia della Polonia nel 2004 è seguita nel 2005, e in particolar modo negli ultimi mesi, una crescita più lenta e debole. Il prodotto interno lordo, infatti, ha avuto un aumento del 2,8 % rispetto al 5,4% dell’anno precedente. A tale sviluppo, se pur lieve, ha contribuito in maniera decisiva la crescita dei consumi e delle esportazioni. Il settore industriale mantiene, invece, una certa stabilità registrando un aumento delle vendite non particolarmente alto. La crescita del tasso di inflazione, registrata nel 2004, ha subito un rallentamento ed ha avuto come conseguenza l’adozione di una politica monetaria meno dura. Sul fronte occupazionale si intravedono, invece, miglioramenti e la possibilità di poter risolvere uno dei nodi più spinosi del Paese si fa sempre più concreta.

Il settore industriale

La produzione industriale insieme al numero di vendite in questi mesi sono cresciute meno rispetto al 2004. L’aumento del 2,5%, realizzato nel 2005, equivale infatti a un settimo di quello prodotto dallo stesso settore l’anno precedente. In ogni caso una crescita, sebbene modesta, c’è stata e va ricondotta principalmente allo sviluppo del manifatturiero. In particolar modo le imprese che producono beni primari hanno registrato un aumento nelle vendite del 6%. Anche le aziende specializzate nell’alta tecnologia hanno realizzato considerevoli miglioramenti. La loro produzione è cresciuta, infatti, del 5,3% rispetto al 2004. Questo aumento si spiega considerando la natura di questo tipo di imprese. Esse, infatti, indirizzano gran parte dei propri prodotti verso i mercati esteri e hanno, quindi, un peso decisivo nella bilancia delle esportazioni che, quest’ultimo anno, sono cresciute particolarmente. Complessivamente comunque gli aumenti più alti sono stati registrati nelle imprese produttrici di macchinari ed attrezzature e in quelle produttrici di apparecchi medici, strumenti ottici e di precisione. Inoltre ulteriori guadagni sono stati realizzati nel settore della produzione di oggetti metallici e in quello della produzione di plastica e gomma. Al contrario altre imprese presentano un calo, in termini di vendite e produzione, rispetto al 2004. Fra queste le aziende produttrici di pelle, quelle specializzate in prodotti ottenuti tramite il processo di raffinazione del petrolio e quelle d’abbigliamento. Inoltre anche il settore minerario ha mostrato in questi ultimi mesi una riduzione della produzione . La quantità di carbone e lignite estratta è scesa del 7,1%. In particolar modo l’estrazione di questi due minerali paragonata a quella del 2004 è diminuita rispettivamente del 2,3% e dello 0,7%. Infine vi sono due aspetti che si collocano in controtendenza rispetto all’anno precedente. Uno di questi riguarda l’offerta di acqua, gas ed elettricità che nel 2005 è risultata più alta del 3,7%. L’altro, invece, interessa il settore delle imprese di costruzione e di assemblaggio. Dopo anni di crisi queste aziende stanno infatti attraversando una fase di ripresa, cominciata nel 2005 e che vede miglioramenti di mese in mese.

Il mercato del lavoro

Il problema della disoccupazione è presente ormai da diversi anni nell’agenda politica della Polonia. Una serie di fattori strutturali e l’adozione di politiche sociali non adeguate hanno creato in questi anni gravi squilibri e una situazione di disagio caratterizzata da un alto tasso di disoccupazione. In particolare la società polacca presenta un alto tasso di disoccupazione non solo fra le persone più giovani ma anche fra le persone di età superiore ai ventiquattro anni. Nel 2004, però, il mercato del lavoro ha cominciato a mostrare segni di cambiamento registrando un primo decremento nel tasso di disoccupazione. Questa inversione di tendenza è rimasta tale anche nel 2005 facendo intravedere la possibilità, per un futuro anche prossimo, di un maggiore e progressivo sviluppo del settore occupazionale. Il numero delle persone disoccupate è sceso del 7,1% rispetto al 2004. Il tasso di disoccupazione è cominciato a calare sin da gennaio 2005, quando raggiungeva il 19%, mentre in questi ultimi mesi si aggirava intorno al 17%. Per quanto riguarda il settore privato l’aumento del tasso occupazione è stato più alto dell’1,9% rispetto all’anno precedente. In particolar modo l’occupazione è cresciuta nel settore alberghiero, in quello dei beni immobili e nel settore manifatturiero. Nel primo l’aumento è stato del 5,1%, nel secondo del 3,8% e nel terzo del 2,2%. L’aumento del numero di lavoratori impiegati nel settore manifatturiero è da ricondurre comunque alla crescita conseguita in quest’ultimo anno in merito a vendite e produzione. A tal proposito proprio le imprese che all’interno di questo settore hanno registrato le crescite più alte hanno poi contribuito, in misura maggiore, alla creazione di nuovi posti di lavoro. Si tratta delle aziende produttrici di carta, oggetti metallici e plastica, che complessivamente hanno registrato un aumento del tasso di occupazione pari al 19,5%. Al contrario altri settori sono stati interessati da un calo nel numero di lavoratori impiegati. Si tratta principalmente di quelle industrie che in questi ultimi mesi hanno mostrato una diminuzione della produzione e delle vendite. Fra queste vi sono le imprese specializzate nella produzione di acqua, energia ed elettricità, il cui calo si attesta intorno al 3,6%. Più forte, invece, la riduzione del tasso di occupazione nel settore minerario, che negli ultimi mesi è sceso del 3,8%. Paradossalmente un’ulteriore diminuzione nel numero di lavoratori impiegati è stata riscontrata in un settore che a differenza dei precedenti è in netta ripresa: quello delle imprese di costruzione. In ogni caso l’abbassamento del tasso di occupazione è quasi impercettibile raggiungendo appena lo 0,2%. Complessivamente comunque la diminuzione più forte è stata registrata nelle industrie produttrici di pellame, in cui il numero di persone impiegate è sceso del 7%.

La politica monetaria e il commercio estero

Nel 2005 e in particolare in questi ultimi mesi la crescita del tasso d’inflazione ha subito un rallentamento. Contrariamente a quanto previsto i prezzi sono scesi e di conseguenza il governo ha dovuto imprimere alcuni cambiamenti alla propria politica monetaria. La prima manovra è consistita nella riduzione dei tassi di interesse, che erano stati precedentemente aumentati in conseguenza dell’alto tasso d’inflazione. Il Consiglio per la politica monetaria ha nuovamente adottato, quindi, una politica dolce attuando un abbassamento complessivo dello 0,3%. Per il 2006 obiettivo principale del Consiglio è quello di tenere il tasso d’inflazione il più vicino possibile al 2,5%. Inoltre le future manovre interesseranno non solo i tassi d’interesse ma anche i tassi di cambio. Il Consiglio prevede comunque una progressiva riduzione dell’inflazione in virtù di una crescita sempre più forte del prodotto interno lordo. L’unico fattore che potrebbe portare ad una situazione differente da quella prevista riguardo ai livelli del tasso d’inflazione è l’andamento del prezzo del petrolio greggio. In ogni caso il deprezzamento della moneta, che il governo aveva auspicato e che nel 2005 è stato raggiunto, ha avuto effetti positivi sulla bilancia commerciale favorendo in particolar modo le esportazioni. Secondo i dati forniti dalla Banca Nazionale il valore delle esportazioni si aggirerebbe intorno ai 48 miliardi di euro. Si tratta di una cifra più alta dell’anno precedente ma che rimane comunque inferiore a quella relativa alle importazioni. Il valore di queste ultime, infatti, si aggirerebbe intorno ai 50 miliardi di euro. Per quanto riguarda le esportazioni è stato registrato un aumento di due punti percentuali nella quota rivolta ai Paesi dell’Europa centro-orientale. Inoltre anche quelle verso i Paesi in via di sviluppo hanno presentato una crescita dell’1%. Al contrario le esportazioni verso i Paesi più sviluppati sono diminuite del 2,3%. Il principale partner commerciale rimane comunque quello europeo. L’Europa, infatti, fornisce il 74% delle importazioni ed è destinataria del 77% delle esportazioni. In particolar modo è il mercato tedesco a contribuire in maniera decisiva con il 28,5% di esportazioni e il 24,8% di importazioni.

Conclusioni

Dopo l’impatto positivo che l’ingresso nell’Unione Europea ha avuto sull’economia della Polonia nel 2004 il Pil continua a crescere. Ad un primo impatto però le statistiche mostrano complessivamente dati in calo, soprattutto per quanto riguarda il settore industriale. In realtà questi dati non vanno interpretati come segnali di cedimento o di crisi. Piuttosto fanno riferimento ad una fase economica di normalizzazione, che generalmente segue le crescite accelerate e impetuose. Lo sviluppo economico prosegue, quindi, anche se in maniera più modesta. Inoltre la crescita di alcuni settori industriali ha determinato anche un aumento delle assunzioni contribuendo ad una parziale riduzione dell’alto tasso di disoccupazione. Il problema è presente ormai da tempo nella società polacca e rappresenta una delle questioni più spinose che restano ancora da risolvere. Tuttavia da più di un anno il mercato del lavoro ha mostrato segni di miglioramento determinando buone aspettative riguardo ad una concreta e più vicina risoluzione del problema. Sul piano degli scambi con l’estero l’adozione di una politica monetaria volta a favorire il deprezzamento della moneta ha senza dubbio contribuito ad un aumento delle esportazioni, gran parte delle quali continuano ad essere destinate ai mercati europei.


Le ferite dell'Afghanistan
di Robert Scheer (AlterNet)
Come per tutte le altre politiche del suo mandato, l’insignificante impegno profuso dall’amministrazione Bush in Afghanistan è stato semplicemente una copertura per accattivarsi il consenso di quell'opinione pubblica che del martoriato paese islamico non conosce nemmeno la collocazione geografica
A che punto siamo allora con Osama bin Laden? Ricordate quando catturarlo “vivo o morto” ed eliminare le sue basi di al Qaeda in Afghanistan – come aveva promesso George Bush – era tutto quello che si proponeva la guerra al terrorismo?

Tuttavia, il presidente Usa si è distratto con l’assurda invasione dell’Iraq, paese in cui al Qaeda era stata effettivamente bandita da Saddam Hussein, il dittatore laico deposto dagli Stati Uniti. Adesso ci troviamo con la grave responsabilità di due nazioni disperate, dai futuri sempre più tetri, in cui i colpevoli dell’11 settembre prosperano, e le guerriglie e gli attentati terroristici continuano.

“Al Qaeda si sta evolvendo rapidamente, noi no”, ha avvertito il mese scorso Timothy J.Roemer, membro della Commissione bipartisan sull’11 settembre istituita da Bush. “Al Qaeda è molto dinamica, noi non lo siamo. Al Qaeda ha fantasia, noi non ne abbiamo”.

Ciononostante, nei suoi discorsi Bush si aggrappa alla convinzione secondo cui la battaglia contro il terrorismo sta andando bene perché, secondo la sua versione, saremmo stati capaci di eliminarlo in Afghanistan e staremmo distruggendo ora le ultime tracce del suo terrore in Iraq. Nella sua visita a Kabul, il mese scorso, il segretario della difesa Usa Donald Rumsfeld ha ribadito questa assurdità dichiarando che il sanguinoso e arretrato Afghanistan è un modello di progresso nella guerra al terrorismo, anche se ha ammesso che “in Iraq si è parecchi anni più indietro”.

La dichiarazione di Rumsfeld sul progresso è stata considerata ridicola dai funzionari della sicurezza afgana, intervistati dalla BBC in seguito alla visita del segretario alla difesa. “Siamo molto preoccupati in questo momento”, ha detto un anziano funzionario della polizia alla BBC. “Le sacche talebane e al Qaeda diventano sempre più minacciosi”.

La scorsa domenica, fonti statunitensi hanno dichiarato di avere colpito il numero due di bin Laden con il bombardamento di un villaggio pachistano al confine con l’Afghanistan. Ma, come spesso succede quando si utilizza la potenza aerea contro obiettivi non militari, è capitato che i cadaveri rimasti tra le macerie di un villaggio devastato non fossero inclusi tra gli obiettivi designati. Come ripercussione, sono state bruciate alcune bandiere statunitensi nella regione e le proteste antiamericane hanno travolto il Pakistan.

Nel frattempo, nel vicino Afghanistan, un nuovo rush di attentati suicidi – secondo il Los Angeles Times 25 in quattro mesi – dimostra evidentemente che i vecchi partner criminali di al Qaeda, i Talebani, sono tornati con l’ansia di vendicarsi. Nello scorso weekend, 20 civili sono rimasti uccisi da un attentato suicida, mentre un diplomatico canadese è stato assassinato in un altro attacco. Questo mese rischia di essere il più sanguinoso che il paese abbia visto dall’inizio dell’invasione americana.

La Nato, già attiva con truppe dispiegate al di fuori di Kabul, sta pensando di rifiutarsi di inviare nuovi contingenti; l’Olanda sta considerando di ritirare i propri soldati del tutto, come risultato di un’occupazione che sembra dare pochi risultati.

“Dove sono le nuove strade, i canali di irrigazione, e tutti quei lavori di cui ci avevano parlato?”, si lamentano i più anziani di un villaggio con un corrispondente della BBC. Del resto, cinque anni di “costruzione della nazione” hanno lasciato in Afghanistan una ferita che diventa sempre più grave, uno scenario in cui alcuni primitivi signori della guerra comandano, una capitale rimane isolata senza nessun controllo sul resto del paese, non esiste nessuna infrastruttura nazionale, e si preannuncia un nuovo boom del commercio di oppio, unica “oasi” economica del paese. “Ovviamente faremo crescere l’oppio anche quest’anno”, ha dichiarato un responsabile di distretto territoriale alla BBC. “Il governo, gli stranieri – hanno promesso che ci avrebbero aiutato se avessimo abbandonato le coltivazioni. Ma chi si è fatto vivo?”

Questa occupazione è solo l’ultima di una serie secolare di ciniche, e inefficaci, intromissioni internazionali in Afghanistan. Dagli inglesi ai sovietici fino ai repubblicani Usa, tutti hanno visto nell’Afghanistan un luogo favorevole per ottenere risultati che nulla hanno a che vedere con il miglioramento generale delle condizioni di vita.

Visto che ancora una volta abbiamo svilito il nostro impegno economico annuale per la ricostruzione dell’Iraq – si è passati da un miliardo a seicento milioni – è chiaro che la squadra di Bush spera che il paese sprofondi nuovamente dal palcoscenico globale fino a raggiungere un’anarchia senza precedenti.

Dopo la nostra drammatica coltellata iniziale all’Afghanistan del dopo 11 settembre, l’amministrazione Bush non ha dimostrato nessuna volontà nel predisporre l’imponente ristrutturazione che sarebbe stata necessaria per rendere la nazione di nuovo funzionante, come lo era prima che la guerra fredda la devastasse.

Piuttosto, come è successo per tutte le altre politiche del suo mandato, l’insignificante impegno profuso dall’amministrazione Bush in Afghanistan è stato semplicemente una copertura per accattivarsi il consenso dell’opinione pubblica, a cui è stato fatto credere come si stesse realmente portando avanti la lotta al terrorismo.

Dato che molti americani non riuscirebbero nemmeno a trovare l’Afghanistan sulle cartine geografiche, questo approccio cinico continuerà a dare i suoi frutti. Almeno fino a quando una banda di predatori addestrati nelle terre dell’Afghanistan e del Pakistan, finanziati dai nostri “alleati” sauditi, non lanceranno un altro devastante attacco sul suolo statunitense.




Robert Scheer è autore di 'The Five Biggest Lies Bush Told Us About Iraq'





Fonte: http://www.alternet.org/columnists/story/30996/
Tradotto da Alessandro Siclari per Nuovi Mondi Media


OSCE : funzionari e non giornalisti da punire per fuga notizie
di Gabriella Mira Marq

Il rappresentante dell'OSCE sulla liberta' dei media, Miklos Haraszti, ha espresso la sua preoccupazione per le possibili conseguenze per i media che effettuano inchieste su informazioni confidenziali. Egli si e' pronunciato su un caso riguardante la Svizzera, ma ha ribadito un principio generale che ha ricaduta anche sul nostro Paese.

Nel caso svizzero, i procuratori federali e militari hanno iniziato un'indagine sulla pubblicazione sul SonntagsBlick del 8 gennaio dei dati classificati sull'intercettazione da parte dei servizi segreti elvetici di un fax dal ministero degli esteri egiziano alla propria ambasciata a Londra, dal quale si evincevano conferme sulla vicenda dei voli e delle prigioni CIA in Europa.

Il fax era stato trasmesso con collegamento satellite il 15 novembre 2005 e avrebbe contenuto le prove attestanti che 23 Iracheni ed Aghani sarebbero stati interrogati in una base americana in Romania. A seguito delle rivelazioni il parlamento rumeno ha varato una commissione d'inchiesta.

Haraszti ha scritto al ministro della difesa svizero Samuel Schmid e al ministro della giustizia Christoph Blocher, invitando il governo svizzero a fare tutto quanto in suo potere per limitare l'azione contro i media, in questo caso il SonntagsBlick. Inoltre ha chiesto al governo di cominciare ad emendare le disposizioni punitive del Paese sulle informazioni riservate, per adattarle ai concetti moderni del diritto pubblico all'informazione.

"La protezione del governo dovrebbe essere equilibrata con il principio internazionalmente riconosciuto del diritto del pubblico a sapere", ha scritto Haraszti, secondo cui i media non possono essere giudicati responsabili della rivelazione di informazioni confidenziali, dato che "e' compito dei servizi pubblici proteggere i segreti, quindi la responsabilita' deve essere limitata ai funzionari che hanno fatto uscire i segreti".

Il principio espresso riguarda anche l'Italia e la publicazione dei testi delle intercettazioni in note vicende di politica e finanza.


www.osservatoriosullalegalita.org



Serbia: affari e politica
Belgrado, scrive Danijela Nenadić
Dopo le indagini sul Berlusconi serbo nel mirino della procura di Belgrado finisce la Banca centrale e il suo vicegovernatore, arrestato per una tangente di 100.000 euro. Una tangentopoli serba o semplice propaganda elettorale?
Il terremoto di scandali, che da circa un mese sta scuotendo la Serbia, acquisisce un ulteriore impulso col recente arresto del vicegovernatore della Banca centrale della Serbia (NBS), accusato di aver ricevuto una tangente. E mentre “l’affaire Karic” non accenna a placarsi, sulla scena serba compare un nuovo caso, ormai conosciuto come l’”affaire NBS”, che complica ulteriormente l’attuale situazione politica ed economica del paese.

La scorsa settimana la polizia di Belgrado ha arrestato nel suo appartamento Dejan Simic, vicegovernatore della NBS e Vladimir Zagradjanin, funzionario del Partito socialista della Serbia (SPS), col sospetto che abbiano commesso il reato di corruzione, per aver ricevuto il primo una tangente datagli dal secondo. Gli ispettori della polizia, durante l’azione precedentemente organizzata, sono entrati nell’appartamento di Simic e hanno trovato una borsa contenente 100.000 euro che è stata portata da Zagradjanin.

La scarsità di informazioni rese note il giorno dell’arresto di Simic e Zagradjanin non ha fermato la bufera che nei giorni successivi si è sollevata tra l’opinione pubblica, e che in primo piano ha fatto saltar fuori molti altri nomi dei vertici del governo serbo. In questa nuova piega della situazione si è riscontrato che lo scandalo è molto più profondo e che rimangono coinvolti la Banca centrale della Serbia e il suo governatore Radovan Jelasic, l’SPS e indirettamente il governo serbo.

Al centro della storia c’è il ritiro della licenza per il lavoro della Banca di credito ed esportazione della quale uno degli azionisti è il Gruppo TBI di Israele, ed è da quel momento che iniziano gli scontri tra la NBS, ossia tra il governatore Jelasic e questo gruppo di azionisti. È importante ricordare che il Gruppo TBI non ha azioni solo nella Banca di credito ed esportazione ma anche nelle Assicurazioni Dunav, una delle più grandi compagnie assicurative del paese. Gli azionisti hanno sollevato due denunce contro Jelasic – una nell’aprile del 2004 per il ritiro della licenza della banca, e l’altra nel dicembre 2005 per l’impossibilità di normalizzare il lavoro di questo gruppo in Serbia.

Secondo quanto affermato dal consulente legale del Gruppo TBI, Aleksandar Lojpur, Jelasic ha minacciato gli azionisti che avrebbe tolto la licenza di lavoro anche per la TBI Dunav assicurazioni, poi che ha richiesto “che lasciassero perdere la banca, che ritirassero la denuncia e che pagassero 2 milioni di euro. Di fronte a questo fatto i clienti sono stati costretti a fare la denuncia presso il procuratore speciale”.

Parallelamente a ciò, secondo quanto sostiene questa parte in causa, con l’intento di dimostrare la corruzione dei vertici della NBS, il Gruppo TBI mediante Vladimir Cizelj, il loro rappresentante a Belgrado, ha deciso in accordo con la procura di consegnare la prima rata di 100.000 euro al vicegovernatore Simic e di risolvere in questo modo la contesa con la NBS e Jelasic.

Secondo questo scenario, la polizia ha atteso che il portavoce Vladimir Zagradjanin arrivasse nell’appartamento di Simic, per poi entrare in azione, irrompere nell’appartamento e trovare suddetta somma di denaro.

Tuttavia il problema continua quando in pubblico trapela il fatto che la borsa col denaro non è stata trovata nell’appartamento di Simic ma, come è stato detto, nell’anticamera del suo appartamento, cosa che la difesa dell’accusato usa come prova per dimostrare che il suo cliente non fosse a conoscenza del contenuto di suddetta borsa.

L’altro lato della medaglia è la storia della NBS e del governatore Jelasic. Secondo le sue affermazioni, l’intero caso è stato “montato” per far sì che venisse screditata questa istituzione e il governo serbo. In una dichiarazione per l’emittente B92, il governatore afferma che a causa della liquidazione della banca su di lui è stata esercitata una certa pressione sia da parte del Gruppo TBI che da parte dell’ambasciatore di Israele a Belgrado, Jafa Ben Ari. Jelasic aggiunge poi di essere stato chiamato più volte dall’azionista del Gruppo TBI Salom Spilman, il quale chiedeva che si “ricapitalizzasse la banca in liquidazione. Noi abbiamo detto che non possiamo ad un azionista cui abbiamo tolto la licenza dare l’accordo per comprarne un’altra”. Jelasic descrive l’intero caso come tentativo di screditare la NBS e lui stesso, aggiungendo che gli sembra di essere sulla ghigliottina.

Con questo sviluppo della situazione lo “scandalo della NBS” ha aperto un nuovo capitolo in cui si scatenano accuse reciproche, mentre l’intero caso ha assunto una dimensione incredibile. E mentre la magistratura svolge il suo lavoro, l’opinione pubblica si occupa della soluzione di alcuni, almeno a prima vista, controversi enigmi. Perché l’intero caso risulta ulteriormente interessante quando nella storia si include anche il fatto che la sera in cui sono stati arrestati Simic e Zagradjanin, nell’appartamento c’era pure Ivica Dacic, in assenza di Milosevic, leader del SPS.

Molto interessante diventa la domanda su cosa ci facesse Ivica Dacic nell’appartamento di Simic, ma anche come mai se ne è andato pochi minuti prima dell’arresto. Nella dichiarazioni che ha rilasciato subito dopo l’operazione della polizia, l’evidentemente sorpreso Dacic ha detto che si trovava in visita provata da Simic col quale è in buona amicizia, poi che non era a conoscenza dei problemi tra il Gruppo TBI e la NBS, né sapeva del denaro che quella sera è stato trovato.

Quando si tratta della sua uscita dall’appartamento proprio nel momento in cui è iniziata l’azione della polizia, a Belgrado circola voce di una telefonata con la quale, si dice, Dejan Mihajlov, segretario generale del Governo, ha avvertito Dacic su quanto sarebbe accaduto.

Se dobbiamo tenere fede a quanto scrivono il quotidiano “Blic” e altri giornali, Mihajlov ha chiamato due volte Dacic, per poi arrivare ad urlare al telefono per fare in modo che quest’ultimo capisse il messaggio e momentaneamente è uscito dall’appartamento.

Si capisce che entrambe le parti rigettano queste versioni, mentre dichiarano che per motivi di lavoro si sentono più volte al giorno.

Lo sviluppo va ancora più in là, sicché a ridosso dello scandalo si alza un polverone nell’SPS, che ha convocato immediatamente una seduta del consiglio per decidere come comportarsi rispetto a questa situazione. Il risultato della discussione di sei ore a porte chiuse è la sospensione di Vladan Zagradjanin da tutte le funzioni e l’appoggio a Ivica Dacic, il quale, come si dice, quella sera era solo per caso nell’appartamento di Simic. Alcuni alti funzionari dell’SPS sono rimasti insoddisfatti da questa decisione, compreso anche Milutin Mrkonjic, che è considerato un uomo di fiducia di Milosevic, e Aleksandar Vulin, noto per la sua posizione critica nei confronti di Dacic, ha dato le dimissioni.

Con ciò lo “scandalo NBS” assume una chiara connotazione politica. È del tutto evidente che il G17 e l’SPS, e quindi anche il governo, hanno ricevuto un forte scossone. Secondo la maggior parte degli analisti di Belgrado, i quali comunque affermano che questi due partiti si stanno confrontando con forti divisioni interne, il nuovo scandalo destabilizzerà di sicuro il governo di Vojislav Kostunica.
Chi più di tutti sfrutterà questa situazione saranno i radicali il cui indice di consensi, dopo lo scandalo Karic e quello della NBS continua a salire. È del tutto chiaro che ormai è iniziata la messa in mostra del posizionamento elettorale, e il nuovo scandalo, dopo la crescita di popolarità del DSS e G17 con l’apertura del dossier Karic, minaccia di creare scompiglio tra le fila della scena politica serba.

Con impazienza si attendono gli sviluppi di entrambi gli scandali, di fronte ai quali l’opinione pubblica è divisa sulla questione se Kostunica ha deciso veramente di fare i conti con la corruzione e la criminalità di questo paese oppure se si tratta di un’altra manipolazione che ha come intento quello di accaparrarsi dei voti. www.osservatoriobalcani.org

La ''Grande Muraglia di Fuoco''


Come il governo cinese usa la tecnologia per reprime le libertà ed i diritti umani e come le grandi imprese dell' ITC mondiale si adattano pur di non perdere un promettente mercato.

Introduzione
Le cose vanno sempre peggio in Cina per quanto riguarda libertà e diritti umani: non abbiamo fatto in tempo a sapere che il sito di Wikipedia (la notizia è solo di alcuni giorni fa) era stato definitivamente oscurato dalle autorità cinesi, che giusto ieri si è appresa la notizia di un'altra forma di censura, quella di Skype. E così, dopo i motori di ricerca (Google e